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Putin incontra Witkoff e Kushner, nessun passo avanti


Steve Witkoff e Jared Kushner hanno incontrato il presidente russo Vladimir Putin per tre ore al Cremlino e voleranno oggi a Kyiv. Mosca ha sospeso i raid sulla capitale ucraina per tre giorni, ma la posizione russa sui territori, il punto dolente dei negoziati, resta invariata.

Steve Witkoff e Jared Kushner hanno incontrato Vladimir Putin al Cremlino ieri, per circa tre ore, per discutere le nuove proposte americane volte a porre fine alla guerra in Ucraina. I due inviati del presidente Donald Trump puntano a far ripartire il negoziato diretto tra Mosca e Kyiv, fermo dall'ultimo round di febbraio. Oggi voleranno nella capitale ucraina per quella che sarà la visita statunitense di più alto livello nel Paese da quando Trump è tornato alla Casa Bianca.

Se l'aereo del governo americano con a bordo Witkoff e Kushner atterrerà effettivamente in Ucraina, secondo Axiossi tratterebbe del primo volo internazionale ad atterrare nel Paese dall'inizio dell'invasione russa nel febbraio 2022. Lo spazio aereo ucraino è infatti chiuso al traffico civile dal 24 febbraio 2022.

Per rendere possibile il viaggio, i due negoziatori hanno ottenuto da entrambe le parti una breve sospensione degli attacchi aerei. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha fatto sapere che Putin ha ordinato ai militari di non colpire Kyiv per tre giorni a partire dalla mezzanotte di sabato, mentre Volodymyr Zelensky ha detto di aver parlato con gli inviati e che l'Ucraina è pronta a rinunciare agli attacchi su Mosca fino a lunedì. Putin ha però precisato che la Russia non ha accettato alcuna tregua generale di tre giorni, aggiungendo che anche l'intensità degli attacchi ucraini è diminuita. "Faremo tutto il possibile per garantire la sicurezza dei negoziati", ha detto.

Putin elogia la mediazione americana, ma resta fermo


Il presidente russo ha aperto l'incontro definendo "difficile" la situazione in Ucraina e ha elogiato l'impegno di Trump. "Pur sapendo di affrontare una situazione difficile, non interrompe i suoi sforzi per favorire una soluzione e contribuire alla risoluzione del conflitto russo-ucraino", ha detto Putin, aggiungendo di avere "piena fiducia" nella mediazione americana.

Witkoff lo ha ringraziato per la sospensione dei raid e per la liberazione dell'ex marine statunitense Robert Gilman, tornato negli Stati Uniti a metà agosto dopo oltre 4 anni di detenzione. Mosca lo aveva rilasciato per ragioni umanitarie, senza chiedere nulla in cambio, dopo un colloquio tra Trump e Putin. Come nei precedenti incontri, il presidente russo era affiancato dal consigliere per la politica estera Yuri Ushakov e dall'inviato per gli investimenti Kirill Dmitriev, che aveva accolto i due americani all'aeroporto e li aveva accompagnati al ristorante prima dell'incontro al Cremlino.

Nei giorni immediatamente precedenti alla visita, la Russia aveva intensificato nettamente gli attacchi con droni e missili contro Kyiv e altre grandi città ucraine, mentre i due inviati erano attesi nelle due capitali già da giovedì. Trump, dal canto suo, venerdì aveva lasciato intendere che gli Stati Uniti disponessero di una nuova proposta per porre fine al conflitto, senza fornire alcun dettaglio.

Il Cremlino ha ribadito venerdì che la linea fissata da Putin nel discorso pronunciato nel giugno 2024 al ministero degli Esteri russo resta "incrollabile": l'Ucraina dovrebbe cedere l'intero territorio delle quattro regioni rivendicate da Mosca — Donetsk, Luhansk, Kherson e Zaporizhzhia — e rinunciare all'ingresso nella NATO.

Una fonte vicina al Cremlino ha detto a Reutersche Putin intende ancora conquistare altro territorio. "Non c'è alcuna possibilità di raggiungere un accordo sulla linea del fronte finché Putin non avrà finito di mettere in sicurezza la parte restante della regione di Donetsk", ha spiegato. Sulla base dei rapporti ricevuti dai suoi comandanti, il presidente russo sarebbe convinto di poter raggiungere l'obiettivo entro la fine dell'anno. Gli analisti militari occidentali considerano questa prospettiva sempre più remota, vista la lentezza dell'avanzata russa. Kyiv, da parte sua, rifiuta di cedere territori difesi a un costo altissimo, perché considera quelle condizioni equivalenti a una resa.

Un fronte immobile, una guerra sempre più difficile


Da febbraio la linea del fronte è rimasta quasi immobile, con guadagni russi soltanto graduali nel Donbass. Allo stesso tempo, entrambe le parti hanno moltiplicato gli attacchi a lunga distanza e la guerra si è estesa ben al di là della linea del fronte. Gli attacchi dei droni ucraini contro le raffinerie russe hanno provocato durante l'estate carenze di carburante e rincari per gli automobilisti.

Dal 18 luglio in poi una trentina di attacchi ha inoltre colpito grandi magazzini logistici, in gran parte appartenenti a Wildberries, il maggiore rivenditore online del Paese. Secondo il Ministero della Difesa ucraino, sette dei dieci principali centri di smistamento dell'azienda sarebbero ormai fuori uso, con conseguenze dirette sull'economia dei consumi.


Witkoff e Kushner attesi a Kyiv e Mosca per rilanciare i negoziati sull'Ucraina


Gli inviati di Donald Trump visiteranno Kyiv e Mosca nei prossimi giorni. Lo ha annunciato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky al termine di una riunione con la squadra che segue i negoziati con gli Stati Uniti. "Ci sono date preliminari. Contiamo di vedere qui, a Kyiv, i rappresentanti del presidente americano. Abbiamo ricevuto la loro conferma: avranno un incontro a Mosca e uno a Kyiv", ha detto il presidente ucraino, aggiungendo che "è importante che l'America continui a essere attiva".

A muoversi saranno Steve Witkoff, inviato speciale di Trump, e Jared Kushner, genero del presidente e suo emissario. Zelensky non ha fornito altri dettagli e Washington, per ora, non ha annunciato pubblicamente il viaggio. Per entrambi sarebbe la prima visita in Ucraina, mentre Witkoff ha già compiuto otto missioni a Mosca. Una visita a Kyiv precedentemente ipotizzata per il 24 agosto, giorno dell'Indipendenza ucraina, non si era concretizzata.

Il 20 agosto il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov aveva definito Witkoff e Kushner "sempre ospiti graditi a Mosca", precisando però che non c'erano informazioni certe e che nessuna data era stata riservata per la visita. A fine luglio il Segretario di Stato Marco Rubio aveva detto a Fox News che nelle settimane successive sarebbero proseguiti gli sforzi per far ripartire i colloqui diretti tra Russia e Ucraina, ricordando che entrambe le parti hanno le proprie linee rosse.

Putin apre uno spiraglio, Kyiv resta diffidente


Alla sessione plenaria del Forum Economico Orientale di Vladivostok, il presidente russo Vladimir Putin ha detto che esistono ancora possibilità di arrivare a una soluzione negoziale: "Siamo grati a tutti quelli che cercano di dare un contributo. C'è una possibilità? A mio avviso sì". Ha però ribadito che il conflitto deve essere risolto dai Paesi direttamente coinvolti, Russia e Ucraina, mentre altri Stati, tra cui Stati Uniti e Cina, possono sostenere il processo. Ha inoltre sostenuto che gli attacchi ucraini in profondità nel territorio russo rendono più difficile un'intesa.

A Kyiv la fiducia nelle intenzioni del Cremlino resta però molto bassa. Il capo di staff dell'ufficio presidenziale ucraino, Kyrylo Budanov, aveva detto di sperare nella ripresa dei negoziati diretti a settembre, con la partecipazione americana: "Non possiamo farne a meno". Il suo vice Pavlo Palisa ha però riferito che la leadership politica russa ha incaricato i militari di preparare scenari per un'offensiva nel nord dell'Ucraina, in direzione di Kyiv e Chernihiv, pur senza che l'intelligence abbia individuato nuovi raggruppamenti di forze pronti all'attacco.

Il Cremlino, dal canto suo, continua a chiedere la cessione dell'intera regione di Donetsk, che la Russia non è riuscita a conquistare completamente. Il 28 agosto Peskov aveva descritto i negoziati come in una "profonda pausa".

L'ultimo incontro diretto tra le delegazioni russa e ucraina risale a metà febbraio a Ginevra, in un formato trilaterale con gli Stati Uniti. Da allora i contatti sono proseguiti attraverso altri canali. Nei giorni scorsi, il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha incontrato il Ministro delle Finanze russo Anton Siluanov al G20 di Asheville, mentre il direttore della CIA John Ratcliffe aveva proposto un vertice a tre tra Trump, Putin e Zelensky durante un suo viaggio a sorpresa a Mosca.


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La rassegna stampa di domenica 6 settembre 2026


Gli inviati di Trump incontrano Putin a Mosca sulla guerra in Ucraina, gli Stati Uniti colpiscono tre petroliere iraniane nello Stretto di Hormuz e il gradimento del presidente scende ai minimi verso le elezioni di metà mandato

Questa è la rassegna stampa di domenica 6 settembre 2026

Gli inviati di Trump incontrano Putin a Mosca per la guerra in Ucraina


Gli inviati del presidente Trump, Steve Witkoff e il genero Jared Kushner, hanno incontrato Vladimir Putin al Cremlino sabato per discutere le "prossime tappe" verso la fine della guerra in Ucraina, in un colloquio durato circa tre ore. La Casa Bianca ha parlato di "piani concreti" che saranno annunciati nelle prossime settimane, mentre Russia e Ucraina hanno concordato una pausa negli attacchi aerei per consentire la visita degli inviati a Kiev domenica. Putin ha dichiarato di avere "piena fiducia" nella mediazione statunitense.

Fonti: The New York Times, The Guardian, Axios

Gli Stati Uniti colpiscono tre petroliere iraniane nello Stretto di Hormuz


Il comando militare statunitense ha annunciato di aver colpito tre petroliere iraniane appartenenti alla cosiddetta "rete ombra" di Teheran, in risposta al lancio di missili iraniani contro due navi da guerra americane. L'azione arriva a pochi giorni da uno degli scontri più intensi delle ultime settimane e segna un'ulteriore escalation nel conflitto attorno allo Stretto di Hormuz.

Fonti: The New York Times, Financial Times

Il gradimento di Trump scende ai minimi mentre crescono i democratici


Secondo un sondaggio del Financial Times, l'indice di gradimento del presidente Trump è sceso al livello più basso da inizio mandato, frenato dalle preoccupazioni degli elettori sull'economia a poche settimane dalle elezioni di metà mandato. In parallelo, i dati Gallup mostrano il 49% degli elettori orientati verso i democratici contro il 39% verso i repubblicani, un netto ribaltamento rispetto al 2024.

Fonti: Financial Times, The Guardian

I repubblicani preparano a Dallas la convention per le elezioni di metà mandato


Il presidente Trump e i suoi principali alleati condivideranno il palco con i candidati repubblicani nelle corse più contese durante la convention di metà mandato del partito, in programma il 9 e 10 settembre a Dallas. Trump parlerà in entrambe le serate e il vicepresidente JD Vance terrà un discorso chiave, in un evento pensato per mobilitare l'elettorato in vista di novembre. Assente dalla lista il leader della maggioranza al Senato John Thune, criticato dal presidente.

Fonti: Axios, The Hill

Il super PAC di Trump investe 10 milioni di dollari in Texas per Paxton


Il super PAC di Trump, MAGA Inc., spenderà 10 milioni di dollari a sostegno della candidatura al Senato del procuratore generale del Texas Ken Paxton, il più grande esborso del comitato in questo ciclo elettorale. I fondi, secondo i documenti depositati presso la Commissione elettorale federale, hanno finanziato due spot contro l'avversario democratico.

Fonti: The Wall Street Journal, Bloomberg, The Hill

L'Amministrazione studia un piano per pagare i genitori che restano a casa


I funzionari dell'Amministrazione Trump stanno elaborando una proposta per erogare un sussidio ai genitori che non lavorano fuori casa, una priorità politica del vicepresidente JD Vance. Il beneficio si applicherebbe solo alle coppie sposate e attingerebbe a un fondo pensato per finanziare l'assistenza all'infanzia dei genitori lavoratori.

Fonti: The New York Times

Trump va avanti con l'import di carne bovina estera per abbassare i prezzi


Il presidente Trump insiste sul suo piano di importare carne bovina estera per ridurre i prezzi al consumo, nonostante le proteste degli allevatori e di alcuni repubblicani degli Stati più colpiti. Per attenuare l'impatto, venerdì ha firmato alcuni ordini esecutivi, tra cui uno a sostegno degli allevatori.

Fonti: The Hill

Gli Stati Uniti mettono fine a 45 milioni di dollari per il programma HIV in Namibia


L'Amministrazione Trump ha annunciato la fine di 45 milioni di dollari di sostegno annuale al programma di risposta all'HIV della Namibia, dopo due decenni di finanziamenti. L'ultimo versamento arriverà nell'anno fiscale 2027, con il passaggio a un "modello di cooperazione tecnica", secondo una dichiarazione congiunta con il governo namibiano.

Fonti: The Hill

Trump apre a un sostegno all'Argentina di Milei sulle Falkland


Il presidente Trump ha lasciato intendere di poter appoggiare la rivendicazione dell'alleato argentino Javier Milei sulla sovranità delle isole Falkland, in un gesto letto come segnale di irritazione verso il Regno Unito. L'apertura toccherebbe uno dei territori più delicati dell'eredità dell'ex impero britannico.

Fonti: The Guardian

L'ambasciatore Huckabee definisce "atto di terrore" la violenza dei coloni in Cisgiordania


L'ambasciatore statunitense in Israele Mike Huckabee ha definito "un atto di terrore" la violenza dei coloni israeliani in Cisgiordania, condannandone le azioni. La presa di posizione riguarda i cittadini americani residenti nella comunità di Turmusayya e in altre località della regione.

Fonti: The Hill

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Un ex agente ICE è stato incriminato per aver mentito sulla sparatoria di Minneapolis


Christian Castro deve rispondere di sei capi d'accusa per false dichiarazioni agli investigatori federali. Il caso riapre lo scontro tra Minnesota e Texas e le divisioni all'interno del Dipartimento di Giustizia.

La procura federale ha incriminato un agente dell'Immigration and Customs Enforcement (ICE), l'agenzia federale per l'immigrazione, con l'accusa di aver mentito agli investigatori sugli eventi che portarono al ferimento di un cittadino venezuelano durante la stretta sull'immigrazione a Minneapolis all'inizio dell'anno. Christian Castro, 52 anni, l'agente che secondo le autorità sparò a Julio Cesar Sosa-Celis colpendolo a una gamba, deve rispondere ora di 6 capi d'accusa per false dichiarazioni agli investigatori federali, secondo quanto riferito da una persona informata sull'indagine. L'atto d'accusa, emesso mercoledì da un grand jury, resta secretato finché Castro non sarà preso in custodia.

Castro è il primo agente federale dell'immigrazione a essere perseguito dal Dipartimento di Giustizia dell'Amministrazione Trump per fatti legati a Operation Metro Surge, l'operazione avviata a dicembre e ampliata a gennaio con l'invio di migliaia di agenti nell'area di Minneapolis e St. Paul, che il Dipartimento di Sicurezza Nazionale ha definito la più grande mai condotta. L'operazione era già finita sotto accusa per la morte di due cittadini americani: Renee Good, uccisa il 7 gennaio da un agente dell'ICE, e Alex Pretti, ucciso il 24 gennaio dalla polizia di frontiera.

Secondo la ricostruzione delle autorità del Minnesota, il 14 gennaio Castro e un collega inseguirono un uomo, Alfredo Alejandro Aljorna, fino alla casa in cui viveva insieme a Sosa-Celis. Castro sparò attraverso la porta d'ingresso e colpì Sosa-Celis alla coscia. Le autorità federali accusarono poi il venezuelano e un altro uomo di aver picchiato un agente con un manico di scopa e una pala da neve, ma ritirarono tutte le accuse a febbraio, dopo che alcuni video avevano sollevato dubbi sulla ricostruzione fornita dagli agenti.

Il braccio di ferro tra Minnesota e Texas


L'incriminazione federale arriva una settimana dopo la scarcerazione di Castro in Texas. Le autorità del Minnesota lo avevano incriminato separatamente per aggressione e falsa denuncia e lo avevano fatto arrestare alla fine di maggio. L'agente era stato detenuto a Brownsville, al confine con il Messico, in attesa dell'estradizione.

Il governatore del Texas Greg Abbott si è però rifiutato di firmare il mandato di estradizione, citando le indagini sulle frodi nei programmi sociali del Minnesota, le stesse che Trump aveva richiamato per giustificare la stretta anti immigrazione nello Stato del nord degli Stati Uniti. Le autorità del Minnesota avevano chiesto che Castro non fosse scarcerato per il timore che potesse fuggire in Messico: in una causa hanno riferito che, dal carcere, l'agente aveva parlato con una donna della possibilità di sposarla e comprare una casa oltre confine. Il giudice federale Fernando Rodriguez Jr. si è comunque rifiutato di ordinare l'estradizione e il 27 agosto, scaduto il limite di 90 giorni previsto dalla legge texana, Castro è stato liberato.

Lo scontro tra i due Stati resta aperto. Il Procuratore Generale del Minnesota, Keith Ellison, ha accusato Abbott di voler trasformare il Texas in "uno Stato santuario per criminali violenti", assicurando che Castro "non sfuggirà alla giustizia in Minnesota". Abbott ha replicato su X definendo "pessimi avvocati" i suoi interlocutori. Un suo portavoce ha però fatto sapere che la polizia texana è pronta ad assistere le autorità federali nell'arresto. Il Dipartimento di Sicurezza Nazionale aveva invece definito il procedimento del Minnesota "illegale e nient'altro che una trovata politica", sostenendo che la competenza spetti esclusivamente alle autorità federali.

Lo scontro all'interno del Dipartimento di Giustizia


All'inizio della settimana un procuratore federale che lavorava al caso, Matthew Evans, aveva detto agli avvocati di Sosa-Celis e delle altre vittime che i vertici del Dipartimento di Giustizia avevano bloccato il suo tentativo di contestare a Castro un'accusa più grave, per violazione dei diritti civili in relazione alla sparatoria, secondo quanto rivelato da ProPublica.

Una persona informata sull'indagine citata dall'Associated Press ha contestato questa ricostruzione, sostenendo invece che l'inchiesta è ancora in corso e che non è stata presa alcuna decisione definitiva su eventuali ulteriori accuse. La sezione del Minnesota dell'American Civil Liberties Union ha comunque annunciato che Sosa-Celis chiederà anche un risarcimento al governo federale per quanto ha subito.

Castro era stato messo in congedo a febbraio, dopo l'apertura dell'indagine, e sospeso senza stipendio il giorno successivo alla scarcerazione. "Gli uomini e le donne dell'ICE sono chiamati a far rispettare la legge e sono tenuti ai più alti standard di professionalità, integrità e condotta etica", aveva dichiarato a febbraio il direttore facente funzioni dell'agenzia, Todd Lyons, assicurando che eventuali violazioni "non saranno tollerate".

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Trump minaccia di fermare il commercio con gli altri Paesi se la Fed non taglierà i tassi


Il presidente torna ad attaccare la Banca Centrale dopo i buoni dati sul lavoro, anche se inflazione e occupazione sembrano spingere nella direzione opposta. E il potere di bloccare gli scambi commerciali resta giuridicamente controverso.
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Donald Trump ha minacciato ieri di essere pronto ad interrompere gli scambi commerciali degli Stati Uniti con buona parte del mondo se la Federal Reserve non abbasserà i tassi di interesse. "Abbassate il tasso o smetterò di commerciare con i Paesi con cui abbiamo un deficit commerciale", ha scritto su Truth Social, sostenendo che la Corte Suprema, nella sua decisione sui dazi, avrebbe riconosciuto al presidente il potere assoluto di farlo. "È un potere più forte dei dazi", ha aggiunto, invitando il Consiglio dei Governatori della Federal Reserve a "comportarsi come patrioti per una volta".

La nuova minaccia è arrivata poche ore dopo la pubblicazione dei dati sull'occupazione di agosto, che hanno sorpreso quasi tutti: l'economia americana ha creato 162.000 posti di lavoro, contro i 53.000 previsti dagli economisti, mentre il tasso di disoccupazione è rimasto fermo al 4,1%. Un mercato del lavoro così solido riduce inevitabilmente lo spazio per un taglio dei tassi e rafforza, al contrario, la possibilità di un rialzo. I mercati hanno reagito immediatamente: secondo lo strumento FedWatch del CME, la probabilità di un aumento alla riunione di settembre è salita al 60%, dal 49% del giorno precedente.

Il comitato di politica monetaria della Federal Reserve si riunirà per due giorni a partire dal 15 settembre e i suoi membri hanno finora inviato segnali contrastanti. Kevin Warsh, il neo presidente scelto da Trump per sostituire Jerome Powell dopo mesi di pressioni sulla Banca Centrale affinché riducesse il costo del denaro, al simposio di Jackson Hole ha affermato che la sua istituzione deve avere la certezza che l'inflazione di fondo stia tornando verso l'obiettivo "con chiarezza e a una velocità sufficiente": in caso contrario, ha aggiunto, "abbiamo del lavoro da fare". Il governatore Michael Barr si è detto invece pronto a votare presto per un rialzo se i nuovi dati non mostreranno progressi verso l'obiettivo del 2%, mentre Chris Waller preferisce attendere, pur senza escludere un aumento. Molto dipenderà quindi dal dato dell'indice dei prezzi al consumo di agosto, in uscita venerdì prossimo.

Inflazione in aumento e rischio di nuovi rincari


Secondo gli ultimi dati di luglio l'inflazione annua è arrivata al 3,4%, un punto percentuale in più rispetto a febbraio, quando è scoppiata la guerra con l'Iran. L'accelerazione è stata alimentata soprattutto dall'aumento del prezzo dei carburanti, con il traffico delle petroliere fortemente ridotto nello Stretto di Hormuz: la benzina costa ora circa 4,03 dollari al gallone e la componente energetica dell'indice dei prezzi è aumentata del 14,7% su base annua. Anche il trasporto delle merci è diventato più costoso e diverse aziende hanno già annunciato aumenti dei listini delle proprie merci.

In questo contesto, interrompere gli scambi con i Paesi nei confronti dei quali gli Stati Uniti registrano un deficit commerciale rischierebbe di aggravare proprio queste pressioni. Washington ha chiuso lo scorso anno con un disavanzo commerciale complessivo di 1.200 miliardi di dollari. Oltre 200 miliardi riguardavano gli scambi con la Cina, mentre tra gli altri principali Paesi con cui gli Stati Uniti registrano un deficit figurano Messico e Vietnam, oltre a Canada e Unione Europea. Una sospensione delle importazioni potrebbe essere assorbita soltanto se le imprese americane riuscissero a trovare rapidamente fornitori alternativi, un'operazione difficile in molti settori e, in alcuni casi, impraticabile, con possibili effetti a catena su aziende e consumatori.

Il nodo giuridico e lo scontro con la Banca Centrale


Anche il fondamento giuridico della minaccia è meno netto di quanto sostenuto da Trump. La sentenza citata dal presidente è quella del 20 febbraio, con cui la Corte Suprema ha stabilito, con una maggioranza di 6 giudici contro 3, che la legge sui poteri economici di emergenza non autorizza il presidente a imporre dazi. La decisione ha così invalidato l'impianto tariffario costruito su quella base e rinviato alla Corte del Commercio Internazionale la questione dei rimborsi.

Non è il primo episodio dello scontro tra Trump e la Federal Reserve. Lunedì, parlando dinanzi ai giornalisti nello Studio Ovale, il presidente aveva definito "ridicolo" persino discutere di un rialzo dei tassi, sostenendo che "la crescita economica non genera inflazione". In precedenza aveva tentato di rimuovere la governatrice Lisa Cook sulla base di accuse di frode ipotecaria mai comprovate e per le quali non è stata incriminata, finché la Corte Suprema non ha stabilito che il presidente non aveva il potere di destituirla. Il Dipartimento di Giustizia aveva inoltre aperto un'indagine penale su Powell per la gestione dei lavori di ristrutturazione della sede della Fed, indagine poi archiviata, eliminando uno degli ostacoli alla conferma di Warsh al Senato.


Il mercato del lavoro Usa torna a correre, 162mila nuovi posti di lavoro ad agosto


L'economia americana ha creato 162mila posti di lavoro ad agosto, molto più delle attese degli economisti, che a seconda dei sondaggi indicavano un aumento compreso tra 53mila e 65mila unità. Il tasso di disoccupazione è invece rimasto stabile al 4,1%, secondo i dati diffusi oggi dal Dipartimento del Lavoro.

Si tratta dell'incremento mensile più consistente da maggio e di un dato superiore di oltre cinque volte alla media dei dodici mesi precedenti, pari a circa 31mila nuovi posti al mese. Il Dipartimento del Lavoro ha inoltre rivisto al rialzo i dati dei due mesi precedenti, aggiungendo complessivamente 55mila posti rispetto alle stime iniziali. Luglio, che un mese fa risultava essersi chiuso con una perdita di 23mila posti, mostra ora un aumento di 21mila. La crescita di giugno è stata invece rivista da 20mila a 31mila posti.

Tra i settori che hanno contribuito maggiormente all'aumento dell'occupazione ci sono ristoranti e bar, con 59mila nuovi posti, e l'istruzione pubblica locale, con 42mila, recuperando gran parte delle perdite registrate il mese precedente. È aumentato anche il tasso di partecipazione alla forza lavoro, cioè la quota della popolazione che lavora o cerca attivamente un impiego: dal 61,4% di luglio al 61,6% di agosto. Rimane comunque mezzo punto percentuale sotto il livello di gennaio.

Stati Uniti · Mercato del lavoro
L’America ha creato 162mila posti ad agosto. Il punto è quanti ne servivano
Il mese migliore da marzo arriva in un mercato del lavoro che si è rimpicciolito. Per tenere ferma la disoccupazione oggi bastano tra i 15mila e gli 87mila posti al mese, secondo la Federal Reserve di St. Louis. Nella primavera del 2025 la stessa stima era di 153mila.

Grafica di FocusAmerica 4 settembre 2026

Agosto 2026
162.000
posti di lavoro creati in un mese

3×le attese degli economisti, ferme a 53.000
5×la media dei dodici mesi precedenti, 31.000
+141.000rispetto a luglio: il mese migliore da marzo

Posti di lavoro non agricoli, dato destagionalizzato del Dipartimento del Lavoro. Nessuna delle stime raccolte da Bloomberg arrivava così in alto.

Scala di riferimento: zona di pareggio tra 15.000 e 87.000 posti al mese; media degli ultimi dodici mesi 31.000; attese 53.000; ritmo medio dal 1995 al 2020 119.000; agosto 2026 162.000.

4,1%
Tasso di disoccupazione, invariato rispetto a luglio

61,6%
Tasso di partecipazione, in risalita dal 61,4% ma mezzo punto sotto il livello di gennaio

7,0 mln
Persone senza lavoro che ne stanno cercando uno

La soglia che crolla
In un anno i posti necessari per tenere ferma la disoccupazione sono scesi da 153mila a meno di 90mila
Stime della Federal Reserve di St. Louis del numero di posti al mese sufficiente a non far salire il tasso di disoccupazione, con le ipotesi di immigrazione netta mensile su cui si basano. Valori in posti al mese.

Aprile 2025: 153.000 posti al mese, con un’immigrazione netta prevista di 168.000 persone al mese. Agosto 2025: tra 32.000 e 82.000. Marzo 2026: tra 15.000 e 87.000, con un’immigrazione compresa tra un calo di 77.000 e un aumento di 48.000 persone al mese. La media reale degli ultimi dodici mesi è di 31.000 posti.

Il punto
L’asticella non si è abbassata perché l’economia è più forte, ma perché entrano meno lavoratori: la stretta sull’immigrazione e i baby boomer che arrivano all’età della pensione riducono l’offerta di lavoro. Con 31.000 posti al mese, per un anno, la disoccupazione non è salita.

Ventiquattro mesi
Due anni di alti e bassi che si annullano a vicenda
Variazione mensile dei posti di lavoro non agricoli da settembre 2024 ad agosto 2026, con la media mobile degli ultimi tre mesi. Trascina il dito o passa il mouse sul grafico per leggere ogni singolo mese.

Agosto 2026
Il mese migliore da marzo

+162.000
media 3 mesi: +71.000

Nei ventiquattro mesi da settembre 2024 il saldo mensile ha oscillato tra i 237.000 posti di dicembre 2024 e i 156.000 persi a febbraio 2026. La media degli ultimi tre mesi è di 71.000 posti.

Mesi in crescita Mesi in calo Stima precedente, prima della revisione Media mobile a tre mesi

Le revisioni
Giugno e luglio sono stati corretti al rialzo di 55.000 posti complessivi. Luglio, che un mese fa risultava chiuso con una perdita di 23.000 posti, ora ne registra 21.000 in più; giugno passa da 20.000 a 31.000. Le revisioni ribaltano il segno di luglio, non la direzione dell’anno: la media trimestrale risale a 71.000, ma resta sotto i 142.000 di marzo.

Come si arriva a 162mila
Ristoranti e scuole hanno prodotto quasi due terzi dei posti
Contributo di ogni settore al saldo di agosto 2026. Le barre si sommano da sinistra a destra fino al totale. Valori in migliaia di posti.

Ristorazione e locali pubblici +59.000, istruzione pubblica locale +42.000, sanità e assistenza sociale +28.000, costruzioni +22.000, manifattura +16.000, altri settori +29.000, attività finanziarie −11.000, informazione −23.000. Totale: 162.000.

