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"Professor fired over #CharlieKirk post could receive $1.9M in settlement."
thehill.com/homenews/education…

This is just the latest in a series. Universities that disciplined professors for criticizing Charlie Kirk knew or should have known that they were violating those professors' free-speech rights. But they did it to align themselves with the Trump admin, even on the wrong side of the law. Consider these settlements and damage awards to be a cowardice tax.

#Academia #AcademicFreedom #Censorship #FirstAmendment #Trump #Universities #USLaw #USPol #USPolitics

in reply to petersuber

Update. At least five profs who were fired for criticizing #CharlieKirk are still out of work and uncompensated for the violation of their First Amendment rights.
theintercept.com/2026/09/10/ch…

#Academia #AcademicFreedom #Censorship #FirstAmendment #USPol #USPolitics

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In Nevada la sinistra democratica perde le sfide principali ma vince i seggi rimasti liberi


Alexis Hill ha perso di 40 punti la primaria per governatore e i deputati uscenti hanno resistito, ma dove non c'era un uscente da sfidare i candidati progressisti hanno vinto quattro primarie.

La sinistra del Partito Democratico ha ottenuto quest'anno importanti vittorie a New York, in New Jersey e a Washington, ma non è riuscita a replicarle in Nevada. Nelle primarie democratiche dello Stato molti candidati progressisti, spesso alla prima esperienza elettorale e con risorse economiche decisamente inferiori a quelle degli avversari, sono stati sconfitti nelle corse principali. I risultati migliori sono arrivati nei collegi e nelle cariche senza un uscente in cerca di rielezione, come ha ricostruito il Nevada Independent.

La sconfitta più netta è arrivata nella primaria per la carica di governatore, dove Alexis Hill, commissaria della contea di Washoe, ha perso di 40 punti contro il procuratore generale dello Stato Aaron Ford. Hill non si definisce progressista, ma aveva fatto proprie alcune proposte della sinistra del partito, tra cui asili nido gratuiti per tutti e una riforma del sistema fiscale, ottenendo l'appoggio della Progressive Leadership Alliance of Nevada (PLAN), la coalizione dei gruppi progressisti dello Stato. Sono stati sconfitti anche i candidati di sinistra che avevano sfidato i tre deputati democratici del Nevada alla Camera.

Chris Giunchigliani, ex commissaria della contea di Clark e seconda classificata nelle primarie democratiche per il governatore del 2018, ha spiegato al Nevada Independent che a Hill sono mancati soprattutto i finanziatori e la notorietà necessari per vincere. La sua campagna, ha aggiunto, è comunque servita a "costringere a discutere di valori progressisti" e a coinvolgere "persone nuove che non avevano mai davvero partecipato alla politica di partito".

Il quadro è stato però molto diverso nelle corse senza un candidato uscente in corsa per al rielezione. I candidati sostenuti dalla sinistra hanno conquistato quattro primarie per l'Assemblea statale, la camera bassa del Parlamento del Nevada. Hanno vinto lo sviluppatore di software Alex Pereszlenyi nel distretto 29, sostenitore di un sistema sanitario pubblico universale; la delegata sindacale Alexis Esparza nel distretto 1; l'insegnante di sostegno Kamilah Bywaters nel distretto 2; e l'ex attivista ambientalista Vinny Spotleson nel distretto 41. Tutti erano appoggiati dal PLAN, che per alcuni rappresentava il principale sostegno politico organizzato, mentre i loro avversari potevano contare sull'appoggio di esponenti già eletti e di organizzazioni sindacali.

Pereszlenyi attribuisce la propria vittoria soprattutto alla campagna porta a porta. Racconta che con gli elettori si è parlato molto più delle difficoltà quotidiane che di appartenenza ideologica, anche se uno dei suoi messaggi ricorrenti era che "non possiamo investire nella nostra comunità senza aumentare le entrate e senza far pagare alle aziende la loro giusta quota". Secondo Pereszlenyi, questo approccio gli ha permesso di compensare sia lo svantaggio nella raccolta fondi sia i più solidi legami sindacali degli avversari moderati. Tra i temi citati più spesso dagli elettori durante la campagna figuravano il costo della vita, la lotta all'Amministrazione del presidente Donald Trump e contro l'espansione dei data center.

Un altro successo è arrivato nella primarie per un seggio nella Commissione della contea di Clark, che amministra il territorio in cui si trova Las Vegas. Minja Yan ha vinto una competizione molto affollata, battendo tra gli altri Minddie Lloyd, ex repubblicana che aveva raccolto tre volte più fondi di lei e aveva ottenuto l'appoggio di due commissari uscenti. Nel video con cui aveva lanciato la candidatura, Yan prometteva di voler "sfidare lo status quo" e denunciava "l'influenza dei grandi soldi in politica". Durante la campagna elettorale, ha raccontato di avere incontrato molti elettori che chiedevano "qualcuno di nuovo". Diversi candidati ritengono inoltre di avere tratto vantaggio dall'impegno a non accettare contributi da aziende e PAC, i comitati che raccolgono e spendono denaro per le campagne elettorali.

Primarie democratiche

La sinistra democratica vince in Nevada solo dove non c’è un uscente


Nelle primarie del 9 giugno i candidati sostenuti dalla sinistra hanno conquistato cinque seggi su sei là dove nessuno era già in carica. Nelle cinque sfide a un uscente non ne hanno vinta nemmeno una.

Grafica di FocusAmerica Undici primarie democratiche, dall’Assemblea del Nevada alla Camera

La linea che divide i risultati

Seggi senza uscente
5 su 6
Corse vinte dai candidati della sinistra dove nessuno difendeva la propria carica: quattro seggi dell’Assemblea e uno nella commissione della contea di Clark.

Sfide a un uscente
0 su 5
Corse vinte contro chi era già in carica: nessuna, dall’Assemblea statale alla Camera dei rappresentanti.

Nessun momento Mamdani in Nevada: la sinistra passa quando il seggio è libero, si ferma quando deve rimuovere qualcuno.

Il tabellone

Undici corse, una regola sola


Quota di voto del candidato sostenuto dalla sinistra (in blu), del suo principale avversario (in grigio) e degli altri concorrenti. Tocca una riga per il dettaglio.


Senza uscente: Alexis Esparza (Assemblea 1) 44%, Kamilah Bywaters (Assemblea 2) 59%, Alex Pereszlenyi (Assemblea 29) 38%, Vinny Spotleson (Assemblea 41) 43% e Minja Yan (commissione della contea di Clark, distretto F) 38% hanno vinto; Maria Teresa Hank (Assemblea 9) si è fermata al 41%. Contro un uscente: Christian Solomon 43%, Shaun Navarro 40%, Val Thomason 37%, James Lally 20% e Joy Hoover 13% hanno perso tutti.

La corsa statale

Nella primaria per governatore il divario è stato di quasi quaranta punti

Aaron Ford procuratore generale63%

118.825 voti

Alexis Hill commissaria di Washoe24%

44.842 voti

39 punti di scarto
Hill aveva l’appoggio di PLAN, la coalizione progressista dello Stato. Le sono mancati finanziatori e notorietà.

I soldi

Il denaro pesa, ma non decide da solo


Rapporto tra i fondi raccolti dal candidato della sinistra e quelli del suo avversario nelle due corse per la commissione della contea di Clark.

L’elettorato

Come si definiscono i democratici del Nevada


Quota di elettori delle primarie democratiche dello Stato per autocollocazione politica.

Nel 2024 il Nevada ha votato per il candidato repubblicano alla presidenza per la prima volta in vent’anni. La componente più numerosa dell’elettorato registrato dello Stato non dichiara alcuna affiliazione di partito.

«I seggi liberi sono più facili da vincere che far fuori un uscente»

Maggie Carlton, ex deputata dell’Assemblea del Nevada, al Nevada Independent

Fonte: risultati ufficiali delle primarie del 9 giugno 2026, Segretario di Stato del Nevada, e The Nevada Independent. Dati sull’elettorato: Third Way, 2026. Quote di voto arrotondate all’unità.

Il peso dei candidati uscenti e dell'establishment


In molte altre competizioni locali, però, la sinistra è stata sconfitta. Maria Teresa Hank, assistente di volo sostenuta dal PLAN, ha perso nel distretto 9 dell'Assemblea contro Ryan Hampton, attivista impegnato nel campo del recupero dalle dipendenze. Due membri dei Democratic Socialists of America (DSA), l'organizzazione socialista statunitense, hanno cercato senza successo di spodestare due deputate uscenti: Shaun Navarro è stato battuto da Hanadi Nadeem e Val Thomason ha perso contro Venise Karris per la seconda tornata elettorale consecutiva. Christian Solomon ha invece ottenuto il 43% contro Jim Gibson, commissario della contea di Clark eletto per la prima volta nel 2018, pur avendo raccolto soltanto un decimo dei fondi del suo avversario.

Navarro, presidente della sezione di Las Vegas dei DSA, ha detto al Nevada Independent che "la politica del Nevada è piuttosto rigida" e che il problema, non solo per la sua organizzazione ma per i progressisti in generale, è la mancanza di una solida infrastruttura politica. La lezione, secondo lui, è concentrare le risorse limitate su una sola competizione alla volta.

Anche nelle primarie per il Congresso i candidati sostenuti dall'establishment hanno vinto quasi ovunque. James Lally, medico che ha autofinanziato la propria campagna, ha ottenuto più del doppio dei voti di qualsiasi altro sfidante della deputata Susie Lee, ma è stato comunque sconfitto con un margine molto ampio. Il milionario Greg Kidd, che si presentava come un outsider e aveva adottato diverse parole d'ordine progressiste, è rimasto molto distante da Teresa Benitez-Thompson, ex capogruppo della maggioranza all'Assemblea statale e sostenuta dal PLAN. Gli sfidanti della deputata Dina Titus sono stati battuti con margini ancora più ampi.

Maggie Carlton, ex deputata dell'Assemblea ed ex iscritta alla Culinary Union, il potente sindacato dei lavoratori della ristorazione e dell'industria alberghiera di Las Vegas, ritiene che i progressisti potranno vincere soltanto costruendo alleanze più ampie, in particolare con i sindacati e con gli esponenti democratici già in carica. "I seggi liberi sono più facili da vincere che far fuori un uscente", ha spiegato al Nevada Independent, aggiungendo che in alcuni casi può essere più efficace collaborare con chi occupa già una carica e prepararsi a subentrargli quando si ritirerà.

Un Partito Democratico ancora dominato dalla "Reid Machine"


Nel 2024 il Nevada ha votato per il candidato repubblicano alla presidenza per la prima volta in vent'anni e da allora i democratici non hanno fatto altro che discutere su come ricostruire la propria coalizione. I moderati sostengono che negli Stati in bilico la strategia più efficace sia puntare su candidati centristi, concentrati soprattutto sull'economia anziché sull'immigrazione e sui diritti civili. I progressisti condividono la centralità attribuita ai problemi economici, ma propongono soluzioni molto diverse.

In Nevada, però, gran parte del potere interno al partito rimane nelle mani della cosiddetta "Reid Machine", ovvero la rete politica costruita attorno all'ex leader democratico del Senato Harry Reid e che da anni esercita una forte influenza sul Partito Democratico del Nevada. I progressisti hanno già cercato in passato di contendere a questa struttura il controllo del partito, ma senza riuscirci.

Gli elettori di Las Vegas e del Nevada sono mediamente più moderati di quelli di altre grandi città e di alcuni altri Stati in bilico, secondo gli studi citati dal Nevada Independent. La componente più numerosa dell'elettorato registrato è costituita dagli indipendenti: negli Stati Uniti, al momento dell'iscrizione alle liste elettorali, gli elettori possono indicare un'affiliazione partitica, ed in Nevada la quota maggiore di coloro che si registra sceglie di non dichiararne alcuna. Una ricerca del centro studi centrista Third Way ha rilevato che il 54% dei democratici dello Stato si considera moderato o liberal, mentre soltanto il 27% si definisce progressista o socialista.

Non a caso, anche alcune candidate che hanno impostato la campagna su toni anti-establishment evitano proprio l'etichetta di "progressista". Hill ha detto di essere "molto onorata" dell'appoggio del PLAN e degli altri gruppi della sinistra, ma di non amare quella definizione, "soprattutto in uno Stato così pieno di indipendenti". Anche Yan ha evitato di descriversi come progressista, limitandosi a dire che le sue proposte si collocano "probabilmente più dal lato progressista". Secondo lei, è arrivato invece il momento che gli eletti si concentrino sul merito delle politiche anziché sui giochi di partito.


Perché a sostenere il socialismo sono gli americani bianchi, laureati e ricchi


Il co-presidente della sezione di New York dei Democratic Socialists of America, l'organizzazione dei socialisti democratici americani, vive in una casa a schiera di Brooklyn da 1,5 milioni di dollari pagata dal padre. Il New York Post ha rivelato la vicenda di Gustavo Gordillo, 38 anni, ex studente di Yale, che secondo il giornale beneficia della generosità paterna "mentre inveisce contro i ricchi e contro la proprietà immobiliare". Lo stesso quotidiano ha poi scritto che Gordillo ha lasciato un apprendistato da elettricista senza mai completare la qualifica.

Gordillo è soltanto l'ultimo esponente di primo piano della sinistra americana a essere accusato di essere un privilegiato travestito da radicale della classe operaia. Prima che la sua campagna per il Senato in Maine naufragasse tra le polemiche, Graham Platner veniva descritto allo stesso modo: il nonno era un famoso architetto e designer, il ristorante della madre era il principale cliente del suo allevamento di ostriche e il padre lo aveva aiutato a sistemarsi in una casa. Zohran Mamdani, eletto sindaco di New York lo scorso novembre, era stato criticato durante la campagna perché si dichiarava socialista pur essendo figlio di genitori che producono film a Hollywood e possiedono una villa in Uganda.

Le accuse di ipocrisia sono cresciute mentre i candidati vicini alla DSA vincevano una serie di primarie democratiche in tutto il paese. L'ultima indagine dell'organizzazione sui propri iscritti ha registrato che il 77% è bianco e che oltre l'80% di chi ha più di 25 anni possiede almeno una laurea. Jay Caspian Kang, sul New Yorker, li ha chiamati "socialisti da Subaru": laureati che possono permettersi un'auto di fascia media e la cena al ristorante, ma spesso non hanno una casa di proprietà né la sensazione di essere al sicuro. Il senatore repubblicano John Kennedy preferisce "Lulu Lenins", gioco di parole tra Lenin e Lululemon, il marchio di abbigliamento sportivo di fascia alta.

Un'analisi pubblicata sull'Atlantic sposta la domanda: perché tanti americani privilegiati sostengono una politica che vuole smantellare il sistema da cui hanno tratto beneficio? La risposta parte da un saggio del 1977 di Barbara e John Ehrenreich, uscito sulla rivista Radical America, che coniò l'espressione professional managerial class, la classe dei lavoratori della conoscenza con un titolo universitario. Sono le persone impiegate nell'arte, nell'istruzione, nella medicina, nell'intrattenimento, nel diritto, nella pubblicità e nella tecnologia, cioè nei settori che dimostrano la capacità del capitalismo di garantire vite culturalmente ricche e intellettualmente stimolanti.

Per gli Ehrenreich la classe professionale del Novecento ha avuto un ruolo decisivo nel mantenere la fiducia dell'opinione pubblica nel sistema economico. Oggi quella stessa classe non sembra più entusiasta del compito. Un sondaggio CBS News/YouGov diffuso questo mese ha rilevato che gli elettori democratici hanno un'opinione positiva del socialismo quasi il doppio di quanto ne abbiano una del capitalismo (58% contro 32%). Tra i democratici laureati il sostegno al socialismo sale al 71%.

Fino alla metà degli anni Duemila gli elettori con una laurea votavano più spesso repubblicano che democratico. Nel 1984 chi aveva un titolo universitario scelse Ronald Reagan con un rapporto superiore a due a uno. Lo spostamento a sinistra della classe professionale non ha precedenti nella storia americana, anche se già nel 1977 gli Ehrenreich notavano posizioni radicali e anticapitaliste tra alcuni professionisti, soprattutto nel mondo accademico.

Chi ha il compito di raccontare il capitalismo al pubblico ha smesso di crederci. Per l'autore dell'analisi è il segnale di un ordine economico che non riesce più a giustificarsi davanti al proprio ufficio di relazioni pubbliche. Quando un dirigente intermedio di un'azienda del tabacco si rifiuta di fumare, quando l'amministratore delegato di un'azienda tecnologica manda i figli in scuole senza schermi o quando chi lavora nell'industria della carne diventa vegetariano, quelle scelte vengono lette come il segno di una conoscenza acquisita dall'interno, prima ancora che come ipocrisia.

La DSA è composta in larga parte da insegnanti e professori, assistenti sociali, personale sanitario e dipendenti pubblici. Le esperienze che alimentano il malcontento sono l'insegnante che compra di tasca propria il materiale scolastico, il professore a contratto che lavora in tre università per arrivare a fine mese, l'infermiera il cui ospedale è stato comprato da un fondo di private equity e lo studente che si indebita per una laurea che non garantisce più un posto nella classe media. Per l'autore chi in quelle condizioni conclude che il sistema vada riformato in profondità non è un ipocrita ma esprime una posizione morale difendibile.

Gordillo ha spiegato all'Atlantic di aver "vissuto la vita economica di questo paese da punti di vista molto diversi" e di sapere che "spesso è la fortuna a determinare se una persona ha stabilità finanziaria". Lasciare l'apprendistato da elettricista, ha detto, è stata "una scelta difficile", presa per dedicare più tempo al suo ruolo nell'organizzazione.

Mamdani non nasconde la propria posizione sociale né la laurea presa in un college privato. Invece di promuovere leader che fingono di appartenere alla classe operaia, secondo l'autore i socialisti e i populisti di sinistra dovrebbero presentarsi per quello che molti di loro sono: membri frustrati e spesso arrabbiati della classe professionale istruita.

Una lettura opposta arriva dalla Free Press, dove Arthur Brooks, che si occupa di scienze comportamentali, sostiene che il socialismo democratico americano sia una moda destinata a esaurirsi. Il consenso cresce soprattutto tra i giovani elettori: quasi due terzi degli americani tra i 18 e i 29 anni esprimono un'opinione positiva del socialismo. La DSA chiede ufficialmente la nazionalizzazione delle grandi imprese e l'abolizione dell'ICE, l'agenzia federale che si occupa di immigrazione e dogane. Mamdani, che si definisce socialista democratico, ha un gradimento del 58% in una rilevazione del Siena College.

Seguire una moda non è un comportamento irrazionale. In un articolo del 1992 sul Journal of Political Economy gli economisti Sushil Bikhchandani, David Hirshleifer e Ivo Welch hanno descritto l'adesione alle mode come un modo per risparmiare sulla raccolta di informazioni, imitando chi si presume ne sappia di più. Una moda che un tempo impiegava anni a diffondersi oggi corre sui social network, che per milioni di giovani sono la principale fonte di notizie. Mamdani e i socialisti democratici li hanno usati molto.

Il sociologo Joel Best, autore di Flavor of the Month, ha mostrato che gli Stati Uniti sono un paese incline alle mode di ogni tipo, dall'hula hoop della fine degli anni Cinquanta al Six Sigma, il metodo di gestione aziendale fondato sulle metriche (adottato negli anni Ottanta da gran parte delle imprese americane e abbandonato perché non manteneva le promesse). Nel 1835 Alexis de Tocqueville scriveva che l'America è "una terra di meraviglie, in cui tutto è in costante movimento e ogni movimento sembra un miglioramento".

Quando una nuova informazione rompe l'equilibrio che la sostiene, una moda cresciuta in fretta si esaurisce con la stessa rapidità. Il voto populista, di destra o di sinistra, non è soltanto l'effetto del malcontento ma ne produce altro negli anni successivi: è la conclusione degli studi di scienza politica citati da Brooks, che ricorda anche come i tassi di depressione siano già più alti tra i giovani di orientamento progressista che tra i coetanei conservatori.

Per Brooks sia il socialismo sia il populismo di destra sono manie temporanee che consumano attenzione ed energie distogliendo lo sguardo dal lento declino del paese. Il suo consiglio arriva da Self-Reliance, il saggio di Ralph Waldo Emerson del 1841: "Chi vuole essere un uomo deve essere un anticonformista". Quando una convinzione compare dal nulla tra le persone che si frequentano e si viene spinti ad adottarla, sostiene Brooks, conviene andare nella direzione opposta.

Le due letture partono dagli stessi numeri e arrivano a conclusioni opposte. Per la prima il consenso al socialismo è il giudizio di chi lavora dentro il sistema e ne conosce da vicino i difetti. Per la seconda è un contagio di opinioni destinato a passare come sono passate le mode precedenti.


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Questo è il nostro comunicato su #autisticiInventati Ospitavano la nostra mailing list, e meritano qualcosa di più di una dichiarazione di solidarietà. aisa.sp.unipi.it/autistici-inv…


Qualche tempo fa abbiamo scelto di usare per la nostra mailing list1 il servizio offerto gratuitamente da Autistici/Inventati. Per noi era una questione di coerenza: da tempo sosteniamo che una ricerca scientifica aperta – aperta nel senso di libera – può essere qualcosa di diverso da un adempimento amministrativo a scopo di sfruttamento e sorveglianza dei ricercatori solo se si basa su un’infrastruttura libera, rispettosa della privacy, decentrata, volontariamente federata. Un’università pubblica, se vuole restare portatrice di un punto di vista indipendente, deve avere spazi propri, aperti a tutti: questa idea – lo ricordava, nel 2021, la rettrice pro tempore dell’università di Amsterdam – ha una storia lunga, dalla biblioteca di Alessandria, ai monasteri e agli atenei medioevali, fino alla riforma di Wilhelm von Humboldt, attuata solo parzialmente e a intermittenza e smantellata dall’Unione Europea tramite il cosiddetto Bologna Process. Essere vittime coatte – grazie alla bibliometria di stato – di un’editoria di sorveglianza significa non solo perdere la privacy che è diritto di ognuno, ma anche l’autonomia delle proprie scelte istituzionali, come notato nel 2019 non da un attivista radicale, bensì da Claudio Aspesi, analista finanziario ingaggiato da SPARC. Sulla base di queste considerazioni, Autistici/Inventati ci era sembrato molto più sicuro delle nostre università ed enti di ricerca, per lo più colonizzati da Microsoft e Google perfino per un’infrastruttura fondamentale come la posta elettronica. La scienza aperta parla liberale, ma nel suo senso antico e non politico: criticare il tecnofeudalesimo e la sorveglianza amministrativa, statale e no, ma continuare a farsi usare da Big Tech, rimanendo passivi rispetto alla sudditanza dei propri atenei,2 è come e forse peggio che stare in silenzio.

A/I è stato oggetto di una sanzione amministrativa da parte del potere esecutivo degli Stati Uniti d’America – sanzione che, proprio mentre scrivevamo questo comunicato, l’ha condotta alla chiusura. Gli aspetti legali e politici dell’intera operazione sono già ben spiegati nelle pagine a cui rinviamo. Non ci soffermeremo sulle omissioni3 di chi, a partire dall’Unione Europea, ha preferito cedere, né sugli attestati di solidarietà di organizzazioni ben più importanti della nostra. La scienza aperta, però, è toccata da questa censura, resa possibile, nel metodo e nel merito, non solo dalla prepotenza ma anche dall’acquiescenza.

1. Il metodo: la forma del dispotismo


1. Anche se è vero che basta una firma di Trump per cancellarci della rete, la storia non si esaurisce in un presidente statunitense idiosincratico: l’ordine esecutivo applicato contro A/I, l’13244, è stato firmato da George W. Bush il 23 settembre 2001 ed è parte di una guerra infinita cominciata ben prima.

2. Queste misure draconiane, che condannano le loro vittime alla morte finanziaria e telematica e puniscono chi cerca di aiutarle, sono facilitate da un sistema economico, finanziario e telematico non solo interconnesso, ma oligopolistico e oligarchico, essendo sostenuto da stati imperiali e dai loro vassalli a seguire.

3. L’azione statale non ha luogo tramite il potere giudiziario, bensì tramite il potere esecutivo, il quale non commina pene, che richiederebbero, in uno stato almeno formalmente di diritto, notifiche, difese, processi e tribunali, bensì prende provvedimenti amministrativi rappresentati – nel corso di guerre vere e inventate, contro terroristi più o meno rigorosamente definiti – come dettati da insindacabili motivi di sicurezza.

4. L’UE, che a qualcuno piaceva rappresentare come un giardino, non solo sta diventando sempre più allergica alla libertà di pensiero e di parola, ma è capace di prendere provvedimenti paragonabili, vale a dire sanzioni,4 inflitte promiscuamente dal Consiglio dell’Unione europea5 a enti e a persone. Sono per esempio sanzionati dall’UE, in modo simile a quelli in cui Francesca Albanese è sanzionata dagli USA, gli svizzeri Jacques Baud e Nathalie Yamb e il giornalista tedesco Hüseyin Doğru, che si sono limitati a esercitare la libertà di espressione, garantita non solo dall’articolo 11 della Carta dei diritti fondamentali della stessa Unione, ma anche dall’articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani.6

Sulle due sponde dell’Atlantico poteri esecutivi ipertrofici aggirano la discussione pubblica e le garanzie del potere giudiziario e calpestano diritti costituzionalmente garantiti, con la giustificazione – o il pretesto? – della guerra infinita. Come scrive Wu Ming, non sono atti distopici: sono atti, in quanto violano la divisione dei poteri, dispotici. Il dispotismo – anche la libertà dell’arte, della scienza e dell’insegnamento sono diritti costituzionalmente tutelati – è stato già applicato con successo, tramite la valutazione di stato, nel piccolo mondo della ricerca.7 Entro un generale regime di censura, una guerra infinita ha bisogno di una ricerca specificamente assoggettata,8 anche nell’ambito delle scienze sociali e umane: scienza aperta e istituzione della pace sono unite in un nesso non accidentale.

2. Il merito: spionaggio, censura e autocensura


La questione del metodo negli stati non dispotici o non colonizzati da despoti è preliminare: parlare del merito senza aver criticato il metodo espone al rischio di prendere sul serio accuse strutturalmente ingiuste. Conviene, però, riportare le parole del capitolo italiano dell’Internet Society, a proposito della immediata disabilitazione, da parte del Public Internet Registry, del dominio autistici.org:9

While we do not condone terrorism, we note that no evidence currently exists that the registrant has engaged in or supported terrorist activities. The designation apparently stems from the actions of some users of the registrant’s services and from the registrant’s clear political connotations. Both factors are disturbing: the idea that any email or web service provider could be labelled a terrorist organisation because of the actions of one of its users, or that a group’s political ideas could result in them being removed from the internet globally without any judicial review, should be of immediate and utmost concern to anyone who believes in an open and free internet. (corsivi aggiunti)


E vanno anche menzionati i termini di servizio di A/I, ispirati alla minimizzazione della raccolta di dati personali. Questi termini ci avevano indotto a preferirla per la nostra mailing list, non tanto perché abbiamo qualcosa da nascondere, quanto perché, come sostenitori della scienza aperta, abbiamo molto da dire, ma a farlo vogliamo essere noi e non l’elaborazione dei nostri dati da parte di algoritmi altrui. La chiusura obbligata di A/I suggerisce invece che non ci devono essere alternative, perché tutti si accomodino nelle piattaforme oligarchiche di Big Tech per farsi sorvegliare, profilare, censurare, se non anche venir trasformati in bersagli non solo pubblicitari.

