La progressista Analilia Mejía vince le elezioni speciali della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti nel New Jersey, regalando ai democratici un'altra vittoria

La democratica Analilia #Mejía ha vinto le elezioni speciali del New Jersey per gli Stati Uniti. Giovedì alla Camera, sconfiggendo il repubblicano Joe Hathaway con il messaggio di opporsi al presidente Donald Trump e difendere le politiche progressiste.

Mejía, 48 anni, ex capo della Working Families Alliance che aveva il sostegno del Vermont, Stati Uniti. Il senatore Bernie Sanders occuperà il seggio precedentemente occupato dal governatore democratico Mikie Sherrill e resterà in carica fino a gennaio.

La sua vittoria è una vittoria per i progressisti e significa che i democratici mantengono il seggio dell’11° distretto alla Camera, dove i repubblicani detengono una maggioranza risicata. Si aggiunge anche a una serie di vittorie per i democratici in vista delle elezioni di medio termine di quest'anno.

L'Associated Press ha indetto la corsa per Mejía pochi minuti dopo la chiusura delle urne.

Mejía ha poi parlato a Montclair davanti a una folla entusiasta di sostenitori che hanno gridato all'unisono con lei che era un nuovo membro del Congresso “non comprato, non bossato e impertinente.”

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Vance cerca un'ideologia per il trumpismo, ma Trump non la vuole


Secondo Economist, il vicepresidente americano cerca di costruire un'ideologia per il movimento MAGA, ma le sue teorie vengono sistematicamente smentite dalle scelte di Trump, dalla guerra con l'Iran al sostegno a Orban.

Il vicepresidente statunitense J.D. Vance ama le grandi idee, o almeno l'idea di avere grandi idee. A sostenerlo è Economist in un articolo della rubrica Lexington che analizza il ruolo ambiguo del numero due della Casa Bianca. A differenza del presidente Donald Trump, Vance legge libri e ne scrive, e parla come un membro diplomato di quell'élite che entrambi ostentatamente disprezzano. Si allinea con la cosiddetta post-liberal right, una definizione talmente altisonante che risulta difficile immaginarla pronunciata da Trump.

Secondo Economist, Vance svolge la funzione di principale emissario tra la Casa Bianca e la New Right intellettuale, un aggregato di pensatori, imprenditori della Silicon Valley e podcaster con le proprie idee per salvare la civiltà occidentale. Il problema, osserva il settimanale britannico, è che Vance si è ritagliato il ruolo di ideologo capo di un movimento, il MAGA, la cui essenza è proprio non avere un'ideologia. Il MAGA risponde agli istinti, agli impulsi e alla gloria di un solo uomo. Di conseguenza le teorie di governo di Vance continuano a essere smentite dalla pratica di Trump.

Il caso più evidente riguarda la politica estera. Vance, veterano della guerra in Iraq, è stato un sostenitore dell'isolazionismo. Durante l'ultima campagna presidenziale aveva dichiarato che l'America non deve costantemente fare da poliziotto in ogni regione del mondo. Una guerra con l'Iran gli sembrava un'idea particolarmente sbagliata, non nell'interesse americano e destinata a rappresentare una grande distrazione di risorse. Un conflitto tra Israele e Iran era ai suoi occhi lo scenario più probabile e più pericoloso per l'innesco di una terza guerra mondiale.

Ma secondo Economist Trump, con il suo America first, non intendeva smettere di fare da poliziotto del mondo. Intendeva usare la forza ovunque ritenesse giusto, senza riguardo per risorse, alleati o stabilità globale, tanto meno per una grande strategia. Vance si è quindi trovato a giustificare la guerra in Medio Oriente sostenendo che questa volta ha senso perché l'America ha un presidente intelligente, mentre in passato ha avuto presidenti stupidi. Una formula, osserva il settimanale, infantile ma utile, perché lusinga Trump e allo stesso tempo gli scarica la responsabilità. Una fonte anonima ha fatto sapere al New York Times che tra tutti i consiglieri di Trump, Vance era l'unica netta eccezione contraria alla guerra. Il vicepresidente si è poi proposto come capo negoziatore, la migliore tra le opzioni cattive: se fallisce può dare la colpa all'Iran, e al tempo stesso evita che il segretario di Stato Marco Rubio, recentemente indicato da Trump come possibile successore, possa riuscirci al posto suo.