Il punto
Due soli comparti, ristorazione e istruzione pubblica locale, valgono 101.000 posti sui 162.000 totali: il primo ha fatto cinque volte la sua media mensile, il secondo ha recuperato i 50.000 posti persi a luglio. La sanità, motore dell’ultimo anno, rallenta. L’informazione perde 23.000 posti, quasi il triplo della sua perdita media mensile.

Il paradosso
Il mercato del lavoro tiene, ma chi cerca un impiego non se ne accorge
I dati aggregati restano solidi. Le buste paga e i sondaggi raccontano un’altra storia.

Salari contro prezzi, variazione sui dodici mesi

Le retribuzioni orarie medie crescono del 3,1%, i prezzi al consumo del 3,4%.

Il segno sulla prima barra indica dove dovrebbero arrivare i salari per stare al passo con i prezzi: il potere d’acquisto arretra di tre decimi di punto. A pesare è soprattutto l’energia, salita del 14,7% in un anno.

Lavoratori convinti che sia un buon momento per trovare un lavoro di qualità

A metà 2022 lo pensava il 70% dei lavoratori. Nell’autunno 2025 il 28%.

Tra chi ha una laurea la quota scende al 19%. Sondaggio Gallup su 22.368 lavoratori, 30 ottobre – 13 novembre 2025.

In sintesi
Si licenzia poco e si assume ancora meno. È un mercato favorevole a chi un impiego ce l’ha già, molto meno a chi lo cerca: neolaureati e lavoratori che vogliono cambiare posto.

Fonte Bureau of Labor Statistics, The Employment Situation – August 2026 (USDL-26-1435, 4 settembre 2026) e serie CES0000000001 per la variazione mensile e la media mobile; media 1995–2020 calcolata da FocusAmerica sulla stessa serie; «altri settori» è il saldo dei comparti non elencati. Federal Reserve Bank of St. Louis, Breakeven Employment Growth, aprile e agosto 2025, marzo 2026, su proiezioni di immigrazione CBO, AEI-Brookings e Goldman Sachs. Consenso degli economisti Dow Jones. Indice dei prezzi al consumo BLS, luglio 2026. Gallup, sondaggio su 22.368 lavoratori, 30 ottobre – 13 novembre 2025.

La Fed torna a concentrarsi sull'inflazione


Il rapporto sul lavoro arriva a pochi giorni dalla riunione della Federal Reserve del 15 e 16 settembre, quando la banca centrale dovrà decidere se modificare i tassi di interesse. Prima delle dichiarazioni rilasciate ieri dal governatore Christopher Waller, i mercati attribuivano circa due probabilità su tre a un rialzo dei tassi a settembre. L'inflazione resta infatti elevata: a luglio i prezzi al consumo erano aumentati del 3,4% rispetto a un anno prima, ancora molto al di sopra dell'obiettivo del 2% della Fed.

Il nuovo presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, in carica da maggio, la settimana scorsa a Jackson Hole, durante il simposio annuale dei banchieri centrali, ha descritto il mercato del lavoro come compatibile con una situazione di “piena occupazione”, indicando invece nell'inflazione il principale problema per la politica monetaria. Una crescita dell'occupazione più contenuta, ha osservato, è naturale in una fase in cui anche l'offerta di nuovi lavoratori aumenta poco.

Waller ha adottato una posizione più prudente. Ieri ha definito il mercato del lavoro “stabile” e l'occupazione vicina al suo massimo sostenibile, condizioni che, a suo giudizio, riducono il peso del mercato del lavoro nelle decisioni sui tassi. Ha inoltre detto che sarebbe disposto a sostenere il mantenimento dei tassi ai livelli attuali se il dato sull'inflazione della prossima settimana confermasse un rallentamento dei prezzi.

Dopo le sue dichiarazioni, la probabilità di un rialzo a settembre stimata dai mercati era scesa intorno al 55%. Il dato sull'occupazione pubblicato oggi, molto più forte delle attese, l'ha però riportata intorno al 65%. Nel frattempo, i salari continuano a crescere meno dei prezzi. Le retribuzioni orarie medie sono aumentate del 3,1% rispetto a un anno fa, contro un'inflazione del 3,4%.

A pesare sui bilanci delle famiglie è soprattutto il rincaro della benzina. Ad agosto il prezzo medio nazionale si è attestato intorno a 4,07 dollari al gallone, circa 3,8 litri, contro i 3,95 dollari di luglio. Oggi è salito fino a circa 4,15 dollari. L'aumento è legato soprattutto al prezzo del petrolio, tornato sopra i 90 dollari al barile in seguito alle nuove tensioni nello Stretto di Hormuz.

Un mercato del lavoro più piccolo e meno dinamico


Il dato di agosto è particolarmente forte se confrontato con il ritmo di crescita dell'occupazione oggi necessario per mantenere stabile il tasso di disoccupazione. Gli economisti di Bank of America stimano che possano bastare circa 20mila nuovi posti al mese per evitare un aumento della disoccupazione, una delle valutazioni più basse tra quelle disponibili. La Federal Reserve di St. Louis colloca invece la soglia in un intervallo compreso tra 15mila e 87mila posti, mentre altre stime si attestano intorno ai 60mila.

Nel quarto di secolo precedente alla pandemia, la crescita necessaria era molto più elevata e si aggirava in media intorno ai 120mila posti al mese. La soglia si è abbassata soprattutto per ragioni demografiche. La popolazione americana sta invecchiando e quest'anno i più giovani tra i baby boomer raggiungeranno i 62 anni, l'età minima alla quale è possibile iniziare a ricevere la pensione della Social Security, seppure con un assegno ridotto.

Allo stesso tempo, la stretta sull'immigrazione introdotta dall'Amministrazione sta limitando l'ingresso di nuovi lavoratori. Il risultato è un mercato del lavoro che può mantenere stabile la disoccupazione anche creando molti meno posti rispetto al passato. Le richieste iniziali di sussidi di disoccupazione restano vicine ai minimi degli ultimi decenni, segnale che i licenziamenti sono ancora contenuti. Ma i dati diffusi questa settimana mostrano anche che le nuove assunzioni rimangono deboli.

Ne emerge un mercato nel quale le aziende licenziano poco, ma assumono altrettanto poco: una situazione relativamente favorevole per chi ha già un impiego, molto meno per i neolaureati e per chi cerca di cambiare lavoro.

Non sorprende quindi che, in un recente sondaggio Gallup, soltanto il 34% degli intervistati abbia dichiarato di considerare questo un buon momento per trovare un lavoro di qualità.


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La guerra ibrida di Mosca arriva a Lipsia e l'America di Trump guarda altrove


La Germania attribuisce a Mosca la responsabilità dell'attacco all'aeroporto di Lipsia, il più grave di una serie di sabotaggi in Europa. Ma in una simulazione condotta a Washington anche i membri del Congresso hanno concluso che l'America non reagirebbe ad una provocazione russa ancora più grave.

Alcune settimane fa un drone carico di esplosivo si è avvicinato ad un aereo cargo ucraino fermo sulla pista dell'aeroporto di Lipsia-Halle ed un secondo sembra aver urtato un velivolo in fase di decollo. Nessuno dei due, fortunatamente, è esploso. Ma questa settimana il governo tedesco ha stabilito che dietro l'attacco del 4 agosto c'è lo Stato russo e ha alzato il livello di allerta nazionale da "generale" ad "alto". Se i due ordigni avessero funzionato, hanno spiegato i funzionari di polizia tedeschi, avrebbero potuto provocare morti e feriti, con conseguenze difficili da prevedere.

Lipsia non è certamente un obiettivo qualsiasi: è uno dei principali scali merci d'Europa, viene utilizzato regolarmente dagli Antonov ucraini e ospita il programma di trasporto strategico con cui la NATO rifornisce quasi ogni giorno i reparti schierati sul fianco orientale, dalla Finlandia alla Romania. Si tratta dell'episodio più grave di una serie che comprende il piano per caricare ordigni incendiari sugli aerei cargo della DHL, il tentativo di far saltare tratti ferroviari in Polonia e gli incendi di magazzini e centri commerciali in diversi Paesi europei.

L'escalation degli attacchi ibridi russi in Europa


Attacchi ibridi di questo tipo hanno cominciato a verificarsi poco dopo l'invasione su vasta scala dell'Ucraina nel 2022, ma secondo i servizi di sicurezza occidentali negli ultimi mesi sono aumentati per frequenza e intensità. "Gli europei si trovano davanti alla dura verità che questa sta diventando la nuova normalità", ha detto mercoledì Ursula von der Leyen. "Dobbiamo fare di più, e questo significa essere pronti a rispondere alla sconsideratezza della Russia meglio e più in fretta."

Altrove, in Polonia, un incendio in una fabbrica di droni è stato attribuito con ogni probabilità a un sabotaggio, mentre anche i servizi danesi hanno inoltre reso noto che Mosca sta reclutando cittadini del Paese per colpire imprese del settore militare. "La Russia sta pianificando e mettendo in atto atti di sabotaggio contro le aziende e l'industria militare in Europa", ha scritto il PET, il servizio di sicurezza danese.

Alexander Dobrindt, Ministro dell'Interno tedesco, ha detto martedì che gli inquirenti hanno le prove che gli agenti ai comandi dei droni operavano "per conto di entità statali russe". Attribuzioni pubbliche di questo tipo restano rare, perché stabilire un collegamento diretto tra gli esecutori e lo Stato russo è quasi sempre difficile. Berlino ha reagito chiudendo il consolato russo di Bonn e la Casa Russa di Berlino, oltre a imporre nuove restrizioni all'ingresso dei cittadini russi. Nella stessa settimana le autorità tedesche hanno aperto indagini per possibili sabotaggi ai danni di un'azienda della difesa di Monaco e di due sottostazioni elettriche.

Secondo gli esperti, l'accelerazione delle tattiche di guerra ibrida dipende in buona parte dalla frustrazione di Vladimir Putin per l'andamento del fronte: l'avanzata è sempre più lenta, le perdite enormi e l'economia russa è sotto pressione anche per la campagna ucraina di attacchi a lungo raggio contro raffinerie, magazzini e centri della logistica militare. Nella lettura del Cremlino, la Russia non sta combattendo soltanto l'Ucraina ma contro quello che Putin chiama "Occidente collettivo", accusato di fornire armi, intelligence e tecnologie a Kyiv.

Putin ha sempre negato il coinvolgimento russo nei sabotaggi e ha insinuato che le autorità tedesche abbiano fabbricato le prove su Lipsia. Questa settimana, però, ha definito l'Occidente "gli squali dell'imperialismo": "Se qualcuno prova a trascinarci in fondo alla catena alimentare e a divorarci, potrebbe pagarne le conseguenze". Finora nessuno è rimasto ucciso o gravemente ferito in questi attacchi, evitando così alla NATO di dover affrontare fino in fondo il dilemma di come reagire. L'Alleanza Atlantica, sin dalla sua creazione, è stata concepita per scoraggiare e, se necessario, combattere un'invasione convenzionale, non per gestire un conflitto ibrido che sale di un gradino alla volta.

"La Russia è stata piuttosto fortunata", ha detto al New York Times Julianne Smith, ambasciatrice americana alla NATO durante l'Amministrazione Biden. "Ma a un certo punto le cose sfuggiranno di mano, qualcuno si farà male e per l'Alleanza diventerà un dilemma diverso." Pochi funzionari dell'intelligence occidentale considerano invece al momento probabile un attacco diretto a un Paese membro, soprattutto mentre le forze di terra russe restano impegnate in Ucraina. "Non credo che vogliano una terza guerra mondiale, ma devono dimostrare a tutti che non è il momento di mettersi contro di loro", ha detto Piotr Krawczyk, ex direttore dell'intelligence estera polacca.

Guerra ibrida in Europa
Quattro anni di attacchi russi, e una linea mai superata
Dal 2022 la Russia colpisce l’Europa con incendi dolosi, cavi tranciati e droni sopra le basi nucleari. A Lipsia, il 4 agosto 2026, un ordigno è arrivato più vicino che mai al punto in cui la NATO sarebbe obbligata a rispondere.

Grafica di FocusAmerica
La sogliaLa soglia La mappaDove hanno colpito I numeriIl conto degli anni

Avvistamenti di droni
144

contro

Morti civili
0

sopra tredici Paesi europei fra l’agosto 2024 e il febbraio 2026, secondo il censimento dell’IISS

nessuna vittima civile è stata finora collegata a un sabotaggio russo in Europa

È su questa sproporzione che si regge tutta la strategia russa: fare abbastanza danno da logorare l’Europa, mai abbastanza da costringere la NATO a rispondere.

La scala
Sette gradini portano alla soglia dell’Articolo 5. Nel 2022 la Russia era sul primo; oggi è sull’ultimo. Scegli un anno, oppure tocca un gradino per leggere il caso.

Gradini che mancano alla soglia

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L’ordine dei gradini è una gerarchia di gravità scelta dalla redazione, non una misura. L’anno indicato è quello in cui quel tipo di attacco compare per la prima volta in Europa.

La mappa
Tredici episodi verificati fra il 2024 e il 2026. In azzurro il territorio degli alleati: soltanto i due cavi tranciati nel Baltico sono caduti fuori dal perimetro dell’Articolo 5.

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In azzurro i Paesi membri della NATO; confini da Natural Earth. I due punti in mare segnalano i cavi sottomarini tranciati nel Baltico e non indicano un luogo preciso.

Nel 2023
12

Nel 2024
34

sabotaggi russi documentati in Europa

quasi il triplo in dodici mesi, secondo il conteggio del CSIS

Ma la curva non sale sempre. Nel 2025 il conteggio dei sabotaggi è crollato e la campagna è ripartita cambiando forma: meno incendi nei magazzini, molti più droni sopra le basi.

L’arco completo del conteggio CSIS, dal picco al crollo.

Dove sono andati i droni
I 144 avvistamenti censiti dall’IISS non sono distribuiti a caso.

Che cosa temono i servizi
Gli scenari dell’intelligence militare danese, nel caso in cui la guerra in Ucraina si fermasse o si congelasse.

Fonti: IISS, The Scale of Russian Sabotage Operations Against Europe’s Critical Infrastructure (agosto 2025) e rapporto sulle incursioni di droni (luglio 2026); CSIS, Russia’s Shadow War Against the West (marzo 2025); Institute for the Study of War; Ministero dell’Interno tedesco; Danish Defence Intelligence Service. Aggiornato al 4 settembre 2026.

La simulazione che mette alla prova l'Articolo 5


Che cosa potrebbe accadere se quel gradino venisse superato lo ha raccontato David Ignatius sul Washington Post, dopo aver assistito a un'esercitazione organizzata con il sostegno della Brooks School of Public Policy della Cornell University e della Rockefeller Foundation. Ai tavoli sedevano membri in carica del Congresso insieme a ex militari, diplomatici e funzionari dell'intelligence. Lo scenario era ambientato nel 2028: la guerra in Ucraina continua, Mosca cerca di dividere ulteriormente l'Europa e attacca la Moldova, mentre un drone russo colpisce un deposito di carburante in Romania, uccidendo alcuni civili. La domanda era come dovessero reagire gli Stati Uniti. I parlamentari hanno concluso che l'opinione pubblica americana non avrebbe sostenuto una risposta dura, per di più in piena campagna elettorale per le prossime presidenziali.

Senza una guida statunitense, i Paesi europei si ritroverebbero divisi e la garanzia dell'Articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico finirebbe per essere ridotta quasi a lettera morta. Lo scenario descritto da Ignatius si inserisce in timori già espressi pubblicamente. All'inizio di agosto il Wall Street Journal, citando fonti dell'intelligence statunitense, ha riferito che la Russia potrebbe tentare nei prossimi anni un "attacco limitato" per saggiare la determinazione della NATO, compresa l'ipotesi di una "piccola incursione terrestre" in uno dei Paesi baltici. Il 25 agosto il direttore della CIA John Ratcliffe è andato a Mosca senza preavviso e avrebbe messo in guardia il Cremlino proprio dall'attaccare Lituania, Lettonia o Estonia.

Per l'Institute for the Study of War, la Russia si trova ora nella "fase zero" della preparazione a un possibile conflitto con l'Alleanza, quella in cui si intensificano le operazioni ibride. Il Telegraph ha documentato una nuova ondata di attacchi contro fabbriche europee di armamenti, con Mosca che starebbe attivamente reclutando membri di bande criminali locali soprattutto attraverso le app di messaggistica, pagandoli in criptovalute. Ad agosto le immagini satellitari avrebbero inoltre individuato dieci nuove basi per il lancio di droni in territorio russo vicino ai confini orientali della NATO. Secondo fonti russe, in una riunione riservata del dicembre 2025 Putin avrebbe assegnato ai servizi e ai militari l'obiettivo di "disgregare la NATO e l'Unione europea dall'interno" entro il 2026.

Washington evita di criticare Mosca


Dopo l'annuncio tedesco gli alleati hanno espresso solidarietà alla Germania, compreso l'ambasciatore americano alla NATO Matthew Whitaker, che nei giorni scorsi aveva esortato gli alleati a prepararsi come se Mosca stesse per attaccare. Nel suo comunicato, però, Whitaker non ha nominato la Russia. Il primo ministro britannico Andy Burnham, al contrario, l'ha citata 3 volte. Non è un caso isolato: la settimana scorsa, al quartier generale dell'Alleanza, anche Elbridge Colby, alto funzionario del Pentagono, ha evitato di menzionare Mosca mentre chiedeva agli europei di assumersi il peso principale del sostegno all'Ucraina, nel quadro di una riduzione della presenza militare americana nel continente europeo.

Mercoledì il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha persino attribuito agli attacchi ucraini contro l'industria petrolifera russa parte della responsabilità per gli elevati prezzi dell'energia, senza ricordare che è stata la Russia a iniziare la guerra. Intanto, le opzioni a disposizione dei Paesi della NATO per punire Mosca senza rischiare un'escalation restano limitate e comprendono soprattutto sanzioni ed espulsioni di diplomatici. Esistono poi possibili risposte coperte, dall'aumento del sostegno d'intelligence a Kyiv agli attacchi informatici fino alle operazioni contro gli interessi russi in altre parti del mondo.

Ad agosto il governo tedesco ha approvato un disegno di legge che autorizzerebbe i propri servizi a condurre misure attive come sabotaggi e attacchi informatici: un potere che le agenzie tedesche non hanno mai avuto nella storia del dopoguerra e che dovrà ora essere approvato dal Bundestag. Per la natura segreta di queste operazioni è difficile valutarne l'efficacia, ma l'aumento degli attacchi attribuiti alla Russia suggerisce che gli sforzi occidentali non siano finora bastati a scoraggiare Mosca. "Poiché non sono stati adeguatamente scoraggiati e Mosca non ha pagato un prezzo, Putin lo ha interpretato come un segnale per continuare", ha detto Smith.

Kaupo Rosin, capo dei servizi di intelligence estera estoni, ha spiegato questa settimana a un'emittente locale che, secondo Tallinn, il presidente russo "Vladimir Putin al momento capisce sia che cosa significhi l'Articolo 5, sia quali sarebbero le sue conseguenze concrete". Il problema, ha aggiunto, è il futuro: "Dobbiamo assicurarci che tra sei mesi, un anno o cinque anni la Russia abbia ancora la stessa consapevolezza che la deterrenza della NATO continuerà a funzionare."


L'ambasciatore americano alla NATO agli alleati: preparatevi come se Putin stesse per attaccare


Vladimir Putin forse non sta preparando un attacco imminente contro un Paese della NATO, ma gli alleati devono addestrarsi e investire nel settore della difesa come se questa eventualità fosse concreta, così da essere pronti a respingere un'aggressione improvvisa. È il messaggio che l'ambasciatore statunitense presso l'Alleanza Atlantica, Matt Whitaker, ha affidato a un'intervista esclusiva con USA Today condotta nel quartier generale della NATO a Bruxelles.

Gli alleati sono in allerta da quando il Wall Street Journal ha rivelato, il 6 agosto, una valutazione dell'intelligence statunitense secondo cui la Russia potrebbe lanciare un attacco limitato contro un Paese membro dell'Alleanza Atlantica, per esempio un'incursione terrestre o un'offensiva informatica, in una finestra compresa tra l'autunno di quest'anno e il 2029. I Paesi baltici e la Polonia sarebbero gli obiettivi più probabili di questa potenziale azione.

La valutazione contraddice le analisi secondo cui Putin intenderebbe evitare uno scontro militare aperto con la NATO finché resta impegnato nella guerra in Ucraina ed è arrivata mentre a Washington si discute della carenza di armamenti provocata anche dalla guerra condotta dall'Amministrazione Trump contro l'Iran. Whitaker non ha voluto commentare direttamente le informazioni riservate, ma ha insistito sulla necessità di aumentare la spesa per la difesa e la produzione di armi.

"Non si può prevedere cosa farà Vladimir Putin o qualsiasi altro avversario. Si può solo essere preparati, dissuaderlo e fare in modo che quella mossa non valga la pena", ha detto. "Il nostro avversario ha invaso l'Ucraina, quindi dovremmo tutti avere le idee chiare". Da qui l'appello agli alleati: "Dobbiamo prepararci, dobbiamo investire in capacità".

Mosca è in economia di guerra, gli alleati no


Secondo un funzionario europeo sentito da USA Today, gli alleati sono rimasti sorpresi nell'apprendere che Putin potrebbe essere in grado di colpire un Paese della NATO molto prima dei dieci o quindici anni presi come riferimento dall'Alleanza quando aveva fissato i più recenti obiettivi di spesa. L'anno scorso i Paesi membri si sono impegnati a destinare alla difesa il 5% del PIL entro il 2035: almeno il 3,5% per spese militari dirette e il resto per migliorare infrastrutture come strade, ponti e aeroporti.

La Russia, ha aggiunto il funzionario, è logorata dalla guerra ma ragiona su tempi diversi. Putin ha riconvertito l'economia alle esigenze del conflitto e quasi il 40% della spesa federale russa è oggi destinato a difesa e sicurezza. "L'asimmetria tra Russia e NATO è che loro sono in economia di guerra e noi no", ha dichiarato a USA Today Max Bergmann, direttore del programma Europa, Russia ed Eurasia del Center for Strategic and International Studies. "Loro possono produrre mille missili cruise. La nostra capacità di fornire o produrre intercettori per la difesa aerea è semplicemente inadeguata".

Ad alimentare i timori è stata anche la visita non annunciata del direttore della CIA John Ratcliffe a Mosca, martedì della settimana scorsa. Secondo le ricostruzioni, Ratcliffe avrebbe avvertito la Russia di non attaccare il territorio della NATO, sostenuto che Mosca sta perdendo la guerra in Ucraina e invitato il Cremlino a ridurre i legami con l'Iran. Il 27 agosto il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha negato qualsiasi piano di attacco, definendo le notizie "senza alcun fondamento nella realtà".

Lo stesso giorno Trump ha detto ai giornalisti nello Studio Ovale che Putin "non attaccherà un territorio della NATO", definendo il viaggio di Ratcliffe "semi-routine" e senza chiarire se il direttore della CIA avesse effettivamente consegnato un messaggio di questo tipo. Il Ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski ha risposto sui social ricordando che Putin aveva assicurato a William Burns, direttore della CIA nell'amministrazione Biden e in visita a Mosca nel novembre 2021, che non avrebbe attaccato l'Ucraina. "Dovremmo accelerare i preparativi di difesa", ha scritto.

I droni e la pressione ibrida sulla NATO


Per molti funzionari europei, la Russia sta già mettendo alla prova l'Alleanza attraverso una serie di operazioni ibride. Il Ministro dell'Interno tedesco Alexander Dobrindt ha detto il 1° settembre che le indagini "hanno stabilito la responsabilità russa" per il tentato attacco all'aeroporto di Lipsia del 4 e 5 agosto, quando un drone con 800 grammi di esplosivo è stato trovato sulla pista accanto a un cargo ucraino An-124. Secondo Dobrindt, l'episodio rientra nello "schema noto delle operazioni ibride russe in Europa". Berlino ha quindi annunciato la chiusura del consolato russo di Bonn come risposta a questo episodio.

Il presidente romeno Nicușor Dan ha attribuito alla Russia un drone navale carico di esplosivo, distrutto il 20 agosto da un caccia F-16 vicino al giacimento di gas Neptun Deep, nel Mar Nero, dopo che Kyiv aveva confermato che il mezzo non era ucraino. Nella notte del 1° settembre l'Estonia ha diffuso allerte pubbliche e fatto decollare i caccia della NATO dopo l'ingresso di droni nel proprio spazio aereo durante un attacco ucraino su larga scala contro la Russia occidentale. Il Ministro degli Esteri Margus Tsahkna ha definito l'episodio "una conseguenza diretta della guerra di aggressione russa contro l'Ucraina".

"Questi atti di sabotaggio sono piuttosto significativi e sono atti di guerra", ha dichiarato a USA Today Fiona Hill, responsabile per Russia ed Europa nel Consiglio per la Sicurezza Nazionale durante la prima Amministrazione Trump. "La gente continua a dire che non siamo in guerra perché la guerra è cinetica e non ci lanciano missili addosso. Ma è esattamente quello che vuole Putin, perché lascia tutti gli altri indifesi e vulnerabili".

Gli stessi funzionari, tuttavia, non ritengono che Putin voglia trascinare la NATO in un conflitto aperto. L'obiettivo sarebbe piuttosto intimidire i Paesi vicini all'Ucraina per spingerli a ridurre il proprio sostegno a Kyiv. Il presidente finlandese Alexander Stubb ha detto sabato alla Bild, citando informazioni dell'intelligence, che la Russia perde tra 30.000 e 35.000 soldati al mese a fronte di 27.000 nuove reclute e non sarebbe quindi in grado di sostenere contemporaneamente due fronti.

Kurt Volker, inviato speciale per l'Ucraina durante il primo mandato di Trump e in precedenza Ambasciatore degli Stati Uniti presso la NATO sotto George W. Bush, ha indicato a USA Today un possibile orizzonte temporale: "Prendete la fine dei combattimenti in Ucraina e aggiungete da tre a cinque anni. Quella è la vostra linea temporale".

Bergmann non ritiene probabile che Putin attacchi un Paese della NATO con un esercito "malconcio e sanguinante". Se però i combattimenti rallentassero e le forze russe avessero il tempo di riorganizzarsi, Mosca potrebbe in teoria essere in grado di colpire uno Stato baltico già entro il 2028. Avrebbe dalla sua anche una tolleranza alle perdite che Bergmann definisce "insieme nauseante e preoccupante": secondo uno studio del CSIS, più di 1,4 milioni di militari russi sono stati uccisi o feriti tra il febbraio 2022 e il giugno 2026.

Lo stesso Whitaker riconosce che oggi "la Russia è piuttosto occupata con la situazione in Ucraina", dove "le cose non vanno bene", e che anche in caso di una svolta immediata servirebbero anni per riportare l'esercito ai livelli precedenti all'invasione. Michael Kofman, esperto delle forze armate russe al Carnegie Endowment for International Peace, avverte però che Mosca ha ormai integrato nelle proprie forze unità dedicate ai droni, un gran numero di armi di precisione e milioni di droni tattici, strumenti che consentono operazioni limitate ma potenzialmente molto dannose.

La ricostituzione della potenza militare russa, ha spiegato Kofman a USA Today, “non è una questione di se, ma di quando”. Ed è proprio sui tempi di questa ricostituzione che si concentra il messaggio di Whitaker: le perdite subite dalla Russia in Ucraina hanno aperto una finestra temporanea di vantaggio per gli alleati, che devono però dimostrare di saperla sfruttare per rafforzare le proprie difese prima che si richiuda. La carenza di intercettori americani mostra già quanto questa finestra possa essere più stretta del previsto.


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Grazie Daniele sempre, e da sempre, parole sagge: danieleluttazzi.wordpress.com/…
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I may hate OpenAI and Anthropic but honest to God my hatred of copyright is more intense.

I lived through the 00's, when copyright enforcement involved big companies suing literal children and grandmothers, when Big Media tried VERY hard to make it so you would literally lose Internet access after infringement as well, and then adopted compromise positions like "six strikes" because the "zero tolerance" policy was politically rancid. In Germany, you can still get a demand letter from a rights holder demanding payment if you're caught pirating. This was the model they wanted in the US: the right to shake you down at any time, just because they believed you infringed.

And don't think for a fucking minute big content wouldn't try it again the moment they see an opening. People have started pirating again. Think about who is in charge. They could very well succeed this time.

This is the system that shook people down for years for "Happy Birthday" until a grassroots movement successfully challenged the copyright on an old technicality, but they patched those rules long ago, so works going into copyright since the ~80's will never have that technicality again.

You might think that copyright is some secret weapon against OpenAI. It is not. They will change the rules again, just as they changed the rules repeatedly to stop Mickey Mouse from going out of copyright, until the rules became too ridiculous.

I don't want to live in a world where content can disappear because someone sent someone a DMCA notice.

No, I refuse to support the tools of an oppressive system to fight another. Not at any cost.

Copyright is not pro-artist. Copyright is not pro-expresssion. Copyright is value extraction. Copyright is a means for Capital to extract more from the masses and give nothing back. It is a means of oppression.

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All'IFA di Berlino la nuova ondata di wearable IA: auricolari che registrano conversazioni dal vivo e telefoniche, poi le trascrivono, riassumono, schematizzano.

Resta aperta una domanda: che futuro ci aspetta se ogni parola, idea, intenzione finisce archiviata e profilata dall'IA ?

#ia #ifa2026 #wearable #privacy

repubblica.it/tecnologia/2026/…

in reply to Emanuele

in realtà sarebbe molto comodo se si potesse decidere cosa registrare e archiviare con l'AI, ma chiaramente ci sono dei grandissimi problemi.
Prima di tutto bisognerebbe sfruttare AI locali, almeno fin quando non ci verrà detto che anche queste inviano dati ai proprietari (e possiamo anche aspettarcelo).
Poi nasce tutta una problematica legata alla comunicazione tra le persone presenti in una conversazione.

Diciamo che adesso si è tutti un po' troppo libertini su questa cosa.

