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The EU is about to sell our most sensitive data to the US for visa-free travel


The European Commission is currently finalising negotiations with the Trump administration to conclude an “Enhanced Border Security Partnership” (EBSP) Framework Agreement allowing border control authorities to screen travellers against biometric databases and profile them for security concerns. The leaked draft text suggests that the Commission significantly caved in to US’s excessive demands for unfettered information access, exacerbating travel surveillance and putting our fundamental rights at risk.

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1/4 🚨 The EU is set to sell our most sensitive data to the US for visa-free travel 🚨

🛫 The European Commission is finalising talks with the Trump administration on the 'Enhanced Border Security Partnership' (EBSP) Framework Agreement to keep visa exemptions for EU citizens travelling to the US.

Read our analysis of the leaked EBSP framework agreement, and our call to EU leaders to resist US pressure and protect our safeguards ➡️ edri.org/our-work/the-eu-is-ab…

in reply to EDRi

Visa-free access is valuable only for places people want to visit. The EU could negotiate much more strongly by placing travel advisories on the USA (entirely reasonable for a place where people are shot by government employees with no due process and no consequences). Most travel insurance is invalid if there was a travel advisory in place when you left. And you really don’t want to visit the USA without travel insurance because a brief trip to the doctor without it can bankrupt you.

US tourism is already taking a big hit because people who read the news are avoiding it. Put more pressure on.

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L'uso della #intelligenzaartificiale rende le persone meno propense ad ammettere di non sapere qualcosa

I ricercatori hanno scoperto che la fiducia aumentava anche se la precisione diminuiva

theregister.com/ai-and-ml/2026…

@aitech

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Il mio fitness tracker sapeva che ero incinta prima di me

"Il suo anello Oura segnalava che il suo punteggio di salute era scarso. La sua frequenza cardiaca era aumentata, la sua temperatura corporea era elevata e la sua variabilità della frequenza cardiaca (HRV) era diminuita. Eppure Ravika si sentiva completamente bene."

bbc.com/news/articles/cr474z1q…

@privacypride@feddit.it

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L'Iran ha ucciso un altro soldato americano. Nono giorno di bombardamenti statunitensi


Trump dice che l'Iran è stato colpito "molto duramente" dopo la morte del terzo militare americano in tre giorni. Washington invia altri caccia in Medio Oriente e il petrolio supera i 90 dollari

Gli Stati Uniti hanno bombardato l'Iran per la nona notte consecutiva tra domenica 19 e lunedì 20 luglio, colpendo centri di comando, siti di sorveglianza, reti di comunicazione e postazioni di lancio di missili e droni. Il presidente Donald Trump ha detto che l'Iran è stato colpito "molto duramente" e che ha "perso quasi tutto militarmente". Gli attacchi sono arrivati dopo la morte del terzo militare americano in tre giorni, che ha portato a 17 il bilancio dei soldati statunitensi morti dall'inizio della guerra, quasi cinque mesi fa, e hanno rafforzato il timore che il conflitto stia sfuggendo di controllo.

La guerra era iniziata il 28 febbraio con gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele contro l'Iran. A metà giugno Washington e Teheran avevano firmato un memorandum d'intesa per negoziare la fine del conflitto, ma l'accordo è crollato quando l'Iran ha ripreso ad attaccare le navi commerciali nello stretto di Hormuz e da una settimana i due Paesi si scambiano bombardamenti ogni notte.

Guerra USA–Iran
La guerra con l’Iran è costata la vita a 17 militari americani
Tre soldati sono morti in tre giorni tra Giordania e Iraq, mentre gli attacchi americani sull’Iran proseguono per la nona notte consecutiva. Un quarto militare risulta disperso.

Grafica di FocusAmerica

Il bilancio dal 28 febbraio 2026

0 Militari morti

Ogni segno è un militare americano ucciso. Ogni riga è uno dei sei episodi della guerra, dal Kuwait alla Giordania.

oltre430
feriti, in maggioranza per traumi cranici secondo il Comando centrale

1
disperso in Giordania: sul posto trovati resti umani che si ritiene gli appartengano

Come si è arrivati a 17
I sei episodi che compongono il bilancio

Il fronte più esposto
La Giordania è diventata il bersaglio principale dell’Iran

IRAN IRAQ ARABIA SAUDITA GIORDANIABase di Muwaffaq Salti
Il tracciato indica la direttrice degli attacchi iraniani verso la base aerea di Muwaffaq Salti, dove venerdì 17 luglio sono morti due militari americani.

0
militari americani schierati nel regno

0
attacchi iraniani contro le forze USA nell’ultima settimana

0 mld $
di aiuti americani ricevuti ogni anno

Secondo funzionari citati dal Wall Street Journal, Teheran vuole causare vittime americane per scoraggiare Washington da un’ulteriore escalation e punire il regno per la cooperazione con gli Stati Uniti.

Fonte Ricostruzione FocusAmerica su dati di CENTCOM e Pentagono e sui resoconti di AP, CBS News, ABC News e Axios. Confini: Natural Earth. Dati aggiornati al 20 luglio 2026.

Un soldato è morto sabato nel nord dell'Iraq durante la detonazione controllata di un drone iraniano abbattuto: secondo un funzionario americano è stato raggiunto dai frammenti dell'esplosione, mentre un secondo militare è rimasto ferito. Venerdì altri due soldati erano stati uccisi da missili iraniani sulla base aerea di Muwaffaq Salti, in Giordania, e un terzo risultava disperso: il Comando centrale americano, che dirige le operazioni in Medio Oriente, ha fatto sapere di aver trovato sul posto resti umani che si ritiene gli appartengano. Dall'inizio della guerra i feriti tra i militari americani sono più di 430.

Trump, rientrando a Washington dalla finale del Mondiale, ha detto ai giornalisti che "ci sentiamo molto male" per i militari uccisi, "grandi patrioti" che combattevano perché l'Iran non abbia un'arma nucleare. Poi ha rivendicato i nuovi attacchi: "Li abbiamo colpiti molto duramente anche stanotte". Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha detto che la morte dei soldati "non fa che rafforzare la nostra determinazione".

Nell'ultima settimana gli attacchi americani si sono estesi oltre gli obiettivi militari, arrivando a colpire strade, tunnel, ferrovie, porti e, secondo i media iraniani, un impianto di desalinizzazione. Esplosioni sono state segnalate in tutto il paese, compresa Tabriz, città del nord-ovest colpita per la prima volta in nove giorni. Teheran ha inoltre accusato gli Stati Uniti di aver raggiunto con diversi colpi il cantiere della centrale nucleare di Darkhovin, nel sud-ovest del paese: l'Agenzia internazionale per l'energia atomica, l'organismo delle Nazioni Unite che vigila sul nucleare, ha detto che l'impianto è nelle primissime fasi di costruzione e che un eventuale attacco non comporterebbe rischi radiologici.

L'Iran ha risposto allargando i suoi attacchi a sette paesi della regione. In Kuwait una centrale elettrica e di desalinizzazione è stata colpita per il secondo giorno consecutivo, in Bahrein sono suonate le sirene d'allarme e l'ambasciata americana ha avvertito che l'Iran potrebbe colpire la capitale Manama, mentre la Giordania ha abbattuto tre missili balistici. Nello stretto di Hormuz, da cui passa il 20 per cento del petrolio mondiale, i Guardiani della rivoluzione, il principale corpo militare iraniano, hanno detto che due petroliere sono esplose dopo aver tentato di percorrere una rotta vietata da Teheran, mentre l'autorità marittima britannica ha segnalato una nave in fiamme al largo dell'Oman. Da martedì 14 luglio gli Stati Uniti hanno inoltre reimposto il blocco navale dei porti iraniani.

La Giordania è diventata il bersaglio principale degli attacchi iraniani. Secondo funzionari citati dal Wall Street Journal, Teheran vuole causare vittime americane per scoraggiare Washington da un'ulteriore escalation e punire il regno per la sua cooperazione con gli Stati Uniti: le forze americane nel paese, quasi 4.000 militari, sono state attaccate quattro volte nell'ultima settimana. La Giordania è uno snodo centrale delle operazioni americane, anche perché altri alleati nella regione hanno limitato l'uso delle loro basi, e dipende economicamente da Washington, da cui riceve 1,45 miliardi di dollari l'anno in aiuti.

Washington sta inviando altri aerei da guerra in Medio Oriente: caccia F-16 dalla base tedesca di Spangdahlem, caccia F-35 dalla base britannica di Lakenheath e nuovi aerei per il rifornimento in volo, che si aggiungono a quelli diretti nei giorni scorsi verso le basi israeliane. Un funzionario americano ha però detto al Washington Post che il Pentagono sta pianificando una guerra più ampia senza avere scorte sufficienti di munizioni a lungo raggio e per la difesa aerea: "Non abbiamo abbastanza per sostenere le operazioni in sicurezza e non credo che la Casa Bianca ne sia consapevole".

Il prezzo del petrolio Brent, il riferimento internazionale, è salito di circa il 3 per cento superando i 90 dollari al barile, mentre negli Stati Uniti la benzina costa in media poco meno di 4 dollari al gallone (circa 3,8 litri), il 34 per cento in più rispetto a prima della guerra.

Il segretario di Stato Marco Rubio ha detto che Washington resta aperta a una soluzione diplomatica, ma per ora non ci sono segnali di negoziato. "Questo è il momento della sveglia per entrambe le parti: o imboccano ora l'uscita diplomatica o rischiano di lasciare che la guerra vada oltre un'escalation controllata", ha detto al New York Times Ellie Geranmayeh, esperta di Iran del Consiglio europeo per le relazioni estere. Anche a Teheran cresce il malcontento: sabato 268 personalità iraniane, tra cui accademici, politici, atleti e religiosi, hanno firmato una petizione contro la guerra, un gesto rischioso in un paese che reprime duramente il dissenso. Per gli analisti la fine però non è vicina: "Penso che andrà molto peggio prima di andare meglio", ha detto Omid Memarian, analista del centro studi americano DAWN.


Due soldati americani uccisi da missili iraniani in Giordania. L’Iran attacca il “Grande Satana”


Due militari americani sono stati uccisi e un terzo risulta disperso dopo un attacco iraniano con missili balistici contro la base aerea di Muwaffaq Salti, in Giordania. Lo ha reso noto il Comando centrale degli Stati Uniti (Central Command, CENTCOM). Sono i primi caduti americani dalla ripresa dei combattimenti tra Stati Uniti e Iran, 8 giorni fa. Il bilancio complessivo delle perdite statunitensi dall’inizio della guerra sale così a 16 morti.

Almeno due missili balistici hanno colpito la base, che ospita militari e caccia statunitensi. I video diffusi sui social media mostrano l’impatto degli ordigni e una densa colonna di fumo levarsi dall’area subito dopo l’attacco.

Video shows Iranian ballistic missiles striking Muwaffaq Salti Air Base in Jordan overnight, killing two American servicemembers and injuring several others pic.twitter.com/UtJh6nEgF2
— Faytuks Network (@FaytuksNetwork) July 18, 2026


“Il 17 luglio due militari statunitensi in Giordania sono caduti in azione mentre il CENTCOM e le forze alleate contrastavano attacchi iraniani condotti con missili balistici e droni. Un altro militare risulta al momento disperso in azione”, ha comunicato il Comando in un post su X. Quattro soldati sono stati trasferiti in ospedali giordani e successivamente dimessi; altri, sottoposti ad accertamenti per ferite lievi, sono già tornati in servizio.

CENTCOM Statement on Recently Fallen, Missing U.S. Service Members

TAMPA, Fla. — On July 17, two U.S. service members in Jordan were killed in action as U.S. Central Command (CENTCOM) and partner forces defended against Iranian ballistic missile and drone attacks. Additionally,…
— U.S. Central Command (@CENTCOM) July 18, 2026


Khamenei accusa Trump di aver tradito l’accordo


Poche ore dopo, in una dichiarazione scritta rilanciata dai media di Stato iraniani, la Guida Suprema Mojtaba Khamenei ha accusato il presidente Donald Trump di aver violato l’intesa raggiunta tra Washington e Teheran. “Le ripetute violazioni del memorandum d’intesa firmato dai presidenti di Iran e Stati Uniti da parte del Grande Satana hanno dimostrato ancora una volta quanto sia priva di valore e inaffidabile la firma del presidente americano”, ha scritto Khamenei.

Con l’espressione “Grande Satana”, la nuova Guida Suprema torna così al lessico tradizionale della retorica rivoluzionaria iraniana, già riaffiorato nei suoi interventi dei mesi scorsi dopo il fallimento dell’intesa con l’Amministrazione Trump. Nella stessa dichiarazione Khamenei ha definito “prepotenza, ambizioni egemoniche e brutalità” elementi “inseparabili del comportamento e della dottrina americani”. Gli Stati Uniti, ha aggiunto, hanno “rivelato ancora una volta il loro vero volto, senza maschera”.

Khamenei ha quindi accusato Washington di “voler scatenare una nuova guerra” e ha avvertito che, se l’escalation dovesse proseguire, gli Stati Uniti pagheranno “costi ancora più pesanti” e subiranno “un disonore ancora maggiore”. L’Iran e “l’Asse della resistenza”, ha minacciato, hanno in serbo per gli americani “lezioni indimenticabili”.


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La proposta di legge della CGIL sulla sanità home.rifondazione.eu/2026/07/2… #Approfondimenti

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☕ CYBERBRIEFING — Lunedì 20 luglio 2026

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Trump fischiato alla finale del Mondiale


La Spagna ha battuto l'Argentina 1-0 ai supplementari in New Jersey. Il presidente, fischiato dagli oltre 80mila spettatori, ha premiato la squadra del Paese che aveva definito "senza speranza"

La Spagna ha vinto il suo secondo Mondiale battendo l'Argentina 1-0 ai tempi supplementari nella finale giocata domenica al MetLife Stadium di East Rutherford, in New Jersey. A consegnare la coppa ai giocatori è stato il presidente Trump, che due settimane prima aveva definito gli spagnoli "senza speranza" e "cattive persone". Quando è comparso sul campo per le celebrazioni, dagli oltre 80mila spettatori sono arrivati fischi.

Fuori dal campo Trump non ha mai nascosto l'ostilità verso la Spagna: ha criticato più volte il Paese e il suo primo ministro Pedro Sánchez per la spesa militare, l'immigrazione e il mancato sostegno alla guerra degli Stati Uniti contro l'Iran. "Non voglio avere niente a che fare con la Spagna", ha detto questo mese a un vertice NATO in Turchia, chiedendo di tagliare i rapporti commerciali con Madrid e aggiungendo: "Sono senza speranza. Cattive persone". Domenica ha dovuto mostrarsi diplomatico: ha messo le medaglie al collo dei giocatori di entrambe le squadre mentre scendevano i coriandoli.

I fischi erano cominciati già prima della partita: molti tifosi lo hanno fischiato rumorosamente quando è stato inquadrato sui maxischermi dello stadio durante l'inno americano. Trump ha assistito alla finale con la moglie Melania e con il presidente della FIFA Gianni Infantino, seduto dietro un vetro antiproiettile e vicino alla presidente messicana Claudia Sheinbaum e al primo ministro canadese Mark Carney. Tra gli spettatori c'erano anche Sánchez, che ha visto la Spagna tornare campione del mondo per la prima volta dal 2010, e il sindaco di New York Zohran Mamdani. L'Argentina puntava a diventare la prima nazionale a difendere il titolo dai tempi del Brasile del 1962.

Era la seconda volta in meno di sei settimane che Trump si prendeva la scena a una grande finale nell'area di New York. L'8 giugno aveva assistito al Madison Square Garden all'unica sconfitta dei New York Knicks nelle finali NBA contro i San Antonio Spurs, prima che la squadra vincesse cinque sere dopo il primo titolo in 53 anni. Anche domenica la sua presenza ha portato misure di sicurezza aggiuntive, chiusure e traffico intorno allo stadio. Meno di un'ora prima del fischio d'inizio Marine One, l'elicottero presidenziale, ha sorvolato l'impianto in una passerella voluta dallo stesso presidente.

La FIFA, la federazione internazionale del calcio, aveva assegnato il torneo a Stati Uniti, Canada e Messico nel 2018, durante il primo mandato di Trump, e Los Angeles ospiterà le Olimpiadi estive nel 2028. Il presidente presenta questi eventi come parte di una rinascita sportiva americana, ma la sua influenza sulla FIFA e su Infantino ha alimentato diverse polemiche. Durante il torneo Trump ha usato il suo peso politico per far annullare la squalifica di una stella della nazionale americana, punita per un fallo nella vittoria sulla Bosnia ed Erzegovina: la pressione ha funzionato e ha provocato le proteste del Belgio, della federazione calcistica europea e di molti tifosi. Il Belgio ha poi battuto gli Stati Uniti 4-1.

A un ricevimento della FIFA alla Trump Tower, venerdì sera, Trump ha raccontato di aver chiesto lui stesso a Infantino di presentare un reclamo contro la squalifica e ha difeso l'esito della vicenda dicendo che "è molto meglio com'è andata perché non c'è polemica. Hanno vinto la partita e la nostra squadra aveva tutti i suoi giocatori". Nella stessa occasione ha proposto di riportare il Mondiale negli Stati Uniti: "Questa volta lasceremo fuori Messico e Canada", ha detto.

Prima della finale Trump ha elogiato Infantino ai microfoni di Fox Sports, ricordando di avergli risposto, quando gli propose l'idea del Mondiale americano, che era una follia perché "non siamo un Paese del calcio". "E invece si è scoperto che siamo un Paese del calcio", ha aggiunto, definendo il torneo "una cosa bellissima da vedere".


Trump dopo cinque mesi di guerra con l'Iran non sa come uscirne


La guerra tra Stati Uniti e Iran doveva durare tra le quattro e le sei settimane ed è arrivata alla ventesima. Il cessate il fuoco mediato dal presidente a giugno è collassato tra attacchi notturni reciproci, martedì è ripartito il blocco navale americano contro i porti iraniani e le stime interne del Pentagono indicano che il conflitto potrebbe costare agli Stati Uniti fino a 100 miliardi di dollari, il triplo della cifra riconosciuta finora in pubblico.

Lunedì il presidente aveva annunciato un pedaggio del 20% sui carichi delle navi che attraversano lo Stretto di Hormuz, il passaggio obbligato per il petrolio del Golfo Persico, in cambio della protezione americana dagli attacchi iraniani. Martedì lo ha cancellato dopo le telefonate dei leader arabi del Golfo, che non volevano pagarlo. L'annuncio contraddiceva la posizione della sua stessa amministrazione, secondo cui i pedaggi erano una violazione del diritto internazionale. Trump ha coperto la retromarcia dicendo ai giornalisti che quei paesi faranno "massicci investimenti" negli Stati Uniti, senza dare alcun dettaglio.

Secondo un'analisi del New York Times, il presidente ha trovato nell'Iran un avversario che non si piega agli strumenti con cui ha ottenuto risultati altrove, dalle pressioni sugli alleati della NATO alle minacce di dazi contro i partner commerciali. "Ha incontrato un paese che non è disposto a giocare secondo le sue regole, cioè piegarsi, baciare l'anello e dirgli quanto è bravo", ha detto al giornale Vali Nasr, professore alla Johns Hopkins University che ha consigliato presidenti e segretari di Stato sul Medio Oriente. "Non credo che abbia una strategia sull'Iran", ha detto Abbas Milani, direttore degli studi iraniani all'università di Stanford: "Affronta queste cose d'istinto e con due obiettivi contraddittori. Da una parte continua a dire di voler fare un accordo e rendere l'Iran un'economia fiorente, dall'altra minaccia di annientarne la civiltà".

A giugno, quando aveva firmato il cessate il fuoco, Trump aveva elogiato i negoziatori iraniani definendoli "persone molto razionali", "forti" e "intelligenti". La settimana scorsa li ha chiamati "feccia" e "gente malata". Ai giornalisti che gli chiedevano cosa fosse cambiato in tre settimane ha risposto: "Li ho conosciuti". La tregua era peraltro un accordo limitato: doveva fermare i combattimenti per 60 giorni per permettere di negoziare i nodi veri, a partire dal futuro del programma nucleare iraniano, e non ha retto nemmeno fino a quella scadenza.

La partita è ormai una gara di resistenza, secondo un'analisi del Wall Street Journal: ciascuno dei due paesi aspetta che l'altro ceda per primo. Trump vorrebbe chiudere prima delle elezioni di metà mandato di novembre, in cui si rinnovano la Camera e un terzo del Senato, e prima che i prezzi della benzina tornino a salire. Teheran scommette di poter resistere al blocco navale più a lungo, nonostante un'economia già in caduta libera, senza però provocare un'escalation che lascerebbe a Trump solo le opzioni militari più estreme. Il petrolio Brent, il riferimento internazionale, è salito martedì a 84,73 dollari al barile, in aumento di oltre l'11% in due giorni; all'inizio della guerra aveva superato i 100 dollari.

Negli ultimi due mesi le forze americane hanno scortato più di 800 navi lungo la rotta meridionale dello stretto, vicino alla costa dell'Oman. Con la fine della tregua le Guardie rivoluzionarie iraniane sono riuscite a colpire e mettere fuori uso alcune navi su quella rotta con missili e droni, uccidendo e ferendo membri degli equipaggi. Caccia, droni ed elicotteri americani intercettano gran parte dei colpi, ma quelli lanciati dalla costa iraniana a distanza ravvicinata arrivano troppo in fretta per essere fermati. Gli Stati Uniti hanno inoltre scorte limitate di intercettori, i missili che servono ad abbattere quelli iraniani, un vincolo che rende rischioso per Trump prolungare il conflitto.

La stima interna del Pentagono sul costo complessivo della guerra è tra 80 e 100 miliardi di dollari, ha rivelato NBC News, il triplo dei circa 30 miliardi comunicati finora al Congresso. La cifra comprende oltre 30 miliardi per ricostruire le basi americane danneggiate dagli attacchi iraniani, di cui quasi uno solo per le strutture in Bahrein, la sostituzione di più di 40 aerei colpiti e il ripristino delle scorte di munizioni. Il Pentagono, rimasto a corto di fondi, ha chiesto al Congresso uno stanziamento supplementare di 68 miliardi, ma i parlamentari finora hanno mostrato poco interesse ad approvarlo e accusano il Dipartimento della Difesa di nascondere i costi reali. "È molto frustrante per il popolo americano che non si riesca ad avere una risposta chiara su quanto costi questa guerra", ha detto il senatore indipendente Angus King.

"Finché non muoiono americani, l'Iran sarà una questione secondaria per la maggior parte degli americani", ha detto al New York Times Elliott Abrams, ex funzionario per la sicurezza nazionale in diverse amministrazioni repubblicane, secondo cui la guerra non ha travolto l'agenda del presidente. Per Aaron David Miller, ex negoziatore americano per il Medio Oriente, il precedente è invece quello di Jimmy Carter, la cui presidenza fu segnata dalla crisi degli ostaggi in Iran del 1979-81: "L'Iran ha consumato e macchiato l'eredità di un presidente e potrebbe benissimo macchiare o rovinare quella di un altro".


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Aujourd'hui nous publions, en partenariat avec la cellule investigation de Radio France, un document révélant que France Travail développe un outil de profilage algorithmique à des fins de contrôle. Cet outil, nourri au big data et au machine learning, vise à sélectionner automatiquement les personnes faisant l'objet d'un contrôle.

laquadrature.net/2026/07/20/fr…

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La rassegna stampa di lunedì 20 luglio 2026


L'escalation tra Stati Uniti e Iran spinge il petrolio oltre i 90 dollari e alimenta i timori d'inflazione, mentre la corsa al Senato in Maine si ridefinisce e Trump, tra i fischi al Mondiale e i prezzi dei supermercati, cerca risultati sul costo della vita

Questa è la rassegna stampa di lunedì 20 luglio 2026

Nuovi raid americani sull'Iran mentre sale il bilancio delle vittime


Il Comando centrale statunitense ha lanciato una nuova ondata di attacchi contro obiettivi militari iraniani, colpendo centri di comando, difese aeree e siti di lancio di missili e droni in un'operazione di tre ore. Gli Stati Uniti hanno annunciato la morte di altri militari, tra cui un soldato ucciso in Iraq durante la detonazione controllata di un drone iraniano e i caduti dell'attacco missilistico contro una base in Giordania. Secondo Axios il conflitto ha ormai provocato la morte di diciotto membri delle forze armate americane.

Fonti: Axios, Financial Times, The Guardian

Il prezzo del petrolio supera i 90 dollari al barile


Il greggio Brent ha superato i 90 dollari al barile alla riapertura degli scambi domenica, spinto dall'aggravarsi del conflitto tra Stati Uniti e Iran e dalla riduzione del traffico di petroliere nello Stretto di Hormuz. Il rincaro rischia di tradursi rapidamente in benzina più cara per i consumatori americani, con la media nazionale vicina alla soglia dei 4 dollari al gallone, e alimenta i timori di una nuova ondata inflazionistica. Gli analisti avvertono che i meccanismi che finora hanno contenuto i prezzi si stanno esaurendo.

Fonti: The New York Times, Axios

Nasce il quarto figlio di JD e Usha Vance


La seconda donna degli Stati Uniti, Usha Vance, ha dato alla luce domenica mattina un bambino di nome Alec Neel Vance, quarto figlio della coppia. È la prima volta in oltre 150 anni che la moglie di un vicepresidente in carica partorisce durante il mandato del marito. Il vicepresidente JD Vance ha fatto sapere che la madre e il figlio stanno bene e non ha in programma un congedo di paternità formale.

