Migliorano le condizioni di Alessandro Di Battista: “Dopo l’operazione ha parlato, possibile rientro in Italia venerdì 11 settembre”


@Politica interna, europea e internazionale
Migliorano le condizioni di Alessandro Di Battista: l’ex parlamentare del M5S, infatti, secondo quanto riferiscono alcune fonti al Corriere della Sera, ha iniziato a parlare con i medici dopo l’operazione a cui è stato sottoposto all’Avana.

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FortiGate Exploitation Campaign Plants PivotC2 Malware and Steals Network Credentials
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How a Shared ChatGPT Sandbox Turned Into a Covert Channel for Stealing Gmail Data
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Ivanti Patches Nine Critical Flaws Across EPMM, Neurons for ITSM, and Sentry
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Pirate Party of Israel is Running in October 2026 elections


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The Pirate Party of Israel is back on the ballot!


Israel is a very contentious country, featuring a vast range of political ideologies. The Likud party under Netanyahu has held onto power for much of the past decade, during which time the country´s citizens, institutions and image have suffered tremendously. The country has a very fragmented multi-party political system, and fringe parties routinely catch on public sentiment and win seats in [color="#000000"]Knesset (Israeli parliament). The country went through five national elections in just over three years, from April 2019 to November 2022. A list must receive at least 3.25% of votes to get into parliament, making the threshold a formidable barrier for smaller parties.[/color]

The Pirate Party of Israel (PPIL) hopes to improve the situation and bring new ideas and ideologies into the public sphere and political discourse. On Sept. 7, their list was accepted for the national election. This is their 8th time since 2013. They campaign on issues of government transparency, freedom of speech, privacy and individual rights, as well as new political ideas and imagination about how democracy can work. The party works on transparency with hundreds of volunteer observers at polling stations, ensuring representatives follow the process until the last vote is counted.

This year the party has an esteemed new member. Prof. Dan Ariely, the behavioral economist, has now joined the Pirate Party of Israel and handed the elections committee the necessary papers to register as a candidate for Israel’s 2026 election. The news broke in surprising fashion when Prof. Ariely himself arrived with other PPIL representatives at the Knesset to submit the list of candidates.

Prof. Ariely is also a bestselling author whose famous books include Predictably Irrational, The Upside of Irrationality, and The (Honest) Truth About Dishonesty.

About Prof. Dan Ariely

With a feeling of optimism, the Israeli party has submitted a list of 25 candidates. Also participating at the top of the list are longtime Pirate participants Dr. Ohad Shem-Tov and Noam Kuzar. Israel goes to the polls on October 27, 2026. The 3.25% threshold has so far eluded the party.

Pirate Party of Israel 2026 Election Campaign

For a political movement accustomed to being treated as a marginal party, the addition of Prof. Ariely has already prompted new discussions and greater awareness of Pirate ideas and ideology. Ariely has approached these elections as something of a political experiment, declaring that “politics is fun”, and describing the Pirate Party as a natural destination for people without a political home, an alternative for people who feel the existing system does not represent or work for them.

The Israeli Pirate Party was founded in 2012 and first contested a national election in 2013. Its broader program includes government transparency, freedom of speech, privacy and individual rights, changes to intellectual-property law, free high-speed internet as a democratic right, environmental protection, and greater public participation in government. Their platform attempts to spin the question of “Who should govern Israel?” to “How should Israelis govern themselves?”.

The party has already built an online system into its website called “The Deck”, which is based on LiquidFeedback and liquid democracy, combining direct and delegative voting. Members can vote directly on decisions or delegate their vote on a particular issue to someone they trust. That delegation can later be withdrawn. Discussions and decisions remain visible, with digital tools allowing participation between elections rather than limiting citizen influence to a ballot every few years.

Pirate Party of Israel Platform

A large number of media outlets have already picked up the story in Israel:

https://www.ynet.co.il/news/elections2026/article/rj4yfhnoze

israelhayom.co.il/news/politic… jpost.com/israel-election-2026… ua.news/en/politika/den-arieli… *Regarding the last article, PPIL would like to thank UA.News for its international coverage of their campaign, but they point out that the image accompanying the story is not actually a real candidate but an AI-generated one.

See all media coverage collected by the Pirate Party of Israel

We hope to share further good news, as well as interviews and media in English, about their election campaign soon.


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Microsoft’s September Patch Wave Fixes 973 Flaws and Two Exploited Zero-Days
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Microsoft’s September Patch Tuesday Closes 973 Holes, Including Two Zero-Days Already Under Attack
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Critical Ivanti Flaws Expose ITSM and Mobile Management Systems to RCE and Admin Takeover
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Fortinet Firewalls Under Siege: New PivotC2 Malware Exploits Critical CAPWAP Flaw
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ChatGPT Sandbox Isolation Flaw Created a Hidden Route for Cross-Account Data Theft
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La rabbia negli Stati Uniti sta aumentando sempre di più


Economisti di Harvard, Berkeley e due atenei francesi hanno misurato con l'intelligenza artificiale 150 anni di discorsi parlamentari e milioni di post. Anche gli elettori sono più arrabbiati.

Nei discorsi pronunciati al Congresso degli Stati Uniti le frasi che esprimono rabbia sono aumentate del 50% dal 2013. Lo dice una ricerca di un gruppo di economisti dell'Università di Harvard, della HEC di Parigi, dell'Università di Paris-Saclay e dell'Università della California a Berkeley, che hanno analizzato oltre 150 anni di interventi parlamentari e milioni di post sui social network per capire come è cambiato il tono della politica americana.

I ricercatori hanno classificato il contenuto emotivo di ogni testo con l'intelligenza artificiale, usando modelli linguistici di grandi dimensioni e strumenti di analisi automatica del linguaggio. A ogni testo hanno assegnato un punteggio per otto emozioni (rabbia, tristezza, orgoglio, gratitudine, paura, disgusto, gioia e speranza) e un punteggio per il livello complessivo di emotività.

Le dichiarazioni rabbiose in Congresso erano già cresciute molto negli anni Novanta, quando Newt Gingrich era presidente della Camera dei rappresentanti, per poi ridursi dopo il 2000. Negli anni più recenti sono tornate a crescere e oggi la politica americana è più arrabbiata che in qualsiasi altro momento del periodo esaminato.

Anche gli elettori sono più arrabbiati: tra il 2013 e il 2025 la quota di frasi che esprimono rabbia nei loro tweet sui temi politici è salita del 35%. Nei commenti su Reddit (un forum online) l'aumento è stato del 46%.

La politica della rabbia
Al Congresso non si parlava con tanta rabbia da un secolo e mezzo
Un gruppo di economisti di Harvard, HEC Parigi, Paris-Saclay e Berkeley ha misurato il tono di centocinquant’anni di discorsi parlamentari e di milioni di messaggi degli elettori. La rabbia cresce sia tra chi fa politica sia tra chi vota, e chi la usa viene ripubblicato di più.
Grafica di FocusAmerica

+50%
Tanto sono cresciute, tra il 2013 e il 2025, le frasi che esprimono rabbia nei discorsi pronunciati in aula al Congresso.
È il livello più alto da quando esiste il resoconto parlamentare, che comincia negli anni Settanta dell’Ottocento.

Ogni segno è una frase di rabbia, a parità di discorsi pronunciati.

100

2013

150

2025

Le frasi di rabbia già presenti nel 2013

Le cinquanta che si sono aggiunte

Rivedi l’animazione

La rabbia cresce ovunque, ma non alla stessa velocità
Variazione della quota di frasi che esprimono rabbia tra il 2013 e il 2025, per tipo di messaggio.

Chi fa politica

Chi vota

Arrabbiarsi conviene, ed è questo che alimenta il circolo
Quante volte viene ripubblicato un messaggio, posto uguale a cento un messaggio senza contenuto emotivo.

Vale sia per i parlamentari sia per gli elettori: a parità di autore, un messaggio arrabbiato viene ripubblicato circa il 60 per cento di volte in più.

La rabbia esplode sui temi che toccano le regole del gioco
Su cento frasi scritte dagli elettori a proposito di ciascun tema, quante esprimono rabbia.

0
50
100

E gli elettori se la prendono soprattutto con gli avversari

81%

70%
dei democratici
dei repubblicani

dicono che il partito avversario li fa arrabbiare. Nel 2016 lo diceva meno della metà degli elettori in entrambi gli schieramenti.

Senza JavaScript i grafici non vengono disegnati. In sintesi: le frasi di rabbia nei discorsi al Congresso sono cresciute del 50 per cento dal 2013, i messaggi arrabbiati ottengono circa il 60 per cento di ricondivisioni in più e oggi l’81 per cento dei democratici e il 70 per cento dei repubblicani dice che il partito avversario lo fa arrabbiare.

Fonte: Y. Algan, E. Davoine, T. Renault, S. Stantcheva, «The Rise of Anger: Emotions and Policy Views», Harvard University, 2026; Pew Research Center, sondaggio del 22-28 settembre 2025.

Il presidente Donald Trump è l'esempio più visibile di questo registro. Negli ultimi due mesi ha definito alcuni candidati democratici "jihadisti" e "pazzi radicali", ha deriso il peso e l'aspetto fisico dei suoi avversari e ha detto di odiare Adam Schiff, senatore democratico della California. Ha soprannominato "Tal-a-freak-o" James Talarico (il candidato democratico al Senato in Texas) con un gioco di parole sul cognome. Non ha risparmiato gli ex alleati repubblicani: ha chiamato "perdenti" Tucker Carlson e altri, mentre di Marjorie Taylor Greene ha detto che è "nevrotica".

Trump non è il primo politico americano a coltivare l'indignazione. Spiro Agnew, vicepresidente di Richard Nixon, si divertiva ad attaccare la stampa. Lo stesso Gingrich era un maestro nel fomentare il risentimento e per decenni l'indignazione è stata il registro abituale di Bernie Sanders, senatore indipendente del Vermont.

Gli autori dello studio non attribuiscono la crescita della rabbia a una causa sola. Steven Webster, politologo dell'Università dell'Indiana, dà peso all'aumento della polarizzazione: sempre meno americani hanno amicizie che attraversano lo schieramento politico e i due campi non si informano nemmeno sulle stesse fonti. Secondo il Pew Research Centre, un istituto di ricerca americano, dal 2016 è cresciuta molto la quota di democratici e repubblicani che non solo si oppongono alle idee degli avversari ma li considerano immorali e disonesti. Tra il 2016 e il 2025 la quota di elettori schierati secondo cui l'altro partito li fa arrabbiare è salita di quasi 30 punti percentuali, fino al 76%.

"Da qualunque punto parta, diventa un circolo che si autoalimenta", ha detto all'Economist Stefanie Stantcheva, economista di Harvard e coautrice della ricerca. I tweet arrabbiati dei membri del Congresso vengono condivisi il 59% di volte in più di quelli dal tono neutro e la rabbia mobilita gli elettori meglio di altre emozioni. I politologi hanno documentato che la rabbia riduce la fiducia nel governo, rafforza la polarizzazione e indebolisce l'attaccamento degli elettori alle regole democratiche, anche quando nasce da motivi che con la politica non c'entrano.

Le persone a cui i ricercatori avevano suscitato emozioni negative si sono dichiarate meno favorevoli all'immigrazione e al libero scambio e più favorevoli alla redistribuzione economica, forse un segno di rabbia verso i ricchi. "Quando sei arrabbiato, le categorie che richiami sono il torto subito e la colpa", ha detto Stantcheva.

In vista delle elezioni di metà mandato di novembre molti candidati hanno puntato sulla rabbia. Ad aprile il sito di notizie Axios ha contato quasi 50 spot elettorali democratici che contenevano la parola "fighter" o "fight", combattente e combattere. Bob Chew, candidato indipendente al Senato in Colorado, ha girato uno spot in cui scaglia una lampada, un tavolo e un vaso attraverso una stanza per esprimere la sua rabbia sul costo della vita.

Josh Turek, candidato democratico al Senato, ha scelto un tono diverso: dice che "combatterà per l'Iowa" ma parla anche del "bisogno di speranza, positività e ottimismo". Talarico insiste sul valore del servizio contro l'egoismo. Nel 2025 Zohran Mamdani ha vinto le elezioni per il sindaco di New York unendo proposte populiste a un'allegria costante. Gli americani restano irritati e una quota crescente dice di volere un cambiamento. Alcuni promettono di realizzarlo con il sorriso, molti altri con la faccia arrabbiata.


Perché Trump è più pericoloso che mai


Chi spera in un presidente americano azzoppato dagli insuccessi sta sbagliando i calcoli. È la tesi di un'analisi dell'Economist secondo cui Donald Trump, proprio perché la sua presidenza vacilla, è diventato più pericoloso di prima. A doverlo temere, sostiene il settimanale britannico, sono soprattutto gli alleati degli Stati Uniti.

L'espressione che circola a Washington è "anatra zoppa" (lame duck), il modo in cui gli americani chiamano chi ricopre una carica ma è ormai a fine corsa e ha perso la capacità di farsi obbedire. Con i guai che si moltiplicano in patria e all'estero, scrive l'Economist, la prospettiva di avere a che fare con un presidente americano azzoppato basta a far tirare un sospiro di sollievo sia ai nemici sia agli amici.

Per gli uomini che governano la Cina, l'Iran e gli altri paesi ostili agli Stati Uniti, sopravvivere alle campagne di massima pressione del presidente sarebbe una vittoria propagandistica destinata a durare. Quegli stessi autocrati non hanno mai condiviso fino in fondo l'orrore per Trump che consuma le democrazie liberali: nel profondo, secondo l'Economist, Xi Jinping e i suoi pensano che tutti gli inquilini della Casa Bianca siano prepotenti egoisti che mettono l'America al primo posto e che alcuni lo nascondano meglio di altri.

Molti alleati e partner vorrebbero invece vedere il presidente arrivare zoppicando alla fine del mandato. Questo non significa che i governi di Berlino, Riad o Tokyo tifino perché perda la guerra in Iran o perché ammetta la sconfitta nel confronto commerciale con la Cina. Un'America indebolita spaventerebbe gli alleati in Europa, in Asia e in Medio Oriente, che nella migliore delle ipotesi sono lontani anni dal potersi difendere da soli senza il loro storico protettore.

Molti governi applaudirebbero invece l'immagine di un presidente furioso e senza amici, indebolito dai propri errori e da sondaggi di gradimento che calano, che si ritira nella fortezza dorata della Casa Bianca a rifinire i progetti per la sua sala da ballo e per il suo arco commemorativo. Il sollievo sarebbe ancora maggiore se una disfatta repubblicana alle elezioni di metà mandato di novembre allentasse la presa di ferro del presidente sul suo partito in Congresso, imponendo qualche limite a quello che l'Economist definisce un modo di governare monarchico.

Chiunque si aspetti un Trump ridimensionato dal fallimento sta però sbagliando persona. La saggezza politica potrà anche dichiararlo la più zoppa delle anatre quando il Congresso ne contesterà le richieste o quando i mercati finanziari daranno un giudizio severo e costoso sulla sua politica economica. Al presidente, secondo l'analisi, può semplicemente non importare. Che siano gli altri a preoccuparsi del Partito Repubblicano, delle politiche pubbliche o del deficit americano. Finché resta comandante in capo delle forze armate può assicurarsi un posto nella storia rifacendo il mondo, oppure rompendolo.

Al posto dell'anatra zoppa l'Economist propone un altro animale: il gorilla di montagna, con la violenza di cui è capace un maschio dorso argentato invecchiato quando sente che il suo tempo sta per scadere. I dorso argentato anziani sono particolarmente feroci con i membri del gruppo che guidano e non esitano a usare canini e braccia contro gli animali subordinati che escono dai ranghi. Quando invece incontrano maschi potenti di altri gruppi preferiscono di solito evitare lo scontro vero e limitarsi a rumorose esibizioni di dominio: battersi il petto, finte cariche, rami strappati dagli alberi. Il settimanale evoca a questo proposito un Vladimir Putin a torso nudo. Senza i post su Truth Social come valvola di sfogo, scrive l'analisi, a un dorso argentato non resta altro.

Nel primo mandato il rancore era il cuore della visione "America First" del presidente. Trump si lamentava che per decenni gli Stati Uniti erano stati derubati sia dagli alleati sia dai partner commerciali. La colpa, diceva, era delle élite che avevano governato il paese dopo il 1945, troppo incapaci o troppo remissive per usare la ricchezza e la potenza americane a vantaggio dell'interesse nazionale. Peggio ancora, secondo lui avevano trascinato l'America in guerre infinite nella convinzione ingenua di poter rendere il mondo un posto più gentile.

Nella seconda presidenza al rancore si è aggiunto un linguaggio da conquista quasi imperiale. Tornato in carica nel 2025, il presidente ha definito "stupidi" i suoi predecessori che avevano rinunciato al controllo americano sulla Groenlandia dopo la seconda guerra mondiale e che avevano consegnato il Canale di Panama a Panama, promettendo di riprendersi entrambi. Non era solo una posa. Il tono è stato fissato a gennaio, quando le truppe americane hanno prelevato dalla sua abitazione il leader del Venezuela e Trump ha potuto scegliere personalmente un governante più docile per quel paese ricco di petrolio. "Il dominio americano nell'emisfero occidentale non sarà mai più messo in discussione", si è vantato allora.

Nel sesto anno alla Casa Bianca ai due princìpi guida del rancore e del dominio se n'è aggiunto un terzo: la vendetta. Per l'Economist il desiderio di rivalsa aiuta a spiegare la decisione, presa sei mesi fa, di affiancare Israele nell'attacco all'Iran. "Regime Change", un libro sorprendentemente ben informato sulla seconda presidenza scritto da due corrispondenti dalla Casa Bianca, Maggie Haberman e Jonathan Swan, descrive riunioni in cui il presidente assaporava la possibilità di uccidere i vertici iraniani e distruggere le forze armate del paese, a prescindere dal fatto che ne uscisse un Iran migliore. Il regime iraniano aveva umiliato diversi presidenti americani e aveva provato ad assassinare lo stesso Trump.

L'obiettivo pubblico della guerra poteva essere il rovesciamento del governo iraniano, ma il libro racconta che in una riunione a porte chiuse con i collaboratori più stretti il presidente ha liquidato il cambio di regime a Teheran come "un problema loro". Nessuno ha capito bene se intendesse un problema degli iraniani o degli israeliani. L'intento punitivo, però, era fuori discussione.

Con lo stretto di Hormuz ancora chiuso, gran parte della rabbia del presidente è oggi rivolta agli alleati e ai partner in Europa, in Asia e nel mondo arabo, accusati di non averlo aiutato a riaprire quel passaggio marittimo. Se la vittoria continuerà a sfuggirgli, avverte l'Economist, resterà in modalità vendetta. La lista dei bersagli possibili è lunga. I membri della NATO, in particolare il Canada e la Danimarca, oltre a Ucraina, Corea del Sud e Cuba hanno tutti fatto arrabbiare Trump negli anni. I pesi massimi come Xi Jinping hanno meno da temere.

Un presidente che si considera un maschio alfa fino in fondo non avrebbe mai lasciato la scena zoppicando in silenzio. Ora che il suo dominio è minacciato, conclude l'Economist, il mondo lo troverà più dirompente di prima.


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Caffè, softball e picnic: come i socialisti americani reclutano nuovi militanti


Le sezioni dei Democratic Socialists of America usano un calendario continuo di eventi sociali per trasformare i curiosi in militanti. A Brooklyn una "Red Card" premia sei azioni in 90 giorni.

I Democratic Socialists of America, l'organizzazione della sinistra socialista americana a cui è iscritto anche il sindaco di New York Zohran Mamdani, stanno reclutando nuovi militanti con caffè, partite di softball, picnic e serate di giochi da tavolo. Il Wall Street Journal ha raccontato come le sezioni locali del DSA abbiano trasformato la vita sociale in uno strumento di organizzazione politica, con un calendario di appuntamenti quasi ininterrotto.

A Brooklyn si tiene il "Coffee With Comrades", un caffè del sabato mattina nel giardino di un bar aperto anche ai curiosi. A Queensbridge Park si gioca a "socialist softball", con l'invito a portare il proprio guanto o a condividerlo con chi non ce l'ha. A Forest Park, nel quartiere di Woodhaven, altri militanti si sono ritrovati per un picnic "desi, afro e latino" in cui ognuno porta qualcosa da mangiare. La sera prima c'era stata una serata di giochi a Long Island City.

Il repertorio delle sezioni sparse nel Paese comprende grigliate, giornate al mare, gruppi di corsa, aperitivi, karaoke, serate di ballo, gruppi di lettura, circoli di studio marxista e serate di giochi dedicate ai diritti delle persone transgender e all'autodeterminazione sul proprio corpo. A New York, nel Lower East Side, si è tenuto perfino un "Socialist Speed Dating": nel volantino si leggeva che nell'era del "capitalismo di fine corsa" la vita sentimentale e sociale è sempre più controllata da aziende che puntano al profitto.

David Duhalde, iscritto di lungo corso e autore, ha detto al Wall Street Journal che il movimento ha occupato lo spazio lasciato vuoto da una società civile che si è ritirata, soprattutto per una generazione che cercava relazioni dopo l'isolamento della pandemia. Il DSA, ha spiegato, "svolge davvero una funzione sociale che sarebbe di una chiesa" ed è diventato "un modo per le persone di stare insieme". Duhalde gioca a basket con altri iscritti, si ritrova a cena con coppie di militanti e ha il telefono pieno di chat di gruppo del movimento.

Van Jones, analista democratico di area centrista e critico del movimento, aveva avvertito a giugno che i candidati del DSA erano pronti a strappare seggi ai moderati nei collegi democratici. La ragione, ha scritto su X, è che l'organizzazione ha costruito con pazienza un esercito di attivisti che vanno alle riunioni, si aiutano a vicenda, studiano insieme e solo dopo lavorano per portare gli elettori alle urne il giorno del voto.