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#BancaEtica non poteva davvero fare altro che chiudere il conto di Autistici/Inventati? Secondo l'ex direttore Alessandro Messina, no!

Il caso #AutisticiInventati mostra la forza extraterritoriale delle sanzioni americane. Ma tra il mantenimento di un conto italiano e il blocco dei servizi a 130 mila clienti ci sono molte decisioni, tanti eventi che devono concatenarsi e un livello di probabilità decrescente

ondarossa.info/redazionali/202…

@eticadigitale

mastodon.bida.im/@caparossa/11…


Su Radio Onda Rossa, Alessandro Messina, ex direttore generale di Banca Etica spiega bene come non è vero che non c'erano alternative alla chiusura del conto di Autistici/Inventati e parla di cosa la banca avrebbe potuto fare in alternativa.

ondarossa.info/redazionali/202…


in reply to informapirata ⁂

"Secondo l'ex direttore, no". Lo stesso che per iscritto chiama la scelta della banca "legittima, prudenziale, di pura ortodossia bancaria" e in radio "un volo pindarico". Che spiega la multa a UniCredit con "la succursale Usa": pagarono la tedesca UniCredit Bank AG e Bank Austria, per dollari passati dai corrispondenti americani. Che chiama Visa Europe "la controllata inglese": è di Visa Inc. dal 2016. Tre errori in un'intervista. Dunque: esperto di che?
in reply to Cordon Bleu

@CordonBleu figurati, ma io non ho "pubblicato l'altra versione", bensì ho cercato di dare copertura al maggior numero di notizie che riguardavano gli effetti della guerra tra Piana contro uno dei collettivi hacker più importanti al mondo.
Notizie che provenivano sempre da fonti autorevoli ma senza la pretesa di entrare nel merito di questioni che non posso maneggiare agevolmente, come quelle legate alle tecnicalità interbancarie
in reply to Cordon Bleu

@CordonBleu aggiungo che la versione di Messina solletica anche i bias di conferma di molti attivisti che ritengono Banca Etica una banca come un'altra che fonda il marketing di prodotto sul moralismo.
E B.E. deve gestire con molta attenzione questa crisi reputazionale

PS: personalmente ho una mia versione piuttosto laica, per cui una banca è etica solo se, nei limiti della legislazione vigente, fa il massimo interesse dei propri clienti e dei propri azionisti

Ma io sono una brutta persona 🤣

in reply to informapirata ⁂

Il bias di conferma è la parte che i documenti non scalfiscono: chi ha già la cornice ci infila dentro tutto, e infatti la versione di Messina circola più delle verifiche. Sulla sua definizione laica: se una banca deve fare l'interesse dei clienti restando nella legge, allora quei 130 mila contano quanto quello finito in lista.

informapirata ⁂ reshared this.

in reply to Tommi 🤯

@tommi La parte che mi interessa è "a volte solleva dei buoni punti": è vero, e per questo vanno verificati. Sui cinque di questi giorni. La multa a UniCredit non riguarda la succursale statunitense ma la tedesca e Bank Austria. Visa Europe non è la controllata inglese, è di Visa Inc. dal 2016. Cita Jammal Trust e omette ABLV.
justice.gov/opa/pr/unicredit-b…
in reply to Cordon Bleu

@tommi E gli altri due. Legge la licenza generale 36 come una proroga fino al 25 settembre: autorizza solo le operazioni per chiudere entro quella data. E cita la C-81/24 come precedente: riguarda un consumatore a cui è stato negato un conto di base, non un ente designato che il conto ce l'aveva. Poi consiglia Satispay senza dire di esserne stato consigliere.
assets.bancaetica.it/Assemblea…
in reply to informapirata ⁂

@tommi Perché restituire il saldo è proprio l'atto che espone. La sezione 1(b) dell'ordine 13224 colpisce l'istituto estero che ha facilitato "any significant transaction" per conto di un designato, e trasferirgli una raccolta fondi è il caso da manuale. Trattenere non è la scelta più rischiosa: è quella che evita di eseguirla. Il 1 settembre la limitazione era cautelativa, in attesa di MEF, ABI e Assopopolari, e a scriverlo è A/I.
cavallette.noblogs.org/2026/09…

informapirata ⁂ reshared this.

in reply to informapirata ⁂

@tommi Grazie a lei della domanda, era quella giusta. Se le interessa il seguito: la federazione europea delle banche etiche aveva descritto il meccanismo agli eurodeputati il 15 ottobre 2025, chiedendo l'attuazione effettiva e il rafforzamento del regolamento di blocco. È lì che la questione si risolve, o non si risolve.
febea.org/news/open-letter-mep…

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✨ Prince of Persia: 58 domini pronti a diventare server di comando, la riserva DNS dormiente dell’APT iraniano Infy
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/prince…

@informatica


Prince of Persia: 58 domini pronti a diventare server di comando, la riserva DNS dormiente dell’APT iraniano Infy


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Cinquantotto domini registrati, delegati ai nameserver del gruppo, ma senza un solo indirizzo IP associato. Invisibili a qualunque feed di reputazione, a qualunque sistema di blocklist automatica, a qualunque scansione passiva DNS che cerchi record A da correlare a infrastrutture malevole già note. È la “riserva” di comando e controllo pre-posizionata che i ricercatori di Whisper Security hanno mappato dietro Prince of Persia, il gruppo di cyberspionaggio iraniano meglio noto come Infy, attivo — con intermittenze significative — da oltre un decennio.

La frase che riassume meglio la scoperta è di Kaveh Azarhoosh, Community & Research Lead di Whisper, autore del report: “Sono in stand-by, non live: nel momento in cui uno qualunque di questi domini ottiene un record di indirizzo, un nuovo server di comando è appena entrato in funzione — ed è visibile prima ancora che il server faccia alcunché”. È una descrizione precisa di cosa significhi, oggi, difendersi da un attore state-sponsored che ha imparato a costruire infrastruttura offensiva in anticipo, tenendola dormiente fino al momento dell’attivazione operativa.

Chi è Prince of Persia / Infy


Infy (tracciato anche come Prince of Persia) è uno dei gruppi di cyberspionaggio iraniani più longevi e meno appariscenti sulla scena. A differenza di attori più aggressivi legati al Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, Infy ha costruito la propria reputazione su campagne mirate e di lunga durata contro dissidenti, giornalisti e obiettivi ad alto valore, privilegiando la persistenza silenziosa alla distruzione visibile. È il profilo tipico dell’intelligence offensiva pura: raccolta di informazioni, non sabotaggio.

Il gruppo era rimasto sostanzialmente silente per anni prima di riemergere, a partire da dicembre 2025, in una serie di report firmati SafeBreach che ne hanno ricostruito una decade di attività. La prima parte della ricerca SafeBreach ha documentato l’infrastruttura storica basata su Domain Generation Algorithm (DGA) e server di comando dedicati; una seconda parte, pubblicata a febbraio 2026, ha rivelato la migrazione verso un tasking basato su Telegram, con i malware della famiglia Foudre/Tornado e Tonnerre capaci di ricevere comandi sia via HTTP sia tramite bot Telegram, garantendo ridondanza operativa anche in caso di takedown di uno dei due canali.

La prova del collegamento con Teheran: il blackout di gennaio


Uno degli elementi più interessanti dell’intera vicenda, emerso proprio nei report SafeBreach, è la correlazione temporale tra l’attività del gruppo e le decisioni delle autorità iraniane. L’8 gennaio 2026, per la prima volta da quando i ricercatori monitoravano l’infrastruttura, gli operatori di Infy hanno smesso di mantenere i propri server di comando — esattamente lo stesso giorno in cui il governo iraniano ha imposto un blackout internet a livello nazionale. Ancora più significativo: il 25-26 gennaio il gruppo ha ripreso a registrare nuovi domini DGA e a raccogliere dati esfiltrati, e il blackout è terminato ufficialmente il 27 gennaio. Un anticipo di un giorno che, secondo SafeBreach, è difficilmente spiegabile senza ammettere che gli operatori disponessero di informazioni privilegiate sulla tempistica di una decisione governativa — la firma indiretta ma solida di un legame con lo stato iraniano.

Cosa ha scoperto Whisper: l’architettura a due livelli


Partendo dagli indicatori pubblicati da SafeBreach, i ricercatori di Whisper hanno costruito un grafo dell’infrastruttura di rete per risalire, da un piccolo insieme di indicatori noti, all’intera architettura di backend del gruppo. Il risultato è la mappatura di un sistema a due livelli concettualmente elegante e operativamente resiliente.

Il primo livello è quello dei server di comando attivi, che sono self-authoritative: ogni server esegue il proprio nameserver, così che dominio, indirizzo IP e infrastruttura di risoluzione DNS coincidano sulla stessa macchina. Un esempio concreto individuato dai ricercatori è il dominio dmxqdlcuiryu.site, che risolve a 45.80.148.195 — lo stesso indirizzo su cui gira anche ns1.dmxqdlcuiryu.site, il nameserver che lo gestisce.

Il secondo livello, quello davvero nuovo rispetto ai report precedenti, è la riserva dormiente: domini già registrati e già delegati ai nameserver del gruppo, ma privi di un record A. In pratica, l’infrastruttura di risoluzione è pronta e configurata, ma il “puntatore” finale verso un server fisico non è stato ancora attivato. Finché resta così, il dominio non compare in nessuna telemetria passiva basata su risoluzioni effettive, ed è per questo che sfugge ai sistemi di detection tradizionali basati su reputazione storica.

  • 51 domini nel formato principale: otto caratteri alfabetici (range j-z), es. dmxqdlcuiryu.site
  • 7 domini in un formato esadecimale più vecchio, riconducibile a un pattern di generazione precedente
  • TLD utilizzati: .site e .space (già noti), più due new entry rispetto ai report precedenti — .top e .website — che suggeriscono un ampliamento dello spazio del generatore di domini
  • Registrar comune: Spaceship, con privacy affidata a Withheld for Privacy — una coerenza che secondo Whisper “si legge come un singolo operatore che registra in blocco”
  • Hosting prevalente su HOSTGW (AS204641), un piccolo reseller rumeno, non confinato a un singolo blocco di indirizzi

A questo si aggiunge un server non presente nei report SafeBreach originari, 185.244.129.70, che al 13 agosto 2026 ospitava 18 domini generati dal DGA attivi contemporaneamente, e che presenta un’anomalia operativa interessante: si appoggia a un servizio DNS commerciale per almeno uno dei domini che ospita, invece di gestire in proprio la risoluzione come fa il resto dell’infrastruttura self-authoritative.

Segnali di crescita operativa


Tre elementi osservati durante il periodo di ricerca (dati infrastrutturali al 13 agosto, pubblicazione il 24 agosto 2026) indicano che l’infrastruttura non è statica ma in espansione attiva: il numero di domini live sul server 185.244.129.70 è salito da 17 a 18 nel corso dell’osservazione; la riserva dormiente è passata da 56 a 58 domini tra luglio e agosto; e la comparsa dei nuovi TLD .top e .website suggerisce che il generatore di domini del gruppo stia ampliando il proprio spazio dei nomi, verosimilmente in previsione di operazioni future.

Sul fronte del malware, l’arsenale documentato da SafeBreach e ripreso da Whisper comprende Tornado/Foudre come primo stadio di reconnaissance (con controlli anti-sandbox e comunicazione ridondante HTTP/Telegram), Tonnerre come infostealer di secondo stadio, e una catena ZZ Stealer che scarica una variante modificata di StormKitty — un infostealer open source rimaneggiato per esfiltrare screenshot, file del desktop e credenziali verso un canale Telegram dedicato. Le vittime mappate attraverso le esfiltrazioni intercettate nel periodo 2021-2024 coprono almeno 46 indirizzi IP distinti in una ventina di paesi, con concentrazioni significative negli Stati Uniti, in Russia e in Germania — a conferma di una targeting list ampia e non limitata alla sola diaspora iraniana o ai soli obiettivi mediorientali.

Due righe per i difensori


La lezione operativa più importante di questo report riguarda il timing della difesa. Un’infrastruttura DNS pre-registrata ma dormiente non genera traffico, non compare nelle liste di reputazione, non attiva alcun sistema di detection basato su comportamento di rete: è invisibile fino al momento esatto in cui viene attivata, e a quel punto il difensore parte già in ritardo. Il valore del lavoro di Whisper sta proprio nell’aver reso pubblica questa riserva prima che diventi operativa, trasformando 58 domini “innocui” in altrettanti indicatori di early warning.

Per i team di threat intelligence e i SOC che monitorano organizzazioni potenzialmente nel mirino di attori legati all’Iran — ONG, giornalisti, ricercatori, obiettivi diplomatici o aziende con esposizione mediorientale — il consiglio pratico è di integrare nei propri sistemi di monitoraggio DNS passivo non solo le blocklist di domini già noti come malevoli, ma anche il pattern di naming e la lista dei 58 domini di riserva pubblicata da Whisper, così da ricevere un alert nell’istante stesso in cui uno di essi acquisisce un record A — prima ancora che il server dietro di esso inizi a comunicare con un impianto.

Indicatori di compromissione

Gruppo: Prince of Persia / Infy (Iran, cyberspionaggio state-sponsored)
Ricerca: Whisper Security, "Prince of Persia: Mapping the Backend
  and a Reserve of Domains Staged for What Comes Next" (24 ago 2026)
Basata su: SafeBreach "Prince of Persia" Part I (dic 2025) e Part II (feb 2026)

Server C2 pubblicati (self-authoritative):
  45.80.148.195   (domini .site)
  45.80.149.3     (domini .space)
  185.244.129.70  (non riportato in precedenza; 18 domini DGA
                   attivi al 13/08/2026; usa DNS commerciale per
                   almeno un dominio, anomalia rispetto al resto)

Esempio dominio self-authoritative:
  dmxqdlcuiryu.site -> 45.80.148.195
  ns1.dmxqdlcuiryu.site -> 45.80.148.195

Riserva dormiente (nessun record A, delegati ai NS del gruppo):
  58 domini totali
  - 51 nel formato 8 caratteri alfabetici (range j-z)
  - 7 nel formato esadecimale legacy
  TLD: .site, .space, .top (nuovo), .website (nuovo)

Registrar: Spaceship (privacy: Withheld for Privacy)
Hosting: HOSTGW, AS204641 (reseller rumeno)

Malware associato: Tornado/Foudre (recon, HTTP+Telegram C2),
  Tonnerre (infostealer), ZZ Stealer -> StormKitty modificato
  (canale Telegram di esfiltrazione dedicato)

Hash noti (SHA-256):
  Tornado v51 SFX: 5db4ed7d07ab028ab6ceba8efec5f667d86a419020d2a8c86e90a3125aa31bb9
  ZZ Stealer 3.81: f9b963235b954c521096256a10d8e8dce0092c9ca054e78dce3cac63756d0976
  StormKitty var.: 4398063cd50c77b8d28f15c35b5948165b356f33dd7c4504eeac0c328fe97487

Raccomandazione: integrare la lista dei 58 domini di riserva nel
  monitoraggio DNS passivo per rilevare l'attivazione di un nuovo
  record A prima dell'inizio delle comunicazioni C2.

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I segnali che mostrano Trump sta cercando di interferire con le elezioni di midterm


Indagini sui brogli affidate all'agenzia per l'immigrazione a due mesi dal voto, un sistema postale per le schede definito un caos da un informatore, osservatori federali contestati anche in Wyoming

Il Dipartimento per la Sicurezza Interna ha intensificato le indagini su presunti brogli elettorali in alcuni Stati, un informatore federale ha definito un caos il nuovo sistema postale per verificare le schede spedite per posta e il governatore repubblicano del Wyoming ha accusato gli osservatori del Dipartimento di Giustizia di comportamenti "aggressivi" durante le primarie del suo Stato. Sono i tre segnali più recenti, secondo un'analisi di Aaron Blake pubblicata sulla CNN, dei tentativi del presidente Trump di intervenire sulle elezioni di midterm, in programma tra poco più di due mesi. Non è chiaro se questi sforzi avranno effetto, ma i fatti delle ultime settimane mostrano che il tentativo è in corso.

La notizia delle indagini è uno scoop della CNN. Il Dipartimento per la Sicurezza Interna, il ministero che si occupa di frontiere e immigrazione, sta usando la Homeland Security Investigations, un ramo dell'ICE, l'agenzia federale per l'immigrazione, che di solito indaga su tratta di esseri umani e traffico di droga. L'aspetto più anomalo è il momento scelto: il governo federale evita di norma azioni investigative così visibili a ridosso di un'elezione, perché accuse non ancora verificate possono influenzare il voto. Nel caso di Trump e dei presunti brogli, scrive Blake, questo effetto è l'obiettivo e non un rischio da evitare.

Trump cerca da dieci anni di dimostrare l'esistenza di brogli diffusi, senza riuscirci. Nel primo mandato istituì una commissione sui brogli elettorali che si sciolse senza risultati e dopo il 2020 la sua campagna pagò dei consulenti per trovare prove di frodi, senza esito. Nelle ultime settimane l'amministrazione ha prodotto una serie di affermazioni contestate dagli esperti: la tesi, priva di fondamento, di 250.000 non cittadini registrati al voto in soli quattro Stati e un rapporto anonimo e irregolare dello US Census Bureau, l'ufficio federale di statistica, secondo cui decine di migliaia di non cittadini avrebbero votato alle presidenziali del 2020. Le nuove indagini sembrano pensate per dare sostegno a queste affermazioni più che per produrre prove solide in due mesi. L'obiettivo dell'amministrazione, secondo Blake, è alimentare i dubbi sul voto e creare un possibile pretesto per un intervento federale più ampio sulle elezioni.

L'altra novità della settimana riguarda il voto per posta. Un informatore federale ha lanciato un allarme sul nuovo sistema con cui l'amministrazione vuole verificare le schede spedite per posta, un sistema che i lavoratori descrivono come un caos e che potrebbe privare del voto un gran numero di elettori. La segnalazione, resa pubblica dal senatore democratico del Connecticut Richard Blumenthal, si aggiunge ai timori già espressi dai funzionari elettorali sul fatto che il sistema non sia stato testato a sufficienza prima delle midterm. Secondo l'informatore, se anche una sola busta in un grande lotto di schede non corrisponde ai dati registrati nel sistema, il servizio postale non consegna l'intero lotto finché la discrepanza non viene risolta.

Non è certo che il sistema verrà usato: la questione è oggetto di numerosi ricorsi in tribunale, di cui abbiamo scritto ieri. Trump, che ha votato per posta in Florida, critica da anni questa modalità di voto e anche per questo gli elettori che la usano sono in netta maggioranza democratici. Se molti di loro fossero esclusi, il danno colpirebbe soprattutto il Partito Democratico.

A marzo Trump ha firmato un ordine esecutivo che assegna al servizio postale un ruolo senza precedenti nel controllo delle schede. A giugno l'amministrazione stava valutando di minacciare gli Stati che non consegnano le liste elettorali al governo federale di non recapitare le schede per posta, mentre anche alcuni Stati repubblicani hanno rifiutato di consegnare quelle liste. A luglio Trump ha tenuto un discorso in prima serata sulle elezioni: non ha portato nuove prove di brogli diffusi, ma ha esagerato i presunti tentativi della Cina di interferire e ha sostenuto senza fondamento che fossero stati coperti. Il richiamo alla sicurezza nazionale ha attirato l'attenzione perché i tribunali concedono ai presidenti maggiore libertà di agire in modo unilaterale quando è in gioco la sicurezza del paese. Poche settimane dopo, in un'intervista, Trump non ha escluso di dichiarare un'emergenza di sicurezza nazionale per introdurre una serie di modifiche alle regole di voto che il Congresso a maggioranza repubblicana non ha approvato, tra cui limiti al voto per posta.

La scena più insolita è arrivata la settimana scorsa dal Wyoming, uno degli Stati più repubblicani del paese. Il governatore Mark Gordon, repubblicano, ha accusato gli osservatori elettorali del Dipartimento di Giustizia di un comportamento "aggressivo" durante le primarie e ha chiesto al procuratore generale dello Stato di indagare. "Non mi piace che il governo federale venga a prendersi i nostri voti", ha detto. Trump in passato ha detto di rimpiangere di non aver fatto sequestrare le macchine per il voto dopo le elezioni del 2020.

Non è possibile dire quali di queste iniziative si tradurranno in azioni concrete. Trump tende a lanciare molte proposte e talvolta fa marcia indietro quando si rivelano impraticabili, altre volte i tentativi suoi e del suo staff risultano approssimativi e i tribunali potrebbero fermarlo, per esempio sui piani per il voto per posta. Il contesto rende però la questione rilevante: il Partito Repubblicano affronta un'elezione difficile, che potrebbe consegnare ai democratici almeno una delle due camere del Congresso e ridurre il potere di Trump negli ultimi due anni di mandato.


Trump punta a restringere il voto per posta prima delle midterm


Votare per posta diventerebbe molto più difficile, se non impossibile, per decine di milioni di americani se il servizio postale dovesse applicare le nuove regole restrittive volute dal presidente Donald Trump. Le misure, ricostruite dal New York Times, prevede che gli Stati carichino le liste degli elettori su un portale federale non ancora operativo e che tutte le schede elettorali passino attraverso i grandi centri di smistamento, gli unici in grado di leggere i nuovi codici a barre. Soprattutto, impedirebbe la consegna delle schede elettori negli Stati che non intendo trasmettere al governo federale i dati dei propri elettori, che l'Amministrazione afferma apertamente di voler utilizzare per individuare eventuali non cittadini iscritti nelle liste.

Giovedì la giudice federale Indira Talwani, a Boston, ha sospeso la regola per 14 giorni e la Casa Bianca ha presentato ricorso. Oltre venti Stati a guida democratica e il District of Columbia hanno fatto causa e annunciato che non intendono adeguarsi. Ma lunedì 24 agosto la Corte Suprema, con una maggioranza di 6 a 3, aveva già respinto un primo ricorso perché la regola non era ancora definitiva. Ora che lo è diventato, è probabile che i giudici siano chiamati a pronunciarsi nuovamente nelle prossime settimane sulla sua costituzionalità. A meno di dieci settimane dal voto, e con il North Carolina che inizierà a spedire le schede per il voto il 4 settembre, non è affatto certo che ci sia il tempo materiale per applicarla.

L'impatto politico: il Michigan è il caso più delicato


Le conseguenze ricadrebbero soprattutto sui democratici, che ricorrono al voto per posta più dei repubblicani: nel 2024 lo ha fatto più di un elettore democratico su tre contro uno su quattro tra i repubblicani, secondo le stime dello States United Democracy Center relative a 32 Stati.

Il Michigan è il caso più significativo. Nel 2022 il 37% dei voti è stato espresso per posta. Quest'anno nello Stato si decidono uno dei seggi al Senato più contesi del Paese, il governatore e quattro collegi in bilico alla Camera. Nel 2024, secondo il MIT Election Data and Science Lab, aveva votato per posta il 60% degli elettori di Kamala Harris contro il 34% di quelli di Trump. Quasi due milioni di elettori del Michigan ricevono inoltre automaticamente la scheda per il voto a ogni elezione. "Non è complicato", ha detto al New York Times Marc Elias, avvocato elettorale vicino ai democratici: "L'Amministrazione sa che i democratici votano per posta più dei repubblicani".

Ma anche gli amministratori elettorali di entrambi i partiti temono il caos. Alan Hays, supervisore repubblicano delle elezioni nella contea di Lake, in Florida, dove Trump ha ottenuto il 62% dei voti, ha paragonato il cambiamento a "cambiare rotta a una portaerei": "Affidare una responsabilità così grande al servizio postale, con i suoi precedenti e con così poco preavviso, è nel migliore dei casi imprudente".

In Arizona, dove alle ultime elezioni di metà mandato circa l'80% degli elettori aveva ricevuto la scheda per votare via posta, il Segretario di Stato democratico Adrian Fontes prevede invece una rivolta soprattutto tra i pensionati repubblicani: "Il voto per posta è stato creato dai repubblicani, promosso dai repubblicani ed è così che gli elettori repubblicani amano votare".

Un'offensiva che va ben oltre il voto per posta


La nuova regolamentazione è il risultato più concreto di un'offensiva molto più ampia, passata in rassegna dalla CNN. Nasce dall'ordine esecutivo di marzo con cui Trump – che non ironicamente il 18 agosto ha votato per posta alle primarie della Florida – ha chiesto al Dipartimento della Sicurezza interna di compilare liste sulla cittadinanza degli elettori Stato per Stato. L'ordine è oggetto di diverse cause e difficilmente potrà essere applicato integralmente entro novembre.

Il Dipartimento, guidato da Markwayne Mullin, ha chiesto agli Stati di consegnare le proprie liste elettorali e ha annunciato di aver individuato migliaia di presunti non cittadini registrati. In Nevada, però, ne ha poi "confermati" soltanto 185 sui 15.903 inizialmente indicati. Nel frattempo, la campagna va avanti con la ridefinizione dei collegi avviata da Trump in Texas e poi estesa ad altri Stati potrebbe fruttare ai repubblicani fino a dieci seggi alla Camera. A questo si aggiungono la sentenza Louisiana v. Callais, con cui la Corte Suprema ha fortemente ridimensionato alcune tutele del Voting Rights Act, e il ridimensionamento dell'agenzia federale per la cybersicurezza che coordina la risposta alle interferenze straniere.

Gli alleati del presidente continuano inoltre ad avanzare ipotesi ancora più estreme: la dichiarazione di un'emergenza nazionale sulle elezioni, il sequestro delle urne o l'invio di agenti dell'ICE ai seggi. Trump non le ha promesse, ma non le ha nemmeno escluse. Alla proposta di dichiarare l'emergenza nazionale, avanzata l'11 agosto dal commentatore Wayne Root, ha risposto: "Sono successe cose più strane, lasciamola così". A gennaio aveva detto al New York Times che nel 2020 "avrebbe dovuto" far sequestrare le urne. Mullin ha invece dichiarato che gli agenti dell'ICE non si recherebbero ai seggi "di propria iniziativa", ma soltanto su richiesta delle autorità locali e comunque "non per motivi di immigrazione". La legge federale vieta a chiunque, comprese le forze dell'ordine, di intimidire gli elettori e proibisce la presenza di "truppe o uomini armati" ai seggi.

"Trump butta lì delle cose. La gente abbocca e questo rende il Paese più nervoso, in un ciclo che si autoalimenta", ha detto alla CNN Ben Ginsberg, avvocato elettorale repubblicano di lunga data, secondo cui "la creazione di un clima di paura è forse un obiettivo in sé". Tammy Patrick, ex funzionaria elettorale della contea di Maricopa e oggi al Bipartisan Policy Center, ricorda invece che "finora i pesi e contrappesi del sistema hanno retto".


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Witkoff e Kushner a Mosca: Putin ferma i raid su Kyiv per 72 ore


I due emissari di Donald Trump sono arrivati sabato a Mosca con una proposta per chiudere la guerra e domenica saranno a Kyiv. Il presidente americano indica nell'ostilità personale tra Putin e Zelensky l'ostacolo principale.

Steve Witkoff e Jared Kushner sono arrivati oggi a Mosca con una nuova proposta per cercare di porre fine alla guerra in Ucraina. Domani sono attesi a Kyiv, dove si recheranno entrambi per la prima volta. "Porteranno con loro una proposta per porre fine alla guerra", aveva annunciato ieri il presidente Donald Trump, parlando con i giornalisti alla Casa Bianca. Trump ha elogiato il lavoro dei suoi emissari e si è detto fiducioso sulle possibilità di ottenere risultati.

Washington aveva chiesto a Russia e Ucraina di sospendere gli attacchi reciproci durante la missione, secondo quanto riferito dal New York Times, che ha ricostruito come il viaggio fosse in preparazione da settimane. Zelensky aveva accolto la richiesta e sollecitato Mosca a fare altrettanto: "Da parte nostra non ci saranno attacchi aerei, e la Russia deve garantire lo stesso".

Inizialmente il Cremlino non aveva annunciato pubblicamente una sospensione equivalente e, nella notte tra venerdì e sabato, le forze russe hanno continuato a colpire l'area di Kyiv, compreso il distretto di Boryspil. Solo successivamente il Cremlino ha annunciato, nel corso della giornata odierna, uno stop di 3 giorni agli attacchi contro la capitale ucraina per consentire in sicurezza il viaggio dei due inviati statunitensi.

Funzionari russi hanno però già raffreddato le aspettative sul negoziato, facendo sapere che non ci sarebbero idee sostanzialmente nuove sul tavolo. Per Trump, l'ostacolo alla trattativa sarebbe soprattutto personale. "Tra loro c'è un odio profondo, ed è questo che li blocca", ha detto riferendosi a Putin e Zelensky. Il presidente statunitense ha anche sostenuto che soltanto nell'ultima settimana Russia e Ucraina avrebbero perso complessivamente 32.000 uomini. È una cifra che non trova riscontro nelle stime pubbliche disponibili e non è stata verificata in modo indipendente.

Zelensky ha detto invece di aspettarsi una visita "il più costruttiva e sostanziale possibile", spostando l'attenzione sui contenuti della proposta americana. "Bisogna cercare opzioni reali per indirizzare questa guerra verso la fine. Vedremo quali proposte hanno Steve e Jared e cosa risponderanno loro a Mosca", ha aggiunto il presidente ucraino.

Il precedente più recente non è certo incoraggiante. Il 23 agosto Zelensky aveva parlato di un piano elaborato insieme agli emissari americani e a funzionari europei, imperniato su un cessate il fuoco e su un arretramento reciproco delle truppe dal fronte, con la creazione nel Donbass di una zona economica libera sottoposta alla supervisione di una parte terza. Il Cremlino aveva respinto quella proposta, affermando che l'Ucraina avrebbe dovuto consegnare a Mosca ciò che resta del Donbass.

Il 14 agosto il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov aveva ribadito che Putin era disponibile a ricevere i negoziatori americani, sollevando però una questione decisiva: quali proposte avrebbero portato? Tre settimane dopo la missione si è concretizzata, ma quel nodo resta irrisolto e resta da capire se Washington abbia davvero presentato a Mosca un piano capace di avvicinare le posizioni di Russia e Ucraina e aprire una strada concreta verso la fine di una sanguinosa guerra che va avanti da più di quattro anni.


