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Un cargo russo affondato in Spagna trasportava due reattori nucleari per la Corea del Nord


Lo ha rivelato agli inquirenti spagnoli il capitano dell'Ursa Major, affondato al largo di Cartagena nel dicembre 2024. Il carico potrebbe rappresentare il pagamento do Mosca per i soldati nordcoreani inviati a liberare il Kursk dai soldati ucraini.

Il cargo russo "Ursa Major", affondato il 23 dicembre 2024 al largo di Cartagena, in Spagna, trasportava componenti di due reattori nucleari destinati alla Corea del Nord. A rivelarlo agli inquirenti spagnoli sarebbe stato il capitano della nave, Igor Anisimov, in una testimonianza ricostruita da un'inchiesta della CNN. La nave era partita da San Pietroburgo l'11 dicembre 2024, scortata da due unità militari russe, e ufficialmente risultava diretta a Vladivostok. Secondo il capitano, però, la destinazione reale era il porto nordcoreano di Rason.

Quei componenti, ha spiegato Anisimov, sarebbero stati il pagamento concordato da Mosca con Pyongyang in cambio dei circa diecimila soldati nordcoreani inviati nell'autunno 2024 nella regione russa di Kursk, a sostegno delle truppe di Vladimir Putin. Sui documenti di bordo il carico appariva molto meno sensibile: due grandi "coperchi di boccaporto", 129 container vuoti e due gru Liebherr. Quando gli investigatori spagnoli gli hanno chiesto cosa fossero davvero quei "coperchi", Anisimov avrebbe ammesso che si trattava di parti di due reattori nucleari simili a quelli installati sui sottomarini russi.

Secondo gli inquirenti potevano essere reattori VM-4SG, utilizzati sui sottomarini nucleari sovietici di seconda generazione e capaci di alimentare unità armate con missili balistici. La CNN precisa, tuttavia, che non esistono prove definitive sulla loro esatta natura. Anisimov ha sostenuto che i reattori non contenessero combustibile nucleare. Il governo spagnolo, in una comunicazione al Parlamento, ha però precisato che questa versione non ha potuto essere verificata. Una fonte vicina all'inchiesta ha riferito alla CNN che il capitano temeva per la propria incolumità e per questo avrebbe evitato a lungo di parlare del carico.

Per gli investigatori, inoltre, era poco credibile che una nave intraprendesse un viaggio così lungo solo per trasportare container vuoti, due presunti coperchi e due gru: materiale che avrebbe potuto raggiungere l'Estremo Oriente russo molto più facilmente via ferrovia. Le gru, secondo questa ricostruzione, sarebbero servite a scaricare i componenti nucleari una volta arrivati a Rason.

A rafforzare i sospetti c'è anche un elemento precedente alla partenza. Nell'ottobre 2024, due mesi prima del viaggio, "Oboronlogistika", la società del Ministero della Difesa russo proprietaria dell'"Ursa Major", aveva annunciato di aver ottenuto la licenza per il trasporto di materiali nucleari. Un video girato il 4 dicembre nel porto di Ust-Luga, analizzato dalla CNN, mostra inoltre i container già sistemati nello scafo lasciando libero uno spazio compatibile con l'imbarco dei grandi "coperchi", caricati pochi giorni dopo a San Pietroburgo.

L'affondamento e le manovre russe sul relitto


La dinamica dell'affondamento resta opaca. Il 22 dicembre l'"Ursa Major" ha rallentato e si è inclinata improvvisamente, senza che a bordo venisse avvertita alcuna esplosione. 24 ore dopo, tre detonazioni nella sala macchine hanno ucciso 2 meccanici e costretto il capitano a lanciare l'SOS. I soccorritori spagnoli hanno evacuato i 14 membri dell'equipaggio rimasti. In seguito, sullo scafo è stato individuato un foro di circa 50 per 50 cm.

Gli inquirenti hanno preso in considerazione l'ipotesi di un siluro supercavitante "Barracuda", un'arma capace di viaggiare dentro una bolla di gas e superare i 370 chilometri orari, in dotazione solo a Stati Uniti, alcuni Paesi NATO, Russia e Iran. Ma l'ipotesi non convince tutti gli analisti consultati dalla CNN. Mike Plunkett, analista navale della società britannica "Janes", ritiene più plausibile l'uso di una mina-lapa, cioè una carica a effetto cumulativo applicata direttamente allo scafo.

Anche il comportamento delle unità russe dopo l'incidente ha attirato l'attenzione degli investigatori. La "Ivan Gren", una delle due navi militari di scorta, avrebbe cercato di tenere lontani i soccorritori spagnoli, intimando loro di non avvicinarsi a meno di 3,7 km dal cargo. Dopo l'evacuazione dell'equipaggio, avrebbe lanciato una serie di razzi rossi sul punto del naufragio. Subito dopo, i sismografi spagnoli hanno registrato quattro esplosioni compatibili con detonazioni di mine subacquee o cariche da cava.

Una settimana più tardi è arrivata nell'area anche la "Yantar", una nave di ricerca russa che la NATO considera un'unità di spionaggio. È rimasta sul posto per 5 giorni. Al termine della sua permanenza si sono verificate altre 4 esplosioni, forse dirette contro ciò che restava del cargo sul fondale. Secondo i dati di Kpler, la "Yantar" sarebbe tornata nella zona anche nel gennaio 2025.

Sul luogo dell'affondamento è passato due volte anche un WC-135R statunitense, l'aereo soprannominato "cercatore di scorie nucleari": la prima volta il 28 agosto 2025, la seconda il 6 febbraio di quest'anno. Il portavoce dell'aviazione americana Chris Pierce ha confermato alla CNN che la missione del velivolo è "garantire la raccolta e l'analisi di scorie nucleari". Madrid, tuttavia, non ha emesso alcuna allerta per contaminazione radioattiva.

La posta in gioco per Kim Jong-un


L'inchiesta della CNN si inserisce in un quadro già segnalato come preoccupante dai servizi sudcoreani nel 2025. Secondo quanto riferito ai parlamentari di Seul, nella prima metà dello scorso anno la Russia avrebbe consegnato alla Corea del Nord 2 o 3 moduli nucleari, comprendenti i noccioli attivi di altrettanti reattori, oltre a turbine e sistemi di raffreddamento smontati da sottomarini dismessi.

Per gli analisti sudcoreani si tratterebbe una svolta strategica: proprio il tipo di tecnologia che Kim Jong-un cerca da anni per dotare la Corea del Nord di una flotta sottomarina a propulsione nucleare. Se confermata, la vicenda dell'"Ursa Major" mostrerebbe quindi un salto di qualità nella cooperazione militare tra Mosca e Pyongyang: non più solo munizioni, missili o truppe, ma anche il possibile trasferimento diretto di tecnologia nucleare militare navale in cambio del sostegno nordcoreano alla guerra russa in Ucraina.

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Perché la nuova strategia antiterrorismo di Trump è piena di errori


Il piano firmato dall'amministrazione Trump include antifascisti e attivisti transgender tra le minacce principali, mentre l'Iran torna centrale dopo due mesi di guerra. L'autore è Sebastian Gorka.

L'amministrazione Trump ha pubblicato la Strategia antiterrorismo degli Stati Uniti per il 2026, un documento che secondo Tom Nichols sull'Atlantic non costituisce una vera strategia ma piuttosto una raccolta delle preoccupazioni politiche del presidente, ripresentate sotto l'etichetta di "antiterrorismo". Il testo, breve e costellato di errori di battitura, dedica ampio spazio alle accuse contro l'amministrazione di Joe Biden, accusata di aver usato i poteri del governo per colpire avversari politici nell'interesse di chi voleva mantenere al potere o far vincere le elezioni.

Il documento identifica tre categorie di minacce principali. La prima è il terrorismo jihadista, che il rapporto attribuisce in parte alle politiche delle "guerre infinite" delle precedenti amministrazioni repubblicane e all'appoggio dato a regimi sponsor del terrorismo come l'Iran sotto le amministrazioni democratiche. La seconda categoria, "narcoterroristi e gang transnazionali", appare costruita per giustificare a posteriori gli attacchi americani contro imbarcazioni al largo delle coste dell'America Latina, trasformando quelle che potrebbero configurarsi come azioni illegali in parte di una strategia.

La terza categoria è la più controversa e riguarda gli "estremisti violenti di sinistra, inclusi anarchici e antifascisti". Il documento li descrive come "anti-americani, radicalmente pro-transgender e anarchici" e promette di mapparli sul territorio nazionale, identificarne i membri, tracciare i legami con organizzazioni internazionali come Antifa e usare gli strumenti delle forze dell'ordine per neutralizzarli prima che possano ferire o uccidere. La strategia annuncia inoltre azioni contro gli stati che sponsorizzerebbero questi gruppi, senza però specificare quali siano.

L'Iran viene definito "la più grande minaccia agli Stati Uniti proveniente dal Medio Oriente". Si tratta di un cambiamento significativo rispetto alla Strategia di sicurezza nazionale del 2025, che soltanto un anno fa ridimensionava il pericolo iraniano. Il rapporto affronta anche la persecuzione dei cristiani in Africa e altrove, definendoli "il popolo più perseguitato sulla Terra", una formulazione che secondo Nichols sembra pensata per compiacere la base evangelica del presidente.

Nonostante si presenti come una strategia, il documento contiene poche indicazioni operative concrete. Le raccomandazioni si limitano a obiettivi generici come identificare attori e complotti terroristici prima che si manifestino, tagliare i loro finanziamenti e canali di reclutamento, distruggerli con azioni di autodifesa contro minacce imminenti. Mancano discussioni specifiche su priorità, obiettivi e strumenti del potere nazionale da impiegare, oltre che sui rischi delle diverse opzioni.

Diversi esperti di terrorismo hanno espresso giudizi severi. Juliette Kayyem, esperta di sicurezza, ha dichiarato all'Atlantic che documenti di questo tipo dovevano servire a "guidare le agenzie di intelligence e le forze dell'ordine" e a informare la cittadinanza, mentre questo rapporto "prende in giro il pubblico americano" invece di informarlo. L'analista Kabir Taneja ha scritto su X che il documento "sembra scritto da uno stagista". Lo studioso Colin P. Clarke ha aggiunto sempre su X che "i professionisti competenti dell'antiterrorismo devono essere inorriditi da questa sbobba" e ha assegnato al testo un voto di D+.

L'autore principale del documento è Sebastian Gorka, vice assistente del presidente e direttore senior per l'antiterrorismo. Durante il primo mandato di Trump, Gorka aveva ricoperto un ruolo analogo per soli sette mesi, occupandosi soprattutto di difendersi dalle accuse di legami con un gruppo di estrema destra ungherese e di ottenere un nullaosta di sicurezza. Dopo l'uscita dalla Casa Bianca si era dedicato a podcast, apparizioni televisive e alla vendita di integratori a base di olio di pesce.

Il profilo accademico di Gorka è stato oggetto di critiche. Ha conseguito il dottorato nel 2008 in un'università ungherese di scarso prestigio e ha pubblicato pochi lavori scientifici. In un'intervista al Washington Post del 2017, Gorka aveva difeso il proprio approccio dicendo che gli interessava sapere se qualcuno sul campo leggesse i suoi articoli, definendosi una persona che sostiene "i più coraggiosi tra i coraggiosi", cioè i combattenti. Lo stesso quotidiano aveva riportato che, durante il suo incarico alla Marine Corps University, Gorka non era stato assunto come dipendente pubblico al pari degli altri docenti, ma occupava una cattedra finanziata da Thomas Saunders III, un importante donatore del Partito Repubblicano. Un ex docente militare aveva detto al Post che l'insegnamento di Gorka "rendeva semplice una situazione difficile e complessa e confermava i pregiudizi e le supposizioni degli ufficiali". Un altro professore lo aveva descritto come "altisonante e showman".

Gorka sostiene di essere esperto di jihadismo e terrorismo mediorientale pur non parlando alcuna delle lingue della regione e avendo trascorso poco tempo nell'area fino a tempi recenti. Pretende anche di essere chiamato "dottore", una scelta non comune tra chi possiede un dottorato.

La pubblicazione del documento sarebbe stata sollecitata da un'inchiesta giornalistica. Il mese scorso la reporter di ProPublica Hannah Allam aveva pubblicato un articolo intitolato "Lo zar dell'antiterrorismo senza un piano antiterrorismo", in cui ricordava che Gorka prometteva la strategia da quasi un anno senza mai consegnarla. Nell'estate scorsa aveva detto di essere "sul punto" di presentare il piano, espressione ripetuta a ottobre e di nuovo a gennaio. Quando Allam aveva chiesto un commento, Gorka aveva rifiutato e su X l'aveva definita una "mercenaria anti-americana". Il 4 maggio Allam ha pubblicato un nuovo articolo notando che "esattamente due mesi dopo l'inizio della guerra con l'Iran" la strategia antiterrorismo di Gorka ancora non era apparsa. Due giorni dopo la Casa Bianca ha diffuso il documento.

Il contesto operativo aggrava le criticità. Il Consiglio di sicurezza nazionale è in stallo, perché il suo direttore Marco Rubio è anche segretario di Stato. Il Dipartimento della Difesa e l'FBI sono guidati da figure che, secondo Nichols, sono ben al di sotto del livello richiesto. Nel frattempo, secondo la Central Intelligence Agency, il regime di Tehran è sopravvissuto a due mesi di operazioni militari, conserva capacità sostanziali e non è vicino al collasso.

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Il 3 giugno il Parlamento discuterà di fine vita. Potrebbero discutere il testo del Pd, sottoscritto da tutte le opposizioni, che si limita a recepire le regole emanate dalla Corte costituzionale, con delle restrizioni per le condizioni di accesso all'aiuto alla morte volontaria.

Ma si rischia anche di peggio. Perché c'è il testo di legge del Governo che cancellerebbe totalmente i diritti esistenti, che hanno consentito finora a 16 persone di ottenere l'aiuto a morire da parte del SSN.

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I Dem forzano il voto sugli aiuti all'Ucraina e nuove sanzioni a Mosca


La procedura per forzare il voto in Aula ha raggiunto la soglia delle 218 firme. Il testo può ora aggirare la leadership repubblicana e arrivare direttamente in aula. Il pacchetto prevede 1,3 miliardi di dollari in aiuti militari, fino a 8 miliardi in prestiti e nuove sanzioni contro la Russia.

I deputati democratici della Camera dei Rappresentanti hanno raccolto le firme necessarie per aggirare lo speaker repubblicano Mike Johnson e portare al voto in aula un nuovo pacchetto per l'Ucraina, che combina aiuti militari, prestiti diretti e sanzioni contro la Russia. È l'ottava volta in tre anni che una coalizione trasversale ricorre alla stessa procedura per forzare la mano alla leadership repubblicana.

Lo strumento si chiama discharge petition: una petizione che, una volta raggiunta la soglia delle 218 firme, obbliga la Camera a votare un disegno di legge anche contro la volontà dello Speaker che normalmente controlla i lavori parlamentari. Negli ultimi anni è diventata l'arma con cui maggioranze trasversali aggirano i blocchi imposti dai vertici di partito. Solo nel 119esimo Congresso, riporta Axios, ha già funzionato diverse volte: ha sbloccato il voto per delega alla Camera, la pubblicazione dei file Epstein e l'estensione dei crediti d'imposta dell'Affordable Care Act. Ora tocca al dossier Ucraina, anche se il voto vero e proprio non dovrebbe arrivare prima del Memorial Day.

La firma decisiva di Kiley


A presentare la petizione è stato Greg Meeks, deputato democratico e membro di più alto rango dell'opposizione nella Commissione Affari Esteri della Camera. La soglia è stata raggiunta però solo grazie alla firma decisiva di Kevin Kiley, deputato della California che a marzo ha lasciato il Partito Repubblicano per passare tra gli indipendenti, pur continuando a sedere con i repubblicani.

Hanno firmato a favore anche tutti i 215 democratici e altri 2 deputati repubblicani, Brian Fitzpatrick della Pennsylvania e Don Bacon del Nebraska, entrambi tra i più convinti sostenitori di Kyiv. "I recenti progressi ucraini hanno aperto una finestra per la pace, ma il collasso del cessate il fuoco dimostra che serve leva negoziale perché la diplomazia funzioni", ha dichiarato Kiley in una nota.

Il testo della proposta di legge che verrà votata dall'aula autorizza 1,3 miliardi di dollari in assistenza alla sicurezza e altre forme di sostegno all'Ucraina, fino a 8 miliardi in prestiti diretti e nuove sanzioni contro la Russia. Alla Camera i numeri ci sono, ma il provvedimento rischia comunque di fermarsi al Senato dove servono 60 voti per il passaggio o alla Casa Bianca sulla scrivania del presidente Trump.

È questo il limite politico della discharge petition in grado di forzare un voto, ma non di garantire l'approvazione definitiva di una legge. In questo caso serve soprattutto a mettere la maggioranza repubblicana davanti alle proprie divisioni interne, più che a riaprire davvero il rubinetto degli aiuti statunitensi a Kyiv.

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La Florida chiude "Alligator Alcatraz", il centro di detenzione migranti nelle paludi


Il governo lo considera troppo costoso e inefficace. I detenuti saranno trasferiti entro giugno, mentre lo Stato della Florida attende ancora 608 milioni di dollari di rimborsi federali.

La Florida chiuderà "Alligator Alcatraz", il centro di detenzione per migranti aperto con molta enfasi lo scorso luglio nelle Everglades. Lo riporta il New York Times, citando un funzionario federale e tre persone a conoscenza delle operazioni della struttura. Martedì pomeriggio i responsabili del centro hanno comunicato ai fornitori che l'attività cesserà presto: i detenuti saranno trasferiti in altre strutture entro l'inizio di giugno e il centro sarà smantellato nelle settimane successive. Al momento, non è ancora chiaro dove saranno spostati i migranti. Secondo i dati dell'Immigration and Customs Enforcement, ad aprile la struttura ospitava circa 1.400 persone.

A spingere verso la chiusura sono soprattutto i costi eccessivi. Il Dipartimento di Sicurezza Interna ha concluso che il centro è inefficace e troppo oneroso. L'amministrazione statale di DeSantis spende oltre un milione di dollari al giorno per tenerlo operativo in un'area isolata tra Miami e Naples, e la Florida non ha ancora ricevuto i 608 milioni di dollari di rimborso federale richiesti per coprire circa un anno di gestione. La decisione arriva pochi giorni dopo che il New York Times aveva già rivelato i colloqui in corso tra lo Stato della Florida e l'Amministrazione Trump sulla possibile chiusura.

Il nodo dei fornitori e la stagione degli uragani


Il quadro è reso più fragile dalla situazione dei fornitori privati assunti dallo Stato, che faticano ad anticipare le spese. Uno di loro, rimasto anonimo per timore di ritorsioni, ha detto al New York Times che la Florida non paga alcune loro fatture da oltre 200 giorni. Il problema rischia di esplodere il primo giugno, quando inizierà anche la stagione degli uragani: molti degli stessi fornitori sono impiegati anche negli interventi di emergenza, come la rimozione dei detriti dopo le tempeste, e senza liquidità potrebbero non essere in grado di operare.

Sul centro pesano però anche le denunce di detenuti, familiari, avvocati e attivisti, che hanno descritto a più riprese condizioni igieniche e di vita inumane. Le autorità statali hanno sempre respinto le accuse. A contestare la struttura sono anche i gruppi ambientalisti, contrari alla costruzione del centro in un'area protetta delle Everglades. "Non molleremo finché Alligator Alcatraz non sarà chiusa e i danni alle Everglades non saranno completamente sanati", ha dichiarato Eve Samples, direttrice esecutiva di Friends of the Everglades. "Questa trovata politica è stata un fallimento sotto ogni profilo".

Invece lunedì, parlando ai giornalisti a Fort Myers, DeSantis aveva detto che i funzionari federali non gli avevano ancora comunicato l'intenzione di chiudere il centro. Allo stesso tempo, però, aveva chiarito che senza nuovi detenuti inviati da Washington lo Stato non lo avrebbe tenuto aperto. Il governatore ha aggiunto che un secondo centro di detenzione statale, a ovest di Jacksonville, resterà invece operativo. DeSantis ha poi avvertito i repubblicani di non arretrare sulla linea dura contro l'immigrazione in vista delle elezioni di midterm di novembre. "Sarebbe un grosso problema politico voltare le spalle alla missione di espulsioni", ha detto.

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Trump nega un'intesa con Putin sulla cessione del Donbass, Mosca punta a alzare il prezzo della pace


Secondo il Financial Times, i vertici militari russi hanno convinto il leader del Cremlino per l'ennesima volta che il fronte ucraino crollerà presto. Per motivi opposti, Kyiv e Mosca non credono più nel negoziato mediato dagli Stati Uniti.

I vertici militari russi hanno convinto ancora una volta Vladimir Putin che le loro forze possono conquistare l'intero Donbass entro l'autunno. Lo scrive il Financial Times, secondo cui Russia e Ucraina non credono più in una vera ripresa dei negoziati mediati dagli Stati Uniti, nemmeno dopo la fine della guerra in Medio Oriente. Negli ultimi mesi Putin ha concentrato – senza granchè successo – lo sforzo militare sulla conquista di nuovi territori ucraini e, secondo le fonti citate dal quotidiano britannico, intende ampliare le proprie richieste se dovesse riuscire a completare l'occupazione della regione orientale.

Prima di partire per Pechino, dove martedì incontrerà Xi Jinping, Donald Trump ha però negato di avere mai raggiunto un'intesa con Putin sulla cessione del Donbass alla Russia. A un cronista che gli chiedeva se esistesse un accordo di questo tipo con il leader del Cremlino, il presidente americano ha risposto semplicemente: "No". La smentita arriva dopo che Mosca ha indicato il ritiro delle truppe ucraine dall'intero Donbass come condizione per proseguire i colloqui di pace con Kyiv. La richiesta riguarda soprattutto la parte della regione di Donetsk ancora controllata dagli ucraini, mentre la vicina Luhansk è già quasi interamente in mano russa.

Q: Can there be any understanding between you and Putin that Russia should get entire Donbas?

TRUMP: No pic.twitter.com/5hV4IioV0u
— Aaron Rupar (@atrupar) May 12, 2026


Vadym Skibitskyj, vicecapo dell'intelligence militare ucraina, ha detto al Financial Times che un eventuale successo russo nel Donbass permetterebbe al Cremlino di pretendere anche la cessione delle intere regioni di Kherson e Zaporizhzhia. Sono due territori che Mosca sostiene di aver annesso nel 2022, ma che restano ancora in buona parte, inclusi i rispettivi capoluoghi regionali, sotto controllo ucraino. Al vertice in Alaska della scorsa estate, Putin aveva offerto a Trump di congelare la linea del fronte in quelle due regioni in cambio dell'accoglimento delle sue richieste sul Donbass.
La forbice di Putin — FocusAmerica

Guerra in Ucraina · Quanto può davvero avanzare Mosca?

La forbice di Putin: le ambizioni del Cremlino contro i numeri reali al fronte


I generali russi hanno convinto Putin che il Donbass possa cadere entro l'autunno. Ma i dati raccontano un'altra storia: al ritmo attuale, circa 370 km² al mese, conquistare la sola regione di Donetsk richiederebbe anni. E negli ultimi due mesi la dinamica si è persino rovesciata: ad aprile Mosca ha perso più territorio di quanto ne abbia guadagnato.

Fonti: Financial Times, ISW, DeepState, Russia Matters Dati aggiornati a maggio 2026

Obiettivo del Cremlino
22%
Della regione di Donetsk ancora in mano ucraina che Mosca pretende ceduta

vs

Conquistato in 12 mesi
0,8%
Del territorio ucraino totale guadagnato dalla Russia in un anno

Al ritmo attuale conquistare la sola regione di Donetsk richiederebbe 2-3 anni di guerra

Esplora in dettaglio
1 Il fronte 2 Le regioni 3 Il costo 4 Ambizioni

4 settimane alla volta

L'avanzata russa rallenta da mesi, e a marzo si è persino invertita


I km² di territorio ucraino conquistato o perso dalle forze russe ogni 4 settimane. Dato ISW elaborato da Russia Matters.

Nov '25

+557km²

Dic '25

+360km²

Gen '26

+163km²

Feb '26

+119km²

Mar '26

−31km²

Apr '26

−119km²

← Perdite Guadagni →

370
km² al mese, media russa degli ultimi 12 mesi

0,7%
Del territorio ucraino totale conquistato in un anno, pari a circa 4.439 km²

Per 2 mesi consecutivi, marzo e aprile 2026, la Russia ha perso più territorio di quanto ne abbia conquistato. A questo ritmo, secondo l'ISW, per completare la conquista della sola regione di Donetsk servirebbero almeno 2 o 3 anni di guerra.

Cosa Mosca pretende vs cosa controlla davvero

3 delle 4 regioni rivendicate restano ancora in parte sotto controllo ucraino


Le quattro regioni che Mosca dichiara annesse dal 2022. Ogni barra mostra la quota controllata oggi dalla Russia, la linea tratteggiata indica il 100% rivendicato dal Cremlino.

Luhansk
Quasi interamente occupata

98,5%

Controllo russo: ~98,5% Rivendicazione: 100%

Donetsk
Contesa, è il fronte attuale

80,5%

Controllo russo: ~80,5% · ucraino ~19,5% Rivendicazione: 100%

Zaporizhzhia
Capoluogo in mano ucraina

~73%

Controllo russo: circa tre quarti, città capoluogo no Rivendicazione: 100%

Kherson
Capoluogo liberato nel 2022

~73%

Controllo russo: circa tre quarti, città capoluogo no Rivendicazione: 100%

Territorio sotto controllo russo
Rivendicazione del Cremlino (100%)

Il prezzo dell'avanzata

Un milione di perdite tra morti e feriti gravi, energia in crisi: la guerra logora entrambi i Paesi


Le stime più recenti sulle vittime militari e gli effetti incrociati delle campagne di droni sulle infrastrutture energetiche.

~1mln
Perdite militari russe tra morti e feriti gravi

250-300mila
Perdite militari ucraine tra morti e feriti

20%
Della capacità di raffinazione russa distrutta o danneggiata dai droni ucraini

16h
Senza elettricità al giorno per i residenti di Kyiv nei picchi di crisi

Capacità elettrica ucraina disponibile

Pre-invasione

33,7 GW

Gennaio 2026

~14 GW

Capacità di raffinazione russa offline (ottobre 2025)

Capacità totale

100%

Offline per attacchi

~40%

Il quadro

Nel mese di aprile 2026 la Russia è stata costretta a tagliare la produzione di 300-400 mila barili al giorno rispetto al primo trimestre — secondo Reuters si tratta del calo più ripido in 6 anni. I droni hanno reso entrambi gli Stati vulnerabili nei punti vitali: l'energia per Kyiv, l'export per Mosca.

Cosa vuole davvero Putin

Le ambizioni del Cremlino vanno ben oltre il solo Donbass

Non prenderà Zaporizhzhia, non prenderà il Donbass, non prenderà Kherson. Ma ricordiamoci che il piano è sempre stato prendere Kyiv.— Una fonte coinvolta nei canali diplomatici al Financial Times

1 · Richiesta attuale
Cessione dell'intero Donbass
Putin pretende il ritiro ucraino dalla parte della regione di Donetsk ancora in mano a Kyiv, circa 5.830 km², un'area poco più piccola della Liguria. Luhansk è già quasi tutta occupata.

2 · Se cade il Donbass
Anche Kherson e Zaporizhzhia
Secondo l'intelligence militare ucraina, la conquista del Donbass permetterebbe a Mosca di alzare il prezzo di qualsiasi tregua, rilanciando le rivendicazioni sulle due regioni meridionali annesse sulla carta nel 2022 ma ancora in larga parte sotto controllo ucraino.

3 · Obiettivo strategico
Controllo fino alla riva ovest del Dnipro
Due fonti diplomatiche citate dal Financial Times affermano che l'obiettivo finale di Putin è imporre il controllo russo oltre il fiume Dnipro, includendo potenzialmente anche la città di Odesa sul Mar Nero.

4 · Mira ultima
Kyiv
Il piano originale del 2022, la conquista di Kyiv fallita militarmente, resta — secondo gli interlocutori del FT — l'orizzonte di lungo periodo del Cremlino.

Richiesta sul tavolo
Rivendicazione esistente
Obiettivo dichiarato
Ambizione di fondo

Fonti Financial Times (intervista a Vadym Skibitskyj, vicecapo dell'intelligence militare ucraina); Institute for the Study of War; DeepState (OSINT ucraino); Russia Matters; Reuters; The Economist. Dati territoriali al 30 aprile 2026; dati energetici e produzione petrolifera al primo trimestre 2026.

Le ambizioni oltre il Donbass


Le ambizioni del leader russo, però, sembrano già andare ben oltre il Donbass. Secondo due fonti coinvolte nei canali diplomatici, l'obiettivo finale resta imporre il controllo russo sull'Ucraina almeno fino alla riva occidentale del Dnipro, includendo potenzialmente Kyiv e il porto di Odesa, sul Mar Nero. "Non prenderà Zaporizhzhia, non prenderà il Donbass, non prenderà Kherson. Ma ricordiamoci che il piano è sempre stato prendere Kyiv. Il compito è stato fissato e va portato a termine", ha detto una delle fonti al Financial Times. "I suoi gli stanno dicendo che gli ucraini sono in difficoltà, che il fronte sta crollando e che hanno finito gli uomini".

La situazione militare sul campo, però, racconta ben altro. Kherson e Zaporizhzhia sarebbero obiettivi persino più difficili del Donbass: entrambi i capoluoghi di regione si trovano oltre il Dnipro, lungo linee da cui le truppe russe si sono ritirate o che non sono mai riuscite a controllare stabilmente. Ciò nonostante, Putin continua a usare formule ambigue. Alla domanda se gli attacchi ucraini con droni rendessero necessario estendere più in profondità una "zona di sicurezza", ha risposto: "Ti sei già risposto da solo. Dobbiamo assicurarci che nessuno minacci nessuno, e basta". Una frase volutamente vaga, che lascia intravedere rivendicazioni territoriali più ampie di quelle già avanzate ufficialmente.