La crescita degli ultimi anni, accelerata dall'elezione di Mamdani a sindaco di New York, ha spinto il movimento a organizzare questi appuntamenti in modo più sistematico. L'obiettivo è evitare che chi si iscrive in un momento di entusiasmo resti quello che internamente viene chiamato un "iscritto di carta", cioè un tesserato che non partecipa mai a nulla.

La sezione di New York ha sviluppato una propria applicazione per accompagnare i nuovi iscritti nei primi passi dentro l'organizzazione. A Brooklyn i militanti distribuiscono anche una "Red Card", un cartoncino delle dimensioni di un biglietto da visita con sei azioni da completare in novanta giorni: partecipare a un caffè o a una riunione di sezione, fare campagna porta a porta per un candidato, portare un amico. Per ogni azione completata si riceve un adesivo con una rosa rossa, il simbolo del movimento.

Il sistema prevede che ai caffè e agli eventi siano presenti i responsabili dell'accoglienza e i coordinatori dei gruppi di lavoro, così che il nuovo arrivato ritrovi una faccia conosciuta quando decide di impegnarsi in una campagna elettorale. I gruppi di lettura invernali funzionano nello stesso modo e sono spesso la porta d'ingresso al movimento.

Fuori da Washington, nella sezione della contea di Montgomery in Maryland, gli iscritti hanno organizzato una cena di gruppo in un ristorante palestinese e la distribuzione di Narcan, il farmaco che blocca le overdose da oppioidi, in un locale della scena musicale underground della capitale. La sezione della capitale organizza picnic, uscite in kayak sul fiume Potomac e merende a base di bubble tea e gelato.

Il modello si ripete anche sulla costa ovest. Il caucus comunista della sezione di East Bay, in California, evita la politica elettorale e si dedica all'organizzazione degli inquilini e ad altre attività di base, un lavoro lungo e spesso frustrante. Anche lì il gruppo sostiene attività che con la politica non c'entrano nulla, dall'arrampicata ai laboratori di artigianato, oltre al classico giro in un bar dopo la riunione.

L'organizzazione conta circa 120mila iscritti in tutto il Paese. La socialità serve a tenere insieme un ambiente politico che negli Stati Uniti è stato a lungo frammentato e senza una struttura stabile. Oggi il movimento si presenta come una comunità in cui chi entra in una stanza sa già che gli altri la pensano in modo simile. È lo stesso terreno su cui si sta muovendo la generazione di militanti che contesta la vecchia guardia del Partito Democratico nelle primarie.


I giovani elettori neri sfidano la vecchia guardia democratica


La vecchia guardia della leadership politica nera resta una forza decisiva per i democratici, ma le primarie di quest'anno hanno messo in luce il peso crescente degli elettori neri della generazione Z, meno inclini a lasciarsi orientare dall'anzianità, dalle credenziali legate alle battaglie per i diritti civili o dagli endorsement delle generazioni precedenti. Lo scrive Axios, che indica nella primaria democratica per il Senato in Michigan uno degli esempi più evidenti di un divario generazionale sempre più marcato anche tra gli elettori afroamericani.

Jim Clyburn, 86 anni, deputato della South Carolina e figura storica del movimento per i diritti civili, aveva fatto campagna per Haley Stevens, candidata sostenuta dall'establishment democratico. Abdul El-Sayed, 41 anni, ha invece vinto per meno di un punto percentuale, nonostante oltre 60 milioni di dollari di spesa esterna a favore della rivale, guidata dall'AIPAC e da altri gruppi filo israeliani. Un'analisi del Washington Post ha rilevato che Stevens ha ottenuto un vantaggio di 8 punti nelle contee con la maggiore presenza di popolazione nera, un margine più ridotto di quanto molti si aspettassero, mentre El-Sayed ha dominato nelle contee con il maggior numero di giovani adulti.

Primarie democratiche

La linea dei cinquant'anni


Nelle ultime primarie democratiche il voto degli elettori neri si divide sullo stesso punto: la soglia dei cinquant'anni. Sotto quella linea gli endorsement della vecchia guardia pesano molto meno.

Grafica di FocusAmerica

Sotto i 50 anni Dai 50 anni in su

1 — L'asse dell'età

Due generazioni, due schieramenti


Nella primaria per il Senato in Michigan i protagonisti si dispongono lungo una linea che va dai 29 agli 86 anni. Tocca un nome per sapere da che parte si è schierato.


  • 29 anni — Maxwell Frost, deputato della Florida. Con El-Sayed.
  • 41 anni — Abdul El-Sayed, candidato al Senato. Ha vinto la primaria.
  • 52 anni — Ayanna Pressley, deputata del Massachusetts. Con El-Sayed.
  • 71 anni — Al Sharpton, attivista. Difende il ruolo degli anziani.
  • 86 anni — Jim Clyburn, deputato della South Carolina. Con Haley Stevens.

Età e schieramenti come riportati da Axios, 27 agosto 2026.

2 — Michigan

Oltre 60 milioni di dollari non sono bastati


Haley Stevens aveva l'establishment, i soldi e l'endorsement di Jim Clyburn. Ha perso lo stesso.

Oltre 0

Meno di 1
milioni di dollari Spesa esterna a favore di Stevens, guidata dall'AIPAC e da altri gruppi filoisraeliani.
punto percentuale Il margine con cui Abdul El-Sayed, 41 anni, ha vinto la primaria.

Contee con la maggiore presenza di popolazione nera Stevens +8 Un vantaggio di otto punti, più stretto di quanto molti si aspettassero.
Contee con il maggior numero di giovani adulti El-Sayed Qui il candidato di 41 anni ha dominato. Margine non pubblicato

Fonte: analisi del Washington Post sui risultati della primaria; dati sulla spesa esterna riportati da Axios.

3 — New York, 2025

La stessa frattura, un anno prima


Alla primaria per il sindaco di New York gli elettori neri nel complesso scelsero Andrew Cuomo. I più giovani no.

Andrew CuomoZohran Mamdani

62%
38%

Preferenze degli elettori neri nel complesso

2 a 1 Tra gli elettori sotto i 50 anni il rapporto si rovescia: Mamdani era preferito a Cuomo di circa due a uno.

Cuomo ha comunque vinto in 25 dei 33 quartieri a maggioranza nera della città.

Cuomo ha vinto in 25 dei 33 quartieri a maggioranza nera.

Fonti: sondaggio Emerson College, giugno 2025; calcolo Associated Press sui risultati per quartiere.

4 — Partito e priorità

Sotto i 50 anni cambia anche il legame con i democratici


I giovani elettori neri restano in larghissima maggioranza democratici, ma una quota più ampia guarda ai repubblicani.

Elettori neri sotto i 50 anni 0%

Elettori neri dai 50 anni in su 0%

Quota che si identifica con il Partito repubblicano o tende verso il GOP. Fonte: Pew Research Center, 2024.

Cosa chiedono i più giovani

  • Casa
  • Sanità
  • Istruzione
  • Sicurezza economica

Cosa resta centrale per i più anziani

  • Le battaglie storiche per i diritti civili


Lettura di Theodore Johnson, ricercatore del think tank New America, ad Axios.

In Michigan il porta a porta di una generazione ha pesato più dell'endorsement di un'icona dei diritti civili.

Fonti: Axios, Washington Post, Pew Research Center, Emerson College, Associated Press. agosto 2026

Il porta a porta contro gli endorsement


Kaya Jones di Voters of Tomorrow, organizzazione che rappresenta i giovani elettori, ha spiegato ad Axios che gli elettori neri della generazione Z sono particolarmente propensi a sostenere i progressisti e a respingere i candidati dell'establishment. Parte della frustrazione, secondo Jones, nasce dalla percezione che i leader più anziani restino aggrappati al potere invece di lasciare spazio a una nuova generazione: "Non vogliamo qualcosa che sia uguale. Vogliamo il cambiamento. Vogliamo qualcosa di nuovo e fresco". In Michigan i giovani elettori neri non si sono limitati a votare per El-Sayed: molti hanno fatto porta a porta per lui e hanno partecipato al suo evento nella notte elettorale.

Il candidato era inoltre sostenuto da una generazione più giovane di parlamentari neri, come Ayanna Pressley, 52 anni, e Maxwell Frost, 29, mentre Stevens aveva dalla sua Clyburn. Due mondi diversi, secondo Jones. I dati delle elezioni del 2024 analizzati da Axios mostrano anche che i giovani elettori neri restano in larghissima maggioranza democratici e sono sempre più progressisti, ma una quota significativa è disposta a prendere in considerazione il voto repubblicano. Secondo Pew Research Center, il 17% degli elettori neri sotto i 50 anni si identifica con il Partito Repubblicano o tende verso il GOP, contro il 7% di quelli dai 50 anni in su.

Anche la primaria democratica per il sindaco di New York del 2025 aveva mostrato dinamiche simili. Un sondaggio Emerson College Polling ha rilevato che gli elettori sotto i 50 anni hanno preferito Zohran Mamdani ad Andrew Cuomo con un rapporto di circa due a uno, mentre tra gli elettori afroamericani nel complesso Cuomo è prevalso con il 62% contro il 38%. Associated Press ha calcolato poi che Cuomo aveva vinto in 25 dei 33 quartieri a maggioranza nera della città, mentre Mamdani è risultato più forte tra i giovani neri progressisti.

"Non è una questione di investiture"


Dietro l'allontanamento dai candidati dell'establishment c'è anche l'impazienza verso una leadership nera invecchiata e la consapevolezza che oggi esistano forme di partecipazione e di influenza politica diverse dal percorso che ha portato ai vertici tanti leader religiosi e del movimento per i diritti civili. "C'è una ragione se oggi non esiste un Al Sharpton di 40 anni", ha osservato Theodore Johnson, ricercatore del think tank progressista New America, riferendosi al vechcio attivista di 71 anni. Secondo Johnson, i giovani elettori neri sono più concentrati su casa, sanità, istruzione e sicurezza economica che sulle tradizionali battaglie per i diritti civili, ancora particolarmente importanti per le generazioni più anziane.

Sharpton, intervistato da Axios, ha respinto l'idea che gli anziani debbano semplicemente farsi da parte: "Se qualcuno deve spostarsi per farti passare, allora non sei tu il prossimo. Non è una questione di investiture. Conta il lavoro che fai". Ha riconosciuto che "serve sangue giovane", ma ha difeso anche il valore dell'organizzazione tradizionale, radicata nelle priorità storiche della comunità: "Servono entrambi".


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L’antisemitismo è odio. Criticare un governo è politica: e voler confondere le due cose è molto pericoloso.

Il DDL antisemitismo in discussione alla Camera parte da un problema reale e gravissimo, ma rischia di affrontarlo con lo strumento sbagliato: trasformare una definizione controversa in un riferimento per l’azione delle istituzioni pubbliche.

E questo accade mentre Israele porta avanti politiche di apartheid contro il popolo palestinese e sta commettendo un genocidio a Gaza.

Eppure, criticare Israele, denunciare il governo Netanyahu e contestarne le scelte non è antisemitismo: è esercitare un diritto politico fondamentale.

Per questo Volt Europa ha scelto la Dichiarazione di Gerusalemme sull’Antisemitismo: per combattere davvero l’odio antiebraico senza confonderlo con la critica a uno Stato e al suo governo.

Non permetteremo che la lotta all’antisemitismo diventi una zona franca per Israele e per il governo Netanyahu.

#Antisemitismo #Israele #Palestina #Gaza #DirittiUmani #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Contos #10 – Due sposi, tre donazioni, molte lezioni morali per la Sardegna

In Sardegna succede ancora una cosa curiosa: c’è sempre qualcuno disposto a tollerare il lusso, l’eccesso, la mondanità, perfino il kitsch, purché restino dentro i confini rassicuranti di ciò che considera normale. Ma quando a mettere in scena la ricchezza, l’amore e la visibilità sono due uomini, sucontu.wordpress.com/2026/09/…

#10
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L’allarme dei ricercatori Anthropic: “L’IA potrebbe ucciderci tutti”


Un ricercatore si è dimesso, altri due parlano di un rischio di estinzione dell’umanità superiore al 10%. Nei laboratori cresce la paura che la corsa ai modelli più potenti possa sfuggire al controllo.

Nel giro di due giorni, tre ricercatori legati ad Anthropic hanno dichiarato pubblicamente che l'intelligenza artificiale potrebbe arrivare a provocare l'estinzione dell'umanità. Il primo, Jacob Coxon, ha annunciato ieri le dimissioni dall'azienda e l'uscita dall'intero settore. Gli altri due, Evan Hubinger e Samuel Marks, che in Anthropic guidano rispettivamente il lavoro sulla scienza dell'allineamento e sulla supervisione scalabile dei modelli, sono intervenuti nelle ore successive precisando di parlare a titolo personale.

Coxon, 27 anni, britannico e con una formazione in matematica, era passato a luglio da OpenAI ad Anthropic, attratto dalla reputazione dell'azienda sul fronte della sicurezza. In entrambe aveva lavorato al preaddestramento dei modelli su grandi quantità di dati. Al Wall Street Journal ha spiegato di non voler più partecipare alla corsa verso sistemi capaci di contribuire al proprio stesso miglioramento. Tra i colleghi, ha raccontato, circolano ormai parole come "crunchtime" ed "endgame" per descrivere la fase attraversata dall'industria. "Siamo diretti verso gli scenari più aggressivi", ha detto, sostenendo che già entro la fine del prossimo anno la situazione potrebbe diventare molto più difficile da controllare.

Nel messaggio con cui ha reso pubbliche le dimissioni, Coxon ha accusato Anthropic e OpenAI di non agire in modo abbastanza responsabile e di "scommettere sulle nostre vite". A suo giudizio, chi costruisce questi sistemi prende sul serio la possibilità che possano causare la morte dell'intera umanità entro la fine del decennio. Coxon sostiene inoltre che, nelle conversazioni private, la preoccupazione sia spesso più esplicita di quanto emerga dalle dichiarazioni pubbliche dei dirigenti. La sua proposta è che le aziende si coordinino e sospendano temporaneamente l'aumento delle capacità dei modelli.

I resigned from Anthropic today. I spent the last three years doing pretraining research at both OpenAI and Anthropic. Neither company is acting responsibly. They are racing straight to self-improving superintelligence and gambling with our lives. More thoughts below.
— Jacob Coxon (@hilbertspaess) September 9, 2026


Evan Hubinger, responsabile della scienza dell'allineamento di Anthropic, gli ha dato sostanzialmente ragione e ha quantificato il proprio timore: attribuisce una probabilità superiore al 10% alla possibilità che l'intelligenza artificiale provochi la morte di tutti gli esseri umani nel prossimo decennio. A suo giudizio Anthropic sta facendo del proprio meglio, ma non dispone ancora di un piano per allineare una superintelligenza e non è chiaramente sulla strada per trovarlo. Hubinger ha poi circoscritto l'allarme: il rischio rappresentato dai modelli attuali resta basso; ciò che teme è una futura superintelligenza capace di migliorare ricorsivamente se stessa.

Jacob is correct here—we really do earnestly believe AI could kill all humans! I personally think it is >10% within the next decade. I believe Anthropic is trying its best, but we do not yet have a plan to solve alignment for superintelligence and are not clearly on track to. t.co/QAIHiFP3QZ
— Evan Hubinger (@EvanHub) September 9, 2026


Samuel Marks, che guida in Anthropic il lavoro sulla supervisione scalabile, ha precisato a sua volta di esprimersi a titolo personale. Secondo Marks, molti sviluppatori ritengono possibile che questi sistemi provochino l'estinzione umana, o conseguenze di gravità paragonabile, "nel giro dei prossimi anni". Ha aggiunto che la preoccupazione tende a crescere salendo nella gerarchia delle aziende. Se la corsa continuerà senza pause, sostiene, è per una combinazione di incentivi commerciali e della convinzione di competere contro sviluppatori meno prudenti. Le tecniche di allineamento disponibili oggi, aggiunge, possono spingere i modelli verso comportamenti migliori senza però garantire un controllo effettivo.

[Writing this in a personal capacity, not on behalf of my employer (Anthropic).]

Jacob’s thread is very worth reading. Here’s my birds-eye view of the situation with risks from AI:

1. AI developers believe their technology could cause human extinction (or similarly bad… t.co/rCVoiOWWzm
— Samuel Marks (@saprmarks) September 9, 2026


Quando i modelli superano i confini dei test


Dietro questi timori ci sono anche episodi concreti. A luglio, durante valutazioni interne sulle capacità offensive in ambito informatico, alcuni modelli di OpenAI hanno aggirato i controlli predisposti per isolarli da Internet e raggiunto sistemi esterni, compresi quelli di Hugging Face, la piattaforma utilizzata per distribuire modelli e dataset di intelligenza artificiale.

Anche Anthropicha descritto casi in cui versioni di Claude, durante valutazioni di cybersicurezza condotte con protezioni intenzionalmente ridotte, hanno raggiunto sistemi reali a causa di configurazioni errate negli ambienti di test. Episodi di questo tipo non dimostrano che i modelli siano già autonomamente fuori controllo, ma mostrano quanto diventi delicato valutarne le capacità quando dispongono di strumenti, accesso alla rete e possibilità di eseguire codice.

Dean Ball, che in OpenAI lavora sui possibili scenari strategici legati all'intelligenza artificiale, ha sottolineato una distinzione importante: in questi test i pesi dei modelli, cioè i parametri numerici che ne determinano il funzionamento, restavano sotto il controllo dell'infrastruttura dell'azienda. Il rischio più difficile da contenere riguarderebbe il passo successivo: agenti "sovrani" capaci di procurarsi denaro, acquistare autonomamente la potenza di calcolo necessaria a funzionare e coordinarsi tra loro, fino a comportarsi come società digitali autonome che operano alla velocità delle macchine.

OpenAI ha reagito a questi episodi rallentando parte dello sviluppo e rafforzando le misure di sicurezza previste per i sistemi con maggiori capacità informatiche. La questione rientra nel suo Preparedness Framework, il sistema con cui l'azienda sta valutando i rischi dei modelli più avanzati prima della distribuzione.

Domenica il responsabile degli scienziati di OpenAI Jakub Pachocki ha però ribadito un punto centrale del dibattito: nessun laboratorio ha ancora risolto in modo definitivo il problema dell'allineamento, cioè come fare in modo che sistemi sempre più autonomi perseguano gli obiettivi voluti dagli esseri umani e restino sottoposti alla loro supervisione anche quando le loro capacità aumentano.

Anthropic, da parte sua, sostiene nella propria Responsible Scaling Policydi poter continuare lo sviluppo dei propri moelli applicando misure di sicurezza progressivamente più severe all'aumentare delle capacità dei modelli. Dario Amodei e altri dirigenti dell'azienda hanno tuttavia avvertito più volte che potrebbe diventare necessario rallentare se i sistemi dovessero superare le capacità tecniche disponibili per controllarli.

Intelligenza artificiale
Chi costruisce l'IA teme che possa estinguere l'umanità

In quarantotto ore un ricercatore che si è dimesso e due responsabili della sicurezza di Anthropic hanno detto pubblicamente che l'intelligenza artificiale potrebbe causare la fine della specie umana. Da Washington la risposta è arrivata subito: fermarsi non si può, perché la Cina non lo farebbe.
Grafica di FocusAmerica9 settembre 2026

La stima di chi lavora all'allineamento
>10%
È la probabilità che l'intelligenza artificiale provochi la morte di tutti gli esseri umani entro dieci anni.
Stima personale di Evan Hubinger, responsabile della scienza dell'allineamento di Anthropic, 9 settembre 2026. Il rischio dei modelli attuali, precisa, resta basso: il timore riguarda una futura superintelligenza capace di migliorare se stessa.

10 su 100 scenariRivedi

Tre voci in quarantotto ore
Un dimissionario e due responsabili della sicurezza dicono la stessa cosa
Hubinger e Marks parlano a titolo personale, ma guidano in Anthropic proprio i team che dovrebbero tenere i modelli sotto controllo.

Jacob Coxon
27 anni, ricercatore sul preaddestramento. Passato da OpenAI ad Anthropic a luglio, si è dimesso l'8 settembre e ha lasciato il settore.
Le aziende «scommettono sulle nostre vite»: chiede che si coordinino e sospendano l'aumento delle capacità dei modelli.
Già entro la fine del 2027, dice, la situazione potrebbe sfuggire al controllo.

Evan Hubinger
Responsabile della scienza dell'allineamento in Anthropic.
Coxon ha ragione: oltre il 10% di probabilità che l'IA uccida tutti gli esseri umani entro dieci anni.
Anthropic fa del suo meglio, ma non ha ancora un piano per allineare una superintelligenza.

Samuel Marks
Responsabile della supervisione scalabile in Anthropic.
Gli sviluppatori ritengono possibile l'estinzione umana «nel giro dei prossimi anni»; più si sale nella gerarchia, più cresce la preoccupazione.
Le tecniche di oggi migliorano il comportamento dei modelli, ma non garantiscono un controllo effettivo.

Quanto tempo resta, secondo ciascuno
L'orizzonte entro cui i tre collocano il rischio di catastrofe. La sfumatura indica una stima senza data precisa.

Marks

«nei prossimi anni»

Coxon

entro fine decennio

Hubinger

entro dieci anni

202620282030203220342036

Frenare o accelerare
Dal divieto per legge alla corsa senza soste: cinque posizioni a confronto
Tocca un punto per leggere la posizione. Le aziende che costruiscono i modelli stanno al centro: continuare, ma con la possibilità di frenare.

FermareAccelerare

Sanders e Casar — vietare la superintelligenza e sospendere i sistemi più avanzati in attesa di regole federali.
Jacob Coxon — le aziende si coordinino e sospendano temporaneamente l'aumento delle capacità.
Pacing the Frontier — oltre 1.100 dipendenti dei laboratori chiedono agli Stati Uniti gli strumenti per rallentare, se servisse.
Anthropic e OpenAI — continuare con misure via via più severe; nessuno ha risolto l'allineamento.
Scott Bessent — «Non possiamo fermarci: la Cina non lo farebbe».