Ucraina, gli Stati Uniti tentano di riaprire il negoziato con Mosca


Steve Witkoff e Jared Kushner sono attesi nel fine settimana prima a Mosca e poi a Kyiv per tentare di riaprire il negoziato sulla guerra in Ucraina, dieci giorni dopo una missione del direttore della CIA John Ratcliffe che non ha prodotto alcuna apertura da parte del Cremlino. Il programma prevede un incontro con Vladimir Putin sabato e una visita a Volodymyr Zelensky domenica: si tratterebbe della prima volta in Ucraina per i due inviati di Donald Trump da quando il presidente è tornato alla Casa Bianca, dopo diversi viaggi a Mosca, soprattutto da parte di Witkoff. Zelensky ha confermato in serata la tappa di Kyiv, mentre dagli Stati Uniti continuano ad arrivare indicazioni di cautela legate alla sicurezza e alla logistica del viaggio.

La visita nella capitale ucraina era stata messa in dubbio nel corso della giornata di ieri. Una persona informata dei fatti aveva detto al Kyiv Independent che Witkoff "ha cominciato ad avere paura" e che si stavano valutando alternative. "I russi non vogliono che vengano qui a Kyiv, e Witkoff è sempre sensibile ai sentimenti russi. Gli stanno dicendo che è pericoloso", aveva spiegato la fonte. Gli inviati avevano inizialmente pensato di raggiungere la capitale in aereo, ma lo spazio aereo ucraino resta chiuso e Witkoff sarebbe riluttante a compiere il viaggio in treno. In serata, tuttavia, la testata ucraina riferiva che l'intenzione restava quella di arrivare a Kyiv domenica.

Secondo funzionari americani citati da Axios, la missione è stata preparata per mesi e più volte rinviata. Un primo tentativo era saltato ad agosto, quando Trump aveva preferito tenere vicini i propri inviati durante il confronto con l'Iran. Zelensky aveva annunciato la nuova doppia tappa giovedì. La Casa Bianca aveva già chiesto all'Ucraina di non colpire Mosca durante la visita di Ratcliffe del 25 agosto e ora ottenuto garanzie analoghe per la missione di Witkoff e Kushner. Kyiv ha promesso di sospendere i propri attacchi durante gli incontri e ha chiesto alla Russia di fare lo stesso, ma Mosca non ha annunciato un impegno equivalente.

Il precedente di Ratcliffe spiega perché Washington stia tentando un nuovo canale. Il viaggio a sorpresa compiuto dal direttore della Central Intelligence Agency a Mosca il 25 agosto non ha prodotto alcuna apertura russa e potrebbe avere persino rafforzato la convinzione di Putin di poter ottenere di più continuando la guerra. Secondo il Washington Post, che cita funzionari occidentali ed esponenti dell'establishment russo, "è stato un tentativo di convincere Putin a fermare la guerra e Putin lo ha letto come debolezza".

Ratcliffe non ha incontrato direttamente Putin. Ha visto invece il direttore dell'FSB Aleksandr Bortnikov e il direttore dell'intelligence estera Sergej Naryškin. La scelta di Bortnikov è stata deliberata: appartiene alla cerchia ristretta del presidente russo e in passato ha gestito con Washington anche gli scambi di prigionieri. Il messaggio lanciato dall'americano è che, se Mosca continua a puntare a ottenere la completa cessione del Donbass da parte dell'Ucraina, "semplicemente non succederà", e che prolungare il conflitto non farà altro che aggravare le difficoltà russe. Ratcliffe avrebbe inoltre proposto un vertice a tre tra Trump, Putin e Zelensky, ipotesi più volte respinta da Mosca. Tornato negli Stati Uniti, ha concluso di avere recapitato il messaggio senza però "aver spostato l'ago della bilancia".

Guerra in Ucraina · La scommessa sul tempo
Putin scommette sull’inverno, ma il conto gli arriva ogni mese

Steve Witkoff e Jared Kushner arrivano a Mosca e poi a Kyiv per riaprire il negoziato. Al Cremlino prevale la convinzione che qualche altro mese di guerra sia ancora sostenibile per la Russia e molto più difficile da reggere per l’Ucraina. I conti pubblici e le raffinerie russe raccontano un’altra storia.
Grafica di FocusAmerica 5 settembre 2026

Il bilancio federale russo, in miliardi di rubli
Il tetto di disavanzo fissato per tutto il 2026 è stato superato già a luglio

6.455
miliardi di rubliIl disavanzo accumulato nei soli primi sette mesi dell’anno, pari al 2,8% del PIL.

Tetto dell’intero 2026

Quanto il governo aveva messo in conto per dodici mesi
3.786

Quanto ha speso in disavanzo in sette mesi
6.455

+70%

Stesso periodo del 2025
4.622

In sette mesi la Russia ha speso in disavanzo il 70% in più di quanto aveva previsto per dodici. Il ministro delle Finanze Anton Siluanov ha già fatto sapere che l’obiettivo andrà probabilmente rivisto.

Tre modi di misurare l’attesa
IIl carburanteCarburante IIIl territorioTerritorio IIIIl calendarioCalendario

La benzina che manca alle pompe
Ogni giorno alla Russia mancano 35 mila tonnellate di benzina
Alla fine di agosto le raffinerie russe producevano circa 80 mila tonnellate di benzina al giorno, contro un fabbisogno interno stimato in 115 mila. Ogni pompa vale 5.000 tonnellate al giorno: quelle vuote sono la benzina che il Paese non riesce più a produrre.


80.000 tonnellateprodotte ogni giorno dalle raffinerie
35.000 tonnellateche mancano per coprire la domanda

Tra giugno e agosto i droni ucraini hanno messo fuori uso 18 raffinerie, tra cui quelle di Mosca, Omsk, Rjazan, Volgograd e Kirishi. Il governo russo ha prorogato il divieto di esportare benzina fino alla fine di gennaio 2027 e ha cominciato a comprare carburante dall’Asia e dalla Bielorussia.

Le occasioni lasciate passare
Chi ha rinviato l’accordo lo ha poi pagato in territorio
Dall’inizio dell’invasione entrambe le parti hanno lasciato cadere un’occasione negoziale, e in seguito hanno perso terreno. Ogni fascia rappresenta l’intero territorio ucraino: in rosso, quanto è costata l’attesa.

Primavera 2022 · La Russia
Mosca si allontana da un accordo che le sarebbe stato più favorevole

10%
del territorio ucraino che avrebbe potuto conservare, poi perso sul campo: circa 60.000 km².

2023 · L’Ucraina
Kyiv non coglie la finestra negoziale suggerita da Washington

1,5%
del proprio territorio, perso nei mesi successivi: circa 9.000 km².

Le due fasce sono in scala reale sui 603.500 km² del territorio ucraino nei confini del 1991. Il confronto misura il costo dell’attesa, non la superficie oggi occupata.

Che cosa resta da decidere, e quando
Dal viaggio di Witkoff alla primavera del 2027
Il piano di pace discusso ad Abu Dhabi è stato ridotto a due sole questioni ancora aperte. Kyrylo Budanov, capo dello staff di Zelensky, si aspetta che i colloqui diretti riprendano entro la fine di settembre.

Il piano di pace, da venti punti a due

Dei venti punti iniziali ne restano aperti due, e sono i più difficili.

Chi amministra la centrale nucleare di Zaporizhzhya, occupata dalle forze russe.
Chi controlla la parte del Donbass orientale ancora in mano a Kyiv: quattro città medie in parte distrutte e una fascia di campagna.

Le tappe, da qui alla primavera del 2027

25 agosto
Il direttore della CIA John Ratcliffe vola a Mosca. Non incontra Putin e torna senza alcuna apertura russa.

4 settembre
Un drone russo colpisce la sede dell’SBU a Kyiv: almeno 12 feriti. Zelensky annuncia che gli obiettivi della risposta sono già stati scelti.

Oggi · 5 settembre 2026

5-6 settembre
Witkoff e Kushner vedono Putin sabato a Mosca e Zelensky domenica a Kyiv: la loro prima volta in Ucraina.

18-20 settembre
La Russia rinnova il proprio parlamento, alla vigilia della finestra negoziale indicata da Budanov.

Fine settembrePrevisione
Budanov si attende la ripresa formale dei colloqui diretti tra Russia e Ucraina, pochi giorni dopo il voto di Mosca.

3 novembre
Gli Stati Uniti votano per le elezioni di metà mandato. Budanov colloca la ripresa dei colloqui alcune settimane prima di questo voto.

Inverno 2026-2027Previsione
La Russia prepara la quarta campagna di bombardamenti sulle infrastrutture energetiche e idriche ucraine.

Primavera 2027Previsione
Secondo Budanov è il primo momento in cui le condizioni per un cessate il fuoco potrebbero davvero maturare.

I pallini grigi segnano fatti già avvenuti, quelli blu appuntamenti già fissati in calendario, quelli vuoti previsioni che nessuno ha ancora messo in agenda. Le bandiere dicono chi muove: in questo calendario l’Ucraina non compare mai da sola.

Il punto
Mosca scommette che un altro inverno di guerra pesi di più sull’Ucraina che sui propri conti. Il bilancio federale e le pompe di benzina dicono che una parte del prezzo la Russia la sta già pagando adesso.

Fonte Ministero delle Finanze della Federazione Russa per i dati di bilancio di gennaio-luglio 2026, ripresi da Interfax; Reuters per la produzione di benzina; New York Times, Washington Post, Axios e Kyiv Independent per la ricostruzione del negoziato. Dati aggiornati al 5 settembre 2026.

L'escalation russa degli ultimi giorni


Nei giorni successivi la Russia ha invece intensificato gli attacchi contro Kyiv. Il 4 settembre un drone ha colpito direttamente la sede centrale dell'SBU, il Servizio di Sicurezza Ucraino, in via Volodymyrska, di fronte alla cattedrale di Santa Sofia. L'obiettivo, secondo Zelensky, era l'ufficio del direttore ad interim dell'SBU Oleksandr Poklad, che non si trovava nella stanza in quel momento ed è rimasto illeso. Il bilancio aggiornato è di almeno 12 feriti. Zelensky ha dichiarato che gli obiettivi per la risposta ucraina sono già stati individuati.

Per una fonte vicina al Ministero degli Esteri russo citata dal Washington Post, l'escalation serve anche a segnalare a Washington che Mosca non intende rendere più flessibile la propria posizione. Al Cremlino prevale la convinzione che qualche altro mese di guerra sia ancora sostenibile per la Russia e molto più difficile da sopportare per l'Ucraina. Putin scommette soprattutto sull'inverno e sulla capacità dei bombardamenti contro infrastrutture energetiche e idriche di aumentare la pressione sulla società civile ucraina.

I costi per Mosca, però, continuano ad aumentare. Nei primi 7 mesi del 2026 il deficit federale russo ha raggiunto 6.455 miliardi di rubli, pari al 2,8% del PIL, contro un obiettivo di 3.786 miliardi per l'intero anno. Gli attacchi ucraini alle raffinerie hanno inoltre aggravato la crisi dei carburanti: alla fine di agosto la produzione di benzina era scesa a circa il 70% della domanda interna, costringendo il governo russo a limitare le esportazioni e a ricorrere maggiormente alle importazioni.

Bortnikov, secondo la ricostruzione del Washington Post, sarebbe consapevole dei rischi economici e sociali di una guerra prolungata, dalla penuria di carburante all'aumento dei prezzi e al possibile malcontento interno, ma non sarebbe stato disposto a presentarsi da Putin per sostenere un accordo basato sull'attuale linea del fronte.

Budanov, l'ex capo delle spie che vuole trattare con Mosca


Dall'altra parte del tavolo ci sarà Kyrylo Budanov, quarant'anni, capo dello staff del presidente ucraino, generale e fino a gennaio responsabile dell'intelligence militare. In un'intervista al New York Times, Budanov ha detto di aspettarsi una ripresa formale dei colloqui diretti tra i due Paesi entro la fine di settembre, pochi giorni dopo le elezioni parlamentari russe del 18-20 settembre e alcune settimane prima delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti. La missione di Witkoff e Kushner, secondo lui, dovrebbe rappresentare il primo passo di questa nuova fase.

Budanov ha costruito la propria carriera combattendo contro la Russia. Durante la guerra nel Donbass iniziata nel 2014 ha guidato incursioni dietro le linee nemiche; in una di queste è stato ucciso in combattimento il figlio di un generale russo. Nel 2016 un proiettile di mitragliatrice gli ha frantumato un gomito ed è stato curato per mesi al Walter Reed National Military Medical Center, nel Maryland. A seguito dell'invasione russa su vasta scala del 2022 ha contribuito a pianificare alcune delle operazioni più audaci dell'Ucraina.

Proprio la sua esperienza nell'intelligence gli ha però permesso di mantenere per anni canali aperti con il nemico. "Certo che non possiamo fidarci l'uno dell'altro, siamo in guerra", ha detto al New York Times. "Allo stesso tempo entrambe le parti capiscono di dover cercare una soluzione. La guerra non può essere eterna." Budanov ha continuato a parlare frequentemente con l'ammiraglio Igor Kostjukov, capo del GRU, l'intelligence militare russa, con cui aveva negoziato già nel 2022, sotto mediazione turca, l'apertura delle rotte per il grano nel Mar Nero e con cui negli anni ha affrontato anche gli scambi di prigionieri.

Il dialogo è proseguito mentre le rispettive strutture si combattevano direttamente. Nella sala d'attesa dell'ufficio di Budanov è esposta una fotografia delle forze speciali ucraine che nel 2024 hanno conquistato una postazione del GRU all'interno di un cementificio a Vovchansk, uccidendo molti uomini alle dipendenze di Kostjukov. Budanov ha inoltre rivelato di aver parlato regolarmente con Yevgeny Prigozhin, fondatore della compagnia mercenaria Wagner, fino a poco prima dell'ammutinamento contro il Cremlino del 2023.

All'inizio dell'anno, al termine di una tornata di negoziati a Ginevra, i russi hanno proposto alla delegazione ucraina di proseguire i colloqui a Mosca, lasciando intravedere anche la possibilità di un incontro con Putin. Per Budanov significava entrare nel Paese che lo ricerca con accuse di terrorismo per le attività svolte quando guidava l'intelligence militare, ma alla fine il viaggio non si è fatto e il negoziato si è fermato poco dopo. "Sono pronto a qualunque passo che ponga fine alla guerra", ha detto, purché le condizioni siano accettabili per l'Ucraina.

Il governo ucraino resta però ancora diviso sulla strategia da seguire. Un'analisi del Carnegie Russia Eurasia Center descritta dal New York Times colloca Budanov alla guida della corrente favorevole a cercare un accordo prima che l'Ucraina subisca perdite ancora maggiori, mentre altri dirigenti ritengono che concessioni significative a Mosca possano finire solo per demoralizzare l'esercito e la società. Anche una parte dell'opinione pubblica resta diffidente verso la mediazione americana e teme che Washington possa spingere Kyiv verso condizioni considerate una capitolazione.

I due nodi ancora irrisolti


Quando Budanov ha accettato a gennaio la guida dello staff presidenziale, uno dei motivi principali, ha raccontato, era proprio la possibilità di dirigere il negoziato di pace. A quel punto Witkoff e i negoziatori russi e ucraini avevano ridotto un piano di pace inizialmente articolato in 20 punti a due questioni fondamentali ancora aperte: la gestione della centrale nucleare di Zaporizhzhya occupata dalla Russia e il controllo della parte del Donbass orientale ancora in mano all'Ucraina, comprendente quattro città di medie dimensioni in parte distrutte e una fascia di territorio rurale.

Durante i colloqui di Abu Dhabi erano state discusse diverse ipotesi per il futuro di quell'area: affidarla a contractor militari privati, porla sotto l'amministrazione del "Board of Peace" promosso da Trump oppure creare amministrazioni civili congiunte russo-ucraine. Budanov ha consigliato a Zelensky di non accettare alcuna soluzione che permettesse alla Russia di rivendicare formalmente il territorio, per esempio issandovi la propria bandiera. Cederlo, sostiene, significherebbe consegnare a Mosca per via diplomatica ciò che l'esercito russo non è riuscito a conquistare sil terreno.

Le due parti, del resto, parlano fin dal primo giorno dell'invasione del 2022, quando un consigliere di Putin ha tentato con due telefonate di negoziare una rapida resa ucraina. Da allora entrambe le parti hanno lasciato passare occasioni che, secondo la ricostruzione del New York Times, avrebbero potuto produrre condizioni più favorevoli. Circa un mese dopo l'inizio della guerra è stata la Russia ad allontanarsi da un possibile accordo più favorevole, per poi perdere sul campo circa il 10% del territorio ucraino che avrebbe potuto conservare. Un anno più tardi, quando era Kyiv a trovarsi in una posizione militare migliore, l'Ucraina non ha colto una finestra negoziale suggerita dagli Stati Uniti e in seguito ha perso circa l'1,5% del proprio territorio.

I nuovi colloqui promossi dall'Amministrazione Trump erano ripartiti all'inizio del 2026, ma si erano interrotti a metà febbraio, poco dopo la tornata di Ginevra e l'inizio della guerra degli Stati Uniti e di Israele contro l'Iran. A livelli inferiori, secondo Budanov, però, i contatti tra russi e ucraini non sono però mai cessati.

Budanov non ritiene comunque che una ripresa del negoziato significhi un cessate il fuoco imminente. A suo giudizio, le condizioni potrebbero non maturare prima della primavera del 2027, perché la Russia tenterà probabilmente una nuova campagna strategica di bombardamenti durante l'inverno, la quarta dall'inizio dell'invasione su vasta scala. "I negoziati prima o poi porteranno a qualcosa", ha detto. "Non si può combattere tutta la vita."

Intanto l'Ucraina afferma anche di avere informazioni su una possibile nuova escalation militare di Mosca. Pavlo Palisa, il vice di Budanov, ha detto ieri che Putin avrebbe ordinato alle Forze Armate russe di preparare diversi scenari per un'offensiva nell'Ucraina settentrionale, con Kyiv e Chernihiv tra le aree considerate prioritarie.


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Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Iran e Stati Uniti, la guerra delle petroliere torna a bloccare Hormuz


Washington attacca tre navi iraniane mentre Teheran cerca a sua volta di fermare il traffico nello Stretto. I flussi di petrolio restano ancora ben sotto i livelli prebellici e nessuna delle due parti sembra vicina a voler cedere.

Il Central Command (CENTCOM) statunitense ha attaccato oggi tre petroliere iraniane nel Golfo dell’Oman, in risposta al lancio di missili balistici dei Guardiani della Rivoluzione iraniane contro una portaerei e un cacciatorpediniere lanciamissili americani. Nessuna delle due unità militari è stata colpita e non si sono registrati feriti. Secondo il comando statunitense, invece, le petroliere Downy e Stark 1 sono state messe definitivamente fuori uso, mentre la Kylo è stata distrutta dopo che al suo equipaggio era stato ordinato di abbandonare la nave.

Il CENTCOM ha diffuso sui social le immagini degli attacchi, accompagnate da un messaggio dell’ammiraglio Brad Cooper: “Se aprite il fuoco contro due delle nostre navi, vi imporremo un costo economico ancora maggiore, mettendone fuori uso tre delle vostre”. La nuova rappresaglia si inserisce nella strategia approvata dal presidente Donald Trump di colpire la flotta petrolifera iraniana in risposta agli attacchi di Teheran. Un funzionario americano l’aveva riassunta nella formula “una petroliera per una petroliera” e le parole di Cooper indicano ora una risposta più pesante.

“Let the message to the IRGC be clear: If you shoot at two of our ships, we will impose an even higher economic cost —taking out three of yours. We will not hesitate to defend American forces, and if necessary, destroy Iran’s limited and exposed oil fleet.” — Adm. Brad Cooper,… pic.twitter.com/UGGcSGsUtd
— U.S. Central Command (@CENTCOM) September 5, 2026


Lo scontro prosegue da oltre sei mesi, ben oltre le previsioni iniziali del presidente. Come ricorda Axios, all’inizio del conflitto Trump aveva dichiarato di poter scegliere tra una campagna prolungata e una conclusione “in due o tre giorni”. Il giorno successivo aveva parlato al Daily Mail di “quattro settimane o meno”. Giovedì ha invece liquidato il conflitto come “roba da poco”, mentre due giorni prima il vicepresidente JD Vance aveva sostenuto che non ci fosse più alcuna guerra in corso.

Hormuz, i numeri dietro le dichiarazioni di Trump


Al centro del confronto resta il controllo dello Stretto di Hormuz. Da luglio il blocco navale americano impedisce all’Iran di esportare petrolio dal Golfo Persico, mentre Washington è riuscita in qualche modo a scortare attraverso lo Stretto quantità significative di greggio dei Paesi arabi, nonostante gli attacchi iraniani con droni e missili. “Il blocco iraniano fa più acqua di quello americano: gli iraniani non riescono a chiudere tutto”, ha detto al Wall Street Journal Samir Madani, cofondatore di TankerTrackers.

Quanto petrolio riesca effettivamente a passare, però, resta un dato controverso. Prima della guerra attraverso Hormuz transitavano circa 20 milioni di barili al giorno tra greggio e prodotti raffinati. Trump ha scritto su Truth Social che i flussi sarebbero tornati a 18 milioni di barili al giorno, ovvero quasi ai livelli precedenti al conflitto. La cifra si riferisce però a una singola operazione del 2 settembre, quando 40 navi mercantili hanno attraversato lo Stretto sotto scorta, e non a una media giornaliera su un periodo più lungo.

Invece il Segretario all’Energia Chris Wright ha parlato alla CNBC di oltre 17 milioni di barili transitati in una giornata, precisando poi che la media su più giorni si aggira intorno agli 8 milioni. Il suo Dipartimento ha inoltre riferito ad Axios che mercoledì 2 settembre il volume avrebbe sfiorato i 12 milioni di barili: una cifra però già di per se diversa da quella indicata da Trump per la stessa giornata.

Le stime delle società di tracciamento navale restituiscono un quadro più distante dalla normalità, ma vanno distinte per periodo e tipo di carico. Al 31 agosto, Vortexa calcolava una media di circa 8 milioni di barili al giorno nei 28 giorni precedenti. TankerTrackers, considerando soltanto il greggio, indica invece una media giornaliera di 5,94 milioni di barili negli ultimi sette giorni e di circa 5 milioni negli ultimi 28, quasi interamente di produzione non iraniana.

Secondo TankerTrackers, altri 2,5 milioni di barili al giorno sono stati caricati nei porti sul Golfo dell’Oman, come Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti. Sommando questi carichi al greggio passato da Hormuz si arriva a circa 7,5 milioni di barili al giorno. Il totale, però, non misura il traffico attraverso lo Stretto e non è direttamente confrontabile con i 20 milioni di barili precedenti alla guerra, che comprendevano anche i prodotti raffinati.

Ricostruire i flussi è difficile anche perché molte petroliere disattivano il sistema automatico di identificazione, l’AIS, per ridurre il rischio di essere individuate. Le società specializzate devono quindi incrociare immagini satellitari e informazioni sui carichi. Bob McNally, presidente di Rapidan Energy Group, ha spiegato ad Axios che serviranno alcune settimane per avvicinarsi a un bilancio attendibile: il petrolio uscito dal Golfo dovrà raggiungere una destinazione, dove il suo arrivo potrà essere registrato. Ad ogni modo secondo Gregory Brew, di Eurasia Group, i volumi reali sarebbero inferiori a quelli indicati da Washington, ma sufficienti a convincere Trump che il tempo giochi a suo favore.

Iran, sei mesi di guerra
Da Hormuz passa meno della metà del petrolio di prima della guerra
Donald Trump sostiene che i flussi attraverso lo Stretto siano quasi tornati ai livelli precedenti al conflitto. Le società che seguono le petroliere via satellite misurano volumi molto più bassi, e la distanza tra le due letture non si sta riducendo.

Grafica di FocusAmerica 5 settembre 2026

Transiti attraverso lo Stretto di Hormuz

Prima della guerra
20
↓ 60%

Al 31 agosto 2026
8
Milioni di barili al giorno di greggio e prodotti raffinati, media del 2025 secondo l’agenzia statistica dell’energia americana.
Milioni di barili al giorno, media dei 28 giorni precedenti calcolata da Vortexa sugli stessi carichi.

In sintesi. Prima della guerra dallo Stretto di Hormuz passavano circa 20 milioni di barili al giorno di greggio e prodotti raffinati. Al 31 agosto 2026 Vortexa ne misurava 8 milioni come media dei 28 giorni precedenti, mentre Trump ne ha rivendicati 18 e il Segretario all’Energia Chris Wright 17, riferendosi però a singole giornate. Le navi in transito sono passate da oltre 130 al giorno a dieci il 26 agosto. Il conflitto dura da circa 190 giorni, contro i «due o tre giorni» ipotizzati inizialmente dal presidente. Attiva JavaScript per consultare i grafici interattivi.

Quattro letture del conflitto
IIl divarioDivario IILe naviNavi IIILa guerra breveDurata IVLo stalloStallo

Sette misure dello stesso Stretto, e nessuna coincide
Quanti milioni di barili al giorno passerebbero oggi da Hormuz. In rosso le cifre diffuse dall’Amministrazione Trump, in blu quelle delle società di tracciamento navale. Il fondo scala è il livello medio del 2025. Tocca una riga per confrontarla con quel livello.
Dichiarazioni dell’Amministrazione Società di tracciamento navale Distanza tra le due letture

40% del livello medio del 2025
Vortexa, media mobile a 28 giorni al 31 agosto.

milioni di barili al giorno

Tra la cifra più bassa diffusa dall’Amministrazione e la più alta calcolata dai tracciatori restano quattro milioni di barili al giorno: un quinto di tutto il petrolio che attraversava lo Stretto prima della guerra.

Prima della guerra passavano oltre 130 navi al giorno. Il 26 agosto ne sono passate dieci
Navi che hanno attraversato lo Stretto in una singola giornata: ogni sagoma corrisponde a una nave. Il conteggio del 2 settembre riguarda l’operazione di scorta citata da Trump, la più ampia da quando il blocco americano è stato ripristinato.

Nel giorno che la Casa Bianca ha portato come prova della riapertura dello Stretto sono transitate meno di un terzo delle navi che ci passavano ogni giorno prima della guerra.

Una guerra che doveva durare giorni ha superato il sesto mese
Durata in giorni. Le previsioni del presidente e la stima iniziale dei funzionari iraniani sulla tenuta del Paese, a confronto con il tempo davvero trascorso dall’inizio del conflitto.

Giovedì Trump ha liquidato il conflitto come «roba da poco». Due giorni prima il vicepresidente JD Vance aveva sostenuto che una guerra in corso non ci fosse più.

Nessuna delle due parti ha ottenuto quello che sperava
Teheran contava su una crisi energetica mondiale, Washington su un cedimento interno iraniano. Non è arrivato né l’uno né l’altro, e nessuno dei due governi ha una via d’uscita semplice.

Il calcolo di Teheran
Chiudere Hormuz doveva far salire il prezzo del greggio fino a costringere Trump a trattare.
Non è successo. Il barile è rimasto sotto i 100 dollari, anche perché la Cina ha attinto alle proprie riserve e ridotto gli acquisti.

Il calcolo di Washington
Il blocco dei porti iraniani doveva provocare una rivolta interna e restituire la libera navigazione.
Non è successo. Nessuna delle due cose è arrivata, e le petroliere continuano a spegnere i trasponder per non farsi individuare.

Secondo Vali Nasr, docente di studi mediorientali alla Johns Hopkins University, a Teheran restano due strade: cedere, oppure alzare la posta per arrivare al negoziato da una posizione meno debole.

Fonte Energy Information Administration per la media 2025 dei transiti; Vortexa, TankerTrackers.com e Kpler per flussi e conteggi delle navi; Axios, CNBC, Wall Street Journal e CNN per le dichiarazioni dell’Amministrazione; Fondo Monetario Internazionale per l’inflazione iraniana; sondaggio Economist/YouGov di metà agosto 2026. Le stime di TankerTrackers riguardano il solo greggio e non sono direttamente confrontabili con il totale del 2025. Durata del conflitto: elaborazione FocusAmerica sulla data del raid di fine febbraio 2026.

Washington e Teheran aspettano che l’altra ceda


Finora, però, nessuna delle due parti ha ottenuto il risultato sperato. Ostacolando il passaggio attraverso Hormuz, Teheran ha colpito una delle principali arterie energetiche mondiali, senza contemporaneamente provocare la crisi economica internazionale su cui contava per costringere Trump a chiudere la guerra alle condizioni iraniane. Il prezzo del petrolio resta sotto i 100 dollari al barile, anche perché la Cina ha attinto alle proprie riserve e ridotto gli acquisti. Il blocco dei porti iraniani, imposto da Washington in aprile e ripristinato a luglio, non ha invece provocato né la rivolta popolare auspicata dagli Stati Uniti né il ritorno alla libera navigazione nello Stretto.

“Le previsioni di entrambe le parti non si sono avverate, e nessuna delle due ha una via d’uscita semplice da questa situazione”, ha detto al Wall Street Journal Vali Nasr, docente di studi mediorientali alla Johns Hopkins University. Nel Golfo restano bloccati anche carichi di gas naturale liquefatto, fertilizzanti e altre materie prime. Le conseguenze sono particolarmente pesanti per Qatar, Kuwait, Iraq e Bahrein, le cui esportazioni via mare dipendono dal passaggio attraverso Hormuz.

La pressione economica sull’Iran continua intanto ad aumentare. Il rial continua a perdere valore, l’inflazione a salire e la benzina a scarseggiare. Il presidente Masoud Pezeshkian ha ammesso in televisione un calo del commercio estero compreso tra il 25% e il 35%, criticando chi sostiene che le sanzioni non abbiano conseguenze. All’introduzione del blocco americano, funzionari iraniani stimavano inizialmente che il Paese potesse resistere per circa 5 mesi senza ripercussioni catastrofiche. La successiva interruzione e il ripristino del blocco rendono però difficile tradurre quella previsione in una scadenza precisa.