Ancora più controversa, secondo Economist, è stata la trasferta di Vance in Ungheria a sostegno del primo ministro Viktor Orban. Il 7 aprile a Budapest, accanto a Orban, Vance ha dichiarato che Ungheria e America rappresentavano nientemeno che la difesa della civiltà occidentale, fondata su una certa civiltà cristiana e su valori cristiani che animano tutto, dalla libertà di parola allo stato di diritto, dal rispetto dei diritti delle minoranze alla protezione dei più vulnerabili.

Economist individua qui un passaggio chiave della New Right: un gioco di prestigio con cui Vance attribuisce al cristianesimo le conquiste del liberalismo, saltando i decenni in cui i cristiani si uccisero tra loro per divergenze dottrinali prima che i pensatori dell'Illuminismo relegassero la religione alla sfera privata, liberando il discorso politico e l'indagine scientifica dal dogma religioso. Questo espediente, sottolinea il settimanale, consente a chi è al potere di ridefinire le protezioni liberali a proprio uso e consumo, per esempio espellendo manifestanti per il tipo sbagliato di discorso o dichiarando che alcune minoranze, come i musulmani, non appartengono alla società americana, come ha fatto di recente un deputato repubblicano.

La teoria di Vance ha però un difetto: non corrisponde alla realtà del governo della destra populista. L'idea di stato di diritto di Orban, ricorda Economist, è stata indirizzare denaro pubblico a oligarchi favoriti, riempire i tribunali di giudici compiacenti e riscrivere le leggi elettorali a proprio vantaggio. La sua idea di libertà di parola è stata mettere alleati a capo dei mezzi di informazione. Un modello, avverte il settimanale, che dovrebbe suonare familiare agli americani, e la stagnazione ungherese dovrebbe servire da monito.

Il 12 aprile, mentre Vance tornava a casa dopo una deviazione a Islamabad per trattative infruttuose con l'Iran, Trump ha rivelato che i suoi valori cristiani non erano tali da impedirgli di pubblicare un'immagine di sé stesso nei panni di Cristo, né di attaccare il papa. Lo stesso giorno, gli ungheresi hanno mostrato quanto credito dessero alle parole di Vance sulla civiltà votando in massa per l'uscita di scena di Orban.

Secondo Economist, Vance è così evidentemente intelligente eppure capace di dire tali assurdità che viene da chiedersi se rispetti l'intelligenza di chi lo ascolta. A Budapest, mentre elogiava Orban come leader profondo e modello per il continente, ha affermato di non voler dire agli ungheresi come votare e ha attaccato i burocrati di Bruxelles per la loro sfrontatezza nell'interferire nelle elezioni. D'altra parte, conclude il settimanale, Vance, ex blogger, ha sostenuto così tante teorie provocatorie, come quella secondo cui le childless cat ladies stavano impoverendo l'America, che è difficile capire quanto sia davvero legato a ciascuna di esse. Si è già rimangiato le sue posizioni su alcune delle più importanti, inclusa quella sull'opportunità che Trump diventasse presidente.

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Cuba tenta un canale segreto con Trump attraverso un imprenditore


Il nipote di Raúl Castro ha affidato una lettera a un uomo d'affari dell'Avana per consegnarla alla Casa Bianca aggirando Marco Rubio, ma un agente doganale ha bloccato il corriere all'aeroporto di Miami.

Il governo cubano ha tentato di far recapitare una lettera riservata direttamente al presidente Donald Trump, scavalcando i canali diplomatici ufficiali e, soprattutto, il segretario di Stato Marco Rubio. A rivelarlo è il Wall Street Journal che cita un funzionario statunitense in carica e un ex funzionario.