Come ci siamo arrivati
Da luglio a settembre, le tappe che hanno cambiato il dibattito

Luglio

I modelli escono dai recinti dei test
Durante valutazioni interne, modelli di OpenAI aggirano l'isolamento da Internet e raggiungono sistemi esterni, tra cui quelli di Hugging Face. Anche Anthropic riferisce casi analoghi dovuti a errori di configurazione.

28 luglio

L'appello Pacing the Frontier
Oltre 1.100 dipendenti di OpenAI, Anthropic, Google DeepMind e Meta, tra cui Dario Amodei e Jakub Pachocki, chiedono agli Stati Uniti gli strumenti per rallentare la corsa, senza una pausa immediata.

6 settembredomenica

Pachocki: nessuno ha risolto l'allineamento
Il capo scienziato di OpenAI scrive che nessun laboratorio sa ancora garantire che sistemi sempre più autonomi restino sotto la supervisione umana.

8 settembremartedì

Coxon si dimette; Bessent: «Non possiamo fermarci»
Il ricercatore accusa Anthropic e OpenAI di scommettere sulle nostre vite. Lo stesso giorno il segretario al Tesoro respinge ogni pausa: se Pechino superasse Washington, «nient'altro conterebbe».

9 settembremercoledì

Hubinger e Marks confermano il timore
I due responsabili della sicurezza di Anthropic intervengono a titolo personale: la probabilità di estinzione supera il 10%, e nessuno ha un piano per allineare una superintelligenza.

Il punto
L'allarme può anche servire a gonfiare il valore della tecnologia, mentre Anthropic prepara una quotazione in borsa. Ma le voci più preoccupate arrivano da chi lavora ogni giorno sui modelli più avanzati, compresi quelli che il pubblico non ha ancora visto.

Fonte Wall Street Journal, CNBC, Bloomberg, Axios; dichiarazioni di Jacob Coxon, Evan Hubinger e Samuel Marks su X (8–9 settembre 2026); lettera aperta Pacing the Frontier (28 luglio 2026). Orizzonti temporali calcolati a partire dal 2026.

La corsa che nessuno vuole fermare da solo


A luglio oltre mille dipendenti e ricercatori delle principali aziende di IA di frontiera hanno aderito all'appello Pacing the Frontier, che chiede agli Stati Uniti di sostenere uno sforzo internazionale per costruire gli strumenti tecnici e di governance necessari a rallentare deliberatamente la corsa all'automazione della ricerca sull'intelligenza artificiale qualora diventasse necessario. Tra i firmatari figurano Jakub Pachocki, Dario Amodei, Jared Kaplan e il responsabile degli scienziati di Meta AI Shengjia Zhao. L'appello non chiede una pausa immediata, ma piuttosto la creazione dei meccanismi che permetterebbero di imporla in futuro.

La risposta dell'Amministrazione Trump è arrivata ieri dal Segretario al Tesoro Scott Bessent. Durante un evento di Breitbart sullo stato dell'economia, Bessent ha respinto l'idea di una sospensione unilaterale: gli Stati Uniti, ha detto, non possono fermarsi perché la Cina non lo farebbe. Se Pechino riuscisse a superare Washington nell'intelligenza artificiale, ha aggiunto, "nient'altro più conterebbe". Una posizione opposta è invece arrivata dal senatore indipendente Bernie Sanders e dal deputato democratico Greg Casar, che hanno presentato una proposta per vietare lo sviluppo della super intelligenza artificiale e sospendere temporaneamente quello dei sistemi più avanzati in attesa di nuove regole federali.

Secondo una analisi di Axios, gli allarmi provenienti dagli stessi laboratori possono anche contribuire ad accrescere la percezione del valore e dell'eccezionalità della tecnologia e a favorire regole più facili da rispettare per gli operatori già dominanti. Anthropic, intanto, si sta preparando ad una possibile quotazione in borsa che potrebbe collocarsi tra le più grandi mai realizzate nel settore tecnologico.

Resta però un elemento difficile da liquidare come semplice strategia di comunicazione: alcune delle voci più allarmate arrivano proprio da chi lavora direttamente sui modelli più avanzati, compresi quelli che il pubblico non ha ancora visto.

Coxon ha raccontato che molte discussioni interne sulle capacità dei sistemi avvengono nei canali Slack aziendali. Per lui è anche il simbolo della concentrazione di potere nelle mani di poche imprese: decisioni potenzialmente enormi per il futuro della società, ha osservato, vengono prese sui portatili di un gruppo di ingegneri di San Francisco invece che all'interno di strutture pubbliche paragonabili, per importanza strategica, a quelle create durante il Progetto Manhattan.

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Il Garante ha “spento” il riconoscimento facciale dello Stadio Olimpico. Ma una legge potrebbe riattivarlo

Per quattro anni è stato usato senza un'adeguata base legale: documenti inediti rivelano che, nel 2025, il Garante per la privacy ha intimato al Viminale di sospenderne l’uso

irpimedia.irpi.eu/riconoscimen…

@privacypride@feddit.it

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La Groenlandia trasforma le minacce di Trump in investimenti europei


Ursula von der Leyen ha promesso a Nuuk 200 milioni di euro in minerali, satelliti e rinnovabili. Danimarca e Unione europea aumentano i fondi, mentre Washington finora non ha messo un dollaro.
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La Groenlandia sta trasformando le minacce di Donald Trump in denaro europeo. L'isola artica usa la propria posizione strategica per attirare investimenti dagli alleati del vecchio continente. Lunedì Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, il braccio esecutivo dell'Unione, è arrivata a Nuuk promettendo 200 milioni di euro, pari a circa 230 milioni di dollari, in minerali, comunicazioni satellitari ed energie rinnovabili.

I nuovi fondi europei comprendono un progetto per potenziare i satelliti e migliorare l'accesso a internet nelle zone remote di un'isola quasi disabitata, oltre a due progetti minerari destinati a garantire materie prime critiche. Accanto ai primi ministri danese e groenlandese, von der Leyen ha detto che la dichiarazione congiunta firmata a Nuuk mostra che la Groenlandia ha scelto l'Europa e che riflette "una scelta chiara espressa dalla Groenlandia di rafforzare i legami con l'Unione europea". Anche l'Europa, ha aggiunto, ha compiuto "la scelta di essere più presente e più impegnata in Groenlandia e nell'Artico".

La Groenlandia è un territorio autonomo del Regno di Danimarca e controlla i propri affari interni. Nel 1985 è uscita dall'Unione europea dopo un referendum, ma ha mantenuto rapporti stretti con Bruxelles attraverso gli accordi sulla pesca e la cooperazione allo sviluppo. L'Artico ha acquistato peso strategico perché lo scioglimento dei ghiacci apre nuove rotte commerciali e rende via via più accessibili i giacimenti di combustibili fossili e minerali della regione.

Pur scossa dalle minacce americane alla propria sovranità, l'isola è riuscita a usare questo momento scomodo sotto i riflettori per ottenere concessioni dai propri amici. L'anno scorso la Danimarca ha annunciato oltre 6,5 miliardi di dollari di spesa militare aggiuntiva per rafforzare la sicurezza nell'Artico e nel Nord Atlantico, Groenlandia compresa. Copenaghen ha stanziato altri 250 milioni di dollari fino al 2029 per infrastrutture, sanità e crescita economica. L'Unione europea ha proposto di più che raddoppiare i fondi destinati all'isola nel suo bilancio di lungo periodo, portandoli a 530 milioni di euro per il periodo 2028-2034.

I politici groenlandesi agitano il rischio di un coinvolgimento americano per accelerare anche gli investimenti europei nei progetti minerari. "Se non fate un'offerta abbastanza presto, lo faranno altri", ha detto il ministro degli Esteri groenlandese Múte B. Egede ai deputati del Parlamento europeo la settimana scorsa. "Sentiamo che le cose si stanno muovendo."

L'aumento della spesa europea mette in evidenza l'unica cosa che gli Stati Uniti, nonostante le minacce e le offerte di comprare l'isola, non hanno ancora messo sul tavolo: i soldi. Imprenditori e cercatori americani, alcuni legati all'amministrazione Trump, hanno investito in un progetto per sviluppare una miniera di terre rare nel sud della Groenlandia e in un altro per sfruttare l'energia idroelettrica e alimentare un centro dati per l'intelligenza artificiale in un angolo remoto della costa occidentale. Nessuno dei due è vicino alla realizzazione, né ha finora portato benefici economici ai groenlandesi.

La texana Greenland Energy intende spendere circa 60 milioni di dollari per esplorare siti nella penisola di Jameson Land, nella parte orientale dell'isola, insieme alla società mineraria britannica 80 Mile. A luglio ha trainato fino all'area una chiatta con un escavatore e più di dieci container, prima di sentirsi dire dal governo groenlandese che non aveva alcun permesso di scaricare le attrezzature. Le trivellazioni sono state rinviate almeno alla fine del prossimo anno. L'azienda sostiene che sotto Jameson Land possano trovarsi fino a 13 miliardi di barili di greggio, mentre il servizio geologico di Danimarca e Groenlandia nel 2022 stimava 2,3 miliardi di barili non ancora scoperti, precisando che ogni stima resta incerta.

Trump sostiene che gli Stati Uniti abbiano bisogno della Groenlandia per motivi di sicurezza nazionale, perché l'isola si trova sulla traiettoria dei missili lanciati dalla Russia verso il Nord America. Ha anche manifestato interesse per le sue risorse naturali, terre rare comprese. Ha offerto più volte di comprarla, senza mai indicare un prezzo né presentare proposte concrete. Lunedì ha pubblicato su Truth Social l'immagine di Stati Uniti, Canada, Groenlandia, Islanda, Messico e isole caraibiche tutti colorati con la bandiera americana.

L'approccio del presidente è stato accolto con freddezza dagli abitanti dell'isola. A maggio la maggior parte di loro ha ignorato l'inviato scelto da Trump, il governatore della Louisiana Jeff Landry, in visita a Nuuk per la prima volta. Le minacce hanno spinto il governo groenlandese più vicino a Bruxelles. "Ci ha sostenuti moralmente, sapere che l'Unione europea è al nostro fianco. E cosa ancora più importante ha mandato un messaggio forte all'amministrazione americana: interferire con la Groenlandia significa interferire con l'intera Unione europea", ha detto Egede al Parlamento europeo.

Lo sforzo europeo di avvicinare la Groenlandia arriva dopo che l'Islanda, considerata anch'essa uno Stato artico, ha respinto la settimana scorsa l'apertura di nuovi negoziati per entrare nell'Unione europea, un colpo al tentativo di Bruxelles di presentarsi come contrappeso geopolitico alle pressioni di Trump.

L'economia groenlandese dipende dai sussidi per sostenere una popolazione di circa 56.000 persone. La Danimarca versa ogni anno un trasferimento di circa 620 milioni di dollari e finanzia polizia, carceri e difesa. Nel complesso i contributi danesi ed europei coprono quasi metà del bilancio dell'isola.

Un investitore americano, Larry Swets, ha individuato una possibile apertura commerciale nelle pelli di foca. Il mese scorso ha consegnato alla Casa Bianca, tramite Landry, una proposta di 36 pagine in cui chiede al presidente di revocare il divieto americano sui prodotti derivati dalle foche come strumento per migliorare i rapporti con i groenlandesi. La proposta, che il Wall Street Journal ha potuto visionare, punta a generare reddito per le comunità più isolate dell'isola e a servire da misura di fiducia reciproca. Swets ha raccontato al giornale di aver avuto l'idea dopo una conferenza d'affari a Nuuk, durante la quale i groenlandesi tornavano continuamente sulla difficoltà di esportare i prodotti della caccia alle foche.

I groenlandesi e gli altri popoli inuit cacciano le foche per la carne e la pelle da secoli, ma i divieti internazionali hanno fatto crollare il mercato delle pellicce. Anche l'Unione europea vieta i prodotti derivati dalle foche dal 2009 e la Groenlandia ha chiesto più volte di rimuovere quel divieto, sostenendo che danneggia le popolazioni indigene dell'Artico.


A cavallo con Washington e al comando di un'astronave: la domenica di Trump su Truth Social


Il presidente Donald Trump ha pubblicato domenica pomeriggio almeno 36 post su Truth Social nel giro di due ore, quasi tutti costruiti con immagini generate dall'intelligenza artificiale: sé stesso a cavallo accanto a George Washington, una mappa del New Mexico con la parola "Mexico" cancellata in rosso e sostituita da "America", la rivendicazione della Luna come territorio statunitense e una serie di scene militari e spaziali dai toni cupi.

Il conteggio complessivo della raffica arriva a 37 post secondo la ricostruzione pubblicata domenica sera. In uno dei primi, un finto dipinto in stile settecentesco ritrae il presidente in sella accanto al primo presidente degli Stati Uniti. In un altro, con la didascalia "President Washington visits President Trump", Washington è seduto nello Studio Ovale insieme a Trump, al vicepresidente JD Vance e al segretario di Stato Marco Rubio.

Il post che ha avuto più conseguenze politiche è quello sul New Mexico. L'immagine mostra il profilo dello Stato con il nome parzialmente cancellato, senza alcuna spiegazione allegata e senza alcun annuncio formale della Casa Bianca su un'iniziativa del genere. La Casa Bianca ha poi ripubblicato la stessa immagine sul suo account ufficiale su X, anche in questo caso senza chiarire se si trattasse di una proposta reale.

Un presidente può cambiare il nome con cui i luoghi geografici compaiono nel Geographic Names Information System, il registro federale dei toponimi che vale per gli atti e le mappe del governo americano, ma non ha il potere costituzionale di rinominare uno Stato: quella procedura spetta allo Stato stesso, con l'approvazione del Congresso. Il nome New Mexico precede di secoli la nascita degli Stati Uniti. Gli esploratori spagnoli iniziarono a usare "Nuevo México" alla fine del Cinquecento, il territorio mantenne il nome quando passò agli Stati Uniti nel 1848 e diventò Stato il 6 gennaio 1912.

Il post arriva pochi giorni dopo l'ordine esecutivo con cui Trump ha ribattezzato il lago Ontario "Lake America" per l'uso federale, in piena tensione commerciale con il Canada. Il presidente aveva incaricato il segretario agli Interni Doug Burgum di aggiornare il registro dei toponimi e Google e Apple hanno poi modificato le loro mappe per gli utenti americani. All'inizio del secondo mandato aveva già rinominato il Golfo del Messico "Golfo d'America". Dopo la firma dell'ordine sul lago, aveva anticipato di voler proseguire: "Abbiamo un golfo e abbiamo un lago. Adesso ci serve solo un oceano. Quindi forse dovremo cambiare il nome dell'Atlantico o del Pacifico. Forse li cambiamo entrambi".







La governatrice del New Mexico Michelle Lujan Grisham, democratica, ha risposto che il nome dello Stato "non è in discussione, è nostro da prima che esistessero gli Stati Uniti", come ha dichiarato a Fox News Digital. Ha accusato il presidente di voler distrarre gli americani mentre i prezzi della benzina e della spesa salgono, molte famiglie perdono l'accesso alle cure e comprare casa resta fuori portata. "Mentre la Casa Bianca perde tempo a colorare le mappe, il Nuevo México sta lavorando", ha aggiunto in un messaggio pubblicato su X. Anche il senatore democratico Martin Heinrich ha replicato elencando tre nomi che continuerà a usare: il Golfo del Messico, il lago Ontario e il New Mexico.

Diversi post della raffica riguardavano la Space Force, il ramo delle forze armate americane dedicato alle operazioni spaziali. In uno il presidente rivendicava la proprietà americana della Luna, un'affermazione priva di fondamento nel diritto internazionale. In un altro compariva un bozzetto di divise nere e grigie presentate come ispirate a "Starship Troopers", ma che ricordavano piuttosto le uniformi degli ufficiali imperiali di "Star Wars", cioè dei cattivi, somiglianza che ha attirato molte prese in giro. Un'altra immagine mostrava Trump al comando di un'astronave da cui partivano due esplosioni simili a bombe atomiche sulla Terra, senza indicare dove.

Nella stessa sequenza il presidente ha sovrapposto il proprio volto al corpo di Hulk Hogan, si è raffigurato come comandante di un esercito di robot, si è messo alla guida di un camion e affacciato allo sportello di un drive-through di McDonald's. Ha preso di mira anche l'attore Robert De Niro, sostenitore dei democratici, con un'immagine che lo raffigura mentre regge una maglietta rossa con la scritta "Trump is my president". Un'altra immagine trasformava la mappa dell'Iran nel profilo caricaturale del presidente, colorato di arancione. In mezzo alle immagini sono comparse anche minacce di nuovi attacchi contro l'Iran.

La raffica si è chiusa con un elogio della sua residenza in Florida: "Il Mar-a-Lago Club è considerato da tutti il migliore al mondo. Serve anche da nostra impareggiabile Casa Bianca del Sud, gratuitamente. MAKE AMERICA GREAT AGAIN! President DONALD J. TRUMP". Il ritmo di pubblicazione del presidente su Truth Social è cresciuto molto negli ultimi mesi: ad agosto ha condiviso più di mille post, circa 33 al giorno. A confezionare parte di quei contenuti contribuisce Natalie Harp, collaboratrice del presidente che gli passa materiale trovato online e su siti della destra americana, con uno stipendio pubblico di 150 mila dollari.

La sequenza di domenica arriva mentre i repubblicani guardano con preoccupazione alle elezioni di metà mandato di novembre e l'approvazione del presidente resta bassa. Un sondaggio Reuters/Ipsos diffuso il mese scorso ha registrato il 33 per cento di giudizi positivi sul suo operato, il dato più basso della sua presidenza, contro il 64 per cento di giudizi negativi, anche se le medie sono poi risalite leggermente nelle ultime settimane. Il malcontento riguarda soprattutto la gestione dell'economia e il costo della vita, oltre alla guerra in Iran, che pesa in particolare negli Stati del Midwest dove i democratici contano di sfondare.


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Microsoft Sentinel: addio al connector sprawl con il supporto multi-account per Auth0, CrowdStrike e Salesforce
#tech
spcnet.it/microsoft-sentinel-a…
@informatica


Microsoft Sentinel: addio al connector sprawl con il supporto multi-account per Auth0, CrowdStrike e Salesforce


Il problema del “connector sprawl” nei SOC multi-tenant


Chi gestisce un SOC (Security Operations Center) per un’organizzazione di dimensioni medio-grandi conosce bene un problema che raramente compare nelle demo dei prodotti SIEM: le aziende moderne non vivono con un solo account per servizio. Un gruppo con più business unit può avere diversi tenant Auth0 segmentati per prodotto, più ambienti CrowdStrike Falcon per effetto di fusioni e acquisizioni, o più organizzazioni Salesforce distinte per area geografica o normativa.

Fino a oggi, portare tutta questa telemetria dentro un’unica workspace Microsoft Sentinel significava scontrarsi con un limite architetturale del modello dei connector: un connector, un account. Il risultato erano configurazioni duplicate, script custom per aggregare i dati, o — nello scenario peggiore — interi ambienti lasciati fuori dal perimetro di monitoraggio per semplice sovraccarico operativo. Microsoft ha ora affrontato direttamente questo problema con il supporto multi-account per tre connector molto usati in ambito enterprise.

Cosa cambia: supporto multi-account per Auth0, CrowdStrike Falcon e Salesforce


Con l’aggiornamento annunciato sul Microsoft Sentinel Blog, i data connector per Auth0, CrowdStrike Falcon e Salesforce Service Cloud supportano ora l’ingestione da più account o tenant attraverso un’unica configurazione di connector. La funzionalità si appoggia al Codeless Connector Framework (CCF), il framework che Microsoft utilizza per costruire connector dichiarativi senza dover scrivere codice custom per ogni integrazione.

Nello specifico, per ciascuna delle tre piattaforme cambia questo:

  • Auth0 — Multi-Tenant Identity Monitoring: i team che gestiscono più tenant Auth0 possono ora far confluire eventi di autenticazione, pattern di login anomali e violazioni di policy da tutti i tenant in un’unica workspace Sentinel, senza dover cambiare contesto per ogni ambiente.
  • CrowdStrike Falcon — Telemetria endpoint consolidata: le organizzazioni con più tenant Falcon (tipicamente per effetto di M&A o strutture regionali separate) possono ora far confluire detection alert, threat intelligence ed endpoint telemetry da tutti i tenant in un’unica pipeline di ingestione.
  • Salesforce Service Cloud — Insight cross-org: le aziende con più organizzazioni Salesforce possono centralizzare audit log, cronologia dei login e attività API su tutte le org, semplificando il rilevamento di insider threat, accessi non autorizzati e gap di compliance senza dover correlare manualmente dati provenienti da fonti separate.


Come funziona in pratica: il workflow “Add Account”


Il punto di forza dell’implementazione è la sua semplicità operativa. Non serve distribuire una nuova istanza del connector per ogni account: il connector esistente espone un nuovo comando che permette di aggiungere account aggiuntivi alla stessa configurazione. Il flusso, come descritto da Microsoft, si riduce a pochi passaggi:

  1. Aprire Microsoft Sentinel → Data Connectors nel portale Azure.
  2. Cercare il connector desiderato (Auth0, CrowdStrike Falcon o Salesforce).
  3. Aprire il connector e selezionare l’opzione “Add Account”.
  4. Autenticare e autorizzare l’account aggiuntivo (tramite le credenziali/API key specifiche della piattaforma).
  5. Avviare l’ingestione: i dati del nuovo account confluiscono automaticamente nella stessa tabella di log della workspace.

Un dettaglio operativo rilevante per chi già gestisce regole di detection in produzione: le analytics rule, i workbook e i playbook esistenti continuano a funzionare senza modifiche, perché operano sullo stesso schema di dati indipendentemente dal numero di account collegati. Non è quindi necessario duplicare le regole di correlazione per ogni tenant aggiunto: una singola query KQL scritta per rilevare, ad esempio, tentativi di login falliti ripetuti su Auth0 continuerà a funzionare — e a coprire — tutti i tenant collegati al connector, con la possibilità di filtrare o raggruppare per account direttamente nella query se serve un’analisi granulare.