Fonti: The Wall Street Journal, The Hill, The Guardian

In Maine Troy Jackson in testa dopo una raffica di ritiri


Il progressista Troy Jackson, ex esponente di primo piano del parlamento statale, si è imposto come favorito nelle primarie democratiche per il Senato in Maine, dopo il ritiro di Graham Platner, travolto da accuse di violenza sessuale. Nelle ultime ore hanno abbandonato la corsa anche la segretaria di Stato Shenna Bellows e l'ex direttore dei Centri per il controllo delle malattie del Maine, Nirav Shah. La sfidante sarà la senatrice repubblicana uscente Susan Collins, in cerca del sesto mandato.

Fonti: The New York Times, Bloomberg, The Hill

Trump al Mondiale tra fischi e polemiche mentre vince la Spagna


Il presidente Donald Trump ha assistito a New York alla finale del Mondiale di calcio, vinta dalla Spagna per 1-0 sull'Argentina, e ha consegnato il trofeo ai vincitori venendo fischiato durante la cerimonia insieme al presidente della FIFA Gianni Infantino. La partita, ospitata dagli Stati Uniti insieme a Canada e Messico, è stata preceduta da uno spettacolo dell'intervallo con star internazionali come Madonna, i BTS e Justin Bieber. Alla finale erano presenti anche il re di Spagna Felipe VI e i leader di Canada e Messico.

Fonti: The Guardian, ABC News, NPR

Trump annuncia tagli ai prezzi della catena Giant Eagle


Il presidente Trump ha dichiarato domenica che la catena regionale di supermercati Giant Eagle abbasserà i prezzi su oltre 300 prodotti nel corso dell'estate. L'annuncio arriva mentre l'Amministrazione cerca di rispondere alle preoccupazioni degli elettori sul costo della vita. La misura si inserisce nel più ampio sforzo della Casa Bianca di mostrare risultati concreti sul fronte dell'accessibilità dei prezzi.

Fonti: The Hill

Polemiche sul discorso di Trump sulla sicurezza elettorale


Il senatore democratico Mark Warner ha attaccato il discorso in prima serata pronunciato da Trump sulla sicurezza del voto, sostenendo che il presidente non sia realmente interessato a elezioni sicure e citando la recente rimozione dei membri democratici di un'agenzia indipendente per l'amministrazione elettorale. Warner ha inoltre criticato la CBS per aver trasmesso l'intervento. Il discorso, in cui Trump ha avanzato accuse di frode elettorale legate alla Cina, ha suscitato reazioni critiche in parte della stampa.

Fonti: The Hill

Il nuovo Air Force One donato dal Qatar sarà potenziato


Il presidente Trump ha annunciato che il Boeing 747-8 donato dal Qatar e utilizzato come Air Force One provvisorio verrà ritirato dal servizio per essere dotato di nuove capacità di sicurezza entro la fine dell'anno. L'aereo è finito sotto esame per i dubbi sull'adeguatezza delle sue dotazioni difensive a proteggere il presidente e gli altri passeggeri a bordo. Trump ha detto che il velivolo sarà portato al massimo delle sue potenzialità.

Fonti: The New York Times, Bloomberg

Ocasio-Cortez richiama il messaggio di Obama in vista del 2028


In campagna elettorale in Michigan a sostegno del candidato progressista al Senato Abdul El-Sayed, la deputata Alexandria Ocasio-Cortez ha adottato toni che ricordano la retorica di "speranza e cambiamento" di Barack Obama del 2008, ampliando il proprio messaggio oltre il socialismo democratico. La corsa in Michigan è diventata il principale banco di prova per l'ala sinistra del Partito democratico in vista delle elezioni di metà mandato del 2026 e delle presidenziali del 2028. Diversi esponenti progressisti ritengono che Ocasio-Cortez possa puntare alla Casa Bianca.

Fonti: Axios

Rubio: la visita di Xi negli Stati Uniti resta confermata


Il segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato che il viaggio del presidente cinese Xi Jinping negli Stati Uniti resta in programma, nonostante le tensioni seguite alle accuse di frode elettorale rivolte da Trump alla Cina. Le affermazioni del presidente americano avevano rischiato di far saltare la tregua commerciale tra Washington e Pechino. La conferma arriva in una fase delicata dei rapporti tra le due maggiori economie mondiali.

Fonti: Bloomberg

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Testare le skill degli agenti AI senza colpire API reali: Dev Proxy e Promptfoo in pipeline CI/CD
#tech
spcnet.it/testare-le-skill-deg…
@informatica


Testare le skill degli agenti AI senza colpire API reali: Dev Proxy e Promptfoo in pipeline CI/CD


Chi sta integrando agenti AI in pipeline CI/CD si scontra presto con un problema pratico: come si testano in modo affidabile le “skill” di un agente (le istruzioni locali che gli insegnano quando e come usare una capacità) senza colpire API reali, senza costi imprevedibili e senza risultati non deterministici? La risposta che sta emergendo nella comunità DevOps combina due strumenti complementari: Dev Proxy di Microsoft per simulare le API a livello di rete, e Promptfoo per valutare in modo strutturato se una skill funziona meglio di un’altra.

Vale la pena approfondire entrambi gli approcci, perché il problema che risolvono — testare comportamento non deterministico in modo ripetibile — è ormai centrale per chiunque gestisca agenti AI in produzione, non solo per chi scrive skill per Claude o Codex.

Perché i mock server tradizionali falliscono con gli agenti AI


L’approccio classico al test di un’integrazione API è il mock server: si sostituisce l’endpoint reale con uno fittizio, spesso puntando l’applicazione a localhost. Con gli agenti AI questo approccio introduce un problema sottile ma serio: cambiare l’URL di una skill per puntare a un server di test altera il contesto di token visto dal modello. Il modello che si sta testando non è più identico, a livello di token, a quello che verrà effettivamente distribuito in produzione. Questa discrepanza introduce una variabile nascosta che può invalidare i risultati della valutazione e produrre comportamenti inattesi una volta in produzione, quando la skill torna a puntare agli URL reali.

Un approccio più efficace consiste nell’usare un proxy leggero che intercetta il traffico HTTP e restituisce dati predefiniti letti da file JSON locali, senza mai modificare gli URL che l’agente chiama. È esattamente il compito per cui è nato Dev Proxy: l’agente continua a chiamare gli URL di produzione, ma riceve risposte deterministiche senza che avvenga alcuna chiamata di rete reale né alcuna gestione di server. I dati si azzerano a ogni esecuzione, il contesto di token resta identico a quello di produzione, e diventa possibile eseguire test di regressione rigorosi all’interno di pipeline CI/CD.

Dev Proxy: simulare le API senza toccare il codice


Dev Proxy è uno strumento a riga di comando, open source e gratuito, che funziona su qualsiasi piattaforma e con qualsiasi stack tecnologico, perché intercetta le richieste di rete invece di agganciarsi al codice dell’applicazione. Le funzionalità principali coprono scenari che vanno ben oltre il semplice mocking:

  • Simulare errori delle API senza modificare una riga di codice, per verificare che l’app non perda dati dei clienti quando una dipendenza esterna fallisce
  • Simulare rate limiting per verificare che l’applicazione gestisca correttamente il throttling
  • Simulare latenza e risposte lente per validare le protezioni lato UX
  • Generare rapidamente mock API CRUD senza scrivere codice destinato a non essere mai distribuito
  • Fornire guida contestuale su permessi e best practice, in particolare per chi integra Microsoft Graph

Per il caso specifico degli agenti AI, Dev Proxy include funzionalità dedicate ai language model che permettono di simulare scenari realistici e tracciare l’uso delle risorse, oltre a un tool integrato nel proprio server MCP che fornisce agli agenti di coding raccomandazioni su come costruire le configurazioni. In pratica, un team che sviluppa una skill che chiama un’API esterna può configurare Dev Proxy per intercettare quelle chiamate specifiche e restituire fixture JSON versionate insieme al codice, garantendo che ogni esecuzione della pipeline CI/CD parta da uno stato pulito e riproducibile.

Promptfoo: valutare quale versione di una skill funziona meglio


Simulare le API risolve solo metà del problema. L’altra metà è capire, in modo misurabile, se una skill fa il proprio lavoro correttamente e se una nuova versione è effettivamente migliore della precedente. È qui che entra in gioco Promptfoo, un framework di valutazione che permette di confrontare due versioni della stessa skill eseguendo gli stessi task fianco a fianco.

Il pattern di base è semplice: si mantengono identici il modello, i file di task e i permessi, cambiando solo il file SKILL.md tra una versione e l’altra. Una struttura tipica per confrontare due versioni di una skill review-standards è organizzata così:

skill-eval/
├── promptfooconfig.yaml
└── fixtures/
    ├── v1/
    │   ├── .claude/skills/review-standards/SKILL.md
    │   └── src/auth.ts
    └── v2/
        ├── .claude/skills/review-standards/SKILL.md
        └── src/auth.ts

Nel file di configurazione si definiscono due provider basati sul Claude Agent SDK, identici tranne che per la working_dir, che punta alla fixture v1 o v2:
providers:
  - id: anthropic:claude-agent-sdk
    label: review-standards-v1
    config:
      model: claude-sonnet-4-6
      working_dir: ./fixtures/v1
      setting_sources: ['project']
      skills: ['review-standards']
      append_allowed_tools: ['Read', 'Grep', 'Glob']
  - id: anthropic:claude-agent-sdk
    label: review-standards-v2
    config:
      model: claude-sonnet-4-6
      working_dir: ./fixtures/v2
      setting_sources: ['project']
      skills: ['review-standards']
      append_allowed_tools: ['Read', 'Grep', 'Glob']

Il parametro setting_sources: ['project'] fa scoprire a Promptfoo i file SKILL.md sotto .claude/skills/, mentre il filtro skills: restringe la sessione a una singola skill e ne abilita automaticamente il tool associato. Per Codex o OpenCode la struttura equivalente usa .agents/skills/ al posto di .claude/skills/, ma la logica di confronto resta identica.

Tre livelli di asserzioni per un confronto solido


Una valutazione utile si costruisce a strati. Il primo verifica semplicemente che la skill sia stata invocata:

defaultTest:
  assert:
    - type: skill-used
      value: review-standards

Claude espone le chiamate al tool Skill direttamente, e Promptfoo le normalizza nell’asserzione skill-used: questo distingue una risposta corretta ottenuta senza passare dalla skill da una prodotta effettivamente attraverso il workflow che si vuole testare, una distinzione che spesso sfugge a chi valuta solo la qualità della risposta finale.

Il secondo livello valuta la qualità del lavoro svolto, per esempio calcolando quanti problemi attesi sono stati effettivamente individuati in una revisione di codice, con una soglia di recall minima. Il terzo livello aggiunge segnali secondari come costo e latenza, utili quando due versioni sono entrambe corrette ma una è molto più lenta o costosa dell’altra:

defaultTest:
  assert:
    - type: cost
      threshold: 0.50
    - type: latency
      threshold: 120000

Per chi gestisce bundle di skill correlate, un errore comune è testare solo il percorso “felice” di ciascuna skill. Vale la pena aggiungere anche prompt limite che dovrebbero instradare verso una skill vicina, asserendo sia la skill desiderata sia quella che non deve attivarsi, con il costrutto not-skill-used. Questo cattura i casi in cui una skill risolve correttamente il task ma si attiva anche quando non dovrebbe, un problema di “routing” difficile da individuare guardando solo l’output finale.

Mettere insieme i due strumenti in CI/CD


La combinazione pratica è: Dev Proxy intercetta le chiamate API reali fatte durante l’esecuzione della skill e restituisce fixture deterministiche, mentre Promptfoo esegue lo stesso set di task contro versioni diverse della skill e assegna un punteggio ai risultati. L’eval si lancia con un semplice comando:

npx promptfoo@latest eval -c promptfooconfig.yaml

Aggiungendo --repeat 3 si ottiene un campione più robusto del comportamento non deterministico dell’agente, mentre --no-cache è utile durante l’iterazione sul testo della skill per garantire risultati sempre freschi. Il comando npx promptfoo@latest view apre una vista web che affianca i risultati delle due versioni, rendendo immediato individuare dove una skill supera l’altra.

Conclusione


Il punto centrale di entrambi gli strumenti è lo stesso: eliminare le variabili nascoste che rendono inaffidabile il test di un comportamento non deterministico. Dev Proxy garantisce che il contesto visto dal modello in test sia identico a quello di produzione, eliminando la variabile del cambio di URL. Promptfoo garantisce che il confronto tra due versioni di una skill sia equo, isolando l’unica variabile che conta — il testo della skill stessa — e fornendo asserzioni misurabili su invocazione, qualità, costo e latenza.

Per un team che già gestisce pipeline CI/CD tradizionali, l’investimento per aggiungere questo livello di test alle proprie skill AI è relativamente contenuto: entrambi gli strumenti sono open source, si integrano con gli SDK di Claude, Codex e OpenCode, e restituiscono risultati confrontabili senza richiedere infrastruttura dedicata oltre a quella già in uso per il testing tradizionale.

Fonti: 4sysops.com, Microsoft Learn – Dev Proxy, Promptfoo – Test Agent Skills


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wp2shell: la RCE non autenticata in WordPress e come proteggersi (con o senza Cloudflare)
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@informatica


wp2shell: la RCE non autenticata in WordPress e come proteggersi (con o senza Cloudflare)


Nessun login richiesto


Il 17 luglio 2026 il team di sicurezza di WordPress ha rilasciato in silenzio, e con qualche ora di anticipo condiviso solo con i principali fornitori di infrastruttura, la patch per due vulnerabilità che insieme formano una catena di attacco particolarmente pericolosa: una SQL injection e una remote code execution non autenticata. Nessuna delle due richiede che l’attaccante possieda credenziali o interagisca con un utente reale: basta una richiesta HTTP costruita ad arte contro l’endpoint batch della REST API.

Se gestisci anche un solo sito WordPress — e in Italia sono milioni, molti dei quali proprio su blog tecnici o aziendali come questo — questa è una di quelle vulnerabilità da trattare come priorità operativa immediata, non come lettura per il weekend.

Le due CVE, in breve


Le vulnerabilità colpiscono punti diversi della catena di elaborazione di una richiesta:

  • CVE-2026-60137 — SQL injection. Presente da WordPress 6.8 in poi. Un input malformato riesce ad alterare una query verso il database. Severità: Alta.
  • CVE-2026-63030 — Remote Code Execution non autenticata. Presente da WordPress 6.9 in poi, e collegata direttamente alla SQL injection precedente. Sfrutta l’endpoint batch della REST API quando il sito non utilizza una cache a oggetti persistente (persistent object cache). Severità: Critica.

La combinazione delle due — nella comunità di sicurezza già ribattezzata informalmente “wp2shell” — permette a un attaccante di passare da un parametro malformato a esecuzione di codice arbitrario sul server, senza autenticazione e senza alcuna interazione da parte di amministratori o utenti.

Perché la object cache fa la differenza


Il dettaglio tecnico più interessante per chi amministra WordPress è che la RCE si manifesta specificamente quando manca una cache a oggetti persistente (tipicamente basata su Redis o Memcached). Molte installazioni WordPress “di default” — senza un livello di caching applicativo esterno a PHP — si affidano a una cache in memoria che vive solo per la durata della singola richiesta: è proprio l’assenza di persistenza a lasciare aperta la finestra che l’endpoint batch della REST API sfrutta per concatenare SQL injection ed esecuzione di codice. In altre parole, i siti più “semplici”, senza uno stack di caching avanzato, sono paradossalmente più esposti di quelli con un’infrastruttura più sofisticata.

La risposta di WordPress


Trattandosi della classe di severità più alta prevista dal team di sicurezza di WordPress, il rilascio della patch è stato accompagnato da aggiornamento automatico forzato per la maggior parte dei siti, un meccanismo che WordPress riserva solo alle emergenze più critiche. Le versioni corrette sono:

  • 7.0.2 — release principale, corregge entrambe le vulnerabilità
  • 6.9.5 — backport, corregge entrambe le vulnerabilità
  • 6.8.6 — backport, corregge solo la SQL injection (la RCE non è presente su questo ramo)
  • 7.1 Beta 2 — corregge entrambe

Le versioni precedenti alla 6.8 non risultano affette. Anche con l’aggiornamento automatico attivo, è buona norma verificare manualmente la versione installata:

# Da riga di comando, con WP-CLI
wp core version

# Oppure dalla dashboard: Bacheca → Aggiornamenti

Il ruolo del WAF: difesa in profondità, non sostituto della patch


Cloudflare, informata in anticipo dal team WordPress, ha distribuito due regole WAF dedicate alle 17:03 UTC del 17 luglio, attive automaticamente per tutti i clienti — inclusi quelli su piano gratuito — il cui traffico passa attraverso il proxy Cloudflare:

RegolaCVEAzione predefinita
WordPress – SQL InjectionCVE-2026-60137Block
WordPress – Remote Code ExecutionCVE-2026-63030Block

La prima regola intercetta i valori dei parametri malformati prima che raggiungano WordPress; la seconda blocca le richieste dirette verso il percorso di esecuzione del codice. Insieme coprono due punti distinti della catena di attacco. Cloudflare è però esplicita su un punto che vale la pena ribadire: le regole WAF riducono l’esposizione, non sostituiscono la patch. Chi utilizza Cloudflare su piano Pro, Business o Enterprise dovrebbe verificare che il Managed Ruleset sia attivo e che non vi siano override che trasformano l’azione da “Block” a “Log” — una configurazione non rara in ambienti dove si è voluto in passato ridurre i falsi positivi.

Checklist operativa


Per chi amministra siti WordPress, indipendentemente dal fatto che si usi o meno Cloudflare, questi sono i passi concreti da seguire subito:

  • Verificare la versione di WordPress su tutte le installazioni gestite (non solo quella principale — anche i sotto-siti, gli ambienti di staging e i multisite dimenticati).
  • Forzare l’aggiornamento a 7.0.2, 6.9.5 o 6.8.6 se l’auto-update non è ancora scattato:
    wp core update --version=7.0.2
    wp core update-db
  • Se dietro Cloudflare: controllare in dashboard che le due regole (ID gestito 7dfb2bd4708d4b88b9911dc0550664b6 per la RCE e 1c060d3a371549219ee290d7ed933fcc per la SQLi) siano impostate su Block, e monitorare i Security Events per richieste bloccate su questi ID.
  • Se non si usa un WAF: valutare regole custom su ModSecurity con OWASP CRS mirate all’endpoint /wp-json/*/batch, oppure disabilitare temporaneamente il batch endpoint tramite un mu-plugin, in attesa che l’aggiornamento venga completato su tutta la flotta:
    <?php
    // mu-plugins/disable-rest-batch.php
    add_filter('rest_pre_dispatch', function ($result, $server, $request) {
        if (strpos($request->get_route(), '/batch') !== false) {
            return new WP_Error('batch_disabled', 'Endpoint batch temporaneamente disabilitato', ['status' => 403]);
        }
        return $result;
    }, 10, 3);
  • Abilitare una object cache persistente (Redis o Memcached) come mitigazione indiretta aggiuntiva, oltre ai benefici di performance che porta comunque.
  • Controllare i log delle ultime settimane per richieste sospette verso gli endpoint REST batch, prima di considerare l’incidente chiuso.


In conclusione


Questa vicenda è un promemoria utile su due fronti. Il primo è tecnico: un endpoint REST pensato per efficienza (il batching di più operazioni in un’unica chiamata) può diventare superficie di attacco se la validazione dei parametri non è sufficientemente rigorosa lungo tutta la catena. Il secondo è organizzativo: la differenza tra un incidente e un mancato incidente, in casi come questo, si misura in ore — quelle tra la disclosure coordinata e la disponibilità pubblica dei dettagli, durante le quali chi ha automatizzato patching e monitoraggio dorme sonni più tranquilli di chi deve intervenire manualmente su decine di installazioni.

Fonte: The Cloudflare Blog.


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MCP 2026-07-28: il Model Context Protocol diventa stateless, ecco cosa cambia per chi sviluppa agenti AI
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MCP 2026-07-28: il Model Context Protocol diventa stateless, ecco cosa cambia per chi sviluppa agenti AI


Il 28 luglio 2026 entra in vigore la nuova revisione della specifica Model Context Protocol (MCP), lo standard aperto introdotto da Anthropic che permette ai modelli AI di collegarsi in modo sicuro a strumenti e sorgenti dati esterne. Non si tratta di un aggiornamento cosmetico: la revisione 2026-07-28 ridisegna il nucleo del protocollo, passando da un modello con stato a uno completamente stateless, e introduce cambiamenti che toccano direttamente chi progetta, ospita o consuma server MCP in produzione.

Per chi lavora con agenti AI e integrazioni enterprise, questa è una di quelle revisioni che vale la pena capire in dettaglio prima che arrivi la versione finale, perché tocca scalabilità, autenticazione e compatibilità con le versioni precedenti.

Dal protocollo con stato al core stateless


Nelle versioni precedenti di MCP, un client doveva eseguire un handshake initialize prima di poter fare qualsiasi cosa: il server rispondeva con un identificatore di sessione da includere in ogni richiesta successiva. Chi ha provato a mettere in produzione un server MCP dietro un load balancer conosce il problema: il client restava “incollato” a una specifica istanza, e scalare orizzontalmente richiedeva sticky session o uno store di sessione condiviso.

La revisione 2026-07-28 elimina sia l’handshake initialize sia il concetto stesso di sessione a livello di protocollo. Ogni richiesta è ora autosufficiente: versione del protocollo, informazioni sul client e capability dichiarate viaggiano in ogni singola chiamata invece di essere negoziate una volta sola all’apertura della connessione. Un nuovo metodo, server/discover, permette al client di recuperare le capability del server solo quando gli servono davvero.

La conseguenza pratica è che, non esistendo più un identificatore di sessione, qualsiasi richiesta può essere instradata verso qualunque istanza del server. Diventa possibile piazzare un server MCP dietro un banale load balancer round-robin, senza sticky session né store condiviso. Se un’applicazione ha comunque bisogno di mantenere uno stato tra una chiamata e l’altra, la soluzione prevista è restituire un handle esplicito (ad esempio un ID di un “carrello” o di una sessione applicativa) da uno strumento, e far sì che il client lo passi indietro come un normale argomento nelle chiamate successive. È lo stesso pattern usato da anni nelle API REST stateless: lo stato non sparisce, si sposta semplicemente dal trasporto al payload applicativo.

Multi Round-Trip Requests: confermare senza tenere aperta una connessione


Un protocollo stateless ha comunque bisogno di un modo per gestire i casi in cui un server deve chiedere qualcosa al client a metà di una chiamata, per esempio una conferma dell’utente prima di eseguire un’operazione sensibile. Nelle versioni precedenti questo richiedeva tenere aperto uno stream Server-Sent Events per tutta la durata dell’interazione. La nuova revisione sostituisce questo meccanismo con le Multi Round-Trip Requests (MRTR).

Quando un server ha bisogno di input dall’utente durante l’esecuzione di uno strumento, restituisce un oggetto InputRequiredResult contenente le domande da porre e un blob requestState. Il client raccoglie le risposte e riemette la chiamata originale includendo sia le risposte sia lo stato “echoed” ricevuto in precedenza. Poiché tutto ciò che serve al server è contenuto nel payload, qualunque istanza del server può gestire il retry, anche se è diversa da quella che ha generato la richiesta iniziale. È un dettaglio che semplifica enormemente il deployment di server MCP dietro infrastrutture di bilanciamento del carico stateless.

Header instradabili e caching esplicito


Due modifiche più contenute a livello di trasporto rendono il traffico MCP molto più facile da osservare e instradare in produzione. Il trasporto Streamable HTTP richiede ora un header Mcp-Method su ogni richiesta, mentre l’header Mcp-Name è obbligatorio solo per tipi di richiesta specifici, come tools/call, resources/read e prompts/get. Un gateway o un load balancer può leggere questi header per instradare il traffico senza dover analizzare il corpo della richiesta, un vantaggio non trascurabile per chi gestisce infrastrutture MCP a scala aziendale. I server rifiutano le richieste in cui header e corpo non sono coerenti tra loro.

In secondo luogo, i risultati di liste e letture di risorse ora includono i campi ttlMs e cacheScope, modellati sul comportamento dell’header HTTP Cache-Control. I client sanno esattamente per quanto tempo una risposta a tools/list resta valida e se può essere condivisa tra utenti diversi. Non è più necessario mantenere uno stream a lungo termine solo per scoprire che una lista è cambiata: un pattern di polling con cache esplicita è sufficiente.

Autenticazione più rigorosa, allineata a OAuth 2.0


La revisione stringe le regole di autorizzazione per allinearle più da vicino a OAuth 2.0 e OpenID Connect. I client devono ora validare il parametro iss nelle risposte di autorizzazione secondo la RFC 9207, una mitigazione contro i “mix-up attack”, una classe di attacchi più rilevante nel pattern tipico di MCP in cui un singolo client dialoga con molti server diversi.

I client devono inoltre dichiarare il proprio application_type durante la Dynamic Client Registration, così gli authorization server non assumono più di default che i client desktop o CLI siano applicazioni “web”, evitando il rifiuto ingiustificato dei redirect URI su localhost. Le credenziali vengono vincolate all’authorization server che le ha emesse, e la specifica chiarisce come richiedere i refresh token durante l’autenticazione step-up.

Funzionalità deprecate: cosa cambia per chi ha già integrato MCP


Tre funzionalità core vengono formalmente deprecate: Roots, Sampling e Logging. Roots permetteva a un client di dichiarare i confini del filesystem a un server; Sampling permetteva a un server di chiedere al modello del client di generare testo per suo conto; Logging forniva notifiche a livello di protocollo dal server al client.

