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AI-Assisted Intruder Reaches Enterprise Root Access in Less Than 10 Hours
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ZTNA in 2026: Ten Platforms Shaping Secure Access Beyond the Traditional VPN
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Security Teams Face a Week of Zero-Days, Router Intrusions and AI-Accelerated Attacks
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Adobe Commerce Stores Face Active StyleSmuggler Zero-Day Attacks With No Official Patch
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Microsoft Investigates Windows Teams Startup Failures as Users Turn to Web and Mobile
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Phishing Campaign Chains Google Services to Conceal Credential Theft
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Mathspace Breach Exposes Data of More Than One Million Users
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CrowdStrike Unveils SafeMind Agents to Pit Automated Defense Against AI-Driven Attacks
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Acerbo (Prc): domani presidio a Montecitorio contro ddl antisemitismo home.rifondazione.eu/2026/09/0… #ComunicatiStampa

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Critical ASUS Control Center Chain Opens Managed Fleets to Root Takeover
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MikroTik RouterOS Flaw Under Active Attack Grants Unauthenticated Shell Access
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La missione di Witkoff e Kushner non sblocca i negoziati per la guerra in Ucraina


I due inviati di Donald Trump hanno visto Vladimir Putin per tre ore a Mosca e Volodymyr Zelensky a Kyiv, ma hanno portato poche idee nuove. Il controllo del Donbass resta il principale nodo irrisolto. Washington prova a spingere di nuovo per il formato trilaterale.

Steve Witkoff e Jared Kushner hanno lasciato Kyiv domenica 6 settembre senza un accordo e con una prospettiva ormai condivisa dai partecipanti ai colloqui: difficilmente la guerra finirà prima dell'inverno. I due inviati del presidente Donald Trump erano arrivati nella capitale ucraina il giorno dopo un colloquio di oltre 3 ore con Vladimir Putin al Cremlino, dopo una lunga serie di missioni a Mosca e per la prima volta in Ucraina, che finora non hanno portato ad alcun risultato. Nel corso della visita nella capitale ucraina si sono svolti 3 round di incontri: due con Volodymyr Zelensky e i suoi consiglieri, il terzo allargato ai consiglieri per la sicurezza nazionale di Regno Unito, Francia e Germania.

Nel 1.656° giorno di guerra, gli inviati americani hanno sostenuto che un progresso prima dell'inverno sia ancora possibile. Zelensky, invece, ha invitato gli alleati a prepararsi all'ipotesi opposta: l'Ucraina avrà bisogno del sostegno americano ed europeo "se la guerra dovesse continuare in inverno" e per ora, ha aggiunto, tutto lascia pensare che sarà così.

La delegazione americana portava con sé versioni riviste di documenti già circolati nei mesi scorsi, aggiornate per tenere conto di quanto è cambiato da febbraio, quando il negoziato si è arenato dopo l'inizio della guerra tra Stati Uniti e Iran. Fonti vicine ai colloqui hanno riferito al Financial Times che le idee realmente nuove erano poche e che il lavoro dei due inviati è consistito soprattutto nel tentativo di ridurre la distanza tra le posizioni di Kyiv e Mosca. Kushner ha spiegato che l'obiettivo fissato da Trump non è soltanto porre fine al conflitto: un'intesa, secondo lui, dovrebbe impedire una nuova guerra e consentire all'Ucraina di concentrare le proprie energie sulla ricostruzione. "Siamo pronti a continuare a lavorare, per tutto il tempo che servirà", ha aggiunto Witkoff.

Il Donbass e i calcoli di Putin


Il controllo del Donbass resta però il principale ostacolo al negoziato. Putin continua a rivendicare l'intera regione e si dice disposto a porre fine alla guerra soltanto alle proprie condizioni. Dopo l'incontro al Cremlino, il consigliere Jurij Ušakov ha riferito che il presidente russo ha sottolineato il "reale avanzamento" delle sue truppe, ha ribadito la necessità di eliminare le "cause profonde del conflitto" e si è detto certo che Mosca raggiungerà comunque gli obiettivi della sua operazione militare in Ucraina.

Zelensky ha confermato che la questione territoriale è stata discussa, ma ha ribadito che dovrà essere affrontata direttamente dai due presidenti e che l'Ucraina non intende cedere territori al Cremlino. "Non è una questione che riguarda soltanto il Donbass: a mio avviso, è la questione di questa guerra", ha detto in conferenza stampa. Il presidente ucraino ha aggiunto che sul fronte orientale l'esercito ucraino si è rafforzato e che proprio lì si giocano equilibri geopolitici molto più ampi.

Putin è convinto invece, sulla base dei rapporti ricevuti dai suoi comandi, che l'esercito russo possa conquistare entro la fine dell'anno la parte della regione di Donetsk ancora controllata dall'Ucraina. Ad alcuni interlocutori avrebbe indicato un orizzonte di 6 mesi. I dati disponibili indicano però una dinamica molto diversa. L'Institute for the Study of War (ISW), che segue quotidianamente l'andamento del fronte, ha calcolato che ad agosto le forze russe sono avanzate nella regione di Donetsk a una media di 2,36 km quadrati al giorno: mantenendo quel ritmo, per conquistare il 19% della regione ancora in mano ucraina servirebbe fino al 2 ottobre 2032.

L'ISW sottolinea inoltre che dal febbraio 2022 il Cremlino ha fissato almeno quindici scadenze per completare la conquista della regione di Donetsk e che finora le ha mancate tutte. Gli analisti precisano a questo punto anche di non poter affermare con certezza che Mosca riuscirà a raggiungere quell'obiettivo, indipendentemente dall'orizzonte temporale. Secondo l'Istituto, una parte dello scarto tra le aspettative del Cremlino e la situazione sul terreno deriva dalla catena di comando russa, nella quale sarebbero radicati rapporti esagerati o distorti sui progressi delle truppe.

Ucraina · il calcolo del Cremlino
Putin ha promesso di prendere tutta la regione di Donetsk entro dicembre. In nove mesi ne ha conquistato il 3,4%
Gli inviati di Trump hanno lasciato Kyiv senza un accordo. Intanto l’Institute for the Study of War calcola che, al ritmo di agosto, la conquista si chiuderebbe nel 2032. La mappa del fronte, rilevata giorno per giorno da DeepState, dice la stessa cosa.
Grafica di FocusAmerica


Al 7 settembre 2026 il 79,64% della regione di Donetsk risulta sotto controllo russo e il 20,36%, pari a 5.399 km², resta ucraino. Dal 30 novembre 2025 le forze russe hanno guadagnato 1.027 km² e ne hanno persi 116 per le controffensive ucraine: 910 km² netti in 281 giorni. Il ritmo mensile è sceso da 335 km² a dicembre a 28 km² ad agosto. Putin ha fissato al 31 dicembre 2026 il termine per completare la conquista; al ritmo di agosto l’ISW colloca quel traguardo al 2 ottobre 2032.


1

Nove mesi di fronte, mese per mese
Territorio della regione di Donetsk cambiato di mano dal 30 novembre 2025, primo giorno della serie continua di rilevazioni disponibile. Avvia l’animazione, oppure tocca una colonna per fermare la mappa su quel mese.

Sloviansk
Kramatorsk
Druzhkivka
Kostiantynivka
Pokrovsk
Donetsk
Mariupol
50 km

Ancora ucraino. Comprende la cintura di fortezze: Kostiantynivka, Druzhkivka, Kramatorsk, Sloviansk.
Già occupato al 30 novembre 2025.
Conquistato dalla Russia nei nove mesi successivi: 1.027 km².
Ripreso dall’Ucraina nello stesso periodo: 116 km².
Linea del fronte al 7 settembre 2026.

già occupato il 30 novembre 2025

guadagnati nei nove mesi successivi, 910 km² al netto dei 116 ripresi dall’Ucraina

ancora ucraino: 5.399 km², quello che Putin ha promesso di prendere entro dicembre

Le colonne indicano il saldo di ciascun mese, cioè quanto si è ampliata o ridotta l’area occupata fra l’ultima rilevazione del mese e quella del mese precedente. Sulla mappa il rosso è il terreno guadagnato e il blu quello ripreso, per questo la somma delle aree rosse supera il saldo. Confini amministrativi: Natural Earth 10m. Controllo del territorio: DeepState. Aree calcolate su proiezione cilindrica equivalente, elaborazione FocusAmerica.

2

Ventisei mesi di conquista, e una curva che si piega
Quota della regione di Donetsk sotto controllo russo dal luglio 2024 a oggi. Scorri il dito sul grafico, o passaci sopra il mouse, per leggere il valore di ogni data.

Nei primi dodici mesi della serie la quota sale di 14,4 punti, negli ultimi dodici di 6,4, negli ultimi quattro mesi di 0,55. Le annotazioni segnalano la caduta di Vuhledar, il 1° ottobre 2024, l’inizio dell’offensiva di Dobropillia, l’11 agosto 2025, l’ultima presenza ucraina rilevata a Pokrovsk, alla fine del gennaio 2026, e il mese più lento dell’intera serie, l’agosto 2026. Le rilevazioni anteriori al 28 novembre 2025 sono datate ricostruendo a ritroso la sequenza giornaliera dell’archivio: lo scarto massimo, all’inizio della serie, è di pochi giorni. Elaborazione FocusAmerica su rilevazioni DeepState.

3

Sedici scadenze, e il tempo che il terreno concede davvero
Quindici volte, dal febbraio 2022, il Cremlino ha annunciato la data entro cui avrebbe finito di conquistare la regione di Donetsk. Quindici volte l’ha mancata.
La sedicesima scade il 31 dicembre 2026. Per arrivarci le forze russe dovrebbero prendere Kostiantynivka, dove combattono dall’ottobre 2025 senza esserci ancora riuscite, e poi tutta la cintura di fortezze: Druzhkivka, Kramatorsk, Sloviansk.

31 dicembre 2026la scadenza di Putin
2 ottobre 2032il ritmo di agosto

La barra copre i 2.218 giorni che separano il 7 settembre 2026 dal 2 ottobre 2032. Il segmento rosso sono i 116 giorni che restano fino alla scadenza fissata dal Cremlino.

È la quota del tempo necessario che il Cremlino si è concesso: 116 giorni sui 2.218 a cui porta il ritmo di avanzata che l’ISW ha misurato ad agosto. A quel ritmo la conquista si chiuderebbe il 2 ottobre 2032, più di un anno dopo le prossime elezioni per la Duma, previste nel settembre 2031.

4

Il ritmo che Putin rivendica non si vede da otto mesi
Terreno conquistato ogni mese dalle forze russe nella regione di Donetsk, dall’agosto 2024. La linea rossa segna i 270 km² che il presidente russo dichiara di aver preso nel solo mese di agosto 2026.


270 km²: la dichiarazione di Putin del 1° settembre. L’ultimo mese in cui le sue truppe hanno davvero superato quella soglia è il dicembre 2025. Nei nove mesi successivi il mese migliore si è fermato a 131 km², e agosto a 99.

Le colonne indicano il terreno guadagnato in ciascun mese, al lordo di quello che l’Ucraina ha poi ripreso: la stessa grandezza che Putin rivendica, e quindi confrontabile con la sua cifra. Elaborazione FocusAmerica su rilevazioni DeepState.

Tanto vale lo scarto fra quello che il Cremlino annuncia e quello che si misura sul terreno. Nella stessa regione e nello stesso mese l’ISW ha rilevato un’avanzata media di 2,36 km² al giorno, cioè 73 km² in trentuno giorni. DeepState, che conta anche il terreno poi ripreso dall’Ucraina, ne registra 99.

«L’esercito russo disinforma sistematicamente Putin sullo stato della linea del fronte»
Institute for the Study of War

Fonti: Institute for the Study of War, valutazioni sulla campagna offensiva russa del 1°, 2 e 6 settembre 2026, per i ritmi di avanzata, le scadenze del Cremlino e le dichiarazioni di Putin. DeepState, archivio delle rilevazioni giornaliere sul controllo del territorio, per la mappa e per la serie mensile. Confini amministrativi: Natural Earth 10m. Aggiornato al 7 settembre 2026.

Washington tenta di riaprire il tavolo a tre


In questo contesto, gli Stati Uniti puntano per ora almeno a riattivare i colloqui trilaterali con Russia e Ucraina, il formato rimasto in piedi fino a febbraio. Witkoff si è detto fiducioso che un nuovo incontro possa essere annunciato "nei prossimi giorni" e ha sostenuto di aver compiuto "progressi significativi" a Mosca, dove afferma di aver ascoltato anche alcune nuove proposte. Il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov non ha escluso la ripresa del formato trilaterale, pur precisando che è ancora prematuro parlare di sede e date, e ha evocato la possibilità di una telefonata tra Putin e Trump.

La missione dei due inviati era stata preceduta da un altro viaggio, molto meno pubblicizzato: il direttore della Central Intelligence Agency, John Ratcliffe, era volato a Mosca poco prima e aveva consegnato ai vertici dei servizi russi, secondo fonti del Washington Post, una valutazione molto cupa delle condizioni dell'esercito e dell'economia del Paese, avvertendo che una cessione completa del Donbass da parte dell'Ucraina "semplicemente non accadrà mai".


Putin incontra Witkoff e Kushner, nessun passo avanti


Steve Witkoff e Jared Kushner hanno incontrato Vladimir Putin al Cremlino ieri, per circa tre ore, per discutere le nuove proposte americane volte a porre fine alla guerra in Ucraina. I due inviati del presidente Donald Trump puntano a far ripartire il negoziato diretto tra Mosca e Kyiv, fermo dall'ultimo round di febbraio. Oggi voleranno nella capitale ucraina per quella che sarà la visita statunitense di più alto livello nel Paese da quando Trump è tornato alla Casa Bianca.

Se l'aereo del governo americano con a bordo Witkoff e Kushner atterrerà effettivamente in Ucraina, secondo Axiossi tratterebbe del primo volo internazionale ad atterrare nel Paese dall'inizio dell'invasione russa nel febbraio 2022. Lo spazio aereo ucraino è infatti chiuso al traffico civile dal 24 febbraio 2022.

Per rendere possibile il viaggio, i due negoziatori hanno ottenuto da entrambe le parti una breve sospensione degli attacchi aerei. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha fatto sapere che Putin ha ordinato ai militari di non colpire Kyiv per tre giorni a partire dalla mezzanotte di sabato, mentre Volodymyr Zelensky ha detto di aver parlato con gli inviati e che l'Ucraina è pronta a rinunciare agli attacchi su Mosca fino a lunedì. Putin ha però precisato che la Russia non ha accettato alcuna tregua generale di tre giorni, aggiungendo che anche l'intensità degli attacchi ucraini è diminuita. "Faremo tutto il possibile per garantire la sicurezza dei negoziati", ha detto.

Putin elogia la mediazione americana, ma resta fermo


Il presidente russo ha aperto l'incontro definendo "difficile" la situazione in Ucraina e ha elogiato l'impegno di Trump. "Pur sapendo di affrontare una situazione difficile, non interrompe i suoi sforzi per favorire una soluzione e contribuire alla risoluzione del conflitto russo-ucraino", ha detto Putin, aggiungendo di avere "piena fiducia" nella mediazione americana.

Witkoff lo ha ringraziato per la sospensione dei raid e per la liberazione dell'ex marine statunitense Robert Gilman, tornato negli Stati Uniti a metà agosto dopo oltre 4 anni di detenzione. Mosca lo aveva rilasciato per ragioni umanitarie, senza chiedere nulla in cambio, dopo un colloquio tra Trump e Putin. Come nei precedenti incontri, il presidente russo era affiancato dal consigliere per la politica estera Yuri Ushakov e dall'inviato per gli investimenti Kirill Dmitriev, che aveva accolto i due americani all'aeroporto e li aveva accompagnati al ristorante prima dell'incontro al Cremlino.

Nei giorni immediatamente precedenti alla visita, la Russia aveva intensificato nettamente gli attacchi con droni e missili contro Kyiv e altre grandi città ucraine, mentre i due inviati erano attesi nelle due capitali già da giovedì. Trump, dal canto suo, venerdì aveva lasciato intendere che gli Stati Uniti disponessero di una nuova proposta per porre fine al conflitto, senza fornire alcun dettaglio.

Il Cremlino ha ribadito venerdì che la linea fissata da Putin nel discorso pronunciato nel giugno 2024 al ministero degli Esteri russo resta "incrollabile": l'Ucraina dovrebbe cedere l'intero territorio delle quattro regioni rivendicate da Mosca — Donetsk, Luhansk, Kherson e Zaporizhzhia — e rinunciare all'ingresso nella NATO.

Una fonte vicina al Cremlino ha detto a Reutersche Putin intende ancora conquistare altro territorio. "Non c'è alcuna possibilità di raggiungere un accordo sulla linea del fronte finché Putin non avrà finito di mettere in sicurezza la parte restante della regione di Donetsk", ha spiegato. Sulla base dei rapporti ricevuti dai suoi comandanti, il presidente russo sarebbe convinto di poter raggiungere l'obiettivo entro la fine dell'anno. Gli analisti militari occidentali considerano questa prospettiva sempre più remota, vista la lentezza dell'avanzata russa. Kyiv, da parte sua, rifiuta di cedere territori difesi a un costo altissimo, perché considera quelle condizioni equivalenti a una resa.

Un fronte immobile, una guerra sempre più difficile


Da febbraio la linea del fronte è rimasta quasi immobile, con guadagni russi soltanto graduali nel Donbass. Allo stesso tempo, entrambe le parti hanno moltiplicato gli attacchi a lunga distanza e la guerra si è estesa ben al di là della linea del fronte. Gli attacchi dei droni ucraini contro le raffinerie russe hanno provocato durante l'estate carenze di carburante e rincari per gli automobilisti.

Dal 18 luglio in poi una trentina di attacchi ha inoltre colpito grandi magazzini logistici, in gran parte appartenenti a Wildberries, il maggiore rivenditore online del Paese. Secondo il Ministero della Difesa ucraino, sette dei dieci principali centri di smistamento dell'azienda sarebbero ormai fuori uso, con conseguenze dirette sull'economia dei consumi.


Questa voce è stata modificata (4 giorni fa)

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Exchange Online blocca i server Exchange 2016 e 2019 non aggiornati: cosa cambia da settembre 2026
#tech
spcnet.it/exchange-online-bloc…
@informatica


Exchange Online blocca i server Exchange 2016 e 2019 non aggiornati: cosa cambia da settembre 2026


Il problema: server Exchange datati che parlano ancora con Exchange Online


Molte organizzazioni con un deployment ibrido Exchange non hanno mai completato la migrazione completa al cloud: mantengono uno o più server Exchange 2016 o 2019 on-premises esclusivamente per gestire l’autenticazione, i connettori di posta o alcuni carichi di lavoro legacy, mentre il grosso delle cassette postali vive già su Exchange Online. È un’architettura comune, ma comporta un rischio spesso sottovalutato: se quel server ibrido non viene aggiornato, diventa silenziosamente un anello debole nella catena di sicurezza dell’intero tenant.

Microsoft ha deciso di intervenire con un piano di enforcement che, a partire dalla seconda settimana di settembre 2026, comincerà a limitare e infine a bloccare i messaggi provenienti da server Exchange 2016 e 2019 che non rispettano una baseline minima di aggiornamento. La notizia è particolarmente rilevante perché il calendario coincide con questi stessi giorni: chi gestisce un ambiente ibrido dovrebbe verificare la propria postura di patching immediatamente, non “quando avrà tempo”.

Cosa cambia esattamente


Il meccanismo riguarda specificamente i server che inviano posta a Exchange Online attraverso un connettore in ingresso di tipo OnPremises: è la configurazione tipica di un ambiente hybrid, dove il server locale viene autorizzato a inoltrare la posta al cloud bypassando alcuni controlli anti-spam standard, sulla base di una relazione di fiducia. È proprio questa fiducia implicita che Microsoft vuole condizionare a un livello di patching adeguato.

La baseline richiesta è quella dell’ultimo aggiornamento di sicurezza pubblico rilasciato per queste versioni, ovvero il Security Update di ottobre 2025 (Oct25SU) — l’ultimo pacchetto di sicurezza pubblicamente disponibile prima che queste release entrassero nella fase di solo supporto esteso. In pratica, i livelli minimi accettati sono:

  • Exchange 2016 CU23 + Oct25SU → build 15.1.2507.61
  • Exchange 2019 CU15 + Oct25SU → build 15.2.1748.39
  • Exchange 2019 CU14 + Oct25SU → build 15.2.1544.36

Un dettaglio che genera spesso confusione: verificare di avere installato il CU corretto non basta. Bisogna controllare la build completa, perché due server sullo stesso Cumulative Update possono trovarsi a livelli di patch di sicurezza diversi se uno dei due ha saltato l’ultimo rollup.

Come si manifesta l’enforcement


Il processo segue tre fasi progressive, già collaudate da Microsoft su altre versioni obsolete di Exchange in passato: segnalazione, throttling e infine blocco.

Throttling


Nella fase di rallentamento, Exchange Online ritarda deliberatamente l’accettazione dei messaggi in arrivo dai server non conformi. Il sintomo tipico è un accumulo di code sul server mittente, con retry ripetuti: da fuori sembra un problema di congestione della rete o del server, e questo rende il throttling insidioso da diagnosticare se non si sa cosa cercare.

Blocco


Superata la fase di throttling, i messaggi vengono respinti in modo esplicito, generando NDR (non-delivery report) per i mittenti. A quel punto il problema diventa visibile a tutti — utenti compresi — ma nel frattempo l’organizzazione avrà già perso giorni preziosi di consegna della posta.

Come verificare la propria esposizione


Il primo passo è capire quali server nel proprio ambiente utilizzano effettivamente un connettore OnPremises. Da Exchange Online PowerShell:

Get-InboundConnector |
  Where-Object ConnectorType -eq 'OnPremises' |
  Format-List Name,Enabled,SenderIPAddresses,TlsSenderCertificateName

Questo comando elenca i connettori attivi e gli indirizzi IP autorizzati a inviare posta attraverso di essi: è la mappa di partenza per capire quali server on-premises sono coinvolti.

Sul singolo server Exchange, la versione esatta della build si verifica interrogando ExSetup.exe, molto più affidabile del semplice numero di build mostrato nell’Exchange Admin Center:

Get-Command ExSetup.exe |
  ForEach-Object { $_.FileVersionInfo } |
  Format-List ProductVersion,FileVersion,FileName

Per un controllo più ampio, che copra anche altri parametri di salute del server (certificati in scadenza, servizi non funzionanti, configurazioni TLS deboli), vale la pena eseguire lo script Exchange Health Checker, lo strumento diagnostico ufficiale mantenuto dal team Exchange su GitHub, che segnala automaticamente anche gli scostamenti dalla baseline di sicurezza raccomandata.

Cosa fare prima della scadenza


Il piano d’azione per chi si trova sotto la baseline è relativamente lineare, ma richiede una finestra di manutenzione pianificata con attenzione:

  • Individuare tutti i server che instradano posta tramite connettori OnPremises e verificarne la build esatta.
  • Programmare l’installazione dell’aggiornamento di sicurezza di ottobre 2025 (o successivo, se nel frattempo Microsoft ne rilascia uno più recente per questi rami) durante una finestra di manutenzione, con riavvio del server.
  • Ripetere la verifica della build dopo il riavvio: un’installazione fallita silenziosamente è più comune di quanto si pensi.
  • Testare i percorsi di failover e i bilanciamenti di carico se si dispone di più server ibridi, per assicurarsi che l’aggiornamento non abbia introdotto regressioni nel routing della posta.

Chi non riesce a completare l’aggiornamento entro i tempi può richiedere una esenzione temporanea, valida fino a 90 giorni per tenant per anno solare (frazionabile in più blocchi), tramite l’Exchange Admin Center o il cmdlet dedicato alla gestione delle esenzioni di enforcement. È una valvola di sfogo utile per chi ha vincoli di change management stringenti, ma va vista come un rinvio, non come una soluzione: la strada obbligata resta l’aggiornamento, oppure — nel medio termine — la migrazione a Exchange Server Subscription Edition o il completamento dello spostamento delle cassette postali residue su Exchange Online.

Conclusione


Questo enforcement non è un capriccio burocratico: i server Exchange ibridi non aggiornati sono uno dei vettori più sfruttati per compromissioni che, partendo dalla posta, arrivano fino ad Active Directory. Microsoft sta semplicemente smettendo di fidarsi implicitamente di infrastrutture che non dimostrano di essere mantenute in modo attivo. Per i sistemisti che gestiscono ambienti ibridi, il consiglio pratico è di eseguire subito i comandi PowerShell indicati sopra, capire la propria esposizione reale e pianificare l’aggiornamento prima che il throttling si trasformi in un incidente di produzione con gli utenti che segnalano email in ritardo o mai arrivate.

Fonte: Practical365 e Microsoft Tech Community.


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✨ crond, sshd, polkitd: la backdoor nordcoreana Ted infetta i demoni Linux nascosta dentro HAProxy
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/crond-…

@informatica


crond, sshd, polkitd: la backdoor nordcoreana Ted infetta i demoni Linux nascosta dentro HAProxy


Si parla di:
Toggle

Per mesi, sui server compromessi, tutto sembrava normale: crond eseguiva i suoi cron job, sshd gestiva le sessioni SSH, polkitd autorizzava le richieste di privilegio. Nessun allarme, nessun processo sospetto in ps aux. Il problema è che quei binari non erano più quelli originali: erano trojan, ricompilati ad arte per comportarsi in tutto e per tutto come i demoni Linux che sostituivano, mentre in sottofondo intercettavano traffico, rubavano credenziali ed eseguivano comandi da remoto. È il cuore di una nuova campagna di cyberspionaggio attribuita con moderata confidenza ad APT37, cluster nordcoreano da tempo associato al Reconnaissance General Bureau di Pyongyang, e documentata da Rapid7 in un report pubblicato il 4 settembre 2026.

Un impianto che vive dentro HAProxy


Il fulcro tecnico della campagna è Ted, una backdoor che gli analisti di Rapid7 hanno trovato compilata direttamente all’interno di un binario HAProxy 2.8.12 — non sfruttando una vulnerabilità del reverse proxy, ma sostituendo l’eseguibile legittimo con una build modificata che conserva la stessa identica stringa di versione. Per un amministratore che controlla haproxy -v, non c’è alcun segnale di allarme: il software dichiara la release ufficiale del 8 novembre 2024, mentre il progetto open source è nel frattempo arrivato alla 2.8.28 (27 agosto 2026), sedici release più avanti. Un dettaglio che dice molto sulla pazienza dell’operazione: gli offset dell’impianto sono fissati su quella specifica build, il che implica ricognizione preventiva dell’ambiente target prima della compromissione.

Una volta operativa, Ted si comporta come un vero e proprio proxy malevolo integrato nel flusso di traffico legittimo. Si attiva tramite una richiesta HTTP GET verso un path specifico, apre un socket raw restituendo un header HTTP/1.0 200 OK per non destare sospetti in eventuali sistemi di monitoraggio, e riceve comandi attraverso una named pipe creata in /tmp. Per evitare di comparire nelle metriche di connessioni attive del reverse proxy, l’impianto decrementa manualmente i contatori interni di HAProxy — un accorgimento chirurgico pensato specificamente per chi analizza i log delle connessioni alla ricerca di anomalie. Il filtraggio delle richieste in ingresso è altrettanto sofisticato: whitelist di IP a livello di /24, controllo dello User-Agent, pattern URL specifici, referer e persino l’header Accept-Language, tutti elementi che rendono la backdoor praticamente invisibile a chi non conosce esattamente come “bussare”.

Un intero ecosistema di demoni troianizzati


Ted non opera da sola. Rapid7 ha documentato la sostituzione sistematica di altri servizi di sistema Linux — crond, sshd, agetty e atd — con versioni modificate che mantengono la piena funzionalità originale aggiungendo capacità di raccolta credenziali e intercettazione. Il caso più insidioso riguarda sshd: la versione compromessa cattura le credenziali digitate durante le sessioni SSH legittime, offrendo agli operatori un canale di raccolta password parallelo e silenzioso ogni volta che un amministratore si autentica sul sistema. Per completare l’occultamento, gli attaccanti falsificano i timestamp dei binari sostituiti richiamando /usr/bin/ssh e ripuliscono selettivamente bash history, auth.log e audit/audit.log, rimuovendo solo le righe contenenti stringhe rivelatrici come “tmp”, “wget” o “cron” — non un wipe totale, che sarebbe sospetto, ma una potatura chirurgica pensata per non alterare il “rumore di fondo” normale del sistema.

Ad affiancare Ted opera CurlRAT, un impianto companion che comunica via richieste HTTP camuffate da traffico curl legittimo. Il beacon di default avviene ogni 12 ore, ma può scendere a 30 secondi quando l’operatore lo richiede — un compromesso classico tra basso rumore in fase di sorveglianza passiva e reattività quando serve agire in fretta. CurlRAT include inoltre controlli anti-analisi: verifica la presenza di ambienti virtualizzati prima di eseguire il proprio payload, un accorgimento comune per evitare l’esecuzione in sandbox di threat intelligence. Rapid7 sottolinea che si tratta di un tool distinto dal similmente denominato CurlBack RAT, attribuito al gruppo pakistano SideCopy — una precisazione utile per evitare errori di attribuzione tra cluster non correlati.

Le vittime e l’incertezza sull’accesso iniziale


Le organizzazioni colpite finora identificate sono due, entrambe sudcoreane: una attiva nel settore automotive, l’altra nei media. Numeri contenuti, ma coerenti con lo stile chirurgico e mirato che da anni contraddistingue APT37 (noto anche come ScarCruft o Reaper), tradizionalmente concentrato su target che possano fornire intelligence politica, economica o industriale utile a Pyongyang. Rapid7 ipotizza, senza però poterlo confermare con certezza, che l’accesso iniziale sia avvenuto tramite un portale Groupware vulnerabile — un vettore già osservato in precedenti campagne nordcoreane contro obiettivi sudcoreani.

Sul fronte attribuzione, il quadro resta volutamente prudente. Rapid7 assegna la campagna ad APT37 con “moderata confidenza”, ma segnala sovrapposizioni nel modello di delivery con Lazarus e possibili legami nell’accesso iniziale con Kimsuky. Non è una novità: già nel 2023 Mandiant aveva documentato tooling condiviso e targeting sovrapposto tra i vari cluster nordcoreani, un fenomeno che rende l’attribuzione granulare un esercizio sempre più complesso — e che probabilmente riflette una condivisione di risorse tra unità operative diverse dello stesso apparato di intelligence, più che un errore di analisi.

Due righe per i difensori


Il campanello d’allarme principale di questa campagna è metodologico, prima ancora che tecnico: la troianizzazione di binari di sistema che restano pienamente funzionali rende inutile qualsiasi controllo basato solo sulla disponibilità del servizio o sulla stringa di versione. I team di detection dovrebbero orientarsi verso il file integrity monitoring (FIM) con baseline note-buone dei binari critici (sshd, crond, polkitd, agetty, atd) e verifica degli hash rispetto alle distribuzioni ufficiali, oltre al monitoraggio di connessioni HTTP anomale generate dallo stesso processo di reverse proxy verso domini di recente registrazione. La presenza di named pipe non standard in /tmp e di cache file con naming pattern insoliti (come haproxy-1000.cache) sono ulteriori segnali da cercare attivamente nei sistemi esposti a Internet. Rapid7 non ha ancora pubblicato regole di detection formali, il che rende la caccia manuale basata sugli IoC ancora più rilevante nell’immediato.

Per chi gestisce infrastrutture Linux esposte, in particolare reverse proxy e application server raggiungibili da Internet, il messaggio è chiaro: la sola disponibilità e il comportamento apparentemente corretto di un servizio non bastano più come prova di integrità. Servono verifica crittografica dei binari e monitoraggio comportamentale continuo, non solo controlli di uptime.