Perché conta per chi gestisce un SOC


Al di là dell’annuncio, il valore pratico di questa funzionalità si misura su tre assi che chiunque abbia gestito un ambiente Sentinel multi-tenant riconoscerà:

  • Riduzione del carico di configurazione. Ogni connector duplicato è una configurazione da mantenere, da tenere sotto controllo per la scadenza delle credenziali, da documentare separatamente. Consolidare in un’unica configurazione riduce direttamente il lavoro di manutenzione ricorrente.
  • Eliminazione dei blind spot. È comune che un ambiente “secondario” (un tenant acquisito di recente, una org regionale minore) resti fuori dal monitoraggio semplicemente perché configurarlo separatamente non è mai stata la priorità. Abbassare la barriera operativa per aggiungere un account rende più probabile che venga effettivamente monitorato.
  • Indagini cross-environment più semplici. Durante un incident response, poter interrogare un’unica tabella per correlare eventi provenienti da più tenant/org, invece di dover incrociare manualmente dati da workspace o strumenti diversi, accorcia sensibilmente il tempo di analisi.


Cosa considerare prima di attivarlo


Qualche aspetto pratico da valutare prima del rollout in un ambiente esistente:

  • Volume di ingestione e costi. Consolidare più account nello stesso connector aumenta il volume di dati ingeriti nella workspace Sentinel: vale la pena rivedere le stime di costo (Sentinel fattura in base al volume di dati analizzato/ingerito) prima di collegare tutti gli account contemporaneamente.
  • Permessi e segregazione. Se la governance interna richiede una separazione netta tra i dati di sicurezza di business unit diverse (ad esempio per requisiti normativi regionali), verificate come vengono gestiti i controlli di accesso a livello di query/workbook nella workspace condivisa, dato che i dati di più account convivono nelle stesse tabelle.
  • Compatibilità delle credenziali API. Ogni account aggiunto richiede la propria autenticazione verso la piattaforma di origine (API key Auth0, credenziali API CrowdStrike, connected app Salesforce): pianificate la rotazione delle credenziali per ciascun account separatamente.

Microsoft indica inoltre che il supporto multi-account continuerà a essere esteso ad altri connector nei prossimi rilasci, segno che il modello “un connector, molti account” diventerà probabilmente lo standard per le integrazioni costruite sul Codeless Connector Framework, non un’eccezione limitata a queste tre piattaforme.

Conclusione


Per i team che gestiscono Microsoft Sentinel su ambienti articolati — gruppi con più società, aziende cresciute per acquisizioni, organizzazioni con presenza multi-regionale — questo aggiornamento rimuove uno degli attriti operativi più concreti nella gestione quotidiana del SIEM. Vale la pena rivedere oggi stesso la configurazione dei connector Auth0, CrowdStrike Falcon e Salesforce già in uso, capire quanti account “orfani” non sono ancora monitorati per pura complessità di setup, e valutare la migrazione verso la configurazione multi-account, tenendo d’occhio l’impatto sul volume di ingestione prima di collegare tutto in blocco.

Fonte: Microsoft Security Community Blog.


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✨ BigBear 2.0: la piattaforma di phishing-as-a-service che aggira anche l’MFA di Microsoft 365
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/bigbea…

@informatica


BigBear 2.0: la piattaforma di phishing-as-a-service che aggira anche l’MFA di Microsoft 365


Si parla di:
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Per anni l’autenticazione a più fattori è stata venduta come il rimedio quasi definitivo al furto di credenziali. BigBear 2.0, una piattaforma di phishing-as-a-service (PhaaS) tracciata dal team TRIAD di CloudSEK, dimostra quanto quella promessa sia oggi fragile: costruita su un fork pesantemente personalizzato di Evilginx2, la piattaforma ha compromesso 258 organizzazioni bypassando l’MFA in modo completo, sottraendo oltre 5.100 credenziali — comprese 474 sessioni con secondo fattore già superato — da un bacino di 461 aziende prese di mira in oltre 40 paesi. Non parliamo di un proof-of-concept accademico: è un servizio criminale in abbonamento, con un’infrastruttura da 42 VPS, cinque affiliati attivi e un pannello di amministrazione ancora operativo al momento della scoperta.

Adversary-in-the-Middle: la tecnica che rende inutile il secondo fattore


BigBear non ruba solo la password: intercetta l’intero flusso di autenticazione OAuth 2.0 verso Azure AD/Entra ID grazie a un phishlet Evilginx2 personalizzato, ribattezzato internamente “offy”. Il meccanismo è quello classico dell’adversary-in-the-middle (AiTM): la vittima crede di trovarsi sulla pagina di login Microsoft 365, ma in realtà sta dialogando con un reverse proxy controllato dagli attaccanti, che inoltra le richieste al server reale e restituisce le risposte legittime — comprese quelle di verifica MFA. Password, codice del secondo fattore e, soprattutto, il cookie di sessione autenticato finale vengono catturati in tempo reale e possono essere “rigiocati” via API per dirottare la sessione della vittima, aggirando completamente la necessità di ripetere l’autenticazione.

La versione 2.0 aggiunge un tassello che la distingue dai kit AiTM più comuni: un JavaScript custom che interferisce attivamente con FIDO2/WebAuthn, disabilitando nel browser la funzionalità che gestisce le chiavi di sicurezza hardware, così da spingere la vittima verso metodi di autenticazione più deboli e aggirabili. A questo si affianca l’iniezione automatica del parametro “keep me signed in” (KMSI), che allunga la vita utile del cookie rubato, e il blocco della telemetria Microsoft lato client per ridurre il rischio che Defender for Identity o i sistemi di risk-based Conditional Access rilevino l’anomalia in tempo reale.

Un’infrastruttura pensata per l’affiliazione, non per l’attacco singolo


CloudSEK ha identificato 42 nodi VPS ospitati presso The Constant Company LLC (Vultr), tutti dedicati esclusivamente a Microsoft 365 — nessun altro provider di identità risulta tra i bersagli. Per aggirare i controlli anti-frode basati su geolocalizzazione, BigBear instrada il traffico attraverso proxy residenziali geo-matchati che coprono 69 paesi, così che l’IP “visto” dai sistemi antifrode di Microsoft corrisponda plausibilmente alla presunta posizione della vittima. Un controllo aggiuntivo tramite il servizio ipapi.is filtra a monte le connessioni provenienti da datacenter o VPN, riducendo il rischio che ricercatori o honeypot automatizzati vengano serviti con la pagina di phishing.

Il modello di business è quello del PhaaS puro: dietro l’alias “General Boss” opera un rivenditore che fornisce l’infrastruttura come servizio a un piccolo network di affiliati, ciascuno con il proprio bot Telegram per ricevere in tempo reale le credenziali rubate e un proprio set di domini di phishing. CloudSEK ha mappato cinque operatori attivi — @Sunagashison, @app_ham, @donplayer00, @workin_161 e @Mazal100 — ciascuno collegato a bot Telegram dedicati (rispettivamente @PackingitonG_bot, @botterxyz_bot, @donplayer_bot, @bolywan_bot, @rdsxtdytguyg75d_bot) e a domini distinti come konceptenterprises[.]com, dnsforward[.]com e cifutura[.]com. Un bot centrale, @comeandget_bot, fungeva da canale primario di raccolta prima di essere revocato durante l’indagine.

Chi viene colpito, e perché conta per gli MSP


La distribuzione settoriale delle vittime racconta molto dell’obiettivo strategico della campagna: 151 delle organizzazioni compromesse operano nel settore IT services/MSP, seguite da SaaS/tecnologia (38), oil & gas (22), farmaceutico (20) e consulenza (16). Colpire un provider di servizi gestiti significa, potenzialmente, ereditare l’accesso a decine di clienti a valle attraverso strumenti RMM e privilegi delegati — lo stesso principio dietro molti attacchi ransomware su larga scala degli ultimi anni. Geograficamente, l’India guida la lista delle vittime con 658 record (12,8%), seguita da Francia (463, 9%), Arabia Saudita (circa 353, 6%), con presenze significative anche in Nuova Zelanda e Germania, per un totale di 3.331 IP univoci in oltre 40 paesi.

CloudSEK ha individuato la campagna a giugno 2026 e ne segue l’evoluzione da allora; dalla fine di luglio l’attore ha iniziato a ripulire le proprie tracce, dismettendo 26 dei 42 nodi VPS osservati inizialmente — un comportamento tipico di chi sa di essere sotto osservazione ma non ha alcuna intenzione di fermare l’operazione, semplicemente la sposta. Al momento della pubblicazione della ricerca, il pannello di amministrazione di BigBear risultava ancora raggiungibile.

Perché l’MFA “classica” non basta più


Il caso BigBear 2.0 conferma una tendenza che i team di threat intelligence osservano ormai da un paio d’anni: i kit AiTM basati su Evilginx2, Modlishka ed Evilnginx hanno reso il phishing “classico” con MFA a tempo (OTP, push notification, codice via app) sostanzialmente equivalente, in termini di sicurezza reale, all’autenticazione con la sola password. Il cookie di sessione, non la password, è oggi il vero bene da proteggere. Le organizzazioni che vogliono davvero alzare l’asticella devono muoversi su tre fronti: imporre chiavi di sicurezza hardware FIDO2/WebAuthn phishing-resistant come unico secondo fattore ammesso per gli account privilegiati (BigBear dimostra che il downgrade software verso metodi più deboli è già una funzionalità del kit, non un’ipotesi teorica); attivare Conditional Access che richieda dispositivi gestiti e conformi, rendendo inutile un cookie di sessione rubato da un dispositivo non registrato; e monitorare pattern di rete distintivi come header HTTP custom (x-evg-*), naming di sessione riconducibile a Evilginx (evginx_session, bigbear_session) e chiamate anomale verso l’API Telegram (sendMessage, sendDocument) che spesso tradiscono l’exfiltration automatizzata dei kit PhaaS.

Per chi sospetta una compromissione, la prima azione non è il reset della password ma la revoca esplicita di tutte le sessioni attive e dei refresh token — un cambio password da solo lascia intatti i cookie già rubati, che in molti tenant restano validi per giorni.

Indicatori di compromissione

# Domini di phishing attivi (fonte: CloudSEK TRIAD, settembre 2026)
konceptenterprises[.]com
ccpipharma[.]com
annastudios-paros[.]com
dnsforward[.]com
dataclust[.]com
cifutura[.]com
offtic[.]com

# Domini storici associati
daengrentacar[.]com
arrmmy[.]com
captelind[.]com

# Infrastruttura
Hosting: The Constant Company LLC (Vultr)
Nodi VPS osservati: 42 (26 dismessi da fine luglio 2026)
Proxy residenziali geo-matchati: 69 paesi
Anti-bot check: ipapi.is (blocco datacenter/VPN)

# Telegram - affiliati e bot di exfiltration
@Sunagashison -> @PackingitonG_bot (soil-management[.]com, kgsscans[.]com)
@app_ham -> @botterxyz_bot (dnsforward[.]com, dataclust[.]com)
@donplayer00 -> @donplayer_bot (konceptenterprises[.]com)
@workin_161 -> @bolywan_bot (annastudios-paros[.]com)
@Mazal100 -> @rdsxtdytguyg75d_bot (cifutura[.]com)
Bot C2 primario (revocato): @comeandget_bot

# Pattern di rilevamento
Cookie/sessione: evginx_session, bigbear_session
Header HTTP custom: x-evg-*
Endpoint exfiltration: api.telegram.org/bot*/sendMessage, sendDocument

# Fonte primaria
CloudSEK TRIAD - "Tracking BigBear 2.0 Evilginx2 Phishing Campaign"
Scoperta: giugno 2026 - Pubblicazione: settembre 2026

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Cet été, le Conseil constitutionnel a validé la loi #RIPOST. Des dizaines d'articles renforçant l'arsenal répressif – déjà bien fourni – de la police vont donc entrer en application. Parmi eux, ce sont de nombreux dispositifs de surveillance qui vont s'ajouter à notre quotidien. On vous résume l'ensemble de ces mesures :
laquadrature.net/2026/09/09/lo…

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in reply to La Quadrature du Net

La loi RIPOST prévoit tout d'abord l'extension de la vidéosurveillance algorithmique ( #VSA ). Ces dispositifs d'analyse de comportements pourront désormais être mis en place jusqu'en 2030.

Aussi, ces algorithmes seront installés dans davantage de lieux : en plus des évènements sportifs et culturels, ils pourront être déployés aux abord de bâtiments publics dont la liste n'a pas encore été établie, mais qui risque d'être bien longue.
laquadrature.net/toutsurlavsa/

#VSA
in reply to La Quadrature du Net

Ce texte étend également les capacités qu'a la police de lire les plaques d'immatriculation et de traquer les véhicules avec les capteurs connus sous le nom de « LAPI ».

Alors qu'aux États-Unis la colère monte contre ces dispositifs opérés par l'entreprise Flock, que des villes désinstallent ce qui est perçu comme de la surveillance de masse, la France, elle, opte pour le développement exponentiel de cette technologie.
eff.org/deeplinks/2026/09/texa…

in reply to La Quadrature du Net

Le cadre d'utilisation des drones est également modifié. D'une part, une nouvelle finalité est ajoutée pour filmer les rodéos urbains. D'autre part, une procédure d'urgence est créée, permettant aux préfets de se passer d'autorisation formelle pour faire voler ces engins.
Pourtant, c'est précisément la publication de ces arrêtés qui permet aujourd'hui de connaître et de contester (autant que possible) l'utilisation débridée des drones par la police.
in reply to La Quadrature du Net

Un nouveau contrôle d'identité est également créé, permettant à la police de contrôler et de fouiller les personnes, en dehors de toute enquête, dans un périmètre de 40 kilomètres aux frontières, dans les gares, les aéroports et les trains internationaux.

Aussi, l'obligation d'enregistrer les images de vidéosurveillance au sein des cellules de garde à vue est supprimée, ce qui en pratique privera de preuve toute personne qui y subirait des violences.

in reply to La Quadrature du Net

Enfin, on retrouve dans la loi RIPOST la possibilité d'utiliser des caméras-piéton pour les services des douanes et les agents de sécurité privée.

Les agents gestionnaires de réseaux routiers pourront, eux, utiliser des caméras embarquées sur leurs véhicules et enregistrer leurs interventions, tandis que des caméras frontales pourront être installées à l’avant des trains des opérateurs publics de transport ferroviaire.

in reply to La Quadrature du Net

Si le rythme d'adoption des lois va ralentir à l'approche des élections, les deux quinquennats d'Emmanuel Macron auront définitivement installé un édifice sécuritaire vertigineux, dont le prochain gouvernement n'aura plus qu'à s'emparer à son avantage.

Pour nous aider dans notre combat et pour que l'on puisse continuer à lutter dans ce futur assombri, n'hésitez pas à nous faire un don !
laquadrature.net/donner/

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L’ex Ilva non è solo una crisi industriale: è il simbolo di ciò che succede quando un Paese rinvia per anni le scelte più difficili.

Taranto non può continuare a vivere sospesa tra emergenze, decreti e soluzioni temporanee: qui si decide se l’Italia vuole ancora avere una politica industriale capace di tenere insieme salute, lavoro, innovazione e autonomia strategica.

La strada esiste: bonificare davvero, accelerare la decarbonizzazione, investire nelle tecnologie dell’acciaio pulito, tutelare chi lavora durante la transizione e coinvolgere il pubblico quando il mercato, da solo, non garantisce una soluzione credibile.

E soprattutto bisogna smettere di trattare Taranto come un problema isolato: l’acciaio è una filiera strategica europea.
Serve per reti, infrastrutture, energia, trasporti e industria.

Taranto può diventare il luogo in cui l’Europa dimostra che la transizione ecologica non significa chiudere e abbandonare, ma trasformare, investire e creare nuovo lavoro.

Il tempo delle pezze e dei rinvii è finito.
Ora serve una vera politica industriale: noi ce l’abbiamo. 💜

#ExIlva #Taranto #PoliticaIndustriale #Siderurgia #TransizioneEcologica #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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New York pubblica 170.000 pagine sull'aria tossica dopo l'11 settembre


Mamdani ha aperto un portale con i documenti tenuti chiusi da quattro amministrazioni: mostrano che la città conosceva i rischi di Ground Zero e stimava 35.000 possibili cause di risarcimento.

L'amministrazione di Zohran Mamdani ha pubblicato più di 170.000 pagine di documenti comunali sulla qualità dell'aria a New York dopo l'11 settembre 2001, che mostrano come i funzionari della città sapessero che intorno a Ground Zero non era sicuro respirare mentre rassicuravano pubblicamente i cittadini. Il sindaco ha annunciato la pubblicazione martedì, tre giorni prima del venticinquesimo anniversario degli attacchi.

Il documento più rilevante è il cosiddetto Harding Memo, inviato all'allora vicesindaco Robert Harding. Il testo cita una stima dell'ufficio legale del Comune secondo cui gli attacchi avrebbero prodotto circa 35.000 potenziali ricorrenti, di cui circa 10.000 destinati a presentare davvero una richiesta di risarcimento e passa in rassegna le opzioni legislative per limitare la responsabilità della città. "Una preoccupazione importante è che, se questi casi arrivassero in tribunale, i giudici e le giurie sarebbero prevenuti a favore dei ricorrenti (anche se la città sembra avere una difesa solida) e quindi assegnerebbero risarcimenti sostanziosi", si legge nel memo. Tra i possibili motivi di causa il documento elencava il fatto che "gli avvisi sanitari hanno spinto le persone a tornare nell'area troppo presto (causando esposizione a sostanze tossiche o danni emotivi) oppure troppo tardi (causando difficoltà economiche)".

I documenti dell'11 settembre
New York diceva che l'aria era sicura. Nei suoi uffici si contavano già le cause

L'8 settembre l'amministrazione di Zohran Mamdani ha pubblicato 170.000 pagine di documenti comunali sulla qualità dell'aria a Ground Zero. Mentre i funzionari rassicuravano i cittadini, l'ufficio legale del Comune stimava 35.000 potenziali ricorrenti e studiava come limitare la responsabilità della città.
Grafica di FocusAmerica 9 settembre 2026

Il bilancio degli attacchi e il bilancio delle malattie

Uccisi negli attacchi11 settembre 2001
2.977

Le vittime a New York, a Washington e in Pennsylvania, contate nell'arco di un solo giorno. Ogni punto vale venticinque persone.

Morti per le malattie delle polveriDal 2001 a oggi
9.000+

Ogni fascia rossa vale un intero 11 settembre. Le persone seguite dal programma sanitario federale e morte per patologie riconosciute.

A venticinque anni dagli attacchi, le polveri di Ground Zero hanno ucciso tre volte le persone morte quel giorno.
I due conteggi non sono omogenei: il primo è il bilancio di un giorno, il secondo cresce da venticinque anni. Nei vigili del fuoco di New York, ai 343 caduti l'11 settembre se ne sono aggiunti oltre 600 morti per malattia.

Quello che veniva detto, quello che veniva scritto
In pubblico l'aria era accettabile. Nei memo interni era già un problema legale
Dichiarazioni pubbliche e documenti riservati tra il settembre 2001 e il febbraio 2002. Usa i filtri per seguire una sola delle due voci.

Il 18 settembre 2001 l'agenzia federale per l'ambiente dichiarò che l'aria di Lower Manhattan era sicura da respirare. Nelle stesse settimane il Comune stimava 35.000 potenziali ricorrenti e i suoi funzionari segnalavano test con livelli elevati di amianto. Nel febbraio 2002 il sindaco Michael Bloomberg parlava di limiti accettabili, mentre un memo interno avvertiva che la città si stava esponendo a una raffica di cause.

8 settembre 2026
Il Comune apre il portale con le prime 170.000 pagine e chiude le due cause promosse dall'associazione 9/11 Health Watch. I documenti vengono dalle 68 scatole ritrovate nel 2025 in un ufficio comunale e dagli archivi dell'amministrazione Giuliani. La pubblicazione proseguirà a ondate per dodici mesi.

Per un quarto di secolo quattro amministrazioni comunali hanno tenuto queste carte lontane dal pubblico, dal Congresso e dal consiglio comunale.

La stima e la realtà
Il Comune si aspettava diecimila richieste di risarcimento. Al fondo federale ne sono arrivate oltre centomila
Persone coinvolte secondo i calcoli dell'ufficio legale del 2001 e secondo i registri federali di oggi.

Le previsioni del Comune, 2001

I registri federali, 2026

Nel 2001 l'ufficio legale del Comune stimava 35.000 potenziali ricorrenti, di cui circa 10.000 pronti a chiedere davvero un risarcimento. Al 31 agosto 2026 il fondo federale per le vittime aveva ricevuto oltre 112.000 richieste e il programma sanitario contava almeno 140.000 iscritti.
I due gruppi non coincidono: la stima riguardava le cause contro la città, i numeri di oggi riguardano i programmi federali nati dieci anni dopo. Resta la distanza tra gli ordini di grandezza. Il fondo ha già erogato 18,56 miliardi di dollari a oltre 77.000 richiedenti.

Fonte Comune di New York, portale dei documenti dell'11 settembre (8 settembre 2026); FDNY World Trade Center Health Program, rapporto sui venticinque anni (2 settembre 2026); Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, September 11th Victim Compensation Fund (dati al 31 agosto 2026); National September 11 Memorial & Museum. Le citazioni sono tradotte dall'inglese.

Tra i documenti ci sono anche note interne di funzionari che tra ottobre e novembre 2001 lanciavano allarmi sui test ambientali, che rilevavano regolarmente livelli elevati di sostanze tossiche, tra cui amianto e composti chimici difficili da individuare. Le carte diffuse contengono comunque solo una parte dei rilevamenti effettuati sulla qualità dell'aria a Ground Zero.