Poco meno di due mesi fa, Massimo Carboni del Garr scriveva:

Quella rete che sembrava un luogo neutro e paritario non esiste più da tempo. Il 98% dei dati mondiali viaggia attraverso cavi sottomarini, infrastrutture fisiche che attraversano oceani, controllate da soggetti sempre più privati, al centro di campagne geopolitiche che nulla hanno a che fare con i valori fondativi della rete aperta.

Chi conosce le mappe dei cavi telegrafici dell’impero britannico riconosce la geometria del potere: controllare le infrastrutture significa controllare la comunicazione, e quindi la libertà. Oggi non è diverso. La resilienza di queste infrastrutture è diventata uno degli elementi critici della nostra sicurezza collettiva, eppure continuiamo a farne gestione ordinaria, come se si trattasse di un problema tecnico anziché strategico.


Questo “problema strategico” è vitale per l’uso pubblico della ragione: il compito di chi sostiene la scienza aperta intendendola come libera rimane quello di praticare e pretendere alternative – come chiedeva a suo tempo Karen Maex – e di far riconoscere e adottare quelle già esistenti. Lavorare per lo stato e lavorare per il pubblico non sono – non sono mai stati – la stessa cosa.


  1. I servizi di Autistici/Inventati sono gratuiti, ma hanno bisogno di essere sostenuti da donazioni. Per non gravare il bilancio di AISA, la donazione viene fatta personalmente dal presidente. ↩︎
  2. La negoziazione di molti contratti ICT è centralizzata presso la Crui. Ecco per esempio i contratti con Microsoft e Google in essere. ↩︎
  3. Si vedano per esempio i commenti di Emilio De Capitani a questo articolo.↩︎
  4. La legittimità generale delle sanzioni, in quanto misure unilaterali con effetti extraterritoriali, e la loro proporzionalità, così come la loro effettiva capacità di colpire i responsabili e non invece persone e paesi terzi, è discutibile e discussa. ↩︎
  5. Che ne spiega il senso pedagogico qui. ↩︎
  6. In passato la Corte di giustizia europea, nel caso Kadi (2008), a proposito di sanzioni imposte dal Consiglio di sicurezza dell’ONU tramite la Commissione, il Consiglio e alcuni stati membri dell’Unione Europea è stata capace di riconoscere il valore costituzionale di diritti fondamentali quali quello alla tutela giurisdizionale e della proprietà, indipendentemente dalla valutazione di merito delle sanzioni. ↩︎
  7. E prima che gli studiosi-funzionari applicati alla valutazione di stato imparassero a parlare in modo curiale, la funzione di delegittimare e neutralizzare i dissidenti veniva accettata e illustrata esplicitamente. ↩︎
  8. Sulla generale strumentalizzazione della ricerca si veda per esempio Alessandra Algostino. «L’università inquieta della costituzione e l’università neoliberale», Il Ponte 1 (26), 2026. ↩︎
  9. Il dominio .org è tipicamente usato da imprese sociali, organizzazioni non a scopo di lucro e blog.↩︎


- The post’s content. aisa.sp.unipi.it/autistici-inv…


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Per il caso di A/I la sezione italiana dell’Internet Society prende posizione contro il blocco dei domini .org da parte dell’amministrazione USA

isoc.it/sites/default/files/20…

#autistici #autisticiInventati

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Qualche tempo fa abbiamo scelto di usare per la nostra mailing list1 il servizio offerto gratuitamente da Autistici/Inventati. Per noi era una questione di coerenza: da tempo sosteniamo che una ricerca scientifica aperta – aperta nel senso di libera – può essere qualcosa di diverso da un adempimento amministrativo a scopo di sfruttamento e sorveglianza dei ricercatori solo se si basa su un’infrastruttura libera, rispettosa della privacy, decentrata, volontariamente federata. Un’università pubblica, se vuole restare portatrice di un punto di vista indipendente, deve avere spazi propri, aperti a tutti: questa idea – lo ricordava, nel 2021, la rettrice pro tempore dell’università di Amsterdam – ha una storia lunga, dalla biblioteca di Alessandria, ai monasteri e agli atenei medioevali, fino alla riforma di Wilhelm von Humboldt, attuata solo parzialmente e a intermittenza e smantellata dall’Unione Europea tramite il cosiddetto Bologna Process. Essere vittime coatte – grazie alla bibliometria di stato – di un’editoria di sorveglianza significa non solo perdere la privacy che è diritto di ognuno, ma anche l’autonomia delle proprie scelte istituzionali, come notato nel 2019 non da un attivista radicale, bensì da Claudio Aspesi, analista finanziario ingaggiato da SPARC. Sulla base di queste considerazioni, Autistici/Inventati ci era sembrato molto più sicuro delle nostre università ed enti di ricerca, per lo più colonizzati da Microsoft e Google perfino per un’infrastruttura fondamentale come la posta elettronica. La scienza aperta parla liberale, ma nel suo senso antico e non politico: criticare il tecnofeudalesimo e la sorveglianza amministrativa, statale e no, ma continuare a farsi usare da Big Tech, rimanendo passivi rispetto alla sudditanza dei propri atenei,2 è come e forse peggio che stare in silenzio.

A/I è stato oggetto di una sanzione amministrativa da parte del potere esecutivo degli Stati Uniti d’America – sanzione che, proprio mentre scrivevamo questo comunicato, l’ha condotta alla chiusura. Gli aspetti legali e politici dell’intera operazione sono già ben spiegati nelle pagine a cui rinviamo. Non ci soffermeremo sulle omissioni3 di chi, a partire dall’Unione Europea, ha preferito cedere, né sugli attestati di solidarietà di organizzazioni ben più importanti della nostra. La scienza aperta, però, è toccata da questa censura, resa possibile, nel metodo e nel merito, non solo dalla prepotenza ma anche dall’acquiescenza.

1. Il metodo: la forma del dispotismo


1. Anche se è vero che basta una firma di Trump per cancellarci della rete, la storia non si esaurisce in un presidente statunitense idiosincratico: l’ordine esecutivo applicato contro A/I, l’13244, è stato firmato da George W. Bush il 23 settembre 2001 ed è parte di una guerra infinita cominciata ben prima.

2. Queste misure draconiane, che condannano le loro vittime alla morte finanziaria e telematica e puniscono chi cerca di aiutarle, sono facilitate da un sistema economico, finanziario e telematico non solo interconnesso, ma oligopolistico e oligarchico, essendo sostenuto da stati imperiali e dai loro vassalli a seguire.

3. L’azione statale non ha luogo tramite il potere giudiziario, bensì tramite il potere esecutivo, il quale non commina pene, che richiederebbero, in uno stato almeno formalmente di diritto, notifiche, difese, processi e tribunali, bensì prende provvedimenti amministrativi rappresentati – nel corso di guerre vere e inventate, contro terroristi più o meno rigorosamente definiti – come dettati da insindacabili motivi di sicurezza.

4. L’UE, che a qualcuno piaceva rappresentare come un giardino, non solo sta diventando sempre più allergica alla libertà di pensiero e di parola, ma è capace di prendere provvedimenti paragonabili, vale a dire sanzioni,4 inflitte promiscuamente dal Consiglio dell’Unione europea5 a enti e a persone. Sono per esempio sanzionati dall’UE, in modo simile a quelli in cui Francesca Albanese è sanzionata dagli USA, gli svizzeri Jacques Baud e Nathalie Yamb e il giornalista tedesco Hüseyin Doğru, che si sono limitati a esercitare la libertà di espressione, garantita non solo dall’articolo 11 della Carta dei diritti fondamentali della stessa Unione, ma anche dall’articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani.6

Sulle due sponde dell’Atlantico poteri esecutivi ipertrofici aggirano la discussione pubblica e le garanzie del potere giudiziario e calpestano diritti costituzionalmente garantiti, con la giustificazione – o il pretesto? – della guerra infinita. Come scrive Wu Ming, non sono atti distopici: sono atti, in quanto violano la divisione dei poteri, dispotici. Il dispotismo – anche la libertà dell’arte, della scienza e dell’insegnamento sono diritti costituzionalmente tutelati – è stato già applicato con successo, tramite la valutazione di stato, nel piccolo mondo della ricerca.7 Entro un generale regime di censura, una guerra infinita ha bisogno di una ricerca specificamente assoggettata,8 anche nell’ambito delle scienze sociali e umane: scienza aperta e istituzione della pace sono unite in un nesso non accidentale.

2. Il merito: spionaggio, censura e autocensura


La questione del metodo negli stati non dispotici o non colonizzati da despoti è preliminare: parlare del merito senza aver criticato il metodo espone al rischio di prendere sul serio accuse strutturalmente ingiuste. Conviene, però, riportare le parole del capitolo italiano dell’Internet Society, a proposito della immediata disabilitazione, da parte del Public Internet Registry, del dominio autistici.org:9

While we do not condone terrorism, we note that no evidence currently exists that the registrant has engaged in or supported terrorist activities. The designation apparently stems from the actions of some users of the registrant’s services and from the registrant’s clear political connotations. Both factors are disturbing: the idea that any email or web service provider could be labelled a terrorist organisation because of the actions of one of its users, or that a group’s political ideas could result in them being removed from the internet globally without any judicial review, should be of immediate and utmost concern to anyone who believes in an open and free internet. (corsivi aggiunti)


E vanno anche menzionati i termini di servizio di A/I, ispirati alla minimizzazione della raccolta di dati personali. Questi termini ci avevano indotto a preferirla per la nostra mailing list, non tanto perché abbiamo qualcosa da nascondere, quanto perché, come sostenitori della scienza aperta, abbiamo molto da dire, ma a farlo vogliamo essere noi e non l’elaborazione dei nostri dati da parte di algoritmi altrui. La chiusura obbligata di A/I suggerisce invece che non ci devono essere alternative, perché tutti si accomodino nelle piattaforme oligarchiche di Big Tech per farsi sorvegliare, profilare, censurare, se non anche venir trasformati in bersagli non solo pubblicitari.

Poco meno di due mesi fa, Massimo Carboni del Garr scriveva:

Quella rete che sembrava un luogo neutro e paritario non esiste più da tempo. Il 98% dei dati mondiali viaggia attraverso cavi sottomarini, infrastrutture fisiche che attraversano oceani, controllate da soggetti sempre più privati, al centro di campagne geopolitiche che nulla hanno a che fare con i valori fondativi della rete aperta.

Chi conosce le mappe dei cavi telegrafici dell’impero britannico riconosce la geometria del potere: controllare le infrastrutture significa controllare la comunicazione, e quindi la libertà. Oggi non è diverso. La resilienza di queste infrastrutture è diventata uno degli elementi critici della nostra sicurezza collettiva, eppure continuiamo a farne gestione ordinaria, come se si trattasse di un problema tecnico anziché strategico.


Questo “problema strategico” è vitale per l’uso pubblico della ragione: il compito di chi sostiene la scienza aperta intendendola come libera rimane quello di praticare e pretendere alternative – come chiedeva a suo tempo Karen Maex – e di far riconoscere e adottare quelle già esistenti. Lavorare per lo stato e lavorare per il pubblico non sono – non sono mai stati – la stessa cosa.


  1. I servizi di Autistici/Inventati sono gratuiti, ma hanno bisogno di essere sostenuti da donazioni. Per non gravare il bilancio di AISA, la donazione viene fatta personalmente dal presidente. ↩︎
  2. La negoziazione di molti contratti ICT è centralizzata presso la Crui. Ecco per esempio i contratti con Microsoft e Google in essere. ↩︎
  3. Si vedano per esempio i commenti di Emilio De Capitani a questo articolo.↩︎
  4. La legittimità generale delle sanzioni, in quanto misure unilaterali con effetti extraterritoriali, e la loro proporzionalità, così come la loro effettiva capacità di colpire i responsabili e non invece persone e paesi terzi, è discutibile e discussa. ↩︎
  5. Che ne spiega il senso pedagogico qui. ↩︎
  6. In passato la Corte di giustizia europea, nel caso Kadi (2008), a proposito di sanzioni imposte dal Consiglio di sicurezza dell’ONU tramite la Commissione, il Consiglio e alcuni stati membri dell’Unione Europea è stata capace di riconoscere il valore costituzionale di diritti fondamentali quali quello alla tutela giurisdizionale e della proprietà, indipendentemente dalla valutazione di merito delle sanzioni. ↩︎
  7. E prima che gli studiosi-funzionari applicati alla valutazione di stato imparassero a parlare in modo curiale, la funzione di delegittimare e neutralizzare i dissidenti veniva accettata e illustrata esplicitamente. ↩︎
  8. Sulla generale strumentalizzazione della ricerca si veda per esempio Alessandra Algostino. «L’università inquieta della costituzione e l’università neoliberale», Il Ponte 1 (26), 2026. ↩︎
  9. Il dominio .org è tipicamente usato da imprese sociali, organizzazioni non a scopo di lucro e blog.↩︎


- The post’s content. aisa.sp.unipi.it/autistici-inv…


L’Unione Europea, resasi conto che le valutazioni quantitative della ricerca producono solo quantità, ha sollecitato valutatori, università, enti di ricerca e società scientifiche a unirsi in una coalizione per la riforma della valutazione stessa (COARA) a cui ha aderito anche l’ANVUR. Entrando in COARA, l’ANVUR si è impegnata a trattare la bibliometria come complementare rispetto a forme […]

aisa.sp.unipi.it/di-statistica…


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Watching with interest:

"Federal lawsuit accuses four major publishers of extorting article processing charges."
retractionwatch.com/2026/07/31…

"A lawsuit filed under the U.S. False Claims Act accuses four major publishers of perpetrating a decade-long scheme to defraud the government by charging exorbitant #APCs. The case…claims Elsevier, Springer Nature, Wiley and Informa [Taylor & Francis] forced U.S. research institutions to submit false claims to the government for reimbursement through article fees up to 10 times the cost of processing the articles."

#Litigation #Publishers #ScholComm #USLaw

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Mentre una parte crescente dell’Europa passa dalle condanne alle misure concrete contro gli insediamenti israeliani in Cisgiordania occupata, l’Italia sceglie di non schierarsi. Meloni sceglie... di non scegliere.

Ma sul diritto internazionale l’ambiguità è già una scelta: se il Governo afferma di voler difendere la soluzione a due Stati, si unisca ai Paesi che stanno imponendo o sostenendo restrizioni contro gli insediamenti.
Le parole non bastano più.

#Cisgiordania #Palestina #DirittoInternazionale #IsraelePalestina #MedioOriente #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Il crollo delle vendite dei gadget MAGA


Nel secondo mandato di Trump le vendite di gadget MAGA sono crollate: qualche negozio ha già chiuso, i fornitori ordinano meno e il calo si è accentuato dopo l'inizio della guerra con l'Iran.

Il negozio di gadget MAGA di Boones Mill, in Virginia, nel 2024 incassava più di 15.000 dollari al giorno. Oggi la media è di 1.500 dollari. Trump Town USA occupa un'ex chiesa e da undici anni vende abbigliamento e oggetti con il volto del presidente e con lo slogan Make America Great Again, da cui l'acronimo MAGA. Il 2024 è stato l'anno migliore della sua storia, mentre a più di un anno dall'inizio del secondo mandato le vendite sono crollate. Il proprietario, Donald "Whitey" Taylor, 76 anni, attribuisce il calo ai prezzi dei carburanti saliti dopo l'inizio della guerra con l'Iran e all'inflazione che non si ferma. Molti clienti, dice, hanno smesso di comprare nuova merce perché ritengono di aver già fatto la loro parte facendo eleggere il presidente per la seconda volta.

Rivenditori e fornitori di merchandise a tema MAGA di tutto il paese registrano lo stesso andamento, secondo i negozianti e i grossisti sentiti dal Wall Street Journal. I titolari dei negozi danno la colpa a un'economia ferma e a un entusiasmo per il presidente più tiepido rispetto alla campagna elettorale. Il gradimento di Trump è vicino ai minimi storici e pesa sulle possibilità repubblicane di conservare il controllo del Congresso alle elezioni di metà mandato.

Alcuni negozi hanno già chiuso in via definitiva. Il Trump Store Manchester, in Tennessee, ha abbassato le serrande da poco per le vendite deboli e per costi di gestione diventati troppo alti, tra affitto e pubblicità. Nemmeno gli sconti pesanti per liberare il magazzino hanno riportato clienti. Nelle ultime 72 ore di apertura sono entrate circa 12 persone al giorno.

I fornitori hanno adeguato le scorte alla domanda più debole. Quan Ngo aiuta a gestire NT Souvenir Wholesale, un grossista di souvenir con sede a Washington che vende addobbi, magneti e gadget politici sia repubblicani sia democratici a negozi di tutto il paese. Ngo ha ridotto gli acquisti di merce a tema Trump e lascia scendere l'inventario, prodotto in buona parte in Cina. "Non prendiamo decisioni sulla base delle emozioni, le prendiamo sulla base delle certezze e del fatto che ci sia o meno domanda", ha detto al Wall Street Journal. "Abbiamo ordinato meno merce di Trump perché la domanda è scesa". Ngo ha raccontato di aver capito che Trump avrebbe vinto nel 2024 quando le vendite dei gadget a sostegno del presidente hanno superato quelle dei gadget della campagna di Kamala Harris.

Lisa Hall, rappresentante di commercio indipendente con base a Syracuse, nello Stato di New York, tratta una ventina di linee di prodotto, tra cui quelle a tema Trump. Le vendite di abbigliamento MAGA hanno iniziato a calare subito dopo la rielezione del presidente e sono precipitate circa sei mesi fa, appena dopo l'inizio della guerra tra Stati Uniti e Iran. I suoi clienti continuano a comprare capi MAGA ma in quantità più piccole e la cercano molto meno di prima. Hall spiega il calo con le preoccupazioni economiche delle famiglie: chi deve scegliere tra un giocattolo per il figlio e un cappellino MAGA compra il giocattolo, mentre in un'economia migliore avrebbe preso entrambi.

Seth Hansen, proprietario del Trump Store Branson, in Missouri, dice invece che le vendite sono inferiori ai livelli dell'anno elettorale ma che gli affari vanno ancora bene. L'anno scorso il negozio ha registrato un fatturato a sette cifre (quindi sopra il milione di dollari). Hansen gestisce poco lontano anche un punto vendita di articoli a tema religioso, che ha sempre incassato meno di quello dedicato al presidente. Chi è in difficoltà, secondo lui, ha soprattutto un problema di gestione. "Non sono imprenditori", ha detto. "Amano Trump e il Partito Repubblicano e quello che rappresenta, ma quello non è un piano aziendale".

Nella contea di Franklin, dove si trova Boones Mill, nel 2024 Trump ha ottenuto più del 70 per cento dei voti, uno dei suoi risultati migliori in Virginia. Taylor, che resta un sostenitore convinto del presidente, ha allargato l'offerta ai cimeli confederati e ai gadget di America 250, le celebrazioni per i 250 anni dell'indipendenza degli Stati Uniti, senza grandi risultati. Ora aspetta il 20 gennaio 2029, il giorno in cui Trump lascerà definitivamente la Casa Bianca. Conta che allora i nostalgici torneranno in massa e riporteranno le vendite ai livelli di un tempo.


Il gasolio negli Stati Uniti tocca il livello record di 5,85 dollari al gallone


Il prezzo medio del gasolio negli Stati Uniti ha superato il record del 2022, raggiungendo 5,85 dollari al gallone, secondo l'AAA, l'associazione automobilistica che rileva quotidianamente i prezzi alla pompa. Il precedente record, 5,816 dollari, risaliva a giugno 2022. Il rincaro prosegue da settimane, ma negli ultimi giorni il prezzo ha accelerato bruscamente: +17 centesimi in appena due giorni.

A sopportarne per ora il peso sono soprattutto agricoltori, autotrasportatori e società di logistica, già alle prese con il caro-gasolio dall'inizio della guerra con l'Iran, sei mesi fa. Il gasolio costa più della benzina anche per ragioni strutturali: una tassazione più elevata, standard ambientali che rendono più costosa la raffinazione e una minore resa per barile di greggio. A comprimere ulteriormente l'offerta si sono aggiunti il blocco dello Stretto di Hormuz e la campagna di droni ucraini contro le raffinerie russe, che ne ha ridotto la capacità mondiale di produzione.

"Finché il quadro dell'offerta non migliora, benzina e gasolio resteranno esposti a pressioni al rialzo", ha scritto Patrick De Haan, responsabile dell'analisi petrolifera di GasBuddy. Il crack spread del gasolio, cioè il margine tra il prezzo del greggio e quello del prodotto raffinato, ha raggiunto nelle ultime settimane livelli a tre cifre mai registrati prima.

"Il gasolio è un input di praticamente tutto ciò che consumiamo", ha detto ad Axios Erich Muehlegger, docente di economia all'Università della California a Davis. I rincari colpiscono direttamente tutti i settori che dipendono dal carburante, dalla pesca all'agricoltura fino all'edilizia. Per gli agricoltori il colpo è doppio, perché la guerra ha fatto aumentare anche il costo dei fertilizzanti. Il nuovo record arriva inoltre mentre si avvicina il picco della raccolta di mais e soia, due delle principali colture del Paese.

Il prezzo della guerra
Il gasolio non è mai costato così tanto negli Stati Uniti

La media nazionale ha toccato 5,85 dollari al gallone il 4 settembre, sopra il record del giugno 2022. Il greggio non manca: manca la capacità di raffinarlo.
Grafica di FocusAmerica

Il recordRecord Perché è successoPerché Chi paga il contoChi paga

4 settembre 2026
5,85$

Un anno prima
3,71$
Media nazionale al gallone, il valore più alto mai rilevato dall'AAA
Settembre 2025, prima che la guerra con l'Iran stringesse l'offerta

In dodici mesi +57,6%
Negli ultimi due giorni +17 centesimi
Record precedente 5,816 $, giugno 2022

Un anno in cinquantadue settimane
Il salto di marzo, la tregua di luglio, la seconda corsa d'agosto
Prezzo medio del gasolio per autotrazione negli Stati Uniti, rilevazione settimanale della U.S. Energy Information Administration. Scorri il grafico con il dito o con le frecce della tastiera per leggere ogni settimana.
Settimana 31 agosto 2026 5,599 $

Il dato settimanale dell'EIA e la media giornaliera dell'AAA provengono da due rilevazioni diverse: l'ultimo valore EIA disponibile, 5,599 dollari, è quello del 31 agosto.

Il punto
Il primato è nominale. Corretto per l'inflazione, il picco del giugno 2022 varrebbe oggi circa 6,56 dollari al gallone, e quello del 2008 supererebbe i 7 dollari. Chi fa il pieno oggi, però, paga in dollari correnti: rispetto a un anno fa il gasolio costa 2,14 dollari in più al gallone.

Il margine di raffinazione
Il problema non è il greggio: è chi lo trasforma in gasolio
Crack spread del gasolio a bassissimo tenore di zolfo contro il greggio WTI, in dollari al barile. Misura quanto guadagna una raffineria su ogni barile lavorato. Tocca una barra per leggere il contesto.

Le quattro strozzature
Perché il gasolio manca in tutto il mondo
Quattro dati che spiegano la corsa dei margini e, di conseguenza, quella dei prezzi alla pompa.

103mln bbl
Scorte americane
Le riserve di distillati al 21 agosto: il livello più basso per un mese di agosto dal 1951.

22su 34
Raffinerie russe
Gli impianti colpiti dai droni ucraini. Mosca ha risposto vietando l'export di gasolio.

-1,6mln b/g
Medio Oriente
La raffinazione dell'area è scesa a 8 milioni di barili al giorno, contro i 9,6 del 2025.

96,2%
Impianti americani
Il tasso di utilizzo delle raffinerie statunitensi: lavorano quasi al massimo e non hanno margine.

Il punto
Il blocco dello Stretto di Hormuz, da cui in tempi normali passano circa 20 milioni di barili al giorno tra greggio e prodotti raffinati, ha tolto al mercato il gasolio del Golfo. La campagna di droni ucraini ha tolto quello russo. Restano le raffinerie americane, che esportano il 28% in più dell'anno scorso e nel frattempo svuotano i depositi interni.

La mappa del pieno
Tra lo stato più caro e quello più economico ci sono 2,30 dollari al gallone
Prezzo medio del gasolio al gallone in ogni stato, rilevazione AAA del 3 settembre 2026. Tocca uno stato sulla mappa o una voce negli elenchi.
Media nazionale Stati Uniti 5,783 $

5,30 $Prezzo al gallone7,60 $

I cinque stati più cari

I cinque stati più economici

Il conto per chi guida
Quanto costa riempire i serbatoi di un camion
Ai prezzi medi nazionali di oggi e di dodici mesi fa. Un trattore stradale monta di norma due serbatoi da cento galloni.

Galloni per rifornimento
100 200 500

Oggi
1.170$

Settembre 2025
742$
A 5,85 dollari al gallone
A 3,71 dollari al gallone

Differenza per ogni rifornimento: +428 $

Il punto
I grandi corrieri scaricano l'aumento sui clienti alzando i supplementi carburante. I padroncini, che lavorano carico per carico, non possono farlo: con le tariffe di trasporto già basse, un rifornimento in più a settimana è sufficiente a cancellare il margine. Il rincaro arriva al supermercato con qualche mese di ritardo, e per la Federal Reserve diventa un problema di inflazione.

Fonte AAA Fuel Prices, medie giornaliere nazionali e statali del 3 e 4 settembre 2026. U.S. Energy Information Administration, indagine settimanale sui prezzi al dettaglio del gasolio per autotrazione e Weekly Petroleum Status Report. Reuters e LSEG per i margini di raffinazione, S&P Global Commodity Insights per la raffinazione mediorientale, Axios. Il confronto a prezzi costanti usa l'indice dei prezzi al consumo del Bureau of Labor Statistics. Elaborazione FocusAmerica.