Sui calcoli di Teheran pesa però anche il calendario politico americano. Secondo un sondaggio Economist/YouGov di metà agosto, il 65% degli americani vuole un accordo che metta fine alla guerra il prima possibile. A due mesi dalle elezioni di metà mandato, l’aumento del prezzo della benzina rappresenta un chiaro problema per l’Amministrazione Trump. “Il ragionamento a Teheran è: perché mai dovremmo togliere pressione a Trump ora? Facciamogli sentire il dolore alle urne”, ha detto al Wall Street Journal Ellie Geranmayeh, esperta di Iran dello European Council on Foreign Relations.

Le decisioni decisive sulla guerra restano per ora nelle mani dei vertici dei Guardiani della Rivoluzione, a partire da Mohsen Rezaei, capo del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, e Ahmad Vahidi, comandante dei pasdaran. Pezeshkian e il presidente del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf sono favorevoli a un ritorno al negoziato, ma hanno un’influenza più limitata. La nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, resta invece nascosta dopo le ferite riportate nel raid statunitense-israeliano che alla fine di febbraio ha causato la morte di suo padre, Ali Khamenei.

Il deterioramento dell’economia iraniana, quindi, non si sta traducendo necessariamente in una maggiore disponibilità al compromesso. Secondo Esfandyar Batmanghelidj, della fondazione Bourse & Bazaar, anzi l’impoverimento del ceto medio potrebbe persino favorire la parte più oltranzista della leadership, perché una popolazione economicamente stremata ha meno possibilità di mobilitarsi. Nasr indica due possibili scelte per Teheran: cedere oppure intensificare lo scontro, nella speranza di arrivare da una posizione di forza al negoziato e dover fare meno concessioni possibile.


Gli Stati Uniti colpiscono due petroliere iraniane nello Stretto di Hormuz


Le forze statunitensi hanno colpito ieri due petroliere del governo iraniano, insieme a circa un centinaio di altri obiettivi lungo la costa dell'Iran. È la prima volta dall'inizio della guerra che gli Stati Uniti attaccano petroliere iraniane come rappresaglia per gli attacchi contro le navi commerciali nello Stretto di Hormuz, anziché per impedire loro di violare il blocco navale. Secondo funzionari americani citati da Axios, l'operazione inaugura una nuova politica "tanker for tanker", ovvero "petroliera per petroliera", approvata da Donald Trump per scoraggiare nuovi attacchi iraniani alle navi in transito nello Stretto.

Le due petroliere erano all'ancora al largo della costa iraniana, a nord della linea del blocco americano, e sono state colpite da missili lanciati da droni statunitensi contro le sale macchine. I raid sono cominciati intorno a mezzogiorno sulla costa orientale degli Stati Uniti, le 18 in Italia, e si sono conclusi in serata. Tra gli altri obiettivi figuravano siti di difesa aerea dei Guardiani della Rivoluzione, radar, mezzi per la posa di mine, centri di comunicazione, lanciatori di missili da crociera antinave e di droni d'attacco.

La Casa Bianca e il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), responsabile delle operazioni militari americane in Medio Oriente, hanno presentato gli attacchi come una risposta ai recenti tentativi dei Guardiani di colpire navi commerciali nello stretto e basi statunitensi nella regione, in particolare all'attacco di lunedì con droni e missili contro le basi di King Hussein e Azraq, in Giordania.

Stretto di Hormuz

Due petroliere e un centinaio di obiettivi: la mappa dei raid americani sull’Iran


Per la prima volta dall’inizio della guerra gli Stati Uniti hanno colpito petroliere del governo iraniano, insieme a radar, lanciatori e siti di difesa aerea lungo la costa. Trump ha approvato la linea «petroliera per petroliera».

Grafica di FocusAmerica 2 settembre 2026

54°E56°E58°E60°E23°N24°N25°N26°N27°N28°N29°N30°N Iran Emirati Arabi Uniti Oman Pakistan Golfo Persico Golfo di OmanGolfo di Oman Stretto di Hormuz Bandar AbbasJaskChabaharKonarakMinabSirikIsola di QeshmIsola di LavanAsaluyehAeroporto di JiroftKuhestakLarak (domenica)
Inizio dei raid12:00 Washington
18:00 Italia
Fuori mappa, a ovestGiordania: basi di King Hussein e Azraq attaccate lunedì con droni e missili
100 km
×

Tocca o passa il cursore su un punto per i dettagli di ogni località.

Località colpite martedì (media iraniani) Casa colpita durante un matrimonio Attacco USA di domenica

MartedìBandar Abbas, Jask, Chabahar, Konarak, Minab, Sirik, isola di Qeshm, isola di Lavan, polo del gas di Asaluyeh, aeroporto di Jiroft (Kerman)
KuhestakSulla costa dell’Hormozgan: una casa in cui si celebrava un matrimonio sarebbe stata colpita da un raid americano
DomenicaIsola di Larak: gli Stati Uniti distruggono due lanciatori delle Guardie pronti a disseminare mine

Petroliera per petroliera

Cosa hanno colpito gli Stati Uniti martedì


Le due petroliere, all’ancora a nord della linea del blocco, sono state centrate nelle sale macchine da missili lanciati da droni.

2petroliere del governo iraniano
circa 100altri obiettivi lungo la costa
circa 40navi scortate attraverso lo stretto, nessuna colpita

Tra gli obiettivi Siti di difesa aereaRadarMezzi posamineCentri di comunicazioneLanciatori di missili antinaveLanciatori di droni

La sequenza

Da domenica a martedì: tre giorni di colpi e risposte


Dall’attacco americano di domenica a Larak alla ritorsione iraniana di martedì sera.

Domenica 30 agosto
Stati Uniti
2lanciatori delle Guardie distrutti sull’isola di Larak

Erano pronti a disseminare mine marine nello stretto.

Lunedì 31 agosto
Iran
2basi in Giordania attaccate con droni e missili: King Hussein e Azraq

Otto missili abbattuti, secondo Trump.

Martedì 1º settembre
Stati Uniti
~100obiettivi colpiti, più due petroliere

Dalle 18 italiane fino a sera. In serata la ritorsione iraniana.

La ritorsione

Venticinque missili balistici verso la Giordania, nessuno a segno


Secondo Washington solo la metà ha raggiunto lo spazio aereo giordano. Le Forze armate di Amman ne hanno intercettati dieci; tre sono caduti in zone disabitate.


12 non arrivati nello spazio aereo giordano 10 intercettati 3 caduti in zone disabitate

BahreinCirca 20 droni contro le basi americane, quasi tutti intercettati
KuwaitMissili e droni contro basi statunitensi
ErbilDue droni contro la base nel Kurdistan iracheno, entrambi abbattuti

La logica dell’operazione
«Tagliare l’erba»

Così un funzionario americano ha descritto ad Axios il piano: colpire periodicamente radar e lanciatori iraniani, anche ogni mese.

L’obiettivo dichiarato

Impedire all’Iran di ricostruire radar e sistemi missilistici. Gli attacchi di martedì avrebbero «comprato almeno un mese» di minore pericolo per il traffico.

La minaccia di Trump

Se l’Iran reagisce, sarà colpito di nuovo «molto più duramente». E l’attacco più grande resta dietro le quinte.

Il bilancio

Le vittime di Kuhestak: due fonti iraniane, due conteggi


Secondo i media iraniani un raid americano avrebbe colpito una casa dove si celebrava un matrimonio. Il Centcom dice di essere a conoscenza delle notizie e di non prendere mai di mira i civili.

Ahmad Nafisivicegovernatore dell’Hormozgan, alla tv di Stato
5mortitra cui un bambino
almeno 68feriti

Ministero degli EsteriRepubblica islamica dell’Iran
oltre 50tra morti e feritibilancio complessivo

Il portavoce del Centcom Tim Hawkins: i militari americani «non prendono mai di mira i civili, a differenza dei Guardiani».

Fonte Elaborazione FocusAmerica su Centcom, Casa Bianca, Axios, Forze armate giordane, tv di Stato e ministero degli Esteri iraniani. Località colpite secondo i media iraniani. Cartografia: Natural Earth. Dati aggiornati al 2 settembre 2026, bilanci provvisori.

"Tagliare l'erba" ogni mese


I raid rientrano però anche in un piano più ampio, discusso nei giorni scorsi da Trump e dai suoi collaboratori, per impedire all'Iran di ricostruire i radar e i sistemi missilistici necessari ad attaccare le navi in transito. Un funzionario americano ha usato l'espressione "tagliare l'erba, ovvero colpire periodicamente le capacità iraniane per ridurre il rischio per le petroliere, le unità della Marina e gli aerei dell'Aeronautica statunitense. Secondo la stessa fonte, gli attacchi di martedì hanno degradato le capacità offensive iraniane nello stretto e "comprato almeno un mese" di minore pericolo per il traffico commerciale.

Nel frattempo, le forze americane hanno continuato a scortare le navi attraverso lo stretto. Circa 40 imbarcazioni sono transitate martedì in entrata e in uscita, trasportando complessivamente milioni di barili di petrolio. I missili antinave e i droni lanciati dai Guardiani contro i convogli sono stati intercettati e nessuna nave è stata colpita.

La risposta iraniana e la minaccia di Trump


La ritorsione iraniana, secondo Washington, è fallita. L'Iran ha lanciato circa 25 missili balistici verso la Giordania, ma soltanto la metà avrebbe raggiunto lo spazio aereo del Paese. Le Forze Armate giordane hanno confermato mercoledì di aver intercettato dieci missili, mentre altri tre sono caduti in zone disabitate senza provocare vittime. Circa una ventina di droni sono stati lanciati contro le basi americane in Bahrein e quasi tutti sono stati intercettati.

L'Iran ha inoltre lanciato missili e droni contro basi statunitensi in Kuwait e due droni contro la base di Erbil, nel Kurdistan iracheno, entrambi abbattuti. I Guardiani hanno presentato gli attacchi come una risposta a un raid americano su Kuhestak, sulla costa dell'Hormozgan, e hanno sostenuto di aver abbattuto un drone statunitense con un nuovo sistema di difesa.

Sul raid di Kuhestak le versioni delle due parti divergono. I media iraniani hanno riferito che un attacco americano avrebbe colpito una casa nella quale si stava celebrando un matrimonio. Il vicegovernatore provinciale Ahmad Nafisi ha riferito alla televisione di Stato di 5 morti, tra cui un bambino, e almeno 68 feriti, mentre il Ministero degli Esteri iraniano ha parlato complessivamente di oltre 50 morti e feriti. Il portavoce del CENTCOM, capitano Tim Hawkins, ha replicato che il comando è "a conoscenza delle notizie, originate dai media di Stato iraniani" e che "i militari americani non prendono mai di mira i civili, a differenza dei Guardiani".

Le nuove minacce di Trump


"Se la nazione fallita dell'Iran reagirà a questo attacco pienamente giustificato, sarà colpita di nuovo, molto più duramente e a un livello molto più alto. Ma non sarà ancora l'attacco più grande: quello resta dietro le quinte e, quando sarà finito, della Repubblica islamica dell'Iran resterà ben poco", ha scritto minacciosamente Trump su Truth Social. Il presidente ha giustificato i nuovi raid con il tentativo iraniano di posare nuove mine nello stretto e con gli otto missili lanciati contro una base americana in Giordania, tutti abbattuti. Ha inoltre sostenuto che nello stretto non vi siano più mine, perché "completamente rimosse o fatte esplodere".

Poche ore prima, il Dipartimento di Stato statunitense aveva avvertito i cittadini americani in Medio Oriente di prepararsi a "possibili cancellazioni di voli, chiusure dello spazio aereo e interruzioni dei collegamenti". "Gli iraniani non hanno soltanto perso il controllo dello Stretto di Hormuz, hanno perso anche il controllo del conflitto. Oggi non hanno ottenuto nulla", ha dichiarato un funzionario americano ad Axios. Ma la stessa espressione utilizzata "tagliare l’erba", tuttavia, lascia intendere che il risultato rivendicato da Washington sia considerato soltanto temporaneo: secondo gli strateghi del Pentagono, gli attacchi di martedì avrebbero ridotto la minaccia per almeno un mese, al termine del quale potrebbe però rendersi necessario colpire nuovamente radar e lanciatori iraniani.


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L'Iran si sente più forte ed ora Washington teme una nuova escalation in Medio Oriente


L’intelligence americana ritiene che Teheran voglia prolungare il conflitto per logorare Washington. Intanto Israele consolida le posizioni in Libano contro Hezbollah, mentre gli Houthi avanzano nello Yemen verso una altra delle rotte energetiche più delicate del mondo.

L'Iran ritiene di poter prolungare la guerra ancora per mesi e logorare gli Stati Uniti. È quanto emerge dai rapporti dell'intelligence americana delle ultime settimane, di cui ha parlato il New York Times: secondo i funzionari che li hanno letti, Teheran avrebbe acquisito maggiore fiducia nella propria capacità di resistere e starebbe ora valutando nuove escalation, mentre la pressione cresce anche in altre zone chiave del Medio Oriente come Libano e Yemen.

Nell'ultima settimana l'Iran ha colpito navi nello Stretto di Hormuz e obiettivi militari statunitensi nella regione, mentre in risposta le forze americane hanno bombardato obiettivi in territorio iraniano. Donald Trump continua a ritenere che la pressione militare ed economica possa alla fine costringere Teheran a cedere sul controllo dello Stretto e, in prospettiva, anche sul programma nucleare. I rapporti dell'intelligence indicano però che un accordo resta ancora lontano e che, nel breve periodo, le sanzioni potrebbero alimentare una nuova escalation regionale.

La guerra delle rotte
L'Iran sta chiudendo le due porte del petrolio del Golfo
Lo Stretto di Hormuz è bloccato da sei mesi. L'Arabia Saudita ha spostato il suo greggio sul Mar Rosso, ma adesso gli Houthi puntano all'altra uscita. A Teheran scommettono che il conto arrivi a Washington prima che a loro.
Grafica di FocusAmerica

I due orologi che Teheran guarda

dal 28 febbraio
189

al 3 novembre
59

giorni di guerra, da quando Stati Uniti e Israele hanno attaccato l'Iran

giorni al voto di metà mandato, che decide il controllo del Congresso

Le due porte
Il petrolio del Golfo esce dal Medio Oriente da due soli passaggi, e in sei mesi l'Iran li ha chiusi quasi tutti e due
Le rotte del petrolio saudita si sono spostate due volte da febbraio a oggi. La sequenza parte da sola: puoi anche toccare i singoli passaggi.
01FebFebbraio 02MarMarzo 0320 lug20 luglio 04AgoAgosto

Mappa interattiva delle rotte del greggio dal Golfo Persico al Mar Rosso: senza JavaScript restano leggibili i quattro passaggi descritti qui sotto.

Prima della guerra passava tutto da Hormuz
Dallo stretto uscivano ogni giorno circa 20 milioni di barili fra greggio e prodotti raffinati, un quinto della fornitura mondiale di petrolio. L'Arabia Saudita caricava più di 6 milioni di barili al giorno dai terminal del Golfo, a cominciare da Ras Tanura.

130
navi al giorno nello stretto

20
milioni di barili al giorno

Hormuz si chiude e il greggio va a ovest
Dal 28 febbraio la marina dei Guardiani della Rivoluzione attacca le navi e mina lo stretto. Riad riempie allora l'oleodotto Est-Ovest, costruito nel 1981 proprio per questa eventualità, e porta il greggio a Yanbu, sul Mar Rosso.

7
milioni di barili al giorno nell'oleodotto

5
milioni caricati a Yanbu

Gli Houthi chiudono la porta sud
Il 20 luglio la milizia yemenita dichiara il blocco navale contro le navi saudite e comincia a colpire il traffico verso Bab al-Mandab. La rotta nuova perde subito l'uscita verso l'Asia, mentre missili e droni colpiscono il porto di Mokha, a un'ottantina di chilometri dallo stretto.

14
missili balistici sulla costa yemenita il 3 settembre

80
chilometri fra Mokha e lo stretto

L'ultima uscita rimasta è verso nord
Le petroliere risalgono il Mar Rosso fino ad Ain Sukhna e il greggio attraversa l'Egitto nell'oleodotto Sumed, per essere ricaricato a Sidi Kerir sul Mediterraneo. Ad agosto il Sumed ha superato 1,9 milioni di barili al giorno, contro meno di 0,65 di due mesi prima.

1,9
milioni al giorno nel Sumed ad agosto

6
navi passate da Hormuz il 3 settembre

Rotta attiva
Rotta interrotta
Oleodotto
Passaggio bloccato
Rivedi la sequenza

Lo spostamento
Da dove esce oggi il greggio saudita
Milioni di barili al giorno. In sei mesi l'Arabia Saudita ha ricostruito due volte le sue esportazioni: prima verso il Mar Rosso, poi verso il Mediterraneo.

Mar Rosso, caricato a Yanbu

febbraio

1,4

fine marzo

5,0

Egitto, terminal di Ain Sukhna

prima del blocco

0,8

agosto

1,1

Mediterraneo, oleodotto Sumed attraverso l'Egitto

giugno

0,65

agosto

1,9

Nello stesso periodo il greggio uscito direttamente dallo Stretto di Hormuz è sceso a 2,2 milioni di barili al giorno, e le esportazioni via mare di tutto il Golfo sono passate da circa 17 milioni nel 2025 a 9 milioni ad agosto 2026.

Il conto
Quello che succede nel Golfo si legge alla pompa americana
Nessun Labor Day aveva mai superato i quattro dollari al gallone. Il gasolio, che muove camion e treni e quindi il prezzo di quasi tutto, ha battuto il record del giugno 2022.

Benzina
4,14 $ al gallone

Media nazionale del 4 settembre. A febbraio, prima della guerra, era 2,98 dollari.

Gasolio
5,85 $ al gallone

Record assoluto: il precedente risaliva al giugno 2022. Un anno fa costava 3,71 dollari.

Brent
95 $ al barile

Il 3 settembre, dopo i nuovi attacchi. Alla vigilia della guerra viaggiava sui 72 dollari.

Perché Teheran pensa di avere tempo
Finché una delle due porte resta aperta, Riad continua a esportare e la Casa Bianca può sostenere di avere la situazione sotto controllo. Se si chiudono tutte e due, il prezzo del greggio smette di essere un problema di mercato e diventa un problema elettorale. Secondo i rapporti dell'intelligence americana citati dal New York Times, è esattamente il calcolo che stanno facendo a Teheran.

Fonti: EIA, AAA, UNCTAD e Kpler, Bloomberg, Vortexa, Reuters, AFP, New York Times e Al Jazeera. Rotte e confini elaborati su dati Natural Earth. Dati aggiornati al 4 settembre 2026.

Teheran punta a logorare Washington


A luglio l'Iran ha attaccato basi americane in Medio Oriente, uccidendo tre soldati statunitensi alla base aerea di Muwaffaq Salti, in Giordania, e ha colpito ripetutamente il traffico mercantile nello Stretto di Hormuz e infrastrutture nella regione. Nello stesso periodo hacker legati a Teheran hanno preso di mira oltre cento sistemi idrici americani. Nessun impianto è stato compromesso al punto da rendere l'acqua non potabile, ma alcuni gestori hanno dovuto passare ai comandi manuali.

Il vicepresidente JD Vance ha però minimizzato la minaccia informatica. “Se si guarda alla capacità iraniana di alterare la vita normale degli americani, credo sia piuttosto limitata”, ha detto giovedì. “Non è zero, ma è piuttosto limitata”.

Il punto centrale dei rapporti dell'intelligence è però politico. “Gli iraniani si sentono piuttosto ottimisti sulla loro posizione”, ha spiegato Jason Crow, deputato democratico del Colorado e membro della Commissione Intelligence della Camera. La nuova leadership iraniana appare più compatta di quella precedente, l'opposizione interna è stata messa a tacere e Teheran conserva ancora rilevanti scorte di missili e droni. Inoltre, secondo funzionari americani, il Pentagono avrebbe più difficoltà a organizzare nuove offensive di grande portata a causa delle scorte di munizioni in calo.

Teheran guarda anche al calendario politico americano. La guerra e il rincaro della benzina provocato dalle difficoltà del traffico nello Stretto di Hormuz pesano duramente sulla Casa Bianca in vista delle elezioni di metà mandato. “Gli iraniani pensano di avere in mano il massimo della leva in questo momento”, ha detto il deputato democratico Josh Gottheimer. “Quindi, dal loro punto di vista, perché non continuare a metterlo in difficoltà?”.

A questa strategia si accompagna una campagna d'influenza sui social. Meta ha rimosso a fine agosto una rete con base in Iran composta da falsi account Facebook e Instagram che si spacciavano per attivisti e studenti americani e diffondevano contenuti anti repubblicani, in parte generati con l'intelligenza artificiale.

Israele consolida la sua presenza nel sud del Libano


La pressione sull'Iran cresce intanto in Libano. Il Ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha annunciato venerdì che la conquista del crinale di Ali al-Taher, circa 15 km oltre il confine israeliano, ha completato “il processo di consolidamento della nostra presa sulla zona di sicurezza nel Libano meridionale”. Sotto il rilievo, a circa 600 metri di quota, si estende una delle maggiori basi sotterranee di Hezbollah. L'operazione israeliana era cominciata a giugno e l'esercito israliano afferma ora di avere raggiunto il “controllo operativo” del crinale dopo aver ripulito due gallerie.

L'Iran aveva avvertito gli Stati Uniti attraverso l'Oman che un'offensiva israeliana contro Ali al-Taher avrebbe superato una linea rossa. Secondo fonti iraniane, decine di miliziani di Hezbollah e alcuni consiglieri dei Guardiani della Rivoluzione erano rimasti intrappolati nel complesso durante l'accerchiamento da parte delle forze israeliane.

L'intesa mediata dagli Stati Uniti a giugno prevedeva il disarmo di Hezbollah da parte dell'esercito libanese e un progressivo ritiro israeliano. Il meccanismo, però, si è quasi fermato: Hezbollah rifiuta ancora di consegnare le armi, Israele accusa Beirut di non impedirne il ritorno nelle zone evacuate, mentre il governo libanese attribuisce lo stallo ai raid e ai ritiri israeliani mai completati. Katz ha ribadito che le truppe resteranno nel sud del Libano finché Hezbollah non sarà disarmato. Per Teheran, invece, qualunque accordo con Washington deve comprendere la cessazione dei combattimenti su tutti i fronti.

Gli Houthi avanzano verso Bab al-Mandab


Contemporaneamente si è riaperto anche il fronte terrestre nello Yemen. Giovedì gli Houthi hanno lanciato l'offensiva più vasta dalla tregua mediata dalle Nazioni Unite nell'aprile 2022. Secondo funzionari locali citati dal New York Times, l'obiettivo è conquistare posizioni che permetterebbero alla milizia di aumentare la pressione sullo Stretto di Bab al-Mandab, il passaggio che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden.

I combattimenti più duri si concentrano nella parte occidentale della provincia di Taiz e nel sud di Hodeidah. Le forze governative sostengono di avere riconquistato alcune posizioni, ma gli Houthi cercano di tagliare le vie di rifornimento verso Mokha, città portuale a meno di ottanta chilometri dallo stretto. Mokha è già sotto attacco da giorni con missili balistici e droni che hanno danneggiato il porto e le navi ormeggiate. La città è controllata dalle forze del generale Tareq Saleh, alleato del governo riconosciuto internazionalmente dello Yemen.

A luglio gli Houthi avevano inoltre dichiarato un blocco navale contro l'Arabia Saudita e attaccato il traffico petrolifero saudita. L'eventuale conquista delle alture attorno a Mokha darebbe loro una capacità decisamente maggiore di minacciare le navi in transito nel Bab al-Mandab. La perdita simultanea di un accesso sicuro a Hormuz e al Mar Rosso finirebbe per ridurre drasticamente la capacità di Riad di esportare greggio sui mercati mondiali.

La posta in gioco è aumentata enormemente dopo l'inizio della guerra con l'Iran. Con il traffico attraverso Hormuz fortemente ridotto, l'Arabia Saudita ha dirottato oltre il 70% delle esportazioni verso i terminal del Mar Rosso, soprattutto Yanbu. Dopo l'inizio della campagna degli Houthi contro le navi saudite, però, anche i flussi attraverso lo Stretto di Bab al-Mandab sono crollati e una parte crescente del greggio viene ora instradata verso nord, attraverso il canale di Suez e l'oleodotto Sumed, oppure circumnavigando l'Africa.


Iran, la guerra riesplode: raid, rappresaglie e truppe americane fino al 2027


L'Iran ha risposto nella notte tra martedì e mercoledì ai nuovi raid americani lanciando missili e droni contro le basi che ospitano truppe statunitensi in Giordania, Kuwait e Bahrein. Lo ha fatto ignorando l'avvertimento del presidente, che poche ore prima aveva scritto sui social che qualsiasi rappresaglia sarebbe stata "colpita di nuovo a un livello molto più duro e più alto". Sei mesi dopo l'inizio della guerra, il conflitto tra Stati Uniti e Iran è tornato a scaldarsi su tutti i fronti: quello militare nello Stretto di Hormuz, quello economico delle sanzioni, quello informatico contro le infrastrutture americane e quello politico a Washington, dove il Pentagono perde pezzi e i repubblicani cominciano a criticare il segretario alla Difesa Pete Hegseth.

Martedì sera gli Stati Uniti hanno colpito circa 100 obiettivi lungo la costa meridionale dell'Iran: siti di difesa aerea, radar, sistemi per la posa di mine e altre installazioni. Il Comando Centrale americano, il comando militare responsabile del Medio Oriente, ha spiegato che i raid erano una risposta ai tentativi iraniani di attaccare navi commerciali nello Stretto di Hormuz e militari americani nella regione. Le ostilità erano riprese domenica, dopo circa un mese di relativa calma, con l'attacco americano ai lanciatori sull'isola di Larak che, secondo Washington, stavano per disperdere mine nello stretto. L'Iran aveva risposto con missili balistici contro una base in Giordania, otto dei quali intercettati secondo il presidente. Martedì è arrivato il secondo raid americano in tre giorni. Lunedì, intanto, due petroliere nello stretto erano state colpite da proiettili di origine non identificata.

Teheran sostiene che i raid di martedì abbiano colpito anche una festa di matrimonio in una casa di Sirik, città costiera nel sud del paese. La Mezzaluna Rossa iraniana ha parlato di almeno quattro morti e 67 feriti, un bilancio che potrebbe salire. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baqaei ha scritto su X che "più pericolosa della bomba stessa è la normalizzazione del bombardamento" e che l'Iran "risponderà a questi crimini selvaggi con fermezza", paragonando l'episodio all'attacco contro una scuola elementare a Minab nelle prime settimane di guerra, che uccise circa 120 bambini ed è ancora oggetto di un'inchiesta militare americana. Il Comando Centrale ha negato di aver colpito civili.

La rappresaglia iraniana è arrivata nella notte. L'esercito giordano ha riferito di aver affrontato 13 missili balistici: dieci sono stati distrutti e tre sono caduti in zone remote, senza vittime. La Giordania ospita circa 4.000 militari americani ed è già stata più volte bersaglio dell'Iran. Anche Kuwait e Bahrein hanno detto di aver respinto attacchi con missili e droni. Il Kuwait ha segnalato nuove minacce anche nelle prime ore di giovedì. Il ministero degli Esteri iraniano ha chiesto ai paesi della regione di impedire agli Stati Uniti di usare il loro territorio per gli attacchi. Mercoledì sera gli Stati Uniti non hanno annunciato nuovi raid.

Il presidente ha detto mercoledì ai giornalisti che la campagna di bombardamenti non durerà "troppo a lungo" e che l'esercito è pronto a colpire di nuovo "in qualsiasi momento vogliamo". Nelle stesse ore però ha alternato toni molto diversi. Martedì sera, dopo i raid, ha scritto sui social di non avere alcun interesse a un accordo con Teheran ("non potrebbe importarmene di meno se firmano un accordo") e ha rilanciato l'appello agli iraniani a ribellarsi al regime, lo stesso che aveva fatto all'inizio della guerra prima di ammettere che era un obiettivo irrealistico. Ha minacciato "l'attacco più grande di tutti", dopo il quale "resterà ben poco della Repubblica Islamica dell'Iran". Mercoledì mattina ha chiesto ai suoi follower se lo Stretto di Hormuz debba essere ribattezzato "Trump Strait".

La Casa Bianca continua a dire che l'obiettivo resta un accordo negoziato, a partire dalla rinuncia iraniana al programma nucleare, un risultato che sei mesi di guerra non hanno ottenuto. Il memorandum d'intesa provvisorio firmato a giugno è saltato e nessuna delle due parti ha mostrato di voler tornare al tavolo.

Secondo un'analisi del New York Times, il copione del presidente si ripete da mesi: prima l'annuncio che l'Iran è militarmente sconfitto e in rovina economica, poi la minaccia di un attacco apocalittico quando Teheran non cede. Matthew Bartlett, stratega repubblicano e funzionario del dipartimento di Stato nella prima amministrazione Trump, ha detto al giornale che la strategia "è stata ripetere sempre la stessa cosa" e che gli Stati Uniti sono stati "esposti per la mancanza di un piano per vincere o uscire da questa guerra". Michael Froman, presidente del Council on Foreign Relations, ha riconosciuto che l'Iran è oggi molto più debole di qualche anno fa: nelle prime settimane gli Stati Uniti hanno ucciso la guida suprema Ali Khamenei e distrutto gran parte della marina iraniana. Il problema, ha spiegato, è la guerra asimmetrica: un paese con una capacità militare molto ridotta può comunque paralizzare l'economia mondiale controllando lo Stretto di Hormuz.