Indicatori di compromissione

[Domini C2]
img.monderhouse[.]space
img.smartnords[.]site
img.darklights[.]store
img.responsive.pstatic[.]autos
img.socialteams[.]store
img.worksongo[.]store

[File sospetti]
~/cache/haproxy-1000.cache
/var/lib/sshd/c8c68e629bba773a10ac80012d10bf19
/var/lib/snapd/g580
/tmp/jasper-log

[Hash SHA-256]
72e70936f0dbe459142a1d867617c35f8d0cce5d18c6a49e1090a2a5adc8e558
4bb923eb040aa13ca8fd409c31ee4729c60ddff32e350efe1c5a4a9168a065f5

[Servizi target della troianizzazione]
crond, sshd, agetty, atd, polkitd

[Versione HAProxy con offset noti]
2.8.12 (rilasciata 8 novembre 2024)

Fonti: Rapid7 Threat Intelligence, “DPRK APTs: Ted backdoor and curlRAT target South Korean media and automotive sectors” (4 settembre 2026); The Hacker News; Mandiant (2023) sulle sovrapposizioni tra cluster nordcoreani.

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Raul Mordenti: false definizioni di antisemitismo home.rifondazione.eu/2026/09/0… #Approfondimenti

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Kondik: «Molti elettori votano contro qualcuno, più che a favore del proprio partito »


La seconda conversazione di The 51st è con Kyle Kondik, managing editor di Sabato’s Crystal Ball. Dalle midterm al possibile ritorno degli elettori latinos verso i Democratici, dal gerrymandering ai sondaggi

Ci sono molti modi per raccontare l’America, ma uno dei più irresistibili consiste nel colorarla. Rosso o blu. Stato dopo Stato, contea dopo contea, distretto dopo distretto. Ogni elezione americana finisce per diventare una geografia e ogni geografia, per qualche ora, sembra trasformarsi in una spiegazione del Paese. Guardiamo una contea dell’Ohio diventare più repubblicana, un sobborgo diventare meno repubblicano, il South Texas cambiare ancora direzione e abbiamo la tentazione di pensare che, mettendo insieme abbastanza numeri, riusciremo finalmente a capire che cosa stia succedendo agli Stati Uniti.

Kyle Kondik passa buona parte della sua vita professionale proprio dentro quelle mappe. È managing editor di Sabato’s Crystal Ball, il celebre osservatorio elettorale del Center for Politics dell’Università della Virginia, e da anni studia elezioni, distretti, sondaggi e trasformazioni dell’elettorato americano.

Eppure la prima cosa interessante che emerge parlando con lui è che l’America non ha mai avuto particolare rispetto per chi prova a prevederla.

Kondik ricorda il 1936, quando un celebre sondaggio indicò Franklin Roosevelt come sconfitto e Roosevelt vinse facilmente; ricorda il 1948, un’altra elezione capace di sorprendere gli osservatori; e soprattutto torna al 2016. Quell’anno aveva pubblicato un libro sul suo Ohio, uno Stato che per molto tempo aveva votato alle presidenziali in maniera simile al Paese nel suo complesso. Poi arrivò novembre e l’Ohio votò nettamente più repubblicano rispetto al resto dell’America. E da allora è rimasto così.

Forse è proprio questo il punto: mentre cerchiamo di fotografare l’elettorato americano, l’elettorato si muove.

Le vecchie aree postindustriali bianche e working class nelle quali il Partito Democratico aveva costruito parte della propria storia si sono spostate drasticamente verso i Repubblicani; contemporaneamente, sobborghi un tempo solidamente repubblicani lo sono diventati molto meno. E ora, avvicinandosi alle midterm del 2026, Kondik suggerisce di tenere gli occhi su un altro movimento: quello degli elettori latinos, soprattutto nel South Texas, che dopo i risultati ottenuti da Donald Trump nel 2024 potrebbero tornare verso i Democratici. Con un’avvertenza: ciò che accadrà nel 2026 potrebbe non durare fino al 2028.

Dentro questi spostamenti c’è però qualcosa di più profondo di una successione di frecce rosse e blu. Alla domanda se gli americani stiano ormai scegliendo non soltanto un partito ma l’America alla quale sentono di appartenere, Kondik introduce un concetto che forse racconta meglio di molti altri la politica contemporanea: negative partisanship. Sempre più persone, dice, votano contro un partito prima ancora che a favore del proprio: «Molti elettori definiscono sé stessi attraverso ciò a cui si oppongono».

Ed è qui che la mappa diventa meno semplice.

Perché dietro ogni Stato rosso o blu rimangono milioni di persone che non sono necessariamente rosse o blu. Kondik lo ricorda anche alla fine della nostra conversazione: in un sistema bipartitico, votare per qualcuno può significare semplicemente preferirlo all’alternativa. Non significa aderire interamente a quel partito, alla sua identità o a tutto ciò che rappresenta.

La seconda conversazione di The 51st parte allora da una domanda apparentemente tecnica – quanto siamo davvero capaci di misurare l’America? – per arrivare a una molto meno tecnica: che cosa stiamo misurando quando contiamo un voto?

Dieci domande a Kyle Kondik. La prima parte da una contraddizione. L’ultima, ancora una volta, dall’America che da questa parte dell’Atlantico continuiamo forse a non vedere.


1. Se dovesse spiegare l’America di oggi attraverso una sola contraddizione, quale sceglierebbe?

C’è qualcosa di intrinsecamente contraddittorio in ciò che gli scienziati politici chiamano opinione pubblica “termostatica”. In sostanza, significa che l’opinione pubblica tende a spostarsi contro il partito al potere. Questo contribuisce a spiegare ciò che vediamo nelle elezioni di midterm, nelle quali il partito al governo spesso si trova in difficoltà. Senza dubbio, è qualcosa di frustrante per il partito del presidente.”

2. Lei trascorre gran parte della sua vita professionale osservando l’America attraverso Stati, distretti, contee, gruppi demografici e probabilità elettorali. Eppure, più diventiamo bravi a misurare gli elettori, più spesso sembrano sorprenderci. Stiamo diventando meno bravi a prevedere le elezioni oppure continuiamo a utilizzare categorie che non descrivono più gli elettori americani?

Non credo che stiamo diventando meno bravi: è semplicemente sempre stato difficile. Anche in passato ci sono state elezioni che hanno sorpreso gli analisti, come le presidenziali del 1948, per esempio. Un famoso sondaggio, realizzato da un istituto che oggi non esiste più, suggeriva che Franklin Roosevelt avrebbe perso nel 1936; vinse facilmente. Stiamo inoltre attraversando una fase molto dinamica della politica americana. Per quattro decenni, dall’inizio degli anni Cinquanta all’inizio degli anni Novanta, la Camera non cambiò maggioranza; oggi accade con una certa regolarità.

3. Prima delle mappe, dei sondaggi e delle previsioni, però, c’è la sua America. Qual è? C’è un luogo, un’elezione, una persona o un momento che ha cambiato il modo in cui guarda gli Stati Uniti?

Nel 2016 ho scritto un libro sul mio Stato, l’Ohio, e su come nelle elezioni presidenziali avesse spesso votato in modo simile al resto del Paese. Quel novembre, invece, votò in maniera significativamente più repubblicana rispetto alla nazione nel suo complesso, e da allora è rimasto così. Le elezioni del 2016 hanno cambiato molte cose nella politica americana, e quei cambiamenti potrebbero essere duraturi.

4. Qual è il cambiamento dell’elettorato americano che l’ha sorpresa di più negli ultimi dieci anni? C’è uno Stato, una contea o un gruppo di elettori che oggi vota in un modo che nel 2016 avrebbe considerato quasi impensabile?

La portata del crollo del Partito Democratico nelle aree postindustriali e a maggioranza bianca della classe lavoratrice – come l’Iron Range del Minnesota, l’area di Youngstown-Warren nell’Ohio nordorientale e Scranton/Wilkes-Barre nel nord-est della Pennsylvania – alla fine fu sorprendente, anche se i sondaggi ne suggerivano la possibilità. Allo stesso tempo, aree suburbane tradizionalmente repubblicane sono diventate molto meno repubblicane.”

5. La notte delle midterm del 2026, dove dovremmo guardare oltre al semplice risultato su chi controllerà Camera e Senato? Quali Stati, distretti o gruppi di elettori potrebbero raccontarci qualcosa di più grande su ciò che sta accadendo all’America?

Guarderei a quanto gli elettori latinos torneranno a spostarsi verso i Democratici. Per capirlo, bisogna osservare il South Texas, anche se ci sono molte altre aree ad alta presenza latina che vale la pena seguire. Erano zone fortemente democratiche nelle quali Donald Trump ha ottenuto risultati molto buoni nel 2024. Ma sembrano pronte a tornare verso i Democratici, a causa della delusione nei confronti di Trump e della situazione economica. Allo stesso tempo, il fatto che i Democratici recuperino terreno in alcune aree nel 2026 non significa che quel recupero durerà fino al 2028 e oltre.”

6. In una democrazia, gli elettori dovrebbero scegliere i propri rappresentanti. Il gerrymandering permette, almeno in parte, ai rappresentanti di scegliere i propri elettori. Quanto è diventato radicato questo paradosso nella democrazia americana?

Si potrebbe sostenere che il gerrymandering sia persino più antico della nazione stessa, ed è da tempo un problema ricorrente nella politica americana. Sembrava che alcuni Stati se ne stessero allontanando, ma nel 2025-2026 abbiamo assistito a una vera e propria regressione, dovuta soprattutto alla spinta della Casa Bianca affinché i Repubblicani procedessero a una ridefinizione dei distretti elettorali a metà decennio. Nel breve periodo, sembra probabile che il gerrymandering diventi ancora più comune.”

7. C’è stato un tempo in cui cambiare partito non significava necessariamente cambiare identità. Oggi essere democratico o repubblicano sembra dire qualcosa anche su dove si vive, cosa si legge, il proprio livello di istruzione e persino sul modo in cui si guarda il Paese. Gli americani scelgono ancora un partito politico o, sempre più spesso, scelgono l’America alla quale sentono di appartenere?

La negative partisanship – il fenomeno per cui si vota contro un partito più che a favore del proprio – è sempre più diffusa. Credo che molti elettori definiscano sé stessi attraverso ciò a cui si oppongono.”

8. Se domani sparissero tutti i sondaggi politici e non tornassero fino alle midterm, capiremmo meno l’America o saremmo costretti a guardarla con maggiore attenzione?

È facile criticare i sondaggi, ma continuano a svolgere bene il loro compito nel dirci che cosa pensa l’opinione pubblica e, in definitiva, rimangono il metodo migliore a nostra disposizione, perché altrimenti saremmo costretti ad analizzare la realtà attraverso gli aneddoti.

9. Parte del suo lavoro consiste nel dire, prima che gli americani votino, quale risultato sia più probabile. Ma una probabilità viene spesso interpretata come una promessa e una previsione sbagliata come un fallimento. Il problema è che i modelli stanno diventando meno capaci di comprendere gli elettori oppure stiamo chiedendo alle previsioni di dirci qualcosa che semplicemente non possono sapere?

Ci sarà sempre un margine di incertezza nelle elezioni e, in definitiva, è impossibile sapere con assoluta precisione chi andrà a votare e in che modo voterà.”

10. Qual è l’America che noi europei non riusciamo ancora a vedere?

In un sistema bipartitico ci sono inevitabilmente persone che votano per una parte piuttosto che per l’altra non perché sostengano quel partito al cento per cento, ma perché, nel complesso, lo preferiscono all’alternativa. Per questo non considererei ogni elettore che ha votato per un partito come completamente allineato con quel partito.”

Alla fine rimane la mappa. La notte delle elezioni torneremo a guardarla riempirsi, contea dopo contea. Qualcuno cercherà il blu che avanza nel South Texas, qualcun altro il rosso che resiste nell’Ohio, qualcuno conterà i sobborghi, qualcun altro aspetterà che un modello trasformi milioni di decisioni individuali in una probabilità.

E poi, inevitabilmente, diremo che l’America ha scelto.

È proprio qui che Kondik introduce un dubbio utile. Chi vota per un partito non necessariamente appartiene a quel partito. In un sistema che offre essenzialmente due alternative, una croce sulla scheda può significare entusiasmo, appartenenza, rassegnazione o semplicemente la convinzione che l’altra scelta sia peggiore.

Forse è anche per questo che le mappe americane sono così affascinanti e così pericolose: sono precise nel dirci dove sono finiti i voti e molto meno nel dirci perché ci sono finiti.

Possiamo colorare una contea. Possiamo assegnare un seggio. Possiamo calcolare una probabilità. Possiamo persino prevedere, con un margine ragionevole, chi controllerà il Congresso.

Ma tra il voto e l’elettore rimane sempre qualcosa che non entra nella mappa: forse è proprio quello il pezzo d’America che continuiamo a cercare.

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Conte: “Se non facciamo le primarie i miei mi sputano. Renzi? Ci fa perdere voti”


@Politica interna, europea e internazionale
Giuseppe Conte invoca nuovamente le primarie per scegliere il leader del campo largo. In un colloquio con La Stampa, il presidente del Movimento 5 Stelle afferma: “Sono al servizio del progetto progressista, a prescindere da chi vincerà le primarie. Se sarà Schlein, la sosterremo.

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L'apocalisse del lavoro è rimandata: l'IA sta creando più posti di quanti ne distrugga


L'Economist stima un milione di posti creati dall'intelligenza artificiale contro 200mila licenziamenti: boom di elettricisti e tecnici nei data center, in calo assistenza clienti e segretarie

L'intelligenza artificiale in America ha creato finora circa un milione di posti di lavoro, cinque volte i licenziamenti che le vengono attribuiti dalla metà del 2023, pari a circa 200mila. È la stima dell'Economist, che ha messo in fila i dati sull'occupazione americana e ha concluso che l'apocalisse occupazionale annunciata da mesi non si vede da nessuna parte.

I numeri di agosto vanno nella stessa direzione. Il Bureau of Labor Statistics, l'ufficio federale di statistica che misura il mercato del lavoro americano, ha registrato 162mila nuovi posti di lavoro, molto sopra le attese, e un tasso di disoccupazione al 4,1 per cento, un livello più basso di quello di quasi il 90 per cento dei mesi degli ultimi cinquant'anni. Anche i giovani, indicati spesso come le prime vittime dell'automazione, tengono: la distanza tra la disoccupazione dei ventenni tra i 20 e i 24 anni e quella complessiva è vicina al minimo degli ultimi decenni.

L'apocalisse rinviata
Per ora l'intelligenza artificiale crea più lavoro di quanto ne distrugga

Da metà 2023 all'intelligenza artificiale vengono attribuiti circa 200.000 licenziamenti negli Stati Uniti. Nello stesso periodo ne avrebbe generati cinque volte tanti, secondo la ricognizione dell'Economist sui dati occupazionali americani. L'apocalisse annunciata, per adesso, non si vede.
Grafica di FocusAmerica 8 settembre 2026

1Il saldo
Un milione di posti creati, duecentomila persi
Stima cumulata dell'Economist da metà 2023 a oggi. Misura lo scostamento dalle tendenze generali del mercato del lavoro, non un nesso di causa diretto.

Posti creati

contro

Posti persi

Nuovi posti di lavoro americani riconducibili all'intelligenza artificiale.
Licenziamenti che le aziende hanno attribuito all'intelligenza artificiale.

Creati
Persi

Intanto il mercato del lavoro americano regge: ad agosto l'economia ha aggiunto occupati e la disoccupazione è rimasta al , un livello più basso di quello di quasi il 90% dei mesi degli ultimi cinquant'anni.

2La proporzione
Nel rimescolamento continuo del mercato, i tagli dell'IA quasi spariscono
Ogni quadrato vale mille lavoratori licenziati. Guardate che cosa succede quando l'inquadratura si allarga fino a comprendere l'intero mercato del lavoro americano.

Tagli annunciati per l'IA Tutti gli altri licenziamenti
Rivedi l'animazione

Tagli al mese annunciati quest'anno e legati esplicitamente all'IA, secondo Challenger, Gray & Christmas.

Le persone che i datori di lavoro americani lasciano a casa in un mese qualsiasi, per qualsiasi ragione.

La quota dei licenziamenti mensili che le aziende riconducono all'intelligenza artificiale.

3I tre motori
Da dove arriva il lavoro che nasce
La tecnologia produce occupazione su tre binari distinti: i cantieri che la fanno funzionare, i mestieri che prima non esistevano e la produttività di chi la usa.

Infrastruttura

Posti in più rispetto alla tendenza generale nei cinque comparti al centro della costruzione dei data center, dal 2023.
LinkedIn stima quasi posti creati nei data center fra il 2023 e il 2025, soprattutto tecnici e ingegneri.

Nuove professioni

Posti aggiunti oltre la tendenza da ingegneri, sviluppatori, matematici e analisti di dati dal 2022.
Gli annunci per ingegneri e responsabili dell'IA sono raddoppiati rispetto al 2023-24.

Produttività

La crescita dell'occupazione tra gli assistenti legali fra il 2023 e il 2025, contro una media nazionale del .
Quando il servizio diventa più rapido e meno caro, i clienti ne chiedono di più.

4Vincitori e vinti
Chi cresce e chi arretra
Variazione dell'occupazione per professione da gennaio 2023. A perdere sono i mestieri fatti in gran parte di compiti ripetitivi.

Variazione dell'occupazione

5La corsa ai salari
Nemmeno gli aumenti bastano a trovare personale
Crescita delle retribuzioni orarie medie nell'anno fino a giugno, nei due comparti che costruiscono e cablano i data center.

Il salario in più che i data center offrono per gli stessi lavori di installazione e manutenzione svolti altrove, secondo gli annunci raccolti da Indeed.

«Puoi venire qui a farmi funzionare una delle nostre linee?»La risposta dell'amministratrice delegata di una fabbrica di trasformatori a Donald Leavens, della National Electrical Manufacturers Association, che le aveva chiesto di quale aiuto avesse più bisogno.

6Lo sguardo lungo
Le previsioni ufficiali fino al 2035
Il Bureau of Labor Statistics separa nettamente i due mondi: l'energia che alimenta i data center da una parte, gli uffici che l'automazione svuota dall'altra.

Utility

Il settore che cresce più in fretta di tutti da qui al 2035, trainato dalla domanda di elettricità dei data center.

Uffici e amministrazione

I posti che le professioni amministrative e d'ufficio perderanno entro il 2035: il calo più forte fra tutti i grandi gruppi professionali.

Nel complesso l'economia americana aggiungerà di posti in dieci anni, il : un terzo del ritmo del decennio precedente. Il problema che si profila non è la scomparsa del lavoro, ma la sua ricomposizione.

Fonti The Economist, 4 settembre 2026; Bureau of Labor Statistics (Employment Situation, agosto 2026; Employment Projections 2025-2035; Occupational Employment and Wage Statistics); Census Bureau; Challenger, Gray & Christmas; Indeed Hiring Lab; LinkedIn Economic Graph; Burning Glass Institute. Le stime cumulate sui posti creati e distrutti sono elaborazioni dell'Economist e non dati ufficiali: misurano scostamenti rispetto alle tendenze generali, non un nesso di causa diretto.

Alcune aziende stanno davvero tagliando posti di lavoro. Le assunzioni nei servizi professionali e alle imprese sono circa il 10 per cento sotto la media del periodo 2015-2019. Microsoft e Meta stanno riducendo il personale mentre riorganizzano le loro attività attorno all'intelligenza artificiale. Aziende più piccole come Block, proprietaria di Square e Cash App, e Intuit, che produce i software fiscali e contabili TurboTax e QuickBooks, stanno sostituendo persone con programmi automatici. Secondo Challenger, Gray & Christmas (una società di consulenza specializzata nel monitoraggio dei licenziamenti) le imprese americane hanno annunciato quest'anno una media di 16mila tagli al mese legati all'intelligenza artificiale.

Quei tagli si perdono però in un mercato del lavoro dove i datori di lavoro lasciano a casa circa 1,7 milioni di persone in un mese qualsiasi. E nel frattempo la tecnologia sta generando lavoro in tre modi diversi: la costruzione delle infrastrutture che la fanno funzionare, la nascita di professioni che prima non esistevano e l'aumento di produttività di chi la usa.

La spesa per hardware, server, data center, sistemi di raffreddamento ed energia è oggi superiore di circa 500 miliardi di dollari all'anno rispetto al 2022, l'anno in cui il mondo ha conosciuto ChatGPT: il calcolo è di Goldman Sachs. La sola costruzione di data center procede a un ritmo annuo di oltre 75 miliardi di dollari, quasi il 60 per cento in più rispetto a un anno fa, secondo i dati del Census Bureau, l'agenzia federale che raccoglie le statistiche sull'economia e la popolazione. Sono cantieri che richiedono elettricisti per i cablaggi, tecnici della climatizzazione per evitare che i server si surriscaldino, ingegneri per collegare gli impianti alla rete elettrica e manutentori per le macchine. Gli stessi cantieri che stanno unendo l'estrema destra e l'estrema sinistra americana in una protesta comune.

L'Economist ha seguito cinque settori al centro della costruzione dei data center, dall'impiantistica elettrica alla produzione di apparecchiature. Dal 2023 l'occupazione in questi comparti è cresciuta di circa 320mila unità in più di quanto lascerebbero prevedere gli andamenti generali dell'edilizia e della manifattura. Il Bureau of Labor Statistics si aspetta che le utility siano il grande settore a crescita più rapida da qui al 2035.

Non tutti quei posti di lavoro dipendono dall'intelligenza artificiale, perché contano anche l'ammodernamento della rete elettrica e la costruzione di altre fabbriche. Ma molti sì. Il sito di annunci di lavoro Indeed calcola che le offerte per i data center sono più che raddoppiate in due anni, mentre nello stesso periodo il totale degli annunci è calato. LinkedIn stima che tra il 2023 e il 2025 negli Stati Uniti siano nati quasi mezzo milione di posti di lavoro nei data center, con i tecnici e gli ingegneri di questi impianti tra le assunzioni più frequenti.

La corsa a trovare lavoratori si vede nelle buste paga. Indeed calcola che le posizioni di installazione e manutenzione nei data center offrono salari superiori di circa il 40 per cento rispetto a mansioni analoghe altrove. I dati ufficiali confermano: nell'anno fino a giugno le retribuzioni orarie medie sono cresciute di oltre il 13 per cento nella produzione di apparecchiature elettriche e di quasi l'8 per cento tra le imprese di impiantistica elettrica.

Nemmeno gli aumenti bastano a trovare personale. Durante una visita a una fabbrica di trasformatori, Donald Leavens della National Electrical Manufacturers Association, l'associazione dei produttori americani di materiale elettrico, ha chiesto all'amministratrice delegata di quale aiuto avesse più bisogno. La risposta è stata: "Puoi venire qui a farmi funzionare una delle nostre linee?".

Insieme ai cantieri cresce una nuova classe di lavori d'ufficio. Ci sono gli ingegneri che costruiscono i modelli, gli annotatori che etichettano i dati in ingresso e giudicano le risposte, gli ingegneri che adattano i sistemi alle esigenze dei clienti e i nuovi "responsabili dell'intelligenza artificiale" che decidono come le aziende debbano usare la tecnologia. Molte di queste posizioni quasi non esistevano fino a poco tempo fa. Secondo LinkedIn, gli annunci per responsabili, direttori e ingegneri dell'intelligenza artificiale sono all'incirca raddoppiati rispetto al biennio 2023-2024.

Una ricerca preliminare di Gad Levanon, capo economista del Burning Glass Institute, ha usato la banca dati dei percorsi di carriera dell'istituto, costruita in gran parte sui profili LinkedIn, per individuare i lavori che non esisterebbero senza l'intelligenza artificiale, sia nelle aziende nate attorno a questa tecnologia sia nei ruoli specifici creati dentro le altre imprese. Levanon calcola che circa l'1 per cento delle professioni qualificate sia ormai fatto di "lavori dell'intelligenza artificiale", nell'ordine di un milione di posizioni in America. Nelle professioni informatiche e nelle scienze della vita, compresi i ricercatori che usano questi strumenti per scoprire nuovi farmaci, la quota sale al 4-5 per cento. L'analisi di LinkedIn indica circa 640mila nuovi posti di lavoro specifici tra il 2023 e il 2025. "Finora le prove indicano che l'intelligenza artificiale ha creato più posti di lavoro di quanti ne abbia distrutti", ha detto all'Economist Kory Kantenga, responsabile della ricerca economica di LinkedIn per le Americhe.

Lo stesso giornale ha confrontato l'occupazione nelle professioni più vicine al settore, ingegneri, sviluppatori di software, matematici e analisti di dati, con l'andamento complessivo delle professioni qualificate dal 2022 in poi. Questi ruoli hanno aggiunto circa 730mila posti di lavoro in più rispetto alla tendenza generale.

La terza fonte di lavoro sono i guadagni di produttività. L'intelligenza artificiale permette agli avvocati di preparare i contratti più velocemente e agli analisti di setacciare i bilanci in pochi minuti. Se la maggiore produttività abbassa il costo dei servizi professionali, la domanda può crescere abbastanza da generare più lavoro di quanto ne tolga. Alcune delle professioni considerate più a rischio sembrano proprio beneficiare di questo effetto: tra il 2023 e il 2025 l'occupazione è salita di circa l'11 per cento tra gli assistenti legali e del 6 per cento tra gli analisti di ricerche di mercato, contro una media nazionale intorno al 2,5 per cento. Le previsioni del Bureau of Labor Statistics indicano una crescita rapida dei servizi professionali proprio grazie alla domanda di sistemi e di consulenza sull'intelligenza artificiale.

Alcuni mestieri stanno pagando un prezzo. Da gennaio 2023 l'occupazione è calata di circa il 10 per cento tra gli addetti all'assistenza clienti e di circa il 15 per cento tra segretarie e assistenti amministrativi. Sono lavori fatti in gran parte di compiti ripetitivi, quelli in cui i programmi automatici sono sempre più bravi. Il Bureau of Labor Statistics prevede che le professioni amministrative e di ufficio perderanno 752mila posti entro il 2035.

Oggi più di sei milioni di americani lavorano in professioni informatiche che nell'era precedente ai computer non esistevano e altri otto milioni in settori nuovi come i lavoretti su piattaforma, il commercio elettronico e la produzione di contenuti. I lavoratori di domani potrebbero supervisionare squadre di programmi autonomi o risolvere le controversie tra di loro: un'ipotesi che oggi sembra bizzarra, come sembrava bizzarra fino a vent'anni fa l'idea di guadagnarsi da vivere pubblicando video sui social.


Il mercato del lavoro Usa torna a correre, 162mila nuovi posti di lavoro ad agosto


L'economia americana ha creato 162mila posti di lavoro ad agosto, molto più delle attese degli economisti, che a seconda dei sondaggi indicavano un aumento compreso tra 53mila e 65mila unità. Il tasso di disoccupazione è invece rimasto stabile al 4,1%, secondo i dati diffusi oggi dal Dipartimento del Lavoro.

Si tratta dell'incremento mensile più consistente da maggio e di un dato superiore di oltre cinque volte alla media dei dodici mesi precedenti, pari a circa 31mila nuovi posti al mese. Il Dipartimento del Lavoro ha inoltre rivisto al rialzo i dati dei due mesi precedenti, aggiungendo complessivamente 55mila posti rispetto alle stime iniziali. Luglio, che un mese fa risultava essersi chiuso con una perdita di 23mila posti, mostra ora un aumento di 21mila. La crescita di giugno è stata invece rivista da 20mila a 31mila posti.

Tra i settori che hanno contribuito maggiormente all'aumento dell'occupazione ci sono ristoranti e bar, con 59mila nuovi posti, e l'istruzione pubblica locale, con 42mila, recuperando gran parte delle perdite registrate il mese precedente. È aumentato anche il tasso di partecipazione alla forza lavoro, cioè la quota della popolazione che lavora o cerca attivamente un impiego: dal 61,4% di luglio al 61,6% di agosto. Rimane comunque mezzo punto percentuale sotto il livello di gennaio.

Stati Uniti · Mercato del lavoro
L’America ha creato 162mila posti ad agosto. Il punto è quanti ne servivano
Il mese migliore da marzo arriva in un mercato del lavoro che si è rimpicciolito. Per tenere ferma la disoccupazione oggi bastano tra i 15mila e gli 87mila posti al mese, secondo la Federal Reserve di St. Louis. Nella primavera del 2025 la stessa stima era di 153mila.

Grafica di FocusAmerica 4 settembre 2026

Agosto 2026
162.000
posti di lavoro creati in un mese

3×le attese degli economisti, ferme a 53.000
5×la media dei dodici mesi precedenti, 31.000
+141.000rispetto a luglio: il mese migliore da marzo

Posti di lavoro non agricoli, dato destagionalizzato del Dipartimento del Lavoro. Nessuna delle stime raccolte da Bloomberg arrivava così in alto.

Scala di riferimento: zona di pareggio tra 15.000 e 87.000 posti al mese; media degli ultimi dodici mesi 31.000; attese 53.000; ritmo medio dal 1995 al 2020 119.000; agosto 2026 162.000.

4,1%
Tasso di disoccupazione, invariato rispetto a luglio

61,6%
Tasso di partecipazione, in risalita dal 61,4% ma mezzo punto sotto il livello di gennaio

7,0 mln
Persone senza lavoro che ne stanno cercando uno

La soglia che crolla
In un anno i posti necessari per tenere ferma la disoccupazione sono scesi da 153mila a meno di 90mila
Stime della Federal Reserve di St. Louis del numero di posti al mese sufficiente a non far salire il tasso di disoccupazione, con le ipotesi di immigrazione netta mensile su cui si basano. Valori in posti al mese.

Aprile 2025: 153.000 posti al mese, con un’immigrazione netta prevista di 168.000 persone al mese. Agosto 2025: tra 32.000 e 82.000. Marzo 2026: tra 15.000 e 87.000, con un’immigrazione compresa tra un calo di 77.000 e un aumento di 48.000 persone al mese. La media reale degli ultimi dodici mesi è di 31.000 posti.

Il punto
L’asticella non si è abbassata perché l’economia è più forte, ma perché entrano meno lavoratori: la stretta sull’immigrazione e i baby boomer che arrivano all’età della pensione riducono l’offerta di lavoro. Con 31.000 posti al mese, per un anno, la disoccupazione non è salita.

Ventiquattro mesi
Due anni di alti e bassi che si annullano a vicenda
Variazione mensile dei posti di lavoro non agricoli da settembre 2024 ad agosto 2026, con la media mobile degli ultimi tre mesi. Trascina il dito o passa il mouse sul grafico per leggere ogni singolo mese.

Agosto 2026
Il mese migliore da marzo

+162.000
media 3 mesi: +71.000

Nei ventiquattro mesi da settembre 2024 il saldo mensile ha oscillato tra i 237.000 posti di dicembre 2024 e i 156.000 persi a febbraio 2026. La media degli ultimi tre mesi è di 71.000 posti.

Mesi in crescita Mesi in calo Stima precedente, prima della revisione Media mobile a tre mesi

Le revisioni
Giugno e luglio sono stati corretti al rialzo di 55.000 posti complessivi. Luglio, che un mese fa risultava chiuso con una perdita di 23.000 posti, ora ne registra 21.000 in più; giugno passa da 20.000 a 31.000. Le revisioni ribaltano il segno di luglio, non la direzione dell’anno: la media trimestrale risale a 71.000, ma resta sotto i 142.000 di marzo.

Come si arriva a 162mila
Ristoranti e scuole hanno prodotto quasi due terzi dei posti
Contributo di ogni settore al saldo di agosto 2026. Le barre si sommano da sinistra a destra fino al totale. Valori in migliaia di posti.

Ristorazione e locali pubblici +59.000, istruzione pubblica locale +42.000, sanità e assistenza sociale +28.000, costruzioni +22.000, manifattura +16.000, altri settori +29.000, attività finanziarie −11.000, informazione −23.000. Totale: 162.000.

Il punto
Due soli comparti, ristorazione e istruzione pubblica locale, valgono 101.000 posti sui 162.000 totali: il primo ha fatto cinque volte la sua media mensile, il secondo ha recuperato i 50.000 posti persi a luglio. La sanità, motore dell’ultimo anno, rallenta. L’informazione perde 23.000 posti, quasi il triplo della sua perdita media mensile.