Nel trasporto su gomma paga soprattutto chi è più piccolo


I grandi corrieri, come FedEx e UPS, hanno aumentato i supplementi per il carburante. Per i piccoli operatori, invece, trasferire i rincari sui clienti è molto più difficile. George O'Connor, responsabile delle relazioni pubbliche della Owner-Operator Independent Drivers Association, l'associazione dei trasportatori indipendenti statunitensi, ha spiegato ad Axiosche i padroncini "sono i primi a sentirne gli effetti quando i prezzi schizzano": lavorano carico per carico e dispongono di un potere negoziale limitato.

"Con le tariffe di trasporto già basse, un forte aumento del prezzo del gasolio può divorare rapidamente il poco margine che resta a una piccola impresa di autotrasporto", ha aggiunto. In questo periodo dell'anno gli Stati Uniti accumulano normalmente scorte di gasolio in vista della manutenzione autunnale delle raffinerie, ha spiegato ad Axios Jason Miller, docente di gestione della catena di approvvigionamento alla Michigan State University. "Di questo passo potremmo arrivare al periodo di manutenzione con scorte di gasolio praticamente senza precedenti per questa stagione", ha avvertito. Poi ha aggiunto: "Dio ce ne scampi da un uragano catastrofico".

La pressione sui prezzi complica anche le scelte della Fed


Il carburante rappresenta solo una parte del prezzo finale che i consumatori vedono sugli scaffali, precisa Muehlegger, ma l'aumento del gasolio finisce inevitabilmente per propagarsi all'intera economia se non retrocederà entro breve tempo. Miller sintetizza così la differenza: per il portafoglio delle famiglie conta di più la benzina, per l'economia conta di più il gasolio.

Se i rincari si trasferissero anche sui beni di consumo, oltre che sulla benzina e sull'elettricità, per la Federal Reserve diventerebbe più difficile giustificare un taglio dei tassi. "La Fed è a un bivio", ha detto alla CNBC John Kilduff, socio fondatore di Again Capital. "Si troverà ben presto davanti un nuovo impulso inflazionistico provocato da questo rialzo dei prezzi."

Il conto della guerra con l'Iran rischia di ritorcersi contro la Casa Bianca in due modi separati: attraverso i prezzi in aumento esposti ai distributori e nei supermercati e poi attraverso i tassi d'interesse, che la Banca Centrale potrebbe essere presto costretta a tornare a rialzare per evitare una ulteriore fiammata dell'inflazione.


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A/I colpito dagli Usa per perseguire gli antifascisti americani

«Nessun governo straniero dovrebbe avere il potere di infliggere una sorta di pena di morte civile a gruppi europei. Contestare davanti ai tribunali statunitensi la propria designazione come “organizzazione terroristica” è inutile: le prove sono secretate e sei quindi costretto a indovinare perché sei stato sanzionato e a difenderti alla cieca»

editorialedomani.it/politica/m…

@pirati

mastodon.bida.im/@cavallette/1…


Sul Domani anche un'intervista a un avvocato US che spiega parecchie questioni (per chi ancora avesse dei dubbi) editorialedomani.it/politica/m… #AutisticiInventati #KeepITFree

in reply to informapirata ⁂

è chiaro che la tirannia è parte della natura umana e morirà solo con l'uomo. Il bene e il male coesistono, sta solo a noi riequilibrarli nonostante tutto, grazie alle minoranze che tentano di creare processi e prodotti indipendenti e alternativi a quelli imposti dai tiranni. 🖖
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Bonaccini: “Afd? Conferma quello che dicevo, vota a destra chi è più in difficoltà”


@Politica interna, europea e internazionale
Stefano Bonaccini commenta i risultati di Afd in Sassonia tornando anche sulle polemiche che lo avevano investito di recente per alcune frasi riguardanti gli elettori della destra e dell’estrema destra in Europa. Intervistato da Tagadà, la trasmissione di La7, l’esponente dem ha

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Non è “solo un fastidio” se lo vivi ogni giorno.

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Record dei prezzi del diesel: 100 miliardi di costi in più per gli americani


Il gasolio ha superato per la prima volta i 5,85 dollari al gallone, spinto dalle raffinerie ferme tra Russia e Medio Oriente a causa delle guerre in corso. Secondo la Brown University la guerra in Iran è costata 100 miliardi ai consumatori.

Il diesel negli Stati Uniti ha toccato il 4 settembre il prezzo più alto mai registrato: 5,85 dollari al gallone nella media nazionale, pari a circa 1,55 dollari al litro. È stato così superato il precedente massimo di 5,81 dollari, raggiunto nel giugno 2022, pochi mesi dopo l'invasione russa dell'Ucraina. E la corsa non si è fermata: lunedì 7 settembre la rilevazione dell'AAA, l'American Automobile Association, indicava già 5,90 dollari. Un anno fa gli autotrasportatori pagavano 3,71 dollari al gallone: da allora l'aumento è stato di quasi il 60%. In California il prezzo è arrivato persino a quota 7,70 dollari, quasi due dollari sopra la media nazionale.

Alla base del rincaro c'è una stretta dell'offerta provocata da due guerre in corso contemporaneamente. Gli attacchi ucraini alle raffinerie russe hanno spinto Mosca a vietare le esportazioni di gasolio, con un divieto poi prorogato fino alla fine di settembre. In Medio Oriente, invece, le operazioni iraniane contro le petroliere nello stretto di Hormuz e le infrastrutture energetiche della regione hanno messo fuori uso altri impianti. Gary Simmons, direttore operativo della raffineria statunitense Valero, ha stimato durante la trimestrale del 30 luglio che circa 5 milioni di barili al giorno di capacità di raffinazione fossero indisponibili.

Andy Lipow, presidente della società di consulenza Lipow Oil Associates, ha spiegato alla CNBC che attualmente risulta interrotto circa l'8% dell'approvvigionamento necessario a soddisfare una domanda mondiale di gasolio pari a 28 milioni di barili al giorno. Il divieto russo incide per circa 800.000 barili al giorno, le difficoltà nello Stretto di Hormuz per altri 1,2 milioni, mentre gli Houthi, alleati dell'Iran, hanno messo fuori uso la raffineria saudita di Jizan, con una capacità di circa 200.000 barili al giorno. "Il prezzo del diesel è una tassa occulta", ha osservato Lipow: l'aumento del costo del carburante si trasferisce infatti sui consumatori attraverso prezzi più alti per gran parte delle merci trasportate su gomma e su rotaia.

Energia e guerra
Il diesel americano costa più che in qualsiasi altro momento della storia
Due guerre tengono ferma una parte dell'offerta mondiale di gasolio. Il conto si scarica sulla pompa, e da lì su tutto quello che viaggia su gomma.

Grafica di FocusAmerica

Prezzo medio di un gallone di gasolio

Diesel

Prezzo al gallone
$ 0123456789 , 0123456789 0123456789
USD7 settembre 2026


Nove centesimi sopra il recordIl primato precedente resisteva dal giugno 2022, pochi mesi dopo l'invasione russa dell'Ucraina.

+2,19 $l'aumento al gallone in dodici mesi, quasi il 60%
7,70 $il prezzo in California, quasi due dollari sopra la media
1,55 $al litro, l'equivalente del record del 4 settembre

Perché il prezzo sale
Al mondo manca l'8% del gasolio di cui ha bisogno
Tre interruzioni, tutte figlie delle guerre in corso, hanno tolto dal mercato 2,2 milioni di barili al giorno. Ecco quanto pesa ciascuna.
Stretto di Hormuz1,2 mln Le operazioni iraniane contro le petroliere e contro le infrastrutture energetiche della regione. Divieto russo800 mila Mosca ha vietato le esportazioni di gasolio dopo gli attacchi ucraini alle raffinerie, e ha prorogato il divieto fino a fine settembre. Raffineria di Jizan200 mila L'impianto saudita è stato messo fuori uso dagli Houthi, alleati dell'Iran.
Barili al giorno fermi, in proporzione tra loro. Tocca una voce per isolarla.

La domanda mondiale di gasolio28 milioni di barili al giorno
2,2 milioni fermi

2,2 milioni di barili non arrivano sul mercato: quasi l'8% di tutto il gasolio che il mondo consuma ogni giorno.

5 milionii barili al giorno di capacità di raffinazione fermi nel mondo, secondo la stima di Valero del 30 luglio
2,2 milionii barili di gasolio che ogni giorno mancano all'appello
quasi l'8%la quota di domanda mondiale oggi scoperta

Quanto costa agli americani
Cento miliardi di dollari, e il contatore continua a correre
Il Watson Institute della Brown University calcola quanto gli americani stanno pagando in più per benzina e diesel rispetto ai prezzi che avrebbero avuto senza la guerra.

Il costo aggiuntivo per i consumatori dal 28 febbraio, giorno in cui è iniziata la guerra in Iran.
$100.000.000.000
Il conto cresce di circa un milione di dollari ogni due minuti. Proiezione in tempo reale a partire dalla rilevazione di lunedì 7 settembre.

Texas11 mld
California8 mld
Florida5 mld

Costo aggiuntivo dal 28 febbraio, in miliardi di dollari, negli stati più colpiti.

760 $la spesa in più di una famiglia media dall'inizio della guerra
circa 4 $al giorno, in media, per ogni famiglia americana
Meno di 2 mesiquanto manca al voto di metà mandato

«Puoi fare tutti gli acquisti online che vuoi, ma arriveranno comunque a casa tua su un camion che va a gasolio».
John Kilduff, socio di Again Capital, alla CNBC

Fonti: AAA per i prezzi alla pompa al 4 e 7 settembre 2026; Watson Institute for International and Public Affairs, Brown University, per il costo sui consumatori; Lipow Oil Associates e Valero per l'offerta e la capacità di raffinazione; CNBC per le dichiarazioni.
Il contatore proietta in tempo reale il ritmo di crescita indicato dalla Brown University, a partire dalla rilevazione di lunedì 7 settembre 2026.

Il conto da 100 miliardi e l'effetto sull'inflazione


A misurare il costo complessivo per gli americani è un contatore in tempo reale della Watson School della Brown University, che dall'inizio della guerra in Iran calcola quanto i consumatori stiano pagando in più per benzina e diesel. Il modello confronta le rilevazioni dell'AAA con i prezzi che, secondo i ricercatori, si sarebbero registrati in assenza del conflitto, utilizzando dati dell'agenzia federale per l'energia e del Census Bureau. Lunedì il conto aveva superato i 100 miliardi di dollari e cresceva di circa un milione ogni 2 minuti. Per una famiglia media, il costo aggiuntivo ha superato i 760 dollari dal 28 febbraio, data d'inizio della guerra. L'impatto maggiore si è registrato in Texas, con circa 11 miliardi di dollari di costi aggiuntivi, seguito dalla California con 8 miliardi e dalla Florida con 5.

È anche per questo che il prezzo del diesel preoccupa gli economisti più di quello della benzina. "Puoi fare tutti gli acquisti online che vuoi, ma arriveranno comunque a casa tua su un camion che va a gasolio: non c'è modo di aggirare questo problema", ha spiegato alla CNBC John Kilduff, socio della società di investimenti Again Capital. Bob McNally, fondatore della società di analisi Rapidan Energy, ha invece ricordato che il gasolio è uno dei combustibili più profondamente incorporati nell'economia: "È usato nei trasporti, nel riscaldamento, nell'agricoltura, negli usi industriali. È il carburante principale da tenere d'occhio".

Il presidente Donald Trump sostiene che gli americani siano disposti a sopportare prezzi più alti pur di impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare. I sondaggi mostrano però che gli elettori considerano l’inflazione il principale problema del Paese e giudicano negativamente l’operato del presidente su questo fronte. A meno di due mesi dalle elezioni di metà mandato, resta da capire quanto dureranno le difficoltà di approvvigionamento dal Medio Oriente e quanto a lungo continueranno a tenere alti i prezzi. Una cosa però è già certa: le ripercussioni si sono già protratte oltre quanto molti, incluso lo stesso Trump, prevedessero alla fine di febbraio.


Il gasolio negli Stati Uniti tocca il livello record di 5,85 dollari al gallone


Il prezzo medio del gasolio negli Stati Uniti ha superato il record del 2022, raggiungendo 5,85 dollari al gallone, secondo l'AAA, l'associazione automobilistica che rileva quotidianamente i prezzi alla pompa. Il precedente record, 5,816 dollari, risaliva a giugno 2022. Il rincaro prosegue da settimane, ma negli ultimi giorni il prezzo ha accelerato bruscamente: +17 centesimi in appena due giorni.

A sopportarne per ora il peso sono soprattutto agricoltori, autotrasportatori e società di logistica, già alle prese con il caro-gasolio dall'inizio della guerra con l'Iran, sei mesi fa. Il gasolio costa più della benzina anche per ragioni strutturali: una tassazione più elevata, standard ambientali che rendono più costosa la raffinazione e una minore resa per barile di greggio. A comprimere ulteriormente l'offerta si sono aggiunti il blocco dello Stretto di Hormuz e la campagna di droni ucraini contro le raffinerie russe, che ne ha ridotto la capacità mondiale di produzione.

"Finché il quadro dell'offerta non migliora, benzina e gasolio resteranno esposti a pressioni al rialzo", ha scritto Patrick De Haan, responsabile dell'analisi petrolifera di GasBuddy. Il crack spread del gasolio, cioè il margine tra il prezzo del greggio e quello del prodotto raffinato, ha raggiunto nelle ultime settimane livelli a tre cifre mai registrati prima.

"Il gasolio è un input di praticamente tutto ciò che consumiamo", ha detto ad Axios Erich Muehlegger, docente di economia all'Università della California a Davis. I rincari colpiscono direttamente tutti i settori che dipendono dal carburante, dalla pesca all'agricoltura fino all'edilizia. Per gli agricoltori il colpo è doppio, perché la guerra ha fatto aumentare anche il costo dei fertilizzanti. Il nuovo record arriva inoltre mentre si avvicina il picco della raccolta di mais e soia, due delle principali colture del Paese.

Il prezzo della guerra
Il gasolio non è mai costato così tanto negli Stati Uniti

La media nazionale ha toccato 5,85 dollari al gallone il 4 settembre, sopra il record del giugno 2022. Il greggio non manca: manca la capacità di raffinarlo.
Grafica di FocusAmerica

Il recordRecord Perché è successoPerché Chi paga il contoChi paga

4 settembre 2026
5,85$

Un anno prima
3,71$
Media nazionale al gallone, il valore più alto mai rilevato dall'AAA
Settembre 2025, prima che la guerra con l'Iran stringesse l'offerta

In dodici mesi +57,6%
Negli ultimi due giorni +17 centesimi
Record precedente 5,816 $, giugno 2022

Un anno in cinquantadue settimane
Il salto di marzo, la tregua di luglio, la seconda corsa d'agosto
Prezzo medio del gasolio per autotrazione negli Stati Uniti, rilevazione settimanale della U.S. Energy Information Administration. Scorri il grafico con il dito o con le frecce della tastiera per leggere ogni settimana.
Settimana 31 agosto 2026 5,599 $

Il dato settimanale dell'EIA e la media giornaliera dell'AAA provengono da due rilevazioni diverse: l'ultimo valore EIA disponibile, 5,599 dollari, è quello del 31 agosto.

Il punto
Il primato è nominale. Corretto per l'inflazione, il picco del giugno 2022 varrebbe oggi circa 6,56 dollari al gallone, e quello del 2008 supererebbe i 7 dollari. Chi fa il pieno oggi, però, paga in dollari correnti: rispetto a un anno fa il gasolio costa 2,14 dollari in più al gallone.

Il margine di raffinazione
Il problema non è il greggio: è chi lo trasforma in gasolio
Crack spread del gasolio a bassissimo tenore di zolfo contro il greggio WTI, in dollari al barile. Misura quanto guadagna una raffineria su ogni barile lavorato. Tocca una barra per leggere il contesto.

Le quattro strozzature
Perché il gasolio manca in tutto il mondo
Quattro dati che spiegano la corsa dei margini e, di conseguenza, quella dei prezzi alla pompa.

103mln bbl
Scorte americane
Le riserve di distillati al 21 agosto: il livello più basso per un mese di agosto dal 1951.

22su 34
Raffinerie russe
Gli impianti colpiti dai droni ucraini. Mosca ha risposto vietando l'export di gasolio.

-1,6mln b/g
Medio Oriente
La raffinazione dell'area è scesa a 8 milioni di barili al giorno, contro i 9,6 del 2025.

96,2%
Impianti americani
Il tasso di utilizzo delle raffinerie statunitensi: lavorano quasi al massimo e non hanno margine.

Il punto
Il blocco dello Stretto di Hormuz, da cui in tempi normali passano circa 20 milioni di barili al giorno tra greggio e prodotti raffinati, ha tolto al mercato il gasolio del Golfo. La campagna di droni ucraini ha tolto quello russo. Restano le raffinerie americane, che esportano il 28% in più dell'anno scorso e nel frattempo svuotano i depositi interni.

La mappa del pieno
Tra lo stato più caro e quello più economico ci sono 2,30 dollari al gallone
Prezzo medio del gasolio al gallone in ogni stato, rilevazione AAA del 3 settembre 2026. Tocca uno stato sulla mappa o una voce negli elenchi.
Media nazionale Stati Uniti 5,783 $

5,30 $Prezzo al gallone7,60 $

I cinque stati più cari

I cinque stati più economici

Il conto per chi guida
Quanto costa riempire i serbatoi di un camion
Ai prezzi medi nazionali di oggi e di dodici mesi fa. Un trattore stradale monta di norma due serbatoi da cento galloni.

Galloni per rifornimento
100 200 500

Oggi
1.170$

Settembre 2025
742$
A 5,85 dollari al gallone
A 3,71 dollari al gallone

Differenza per ogni rifornimento: +428 $

Il punto
I grandi corrieri scaricano l'aumento sui clienti alzando i supplementi carburante. I padroncini, che lavorano carico per carico, non possono farlo: con le tariffe di trasporto già basse, un rifornimento in più a settimana è sufficiente a cancellare il margine. Il rincaro arriva al supermercato con qualche mese di ritardo, e per la Federal Reserve diventa un problema di inflazione.

Fonte AAA Fuel Prices, medie giornaliere nazionali e statali del 3 e 4 settembre 2026. U.S. Energy Information Administration, indagine settimanale sui prezzi al dettaglio del gasolio per autotrazione e Weekly Petroleum Status Report. Reuters e LSEG per i margini di raffinazione, S&P Global Commodity Insights per la raffinazione mediorientale, Axios. Il confronto a prezzi costanti usa l'indice dei prezzi al consumo del Bureau of Labor Statistics. Elaborazione FocusAmerica.

Nel trasporto su gomma paga soprattutto chi è più piccolo


I grandi corrieri, come FedEx e UPS, hanno aumentato i supplementi per il carburante. Per i piccoli operatori, invece, trasferire i rincari sui clienti è molto più difficile. George O'Connor, responsabile delle relazioni pubbliche della Owner-Operator Independent Drivers Association, l'associazione dei trasportatori indipendenti statunitensi, ha spiegato ad Axiosche i padroncini "sono i primi a sentirne gli effetti quando i prezzi schizzano": lavorano carico per carico e dispongono di un potere negoziale limitato.

"Con le tariffe di trasporto già basse, un forte aumento del prezzo del gasolio può divorare rapidamente il poco margine che resta a una piccola impresa di autotrasporto", ha aggiunto. In questo periodo dell'anno gli Stati Uniti accumulano normalmente scorte di gasolio in vista della manutenzione autunnale delle raffinerie, ha spiegato ad Axios Jason Miller, docente di gestione della catena di approvvigionamento alla Michigan State University. "Di questo passo potremmo arrivare al periodo di manutenzione con scorte di gasolio praticamente senza precedenti per questa stagione", ha avvertito. Poi ha aggiunto: "Dio ce ne scampi da un uragano catastrofico".

La pressione sui prezzi complica anche le scelte della Fed


Il carburante rappresenta solo una parte del prezzo finale che i consumatori vedono sugli scaffali, precisa Muehlegger, ma l'aumento del gasolio finisce inevitabilmente per propagarsi all'intera economia se non retrocederà entro breve tempo. Miller sintetizza così la differenza: per il portafoglio delle famiglie conta di più la benzina, per l'economia conta di più il gasolio.

Se i rincari si trasferissero anche sui beni di consumo, oltre che sulla benzina e sull'elettricità, per la Federal Reserve diventerebbe più difficile giustificare un taglio dei tassi. "La Fed è a un bivio", ha detto alla CNBC John Kilduff, socio fondatore di Again Capital. "Si troverà ben presto davanti un nuovo impulso inflazionistico provocato da questo rialzo dei prezzi."

Il conto della guerra con l'Iran rischia di ritorcersi contro la Casa Bianca in due modi separati: attraverso i prezzi in aumento esposti ai distributori e nei supermercati e poi attraverso i tassi d'interesse, che la Banca Centrale potrebbe essere presto costretta a tornare a rialzare per evitare una ulteriore fiammata dell'inflazione.


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1973 entstand ein Logo, das vier Aufgaben der Feuerwehr zeigt: Retten, Löschen, Bergen, Schützen.

Daran angelehnt haben wir bei netzpolitik.org ein Logo mit vier Aspekten unserer Arbeit entworfen:

🚨 Alarm schlagen
🔦 Gesetze durchleuchten
🔧 Dokumente veröffentlichen
👩‍👩‍👧‍👧 Menschen sichtbar machen

Warum Feuerwehr? Weil die Hütte brennt, Leute.
Rechtsradikale greifen nach der Macht und wollen Grundrechte brennen sehen.
Die Regierung gießt Öl ins Feuer und macht selbst autoritäre Politik.

1/2

in reply to Sebastian Meineck

Noch vor ein paar Jahren dachte ich über unsere Arbeit bei netzpolitik.org: Wir decken Missstände auf – in einer einigermaßen stabilen Welt.
Inzwischen habe ich den Eindruck: Unsere Arbeit wird zur Rettungsmission für bedrohte Grundrechte.
Ich glaube, da entgleitet uns etwas, und es geht nicht nur mir so.

Deshalb sagen wir: Die Hütte brennt. Wir gehen rein.

=> Bitte unterstütze meine Kolleg*innen und mich mit einer Spende oder einem Share netzpolitik.org/spenden/

2/2

in reply to Sebastian Meineck

So sehr ich das gut finde, was ihr macht, es wird aus folgenden Gründen zu wenig bewegen: Die Aufmerksamkeit liegt zu 99,9 Prozent auf anderen Medien, um wirklich die Nadel zu bewegen. "Niemand" ~ die allermeisten, haben deswegen keine Ahnung davon was ihr macht.
Wir haben ein Bildungsproblem. Die Leute sind blicken gar nicht, was ihr da schreibt.
Was zu tun wäre:
Bildung extrem aufbohren. Also komplett übertreiben.
Plattformen brutal regulieren.
Erste wenn wir das tun, gehts.
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Trump promette la vittoria alle elezioni di metà mandato in un messaggio per il Labor Day


Il presidente ha usato la festa dei lavoratori per attaccare i democratici su Truth Social. Il suo gradimento è al 39,4 per cento, mentre a Dallas parlerà in entrambe le serate della convention.

Il presidente Donald Trump ha usato il Labor Day, la festa che negli Stati Uniti celebra i lavoratori il primo lunedì di settembre, per attaccare i democratici e promettere una vittoria repubblicana alle elezioni di metà mandato del 3 novembre.

"Buon Labor Day a tutti, compresi i lunatici della sinistra radicale, i comunisti e i Dumocrats che faranno qualunque cosa per distruggere il nostro Paese", ha scritto il presidente su Truth Social, il social network di sua proprietà, storpiando il nome del Partito Democratico con un gioco di parole che richiama la parola "stupido". "Queste persone deliranti, dopo dieci anni passati a combattere, dovrebbero finalmente riconoscere che il vostro presidente preferito (io!) sa come si vince."

Nello stesso messaggio Trump ha aggiunto che gli avversari "dovrebbero essere esausti ormai ma, purtroppo, non lo sono. Faranno un ultimo tentativo di rovinare l'America, ma non lo permetteremo. Vinceremo le elezioni di metà mandato, alla grande, e salveremo l'America".

Le previsioni ottimistiche del presidente si scontrano con i numeri. Secondo la media dei sondaggi di Decision Desk HQ, lunedì pomeriggio il gradimento di Trump si attestava al 39,4 per cento, contro un 57,1 per cento di giudizi negativi. I democratici sono in vantaggio sui repubblicani nei sondaggi sulla corsa per il Congresso, la guerra con l'Iran ha appena superato i sei mesi senza mai essere diventata popolare e gli americani continuano a esprimere preoccupazione per l'andamento dell'economia e per i prezzi. Il calo di consenso riguarda anche una parte dell'elettorato repubblicano.

La settimana scorsa Trump ha chiesto ai candidati repubblicani nei collegi in bilico di fare campagna sui risultati della sua amministrazione e ha promesso di andare a sostenerli di persona. A una cena alla Casa Bianca ha detto ai parlamentari del suo partito che hanno storie di successo da raccontare agli elettori nei mesi che restano e che così facendo "vincerete, e vincerete alla grande". "Andrò in ognuno di quei 35 posti e vedremo se riusciamo a far eleggere tutti", ha aggiunto, riferendosi alle 35 sfide che decideranno se i repubblicani manterranno il controllo della Camera e del Senato.

Questa settimana il Republican National Committee, l'organo che dirige il Partito Repubblicano, terrà a Dallas una convention di metà mandato, un appuntamento raro perché di norma le convention si tengono solo negli anni delle presidenziali. L'iniziativa è nata su impulso di Trump e serve a celebrare quelle che il presidente chiama "le nostre straordinarie vittorie e i nostri successi". Sabato lo ha rilanciato su Truth Social: "Il più grande raduno di tutti. Parlerò la prima sera e mi fermerò anche la seconda, per una chiusura anticipata e tanta musica. Ci vediamo a Dallas".

La scelta di parlare in entrambe le serate trasforma il voto di novembre in un giudizio sulla sua seconda presidenza, esattamente l'opposto di quello che vorrebbero molti candidati repubblicani, che preferirebbero non legarsi all'amministrazione a due mesi dalle urne. Diversi tra loro hanno già fatto sapere che salteranno l'appuntamento di Dallas, come Focus America ha raccontato. Un dirigente repubblicano impegnato nella campagna elettorale ha spiegato ad Axios che il partito non ha alternative: "Siamo sulla stessa barca con lui, che ci piaccia o no".

L'elenco dei relatori diffuso sabato dal Republican National Committee è dominato dalla famiglia del presidente e dai membri del governo: il vicepresidente JD Vance, Donald Trump Jr., il segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr., lo speaker della Camera Mike Johnson, il senatore del Texas Ted Cruz e il governatore dello stesso Stato Greg Abbott. Nel comunicato il partito ha indicato anche il messaggio con cui intende presentarsi agli elettori: "I repubblicani rappresentano i valori concreti e mainstream degli americani comuni, mentre il moderno partito democratico ha abbracciato un'agenda ideologica marginale ed estremamente liberal che danneggia gli americani". Tra le assenze di rilievo c'è quella di Melania Trump, che non è attesa a Dallas.