La deprecazione non significa rimozione immediata: questi metodi, tipi e capability flag continuano a funzionare in questa release e in ogni versione della specifica pubblicata entro un anno da essa. Da qui in poi, però, sono su un orologio di rimozione. Le alternative consigliate sono parametri degli strumenti o URI di risorse al posto di Roots, integrazione diretta con le API dei provider LLM al posto di Sampling, e OpenTelemetry per l’osservabilità strutturata al posto del Logging di protocollo. Chi mantiene librerie o server MCP dovrebbe iniziare a pianificare la migrazione già da ora.

Schema degli strumenti, codici di errore ed estensioni


Gli schema di input e output degli strumenti utilizzano ora JSON Schema 2020-12 completo. Gli schema di input mantengono il vincolo della radice type: "object" ma ora permettono composizione con oneOf, anyOf e allOf, oltre a condizionali e riferimenti. Gli schema di output non hanno più restrizioni, e structuredContent può essere qualsiasi valore JSON, non solo un oggetto.

Il codice di errore per una risorsa mancante cambia dal valore custom MCP -32002 allo standard JSON-RPC -32602 (Invalid Params). Chi ha client che fanno pattern matching sul valore letterale -32002 deve aggiornare quel codice prima del 28 luglio.

Le estensioni, già presenti nella release precedente ma senza un processo formale, ricevono ora una struttura definita: sono identificate da ID reverse-DNS, negoziate tramite una mappa extensions, e vivono in repository indipendenti con maintainer dedicati, versionando separatamente dalla specifica principale. Due estensioni ufficiali arrivano con questa release: MCP Apps, che permette ai server di fornire interfacce HTML interattive renderizzate dagli host in un iframe sandboxed, e Tasks, promossa da funzionalità sperimentale a estensione ufficiale, che fornisce un modello stateless per lavori a lunga esecuzione: un server può rispondere a tools/call con un task handle, e il client lo gestisce con tasks/get, tasks/update e tasks/cancel.

SDK beta disponibili da subito


Sono già disponibili release beta degli SDK Python, TypeScript, Go e C#. Python v2 rinomina FastMCP in MCPServer ma mantiene l’API a decoratori. TypeScript v2 divide l’SDK monolitico in pacchetti focalizzati come @modelcontextprotocol/server e @modelcontextprotocol/client, ed è ora ESM-only. Go integra il supporto alla revisione 2026-07-28 in v1.7.0-pre.1 sullo stesso module path. C# rilascia la versione 2.0.0-preview.1 dei pacchetti ModelContextProtocol.

Per chi ha già server e client in produzione, la buona notizia è che nulla si rompe automaticamente il giorno del rilascio: i nuovi client che parlano la revisione 2026-07-28 tornano automaticamente all’handshake initialize quando raggiungono un server che implementa una versione precedente o uguale al 2025-11-25. Chi però pubblica librerie che dipendono dal pacchetto Python mcp dovrebbe aggiungere un limite superiore esplicito, per esempio mcp>=1.27,<2, in modo che il passaggio alla v2 stabile non colga di sorpresa gli utenti del proprio pacchetto.

Conclusione


La revisione 2026-07-28 di MCP è un cambiamento strutturale, non un semplice aggiornamento incrementale. Il core stateless elimina la necessità di session affinity e semplifica scaling orizzontale e load balancing di server MCP in produzione. I nuovi pattern come le MRTR e gli header instradabili rendono il protocollo più facile da operare su larga scala. L’irrigidimento delle regole di autorizzazione allinea MCP alle pratiche standard di OAuth e OpenID Connect, riducendo la superficie di attacco tipica delle integrazioni multi-server. Le funzionalità deprecate restano funzionanti per ora, ma vanno sostituite secondo un piano preciso prima che scada la finestra di un anno.

Chi sviluppa o ospita server MCP dovrebbe testare gli SDK beta contro i propri carichi di lavoro prima della data finale del 28 luglio, verificando in particolare la gestione dei codici di errore, la compatibilità dei client con l’handshake legacy e l’impatto delle nuove regole di autorizzazione sulle integrazioni desktop e CLI esistenti.

Fonte: 4sysops.com


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Popolarità Trump, segnali contrastanti in mezzo a nuovi venti di guerra (19 luglio)


L'approvazione di Trump è altalenante, con i nuovi sondaggi che vanno in una direzione più negativa rispetto alle ultime settimane, in un quadro che rimane incerto e suscettibile di variazioni a seconda degli imminenti sviluppi dal Medio Oriente.

Come ogni domenica, facciamo un resoconto sulla approvazione del presidente Trump, con i cambiamenti occorsi negli ultimi sette giorni.

Questa settimana si registrano segnali completamente contrastanti nella popolarità di Trump, con le medie analizzate che vanno in direzioni opposte: una in aumento, due in discesa, con un disallineamento complessivo non trascurabile.

Quel che è certo è che i numeri rimangono intorno a una quota che arriva fino al -17 di net rating; questo livello è migliore rispetto alla media degli ultimi mesi, ma sempre ben lontana dal compensare le ingenti perdite subite da inizio anno ad oggi.

Questa settimana sono state pubblicate rilevazioni da parte di importanti network, come Ipsos, Echelon Insights, CNBC News e Independent Center, che sono mediamente sopra o più vicine al -20, rispetto alle rilevazioni delle scorse settimane che offrivano numeri migliori.

La situazione per il tycoon continua ad essere negativa, seppur ampiamente migliore rispetto a Joe Biden nella media nello stesso punto del mandato: circa 7 punti in più.

Il net rating cresce leggermente rispetto ai minimi toccati nel recente passato, con il tasso di approvazione intorno al 40% nelle medie analizzate, ma con la disapprovazione che, in quest'ultima settimana, torna a salire e fa un balzello verso il 60%.

Nonostante i piccoli segnali di vita dell'ultimo periodo, questi numeri sono fino a sei-otto punti inferiori rispetto a prima della guerra in Iran.

Sul lungo periodo, è da verificare la tenuta di questo quadro: molto dipenderà dagli sviluppi del negoziato con l'Iran, ormai vicino al fallimento e che potrebbe ripercuotersi negativamente sui dati.

Ad ogni modo, il dato è decisamente superiore rispetto alla catastrofica media di Joe Biden nel luglio 2022; questo significa che l’approvazione di Trump non è la peggiore di sempre dopo diciotto mesi di presidenza. È di circa otto punti, invece, la distanza con il suo primo mandato.

Il net rating (la differenza tra tasso di approvazione e tasso di disapprovazione) rimane saldamente in territorio negativo sia per la media di RealClearPolitics (RCP), sia per quella del Silver Bulletin, sia per la nostra di Focus America.

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Questa settimana le medie registrano segni inversi: Focus America e il sito di Silver segnalano un peggioramento di circa un punto, mentre RCP registra un miglioramento della stessa consistenza; gli istituti, in questo modo, si posizionano a circa tre punti di distanza tra di loro nel complesso.

Come già accennato, dopo diciotto mesi alla Casa Bianca, il gradimento di questo secondo mandato si colloca al di sotto rispetto ai primi diciotto mesi del suo primo mandato, ma al di sopra di quello di Biden.

Sondaggi
L’approvazione di Trump e degli altri presidenti
Approvazione netta (approva − disapprova), per giorni dall’insediamento

Presidente
Trump II

Grafici Recap numerico

Facendo un paragone con il passato, grazie ai dati di Focus America, si nota come il dato di apprezzamento di Trump dopo 544 giorni di presidenza (-17,5 secondo la nostra media) sia il più basso tra tutti i presidenti USA dal secondo dopoguerra in avanti nello stesso periodo, ad eccezione appunto di Biden, che con il suo -24,3 attraversava un periodo di grande sofferenza

Risulta indietro, come detto, rispetto al suo primo mandato, in cui era molto più popolare, a -9,6.

Sul nostro sito trovate i grafici con il confronto con tutti i primi mandati degli altri presidenti, con una frequenza di aggiornamento pari a 8 volte al giorno.

Il tasso di approvazione di Trump oscilla tra il 40% e il 41%, mentre il tasso di disapprovazione si aggira intorno al 56%-57%.

Nelle prossime settimane monitoreremo l’evoluzione di questa situazione, per cogliere se ci saranno miglioramenti o ulteriori ripercussioni sui numeri con gli sviluppi dei negoziati di pace con Teheran.

Di seguito pubblichiamo una infografica con una selezione delle rilevazioni dei migliori istituti rilasciate nel corso dell'ultima settimana. Per ogni casa sondaggistica sono presenti due numeri percentuali: il primo è il tasso di approvazione, il secondo quello di disapprovazione.

Ricordiamo che, stante la chiusura del sito FiveThirtyEight, abbiamo deciso di utilizzare i numeri del Silver Bulletin, il nuovo sito di Nate Silver, fondatore di 538.

Sondaggi
Gli ultimi sondaggi sulla popolarità di Trump
9 rilevazioni di 9 istituti — 19 luglio 2026

Sondaggi Metodo

Ordina per:Data fineNet Approval

Legenda campioni

LV

Likely Voters · 1 sondaggio
Elettori probabili — campione più ristretto e affidabile

RV

Registered Voters · 5 sondaggi
Elettori registrati al voto

A

Adults · 3 sondaggi
Tutti gli adulti americani — campione più ampio

Affidabilità
LVRVA

Elaborazione di Focus America su dati dei sondaggi pubblici · Ultimo aggiornamento: 19 luglio 2026

Il sito Silver Bulletin (che fa una propria media aggiustata di tutti i sondaggi, dandone un peso maggiore o minore in base al bias storico e al rating delle firme che li svolgono) segna una media generale di 39,6% (-0,1) - 57,2% (+0,7). In totale un net approval arrotondato di -17,6 (-0,8).

Il sito RealClearPolitics, invece, che fa una selezione solo di alcuni sondaggi in base all'affidabilità di chi li esegue, segnala una media totale migliore: 41,1% (+0,1) - 55,6% (-0,9). In totale un net rating di -14,5 (+1).

La media calcolata da noi di Focus America, invece, è di 39,8% (+0,6) - 57,3% (+1,5), con un net rating complessivo di -17,5 (-0,9). La metodologia utilizzata è specificata direttamente nella pagina del nostro sito dedicata ai sondaggi sulla popolarità di Trump.

Tracker
L’approvazione di Trump: tre medie a confronto
Andamento giornaliero dall’insediamento

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Confronto Silver Bulletin RCP FocusAmerica

Silver Bulletin

RealClearPolitics

FocusAmerica

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Il 19 luglio 1992, in via D’Amelio a Palermo, la mafia uccise il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina.

Sono passati 34 anni, ma quella strage ci ricorda ancora cosa accade quando la criminalità organizzata prova a piegare lo Stato e quanto sia necessario difendere, ogni giorno, chi sceglie la legalità, la giustizia e il servizio alle istituzioni.

Ricordare via D’Amelio significa conoscere quei nomi, raccontare ciò che è accaduto e non permettere che la memoria si riduca a una semplice cerimonia.

Significa continuare a parlare di mafia, anche quando è scomodo. Significa riconoscerne le trasformazioni, contrastarne il potere e non lasciare soli coloro che la combattono.

Oggi ricordiamo non soltanto sei vittime della mafia, ma sei persone che lo Stato e il Paese hanno il dovere di non dimenticare.

E la nostra scelta, oggi come allora, è non voltarsi dall’altra parte.

#PaoloBorsellino #ViaDAmelio #LottaAllaMafia #Antimafia #Memoria #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #volteuropa

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in reply to Volt Italia

Sai qual è il guaio più grosso? Il crimine organizzato, uccide molto meno di allora e questo è un bene da un lato, ma a livello di consapevolezza e sensibilità delle persone, è un male subdolo perché i morti fanno più paura dell'azione sotto traccia - come l'AIDS, si muore molto meno però l'HIV esiste ancora, fa danni ancora, e molto pesanti seppure molto meno visibili e meno mediaticamente appetibili. Chiamalo mafia, camorra, come vuoi; ma adesso la criminalità organizzata ha cambiato forma: corrompe, si affilia con la politica... e anche con la tecnologia - non è il primo che crede di utilizzare servizi facilitati per accedere a informazione e intrattenimento a prezzi buoni, ma intanto assolda il crimine. Mi riferisco a IPTV, musica gratis, libri gratis...

Questo è un esempio stupido, e semplicistico, ma esistono realtà in cui la gente comune si affida al crimine, perché dà risposte che lo Stato non dà. Nel mio piccolo, racconto di persone nella mia condizione (non vedenti) che hanno usato proprio servizi tecnologici di cui parlavo prima, per avere le pay tv e i servizi di streaming, fruibili coi loro ausili facilitati - parlo di programmi legalissimi progettati apposta per ciechi e ipovedenti, a cui tu basta che dai in pasto un indirizzo IP buono, e fruisci dei contenuti. Ma se è legale farlo con quei dispositivi che colleghi alla tv e vanno su rete locale, è meno legale se gli dai in pasto un IP comprato da un servizio di dubbia provenienza. E poi si offendono quando dici "tu commemori Falcone e Borsellino, poi però finanzi la mafia per guardare la tv"...

Per non parlare di contraffazioni, gestione dei rifiuti, ce ne sarebbe davvero un sacco da parlare. Da smettere di foraggiare.

Però i tempi delle bombe sembrano finiti, allora la gente è meno sensibile alle tematiche della malavita organizzata. Non dobbiamo diventare tutti magistrati alla Falcone e Borsellino, non sto dicendo questo. Non dobbiamo essere gli eroi. Ma iniziando a contrastare l'illegalità nel quotidiano e cercando di educare gli altri a farlo, è uno sforzo che tutti possiamo compiere per far sì che, a lungo termine, il crimine organizzato nella società possa attecchire meno. Il problema maggiore però è un mondo sporco. Un mondo in cui il denaro compra anche il rispetto della legge. My 2 cents.

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Israele spende decine di milioni di dollari per influenzare l'opinione pubblica americana


Tra le strategie ci sono messaggi scritti con l'intelligenza artificiale, pagamenti ai media conservatori e un contratto da oltre 45 milioni di dollari con Brad Parscale, storico alleato di Trump

Il governo israeliano sta spendendo decine di milioni di dollari per provare a cambiare l'opinione pubblica americana, diventata sempre più critica per la gestione delle guerre a Gaza e con l'Iran. Secondo un'inchiesta del Wall Street Journal, la campagna usa strategie inedite: milioni di messaggi scritti con l'intelligenza artificiale, pagamenti diretti ai media conservatori e contenuti creati apposta per orientare le risposte dei chatbot. Il 60% degli adulti americani ha oggi un'opinione sfavorevole di Israele, secondo un sondaggio condotto a marzo dal centro di ricerca Pew Research.

Nei giorni scorsi il vicepresidente JD Vance ha accusato la campagna di influenza israeliana di voler far fallire i negoziati degli Stati Uniti per chiudere il conflitto con l'Iran. Alcuni funzionari israeliani stanno "manipolando e cercando di cambiare l'opinione pubblica americana per far proseguire la guerra all'infinito", ha detto Vance al podcaster Joe Rogan. Brad Parscale, storico alleato del presidente Trump e l'uomo al centro dell'operazione, ha negato qualsiasi tentativo di minare i negoziati: "La minaccia esistenziale per Israele è la disinformazione, da qualsiasi parte provenga", ha detto in una recente intervista.

L’inchiesta

La campagna da 730 milioni per riconquistare l’America


Messaggi scritti con l’intelligenza artificiale, pagamenti ai media conservatori, contenuti pensati per i chatbot: così il governo israeliano prova a invertire un consenso ai minimi storici negli Stati Uniti.

Grafica di FocusAmericaLuglio 2026

Opinione in caduta, spesa record

Il giudizio degli americani
0%

vs

La risposta di Israele
0mln $

degli adulti ha un’opinione sfavorevole di Israele (Pew, marzo 2026)
il budget 2026 per la diplomazia pubblica, quasi 5 volte quello del 2025

Adulti USA con opinione sfavorevole di Israele

In quattro anni gli sfavorevoli sono cresciuti di 18 punti percentuali.

I contratti
Quanto vale la macchina dell’influenza
Gli importi dichiarati nei registri FARA del Dipartimento di Giustizia americano, citati dal Wall Street Journal.

Il contratto di Parscale vale 10.000 volte il compenso versato alla società degli influencer evangelici Stefanie e Caleb Rouse.

Le tattiche
Quattro leve per orientare l’opinione
Strumenti inediti per una campagna di influenza dichiarata al governo federale.

SMS di massa
Messaggi scritti dall’AI
Milioni di americani hanno ricevuto SMS da mittenti fittizi come «Emma» o «Sarah», a nome di un gruppo, Friends for Peace, che non risulta esistere.

Media conservatori
Radio e podcast di Salem
Il contratto prevedeva di integrare «messaggi narrativi» nei canali del gruppo, con oltre 500.000 $ spesi in pubblicità.

Intelligenza artificiale
Contenuti per i chatbot
Siti come Allyvia.org sono costruiti per far comparire risposte più favorevoli a Israele in chatbot come ChatGPT e Claude.

Geofencing
Pubblicità nelle megachurch
Un piano da oltre 3 milioni di dollari per raggiungere circa 4 milioni di fedeli evangelici e studenti cristiani nel Sud-Ovest.

La rete
Una presenza dichiarata senza precedenti
L’attività di influenza per governi esteri va registrata per legge presso il governo americano.

6+
società ingaggiate da Israele nell’ultimo anno

30+
persone registrate come agenti stranieri per Israele


posto atteso nel 2026 per spesa dichiarata in influenza negli USA

Fonte: Wall Street Journal; Pew Research Center (sondaggio del 23–29 marzo 2026 su 3.507 adulti); Jewish Telegraphic Agency. Importi dai registri FARA del Dipartimento di Giustizia. Dati aggiornati a luglio 2026.

Israele ha stanziato per il 2026 un budget da oltre 700 milioni di dollari per "plasmare la coscienza" e migliorare l'immagine del paese nel mondo, come ha detto alla fine dell'anno scorso il ministro degli Esteri Gideon Sa'ar. Nell'ultimo anno il governo israeliano ha ingaggiato almeno sei società per la campagna negli Stati Uniti e oltre trenta persone, molte delle quali professionisti del marketing, si sono registrate come agenti stranieri per conto di Israele, come impone la legge americana a chi fa attività di influenza per governi esteri. Quest'anno il paese è avviato a diventare quello che spende di più in attività di influenza dichiarate al governo federale americano, ha detto Nick Cleveland-Stout, un ricercatore che studia il lobbying straniero al centro studi Quincy Institute. Gli alleati di Israele sostengono che la campagna serva a contrastare quelle condotte dall'Iran e dal movimento filopalestinese.

Milioni di americani hanno ricevuto negli ultimi mesi messaggi da mittenti con nomi come Emma o Sarah, a nome di un gruppo chiamato Friends for Peace, con domande del tipo: "Come pensi che i colloqui di pace di Stati Uniti e Israele con l'Iran influenzeranno la sicurezza globale?". I testi sono scritti con l'intelligenza artificiale e sono una parte del contratto da oltre 45 milioni di dollari che il governo israeliano ha firmato di recente con Parscale. L'operazione è gestita da Sparkfire, una società pagata 6,5 milioni di dollari fino a metà maggio, che sostiene che i suoi messaggi basati sull'intelligenza artificiale producono conversazioni più efficaci delle campagne tradizionali. Friends for Peace però non risulta esistere né come organizzazione non profit né come società. Alla domanda se sia un'organizzazione reale, Parscale ha risposto: "Cosa definite come una vera organizzazione?".

Parscale ha lavorato alle campagne presidenziali di Trump del 2016 e del 2020 ed è diventato noto per l'uso di Cambridge Analytica, la società che raccoglieva i dati degli utenti di Facebook. Oggi non è più in contatto regolare con il presidente, ma mantiene legami con la famiglia Trump. Alla fine del 2024 è volato in Israele per proporsi al governo, dicendo ai funzionari che le aziende da lui fondate o partecipate erano "probabilmente la più grande realtà al di fuori di Fox News nella lotta contro la disinformazione e l'odio verso gli ebrei". Il suo contratto è molto più grande di quelli firmati da altri consiglieri di Trump con governi stranieri come Arabia Saudita, India e Qatar, che in genere pagano i lobbisti decine di migliaia di dollari al mese.

Il lavoro di Parscale è finito sotto esame anche per il suo ruolo di responsabile della strategia di Salem Media, un conglomerato di radio e podcast conservatori che ospita conduttori popolari come Hugh Hewitt, Scott Jennings e Lara Trump. Il suo contratto iniziale con Israele prevedeva la "integrazione di messaggi narrativi" nei canali del gruppo. "Com'è possibile che la seconda rete di talk conservatrice del paese sia gestita da un agente straniero registrato?", ha detto Steve Bannon, ex capo stratega di Trump e a sua volta conduttore di un podcast molto seguito. Salem e Parscale hanno risposto che i conduttori non vengono pagati per dire cose specifiche su Israele e che i soldi sono stati spesi in oltre 500.000 dollari di pubblicità sulla rete. Molti dei conduttori di Salem difendono Israele da tempo e a volte usano argomenti simili tra loro.

Il team di Parscale crea anche siti, post e link con contenuti pro-Israele progettati in parte per far comparire risposte più positive sul paese nei chatbot di intelligenza artificiale come Claude o ChatGPT. In alcuni casi i chatbot hanno citato tra le loro fonti siti costruiti dal gruppo di Parscale, come Allyvia.org, dedicato all'alleanza tra Stati Uniti e Israele. Uno degli obiettivi, ha detto Parscale, è capire quali siano le maggiori preoccupazioni degli americani su Israele e contrastarle, riferendo le risposte al governo israeliano.

Un gruppo chiamato Show Faith by Works ha depositato documenti con un piano per inviare messaggi pro-Israele ai frequentatori delle megachurch, le grandi chiese evangeliche americane, e agli studenti dei college cristiani. Il gruppo sosteneva di poter raggiungere circa quattro milioni di persone nel Sud-Ovest del paese con il geofencing, una tecnica che invia pubblicità mirata ai telefoni presenti in una determinata area. Il progetto, dal costo di oltre 3 milioni di dollari, prevedeva di creare "associazioni positive con la Nazione di Israele" e di collegare "la popolazione palestinese a fazioni estremiste". Indicava anche l'attore Chris Pratt e il cestista Stephen Curry come esempi di testimonial ideali, ma un portavoce di Pratt ha detto che l'attore non è mai stato contattato. Il fondatore Chad Schnitger ha detto in una email che il gruppo ha poi cambiato direzione e che il budget è andato in gran parte alla costruzione di un museo itinerante.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu corteggia gli influencer conservatori e li ha incontrati in almeno due delle sue recenti visite negli Stati Uniti. Il calo del sostegno degli americani a Israele "è correlato quasi al 100% con la crescita geometrica dei social media", ha detto a maggio alla CBS nella trasmissione "60 Minutes". Alcuni documenti indicano che Israele e i suoi agenti registrati hanno pagato società di influencer, senza specificare compensi per i singoli post: una società degli influencer evangelici Stefanie e Caleb Rouse ha ricevuto l'anno scorso 4.500 dollari da una società ingaggiata da Israele per "promozione strategica di marketing". Yoav Davis, fondatore dell'account Instagram @Jews_of_NY, seguito da 193.000 persone, gestisce una società di marketing sotto contratto con Israele per un lavoro che comprendeva la partecipazione a riunioni con un "team di gestione degli influencer": sul suo profilo interviene spesso nei dibattiti sulla guerra, senza dichiarare se Israele abbia pagato post o viaggi. Parscale è a sua volta investitore di Influenceable, una società che paga gli influencer per i loro post, ma ha detto di non averne ingaggiati per Israele.

Il presidente Trump stesso, secondo chi ha ascoltato i suoi commenti, ha parlato in alcune raccolte fondi private del calo del sostegno pubblico verso Israele. Per Bannon, comunque, l'intera operazione ha un limite di fondo: "Stanno cercando di vendere qualcosa che non si può vendere".


Vance accusa Israele: "Una campagna d'influenza per prolungare la guerra con l'Iran"


Il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance ha accusato alcuni settori del governo israeliano di star finanziando una campagna d'influenza per orientare l'opinione pubblica americana e sabotare i negoziati con l'Iran. "Ci sono persone all'interno del loro sistema — lo sappiamo senza alcun dubbio — che stanno cercando di manipolare e modificare l'opinione pubblica americana per far continuare la guerra all'infinito", ha dichiarato durante una conversazione di tre ore con il podcaster Joe Rogan. "Non per raggiungere un obiettivo, ma semplicemente per prolungarla all'infinito".

Le accuse di Vance segnano una nuova escalation nella frattura, ormai sempre più pubblica, tra Washington e il suo principale alleato in Medio Oriente ed arrivano inoltre in un momento particolarmente delicato: il cessate il fuoco con Teheran, che lo stesso Vance ha contribuito a negoziare il mese scorso, si sta sgretolando ogni giorno che passa tra nuovi attacchi iraniani contro le navi commerciali e raid americani, proseguiti per il quinto giorno consecutivo.

Influenzare l'opinione pubblica americana


Israele ha stanziato centinaia di milioni di dollari per consolidare negli Stati Uniti il sostegno alla guerra e migliorare la propria immagine nel mondo. Uno dei contratti è stato affidato a Brad Parscale, già responsabile in passato della campagna elettorale di Trump: il Wall Street Journal ne quantifica il valore complessivo in 45 milioni di dollari, mentre i documenti depositati ai sensi del Foreign Agents Registration Act e citati da Time indicano un compenso di 1,5 milioni al mese.

Nella sua intervista, Vance ha richiamato proprio l'articolo di Time, secondo il quale una parte di quei fondi sarebbe stata impiegata per finanziare influencer online che lo avevano attaccato. "Quando apro Time e scopro che esiste una vera e propria campagna d'influenza straniera, finanziata per far naufragare l'accordo al quale stavo lavorando, e che molte delle persone pagate mi attaccavano in modo completamente disonesto, la mia risposta è: andate all'inferno", ha affermato il vicepresidente. Poi ha aggiunto: "Io rappresento prima di tutto gli americani".