Il petrolio lo conferma. Il Brent ha superato i 95 dollari al barile ed è salito di circa il 7 per cento in una settimana e del 57 per cento dall'inizio dell'anno, con il diesel negli Stati Uniti vicino ai massimi da quattro anni. Il rincaro dell'energia ha contribuito alla recente ondata di vendite sui mercati obbligazionari mondiali. Durante il mese di tregua i transiti di greggio attraverso Hormuz erano risaliti a circa la metà dei livelli prebellici, un recupero che i nuovi scontri rischiano di interrompere.

L'amministrazione punta tutto sul blocco navale dei porti iraniani e sull'"Economic D-Day" annunciato la settimana scorsa dal segretario al Tesoro Scott Bessent, ribattezzato "Operation Economic Outcast" e presentato come la più grande offensiva finanziaria mai lanciata contro un avversario. L'inflazione in Iran ha superato l'80 per cento, la valuta è crollata e la disoccupazione è esplosa. Bessent ha detto questa settimana che i leader iraniani sono "in preda al panico" e finiranno per negoziare. Ma i partner commerciali dell'Iran finora hanno ignorato le minacce di Washington: la Cina continua a comprare petrolio iraniano e a fornire materie prime e tecnologia, mentre Vladimir Putin ha promesso proprio questa settimana che la Russia continuerà a sostenere Teheran. Il presidente ha detto in privato ai suoi collaboratori che la pressione economica costringerà il regime a smantellare il programma nucleare o a crollare.

La storia delle sanzioni suggerisce cautela. Un'analisi del Wall Street Journal ricorda che Cuba resiste a un embargo americano da oltre sessant'anni, che la Corea del Nord ha imparato a finanziarsi rubando criptovalute e mandando soldati al fronte russo. Il Pil della Russia è sceso solo dell'1,4 per cento nel primo anno di sanzioni dopo l'invasione dell'Ucraina, per poi tornare a crescere. Dove i regimi sono caduti, come in Venezuela con la cattura di Nicolás Maduro a gennaio o in Siria con la fuga di Bashar al-Assad, è servita la forza militare, non la pressione economica. L'Iran ha decenni di esperienza nell'aggirare le sanzioni, ha aumentato gli scambi con i paesi confinanti e ha costruito con la Cina un sistema finanziario parallelo che aggira le banche occidentali. "Che gli Stati Uniti possano infliggere dolore è scontato", ha detto al Wall Street Journal l'economista Djavad Salehi-Isfahani della Virginia Tech, "la mia sensazione è che queste pressioni non porteranno il governo iraniano a scendere a compromessi".

Nel frattempo il Pentagono si prepara a una guerra lunga. Il Wall Street Journal ha rivelato che Hegseth sta prolungando le missioni delle truppe in Medio Oriente fino al 2027, in modo da mantenere i 50.000 militari nella regione e lasciare al presidente tutte le opzioni, compresa un'escalation. Nelle acque del Medio Oriente ci sono 19 navi da guerra, tra cui due portaerei e 13 cacciatorpediniere. Le unità di difesa aerea dell'esercito, quelle che abbattono missili e droni iraniani, sono passate da nove a dodici mesi di missione. Alcune unità trasferite dall'Europa e dal Pacifico sono in zona da più di un anno. La portaerei Gerald R. Ford è rimasta in mare 11 mesi, la missione più lunga dalla fine della Guerra Fredda. La Theodore Roosevelt si prepara a un dispiegamento più lungo del normale.

I combattimenti impediscono alla marina di rifornirsi nella regione, così le navi dipendono dalla remota base di Diego Garcia nell'Oceano Indiano, con meno posta, meno pacchi e meno scali per gli equipaggi. In una lettera alle famiglie vista dal giornale, i comandanti della 82ª divisione aviotrasportata hanno avvertito che i paracadutisti potrebbero restare in Medio Oriente fino al 2027.

Tom Karako, direttore del programma di difesa missilistica del Center for Strategic and International Studies, ha detto al Wall Street Journal che le missioni prolungate rischiano di logorare le truppe, ritardare la manutenzione e frenare la modernizzazione. Bryan Clark, ex alto ufficiale della marina oggi all'Hudson Institute, ha spiegato che tenere le portaerei nella regione significa "puntare tutto sull'Iran come centro della postura militare del prossimo anno", rinunciando alla presenza in altre aree del mondo. I generali avevano già avvertito Hegseth che la guerra sta logorando le forze armate. Sempre secondo il Wall Street Journal, il presidente discute in privato con i suoi collaboratori se dichiarare finita la guerra, un'idea che dice di preferire, mentre i consiglieri lo avvertono che un'escalation oltre gli attuali scambi di colpi potrebbe compromettere le chance repubblicane alle midterm di novembre.

Lunedì sera si è dimesso il segretario dell'Esercito Dan Driscoll, l'ultimo di almeno quattro alti funzionari della Difesa usciti dal Pentagono da aprile. L'Esercito è rimasto senza un segretario civile e senza un capo di stato maggiore confermati dal Senato: Hegseth ad aprile aveva chiesto le dimissioni del generale Randy George, alleato di Driscoll. Da allora ha allontanato almeno altri tre ufficiali considerati possibili successori. In servizio attivo restano solo cinque generali a quattro stelle, il numero più basso da decenni. Una fonte vicina a Driscoll ha detto a MS NOW che il segretario si era lamentato con l'amministrazione del fatto che Hegseth bloccava la riforma dell'Esercito licenziando i generali che ne erano responsabili.

Le critiche adesso arrivano anche dai repubblicani. Mike Rogers, presidente della commissione Forze armate della Camera, ha detto a MS NOW di essere "stanco di tutto questo ricambio" e ha risposto "sì" a chi gli chiedeva se ci fosse un vuoto di leadership al Pentagono. Don Bacon, deputato del Nebraska ed ex generale dell'aeronautica, ha detto che Driscoll "riflette l'opinione di molti di noi che il segretario ha esagerato con i licenziamenti", senza mai dare spiegazioni. Ha avvertito che così Hegseth perde credito presso un Congresso a cui poi chiede voti e fondi. Il senatore Mike Rounds ha detto che i senatori al rientro a Washington si chiederanno "dov'è la leadership". Lo speaker Mike Johnson e il presidente della commissione Esteri Brian Mast hanno invece difeso Hegseth, dicendo di fidarsi delle sue scelte sul personale. Il democratico Gregory Meeks ha chiesto le dimissioni del segretario. Uno degli argomenti a favore di Hegseth era proprio che il Pentagono ha bisogno di stabilità durante la guerra. Il continuo ricambio ai vertici, causato in buona parte dalle sue decisioni, lo indebolisce.

L'Iran prova a colpire anche a distanza. Secondo NBC News, nelle ultime settimane hacker iraniani hanno preso di mira gli acquedotti americani e poi anche le telecomunicazioni, l'energia e altre infrastrutture, concentrandosi sui sistemi automatizzati collegati a internet. I tentativi finora non sono riusciti. Domenica un canale Telegram che si presenta come voce delle operazioni informatiche iraniane, APT IRAN, ha annunciato che "presto gli Stati Uniti assisteranno a eventi inattesi e critici" nei settori dell'energia, dell'acqua e delle telecomunicazioni, senza però fornire prove di attacchi riusciti.

L'FBI sta indagando su un'ondata di attacchi agli acquedotti municipali in almeno sette Stati, con più di 30 impianti presi di mira nel solo Minnesota, senza gravi interruzioni né contaminazioni. Ad agosto un attacco informatico attribuito all'Iran ha fermato per quattro giorni una centrale elettrica britannica. La CISA, l'agenzia federale per la sicurezza informatica, ha avvertito che gli hacker usano l'intelligenza artificiale per generare script di attacco contro i sistemi di controllo industriale, abbassando drasticamente le competenze necessarie. L'amministrazione ha tagliato circa un terzo del personale della CISA e i democratici sostengono che i tagli rendono le infrastrutture più vulnerabili.


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Venezuela, il maxi accordo sul petrolio: 17 aree assegnate a North American Blue Energy


North American Blue Energy punta a produrre fino a un milione di barili al giorno, ma il piano richiede 100 miliardi di dollari di investimenti e la ricostruzione di infrastrutture in gran parte deteriorate.

L'azienda diventata nuova partner dell'Amministrazione Trump in Venezuela si prepara ad ampliare drasticamente la propria presenza nei principali bacini petroliferi del Paese. Ma portare quelle aree a piena produzione richiederà anni e investimenti enormi. L'accordo, annunciato la scorsa settimana, riguarda diciassette aree di produzione assegnate a North American Blue Energy Partners, il secondo produttore petrolifero privato del Venezuela. Il New York Times ha ottenuto l'elenco e ne ha verificato in modo indipendente il contenuto.

Diciassette aree tra Maracaibo e l'Orinoco


Circa metà delle aree si trova nel lago di Maracaibo, nell'angolo nordoccidentale del Paese, una delle culle storiche dell'industria petrolifera venezuelana, oggi segnata da infrastrutture gravemente deteriorate. L'altra metà è distribuita nella fascia dell'Orinoco, che attraversa il Venezuela centrale e nordorientale e dove si concentra gran parte delle riserve nazionali. Il greggio estratto in questa regione, tuttavia, è estremamente pesante e deve essere trattato prima di poter essere trasportato attraverso gli oleodotti, con costi elevati.

Molte delle aree dell'Orinoco comprese nell'accordo sono inoltre quasi del tutto inesplorate. La società dovrà quindi probabilmente non solo perforare nuovi pozzi, ma anche costruire oleodotti e impianti di trattamento. "Serve una quantità enorme di denaro, e poi servono anche le persone: non è solo una questione di acciaio, tubi e ingegneria", ha detto al New York Times Bob Fryklund, vicepresidente della società di ricerca S&P Global Energy.

La rete elettrica venezuelana rappresenta un ulteriore ostacolo. Anni di cattiva gestione e corruzione hanno reso frequenti i blackout, un problema che nessun contratto può risolvere rapidamente. Franco Sampieri, presidente della camera petrolifera dello Stato di Zulia, di cui Maracaibo è il capoluogo, ha raccontato che in città l'elettricità viene regolarmente a mancare per ore: chi dovrà far funzionare pompe e altri macchinari potrebbe quindi essere costretto a produrre autonomamente l'energia necessaria.

Il lago di Maracaibo, un tempo simbolo del boom petrolifero venezuelano, è oggi disseminato di piattaforme arrugginite e condotte danneggiate. Le fuoriuscite di greggio contaminano l'acqua e la fauna, mentre molti dei tecnici specializzati del settore hanno lasciato il Paese.

Il greggio del Venezuela

Il petrolio del Venezuela.
Le promesse e i conti.
L’intesa riguarda diciassette aree di produzione tra il lago di Maracaibo e la fascia dell’Orinoco, assegna al Pentagono il 35 per cento della società che li gestirà e promette cento miliardi di dollari di investimenti. Washington e Caracas, però, ne raccontano due versioni diverse.
Grafica di FocusAmerica

17
Le aree di produzione affidate a North American Blue Energy Partners

65 miliardi di barili
Circa un quinto dei 303 miliardi di riserve provate del Paese

100 miliardi di dollari
Gli investimenti in infrastrutture che l’azienda si è impegnata a fare

La geografia
Le diciassette aree si dividono fra due mondi molto diversi
Circa metà delle aree si trova nel lago di Maracaibo, dove l’industria petrolifera venezuelana è nata e dove le infrastrutture esistono ma sono gravemente deteriorate. L’altra metà è nella fascia dell’Orinoco, che custodisce gran parte delle riserve nazionali ed è in buona parte ancora da esplorare.

VENEZUELA / GEOGRAFIA DEL PETROLIO17 aree · 2 poli
I due poli petroliferi del VenezuelaVenezuela intero, con Colombia, Brasile e Guyana. A ovest il bacino di Maracaibo, in rosso; a est la fascia dell’Orinoco, in ocra tratteggiato. Le campiture indicano zone approssimative, non singole concessioni. MAR DEI CARAIBIVENEZUELACOLOMBIABRASILEGUYANATrinidad e TobagoCaracasMaracaiboABBacino diMaracaiboFascia dell’OrinocoN
A · Bacino di MaracaiboB · Fascia dell’Orinoco
Tocca un'area della mappa per aprirne la scheda. Le campiture localizzano i due poli petroliferi: non rappresentano i confini delle 17 concessioni.

A
OVEST · MARACAIBO

Riattivare ciò che c’è


MaracaiboLago diMaracaiboZULIA
Piattaforme, condotte e impianti già presenti, ma gravemente deteriorati.

B
EST · ORINOCO

Costruire ciò che manca


FASCIA DELL’ORINOCO
Greggio molto pesante: servono nuovi pozzi, oleodotti e impianti di trattamento.

Base cartografica Natural Earth, ripresa dal file originale. Estensione dei bacini approssimativa; ubicazione puntuale delle concessioni non documentata nel materiale fornito.

Il problema della corrente
Nello Stato di Zulia la corrente elettrica manca regolarmente per ore. Chi dovrà far funzionare le pompe e i macchinari rischia di doversi produrre l’elettricità da solo.

Il problema delle persone
Molti tecnici specializzati hanno lasciato il Venezuela negli anni della crisi. Come ha detto al New York Times un dirigente di S&P Global Energy, non basta l’acciaio: servono anche gli ingegneri.

La distanza
Quanto si produce oggi e quanto si promette di produrre
Nelle tre aree in cui già opera, l’azienda estrae circa 200.000 barili al giorno. Per tutte e diciassette gli obiettivi dichiarati vanno da cinque a sette volte tanto, entro cinque anni.

Quanto si estrae adesso

North American Blue Energy, nelle tre aree in cui già opera

200.000

Chevron, con le sue società miste

280.000

Tutto il Venezuela, secondo il governo di Caracas ad agosto

1.230.000

Quanto si promette di estrarre

Chevron, entro cinque anni, con sette miliardi di dollari

600.000

North American Blue Energy, entro cinque anni

1.000.000

Delcy Rodríguez, per le diciassette aree dell’accordo

1.500.000

Barili al giorno. Il dato sulla produzione nazionale è una dichiarazione della presidente ad interim Delcy Rodríguez di fine agosto 2026: le fonti secondarie dell’OPEC collocano il Venezuela fra 1,0 e 1,2 milioni di barili al giorno.

Il conto
Il numero più grande dell’accordo è anche il più fragile
Caracas ha diffuso una cifra sola, molto grande: 209 miliardi di dollari di entrate per lo Stato venezuelano, calcolati su un prezzo del greggio di 65 dollari al barile. Basta dividerla per gli anni dell’accordo perché si sgonfi.

8,4 contro 18,4
Nel 2025, con 941.000 barili al giorno, il Venezuela aveva incassato 18,4 miliardi: più del doppio.

8,4 miliardi l’anno — quanto l’accordo promette a Caracas

18,4 miliardi — incassati nel 2025, con 941.000 barili al giorno

0
5
10
15
20 mld $
Rivedi il calcolo
Il calcolo è dell’economista Francisco Rodríguez. La Casa Bianca indica per lo stesso periodo circa 200 miliardi di dollari fra imposte e canoni.

La posta
Che cosa prende Washington, e per quanto tempo

35%
del capitale della società

Ogni quadrato vale l’1 per cento. La quota va all’Office of Strategic Capital, il braccio finanziario del Pentagono.

20%
del greggio, al costo di produzione

Ogni quadrato vale un barile su cento. Sugli altri ottanta il Dipartimento di Stato ha il diritto di comprare per primo.

Quanto dura l’accordo, secondo chi lo racconta

Caracas. Delcy Rodríguez parla di un progetto bilaterale di 25 anni.

Washington. La Casa Bianca ha comunicato concessioni di 100 anni sulle stesse diciassette aree.

0
25 anni
50
75
100

Il testo del contratto non è stato pubblicato né da Washington né da Caracas, quindi nessuna delle due versioni può essere verificata.

Sulla carta l’accordo mette in fila i numeri più grandi della storia petrolifera venezuelana. Sul terreno restano un lago pieno di impianti arrugginiti, una fascia dell’Orinoco quasi priva di infrastrutture e una rete elettrica che si spegne per ore.

Fonte: Casa Bianca, New York Times, Reuters, CNBC, Associated Press, OPEC (Annual Statistical Bulletin 2025), dichiarazioni della presidente ad interim Delcy Rodríguez. Dati aggiornati al 4 settembre 2026.

Il Pentagono avrà il 35% e diritto di acquisto sul greggio


L'intesa è tanto inconsueta quanto poco documentata e attribuisce al governo statunitense un ruolo diretto nello sfruttamento del petrolio venezuelano. Washington e Caracas creeranno una società mista nella quale il dipartimento della Difesa avrà una quota del 35%. Gli Stati Uniti si riservano inoltre il diritto di acquistare, al costo di produzione, il 20% del greggio estratto da tutti i giacimenti gestiti da North American Blue Energy.

In cambio, l'azienda venezuelana si è impegnata a investire 100 miliardi di dollari in nuove infrastrutture petrolifere. Delcy Rodríguez, presidente ad interim del Venezuela, ha indicato una durata dell'accordo di almeno 25 anni, 19 dollari a barile per Caracas e ricavi stimati in 209 miliardi di dollari l'anno. Le 17 aree contengono 65 miliardi di barili di petrolio recuperabile, vale a dire circa un quinto delle riserve provate del Paese. Né l'elenco completo né l'ubicazione precisa dei giacimenti sono però stati resi pubblici, rendendo impossibile verificare questa stima. Le valutazioni venezuelane sull'entità delle riserve sono inoltre considerate da molti analisti e operatori del settore eccessivamente ottimistiche.

North American Blue Energy è guidata da Alejandro Betancourt, imprenditore venezuelano di 46 anni, in precedenza indagato per riciclaggio in Spagna, Svizzera e Stati Uniti. Washington non ha dato seguito a un mandato d'arresto svizzero e gli ha consentito di entrare più volte negli Stati Uniti per trattare con l'Amministrazione. La sua società è già attiva in 3 delle 17 aree, dove produce circa 200.000 barili di petrolio al giorno.

North American Blue Energy ha riconosciuto che l'accordo con l'Amministrazione statunitense è stato "un fattore" nella scelta della società "per questi giacimenti". Sara Chouraqui, responsabile dell'ufficio legale, ha sostenuto che l'azienda abbia "una storia comprovata" e disponga già di attività vicine ad alcune delle diciassette aree, circostanza che le consentirebbe di avviare più rapidamente i lavori.

Il governo americano presenta invece l'intesa anche come un ampliamento della propria influenza in un Paese dove per anni le società cinesi e russe hanno avuto un peso considerevole. Ricostruire la storia dei giacimenti venezuelani e delle aziende che vi hanno operato è però difficile: il Venezuela non pubblica registri aggiornati e ha recentemente ridefinito alcune aree di produzione.

Un documento visionato dal New York Times mostra che nel 2024 China Concord Petroleum partecipava ad almeno 2 delle 17 aree. La società era stata inserita nella lista nera del Dipartimento del Tesoro statunitense il 25 settembre 2019, insieme ad altre imprese cinesi, per il trasporto di greggio iraniano. Interpellato sugli investimenti cinesi in Venezuela, un portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino ha dichiarato che "i legittimi diritti e interessi della Cina in Venezuela devono essere garantiti".

Obiettivi molto più ambiziosi di quelli di Chevron


North American Blue Energy punta a raggiungere una produzione di un milione di barili al giorno entro 5 anni. La presidente ad interim Rodríguez ha fissato un obiettivo ancora più ambizioso, parlando di oltre 1,5 milioni di barili al giorno per le aree comprese nell'accordo.

Per avere un termine di paragone, ad agosto l'intero Venezuela ha prodotto 1,23 milioni di barili al giorno, il livello più alto dal febbraio 2019 e quasi il 30% in più rispetto all'inizio dell'anno. Chevron, che nel Paese dispone di un'esperienza molto maggiore, ha annunciato mercoledì un separato accordo che prevede oltre 7 miliardi di dollari di investimenti in cinque anni per più che raddoppiare la produzione delle proprie società miste, portandola a circa 600.000 barili al giorno: un aumento di circa 320.000 barili. Negli stessi giorni anche l'italiana Eni ha annunciato un ampliamento dei propri progetti in Venezuela.


L'accordo sul petrolio venezuelano passa da un imprenditore di Caracas


La Casa Bianca ha diffuso lunedì sera i dettagli dell'accordo sul petrolio con il Venezuela, che il presidente Donald Trump aveva annunciato pochi giorni prima come il più grande della storia statunitense. Al centro dell'intesa c'è la figura di Alejandro Betancourt, imprenditore di Caracas di 46 anni, la cui compagnia entra in una partnership senza precedenti con il Pentagono e apre agli Stati Uniti l'accesso a circa un quinto delle riserve petrolifere venezuelane, in un momento in cui le scorte statunitensi sono basse.

I termini dell'accordo


Gli Stati Uniti acquisiscono, grazie a questa intesa, una partecipazione del 35% in una società privata collegata alla North American Blue Energy Partners, già secondo operatore del Paese dopo Chevron. L'Office of Strategic Capital, l'ufficio del Pentagono che gestisce gli investimenti strategici, diventa così il detentore della quota, mentre il Dipartimento di Stato ottiene il diritto di acquistare il 20% del prodotto al costo di produzione. Da parte sua, la compagnia di Betancourt si impegna a investire 100 miliardi di dollari in nuove infrastrutture e ha ricevuto dalla presidente ad interim del Venezuela Delcy Rodríguez diritti di estrazione per 100 anni su 17 giacimenti con riserve provate per circa 65 miliardi di barili, molti dei quali, in precedenza, erano in mano a società russe o cinesi. L'accordo porta le firme del Segretario alla Difesa Pete Hegseth e del Segretario di Stato Marco Rubio.

Secondo la Casa Bianca, l'operazione non comporta costi per i contribuenti americani. Il governo statunitense avrà potere di veto sulla nomina dei membri del consiglio di amministrazione, composto in maggioranza da cittadini americani, mentre l'intesa sarà regolata dal diritto americano e sottoposta alla giurisdizione dei tribunali degli Stati Uniti. I funzionari coinvolti hanno spiegato ad Axios che il Venezuela riceverà tra il 16% e il 40% della produzione, a seconda del giacimento, oltre alle imposte sul reddito. Il greggio destinato agli Stati Uniti costerà circa 30 dollari al barile, contro i circa 90 dollari a cui veniva scambiato lunedì.

Petrolio e potere

L'accordo che apre agli Stati Uniti il petrolio del Venezuela


Il Pentagono acquisisce il 35% della società di Alejandro Betancourt, l'imprenditore che ha mediato la caduta di Maduro. In cambio Washington ottiene greggio a 30 dollari al barile e diritti di estrazione per 100 anni su 17 giacimenti.

Grafica di FocusAmerica

Il vantaggio per Washington

Prezzo per gli USA30dollari al barile
−67%
Prezzo di mercato90dollari al barile

Il greggio venezuelano destinato agli Stati Uniti costerà circa 30 dollari al barile: un terzo della quotazione a cui veniva scambiato lunedì. Il riempimento dei barili è proporzionale al prezzo.

I.L'intesa in numeriL'intesaII.Il protagonista dell'accordoIl protagonista

I. L'intesa in numeri

65 miliardidi barili di riserve provate nei 17 giacimenti concessi
Circa un quinto delle riserve petrolifere del Venezuela. Molti giacimenti erano prima in mano a società russe o cinesi.

35%
la quota USA nella società, in mano all'Office of Strategic Capital del Pentagono

20%
del prodotto acquistabile a costo di produzione dal Dipartimento di Stato

100 mld $
di investimenti promessi in nuove infrastrutture

17
giacimenti con diritti di estrazione concessi da Caracas

100 anni
la durata dei diritti di estrazione


operatore petrolifero del Paese dopo Chevron, il gruppo legato a Betancourt

Quanto resta al Venezuela

16%40%

0%50%100%

Caracas riceverà tra il 16% e il 40% della produzione a seconda del giacimento, oltre alle imposte sul reddito.

Le garanzie per Washington

  • L'intesa è regolata dal diritto americano e sottoposta ai tribunali degli Stati Uniti.
  • Il governo USA ha potere di veto sulle nomine nel consiglio di amministrazione, composto in maggioranza da cittadini americani.
  • Secondo la Casa Bianca, l'operazione non comporta costi per i contribuenti.


II. L'uomo dell'accordo

2016

Negli Stati Uniti si apre un'indagine per riciclaggio da 1,2 miliardi di dollari che lambisce Alejandro Betancourt, senza mai portare a una sua incriminazione.

2019

Trump riconosce Juan Guaidó come presidente del Venezuela. Betancourt media per una transizione non violenta e porta a Mosca la lettera con cui Guaidó chiede alla Russia di scaricare Maduro.

2019

Il tentativo fallisce. Betancourt fugge dal Paese e Maduro gli confisca beni e compagnia petrolifera, la cui produzione crolla negli anni successivi.

2023

La vicepresidente Delcy Rodríguez convince Maduro a richiamarlo in patria come risanatore del settore petrolifero.

3 gennaio 2026

I militari americani catturano Maduro. Al telefono con Washington, Betancourt calma Rodríguez e la persuade a trattare con il Segretario di Stato Rubio.

Primavera 2026

Funzionari americani suggeriscono a Berna di sospendere l'indagine per riciclaggio: la richiesta svizzera di estradizione lo blocca intanto nel Regno Unito.

Giugno 2026

La Svizzera rinuncia a procedere: Betancourt torna libero di viaggiare tra Washington e Caracas per chiudere la trattativa.

Agosto 2026

La Casa Bianca diffonde i termini dell'accordo, firmato dal Segretario alla Difesa Hegseth e dal Segretario di Stato Rubio.

Fonte: Casa Bianca, Axios, Washington Post – agosto 2026

Il ruolo di Betancourt nella caduta di Maduro


"Senza Betancourt non ci sarebbe stato alcun accordo sulla sicurezza energetica", ha detto un altro funzionario, aggiungendo che senza di lui Nicolás Maduro potrebbe essere ancora al potere. L'imprenditore ebbe un ruolo di intermediazione nella caduta del presidente venezuelano. Mentre Trump chiedeva insistentemente l'anno scorso l'uscita di scena di Maduro, Betancourt ha sondato Rodríguez, allora vicepresidente, per capire se fosse disposta a guidare il governo al suo posto, senza formularle una richiesta esplicita. Era in contatto regolare con Mauricio Claver-Carone, l'uomo a cui la Casa Bianca aveva affidato informalmente il dossier venezuelano, con il quale discuteva di come mantenere in funzione l'economia e garantire il flusso di greggio nel dopo Maduro.

Il 3 gennaio, quando i militari americani catturarono Maduro perché rispondesse davanti alla giustizia federale delle accuse di narcoterrorismo e traffico di droga, Claver-Carone era al telefono con Betancourt, che a sua volta comunicava con Rodríguez. In un primo momento la vicepresidente era convinta che gli Stati Uniti avessero ucciso Maduro e che lei fosse stata tradita. Betancourt riuscì a calmarla e infine la persuase a parlare con Rubio.

I rapporti di Betancourt con Washington risalivano al primo mandato di Trump, quando Claver-Carone dirigeva gli affari dell'emisfero occidentale al Consiglio per la sicurezza nazionale e l'Amministrazione Trump considerava Maduro un presidente illegittimo. Nel 2019 Trump riconobbe Juan Guaidó, allora presidente dell'Assemblea Nazionale venezuelana, come presidente del Paese. Betancourt fece da tramite tra l'opposizione, esponenti politici e alti ufficiali per costruire consenso interno attorno a una transizione non violenta e volò a Mosca per consegnare personalmente una lettera con cui il governo di Guaidó chiedeva alla Russia di smettere di sostenere Maduro.

Il tentativo però fallì. Betancourt fuggì dal Paese, Maduro ne ordinò l'arresto e gli confiscò beni e compagnia petrolifera, la cui produzione crollò negli anni successivi. Nel 2023 fu la stessa Rodríguez a chiedere a Maduro di richiamarlo, grazie alla reputazione che Betancourt si era costruito come risanatore nel settore petrolifero. Maduro pose però due condizioni: che restasse lontano dall'opposizione e che lavorasse con il petroliere di Palm Beach Harry Sargeant III, "l'unico americano di cui diceva di fidarsi". I due hanno interrotto di recente la loro collaborazione.

L'indagine svizzera e i dubbi sull'intesa


Sul percorso di Betancourt pesa anche un'indagine internazionale per riciclaggio da 1,2 miliardi di dollari, avviata negli Stati Uniti nel 2016 e sfociata nel 2019, a Miami, nell'incriminazione di un suo cugino e di altri cittadini venezuelani. Betancourt però non è mai stato incriminato. Tra i suoi legali di allora figurava Rudy Giuliani, che incontrò i vertici del Dipartimento di Giustizia per sostenere l'estraneità del suo assistito ai fatti, secondo quanto raccontato dal Washington Post. L'incontro avvenne un mese dopo che Giuliani e due suoi collaboratori avevano soggiornato nel castello spagnolo di Betancourt, El Alamín, dove incontrarono un consigliere del presidente ucraino Volodymyr Zelensky per sollecitare un'indagine su Joe Biden, allora avversario politico di Trump.

Sei anni più tardi le autorità svizzere hanno ripreso il fascicolo e ottenuto dalla Spagna la perquisizione del castello e dell'ufficio di Betancourt a Madrid. Questa primavera alcuni funzionari americani, tra cui l'allora Procuratrice Generale Pam Bondi, hanno suggerito a Berna di sospendere l'indagine, citando l'importanza dell'imprenditore per la politica estera di Washington. La richiesta svizzera di estradizione gli impediva di lasciare la sua residenza nel Regno Unito e quindi di recarsi a Washington e Caracas per concludere l'accordo. La situazione si è sbloccata solo quando le autorità svizzere hanno comunicato al tribunale britannico di non essere pronte a procedere, restituendo così a Betancourt la libertà di viaggiare a giugno.