Anche chi ha accettato di salire sul palco prende le distanze. Mike Lawler, deputato repubblicano di New York che affronta una rielezione difficile, ha risposto alla CNN che la sua partecipazione non è "una questione di allineamento" con il presidente, ma "una questione di fare il proprio lavoro". Per ottenere qualcosa, ha detto, "bisogna essere capaci di dialogare con l'altro schieramento e anche di lavorare dentro il proprio partito".

Non è la prima volta che Trump usa una festa nazionale per attaccare gli avversari. Il 4 luglio aveva tenuto sul National Mall un discorso pieno di avvertimenti sul comunismo e di battute su un terzo mandato, che la Costituzione non consente. Nel giorno del Memorial Day, la ricorrenza dedicata ai caduti americani, aveva accusato i democratici di mancare di rispetto ai militari, un riferimento alle critiche dell'opposizione al conflitto con l'Iran. Il messaggio del Labor Day è arrivato in mezzo a una lunga serie di post pubblicati dal presidente nel fine settimana, tra cui la proposta di ribattezzare il New Mexico "New America", accompagnata da alcune mappe apparentemente generate con l'intelligenza artificiale.


I repubblicani non riescono a liberarsi di Trump a due mesi dalle elezioni di metà mandato


A due mesi dalle elezioni di metà mandato il presidente Donald Trump ha riunito nel Roseto della Casa Bianca una ventina dei deputati repubblicani più a rischio e ha promesso di stare con loro "al 100 per cento, fino a novembre", annunciando che andrà in 35 collegi chiave "per vedere se riusciamo a far eleggere tutti". La cena, raccontata dal New York Times, riassume la posizione difficile in cui si trovano i repubblicani: hanno bisogno dei soldi del presidente e della mobilitazione dei suoi elettori, ma non vogliono che il voto diventi un referendum su di lui, la cui popolarità è al minimo storico.

Il comitato elettorale del presidente ha raccolto quasi un miliardo di dollari e finora non ne ha distribuito quasi nulla. "Questi sono i miei soldi e li controllo io", ha detto venerdì, lasciando intendere che ne spenderà tra i 400 e i 500 milioni per "i repubblicani che ritengo validi". Sabato la sua struttura politica ha comunicato la prima spesa, 10 milioni di dollari in spot televisivi e digitali in Texas, dove i repubblicani aspettavano da tempo un suo intervento per difendere il seggio al Senato. Oltre a questo, i candidati hanno ricevuto poche informazioni su quando e dove arriveranno i fondi.

MAGA Inc., il super PAC del presidente, è rimasto quasi del tutto fuori dalla campagna e non ha comunicato i suoi piani nemmeno in privato. I super PAC sono comitati che possono raccogliere e spendere somme illimitate a sostegno di un candidato, a patto di non coordinarsi con la sua campagna. Prima dell'intervento in Texas, quest'anno aveva speso solo per sostenere la senatrice Darline Graham nelle primarie repubblicane del South Carolina, uno Stato saldamente repubblicano dove l'esito non avrebbe cambiato gli equilibri del Senato. I consiglieri del presidente non vogliono spendere i suoi soldi finché i leader repubblicani della Camera e del Senato non avranno svuotato le proprie casse. Intanto cresce il timore che le sfide in North Carolina e Georgia stiano diventando irraggiungibili.

Le divergenze più forti sono nate dalla scelta del presidente di sostenere Ken Paxton, il procuratore generale del Texas segnato da anni di scandali, che alle primarie di quest'anno ha battuto il senatore uscente John Cornyn. La decisione ha irritato il leader della maggioranza al Senato John Thune, del South Dakota, e altri repubblicani, convinti che quella candidatura renda molto più costosa la difesa del seggio texano. Thune ha praticamente supplicato il presidente di mettere risorse proprie in quella corsa.

Il primo spot televisivo da 30 secondi diffuso dal suo staff politico, che apre la campagna pubblicitaria dopo il Labor Day, descrive il presidente come "la persona più dura e più resiliente" e non nomina né i democratici né le elezioni né alcun candidato repubblicano. A Washington Trump sta seguendo i cantieri della sala da ballo della Casa Bianca, di un arco monumentale alto 76 metri (250 piedi) e di un campo da golf in un parco pubblico lungo il fiume Potomac.

Mercoledì il presidente riunirà i repubblicani a Dallas per una convention di due giorni, un evento senza precedenti a metà mandato. I biglietti costano 25mila dollari, anche per i parlamentari, e molti dei candidati più a rischio hanno rinunciato a partecipare, preferendo fare campagna nei loro Stati e nei loro collegi. Temono che la manifestazione produca esattamente ciò che vogliono evitare, cioè trasformare il voto in una discussione nazionale su Trump. Il presidente della Camera Mike Johnson ha raccontato che l'idea è nata da una telefonata due sere prima del Ringraziamento dell'autunno scorso: il presidente gli ha detto che dovevano organizzare una convention di metà mandato, lui ha risposto che una cosa del genere non esisteva e Trump ha replicato di farla esistere.

Dopo dieci anni passati a legarsi al presidente, i repubblicani hanno pochi margini per muoversi. I candidati a ogni livello hanno fatto proprie le sue falsità sul sistema elettorale americano e in pochi hanno rotto pubblicamente con lui sui tagli alla spesa, sui dazi o sulla guerra con l'Iran. Alcuni temono che il partito abbia poco da presentare agli elettori dopo due anni con pochi risultati legislativi e un calendario parlamentare ridotto, che ha tenuto i deputati a casa per settimane intere.

La scommessa repubblicana è dipingere i democratici come estremisti socialisti e se stessi come l'alternativa moderata. Quest'anno alcuni candidati socialisti-democratici hanno vinto le primarie (il loro numero al Congresso resterà con ogni probabilità a una sola cifra). Johnson, che in questo ciclo elettorale ha raccolto 135 milioni di dollari, insiste su questo contrasto. "Immaginate lo scenario da incubo di questi democratici marxisti e insurrezionali che prendono il controllo del Congresso", ha detto la settimana scorsa mentre faceva campagna in Texas. "Metterebbero sotto accusa il presidente il primo giorno".

Don Bacon, deputato moderato del Nebraska che non si ricandida in un collegio in bilico, ha detto di temere che "i numeri del presidente siano una palla al piede difficile da superare". Secondo Bacon il partito ha perso molti elettori in bilico: nel Midwest i dazi non sono popolari, il sostegno all'Ucraina è al 70 per cento nei sondaggi e i cittadini del Nebraska non gradiscono il caos, gli insulti e il modo in cui vengono trattati gli alleati.

Il deputato Mike Lawler, di New York, ha diffuso la settimana scorsa uno spot digitale in cui il presidente lo definisce "un rompiscatole" per aver chiesto di cancellare il tetto alla deducibilità dalle tasse federali delle imposte statali e locali. Lawler ha comunque in programma un intervento alla convention di Dallas. Tom Barrett, del Michigan, ha comprato spot su Facebook per ricordare i suoi voti a favore di un limite ai poteri di guerra del presidente in Iran, ma a luglio è salito sul palco di un comizio di Trump nel suo collegio dicendo: "Sono orgoglioso di stare al suo fianco oggi".

Altri repubblicani, tra cui i candidati a governatore di Georgia e Maine e diversi aspiranti al Congresso, hanno tolto in silenzio dai loro siti le foto con il presidente o i riferimenti al suo sostegno, che durante le primarie mettevano bene in vista. Non ci sono però molti esempi di repubblicani dell'era Trump riusciti a smarcarsi dal presidente agli occhi degli elettori. Nel 2018, l'ultima elezione di metà mandato con Trump alla Casa Bianca, il presidente festeggiò la sconfitta di deputati repubblicani che lo avevano criticato, come l'allora deputata dello Utah Mia Love.

"L'idea di poter scappare da lui è ridicola", ha detto Corry Bliss, che nel 2018 guidava il super PAC dei repubblicani della Camera. "I repubblicani devono fare un discorso serio ai loro elettori su quello che hanno realizzato. Alcuni non avranno una sola cosa da dire e saranno quelli che perderanno".


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Ohio, uomo armato fermato durante un evento della candidata dem Amy Acton


Patrick Havas, 38 anni, elettore registrato repubblicano, si è fatto largo tra la folla travolgendo diverse persone mentre la candidata democratica parlava alla fiera di Canfield. Aveva con sé due pistole, mai estratte dalla fondina.

Un uomo armato ha cercato di raggiungere con la forza Amy Acton, candidata democratica alla carica di governatrice dell'Ohio, domenica pomeriggio alla fiera di Canfield, nel nord-est dello Stato. Intorno alle 14:30 ora locale Patrick Havas, 38 anni, si è fatto largo tra il pubblico mentre Acton stava parlando, travolgendo diverse persone, tra cui almeno due anziani, prima di essere fermato dagli agenti della polizia dell'Ohio incaricati della sicurezza della candidata. Acton, che è un medico, non è rimasta ferita ed è rimasta sul posto per prestare assistenza a una delle persone travolte. Havas è stato invece portato nel carcere della contea di Mahoning e incriminato per condotta molesta e per altri due capi di aggressione.

Sulle armi trovate in possesso dell'uomo, le due autorità intervenute hanno fornito ricostruzioni parzialmente diverse. La polizia stradale ha riferito che aveva con sé un taser e due pistole, mentre l'ufficio dello sceriffo della contea di Mahoning ha indicato due pistole e un tirapugni, precisando che "nessuna arma è mai stata impugnata né estratta dalla fondina". Havas risulta registrato come elettore repubblicano. Canfield si trova nel sesto distretto congressuale dell'Ohio, dove Donald Trump nel 2024 ha battuto Kamala Harris di oltre 33 punti.

Il fratello dell'uomo arrestato e la campagna di Husted


Un secondo elemento ha dato alla vicenda una dimensione politica ulteriore. Andrew Havas, fratello dell'uomo fermato domenica, era stato nominato a dicembre responsabile per la contea di Franklin nella campagna per la rielezione del senatore repubblicano dell'Ohio Jon Husted e poche settimane fa, a luglio, si era dimesso dall'incarico di volontario.

Le dimissioni erano arrivate dopo che NBC News, che aveva esaminato gli atti giudiziari, aveva contattato lo staff del senatore a proposito di un caso risalente al 2008. Andrew Havas, allora ventiduenne, era stato accusato nella contea di Mahoning di condotta sessuale illecita con una quindicenne. L'accusa è stata successivamente ridotta, nell'ambito di un patteggiamento, a un solo capo di aggressione di grado minore. Nel 2009 Havas si è dichiarato colpevole e fu condannato a 90 giorni di carcere e a una multa; ha scontato la pena tra maggio e agosto di quell'anno.

La campagna di Husted ha dichiarato che Havas non aveva comunicato i propri precedenti e che le sue dimissioni erano state accettate immediatamente dopo che lo staff ne era venuto a conoscenza. Secondo la ricostruzione di NBC News, Andrew Havas aveva presentato il senatore durante una festa di Natale a dicembre e aveva partecipato ad almeno due eventi della campagna nel mese di giugno.

Una delle corse più seguite verso novembre


La corsa per il governatorato dell'Ohio è una delle più seguite del Paese e mancano ormai sei settimane al voto di novembre. Acton, scelta dai democratici alle primarie di maggio, affronta il repubblicano Vivek Ramaswamy per succedere al governatore uscente Mike DeWine, che non può ricandidarsi a causa del limite dei mandati. Ramaswamy ha trasformato la propria notorietà nazionale, i legami con l'industria tecnologica e l'alleanza con Trump in una raccolta fondi da record, destinandone una parte consistente a spot televisivi contro l'avversaria.

Le condanne dell'episodio sono arrivate da entrambi gli schieramenti. "I candidati devono poter incontrare gli elettori senza doversi preoccupare di minacce o violenze. Quello che è successo oggi è del tutto inaccettabile e non ha posto in politica", ha dichiarato Connie Luck, direttrice della comunicazione di Ramaswamy. DeWine, repubblicano, ha scritto che "la violenza o la minaccia di violenza durante eventi politici o pubblici è sempre inaccettabile", rimettendo alle forze dell'ordine l'accertamento dei fatti. Husted si è detto "turbato dal tentato attacco". Addie Bullock, direttrice della comunicazione della campagna di Acton, ha affermato che l'uomo si è "scagliato" contro la candidata e che Acton "continuerà a opporsi al caos, all'odio e al veleno che ci mettono gli uni contro gli altri".

L'episodio si inserisce in un decennio segnato da una crescita della violenza politica negli Stati Uniti: la sparatoria del 2017 contro la squadra di baseball dei parlamentari repubblicani ad Alexandria, l'aggressione a martellate contro il marito dell'allora Speaker democratica della Camera dei Rappresentanti Nancy Pelosi nel 2022, il tentato assassinio di Trump durante un comizio in Pennsylvania nel 2024 e quello alla Cena dei Corrispondenti della Casa Bianca nell'aprile di quest'anno, gli omicidi nel 2025 di una deputata statale democratica del Minnesota e del marito e quello del commentatore conservatore Charlie Kirk nello Utah.

Secondo un rapporto pubblicato ad aprile dalla Public Service Alliance, organizzazione nonpartisan che si occupa della sicurezza dei rappresentanti pubblici, nel ciclo elettorale 2023-24 i comitati politici federali hanno speso più di 40 milioni di dollari in voci di bilancio classificate come sicurezza. È una cifra destinata con ogni probabilità a crescere dopo questo ultimo infelice episodio.


L'incubo dei repubblicani alle elezioni di metà mandato prende forma nel Midwest


I repubblicani arrivano alle elezioni di metà mandato di novembre con una guerra che non riescono a chiudere e con il carburante che continua a costare caro, mentre i democratici concentrano gli sforzi proprio sugli Stati dove le decisioni del presidente si sentono di più. Lo scrive Jonathan Martin in un'analisi pubblicata su Politico, costruita sulle conversazioni con dirigenti e candidati del partito.

L'approvazione per la guerra in Iran è poco sopra il 30 per cento secondo un sondaggio Reuters/Ipsos. Una via d'uscita rapida non c'è finché anche Teheran ha voce in capitolo. Finché lo Stretto di Hormuz resta conteso il prezzo del petrolio non scende e gli elettori non percepiscono nessun miglioramento.

Alla fiera agricola dell'Iowa, la grande rassegna estiva dove passano tutti i candidati dello Stato, la repubblicana Hinson ha parlato volentieri della sua tecnica con la spatola mentre girava gli hamburger di maiale, del peso della sua corsa sugli equilibri del Senato e delle assenze dell'avversario ai voti dell'assemblea legislativa. È rimasta in silenzio solo davanti alle domande, ripetute, su quando sarà il momento di chiudere la guerra.

In Ohio il senatore repubblicano uscente Jon Husted ha detto di volere un conflitto "breve e vittorioso" e per ora non sta andando né in un modo né nell'altro. Il suo avversario è Sherrod Brown, che al Senato ci arrivò la prima volta nel 2006, in un clima molto simile a questo.

Quelle elezioni di metà mandato, il voto che a due anni dall'insediamento del presidente rinnova tutta la Camera e un terzo del Senato, si decisero nel Midwest. I democratici batterono i senatori uscenti in Ohio e in Missouri e tennero il Nebraska con Ben Nelson, alla sua ultima corsa, contro un avversario che oggi è il senatore repubblicano uscente Pete Ricketts.

L'ex senatrice democratica Claire McCaskill, che quell'anno vinse in Missouri, ha raccontato a Politico di avere capito che avrebbe vinto quando fermò il camper della campagna in una stazione di servizio di una zona rurale dello Stato. Sua madre scese e collegò il prezzo del carburante al fatto che il presidente George W. Bush venisse dall'industria petrolifera. I due clienti che erano lì le diedero ragione. Era evidente da lì, ha detto McCaskill, che gli elettori "avevano perso fiducia in lui e quindi nel Partito Repubblicano".

In Kansas la benzina costa oggi 1,40 dollari in più al gallone (circa 3,8 litri). Il conto politico rischia di arrivare nella contea di Johnson, l'area suburbana di Kansas City e una delle poche grandi aree metropolitane dove i democratici sono andati meglio nel 2024 rispetto al 2020. La contea è cresciuta fino a valere più di un quarto dell'intero elettorato dello Stato.

Nelle conversazioni con i repubblicani torna un tema ricorrente: i ministri dell'amministrazione hanno lavorato bene sul territorio, erano ovunque alla fiera dell'Iowa e negli altri Stati in bilico per tutta l'estate, mentre il presidente non ha aiutato. È come se ci fossero due amministrazioni: quella dello staff e dei nominati che il capo di gabinetto della Casa Bianca Susie Wiles riesce a controllare in modo ordinario e quella del presidente che fa e dice quello che vuole.

A settembre il partito organizza a Dallas una mini-convention con video e discorsi pensati per dipingere i democratici come estremisti. Un consigliere del presidente ha detto a Politico che il messaggio vero però sarà deciso da "qualunque cosa assurda dirà il presidente".

Il senso di impotenza che emerge da queste conversazioni ricorda quello dei democratici nell'autunno del 2023. Allora erano loro a non dormire per il presidente ottantenne Joe Biden e per la sua determinazione a ricandidarsi.


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La missione di Witkoff e Kushner non sblocca i negoziati per la guerra in Ucraina


I due inviati di Donald Trump hanno visto Vladimir Putin per tre ore a Mosca e Volodymyr Zelensky a Kyiv, ma hanno portato poche idee nuove. Il controllo del Donbass resta il principale nodo irrisolto. Washington prova a spingere di nuovo per il formato trilaterale.

Steve Witkoff e Jared Kushner hanno lasciato Kyiv domenica 6 settembre senza un accordo e con una prospettiva ormai condivisa dai partecipanti ai colloqui: difficilmente la guerra finirà prima dell'inverno. I due inviati del presidente Donald Trump erano arrivati nella capitale ucraina il giorno dopo un colloquio di oltre 3 ore con Vladimir Putin al Cremlino, dopo una lunga serie di missioni a Mosca e per la prima volta in Ucraina, che finora non hanno portato ad alcun risultato. Nel corso della visita nella capitale ucraina si sono svolti 3 round di incontri: due con Volodymyr Zelensky e i suoi consiglieri, il terzo allargato ai consiglieri per la sicurezza nazionale di Regno Unito, Francia e Germania.

Nel 1.656° giorno di guerra, gli inviati americani hanno sostenuto che un progresso prima dell'inverno sia ancora possibile. Zelensky, invece, ha invitato gli alleati a prepararsi all'ipotesi opposta: l'Ucraina avrà bisogno del sostegno americano ed europeo "se la guerra dovesse continuare in inverno" e per ora, ha aggiunto, tutto lascia pensare che sarà così.

La delegazione americana portava con sé versioni riviste di documenti già circolati nei mesi scorsi, aggiornate per tenere conto di quanto è cambiato da febbraio, quando il negoziato si è arenato dopo l'inizio della guerra tra Stati Uniti e Iran. Fonti vicine ai colloqui hanno riferito al Financial Times che le idee realmente nuove erano poche e che il lavoro dei due inviati è consistito soprattutto nel tentativo di ridurre la distanza tra le posizioni di Kyiv e Mosca. Kushner ha spiegato che l'obiettivo fissato da Trump non è soltanto porre fine al conflitto: un'intesa, secondo lui, dovrebbe impedire una nuova guerra e consentire all'Ucraina di concentrare le proprie energie sulla ricostruzione. "Siamo pronti a continuare a lavorare, per tutto il tempo che servirà", ha aggiunto Witkoff.

Il Donbass e i calcoli di Putin


Il controllo del Donbass resta però il principale ostacolo al negoziato. Putin continua a rivendicare l'intera regione e si dice disposto a porre fine alla guerra soltanto alle proprie condizioni. Dopo l'incontro al Cremlino, il consigliere Jurij Ušakov ha riferito che il presidente russo ha sottolineato il "reale avanzamento" delle sue truppe, ha ribadito la necessità di eliminare le "cause profonde del conflitto" e si è detto certo che Mosca raggiungerà comunque gli obiettivi della sua operazione militare in Ucraina.

Zelensky ha confermato che la questione territoriale è stata discussa, ma ha ribadito che dovrà essere affrontata direttamente dai due presidenti e che l'Ucraina non intende cedere territori al Cremlino. "Non è una questione che riguarda soltanto il Donbass: a mio avviso, è la questione di questa guerra", ha detto in conferenza stampa. Il presidente ucraino ha aggiunto che sul fronte orientale l'esercito ucraino si è rafforzato e che proprio lì si giocano equilibri geopolitici molto più ampi.

Putin è convinto invece, sulla base dei rapporti ricevuti dai suoi comandi, che l'esercito russo possa conquistare entro la fine dell'anno la parte della regione di Donetsk ancora controllata dall'Ucraina. Ad alcuni interlocutori avrebbe indicato un orizzonte di 6 mesi. I dati disponibili indicano però una dinamica molto diversa. L'Institute for the Study of War (ISW), che segue quotidianamente l'andamento del fronte, ha calcolato che ad agosto le forze russe sono avanzate nella regione di Donetsk a una media di 2,36 km quadrati al giorno: mantenendo quel ritmo, per conquistare il 19% della regione ancora in mano ucraina servirebbe fino al 2 ottobre 2032.

L'ISW sottolinea inoltre che dal febbraio 2022 il Cremlino ha fissato almeno quindici scadenze per completare la conquista della regione di Donetsk e che finora le ha mancate tutte. Gli analisti precisano a questo punto anche di non poter affermare con certezza che Mosca riuscirà a raggiungere quell'obiettivo, indipendentemente dall'orizzonte temporale. Secondo l'Istituto, una parte dello scarto tra le aspettative del Cremlino e la situazione sul terreno deriva dalla catena di comando russa, nella quale sarebbero radicati rapporti esagerati o distorti sui progressi delle truppe.

Ucraina · il calcolo del Cremlino
Putin ha promesso di prendere tutta la regione di Donetsk entro dicembre. In nove mesi ne ha conquistato il 3,4%
Gli inviati di Trump hanno lasciato Kyiv senza un accordo. Intanto l’Institute for the Study of War calcola che, al ritmo di agosto, la conquista si chiuderebbe nel 2032. La mappa del fronte, rilevata giorno per giorno da DeepState, dice la stessa cosa.
Grafica di FocusAmerica


Al 7 settembre 2026 il 79,64% della regione di Donetsk risulta sotto controllo russo e il 20,36%, pari a 5.399 km², resta ucraino. Dal 30 novembre 2025 le forze russe hanno guadagnato 1.027 km² e ne hanno persi 116 per le controffensive ucraine: 910 km² netti in 281 giorni. Il ritmo mensile è sceso da 335 km² a dicembre a 28 km² ad agosto. Putin ha fissato al 31 dicembre 2026 il termine per completare la conquista; al ritmo di agosto l’ISW colloca quel traguardo al 2 ottobre 2032.


1

Nove mesi di fronte, mese per mese
Territorio della regione di Donetsk cambiato di mano dal 30 novembre 2025, primo giorno della serie continua di rilevazioni disponibile. Avvia l’animazione, oppure tocca una colonna per fermare la mappa su quel mese.

Sloviansk
Kramatorsk
Druzhkivka
Kostiantynivka
Pokrovsk
Donetsk
Mariupol
50 km

Ancora ucraino. Comprende la cintura di fortezze: Kostiantynivka, Druzhkivka, Kramatorsk, Sloviansk.
Già occupato al 30 novembre 2025.
Conquistato dalla Russia nei nove mesi successivi: 1.027 km².
Ripreso dall’Ucraina nello stesso periodo: 116 km².
Linea del fronte al 7 settembre 2026.

già occupato il 30 novembre 2025

guadagnati nei nove mesi successivi, 910 km² al netto dei 116 ripresi dall’Ucraina

ancora ucraino: 5.399 km², quello che Putin ha promesso di prendere entro dicembre

Le colonne indicano il saldo di ciascun mese, cioè quanto si è ampliata o ridotta l’area occupata fra l’ultima rilevazione del mese e quella del mese precedente. Sulla mappa il rosso è il terreno guadagnato e il blu quello ripreso, per questo la somma delle aree rosse supera il saldo. Confini amministrativi: Natural Earth 10m. Controllo del territorio: DeepState. Aree calcolate su proiezione cilindrica equivalente, elaborazione FocusAmerica.

2

Ventisei mesi di conquista, e una curva che si piega
Quota della regione di Donetsk sotto controllo russo dal luglio 2024 a oggi. Scorri il dito sul grafico, o passaci sopra il mouse, per leggere il valore di ogni data.

Nei primi dodici mesi della serie la quota sale di 14,4 punti, negli ultimi dodici di 6,4, negli ultimi quattro mesi di 0,55. Le annotazioni segnalano la caduta di Vuhledar, il 1° ottobre 2024, l’inizio dell’offensiva di Dobropillia, l’11 agosto 2025, l’ultima presenza ucraina rilevata a Pokrovsk, alla fine del gennaio 2026, e il mese più lento dell’intera serie, l’agosto 2026. Le rilevazioni anteriori al 28 novembre 2025 sono datate ricostruendo a ritroso la sequenza giornaliera dell’archivio: lo scarto massimo, all’inizio della serie, è di pochi giorni. Elaborazione FocusAmerica su rilevazioni DeepState.

3

Sedici scadenze, e il tempo che il terreno concede davvero
Quindici volte, dal febbraio 2022, il Cremlino ha annunciato la data entro cui avrebbe finito di conquistare la regione di Donetsk. Quindici volte l’ha mancata.
La sedicesima scade il 31 dicembre 2026. Per arrivarci le forze russe dovrebbero prendere Kostiantynivka, dove combattono dall’ottobre 2025 senza esserci ancora riuscite, e poi tutta la cintura di fortezze: Druzhkivka, Kramatorsk, Sloviansk.

31 dicembre 2026la scadenza di Putin
2 ottobre 2032il ritmo di agosto

La barra copre i 2.218 giorni che separano il 7 settembre 2026 dal 2 ottobre 2032. Il segmento rosso sono i 116 giorni che restano fino alla scadenza fissata dal Cremlino.

È la quota del tempo necessario che il Cremlino si è concesso: 116 giorni sui 2.218 a cui porta il ritmo di avanzata che l’ISW ha misurato ad agosto. A quel ritmo la conquista si chiuderebbe il 2 ottobre 2032, più di un anno dopo le prossime elezioni per la Duma, previste nel settembre 2031.

4

Il ritmo che Putin rivendica non si vede da otto mesi
Terreno conquistato ogni mese dalle forze russe nella regione di Donetsk, dall’agosto 2024. La linea rossa segna i 270 km² che il presidente russo dichiara di aver preso nel solo mese di agosto 2026.