Da parte sua, Parscale ha respinto le accuse sui social: "Le affermazioni secondo cui avrei attaccato il memorandum o l'Amministrazione Trump sono false. Non esiste un solo elemento di prova che dimostri che io abbia agito contro l'amministrazione".

La frattura generazionale nel mondo conservatore


Le parole di Vance acquistano particolare rilievo perché provengono dall'uomo che molti considerano l'erede politico di Trump e che il presidente ha incaricato di negoziare la fine del conflitto. Veterano della guerra in Iraq, il vicepresidente, 41 anni, ha costruito la propria carriera proprio sull'opposizione alle "guerre infinite": nel 2023, quando era senatore, si schierò contro gli aiuti all'Ucraina e all'inizio di quest'anno ha sostenuto la via diplomatica con l'Iran, salvo poi allinearsi a Trump quando il presidente ha deciso di intervenire militarmente.

Dietro il nuovo scontro si intravede però una frattura più profonda nel campo conservatore. Il sostegno a Israele, per decenni considerato un caposaldo della politica repubblicana, viene ora sempre più contestato da una generazione più giovane, convinta che gli interessi israeliani non coincidano necessariamente con quelli americani. L'attivista conservatore Bob Vander Plaats descrive un vero divario generazionale: la Generazione Z guarda a Israele soprattutto attraverso una lente politica, mentre gli elettori più anziani continuano a farlo attraverso una lente biblica.

Anche sui media conservatori questa frattura è ben presente: Tucker Carlson denuncia da settimane quella che definisce "la guerra di Israele", Megyn Kelly ha avvertito il proprio pubblico che nessun americano dovrebbe morire per un Paese straniero e lo stesso Rogan, che aveva sostenuto Trump nel 2024, ha rotto pubblicamente con il presidente dopo la decisione di entrare in guerra contro l'Iran.

La crescente irritazione di Trump


Anche Trump ha manifestato una crescente insofferenza nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, accusandolo di aver continuato le operazioni militari di Israele in Libano permettere a rischio i negoziati. Vance, da parte sua, non si aspetta che questi negoziati seguano un percorso lineare: "Sarà tutto complicato, con molte interruzioni e altrettante ripartenze".

La sua conclusione, tuttavia, non lascia spazio ad alcuna ambiguità: "In questo momento Israele sta perdendo la battaglia per l'opinione pubblica negli Stati Uniti d'America. È un fatto semplice ed evidente". E i sondaggi più recenti sembrano dargli ragione: secondo il Pew Research Center, il 62% degli americani ha un'opinione sfavorevole del governo israeliano, contro il 32% che lo giudica positivamente. Un sondaggio Quinnipiac rileva inoltre che il 48% degli elettori ritiene che Washington sostenga eccessivamente Israele, la quota più alta registrata dal 2017. Nello stesso sondaggio appena il 20% esprime un giudizio favorevole su Netanyahu.


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Rifondazione: Bologna: ucciso Abderrahim Fakir, muore ammanettato. L’ICE è attiva home.rifondazione.eu/2026/07/1… #Immigrazione

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L'America verso destra o verso sinistra? Due studi danno risposte opposte


Uno studio su Scientific Reports mostra che dagli anni Quaranta la destra fa più figli della sinistra; un'altra analisi sostiene che ogni nuova generazione è più a sinistra in economia.

Negli Stati Uniti chi ha idee di destra fa abbastanza figli da rimpiazzare la propria generazione, chi ha idee di sinistra no e questa differenza è comparsa solo negli ultimi decenni. Lo sostiene uno studio pubblicato su Scientific Reports da due ricercatori dell'Università di Vienna, Martin Fieder e Susanne Huber, che hanno confrontato quanti figli hanno avuto diciassette generazioni di americani nati tra il 1898 e il 1982.

I dati vengono dalla General Social Survey, una grande indagine periodica sulla società americana condotta dall'università di Chicago. Per le generazioni più antiche l'orientamento politico non faceva quasi differenza: fino a chi è nato tra il 1943 e il 1947, destra, centro e sinistra avevano più o meno lo stesso numero di figli, con un massimo per chi è nato tra il 1933 e il 1937.

Dalla generazione nata tra il 1943 e il 1947 il quadro cambia in modo netto. Chi ha idee di destra continua a fare figli intorno o sopra la soglia di 2,1 per donna, il livello sotto il quale una popolazione, a lungo andare, tende a ridursi. Chi ha idee di sinistra scende invece molto sotto quella soglia. Il centro resta nel mezzo, appena al di sotto del livello di sostituzione.

Demografia · Ideologia

Più figli a destra, più idee a sinistra: le due forze che si contendono l’America
Chi ha idee di destra fa abbastanza figli da rimpiazzare la propria generazione, chi ha idee di sinistra no. Ma ogni nuova generazione nasce più a sinistra sull’economia: due analisi sugli stessi dati indicano futuri opposti.

Idee di destra
Sulla soglia o sopra
La generazione si rimpiazza

Idee di sinistra
Molto sotto
La generazione si assottiglia

0,0
Figli per donna
la soglia di sostituzione

Grafica di FocusAmerica 17 generazioni · nati 1898–1982

1

Figli per donna, per orientamento
Dai nati negli anni Quaranta, i destini si separano

Per mezzo secolo l’orientamento politico non faceva quasi differenza. Dai nati tra il 1943 e il 1947 il tronco si spezza: la destra resta sulla soglia che garantisce il ricambio, la sinistra scivola molto sotto.


2,1 sostituzione
Max
1933–37
La svolta
nati 1943–47
Destra, centro e sinistra insieme
Sotto la soglia la generazione si assottiglia
Destra
Centro
Sinistra

Nati nel 1898Nati nel 1982
Destra · sulla soglia o sopra Centro · appena sotto Sinistra · molto sotto

Schema qualitativo. Ricostruzione della relazione descritta dallo studio: l’unico valore fissato è la soglia di sostituzione (2,1 figli per donna).

2

Modello di Lande-Arnold
Cosa spinge, cosa frena il numero di figli

Gli autori applicano alla fecondità un modello nato nella biologia evolutiva per studiare la selezione naturale. Tre fattori tirano in direzioni diverse.

← Meno figliPiù figli →

Idee di destraEffetto in forte crescita

Il peso cresce con forza dai nati negli anni Sessanta: nelle generazioni recenti il legame tra idee di destra e figli è sempre più stretto.

IstruzioneEffetto costante

Legata in modo costante a un numero minore di figli, generazione dopo generazione: il freno più stabile del modello.

Frequenza in chiesaEffetto debole, in calo

Legata a un numero maggiore di figli, ma con effetto più debole. E man mano che cresce il peso delle idee di destra, quello della pratica religiosa cala.

Le lunghezze delle barre rappresentano l’intensità relativa degli effetti come descritta dallo studio, non coefficienti numerici.

3

Un divario che non vale per tutti
Il legame politica-figli riguarda solo i bianchi

Analizzando separatamente i due gruppi, il quadro cambia radicalmente.

Americani bianchi

Le differenze si allargano
Nelle generazioni recenti destra e sinistra si separano sempre di più: è qui che nasce il divario.

Americani neri

Nessuna divaricazione chiara
La fecondità scende in tutti i gruppi politici avvicinandosi alla soglia, senza il divario destra-sinistra.

Una possibile spiegazione degli autori: tra gli afroamericani le etichette di destra e sinistra sono intese in modo meno uniforme, e contano quindi meno nei comportamenti.

4

L’altra analisi, stessi dati
Sull’economia, ogni generazione è un gradino più a sinistra

Un indice costruito su cinque domande sul ruolo dello Stato nell’economia e sull’aiuto ai poveri mostra un aumento quasi costante della sinistra economica lungo l’ultimo secolo.


← Più a sinistra
sull’economia
Generazioni
più anziane
Generazioni più giovani

1
Le idee restano. Le persone non diventano più conservatrici invecchiando: mantengono più o meno le stesse opinioni economiche per tutta la vita.

2
A ogni età. I più giovani sono più a sinistra dei più anziani in ogni fase della vita, non solo da ragazzi.

La conclusione
Sul futuro dell’America, le forze demografiche si contraddicono
Stessa indagine, stessa premessa — il destino di un paese si legge nelle generazioni — ma direzioni contrarie.

Forza 1 · I figli
La destra si riproduce di più
Spinge a destra
Se il divario di fecondità dura nel tempo e l’orientamento passa in parte dai genitori ai figli, la composizione ideologica del paese può spostarsi lentamente verso destra.

Forza 2 · Le idee
Ogni generazione nasce più a sinistra
Spinge a sinistra
Sui temi economici ogni generazione è più a sinistra della precedente, e le opinioni non cambiano con l’età: chi nasce a sinistra, a sinistra resta.

Una forza conta i figli, l’altra misura le idee: spingono il paese in senso contrario.Studi osservativi — nessuno dimostra un rapporto di causa ed effetto

Fonte M. Fieder e S. Huber (Università di Vienna), Scientific Reports, su dati della General Social Survey (Università di Chicago). Diciassette generazioni di americani nati tra il 1898 e il 1982.

Per misurare quanto l'orientamento politico pesa sul numero di figli gli autori hanno usato un metodo nato nella biologia evolutiva per studiare la selezione naturale, il modello di Lande-Arnold. Il peso delle idee di destra sulla fecondità è cresciuto con forza a partire da chi è nato negli anni Sessanta: nelle generazioni più recenti il legame tra idee di destra e numero di figli è diventato sempre più stretto, tanto che gli autori parlano di una selezione che potrebbe favorire l'orientamento di destra col passare del tempo.

Nello stesso modello l'istruzione è legata in modo costante a un numero minore di figli, mentre la frequenza in chiesa è legata a un numero maggiore, con un effetto però più debole. E man mano che cresce il peso delle idee di destra, quello della pratica religiosa cala.

Il legame tra politica e figli vale però solo per gli americani bianchi. Analizzando separatamente bianchi e neri, gli autori trovano che tra i bianchi le differenze si allargano nelle generazioni recenti, mentre tra i neri non emerge una divaricazione chiara: la fecondità è scesa in tutti i gruppi politici avvicinandosi alla soglia di sostituzione, senza il divario destra-sinistra visto tra i bianchi. Una possibile spiegazione, secondo gli autori, è che le etichette di destra e sinistra siano intese in modo meno uniforme tra gli afroamericani e contino quindi meno nei loro comportamenti.

Se questa differenza di fecondità durasse nel tempo e se l'orientamento politico passasse dai genitori ai figli, cosa che secondo gli autori avviene in parte per educazione e in parte per via ereditaria, la composizione ideologica del paese potrebbe spostarsi lentamente verso destra. I due ricercatori avvertono però che si tratta di uno studio osservativo, che non dimostra un rapporto di causa ed effetto: non si può escludere che sia il diventare genitori a rendere più conservatori, non il contrario.

Un'altra analisi sui dati della stessa General Social Survey arriva a una conclusione opposta sul futuro ideologico degli Stati Uniti, guardando alle opinioni invece che ai figli. Chi l'ha condotta mostra che ogni nuova generazione è più a sinistra della precedente sui temi economici, una tendenza che alimenta il dibattito su una svolta a sinistra del paese.

L'indice usato combina cinque domande della stessa indagine sul ruolo dello Stato nell'economia e sull'aiuto ai poveri. Le opinioni economiche degli americani oscillano molto da un anno all'altro, spesso al ritmo di chi governa. Questo rende difficile leggerne l'andamento nel breve periodo.

Separando queste oscillazioni di breve periodo dalla tendenza di fondo delle generazioni, resta un aumento quasi costante della sinistra economica lungo l'ultimo secolo. Ogni generazione è più a sinistra sull'economia di quella che l'ha preceduta e non diventa più conservatrice invecchiando: le stesse persone mantengono più o meno le loro idee economiche per tutta la vita. I più giovani sono più a sinistra dei più anziani a ogni età.

Le due analisi condividono la stessa premessa, cioè che il destino di un paese si legge nelle generazioni più che negli umori del momento, ma indicano direzioni diverse. La prima misura quanti figli fanno le persone e conclude che la destra si riproduce di più. La seconda misura le idee economiche e conclude che ogni nuova generazione nasce più a sinistra. Sul futuro ideologico dell'America, le due forze demografiche spingono in senso contrario.


Per Bernie Sanders gli Stati Uniti sono vicini a una rivoluzione politica


Il senatore Bernie Sanders è convinto che gli Stati Uniti siano vicini a una "rivoluzione politica" e attribuisce questa speranza alla serie di vittorie dei socialisti democratici nelle primarie di tutto il Paese. Il senatore del Vermont, indipendente di 84 anni, ha affidato il messaggio a un video di circa dieci minuti pubblicato sui social nei giorni scorsi, alla vigilia del 4 luglio, il 250esimo anniversario della Dichiarazione di indipendenza.

"Credo che sia forse possibile che questo Paese sia sull'orlo della rivoluzione politica per cui abbiamo combattuto così a lungo", ha detto Sanders nel video. Il senatore ha aggiunto di non avere "una sfera di cristallo" per dire cosa accadrà, ma di provare ottimismo per quello che ha definito un "crescente consenso" attorno alle idee della sinistra: "Penso che ci sia un consenso sempre più ampio sul fatto che la nostra agenda sia l'agenda del popolo americano".

A dargli fiducia sono soprattutto i risultati elettorali delle ultime settimane. Sanders ha citato la vittoria di Melat Kiros, socialista democratica di 29 anni, che martedì ha battuto la deputata Diana DeGette in una primaria democratica per la Camera in Colorado. DeGette era in carica da quindici mandati e Sanders ha definito quel risultato una "enorme vittoria a sorpresa". Il senatore ha ricordato anche New York, dove il mese scorso tre candidati sostenuti dal sindaco socialista-democratico Zohran Mamdani hanno vinto le primarie per la Camera. In California, poi, è stata ammessa alla scheda elettorale una proposta di tassa sui miliardari.

When I look at the recent progressive victories in Colorado and elsewhere, and the successful organizing campaigns sprouting up across the country, I believe we may be on the brink of the political revolution we have been fighting for. pic.twitter.com/gBRG2Jxu2q
— Bernie Sanders (@BernieSanders) July 2, 2026


Sanders ha ricordato la partecipazione alle manifestazioni del movimento progressista, dai raduni "Fight Oligarchy" contro il potere dei ricchi agli eventi "No Kings" contro il presidente Donald Trump, con quelle che ha descritto come "milioni di persone in tutto il Paese". Ha citato le campagne di organizzazione sindacale che nascono e riescono in tutto il territorio e il sostegno dell'opinione pubblica ai sindacati, secondo lui ai massimi storici.

Il senatore ha spiegato che il suo movimento non è mai stato una questione di una singola persona da eleggere alla Casa Bianca. "La nostra rivoluzione politica, il nostro movimento dal basso, non è mai stato incentrato sull'elezione di una persona a presidente degli Stati Uniti, non Bernie Sanders, non nessun altro", ha detto. "Siamo un movimento per eleggere progressisti a ogni livello, per un governo che rappresenti tutti noi e non solo l'uno per cento".

Da qui l'appello al Partito Democratico, con cui Sanders siede in Senato pur non essendone iscritto. Non basta opporsi a Trump, ha detto: serve un partito pronto a sfidare "l'avidità e l'ideologia degli oligarchi che oggi controllano la vita economica, mediatica e politica" del Paese. Ha poi elencato le misure che a suo avviso i democratici dovrebbero fare proprie: la sanità pubblica per tutti con il programma Medicare for All, l'aumento del salario minimo, il superamento della sentenza Citizens United, con cui nel 2010 la Corte Suprema ha di fatto rimosso i limiti alle spese elettorali di aziende e gruppi privati, la costruzione di "milioni" di alloggi a prezzi accessibili e la fine di quelle che ha chiamato "guerre infinite e orribili".

Le parole di Sanders arrivano mentre Trump cerca di mettere in luce le divisioni interne ai democratici dopo l'avanzata dei candidati di sinistra. In un messaggio sul suo social Truth Social il presidente ha attaccato i "comunisti senza Dio" e ha rimproverato i vertici democratici di non saper contrastare l'ala più radicale del partito. "Hanno paura di perdere le elezioni, hanno paura del conflitto", ha scritto Trump. "Non sono abbastanza intelligenti o abbastanza duri per combattere questa piaga".

Nei confronti di Sanders il presidente ha usato in passato parole molto dure, definendolo "comunista", "pazzo" e "svitato". In altre occasioni lo ha però elogiato: nel 2019 disse che il senatore "ha perso il suo momento", ma che gli piaceva perché sul commercio "in un certo senso sarebbe d'accordo" con lui. Il quadro che Sanders descrive si intreccia anche con il dibattito sull'identità dei socialisti democratici, un'area del movimento progressista che negli ultimi mesi ha guadagnato peso ma la cui collocazione politica divide gli stessi commentatori di sinistra.


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Nei giorni del G8 del 2001, lo Stato italiano smise per tre giorni di essere lo Stato di diritto che pretendeva di essere.
Un ragazzo di ventitré anni morì in piazza Alimonda. Decine di persone inermi, mentre dormivano alla scuola Diaz, furono massacrate da chi indossava una divisa. Alla caserma di Bolzaneto altre subirono quello che i giudici, anni dopo, chiameranno con il suo nome esatto: tortura.
Ci sono voluti quattordici anni perché la Corte europea dei diritti dell'uomo, con la sentenza Cestaro del 7 aprile 2015, certificasse ciò che l'Italia si è rifiutata a lungo di ammettere. E altri due, fino alla legge 110 del 2017, perché il nostro ordinamento si dotasse finalmente del reato di tortura. Per sedici anni lo Stato non ha avuto le parole giuridiche per definire come crimine ciò che i suoi agenti avevano commesso: una voragine nel nostro Stato di diritto.
Per questo, venticinque anni dopo, Volt Italia porta la propria Assemblea Generale a Genova. Non per una semplice commemorazione, ma perché ci sono luoghi che obbligano la politica a fare i conti con la propria storia.
Torniamo dove lo Stato ha tradito i suoi cittadini per ribadire che i diritti non si sospendono mai. Nemmeno in nome della sicurezza. Nemmeno per un giorno.
Questo autunno, ci vediamo a Genova.

#G8Genova #ScuolaDiaz #Bolzaneto #Volt

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Obama non sostiene nessuno in Michigan, ma un gruppo legato ad AIPAC lo usa negli spot


I sostenitori di Haley Stevens hanno speso 5 milioni di dollari per uno spot del 2018 in cui l'ex presidente la elogia. I critici dicono che può ingannare gli elettori in vista del voto del 4 agosto

Barack Obama non ha dato il suo appoggio a nessun candidato nelle primarie democratiche per il Senato in Michigan, ma chi guarda la televisione nello Stato potrebbe pensare il contrario. I gruppi che sostengono la deputata Haley Stevens hanno speso 5 milioni di dollari per trasmettere quasi 4.000 volte uno spot in cui l'ex presidente elogia il suo lavoro nella task force che salvò l'industria dell'auto durante la crisi finanziaria del 2008. Secondo AdImpact, la società che monitora la pubblicità politica americana, è lo spot politico più trasmesso in Michigan nell'ultimo anno.

Le primarie si tengono il 4 agosto e mettono di fronte Stevens, la candidata più moderata, e Abdul El-Sayed, l'ex responsabile della sanità pubblica di Detroit che corre da progressista contro l'establishment del partito. Chi vince sfiderà a novembre l'ex deputato repubblicano Mike Rogers, favorito per la nomination del suo partito, in un'elezione che i democratici devono quasi certamente vincere per sperare di riconquistare il Senato.

Lo spot riprende un comizio del 2018 in cui Obama sosteneva la prima candidatura di Stevens alla Camera. "Lei era lì. Era una parte fondamentale della mia squadra che ha aiutato l'industria americana dell'auto a ripartire", dice l'ex presidente nel filmato, riferendosi al ruolo di Stevens come capo di gabinetto della task force per il salvataggio dell'auto, l'operazione con cui l'amministrazione Obama evitò il fallimento di General Motors e Chrysler. A finanziarlo è United Democracy Project, un super PAC, cioè un comitato che può raccogliere e spendere fondi illimitati purché non si coordini con la campagna del candidato, alimentato da AIPAC, la principale lobby filo-israeliana degli Stati Uniti, che ha investito quasi 30 milioni di dollari a sostegno di Stevens. Un altro gruppo che la appoggia manda in onda uno spot simile, con lo stesso audio di Obama, che si chiude con la frase "Se il presidente Obama si fida di lei, mi fido anch'io".

I gruppi esterni che sostengono Stevens hanno speso in tutto più di 50 milioni di dollari, mentre El-Sayed, che rifiuta i soldi dei comitati aziendali, ha ricevuto meno di un milione in pubblicità esterna.

La strategia punta soprattutto agli elettori neri, che nelle elezioni di metà mandato del 2022 erano circa un quarto dell'elettorato democratico del Michigan. David Axelrod, veterano degli strateghi democratici ed ex consigliere di Obama, ha detto alla CNN che la popolarità dell'ex presidente nel partito spiega perché i candidati continuano a suggerire un suo sostegno anche quando non c'è. Axelrod ha definito "scaltro" l'uso dei vecchi filmati, "soprattutto in uno Stato dove fino a un quarto del voto delle primarie può arrivare dagli afroamericani". L'ufficio di Obama non ha voluto commentare.

Gli avversari accusano la campagna pubblicitaria di ingannare gli elettori. Denzel McCampbell, consigliere comunale di Detroit che sostiene El-Sayed, ha detto che diversi elettori pensavano che Obama avesse appoggiato Stevens dopo aver visto gli spot. La cosa lo preoccupa perché "questa potrebbe essere l'unica occasione in cui le persone si sintonizzano sulla corsa". Keith Williams, presidente del caucus nero del partito democratico del Michigan e sostenitore di Stevens, difende invece gli spot: "Di cosa si lamentano? Non è una bugia. L'ha detto davvero". Wendell Anthony, presidente della sezione di Detroit della NAACP, la storica organizzazione per i diritti civili degli afroamericani, ha riassunto così la questione: "Che l'abbia formalmente appoggiata o no, non l'ha non appoggiata".

La tattica non è nuova. Nel 2025 alcuni gruppi esterni hanno speso milioni in spot con Obama a favore del ridisegno dei collegi elettorali in California e Virginia. Alle primarie per il Senato dell'Illinois di marzo entrambe le principali candidate hanno usato vecchi elogi dell'ex presidente ripresi da campagne passate.

El-Sayed ha dalla sua la UAW, il principale sindacato americano dell'auto, che lo ha appoggiato a giugno definendolo "qualcuno di cui possiamo fidarci". Questa settimana il sindacato ha annunciato una diffida contro A Stronger Michigan, uno dei super PAC pro Stevens che non ha rivelato i propri donatori, accusandolo di aver usato senza autorizzazione il logo della UAW nei suoi spot. Per rivolgersi agli elettori neri El-Sayed ha diffuso una pubblicità che ricorda come nel 2024 sia stato il primo leader musulmano americano ad appoggiare Kamala Harris per la presidenza. Il suo rapporto con Obama è però più complicato: in passato ha scritto che la politica dell'ex presidente non era andata abbastanza a fondo, una critica che la campagna di Stevens usa contro di lui.

Il ruolo di AIPAC è l'altro punto di scontro della corsa, in un anno in cui il sostegno americano a Israele divide le primarie democratiche in tutto il Paese. Stevens è tra le democratiche più stabilmente filo-israeliane della Camera, sostiene gli aiuti militari a Israele e la soluzione a due Stati, anche se in campagna elettorale ha criticato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. El-Sayed critica la leadership israeliana e le campagne militari a Gaza e in Iran. In un dibattito ha detto che AIPAC spende contro di lui perché lo considera "il candidato più pericoloso per la relazione tra Stati Uniti e Israele". Un portavoce di United Democracy Project ha difeso gli spot con Obama definendoli "solo fatti".

Nei suoi spot El-Sayed schiera invece il senatore progressista Bernie Sanders e punta sull'entusiasmo dei volontari, dopo che quest'anno i candidati della sinistra hanno vinto una serie di primarie a New York. Williams però ridimensiona il paragone: "Il Michigan non è New York", ha detto, ricordando che si tratta di uno Stato in bilico dove la corsa "arriverà al fotofinish".


Abdul El-Sayed, il progressista che in Michigan corre contro entrambi i partiti


Abdul El-Sayed, 41 anni, ex direttore della sanità pubblica di Detroit, è in vantaggio di misura nella maggior parte dei sondaggi per le primarie democratiche del Senato in Michigan, in programma il 4 agosto. Quando è entrato in corsa nell'aprile del 2025 molti nello stato lo consideravano una comparsa: nel 2018 aveva perso le primarie per governatore con 22 punti di distacco. Un reportage di Time, che lo ha seguito per due giorni di campagna nella penisola superiore del Michigan, racconta come la sua corsa anti-establishment abbia sorpreso il partito, spinto fuori dalla gara la senatrice statale Mallory McMorrow e conquistato l'appoggio di Bernie Sanders, di Alexandria Ocasio-Cortez e della United Auto Workers, il principale sindacato dell'auto.

