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Dieci anni del GDPR: i tuoi dati, i tuoi diritti

Il 24 maggio 2026 ricorre il decimo anniversario dell'entrata in vigore del Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR). Questa legge storica ha conferito per la prima volta ai cittadini europei un reale controllo sui propri dati personali, cambiando per sempre la vita online.

commission.europa.eu/news-and-…

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La Cina cancella i dazi sull'Africa per contrastare Trump


Dal primo maggio Pechino ha eliminato i dazi sui beni di 53 paesi africani su 54, mentre l'amministrazione Trump impone tariffe e taglia gli aiuti al continente

La Cina ha cancellato dal primo maggio tutti i dazi sui beni provenienti da 53 dei 54 paesi africani, in un'iniziativa con cui Pechino punta a rafforzare la propria influenza sul continente mentre l'amministrazione del presidente Donald Trump alza le barriere doganali e taglia gli aiuti all'Africa. L'unica eccezione è il piccolo regno dell'Eswatini, l'unico stato africano che mantiene relazioni diplomatiche con Taiwan. Dal vino ai semi di sesamo alla lana, qualsiasi prodotto può ora entrare in Cina a dazio zero da Algeria, Sudafrica, Nigeria, Kenya o Repubblica Democratica del Congo.

La Cina è già il primo partner commerciale dell'Africa. Il nuovo provvedimento si appoggia a una decisione del 2024 con cui Pechino aveva concesso l'accesso senza dazi ai 33 paesi meno sviluppati del continente. Secondo gli analisti, l'estensione a quasi tutta l'Africa potrebbe spingere oltre un miliardo di persone ed enormi riserve di materie prime ulteriormente nell'orbita cinese.

"L'immagine che questa decisione restituisce è politicamente astuta", ha dichiarato al Wall Street Journal Ronak Gopaldas, direttore della società di consulenza Signal Risk, specializzata sull'Africa. "Rafforza l'immagine di Pechino come partner stabile e affidabile per l'Africa, soprattutto se messa a confronto con la postura più erratica e transazionale che ha caratterizzato Washington negli ultimi anni".

L'apertura cinese può garantire a Pechino l'accesso a catene di approvvigionamento essenziali per minerali critici come cobalto, rame e coltan, e apre più spazio per le aziende cinesi che lavorano con i governi africani su infrastrutture, logistica e progetti manifatturieri che necessitano del finanziamento di Pechino.

Il vicepresidente del Kenya Kithure Kindiki ha detto a marzo, durante un forum economico a Nairobi, che l'accordo a dazio zero offre al Kenya un'occasione per ridurre il deficit commerciale con la Cina, oggi attorno ai 4 miliardi di dollari. Tra i prodotti agricoli che potrebbero beneficiarne ha citato caffè, tè, noci di macadamia e avocado.

Lo stesso Gopaldas ha avvertito che nel breve periodo la misura difficilmente cambierà la struttura del rapporto commerciale tra Africa e Cina, oggi caratterizzato dall'export di materie prime africane verso la Cina e da quello di prodotti finiti cinesi verso l'Africa. Cobus van Staden, responsabile della ricerca del China-Global South Project, ha aggiunto che l'iniziativa "non affronta le molte barriere non tariffarie che frenano gli scambi", come i severi requisiti fitosanitari per le esportazioni agricole verso la Cina e la debolezza della logistica e dei trasporti in molti paesi africani.

L'ex ministro del Commercio del Lesotho Mokhethi Shelile, il cui paese ha accesso senza dazi al mercato cinese dalla fine del 2024 in quanto stato meno sviluppato, ha spiegato che per sfruttare davvero l'accordo il Lesotho dovrà investire in capacità produttiva, lavorare i beni localmente, migliorare la logistica e costruire un'industria competitiva. "Se il Lesotho riesce a farlo, il mercato cinese può diventare un grande motore di crescita. Se no, i benefici resteranno limitati e concentrati sull'export di materie prime grezze", ha detto Shelile.

La mossa cinese contrasta nettamente con l'approccio dell'amministrazione Trump verso quelli che il presidente ha definito "shithole countries", paesi di merda. L'anno scorso gli Stati Uniti hanno colpito il Sudafrica, la maggiore economia del continente, con dazi del 30 per cento e la Repubblica Democratica del Congo, ricca di minerali, con dazi del 15 per cento. Trump ha poi imposto dazi generalizzati del 10 per cento su tutti i paesi del mondo, la cui legittimità resta al vaglio dei tribunali.

Trump aveva minacciato il Lesotho, definito pubblicamente come un posto "di cui nessuno ha mai sentito parlare", con dazi del 50 per cento, una delle aliquote più alte mai proposte per un singolo paese, devastando l'industria tessile locale. Il presidente ha accusato anche la Nigeria di non fermare un presunto "genocidio" cristiano da parte di insorti islamisti e il governo del Sudafrica di compiere un "genocidio" contro la minoranza bianca del paese.

Nelle prime settimane del secondo mandato Trump ha chiuso l'Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale, per decenni protagonista degli aiuti americani in Africa. Il futuro dell'African Growth and Opportunity Act, la legge dell'era Clinton che garantisce l'accesso al mercato americano senza dazi per alcuni prodotti dei paesi subsahariani, è rimasto in bilico. Decine di posti di ambasciatore nel continente restano vuoti.

La nuova politica cinese potrebbe servire a Pechino per recuperare terreno in Africa. Per decenni la Cina ha riversato sul continente prestiti destinati soprattutto a finanziare porti, aeroporti, ferrovie e altre infrastrutture costruite da aziende cinesi. Gli impegni di prestito cinese verso l'Africa tra il 2000 e il 2024 hanno raggiunto i 181 miliardi di dollari, secondo i ricercatori della Boston University. Pechino ha però accumulato critiche per opere a volte di scarsa qualità e per condizioni dei prestiti onerose. Di fronte al rallentamento della propria economia ha ridotto i finanziamenti al continente, e l'accesso senza dazi rappresenta ora uno strumento alternativo per allargare la presenza economica cinese.

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Francesca Romana D’Antuono, copresidente di Volt Europa, spiega che nel 2026, in Italia, puoi avere un lavoro e restare comunque povero.
Secondo Istat, oltre 5,7 milioni di persone vivono in povertà assoluta e, tra le famiglie con una persona di riferimento occupata, l’incidenza arriva all’8,7% se è lavoratore dipendente e al 15,6% se è operaio o assimilato.
Nel frattempo, 22 Stati dell’Unione Europea hanno un salario minimo nazionale. L’Italia no.
Il governo Meloni ha svuotato la proposta sul salario minimo, togliendo proprio la soglia legale sotto cui non si dovrebbe scendere.
Ma una retribuzione dignitosa non è un privilegio: è il minimo per vivere, pagare affitto, bollette e spesa senza restare schiacciati.
Chi lavora non deve restare povero.
Serve un salario minimo.
Serve una politica che stia dalla parte di chi vive del proprio lavoro.

#SalarioMinimo #LavoroPovero #PovertàLavorativa #DirittiDelLavoro #Italia #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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PER UN VOTO COMUNISTA E ANTIFASCISTA home.rifondazione.eu/2026/05/2… #Approfondimenti

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Francesca Romana D’Antuono, copresidente di Volt Europa: basta violenza politica.
A Lecco, le parole violente di Debora Piazza contro Elly Schlein non sono un episodio isolato: sono il risultato di un clima d’odio alimentato anche da chi ha responsabilità pubbliche.

#OdioPolitico #EllySchlein #Lega #PoliticaItaliana #Lecco #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Un accordo sull'energia al Congresso sta saltando a causa di Trump


Democratici e repubblicani lavorano a un'intesa per snellire i permessi a rinnovabili e fossili, ma le mosse della Casa Bianca contro eolico e solare erodono i numeri.

La riforma delle autorizzazioni per i nuovi progetti energetici è una delle priorità legislative su cui democratici e repubblicani al Congresso degli Stati Uniti hanno trovato un terreno comune. Secondo un articolo pubblicato da Politico, l'intesa rischia però di saltare a causa degli attacchi del presidente Donald Trump alle energie rinnovabili, che stanno facendo evaporare i numeri necessari per approvare la legge.

Un accordo sulle autorizzazioni servirebbe a ridurre la burocrazia per i progetti sia di energie rinnovabili sia di combustibili fossili, limitare le cause delle associazioni ambientaliste e rafforzare la rete elettrica nazionale, oggi sotto pressione per l'aumento di domanda e prezzi.

Al Senato i negoziati sono guidati da quattro parlamentari. Per i democratici lavorano Sheldon Whitehouse e Martin Heinrich. Per i repubblicani la presidente della commissione Ambiente e Lavori Pubblici Shelley Moore Capito, del West Virginia, e il presidente della commissione Energia e Risorse Naturali Mike Lee, dello Utah. Lunedì i quattro si sono incontrati a una cena organizzata dal senatore democratico del Colorado John Hickenlooper, anche lui sostenitore della riforma.

Il problema è che l'amministrazione Trump continua a colpire l'eolico e il solare. Secondo le associazioni di settore citate dall'articolo, il dipartimento della Difesa sta tenendo fermi da mesi i pareri sulla sicurezza nazionale per oltre cento progetti terrestri in tutto il paese. La Casa Bianca sta inoltre lavorando contro l'eolico in mare aperto. A inizio mese il segretario all'Interno Doug Burgum ha annunciato che il suo dipartimento farà ricorso contro una sentenza che gli vietava un controllo più stringente sui progetti di rinnovabili. Lo stesso Burgum aveva però dichiarato in un'audizione di aprile che "questo è il momento" per la riforma delle autorizzazioni.

La diffidenza dei democratici è il principale ostacolo. Whitehouse ha dichiarato a Politico che il suo partito voterà nel gruppo parlamentare prima di muoversi su qualsiasi disegno di legge: "Se nessuno del nostro gruppo crede che l'amministrazione Trump sia affidabile, allora buona fortuna a chiudere la trattativa". Il senatore democratico delle Hawaii Brian Schatz, membro della leadership del partito al Senato, ha aggiunto di essere "più che aperto a un accordo", ma di non poter raccogliere i voti per nessuna legge finché la Casa Bianca non smetterà di "fare violenza" ai progetti solari ed eolici.

La Casa Bianca ha provato a tenere aperto il dialogo. La portavoce Taylor Rogers ha dichiarato che il presidente ha realizzato "riforme straordinarie" per modernizzare il processo autorizzativo, ma servono interventi legislativi per sbloccare i progetti energetici critici. Anche i repubblicani che stanno conducendo i negoziati ammettono però che gli attacchi del presidente alle rinnovabili rendono il loro lavoro più difficile, e si chiedono quanto la Casa Bianca sia davvero impegnata a chiudere un'intesa.

Trump potrebbe non gradire una legge che gli leghi le mani sulle rinnovabili. Lo scorso anno alla Camera un gruppo di deputati conservatori e contrari all'eolico in mare aperto aveva ostacolato un disegno di legge sulle autorizzazioni proprio per consentire al presidente di continuare a colpire questo settore. Lo "SPEED Act" del presidente della commissione Risorse Naturali della Camera Bruce Westerman, dell'Arkansas, è poi passato con alcune modifiche, ma una clausola di certezza delle autorizzazioni resta un obiettivo per entrambi i partiti.

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SoftBank dona 50 milioni di dollari alla biblioteca presidenziale di Trump


Il colosso giapponese, tra i maggiori investitori al mondo nell'intelligenza artificiale e socio di OpenAI, fa una delle donazioni più grandi mai rese pubbliche per la struttura di Miami.

SoftBank, uno dei più grandi gruppi tecnologici al mondo, ha donato 50 milioni di dollari alla biblioteca presidenziale che il presidente Donald Trump sta facendo costruire a Miami. È una delle più grandi donazioni mai rese pubbliche per il progetto, come ha rivelato Politico.

La società giapponese è tra i maggiori investitori al mondo nell'intelligenza artificiale ed è uno dei principali soci di OpenAI, la creatrice di ChatGPT. SoftBank controlla inoltre quote di maggioranza in diverse aziende tecnologiche, tra cui un'impresa che progetta semiconduttori. Secondo gli ultimi documenti depositati, il gruppo fa attività di lobbying sull'intelligenza artificiale e su altri temi di politica pubblica.

Nel 2024 SoftBank si era impegnata a investire 100 miliardi di dollari in aziende americane nel corso del mandato di Trump. Il fondatore e presidente del gruppo, Masayoshi Son, conosce il presidente fin dal primo mandato e ha visitato la Casa Bianca diverse volte.

La società aveva già fatto donazioni più piccole alle biblioteche presidenziali di Ronald Reagan e George W. Bush, ma in entrambi i casi era avvenuto dopo che le strutture erano state costruite, secondo una delle due fonti a conoscenza dell'operazione consultate da Politico. I portavoce di SoftBank e quelli della biblioteca di Trump hanno rifiutato di commentare.

I rendering della futura biblioteca, diffusi nel marzo 2026, mostrano un grande grattacielo affacciato sull'acqua a Miami, con il nome di Trump in cima all'edificio. La struttura è destinata anche a ospitare il controverso jet Boeing che il Qatar ha regalato al presidente perché lo utilizzi come Air Force One, una volta che il governo lo avrà trasferito alla biblioteca.

Le immagini mostrano alcuni dei simboli più riconoscibili dell'universo trumpiano: una scala mobile dorata simile a quella che Trump utilizzò alla Trump Tower di New York per annunciare la sua prima candidatura alla presidenza e una statua dorata che lo raffigura con il pugno alzato.