Il paradosso
Il mercato del lavoro tiene, ma chi cerca un impiego non se ne accorge
I dati aggregati restano solidi. Le buste paga e i sondaggi raccontano un’altra storia.

Salari contro prezzi, variazione sui dodici mesi

Le retribuzioni orarie medie crescono del 3,1%, i prezzi al consumo del 3,4%.

Il segno sulla prima barra indica dove dovrebbero arrivare i salari per stare al passo con i prezzi: il potere d’acquisto arretra di tre decimi di punto. A pesare è soprattutto l’energia, salita del 14,7% in un anno.

Lavoratori convinti che sia un buon momento per trovare un lavoro di qualità

A metà 2022 lo pensava il 70% dei lavoratori. Nell’autunno 2025 il 28%.

Tra chi ha una laurea la quota scende al 19%. Sondaggio Gallup su 22.368 lavoratori, 30 ottobre – 13 novembre 2025.

In sintesi
Si licenzia poco e si assume ancora meno. È un mercato favorevole a chi un impiego ce l’ha già, molto meno a chi lo cerca: neolaureati e lavoratori che vogliono cambiare posto.

Fonte Bureau of Labor Statistics, The Employment Situation – August 2026 (USDL-26-1435, 4 settembre 2026) e serie CES0000000001 per la variazione mensile e la media mobile; media 1995–2020 calcolata da FocusAmerica sulla stessa serie; «altri settori» è il saldo dei comparti non elencati. Federal Reserve Bank of St. Louis, Breakeven Employment Growth, aprile e agosto 2025, marzo 2026, su proiezioni di immigrazione CBO, AEI-Brookings e Goldman Sachs. Consenso degli economisti Dow Jones. Indice dei prezzi al consumo BLS, luglio 2026. Gallup, sondaggio su 22.368 lavoratori, 30 ottobre – 13 novembre 2025.

La Fed torna a concentrarsi sull'inflazione


Il rapporto sul lavoro arriva a pochi giorni dalla riunione della Federal Reserve del 15 e 16 settembre, quando la banca centrale dovrà decidere se modificare i tassi di interesse. Prima delle dichiarazioni rilasciate ieri dal governatore Christopher Waller, i mercati attribuivano circa due probabilità su tre a un rialzo dei tassi a settembre. L'inflazione resta infatti elevata: a luglio i prezzi al consumo erano aumentati del 3,4% rispetto a un anno prima, ancora molto al di sopra dell'obiettivo del 2% della Fed.

Il nuovo presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, in carica da maggio, la settimana scorsa a Jackson Hole, durante il simposio annuale dei banchieri centrali, ha descritto il mercato del lavoro come compatibile con una situazione di “piena occupazione”, indicando invece nell'inflazione il principale problema per la politica monetaria. Una crescita dell'occupazione più contenuta, ha osservato, è naturale in una fase in cui anche l'offerta di nuovi lavoratori aumenta poco.

Waller ha adottato una posizione più prudente. Ieri ha definito il mercato del lavoro “stabile” e l'occupazione vicina al suo massimo sostenibile, condizioni che, a suo giudizio, riducono il peso del mercato del lavoro nelle decisioni sui tassi. Ha inoltre detto che sarebbe disposto a sostenere il mantenimento dei tassi ai livelli attuali se il dato sull'inflazione della prossima settimana confermasse un rallentamento dei prezzi.

Dopo le sue dichiarazioni, la probabilità di un rialzo a settembre stimata dai mercati era scesa intorno al 55%. Il dato sull'occupazione pubblicato oggi, molto più forte delle attese, l'ha però riportata intorno al 65%. Nel frattempo, i salari continuano a crescere meno dei prezzi. Le retribuzioni orarie medie sono aumentate del 3,1% rispetto a un anno fa, contro un'inflazione del 3,4%.

A pesare sui bilanci delle famiglie è soprattutto il rincaro della benzina. Ad agosto il prezzo medio nazionale si è attestato intorno a 4,07 dollari al gallone, circa 3,8 litri, contro i 3,95 dollari di luglio. Oggi è salito fino a circa 4,15 dollari. L'aumento è legato soprattutto al prezzo del petrolio, tornato sopra i 90 dollari al barile in seguito alle nuove tensioni nello Stretto di Hormuz.

Un mercato del lavoro più piccolo e meno dinamico


Il dato di agosto è particolarmente forte se confrontato con il ritmo di crescita dell'occupazione oggi necessario per mantenere stabile il tasso di disoccupazione. Gli economisti di Bank of America stimano che possano bastare circa 20mila nuovi posti al mese per evitare un aumento della disoccupazione, una delle valutazioni più basse tra quelle disponibili. La Federal Reserve di St. Louis colloca invece la soglia in un intervallo compreso tra 15mila e 87mila posti, mentre altre stime si attestano intorno ai 60mila.

Nel quarto di secolo precedente alla pandemia, la crescita necessaria era molto più elevata e si aggirava in media intorno ai 120mila posti al mese. La soglia si è abbassata soprattutto per ragioni demografiche. La popolazione americana sta invecchiando e quest'anno i più giovani tra i baby boomer raggiungeranno i 62 anni, l'età minima alla quale è possibile iniziare a ricevere la pensione della Social Security, seppure con un assegno ridotto.

Allo stesso tempo, la stretta sull'immigrazione introdotta dall'Amministrazione sta limitando l'ingresso di nuovi lavoratori. Il risultato è un mercato del lavoro che può mantenere stabile la disoccupazione anche creando molti meno posti rispetto al passato. Le richieste iniziali di sussidi di disoccupazione restano vicine ai minimi degli ultimi decenni, segnale che i licenziamenti sono ancora contenuti. Ma i dati diffusi questa settimana mostrano anche che le nuove assunzioni rimangono deboli.

Ne emerge un mercato nel quale le aziende licenziano poco, ma assumono altrettanto poco: una situazione relativamente favorevole per chi ha già un impiego, molto meno per i neolaureati e per chi cerca di cambiare lavoro.

Non sorprende quindi che, in un recente sondaggio Gallup, soltanto il 34% degli intervistati abbia dichiarato di considerare questo un buon momento per trovare un lavoro di qualità.


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Una città in cui insegnanti, infermieri, studenti, lavoratori e giovani famiglie non riescono più a permettersi una casa: ecco la città che ci aspetta se non cambiamo le cose.

È in questo contesto che arriva la bozza del nuovo regolamento europeo sulla casa, che Marattin ha liquidato come «Unione Sovietica»: in realtà è una proposta che vuole dare a città e territori strumenti più chiari per intervenire nelle aree sotto forte stress abitativo, anche sulla pressione degli affitti brevi. E meno male.

Perché la crisi della casa non riguarda soltanto chi cerca un affitto: riduce la mobilità dei lavoratori, ostacola l’accesso allo studio, rende più difficile costruirsi una vita e danneggia persino la competitività europea.

Servono più case, più investimenti, più edilizia sociale e accessibile. Ma servono anche regole quando il patrimonio immobiliare viene utilizzato sempre più come investimento, mentre chi vive e lavora nelle città viene progressivamente espulso da prezzi sempre più alti.

Il diritto all’abitare e un’economia competitiva non sono nemici e non sono obiettivi contrapposti, anzi.

Per questo il 14 settembre lanciamo un’Iniziativa dei cittadini europei per il diritto all’abitare: firma ora a questo link per ricevere tutti gli aggiornamenti 💜⬇️

actionnetwork.org/forms/la-cas…

#DirittoAllaCasa #Volt #VoltEuropa

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Trump vuole la Space Force in stile "Starship Troopers"


Il presidente ha presentato uniformi ispirate al film del 1997, che il suo regista ha sempre definito una satira su una "utopia fascista". Nelle stesse ore South Park ha vinto l'Emmy con l'episodio che ritrae Trump a letto con Satana.

Donald Trump ha pubblicato domenica su Truth Social il bozzetto delle nuove uniformi della Space Force, il ramo delle Forze Armate statunitensi dedicato allo spazio, presentandolo come ispirato a "Starship Troopers". Il modello — giacca grigio scuro attillata, pantaloni coordinati, berretto con visiera, cintura nera e stivali alti — riprende, secondo il testo del post, "la disciplina e la funzionalità dell'uniforme degli Starship Trooper", ma è "modernizzato per i guardiani del dominio spaziale". Dal messaggio non è chiaro se si tratti di una proposta ufficiale destinata a essere sviluppata dall'Amministrazione o soltanto di una grafica condivisa dal presidente.

Il film del 1997, tratto dal romanzo di Robert Heinlein, è ambientato nel XXIII secolo e racconta la guerra dell'umanità contro gli Aracnidi, una specie aliena simile a giganteschi insetti. Il regista Paul Verhoeven, cresciuto nei Paesi Bassi occupati dai nazisti vicino a una base militare tedesca, ha sempre descritto il film come una satira di una "utopia fascista" e ha modellato le uniformi della Federazione proprio su quelle del regime nazista. "Ho deciso di fare un film su fascisti che non sono consapevoli del proprio fascismo", disse al Guardian nel 2018. Sui social, molti utenti hanno osservato che il bozzetto diffuso da Trump ricorda anche le uniformi degli ufficiali imperiali di Guerre Stellari.

La Space Force e la superiorità in orbita


Il bozzetto è comparso nel mezzo di una raffica di post pubblicati dal presidente durante il fine settimana, tra cui un'immagine della Luna accompagnata dalla scritta "The Moon is Ours", ovvero "La Luna è nostra", accanto alla bandiera americana. Trump istituì la Space Force nel dicembre 2019, durante il suo primo mandato. Il 28 agosto ha firmato un ordine esecutivo che ha avviato la creazione di un'accademia militare dedicata allo spazio, affidando a una Commissione guidata dalla NASA il compito di definirne struttura e programmi. "Si pensa a West Point, si pensa ad Annapolis, si pensa all'accademia dell'aeronautica e a quella della guardia costiera. Sono tutte ottime, ma ora avremo anche un'accademia della Space Force", ha detto.

La dottrina del corpo è delineata in un manuale pubblicato nell'aprile 2025, "Space Warfighting: A Framework for Planners", che definisce la superiorità spaziale come il "grado di controllo che consente alle forze di operare nel momento e nel luogo prescelti senza interferenze proibitive da parte di minacce spaziali o antispaziali, negando al tempo stesso la stessa possibilità all'avversario".

"South Park" vince l'Emmy che Trump non ha mai ottenuto


Nelle stesse ore in cui il presidente pubblicava il bozzetto delle uniformi ispirate ad un una "utopia fascista", South Park conquistava il suo quinto Emmy. Alla 78ª edizione dei Primetime Creative Arts Emmy Awards, domenica sera, la serie di Trey Parker e Matt Stone si è aggiudicata il premio per il miglior programma d'animazione, che non vinceva dal 2013, battendo tra gli altri Rick and Morty, I Simpson e Bob's Burgers.

Il riconoscimento è arrivato per "Sermon on the Mount", episodio di apertura della ventisettesima stagione, costruita attorno a una caricatura di Trump e a un attacco frontale alla Paramount, casa madre del canale che trasmette la serie. Nell'episodio premiato, il presidente è innamorato di Satana e intrattiene con lui una relazione violenta, mentre costringe una cittadina del Colorado a introdurre il cristianesimo nelle scuole. Nel corso della stagione compare anche in una scena di sesso con il vicepresidente JD Vance. Per celebrare la vittoria, gli account ufficiali della serie hanno pubblicato un fotomontaggio di Trump con i pantaloni abbassati e la statuetta in mano, accompagnato dalla frase "You finally got your Emmy", "Finalmente hai avuto il tuo Emmy".

Congratulations to Trey Parker, Matt Stone, and the entire South Park team on their Emmy win for Outstanding Animated Program! pic.twitter.com/KlpvuhhWH2
— South Park (@SouthPark) September 7, 2026


Trump, 80 anni, non ha mai vinto un Emmy. Come produttore esecutivo di The Apprentice fu candidato due volte, nel 2004 e nel 2005, ma in entrambi i casi il premio andò a The Amazing Race. "Mi hanno rubato un Emmy", disse nell'ultima puntata di Celebrity Apprentice, raccontando di essersi alzato in piedi prima ancora che fosse annunciato il vincitore perché convinto di avere vinto. Nel 2012 scrisse che gli Emmy "non hanno alcuna credibilità" e nel 2014 che "sono tutta politica", sostenendo che per questo motivo The Apprentice non avesse mai vinto nonostante le due candidature.

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Alla primarie in New Hampshire il candidato favorito è sfidato da sinistra, in Rhode Island il governatore rischia di perdere


Oggi il New Hampshire sceglie i candidati per il seggio al Senato di Shaheen e per il primo distretto. Domani in Rhode Island la rivincita tra McKee e Foulkes, avanti di oltre 20 punti nei sondaggi.
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Oggi il New Hampshire e domani il Rhode Island chiudono la stagione delle primarie di rilievo nazionale del 2026, a otto settimane dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre. In New Hampshire i due partiti scelgono i candidati per il seggio al Senato che la democratica Jeanne Shaheen lascia dopo tre mandati. Scelgono anche il candidato per il primo distretto alla Camera, libero perché il deputato democratico Chris Pappas corre proprio per il Senato. In Rhode Island i democratici decidono il destino del governatore Dan McKee, che rischia di diventare il primo governatore eletto a perdere le primarie del proprio partito dal 2014.

Pappas, quattro mandati alla Camera, è in corsa dall'aprile 2025, subito dopo l'annuncio del ritiro di Shaheen. Ha raccolto 15,4 milioni di dollari, molto più di ogni altro concorrente. Ha l'appoggio della stessa Shaheen, dell'altra senatrice dello stato Maggie Hassan, dell'ex governatore John Lynch e, dal 31 agosto, dell'ex vicepresidente Kamala Harris. Se fosse eletto, sarebbe il primo uomo dichiaratamente gay a sedere al Senato.

La scienziata Karishma Manzur ha però trasformato nelle ultime settimane una primaria che sembrava scontata. Manzur ha un dottorato in biochimica ed è iscritta ai Democratic Socialists of America, l'organizzazione della sinistra socialista-democratica. Ha raccolto appena 415.000 dollari, ma punta su un sistema sanitario pubblico universale (il "Medicare for All") e sulle critiche al governo israeliano. Attacca inoltre Pappas per i fondi ricevuti da donatori vicini all'AIPAC, la principale lobby filo-israeliana negli Stati Uniti. "Una settimana lavorativa di 40 ore dovrebbe bastare a pagare cibo, casa e sanità", ha detto a CBS Boston.

Un sondaggio dell'Università del New Hampshire condotto tra il 20 e il 24 agosto dà Pappas in vantaggio di 13 punti, 47 a 34 per cento. A giugno il margine era di 24 punti, ad aprile di 43 e a gennaio di 54. Un sondaggio del Saint Anselm College del 17 e 18 agosto lo dà avanti di 31 punti (59 a 28). Un sondaggio interno diffuso dalla sua campagna in risposta a quello dell'università lo dà avanti di 56 punti (71 a 15). I mercati delle previsioni Kalshi e Polymarket, dove si scommette con denaro vero sugli esiti politici, gli assegnano il 98 per cento di probabilità di vittoria. Due gruppi che lo sostengono hanno comunque speso 175.000 dollari negli ultimi giorni in telefonate e messaggi per portare i suoi elettori alle urne.

Tra i repubblicani la sfida è tra due ex senatori. John E. Sununu conquistò proprio questo seggio nel 2002 battendo l'allora governatrice Shaheen e lo perse contro di lei nel 2008. Scott Brown vinse nel 2010 l'elezione speciale in Massachusetts per il seggio che era stato di Ted Kennedy e fu battuto nel 2012 dall'attuale senatrice Elizabeth Warren. Si trasferì poi in New Hampshire, dove nel 2014 perse di misura contro Shaheen. A febbraio il presidente Donald Trump ha appoggiato Sununu nonostante anni di scontri con la sua famiglia. Sununu aveva sostenuto Nikki Haley alle primarie del 2024 e firmato un editoriale intitolato "Trump è un perdente". Il fratello Chris, governatore per otto anni fino al gennaio 2025, è stato uno dei critici repubblicani più duri del presidente prima di rinunciare a candidarsi al Senato.

Sununu ha raccolto 4,1 milioni di dollari contro i 2,2 di Brown. Ha beneficiato inoltre di 5 milioni spesi a suo favore o contro Pappas da Americans for Prosperity, il gruppo della rete politica conservatrice della famiglia Koch. Nella media dei sondaggi di Decision Desk HQ è avanti 57 a 22 per cento e nel sondaggio dell'università 60 a 20. Se vincesse a novembre tornerebbe al Senato il 3 gennaio 2027, 18 anni esatti dopo averlo lasciato. Secondo l'analisi di Geoffrey Skelley per Decision Desk HQ sarebbe il secondo intervallo più lungo tra due mandati di un senatore dal 1900 a oggi.

Il New Hampshire non elegge un senatore repubblicano dal 2010 e non vota per un candidato repubblicano alla presidenza dal 2000. I sondaggi sulla sfida di novembre tra Pappas e Sununu preoccupano però i democratici, come avevamo raccontato nella diretta di domenica. Il sondaggio dell'università dà Sununu avanti 45 a 43 per cento e quello del sondaggista repubblicano Fabrizio, Lee & Associates 37 a 36. Il Saint Anselm College dà invece Pappas avanti 48 a 41. Il modello previsionale di Decision Desk HQ assegna ai democratici circa 4 probabilità su 5 di tenere il seggio. Venerdì la campagna di Pappas ha comunque inviato una email di raccolta fondi intitolata "Stiamo perdendo".

I repubblicani controllano il Senato 53 a 47 e i democratici devono guadagnare quattro seggi netti per conquistarlo. Se perdessero il New Hampshire, dovrebbero strappare tre seggi invece di due tra Alaska, Iowa, Ohio e Texas, stati più conservatori dove il presidente ha vinto nel 2024.

La corsa al Senato di Pappas ha lasciato libero il primo distretto, dove Harris vinse di circa 2 punti nel 2024. La primaria democratica è tra le più incerte e costose dell'anno. Maura Sullivan, veterana dei Marine e funzionaria della Difesa e del dipartimento dei Veterani nell'amministrazione Obama, perse contro Pappas la primaria del 2018 per questo seggio e ha raccolto 3,6 milioni di dollari. Stefany Shaheen, ex consigliera comunale di Portsmouth e figlia della senatrice, ne ha raccolti 2,4 milioni. Carleigh Beriont, presidente della giunta comunale di Hampton e candidata dell'ala progressista, si ferma a 587.000 dollari.

Le spese dei gruppi esterni hanno superato gli 11 milioni di dollari, più dei fondi raccolti dai candidati. Circa 6,3 milioni sono andati contro Sullivan o a favore di Shaheen e 4,9 milioni nella direzione opposta. Con poche differenze sui programmi, Shaheen ha mandato in onda uno spot che accusa Sullivan di aver ricevuto il 90 per cento dei fondi da fuori dal New Hampshire, in buona parte da donatori vicini all'AIPAC. Sullivan la accusa a sua volta di volersi far eleggere grazie al cognome.

Sullivan era leggermente favorita nei pochi sondaggi disponibili, ma il campo dei candidati è cambiato negli ultimi giorni. A fine agosto il progressista Heath Howard ha sospeso la campagna, con un possibile vantaggio per Beriont. Domenica l'ex avvocato del Pentagono Christian Urrutia, che si era largamente autofinanziato senza mai arrivare al 10 per cento nei sondaggi, si è ritirato e ha appoggiato Shaheen. Sabato Shaheen aveva ottenuto anche il sostegno di Carol Shea-Porter, deputata del distretto per quattro mandati e punto di riferimento dei progressisti dello stato. Sullivan ha risposto che l'appoggio di Urrutia non conta "per niente".

Il vincitore affronterà probabilmente Anthony DiLorenzo, concessionario di automobili che ha finanziato in gran parte da solo i 2,5 milioni di dollari della sua campagna e che a luglio ha ricevuto l'appoggio del presidente. Nella primaria repubblicana se la vede con il deputato statale Brian Cole e con Hollie Noveletsky, a capo di un'azienda di carpenteria metallica. Noveletsky nel 2024 perse di misura la primaria per questo seggio e nel sondaggio dell'università era addirittura davanti a DiLorenzo. In New Hampshire si scelgono oggi anche i candidati per il governatore, per il secondo distretto e per le cariche e le assemblee statali. La governatrice repubblicana Kelly Ayotte ha un'opposizione minima nella primaria e sfiderà a novembre la democratica Cinde Warmington.

In New Hampshire chi è registrato come democratico o repubblicano può votare solo nella primaria del proprio partito. I circa 352.000 elettori senza affiliazione, il gruppo più numeroso tra i circa 899.000 iscritti alle liste (300.000 repubblicani e 247.000 democratici), possono invece scegliere in quale delle due votare. Nel 2024 furono espresse circa 135.000 schede nella primaria repubblicana e 118.000 in quella democratica. I seggi chiudono nella maggior parte dei comuni alle 19 ora locale (l'una di notte di mercoledì in Italia) e in una ventina di essi alle 20 (le 2 in Italia).

In Rhode Island si vota di mercoledì e non di martedì perché lo stato ha spostato la data di un giorno per dare più tempo agli uffici elettorali dopo la festa del Labor Day. McKee affronta la rivincita contro Helena Buonanno Foulkes, ex dirigente della catena di farmacie CVS. Nella primaria del 2022 l'aveva battuta di misura, con il 33 per cento contro il 30 di Foulkes e il 26 di una terza candidata, Nellie Gorbea. McKee era diventato governatore nel 2021 dalla carica di vicegovernatore, quando Gina Raimondo era entrata nell'amministrazione Biden.

Questa volta la sfida è a due e nella media dei sondaggi di Decision Desk HQ Foulkes è avanti 47 a 24 per cento e un sondaggio di WPRI ed Emerson College di fine agosto le dà 15 punti di vantaggio. Gli indecisi sono ancora molti, ma McKee è molto impopolare. Nel sondaggio dell'Università del New Hampshire di fine agosto l'80 per cento degli elettori del Rhode Island disapprova il suo operato, compresi il 71 per cento dei democratici registrati e l'83 per cento degli elettori senza affiliazione, che anche qui possono votare nella primaria di uno dei due partiti.

Il problema principale di McKee è il Washington Bridge, il ponte tra Providence ed East Providence. Nel 2023 il governatore ordinò la chiusura della carreggiata in direzione ovest per motivi di sicurezza e le conseguenze sul traffico e sull'economia dell'area metropolitana hanno esasperato gli elettori. Foulkes lo accusa di aver gestito male la chiusura e di aver riempito il dipartimento dei Trasporti di amici e alleati politici. McKee, che di recente ha incassato diversi appoggi sindacali, la attacca per il suo passato in CVS e per il ruolo della catena nell'eccesso di prescrizioni di oppioidi. Se perdesse con i circa 20 punti di distacco indicati dai sondaggi, McKee finirebbe tra le dieci peggiori sconfitte di un governatore in una primaria dal dopoguerra, secondo l'analisi di Skelley. Il record resta quello di Neil Abercrombie, che nel 2014 alle Hawaii perse 67,4 a 31,5 per cento contro David Ige. È l'ultimo caso di governatore eletto bocciato dal proprio partito.

A novembre il vincitore affronterà probabilmente Elaine Pelino, ex attrice e comica che si definisce "una repubblicana orgogliosamente MAGA", dal nome del movimento del presidente. In un sondaggio dell'università su un campione molto ridotto Pelino è avanti 42 a 17 per cento sul candidato sostenuto dal partito, Aaron Guckian. In corsa c'è anche l'indipendente Ken Block, intorno al 20 per cento nei sondaggi. I repubblicani non superano però il 40 per cento in una corsa per il governatore del Rhode Island dal 2006.

Sulla scheda democratica del Rhode Island ci sono anche due corse affollate e senza un candidato sostenuto dal partito, con oltre quattro elettori su dieci ancora indecisi nei sondaggi. I candidati sono cinque per vicegovernatore e quattro per procuratore generale. Tra i primi c'è l'uscente Sabina Matos, accusata giovedì dal rivale Xay Khamsyvoravong di appoggiarsi a un super PAC finanziato da aziende farmaceutiche, da una società di carceri private e da grandi aziende tecnologiche. I super PAC sono i comitati che possono raccogliere fondi senza limiti.

Tra i repubblicani, nel secondo distretto alla Camera il candidato del partito, il chirurgo Stephen Skoly, se la vede con l'imprenditore Vic Mellor. Mellor ha messo nella campagna oltre 2,7 milioni di dollari propri e si definisce "un orgoglioso J6er", cioè uno di quelli che entrarono nel Campidoglio il 6 gennaio 2021. Il vincitore sfiderà a novembre il deputato democratico Seth Magaziner.

Un'analisi del Providence Journal sulle liste elettorali mostra che dal 2024 molti elettori del Rhode Island hanno lasciato il Partito Democratico per registrarsi come indipendenti. Gli elettori senza affiliazione sono passati dal 47 al 51,5 per cento dei 792.404 iscritti, i democratici sono scesi dal 39,1 al 34,3 per cento e i repubblicani sono rimasti intorno al 14. Il voto anticipato di persona nei primi otto giorni è più che triplicato rispetto al 2024, 10.201 schede contro 3.611. L'affluenza alle primarie dello stato resta però bassa: sotto il 10 per cento nel 2024 e al 16,9 per cento nel 2022. I seggi chiudono alle 20 ora locale, le 2 di notte di giovedì in Italia.


Che cosa ci siamo detti nella diretta di domenica 6 settembre


A meno di due mesi dal voto del 3 novembre non è ancora chiaro con quali regole si voterà per posta negli Stati Uniti. Il 4 settembre una giudice federale ha sospeso fino alle elezioni le nuove procedure volute dalla Casa Bianca, ma nello stesso giorno in North Carolina sono partite le prime schede e una decina di elettori ha già votato. È stato questo il tema principale della diretta di ieri sera alle 21, insieme all’aggiornamento sui nostri modelli per Camera e Senato e all’accordo firmato a Caracas che coinvolge anche l’Eni.

Le dirette proseguono ogni domenica alle 21 fino al giorno del voto, su YouTube, Facebook e X. L’ultima parte di ogni appuntamento è dedicata alle domande del pubblico, raccolte nei commenti durante la trasmissione.
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Chi decide le regole del voto per posta


La diretta si è aperta con la ricostruzione di una vicenda che nelle ultime settimane è diventata difficile da seguire, tra nuovi regolamenti, ricorsi e decisioni contraddittorie dei tribunali. Il punto di partenza è il 31 marzo, quando Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che punta a cambiare le procedure del voto per posta, una modalità che il presidente contesta da anni perché la associa ai presunti brogli delle elezioni del 2020.

L’ordine esecutivo prevede tre cose: elenchi sulla cittadinanza compilati dal Dipartimento della Sicurezza Interna e trasmessi agli Stati, priorità alle indagini e alle azioni penali contro chi invia illegalmente schede a persone che non hanno diritto di voto e, soprattutto, l’incarico al servizio postale di introdurre nuovi requisiti per la spedizione delle schede.

Il 24 agosto la Corte Suprema, con 6 voti contro 3, ha sospeso il blocco che una corte inferiore aveva imposto all’ordine esecutivo, perché secondo la maggioranza dei giudici gli Stati lo avevano contestato troppo presto, prima che producesse un danno concreto. Una vittoria per Trump, ma non un’approvazione definitiva delle nuove regole, che restano impugnabili nel merito. Due giorni dopo è arrivato il regolamento definitivo del servizio postale: nuovi requisiti per le buste, codici a barre per tracciare le schede e caricamento dei dati dei destinatari su un portale federale, cosa che equivarrebbe a un elenco degli elettori gestito a livello federale. È il punto che nessuno degli Stati ricorrenti è disposto ad accettare.

Il 27 agosto la giudice federale Indira Talwani, di Boston, ha sospeso per 14 giorni le disposizioni del regolamento. Il 3 settembre l’Amministrazione ha chiesto alla Corte Suprema di sospendere anche questo blocco, ma il giorno successivo Talwani lo ha sostituito con un’ingiunzione preliminare che congela le nuove regole fino alle elezioni di novembre. La giudice contesta il potere del servizio postale di imporre quelle condizioni senza un’autorizzazione del Congresso e avverte che cambiare le procedure così tardi rischia di impedire il voto a milioni di elettori aventi diritto, oltre a generare un caos difficile da governare. Gli Stati sostengono ora che il ricorso presentato alla Corte Suprema sia superato, mentre la Casa Bianca ha depositato un nuovo esposto.

Alessandro Benedetto Carelli, collegato da Washington, ha spiegato che la battaglia riguarda in realtà chi abbia l’autorità di stabilire quelle regole: il Congresso oppure la Casa Bianca, che ritiene di poterlo fare attraverso il servizio postale. Uno scontro simile era già avvenuto nel 2020, nello stesso periodo dell’anno, quando il servizio postale pubblicò nuovi regolamenti e i democratici protestarono, mentre Trump parlava di brogli quando ancora non si era votato.

Nel frattempo restano in vigore le regole attuali, cioè il voto per posta senza codici univoci e senza registro nazionale. Il problema, ha aggiunto Carelli, è il calendario: se la Corte Suprema si esprimesse tra uno o due mesi, le persone che hanno già votato non sarebbero più una decina ma decine o centinaia di migliaia, soprattutto in Stati come Virginia, North Carolina, Colorado e Oregon. La Corte dovrebbe allora pronunciarsi anche sulla validità dei voti già espressi, oltre che sui regolamenti.

Un responsabile elettorale di contea che oggi deve spedire le schede, ha spiegato Carelli, dovrebbe procedere con le regole in vigore, perché l’ingiunzione della giudice ha valore federale finché la Corte Suprema non interviene. Il rischio esiste e riguarda anche i repubblicani: in Florida e in Arizona sono soprattutto gli anziani a votare per posta e, nonostante il calo degli ultimi anni dovuto proprio agli attacchi di Trump, resta una modalità molto usata dal suo elettorato. Cambiare le regole a votazioni iniziate aprirebbe inoltre una questione costituzionale sul diritto di voto.

C’è poi un elemento che rende il voto per posta più importante del solito: in alcuni Stati stanno chiudendo dei seggi. In Texas i luoghi dove si vota sono 92 in meno rispetto al 2024, dopo la revisione delle liste elettorali che ha eliminato elettori deceduti o inattivi da vent’anni ma che, in alcuni casi, ha cancellato anche persone regolarmente registrate e che avevano votato di recente, costrette poi a iscriversi di nuovo.

Quanto pesa davvero il voto per posta


Per dare una dimensione al problema, Lorenzo Ruffino ha ricordato che nel 2024 circa il 30% degli elettori americani ha votato per posta, vale a dire 48 milioni di persone. La diffusione cambia molto da Stato a Stato: in Oregon e Washington vota per posta quasi la totalità degli elettori, alle Hawaii, in Utah e in Colorado si supera il 90%, in California l’80% e in Arizona il 75%, mentre nel Sud la modalità è molto meno usata e nel Nord-est si ferma intorno al 30%.

Non è quindi una prerogativa degli Stati democratici, visto che riguarda tanto la California quanto lo Utah, uno degli Stati più repubblicani del Paese. Ed è un sistema sicuro: non esiste alcuna prova di manipolazione di massa e nel 2024, a differenza del 2020, anche i repubblicani lo hanno utilizzato senza problemi. Le schede respinte sono circa l’1% e quasi sempre per questioni di firma, perché manca oppure perché non corrisponde a quella depositata, non per voti falsi.

Diverse ricerche mostrano inoltre che il voto per posta non fa aumentare molto l’affluenza complessiva, perché è soprattutto un modo per anticipare il voto: l’effetto stimato è di circa 2 punti. Resta però un fattore importante in un Paese in cui si vota di martedì, in un normale giorno lavorativo e in cui i seggi sono molto più grandi dei nostri, con code che possono diventare chilometriche.