Al dibattito televisivo di Mackinac Island, il raduno primaverile dell'establishment politico dello stato, El-Sayed ha proposto una tassa del 7 per cento sul patrimonio dei miliardari, il Medicare for All, cioè un sistema sanitario pubblico universale, e un'applicazione più dura delle leggi antitrust contro le aziende che si accordano per alzare i prezzi. A un certo punto ha sfidato gli altri candidati ad alzare la mano se non avevano mai ricevuto un assegno da Blue Cross Blue Shield of Michigan, la più grande assicurazione sanitaria dello stato e sponsor del dibattito: è stato l'unico a farlo, tra le risate del pubblico. Accanto a lui c'era la deputata Haley Stevens, la candidata preferita di Chuck Schumer, il capogruppo democratico al Senato.

La corsa in Michigan è diventata un test della divisione tra i democratici sulla risposta al secondo mandato di Trump: una parte del partito sostiene che gli stati in bilico si vincono rassicurando gli elettori moderati, un'altra pensa che la prudenza sia diventata un ostacolo e che gli elettori vogliano candidati disposti a sfidare i poteri consolidati. Il seggio è cruciale, perché senza il Michigan la strada dei democratici per riconquistare il Senato si complica molto. L'ex presidente del partito democratico dello stato Lon Johnson, che appoggia Stevens, ha detto a Time che la base progressista del Michigan è consistente "ma non basta per vincere". El-Sayed risponde con la storia elettorale recente dello stato, che nel 2016 scelse Sanders alle primarie democratiche e poi votò per Trump, nel 2020 per Biden e nel 2024 di nuovo per Trump: per lui gli elettori non chiedono un centrismo calibrato ma qualcuno che scuota lo status quo. El-Sayed attribuisce parte della sua ascesa nei sondaggi anche alle proteste per la guerra con l'Iran, che a suo dire ha confermato il messaggio della campagna: i gruppi di interesse radicati distorcono la politica americana.

La linea di frattura principale della primaria è Israele. Stevens riceve un consistente sostegno finanziario dall'AIPAC, la principale lobby filoisraeliana americana, ed è favorevole a continuare la vendita di armi americane a Israele. El-Sayed dice che Israele sta commettendo un genocidio a Gaza, un'accusa avanzata da diverse organizzazioni internazionali per i diritti umani e respinta da Israele, dal governo americano e dagli altri paesi del G7. Il tema pesa in Michigan, lo stato con la più grande concentrazione di arabi e musulmani del paese: la rabbia delle comunità arabo-americane verso l'amministrazione Biden per la guerra a Gaza ha spaccato la coalizione democratica nel 2024, tra elettori rimasti a casa e altri passati a Trump. El-Sayed, che se eletto sarebbe il primo senatore musulmano nella storia degli Stati Uniti, pensa che molti di quegli elettori si possano riconquistare se il partito fa i conti con ciò che li ha allontanati.

Martedì, nel primo dibattito dopo il ritiro di McMorrow, Stevens ha risposto agli attacchi sui suoi legami con la lobby filoisraeliana ricordando le sue critiche recenti a Benjamin Netanyahu. Poche ore prima il primo ministro israeliano, informato di quelle critiche dalla CNN, aveva detto che Stevens "sta probabilmente cercando di giustificare l'antisemitismo". Per El-Sayed quell'attacco era in realtà un favore politico: Netanyahu, ha detto, non la stava attaccando davvero, ma cercava di allontanare da lei l'immagine di sostenitrice convinta delle politiche israeliane.

Gli avversari considerano l'alleanza con Hasan Piker la sua più grande vulnerabilità. Piker è uno streamer di sinistra che trasmette su Twitch, una piattaforma di dirette video, e ha più di 8 milioni di follower sui social: è stato criticato per aver detto che "l'America si è meritata l'11 settembre" e che voterebbe "per Hamas invece che per Israele ogni singola volta". El-Sayed ha fatto campagna con lui nei campus universitari del Michigan, dove le loro dirette hanno contribuito alla sua ascesa. Ha rifiutato più volte di prenderne le distanze: a Time ha detto che l'establishment non capisce quanto siano impopolari quegli attacchi e che molti elettori vedono in lui "un democratico che non finge".

Figlio di immigrati egiziani cresciuto a Bloomfield Hills, un sobborgo benestante a nord di Detroit, El-Sayed ha una laurea in medicina alla Columbia e un dottorato in sanità pubblica a Oxford, dove ha studiato da borsista Rhodes. È stato direttore della sanità di Detroit mentre la città usciva dalla bancarotta e poi della contea di Wayne, dove ha contribuito a un programma che cancellerà centinaia di milioni di dollari di debiti sanitari. A convincerlo a candidarsi è stato un messaggio della deputata progressista Rashida Tlaib all'inizio del 2025, quando il senatore democratico del Michigan Gary Peters decise di non ricandidarsi: "Habibi, questa sembra tua", gli scrisse.

La vittoria di Zohran Mamdani a New York a novembre ha trasformato la sua campagna, perché ha reso credibile l'idea che si potesse vincere. Mamdani gli aveva chiesto consigli prima di lanciare la propria corsa, ma El-Sayed respinge il paragone: "Non sono un socialista", dice, anche se molte delle sue proposte coincidono con l'agenda dei suoi sostenitori socialisti-democratici. Più che sostituire il capitalismo, che considera un buon modo di allocare le risorse su scala piccola e locale, vuole limitare le concentrazioni di potere che secondo lui lo hanno distorto.

Il probabile candidato repubblicano, l'ex deputato Mike Rogers, lo attacca da più di un mese con video che lo definiscono estremista e disonesto, dedicando molta meno attenzione a Stevens: un segno che i repubblicani lo considerano l'avversario più plausibile a novembre. La portavoce del comitato repubblicano per il Senato ha detto che El-Sayed vuole esportare in Michigan il "corridoio comunista" di New York. Molti democratici temono che quel bagaglio politico sia facile da sfruttare, ma El-Sayed prevede di battere Rogers di 7 punti. Del suo stesso partito non pensa molto meglio: sui democratici che hanno abbandonato la richiesta di abolire l'ICE, l'agenzia federale che si occupa delle espulsioni degli immigrati, risponde che "molti democratici sono deboli e codardi". E di Schumer, che sostiene Stevens, dice che dopo la vittoria alle primarie dovranno incontrarsi, ma che per quell'incontro ha "molto poco interesse".


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Accuse di aggressione agli agenti dell’immigrazione, quasi un caso su due crolla in tribunale


L’inchiesta del New York Times su 558 incriminazioni: tra i procedimenti conclusi, il 46% è terminato con assoluzioni o archiviazioni e soltanto 4 imputati sono stati condannati in dibattimento. I giudici denunciano prove distrutte e accuse prive di fondamento.

L’Amministrazione Trump ha incriminato più di 550 persone per aggressione od ostruzione agli agenti federali impegnati nella campagna di espulsioni di massa. Quasi la metà dei procedimenti già conclusi, tuttavia, si è dissolta in tribunale. È quanto emerge da un’inchiesta del New York Times, la più completa condotta finora, basata sugli atti di ogni singolo caso, sulle trascrizioni delle udienze, su interviste e su decine di filmati degli arresti.

I numeri descrivono un’anomalia macroscopica per gli standard della giustizia federale americana. Delle 558 persone incriminate, 191 hanno visto cadere le accuse e 22 sono state assolte da una giuria; soltanto 4 sono state condannate al termine di un processo. Altre 246 hanno patteggiato, mentre 95 procedimenti sono ancora pendenti. Il Dipartimento di Giustizia ottiene normalmente una condanna o un patteggiamento in oltre il 90% dei procedimenti penali federali: il bilancio di questa campagna è lontanissimo da quella soglia.

Al centro della fallimentare strategia giudiziaria c’è una disposizione un tempo applicata di rado, la sezione 111 del Titolo 18 del codice federale, che prevede pene fino a 20 anni di carcere per chi aggredisce o ostacola con la forza un pubblico ufficiale. L’Amministrazione ne ha adottato un’interpretazione estensiva per arrestare chi intralciava le operazioni dell’ICE e della Border Patrol, al punto che durante alcune colluttazioni gli agenti gridavano “18 U.S.C. 111”.

Stati Uniti · Espulsioni di massa

Incriminati per aggressione agli agenti, ma in tribunale le accuse crollano


L’Amministrazione Trump ha incriminato 558 persone per aggressione od ostruzione agli agenti federali impegnati nelle espulsioni di massa. Quasi la metà dei procedimenti già conclusi si è dissolta davanti ai giudici, secondo un’inchiesta del New York Times.

Grafica di FocusAmerica

Il bilancio della campagna giudiziaria

Persone incriminate
558

Condanne in giudizio
4

per aggressione od ostruzione agli agenti federali
al termine di un processo con giuria

Alla base c’è la sezione 111 del Titolo 18 del codice federale: fino a 20 anni di carcere per chi aggredisce o ostacola con la forza un pubblico ufficiale. Una norma un tempo applicata di rado, oggi usata in modo estensivo contro manifestanti e immigrati.

Gli esiti

Come sono finiti i 558 procedimenti


Il conteggio del New York Times, basato sugli atti di ogni singolo caso, sulle trascrizioni delle udienze e su decine di filmati degli arresti.

Il confronto

Un bilancio lontanissimo dagli standard federali


Quota di procedimenti conclusi con una condanna o un patteggiamento.

Il 54% è calcolato sui 463 procedimenti già conclusi della campagna, esclusi i 95 ancora pendenti.

I casi persi

Perché le accuse non hanno retto


Le dinamiche ricorrenti nei 213 procedimenti persi o abbandonati dal governo.

Conteggi minimi documentati dall’inchiesta; le categorie possono sovrapporsi.

Fonte: The New York Times, luglio 2026 Procedimenti ex 18 U.S.C. § 111

Filmare gli agenti è diventato un reato


L’analisi dei 213 procedimenti persi o abbandonati dal governo rivela dinamiche ricorrenti. In decine di episodi, filmati e atti processuali mostrano che furono gli agenti a ricorrere per primi alla forza, con spinte, placcaggi o spray al peperoncino. Numerosi imputati sono stati assolti dopo aver invocato la legittima difesa. In oltre 100 casi, inoltre, i procuratori non hanno neppure sostenuto che gli agenti fossero rimasti feriti.

In almeno altri 7 episodi, le lesioni attribuite agli imputati erano state in realtà provocate dagli stessi agenti o dai loro colleghi. Un giudice, per esempio, ha respinto le accuse contro un immigrato dopo aver accertato che l’agente si era ferito con i frammenti del finestrino che aveva sfondato personalmente.

Almeno 25 persone sono state incriminate soltanto per aver filmato o seguito gli agenti, senza che venisse contestato loro alcun contatto fisico. In 65 casi i procuratori hanno ritirato o ridimensionato le accuse prima ancora della scadenza fissata per presentare le prove a un gran giurì o a un giudice.

Secondo diversi ex procuratori federali, una ritirata tanto rapida indica che quei procedimenti non avrebbero mai dovuto essere avviati. “Sembra emergere uno schema di accuse presentate senza alcun fondamento”, ha dichiarato al New York Times Jimmy L. Arce, ex procuratore federale di Chicago, secondo il quale alcuni imputati si sono visti “criminalizzare la libertà di parola”.

Prove distrutte e fatti travisati


In più di 30 occasioni i giudici hanno censurato la condotta del governo, definendola “flagrante”, “in malafede” e “scioccante per il senso universale di giustizia”. Due magistrati hanno accertato persino la distruzione intenzionale di prove.

A Laredo, un agente ha costretto una diciannovenne americana a cancellare definitivamente le fotografie scattate con il telefono. In California, invece, gli agenti hanno fatto riparare un veicolo che la difesa aveva chiesto di conservare intatto per sottoporlo a una perizia.

Il Dipartimento di Sicurezza Interna ha respinto le contestazioni. Secondo la portavoce Lauren Bis, l’aumento delle incriminazioni riflette “un massiccio incremento delle violenze e delle minacce contro le forze dell’ordine federali”. Gregory Bovino, ex comandante della Border Patrol e promotore delle tattiche più aggressive contro manifestanti e immigrati, è andato oltre: a suo giudizio, i procuratori che hanno lasciato cadere le accuse sono stati troppo timidi e “si è stati fin troppo cauti nel decidere chi incriminare”.

L’inchiesta documenta anche alcuni casi di effettiva violenza. Uno dei 4 uomini condannati da una giuria, per esempio, aveva trascinato per una novantina di metri un agente rimasto con un braccio incastrato nel finestrino della sua automobile. Ma, secondo il New York Times, il quadro complessivo suggerisce che il ricorso alla norma sia servito meno a proteggere gli agenti che a fornire una copertura legale all’intimidazione di manifestanti e immigrati.

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La primaria Dem per il governatore del Wisconsin è nel caos a un mese dal voto


La vicegovernatrice Rodriguez si è ritirata dopo lo scandalo sui conti della campagna: in testa restano la socialista Francesca Hong e Mandela Barnes, i centristi temono di perdere una corsa vincibile

La primaria democratica per la carica di governatore del Wisconsin è precipitata nel caos a meno di un mese dal voto dell'11 agosto. Venerdì la vicegovernatrice Sara Rodriguez, considerata tra le favorite, si è ritirata dalla corsa dopo una settimana di scandalo sui conti della sua campagna. La sua uscita lascia in testa ai sondaggi la deputata statale socialista-democratica Francesca Hong insieme all'ex vicegovernatore Mandela Barnes, uno scenario che allarma l'ala centrista del partito, convinta che una candidata così a sinistra rischi di far perdere ai democratici un'elezione considerata vincibile.

Lo scandalo che ha travolto Rodriguez è emerso nel giro di pochi giorni. La settimana scorsa la vicegovernatrice ha licenziato la sua responsabile di campagna, Kara Spencer, accusandola di aver gonfiato per mesi i dati sulle donazioni per centinaia di migliaia di dollari. Rodriguez ha raccontato in conferenza stampa di aver capito che qualcosa non andava quando alcuni spot televisivi già programmati non sono mai andati in onda: alcune fatture non erano state pagate e le contribuzioni erano state contate due volte, facendo sembrare la campagna molto più ricca di quanto fosse. Il rendiconto depositato mercoledì ha mostrato appena 35.000 dollari in cassa a fine giugno e un tentativo di correzione del giorno dopo ha generato altra confusione, facendo comparire per qualche ora oltre 600.000 dollari poi spariti di nuovo. Un legale della campagna ha segnalato il caso alla commissione etica del Wisconsin. "Sono profondamente ferita e tradita da quello che è successo", ha detto Rodriguez nel video con cui ha annunciato il ritiro, spiegando di non voler far diventare i suoi problemi finanziari "una nube su un'elezione che i democratici devono vincere".

La posta in gioco per il partito è alta. I democratici non controllano insieme la carica di governatore e le due camere statali del Wisconsin dal 2010 e il clima politico nazionale, favorevole all'opposizione, rende questa la loro migliore occasione da anni in uno Stato dove le elezioni si decidono spesso per pochi voti. Il vincitore della primaria affronterà con ogni probabilità il deputato repubblicano Tom Tiffany, che non ha sfidanti interni e aspetta il nome dell'avversario con quasi 3 milioni di dollari in cassa.

Hong, 37 anni, deputata statale di Madison ed ex proprietaria di un ristorante di ramen, è passata in pochi mesi da candidata semisconosciuta a prima nei sondaggi, sull'onda del momento favorevole che i socialisti democratici stanno vivendo in tutto il partito. In un'intervista a Politico ha respinto i dubbi sulla sua eleggibilità, indicando come prove della sua forza la rete di volontari, l'entusiasmo online e un programma centrato sull'abbassamento dei prezzi e sui limiti alla costruzione di data center. "La persona più eleggibile è quella che prende più voti", ha detto.

I centristi temono però il materiale che Hong offrirebbe agli avversari. In passato ha chiesto sui social l'abolizione della polizia, posizione da cui è poi tornata indietro, si è rifiutata di recitare il giuramento di fedeltà alla bandiera nelle sedute legislative e a maggio ha detto che il suo "mondo perfetto sarebbe un mondo senza prigioni". I repubblicani puntano già su di lei: l'associazione dei governatori repubblicani ha investito 2 milioni di dollari in spot televisivi che rilanciano i suoi vecchi appelli ad abolire l'ICE, l'agenzia federale per l'immigrazione, con l'obiettivo di farla conoscere e favorirne la vittoria nella primaria, mentre Tiffany ha scritto su X che "i socialisti hanno messo gli occhi sul Wisconsin".

Nemmeno Barnes rassicura del tutto il partito. L'ex vicegovernatore è in testa nei sondaggi insieme a Hong e il suo sondaggista sostiene che la corsa sia ormai a due, citando rilevazioni che lo danno avanti su Tiffany in un eventuale duello di novembre. Nel 2022 però Barnes ha perso per un punto la corsa al Senato contro il repubblicano Ron Johnson, dopo una campagna martellante contro le sue posizioni progressiste, un precedente che pesa ancora. Il governatore uscente Tony Evers, di cui è stato il vice, non lo ha appoggiato pubblicamente.

La sfiducia verso i due candidati in testa ha spinto una parte del partito a cercare un'alternativa. David Crowley, capo dell'amministrazione della contea di Milwaukee, si era ritirato meno di due settimane fa appoggiando Rodriguez, ma venerdì sera ha annunciato a Politico il suo rientro in corsa, con un comizio fissato per sabato alle 11 ora locale (le 18 in Italia). Secondo alcuni strateghi democratici, Evers starebbe valutando di sostenerlo. Altri dirigenti del partito considerano però la mossa poco realistica per i tempi strettissimi e temono che tolga voti soprattutto a Barnes, rendendo più facile la vittoria di Hong in un campo già affollato, dove restano anche la senatrice statale Kelda Roys e Joel Brennan, ex membro del governo statale di Evers, entrambi indietro nei sondaggi.

Nessuno dei candidati ha le risorse per approfittare davvero del vuoto lasciato da Rodriguez. Secondo i rendiconti del primo semestre, Hong e Roys hanno poco più di 400.000 dollari in cassa, Brennan 360.000, Crowley 315.000 e Barnes appena 204.000, nonostante abbia raccolto più fondi di tutti.


I socialisti Dem non sono mai stati così forti come ora


I socialisti americani non hanno mai avuto così tanto potere politico come oggi. Il mese scorso diversi parlamentari democratici in carica a New York e in Colorado hanno perso le primarie contro sfidanti della sinistra socialista, il prossimo sindaco di Washington DC dovrebbe essere un socialista e Bernie Sanders parla di un movimento "sull'orlo della rivoluzione politica per cui abbiamo combattuto così a lungo". Un'analisi pubblicata sul New York Times ricostruisce due secoli di storia del socialismo americano per spiegare la novità di questa fase: per la prima volta i socialisti non corrono con un proprio partito, ma dentro quello democratico.

Il presidente Trump ha detto il mese scorso che il successo dei politici socialisti-democratici è "la minaccia più seria per il nostro paese dalla sua nascita" e lo ha paragonato a "una forma incontrollabile di cancro". Anche una parte dei vertici democratici li respinge: il deputato del New Jersey Josh Gottheimer ha detto che "se sei socialista, non sei un democratico", mentre un gruppo di deputati moderati ha firmato una lettera in cui dichiara "siamo capitalisti, non socialisti", nel timore che il partito appaia estremo e perda negli stati e nei collegi contendibili. I nuovi candidati hanno posizioni scomode per i dirigenti, come la fine di tutte le espulsioni di immigrati e lo stop agli aiuti militari a Israele.

Stati Uniti · La nuova sinistra
Due secoli di sconfitte da soli, ma ora i socialisti vincono presentandosi come democratici

Dalla comune utopista del 1825 al 6% di Eugene Debs, il socialismo americano non ha mai sfondato con un proprio partito. La nuova generazione ha cambiato strategia: candidarsi nelle primarie democratiche. E ha iniziato a vincere, da New York a Washington DC.
Grafica di FocusAmerica Luglio 2026

Inizio anni 2000
5.000

Luglio 2026
120.000

Iscritti alla DSA,
la principale organizzazione socialista

Iscritti oggi: il massimo
nella storia americana

Il 4 luglio la Democratic Socialists of America ha superato il primato del partito di Debs, fermo dal 1912: mai il socialismo americano era stato così grande

Esplora l'analisi
ILa nuova strategia IIDue secoli di storia IIIPerché solo ora IVLo scontro interno

Il cambio di metodo
Fuori dal partito si è sempre perso, dentro si comincia a vincere
Per oltre un secolo i socialisti americani hanno corso con liste proprie, senza mai avvicinarsi al potere. Oggi quasi tutti i membri della DSA si candidano nelle primarie del Partito Democratico — ed è questa la vera novità storica.

Prima · 1901–2016
Con un proprio partito
6%
Il miglior risultato di sempre a livello nazionale: Eugene Debs alle presidenziali del 1912

Debs si candida cinque volte alla Casa Bianca, senza mai andare oltre
Le uniche vittorie arrivano nelle città, come Milwaukee

Oggi · 2025–26
Dentro le primarie democratiche
New York · Colorado · Washington DC
Dove i candidati socialisti hanno battuto alle primarie i democratici in carica nell'ultimo anno

A New York il sindaco Mamdani è arrivato dalle primarie democratiche
A Washington DC il prossimo sindaco dovrebbe essere un socialista

È la prima volta che un'organizzazione socialista di massa ha membri che quasi tutti decidono di candidarsi da democratici, invece che con una propria lista Michael Kazin · storico, Georgetown University

Dalla comune utopista alle primarie
Come il socialismo americano è arrivato fin qui
Tocca le tappe per leggere che cosa è successo. Le idee socialiste sono riemerse a ogni crisi, ma il movimento non ha mai avuto un partito vincente: la svolta è arrivata cambiando casa.

1825
New Harmony, l'utopia che fallisce in pochi anni

Robert Owen, industriale gallese del cotone inorridito dalle fabbriche inglesi dove bambini di 6 anni lavoravano 16 ore al giorno, fonda in Indiana una comunità dove tutto è condiviso. Si dissolve rapidamente.

1901
Nasce il Partito Socialista d'America

Mette insieme agricoltori delle Grandi Pianure, ebrei laici di New York e artigiani del Midwest, uniti dal rifiuto del grande capitale.

1912
Il tetto del 6 per cento e i «socialisti delle fognature»

Il sindacalista Eugene Debs tocca il suo massimo alle presidenziali. I sindaci socialisti di città come Milwaukee si guadagnano invece fama di buoni amministratori: risanano gli acquedotti, costruiscono biblioteche, parchi e scuole pubbliche.

1935
Le idee entrano nel New Deal, il partito resta fuori

Durante la Grande Depressione Roosevelt introduce la Social Security, il sistema pensionistico pubblico modellato su un'idea socialista, e con i lavori pubblici dà un impiego a milioni di disoccupati. La Guerra Fredda schiaccerà poi i socialisti sull'immagine dei comunisti, che in realtà erano spesso loro rivali.

1963
Due socialisti organizzano la marcia su Washington

A. Philip Randolph e Bayard Rustin mettono in piedi la manifestazione in cui Martin Luther King pronuncia il discorso «I have a dream».

1982
Harrington fonda la DSA con una strategia nuova

Michael Harrington, alleato di King, teorizza che i socialisti non vinceranno mai con una propria bandiera: devono trasformare il Partito Democratico, perseguendo «l'ala sinistra del possibile».

2008
La crisi finanziaria cambia una generazione

I millennial si laureano nel peggior mercato del lavoro dalla Grande Depressione. All'inizio del secolo la DSA contava appena 5.000 iscritti circa.

2016
Sanders sorprende alle primarie democratiche

Conquista i giovani e molti elettori indipendenti, più spaventati dall'insicurezza economica che da uno spauracchio sovietico svanito da decenni. Da quella campagna emergono Alexandria Ocasio-Cortez e Zohran Mamdani.

2025–26
La generazione delle primarie comincia a vincere

Parlamentari democratici in carica perdono le primarie contro sfidanti socialisti a New York e in Colorado; a Washington DC il prossimo sindaco dovrebbe essere un socialista.

Il terreno che rende possibile la svolta
Gli americani credono sempre meno nel capitalismo, i democratici nei loro vertici
Quando il mercato delude e tutto sembra troppo caro, il socialismo si presenta come una via d'uscita: i sondaggi mostrano quanto quel terreno si sia allargato in dieci anni.

«Il capitalismo americano funziona bene o abbastanza bene»
Quota di americani d'accordo, a dieci anni di distanza

2015

60%

2026

48%
−12 punti in dieci anni
Chi risponde che non funziona bene o non funziona affatto è passato nello stesso periodo dal 37% al 51%. Sondaggio Wall Street Journal-NORC, 11–18 giugno 2026.

Gli elettori democratici sono scontenti del proprio partito
Democratici e indipendenti vicini al partito che si dicono insoddisfatti o soddisfatti dei suoi dirigenti

Insoddisfatti

53%

Soddisfatti

45%

Sondaggio New York Times/Siena, maggio 2026. Il malcontento segue la sconfitta con Trump alle presidenziali del 2024.

120.000
Iscritti alla DSA a luglio 2026
Erano circa 5.000 all'inizio degli anni 2000

113.000
Il primato precedente, battuto dopo 114 anni
Il picco del Partito Socialista di Debs, nel 1912

6%
Il massimo mai ottenuto correndo da soli
Eugene Debs, presidenziali 1912

51%
Americani per cui il capitalismo non funziona
Erano il 37% nel 2015 (WSJ-NORC)

La battaglia dentro e fuori il partito
Trump li paragona a un cancro, una parte dei democratici li respinge
La crescita dei socialisti spaventa la Casa Bianca ma anche i dirigenti democratici, che temono di apparire estremi e di perdere nei collegi contendibili.