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Martedì 26 seminario su Aldo Capitini home.rifondazione.eu/2026/05/2… #Approfondimenti

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Il malcontento dei senatori repubblicani contro Trump


Una settimana di sconfitte al Congresso: il fondo da 1,8 miliardi per i presunti perseguitati e i finanziamenti per la sala da ballo dividono il partito

Il presidente Donald Trump ha avuto la settimana peggiore del suo secondo mandato. L'approvazione del suo operato è scesa al 41 per cento, con il 57 per cento di pareri negativi, secondo un sondaggio del Wall Street Journal. A gennaio l'approvazione era al 45 per cento. Anche tra i repubblicani la quota di chi dice di approvare "fortemente" il suo lavoro è crollata dal 75 al 57 per cento. Nello stesso rilevamento i democratici sono in vantaggio sui repubblicani per il prossimo Congresso, 48 a 40.

Il malumore si è tradotto in una rivolta senza precedenti del gruppo senatoriale repubblicano contro due proposte volute dal presidente: un fondo da 1,8 miliardi di dollari per risarcire chi sostiene di essere stato perseguitato dall'amministrazione Biden e un miliardo per la sicurezza della sala da ballo di lusso che Trump vuole costruire alla Casa Bianca, un progetto da 400 milioni che il presidente aveva promesso di finanziare con donazioni private.

Il cosiddetto "fondo anti-weaponization" nasce dalla decisione dell'amministrazione di chiudere una causa che Trump aveva intentato contro il suo stesso governo. L'accordo, raggiunto poco prima della scadenza fissata da un giudice federale che chiedeva spiegazioni sul conflitto d'interessi, prevede anche che l'Internal Revenue Service rinunci a pretendere il pagamento di tasse arretrate da Trump, dalla sua famiglia e dalle sue aziende. I senatori repubblicani temono che il fondo possa essere usato per indennizzare con milioni di dollari i partecipanti all'assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, già graziati dal presidente, inclusi quelli condannati per aggressioni ai poliziotti.

L'incontro tra il procuratore generale facente funzioni Todd Blanche e i senatori repubblicani, organizzato per rassicurare il gruppo, si è trasformato in uno scontro. Secondo la ricostruzione del Wall Street Journal, oltre una decina di senatori hanno incalzato Blanche per due ore nella sala Mike Mansfield. Il primo a prendere la parola è stato Tom Cotton, senatore dell'Arkansas e alleato del presidente, che ha chiesto bruscamente: "A chi è venuta in mente questa idea? Chi ha scelto questo momento?". Ted Cruz, nel suo podcast, ha definito quella riunione "una delle più dure mai viste in Senato", aggiungendo che alcuni colleghi urlavano contro Blanche. L'esito è stato lo slittamento del voto su un pacchetto da 70 miliardi per il finanziamento di Immigration and Customs Enforcement e della polizia di frontiera, che la maggioranza voleva approvare prima del weekend del Memorial Day.

Il punto di rottura è arrivato martedì, quando Trump ha annunciato il sostegno al procuratore generale del Texas Ken Paxton contro il senatore uscente John Cornyn alle primarie repubblicane. Cornyn è in Senato dal 2002, è stato candidato alla guida del gruppo repubblicano e ha raccolto oltre 400 milioni di dollari di donazioni per i colleghi e per il comitato senatoriale del partito. Paxton è stato messo in stato d'accusa dal suo stesso partito alla camera del Texas con accuse di corruzione e abuso d'ufficio, poi assolto dal Senato statale, ed è nel mezzo di un divorzio chiesto dalla moglie per "ragioni bibliche". Diversi senatori temono che la sua candidatura possa costringere il partito a spendere decine di milioni di dollari per difendere un seggio sicuro, sottraendo risorse a corse competitive in Maine, North Carolina, Ohio, Iowa e Alaska.

La scelta di Trump arriva dopo la sconfitta di Bill Cassidy alle primarie della Louisiana, battuto dalla deputata Julia Letlow, candidata sostenuta dal presidente. Cassidy era stato uno dei sette senatori repubblicani che nel 2021 avevano votato per la condanna di Trump nel processo di impeachment. È il primo senatore in carica a perdere una primaria dal 2017.

Sul fronte della sala da ballo, la parlamentarista del Senato Elizabeth MacDonough, funzionaria non di parte che vigila sul rispetto delle regole procedurali, ha stabilito che il miliardo per la sicurezza non rispetta le norme della procedura di reconciliation di bilancio. Trump ha chiesto su Truth Social che venga licenziata. La richiesta è stata respinta dal leader della maggioranza John Thune, che ha definito "preoccupante" prendere di mira un singolo funzionario. Davanti all'opposizione di un numero sufficiente di senatori repubblicani, la dirigenza ha rinunciato a riscrivere la norma.

Nella stessa settimana il Senato ha votato per far avanzare una risoluzione che impedirebbe a Trump di ordinare nuovi attacchi contro l'Iran, come ricostruito dal Washington Post: Cassidy si è unito per la prima volta ad altri tre repubblicani e ai democratici. Alla Camera la leadership repubblicana ha ritirato il voto su una misura analoga quando è apparso chiaro che sarebbe passata.

Trump non ha fatto un passo indietro. Su Truth Social ha rivendicato il fondo, sostenendo di aver rinunciato a "una fortuna" pur di lasciarlo passare, e ha attaccato il senatore Thom Tillis del North Carolina, che aveva definito la misura "un fondo per teppisti" e "una stupidaggine sulle stampelle". Tillis, già spinto al ritiro dalla pressione del presidente, ha risposto che "le idiozie stanno uccidendo le nostre possibilità" alle elezioni di metà mandato.

Una delle dinamiche che spiega questa fase è l'assenza di voci contrarie nella cerchia ristretta del presidente. Nel primo mandato alcune proposte radicali erano state filtrate da figure come l'ex capo di gabinetto John F. Kelly, il primo segretario alla Difesa Jim Mattis e il consigliere economico Gary Cohn. Oggi quei posti sono occupati da fedelissimi. Stephen Miller, vice capo di gabinetto per le politiche, ha difeso il fondo definendolo "una piccola misura di giustizia" per chi sarebbe stato privato dei propri diritti.

Sarah Binder, politologa della George Washington University, ha detto al New York Times di prendere alla lettera le parole di Trump quando, l'anno scorso, sosteneva di non avere più bisogno del Congresso per attuare la sua agenda. Secondo Binder il presidente sta ragionando su come continuare a controllare il partito dopo la fine del mandato e su che eredità lasciare, anche fisica: ha citato la sua spinta per costruire un arco di trionfo a Washington. "È concentrato sull'arco. È concentrato sulla sua eredità personale. È concentrato sulla vendetta. Non ha un'agenda legislativa, quindi gli serve davvero un Senato repubblicano?".

Lamar Alexander, ex senatore repubblicano del Tennessee tornato al Campidoglio dopo cinque anni, ha detto di non capire la strategia di un presidente che "epura senatori repubblicani che lo sostengono nel 99 per cento dei casi".

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Tra i due litiganti, il terzo cambia la politica.
Destina il tuo 2x1000 a Volt, col codice Y59 💜

#2x1000 #DichiarazioneDeiRedditi #Giovani #Casa #SaluteMentale #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Il dipartimento di Giustizia cancella le ultime tracce delle indagini sul 6 gennaio


I procuratori federali chiedono di archiviare i processi contro i leader di Proud Boys e Oath Keepers e rimuovono dal sito i comunicati sui rivoltosi del Campidoglio.

Il dipartimento di Giustizia americano ha cancellato venerdì le ultime tracce dell'inchiesta sull'assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, con due decisioni che allineano ancora di più l'amministrazione agli sforzi del presidente Donald Trump per riscrivere quella giornata. Nella serata di venerdì 22 maggio, all'inizio del weekend lungo del Memorial Day, i procuratori federali di Washington hanno depositato le richieste di archiviazione dei procedimenti penali più gravi nati dall'attacco al Congresso, quelli contro i capi e i militanti dei gruppi di estrema destra Proud Boys e Oath Keepers, condannati per cospirazione sediziosa. Poche ore dopo uno degli account ufficiali del dipartimento ha confermato sui social media che lo stesso ministero stava ripulendo i propri archivi online dai comunicati stampa usati per dare conto dei processi contro i rivoltosi.

L'inchiesta sull'assalto al Campidoglio, condotta tra il 2021 e il 2025, è stata la più grande indagine criminale nella storia del dipartimento di Giustizia, con incriminazioni a carico di quasi 1.600 imputati. Da quando il presidente ha cominciato il suo secondo mandato concedendo la grazia a tutti i condannati, il dipartimento ha smontato pezzo dopo pezzo il lavoro fatto per processare chi aveva interrotto il passaggio pacifico dei poteri dopo le elezioni del 2020.

Lunedì 18 maggio l'amministrazione ha annunciato la creazione di un fondo da 1,776 miliardi di dollari per risarcire gli alleati del presidente che si sentono perseguitati dalle indagini delle precedenti amministrazioni democratiche. Il procuratore generale facente funzione Todd Blanche, che ha guidato la creazione del fondo, non ha escluso che possano accedere ai risarcimenti anche i rivoltosi condannati per violenze contro gli agenti di polizia, una possibilità che ha provocato proteste bipartisan al Congresso. Molti dei condannati per il 6 gennaio hanno già annunciato che presenteranno domanda di indennizzo.

Le richieste di archiviazione presentate venerdì riguardano una dozzina di membri dei due gruppi e cancellano i procedimenti più importanti nati dall'assalto. Tutti gli imputati avevano già ricevuto la grazia o la commutazione della pena dal presidente, ma l'archiviazione completa rappresenta una vittoria simbolica ulteriore e permette ai veterani militari del gruppo di recuperare i benefici previdenziali persi con la condanna. Su questa richiesta dovranno comunque esprimersi i due giudici federali che avevano celebrato i processi, Timothy J. Kelly e Amit P. Mehta. Nelle motivazioni depositate alla Corte distrettuale di Washington i procuratori hanno scritto che l'archiviazione è "nell'interesse della giustizia", ma i giudici potrebbero rifiutarsi e chiedere quale interesse della giustizia venga davvero soddisfatto cancellando del tutto i procedimenti.

Giovedì 21 maggio una corte d'appello federale aveva già accolto una richiesta avanzata il mese precedente dal dipartimento di Giustizia, annullando le condanne per cospirazione sediziosa contro i membri dei due gruppi.

La rimozione dei comunicati stampa dal sito del dipartimento è stata notata venerdì pomeriggio da un giornalista del Washington Post, che ha segnalato sui social l'eliminazione di diversi documenti, tra cui quello sulla condanna a 74 mesi di carcere ricevuta da Andrew Taake, che si era dichiarato colpevole di aver attaccato la polizia con spray al peperoncino e una frusta di metallo. Quando il presidente è tornato alla Casa Bianca i suoi funzionari avevano già chiuso la pagina del sito che ospitava il database di tutti gli imputati del 6 gennaio con il dettaglio delle accuse, ma i singoli comunicati sui processi erano rimasti online fino ai giorni scorsi.

L'account "rapid response" del dipartimento ha risposto al giornalista rivendicando l'operazione. "Siamo orgogliosi di invertire la strumentalizzazione del dipartimento di Giustizia avvenuta sotto l'amministrazione Biden", si legge nel post. "Faremo tutto quanto in nostro potere per risarcire chi è stato perseguitato per ragioni politiche. Questo include ripulire il sito del dipartimento dalla propaganda di parte."

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Did you ever hear about Pablo Grillo? In #Argentina he became a symbol for police violence and freedom of press. Digital forensic of the collective "Mapa de la Policia" helped to bring his case to court. I wrote for @netzpolitik_feed about it (in german) - people from the "Mapa" will be in Berlin in June:

netzpolitik.org/2026/nach-schu…

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Tote Links, gelöschte Webpages und geänderte URLs machen das Internet zu einem Ort der Sackgassen. Wie Informationen im Netz verschwinden, erinnert an einen der berühmtesten Bibliotheksbrände der Geschichte. Doch allzu oft sind es nicht Katastrophen, die Wissen vernichten, sondern Desinteresse - schreibt @CarlaSiepmann in ihrer Kolumne:

netzpolitik.org/2026/breakpoin…

in reply to netzpolitik.org

Dafür gibt es ein archive.org und ähnliche Seiten. Grösseres Problem ist das cookie popup. Auf facebook & co, wo man schon angemeldet ist, gibt es keinen cookie popup.

Es ist auch voll dysfunktional, die Seiten könnten einfach ihre Serverlogs verkaufen, ohne cookie. Es gibt auch die "edid" hack, was als cookie Funktioniert, aber nicht cookie selbst.

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Trump annuncia un accordo "ampiamente negoziato" con l'Iran per fermare la guerra


L'intesa riaprirebbe lo Stretto di Hormuz e sbloccherebbe 25 miliardi di asset iraniani. Il dossier nucleare verrebbe rinviato a una trattativa di 30-60 giorni.
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Il presidente Donald Trump ha annunciato sabato 23 maggio che gli Stati Uniti e l'Iran hanno "ampiamente negoziato" un accordo per porre fine alla guerra in corso da 84 giorni e riaprire lo Stretto di Hormuz, la rotta marittima da cui transita un quinto della fornitura globale di petrolio.