A Kyiv, intanto, i funzionari ucraini si sentono sempre meno esposti alle pressioni di Washington per un'intesa rapida e sfavorevole. L'esercito ucraino ha rallentato con successo l'avanzata russa negli ultimi mesi e ha aumentato i costi per Mosca con raid di droni in profondità contro infrastrutture energetiche e logistiche, depositi di munizioni e alloggiamenti militari. "Non c'è stato alcun progresso ottenuto dalla parte americana con la Russia", ha detto al quotidiano britannico un funzionario ucraino. "Tutto ciò che poteva essere negoziato è già stato fatto".

Trump promette un accordo, Kyiv respinge le concessioni


Trump continua invece a mostrarsi ottimista. Ha promesso che "farà tutto il necessario" per arrivare a un'intesa e ha ribadito che la guerra scatenata dal Cremlino sta per finire. "Penso che raggiungeremo un accordo tra Russia e Ucraina", ha dichiarato. Non ha escluso nemmeno un viaggio in Russia entro la fine dell'anno: alla domanda di un cronista ha risposto "è possibile". Nel breve scambio con i giornalisti, Trump ha però anche ribadito la sua lettura del sistema internazionale: per lui le vere superpotenze sono solo due, Stati Uniti e Cina. Washington, ha detto, è "il Paese militarmente più potente sulla Terra", mentre Pechino è "considerata la seconda più potente". "Nessuno si avvicina nemmeno a noi. E questo è evidente, che si tratti del Venezuela o dell'Iran", ha aggiunto.

Le aperture di Trump a Putin si scontrano però con la posizione di Kyiv. Volodymyr Zelensky ha già respinto pubblicamente l'idea di cedere il Donbass in cambio di un cessate il fuoco: rinunciare a quella linea di difesa, sostiene, esporrebbe il resto del Paese a nuove offensive russe. Un piano di pace concordato senza l'Ucraina, ha avvertito, sarebbe "nato morto". Trump e Putin si sono già incontrati una volta, ad agosto in Alaska. Un secondo vertice, previsto a Budapest in ottobre, è stato poi annullato all'ultimo dalla Casa Bianca.

Nonostante tutto, la scorsa settimana Trump ha dichiarato che "ogni giorno ci avviciniamo di più" a un accordo, dopo aver mediato un breve cessate il fuoco. Ma nessuna delle due parti sembra vedere un'utilità concreta nel proseguire i negoziati. I funzionari statunitensi negano di aver fatto pressioni su Kyiv, mentre Mosca sostiene che non abbia senso trattare finché l'Ucraina non si ritirerà dal Donbass. "La verità è che la Russia sta ancora cercando di ottenere diplomaticamente ciò che non è in grado di conquistare sul campo, mantenendo richieste massimaliste", ha detto al Financial Times un alto diplomatico tedesco. "Le azioni della Russia contraddicono chiaramente qualsiasi presunta disponibilità a negoziare".

Il negoziato si allontana


Da parte sua, Putin ha respinto sia le offerte di mediazione europee sia la richiesta ucraina di un summit in territorio neutrale. Lo scorso fine settimana ha indicato come possibile interlocutore negoziale l'ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, oppure "un leader di cui loro si fidano e che non abbia detto cose cattive su di noi". Kaja Kallas, capo della diplomazia europea, ha replicato che "non sarebbe molto saggio" lasciare a Putin la scelta del rappresentante europeo per i negoziati. La vicinanza di Schröder al Cremlino, ha osservato, equivarrebbe ad averlo "seduto da entrambi i lati del tavolo". Ancora più netta la posizione del Ministro degli Esteri ucraino Andrij Sybiha, che si è detto "categoricamente contrario" a questa ipotesi.

Intanto la crescente vulnerabilità russa agli attacchi dei droni ucraini ha costretto Mosca a tenere una versione ridotta della parata della Vittoria sulla Piazza Rossa: per la prima volta in quasi vent'anni l'esercito russo ha sfilato senza mezzi corazzati. In una rara conferenza stampa, Putin ha comunque rivendicato che le sue forze stanno puntando alla "sconfitta definitiva del nemico", che a suo dire arriverà presto nonostante il sostegno occidentale a Kyiv.

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Hamas usò stupri e violenze sessuali come strategia deliberata il 7 ottobre


Un'inchiesta indipendente israeliana documenta su 300 pagine stupri, torture sessuali e mutilazioni compiute da Hamas, basandosi su oltre 430 testimonianze e 10.000 immagini analizzate in due anni.

Stupri, torture sessuali, mutilazioni dei corpi e abusi compiuti anche dopo la morte delle vittime. La violenza sessuale durante l'attacco del 7 ottobre 2023 in Israele non fu un eccesso isolato, ma una strategia deliberata e sistematica di Hamas e degli altri gruppi armati palestinesi. È la conclusione di un rapporto di 300 pagine pubblicato dalla Civil Commission on October 7 Crimes by Hamas against Women and Children, un'organizzazione non governativa israeliana indipendente, anticipato in esclusiva alla CNN e diffuso il 12 maggio.

Il documento, intitolato "Silenced No More", rappresenta la raccolta di prove più completa finora prodotta sulla violenza sessuale e di genere commessa durante l'assalto, in cui furono uccise circa 1.200 persone e 251 prese in ostaggio. L'inchiesta si basa su 430 interviste formali e informali con sopravvissuti, testimoni, ex ostaggi, esperti e familiari delle vittime, sull'analisi di oltre 10.000 fotografie e segmenti video, di cui molti girati dagli stessi aggressori, e su circa 1.800 ore di lavoro di esame del materiale visivo.

A guidare l'inchiesta è Cochav Elkayam-Levy, esperta di diritto internazionale e fondatrice della Civil Commission, insignita nel 2024 dell'Israel Prize, la più alta onorificenza civile del paese. "Il dato più importante è che la violenza sessuale il 7 ottobre e contro gli ostaggi in cattività è stata una strategia calcolata di Hamas", ha dichiarato Elkayam-Levy alla CNN. Al Times of Israel ha aggiunto che la violenza fu progettata "non solo per brutalizzare le vittime ma anche per terrorizzare la società israeliana nel suo complesso".

Il rapporto identifica tredici diversi tipi di violenza sessuale documentati durante l'attacco e nella prigionia degli ostaggi, tra cui stupri, stupri di gruppo, torture sessuali, mutilazioni, esecuzioni collegate alla violenza sessuale, abusi compiuti su cadaveri e aggressioni sessuali perpetrate davanti ai familiari delle vittime. La Commissione ha concluso che gli atti commessi costituiscono crimini di guerra, crimini contro l'umanità e atti di genocidio secondo il diritto internazionale.

Tra le testimonianze raccolte ci sono quelle di ex ostaggi che hanno parlato pubblicamente dei loro abusi, tra cui Romi Gonen, Rom Braslavski, Arbel Yehud, Amit Soussana, Ilana Gritzewsky e Guy Gilboa-Dalal. Altre vittime hanno condiviso le loro esperienze solo in forma riservata con esperti, investigatori e personale medico. Il rapporto include anche accuse mai rese pubbliche, tra cui il caso di due minori che, mentre erano tenuti in ostaggio a Gaza, sarebbero stati costretti dai loro carcerieri a compiere atti sessuali l'uno sull'altro. La Commissione descrive questo episodio come parte di un modello distinto di violenza che colpiva i familiari sfruttando i legami di parentela come strumento di terrore.

Particolarmente dettagliate sono le testimonianze raccolte presso il festival musicale Nova, dove furono uccise oltre 370 persone. Una sopravvissuta, Darin Komarov, nascosta nelle immediate vicinanze, ha riferito alla Commissione di aver sentito uno stupro di gruppo: "Si passavano la vittima l'uno con l'altro. Era probabilmente ferita, a giudicare dalle sue urla. Urla che non si sono mai sentite da nessuna parte". Il suo racconto è stato confermato da un'altra testimone e da persone che hanno successivamente visto i corpi delle vittime con i vestiti strappati, le gambe divaricate e le parti intime mutilate. Il rapporto documenta almeno sei episodi diversi di testimoni diretti di stupri o stupri di gruppo, tutti seguiti dall'uccisione delle vittime.

Anche gli uomini furono oggetto di violenza sessuale. Un sopravvissuto al festival Nova, identificato solo con la lettera D, ha raccontato di essere stato vittima di uno stupro di gruppo e di torture. Numerosi cadaveri furono trovati con segni evidenti di mutilazione, in particolare nei volti e nelle zone intime. Decine di vittime presentavano colpi di arma da fuoco o ustioni nel torace e nei genitali, spesso inflitti dopo la morte. Le mutilazioni, secondo Elkayam-Levy, avevano una funzione precisa: "La violenza sessuale serve a torturare, a umiliare. Hanno mutilato gli organi intimi delle vittime, hanno bruciato le aree genitali, creando un dolore e una sofferenza che verranno ricordati per generazioni".

Un elemento centrale dell'analisi riguarda la diffusione deliberata delle immagini della violenza sui social network. Gli aggressori filmarono gli abusi e le uccisioni e fecero circolare il materiale attraverso le piattaforme online, in alcuni casi utilizzando gli account personali delle vittime stesse e inviando direttamente alle famiglie le immagini dei propri cari. Molti familiari appresero così la sorte dei loro congiunti. Secondo il rapporto, questa pratica trasformò la violenza in uno strumento di guerra psicologica diretto non solo contro le vittime ma contro l'intera società israeliana.

La questione della violenza sessuale del 7 ottobre è stata politicamente controversa fin dall'inizio. Alcune ricostruzioni diffuse subito dopo l'attacco da funzionari israeliani si rivelarono poi false, mentre alcune prove forensi andarono perdute perché i primi soccorritori, in molti casi volontari senza formazione specifica, dovettero operare in una zona di combattimento attiva e si concentrarono sull'identificazione e sulla sepoltura delle vittime. Hamas ha sempre negato che la violenza sessuale sia avvenuta. Per rispondere ai negazionisti, il team di circa 25 esperti che ha lavorato all'inchiesta ha incrociato ogni testimonianza con altre fonti, ha collaborato con ricercatori che hanno geolocalizzato foto e video, e ha scelto di non utilizzare materiale ottenuto dagli interrogatori statali per garantire l'indipendenza del lavoro.

In precedenza, la rappresentante speciale dell'Onu sulla violenza sessuale nei conflitti, Pramila Patten, aveva concluso che esistono "fondati motivi per ritenere" che si siano verificati episodi di violenza sessuale, inclusi stupri e stupri di gruppo. Il procuratore della Corte penale internazionale Karim Khan aveva chiesto mandati di arresto contro tre leader di Hamas anche per stupro e altre forme di violenza sessuale, ma il procedimento è stato chiuso dopo l'uccisione dei tre nell'offensiva israeliana a Gaza.

L'archivio digitale che contiene tutto il materiale raccolto resterà non accessibile al pubblico per un periodo determinato, a tutela della privacy delle vittime, ma potrà servire in futuro a sostenere eventuali procedimenti giudiziari. Il 12 maggio la Knesset ha approvato una legge che istituisce un tribunale speciale per processare i circa 300 terroristi catturati dalle forze di sicurezza israeliane il 7 ottobre e nei giorni successivi, includendo specificamente i "crimini sessuali" tra i capi d'imputazione.

Il rapporto è stato sostenuto pubblicamente da diverse personalità di rilievo internazionale, tra cui l'ex segretaria di Stato americana Hillary Clinton, l'ex consigliera dell'Onu per la prevenzione del genocidio Alice Wairimu Nderitu, l'ex ministro della Giustizia canadese Irwin Cotler, l'ex presidente della Corte Suprema israeliana Aharon Barak e Sheryl Sandberg. Elkayam-Levy ha annunciato che il rapporto sarà inviato ai parlamenti nazionali e ai decisori politici stranieri perché diventi un documento ufficiale e riconosciuto.

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Un giudice federale blocca le sanzioni americane contro Francesca Albanese


Il giudice Richard Leon ha stabilito che l'amministrazione Trump ha verosimilmente violato il Primo Emendamento colpendo la relatrice speciale dell'Onu per i territori palestinesi dopo le sue critiche a Israele.

Un giudice federale ha sospeso le sanzioni che l'amministrazione Trump aveva imposto a Francesca Albanese, la relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati. La decisione, presa mercoledì 13 maggio dal giudice distrettuale Richard Leon di Washington, stabilisce che le misure punitive hanno verosimilmente violato i diritti di libertà di espressione della giurista italiana garantiti dal Primo Emendamento della Costituzione americana.

Le sanzioni erano state introdotte nel luglio 2025 dal segretario di Stato Marco Rubio, sulla base di un ordine esecutivo del presidente Trump che autorizzava provvedimenti contro le persone coinvolte nelle indagini della Corte penale internazionale sull'operato di Israele a Gaza. Le misure impedivano ad Albanese di entrare negli Stati Uniti e di operare nel sistema bancario americano, con conseguenze pesanti sulla sua vita quotidiana e professionale.

Albanese, giurista italiana in carica come relatrice speciale dal 2022, ha più volte accusato Israele di "genocidio" e di violazioni dei diritti umani a Gaza nella risposta militare all'attacco lanciato da Hamas il 7 ottobre 2023. La relatrice ha inoltre raccomandato alla Corte penale internazionale di procedere contro funzionari israeliani per crimini di guerra, compreso il primo ministro Benyamin Netanyahu.

Nel motivare le sanzioni, Rubio aveva accusato la giurista di aver mostrato "antisemitismo sfrontato, sostegno al terrorismo e disprezzo aperto verso gli Stati Uniti, Israele e l'Occidente". Il segretario di Stato le aveva inoltre rimproverato di essersi rivolta direttamente alla Corte penale internazionale per chiedere di "indagare, arrestare, detenere o perseguire" cittadini statunitensi e israeliani. Il Dipartimento di Stato aveva difeso le sanzioni definendole "legali e appropriate", aggiungendo a febbraio che gli Stati Uniti avrebbero continuato a "condannare e contrastare le attività parziali e malevole" della giurista.

Il ricorso era stato presentato a febbraio dal marito di Albanese, Massimiliano Cali, a nome proprio, della moglie e della figlia, cittadina statunitense. Il ricorso sosteneva che le sanzioni avessero di fatto escluso la relatrice dal sistema bancario, rendendole quasi impossibile soddisfare i bisogni della vita quotidiana.

Nella sua opinione di 26 pagine, il giudice Leon, nominato dall'ex presidente George W. Bush, si è concentrato sulle dichiarazioni dello stesso Rubio. Secondo il magistrato, se Albanese avesse assunto posizioni opposte sull'azione della Corte penale internazionale contro cittadini americani e israeliani, non sarebbe stata sanzionata in base all'ordine esecutivo 14203. L'effetto della designazione, ha scritto Leon, è stato quello di "punire" e quindi "sopprimere l'espressione sgradita". Il giudice ha sottolineato che la relatrice "non ha fatto altro che parlare" e che le sue raccomandazioni non hanno alcun effetto vincolante sulle decisioni della Corte penale, trattandosi soltanto di opinioni.

Leon ha inoltre stabilito che la residenza all'estero della giurista non indebolisce la protezione costituzionale, perché Albanese possiede sufficienti "legami sostanziali" con gli Stati Uniti per invocare le tutele del Primo Emendamento. "Proteggere la libertà di espressione è sempre nell'interesse pubblico", ha scritto il magistrato nel suo provvedimento.

Albanese aveva sostenuto che le sanzioni americane fossero "calcolate per indebolire la sua missione". La giurista ha accolto la decisione del tribunale su X, ringraziando tutti coloro che le hanno offerto sostegno. In una recente intervista alla Reuters, la relatrice ha respinto le accuse di antisemitismo che le vengono rivolte dai suoi oppositori, secondo cui ripeterebbe le posizioni di Hamas contro Israele. "L'antisemitismo è reale e non ha nulla a che vedere con la critica legittima allo Stato di Israele", ha dichiarato all'agenzia. Albanese ha aggiunto che le misure punitive le hanno cambiato la vita "in modo significativo" sul piano personale e professionale, costringendola spesso a nascondere la propria identità durante gli eventi pubblici, perché le strutture alberghiere collegate a entità statunitensi rifiutano le sue prenotazioni. La giurista ha riferito di non poter usare carte di credito, di dover chiedere prestiti e di non poter accedere ai propri risparmi e guadagni.

Albanese, nominata dal Consiglio per i diritti umani, non parla a nome dell'Onu e ha dichiarato più volte di aver ricevuto minacce. La Francia ne ha chiesto le dimissioni denunciando le sue affermazioni come "oltraggiose".

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Trump e Xi si incontrano a Pechino, vertice di due giorni tra dazi, Taiwan e guerra in Iran


Il presidente americano è stato accolto nella Grande Sala del Popolo con cerimonia militare e bambini con bandiere. Il colloquio bilaterale è durato oltre due ore, il doppio del previsto.

Donald Trump e Xi Jinping si sono incontrati oggi, giovedì 14 maggio, a Pechino per l'avvio di un vertice di due giorni per affrontare i nodi commerciali, la questione di Taiwan e la guerra in Iran. È la prima visita di un presidente americano in carica in Cina in quasi un decennio, dopo quella dello stesso Trump nel 2017. Il colloquio bilaterale nella Grande Sala del Popolo è durato due ore e un quarto, il doppio del tempo programmato.

L'accoglienza è stata sfarzosa. Xi è sceso personalmente dai gradini del palazzo che si affaccia su piazza Tiananmen per stringere la mano a Trump. La cerimonia ha previsto una guardia d'onore militare, una banda che ha suonato l'inno americano, ventuno salve di cannone e centinaia di bambini che sventolavano bandiere cinesi e americane lungo il tappeto rosso. Il presidente americano ha applaudito e ringraziato i bambini con il pollice alzato. Nel pomeriggio i due leader hanno visitato insieme il Tempio del Cielo, complesso del quindicesimo secolo dove gli imperatori delle dinastie Ming e Qing officiavano i riti per il buon raccolto. Trump è solo il secondo presidente americano in carica a visitare il sito, dopo Gerald Ford nel 1975. Giovedì sera è in programma un banchetto di Stato, mentre venerdì i colloqui proseguiranno fino a mezzogiorno.

Nei discorsi d'apertura entrambi i leader hanno enfatizzato la stabilità dei rapporti. "I due paesi dovrebbero essere partner, non rivali, raggiungere il successo reciproco e la prosperità condivisa, e trovare un modo adeguato perché le grandi potenze coesistano nella nuova era", ha dichiarato Xi, sottolineando che il mondo è "a un nuovo bivio". Il presidente cinese ha sollevato il tema della trappola di Tucidide, il concetto reso celebre dallo studioso di Harvard Graham Allison secondo cui le tensioni tra una potenza emergente e una dominante portano spesso alla guerra. "Possono la Cina e gli Stati Uniti superare la trappola di Tucidide e creare un nuovo paradigma per i rapporti tra grandi potenze?", ha chiesto il presidente cinese. Allison stesso, intervistato dalla Cnbc, ha previsto che la tregua commerciale raggiunta tra i due lo scorso autunno in Corea del Sud si trasformerà in un accordo formale.

Trump ha risposto con toni personali, definendo Xi "un grande leader" e sottolineando la lunga conoscenza tra i due. "Le relazioni tra Cina e Stati Uniti saranno migliori che mai", ha detto il presidente americano. "Quando avevamo problemi, ti chiamavo o mi chiamavi tu, e li risolvevamo molto in fretta. Avremo un futuro fantastico insieme". Ha anche elogiato la delegazione di imprenditori americani al suo seguito: "Abbiamo chiesto ai trenta migliori al mondo. Tutti hanno detto sì. Non volevo il secondo o il terzo in azienda, volevo solo i numeri uno".

Durante il colloquio Xi ha avvertito Trump che Taiwan è la questione più importante nei rapporti bilaterali e che, se gestita male, può portare allo scontro o al conflitto. "I due paesi entreranno in collisione o addirittura in conflitto, spingendo l'intera relazione sino-americana in una situazione estremamente pericolosa", ha dichiarato secondo il resoconto dell'agenzia ufficiale Xinhua. Il termine usato in mandarino non indica necessariamente un conflitto militare. Pechino considera l'isola parte del proprio territorio e non ha mai escluso l'uso della forza. Trump, interrogato più volte dai giornalisti al Tempio del Cielo, non ha risposto alle domande su Taiwan. Ha commentato solo con frasi generiche: "Grande. Posto incredibile. La Cina è bellissima". La portavoce del governo taiwanese Michelle Lee ha affermato che le minacce militari cinesi sono l'unica causa di instabilità nello Stretto di Taiwan, e ha ringraziato Washington per il sostegno ribadito nei giorni precedenti il vertice. L'amministrazione Trump ha rinviato l'annuncio di un pacchetto di armamenti per l'isola da 13 miliardi di dollari per evitare di irritare Pechino prima dell'incontro.

La delegazione statunitense comprende il segretario di Stato Marco Rubio, il segretario alla Difesa Pete Hegseth e il segretario al Tesoro Scott Bessent. Insieme a loro hanno viaggiato circa trenta dirigenti d'azienda americani, tra cui Elon Musk di Tesla, Tim Cook di Apple, Jensen Huang di Nvidia, Kelly Ortberg di Boeing, Larry Fink di BlackRock, Stephen Schwarzman di Blackstone e i vertici di Goldman Sachs, Citi, Mastercard, Qualcomm e Micron. Al gruppo si è unito anche Eric Trump, figlio del presidente e responsabile del Trump Organization, accompagnato dalla moglie Lara. Xi ha incontrato i dirigenti americani dopo il colloquio con Trump, promettendo che la porta della Cina "continuerà ad aprirsi sempre di più" alle imprese statunitensi. Uscendo dalla Grande Sala del Popolo, Huang di Nvidia ha dichiarato che "l'incontro è andato benissimo", Cook ha mostrato il segno della pace e Musk ha parlato di "molte cose buone" da realizzare.

L'agenda commerciale è centrale. Washington punta a ottenere accordi nel settore agricolo e una conferma di una grande commessa di aerei Boeing. Le autorità doganali cinesi hanno comunicato giovedì l'approvazione delle licenze di esportazione per diverse centinaia di macelli americani che vendono carne bovina, dopo che le licenze erano scadute nel marzo 2025 in seguito ai primi dazi imposti da Trump. Il segretario al Tesoro Bessent ha incontrato in Corea del Sud il vicepremier cinese He Lifeng nei giorni precedenti il vertice per definire i dettagli. Xi ha riferito a Trump che i negoziatori commerciali hanno raggiunto "un risultato generalmente equilibrato e positivo" nell'incontro di mercoledì. "I fatti hanno ripetutamente dimostrato che non ci sono vincitori in una guerra commerciale, e l'essenza delle relazioni economiche e commerciali tra Cina e Stati Uniti è il beneficio reciproco e la cooperazione vantaggiosa per entrambi", ha dichiarato il presidente cinese. La maggior parte degli osservatori prevede un annuncio sull'acquisto cinese di aerei Boeing, energia, carne bovina e prodotti agricoli, mentre Washington istituirà un nuovo Board of Trade per supervisionare gli impegni.

Restano aperti diversi nodi. Il controllo cinese sulle terre rare è tra i più urgenti. Lo scorso anno Pechino aveva annunciato nuove restrizioni sulle esportazioni di questi metalli essenziali per la manifattura avanzata, poi rinviate di un anno dopo l'incontro in Corea del Sud. I prezzi di alcuni metalli rari sono aumentati anche cento volte da quando Pechino ha bloccato la maggior parte delle esportazioni nella primavera del 2024. Il samario, usato negli aerei commerciali e nei caccia, costa circa due dollari al chilo in Cina ma da cinquanta a cinquecento dollari all'estero.

C'è poi la guerra in Iran, scoppiata a fine febbraio con l'attacco congiunto di Stati Uniti e Israele. Trump vuole convincere Xi a fare pressione su Teheran per riaprire lo Stretto di Hormuz, bloccato dall'inizio del conflitto e cruciale per i rifornimenti energetici globali. Rubio ha dichiarato a Fox News a bordo dell'Air Force One che Pechino ha interesse a risolvere la crisi: "Se le economie mondiali crollano a causa di questa crisi negli stretti, compreranno meno prodotti cinesi".

Scott Kennedy, esperto di economia cinese al Center for Strategic and International Studies, ha osservato che la Cina arriva al vertice "molto più sicura di sé rispetto al 2017, quando temeva anche un piccolo aumento dei dazi americani". Julian Gewirtz, ex direttore per la politica cinese al Consiglio di Sicurezza Nazionale sotto Biden, ha dichiarato al Washington Post che Pechino "spera di scambiare simbolismo con sostanza, sfruttando il protocollo e la preferenza di Trump per lo sfarzo per evitare un ritorno all'escalation economica e guadagnare tempo per rafforzarsi". Da Wei, direttore del Centro per la Sicurezza Internazionale e la Strategia della Tsinghua University, ha aggiunto che la leadership cinese non vede l'incontro come un'occasione per chiudere accordi specifici, ma come una piattaforma per segnalare all'esterno che la relazione sino-americana, per quanto difficile, è stabile. Una visita di restituzione di Xi negli Stati Uniti è prevista entro la fine dell'anno, possibilmente a margine dei vertici Apec e G20.

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La rassegna stampa di giovedì 14 maggio 2026


Trump incontra Xi Jinping a Pechino mentre il Senato conferma Warsh come nuovo presidente della Fed e l'Amministrazione minaccia tagli ai fondi sanitari agli stati

Questa è la rassegna stampa di giovedì 14 maggio 2026

Trump incontra Xi Jinping a Pechino in un summit ad alta tensione


Il presidente Trump è arrivato a Pechino per un incontro cruciale con il presidente cinese Xi Jinping, con discussioni su Taiwan, la guerra in Iran, commercio e intelligenza artificiale. Xi ha avvertito che USA e Cina potrebbero "entrare in conflitto" se la questione di Taiwan viene gestita male, mentre Trump ha sottolineato l'amicizia personale con il leader cinese. La delegazione americana include importanti CEO come Jensen Huang di Nvidia, Tim Cook di Apple ed Elon Musk.

Fonti: The Guardian, Bloomberg, The Hill

Il Senato conferma Kevin Warsh come nuovo presidente della Federal Reserve


Il Senato ha confermato Kevin Warsh come nuovo presidente della Federal Reserve con il margine più ristretto dal 1977, sostituendo Jerome Powell. La conferma è avvenuta con il voto decisivo del democratico John Fetterman, che ha rotto le righe del partito. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha elogiato Fetterman per aver messo "il paese prima dell'ideologia politica".

Fonti: Financial Times, Wall Street Journal, The Hill

L'Amministrazione Trump minaccia di tagliare i fondi sanitari federali agli stati


Il vicepresidente JD Vance ha minacciato di "interrompere" i finanziamenti federali per Medicare e Medicaid agli stati che non si conformano alla campagna anti-frode dell'Amministrazione Trump. La California è già nel mirino, con l'Amministrazione che trattiene 1,3 miliardi di dollari in pagamenti Medicaid accusando lo stato di non fare abbastanza per combattere le frodi.

Fonti: The Guardian, Wall Street Journal, New York Times

Un giudice federale blocca le sanzioni USA contro un'esperta ONU


Un giudice federale ha temporaneamente bloccato le sanzioni imposte dall'Amministrazione Trump contro Francesca Albanese, relatrice speciale ONU sui territori palestinesi occupati. Il giudice ha stabilito che l'Amministrazione ha probabilmente violato i diritti del Primo Emendamento di Albanese imponendo le sanzioni dopo le sue critiche alla guerra di Israele a Gaza.

Fonti: The Guardian, The Hill

Il Pentagono cancella bruscamente il dispiegamento di una brigata corazzata in Europa


Il Pentagono ha annullato improvvisamente il dispiegamento di una brigata corazzata in Europa, un passo importante verso la riduzione della presenza militare americana in Europa che ha colto di sorpresa alcuni funzionari militari. L'equipaggiamento e parte delle truppe della brigata "Black Jack" erano già in viaggio quando il dispiegamento è stato fermato.

Fonti: Wall Street Journal

Un cittadino statunitense condannato per aver gestito una "stazione di polizia" cinese segreta a New York


Lu Jianwang, 64 anni, è stato dichiarato colpevole di aver agito come agente non registrato del governo cinese dopo essere stato accusato di gestire una "stazione di polizia segreta" per conto di Pechino nel quartiere di Chinatown a Manhattan. I procuratori federali hanno detto che avrebbe dovuto avvertire il procuratore generale degli Stati Uniti del suo ruolo di agente cinese e che ha aiutato la Cina a localizzare un attivista pro-democrazia che vive in California.

Fonti: The Guardian, BBC News, Wall Street Journal

La Camera approva la legislazione per le vendite di carburante E15 tutto l'anno


La Camera ha approvato un disegno di legge per codificare le vendite tutto l'anno di carburante etanolo E15, una grande vittoria per i membri degli stati produttori di mais ma che ha attirato una feroce opposizione da altri repubblicani. Il voto è stato 218-203, con 122 repubblicani, 95 democratici e 1 indipendente a favore.

Fonti: The Hill, Bloomberg

Il figlio di Rand Paul si scusa per insulti antisemiti e omofobici a un legislatore


William Paul, figlio del senatore Rand Paul, si è scusato mercoledì dopo aver riportato insulti antisemiti al deputato Mike Lawler in un bar di Washington DC. Paul ha detto di aver bevuto troppo e che le cose che ha detto "non rappresentano chi sono veramente", aggiungendo che sta cercando aiuto per il suo problema con l'alcol.