La data da tenere a mente adesso è quella del 19 settembre, termine ordinario per trasmettere le schede a tutti gli elettori militari e ai cittadini americani residenti all’estero. È una scadenza che riguarda anche chi conduce queste dirette, visto che Daniele Angrisani è cittadino americano e vota dall’Italia proprio per posta.

Il tasso di approvazione di Trump e il generic ballot


Con Davide Cocuzzi assente, è stato ancora Ruffino a occuparsi dei sondaggi sull’operato del presidente. Come Cocuzzi ha scritto nell’articolo pubblicato poche ore prima della diretta, c’è stata una risalita, ma il quadro resta profondamente negativo: nella nostra media l’approvazione è al 38,8% e la disapprovazione al 56,9%, per un net rating di -18. È il dato peggiore di sempre in questa fase del mandato, peggiore anche di quello del suo primo mandato e di quello di Joe Biden.

Le altre medie raccontano la stessa storia: il Silver Bulletin è a circa -19, molto vicino a noi, mentre RealClearPolitics resta la più favorevole al presidente con -16,5. Tra le singole rilevazioni ce ne sono poi alcune molto dure, come quella di Ipsos che indica un net rating di -30 e quella della University of Massachusetts che arriva a -32.

Secondo Ruffino è improbabile un forte recupero nei prossimi mesi. Pesano la guerra in Iran, un tema che rimane estremamente negativo e di cui gli elettori non vogliono sapere nulla e soprattutto il ritorno dell’inflazione, che il presidente ha finora scelto di ignorare. È il paradosso della sua situazione: sul costo della vita e sul prezzo della benzina Trump ha costruito la campagna che gli ha fatto vincere le elezioni meno di due anni fa, mentre oggi è uno dei temi su cui va peggio, insieme all’immigrazione.

Il generic ballot, cioè il sondaggio in cui si chiede agli elettori se voterebbero per un candidato democratico o repubblicano al Congresso senza indicarne il nome, non registra invece variazioni rispetto alla settimana scorsa e resta intorno ai 5,5-5,6 punti di vantaggio per i democratici. È un dato stabile da febbraio-marzo, con oscillazioni minime. Proprio questa settimana un’analisi del Silver Bulletin invitava a diffidare delle medie che mostrano grandi sbalzi nel generic ballot, perché di solito il problema sta nel modo in cui la media è costruita e non in movimenti reali dell’elettorato.

Come evolverà nei prossimi due o tre mesi non è chiarissimo. Storicamente le variazioni arrivano dopo il Labor Day, che quest’anno cadeva proprio lunedì e che segna l’inizio vero della campagna elettorale. Di norma in questa seconda fase i democratici perdono qualcosa. Con un presidente così impopolare, però, è possibile che non succeda nulla o che il vantaggio cresca, anche perché i sondaggi locali per il Senato sono migliori di quanto il solo generic ballot lascerebbe prevedere.

Le previsioni sulla Camera dei Rappresentanti


Il nostro modello continua a prevedere una vittoria democratica alla Camera con 223 seggi, contro una maggioranza fissata a quota 218, con una probabilità di circa l’80%. Il punto di equilibrio, ha spiegato Ruffino, è intorno ai tre punti di vantaggio nel generic ballot: sopra quella soglia i democratici dovrebbero vincere nonostante il gerrymandering repubblicano, mentre per perdere la Camera dovrebbero scendere attorno ai due punti e mezzo.

È uno scenario che appare improbabile, salvo scossoni di grande portata nei prossimi mesi, tanto che altri modelli sono ancora più favorevoli ai democratici del nostro. Storicamente, del resto, il partito all’opposizione conquista quasi sempre la maggioranza alla Camera nelle elezioni di metà mandato. Discorso diverso, invece, per il Senato.

Le previsioni sul Senato


Al Senato si parte da 53 seggi repubblicani contro 47 democratici, un vantaggio costruito nel 2024, quando Trump era sulla scheda elettorale. Questa volta però in palio ci sono soprattutto seggi repubblicani e per questo Carelli l’ha definita un’elezione che i repubblicani hanno da perdere.

Le corse più competitive sono sei: cinque sono oggi in mano ai repubblicani, ovvero Alaska, Iowa, Maine, Ohio e Texas, mentre una è democratica, il Michigan, dove il senatore Gary Peters non si ricandida e Abdul El-Sayed, vincitore delle primarie democratiche contro Haley Stevens, affronta il repubblicano Mike Rogers. Ai democratici non bastano 50 seggi: devono arrivare a 51, perché in caso di parità il voto decisivo spetta al vicepresidente JD Vance. Devono quindi vincerne quattro su sei, mentre il nostro modello ne stima 52.

Il Maine è stato vinto da Kamala Harris per circa 4 punti e il Michigan da Trump per 1,5: in entrambi i casi la situazione è complicata. Susan Collins ottiene sistematicamente più voti del candidato presidenziale repubblicano, intercettando anche molti elettori democratici. In Michigan, invece, Carelli ritiene la corsa competitiva perché il candidato democratico non è tra i migliori possibili, pur considerando più probabile una vittoria del suo partito.

Le vere sorprese restano Iowa e Ohio, due Stati che da tempo votano repubblicano. In Ohio si vota per il seggio che era di JD Vance e che è poi passato a Jon Husted, nominato dal governatore, il quale si trova ora ad affrontare l’ex senatore democratico Sherrod Brown. In Iowa il candidato democratico è Josh Turek e anche lì i sondaggi indicano una corsa aperta.

North Carolina e Georgia non rientrano invece tra le sei perché appaiono meno incerte. In North Carolina tutte le medie danno l’ex governatore Roy Cooper avanti tra i 4 e gli 8 punti sull’ex presidente del Comitato nazionale repubblicano Michael Whatley. In Georgia Jon Ossoff è avanti tra i 3 e i 6 punti a seconda della media, anche perché nelle primarie repubblicane c’è stata una battaglia interna in cui un candidato molto popolare, non appoggiato da Trump, ha rischiato di vincere.

Il problema per i democratici potrebbe arrivare da dove non se lo aspettano, cioè dal New Hampshire, dove tre o quattro sondaggi recenti hanno mostrato numeri preoccupanti. Chris Pappas, deputato del primo distretto dello Stato, era dato per vincente con un ampio margine, ma affronta John Sununu, già senatore e fratello dell’ex governatore, che negli ultimi rilevamenti si è avvicinato fino alla parità o a uno o due punti di distanza. Il Minnesota, altro seggio aperto, dovrebbe invece andare ai democratici.

Sul Texas, di cui avevamo già parlato la settimana scorsa, sono cominciate dal Labor Day le prime pubblicità elettorali pesanti, quelle che accompagneranno la campagna fino a novembre, con i repubblicani che stanno investendo molto. Il fatto stesso che il Texas sia competitivo rappresenta un problema per loro, perché è un mercato molto costoso e i soldi spesi lì vengono sottratti ad altre corse utili a difendere la maggioranza.

The 51st: l’intervista a Tommaso Labate


Nel frattempo è uscita la prima intervista di The 51st, la nuova rubrica curata da Salvatore Stanizzi. L’ospite è Tommaso Labate, firma da anni del Corriere della Sera e conduttore di Realpolitik su Rete 4.

Stanizzi ha spiegato di aver scelto Labate per tre ragioni. La prima è che il punto di vista giusto con cui aprire la rubrica era quello capace di dire che cosa noi europei, e in particolare noi italiani, sbagliamo quando leggiamo gli Stati Uniti. La seconda è che Labate ha sempre raccontato la politica andando oltre l’analisi dei fatti, attraverso i rapporti personali, le informazioni riservate e le voci nei palazzi. La terza è il rapporto tra Trump e Giorgia Meloni, oggi molto deteriorato, su cui serviva lo sguardo di un osservatore privilegiato della politica italiana.

Il passaggio più discusso è quello in cui Labate afferma che la solidità di una democrazia si dimostra quando le sue radici sono più forti del taglialegna armato di sega elettrica, e che proprio la Corte Suprema, anche sui dazi, si è dimostrata più solida della volontà di Trump. Una lettura che sembra in tensione con quanto accaduto il 24 agosto, quando la stessa Corte ha dato ragione all’Amministrazione sul voto per posta, seppure solo sul piano procedurale.

Secondo Stanizzi non c’è contraddizione, perché negli ultimi mesi le decisioni sono andate in entrambe le direzioni. La Corte si è pronunciata contro l’Amministrazione a giugno proprio sul voto per posta, stabilendo che vanno conteggiate anche le schede che arrivano dopo la chiusura dei seggi, poi sulla tutela della Federal Reserve e sui dazi; le ha invece dato ragione sull’abolizione dello ius soli, sullo sblocco dei lavori della East Wing, sulla riforma del finanziamento elettorale, sull’immigrazione e sull’immunità presidenziale. Labate non sostiene quindi che la Corte sia un argine totale a Trump, ma che una democrazia è solida quando le sue radici reggono a chi prova a forzarle: oggi il Partito Repubblicano appare molto appiattito sulle posizioni del presidente, mentre la Corte, pur avendo una maggioranza conservatrice schiacciante e giudici nominati dallo stesso Trump, ha votato più volte contro la sua volontà, in particolare bloccando l’uso sistematico degli ordini esecutivi.

La prossima intervista uscirà martedì e sarà con Kyle Kondik, managing editor del Crystal Ball, e sarà molto diversa dalla prima perché si sposterà sul terreno delle midterm, del gerrymandering e delle mappe elettorali. Seguiranno Larry Sabato e il corrispondente dalla Casa Bianca Jacopo Luzzi. Ogni intervista è composta da dieci domande, di cui la prima e l’ultima uguali per tutti (che cosa non riusciamo a vedere degli Stati Uniti e un ricordo personale legato al Paese), mentre le altre sette cambiano a seconda dell’ospite.

Labate: «L’elezione di Trump è stata la vera sfortuna di Meloni. A lui piace dare ordini»
La prima conversazione di The 51st è con Tommaso Labate, giornalista e conduttore di Realpolitik su Rete 4. Da Trump a Meloni, dalla nuova destra all’algoritmo, fino alla tenuta delle democrazie occidentali.
Focus AmericaSalvatore Stanizzi

L’accordo sul petrolio venezuelano e il ruolo dell’Eni


Mercoledì a Caracas è stato firmato il contratto di partecipazione produttiva degli idrocarburi, alla presenza del ministro dell’Energia americano Chris Wright, dell’amministratore delegato della società di Stato venezuelana, di Delcy Rodríguez e del ministro dell’Energia del Venezuela. Simona Fonda ha spiegato che l’Eni è firmataria dell’accordo e ne è la vera protagonista, Stati Uniti a parte.

All’azienda italiana spetta infatti la gestione e la responsabilità esclusiva, sia finanziaria sia commerciale, del giacimento Junín 5, che rientra tra i cosiddetti giant field e ha 35 miliardi di barili già certificati. Gli Stati Uniti hanno invece ottenuto l’accesso a 17 aree petrolifere, come avevamo raccontato nei giorni scorsi. L’Eni è presente in Venezuela dal 1998, quindi da 28 anni, con partecipazioni anche in altri giacimenti e nella produzione di gas.

Quanto queste opportunità dipendano dalla situazione politica venezuelana resta però una domanda aperta. L’accordo è stato concluso sotto la presidenza di Delcy Rodríguez, insediata dopo la cattura di Nicolás Maduro, che ha quindi tutto l’interesse a favorire l’Amministrazione americana. La popolazione venezuelana aveva inizialmente accolto bene l’intervento statunitense, perché quella di Maduro era una dittatura e perché il petrolio del Paese finiva ai russi, ma ora emerge un certo malcontento: molti speravano in una sostituzione del regime che non c’è stata.

C’è poi un elemento che dice qualcosa della politica estera dell’Amministrazione, apparentemente schizofrenica: Trump elogia quasi sempre Vladimir Putin, ma intanto gli sta togliendo gli alleati uno dopo l’altro, dal Venezuela all’Iran. In ogni caso, ha concluso Fonda, il Venezuela ha le riserve di petrolio più grandi al mondo e qualunque governo salga al potere avrà interesse a far ripartire l’economia.

La sessione finale di Q&A


La prima domanda del pubblico riguardava il socialismo democratico: consolidamento o moda passeggera? Secondo Fonda non è una moda, ma una corrente che ha preso piede soprattutto tra i giovani. All’interno del Partito Democratico sembra però in atto una correzione di rotta verso il centro, mai dichiarata apertamente: anche esponenti della sinistra come Alexandria Ocasio-Cortez hanno cominciato a insistere su lavoro ed economia, temi concreti in un Paese in cui le uova sono arrivate a costare 20 dollari a confezione.

Un’altra domanda chiedeva se Trump sia ormai al livello di Jimmy Carter nel 1980. Stanizzi ha risposto che il paragone non è campato in aria sul piano dei numeri, visto che alcune rilevazioni danno il presidente al 36% e altre addirittura al 33%, mentre Carter toccò il minimo nel settembre del 1980 con il 37-38% di approvazione e il 55% di disapprovazione, prima di perdere sonoramente contro Ronald Reagan. La differenza decisiva, però, è che Carter era candidato e Trump no: le midterm sono 435 elezioni alla Camera, 35 seggi al Senato e le corse per i governatori, non un referendum su una singola persona, per quanto il presidente tenda a personalizzare ogni sfida. Alla proposta di un paragone alternativo con Bush nel 2006, Stanizzi ha ricordato che quattro anni prima, con l’11 settembre di mezzo, allo stesso Bush le midterm erano invece andate molto bene.

Sul Kansas, Carelli ha descritto una situazione simile a quella del Nebraska: candidati indipendenti che sfidano i repubblicani perché il Partito Democratico è troppo impopolare per farlo direttamente, con i candidati democratici usciti dalle primarie che si sono ritirati per non togliere voti. In Kansas prevede comunque una vittoria repubblicana, salvo una sconfitta nazionale di proporzioni simili a quella del 2006. Guarderebbe piuttosto al Nebraska, dove Dan Osborn aveva già perso di poco contro Deb Fischer e ora affronta Pete Ricketts, più vulnerabile perché da governatore si era autonominato al Senato.

A chi chiedeva se i democratici possano davvero vincere in Ohio o in Texas, Ruffino ha risposto che i sondaggi sono ottimi per loro un po’ ovunque, non solo in quei due Stati. L’Ohio appare più alla portata, perché Sherrod Brown ha rappresentato lo Stato per molti anni prima di perdere e resta un nome forte e molto conosciuto. Il Texas è invece più difficile da prevedere: tutti i sondaggi danno James Talarico leggermente avanti, cosa che nel 2018 non era mai accaduta, ma molto dipenderà dagli elettori ispanici, passati in larga parte ai repubblicani nel 2024 e che Trump sembra aver perso con le politiche sull’immigrazione. Il punto è capire se andranno davvero a votare, visto che hanno storicamente un’affluenza più bassa. Non è un caso che anche i seggi della Camera in bilico in Texas siano quelli del sud dello Stato, dove la popolazione ispanica è altissima.

L’ultima domanda riguardava Susan Collins. Carelli, che ha dichiarato apertamente il proprio bias di ammiratore della senatrice, ha spiegato che il problema dei democratici nasce dalla sostituzione del candidato: Jackson è più forte di Platner, ha esperienza legislativa a livello statale, viene dalla stessa contea di Collins e può attrarre elettori rurali, ma ha cambiato posizione praticamente su tutto rispetto a quando era un democratico conservatore contrario all’aborto e al matrimonio omosessuale. Se i democratici vinceranno, sarà quindi più per i fundamentals che per il candidato: nel 2024 il Maine ha tenuto meglio della media nazionale, con Harris scesa a 4-5 punti di vantaggio rispetto agli 8-9 di Biden.

Collins resta però un caso a parte, con elettori democratici anziani che continuano a dirsi soddisfatti del suo lavoro. Oggi presiede inoltre la commissione Appropriazioni, decidendo dove vanno i soldi stanziati e potendo quindi dirottarli nel proprio Stato: è quello che fece Lisa Murkowski per l’Alaska, contribuendo alla sua rielezione. Le due campagne sono agli antipodi, con Collins concentrata sui risultati ottenuti e Jackson all’attacco sul fatto che sia senatrice dai tempi di Bill Clinton pur avendo promesso di fermarsi dopo due mandati. Per Carelli sarà sul filo del rasoio.

Sono rimaste fuori le domande sull’Alaska e quella sul seggio del Missouri, dove la Corte Suprema dello Stato ha bloccato la nuova mappa elettorale e la vicenda potrebbe finire davanti alla Corte Suprema federale: ne parleremo nelle prossime dirette.

Chi non ha seguito la diretta può rivederla sul nostro sito. Il prossimo appuntamento è domenica alle 21.


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La rassegna stampa di martedì 8 settembre 2026


I dazi ritorsivi del Canada aprono una nuova fase della guerra commerciale, mentre proseguono le indagini sullo schianto del cargo Amazon a Miami e i prezzi record della benzina segnano il Labor Day, con l'America che ricorda l'11 settembre a venticinque anni dagli attentati

Questa è la rassegna stampa di martedì 8 settembre 2026

Il Canada impone nuovi dazi sui prodotti americani e la guerra commerciale si intensifica


I dazi ritorsivi di Ottawa su circa 27,6 miliardi di dollari di beni statunitensi entrano in vigore dopo la mezzanotte di martedì, in risposta alle tariffe recenti imposte dall'Amministrazione Trump. Il presidente ha reagito invocando sui social un boicottaggio del gruppo canadese Bombardier, alimentando i timori di un'ulteriore escalation.

Fonti: New York Times, Financial Times, Semafor

Le indagini sullo schianto dell'aereo cargo di Amazon a Miami si concentrano su velocità e sicurezza della pista


Un aereo cargo Boeing operato per Amazon è uscito di pista per circa 400 metri durante il fine settimana del Labor Day, prendendo fuoco e travolgendo due veicoli con otto persone a bordo. La presidente dell'NTSB ha definito la scena "devastante" e ha annunciato il recupero delle scatole nere, mentre l'inchiesta valuta la velocità del velivolo e le protezioni di fine pista.

Fonti: New York Times, Wall Street Journal, ABC News

I prezzi della benzina toccano un record per il Labor Day mentre prosegue la guerra con l'Iran


Il prezzo medio del carburante ha raggiunto i 4,14 dollari al gallone, il valore più alto mai registrato per il fine settimana del Labor Day, superando il precedente record del 2012. L'impennata è legata alle interruzioni energetiche provocate dalla guerra con l'Iran, che pesano sui consumatori sia negli Stati Uniti sia nella Repubblica islamica.

Fonti: The Hill, Semafor

La campagna per le elezioni di metà mandato entra nella fase decisiva


I candidati nelle corse più contese per la Camera e il Senato hanno aperto la volata finale con eventi per il Labor Day tra feste, sedi sindacali e parate. I riflettori sono puntati su Dallas, dove i repubblicani tengono una convention di due giorni per rilanciare le loro possibilità alle urne.

Fonti: ABC News, The Hill

Un seggio democratico al Senato è a rischio nel New Hampshire con l'avanzata di Sununu


Il New Hampshire non elegge un senatore repubblicano da sedici anni, ma i democratici rischiano ora di perdere il seggio a favore dell'erede di una dinastia politica. Un'eventuale sconfitta comprometterebbe le loro possibilità di controllare la camera alta.

Fonti: Bloomberg

Trump pubblica una mappa con la bandiera americana estesa su Canada, Groenlandia e Messico


Il presidente ha diffuso sui social una mappa in cui il disegno della bandiera statunitense ricopre gran parte del Nord America, oltre all'Islanda e ad alcune isole caraibiche. Il post si inserisce nelle sue ripetute rivendicazioni territoriali oltre i confini degli Stati Uniti.

Fonti: The Hill

A venticinque anni dall'11 settembre, l'America riflette tra divisioni e nuovi documenti


Nel venticinquesimo anniversario degli attentati, il dibattito politico si interroga sulla perdita dell'unità nazionale seguita alla tragedia e sulle fratture che ne sono derivate. L'amministrazione Mamdani a New York rende intanto pubbliche oltre 170.000 pagine sui rischi per la qualità dell'aria attorno a Ground Zero, mentre i procuratori rinunciano a un appello per proteggere il processo del 2028 al presunto ideatore degli attacchi.

Fonti: Wall Street Journal, New York Times, Fox News

Hunter Biden lancia una meme coin ispirata alla vicenda del suo laptop


Il figlio dell'ex presidente Joe Biden ha annunciato il debutto di una criptovaluta meme, scambiata con il simbolo $LAPTOP, in riferimento alla controversia che lo ha travolto dal 2020. Il lancio, anticipato dal Wall Street Journal, è stato promosso con un video che raccoglie spezzoni di servizi giornalistici sul caso.

Fonti: The Hill

Le forze statunitensi affondano una nave rifornimento legata a un cartello ecuadoriano nel Pacifico


Il Comando Sud ha reso noto che le forze americane hanno affondato un'imbarcazione del gruppo Los Choneros nell'Oceano Pacifico orientale, ritenuta di supporto al narcotraffico via mare. L'operazione rientra nella crescente pressione militare di Washington contro le reti di traffico di droga nella regione.

Fonti: Fox News

Corey Lewandowski al centro del potere al dipartimento della Sicurezza interna


Lo stretto consigliere della segretaria Kristi Noem avrebbe di fatto controllato miliardi di dollari di spesa al dipartimento della Sicurezza interna. Lewandowski nega di aver cercato affari o di aver avuto un ruolo nell'assegnazione degli appalti dell'agenzia.

Fonti: Wall Street Journal

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Rob Sand rifiuta l'aiuto di Harris nella corsa a governatore dell'Iowa


Il revisore dei conti dell'Iowa è l'ultimo democratico eletto in tutto lo Stato e la migliore occasione del partito in vent'anni. Al comitato nazionale promette battaglia sul calendario del 2028.

Rob Sand non vuole Joe Biden né Kamala Harris a fare campagna elettorale per lui in Iowa. "No, grazie. Andiamo avanti. Abbiamo bisogno di nuovi leader", ha risposto il candidato democratico alla carica di governatore quando Politico gli ha chiesto se gradirebbe il sostegno dell'ex vicepresidente. Su Biden è stato ancora più secco: "No. Ma può ancora farlo, adesso?".

Sand ha 44 anni ed è il revisore dei conti dell'Iowa, la carica elettiva che controlla come lo Stato spende i soldi pubblici. È l'ultimo democratico rimasto a ricoprire un incarico votato da tutti gli elettori dello Stato ed è la migliore occasione del suo partito per riprendersi la guida dell'Iowa da vent'anni. L'ultima volta che un democratico ha vinto la corsa a governatore era il 2006.

Quell'anno alla Casa Bianca c'era un presidente repubblicano impopolare, la guerra in Medio Oriente era impopolare e la benzina costava cara. Le stesse condizioni si ripetono adesso, con la benzina a quattro dollari al gallone e il diesel sopra i cinque, mentre i dazi e i rincari di carburanti e fertilizzanti pesano su un'agricoltura già in difficoltà. Il clima nazionale favorisce i democratici, che nelle elezioni suppletive per i parlamenti statali stanno strappando seggi ai repubblicani.

L'Iowa è quarantottesimo tra i cinquanta Stati per crescita del reddito personale nella media degli ultimi tre anni, è primo per crescita dei tumori e ha un sistema scolastico che era il migliore del paese e oggi sta nella metà bassa della classifica. Sono i numeri con cui Sand riassume dieci anni di governo repubblicano senza contrappesi. "Ci sono molte persone in questo Stato che si guardano intorno e dicono: ho votato per i repubblicani, ma sembrano comportarsi molto più da politici che da altro", ha detto a Politico.

A convincerlo a candidarsi è stata una legge approvata dal parlamento dell'Iowa dopo la sua rielezione, che ha reso più difficile all'ufficio del revisore dei conti scovare il denaro pubblico speso male. Nel primo mandato Sand ne aveva individuato una cifra record. "Se possono impedire al revisore di fare le revisioni, che lavoro utile posso fare in questo incarico?", ha detto, aggiungendo che quella legge gli ha chiarito "quanto sia diventata grave la corruzione" nel palazzo del parlamento a Des Moines.

Negli ultimi tre cicli elettorali l'Iowa ha prodotto alcune delle sfide più strette del paese. Nel 2020 un seggio della Camera nella parte orientale dello Stato è stato assegnato per sei voti, il margine più piccolo nella storia del Congresso americano. Nel 2022 una deputata democratica uscente ha perso per mezzo punto e nel 2024 uno sfidante democratico per 700 voti nel sud-est dell'Iowa: in entrambi i casi le sconfitte più strette registrate quell'anno nel paese. Nel 2022 Sand è stato rieletto mentre altri due candidati democratici a cariche statali perdevano per circa un punto.

Il comitato nazionale del Partito Democratico ha tolto all'Iowa il primo posto nel calendario delle primarie presidenziali e Sand promette di rimettercelo. Lo Stato apriva la corsa alla nomination con i caucus, le assemblee in cui gli elettori si riuniscono di persona contea per contea per indicare il proprio favorito. "Dovete chiederlo a quelli del comitato nazionale", ha risposto a chi gli domandava perché i democratici non vengano più in Iowa. "Non ci parlo. Non sono mai stato a una loro convention". Da governatore, ha aggiunto, applicherebbe la legge dell'Iowa che impone allo Stato di votare prima di tutti gli altri: "E se al comitato nazionale non piace, allora avremo un problema".

Sand si era registrato come indipendente e si è iscritto ai democratici solo per poter votare alle primarie, una regola che considera "antiamericana". Vuole una primaria unica e aperta, alla quale possano partecipare tutti gli elettori senza doversi iscrivere a un partito. "Non credo che i due maggiori partiti debbano avere privilegi legali speciali che permettono loro di dirti che non puoi votare, quando sono le tue tasse a pagare", ha detto. "Non dovresti doverti iscrivere a un club privato per farlo". Dei quattro motivi per cui alla fine scelse i democratici, tre riguardano l'acqua pulita in cui pescare, i terreni pubblici aperti a chi non è abbastanza ricco da comprarsene uno e la difesa dei più deboli. Il quarto è il ricordo di Bill Clinton che pareggia il bilancio federale e usa l'avanzo per ridurre il debito.

Sulle questioni che i repubblicani usano ogni campagna elettorale contro i democratici, Sand ha preso posizioni distanti dal suo partito. Dice che "gli sport femminili sono per le ragazze e quelli maschili per i ragazzi", che chi riceve aiuti pubblici per il cibo non dovrebbe poterli usare per le bevande zuccherate e che il confine è stato gestito male sotto l'amministrazione Biden, definendolo un problema di sicurezza nazionale. Allo stesso tempo dice di rispettare "il diritto della donna di scegliere e la libertà riproduttiva" e sul matrimonio tra persone dello stesso sesso ha risposto: "Se vuoi sposarti, fai pure".

Alla domanda su quali governatori ammiri ha citato due repubblicani prima di arrivare a un democratico. Il primo è Phil Scott, governatore repubblicano del Vermont, di cui apprezza il fatto che sia una persona normale disposta ad andare e a parlare ovunque. Il secondo è Spencer Cox, governatore repubblicano dello Utah, con cui dice di condividere l'approccio alla civiltà del confronto politico. Solo dopo l'insistenza dell'intervistatore ha nominato il democratico Andy Beshear, che come Scott vince in uno Stato che pende dalla parte opposta e che a giugno è andato a fare campagna elettorale in Iowa.

Howard County è la contea che ha spostato di più il proprio voto in tutto il paese, con uno scarto di 40 punti: ha votato due volte per Barack Obama e poi per il presidente Donald Trump. Sand, che è cresciuto nella contea accanto, dice che quegli elettori non sono cambiati. "Quei due uomini per certi versi sono uguali. Sono sé stessi e non sembrano né si comportano come i politici ordinari", ha detto. Nella sua lettura i democratici perdono le presidenziali quando candidano uomini di apparato, come hanno fatto per tre cicli di fila.

Sand propone un limite di età di 78 anni e un tetto di vent'anni per chi ricopre cariche elettive. Alla domanda se sia un bene per l'Iowa avere il senatore repubblicano Chuck Grassley in carica fino ai novant'anni ha risposto di no, aggiungendo che una regola uguale per tutti gli Stati non toglierebbe peso a nessuno di essi. In passato lo ha votato, ma "il modo in cui Grassley fa le cose adesso non è il Grassley di una volta".

Anche vincendo, Sand governerebbe con un parlamento statale in mano ai repubblicani e ha costruito su questo l'intera campagna. Le proposte del suo programma sono quelle che raccolgono consenso su entrambi i fronti: limiti di mandato e di età, test cognitivi per chi ricopre cariche pubbliche, divieto di comprare e vendere azioni per chi fa politica e carcere obbligatorio per chi ruba soldi ai contribuenti. Da procuratore aveva scoperto la più grande manipolazione di una lotteria nella storia americana.

Le sue assemblee pubbliche sono cento all'anno e in questa campagna elettorale 160 volte si sono aperte con il pubblico che canta "America the Beautiful", dopo che i presenti hanno alzato la mano per indicare il proprio partito e applaudito i vicini iscritti agli altri. Sand risponde anche alle domande di chi lo attacca sui social ed è stato 53 volte ospite del conduttore radiofonico conservatore Simon Conway. "La mia fede mi insegna ad amare il mio nemico", ha detto. "Se sei disposto a prenderti gli insulti, allora penso che tu lo stia facendo nel modo giusto, che tu vinca o perda".

A tre domande diverse sull'ipotesi di correre un giorno per la presidenza o di accettare una candidatura alla vicepresidenza ha risposto sempre di no. Vuole mantenere il collegio elettorale, il meccanismo per cui il presidente americano non è scelto direttamente dai cittadini ma dai grandi elettori assegnati Stato per Stato. Non ha voluto dire se allargherebbe la Corte Suprema. "Sono il revisore dei conti dell'Iowa che si candida a governatore dell'Iowa", ha ripetuto ogni volta che gli è stato chiesto un giudizio sulla politica nazionale, compreso il 2028. Su Harris, alla domanda se dovrebbe ricandidarsi tra due anni, ha risposto di no.

L'intervista si è svolta alla fiera statale dell'Iowa, la manifestazione di undici giorni che ogni anno raduna a Des Moines gli abitanti dello Stato (più dell'80% dei visitatori di ogni giornata sono elettori dell'Iowa). C'erano anche gli altri due protagonisti del voto di novembre: la deputata Ashley Hinson, candidata repubblicana al Senato, e il suo avversario democratico Josh Turek. Sand ha detto di essere concentrato su quello che succede in Iowa, cioè il costo della vita, i tumori, la corruzione, i buoni per le scuole private senza controlli sulla spesa e un avversario che vuole vietare vaccini come quello contro il tumore della pelle che ha appena superato la sperimentazione decisiva.

Sulla polarizzazione Sand risponde che è un fatto del mondo e un modo per sfruttare gli elettori e frugare nelle loro tasche. Aggiunge che ogni volta che l'Iowa ha votato per il presidente Donald Trump ha poi eletto anche lui. "Vado dappertutto. Parlo con tutti", ha detto. Ha costruito la campagna sull'idea che gli elettori debbano guardare la persona invece del simbolo del partito. La sua scommessa è che a quel punto chi ha votato tre volte per il presidente possa scegliere un democratico.


Le elezioni suppletive stanno andando benissimo per i Democratici


Il democratico Brandon Dukes ha strappato ai repubblicani il dodicesimo collegio della Camera dello Stato della Pennsylvania, chiudendo martedì la stagione delle elezioni suppletive prima del voto di novembre. In quel collegio ha fatto 19 punti meglio del risultato ottenuto da Kamala Harris alle presidenziali del 2024. È il trentunesimo seggio passato di mano in un parlamento statale da quando il presidente Donald Trump è tornato alla Casa Bianca e in tutti e trentuno i casi a conquistarlo sono stati i democratici.