In un post su Truth Social, il presidente ha scritto che l'intesa è "soggetta a finalizzazione" tra Stati Uniti, Repubblica Islamica dell'Iran e altri paesi mediatori. "Gli aspetti finali e i dettagli dell'accordo sono attualmente in discussione e saranno annunciati a breve", ha aggiunto Trump. L'annuncio è arrivato dopo una serie di telefonate dalla Casa Bianca con i leader di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Pakistan, Turchia, Egitto, Giordania e Bahrein, seguite da un colloquio separato con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che il presidente ha descritto come andato "molto bene".

Non c'è stata una risposta formale da parte di Teheran. Tre alti funzionari iraniani, citati in forma anonima dal New York Times, hanno dichiarato che l'Iran ha accettato un memorandum d'intesa che fermerebbe i combattimenti su tutti i fronti, compreso il Libano dove proseguono gli scontri tra Israele e il gruppo militante Hezbollah. Il documento prevederebbe inoltre la riapertura dello Stretto di Hormuz senza pedaggi, la rimozione del blocco navale statunitense sui porti iraniani e lo sblocco di 25 miliardi di dollari di beni iraniani congelati all'estero. Secondo questa ricostruzione, le questioni nucleari sarebbero rinviate a una trattativa successiva di 30-60 giorni.

Le versioni americana e iraniana dell'accordo divergono però su un punto centrale. Due funzionari statunitensi hanno dichiarato al New York Times che un elemento chiave dell'intesa preliminare è l'impegno di Teheran a cedere il proprio stock di uranio altamente arricchito. Gli stessi funzionari hanno spiegato che i negoziatori americani avevano fatto sapere agli iraniani, attraverso intermediari, che senza un'intesa sullo stock in questa prima fase Washington si sarebbe ritirata dal tavolo e avrebbe ripreso la campagna militare. I funzionari iraniani sostengono invece che il testo non dice nulla sul programma nucleare e che tutte le questioni atomiche saranno discusse in una fase successiva.

Lo stock in questione, secondo l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica, ammonta a circa 440 chilogrammi di uranio arricchito al 60 percento, una soglia molto vicina a quella necessaria per costruire un'arma nucleare. Il deposito si trova in gran parte nel sito nucleare di Isfahan, colpito dai missili Tomahawk statunitensi a giugno dell'anno scorso. Le opzioni militari elaborate nei giorni scorsi includevano un nuovo attacco con bombe anti-bunker per distruggere il materiale, mentre nei mesi precedenti Trump aveva valutato un'incursione di commando americani e israeliani per recuperarlo, mai autorizzata. Una soluzione possibile, già adottata nel 2015 con l'accordo dell'amministrazione Obama, sarebbe trasferire il materiale alla Russia.

Secondo il Washington Post, che cita il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baqaei, il memorandum in discussione si articolerebbe in 14 punti. Il Wall Street Journal precisa che il quadro darebbe a Stati Uniti e Iran 30 giorni per arrivare a un patto definitivo, prorogabili per un altro mese. Le richieste iraniane comprendono lo sblocco rapido degli asset congelati, che Teheran stima in circa 100 miliardi di dollari, il cessate il fuoco permanente in Libano e qualche forma di alleggerimento delle sanzioni petrolifere durante i negoziati. Washington vorrebbe invece arrivare a un'intesa che includa una sospensione del programma nucleare iraniano fino a vent'anni e la consegna dello stock di materiale fissile, condizioni finora respinte da Teheran.

L'agenzia di stampa semiufficiale iraniana Fars ha contestato la versione di Trump sullo Stretto di Hormuz. Secondo Reuters, Fars ha riferito che l'accordo lascerebbe all'Iran il controllo delle rotte di passaggio, dei tempi e dei permessi, consentendo al volume di traffico di tornare ai livelli precedenti la guerra. La definizione di Trump della riapertura è stata bollata come "incoerente con la realtà". Il blocco di fatto del passaggio, attraverso cui transita il 20 percento delle forniture energetiche mondiali, ha fatto impennare i prezzi del petrolio e ha alimentato l'inflazione negli Stati Uniti, con ricadute sui consensi del presidente.

La mediazione è stata condotta soprattutto da Pakistan e Qatar. Il capo dell'esercito pakistano Asim Munir ha incontrato a Teheran il negoziatore iraniano Mohammad Baqer Qalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araqchi, in un colloquio definito "breve ma altamente produttivo". Qalibaf ha avvertito che le forze armate iraniane hanno ricostituito le proprie capacità durante la tregua e che se gli Stati Uniti "riavviassero stupidamente la guerra" le conseguenze sarebbero "più dure e amare" rispetto all'inizio del conflitto. Il segretario di Stato Marco Rubio, parlando da New Delhi, ha lasciato aperta la possibilità di una ripresa dei bombardamenti pur registrando alcuni "progressi": "Potrebbero esserci notizie più tardi. Potrebbero non esserci. Spero di sì. Non ne sono ancora sicuro".

L'annuncio ha provocato reazioni critiche tra i falchi repubblicani. Il senatore Ted Cruz, repubblicano del Texas, ha definito un "errore disastroso" un eventuale accordo che permettesse all'Iran di arricchire uranio, sviluppare armi nucleari e mantenere un controllo effettivo sullo Stretto. Roger Wicker, presidente della commissione Forze armate del Senato, ha bollato come "disastrosa" l'ipotesi di una tregua di 60 giorni. Lindsey Graham, repubblicano della South Carolina, ha sostenuto che un'intesa percepita come favorevole alla sopravvivenza del regime iraniano "verserebbe benzina" sui conflitti in Libano e Iraq. Mike Pompeo, ex segretario di Stato durante la prima amministrazione Trump, ha definito l'accordo "tutt'altro che America First", ricevendo una risposta volgare dal portavoce della Casa Bianca Steven Cheung.

In Israele il governo Netanyahu, che si era unito agli attacchi iniziali contro l'Iran a fine febbraio, osserva l'evolversi della trattativa con preoccupazione. Lo Stato ebraico non è parte dei negoziati e già prima della tregua di aprile si era lamentato di essere stato informato tardi degli sviluppi. Il primo ministro ha continuato a chiedere che la pressione militare prosegua. Restano stazionati in Israele truppe e mezzi statunitensi, comprese decine di aerei cisterna che sarebbero impiegati in eventuali nuovi attacchi. Anche nella regione del Golfo la Marina statunitense ha schierato oltre venti navi da guerra, tra cui le due portaerei George H.W. Bush e Abraham Lincoln, mentre il blocco ai porti iraniani ha portato al dirottamento di un centinaio di mercantili.

L'accordo, se finalizzato, non raggiungerebbe l'obiettivo principale dichiarato da Trump, ossia impedire definitivamente all'Iran di dotarsi di un'arma nucleare. Eviterebbe però la ripresa di una guerra che i paesi del Golfo non vogliono e attenuerebbe la crisi energetica globale. Trump avrebbe comunicato ai propri collaboratori che si riserva il diritto di riprendere gli attacchi se Teheran non rispetterà l'intesa temporanea. La guerra, iniziata il 28 febbraio con l'uccisione della guida suprema Ali Khamenei in un raid statunitense e israeliano su Teheran, ha provocato migliaia di morti, soprattutto in Iran e in Libano, e ha costretto centinaia di migliaia di persone ad abbandonare le proprie case.

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Apre il fuoco contro un posto di blocco della Casa Bianca, ucciso dal Secret Service


Nasire Best, 21 anni, era già noto agli agenti per precedenti tentativi di accesso. Ha sparato verso una garitta con una rivoltella. Trump era nell'edificio e non è rimasto coinvolto.

Un ventunenne americano si è avvicinato sabato sera a un posto di blocco del Secret Service nei pressi della Casa Bianca, ha estratto una rivoltella dalla borsa e ha aperto il fuoco contro gli agenti. I poliziotti della Uniformed Division hanno risposto immediatamente, ferendolo gravemente. L'uomo è morto poco dopo al George Washington University Hospital. Un passante è rimasto colpito durante lo scambio di colpi e versa in condizioni serie. Nessun agente è stato ferito.

La sparatoria è avvenuta poco dopo le 18 ora locale all'incrocio tra la 17ª strada e Pennsylvania Avenue, nell'angolo nord-occidentale del complesso presidenziale. Sono stati sparati tra i venti e i trenta colpi. Il rumore ha raggiunto la North Lawn della Casa Bianca, dove diversi corrispondenti si stavano preparando per le riprese serali. Le immagini girate da una giornalista di ABC News e da un collega della CBS mostrano gli operatori che si gettano a terra mentre risuonano le detonazioni. La Casa Bianca è stata posta sotto chiusura precauzionale per circa un'ora, prima che le restrizioni venissero rimosse alla conferma della morte dell'aggressore.

Il presidente Donald Trump era nell'edificio al momento della sparatoria e stava trascorrendo il fine settimana festivo nella residenza, impegnato a negoziare un accordo di pace per chiudere la guerra con l'Iran. È stato informato dell'accaduto ma non è rimasto coinvolto. In un messaggio pubblicato sui social media nella notte ha ringraziato gli agenti del Secret Service, definendo l'aggressore una persona con "una storia violenta" e una "possibile ossessione" per la Casa Bianca. Trump ha colto l'occasione per rilanciare la sua proposta di costruire una nuova sala da ballo e di ampliare le strutture di sicurezza del complesso, parlando della necessità dello "spazio più sicuro mai costruito a Washington".

L'attentatore è stato identificato come Nasire Best, ventun anni, originario di una località non precisata dell'area metropolitana di Washington in Maryland. Viveva nella capitale federale da circa diciotto mesi ed era già noto al Secret Service e alla polizia metropolitana del Distretto di Columbia per precedenti tentativi di entrare nel complesso presidenziale. Secondo il New York Times, nel giugno del 2025 era stato sottoposto a un trattamento sanitario obbligatorio dopo aver bloccato l'ingresso veicolare sul lato est della Casa Bianca, dicendo agli agenti di essere Gesù Cristo e di voler essere arrestato.

Un mese dopo, nel luglio 2025, Best era stato fermato per essersi introdotto in una zona riservata del perimetro della Casa Bianca ignorando i segnali e i comandi di alt. L'affidavit depositato presso la Superior Court del Distretto di Columbia segnala che il giovane era già noto al personale del Secret Service "per i giri intorno al complesso con domande su come accedervi dai vari ingressi". Un giudice aveva emesso un'ordinanza che gli vietava di avvicinarsi all'area. Dopo che Best non si era presentato all'udienza di agosto, era stato spiccato un mandato di cattura.

Cinque alti funzionari delle forze dell'ordine hanno attribuito il comportamento dell'uomo a problemi di salute mentale. La CNN ha riferito che i profili social riconducibili a Best ribadivano la sua pretesa di essere il figlio di Dio e contenevano minacce di violenza nei confronti di Trump. Il movente dell'attacco resta formalmente sotto indagine. L'FBI, guidato da Kash Patel, sta affiancando il Secret Service nelle verifiche insieme all'ATF, l'agenzia federale che si occupa di armi da fuoco ed esplosivi.

L'episodio è il terzo in poco più di un mese a coinvolgere persone armate nelle vicinanze di figure apicali dell'amministrazione. Il 25 aprile un uomo californiano armato di un fucile a pompa, una pistola e diversi coltelli aveva superato un posto di controllo all'ingresso della sala in cui si stava tenendo la cena annuale dell'Associazione dei corrispondenti della Casa Bianca, dove Trump doveva intervenire, prima di essere bloccato dagli agenti. Il 4 maggio un uomo del Texas era stato ferito in uno scambio di colpi con il Secret Service nei pressi del Washington Monument: agli agenti avrebbe poi rivolto frasi volgari sulla Casa Bianca mentre veniva trasportato in ambulanza.

Il presidente del Senato John Thune e lo speaker della Camera Mike Johnson hanno entrambi ringraziato il Secret Service per la rapidità della reazione, sostenendo che l'intervento ha evitato conseguenze più gravi per il presidente e per chi si trovava nei dintorni del complesso. La corrispondente di Al Jazeera Kimberly Halkett ha osservato che simili episodi si stanno verificando con frequenza crescente nei pressi delle sedi del potere federale.

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La rassegna stampa di domenica 24 maggio 2026


Trump si avvicina all'intesa con l'Iran per la riapertura dello Stretto di Hormuz, un uomo armato resta ucciso dai Secret Service davanti alla Casa Bianca, le dimissioni di Tulsi Gabbard scuotono i vertici dell'intelligence

Questa è la rassegna stampa di domenica 24 maggio 2026

Vicina l'intesa tra Stati Uniti e Iran per la riapertura dello Stretto di Hormuz


L'Amministrazione Trump è vicina alla firma di un memorandum d'intesa con Teheran che prevede un cessate il fuoco di 60 giorni, la graduale riapertura dello Stretto di Hormuz, la rimozione del blocco navale e parziali esenzioni dalle sanzioni in cambio di impegni iraniani sul programma nucleare e sulla rinuncia all'uranio arricchito. L'annuncio è atteso nelle prossime ore dopo le consultazioni del Presidente con il premier israeliano Benjamin Netanyahu e i leader di Arabia Saudita, Emirati, Qatar, Egitto, Turchia e Pakistan, principale mediatore della trattativa.

Fonti: Axios, New York Times, Financial Times

Un uomo armato resta ucciso in uno scontro a fuoco con i Secret Service vicino alla Casa Bianca


Un individuo già noto ai Secret Service ha aperto il fuoco sabato sera vicino a un checkpoint della Casa Bianca, all'angolo tra la 17ª strada e Pennsylvania Avenue, prima di essere abbattuto dagli agenti federali. Il Presidente Trump si trovava all'interno dell'edificio al momento della sparatoria, durante la quale è rimasto ferito anche un passante; l'episodio arriva a quattro settimane dal tentativo di omicidio ai danni del Presidente al White House Correspondents' Dinner.

