Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Lo scandalo Swalwell travolge la corsa al governatore della California


La procura di Manhattan apre un'indagine per violenza sessuale. Il deputato perde sostenitori, finanziamenti e alleati politici in poche ore, ma continua a dichiararsi innocente

La candidatura di Eric Swalwell a governatore della California è in caduta libera. A meno di due mesi dalle primarie, il deputato democratico ha perso in poche ore l'appoggio dei principali leader del suo partito, dei suoi stessi collaboratori e della piattaforma che raccoglieva i fondi per la sua campagna. La procura distrettuale di Manhattan ha aperto un'indagine sulle accuse di violenza sessuale mosse contro di lui da quattro donne.

Le accuse, pubblicate venerdì dal San Francisco Chronicle e dalla CNN, hanno innescato una reazione a catena senza precedenti. L'ex speaker della Camera Nancy Pelosi ha dichiarato di aver parlato direttamente con Swalwell, consigliandogli di ritirarsi. Il leader dei democratici alla Camera Hakeem Jeffries gli ha chiesto di abbandonare la corsa. Il senatore della California Adam Schiff e il senatore dell'Arizona Ruben Gallego, entrambi suoi alleati di lunga data, hanno ritirato il loro sostegno. Tutti e 21 i suoi sostenitori al Congresso gli hanno voltato le spalle.

Il deputato Jimmy Gomez, copresidente della campagna di Swalwell, si è dimesso dall'incarico dichiarando alla CNN di aver appreso "informazioni scioccanti contenenti le accuse più gravi e orribili immaginabili". Courtni Pugh, consigliera di primo piano e collegamento con i sindacati, ha lasciato la campagna "non appena ho saputo della gravità delle accuse". La potente California Teachers Association ha ritirato il suo endorsement e sabato altri importanti sindacati hanno fatto lo stesso.

La piattaforma di raccolta fondi ActBlue, fondamentale per le campagne democratiche, ha smesso di accettare donazioni per Swalwell. Anche il comitato indipendente Californians for a Fighter, che lo sosteneva, ha sospeso ogni attività.

La procura di Manhattan ha invitato chiunque abbia informazioni sulle accuse a contattare la sua divisione per i reati sessuali, specificando di disporre di "procuratori, investigatori e consulenti appositamente formati". L'indagine riguarda in particolare un presunto episodio avvenuto a New York nel 2024.

Le accuse più gravi arrivano da un'ex collaboratrice che ha lavorato negli uffici di Swalwell in California e a Washington. La donna ha raccontato al San Francisco Chronicle e alla CNN di essere stata violentata due volte dal deputato, nel 2019 e nel 2024, quando era troppo ubriaca per dare il consenso. La prima volta lavorava ancora per lui, assunta a 21 anni nel suo ufficio in California. La CNN ha poi raccolto le testimonianze di altre tre donne che accusano Swalwell di messaggi sessuali non richiesti, invio di foto di nudo e contatti fisici indesiderati.

Lo stesso staff di Swalwell gli si è rivoltato contro. In una dichiarazione congiunta non firmata, diffusa sabato, i collaboratori della campagna e dell'ufficio congressuale si sono detti "inorriditi" dalle notizie pubblicate. "Siamo dalla parte della nostra ex collega e delle altre donne che si sono fatte avanti", si legge nel comunicato ottenuto dal Washington Post. I collaboratori hanno precisato che chi resta al proprio posto lo fa solo per tutelare i colleghi più giovani, che non possono permettersi di rinunciare "immediatamente al proprio stipendio e ai propri benefit".

Swalwell, 45 anni, continua a respingere ogni accusa. In un video pubblicato venerdì sera sui social, ha definito le accuse di violenza sessuale "completamente false". Ha ammesso di non essere "perfetto né un santo" e di aver "commesso errori di giudizio", ma ha sostenuto che quei "sbagli riguardano me e mia moglie. A lei mi scuso profondamente per averla messa in questa posizione". Ha aggiunto che le accuse sarebbero politicamente motivate, dato che era tra i favoriti nella corsa al governatore. Swalwell non ha chiarito se intende ritirarsi, limitandosi a dire che avrebbe trascorso il fine settimana con la famiglia per poi fornire un aggiornamento "molto presto".

Hear it directly from me. These allegations are flat false. And I will fight them. pic.twitter.com/bQSlCquD1U
— Rep. Eric Swalwell (@RepSwalwell) April 11, 2026


Il commentatore politico Mark Z. Barabak scrive sul Los Angeles Times che la campagna di Swalwell "è morta, e molto probabilmente anche la sua carriera politica", ricordando che il deputato aveva scelto di candidarsi a governatore rinunciando alla rielezione al Congresso. Barabak paragona la sua smentita categorica a quella di Bill Clinton nel caso Lewinsky.

Lo scandalo sconvolge una corsa al governatore già caotica. La California, che elegge un governatore democratico da vent'anni, vota con un sistema di primarie apartitiche in cui i primi due classificati, indipendentemente dal partito, accedono al ballottaggio di novembre. Swalwell era tra i primi nei sondaggi con meno del 20%, in un campo affollato di candidati democratici e due repubblicani. Per i democratici lo scenario peggiore è quello di una frammentazione del voto che potrebbe permettere a due candidati repubblicani di qualificarsi per le elezioni generali del 3 novembre.

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Sono già falliti i negoziati tra Stati Uniti e Iran a Islamabad, Vance lascia il Pakistan


Il vicepresidente americano annuncia che Teheran ha rifiutato le condizioni di Washington sul nucleare. Restano irrisolti i nodi sullo Stretto di Hormuz e sull'uranio arricchito

Ventuno ore di negoziati diretti tra Stati Uniti e Iran si sono concluse senza alcun accordo nella notte tra sabato e domenica a Islamabad. Il vicepresidente americano J.D. Vance si è presentato davanti alla stampa alle 6:30 del mattino ora locale, con il volto provato, per annunciare il fallimento delle trattative. "Hanno scelto di non accettare le nostre condizioni", ha detto Vance in una breve conferenza stampa all'hotel Serena, nella capitale pakistana, prima di ripartire immediatamente per Washington.

L'incontro tra le delegazioni americana e iraniana, mediato dal Pakistan, rappresentava il più alto livello di contatto diretto tra i due Paesi dalla rivoluzione islamica del 1979. A soli sei settimane dall'uccisione della guida suprema iraniana, l'ayatollah Ali Khamenei, in un raid americano-israeliano, il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf e il vicepresidente Vance si sono stretti la mano e hanno avviato colloqui descritti da funzionari iraniani come "cordiali e calmi", secondo quanto riportato dal New York Times.

Il nodo centrale che ha impedito un'intesa riguarda il programma nucleare iraniano. Vance ha dichiarato che gli Stati Uniti esigono "un impegno chiaro" da parte dell'Iran "a non dotarsi di un'arma nucleare e a non cercare gli strumenti che permetterebbero di ottenerla rapidamente". Secondo Washington, i siti di arricchimento dell'uranio sono stati distrutti durante i bombardamenti americani e israeliani, ma resta la questione di circa 400 chili di uranio altamente arricchito al 60%, che si troverebbero ancora sepolti sotto le macerie, in particolare nel sito di Isfahan. Gli Stati Uniti ne chiedevano l'estrazione e il trasferimento fuori dall'Iran.

.@VP: "The simple fact is that we need to see an affirmative commitment that they will not seek a nuclear weapon, and they will not seek the tools that would enable them to quickly achieve a nuclear weapon." t.co/A6Wl97qbAV pic.twitter.com/DNEL4JSlj2
— Rapid Response 47 (@RapidResponse47) April 12, 2026


I punti di blocco, secondo due funzionari iraniani citati dal New York Times, erano tre: la riapertura dello Stretto di Hormuz, il destino delle scorte di uranio arricchito e la richiesta iraniana di sbloccare circa 27 miliardi di dollari di fondi congelati all'estero. Washington pretendeva la riapertura immediata dello stretto, attraverso cui transita il 20% del petrolio mondiale, ma Teheran ha rifiutato di rinunciare a quella che considera la sua principale leva negoziale, dichiarandosi disponibile a riaprirlo solo dopo un accordo di pace definitivo. L'Iran ha inoltre chiesto riparazioni di guerra per i danni subiti durante sei settimane di bombardamenti, richiesta respinta dagli americani.

La posizione americana era chiara fin dall'inizio: zero arricchimento di uranio consentito e consegna dell'intero arsenale nucleare. La stessa linea che l'inviato speciale Steve Witkoff aveva già espresso nei contatti diplomatici con l'Iran tra gennaio e febbraio sotto la mediazione dell'Oman. Vance ha affermato che la delegazione americana si è mostrata "piuttosto flessibile" e "piuttosto conciliante", aggiungendo che il presidente Trump aveva dato istruzioni di "negoziare in buona fede".

La delegazione americana comprendeva, oltre a Vance, l'inviato speciale Witkoff e Jared Kushner, genero del presidente. Quella iraniana contava più di settanta persone, tra cui il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, alti funzionari della sicurezza e il governatore della Banca Centrale, a indicare la serietà con cui Teheran affrontava i colloqui. Vali Nasr, professore ed esperto di Iran alla Johns Hopkins University, ha dichiarato al New York Times che una delegazione così ampia viene dispiegata di solito nelle fasi finali di un negoziato, non per un primo sondaggio esplorativo.

Durante le ventuno ore di trattative, Vance ha parlato con il presidente Trump almeno sei volte, oltre che con il segretario di Stato Marco Rubio, il segretario alla Difesa Pete Hegseth e il segretario al Tesoro Scott Bessent. Trump, nel frattempo, si trovava a Miami per assistere a un incontro di arti marziali miste al Kaseya Center, accompagnato da Rubio. Parlando con i giornalisti prima di partire dalla Casa Bianca, il presidente aveva minimizzato l'importanza dei negoziati: "Che si arrivi a un accordo o meno, non mi interessa. Abbiamo vinto".

La reazione iraniana è stata contenuta. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baqaei, ha scritto su X che i colloqui hanno riguardato "diverse dimensioni dei temi principali, incluso lo Stretto di Hormuz, la questione nucleare, le riparazioni di guerra, la revoca delle sanzioni e la fine completa della guerra". In dichiarazioni successive alla televisione di Stato, Baqaei ha aggiunto che non ci si doveva aspettare un accordo in una sola sessione e che i contatti con il Pakistan e altri interlocutori regionali sarebbero proseguiti.

Un elemento di sorpresa ha caratterizzato la chiusura dei negoziati: gli iraniani si aspettavano una pausa prima di riprendere i colloqui domenica, come riportato da Le Monde. Invece Vance ha annunciato la partenza immediata, lasciando sul tavolo quella che ha definito "la nostra offerta finale e migliore". Un funzionario pakistano informato sull'andamento dei colloqui, citato dal Washington Post, ha riferito che Vance ha lasciato il Paese senza piani per ulteriori contatti.

Sul piano militare, mentre i negoziati erano in corso, due cacciatorpediniere americani hanno attraversato lo Stretto di Hormuz per avviare operazioni di sminamento, secondo il Comando Centrale americano. L'Iran ha smentito il transito. L'agenzia di stampa Fars, vicina ai servizi di sicurezza iraniani, ha citato un funzionario anonimo secondo cui "l'Iran non ha fretta e finché gli Stati Uniti non accetteranno un accordo ragionevole, la situazione nello Stretto di Hormuz non cambierà".

La posta in gioco resta altissima. Il cessate il fuoco di due settimane, concordato il 7 aprile, scade il 21 aprile. Un'eventuale ripresa delle ostilità avrebbe conseguenze gravi sui mercati energetici: dall'inizio della guerra i prezzi della benzina negli Stati Uniti hanno superato i 4 dollari al gallone e l'inflazione è salita al 3,3%. Il conflitto, iniziato il 28 febbraio con attacchi americani e israeliani contro l'Iran, ha causato almeno 1.701 vittime civili iraniane, di cui 254 bambini, secondo la Human Rights Activists News Agency, e 2.020 morti in Libano nei combattimenti tra Israele e Hezbollah.

Il ministro degli Esteri pakistano, Ishaq Dar, ha chiesto a entrambe le parti di rispettare il cessate il fuoco, dichiarando che Islamabad continuerà a svolgere il suo ruolo di mediatore. David Sanger, corrispondente del New York Times dalla Casa Bianca, ha osservato che entrambe le parti ritengono di aver prevalso nel primo round: gli Stati Uniti per la potenza militare dispiegata, l'Iran per essere sopravvissuto. "Nessuna delle due parti sembra incline al compromesso", ha scritto.

@VP

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

La rassegna stampa di domenica 12 aprile 2026


Falliscono i colloqui USA-Iran dopo 21 ore di negoziati, l'Amministrazione Trump licenzia giudici dell'immigrazione e indagini su Swalwell scuotono i democratici californiani

Questa è la rassegna stampa di domenica 12 aprile 2026

Falliscono i colloqui USA-Iran dopo 21 ore di negoziati


Il vicepresidente Vance ha annunciato il fallimento dei negoziati con l'Iran dopo 21 ore di colloqui a Islamabad, mediati dal Pakistan. I negoziati, definiti storici e mirati a porre fine al conflitto in Medio Oriente, si sono arenati sulla riluttanza di Teheran a fare concessioni sulle armi nucleari, mentre Trump seguiva un incontro UFC a Miami.

Fonti: New York Times, Financial Times, The Hill

L'Amministrazione Trump licenzia giudici dell'immigrazione per aver bloccato le espulsioni


L'Amministrazione Trump ha bruscamente licenziato diversi giudici dell'immigrazione che avevano bloccato le espulsioni di studenti pro-palestinesi. Il provvedimento rappresenta l'ultimo sforzo dell'amministrazione per rimodellare i tribunali dell'immigrazione del paese e accelerare le politiche di espulsione.

Fonti: New York Times

Il procuratore di Manhattan indaga su Eric Swalwell per accuse di aggressione sessuale


L'ufficio del procuratore distrettuale di Manhattan ha aperto un'indagine su Eric Swalwell, deputato democratico candidato a governatore della California, per accuse di aggressione sessuale. Swalwell ha fermamente negato le accuse di una ex collaboratrice, mentre leader democratici come Nancy Pelosi e Adam Schiff chiedono la sua ritirata dalla corsa.

Fonti: New York Times, The Guardian, Wall Street Journal

Le elezioni ungheresi potrebbero porre fine al potere di Orbán


Gli ungheresi votano domenica in elezioni che potrebbero porre fine ai 16 anni di governo del primo ministro Viktor Orbán, privando Vladimir Putin e Donald Trump del loro più stretto alleato in Europa. I sondaggi suggeriscono una situazione incerta, nonostante Orbán abbia modificato il sistema elettorale a suo vantaggio nel corso degli anni.

Fonti: New York Times, Bloomberg

Un secondo medico venezuelano detenuto in Texas dagli agenti dell'immigrazione


Un medico del pronto soccorso venezuelano è stato detenuto sabato in Texas dagli agenti dell'immigrazione, solo pochi giorni dopo la detenzione di un medico di famiglia. Entrambi i dottori stavano viaggiando quando sono stati presi in custodia, evidenziando l'intensificarsi delle operazioni di controllo dell'immigrazione.

Fonti: New York Times

Una corte d'appello autorizza la continuazione dei lavori per la sala da ballo della Casa Bianca


Una corte d'appello federale ha stabilito che i lavori di costruzione della sala da ballo della Casa Bianca possono continuare temporaneamente fino al 17 aprile. La decisione arriva mentre l'Amministrazione Trump contesta una sentenza di un tribunale inferiore che richiedeva l'approvazione del Congresso per il progetto da 300 milioni di dollari.

Fonti: NPR, The Hill

La Cina si prepara a consegnare nuovi sistemi di difesa aerea all'Iran


Secondo fonti dell'intelligence americana, la Cina si starebbe preparando a consegnare nuovi sistemi di difesa aerea all'Iran nelle prossime settimane. La mossa arriva dopo oltre un mese di attacchi americani e israeliani alle capacità militari e missilistiche iraniane, complicando ulteriormente la situazione geopolitica.

Fonti: The Hill

Le banche di Wall Street si preparano a registrare 40 miliardi di ricavi dal trading


I cinque maggiori istituti di credito americani dovrebbero annunciare i più alti ricavi combinati dal trading dal 2014, grazie alla volatilità riaccesa dalla guerra in Iran. Il conflitto in Medio Oriente ha creato opportunità significative per i trader delle grandi banche, con ricavi stimati in 40 miliardi di dollari.

Fonti: Financial Times

Gli astronauti di Artemis II fanno ritorno a Houston dopo la missione lunare


I quattro astronauti della missione Artemis II della NASA hanno fatto un emozionante ritorno a Houston, un giorno dopo l'ammaraggio nel Pacifico al termine del loro viaggio lunare di 10 giorni. La missione ha portato gli esseri umani più lontano dalla Terra di quanto sia mai accaduto nella storia, segnando un momento storico per l'esplorazione spaziale americana.

Fonti: New York Times, BBC News

I democratici si riuniscono per delineare i candidati presidenziali del 2028


La convention della National Action Network ha ospitato il primo grande raduno dei potenziali candidati democratici per le elezioni presidenziali del 2028. L'evento ha mostrato sia le similitudini che le differenze in un campo aperto di possibili contendenti, mentre il partito inizia a riorganizzarsi dopo la sconfitta del 2024.

Fonti: New York Times

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

I riassuntazzi fatti dalla IA di di Google stanno diffondendo disinformazione su una scala senza precedenti nella storia umana

Un'analisi condotta da Oumi per il New York Times ha rilevato che i riassunti generati dall'IA, che compaiono sopra i risultati di ricerca di Google, sono accurati nel 91% circa dei casi, il che si traduce in decine di milioni di risposte errate che le overview basate di Google forniscono ogni ora, e centinaia di migliaia ogni minuto

futurism.com/artificial-intell…

@aitech

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Ungheria al voto, tra il declino di Orbán e l'ingerenza americana


Domenica gli ungheresi scelgono il nuovo governo. Per la prima volta in 16 anni il premier rischia la sconfitta, mentre il vicepresidente Vance è volato a Budapest per sostenere un alleato chiave del movimento conservatore globale

Viktor Orbán potrebbe perdere. Dopo quattro mandati consecutivi dal 2010, il primo ministro ungherese affronta domani le elezioni più incerte della sua carriera. I sondaggi danno in vantaggio il partito Tisza, guidato da Péter Magyar, un ex fedelissimo di Fidesz che ha rotto con il premier due anni fa. Se il risultato confermasse i numeri dei sondaggi, si tratterebbe di un terremoto politico non solo per l'Ungheria, ma per l'intera Europa e per il movimento conservatore che da Washington a Mosca ha fatto di Orbán un modello.
Elezioni parlamentari Ungheria 2026

Elezioni 2026
Ungheria al voto: Magyar sfida Orbán
Tutti i sondaggi della campagna elettorale — voto il 12 aprile 2026

Tracker Medie Tabella

Tisza

Media mobile

Fidesz

Media mobile

Filtra per tipo di istituto
Tutti Indipendenti / Opp. Vicini al governo

Tisza

Fidesz

Media mobile

I sondaggi degli istituti pro-governo (cerchietto arancione) mostrano sistematicamente un quadro più favorevole a Fidesz. Lo scarto medio tra le due categorie supera i 10 punti.

Medie degli aggregatori internazionali

Proiezione seggi per istituto

Possibili maggioranze

Proiezioni basate sugli ultimi sondaggi di ciascun istituto. Maggioranza semplice: 100 seggi. Supermajority (2/3): 133.

Tutti i sondaggi — intera campagna elettorale 2026
Tutti Indipendenti Governo

DataIstitutoLeadTiszaFideszMHDK


Elaborazione FocusAmerica su fonti: Wikipedia, PolitPro, Politico Europe, Europe Elects, Euronews · 11 aprile 2026

Il voto arriva in un momento di forte pressione internazionale su Budapest. Il vicepresidente americano J.D. Vance è volato in Ungheria martedì per partecipare a un comizio elettorale insieme a Orbán, come se fossero compagni di lista. A febbraio il Segretario di Stato Marco Rubio aveva già visitato Budapest, dichiarando davanti alle telecamere che "il presidente Trump è profondamente impegnato nel vostro successo". Trump stesso ha moltiplicato gli endorsement a favore di Orbán, con una forza paragonabile a quelli che riserva ai candidati nelle elezioni americane di medio termine. Ieri ha scritto sulla sua piattaforma Truth Social che gli Stati Uniti useranno "tutta la loro potenza economica" per aiutare l'Ungheria, aggiungendo: "Siamo entusiasti di investire nella prosperità futura che sarà generata dalla leadership di Orbán".

Questo livello di coinvolgimento americano in un'elezione europea non ha precedenti recenti. Diversi ambasciatori occidentali a Budapest, che hanno parlato con l'Atlantic in forma anonima, hanno definito ironico il fatto che Trump abbia espresso pubblicamente il suo sostegno a Orbán nello stesso periodo in cui il Ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó ammoniva gli ambasciatori europei a non intromettersi nel voto. Il messaggio, secondo i diplomatici, era che le interferenze esterne fossero accettabili solo se a favore del governo. Vance ha rafforzato il concetto dichiarando di voler "mandare un segnale" ai funzionari europei perché restassero fuori dalla competizione elettorale, e raccontando di aver chiesto a Orbán durante un pranzo: "Cosa posso fare per aiutarti?".

L'interesse americano per l'Ungheria si spiega con il ruolo che Orbán ha assunto nell'immaginario della destra conservatrice globale. Nel 2022 Budapest ha ospitato la prima edizione europea del Conservative Political Action Conference, il principale raduno della destra americana. Orbán vi accolse politici statunitensi ed europei presentando l'Ungheria come "un laboratorio in cui abbiamo testato l'antidoto al dominio progressista". Da anni istituzioni e pensatori conservatori americani promuovono l'"orbánismo" come modello di governo anti-globalista, anti-immigrazione e ostile a Bruxelles. Come ha scritto il New Yorker, alcuni esponenti della destra americana si sono trasferiti in Ungheria per lavorare in enti legati a Fidesz, trovando in cambio una cornice ideologica per le loro battaglie culturali.

Ma il modello Orbán mostra crepe profonde. L'economia ungherese ha ristagnato per tre anni consecutivi a partire dal 2023. L'inflazione è stata tra le più alte d'Europa. La decisione dell'Unione Europea di congelare miliardi di euro di fondi destinati a Budapest, per violazioni dello stato di diritto, ha aggravato la situazione. Zoltán Török, responsabile della ricerca di Raiffeisen Bank Hungary, ha spiegato all'Atlantic che "l'Ungheria è un caso anomalo, e questo dipende esclusivamente dalle decisioni politiche del primo ministro". Il Financial Times ha rivelato che aziende controllate da tredici stretti collaboratori di Orbán, compreso il genero, hanno ricevuto contratti pubblici per 28 miliardi di euro tra il 2010 e il 2025. Lőrinc Mészáros, amico d'infanzia del premier e un tempo idraulico, è diventato l'uomo più ricco del paese.

L'erosione del consenso interno rende la scommessa americana ancora più rischiosa. Come ha osservato Istvan Dobozi in una lettera al Wall Street Journal, la visita di Vance "comporta rischi: invita accuse di interferenza politica straniera, lo lega a un leader che potrebbe perdere e può rafforzare la narrazione dell'opposizione ungherese secondo cui Orbán dipende da sostegni esterni, da Washington come da Mosca". Quella percezione potrebbe galvanizzare ulteriormente gli elettori anti-Orbán in un momento decisivo.