Le suppletive servono a riempire i seggi rimasti vacanti tra un'elezione ordinaria e l'altra per dimissioni o per la morte di chi li occupava. Negli Stati Uniti se ne tengono decine ogni anno, dai consigli locali fino al Congresso. Vengono usate come termometro dell'umore degli elettori perché si votano sempre negli stessi confini geografici.

Dal gennaio del 2025 se ne sono tenute 110 e in media i democratici hanno superato di 12,5 punti il margine di Harris e di 8,4 punti quello di Joe Biden nel 2020. Il confronto tra il risultato della suppletiva e quello presidenziale nello stesso collegio è il metodo con cui gli analisti misurano lo spostamento dell'elettorato, perché mette a confronto lo stesso territorio in due momenti diversi. Messi insieme, quei numeri descrivono un clima politico nazionale in cui i democratici sarebbero avanti di 12 punti, un valore perfino leggermente migliore di quello che gli stessi dati indicavano nel ciclo del 2018, secondo un'analisi di Daniel Donner pubblicata su The Downballot.

Quella stima ha però un difetto noto: in ogni ciclo elettorale dal 2018 in poi è stata più favorevole ai democratici del voto popolare per la Camera (la somma dei voti raccolti dai partiti in tutti i 435 collegi del paese). Otto anni fa il vantaggio reale rimase di qualche punto sotto il livello indicato dalle suppletive.

Elezioni speciali · Stati Uniti

Le suppletive danno i democratici a +12, nel 2024 sbagliarono di 11 punti

I pallini arancioni sono il clima politico stimato dalle elezioni suppletive di ogni ciclo, quelli neri il margine vero tra democratici e repubblicani nel voto popolare per la Camera. Sopra lo zero sono avanti i democratici, sotto i repubblicani. Dal 2018 la stima è sempre stata più generosa con i democratici del risultato di novembre. Nel 2024 la distanza è arrivata a 11,1 punti.

Stima dalle elezioni suppletive Voto popolare per la Camera
−5 +5 +10 0 vantaggio dem. vantaggio rep. 2014 2016 2018 2020 2022 2024 2026 ? −3,5 −5,7 −2,5 −1,1 +11,5 +8,6 +5,9 +3,1 +1,1 −2,8 +8,4 −2,7 +12,0 −5 +5 +10 0 2014 2016 2018 2020 2022 2024 2026 ? −3,5 −5,7 −2,5 −1,1 +11,5 +8,6 +5,9 +3,1 +1,1 −2,8 +8,4 −2,7 +12,0
Il tratteggio verticale misura la distanza tra la stima e il risultato. La linea grigia unisce i risultati veri. Per il 2026 il risultato non c’è ancora: si vota a novembre.

Perché la stima è troppo alta. Alle suppletive va a votare una quota maggiore di elettori con un titolo di studio elevato, che negli anni di Trump sono i più ostili al presidente e al Partito Repubblicano. L’elettorato di queste elezioni pende quindi verso i democratici più di quello che si presenta alle elezioni generali.

Fonte The Downballot, dati aggiornati al 19 agosto 2026. La stima confronta il risultato di ogni suppletiva con il margine presidenziale nello stesso collegio: quella del 2026 è calcolata su 110 elezioni tenute dal gennaio del 2025. I margini del voto popolare per la Camera sono quelli ufficiali, le stime dalle suppletive sono state lette dal grafico originale e possono discostarsi di un decimo di punto.

La spiegazione più probabile è la polarizzazione per titolo di studio dell'elettorato negli anni di Trump. Gli elettori più istruiti hanno un giudizio molto più negativo del presidente e del Partito Repubblicano e sono anche quelli che si presentano ai seggi più spesso quando in palio c'è un solo seggio locale e l'affluenza è bassa. L'elettorato delle suppletive pende quindi verso i democratici più di quello che vota alle elezioni generali.

Le suppletive sbagliano anche quando il clima politico cambia a metà ciclo. È successo nel 2022, dopo che la Corte Suprema ha cancellato la sentenza Roe v. Wade che garantiva il diritto all'aborto a livello federale. È successo di nuovo nel 2024, quando i risultati prima e dopo il novembre del 2023 sono stati molto diversi tra loro.

In questo ciclo non si è visto niente di simile e il clima politico calcolato è rimasto molto stabile per tutto il periodo. All'inizio di un ciclo la media si muove parecchio perché le elezioni sono poche e un singolo risultato anomalo la sposta di molto. Più avanti serve invece un movimento reale per cambiarla, come è accaduto nel 2024. Tra il primo e il secondo anno del ciclo del 2026 qualche variazione c'è stata, ma il quadro complessivo è rimasto fermo.

Anche la distribuzione degli scarti è sorprendentemente compatta. Le suppletive federali (sette in tutto) sono tutte cadute dentro una fascia di 15 punti e quelle statali si sono raggruppate in modo altrettanto stretto. Il grafico che le riassume disegna una curva regolare, un effetto forse dovuto alla nazionalizzazione della politica locale degli ultimi anni.

L'unico risultato fuori scala è una suppletiva per il Senato dello Stato di New York nel ventiduesimo distretto, dove i democratici hanno superato Harris di 90 punti. Nel distretto vive una numerosa comunità ebraica ortodossa che tende a votare in blocco e in quell'occasione i suoi leader avevano indicato il candidato democratico. Nel 2018 la distribuzione era molto meno regolare, un segno che in quel ciclo il clima politico stava davvero cambiando strada facendo.

Per novembre le suppletive fanno quindi prevedere un clima simile a quello di otto anni fa. La polarizzazione per titolo di studio è probabilmente cresciuta da allora, quindi lo scarto tra la stima ricavata dalle suppletive e il risultato vero potrebbe essere un po' più ampio.

Il consenso verso il presidente sta calando anche tra gli elettori repubblicani, cosa che nel 2018 non accadeva. Se i suoi elettori sono abbastanza demoralizzati potrebbero restare a casa in numero maggiore che in passato e chi si presenterà ai seggi sarebbe un elettorato più democratico. Nel 2026 l'indice di gradimento di Trump ha continuato a scendere durante la primavera e l'estate dell'anno elettorale, un periodo in cui le suppletive sono state poche e hanno offerto pochi appigli per misurare l'umore del paese.

L'incognita più grande resta quello che il presidente stesso farà da qui al giorno del voto. Anche se non cambiasse molto, i dati delle suppletive dicono che i democratici restano in una posizione di forza per riprendersi la Camera a novembre.


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A/I chiude, ma la resistenza non finisce oggi.

A/I è nata nel 2001 usando gli strumenti del tempo per offrire un servizio ad una rete globale che ne ha largamente beneficiato. L'associazione ha permesso di pagare servizi stabilmente, rispettare la legge e non piegarsi a pressioni, e tenere un gruppo di volontari e di utenti dietro un solo nome pubblico per volta (quello del presidente).

in reply to vecna

Man mano che ricevevano attacchi, cambiavano. R* prima, Orange Book poi. Il loro motto "condividere saperi senza fondare poteri" l'hanno seguito al punto da vedere una rete di servizi analoghi crescere: systemli.org/en/friends/ e help.riseup.net/en/security/re… e ora, giustamente, di mettersi contro all'amministrazione statunitense e ad un Europa completamente connivente con questi abusi, non ne hanno voglio, non è la loro battaglia, e porterebbe danni a molte altre persone che ad A/I si affidano.

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In der ganzen #Rhysida Berlin Nummer ist vielleicht jetzt ein guter Hinweis, dem @jela für kommunaler Notbetrieb zu danken und die Mühe, die er sich bei der sinnigen Aufbereitung gibt.

kommunaler-notbetrieb.de/2026/…

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Il potere di Elon Musk finisce sotto i riflettori nel nuovo documentario di Alex Gibney


Il documentario in arrivo alla Mostra di Venezia ricostruisce l'ascesa del fondatore di Tesla e SpaceX, mentre negli Stati Uniti il Cybercab finisce sotto esame delle autorità federali.

Il nuovo documentario su Elon Musk diretto da Alex Gibney sarà presentato in prima mondiale l’8 settembre alla Mostra del Cinema di Venezia, fuori concorso. Successivamente approderà al Festival di Toronto, per poi uscire nelle sale statunitensi con Bleecker Street dal 16 ottobre. Nel 2027 arriverà infine su HBO in una versione estesa di 4 ore. Il montaggio presentato a Venezia dura 225 minuti, ai quali si aggiunge un intervallo di 10 minuti. È il film più lungo e forse anche il più ambizioso e rischioso di una carriera costruita indagando le strutture del potere. Gibney, 72 anni, ha già dedicato documentari a Enron, Scientology, alle torture commesse dagli Stati Uniti in Afghanistan, a Wall Street e a Vladimir Putin. Di questo nuovo lavoro dice che rappresenta "una distillazione del suo percorso".

La tesi è esplicita fin da subito. Musk, 55 anni, viene descritto come un venditore il cui potere dipende in larga misura dal mercato azionario e potrebbe svanire nel nulla nel momento in cui il pubblico smettesse di credere alle sue promesse. Nella prima metà, come racconta un lungo reportage dell'Hollywood Reporter dalla sala di montaggio, il film accusa l'imprenditore di essersi appropriato del merito di Martin Eberhard, uno dei fondatori originari di Tesla, quindi di aver costretto a firmare un accordo di riservatezza una donna dalla quale aveva avuto un figlio e infine di aver sostenuto il titolo Tesla con annunci su Marte e sulla guida completamente autonoma, alla quale il regista collega oltre 60 morti. Un capitolo è dedicato anche alle scimmie impiegate nei test di Neuralink, che secondo le associazioni animaliste avrebbero subito sofferenze inutili.

Nella seconda metà il film cambia scala. Starlink, il sistema satellitare di SpaceX, viene presentato come uno strumento capace di attribuire a Musk un potere politico enorme per il ruolo assunto in Ucraina e in altri teatri di guerra. Gibney fa notare che la NASA è diventata fortemente dipendente da SpaceX per alcuni dei suoi principali programmi spaziali, mentre Twitter, poi ribattezzato X, sarebbe stato utilizzato da Musk per coltivare rapporti e ottenere favori da leader stranieri come Narendra Modi e Javier Milei. Al centro di tutto c'è però il DOGE, il Dipartimento per l'Efficienza Governativa di cui Musk è stato il volto per circa 4 mesi ad inizio 2025 e alla quale il documentario attribuisce il taglio di 270.000 posti di lavoro nel governo federale e la cancellazione di miliardi di dollari di aiuti internazionali.

Il passaggio più delicato riguarda i dati. Una fonte di Gibney, che dirigeva i sistemi informatici di una grande agenzia federale, sostiene che gli uomini del DOGE disponessero di privilegi di amministratore e che, sul piano tecnico, in quel contesto copiare interi archivi verso sistemi esterni sarebbe stato semplice quanto spostare un file da una cartella all'altra. L'ipotesi trova un riscontro parziale nella denuncia presentata da Charles Borges, responsabile dei dati della Social Security Administration, secondo cui una copia dell'intero archivio previdenziale americano sarebbe finita in un ambiente cloud privo di adeguate protezioni.

Geoffrey Hinton, premio Nobel e tra i pionieri dell’intelligenza artificiale contemporanea, sostiene nel film che per influenzare le elezioni di metà mandato attraverso strumenti di IA basterebbe disporre di informazioni estremamente dettagliate sugli elettori americani. Ed è proprio questo, secondo Hinton, il tipo di patrimonio informativo al quale DOGE sembra aver avuto accesso. Ashley St. Clair, ex compagna di Musk e figura centrale del documentario, racconta inoltre che, prima delle elezioni del novembre 2024, Musk le avrebbe detto di voler scatenare "l’anomalia nella matrice". Nel film compare anche un suo messaggio in cui afferma di avere "diecimila laser nello spazio". Gibney lascia entrambe le frasi senza una spiegazione definitiva, mantenendo volutamente aperta l’ambiguità tra provocazione, millanteria e possibile ammissione.

Chi ha accettato di distribuire il film


Musk aveva liquidato il progetto come un "pezzo su commissione" già tre anni fa, quando il documentario era stato annunciato per la prima volta, e ha poi rifiutato di concedere un’intervista, chiudendo lo scambio con un insulto pubblico su X. Il rifiuto ha spinto Gibney a costruire il film attraverso decine di fonti esterne e a ricorrere anche a una soluzione visiva insolita: la produzione ha raccolto registrazioni della voce di Musk e le ha utilizzate per creare un avatar in stile videogioco che, in due sequenze, attraversa lo schermo come un personaggio controllato in prima persona, completo di barre dell’energia e indicatore delle vite residue.

Hollywood ha spesso evitato di attaccare direttamente Musk, per convenienza o per timore di contenziosi: un adattamento della biografia pubblicata da Ashlee Vance nel 2015 si arenò proprio a HBO nel 2023. Questa volta anche Netflix si è fatta avanti. Alla fine Bleecker Street ha acquisito i diritti per la distribuzione cinematografica negli Stati Uniti, HBO i diritti televisivi e streaming in Nord America e Universal Pictures Content Group quelli internazionali, un pacchetto particolarmente ampio per un documentario politico, che di norma viene venduto territorio per territorio.

Tra i finanziatori del documentario c'è Black Bear, di Teddy Schwarzman, figlio del fondatore di Blackstone Stephen Schwarzman, che in passato ha definito Musk una "brava persona". La variabile più grande resta però la proprietà di HBO. Paramount Skydance ha concordato l'acquisizione di Warner Bros. Discovery per circa 110 miliardi di dollari: l'operazione ha ricevuto il via libera del Dipartimento di Giustizia e delle altre principali autorità di regolamentazione, ma il suo perfezionamento è attualmente bloccato da una causa promossa da dodici procuratori generali statali e da un provvedimento cautelare di un giudice federale. Larry Ellison, che sostiene finanziariamente il figlio David, compare nel film in alcuni messaggi nei quali si dice pronto a mettere due miliardi di dollari nell'acquisto di Twitter senza fare domande.

Gibney e HBO sono assicurati e un gruppo di legali ha passato al setaccio ogni affermazione contenuta nel documentario, ma Musk ha una lunga storia di cause contro persone e organizzazioni che ritiene lo abbiano danneggiato. Resta anche il precedente della Chiesa di Scientology, che nel 2015 rispose a un altro documentario di Gibney comprando una pagina del New York Times per contestarne le conclusioni, contribuendo però ad aumentarne enormemente l'attenzione.

L'auto senza volante finisce sotto i riflettori


Mentre il film si prepara a uscire, una delle promesse più ambiziose di Musk è finita sotto l'esame di un'autorità federale. Il 3 settembre Tesla ha aperto al pubblico di Austin, in Texas, le corse a bordo del Cybercab, una due posti senza volante, pedali né specchietti, prenotabile attraverso l'app Robotaxi. Poche ore dopo la National Highway Traffic Safety Administration (NHTSA),l'agenzia federale che vigila sulla sicurezza stradale, ha aperto una indagine sul processo con cui Tesla ha certificato il nuovo modello.

Negli Stati Uniti non esiste un'autorità federale che approvi preventivamente ogni automobile prima della sua produzione: sono le stesse case automobilistiche a certificare che i propri veicoli rispettino gli standard federali di sicurezza, molti dei quali sono stati scritti decenni fa attorno all'idea che al posto di guida ci sia una persona. Tesla ha comunicato all'agenzia che il Cybercab rispetta "tutti gli standard applicabili". Ora la NHTSA vuole esaminare il procedimento e i dati sui quali si basa quella dichiarazione, a partire dalle norme che l'azienda ha ritenuto non applicabili a un'auto priva di comandi manuali. Se dovesse accertare una violazione, l'agenzia potrebbe imporre un richiamo e, in caso di mancata collaborazione, sanzioni rilevanti a carico di Tesla.

Un precedente già esiste. Nel 2022 Zoox, società di guida autonoma controllata da Amazon, seguì la stessa strada dell'autocertificazione, ma la NHTSA contestò le conclusioni dell'azienda e accertò la violazione di alcuni standard. A luglio Zoox ha ottenuto una deroga per operare commercialmente, con il divieto di circolare sotto pioggia intensa o neve e sulle strade con limiti superiori a 45 miglia orarie. Tesla, invece, non ha chiesto alcuna deroga.

In Texas l'azienda ha registrato 45 Cybercab all'interno di una flotta autonoma complessiva di 420 veicoli, mentre Waymo ne conta 988, tutti però dotati di volante e pedali. La capacità produttiva installata del Cybercab supera i 125.000 esemplari l'anno e Musk ha annunciato per la futura vendita al pubblico un prezzo inferiore a 30.000 dollari.

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Il nostro modello: il Kansas si apre, l'Alaska torna in bilico e il Missouri restituisce un seggio ai Dem


I democratici hanno 80 possibilità su 100 di conquistare la Camera e 57 su 100 di ottenere il Senato: il 31 agosto erano 78 e 56. Sei testa a testa al Senato, con l'Iowa unico in mano repubblicana

I democratici hanno 80 possibilità su 100 di conquistare la Camera e 57 su 100 di ottenere il Senato, secondo l'aggiornamento di oggi del nostro modello: una settimana fa, il 31 agosto, erano 78 e 56. Piccoli passi avanti in entrambe le camere, in una settimana in cui i sondaggi nuovi hanno spinto in direzioni opposte e una sentenza in Missouri ha restituito ai democratici un seggio che la nuova mappa aveva cancellato.

La proiezione dei seggi, quella in cui i collegi in bilico vengono assegnati al partito oggi in vantaggio, alla Camera dà 223 seggi ai democratici e 212 ai repubblicani (erano 222 a 213), mentre al Senato resta ferma su 52 seggi contro 48. Sotto i totali si muovono quattro gare per il Senato, Kansas, Iowa, Michigan e Alaska, oltre a diciannove collegi della Camera.

Mancano 57 giorni alle elezioni di metà mandato di martedì 3 novembre, quando si rinnovano tutti i 435 seggi della Camera e 35 dei 100 del Senato. Il modello gira quattro volte al giorno e i numeri completi sono sulla sua pagina; come nell'aggiornamento della settimana scorsa, prima il nostro modello e poi il confronto con gli altri sei.

Che cosa è cambiato nel nostro modello


Partiamo dal Senato. Il movimento più ampio è in Kansas, dove il democratico Adam Hamilton, che sfida il repubblicano uscente Roger Marshall, sale da 14 a 23 possibilità su 100 e la gara passa da likely R a lean R, da vittoria repubblicana molto probabile a repubblicani solo leggermente favoriti. Pesa un sondaggio di Global Strategy Group, fatto per un comitato di parte democratica, che dà Hamilton avanti di un punto: il modello lo sconta come sondaggio di parte, ma con appena tre rilevazioni in tutto basta a ridurre il margine stimato da 7,8 a 4,5 punti. Il Kansas resta lontano dal testa a testa, ma non è più una gara chiusa.

In direzione opposta va l'Iowa, l'unico dei sei testa a testa in cui i repubblicani sono avanti. Il democratico Josh Turek, che corre per il seggio senza uscente contro la repubblicana Ashley Hinson, scende da 45 a 40 su 100 dopo il sondaggio di Emerson College per Nexstar che lo dà sotto di 4,4 punti; il distacco stimato passa da 0,7 a 1,3 punti. In Michigan, altro seggio senza uscente, il democratico Abdul El-Sayed sale invece da 56 a 60 contro il repubblicano Mike Rogers, sostenuto dalla rilevazione della Michigan State University che lo misura avanti di 5 punti; il margine si allarga da 0,8 a 1,3.

L'Alaska torna tra i testa a testa, una settimana dopo esserne uscita. La democratica Mary Peltola, opposta all'uscente repubblicano Dan Sullivan, scende da 72 a 69 su 100 e il margine stimato si restringe da 3,5 a 2,9 punti, sotto la soglia che separa i lean D dai tossup. È un movimento piccolo, che dice soprattutto quanto sia sottile il confine tra le due classificazioni. In Texas il democratico James Talarico, che domina la campagna pubblicitaria contro il repubblicano Ken Paxton, resta a 64 su 100 dopo un sondaggio di Overton Insights che fotografa un 50 pari.

Nel complesso i democratici partono favoriti in 47 seggi, i repubblicani in altri 47 e le gare in bilico salgono da cinque a sei: Alaska, Ohio, Texas, Michigan, Maine e Iowa. Ai democratici servono 51 seggi, perché con un 50 pari la maggioranza resta ai repubblicani grazie al voto del vicepresidente JD Vance. Nella proiezione di oggi ne ottengono 52, vincendo cinque dei sei testa a testa e perdendo solo l'Iowa. Il Nebraska resta un capitolo a parte: contro l'uscente repubblicano Pete Ricketts il candidato competitivo è l'indipendente Dan Osborn, fermo a 29 possibilità su 100 con un distacco stimato di 3,5 punti.

Alla Camera il generic ballot, la media nazionale dei sondaggi che chiedono agli americani per quale partito voteranno, è fermo: i democratici sono avanti di 5,5 punti, 47,5 contro 41,9 (il 31 agosto erano 5,6), con tre sondaggi nazionali nuovi che vanno da un vantaggio democratico di 2 punti (HarrisX per Harvard CAPS) a uno di 7,1 (Focaldata per il Financial Times). Il modello considera già orientati 411 collegi, 214 verso i democratici e 197 verso i repubblicani, con 24 testa a testa (erano 25); i seggi attesi per i democratici, cioè la media di tutte le simulazioni, restano a 228.

Diciannove collegi hanno cambiato classificazione e il caso più vistoso non dipende dai sondaggi ma da un tribunale. La Corte Suprema del Missouri ha bloccato la nuova mappa elettorale voluta dal presidente e a novembre si vota con i confini del 2022: MO-05, il quinto collegio del Missouri, quello di Kansas City difeso dal democratico Emanuel Cleaver, torna da solid R a solid D, da 5 a 100 possibilità su 100, mentre MO-02, il collegio della repubblicana Ann Wagner, riprende la sua forma precedente e passa da likely R a lean R, a 20 su 100. Nel conto dello stato i democratici guadagnano un seggio atteso. In Florida due sondaggi di SEA Polling, di parte democratica, aprono altrettante gare: FL-16, il collegio del repubblicano Vern Buchanan, sale da 11 a 36 su 100 ed entra tra i testa a testa, mentre FL-09, difeso dal democratico Darren Soto, risale da 23 a 35. In California CA-48, il collegio di Darrell Issa, scende da lean D a tossup nonostante un sondaggio di SurveyUSA che dà il democratico avanti di 3 punti, meno del margine stimato prima. In senso contrario cinque testa a testa, tra cui CO-05 in Colorado e IA-02 in Iowa, scivolano tra i lean R con aggiustamenti di due o tre punti, mentre MI-07, il collegio del repubblicano Tom Barrett in Michigan, si porta esattamente a metà, 50 su 100.

Come sempre la proiezione è il punto centrale di una forchetta larga: nel 90 per cento delle simulazioni i democratici prendono tra 207 e 251 seggi alla Camera e tra 46 e 56 al Senato. E un 80 su 100 non è una certezza. Se questa elezione si potesse ripetere 100 volte nelle stesse condizioni, in 20 casi la Camera resterebbe ai repubblicani.

Il confronto con gli altri modelli


Oltre al nostro seguiamo altri sei modelli previsionali. Alla Camera il consenso è unanime: tutti e sette danno i democratici favoriti, in media con 82 possibilità su 100, in una forchetta da 67 a 93. Al Senato cinque modelli su sette vedono avanti i democratici, uno vede avanti i repubblicani e uno è fermo esattamente a metà, con una media di 53 su 100.

Il nostro modello resta dove stava lunedì scorso: tra i più prudenti alla Camera con 80 su 100 e tra i più favorevoli ai democratici al Senato con 57. In parte è una scelta di metodo: dopo il confronto con i cicli 2018 e 2022 abbiamo allargato l'incertezza delle nostre simulazioni, che tiene le probabilità più vicine al 50. Al Senato la distanza tra i sette modelli è di undici punti, da 47 a 58: nessuno si allontana molto dal testa a testa.

La novità della settimana è il modello di Nate Silver, nella versione Deluxe di Silver Bulletin, che al Senato scende da 56 a 51 possibilità su 100 e porta i seggi democratici attesi da 51 a 50: il movimento più netto tra i sette, in una settimana in cui gli altri si sono spostati di un punto o due. Alla Camera passa da 85 a 83. Nella direzione opposta va 50+1, il sito di G. Elliott Morris, che sale al Senato da 55 a 58 e alla Camera da 92 a 93 ed è il più sicuro della vittoria democratica in entrambe le camere. Subito sotto sta l'Economist, che alla Camera scende di un punto a 89 e al Senato resta a 54 con 51 seggi attesi ai democratici. Split Ticket, il modello pubblicato da The Argument, è fermo a 85 alla Camera e sale di un punto al Senato, a 56.

Sotto di noi alla Camera stanno solo VoteHub a 76 e Decision Desk HQ, il più cauto a 67. Sono anche gli unici due a non dare i democratici favoriti al Senato: il primo assegna ai repubblicani 53 possibilità su 100, il secondo è passato in una settimana da 49 a un 50 esatto. Sono anche gli unici che oltre ai sondaggi incorporano i mercati predittivi, le piattaforme dove si scommette sull'esito delle elezioni; i mercati sul Senato restano più scettici dei sondaggi.

Il promemoria finale vale ogni settimana: sette modelli costruiti in modo diverso raccontano la stessa elezione, Camera orientata verso i democratici e Senato in equilibrio. Le differenze tra un 67 e un 93 non nascono da letture opposte della campagna ma dagli ingredienti, quali sondaggi entrano e con che peso, quanto contano i fondamentali, i giudizi degli esperti o i mercati. Per questo li mettiamo in fila: più del numero di un singolo modello conta la direzione in cui si muovono. Questa settimana la direzione è la stessa, con il Senato che si conferma il vero campo di battaglia.


Il nostro modello: i Dem salgono al Senato e l'Alaska non è più un testa a testa


I democratici hanno 78 possibilità su 100 di conquistare la Camera e 56 su 100 di ottenere il Senato, secondo l'aggiornamento di oggi del nostro modello: una settimana fa, il 25 agosto, erano 79 e 54. Il movimento della settimana sta tutto al Senato.

La proiezione dei seggi, quella in cui i collegi in bilico vengono assegnati al partito oggi in vantaggio, alla Camera dà 223 seggi ai democratici e 212 ai repubblicani (erano 224 a 211), mentre al Senato resta ferma su 52 seggi contro 48. Dietro la stabilità dei totali c'è però una settimana mossa, con sondaggi favorevoli ai democratici in Maine, Texas, Michigan e Ohio, mentre l'Alaska smette di essere un testa a testa.

Mancano 63 giorni alle elezioni di metà mandato di martedì 3 novembre, quando si rinnovano tutti i 435 seggi della Camera e 35 dei 100 del Senato. Il modello gira quattro volte al giorno e i numeri completi sono sulla sua pagina; come nell'aggiornamento della settimana scorsa, prima il nostro modello e poi il confronto con gli altri sei.

Che cosa è cambiato nel nostro modello


Partiamo dal Senato, dove è successo di più. Il movimento più netto è nel Maine, dove il democratico Troy Jackson, che sfida la repubblicana uscente Susan Collins, sale da 55 a 60 possibilità su 100, con un margine stimato che passa da 0,7 a 1,4 punti. Pesa il sondaggio di Abacus Data di fine agosto che dà Jackson avanti di 8 punti, più di quanto stimiamo noi ma abbastanza da spostare la media. La gara resta un tossup, un testa a testa; il Maine è anche tra gli Stati dove il super PAC di Elon Musk ha appena lanciato i primi spot della sua campagna.

L'Alaska invece esce dal gruppo dei testa a testa. La democratica Mary Peltola, opposta all'uscente repubblicano Dan Sullivan, sale a 70 su 100 (era 67) e la gara passa a lean D, cioè democratici leggermente favoriti. Non ci sono sondaggi nuovi, ma il margine stimato si è allargato da 2,6 a 3,1 punti, abbastanza per far scattare la soglia; della sorpresa Alaska avevamo parlato anche nella diretta di domenica sera.

Nella stessa direzione si muovono tre gare pesanti. In Texas James Talarico, il democratico che affronta il repubblicano Ken Paxton per un seggio senza uscente, sale da 62 a 66 su 100 dopo il sondaggio di Slingshot Strategies che lo dà avanti di 6 punti. In Michigan, altro seggio senza uscente, il democratico Abdul El-Sayed passa da 54 a 57 contro il repubblicano Mike Rogers, con la rilevazione di EPIC-MRA che lo misura avanti di 4. In Ohio il democratico Sherrod Brown, che sfida l'uscente Jon Husted, sale a 69 su 100 (era 67), sostenuto da un altro sondaggio di Abacus Data che gli assegna 5 punti di vantaggio.

Nel complesso i democratici partono favoriti in 48 seggi e i repubblicani in 47, mentre le gare in bilico scendono da sei a cinque: Ohio, Texas, Maine, Michigan e Iowa. Ai democratici servono 51 seggi, perché con un 50 pari la maggioranza resta ai repubblicani grazie al voto del vicepresidente JD Vance. Nella proiezione di oggi ne ottengono 52, vincendo quattro dei cinque testa a testa; l'unico in cui restano dietro è l'Iowa, dove il democratico Josh Turek insegue la repubblicana Ashley Hinson di 0,7 punti e si ferma a 45 possibilità su 100.

Un capitolo a parte è il Nebraska, dove contro l'uscente repubblicano Pete Ricketts il candidato competitivo non è un democratico ma l'indipendente Dan Osborn, le cui possibilità salgono da 25 a 29 su 100 mentre il distacco si riduce da 4,8 a 3,5 punti. Infine il South Dakota passa da solid R a likely R, da vittoria repubblicana quasi certa a molto probabile. L'uscente Mike Rounds resta ampiamente favorito, con i democratici a 6 su 100, ma un sondaggio fatto per il fronte dell'indipendente Brian Bengs lo misura al 44 per cento e il margine stimato è sceso da 16,2 a 10,3 punti.

Alla Camera i movimenti sono più piccoli. Il generic ballot, la media nazionale dei sondaggi che chiedono agli americani per quale partito voteranno, dà i democratici avanti di 5,6 punti, 47,3 contro 41,7 (il 25 agosto erano 5,4), con otto sondaggi nazionali nuovi entrati in settimana. È lo stesso clima che da mesi si legge nelle elezioni suppletive. Il modello considera già orientati 411 collegi, 215 verso i democratici e 196 verso i repubblicani, mentre i testa a testa restano 24; i seggi attesi per i democratici, cioè la media di tutte le simulazioni, scendono di poco, a 228 (erano 229).

Quattordici collegi hanno cambiato classificazione, quasi tutti per aggiustamenti minimi. I casi sostanziali sono pochi. TX-34, il trentaquattresimo collegio del Texas, difeso dal democratico uscente Vicente Gonzalez, passa da tossup a lean D con il balzo più ampio della settimana, da 56 a 72 su 100, dopo il sondaggio del Barbara Jordan Public Policy Research and Survey Center che dà Gonzalez avanti di 5 punti; TX-35, il collegio del democratico Greg Casar, scivola invece tra i lean R, a 33 su 100. In Michigan tre collegi difesi dai repubblicani si muovono in direzioni opposte. MI-04, quello di Bill Huizenga, crolla da 52 a 34 perché il sondaggio che lo dava in equilibrio è uscito per età dalla finestra del modello. MI-10, quello di John James, scende da 60 a 49 dopo una rilevazione di parte democratica che fotografa un 45 pari, mentre MI-07, quello di Tom Barrett, risale sopra la metà, a 51. OH-01, il collegio del democratico Greg Landsman, passa da likely D a lean D dopo un sondaggio che gli lascia poco più di 3 punti di vantaggio, mentre WI-03 in Wisconsin e CO-05 in Colorado entrano tra i testa a testa.

Come sempre, la proiezione è solo il punto centrale di una forchetta larga: nel 90 per cento delle simulazioni i democratici prendono tra 206 e 251 seggi alla Camera e tra 46 e 55 al Senato. E un 78 su 100 non è una certezza. Se questa elezione si potesse ripetere 100 volte nelle stesse condizioni, in 22 casi la Camera resterebbe ai repubblicani.