Fonti: The Guardian, The Hill

Denise Powell vince le primarie democratiche per un seggio chiave della Camera in Nebraska


Denise Powell ha prevalso in una corsa serrata alle primarie per un seggio basato a Omaha, attualmente detenuto da un repubblicano in pensione, che potrebbe aiutare a determinare il controllo della Camera. La vittoria arriva in un distretto che potrebbe essere cruciale per i democratici nel tentativo di riprendere il controllo della Camera dei Rappresentanti.

Fonti: New York Times, Wall Street Journal, NPR

Una corte d'appello annulla le condanne per omicidio di Alex Murdaugh


Una corte d'appello ha annullato le condanne per omicidio di Alex Murdaugh e ha ordinato un nuovo processo per gli omicidi del giugno 2021 di Paul e Maggie Murdaugh. La decisione rappresenta un colpo di scena significativo in uno dei casi di omicidio più seguiti degli ultimi anni, che aveva coinvolto l'influente famiglia legale del South Carolina.

Fonti: BBC News

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Gli oligarchi della repubblica (?) italiana negoziano per offrire i loro cittadini come bersagli per il tiro a segno statunitense, ma lo fanno in segreto.


Io non vorrei parlare male dell'Italia nei media stranieri,ma ho dovuto raccontare la verità: contrariamente alle autorità inglesi ed europee, il ministero dell'interno di Piantedosi si è rifiutato di rispondere su cosa sta negoziando Italia con USA

computerweekly.com/news/366643…


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Gli oligarchi dell'Unione Europea negoziano per offrire i loro cittadini come bersagli per il tiro a segno statunitense.


Una bozza della proposta segreta della #CommissioneEuropea per dare accesso a #ICE ai nostri dati biometrici e genetici è stata ottenuta da @statewatch

A noi negata qualsiasi documentazione nel nome della "protezione delle relazioni internazionali"

computerweekly.com/news/366643…


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Il Senato conferma Kevin Warsh alla guida della Fed


La sua nomina è stata approvata con 54 voti a favore e 45 contrari, e sostituirà Jerome Powell dal 15 maggio. Trump pretende tassi più bassi, ma l’inflazione legata alla guerra in Iran complica la decisione della Banca Centrale.

Il Senato degli Stati Uniti ha confermato Kevin M. Warsh alla presidenza della Federal Reserve con 54 voti a favore e 45 contrari. Si apre così una fase delicata per il futuro della Banca Centrale americana, in questi due anni più volte attaccata dal presidente Donald Trump per non aver tagliato i tassi di interesse con la rapidità richiesta dalla Casa Bianca.

Warsh, nominato dallo stesso Trump, prenderà ora il posto di Jerome H. Powell, il cui mandato da presidente scade il 15 maggio. Quasi tutti i democratici hanno votato contro la sua nomina, con una sola eccezione, quella del senatore John Fetterman della Pennsylvania. Il timore, tra i democratici, è che il nuovo presidente possa cedere alle pressioni politiche e indebolire la tradizionale autonomia della Fed dal potere politico.

Trump ha già cercato di attaccare quell’autonomia in più occasioni. Ha tentato (finora senza successo) di rimuovere Lisa D. Cook, governatrice della Fed, sulla base di accuse non provate di frode ipotecaria. Il suo caso è ora davanti alla Corte Suprema, che dovrebbe pronunciarsi entro luglio. Il presidente ha anche insultato Powell, minacciato di licenziarlo e sostenuto un’indagine penale nei suoi confronti da parte del Dipartimento di Giustizia sulla ristrutturazione della sede della Banca Centrale.

Il caso Powell e il “cambio di tono”


Proprio quell’inchiesta è stata uno dei principali ostacoli alla conferma di Warsh. Thom Tillis, senatore repubblicano della North Carolina e membro della Commissione Banche, aveva promesso di bloccare ogni nomina alla Fed finché le cause legali contro Powell non fossero state ritirate. A fine aprile la procuratrice federale per il District of Columbia, Jeanine Pirro, ha fatto un passo indietro, pur lasciando aperta la possibilità di riaprire il dossier. Tanto è bastato a convincere Tillis a rimuovere il blocco, ma non per rassicurare Powell.

“Temo che questi attacchi stiano logorando l’istituzione della Banca Centrale e mettano a rischio ciò che davvero conta per i cittadini: la capacità di condurre la politica monetaria senza tenere conto di fattori politici”, ha dichiarato Powell nella sua ultima conferenza stampa da presidente. Il mese scorso ha annunciato che resterà alla Fed come governatore fino al gennaio 2028, promettendo di tenere un “basso profilo”. Ma la sua presenza continuerà a pesare, soprattutto perché Warsh ha già annunciato un “cambio di tono” in arrivo alla Banca Centrale.

Veterano di Wall Street ed ex governatore della Fed dal 2006 al 2011, Warsh vuole infatti rivedere il portafoglio di titoli di Stato e mutui detenuto dalla Banca Centrale americana, ripensare i dati con cui la Fed interpreta l’economia e cambiare anche il modo in cui vengono comunicate le decisioni future. Prima, però, dovrà costruirsi una credibilità da presidente indipendente. Durante l’audizione di conferma, i democratici lo hanno definito un “burattino” di Trump. Lui ha respinto l’accusa, ma a complicargli il compito restano le parole dello stesso presidente, che ha detto di voler scegliere solo qualcuno favorevole a tassi più bassi.

L’inflazione frena la svolta sui tassi


La guerra in Iran ha però indebolito le ragioni per un taglio dei tassi. L’aumento dei prezzi dell’energia ha spinto l’inflazione verso l’alto e alimentato il timore di pressioni più persistenti sui prezzi, soprattutto se il conflitto non si chiuderà rapidamente. Il mercato del lavoro, pur fragile, ha retto abbastanza da non rendere necessario un intervento immediato in questo senso. Gli investitori avevano già escluso un taglio dei tassi quest’anno e, nelle ultime settimane, hanno iniziato a valutare perfino l’ipotesi di un rialzo nel 2027.

Nessun funzionario della Federal Reserve ha finora chiesto apertamente di aumentare i tassi, ma cresce il fronte di chi ritiene che la Banca Centrale statunitense debba riconoscere una nuova realtà: oggi un rialzo è plausibile quanto un taglio. Se Warsh sceglierà di battersi comunque per una riduzione, troverà davanti a sé un’opposizione interna solida all’interno del Consiglio Direttivo. La sua prima riunione da presidente è fissata per il 16 e 17 giugno.

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Trump scopre il costo della vita quando i repubblicani temono ormai di perdere anche il Senato


Il presidente spinge ora per sospendere le accise sulla benzina e rilanciare la proposta di legge sull'accessibilità abitativa, ma la richiesta di un miliardo di dollari per la sicurezza della nuova sala da ballo della Casa Bianca imbarazza il Partito Repubblicano.

In difficoltà nei sondaggi, Donald Trump sta provando a riportare al centro dell'agenda il tema che più preoccupa gli elettori americani: il costo della vita. Il presidente ha negli ultimi giorni chiesto una sospensione delle accise federali sulla benzina e sollecitato la Camera ad approvare una proposta di legge sulla casa accessibile, ferma da mesi dopo il passaggio al Senato. Ma il tentativo di rilancio arriva mentre alcune delle sue stesse scelte, dalla guerra con l'Iran ai dazi imposti a ondate successive, hanno contribuito ad alimentare i rincari che ora la Casa Bianca cerca di contenere.

Il prezzo medio nazionale della benzina è salito a 4,50 dollari al gallone dopo l'inizio del conflitto con Teheran e lo stesso Trump ha ammesso che il cessate il fuoco con l'Iran resta in bilico. Se i combattimenti dovessero riprendere, il costo del carburante potrebbe aumentare ancora e alcuni esponenti repubblicani potrebbero iniziare a votare con i democratici, già questa settimana, risoluzioni sui poteri di guerra. Per la Casa Bianca il rischio è evidente: la battaglia sul costo della vita può diventare anche un referendum sulle decisioni del presidente.

Il GOP difende Trump, ma non senza fratture


I vertici repubblicani provano a difendere, seppure con difficoltà, la linea dell'Amministrazione Trump. Il leader della maggioranza repubblicana al Senato, John Thune, sostiene che i benefici fiscali della One Big Beautiful Bill, firmata il 4 luglio 2025, non si sono ancora pienamente manifestati. Lo stesso argomento è stato ripreso dallo Speaker della Camera, Mike Johnson. Ma non tutti nel partito sono convinti di questo. Il senatore Josh Hawley, repubblicano del Missouri, ha presentato un disegno di legge per sospendere le accise sulla benzina e ha detto a Punchbowl News che il Congresso a guida repubblicana ha fatto "praticamente nulla" per alleviare il costo della vita.

La sospensione delle accise potrebbe offrire un po' di respiro al Partito Repubblicano, ma per arrivare all'approvazione in aula avrebbe bisogno anche dei voti democratici. Lunedì Thune ha mantenuto una linea prudente, limitandosi a dire che i repubblicani "ascolteranno" la proposta del presidente. Resta bloccata anche la legge sull'accessibilità abitativa, ferma per l'opposizione della Camera al testo già approvato dal Senato. Nel frattempo, alcuni deputati repubblicani eletti negli Stati più a rischio in vista delle prossime elezioni, come Maine, Alaska e Ohio, hanno chiesto senza successo di prorogare i crediti d'imposta rafforzati per Obamacare, scaduti alla fine del 2025.

Il miliardo per la sala da ballo diventa un problema politico


Il nodo più delicato, però, riguarda la richiesta di un miliardo di dollari per rafforzare la sicurezza attorno al progetto della nuova sala da ballo della Casa Bianca. I fondi sono stati inseriti nel disegno di legge di riconciliazione, una procedura che consente alla maggioranza repubblicana di approvare misure fiscali e di spesa con regole accelerate e senza bisogno del sostegno dell'opposizione al Senato. In questo caso, si tratta dello stesso pacchetto di leggi di spesa con cui il Partito Repubblicano punta a rifinanziare anche l'ICE e la polizia di frontiera.

Il direttore del Secret Service, Sean Curran, è stato chiamato a spiegare la misura ai senatori repubblicani durante il loro pranzo di gruppo. Ma per gli esponenti repubblicani più esposti in vista delle prossime elezioni, questa particolare spesa rischia di trasformarsi in un grave problema politico e comunicativo. Il motivo è semplice: la richiesta arriva mentre Trump sta promuovendo una serie di progetti che molti, anche dentro il partito, considerano eccessivi o vanitosi. Tra questi ci sono la riverniciatura dell'Eisenhower Executive Office Building, il rifacimento del Reflecting Pool del Lincoln Memorial, un incontro di UFC sul prato della Casa Bianca e perfino una gara di IndyCar lungo Pennsylvania Avenue.

"Se fossi nel reparto marketing del Partito Democratico, starei già pensando ai vari modi per usare questo voto contro i senatori repubblicani che lo approveranno", ha detto a Punchbowl News Thom Tillis, senatore repubblicano del North Carolina, che non si ricandiderà. Anche se la spesa fosse difendibile nel merito, ha aggiunto, "i tempi e l'ottica sono pessimi".

Per molti senatori repubblicani vulnerabili, l'errore politico è stato indicare esplicitamente il miliardo di dollari per la sicurezza della nuova sala da ballo, invece di inserire la somma in modo più generico tra i fondi destinati al Secret Service. Così facendo, la misura appare direttamente collegata a uno dei progetti più personali e controversi voluti da Trump, e diventa molto più facile da attaccare. Lo stesso Thune ha riconosciuto che la narrazione va corretta, pur sostenendo che la sicurezza dell'area "va comunque garantita". Susan Collins, presidente della Commissione Appropriazioni del Senato e tra gli esponenti repubblicani più a rischio rielezione nel 2026, ha invece scelto una linea più prudente: si è limitata a ricordare che, secondo Trump, la costruzione della sala da ballo sarà finanziata da donatori privati.

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L'Ucraina è pronta a aiutare gli Stati Uniti con i droni


Il Dipartimento di Stato e l'ambasciatrice ucraina a Washington hanno preparato un memorandum per produzioni congiunte di droni. La guerra in Iran ha accelerato l'interesse americano per la tecnologia ucraina.

Stati Uniti e Ucraina hanno redatto un memorandum per un nuovo accordo militare che permetterebbe a Kyiv di esportare tecnologia militare verso gli Stati Uniti e di produrre droni in joint venture con aziende americane. Lo riferisce CBS News, citando tre fonti a conoscenza del dossier. La bozza è stata negoziata dal Dipartimento di Stato americano e dall'ambasciatrice ucraina a Washington, Olha Stefanishyna. Se finalizzata, l'intesa trasformerebbe l'Ucraina in un fornitore di tecnologia militare per il suo principale alleato occidentale, dopo oltre 4 anni di guerra contro la Russia.

A spingere avanti i negoziati è stata anche la guerra in Iran. Kyiv ha inviato droni intercettori e piloti in Medio Oriente per aiutare i Paesi alleati degli Stati Uniti a difendersi dagli Shahed di progettazione iraniana, gli stessi velivoli usati da Mosca per colpire le città ucraine. Negli ultimi due mesi l'Ucraina ha firmato accordi militari con Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, mentre altre intese sono in preparazione. "Quasi 20 Paesi sono attualmente coinvolti in varie fasi: 4 accordi sono già stati firmati e i primi contratti sono in preparazione", ha scritto Volodymyr Zelensky su Telegram.

Droni · Accordo in vista USA-Ucraina

Il fornitore inatteso: Kyiv pronta a esportare droni verso Washington


Un memorandum bilaterale apre la strada alle joint venture sulla produzione di droni. Sul tavolo c'è un'asimmetria produttiva clamorosa e un divario di fondi da 40 miliardi di dollari che lega gli interessi dei due Paesi.

Fonti: CBS News, Reuters, Breaking Defense Memorandum · maggio 2026

Capacità produttiva 2026
55mld $
Potenziale dell'industria della difesa ucraina

vs

Fondi disponibili
15mld $
Quello che Kyiv può davvero acquistare nel 2026

Tra le due cifre si apre un divario di 40 miliardi di dollari che gli investimenti americani potrebbero contribuire a colmare

Esplora l'analisi
1 Asimmetria 2 Economia 3 Accordi 4 Cronologia

Il divario industriale

Un solo produttore ucraino costruisce dieci volte più droni FPV dell'intera industria americana


Il confronto sulla produzione annua di droni FPV (first-person view) a basso costo spiega perché il Pentagono cerchi tecnologia ucraina, nonostante le riserve politiche iniziali espresse dalla Casa Bianca.

Ucraina
Un solo produttore, piano 2026

3 mln
droni FPV

Stati Uniti
Produzione totale, dato 2025

300 mila
droni FPV

0 1 mln 2 mln 3 mln

Per ogni drone FPV prodotto negli Stati Uniti nel 2025, l'Ucraina pianifica di produrne 10 nel 2026. È il rovesciamento — almeno in un segmento militare strategico — del rapporto storico tra fornitore e cliente nell'asse occidentale.

La matematica della guerra dei droni

Intercettare uno Shahed con un missile Patriot costa quanto 3.000 droni intercettori ucraini

Il vantaggio competitivo dell'industria ucraina sta nella sproporzione fra costo dell'arma offensiva russa o iraniana, costo dell'intercettore tradizionale occidentale e costo del drone intercettore di Kyiv. È questa asimmetria a guidare l'interesse del Pentagono e dei Paesi del Golfo verso la tecnologia dei droni di produzione ucraina.

Minaccia
Shahed-136 (Iran)
~20-50 mila $
Stime di produzione interna iraniana. Costo export: 193 mila $

Difesa tradizionale
Missile Patriot (USA)
~3-4 mln $
Costo per singolo lancio. "Non possiamo abbattere droni economici con missili da 2 milioni" — Pete Hegseth

Droni intercettori ucraini
Sting (Wild Hornets)
2.500 $
Stati in grado di abbattere 3.900 droni russi dal maggio 2025

Droni intercettori ucraini
P1-SUN (SkyFall)
1.000 $
Drone in fibra ottica su telaio stampato in 3D

Quanti intercettori P1-SUN per un missile Patriot

0 3.000 INTERCETTORI

= 1 missile Patriot

Confronto a parità di costo: 1.000 $ × 3.000 ≈ 3 mln $

Il punto chiave

Il Drone Dominance, programma del Pentagono da 1,1 miliardi di dollari, è proprio alla ricerca di droni a basso costo destinati a contratti militari statunitensi. Aziende ucraine sono già state invitate a partecipare.

La diplomazia dei droni

Quasi 20 Paesi coinvolti, 4 accordi firmati in due mesi


Da quando è iniziata la guerra in Iran, Kyiv ha trasformato la propria esperienza sul campo di battaglia contro i russi in una rete di intese militari — le cosiddette "Drone Deals" — che attraversa Golfo, Caucaso ed Europa.

~20
Paesi in trattativa

4
Accordi già firmati

10 anni
Durata intese del Golfo

Accordi firmati

لا إله إلا اللهمحمد رسول الله
Arabia Saudita
Partenariato decennale · Jeddah, 27 marzo 2026
Firmato

Qatar
Partenariato decennale · Doha, 28 marzo 2026
Firmato

Emirati Arabi Uniti
Partenariato decennale · richiesta iniziale per 5.000 droni intercettori
Firmato

Azerbaigian
Accordo su difesa ed energia · aprile 2026
Firmato

Negoziati avanzati

Stati Uniti
Memorandum bilaterale per joint venture sui droni
Bozza

Germania, Norvegia, Paesi Bassi
Intese su difesa e droni firmate ad aprile 2026
Avviate

Italia
Co-produzione in fase iniziale, citata da Zelensky
In trattativa

Come ci siamo arrivati

Da Operazione Spiderweb al memorandum bilaterale


In meno di un anno, la cooperazione sui droni è passata da proposta informale alla Casa Bianca a bozza di accordo preparata dal Dipartimento di Stato.

Giugno 2025
Operazione Spiderweb

Piloti ucraini guidano a distanza droni esplosivi usciti da camion infiltrati in Russia, distruggendo decine di aerei militari russi. Trump elogia l'operazione in privato.

Agosto 2025
Prima proposta alla Casa Bianca

Funzionari ucraini propongono per la prima volta una cooperazione sui droni con gli Stati Uniti. La proposta resta arenata a causa di resistenze al Pentagono.

Fine febbraio 2026
Scoppia la guerra USA-Israele contro l'Iran

Lo scenario cambia: i droni Shahed iraniani diventano la minaccia principale per le basi americane e gli alleati del Golfo.

Inizio marzo 2026
Trump respinge l'offerta ucraina

"Non abbiamo bisogno del loro aiuto nella difesa anti-drone. Abbiamo i droni migliori al mondo", dichiara a Fox News.

Marzo 2026
L'Ucraina dispiega i propri esperti nel Golfo

Oltre 200 specialisti ucraini inviati in Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Giordania per addestrare le forze locali contro i droni iraniani.

27-30 marzo 2026
Firma dei "Accordi sui Droni" con i Paesi del Golfo

L'Ucraina firma partenariati decennali con Arabia Saudita, Qatar ed Emirati su intercettori, guerra elettronica e droni marittimi.

Maggio 2026
Bozza del memorandum USA-Ucraina

Negoziata dal Dipartimento di Stato statunitense e dall'ambasciatrice ucraina Olha Stefanishyna. Primo passo verso joint venture per la produzione di droni e export di tecnologia militare ucraina verso gli Stati Uniti.

Fonti Elaborazione FocusAmerica su dati CBS News, Reuters, Breaking Defense, Kyiv Post, Al Jazeera, Military Times, CSIS · 12 maggio 2026

Droni, guerra elettronica e il nodo dei finanziamenti


L'idea di una cooperazione sui droni era inizialmente arrivata alla Casa Bianca nell'agosto 2025, dopo che Donald Trump aveva elogiato in privato l'Operazione Spiderweb. In quell'attacco, piloti ucraini guidarono a distanza droni esplosivi fatti uscire da camion infiltrati in territorio russo, distruggendo decine di aerei militari parcheggiati sulle piste.

I numeri spiegano l'interesse reciproco. Il Consiglio di Sicurezza Nazionale ucraino stima per il 2026 una capacità produttiva nel settore difesa pari a 55 miliardi di dollari, ma Kyiv dispone di fondi per circa 15 miliardi, secondo Yuriy Sak, consigliere del Ministero delle Industrie Strategiche ucraino. I fondi americani ricevuti ai sensi dell'accordo potrebbe colmare parte di questo divario.

L'Ucraina ha sviluppato capacità che gli Stati Uniti, finora, non avevano messo al centro delle proprie priorità. Un produttore ucraino prevede di realizzare nel 2026 oltre 3 milioni di droni militari FPV a basso costo, mentre nel 2025 gli Stati Uniti ne hanno prodotti solo circa 300mila. Anche sul fronte della guerra elettronica Kyiv ha accumulato un vantaggio operativo rispetto a Washington: Sine Engineering ha sviluppato una tecnologia che permette ai droni di volare senza guida GPS, eludendo i sistemi di disturbo del segnale. La società ha già ricevuto un investimento multimilionario dall'U.S.-Ukraine Reconstruction Investment Fund.

Gli ostacoli politici e le condizioni di Kyiv


Alcune società ucraine sono già operative negli Stati Uniti. A marzo General Cherry, uno dei maggiori produttori di droni del Paese, ha firmato un accordo per fabbricare velivoli senza pilota insieme a Wilcox Industries, azienda americana del settore militare. Il Pentagono ha inoltre invitato aziende ucraine a partecipare a Drone Dominance, un programma da 1,1 miliardi di dollari per individuare droni destinati a contratti militari statunitensi.

Un'intesa più ampia ha però finora incontrato ostacoli politici. Funzionari ucraini hanno detto a CBS News di aver percepito una "scarsa adesione" da parte di figure di vertice del Dipartimento della Difesa e della Casa Bianca, soprattutto dall'inizio della guerra in Iran. Trump ha anche respinto pubblicamente l'offerta ucraina di fornire tecnologie anti-drone al Medio Oriente. "Non abbiamo bisogno del loro aiuto nella difesa anti-drone", ha detto a Fox News all'inizio di marzo. "Conosciamo la tecnologia dei droni più di chiunque altro. Abbiamo i droni migliori al mondo".

Anche Kyiv, da parte sua, ha rallentato il negoziato, fissando 2 condizioni principali: proteggere la proprietà intellettuale delle aziende ucraine e garantire che la produzione interna resti sufficiente a sostenere la difesa contro l'invasione russa. Il nuovo memorandum indica però che gli ostacoli si stanno riducendo. "Oltre al Medio Oriente, al Golfo, al Caucaso meridionale e all'Europa, presto avvieremo questa nuova cooperazione di sicurezza nell'ambito degli accordi sui droni anche in un'altra parte del mondo", ha scritto Zelensky su Telegram. "Stiamo preparando buone notizie per l'Ucraina".

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Sulla sovranità digitale e perché il cloud europeo è migliore di quanto pensi

"sotto l'esercizio pratico di scambiare uno strumento SaaS con un altro c'era qualcosa che sembrava più urgente, un crescente disagio per quanta parte della mia infrastruttura digitale si trovava su server che non controllavo, in una giurisdizione sempre più incline all'imprevedibilità, gestita da aziende i cui incentivi non sempre sono in linea con i miei."

monokai.com/articles/how-i-mov…

@informatica

I giovani sono sensibili alle ingiustizie, ma l’81% pensa che la propria voce non conti


@Politica interna, europea e internazionale
Le nuove generazioni sono sensibili e consapevoli rispetto ai temi della giustizia sociale e ambientale, ma l’81,5% pensa che la propria voce non conti. E se le azioni individuali raccolgono un diffuso “massimo accordo”, per quelle collettive

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Obama scende in campo per Talarico nella sfida per il Senato in Texas


L'ex presidente ha incontrato a Austin il giovane deputato democratico, considerato astro nascente del partito, e la candidata governatrice Gina Hinojosa. Il Texas non elegge un democratico a livello statale da 32 anni.

Barack Obama è apparso martedì in un ristorante di tacos a Austin accanto a James Talarico, il candidato democratico al Senato degli Stati Uniti per il Texas, e a Gina Hinojosa, deputata statale che sfida il governatore repubblicano Greg Abbott. L'ex presidente ha presentato i due ai clienti come "il prossimo senatore e la prossima governatrice del Texas", in una mossa che non costituisce un'adesione formale ma rappresenta un chiaro sostegno politico in vista delle elezioni di midterm di novembre.

L'iniziativa rientra nella strategia di Obama di promuovere una nuova generazione di leader democratici. Lo scorso mese l'ex presidente era apparso al fianco di Zohran Mamdani, il 34enne sindaco di New York di orientamento socialista democratico, in un centro per l'infanzia del Bronx. La differenza, segnalata dal New York Times, è che Mamdani era già in carica da oltre tre mesi, mentre Talarico e Hinojosa sono nel pieno di una campagna elettorale che si annuncia lunga e costosa.

It was great joining @JamesTalarico and @GinaHinojosaTX today in Texas. They're working hard to make a difference in the lives of all Texans, and will be able to do even more as your next Senator and Governor.

Let’s get it done, Texas! pic.twitter.com/WvdIDFvnAM
— Barack Obama (@BarackObama) May 12, 2026


Talarico ha 36 anni, è deputato dello stato del Texas e studia in un seminario presbiteriano. La sua candidatura ha conquistato attenzione nazionale grazie alla combinazione di posizioni progressiste e fede cristiana dichiarata apertamente. Il suo messaggio politico ruota attorno al concetto di "amore" e si rivolge anche a elettori centristi, indipendenti e a quei repubblicani delusi dalla direzione presa dal partito sotto la guida del presidente Trump. Obama lo aveva citato mesi fa in un podcast definendolo un "giovane di grande talento". Talarico ha vinto le primarie democratiche a marzo e, se eletto, sarebbe il primo senatore democratico del Texas dal 1993.

I sondaggi indicano un quadro favorevole al candidato democratico. Un'indagine di aprile della Texas Public Opinion Research attribuisce a Talarico il 44 per cento contro il 41 per cento del senatore repubblicano in carica John Cornyn, con l'11 per cento di indecisi. Nel confronto ipotetico con il procuratore generale del Texas Ken Paxton, il vantaggio di Talarico sale a cinque punti, 46 a 41, con il 9 per cento di indecisi. Cornyn e Paxton si affronteranno il 26 maggio nel ballottaggio delle primarie repubblicane, una sfida costosa e aspra in cui entrambi corteggiano l'appoggio di Trump. I leader democratici ritengono che le possibilità di vittoria aumenterebbero se la nomination andasse a Paxton, considerato una figura divisiva e segnato da accuse di corruzione.

Hinojosa parte invece in svantaggio contro Abbott, che punta a un quarto mandato da governatore e ha già raccolto fondi per quasi 100 milioni di dollari. I sondaggi la danno indietro ma soltanto di pochi punti percentuali. Curiosamente Abbott nei suoi attacchi sui social ignora la sua sfidante diretta e prende di mira Talarico, che nei sondaggi mostra performance migliori.

L'incontro al Taco Joint, ristorante frequentato abitualmente da Talarico durante gli studi al seminario teologico presbiteriano di Austin, è durato circa mezz'ora. Obama non ha pronunciato discorsi formali ma è andato di tavolo in tavolo presentandosi ai clienti, chiedendo nomi, professioni e percorsi di studio. Né Talarico né Hinojosa hanno preso la parola pubblicamente. "Ricordatevi di votare", ha detto l'ex presidente uscendo dal locale con un sacchetto contenente alcuni tacos.

Un nodo politico aperto per Talarico riguarda il voto della popolazione afroamericana, blocco elettorale decisivo per qualsiasi democratico che voglia vincere a livello statale in Texas. Alle primarie di marzo Talarico ha battuto la deputata Jasmine Crockett, ma ha perso largamente tra gli elettori neri. Nelle settimane successive ha intensificato il dialogo con quella comunità parlando in chiese afroamericane e tenendo il discorso ai laureati del Paul Quinn College di Dallas, ateneo storicamente nero. L'apparizione con Obama, primo presidente afroamericano della storia statunitense, potrebbe rafforzare questo sforzo.

I democratici guardano con fiducia ad alcuni stati tradizionalmente repubblicani per le prossime elezioni di midterm, sull'onda del malcontento per i prezzi alti e per l'operato del presidente Trump. L'effetto Obama ha già dato frutti l'anno scorso con le vittorie delle governatrici Mikie Sherrill in New Jersey e Abigail Spanberger in Virginia, entrambe sostenute dall'ex presidente in campagna elettorale. Resta però un dato di fondo: Obama non ha mai vinto a livello statale in Texas e i democratici non conquistano una carica statale nello stato da 32 anni.

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Il procuratore generale indaga i giornalisti per le inchieste sulla guerra in Iran


Il procuratore generale Todd Blanche difende le citazioni in giudizio contro i reporter. Trump aveva consegnato al suo ex avvocato personale una pila di articoli con un post-it: "tradimento".

Il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha emesso citazioni in giudizio contro il Wall Street Journal per ottenere documenti e archivi dei suoi giornalisti che hanno coperto la guerra in Iran. La notizia, rivelata lunedì dallo stesso quotidiano, segna un cambio di rotta significativo rispetto alla prassi delle amministrazioni precedenti, che nelle indagini sulle fughe di notizie classificate avevano sempre perseguito chi divulgava le informazioni, non i giornalisti che le ricevevano.