270 km²: la dichiarazione di Putin del 1° settembre. L’ultimo mese in cui le sue truppe hanno davvero superato quella soglia è il dicembre 2025. Nei nove mesi successivi il mese migliore si è fermato a 131 km², e agosto a 99.

Le colonne indicano il terreno guadagnato in ciascun mese, al lordo di quello che l’Ucraina ha poi ripreso: la stessa grandezza che Putin rivendica, e quindi confrontabile con la sua cifra. Elaborazione FocusAmerica su rilevazioni DeepState.

Tanto vale lo scarto fra quello che il Cremlino annuncia e quello che si misura sul terreno. Nella stessa regione e nello stesso mese l’ISW ha rilevato un’avanzata media di 2,36 km² al giorno, cioè 73 km² in trentuno giorni. DeepState, che conta anche il terreno poi ripreso dall’Ucraina, ne registra 99.

«L’esercito russo disinforma sistematicamente Putin sullo stato della linea del fronte»
Institute for the Study of War

Fonti: Institute for the Study of War, valutazioni sulla campagna offensiva russa del 1°, 2 e 6 settembre 2026, per i ritmi di avanzata, le scadenze del Cremlino e le dichiarazioni di Putin. DeepState, archivio delle rilevazioni giornaliere sul controllo del territorio, per la mappa e per la serie mensile. Confini amministrativi: Natural Earth 10m. Aggiornato al 7 settembre 2026.

Washington tenta di riaprire il tavolo a tre


In questo contesto, gli Stati Uniti puntano per ora almeno a riattivare i colloqui trilaterali con Russia e Ucraina, il formato rimasto in piedi fino a febbraio. Witkoff si è detto fiducioso che un nuovo incontro possa essere annunciato "nei prossimi giorni" e ha sostenuto di aver compiuto "progressi significativi" a Mosca, dove afferma di aver ascoltato anche alcune nuove proposte. Il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov non ha escluso la ripresa del formato trilaterale, pur precisando che è ancora prematuro parlare di sede e date, e ha evocato la possibilità di una telefonata tra Putin e Trump.

La missione dei due inviati era stata preceduta da un altro viaggio, molto meno pubblicizzato: il direttore della Central Intelligence Agency, John Ratcliffe, era volato a Mosca poco prima e aveva consegnato ai vertici dei servizi russi, secondo fonti del Washington Post, una valutazione molto cupa delle condizioni dell'esercito e dell'economia del Paese, avvertendo che una cessione completa del Donbass da parte dell'Ucraina "semplicemente non accadrà mai".


Putin incontra Witkoff e Kushner, nessun passo avanti


Steve Witkoff e Jared Kushner hanno incontrato Vladimir Putin al Cremlino ieri, per circa tre ore, per discutere le nuove proposte americane volte a porre fine alla guerra in Ucraina. I due inviati del presidente Donald Trump puntano a far ripartire il negoziato diretto tra Mosca e Kyiv, fermo dall'ultimo round di febbraio. Oggi voleranno nella capitale ucraina per quella che sarà la visita statunitense di più alto livello nel Paese da quando Trump è tornato alla Casa Bianca.

Se l'aereo del governo americano con a bordo Witkoff e Kushner atterrerà effettivamente in Ucraina, secondo Axiossi tratterebbe del primo volo internazionale ad atterrare nel Paese dall'inizio dell'invasione russa nel febbraio 2022. Lo spazio aereo ucraino è infatti chiuso al traffico civile dal 24 febbraio 2022.

Per rendere possibile il viaggio, i due negoziatori hanno ottenuto da entrambe le parti una breve sospensione degli attacchi aerei. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha fatto sapere che Putin ha ordinato ai militari di non colpire Kyiv per tre giorni a partire dalla mezzanotte di sabato, mentre Volodymyr Zelensky ha detto di aver parlato con gli inviati e che l'Ucraina è pronta a rinunciare agli attacchi su Mosca fino a lunedì. Putin ha però precisato che la Russia non ha accettato alcuna tregua generale di tre giorni, aggiungendo che anche l'intensità degli attacchi ucraini è diminuita. "Faremo tutto il possibile per garantire la sicurezza dei negoziati", ha detto.

Putin elogia la mediazione americana, ma resta fermo


Il presidente russo ha aperto l'incontro definendo "difficile" la situazione in Ucraina e ha elogiato l'impegno di Trump. "Pur sapendo di affrontare una situazione difficile, non interrompe i suoi sforzi per favorire una soluzione e contribuire alla risoluzione del conflitto russo-ucraino", ha detto Putin, aggiungendo di avere "piena fiducia" nella mediazione americana.

Witkoff lo ha ringraziato per la sospensione dei raid e per la liberazione dell'ex marine statunitense Robert Gilman, tornato negli Stati Uniti a metà agosto dopo oltre 4 anni di detenzione. Mosca lo aveva rilasciato per ragioni umanitarie, senza chiedere nulla in cambio, dopo un colloquio tra Trump e Putin. Come nei precedenti incontri, il presidente russo era affiancato dal consigliere per la politica estera Yuri Ushakov e dall'inviato per gli investimenti Kirill Dmitriev, che aveva accolto i due americani all'aeroporto e li aveva accompagnati al ristorante prima dell'incontro al Cremlino.

Nei giorni immediatamente precedenti alla visita, la Russia aveva intensificato nettamente gli attacchi con droni e missili contro Kyiv e altre grandi città ucraine, mentre i due inviati erano attesi nelle due capitali già da giovedì. Trump, dal canto suo, venerdì aveva lasciato intendere che gli Stati Uniti disponessero di una nuova proposta per porre fine al conflitto, senza fornire alcun dettaglio.

Il Cremlino ha ribadito venerdì che la linea fissata da Putin nel discorso pronunciato nel giugno 2024 al ministero degli Esteri russo resta "incrollabile": l'Ucraina dovrebbe cedere l'intero territorio delle quattro regioni rivendicate da Mosca — Donetsk, Luhansk, Kherson e Zaporizhzhia — e rinunciare all'ingresso nella NATO.

Una fonte vicina al Cremlino ha detto a Reutersche Putin intende ancora conquistare altro territorio. "Non c'è alcuna possibilità di raggiungere un accordo sulla linea del fronte finché Putin non avrà finito di mettere in sicurezza la parte restante della regione di Donetsk", ha spiegato. Sulla base dei rapporti ricevuti dai suoi comandanti, il presidente russo sarebbe convinto di poter raggiungere l'obiettivo entro la fine dell'anno. Gli analisti militari occidentali considerano questa prospettiva sempre più remota, vista la lentezza dell'avanzata russa. Kyiv, da parte sua, rifiuta di cedere territori difesi a un costo altissimo, perché considera quelle condizioni equivalenti a una resa.

Un fronte immobile, una guerra sempre più difficile


Da febbraio la linea del fronte è rimasta quasi immobile, con guadagni russi soltanto graduali nel Donbass. Allo stesso tempo, entrambe le parti hanno moltiplicato gli attacchi a lunga distanza e la guerra si è estesa ben al di là della linea del fronte. Gli attacchi dei droni ucraini contro le raffinerie russe hanno provocato durante l'estate carenze di carburante e rincari per gli automobilisti.

Dal 18 luglio in poi una trentina di attacchi ha inoltre colpito grandi magazzini logistici, in gran parte appartenenti a Wildberries, il maggiore rivenditore online del Paese. Secondo il Ministero della Difesa ucraino, sette dei dieci principali centri di smistamento dell'azienda sarebbero ormai fuori uso, con conseguenze dirette sull'economia dei consumi.


Questa voce è stata modificata (1 settimana fa)

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Exchange Online blocca i server Exchange 2016 e 2019 non aggiornati: cosa cambia da settembre 2026
#tech
spcnet.it/exchange-online-bloc…
@informatica


Exchange Online blocca i server Exchange 2016 e 2019 non aggiornati: cosa cambia da settembre 2026


Il problema: server Exchange datati che parlano ancora con Exchange Online


Molte organizzazioni con un deployment ibrido Exchange non hanno mai completato la migrazione completa al cloud: mantengono uno o più server Exchange 2016 o 2019 on-premises esclusivamente per gestire l’autenticazione, i connettori di posta o alcuni carichi di lavoro legacy, mentre il grosso delle cassette postali vive già su Exchange Online. È un’architettura comune, ma comporta un rischio spesso sottovalutato: se quel server ibrido non viene aggiornato, diventa silenziosamente un anello debole nella catena di sicurezza dell’intero tenant.

Microsoft ha deciso di intervenire con un piano di enforcement che, a partire dalla seconda settimana di settembre 2026, comincerà a limitare e infine a bloccare i messaggi provenienti da server Exchange 2016 e 2019 che non rispettano una baseline minima di aggiornamento. La notizia è particolarmente rilevante perché il calendario coincide con questi stessi giorni: chi gestisce un ambiente ibrido dovrebbe verificare la propria postura di patching immediatamente, non “quando avrà tempo”.

Cosa cambia esattamente


Il meccanismo riguarda specificamente i server che inviano posta a Exchange Online attraverso un connettore in ingresso di tipo OnPremises: è la configurazione tipica di un ambiente hybrid, dove il server locale viene autorizzato a inoltrare la posta al cloud bypassando alcuni controlli anti-spam standard, sulla base di una relazione di fiducia. È proprio questa fiducia implicita che Microsoft vuole condizionare a un livello di patching adeguato.

La baseline richiesta è quella dell’ultimo aggiornamento di sicurezza pubblico rilasciato per queste versioni, ovvero il Security Update di ottobre 2025 (Oct25SU) — l’ultimo pacchetto di sicurezza pubblicamente disponibile prima che queste release entrassero nella fase di solo supporto esteso. In pratica, i livelli minimi accettati sono:

  • Exchange 2016 CU23 + Oct25SU → build 15.1.2507.61
  • Exchange 2019 CU15 + Oct25SU → build 15.2.1748.39
  • Exchange 2019 CU14 + Oct25SU → build 15.2.1544.36

Un dettaglio che genera spesso confusione: verificare di avere installato il CU corretto non basta. Bisogna controllare la build completa, perché due server sullo stesso Cumulative Update possono trovarsi a livelli di patch di sicurezza diversi se uno dei due ha saltato l’ultimo rollup.

Come si manifesta l’enforcement


Il processo segue tre fasi progressive, già collaudate da Microsoft su altre versioni obsolete di Exchange in passato: segnalazione, throttling e infine blocco.

Throttling


Nella fase di rallentamento, Exchange Online ritarda deliberatamente l’accettazione dei messaggi in arrivo dai server non conformi. Il sintomo tipico è un accumulo di code sul server mittente, con retry ripetuti: da fuori sembra un problema di congestione della rete o del server, e questo rende il throttling insidioso da diagnosticare se non si sa cosa cercare.

Blocco


Superata la fase di throttling, i messaggi vengono respinti in modo esplicito, generando NDR (non-delivery report) per i mittenti. A quel punto il problema diventa visibile a tutti — utenti compresi — ma nel frattempo l’organizzazione avrà già perso giorni preziosi di consegna della posta.

Come verificare la propria esposizione


Il primo passo è capire quali server nel proprio ambiente utilizzano effettivamente un connettore OnPremises. Da Exchange Online PowerShell:

Get-InboundConnector |
  Where-Object ConnectorType -eq 'OnPremises' |
  Format-List Name,Enabled,SenderIPAddresses,TlsSenderCertificateName

Questo comando elenca i connettori attivi e gli indirizzi IP autorizzati a inviare posta attraverso di essi: è la mappa di partenza per capire quali server on-premises sono coinvolti.

Sul singolo server Exchange, la versione esatta della build si verifica interrogando ExSetup.exe, molto più affidabile del semplice numero di build mostrato nell’Exchange Admin Center:

Get-Command ExSetup.exe |
  ForEach-Object { $_.FileVersionInfo } |
  Format-List ProductVersion,FileVersion,FileName

Per un controllo più ampio, che copra anche altri parametri di salute del server (certificati in scadenza, servizi non funzionanti, configurazioni TLS deboli), vale la pena eseguire lo script Exchange Health Checker, lo strumento diagnostico ufficiale mantenuto dal team Exchange su GitHub, che segnala automaticamente anche gli scostamenti dalla baseline di sicurezza raccomandata.

Cosa fare prima della scadenza


Il piano d’azione per chi si trova sotto la baseline è relativamente lineare, ma richiede una finestra di manutenzione pianificata con attenzione:

  • Individuare tutti i server che instradano posta tramite connettori OnPremises e verificarne la build esatta.
  • Programmare l’installazione dell’aggiornamento di sicurezza di ottobre 2025 (o successivo, se nel frattempo Microsoft ne rilascia uno più recente per questi rami) durante una finestra di manutenzione, con riavvio del server.
  • Ripetere la verifica della build dopo il riavvio: un’installazione fallita silenziosamente è più comune di quanto si pensi.
  • Testare i percorsi di failover e i bilanciamenti di carico se si dispone di più server ibridi, per assicurarsi che l’aggiornamento non abbia introdotto regressioni nel routing della posta.

Chi non riesce a completare l’aggiornamento entro i tempi può richiedere una esenzione temporanea, valida fino a 90 giorni per tenant per anno solare (frazionabile in più blocchi), tramite l’Exchange Admin Center o il cmdlet dedicato alla gestione delle esenzioni di enforcement. È una valvola di sfogo utile per chi ha vincoli di change management stringenti, ma va vista come un rinvio, non come una soluzione: la strada obbligata resta l’aggiornamento, oppure — nel medio termine — la migrazione a Exchange Server Subscription Edition o il completamento dello spostamento delle cassette postali residue su Exchange Online.

Conclusione


Questo enforcement non è un capriccio burocratico: i server Exchange ibridi non aggiornati sono uno dei vettori più sfruttati per compromissioni che, partendo dalla posta, arrivano fino ad Active Directory. Microsoft sta semplicemente smettendo di fidarsi implicitamente di infrastrutture che non dimostrano di essere mantenute in modo attivo. Per i sistemisti che gestiscono ambienti ibridi, il consiglio pratico è di eseguire subito i comandi PowerShell indicati sopra, capire la propria esposizione reale e pianificare l’aggiornamento prima che il throttling si trasformi in un incidente di produzione con gli utenti che segnalano email in ritardo o mai arrivate.

Fonte: Practical365 e Microsoft Tech Community.


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✨ crond, sshd, polkitd: la backdoor nordcoreana Ted infetta i demoni Linux nascosta dentro HAProxy
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/crond-…

@informatica


crond, sshd, polkitd: la backdoor nordcoreana Ted infetta i demoni Linux nascosta dentro HAProxy


Si parla di:
Toggle

Per mesi, sui server compromessi, tutto sembrava normale: crond eseguiva i suoi cron job, sshd gestiva le sessioni SSH, polkitd autorizzava le richieste di privilegio. Nessun allarme, nessun processo sospetto in ps aux. Il problema è che quei binari non erano più quelli originali: erano trojan, ricompilati ad arte per comportarsi in tutto e per tutto come i demoni Linux che sostituivano, mentre in sottofondo intercettavano traffico, rubavano credenziali ed eseguivano comandi da remoto. È il cuore di una nuova campagna di cyberspionaggio attribuita con moderata confidenza ad APT37, cluster nordcoreano da tempo associato al Reconnaissance General Bureau di Pyongyang, e documentata da Rapid7 in un report pubblicato il 4 settembre 2026.

Un impianto che vive dentro HAProxy


Il fulcro tecnico della campagna è Ted, una backdoor che gli analisti di Rapid7 hanno trovato compilata direttamente all’interno di un binario HAProxy 2.8.12 — non sfruttando una vulnerabilità del reverse proxy, ma sostituendo l’eseguibile legittimo con una build modificata che conserva la stessa identica stringa di versione. Per un amministratore che controlla haproxy -v, non c’è alcun segnale di allarme: il software dichiara la release ufficiale del 8 novembre 2024, mentre il progetto open source è nel frattempo arrivato alla 2.8.28 (27 agosto 2026), sedici release più avanti. Un dettaglio che dice molto sulla pazienza dell’operazione: gli offset dell’impianto sono fissati su quella specifica build, il che implica ricognizione preventiva dell’ambiente target prima della compromissione.

Una volta operativa, Ted si comporta come un vero e proprio proxy malevolo integrato nel flusso di traffico legittimo. Si attiva tramite una richiesta HTTP GET verso un path specifico, apre un socket raw restituendo un header HTTP/1.0 200 OK per non destare sospetti in eventuali sistemi di monitoraggio, e riceve comandi attraverso una named pipe creata in /tmp. Per evitare di comparire nelle metriche di connessioni attive del reverse proxy, l’impianto decrementa manualmente i contatori interni di HAProxy — un accorgimento chirurgico pensato specificamente per chi analizza i log delle connessioni alla ricerca di anomalie. Il filtraggio delle richieste in ingresso è altrettanto sofisticato: whitelist di IP a livello di /24, controllo dello User-Agent, pattern URL specifici, referer e persino l’header Accept-Language, tutti elementi che rendono la backdoor praticamente invisibile a chi non conosce esattamente come “bussare”.

Un intero ecosistema di demoni troianizzati


Ted non opera da sola. Rapid7 ha documentato la sostituzione sistematica di altri servizi di sistema Linux — crond, sshd, agetty e atd — con versioni modificate che mantengono la piena funzionalità originale aggiungendo capacità di raccolta credenziali e intercettazione. Il caso più insidioso riguarda sshd: la versione compromessa cattura le credenziali digitate durante le sessioni SSH legittime, offrendo agli operatori un canale di raccolta password parallelo e silenzioso ogni volta che un amministratore si autentica sul sistema. Per completare l’occultamento, gli attaccanti falsificano i timestamp dei binari sostituiti richiamando /usr/bin/ssh e ripuliscono selettivamente bash history, auth.log e audit/audit.log, rimuovendo solo le righe contenenti stringhe rivelatrici come “tmp”, “wget” o “cron” — non un wipe totale, che sarebbe sospetto, ma una potatura chirurgica pensata per non alterare il “rumore di fondo” normale del sistema.

Ad affiancare Ted opera CurlRAT, un impianto companion che comunica via richieste HTTP camuffate da traffico curl legittimo. Il beacon di default avviene ogni 12 ore, ma può scendere a 30 secondi quando l’operatore lo richiede — un compromesso classico tra basso rumore in fase di sorveglianza passiva e reattività quando serve agire in fretta. CurlRAT include inoltre controlli anti-analisi: verifica la presenza di ambienti virtualizzati prima di eseguire il proprio payload, un accorgimento comune per evitare l’esecuzione in sandbox di threat intelligence. Rapid7 sottolinea che si tratta di un tool distinto dal similmente denominato CurlBack RAT, attribuito al gruppo pakistano SideCopy — una precisazione utile per evitare errori di attribuzione tra cluster non correlati.

Le vittime e l’incertezza sull’accesso iniziale


Le organizzazioni colpite finora identificate sono due, entrambe sudcoreane: una attiva nel settore automotive, l’altra nei media. Numeri contenuti, ma coerenti con lo stile chirurgico e mirato che da anni contraddistingue APT37 (noto anche come ScarCruft o Reaper), tradizionalmente concentrato su target che possano fornire intelligence politica, economica o industriale utile a Pyongyang. Rapid7 ipotizza, senza però poterlo confermare con certezza, che l’accesso iniziale sia avvenuto tramite un portale Groupware vulnerabile — un vettore già osservato in precedenti campagne nordcoreane contro obiettivi sudcoreani.

Sul fronte attribuzione, il quadro resta volutamente prudente. Rapid7 assegna la campagna ad APT37 con “moderata confidenza”, ma segnala sovrapposizioni nel modello di delivery con Lazarus e possibili legami nell’accesso iniziale con Kimsuky. Non è una novità: già nel 2023 Mandiant aveva documentato tooling condiviso e targeting sovrapposto tra i vari cluster nordcoreani, un fenomeno che rende l’attribuzione granulare un esercizio sempre più complesso — e che probabilmente riflette una condivisione di risorse tra unità operative diverse dello stesso apparato di intelligence, più che un errore di analisi.

Due righe per i difensori


Il campanello d’allarme principale di questa campagna è metodologico, prima ancora che tecnico: la troianizzazione di binari di sistema che restano pienamente funzionali rende inutile qualsiasi controllo basato solo sulla disponibilità del servizio o sulla stringa di versione. I team di detection dovrebbero orientarsi verso il file integrity monitoring (FIM) con baseline note-buone dei binari critici (sshd, crond, polkitd, agetty, atd) e verifica degli hash rispetto alle distribuzioni ufficiali, oltre al monitoraggio di connessioni HTTP anomale generate dallo stesso processo di reverse proxy verso domini di recente registrazione. La presenza di named pipe non standard in /tmp e di cache file con naming pattern insoliti (come haproxy-1000.cache) sono ulteriori segnali da cercare attivamente nei sistemi esposti a Internet. Rapid7 non ha ancora pubblicato regole di detection formali, il che rende la caccia manuale basata sugli IoC ancora più rilevante nell’immediato.

Per chi gestisce infrastrutture Linux esposte, in particolare reverse proxy e application server raggiungibili da Internet, il messaggio è chiaro: la sola disponibilità e il comportamento apparentemente corretto di un servizio non bastano più come prova di integrità. Servono verifica crittografica dei binari e monitoraggio comportamentale continuo, non solo controlli di uptime.

Indicatori di compromissione

[Domini C2]
img.monderhouse[.]space
img.smartnords[.]site
img.darklights[.]store
img.responsive.pstatic[.]autos
img.socialteams[.]store
img.worksongo[.]store

[File sospetti]
~/cache/haproxy-1000.cache
/var/lib/sshd/c8c68e629bba773a10ac80012d10bf19
/var/lib/snapd/g580
/tmp/jasper-log

[Hash SHA-256]
72e70936f0dbe459142a1d867617c35f8d0cce5d18c6a49e1090a2a5adc8e558
4bb923eb040aa13ca8fd409c31ee4729c60ddff32e350efe1c5a4a9168a065f5

[Servizi target della troianizzazione]
crond, sshd, agetty, atd, polkitd

[Versione HAProxy con offset noti]
2.8.12 (rilasciata 8 novembre 2024)

Fonti: Rapid7 Threat Intelligence, “DPRK APTs: Ted backdoor and curlRAT target South Korean media and automotive sectors” (4 settembre 2026); The Hacker News; Mandiant (2023) sulle sovrapposizioni tra cluster nordcoreani.

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Raul Mordenti: false definizioni di antisemitismo home.rifondazione.eu/2026/09/0… #Approfondimenti

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Kondik: «Molti elettori votano contro qualcuno, più che a favore del proprio partito »


La seconda conversazione di The 51st è con Kyle Kondik, managing editor di Sabato’s Crystal Ball. Dalle midterm al possibile ritorno degli elettori latinos verso i Democratici, dal gerrymandering ai sondaggi

Ci sono molti modi per raccontare l’America, ma uno dei più irresistibili consiste nel colorarla. Rosso o blu. Stato dopo Stato, contea dopo contea, distretto dopo distretto. Ogni elezione americana finisce per diventare una geografia e ogni geografia, per qualche ora, sembra trasformarsi in una spiegazione del Paese. Guardiamo una contea dell’Ohio diventare più repubblicana, un sobborgo diventare meno repubblicano, il South Texas cambiare ancora direzione e abbiamo la tentazione di pensare che, mettendo insieme abbastanza numeri, riusciremo finalmente a capire che cosa stia succedendo agli Stati Uniti.

Kyle Kondik passa buona parte della sua vita professionale proprio dentro quelle mappe. È managing editor di Sabato’s Crystal Ball, il celebre osservatorio elettorale del Center for Politics dell’Università della Virginia, e da anni studia elezioni, distretti, sondaggi e trasformazioni dell’elettorato americano.

Eppure la prima cosa interessante che emerge parlando con lui è che l’America non ha mai avuto particolare rispetto per chi prova a prevederla.

Kondik ricorda il 1936, quando un celebre sondaggio indicò Franklin Roosevelt come sconfitto e Roosevelt vinse facilmente; ricorda il 1948, un’altra elezione capace di sorprendere gli osservatori; e soprattutto torna al 2016. Quell’anno aveva pubblicato un libro sul suo Ohio, uno Stato che per molto tempo aveva votato alle presidenziali in maniera simile al Paese nel suo complesso. Poi arrivò novembre e l’Ohio votò nettamente più repubblicano rispetto al resto dell’America. E da allora è rimasto così.

Forse è proprio questo il punto: mentre cerchiamo di fotografare l’elettorato americano, l’elettorato si muove.

Le vecchie aree postindustriali bianche e working class nelle quali il Partito Democratico aveva costruito parte della propria storia si sono spostate drasticamente verso i Repubblicani; contemporaneamente, sobborghi un tempo solidamente repubblicani lo sono diventati molto meno. E ora, avvicinandosi alle midterm del 2026, Kondik suggerisce di tenere gli occhi su un altro movimento: quello degli elettori latinos, soprattutto nel South Texas, che dopo i risultati ottenuti da Donald Trump nel 2024 potrebbero tornare verso i Democratici. Con un’avvertenza: ciò che accadrà nel 2026 potrebbe non durare fino al 2028.

Dentro questi spostamenti c’è però qualcosa di più profondo di una successione di frecce rosse e blu. Alla domanda se gli americani stiano ormai scegliendo non soltanto un partito ma l’America alla quale sentono di appartenere, Kondik introduce un concetto che forse racconta meglio di molti altri la politica contemporanea: negative partisanship. Sempre più persone, dice, votano contro un partito prima ancora che a favore del proprio: «Molti elettori definiscono sé stessi attraverso ciò a cui si oppongono».

Ed è qui che la mappa diventa meno semplice.

Perché dietro ogni Stato rosso o blu rimangono milioni di persone che non sono necessariamente rosse o blu. Kondik lo ricorda anche alla fine della nostra conversazione: in un sistema bipartitico, votare per qualcuno può significare semplicemente preferirlo all’alternativa. Non significa aderire interamente a quel partito, alla sua identità o a tutto ciò che rappresenta.

La seconda conversazione di The 51st parte allora da una domanda apparentemente tecnica – quanto siamo davvero capaci di misurare l’America? – per arrivare a una molto meno tecnica: che cosa stiamo misurando quando contiamo un voto?

Dieci domande a Kyle Kondik. La prima parte da una contraddizione. L’ultima, ancora una volta, dall’America che da questa parte dell’Atlantico continuiamo forse a non vedere.


1. Se dovesse spiegare l’America di oggi attraverso una sola contraddizione, quale sceglierebbe?

C’è qualcosa di intrinsecamente contraddittorio in ciò che gli scienziati politici chiamano opinione pubblica “termostatica”. In sostanza, significa che l’opinione pubblica tende a spostarsi contro il partito al potere. Questo contribuisce a spiegare ciò che vediamo nelle elezioni di midterm, nelle quali il partito al governo spesso si trova in difficoltà. Senza dubbio, è qualcosa di frustrante per il partito del presidente.”