Fonti: New York Times, Wall Street Journal, NPR

I senatori repubblicani si dividono sull'intesa con l'Iran


L'accordo emergente con Teheran ha aperto una frattura tra il Presidente Trump e una parte della destra repubblicana al Senato. Ted Cruz si è detto «profondamente preoccupato» per i termini noti dell'intesa, mentre Lindsey Graham e Roger Wicker hanno definito un cessate il fuoco di 60 giorni «un disastro» che renderebbe vana la guerra avviata tre mesi fa.

Fonti: The Hill, The Hill

Le dimissioni di Tulsi Gabbard scuotono i vertici dell'intelligence


La direttrice dell'intelligence nazionale Tulsi Gabbard ha annunciato a sorpresa le proprie dimissioni mentre l'Amministrazione discute il dossier iraniano. La sua linea contraria a un intervento militare in Medio Oriente l'aveva resa bersaglio della destra trumpiana più oltranzista, e l'influencer Laura Loomer ha celebrato l'addio sostenendo che «tutti i nostri nemici amano Tulsi».

Fonti: The Hill

L'Amministrazione punta a restringere anche l'immigrazione legale


Dopo un anno di stretta sull'immigrazione irregolare, l'Amministrazione Trump sta inasprendo le condizioni per gli stranieri che vivono e lavorano negli Stati Uniti in modo regolare, rendendo più difficile il rinnovo dei permessi e l'ottenimento dei visti. È una svolta politicamente rischiosa, che colpisce categorie spesso integrate e produttive, dai ricercatori ai lavoratori specializzati.

Fonti: New York Times

I repubblicani accelerano la ridisegnazione dei collegi elettorali


I repubblicani stanno spingendo gli Stati a controllo conservatore a ridisegnare i collegi della Camera in vista delle elezioni di metà mandato, sfruttando una recente decisione della Corte Suprema che ha indebolito le tutele per le minoranze previste dal Voting Rights Act. La corsa al ridisegno punta a consolidare la maggioranza repubblicana al Congresso e ha già acceso ricorsi in diversi Stati.

Fonti: ABC News

Stato di emergenza in California per il rischio di esplosione di un serbatoio chimico


Il governatore Gavin Newsom ha dichiarato lo stato di emergenza nella Contea di Orange per un serbatoio di prodotti chimici tossici in uno stabilimento aerospaziale di Garden Grove, considerato a rischio imminente di fuga o esplosione. Oltre quarantamila residenti sono stati evacuati e i vigili del fuoco lavorano per stabilizzare l'impianto, con poche opzioni a disposizione.

Fonti: New York Times, Wall Street Journal, Fox News

Polemiche sul «fondo anti-strumentalizzazione» voluto dal Dipartimento di Giustizia


Il nuovo «anti-weaponization fund» annunciato dal Dipartimento di Giustizia, frutto di un accordo extragiudiziale legato alla causa da dieci miliardi di dollari intentata dal Presidente Trump contro l'IRS per la diffusione delle sue dichiarazioni fiscali, sta suscitando un'ondata di critiche bipartisan al Congresso. Il procuratore generale facente funzione Todd Blanche ha precisato che il fondo «emetterà pagamenti formali» ai beneficiari, ma democratici e diversi repubblicani parlano di uso improprio di risorse pubbliche.

Fonti: The Hill

L'inflazione americana mette di nuovo alla prova la Federal Reserve


I mercati guardano alla settimana che si apre per capire se le pressioni inflazionistiche statunitensi costringeranno la Federal Reserve a rivedere le proprie aspettative sui tassi. Gli analisti del Financial Times segnalano che i prossimi dati su prezzi e consumi saranno decisivi per stabilire se il percorso di allentamento monetario può proseguire o se l'istituto guidato da Jerome Powell dovrà tornare a una postura più prudente.

Fonti: Financial Times

Spettacolo: il rumeno Mungiu vince la Palma d'Oro a Cannes, Colbert riappare su un canale locale del Michigan


Il regista rumeno Cristian Mungiu ha vinto la Palma d'Oro al Festival di Cannes con «Fjord», dramma ambientato in Norvegia che esplora la tensione tra conservatorismo religioso e liberalismo sociale, in un'edizione giudicata da molti sottotono. Negli Stati Uniti, il giorno dopo l'ultima puntata del «Late Show» sulla CBS, Stephen Colbert è riapparso a sorpresa come ospite di un programma di accesso pubblico a Monroe, in Michigan.

Fonti: New York Times, NPR, New York Times

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Webworm evolve: i backdoor EchoCreep e GraphWorm trasformano Discord e Microsoft Graph in canali C2
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/webwor…


Webworm evolve: i backdoor EchoCreep e GraphWorm trasformano Discord e Microsoft Graph in canali C2


Quando un gruppo APT decide di nascondere le proprie comunicazioni malevole dentro le API di prodotti Microsoft o nei canali Discord, il confine tra traffico legittimo e operazione di spionaggio si fa quasi invisibile per i tradizionali strumenti di sicurezza di rete. È esattamente la scelta operativa che ha compiuto Webworm, gruppo di allineamento cinese attivo da almeno il 2022, che nel 2025 ha arricchito il proprio toolkit con due nuovi implant: EchoCreep e GraphWorm.

Chi è Webworm: storia e attribuzioni


Webworm è stato documentato pubblicamente per la prima volta da Symantec (ora parte di Broadcom) nel settembre 2022. Il gruppo prende di mira agenzie governative e aziende nei settori IT, aerospaziale ed energia elettrica, con un focus geografico che comprende Russia, Georgia, Mongolia e diverse nazioni asiatiche ed europee. I ricercatori hanno identificato sovrapposizioni operative significative con cluster tracciati come FishMonger (alias Aquatic Panda), SixLittleMonkeys e Space Pirates — tutti threat actor con legami all’intelligence cinese.

La scelta dei bersagli — istituzioni governative, operatori di infrastrutture critiche e fornitori di servizi IT — è coerente con gli obiettivi strategici di raccolta intelligence attribuiti agli attori state-sponsored cinesi. Le recenti campagne hanno ampliato il raggio d’azione verso l’Europa, segnalando un’evoluzione geopolitica degli interessi del gruppo.

EchoCreep: Discord come infrastruttura C2


EchoCreep è il componente più semplice — ma non per questo meno insidioso — del nuovo arsenale. Utilizza Discord come canale di Command and Control, sfruttando le API della piattaforma di messaggistica per ricevere comandi dagli operatori e restituire output dalle macchine compromesse. Le funzionalità documentate dai ricercatori includono:

  • Upload e download di file arbitrari verso/dal sistema vittima
  • Esecuzione di comandi tramite cmd.exe con restituzione dell’output agli operatori
  • Persistenza tramite canale Discord dedicato, non esposto pubblicamente

L’analisi del canale Discord utilizzato da EchoCreep rivela che i primi comandi risalgono al 21 marzo 2024: ciò significa che l’implant era già operativo in campagne reali ben prima della sua scoperta pubblica, probabilmente inosservato per oltre un anno.

La scelta di Discord come C2 non è casuale. Il traffico verso discord.com è quasi universalmente consentito nelle policy di rete aziendali, il protocollo è HTTPS e il volume di traffico legittimo è enorme — condizioni ideali per mascherare comunicazioni malevole nel rumore di fondo.

GraphWorm: Microsoft OneDrive come dead drop


GraphWorm è il componente più sofisticato del nuovo toolkit. Utilizza Microsoft Graph API — la stessa infrastruttura usata da milioni di applicazioni enterprise — per le comunicazioni C2, sfruttando specificamente gli endpoint di OneDrive. La tecnica del “cloud dead drop” — usare servizi cloud legittimi come proxy per i comandi — è in crescita tra gli APT più avanzati, ma GraphWorm la porta a un livello di granularità operativa notevole.

Per ciascuna vittima compromessa, GraphWorm crea una directory dedicata su OneDrive, permettendo agli operatori di gestire in modo indipendente le operazioni su target diversi senza interferenze. Le capacità documentate includono:

  • Spawn di nuove sessioni cmd.exe per l’esecuzione interattiva di comandi
  • Avvio di processi arbitrari sul sistema vittima
  • Upload e download di file da/verso OneDrive tramite Graph API
  • Self-termination controllata su segnale degli operatori, per ridurre le tracce forensi

Il traffico verso graph.microsoft.com è considerato trust implicito nella maggior parte degli ambienti enterprise Microsoft 365, rendendo il rilevamento basato sul blocco dei domini o sull’ispezione superficiale del traffico del tutto inefficace.

Tooling, proxy custom e TTP completi


Webworm integra i propri backdoor con un ecosistema di strumenti offensive collaudato. Per la fase di ricognizione, il gruppo usa tool open source come dirsearch e nuclei per eseguire brute-force dei path su web server delle vittime e identificare vulnerabilità sfruttabili. Sul lato infrastrutturale, Webworm ha sviluppato una suite di proxy custom: WormFrp, ChainWorm, SmuxProxy e WormSocket. Questi strumenti non si limitano a cifrare le comunicazioni: supportano il chaining su host multipli — sia interni che esterni alla rete bersaglio — permettendo la costruzione di tunnel multi-hop difficili da tracciare. Il gruppo utilizza inoltre SoftEther VPN per un ulteriore layer di offuscamento dell’infrastruttura C2.

Indicatori di compromissione (IoC)

# Webworm - EchoCreep / GraphWorm IoC (maggio 2026)
# Tool legittimi usati in contesto malevolo
TOOL: dirsearch (github.com/maurosoria/dirsearch)
TOOL: nuclei (github.com/projectdiscovery/nuclei)
# Custom proxy tools Webworm
TOOL: WormFrp
TOOL: ChainWorm
TOOL: SmuxProxy
TOOL: WormSocket
# Patterns comportamentali da monitorare
BEHAVIOR: cmd.exe spawned by non-standard parent process
BEHAVIOR: Unusual OneDrive API calls (graph.microsoft.com) with file creation in per-victim dirs
BEHAVIOR: Discord API traffic with binary/encoded payloads
BEHAVIOR: SoftEther VPN client installation/execution
# Cluster correlati
ALIAS: FishMonger / Aquatic Panda
ALIAS: SixLittleMonkeys
ALIAS: Space Pirates

Due righe per i difensori


L’abuso di servizi cloud legittimi per il C2 richiede un cambio di paradigma nel rilevamento. Il blocco a livello di dominio è inefficace — occorre spostare l’attenzione sul comportamento. I blue team dovrebbero implementare analisi comportamentale del traffico verso API cloud note, cercando pattern anomali di upload/download non correlati all’attività utente attesa. È fondamentale monitorare la creazione di directory insolite su OneDrive enterprise tramite i log di Microsoft 365 Defender e correlare gli accessi OAuth a Microsoft Graph con i baseline comportamentali degli account di servizio. Sul piano degli endpoint, qualsiasi processo che spawni cmd.exe con parent process inusuali dovrebbe attivare alert ad alta priorità. Infine, regole Sigma per i pattern di traffico Discord e Graph API anomali, combinate con threat intelligence sui cluster Webworm, permettono un rilevamento proattivo di queste campagne.


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Whatsapp compromesso su iPhone, la ricerca di Forenser sullo 0-click
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/whatsa…


Whatsapp compromesso su iPhone, la ricerca di Forenser sullo 0-click


Una premessa prima di iniziare: se hai un iPhone con iOS inferiore a 16.7.12, aggiorna, è già tardi e un miracolo che non sia ancora successo niente di brutto.

Detto questo, per anni l’ecosistema Apple è stato raccontato come una fortezza quasi inespugnabile. “Se hai un iPhone sei al sicuro” è diventato uno dei mantra più ripetuti anche fuori dalla bolla tech. Poi arrivano casi come quello documentato da Forenser e improvvisamente quella narrativa inizia a incrinarsi. Non perché iPhone sia diventato improvvisamente insicuro, ma perché il punto debole — come spesso accade — non è il dispositivo in sé. È la catena completa: notifiche, sessioni, social engineering, bug, sincronizzazioni cloud e fiducia implicita dell’utente.

La ricerca pubblicata da Forenser fotografa infatti una serie di compromissioni WhatsApp osservate su dispositivi Apple rimasti fermi a iOS 16 (specificatamente sotto il famoso aggiornamento alla 16.7.12). Non si parla di semplici tentativi di phishing “artigianali”, ma di account effettivamente presi in controllo, con accessi alle chat e utilizzo dell’identità digitale delle vittime per colpire ulteriori contatti.

Le vittime, infatti, non riportano comportamenti compatibili con il classico phishing. Nessun link cliccato volontariamente, nessuna installazione di applicazioni sospette, nessun QR code scansionato deliberatamente, nessuna richiesta di OTP condivisi. Eppure gli account risultano violati.

È questo il dettaglio che ha acceso l’interesse della comunità forense.

Secondo quanto riportato nell’analisi di Forenser, gli utenti colpiti avrebbero ricevuto messaggi specifici poco prima della compromissione. Messaggi che, in alcuni casi, sembrano avere un comportamento anomalo lato client. La ricostruzione tecnica suggerisce che il vettore d’attacco possa sfruttare una vulnerabilità legata alla gestione dei contenuti ricevuti da WhatsApp su iOS 16, permettendo l’esecuzione di operazioni malevole senza necessità di interazione diretta dell’utente.