Il confronto con gli altri modelli


Oltre al nostro seguiamo altri sei modelli previsionali. Alla Camera il consenso è unanime: tutti e sette danno i democratici favoriti, in media con 82 possibilità su 100, in una forchetta da 66 a 92. Al Senato invece cinque modelli su sette vedono avanti i democratici e due i repubblicani, con una media di 53 su 100.

Il nostro modello occupa posizioni opposte nelle due camere. Alla Camera, con 78 su 100, è tra i più prudenti; al Senato, a 56, è quello che vede meglio i democratici. In parte è una scelta di metodo: dopo il confronto con i cicli 2018 e 2022 abbiamo allargato l'incertezza delle nostre simulazioni, che tiene le probabilità più vicine al 50. Al Senato, del resto, la distanza tra i sette modelli è di appena nove punti: siamo tutti attorno a un testa a testa.

Sotto di noi alla Camera stanno solo VoteHub (77) e Decision Desk HQ, il più cauto a 66. Sono anche gli unici due a dare i repubblicani leggermente favoriti al Senato (53 e 51 su 100) e gli unici che oltre ai sondaggi incorporano i mercati predittivi, le piattaforme dove si scommette sull'esito delle elezioni. Rispetto al 24 agosto pure loro si sono però spostati verso i democratici, con il vantaggio repubblicano al Senato che scende da 53 a 51 per il primo e da 54 a 53 per il secondo.

All'estremo opposto il più sicuro della vittoria democratica alla Camera è 50+1, il sito di G. Elliott Morris, salito in una settimana da 90 a 92 possibilità su 100. Subito sotto c'è l'Economist, che passa da 88 a 90 e al Senato dà i democratici a 54 (erano 53). In mezzo stanno la versione Deluxe del modello di Nate Silver (85 alla Camera, 56 come noi al Senato) e Split Ticket, il modello pubblicato da The Argument, che segna il movimento più netto della settimana scendendo alla Camera da 89 a 85 e salendo al Senato da 53 a 55.

Il promemoria finale vale ogni settimana: sette modelli costruiti in modo diverso raccontano la stessa elezione, Camera orientata verso i democratici e Senato in equilibrio. Le differenze tra un 66 e un 92 non nascono da letture opposte della campagna ma dagli ingredienti: quali sondaggi entrano e con che peso, quanto contano i fondamentali, i giudizi degli esperti o i mercati. Per questo li mettiamo in fila, perché più del numero di un singolo modello conta la direzione in cui si muovono.


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I repubblicani non riescono a liberarsi di Trump a due mesi dalle elezioni di metà mandato


Il presidente ha raccolto quasi un miliardo di dollari e finora ne ha spesi dieci milioni. I candidati più a rischio disertano la convention di Dallas per non fare del voto un referendum su di lui.

A due mesi dalle elezioni di metà mandato il presidente Donald Trump ha riunito nel Roseto della Casa Bianca una ventina dei deputati repubblicani più a rischio e ha promesso di stare con loro "al 100 per cento, fino a novembre", annunciando che andrà in 35 collegi chiave "per vedere se riusciamo a far eleggere tutti". La cena, raccontata dal New York Times, riassume la posizione difficile in cui si trovano i repubblicani: hanno bisogno dei soldi del presidente e della mobilitazione dei suoi elettori, ma non vogliono che il voto diventi un referendum su di lui, la cui popolarità è al minimo storico.

Il comitato elettorale del presidente ha raccolto quasi un miliardo di dollari e finora non ne ha distribuito quasi nulla. "Questi sono i miei soldi e li controllo io", ha detto venerdì, lasciando intendere che ne spenderà tra i 400 e i 500 milioni per "i repubblicani che ritengo validi". Sabato la sua struttura politica ha comunicato la prima spesa, 10 milioni di dollari in spot televisivi e digitali in Texas, dove i repubblicani aspettavano da tempo un suo intervento per difendere il seggio al Senato. Oltre a questo, i candidati hanno ricevuto poche informazioni su quando e dove arriveranno i fondi.

MAGA Inc., il super PAC del presidente, è rimasto quasi del tutto fuori dalla campagna e non ha comunicato i suoi piani nemmeno in privato. I super PAC sono comitati che possono raccogliere e spendere somme illimitate a sostegno di un candidato, a patto di non coordinarsi con la sua campagna. Prima dell'intervento in Texas, quest'anno aveva speso solo per sostenere la senatrice Darline Graham nelle primarie repubblicane del South Carolina, uno Stato saldamente repubblicano dove l'esito non avrebbe cambiato gli equilibri del Senato. I consiglieri del presidente non vogliono spendere i suoi soldi finché i leader repubblicani della Camera e del Senato non avranno svuotato le proprie casse. Intanto cresce il timore che le sfide in North Carolina e Georgia stiano diventando irraggiungibili.

Le divergenze più forti sono nate dalla scelta del presidente di sostenere Ken Paxton, il procuratore generale del Texas segnato da anni di scandali, che alle primarie di quest'anno ha battuto il senatore uscente John Cornyn. La decisione ha irritato il leader della maggioranza al Senato John Thune, del South Dakota, e altri repubblicani, convinti che quella candidatura renda molto più costosa la difesa del seggio texano. Thune ha praticamente supplicato il presidente di mettere risorse proprie in quella corsa.

Il primo spot televisivo da 30 secondi diffuso dal suo staff politico, che apre la campagna pubblicitaria dopo il Labor Day, descrive il presidente come "la persona più dura e più resiliente" e non nomina né i democratici né le elezioni né alcun candidato repubblicano. A Washington Trump sta seguendo i cantieri della sala da ballo della Casa Bianca, di un arco monumentale alto 76 metri (250 piedi) e di un campo da golf in un parco pubblico lungo il fiume Potomac.

Mercoledì il presidente riunirà i repubblicani a Dallas per una convention di due giorni, un evento senza precedenti a metà mandato. I biglietti costano 25mila dollari, anche per i parlamentari, e molti dei candidati più a rischio hanno rinunciato a partecipare, preferendo fare campagna nei loro Stati e nei loro collegi. Temono che la manifestazione produca esattamente ciò che vogliono evitare, cioè trasformare il voto in una discussione nazionale su Trump. Il presidente della Camera Mike Johnson ha raccontato che l'idea è nata da una telefonata due sere prima del Ringraziamento dell'autunno scorso: il presidente gli ha detto che dovevano organizzare una convention di metà mandato, lui ha risposto che una cosa del genere non esisteva e Trump ha replicato di farla esistere.

Dopo dieci anni passati a legarsi al presidente, i repubblicani hanno pochi margini per muoversi. I candidati a ogni livello hanno fatto proprie le sue falsità sul sistema elettorale americano e in pochi hanno rotto pubblicamente con lui sui tagli alla spesa, sui dazi o sulla guerra con l'Iran. Alcuni temono che il partito abbia poco da presentare agli elettori dopo due anni con pochi risultati legislativi e un calendario parlamentare ridotto, che ha tenuto i deputati a casa per settimane intere.

La scommessa repubblicana è dipingere i democratici come estremisti socialisti e se stessi come l'alternativa moderata. Quest'anno alcuni candidati socialisti-democratici hanno vinto le primarie (il loro numero al Congresso resterà con ogni probabilità a una sola cifra). Johnson, che in questo ciclo elettorale ha raccolto 135 milioni di dollari, insiste su questo contrasto. "Immaginate lo scenario da incubo di questi democratici marxisti e insurrezionali che prendono il controllo del Congresso", ha detto la settimana scorsa mentre faceva campagna in Texas. "Metterebbero sotto accusa il presidente il primo giorno".

Don Bacon, deputato moderato del Nebraska che non si ricandida in un collegio in bilico, ha detto di temere che "i numeri del presidente siano una palla al piede difficile da superare". Secondo Bacon il partito ha perso molti elettori in bilico: nel Midwest i dazi non sono popolari, il sostegno all'Ucraina è al 70 per cento nei sondaggi e i cittadini del Nebraska non gradiscono il caos, gli insulti e il modo in cui vengono trattati gli alleati.

Il deputato Mike Lawler, di New York, ha diffuso la settimana scorsa uno spot digitale in cui il presidente lo definisce "un rompiscatole" per aver chiesto di cancellare il tetto alla deducibilità dalle tasse federali delle imposte statali e locali. Lawler ha comunque in programma un intervento alla convention di Dallas. Tom Barrett, del Michigan, ha comprato spot su Facebook per ricordare i suoi voti a favore di un limite ai poteri di guerra del presidente in Iran, ma a luglio è salito sul palco di un comizio di Trump nel suo collegio dicendo: "Sono orgoglioso di stare al suo fianco oggi".

Altri repubblicani, tra cui i candidati a governatore di Georgia e Maine e diversi aspiranti al Congresso, hanno tolto in silenzio dai loro siti le foto con il presidente o i riferimenti al suo sostegno, che durante le primarie mettevano bene in vista. Non ci sono però molti esempi di repubblicani dell'era Trump riusciti a smarcarsi dal presidente agli occhi degli elettori. Nel 2018, l'ultima elezione di metà mandato con Trump alla Casa Bianca, il presidente festeggiò la sconfitta di deputati repubblicani che lo avevano criticato, come l'allora deputata dello Utah Mia Love.

"L'idea di poter scappare da lui è ridicola", ha detto Corry Bliss, che nel 2018 guidava il super PAC dei repubblicani della Camera. "I repubblicani devono fare un discorso serio ai loro elettori su quello che hanno realizzato. Alcuni non avranno una sola cosa da dire e saranno quelli che perderanno".


Texas, Talarico cresce nei sondaggi mentre i soldi di Trump tardano ad arrivare


Prima delle primarie di maggio, i vertici repubblicani del Senato avevano già avvertito Donald Trump: se avesse appoggiato il procuratore generale del Texas Ken Paxton contro il senatore uscente John Cornyn e Paxton avesse vinto, sarebbe spettato alla macchina politica del presidente finanziare la costosa campagna elettorale necessaria a rendere competitivo un candidato così controverso. Paxton ha vinto, ma più di tre mesi dopo MAGA Inc., il super PAC di Trump con oltre 400 milioni di dollari in cassa, non ha ancora aperto i cordoni della borsa. "Continuano a dire che spenderanno, ma non l'hanno fatto", ha detto alla CNN una fonte repubblicana coinvolta nelle discussioni.

Il candidato democratico James Talarico, deputato statale alla sua prima candidatura per una carica elettiva a livello statale, ha così avuto gli spazi pubblicitari quasi tutti per sé. Dall'inizio di giugno i democratici hanno speso circa 31,5 milioni di dollari in pubblicità, contro i 4,7 milioni dei repubblicani, secondo AdImpact. Quasi tutta la spesa democratica proviene dalla campagna di Talarico, che grazie a una robusta raccolta fondi ha trasmesso migliaia di spot per farsi conoscere dagli elettori, insistendo soprattutto sul costo della vita. Sabato ha diffuso anche il primo spot negativo contro Paxton, incentrato sulle accuse di corruzione che hanno segnato la sua carriera politica.

La campagna del repubblicano, con le casse quasi svuotate dal ballottaggio delle primarie, ha speso poco più di 150mila dollari. "Siamo un po' indietro in TV", ha ammesso lo stesso Paxton a Newsmax. Paxton si porta dietro una lunga serie di scandali, tra cui l'impeachment approvato dalla Camera del Texas nel 2023 per accuse di corruzione e abuso d'ufficio, dalle quali il Senato statale lo ha poi assolto.

I sondaggi mostrano una corsa serrata, potenzialmente decisiva per il controllo del Senato: nell'ultima rilevazione del Texas Politics Project, condotta tra il 5 e il 13 agosto, Talarico è al 42% e Paxton al 39%. Uno stratega repubblicano ha spiegato alla CNN che il principale problema di Paxton è la scarsa presa sui "repubblicani non MAGA", che difficilmente voteranno Talarico ma potrebbero decidere di restare a casa. Un altro operatore del partito ha definito la situazione "frustrante da guardare", perché molti sapevano fin dall'inizio che Paxton sarebbe stato un candidato più debole di Cornyn. Lo stesso Cornyn, interpellato sulla possibilità di fare campagna per Paxton, ha risposto con un secco "no".

I primi soldi e gli attacchi contro Talarico


Negli ultimi giorni, però, qualcosa ha iniziato a muoversi. Giovedì Trump ha partecipato a Houston a una raccolta fondi per il Comitato Nazionale Repubblicano, che dopo una sentenza della Corte Suprema del 30 giugno può coordinare in misura più ampia le proprie spese con le campagne elettorali dei candidati. “Aiuterò Ken Paxton e passerò molto tempo in Texas”, ha promesso il presidente ai giornalisti prima della partenza. Venerdì, intanto, un gruppo esterno che sostiene Paxton ha lanciato una campagna pubblicitaria da 800 mila dollari, mentre il presidente del comitato senatoriale repubblicano, Tim Scott, ha assicurato che la corsa al Senato in Texas sarà “molto ben finanziata”.

Cominciano ad arrivare anche gli spot d'attacco. Almeno quattro organizzazioni, tra cui un super PAC vicino al senatore Ted Cruz, stanno prendendo di mira Talarico per il suo voto contrario a una legge del 2025 che vieta la vendita di terreni in Texas a cittadini di Paesi considerati una minaccia per la sicurezza, a partire dalla Cina. "La Cina comunista si sta comprando il Texas perché Talarico ci ha svenduto", recita uno degli spot. Lo staff elettorale democratico ha replicato ricordando un viaggio di Paxton in Cina nel 2019. "C'è una ragione se i repubblicani lo chiamano 'Commie Ken'", ha dichiarato il portavoce di Talarico, JT Ennis.

Talarico, Cuban e il piano contro i monopoli sanitari


Talarico, intanto, cerca di allargare il terreno dello scontro. Sabato, a Fort Worth, durante un'intervista dal vivo condotta dalla giornalista di Fox News Jessica Tarlov, ha presentato insieme al miliardario Mark Cuban, ex proprietario dei Dallas Mavericks e fondatore di Cost Plus Drugs, un piano in tre punti contro i grandi gruppi della sanità: smembrare le società accusate di far salire i prezzi, consentire ai pazienti di cercare i farmaci meno costosi e dedurne il costo, e lasciare ai medici, anziché alle compagnie assicurative, la scelta delle cure.

L'esempio indicato da Talarico è CVS, che secondo il candidato democratico "controlla l'ospedale dove paghi per le cure, la farmacia dove paghi i farmaci e l'assicurazione che decide quanto paghi". Talarico ha spiegato di essere guidato anche dalla propria fede cristiana, osservando che nel Nuovo Testamento Gesù trascorre gran parte del suo tempo non soltanto a predicare, ma anche a guarire. L'alleanza con Cuban è significativa anche perché appena una settimana prima l'imprenditore aveva elogiato l'iniziativa di Trump per abbassare i prezzi dei farmaci.


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AfD, il nazismo che torna in Germania.

Per la prima volta dalla caduta del Reich, l’estrema destra torna a sfiorare livelli di consenso che credevamo consegnati alla storia.

L’onda nera è arrivata. Ora tocca a noi costruire un’alternativa capace di fermarla, prima che travolga tutta l’Europa.

Video di Francesca Romana D’Antuono, già copresidente di Volt Europa.

#AfD #Germania #EstremaDestra #Democrazia #UnioneEuropea #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Gli americani pensano che Trump abbia le priorità sbagliate


Il 73% dice che il presidente non si occupa dei problemi che contano davvero. Prezzi e lavoro in cima, mentre Trump pensa a sala da ballo, Lake America e data center

Il 73% degli americani ritiene che il presidente Donald Trump non si stia concentrando abbastanza sulle questioni che contano di più per loro e solo il 27% pensa che abbia le priorità giuste. Il dato viene da un sondaggio CNN/SSRS di luglio ed è il peggiore mai registrato da quella rilevazione, negativa per il presidente dall'anno scorso. Secondo un'analisi del sondaggista G. Elliott Morris pubblicata sulla sua newsletter Strength In Numbers, questo scarto tra ciò di cui si occupa Trump e ciò che gli elettori gli chiedono di risolvere è la principale ragione del calo di consensi del presidente e dei repubblicani a due mesi dalle elezioni di metà mandato di novembre.

Le ultime due settimane hanno offerto agli elettori diversi esempi di questa distanza. Il 31 agosto la Corte Suprema ha permesso a Trump, per ora, di continuare a costruire la sala da ballo della Casa Bianca, un progetto da 400-600 milioni di dollari. A luglio il presidente ha annunciato nuovi dazi contro il Canada e il 27 agosto ha ordinato di ribattezzare il lago Ontario "Lake America". Questa settimana ha detto alle comunità preoccupate dall'arrivo dei data center di lasciare che "i dati regnino", mentre spinge per costruire nuovi data center per l'intelligenza artificiale e centrali a gas su terreni federali. Nessuno di questi temi è tra le priorità degli americani, che indicano invece inflazione, lavoro ed elezioni e democrazia.

La sala da ballo è il caso più evidente. A maggio un sondaggio Strength In Numbers/Verasight ha rilevato che il 68% degli elettori è contrario a usare soldi dei contribuenti per costruirla. Tra i repubblicani i contrari sono il 44%, contro il 42% di favorevoli. Morris scrive che qualsiasi altro presidente che avesse provato a costruire una sala di marmo con i soldi dei contribuenti e dei suoi amici miliardari, in un anno elettorale e mentre molte famiglie fanno fatica a mettere il cibo in tavola, sarebbe stato messo da parte dai dirigenti del suo stesso partito al Congresso il giorno dopo.

Sondaggio · Stati Uniti

Trump va peggio proprio sui temi che gli americani mettono in cima

Ogni pallino è uno dei 12 temi del sondaggio Strength In Numbers/Verasight di metà agosto. Più a destra sta un tema, più adulti lo indicano tra i tre problemi principali del paese; più in basso, peggiore è il giudizio sul presidente. Su nessun tema Trump è in positivo, e su prezzi e inflazione, citati dal 59%, il saldo tocca -48. La linea tratteggiata è la tendenza.

0-10-20-30-40-500%20%40%60% Approvazione netta (approva meno disapprova) Quota che lo indica tra i tre problemi principali →Prezzi e inflazioneLavoro ed economiaSanitàElezioni e democraziaSpesa pubblicaCriminalità e sicurezzaImmigrazioneIstruzionePolitica esteraSicurezza del confineRimpatriCommercio estero

Fonte Sondaggio Strength In Numbers/Verasight su 1.514 adulti statunitensi, 14-19 agosto 2026, margine di errore ±2,6 punti. Approvazione netta = quota che approva meno quota che disapprova il modo in cui Trump gestisce il tema. La tendenza è una retta di regressione: la correlazione tra i due valori è di -0,76.

Il sondaggio Strength In Numbers/Verasight di agosto mostra il costo di questa scelta di priorità. Quasi il 60% degli adulti americani indica prezzi e inflazione tra i tre principali problemi del paese, 20 punti in più rispetto al secondo tema, lavoro ed economia. Il giudizio netto sul modo in cui Trump gestisce i prezzi, cioè la differenza tra chi approva e chi disapprova, è al minimo storico e si avvicina a -50 punti. Vale una regola generale: più gli elettori considerano importante un tema, più giudicano male il modo in cui il presidente lo gestisce. I temi su cui Trump e i repubblicani sono più forti, la sicurezza del confine e la criminalità, sono quelli che meno elettori indicano come problema principale. Su dodici temi la correlazione tra importanza attribuita e disapprovazione è di -0,76, cioè molto forte.

Già a febbraio un sondaggio di Wave Polling and Research, la società di sondaggi di Morris, aveva trovato che il 69% degli adulti americani concorda con l'affermazione secondo cui l'amministrazione Trump "si concentra troppo sui rimpatri e non abbastanza sul sistemare l'economia, l'inflazione e l'aumento del costo della vita". La quota sale all'87% tra chi non ha votato Trump nel 2024 e al 77% tra gli elettori di Trump del 2024 che oggi dicono di voler votare democratico. Anche tra gli elettori di Trump del 2024 che intendono votare ancora repubblicano a novembre, il 32% la pensa così.

La perdita di consenso riguarda quindi anche gli elettori del presidente. Un sondaggio di Navigator Research di agosto ha rilevato che il 20% di chi ha votato Trump nel 2024 si è pentito del proprio voto. Tra le ragioni indicate ci sono la guerra con l'Iran (45%), i prezzi (43%) e i tagli alla sanità (38%). Più di un terzo dei pentiti ha detto di aver cambiato idea perché il presidente si sta "concentrando sulle priorità sbagliate come la sala da ballo della Casa Bianca".

La ricerca in scienza politica sostiene da decenni che la percezione delle priorità pesa sul voto almeno quanto le posizioni sui singoli temi. Negli esperimenti sul "priming" descritti nel libro "News That Matters", Shanto Iyengar e Donald Kinder hanno mostrato che i temi che dominano le notizie diventano più importanti per gli elettori sia nel valutare l'operato del presidente sia nello scegliere tra i candidati alle elezioni successive. Uno studio del politologo di Stanford Jon Krosnick sulle presidenziali del 1968, 1980 e 1984 ha trovato che le opinioni degli elettori sulle politiche influenzano molto di più il giudizio sui candidati, e quindi il voto, quando quelle politiche sono considerate personalmente importanti. Patrick Fournier e quattro coautori hanno poi trovato lo stesso schema per i presidenti in carica: gli elettori danno più peso a come il governo gestisce un tema quando lo ritengono importante, mentre i risultati sui temi giudicati secondari incidono poco sul sostegno a chi governa.

Morris osserva che i commentatori americani dedicano molto spazio a come il posizionamento politico influisce sul successo di un candidato e poco a come incide la percezione delle sue priorità, che secondo lui conta altrettanto se non di più. Il problema elettorale di Trump, e dei repubblicani a novembre, non è solo che gli elettori non apprezzano le sue politiche, ma che lo vedono sempre più come distratto dai problemi più urgenti del paese, mentre gli americani restano preoccupati soprattutto per prezzi e lavoro. Nel podcast settimanale di giovedì, Morris e il suo collega David hanno detto che Trump si comporta come qualcuno che vuole perdere un'elezione.


La Corte Suprema sblocca la sala da ballo di Trump


La Corte Suprema ha consentito all'Amministrazione Trump di proseguire la costruzione della nuova sala da ballo della Casa Bianca, un edificio di circa 8.400 metri quadrati che sta sorgendo al posto dell'Ala Est, demolita lo scorso anno. La decisione, arrivata lunedì con una maggioranza di 5 giudici a 4, permette al cantiere di continuare anche in superficie mentre prosegue la causa sul progetto.

La Corte, tuttavia, non si è pronunciata sulla questione centrale, cioè se Donald Trump abbia o meno l'autorità per realizzare l'opera senza un'esplicita autorizzazione del Congresso. Nella decisione, i giudici della maggioranza hanno precisato di non essersi pronunciati "sulla legalità del progetto dell'Ala Est". Hanno stabilito soltanto che il governo ha buone probabilità di dimostrare che il National Trust for Historic Preservation, l'organizzazione non profit per la tutela del patrimonio storico che ha intentato la causa, non abbia la legittimazione necessaria per contestare il progetto davanti a un tribunale federale.

La decisione non chiude formalmente il contenzioso, ma la sospensione resterà in vigore mentre il governo presenterà alla Corte Suprema la richiesta di esaminare il caso nel merito: se la Corte dovesse rifiutare di farlo, la sospensione terminerà automaticamente; se invece accetterà, resterà in vigore fino alla decisione finale.

Roberts: "La costruzione è probabilmente illegale"


Il presidente della Corte, John Roberts, ha votato contro la maggioranza insieme alle tre giudici liberal Sonia Sotomayor, Elena Kagan e Ketanji Brown Jackson. Nel suo dissenso ha scritto che la costruzione, proseguita "a passo spedito per la maggior parte di un anno", è "probabilmente illegale". Secondo Roberts, il Congresso ha espressamente vietato la costruzione di nuovi edifici sui terreni federali di Washington senza una propria autorizzazione, che in questo caso non sarebbe mai arrivata.

Roberts ha sottolineato che la maggioranza consente ai lavori di andare avanti "non perché la costruzione sia legale", ma perché ritiene che il National Trust probabilmente non abbia titolo per contestarla in giudizio. A suo giudizio, questa conclusione permette all'esecutivo di proseguire un progetto che con ogni probabilità viola l'autorità del Congresso sugli immobili federali e sul Distretto di Columbia.

La controversia era cominciata in marzo, quando un tribunale federale di Washington aveva disposto lo stop ai lavori in superficie, consentendo invece di proseguire quelli per le strutture militari sotterranee. Il 17 aprile la Corte d'Appello aveva sospeso quell'ingiunzione, permettendo al cantiere di andare avanti durante l'esame del ricorso. Il 7 agosto la stessa Corte d'Appello aveva poi confermato la decisione di primo grado, stabilendo che Trump non poteva realizzare il progetto senza l'approvazione del Congresso, ma aveva mantenuto la sospensione fino al 21 agosto. Quel giorno Roberts aveva congelato temporaneamente l'entrata in vigore dell'ingiunzione, in attesa che l'intera Corte Suprema decidesse sulla richiesta dell'Amministrazione. I lavori, quindi, non si sono fermati nuovamente in agosto.

Un progetto da 600 milioni di dollari


Anche i costi del progetto sono diventati uno dei punti più controversi. Al momento dell'annuncio, nel luglio 2025, la Casa Bianca aveva stimato in 200 milioni di dollari il costo dell'intervento; Trump ha poi parlato di una spesa fino a 400 milioni, sostenendo ripetutamente che sarebbe stata coperta dai donatori privati. Ma secondo documenti interni ottenuti dal Washington Post, una stima preparata in marzo dall'impresa incaricata dei lavori valutava già in 600 milioni di dollari il costo complessivo del progetto, che comprende la sala da ricevimenti e un vasto complesso militare sotterraneo. Di questa cifra, 307 milioni sarebbero stati coperti con fondi pubblici e 293 milioni con risorse private.

A giugno l'Amministrazione Trump ha inoltre trasferito circa 352 milioni di dollari di fondi del Secret Service a "misure di sicurezza della Casa Bianca". Il denaro proveniva dagli stanziamenti approvati l'anno precedente con la legge di bilancio nota come One Big Beautiful Bill Act. Una fonte a conoscenza del bilancio del Secret Service ha riferito al Washington Post che quei fondi servivano anche a contribuire alla costruzione della nuova Ala Est, che comprende appunto anche la sala da ballo. L'Amministrazione ha sostenuto invece che le spese pubbliche riguardano gli interventi di sicurezza e non il finanziamento della sala da ricevimenti in quanto tale.


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Midterm, per i repubblicani cresce il rischio di un'onda blu


Charlie Cook vede un clima politico ormai fuori dagli schemi previsti dal Partito Repubblicano: alla Camera bastano pochi seggi ai democratici per ottenere la maggioranza, mentre la vera sfida resta il controllo del Senato.

A poco più di sessanta giorni dalle elezioni di metà mandato, Charlie Cook afferma che il presidente "ha ormai raggiunto una massa critica di problemi", tali da spingere il voto "in un territorio in cui la mappa del 2026 e il numero ridotto di collegi e seggi contendibili non dovrebbero consentire" al Partito Repubblicano "di mantenere la maggioranza". Cook ha aggiunto che la portata del fenomeno è maggiore di quanto lui stesso si aspettasse. L'osservazione pesa perché arriva dal fondatore del Cook Political Report, una delle testate di analisi elettorale più seguite da entrambi i partiti, e perché mette in discussione l'argomento con cui i repubblicani si sono rassicurati per un anno: il clima nazionale è ostile, ma il ridisegno dei collegi dovrebbe limitarne i danni.

I numeri di partenza sono quelli che i repubblicani conoscono bene. L'indice di gradimento di Donald Trump resta sotto il 40% nella media di RealClearPolitics, con risultati ancora peggiori sulla gestione dell'economia, della guerra in Iran e dell'inflazione. Nel cosiddetto "generic ballot", che misura quale partito gli elettori preferirebbero votare al Congresso senza indicare i nomi dei candidati, i democratici sono avanti di 5,7 punti. L'unica rilevazione fuori dal coro è quella di Harvard-Harris, che assegna ai repubblicani un vantaggio di 2 punti; tutte le altre collocano invece i democratici avanti tra 5 e 11 punti.

Il margine è inferiore a quello con cui i democratici hanno vinto alle elezioni del 2018, quando la media finale li dava a +7,3 e il voto popolare si chiuse con un vantaggio di 8,4 punti e oltre 40 seggi conquistati alla Camera. Le condizioni, però, sono diverse in entrambe le direzioni, come osserva W. James Antle III, analista del Washington Examiner. Allora i repubblicani difendevano 25 collegi vinti da Hillary Clinton nel 2016, mentre oggi ne controllano soltanto 8 conquistati da Kamala Harris nel 2024, ed i democratici ne difendono 23 vinti da Trump.

In compenso, la maggioranza repubblicana è molto più fragile. Dopo il giuramento della deputata Aisha Wahab il 2 settembre, i repubblicani controllano solo 218 seggi contro i 214 dei democratici, con 2 posti vacanti. Alla Camera dei Rappresentanti siede inoltre un unico deputato indipendente, Kevin Kiley, che per mantenere i propri incarichi nelle Commissioni di cui fa parte è formalmente affiliato alla conferenza repubblicana e ha chiesto di modificare il regolamento per rendere superfluo questo passaggio. Per ribaltare la maggioranza alla Camera, in altre parole, ai democratici non serve affatto un'onda.

Il clima politico sfavorisce il GOP
I repubblicani hanno ridisegnato i collegi, ma il clima politico nazionale si è mosso più in fretta

Charlie Cook calcola che le nuove mappe risparmino al partito del presidente circa dieci seggi. Nello scenario che oggi considera più probabile, i repubblicani ne perdono fra ventisei e trentacinque. Alla Camera ne bastano tre per cambiare la maggioranza.
Grafica di FocusAmerica 5 settembre 2026

Quanto deve cambiare il Congresso

Camera
3

Senato
4

I seggi che i democratici devono strappare ai repubblicani per arrivare a 218.
Le vittorie necessarie in Stati vinti da Trump, se i democratici terranno tutti i propri seggi.

In sintesi. Dopo il voto del 2024 la Camera conta 220 seggi repubblicani e 215 democratici su 435: ai democratici ne bastano tre per arrivare a 218 e ribaltare la maggioranza. Al Senato ne servono quattro, quasi tutti in Stati che Trump ha vinto due anni fa, e i terreni più ostili sono Texas, Iowa e Alaska, dove il suo margine ha superato i tredici punti. Charlie Cook stima che i repubblicani perderanno fra 15 e 25 seggi nello scenario meno grave e fra 26 e 35 in quello che considera oggi più probabile, con 4 o 5 seggi persi anche al Senato; senza il ridisegno dei collegi le perdite sarebbero circa dieci seggi più alte. Nel 2018 i repubblicani ne persero 40.
Oggi la maggioranza repubblicana è ancora più stretta: dopo il giuramento della deputata Aisha Wahab, il 2 settembre, i repubblicani contano 218 seggi contro 214, con due collegi vacanti. L’unico deputato indipendente, Kevin Kiley, siede con la conferenza repubblicana.

Il clima nazionale
Trump tiene il proprio partito, ma ha perso gli elettori indipendenti
Un gradimento dell’81% fra gli elettori repubblicani non compensa il 24% che il presidente raccoglie fra chi non si riconosce in nessuno dei due partiti. Sono proprio quegli elettori a decidere i pochi collegi che restano contendibili.

39,9%approva disapprova56,4%

Come gli americani giudicano l’operato del presidente. Media RealClearPolitics al 5 settembre 2026.