2. Lei trascorre gran parte della sua vita professionale osservando l’America attraverso Stati, distretti, contee, gruppi demografici e probabilità elettorali. Eppure, più diventiamo bravi a misurare gli elettori, più spesso sembrano sorprenderci. Stiamo diventando meno bravi a prevedere le elezioni oppure continuiamo a utilizzare categorie che non descrivono più gli elettori americani?

Non credo che stiamo diventando meno bravi: è semplicemente sempre stato difficile. Anche in passato ci sono state elezioni che hanno sorpreso gli analisti, come le presidenziali del 1948, per esempio. Un famoso sondaggio, realizzato da un istituto che oggi non esiste più, suggeriva che Franklin Roosevelt avrebbe perso nel 1936; vinse facilmente. Stiamo inoltre attraversando una fase molto dinamica della politica americana. Per quattro decenni, dall’inizio degli anni Cinquanta all’inizio degli anni Novanta, la Camera non cambiò maggioranza; oggi accade con una certa regolarità.

3. Prima delle mappe, dei sondaggi e delle previsioni, però, c’è la sua America. Qual è? C’è un luogo, un’elezione, una persona o un momento che ha cambiato il modo in cui guarda gli Stati Uniti?

Nel 2016 ho scritto un libro sul mio Stato, l’Ohio, e su come nelle elezioni presidenziali avesse spesso votato in modo simile al resto del Paese. Quel novembre, invece, votò in maniera significativamente più repubblicana rispetto alla nazione nel suo complesso, e da allora è rimasto così. Le elezioni del 2016 hanno cambiato molte cose nella politica americana, e quei cambiamenti potrebbero essere duraturi.

4. Qual è il cambiamento dell’elettorato americano che l’ha sorpresa di più negli ultimi dieci anni? C’è uno Stato, una contea o un gruppo di elettori che oggi vota in un modo che nel 2016 avrebbe considerato quasi impensabile?

La portata del crollo del Partito Democratico nelle aree postindustriali e a maggioranza bianca della classe lavoratrice – come l’Iron Range del Minnesota, l’area di Youngstown-Warren nell’Ohio nordorientale e Scranton/Wilkes-Barre nel nord-est della Pennsylvania – alla fine fu sorprendente, anche se i sondaggi ne suggerivano la possibilità. Allo stesso tempo, aree suburbane tradizionalmente repubblicane sono diventate molto meno repubblicane.”

5. La notte delle midterm del 2026, dove dovremmo guardare oltre al semplice risultato su chi controllerà Camera e Senato? Quali Stati, distretti o gruppi di elettori potrebbero raccontarci qualcosa di più grande su ciò che sta accadendo all’America?

Guarderei a quanto gli elettori latinos torneranno a spostarsi verso i Democratici. Per capirlo, bisogna osservare il South Texas, anche se ci sono molte altre aree ad alta presenza latina che vale la pena seguire. Erano zone fortemente democratiche nelle quali Donald Trump ha ottenuto risultati molto buoni nel 2024. Ma sembrano pronte a tornare verso i Democratici, a causa della delusione nei confronti di Trump e della situazione economica. Allo stesso tempo, il fatto che i Democratici recuperino terreno in alcune aree nel 2026 non significa che quel recupero durerà fino al 2028 e oltre.”

6. In una democrazia, gli elettori dovrebbero scegliere i propri rappresentanti. Il gerrymandering permette, almeno in parte, ai rappresentanti di scegliere i propri elettori. Quanto è diventato radicato questo paradosso nella democrazia americana?

Si potrebbe sostenere che il gerrymandering sia persino più antico della nazione stessa, ed è da tempo un problema ricorrente nella politica americana. Sembrava che alcuni Stati se ne stessero allontanando, ma nel 2025-2026 abbiamo assistito a una vera e propria regressione, dovuta soprattutto alla spinta della Casa Bianca affinché i Repubblicani procedessero a una ridefinizione dei distretti elettorali a metà decennio. Nel breve periodo, sembra probabile che il gerrymandering diventi ancora più comune.”

7. C’è stato un tempo in cui cambiare partito non significava necessariamente cambiare identità. Oggi essere democratico o repubblicano sembra dire qualcosa anche su dove si vive, cosa si legge, il proprio livello di istruzione e persino sul modo in cui si guarda il Paese. Gli americani scelgono ancora un partito politico o, sempre più spesso, scelgono l’America alla quale sentono di appartenere?

La negative partisanship – il fenomeno per cui si vota contro un partito più che a favore del proprio – è sempre più diffusa. Credo che molti elettori definiscano sé stessi attraverso ciò a cui si oppongono.”

8. Se domani sparissero tutti i sondaggi politici e non tornassero fino alle midterm, capiremmo meno l’America o saremmo costretti a guardarla con maggiore attenzione?

È facile criticare i sondaggi, ma continuano a svolgere bene il loro compito nel dirci che cosa pensa l’opinione pubblica e, in definitiva, rimangono il metodo migliore a nostra disposizione, perché altrimenti saremmo costretti ad analizzare la realtà attraverso gli aneddoti.

9. Parte del suo lavoro consiste nel dire, prima che gli americani votino, quale risultato sia più probabile. Ma una probabilità viene spesso interpretata come una promessa e una previsione sbagliata come un fallimento. Il problema è che i modelli stanno diventando meno capaci di comprendere gli elettori oppure stiamo chiedendo alle previsioni di dirci qualcosa che semplicemente non possono sapere?

Ci sarà sempre un margine di incertezza nelle elezioni e, in definitiva, è impossibile sapere con assoluta precisione chi andrà a votare e in che modo voterà.”

10. Qual è l’America che noi europei non riusciamo ancora a vedere?

In un sistema bipartitico ci sono inevitabilmente persone che votano per una parte piuttosto che per l’altra non perché sostengano quel partito al cento per cento, ma perché, nel complesso, lo preferiscono all’alternativa. Per questo non considererei ogni elettore che ha votato per un partito come completamente allineato con quel partito.”

Alla fine rimane la mappa. La notte delle elezioni torneremo a guardarla riempirsi, contea dopo contea. Qualcuno cercherà il blu che avanza nel South Texas, qualcun altro il rosso che resiste nell’Ohio, qualcuno conterà i sobborghi, qualcun altro aspetterà che un modello trasformi milioni di decisioni individuali in una probabilità.

E poi, inevitabilmente, diremo che l’America ha scelto.

È proprio qui che Kondik introduce un dubbio utile. Chi vota per un partito non necessariamente appartiene a quel partito. In un sistema che offre essenzialmente due alternative, una croce sulla scheda può significare entusiasmo, appartenenza, rassegnazione o semplicemente la convinzione che l’altra scelta sia peggiore.

Forse è anche per questo che le mappe americane sono così affascinanti e così pericolose: sono precise nel dirci dove sono finiti i voti e molto meno nel dirci perché ci sono finiti.

Possiamo colorare una contea. Possiamo assegnare un seggio. Possiamo calcolare una probabilità. Possiamo persino prevedere, con un margine ragionevole, chi controllerà il Congresso.

Ma tra il voto e l’elettore rimane sempre qualcosa che non entra nella mappa: forse è proprio quello il pezzo d’America che continuiamo a cercare.

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Conte: “Se non facciamo le primarie i miei mi sputano. Renzi? Ci fa perdere voti”


@Politica interna, europea e internazionale
Giuseppe Conte invoca nuovamente le primarie per scegliere il leader del campo largo. In un colloquio con La Stampa, il presidente del Movimento 5 Stelle afferma: “Sono al servizio del progetto progressista, a prescindere da chi vincerà le primarie. Se sarà Schlein, la sosterremo.

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L'apocalisse del lavoro è rimandata: l'IA sta creando più posti di quanti ne distrugga


L'Economist stima un milione di posti creati dall'intelligenza artificiale contro 200mila licenziamenti: boom di elettricisti e tecnici nei data center, in calo assistenza clienti e segretarie

L'intelligenza artificiale in America ha creato finora circa un milione di posti di lavoro, cinque volte i licenziamenti che le vengono attribuiti dalla metà del 2023, pari a circa 200mila. È la stima dell'Economist, che ha messo in fila i dati sull'occupazione americana e ha concluso che l'apocalisse occupazionale annunciata da mesi non si vede da nessuna parte.

I numeri di agosto vanno nella stessa direzione. Il Bureau of Labor Statistics, l'ufficio federale di statistica che misura il mercato del lavoro americano, ha registrato 162mila nuovi posti di lavoro, molto sopra le attese, e un tasso di disoccupazione al 4,1 per cento, un livello più basso di quello di quasi il 90 per cento dei mesi degli ultimi cinquant'anni. Anche i giovani, indicati spesso come le prime vittime dell'automazione, tengono: la distanza tra la disoccupazione dei ventenni tra i 20 e i 24 anni e quella complessiva è vicina al minimo degli ultimi decenni.

L'apocalisse rinviata
Per ora l'intelligenza artificiale crea più lavoro di quanto ne distrugga

Da metà 2023 all'intelligenza artificiale vengono attribuiti circa 200.000 licenziamenti negli Stati Uniti. Nello stesso periodo ne avrebbe generati cinque volte tanti, secondo la ricognizione dell'Economist sui dati occupazionali americani. L'apocalisse annunciata, per adesso, non si vede.
Grafica di FocusAmerica 8 settembre 2026

1Il saldo
Un milione di posti creati, duecentomila persi
Stima cumulata dell'Economist da metà 2023 a oggi. Misura lo scostamento dalle tendenze generali del mercato del lavoro, non un nesso di causa diretto.

Posti creati

contro

Posti persi

Nuovi posti di lavoro americani riconducibili all'intelligenza artificiale.
Licenziamenti che le aziende hanno attribuito all'intelligenza artificiale.

Creati
Persi

Intanto il mercato del lavoro americano regge: ad agosto l'economia ha aggiunto occupati e la disoccupazione è rimasta al , un livello più basso di quello di quasi il 90% dei mesi degli ultimi cinquant'anni.

2La proporzione
Nel rimescolamento continuo del mercato, i tagli dell'IA quasi spariscono
Ogni quadrato vale mille lavoratori licenziati. Guardate che cosa succede quando l'inquadratura si allarga fino a comprendere l'intero mercato del lavoro americano.

Tagli annunciati per l'IA Tutti gli altri licenziamenti
Rivedi l'animazione

Tagli al mese annunciati quest'anno e legati esplicitamente all'IA, secondo Challenger, Gray & Christmas.

Le persone che i datori di lavoro americani lasciano a casa in un mese qualsiasi, per qualsiasi ragione.

La quota dei licenziamenti mensili che le aziende riconducono all'intelligenza artificiale.

3I tre motori
Da dove arriva il lavoro che nasce
La tecnologia produce occupazione su tre binari distinti: i cantieri che la fanno funzionare, i mestieri che prima non esistevano e la produttività di chi la usa.

Infrastruttura

Posti in più rispetto alla tendenza generale nei cinque comparti al centro della costruzione dei data center, dal 2023.
LinkedIn stima quasi posti creati nei data center fra il 2023 e il 2025, soprattutto tecnici e ingegneri.

Nuove professioni

Posti aggiunti oltre la tendenza da ingegneri, sviluppatori, matematici e analisti di dati dal 2022.
Gli annunci per ingegneri e responsabili dell'IA sono raddoppiati rispetto al 2023-24.

Produttività

La crescita dell'occupazione tra gli assistenti legali fra il 2023 e il 2025, contro una media nazionale del .
Quando il servizio diventa più rapido e meno caro, i clienti ne chiedono di più.

4Vincitori e vinti
Chi cresce e chi arretra
Variazione dell'occupazione per professione da gennaio 2023. A perdere sono i mestieri fatti in gran parte di compiti ripetitivi.

Variazione dell'occupazione

5La corsa ai salari
Nemmeno gli aumenti bastano a trovare personale
Crescita delle retribuzioni orarie medie nell'anno fino a giugno, nei due comparti che costruiscono e cablano i data center.

Il salario in più che i data center offrono per gli stessi lavori di installazione e manutenzione svolti altrove, secondo gli annunci raccolti da Indeed.

«Puoi venire qui a farmi funzionare una delle nostre linee?»La risposta dell'amministratrice delegata di una fabbrica di trasformatori a Donald Leavens, della National Electrical Manufacturers Association, che le aveva chiesto di quale aiuto avesse più bisogno.

6Lo sguardo lungo
Le previsioni ufficiali fino al 2035
Il Bureau of Labor Statistics separa nettamente i due mondi: l'energia che alimenta i data center da una parte, gli uffici che l'automazione svuota dall'altra.

Utility

Il settore che cresce più in fretta di tutti da qui al 2035, trainato dalla domanda di elettricità dei data center.

Uffici e amministrazione

I posti che le professioni amministrative e d'ufficio perderanno entro il 2035: il calo più forte fra tutti i grandi gruppi professionali.

Nel complesso l'economia americana aggiungerà di posti in dieci anni, il : un terzo del ritmo del decennio precedente. Il problema che si profila non è la scomparsa del lavoro, ma la sua ricomposizione.

Fonti The Economist, 4 settembre 2026; Bureau of Labor Statistics (Employment Situation, agosto 2026; Employment Projections 2025-2035; Occupational Employment and Wage Statistics); Census Bureau; Challenger, Gray & Christmas; Indeed Hiring Lab; LinkedIn Economic Graph; Burning Glass Institute. Le stime cumulate sui posti creati e distrutti sono elaborazioni dell'Economist e non dati ufficiali: misurano scostamenti rispetto alle tendenze generali, non un nesso di causa diretto.

Alcune aziende stanno davvero tagliando posti di lavoro. Le assunzioni nei servizi professionali e alle imprese sono circa il 10 per cento sotto la media del periodo 2015-2019. Microsoft e Meta stanno riducendo il personale mentre riorganizzano le loro attività attorno all'intelligenza artificiale. Aziende più piccole come Block, proprietaria di Square e Cash App, e Intuit, che produce i software fiscali e contabili TurboTax e QuickBooks, stanno sostituendo persone con programmi automatici. Secondo Challenger, Gray & Christmas (una società di consulenza specializzata nel monitoraggio dei licenziamenti) le imprese americane hanno annunciato quest'anno una media di 16mila tagli al mese legati all'intelligenza artificiale.

Quei tagli si perdono però in un mercato del lavoro dove i datori di lavoro lasciano a casa circa 1,7 milioni di persone in un mese qualsiasi. E nel frattempo la tecnologia sta generando lavoro in tre modi diversi: la costruzione delle infrastrutture che la fanno funzionare, la nascita di professioni che prima non esistevano e l'aumento di produttività di chi la usa.

La spesa per hardware, server, data center, sistemi di raffreddamento ed energia è oggi superiore di circa 500 miliardi di dollari all'anno rispetto al 2022, l'anno in cui il mondo ha conosciuto ChatGPT: il calcolo è di Goldman Sachs. La sola costruzione di data center procede a un ritmo annuo di oltre 75 miliardi di dollari, quasi il 60 per cento in più rispetto a un anno fa, secondo i dati del Census Bureau, l'agenzia federale che raccoglie le statistiche sull'economia e la popolazione. Sono cantieri che richiedono elettricisti per i cablaggi, tecnici della climatizzazione per evitare che i server si surriscaldino, ingegneri per collegare gli impianti alla rete elettrica e manutentori per le macchine. Gli stessi cantieri che stanno unendo l'estrema destra e l'estrema sinistra americana in una protesta comune.

L'Economist ha seguito cinque settori al centro della costruzione dei data center, dall'impiantistica elettrica alla produzione di apparecchiature. Dal 2023 l'occupazione in questi comparti è cresciuta di circa 320mila unità in più di quanto lascerebbero prevedere gli andamenti generali dell'edilizia e della manifattura. Il Bureau of Labor Statistics si aspetta che le utility siano il grande settore a crescita più rapida da qui al 2035.

Non tutti quei posti di lavoro dipendono dall'intelligenza artificiale, perché contano anche l'ammodernamento della rete elettrica e la costruzione di altre fabbriche. Ma molti sì. Il sito di annunci di lavoro Indeed calcola che le offerte per i data center sono più che raddoppiate in due anni, mentre nello stesso periodo il totale degli annunci è calato. LinkedIn stima che tra il 2023 e il 2025 negli Stati Uniti siano nati quasi mezzo milione di posti di lavoro nei data center, con i tecnici e gli ingegneri di questi impianti tra le assunzioni più frequenti.

La corsa a trovare lavoratori si vede nelle buste paga. Indeed calcola che le posizioni di installazione e manutenzione nei data center offrono salari superiori di circa il 40 per cento rispetto a mansioni analoghe altrove. I dati ufficiali confermano: nell'anno fino a giugno le retribuzioni orarie medie sono cresciute di oltre il 13 per cento nella produzione di apparecchiature elettriche e di quasi l'8 per cento tra le imprese di impiantistica elettrica.

Nemmeno gli aumenti bastano a trovare personale. Durante una visita a una fabbrica di trasformatori, Donald Leavens della National Electrical Manufacturers Association, l'associazione dei produttori americani di materiale elettrico, ha chiesto all'amministratrice delegata di quale aiuto avesse più bisogno. La risposta è stata: "Puoi venire qui a farmi funzionare una delle nostre linee?".

Insieme ai cantieri cresce una nuova classe di lavori d'ufficio. Ci sono gli ingegneri che costruiscono i modelli, gli annotatori che etichettano i dati in ingresso e giudicano le risposte, gli ingegneri che adattano i sistemi alle esigenze dei clienti e i nuovi "responsabili dell'intelligenza artificiale" che decidono come le aziende debbano usare la tecnologia. Molte di queste posizioni quasi non esistevano fino a poco tempo fa. Secondo LinkedIn, gli annunci per responsabili, direttori e ingegneri dell'intelligenza artificiale sono all'incirca raddoppiati rispetto al biennio 2023-2024.

Una ricerca preliminare di Gad Levanon, capo economista del Burning Glass Institute, ha usato la banca dati dei percorsi di carriera dell'istituto, costruita in gran parte sui profili LinkedIn, per individuare i lavori che non esisterebbero senza l'intelligenza artificiale, sia nelle aziende nate attorno a questa tecnologia sia nei ruoli specifici creati dentro le altre imprese. Levanon calcola che circa l'1 per cento delle professioni qualificate sia ormai fatto di "lavori dell'intelligenza artificiale", nell'ordine di un milione di posizioni in America. Nelle professioni informatiche e nelle scienze della vita, compresi i ricercatori che usano questi strumenti per scoprire nuovi farmaci, la quota sale al 4-5 per cento. L'analisi di LinkedIn indica circa 640mila nuovi posti di lavoro specifici tra il 2023 e il 2025. "Finora le prove indicano che l'intelligenza artificiale ha creato più posti di lavoro di quanti ne abbia distrutti", ha detto all'Economist Kory Kantenga, responsabile della ricerca economica di LinkedIn per le Americhe.

Lo stesso giornale ha confrontato l'occupazione nelle professioni più vicine al settore, ingegneri, sviluppatori di software, matematici e analisti di dati, con l'andamento complessivo delle professioni qualificate dal 2022 in poi. Questi ruoli hanno aggiunto circa 730mila posti di lavoro in più rispetto alla tendenza generale.

La terza fonte di lavoro sono i guadagni di produttività. L'intelligenza artificiale permette agli avvocati di preparare i contratti più velocemente e agli analisti di setacciare i bilanci in pochi minuti. Se la maggiore produttività abbassa il costo dei servizi professionali, la domanda può crescere abbastanza da generare più lavoro di quanto ne tolga. Alcune delle professioni considerate più a rischio sembrano proprio beneficiare di questo effetto: tra il 2023 e il 2025 l'occupazione è salita di circa l'11 per cento tra gli assistenti legali e del 6 per cento tra gli analisti di ricerche di mercato, contro una media nazionale intorno al 2,5 per cento. Le previsioni del Bureau of Labor Statistics indicano una crescita rapida dei servizi professionali proprio grazie alla domanda di sistemi e di consulenza sull'intelligenza artificiale.

Alcuni mestieri stanno pagando un prezzo. Da gennaio 2023 l'occupazione è calata di circa il 10 per cento tra gli addetti all'assistenza clienti e di circa il 15 per cento tra segretarie e assistenti amministrativi. Sono lavori fatti in gran parte di compiti ripetitivi, quelli in cui i programmi automatici sono sempre più bravi. Il Bureau of Labor Statistics prevede che le professioni amministrative e di ufficio perderanno 752mila posti entro il 2035.

Oggi più di sei milioni di americani lavorano in professioni informatiche che nell'era precedente ai computer non esistevano e altri otto milioni in settori nuovi come i lavoretti su piattaforma, il commercio elettronico e la produzione di contenuti. I lavoratori di domani potrebbero supervisionare squadre di programmi autonomi o risolvere le controversie tra di loro: un'ipotesi che oggi sembra bizzarra, come sembrava bizzarra fino a vent'anni fa l'idea di guadagnarsi da vivere pubblicando video sui social.


Il mercato del lavoro Usa torna a correre, 162mila nuovi posti di lavoro ad agosto


L'economia americana ha creato 162mila posti di lavoro ad agosto, molto più delle attese degli economisti, che a seconda dei sondaggi indicavano un aumento compreso tra 53mila e 65mila unità. Il tasso di disoccupazione è invece rimasto stabile al 4,1%, secondo i dati diffusi oggi dal Dipartimento del Lavoro.

Si tratta dell'incremento mensile più consistente da maggio e di un dato superiore di oltre cinque volte alla media dei dodici mesi precedenti, pari a circa 31mila nuovi posti al mese. Il Dipartimento del Lavoro ha inoltre rivisto al rialzo i dati dei due mesi precedenti, aggiungendo complessivamente 55mila posti rispetto alle stime iniziali. Luglio, che un mese fa risultava essersi chiuso con una perdita di 23mila posti, mostra ora un aumento di 21mila. La crescita di giugno è stata invece rivista da 20mila a 31mila posti.

Tra i settori che hanno contribuito maggiormente all'aumento dell'occupazione ci sono ristoranti e bar, con 59mila nuovi posti, e l'istruzione pubblica locale, con 42mila, recuperando gran parte delle perdite registrate il mese precedente. È aumentato anche il tasso di partecipazione alla forza lavoro, cioè la quota della popolazione che lavora o cerca attivamente un impiego: dal 61,4% di luglio al 61,6% di agosto. Rimane comunque mezzo punto percentuale sotto il livello di gennaio.

Stati Uniti · Mercato del lavoro
L’America ha creato 162mila posti ad agosto. Il punto è quanti ne servivano
Il mese migliore da marzo arriva in un mercato del lavoro che si è rimpicciolito. Per tenere ferma la disoccupazione oggi bastano tra i 15mila e gli 87mila posti al mese, secondo la Federal Reserve di St. Louis. Nella primavera del 2025 la stessa stima era di 153mila.

Grafica di FocusAmerica 4 settembre 2026

Agosto 2026
162.000
posti di lavoro creati in un mese

3×le attese degli economisti, ferme a 53.000
5×la media dei dodici mesi precedenti, 31.000
+141.000rispetto a luglio: il mese migliore da marzo

Posti di lavoro non agricoli, dato destagionalizzato del Dipartimento del Lavoro. Nessuna delle stime raccolte da Bloomberg arrivava così in alto.

Scala di riferimento: zona di pareggio tra 15.000 e 87.000 posti al mese; media degli ultimi dodici mesi 31.000; attese 53.000; ritmo medio dal 1995 al 2020 119.000; agosto 2026 162.000.

4,1%
Tasso di disoccupazione, invariato rispetto a luglio

61,6%
Tasso di partecipazione, in risalita dal 61,4% ma mezzo punto sotto il livello di gennaio

7,0 mln
Persone senza lavoro che ne stanno cercando uno

La soglia che crolla
In un anno i posti necessari per tenere ferma la disoccupazione sono scesi da 153mila a meno di 90mila
Stime della Federal Reserve di St. Louis del numero di posti al mese sufficiente a non far salire il tasso di disoccupazione, con le ipotesi di immigrazione netta mensile su cui si basano. Valori in posti al mese.

Aprile 2025: 153.000 posti al mese, con un’immigrazione netta prevista di 168.000 persone al mese. Agosto 2025: tra 32.000 e 82.000. Marzo 2026: tra 15.000 e 87.000, con un’immigrazione compresa tra un calo di 77.000 e un aumento di 48.000 persone al mese. La media reale degli ultimi dodici mesi è di 31.000 posti.

Il punto
L’asticella non si è abbassata perché l’economia è più forte, ma perché entrano meno lavoratori: la stretta sull’immigrazione e i baby boomer che arrivano all’età della pensione riducono l’offerta di lavoro. Con 31.000 posti al mese, per un anno, la disoccupazione non è salita.

Ventiquattro mesi
Due anni di alti e bassi che si annullano a vicenda
Variazione mensile dei posti di lavoro non agricoli da settembre 2024 ad agosto 2026, con la media mobile degli ultimi tre mesi. Trascina il dito o passa il mouse sul grafico per leggere ogni singolo mese.

Agosto 2026
Il mese migliore da marzo

+162.000
media 3 mesi: +71.000

Nei ventiquattro mesi da settembre 2024 il saldo mensile ha oscillato tra i 237.000 posti di dicembre 2024 e i 156.000 persi a febbraio 2026. La media degli ultimi tre mesi è di 71.000 posti.

Mesi in crescita Mesi in calo Stima precedente, prima della revisione Media mobile a tre mesi

Le revisioni
Giugno e luglio sono stati corretti al rialzo di 55.000 posti complessivi. Luglio, che un mese fa risultava chiuso con una perdita di 23.000 posti, ora ne registra 21.000 in più; giugno passa da 20.000 a 31.000. Le revisioni ribaltano il segno di luglio, non la direzione dell’anno: la media trimestrale risale a 71.000, ma resta sotto i 142.000 di marzo.

Come si arriva a 162mila
Ristoranti e scuole hanno prodotto quasi due terzi dei posti
Contributo di ogni settore al saldo di agosto 2026. Le barre si sommano da sinistra a destra fino al totale. Valori in migliaia di posti.

Ristorazione e locali pubblici +59.000, istruzione pubblica locale +42.000, sanità e assistenza sociale +28.000, costruzioni +22.000, manifattura +16.000, altri settori +29.000, attività finanziarie −11.000, informazione −23.000. Totale: 162.000.

Il punto
Due soli comparti, ristorazione e istruzione pubblica locale, valgono 101.000 posti sui 162.000 totali: il primo ha fatto cinque volte la sua media mensile, il secondo ha recuperato i 50.000 posti persi a luglio. La sanità, motore dell’ultimo anno, rallenta. L’informazione perde 23.000 posti, quasi il triplo della sua perdita media mensile.