Gli analisti però restano scettici sull'intesa. Diversi esperti di energia ritengono che rilanciare la produzione venezuelana richiederà anni e che l'accordo difficilmente farà scendere in tempi brevi il prezzo della benzina. In Venezuela l'intesa è stata denunciata da alcuni critici come cleptocratica e Betancourt è stato definito un "bolichico", termine dispregiativo usato per indicare gli esponenti di un'élite arricchitasi rapidamente. Il suo avvocato, Jon Sale, sostiene invece che il suo cliente sia stato ingiustamente screditato, che le indagini svizzere e americane riguardino fatti molto risalenti e che Betancourt non sia mai stato né condannato né incriminato. L'imprenditore ha dichiarato che il Venezuela dispone di abbondanti risorse naturali e di un potenziale ancora inespresso che l'accordo, a suo giudizio, consentirà di liberare a beneficio sia dei venezuelani sia degli americani.


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Banca etica sequestra i fondi di A/I

Venerdì 4 settembre Banca Etica ci ha comunicato in una riunione che eserciterà l’opzione di rescissione unilaterale dal contratto con l’Associazione AI ODV e che i fondi attualmente presenti sul conto frutto delle donazioni di migliaia di persone, associazioni e collettivi non saranno nella disponibilità dell’Associazione.
Al di là delle molte parole spese dai dirigenti della Banca per lavarsi la coscienza, i fatti dicono che Banca Etica non solo si adegua al diktat dell’autocrate statunitense, ma ne rincara la dose mettendosi al suo stesso livello.
E tutto questo senza alcun preavviso e senza darci alcuna possibilità di disporre dei fondi dell’Associazione in maniera adeguata o di trovare una soluzione condivisa.

keepitfree.ai/it/announcements…

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TP-Link Patches Archer AX55 Flaws Enabling Code Execution and Password Theft
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North Korea-Linked Hackers Hide OtterCookie Malware Inside 14 Fake Mac Apps
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Google Rushes Emergency Chrome Patch as Attackers Exploit V8 Zero-Day
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Ucraina, gli Stati Uniti tentano di riaprire il negoziato con Mosca


Witkoff e Kushner attesi a Mosca e Kyiv dopo la missione senza risultati del capo della CIA Ratcliffe. Budanov prevede nuovi colloqui diretti entro fine settembre, ma Russia e Ucraina restano lontane sui territori e sul futuro della guerra.

Steve Witkoff e Jared Kushner sono attesi nel fine settimana prima a Mosca e poi a Kyiv per tentare di riaprire il negoziato sulla guerra in Ucraina, dieci giorni dopo una missione del direttore della CIA John Ratcliffe che non ha prodotto alcuna apertura da parte del Cremlino. Il programma prevede un incontro con Vladimir Putin sabato e una visita a Volodymyr Zelensky domenica: si tratterebbe della prima volta in Ucraina per i due inviati di Donald Trump da quando il presidente è tornato alla Casa Bianca, dopo diversi viaggi a Mosca, soprattutto da parte di Witkoff. Zelensky ha confermato in serata la tappa di Kyiv, mentre dagli Stati Uniti continuano ad arrivare indicazioni di cautela legate alla sicurezza e alla logistica del viaggio.

La visita nella capitale ucraina era stata messa in dubbio nel corso della giornata di ieri. Una persona informata dei fatti aveva detto al Kyiv Independent che Witkoff "ha cominciato ad avere paura" e che si stavano valutando alternative. "I russi non vogliono che vengano qui a Kyiv, e Witkoff è sempre sensibile ai sentimenti russi. Gli stanno dicendo che è pericoloso", aveva spiegato la fonte. Gli inviati avevano inizialmente pensato di raggiungere la capitale in aereo, ma lo spazio aereo ucraino resta chiuso e Witkoff sarebbe riluttante a compiere il viaggio in treno. In serata, tuttavia, la testata ucraina riferiva che l'intenzione restava quella di arrivare a Kyiv domenica.

Secondo funzionari americani citati da Axios, la missione è stata preparata per mesi e più volte rinviata. Un primo tentativo era saltato ad agosto, quando Trump aveva preferito tenere vicini i propri inviati durante il confronto con l'Iran. Zelensky aveva annunciato la nuova doppia tappa giovedì. La Casa Bianca aveva già chiesto all'Ucraina di non colpire Mosca durante la visita di Ratcliffe del 25 agosto e ora ottenuto garanzie analoghe per la missione di Witkoff e Kushner. Kyiv ha promesso di sospendere i propri attacchi durante gli incontri e ha chiesto alla Russia di fare lo stesso, ma Mosca non ha annunciato un impegno equivalente.

Il precedente di Ratcliffe spiega perché Washington stia tentando un nuovo canale. Il viaggio a sorpresa compiuto dal direttore della Central Intelligence Agency a Mosca il 25 agosto non ha prodotto alcuna apertura russa e potrebbe avere persino rafforzato la convinzione di Putin di poter ottenere di più continuando la guerra. Secondo il Washington Post, che cita funzionari occidentali ed esponenti dell'establishment russo, "è stato un tentativo di convincere Putin a fermare la guerra e Putin lo ha letto come debolezza".

Ratcliffe non ha incontrato direttamente Putin. Ha visto invece il direttore dell'FSB Aleksandr Bortnikov e il direttore dell'intelligence estera Sergej Naryškin. La scelta di Bortnikov è stata deliberata: appartiene alla cerchia ristretta del presidente russo e in passato ha gestito con Washington anche gli scambi di prigionieri. Il messaggio lanciato dall'americano è che, se Mosca continua a puntare a ottenere la completa cessione del Donbass da parte dell'Ucraina, "semplicemente non succederà", e che prolungare il conflitto non farà altro che aggravare le difficoltà russe. Ratcliffe avrebbe inoltre proposto un vertice a tre tra Trump, Putin e Zelensky, ipotesi più volte respinta da Mosca. Tornato negli Stati Uniti, ha concluso di avere recapitato il messaggio senza però "aver spostato l'ago della bilancia".

Guerra in Ucraina · La scommessa sul tempo
Putin scommette sull’inverno, ma il conto gli arriva ogni mese

Steve Witkoff e Jared Kushner arrivano a Mosca e poi a Kyiv per riaprire il negoziato. Al Cremlino prevale la convinzione che qualche altro mese di guerra sia ancora sostenibile per la Russia e molto più difficile da reggere per l’Ucraina. I conti pubblici e le raffinerie russe raccontano un’altra storia.
Grafica di FocusAmerica 5 settembre 2026

Il bilancio federale russo, in miliardi di rubli
Il tetto di disavanzo fissato per tutto il 2026 è stato superato già a luglio

6.455
miliardi di rubliIl disavanzo accumulato nei soli primi sette mesi dell’anno, pari al 2,8% del PIL.

Tetto dell’intero 2026

Quanto il governo aveva messo in conto per dodici mesi
3.786

Quanto ha speso in disavanzo in sette mesi
6.455

+70%

Stesso periodo del 2025
4.622

In sette mesi la Russia ha speso in disavanzo il 70% in più di quanto aveva previsto per dodici. Il ministro delle Finanze Anton Siluanov ha già fatto sapere che l’obiettivo andrà probabilmente rivisto.

Tre modi di misurare l’attesa
IIl carburanteCarburante IIIl territorioTerritorio IIIIl calendarioCalendario

La benzina che manca alle pompe
Ogni giorno alla Russia mancano 35 mila tonnellate di benzina
Alla fine di agosto le raffinerie russe producevano circa 80 mila tonnellate di benzina al giorno, contro un fabbisogno interno stimato in 115 mila. Ogni pompa vale 5.000 tonnellate al giorno: quelle vuote sono la benzina che il Paese non riesce più a produrre.


80.000 tonnellateprodotte ogni giorno dalle raffinerie
35.000 tonnellateche mancano per coprire la domanda

Tra giugno e agosto i droni ucraini hanno messo fuori uso 18 raffinerie, tra cui quelle di Mosca, Omsk, Rjazan, Volgograd e Kirishi. Il governo russo ha prorogato il divieto di esportare benzina fino alla fine di gennaio 2027 e ha cominciato a comprare carburante dall’Asia e dalla Bielorussia.

Le occasioni lasciate passare
Chi ha rinviato l’accordo lo ha poi pagato in territorio
Dall’inizio dell’invasione entrambe le parti hanno lasciato cadere un’occasione negoziale, e in seguito hanno perso terreno. Ogni fascia rappresenta l’intero territorio ucraino: in rosso, quanto è costata l’attesa.

Primavera 2022 · La Russia
Mosca si allontana da un accordo che le sarebbe stato più favorevole

10%
del territorio ucraino che avrebbe potuto conservare, poi perso sul campo: circa 60.000 km².

2023 · L’Ucraina
Kyiv non coglie la finestra negoziale suggerita da Washington

1,5%
del proprio territorio, perso nei mesi successivi: circa 9.000 km².

Le due fasce sono in scala reale sui 603.500 km² del territorio ucraino nei confini del 1991. Il confronto misura il costo dell’attesa, non la superficie oggi occupata.

Che cosa resta da decidere, e quando
Dal viaggio di Witkoff alla primavera del 2027
Il piano di pace discusso ad Abu Dhabi è stato ridotto a due sole questioni ancora aperte. Kyrylo Budanov, capo dello staff di Zelensky, si aspetta che i colloqui diretti riprendano entro la fine di settembre.

Il piano di pace, da venti punti a due

Dei venti punti iniziali ne restano aperti due, e sono i più difficili.

Chi amministra la centrale nucleare di Zaporizhzhya, occupata dalle forze russe.
Chi controlla la parte del Donbass orientale ancora in mano a Kyiv: quattro città medie in parte distrutte e una fascia di campagna.

Le tappe, da qui alla primavera del 2027

25 agosto
Il direttore della CIA John Ratcliffe vola a Mosca. Non incontra Putin e torna senza alcuna apertura russa.

4 settembre
Un drone russo colpisce la sede dell’SBU a Kyiv: almeno 12 feriti. Zelensky annuncia che gli obiettivi della risposta sono già stati scelti.

Oggi · 5 settembre 2026

5-6 settembre
Witkoff e Kushner vedono Putin sabato a Mosca e Zelensky domenica a Kyiv: la loro prima volta in Ucraina.

18-20 settembre
La Russia rinnova il proprio parlamento, alla vigilia della finestra negoziale indicata da Budanov.

Fine settembrePrevisione
Budanov si attende la ripresa formale dei colloqui diretti tra Russia e Ucraina, pochi giorni dopo il voto di Mosca.

3 novembre
Gli Stati Uniti votano per le elezioni di metà mandato. Budanov colloca la ripresa dei colloqui alcune settimane prima di questo voto.

Inverno 2026-2027Previsione
La Russia prepara la quarta campagna di bombardamenti sulle infrastrutture energetiche e idriche ucraine.

Primavera 2027Previsione
Secondo Budanov è il primo momento in cui le condizioni per un cessate il fuoco potrebbero davvero maturare.

I pallini grigi segnano fatti già avvenuti, quelli blu appuntamenti già fissati in calendario, quelli vuoti previsioni che nessuno ha ancora messo in agenda. Le bandiere dicono chi muove: in questo calendario l’Ucraina non compare mai da sola.

Il punto
Mosca scommette che un altro inverno di guerra pesi di più sull’Ucraina che sui propri conti. Il bilancio federale e le pompe di benzina dicono che una parte del prezzo la Russia la sta già pagando adesso.

Fonte Ministero delle Finanze della Federazione Russa per i dati di bilancio di gennaio-luglio 2026, ripresi da Interfax; Reuters per la produzione di benzina; New York Times, Washington Post, Axios e Kyiv Independent per la ricostruzione del negoziato. Dati aggiornati al 5 settembre 2026.

L'escalation russa degli ultimi giorni


Nei giorni successivi la Russia ha invece intensificato gli attacchi contro Kyiv. Il 4 settembre un drone ha colpito direttamente la sede centrale dell'SBU, il Servizio di Sicurezza Ucraino, in via Volodymyrska, di fronte alla cattedrale di Santa Sofia. L'obiettivo, secondo Zelensky, era l'ufficio del direttore ad interim dell'SBU Oleksandr Poklad, che non si trovava nella stanza in quel momento ed è rimasto illeso. Il bilancio aggiornato è di almeno 12 feriti. Zelensky ha dichiarato che gli obiettivi per la risposta ucraina sono già stati individuati.

Per una fonte vicina al Ministero degli Esteri russo citata dal Washington Post, l'escalation serve anche a segnalare a Washington che Mosca non intende rendere più flessibile la propria posizione. Al Cremlino prevale la convinzione che qualche altro mese di guerra sia ancora sostenibile per la Russia e molto più difficile da sopportare per l'Ucraina. Putin scommette soprattutto sull'inverno e sulla capacità dei bombardamenti contro infrastrutture energetiche e idriche di aumentare la pressione sulla società civile ucraina.

I costi per Mosca, però, continuano ad aumentare. Nei primi 7 mesi del 2026 il deficit federale russo ha raggiunto 6.455 miliardi di rubli, pari al 2,8% del PIL, contro un obiettivo di 3.786 miliardi per l'intero anno. Gli attacchi ucraini alle raffinerie hanno inoltre aggravato la crisi dei carburanti: alla fine di agosto la produzione di benzina era scesa a circa il 70% della domanda interna, costringendo il governo russo a limitare le esportazioni e a ricorrere maggiormente alle importazioni.

Bortnikov, secondo la ricostruzione del Washington Post, sarebbe consapevole dei rischi economici e sociali di una guerra prolungata, dalla penuria di carburante all'aumento dei prezzi e al possibile malcontento interno, ma non sarebbe stato disposto a presentarsi da Putin per sostenere un accordo basato sull'attuale linea del fronte.

Budanov, l'ex capo delle spie che vuole trattare con Mosca


Dall'altra parte del tavolo ci sarà Kyrylo Budanov, quarant'anni, capo dello staff del presidente ucraino, generale e fino a gennaio responsabile dell'intelligence militare. In un'intervista al New York Times, Budanov ha detto di aspettarsi una ripresa formale dei colloqui diretti tra i due Paesi entro la fine di settembre, pochi giorni dopo le elezioni parlamentari russe del 18-20 settembre e alcune settimane prima delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti. La missione di Witkoff e Kushner, secondo lui, dovrebbe rappresentare il primo passo di questa nuova fase.

Budanov ha costruito la propria carriera combattendo contro la Russia. Durante la guerra nel Donbass iniziata nel 2014 ha guidato incursioni dietro le linee nemiche; in una di queste è stato ucciso in combattimento il figlio di un generale russo. Nel 2016 un proiettile di mitragliatrice gli ha frantumato un gomito ed è stato curato per mesi al Walter Reed National Military Medical Center, nel Maryland. A seguito dell'invasione russa su vasta scala del 2022 ha contribuito a pianificare alcune delle operazioni più audaci dell'Ucraina.

Proprio la sua esperienza nell'intelligence gli ha però permesso di mantenere per anni canali aperti con il nemico. "Certo che non possiamo fidarci l'uno dell'altro, siamo in guerra", ha detto al New York Times. "Allo stesso tempo entrambe le parti capiscono di dover cercare una soluzione. La guerra non può essere eterna." Budanov ha continuato a parlare frequentemente con l'ammiraglio Igor Kostjukov, capo del GRU, l'intelligence militare russa, con cui aveva negoziato già nel 2022, sotto mediazione turca, l'apertura delle rotte per il grano nel Mar Nero e con cui negli anni ha affrontato anche gli scambi di prigionieri.

Il dialogo è proseguito mentre le rispettive strutture si combattevano direttamente. Nella sala d'attesa dell'ufficio di Budanov è esposta una fotografia delle forze speciali ucraine che nel 2024 hanno conquistato una postazione del GRU all'interno di un cementificio a Vovchansk, uccidendo molti uomini alle dipendenze di Kostjukov. Budanov ha inoltre rivelato di aver parlato regolarmente con Yevgeny Prigozhin, fondatore della compagnia mercenaria Wagner, fino a poco prima dell'ammutinamento contro il Cremlino del 2023.

All'inizio dell'anno, al termine di una tornata di negoziati a Ginevra, i russi hanno proposto alla delegazione ucraina di proseguire i colloqui a Mosca, lasciando intravedere anche la possibilità di un incontro con Putin. Per Budanov significava entrare nel Paese che lo ricerca con accuse di terrorismo per le attività svolte quando guidava l'intelligence militare, ma alla fine il viaggio non si è fatto e il negoziato si è fermato poco dopo. "Sono pronto a qualunque passo che ponga fine alla guerra", ha detto, purché le condizioni siano accettabili per l'Ucraina.

Il governo ucraino resta però ancora diviso sulla strategia da seguire. Un'analisi del Carnegie Russia Eurasia Center descritta dal New York Times colloca Budanov alla guida della corrente favorevole a cercare un accordo prima che l'Ucraina subisca perdite ancora maggiori, mentre altri dirigenti ritengono che concessioni significative a Mosca possano finire solo per demoralizzare l'esercito e la società. Anche una parte dell'opinione pubblica resta diffidente verso la mediazione americana e teme che Washington possa spingere Kyiv verso condizioni considerate una capitolazione.

I due nodi ancora irrisolti


Quando Budanov ha accettato a gennaio la guida dello staff presidenziale, uno dei motivi principali, ha raccontato, era proprio la possibilità di dirigere il negoziato di pace. A quel punto Witkoff e i negoziatori russi e ucraini avevano ridotto un piano di pace inizialmente articolato in 20 punti a due questioni fondamentali ancora aperte: la gestione della centrale nucleare di Zaporizhzhya occupata dalla Russia e il controllo della parte del Donbass orientale ancora in mano all'Ucraina, comprendente quattro città di medie dimensioni in parte distrutte e una fascia di territorio rurale.

Durante i colloqui di Abu Dhabi erano state discusse diverse ipotesi per il futuro di quell'area: affidarla a contractor militari privati, porla sotto l'amministrazione del "Board of Peace" promosso da Trump oppure creare amministrazioni civili congiunte russo-ucraine. Budanov ha consigliato a Zelensky di non accettare alcuna soluzione che permettesse alla Russia di rivendicare formalmente il territorio, per esempio issandovi la propria bandiera. Cederlo, sostiene, significherebbe consegnare a Mosca per via diplomatica ciò che l'esercito russo non è riuscito a conquistare sil terreno.

Le due parti, del resto, parlano fin dal primo giorno dell'invasione del 2022, quando un consigliere di Putin ha tentato con due telefonate di negoziare una rapida resa ucraina. Da allora entrambe le parti hanno lasciato passare occasioni che, secondo la ricostruzione del New York Times, avrebbero potuto produrre condizioni più favorevoli. Circa un mese dopo l'inizio della guerra è stata la Russia ad allontanarsi da un possibile accordo più favorevole, per poi perdere sul campo circa il 10% del territorio ucraino che avrebbe potuto conservare. Un anno più tardi, quando era Kyiv a trovarsi in una posizione militare migliore, l'Ucraina non ha colto una finestra negoziale suggerita dagli Stati Uniti e in seguito ha perso circa l'1,5% del proprio territorio.

I nuovi colloqui promossi dall'Amministrazione Trump erano ripartiti all'inizio del 2026, ma si erano interrotti a metà febbraio, poco dopo la tornata di Ginevra e l'inizio della guerra degli Stati Uniti e di Israele contro l'Iran. A livelli inferiori, secondo Budanov, però, i contatti tra russi e ucraini non sono però mai cessati.

Budanov non ritiene comunque che una ripresa del negoziato significhi un cessate il fuoco imminente. A suo giudizio, le condizioni potrebbero non maturare prima della primavera del 2027, perché la Russia tenterà probabilmente una nuova campagna strategica di bombardamenti durante l'inverno, la quarta dall'inizio dell'invasione su vasta scala. "I negoziati prima o poi porteranno a qualcosa", ha detto. "Non si può combattere tutta la vita."

Intanto l'Ucraina afferma anche di avere informazioni su una possibile nuova escalation militare di Mosca. Pavlo Palisa, il vice di Budanov, ha detto ieri che Putin avrebbe ordinato alle Forze Armate russe di preparare diversi scenari per un'offensiva nell'Ucraina settentrionale, con Kyiv e Chernihiv tra le aree considerate prioritarie.


Witkoff e Kushner attesi a Kyiv e Mosca per rilanciare i negoziati sull'Ucraina


Gli inviati di Donald Trump visiteranno Kyiv e Mosca nei prossimi giorni. Lo ha annunciato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky al termine di una riunione con la squadra che segue i negoziati con gli Stati Uniti. "Ci sono date preliminari. Contiamo di vedere qui, a Kyiv, i rappresentanti del presidente americano. Abbiamo ricevuto la loro conferma: avranno un incontro a Mosca e uno a Kyiv", ha detto il presidente ucraino, aggiungendo che "è importante che l'America continui a essere attiva".

A muoversi saranno Steve Witkoff, inviato speciale di Trump, e Jared Kushner, genero del presidente e suo emissario. Zelensky non ha fornito altri dettagli e Washington, per ora, non ha annunciato pubblicamente il viaggio. Per entrambi sarebbe la prima visita in Ucraina, mentre Witkoff ha già compiuto otto missioni a Mosca. Una visita a Kyiv precedentemente ipotizzata per il 24 agosto, giorno dell'Indipendenza ucraina, non si era concretizzata.

Il 20 agosto il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov aveva definito Witkoff e Kushner "sempre ospiti graditi a Mosca", precisando però che non c'erano informazioni certe e che nessuna data era stata riservata per la visita. A fine luglio il Segretario di Stato Marco Rubio aveva detto a Fox News che nelle settimane successive sarebbero proseguiti gli sforzi per far ripartire i colloqui diretti tra Russia e Ucraina, ricordando che entrambe le parti hanno le proprie linee rosse.

Putin apre uno spiraglio, Kyiv resta diffidente


Alla sessione plenaria del Forum Economico Orientale di Vladivostok, il presidente russo Vladimir Putin ha detto che esistono ancora possibilità di arrivare a una soluzione negoziale: "Siamo grati a tutti quelli che cercano di dare un contributo. C'è una possibilità? A mio avviso sì". Ha però ribadito che il conflitto deve essere risolto dai Paesi direttamente coinvolti, Russia e Ucraina, mentre altri Stati, tra cui Stati Uniti e Cina, possono sostenere il processo. Ha inoltre sostenuto che gli attacchi ucraini in profondità nel territorio russo rendono più difficile un'intesa.

A Kyiv la fiducia nelle intenzioni del Cremlino resta però molto bassa. Il capo di staff dell'ufficio presidenziale ucraino, Kyrylo Budanov, aveva detto di sperare nella ripresa dei negoziati diretti a settembre, con la partecipazione americana: "Non possiamo farne a meno". Il suo vice Pavlo Palisa ha però riferito che la leadership politica russa ha incaricato i militari di preparare scenari per un'offensiva nel nord dell'Ucraina, in direzione di Kyiv e Chernihiv, pur senza che l'intelligence abbia individuato nuovi raggruppamenti di forze pronti all'attacco.

Il Cremlino, dal canto suo, continua a chiedere la cessione dell'intera regione di Donetsk, che la Russia non è riuscita a conquistare completamente. Il 28 agosto Peskov aveva descritto i negoziati come in una "profonda pausa".

L'ultimo incontro diretto tra le delegazioni russa e ucraina risale a metà febbraio a Ginevra, in un formato trilaterale con gli Stati Uniti. Da allora i contatti sono proseguiti attraverso altri canali. Nei giorni scorsi, il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha incontrato il Ministro delle Finanze russo Anton Siluanov al G20 di Asheville, mentre il direttore della CIA John Ratcliffe aveva proposto un vertice a tre tra Trump, Putin e Zelensky durante un suo viaggio a sorpresa a Mosca.


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Darin: Wie ich mit meinem Blog bei Autistici gelandet bin.

Aber vor allem, was es heißt, als kleiner Provider ohne Vorwarnung und ohne rechtsstaatliches Verfahren einem Terrorvorwurf ausgesetzt zu sein:


Die Trump-Regierung wirft dem italienischen Internetkollektiv Autistici/Inventati die Unterstützung von Terrorismus vor. Auf die pauschal verhängten Sanktionen gegen die antifaschistische Gruppe folgt neben einer Solidaritätswelle die Frage: Wer ist als nächstes dran? netzpolitik.org/2026/autistici…

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Angela Davis e altre/i: lettera aperta ai prigionieri politici iraniani, intrappolati “tra le due lame di una forbice” home.rifondazione.eu/2026/09/0… #Approfondimenti

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Il gasolio negli Stati Uniti tocca il livello record di 5,85 dollari al gallone


Il gasolio ha superato il precedente record del 2022 arrivando a 5,85 dollari al gallone, spinto dalla guerra con l'Iran e dagli attacchi ucraini alle raffinerie russe. Per ora agricoltori e autotrasportatori assorbono i costi, ma c'è il rischio che lo traslino ai consumatori finali.

Il prezzo medio del gasolio negli Stati Uniti ha superato il record del 2022, raggiungendo 5,85 dollari al gallone, secondo l'AAA, l'associazione automobilistica che rileva quotidianamente i prezzi alla pompa. Il precedente record, 5,816 dollari, risaliva a giugno 2022. Il rincaro prosegue da settimane, ma negli ultimi giorni il prezzo ha accelerato bruscamente: +17 centesimi in appena due giorni.

A sopportarne per ora il peso sono soprattutto agricoltori, autotrasportatori e società di logistica, già alle prese con il caro-gasolio dall'inizio della guerra con l'Iran, sei mesi fa. Il gasolio costa più della benzina anche per ragioni strutturali: una tassazione più elevata, standard ambientali che rendono più costosa la raffinazione e una minore resa per barile di greggio. A comprimere ulteriormente l'offerta si sono aggiunti il blocco dello Stretto di Hormuz e la campagna di droni ucraini contro le raffinerie russe, che ne ha ridotto la capacità mondiale di produzione.

"Finché il quadro dell'offerta non migliora, benzina e gasolio resteranno esposti a pressioni al rialzo", ha scritto Patrick De Haan, responsabile dell'analisi petrolifera di GasBuddy. Il crack spread del gasolio, cioè il margine tra il prezzo del greggio e quello del prodotto raffinato, ha raggiunto nelle ultime settimane livelli a tre cifre mai registrati prima.

"Il gasolio è un input di praticamente tutto ciò che consumiamo", ha detto ad Axios Erich Muehlegger, docente di economia all'Università della California a Davis. I rincari colpiscono direttamente tutti i settori che dipendono dal carburante, dalla pesca all'agricoltura fino all'edilizia. Per gli agricoltori il colpo è doppio, perché la guerra ha fatto aumentare anche il costo dei fertilizzanti. Il nuovo record arriva inoltre mentre si avvicina il picco della raccolta di mais e soia, due delle principali colture del Paese.

Il prezzo della guerra
Il gasolio non è mai costato così tanto negli Stati Uniti

La media nazionale ha toccato 5,85 dollari al gallone il 4 settembre, sopra il record del giugno 2022. Il greggio non manca: manca la capacità di raffinarlo.
Grafica di FocusAmerica

Il recordRecord Perché è successoPerché Chi paga il contoChi paga

4 settembre 2026
5,85$

Un anno prima
3,71$
Media nazionale al gallone, il valore più alto mai rilevato dall'AAA
Settembre 2025, prima che la guerra con l'Iran stringesse l'offerta

In dodici mesi +57,6%
Negli ultimi due giorni +17 centesimi
Record precedente 5,816 $, giugno 2022

Un anno in cinquantadue settimane
Il salto di marzo, la tregua di luglio, la seconda corsa d'agosto
Prezzo medio del gasolio per autotrazione negli Stati Uniti, rilevazione settimanale della U.S. Energy Information Administration. Scorri il grafico con il dito o con le frecce della tastiera per leggere ogni settimana.
Settimana 31 agosto 2026 5,599 $

Il dato settimanale dell'EIA e la media giornaliera dell'AAA provengono da due rilevazioni diverse: l'ultimo valore EIA disponibile, 5,599 dollari, è quello del 31 agosto.

Il punto
Il primato è nominale. Corretto per l'inflazione, il picco del giugno 2022 varrebbe oggi circa 6,56 dollari al gallone, e quello del 2008 supererebbe i 7 dollari. Chi fa il pieno oggi, però, paga in dollari correnti: rispetto a un anno fa il gasolio costa 2,14 dollari in più al gallone.

Il margine di raffinazione
Il problema non è il greggio: è chi lo trasforma in gasolio
Crack spread del gasolio a bassissimo tenore di zolfo contro il greggio WTI, in dollari al barile. Misura quanto guadagna una raffineria su ogni barile lavorato. Tocca una barra per leggere il contesto.

Le quattro strozzature
Perché il gasolio manca in tutto il mondo
Quattro dati che spiegano la corsa dei margini e, di conseguenza, quella dei prezzi alla pompa.

103mln bbl
Scorte americane
Le riserve di distillati al 21 agosto: il livello più basso per un mese di agosto dal 1951.

22su 34
Raffinerie russe
Gli impianti colpiti dai droni ucraini. Mosca ha risposto vietando l'export di gasolio.

-1,6mln b/g
Medio Oriente
La raffinazione dell'area è scesa a 8 milioni di barili al giorno, contro i 9,6 del 2025.

96,2%
Impianti americani
Il tasso di utilizzo delle raffinerie statunitensi: lavorano quasi al massimo e non hanno margine.

Il punto
Il blocco dello Stretto di Hormuz, da cui in tempi normali passano circa 20 milioni di barili al giorno tra greggio e prodotti raffinati, ha tolto al mercato il gasolio del Golfo. La campagna di droni ucraini ha tolto quello russo. Restano le raffinerie americane, che esportano il 28% in più dell'anno scorso e nel frattempo svuotano i depositi interni.

La mappa del pieno
Tra lo stato più caro e quello più economico ci sono 2,30 dollari al gallone
Prezzo medio del gasolio al gallone in ogni stato, rilevazione AAA del 3 settembre 2026. Tocca uno stato sulla mappa o una voce negli elenchi.
Media nazionale Stati Uniti 5,783 $

5,30 $Prezzo al gallone7,60 $

I cinque stati più cari

I cinque stati più economici

Il conto per chi guida
Quanto costa riempire i serbatoi di un camion
Ai prezzi medi nazionali di oggi e di dodici mesi fa. Un trattore stradale monta di norma due serbatoi da cento galloni.