Il legame tra Orbán e Mosca è l'altro elemento che rende queste elezioni cruciali per l'Europa. Audio trapelati di recente hanno rivelato che il Ministro degli Esteri Szijjártó ha discusso con il suo omologo russo Sergei Lavrov strategie per promuovere gli interessi del Cremlino all'interno dell'Unione Europea, offrendosi di condividere documenti sull'adesione dell'Ucraina alla UE. L'Ungheria è uno dei pochi Paesi europei che non ha ridotto la dipendenza dal petrolio russo dopo l'invasione dell'Ucraina nel 2022. Orbán ha mantenuto rapporti cordiali con Putin, ha ostacolato ripetutamente gli sforzi europei di aiuto a Kyiv e ha bloccato un prestito europeo multimiliardario all'Ucraina. I suoi veti nel Consiglio Europeo hanno impedito l'adozione di nuove sanzioni contro la Russia e di un prestito di 90 miliardi di euro a Kyiv.

Per questo l'esito del voto di domani va ben oltre i confini ungheresi. Se Orbán dovesse perdere, il suo successore Magyar ha fatto sapere, attraverso la sua consigliera per la politica estera Anita Orbán (nessuna parentela con il premier), che un governo Tisza ripristinerebbe la posizione dell'Ungheria a Bruxelles e ricalibererebbe i rapporti con Mosca, pur mantenendo un approccio pragmatico sulla guerra in Ucraina, legato alle esigenze energetiche del Paese. Magyar ha promesso anche di combattere la corruzione, sbloccare i fondi europei congelati e sottoporre a revisione ogni contratto pubblico assegnato dal governo Orbán.

Resta però il dubbio che un'eventuale vittoria dell'opposizione si traduca in un effettivo cambio di potere. Il sistema elettorale ungherese, riscritto da Orbán con la maggioranza dei due terzi ottenuta nel 2010, favorisce strutturalmente Fidesz. I collegi sono ridisegnati a vantaggio delle aree rurali, tradizionale bacino del partito di governo. Circa l'80% dei media ungheresi è sotto il controllo diretto o indiretto del governo. Reti di clientelismo capillari legano posti di lavoro municipali e servizi pubblici al sostegno per Fidesz. Anche per questo motivo l'organizzazione Freedom House classifica l'Ungheria solo come "parzialmente libera", mentre il V-Dem Institute svedese la definisce un'"autocrazia elettorale".

L'opposizione si è comunque preparata: il partito Tisza ha annunciato di aver posizionato osservatori in ciascuna delle 10.000 sezioni elettorali del paese. Numerosi altri partiti hanno ritirato le proprie candidature per non dividere il voto anti-Orbán, una decisione difficile ma strategica. Dávid Bedő, capogruppo parlamentare del partito liberale Momentum, che ha rinunciato a presentarsi, ha dichiarato all'Atlantic: "Nelle elezioni precedenti Orbán controllava sempre la narrazione. Ora è Magyar ad avere il controllo, perché conosce il funzionamento del sistema".

Lo scenario più temuto è però quello di una crisi post-elettorale. Il premier di recente ha sostenuto che esplosivi erano stati trovati vicino al gasdotto che porta gas russo in Ungheria attraverso la Serbia, affermazioni che l'opposizione ha definito un pretesto per delegittimare il voto. Ambasciate occidentali a Budapest stanno predisponendo telefoni satellitari e altre misure di emergenza in caso di disordini di piazza. Gábor Vona, che sfidò Orbán senza successo nel 2018, ha detto all'Atlantic: "Siamo a un passo da una guerra civile". Diplomatici stranieri hanno confidato di temere che Trump possa incoraggiare il suo alleato a dichiarare vittoria prematuramente, come fece lui stesso nel 2020 prima di chiamare i suoi sostenitori al Campidoglio il 6 gennaio 2021. Due analisti di stanza a Budapest hanno scritto su Foreign Affairs: "Se Orbán dovesse restare al potere, farà tutto il necessario per negare ai suoi avversari un'altra occasione come questa".

L'Ungheria è un Paese di quasi 10 milioni di abitanti, senza armi nucleari né un peso economico paragonabile a quello delle grandi potenze europee. Eppure il voto di domani è forse l'elezione più importante nella storia dell'Europa postcomunista. Metterà alla prova la tenuta di un regime che ha deviato dai principi democratici sanciti dalle rivoluzioni pacifiche del 1989, gli stessi principi che l'Unione Europea ha cercato di consolidare con l'allargamento a est del 2004. Qualunque sia il risultato, il 13 aprile gli ungheresi si sveglieranno nella fase più delicata della loro storia moderna dalla caduta del comunismo.

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Kamala Harris apre alla corsa presidenziale del 2028


L'ex vicepresidente ha parlato alla convention del reverendo Al Sharpton a New York, davanti a una platea di politici e attivisti afroamericani. È in testa nei primi sondaggi

Kamala Harris ha dato il segnale più esplicito di una possibile candidatura alla presidenza degli Stati Uniti nel 2028. "Potrei farlo, potrei. Ci sto pensando", ha detto venerdì durante la convention della National Action Network a New York, rispondendo a una domanda diretta del reverendo Al Sharpton. "Vi terrò aggiornati", ha aggiunto lasciando il palco dopo un intervento di circa quaranta minuti accolto da applausi e ovazioni.

L'ex vicepresidente aveva già lasciato intendere un interesse per una nuova corsa alla Casa Bianca, ma le parole di venerdì hanno assunto un peso diverso per il contesto in cui sono state pronunciate. La convention della National Action Network, l'organizzazione per i diritti civili fondata da Sharpton, ha ospitato in settimana una sfilata di possibili candidati democratici per il 2028, trasformandosi nel primo grande banco di prova informale per le primarie del partito. Harris è stata la sesta potenziale candidata a salire sul palco, dopo il governatore della Pennsylvania Josh Shapiro, il governatore dell'Illinois JB Pritzker e il deputato californiano Ro Khanna, tra gli altri. Nessuno di loro ha ricevuto un'accoglienza paragonabile alla sua: la platea gremita ha scandito a più riprese "Candidati di nuovo!", al punto che Sharpton ha scherzato dicendo "questa è una convention, non una funzione religiosa".

L'elettorato afroamericano rappresenta una quota decisiva nella base delle primarie democratiche, e la scelta di Harris di presentarsi in questa sede non è casuale. Nel suo intervento, l'ex vicepresidente ha riconosciuto che nel 2024 il Partito Democratico ha perso terreno tra gli elettori afroamericani e latinos, in particolare tra gli uomini, e ha invitato i democratici a non dare per scontato il sostegno delle comunità di colore. "Penso che dobbiamo essere elettori transazionali", ha detto. "Se volete il mio voto, questo è quello che mi aspetto in cambio. Mi aspetto di ottenere qualcosa".

Harris ha anche sottolineato la sua esperienza come vicepresidente per quattro anni al fianco di Joe Biden. "Ho trascorso innumerevoli ore nel mio ufficio nell'Ala Ovest, a pochi passi dallo Studio Ovale. Ho trascorso innumerevoli ore nello Studio Ovale, nella Situation Room. So qual è il lavoro e cosa richiede", ha detto a Sharpton. Un modo per distinguersi dagli altri candidati in campo e ricordare di essere l'unica nella corsa ad aver già ricoperto un incarico a quel livello.

Sul fronte politico, Harris ha attaccato ripetutamente il presidente Trump su diversi temi, dalla guerra in Iran alla politica estera e ai diritti di voto. Nei giorni precedenti la convention aveva già criticato la gestione del conflitto con l'Iran, scrivendo sulla piattaforma X che Trump "ha iniziato una guerra disastrosa di sua iniziativa, senza un piano e senza una strategia per uscirne". Prima di un discorso televisivo di Trump sul conflitto, Harris aveva pubblicato un video sui social in cui accusava il presidente di aver "mandato le truppe americane in pericolo" mentre "i costi crescono di giorno in giorno".

Le persone vicine a Harris sostengono che la decisione non è ancora presa. Come ha scritto Politico, i suoi collaboratori la spingono a compiere passi che le consentano di lanciare una campagna quando e se lo vorrà. Lo stratega democratico Joel Payne ha osservato, parlando con The Hill, che "i candidati sono molto bravi a depistare quando non vogliono che si pensi a qualcosa. Sembra che siano a proprio agio con le speculazioni, e questo è significativo". Un altro stratega, Anthony Coley, ha sintetizzato la situazione con una formula: "Sembra che stia tenendo aperte le sue opzioni".

Harris è in testa in diversi sondaggi preliminari sulle preferenze dei democratici per il 2028, probabilmente grazie alla notorietà acquisita con due precedenti candidature e quattro anni come vicepresidente. Ma non mancano le perplessità. Alcuni donatori democratici, come riporta The Hill, si chiedono se abbia senso riproporre una candidata sconfitta nelle primarie del 2020 e battuta da Trump nel 2024. Un ulteriore elemento di complessità è il rapporto con il governatore della California Gavin Newsom, che in alcuni sondaggi la supera e con cui condivide consulenti e finanziatori. Secondo un operativo californiano citato da The Hill, alcuni sostenitori "si stanno già silenziosamente schierando dietro Newsom".

L'ex vicepresidente ha annunciato che presto viaggerà in South Carolina, North Carolina, Georgia e Arkansas. L'anno scorso ha rinunciato a candidarsi a governatrice della California, alimentando le voci su un ritorno alla corsa presidenziale. In un'intervista alla BBC aveva detto che le sue pronipoti vedranno "sicuramente" una donna presidente e che quella donna potrebbe "probabilmente" essere lei. "Non ho finito", aveva aggiunto.

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

La mano invisibile delle Big Tech: un'indagine transnazionale

L'esperta di media Natalia Viana ha svelato le tattiche di lobbying delle Big Tech in 13 Paesi. Invita i giornalisti a combattere l'eccessiva dipendenza dalle piattaforme e ad assumere un ruolo più incisivo nei dibattiti normativi

akademie.dw.com/en/big-techs-i…

@giornalismo

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Trump svela il progetto dell'arco di trionfo a Washington: alto 76 metri, il più grande al mondo


L'amministrazione ha presentato i rendering ufficiali del monumento per i 250 anni degli Stati Uniti. Costerà almeno 15 milioni di dollari di fondi pubblici. Un giudice ha già respinto un ricorso per bloccarlo
The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

L'amministrazione Trump ha presentato i progetti ufficiali di un gigantesco arco trionfale da costruire a Washington, nei pressi del cimitero nazionale di Arlington. La struttura, alta circa 76 metri, sarebbe il più grande arco trionfale al mondo, più del doppio del vicino Lincoln Memorial che si ferma a 30 metri, e circa 9 metri più alto dell'arco di Città del Messico in Plaza de la República, attualmente il più alto.

I rendering, preparati dallo studio di architettura Harrison Design e resi pubblici venerdì, mostrano un monumentale arco di pietra bianca sormontato da una figura dorata alata, simile alla Statua della Libertà, con torcia e corona, affiancata da due aquile. Quattro leoni dorati presidiano la base. L'iscrizione "One Nation Under God" campeggia in lettere d'oro sulla facciata principale, mentre sul retro si legge "Liberty and Justice for All". L'architetto principale del progetto è Nicolas Charbonneau, direttore del Sacred Architecture Studio di Harrison Design, noto per il suo lavoro su chiese cattoliche.

Il monumento sorgerebbe nella rotatoria di Memorial Circle, sul lato della Virginia del fiume Potomac, in una posizione equidistante tra il Lincoln Memorial e il cimitero di Arlington. Secondo i rendering, l'apertura centrale dell'arco, alta circa 33 metri, incornicerà la vista di entrambi i monumenti. Il sito si trova lungo una rotta di avvicinamento del vicino aeroporto Reagan National, il che solleva interrogativi sulle possibili interferenze con il traffico aereo.
Harrison Design / U.S. Commission of Fine Arts
Trump ha rivendicato il progetto con un post su Truth Social, definendolo "il più grande e il più bello arco trionfale al mondo". Il presidente ha sostenuto che Washington è l'unica grande capitale senza un arco trionfale e che l'idea risale a duecento anni fa. "Fu interrotta da una cosa chiamata la Guerra Civile, e così non fu mai costruito", ha dichiarato in febbraio. "Poi, quasi costruirono qualcosa nel 1902, ma non accadde mai". In un altro post, Trump ha condiviso un'immagine dell'India Gate di Nuova Delhi scrivendo: "Il bellissimo arco trionfale dell'India. Il nostro sarà il più grande di tutti". In precedenti dichiarazioni, il presidente ha anche detto che l'arco è "per me".

I costi ricadranno in parte sui contribuenti americani. Secondo il piano di spesa del National Endowment for the Humanities, approvato dall'Office of Management and Budget lo scorso settembre, 2 milioni di dollari in fondi speciali e 13 milioni in fondi di compartecipazione sono riservati al progetto. La notizia è stata riportata dal sito NOTUS.

Il progetto dovrà passare al vaglio della Commission of Fine Arts, un'agenzia federale indipendente fondata nel 1910 che fornisce pareri su questioni di design ed estetica al presidente e al Congresso. La commissione, composta interamente da membri nominati da Trump, si riunirà il 16 aprile a Washington per esaminare i rendering. Lo stesso organismo aveva già approvato in febbraio la ristrutturazione da 400 milioni di dollari della sala da ballo della Casa Bianca, un altro progetto voluto dal presidente che un giudice federale ha poi bloccato, stabilendo che nessuna legge autorizza il presidente a costruire una struttura del genere senza il consenso del Congresso.

Anche l'arco trionfale è oggetto di contestazioni legali. Veterani della guerra del Vietnam e uno storico hanno presentato un ricorso a febbraio presso il tribunale federale di Washington, sostenendo che il monumento ostruirebbe la vista dei memoriali del Vietnam e di Lincoln dal cimitero di Arlington. La giudice Tanya Chutkan ha però respinto la richiesta di ingiunzione preliminare per bloccare il progetto.

Le critiche arrivano anche dal Congresso. Il deputato democratico Don Beyer, eletto in Virginia, ha attaccato il progetto in un post su Bluesky: "Mentre gli americani si preoccupano dei costi alle stelle e di un'altra guerra senza fine, il presidente Trump si concentra su un progetto di vanità finanziato dai contribuenti che congestionerà il traffico, bloccherà il nostro orizzonte e si ergerà sopra il terreno sacro dove sono sepolti coloro che hanno servito la nazione, compresi i miei genitori e mia sorella". Beyer ha aggiunto: "Non si tratta dei 250 anni dell'America né di onorare i nostri veterani. Si tratta dell'ego di Donald Trump, e lo fermeremo".

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

L'operazione Epic Fury è costata fino a 35 miliardi di dollari in sei settimane


Il think tank conservatore American Enterprise Institute stima i costi incrementali dell'offensiva americana contro l'Iran, ma il conto finale per il Congresso potrebbe arrivare a 100 miliardi

L'operazione militare americana contro l'Iran ha raggiunto un costo stimato tra 25 e 35 miliardi di dollari dopo sei settimane di combattimenti, secondo un'analisi dell'American Enterprise Institute (AEI) pubblicata il 10 aprile. La stima aggiornata arriva mentre l'operazione Epic Fury entra in un periodo di cessate il fuoco di due settimane, iniziato l'8 aprile.

I numeri elaborati da Elaine McCusker e Richard Sims, analisti di politica estera e della difesa dell'AEI, rappresentano solo i costi incrementali dell'operazione, cioè le spese aggiuntive rispetto a quelle che il Pentagono avrebbe sostenuto comunque. Non comprendono gli stipendi base del personale, l'addestramento o l'acquisto originale delle piattaforme militari. Tre settimane fa, il 20 marzo, la stima dello stesso istituto si fermava tra 16,2 e 23,4 miliardi di dollari.

La forbice tra la stima minima e quella massima dipende soprattutto da due fattori: la ripartizione degli intercettamenti tra forze americane e partner regionali, e la dottrina di tiro usata per colpire gli obiettivi. La stima più alta include anche la sostituzione di un radar nella base di Al Udeid in Qatar e alcuni costi di riparazione della portaerei Ford.

Il calcolo si basa su informazioni pubbliche del Pentagono e del Comando Centrale americano (CENTCOM) riguardo le navi schierate, gli aerei in volo, i sistemi difensivi impiegati e gli obiettivi colpiti, che a oggi superano i 13.000. Gli analisti hanno poi utilizzato fonti ufficiali per i costi operativi e per la sostituzione di intercettori, missili, munizioni e aerei perduti.
Quanto è costata fino ad ora la guerra in Iran

Difesa
Quanto è costata fino ad ora la guerra in Iran
Stime dei costi incrementali dell'Operazione Epic Fury aggiornate al 10 aprile 2026
Periodo coperto: 29 dicembre 2025 – 8 aprile 2026 (cessate il fuoco)

Stima minima
$25,4 mld
miliardi di dollari

Stima massima
$35 mld
miliardi di dollari

Categoria di costoStima minimaStima massima

Nota: I costi incrementali non includono stipendi base, addestramento o l'acquisto originale delle piattaforme militari. La differenza tra stima massima e minima dipende principalmente dalla ripartizione tra Stati Uniti e partner regionali nell'intercettazione degli attacchi iraniani e dalla dottrina di ingaggio utilizzata. La stima massima include anche la sostituzione di un radar ad Al Udeid (Qatar) e alcuni costi di riparazione della portaerei Ford. Una eventuale richiesta di fondi supplementari al Congresso potrebbe raggiungere gli 80–100 miliardi di dollari, includendo anche altre operazioni e proiezioni di costo per il resto dell'anno fiscale.
Elaborazione di Focus America su dati dell'American Enterprise Institute

Ma il conto che il Congresso potrebbe trovarsi a pagare è molto più alto. Secondo l'analisi, la richiesta di finanziamento supplementare attualmente in esame potrebbe raggiungere gli 80-100 miliardi di dollari, una cifra che include sei categorie di costi aggiuntivi rispetto a quelli calcolati dall'AEI.

La prima riguarda i danni alle basi e agli equipaggiamenti americani nella regione: il CENTCOM dispone di valutazioni più dettagliate rispetto a quanto reso pubblico. La seconda è legata alla composizione effettiva dei missili e delle munizioni usati per colpire i bersagli. La differenza di prezzo tra i vari tipi di missili disponibili per ogni missione è enorme e incide sul totale finale.

La terza categoria di spesa copre i programmi appena annunciati dal Dipartimento della Difesa per accelerare la produzione di munizioni chiave, come i sistemi THAAD, Patriot e il Precision Strike Missile, e per sviluppare soluzioni a basso costo prodotte da una base industriale allargata. La quarta voce comprende altre operazioni militari in corso, le operazioni Southern Spear e Absolute Resolve, che insieme potrebbero costare circa 5 miliardi di dollari.

Poi ci sono i costi sostenuti da altre agenzie federali al di fuori del Pentagono, come le operazioni della comunità di intelligence durante il recupero dell'equipaggio di uno Strike Eagle abbattuto. Infine, il Dipartimento della Difesa intende includere le proiezioni di spesa almeno fino alla fine dell'anno fiscale, e probabilmente fino alla fine del 2026, considerando la possibilità di un'altra risoluzione di bilancio temporanea a ottobre.

L'analisi dell'AEI, un think tank conservatore di Washington tradizionalmente vicino all'establishment repubblicano, si chiude con una valutazione positiva dell'operazione. Secondo McCusker e Sims, il valore dell'investimento va misurato insieme ai costi: la riduzione della minaccia rappresentata dalle capacità nucleari, missilistiche, navali, informatiche e delle milizie proxy dell'Iran è un risultato che contribuisce agli interessi strategici americani nella regione.

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

L'inflazione negli Stati Uniti sale al livello più alto in due anni


I prezzi della benzina sono aumentati del 21,2% in un solo mese, il rialzo mensile più grande dal 1967. Il sentiment dei consumatori è crollato al minimo storico

L'inflazione negli Stati Uniti è salita al 3,3% annuo a marzo, il livello più alto da quasi due anni, trainata dall'impennata dei prezzi dell'energia provocata dalla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran. Il dato, diffuso venerdì dal Bureau of Labor Statistics, segna un balzo netto rispetto al 2,4% di febbraio e rappresenta la variazione mensile più significativa dal 2022, quando l'economia globale affrontava lo shock energetico causato dall'invasione russa dell'Ucraina.

Il motore principale dell'accelerazione è stato il prezzo della benzina, aumentato del 21,2% da febbraio a marzo: il rialzo mensile più grande da quando il governo ha iniziato a raccogliere questi dati, nel 1967. I prezzi del gasolio da riscaldamento sono cresciuti di oltre il 30%, il balzo più consistente dal 2000. La chiusura dello Stretto di Hormuz, passaggio cruciale per circa un quinto del petrolio mondiale, ha fatto schizzare il prezzo del greggio americano dai circa 70 dollari al barile di fine febbraio, quando il conflitto è scoppiato, a oltre 110 dollari nelle settimane successive.

L'impatto sulla vita quotidiana dei consumatori è immediato. Il prezzo medio di un gallone di benzina negli Stati Uniti ha raggiunto i 4,15 dollari, secondo l'American Automobile Association. In California la situazione è ancora più pesante, con una media di 5,93 dollari al gallone. L'aumento dei prezzi della benzina ha rappresentato da solo quasi tre quarti della crescita complessiva dell'inflazione tra febbraio e marzo.
Come cresce l'inflazione negli Stati Uniti

Inflazione
Come cresce l'inflazione negli Stati Uniti
Variazione percentuale annua del CPI-U (tutti i beni, non destagionalizzato)
Ultimo aggiornamento: 11 aprile 2026

Elaborazione Focus America su dati del U.S. Bureau of Labor Statistics

Le conseguenze si estendono anche ad altri settori. I biglietti aerei sono aumentati del 14,9% su base annua, l'abbigliamento dell'1% nel solo mese di marzo, i giocattoli del 2,3%. Questi rincari riflettono sia l'aumento dei costi energetici sia l'effetto persistente dei dazi, che le aziende continuano a trasferire sui consumatori. Le principali compagnie aeree americane, tra cui American Airlines, Delta, JetBlue, Southwest e United, hanno già aumentato i costi per i bagagli da stiva per compensare il caro-carburante.

I prezzi alimentari sono rimasti stabili a marzo, ma gli analisti prevedono aumenti nei prossimi mesi, perché i costi più alti del diesel si trasferiranno sui trasporti e quindi sugli scaffali dei supermercati. Samuel Tombs, capo economista di Pantheon Macroeconomics per gli Stati Uniti, ha spiegato alla CNN che i prezzi alimentari impiegano in genere dai tre ai sei mesi per assorbire uno shock energetico.

Un segnale di allarme arriva dal sentiment dei consumatori. L'indice dell'Università del Michigan è crollato ad aprile a 47,6, il livello più basso mai registrato dal 1952, inferiore a qualsiasi lettura durante la Grande Recessione, la pandemia e la successiva ondata inflazionistica. Joanne Hsu, direttrice dell'indagine, ha dichiarato che molti consumatori attribuiscono i cambiamenti negativi dell'economia al conflitto in Iran. Le aspettative di inflazione a un anno sono salite al 4,8%, rispetto al 3,8% del mese precedente.