Il paradosso
Il mercato del lavoro tiene, ma chi cerca un impiego non se ne accorge
I dati aggregati restano solidi. Le buste paga e i sondaggi raccontano un’altra storia.

Salari contro prezzi, variazione sui dodici mesi

Le retribuzioni orarie medie crescono del 3,1%, i prezzi al consumo del 3,4%.

Il segno sulla prima barra indica dove dovrebbero arrivare i salari per stare al passo con i prezzi: il potere d’acquisto arretra di tre decimi di punto. A pesare è soprattutto l’energia, salita del 14,7% in un anno.

Lavoratori convinti che sia un buon momento per trovare un lavoro di qualità

A metà 2022 lo pensava il 70% dei lavoratori. Nell’autunno 2025 il 28%.

Tra chi ha una laurea la quota scende al 19%. Sondaggio Gallup su 22.368 lavoratori, 30 ottobre – 13 novembre 2025.

In sintesi
Si licenzia poco e si assume ancora meno. È un mercato favorevole a chi un impiego ce l’ha già, molto meno a chi lo cerca: neolaureati e lavoratori che vogliono cambiare posto.

Fonte Bureau of Labor Statistics, The Employment Situation – August 2026 (USDL-26-1435, 4 settembre 2026) e serie CES0000000001 per la variazione mensile e la media mobile; media 1995–2020 calcolata da FocusAmerica sulla stessa serie; «altri settori» è il saldo dei comparti non elencati. Federal Reserve Bank of St. Louis, Breakeven Employment Growth, aprile e agosto 2025, marzo 2026, su proiezioni di immigrazione CBO, AEI-Brookings e Goldman Sachs. Consenso degli economisti Dow Jones. Indice dei prezzi al consumo BLS, luglio 2026. Gallup, sondaggio su 22.368 lavoratori, 30 ottobre – 13 novembre 2025.

La Fed torna a concentrarsi sull'inflazione


Il rapporto sul lavoro arriva a pochi giorni dalla riunione della Federal Reserve del 15 e 16 settembre, quando la banca centrale dovrà decidere se modificare i tassi di interesse. Prima delle dichiarazioni rilasciate ieri dal governatore Christopher Waller, i mercati attribuivano circa due probabilità su tre a un rialzo dei tassi a settembre. L'inflazione resta infatti elevata: a luglio i prezzi al consumo erano aumentati del 3,4% rispetto a un anno prima, ancora molto al di sopra dell'obiettivo del 2% della Fed.

Il nuovo presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, in carica da maggio, la settimana scorsa a Jackson Hole, durante il simposio annuale dei banchieri centrali, ha descritto il mercato del lavoro come compatibile con una situazione di “piena occupazione”, indicando invece nell'inflazione il principale problema per la politica monetaria. Una crescita dell'occupazione più contenuta, ha osservato, è naturale in una fase in cui anche l'offerta di nuovi lavoratori aumenta poco.

Waller ha adottato una posizione più prudente. Ieri ha definito il mercato del lavoro “stabile” e l'occupazione vicina al suo massimo sostenibile, condizioni che, a suo giudizio, riducono il peso del mercato del lavoro nelle decisioni sui tassi. Ha inoltre detto che sarebbe disposto a sostenere il mantenimento dei tassi ai livelli attuali se il dato sull'inflazione della prossima settimana confermasse un rallentamento dei prezzi.

Dopo le sue dichiarazioni, la probabilità di un rialzo a settembre stimata dai mercati era scesa intorno al 55%. Il dato sull'occupazione pubblicato oggi, molto più forte delle attese, l'ha però riportata intorno al 65%. Nel frattempo, i salari continuano a crescere meno dei prezzi. Le retribuzioni orarie medie sono aumentate del 3,1% rispetto a un anno fa, contro un'inflazione del 3,4%.

A pesare sui bilanci delle famiglie è soprattutto il rincaro della benzina. Ad agosto il prezzo medio nazionale si è attestato intorno a 4,07 dollari al gallone, circa 3,8 litri, contro i 3,95 dollari di luglio. Oggi è salito fino a circa 4,15 dollari. L'aumento è legato soprattutto al prezzo del petrolio, tornato sopra i 90 dollari al barile in seguito alle nuove tensioni nello Stretto di Hormuz.

Un mercato del lavoro più piccolo e meno dinamico


Il dato di agosto è particolarmente forte se confrontato con il ritmo di crescita dell'occupazione oggi necessario per mantenere stabile il tasso di disoccupazione. Gli economisti di Bank of America stimano che possano bastare circa 20mila nuovi posti al mese per evitare un aumento della disoccupazione, una delle valutazioni più basse tra quelle disponibili. La Federal Reserve di St. Louis colloca invece la soglia in un intervallo compreso tra 15mila e 87mila posti, mentre altre stime si attestano intorno ai 60mila.

Nel quarto di secolo precedente alla pandemia, la crescita necessaria era molto più elevata e si aggirava in media intorno ai 120mila posti al mese. La soglia si è abbassata soprattutto per ragioni demografiche. La popolazione americana sta invecchiando e quest'anno i più giovani tra i baby boomer raggiungeranno i 62 anni, l'età minima alla quale è possibile iniziare a ricevere la pensione della Social Security, seppure con un assegno ridotto.

Allo stesso tempo, la stretta sull'immigrazione introdotta dall'Amministrazione sta limitando l'ingresso di nuovi lavoratori. Il risultato è un mercato del lavoro che può mantenere stabile la disoccupazione anche creando molti meno posti rispetto al passato. Le richieste iniziali di sussidi di disoccupazione restano vicine ai minimi degli ultimi decenni, segnale che i licenziamenti sono ancora contenuti. Ma i dati diffusi questa settimana mostrano anche che le nuove assunzioni rimangono deboli.

Ne emerge un mercato nel quale le aziende licenziano poco, ma assumono altrettanto poco: una situazione relativamente favorevole per chi ha già un impiego, molto meno per i neolaureati e per chi cerca di cambiare lavoro.

Non sorprende quindi che, in un recente sondaggio Gallup, soltanto il 34% degli intervistati abbia dichiarato di considerare questo un buon momento per trovare un lavoro di qualità.


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Una città in cui insegnanti, infermieri, studenti, lavoratori e giovani famiglie non riescono più a permettersi una casa: ecco la città che ci aspetta se non cambiamo le cose.

È in questo contesto che arriva la bozza del nuovo regolamento europeo sulla casa, che Marattin ha liquidato come «Unione Sovietica»: in realtà è una proposta che vuole dare a città e territori strumenti più chiari per intervenire nelle aree sotto forte stress abitativo, anche sulla pressione degli affitti brevi. E meno male.

Perché la crisi della casa non riguarda soltanto chi cerca un affitto: riduce la mobilità dei lavoratori, ostacola l’accesso allo studio, rende più difficile costruirsi una vita e danneggia persino la competitività europea.

Servono più case, più investimenti, più edilizia sociale e accessibile. Ma servono anche regole quando il patrimonio immobiliare viene utilizzato sempre più come investimento, mentre chi vive e lavora nelle città viene progressivamente espulso da prezzi sempre più alti.

Il diritto all’abitare e un’economia competitiva non sono nemici e non sono obiettivi contrapposti, anzi.

Per questo il 14 settembre lanciamo un’Iniziativa dei cittadini europei per il diritto all’abitare: firma ora a questo link per ricevere tutti gli aggiornamenti 💜⬇️

actionnetwork.org/forms/la-cas…

#DirittoAllaCasa #Volt #VoltEuropa

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Trump vuole la Space Force in stile "Starship Troopers"


Il presidente ha presentato uniformi ispirate al film del 1997, che il suo regista ha sempre definito una satira su una "utopia fascista". Nelle stesse ore South Park ha vinto l'Emmy con l'episodio che ritrae Trump a letto con Satana.

Donald Trump ha pubblicato domenica su Truth Social il bozzetto delle nuove uniformi della Space Force, il ramo delle Forze Armate statunitensi dedicato allo spazio, presentandolo come ispirato a "Starship Troopers". Il modello — giacca grigio scuro attillata, pantaloni coordinati, berretto con visiera, cintura nera e stivali alti — riprende, secondo il testo del post, "la disciplina e la funzionalità dell'uniforme degli Starship Trooper", ma è "modernizzato per i guardiani del dominio spaziale". Dal messaggio non è chiaro se si tratti di una proposta ufficiale destinata a essere sviluppata dall'Amministrazione o soltanto di una grafica condivisa dal presidente.

Il film del 1997, tratto dal romanzo di Robert Heinlein, è ambientato nel XXIII secolo e racconta la guerra dell'umanità contro gli Aracnidi, una specie aliena simile a giganteschi insetti. Il regista Paul Verhoeven, cresciuto nei Paesi Bassi occupati dai nazisti vicino a una base militare tedesca, ha sempre descritto il film come una satira di una "utopia fascista" e ha modellato le uniformi della Federazione proprio su quelle del regime nazista. "Ho deciso di fare un film su fascisti che non sono consapevoli del proprio fascismo", disse al Guardian nel 2018. Sui social, molti utenti hanno osservato che il bozzetto diffuso da Trump ricorda anche le uniformi degli ufficiali imperiali di Guerre Stellari.

La Space Force e la superiorità in orbita


Il bozzetto è comparso nel mezzo di una raffica di post pubblicati dal presidente durante il fine settimana, tra cui un'immagine della Luna accompagnata dalla scritta "The Moon is Ours", ovvero "La Luna è nostra", accanto alla bandiera americana. Trump istituì la Space Force nel dicembre 2019, durante il suo primo mandato. Il 28 agosto ha firmato un ordine esecutivo che ha avviato la creazione di un'accademia militare dedicata allo spazio, affidando a una Commissione guidata dalla NASA il compito di definirne struttura e programmi. "Si pensa a West Point, si pensa ad Annapolis, si pensa all'accademia dell'aeronautica e a quella della guardia costiera. Sono tutte ottime, ma ora avremo anche un'accademia della Space Force", ha detto.

La dottrina del corpo è delineata in un manuale pubblicato nell'aprile 2025, "Space Warfighting: A Framework for Planners", che definisce la superiorità spaziale come il "grado di controllo che consente alle forze di operare nel momento e nel luogo prescelti senza interferenze proibitive da parte di minacce spaziali o antispaziali, negando al tempo stesso la stessa possibilità all'avversario".

"South Park" vince l'Emmy che Trump non ha mai ottenuto


Nelle stesse ore in cui il presidente pubblicava il bozzetto delle uniformi ispirate ad un una "utopia fascista", South Park conquistava il suo quinto Emmy. Alla 78ª edizione dei Primetime Creative Arts Emmy Awards, domenica sera, la serie di Trey Parker e Matt Stone si è aggiudicata il premio per il miglior programma d'animazione, che non vinceva dal 2013, battendo tra gli altri Rick and Morty, I Simpson e Bob's Burgers.

Il riconoscimento è arrivato per "Sermon on the Mount", episodio di apertura della ventisettesima stagione, costruita attorno a una caricatura di Trump e a un attacco frontale alla Paramount, casa madre del canale che trasmette la serie. Nell'episodio premiato, il presidente è innamorato di Satana e intrattiene con lui una relazione violenta, mentre costringe una cittadina del Colorado a introdurre il cristianesimo nelle scuole. Nel corso della stagione compare anche in una scena di sesso con il vicepresidente JD Vance. Per celebrare la vittoria, gli account ufficiali della serie hanno pubblicato un fotomontaggio di Trump con i pantaloni abbassati e la statuetta in mano, accompagnato dalla frase "You finally got your Emmy", "Finalmente hai avuto il tuo Emmy".

Congratulations to Trey Parker, Matt Stone, and the entire South Park team on their Emmy win for Outstanding Animated Program! pic.twitter.com/KlpvuhhWH2
— South Park (@SouthPark) September 7, 2026


Trump, 80 anni, non ha mai vinto un Emmy. Come produttore esecutivo di The Apprentice fu candidato due volte, nel 2004 e nel 2005, ma in entrambi i casi il premio andò a The Amazing Race. "Mi hanno rubato un Emmy", disse nell'ultima puntata di Celebrity Apprentice, raccontando di essersi alzato in piedi prima ancora che fosse annunciato il vincitore perché convinto di avere vinto. Nel 2012 scrisse che gli Emmy "non hanno alcuna credibilità" e nel 2014 che "sono tutta politica", sostenendo che per questo motivo The Apprentice non avesse mai vinto nonostante le due candidature.

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Alla primarie in New Hampshire il candidato favorito è sfidato da sinistra, in Rhode Island il governatore rischia di perdere


Oggi il New Hampshire sceglie i candidati per il seggio al Senato di Shaheen e per il primo distretto. Domani in Rhode Island la rivincita tra McKee e Foulkes, avanti di oltre 20 punti nei sondaggi.
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Oggi il New Hampshire e domani il Rhode Island chiudono la stagione delle primarie di rilievo nazionale del 2026, a otto settimane dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre. In New Hampshire i due partiti scelgono i candidati per il seggio al Senato che la democratica Jeanne Shaheen lascia dopo tre mandati. Scelgono anche il candidato per il primo distretto alla Camera, libero perché il deputato democratico Chris Pappas corre proprio per il Senato. In Rhode Island i democratici decidono il destino del governatore Dan McKee, che rischia di diventare il primo governatore eletto a perdere le primarie del proprio partito dal 2014.

Pappas, quattro mandati alla Camera, è in corsa dall'aprile 2025, subito dopo l'annuncio del ritiro di Shaheen. Ha raccolto 15,4 milioni di dollari, molto più di ogni altro concorrente. Ha l'appoggio della stessa Shaheen, dell'altra senatrice dello stato Maggie Hassan, dell'ex governatore John Lynch e, dal 31 agosto, dell'ex vicepresidente Kamala Harris. Se fosse eletto, sarebbe il primo uomo dichiaratamente gay a sedere al Senato.

La scienziata Karishma Manzur ha però trasformato nelle ultime settimane una primaria che sembrava scontata. Manzur ha un dottorato in biochimica ed è iscritta ai Democratic Socialists of America, l'organizzazione della sinistra socialista-democratica. Ha raccolto appena 415.000 dollari, ma punta su un sistema sanitario pubblico universale (il "Medicare for All") e sulle critiche al governo israeliano. Attacca inoltre Pappas per i fondi ricevuti da donatori vicini all'AIPAC, la principale lobby filo-israeliana negli Stati Uniti. "Una settimana lavorativa di 40 ore dovrebbe bastare a pagare cibo, casa e sanità", ha detto a CBS Boston.

Un sondaggio dell'Università del New Hampshire condotto tra il 20 e il 24 agosto dà Pappas in vantaggio di 13 punti, 47 a 34 per cento. A giugno il margine era di 24 punti, ad aprile di 43 e a gennaio di 54. Un sondaggio del Saint Anselm College del 17 e 18 agosto lo dà avanti di 31 punti (59 a 28). Un sondaggio interno diffuso dalla sua campagna in risposta a quello dell'università lo dà avanti di 56 punti (71 a 15). I mercati delle previsioni Kalshi e Polymarket, dove si scommette con denaro vero sugli esiti politici, gli assegnano il 98 per cento di probabilità di vittoria. Due gruppi che lo sostengono hanno comunque speso 175.000 dollari negli ultimi giorni in telefonate e messaggi per portare i suoi elettori alle urne.

Tra i repubblicani la sfida è tra due ex senatori. John E. Sununu conquistò proprio questo seggio nel 2002 battendo l'allora governatrice Shaheen e lo perse contro di lei nel 2008. Scott Brown vinse nel 2010 l'elezione speciale in Massachusetts per il seggio che era stato di Ted Kennedy e fu battuto nel 2012 dall'attuale senatrice Elizabeth Warren. Si trasferì poi in New Hampshire, dove nel 2014 perse di misura contro Shaheen. A febbraio il presidente Donald Trump ha appoggiato Sununu nonostante anni di scontri con la sua famiglia. Sununu aveva sostenuto Nikki Haley alle primarie del 2024 e firmato un editoriale intitolato "Trump è un perdente". Il fratello Chris, governatore per otto anni fino al gennaio 2025, è stato uno dei critici repubblicani più duri del presidente prima di rinunciare a candidarsi al Senato.

Sununu ha raccolto 4,1 milioni di dollari contro i 2,2 di Brown. Ha beneficiato inoltre di 5 milioni spesi a suo favore o contro Pappas da Americans for Prosperity, il gruppo della rete politica conservatrice della famiglia Koch. Nella media dei sondaggi di Decision Desk HQ è avanti 57 a 22 per cento e nel sondaggio dell'università 60 a 20. Se vincesse a novembre tornerebbe al Senato il 3 gennaio 2027, 18 anni esatti dopo averlo lasciato. Secondo l'analisi di Geoffrey Skelley per Decision Desk HQ sarebbe il secondo intervallo più lungo tra due mandati di un senatore dal 1900 a oggi.

Il New Hampshire non elegge un senatore repubblicano dal 2010 e non vota per un candidato repubblicano alla presidenza dal 2000. I sondaggi sulla sfida di novembre tra Pappas e Sununu preoccupano però i democratici, come avevamo raccontato nella diretta di domenica. Il sondaggio dell'università dà Sununu avanti 45 a 43 per cento e quello del sondaggista repubblicano Fabrizio, Lee & Associates 37 a 36. Il Saint Anselm College dà invece Pappas avanti 48 a 41. Il modello previsionale di Decision Desk HQ assegna ai democratici circa 4 probabilità su 5 di tenere il seggio. Venerdì la campagna di Pappas ha comunque inviato una email di raccolta fondi intitolata "Stiamo perdendo".

I repubblicani controllano il Senato 53 a 47 e i democratici devono guadagnare quattro seggi netti per conquistarlo. Se perdessero il New Hampshire, dovrebbero strappare tre seggi invece di due tra Alaska, Iowa, Ohio e Texas, stati più conservatori dove il presidente ha vinto nel 2024.

La corsa al Senato di Pappas ha lasciato libero il primo distretto, dove Harris vinse di circa 2 punti nel 2024. La primaria democratica è tra le più incerte e costose dell'anno. Maura Sullivan, veterana dei Marine e funzionaria della Difesa e del dipartimento dei Veterani nell'amministrazione Obama, perse contro Pappas la primaria del 2018 per questo seggio e ha raccolto 3,6 milioni di dollari. Stefany Shaheen, ex consigliera comunale di Portsmouth e figlia della senatrice, ne ha raccolti 2,4 milioni. Carleigh Beriont, presidente della giunta comunale di Hampton e candidata dell'ala progressista, si ferma a 587.000 dollari.

Le spese dei gruppi esterni hanno superato gli 11 milioni di dollari, più dei fondi raccolti dai candidati. Circa 6,3 milioni sono andati contro Sullivan o a favore di Shaheen e 4,9 milioni nella direzione opposta. Con poche differenze sui programmi, Shaheen ha mandato in onda uno spot che accusa Sullivan di aver ricevuto il 90 per cento dei fondi da fuori dal New Hampshire, in buona parte da donatori vicini all'AIPAC. Sullivan la accusa a sua volta di volersi far eleggere grazie al cognome.

Sullivan era leggermente favorita nei pochi sondaggi disponibili, ma il campo dei candidati è cambiato negli ultimi giorni. A fine agosto il progressista Heath Howard ha sospeso la campagna, con un possibile vantaggio per Beriont. Domenica l'ex avvocato del Pentagono Christian Urrutia, che si era largamente autofinanziato senza mai arrivare al 10 per cento nei sondaggi, si è ritirato e ha appoggiato Shaheen. Sabato Shaheen aveva ottenuto anche il sostegno di Carol Shea-Porter, deputata del distretto per quattro mandati e punto di riferimento dei progressisti dello stato. Sullivan ha risposto che l'appoggio di Urrutia non conta "per niente".

Il vincitore affronterà probabilmente Anthony DiLorenzo, concessionario di automobili che ha finanziato in gran parte da solo i 2,5 milioni di dollari della sua campagna e che a luglio ha ricevuto l'appoggio del presidente. Nella primaria repubblicana se la vede con il deputato statale Brian Cole e con Hollie Noveletsky, a capo di un'azienda di carpenteria metallica. Noveletsky nel 2024 perse di misura la primaria per questo seggio e nel sondaggio dell'università era addirittura davanti a DiLorenzo. In New Hampshire si scelgono oggi anche i candidati per il governatore, per il secondo distretto e per le cariche e le assemblee statali. La governatrice repubblicana Kelly Ayotte ha un'opposizione minima nella primaria e sfiderà a novembre la democratica Cinde Warmington.

In New Hampshire chi è registrato come democratico o repubblicano può votare solo nella primaria del proprio partito. I circa 352.000 elettori senza affiliazione, il gruppo più numeroso tra i circa 899.000 iscritti alle liste (300.000 repubblicani e 247.000 democratici), possono invece scegliere in quale delle due votare. Nel 2024 furono espresse circa 135.000 schede nella primaria repubblicana e 118.000 in quella democratica. I seggi chiudono nella maggior parte dei comuni alle 19 ora locale (l'una di notte di mercoledì in Italia) e in una ventina di essi alle 20 (le 2 in Italia).

In Rhode Island si vota di mercoledì e non di martedì perché lo stato ha spostato la data di un giorno per dare più tempo agli uffici elettorali dopo la festa del Labor Day. McKee affronta la rivincita contro Helena Buonanno Foulkes, ex dirigente della catena di farmacie CVS. Nella primaria del 2022 l'aveva battuta di misura, con il 33 per cento contro il 30 di Foulkes e il 26 di una terza candidata, Nellie Gorbea. McKee era diventato governatore nel 2021 dalla carica di vicegovernatore, quando Gina Raimondo era entrata nell'amministrazione Biden.

Questa volta la sfida è a due e nella media dei sondaggi di Decision Desk HQ Foulkes è avanti 47 a 24 per cento e un sondaggio di WPRI ed Emerson College di fine agosto le dà 15 punti di vantaggio. Gli indecisi sono ancora molti, ma McKee è molto impopolare. Nel sondaggio dell'Università del New Hampshire di fine agosto l'80 per cento degli elettori del Rhode Island disapprova il suo operato, compresi il 71 per cento dei democratici registrati e l'83 per cento degli elettori senza affiliazione, che anche qui possono votare nella primaria di uno dei due partiti.

Il problema principale di McKee è il Washington Bridge, il ponte tra Providence ed East Providence. Nel 2023 il governatore ordinò la chiusura della carreggiata in direzione ovest per motivi di sicurezza e le conseguenze sul traffico e sull'economia dell'area metropolitana hanno esasperato gli elettori. Foulkes lo accusa di aver gestito male la chiusura e di aver riempito il dipartimento dei Trasporti di amici e alleati politici. McKee, che di recente ha incassato diversi appoggi sindacali, la attacca per il suo passato in CVS e per il ruolo della catena nell'eccesso di prescrizioni di oppioidi. Se perdesse con i circa 20 punti di distacco indicati dai sondaggi, McKee finirebbe tra le dieci peggiori sconfitte di un governatore in una primaria dal dopoguerra, secondo l'analisi di Skelley. Il record resta quello di Neil Abercrombie, che nel 2014 alle Hawaii perse 67,4 a 31,5 per cento contro David Ige. È l'ultimo caso di governatore eletto bocciato dal proprio partito.

A novembre il vincitore affronterà probabilmente Elaine Pelino, ex attrice e comica che si definisce "una repubblicana orgogliosamente MAGA", dal nome del movimento del presidente. In un sondaggio dell'università su un campione molto ridotto Pelino è avanti 42 a 17 per cento sul candidato sostenuto dal partito, Aaron Guckian. In corsa c'è anche l'indipendente Ken Block, intorno al 20 per cento nei sondaggi. I repubblicani non superano però il 40 per cento in una corsa per il governatore del Rhode Island dal 2006.

Sulla scheda democratica del Rhode Island ci sono anche due corse affollate e senza un candidato sostenuto dal partito, con oltre quattro elettori su dieci ancora indecisi nei sondaggi. I candidati sono cinque per vicegovernatore e quattro per procuratore generale. Tra i primi c'è l'uscente Sabina Matos, accusata giovedì dal rivale Xay Khamsyvoravong di appoggiarsi a un super PAC finanziato da aziende farmaceutiche, da una società di carceri private e da grandi aziende tecnologiche. I super PAC sono i comitati che possono raccogliere fondi senza limiti.

Tra i repubblicani, nel secondo distretto alla Camera il candidato del partito, il chirurgo Stephen Skoly, se la vede con l'imprenditore Vic Mellor. Mellor ha messo nella campagna oltre 2,7 milioni di dollari propri e si definisce "un orgoglioso J6er", cioè uno di quelli che entrarono nel Campidoglio il 6 gennaio 2021. Il vincitore sfiderà a novembre il deputato democratico Seth Magaziner.

Un'analisi del Providence Journal sulle liste elettorali mostra che dal 2024 molti elettori del Rhode Island hanno lasciato il Partito Democratico per registrarsi come indipendenti. Gli elettori senza affiliazione sono passati dal 47 al 51,5 per cento dei 792.404 iscritti, i democratici sono scesi dal 39,1 al 34,3 per cento e i repubblicani sono rimasti intorno al 14. Il voto anticipato di persona nei primi otto giorni è più che triplicato rispetto al 2024, 10.201 schede contro 3.611. L'affluenza alle primarie dello stato resta però bassa: sotto il 10 per cento nel 2024 e al 16,9 per cento nel 2022. I seggi chiudono alle 20 ora locale, le 2 di notte di giovedì in Italia.


Che cosa ci siamo detti nella diretta di domenica 6 settembre


A meno di due mesi dal voto del 3 novembre non è ancora chiaro con quali regole si voterà per posta negli Stati Uniti. Il 4 settembre una giudice federale ha sospeso fino alle elezioni le nuove procedure volute dalla Casa Bianca, ma nello stesso giorno in North Carolina sono partite le prime schede e una decina di elettori ha già votato. È stato questo il tema principale della diretta di ieri sera alle 21, insieme all’aggiornamento sui nostri modelli per Camera e Senato e all’accordo firmato a Caracas che coinvolge anche l’Eni.

Le dirette proseguono ogni domenica alle 21 fino al giorno del voto, su YouTube, Facebook e X. L’ultima parte di ogni appuntamento è dedicata alle domande del pubblico, raccolte nei commenti durante la trasmissione.
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Chi decide le regole del voto per posta


La diretta si è aperta con la ricostruzione di una vicenda che nelle ultime settimane è diventata difficile da seguire, tra nuovi regolamenti, ricorsi e decisioni contraddittorie dei tribunali. Il punto di partenza è il 31 marzo, quando Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che punta a cambiare le procedure del voto per posta, una modalità che il presidente contesta da anni perché la associa ai presunti brogli delle elezioni del 2020.