Le citazioni, datate 4 marzo, riguardano un articolo del 23 febbraio in cui il quotidiano della famiglia Murdoch scriveva che alti funzionari del Pentagono avevano espresso al presidente Donald Trump preoccupazioni su una campagna militare prolungata contro l'Iran. Al centro della ricostruzione c'era il generale Dan Caine, capo dello stato maggiore congiunto, che aveva avvertito privatamente il presidente sui rischi dei piani di guerra in esame, dalle possibili perdite umane all'esaurimento delle difese aeree fino al sovraccarico delle forze armate. Axios e il Washington Post avevano pubblicato ricostruzioni simili lo stesso giorno. Cinque giorni dopo, Trump avviò la guerra contro l'Iran.

Il procuratore generale facente funzioni Todd Blanche ha difeso pubblicamente l'operazione martedì. "Perseguire chi diffonde i segreti della nostra nazione ai giornalisti, mettendo a rischio la sicurezza nazionale e la vita dei nostri soldati, è una priorità per questa amministrazione", ha dichiarato in un comunicato. Blanche ha aggiunto che "qualsiasi testimone, giornalista o meno, che abbia informazioni su questi criminali non dovrà sorprendersi di ricevere una citazione in giudizio sulla divulgazione illegale di materiale classificato".

Secondo quanto ricostruito dal Wall Street Journal, Trump avrebbe personalmente sollecitato Blanche, suo ex avvocato personale, a perseguire con maggiore aggressività le fughe di notizie sulla guerra. In un incontro nello Studio Ovale il presidente avrebbe fatto scivolare sulla scrivania una pila di articoli ritagliati dai giornali, con un post-it sopra che riportava la parola "tradimento". L'accusa di tradimento prevede negli Stati Uniti la pena di morte. Funzionari citati dal quotidiano hanno riferito che il presidente era particolarmente infastidito dagli articoli che ricostruivano il processo decisionale che lo aveva portato a lanciare la guerra.

Lo stesso Trump ha attaccato la copertura mediatica del conflitto sul suo social Truth Social. "Quando i media bugiardi dicono che il nostro nemico iraniano sta andando bene, militarmente, contro di noi, è quasi tradimento, perché si tratta di un'affermazione falsa e persino grottesca", ha scritto il presidente.

La reazione del gruppo editoriale è stata netta. Ashok Sinha, direttore della comunicazione di Dow Jones, società madre del quotidiano, ha definito le citazioni "un attacco al lavoro giornalistico tutelato dalla Costituzione". "Ci opporremo con vigore a questo tentativo di soffocare e intimidire un lavoro di informazione essenziale", ha aggiunto.

Un funzionario del dipartimento di Giustizia ha precisato, parlando con la stampa, che le citazioni non puntano a indagare sui giornalisti in quanto tali, ma a rintracciare i dipendenti governativi responsabili delle fughe di notizie classificate. Resta però il fatto che la mossa rappresenta una rottura con la prassi recente. Nelle indagini basate sull'Espionage Act, storicamente, il dipartimento ha perseguito chi diffondeva i documenti, non chi li riceveva e pubblicava.

Il quadro normativo è stato modificato nell'aprile 2025, quando l'allora procuratrice generale Pam Bondi emise un promemoria che rendeva più semplice per i procuratori ottenere documenti e testimonianze da membri della stampa nelle indagini sulle fughe di notizie. Quella decisione cancellava le restrizioni introdotte durante l'amministrazione Biden dal predecessore Merrick Garland, che avevano reso molto più difficile sequestrare telefoni e archivi di posta elettronica dei giornalisti.

L'azione contro il Wall Street Journal non è isolata. All'inizio di quest'anno agenti dell'FBI hanno perquisito l'abitazione di Hannah Natanson, giornalista del Washington Post, sequestrando telefono, computer portatili, un orologio Garmin e dischi rigidi portatili. La perquisizione era legata a un'indagine su un appaltatore governativo poi incriminato per aver presumibilmente diffuso materiale classificato. Il Committee to Protect Journalists ha definito la misura "altamente inusuale".

Blanche, ex avvocato personale di Trump, è diventato procuratore generale facente funzioni dopo l'uscita di Pam Bondi e punta a ottenere l'incarico in via definitiva. Negli ultimi mesi ha condotto azioni giudiziarie contro diversi avversari politici del presidente, tra cui l'ex direttore dell'FBI James Comey, incriminato una seconda volta dopo il fallimento del primo tentativo. Il Primo Emendamento della Costituzione americana tutela i giornalisti nello svolgimento del loro lavoro e le iniziative dell'amministrazione hanno suscitato critiche non solo dagli editori coinvolti ma anche da organizzazioni per i diritti civili e per la libertà di stampa.

Questa voce è stata modificata (2 mesi fa)

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Zelensky prende le distanze da Trump e gli Stati Uniti


Il presidente ucraino critica ormai sempre più apertamente la Casa Bianca di Trump, accusata di esercitare pressioni su Kyiv piuttosto che su Mosca. Intanto i negoziati restano fermi, mentre l'avanzata russa nel Donbass rallenta.

I rapporti tra Ucraina e Stati Uniti stanno entrando in una fase di rottura sempre più evidente. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha iniziato a criticare apertamente Washington e a prendere le distanze da quello che, fino a poco tempo fa, era il principale alleato di Kyiv. Lo riporta il New York Times, secondo cui la guerra americano-israeliana contro l'Iran ha di fatto congelato i negoziati di pace e accelerato il raffreddamento delle relazioni tra i due Paesi.

I colloqui mediati dagli Stati Uniti sono fermi dalla fine di febbraio, quando sono cadute le prime bombe su Teheran. Da allora Zelensky ha usato toni che fino a un anno fa sarebbero stati impensabili. Si è lamentato del fatto che i negoziatori americani non abbiano più "tempo per l'Ucraina". Ha quindi accusato Washington di trasmettere al Cremlino "un senso di impunità", dopo la decisione americana di sospendere alcune sanzioni sul petrolio russo per ridurre le tensioni economiche legate alla guerra con l'Iran. E infine ha criticato la strategia che spinge Kyiv a cedere territori in cambio della pace, sostenendo che l'Amministrazione Trump "sceglie ancora una strategia di maggiore pressione sulla parte ucraina" rispetto a quella esercitata su Mosca.

Harry Nedelcu, senior director della società di consulenza politica europea Rasmussen Global, ha detto al New York Times che i colloqui "sono morti". Secondo l'analista, la Russia non ha più incentivi reali a negoziare e gli Stati Uniti non appaiono più come un mediatore affidabile.

Allo stesso tempo, anche Kyiv si sente oggi più libera di alzare il tono perché dipende meno da Washington. Dopo anni di investimenti nella propria industria della difesa, l'Ucraina produce ormai in autonomia gran parte dei droni che utilizza al fronte. Alyona Getmanchuk, ambasciatrice ucraina presso la NATO, ha affermato che gli intercettori di produzione nazionale abbattono più del 60% dei droni russi. Maksym Skrypchenko, presidente del Transatlantic Dialogue Center di Kyiv, ha spiegato al New York Times che, se domani gli aiuti militari americani si esaurissero, "non sarebbe più un disastro come una volta": una differenza netta rispetto agli anni di Biden, quando la dipendenza dalle forniture statunitensi era quasi totale.

Restano però due vulnerabilità decisive. La prima è l'intelligence americana, che gli analisti considerano la componente più difficile da sostituire, anche se in prospettiva le capacità europee potrebbero colmare parte del vuoto. La seconda sono gli intercettori Patriot, l'unica vera difesa di Kyiv contro i missili balistici russi. L'Ucraina sta cercando di svilupparne di propri, ma servirà ancora del tempo.

Nel frattempo Zelensky ha cercato sostegno in Europa, ringraziando Paesi come Germania e Italia per l'aiuto fornito. Ha anche firmato accordi con alcuni Stati del Medio Oriente per aiutarli a difendersi dai droni iraniani e costruire nuove reti di sicurezza. L'Unione Europea ha di fatto sostituito gli Stati Uniti come principale finanziatore dello sforzo bellico ucraino: un recente prestito da 90 miliardi di euro, fortemente orientato alla spesa militare, darà a Kyiv più margine per continuare a pianificare una guerra che pochi immaginano breve.

Guerra in Ucraina

Lo strappo silenzioso:
come Kyiv si è allontanata da Washington


I negoziati di pace sono fermi da febbraio. Zelensky alza i toni contro la Casa Bianca. Intanto sul campo di battaglia l'avanzata russa è la più lenta dal 2023, mentre l'Unione Europea ha già preso il posto degli Stati Uniti come principale finanziatore dello sforzo bellico.
Aggiornato a maggio 2026

Aiuti diretti Usa
−99%
Taglio degli aiuti diretti a Kyiv sotto l'Amministrazione Trump

vs

Autonomia ucraina
60%
Droni russi abbattuti da intercettori di produzione nazionale ucraina

L'Unione Europea ha sostituito gli Stati Uniti con un prestito da 90 miliardi di euro

Esplora in dettaglio
1 Lo strappo 2 Sul campo 3 Il prezzo 4 L'Europa

La cronologia dello strappo

Le tappe che hanno portato al raffreddamento dei rapporti tra Kyiv e Washington


La traiettoria descritta dal New York Times mostra un deterioramento progressivo che è culminata nel congelamento dei negoziati.

+ Tocca una tappa per aprirla — gli altri eventi si chiudono automaticamente

Un mese dopo l'insediamento
Zelensky messo sotto pressione pubblicamente alla Casa Bianca

Trump e il suo entourage espongono il presidente ucraino pubblicamente davanti alle telecamere. Da quel momento il presidente americano comincia a sostenere ripetutamente che sarebbe stata l'Ucraina, e non la Russia, a iniziare il conflitto.

Decisione bilaterale
Tagliati del 99% gli aiuti diretti Usa all'Ucraina

L'Amministrazione Trump azzera quasi completamente gli aiuti diretti a Kyiv, segnando una rottura netta rispetto agli anni di Biden, quando la dipendenza dalle forniture statunitensi era pressoché totale.

Fine febbraio 2026
Cadono le prime bombe su Teheran: i negoziati si fermano

L'inizio della guerra americano-israeliana contro l'Iran congela di fatto i negoziati di pace mediati dagli Stati Uniti. Zelensky si lamenta che i negoziatori americani non abbiano più "tempo per l'Ucraina".

Primavera 2026
Washington sospende alcune sanzioni sul petrolio russo

La decisione, presa per attenuare le tensioni economiche legate alla guerra con l'Iran, viene letta da Kyiv come un segnale di disimpegno. Zelensky accusa gli Stati Uniti di trasmettere al Cremlino "un senso di impunità".

Lo scontro con Vance
Il vicepresidente statunitense liquida il Donetsk come "pochi km quadrati"

JD Vance descrive la guerra come una contrattazione su porzioni minime di territorio. Zelensky risponde con freddezza, secondo quanto riferito al New York Times:
"Con tutto il rispetto, il vicepresidente non è coinvolto nei negoziati"

Oggi
"I colloqui sono ad un punto morto", dice l'analista

Harry Nedelcu di Rasmussen Global, citato dal New York Times, sintetizza così la fase attuale: la Russia non ha più incentivi reali a negoziare, e gli Stati Uniti non appaiono più come un mediatore affidabile.

La realtà sul terreno

L'avanzata russa è la più lenta dal 2023


La narrazione che Putin presenta a Trump non coincide con i dati raccolti dagli analisti militari indipendenti. Sul campo di battaglia, Mosca è "di fatto bloccata".

Conquistare l'intero Donbass
30+ anni
Al ritmo medio di avanzata registrato quest'anno, ci vorrebbero più di tre decenni per occupare la regione che il Cremlino indica come condizione minima per chiudere il conflitto. Stima del Black Bird Group.

Conquiste territoriali russe — confronto

Fine 2024
Picco dell'avanzata

Ritmo massimo

Ultimi 3 mesi
Minimo dal 2023

Ritmo attuale

Le tattiche di infiltrazione in piccole squadre "non producono guadagni rapidi" e le truppe russe "sono di fatto bloccate", sintetizza Dara Massicot del Carnegie Endowment for International Peace.

Il costo umano ed economico

352mila caduti russi e un'economia sempre più schiacciata dalla guerra


I numeri dei soldati morti raccolti dalle testate russe indipendenti russe Mediazona e Meduza assieme al servizio russo della BBC restituiscono la dimensione del prezzo pagato da Mosca.

Caduti russi a fine 2025
352mila
Stima Mediazona / Meduza / BBC Russia


i militari americani caduti durante l'intera guerra del Vietnam

Ritmo delle perdite: attuale vs obiettivo

Mese attuale
35mila
Soldati russi uccisi o feriti gravemente

Obiettivo Fedorov
50mila
Per imporre a Mosca "costi insostenibili" e costringerla a moderare la sua posizione negoziale

Pressione interna a Mosca

Reclutamento sotto target
Mosca ha mancato gli obiettivi di leva nei primi mesi del 2026, secondo funzionari americani ed europei.

Consenso di Putin ai minimi
L'indice di gradimento del presidente è sceso ai livelli più bassi dall'inizio dell'invasione su larga scala.

Economia schiacciata dalla guerra
La spesa militare comprime sempre più gli altri capitoli di bilancio, mentre i blackout della rete mobile Internet irritano la popolazione russa.

Il nuovo pilastro occidentale dell'Ucraina

L'Unione Europea ha sostituito gli Usa come principale sponsor dello sforzo bellico

Prestito europeo a Kyiv

90mld €
Un prestito fortemente orientato alla spesa militare dà a Kyiv il margine per pianificare una guerra che pochi immaginano breve.

Le due vulnerabilità che restano

01
Intelligence americana
La componente più difficile da sostituire secondo gli analisti, anche se in prospettiva le capacità europee potrebbero colmare parte del vuoto.

02
Intercettori Patriot
L'unica vera difesa di Kyiv contro i missili balistici russi. L'Ucraina sta sviluppando intercettori propri, ma servirà ancora del tempo.

Se domani gli aiuti militari americani si esaurissero, sintetizza al New York Times Maksym Skrypchenko del Transatlantic Dialogue Center, "non sarebbe più un disastro come una volta". È la distanza che separa l'Ucraina di oggi da quella degli anni di Biden.

Fonti Elaborazione FocusAmerica su basi New York Times, Black Bird Group, Mediazona, Meduza, BBC Russia · maggio 2026

La Casa Bianca cambia linea


La distanza politica tra Kyiv e Washington si è allargata anche per una serie di episodi vissuti in Ucraina come umilianti. Trump e il suo entourage hanno messo Zelensky sotto pressione pubblicamente alla Casa Bianca un mese dopo l'insediamento. Il presidente americano ha più volte cercato di riscrivere la storia della guerra, sostenendo che sia stata l'Ucraina, e non la Russia, a iniziare il conflitto. La sua Amministrazione ha tagliato del 99% gli aiuti diretti a Kyiv.

Anche il vicepresidente JD Vance ha contribuito ad alimentare lo scontro, quando ha descritto la guerra in Ucraina come una contrattazione "su pochi km quadrati di territorio" e mettendo in dubbio che valga la pena difendere il Donetsk orientale. Zelensky ha replicato con freddezza: "Con tutto il rispetto, il vicepresidente non è coinvolto nei negoziati".

Sul campo, però, la realtà appare diversa da quella che Putin ha più volte presentato a Trump. Dopo i progressi di fine 2024, l'avanzata russa è rallentata fino a raggiungere un ritmo record al ribasso. Secondo i dati del Black Bird Group, alla velocità media registrata quest'anno servirebbero a Mosca più di 30 anni per conquistare l'intero Donbass, condizione minima posta dal Cremlino per chiudere la guerra. Negli ultimi tre mesi, le conquiste russe hanno segnato il peggior risultato territoriale dal 2023.

Intanto il prezzo umano resta altissimo. Secondo i dati pubblicati dalle testate russe Mediazona e Meduza in collaborazione con il servizio russo della BBC, alla fine del 2025 erano morti circa 352mila soldati russi, un numero alto oltre 6 volte quello dei militari americani caduti durante la guerra del Vietnam. Mosca ha inoltre mancato gli obiettivi di reclutamento nei primi mesi dell'anno, secondo funzionari americani ed europei, e cresce sempre di più il dubbio che lo sforzo bellico possa reggere senza una nuova mobilitazione. In questo contesto, l'indice di gradimento di Putin è sceso ai minimi dall'inizio dell'invasione russa dell'Ucraina, mentre l'economia russa è sempre più schiacciata dalla spesa militare. Anche i blackout della rete mobile, imposti in parte per prevenire gli attacchi dei droni ucraini, stanno irritando la popolazione russa.

Una guerra di logoramento tecnologico


La guerra è diventata sempre più una sfida tecnologica tra droni e sistemi anti-drone. Le truppe russe hanno modificato le proprie tattiche e cercano ora di infiltrarsi nel territorio ucraino in piccole squadre, spesso a piedi e composte da un numero di persone che si può contare su una mano. Ne è nata così una "zona grigia" sempre più ampia, in cui entrambi gli eserciti sono presenti senza che nessuno dei due eserciti un controllo netto.

Dara Massicot, analista del Carnegie Endowment for International Peace, ha spiegato al New York Times che queste tattiche di infiltrazione "non producono guadagni rapidi" e che i russi "sono di fatto bloccati".

Mykhailo Fedorov, il nuovo Ministro della Difesa ucraino e principale promotore dello sviluppo dei droni, ha fissato di recente un obiettivo molto più ambizioso: uccidere o ferire gravemente 50mila soldati russi al mese, contro gli attuali 35mila, per imporre a Mosca "costi che non può sostenere" e "forzare la pace attraverso la forza". Intanto Kyiv continua senza sosta anche la campagna di attacchi contro le infrastrutture petrolifere russe, nonostante le richieste americane di fermarsi. Anche questo, fino a un anno fa, sarebbe stato difficilmente immaginabile.

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However awesome, this case is not new. Researchers started to avoid reading the papers they cite (and sometimes write) when statistics replaced reading as a means of evaluating research. Do you remember Ike Antcare (lemonde.fr/series-d-ete/articl…)?


I was only made aware of this (frankly awesome) case of LLM poisoning today: nature.com/articles/d41586-026…. A researcher made up a disease and published two evidently fake preprints about it (including sentences such as “this entire paper is made up” and “Fifty made-up individuals aged between 20 and 50 years were recruited for the exposure group”), which were almost immediately picked up by LLMs and documented in their output. Worse, actual – supposedly serious – medical papers also started citing the preprints, demonstrating that academics relying on LLMs to do their work is a genuine problem! Not that I had my doubts but, if anyone did, this seems like the perfect demonstration of the problem. Article immediately added to the syllabus of the class I am co-teaching with Iris Ferrazzo on LLMs for Romance Studies/Humanities!

#LLM #GenAI #academia #research #ResearchIntegrity #humanities


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L'intelligence smentisce Trump: l'Iran ha ancora il 70% dei missili e con questi controlla Hormuz


Valutazioni classificate dell'intelligence statunitense visionate dal New York Times smentiscono la narrazione del presidente sull'esercito iraniano "decimato": Teheran ha riacquistato l'accesso operativo a 30 dei 33 siti missilistici lungo lo Stretto di Hormuz.

L'Iran ha riconquistato l'accesso operativo a 30 dei 33 siti missilistici lungo lo Stretto di Hormuz e solo 3 restano al momento completamente inutilizzabili. Lo rivelano valutazioni classificate dell'intelligence statunitense risalenti ai primi di maggio e visionate dal New York Times, che descrivono una realtà molto diversa da quella raccontata pubblicamente da Donald Trump e dal suo Segretario alla Difesa Pete Hegseth. Per il presidente e il capo del Pentagono, l'esercito iraniano è stato "decimato" e "non rappresenta più una minaccia". Secondo l'intelligence, invece, Teheran conserva ancora una parte consistente della propria capacità militare e i documenti sono successivi alle dichiarazioni più ottimistiche della Casa Bianca.

Stando al rapporto dell'intelligence americana, l'arsenale residuo ancora nelle mani di Teheran è rilevante. L'Iran disporrebbe ancora di circa il 70% dei missili che possedeva prima della guerra, compresi missili balistici a lungo raggio e una quantità più limitata di missili cruise. Resterebbe operativo anche il 70% dei lanciatori mobili distribuiti sul territorio iraniano. Le agenzie di intelligence militare, sulla base di immagini satellitari e altri sistemi di sorveglianza, hanno inoltre stabilito che Teheran ha riottenuto l'accesso a circa il 90% delle strutture sotterranee di stoccaggio e lancio, oggi considerate "parzialmente o totalmente operative".

Guerra Usa-Iran · Intelligence vs Casa Bianca

L'esercito iraniano "decimato" che si è rimesso in piedi


I rapporti classificati dell'intelligence statunitense di inizio maggio descrivono un Iran capace di recuperare gran parte del proprio potenziale militare. Un quadro molto lontano dal collasso raccontato da Trump e Hegseth.

Fonte: New York Times — valutazioni d'intelligence Usa Documenti di inizio maggio 2026

Casa Bianca · 8 aprile
L'Operazione Epic Fury ha "decimato l'esercito iraniano", rendendolo inefficace per anni.

Pete Hegseth
Segretario alla Difesa

contro

Intelligence Usa · inizio maggio
L'Iran conserva il 70% dei missili e ha recuperato l'accesso a 30 dei 33 siti missilistici sullo Stretto di Hormuz.

Rapporto classificato
visionato dal New York Times

Esplora i dati
I Recupero II Confronto III Munizioni

Anatomia del recupero

Le capacità militari iraniane secondo l'intelligence Usa


Le valutazioni si basano su immagini satellitari e altri sistemi di sorveglianza. I dati si riferiscono a quanto residua o è stato recuperato rispetto al periodo pre-guerra.

Arsenale missilistico
Missili balistici e cruise ancora in inventario

70%

Pre-guerra

Inclusi missili balistici a lungo raggio. Quantità più limitata di missili cruise residui.

Mobilità
Lanciatori mobili operativi sul territorio

70%

Pre-guerra

Distribuiti sul territorio iraniano. Permettono di spostare i missili e renderne difficile l'individuazione.

Infrastrutture
Strutture sotterranee di stoccaggio recuperate

90%

Pre-guerra

Considerate dall'intelligence parzialmente o totalmente operative. In alcuni casi i missili sono lanciabili direttamente dalle rampe interne.

Siti missilistici sullo Stretto di Hormuz
30 su 33

L'Iran ha riconquistato l'accesso operativo a 30 dei 33 siti lungo lo Stretto. Solo 3 restano completamente inutilizzabili.

Recuperati (30)
Inutilizzabili (3)

Le due verità

Quello che dice la Casa Bianca vs quello che scrivono i rapporti d'intelligence


Il confronto tra le dichiarazioni pubbliche dell'Amministrazione Trump e le valutazioni classificate dei servizi americani, su 4 punti chiave del conflitto.

i Capacità militare iraniana

Casa Bianca
L'Iran non ha "più nulla dal punto di vista militare".
Trump, CBS News · 9 marzo

Intelligence
Conserva il 70% dei missili e il 70% dei lanciatori mobili pre-guerra.
Rapporto classificato · inizio maggio

ii Operazione Epic Fury

Casa Bianca
Ha "decimato l'esercito iraniano", reso inefficace per anni.
Hegseth, Pentagono · 8 aprile

Intelligence
Risultati disomogenei a causa della scelta tattica di sigillare gli accessi anziché distruggere le strutture.
Fonti del Pentagono al NYT

iii Siti sotterranei

Casa Bianca
L'esercito iraniano è stato "schiacciato"; chi dice il contrario è "delirante".
Olivia Wales, portavoce

Intelligence
Teheran ha riottenuto l'accesso al 90% delle strutture di stoccaggio e lancio.
Immagini satellitari + sorveglianza

iv Scorte di munizioni Usa

Casa Bianca
Munizioni "sufficienti per ciò che ci viene chiesto di fare".
Gen. Dan Caine, audizione Camera

Pentagono
Usati 1.100 missili cruise stealth, una quota vicina al totale delle scorte residue. L'industria militare fatica a ricostituirle.
Funzionari del Pentagono

Il costo della campagna

Le scorte americane consumate in poche settimane


Il Pentagono ha bruciato anni di produzione in pochi mesi di guerra. I dati qui sotto raffrontano l'uso reale con la capacità produttiva annuale.

Cifra chiave
1.100

missili cruise stealth a lungo raggio utilizzati nella campagna militare contro l'Iran — una cifra vicina al totale delle scorte residue degli Stati Uniti.

Missili cruise
Tomahawk

1.000+

Equivalente a 10 anni di acquisti del Pentagono.

Difesa aerea
Intercettori Patriot

1.300+

Oltre 2 anni di produzione ai ritmi 2025 (650/anno Lockheed).

Stealth strategici
Cruise a lungo raggio

1.100

Quasi l'intera scorta residua americana.

Il rischio

Se il fragile cessate il fuoco dovesse saltare, Trump si troverebbe a colpire un avversario ancora ben armato, con scorte già pesantemente ridotte. Gli alleati europei temono inoltre che le forniture destinate all'Ucraina possano essere dirottate per ricostituire le riserve.

Fonti
New York Times — valutazioni classificate dell'intelligence Usa visionate dal quotidiano. Dichiarazioni Trump a CBS News (9 marzo), conferenza stampa Hegseth al Pentagono (8 aprile), audizione Gen. Dan Caine alla Camera dei Rappresentanti.

Metodologia
Le valutazioni dell'intelligence si basano su immagini satellitari e altri sistemi di sorveglianza. I documenti citati sono di inizio maggio 2026, successivi alle dichiarazioni pubbliche dell'amministrazione qui riportate.

Elaborazione FocusAmerica · maggio 2026

Nei siti missilistici che sono stati recuperati lungo lo Stretto, l'Iran è ora di nuovo in grado di spostare i missili con lanciatori mobili o, in alcuni casi, lanciarli direttamente dalle rampe interne alle strutture. Lo Stretto di Hormuz resta uno dei passaggi più sensibili al mondo: da lì transitava prima della guerra circa un quinto del consumo globale giornaliero di petrolio. La Marina americana mantiene nell'area una presenza quasi continua, con oltre 20 navi da guerra impegnate nel far rispettare il blocco contro l'Iran, secondo un post pubblicato lo scorso fine settimana sui social dal Central Command.

La narrativa della Casa Bianca sotto pressione


Il 9 marzo, dieci giorni dopo l'inizio del conflitto, Trump aveva detto alla CBS News che i missili iraniani erano ormai "pochi e sparsi" e che il Paese non aveva "più nulla dal punto di vista militare". L'8 aprile, ovvero quasi un mese dopo, in una conferenza stampa al Pentagono, Hegseth aveva dichiarato che l'Operazione Epic Fury, la campagna congiunta Stati Uniti-Israele avviata il 28 febbraio, aveva "decimato l'esercito iraniano", rendendolo inefficace sul piano operativo per anni.

Interpellata dal New York Times, la portavoce della Casa Bianca Olivia Wales ha ribadito che l'esercito iraniano è stato "schiacciato" e ha accusato chi sostiene che Teheran abbia recuperato parte delle sue capacità militari di essere "delirante" o di fare da "portavoce" dei Pasdaran. Wales ha richiamato anche un post pubblicato da Trump, in cui il presidente ha definito "virtualmente tradimento" qualsiasi ricostruzione che metta in dubbio il collasso militare dell'Iran.

Ma le valutazioni dell'intelligence riflettono anche una scelta tattica del Pentagono. Di fronte a scorte limitate di bombe anti-bunker, i comandanti americani avrebbero preferito sigillare gli accessi alle strutture sotterranee iraniane, invece di tentare di distruggerle completamente. Una parte delle munizioni sarebbe stata inoltre conservata per eventuali scenari operativi in Asia, in particolare contro Corea del Nord e Cina. Anche per questo motivo, secondo le fonti del quotidiano newyorkese, i risultati della campagna di bombardamenti sono stati disomogenei.

Scorte americane sotto stress


La campagna contro l'Iran ha consumato una quantità enorme di munizioni americane. Gli Stati Uniti hanno utilizzato circa 1.100 missili cruise stealth a lungo raggio, una cifra vicina al totale delle scorte residue. Sono stati lanciati oltre 1.000 missili Tomahawk, ovvero circa 10 volte il numero che il Pentagono acquista in un anno, e più di 1.300 intercettori Patriot, l'equivalente di oltre 2 anni di produzione ai ritmi del 2025. Lockheed Martin produce attualmente circa 650 Patriot l'anno e ha annunciato l'obiettivo di salire a 2.000, ma secondo i funzionari del Pentagono l'industria militari non riesce ancora ad aumentare la produzione di motori a razzo ai ritmi richiesti dal presidente.

Martedì, davanti a una sottocommissione della Camera dei Rappresentanti, il generale Dan Caine, capo di Stato Maggiore delle Forze Armate statunitensi, ha però ribadito la versione ufficiale e rassicurato sul fatto di avere "munizioni sufficienti per ciò che ci viene chiesto di fare in questo momento".

Il nodo politico e militare, però, resta aperto. Se il fragile cessate il fuoco raggiunto un mese fa dovesse saltare, Trump potrebbe trovarsi a ordinare nuovi raid contro un avversario ancora ben armato, con scorte americane già pesantemente ridotte. In questo scenario, gli alleati europei, che hanno acquistato dagli Stati Uniti miliardi di dollari di munizioni destinate all'Ucraina, temono che quelle forniture possano essere dirottate per ricostituire riserve americane sempre più assottigliate.

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La South Carolina ferma il piano per cancellare il seggio del Dem Clyburn


Cinque senatori repubblicani si sono uniti ai democratici bloccando la ridefinizione dei collegi voluta da Trump per indebolire la maggioranza democratica nera dello stato sudista alle elezioni di midterm.