L'inflazione "core", che esclude i prezzi di energia e alimentari ed è considerata un indicatore più affidabile delle tendenze di fondo, è salita solo dello 0,2% su base mensile e del 2,6% su base annua, leggermente al di sotto delle attese. Questo dato ha fornito un moderato sollievo ad alcuni analisti. Adam Schickling, economista di Vanguard, ha osservato che sotto la superficie l'inflazione di fondo continua a muoversi nella direzione giusta. Ma Bernd Weidensteiner di Commerzbank ha avvertito che l'impatto limitato sui prezzi non energetici è destinato a cambiare presto.

Per la Federal Reserve la situazione è particolarmente delicata. I verbali della riunione di marzo, pubblicati questa settimana, rivelano che alcuni membri del comitato hanno discusso la possibilità di un rialzo dei tassi se l'inflazione dovesse restare sopra l'obiettivo. Il presidente Jerome Powell ha dichiarato che la Fed tende a "guardare oltre" gli shock dal lato dell'offerta, e che la sua reazione dipenderà dalle aspettative di inflazione a medio-lungo termine degli americani. I mercati si aspettano tassi invariati nelle prossime due riunioni, previste a fine aprile e a giugno, ma la possibilità di un rialzo non è più esclusa. Steven Blitz, capo economista di GlobalData TS Lombard, ha detto al Financial Times che la Fed non può tagliare i tassi ora perché non conosce la durata dello shock sui carburanti, e che comunque vada il cessate il fuoco, ci sarà un premio di rischio sui prezzi dell'energia che prima della guerra non esisteva.

La Casa Bianca ha cercato di contenere l'allarme. Il portavoce Kush Desai ha sottolineato su X il calo dei prezzi di uova, farmaci con ricetta e altri beni essenziali, attribuendolo alle politiche dell'amministrazione. Le uova sono effettivamente scese del 44,7% in un anno, dopo l'epidemia di influenza aviaria che ne aveva fatto lievitare i prezzi. Ma secondo Andy Lipow, presidente di Lipow Oil Associates, l'aumento annuo dei prezzi della benzina costerà alle famiglie circa 190 dollari in più al mese. Il presidente Trump ha definito il rincaro energetico temporaneo, respingendo le preoccupazioni sui rischi per l'economia.

Sul fronte diplomatico, i negoziati tra Stati Uniti e Iran in programma a Islamabad nel fine settimana restano incerti. Il vicepresidente JD Vance ha detto di aspettarsi colloqui "positivi", ma nel giro di poche ore Mohammad Bagher Ghalibaf, uno dei principali leader iraniani, ha dichiarato su X che Teheran non parteciperà a meno che Israele non accetti di fermare gli attacchi contro Hezbollah in Libano e gli Stati Uniti non scongelino gli asset iraniani all'estero. La fragile tregua di due settimane raggiunta in settimana è già sotto pressione per una serie di disaccordi, tra cui il destino delle riserve iraniane di uranio altamente arricchito. Secondo Goldman Sachs, le esportazioni di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz sono scese all'8% del livello normale.

Anche se il cessate il fuoco dovesse reggere e lo Stretto riaprisse, gli analisti avvertono che i prezzi al consumo resteranno elevati per mesi. I prezzi della benzina scendono più lentamente di quanto salgano, perché il greggio meno caro impiega tempo per essere raffinato, stoccato e distribuito alle stazioni di servizio. La direttrice del Fondo Monetario Internazionale Kristalina Georgieva ha avvertito che non ci sarà un ritorno ordinato alla situazione precedente, anche se la tregua dovesse tenere. Bernard Yaros, capo economista per gli Stati Uniti di Oxford Economics, ha dichiarato alla CBS che la lettura dell'inflazione di aprile sarà "scomodamente alta" e che la variabile chiave resta la durata e l'intensità della guerra in Iran.

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Il candidato Dem a governatore della California Swalwell accusato di violenza sessuale


Quattro donne accusano il deputato democratico di molestie e violenze. In poche ore perde il sostegno di Pelosi, della leadership del partito, dei sindacati e dei principali alleati politici

Il deputato democratico Eric Swalwell, tra i favoriti nella corsa per la carica di governatore della California, è stato travolto venerdì da accuse di violenza sessuale e molestie formulate da quattro donne. Nel giro di poche ore la sua campagna elettorale è implosa: hanno chiesto il suo ritiro l'ex speaker della Camera Nancy Pelosi, la leadership democratica al Congresso, entrambi i senatori della California e i più potenti sindacati dello Stato.

Le accuse sono state pubblicate dal San Francisco Chronicle e dalla CNN. La testimonianza più grave è quella di un'ex collaboratrice che ha raccontato al Chronicle di aver avuto rapporti sessuali con Swalwell mentre lavorava per lui e di essere stata violentata due volte quando era troppo ubriaca per dare il proprio consenso. La donna ha descritto alla CNN un episodio del 2024, avvenuto dopo che aveva lasciato l'incarico: ha detto di aver cercato di respingere Swalwell e di avergli detto "no", ma che lui non si è fermato. Il mattino seguente si è svegliata con lividi e sanguinamento vaginale. Secondo il Chronicle, la donna ha scritto a un'amica tre giorni dopo l'episodio di essere stata "violentata sessualmente" da Swalwell, aggiungendo che era già accaduto nel 2019, quando ancora lavorava per lui, ma di essersi convinta all'epoca di essere stata consenziente.

Altre tre donne hanno descritto alla CNN diverse forme di comportamento inappropriato da parte del deputato, tra cui l'invio di foto intime non richieste. Una di loro, Ally Sammarco, ha raccontato al New York Times che nel 2021, quando aveva 24 anni e lavorava come organizzatrice per il Partito Democratico in Virginia, Swalwell le aveva inviato messaggi su Snapchat che lei ha definito "inappropriati", inclusa una foto dei suoi genitali che non aveva chiesto.

Swalwell ha negato tutte le accuse con fermezza. In una dichiarazione fornita al Chronicle ha definito le accuse "false", sostenendo che arrivano "alla vigilia di un'elezione contro il favorito per la carica di governatore". In un video pubblicato sui social media venerdì sera ha aggiunto: "Queste accuse di violenza sessuale sono assolutamente false. Non sono mai accadute. Le combatterò con tutto quello che ho". Ha però riconosciuto di aver "commesso errori di giudizio in passato", scusandosi con la moglie "per averla messa in questa posizione". Il suo avvocato, Elias Dabaie, ha dichiarato al New York Times che le accuse sono "infondate" e ha messo in dubbio la tempistica, parlando di "uno sforzo coordinato per minare la sua candidatura". Nella notte tra giovedì e venerdì, prima della pubblicazione degli articoli, il legale di Swalwell aveva inviato lettere di diffida alle donne, minacciando azioni legali per diffamazione.

Il New York Times e il Wall Street Journal hanno precisato di non aver verificato in modo indipendente le accuse di violenza sessuale.

La reazione dell'establishment democratico è stata rapidissima. Nancy Pelosi ha dichiarato di aver consigliato personalmente a Swalwell di ritirarsi dalla corsa per permettere un'indagine "con piena trasparenza e responsabilità". La leadership democratica alla Camera, il capogruppo Hakeem Jeffries, la vicecapogruppo Katherine Clark e il presidente del caucus Pete Aguilar, hanno chiesto un'indagine rapida e il ritiro immediato dalla campagna, pur senza chiedere le dimissioni dal Congresso. Il senatore Adam Schiff ha ritirato il proprio endorsement definendosi "profondamente turbato" dalle accuse. Anche il senatore dell'Arizona Ruben Gallego, amico personale di Swalwell, ha revocato il suo sostegno esprimendo rammarico per averlo difeso sui social media solo tre giorni prima, quando le accuse circolavano ancora in forma generica.

Il presidente della campagna di Swalwell, il deputato Jimmy Gomez, si è dimesso dall'incarico definendo le accuse "le più brutte e gravi che si possano immaginare" e ha chiesto al deputato di ritirarsi. Un altro candidato democratico nella corsa, l'ex sindaco di Los Angeles Antonio Villaraigosa, si è spinto oltre chiedendo anche le dimissioni di Swalwell dal Congresso.

Sul fronte sindacale, la potente California Teachers Association ha ritirato il proprio endorsement definendo le accuse "incredibilmente inquietanti e inaccettabili". Il sindacato dei dipendenti pubblici Service Employees International Union California, che aveva investito 5 milioni di dollari a sostegno di Swalwell, ha sospeso ogni attività di campagna. Anche la California Medical Association ha convocato una riunione d'emergenza del proprio consiglio per valutare la revoca del sostegno. Un comitato indipendente che aveva raccolto 7,7 milioni di dollari da donatori tra cui l'associazione dei medici e Uber per finanziare spot a favore di Swalwell ha sospeso le proprie attività. Secondo il New York Times, anche una raccolta fondi a Hollywood prevista per questo mese è stata rinviata a data da destinarsi.

La piattaforma di donazioni online ActBlue ha smesso di accettare contributi per la campagna di Swalwell.

Katie Porter, ex deputata e altra candidata democratica alla carica di governatore, ha chiesto a Swalwell di ritirarsi e di dimettersi dal Congresso, aggiungendo che "troppo spesso gli uomini sfuggono a qualsiasi conseguenza per le violenze sessuali semplicemente abbandonando il potere". Il governatore uscente Gavin Newsom, ampiamente considerato un possibile candidato alla presidenza nel 2028, è stato più cauto: attraverso un portavoce ha definito le accuse "profondamente preoccupanti", senza però chiedere esplicitamente il ritiro di Swalwell.

La vicenda ridisegna una corsa elettorale già molto frammentata per la successione a Newsom, che non può ricandidarsi per il limite dei mandati. Swalwell, deputato dal 2012, era riuscito nelle ultime settimane a ottenere il sostegno di importanti sindacati e a distinguersi nei sondaggi rispetto agli altri candidati democratici. Un sondaggio diffuso questa settimana dal Partito Democratico californiano mostrava i due candidati repubblicani in testa con il 14% ciascuno, seguiti da Swalwell al 12% e dal miliardario Tom Steyer all'11%, con quasi un elettore su quattro ancora indeciso. La California adotta un sistema di primarie aperte in cui i primi due classificati il 2 giugno, indipendentemente dal partito, accedono allo scontro finale di novembre.

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

La rassegna stampa di sabato 11 aprile 2026


L'amministrazione Trump affronta crescenti pressioni sui negoziati con l'Iran mentre Swalwell abbandona la corsa per il governatore della California

Questa è la rassegna stampa di sabato 11 aprile 2026

Eric Swalwell abbandona la corsa per il governatore della California dopo le accuse di aggressione sessuale


Il deputato democratico Eric Swalwell ha ritirato la sua candidatura a governatore della California dopo che sono emerse accuse di aggressione sessuale da parte di una ex collaboratrice. Nancy Pelosi e Adam Schiff sono tra i leader democratici che hanno chiesto il ritiro del parlamentare dalla corsa elettorale.

Fonti: Wall Street Journal, New York Times, BBC

I negoziati USA-Iran iniziano in Pakistan con in gioco l'apertura dello Stretto di Hormuz


Il vicepresidente JD Vance si sta dirigendo in Pakistan per negoziati cruciali con l'Iran, mentre Teheran mantiene il controllo dello Stretto di Hormuz alimentando l'inflazione negli Stati Uniti. L'Iran ha perso mine che aveva piazzato nello stretto, complicando la riapertura del passaggio navale.

Fonti: New York Times, The Hill, BBC

L'equipaggio della missione Artemis II torna sulla Terra dopo un volo storico verso la Luna


I quattro astronauti della missione NASA Artemis II sono atterrati nell'Oceano Pacifico dopo un viaggio di 10 giorni che li ha portati più lontano nello spazio di qualsiasi essere umano nella storia. La missione ha stabilito un nuovo record di distanza dalla Terra.

Fonti: Wall Street Journal, The Hill, New York Times

Una bomba molotov colpisce la casa del CEO di OpenAI Sam Altman


La casa di Sam Altman a San Francisco è stata attaccata con una bomba molotov che ha bruciato il cancello esterno della proprietà. La polizia ha arrestato un sospetto di 20 anni che aveva anche minacciato la sede di OpenAI.

Fonti: Wall Street Journal, New York Times, BBC

L'inflazione americana aumenta a marzo a causa del conflitto con l'Iran


I prezzi al consumo sono aumentati significativamente a marzo, principalmente a causa dell'aumento dei costi energetici legati alla guerra con l'Iran. L'inflazione "core", che esclude i prezzi volatili di cibo ed energia, è aumentata più moderatamente.

Fonti: Wall Street Journal, Semafor, The Hill

I sopravvissuti agli abusi di Epstein accusano Melania Trump di "spostare il peso" sulle vittime


Più di una dozzina di sopravvissuti agli abusi di Jeffrey Epstein hanno criticato la dichiarazione della First Lady Melania Trump che chiede al Congresso di tenere udienze pubbliche con le vittime di Epstein. Le vittime sostengono che questa richiesta rappresenta una "deflessione di responsabilità, non giustizia".

Fonti: The Guardian, BBC, New York Times

Kamala Harris considera una candidatura presidenziale per il 2028


L'ex vicepresidente Kamala Harris ha dichiarato di star "pensando" a una candidatura per le presidenziali del 2028 durante un evento della National Action Network a New York. Anche Pete Buttigieg ha suggerito che potrebbe lanciare una campagna.

Fonti: New York Times, The Guardian

Trump nomina un avvocato del suo caso per corruzione alla Corte d'Appello


Il presidente Trump ha nominato Matthew Schwartz, un partner dello studio legale Sullivan & Cromwell che lo rappresenta nel caso del silenzio elettorale, per un posto nella Corte d'Appello del Secondo Circuito. La nomina evidenzia la strategia di Trump di premiare i suoi alleati legali.

Fonti: Bloomberg

Muore Eliot Engel, ex presidente della Commissione Affari Esteri della Camera


L'ex deputato democratico Eliot Engel è morto all'età di 79 anni dopo aver servito più di tre decenni al Congresso rappresentando parti di New York City e i suoi sobborghi. Engel aveva presieduto la Commissione Affari Esteri della Camera prima di perdere le primarie nel 2020.

Fonti: New York Times, The Hill

L'EPA riorganizza il personale scientifico con trasferimenti e riassegnazioni


L'Agenzia per la Protezione Ambientale sta riassegnando 124 membri del personale, di cui 35 sono stati invitati a trasferirsi, come parte degli sforzi dell'amministrazione Trump per riorganizzare la ricerca scientifica. La mossa riflette l'approccio dell'amministrazione alla regolamentazione ambientale.

Fonti: The Hill

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

La Corte Suprema dell'era Trump è la più ostile ai diritti civili dagli anni Cinquanta


Una ricerca commissionata dal Washington Post mostra che per la prima volta in 70 anni la maggioranza delle sentenze su donne e minoranze è sfavorevole. Mai così alta la polarizzazione tra giudici

La Corte Suprema degli Stati Uniti plasmata dalle tre nomine del presidente Donald Trump è la prima, almeno dagli anni Cinquanta, a respingere la maggioranza delle richieste di espansione dei diritti civili che riguardano donne e minoranze. Lo rivela un'analisi dettagliata condotta per il Washington Post da Lee Epstein e Andrew D. Martin della Washington University e da Michael J. Nelson della Penn State University, tre professori di scienze politiche che gestiscono il Supreme Court Database, il principale archivio di dati sulle decisioni della Corte.

Lo studio ha esaminato 270 sentenze emesse tra il 2020 e il 2024, i primi cinque mandati della maggioranza conservatrice composta da sei giudici su nove. Da quando i tre nominati da Trump, i giudici Neil Gorsuch, Brett Kavanaugh e Amy Coney Barrett, siedono insieme in aula, la percentuale di casi vinti da chi chiedeva un ampliamento dei diritti civili è scesa al 44 per cento. In tutti i periodi precedenti, risalendo fino ai primi anni Cinquanta, la Corte si era pronunciata a favore dell'espansione dei diritti nella maggioranza dei casi. Il picco storico fu il 74 per cento raggiunto durante la presidenza del giudice capo Earl Warren, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, quando la Corte vietò la segregazione razziale nelle scuole con la sentenza Brown v. Board of Education e ampliò il diritto di voto.

L'inversione di tendenza interrompe una sequenza ininterrotta di corti che, una dopo l'altra, avevano esteso le tutele per i diritti civili fin dall'inizio di quell'epoca. Negli ultimi mandati molti dei casi arrivati davanti ai giudici hanno riguardato le tutele per le persone gay e transgender, e nella maggior parte la Corte ha deciso contro di loro. L'anno scorso i giudici hanno confermato il divieto del Tennessee sulle terapie per la transizione di genere per i minori e hanno permesso a genitori religiosi di ritirare i figli da lezioni scolastiche che utilizzavano libri con temi LGBTQ+. Nel 2023 hanno stabilito che il Primo Emendamento consentiva a una web designer di rifiutare lavori per matrimoni tra persone dello stesso sesso. In questo mandato la Corte ha anche bocciato una legge del Colorado che vietava le "terapie di conversione" per minori gay e transgender, mettendo in discussione leggi analoghe in quasi 30 Stati. Oltre alle questioni LGBTQ+, i giudici hanno eliminato le azioni positive nelle ammissioni universitarie.

L'analisi evidenzia risultati altrettanto netti in altri ambiti. Sui diritti religiosi, negli ultimi cinque mandati la Corte ha votato a favore di chi rivendicava libertà religiose nel 98 per cento dei casi, una percentuale senza precedenti in circa 75 anni. I giudici hanno stabilito che un allenatore di football poteva pregare sul campo dopo la partita, hanno consentito fondi pubblici per l'istruzione religiosa e hanno deciso che la città di Philadelphia non poteva escludere dai finanziamenti un'organizzazione cattolica che rifiutava di certificare coppie omosessuali come famiglie affidatarie. Sul versante opposto, la maggioranza conservatrice ha votato a favore della rimozione delle barriere al voto e delle restrizioni al finanziamento elettorale solo nel 7 per cento dei casi, il dato più basso dagli anni Cinquanta. I giudici liberal, per confronto, hanno votato a favore nell'87 per cento dei casi. La Corte ha inoltre indebolito il Voting Rights Act, la storica legge che vieta la discriminazione razziale nel voto.

L'altro dato che emerge con forza dallo studio è la polarizzazione senza precedenti tra i giudici. Il divario tra la quota di voti "liberal" espressi dai giudici nominati da presidenti democratici e quelli nominati da repubblicani ha raggiunto 48 punti percentuali, in crescita rispetto ai 35 punti del resto della presidenza del giudice capo John Roberts e sei volte superiore al divario dell'era Warren, quando giudici moderatamente liberal di entrambi i partiti sedevano fianco a fianco. "Non c'è più un centro", ha dichiarato al Washington Post la professoressa Epstein. "La polarizzazione nella società americana filtra nel Senato, filtra nella presidenza. È naturale che filtri nei tribunali".

Le ragioni di questa polarizzazione sono molteplici, secondo i ricercatori. La decisione dei repubblicani al Senato nel 2017 di eliminare l'ostruzionismo parlamentare per le nomine alla Corte Suprema ha reso più facile confermare giudici con posizioni ideologiche più marcate. E in un'epoca di paralisi legislativa a Washington, i presidenti scelgono candidati con orientamenti partitici affidabili perché la posta in gioco delle decisioni della Corte è più alta. "Il Congresso non produce molte leggi", ha spiegato Epstein al Washington Post. "I presidenti governano per decreto, ma quei decreti possono essere annullati appena arriva un successore. Se un presidente vuole politiche durature, le nomine giudiziarie durano molto più a lungo dei decreti esecutivi".

Complessivamente, dal 2020 la Corte ha emesso sentenze conservatrici nel 54 per cento dei casi, un livello eguagliato solo dalla Corte guidata dal giudice capo Warren Burger tra il 1969 e la metà degli anni Ottanta. La serie di vittorie di Trump sul cosiddetto "docket d'emergenza", le decisioni provvisorie prese in attesa del giudizio di merito, ha intensificato il dibattito sulla parzialità dei giudici: circa il 75 per cento di queste ordinanze dalla sua entrata in carica gli è stato favorevole. Queste decisioni temporanee hanno permesso al presidente di vietare ai soldati transgender di servire nell'esercito, revocare le protezioni contro il rimpatrio per alcuni migranti, licenziare i capi di agenzie indipendenti e ridimensionare il Dipartimento dell'Istruzione. La giudice liberal Ketanji Brown Jackson ha contestato queste ordinanze con una dura opinione dissenziente, accusando la Corte di applicare una "giurisprudenza Calvinball", dal gioco del fumetto Calvin and Hobbes dove l'unica regola è che non esistono regole fisse, "con l'aggiunta che questa amministrazione vince sempre".

Il calo di fiducia nell'istituzione riflette questi dati. Secondo l'ultimo sondaggio Gallup, il 52 per cento degli americani disapprova l'operato della Corte e solo il 42 per cento lo approva, un dato storicamente raro. "I cittadini vedono una frattura così profonda tra i giudici che si indebolisce il senso di equità procedurale e si ha l'impressione che i casi arrivino già pregiudicati", ha dichiarato al Washington Post il professor Nelson. I ricercatori Neal Devins della William & Mary Law School e Lawrence Baum della Ohio State University ritengono che questa separazione ideologica sia destinata a durare, perché i candidati emergono da partiti democratico e repubblicano che non condividono più quasi nessuna sovrapposizione ideologica.

reshared this

Bruno Vespa replica alle critiche dopo la sfuriata in diretta: “Da Provenzano la più grave delle offese”


@Politica interna, europea e internazionale
Bruno Vespa replica alle critiche dopo la sfuriata in diretta tv contro il deputato del Pd Giuseppe Provenzano. In una nota inviata all’Ansa, il giornalista e conduttore di Porta a Porta ha dichiarato: “Come sanno bene Agcom e Rai, Porta a Porta ha

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Meloni critica Trump, ma la sua strategia dipende ancora da lui.

Quello che sta facendo Meloni è come aggrapparsi a un salvagente bucato. Ma la vera domanda è, davvero non abbiamo altra scelta tra Trump e Xi Jinping?
Una risposta affermativa secondo me c'è, ve la darò domani mattina nella mia newsletter: marcocappato.substack.com/

Questa voce è stata modificata (5 giorni fa)
Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Il capo dell'agenzia ambientale americana parla a una conferenza dei negazionisti del clima


Lee Zeldin, amministratore dell'EPA, ha tenuto un discorso al Heartland Institute, uno dei principali centri del negazionismo climatico. È la prima volta nella storia dell'agenzia. Intanto si parla di una sua promozione a ministro della Giustizia

Per la prima volta nella storia dell'Environmental Protection Agency (EPA), l'agenzia federale americana creata per proteggere la salute pubblica e l'ambiente, il suo amministratore ha tenuto un discorso di apertura alla conferenza annuale del Heartland Institute, uno dei centri più influenti del negazionismo climatico negli Stati Uniti. È successo mercoledì 8 aprile, in un hotel di Washington affacciato sulla Casa Bianca. Lee Zeldin, nominato dal presidente Donald Trump, ha elogiato il gruppo per il suo lavoro nel mettere in discussione gli effetti del cambiamento climatico e nell'opporsi alle politiche ambientali del governo. "È un giorno per celebrare la rivalsa", ha detto al pubblico, che lo ha accolto con una standing ovation.