Secondo la ricostruzione del quotidiano, il mittente della missiva è Raúl Rodríguez Castro, 41 anni, nipote e principale collaboratore dell'ex presidente Raúl Castro, ancora considerato la figura politica più influente dell'isola a 94 anni. Il giovane Rodríguez Castro, noto con il soprannome di Crab perché nato con sei dita in una mano, è da anni la guardia del corpo del nonno e compare al suo fianco nelle rare apparizioni pubbliche. Negli ultimi tempi si è ritagliato un ruolo di intermediario nei contatti tra L'Avana e Washington.

La lettera era redatta in forma simile a una nota diplomatica e recava un sigillo ufficiale cubano. Il messaggio, secondo la fonte citata dal Wall Street Journal, proponeva accordi economici e di investimento, chiedeva un alleggerimento delle sanzioni e avvertiva che il regime cubano si stava preparando a una possibile incursione militare statunitense.

Per consegnare il documento, Rodríguez Castro ha scelto un amico e socio in affari, Roberto Carlos Chamizo González, 37 anni, imprenditore cubano attivo nel noleggio di auto di lusso e nel turismo di alta fascia. Secondo il profilo LinkedIn, la pagina Facebook e il sito aziendale dell'imprenditore, Chamizo gestisce anche un resort a meno di venti miglia dall'Avana, dove una notte nella villa più esclusiva costa 580 dollari. L'uomo è stato fermato da un agente della Customs and Border Protection all'aeroporto di Miami, che gli ha sequestrato la lettera e lo ha rispedito all'Avana. Le ragioni del blocco non sono state chiarite. La Casa Bianca non ha risposto alle domande sull'eventuale ricezione della missiva, limitandosi a rimandare alle recenti dichiarazioni del presidente su Cuba. Il Dipartimento di Stato ha a sua volta rinviato ogni domanda alla Casa Bianca.

L'esistenza della lettera è stata rivelata per prima da Radio y TV Martí, l'emittente in lingua spagnola finanziata dal governo statunitense che trasmette notizie verso Cuba, ed è stata poi confermata in modo indipendente dal Wall Street Journal, che però non ha potuto verificarne il contenuto esatto.

Secondo gli analisti citati dal quotidiano, l'obiettivo del tentativo era aggirare Rubio, figlio di immigrati cubani e da sempre favorevole a una linea dura verso il governo comunista dell'Avana. Peter Kornbluh, coautore del libro Back Channel to Cuba: The Hidden History of Negotiations Between Washington and Havana, ha dichiarato al Wall Street Journal che i cubani sembrano voler aggirare Rubio per rivolgersi direttamente al presidente, segno che non si fidano più del segretario di Stato come interlocutore imparziale e vogliono tentare di risolvere la crisi in rapida escalation.

Di parere opposto Ricardo Herrero, direttore esecutivo del Cuba Study Group, un centro di analisi e advocacy con sede a Washington. Herrero ha definito al quotidiano la mossa una scelta sconsiderata e destinata a fallire, aggravata dal fatto di aver scelto un emissario sconosciuto e privo di qualsiasi rapporto personale con il presidente.

Il contesto è quello di una crisi economica e umanitaria senza precedenti. Cuba è sull'orlo del collasso dopo decenni di cattiva gestione e sanzioni statunitensi. Trump ha minacciato di prendere il controllo dell'isola e ha imposto un blocco petrolifero quasi totale, fermando gran parte dell'attività economica. La situazione è peggiorata con la perdita dell'alleato venezuelano: l'esercito statunitense ha deposto Nicolás Maduro lo scorso gennaio. All'inizio di aprile Trump ha detto che Cuba sarà la prossima, definendola un Paese al collasso e promettendo l'intervento americano.

Nelle ultime settimane, riferisce il Wall Street Journal, funzionari americani hanno avviato colloqui con esponenti cubani, inclusi membri della cerchia ristretta di Raúl Castro. Il presidente in carica Miguel Díaz-Canel ha però escluso qualsiasi trattativa sul sistema politico dell'isola.

Secondo gli analisti, Trump potrebbe essere disposto a un accordo economico che lasci sostanzialmente in piedi il regime, come accaduto in Venezuela, scenario che però sarebbe inaccettabile per molti cubano-americani. In quel caso, il presidente rischierebbe la resistenza dei parlamentari e degli elettori della comunità che lo hanno sostenuto. Il deputato repubblicano della Florida Mario Díaz Balart ha affermato al Wall Street Journal che il regime cubano deve sparire.