Il Senato della South Carolina ha respinto martedì la proposta di ridisegnare la mappa dei collegi congressuali dello stato, un piano che puntava a eliminare l'unico seggio in mano ai democratici alla Camera dei rappresentanti, occupato da oltre tre decenni dal deputato James Clyburn. La votazione si è chiusa 29 a 17, due voti sotto la maggioranza dei due terzi necessaria per estendere la sessione legislativa e affrontare la questione del ridisegno. Cinque senatori repubblicani si sono schierati con tutti i democratici della camera, facendo fallire un'iniziativa fortemente sostenuta dal presidente Donald Trump.

Il voto rappresenta una battuta d'arresto per la strategia con cui la Casa Bianca sta cercando di blindare la fragile maggioranza repubblicana alla Camera in vista delle elezioni di midterm di novembre. I repubblicani controllano l'aula con appena 217 seggi contro 212. Trump aveva chiesto pubblicamente ai senatori dello stato sudista di approvare il provvedimento, scrivendo su Truth Social di stare seguendo da vicino la votazione e invitando il partito a essere coraggioso, sull'esempio di quanto fatto la settimana precedente in Tennessee.

Clyburn, eletto per la prima volta nel 1992, è il primo deputato afroamericano della South Carolina dai tempi della Ricostruzione e una figura di primo piano del Partito democratico. Il suo sostegno fu determinante per assicurare a Joe Biden la nomination democratica nel 2020. Il suo distretto, che ha una popolazione afroamericana intorno al 45 per cento, sarebbe stato smembrato dalla nuova mappa per disperdere l'elettorato democratico tra più collegi a maggioranza repubblicana.

A guidare la rivolta interna al partito è stato il capogruppo repubblicano al Senato statale Shane Massey, che in un lungo intervento in aula ha avvertito i colleghi del rischio di un effetto boomerang. Secondo Massey, una nuova mappa avrebbe diluito così tanto l'elettorato di base repubblicano da far perdere al partito uno dei sei seggi attualmente controllati, riducendoli a cinque su sette. Massey ha detto di aver parlato lunedì con Trump in una conversazione cordiale, ma ha mantenuto la sua posizione contraria. Ha denunciato che troppi politici, a suo avviso, fanno qualsiasi cosa pur di restare al potere e ha riconosciuto di aspettarsi ritorsioni politiche dal presidente e dai suoi alleati.

Il tentativo della South Carolina si inserisce in una più ampia battaglia nazionale sui collegi elettorali innescata da Trump. Una sentenza della Corte Suprema di due settimane fa ha indebolito il Voting Rights Act del 1965 stabilendo che l'etnia non può dettare il ridisegno dei collegi, aprendo la strada agli stati a guida repubblicana per eliminare distretti a maggioranza nera attualmente rappresentati dai democratici. Dalla scorsa estate i repubblicani hanno aumentato le proprie possibilità in quindici distretti distribuiti in sette stati, con la prospettiva di aggiungerne uno o due in Louisiana.

Il Tennessee ha già approvato la scorsa settimana una nuova mappa che cancella l'unico distretto democratico dello stato, potenzialmente consegnando ai repubblicani tutti e nove i seggi alla Camera. L'Alabama ha rinviato le primarie di quattro distretti ad agosto dopo che la Corte Suprema ha sbloccato una mappa redatta dai repubblicani nel 2023 che eliminerà uno dei due seggi a tendenza democratica. La Louisiana ha avviato le audizioni per riscrivere i propri collegi puntando a cancellare uno o entrambi i seggi a maggioranza nera in mano ai democratici. In Florida il governatore Ron DeSantis ha firmato una legge che aggiunge fino a quattro seggi favorevoli al partito, eliminando distretti attualmente controllati dai democratici.

Sul fronte opposto i democratici hanno guadagnato circa sei seggi nello stesso periodo: cinque grazie a un referendum in California, la Proposition 50, che ha temporaneamente sospeso la commissione indipendente per il ridisegno restituendo il potere all'assemblea legislativa a guida democratica, e uno attraverso una causa legale in Utah. Quattro ulteriori seggi sarebbero arrivati dalla Virginia, dove un referendum era stato approvato il mese scorso, ma la Corte Suprema dello stato ha invalidato la consultazione la scorsa settimana. Sempre martedì la Corte Suprema del Missouri ha confermato la mappa repubblicana approvata in quello stato.

Il leader della minoranza democratica alla Camera Hakeem Jeffries ha accusato Trump e i repubblicani di voler manipolare le elezioni di midterm attraverso uno schema di ridisegno senza precedenti, sostenendo in un comunicato che la manovra nasce dal fallimento dell'amministrazione sull'economia e dall'aumento del costo della vita.

Le opzioni per i repubblicani della South Carolina non sono esaurite. Il governatore Henry McMaster, alleato di Trump, potrebbe convocare una sessione speciale del parlamento statale per riprovare l'iter, anche se il suo ufficio ha definito poco probabile questa ipotesi. In un messaggio su X, McMaster ha ricordato che la legislatura ha ancora due giorni di lavoro a disposizione per occuparsi del ridisegno. James Blair, responsabile dell'operazione politica di Trump, ha scritto sui social subito dopo la votazione che la partita in South Carolina non è finita.

I quattro principali candidati repubblicani alle elezioni per il governatore della South Carolina hanno attaccato i senatori dissidenti. La vicegovernatrice Pam Evette ha parlato di tradimento dei cittadini dello stato e di sfida diretta a Trump. Il deputato Ralph Norman ha scritto su X che nessuno dei senatori contrari dovrebbe restare in carica dopo le prossime elezioni. La deputata Nancy Mace ha sostenuto che servirebbe un governatore capace di farsi temere dal parlamento statale. I senatori repubblicani della South Carolina non sono però in scadenza fino al 2028, una circostanza che riduce il rischio immediato di ritorsioni nelle primarie. Una settimana prima del voto, cinque senatori repubblicani dell'Indiana che a dicembre avevano affondato un analogo piano di ridisegno erano stati sconfitti nelle primarie da sfidanti sostenuti da Trump.

L'onda di ridisegni dei collegi rischia di ridurre il numero di parlamentari afroamericani al Congresso, una rappresentanza cresciuta nei decenni proprio grazie al Voting Rights Act del 1965 e ai successivi emendamenti. Clyburn, intervistato dalla CNN nei giorni scorsi, si è detto fiducioso di poter vincere comunque la rielezione, sottolineando di voler correre sulla base del proprio operato qualunque sia la composizione finale del distretto.

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Si dimette il capo dell'agenzia americana del farmaco


Il chirurgo nominato da Trump si è dimesso dall'Agenzia americana del farmaco dopo settimane di pressioni, scontri sulle sigarette elettroniche aromatizzate, sulla pillola abortiva e sui vaccini.

Marty Makary ha lasciato la guida della Food and Drug Administration, l'agenzia statunitense che regola farmaci, vaccini, dispositivi medici, alimenti e tabacco. L'annuncio è arrivato martedì 12 maggio dal presidente Donald Trump, che ha parlato con i giornalisti alla Casa Bianca prima di partire per una visita di Stato in Cina. Makary era in carica da poco più di un anno, dopo essere stato confermato dal Senato il 25 marzo 2025.

Trump non ha chiarito se si trattasse di dimissioni o di un licenziamento. "È un ottimo medico, e stava incontrando qualche difficoltà", ha detto il presidente, aggiungendo che il vice avrebbe assunto la guida temporanea dell'agenzia. In un successivo messaggio sul suo social Truth Social, Trump ha ringraziato Makary per "il grande lavoro svolto" e ha annunciato che il commissario facente funzione sarà Kyle Diamantas, fino a quel momento responsabile della divisione alimentare della FDA. Diamantas è un avvocato che proviene dallo studio legale Jones Day, dove aveva rappresentato la Abbott Nutrition, azienda leader nel settore del latte in formula per neonati, e ha legami personali con Donald Trump Jr.

Secondo il New York Times, che cita quattro persone informate, la rottura definitiva è avvenuta sul tema delle sigarette elettroniche aromatizzate alla frutta. Makary aveva confidato ai suoi collaboratori di non poter approvare in coscienza prodotti che attirano i giovani. Lo stesso quotidiano riporta che il segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr., superiore diretto di Makary, lo aveva sollecitato a dimettersi. Politico è stato il primo a dare la notizia delle dimissioni.

Lo scontro sulle sigarette elettroniche è stato il più consequenziale del suo mandato. Il Wall Street Journal aveva rivelato il mese scorso che Makary aveva bloccato l'approvazione degli aromi fruttati prodotti da un'azienda americana, anche dopo il via libera degli scienziati dell'agenzia. La Casa Bianca alla fine ha prevalso. All'inizio di maggio la FDA ha autorizzato i primi prodotti aromatizzati al mango e al mirtillo della Glas, azienda con sede a Los Angeles, oltre alle sigarette elettroniche al mentolo. Venerdì scorso l'agenzia ha emesso linee guida che ne agevolano la commercializzazione.

I gruppi anti aborto avevano chiesto da settimane il licenziamento di Makary. L'accusa principale era quella di rallentare la revisione di sicurezza del mifepristone, la pillola usata nella maggioranza degli aborti farmacologici negli Stati Uniti, in commercio da venticinque anni. Sotto la sua guida la FDA aveva inoltre approvato una seconda versione generica del farmaco, rendendolo più economico e accessibile. La Susan B. Anthony Pro-Life America, una delle principali organizzazioni anti aborto del paese, aveva sollecitato apertamente Trump a rimuoverlo.

Altri fronti di tensione hanno segnato i tredici mesi di mandato. L'industria farmaceutica ha protestato per una serie di bocciature di farmaci, in particolare per malattie rare e terapie oncologiche. La maggior parte di queste decisioni era stata gestita da Vinay Prasad, scelto da Makary come direttore della divisione vaccini, terapia genica e cellule staminali. Prasad è stato allontanato due volte in meno di un anno: la prima volta dopo essere stato preso di mira dall'influencer di destra Laura Loomer, in parte per la stretta su un'azienda farmaceutica collegata alla morte di alcuni pazienti. Era stato richiamato e poi è uscito nuovamente nelle scorse settimane.

In un memo interno di novembre, Prasad aveva sostenuto, senza pubblicare prove, che la FDA aveva collegato i vaccini contro il Covid alla morte di dieci bambini. Su quella base aveva proposto una revisione complessiva delle procedure di approvazione e aggiornamento dei vaccini. Dodici ex commissari della FDA hanno firmato una denuncia durissima del piano, avvertendo che avrebbe "minato l'interesse pubblico" e devastato lo sviluppo dei vaccini. L'agenzia non ha mai pubblicato né l'analisi sui decessi né il piano di revisione. Makary è stato criticato anche per aver consentito l'uso di peptidi non sperimentati, composti iniettabili dagli effetti incerti, una politica sostenuta da Kennedy.

"Sui vaccini e sul mifepristone Makary raramente ha dato priorità all'evidenza scientifica rigorosa", ha dichiarato al New York Times Lawrence O. Gostin, professore alla Georgetown Law che studia la FDA. "Paradossalmente, la sua unica difesa della scienza di qualità, sulle sigarette elettroniche aromatizzate, ha creato l'attrito con la Casa Bianca che ha contribuito a fargli perdere il posto." Diana Zuckerman, presidente del National Center for Health Research, ha detto allo stesso quotidiano che Makary "è riuscito a offendere quasi chiunque sia coinvolto nelle questioni della FDA, cosa non facile", aggiungendo però che sarebbe un disastro sostituirlo con qualcuno gradito soprattutto alle industrie del tabacco, ai militanti anti aborto e alle lobby farmaceutiche.

L'agenzia ha vissuto anche una crisi interna. Praticamente tutti i dirigenti di carriera della FDA si sono dimessi, sono andati in pensione o sono stati allontanati nel primo anno della nuova amministrazione Trump. Makary aveva iniziato il suo lavoro pochi giorni prima dei tagli di massa decisi dal Department of Government Efficiency guidato da Elon Musk, che hanno lasciato vacanti centinaia di posizioni. Una seconda ondata di uscite volontarie ha portato la perdita complessiva a oltre 4.000 dipendenti, circa un quinto della forza lavoro. Makary ha poi ottenuto l'autorizzazione ad assumerne circa 3.000, ma il processo è stato lento. Nella divisione farmaci, la più grande dell'agenzia, sei persone si sono alternate alla direzione in un anno. Il primo scelto da Makary, George Tidmarsh, è stato costretto a dimettersi dopo accuse di aver usato la sua posizione per perseguire una vendetta personale contro un ex socio in affari. Il successore Rick Pazdur, storico specialista oncologico della FDA, ha annunciato il pensionamento dopo appena tre settimane in seguito a scontri con Makary sulle revisioni dei farmaci.

Makary, chirurgo britannico naturalizzato americano, è nato a Liverpool e cresciuto a Baltimora. Prima dell'incarico governativo lavorava come chirurgo oncologo e ricercatore di politiche sanitarie alla Johns Hopkins University. Era diventato noto al pubblico repubblicano durante la pandemia di Covid-19 per le sue critiche alla gestione delle autorità sanitarie federali e alle politiche vaccinali, espresse soprattutto sulla rete Fox News. La sua uscita è il quarto addio di alto profilo dall'inizio dell'anno nell'amministrazione Trump, dopo quelli del segretario alla Marina John Phelan, della procuratrice generale Pam Bondi e della responsabile della sicurezza interna Kristi Noem. Un sostituto permanente dovrà essere nominato dal presidente e confermato a maggioranza dal Senato.

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Trump va a Pechino, Xi lo accoglie da posizione di forza


Il presidente americano cerca l'aiuto cinese per sbloccare lo Stretto di Hormuz mentre Pechino punta su tecnologia, Taiwan e allentamento delle restrizioni sui chip. Con lui 17 manager, tra cui Musk e Cook.

Donald Trump arriverà oggi, mercoledì 13 maggio, a Pechino per un vertice di due giorni con Xi Jinping, la prima visita di un presidente americano in Cina dal 2017. L'appuntamento, originariamente previsto per il 31 marzo, era stato rinviato di sei settimane a causa della guerra contro l'Iran scatenata da Stati Uniti e Israele, le cui conseguenze l'amministrazione Trump fatica a gestire. Il cessate il fuoco, secondo le parole dello stesso presidente lunedì, è "sotto respirazione assistita".

Il contesto in cui Trump si presenta a Pechino appare svantaggioso. Phil Gordon, analista della Brookings Institution ed ex consigliere diplomatico della vicepresidente Kamala Harris, ha riassunto la situazione su X scrivendo che il presidente americano arriverà in Cina con un'economia sotto pressione, sondaggi in calo, prospettive negative per le elezioni di metà mandato, scorte di munizioni chiave esaurite e mezzi militari trasferiti dall'Indo-Pacifico al Medio Oriente, umiliato da una potenza di terz'ordine mentre affronta una potenza di primo piano. La Casa Bianca presenta la visita come un'occasione per fare pressione sulla Cina affinché sfrutti la sua relazione con Teheran. Venerdì 8 maggio gli Stati Uniti hanno annunciato sanzioni contro nove aziende e cittadini di Cina continentale e Hong Kong, accusati di aver fornito componenti per i missili iraniani e immagini satellitari usate per colpire gli interessi americani nel Golfo Persico.

La Cina assorbe meglio degli Stati Uniti la crisi energetica generata dal blocco dello Stretto di Hormuz grazie al carbone, principale fonte energetica del Paese, agli investimenti nelle rinnovabili e alle ingenti riserve di idrocarburi accumulate proprio per prevenire questo tipo di rischi. Le vendite cinesi di auto elettriche e batterie crescono nel mondo proprio per il panico sugli approvvigionamenti petroliferi. Resta tuttavia molto esposta in caso di recessione globale, essendo la prima potenza esportatrice mondiale. La commissione congressuale americana U.S.-China Economic and Security Review Commission ha calcolato che gli acquisti cinesi rappresentano circa il 90 per cento del petrolio esportato dall'Iran.

Pechino ha mostrato di non voler intervenire direttamente. Il 6 maggio il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi è stato ricevuto a Pechino dall'omologo Wang Yi, che ha sollecitato la riapertura dello stretto attribuendo però la richiesta alla "comunità internazionale" e non agli Stati Uniti. Henrietta Levin, senior fellow del Center for Strategic and International Studies di Washington, ha dichiarato alla CBS che la Cina non ha alcun interesse a risolvere i problemi che gli Stati Uniti si sono creati in Medio Oriente. Il segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha invece dichiarato a Fox News che acquistando petrolio iraniano Pechino finanzia il terrorismo e ha chiesto alla Cina di intervenire diplomaticamente.

Il commercio resta il dossier centrale. La guerra dei dazi avviata nella primavera 2025 aveva portato le tariffe americane sulle merci cinesi fino al 145 per cento, con risposte simmetriche da parte di Pechino, incluse restrizioni sulle esportazioni di terre rare. A ottobre 2025, durante un incontro in Corea del Sud, i due presidenti avevano siglato una tregua estesa di un anno: la Cina si era impegnata ad acquistare soia dagli agricoltori americani, gli Stati Uniti avevano ridotto i dazi di oltre la metà. A febbraio la Corte Suprema ha censurato in parte i dazi reciproci imposti dalla Casa Bianca, contribuendo a una certa stabilizzazione. La Cina ha intanto introdotto in aprile nuove norme per identificare e contrastare le misure straniere rivolte contro le sue aziende, ordinando per esempio a una raffineria che acquistava greggio iraniano di ignorare le sanzioni americane.

Tra i leve negoziali cinesi spicca il quasi monopolio sulle terre rare, materiali indispensabili per qualsiasi prodotto, dagli smartphone ai caccia. Pechino ha imposto un nuovo requisito di permessi per l'esportazione che può inasprire in qualsiasi momento. Trump è accompagnato da 17 dirigenti d'azienda, tra cui Elon Musk (Tesla, SpaceX), Tim Cook (Apple), Kelly Ortberg (Boeing) e il fondatore di Nvidia Jensen Huang. La presenza di questa delegazione lascia presagire annunci su acquisti cinesi di aerei Boeing, prodotti energetici come petrolio e gas naturale, e probabilmente nuove forniture agricole.

Sul fronte tecnologico, Pechino punta a un ulteriore allentamento delle restrizioni americane sulla vendita di chip avanzati per l'intelligenza artificiale. Washington ha autorizzato a gennaio la vendita dei secondi migliori processori di Nvidia. Huang ha sostenuto presso l'amministrazione che vendere i chip alle aziende cinesi creerebbe dipendenza dalla tecnologia americana. Zhao Minghao, esperto di relazioni internazionali dell'università Fudan, ha osservato in dichiarazioni scritte all'Associated Press che l'atteggiamento cinese è cambiato in modo sottile e ora il governo sembra più concentrato sullo sviluppo dell'industria nazionale dei chip che sulla dipendenza dai semiconduttori americani.

Taiwan rappresenta il dossier più delicato. Pechino vuole spingere gli Stati Uniti a passare dalla formula "non sostengono" l'indipendenza dell'isola alla formula "si oppongono" all'indipendenza, una differenza sottile ma che vincolerebbe anche le amministrazioni future. A dicembre 2025 Washington aveva annunciato un pacchetto di vendite di armi a Taipei da 11,1 miliardi di dollari, comprendente missili anti-veicoli blindati e droni. Un secondo pacchetto è stato congelato per non compromettere il vertice. Durante una telefonata di febbraio Xi aveva definito Taiwan "la questione più importante" tra i due Paesi e aveva invitato Trump ad affrontarla "con prudenza". Lunedì, interrogato sulla prosecuzione delle vendite di armi all'isola, Trump ha risposto che ne avrebbe discusso con Xi, aggiungendo che il presidente cinese preferirebbe che non lo facesse. Levin ha dichiarato alla CBS che Taiwan è il perno dell'economia globale moderna, dato che ospita le principali capacità produttive di semiconduttori al mondo, e che senza l'isola non esisterebbe la rivoluzione dell'intelligenza artificiale.

Il programma del vertice è essenziale. I due leader avranno colloqui giovedì al Palazzo del Popolo, con una possibile visita al Tempio del Cielo e un banchetto serale, prima di un ultimo incontro venerdì mattina. Non è prevista una dichiarazione comune. La Casa Bianca ha fatto sapere domenica che si discuterà anche della creazione di un nuovo "Board of Trade" per mantenere aperto il dialogo economico. Trump ha citato pubblicamente lunedì il caso del magnate dell'editoria hongkonghese Jimmy Lai, condannato a febbraio a vent'anni di carcere.

Wu Xinbo, decano del Centro di studi internazionali dell'università Fudan di Shanghai, ha osservato a Le Monde che dopo il conflitto con l'Iran Trump ci penserà due volte prima di impegnarsi in un conflitto all'estero, in particolare in Asia-Pacifico, e che questo rappresenta una buona notizia per la Cina. Jon Czin, esperto della Brookings Institution ed ex coordinatore della politica cinese del Consiglio di sicurezza nazionale sotto l'amministrazione precedente, ha dichiarato a Le Monde che Pechino cerca con questo vertice e con ogni interazione di quest'anno di guadagnare tempo, spazio e margine per rafforzarsi prima del prossimo scontro, anticipando il ritorno a un approccio americano molto più duro nei propri confronti. Xi è atteso negli Stati Uniti in autunno.

Henrietta Levin ha sintetizzato alla CBS la differenza strategica tra le due parti: gli Stati Uniti puntano ad accordi commerciali rapidi e ristretti, con impatto concreto, che il presidente possa annunciare in un comunicato stampa o su Truth Social, mentre la Cina si concentra su questioni strategiche le cui risposte plasmeranno il futuro dell'Asia del XXI secolo.

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La rassegna stampa di mercoledì 13 maggio 2026


Trump si reca in Cina per un summit cruciale con Xi mentre l'amministrazione affronta cambi di leadership e crescenti costi della guerra in Iran

Questa è la rassegna stampa di mercoledì 13 maggio 2026

Trump arriva in Cina per il summit con Xi Jinping


Il presidente Donald Trump è arrivato a Pechino per il primo summit di un presidente americano in Cina in quasi un decennio, accompagnato da leader tecnologici come Elon Musk e Tim Cook. L'incontro con Xi Jinping includerà discussioni su commercio, intelligenza artificiale e Taiwan, mentre sullo sfondo incombe la guerra in Iran.

Fonti: The Guardian, New York Times, Financial Times

L'amministrazione Trump affronta nuovi cambi di leadership


Il commissario della FDA Marty Makary si è dimesso dopo settimane di pressioni, mentre l'amministrazione nomina David Venturella come nuovo capo ad interim dell'ICE. Venturella, ex dirigente di una compagnia carceraria privata, sostiene l'uso di magazzini per la detenzione degli immigrati.

Fonti: Wall Street Journal, Wall Street Journal, NPR

I costi della guerra in Iran salgono a 30 miliardi di dollari


Il Pentagono ha rivelato che il costo della guerra in Iran è salito a circa 29 miliardi di dollari dopo due mesi di conflitto, un aumento rispetto ai 25 miliardi stimati ad aprile. I legislatori chiedono spiegazioni mentre i costi crescenti pesano sull'economia americana.

Fonti: Financial Times, The Guardian

Il piano "Golden Dome" di Trump costerà 1.200 miliardi di dollari


Un rapporto del Congressional Budget Office stima che il sistema di difesa missilistica "Golden Dome" proposto da Trump costerà 1.200 miliardi di dollari, quasi sette volte la stima iniziale del presidente. Gli intercettori spaziali, che attualmente non esistono, rappresenterebbero il 60% del costo totale.

Fonti: New York Times, BBC

Kash Patel nega le accuse di eccessi alcolici in audizione al Senato


Il direttore dell'FBI Kash Patel ha respinto sotto giuramento le recenti accuse di abuso di alcol e assenze ingiustificate sul lavoro, definendole "totalmente false" durante una tesa audizione congressuale. Patel ha citato in giudizio The Atlantic per 250 milioni di dollari per diffamazione.

Fonti: The Guardian, Wall Street Journal

La Repubblica Dominicana accetta migranti espulsi dagli Stati Uniti


La Repubblica Dominicana ha firmato un accordo per accettare migranti di paesi terzi espulsi dagli Stati Uniti, invertendo la precedente posizione del presidente Luis Abinader. L'accordo fa parte degli sforzi di Trump per trovare governi disposti ad accettare le espulsioni.

Fonti: New York Times

I repubblicani della South Carolina sfidano Trump sulla redistribuzione elettorale


Il Senato della South Carolina ha votato 29-17 contro l'estensione del calendario legislativo per considerare nuove linee congressuali favorevoli ai repubblicani, nonostante le pressioni di Trump. Cinque repubblicani si sono uniti ai democratici per respingere la proposta.

Fonti: The Guardian, The Hill

Jason Collins, primo giocatore NBA apertamente gay, muore a 47 anni


L'ex cestista Jason Collins, che nel 2013 divenne il primo giocatore NBA attivo a dichiararsi pubblicamente gay, è morto dopo una battaglia di otto mesi contro il glioblastoma, una forma aggressiva di cancro al cervello. Collins era diventato un pioniere per l'inclusione nello sport.

Fonti: New York Times, The Guardian, BBC

I risultati delle primarie in Nebraska definiscono le sfide elettorali autunnali


In Nebraska, il senatore Pete Ricketts ha vinto la primaria repubblicana e affronterà l'indipendente Dan Osborn, mentre Denise Powell ha conquistato la nomination democratica per la Camera nel controverso "blue dot district". Il governatore Jim Pillen affronterà la democratica Lynne Walz.

Fonti: The Hill, The Hill, New York Times

L'intelligence americana rivela le capacità missilistiche iraniane


Nuove valutazioni segrete dell'intelligence statunitense mostrano che l'Iran mantiene accesso operativo a 30 dei suoi 33 siti missilistici lungo lo Stretto di Hormuz, suggerendo che le capacità militari iraniane rimangono molto più forti di quanto affermato dal presidente Trump.

Fonti: New York Times

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Il monitoraggio delle intrusioni su Android come nuova fonte di dati per l'analisi forense consensuale


Google ha annunciato oggi il lancio di una nuova funzionalità di "Registrazione delle intrusioni Android" nell'ambito della Modalità di protezione avanzata di Android (AAPM). Questa nuova funzionalità promette di essere un valido supporto per i ricercatori di informatica forense impegnati in indagini su attacchi sofisticati ai dispositivi Android. È la prima volta che un importante produttore di dispositivi rilascia una funzionalità specificamente progettata per migliorare la capacità di rilevare e contrastare, a livello forense, le minacce digitali avanzate.

securitylab.amnesty.org/latest…

@informatica

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Trump vuole annettere il Venezuela e farne il 51esimo Stato americano


Il presidente americano ha dichiarato a Fox News di stare "seriamente considerando" la mossa, motivata dai 40 mila miliardi di dollari di riserve petrolifere del Paese sudamericano sotto gestione statunitense dopo la cattura di Maduro.

Il presidente Donald Trump ha dichiarato di stare "seriamente considerando" l'annessione del Venezuela come 51esimo stato degli Stati Uniti. L'annuncio è arrivato lunedì 11 maggio durante una telefonata con John Roberts, co-conduttore di America Reports su Fox News, che ne ha riportato il contenuto sui social media e in onda. Trump ha motivato l'interesse citando il valore stimato di 40 mila miliardi di dollari del petrolio venezuelano e sostenendo di essere popolare nel Paese sudamericano: "Il Venezuela ama Trump", ha detto il presidente.

Non è la prima volta che Trump avanza questa ipotesi. A marzo aveva pubblicato su Truth Social un messaggio che evocava la possibilità: "Stanno succedendo belle cose in Venezuela ultimamente. Mi chiedo cosa sia questa magia. STATO NUMERO 51, qualcuno?". Sempre a marzo, durante il World Baseball Classic, dopo la vittoria del Venezuela contro l'Italia nelle semifinali aveva scritto che la squadra sembrava davvero forte, e dopo il trionfo finale aveva pubblicato semplicemente "STATEHOOD!!! President DJT".

L'interesse della Casa Bianca per il Venezuela si inserisce nel quadro dell'operazione militare statunitense del 3 gennaio, quando le forze americane hanno catturato a Caracas l'allora presidente Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores. Trump ha annunciato l'operazione su Truth Social intorno alle quattro del mattino, descrivendola come un'azione su larga scala condotta in collaborazione con le forze dell'ordine statunitensi.

Maduro è stato trasferito a New York per rispondere di accuse di narcoterrorismo e si è dichiarato non colpevole. In una conferenza stampa successiva all'operazione, Trump ha invocato la dottrina Monroe, la politica bicentenaria della leadership americana nell'emisfero occidentale, ribattezzandola "dottrina Donroe" e affermando che "il dominio americano nell'emisfero occidentale non sarà mai più messo in discussione". Aveva inoltre annunciato che gli Stati Uniti avrebbero gestito il Paese "fino a quando non si potrà fare una transizione sicura, adeguata e giudiziosa".

Tre giorni dopo l'attacco iniziale, Trump aveva annunciato che le "autorità ad interim" stavano consegnando agli Stati Uniti tra i 30 e i 50 milioni di barili di greggio. Il petrolio sarebbe stato venduto a prezzo di mercato con i proventi gestiti direttamente dal presidente per il beneficio dei popoli venezuelano e americano, e il trasporto affidato al segretario all'Energia Chris Wright. A marzo è poi emerso che oltre 100 milioni di dollari in oro erano stati trasferiti dal Venezuela agli Stati Uniti. Per molti osservatori si tratta di elementi che rafforzano l'interpretazione dell'intervento come un'operazione orientata all'accesso alle risorse naturali del Paese. Dall'inizio dell'intervento, l'amministrazione ha ricevuto critiche bipartisan al Congresso, compresi parlamentari repubblicani, per la gestione del Paese sudamericano.