In altre parole: il semplice ricevere il messaggio potrebbe essere sufficiente ad attivare la catena di compromissione.

È questo il vero significato di 0-click. Nessun tap. Nessun consenso. Nessun comportamento “sbagliato” da parte della vittima.

Nel mondo mobile moderno, questo tipo di attacco rappresenta uno degli scenari più pericolosi in assoluto, perché elimina completamente il principale livello difensivo su cui si basa gran parte della sicurezza consumer: l’utente stesso. Le campagne di phishing tradizionali funzionano solo se qualcuno sbaglia. Gli exploit 0-click invece trasformano il dispositivo in un bersaglio passivo.

La ricerca di Forenser suggerisce inoltre un elemento fondamentale: il problema sembrerebbe concentrarsi su device ancora fermi a certe release superate di iOS 16. Questo potrebbe indicare la presenza di vulnerabilità già corrette nelle versioni successive di iOS, ma ancora sfruttabili sui terminali non aggiornati. Ed è qui che emerge uno dei problemi più sottovalutati dell’ecosistema Apple: l’idea che “se hai un iPhone allora sei automaticamente al sicuro”.

In realtà il modello di sicurezza Apple funziona in maniera estremamente efficace proprio grazie agli aggiornamenti continui. Restare bloccati su una major release precedente significa esporsi progressivamente a vulnerabilità già note, studiate e potenzialmente weaponizzate.

Dal punto di vista operativo, un attacco del genere è devastante perché estremamente difficile da rilevare. Non lascia i classici indicatori di compromissione associati al malware tradizionale. Non rallenta necessariamente il dispositivo. Non mostra finestre sospette. Non installa applicazioni visibili. Tutto avviene all’interno di una superficie software considerata “trusted”: l’app di messaggistica stessa.

E WhatsApp rappresenta un bersaglio ideale.

Dentro quell’applicazione oggi transitano conversazioni personali, documenti, codici OTP, messaggi vocali, relazioni professionali e spesso persino elementi di autenticazione indiretta per servizi bancari o aziendali. Compromettere WhatsApp non significa più soltanto leggere chat private: significa ottenere accesso a una porzione enorme dell’identità digitale della vittima.

L’aspetto forse più interessante dell’indagine di Forenser è che porta l’attenzione su una categoria di minacce spesso percepite come lontane dal mondo reale. Quando si parla di exploit 0-click si pensa immediatamente ad attori statali, intelligence offensive e spyware da milioni di euro. Ma la linea che separa il cyberespionage dal cybercrime si sta assottigliando sempre di più. Tecniche un tempo esclusive delle operazioni governative iniziano lentamente a comparire anche in scenari meno sofisticati.

Ed è esattamente questo a rendere il caso così importante.

Perché al netto dei dettagli tecnici ancora da chiarire completamente, la ricerca di Forenser mostra un cambiamento preciso nel panorama delle minacce mobile: gli smartphone non vengono più attaccati soltanto inducendo l’utente a commettere errori. Sempre più spesso, basta semplicemente raggiungerli.


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Cosa vogliono gli elettori Democratici


Populismo economico, moderazione sulle questioni culturali e stop agli aiuti militari a Israele: le indicazioni che emergono dal nuovo sondaggio del New York Times sull'elettorato del partito

Il Partito democratico americano, ancora in cerca di una direzione dopo la sconfitta di Kamala Harris nelle elezioni presidenziali del 2024, ha davanti una possibile strada. Un nuovo sondaggio del New York Times e del Siena College mostra che i suoi elettori chiedono populismo economico, moderazione sulle questioni culturali considerate centrali nella sconfitta di Harris e uno stop agli aiuti militari a Israele.

Il sondaggio definisce "coalizione democratica" l'insieme di elettori democratici, indipendenti che si schierano con il partito e indipendenti che hanno votato Harris nel 2024. Una maggioranza piuttosto netta si dice sostanzialmente soddisfatta del posizionamento ideologico del partito: solo il 20 per cento ritiene che sia troppo a sinistra e solo il 17 per cento che sia troppo a destra. L'insoddisfazione che emerge non riguarda quindi l'ideologia, ma il fallimento dei democratici nel fermare il presidente Trump, prima alle urne e ora al governo.

Sulla direzione complessiva da prendere il quadro resta diviso. Il 47 per cento degli elettori della coalizione democratica vorrebbe vedere il partito spostarsi verso il centro, il 28 per cento chiede invece uno spostamento a sinistra e il 19 per cento preferirebbe che il partito non si muovesse. Quando la domanda viene riformulata in funzione delle presidenziali del 2028, lo spostamento al centro guadagna terreno: il 52 per cento lo considera necessario per vincere, contro il 25 per cento che spinge verso sinistra.

La preferenza per il centro si indebolisce molto quando si entra nel merito dei singoli temi. Sull'immigrazione solo il 46 per cento ritiene necessaria una virata centrista per vincere, e sui diritti delle persone transgender la percentuale scende al 38 per cento. È sul tema della criminalità che la voglia di moderazione è più forte, mentre sui temi economici accade l'opposto. La metà degli elettori della coalizione democratica vorrebbe vedere il partito muoversi più a sinistra sulla sanità, contro un 25 per cento che chiede il contrario. Sull'economia generale il fronte è spaccato a metà: 38 per cento per il centro, 37 per cento per la sinistra.

Il movimento dell'abundance, che propone di facilitare la costruzione di case, infrastrutture ed energia riducendo i vincoli burocratici, resta sconosciuto a oltre il 90 per cento degli elettori democratici. Messi davanti alla scelta tra un candidato che persegua quell'agenda e uno che invece prometta di abbassare i prezzi attaccando i monopoli delle grandi aziende, gli elettori democratici preferiscono il populista con un margine di due a uno.

Sotto questa preferenza c'è una diffusa convinzione che il sistema economico americano non funzioni. L'88 per cento della coalizione democratica giudica il sistema economico ingiusto per la maggior parte degli americani e l'83 per cento ritiene che il sistema politico ed economico abbia bisogno di cambiamenti almeno "significativi". È un terreno fertile per un linguaggio politico incentrato sulla disuguaglianza, sul potere delle grandi aziende e sulla corruzione del sistema.

Il tema di Israele, che durante gli anni di Joe Biden aveva diviso l'ala progressista dall'establishment del partito, è oggi un punto di consenso. Solo il 15 per cento degli elettori democratici dice di simpatizzare più con Israele che con i palestinesi, mentre il 74 per cento si oppone a nuovi aiuti militari ed economici al governo di Benjamin Netanyahu.

Le indicazioni non sono univoche. Due terzi della coalizione democratica vogliono uno spostamento verso il centro su almeno uno fra immigrazione, diritti transgender e criminalità, anche se senza un consenso su quale di questi temi. Quasi il 70 per cento ritiene che almeno un movimento in quella direzione sia necessario per vincere nel 2028. Lo spostamento al centro può inoltre riguardare il linguaggio e lo stile più che i contenuti: parte del rigetto del cosiddetto "woke" non riguardava il programma del partito, ma una politica identitaria percepita come moralistica e invadente nella vita quotidiana.

La combinazione di populismo economico, moderazione culturale e progressismo sulla politica estera si ritrova in alcuni dei candidati democratici che hanno avuto più successo in questo ciclo elettorale, pur provenendo da aree ideologiche diverse. Graham Platner nel Maine, più a sinistra, e il senatore Jon Ossoff in Georgia, più moderato, hanno entrambi costruito la propria immagine attaccando la corruzione e il potere delle grandi aziende, sostenendo restrizioni agli aiuti militari a Israele e mettendo in secondo piano le guerre culturali. Anche Zohran Mamdani, eletto a New York, può essere descritto con la stessa formula.

Resta aperta la domanda più importante: un candidato di questo profilo avrebbe davvero più possibilità di vincere le presidenziali del 2028, in un contesto in cui la popolarità del presidente Trump è in calo? E un'eventuale amministrazione democratica costruita su questa agenda riuscirebbe a governare meglio della precedente? Il sondaggio non risponde a queste domande, ed è proprio dai fallimenti elettorali e di governo degli ultimi anni che è nato il malcontento da cui adesso il partito cerca di uscire.

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Hotpatching gratuito per Windows Server 2025 con Azure Arc: guida all’abilitazione
#tech
spcnet.it/hotpatching-gratuito…
@informatica


Hotpatching gratuito per Windows Server 2025 con Azure Arc: guida all’abilitazione


Cos’è l’Hotpatching e perché cambia tutto


Ogni amministratore di sistema conosce bene il problema: arriva il patch Tuesday, si pianifica una finestra di manutenzione, si notificano gli utenti, si aspetta il riavvio e si incrocia le dita sperando che tutto torni su senza intoppi. Con Windows Server 2025 e l’hotpatching abilitato da Azure Arc, questo ciclo faticoso si riduce drasticamente. E da maggio 2026, questa funzionalità è completamente gratuita per tutti i server Arc-enabled.

L’hotpatching consente di applicare aggiornamenti di sicurezza al sistema operativo senza riavviare il server nella maggior parte dei mesi. Microsoft ha annunciato che dal 15 maggio 2026 tutta la fatturazione per l’hotpatch è stata interrotta per i server Windows Server 2025 Standard e Datacenter connessi ad Azure Arc. Non sono più previsti costi per core, tariffe orarie o voci separate in fattura.

Come funziona il ciclo di aggiornamento


L’hotpatching non elimina completamente i riavvii, ma li riduce sensibilmente. Il ciclo funziona su base trimestrale:

  • Mese baseline (1 riavvio ogni 3 mesi): viene installato un aggiornamento cumulativo completo che richiede un riavvio. Questo aggiornamento “alza l’asticella” del sistema per i mesi successivi.
  • Mesi hotpatch (i 2 mesi successivi): vengono distribuiti solo gli aggiornamenti di sicurezza incrementali, applicati in-memory senza riavvio.

In un anno solare si ottengono fino a 8 aggiornamenti mensili senza riavvio e soli 4 riavvii baseline pianificabili. Per ambienti di produzione ad alta disponibilità, è una differenza sostanziale.

Prerequisiti tecnici


Prima di abilitare l’hotpatching, verificare che il server soddisfi i requisiti seguenti:

  • Windows Server 2025 Standard o Datacenter (build 26100.1742 o successiva). Le build di anteprima non sono supportate.
  • Il server deve essere connesso ad Azure Arc tramite il Connected Machine Agent.
  • La macchina deve supportare la Virtualization-Based Security (VBS): firmware UEFI con Secure Boot abilitato. Per le VM Hyper-V, è richiesta una macchina virtuale di Generazione 2.
  • Una subscription Azure attiva (esiste un tier gratuito per iniziare).

Nota: Windows Server 2025 Datacenter: Azure Edition ha l’hotpatching abilitato per impostazione predefinita e non richiede Azure Arc.

Verifica e abilitazione di Virtual Secure Mode (VBS)


Quando si abilita l’hotpatch dal portale Azure, il sistema verifica automaticamente se la Virtual Secure Mode (VSM) è attiva. Se non lo è, l’operazione fallisce con un errore. È conveniente verificare prima manualmente.

Verifica dello stato VSM con PowerShell

Get-CimInstance -Namespace 'root/Microsoft/Windows/DeviceGuard' `
    -ClassName 'win32_deviceGuard' | `
    Select-Object -ExpandProperty 'VirtualizationBasedSecurityStatus'

Se il valore restituito è 2, VSM è attivo e si può procedere. Se è 0 o 1, occorre abilitarlo.

Abilitazione di VSM tramite registro di sistema

New-ItemProperty -Path 'HKLM:\System\CurrentControlSet\Control\DeviceGuard' `
    -Name 'EnableVirtualizationBasedSecurity' `
    -PropertyType 'Dword' `
    -Value 1 -Force

Dopo aver impostato il valore, riavviare il server e verificare nuovamente che VirtualizationBasedSecurityStatus restituisca 2.

In alternativa, VSM viene abilitato automaticamente configurando funzionalità come Credential Guard, Hypervisor-Protected Code Integrity (HVCI) o Secured-core server. Se il proprio ambiente utilizza già una di queste feature, VSM è probabilmente già attivo.

Connessione ad Azure Arc


Se il server non è ancora connesso ad Azure Arc, il modo più rapido per un singolo server è scaricare ed eseguire lo script di onboarding dal portale Azure:

  1. Aprire il portale Azure e cercare Azure Arc → Machines.
  2. Cliccare su Add/Create → Add a machine.
  3. Selezionare Add a single server e seguire la procedura guidata.
  4. Scaricare ed eseguire lo script PowerShell generato sul server target.

Per un deployment su scala (decine o centinaia di server), Azure Arc supporta l’installazione tramite Group Policy, service principal, Terraform o Configuration Manager. Il Connected Machine Agent è leggero e ha un impatto minimo sulle risorse del sistema.

Abilitazione dell’Hotpatch dal portale Azure


Una volta che il server è connesso ad Azure Arc e VSM è attivo, abilitare l’hotpatch richiede pochi click:

  1. Nel portale Azure, navigare su Azure Arc → Machines.
  2. Selezionare il nome del server target.
  3. Nel pannello laterale, fare clic su Hotpatch.
  4. Cliccare su Confirm.
  5. Attendere circa 10 minuti per la propagazione delle modifiche.

Se lo stato rimane bloccato su Pending, verificare la connettività verso gli endpoint Azure Arc e controllare i log dell’agente in C:\ProgramData\AzureConnectedMachineAgent\Logs.