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Trump sceglie Erica Schwartz per guidare l'agenzia sanitaria americana


La nomina della ex vice chirurga generale arriva dopo il licenziamento di Susan Monarez e punta a pacificare l'agenzia sanitaria travolta dagli scontri sui vaccini con Robert Kennedy Jr.

Il presidente Donald Trump ha annunciato giovedì la nomina di Erica Schwartz alla guida dei Centers for Disease Control and Prevention, i CDC, mettendo fine a mesi di ricerche per trovare un leader stabile all'agenzia sanitaria federale. L'annuncio è stato dato sul social Truth Social e la scelta dovrà essere confermata dal Senato.

I CDC sono la principale agenzia di sanità pubblica degli Stati Uniti, con sede ad Atlanta, e dipendono dal Department of Health and Human Services. Si occupano di prevenzione e controllo delle malattie, sorveglianza epidemiologica, gestione delle emergenze sanitarie e definizione delle raccomandazioni vaccinali a livello nazionale. Durante la pandemia di Covid-19 hanno avuto un ruolo centrale nella risposta sanitaria americana.

Schwartz è un contrammiraglio in pensione e medico specializzato in medicina preventiva. Durante il primo mandato di Trump ha ricoperto il ruolo di vice chirurga generale, incarico non politico, ed è stata tra i protagonisti della risposta americana alla pandemia di Covid-19. In precedenza ha trascorso oltre vent'anni in uniforme, arrivando a ricoprire la carica di capo medico della Guardia Costiera degli Stati Uniti. Ha una laurea in medicina alla Brown University, una laurea in legge all'Università del Maryland e un master in sanità pubblica alla Uniformed Services University.

I CDC sono senza un direttore confermato dal Senato per quasi tutto il secondo mandato di Trump. L'ultima direttrice, Susan Monarez, era rimasta in carica meno di un mese la scorsa estate prima di essere licenziata. In un'audizione al Congresso a settembre, Monarez aveva dichiarato di essere stata rimossa per aver rifiutato le richieste del segretario alla Salute Robert Kennedy Jr. di approvare raccomandazioni sui vaccini che a suo giudizio non avevano basi scientifiche. Da febbraio l'agenzia è guidata ad interim da Jay Bhattacharya, direttore dei National Institutes of Health, il cui incarico temporaneo è formalmente scaduto il mese scorso in base al Vacancies Act, la legge federale che limita a 210 giorni la permanenza di un funzionario ad interim al posto di un dirigente confermato dal Senato.

Insieme a Schwartz, Trump ha annunciato altre tre nomine ai vertici dell'agenzia. Sean Slovenski, ex dirigente di Walmart, assumerà il ruolo di vicedirettore e direttore operativo. Jennifer Shuford, attuale commissaria del Texas Department of State Health Services, sarà vicedirettrice e responsabile medico. Shuford ha guidato la risposta del Texas a una vasta epidemia di morbillo lo scorso anno, attribuendo alla vaccinazione e ai test il merito della fine dell'emergenza. Sara Brenner, attuale vice commissaria della Food and Drug Administration, diventerà consigliera senior per la sanità pubblica del segretario alla Salute.

Nel post su Truth Social, Trump ha definito la squadra capace di ripristinare quello che ha chiamato il "gold standard della scienza" ai CDC. Kennedy ha espresso sostegno alla nuova squadra durante un'audizione davanti a una sottocommissione della Camera. "Questa nuova squadra sarà davvero in grado di rivoluzionare i CDC e rimetterli in carreggiata", ha detto Kennedy ai deputati.

Secondo persone a conoscenza della vicenda citate dal Wall Street Journal, la Casa Bianca cercava un candidato che minimizzasse le controversie. Sempre secondo il Wall Street Journal, l'amministrazione avrebbe chiesto a Kennedy di non parlare pubblicamente di vaccini in vista delle elezioni di metà mandato, perché i suoi cambiamenti di politica non sono stati popolari nei sondaggi. Tra gli altri candidati valutati, come riporta lo stesso quotidiano, ci sono stati Ernie Fletcher, ex governatore del Kentucky e medico di famiglia, Joseph Marine, cardiologo alla Johns Hopkins critico della gestione della pandemia da parte dei CDC, e Daniel Edney, responsabile della sanità del Mississippi e sostenitore dei vaccini.