Le esportazioni di greggio venezuelano hanno raggiunto in aprile oltre un milione di barili al giorno, il livello più alto dal 2018, con la gestione dell'amministrazione Trump. Per mesi membri del gabinetto e consiglieri energetici della Casa Bianca hanno incontrato i dirigenti delle principali compagnie petrolifere per sollecitarne gli investimenti in Venezuela. Quasi vent'anni fa Exxon e Conoco erano state espulse dal Paese quando l'allora presidente Hugo Chávez nazionalizzò il settore, lasciando Chevron come unica grande compagnia americana ancora presente.

Una portavoce della Casa Bianca ha dichiarato che le relazioni tra Venezuela e Stati Uniti sono state "straordinarie" e che il petrolio sta tornando a fluire, anticipando grandi flussi di denaro a beneficio del popolo venezuelano e attribuendo a Trump il merito esclusivo della nuova partnership. La portavoce non ha però fornito dettagli concreti sui contorni del piano di annessione. Anna Kelly, intervistata da Roberts, ha evitato di commentare i piani specifici del presidente, limitandosi a dire che Trump è "famoso per non accettare mai lo status quo" ed elogiando la collaborazione della presidente ad interim venezuelana.

Dal punto di vista costituzionale, Trump non può annettere unilateralmente il Venezuela. L'articolo IV della Costituzione americana stabilisce che nuovi stati possono essere ammessi nell'Unione solo con l'approvazione del Congresso. Sarebbe inoltre necessario il consenso del Venezuela stesso, che la presidente ad interim Delcy Rodríguez ha già escluso. Parlando ai giornalisti dall'Aja, Rodríguez ha dichiarato che il suo Paese "non è una colonia, ma un Paese libero" e che difenderà "integrità, sovranità, indipendenza e storia".

I piani di espansione territoriale di Trump

Il Venezuela come 51esimo Stato:
perché a Trump non basta l'intenzione


Il presidente afferma di star vlautando l'annessione di Caracas citando i 40 mila miliardi di dollari di ricavi legati al petrolio. Ma la Costituzione degli Stati Uniti affida la decisione al Congresso, e in Senato il muro dei 60 voti rende oggi l'operazione politicamente impraticabile.

Annuncio in una telefonata a Fox News 11 maggio 2026

Voti repubblicani al Senato
53
Repubblicani sui 100 senatori in carica

vs

Soglia per sbloccare il voto
60
Voti richiesti per superare il filibuster (ostruzionismo) dell'opposizione

Servirebbero almeno 7 senatori democratici per evitare il filibuster

Esplora in dettaglio
1 Il piano 2 Ostacoli 3 Precedenti 4 La lista

La dichiarazione

"Sto seriamente considerando l'annessione del Venezuela"

Il Venezuela ama Trump. Sto seriamente considerando di farne il 51esimo stato.
— Donald Trump, telefonata a John Roberts (Fox News), 11 maggio 2026

I numeri

$40
Mila miliardi
Valore stimato dei ricavi dalla vendita del greggio venezuelano citato da Trump

1 mln
Barili al giorno
Export di greggio venezuelano in aprile, il livello più alto dal 2018

$100 mln
In oro
Già trasferiti da Caracas agli Stati Uniti dopo l'intervento militare

Dalla caduta di Maduro all'annuncio

3 Gennaio 2026
Operazione militare Usa a Caracas: catturati Maduro e la moglie, trasferiti a New York con accuse di narcoterrorismo.

6 Gennaio
Trump annuncia la consegna di 30-50 milioni di barili di greggio dalle "autorità ad interim" venezuelane.

Marzo
Caracas ripristina le relazioni diplomatiche con Washington.

11 Maggio
L'annuncio dell'annessione durante una telefonata a Fox News. Critiche bipartisan al Congresso, incluso da parlamentari repubblicani.

Il percorso costituzionale

Tre ostacoli che il piano deve superare per diventare realtà


L'Articolo IV della Costituzione degli Stati Uniti affida la decisione sull'ammissione di nuovi Stati al Congresso. Servono inoltre il consenso del territorio che verrebbe annesso e — nella prassi politica attuale — una supermaggioranza di 60 voti al Senato.

1

Camera
Maggioranza semplice alla Camera dei Rappresentanti
Un disegno di legge di ammissione di un nuovo Stato richiede una maggioranza semplice. I repubblicani hanno oggi 218 seggi contro 215 dei democratici: margine sufficiente ma fragile.
Soglia: 218 voti su 435 · Margine GOP attuale: 3 seggi

2

Senato
Necessario superare il muro dei 60 voti
Una legge di ammissione di un nuovo Stato formalmente passa con maggioranza semplice, ma è esposta al filibuster: ciò significa che per chiudere il dibattito su questa legge e porla ai voti serve la 'cloture', cioè ovvero un voto di almeno 60 senatori. È qui che si è arenata la statehood di Washington D.C. e Porto Rico.
Soglia di fatto: 60 voti su 100 · Senatori repubblicani in carica: 53

3

Caracas
Il consenso del Venezuela
Nessuno Stato è mai stato ammesso senza il consenso dei suoi abitanti. La presidente ad interim Delcy Rodríguez lo ha già escluso: "Non siamo una colonia, ma un Paese libero". L'opposizione venezuelana chiede invece nuove elezioni.
Posizione ufficiale del governo venezuelano: rifiuto esplicito

Il muro del Senato, oggi
Composizione attuale e soglia richiesta per porre fine ad un filibuster su una legge ordinaria.

Soglia 60 voti

53 senatori GOP
02550 (maggioranza)75100

Mancano 7 voti. Anche convincendo tutti i 53 repubblicani — già uno scenario ottimista vista la frattura interna emersa nel Partito repubblicano sull'intervento — servirebbero altri 7 senatori democratici disposti a votare per l'annessione. Soglia oggi politicamente irrealistica.

La storia dell'ammissione

L'ultimo Stato è entrato nell'Unione 67 anni fa

37
Gli Stati aggiunti dal 1791 a oggi sotto l'Admissions Clause dell'articolo IV. Solo uno è stato annesso prima come Repubblica indipendente: il Texas, nel 1845.

I casi più rilevanti

1791

Vermont
Primo stato ammesso dopo i 13 originari. Atto del Congresso, popolazione consenziente.

1845

Texas — l'unico caso analogo
Repubblica indipendente annessa dagli Stati Uniti. Ma fu il Texas a chiedere l'ammissione, e il Congresso approvò con una risoluzione congiunta. Consenso reciproco, non unilaterale.

1959

Hawaii — l'ultimo Stato ammesso
L'ultimo ingresso nell'Unione: 67 anni fa. Era già un territorio americano dal 1900. Plebiscito popolare a favore della statehood.

Oggi

Porto Rico e Washington D.C.
Da decenni in attesa di riconoscimento. Bloccati al Senato proprio per la soglia dei 60 voti, anche quando avevano la maggioranza politica al loro fianco. Nessuno Stato è mai stato ammesso all'Unione senza voto del Congresso.

L'agenda di espansione territoriale di Trump

Il Venezuela non è il primo nome della lista


Il presidente ha indicato 5 territori distinti come possibili nuovi Stati o acquisizioni di territori Usa durante il secondo mandato. Ogni ipotesi solleva specifici problemi giuridici e politici.

Sud America
Venezuela
"Il Venezuela ama Trump."
Annuncio: maggio 2026

Artico · Territorio danese
Groenlandia
"Ne abbiamo bisogno per la nostra sicurezza nazionale."
Dichiarazione: dicembre 2025

Nord America
Canada
Trudeau definito più volte "governatore del Grande Stato del Canada".
Cena in Florida: novembre 2025

Altri
Panama, Cuba, Striscia di Gaza
Menzionati come possibili territori da acquisire.
In vari momenti durante il secondo mandato

Fonti Fox News (intervista a John Roberts), Truth Social, Constitution Annotated (Library of Congress), CRS Report RL30360 sul filibuster, Ballotpedia (composizione Senato e Camera), Congressional Admissions Clause (Art. IV, Sez. 3). Elaborazione FocusAmerica · 12 maggio 2026

L'attuale governo venezuelano collabora però strettamente con Washington: Rodríguez, ex vicepresidente di Maduro, ha fatto approvare riforme delle leggi petrolifere e minerarie aprendo questi settori agli operatori privati, in particolare americani, oltre a un'amnistia che ha portato alla liberazione di centinaia di detenuti politici, anche se circa 500 restano in carcere. A marzo il Venezuela ha ripristinato le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti, interrotte da Maduro sette anni prima. Trump si è ripetutamente complimentato con la presidente ad interim e sta gradualmente alleggerendo le sanzioni contro Caracas. L'opposizione venezuelana chiede invece elezioni.

Il Venezuela non è l'unico Paese che Trump ha indicato come potenziale nuovo Stato americano. Durante il secondo mandato il presidente ha più volte espresso interesse per l'acquisizione della Groenlandia, citando ragioni di sicurezza nazionale legate alla presenza di navi russe e cinesi nell'area e alla possibile installazione di un sistema di allerta per missili balistici. "Abbiamo bisogno della Groenlandia per la sicurezza nazionale", aveva detto nel dicembre 2025. Ha anche suggerito che il Canada rinunciasse alla propria sovranità per unirsi agli Stati Uniti, arrivando a chiamare l'ex primo ministro Justin Trudeau "governatore" del "Grande Stato del Canada" sui social durante una cena in Florida nel novembre 2025. Anche Panama, Cuba e la Striscia di Gaza sono stati menzionati nella lista dei possibili territori da acquisire.

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I Dem restano favoriti per vincere le midterm


L'analisi di Decision Desk HQ mostra come le recenti modifiche delle mappe elettorali in diversi Stati abbiano ridotto il margine di sicurezza dei democratici, pur lasciandoli in vantaggio.

I democratici restano favoriti per riconquistare la Camera dei rappresentanti nelle elezioni di metà mandato del novembre 2026, ma il margine si è ristretto a causa della serie di interventi sulle mappe dei collegi elettorali decisi nelle ultime settimane. È la conclusione di un'analisi pubblicata da Decision Desk HQ, società americana specializzata in dati elettorali, e firmata dall'analista Geoffrey Skelley.

Negli Stati Uniti il ridisegno dei collegi elettorali, chiamato redistricting, viene aggiornato periodicamente e può modificare in modo significativo l'equilibrio tra i due partiti. Negli ultimi giorni si sono concentrati tre eventi rilevanti: la sentenza della Corte Suprema federale nel caso Louisiana v. Callais, la decisione della Corte Suprema della Virginia che ha invalidato il voto del 21 aprile sul nuovo disegno dei collegi statali e una serie di interventi nei singoli Stati del Sud controllati dai repubblicani.

In Virginia la corte ha stabilito che la procedura usata per portare al voto la modifica dei collegi ha violato la costituzione statale. Lo Stato userà quindi nelle elezioni del 2026 la mappa attuale, che assegna ai democratici un vantaggio di 6 seggi a 5 nella delegazione alla Camera, e non quella nuova che avrebbe potuto produrre un 10 a 1 a favore dei democratici. Acuni esponenti democratici a livello nazionale hanno discusso una mossa estrema per mantenere comunque la mappa più favorevole: abbassare l'età di pensionamento obbligatoria dei giudici della Corte Suprema statale per rimuoverli tutti, sostituirli e poi rivedere il caso. I democratici della Virginia avrebbero però poco interesse a percorrere questa strada.

A queste vicende si sommano i ridisegni già completati in Florida e Tennessee, che hanno trasformato cinque seggi persi da Donald Trump nelle presidenziali del 2024 in seggi vinti da Trump. La Louisiana dovrebbe aggiungere un seggio fortemente repubblicano in più, a scapito di un seggio saldamente democratico. La South Carolina sembra vicina a modificare la propria mappa, mentre l'Alabama ha approvato un nuovo disegno che entrerà in vigore solo se la Corte Suprema federale rimuoverà l'ingiunzione di un tribunale federale che blocca il ridisegno.

Nonostante queste perdite, secondo l'analisi i democratici restano in vantaggio grazie al clima politico nazionale. Le elezioni di metà mandato premiano quasi sempre il partito che non è alla Casa Bianca, salvo nei casi in cui il presidente in carica gode di un'approvazione molto alta. Non è la situazione di Trump, il cui indice di approvazione si attesta intorno al 40 per cento nella media calcolata da Decision Desk HQ, contro un indice di disapprovazione vicino al 57 per cento.

Un altro indicatore utilizzato dagli analisti americani è il cosiddetto generic ballot, un sondaggio che chiede agli elettori per quale partito voterebbero alla Camera senza indicare i candidati specifici. Nella media di Decision Desk HQ i democratici sono avanti di circa 6 punti percentuali, 46 a 40, in linea con il trend degli ultimi mesi che li vede avanti di 4-6 punti dalla fine dello scorso anno. Tradotto in spostamento di voti rispetto al margine di Trump nel voto popolare del 2024, pari a 1,5 punti, significa un'oscillazione a favore dei democratici tra i 5,5 e i 7,5 punti.
Calcolo seggi Camera USA 2026

Elezioni · USA · Midterm 2026
Camera USA 2026: i seggi in gioco a seconda dello spostamento dei voti
Distribuzione dei 435 seggi della Camera per margine di Trump nel 2024 nel collegio · Quanti seggi entrano in gioco per i democratici secondo il vantaggio nel generic ballot


Margine di Trump nel collegio (elezioni presidenziali 2024)

Seggi democratici

Seggi repubblicani

D+1 211 seggi dem
D+3,5 219 seggi dem
D+6 · oggi 223 seggi dem
D+8,5 232 seggi dem

!
Per ottenere la maggioranza alla Camera servono 218 seggi. Con il vantaggio attuale dei democratici nel generic ballot, sarebbero in vantaggio in 223 collegi.

223
Seggi favorevoli ai dem oggi

212
Seggi favorevoli ai rep oggi

218
Soglia per la maggioranza

Elaborazione su dati Decision Desk HQ, analisi di Geoffrey Skelley · I dati tengono conto del ridisegno dei collegi in California, Florida, Missouri, North Carolina, Ohio, Tennessee, Texas e Utah, oltre alla nuova mappa della Louisiana · Non sono inclusi i possibili ridisegni in Alabama e South Carolina · Aggiornato all'11 maggio 2026

Skelley ricorda che il generic ballot si è rivelato un indicatore piuttosto affidabile in tre degli ultimi quattro voti di metà mandato. Un caso paragonabile al 2026 è quello del 2018, primo voto di metà mandato della prima presidenza Trump: alla vigilia di quelle elezioni lo spostamento implicito dal voto presidenziale del 2016 era poco meno di 7 punti, una grandezza simile a quella che emerge oggi.

Applicando uno spostamento di circa 7,5 punti a favore dei democratici ai risultati presidenziali del 2024 collegio per collegio, l'analisi stima che 223 seggi si collocherebbero a sinistra di questa soglia e 212 a destra. Uno spostamento di questa entità potrebbe permettere ad alcuni deputati democratici uscenti in collegi ridisegnati in senso più favorevole ai repubblicani di sopravvivere, tra cui Henry Cuellar in Texas, Marcy Kaptur in Ohio e Jared Moskowitz in Florida. I democratici potrebbero anche conquistare uno o due seggi alla periferia della loro lista di obiettivi, in distretti dove Trump aveva vinto con oltre 10 punti di vantaggio.

Un secondo modello usato nell'analisi applica lo spostamento direttamente al voto per la Camera del 2024, anziché a quello presidenziale. In quel caso i repubblicani erano avanti di 2,7 punti nel voto aggregato, più del vantaggio di Trump. Un margine democratico di 6 punti nel generic ballot equivarrebbe quindi a uno spostamento di quasi 9 punti, che porterebbe i democratici a essere in vantaggio in 225 seggi contro i 210 dei repubblicani. Con un vantaggio più ridotto, di 3,5 punti, i democratici sarebbero comunque davanti, ma solo in 220 seggi. Una giornata particolarmente positiva per i democratici, con 8,5 punti nel generic ballot, li porterebbe a 235 seggi. Viceversa, se i repubblicani riuscissero a contenere il vantaggio democratico a un solo punto, otterrebbero un margine di 223 a 212 e manterrebbero la Camera.

Lo spostamento dei voti non è mai uniforme tra i collegi, perché incidono fattori come la presenza di un uscente, la qualità dei candidati, l'affluenza e la composizione dell'elettorato locale. Tuttavia in genere il movimento va nella stessa direzione nella maggioranza dei collegi. Nelle elezioni di metà mandato del 2018 lo spostamento medio a favore dei democratici nei seggi contesi fu di oltre 9 punti rispetto al 2016. Nel 2006 si registrò un movimento simile a favore dei democratici rispetto al 2004. Nel 2014 i repubblicani guadagnarono in media 7 punti rispetto al 2012. Nel 2022, a causa del ridisegno generale dei collegi, non è stato possibile calcolare una media seggio per seggio, ma nel voto aggregato i repubblicani guadagnarono circa 6 punti rispetto al 2020.

Una Camera a maggioranza democratica dopo il 2026 resta lo scenario più probabile secondo Decision Desk HQ, anche se la maggioranza potrebbe essere molto ristretta, in linea con la tendenza recente a Camere quasi divise a metà. Se i repubblicani dovessero vincere un numero insolitamente alto di sfide in equilibrio, come accadde ai democratici nel 2024, potrebbero conservare il controllo dell'aula.

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Un americano su quattro pensa che gli attentati a Trump siano stati inscenati


Un nuovo sondaggio NewsGuard rivela che il 24% dei cittadini adulti statunitensi crede alla messinscena della sparatoria di aprile alla Cena dei Corrispondenti della Casa Bianca. Forte divario partitico tra le risposte.

Quasi un americano su quattro pensa che la sparatoria avvenuta ad aprile alla cena dei corrispondenti della Casa Bianca sia stata inscenata. Lo rivela un sondaggio di NewsGuard, società che valuta l'affidabilità delle testate online, pubblicato lunedì e ripreso dal Washington Post.

L'indagine, condotta da YouGov su 1.000 cittadini adulti statunitensi tra il 28 aprile e il 4 maggio, mostra un divario politico molto marcato. Il 24% degli intervistati ritiene falso l'episodio del Washington Hilton, il 45% lo considera autentico, mentre il 32% si dice incerto. A credere alla messinscena è circa un democratico su tre, contro un repubblicano su otto. Anche gli under 30 risultano più inclini dei cittadini più anziani a dubitare della versione ufficiale.

Cospirazionismo

Un americano su quattro crede che gli attentati a Trump siano stati inscenati


Il sospetto attraversa gli schieramenti, ma il divario politico è netto: secondo un sondaggio YouGov per NewsGuard, crede alla messinscena un democratico su tre, contro un repubblicano su otto.

Sondaggio YouGov per NewsGuard Campione: 1.000 cittadini adulti · 28 aprile-4 maggio 2026

Episodio Washington Hilton · aprile 2026


24%
crede sia falso

Un americano su quattro dubita della versione ufficiale
Non esistono elementi che sostengano le teorie cospirazioniste secondo cui l'Amministrazione Trump avrebbe orchestrato l'episodio.

24%
Crede sia
inscenato

45%
Lo ritiene
autentico

32%
Non sa /
incerto

Esplora l'analisi
1 I 3 eventi 2 Il divario 3 Le voci

Confronto tra i 3 episodi

Quanti credono che ogni tentato attentato sia stato inscenato


La quota di chi dubita varia da evento a evento, ma il divario tra elettori democratici e repubblicani resta costante e profondo.

1

Luglio 2024
Comizio di Butler
Pennsylvania

24%
Crede sia falso

Democratici

42%

Repubblicani

7%

2

Settembre 2024
Trump International Golf Club
West Palm Beach, Florida

16%
Crede sia falso

Democratici

26%

Repubblicani

7%

3

Aprile 2026
Cena dei Corrispondenti
Washington Hilton, DC

24%
Crede sia falso

Democratici

~33%

Repubblicani

~12%

La frattura politica

Chi crede che tutti e tre gli attentati siano stati simulati


Il sospetto di una messinscena attraversa tutto lo spettro politico, ma con un'intensità sette volte maggiore tra elettori democratici rispetto ai repubblicani.

Crede che tutti e tre gli eventi siano falsi

Democratici
21%
Crede a tutte e tre le messinscene

Indipendenti
11%
Crede a tutte e tre le messinscene

Repubblicani
3%
Crede a tutte e tre le messinscene

L'inversione del cospirazionismo

Storicamente più diffuse a destra, le teorie del complotto trovano oggi terreno fertile anche a sinistra: sull'attentato di Butler i democratici che dubitano sono sei volte più numerosi dei repubblicani. Anche gli under 30 risultano più scettici delle generazioni più anziane.

3 letture diverse del fenomeno

Come gli esperti spiegano la diffidenza

È molto sorprendente. Sempre più persone in ogni parte dello spettro politico diffidano di questa Amministrazione e dei media.
Sofia Rubinson · Redattrice, NewsGuard

Sembra incredibilmente hollywoodiano immaginare che sia stato tutto inscenato. L'intero apparato del governo è stato trasformato in un reality show.
Joan Donovan · Boston University, studiosa di manipolazione dei media

Il pensiero cospirazionista ha infettato il corpo politico al punto da diventare un riflesso istintivo per una fetta sempre più ampia della popolazione.
Jared Holt · Ricercatore, Open Measures

Fonte Sondaggio YouGov per NewsGuard, 1.000 cittadini adulti statunitensi, 28 aprile-4 maggio 2026. Ripreso dal Washington Post · Elaborazione FocusAmerica · 11 maggio 2026

L'incriminazione e le teorie online


La scorsa settimana un gran giurì federale di Washington ha incriminato il presunto attentatore, Cole Tomas Allen, con 4 capi d'imputazione, tra cui il tentato omicidio del presidente Donald Trump. Subito dopo l'arresto, online si sono diffuse teorie secondo cui l'Amministrazione Trump avrebbe orchestrato l'episodio per rafforzare il consenso attorno al presidente e al Partito Repubblicano. Nessun elemento sostiene queste ricostruzioni.

La diffidenza riguarda anche i due altri tentati attentati subiti da Trump nel 2024: quello al comizio di Butler, in Pennsylvania, e quello al Trump International Golf Club di West Palm Beach, in Florida. Il 24% degli americani ritiene falso l'episodio di Butler, con un divario politico ancora più ampio: il 42% dei democratici contro il 7% dei repubblicani. Sull'attentato al golf club, la quota dei dubbiosi scende al 16%, con il 26% dei democratici e il 7% dei repubblicani convinti della messinscena. Nel complesso, il 21% degli elettori democratici crede che tutti e tre gli eventi siano stati simulati, contro l'11% degli indipendenti e il 3% dei repubblicani.

"Il complottismo è diventato un riflesso"


"È molto sorprendente", ha dichiarato al Washington Post Sofia Rubinson, redattrice di NewsGuard. Secondo Rubinson, i risultati riflettono uno scetticismo crescente verso governo e stampa: "Sempre più persone in ogni parte dello spettro politico diffidano di questa Amministrazione e dei media", ma finiscono per affidarsi a informazioni non verificate trovate online.

La Casa Bianca ha ovviamente respinto tutte le teorie del complotto. "Chiunque pensi che il presidente Trump abbia inscenato i suoi attentati è un perfetto idiota", ha dichiarato il portavoce Davis Ingle in una nota di aprile al Washington Post.

Per Joan Donovan, docente alla Boston University e studiosa di manipolazione dei media, i dati raccontano anche il peso della spettacolarizzazione nella presidenza Trump. "Sembra incredibilmente hollywoodiano immaginare che sia stato tutto inscenato", ha osservato. "L'intero apparato del governo è stato trasformato in un reality show". Donovan non si è detta sorpresa dalla maggiore diffidenza dei democratici: a sinistra, ha aggiunto, cresce una corrente cospirazionista alimentata dalla sfiducia nelle istituzioni governate dai repubblicani.

Sulla stessa linea Jared Holt, ricercatore del gruppo Open Measures, che monitora l'estremismo online: "Questi numeri non mi sorprendono affatto. Sono cupi, certo. Il pensiero cospirazionista ha infettato il corpo politico al punto da diventare un riflesso istintivo per una fetta sempre più ampia della popolazione".

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L'inflazione americana vola al 3,8% spinta dalla guerra con l'Iran, il livello più alto da quasi 3 anni


I prezzi al consumo accelerano ad aprile trainati dei prezzi della benzina, salita del 28,4% in un anno. Il dato complica il debutto di Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve.

La guerra in Iran sta riportando l'inflazione al centro dell'agenda economica americana. Ad aprile i prezzi al consumo negli Stati Uniti sono cresciuti del 3,8% su base annua, il livello più alto da maggio 2023 e oltre le attese degli economisti. È il secondo mese consecutivo in cui il conflitto in Medio Oriente si riflette in modo misurabile sui prezzi pagati dalle famiglie. L'accelerazione è netta: a marzo l'inflazione era al 3,3%, a febbraio al 2,4%. Su base mensile, l'indice dei prezzi al consumo è salito dello 0,6%, in rallentamento rispetto al +0,9% di marzo, il primo mese pieno di guerra.

A spingere il dato è soprattutto il costo dell'energia. La benzina è aumentata del 5,4% in un mese e del 28,4% in un anno, contribuendo da sola a oltre il 40% dell'incremento mensile. Rincari consistenti arrivano però anche dal cibo: la spesa al supermercato è cresciuta dello 0,5%, mentre i pasti fuori casa sono saliti dello 0,7%. In entrambi i casi si tratta dell'aumento mensile più forte degli ultimi mesi. L'inflazione core, che esclude alimentari ed energia, resta più contenuta ma accelera a sua volta: +2,8% annuo ad aprile, contro il +2,6% di marzo, con un incremento mensile dello 0,4%.

Secondo gli economisti citati dal Washington Post, il rischio è che lo shock energetico si trasmetta ad altri settori. Le industrie più esposte alle materie prime colpite dalla chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz potrebbero finire per scaricare i maggiori costi sui consumatori. Un segnale simile arriva dall'indice PriceStats di State Street, che monitora ogni giorno i prezzi di milioni di prodotti venduti online: ad aprile è aumentato dello 0,9%, il terzo rialzo mensile più forte dal 2008, e proietta un'inflazione annua al 4,5% a metà mese. Anche in questo caso la pressione si concentra soprattutto sui carburanti, saliti di circa il 32% in un anno.

Michael Metcalfe, responsabile della macro strategy di State Street Markets, ha osservato che per ora i rincari più forti restano circoscritti ai carburanti, mentre alimentari, prodotti per la casa e sanità mostrano aumenti stagionali nella norma. I prossimi settori da monitorare, ha aggiunto, saranno abbigliamento ed elettronica: se anche lì i prezzi dovessero accelerare, vorrebbe dire che lo shock energetico sta iniziando a trasformarsi in un problema inflazionistico più ampio.
Inflazione USA aprile 2026 — FocusAmerica

Inflazione USA · Aprile 2026

La seconda ondata: la guerra in Iran rilancia i prezzi


L'inflazione americana torna al 3,8% — il massimo da maggio 2023. Si tratta del secondo mese consecutivo in cui il conflitto si sta riflettendo sui prezzi. Sullo sfondo, il dilemma della nuova Federal Reserve di Kevin Warsh e il fantasma della Rivoluzione iraniana del 1979.

Bureau of Labor Statistics · Washington Post · State Street PriceStats Rilevazione: aprile 2026

Indice prezzi al consumo · YoY
3,8 %
Il livello più alto da maggio 2023. Sopra le attese degli economisti, oltre il doppio del target Fed del 2%.

L'accelerazione in tre mesi

2,4%

Feb

3,3%

Mar

3,8%

Apr

Esplora i dettagli
1 La curva 2 Le cause 3 Il precedente 4 La Fed

I Andamento mensile

L'inflazione ha invertito la rotta a marzo, con l'inizio della guerra in Iran


Il primo mese pieno di conflitto in Medio Oriente segna un balzo netto. Aprile conferma la traiettoria: dopo un anno di lenta discesa, l'indice torna ad allontanarsi dal target del 2%.

5% 4% 3% 2% Target Fed 2% 3,8% APR Mag '25 Ott '25 Mar '26 Apr '26 INIZIO GUERRA

5% 4% 3% 2%

Target Fed 2%

Guerra

2,4%

2,7%

3,8%

Giu '25 Set '25 Dic '25 Apr '26

+1,4punti in 2 mesi

L'inflazione negli Stati Uniti è risalita di 1,4 punti dalla soglia del 2,4% di febbraio. Su base mensile, l'IPC è salito dello 0,6% ad aprile, in rallentamento dal +0,9% di marzo — ma ancora lontano dalla stabilità.

II Analisi del dato

L'energia spinge, ma il rincaro si sta ora allargando anche al cibo


La benzina da sola pesa per oltre il 40% dell'incremento mensile. Ma spesa e ristorazione registrano l'aumento più forte degli ultimi mesi. L'inflazione core, più stabile e senza i componenti più volatili, accelera comunque.

BenzinaSu base annua
+28,4%

BenzinaSu base mensile
+5,4%

Inflazione coreEsclude alimentari ed energia · YoY
+2,8%

Pasti fuori casaSu base mensile
+0,7%

Spesa al supermercatoSu base mensile
+0,5%

Indicatori chiave

40%
Quota della benzina sull'incremento mensile dell'IPC

4,5%
Proiezione PriceStats per metà aprile, annualizzata

III Il fantasma del 1979

Due cicli a confronto, lo stesso punto di partenza


Allineate dal momento in cui l'inflazione tocca per la prima volta il 3%, le serie 1972-1982 e 2020-2026 mostrano una traiettoria analoga: discesa, fondo, e oggi — come allora — un possibile rimbalzo.