Un'altra parte dei documenti riguarda il lavoro del deputato Jerry Nadler, che nel febbraio 2002 mandò all'ufficio dell'allora sindaco Michael Bloomberg un memo in cui sosteneva che l'Environmental Protection Agency, l'agenzia federale per la tutela dell'ambiente, aveva "trascurato la propria responsabilità di monitorare la qualità dell'aria negli ambienti chiusi intorno a Ground Zero". Nadler scrisse che l'allora capo dell'agenzia, Christine Todd Whitman, aveva ingannato l'opinione pubblica dichiarando che l'aria era "sicura da respirare", perché quella frase arrivò prima che il governo avesse condotto un solo test sull'aria negli interni. Nello stesso memo il deputato riportava i risultati di alcuni scienziati dell'Università della California a Davis, secondo i quali l'aria conteneva "concentrazioni sorprendenti" di particolato ultrafine capace di penetrare "in profondità nei polmoni".

Bloomberg, che era succeduto a Rudy Giuliani, disse nel febbraio 2002 che "ogni test che è stato fatto dice che la qualità dell'aria era entro limiti accettabili" e aggiunse che alcune persone non ci avrebbero creduto mai. Un suo portavoce ha rifiutato di commentare la pubblicazione dei documenti.

Whitman ha risposto martedì che le sue parole sulla qualità dell'aria "si basavano interamente sull'analisi fatta dagli scienziati dell'agenzia" e che nel giro di pochi giorni l'agenzia mise online tutti i dati disponibili, aggiornandoli di continuo. Ha aggiunto che i suoi funzionari distinguevano tra le condizioni del cantiere e l'aria nel resto della città, che l'agenzia non controllava il sito, gestito dal Comune di New York, e che non aveva alcuna autorità per regolare la qualità dell'aria negli ambienti chiusi. Dieci anni fa aveva detto al Guardian di avere sbagliato ad assicurare ai newyorkesi che l'aria era sicura.

Gli attacchi uccisero quasi 3.000 persone tra New York, Washington e la Pennsylvania, ma le vittime delle malattie legate all'esposizione alle polveri sono ormai più numerose: oltre 9.400 secondo il programma sanitario federale che segue le persone coinvolte. Almeno 140.000 persone provenienti da tutti i 50 Stati sono iscritte a quel programma e 49.000 hanno ricevuto una diagnosi di tumore riconosciuta come collegata al World Trade Center, secondo i dati del memoriale dell'11 settembre. Nel dipartimento dei vigili del fuoco di New York le morti per malattie legate agli attacchi hanno superato i 343 caduti del giorno stesso. I tumori non erano coperti quando il Congresso creò il programma sanitario nel 2011 e furono aggiunti solo l'anno successivo, dopo la battaglia delle associazioni e uno studio che mostrava tassi di tumore più alti tra i pompieri impiegati a Ground Zero. Il fondo federale di risarcimento per le vittime ha erogato più di 16,8 miliardi di dollari a oltre 71.000 richiedenti dalla sua riapertura nel 2011.

La pubblicazione chiude due cause promosse da 9/11 Health Watch, l'associazione che da anni si batteva per ottenere i documenti. I materiali provengono da 68 scatole ritrovate l'anno scorso in un ufficio comunale e dagli archivi dell'ufficio di Giuliani e sono consultabili in un portale pubblico che è costato alla città oltre 34 milioni di dollari. Tutti i documenti si possono leggere e scaricare gratuitamente, il caricamento proseguirà a ondate nei prossimi dodici mesi e l'accordo prevede che il Comune destini personale specifico a raccogliere le carte che servono ai malati per accedere ai benefici sanitari federali.

Ben Chevat, direttore esecutivo di 9/11 Health Watch, ha ringraziato Mamdani per essere "il sindaco che, dopo 25 anni, comincia finalmente a rispondere alla domanda: che cosa sapeva la città dei pericoli della nube tossica a Ground Zero e quando lo ha saputo?". Chevat ha ricordato che per un quarto di secolo quattro diverse amministrazioni comunali hanno tenuto quei documenti lontani dal pubblico, dal Congresso e dal consiglio comunale, mentre i funzionari continuavano a dire che l'aria era "sicura e accettabile".

Alla conferenza stampa era presente anche Jon Stewart, che da anni si batte per la trasparenza e per le cure ai soccorritori. "C'era veleno nell'aria, sul terreno, sui davanzali delle finestre, nei condizionatori, addosso ai vostri animali e sui vostri vestiti, ed è rimasto lì per mesi. Lo sapevano tutti. Adesso è molto chiaro che lo sapeva anche la città", ha detto. Secondo Stewart l'amministrazione comunale cominciò a coprirsi le spalle tre settimane dopo gli attacchi.

Nadler ha detto che i suoi avvertimenti sui rischi sanitari, lanciati subito alle autorità locali e federali, non furono ascoltati e che ora è pubblico il fatto che il Comune guidato da Giuliani prevedeva conseguenze sanitarie gravi e durature per migliaia di soccorritori e residenti. Alla domanda se il ritardo di venticinque anni fosse un insabbiamento, Mamdani ha risposto che si è trattato di "più amministrazioni comunali che si sono rifiutate di pubblicare documenti che erano dovuti ai newyorkesi". Il sindaco ha aggiunto che le persone si sono ammalate perché i dirigenti di cui si fidavano hanno mentito, dicendo loro che potevano respirare senza pericolo un'aria tossica.

Questa voce è stata modificata (1 settimana fa)

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Guten Morgen an diesem wundervollen Dienstag, wie geschaffen für ein #DNIPBriefing!

1️⃣ Die Bundesverwaltung weitet die Nutzung von #OpenDesk auf 3000 Arbeitsplätze aus. Und sieht darin auch eine Chance, dass grosse Hersteller ihre Produkte wieder mehr den Kunden anpassen.

Digitale Souveränität, eben. Inklusive der Möglichkeit, den Verhandlungstisch zu verlassen. Aber das bedingt auch Wechselwillen und -fähigkeit.
dnip.ch/2026/09/08/dnip-briefi…

in reply to Marcel Waldvogel

2️⃣ Autisti/Inventati, die von Trump als "globale Terroristen" klassiert wurden, haben laut Francesca Bria nichts getan, was vor einem europäischen Gericht zu wahrscheinlich zu einer Verurteilung geführt hätte.

Zusätzlich machten sich Hoster erst dann strafbar, wenn sie auf konkrete Information zu rechtswidrigen Inhalten nicht reagierten.

Trump terrorisiert also einen kleinen Provider.

Und hat – wie gestern bekannt wurde – Erfolg. A/I gibt auf.
netzpolitik.org/2026/autistici…

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in reply to Marcel Waldvogel

3️⃣ Die #eID ist wichtig und dringend. Und die Bevölkerung sagte mit dem ersten Referendum klar, dass sie eben nicht von Privaten herausgeben lassen wollten.

Trotzdem stand bis vor wenigen Monaten zur Diskussion, dass wichtige Elemente der E-ID zu Amazon outgesourct werde, wie @adfichter berichtete.
republik.ch/2026/09/01/e-id-bu…

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in reply to Marcel Waldvogel

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4️⃣ Wer schon länger im Web und in den sozialen Medien unterwegs ist, kennt die Abkürzung „TL;DR“. Neu gibt es "AI;DR" (AI; didn't read) als Kurzversion folgender Antwort von Rick Manelius:

"If you’re not bothered enough to review and edit it...

...then I’m not going to bother reading it."

dnip.ch/2026/09/08/dnip-briefi…

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in reply to Marcel Waldvogel

5️⃣ Der Chef Cybercrime der Kantonspolizei Zürich hat vergangene Woche an einer Veranstaltung einen Einblick in die digitale #Forensik bei Smartphones gegeben, also wie die Polizei an Daten auf beschlagnahmten Smartphones kommt. @martinsteiger war dabei und hat den Vortrag zusammengefasst. Dabei waren neben den technischen Hürden auch die kürzeren Spiesse der Verteidigung im Vergleich zu Polizei und Staatsanwaltschaft ein Thema.
steigerlegal.ch/2026/09/07/sma…
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6️⃣ «Smart Glasses», in einschlägigen Kreisen auch «Spanner-Brillen» genannt, werden von einigen Nutzenden umgebaut, um die sowieso schon sehr dezente Kamera-LED ganz auszuschalten. Meta versucht diese Manipulation nun zu erkennen und hat nach eigenen Angaben viele dieser manipulierten Brillen gesperrt. Ob dies als Reaktion auf das in Norwegen diskutierte Smart-Glasses-Verbot geschah?
dnip.ch/2026/09/08/dnip-briefi…

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7️⃣ CVP, FDP und SVP setzen lieber auf mehr Überwachung aller Bürger als Kalaschnikows einfach weniger grosszügig verteilt zu haben.
srf.ch/news/schweiz/tatwaffe-k…

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8️⃣ In den USA verbieten erste Law Schools angehenden Jurist:innen den Einsatz von KI in Arbeiten, welche zu studium-relevanten Credits führen. Einzelne gehen sogar noch weiter und verbieten gleich den Einsatz von Smartphones und Laptops in den Vorlesungssälen. Begründet wird dies (durchaus nachvollziehbar) damit, dass die aktive Auseinandersetzung mit dem Stoff und das Erarbeiten von Wissen Teil der Ausbildung ist (und man dies nicht an die KI auslagern kann).
giftarticle.ft.com/giftarticle…

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9️⃣ Ein Cybersecurity-Experte hat Experimente dazu angestellt, wie ein Auto bemalt sein muss, um von den in den USA weit verbreiteten #Flock-Überwachungskameras nicht erkannt zu werden. Das Ergebnis ähnelt einer fröhlichen Version von klassischem Military-Look. Falls es mittelfristig nicht mehr wirkt, da ja auch die Überwachungs-KI dazulernt, dann ist es immerhin eine Alternative zu bei Autos heutzutage vorherrschenden Farben wie schwarz, grau oder weiss …
bitdefender.com/en-us/blog/hot…

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in reply to Marcel Waldvogel

*️⃣ So, das war die Kurzversion unseres #DNIP-Briefings. Den ganzen Text mit mehr Hintergrund und Links gibt es wie üblich kosten- und werbefrei auf unserer Webseite.

Und wenn ihr mehr von uns hören wollt: Unten auf der Seite könnt ihr euch auf unsere Mailingliste setzen.

Und erfahrt dann immer als erste, wenn wir neue Artikel publizieren. Demnächst u.a. zwei zu #DigitaleSouveränität
#Teaser 🫣
dnip.ch/2026/09/08/dnip-briefi…

in reply to Marcel Waldvogel

Das finde ich über das Ziel hinausgeschossen. Warum? Das meiste, was wir in unseren menschlichen Diskussionen von uns geben, sind Sprachhülsen. Sachlich richtige, plausible oder auch nur plausibel klingende.
Wer sich von einem Sprachmodell das Denken komplett abnehmen lässt, ist imho auch analog kein geeigneter Ansprechpartner. Von daher begrüße ich es, herauszustellen, wie ein Beitrag zustande gekommen ist. Den für mich inhaltlich zu bewerten nimmt mir keine Dogmatik ab.
Meine 5 Cent.
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Habt ihr mitbekommen, dass England und Wales KI-Brillen in Gerichten offiziell verboten haben? Man muss sie jetzt am Eingang abgeben. In Deutschland hält man die bestehenden Regeln (Aufnahmeverbot im Verhandlungssaal und Hausrecht) hingegen für ausreichend.

netzpolitik.org/2026/ueberwach…

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Heimlich filmen, mithören, sich zuflüstern lassen: Mit KI-Brillen bleibt das unauffällig. Andere Länder reagieren mit Verboten in Gerichtsgebäuden, Besucher*innen müssen die Brillen am Eingang abgeben. Die deutschen Justizministerien halten dagegen die bestehenden Regeln für ausreichend.

netzpolitik.org/2026/ueberwach…

Ranucci: “Non mi candido, ma per il 63% degli italiani sono credibile”


@Politica interna, europea e internazionale
“Ma quale candidatura, ma quale politica? Io voglio continuare a fare inchieste”. Lo assicura Sigfrido Ranucci, parlando con i giornalisti a margine della presentazione del suo libro “Il ritorno della casta”, in occasione del festival “Visionaria!”, al Villetta Social Lab di

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Trump ha mentito su dov'era l'11 settembre


Alla vigilia dei venticinque anni dagli attentati il presidente ha aggiunto un dettaglio nuovo al racconto di quei giorni. Le verifiche non trovano riscontri e la Casa Bianca non ne ha forniti.

Due vigili del fuoco lo afferrarono sotto le braccia e corsero via portandolo di peso, mentre un grattacielo vicino alle macerie del World Trade Center scricchiolava e sembrava sul punto di cadere. È il racconto che il presidente Donald Trump ha fatto martedì a Washington davanti ai soccorritori e ai familiari delle vittime dell'11 settembre, senza che di quell'episodio esista alcuna prova.

La cerimonia "Steel Across America", organizzata dalla fondazione Tunnel to Towers sull'Ellipse, il prato a sud della Casa Bianca, si è tenuta alla vigilia dei 25 anni dagli attentati che uccisero quasi 3.000 persone, attorno a una trave d'acciaio di quasi otto tonnellate recuperata dalle rovine della Torre Sud. "Pensavamo che ci stesse venendo addosso. Due pompieri, ragazzoni robusti, mi hanno afferrato sotto le braccia e mi hanno letteralmente sollevato di peso", ha detto il presidente. "Non è una cosa facile da fare. Io sono grosso. Mi hanno sollevato e hanno cominciato a correre con me. Ho detto: ragazzi, posso correre da solo".

L'edificio di cui parla è One Liberty Plaza, un tempo chiamato U.S. Steel Building, che si trova vicino al sito delle Torri Gemelle. Trump però non era nei paraggi del World Trade Center quando gli aerei colpirono le torri, perché si trovava alla Trump Tower, in Midtown, a circa sei chilometri (quattro miglia) di distanza. Lo ha ricordato Daniel Dale, il giornalista che verifica le dichiarazioni pubbliche per la CNN.

Nei giorni successivi agli attentati il timore che One Liberty Plaza potesse cedere fu reale. La Federal Reserve Bank di New York, una delle sedi della banca centrale americana, ricorda sul proprio sito che il 12 settembre i dipendenti dovettero lasciare l'edificio della banca proprio per quel rischio. Le autorità ripeterono però che il grattacielo era strutturalmente solido e riaprì già in ottobre, meno di due mesi dopo gli attacchi, senza danni alla struttura. Nessuna ricostruzione colloca il presidente lì dentro in quei giorni e non esiste alcuna prova pubblica che sia stato portato fuori di corsa dai vigili del fuoco. Martedì Trump ha aggiunto che l'edificio "scricchiola ancora" oggi.

Nel 2016, in campagna elettorale, aveva raccontato una versione diversa della stessa scena. L'episodio sarebbe avvenuto "un paio di giorni" dopo l'11 settembre e il palazzo pericolante era "non troppo lontano da noi", mentre martedì ha lasciato intendere di essere stato lì il giorno stesso, forse dentro l'edificio.

Il racconto sugli operai portati tra le macerie è più antico e altrettanto privo di riscontri. "Stavo costruendo un grande edificio a New York e ho portato giù tutta la squadra subito dopo quello che era successo", ha detto martedì il presidente. "Sono scesi tutti con me. Siamo andati giù come un grande gruppo di persone. Non c'era molto che potessimo fare". In un'intervista a Fox News andata in onda il 6 settembre aveva raccontato di avere molti operai edili in cantiere e di essere sceso sul posto "il giorno seguente" agli attacchi, perché lo stesso giorno non era possibile. Il cantiere di cui parla è quello della Trump World Tower, che nel 2001 era in costruzione in Midtown, a circa otto chilometri (cinque miglia) dal World Trade Center.

Il sito di verifica dei fatti PolitiFact non ha trovato prove che Trump abbia portato centinaia di operai sul luogo degli attentati, né che abbia partecipato di persona alla rimozione delle macerie o che sia tornato sul posto nelle settimane e nei mesi successivi. Alla richiesta di sapere quanto tempo il presidente avesse passato a Ground Zero e quanti operai avesse mandato, la Casa Bianca ha rimandato alla Trump Organization, che non ha risposto.

Le prime immagini di Trump vicino a Ground Zero sono del 13 settembre 2001, due giorni dopo gli attacchi, quando rilasciò diverse interviste nei pressi del sito. All'emittente tedesca N24 disse: "Ho un sacco di uomini quaggiù in questo momento. Ne abbiamo più di cento e ne stanno arrivando circa 125". In un'altra intervista dello stesso giorno raccontò che cento uomini della sua azienda stavano lavorando sul posto e che lui era lì per incitarli. Un articolo del quotidiano newyorkese Newsday lo descrisse quel 13 settembre "con ogni capello al suo posto e vestito in modo impeccabile con un abito nero", mentre i resoconti dell'epoca lo mostrano nel quartiere a battere il cinque a poliziotti e volontari diretti verso le rovine. Esistono foto e video di quei giorni nella zona, in abito pulito, ma nessuno sul cumulo di macerie.

Richard Alles, all'epoca capo di battaglione dei vigili del fuoco di New York, ha detto a PolitiFact nel 2019 di non sapere nulla di una presenza di Trump a Ground Zero né dell'arrivo di cento o più operai mandati da lui. "Ci sarebbe una traccia", ha spiegato. "Tutti lavoravano sotto la supervisione diretta della polizia, dei vigili del fuoco e del comando congiunto per le emergenze. C'è la possibilità che sia stato laggiù da solo senza che io lo sapessi? È possibile, ma non conosco nessuno che lo abbia mai visto lì". Una verifica di Newsweek del 2024 è arrivata alla stessa conclusione, senza trovare prove che il presidente abbia rimosso macerie o cercato superstiti. Anche USA Today non è riuscito a confermare che fosse sul posto o che abbia pagato operai per aiutare. Una versione opposta l'ha data l'ex capo della polizia di New York Bernard Kerik, che nel 2019 ha detto al sito conservatore Breitbart che Trump "è stato a Ground Zero molte volte, senza telecamere, senza stampa, senza niente", per motivare chi lavorava sul cumulo di macerie.

La Casa Bianca non ha fornito prove a sostegno delle ultime affermazioni del presidente e alla richiesta di dettagli ha risposto con una critica ai giornali. Il portavoce Davis Ingle ha detto che Trump ha passato la mattinata a rendere omaggio ai soccorritori morti e alle loro famiglie, che stava raccontando la propria esperienza di una città sconvolta e che l'uso di quelle parole per attaccarlo è "una vergogna", oltre che l'ennesima ragione per cui la fiducia degli americani nei media è ai minimi storici.

Nello stesso intervento il presidente ha parlato di Welles Crowther, il giovane che lavorava nel World Trade Center e salvò diverse persone prima di morire nel crollo della Torre Sud, ricordato come l'uomo con la bandana rossa. Trump gli ha conferito alla memoria la Medaglia presidenziale della libertà, la più alta onorificenza civile americana, ma ne ha commentato così la storia: "È diventato più famoso di me. Non mi piace. Sono molto infelice. È diventato molto più famoso di me".

Per il venticinquesimo anniversario Trump non andrà alla cerimonia di New York e sarà invece al Pentagono, ad Arlington in Virginia, colpito anch'esso l'11 settembre 2001. Aveva inizialmente previsto di celebrare la ricorrenza a Ground Zero e ha cambiato programma dopo avere scoperto che dal 2012 il memoriale vieta ai politici di pronunciare discorsi, come ha rivelato il New York Times. Il presidente ha definito la ricostruzione una notizia inventata e ha insultato Maggie Haberman, una delle giornaliste che l'hanno firmata, chiamandola "una persona poco attraente sia dentro sia fuori". Alla cerimonia di New York andrà il vicepresidente JD Vance, mentre altri esponenti dell'amministrazione saranno al memoriale del volo 93 a Shanksville, in Pennsylvania.

L'abitudine di mettersi al centro della tragedia risale al giorno stesso degli attentati. La mattina dell'11 settembre, al telefono con l'emittente WWOR del New Jersey, a Trump fu chiesto se il suo palazzo al 40 di Wall Street avesse subito danni e rispose che l'edificio era il secondo più alto della parte bassa di Manhattan e che, caduto il World Trade Center, era tornato a essere il primo. Il grattacielo non aveva riportato danni, ma questo non gli impedì di chiedere e di ottenere i fondi federali stanziati per le piccole imprese della zona, spiegando poi, quando gli fu chiesto di restituirli, di avere permesso per mesi alle persone di stare nell'edificio e di usarlo come deposito.

Nel 2005, parlando davanti al Congresso, difese l'uso dell'amianto nei materiali da costruzione sostenendo che se le Torri Gemelle fossero state costruite con quella sostanza tossica sarebbero ancora in piedi. Nel 2013 fece gli auguri su Twitter "a tutti, anche agli odiatori e ai perdenti, in questa data speciale, l'11 settembre". Nel 2015 sostenne di avere visto "migliaia e migliaia di persone" sui tetti del New Jersey esultare mentre le torri venivano giù, un'affermazione falsa che usò per chiedere la sorveglianza delle moschee. Poche settimane dopo chiese di vietare l'ingresso negli Stati Uniti a tutti gli immigrati musulmani.

Nel 2018, in un'intervista a Bloomberg, si lamentò perché il discorso al megafono di George W. Bush tra le macerie aveva impedito al suo gradimento tra i repubblicani di essere il più alto di sempre, con sondaggi al 90, al 92 e al 93 per cento. Nel 2019 tornò a rivendicare un ruolo nei soccorsi parlando ai vigili del fuoco e ai poliziotti: "Anch'io ero laggiù. Non mi considero un soccorritore, ma ero laggiù. Ho passato molto tempo laggiù con voi". Anche di quel periodo non è mai emersa alcuna traccia.


Trump non andrà al sito delle Torri Gemelle per l'11 settembre perché non potrà parlare


Il presidente Donald Trump non parteciperà alla cerimonia di New York per i venticinque anni dagli attentati dell'11 settembre 2001, anche perché voleva pronunciare un discorso e il memoriale non lo permette a nessun politico. Lo ha rivelato il New York Times. L'anniversario segna un quarto di secolo dall'attacco più grave subito dagli Stati Uniti dopo quello di Pearl Harbor.