La nomina arriva in una fase di forte turbolenza per l'agenzia di Atlanta, alle prese con un crollo del morale, un elevato ricambio di personale e cambiamenti controversi alla politica vaccinale. Lo scorso agosto la sede dei CDC è stata bersaglio dell'attacco di un uomo armato. Il mese scorso un giudice ha bloccato il tentativo di un pannello consultivo sui vaccini di ridurre da 17 a 11 il numero di vaccinazioni pediatriche raccomandate. Secondo un sondaggio di febbraio del centro di ricerca sulle politiche sanitarie KFF, la fiducia nelle agenzie sanitarie federali è calata durante la gestione Kennedy, con un arretramento trasversale agli schieramenti politici.

La scelta di Schwartz divide il mondo vicino a Kennedy. Aaron Siri, avvocato e alleato del segretario, ha scritto su X che la nomina sarebbe "probabilmente un disastro", contestando la sua precedente promozione di quasi una dozzina di vaccini. David Mansdoerfer, consulente ed ex funzionario sanitario dell'amministrazione Trump, ha invece elogiato Schwartz su X, descrivendola come "un ponte perfetto" tra il movimento Make America Healthy Again e la comunità della sanità pubblica.

Tra gli esperti del settore le reazioni sono positive. Georges Benjamin, a capo dell'American Public Health Association, ha dichiarato alla NPR che l'amministrazione ha individuato una persona altamente qualificata, con un curriculum di competenza dimostrata come medico e come dirigente. Brett Giroir, ex vice segretario alla Salute e supervisore di Schwartz durante il primo mandato Trump nella definizione della strategia nazionale sui test Covid, ha detto sempre alla NPR che la formazione accademica e l'intelletto di Schwartz sono di altissimo livello e che si tratta di una persona di grande integrità. Paul Zukunft, ex comandante della Guardia Costiera che la scelse come capo medico del corpo nel 2015, ha elogiato alla NPR la sua preparazione scientifica e giuridica e la sua capacità di dire la verità al potere senza reticenza.

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Trump torna ad attaccare l’Italia: “Non c’è stata per noi, noi non ci saremo per loro”


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Donald Trump torna ad attaccare l’Italia. Il presidente statunitense, infatti, ha scritto sul social Truth: “L’Italia non c’è stata per noi, noi non ci saremo per loro”. Il capo della Casa Bianca, poi, ha allegato un articolo del Guardian del 31 marzo scorso dal titolo: “L’Italia nega l’uso

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Trump minaccia di nuovo l'Italia: “Non vi difenderemo” se non cambierà la posizione sull'Iran


Il presidente americano attacca di nuovo la presidente del Consiglio italiana per il no all'invio di forze nello Stretto di Hormuz, la difesa di Papa Leone e cita l'episodio di Sigonella. Roma replica e intanto congela l'accordo di cooperazione militare con Tel Aviv.
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Donald Trump ha minacciato ieri di non difendere l'Italia, acuendo quella che rappresenta già ora la crisi più grave tra Washington e Roma da quando Giorgia Meloni è a Palazzo Chigi. “L'Italia non c'è stata per noi, noi non ci saremo per loro”, ha scritto il presidente americano su Truth Social, citando un articolo del Guardian sul no all'uso della base di Sigonella per gli aerei Usa, dopo giorni di precedenti attacchi alla presidente del Consiglio sulla guerra in Iran e sulle critiche a Papa Leone XIV.