Automazione con Azure Update Manager


Per gestire l’hotpatching su scala, Azure Update Manager (AUM) è lo strumento consigliato. Permette di:

  • Definire maintenance windows per controllare quando vengono applicati gli aggiornamenti baseline (quelli che richiedono il riavvio).
  • Configurare update policies per applicare automaticamente gli hotpatch nei mesi non-baseline.
  • Monitorare lo stato di conformità di tutti i server Arc da un’unica dashboard.
  • Integrare con Azure Monitor per alert e reportistica.

Con AUM è possibile impostare una finestra di manutenzione mensile di 30 minuti per i riavvii baseline, sapendo che nei due mesi successivi nessun riavvio sarà necessario per gli aggiornamenti di sicurezza. Una politica ragionevole è schedulare i riavvii baseline nella notte del secondo mercoledì del mese baseline, allineandosi al ciclo Patch Tuesday di Microsoft.

Script PowerShell per il troubleshooting dell’agente Arc


Se dopo l’abilitazione l’hotpatch non si attiva correttamente, questo script PowerShell aiuta a diagnosticare i problemi più comuni:

# Verifica stato agente Azure Arc
$svc = Get-Service -Name "himds" -ErrorAction SilentlyContinue
if ($svc) {
    Write-Host "Azure Connected Machine Agent: $($svc.Status)"
} else {
    Write-Host "ERRORE: servizio HIMDS non trovato. Arc non e' installato."
}

# Verifica VBS
$vbs = Get-CimInstance -Namespace 'root/Microsoft/Windows/DeviceGuard' `
    -ClassName 'win32_deviceGuard' | `
    Select-Object -ExpandProperty 'VirtualizationBasedSecurityStatus'
Write-Host "VBS Status: $vbs (2 = attivo, 0/1 = non attivo)"

# Verifica Secure Boot
$sb = Confirm-SecureBootUEFI -ErrorAction SilentlyContinue
Write-Host "Secure Boot abilitato: $sb"

# Log agente Arc (ultimi 50 errori)
$logPath = "C:\ProgramData\AzureConnectedMachineAgent\Logs"
if (Test-Path $logPath) {
    Get-ChildItem $logPath -Filter "*.log" | 
        Sort-Object LastWriteTime -Descending | 
        Select-Object -First 1 | 
        Get-Content | Select-String "ERROR","WARN" | 
        Select-Object -Last 50
}

Considerazioni finali


Il passaggio dell’hotpatching a servizio gratuito rappresenta un cambiamento significativo nella gestione delle patch per Windows Server. Prima era necessario scegliere tra la semplicità operativa (nessun riavvio) e il costo aggiuntivo ($1.50 USD per core al mese, introdotto a luglio 2025). Ora quella scelta non esiste più.

Per chi gestisce ambienti Windows Server 2025 ibridi o on-premises, il percorso consigliato è: verificare i prerequisiti hardware (UEFI + Secure Boot), connettere i server ad Azure Arc, abilitare l’hotpatch dal portale e configurare Azure Update Manager per le finestre di manutenzione baseline. Il risultato pratico: meno riavvii, meno downtime, meno stress per il team IT — senza costi aggiuntivi.


Fonte originale: 4sysops — Free Windows Server 2025 hotpatching with Azure Arc. Documentazione ufficiale: Microsoft Learn — Enable Hotpatch for Azure Arc-enabled servers. Annuncio Microsoft: Microsoft Tech Community.


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In Italia esistono le persone, le conoscenze e, in potenza, l'infrastruttura per uscire dalla minorità digitale, ma i politici dei due partiti meno piccoli non lo sanno né lo vogliono sapere.
in reply to Maria Chiara Pievatolo

non so, a volte penso che sarebbe il caso di scrivere a qualche deputato...non semplicemente per chiedere di prendere una posizione, ma anche per spiegare i vantaggi che ne deriverebbero, sia per quanto riguarda la risonanza con loro posizioni politiche (sia a sinistra che a destra) Sia anche per la sicurezza stessa dell'organizzazione partitica (e2ee etc..) Io credo che alcuni siano totalmente all'oscuro, mentre altri invece sappiano che toccare l'argomento big tech significa farsi dei nemici molto potenti...
in reply to Centralscrutinizer

@centralscrutinizer L'anno scorso ho partecipato a un evento dei 5 Stelle dedicato all'AI e ho registrato un po' di buone intenzioni e una gran confusione. Durante la pandemia una senatrice M5S it.wikipedia.org/wiki/Maria_La… si interessò del problema delle infrastrutture, ma non è stata rieletta.
Parlo dei 5 Stelle perché temo che i due partiti più grandi siano al servizio di interessi diversi da quelli dei cittadini.
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Harris valuta la corsa del 2028 ma il Partito Democratico frena


Secondo un'inchiesta di Vanity Fair basata su oltre due decine di fonti, l'ex vicepresidente sta seriamente considerando una nuova candidatura, ma operatori e donatori del partito sono contrari.

Kamala Harris sta valutando seriamente una nuova corsa alla Casa Bianca nel 2028, ma la prospettiva genera preoccupazione tra operatori politici, ex collaboratori e grandi donatori del partito democratico. È quanto emerge da un'inchiesta pubblicata da Vanity Fair, che ha raccolto le testimonianze di oltre due decine di persone vicine all'ex vicepresidente, tra ex membri dello staff della Casa Bianca, consulenti politici, parlamentari e finanziatori.

L'ex vicepresidente, che ha perso contro Donald Trump nelle elezioni del 2024 al termine di una campagna durata appena 107 giorni, non ha ancora preso una decisione definitiva. A domanda dal reverendo Al Sharpton durante la convenzione annuale del National Action Network, Harris ha risposto: "Ascoltate, potrei, potrei. Ci sto pensando". Ha poi aggiunto di aver servito per quattro anni a un battito di cuore dalla presidenza, di conoscere il lavoro e i suoi requisiti, e di essere convinta che lo status quo non funzioni più: "Non vogliono procedure, vogliono progresso".

Sul piano dei numeri, gli argomenti a favore di una nuova candidatura non mancano. Harris ha ottenuto 75 milioni di voti nel 2024, il risultato più alto mai raggiunto da un candidato sconfitto nella storia americana. In alcuni sondaggi sulle primarie ha un vantaggio a doppia cifra. Il suo libro "107 Days", in cui ricostruisce la campagna elettorale, ha venduto mezzo milione di copie nella prima settimana e il tour promozionale, allungato più volte, continua a registrare il tutto esaurito. Su TikTok un suo video di critica a una sentenza della Corte Suprema sui diritti di voto ha superato i 19 milioni di visualizzazioni.

Nonostante questi segnali, l'inchiesta di Vanity Fair restituisce un quadro molto diverso tra gli addetti ai lavori. Nessuna delle persone interpellate, a parte i consulenti più vicini a Harris, si è detta entusiasta dell'ipotesi. Molti hanno chiesto l'anonimato per parlare apertamente. Un ex consulente della campagna del 2024 ha definito l'idea "ovviamente una cattiva idea". Un altro ha dichiarato al giornale di aver parlato forse con una persona su cento favorevole a una nuova corsa. Un ex membro della Casa Bianca ha sintetizzato così: "Si candiderà? Molto probabilmente sì. Dovrebbe farlo? Assolutamente no. Non c'è alcun appetito per il ritorno della ex vicepresidente in campagna elettorale".

Anche Mark Cuban, il miliardario che era stato uno dei sostenitori della campagna del 2024, si è detto contrario a un nuovo tentativo. Ha spiegato a Vanity Fair che il problema non riguarda le capacità di governo o le qualifiche di Harris, ma il fatto che alcune persone sono state talmente demonizzate dall'opposizione da rendere la loro ricandidatura un ostacolo a prescindere dai meriti.

Tra i principali argomenti contrari alla corsa figura il tema dei finanziamenti. Nel 2024 Harris aveva raccolto e speso 1,5 miliardi di dollari in soli tre mesi, ma questa volta i donatori sembrano molto meno disposti a investire. Un finanziatore di alto livello ha dichiarato al giornale di non vedere alcun entusiasmo. Un altro grande donatore ha paragonato l'eventuale candidatura a quella che sarebbe stata una nuova corsa di Hillary Clinton, definendola "esattamente la cosa sbagliata da fare". Buona parte della base finanziaria di Harris si trova in California, lo stesso Stato del governatore Gavin Newsom, anche lui in pista per le primarie. Diversi operatori intervistati ritengono che Newsom potrebbe assorbire gran parte dei fondi disponibili nello Stato.

Un altro punto critico riguarda la presenza pubblica di Harris dopo la sconfitta. Un ex collaboratore della Casa Bianca ha sostenuto che, mentre i democratici cercavano una figura combattiva dopo le elezioni, Harris è rimasta sostanzialmente assente, mentre Newsom ha occupato lo spazio attaccando Trump e gestendo la vicenda del ridisegno dei collegi elettorali in California. Harris ha diffuso una dichiarazione di condanna durante le operazioni dell'agenzia per l'immigrazione Immigration and Customs Enforcement a Los Angeles, ma secondo le fonti questo non è bastato a costruire un profilo da leader dell'opposizione. I suoi alleati osservano che Harris, in quanto donna non bianca, deve gestire aspettative diverse da quelle di un candidato come Newsom, soprattutto sul tema dell'aggressività in campagna.

C'è poi una difficoltà più strutturale. Più fonti hanno raccontato a Vanity Fair che Harris non è mai riuscita a definire con chiarezza la propria visione politica. Nel 2020 si era presentata come una progressista di sinistra, mentre nel 2024 ha cercato di moderarsi nei 107 giorni a disposizione, dando un'impressione di opportunismo. Il momento più ricordato di quella campagna resta l'intervista al programma televisivo The View, in cui alla domanda su cosa avrebbe fatto diversamente da Joe Biden Harris rispose che nulla le veniva in mente. Uno stratega veterano l'ha definita la peggiore risposta mai data da un candidato, sottolineando che il 75 per cento degli americani voleva un cambiamento.

Anche i dati sul gradimento durante le campagne precedenti suggeriscono prudenza. Un ex collaboratore della Casa Bianca ha osservato che in entrambi i tentativi di Harris, nel 2020 e nel 2024, il sostegno è diminuito man mano che gli elettori la conoscevano meglio. Nel 2020 la sua prima campagna si era chiusa prima dei caucus dell'Iowa, nonostante fosse stata procuratrice generale della California.

Sul piano operativo, i tempi stringono. Diversi consulenti hanno spiegato che, se Harris vuole costruire una squadra competitiva, deve decidere a breve. Alcuni potenziali rivali si stanno già muovendo: oltre a Newsom, anche Rahm Emanuel sta conducendo una campagna di fatto, in attesa di un annuncio formale dopo le elezioni di metà mandato. Nel frattempo Harris incontra i donatori e il suo team di sicurezza nazionale, con cui discute occasionalmente di come il prossimo presidente potrebbe affrontare dossier come Iran e Cina.

Dopo aver lasciato la Casa Bianca, Harris si è trasferita in California in una casa da 8 milioni di dollari a Malibu con il marito Doug Emhoff. Molti dei suoi interlocutori avrebbero preferito che si candidasse a governatore dello Stato, una corsa che secondo loro avrebbe vinto facilmente, risolvendo il problema dei democratici californiani in cerca di un candidato credibile. Harris, secondo un suo consulente, ha ritenuto di non avere abbastanza tempo per decidere subito dopo la sconfitta del 2024 e non era certa di volere quel ruolo.

A un summit di Chicago alla fine di aprile, interrogata su cosa avesse imparato di sé in questi mesi di riflessione, Harris ha risposto ridendo: "Non mi piace perdere".

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34 anni fa, su un tratto di autostrada siciliana, la mafia provò a silenziare un’idea. Non ci riuscì.

Falcone non era solo un giudice: aveva capito, prima di quasi tutti, che la criminalità organizzata non conosce confini e che nemmeno la risposta può fermarsi ai confini nazionali.

Già nell’aprile 1992, poche settimane prima di essere ucciso, portò questa visione alle Nazioni Unite: specializzazione della magistratura, cooperazione giudiziaria internazionale, sequestro dei patrimoni criminali.

Oggi esiste persino una “Risoluzione Falcone”, adottata nell’ambito della Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale, che riconosce come il suo lavoro e il suo sacrificio abbiano aperto la strada al diritto penale internazionale antimafia.

Eppure l’Europa giudiziaria che immaginava non esiste ancora del tutto. La criminalità organizzata transnazionale (dal narcotraffico ai reati informatici, dal traffico di esseri umani al riciclaggio) attraversa i confini con una rapidità che le nostre istituzioni faticano ancora a eguagliare.

Ricordare Falcone, oggi, significa anche questo: pretendere che l’Europa finisca il lavoro che lui aveva iniziato.

#GiovanniFalcone #Capaci #23Maggio #Antimafia #Legalità #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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in reply to Volt Italia

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Quando la BCE ha annunciato per la prima volta l’intenzione di rinnovare l’immagine dell’euro, stavo parlando con un collega di Palermo su chi avrebbe dovuto apparire sulle nuove banconote. Il suo suggerimento era l’iconica fotografia di Tony Gentile. Gli ho chiesto se l’idea di mafiosi che contano i propri euro in rotoli dedicati a Falcone e Borsellino non fosse inquietante, e lui mi ha risposto che era proprio per questo che voleva che fossero raffigurati sulla banconota da 50 euro
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Trump alza ancora la pressione su Cuba


Il dipartimento di Giustizia americano ha incriminato l'ex presidente cubano per l'abbattimento di due aerei di esuli nel 1996. Strategia simile a quella usata contro Maduro.