La minaccia più seria per il nostro Paese dalla sua nascita
Donald Trumppresidente degli Stati UnitiRepubblicano

Se sei socialista, non sei un democratico
Josh Gottheimerdeputato del New JerseyDemocratico

Siamo capitalisti, non socialisti
Lettera di un gruppo di deputati moderatipreoccupati di perdere nei collegi contendibiliDemocratici

Sull'orlo della rivoluzione politica per cui abbiamo combattuto così a lungo
Bernie Sanderssenatore del Vermont, sul movimento socialistaSocialista-democratico

Che cosa chiedono i nuovi candidati

Sanità pubblica universaleUn'idea realizzata da tempo in Europa, al centro del programma della DSA
Stop a tutte le espulsioniLa fine delle deportazioni di immigrati, posizione scomoda per i vertici del partito
Stop agli aiuti militari a IsraeleLa richiesta che più divide i socialisti dai dirigenti democratici

Fonte Analisi del New York Times sulla storia del socialismo americano; sondaggi Wall Street Journal-NORC (11–18 giugno 2026) e New York Times/Siena (maggio 2026); dati sugli iscritti Democratic Socialists of America.

Lo storico della Georgetown University Michael Kazin, ex direttore di Dissent, una rivista della sinistra socialdemocratica, ha detto al New York Times che "è la prima volta che un'organizzazione socialista di massa ha membri che quasi tutti decidono di candidarsi da democratici, invece che con una propria lista". L'organizzazione è la Democratic Socialists of America (DSA), fondata nel 1982, il cui programma chiede tra le altre cose una sanità pubblica universale, un'idea realizzata da tempo in Europa. La strategia interna è meno rivoluzionaria ma molto più minacciosa per i vertici del partito, indeboliti dalla sconfitta con Trump nel 2024 e ormai incapaci di ignorare la crescita alla propria sinistra.

Per quasi due secoli i socialisti americani hanno perso correndo da soli, in un paese dove il movimento non ha mai davvero attecchito. I primi furono utopisti come Robert Owen, industriale gallese del cotone inorridito dalle condizioni delle fabbriche inglesi, dove bambini di 6 anni lavoravano 16 ore al giorno: nel 1825 si trasferì in Indiana e fondò la comunità di New Harmony, dove tutto doveva essere condiviso e che fallì in pochi anni. Il Partito Socialista, fondato nel 1901, mise insieme agricoltori delle Grandi Pianure, ebrei laici di New York e artigiani del Midwest uniti dal rifiuto del grande capitale. Il suo volto era il sindacalista Eugene V. Debs, che si candidò cinque volte alla presidenza: il suo miglior risultato fu il 6 per cento dei voti nel 1912. Alcuni socialisti vinsero invece nelle città: i sindaci di posti come Milwaukee, soprannominati "socialisti delle fognature", si costruirono una reputazione di buoni amministratori risanando gli acquedotti e costruendo biblioteche, parchi e scuole pubbliche.

La Guerra Fredda schiacciò poi i socialisti sull'immagine dei comunisti, che in realtà erano spesso loro rivali: dopo la rivoluzione bolscevica i comunisti americani formarono un partito proprio, che crebbe grazie ai finanziamenti sovietici mentre quello socialista perdeva iscritti. Le idee socialiste però riemergevano nelle crisi. Durante la Grande Depressione Franklin D. Roosevelt introdusse la Social Security, il sistema pensionistico pubblico modellato su un'idea socialista, e con i lavori pubblici, un'altra nozione socialista, diede un impiego a milioni di disoccupati per costruire opere come la diga di Hoover. Negli anni Sessanta due socialisti, A. Philip Randolph e Bayard Rustin, organizzarono la marcia su Washington del 1963 in cui Martin Luther King pronunciò il discorso "I have a dream".

Michael Harrington, alleato di King e cofondatore della DSA, teorizzò già alla fine degli anni Sessanta la strategia che funziona oggi: i socialisti non avrebbero mai avuto successo con una propria bandiera e dovevano trasformare il Partito Democratico, perseguendo "l'ala sinistra del possibile". Il suo libro "The Other America", un ritratto della povertà americana, spinse l'amministrazione di Lyndon B. Johnson a coinvolgerlo nella cosiddetta guerra alla povertà. Furono comunque decenni di declino: alla fine degli anni Ottanta il capitalismo trionfava sui regimi comunisti in dissoluzione e all'inizio del nuovo secolo la DSA contava circa 5.000 iscritti.

La svolta arrivò con la crisi finanziaria del 2008. I millennial si laurearono nel peggior mercato del lavoro dalla Grande Depressione e nel 2016 Sanders, che si definisce socialista-democratico, sorprese alle primarie presidenziali conquistando i giovani e molti elettori indipendenti, più spaventati dall'insicurezza economica che da uno spauracchio sovietico svanito da decenni. Da quella campagna vennero Alexandria Ocasio-Cortez e Zohran Mamdani, che hanno vinto a New York passando dalle primarie democratiche, e la generazione che questa primavera ha vinto con lo stesso metodo da New York al Colorado fino a Washington DC.

Più della metà dei democratici e degli indipendenti vicini al partito si dice frustrata dai suoi dirigenti, secondo un sondaggio New York Times/Siena, e meno della metà degli americani pensa che il capitalismo funzioni bene o abbastanza bene, contro il 60 per cento di dieci anni fa, secondo una rilevazione Wall Street Journal-NORC. Molti di questi elettori non vogliono più tornare allo status quo precedente a Trump, perché non credono più in quel sistema. Per l'autrice dell'analisi è esattamente il tipo di momento storico in cui il socialismo comincia ad avere senso per più persone: quando il mercato crolla e tutto sembra troppo caro, il socialismo si presenta con la visione di una via d'uscita. Per ora però, scrive, a essere rifatto è il partito, non il Paese.


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Troy Jackson è a un passo dalla nomination Dem per il Senato in Maine


L'ex presidente del Senato statale ha vinto quasi tutti i delegati eletti sabato e si avvicina alla candidatura contro la repubblicana Susan Collins, dopo il ritiro di Graham Platner

Troy Jackson, ex presidente del Senato statale del Maine, ha dominato la prima giornata di selezione dei delegati che sabato 25 luglio sceglieranno il nuovo candidato democratico al Senato degli Stati Uniti al posto di Graham Platner. Le liste di delegati collegate alla sua campagna hanno vinto almeno 290 dei 319 posti assegnati sabato in otto contee: a Jackson mancano appena 11 delegati per avere la maggioranza assoluta alla convention da cui uscirà lo sfidante della senatrice repubblicana Susan Collins.

Platner, l'ostricoltore che a giugno aveva vinto le primarie democratiche, si è ritirato il 10 luglio, quattro giorni dopo che Politico aveva rivelato l'accusa di una sua ex fidanzata, che sostiene di aver subito una violenza sessuale nel 2021. Platner respinge l'accusa. La legge dello stato affida al partito la scelta del sostituto, da comunicare entro il 27 luglio. A decidere saranno i 601 delegati della convention convocata a Bangor: 500 vengono eletti in questo fine settimana nei caucus, le riunioni locali con cui gli elettori democratici scelgono contea per contea i propri rappresentanti, mentre gli altri 101 sono membri di diritto del comitato statale del partito. I delegati non sono formalmente vincolati e alla convention potranno votare per chiunque.

Sabato Jackson ha fatto quasi il pieno nelle contee più popolose: 148 delegati su 149 nella contea di Cumberland, quella di Portland, la città più grande e più democratica dello stato, e tutti i 44 posti della contea di Penobscot. La sua campagna si è presentata ai caucus con gruppi organizzati di volontari, liste chiare di nomi da votare e il sostegno di oltre una decina di sindacati, il mondo da cui Jackson proviene. Le liste dei rivali condividevano tra loro anche più di cento nomi, mentre quella di Jackson non si sovrapponeva quasi con nessuno, segno di un'organizzazione superiore. Sabato sera Jackson ha ringraziato i sostenitori su X: "Siamo sulla buona strada per avere il governo che ci meritiamo". Domenica si vota nelle altre otto contee per gli ultimi 181 delegati.

Jackson, boscaiolo di Allagash, all'estremo nord dello stato, è in politica da oltre vent'anni, quasi tutti passati nel Senato del Maine, che ha presieduto dal 2018 al 2024. È cresciuto politicamente nei sindacati e a giugno era arrivato terzo alle primarie democratiche per la carica di governatore, una corsa in cui aveva ricevuto il sostegno del senatore Bernie Sanders e aveva fatto campagna al fianco di Platner. È stato tra i primi a chiedere il ritiro dell'ex alleato, ma ora si presenta come l'erede del suo movimento: "Il movimento che avete costruito può vincere", ha detto agli ex sostenitori di Platner lanciando la candidatura. Le sue posizioni ricalcano quelle dell'ex candidato: la sanità pubblica universale con il programma noto come "Medicare for All", più tasse sui miliardari, l'abolizione dell'ICE (Immigration and Customs Enforcement), l'agenzia federale che esegue arresti ed espulsioni degli immigrati, e lo stop agli aiuti militari a Israele.

I rivali più vicini sono usciti dal primo giorno di voto quasi senza possibilità. Nirav Shah, epidemiologo ed ex capo della sanità pubblica dello stato, e Shenna Bellows, segretaria di stato del Maine, la carica che organizza le elezioni, hanno ottenuto una manciata di delegati a testa sui 319 assegnati. Shah ha detto a Politico di aver telefonato personalmente a circa 500 aspiranti delegati e ha assicurato che continuerà a cercare di convincerli fino alla convention. In tutto i candidati alla nomination erano dodici.

Chi vincerà erediterà la rete di volontari costruita in un anno dalla campagna di Platner, che sosteneva di contarne 15.000. Una parte di quella rete si è organizzata nel Maine People Powered Movement e ha diffuso una lettera aperta con una piattaforma ispirata alla campagna dell'ex candidato, con l'espansione della sanità pubblica, una tassa minima sui miliardari e più diritti per i sindacati: Jackson, Shah e Bellows l'hanno sottoscritta subito. Quasi 4.000 persone si sono candidate come delegati e circa 11.000 si sono registrate per votare nei caucus.

Alcuni aspiranti delegati si sono ritrovati sulle liste di più campagne senza saperlo e in diverse contee i problemi tecnici con il voto online hanno costretto a prolungare le operazioni: sono gli intoppi di un processo messo in piedi dal partito in una decina di giorni. Nella contea di Cumberland un pareggio per l'ultimo posto disponibile è stato risolto estraendo un nome da un cappello da baseball. Tra gli ex sostenitori di Platner c'è anche chi contesta il metodo, perché a sostituire un candidato scelto da oltre 150.000 elettori alle primarie saranno 601 delegati.

Il seggio del Maine è al centro delle speranze dei democratici di riconquistare la maggioranza al Senato alle elezioni di medio termine di novembre. Collins, al quinto mandato, è l'unica senatrice repubblicana che si ricandida in uno stato in cui il presidente Donald Trump ha perso nel 2024. "È probabilmente la corsa più importante di tutto il paese", ha detto Jackson sabato ai giornalisti. Negli ultimi giorni tutti i candidati hanno attaccato Collins per il suo sostegno all'ICE, dopo che un agente dell'agenzia ha ucciso un uomo a Biddeford, sulla costa del Maine: in un dibattito televisivo giovedì Jackson ha detto che Collins, presidente della commissione del Senato che decide la spesa federale, "avrebbe dovuto essere in grado di fermare l'ICE".


I Dem del Maine hanno otto giorni per trovare lo sfidante di Susan Collins


I democratici del Maine hanno otto giorni per trovare il candidato che sfiderà a novembre la senatrice repubblicana Susan Collins. Il 25 luglio a Bangor 601 delegati del partito sceglieranno il sostituto di Graham Platner, il vincitore delle primarie di giugno, che si è ritirato la settimana scorsa dopo che Politico ha rivelato l'accusa di stupro di una sua ex compagna. Platner nega l'accusa.

La corsa è tra le più importanti delle elezioni di metà mandato: Collins, in Senato da cinque mandati, è l'unica senatrice repubblicana che quest'anno cerca la rielezione in uno stato vinto da Kamala Harris nel 2024 e il suo seggio è considerato decisivo da entrambi i partiti per il controllo del Senato.

Dodici candidati hanno presentato la candidatura entro la scadenza di mercoledì. Tra loro ci sono tre sconfitti delle primarie per governatore di giugno: la segretaria di Stato del Maine Shenna Bellows, che Collins aveva già battuto nel 2014, l'ex presidente del Senato statale Troy Jackson e Nirav Shah, ex responsabile della sanità pubblica dello stato. In corsa ci sono anche Jordan Wood, ex collaboratore del Congresso arrivato terzo nelle primarie del secondo distretto, Dan Kleban, cofondatore del birrificio Maine Beer Company, e David Costello, terzo nelle primarie per il Senato vinte da Platner.

Entro lunedì i candidati devono raccogliere 500 firme di elettori democratici registrati, di cui almeno 50 in ciascuna di otto contee diverse. Nel fine settimana i democratici si riuniranno in ognuna delle 16 contee dello stato per eleggere 500 dei 601 delegati alla convention, mentre gli altri 101 sono membri di diritto del comitato statale del partito. Più di 5.500 persone si sono già registrate per partecipare alle riunioni o candidarsi come delegate. I delegati non saranno vincolati a un candidato e per la nomination servirà superare il 50%, probabilmente dopo più turni di voto.

Le campagne di Bellows, Jackson e Shah hanno riattivato le reti di volontari delle corse per governatore per portare i propri sostenitori alle riunioni di contea, mentre Wood invita i democratici a partecipare senza costruire una propria lista di delegati, chiedendo un processo trasparente. Paige Loud, un'assistente sociale che aveva corso nelle primarie del secondo distretto, si è invece ritirata per protesta, accusando i candidati più ricchi di comprarsi i delegati e di riempire le sale di persone già impegnate con un candidato.

Giovedì sera i candidati si sono affrontati nel primo dibattito televisivo, divisi in due gruppi per via del numero. I toni sono stati civili, senza attacchi reciproci: il bersaglio comune è stata Collins, criticata per i suoi voti sulla Corte Suprema e per la lunga permanenza a Washington. Le differenze politiche tra i principali candidati sono minime e tutti si presentano come progressisti e oppositori del presidente Trump.

La prima domanda rivolta a tutti è stata quale fosse la migliore idea di Platner da portare avanti. Jackson ha scelto il "Medicare for All", la proposta di un sistema sanitario pubblico universale; Shah l'abolizione dell'ICE, l'agenzia federale per l'immigrazione; Wood la definizione di genocidio per la guerra di Israele a Gaza; Bellows la lotta alla corruzione di Washington. Platner aveva vinto le primarie con il 72% dei voti e la sua campagna contava più di 15.000 volontari. Nel corso della serata i candidati hanno alzato i toni contro l'ICE dopo il caso dell'uomo ucciso lunedì a Biddeford da un agente dell'agenzia.

Bellows ha accusato Collins di non fare abbastanza per fermare Trump sulla guerra in Iran e i moderatori le hanno ricordato che la senatrice ha votato una risoluzione per limitare i poteri di guerra del presidente. "Una settimana fa ero in vacanza", si è giustificata Bellows, che come Jackson e Shah fino a poche settimane fa correva per la carica di governatore e non si stava preparando a una campagna contro Collins.

Il 23 luglio, due giorni prima della convention, i candidati torneranno a confrontarsi in un dibattito organizzato dalla CNN insieme al quotidiano locale Bangor Daily News. Durerà due ore a partire dalle 20 ora della costa est (le 2 di notte in Italia), con le domande dei conduttori Jake Tapper e Dana Bash e del responsabile politico del giornale Michael Shepherd, davanti a un pubblico che comprenderà anche alcuni dei delegati.

Bernie Sanders, che aveva spinto l'ascesa di Platner, ha detto a Semafor che si tratta di "un momento senza precedenti" e che è meglio che i cittadini del Maine decidano da soli, senza influenze esterne. Anche il leader dei democratici al Senato Chuck Schumer e il comitato del partito per le campagne al Senato restano neutrali, così come la senatrice Elizabeth Warren, che a marzo aveva appoggiato Platner. Le uniche critiche arrivano dai senatori dell'Illinois Dick Durbin e Tammy Duckworth, che rimproverano a Shah la gestione di un'epidemia mortale di legionella quando lavorava nello stato. Collins ha detto a Semafor che non sapere contro chi correrà "è certamente una situazione insolita".


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✨ Coca-Cola ferma la produzione di Fairlife dopo un attacco ransomware: quando il cybercrime arriva in tavola
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/coca-c…

@informatica


Coca-Cola ferma la produzione di Fairlife dopo un attacco ransomware: quando il cybercrime arriva in tavola


Non serve colpire una centrale elettrica per mettere in ginocchio una filiera critica: basta un ransomware ben piazzato nei sistemi produttivi di un’azienda che imbottiglia latte. Il 16 luglio 2026 Coca-Cola ha comunicato alla SEC che la sua controllata Fairlife ha sospeso la produzione negli Stati Uniti dopo un attacco ransomware che ha colpito i sistemi legati alla produzione stessa. Un episodio che, al netto delle dimensioni del marchio coinvolto, racconta molto sullo stato di sicurezza dell’OT nel settore alimentare.

Cosa è successo


Fairlife, con sede a Chicago, è il marchio di latte ultrafiltrato di proprietà di Coca-Cola, noto anche per le linee Core Power Protein Shakes e Nutrition Plan. Nel filing 8-K depositato presso la Securities and Exchange Commission, Coca-Cola ha dichiarato che soggetti non autorizzati hanno avuto accesso a una parte dei sistemi di Fairlife, inclusi quelli legati alla produzione, in un attacco che l’azienda descrive esplicitamente come ransomware. Le operazioni negli stabilimenti statunitensi sono state temporaneamente sospese; la produzione in Canada, gestita separatamente, non risulta invece impattata.

Coca-Cola ha attivato i protocolli di incident response e business continuity, coinvolto consulenti esterni e notificato le forze dell’ordine, precisando che qualità e sicurezza del prodotto non sono state compromesse. Al momento della scrittura, la società non ha reso noto quale gruppo ransomware sia responsabile, se siano stati sottratti dati né se sia stata ricevuta una richiesta di riscatto. Nessuna gang ransomware nota ha ancora rivendicato l’attacco, un silenzio che nel settore viene letto come tipico delle prime fasi di un negoziato, prima che gli estorsori tornino a farsi vivi minacciando la pubblicazione di eventuali dati sottratti.

Non è un caso isolato: la filiera alimentare nel mirino


L’attacco a Fairlife arriva in un contesto in cui il comparto food & beverage è bersaglio ricorrente del ransomware, spesso proprio perché la convergenza IT/OT nelle linee di produzione rende gli impianti fragili: basta bloccare i sistemi SCADA o MES che orchestrano il confezionamento per fermare intere linee, anche senza toccare la sicurezza alimentare in senso stretto. Il precedente più noto resta l’attacco del 2021 a JBS, il colosso mondiale della carne, costretto a fermare impianti in Nord America e Australia e a pagare 11 milioni di dollari di riscatto al gruppo REvil. Nella sola finestra delle ultime 48 ore, la stessa dinamica si è ripetuta altrove: in Giappone, un attacco informatico a un operatore logistico ha svuotato le cucine di migliaia di ristoranti per un blocco nelle consegne di prodotti alimentari, mentre il colosso giapponese dei surgelati Nichirei ha segnalato la disruzione delle proprie operazioni per un incidente informatico separato.

Il filo comune è la dipendenza di filiere alimentari globalizzate da sistemi IT centralizzati per pianificazione della produzione, gestione ordini e logistica: quando quei sistemi vengono cifrati o resi inaccessibili, l’impatto si propaga rapidamente dagli scaffali dei supermercati alle cucine dei ristoranti, ben oltre il perimetro aziendale colpito.

Perché conta anche per chi non produce latte


Il caso Fairlife è interessante per i difensori non tanto per i dettagli tecnici, che Coca-Cola non ha ancora reso pubblici, quanto per la dinamica di disclosure e per l’esposizione di un brand multimiliardario a un rischio operativo concreto tramite una controllata. Il filing SEC evidenzia un punto spesso sottovalutato nei risk assessment: la segmentazione tra rete IT aziendale e rete OT di produzione, quando esiste, va verificata regolarmente, perché un attacco che compromette “solo” i sistemi IT può comunque paralizzare la produzione se i due domini condividono directory service, credenziali o piattaforme di orchestrazione.

Per le aziende manifatturiere, specialmente nel food & beverage dove i margini di tolleranza su tempi di fermo sono minimi per ragioni di deperibilità delle materie prime, le priorità restano quelle già emerse dai casi JBS e Nichirei: backup offline testati e realmente isolati (non solo replicati su un secondo datacenter raggiungibile dalla stessa rete), piani di failover manuale per le linee di produzione critiche, segmentazione rigorosa tra reti corporate e reti OT/ICS, e accordi di incident response pre-negoziati con forze dell’ordine e consulenti forensi, in modo da non partire da zero quando il tempo conta più di ogni altra cosa.

  • Verificare che i backup dei sistemi MES/SCADA siano realmente air-gapped e non solo “logicamente separati”
  • Testare periodicamente scenari di failover manuale per le linee di produzione più critiche
  • Mappare le dipendenze condivise (Active Directory, VPN, orchestrazione cloud) tra rete IT e rete OT
  • Predisporre in anticipo contatti con FBI/law enforcement locale e retainer di incident response per ridurre i tempi di reazione


Cosa manca ancora al quadro


Al momento della pubblicazione, mancano ancora elementi chiave per una piena attribuzione: nome della gang ransomware, vettore di accesso iniziale, eventuale esfiltrazione di dati e ammontare della richiesta di riscatto. Continueremo a seguire l’evoluzione del caso Fairlife, aggiornando l’articolo qualora emergano rivendicazioni o dettagli tecnici da fonti di threat intelligence.

Stato indicatori al 18/07/2026:
- Gruppo ransomware responsabile: non identificato pubblicamente
- Vettore di accesso iniziale: non divulgato
- Esfiltrazione dati: non confermata
- Richiesta di riscatto: non divulgata
- Sistemi impattati: infrastrutture di produzione Fairlife (solo USA)
- Sistemi non impattati: produzione Fairlife Canada, qualita/sicurezza prodotto

Riferimento normativo: SEC Form 8-K depositato da The Coca-Cola Company il 16/07/2026

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✨ Scattered Spider smascherata: 5 anni e mezzo di carcere per l’attacco da 29 milioni di sterline a Transport for London
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/scatte…

@informatica


Scattered Spider smascherata: 5 anni e mezzo di carcere per l’attacco da 29 milioni di sterline a Transport for London


Cinque anni e mezzo di carcere ciascuno. È questa la cifra con cui la giustizia britannica ha chiuso, almeno sul fronte penale, uno degli attacchi informatici più dirompenti mai subiti da un’infrastruttura critica del Regno Unito: l’intrusione del 2024 in Transport for London, l’authority che gestisce la mobilità dell’intera Londra. Owen Flowers, 18 anni, e Thalha Jubair, 20, sono stati condannati il 16 luglio 2026 dalla Woolwich Crown Court. Sono, secondo l’accusa, i primi ad essere condannati per la Section 3ZA del Computer Misuse Act — la fattispecie più grave della legge britannica sui crimini informatici — e la National Crime Agency (NCA) definisce il loro caso il più grande procedimento per cybercrime mai affrontato dai tribunali del Paese.

Chi sono Flowers e Jubair, e cosa hanno fatto


I due sono descritti dalla NCA come membri di primo piano di Scattered Spider, il collettivo criminale tracciato anche come Octo Tempest, UNC3944 e 0ktapus, responsabile secondo gli inquirenti di centinaia di attacchi tra il 2022 e il 2025. La Crown Prosecution Service (CPS) è più cauta nell’attribuzione diretta, notando che gli imputati hanno rivendicato in vari momenti l’appartenenza al gruppo senza che questo costituisse, di per sé, la base dell’accusa.

L’intrusione in TfL è avvenuta tra il 31 agosto e il 3 settembre 2024. L’attacco ha reso inutilizzabili 148 sistemi dell’authority, costringendo tutti i 27.000 dipendenti a recarsi fisicamente in un ufficio per il reset delle credenziali — non essendo più possibile farlo da remoto in sicurezza. Sono stati compromessi anche il sistema di rimborsi Oyster (inclusi, per circa 5.000 persone, numeri di conto bancario e codici sort code), il servizio Dial-a-Ride per i cittadini con disabilità, il canale dei pagamenti digitali e le domande per le Oyster photocard agevolate per bambini e giovani. NCA e CPS stimano il danno complessivo, tra perdite e costi di ripristino, in 29 milioni di sterline.

Un rischio sistemico da 56 miliardi di sterline


Il dato più inquietante emerso dal processo riguarda ciò che sarebbe potuto succedere e non è successo. Secondo la ricostruzione dell’accusa, le conversazioni tra i due imputati suggerivano l’intenzione di cancellare l’accesso al termine dell’operazione, ma nessuno può dire con certezza cosa avessero realmente pianificato. La NCA stima che uno shutdown riuscito della rete di TfL — che gestisce in media 9 milioni di spostamenti al giorno — avrebbe potuto costare all’economia britannica fino a 56 miliardi di sterline. Uno scenario rimasto ipotetico solo perché TfL, rendendosi conto della compromissione, ha scelto di disattivare preventivamente la propria rete per contenere gli attaccanti.

I due si sono dichiarati colpevoli il 22 giugno 2026, il primo giorno del processo, evitando così il dibattimento. Hanno ammesso il reato sulla base di aver agito in modo “reckless” — sconsiderato — rispetto al rischio di causare o creare un pericolo significativo per il benessere umano, elemento costitutivo della Section 3ZA.