Lo scontro è esploso martedì, con un'intervista di Trump al Corriere della Sera. Il presidente si era detto "scioccato" dal rifiuto di Meloni di inviare forze italiane a sostegno dell'operazione per mantenere aperto lo Stretto di Hormuz, nel conflitto che Washington stava conducendo assieme ad Israele contro l'Iran. "Pensavo avesse coraggio, mi sbagliavo", ha dichiarato. Poi successivamente ha alzato ulteriormente i toni, definendo "inaccettabile" la posizione della presidente del Consiglio e accusandola di non preoccuparsi del fatto che "l'Iran possa ottenere un'arma nucleare e far saltare in aria l'Italia in due minuti".

L'attacco è arrivato dopo che Meloni aveva a sua volta definito "inaccettabili" le parole di Trump contro Papa Leone XIV, che aveva condannato sia la guerra in Iran sia la situazione a Gaza. In risposta a questi attacchi il Ministro degli Esteri Antonio Tajani e il Ministro della Difesa Guido Crosetto avevano pubblicato messaggi quasi identici sui social, rivendicando l'interesse nazionale e la dignità dell'Italia come alleato. "Siamo e restiamo sostenitori convinti dell'unità occidentale e alleati fermi degli Stati Uniti, ma questa unità si costruisce sulla lealtà, il rispetto e l'onestà reciproci", ha scritto Tajani.

La sospensione del rinnovo dell'accordo con Israele


Nel pieno dello scontro con Washington, Meloni ha annunciato, a margine di una manifestazione a Verona la sospensione del rinnovo automatico dell'accordo di cooperazione militare con Israele. L'intesa, firmata nel 2003 dal governo Berlusconi e ratificata dal Parlamento italiano nel 2005, si rinnova ogni 5 anni e riguarda la collaborazione tra industrie della difesa, l'addestramento militare, la ricerca, lo sviluppo e la tecnologia informatica. Una fonte diplomatica italiana ha confermato la sospensione all'AFP: "Sarebbe stato politicamente difficile mantenerla in vita" in questo momento.

La decisione arriva dopo un rapido deterioramento dei rapporti tra Roma e Tel Aviv. L'8 aprile il governo italiano aveva convocato l'ambasciatore israeliano, accusando Israele di aver sparato colpi di avvertimento contro un convoglio di caschi blu italiani in Libano e di aver danneggiato almeno un veicolo. Israele aveva risposto convocando l'ambasciatore italiano dopo che Tajani, in visita a Beirut, aveva condannato gli "attacchi inaccettabili" contro i civili libanesi.

La fine della strategia del ponte


Fino a poche settimane fa Meloni era considerata l'alleata europea più vicina a Trump. Era stata l'unica leader europea a partecipare al suo insediamento nel gennaio 2025 ed aveva costruito la propria politica estera proprio sul ruolo di ponte tra Washington e Bruxelles. Il suo libro autobiografico Io sono Giorgia, ripubblicato in inglese nel 2025, porta una prefazione firmata dallo stesso Trump.

La rottura di questi giorni segna la fine di questa strategia. La vicinanza a Trump, presentata per mesi come una risorsa diplomatica, si è trasformata in un fattore di esposizione politica per la premier, sia in Europa sia in Italia, dove l'immagine del presidente americano è diventata fortemente impopolare visto che l'Italia dipende in larga parte dalle importazioni di gas dai paesi del Golfo e rischia di pagare un prezzo elevato in caso di chiusura dello Stretto di Hormuz. Sul piano economico, il prolungarsi della crisi in Medio Oriente potrebbe avere conseguenze pesanti su energia, crescita e inflazione.

Il costo politico, però, non è meno rilevante. La rottura con Trump indebolisce ulteriormente Giorgia Meloni, la cui posizione era già stata messa in discussione dalla recente sconfitta al referendum sulla giustizia. Anche per questo, in vista delle elezioni politiche del 2027, la presidente del Consiglio sarà ora costretta a ricalibrare la propria collocazione internazionale, senza aver ottenuto i dividendi politici che l’alleanza con la Casa Bianca sembrava promettere.


Trump attacca Meloni: "Sono scioccato, non vuole aiutarci"


Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha attaccato la premier Giorgia Meloni in un'intervista telefonica esclusiva rilasciata al Corriere della Sera, accusandola di non voler collaborare con Washington nella crisi legata al programma nucleare iraniano. "Sono scioccato da lei. Pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo", ha dichiarato Trump alla corrispondente da New York Viviana Mazza, in una conversazione durata sei minuti e pubblicata il 14 aprile.