L’ordine esecutivo prevede tre cose: elenchi sulla cittadinanza compilati dal Dipartimento della Sicurezza Interna e trasmessi agli Stati, priorità alle indagini e alle azioni penali contro chi invia illegalmente schede a persone che non hanno diritto di voto e, soprattutto, l’incarico al servizio postale di introdurre nuovi requisiti per la spedizione delle schede.

Il 24 agosto la Corte Suprema, con 6 voti contro 3, ha sospeso il blocco che una corte inferiore aveva imposto all’ordine esecutivo, perché secondo la maggioranza dei giudici gli Stati lo avevano contestato troppo presto, prima che producesse un danno concreto. Una vittoria per Trump, ma non un’approvazione definitiva delle nuove regole, che restano impugnabili nel merito. Due giorni dopo è arrivato il regolamento definitivo del servizio postale: nuovi requisiti per le buste, codici a barre per tracciare le schede e caricamento dei dati dei destinatari su un portale federale, cosa che equivarrebbe a un elenco degli elettori gestito a livello federale. È il punto che nessuno degli Stati ricorrenti è disposto ad accettare.

Il 27 agosto la giudice federale Indira Talwani, di Boston, ha sospeso per 14 giorni le disposizioni del regolamento. Il 3 settembre l’Amministrazione ha chiesto alla Corte Suprema di sospendere anche questo blocco, ma il giorno successivo Talwani lo ha sostituito con un’ingiunzione preliminare che congela le nuove regole fino alle elezioni di novembre. La giudice contesta il potere del servizio postale di imporre quelle condizioni senza un’autorizzazione del Congresso e avverte che cambiare le procedure così tardi rischia di impedire il voto a milioni di elettori aventi diritto, oltre a generare un caos difficile da governare. Gli Stati sostengono ora che il ricorso presentato alla Corte Suprema sia superato, mentre la Casa Bianca ha depositato un nuovo esposto.

Alessandro Benedetto Carelli, collegato da Washington, ha spiegato che la battaglia riguarda in realtà chi abbia l’autorità di stabilire quelle regole: il Congresso oppure la Casa Bianca, che ritiene di poterlo fare attraverso il servizio postale. Uno scontro simile era già avvenuto nel 2020, nello stesso periodo dell’anno, quando il servizio postale pubblicò nuovi regolamenti e i democratici protestarono, mentre Trump parlava di brogli quando ancora non si era votato.

Nel frattempo restano in vigore le regole attuali, cioè il voto per posta senza codici univoci e senza registro nazionale. Il problema, ha aggiunto Carelli, è il calendario: se la Corte Suprema si esprimesse tra uno o due mesi, le persone che hanno già votato non sarebbero più una decina ma decine o centinaia di migliaia, soprattutto in Stati come Virginia, North Carolina, Colorado e Oregon. La Corte dovrebbe allora pronunciarsi anche sulla validità dei voti già espressi, oltre che sui regolamenti.

Un responsabile elettorale di contea che oggi deve spedire le schede, ha spiegato Carelli, dovrebbe procedere con le regole in vigore, perché l’ingiunzione della giudice ha valore federale finché la Corte Suprema non interviene. Il rischio esiste e riguarda anche i repubblicani: in Florida e in Arizona sono soprattutto gli anziani a votare per posta e, nonostante il calo degli ultimi anni dovuto proprio agli attacchi di Trump, resta una modalità molto usata dal suo elettorato. Cambiare le regole a votazioni iniziate aprirebbe inoltre una questione costituzionale sul diritto di voto.

C’è poi un elemento che rende il voto per posta più importante del solito: in alcuni Stati stanno chiudendo dei seggi. In Texas i luoghi dove si vota sono 92 in meno rispetto al 2024, dopo la revisione delle liste elettorali che ha eliminato elettori deceduti o inattivi da vent’anni ma che, in alcuni casi, ha cancellato anche persone regolarmente registrate e che avevano votato di recente, costrette poi a iscriversi di nuovo.

Quanto pesa davvero il voto per posta


Per dare una dimensione al problema, Lorenzo Ruffino ha ricordato che nel 2024 circa il 30% degli elettori americani ha votato per posta, vale a dire 48 milioni di persone. La diffusione cambia molto da Stato a Stato: in Oregon e Washington vota per posta quasi la totalità degli elettori, alle Hawaii, in Utah e in Colorado si supera il 90%, in California l’80% e in Arizona il 75%, mentre nel Sud la modalità è molto meno usata e nel Nord-est si ferma intorno al 30%.

Non è quindi una prerogativa degli Stati democratici, visto che riguarda tanto la California quanto lo Utah, uno degli Stati più repubblicani del Paese. Ed è un sistema sicuro: non esiste alcuna prova di manipolazione di massa e nel 2024, a differenza del 2020, anche i repubblicani lo hanno utilizzato senza problemi. Le schede respinte sono circa l’1% e quasi sempre per questioni di firma, perché manca oppure perché non corrisponde a quella depositata, non per voti falsi.

Diverse ricerche mostrano inoltre che il voto per posta non fa aumentare molto l’affluenza complessiva, perché è soprattutto un modo per anticipare il voto: l’effetto stimato è di circa 2 punti. Resta però un fattore importante in un Paese in cui si vota di martedì, in un normale giorno lavorativo e in cui i seggi sono molto più grandi dei nostri, con code che possono diventare chilometriche.

La data da tenere a mente adesso è quella del 19 settembre, termine ordinario per trasmettere le schede a tutti gli elettori militari e ai cittadini americani residenti all’estero. È una scadenza che riguarda anche chi conduce queste dirette, visto che Daniele Angrisani è cittadino americano e vota dall’Italia proprio per posta.

Il tasso di approvazione di Trump e il generic ballot


Con Davide Cocuzzi assente, è stato ancora Ruffino a occuparsi dei sondaggi sull’operato del presidente. Come Cocuzzi ha scritto nell’articolo pubblicato poche ore prima della diretta, c’è stata una risalita, ma il quadro resta profondamente negativo: nella nostra media l’approvazione è al 38,8% e la disapprovazione al 56,9%, per un net rating di -18. È il dato peggiore di sempre in questa fase del mandato, peggiore anche di quello del suo primo mandato e di quello di Joe Biden.

Le altre medie raccontano la stessa storia: il Silver Bulletin è a circa -19, molto vicino a noi, mentre RealClearPolitics resta la più favorevole al presidente con -16,5. Tra le singole rilevazioni ce ne sono poi alcune molto dure, come quella di Ipsos che indica un net rating di -30 e quella della University of Massachusetts che arriva a -32.

Secondo Ruffino è improbabile un forte recupero nei prossimi mesi. Pesano la guerra in Iran, un tema che rimane estremamente negativo e di cui gli elettori non vogliono sapere nulla e soprattutto il ritorno dell’inflazione, che il presidente ha finora scelto di ignorare. È il paradosso della sua situazione: sul costo della vita e sul prezzo della benzina Trump ha costruito la campagna che gli ha fatto vincere le elezioni meno di due anni fa, mentre oggi è uno dei temi su cui va peggio, insieme all’immigrazione.

Il generic ballot, cioè il sondaggio in cui si chiede agli elettori se voterebbero per un candidato democratico o repubblicano al Congresso senza indicarne il nome, non registra invece variazioni rispetto alla settimana scorsa e resta intorno ai 5,5-5,6 punti di vantaggio per i democratici. È un dato stabile da febbraio-marzo, con oscillazioni minime. Proprio questa settimana un’analisi del Silver Bulletin invitava a diffidare delle medie che mostrano grandi sbalzi nel generic ballot, perché di solito il problema sta nel modo in cui la media è costruita e non in movimenti reali dell’elettorato.

Come evolverà nei prossimi due o tre mesi non è chiarissimo. Storicamente le variazioni arrivano dopo il Labor Day, che quest’anno cadeva proprio lunedì e che segna l’inizio vero della campagna elettorale. Di norma in questa seconda fase i democratici perdono qualcosa. Con un presidente così impopolare, però, è possibile che non succeda nulla o che il vantaggio cresca, anche perché i sondaggi locali per il Senato sono migliori di quanto il solo generic ballot lascerebbe prevedere.

Le previsioni sulla Camera dei Rappresentanti


Il nostro modello continua a prevedere una vittoria democratica alla Camera con 223 seggi, contro una maggioranza fissata a quota 218, con una probabilità di circa l’80%. Il punto di equilibrio, ha spiegato Ruffino, è intorno ai tre punti di vantaggio nel generic ballot: sopra quella soglia i democratici dovrebbero vincere nonostante il gerrymandering repubblicano, mentre per perdere la Camera dovrebbero scendere attorno ai due punti e mezzo.

È uno scenario che appare improbabile, salvo scossoni di grande portata nei prossimi mesi, tanto che altri modelli sono ancora più favorevoli ai democratici del nostro. Storicamente, del resto, il partito all’opposizione conquista quasi sempre la maggioranza alla Camera nelle elezioni di metà mandato. Discorso diverso, invece, per il Senato.

Le previsioni sul Senato


Al Senato si parte da 53 seggi repubblicani contro 47 democratici, un vantaggio costruito nel 2024, quando Trump era sulla scheda elettorale. Questa volta però in palio ci sono soprattutto seggi repubblicani e per questo Carelli l’ha definita un’elezione che i repubblicani hanno da perdere.

Le corse più competitive sono sei: cinque sono oggi in mano ai repubblicani, ovvero Alaska, Iowa, Maine, Ohio e Texas, mentre una è democratica, il Michigan, dove il senatore Gary Peters non si ricandida e Abdul El-Sayed, vincitore delle primarie democratiche contro Haley Stevens, affronta il repubblicano Mike Rogers. Ai democratici non bastano 50 seggi: devono arrivare a 51, perché in caso di parità il voto decisivo spetta al vicepresidente JD Vance. Devono quindi vincerne quattro su sei, mentre il nostro modello ne stima 52.

Il Maine è stato vinto da Kamala Harris per circa 4 punti e il Michigan da Trump per 1,5: in entrambi i casi la situazione è complicata. Susan Collins ottiene sistematicamente più voti del candidato presidenziale repubblicano, intercettando anche molti elettori democratici. In Michigan, invece, Carelli ritiene la corsa competitiva perché il candidato democratico non è tra i migliori possibili, pur considerando più probabile una vittoria del suo partito.

Le vere sorprese restano Iowa e Ohio, due Stati che da tempo votano repubblicano. In Ohio si vota per il seggio che era di JD Vance e che è poi passato a Jon Husted, nominato dal governatore, il quale si trova ora ad affrontare l’ex senatore democratico Sherrod Brown. In Iowa il candidato democratico è Josh Turek e anche lì i sondaggi indicano una corsa aperta.

North Carolina e Georgia non rientrano invece tra le sei perché appaiono meno incerte. In North Carolina tutte le medie danno l’ex governatore Roy Cooper avanti tra i 4 e gli 8 punti sull’ex presidente del Comitato nazionale repubblicano Michael Whatley. In Georgia Jon Ossoff è avanti tra i 3 e i 6 punti a seconda della media, anche perché nelle primarie repubblicane c’è stata una battaglia interna in cui un candidato molto popolare, non appoggiato da Trump, ha rischiato di vincere.

Il problema per i democratici potrebbe arrivare da dove non se lo aspettano, cioè dal New Hampshire, dove tre o quattro sondaggi recenti hanno mostrato numeri preoccupanti. Chris Pappas, deputato del primo distretto dello Stato, era dato per vincente con un ampio margine, ma affronta John Sununu, già senatore e fratello dell’ex governatore, che negli ultimi rilevamenti si è avvicinato fino alla parità o a uno o due punti di distanza. Il Minnesota, altro seggio aperto, dovrebbe invece andare ai democratici.

Sul Texas, di cui avevamo già parlato la settimana scorsa, sono cominciate dal Labor Day le prime pubblicità elettorali pesanti, quelle che accompagneranno la campagna fino a novembre, con i repubblicani che stanno investendo molto. Il fatto stesso che il Texas sia competitivo rappresenta un problema per loro, perché è un mercato molto costoso e i soldi spesi lì vengono sottratti ad altre corse utili a difendere la maggioranza.

The 51st: l’intervista a Tommaso Labate


Nel frattempo è uscita la prima intervista di The 51st, la nuova rubrica curata da Salvatore Stanizzi. L’ospite è Tommaso Labate, firma da anni del Corriere della Sera e conduttore di Realpolitik su Rete 4.

Stanizzi ha spiegato di aver scelto Labate per tre ragioni. La prima è che il punto di vista giusto con cui aprire la rubrica era quello capace di dire che cosa noi europei, e in particolare noi italiani, sbagliamo quando leggiamo gli Stati Uniti. La seconda è che Labate ha sempre raccontato la politica andando oltre l’analisi dei fatti, attraverso i rapporti personali, le informazioni riservate e le voci nei palazzi. La terza è il rapporto tra Trump e Giorgia Meloni, oggi molto deteriorato, su cui serviva lo sguardo di un osservatore privilegiato della politica italiana.

Il passaggio più discusso è quello in cui Labate afferma che la solidità di una democrazia si dimostra quando le sue radici sono più forti del taglialegna armato di sega elettrica, e che proprio la Corte Suprema, anche sui dazi, si è dimostrata più solida della volontà di Trump. Una lettura che sembra in tensione con quanto accaduto il 24 agosto, quando la stessa Corte ha dato ragione all’Amministrazione sul voto per posta, seppure solo sul piano procedurale.

Secondo Stanizzi non c’è contraddizione, perché negli ultimi mesi le decisioni sono andate in entrambe le direzioni. La Corte si è pronunciata contro l’Amministrazione a giugno proprio sul voto per posta, stabilendo che vanno conteggiate anche le schede che arrivano dopo la chiusura dei seggi, poi sulla tutela della Federal Reserve e sui dazi; le ha invece dato ragione sull’abolizione dello ius soli, sullo sblocco dei lavori della East Wing, sulla riforma del finanziamento elettorale, sull’immigrazione e sull’immunità presidenziale. Labate non sostiene quindi che la Corte sia un argine totale a Trump, ma che una democrazia è solida quando le sue radici reggono a chi prova a forzarle: oggi il Partito Repubblicano appare molto appiattito sulle posizioni del presidente, mentre la Corte, pur avendo una maggioranza conservatrice schiacciante e giudici nominati dallo stesso Trump, ha votato più volte contro la sua volontà, in particolare bloccando l’uso sistematico degli ordini esecutivi.

La prossima intervista uscirà martedì e sarà con Kyle Kondik, managing editor del Crystal Ball, e sarà molto diversa dalla prima perché si sposterà sul terreno delle midterm, del gerrymandering e delle mappe elettorali. Seguiranno Larry Sabato e il corrispondente dalla Casa Bianca Jacopo Luzzi. Ogni intervista è composta da dieci domande, di cui la prima e l’ultima uguali per tutti (che cosa non riusciamo a vedere degli Stati Uniti e un ricordo personale legato al Paese), mentre le altre sette cambiano a seconda dell’ospite.

Labate: «L’elezione di Trump è stata la vera sfortuna di Meloni. A lui piace dare ordini»
La prima conversazione di The 51st è con Tommaso Labate, giornalista e conduttore di Realpolitik su Rete 4. Da Trump a Meloni, dalla nuova destra all’algoritmo, fino alla tenuta delle democrazie occidentali.
Focus AmericaSalvatore Stanizzi

L’accordo sul petrolio venezuelano e il ruolo dell’Eni


Mercoledì a Caracas è stato firmato il contratto di partecipazione produttiva degli idrocarburi, alla presenza del ministro dell’Energia americano Chris Wright, dell’amministratore delegato della società di Stato venezuelana, di Delcy Rodríguez e del ministro dell’Energia del Venezuela. Simona Fonda ha spiegato che l’Eni è firmataria dell’accordo e ne è la vera protagonista, Stati Uniti a parte.

All’azienda italiana spetta infatti la gestione e la responsabilità esclusiva, sia finanziaria sia commerciale, del giacimento Junín 5, che rientra tra i cosiddetti giant field e ha 35 miliardi di barili già certificati. Gli Stati Uniti hanno invece ottenuto l’accesso a 17 aree petrolifere, come avevamo raccontato nei giorni scorsi. L’Eni è presente in Venezuela dal 1998, quindi da 28 anni, con partecipazioni anche in altri giacimenti e nella produzione di gas.

Quanto queste opportunità dipendano dalla situazione politica venezuelana resta però una domanda aperta. L’accordo è stato concluso sotto la presidenza di Delcy Rodríguez, insediata dopo la cattura di Nicolás Maduro, che ha quindi tutto l’interesse a favorire l’Amministrazione americana. La popolazione venezuelana aveva inizialmente accolto bene l’intervento statunitense, perché quella di Maduro era una dittatura e perché il petrolio del Paese finiva ai russi, ma ora emerge un certo malcontento: molti speravano in una sostituzione del regime che non c’è stata.

C’è poi un elemento che dice qualcosa della politica estera dell’Amministrazione, apparentemente schizofrenica: Trump elogia quasi sempre Vladimir Putin, ma intanto gli sta togliendo gli alleati uno dopo l’altro, dal Venezuela all’Iran. In ogni caso, ha concluso Fonda, il Venezuela ha le riserve di petrolio più grandi al mondo e qualunque governo salga al potere avrà interesse a far ripartire l’economia.

La sessione finale di Q&A


La prima domanda del pubblico riguardava il socialismo democratico: consolidamento o moda passeggera? Secondo Fonda non è una moda, ma una corrente che ha preso piede soprattutto tra i giovani. All’interno del Partito Democratico sembra però in atto una correzione di rotta verso il centro, mai dichiarata apertamente: anche esponenti della sinistra come Alexandria Ocasio-Cortez hanno cominciato a insistere su lavoro ed economia, temi concreti in un Paese in cui le uova sono arrivate a costare 20 dollari a confezione.

Un’altra domanda chiedeva se Trump sia ormai al livello di Jimmy Carter nel 1980. Stanizzi ha risposto che il paragone non è campato in aria sul piano dei numeri, visto che alcune rilevazioni danno il presidente al 36% e altre addirittura al 33%, mentre Carter toccò il minimo nel settembre del 1980 con il 37-38% di approvazione e il 55% di disapprovazione, prima di perdere sonoramente contro Ronald Reagan. La differenza decisiva, però, è che Carter era candidato e Trump no: le midterm sono 435 elezioni alla Camera, 35 seggi al Senato e le corse per i governatori, non un referendum su una singola persona, per quanto il presidente tenda a personalizzare ogni sfida. Alla proposta di un paragone alternativo con Bush nel 2006, Stanizzi ha ricordato che quattro anni prima, con l’11 settembre di mezzo, allo stesso Bush le midterm erano invece andate molto bene.

Sul Kansas, Carelli ha descritto una situazione simile a quella del Nebraska: candidati indipendenti che sfidano i repubblicani perché il Partito Democratico è troppo impopolare per farlo direttamente, con i candidati democratici usciti dalle primarie che si sono ritirati per non togliere voti. In Kansas prevede comunque una vittoria repubblicana, salvo una sconfitta nazionale di proporzioni simili a quella del 2006. Guarderebbe piuttosto al Nebraska, dove Dan Osborn aveva già perso di poco contro Deb Fischer e ora affronta Pete Ricketts, più vulnerabile perché da governatore si era autonominato al Senato.

A chi chiedeva se i democratici possano davvero vincere in Ohio o in Texas, Ruffino ha risposto che i sondaggi sono ottimi per loro un po’ ovunque, non solo in quei due Stati. L’Ohio appare più alla portata, perché Sherrod Brown ha rappresentato lo Stato per molti anni prima di perdere e resta un nome forte e molto conosciuto. Il Texas è invece più difficile da prevedere: tutti i sondaggi danno James Talarico leggermente avanti, cosa che nel 2018 non era mai accaduta, ma molto dipenderà dagli elettori ispanici, passati in larga parte ai repubblicani nel 2024 e che Trump sembra aver perso con le politiche sull’immigrazione. Il punto è capire se andranno davvero a votare, visto che hanno storicamente un’affluenza più bassa. Non è un caso che anche i seggi della Camera in bilico in Texas siano quelli del sud dello Stato, dove la popolazione ispanica è altissima.

L’ultima domanda riguardava Susan Collins. Carelli, che ha dichiarato apertamente il proprio bias di ammiratore della senatrice, ha spiegato che il problema dei democratici nasce dalla sostituzione del candidato: Jackson è più forte di Platner, ha esperienza legislativa a livello statale, viene dalla stessa contea di Collins e può attrarre elettori rurali, ma ha cambiato posizione praticamente su tutto rispetto a quando era un democratico conservatore contrario all’aborto e al matrimonio omosessuale. Se i democratici vinceranno, sarà quindi più per i fundamentals che per il candidato: nel 2024 il Maine ha tenuto meglio della media nazionale, con Harris scesa a 4-5 punti di vantaggio rispetto agli 8-9 di Biden.

Collins resta però un caso a parte, con elettori democratici anziani che continuano a dirsi soddisfatti del suo lavoro. Oggi presiede inoltre la commissione Appropriazioni, decidendo dove vanno i soldi stanziati e potendo quindi dirottarli nel proprio Stato: è quello che fece Lisa Murkowski per l’Alaska, contribuendo alla sua rielezione. Le due campagne sono agli antipodi, con Collins concentrata sui risultati ottenuti e Jackson all’attacco sul fatto che sia senatrice dai tempi di Bill Clinton pur avendo promesso di fermarsi dopo due mandati. Per Carelli sarà sul filo del rasoio.

Sono rimaste fuori le domande sull’Alaska e quella sul seggio del Missouri, dove la Corte Suprema dello Stato ha bloccato la nuova mappa elettorale e la vicenda potrebbe finire davanti alla Corte Suprema federale: ne parleremo nelle prossime dirette.

Chi non ha seguito la diretta può rivederla sul nostro sito. Il prossimo appuntamento è domenica alle 21.


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La rassegna stampa di martedì 8 settembre 2026


I dazi ritorsivi del Canada aprono una nuova fase della guerra commerciale, mentre proseguono le indagini sullo schianto del cargo Amazon a Miami e i prezzi record della benzina segnano il Labor Day, con l'America che ricorda l'11 settembre a venticinque anni dagli attentati

Questa è la rassegna stampa di martedì 8 settembre 2026

Il Canada impone nuovi dazi sui prodotti americani e la guerra commerciale si intensifica


I dazi ritorsivi di Ottawa su circa 27,6 miliardi di dollari di beni statunitensi entrano in vigore dopo la mezzanotte di martedì, in risposta alle tariffe recenti imposte dall'Amministrazione Trump. Il presidente ha reagito invocando sui social un boicottaggio del gruppo canadese Bombardier, alimentando i timori di un'ulteriore escalation.

Fonti: New York Times, Financial Times, Semafor

Le indagini sullo schianto dell'aereo cargo di Amazon a Miami si concentrano su velocità e sicurezza della pista


Un aereo cargo Boeing operato per Amazon è uscito di pista per circa 400 metri durante il fine settimana del Labor Day, prendendo fuoco e travolgendo due veicoli con otto persone a bordo. La presidente dell'NTSB ha definito la scena "devastante" e ha annunciato il recupero delle scatole nere, mentre l'inchiesta valuta la velocità del velivolo e le protezioni di fine pista.

Fonti: New York Times, Wall Street Journal, ABC News

I prezzi della benzina toccano un record per il Labor Day mentre prosegue la guerra con l'Iran


Il prezzo medio del carburante ha raggiunto i 4,14 dollari al gallone, il valore più alto mai registrato per il fine settimana del Labor Day, superando il precedente record del 2012. L'impennata è legata alle interruzioni energetiche provocate dalla guerra con l'Iran, che pesano sui consumatori sia negli Stati Uniti sia nella Repubblica islamica.

Fonti: The Hill, Semafor

La campagna per le elezioni di metà mandato entra nella fase decisiva


I candidati nelle corse più contese per la Camera e il Senato hanno aperto la volata finale con eventi per il Labor Day tra feste, sedi sindacali e parate. I riflettori sono puntati su Dallas, dove i repubblicani tengono una convention di due giorni per rilanciare le loro possibilità alle urne.

Fonti: ABC News, The Hill

Un seggio democratico al Senato è a rischio nel New Hampshire con l'avanzata di Sununu


Il New Hampshire non elegge un senatore repubblicano da sedici anni, ma i democratici rischiano ora di perdere il seggio a favore dell'erede di una dinastia politica. Un'eventuale sconfitta comprometterebbe le loro possibilità di controllare la camera alta.

Fonti: Bloomberg

Trump pubblica una mappa con la bandiera americana estesa su Canada, Groenlandia e Messico


Il presidente ha diffuso sui social una mappa in cui il disegno della bandiera statunitense ricopre gran parte del Nord America, oltre all'Islanda e ad alcune isole caraibiche. Il post si inserisce nelle sue ripetute rivendicazioni territoriali oltre i confini degli Stati Uniti.

Fonti: The Hill

A venticinque anni dall'11 settembre, l'America riflette tra divisioni e nuovi documenti


Nel venticinquesimo anniversario degli attentati, il dibattito politico si interroga sulla perdita dell'unità nazionale seguita alla tragedia e sulle fratture che ne sono derivate. L'amministrazione Mamdani a New York rende intanto pubbliche oltre 170.000 pagine sui rischi per la qualità dell'aria attorno a Ground Zero, mentre i procuratori rinunciano a un appello per proteggere il processo del 2028 al presunto ideatore degli attacchi.

Fonti: Wall Street Journal, New York Times, Fox News

Hunter Biden lancia una meme coin ispirata alla vicenda del suo laptop


Il figlio dell'ex presidente Joe Biden ha annunciato il debutto di una criptovaluta meme, scambiata con il simbolo $LAPTOP, in riferimento alla controversia che lo ha travolto dal 2020. Il lancio, anticipato dal Wall Street Journal, è stato promosso con un video che raccoglie spezzoni di servizi giornalistici sul caso.

Fonti: The Hill

Le forze statunitensi affondano una nave rifornimento legata a un cartello ecuadoriano nel Pacifico


Il Comando Sud ha reso noto che le forze americane hanno affondato un'imbarcazione del gruppo Los Choneros nell'Oceano Pacifico orientale, ritenuta di supporto al narcotraffico via mare. L'operazione rientra nella crescente pressione militare di Washington contro le reti di traffico di droga nella regione.

Fonti: Fox News

Corey Lewandowski al centro del potere al dipartimento della Sicurezza interna


Lo stretto consigliere della segretaria Kristi Noem avrebbe di fatto controllato miliardi di dollari di spesa al dipartimento della Sicurezza interna. Lewandowski nega di aver cercato affari o di aver avuto un ruolo nell'assegnazione degli appalti dell'agenzia.

Fonti: Wall Street Journal

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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