15% 12% 9% 6% 3% RIVOLUZIONE IRANIANA · 1979 1982 4,0% 2026 3,8% Anno 0 Anno 3 Anno 6 Anno 9 Oggi

1972 → 1982
La Grande Inflazione
2020 → 2026
Oggi

I

Anno 0 · Soglia del 3%

1972
3,3%
Inflazione in salita

2020
2,5%
Pre-pandemia

II

Picco della prima ondata

1974
12,3%
Shock petrolifero

Giu 2022
9,1%
Post-Covid

III

Valle · Inflazione sotto controllo

1976
5,2%
Apparente normalizzazione

Inizio 2026
2,4%
Vicino al target Fed

IV

Il rimbalzo

1980
14,6%
Rivoluzione iraniana

Apr 2026
3,8%
Guerra in Iran · Oggi

Serie 1972-1982 — la Grande Inflazione
Serie 2020-2026 — oggi

Il monito degli economisti

La Grande Inflazione non nacque dalla prima ondata. Nacque dall'incapacità di fermare la seconda.

— O. Coibion (UT Austin) e Y. Gorodnichenko (UC Berkeley), citati dal Washington Post

IV La nuova Banca Centrale

Warsh eredita la Federal Reserve nel pieno della tempesta


Il passaggio di consegne tra Warsh e Powell arriva nel momento meno favorevole possibile: inflazione che riaccelera, mercato del lavoro ancora solido, e la pressione politica della Casa Bianca che ha promesso prezzi più bassi.

Il passaggio di consegne

JP
In uscita
Jerome Powell
Mandato da presidente scade venerdì. Resta nel Consiglio Direttivo.

KW
In arrivo
Kevin Warsh
Scelto da Trump. Conferma del Senato attesa entro giovedì.

Il dilemma della Fed

I Tenere fermi i tassi

L'inflazione supera il target del 2% da 5 anni. Lo shock energetico amplifica i rischi di un radicamento delle aspettative di prezzo.

II Tagliare ancora

La tenuta del mercato del lavoro riduce l'urgenza di stimolo, ma la Casa Bianca preme per prezzi più bassi e ha legato a questo la propria credibilità economica.

I numeri della posta in gioco

5anni
Inflazione sopra il target del 2% fissato dalla Fed

+1,8pp
Distanza attuale dell'IPC dall'obiettivo Fed

Fonti Bureau of Labor Statistics (CPI aprile 2026) · State Street PriceStats · Washington Post · dichiarazioni di O. Coibion (UT Austin) e Y. Gorodnichenko (UC Berkeley). Elaborazione FocusAmerica · maggio 2026.

La nuova Federal Reserve davanti al dilemma dei tassi


Il ritorno dell'inflazione mette in difficoltà la Casa Bianca, che ha legato gran parte della propria credibilità economica alla promessa di abbassare i prezzi. Il dato arriva inoltre alla vigilia del passaggio di consegne alla Federal Reserve. Kevin Warsh, l'uomo scelto dal presidente Donald Trump per guidare la banca centrale, dovrebbe essere confermato dal Senato entro giovedì e prendere così il posto di Jerome Powell, il cui mandato da presidente scade venerdì.

Powell resterà comunque nel Consiglio direttivo. La Fed si trova quindi in una posizione particolarmente delicata. L'inflazione supera l'obiettivo del 2% da cinque anni e ora viene amplificata dallo shock energetico, mentre la tenuta del mercato del lavoro riduce l'urgenza di un ulteriore taglio dei tassi. La domanda decisiva è se l'aumento dei prezzi resterà un fenomeno temporaneo, legato alla guerra, oppure se finirà per radicarsi nell'economia.

Due economisti citati dal Washington Post, Olivier Coibion dell'Università del Texas ad Austin e Yuriy Gorodnichenko dell'Università della California a Berkeley, vedono un precedente inquietante nella fine degli anni Settanta. La Rivoluzione iraniana del 1979, ricordano, provocò una seconda ondata inflazionistica, più dura della prima, proprio quando la fiammata iniziale sembrava ormai sotto controllo. "La Grande Inflazione non nacque dalla prima ondata", scrivono. "Nacque dall'incapacità di fermare la seconda".

Gorodnichenko, in particolare, ha avvertito che molte famiglie e imprese si aspettano prezzi in crescita più rapida dei tassi di interesse, una dinamica che rischia di alimentare l'inflazione invece di spegnerla. "Più la Federal Reserve resta ferma adesso, più grande diventerà il problema", ha dichiarato.

Questa voce è stata modificata (2 mesi fa)

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La Spagna chiede un esercito europeo al posto della NATO: "Liberiamoci dalla dipendenza dagli Stati Uniti"


Il Ministro degli Esteri José Manuel Albares lancia la proposta nel pieno dello scontro con Trump, che minaccia dazi e ritiro delle truppe per il rifiuto di Madrid di portare la spesa militare al 5% del Pil.

La Spagna vuole un esercito dell'Unione Europea capace di sostituire la NATO come principale garante della sicurezza del continente. La proposta arriva dal Ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares, che in un'intervista a Politico ha messo in dubbio la possibilità per Bruxelles di continuare ad affidare la propria difesa all'alleanza militare guidata da Washington. Secondo Albares, se l'Europa smettesse di dipendere dalla NATO, Donald Trump non potrebbe più usare la sicurezza europea come strumento di pressione politica.

"Non possiamo svegliarci ogni mattina chiedendoci cosa faranno gli Stati Uniti, i nostri cittadini meritano di meglio", ha detto il Ministro. "Questo è il momento della sovranità e dell'indipendenza dell'Europa. Sono gli stessi americani a invitarci a farlo. Liberi dalla dipendenza significa liberi dalla coercizione, sia sotto forma di dazi sia di minaccia militare".

Madrid è oggi uno dei punti più esposti dello scontro transatlantico tra Trump e gli alleati europei. Il presidente statunitense ha minacciato nuovi dazi contro la Spagna per il rifiuto di portare la spesa militare al 5% del Pil. Ha anche evocato il ritiro delle truppe americane dalle basi spagnole o persino una sospensione del Paese dalla NATO, dopo che il premier socialista Pedro Sánchez si è rifiutato di sostenere la guerra in Iran.

Il nodo dell'Articolo 5


Il cuore della proposta spagnola è la creazione di un meccanismo europeo equivalente all'articolo 5 della Nato, la clausola secondo cui un attacco contro un alleato viene considerato un attacco contro tutti. Per Albares, è quella garanzia a rendere credibile la deterrenza dell'Alleanza atlantica. "La magia della NATO è che sei nella NATO e non ti succede nulla, perché nessuno osa verificare se l'articolo 5 funzioni davvero", ha spiegato. "È questo che dobbiamo ricreare: la deterrenza".

L'Unione Europea dispone già di una clausola di difesa reciproca, l'articolo 42.7, che impegna gli Stati membri ad assistere un Paese dell'Ue vittima di un attacco armato. Secondo molti osservatori, però, Bruxelles non dispone ancora delle capacità militari necessarie per trasformare quella clausola in una garanzia davvero credibile. Anche per questo la maggior parte dei leader europei preferisce rafforzare le proprie Forze Armate all'interno della NATO, invece di costruire un percorso separato attraverso l'UE.

Su questa linea, i governi europei hanno già concordato un aumento della spesa militare e nuovi investimenti in settori considerati critici: difesa aerea, missili a lungo raggio, intelligence satellitare e capacità industriali comuni. L'obiettivo dichiarato è ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti, senza però rompere apertamente con l'architettura della NATO.

Il vertice europeo e il dossier Ucraina


I Ministri degli Esteri e della Difesa dell'Ue si riuniranno a Bruxelles questa settimana per discutere proprio di autonomia militare europea. Alla vigilia del primo incontro, l'Alta Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Kaja Kallas ha respinto la proposta di Vladimir Putin di affidare all'ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder un ruolo di mediazione europea nei negoziati di pace sull'Ucraina.

"Se diamo alla Russia il diritto di nominare un negoziatore per nostro conto, sapete, non sarebbe molto saggio", ha detto Kallas. Poi ha ricordato i rapporti di Schröder con Mosca: "È stato un lobbista di alto livello per le società statali russe. È chiaro perché Putin lo vuole come negoziatore: starebbe seduto da entrambi i lati del tavolo".

Questa voce è stata modificata (1 mese fa)

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Trump vuole abbassare le tasse sulla benzina


La proposta del presidente arriva dopo un aumento del 50 per cento dei prezzi alla pompa dall'inizio del conflitto, ma servirebbe il via libera del Congresso e l'impatto sarebbe minimo.

Il presidente Donald Trump ha annunciato lunedì un piano per ridurre i prezzi della benzina, schizzati dopo la decisione di entrare in guerra con l'Iran lo scorso 28 febbraio: sospendere le accise federali sui carburanti. L'idea, lanciata in una telefonata con un giornalista della CBS News e poi ripresa nello Studio Ovale, si scontra però con due ostacoli concreti. Il primo è procedurale: una misura del genere richiede l'approvazione del Congresso, passaggio che Trump non ha menzionato. Il secondo è di sostanza: anche se la sospensione venisse approvata, l'effetto sui consumatori sarebbe quasi impercettibile.

Le accise federali ammontano a poco più di 18 centesimi di dollaro al gallone per la benzina e a circa 24 centesimi per il diesel. I prezzi alla pompa sono cresciuti di circa il 50 per cento dall'inizio del conflitto, quindi l'eventuale taglio coprirebbe solo una frazione minima del rincaro. Lo stesso presidente lo ha riconosciuto parlando con i giornalisti: si tratta di una percentuale piccola, ma sempre di denaro. Interpellata su quando o se l'amministrazione intenda effettivamente rivolgersi al Congresso per portare avanti la proposta, la Casa Bianca si è limitata a rimandare alle dichiarazioni del presidente.

Le accise federali sui carburanti finanziano la costruzione e la manutenzione delle strade in tutto il paese, e questo è uno dei motivi per cui in passato proposte analoghe sono naufragate. Nel 2022 il presidente Joe Biden aveva avanzato la stessa idea per contenere i prezzi del carburante, ma il Congresso aveva bloccato l'iniziativa. I repubblicani, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal all'epoca, l'avevano definita una mossa di facciata e una cattiva politica economica.

L'ipotesi era stata lanciata in via informale dal segretario all'Energia Chris Wright domenica, durante la trasmissione Meet the Press della NBC. Wright ha sostenuto che l'amministrazione è favorevole a ogni misura utile per abbassare i prezzi alla pompa e ridurre i costi per i cittadini americani. Lo stesso Wright ad aprile aveva ammesso che i prezzi della benzina potrebbero restare alti per mesi, in contrasto con le promesse del presidente di un crollo imminente.

Le analisi mostrano che l'aumento dei prezzi del carburante ha colpito in modo più duro gli americani a basso reddito. Trump ha collegato il futuro andamento dei prezzi all'esito del conflitto con Teheran, sostenendo che appena la guerra con l'Iran finirà, benzina e petrolio scenderanno come un sasso. Le prospettive di una conclusione rapida appaiono però incerte. Nello stesso incontro con i giornalisti il presidente ha definito l'ultima controproposta iraniana una schifezza e ha descritto il cessate il fuoco come appeso a un filo. Ha aggiunto che l'Iran sarebbe nelle mani di una potente fazione di pazzi intenzionati a prolungare il conflitto il più possibile.

Resta il nodo di fondo: anche un'approvazione rapida e completa della sospensione delle accise restituirebbe ai consumatori meno di venti centesimi al gallone, a fronte di un aumento medio dei prezzi che è cinque o sei volte superiore. Il piano sembra rispondere più all'esigenza politica di mostrare un'iniziativa concreta sul caro carburante che a una reale capacità di incidere sul portafoglio degli automobilisti americani, almeno fino a quando il conflitto con l'Iran non troverà una soluzione.

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I Dem hanno perso la battaglia delle mappe


L'analisi di Nate Silver mostra che la Corte Suprema e quella della Virginia hanno ribaltato la situazione. Ora i repubblicani hanno un vantaggio strutturale tra 2,5 e 3,9 punti.

I democratici americani hanno perso la guerra del ridisegno dei collegi elettorali in vista delle elezioni di metà mandato del novembre 2026. Lo sostiene Nate Silver, statistico e fondatore della newsletter Silver Bulletin, in un'analisi pubblicata l'11 maggio. Fino a tre settimane fa lo scontro sembrava finito in pareggio o addirittura con un leggero vantaggio democratico, ma due decisioni giudiziarie hanno cambiato il quadro.

Negli Stati Uniti i confini dei collegi elettorali della Camera dei rappresentanti vengono solitamente ridisegnati ogni dieci anni, dopo il censimento nazionale. Da alcuni anni però i singoli stati hanno cominciato a modificarli anche a metà decennio per favorire il proprio partito, una pratica nota come gerrymandering. Il partito che controlla il parlamento di uno stato può tracciare i confini in modo da concentrare gli elettori avversari in pochi collegi e distribuire i propri in tanti collegi a maggioranza risicata ma sicura.

La prima sconfitta per i democratici è arrivata due settimane fa con la sentenza Callais della Corte Suprema federale, che ha indebolito il Voting Rights Act, la legge sui diritti di voto che tutela le minoranze etniche. La seconda è arrivata venerdì scorso, quando la Corte Suprema della Virginia ha invalidato per motivi procedurali un referendum approvato dagli elettori dello stato per ridisegnare i collegi in senso più favorevole ai democratici. Nel frattempo altri stati a guida repubblicana, come la Florida, hanno modificato le proprie mappe elettorali.

Dopo l'approvazione del referendum in Virginia il collegio mediano risultava più repubblicano del paese nel suo complesso di appena 0,1 punti percentuali, un dato leggermente migliore per i democratici rispetto alla mappa del 2024. Ora invece il vantaggio repubblicano a novembre si colloca tra 2,5 e 3,9 punti percentuali, in attesa di ulteriori azioni legali e legislative. I democratici hanno presentato ricorso contro la decisione della Virginia alla Corte Suprema federale e starebbero valutando un piano per costringere i giudici dello stato al pensionamento anticipato, una mossa che Silver definisce piuttosto radicale.

La nuova mappa firmata dal governatore Ron DeSantis in Florida crea diversi collegi a tendenza repubblicana ma non sicuri, che in caso di forte ondata democratica o di inversione dello spostamento conservatore dello stato potrebbero non essere conquistati. Anche in Virginia, dove il referendum era stato presentato come un guadagno di quattro seggi per i democratici, il calcolo realistico parlava di 2,5 o 3 seggi.

Per ottenere la maggioranza alla Camera ora i democratici hanno bisogno di un margine sufficiente nel voto popolare. Attualmente sono avanti di 6,1 punti nel sondaggio aggregato sulla scelta del partito alla Camera. Una vittoria di sei punti sarebbe molto probabilmente sufficiente per conquistare l'aula anche con una mappa sfavorevole di tre o quattro punti. Tuttavia un errore di sondaggio simile a quello del 2024, quando i repubblicani superarono le previsioni, basterebbe a rimettere in bilico il risultato. Mancano ancora sei mesi alle elezioni e i sondaggi attuali sono condotti tra gli elettori registrati, senza tenere conto di un possibile vantaggio democratico nell'affluenza.

Il mercato delle previsioni Polymarket dava ai democratici l'87 per cento di probabilità di conquistare la maggioranza alla Camera qualche settimana fa, una stima ora scesa al 78 per cento.

Il problema strutturale per i democratici riguarda le corti. La Corte Suprema federale ha una maggioranza conservatrice di sei giudici contro tre, che nelle decisioni sul ridisegno dei collegi vota quasi sempre lungo linee partitiche. Anche la Corte Suprema della Virginia tende a essere repubblicana, perché tre dei sette giudici sono stati eletti dal parlamento statale quando il partito repubblicano controllava entrambe le camere.

Secondo un'analisi condotta nel 2020 dal sito Ballotpedia, fino a quell'anno le corti statali tendevano a essere prevalentemente repubblicane. Questo rifletteva una maggiore attenzione storica del partito repubblicano sulla magistratura e due tornate elettorali di metà mandato molto negative per i democratici nel 2010 e nel 2014. Da allora alcune cose sono cambiate: i democratici hanno conquistato la corte del Wisconsin nel 2023, ma hanno perso quella del North Carolina.

Tra i sette stati in bilico alle presidenziali del 2024 i democratici hanno un vantaggio di 4 a 3 nelle corti supreme statali, compresi i tre stati del cosiddetto Blue Wall, ovvero Michigan, Pennsylvania e Wisconsin. I repubblicani compensano con le corti conservatrici di Virginia e New Hampshire.
Orientamento ideologico delle Corti Supreme Statali

Elezioni · USA
Orientamento ideologico delle Corti Supreme Statali
Le Corti Supreme Statali nel 2026 · 261 voti elettorali ai repubblicani, 255 ai democratici, 22 in bilico

Caricamento mappa…

Forte repubblicana 229 EV · 22 stati

Lieve repubblicana 32 EV · 4 stati

Incerta 22 EV · 3 stati

Lieve democratica 47 EV · 7 stati

Forte democratica 208 EV · 15 stati

261
Voti elettorali in stati con corti repubblicane

22
Voti elettorali in stati con corti incerte

255
Voti elettorali in stati con corti democratiche

Focus America su dati di Nate Silver (Silver Bulletin) · Stime basate sul comportamento delle Corti Supreme Statali nel 2026

I democratici potrebbero ancora ridisegnare in modo più aggressivo i collegi in stati come Colorado e New York, dove le corti statali probabilmente approverebbero mappe più partigiane. I parlamentari democratici di New York hanno però espresso scetticismo su una nuova revisione. La vera ragione della riluttanza in stati come New York e Maryland, secondo Silver, è la volontà dei deputati in carica di proteggere i propri seggi.

Resta il rischio della compiacenza. Nel 2022 i democratici ottennero un risultato accettabile alle elezioni di metà mandato considerando l'impopolarità del presidente Biden, ma persero comunque il controllo della Camera. Quel risultato bastò a convincere il partito che tutto andava bene con Biden, e l'allora governatore della California Gavin Newsom abbandonò la sua campagna informale per sostituirlo nel ticket del 2024.

Se i democratici vincessero a novembre con un margine di soli sei o sette punti nel voto popolare, la loro maggioranza non sarebbe affatto sicura nel 2028, quando tutti i 435 seggi della Camera saranno di nuovo in palio, alcuni con nuovi confini. Nelle elezioni presidenziali la corsa per la Camera tende a essere più equilibrata rispetto alle elezioni di metà mandato.

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Trump rinvia il taglio dei dazi sulla carne bovina dopo le proteste degli allevatori


L'amministrazione voleva sospendere i contingenti tariffari su tutti i Paesi esportatori per frenare l'inflazione alimentare, ma la pressione dei senatori repubblicani e dei produttori americani ha bloccato la firma.

L'amministrazione Trump ha rinviato un piano per abbassare i prezzi della carne bovina che avrebbe previsto la sospensione dei dazi sulle importazioni. Il presidente avrebbe dovuto firmare lunedì due ordini esecutivi per ridurre le tariffe sulla carne e alleggerire la regolamentazione per gli allevatori americani, ma in serata un funzionario della Casa Bianca ha comunicato che le misure sono state congelate mentre l'amministrazione ne definisce i dettagli. La notizia dell'imminente firma era stata anticipata dal Wall Street Journal.

Il rinvio è arrivato dopo le proteste di alcuni parlamentari repubblicani e degli allevatori di bovini, un settore che rappresenta tradizionalmente una componente solida della base elettorale di Trump. Il senatore repubblicano del Montana Steve Daines ha riconosciuto che ci saranno preoccupazioni tra gli allevatori. La senatrice Cynthia Lummis, repubblicana del Wyoming e lei stessa allevatrice, ha definito la questione una corda tesa difficile per l'amministrazione, avvertendo che se le modifiche tariffarie incidessero sui prezzi del bestiame nel momento in cui gli allevatori vendono i capi si perderebbero molti soldi.

Il piano prevedeva la sospensione del contingente tariffario annuale, il meccanismo che applica un dazio più alto una volta superata una certa soglia di importazioni, per tutti i Paesi esportatori. La sospensione avrebbe consentito l'ingresso negli Stati Uniti di maggiori quantità di carne a tariffe ridotte. Gli ordini esecutivi avrebbero inoltre incaricato la Small Business Administration di aumentare i prestiti e l'accesso al capitale per gli allevatori americani, ridotto le tutele per i lupi grigi e i lupi messicani previste dall'Endangered Species Act e alleggerito alcune regole del dipartimento dell'Agricoltura, comprese quelle che impongono l'uso di marche auricolari elettroniche sul bestiame.

L'apertura a maggiori importazioni rischiava di scontentare un elettorato fedele al presidente. Le associazioni di categoria degli allevatori americani si erano già opposte alla decisione dell'amministrazione di consentire più importazioni di carne dall'Argentina e lunedì hanno criticato la nuova mossa tariffaria, avvertendo che un afflusso di carne a basso prezzo danneggerebbe i produttori statunitensi. Secondo il Ranchers-Cattlemen Legal Action Fund, un aumento temporaneo delle importazioni spingerebbe gli allevatori americani a non incrementare le mandrie, a meno che l'amministrazione non si impegni a rivedere i limiti alle importazioni entro due o tre anni.

La carne bovina è una delle fonti più persistenti di inflazione per i consumatori americani negli ultimi diciotto mesi, in controtendenza rispetto a uova, latte e altri prodotti i cui prezzi si sono stabilizzati. Il prezzo della carne macinata è cresciuto del 40 per cento rispetto a cinque anni fa. A febbraio l'amministrazione aveva già autorizzato maggiori importazioni dall'Argentina nel tentativo di calmierare i prezzi interni.

La mossa rientra in una serie di marce indietro tariffarie che l'amministrazione sta attuando per ridurre i costi a carico dei consumatori in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. Lo scorso autunno Trump ha esentato molti prodotti alimentari dai cosiddetti dazi reciproci e a gennaio ha rinviato gli aumenti previsti su legname e mobili. Il presidente ha anche riconfigurato i dazi su acciaio e alluminio per rendere più gestibile l'adempimento da parte delle aziende, anche se la modifica ha finito per aumentare i prelievi su alcuni prodotti metallici. Non ha invece dato seguito alla minaccia di alzare dal 10 al 15 per cento il dazio minimo globale.

I prezzi del bestiame negli Stati Uniti sono saliti molto negli ultimi anni dopo che gli allevatori hanno ridotto le mandrie al livello più basso degli ultimi settantacinque anni, secondo il dipartimento dell'Agricoltura. La domanda dei consumatori è rimasta robusta e ha contribuito a spingere verso l'alto i prezzi al supermercato. Trump ha incaricato i suoi consiglieri di trovare soluzioni e il dipartimento di Giustizia ha avviato un'indagine penale sui maggiori macellatori americani dopo che il presidente aveva chiesto un'inchiesta. Gli allevatori hanno iniziato a ridurre le mandrie quando i prezzi sono crollati durante la pandemia e la siccità ha bruciato i pascoli. Pur guadagnando ora più che mai, sono restii a ricostituire i capi, un processo che richiede anni.

Circa il 20 per cento dei 29 miliardi di libbre di carne bovina consumati negli Stati Uniti è importato. I macellatori americani e i produttori di hamburger hanno già aumentato gli acquisti da Paesi come Brasile e Australia nell'ultimo anno. Per il 2026 le importazioni statunitensi sono stimate in quasi 6 miliardi di libbre, un record. Il Brasile ha recentemente superato gli Stati Uniti come primo produttore mondiale di carne bovina, con il 20 per cento dell'offerta globale secondo i dati dell'USDA, ed è il Paese di JBS, la più grande impresa di macellazione al mondo. Lo scorso anno il Brasile ha esportato negli Stati Uniti 1,75 miliardi di dollari di carne bovina, una cifra record. L'Associazione brasiliana delle industrie esportatrici di carne ha chiesto al presidente Luiz Inácio Lula da Silva di sollecitare l'amministrazione Trump a rivedere il sistema dei contingenti. Trump e Lula si sono incontrati la settimana scorsa alla Casa Bianca, discutendo di commercio e dazi insieme a criminalità e possibili investimenti nei minerali critici brasiliani.

Questa voce è stata modificata (1 mese fa)

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La Corte Suprema autorizza l'Alabama a eliminare un distretto a maggioranza nera


Con sei voti contro tre i giudici annullano l'ordine del tribunale federale e rinviano il caso. I repubblicani puntano a un seggio in più alla Camera nelle elezioni di novembre.

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha aperto la strada all'Alabama per eliminare uno dei due distretti congressuali a maggioranza nera prima delle elezioni di metà mandato di novembre, una decisione che potrebbe consegnare ai repubblicani un seggio in più nella Camera dei rappresentanti.

Il verdetto, arrivato l'11 maggio 2026 con sei voti favorevoli e tre contrari, ha annullato l'ordine di un tribunale federale dell'Alabama che imponeva allo Stato di mantenere due distretti a maggioranza afroamericana e ha rinviato il caso al giudice di primo grado perché lo riesamini alla luce di una recente sentenza che ha indebolito il Voting Rights Act del 1965.

I tre giudici progressisti della Corte, Sonia Sotomayor, Elena Kagan e Ketanji Brown Jackson, si sono opposti alla decisione. Nella sua opinione dissenziente di quattro pagine, Sotomayor ha scritto che l'ordine della maggioranza è inappropriato e provocherà confusione, perché l'Alabama ha le primarie in programma il 19 maggio e gli elettori hanno già iniziato a votare. La giudice ha osservato che il tribunale di primo grado aveva accertato anche una violazione del Quattordicesimo Emendamento, ossia una intenzionale diluizione del voto nero, una conclusione costituzionale indipendente dalle questioni affrontate nella sentenza più recente. Per questo motivo, secondo Sotomayor, non c'era ragione di rinviare il caso.

La decisione si inserisce nella scia della sentenza Louisiana contro Callais del 29 aprile, con cui la Corte Suprema aveva bocciato la mappa congressuale della Louisiana giudicandola un gerrymander incostituzionale. Quella pronuncia ha alzato l'asticella per le contestazioni legali fondate sul Voting Rights Act, richiedendo prove più solide di una discriminazione intenzionale e non del semplice tentativo di ottenere un vantaggio politico. La maggioranza conservatrice aveva motivato il cambiamento sostenendo che il mutamento sociale e il miglioramento dei rapporti tra le etnie giustificano criteri più stringenti.

In Alabama lo scontro va avanti da cinque anni. Dopo il censimento del 2020 lo Stato aveva approvato una mappa che distribuiva gli elettori neri del sud su tre distretti, lasciandoli in minoranza in ciascuno. Un gruppo di elettori afroamericani e organizzazioni per i diritti civili aveva fatto causa, ottenendo nel 2023 una conferma dalla Corte Suprema nel caso Allen contro Milligan. Una nuova mappa varata dalla legislatura nello stesso anno è stata anch'essa bloccata da un tribunale federale, che l'ha definita un tentativo intenzionale di diluire la forza elettorale dei cittadini neri dell'Alabama. Un commissario speciale nominato dal tribunale ha quindi disegnato la mappa attualmente in vigore, che ha creato un secondo distretto a maggioranza nera comprendente la capitale Montgomery, alcune contee della Black Belt rurale e parte di Mobile sulla costa del Golfo.

Sotto quella mappa, nelle elezioni del 2024, il deputato democratico Shomari Figures ha vinto il nuovo distretto, affiancando in Congresso l'altra deputata democratica afroamericana Terri Sewell. È stata la prima volta nella storia che l'Alabama ha inviato due rappresentanti neri alla Camera, in uno Stato dove i cittadini afroamericani sono oltre un quarto della popolazione. Con la decisione di lunedì, l'Alabama può tornare a usare la mappa del 2023, che concentra gli elettori neri in un solo distretto e rende il seggio attualmente occupato da Figures favorevole ai repubblicani.

Il procuratore generale dell'Alabama Steve Marshall ha rivendicato la vittoria affermando che per troppo tempo giudici federali non eletti hanno avuto più voce in capitolo degli elettori dell'Alabama sulle elezioni dello Stato. Marshall ha dichiarato in un videomessaggio che il suo compito è mettere la legislatura nelle condizioni di disegnare una mappa congressuale che favorisca i repubblicani sette a zero. Lo speaker repubblicano della Camera statale Nathaniel Ledbetter ha parlato di una vittoria enorme per l'Alabama e per i conservatori di tutto il paese.

Sul fronte opposto, Figures ha definito la sentenza profondamente sfortunata e ha avvertito che riporta indietro la rappresentanza politica nera in Alabama agli anni Cinquanta e Sessanta. Sewell ha parlato di un attacco diretto agli elettori neri dell'Alabama e ha accusato la maggioranza di destra della Corte di ignorare i propri precedenti per dare il via libera alle autorità statali nel sopprimere la rappresentanza nera. Derrick Johnson, presidente nazionale della NAACP, ha dichiarato che si sta assistendo a un ritorno alle leggi Jim Crow. Deuel Ross, l'avvocato della NAACP Legal Defense Fund che ha discusso il caso Alabama, ha annunciato che valuterà tutte le opzioni per proteggere i diritti degli elettori e mantenere in vigore la mappa ordinata dal tribunale.

La tempistica della decisione complica le primarie del 19 maggio. Le schede sono già stampate e prevedono, ad esempio, sette nomi nel primo distretto congressuale per i repubblicani. La legislatura dell'Alabama ha però approvato nei giorni scorsi una legge che consente di invalidare i risultati delle primarie nei quattro distretti coinvolti e di indire nuove primarie speciali. Toccherà alla governatrice repubblicana Kay Ivey fissare le date. Il senatore statale repubblicano Chris Elliott, promotore della legge, ha indicato come possibile data il 16 giugno, coincidente con il ballottaggio già previsto, per evitare i costi di un'elezione speciale aggiuntiva. La legge prevede primarie a turno unico, senza ballottaggio. Il segretario di Stato dell'Alabama Wes Allen ha confermato che le primarie del 19 maggio si svolgeranno comunque come da calendario.