Come sono stati identificati


Flowers è stato arrestato per la prima volta il 6 settembre 2024, tre giorni dopo la fine dell’intrusione in TfL, nella sua abitazione a Walsall. Al momento dell’arresto, gli agenti NCA lo hanno sorpreso mentre era ancora attivo su due ulteriori obiettivi: le reti delle organizzazioni sanitarie statunitensi SSM Health Care Corporation e Sutter Health. Tra i dispositivi sequestrati — laptop, computer desktop, hard disk e chiavette USB — un portatile Acer conteneva uno screenshot della connettività di rete verso l’infrastruttura TfL e diversi video, registrati dallo stesso Flowers, che mostravano Jubair muoversi all’interno dei sistemi dell’authority londinese durante l’attacco. I due comunicavano in tempo reale su Telegram e condividevano uno spazio di lavoro online.

L’accusa ha dimostrato che Flowers era collegato al server remoto usato per lanciare tutte e tre le intrusioni, con prove ricavate dai suoi stessi dispositivi. Le informazioni che collegano Jubair all’attacco TfL sono state invece ottenute all’estero, con la collaborazione di autorità giudiziarie di altri Paesi — un dettaglio che la CPS non ha specificato ulteriormente. Jubair, arrestato il 16 settembre 2025, ha un secondo procedimento ancora aperto negli Stati Uniti: un atto d’accusa depositato nel New Jersey lo collega a circa 120 intrusioni di rete e almeno 47 vittime statunitensi tra maggio 2022 e settembre 2025, per oltre 115 milioni di dollari in riscatti pagati, incluse violazioni ai danni di un’infrastruttura critica USA e dei tribunali federali. Su questo fronte rischia fino a 95 anni di carcere; nessuna delle comunicazioni ufficiali diffuse finora affronta il tema dell’estradizione.

Scattered Spider è davvero finita?


La NCA sostiene che l’azione contro i due abbia “sostanzialmente fermato” il gruppo, citando una valutazione di Microsoft secondo cui gli arresti ne avrebbero degradato in modo significativo la capacità operativa. Ma la stessa agenzia ammette che altri criminali potrebbero continuare a usare il marchio “Scattered Spider” per rivendicare nuovi attacchi. Non è un’ipotesi remota: a gennaio 2026 Mandiant ha documentato l’espansione di un’operazione di estorsione a marchio ShinyHunters che replica lo stesso modello — vishing verso i dipendenti, pagine di phishing per rubare credenziali SSO e codici MFA, enrollment di un dispositivo dell’attaccante per bypassare l’autenticazione multifattore.

È proprio questo il punto debole che accomuna la maggior parte dei casi riconducibili a Scattered Spider: non un exploit tecnico sofisticato, ma la manipolazione dei processi di help desk — reset password, gestione dei dispositivi MFA — con tecniche di social engineering telefonico mirate e ben documentate.

Due righe per i difensori


Il caso TfL resta un caso di scuola su come un’infrastruttura critica possa essere messa in ginocchio non da uno zero-day, ma da processi organizzativi vulnerabili al fattore umano. Alcune indicazioni pratiche per ridurre l’esposizione a gruppi con TTP simili a Scattered Spider:

  • Verificare sempre l’identità con procedure fuori banda (callback su numero verificato, verifica video) prima di eseguire reset password, modifiche MFA o enrollment di nuovi dispositivi richiesti telefonicamente all’help desk.
  • Limitare la possibilità per il personale di help desk di eseguire reset critici senza approvazione di un secondo operatore (four-eyes principle).
  • Monitorare enrollment MFA anomali, specialmente se avvengono subito dopo un reset password.
  • Coinvolgere le forze dell’ordine tempestivamente in caso di incidente: secondo la NCA, la collaborazione precoce di TfL è stata determinante per l’esito del procedimento.
  • Segmentare le reti operative critiche (biglietteria, pagamenti, servizi per l’utenza vulnerabile) da quelle amministrative, per limitare l’impatto di una compromissione laterale.

Fonti: The Hacker News, National Crime Agency.


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Mamdani valuta l’arresto di Netanyahu a New York: “Il suo posto è all’Aia”


Il sindaco conferma al New York Times che la sua amministrazione sta verificando la possibilità di arrestare il premier israeliano durante l’Assemblea Generale dell’ONU di settembre. Netanyahu replica: “Sostiene Hamas e odia l’America”.

Il sindaco di New York, Zohran Mamdani, ha confermato che la sua amministrazione sta ancora valutando la possibilità di arrestare il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, atteso in città a settembre per l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. “Credo che il posto del primo ministro Netanyahu sia all’Aia”, ha dichiarato a The Interview, il programma del New York Times condotto da Lulu Garcia-Navarro.

“È un criminale di guerra ricercato dalla Corte Penale Internazionale. E sappiate che si tratta di un’opinione condivisa da molti, semplicemente per le conseguenze che le sue azioni hanno prodotto in questi anni”.


Il principale ostacolo è però di natura giuridica. Mamdani ha ammesso di non sapere se disponga dell’autorità necessaria per ordinare alla polizia municipale, che dipende dalla sua amministrazione, di fermare un capo di governo straniero. La questione, ha spiegato, è al centro di “un confronto ancora in corso” con l’ufficio legale della città.

“Faremo tutto ciò che la legge ci consente di fare a New York, ma non scriveremo leggi su misura per raggiungere questo obiettivo”.


La posizione del sindaco non è nuova. Durante la campagna elettorale dello scorso anno, Mamdani aveva già dichiarato allo stesso quotidiano newyorkese che avrebbe ordinato l’arresto di Netanyahu in esecuzione del mandato emesso dalla Corte Penale Internazionale per il ruolo del premier nella guerra a Gaza, definita un genocidio sia dal sindaco sia da una commissione delle Nazioni Unite.

Netanyahu replica: “Sostiene Hamas e odia l’America”


La replica di Netanyahu, impegnato in Israele nella corsa per la rielezione, è arrivata durante un’intervista radiofonica con Sid Rosenberg, conduttore locale e frequente critico di Mamdani. Il premier ha affermato di non essere preoccupato e ha accusato il sindaco di sostenere Hamas:

“Condanna Israele, l’unica democrazia che difende fianco a fianco con gli Stati Uniti i valori americani”.


Poi ha aggiunto: “Chi difende? Hamas, che invoca apertamente il massacro di ogni ebreo sulla faccia della Terra”. Secondo Netanyahu, Mamdani “odia segretamente l’America”.

Sabato è intervenuto anche Danny Danon, ambasciatore israeliano presso l’ONU, accusando il sindaco di non contrastare con sufficiente determinazione l’antisemitismo in città. “Il primo ministro Netanyahu verrà a New York, parlerà con orgoglio all’Assemblea generale e proclamerà davanti al mondo la verità di Israele”, ha dichiarato Danon.

La frattura su Gaza attraversa i democratici


Le posizioni di Mamdani non sono più marginali all’interno del Partito Democratico americano. Questa settimana quasi la metà dei deputati democratici ha votato a favore dell’interruzione degli aiuti statunitensi a Israele. La misura è stata respinta, ma il risultato mostra quanto stia cambiando l’atteggiamento del partito nei confronti di uno degli alleati storici degli Stati Uniti in Medio Oriente.

Anche il sindaco di New York City conferma che la guerra a Gaza stia mobilitando gli elettori in tutto il Paese e cita le primarie democratiche per la Camera tenute il mese scorso a New York, vinte dai candidati da lui appoggiati. “È difficile immaginare una strategia politica più fallimentare di quella adottata dal nostro Paese nei confronti di Gaza e della Palestina”, ha affermato.

Nella sua intervista, Mamdani ha affrontato anche alcuni temi di politica nazionale. Ha accolto con favore l’ipotesi di una candidatura presidenziale di Alexandria Ocasio-Cortez nel 2028 — “Sarebbe brava in qualsiasi ruolo” — e ha criticato i metodi adottati dall’Amministrazione Trump sull’immigrazione.

Il sindaco si è comunque detto “disposto a collaborare con il governo federale” per i casi riguardanti immigrati condannati per reati gravi. Ha invece escluso qualsiasi cooperazione nell’applicazione civile delle norme sull’immigrazione con un’Amministrazione che, a suo giudizio, punta a espellere “la stragrande maggioranza delle persone”.

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☕ CYBERBRIEFING — Domenica 19 luglio 2026

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Reviewing the 2026 Tübingen Digital Freedom Days


We previously wrote about the Tübingen Digital Freedom Days in Germany, a conference held from 15 to 17 May 2026, the fifth such conference. Several Pirates participated in this conference and have asked us to provide an update about the speeches that were made there. The conference included more than 50 talks and workshops.

About the 2026 Tübingen Digital Freedom Days

Digital empowerment in uncertain times


Borys Sobieski, a former chair of Piratenpartei Deutschland, presented Inclusion in Digital Projects. His practical talk explained how accessibility is often overlooked in open-source projects and showed how relatively simple changes can make digital projects easier for more people to use.

Eva Wolfangel, an independent science and technology journalist, author, speaker, and moderator whose work appears in publications including Die ZEIT, Deutschlandfunk, and Technology Review, presented Privacy by Lying. She examined data collection, digital self-defence, and her practice of providing alternative information when booking platforms, hotels, courses, and other organisations request more personal data than they need.

Peter Gietz, founder and CEO of DAASI International, presented Digital Freedom in Europe and What Trump Has to Do with It. He discussed Europe’s dependence on large American technology companies, the public money spent on closed-source software, and the open-source alternatives that could help Europe build greater digital sovereignty.

Finally, Schoresch Davoodi and Babak Tubis, both alternate board members of Pirate Parties International, presented the lecture Digitality and Empowerment 2.0: Encoding Empowerment. Their lecture argues that citizens should not hand all responsibility to governments, platforms, algorithms, or other organisations. Instead, people need the knowledge and confidence to assess information, question systems, and take responsibility for their own decisions. Internet shutdowns in Iran appear as one example of how control over communication can become a method of political control.

Watch: Inclusion in Digital Projects

Watch: Privacy by Lying

Watch: Digital Freedom in Europe

Watch the Tübingen lecture

Read the lecture manuscript on the PPI Wiki

Freedom requires participation


Taken together, these talks show why digital freedom must be discussed from several directions. Authoritarian governments often try to control information directly. Democracies may end up doing the same thing by slowly reducing openness in the name of safety, convenience, or moral certainty. The Tübingen Digital Freedom Days created space for that discussion. We hope that Pirates are able to continue participating in this conference next year, and we will continue to update about it.

Watch the complete TDF 2026 video archive

Watch the TDF 2026 YouTube playlist


pp-international.net/2026/07/r…

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Der Einsatz sogenannter künstlicher Intelligenz im Kreativbereich ist schambehaftet und wird in der Regel argwöhnisch beäugt. Dabei zählt am Ende die Qualität eines Werkes – und die müssen wir erst einmal erkennen, schreibt @vincefoerst in seiner Kolumne:

netzpolitik.org/2026/trugbild-…

in reply to netzpolitik.org

Meinetwegen soll es KI-Kunst sowohl in der geschilderten "Qualitätsversion" geben, wo die KI nur kleine Anteile hat, als auch in der "Schrottversion" 100% KI erzeugt (die immerhin total unbegabten vielleicht auch hilft, sich irgendwie auszudrücken oder schnell ein Aufmacherbild für irgendwas zu erzeugen).

Das Problem entsteht aber meiner Ansicht nach dann, wenn diese "Kunst" ohne Kennzeichnung und ohne Trennung von 100% menschlicher Kunst existiert.

Eine no-AI Künstlerin, die sich jahrzehntelang fortgebildet und einen eigenen Stil entwickelt hat sollte beim Kampf um die für die Vermarktung notwendige Aufmerksamkeit nicht gegen eine Flut von KI-generierten Werken ankämpfen müssen. 1/2

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Spirals Ransomware: From First Foothold to Full Encryption in Under 24 Hours
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Citrix Patches Privilege Escalation Flaw That Hands Standard Users Full SYSTEM Control
#CyberSecurity
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Hugging Face Breach Reveals a New Front: AI Agents Attacking, AI Agents Defending
#CyberSecurity
securebulletin.com/hugging-fac…
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I fratelli Tate arrestati a Miami: il Regno Unito chiede l'estradizione per stupro


Gli US Marshals hanno fermato i due influencer a Miami prima di un evento di boxe. La procura britannica ha annunciato 59 capi d'accusa, tra cui stupro e tratta, e ne ha chiesto l'estradizione

Andrew Tate e suo fratello Tristan sono stati arrestati sabato a Miami dagli US Marshals, l'agenzia federale statunitense che si occupa della cattura dei ricercati e delle estradizioni. I due influencer, tra i personaggi più controversi e seguiti di internet, sono stati fermati sulla base di un mandato secretato, mentre la procura britannica annunciava decine di nuove accuse nei loro confronti, tra cui stupro e tratta di esseri umani, e ne chiedeva l'estradizione nel Regno Unito.

La Crown Prosecution Service, la procura della corona britannica, ha portato a 59 i capi d'accusa complessivi contro i fratelli: 42 per Andrew Tate, che ha 39 anni, e 17 per Tristan, che ne ha 38. I reati contestati risalgono al periodo tra il luglio 2010 e l'agosto 2017 e riguardano sette presunte vittime, quattro delle quali identificate solo di recente. Le accuse comprendono stupro, organizzazione o facilitazione della tratta a fini di sfruttamento sessuale e lesioni personali. Andrew Tate deve rispondere anche di sfruttamento della prostituzione e di 19 capi d'accusa legati a immagini indecenti di un minore e a pornografia estrema.

Gli agenti federali hanno ammanettato i due fuori dal James L. Knight Center, nel centro di Miami, dove Andrew Tate quella sera avrebbe dovuto co-condurre un evento di boxe a mani nude. I fratelli dovrebbero comparire davanti al tribunale federale di Miami all'inizio della prossima settimana. Né gli US Marshals né il dipartimento di Giustizia hanno spiegato pubblicamente su quali basi sia stato emesso il mandato.

I due, che hanno la doppia cittadinanza americana e britannica e sono cresciuti a nord di Londra, si erano trasferiti in Romania nel 2016. Lì erano stati arrestati nel dicembre 2022 con l'accusa di aver attirato alcune donne per sfruttarle sessualmente, ma il processo non è mai iniziato per problemi legali e procedurali. L'anno scorso le autorità romene avevano permesso loro di lasciare il paese e i due erano volati in Florida su un jet privato.

I fratelli Tate sono ex kickboxer diventati influencer della cosiddetta "manosphere", la galassia online che promuove un'idea di mascolinità dominante e ostile al femminismo. Hanno milioni di follower su X, mentre Andrew Tate è stato bandito da YouTube, TikTok e Instagram per aver violato le regole contro l'incitamento all'odio: in passato si è definito lui stesso un misogino e ha sostenuto, tra le altre cose, che le donne vittime di violenza sessuale abbiano una parte di responsabilità per le aggressioni subite. Nel 2016 aveva partecipato al reality britannico "Big Brother", da cui era stato escluso dopo la diffusione di un video che sembrava mostrarlo mentre colpiva ripetutamente una donna con una cintura. I due sono sostenitori dichiarati del presidente Donald Trump.

I fratelli hanno sempre negato ogni accusa, sostenendo che le loro dichiarazioni violente e misogine siano state estrapolate dal contesto o fossero battute. Il loro avvocato Joseph McBride ha definito le nuove accuse britanniche "sporcizia e calunnie" pensate per far deragliare le cause per diffamazione che i due hanno intentato negli Stati Uniti e ha detto che "l'America non fa il lavoro sporco politico della Gran Bretagna".

Andrew Tate deve inoltre affrontare quest'anno nel Regno Unito un processo civile intentato da quattro donne che lo accusano di violenze fisiche e sessuali commesse tra il 2013 e il 2015: due dicono di aver avuto una relazione con lui, le altre due lavoravano per la sua azienda di webcam. Tate respinge le accuse e i suoi legali sostengono che tutti i rapporti sessuali fossero consensuali.

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Inside NadMesh: The Shodan-Powered Botnet Hunting Exposed AI Servers
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La rassegna stampa di domenica 19 luglio 2026


Gli Stati Uniti colpiscono l'Iran dopo la morte di due militari in Giordania, mentre Trump rilancia le accuse di brogli elettorali dividendo i repubblicani; a Miami arrestati i fratelli Tate e il fumo degli incendi canadesi soffoca l'aria di milioni di americani

Questa è la rassegna stampa di domenica 19 luglio 2026

Gli Stati Uniti colpiscono l'Iran dopo la morte di due militari in Giordania


Due membri delle forze armate statunitensi sono stati uccisi e altri feriti in un attacco missilistico iraniano contro la base aerea di Muwaffaq Salti, in Giordania, che ospita truppe americane. In risposta il Comando centrale (Centcom) ha lanciato una nuova ondata di raid contro obiettivi in Iran, mentre il presidente Trump ha definito la vicenda "molto triste". È la prima volta che soldati americani muoiono da quando i combattimenti sono ripresi due settimane fa, portando a 16 il totale delle vittime del conflitto.

Fonti: Axios, Bloomberg, The Hill

Trump rilancia le accuse di brogli e divide i repubblicani in vista delle elezioni di metà mandato


Nel discorso in prima serata di giovedì il presidente ha ripreso le sue accuse di interferenze straniere nel voto statunitense, sostenendo che la Cina avrebbe ottenuto milioni di dati elettorali, e ha spinto per l'approvazione del SAVE America Act sui requisiti di identità degli elettori. La forzatura irrita diversi repubblicani, che temono ripercussioni alle elezioni di metà mandato. Alcune grandi reti televisive hanno scelto di non trasmettere il discorso in diretta, alimentando le polemiche sui media.

Fonti: The Hill

I fratelli Tate arrestati a Miami, il Regno Unito ne chiede l'estradizione


Gli influencer Andrew e Tristan Tate, noti per le loro posizioni misogine, sono stati arrestati a Miami dai marshal federali sulla base di un mandato sigillato. Le autorità britanniche ne chiedono l'estradizione dopo aver formalizzato 59 capi d'accusa, tra cui stupro e traffico di esseri umani, relativi a fatti compresi tra il 2010 e il 2017. I due fratelli sono da anni al centro di indagini penali in Europa.

Fonti: The New York Times, The Wall Street Journal, Fox News

Le parole di Vance su Epstein e Israele riecheggiano teorie del complotto


Il vicepresidente J.D. Vance ha affermato che vi sarebbero legami tra Jeffrey Epstein e i "più alti livelli" dell'intelligence israeliana, un'uscita che ha messo a disagio parte del suo stesso partito. Le dichiarazioni, secondo diversi osservatori, riprendono argomenti vicini alle teorie del complotto e rischiano di aprire nuove tensioni interne al fronte repubblicano.

Fonti: The New York Times

L'esperimento da 50 milioni di Israele per cambiare l'opinione pubblica americana


Secondo un'inchiesta, il governo israeliano sta impiegando intelligenza artificiale e pagamenti a media conservatori statunitensi per contrastare il crescente sentimento sfavorevole negli Stati Uniti sulla sua gestione delle guerre a Gaza e in Iran. L'operazione, del valore di circa 50 milioni di dollari, punta a orientare la percezione dell'opinione pubblica americana.

Fonti: The Wall Street Journal

Il Dipartimento di Giustizia riduce l'azione penale contro i reati d'impresa


I procuratori federali hanno rinunciato a incriminare diverse aziende in casi recenti, pur ritenendo che dirigenti di alto livello fossero coinvolti in condotte illecite. Il cambio di approccio segna un allentamento nella persecuzione dei reati societari da parte del Dipartimento di Giustizia.

Fonti: The Wall Street Journal

Mamdani valuta l'arresto del premier israeliano Netanyahu a New York


Il sindaco di New York Zohran Mamdani ha dichiarato al New York Times di essere in "un'attiva conversazione" con l'ufficio legale della città per capire se abbia l'autorità di far arrestare il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in caso di una sua visita per l'Assemblea generale delle Nazioni Unite in autunno. L'ipotesi apre un delicato scenario giuridico e diplomatico.

Fonti: The New York Times, The Hill

Il fumo degli incendi canadesi soffoca l'aria per milioni di americani


Oltre cento milioni di statunitensi sono interessati da allerte sulla qualità dell'aria mentre il fumo degli incendi in Canada e nel Minnesota settentrionale avvolge ampie zone del Paese. La vicenda ha alimentato tensioni diplomatiche: il premier dell'Ontario Doug Ford ha definito "assolutamente inaccettabili" le critiche rivolte al governo canadese dall'amministrazione Trump e da alcuni repubblicani.

Fonti: The Hill, The Hill

Un dissidente cubano liberato dall'Avana arriva negli Stati Uniti


Un artista e dissidente cubano è arrivato a Miami dopo cinque anni di detenzione, in un'insolita scarcerazione decisa dalle autorità dell'isola. Il rilascio avviene mentre Cuba è sottoposta a una campagna di pressione economica da parte dell'amministrazione del presidente Donald Trump.

Fonti: Bloomberg

Corsa al Senato: si muovono le sfide in Maine e Nebraska


In Maine l'ex presidente progressista del Senato statale Troy Jackson guadagna terreno nella corsa per sostituire Graham Platner, con metà delle contee che hanno già scelto i delegati per la convention. In Nebraska la candidata democratica Cindy Burbank ha presentato istanza di ritiro, un passo che potrebbe spianare la strada all'indipendente Dan Osborn, sostenuto dai vertici del partito, tra le proteste dei repubblicani.

Fonti: The New York Times

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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I Dem sono avanti di 26 punti tra chi detesta entrambi i partiti


Un americano su cinque boccia entrambi i partiti: per il sondaggista G. Elliott Morris questo gruppo sceglie i democratici 55 a 29 e vale da solo circa l'80% del loro vantaggio nazionale

Gli elettori americani che non sopportano né i democratici né i repubblicani, circa un quinto del totale, dicono che alle elezioni di metà mandato di novembre, quando si rinnovano la Camera e un terzo del Senato, voteranno in maggioranza per i democratici: 55% contro il 29% dei repubblicani, un vantaggio di 26 punti. Lo scrive il sondaggista G. Elliott Morris in un'analisi pubblicata sulla sua newsletter Strength In Numbers, secondo cui questo gruppo di scontenti vale da solo circa l'80% del vantaggio nazionale del partito.

Morris, insieme all'istituto demoscopico Verasight, ha chiesto a giugno a 2.000 americani di dare un voto da 0 a 100 a entrambi i partiti su un "termometro dei sentimenti", dove 0 indica totale freddezza e 100 piena simpatia. Circa un elettore registrato su cinque ha dato a entrambi un voto sotto il 50: sono i cosiddetti double haters, i "doppi odiatori" di cui gli analisti americani discutono da anni. Tra tutti gli altri elettori i democratici sono avanti di appena 2 punti, mentre nel complesso il partito è avanti di circa 7 punti nel cosiddetto generic ballot, la domanda su quale partito si voterebbe per il Congresso, un vantaggio che in altre rilevazioni arriva a 10 punti. Il grosso del margine democratico viene quindi proprio dagli scontenti.

Sondaggio · Midterm 2026
Gli elettori che detestano entrambi i partiti convergono sui democratici
Un elettore registrato su cinque boccia sia i democratici sia i repubblicani. Nel 2016 e nel 2024 questi «double haters» hanno premiato Trump: oggi puniscono chi governa.

Grafica di FocusAmerica Luglio 2026

Quanti sono i «double haters»

0%
degli elettori registrati dà a entrambi i partiti un voto inferiore a 50 su 100

Ogni quadrato è l’1% degli elettori
E come voteranno?

Come votano
Dall’identità dichiarata alle urne: la progressione democratica

Tocca o clicca un colore per seguirne l’evoluzione nelle tre barre

+0
punti di vantaggio democratico tra i double haters nelle intenzioni di voto per la Camera (55% a 29%). Da soli valgono circa l’80% del margine nazionale dei democratici.

Quote percentuali tra gli elettori registrati che assegnano a entrambi i partiti un punteggio inferiore a 50 su un termometro di gradimento da 0 a 100: il 21% del totale, pari a 357 intervistati su un campione di 2.000 americani. Elaborazione di Focus America su dati del sondaggio Strength In Numbers/Verasight di giugno 2026.

A maggio il Pew Research Center, uno dei principali istituti di ricerca americani, aveva rilevato che il 26% degli adulti ha un'opinione negativa di entrambi i partiti, la quota più alta in oltre trent'anni di rilevazioni e più di quattro volte quella del 1994. Negli ultimi cicli elettorali questo tipo di elettore aveva premiato Donald Trump: nel 2016 e nel 2024 il presidente ha vinto con margini a doppia cifra tra chi aveva un'opinione negativa sia di lui sia dei suoi avversari, secondo gli exit poll, e li aveva conquistati anche nel 2020, quando però erano una fetta molto più piccola dell'elettorato. La definizione usata allora era leggermente diversa, basata sul giudizio sui candidati alla presidenza anziché sui partiti.

I doppi odiatori non sono simpatizzanti democratici nascosti nei dati. Alle presidenziali del 2024 il gruppo si era diviso: il 40% dice di aver votato per Kamala Harris, il 29% per Trump, il 15% per un altro candidato (una quota quattro volte superiore alla media) e il 16% non è andato a votare. Solo il 19% si definisce democratico e il 18% repubblicano, mentre il 64% si dice indipendente o senza partito.

Il 55% a favore dei democratici significa quindi che molti stanno cambiando campo. Tra i doppi odiatori che nel 2024 votarono Trump, il 71% resta con i repubblicani, ma circa uno su otto è passato ai democratici; tra quelli che votarono Harris la fedeltà è al 90% e solo il 4% si sposta a destra. Il gruppo decisivo è però quello dei non allineati: il 31% dei double haters nel 2024 votò per un terzo candidato o rimase a casa e oggi questi elettori scelgono i democratici 51 a 23. Chi era rimasto a casa due anni fa si sta spostando nettamente a sinistra, una tendenza che altre ricerche hanno rilevato nelle ultime settimane. Più l'avversione è intensa, più il fenomeno si accentua: restringendo la definizione a chi dà a entrambi i partiti un voto sotto il 40, il vantaggio democratico sale a 28 punti; sotto il 30 arriva a 32.