Il Heartland Institute, fondato nel 1984 e finanziato anche da istituzioni vicine ai grandi gruppi petroliferi, combatte da decenni la scienza del clima e alimenta il dubbio sulla responsabilità umana nel riscaldamento globale. Ha condotto campagne nelle scuole con materiali didattici di dubbia validità scientifica che promuovono l'idea che le emissioni di anidride carbonica non siano dannose, e ha fatto pressione a livello statale per conto dell'industria. In passato arrivò a esporre un cartellone pubblicitario che paragonava gli ambientalisti all'Unabomber, il terrorista americano.

Zeldin ha rivendicato davanti alla platea le azioni compiute alla guida dell'EPA, a partire dalla revoca del cosiddetto endangerment finding, il documento che dal 2009 classificava i gas serra come pericolosi per la salute pubblica. L'abrogazione, annunciata a febbraio, ha eliminato di fatto la base giuridica di tutte le regolamentazioni federali sulle emissioni, comprese quelle che limitavano l'inquinamento prodotto dalle automobili. Zeldin ha anche attaccato le amministrazioni precedenti, sostenendo che avrebbero ignorato "ciò che l'anidride carbonica apporta di positivo e necessario alla vita sul pianeta", un argomento ricorrente tra i negazionisti climatici secondo cui la CO2 sarebbe benefica per le piante. Non ha evitato una retorica complottista, denunciando una presunta "cabala" dell'"élite e della classe dirigente" che deciderebbe la scelta dei modelli climatici e delle metodologie scientifiche. "Non ci limitiamo a seguire ciecamente le previsioni catastrofiste del momento", ha dichiarato. "Non sottoscriviamo l'idea che la fine del mondo sia imminente".

Il consenso scientifico, come ricorda Le Monde, è tuttavia chiaro: la temperatura terrestre è aumentata di 1,2 °C dall'era preindustriale a causa delle emissioni prodotte dall'uomo, legate alla combustione di carbone, petrolio e gas. Questo aumento provoca eventi estremi più frequenti e più intensi, dalle ondate di calore alle inondazioni e alla siccità.

La presenza di Zeldin alla conferenza del Heartland Institute è il segnale più evidente dell'influenza crescente del gruppo all'interno dell'amministrazione Trump. Il presidente dell'istituto, James Taylor, lo ha sottolineato con soddisfazione: in passato i repubblicani, pur essendo "alleati tradizionali", evitavano di mostrarsi al fianco dell'organizzazione a causa del suo negazionismo climatico. "Come sono cambiati i tempi", ha commentato. "È la prima volta che abbiamo un vero paladino alla guida dell'EPA o così in alto nell'amministrazione. Questi sono grandi giorni".

Il discorso arriva in un momento in cui Zeldin è al centro di voci su una possibile promozione. Come riportato dal Washington Post, Trump avrebbe discusso in privato la possibilità di nominarlo ministro della Giustizia al posto di Pam Bondi, rimossa la settimana scorsa. Se confermato, Zeldin si troverebbe a supervisionare gli avvocati del Dipartimento di Giustizia che difendono in tribunale le stesse deregolamentazioni ambientali che lui ha promosso all'EPA. Alla conferenza, diversi esponenti conservatori hanno chiesto al presidente di non spostarlo. "Non vogliamo perderlo all'EPA", ha dichiarato Marc Morano del Committee for a Constructive Tomorrow. "Penso sia il capo dell'EPA più influente nella storia dell'agenzia". Myron Ebell, che guidò la transizione dell'EPA nel primo mandato di Trump, ha offerto al Washington Post una lettura più ambiziosa: "Ha bisogno di salire nel gabinetto e sta pensando a posizionarsi per candidarsi a una carica nazionale o per essere scelto come vicepresidente".

Le reazioni dal fronte ambientalista sono dure. Julie McNamara, dell'organizzazione Union of Concerned Scientists, ha dichiarato a Le Monde che "questa amministrazione calpesta la scienza e le prove per giustificare l'alleggerimento delle responsabilità imposte ai grandi inquinatori del settore fossile". Joanna Slaney, vicepresidente dell'Environmental Defense Fund, ha criticato Zeldin e il Heartland Institute per negare la realtà del cambiamento climatico quando i suoi effetti sono evidenti: i prezzi dell'energia e dei premi assicurativi aumentano, la salute e la sicurezza delle persone ne risentono. "Il negazionismo non rende il clima meno estremo", ha aggiunto. L'organizzazione affiliata EDF Action ha affisso manifesti di protesta fuori dall'evento, con immagini di ciminiere e incendi forestali.

La battaglia legale, intanto, è aperta. Numerosi Stati americani e organizzazioni non governative hanno presentato ricorsi per annullare la revoca dell'endangerment finding. A fine marzo, più di 160 organizzazioni ambientaliste e sanitarie hanno chiesto le dimissioni di Zeldin.

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

L'illusione della "teoria del pazzo"


Gli Stati Uniti non hanno ottenuto nulla di concreto dalla tregua di due settimane, mentre l'Iran mantiene il controllo dello Stretto di Hormuz. Analisti e commentatori smontano la narrazione della vittoria trumpiana

Il cessate il fuoco di due settimane tra Stati Uniti e Iran, annunciato dal presidente Trump martedì, non è la prova che la cosiddetta "teoria del pazzo" funzioni in politica estera. È la tesi del politologo Daniel W. Drezner, professore di relazioni internazionali, che nella sua newsletter su Substack analizza l'accordo raggiungendo una conclusione netta: Washington non ha ottenuto alcun guadagno tattico dalla tregua, a parte la tregua stessa.

La "teoria del pazzo", resa celebre da Richard Nixon, si basa sull'idea che un leader possa ottenere concessioni dai rivali se questi lo percepiscono come imprevedibile e potenzialmente irrazionale. Trump l'ha portata all'estremo minacciando di distruggere l'intera civiltà iraniana, una retorica che Drezner definisce senza mezzi termini una minaccia di crimini di guerra.

La tregua, peraltro, si presenta fragile in quanto manca degli elementi tipici di un cessate il fuoco: non esiste un documento formale scritto. Quello che è accaduto assomiglia più a una serie coordinata di post sui social media. Restano inoltre dubbi sul fatto che l'accordo copra l'incursione israeliana in Libano, e l'Iran ha dato segnali di non voler rispettare l'intesa.

La retorica apocalittica di Trump aveva innervosito anche chi è ormai abituato alle sue sparate. Lo storico Garrett Graff ha stimato al tre per cento le probabilità che Trump usasse un'arma nucleare contro l'Iran, un numero che ha definito "impressionante, considerata la storia delle armi nucleari e della presidenza". Nate Silver, l'analista statistico, ha commentato che anche il tre per cento è troppo quando si parla di rischio nucleare: "Il valore atteso di una probabilità del tre per cento di un esito infinitamente negativo è comunque infinito negativo". Silver ha aggiunto che l'esito della crisi non è certo "una mossa geniale a tredici dimensioni", ma riflette piuttosto un comandante in capo senza controlli, con 79 anni, messo all'angolo e circondato da consiglieri adulatori troppo spaventati per contraddirlo.

Diversi analisti citati da Drezner concordano nel ritenere che gli Stati Uniti si trovino oggi in una posizione peggiore rispetto a prima del conflitto. Jonathan Last ha scritto che, se i contorni generali del cessate il fuoco reggono, l'America avrà subito una significativa sconfitta strategica e l'Iran avrà ottenuto una significativa vittoria strategica. David Frum ha osservato che i leader stranieri sono pronti a credere che Trump sia "pazzo" nel senso che è distaccato dalla realtà, ma sanno anche che al momento decisivo Trump cede. Frum nota che l'acronimo TACO, riferito all'attitudine negoziale del presidente, è diventato familiare quanto NATO.

Il punto centrale, secondo Drezner, è semplice: cosa hanno ottenuto gli Stati Uniti? L'Iran, pur indebolito militarmente, continua a controllare lo Stretto di Hormuz, il passaggio strategico attraverso cui transita una quota rilevante del petrolio mondiale. Questo dato non è cambiato con il cessate il fuoco. Politico ha riportato, attraverso i giornalisti Ben Lefebvre e Phelim Kine, che i dirigenti delle compagnie petrolifere stanno contattando la Casa Bianca, il segretario di Stato Marco Rubio e il vicepresidente J.D. Vance per protestare contro una condizione emersa nei negoziati: permettere all'Iran di imporre pedaggi sul transito nello Stretto di Hormuz. Un consulente del settore, rimasto anonimo, ha detto a Politico: "Prima non dovevamo pagare, e pensavo che avessimo vinto la guerra".

Né Israele né gli alleati del Golfo sembrano soddisfatti della situazione attuale rispetto al periodo precedente il conflitto. Anche il resto del mondo arabo, scrive Drezner, non è entusiasta della condotta americana.

Tom Wright ha evidenziato le contraddizioni della visione geopolitica dell'amministrazione Trump: gli Stati Uniti hanno premiato la Russia, ignorato la Cina, punito l'Europa e abbandonato i propri alleati asiatici durante una crisi energetica che hanno contribuito a provocare. Gli avversari dell'America, secondo Wright, si coordinano sempre meglio, condividendo risorse e capacità, mentre le alleanze globali americane, a lungo il loro principale vantaggio, vengono trascurate e si frammentano.

Lo stesso David Sanger del New York Times, che in un primo articolo aveva attribuito a Trump una vittoria tattica ottenuta grazie alla retorica estrema, ha cambiato tono poche ore dopo. In un secondo articolo ha scritto che le opzioni di Trump dopo il cessate il fuoco sono più limitate di quanto sembrasse. Se le spedizioni attraverso lo Stretto di Hormuz riprendono, il prezzo del petrolio continuerà a scendere e i mercati azionari a salire: indicatori di successo immediato che contano per Trump. Ma il presidente sa che, anche se la tregua scadrà il 21 aprile senza un accordo finale, il rischio politico di riprendere le ostilità è alto, soprattutto con le elezioni di metà mandato all'orizzonte e un vertice in programma con il presidente cinese Xi Jinping.

Drezner conclude che il cessate il fuoco è un esempio della teoria del pazzo solo nella misura in cui questa strategia ha storicamente un pessimo bilancio nel produrre concessioni concrete. Anche questa volta non ha prodotto nulla per gli Stati Uniti, mentre le perdite strategiche causate dal conflitto continuano ad accumularsi.

reshared this

Bruno Vespa esplode in diretta dopo una battuta di Provenzano: “Non glielo consento, stia zitto” | VIDEO


@Politica interna, europea e internazionale
Durissimo scontro a Porta a Porta tra il conduttore Bruno Vespa e il deputato del Pd Giuseppe Provenzano: una battuta dell’onorevole ha fatto perdere le staffe al giornalista, che ha reagito stizzito. Lo scontro è avvenuto durante un botta e

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Trump attacca di nuovo la NATO


Il presidente accusa gli alleati di non aver sostenuto gli Stati Uniti nella guerra in Iran. Il segretario generale della NATO definisce l'incontro "molto franco". La Germania promette di lavorare alla stabilizzazione

Trump ha attaccato la NATO dopo un incontro difficile alla Casa Bianca con il segretario generale dell'alleanza atlantica, Mark Rutte. Il motivo dello scontro è sempre il rifiuto dei paesi membri di partecipare alla guerra che Stati Uniti e Israele stanno conducendo in Iran e di contribuire alla riapertura dello Stretto di Hormuz, una rotta fondamentale per il trasporto di petrolio e gas.

Rutte si era recato a Washington proprio per cercare di placare la rabbia del presidente, ma ha ammesso che il colloquio non è stato facile, definendolo "molto franco" e "molto aperto", nonostante i disaccordi evidenti. Trump, che ha anche protestato per il rifiuto dell'alleanza di consegnare agli Stati Uniti la Groenlandia, territorio semi-autonomo della Danimarca (paese membro della NATO), non si è detto soddisfatto. Dopo l'incontro ha scritto sui social media: "La NATO non c'era quando avevamo bisogno di loro e non ci sarà se avremo bisogno di nuovo. Ricordatevi della Groenlandia, quel grande pezzo di ghiaccio mal gestito!!!".

Trump non ha però annunciato il ritiro degli Stati Uniti dalla NATO, un tema che secondo la Casa Bianca era tra quelli previsti nell'agenda dell'incontro. La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha riportato le parole del presidente secondo cui la NATO "è stata messa alla prova e ha fallito". I paesi dell'alleanza, ha aggiunto, "hanno voltato le spalle al popolo americano" che contribuisce a finanziare la loro difesa.

Rutte ha dichiarato alla CNN di aver ricordato a Trump che molti alleati NATO, tra cui il Regno Unito, hanno consentito alle forze americane di utilizzare le proprie basi, anche se alcuni hanno cercato di distinguere tra missioni americane "difensive" e "offensive". "Trump è chiaramente deluso da molti alleati NATO e posso capire il suo punto di vista", ha detto Rutte alla CNN. "Ma allo stesso tempo ho potuto far notare che la grande maggioranza delle nazioni europee ha dato supporto con le basi, la logistica, i sorvoli, rispettando i propri impegni". Ha poi aggiunto: "È un quadro sfumato". Quando gli è stato chiesto se Trump abbia minacciato di uscire dalla NATO, Rutte ha risposto soltanto: "È stata una discussione molto aperta. Mi ha detto chiaramente cosa pensa di quello che è successo nelle ultime settimane".

Rutte è stato soprannominato il "sussurratore di Trump" per la sua strategia che alterna lusinghe pubbliche e consigli privati al presidente. Ma il suo approccio è stato criticato da alcuni stati della NATO, soprattutto per il sostegno alla decisione di Trump di avviare una guerra con l'Iran che molti membri dell'alleanza considerano non necessaria e illegale secondo il diritto internazionale.

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, che ha parlato con Trump mercoledì, ha dichiarato di non volere che la guerra in Iran metta ulteriore pressione sull'alleanza. La Germania contribuirà a "stabilizzare" la pace una volta terminato il conflitto, ha detto Merz ai giornalisti giovedì a Berlino. "Vogliamo assicurarci che questa guerra, diventata uno stress test transatlantico, non metta ulteriormente sotto pressione le relazioni tra gli Stati Uniti e i partner europei della NATO", ha dichiarato.

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Hormuz, Trump ordina all'Iran di fermare i pedaggi. Khamenei: "Lo controlliamo noi"


Il vicepresidente JD Vance guiderà oggi la delegazione americana ai negoziati di Islamabad mentre il cessate il fuoco scricchiola sempre di più e il greggio sfiora di nuovo i 100 dollari al barile.

Lo scontro tra Stati Uniti e Iran sullo Stretto di Hormuz si è intensificato nella giornata di ieri, alla vigilia dei negoziati di oggi a Islamabad. Il presidente statunitense Donald Trump ha intimato a Teheran di smettere di imporre pedaggi alle petroliere in transito, mentre la nuova Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei ha risposto rivendicando il controllo della rotta da cui prima della guerra passava circa un quarto del petrolio trasportato via mare nel mondo.

"Ci sono segnalazioni che l’Iran stia imponendo tariffe alle petroliere che attraversano lo Stretto di Hormuz. È meglio che non lo stiano facendo e, se lo stanno facendo, che smettano subito", ha scritto Trump in un post pubblicato su Truth Social. In un secondo post ha accusato Teheran di star facendo "un pessimo lavoro" nel garantire il passaggio del petrolio e di violare gli accordi in vigore che hanno portato al cessate il fuoco. I messaggi sono arrivati dopo la pubblicazione di un’inchiesta del Financial Times, secondo cui l’Iran pretende un pedaggio di un dollaro per barile, pagabile in criptovaluta.

La crisi dello Stretto di Hormuz

Crisi Hormuz
Trump ordina lo stop ai pedaggi. Khamenei: "Hormuz è nostro"
Lo scontro sullo Stretto, i negoziati di Islamabad e il petrolio che torna a 100 dollari — aprile 2026

~100$
al barile
Prezzo del petrolio

1$
a barile
Pedaggio imposto dall'Iran

20.000
marinai
Bloccati nel Golfo Persico

Stretto Attori Negoziati Opinione

Status dello Stretto di Hormuz

"Lo Stretto di Hormuz non è aperto. L'accesso è limitato, condizionato e controllato"
Sultan Al Jaber, CEO di ADNOC — su LinkedIn

25%
Del petrolio via mare transitava da Hormuz

Circa un quarto di tutto il greggio trasportato via mare nel mondo passava attraverso lo Stretto, prima della guerra. La sua chiusura ha paralizzato le forniture globali.

100+
Petroliere in attesa di transitare

Secondo il New York Times centinaia di petroliere sono in coda all'ingresso dello Stretto. L'Iran esige un pedaggio di 1 dollaro a barile, pagabile in criptovaluta o in yen.

Versioni a confronto

"Completamente aperto"
Funzionario americano — pur ammettendo che le navi non transitano per paura

"Lo controlliamo noi"
Mojtaba Khamenei rivendica il controllo iraniano dello Stretto nel primo messaggio dopo il cessate il fuoco

Tocca per esplorare le posizioni

Donald TrumpPresidente degli Stati Uniti

Ordina all'Iran di cessare i pedaggi. Accusa Teheran di violare gli accordi di cessate il fuoco e di fare "un pessimo lavoro" nel garantire il transito attraverso lo Stretto. Ha chiesto a Netanyahu di limitare i raid in Libano.

J.D. VanceVicepresidente — guida la delegazione a Islamabad

La voce più critica verso la guerra all'interno nell'Amministrazione. Trump lo ha definito "filosoficamente un po' diverso da me". Definisce il nodo Libano un "legittimo malinteso", con toni più concilianti rispetto al resto della Casa Bianca.

Mojtaba KhameneiGuida Suprema dell'Iran

Primo messaggio dopo il cessate il fuoco in cui si dichiara "vincitore indiscusso". Promette di portare la questione della gestione dello Stretto di Hormuz "in una nuova fase" e chiede risarcimenti per i danni di guerra. Nega di cercare il conflitto.

Sultan Al JaberCEO ADNOC — Emirati Arabi

Contraddice apertamente la versione americana: "Bisogna essere chiari: lo Stretto di Hormuz non è aperto". Parla di accesso "limitato, condizionato e controllato" dall'Iran. Un raro intervento pubblico da parte del capo della compagnia petrolifera di Abu Dhabi.

Colloqui di Islamabad

Delegazione Usa
J.D. Vance (capodelegazione)
Steve Witkoff (inviato speciale)
Jared Kushner (genero di Trump)

Delegazione Iran
M.B. Ghalibaf (pres. Parlamento)
Abbas Araghchi (Min. Esteri)

Nodi principali

Offensiva israeliana in LibanoRientra nel cessate il fuoco?

Il nodo principale dei colloqui. Vance lo definisce un "legittimo malinteso". Trump ha chiesto a Netanyahu di ridimensionare i raid, e Israele ha offerto di "trattenersi un po'".

Pedaggi e controllo di Hormuz1$/barile in criptovaluta

L'Iran impone pedaggi alle petroliere, secondo il Financial Times. Khamenei vuole formalizzare il controllo iraniano sullo Stretto come tema centrale del negoziato.

Risarcimenti di guerraRichiesti dall'Iran

Khamenei dichiara che l'Iran "non rinuncerà ai propri legittimi diritti" e chiederà risarcimenti per i danni subiti durante la guerra.

Opinione americani sulla guerra — sondaggio Economist/YouGov

53%

34%

Contrari 53%

Incerti 13%

Favorevoli 34%

Pressioni interne

Critiche dai media conservatori
Trump affronta opposizione interna anche dalla propria base mediatica

Voci influenti dei media conservatori si schierano sempre di più contro la guerra. Vance, la voce più critica nell'Amministrazione, guida i negoziati a Islamabad. Un ex funzionario a The Hill: "La cosa più difficile che farà da vicepresidente".

Il fattore Vance

"Questa è probabilmente la cosa più difficile che farà da vicepresidente"
Ex funzionario dell'Amministrazione Trump — a The Hill

"Filosoficamente un po' diverso da me"
Donald Trump — su J.D. Vance e la guerra

Elaborazione FocusAmerica su fonti: Financial Times, New York Times, The Hill, Economist/YouGov, Truth Social · aprile 2026

Lo Stretto è aperto o chiuso?


La situazione sul campo resta confusa. Un funzionario americano ha dichiarato che lo Stretto di Hormuz è "completamente aperto", ma ha ammesso che molte navi non lo attraversano perché restano intimidite dagli iraniani. Di segno opposto la valutazione di Sultan Al Jaber, capo della Abu Dhabi National Oil Company, che su LinkedIn ha scritto: "Bisogna essere chiari: lo Stretto di Hormuz non è aperto. L’accesso è limitato, condizionato e controllato". Secondo il New York Times centinaia di petroliere sono ancora in attesa di transitare. Quasi 20 mila marinai sono bloccati nel Golfo Persico, stando all’Organizzazione marittima internazionale.

Intando a Teheran, Mojtaba Khamenei ha rotto il silenzio con un messaggio scritto, il primo dalla firma del cessate il fuoco. Ha definito l’Iran il "vincitore indiscusso" della guerra e ha promesso che durante i negoziati con Washington Teheran "porterà la gestione dello Stretto di Hormuz in una nuova fase". Ha anche assicurato che il Paese "non ha cercato la guerra e non la cerca", ma che "non rinuncerà ai propri legittimi diritti" e chiederà risarcimenti per i danni subiti. Il messaggio è stato diffuso in occasione della commemorazione dei 40 giorni dall’assassinio di suo padre da parte di Israele nel primo giorno di guerra.

Intanto, secondo un nuovo sondaggio Economist/YouGov, solo il 34% degli americani sostiene la ripresa della guerra, contro il 53% che si dichiara contrario e Trump affronta critiche crescenti anche da voci influenti dei media conservatori. Non meraviglia il fatto che, in questo contesto caotico, la quotazione del greggio sia tornata a sfiorare i 100 dollari al barile, ben al di sopra dei livelli precedenti alla guerra.

Vance alla prova di Islamabad


Il vicepresidente J.D. Vance guiderà la delegazione negoziale americana che si recherà a Islamabad, accompagnato dall’inviato speciale Steve Witkoff e da Jared Kushner. Per l’Iran, secondo i media di Stato, saranno presenti il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf e il Ministro degli Esteri Abbas Araghchi. Il nodo principale è capire se l’offensiva israeliana contro Hezbollah in Libano rientri nel cessate il fuoco. Vance ha definito il disaccordo un "legittimo malinteso", con toni più concilianti rispetto ad altri funzionari della Casa Bianca. Trump ha intanto confermato di aver chiesto al premier Benjamin Netanyahu di ridimensionare i raid in Libano. Vance ha aggiunto che Israele ha offerto di "trattenersi un po’" per favorire il successo dei colloqui.

Per Vance la missione è però anche una prova politica. All’interno dell’Amministrazione resta la voce più critica verso la guerra, una posizione che lo distingue nettamente dal Segretario di Stato Marco Rubio e che Trump stesso ha riconosciuto, definendolo "filosoficamente un po’ diverso da me". "Questa è probabilmente la missione più difficile che farà da vicepresidente", ha commentato un ex funzionario dell’Amministrazione Trump a The Hill.