Galloni per rifornimento
100 200 500

Oggi
1.170$

Settembre 2025
742$
A 5,85 dollari al gallone
A 3,71 dollari al gallone

Differenza per ogni rifornimento: +428 $

Il punto
I grandi corrieri scaricano l'aumento sui clienti alzando i supplementi carburante. I padroncini, che lavorano carico per carico, non possono farlo: con le tariffe di trasporto già basse, un rifornimento in più a settimana è sufficiente a cancellare il margine. Il rincaro arriva al supermercato con qualche mese di ritardo, e per la Federal Reserve diventa un problema di inflazione.

Fonte AAA Fuel Prices, medie giornaliere nazionali e statali del 3 e 4 settembre 2026. U.S. Energy Information Administration, indagine settimanale sui prezzi al dettaglio del gasolio per autotrazione e Weekly Petroleum Status Report. Reuters e LSEG per i margini di raffinazione, S&P Global Commodity Insights per la raffinazione mediorientale, Axios. Il confronto a prezzi costanti usa l'indice dei prezzi al consumo del Bureau of Labor Statistics. Elaborazione FocusAmerica.

Nel trasporto su gomma paga soprattutto chi è più piccolo


I grandi corrieri, come FedEx e UPS, hanno aumentato i supplementi per il carburante. Per i piccoli operatori, invece, trasferire i rincari sui clienti è molto più difficile. George O'Connor, responsabile delle relazioni pubbliche della Owner-Operator Independent Drivers Association, l'associazione dei trasportatori indipendenti statunitensi, ha spiegato ad Axiosche i padroncini "sono i primi a sentirne gli effetti quando i prezzi schizzano": lavorano carico per carico e dispongono di un potere negoziale limitato.

"Con le tariffe di trasporto già basse, un forte aumento del prezzo del gasolio può divorare rapidamente il poco margine che resta a una piccola impresa di autotrasporto", ha aggiunto. In questo periodo dell'anno gli Stati Uniti accumulano normalmente scorte di gasolio in vista della manutenzione autunnale delle raffinerie, ha spiegato ad Axios Jason Miller, docente di gestione della catena di approvvigionamento alla Michigan State University. "Di questo passo potremmo arrivare al periodo di manutenzione con scorte di gasolio praticamente senza precedenti per questa stagione", ha avvertito. Poi ha aggiunto: "Dio ce ne scampi da un uragano catastrofico".

La pressione sui prezzi complica anche le scelte della Fed


Il carburante rappresenta solo una parte del prezzo finale che i consumatori vedono sugli scaffali, precisa Muehlegger, ma l'aumento del gasolio finisce inevitabilmente per propagarsi all'intera economia se non retrocederà entro breve tempo. Miller sintetizza così la differenza: per il portafoglio delle famiglie conta di più la benzina, per l'economia conta di più il gasolio.

Se i rincari si trasferissero anche sui beni di consumo, oltre che sulla benzina e sull'elettricità, per la Federal Reserve diventerebbe più difficile giustificare un taglio dei tassi. "La Fed è a un bivio", ha detto alla CNBC John Kilduff, socio fondatore di Again Capital. "Si troverà ben presto davanti un nuovo impulso inflazionistico provocato da questo rialzo dei prezzi."

Il conto della guerra con l'Iran rischia di ritorcersi contro la Casa Bianca in due modi separati: attraverso i prezzi in aumento esposti ai distributori e nei supermercati e poi attraverso i tassi d'interesse, che la Banca Centrale potrebbe essere presto costretta a tornare a rialzare per evitare una ulteriore fiammata dell'inflazione.


Carne, grano e diesel: negli Stati Uniti torna l'allarme caro-spesa


Il grano e il mais hanno toccato questa settimana i prezzi più alti degli ultimi tre anni, dopo che le contemporanee guerre in Iran e in Ucraina hanno fatto rincarare il diesel necessario per far funzionare le mietitrici e trasportare i prodotti dai fornitori ai supermercati. Finora il caro-spesa negli Stati Uniti aveva colpito soprattutto alcune voci già costose, come carne bovina, caffè e cioccolato. Secondo un'analisi di Axios, però, le pressioni si stanno accumulando lungo l'intera filiera e la prossima ondata di rincari rischia di essere più pesante e più estesa.

Il conflitto con l'Iran ha sconvolto anche il mercato dei fertilizzanti, perché una quota rilevante della produzione mondiale transitava prima della guerra attraverso lo Stretto di Hormuz. Il maltempo ha ulteriormente ridotto le rese del mais, mentre la guerra tra Russia e Ucraina ha ridotto le esportazioni di grano. Gli effetti congiunti di questa situazione si stanno propagando lungo tutta la filiera: il grano è alla base di numerosi prodotti alimentari, mentre il mais è il principale mangime per gli animali. Il rincaro dei due cereali finisce quindi per riflettersi anche sui prezzi di carne, latticini e uova. E gli agricoltori non necessariamente ne beneficiano, perché devono sostenere a loro volta costi più elevati. Il presidente della National Corn Growers Association, l'associazione dei coltivatori di mais, ha detto ad Axios che quest'anno neppure la sua azienda riuscirà a chiudere in utile.

Eppure i rincari già in corso sono consistenti. Il caffè costa il 10,3% in più rispetto a un anno fa, i pomodori il 12,8%, gli arrosti di manzo il 13,5% e le mele l'11,1%. Nell'ultimo sondaggio Economist/YouGov, circa tre quarti degli intervistati affermano inoltre che i prezzi alimentari nella loro zona stanno continuando a salire. Gli analisti di J.P. Morgan, in un rapporto molto citato pubblicato a metà agosto, prevedono che l'inflazione alimentare globale possa raggiungere il 5% nella prima metà del 2027, quasi il doppio rispetto alla prima metà del 2026, perché gli effetti sui raccolti tendono a seguire i picchi delle temperature oceaniche con un ritardo compreso tra 6 e 12 mesi.

Stati Uniti · Caro-spesa

La prossima ondata di rincari sulla spesa americana parte dai campi

Le guerre in Iran e in Ucraina hanno fatto rincarare diesel e fertilizzanti, il maltempo ha ridotto le rese del mais: grano e mais sono ai prezzi più alti degli ultimi tre anni. Trump prova a raffreddare il costo della carne, ma la sua mossa copre il 2% dell’offerta interna.

Grafica di FocusAmerica 30 agosto 2026

Inflazione alimentare globale, proiezione J.P. Morgan

1° semestre 2026
2,8%

1° semestre 2027
5%

Il livello stimato per l’anno in corso
Quasi il doppio nel giro di un anno

Nel rapporto «Food Security is National Security» gli analisti della banca attribuiscono l’accelerazione a due fattori che si sommano: i fertilizzanti bloccati dalla guerra con l’Iran e un El Niño di forte intensità.

1
L’urto a monte

Tre shock arrivano insieme sui campi americani


Tocca ogni voce per aprire il dettaglio.

Grano e mais hanno toccato i prezzi più alti degli ultimi tre anni.

Il grano è alla base di gran parte dei prodotti alimentari, il mais è il principale mangime per gli animali: il rincaro si scarica quindi anche su carne, latticini e uova.

2
Allo scaffale

Quanto sono saliti i prezzi in un anno


Variazione dei prezzi al consumo negli Stati Uniti. Tocca una voce per isolarla.

0%15%

Sondaggio Economist/YouGov

Tre americani su quattro dicono che i prezzi alimentari nella loro zona stanno continuando a salire.

3
La risposta politica

Trump apre alla carne estera e gli allevatori insorgono


Ogni quadratino vale l’1% dell’offerta interna di carne bovina.

2%
Le 300.000 tonnellate di carne macinata importate senza dazio valgono circa il 2% dell’offerta interna.

Secondo le stime del Dipartimento dell’Agricoltura equivalgono a poco più di quaranta giorni di consumo nazionale di macinato.

90 giorni
Durata dell’esenzione dai dazi, a partire dal 1° settembre.

−25%
Lo sconto sui prezzi di mercato promesso dagli esportatori esteri.

86,2 mln
I capi di bestiame al 1° gennaio: il numero più basso da 75 anni.

«I prezzi della carne sono troppo alti per una ragione semplice: le nostre mandrie sono troppo piccole».

Tom Cotton, su X. Nell’ultima settimana almeno 13 senatori repubblicani hanno contestato pubblicamente la decisione, e quattro associazioni di allevatori hanno scritto alla Casa Bianca per esprimere «profonda preoccupazione».

4
Il conto che deve ancora arrivare

Il clima colpisce i raccolti con mesi di ritardo


La catena che porta dal meteo allo scontrino.

Punto di partenza
Picco delle temperature oceaniche

Dopo 6-12 mesi
Rese dei raccolti in calo

Primo semestre 2027
Prezzi al consumo in salita

È il motivo per cui J.P. Morgan colloca il picco dei rincari nella prima metà del 2027.

Nemmeno gli agricoltori ne stanno traendo vantaggio, perché devono sostenere a loro volta costi più alti. Il presidente dell’associazione dei coltivatori di mais ha detto ad Axios che quest’anno neppure la sua azienda chiuderà in utile.

Fonte Elaborazione FocusAmerica su Axios, NPR e CNN; sondaggio Economist/YouGov; J.P. Morgan, «Food Security is National Security: A Compounding Storm»; dati del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti. Aggiornamento: 30 agosto 2026.

Trump abbassa i dazi sulla carne, gli allevatori insorgono


Sulla carne il presidente Donald Trump ha cercato di giocare d'anticipo, ma la mossa gli si sta ritorcendo contro. Venerdì 21 agosto ha annunciato la sospensione temporanea di alcuni dazi sulla carne bovina e un accordo, dai contorni ancora vaghi, in base al quale 300mila tonnellate di carne macinata importata dall'estero saranno vendute "il 25% sotto i prezzi di mercato attuali". Il provvedimento è diventato ufficiale mercoledì: l'esenzione durerà 90 giorni a partire dal 1° settembre e le 300mila tonnellate corrispondono a circa il 2% dell'offerta interna. L'obiettivo è anche politico: il costo della vita è uno dei temi sui quali Trump e il Partito Repubblicano sono maggiormente in difficoltà in vista delle elezioni di metà mandato, e aumentare l'offerta di carne è uno dei modi più rapidi per cercare di alleggerire la spesa dei consumatori.

Gli economisti interpellati da NPR ritengono però che l'effetto sui prezzi al dettaglio sarà modesto, perché il problema è strutturale. Dopo anni di siccità, il numero di capi di bestiame negli Stati Uniti, 86,2 milioni al 1° gennaio, è il più basso degli ultimi 75 anni, e il ritorno di un parassita carnivoro ha aggravato la situazione. L'annuncio ha comunque fatto scendere le quotazioni del bestiame, proprio ciò che gli allevatori temevano. I vertici di quattro associazioni del settore hanno scritto al presidente una lettera nella quale esprimono "profonda preoccupazione" per un piano che, a loro giudizio, svaluta il bestiame di loro proprietà e rischia di ostacolare la ricostituzione delle mandrie. Gli stessi allevatori avevano invece accolto favorevolmente i dazi del "Liberation Day" dell'anno scorso, che li proteggevano dalle importazioni a basso costo.

Le critiche si sono estese anche al Partito Repubblicano: nell’ultima settimana almeno 13 senatori hanno contestato pubblicamente la decisione. “I prezzi della carne sono troppo alti per una ragione semplice: le nostre mandrie sono troppo piccole”, ha scritto su X il senatore Tom Cotton, spiegando di aver già invitato il presidente a non procedere con quella che ha definito “un’azione sconsiderata” e di avergli chiesto di riconsiderarla. John Barrasso ha parlato invece di un mercato truccato contro i produttori americani, che "vogliono semplicemente un mercato equo". La Casa Bianca non ha specificato da quali Paesi esteri arriverà la carne e la Segretaria all'Agricoltura Brooke Rollins ha dichiarato ai giornalisti di non essere "parte di questo negoziato".

La carne diventa anche una bandiera politica


La carne è diventata nel frattempo anche un simbolo politico. Il Wall Street Journal racconta la trasformazione di Steak 'n Shake, catena di hamburger dell'Indiana con circa 400 locali, che dal 2025 ha abbracciato il patriottismo trumpiano e il movimento Make America Healthy Again del Segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr.: enormi bandiere americane, patatine fritte nel grasso di manzo anziché nell'olio vegetale, Coca-Cola con zucchero di canna, carne di bovini allevati al pascolo, pagamenti in bitcoin e patatine gratis per chi arriva in Tesla.

L'azienda ha inoltre nominato "chief MAHA officer" Michael Boes, ex funzionario dell'Amministrazione Trump. In questo modo, le vendite a parità di locali sono cresciute del 13,8% nel trimestre concluso a giugno, ma sono aumentati anche i costi degli ingredienti e la catena ha ritoccato i prezzi verso l'alto.


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Fetterman, il senatore sempre più lontano dai democratici e dai suoi elettori


Un'inchiesta del Wall Street Journal descrive il crescente disinteresse del senatore della Pennsylvania per il lavoro parlamentare, mentre i rapporti con i media conservatori e il sostegno a Israele sono diventati sempre più centrali nel suo mandato.

Una mattina di giugno tre veterani paralizzati, arrivati in sedia a rotelle dalla Pennsylvania rurale, si sono presentati nell'ufficio del senatore democratico John Fetterman per un incontro atteso da tempo su una proposta di legge che avrebbe migliorato la loro assistenza. Lo staff li ha accolti con una brutta notizia: il senatore non stava bene, forse per qualcosa che aveva mangiato, e l'appuntamento doveva essere annullato. Meno di un'ora dopo, però, Fetterman è entrato in ufficio senza apparenti segni di malessere. Aveva un impegno che non voleva perdere: un'intervista a Fox News su Israele e sulla guerra in Iran.

L'episodio apre un'inchiesta del Wall Street Journal, basata su interviste a più di una decina di ex collaboratori e membri del Congresso, oltre che su messaggi e documenti interni. Ne emerge il ritratto di un senatore al primo mandato che, dietro le quinte, mostrerebbe scarso interesse per gran parte del lavoro parlamentare, con due eccezioni: i rapporti con i media conservatori e la difesa di Israele. Il suo ufficio, secondo il giornale, è segnato da un continuo ricambio di assistenti che faticano a mantenere l'apparenza di una struttura pienamente funzionante.

La questione assume particolare rilievo perché le elezioni di novembre potrebbero produrre un Senato diviso esattamente a metà. In quel caso, il voto di Fetterman potrebbe diventare decisivo. Con la felpa, i pantaloncini e un'immagine costruita attorno alle sue radici nella classe operaia, il senatore si presenta come un "democratico normale" che critica l'ala progressista del partito. È un profilo che in passato ha permesso ai centristi di costruire accordi bipartisan. Secondo l'inchiesta, però, Fetterman mantiene un'agenda poco fitta, rifiuta spesso di incontrare elettori e colleghi e talvolta annulla gli appuntamenti all'ultimo momento.

Lo scorso settembre, quando un assistente gli riferì che i dirigenti del Children's Hospital of Philadelphia volevano incontrarlo perché preoccupati per i tagli a Medicaid, il programma sanitario pubblico destinato soprattutto alle persone a basso reddito, la sua risposta fu sbrigativa. È un netto cambiamento rispetto alla campagna del 2022, quando Fetterman trascorreva ore nelle piccole comunità rurali della Pennsylvania. Judy Hines, presidente del Partito Democratico nella contea di Mercer, ha detto al Wall Street Journal che vinse perché "ci mise l'anima" e si è detta preoccupata per la trasformazione avvenuta negli anni successivi.

Sullo sfondo restano i problemi di salute. La depressione di cui Fetterman soffre da tempo si è aggravata dopo l'ictus del 2022, che lo ha quasi ucciso e gli ha lasciato difficoltà nel linguaggio. L'anno scorso il suo ex capo di gabinetto denunciò pubblicamente che il senatore non seguiva più il piano di recupero, aveva compromesso alcuni rapporti personali, mostrava tratti di paranoia ed era diventato totalmente dipendente dallo smartphone. Fetterman lo definì un collaboratore "scontento" e disse che i suoi medici e la sua famiglia lo consideravano in buona salute.

Israele e i media conservatori


Le sue posizioni hanno prodotto un risultato che fino a pochi anni fa sarebbe apparso impensabile. Un sondaggio del New York Times mostra che Fetterman è ormai diventato più popolare tra gli elettori repubblicani della Pennsylvania di Dave McCormick, il senatore repubblicano dello Stato. Insieme al calo dei consensi tra gli elettori democratici, il dato ha alimentato le ipotesi su un possibile cambio di partito prima della ricandidatura nel 2028. Fetterman lo ha escluso a maggio, ma a luglio i registri della sua campagna hanno rivelato una donazione da parte di un importante finanziatore conservatore.

Nelle interviste più recenti ha comunque indicato una circostanza in cui potrebbe lasciare il partito, legata al tema che più di ogni altro ha segnato il suo mandato: "Se il nostro partito diventasse mai il partito anti-Israele, allora me ne andrei". Quando si candidò per la prima volta al Senato, nel 2016, Fetterman si definiva un discepolo di Bernie Sanders e un populista progressista. Dopo la sconfitta alle primarie di quell'anno, nel 2022 si spostò leggermente verso il centro, ma la campagna restò incentrata su luoghi come Braddock, la città siderurgica vicino a Pittsburgh di cui era stato sindaco, e sulla difesa dei posti di lavoro sindacalizzati e manifatturieri.

Fu durante quella corsa elettorale che emerse anche come convinto sostenitore di Israele, una posizione che allora attirava poca attenzione. Tutto è cambiato dopo l'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e la guerra a Gaza. Fetterman è stato tra i più decisi sostenitori della risposta militare israeliana e non ha modificato la propria posizione nemmeno con l'aumento delle vittime civili palestinesi, scontrandosi apertamente sui social con la sinistra progressista e guadagnandosi gli elogi dei sostenitori di Israele e di molti repubblicani.

Da allora è diventato una presenza abituale sui media conservatori. La centralità assunta da Israele nella sua attività ha però preoccupato alcuni dei collaboratori più stretti. Alla fine dell'estate scorsa disse ai consiglieri di voler presentare una risoluzione che costringesse ogni senatore a dichiarare pubblicamente se considerava la guerra a Gaza un genocidio. Lo staff cercò di dissuaderlo, senza riuscirci.

A settembre l'Ambasciatore israeliano Yechiel Leiter, durante un incontro nel suo ufficio, gli propose un'alternativa: scrivere un editoriale per spiegare perché continuasse a sostenere Israele. Fetterman accettò e disse che avrebbe lavorato sulla base dei punti che l'ambasciatore gli avrebbe inviato. Pochi giorni dopo l'ambasciata mandò una bozza di argomenti. Secondo il Wall Street Journal, lo staff decise di non informarne il senatore, temendo che un editoriale firmato da Fetterman ma elaborato sulla base di indicazioni dell'ambasciata israeliana potesse sollevare problemi ai sensi del Foreign Agents Registration Act, la legge che in determinate circostanze impone la registrazione a chi agisce per conto di governi stranieri. La questione fu poi lasciata cadere.

Nel frattempo Fetterman si è progressivamente allontanato dal gruppo democratico. Alla fine del 2024 ha chiesto un posto nella Commissione Esteri del Senato, una delle più prestigiose, richiesta che i suoi collaboratori ritenevano poco realistica per un senatore al secondo anno. Ha ottenuto invece la sua prima scelta, la Commissione per la Sicurezza Interna, ma non gli Esteri, e attribuì la decisione a Chuck Schumer, leader della minoranza democratica.

All'inizio del 2025 aveva quasi del tutto smesso di partecipare ai pranzi e alle riunioni del gruppo. Nel marzo dello stesso anno, quando gli assistenti gli hanno comunicato che lo staff di Schumer stava organizzando una chiamata straordinaria dei senatori democratici, rispose: "Non mi importa proprio". Schumer, in una dichiarazione, lo ha definito "un membro importante del nostro gruppo" ed ad agosto i due hanno cenato insieme.

Gli incontri evitati e le audizioni lampo


Dopo essere stato dimesso dall'ospedale nel 2023, Fetterman ha ripetuto più volte ai collaboratori di detestare tre aspetti fondamentali del lavoro: gli incontri con gli elettori, le audizioni e gli eventi pubblici in Pennsylvania. Nell'aprile 2025 Anthony Hardy Williams, deputato statale di lungo corso, portò a Washington un pullman di residenti di Eastwick, un quartiere povero di Philadelphia esposto alle alluvioni, per discutere con i loro rappresentanti dei tagli dell'amministrazione Trump a un programma di sovvenzioni.

Nello stesso mese la deputata statale Liz Hanbidge arrivò nel suo ufficio per presentarsi e discutere dei programmi destinati ai senzatetto e ai lavoratori poveri della sua contea. Fetterman sostenne di non aver mai accettato l'incontro. I suoi assistenti cercarono per oltre un'ora di convincerlo, prima di ricevere loro stessi la deputata. Quel giorno, tuttavia, il senatore incontrò Bruce Pearl, ex allenatore di basket universitario e sostenitore di Israele.

Nel maggio 2025 diversi articoli richiamarono l'attenzione sulla sua scarsa presenza alle audizioni e, il mese successivo, il comitato editoriale del Philadelphia Inquirer gli chiese di valutare le dimissioni. A quel punto Fetterman aveva saltato 11 delle 12 audizioni plenarie delle Commissioni di cui faceva parte: Sicurezza Interna, Commercio e Agricoltura.

In quel periodo ricevette una telefonata da Katie Britt, senatrice repubblicana dell'Alabama e una delle colleghe a lui più vicine. Secondo il Wall Street Journal, Britt gli spiegò come risultare presente alle audizioni attirando l'attenzione dei funzionari incaricati di registrare le presenze e poi allontanandosi. Una portavoce della senatrice ha fornito una versione diversa: Britt avrebbe semplicemente spiegato che molti senatori fanno il check-in e poi proseguono con altri impegni, tornando quando arriva il proprio turno.

Fetterman adottò subito questa prassi, mandando talvolta avanti un assistente per richiamare l'attenzione del funzionario e rimanendo in aula anche meno di un minuto. Da giugno 2025 risulta presente a 26 delle 31 audizioni plenarie delle sue commissioni, ma in 20 di queste non è intervenuto.

Anche in Pennsylvania la sua presenza pubblica si è drasticamente ridotta. Quando tre agenti di polizia furono uccisi vicino a York, la sua città natale, nel settembre 2025, Fetterman rinunciò a partecipare al funerale perché lo riteneva troppo lungo. Quest'estate, dopo quasi un anno senza eventi pubblici nello Stato, ha accettato di partecipare a due appuntamenti, entrambi organizzati dal collega repubblicano McCormick: a giugno a Philadelphia, per promuovere i conti di investimento per i bambini voluti dal presidente Trump, e venerdì scorso a Erie, per parlare di casa, senzatetto e povertà con gli amministratori locali.

Quando un giornalista locale gli ha chiesto che cosa stesse facendo per affrontare il costo della vita e il prezzo della benzina, Fetterman ha spostato il discorso sulla politica estera. "Perché la benzina costa più di quanto alcuni vorrebbero? Perché abbiamo una crisi con l'Iran", ha detto, aggiungendo che "è importante capire che l'Iran è il male".

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La Corte Suprema del Missouri blocca la nuova mappa elettorale voluta da Trump


La decisione presa all'unanimità obbliga il Missouri a votare a novembre con la vecchia mappa del 2022 e toglie ai repubblicani il seggio in più che contavano di conquistare. Sulla nuova mappa si esprimeranno invece proprio gli elettori con un referendum.

La Corte Suprema del Missouri ha stabilito il 3 settembre che lo Stato non potrà usare alle elezioni di metà mandato i collegi congressuali ridisegnati lo scorso anno e che sulla nuova mappa dovranno esprimersi proprio gli elettori a novembre. La decisione, presa all'unanimità, impedisce così ai repubblicani di utilizzare già da questo ciclo elettorale la nuova mappa con cui puntavano a conquistare un seggio in più alla Camera dei Rappresentanti.

"Non è entrata in vigore e non entrerà in vigore finché non sarà approvata dagli elettori", ha scritto la giudice Ginger K. Gooch a proposito della nuova mappa. La decisione si fonda su una norma della Costituzione del Missouri che consente di sottoporre a referendum "qualunque atto" della legislatura statale. Secondo la Corte, anche la ridefinizione dei collegi congressuali rientra in questa categoria.

Il governatore repubblicano Mike Kehoe aveva spinto la legislatura statale a ridisegnare i collegi dopo le pressioni ricevute dal presidente Donald Trump. Il caso del Missouri si inserisce in una più ampia battaglia nazionale sul ridisegno delle circoscrizioni a metà decennio, con entrambi i partiti impegnati negli Stati che controllano a modificare le mappe nel tentativo di guadagnare seggi alla Camera.

Le critiche di Kehoe e Trump


"Siamo estremamente delusi dalla decisione odierna di giudici non eletti e dalla loro mancanza di rispetto per il processo legislativo", ha dichiarato Kehoe, ricordando che la nuova mappa è già stata utilizzata per le primarie di agosto. "Tenere le primarie con una mappa congressuale e le elezioni generali con un'altra non ha precedenti e crea incertezza per gli elettori del Missouri."

Anche Trump ha attaccato la sentenza. "La Corte Suprema del Missouri ha appena deciso, in modo ridicolo, di tornare alle vecchie mappe di tanto tempo fa", ha scritto su Truth Social, sostenendo che non ci sia abbastanza tempo per cambiarle a così poca distanza dalle elezioni. "Il Missouri dev'essere in grado di usare la mappa che era già in vigore appena un paio di mesi fa, alle primarie."

La procuratrice generale del Missouri, Catherine Hanaway, da parte sua, ha subito annunciato che chiederà immediatamente l'intervento della Corte Suprema degli Stati Uniti per rovesciare la sentenza della Corte Suprema statale. Il calendario, però, gioca contro di lei: mancano meno di due mesi alle elezioni e, salvo un intervento immediato dei giudici federali, a novembre il Missouri eleggerà i propri deputati con i confini congressuali del 2022, proprio quelli che i repubblicani avevano deciso di sostituire.

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La Corte Suprema dà il via libera agli spot politici scontati per le midterm


La decisione, non firmata e con il solo dissenso espresso dalla giudice liberal Ketanji Brown Jackson, consente ai partiti politici di comprare spot televisivi alle tariffe agevolate riservate ai candidati. Per i repubblicani è un vantaggio in vista del voto del 3 novembre.

La Corte Suprema ha dato venerdì il via libera, almeno per ora, all'acquisto di spot radiotelevisivi a tariffa ridotta da parte dei partiti politici, a due mesi dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre. Con una decisione non firmata di 4 pagine, i giudici hanno sospeso la sentenza di una Corte d'aAppello che aveva bloccato la nuova linea della Federal Communications Commission (FCC). La giudice liberal Ketanji Brown Jackson ha dissentito.

La norma federale al centro della controversia stabilisce che, nei 60 giorni precedenti un'elezione generale, le emittenti debbano riservare ai candidati la tariffa più bassa applicata a qualsiasi inserzionista, la cosiddetta lowest unit charge. A marzo il Media Bureau, la divisione della FCC competente per il settore, ha pubblicato un avviso che estendeva questa tariffa agevolata anche agli spot acquistati dai partiti in coordinamento con i candidati e a quelli dei comitati congiunti di raccolta fondi. È l'interpretazione più ampia sostenuta dai repubblicani.

I democratici sostengono invece che lo sconto spetti soltanto ai singoli candidati e non ai partiti o ai comitati. A contestare questa interpretazione sono stati i candidati democratici Sherrod Brown in Ohio, Roy Cooper in North Carolina, Jon Ossoff in Georgia e Kristen McDonald Rivet in Michigan. Il 29 aprile avevano chiesto alla Commissione al completo di annullare questa norma, ma la FCC non si è ancora pronunciata.

Lo scontro tra la FCC e la corte d'appello


Il 25 agosto la Corte d'Appello federale del Quarto Circuito, con una decisione presa a maggioranza semplice, aveva dato ragione ai quattro esponenti democratici e annullato l'avviso del Media Bureau. Da qui il ricorso d'urgenza alla Corte Suprema presentato dal National Republican Congressional Committee e dal National Republican Senatorial Committee, con il sostegno dell'Amministrazione Trump e della stessa FCC.

La Corte Suprema ha ritenuto probabile che il Quarto Circuito non avesse ancora giurisdizione sulla controversia, perché la Commissione non aveva adottato una decisione definitiva sulla richiesta dei candidati democratici. Ha inoltre stabilito che i comitati repubblicani rischiavano un "danno irreparabile" per effetto della sentenza d'appello: alcune emittenti avevano già cominciato a revocare le tariffe agevolate, costringendo i partiti a spendere di più proprio nelle settimane decisive della campagna elettorale.

Il 30 giugno la stessa Corte Suprema aveva già eliminato, con un voto di 6 a 3 nella causa National Republican Senatorial Committee v. Federal Election Commission, i limiti federali alla spesa che i partiti possono sostenere in coordinamento con i propri candidati. La maggioranza li ha giudicati incompatibili con il Primo Emendamento, che tutela la libertà di espressione. A seguito di questa sentenza i partiti potranno spendere somme illimitate in pubblicità e altre attività elettorali realizzate in coordinamento diretto con i candidati.

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Der Rückblick auf die Woche über ein flaues Gefühl und ein großes Versprechen von @annskaja

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Ein Monat mit drei Landtagswahlen steht bevor, in zwei Ländern greifen Rechtsradikale nach der Macht. Wie wir als Redaktion damit umgehen und warum wir das Wort Brandmauer nicht mehr nützlich finden, besprechen @annskaja @dleisegang und @sebmeineck im Podcast. 🎧️

netzpolitik.org/podcast/311-of…