Il dipartimento di Giustizia americano ha incriminato il 20 maggio Raúl Castro, 94 anni, storico leader del partito comunista cubano e fratello del defunto Fidel. L'accusa è di avere ordinato nel 1996 l'abbattimento di due aerei pilotati da membri di Brothers to the Rescue, gruppo di esuli con base a Miami, costato la vita a quattro persone. All'epoca Castro era ministro della Difesa. Divenne poi presidente e primo segretario del partito comunista, ritirandosi formalmente nel 2021. Resta tuttavia il leader di fatto dell'isola e nessuna decisione importante può essere presa senza il suo via libera.

L'incriminazione si inserisce in una strategia più ampia che ricalca quella adottata contro il regime venezuelano. Pochi mesi fa il presidente Donald Trump è riuscito a catturare Nicolás Maduro, ora detenuto in una cella di Brooklyn. Pochi ritenevano possibile arrivare allo stesso esito anche per Castro, ma l'apertura del fascicolo giudiziario a Miami rende lo scenario meno remoto. L'amministrazione americana aveva definito il blitz contro Maduro una operazione di applicazione della legge; ora sostiene che Cuba, a soli 145 chilometri dalla Florida, rappresenta un rischio per la sicurezza nazionale per la sua condizione di Stato fallito, il sostegno a Cina e Russia e il flusso di migranti verso gli Stati Uniti.

I voli di ricognizione americani sull'isola sono aumentati e i pianificatori militari stanno valutando diverse opzioni, da attacchi mirati a interventi più ampi. L'escalation segue mesi di pressione coercitiva. Dopo aver rimosso Maduro, Washington ha bloccato le forniture di carburante a Cuba e ha spinto i paesi della regione a interrompere i flussi di valuta forte verso l'Avana. Il governo cubano ha risposto con concessioni limitate, autorizzando le imprese private a importare carburante e promettendo di permettere ai cubani residenti all'estero di investire sull'isola.

Il 7 maggio l'Office of Foreign Assets Control del Tesoro americano ha imposto sanzioni a Gaesa, il conglomerato controllato dai militari che gestisce gran parte dell'economia cubana ed è considerato l'azienda di famiglia dei Castro. Il segretario di Stato Marco Rubio, cubano-americano, lo ha definito "il cuore del sistema cleptocratico comunista cubano". Una settimana più tardi il direttore della Central Intelligence Agency, John Ratcliffe, è volato all'Avana per incontrare Raúl Guillermo Rodríguez Castro, nipote di Raúl. Ratcliffe ha avvertito che il tempo per "cambiamenti fondamentali" sta finendo e ha proposto un pacchetto di aiuti da 100 milioni di dollari, da distribuire in coordinamento con la chiesa cattolica.

L'incontro è andato male. Il 18 maggio l'OFAC ha colpito con nuove sanzioni una larga parte dell'apparato politico e securitario cubano, inclusi i servizi segreti. Gli obiettivi dichiarati dell'amministrazione americana sono riforme economiche, rilascio dei prigionieri politici e compensazione per le proprietà espropriate. Anche se non lo dichiarano pubblicamente, Trump e Rubio puntano probabilmente a obiettivi più radicali: lo smantellamento di Gaesa e una transizione democratica. Il 14 maggio Rubio ha indurito i toni: "Non credo che potremo cambiare la traiettoria di Cuba finché queste persone sono al comando del regime".

Una operazione su modello venezuelano potrebbe apparire eccessiva. L'immagine di un uomo di 94 anni in manette difficilmente avrebbe lo stesso impatto sull'opinione pubblica americana che ha avuto quella di Maduro. Manca inoltre una persona disponibile a prendere il posto di Castro e a cooperare con gli americani, come c'era nel caso venezuelano. Il nipote di Castro è un custode del sistema, non un successore naturale.

I cubani non escludono la possibilità del primo intervento militare americano sull'isola dopo sessant'anni. Il regime sembra alimentare il timore: i civili ricevono addestramento militare e le forze armate distribuiscono volantini con istruzioni su come prepararsi alla guerra. Il 18 maggio il presidente Miguel Díaz-Canel ha avvertito che un attacco produrrebbe "un bagno di sangue di proporzioni incalcolabili".

La data dell'incriminazione di Castro è simbolica: il 20 maggio è l'anniversario dell'indipendenza cubana, celebrato dalla comunità di esuli a Miami che da tempo chiede a Trump una linea più dura. L'amministrazione potrebbe usare il fascicolo giudiziario anche come leva nei negoziati. Ric Herrero del Cuba Study Group di Washington, che da sempre favorisce il dialogo con l'Avana, ha dichiarato all'Economist che "il governo è del tutto incapace di cambiare rotta o di attuare riforme per uscire dal buco in cui si trova".

La situazione economica cubana è insostenibile. I ricavi di Gaesa valgono oltre tre volte il bilancio statale e il conglomerato controlla fino a 20 miliardi di dollari in attività illecite. Le aziende straniere hanno tempo fino al 5 giugno per chiudere i rapporti con Gaesa o con qualsiasi società da essa controllata. Hapag-Lloyd, tedesca, e CMA CGM, francese, le due grandi compagnie di navigazione occidentali che operavano con Cuba, hanno smesso di accettare ordini legati all'isola in attesa di valutare i rischi.

In un paese che importa circa il 70% del cibo le conseguenze potrebbero essere devastanti. Il ministro dell'Energia cubano ha già ammesso che l'isola ha esaurito le scorte di gasolio e olio combustibile per le centrali elettriche. I blackout all'Avana durano fino a 22 ore al giorno e i servizi pubblici sono al collasso. Il 13 maggio la polizia ha disperso manifestanti scesi in piazza all'Avana contro l'assenza di elettricità. L'organizzazione Prisoners Defenders, con sede a Madrid, conta un numero record di 1.260 prigionieri politici. Pedro Monreal, economista cubano residente a Madrid, stima che l'economia possa contrarsi del 15% quest'anno.

Il regime sostiene di stare valutando l'offerta di aiuti americani. Accettarla significherebbe ammettere il proprio fallimento; rifiutarla rischia di alimentare ulteriori proteste man mano che caldo, fame e blackout peggiorano. In entrambi i casi il governo cubano si trova senza margini per dire no a Washington.

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Quarant'anni fa, il 23 maggio 1986, si spegneva Altiero Spinelli.
Un italiano che aveva scelto l'Europa come patria più grande, e che dall'isola di Ventotene, dal confino fascista, aveva tracciato la mappa di un continente ancora da costruire.
Il Manifesto di Ventotene (1941) non era utopia: era insieme una diagnosi e un progetto politico. Il Progetto di Trattato sull'Unione Europea, adottato dal Parlamento Europeo nel 1984 con una maggioranza schiacciante, dimostrò che l'impresa era concretamente possibile, anche contro la resistenza dei governi nazionali.
Oggi l'edificio principale del Parlamento Europeo a Bruxelles porta il suo nome.
Ma il progetto federale europeo è ancora incompiuto.
Noi lo portiamo avanti. E noi lo realizzeremo! 🇪🇺💜

#AltieroSpinelli #ManifestoDiVentotene #UnioneEuropea #FederalismoEuropeo #EuropaUnita #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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L'Alberta voterà a ottobre per iniziare il percorso verso l'indipendenza dal Canada


La premier Danielle Smith ha annunciato l'aggiunta di una decima domanda al voto del 19 ottobre. Il quesito non chiederà subito l'indipendenza, ma l'avvio dell'iter legale per un secondo voto vincolante. Lei ha fatto sapere che voterà contro.

L'Alberta voterà il 19 ottobre su un quesito che, se approvato, spianerebbe la strada verso un secondo referendum, questa volta vincolante, sulla separazione dal Canada. Lo ha annunciato giovedì sera la premier Danielle Smith in un discorso televisivo trasmesso in prima serata.

Nessuna provincia canadese, al di fuori del Quebec, aveva mai portato la questione dell'indipendenza al voto popolare. La nuova domanda sarà la decima sulla scheda elettorale di ottobre, accanto ai quesiti già annunciati a febbraio su immigrazione e modifiche costituzionali. Agli elettori verrà chiesto se l'Alberta debba restare parte del Canada oppure se il governo provinciale debba avviare il percorso giuridico previsto dalla Costituzione per organizzare un referendum vincolante sulla secessione.

Smith ha già detto che voterà per restare nel Canada. "Nonostante il mio personale sostegno alla permanenza nel Canada, sono profondamente turbata da una decisione giudiziaria errata che interferisce con i diritti democratici di centinaia di migliaia di cittadini dell'Alberta", ha dichiarato. È una posizione politicamente calibrata: la premier si dice contraria all'indipendenza nel merito, ma rivendica il diritto degli elettori a esprimersi.

La sentenza, i separatisti e il nodo dei trattati indigeni


La mossa del governo provinciale arriva dopo una sentenza della scorsa settimana. La giudice Shaina Leonard, della Court of King's Bench dell'Alberta, ha bloccato la raccolta firme promossa dal gruppo separatista Stay Free Alberta, che aveva ottenuto oltre 300mila adesioni per chiedere agli elettori se la provincia dovesse "cessare di essere parte del Canada per diventare uno Stato indipendente". Due giudici della stessa Corte hanno stabilito che la separazione violerebbe i diritti garantiti dai trattati con le popolazioni indigene.

Smith ha annunciato ricorso e ha detto che il governo provinciale è pronto ad arrivare fino alla Corte Suprema canadese. Ha però ammesso che il contenzioso potrebbe richiedere mesi, se non anni. Da qui la decisione di inserire nel voto di ottobre un quesito indiretto: non una domanda secca sull'indipendenza, ma un mandato politico ad avviare l'iter per arrivare a un referendum vincolante.

La scelta ha però irritato i separatisti, che si aspettavano una consultazione diretta sulla sovranità. Jeff Rath, avvocato di Stay Free Alberta, l'ha definita un insulto a chi chiede l'indipendenza. Cam Davies, leader del Republican Party of Alberta, ha bollato il quesito come "senza spina dorsale".

La frattura con Ottawa e la reazione delle First Nations


Anche le comunità indigene si sono opposte con forza. La Confederacy of Treaty No. 6 First Nations ha condannato l'aggiunta della domanda al voto di ottobre, sostenendo che la decisione "conferma che i cittadini dell'Alberta vivono sotto un regime separatista". Per la confederazione indigena, qualsiasi tentativo di secessione violerebbe il rapporto stabilito dal Trattato n. 6 e tutelato dalla Costituzione canadese. L'organizzazione ha quindi chiesto al governo federale di intervenire per proteggere i diritti derivanti dai trattati.

L'Alberta, principale provincia produttrice di petrolio del Canada, vive da anni una tensione crescente con il governo federale liberale. Le frizioni si sono acuite dopo le elezioni dell'aprile 2025, che hanno riportato al potere il partito guidato dal premier Mark Carney. Secondo un sondaggio CBC News, il 67% dei cittadini dell'Alberta vuole che i leader dei partiti dichiarino apertamente come voterebbero in un eventuale referendum sull'indipendenza.

Il voto di ottobre non deciderà quindi direttamente la separazione dell'Alberta dal Canada, ma potrebbe lo stesso trasformare una rivendicazione finora politica e identitaria in un passaggio istituzionale. Per Smith si ttratta di un equilibrio delicato: confermare la volontà di restare nel Canada e, allo stesso tempo, costringere Ottawa e le Corti a confrontarsi direttamente con la spinta separatista della sua provincia.

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La battaglia per tagliare i ponti tra Italia e Israele nello scambio dei dati personali


Non solo torture e sanzioni commerciali, con Israele c'è in ballo anche la privacy. L’Autorità europea per la protezione dei dati personali ha chiesto un'indagine sulla condotta di Israele, mentre una coalizione italiana si appella al Garante Privacy

Non solo: poiché Israele controlla l'intera infrastruttura di telecomunicazione dei Territori palestinesi occupati e non applica alcuna limitazione territoriale interna nel trattamento dei dati provenienti dall'estero, vi è un rischio concreto e imminente – si legge nella lettera del 2025 – che i dati personali trasferiti dall'Unione europea a entità israeliane confluiscano nei sistemi di sorveglianza militare senza alcuna restrizione o trasparenza. Cosa decide di fare questa volta la Commissione europea? Niente, di nuovo.


wired.it/article/battaglia-tag…

@eticadigitale

Grazie a @vecna per la segnalazione

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Le primarie del Michigan diventano un test sul futuro del Partito democratico


Tre candidati per il seggio al Senato lasciato da Gary Peters dividono i democratici tra sinistra radicale, riformismo moderato ed establishment di partito

Le primarie democratiche per il seggio al Senato del Michigan si stanno trasformando in una delle competizioni più contese del Paese e in un banco di prova sulla direzione futura del partito. Il senatore uscente Gary Peters non si ricandida e tre candidati con profili molto diversi puntano alla nomination: la senatrice statale Mallory McMorrow, l'ex direttore della sanità della contea di Wayne Abdul El-Sayed e la deputata di Detroit Haley Stevens. Ciascuno rappresenta una corrente diversa del partito e l'esito del voto rivelerà come la base democratica intende presentarsi alle elezioni di metà mandato.