In un atto depositato a nome del senatore statale democratico Bobby Singleton si legge che la legge approvata mentre le sirene dei tornado risuonavano e l'alluvione costringeva a evacuare le camere legislative è incostituzionale e mira ad annullare le primarie nei distretti di opportunità, dimezzando la rappresentanza nera dell'Alabama al Congresso. Il deposito definisce l'abbandono della mappa con due distretti a maggioranza nera a pochi giorni dalle primarie una ricetta per il caos per candidati, comitati elettorali, partiti ed elettori.

L'Alabama è uno dei diversi Stati impegnati in una ridefinizione dei confini elettorali in vista delle elezioni di novembre. I distretti vengono normalmente ridisegnati ogni dieci anni dopo il censimento, ma il presidente Donald Trump ha spinto i repubblicani del Texas a rivedere la mappa per mantenere la stretta maggioranza repubblicana alla Camera. I democratici della California hanno risposto con una loro operazione di redistricting e molti Stati a guida repubblicana hanno seguito. Secondo le stime riportate dall'Associated Press, i repubblicani contano di guadagnare fino a quattordici seggi grazie alle nuove mappe approvate in Texas, Missouri, North Carolina, Ohio, Florida e Tennessee. I democratici stimano di poterne conquistare fino a sei in California e Utah, ma hanno subito una battuta d'arresto quando la Corte Suprema della Virginia ha annullato un emendamento sul redistricting approvato dagli elettori che avrebbe potuto fruttare al partito altri quattro seggi.

In Louisiana il governatore Jeff Landry ha rinviato le primarie e la legislatura sta discutendo una nuova mappa congressuale. In Tennessee una coalizione di elettori e organizzazioni di Memphis ha presentato un ricorso contro la nuova mappa che ha smembrato un distretto democratico nella città a maggioranza nera.

Questa voce è stata modificata (2 mesi fa)

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La rassegna stampa di martedì 12 maggio 2026


Trump respinge la proposta di pace iraniana e definisce il cessate il fuoco "in terapia intensiva" mentre si prepara al vertice con Xi Jinping. Il Senato avanza la nomina di Warsh alla Fed

Questa è la rassegna stampa di martedì 12 maggio 2026

Trump respinge la proposta di pace iraniana e dice che il cessate il fuoco è "in terapia intensiva"


Il presidente Trump ha duramente criticato l'ultima proposta di pace dell'Iran definendola "spazzatura" e affermando di non averla nemmeno finita di leggere. Trump ha dichiarato che il cessate il fuoco in vigore dal 7 aprile è ora "in terapia intensiva" dopo aver respinto l'offerta di 14 punti di Teheran. Il presidente sta considerando di ripristinare le scorte militari statunitensi nel Golfo Persico.

Fonti: Financial Times, BBC News, Semafor

Trump si prepara a incontrare Xi Jinping per un vertice ad alto rischio


Il presidente Trump incontrerà il leader cinese Xi Jinping giovedì mattina a Pechino per un vertice cruciale dominato dalle discussioni su commercio e guerra in Iran. Xi dovrebbe fare pressioni su Trump per rallentare la vendita di armi a Taiwan, che Pechina considera il "nucleo dei suoi interessi fondamentali". L'incontro avviene mentre la Cina vede sempre più l'America di Trump come un impero in declino.

Fonti: Bloomberg, New York Times, New York Times

Il Senato avanza la nomina di Kevin Warsh per guidare la Federal Reserve


Il Senato ha votato 49-44 per far avanzare la nomina di Kevin Warsh al Board of Governors della Federal Reserve, mettendolo sulla strada per essere confermato questa settimana come successore di Jerome Powell. Il 56enne finanziere dovrà affrontare un'inflazione in ripresa e un Trump impaziente una volta confermato come presidente della Fed.

Fonti: The Hill, Financial Times, Bloomberg

L'amministrazione Trump ritarda la riduzione dei dazi sulla carne bovina


L'amministrazione Trump ha posticipato un piano per sospendere i dazi sulla carne bovina importata, che avrebbe dovuto affrontare i prezzi record della carne. La decisione arriva mentre il presidente cerca di affrontare l'inflazione crescente che minaccia il controllo repubblicano del Congresso. I prezzi della carne sono aumentati costantemente da quando Trump è entrato in carica.

Fonti: Bloomberg, Wall Street Journal

Trump supporta la sospensione della tassa federale sulla benzina


Il presidente Trump ha espresso sostegno per la sospensione della tassa federale sulla benzina in risposta all'aumento dei prezzi del carburante causato dalla guerra in Iran. Il senatore repubblicano Josh Hawley ha introdotto una legislazione in tal senso, anche se gli analisti avvertono che la misura costerebbe 3,5 miliardi di dollari al mese e avrebbe un impatto limitato sui prezzi.

Fonti: Wall Street Journal, Financial Times, Bloomberg

La Corte Suprema elimina il blocco sulla mappa elettorale dell'Alabama


La Corte Suprema ha cancellato lunedì una decisione che bloccava la mappa congressuale dei repubblicani dell'Alabama, consentendo potenzialmente il suo uso per le elezioni di medio termine. Il progetto eliminerebbe uno dei due distretti a maggioranza nera dell'Alabama e darebbe ai repubblicani maggiori possibilità di vincere il seggio attualmente tenuto dai democratici.

Fonti: The Hill, New York Times

Kari Lake nominata ambasciatrice in Giamaica dopo controversie alla Voice of America


Il presidente Trump ha nominato Kari Lake come ambasciatrice americana in Giamaica, dopo il suo tumultuoso mandato alla guida dell'Agenzia statunitense per i media globali. Lake aveva precedentemente tentato e fallito nel licenziare centinaia di giornalisti della Voice of America e nel tagliare i fondi per altre organizzazioni giornalistiche finanziate dal governo federale.

Fonti: New York Times, The Hill, BBC News

Il Dipartimento di Giustizia emette citazioni al Wall Street Journal in un'indagine su fughe di notizie


Il Dipartimento di Giustizia ha emesso citazioni al Wall Street Journal come parte di un'indagine sulle fughe di notizie relative alla guerra in Iran. Trump si è lamentato privatamente con il procuratore generale ad interim riguardo alle fughe di informazioni sui media, spingendo il DOJ a perseguire aggressivamente queste indagini. I critici hanno sollevato preoccupazioni sulla libertà di stampa.

Fonti: New York Times, Wall Street Journal

La sindaca di una città della California si dimette per accuse di agente straniero della Cina


Eileen Wang, sindaca di Arcadia in California, si è dimessa improvvisamente lunedì dopo che il Dipartimento di Giustizia ha annunciato che era stata accusata di aver agito come agente straniero illegale della Cina. Wang, 58 anni, ha accettato di dichiararsi colpevole dell'accusa di crimine federale e potrebbe affrontare una condanna a 10 anni di prigione per aver pubblicato propaganda sotto la direzione di funzionari cinesi.

Fonti: The Guardian, New York Times, The Hill

I college americani registrano un calo del 20% degli studenti stranieri a causa delle restrizioni sui visti


Il numero di nuovi studenti universitari stranieri nei college americani è diminuito in media del 20% questa primavera rispetto all'anno precedente, secondo uno studio di una coalizione di gruppi educativi. Questo è l'ultimo segno che il confronto del presidente Trump con l'istruzione superiore sta colpendo duramente una fonte chiave di talenti e finanziamenti per le università americane.

Fonti: Bloomberg

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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L'Europa scopre la dipendenza dai servizi digitali statunitensi


Il caso del giudice Nicolas Guillou, colpito dalle sanzioni Usa, rivela quanto la vita quotidiana europea dipenda da pagamenti, cloud, mail e piattaforme americane.

La dipendenza europea dai servizi digitali americani è diventata così profonda che la vita quotidiana nel continente si fermerebbe quasi del tutto senza di essi. Lo racconta il Financial Times attraverso la vicenda di Nicolas Guillou, giudice della Corte Penale Internazionale dell'Aja, colpito dalle sanzioni statunitensi nell'agosto 2025 dopo aver firmato i mandati d'arresto contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l'ex Ministro della Difesa Yoav Gallant per presunti crimini di guerra a Gaza.

Guillou si aspettava le sanzioni, ma non immaginava la loro estensione nella vita quotidiana. Nel giro di pochi giorni si è ritrovato tagliato fuori da tutti i servizi che dipendono da aziende americane. Non poteva più avere una carta di credito statunitense ed è dovuto ricorrere al contante e ai sistemi di pagamento nazionali come iDEAL nei Paesi Bassi. I bonifici venivano respinti, le prenotazioni su Booking.com ed Expedia annullate. Non poteva noleggiare una bicicletta dal servizio pubblico Vélib' di Parigi, che richiede una carta di credito come garanzia. I pacchi consegnati da UPS tornavano al mittente. La sua assicurazione sanitaria ha tentato di interrompere il rapporto. "Gli uffici di compliance hanno talmente paura di possibili conseguenze negli Stati Uniti che preferiscono non assumersi alcun rischio", ha dichiarato Guillou al Financial Times.

Il caso illustra una vulnerabilità più ampia. Gli Stati Uniti possono interrompere la vita quotidiana ben oltre i propri confini attivando quelli che vengono chiamati kill switches, ovvero la disattivazione improvvisa dei servizi tecnologici e dei sistemi di pagamento americani per gli utenti europei. L'ipotesi che Washington potesse arrivare a tanto è stata a lungo considerata implausibile, ma è diventata concreta da quando il presidente Donald Trump è tornato alla Casa Bianca lo scorso anno mostrando insofferenza verso i tradizionali alleati europei.

I numeri descrivono uno squilibrio strutturale. Nel 2023 l'Unione europea aveva un surplus di 156,6 miliardi di euro nello scambio di beni con gli Stati Uniti, ma un deficit di 108,6 miliardi nei servizi. Le merci viaggiano verso ovest, i servizi tornano indietro. "Gli Stati Uniti hanno il coltello dalla parte del manico e ne sono perfettamente consapevoli", ha dichiarato al quotidiano un alto diplomatico europeo riferendosi alla dipendenza del continente.
L'Europa staccata dalla spina — FocusAmerica

Sovranità digitale

L'Europa staccata dalla spina:
quanto pesa la dipendenza dai servizi Usa


Il caso di Nicolas Guillou, giudice della Corte Penale Internazionale colpito dalle sanzioni di Washington nell'agosto 2025, ha mostrato concretamente cosa può fermarsi nella vita quotidiana europea quando gli Stati Uniti chiudono il rubinetto digitale.

Fonte: Financial Times Dati Eurostat 2023

Il rapporto commerciale UE-USA · 2023

Beni · UE → USA

+156,6
miliardi €
Surplus europeo nelle merci esportate negli Stati Uniti

Servizi · USA → UE

−108,6
miliardi €
Deficit europeo nei servizi importati dagli Stati Uniti

«Gli Stati Uniti hanno il coltello dalla parte del manico e ne sono perfettamente consapevoli».Alto diplomatico europeo al Financial Times

Esplora l'analisi
1 La giornata 2 Il caso Guillou 3 Le alternative 4 Le leve UE

La simulazione del Financial Times

Un giorno in Europa senza servizi americani


Dal risveglio al pomeriggio, le attività quotidiane che rischierebbero di bloccarsi se Washington attivasse i cosiddetti kill switch, ovvero la disattivazione improvvisa dei servizi digitali statunitensi.

Mattina

Email e comunicazioni
Le caselle di posta non si caricano più. Le piattaforme di messaggistica e videoconferenza si bloccano.

Gmail Outlook Yahoo Mail Apple Mail Slack WhatsApp Signal Teams Zoom

Mattina

Pagamenti e prelievi
Contactless bloccati. Anche le carte nazionali risultano spesso inutilizzabili perché abbinate ai circuiti americani, da cui dipendono molti bancomat per i prelievi.

Apple Pay Google Pay Visa Mastercard PayPal

Lavoro

Cloud e documenti
I file condivisi diventano inaccessibili. Si fermano i servizi cloud aziendali e gli strumenti di intelligenza artificiale generativa.

Google Docs AWS Microsoft Azure ChatGPT Copilot Claude Gemini Dropbox

Pomeriggio

Viaggi, acquisti, intrattenimento
Prenotare un hotel, comprare online, vedere una serie, orientarsi in città: ogni gesto passa da un'azienda americana.

Booking.com Expedia Airbnb Google Maps Netflix Apple TV Prime Video YouTube

Cosa resta funzionante

Restano disponibili TikTok (Cina), Telegram (Russia), la posta nazionale, il corriere tedesco DHL, i fornitori cloud europei come OVHcloud, le mappe della svizzera MapTiler o della tedesca OpenCage, e i modelli di intelligenza artificiale come Le Chat della francese Mistral o Lumo della svizzera Proton. Tutti però basati sui chip dell'americana Nvidia.

Agosto 2025 · Il precedente

Cosa è successo al giudice Nicolas Guillou


Magistrato della Corte Penale Internazionale dell'Aja, sanzionato da Washington dopo aver firmato i mandati d'arresto contro Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant per crimini di guerra a Gaza.

Gli uffici di compliance hanno talmente paura di possibili conseguenze negli Stati Uniti che preferiscono non assumersi alcun rischio.
Nicolas Guillou · Financial Times
Servizi e operazioni interrotte

Carte di credito statunitensi
Costretto a tornare al contante e ai sistemi di pagamento nazionali come iDEAL nei Paesi Bassi

Bonifici bancari
Respinti senza preavviso dai sistemi internazionali

Prenotazioni di viaggio
Booking.com ed Expedia hanno annullato gli ordini

Bike sharing pubblico
Vélib' di Parigi richiede una carta di credito come garanzia: noleggio impossibile

Consegne UPS
Pacchi tornati al mittente

Assicurazione sanitaria
Ha tentato di interrompere il rapporto contrattuale

La risposta europea

Le alternative in costruzione (anche se in ritardo)


Bruxelles accelera, ma i tempi restano lunghi. Nel frattempo i Paesi membri si muovono in ordine sparso con strumenti fiscali per ridurre l'asimmetria.

2026
Pacchetto sovranità tecnologica
Questo mese la Commissione Europea presenterà il piano per rafforzare cloud, intelligenza artificiale e chip, senza però escludere le aziende americane.

2027
Sistema di pagamenti paneuropeo
Un consorzio bancario lavora a pagamenti transfrontalieri senza interruzioni in Europa e creare una rete europea dei pagamenti digitali più integrata e meno dipendente da circuiti extraeuropei come Visa, Mastercard, Apple Pay o Google Pay. Coprirà inizialmente solo 13 Paesi.

2029
Euro digitale
Sviluppato dalla BCE, avrebbe corso legale nei 21 Paesi dell'area euro. Negoziato al Parlamento europeo complicato, avvio operativo non prima di 3 anni.

La leva fiscale: tassa sui servizi digitali

Già introdotta
Francia · Italia · Spagna · Austria · Ungheria · Polonia

Piani annunciati
Germania · Belgio · Lettonia · Slovenia

L'altra faccia della medaglia

I punti di forza dell'Europa nella catena tecnologica


La dipendenza non è a senso unico. In alcuni snodi cruciali dell'industria globale dei chip e delle telecomunicazioni, l'Europa controlla passaggi che gli Stati Uniti non possono aggirare facilmente.

ASML
Paesi Bassi
Domina il mercato globale delle macchine litografiche, necessarie per produrre i chip più avanzati.
Rifornisce Intel e la taiwanese TSMC, fornitore di Nvidia. Ma il 20% della sua forza lavoro è negli Stati Uniti.

Nokia
Finlandia
Ruolo strategico nelle infrastrutture di rete mobile a livello mondiale.
Tra i principali fornitori delle telecomunicazioni americane.

Ericsson
Svezia
Insieme a Nokia, snodo essenziale delle reti mobili globali e dello sviluppo del 5G.
Componente critica delle infrastrutture USA.

Il limite strutturale

Il mercato europeo conta 450 milioni di consumatori, il più ricco e ampio fuori dagli Stati Uniti: una leva potenziale enorme per limitare l'accesso alle big tech americane. Ma — ammette Alexandre Roure della Computer & Communications Industry Association — «l'Europa non ha prodotto una grande azienda tecnologica propria, nonostante ci provi da più di dieci anni». Senza alternative interne, ogni ritorsione rischia di ricadere sui consumatori europei.

Fonti Elaborazione FocusAmerica su base Financial Times, Eurostat, Commissione europea, Banca Centrale Europea · novembre 2026

Una simulazione costruita dal giornale mostra cosa accadrebbe a un cittadino europeo in una giornata senza servizi americani. La mattina le email non si caricano perché Google, Microsoft, Yahoo e Apple Mail non funzionano. I pagamenti contactless come Apple Pay sono bloccati e anche le carte nazionali come la carte bancaire francese spesso risultano inutilizzabili perché abbinate a circuiti Visa o Mastercard. Persino i bancomat dipendono in molti casi da questi due circuiti per le operazioni di prelievo. Per le comunicazioni di lavoro non si può usare Slack, WhatsApp né Signal, e le videochiamate su Teams, Zoom o Slack non si avviano. I documenti condivisi su Google Docs diventano inaccessibili, così come i servizi cloud di Amazon e Microsoft. Anche ChatGPT è bloccato.

Nel pomeriggio si scopre che non si può prenotare un hotel su Booking.com, Expedia o Airbnb. Acquistare online diventa difficile perché molti marketplace europei si appoggiano a PayPal e i checkout passano per circuiti americani. Google Maps non funziona, Netflix, Apple TV, Amazon Prime, Hulu e YouTube nemmeno. Restano alcune alternative: TikTok di proprietà cinese, Telegram legata alla Russia, gli sms tradizionali, la posta nazionale o il corriere DHL, fornitori cloud europei come OVHcloud, motori cartografici come lo svizzero MapTiler o il tedesco OpenCage, modelli di intelligenza artificiale come Le Chat della francese Mistral o Lumo della svizzera Proton. Quest'ultime, però, dipendono comunque dai chip di Nvidia.

La dipendenza non è del tutto unilaterale. L'Europa controlla alcuni snodi cruciali della catena di fornitura tecnologica globale. La società olandese ASML domina il mercato delle macchine litografiche necessarie per produrre i chip più avanzati e rifornisce produttori come Intel e la taiwanese TSMC, che a sua volta fornisce Nvidia. Le europee Nokia ed Ericsson hanno un ruolo importante nelle infrastrutture di rete mobile a livello mondiale. "La dipendenza funziona in entrambe le direzioni. Se gli Stati Uniti provassero a disaccoppiarsi da progettisti di chip europei come ASML o da fornitori di reti mobili come Nokia ed Ericsson che sostengono le telecomunicazioni americane, l'impatto sull'economia statunitense sarebbe altrettanto severo", ha spiegato al Financial Times Alexandre Roure della Computer & Communications Industry Association, associazione che rappresenta molti grandi gruppi tecnologici.

Le catene di fornitura sono però intrecciate. ASML dipende da componenti americani e il 20 per cento della sua forza lavoro si trova negli Stati Uniti. "Se si guarda sotto il cofano, ASML ha una produzione significativa negli Stati Uniti", ha osservato Joris Teer, ricercatore dell'EU Institute for Security Studies. Questa interdipendenza rende qualsiasi escalation costosa e difficile.

Bruxelles sta accelerando la costruzione di alternative. Nel settore finanziario un consorzio bancario lavora a un sistema di pagamenti paneuropeo che punta a "pagamenti transfrontalieri senza interruzioni in Europa entro il 2027", ma coprirà inizialmente solo tredici Paesi. La Banca centrale europea sta sviluppando l'euro digitale, che avrebbe corso legale nei ventuno Paesi dell'area euro, ma il negoziato al Parlamento europeo è complicato e l'avvio operativo non è previsto prima del 2029. "Dobbiamo andare avanti con quello che chiamo l'Airbus dei pagamenti", ha dichiarato Aurore Lalucq, presidente della commissione affari economici del Parlamento europeo, evocando il modello del costruttore aeronautico controllato da Francia, Germania e Spagna. "Ci è voluto troppo tempo".

Questo mese la Commissione europea presenterà un pacchetto sulla sovranità tecnologica per rafforzare cloud, intelligenza artificiale e chip, senza escludere le aziende americane. La maggior parte dei funzionari riconosce che l'Europa non potrà replicare l'intera offerta digitale statunitense, ma può ritagliarsi nicchie strategiche nelle tecnologie emergenti come l'applicazione dell'intelligenza artificiale e il quantum. "La verità scomoda è che l'Europa non ha prodotto una grande azienda tecnologica propria, nonostante ci provi da più di dieci anni", ha ammesso Roure al Financial Times. "Prima ancora di pensare al protezionismo, Bruxelles dovrebbe chiedersi perché. La risposta è che costruire e far crescere un'azienda tecnologica nell'Unione resta troppo frammentato e complesso".

Alcuni governi puntano sulla leva fiscale. Francia, Italia, Spagna, Austria, Ungheria e Polonia hanno introdotto una qualche forma di tassa sui servizi digitali, mentre Germania, Belgio, Lettonia e Slovenia hanno annunciato piani analoghi. Ci sono però controindicazioni, tra cui le possibili ritorsioni americane e gli effetti sui consumatori europei. "Il problema principale per l'Unione europea nel tassare i servizi digitali è la mancanza di alternative europee in intelligenza artificiale, social media, cloud e altre componenti dell'industria digitale", ha spiegato l'ex ministro delle Finanze tedesco Jörg Kukies. "La domanda di servizi digitali nell'Unione è anelastica, il che significa che l'onere degli aumenti di prezzo dovuti alle tasse digitali tende a ricadere sui consumatori europei, sia privati sia aziendali".

Un'opzione più rischiosa sarebbe limitare l'accesso al mercato per le grandi aziende tecnologiche americane, i cui ricavi e valutazioni dipendono dai 450 milioni di consumatori europei, il mercato più ricco e ampio fuori dagli Stati Uniti. Durante la crisi sulla Groenlandia all'inizio di quest'anno, quando Trump minacciò di prendere con la forza il territorio danese, la maggioranza dei Paesi dell'Unione si è detta favorevole all'attivazione dell'Anti-Coercion Instrument, lo strumento ribattezzato informalmente "bazooka", che permette a Bruxelles di colpire le importazioni di servizi. L'Unione resta divisa: la Francia spinge per usarlo, la Germania e altri Stati mettono in guardia sui rischi.

Lo scarto tra dipendenza percepita e dipendenza reale rischia di ampliarsi con la rivoluzione dell'intelligenza artificiale. Capacità di calcolo, accesso agli utenti e dati esistenti garantiscono agli Stati Uniti un vantaggio strutturale nella corsa. "Ti rendi conto di quanto sei dipendente da queste cose", ha detto Guillou al Financial Times. "E di come in realtà qualcosa che pensi di controllare non è affatto sotto il tuo controllo".

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"Non possiamo svegliarci ogni mattina chiedendoci cosa faranno gli Stati Uniti. I nostri cittadini meritano di meglio."
"Abbiamo bisogno di un esercito, di una capacità di difesa comune. Gli Stati Uniti hanno reso il loro esercito sempre più forte e nessuno pensa che questo indebolisca la NATO. Se la NATO non garantisce più la sicurezza che garantiva prima… allora dobbiamo fare di più come europei."

José Manuel Albares, Ministro degli Esteri spagnolo

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Perché Obama è stato un presidente di successo


L'eredità del 44esimo presidente americano resta solida su politica interna, con risultati paragonabili a quelli di Lyndon Johnson, mentre sulla politica estera il bilancio è più contraddittorio.

L'Amministrazione Obama, nonostante le critiche provenienti da destra e sinistra, ha prodotto risultati concreti su politica interna paragonabili a quelli dei grandi presidenti democratici del Novecento. È la tesi sostenuta da Noah Smith, economista americano ed editorialista.

Il punto di partenza dell'analisi è un paradosso. Secondo i sondaggi Gallup, Obama resta molto più popolare di Trump, Biden, Bush o Clinton. Eppure tra gli appassionati di politica iperimpegnati le critiche all'ex presidente sono trasversali: i progressisti lo accusano di non essere stato l'eroe di sinistra dei loro sogni, i liberali moderati di non aver costruito le fondamenta di un successo elettorale duraturo per i democratici, i conservatori di essere stato il responsabile di tutti i mali americani dal 2008 in poi.

Smith definisce le critiche della destra americana come le più irrazionali. Sostiene che l'amministrazione Obama "è stata probabilmente la più scrupolosamente pulita della storia americana, l'esatto opposto di quella di Trump". Contesta anche l'idea diffusa negli ambienti conservatori che Obama sia un sostenitore della cultura woke, ricordando che nel 2019 l'ex presidente criticava la cancel culture, nel 2020 attaccava lo slogan "defund the police" e nel 2021 era tornato a criticare il wokismo.

Il cuore dell'analisi riguarda i risultati concreti della presidenza Obama, soprattutto sul fronte interno. Obama ereditò una situazione difficilissima: la crisi finanziaria del 2008 e l'inizio della peggiore recessione economica dalla Grande Depressione. La risposta fu l'American Recovery and Reinvestment Act, un pacchetto di stimolo fiscale che, secondo i dati della Brookings Institution citati nell'articolo, fu in percentuale del PIL più grande di qualsiasi cosa stessero facendo gli altri paesi ricchi. Smith afferma che "la maggior parte dei ricercatori che hanno esaminato la questione ha concluso che l'ARRA ha salvato milioni di posti di lavoro".

I numeri del confronto storico sono significativi. La disoccupazione raggiunse il 25 per cento nel 1933, mentre nel 2009-2010 disoccupazione e sottoccupazione combinate toccarono solo il 17 per cento. Bastarono sei o sette anni per recuperare il calo del PIL pro capite causato dalla crisi del 2008, contro gli undici anni necessari dopo la Grande Depressione. Smith attribuisce parte del merito anche alla Federal Reserve, ma sostiene che "la coraggiosa azione fiscale di Obama è parte del motivo per cui abbiamo avuto un mezzo decennio perso invece di un decennio perso".

Il secondo grande successo individuato dall'economista è l'Affordable Care Act, noto come Obamacare. Smith lo descrive come "il più significativo e ampio intervento di riforma sanitaria dai tempi di Medicaid nel 1965". La riforma si ispirò al cosiddetto modello Bismarck, che garantisce copertura universale attraverso assicuratori pubblici o privati, e più direttamente alla riforma sanitaria di Mitt Romney quando era governatore del Massachusetts. Smith riconosce anche i limiti della legge: non è riuscita a contenere la traiettoria al rialzo dei costi sanitari e ha lasciato comunque il 10-11 per cento degli americani senza assicurazione. Tuttavia sottolinea che la riforma "ha guadagnato popolarità negli anni successivi alla sua entrata in vigore".

Il terzo pilastro dell'eredità obamiana è il Dodd-Frank Act del 2010, la legge che ha trasformato la regolamentazione finanziaria americana. La normativa ha creato nuove agenzie governative, tra cui il Financial Stability and Oversight Council, l'Orderly Liquidity Authority, l'Office of Financial Research e il Consumer Financial Protection Bureau. Ha inoltre introdotto la cosiddetta regola Volcker, che vieta molti tipi di trading proprietario alle banche di importanza sistemica. Lo shock pandemico ha rappresentato secondo Smith un test importante per il Dodd-Frank: non si è verificata "nessuna grande ondata di insolvenze sui prestiti bancari" e le banche hanno continuato a prestare regolarmente. La creazione di nuove imprese, temuta come possibile vittima della nuova regolamentazione, ha invece iniziato a crescere dopo l'entrata in vigore della legge e ha avuto un picco durante la pandemia.

Una sezione dell'analisi è dedicata alle azioni esecutive intraprese dopo la vittoria del Tea Party alle elezioni di midterm del 2010, che resero impossibile far passare ulteriori grandi leggi. Nel 2012 Obama creò il programma Deferred Action for Childhood Arrivals (DACA), che ha protetto dall'espulsione "centinaia di migliaia di persone" portate illegalmente in America da bambini. Nel secondo mandato lanciò il Clean Power Plan, che ordinava agli Stati di ridurre le emissioni di carbonio. Il piano fu annullato da Trump dopo pochi anni, ma secondo Smith "probabilmente ha spinto gli Stati a iniziare a guardare con più attenzione all'energia solare ed eolica".

Sul fronte della politica estera il giudizio è più sfumato. Smith riconosce i successi nella guerra al terrorismo: l'uccisione di Osama bin Laden, il ritiro dall'Iraq, la riduzione della presenza in Afghanistan e la sconfitta dell'ISIS. Più critico il bilancio sulla Primavera araba e sui conflitti che ne seguirono, anche se l'economista sostiene di "non essere convinto che Obama potesse fare molto di più", dato che "l'appetito americano per ulteriori avventure militari in Medio Oriente era nullo".

Le critiche più severe di Smith riguardano la gestione delle grandi potenze rivali. "La debole risposta di Obama al sequestro russo del territorio ucraino ha finito per incoraggiare ulteriore avventurismo di Putin e ha portato all'attuale guerra catastrofica", scrive. Sulla Cina, l'economista sostiene che Obama "rifiutò di riconoscere l'importanza dell'ascesa di Xi Jinping e della concomitante svolta aggressiva e nazionalista del paese", restando "eccessivamente affezionato alla fallita idea clintoniana che l'engagement avrebbe reso la Cina più progressista". Il pivot verso l'Asia arrivò, secondo Smith, "troppo poco e troppo tardi".

La conclusione dell'economista è che Obama "ha fatto grandi progressi sui problemi che ha ereditato da Bush: un settore finanziario devastato, un'economia in collasso, un gran numero di persone non assicurate e una minaccia islamista ancora spaventosa". Obama viene definito "un presidente da crisi" che "ha respinto la crisi". L'amarezza dei progressisti viene attribuita alle loro "aspettative gonfiate" del 2008, quando agli stadi pieni dei comizi tutti parlavano di come Obama avrebbe cambiato tutto.

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