Trump ha aperto la telefonata rivolgendo lui stesso una domanda al Corriere, senza attendere quelle dei giornalisti: "Vi piace il fatto che la vostra presidente non stia facendo nulla per ottenere il petrolio?". Il presidente americano ha poi chiarito il motivo della sua irritazione: Meloni avrebbe comunicato che l'Italia non intende essere coinvolta nella questione iraniana, nonostante dipenda dal petrolio che transita dallo stretto di Hormuz. "Pensa che l'America dovrebbe fare il lavoro per lei", ha aggiunto Trump.

Trump ha rivelato al Corriere di non parlare con Meloni "da molto tempo" e ha spiegato il motivo del silenzio: "Perché non vuole aiutarci con la Nato, non vuole aiutarci a sbarazzarci dell'arma nucleare. È molto diversa da quello che pensavo". Alla domanda sul fatto che Meloni abbia definito "inaccettabili" le sue parole sul Papa, Trump ha replicato: "È lei che è inaccettabile, perché non le importa se l'Iran ha un'arma nucleare e farebbe saltare in aria l'Italia in due minuti se ne avesse la possibilità". Il presidente americano ha anche rilanciato le critiche alla Nato: quando il Corriere gli ha chiesto se avesse domandato all'Italia l'invio di dragamine, Trump ha risposto di aver chiesto "di inviare tutto quello che vogliono, ma non vogliono perché la Nato è una tigre di carta".

L'intervista contiene anche un nuovo attacco a papa Leone XIV. Trump ha respinto l'appello del pontefice per la pace sostenendo che il Papa "non capisce e non dovrebbe parlare di guerra, perché non ha idea di quello che sta succedendo". Ha poi aggiunto: "Non capisce che in Iran hanno ucciso 42mila manifestanti lo scorso mese".

Trump ha infine allargato il discorso all'Europa intera, tornando sul tema dell'immigrazione. "L'immigrazione sta uccidendo l'Italia e tutta l'Europa", ha dichiarato, aggiungendo che il continente sta "distruggendo se stesso dall'interno" con le politiche migratorie e quelle energetiche. Commentando la sconfitta elettorale del primo ministro ungherese Viktor Orbán, Trump lo ha definito "un brav'uomo" che "ha fatto un buon lavoro sull'immigrazione" e che "non ha lasciato che la gente venisse a rovinare il suo paese come ha fatto l'Italia".

Le dichiarazioni di Trump arrivano in una giornata in cui Meloni, intervenendo al Vinitaly di Verona, aveva già preso diverse posizioni di rilievo. La premier aveva annunciato la sospensione dell'accordo di difesa con Israele, un memorandum del 2005 che regola la cooperazione militare tra i due paesi e si rinnova automaticamente ogni cinque anni. "In considerazione della situazione attuale, il governo ha deciso di sospendere il rinnovo automatico dell'accordo di difesa con Israele", ha detto Meloni. La sospensione è stata formalizzata con una lettera del ministro della difesa Guido Crosetto al suo omologo israeliano Israel Katz. Il governo israeliano ha minimizzato, sostenendo che il memorandum "non ha mai avuto un contenuto concreto".

Dal Vinitaly Meloni aveva anche risposto alle critiche di chi la accusa di subalternità verso Washington, proprio a proposito delle sue parole contro gli attacchi di Trump a papa Leone XIV: "Penso di essere stata molto chiara. Non so quanti altri leader le abbiano espresse. Ecco, questo per quelli che dicono che ci sarebbe una sudditanza".

La premier ha poi chiesto la sospensione del patto di stabilità europeo, avvertendo che sarebbe "un enorme errore di valutazione" sottovalutare l'impatto della crisi. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen si era però detta contraria, invitando gli Stati a non peggiorare i livelli di deficit. La situazione dei conti pubblici italiani è complicata: l'Italia è in procedura di infrazione e si è impegnata a rientrare sotto il 3% di deficit, un obiettivo che secondo i dati Istat rischia di essere mancato per un solo punto decimale. Una sospensione del patto consentirebbe ai governi di fare ulteriore debito per finanziare sussidi e aiuti all'economia, ma indebolirebbe l'impalcatura delle politiche di bilancio europee.