Questa voce è stata modificata (5 giorni fa)

reshared this

Il Governo cambia i vertici di Leonardo, Enav e Terna. Descalzi confermato alla guida di Eni


@Politica interna, europea e internazionale
Il Governo ha deciso le nuove nomine ai vertici di alcune fra le maggiori società partecipate dallo Stato. La principale novità riguarda Leonardo, dove si va verso il cambio della guardia sia per la carica di presidente sia per quella di

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

La Groenlandia risponde a Trump: "Non siamo un pezzo di ghiaccio"


Il primo ministro Nielsen difende il suo paese dopo che il presidente americano ha definito l'isola artica "un grande pezzo di ghiaccio mal gestito", ribadendo l'importanza dell'unità nella Nato

Il primo ministro della Groenlandia Jens-Frederik Nielsen ha risposto alle provocazioni del presidente americano Donald Trump, che ha riportato l'isola artica al centro delle tensioni all'interno della Nato. Nielsen ha dichiarato di rappresentare "una nazione orgogliosa" impegnata a difendere l'ordine internazionale, respingendo le parole con cui Trump ha descritto il suo paese.

Trump mercoledì ha sfogato la sua frustrazione nei confronti della Nato, in un momento in cui i rapporti tra gli alleati attraversano una crisi legata alla guerra in Iran. Il presidente ha dichiarato che l'alleanza militare "non c'era quando serviva" e ha aggiunto di ricordarsi ancora della Groenlandia, definendola "un grande pezzo di ghiaccio mal gestito". La frase, scritta in maiuscolo sui social, riprende una retorica che Trump usa da tempo nei confronti dell'isola artica danese.

Nielsen ha risposto con toni fermi ma misurati. "Quello che conta per noi è mantenere la comunità internazionale che abbiamo costruito dopo la Seconda guerra mondiale, dove abbiamo un'alleanza difensiva che rispettiamo e dove il diritto internazionale è rispettato da tutte le parti", ha dichiarato il primo ministro groenlandese. "Queste cose sono sotto pressione adesso e credo che tutti gli alleati dovrebbero restare uniti per cercare di preservarle. Spero che accada", ha aggiunto.

La risposta più diretta alle parole di Trump è arrivata quando Nielsen ha contestato la descrizione del suo paese fatta dal presidente americano. "Non siamo un pezzo di ghiaccio. Siamo una popolazione orgogliosa di 57.000 persone, che lavora ogni giorno come buona cittadinanza globale nel pieno rispetto di tutti i nostri alleati", ha detto.

Le tensioni tra Washington e la Groenlandia non sono nuove. Già nei mesi scorsi gli alleati della Nato si erano affrettati a cercare modi per tenere insieme l'alleanza dopo che Trump aveva rilanciato la sua proposta di prendere il controllo della Groenlandia, sottraendola alla Danimarca, che è a sua volta un membro della Nato. La questione groenlandese si intreccia ora con la più ampia crisi dell'alleanza atlantica provocata dai disaccordi sulla guerra in Iran, aggiungendo un ulteriore elemento di frizione tra gli Stati Uniti e i loro partner europei.

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Trump attacca gli ex alleati del mondo MAGA che criticano la guerra in Iran


Il presidente si scaglia contro Carlson, Kelly, Owens, Jones e Greene, definendoli "stupidi" e con "QI basso". Le risposte sono durissime: "È impazzito", "è ora di mettere il nonno in una casa di riposo"
The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

Il presidente Trump ha lanciato un attacco frontale contro alcune delle personalità più influenti della destra americana, gli stessi commentatori e attivisti che hanno contribuito alla sua ascesa politica. In un lungo post su Truth Social pubblicato giovedì, Trump ha preso di mira Tucker Carlson, Megyn Kelly, Candace Owens, Alex Jones e l'ex deputata Marjorie Taylor Greene, tutti colpevoli ai suoi occhi di averlo criticato per la guerra in Iran.

Trump li ha definiti "stupidi", "disturbati" e "piantagrane" in cerca di visibilità a sue spese, aggiungendo che "hanno una cosa in comune: un QI basso". Ha scritto di rifiutarsi ormai di rispondere alle loro chiamate e ha sostenuto che le loro posizioni sono "l'opposto del MAGA". Il presidente ha attaccato ciascuno di loro individualmente: ha detto che Carlson "dovrebbe consultare un buon psichiatra", ha definito Owens "pazza", ha descritto Jones come uno che dice "le cose più stupide" e ha ricordato che Kelly gli rivolse domande aggressive durante un dibattito del 2015. Su Owens ha aggiunto che Brigitte Macron "è una donna molto più bella di Candace", un riferimento alle ripetute affermazioni della commentatrice secondo cui la première dame francese sarebbe un uomo. Su Jones, ha ricordato la bancarotta dichiarata dopo la condanna a pagare quasi 1,5 miliardi di dollari per le sue false affermazioni sulla strage della scuola elementare di Sandy Hook. Greene è stata ribattezzata "Marjorie 'traditrice' Brown".

Lo scontro nasce dalla frattura che si è aperta nel movimento MAGA dopo l'attacco di Stati Uniti e Israele contro l'Iran. Per i critici di Trump all'interno della destra, la guerra rappresenta una violazione della promessa elettorale di non coinvolgere il Paese in nuovi conflitti in Medio Oriente. Le tensioni si sono intensificate dopo che il presidente ha minacciato di annientare "un'intera civiltà", con riferimento all'Iran. Carlson, nel suo programma, ha definito un post pasquale di Trump su Truth Social "spregevole a ogni livello", accusandolo di minacciare crimini di guerra. Owens ha chiesto l'applicazione del 25esimo emendamento, che consente di rimuovere un presidente ritenuto incapace di svolgere le sue funzioni, definendo Trump "un folle genocida". Jones ha invocato la stessa misura nel suo programma InfoWars. Kelly ha dichiarato nel suo podcast di essere "stufa", aggiungendo che "non si può minacciare di cancellare un'intera civiltà". Anche Greene ha chiesto l'applicazione del 25esimo emendamento, definendo le azioni di Trump in Iran "malvagità e follia".

Le risposte al post del presidente sono state immediate e feroci. Owens ha scritto su X: "Forse è ora di mettere il nonno in una casa di riposo". Greene ha replicato che "il presidente Trump è impazzito mentre fa la guerra all'Iran, una promessa elettorale tradita", aggiungendo: "Ho combattuto al fianco di Tucker Carlson, Megyn Kelly, Candace Owens e Alex Jones per far eleggere Trump. E ora se la prende con tutti noi in un unico post delirante". Jones ha dichiarato nel suo programma che "Trump è arrabbiato perché ha torto, è arrabbiato perché è stato incastrato da Israele", aggiungendo poi su X che "il nuovo Trump è un guscio marcio del vecchio Trump" e di non sostenerlo più. Anche figure MAGA non menzionate nel post hanno reagito: il podcaster Tim Pool ha scritto "basta, ho chiuso, questa è stata l'ultima goccia".

La frattura tra Trump e l'universo mediatico della destra si è allargata progressivamente durante il secondo mandato, su diversi temi: i file Epstein, l'intervento in Venezuela e ora la guerra in Iran. Come riporta Wired, nel frattempo alcuni sostenitori rimasti fedeli al presidente hanno chiesto al dipartimento di Giustizia di indagare sugli influencer dissidenti per presunti finanziamenti stranieri non dichiarati. L'attivista Laura Loomer ha definito i post di Owens "la più evidente operazione di influenza straniera mai vista". Un'analisi del New York Times pubblicata mercoledì ha rilevato che migliaia di sostenitori di Trump si sono scagliati contro di lui su Truth Social per la gestione del conflitto con l'Iran.

Il caso rivela un problema politico concreto per i repubblicani. Secondo Wired, una fonte vicina alla rete di influencer del partito ha spiegato che l'amministrazione non ha nemmeno tentato di coordinare i messaggi sulla guerra in Iran con i creatori di contenuti della destra: "La destra online non era favorevole e non c'era nulla che potesse cambiare la situazione. Il meglio che potevano sperare era il silenzio". Le ricerche mostrano che gli influencer di destra hanno avuto un ruolo rilevante nell'ascesa di Trump, e la loro rottura con il presidente rappresenta un segnale preoccupante per i repubblicani, che si preparano già a possibili perdite nelle elezioni di metà mandato.

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

La rassegna stampa di venerdì 10 aprile 2026


Gli Stati Uniti preparano colloqui di pace con l'Iran in Pakistan mentre Trump avverte Teheran sullo Stretto di Hormuz. Il Pentagono viola l'ordinanza del tribunale sull'accesso della stampa

Questa è la rassegna stampa di venerdì 10 aprile 2026

Gli Stati Uniti e l'Iran preparano colloqui di pace in Pakistan


Il Pakistan ospiterà questo fine settimana colloqui di pace ad alto rischio tra Stati Uniti e Iran a Islamabad, mentre la capitale pakistana si è trasformata in una fortezza di sicurezza. L'incontro tra le due parti arriva mentre il cessate il fuoco rimane fragile e il primo ministro israeliano Netanyahu ha promesso di continuare a combattere Hezbollah in Libano.

Fonti: Bloomberg Politics, The Hill News

Trump avverte l'Iran sui pedaggi nello Stretto di Hormuz


Il presidente Trump ha accusato l'Iran di non rispettare l'accordo di cessate il fuoco non riaprendo adeguatamente lo Stretto di Hormuz e ha avvertito contro l'imposizione di pedaggi sui vasi che transitano attraverso il cruciale stretto. Trump ha scritto su Truth Social che l'Iran sta facendo "un pessimo lavoro" nel permettere il passaggio del petrolio.

Fonti: The Hill News, Bloomberg Politics, Financial Times

Un giudice stabilisce che il Pentagono ha violato l'ordinanza sull'accesso della stampa


Un giudice federale di Washington ha stabilito che il Pentagono non ha rispettato un'ordinanza precedente che richiedeva il ripristino dell'accesso per i giornalisti accreditati. Il giudice Paul Friedman ha ordinato la restituzione delle credenziali a sette giornalisti del New York Times, rappresentando una sconfitta per il segretario alla Difesa Pete Hegseth nei suoi tentativi di limitare l'accesso dei media.

Fonti: The Hill News, The Guardian, New York Times

La Casa Bianca avverte il personale sui mercati di previsione durante la guerra in Iran


La Casa Bianca ha inviato un'email interna a tutto il personale avvertendo i dipendenti di non utilizzare informazioni riservate per piazzare scommesse sui mercati finanziari e sulle piattaforme di scommesse sugli eventi. L'avvertimento arriva dopo che alcune scommesse ben cronometrate sulla guerra in Iran hanno sollevato preoccupazioni e richieste da parte dei democratici per maggiori regolamentazioni.

Fonti: Bloomberg Politics, BBC News

Melania Trump nega qualsiasi legame con Jeffrey Epstein


La first lady Melania Trump ha fatto una dichiarazione a sorpresa negando di aver mai avuto una relazione con il defunto criminale sessuale Jeffrey Epstein e la sua complice Ghislaine Maxwell. La dichiarazione, che ha suscitato confusione sul perché abbia scelto di parlare, ha riportato l'attenzione su un argomento che Donald Trump ha chiesto di superare.

Fonti: New York Times, The Guardian, BBC News

L'inflazione potrebbe aumentare di più in quasi quattro anni


L'inflazione probabilmente è salita al 3,4% a marzo rispetto all'anno precedente, secondo le stime degli economisti, rappresentando un forte aumento rispetto all'aumento del 2,4% di febbraio. L'incremento è principalmente dovuto all'impennata dei prezzi del gas in seguito al conflitto in Iran che ha interrotto le forniture energetiche globali.

Fonti: ABC News

Il segretario al Tesoro Bessent incontra i CEO bancari sui rischi informatici dell'IA


Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha convocato i CEO delle principali banche statunitensi per discutere dei rischi informatici del più recente modello di intelligenza artificiale di Anthropic. L'incontro arriva mentre il sistema IA più recente ha rilevato vulnerabilità informatiche vecchie di decenni, sollevando preoccupazioni sulla sicurezza nazionale.

Fonti: Financial Times

I democratici intensificano le richieste di rimuovere Trump per le minacce all'Iran


Più di 70 democratici al Congresso stanno chiedendo la rimozione del presidente Trump per le sue minacce taglienti contro l'Iran e la gestione dell'operazione militare. La dinamica preannuncia la postura aggressiva che molti nel partito richiederanno ai loro leader se vinceranno la maggioranza alle elezioni di medio termine.

Fonti: The Hill News

La xAI di Elon Musk fa causa al Colorado per la legge sull'IA


La compagnia di intelligenza artificiale di Elon Musk, xAI, ha citato in giudizio il Colorado per una nuova legge statale che cerca di regolamentare la tecnologia in rapida evoluzione. La compagnia ha intentato una causa contro il procuratore generale del Colorado Phil Weiser giovedì, cercando di bloccare l'applicazione di una legge del 2024 che richiede agli sviluppatori di sistemi "ad alto rischio" di proteggere i consumatori.

Fonti: The Hill News

Il Venezuela approva una nuova legge mineraria per attrarre investimenti stranieri


I legislatori venezuelani hanno approvato un disegno di legge per regolamentare l'attività mineraria mentre il paese cerca di attrarre investitori stranieri diffidenti verso un'industria un tempo privata che è stata a lungo sfruttata da gruppi criminali con legami al governo. La mossa ha collegamenti diretti con gli Stati Uniti poiché rappresenta l'ultimo tentativo della leadership venezuelana di soddisfare l'amministrazione Trump.

Fonti: ABC News, New York Times

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Iran, la tregua scricchiola: Israele colpisce il Libano, Teheran minaccia lo stop


Teheran si proclama vincitrice e continua a usare lo Stretto di Hormuz come leva negoziale. Netanyahu apre ai colloqui con Beirut sotto pressione degli Stati Uniti, ma esclude una tregua in Libano.

Sono bastati due giorni perché il cessate il fuoco tra Stati Uniti, Israele e Iran mostrasse tutte le sue crepe. Teheran continua a dichiararsi vincitrice e rilancia la posta con richieste massimaliste. Intanto, Israele intensifica i raid in Libano contro Hezbollah, pur accettando di aprire un tavolo con Beirut. A Washington, invece, i democratici cercano di tentare (senza successo) di impedire al presidente Donald Trump di riaprire le ostilità senza il voto del Congresso.

L’Iran alza la posta


Dopo sei settimane di bombardamenti americani e israeliani, la leadership iraniana non mostra segnali di apertura. “Buongiorno alla vittoria. Oggi la storia ha voltato pagina”, ha scritto sui social il primo vicepresidente Mohammad Reza Aref nel giorno dell’entrata in vigore della tregua. “L’era dell’Iran è iniziata”.

Per il regime, essere sopravvissuto a un attacco congiunto delle due principali potenze militari mondiali rafforza l’ideologia della resistenza su cui si fonda la Repubblica islamica dal 1979. “Dal loro punto di vista hanno superato due superpotenze”, ha spiegato al New York Times Danny Citrinowicz, ex capo della sezione Iran dell’intelligence militare israeliana, parlando di una percezione di una “vittoria divina”.

La principale leva di Teheran resta lo Stretto di Hormuz, da cui prima della guerra passava circa un quinto del petrolio mondiale. Nonostante i danni subiti, l’Iran conserva pienamente la capacità di minacciare il traffico marittimo nello Stretto. “È una leva più efficace di quanto sia mai stato il programma nucleare”, ha dichiarato al New York Times Hamidreza Azizi, esperto di sicurezza.

Il costo interno della presunta vittoria, però, è altissimo. L’economia iraniana, già fragile, è stata ulteriormente danneggiato: i grandi produttori di acciaio hanno fermato la produzione, il commercio al dettaglio è crollato e cresce il timore di licenziamenti di massa. Secondo Ali Alfoneh, ricercatore senior dell’Arab Gulf States Institute, il Paese potrebbe affrontare una nuova ondata migratoria e spingersi verso una deterrenza più aggressiva, fino a una possibile corsa all’arma nucleare. “Questo modello rischia di trasformare l’Iran nella Corea del Nord del Medio Oriente”, ha affermato.

Negoziati con Beirut, ma niente tregua


La tenuta della tregua è comunque già in bilico. Teheran sostiene che il cessate il fuoco negoziato includesse anche il Libano e minaccia apertamente di abbandonare i colloqui o di mantenere chiuso lo Stretto di Hormuz se Israele continuerà a colpire il territorio libanese. Una lettura condivisa anche dai mediatori pakistani, ma respinta da Stati Uniti e Israele.

Oggi il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato di aver dato mandato al suo gabinetto di avviare negoziati diretti con Beirut, dopo colloqui telefonici con Trump e con l’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff. Secondo funzionari americani, questo passo è arrivato dopo che Washington ha chiesto a Israele di ridurre i bombardamenti per evitare un’escalation.

Secondo queste fonti, Trump avrebbe inizialmente autorizzato la prosecuzione della guerra in Libano, salvo poi cambiare posizione per il timore che il conflitto potesse far saltare la tregua con l’Iran. Nonostante l’apertura diplomatica, Israele esclude però un cessate il fuoco. Un funzionario israeliano ha invece precisato ad Axios che le operazioni militari continueranno.

Nel frattempo, sul campo di battaglia l’escalation prosegue. Nelle 24 ore successive alla tregua con l’Iran, i raid israeliani in Libano hanno causato almeno 254 morti, secondo la Protezione civile libanese. Un piano di pace proposto dalla Francia, che prevedeva il riconoscimento di Israele da parte del Libano, è stato respinto dal governo israeliano.

I democratici tentano di fermare Trump


Sul fronte interno, intanto, i democratici hanno cercato oggi ancora una volta di far approvare una risoluzione sui poteri di guerra per impedire a Trump di riaprire unilateralmente il conflitto con l’Iran. Il deputato Glenn Ivey ha chiesto il consenso unanime durante una sessione pro forma della Camera, ma il repubblicano Chris Smith, che presiedeva la seduta, ha ignorato la richiesta e chiuso i lavori.

La deputata Sara Jacobs ha annunciato che il partito forzerà un voto formale in aula la prossima settimana. La risoluzione, la cui approvazione al Senato resta dubbia e che comunque si scontrerebbe con un veto presidenziale, ha un valore soprattutto politico: dimostrare agli elettori che i democratici stanno utilizzando ogni strumento disponibile per evitare una nuova impopolare escalation.

reshared this

È uscito il nuovo numero di The Post Internazionale. Da oggi potete acquistare la copia digitale


@Politica interna, europea e internazionale
È uscito il nuovo numero di The Post Internazionale. Il magazine, disponibile già da ora nella versione digitale sulla nostra App, e da domani, venerdì 10 aprile, in tutte le edicole, propone ogni due settimane inchieste e approfondimenti sugli affari e il potere

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Cresce il giudizio negativo degli americani su Israele e Netanyahu, soprattutto tra i giovani


Il 60% degli adulti statunitensi ha un'opinione sfavorevole di Israele. Tra i repubblicani sotto i 50 anni la maggioranza è ora critica. Anche la fiducia in Trump sulla gestione dei rapporti con Israele è bassa

Il giudizio degli americani su Israele e sul primo ministro Benjamin Netanyahu continua a peggiorare, con un'accelerazione marcata nell'ultimo anno. Secondo un sondaggio del Pew Research Center condotto tra il 23 e il 29 marzo su 3.507 adulti, il 60% degli statunitensi ha un'opinione sfavorevole di Israele, in aumento di sette punti rispetto all'anno scorso e di quasi venti rispetto al 2022. La quota di chi esprime un giudizio "molto sfavorevole" è quasi triplicata nello stesso periodo, passando dal 10% al 28%. Il sondaggio è stato realizzato circa un mese dopo l'inizio della guerra in Iran guidata da Stati Uniti e Israele.

Il dato più significativo riguarda la frattura generazionale, che ormai attraversa entrambi gli schieramenti politici. Tra i democratici, otto su dieci hanno un'opinione negativa di Israele, un aumento netto rispetto al 69% dell'anno scorso e al 53% del 2022. I democratici sotto i 50 anni esprimono un giudizio "molto sfavorevole" con maggiore frequenza rispetto a quelli più anziani (47% contro 39%). Tra i repubblicani il quadro resta diverso, con una maggioranza ancora favorevole a Israele (58% contro 41%), ma il cambiamento è visibile soprattutto nelle fasce più giovani: il 57% dei repubblicani tra i 18 e i 49 anni ha oggi un'opinione negativa, rispetto al 50% dell'anno scorso. Le ampie maggioranze favorevoli resistono solo tra i repubblicani sopra i 50 anni.

Anche la fiducia in Netanyahu segue la stessa traiettoria. Il 59% degli americani esprime poca o nessuna fiducia nella capacità del primo ministro israeliano di fare la cosa giusta in materia di affari internazionali, in aumento di sette punti rispetto all'anno scorso e di quasi venti rispetto al 2023. Tra i democratici la sfiducia raggiunge il 76%, con la metà che dichiara di non avere "nessuna fiducia". Tra i repubblicani le valutazioni sono ormai divise quasi a metà: 45% con fiducia, 44% senza. È un cambiamento rilevante, perché nelle precedenti rilevazioni del Pew la maggioranza dei repubblicani esprimeva fiducia in Netanyahu. Anche qui il fattore età pesa: i repubblicani sopra i 50 anni hanno il doppio delle probabilità rispetto a quelli più giovani di fidarsi di Netanyahu (58% contro 30%).

Sondaggio
L'opinione degli americani su Israele e Netanyahu diventa più negativa
Pew Research Center — Indagine su adulti statunitensi, 23–29 marzo 2026

Panoramica Trend Per gruppo

Sfavorevoli a Israele
0%
+18 dal 2022

Favorevoli a Israele
0%
−18 dal 2022

Poca/nessuna fiducia in Netanyahu
0%
+17 dal 2023

Molta/abb. fiducia in Netanyahu
0%
−4 dal 2023

In sintesi: La maggioranza degli americani (60%) ha oggi un'opinione sfavorevole di Israele, un ribaltamento netto rispetto al 2022 quando i favorevoli erano il 55%. La sfiducia in Netanyahu raggiunge il 59%.

Tocca un punto per i dettagli · Tocca la legenda per isolare una serie

Opinione su Israele

Fiducia in Netanyahu

Chi vede più sfavorevolmente Israele
% con opinione molto/abbastanza sfavorevole — Primavera 2026

Repubblicani

Media

Democratici

Elaborazione di Focus America su dati del Pew Research Center

L'appartenenza religiosa influenza in modo consistente le opinioni. Gli ebrei americani e i protestanti evangelici bianchi mantengono opinioni prevalentemente positive su Israele, con percentuali favorevoli del 64% e del 65%. Tra i cattolici il dato scende al 35%, tra i protestanti neri al 33%, e tra chi non si identifica con nessuna religione al 22%. Solo il 4% dei musulmani americani ha un'opinione positiva di Israele. Sulla fiducia in Netanyahu, il 56% degli ebrei americani esprime poca o nessuna fiducia, mentre tra i musulmani americani la cifra raggiunge il 91%, con il 74% che dichiara di non avere alcuna fiducia.

Anche il presidente Trump non raccoglie un consenso ampio sulla gestione dei rapporti con Israele. Più della metà degli americani (55%) esprime poca fiducia nella sua capacità di prendere buone decisioni sulla relazione tra i due Paesi, un dato sostanzialmente stabile rispetto ad agosto 2025. Circa tre quarti dei repubblicani (73%) esprimono fiducia in Trump su questo tema, contro solo il 16% dei democratici. Ma anche all'interno del campo repubblicano emerge una divisione generazionale netta: solo il 52% dei repubblicani sotto i 30 anni si fida della gestione trumpiana del rapporto con Israele, contro il 93% degli ultrasessantacinquenni.