Il confronto con il 2018

Vantaggio democratico nel voto generico, oggi+5,7

Media finale prima del voto del 2018+7,3

Risultato effettivo del 2018, con 40 seggi conquistati+8,6

Il margine di oggi è più stretto di quello del 2018, ma i repubblicani difendono soltanto 8 collegi vinti da Kamala Harris, mentre nel 2018 ne difendevano 25 vinti da Hillary Clinton.

Gli scenari di Charlie Cook
Anche lo scenario meno grave per i repubblicani costa loro la Camera
Il fondatore del Cook Political Report descrive tre esiti possibili a poco più di sessanta giorni dal voto. In tutti e tre i casi perdono molto più dei tre seggi che separano i democratici dalla maggioranza.
Seggi persi dai repubblicani alla Camera

La fascia in rosso pieno è lo scenario che Cook considera oggi il più probabile. Sempre secondo Cook, senza il ridisegno dei collegi a metà decennio le perdite repubblicane sarebbero circa dieci seggi più alte.

La corsa al Senato
Al Senato la strada passa quasi tutta per Stati profondamente repubblicani
Ogni corsa contendibile è collocata sul margine con cui Trump ha vinto o perso ciascuno Stato nel 2024. Più la barra si allunga a destra, più il terreno è ostile ai democratici.
Stato vinto da Trump nel 2024 Stato vinto da Harris

Il sondaggista repubblicano Patrick Ruffini ha osservato che negli ultimi quattro cicli i sondaggi estivi sulle corse al Senato hanno sovrastimato i democratici: gli Stati più conservatori potrebbero tornare ai propri orientamenti abituali con l’avvicinarsi del voto.

Il punto
Se i democratici conquistassero davvero quattro seggi al Senato in Stati normalmente repubblicani, vorrebbe dire che il quadro politico è cambiato al punto da rendere competitivi collegi che a inizio campagna nessuno dei due partiti considerava prioritari. In quel caso i ventuno seggi che Mike Johnson indica come terreno decisivo non sarebbero il tetto delle perdite repubblicane, ma il punto di partenza.

Fonte Medie RealClearPolitics aggiornate al 5 settembre 2026 per il gradimento presidenziale e il voto generico; Charlie Cook, «When a nightmare scenario becomes the most likely scenario», 3 settembre 2026, per gli scenari, per l’effetto del ridisegno dei collegi e per il gradimento diviso per gruppo di elettori; Ballotpedia e House Press Gallery per la composizione della Camera al 2 settembre 2026; risultati ufficiali delle elezioni del 2018 e del 2024.

Al Senato la strada è molto più stretta


Al Senato il calcolo è opposto. Dando per scontato che mantengano tutti i propri seggi, ai democratici servono almeno 4 vittorie in Stati che Trump ha conquistato nel 2024, in alcuni casi con margini a doppia cifra. In North Carolina i democratici sono nettamente avanti dopo il ritiro del senatore Thom Tillis, con l'ex governatore Roy Cooper contrapposto all'ex presidente del Comitato Nazionale Repubblicano Michael Whatley. In Georgia, uno Stato che inizialmente i repubblicani consideravano una delle loro migliori occasioni di conquista al Senato, Jon Ossoff è avanti di 7,5 punti e supera il 50% nella media di RealClearPolitics contro Mike Collins.

I margini sono molto più ridotti in Alaska, Ohio e Texas, dove il nostro modello ha recentemente spostato le stime in direzione dei democratici. In Iowa, invece, in vantaggio restano i repubblicani, anche se in maniera contenuta.

Questo quadro ha però un rovescio della medaglia. Il sondaggista repubblicano Patrick Ruffini ha mostrato che, negli ultimi quattro cicli elettorali, i sondaggi estivi sulle corse per il Senato hanno avuto la tendenza a sovrastimare i democratici. Ciò lascia aperta la possibilità che, con l'avvicinarsi del voto, gli Stati più conservatori tornino a seguire i loro orientamenti abituali. I democratici, inoltre, non hanno ancora messo al sicuro Michigan, New Hampshire e Minnesota. In Maine, in particolare, Susan Collins resta competitiva dopo la sostituzione in corsa del candidato democratico, in uno Stato dove 6 anni fa ottenne un risultato molto migliore di quello indicato dai sondaggi.

Del resto, il Senato ha resistito anche all’ondata democratica del 2018: mentre il Partito Democratico ha conquistato agevolmente la maggioranza alla Camera, i repubblicani sono riusciti addirittura ad ampliare di 2 seggi la propria maggioranza al Senato. Nel 2022 si è verificato quasi il contrario: i democratici hanno guadagnato un seggio al Senato, pur perdendo il controllo della Camera.

Quando il redistricting non basta più


La strategia repubblicana per contraddire una tradizione storica — le elezioni di metà mandato tendono quasi sempre a penalizzare il partito del presidente in carica, soprattutto se così impopolare — poggia su 3 pilastri: il ridisegno dei collegi a metà decennio, la superiorità finanziaria e la capacità di riportare alle urne gli elettori di Trump anche quando il suo nome non compare sulla scheda.

Il punto è capire fino a che punto questi presunti vantaggi strutturali possano reggere di fronte a un deterioramento così marcato del clima politico nazionale per il presidente Trump. Se i democratici riuscissero davvero a conquistare 4 seggi al Senato in Stati normalmente favorevoli ai repubblicani, vorrebbe dire che il quadro politico è cambiato abbastanza da rendere competitive anche Stati che, all’inizio della campagna, nessuno dei due partiti considerava prioritari.

In uno scenario del genere, i 21 seggi della Camera indicati da Mike Johnson come terreno decisivo e come motivo di fiducia per i repubblicani rischierebbero di rappresentare non il limite massimo delle loro perdite, ma soltanto il punto di partenza.


L'inflazione e la guerra in Iran pesano sulle midterm di Trump


A due mesi dalle elezioni di metà mandato, l'economia americana è sempre più sotto pressione e le politiche di Donald Trump contribuiscono alle difficoltà. Il presidente e i repubblicani avevano conquistato Washington nel 2024 promettendo di sconfiggere l'inflazione e tagliare la spesa pubblica, ma la guerra commerciale, il conflitto con l'Iran e un debito che ha superato i 40.000 miliardi di dollari hanno prolungato o aggravato i problemi economici proprio per molte delle famiglie che avevano promesso di aiutare. I sondaggi, scrive il New York Times, indicano una crescente insofferenza degli elettori verso gli appelli alla pazienza e le midterm si avviano a diventare un referendum sulla credibilità economica del presidente.

L'indice PCE, la misura dell'inflazione seguita con maggiore attenzione dalla Federal Reserve, ha mostrato mercoledì che a luglio i prezzi sono aumentati del 3,7% rispetto a un anno prima, lo stesso ritmo di giugno e ben al di sopra dell'obiettivo del 2%. Al netto di energia e alimentari, l'aumento è stato del 3,3%. Olu Sonola, responsabile dell'economia americana per Fitch Ratings, ha descritto al New York Times la dinamica dei prezzi come "un logoramento fatto di mille piccoli tagli": un accumulo di fattori, dalla guerra ai dazi, che ha alimentato l'inflazione e peggiorato le aspettative dei consumatori.

"Questo stillicidio, settimana dopo settimana, mese dopo mese, ha un impatto diretto per le famiglie", ha spiegato, anche se l'economia continua a crescere, la manifattura è in ripresa e il mercato del lavoro tiene, grazie all'ondata di investimenti nell'intelligenza artificiale che ha portato i mercati a nuovi record. Sarah House, economista senior di Wells Fargo, prevede che l'inflazione chiuda l'anno intorno al 3,5%, ben oltre le attese di inizio 2026: "C'è un divario enorme tra quello che i consumatori incassano e la velocità con cui il denaro esce dalle loro tasche".

Midterm 2026 · Economia e difesa

A due mesi dal voto, la presidenza di Trump presenta il conto su tre fronti

I dazi costano in media 1.100 dollari all’anno a ogni famiglia, il debito federale ha superato i 40.000 miliardi e la guerra con l’Iran ha consumato quasi due terzi degli intercettori Patriot. Le elezioni di metà mandato si avviano a diventare un referendum sulla credibilità economica del presidente.

Grafica di FocusAmerica 30 agosto 2026

Indice PCE, variazione sui dodici mesi · luglio 2026

3,7%
L’inflazione che la Federal Reserve guarda con più attenzione è ferma sul ritmo di giugno. Al netto di energia e alimentari l’aumento è del 3,3%.

Obiettivo Fed 2%

Entro l’obiettivo della Fed +1,7 punti oltre l’obiettivo

Sarah House, economista senior di Wells Fargo, prevede che l’anno si chiuda intorno al 3,5%: «C’è un divario enorme tra quello che i consumatori incassano e la velocità con cui il denaro esce dalle loro tasche».

1Le famiglie 2Il debito 3L’arsenale

Il conto delle famiglie

I dazi in vigore valgono 1.100 dollari all’anno per famiglia


Stima dello Yale Budget Lab sull’insieme delle tariffe applicate ad agosto 2026. I dazi sono imposte sulle importazioni: una parte del costo si trasferisce sui consumatori.

Costo annuo per famiglia
Tariffe già in vigore circa 1.070 $
Nuove misure sul Canada circa 30 $
Totale 1.100 $

Interrogato sui possibili aumenti dei prezzi, Trump ha sostenuto che i dazi contro il Canada saranno «molto buoni per noi».

Alla pompa di benzina, media nazionale AAA

Agosto 2025 circa 3,09 $

Agosto 2026 4,09 $

Prezzo al gallone. Agosto si avvia a diventare il mese più caro di sempre: la benzina resta sopra i 4 dollari da quando, a luglio, gli scontri sono ripresi nello Stretto di Hormuz.

Il prossimo colpo Dal 1° gennaio 2027 auto, camion, componenti e acciaio canadesi saranno tassati al 50%. Il primo ministro Mark Carney ha già annunciato misure di ritorsione.

Il debito

Due anni dopo la promessa di austerità, il debito ha superato i 40.000 miliardi


Il debito federale vale ormai più del prodotto annuo del Paese: le tensioni sul mercato obbligazionario rendono più costosi mutui e prestiti.

40.000 miliardi di dollari

Il Congresso a guida repubblicana ha respinto più volte i tagli più profondi chiesti dal presidente, che ha ottenuto invece un aumento delle spese militari e un pacchetto di tagli alle tasse da migliaia di miliardi di dollari.

Quanto pesa il riacquisto di titoli annunciato dal Tesoro

L’intera barra è il debito federale: 40.000 miliardi di dollari.

4 miliardi: questa linea

La stessa barra ingrandita mille volte

L’intervento del Segretario al Tesoro Scott Bessent, di almeno 4 miliardi di dollari per operazione e dagli effetti temporanei, copre lo 0,01% del debito. Il piano di «consolidamento fiscale» promesso resta senza dettagli.

Jessica Riedl, Brookings Institution «Sono tutte chiacchiere. I repubblicani dicono sempre: dateci il controllo del governo e taglieremo la spesa. Ce l’hanno e non hanno più scuse».

L’arsenale

La guerra con l’Iran ha consumato quasi due terzi degli intercettori Patriot


Ogni sagoma rappresenta l’1% delle scorte americane di intercettori Patriot. In rosso la quota consumata dal conflitto, secondo una stima del CSIS.

Consumati: 65% delle scorte Rimasti: 35%

Che cosa hanno lanciato gli Stati Uniti entro metà luglio

Intercettori Patriot1.700

Intercettori THAADoltre 200

Missili lanciati dalle navi150

Che cosa ha lanciato l’Iran

Missili balisticioltre 1.500

Droni di grandi dimensionicirca 6.000

Le barre sono in scala tra loro. Ricostituire le munizioni prelevate dalle scorte americane in Giappone, Corea del Sud e Germania potrebbe richiedere anni.

Le conseguenze fuori dal Golfo In Europa le scorte di intercettori PAC-3 e di missili ATACMS sono giudicate oltre il livello critico. Nel breve periodo Washington potrebbe non essere in grado di eseguire integralmente i piani per la difesa di Taiwan. La Casa Bianca respinge questa ricostruzione: secondo la portavoce Anna Kelly le scorte sono «più che sufficienti».

Fonte: New York Times e Wall Street Journal; Bureau of Economic Analysis (indice PCE, luglio 2026); Yale Budget Lab; AAA; CSIS. Dati aggiornati al 30 agosto 2026.

Dazi, benzina e debito


Uno di questi shock è arrivato sabato 22 agosto, quando Trump ha imposto nuovi dazi su una parte delle importazioni dal Canada, per poi annunciare due giorni dopo che dal 1° gennaio 2027 auto, camion, componenti e acciaio canadesi saranno tassati al 50%. Il primo ministro Mark Carney ha risposto con misure di ritorsione, riaprendo una disputa che ricorda i giorni più frenetici dell'inizio della guerra commerciale.

I dazi sono a tutti gli effetti imposte sulle importazioni e una parte dei loro costi si trasferisce sui consumatori: lo Yale Budget Lab, un centro di ricerca indipendente, ha stimato questo mese che l'insieme delle tariffe in vigore costerà alle famiglie in media circa 1.100 dollari all'anno, una trentina dei quali imputabili alle nuove misure sul Canada. Interrogato sui possibili aumenti dei prezzi, Trump ha sostenuto che i dazi contro il Canada saranno "molto buoni per noi".

Intanto, la guerra con l'Iran, cominciata il 28 febbraio con l'operazione Epic Fury, non si è mai davvero conclusa. Dopo il cessate il fuoco di maggio, a luglio gli scontri sono ripresi nello Stretto di Hormuz e la benzina resta sopra i 4 dollari al gallone: venerdì la media nazionale era di 4,09 dollari secondo AAA, circa un dollaro in più rispetto a un anno prima, mentre agosto si avvia a diventare il mese più caro di sempre alla pompa di benzina. Lo shock energetico ha fatto salire anche il prezzo del diesel e del carburante per aerei, aumentando i costi dei trasporti e dei viaggi.

Le spese per l'intervento militare hanno inoltre contribuito alla crescita del debito federale, ormai superiore a 40.000 miliardi di dollari e al prodotto annuo del Paese, alimentando le tensioni sul mercato obbligazionario e rendendo più costosi mutui e prestiti. Il superamento della soglia dei 40.000 miliardi mostra anche quanto poco Trump e i repubblicani siano riusciti a ridurre la spesa, nonostante l'austerità promessa due anni fa. "Sono tutte chiacchiere", ha detto Jessica Riedl, esperta di bilancio della Brookings Institution ed ex collaboratrice di un senatore repubblicano.

"I repubblicani dicono sempre: 'Dateci il controllo del governo e taglieremo la spesa'. Ce l'hanno e non hanno più scuse". Il Congresso a guida repubblicana ha respinto più volte i tagli più profondi proposti dal presidente, che dal canto suo ha chiesto un aumento delle spese militari e ottenuto l'anno scorso un pacchetto di tagli alle tasse da migliaia di miliardi di dollari. Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato questo mese un raro intervento di riacquisto di titoli di Stato, portato ad almeno 4 miliardi di dollari per operazione e dagli effetti temporanei, e ha promesso un piano di "consolidamento fiscale" senza fornire dettagli.

La Fed, intanto, continua a resistere alle pressioni per ridurre i tassi. "Dobbiamo essere sicuri che l'inflazione di fondo si stia muovendo verso il nostro obiettivo, in modo chiaro e a una velocità sufficiente", ha detto venerdì a Jackson Hole il nuovo presidente Kevin Warsh. "Altrimenti abbiamo ancora del lavoro da fare". I mercati hanno interpretato il discorso come un'apertura a un rialzo dei tassi già a settembre. Trump chiede invece tagli rapidi e ha accusato il consiglio della banca centrale di fare politica: "Quando annunciamo buoni numeri, cosa che facciamo di continuo, loro continuano ad alzare i tassi perché hanno tanta paura dell'inflazione. E non dovrebbero".

La guerra in Iran svuota gli arsenali


Gli Stati Uniti hanno trasferito in Medio Oriente una quantità di munizioni tale da alimentare, tra i pianificatori militari americani, il timore che la capacità di deterrenza nei confronti di Cina e Russia si sia sensibilmente indebolita. Lo ha rivelato il Wall Street Journal, citando funzionari statunitensi. Entro metà luglio, gli Stati Uniti avevano impiegato circa 1.700 intercettori Patriot e più di 200 intercettori THAAD, mentre le navi della Marina avevano lanciato altri 150 missili per contrastare oltre 1.500 missili balistici e circa 6.000 droni di grandi dimensioni lanciati dall’Iran. Secondo una stima del CSIS, il conflitto avrebbe consumato circa il 65% delle scorte americane di intercettori Patriot.

Le conseguenze si fanno sentire anche fuori dal Medio Oriente. In Europa, le scorte di intercettori Patriot PAC-3 e di missili terra-terra ATACMS sono giudicate “oltre il livello critico”, mentre missili di precisione, razzi guidati, intercettori THAAD e sistemi antidrone Merops sono stati trasferiti verso il Golfo. Ricostituire le munizioni prelevate anche dalle disponibilità americane in Giappone, Corea del Sud e Germania potrebbe richiedere anni.

Il Comando europeo degli Stati Uniti è stato così costretto a rivedere alcuni dei propri piani operativi. Parallelamente, secondo funzionari dell’Amministrazione, nel breve periodo Washington potrebbe non essere in grado di eseguire integralmente i piani previsti per la difesa di Taiwan in caso di un’invasione cinese. Il senatore repubblicano Roger Wicker ha inoltre avvertito che la revisione della presenza militare statunitense in Europa, attualmente in corso al Pentagono, “deve tenere conto di un Putin ferito che reagisce”.

La Casa Bianca respinge però questa ricostruzione. “L’esercito degli Stati Uniti ha munizioni e scorte più che sufficienti per raggiungere tutti gli obiettivi strategici del presidente Trump e anche oltre, e l’operazione Epic Fury ha mostrato cosa succede quando ci si mette contro gli Stati Uniti”, ha dichiarato la portavoce Anna Kelly. Anche il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha definito “false” le notizie sulle carenze, accusando i media di incoraggiare i nemici degli Stati Uniti.

Il colonnello Martin O’Donnell, portavoce del comando militare della NATO, ha assicurato a sua volta che l’Alleanza Atlantica “ha abbastanza munizioni per la difesa aerea, compresi i missili Patriot, per difendersi” e continuare a rifornire l’Ucraina. O’Donnell non è però entrato nel merito della consistenza delle scorte statunitensi.

Trump ha sospeso gli attacchi contro l’Iran alla fine di luglio, mentre cresceva il dibattito sull’esaurimento delle munizioni, e punta ora soprattutto sulla pressione economica. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha sostenuto che il nuovo approccio dovrebbe evitare, almeno nel breve periodo, un ritorno a combattimenti su larga scala.

Funzionari arabi ed ex funzionari americani avvertono tuttavia che sanzioni particolarmente punitive potrebbero spingere Teheran a reagire colpendo le infrastrutture del Golfo. “L’Iran ha ancora una forte capacità d’azione”, ha detto al Wall Street Journal Daniel Shapiro, ex funzionario del Pentagono durante l’amministrazione Biden e oggi senior fellow dell’Atlantic Council. Teheran, ha aggiunto, dispone ancora degli strumenti per “infliggere danni a noi e all’economia globale” e il loro impiego comporterebbe “probabilmente azioni militari alle quali gli Stati Uniti dovrebbero quasi certamente rispondere”.


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Le nuove mappe elettorali volute da Trump rischiano di non spostare quasi nulla alle midterm


Per l'analista Ethan Chen i repubblicani puntano a 15 seggi democratici, ma in 10 i democratici hanno almeno il 50% di possibilità di vittoria. I democratici sono inoltre favoriti in tutti i 6 seggi che stanno cercando di strappare agli avversari.

La guerra delle mappe elettorali voluta dal presidente Donald Trump in vista delle elezioni di midterm di novembre rischia di chiudersi in sostanziale parità. È la conclusione di un'analisi di Ethan Chen, analista elettorale e autore della newsletter Decalibrate su Substack. Secondo i suoi calcoli, i repubblicani hanno ridisegnato i collegi con l'obiettivo di conquistare 15 seggi oggi tenuti dai democratici alla Camera, ma in 10 di questi i democratici hanno almeno il 50% di possibilità di mantenere il controllo. I democratici, che hanno risposto con il ridisegno di una mappa in California e con un nuovo collegio ottenuto in Utah, sono invece nettamente favoriti in tutti e 6 i seggi attualmente detenuti dai repubblicani che puntano a conquistare.

Negli Stati Uniti i confini dei collegi della Camera vengono ridisegnati dai singoli Stati, di norma una volta ogni 10 anni dopo il censimento. Il gerrymandering consiste nel tracciarli in modo da favorire un partito, concentrando gli elettori avversari in pochi collegi oppure distribuendoli tra molti collegi nei quali restano in minoranza. Trump ha spinto gli Stati a guida repubblicana a ridisegnare le mappe a metà decennio, mentre una decisione della Corte Suprema ha aperto la strada allo smantellamento di collegi a maggioranza nera e latino americana fino ad allora protetti dal Voting Rights Act, la legge federale sul diritto al voto. Molti analisti avevano descritto la sentenza come potenzialmente disastrosa per i democratici, stimando fino a una decina di seggi aggiuntivi per i repubblicani.

Ma giovedì la Corte Suprema del Missouri ha annullato all'unanimità la nuova mappa repubblicana dello Stato e ripristinato quella precedente, salvando così il seggio del democratico Emanuel Cleaver a Kansas City. Il Missouri ha presentato ricorso alla Corte Suprema federale, sostenendo che sia ormai troppo tardi per cambiare i collegi perché le primarie si sono già svolte. Il ritardo, tuttavia, è stato provocato dallo stesso Segretario di Stato repubblicano, che ha rallentato deliberatamente la procedura. Secondo Chen, gli esperti di diritto elettorale sono scettici sulle possibilità di successo del ricorso: la Corte Suprema federale ha già consentito all'Alabama di ridisegnare i collegi dopo le primarie e, in genere, evita di intervenire sulle decisioni delle Corti statali che riguardano le rispettive costituzioni. La sentenza del Missouri potrebbe quindi aver chiuso, con ogni probabilità, la stagione delle nuove mappe.

Complessivamente nove Stati hanno ridisegnato i collegi per il 2026. I repubblicani hanno preso di mira un seggio detenuto dai democratici in Alabama, quattro in Florida, uno in Louisiana, uno in North Carolina, due in Ohio, uno in Tennessee e cinque in Texas. I democratici puntano invece a conquistare cinque seggi oggi detenuti dai repubblicani in California e uno in Utah.

L'analisi di Chen parte da un'ipotesi sul clima politico nazionale. Secondo la media di Silver Bulletin, il sito di Nate Silver, i democratici sono avanti di circa 8 punti nel cosiddetto generic ballot, il sondaggio che chiede agli elettori quale partito voterebbero per il Congresso senza indicare i nomi dei candidati. Il contesto è quindi di circa 10 punti più favorevole ai democratici rispetto alle elezioni per la Camera del 2024. Chen osserva inoltre che, storicamente, i deputati uscenti ottengono circa 3 punti in più rispetto a un candidato medio. Un democratico in carica potrebbe dunque migliorare di circa 13 punti il risultato ottenuto da Kamala Harris nel proprio collegio, rendendo così potenzialmente contendibile persino un distretto in cui Trump aveva vinto di 14 punti nel 2024.

Midterm 2026 · La guerra delle mappe
Trump ha fatto ridisegnare i collegi, ma il conto finale è quasi in pareggio
Nove Stati hanno riscritto i confini dei collegi della Camera prima del voto di novembre. Secondo l’analisi dell’esperto elettorale Ethan Chen, il vantaggio netto dei repubblicani si ferma a un solo seggio: il clima politico nazionale sta cancellando quasi tutto quello che le nuove mappe avevano promesso.
Grafica di FocusAmericaAggiornato al 5 settembre 2026

IIl bilancioBilancio IILa sogliaSoglia IIIDove si votaMappa IVChe cosa restaResta
Questa infografica è interattiva e richiede JavaScript. In sintesi: i repubblicani hanno ridisegnato 15 collegi democratici, ma in 10 di questi i democratici restano in partita; i democratici sono favoriti in tutti e 6 i collegi repubblicani che puntano a conquistare. Saldo netto stimato: un solo seggio ai repubblicani.

Il conto dei seggi
I repubblicani hanno ridisegnato i collegi con l’obiettivo di strappare 15 seggi ai democratici. I democratici hanno risposto con una nuova mappa in California e con un collegio ottenuto in Utah.

Attacco repubblicano
15

Risposta democratica
6

seggi democratici presi di mira dalle nuove mappe, in sette Stati
seggi repubblicani nel mirino: cinque in California, uno in Utah

I 15 seggi democratici sotto attacco
Valutazione di Ethan Chen

5 collegi dove i repubblicani sono favoriti 4 in bilico 6 dove i democratici restano favoriti

I 6 seggi repubblicani nel mirino democratico
Un rettangolo = un seggio

In 10 dei 15 collegi presi di mira i democratici conservano almeno il 50% di probabilità di vittoria. Nei 6 seggi repubblicani che vogliono strappare, invece, sono favoriti ovunque.

7
seggi conquistati dai repubblicani, se i 4 collegi in bilico si dividessero a metà

+1
Saldo nettoai repubblicani

6
seggi conquistati dai democratici, tutti in California e in Utah

Fin dove arriva un democratico
Un deputato democratico uscente non parte dal risultato di Kamala Harris nel proprio collegio: guadagna il vantaggio del clima nazionale e quello personale di chi è già in carica. La somma dei due indica fin dove può spingersi. Muova il cursore per cambiare il clima politico e vedere come si sposta la soglia.

Clima nazionale nei sondaggi
D+8,0

PareggioD+14

10,5
punti recuperati rispetto al 2024

+3,0
punti di vantaggio dell’uscente

13,5
soglia: fin qui possono arrivare

Posizione sull’asse: margine del 2024 nei nuovi confini. H+ indica un vantaggio di Harris, T+ un vantaggio di Trump.

La soglia è un ordine di grandezza, non una previsione: candidati, raccolta fondi e sondaggi locali spostano ogni singola corsa. Il colore dei punti riflette la valutazione di Chen, la posizione il margine di Trump nel 2024.

La geografia della partita
Sette Stati a guida repubblicana hanno ridisegnato i collegi per togliere seggi ai democratici. In California una nuova mappa e in Utah una sentenza spingono nella direzione opposta. Tocchi un punto della mappa, o un collegio nell’elenco, per aprire la scheda.

21 collegi · 9 StatiSeleziona un punto per i dettagli

Repubblicani favoriti In bilico Democratici favoriti Ridisegno repubblicano Ridisegno democratico

Ogni punto segna il principale centro urbano del collegio, non i suoi confini: le mappe del 2026 non sono ancora disponibili come dato geografico pubblico. Confini statali: Natural Earth.

Lo spostamento strutturale
Anche togliendo il clima politico, la Camera resta un po’ più a destra di prima. Il modo migliore per misurare lo spostamento è il collegio mediano: quello che sta esattamente al centro della distribuzione, fra i seggi più democratici e quelli più repubblicani.

Dove si trova il collegio mediano
+1,4 punti verso i repubblicani

Mappe del 2024Trump+3,1

Mappe del 2026Trump+4,5

PareggioTrump+3Trump+6Trump+9

205 → 200
I collegi che Harris avrebbe vinto nel 2024, prima e dopo il ridisegno. Per la maggioranza ne servono 218

9 Stati
Hanno ridisegnato i collegi per il 2026: sette a guida repubblicana, due a guida democratica

1 seggio
Salvato in Missouri: la Corte Suprema dello Stato ha annullato all’unanimità la mappa repubblicana

3 Stati
New York, Virginia e Minnesota: qui i democratici preparano le proprie mappe per il 2028

La sentenza del Missouri, arrivata giovedì 3 settembre, ha ripristinato i vecchi confini e salvato il seggio del democratico Emanuel Cleaver a Kansas City. Lo Stato ha annunciato ricorso alla Corte Suprema federale, ma gli esperti di diritto elettorale lo considerano difficile da vincere: con ogni probabilità la stagione delle nuove mappe si chiude qui.

Fonte: Decalibrate (Ethan Chen); Silver Bulletin; Sabato’s Crystal Ball; Cook Political Report; Texas Tribune; Inside Elections; Corte Suprema del Missouri. Margini presidenziali 2024 ricalcolati sui nuovi confini. Confini statali: Natural Earth. Dati aggiornati al 5 settembre 2026. Elaborazione FocusAmerica.

Dove le mappe repubblicane funzionano e dove no


L'Alabama è l'esempio più evidente. Il collegio a maggioranza afroamericana del democratico Shomari Figures è stato trasformato in un distretto a maggioranza bianca nel quale Trump aveva vinto di 14 punti. Il Cook Political Report, una delle principali testate specializzate nell'analisi elettorale, lo aveva inizialmente classificato come sicuramente repubblicano, salvo rivedere la valutazione due settimane più tardi.

Gli unici due sondaggi disponibili sono interni del DCCC, il comitato del Partito Democratico per le elezioni alla Camera: a fine giugno il repubblicano Rhett Marques era avanti 45-44, mentre a fine luglio i due candidati risultavano appaiati al 46%. Il comitato ha appena speso 57.000 dollari in spot nel collegio. Con l'affluenza degli elettori afroamericani salita alle primarie su livelli quasi senza precedenti e i democratici in recupero soprattutto tra gli elettori a basso reddito, Chen considera la sfida un testa a testa.

In Florida la nuova mappa distrettuale era stata concepita per strappare 4 seggi ai democratici, ma lo stesso governatore Ron DeSantis ha ammesso che difficilmente raggiungerà l'obiettivo sperato. Kathy Castor, deputata dell'area di Tampa, nel 2024 ha ottenuto 8 punti in più di Harris e nel 2022 9 punti in più del candidato democratico a governatore. Il suo nuovo collegio è un Trump+10,5, ma l'unico sondaggio indipendente la vede avanti 46-38 e Chen la considera solo leggermente favorita.

Darren Soto, deputato dell'area di Kissimmee, dispone di un vantaggio personale simile, ma il suo collegio è stato spostato molto più a destra, fino a Trump+18. Non è più a maggioranza latino americana e un suo sondaggio interno dà i due candidati appaiati 41-41, ma per il momento i repubblicani restano leggermente favoriti. Jared Moskowitz è invece finito in un collegio Trump+10,5, forse quello con la maggiore quota di elettori ebrei del Paese. Il suo avversario, l'ex sindaco di Boca Raton Scott Singer, ha vinto a fatica le primarie e ha raccolto appena il 32% nella parte del collegio compresa nella contea di Palm Beach, dove si trova la città che ha amministrato. L'unico sondaggio disponibile, un sondaggio interno della campagna di Moskowitz risalente a maggio, dava il democratico avanti di 10 punti: Chen lo considera leggermente favorito.

Il quarto collegio della Florida nel mirino, il ventiduesimo, non ha un deputato uscente: è un Trump+10,5, con due candidati credibili e ben finanziati e un sondaggio interno democratico che li dà in parità. Anche qui la sfida è considerata un testa a testa. L'unico seggio repubblicano reso più vulnerabile dalla nuova mappa è il sedicesimo, passato da Trump+16 a Trump+14. Il democratico Kelly Kirschner ha diffuso un sondaggio interno che lo vede avanti 40-39, ma la candidata repubblicana Sydney Gruters, moglie del presidente del Comitato Nazionale Repubblicano, non dovrebbe avere problemi di raccolta fondi: qui, dunque, i repubblicani restano favoriti.

Louisiana e Tennessee sono invece i due casi in cui il gerrymandering repubblicano sembra aver raggiunto pienamente il proprio obiettivo. In Louisiana il collegio a maggioranza afroamericana di Cleo Fields è stato trasformato in un distretto a maggioranza bianca Trump+32 e Fields tornerà al Senato statale. In Tennessee il collegio di Memphis a maggioranza afro americana rappresentato da Steve Cohen è stato diviso tra tre distretti fortemente repubblicani e Cohen si è ritirato. Il nuovo nono collegio è un Trump+21, molto difficile da conquistare per il democratico Justin Pearson, progressista noto per essere stato espulso dal parlamento statale. La mappa ha inoltre reso più sicuro anche il quinto collegio del repubblicano Andy Ogles, ora Trump+23, dove il democratico Chaz Molder è indietro di 8 punti persino in un proprio sondaggio interno.