Il profilo di questi elettori è più giovane della media, con un'età mediana di 42 anni contro i 53 degli altri, e più maschile (55%). Dal punto di vista ideologico sono un gruppo misto: il 37% si definisce moderato, il 40% progressista e il 23% conservatore. Il 61% pensa che il Paese vada male e abbia bisogno di cambiamenti profondi e dirompenti, contro il 50% della media. E sono molto ostili al presidente: l'80% disapprova il suo operato, il 62% con forza, e sul termometro da 0 a 100 gli danno in media un voto di 20.

La spinta verso i democratici non nasce dalla simpatia: sul termometro il partito prende in media 22, contro il 16 dei repubblicani. Un indizio arriva da un'altra domanda del sondaggio: il 77% dei doppi odiatori pensa che dal secondo mandato di Trump abbiano tratto beneficio soprattutto i ricchi e le grandi aziende anziché il cittadino medio; il 60% ritiene che ne abbiano beneficiato molto di più. È una convinzione diffusa anche nel resto della popolazione (62%), ma tra gli scontenti è più intensa. Le loro priorità sono invece simili a quelle della media: il 36% indica prezzi e inflazione come principale problema del Paese, il 15% lavoro ed economia, il 13% elezioni e democrazia.

Morris propone due letture. La prima è che questi elettori, meno legati emotivamente ai partiti, votino in modo più "razionale" guardando ai risultati: quando l'economia va male puniscono chi governa. I dati sembrano confermarlo: il 46% si fida più dei democratici per affrontare i problemi principali del Paese, contro il 25% che si fida dei repubblicani. La seconda è che votino sistematicamente contro il partito che controlla la Casa Bianca: scelsero Trump nel 2016 e nel 2024, quando governavano i democratici, e ora votano contro i repubblicani. In ogni caso il gruppo non va ignorato: due terzi dicono che andrebbero sicuramente a votare se le elezioni si tenessero oggi, compresi molti di quelli che nel 2024 rimasero a casa.


Democratici avanti di 10 punti, un vantaggio che non si vedeva dall'onda blu del 2006


Il 49% degli adulti americani si identifica ora come democratico o come indipendente vicino al Partito Democratico, contro solo il 39% che si riconosce nei repubblicani. È quanto emerge dalle rilevazioni trimestrali sull'identificazione degli elettori americane condotte da Gallup nei primi 6 mesi del 2026. Un vantaggio di 10 punti che, in un anno di elezioni di metà mandato, non si registrava dal 2006 e che, a pochi mesi dal voto di novembre, ovviamente alimenta le speranze dei democratici di riprendere il controllo del Congresso.

Il confronto con i dati delle precedenti elezioni di metà mandato mostra quanto il dato sia eccezionale. In questa stessa rilevazione, nel 2022 i due partiti erano quasi in parità, con i repubblicani avanti di un solo punto, 45% a 44%. Nel 2018, invece, i democratici guidavano di 6 punti, nel 2014 di 3 e nel 2010 di 1, mentre nel 2002 si trovavano in perfetta parità. L'unico precedente davvero paragonabile risale al 2006, quando i democratici erano avanti di +10, 50% a 40%. Quell'anno alle elezioni di novembre travolsero il Partito Repubblicano di George W. Bush, guadagnando 31 seggi e riconquistando la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti dopo 12 anni, oltre a strappare anche la maggioranza al Senato grazie a 6 nuovi seggi guadagnati.

Midterm 2026 · Sondaggi
I democratici avanti di 10 punti: un vantaggio che in un anno di midterm mancava dal 2006

Nel primo semestre del 2026 il 49% degli adulti americani si identifica nel Partito Democratico o pende verso di esso, contro il 39% dei repubblicani. L’ultima volta che il divario fu così ampio, nel 2006, finì con un’onda blu.
Grafica di FocusAmerica 12 luglio 2026

Identificazione di partito · Media Gallup, primo semestre 2026

Democratici
0%
+10

Repubblicani
0%
Adulti che si dichiarano democratici o indipendenti vicini al partito
Adulti che si dichiarano repubblicani o indipendenti vicini al partito

Alla fine del 2024 i repubblicani erano ancora avanti di 4 punti: da allora il pendolo si è spostato di 14 punti verso i democratici.

La serie Gallup
Il collasso repubblicano dopo il voto del 2024
Quota di adulti che si identifica in ciascun partito, simpatizzanti inclusi. Medie trimestrali dal 2015. Tocca o sfiora il grafico per leggere ogni trimestre.
T2 2026 Dem 49% Rep 39% esplora sul grafico ↓

La conferma degli altri indicatori · Emerson College, aprile 2026

50–40
Voto generico per il Congresso, Dem contro Rep

40%
Approva l’operato del presidente Trump

56%
Boccia l’operato del presidente Trump

Il confronto storico
Solo il 2006 somiglia al 2026
Distacco nell’identificazione di partito negli anni di elezioni di metà mandato: a destra il vantaggio democratico, a sinistra quello repubblicano.

2002 Parità
2006 Dem +10
2010 Dem +1
2014 Dem +3
2018 Dem +6
2022 Rep +1
2026 Dem +10

Il vantaggio democratico non garantì sempre la vittoria: nel 2010 e nel 2014, con margini minimi, i repubblicani dominarono comunque le urne. Ma un +10 non si vedeva, appunto, dal 2006.

Il precedente
2006: l’onda blu che travolse Bush
Presidente repubblicano al secondo mandato, consenso in calo, una guerra impopolare, centristi in fuga: con gli stessi ingredienti di oggi, a novembre 2006 i democratici ripresero il Congresso.

+0
Seggi guadagnati alla Camera
Maggioranza riconquistata

+0
Seggi guadagnati al Senato
Maggioranza strappata al Gop

0
Anni di opposizione alla Camera interrotti quella notte
La Camera era repubblicana dal 1994

Le incognite
Un elettorato mai così sfuggente
Gallup invita alla prudenza: il vantaggio democratico poggia sul segmento più instabile dell’elettorato.


45% Indipendenti

Nel 2025 il 45% degli americani si è dichiarato indipendente: la quota più alta mai registrata da Gallup. Una parte enorme dell’elettorato che nessuno dei due partiti può considerare acquisita.

Gran parte dello spostamento è avvenuta tra gli indipendenti che pendono verso un partito: legami deboli, preferenze potenzialmente volatili.

L’immagine dei democratici resta ai minimi storici: il movimento riflette più il malcontento verso Trump che un ritrovato entusiasmo per l’opposizione.

Fonte Gallup, identificazione di partito tra gli adulti americani (medie trimestrali 2015–2026, simpatizzanti inclusi); Emerson College Polling, sondaggio nazionale di aprile 2026 tra gli elettori probabili.

Il collasso repubblicano dopo il voto del 2024


Il ribaltamento è stato rapido e si è consumato nel giro di poco più di un anno. Nell'ultimo trimestre del 2024, infatti, i repubblicani erano ancora avanti di 4 punti, con il 47% contro il 43% dei democratici. Da allora però sono scesi al 39%, mentre i democratici sono saliti al 49%: uno spostamento complessivo di 14 punti a favore di questi ultimi.

Anche altri indicatori descrivono una dinamica simile. Ad esempio un recente sondaggio dell'Emerson College, condotto ad aprile tra gli elettori probabili, attribuisce ai democratici esattamente 10 punti di vantaggio nel voto generico per il Congresso: 50% contro 40%. Nello stesso sondaggio il consenso per il presidente Donald Trump si fermava invece al 40%, mentre il 56% degli intervistati ne boccia l'operato.

Il precedente del 2006 e l'incognita degli indipendenti


Gallup invita tuttavia alla prudenza. Gran parte dello spostamento è avvenuta tra gli indipendenti che "pendono" verso uno dei due partiti: si tratta quindi di elettori con legami politici più deboli e preferenze potenzialmente volatili. I democratici, inoltre, stanno guadagnando terreno nonostante la loro immagine resti ai minimi storici. Il movimento sembra quindi riflettere più il malcontento verso Trump che un ritrovato entusiasmo per l'opposizione.

A rendere il quadro ancora più incerto contribuisce un altro record: nel 2025 il 45% degli americani si è dichiarato indipendente, la quota più alta mai rilevata sinora nelle rilevazioni Gallup. Si tratta di una parte enorme dell'elettorato che nessuno dei due partiti può considerare acquisita e che potrebbe ancora cambiare idea da qui a novembre. Ciò nonostante, il parallelo con il 2006 resta difficile da ignorare: anche allora alla Casa Bianca sedeva un presidente repubblicano al secondo mandato, con un consenso in calo, una guerra impopolare in corso e gli elettori centristi sempre più lontani dal partito di governo. Vent'anni dopo, molti degli ingredienti che hanno portato all'onda blu sembrano essere gli stessi.


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Due soldati americani uccisi da missili iraniani in Giordania. L’Iran attacca il “Grande Satana”


Colpita la base aerea di Muwaffaq Salti: un soldato risulta disperso e quattro sono rimasti feriti. La Guida Suprema accusa Trump di aver violato l’accordo e minaccia “costi ancora più pesanti”.

Due militari americani sono stati uccisi e un terzo risulta disperso dopo un attacco iraniano con missili balistici contro la base aerea di Muwaffaq Salti, in Giordania. Lo ha reso noto il Comando centrale degli Stati Uniti (Central Command, CENTCOM). Sono i primi caduti americani dalla ripresa dei combattimenti tra Stati Uniti e Iran, 8 giorni fa. Il bilancio complessivo delle perdite statunitensi dall’inizio della guerra sale così a 16 morti.

Almeno due missili balistici hanno colpito la base, che ospita militari e caccia statunitensi. I video diffusi sui social media mostrano l’impatto degli ordigni e una densa colonna di fumo levarsi dall’area subito dopo l’attacco.

Video shows Iranian ballistic missiles striking Muwaffaq Salti Air Base in Jordan overnight, killing two American servicemembers and injuring several others pic.twitter.com/UtJh6nEgF2
— Faytuks Network (@FaytuksNetwork) July 18, 2026


“Il 17 luglio due militari statunitensi in Giordania sono caduti in azione mentre il CENTCOM e le forze alleate contrastavano attacchi iraniani condotti con missili balistici e droni. Un altro militare risulta al momento disperso in azione”, ha comunicato il Comando in un post su X. Quattro soldati sono stati trasferiti in ospedali giordani e successivamente dimessi; altri, sottoposti ad accertamenti per ferite lievi, sono già tornati in servizio.

CENTCOM Statement on Recently Fallen, Missing U.S. Service Members

TAMPA, Fla. — On July 17, two U.S. service members in Jordan were killed in action as U.S. Central Command (CENTCOM) and partner forces defended against Iranian ballistic missile and drone attacks. Additionally,…
— U.S. Central Command (@CENTCOM) July 18, 2026


Khamenei accusa Trump di aver tradito l’accordo


Poche ore dopo, in una dichiarazione scritta rilanciata dai media di Stato iraniani, la Guida Suprema Mojtaba Khamenei ha accusato il presidente Donald Trump di aver violato l’intesa raggiunta tra Washington e Teheran. “Le ripetute violazioni del memorandum d’intesa firmato dai presidenti di Iran e Stati Uniti da parte del Grande Satana hanno dimostrato ancora una volta quanto sia priva di valore e inaffidabile la firma del presidente americano”, ha scritto Khamenei.

Con l’espressione “Grande Satana”, la nuova Guida Suprema torna così al lessico tradizionale della retorica rivoluzionaria iraniana, già riaffiorato nei suoi interventi dei mesi scorsi dopo il fallimento dell’intesa con l’Amministrazione Trump. Nella stessa dichiarazione Khamenei ha definito “prepotenza, ambizioni egemoniche e brutalità” elementi “inseparabili del comportamento e della dottrina americani”. Gli Stati Uniti, ha aggiunto, hanno “rivelato ancora una volta il loro vero volto, senza maschera”.

Khamenei ha quindi accusato Washington di “voler scatenare una nuova guerra” e ha avvertito che, se l’escalation dovesse proseguire, gli Stati Uniti pagheranno “costi ancora più pesanti” e subiranno “un disonore ancora maggiore”. L’Iran e “l’Asse della resistenza”, ha minacciato, hanno in serbo per gli americani “lezioni indimenticabili”.

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Il Segretario alla Sicurezza interna minaccia il carcere per i funzionari elettorali che non collaborano


Markwayne Mullin ha rilanciato le accuse infondate di Trump sui non cittadini nelle liste elettorali e minaccia multe e carcere per i funzionari statali che non collaborano con l'Amministrazione

Il Segretario alla Sicurezza interna Markwayne Mullin ha minacciato venerdì i funzionari elettorali locali di multe e perfino del carcere se non collaboreranno con i tentativi dell'Amministrazione di cambiare le regole del voto. In una conferenza stampa, Mullin ha ripetuto molte delle accuse infondate sulla sicurezza delle elezioni americane che il presidente aveva rilanciato la sera prima in un discorso alla nazione in prima serata, promettendo di "scavare solo un po' più a fondo" rispetto a quanto detto da Trump.

"Se i funzionari elettorali, una volta che abbiamo dato loro le informazioni necessarie per rendere sicure le loro elezioni, scelgono di non farlo, allora quelle persone possono essere chiamate a risponderne con multe, con sanzioni e perfino, a seconda di quanto si va avanti, con il carcere", ha detto Mullin. Non è la prima minaccia di questo tipo: a inizio luglio il dipartimento di Giustizia ha inviato lettere ai 50 Stati e al District of Columbia prospettando azioni penali contro i funzionari che avessero conteggiato schede di non cittadini nelle prossime elezioni.

La Costituzione americana affida però il potere di regolare le elezioni al Congresso e agli Stati e non attribuisce alcuna autorità esplicita in materia al governo federale. Le pressioni di Mullin arrivano mentre il presidente e i suoi alleati cercano un controllo maggiore sull'infrastruttura elettorale del Paese in vista delle elezioni di metà mandato.

Al centro delle accuse c'è la cifra, mai documentata, di oltre 250.000 non cittadini che sarebbero iscritti alle liste elettorali di California, New Jersey, Nevada e Pennsylvania. Il numero non coincide del tutto con quanto lo stesso Mullin ha scritto giovedì ai funzionari della Pennsylvania: "Una revisione preliminare dei registri ha rivelato che potrebbero esserci fino a 14.576 non cittadini registrati per votare in Pennsylvania", si legge in una copia della lettera ottenuta dal New York Times. Né Trump né Mullin hanno spiegato come il governo sia arrivato a quei numeri.

L'analisi del governo sembra basarsi sui registri elettorali pubblici degli Stati, che per motivi di privacy sono privi di informazioni identificative importanti come i numeri di patente. Gli stessi documenti diffusi da Mullin ammettono che le identità delle persone individuate non sono ancora state verificate. Essere registrati non significa inoltre aver votato e lo status di cittadinanza può cambiare nel tempo, quindi il governo dovrebbe dimostrare che quelle persone non erano cittadini nel momento in cui hanno eventualmente votato. David Becker, direttore del Center for Election Innovation and Research, un'organizzazione indipendente che studia le elezioni, ha detto che l'amministrazione non è stata "trasparente sulla metodologia" e ha ricordato che stime simili vengono spesso riviste molto al ribasso dopo verifiche accurate.

Venerdì Mullin ha anche sostenuto che 28.000 non cittadini sarebbero stati individuati nelle liste di oltre 20 Stati che collaborano con il programma federale di verifica della cittadinanza. Secondo Becker la cifra è plausibile, ma equivale allo 0,04% dei 68 milioni di elettori di quegli Stati.

I funzionari di California, Pennsylvania e Nevada hanno respinto le accuse. "Il voto dei non cittadini resta estremamente raro", ha detto in un comunicato Shirley Weber, la segretaria di Stato democratica della California. Al Schmidt, segretario di Stato repubblicano della Pennsylvania, ha detto che "tutte le prove mostrano che il voto dei non cittadini è estremamente raro in tutto il Paese, inclusa la Pennsylvania". Da mesi l'amministrazione cerca di ottenere dagli Stati guidati dai democratici i registri elettorali completi e non oscurati: molti Stati si sono opposti per proteggere la privacy degli elettori e l'amministrazione ha perso diverse cause. Mullin ha ripetuto anche la minaccia di togliere i fondi federali agli Stati che non collaborano.

Il segretario ha rilanciato pure le teorie sulle interferenze straniere. Ha detto che l'Iran aveva violato i registri elettorali di alcuni Stati per "compromettere" il sistema che permette a militari e civili all'estero di votare. Il riferimento è a un episodio del 2020, quando hacker legati all'Iran entrarono in un database delle registrazioni in Alaska e diffusero un video che mostrava presunti voti fraudolenti dall'estero. Il voto mostrato nel video era falso e non è mai avvenuto, come stabilirono all'epoca gli stessi funzionari dell'amministrazione Trump e un'incriminazione del dipartimento di Giustizia contro due iraniani. John Ratcliffe, allora capo dell'intelligence e oggi direttore della CIA, lo disse pubblicamente in un discorso televisivo nel 2020: "Questo video e qualsiasi accusa su schede fraudolente di quel tipo non sono veri".

Mullin ha affermato inoltre che "avversari stranieri hanno componenti che sono parti vitali delle nostre macchine per il voto" e che i rivali degli Stati Uniti possono "cambiare la registrazione degli elettori e il vostro voto". Esperti di cybersicurezza e funzionari elettorali ripetono da anni che uno scenario del genere è estremamente improbabile, perché le macchine per il voto non sono in genere connesse a internet e quasi ogni ipotesi di manomissione richiederebbe l'accesso fisico ai dispositivi.

Mullin ha annunciato che la CISA, l'agenzia federale per la cybersicurezza che dipende dal suo dipartimento, pubblicherà entro 30 giorni un piano aggiornato per la sicurezza dell'infrastruttura elettorale degli Stati. Sotto la presidenza Trump quella stessa agenzia è stata svuotata e il lavoro federale sulla sicurezza delle elezioni è stato ridotto in modo netto.


Trump sostiene senza prove che le elezioni americane sono vulnerabili


Il presidente Donald Trump ha detto agli americani che il loro sistema elettorale è "vulnerabile" ad attacchi informatici e interferenze straniere, senza però portare prove che dei voti siano mai stati alterati. Nel discorso alla nazione annunciato da giorni e trasmesso dalla Casa Bianca giovedì alle 21, ora di Washington (le 3 del mattino di venerdì in Italia), Trump ha presentato la declassificazione di centinaia di pagine di documenti dell'intelligence che secondo lui dimostrano le falle del sistema e un insabbiamento durato anni. I documenti, pubblicati durante il discorso sul sito della Casa Bianca, descrivono però in gran parte vulnerabilità note da tempo e in alcuni casi contraddicono le affermazioni del presidente.

Trump ha accusato la Cina di aver comprato, rubato o ottenuto illegalmente 220 milioni di file con i dati degli elettori americani a partire dalla campagna elettorale del 2020: nomi, indirizzi, numeri di telefono e orientamento politico. Ha sostenuto che le agenzie di intelligence nascosero per anni queste informazioni a lui e al Congresso. La responsabilità sarebbe del "deep state", l'apparato di funzionari federali che secondo il presidente complotta contro di lui. Trump ha poi citato un presunto piano del governo venezuelano per manipolare digitalmente le macchine per il voto, presunte frodi nelle registrazioni degli elettori in Michigan nel 2020 e centinaia di migliaia di persone senza cittadinanza americana presenti nelle liste elettorali. "Non c'è nessun paese del Terzo mondo che abbia elezioni come le nostre", ha detto. L'accusa alla Cina era stata anticipata poche ore prima del discorso.

Nei 25 minuti del discorso Trump non ha mai sostenuto che la Cina abbia cambiato voti o alterato risultati: ha parlato di una campagna di influenza per orientare le percezioni dell'opinione pubblica americana. Ex alti funzionari hanno detto al Washington Post che non esiste alcuna prova di violazioni cinesi dei sistemi di registrazione degli elettori nel 2020 e che gran parte dei dati citati è pubblicamente disponibile. Lo stesso John Solomon, il giornalista conservatore che ha curato la declassificazione per la Casa Bianca, ha riconosciuto davanti ai giornalisti che l'intelligence non ha alcuna prova che una potenza straniera abbia cambiato voti nel 2020, nel 2022 o nel 2024. Trump ha invece nominato una sola volta la Russia, l'unico paese per cui le agenzie americane hanno accertato una vasta campagna di interferenza, condotta nel 2016 in suo favore.

Tra i documenti declassificati, un rapporto dell'intelligence del gennaio 2020 riconosce che Russia, Cina, Iran e Corea del Nord hanno la capacità di accedere ad alcuni sistemi elettorali americani, ma conclude che manipolarli su una scala sufficiente a cambiare l'esito del voto sarebbe difficile, perché le elezioni sono gestite in modo decentrato da stati e contee. Una valutazione già resa pubblica nel 2021 aveva stabilito che la Cina considerò una campagna di influenza sulle elezioni del 2020 ma decise di non attuarla. Un appunto della CIA precisa inoltre che i servizi americani non hanno mai confermato che il piano venezuelano sia stato messo in pratica. L'ambasciata cinese a Washington ha respinto le accuse: "La Cina non ha mai interferito e non interferirà mai nelle elezioni presidenziali degli Stati Uniti", ha detto un portavoce. Il presidente cinese Xi Jinping è atteso alla Casa Bianca a settembre.

🚨 The U.S. Election System is Broken.

Here’s what the disclosures reveal:

- Hundreds of millions of American voter files in the hands of foreign govs
- Voting machines & ballot-counting systems exposed to hacking & manipulation
- China & other adversaries actively trying to… pic.twitter.com/M7rW3xF9W4
— The White House (@WhiteHouse) July 17, 2026


Il dipartimento per la Sicurezza interna (DHS) ha comunicato a California, New Jersey, Nevada e Pennsylvania di aver individuato oltre 256mila potenziali non cittadini nelle loro liste elettorali, secondo lettere ottenute da Fox News. L'analisi si basa però su banche dati commerciali, meno affidabili di quelle governative: lo stesso documento del DHS indica che un sistema federale più accurato, applicato a 68 milioni di registrazioni in 25 stati, ha trovato 28mila casi. Negli Stati Uniti votare alle elezioni federali senza cittadinanza è illegale e succede molto di rado: il database della Heritage Foundation, un centro studi conservatore, conta meno di 100 casi confermati tra il 2002 e il 2022, su oltre un miliardo di voti espressi.

Trump ha detto di aver ordinato alle agenzie di intelligence, al dipartimento di Giustizia e all'FBI di indagare sul presunto insabbiamento e di incriminare i responsabili. Ha ordinato inoltre al DHS di segnalare a ogni stato i non cittadini presenti nelle liste elettorali, chiedendone la rimozione immediata. Soprattutto ha rinnovato la richiesta al Congresso di approvare il SAVE America Act, la legge che richiederebbe la prova di cittadinanza per registrarsi al voto e un documento d'identità con foto per votare, oltre a imporre agli stati di condividere le liste elettorali con il governo federale. Trump vuole aggiungere anche forti limiti al voto per posta. "L'unico motivo per cui non lo fareste è che volete imbrogliare", ha detto rivolto agli oppositori della legge.

La legge è passata alla Camera a febbraio ma è ferma al Senato, dove i repubblicani hanno 53 seggi su 100 e servono 60 voti per superare l'ostruzionismo dei democratici, tutti contrari. Anche alcuni senatori repubblicani sono scettici e il capogruppo John Thune ha ripetuto che i numeri non ci sono. Il senatore repubblicano Thom Tillis ha avvertito che continuare su questa strada significa "convincere il popolo americano che non può contare sui risultati delle elezioni". Per il leader democratico al Senato Chuck Schumer la legge è "morta in partenza".

Trump ha attaccato anche ABC e NBC, le due reti televisive che non hanno interrotto la programmazione per trasmettere il discorso, accusandole di essere "parte di un complotto" e chiedendo la revoca delle loro licenze. CBS ha mandato in onda solo una parte del discorso, accompagnata dalla verifica delle affermazioni del presidente. Fox News l'ha trasmesso per intero, ma ha precisato di non aver visto le prove citate da Trump.

Il governatore democratico della California Gavin Newsom ha scritto sui social che "l'America ha assistito ai vaneggiamenti di un re pazzo" e ha accusato il presidente di preparare il terreno per contestare i risultati che non gli piaceranno. I 24 governatori democratici hanno parlato in una dichiarazione congiunta di un tentativo di "intimidire e mettere a tacere gli elettori". Schumer ha parlato di "un patetico tentativo di Trump di negare ciò che tutti sappiamo essere vero: ha perso le elezioni del 2020".

Il discorso arriva a meno di quattro mesi dalle elezioni di metà mandato di novembre, in cui si rinnovano tutta la Camera e un terzo del Senato: i repubblicani rischiano di perdere le maggioranze, mentre l'approvazione di Trump è ferma al 37 per cento secondo un sondaggio Washington Post-Ipsos. Trump sostiene da anni che le elezioni del 2020 gli furono rubate, dopo aver perso decine di ricorsi in tribunale. Dal ritorno alla Casa Bianca ha ridimensionato le strutture federali che proteggevano il voto, a partire dall'agenzia per la sicurezza informatica delle infrastrutture. In un'intervista al New York Times di gennaio ha detto di rimpiangere di non aver ordinato alla Guardia Nazionale di sequestrare le macchine per il voto negli stati in cui perse nel 2020.


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