Il conflitto tra Israele e Hamas resta personalmente importante per poco più della metà degli americani (53%), un dato stabile rispetto all'anno scorso. È però percepito come meno rilevante rispetto all'azione militare americana in Iran, che il 77% considera importante. Tra i gruppi religiosi, il 91% degli ebrei americani considera il conflitto personalmente importante, seguito dal 70% dei musulmani americani e dal 65% dei protestanti evangelici bianchi. Questi ultimi, però, attribuiscono maggiore importanza personale alla campagna militare in Iran (86%) rispetto al conflitto israelo-palestinese.

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Perché Trump non può essere rimosso


Dan Pfeiffer spiega perché invocare la rimozione presidenziale è una fantasia controproducente che distrae dall'unico obiettivo reale: riconquistare il Congresso

Il comportamento del presidente Donald Trump nelle ultime settimane ha riacceso il dibattito sul 25° emendamento della Costituzione americana, lo strumento che consente di rimuovere un presidente fisicamente o mentalmente incapace di svolgere le proprie funzioni. Decine di membri del Congresso e diversi potenziali candidati presidenziali, come il governatore dell'Illinois J.B. Pritzker, ne hanno chiesto l'attivazione. Ma secondo Dan Pfeiffer, ex consigliere di Barack Obama e autore della newsletter The Message Box, questa strada è una pura fantasia che rischia di fare più danni che altro al Partito Democratico.

La premessa del dibattito è il comportamento recente di Trump, che Pfeiffer definisce allarmante anche per gli standard del presidente. La decisione di avviare un conflitto militare in Medio Oriente contro l'Iran è stata, a suo giudizio, "bizzarra e capricciosa". Le dichiarazioni contraddittorie che ne sono seguite, con il presidente che un giorno sosteneva che gli Stati Uniti non avessero bisogno dello Stretto di Hormuz e il giorno dopo minacciava di bombardare l'Iran perché non lo riaprisse, hanno alimentato i dubbi sulla lucidità della guida presidenziale. Pfeiffer fa poi riferimento a un post pubblicato da Trump in cui il presidente minacciava esplicitamente di colpire oltre 90 milioni di iraniani, definendola "la definizione da manuale di genocidio".

Il punto centrale dell'analisi di Pfeiffer, però, non riguarda la condotta di Trump ma la risposta dei democratici. L'ex consigliere smonta il meccanismo del 25° emendamento per dimostrarne l'impraticabilità. Contrariamente a quanto molti credono, non basta che il vicepresidente e la maggioranza del gabinetto si riuniscano per rimuovere il presidente. La procedura prevede che il vicepresidente e la maggioranza del gabinetto inviino una comunicazione al Congresso dichiarando che il presidente non è in grado di svolgere le sue funzioni. A quel punto il vicepresidente diventa presidente ad interim. Ma il presidente ha la possibilità di contestare la decisione: il vicepresidente e il gabinetto devono riaffermare la loro dichiarazione e il Congresso deve riunirsi e votare entro 21 giorni. Per mantenere il presidente ad interim in carica serve una maggioranza di due terzi in entrambe le camere.

Pfeiffer sottolinea che il grado di difficoltà è molto superiore a quello dell'impeachment tradizionale, che richiede solo la maggioranza alla Camera e i due terzi al Senato. E ricorda che se il Senato non ha condannato Trump nemmeno dopo l'assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, quando una folla di suoi sostenitori ha attaccato il Congresso, è difficile immaginare che lo faccia ora. Il primo ostacolo sarebbe convincere J.D. Vance e la maggioranza del gabinetto a votare per la rimozione. Pfeiffer descrive i membri del gabinetto come "sicofanti e lacchè incompetenti" e dice di non riuscire a pensarne nemmeno uno che metterebbe la lealtà verso il paese davanti alla lealtà verso Trump. E anche nell'ipotesi impossibile che tutto funzionasse, il risultato sarebbe Vance presidente e Mike Johnson vicepresidente.

I danni della campagna sul 25° emendamento sono, secondo Pfeiffer, concreti. Il primo problema è che crea aspettative su qualcosa che non accadrà. È un espediente per raccogliere attenzione e donazioni online, scrive l'ex consigliere, aggiungendo che lo considera "un po' irrispettoso verso i nostri elettori" promuovere un'idea sapendo che non porterà al risultato desiderato. Il secondo problema è che sposta la responsabilità sulle persone sbagliate. Vance e il gabinetto non rispondono agli elettori a novembre. I repubblicani al Congresso, invece, sì. Sono loro, sostiene Pfeiffer, che permettono a Trump di comportarsi in questo modo e sono loro che dovrebbero pagarne le conseguenze alle urne.

La conclusione di Pfeiffer è netta: non esistono scorciatoie. L'unico modo per fermare Trump è riconquistare il potere politico eleggendo un Congresso democratico. Tutto il resto, compreso il 25° emendamento, è una distrazione.

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

In Arizona nasce un terzo partito, ma Dem e GOP si alleano per fermarlo


Un ex No Labels vuole chiamarsi "Partito Indipendente", ma un giudice ha bloccato il cambio di nome: potrebbe confondere gli elettori non affiliati, oltre un terzo del totale

Un terzo partito politico in Arizona sta scuotendo le certezze di democratici e repubblicani, al punto da spingerli a un'alleanza inedita: fare causa insieme per impedirgli di cambiare nome. La vicenda, raccontata dal New York Times, ruota attorno a un gruppo nato come sezione locale di No Labels, l'organizzazione centrista con sede a Washington, che ha tentato di ribattezzarsi "Arizona Independent Party", Partito Indipendente dell'Arizona. Il problema è che in Arizona gli elettori registrati come "independent", cioè non affiliati a nessun partito, rappresentano oltre un terzo dell'elettorato. Usare quella parola nel nome di un partito, secondo i suoi avversari, significherebbe attirare con l'inganno elettori che non hanno alcuna intenzione di aderire a una nuova formazione politica.

Democratici e repubblicani hanno presentato ricorso, e a marzo un giudice della contea di Maricopa, Gregory S. Como, ha dato loro ragione con una sentenza netta, definendo il cambio di nome "un'esca politica seguita da un raggiro". Il giudice ha stabilito che un partito non può cambiare denominazione senza raccogliere nuovamente le firme necessarie, ponendo una domanda retorica nella sentenza: le stesse 41.000 persone che firmarono per riconoscere il partito No Labels avrebbero firmato anche per un ipotetico "Partito Nazista dell'Arizona" o per gli "Anarchici dell'Arizona"?

La questione ha radici nel 2024, quando l'organizzazione nazionale No Labels, critica verso entrambi i partiti, annunciò l'intenzione di candidare un ticket presidenziale "unitario" per competere con Donald Trump e l'allora presidente Joseph Biden. I democratici lavorarono con successo per far deragliare l'iniziativa, sostenendo che fosse un piano per favorire Trump. L'anno successivo la sezione dell'Arizona si separò dall'organizzazione nazionale, cambiò dirigenza e chiese alla Segretaria di Stato un nuovo nome. Il risultato, paradossale in tempi di polarizzazione estrema, è stato unire i due partiti principali contro un nemico comune.

A guidare il terzo partito è Paul Johnson, ex democratico ed ex sindaco di Phoenix, che ha raccontato al New York Times la sua strategia. Johnson aveva già sostenuto, senza successo, un referendum per sostituire le primarie di partito con un sistema aperto sul modello della California, dove tutti i candidati competono nella stessa primaria e i primi due accedono al ballottaggio finale. Nei 41.000 elettori registrati sotto No Labels, Johnson ha visto lo strumento per continuare la sua battaglia per la moderazione nella politica dell'Arizona. La sua idea è che un movimento abbastanza forte da minacciare i due partiti principali li costringerebbe ad accettare riforme elettorali capaci di produrre candidati meno estremisti.

Il candidato governatore del partito, Hugh Lytle, un dirigente del settore sanitario che si definisce di centrodestra ma più liberale sulle questioni sociali, ha ambizioni concrete. Ha dichiarato al New York Times di considerare la sua candidatura praticabile indipendentemente dal nome del partito. Lytle, che in passato è stato iscritto sia ai democratici sia ai repubblicani, ha raccontato di aver votato controvoglia per l'attuale governatrice democratica Katie Hobbs nel 2022, convinto che molti elettori come lui sceglierebbero un'alternativa se ne avessero la possibilità.

La corsa al governatorato dell'Arizona si annuncia già molto combattuta. Hobbs vinse nel 2022 con appena 17.000 voti di scarto e dovrà affrontare un avversario repubblicano ancora da definire, probabilmente uno dei deputati David Schweikert o Andy Biggs. Lytle parte sfavorito, ma gli analisti ritengono che potrebbe raccogliere decine di migliaia di voti, soprattutto con il nome "Partito Indipendente" sulla scheda. A chi toglierebbe più consensi resta oggetto di dibattito. Chuck Coughlin, veterano consulente politico repubblicano poi diventato indipendente, ha sostenuto al New York Times che una quota maggiore di elettori repubblicani resterebbe fedele al proprio candidato, rendendo Hobbs più vulnerabile alla candidatura di Lytle. Chris Baker, consigliere di Schweikert, ha offerto al giornale la lettura opposta: poiché i repubblicani sono più numerosi dei democratici in Arizona, il suo partito avrebbe più da perdere, soprattutto se candidasse Biggs, fedelissimo di Trump che potrebbe alienare i moderati.

Il precedente californiano rafforza le preoccupazioni sulla confusione elettorale. In California esiste l'American Independent Party, nota soprattutto per aver candidato il segregazionista George Wallace alla presidenza nel 1968. Un'inchiesta del Los Angeles Times di una decina di anni fa concluse che tre quarti degli iscritti al partito in California lo avevano fatto per errore, inclusa l'attrice Emma Stone e Jennifer Siebel Newsom, moglie dell'allora governatore Gavin Newsom. Tutto ciò che lascia gli elettori in dubbio sul processo elettorale "è un problema serio", ha dichiarato al New York Times Tom Collins, direttore dell'Arizona Citizens Clean Elections Commission, organismo apartitico responsabile dell'educazione elettorale che ha a sua volta fatto causa contro il cambio di nome.

Se il partito non impugnerà la decisione entro il 24 aprile, Lytle e gli altri candidati compariranno sulle schede elettorali come membri di No Labels Arizona. Per Johnson sarebbe una delusione, ma la battaglia legale ha già ottenuto un risultato: far conoscere il partito. "Non l'ho fatto io, l'hanno fatto i due partiti", ha detto al New York Times. "Se torniamo a chiamarci No Labels, adesso la gente saprà perché".

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Bus gratis a New York, la promessa di Mamdani si scontra con la realtà


Mamdani aveva fatto campagna elettorale sui trasporti gratuiti, ma il piano è bloccato da vincoli di bilancio e divisioni tra i Democratici

Il sindaco di New York Zohran Mamdani ha ammesso che gli autobus gratuiti in città non diventeranno realtà quest'anno. La promessa era uno dei tre pilastri della sua campagna elettorale, insieme al blocco degli affitti e all'asilo universale. Ma i vincoli di bilancio della città e dello Stato, uniti ai disaccordi interni al Partito Democratico, hanno bloccato il piano. Lo stesso sindaco, ha rivelato Politico in un'intervista, non sembra stia spingendo con forza per realizzarlo nel breve termine.

Al posto del programma su scala cittadina, Mamdani punta ora su un progetto pilota più limitato, che i parlamentari di Albany sembrano disposti a finanziare. "Siamo incoraggiati dalle conversazioni che stiamo avendo con la governatrice e i leader legislativi per agire su questo nel 2026, come primo passo", ha dichiarato il sindaco a Politico. Un progetto pilota, però, non sarebbe una novità: già nel 2023, quando era deputato dell'Assemblea statale, Mamdani aveva ottenuto fondi per testare una linea di bus gratuiti in ciascuno dei cinque distretti della città. I risultati positivi di quell'esperimento gli erano serviti per la campagna elettorale a sindaco. Ma il programma è stato cancellato nel 2024, invece di essere ampliato, a causa di uno scontro tra Mamdani e il presidente dell'Assemblea Carl Heastie su un accordo riguardante gli alloggi nel bilancio statale.

Le due camere del parlamento statale hanno posizioni diverse sulla questione. Sia l'Assemblea che il Senato sostengono trasporti più accessibili economicamente, ma l'Assemblea ha stanziato una cifra precisa per un nuovo progetto pilota, mentre il linguaggio del Senato resta più vago.

Nel frattempo, altri esponenti democratici propongono alternative. La presidente del Consiglio comunale Julie Menin e la governatrice Kathy Hochul sostengono l'ampliamento di Fair Fares, un programma già esistente che offre tariffe scontate ai passeggeri a basso reddito per autobus e metropolitana. I sostenitori di Fair Fares sostengono che il programma possa aiutare più persone perché copre anche la metropolitana, non solo gli autobus. Attualmente il programma offre tariffe dimezzate, serve circa 400.000 persone e costa circa 96 milioni di dollari l'anno. Ampliare i requisiti di accesso e offrire corse gratuite potrebbe costare circa 150 milioni in più, ma questa stima si basa sull'ipotesi che solo metà degli aventi diritto si iscriva.

Mamdani, però, non è mai stato entusiasta di questo tipo di soluzione. Il sindaco ha un'avversione dichiarata per i programmi basati sul reddito. Già nel 2024 aveva citato proprio Fair Fares per dire che "i programmi basati sulla verifica del reddito non raggiungeranno mai tutti quelli a cui sono destinati". Lo stesso approccio universalistico si è visto nel progetto pilota per l'asilo gratuito e nell'apertura di una scuola materna gratuita in uno dei quartieri più ricchi della città.

Il senatore statale Jeremy Cooney, democratico di Rochester e presidente della commissione Trasporti del Senato, ha dichiarato a Politico che i legislatori vogliono rendere i trasporti più accessibili, ma "rendere gratuiti tutti gli autobus di New York City non è finanziariamente fattibile". Cooney ha aggiunto che potrebbe esserci margine per aiutare la città a finanziare Fair Fares, ma a condizione di ottenere più fondi anche per i sistemi di trasporto delle aree fuori New York City. Lo stesso Cooney ha rivelato che, pur avendo ricevuto altre richieste dal sindaco, non ha mai ricevuto una "richiesta diretta" sugli autobus gratuiti.

Diversi segnali indicano che Mamdani ha messo il progetto in secondo piano già da settimane. Durante un'audizione di bilancio del Consiglio comunale a marzo, il presidente della Metropolitan Transportation Authority Janno Lieber ha risposto a una proposta di autobus gratuiti durante i Mondiali di calcio di questa estate dicendo: "Non studieremo cose che non sono nell'agenda della città e dello Stato. Nessuno mi ha chiesto di offrire autobus gratis a persone che pagano 1.000 dollari a biglietto da altri Paesi". Anche i rappresentanti della città nel consiglio della Metropolitan Transportation Authority non hanno promosso la questione.

Le organizzazioni a favore dei trasporti pubblici, dal canto loro, appoggiano entrambe le soluzioni. Danny Pearlstein, portavoce della Riders Alliance, ha dichiarato a Politico che "l'accessibilità economica dei trasporti è una parte importante per rendere New York più accessibile, e questo è il fascino sia degli autobus gratuiti sia di un programma Fair Fares trasformato".

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Perché la teoria del pazzo con Trump non funziona


Il presidente americano usa minacce estreme contro l'Iran, ma il confronto storico con la strategia di Nixon in Vietnam ne rivela tutti i limiti, amplificati dalla dimensione pubblica e dalle conseguenze economiche globali

Nell'aprile del 1971, nell'Ufficio Ovale, Richard Nixon spiegava Henry Kissinger su come presentarsi ai nordvietnamiti: "Puoi dire 'non riesco a controllarlo'". "E lascia intendere che potresti usare armi nucleari". Nasceva così, nei canali segreti della diplomazia americana, quella che sarebbe diventata nota come la teoria del pazzo: l'idea che minacce estreme possano costringere l'avversario a sedersi al tavolo delle trattative.

Janan Ganesh, editorialista del Financial Times, riprende questo episodio per analizzare la strategia del presidente Trump nei confronti dell'Iran. La tesi è netta: se la teoria del pazzo non ha funzionato con Nixon, che la applicava nelle condizioni migliori possibili, ha ancora meno probabilità di funzionare oggi.

La prima differenza è la più evidente. Nixon agiva attraverso canali riservati: se avesse deciso di fare marcia indietro, nessuno lo avrebbe saputo. Trump, al contrario, ha minacciato pubblicamente di "cancellare una civiltà". La pressione per dare seguito a quelle parole diventa così enormemente più alta. Ed è proprio questo, scrive Ganesh, il motivo per cui i giochi di bluff funzionano meglio a porte chiuse.

La seconda differenza riguarda il peso economico del paese preso di mira. Il Vietnam degli anni Sessanta non era centrale per l'economia mondiale. L'Iran del ventunesimo secolo lo è in modo inequivocabile. Poche settimane di bombardamenti hanno già rischiato di innescare la peggiore crisi energetica degli ultimi cinquant'anni. Un'escalation potrebbe trasformare l'inflazione legata al prezzo del petrolio in una vera e propria carenza di approvvigionamento. Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea, ha dichiarato che i danni alle infrastrutture richiederanno anni per essere riparati, senza contare il possibile esodo di profughi nel caso in cui l'Iran diventasse uno stato fallito.

Ganesh individua un paradosso strutturale nella teoria del pazzo: la minaccia è troppo estrema per essere del tutto credibile, ma se viene messa in pratica, la strategia per definizione ha fallito.

C'è poi la questione dell'opinione pubblica. Nixon lo sapeva bene: se avesse usato armi nucleari in una guerra scelta, le già violente proteste contro il conflitto in Vietnam avrebbero potuto degenerare in una crisi sociale incontrollabile. Gli alleati si sarebbero allontanati. Il blocco comunista avrebbe conquistato una superiorità morale. Allo stesso modo, Trump non può permettersi un'escalation militare quando la guerra gode dell'appoggio di appena il 34 per cento degli americani. Le autocrazie, nota l'editorialista, sanno leggere la politica interna delle democrazie: come il Nord Vietnam seppe sfruttare le divisioni americane sulla guerra, così potrebbe fare l'Iran.

L'editorialista riconosce che esiste un argomento a favore della strategia: Trump è l'unico presidente americano eletto in questo secolo sotto il quale la Russia non ha lanciato un'invasione. Vladimir Putin attaccò la Georgia sotto George W. Bush, la Crimea sotto Barack Obama, l'Ucraina intera sotto Joe Biden. Tuttavia, osserva Ganesh, il campione statistico è troppo piccolo per escludere una semplice coincidenza. Allo stesso modo, la postura nucleare aggressiva di Ronald Reagan negli anni Ottanta sembrò incosciente all'epoca, eppure prima della fine del decennio i sovietici avevano ceduto quasi senza sparare un colpo. Ma "circostanziale" resta la parola chiave: stabilire un rapporto di causa ed effetto con sufficiente certezza è quasi impossibile.

Il bilancio storico parla chiaro, secondo Ganesh: Nixon applicò la teoria del pazzo nelle migliori condizioni possibili, in segreto e contro un paese privo di rilevanza economica globale, ottenendo quasi nulla. Quando passò davvero all'azione, bombardando Cambogia e Laos, il risultato fu danneggiare la reputazione degli Stati Uniti più che strappare concessioni all'avversario. Quattro anni dopo quella conversazione nell'Ufficio Ovale, i nordvietnamiti presero Saigon. Dei 58.220 americani morti nella guerra del Vietnam, oltre 20.000 persero la vita sotto Nixon e Kissinger.

L'editorialista del Financial Times conclude con un'osservazione sui mercati finanziari, dove nota una "disperazione" nel voler scorgere astuzia e premeditazione nei comportamenti più estremi di Trump. Questo, secondo Ganesh, ha distorto le valutazioni degli investitori, troppo ottimisti all'inizio della guerra e, a giudizio di Lagarde, ancora adesso. Anche ammettendo che Trump abbia una strategia riconducibile alla teoria del pazzo, osserva Ganesh, questo non significa che sia una buona strategia. Significa soltanto che il presidente ha una lettura discutibile della storia.

reshared this

Meloni: “Niente rimpasto né voto anticipato. Noi testardamente occidentali. Se la crisi di Hormuz prosegue, sospendere il Patto di Stabilità”


@Politica interna, europea e internazionale
“Il Governo c’è, resterà in carica fino alla fine del suo mandato: non c’è alcuna intenzione di fare un rimpasto né di andare a elezioni anticipate”. Lo ha detto la presidente del Consiglio Giorgia Meloni oggi,

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Trump non ha ottenuto niente di quello che voleva da questa tregua


Lo Stretto di Hormuz è diventato lo strumento di deterrenza di Teheran: può paralizzare l'economia globale, generare miliardi di entrate e non può essere eliminato con i bombardamenti

Il presidente Trump aveva dichiarato guerra all'Iran per impedirgli di ottenere la bomba atomica. Cinque settimane dopo, con oltre 12.000 tra missili, bombe e droni lanciati contro obiettivi iraniani, nessuno degli obiettivi iniziali è stato raggiunto. L'Iran ha invece scoperto di possedere un'arma di deterrenza più efficace di qualsiasi arsenale nucleare: il controllo dello Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale.

Gli Stati Uniti hanno accettato ieri sera un cessate il fuoco di due settimane mentre proseguono i negoziati. Tra gli obiettivi dichiarati da Trump all'inizio del conflitto, impedire all'Iran di dotarsi di armi nucleari, eliminare le capacità missilistiche balistiche, favorire una rivolta popolare contro il regime e sradicare i gruppi alleati di Teheran nel Golfo Persico, nessuno è stato centrato. L'Iran ha accettato soltanto di riaprire lo Stretto, una via d'acqua che funzionava liberamente prima della guerra, e a condizioni che potrebbero garantire al regime introiti enormi.

I bombardamenti americani e israeliani hanno distrutto la marina iraniana e gran parte delle infrastrutture militari. Diversi leader iraniani e circa 1.500 cittadini sono morti, tra cui oltre 170 persone uccise in un attacco a una scuola femminile, apparentemente colpita per errore. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha dichiarato oggi che l'Iran ha subito "una devastante sconfitta militare". Eppure questo non è bastato a piegare la capacità di Teheran di difendersi. A seconda dell'esito dei negoziati, il regime potrebbe trovarsi in una posizione strategica più forte di quella precedente al conflitto. "Il controllo dello Stretto è ora l'asset strategico vitale dell'Iran. È più importante del programma nucleare", ha dichiarato all'Atlantic Vali Nasr, professore di affari internazionali e studi mediorientali alla Johns Hopkins University.

La fragilità della tregua è apparsa evidente già oggi: l'Iran ha bloccato il transito delle navi nello Stretto dopo che Israele ha lanciato pesanti attacchi sul Libano che hanno causato centinaia tra morti e feriti. Teheran ha anche colpito gli alleati americani nel Golfo, dimostrando di sentirsi abbastanza sicura da continuare a difendere i propri alleati regionali.