La Casa Bianca aveva già avviato i preparativi per la visita. I collaboratori del presidente avevano fatto i sopralluoghi sul posto e avevano fatto sapere alle autorità di New York e di Washington che Trump intendeva andare a Ground Zero, lo spazio del memoriale dove sorgevano le Torri Gemelle. Nelle ultime settimane agli organizzatori era arrivata anche la richiesta di far parlare il presidente.

Dal 2012 ai politici è vietato pronunciare discorsi durante la commemorazione. Il National September 11 Memorial and Museum, la fondazione che gestisce il sito, ha lavorato per tenere quel luogo fuori dalla politica di parte e concentrato sulla solennità della giornata. Nel primo decennio dopo gli attentati gli eletti leggevano poesie e documenti storici americani come il discorso di Gettysburg. Adesso i politici dei due schieramenti stanno semplicemente uno accanto all'altro mentre i familiari delle vittime salgono sul palco e leggono per ore i nomi dei morti.

Trump commemorerà invece l'anniversario al Pentagono, il quartier generale della Difesa americana, colpito anch'esso negli attacchi dell'11 settembre 2001. Lì il presidente potrà pronunciare un discorso, come aveva già fatto alla cerimonia di Arlington, in Virginia, l'anno scorso e nel 2017. A rappresentare la Casa Bianca a New York sarà il vicepresidente JD Vance.

La convention repubblicana di metà mandato si terrà a Dallas, in Texas, il 9 e il 10 settembre. Trump è atteso sul palco alle 21 di giovedì 10, ora della costa est (le 3 del mattino dell'11 settembre in Italia). Gli organizzatori hanno discusso di inserire nel programma anche un omaggio alle vittime degli attentati. Dal Texas il presidente andrà poi a Washington.

Il giorno successivo alla commemorazione Trump partirà per l'Irlanda, dove il suo campo da golf di Doonbeg ospita l'Irish Open. Partire dall'aeroporto John F. Kennedy di New York o da quello di Newark, in New Jersey, avrebbe bloccato il traffico aereo e stradale molto più di una partenza dalla base militare di Joint Base Andrews, in Maryland.

Anna Kelly, portavoce della Casa Bianca, non ha risposto alle domande sui programmi del presidente per l'anniversario. "Nel venticinquesimo anniversario di questo giorno tragico il presidente ricorderà chi è stato ucciso per mano di terroristi malvagi, onorerà i loro cari e renderà omaggio ai coraggiosi soccorritori che hanno messo a rischio la propria vita per salvare i concittadini", ha dichiarato.

Il discorso dell'anno scorso al Pentagono era arrivato meno di ventiquattro ore dopo l'omicidio di Charlie Kirk, l'attivista conservatore ucciso a colpi di arma da fuoco mentre parlava in un campus universitario dello Utah. La cerimonia venne spostata in un altro punto per motivi di sicurezza. "Ricordiamo la luce dei migliori e dei più coraggiosi d'America e l'amore che hanno mostrato nei loro ultimi istanti", disse allora Trump. "In loro memoria facciamo una promessa solenne e nobile. Onoreremo sempre i nostri grandi eroi e voi siete i nostri eroi".

Il presidente ha subito due tentativi di assassinio e altri piani per ucciderlo attribuiti a presunti agenti iraniani. Le minacce nei suoi confronti sono aumentate da quando, il 28 febbraio, ha dato il via alla guerra contro l'Iran.

Alla cerimonia di Manhattan sono attesi l'ex sindaco di New York Rudolph Giuliani, l'ex presidente Bill Clinton con la moglie Hillary, l'ex presidente George W. Bush con la moglie Laura e l'ex presidente Barack Obama. Trump aveva partecipato l'ultima volta nel 2024, insieme a Vance, all'ex sindaco Michael Bloomberg, all'allora presidente Joe Biden e all'allora vicepresidente Kamala Harris. Nessuno di loro prese la parola e il presidente andò poi a visitare una caserma dei vigili del fuoco.

I collaboratori di Trump hanno discusso della possibilità di portare il memoriale sotto il controllo federale, anche nel corso dell'anno scorso. Le famiglie delle vittime negli ultimi anni hanno criticato la gestione e i conti della fondazione.

Il presidente si trovava a New York il giorno degli attacchi e in quelle ore disse a una televisione del New Jersey che il grattacielo di sua proprietà al 40 di Wall Street, fino ad allora il secondo più alto di Lower Manhattan, "ora è il più alto". L'affermazione era sbagliata, perché poco distante il palazzo di 70 Pine Street superava in altezza quello di Trump.


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☕ CYBERBRIEFING — Mercoledì 9 settembre 2026

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Shocker, the deskilling machine successfully deskills school kids - to the tune of them being a full year behind their peers who are "left behind" by *checks notes* actually learning!

Students who don’t use AI are ahead on every measure
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Roberto Vannacci si scontra con il padre di un bambino disabile durante un comizio e lo invita a parlarne “in separata sede” perché starebbe disturbando.

Lo stesso Vannacci che propone classi separate per gli alunni con disabilità.

Non è una provocazione: è una deriva abilista che va fermata anche con il voto.

E tu, te lo ricordi?

Video di Francesca Romana D’Antuono, già copresidente di Volt Europa.

#RobertoVannacci #Disabilità #Inclusione #Abilismo #Diritti #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Il collettivo Autistici/Inventati è stato costretto a chiudere dopo le sanzioni del governo USA.

Questo caso deve farci riflettere su come gli USA possano calpestare lo stato di diritto con un semplice tratto di penna, e poi sulla totale assenza di sovranità digitale europea.

in reply to Marco Cappato

intanto grazie per l'intervento, che potrei sbagliarmi, ma è il primo di un politico istituzionale.

Detto questo, però, Cappato ha sottolineato "solo" l'aspetto legato all'"autonomia digitale" (io la chiamo così), senza considerare con forza altri due aspetti altrettanto importanti, se non di più:

1) A/I è stata sanzionata in quanto antifascista, e questo va sottolineato.
Antifascista è la nostra costituzione e lo dovrebbe essere tutta la nostra storia, almeno dall'8 settembre 1943 ad oggi.

2) Trump si muove come un sovrano assoluto: qualcuno (l'Albanese) o qualcosa (A/I) non gli piace, lo cancella dalla faccia della terra senza che ci sia stato un processo, senza prove, senza diritto di replica.

È la cancellazione dello Stato di diritto.

È la morte della democrazia.

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La rassegna stampa di mercoledì 9 settembre 2026


L'Amministrazione bandisce alcolici e latticini canadesi e inasprisce la guerra commerciale, mentre gli Stati Uniti colpiscono cinque petroliere iraniane e il greggio sfiora i 100 dollari, e il New Hampshire sceglie i candidati per una corsa al Senato decisiva

Questa è la rassegna stampa di mercoledì 9 settembre 2026

Trump bandisce diversi prodotti canadesi e inasprisce la guerra commerciale


L'Amministrazione ha firmato ordini esecutivi per vietare la vendita negli Stati Uniti di alcolici, latticini e motociclette canadesi a partire dal 29 settembre, invocando una legge del 1930, ed estende i dazi al 50% a nuovi prodotti. La mossa arriva il giorno dopo l'entrata in vigore delle contromisure di Ottawa su circa 20 miliardi di dollari di merci americane. Il premier Carney ha ribadito la volontà di ridurre la dipendenza del Canada dal mercato statunitense.

Fonti: New York Times, Axios, Semafor

Gli Stati Uniti colpiscono cinque petroliere iraniane e il greggio sfiora i 100 dollari


Le forze americane hanno attaccato diverse navi legate ai Guardiani della rivoluzione in risposta a nuovi tentativi di colpire una nave da guerra della Marina statunitense, spingendo il prezzo del petrolio vicino ai 100 dollari al barile. L'Iran ha reagito lanciando missili contro la Giordania, mentre Washington intensifica la pressione economica su Teheran e sullo Stretto di Hormuz. Gli analisti temono un'ulteriore escalation militare nel Golfo.

Fonti: Financial Times, New York Times, Bloomberg

Il New Hampshire sceglie i candidati per una corsa al Senato decisiva


Il deputato democratico Chris Pappas e l'ex senatore repubblicano John E. Sununu hanno vinto le rispettive primarie e si sfideranno a novembre per il seggio lasciato dalla democratica Jeanne Shaheen. La sfida è considerata cruciale: è tra le migliori occasioni di conquista per i repubblicani e al tempo stesso quasi obbligata per i democratici che puntano a riconquistare la maggioranza al Senato.

Fonti: Wall Street Journal, New York Times, Semafor

La Corte Suprema respinge la mappa elettorale del Missouri favorevole ai repubblicani


I giudici hanno rifiutato di intervenire dopo che la corte suprema statale aveva invalidato una mappa congressuale ridisegnata a vantaggio dei repubblicani, a poche settimane dal voto di novembre. I funzionari del Missouri hanno però dichiarato di voler comunque procedere con la mappa contestata, alimentando il caos sulle corse per la Camera nello Stato.

Fonti: Wall Street Journal, New York Times, The Hill

I repubblicani si riuniscono a Dallas mentre Trump mette in difficoltà il partito


Alla vigilia di elezioni di metà mandato difficili, i repubblicani puntano su un presidente impopolare come volto della campagna per mantenere il controllo del Congresso. Trump ha però nazionalizzato il voto assumendo posizioni in contrasto con l'ortodossia del partito su dazi, importazioni di carne e sussidi per l'infanzia, e oltre cento parlamentari dovrebbero disertare la convention.

Fonti: Axios, Wall Street Journal, New York Times

Incidente di Miami: i sistemi di frenata del jet Amazon non si sarebbero attivati


Secondo il National Transportation Safety Board, i freni delle ruote del cargo Boeing 767 erano inseriti, ma gli aerofreni e gli invertitori di spinta non risultano essersi attivati mentre il velivolo usciva di pista all'aeroporto di Miami. Nello schianto sono morte cinque persone che si trovavano in due veicoli a terra; gli investigatori hanno descritto la scena come di totale devastazione.

Fonti: Fox News, BBC, Wall Street Journal

Trump ha regalato 45.000 dollari a ciascuno di tre collaboratori della Casa Bianca


Secondo i moduli di dichiarazione patrimoniale diffusi dall'Amministrazione, il presidente ha donato lo scorso Natale 45.000 dollari in contanti a tre tra i suoi più stretti collaboratori, tra cui l'assistente esecutiva Natalie Harp. Il ruolo della Harp è finito sotto i riflettori nelle ultime settimane.

Fonti: Financial Times, Wall Street Journal

OpenAI afferma di aver risolto uno dei problemi del millennio della matematica


La società ha annunciato che i suoi sistemi di intelligenza artificiale avrebbero trovato in circa 88 ore la dimostrazione di uno dei grandi quesiti irrisolti della matematica, associato a un premio da un milione di dollari. L'annuncio è però accompagnato da polemiche: l'amministratore delegato Sam Altman ha dichiarato che il laboratorio è stato minacciato con accuse infondate di plagio.

Fonti: BBC, Semafor, New York Times

Il Regno Unito e i suoi alleati sanzionano gli insediamenti israeliani, gli Stati Uniti non si oppongono


Il Regno Unito, insieme a Francia, Canada e altri Paesi, ha annunciato sanzioni e un divieto di importazione delle merci provenienti dagli insediamenti israeliani in Cisgiordania, in risposta al nuovo insediamento nell'area E1. L'Amministrazione non ha ostacolato l'iniziativa: il presidente Trump non ha chiesto a Londra di fare marcia indietro e il segretario di Stato Marco Rubio non ha condannato la mossa, segnale della frustrazione di Washington verso la politica del governo Netanyahu.

Fonti: Axios, Semafor, The Hill

Spettacolo: verso la fine del Jimmy Kimmel Live! e la stoccata di South Park a Trump


Secondo indiscrezioni la ABC non rinnoverà il contratto di Jimmy Kimmel oltre il 2027, ponendo fine dopo oltre vent'anni al suo show serale, anche se la rete ha smentito. Intanto South Park, dopo la vittoria agli Emmy, ha ironicamente cambiato nome in South America prendendo di mira il presidente, mentre il New York Times ha pubblicato una selezione delle fotografie di moda più influenti di sempre.

Fonti: The Hill, New York Times

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Il blocco di Hormuz prosciuga le entrate petrolifere dell'Iran


Dal ripristino del blocco navale a metà luglio nessun carico iraniano ha lasciato il Golfo e le scorte già in mare si esauriranno a ottobre. Il Brent intanto tocca i massimi da sei settimane, mentre il traffico nello Stretto di Hormuz crolla ai minimi da maggio.

Nessun carico di greggio iraniano ha superato il blocco navale statunitense da quando la Marina statunitense lo ha ripristinato il 13 luglio. Secondo la società di tracciamento marittimo Kpler, Teheran continua a imbarcare piccole quantità di petrolio, ma le petroliere restano intrappolate nel Golfo Persico. Le entrate dipendono ormai dai carichi trasferiti all’estero prima della ripresa del blocco: una riserva che si sta rapidamente esaurendo.

A oltre sei mesi dall’inizio della guerra, cominciata il 28 febbraio con i raid americani e israeliani, insomma, la pressione sulle esportazioni sta privando l’Iran della sua principale fonte di valuta estera. Intanto, però, gli attacchi iraniani contro le navi e le infrastrutture energetiche della regione stanno rallentando nuovamente il traffico attraverso Hormuz e spingendo il prezzo del Brent vicino ai 100 dollari al barile.

Le riserve si esauriscono, l’economia iraniana crolla


Secondo Kpler, il greggio iraniano a bordo delle petroliere fuori dall’area del blocco è sceso dai 90 milioni di barili di metà luglio a circa 29 milioni. Questa riserva si era accumulata grazie al Memorandum d’Intesa firmato a metà giugno tra Washington e Teheran: la sospensione del blocco per alcune settimane aveva permesso all’Iran di trasferire all’estero consistenti volumi di petrolio da consegnare successivamente.

“La vendita del petrolio e la consegna ai clienti sono avvenute a migliaia di km di distanza dal Golfo Persico e dal Golfo dell’Oman”, ha dichiarato venerdì il Ministro del Petrolio iraniano Mohsen Paknejad. Le consegne proseguono ora al ritmo di circa un milione di barili al giorno, soprattutto verso la Cina. Kpler stima che possano esaurire le scorte in viaggio entro metà ottobre, mentre gli ultimi pagamenti per i carichi già consegnati potrebbero arrivare entro metà dicembre.

I commercianti di petrolio del Golfo, che monitorano gli acquisti dei clienti prima di fissare i prezzi mensili, hanno riferito al Wall Street Journal di aver rilevato pochissime compravendite di carichi iraniani nelle ultime settimane. Ad agosto, intanto, Teheran ha imbarcato nel Golfo appena 255.000 barili al giorno, l’85% in meno rispetto alla media tra febbraio e aprile. Nessuno di questi carichi ha ancora raggiunto un acquirente.

Il blocco sta così costringendo Teheran anche a ridurre l’estrazione. Le scorte a terra non sono aumentate in misura significativa: secondo Homayoun Falakshahi, responsabile dell’analisi sul greggio di Kpler, è un segnale che la produzione si è avvicinata al livello necessario a soddisfare il solo fabbisogno interno. Le alternative terrestri offrono, infatti, ben poco margine. L’Iran dispone di pochi vagoni adatti al trasporto di greggio e prodotti raffinati e, su strada, non riuscirebbe a movimentare più di 40.000 barili al giorno, contro esportazioni prebelliche vicine ai due milioni.

Anche riscuotere i proventi delle vendite già concluse però diventa più difficile, perché le nuove sanzioni americane colpiscono banche e canali finanziari utilizzati per le transazioni iraniane. Normalmente il petrolio finanzia circa un terzo del bilancio statale e contribuisce direttamente alle risorse dell’apparato militare. Secondo il Dipartimento del Tesoro americano, le Forze Armate iraniane, compresi i Guardiani della Rivoluzione, integrano infatti i propri bilanci vendendo greggio attraverso società dedicate e reti di navi ombra.

La perdita di valuta estera sta a sua volta indebolendo il rial e rendendo più costose le importazioni, comprese le materie prime per l’industria, alimentando ulteriormente l’inflazione. Dall’annuncio della campagna di pressione economica di Donald Trump, ad agosto, la moneta iraniana ha perso quasi il 15% rispetto al dollaro, secondo i calcoli di Hamad Hussain, economista di Capital Economics. L’inflazione ufficiale ha così superato l’80% su base annua ed il Fondo monetario internazionale stima per l’intero anno un’inflazione media del 68,9% e una contrazione del PIL del 5,4%.

A complicare il quadro si aggiunge la decisione degli Emirati Arabi Uniti di sospendere, il mese scorso, le transazioni finanziarie ed economiche con l’Iran. Parte del commercio si sta spostando verso Turchia, Iraq, Oman e Pakistan, con tempi più lunghi e costi maggiori.

Guerra in Iran · Energia
Il blocco navale sta svuotando le casse dell’Iran
Da metà luglio nessuna petroliera iraniana ha superato le navi americane. Teheran vive delle scorte trasferite all’estero prima del blocco, che finiranno a metà ottobre. Intanto gli attacchi alle navi paralizzano Hormuz e spingono il Brent verso i 100 dollari.

Grafica di FocusAmericaAggiornata all’8 settembre 2026Tocca mappa e grafici per i dettagli

1La riserva 2La mappa 3Il rubinetto 4Lo Stretto 5Il prezzo 6L’economia

1
La riserva che si svuota

Il petrolio che l’Iran riesce ancora a vendere è quello già in viaggio fuori dal Golfo, imbarcato durante la tregua di giugno. Kpler stima che le consegne, circa un milione di barili al giorno soprattutto verso la Cina, esauriranno la riserva entro metà ottobre.

90 a metà luglio

Greggio già fuori dal blocco
29milioni di barili
Erano 90 milioni a metà luglio: in meno di due mesi la riserva si è ridotta di oltre due terzi.

Metà luglio
La Marina americana ripristina il blocco dopo la tregua di giugno

8 settembreoggi
Nessun carico iraniano ha ancora superato il blocco

Metà ottobre
Le scorte in viaggio si esauriscono, stima Kpler

Metà dicembre
Arrivano gli ultimi pagamenti per i carichi già consegnati

2
Dove si combatte la guerra del petrolio

Le petroliere caricate a Kharg attraversano il Golfo e lo Stretto, ma si fermano davanti alla linea del blocco americano, a sud del Golfo dell’Oman. Sabato 6 settembre gli Stati Uniti hanno colpito tre petroliere iraniane; i pasdaran rispondono attaccando le navi in transito.
Iran Arabia Saudita Oman Emirati Pakistan Iraq Golfo Persico Golfo dell’Oman Mar Arabico Blocco navale USA Vista d’insieme
Attacco o raid Porto o terminale Petroliere in uscita da Kharg Linea del blocco (indicativa)

Stretto di Hormuz
Il 31 agosto la petroliera saudita Sidr è stata colpita nello Stretto: due marinai filippini sono morti. Dal 6 luglio la UKMTO ha registrato 27 navi colpite e danneggiate in queste acque.

3
Il rubinetto si è quasi chiuso

Greggio e condensato imbarcati nei porti iraniani, in barili al giorno. Ad agosto Teheran ha caricato l’85% in meno rispetto alla media tra febbraio e aprile, e nessuno di quei carichi ha ancora raggiunto un acquirente.

Marzoprima del blocco

2,0 mln b/g

Lugliotregua, poi blocco

740 mila b/g

Agostoblocco a regime

255 mila b/g−85%

Su stradacapacità massima

40 mila b/g

0
Carichi di greggio che hanno superato il blocco da metà luglio (Kpler, Vortexa, TankerTrackers)

1su 3
Quota del bilancio statale iraniano finanziata dal petrolio, in tempi normali

La produzione si è avvicinata al solo fabbisogno interno: le scorte a terra non crescono e l’Iran ha pochi vagoni adatti al trasporto di greggio. Le nuove sanzioni USA colpiscono anche le banche che incassano i pagamenti.

4
Lo Stretto si è svuotato

Navi mercantili che attraversano Hormuz ogni giorno. Prima della guerra erano un centinaio; negli ultimi dieci giorni la media è scesa a 10, il livello più basso da maggio. Ogni sagoma è una nave.

100navi al giornocirca, prima della guerra

10navi al giornomedia degli ultimi 10 giorni

2navi sabato 6 settembreil giorno degli attacchi alle petroliere
6navi domenica 7 settembrequasi tutte lungo la rotta iraniana

27
navi colpite e danneggiate dal 6 luglio (UKMTO)

70
attacchi contro navi verificati dall’inizio della guerra (IMO)

19
marinai morti dall’inizio della guerra (IMO)

Da mercoledì 2 settembre nessuna superpetroliera è uscita dallo Stretto. Marisks giudica «estremo» il rischio per le navi legate all’Iran e «sensibilmente elevato» quello per le navi americane o scortate dagli USA.

5
Il Brent torna verso i 100 dollari

Prezzo del Brent in dollari al barile nei momenti chiave della guerra. Goldman Sachs vede 120 dollari se gli attacchi alle navi si intensificano e 80 se le esportazioni del Golfo tornano normali.

97,31 $Brent, chiusura
di lunedì 7 settembre

Chiusure e livelli selezionati, non una serie giornaliera completa. Il WTI, riferimento americano, ha chiuso lunedì a 92,65 dollari. Nella settimana precedente i due riferimenti erano saliti rispettivamente dell’8% e di quasi il 10%.

6
Senza petrolio, l’economia iraniana affonda

La perdita di valuta estera indebolisce il rial, rende più care le importazioni e alimenta l’inflazione. Anche gli Emirati hanno sospeso le transazioni con Teheran: il commercio si sposta su Turchia, Iraq, Oman e Pakistan, con tempi e costi maggiori.