In North Carolina i repubblicani ci riprovano con Don Davis dopo il tentativo fallito del 2024. Due anni fa Davis vinse di 2 punti in un collegio Trump+3; ora deve riuscirci in un Trump+12 dal quale sono state eliminate alcune delle aree a lui più favorevoli. Due sondaggi interni democratici lo danno avanti di 3 o 4 punti, mentre un sondaggio repubblicano lo vede alla pari con Laurie Buckhout, la stessa avversaria del 2024. A livello statale, intanto, i democratici sono avanti di circa 5 punti nelle intenzioni di voto per il Congresso. Anche questa corsa è un testa a testa.

In Ohio i repubblicani hanno proposto ai democratici una mappa solo moderatamente più favorevole al proprio partito, rinunciando a un ridisegno dei distretti che avrebbe potuto ribaltare tre seggi, per evitare una lunga battaglia giudiziaria e un possibile referendum. I democratici hanno accettato la nuova mappa. A Cincinnati Greg Landsman si ritrova così in un collegio Trump+3 che probabilmente avrebbe vinto anche nel 2024. L'unico sondaggio disponibile, realizzato da un istituto conservatore, lo dà avanti di 4 punti. Marcy Kaptur, la donna con più anni di servizio nella storia della Camera, aveva vinto nel 2024 in un collegio Trump+7 e ora corre in un Trump+11 contro lo stesso avversario di due anni fa. Chen la considera leggermente favorita.

Il Texas è lo Stato nel quale i repubblicani avevano promesso i maggiori guadagni. La nuova mappa era stata disegnata per conquistare 5 seggi, partendo dall'ipotesi che i progressi di Trump tra gli elettori latini nel 2024 fossero permanenti. I dati successivi sembrano però indicare il contrario e oggi, secondo Chen, i repubblicani sarebbero fortunati a conquistarne tre.

Il collegio del democratico conservatore Henry Cuellar è passato da Trump+7 a Trump+10, ma nelle elezioni per il Congresso aveva votato molto più a sinistra rispetto alle presidenziali. Cuellar, che era sotto processo per corruzione, ha ricevuto la grazia da Trump e si è comunque ricandidato con i democratici: l'unico sondaggio indipendente lo dà avanti di 11 punti. Vicente Gonzalez, in un altro collegio Trump+10 rimasto a maggioranza latino americana, è avanti di 3 punti nell'unico sondaggio indipendente.

Nel trentacinquesimo collegio, a maggioranza latina e comprendente i sobborghi di San Antonio, un sondaggio interno democratico dà i repubblicani avanti di un punto, mentre i democratici risultano in vantaggio nelle corse per governatore e Senato: testa a testa. Gli ultimi due collegi, Trump+20 e Trump+18, vengono invece considerati sostanzialmente persi: i deputati democratici uscenti si sono spostati nei distretti vicini e gli sfidanti rimasti dispongono di poche risorse.

La California riequilibra il conto


In California la nuova mappa, approvata dagli elettori con un referendum, non si limita a colpire 5 seggi attualmente detenuti dai repubblicani: ha anche messo al sicuro diversi esponenti democratici che prima rappresentavano collegi in bilico, come Josh Harder e Adam Gray, eletti in distretti vinti da Trump e ora candidati in collegi conquistati da Harris.

Dei 5 deputati repubblicani nel mirino, Doug LaMalfa è morto e il suo collegio, Harris+12, viene considerato una conquista sicura per i democratici. Kevin Kiley ha invece scelto di ricandidarsi come indipendente in un Harris+9, dove i candidati democratici hanno ottenuto complessivamente 11 punti in più nella jungle primary, la primaria californiana aperta a tutti i partiti nella quale i primi due classificati accedono al voto di novembre. Young Kim e Ken Calvert sono stati inseriti nello stesso collegio, lasciando libero un distretto Harris+13 destinato con ogni probabilità ai democratici.

David Valadao resta invece in un collegio Trump+2 a maggioranza latino americana, ma alle primarie i democratici hanno raccolto complessivamente 19 punti in più e un sondaggio interno democratico lo dà indietro di 4: è leggermente sfavorito. La sfida più incerta è invece quella per il seggio lasciato da Darrell Issa, un Harris+4 nel quale i democratici hanno vinto le primarie con 7 punti di vantaggio, ma un sondaggio indipendente li vede avanti soltanto 45-42.

In Utah la Corte Suprema statale ha invece imposto ai repubblicani di applicare le mappe imparziali approvate dagli elettori con un referendum nel 2018. Il deputato repubblicano Burgess Owens si è così ritirato e il nuovo primo collegio, Harris+24, è considerato una conquista sicura per l'ex deputato democratico Ben McAdams.

Secondo il bilancio complessivo di Chen, le nuove mappe favoriscono dunque i democratici nella conquista di 6 seggi e i repubblicani in 5 collegi oggi detenuti dai democratici. Altri 4 collegi attualmente sono in bilico. Se questi ultimi si dividessero equamente tra i due partiti, i repubblicani conquisterebbero 7 seggi e i democratici 6, con un saldo netto di un solo seggio a favore dei repubblicani.

A limitare il vantaggio repubblicano è soprattutto il clima politico nazionale, oggi molto favorevole ai democratici. Diverse mappe disegnate dai repubblicani puntano infatti ad assicurare più seggi in una competizione equilibrata, ma potrebbero rivelarsi vulnerabili a un’ondata democratica come quella che si sta configurando per novembre. Anche senza considerare il clima politico, tuttavia, lo spostamento resterebbe relativamente contenuto: il margine di vantaggio di Trump nel collegio mediano della Camera, quello al centro della distribuzione tra seggi più democratici e più repubblicani, passa da 3,1 punti con le mappe del 2024 a 4,5 punti con quelle del 2026. In vista del 2028, intanto, i democratici stanno preparando il ridisegno di nuove mappe a proprio vantaggio anche a New York, in Virginia e in Minnesota.


La Corte Suprema del Missouri blocca la nuova mappa elettorale voluta da Trump


La Corte Suprema del Missouri ha stabilito il 3 settembre che lo Stato non potrà usare alle elezioni di metà mandato i collegi congressuali ridisegnati lo scorso anno e che sulla nuova mappa dovranno esprimersi proprio gli elettori a novembre. La decisione, presa all'unanimità, impedisce così ai repubblicani di utilizzare già da questo ciclo elettorale la nuova mappa con cui puntavano a conquistare un seggio in più alla Camera dei Rappresentanti.

"Non è entrata in vigore e non entrerà in vigore finché non sarà approvata dagli elettori", ha scritto la giudice Ginger K. Gooch a proposito della nuova mappa. La decisione si fonda su una norma della Costituzione del Missouri che consente di sottoporre a referendum "qualunque atto" della legislatura statale. Secondo la Corte, anche la ridefinizione dei collegi congressuali rientra in questa categoria.

Il governatore repubblicano Mike Kehoe aveva spinto la legislatura statale a ridisegnare i collegi dopo le pressioni ricevute dal presidente Donald Trump. Il caso del Missouri si inserisce in una più ampia battaglia nazionale sul ridisegno delle circoscrizioni a metà decennio, con entrambi i partiti impegnati negli Stati che controllano a modificare le mappe nel tentativo di guadagnare seggi alla Camera.

Le critiche di Kehoe e Trump


"Siamo estremamente delusi dalla decisione odierna di giudici non eletti e dalla loro mancanza di rispetto per il processo legislativo", ha dichiarato Kehoe, ricordando che la nuova mappa è già stata utilizzata per le primarie di agosto. "Tenere le primarie con una mappa congressuale e le elezioni generali con un'altra non ha precedenti e crea incertezza per gli elettori del Missouri."

Anche Trump ha attaccato la sentenza. "La Corte Suprema del Missouri ha appena deciso, in modo ridicolo, di tornare alle vecchie mappe di tanto tempo fa", ha scritto su Truth Social, sostenendo che non ci sia abbastanza tempo per cambiarle a così poca distanza dalle elezioni. "Il Missouri dev'essere in grado di usare la mappa che era già in vigore appena un paio di mesi fa, alle primarie."

La procuratrice generale del Missouri, Catherine Hanaway, da parte sua, ha subito annunciato che chiederà immediatamente l'intervento della Corte Suprema degli Stati Uniti per rovesciare la sentenza della Corte Suprema statale. Il calendario, però, gioca contro di lei: mancano meno di due mesi alle elezioni e, salvo un intervento immediato dei giudici federali, a novembre il Missouri eleggerà i propri deputati con i confini congressuali del 2022, proprio quelli che i repubblicani avevano deciso di sostituire.


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🇦🇹 Der Oberste Gerichtshof (OGH) hat entschieden, dass die Kreditauskunftei #CRIF unrechtmäßig Daten von Adressverlagen für Bonitätsbewertungen verwendet hat. Max #Schrems fordert nun ein sofortiges Ende der Zusammenarbeit.

🎧 Hier gehts zum Radiobeitrag: orf.at/av/audio/157473

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La disattivazione di autistici.org minaccia la natura globale e libera di Internet

L’Internet Society Italia esprime forte preoccupazione per la disattivazione del dominio autistici.org da parte del Public Interest Registry (PIR), conseguente alla designazione di Autistici/Inventati da parte del governo statunitense come Specially Designated Global Terrorist (SDGT).

isoc.it/la-disattivazione-di-a…

Grazie ad Anna per la segnalazione

@pirati@feddit.it

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L'allarme della NATO: l'Europa non reggerebbe una guerra di logoramento contro la Russia


I pianificatori Nato temono che le opinioni pubbliche non reggerebbero un conflitto di logoramento. Intanto cresce l'allarme per la guerra ibrida di Mosca e l'Europa cerca una difesa più autonoma dagli Stati Uniti.

I pianificatori militari che lavorano con la NATO ritengono che, se oggi scoppiasse una guerra con la Russia, l'Europa non sarebbe in grado di sostenere un conflitto di logoramento prolungato, perché l'opinione pubblica non è preparata a questa eventualità. Il giudizio è emerso questa settimana durante un forum sul futuro del coordinamento militare europeo convocato dalla Munich Security Conference, la fondazione tedesca che organizza il principale appuntamento annuale sulla sicurezza. La conclusione è chiara: senza la disponibilità politica e sociale a reggere l'urto per anni, i piani dell'Alleanza Atlantica devono puntare su un conflitto relativamente breve.

Nel frattempo, secondo diversi partecipanti al Forum, la Russia starebbe vincendo la guerra ibrida contro l'Europa, combattuta con disinformazione, attacchi informatici, sabotaggi e finanziamenti politici anziché con le armi convenzionali. Un ex Ministro britannico ha ammesso che l'Occidente è stato "pessimo" nello spiegare ai propri cittadini la portata di questo scontro. Un diplomatico britannico ha sostenuto che nessuno dei primi ministri succedutisi a Londra abbia fatto abbastanza per illustrare la minaccia.

Il risultato, hanno osservato, è che i governi devono ora convincere elettori impreparati ad accettare tagli alla spesa sociale per finanziare la difesa. "Il livello del dibattito è stato quello di un asilo", ha detto il diplomatico. Il Forum si è svolto secondo regole che vietavano di identificare i partecipanti, circostanza che spiega anche la durezza di alcuni giudizi. Le critiche si fondano anche su un elemento concreto: il governo britannico non ha ancora dato seguito alla revisione strategica della difesa del 2025, che chiedeva di aprire una conversazione nazionale sulla minaccia alla sicurezza europea.

Un secondo diplomatico ha osservato che, venuta meno la netta linea di demarcazione della Guerra Fredda, Mosca ha ottenuto molto più spazio per sfruttare le paure degli elettorati europei, sia a sinistra sia a destra. Il conto potrebbe arrivare già l'anno prossimo, con nuove vittorie di movimenti populisti attesiì in Polonia, Francia e Italia: quasi tutti i partiti interessati, compresa l'Alternative für Deutschland tedesca, hanno posizioni più favorevoli alla Russia e chiedono la fine del supporto all'Ucraina.

La discussione ha assunto maggiore urgenza dopo l'attribuzione alla Russia, il 1° settembre, del tentato attacco con droni all'aeroporto di Lipsia. Gli episodi risalgono alla notte tra il 4 e il 5 agosto: un drone carico di esplosivo è stato trovato sull'asfalto aeroportuale vicino a un aereo cargo ucraino, mentre un secondo velivolo senza pilota ha urtato un Boeing 757, per fortuna senza causare danni. Uno dei presunti responsabili è stato identificato come un cittadino bielorusso in possesso di passaporto russo, che sarebbe entrato in Europa con un visto turistico italiano.

Berlino ha risposto chiudendo la Casa Russa nella capitale tedesca e il consolato di Bonn. L'attribuzione di questo episodio di guerra ibrida a Mosca è stata confermata anche da funzionari statunitensi, secondo i quali l'obiettivo era sabotare le forniture di armi a Kyiv e intimidire i Paesi dell'Alleanza Atlantica. Mosca ha definito l'accusa assurda, mentre Putin ha sostenuto che i tedeschi avrebbero collocato apposta le prove per accusare falsamente la Russia.

L'E5 e il problema politico della difesa europea


La Munich Security Conference promuove da tempo l'idea che le cinque principali potenze militari europee debbano lavorare molto più strettamente insieme, una formula pensata anche per riportare il Regno Unito, uscito dall'Unione Europea, al centro della pianificazione militare continentale. Il gruppo E5 dei Ministri della Difesa di Francia, Germania, Italia, Polonia e Regno Unito è nato nel novembre 2024, si è già riunito sette 7 e ha assunto impegni comuni sui droni d'attacco e sulla capacità di colpire in profondità con armi di precisione.

Il gruppo resta però lontano da un'intesa complessiva sugli acquisti congiunti delle capacità che oggi dipendono in larga parte dagli Stati Uniti, dalla difesa aerea e antimissile integrata ai sistemi di allarme rapido basati nello spazio. Washington dovrà decidere nei prossimi mesi come rivedere il proprio dispositivo militare, con la possibilità di lasciare all'Europa una quota molto maggiore della responsabilità per la difesa convenzionale. L'ambasciatore statunitense presso l'Alleanza Atlantica aveva già chiesto agli alleati di prepararsi come se Putin stesse per attaccare.

Al Forum, l'effetto combinato della guerra ibrida russa, delle elezioni incombenti del prossimo anno e della crescita di AfD in Germania è stato definito "l'elefante nella stanza". Tra le proposte circolate c'è quella di una dichiarazione collettiva dell'Unione Europea sulla minaccia russa, che costringerebbe i partiti populisti a scegliere se sottoscriverla o respingerla apertamente.

"L'Europa è in stallo in un momento in cui le minacce esterne stanno assumendo dimensioni davvero molto serie. Sono sfide enormi ed esistenziali, che richiedono una maggiore integrazione nella difesa", ha detto Wolfgang Ischinger, presidente della fondazione tedesca. Secondo Ischinger, l'E5 riunisce oggi tutti i Paesi europei dotati di una significativa capacità industriale militare e potrebbe in seguito aprirsi all'Ucraina, nel quadro di una tregua, dal momento che Kyiv dispone oggi dell'esercito più grande e più forte del continente.

I sostenitori del formato assicurano che l'E5 non duplicherà né indebolirà la NATO. Al Forum, però, alcuni partecipanti hanno espresso il timore che gli Stati Uniti possano ostacolare la costruzione di un pilastro europeo più forte all'interno dell'Alleanza Atlantica. "Gli americani sono più bravi a parlare di trasferimento degli oneri che di condivisione del potere", ha osservato un diplomatico.

L'Italia al centro della strategia di interferenza russa?


L'Italia è tra i cinque Paesi nei quali desta maggiore preoccupazione l'effetto della guerra ibrida russa sulla politica interna. Il governo arriva a questo passaggio dopo aver appena stabilito un record: dal 4 settembre l'esecutivo di Giorgia Meloni è diventato il più longevo della storia repubblicana, con 1.413 giorni, uno in più del secondo governo Berlusconi. La presidente del Consiglio italiana ha governato in modo più moderato di quanto molti si aspettassero inizialmente e, sul piano internazionale, ha consolidato un profilo nettamente filoucraino.

Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha avvertito che l'Italia ormai subisce attacchi informatici quotidiani e non è immune da possibili interferenze russe nelle elezioni politiche del prossimo anno. Secondo quanto riportato, è la prima volta che un esponente politico italiano avverte esplicitamente del rischio di manipolazione del voto da parte di Mosca. "Ci sono molti modi di fare guerra ibrida, non si fa con le bombe, gli aerei o i carri armati", ha detto Tajani.

Il Ministro della Difesa italiano Guido Crosetto, uno degli alleati più stretti della Meloni, ha definito "stupido" non riconoscere il livello dell'interferenza russa. Al vertice NATO di Ankara del 7 e 8 luglio aveva già detto: "Non abbiamo gli anticorpi e siamo penetrabili: analizzate i bot e lo vedrete. L'aumento di questa interferenza è avvenuto grazie ai social media". Martedì ha aggiunto che la minaccia russa continua a crescere, data la capacità di Mosca di agire contemporaneamente su più fronti, dai social media all'intelligenza artificiale, dalla sicurezza informatica alle banche dati e alle infrastrutture critiche.

Crosetto ha chiamato l'ex Ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov come consigliere per l'innovazione, con l'obiettivo di far considerare l'Ucraina non più soltanto come un costo finanziario, ma anche come una scuola di guerra moderna. Fedorov ha accettato l'incarico il 28 agosto: lavorerà gratuitamente fino a luglio 2027 e non dovrà lasciare il proprio Paese.

Ischinger ha apprezzato la scelta, definendo quello ucraino l'esercito meglio equipaggiato e più moderno d'Europa. L'industria ucraina dei droni punta a superare i sette milioni di unità nel 2026, contro i quattro milioni del 2025 e i 2,2 milioni del 2024. Attorno a questa produzione sono nate oltre 500 piccole e medie imprese, che assemblano i velivoli anche in officine di dimensioni ridotte, utilizzando in larga parte componenti cinesi.

Crosetto ha però riconosciuto anche che la Russia sta sfruttando problemi reali, a cominciare dai salari bassi, e che attribuire alla disinformazione russa l'impopolarità dei governi rischia di nascondere un malessere più profondo nelle società occidentali, compresa la stanchezza per i costi della guerra in Ucraina.

In Italia, il possibile interprete più efficace di un messaggio favorevole a Mosca alle prossime elezioni, che potrebbero tenersi già ad aprile 2027, è considerato Roberto Vannacci, generale dell'Esercito in congedo ed europarlamentare che lo scorso febbraio ha lasciato la Lega per fondare Futuro Nazionale, formazione di estrema destra che ha messo in discussione la tenuta della coalizione di governo. Prima dell'indagine sul suo partito per possibile riorganizzazione del Partito Nazionale Fascista, Vannacci aveva reagito ironicamente alle accuse, dicendo di aver appena scoperto di essere un "candidato manciuriano" inviato dalla Federazione Russa "a lamentarmi dei prezzi insostenibili della benzina nel mio Paese, l'Italia". E aveva ironicamente aggiunto: "Perdonatemi, ma continuo a fare fatica ad accettare l'idea che dissentire dall'ortodossia di Bruxelles equivalga in pratica a slealtà verso l'Occidente".


La guerra ibrida di Mosca arriva a Lipsia e l'America di Trump guarda altrove


Alcune settimane fa un drone carico di esplosivo si è avvicinato ad un aereo cargo ucraino fermo sulla pista dell'aeroporto di Lipsia-Halle ed un secondo sembra aver urtato un velivolo in fase di decollo. Nessuno dei due, fortunatamente, è esploso. Ma questa settimana il governo tedesco ha stabilito che dietro l'attacco del 4 agosto c'è lo Stato russo e ha alzato il livello di allerta nazionale da "generale" ad "alto". Se i due ordigni avessero funzionato, hanno spiegato i funzionari di polizia tedeschi, avrebbero potuto provocare morti e feriti, con conseguenze difficili da prevedere.

Lipsia non è certamente un obiettivo qualsiasi: è uno dei principali scali merci d'Europa, viene utilizzato regolarmente dagli Antonov ucraini e ospita il programma di trasporto strategico con cui la NATO rifornisce quasi ogni giorno i reparti schierati sul fianco orientale, dalla Finlandia alla Romania. Si tratta dell'episodio più grave di una serie che comprende il piano per caricare ordigni incendiari sugli aerei cargo della DHL, il tentativo di far saltare tratti ferroviari in Polonia e gli incendi di magazzini e centri commerciali in diversi Paesi europei.

L'escalation degli attacchi ibridi russi in Europa


Attacchi ibridi di questo tipo hanno cominciato a verificarsi poco dopo l'invasione su vasta scala dell'Ucraina nel 2022, ma secondo i servizi di sicurezza occidentali negli ultimi mesi sono aumentati per frequenza e intensità. "Gli europei si trovano davanti alla dura verità che questa sta diventando la nuova normalità", ha detto mercoledì Ursula von der Leyen. "Dobbiamo fare di più, e questo significa essere pronti a rispondere alla sconsideratezza della Russia meglio e più in fretta."

Altrove, in Polonia, un incendio in una fabbrica di droni è stato attribuito con ogni probabilità a un sabotaggio, mentre anche i servizi danesi hanno inoltre reso noto che Mosca sta reclutando cittadini del Paese per colpire imprese del settore militare. "La Russia sta pianificando e mettendo in atto atti di sabotaggio contro le aziende e l'industria militare in Europa", ha scritto il PET, il servizio di sicurezza danese.

Alexander Dobrindt, Ministro dell'Interno tedesco, ha detto martedì che gli inquirenti hanno le prove che gli agenti ai comandi dei droni operavano "per conto di entità statali russe". Attribuzioni pubbliche di questo tipo restano rare, perché stabilire un collegamento diretto tra gli esecutori e lo Stato russo è quasi sempre difficile. Berlino ha reagito chiudendo il consolato russo di Bonn e la Casa Russa di Berlino, oltre a imporre nuove restrizioni all'ingresso dei cittadini russi. Nella stessa settimana le autorità tedesche hanno aperto indagini per possibili sabotaggi ai danni di un'azienda della difesa di Monaco e di due sottostazioni elettriche.

Secondo gli esperti, l'accelerazione delle tattiche di guerra ibrida dipende in buona parte dalla frustrazione di Vladimir Putin per l'andamento del fronte: l'avanzata è sempre più lenta, le perdite enormi e l'economia russa è sotto pressione anche per la campagna ucraina di attacchi a lungo raggio contro raffinerie, magazzini e centri della logistica militare. Nella lettura del Cremlino, la Russia non sta combattendo soltanto l'Ucraina ma contro quello che Putin chiama "Occidente collettivo", accusato di fornire armi, intelligence e tecnologie a Kyiv.

Putin ha sempre negato il coinvolgimento russo nei sabotaggi e ha insinuato che le autorità tedesche abbiano fabbricato le prove su Lipsia. Questa settimana, però, ha definito l'Occidente "gli squali dell'imperialismo": "Se qualcuno prova a trascinarci in fondo alla catena alimentare e a divorarci, potrebbe pagarne le conseguenze". Finora nessuno è rimasto ucciso o gravemente ferito in questi attacchi, evitando così alla NATO di dover affrontare fino in fondo il dilemma di come reagire. L'Alleanza Atlantica, sin dalla sua creazione, è stata concepita per scoraggiare e, se necessario, combattere un'invasione convenzionale, non per gestire un conflitto ibrido che sale di un gradino alla volta.

"La Russia è stata piuttosto fortunata", ha detto al New York Times Julianne Smith, ambasciatrice americana alla NATO durante l'Amministrazione Biden. "Ma a un certo punto le cose sfuggiranno di mano, qualcuno si farà male e per l'Alleanza diventerà un dilemma diverso." Pochi funzionari dell'intelligence occidentale considerano invece al momento probabile un attacco diretto a un Paese membro, soprattutto mentre le forze di terra russe restano impegnate in Ucraina. "Non credo che vogliano una terza guerra mondiale, ma devono dimostrare a tutti che non è il momento di mettersi contro di loro", ha detto Piotr Krawczyk, ex direttore dell'intelligence estera polacca.

Guerra ibrida in Europa
Quattro anni di attacchi russi, e una linea mai superata
Dal 2022 la Russia colpisce l’Europa con incendi dolosi, cavi tranciati e droni sopra le basi nucleari. A Lipsia, il 4 agosto 2026, un ordigno è arrivato più vicino che mai al punto in cui la NATO sarebbe obbligata a rispondere.

Grafica di FocusAmerica
La sogliaLa soglia La mappaDove hanno colpito I numeriIl conto degli anni

Avvistamenti di droni
144

contro

Morti civili
0

sopra tredici Paesi europei fra l’agosto 2024 e il febbraio 2026, secondo il censimento dell’IISS

nessuna vittima civile è stata finora collegata a un sabotaggio russo in Europa

È su questa sproporzione che si regge tutta la strategia russa: fare abbastanza danno da logorare l’Europa, mai abbastanza da costringere la NATO a rispondere.

La scala
Sette gradini portano alla soglia dell’Articolo 5. Nel 2022 la Russia era sul primo; oggi è sull’ultimo. Scegli un anno, oppure tocca un gradino per leggere il caso.

Gradini che mancano alla soglia

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L’ordine dei gradini è una gerarchia di gravità scelta dalla redazione, non una misura. L’anno indicato è quello in cui quel tipo di attacco compare per la prima volta in Europa.

La mappa
Tredici episodi verificati fra il 2024 e il 2026. In azzurro il territorio degli alleati: soltanto i due cavi tranciati nel Baltico sono caduti fuori dal perimetro dell’Articolo 5.

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In azzurro i Paesi membri della NATO; confini da Natural Earth. I due punti in mare segnalano i cavi sottomarini tranciati nel Baltico e non indicano un luogo preciso.

Nel 2023
12

Nel 2024
34

sabotaggi russi documentati in Europa

quasi il triplo in dodici mesi, secondo il conteggio del CSIS

Ma la curva non sale sempre. Nel 2025 il conteggio dei sabotaggi è crollato e la campagna è ripartita cambiando forma: meno incendi nei magazzini, molti più droni sopra le basi.

L’arco completo del conteggio CSIS, dal picco al crollo.

Dove sono andati i droni
I 144 avvistamenti censiti dall’IISS non sono distribuiti a caso.

Che cosa temono i servizi
Gli scenari dell’intelligence militare danese, nel caso in cui la guerra in Ucraina si fermasse o si congelasse.

Fonti: IISS, The Scale of Russian Sabotage Operations Against Europe’s Critical Infrastructure (agosto 2025) e rapporto sulle incursioni di droni (luglio 2026); CSIS, Russia’s Shadow War Against the West (marzo 2025); Institute for the Study of War; Ministero dell’Interno tedesco; Danish Defence Intelligence Service. Aggiornato al 4 settembre 2026.

La simulazione che mette alla prova l'Articolo 5


Che cosa potrebbe accadere se quel gradino venisse superato lo ha raccontato David Ignatius sul Washington Post, dopo aver assistito a un'esercitazione organizzata con il sostegno della Brooks School of Public Policy della Cornell University e della Rockefeller Foundation. Ai tavoli sedevano membri in carica del Congresso insieme a ex militari, diplomatici e funzionari dell'intelligence. Lo scenario era ambientato nel 2028: la guerra in Ucraina continua, Mosca cerca di dividere ulteriormente l'Europa e attacca la Moldova, mentre un drone russo colpisce un deposito di carburante in Romania, uccidendo alcuni civili. La domanda era come dovessero reagire gli Stati Uniti. I parlamentari hanno concluso che l'opinione pubblica americana non avrebbe sostenuto una risposta dura, per di più in piena campagna elettorale per le prossime presidenziali.

Senza una guida statunitense, i Paesi europei si ritroverebbero divisi e la garanzia dell'Articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico finirebbe per essere ridotta quasi a lettera morta. Lo scenario descritto da Ignatius si inserisce in timori già espressi pubblicamente. All'inizio di agosto il Wall Street Journal, citando fonti dell'intelligence statunitense, ha riferito che la Russia potrebbe tentare nei prossimi anni un "attacco limitato" per saggiare la determinazione della NATO, compresa l'ipotesi di una "piccola incursione terrestre" in uno dei Paesi baltici. Il 25 agosto il direttore della CIA John Ratcliffe è andato a Mosca senza preavviso e avrebbe messo in guardia il Cremlino proprio dall'attaccare Lituania, Lettonia o Estonia.

Per l'Institute for the Study of War, la Russia si trova ora nella "fase zero" della preparazione a un possibile conflitto con l'Alleanza, quella in cui si intensificano le operazioni ibride. Il Telegraph ha documentato una nuova ondata di attacchi contro fabbriche europee di armamenti, con Mosca che starebbe attivamente reclutando membri di bande criminali locali soprattutto attraverso le app di messaggistica, pagandoli in criptovalute. Ad agosto le immagini satellitari avrebbero inoltre individuato dieci nuove basi per il lancio di droni in territorio russo vicino ai confini orientali della NATO. Secondo fonti russe, in una riunione riservata del dicembre 2025 Putin avrebbe assegnato ai servizi e ai militari l'obiettivo di "disgregare la NATO e l'Unione europea dall'interno" entro il 2026.

Washington evita di criticare Mosca


Dopo l'annuncio tedesco gli alleati hanno espresso solidarietà alla Germania, compreso l'ambasciatore americano alla NATO Matthew Whitaker, che nei giorni scorsi aveva esortato gli alleati a prepararsi come se Mosca stesse per attaccare. Nel suo comunicato, però, Whitaker non ha nominato la Russia. Il primo ministro britannico Andy Burnham, al contrario, l'ha citata 3 volte. Non è un caso isolato: la settimana scorsa, al quartier generale dell'Alleanza, anche Elbridge Colby, alto funzionario del Pentagono, ha evitato di menzionare Mosca mentre chiedeva agli europei di assumersi il peso principale del sostegno all'Ucraina, nel quadro di una riduzione della presenza militare americana nel continente europeo.

Mercoledì il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha persino attribuito agli attacchi ucraini contro l'industria petrolifera russa parte della responsabilità per gli elevati prezzi dell'energia, senza ricordare che è stata la Russia a iniziare la guerra. Intanto, le opzioni a disposizione dei Paesi della NATO per punire Mosca senza rischiare un'escalation restano limitate e comprendono soprattutto sanzioni ed espulsioni di diplomatici. Esistono poi possibili risposte coperte, dall'aumento del sostegno d'intelligence a Kyiv agli attacchi informatici fino alle operazioni contro gli interessi russi in altre parti del mondo.

Ad agosto il governo tedesco ha approvato un disegno di legge che autorizzerebbe i propri servizi a condurre misure attive come sabotaggi e attacchi informatici: un potere che le agenzie tedesche non hanno mai avuto nella storia del dopoguerra e che dovrà ora essere approvato dal Bundestag. Per la natura segreta di queste operazioni è difficile valutarne l'efficacia, ma l'aumento degli attacchi attribuiti alla Russia suggerisce che gli sforzi occidentali non siano finora bastati a scoraggiare Mosca. "Poiché non sono stati adeguatamente scoraggiati e Mosca non ha pagato un prezzo, Putin lo ha interpretato come un segnale per continuare", ha detto Smith.

Kaupo Rosin, capo dei servizi di intelligence estera estoni, ha spiegato questa settimana a un'emittente locale che, secondo Tallinn, il presidente russo "Vladimir Putin al momento capisce sia che cosa significhi l'Articolo 5, sia quali sarebbero le sue conseguenze concrete". Il problema, ha aggiunto, è il futuro: "Dobbiamo assicurarci che tra sei mesi, un anno o cinque anni la Russia abbia ancora la stessa consapevolezza che la deterrenza della NATO continuerà a funzionare."


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