L'Iran ha annunciato che imporrà un pedaggio sulle navi in transito. Trump ha ammesso che i negoziati, previsti a Islamabad, riguarderanno almeno in parte il controllo iraniano sulla via d'acqua, e ha suggerito che gli Stati Uniti potrebbero cercare di partecipare ai profitti. Il giornalista Jonathan Karl di ABC News ha riferito che Trump gli ha detto in un'intervista: "Stiamo pensando di farlo come una joint venture".

La debolezza americana in questo conflitto è stata l'assenza di obiettivi chiari. Nel corso dei 39 giorni di guerra, Trump ha offerto spiegazioni diverse e spesso contraddittorie. Il primo giorno ha parlato di cambio di regime, ma l'obiettivo è svanito quando il leader iraniano ucciso è stato sostituito dal figlio, ancora più radicale, senza alcun segno di sollevazione popolare. Il 30 marzo Trump ha affermato sui social media che il cambio di regime era avvenuto comunque, sebbene il regime fosse ancora intatto. Ha poi indicato la distruzione dei siti nucleari come ragione principale della guerra, per poi dichiarare che quei siti erano ormai inaccessibili sotto le macerie. Ha ripetuto più volte che gli Stati Uniti avevano già vinto, senza spiegare perché prevedesse altre due o tre settimane di conflitto.

L'Iran, al contrario, ha mantenuto obiettivi costanti: la sopravvivenza del regime e un risarcimento per i danni di guerra. Ha scoperto che entrambi potevano essere raggiunti controllando lo Stretto e colpendo le forze americane e gli alleati del Golfo con droni economici e abbondanti.

Prima della guerra, fino a 135 navi al giorno transitavano nello Stretto, largo appena 20 miglia nel punto più stretto, trasportando petrolio da Kuwait, Arabia Saudita e Iraq, oltre a forniture essenziali per l'industria globale dei fertilizzanti. Lo Stretto si è chiuso di fatto intorno al 2 marzo, quando imbarcazioni veloci, droni e missili iraniani hanno reso il transito troppo rischioso per le compagnie di navigazione e i loro assicuratori. Il prezzo del greggio Brent, che era circa 73 dollari al barile prima della guerra, ha raggiunto un picco di quasi 120 dollari, con previsioni di 150 dollari in caso di chiusura prolungata.

Durante il conflitto, l'Iran ha negoziato tariffe di transito con singoli Paesi, arrivando a chiedere fino a 2 milioni di dollari per il passaggio di una nave. Secondo i termini del cessate il fuoco proposti dal regime, il transito sicuro deve essere negoziato con l'esercito iraniano. Se l'Iran manterrà le tariffe attuali, potrebbe incassare fino a 90 miliardi di dollari l'anno, pari a circa un quinto del suo PIL: entrate che prima del conflitto non esistevano. Il Financial Times ha riportato oggi che l'Iran propone un pagamento di 1 dollaro per ogni barile di petrolio in transito, da versare in criptovaluta.

Un'esercitazione condotta dall'Hudson Institute, un think tank di Washington, su incarico della Marina americana, aveva già evidenziato la vulnerabilità dello Stretto. L'esercitazione ha concluso che l'Iran poteva chiuderlo facilmente e a basso costo, mentre la riapertura da parte degli Stati Uniti sarebbe stata complessa e rischiosa, richiedendo settimane di operazioni militari e poi mesi di presidio. "L'aspettativa non era che avremmo vinto", ha dichiarato all'Atlantic Bryan Clark, ricercatore dell'istituto ed ex ufficiale della Marina. "L'aspettativa era che avremmo riaperto lo Stretto e poi avremmo dovuto difenderlo continuamente".

I negoziati, mediati dal Pakistan, definiranno se la guerra è davvero finita. Oggi Reuters ha riferito che l'Iran ha attaccato l'oleodotto saudita che aggira lo Stretto. Trump sembra però pronto a voltare pagina: ha in programma una visita in Cina a metà maggio e le elezioni di metà mandato di novembre si avvicinano. Il presidente ha scritto sui social media che lavorerà con l'Iran e avvierà discussioni sull'alleggerimento delle sanzioni, annunciando anche dazi del 50% sulle esportazioni verso gli Stati Uniti da qualsiasi Paese che fornisca armi a Teheran. Gli alleati americani nel Golfo e in Europa si trovano a fare i conti con le conseguenze durature del conflitto e a interrogarsi sulle garanzie di sicurezza di Washington. Come ha osservato all'Atlantic Richard Nephew, esperto di armi nucleari e sanzioni al Washington Institute for Near East Policy, "dalla prospettiva dell'Iran, è sia strategicamente pericoloso sia una cattiva idea lasciar aprire lo Stretto senza qualche forma di compensazione economica".

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Iran, Trump dichiara vittoria ma il regime è intatto. E i repubblicani temono di perdere le midterm


Trump celebra il cessate il fuoco come un "trionfo storico", ma Teheran controlla ancora lo Stretto di Hormuz e conserva il suo uranio arricchito. La NATO è sempre più in crisi. Scommesse sospette su Polymarket alimentano i dubbi su possibile insider trading.

L'Amministrazione Trump ha dichiarato vittoria nella campagna militare contro l'Iran a meno di 24 ore dall'annuncio del cessate il fuoco. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha parlato di una "vittoria militare storica e schiacciante", sostenendo che gli Stati Uniti abbiano raggiunto "ogni singolo obiettivo" che si erano posti. Sul piano strategico, però, il bilancio appare più ambiguo. E dentro lo stesso Partito repubblicano cresce il timore che la guerra possa costare il controllo del Congresso alle elezioni di novembre.

Stando alle dichiarazioni di Hegseth, le forze americane hanno affondato la Marina iraniana, colpito le capacità di produzione di missili balistici e droni e distrutto gran parte delle difese aeree del Paese. Ma il regime che governa Teheran da 47 anni è ancora al potere. L'Iran possiede ancora circa 440 kg di uranio altamente arricchito, secondo l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica, e continua a controllare lo Stretto di Hormuz, dove transita circa il 20 per cento del petrolio mondiale.

Lo stesso Trump, in un post su Truth Social, sembra aver messo in dubbio la narrazione della piena vittoria avvertendo che le forze americane resteranno nella regione fino alla completa attuazione dell'accordo del cessate il fuoco. Se Teheran non dovesse rispettare i termini concordati, ha scritto, riprenderanno bombardamenti "più intensi, sofisticati e potenti che mai".

Lo Stretto e l'uranio: le due leve di Teheran


I negoziati per il raggiungimento di una pace definitiva cominceranno questo fine settimana a Islamabad, con il vicepresidente JD Vance a capo della delegazione americana. L'Iran si presenta al tavolo con carte importanti. La sua proposta iniziale, un piano in 10 punti, prevede un pedaggio di 2 milioni di dollari per ogni nave in transito nello Stretto, oltre che garanzie di non aggressione, il riconoscimento del diritto all'arricchimento dell'uranio, la revoca di tutte le sanzioni e il pagamento di risarcimenti.

Il blocco imposto dall'Iran sullo Stretto ha fatto impennare il prezzo del petrolio. Negli Stati Uniti, in un mese, il prezzo della benzina è aumentato di circa un dollaro al gallone. Quando martedì sera è trapelata la notizia del cessate il fuoco, i prezzi sono crollati, ma restano comunque molto più alti rispetto a prima della guerra. Trump stesso ha lasciato intendere che il controllo iraniano sullo Stretto potrebbe non cambiare in tempi brevi. Quando il giornalista Jonathan Karl di ABC News gli ha chiesto se potesse accettare un pedaggio iraniano, ha risposto: "Stiamo pensando di farlo come una joint venture".

Sull'uranio, Hegseth ha assicurato che le scorte iraniane sono sotto sorveglianza. "È sepolto e lo stiamo osservando. Sappiamo esattamente cosa hanno", ha detto al Pentagono, aggiungendo: "Ce lo consegneranno o lo elimineremo". Teheran, però, continua a mantenere toni di sfida e non sembra intenzionata a cedere facilmente neppure su questo.

Analisi
Cessate il fuoco con l'Iran: vittoria o trappola?
Numeri, leve negoziali e rischi politici — aprile 2026

Bilancio Negoziati Politica Usa Insider trading?Insider?

Risultati ottenuti dagli Usa

Marina iraniana affondata
Raggiunto

La flotta militare iraniana è stata distrutta. Anche le capacità missilistiche e di produzione droni sono state colpite duramente.

Difese aeree distrutte
Raggiunto

Gran parte del sistema di difesa aerea iraniano è stato neutralizzato durante la campagna.

Regime ancora al potere
Non raggiunto

Il regime che governa Teheran da 47 anni resta in carica. Nessun cambio di regime ottenuto nonostante le dichiarazioni di Trump.

Uranio non sequestrato
Non raggiunto

L'Iran possiede ancora circa 440 kg di uranio altamente arricchito, secondo l'AIEA. Hegseth assicura che è "sotto sorveglianza", ma non è stato recuperato.

Hormuz ancora bloccato
Critico

L'Iran controlla ancora lo Stretto, dove prima della guerra transitava il 20% del petrolio mondiale. Trump ha lasciato intendere che potrebbe accettare un "pedaggio" iraniano sulle navi.

Leve dell'Iran al tavolo di Islamabad

~440 kg
Uranio altamente arricchito
Fonte AIEA

~20%
Del greggio mondiale via Hormuz

Il piano in 10 punti di Teheran

2 mln $ a nave
Pedaggio proposto per il transito nello Stretto

La proposta iniziale iraniana include anche garanzie di non aggressione, diritto all'arricchimento dell'uranio, revoca di tutte le sanzioni e pagamento di risarcimenti.

Joint venture?
Risposta di Trump sulla gestione dello Stretto

Alla domanda di Jonathan Karl (ABC) se potesse accettare un pedaggio iraniano, Trump ha risposto: "Stiamo pensando di farlo come una joint venture".

Tregua già in bilico

Libano escluso dal cessate il fuoco

L'Iran insiste sull'inclusione del Libano. La Casa Bianca però afferma che non rientra negli accordi. Teheran denuncia Washington di averlo già messo in discussione. Finora più di 1.500 morti e un milione di sfollati nel conflitto libanese.

Iran: "Le mani restano sul grilletto"

Il Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale ha avvertito che se i negoziati falliranno le operazioni militari riprenderanno. Il Parlamento iraniano accusa gli Usa di aver violato 3 termini dell'accordo.

Gradimento e benzina

40%
Gradimento Trump
Aggregato FocusAmerica

65%
Disapprova gestione benzina
Navigator Research

+1 $/gallone
Aumento benzina in un mese
Sopra i 4 dollari al gallone

Segnali elettorali

Georgia
Suppletiva: candidato Dem perde di 12 punti in un seggio che Trump aveva vinto di 37
Swing di 25 punti verso i Dem

Wisconsin
Progressista vince alla Corte suprema statale anche in roccaforti repubblicane
Swing significativo rispetto al 2024

La frattura NATO

Alleati assenti dalla guerra
La NATO ha rifiutato di partecipare al conflitto

Trump su Truth Social: "La NATO non c'era quando ne avevamo bisogno". Rubio annuncia un riesame dell'alleanza. Washington non può uscire dalla NATO senza il Congresso, ma può ridurre la cooperazione.

Scommesse sospette su Polymarket

50+
Account creati il giorno stesso della scommessa

7 apr
Scommesse piazzate ore prima dell'annuncio tregua

Profitti sospetti

200k $
Profitto in poche ore
Account creato il giorno stesso · investiti ~72k $

125k $
Secondo account sospetto
Aperto il giorno prima · schema identico

Precedente

Caso Maduro
Schema già visto nella cattura del presidente venezuelano

Account nuovi avevano piazzato scommesse analoghe poche ore prima della cattura di Maduro, realizzando centinaia di migliaia di dollari. Gruppi bipartisan al Congresso propongono di estendere le norme sull'insider trading ai mercati predittivi.

Elaborazione FocusAmerica su dati New York Times, Politico, AP, Navigator Research, dati blockchain Polymarket · aprile 2026

Il cessate il fuoco è già in bilico


La tregua, intanto, ha mostrato segni di fragilità da subito. Il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Qalibaf ha accusato Washington di avere violato almeno tre termini dell'accordo, soprattutto per avere escluso il Libano dal cessate il fuoco. L'Iran insiste sul fatto che qualsiasi intesa debba comprendere anche la fine delle ostilità in Libano, dove Israele ha invaso il sud del Paese contro Hezbollah. In questa fase del conflitto libanese sono state uccise più di 1.500 persone e oltre un milione sono state sfollate.

La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha però confermato che il Libano non rientra nell'accordo. Il Ministero degli Esteri iraniano ha così accusato Washington di aver già messo in discussione l'accordo. Il Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano ha successivamente avvertito che, se i negoziati falliranno, "le nostre mani restano sul grilletto".

Trump attacca di nuovo la NATO


La guerra ha anche aperto una frattura profonda con gli alleati della NATO, che hanno rifiutato di partecipare al conflitto. Dopo un incontro di due ore alla Casa Bianca con il Segretario Generale dell'Alleanza Atlantica Mark Rutte, Trump ha ribadito il suo pensiero su Truth Social:

"La NATO non c'era quando ne avevamo bisogno, e non ci sarà se ne avremo bisogno di nuovo".


Il Segretario di Stato Marco Rubio ha preannunciato nei giorni scorsi che gli Stati Uniti riesamineranno il proprio rapporto con l'Alleanza al termine del conflitto. "Dovremo chiederci se questa alleanza stia ancora servendo al suo scopo o se sia diventata una strada a senso unico, dove l'America difende l'Europa ma quando ha bisogno degli alleati questi negano basi e sorvolo", ha detto.

Trump non può uscire formalmente dalla NATO senza l'approvazione del Congresso, ma può ridurre la cooperazione militare con i Paesi alleati. Da parte loro, i Paesi europei hanno già fatto sapere che queste minacce, da sole, hanno danneggiato gravemente l'Alleanza.

I repubblicani temono un disastro elettorale a novembre


A Washington, il cessate il fuoco non ha placato i timori dentro il Partito repubblicano. "Questa guerra cementa praticamente il fatto che perderemo le elezioni di novembre, Senato e Camera", ha detto a Politicouna persona vicina alla Casa Bianca.

I segnali, per i repubblicani, sono tutti negativi. Martedì, nelle elezioni suppletive in Georgia per il seggio che fu di Marjorie Taylor Greene, il candidato democratico ha perso di 12 punti in un distretto dove però Trump aveva vinto di 37 nel 2024. In Wisconsin, il candidato progressista alla Corte Suprema statale ha stravinto conquistando anche roccaforti repubblicane. Il gradimento di Trump nei sondaggi è sceso intanto al 40%.

Il prezzo della benzina, salito sopra i 4 dollari al gallone, è diventato un'arma politica per i democratici. Un sondaggio di Navigator Research indica che il 65% degli elettori disapprova la gestione di Trump sui prezzi del carburante. "Trump se ne deve assumere la responsabilità", ha detto a Politico uno stratega repubblicano della Georgia, aggiungendo che con un gradimento sotto il 35% "sarebbe un bagno di sangue".

Scommesse sospette su Polymarket prima della tregua


A rendere ancora più controverso l'annuncio della tregua sono state le scommesse piazzate su Polymarket. Un'analisi dei dati pubblici della blockchain mostra che almeno 50 account, creati da poco, hanno puntato parecchi soldi sul cessate il fuoco il 7 aprile, diverse ore prima dell'annuncio, in un momento in cui la retorica di Trump faceva però pensare più a un'escalation che a una tregua.

Uno di questi account, creato martedì mattina, ha investito circa 72.000 dollari e incassato un profitto di 200.000. Un altro, aperto il giorno prima, ha guadagnato 125.500 dollari. Lo schema ricalca episodi precedenti: account nuovi avevano piazzato scommesse analoghe poche ore prima della cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro, realizzando centinaia di migliaia di dollari di profitto.

Non meraviglia dunque il fatto che esponenti bipartisan al Congresso abbiano presentato proposte di legge per estendere la definizione di insider trading ai mercati predittivi. "Questi mercati hanno bisogno di regolamentazione", ha detto Todd Phillips, professore alla Georgia State University. "Non possiamo permettere che le persone facciano trading usando informazioni privilegiate".

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

La rassegna stampa di giovedì 9 aprile 2026


La fragile tregua con l'Iran scatena divisioni interne nel movimento MAGA mentre crescono le incertezze sulla riapertura dello Stretto di Hormuz

Questa è la rassegna stampa di giovedì 9 aprile 2026

La tregua con l'Iran mostra già le prime crepe


La tregua di due settimane tra Stati Uniti e Iran, annunciata dal presidente Trump, è già in difficoltà dopo meno di 24 ore. L'Iran ha accusato gli Stati Uniti di violare l'accordo a causa degli attacchi israeliani al Libano, mentre permangono dubbi sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Il vicepresidente Vance guiderà i negoziati questo weekend.

Fonti: New York Times, Bloomberg Politics, The Hill

La divisione nel movimento MAGA sulla guerra con l'Iran


L'accordo di cessate il fuoco con l'Iran ha provocato una frattura all'interno del movimento MAGA di Trump. Molti sostenitori hanno espresso rabbia sui social media, considerando l'accordo un tradimento delle promesse elettorali. La spaccatura evidenzia tensioni crescenti tra l'approccio diplomatico e le aspettative dei sostenitori più radicali.

Fonti: New York Times, Financial Times, The Hill

Il tasso di fertilità degli Stati Uniti raggiunge un nuovo minimo storico


I dati del CDC mostrano che il tasso di fertilità americano ha raggiunto un nuovo record negativo nel 2025, continuando un declino iniziato nel 2007. Il calo è particolarmente pronunciato tra le adolescenti, con implicazioni significative per la crescita demografica del paese.

Fonti: New York Times, Wall Street Journal

L'FBI arresta un ex dipendente militare per fuga di notizie classificate


L'FBI ha arrestato Courtney Williams, 40 anni, ex dipendente di Fort Bragg, accusata di aver fornito informazioni classificate a un giornalista che indagava su morti e traffico di droga nella base militare. L'arresto è stato annunciato dal direttore dell'FBI Kash Patel.

Fonti: The Guardian, The Hill

Un tribunale federale respinge la richiesta di Anthropic contro il Pentagono


Una corte d'appello federale ha negato la richiesta di Anthropic di sospendere temporaneamente la designazione del Pentagono che etichetta la compagnia di intelligenza artificiale come "rischio per la catena di approvvigionamento". La decisione complica la battaglia legale tra il governo e l'azienda AI.

Fonti: New York Times, The Hill

Trump critica la NATO dopo l'incontro con il segretario generale Rutte


Il presidente Trump ha attaccato duramente l'alleanza NATO in seguito a un incontro con il segretario generale Mark Rutte, dichiarando che "la NATO non c'era quando ne avevamo bisogno e non ci sarà se dovessimo averne bisogno di nuovo". Le critiche arrivano in un momento di tensioni con gli alleati europei.

Fonti: The Hill

Un medico hawaiano condannato per tentato omicidio della moglie


Gerhardt Konig, 47 anni, anestesista delle Hawaii, è stato condannato per tentato omicidio colposo dopo aver attaccato la moglie Arielle durante un'escursione su una scogliera vicino a Honolulu. I procuratori avevano sostenuto che l'uomo aveva pianificato di uccidere la consorte durante una gita di compleanno.

Fonti: The Guardian, New York Times

Marzo stabilisce un nuovo record per il mese più caldo nella storia degli Stati Uniti


I dati della NOAA mostrano che marzo 2026 è stato il mese più caldo mai registrato nella storia americana, con temperature superiori di 9,4 gradi Fahrenheit rispetto alla media del XX secolo. Dieci stati hanno stabilito record di temperatura per il mese di marzo.

Fonti: The Hill

La "Regina della Ketamina" condannata a 15 anni per la morte di Matthew Perry


Jasveen Sangha, soprannominata la "Regina della Ketamina", è stata condannata a 15 anni di prigione per il suo ruolo nella morte per overdose dell'attore Matthew Perry. È la condanna più severa finora emessa per i responsabili della morte della star di "Friends".

Fonti: New York Times

Le esportazioni petrolifere americane verso nuovi record per la guerra in Iran


Le esportazioni di petrolio degli Stati Uniti si dirigono verso livelli record mentre una "armata" di petroliere asiatiche si dirige verso i porti americani a causa delle carenze energetiche scatenate dalla guerra in Iran. Il Regno Unito è diventato la principale destinazione per il carburante americano per jet dopo la riduzione dei flussi dal Golfo.

Fonti: Financial Times, Financial Times

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

John Deere pagherà 99 milioni di dollari in un monumentale accordo per il diritto alla riparazione

Il colosso della produzione agricola metterà inoltre a disposizione di terzi, per 10 anni, strumenti digitali per la diagnostica, la manutenzione e la riparazione.

@pirati@feddit.it

thedrive.com/news/john-deere-t…

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Trump valuta di spostare le truppe Usa in Europa per punire i Paesi NATO meno allineati sull'Iran


Secondo il Wall Street Journal, la Casa Bianca sta studiando il possibile trasferimento dei soldati e la chiusura delle basi militari nei Paesi giudicati considerati come poco collaborativi, mentre si allarga la frattura transatlantica.

Donald Trump starebbe valutando un piano per punire alcuni Paesi della NATO ritenuti poco collaborativi con gli Stati Uniti e Israele durante la guerra con l’Iran. A scriverlo è il Wall Street Journal, secondo cui la proposta prevede di trasferire truppe americane dai Paesi dell’Alleanza Atlantica considerati meno utili allo sforzo bellico a quelli che avrebbero invece sostenuto con maggiore convinzione la campagna militare americana.

Il piano, sempre secondo il quotidiano statunitense, è ancora in una fase iniziale, ma nelle ultime settimane avrebbe raccolto sostegno tra alti funzionari dell’Amministrazione Trump e rientrerebbe tra le diverse opzioni discusse dalla Casa Bianca per colpire la NATO. La misura sarebbe comunque decisamente più limitata rispetto alle recenti minacce di Trump di ritirare completamente gli Stati Uniti dall’Alleanza Atlantica, ipotesi che per legge non può concretizzarsi senza il via libera del Congresso.

La proposta rifletterebbe però il netto peggioramento dei rapporti tra Washington e gli alleati europei dopo la decisione del presidente statunitense di entrare in guerra con l’Iran senza consultare i partner. Proprio oggi il Segretario Generale della NATO, Mark Rutte, si è recato a Washington per incontrare Trump e cercare di rafforzare i rapporti con il presidente americano nonostante le forti tensioni all’interno dell’Alleanza transatlantica.

Frattura atlantica
Trump valuta di ridistribuire le truppe Usa in Europa per punire gli alleati
Chi perde e chi guadagna nella nuova mappa della Nato — aprile 2026

Mappa Paesi Contesto Tensioni

Presenza militare Usa in Europa

84.000
Soldati Usa in Europa

5%
Spesa difesa/Pil richiesta da Trump

L'equilibrio che cambia

Truppe via
Truppe in arrivo

Spagna · Germania · Italia · Francia Polonia · Romania · Lituania · Grecia

"È molto triste che la Nato abbia voltato le spalle al popolo americano nelle ultime sei settimane"
— Karoline Leavitt, portavoce della Casa Bianca

Paesi penalizzati — Possibile ritiro truppe o chiusura basi

Spagna
Spazio aereo negato

Unico Paese Nato a non aver promesso una spesa difesa al 5% del Pil. Ha impedito agli aerei Usa coinvolti nell'operazione contro l'Iran di usare il proprio spazio aereo. Candidata alla chiusura di una base americana.