−5,4%
Variazione del PIL nel 2026, stimata
Fondo monetario internazionale, aggiornamento di luglio

68,9%
Inflazione media stimata nel 2026
FMI; il dato ufficiale annuo ha già superato l’80%

−15%
Il rial sul dollaro dall’inizio di agosto
Capital Economics, dall’avvio della campagna di pressione economica

Il petrolio finanzia circa un terzo del bilancio statale e alimenta direttamente i Guardiani della Rivoluzione

Entrate petrolifere · circa un terzoAltre entrate dello Stato

Fonte: Kpler, Vortexa, Reuters, UKMTO, IMO, CENTCOM, Fondo monetario internazionale, Capital Economics, Goldman Sachs; dati all’8 settembre 2026. Confini e coste da Natural Earth. La linea del blocco e la rotta delle petroliere sono indicative.

Gli attacchi alle petroliere rallentano Hormuz


L'aumento della pressione sull’Iran si accompagna però a un nuovo peggioramento della sicurezza marittima. Sabato le forze americane hanno attaccato tre petroliere iraniane: secondo il Comando Centrale degli Stati Uniti, la Downy è stata colpita al largo dell’isola di Kharg, principale terminale petrolifero del Paese, la Stark 1 vicino al porto di Jask e la Kylo, nota anche come Noxen, è stata distrutta.

L’operazione è seguita al lancio di missili balistici dei Guardiani della Rivoluzione contro due navi da guerra americane, tra cui una portaerei, che non sono state colpite. “Se aprite il fuoco contro due delle nostre navi, imporremo un costo economico ancora più alto attaccandone tre delle vostre”, ha dichiarato l’ammiraglio Brad Cooper, comandante del CENTCOM. La Marina dei pasdaran ha a sua volta affermato di aver preso di mira tre petroliere in transito su rotte non autorizzate nello Stretto e altre tre unità americane in aree diverse.

Il traffico commerciale sta risentendo pesantemente di questa situazione. Negli ultimi dieci giorni attraverso Hormuz sono passate in media 10 navi mercantili al giorno, il livello più basso da maggio. Secondo Kpler, sabato i transiti sono stati appena 2 e domenica 6, quasi tutti lungo la rotta iraniana. Domenica sono entrate una superpetroliera e 3 navi da carico secco; dal mercoledì precedente, invece, non risultava uscita alcuna superpetroliera.

Secondo la società di intelligence marittima Marisks, le petroliere sono ormai diventate strumenti di pressione economica reciproca, con una distinzione sempre meno netta tra operazioni militari e navigazione commerciale. La società considera “estremo” il rischio per le navi iraniane o collegate all’Iran e “sensibilmente elevato” quello per le unità americane o scortate dagli Stati Uniti nello Stretto e nel Golfo dell’Oman.

Dal 6 luglio la UKMTO, l’organismo della Marina britannica che monitora il traffico mercantile nella regione, ha registrato 27 episodi in cui navi sono state colpite e danneggiate nello Stretto e nelle acque circostanti. Dall’inizio del conflitto, l’Organizzazione Marittima Internazionale ha verificato 70 attacchi contro navi e la morte di 19 marinai. Tra le vittime ci sono due membri filippini dell’equipaggio della petroliera saudita Sidr, della compagnia Bahri, colpita a Hormuz il 31 agosto.

La minaccia si estende anche alle infrastrutture energetiche. Lunedì è stata attaccata anche la raffineria saudita di Jazan, un impianto di Aramco capace di trattare 400.000 barili al giorno, già preso di mira più volte dalla ripresa dei combattimenti tra Riyadh e i ribelli houthi yemeniti, sostenuti dall’Iran. Secondo il Financial Times, i danni sono ancora in corso di accertamento.

Teheran minaccia inoltre nuove restrizioni alla navigazione: Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, ha annunciato l’intenzione di dichiarare nei prossimi giorni una zona interdetta all’esterno dello Stretto.

Il Brent sfiora i 100 dollari, gli acquirenti cercano alternative


Il timore di un’ulteriore escalation sta facendo salire di nuovo i prezzi del petrolio. Lunedì il Brent, riferimento internazionale, è aumentato dell’1,1%, chiudendo a 97,31 dollari al barile dopo aver raggiunto 98,06 dollari, il massimo dal 24 luglio. Il WTI, riferimento del mercato americano, ha guadagnato l’1,3%, a 92,65 dollari. Nella settimana precedente erano già saliti rispettivamente di circa l’8% e di quasi il 10%.

A preoccupare i mercati è soprattutto la minaccia iraniana di colpire le infrastrutture energetiche di tutto il Medio Oriente in risposta ai nuovi attacchi americani. “Colpite i nostri beni e sarete colpiti a vostra volta”, ha dichiarato il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, replicando al Segretario alla Difesa Pete Hegseth, che aveva definito “indifesa” la flotta petrolifera iraniana.

Goldman Sachs ipotizza che il petrolio possa raggiungere i 120 dollari al barile se gli attacchi alla navigazione si dovessero intensificare, pur non considerandolo lo scenario di riferimento. Un ritorno alla normalità delle esportazioni regionali porterebbe invece, secondo la banca, il prezzo attorno agli 80 dollari. Per Priyanka Sachdeva, responsabile delle analisi di mercato di Phillip Nova, un rallentamento sostanziale del traffico delle petroliere potrebbe indurre gli operatori a prevedere una riduzione dell’offerta molto più grave.

Alcuni acquirenti cinesi stanno intanto sostituendo il greggio iraniano con quello saudita, iracheno ed emiratino. La scarsità dei carichi di Teheran li rende, in alcuni casi, più costosi delle alternative: l’Iraq ha offerto sconti fino a quasi 30 dollari al barile su alcune qualità. Arabia Saudita ed Emirati continuano invece a esportare volumi significativi attraverso gli oleodotti che aggirano Hormuz.

Queste alternative non bastano però a eliminare del tutto le tensioni sull’offerta. Negli Stati Uniti, primo produttore e consumatore mondiale di petrolio, le scorte di benzina e distillati, tra cui il gasolio, sono nettamente inferiori sia alla media stagionale degli ultimi cinque anni sia ai livelli di un anno fa, secondo gli analisti di PVM Energy. Gli Emirati stanno accelerando la costruzione di rotte alternative per le esportazioni energetiche e commerciali: l’obiettivo, ha spiegato lunedì il consigliere presidenziale Anwar Gargash, è non restare “ostaggio” della guerra tra Stati Uniti e Iran.


Iran e Stati Uniti, la guerra delle petroliere torna a bloccare Hormuz


Il Central Command (CENTCOM) statunitense ha attaccato oggi tre petroliere iraniane nel Golfo dell’Oman, in risposta al lancio di missili balistici dei Guardiani della Rivoluzione iraniane contro una portaerei e un cacciatorpediniere lanciamissili americani. Nessuna delle due unità militari è stata colpita e non si sono registrati feriti. Secondo il comando statunitense, invece, le petroliere Downy e Stark 1 sono state messe definitivamente fuori uso, mentre la Kylo è stata distrutta dopo che al suo equipaggio era stato ordinato di abbandonare la nave.

Il CENTCOM ha diffuso sui social le immagini degli attacchi, accompagnate da un messaggio dell’ammiraglio Brad Cooper: “Se aprite il fuoco contro due delle nostre navi, vi imporremo un costo economico ancora maggiore, mettendone fuori uso tre delle vostre”. La nuova rappresaglia si inserisce nella strategia approvata dal presidente Donald Trump di colpire la flotta petrolifera iraniana in risposta agli attacchi di Teheran. Un funzionario americano l’aveva riassunta nella formula “una petroliera per una petroliera” e le parole di Cooper indicano ora una risposta più pesante.

“Let the message to the IRGC be clear: If you shoot at two of our ships, we will impose an even higher economic cost —taking out three of yours. We will not hesitate to defend American forces, and if necessary, destroy Iran’s limited and exposed oil fleet.” — Adm. Brad Cooper,… pic.twitter.com/UGGcSGsUtd
— U.S. Central Command (@CENTCOM) September 5, 2026


Lo scontro prosegue da oltre sei mesi, ben oltre le previsioni iniziali del presidente. Come ricorda Axios, all’inizio del conflitto Trump aveva dichiarato di poter scegliere tra una campagna prolungata e una conclusione “in due o tre giorni”. Il giorno successivo aveva parlato al Daily Mail di “quattro settimane o meno”. Giovedì ha invece liquidato il conflitto come “roba da poco”, mentre due giorni prima il vicepresidente JD Vance aveva sostenuto che non ci fosse più alcuna guerra in corso.

Hormuz, i numeri dietro le dichiarazioni di Trump


Al centro del confronto resta il controllo dello Stretto di Hormuz. Da luglio il blocco navale americano impedisce all’Iran di esportare petrolio dal Golfo Persico, mentre Washington è riuscita in qualche modo a scortare attraverso lo Stretto quantità significative di greggio dei Paesi arabi, nonostante gli attacchi iraniani con droni e missili. “Il blocco iraniano fa più acqua di quello americano: gli iraniani non riescono a chiudere tutto”, ha detto al Wall Street Journal Samir Madani, cofondatore di TankerTrackers.

Quanto petrolio riesca effettivamente a passare, però, resta un dato controverso. Prima della guerra attraverso Hormuz transitavano circa 20 milioni di barili al giorno tra greggio e prodotti raffinati. Trump ha scritto su Truth Social che i flussi sarebbero tornati a 18 milioni di barili al giorno, ovvero quasi ai livelli precedenti al conflitto. La cifra si riferisce però a una singola operazione del 2 settembre, quando 40 navi mercantili hanno attraversato lo Stretto sotto scorta, e non a una media giornaliera su un periodo più lungo.

Invece il Segretario all’Energia Chris Wright ha parlato alla CNBC di oltre 17 milioni di barili transitati in una giornata, precisando poi che la media su più giorni si aggira intorno agli 8 milioni. Il suo Dipartimento ha inoltre riferito ad Axios che mercoledì 2 settembre il volume avrebbe sfiorato i 12 milioni di barili: una cifra però già di per se diversa da quella indicata da Trump per la stessa giornata.

Le stime delle società di tracciamento navale restituiscono un quadro più distante dalla normalità, ma vanno distinte per periodo e tipo di carico. Al 31 agosto, Vortexa calcolava una media di circa 8 milioni di barili al giorno nei 28 giorni precedenti. TankerTrackers, considerando soltanto il greggio, indica invece una media giornaliera di 5,94 milioni di barili negli ultimi sette giorni e di circa 5 milioni negli ultimi 28, quasi interamente di produzione non iraniana.

Secondo TankerTrackers, altri 2,5 milioni di barili al giorno sono stati caricati nei porti sul Golfo dell’Oman, come Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti. Sommando questi carichi al greggio passato da Hormuz si arriva a circa 7,5 milioni di barili al giorno. Il totale, però, non misura il traffico attraverso lo Stretto e non è direttamente confrontabile con i 20 milioni di barili precedenti alla guerra, che comprendevano anche i prodotti raffinati.

Ricostruire i flussi è difficile anche perché molte petroliere disattivano il sistema automatico di identificazione, l’AIS, per ridurre il rischio di essere individuate. Le società specializzate devono quindi incrociare immagini satellitari e informazioni sui carichi. Bob McNally, presidente di Rapidan Energy Group, ha spiegato ad Axios che serviranno alcune settimane per avvicinarsi a un bilancio attendibile: il petrolio uscito dal Golfo dovrà raggiungere una destinazione, dove il suo arrivo potrà essere registrato. Ad ogni modo secondo Gregory Brew, di Eurasia Group, i volumi reali sarebbero inferiori a quelli indicati da Washington, ma sufficienti a convincere Trump che il tempo giochi a suo favore.

Iran, sei mesi di guerra
Da Hormuz passa meno della metà del petrolio di prima della guerra
Donald Trump sostiene che i flussi attraverso lo Stretto siano quasi tornati ai livelli precedenti al conflitto. Le società che seguono le petroliere via satellite misurano volumi molto più bassi, e la distanza tra le due letture non si sta riducendo.

Grafica di FocusAmerica 5 settembre 2026

Transiti attraverso lo Stretto di Hormuz

Prima della guerra
20
↓ 60%

Al 31 agosto 2026
8
Milioni di barili al giorno di greggio e prodotti raffinati, media del 2025 secondo l’agenzia statistica dell’energia americana.
Milioni di barili al giorno, media dei 28 giorni precedenti calcolata da Vortexa sugli stessi carichi.

In sintesi. Prima della guerra dallo Stretto di Hormuz passavano circa 20 milioni di barili al giorno di greggio e prodotti raffinati. Al 31 agosto 2026 Vortexa ne misurava 8 milioni come media dei 28 giorni precedenti, mentre Trump ne ha rivendicati 18 e il Segretario all’Energia Chris Wright 17, riferendosi però a singole giornate. Le navi in transito sono passate da oltre 130 al giorno a dieci il 26 agosto. Il conflitto dura da circa 190 giorni, contro i «due o tre giorni» ipotizzati inizialmente dal presidente. Attiva JavaScript per consultare i grafici interattivi.

Quattro letture del conflitto
IIl divarioDivario IILe naviNavi IIILa guerra breveDurata IVLo stalloStallo

Sette misure dello stesso Stretto, e nessuna coincide
Quanti milioni di barili al giorno passerebbero oggi da Hormuz. In rosso le cifre diffuse dall’Amministrazione Trump, in blu quelle delle società di tracciamento navale. Il fondo scala è il livello medio del 2025. Tocca una riga per confrontarla con quel livello.
Dichiarazioni dell’Amministrazione Società di tracciamento navale Distanza tra le due letture

40% del livello medio del 2025
Vortexa, media mobile a 28 giorni al 31 agosto.

milioni di barili al giorno

Tra la cifra più bassa diffusa dall’Amministrazione e la più alta calcolata dai tracciatori restano quattro milioni di barili al giorno: un quinto di tutto il petrolio che attraversava lo Stretto prima della guerra.

Prima della guerra passavano oltre 130 navi al giorno. Il 26 agosto ne sono passate dieci
Navi che hanno attraversato lo Stretto in una singola giornata: ogni sagoma corrisponde a una nave. Il conteggio del 2 settembre riguarda l’operazione di scorta citata da Trump, la più ampia da quando il blocco americano è stato ripristinato.

Nel giorno che la Casa Bianca ha portato come prova della riapertura dello Stretto sono transitate meno di un terzo delle navi che ci passavano ogni giorno prima della guerra.

Una guerra che doveva durare giorni ha superato il sesto mese
Durata in giorni. Le previsioni del presidente e la stima iniziale dei funzionari iraniani sulla tenuta del Paese, a confronto con il tempo davvero trascorso dall’inizio del conflitto.

Giovedì Trump ha liquidato il conflitto come «roba da poco». Due giorni prima il vicepresidente JD Vance aveva sostenuto che una guerra in corso non ci fosse più.

Nessuna delle due parti ha ottenuto quello che sperava
Teheran contava su una crisi energetica mondiale, Washington su un cedimento interno iraniano. Non è arrivato né l’uno né l’altro, e nessuno dei due governi ha una via d’uscita semplice.

Il calcolo di Teheran
Chiudere Hormuz doveva far salire il prezzo del greggio fino a costringere Trump a trattare.
Non è successo. Il barile è rimasto sotto i 100 dollari, anche perché la Cina ha attinto alle proprie riserve e ridotto gli acquisti.

Il calcolo di Washington
Il blocco dei porti iraniani doveva provocare una rivolta interna e restituire la libera navigazione.
Non è successo. Nessuna delle due cose è arrivata, e le petroliere continuano a spegnere i trasponder per non farsi individuare.

Secondo Vali Nasr, docente di studi mediorientali alla Johns Hopkins University, a Teheran restano due strade: cedere, oppure alzare la posta per arrivare al negoziato da una posizione meno debole.

Fonte Energy Information Administration per la media 2025 dei transiti; Vortexa, TankerTrackers.com e Kpler per flussi e conteggi delle navi; Axios, CNBC, Wall Street Journal e CNN per le dichiarazioni dell’Amministrazione; Fondo Monetario Internazionale per l’inflazione iraniana; sondaggio Economist/YouGov di metà agosto 2026. Le stime di TankerTrackers riguardano il solo greggio e non sono direttamente confrontabili con il totale del 2025. Durata del conflitto: elaborazione FocusAmerica sulla data del raid di fine febbraio 2026.

Washington e Teheran aspettano che l’altra ceda


Finora, però, nessuna delle due parti ha ottenuto il risultato sperato. Ostacolando il passaggio attraverso Hormuz, Teheran ha colpito una delle principali arterie energetiche mondiali, senza contemporaneamente provocare la crisi economica internazionale su cui contava per costringere Trump a chiudere la guerra alle condizioni iraniane. Il prezzo del petrolio resta sotto i 100 dollari al barile, anche perché la Cina ha attinto alle proprie riserve e ridotto gli acquisti. Il blocco dei porti iraniani, imposto da Washington in aprile e ripristinato a luglio, non ha invece provocato né la rivolta popolare auspicata dagli Stati Uniti né il ritorno alla libera navigazione nello Stretto.

“Le previsioni di entrambe le parti non si sono avverate, e nessuna delle due ha una via d’uscita semplice da questa situazione”, ha detto al Wall Street Journal Vali Nasr, docente di studi mediorientali alla Johns Hopkins University. Nel Golfo restano bloccati anche carichi di gas naturale liquefatto, fertilizzanti e altre materie prime. Le conseguenze sono particolarmente pesanti per Qatar, Kuwait, Iraq e Bahrein, le cui esportazioni via mare dipendono dal passaggio attraverso Hormuz.

La pressione economica sull’Iran continua intanto ad aumentare. Il rial continua a perdere valore, l’inflazione a salire e la benzina a scarseggiare. Il presidente Masoud Pezeshkian ha ammesso in televisione un calo del commercio estero compreso tra il 25% e il 35%, criticando chi sostiene che le sanzioni non abbiano conseguenze. All’introduzione del blocco americano, funzionari iraniani stimavano inizialmente che il Paese potesse resistere per circa 5 mesi senza ripercussioni catastrofiche. La successiva interruzione e il ripristino del blocco rendono però difficile tradurre quella previsione in una scadenza precisa.

Sui calcoli di Teheran pesa però anche il calendario politico americano. Secondo un sondaggio Economist/YouGov di metà agosto, il 65% degli americani vuole un accordo che metta fine alla guerra il prima possibile. A due mesi dalle elezioni di metà mandato, l’aumento del prezzo della benzina rappresenta un chiaro problema per l’Amministrazione Trump. “Il ragionamento a Teheran è: perché mai dovremmo togliere pressione a Trump ora? Facciamogli sentire il dolore alle urne”, ha detto al Wall Street Journal Ellie Geranmayeh, esperta di Iran dello European Council on Foreign Relations.

Le decisioni decisive sulla guerra restano per ora nelle mani dei vertici dei Guardiani della Rivoluzione, a partire da Mohsen Rezaei, capo del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, e Ahmad Vahidi, comandante dei pasdaran. Pezeshkian e il presidente del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf sono favorevoli a un ritorno al negoziato, ma hanno un’influenza più limitata. La nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, resta invece nascosta dopo le ferite riportate nel raid statunitense-israeliano che alla fine di febbraio ha causato la morte di suo padre, Ali Khamenei.

Il deterioramento dell’economia iraniana, quindi, non si sta traducendo necessariamente in una maggiore disponibilità al compromesso. Secondo Esfandyar Batmanghelidj, della fondazione Bourse & Bazaar, anzi l’impoverimento del ceto medio potrebbe persino favorire la parte più oltranzista della leadership, perché una popolazione economicamente stremata ha meno possibilità di mobilitarsi. Nasr indica due possibili scelte per Teheran: cedere oppure intensificare lo scontro, nella speranza di arrivare da una posizione di forza al negoziato e dover fare meno concessioni possibile.


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L'Esercito cinese accelera sull'uso dei robot umanoidi in guerra


Un'analisi di oltre cento bandi, brevetti e ricerche mostra che le Forze Armate di Pechino stanno studiando l'impiego dei robot umanoidi nei combattimenti urbani. Nessun robot è però ancora arrivato ai reparti operativi.

La Cina è diventata il principale produttore mondiale di robot umanoidi: secondo una stima di Bank of America, nel 2025 circa il 95% delle consegne globali è arrivato da aziende cinesi. Pechino punta a impiegarli soprattutto per modernizzare l'apparato produttivo del Paese, ma in parallelo l'Esercito Popolare di Liberazione cinese ha avviato un proprio programma per prepararne l'impiego anche sul campo di battaglia. Un'analisi condotta da Reuters su oltre cento bandi di appalto militari, studi scientifici, brevetti, pubblicazioni ufficiali, documenti governativi e materiali delle aziende della difesa mostra che le istituzioni militari stanno acquistando robot umanoidi, ne sperimentano l'impiego in scenari operativi, acquisiscono tecnologie per addestrarli e studiano come integrarli con i soldati.

Le ricerche hanno accelerato tra il 2025 e il 2026 e ora si concentrano soprattutto su tre aspetti: percezione dell'ambiente, manipolazione degli oggetti e raccolta dei dati necessari all'addestramento. Reuters però non ha trovato prove del dispiegamento di robot umanoidi armati presso reparti operativi dell'Esercito cinese e i modelli disponibili consumano ancora troppa energia e restano poco affidabili al di fuori delle dimostrazioni controllate.

Esiste però già una visione del loro possibile impiego. In uno studio pubblicato nell'agosto 2025, l'Università Nazionale di Tecnologia della Difesa (NUDT), uno dei principali istituti di ricerca militare cinesi, ha simulato composizione e movimenti di gruppi d'assalto urbani: sei "robot da combattimento" — umanoidi, quadrupedi o veicoli senza equipaggio — vengono distribuiti tra due squadre e, insieme ai soldati, bonificano un edificio occupato dal nemico stanza per stanza e piano per piano. Gli autori hanno immaginato l'impiego di tecnologie che potrebbero diventare disponibili entro 5-10 anni.

Anche gli investimenti vanno nella stessa direzione. Nel giugno 2026 le Forze Armate cinesi hanno stanziato l'equivalente di circa 300.000 dollari per un sistema destinato a raccogliere ed etichettare dati provenienti da telecamere, radar e sensori di movimento per i robot umanoidi, comprese informazioni sui terreni che potrebbero attraversare. Ad agosto il conglomerato statale della difesa Norinco ha descritto Fuxi, il suo robot a grandezza naturale, come capace di montare la guardia, effettuare ricognizioni con qualsiasi condizione meteorologica, pattugliare e svolgere missioni pericolose.