Secondo il modello previsionale dell'Economist i democratici hanno buone possibilità di conquistare la maggioranza al Senato, ma per farlo dovranno vincere in Maine e in due Stati a guida repubblicana dove il presidente Donald Trump ha vinto comodamente nel 2024. Perdere il Michigan, che nel 2024 ha scelto Trump per appena l'1,4%, comprometterebbe l'intera operazione. Il modello indica un margine atteso di circa sette punti per i democratici, ma la scelta del candidato può ribaltare questa proiezione.

Haley Stevens è la candidata dell'establishment. Già a Washington come deputata di un distretto a nord di Detroit, ha come principale sostenitore Chuck Schumer, leader della minoranza democratica al Senato, e la sua macchina politica. Dietro Schumer c'è AIPAC, il gruppo di pressione filoisraeliano. La lista di endorsement che ha raccolto è lunghissima, ma la sua campagna è silenziosa: pochissimi eventi pubblici e fischi al congresso statale del partito il mese scorso.

Mallory McMorrow ha invece scelto un profilo più visibile. È diventata nota a livello nazionale nel 2022 con un discorso di risposta a un collega repubblicano che l'aveva definita "groomer" per il suo sostegno ai diritti delle persone gay e trans. Oggi si presenta come una tecnocrate per le politiche pubbliche, distante dalla guerra di trincea fra schieramenti. Sostiene che se i "repubblicani MAGA" verranno sconfitti riemergeranno i repubblicani più moderati e tradizionali. La sua base è composta dai democratici che si considerano progressisti pragmatici. Tra i suoi sostenitori c'è la senatrice Elizabeth Warren.

Abdul El-Sayed è il candidato più radicale. Figlio di immigrati egiziani, ha studiato medicina all'Università del Michigan ma è passato alla sanità pubblica senza completare il tirocinio clinico, pur continuando a definirsi "medico". Propone l'assistenza sanitaria universale, la fine degli aiuti militari a Israele e il divieto dei finanziamenti politici da parte delle aziende. Il principale problema della politica americana, sostiene, è il sistema che permette a grandi imprese, miliardari e lobby di comprare i politici. Il suo sponsor più importante è il senatore Bernie Sanders.

Storicamente l'elettorato delle primarie democratiche in Michigan è stato più anziano, più bianco e più femminile della media e ha respinto i candidati radicali. Nel 2018 lo stesso El-Sayed si era candidato a governatore ed era stato battuto di ventidue punti percentuali da Gretchen Whitmer, una democratica più tradizionale. A 41 anni El-Sayed ha trascorso quasi tutta la carriera in incarichi politici senza mai aver vinto un'elezione.

L'elettorato però potrebbe essere cambiato. Gli eventi di El-Sayed, tra cui un comizio con Sanders il 3 maggio, raccolgono folle numerose. I suoi sostenitori ritengono che il partito sia ostaggio dei grandi donatori, fuori contatto con la base e non meritevole del potere. McMorrow e Stevens contano invece sui democratici meno arrabbiati con la propria parte politica.

L'incognita della corsa è AIPAC. McMorrow ed El-Sayed si aspettano un'ondata di spot negativi pagata dal gruppo. La preferenza naturale di AIPAC dovrebbe andare a Stevens. McMorrow, sposata con un uomo ebreo, ha definito «un abominio» ciò che Israele ha fatto a Gaza e in Libano, ma ha anche detto di temere che parte dell'elettorato non sia «anti-Netanyahu, ma anti-ebraica». El-Sayed ha invece partecipato a iniziative pubbliche con Hasan Piker, streamer di Twitch che ha elogiato Hamas, pur prendendo le distanze da molte delle sue posizioni.

L'influenza di AIPAC non è però scontata. In una primaria per un'elezione speciale in New Jersey, all'inizio di quest'anno, Analilia Mejia, un'altra populista di sinistra appoggiata da Sanders, ha battuto un critico moderato di Israele attaccato proprio dal gruppo. Quel seggio alla Camera, però, era considerato sicuro per i democratici. In Michigan la posta è diversa: il timore dell'establishment democratico è che gli elettori delle primarie scelgano un candidato di sinistra radicale considerato non eleggibile, mettendo a rischio l'intera campagna per la maggioranza al Senato.

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«Sfruttare le norme sui diritti umani per contrastare le violazioni della privacy da parte dello Stato».
mastodon.social/@privacypride/…


Non dobbiamo normalizzare gli abusi della sorveglianza digitale. La nuova guida dell'EFF sottolinea i passi concreti da compiere per contrastarli.

Per contribuire a tracciare un percorso verso soluzioni, @eff lancia la guida "Contrastare la sorveglianza digitale arbitraria nelle Americhe" , che si aggiunge al nostro ampio lavoro volto a sfruttare le norme sui diritti umani per contrastare le violazioni della privacy da parte dello Stato.

eff.org/deeplinks/2026/05/we-m…

@privacypride@feddit.it


in reply to Trames Venenosus

@privacypride
Le uniche violazioni dei diritti umani che non vengono mai normalizzate sono quelle dell'articolo 17 comma 2 «Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua proprietà».
Questo viene invocato anche per i signori delle guerre più sanguinose.

Anzi, a pensarci bene, solo per loro, perché della distruzione delle proprietà oltre che della vita delle loro vittime sembra non interessare molto a nessuno.

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Rifondazione: strage di Capaci, si indaghi su intrecci tra mafia e neofascisti home.rifondazione.eu/2026/05/2… #Antimafiasociale #ComunicatiStampa

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Cuba diventa il centro dello spionaggio di Cina e Russia contro gli Stati Uniti


Pechino e Mosca hanno triplicato dal 2023 il personale di intelligence sull'isola, dove gestiscono cinque basi di ascolto puntate sui comandi militari americani in Florida

Cina e Russia hanno triplicato dal 2023 il personale di intelligence dispiegato a Cuba e hanno potenziato le basi di ascolto elettronico usate per spiare i siti militari americani in Florida. Lo scrive il Wall Street Journal, che cita funzionari a conoscenza delle valutazioni dell'intelligence statunitense.

Delle 18 strutture di signals intelligence presenti sull'isola, tre sono gestite attivamente dalla Cina e due dalla Russia, mentre le restanti appartengono a Cuba. Alcune delle basi cinesi e russe sono operate congiuntamente con i servizi cubani. Secondo un alto funzionario americano sentito dal Wall Street Journal, Pechino e Mosca considerano gli impianti cubani fra i più importanti centri di ascolto all'estero, e il numero di strutture e di personale di intelligence straniero è destinato ad aumentare.

I principali obiettivi delle intercettazioni sono lo U.S. Central Command di Tampa, che coordina le operazioni militari americane in Medio Oriente, e lo U.S. Southern Command appena fuori Miami, responsabile per l'America Latina. Le apparecchiature installate intercettano prevalentemente comunicazioni non classificate. Gli Stati Uniti dispongono comunque di strumenti per ostacolare l'attività delle due potenze rivali, che monitorano anche le strutture di lancio spaziale e il traffico marittimo nella regione. In Florida si trovano diverse proprietà del presidente Donald Trump, fra cui il club di Mar-a-Lago. L'Avana, dal canto suo, concentra la propria attività di spionaggio sulla base americana di Guantanamo, all'estremità sud-orientale dell'isola.

L'amministrazione americana sta usando queste valutazioni per rafforzare la campagna di pressione contro l'Avana. A gennaio il presidente ha firmato un ordine esecutivo che definisce Cuba "una minaccia inusuale e straordinaria" per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Il documento sostiene che l'isola ospita la più grande struttura russa di signals intelligence all'estero e che ha approfondito la cooperazione militare con la Cina.

"Altri presidenti hanno guardato a questa situazione per 50 o 60 anni senza fare nulla", ha dichiarato Trump giovedì parlando della minaccia rappresentata da Cuba. "Sembra che sarò io a occuparmene". Lo stesso giorno il Segretario di Stato Marco Rubio ha parlato di "una presenza di intelligence russa e cinese" a circa 90 miglia dalle coste americane.

Negli ultimi mesi Washington ha elevato Cuba a obiettivo prioritario per l'intelligence, in seguito a un ordine firmato dalla direttrice dell'intelligence nazionale Tulsi Gabbard. Gli Stati Uniti conducono voli quasi quotidiani di droni di sorveglianza attorno all'isola e hanno riposizionato satelliti spia per seguire più da vicino gli sviluppi. L'ufficio di Gabbard ha rifiutato di commentare.

Alcuni ex funzionari mettono in dubbio la portata effettiva della minaccia. Ricardo Zúñiga, ex alto funzionario del Dipartimento di Stato che si è occupato di politica cubana, ha dichiarato al Wall Street Journal che "i tempi sembrano più che convenienti", dato che la presenza russa e cinese sull'isola è nota da anni. Juan Gonzalez, ex responsabile della politica per l'America Latina alla Casa Bianca sotto Joe Biden, ha sostenuto che la cooperazione fra l'Avana e i suoi alleati era aumentata durante il primo mandato di Trump per poi rallentare con Biden, quando Cuba aveva percepito uno spiraglio diplomatico. Secondo Gonzalez, l'attuale strategia dimostra "il fallimento totale dell'approccio della linea dura" e la fine della cooperazione di intelligence dovrebbe essere negoziata, non perseguita attraverso il cambio di regime.

Il governo cubano respinge le accuse. Il ministro degli Esteri Bruno Rodriguez ha accusato l'amministrazione americana di costruire un "caso fraudolento" per giustificare nuove sanzioni economiche e una possibile azione militare. Un portavoce dell'ambasciata cinese a Washington ha sostenuto che gli Stati Uniti diffondono narrazioni false su Cuba. La portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova ha condannato giovedì le pressioni americane e ha promesso un "sostegno attivo" all'isola.

L'amministrazione Trump dice di concentrarsi sulla sicurezza dell'emisfero occidentale, pur essendo già impegnata in due guerre contro l'Iran. Dopo un'operazione condotta a gennaio per catturare l'allora presidente venezuelano Nicolás Maduro, il presidente ha spostato l'attenzione su Cuba. Mercoledì il Dipartimento di Giustizia ha ottenuto un'incriminazione contro Raúl Castro, anziano patriarca dell'isola ed ex presidente, accusandolo di omicidio, cospirazione per uccidere cittadini americani e distruzione di aeromobili. L'attuale leader cubano ha definito il provvedimento "privo di qualsiasi fondamento giuridico".

La scorsa settimana il direttore della Central Intelligence Agency John Ratcliffe ha incontrato all'Avana il nipote di Castro e alti funzionari dell'intelligence cubana. Secondo un funzionario della CIA, Ratcliffe ha comunicato ai cubani che il paese non può più ospitare gli avversari di Washington e deve interrompere ogni rapporto con loro. Stephen Miller, vice capo di gabinetto della Casa Bianca, ha dichiarato a Fox News che Cuba è stata "una piattaforma per gli avversari americani per decenni" e rappresenta "l'ultimo avamposto del comunismo, l'ultimo avamposto della Guerra fredda".

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Ha ragione Shy di Breaking Italy: la battaglia politica della nostra generazione è costruire un’Unione Europea più forte, più coesa e più vicina ai cittadini.
Perché il futuro di chi vive in Italia, in Ungheria, in Germania, in Spagna o in qualunque altro Stato membro non si decide più solo a livello nazionale: clima, difesa, economia, diritti, migrazioni, politica estera e democrazia richiedono strumenti comuni, istituzioni più forti e decisioni europee vere.
Per questo Volt, fin dalla sua nascita, ha messo al centro l’obiettivo dell’Europa Federale: partiti transnazionali, un Parlamento europeo con pieno potere di iniziativa legislativa, il superamento del veto dei governi nazionali, il Consiglio trasformato in un vero Senato europeo, una Commissione riformata come governo europeo, una Costituzione europea fondata su legittimità democratica e responsabilità verso i cittadini!
È questo l’unico modo per rendere l’Unione Europea democratica, efficace e finalmente all’altezza del nostro tempo.
Costruire l’Europa Federale è la battaglia politica della nostra generazione.

#EuropaFederale #UnioneEuropea #BreakingItaly #PoliticaEuropea #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Zwei wichtige Interviews bei @netzpolitik_feed zeigen, warum Forschung und zivilgesellschaftlicher Einsatz so wichtig für die Umsetzung des DSA sind. Josephine Ballon (HateAid) bzw. Marc Faddoul (AI Forensics) erläutern ihre Arbeit und weshalb Unterstützung aus der Politik nötig ist.

netzpolitik.org/2026/hateaid-n…

netzpolitik.org/2026/ai-forens…

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"Der Fall zeigt für mich, wozu Menschen fähig sind, wenn sie sich zusammenschließen, gemeinsam aufstehen und sich wehren." Ein Rückblick auf die Woche von @dleisegang

netzpolitik.org/2026/die-woche…

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Eigentlich gibt es hohe Hürden dafür, wenn die Polizei mit einem Foto öffentlich nach Tatverdächtigen fahnden will. Doch zum einen setzen manche Öffentlichkeitsfahndungen auch für kleine Delikte ein, zum anderen stammen die Regeln dafür aus einer Zeit vor großen sozialen Medien. Athena Möller kritisiert im Grundrechte-Report 2026, dass sich trotz guter Vorschläge daran nichts ändert

netzpolitik.org/2026/oeffentli…

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Ukrainian Intelligence Report: Russian APT Groups Intensify Cyber Operations — 5,927 Incidents, 37% Rise in 2025
#CyberSecurity
securebulletin.com/ukrainian-i…
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Ubiquiti Issues Emergency Patches for Five Critical UniFi OS Vulnerabilities, Three Rated Maximum CVSS 10.0
#CyberSecurity
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