Germania
Critiche alla guerra

Alti funzionari tedeschi hanno criticato la guerra in Iran. Berlino resta uno degli hub militari più importanti per le operazioni Usa in Medio Oriente. Già nel 2020 Trump ordinò il ritiro di 12.000 soldati, decisione annullata da Biden.

Italia
Base bloccata

Ha inizialmente bloccato l'uso di una base in Sicilia da parte degli Stati Uniti. Il ministro della Difesa italiano è rimasto bloccato a Dubai alla chiusura dello spazio aereo emiratino all'inizio della guerra.

Francia
Uso condizionato

Ha autorizzato l'uso di una base nel sud del Paese solo dopo aver ottenuto garanzie che vi sarebbero atterrati aerei non coinvolti nei raid contro l'Iran.

Paesi premiati — Possibile rafforzamento presenza Usa

Polonia
Allineata

Tra i Paesi con la spesa militare più alta dell'Alleanza. Considerata favorevole alla linea americana. Disponibile a sostenere la coalizione per il monitoraggio di Hormuz.

Romania
Basi approvate

Ha approvato rapidamente le richieste americane per l'uso delle proprie basi da parte dell'Air Force dopo l'inizio della guerra. Alta spesa militare rispetto al Pil.

Lituania
Allineata

Paese baltico con elevata spesa militare. Tra i primi a segnalare disponibilità a sostenere la coalizione internazionale per il monitoraggio di Hormuz.

Grecia
Allineata

Posizione strategica nel Mediterraneo orientale. Tra i Paesi con i più alti livelli di spesa militare nell'Alleanza.

La posta in gioco

84.000
Soldati Usa dispiegati in Europa

12.000
Ritirati dalla Germania nel 2020, reintegrati da Biden nel 2021

Deterrenza
Le basi Usa in Europa orientale frenano la Russia

Economia
Le basi americane sono un vantaggio economico per i Paesi ospitanti

Il rischio strategico

"Sono molto deluso dalla Nato. Il mancato sostegno alla guerra è una macchia che non sparirà mai"
— Donald Trump, lunedì

⚠ Più truppe vicino al confine russo
Lo spostamento verso Est rischia di irritare Mosca. Trump ha anche ventilato l'ipotesi di lasciare del tutto l'Alleanza, ma per legge serve il via libera del Congresso.

Tocca un evento per i dettagli

2020
Trump ordina il ritiro di 12.000 soldati dalla Germania

Decisione del primo mandato, motivata dalla spesa militare tedesca giudicata insufficiente. Biden annulla il ritiro nel 2021.

Gen 2025
Ritorno di Trump alla Casa Bianca: dazi, Groenlandia, Putin

Impone dazi all'Europa, apre un dialogo con Putin sull'Ucraina e preme sulla Danimarca per la Groenlandia. Serie di crisi diplomatiche con gli alleati Nato.

Mar 2026
Inizia la guerra con l'Iran senza consultare gli alleati

Gli alleati europei non vengono consultati in anticipo. Due ministri della Difesa Nato (Estonia e Italia) restano bloccati a Dubai dopo la chiusura dello spazio aereo emiratino.

Apr 2026
Rutte vola a Washington per tentare la mediazione

Il segretario Nato cerca di rafforzare i rapporti con Trump nonostante le tensioni. La Casa Bianca annuncia una "conversazione molto franca e diretta".

Apr 2026
Il WSJ rivela il piano di redistribuzione delle truppe

Proposta ancora in fase iniziale ma con sostegno tra alti funzionari. Prevede trasferimento truppe dai Paesi "poco collaborativi" verso quelli più allineati. Possibile chiusura di almeno una base.

Fonti: Wall Street Journal · aprile 2026

In precedenza, la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt aveva detto che è “molto triste” che la NATO abbia “voltato le spalle al popolo americano” nelle ultime sei settimane, nonostante siano proprio gli americani, ha sostenuto, a finanziare con i propri soldi la difesa europea. Leavitt aveva aggiunto che Trump intendeva avere con Rutte una conversazione molto franca e diretta su questo tema.

Gli Stati Uniti hanno attualmente circa 84 mila soldati dispiegati in Europa, anche se il numero può variare in base alle esercitazioni e ai dispiegamenti a rotazione. Le basi americane nel continente sono un nodo fondamentale per le operazioni militari globali degli Stati Uniti e rappresentano anche un vantaggio economico per i Paesi che le ospitano. Nell’Europa orientale, inoltre, svolgono una funzione di deterrenza nei confronti della Russia. Già nel 2020, durante il suo primo mandato, Trump aveva ordinato il ritiro di circa 12 mila soldati dalla Germania, decisione poi annullata da Joe Biden dopo il suo insediamento nel 2021.

Non è ancora chiaro quali Paesi potrebbero perdere truppe o basi americane, anche se diversi membri dell’Alleanza Atlantica sono entrati in contrasto con Trump dal suo ritorno alla Casa Bianca e, più di recente, hanno attirato le sue critiche per le obiezioni alla guerra in Iran. Il Wall Street Journal cita tra i casi più evidenti quello della Spagna, unico Paese NATO a non avere promesso una spesa per la difesa pari al 5 per cento del PIL, che avrebbe anche impedito agli aerei americani coinvolti nell’operazione contro l’Iran di usare il proprio spazio aereo.

Secondo il quotidiano americano, l’Amministrazione Trump avrebbe espresso frustrazione anche verso la Germania, dopo le critiche di alcuni alti funzionari tedeschi alla guerra voluta da Trump, nonostante il Paese resti uno dei più importanti hub militari statunitensi per il sostegno alle operazioni in Medio Oriente. Anche l’Italia avrebbe inizialmente bloccato l’uso di una base in Sicilia da parte degli Stati Uniti, mentre la Francia avrebbe autorizzato l’impiego di una base nel sud del Paese solo dopo avere ottenuto la garanzia che vi sarebbero atterrati aerei non coinvolti nei raid contro l’Iran.

Oltre al riposizionamento delle truppe, il piano potrebbe comprendere anche la chiusura di almeno una base americana in Europa, forse proprio in Spagna o in Germania. Al contrario, i Paesi che potrebbero beneficiare di un rafforzamento della presenza militare americana sarebbero Polonia, Romania, Lituania e Grecia.

Questi Paesi sono considerati più favorevoli alla linea americana, hanno tra i più alti livelli di spesa militare dell’Alleanza e sono stati tra i primi a segnalare la disponibilità a sostenere una coalizione internazionale per il monitoraggio dello Stretto di Hormuz. Dopo l’inizio della guerra, la Romania avrebbe approvato rapidamente le richieste americane per l’uso delle proprie basi da parte dell’Air Force. Un simile riassetto porterebbe però più truppe americane vicino al confine russo, con il rischio di irritare ulteriormente Mosca.

La guerra con l’Iran è comunque soltanto l’ultimo episodio di una serie di crisi diplomatiche che hanno investito la NATO dal ritorno di Trump alla Casa Bianca. In precedenza il presidente aveva già irritato gli alleati con i dazi imposti all’Europa, con l’apertura al dialogo con Vladimir Putin nel tentativo, fallito, di porre fine alla guerra in Ucraina e soprattutto con le pressioni sulla Danimarca per annettere la Groenlandia.

reshared this

In Russia, Putin vede qualcosa che non si vedeva da anni: un calo notevole nei tassi di approvazione

Forse sono le diffuse interruzioni di Internet mobile ordinate dallo Stato che hanno sconvolto la vita di milioni di russi, soprattutto a Mosca.
Forse sono gli attacchi dei droni ucraini che hanno interrotto i piani di volo dei russi’ e ha gravemente ridotto le esportazioni russe di petrolio nel Mar Baltico.
Forse è il abbattimento di massa di bestiame infetto ciò ha scatenato urla di indignazione da parte degli agricoltori siberiani.
Forse è la guerra totale contro l'Ucraina che, nonostante le promesse del Cremlino di una rapida vittoria, infuria nel suo quinto anno, con le forze di Kiev che tengono la Russia quasi in una situazione di stallo e i morti e i feriti di guerra di Mosca che superano gli 1,2 milioni.

Indipendentemente dal motivo, il fatto è che il presidente russo Vladimir Putin non è più popolare come una volta.

rferl.org/a/russia-putin-appro…

@Politica interna, europea e internazionale

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

I lobbisti del settore tecnologico dei data center sono allarmisti nel tentativo di revocare retroattivamente la legge sul diritto alla riparazione

I lobbisti di importanti aziende tecnologiche come Cisco e IBM stanno cercando di far approvare in Colorado una legge che annullerebbe drasticamente una legge rivoluzionaria sul diritto alla riparazione, con il pretesto di proteggere la sicurezza nazionale e i data center.

404media.co/data-center-tech-l…

@pirati@feddit.it


Data Center Tech Lobbyists Fearmonger in Attempt to Retroactively Roll Back Right to Repair Law


Lobbyists for major tech firms like Cisco and IBM are trying to push through legislation in Colorado that would drastically roll back a groundbreaking right to repair law under the guise of protecting national security and data centers.

The legislation, which passed through a Colorado state senate committee on Thursday, would exempt hardware from the existing right to repair law if that hardware “is considered critical infrastructure.” One of the issues with this is that “critical infrastructure” is very broadly defined, and could include essentially anything. In practice, the law could essentially repeal huge parts of one of the most important right to repair laws in the United States.

“It relies on a broad, vague definition that allows the manufacturer themselves to self-designate whether their equipment is for critical infrastructure,” Louis Rossmann, a right to repair expert and popular YouTuber, testified at a hearing on the bill Thursday. “So if a laptop manufacturer knows the Pentagon buys their laptops, they can declare that line exempt. If a networking company sells a $20 switch to a federal building, they can claim that hardware is critical infrastructure. It’s a blank check for manufacturers to exempt themselves.”

Ever since consumer rights advocates began pushing for right to repair legislation roughly a decade ago, hardware manufacturers have been fear mongering to lawmakers by telling them that right to repair would introduce security threats by requiring them to reveal proprietary information about their products. In practice, the exact opposite has happened, because greater access to repair parts, tools, diagnostic software, and repair guides means that broken equipment that could potentially be more vulnerable to hacking attempts can be fixed more quickly.

“When we talk about critical infrastructure and fixing things, we often do not have time to wait for an official fix from a company that may not be motivated to fix things,” Andrew Brandt, a security researcher and cofounder of the nonprofit Elect More Hackers, testified Thursday. “What ends up happening is that with smaller companies, where they may have spent most of their budget buying some firewall or router that they can no longer afford, they end up in a situation where they’re just going to keep running that device in an unsafe state and leave themselves vulnerable to cyber attack.”

The groups pushing for this legislative rollback appear to be legacy enterprise hardware manufacturers, who highlighted during the hearing the fact that their technology is increasingly being used in data centers, which seem to be one of the only things the current American economy seems capable of building. Lobbyists for the Consumer Technology Association, which represents many large manufacturers, testified in support of the bill, as did Joseph Lee, who works for Cisco.

“While Cisco appreciates the arguments offered in favor of right to repair devices, not all digital technology devices are equal. A router used in a home is fundamentally different from the infrastructure equipment used to manage a power grid or secure confidential state agency data,” Lee said.

Chris Bresee, a lobbyist with the National Electrical Manufacturers Association, also highlighted the fact that, broadly, there is IT equipment that will need repairs at data centers.

“A growing number of products in data centers with connection to our electric grid as well. It is of the utmost importance to safeguard these critical systems,” he said. “This is not an argument against repair or against consumers rights, it is a recognition that fixing a smartphone is not the same as modifying systems that keep the lights on for our country.”

The argument being made by these lobbyists and major tech companies is that only the manufacturers or their authorized representatives should be allowed to fix these types of electronics. But, again, the definition of “critical infrastructure” is so broad that it can be applied to almost any type of electronic, and there is nothing fundamentally different between a router used at a data center and a router used in a school, business, or home.

“You look at who is backing this bill, it is large firms like Cisco and IBM. They sell information technology equipment to tens of thousands of Colorado businesses, and they are looking to create a de facto monopoly on that service, which exists in the states that have denied this business to business right to repair,” Paul Roberts, a cybersecurity expert and founder of SecuRepairs testified. “The big tech companies backing the bill are using a very real concern about cybersecurity and resilience of US critical infrastructure to pad their bottom line, locking in a monopoly on service and repair. Cyber attacks on US critical infrastructure are rampant and have nothing to do with information covered by Colorado’s right to repair law.”


reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Una donna può vincere nel 2028, nonostante le sconfitte di Clinton e Harris


Le due sconfitte democratiche con candidate donne si sono decise per margini minimi e in condizioni politiche sfavorevoli. La ricerca accademica conferma che le donne ottengono risultati simili agli uomini quando si candidano

Dopo la vittoria di Donald Trump nel 2024, una parte del Partito Democratico ha tratto una conclusione apparentemente logica: candidare una donna alla presidenza è una scelta perdente. Hillary Clinton ha perso nel 2016, Kamala Harris nel 2024, Joe Biden ha vinto nel 2020. Il ragionamento sembra lineare, ma secondo un'analisi di Geoffrey Skelley pubblicata su Decision Desk HQ è anche semplicistico e fuorviante.

Un articolo di Axios della settimana scorsa ha rivelato che molti dirigenti democratici discutono, perlopiù a porte chiuse, se il partito debba candidare un uomo bianco e cristiano nel 2028 per riconquistare la presidenza. Un sondaggio AP/NORC del dicembre 2024 ha fotografato il pessimismo diffuso: circa due democratici su cinque hanno dichiarato di ritenere "poco probabile" o "per nulla probabile" che una donna venga eletta presidente nel corso della loro vita. Tra i repubblicani la percentuale scende a circa uno su quattro.

Il problema di questa lettura è che si basa su un campione di due sole elezioni, ignorando il contesto in cui si sono svolte. Sia la sconfitta di Clinton sia quella di Harris rientrano tra le dieci elezioni presidenziali più combattute dal 1864 a oggi, misurate in base al margine di voto popolare nazionale. Clinton nel 2016 ottenne addirittura più voti popolari di Trump, che registrò il secondo peggior scarto tra i candidati vincitori nella storia del Collegio Elettorale.

Se si considera il Collegio Elettorale, che è il sistema che effettivamente elegge il presidente, i numeri sono ancora più eloquenti. Nel 2016 Clinton perse tre Stati decisivi per un totale di circa 78.000 voti, lo 0,06% dei 137 milioni di voti espressi: la quinta percentuale più bassa dal 1864 al 2024. Harris nel 2024 avrebbe avuto bisogno di uno spostamento di 230.000 voti, pari allo 0,15% del totale. Margini sottilissimi, che suggeriscono sconfitte tutt'altro che inevitabili.

A pesare sui risultati di entrambe le candidate non è stato solo il genere, ma un insieme di fattori strutturali che la scienza politica chiama "fondamentali": lo stato dell'economia, il gradimento del presidente in carica e da quanto tempo un partito controlla la Casa Bianca. Nel 2024 Harris si candidava come vice di Biden, un presidente impopolare, e non riuscì a prendere le distanze dalla sua amministrazione. Gli elettori la associavano all'inflazione che aveva segnato il mandato. Nel 2016 Clinton cercava di ottenere un terzo mandato consecutivo per i democratici dopo gli otto anni di Obama, un'impresa riuscita una sola volta dal 1950: quando George H.W. Bush nel 1988 succedette a Reagan.

Entrambe le candidate avevano poi debolezze specifiche che andavano oltre il genere. Nel 2016 Clinton e Trump risultavano i due candidati più impopolari dell'era moderna dei sondaggi. Clinton, una delle figure più note della politica americana, non poteva presentarsi come candidata del cambiamento dopo due mandati democratici. Harris nel 2024 pagò le posizioni marcatamente progressiste assunte durante la sua fallimentare corsa alle primarie del 2020, che la resero vulnerabile all'accusa di essere troppo a sinistra.

Un controfattuale illuminante riguarda proprio Clinton. Nel 2008 perse le primarie democratiche contro Barack Obama per un margine molto ridotto. Se le avesse vinte, con ogni probabilità sarebbe diventata la prima presidente donna degli Stati Uniti: il repubblicano George W. Bush aveva un gradimento intorno al 20%, l'economia stava entrando nella Grande Recessione e il partito repubblicano era al suo terzo mandato consecutivo. Qualunque candidato democratico di primo piano avrebbe vinto quell'elezione.

La ricerca accademica offre un quadro più sfumato rispetto al pessimismo post-elettorale. Gli studi mostrano che quando le donne si candidano ottengono risultati simili a quelli degli uomini. Un'analisi di Split Ticket condotta dopo il 2024 ha rilevato che la maggior parte dei candidati democratici più competitivi nei seggi contesi alla Camera erano donne. Inoltre, diverse ricerche hanno trovato che l'appartenenza partitica tende a prevalere sulle difficoltà elettorali legate agli stereotipi di genere.

Esiste però una specificità della corsa presidenziale. Uno studio del 2025 condotto da due politologi dell'Università di Toronto ha rilevato che il 16% della popolazione statunitense manifesta disagio all'idea di avere una donna presidente, un dato che suggerisce differenze nella percezione degli elettori tra la presidenza e altre cariche. Tuttavia, lo stesso studio ha trovato che i democratici sono molto meno inclini dei repubblicani a mostrare questi atteggiamenti negativi. In un'epoca di forte polarizzazione, in cui la maggior parte degli elettori si identifica con un partito, questo garantisce a una candidata democratica una base di partenza molto solida.

Il ragionamento vale anche per eventuali candidate repubblicane, sebbene il Partito Democratico, che conta più donne elette e ha una base a maggioranza femminile, appaia più propenso a candidare una donna. Due elezioni perse per margini minimi, in condizioni politiche sfavorevoli e con candidate che avevano limiti specifici, non costituiscono la prova che una donna non possa vincere la presidenza degli Stati Uniti.


I Dem pensano che per il 2028 serva un uomo bianco e cristiano


Alcuni esponenti di primo piano del Partito Democratico discutono una questione delicata: se la strada migliore per riconquistare la presidenza nel 2028 sia candidare un uomo, possibilmente bianco, eterosessuale e cristiano. Lo rivela Axios, che ha raccolto testimonianze su un confronto sempre meno riservato e sempre più pubblico all'interno del partito.

Il timore, condiviso in chat di gruppo, eventi privati e ormai anche in dichiarazioni ufficiali, è che una parte dell'elettorato americano non sia ancora disposta a votare per una donna o per un candidato che appartenga a una minoranza. Il Partito Democratico ha perso due volte contro il presidente Trump con donne in lista: Hillary Clinton nel 2016 e Kamala Harris nel 2024. Per alcuni dirigenti, donatori e strateghi del partito, queste sconfitte dimostrano che l'America non è pronta. "C'è la paura che una donna abbia ormai perso due volte", ha detto ad Axios uno stratega democratico di livello nazionale. "Senza considerare le centinaia di volte in cui hanno perso degli uomini, è giusto candidare una donna?". Altri strateghi si sono espressi in modo ancora più diretto, con diversi che hanno ripetuto una formula simile: "Deve essere un uomo bianco".

A spingere il dibattito sulla scena pubblica è stata l'ex first lady Michelle Obama, che a novembre ha dichiarato che gli Stati Uniti "devono ancora maturare molto" e che "purtroppo ci sono ancora molti uomini che non si sentono a proprio agio nell'essere guidati da una donna". Il deputato del South Carolina Jim Clyburn ha detto a Nbc che Obama aveva "assolutamente ragione", aggiungendo però che le donne dovrebbero continuare a candidarsi. L'ex presidente Biden, intervenendo nel programma televisivo "The View", ha attribuito la sconfitta di Harris al sessismo e al razzismo.

Harris stessa ha affrontato il tema nel suo libro "107 Days", raccontando come i pregiudizi abbiano influenzato anche la scelta del vicepresidente. Prima di scegliere il governatore del Minnesota Tim Walz, la sua prima opzione era Pete Buttigieg, allora segretario ai Trasporti e apertamente omosessuale. Buttigieg "sarebbe stato un partner ideale, se io fossi stata un uomo bianco, eterosessuale", ha scritto Harris. "Ma stavamo già chiedendo molto all'America: accettare una donna, una donna nera, una donna nera sposata con un uomo ebreo. Una parte di me voleva dire: al diavolo, facciamolo. Ma con la posta in gioco così alta, era un rischio troppo grande". In un'intervista successiva al New York Times, a dicembre, Harris ha però detto di credere che "il paese è pronto" per una presidente donna.

Guardando al 2028, tra le donne che potrebbero candidarsi si fanno i nomi della stessa Harris, della senatrice del Michigan Elissa Slotkin, della deputata di New York Alexandria Ocasio-Cortez e della governatrice del Michigan Gretchen Whitmer, anche se secondo alcune fonti interne quest'ultima difficilmente si presenterà. Ma la lista dei possibili candidati uomini rivela un dato interessante: molti di loro non sono bianchi e cristiani. Il governatore dell'Illinois JB Pritzker, il governatore della Pennsylvania Josh Shapiro e l'ex sindaco di Chicago Rahm Emanuel sono ebrei. Il senatore dell'Arizona Ruben Gallego è latino. Il deputato della California Ro Khanna è induista di origine indiana. Il senatore del New Jersey Cory Booker e il governatore del Maryland Wes Moore sono neri. Tra i candidati che corrispondono al profilo dell'uomo bianco e cristiano ci sono, oltre a Buttigieg, il governatore del Kentucky Andy Beshear, il senatore dell'Arizona Mark Kelly e il governatore della California Gavin Newsom.

Diversi potenziali candidati hanno respinto apertamente l'idea che il paese non sia abbastanza tollerante. Khanna ha detto ad Axios che chi sostiene che donne e candidati di minoranze non possano vincere "non sa di cosa parla. I dati dicono il contrario". Secondo Khanna, Harris "ha ottenuto lo stesso voto bianco di Barack Obama" e "quello che ha perso tra gli uomini bianchi lo ha recuperato tra le donne bianche. Ma non abbiamo conquistato abbastanza latinoamericani, asiatici, uomini neri e giovani elettori". Whitmer ha dichiarato a Npr che, pur ammirando Michelle Obama, "credo che l'America sia pronta per una presidente donna". Buttigieg ha detto a Politico che "il modo in cui si conquista la fiducia degli elettori dipende soprattutto da ciò che pensano farai per le loro vite, non dalle categorie a cui appartieni". Shapiro, nel podcast "Higher Learning", ha risposto a chi gli diceva che un ebreo non può diventare presidente ricordando di aver vinto in uno Stato chiave e di aver conquistato elettori di ogni tipo grazie alla trasparenza sulla propria fede. "Credo che l'America sia pronta a eleggere una donna, una persona nera, una persona gay, una persona ebrea", ha detto, concludendo con il suo motto: "Quello che l'America vuole è qualcuno che porti a casa i risultati".

Il confronto resta aperto e tocca un nodo irrisolto per i Democratici. Gli scettici di questa tesi sostengono che attribuire le sconfitte del 2016 e del 2024 all'intolleranza di parte dell'elettorato sia un modo comodo per evitare di fare i conti con le divisioni interne e i limiti del partito. Ogni elezione, del resto, ha dinamiche proprie.


reshared this