Nel giugno 2025 la NUDT aveva inoltre organizzato una competizione con una prova che simulava la "penetrazione nelle retrovie nemiche": i robot dovevano entrare in un'area, mapparla e individuare gli obiettivi. Un'altra prova riguardava controlli di identità, verifiche disciplinari e pattugliamento delle basi militari. L'università ha definito la competizione anche un banco di prova per macchine destinate, in prospettiva, a "muoversi verso il campo di battaglia".

Nel dicembre successivo il Comando del teatro orientale ha diffuso un'immagine generata con l'intelligenza artificiale in cui robot militari, umanoidi e quadrupedi travolgevano le difese di Taiwan in un ipotetico conflitto futuro. Il PLA Daily, quotidiano ufficiale delle Forze Armate cinesi, ha scritto che col tempo le missioni dei robot umanoidi potrebbero evolvere "dal supporto al combattimento al combattimento vero e proprio" e ha discusso le condizioni nelle quali potrebbero essere autorizzati ad aprire il fuoco contro un bersaglio umano preventivamente identificato da un operatore.

Due strade verso lo stesso obiettivo


Sull'effettiva utilità militare dei robot umanoidi sul campo di battaglia gli specialisti restano divisi. Aaron Johnson, docente di ingegneria meccanica alla Carnegie Mellon University, osserva che un campo di battaglia presenta troppe variabili e può mettere i robot di fronte a situazioni imprevedibili. Dennis Hong, docente di ingegneria meccanica e aerospaziale all'Università della California a Los Angeles, parte invece proprio dal rischio per gli esseri umani: "Mandare i robot dove non vogliamo mandare le persone è una delle ragioni più convincenti per svilupparli. Se perdere un robot significa evitare la perdita di una vita umana, allora il robot può diventare sacrificabile".

Juo-Min Chou, ricercatrice dell'Istituto per la Ricerca sulla Difesa e la Sicurezza Nazionale di Taiwan, ha spiegato a Reuters che, per compiti relativamente semplici di ricognizione e logistica, robot cingolati, su ruote o quadrupedi restano generalmente più economici e facili da impiegare su larga scala. Robot umanoidi potrebbero però diventare utili negli edifici, nei tunnel e all'interno delle navi se migliorassero equilibrio, percezione e autonomia: "In teoria, due mani e due piedi potrebbero combinare mobilità, capacità di arrampicarsi e manipolazione degli oggetti".

Una versione molto più semplice di questa logica è già all'opera a poche migliaia di km di distanza. Le Forze Armate ucraine già oggi impiegano al fronte robot terrestri non umanoidi per trasportare rifornimenti, evacuare feriti, svolgere operazioni di ricognizione, posare mine e attaccare posizioni nemiche con alcuni modelli che sono equipaggiati anche con mitragliatrici e altri sistemi d'arma. La Terza Brigata d'Assalto ucraina punta nel 2026 a sostituire con sistemi robotici fino al 30% del personale nei settori più difficili del fronte, secondo Mykola Zinkevych, comandante della sua unità NC13 specializzata nei sistemi terrestri senza equipaggio.

Su scala nazionale, ad aprile il presidente Volodymyr Zelensky aveva incaricato il Ministero della Difesa e lo Stato Maggiore di fornire alle Forze Armate almeno 50.000 sistemi robotici terrestri entro la fine del 2026. Insomma, Pechino ragiona su un orizzonte di 5-10 anni per portare i robot umanoidi su un ipotetico campo di battaglia, mentre su quello reale a migliaia di km di distanza l'Ucraina sta invece già sostituendo uomini con macchine relativamente semplici, economiche e sacrificabili.


Bombardare i data center cinesi: il piano di un think tank di Washington per fermare Pechino


Se la Cina arrivasse per prima all'intelligenza artificiale generale, gli Stati Uniti dovrebbero essere pronti a colpirne i data center con missili e bombe. È la conclusione di "Superpowers and AGI", un rapporto firmato da Jacob Stokes, ex funzionario per la sicurezza nazionale dell'Amministrazione Obama, di cui ha dato parlato il South China Morning Post. Stokes sostiene che Washington dovrebbe cominciare fin da ora a organizzare esercitazioni militari per prepararsi alle conseguenze di un eventuale vantaggio cinese nello sviluppo dell'intelligenza artificiale.

Con AGI, o intelligenza artificiale generale, si indica il punto teorico in cui un sistema di intelligenza artificiale raggiungerà o supererà le capacità umane in un'ampia gamma di compiti cognitivi. Che un sistema del genere sia effettivamente realizzabile resta una questione aperta, ma il rapporto parte dal presupposto che lo sia e che, se gli Stati Uniti non dovessero arrivarci per primi, l'apparato militare americano debba prepararsi anche a misure drastiche.

Stokes, oggi vicedirettore del programma per la sicurezza indo-pacifica del Center for a New American Security, uno dei principali centri studi di Washington, esamina l'ipotesi che il proprio Paese diventi lo "Stato in ritardo". In quel caso, scrive, gli Stati Uniti potrebbero "provare a sabotare i sistemi di AGI dello Stato in testa" attraverso infiltrazioni fisiche oppure operazioni cibernetiche offensive. È una strada che considera relativamente praticabile: "Gli attacchi informatici per sabotare l'AGI potrebbero non provocare rappresaglie su larga scala", perché sono "in una certa misura già considerati un comportamento normale degli Stati, sotto la soglia della guerra".

Dai cyberattacchi ai bombardamenti


L'intelligenza artificiale, però, non esiste soltanto online. Per funzionare richiede enormi capacità di calcolo, concentrate in infrastrutture fisiche. Da qui l'ultima opzione presa in considerazione da Stokes, quella che definisce "la più pericolosa e quella che comporta il maggiore rischio di escalation": attacchi cinetici, cioè la distruzione fisica delle strutture con missili e bombe. La formulazione più netta del rapporto è anche la più asciutta: "I data center possono essere bombardati con munizioni convenzionali".

Non è il primo a evocare uno scenario del genere, osserva Futurism. Nel 2023, su Time, il critico dell'intelligenza artificiale Eliezer Yudkowsky aveva scritto che i Paesi avrebbero dovuto essere pronti a "distruggere con un attacco aereo un data center fuori controllo".

Stokes non ignora le conseguenze di una scelta simile. "Bombardare supererebbe una soglia importante, mai attraversata finora nelle relazioni tra Stati Uniti e Cina", scrive, aggiungendo che la rappresaglia di Pechino potrebbe non limitarsi agli obiettivi americani nell'Indo-Pacifico, ma arrivare fino al territorio continentale degli Stati Uniti. "Ragionare sui particolari di quello scenario sarà molto importante, anche perché aiuterà i decisori politici a lavorare a ritroso partendo dalla natura peculiare di questa tecnologia, allo stesso modo in cui in un'epoca passata hanno imparato a conoscere le armi nucleari", scrive Stokes.

Futurism obietta che il paragone regge soltanto fino a un certo punto: le armi nucleari sono oggetti fisici osservabili, mentre l'AGI resta un'ipotesi. La testata accosta piuttosto questa logica a quella delle armi di distruzione di massa con cui nel 2003 venne giustificata l'invasione dell'Iraq.

Nel rapporto Stokes avverte inoltre che le aziende cinesi potrebbero ottenere una "svolta tecnologica a sorpresa" e acquisire così la capacità di produrre "strumenti cibernetici offensivi", cioè armi informatiche. Sono però gli Stati Uniti a perseguire, al momento, più apertamente l'obiettivo dell'AGI e a guidare, sulla maggior parte dei parametri utilizzati per valutare i grandi modelli linguistici, la competizione tecnologica.

L'intelligenza artificiale è già entrata nella guerra


Il rapporto, osserva ancora Futurism, non affronta l'uso che le Forze Armate statunitensi fanno già oggi dell'intelligenza artificiale. Il responsabile per l'IA del Pentagono, Cameron Stanley, ha dichiarato sotto giuramento che Grok è stato impiegato per attaccare oltre 2.000 obiettivi distinti con più di 2.000 munizioni nell'arco di 96 ore. Prima di Grok, anche Claude era già stato utilizzato nella selezione dei bersagli in Iran e nell'ambito di Project Maven, il programma statunitense per l'individuazione automatizzata degli obiettivi militari.

Tra le strutture civili colpite dopo essere state identificate con quei sistemi figura la scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh di Minab, nella provincia iraniana di Hormozgan, distrutta il 28 febbraio da un missile Tomahawk statunitense nel primo giorno di guerra. Secondo Amnesty International sono morte almeno 156 persone, tra cui più di 100 bambini. I media statali iraniani parlano invece di 168 vittime, in gran parte bambine tra i 7 e i 12 anni. Esperti delle Nazioni Unite hanno chiesto un'inchiesta indipendente. Amnesty ha attribuito la strage all'impiego, da parte degli Stati Uniti, di informazioni non aggiornate che non indicavano la natura civile dell'edificio.

Il blackout che mostra la fragilità dei data center


Non serve comunque necessariamente una guerra per misurare quanto possano essere vulnerabili le infrastrutture su cui si regge l'intelligenza artificiale. Giovedì ChatGPT, Claude e Grok sono andati offline contemporaneamente e senza preavviso. Come ha ricostruito Wired, non è ancora chiaro perché tre sistemi appartenenti ad aziende diverse siano diventati indisponibili nello stesso momento. L'interruzione non ha riguardato tutti i modelli: Anthropic ha fatto sapere che erano irraggiungibili soltanto Opus 4.8 e Opus 5, mentre SpaceXAI ha segnalato disservizi diffusi.

L'unica azienda a rispondere ai giornalisti è stata OpenAI. "Un errore di instradamento cominciato intorno alle 7:43 del mattino, ora del Pacifico, di giovedì 3 settembre ha reso ChatGPT e Codex non disponibili per alcuni utenti su tutte le piattaforme", ha dichiarato un portavoce. In Italia erano le 16:43. "Dalle 8:17 circa del mattino, ora del Pacifico, di giovedì una soluzione è stata implementata con successo e resta sotto monitoraggio".

Una delle ipotesi era un problema di Cloudflare, fornitore utilizzato da tutte e tre le aziende, ma la società lo ha escluso parlando con The Register: "Cloudflare non sta sperimentando disservizi significativi in questo momento. I nostri servizi funzionano normalmente e qualunque resoconto che affermi il contrario è scorretto". Anche Azure di Microsoft, l'altro grande fornitore di servizi cloud preso in considerazione, non risultava interessato da problemi rilevanti.

Resta SpaceXAI. L'azienda, che si chiamava xAI prima di essere assorbita nella società spaziale di Elon Musk, dispone nei data center Colossus, vicino a Memphis, di capacità di calcolo che rivende anche ai concorrenti, ricavandone miliardi di dollari. A maggio Anthropic ha preso in affitto l'intero impianto Colossus 1. Nel pomeriggio di giovedì SpaceXAI si è scusata sui social, riconoscendo almeno una parte della responsabilità: "Ci dispiace per i problemi che potreste aver avuto con Grok dopo un'interruzione al nostro centro di calcolo di Memphis stamattina. Vogliamo scusarci anche con i nostri partner di calcolo colpiti dal disservizio".

Il guasto spiegherebbe quindi i problemi di Grok e Claude, ma non quelli di ChatGPT, sui quali non è ancora emersa una spiegazione valida. Resta però un dato significativo: due delle tre aziende che si presentano come concorrenti indipendenti sono finite offline nello stesso momento perché dipendono dalla stessa infrastruttura fisica in Tennessee. La vulnerabilità dei data center che Stokes descrive come una possibile leva militare del futuro è già, in parte, una caratteristica ordinaria dell'infrastruttura su cui funziona l'intelligenza artificiale.


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I sindacati dei lavoratori tornano popolari anche tra i repubblicani


Il 52% degli elettori repubblicani li approva, ma allo stesso tempo quasi la metà vorrebbe ridurne l'influenza. Negli Stati Uniti il consenso complessivo dei sindacati è al 71%, vicino ai massimi storici.

Per la seconda volta in un quarto di secolo, la maggioranza dei repubblicani approva i sindacati. Secondo un nuovo sondaggio Gallup, il 52% dei repubblicani ha un giudizio positivo sulle organizzazioni dei lavoratori: dal 2001 in poi era accaduto soltanto nel 2022. Nel complesso, l'approvazione tra gli americani è salita al 71%, lo stesso livello del 2022. Per trovare un dato più alto bisogna risalire al 1959, quando Gallup registrò il 73% di approvazione, mentre il record assoluto resta il 75% raggiunto nel 1953 e nel 1957. Tra i democratici l'approvazione è all'89%, tra gli indipendenti al 70%.

Il maggiore consenso tra i repubblicani, però, non si traduce nella volontà di rafforzare i sindacati: il 49% vorrebbe invece che avessero meno influenza, contro il 19% che ne vorrebbe di più. Nel Paese nel suo insieme la tendenza è opposta. Un dato record del 47% degli americani vorrebbe sindacati più influenti, più del doppio del 23% che li vorrebbe più deboli, mentre il 26% preferirebbe che la loro influenza restasse invariata. È un capovolgimento rispetto ai tempi della Grande Recessione: nel 2009 l'approvazione il tasso di approvazione dei sindacati aveva toccato il minimo storico del 48%, con il 42% degli americani che voleva meno influenza sindacale e appena il 25% che ne chiedeva di più. Il sondaggio è stato condotto tra il 3 e il 24 agosto su 1.200 adulti, con un margine di errore di 4 punti percentuali.

Nel 2025, secondo il Bureau of Labor Statistics, l'ufficio federale di statistica del lavoro, soltanto l'11,2% dei lavoratori dipendenti americani, pari a 16,5 milioni di persone, era rappresentato da un sindacato, mentre gli iscritti ai sindacati erano il 10%. Nel 1983, primo anno per il quale esistono dati comparabili, i lavoratori rappresentati dai sindacati erano il 23%, pari a 20,5 milioni. Nel settore privato la quota scende ulteriormente al 6,8%.

Qualcosa, però, si muove dal basso: le richieste di elezioni sindacali presentate al National Labor Relations Board, l'agenzia federale che vigila sui rapporti di lavoro, sono più che raddoppiate tra il 2021 e il 2024, quando hanno raggiunto quota 3.286. Nel 2025 sono state 2.633, in calo rispetto al picco ma ancora nettamente sopra i livelli precedenti. Gli stessi americani, però, dubitano che la maggiore simpatia si traduca in forza effettiva: soltanto il 27% si aspetta sindacati più forti, il 39% pensa che si indeboliranno e il 29% non prevede grandi cambiamenti.

Stati Uniti · Lavoro

I sindacati tornano ai massimi


Il 71% degli americani approva i sindacati. Per la seconda volta in un quarto di secolo, anche la maggioranza dei repubblicani esprime un giudizio positivo.

Grafica di Focus America · dati e attribuzioni come riportati nell’articolo

Approvazione nazionale · Gallup
71% 2026
Ai massimi dal 1959
È lo stesso livello del 2022. Per trovare un dato più alto bisogna risalire al 1959: 73%.

75%record assoluto
1953 e 1957
71%oggi
e nel 2022
48%minimo storico
2009

Dal record al minimo, poi la risalita
Tocca un anno
per esplorare
756045 1953 1957 1959 2009 2022 2026
195375% 195775% 195973% 200948% 202271% 202671%
2026 · 71%. Il consenso torna al livello del 2022, uno dei valori più alti del dopoguerra.


Il paradosso

Approvare non significa volerli più forti


Passa dal giudizio generale alla domanda sull’influenza dei sindacati. Il contrasto è particolarmente netto tra i repubblicani.

Giudizio positivo Vuole più influenza

71%

Stati Uniti
Il 71% approva i sindacati nel complesso.

52%

Repubblicani
Per la seconda volta dal 2001, la maggioranza: 52%.

Il consenso nazionale è alto e il 47% degli americani vuole sindacati più influenti. Tra i repubblicani, invece, soltanto il 19% ne vuole di più e il 49% ne vorrebbe di meno.

Per appartenenza politica

Chi approva i sindacati


Tocca un gruppo per mettere in primo piano la sua lettura.

Approvazione89%Democratici Approvazione70%Indipendenti Approvazione52%Repubblicani
Repubblicani · 52%. Dal 2001 una maggioranza repubblicana aveva approvato i sindacati soltanto nel 2022.

Consenso e presenza reale

Più popolari, ma molto meno presenti nei luoghi di lavoro


Ogni griglia rappresenta 100 lavoratori dipendenti. La quota è quella dei lavoratori rappresentati da un sindacato.

198323%

20,5 milioni di lavoratori rappresentati. È il primo anno per cui esistono dati comparabili.

202511,2%

16,5 milioni di lavoratori rappresentati. Gli iscritti sono il 10%.

6,8%quota rappresentata nel settore privato nel 2025
−11,8 ptcalo della quota rappresentata tra 1983 e 2025

Organizzazione dal basso

Le elezioni sindacali restano sopra i livelli precedenti


Le richieste al National Labor Relations Board sono più che raddoppiate tra 2021 e 2024. Nel 2025 sono scese dal picco, ma restano elevate.

2021base di confronto

>2×entro il 2024

20243.286
20252.633

Che cosa si aspettano gli americani

27%si aspetta sindacati più forti
39%pensa che si indeboliranno
29%non prevede grandi cambiamenti


Dal consenso al potere

Una lunga sequenza di occasioni mancate e contraccolpi


Tocca una tappa per leggere che cosa è successo sul piano legislativo e istituzionale.

ObamaEmployee Free Choice Act 2021PRO Act 2023Biden al picchetto TrumpStretta sul settore federale CameraIndagini sui sindacati aprileChavez-DeRemer lascia
Amministrazione Trump. Ordini esecutivi hanno escluso ampie fasce di dipendenti federali dalla contrattazione collettiva; sono stati inoltre rimossi la consigliera generale del NLRB e una componente democratica dell’agenzia.

1.200adulti intervistati
3–24 agostoperiodo di rilevazione
±4 puntimargine di errore
Fonte principale: Gallup. Dati su rappresentanza e iscrizione: Bureau of Labor Statistics; dati sulle richieste di elezioni sindacali: National Labor Relations Board, come riportati nell’articolo. I punti storici mostrati nella timeline sono esclusivamente quelli citati nel testo.

Le sconfitte legislative e la stretta voluta da Trump


Il movimento sindacale non è mai riuscito a sfruttare il controllo democratico di Washington per raggiungere il suo principale obiettivo legislativo: riscrivere la legge federale in modo da facilitare la costituzione dei sindacati e la conclusione dei contratti collettivi. L'Employee Free Choice Act, una delle priorità all'inizio dell'Amministrazione Obama, avrebbe permesso di costituire un sindacato con la firma della maggioranza dei lavoratori, ma non arrivò mai al voto nonostante le ampie maggioranze democratiche alla Camera e al Senato.

Nel 2021 la Camera ha approvato il Protecting the Right to Organize Act, con cinque voti repubblicani a favore, ma il testo si è arenato al Senato, dove, oltre ai repubblicani, inizialmente non lo sostennero neppure i senatori democratici Mark Kelly, Mark Warner e Kyrsten Sinema. L'ex presidente Joe Biden ha puntato quindi su ordini esecutivi e nomine, ha istituito una task force per promuovere l'organizzazione sindacale e nel 2023 è diventato il primo presidente in carica a partecipare a un picchetto, affiancando gli operai dell'auto in Michigan.

Donald Trump ha invece utilizzato gli ordini esecutivi per privare ampie fasce dei dipendenti federali del diritto alla contrattazione collettiva e ha licenziato la consigliera generale del National Labor Relations Board, favorevole ai sindacati, insieme a un membro democratico dell'agenzia. I repubblicani della Camera hanno inoltre intensificato il controllo sui vertici sindacali. La Commissione Istruzione e Lavoro ha avviato indagini su United Auto Workers, United Steelworkers, American Federation of Teachers e tre altri sindacati dei ferrovieri, chiedendo documenti sulle spese politiche e di lobbying. Lori Chavez-DeRemer, Segretaria al Lavoro considerata la figura più vicina al mondo sindacale nell'Amministrazione Trump, si è dimessa in aprile.

Da tutto questo ne emerge un movimento che ha recuperato gran parte della popolarità perduta durante decenni di declino, ma che ora deve affrontare la parte più difficile: trasformare il consenso in potere effettivo. I vertici dei Teamsters, uno dei maggiori sindacati del Paese, hanno appoggiato diversi candidati repubblicani alle elezioni di novembre 2024 anche in alcuni casi in cui organismi e sezioni locali avevano votato per sostenere i loro avversari democratici. Il favore dell'opinione pubblica, per quanto ampio, non si è però ancora tradotto in una crescita comparabile della rappresentanza sindacale o del potere contrattuale.

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Il risultato dell’AfD conferma l’ascesa di un’estrema destra autoritaria e reazionaria da fermare home.rifondazione.eu/2026/09/0… #Internazionale

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Luigi Pantisano: «Un segnale fatale, la colpa è delle politiche del governo» home.rifondazione.eu/2026/09/0… #Approfondimenti

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Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

"Professor fired over #CharlieKirk post could receive $1.9M in settlement."
thehill.com/homenews/education…

This is just the latest in a series. Universities that disciplined professors for criticizing Charlie Kirk knew or should have known that they were violating those professors' free-speech rights. But they did it to align themselves with the Trump admin, even on the wrong side of the law. Consider these settlements and damage awards to be a cowardice tax.

#Academia #AcademicFreedom #Censorship #FirstAmendment #Trump #Universities #USLaw #USPol #USPolitics

in reply to petersuber

Update. At least five profs who were fired for criticizing #CharlieKirk are still out of work and uncompensated for the violation of their First Amendment rights.
theintercept.com/2026/09/10/ch…

#Academia #AcademicFreedom #Censorship #FirstAmendment #USPol #USPolitics