Meloni si è mostrata scettica anche sulla possibilità di tornare al gas russo come soluzione alla crisi energetica, sostenendo che "la pressione sulla Russia è l'arma più efficace per costruire pace". Una posizione diversa da quella del presidente dell'Eni Claudio Descalzi, favorevole a riaprire le forniture da Mosca, e del vicepremier Matteo Salvini, anch'egli presente al Vinitaly e schierato per la riapertura dei rubinetti russi.


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La progressista Analilia Mejia vince le elezioni suppletive nel New Jersey


La candidata sostenuta da Sanders e Ocasio-Cortez batte il repubblicano Joe Hathaway con circa venti punti di vantaggio nell'undicesimo distretto, riducendo la maggioranza repubblicana alla Camera a 218-214.

La democratica Analilia Mejia ha vinto le elezioni speciali per l'undicesimo distretto congressuale del New Jersey, conservando ai democratici il seggio alla Camera dei rappresentanti lasciato vacante dall'attuale governatrice Mikie Sherrill. Il risultato, proiettato dall'Associated Press subito dopo la chiusura delle urne, rappresenta una vittoria di peso per l'ala progressista del partito democratico e si inserisce nella serie di successi che i democratici stanno collezionando nelle elezioni speciali da quando il presidente Donald Trump è tornato alla Casa Bianca.

Con oltre il 90 per cento delle schede scrutinate, Mejia è davanti al repubblicano Joe Hathaway di circa venti punti percentuali. Il margine è del 60 a 40 per cento, pari a 77.620 voti contro 52.122. Il risultato supera di circa undici punti la vittoria di nove punti ottenuta nel distretto da Kamala Harris alle presidenziali del 2024, un dato coerente con le performance democratiche registrate in altre elezioni speciali nel Paese, comprese tra i tredici e i venticinque punti di sovraperformance.

Elezione suppletiva
New Jersey, 11° distretto congressuale
Elezione suppletiva per la Camera dei Rappresentanti — seggio lasciato da Mikie Sherrill

CandidatoVoti%

Analilia Mejia
Democratico

77.620
59,6%

Joe Hathaway
Repubblicano

52.122
40,0%

Alan B. Bond
Indipendente

596
0,5%

130.338voti
94% scrutinato

Confronto con i risultati precedenti nel distretto

Margine attuale
D+20

Camera 2024
D+15
Dem +5

Presidenziali 2024
D+8
Dem +12

Elaborazione di Focus America su dati dell'Associated Press · Ultimo aggiornamento: 10:45 PM ET

L'ingresso di Mejia alla Camera porterà la maggioranza repubblicana a un risicato 218 a 214. La neoeletta completerà il mandato di Sherrill, rimasto vacante dalle dimissioni di quest'ultima a novembre, e resterà in carica fino a gennaio. Secondo il New Jersey Globe, il giuramento potrebbe arrivare già lunedì 20 aprile, offrendo al leader della minoranza democratica alla Camera Hakeem Jeffries un voto aggiuntivo contro la stretta maggioranza repubblicana.

Mejia, 48 anni, non aveva mai ricoperto cariche elettive prima di questa corsa. Ha iniziato come sindacalista, è stata direttrice esecutiva del New Jersey Working Families Party, poi direttrice politica nazionale della campagna presidenziale di Bernie Sanders nel 2020 e vicedirettrice del Women's Bureau del Dipartimento del Lavoro durante l'amministrazione Biden. Nella sua corsa ha ricevuto l'appoggio di Sanders, della deputata Alexandria Ocasio-Cortez e della senatrice Elizabeth Warren.

La candidata ha costruito la sua campagna su una piattaforma decisamente progressista, che include l'abolizione dell'agenzia federale per l'immigrazione e le dogane Immigration and Customs Enforcement, l'aumento del salario minimo, il sistema sanitario universale Medicare for All, la copertura universale per l'assistenza all'infanzia e l'aumento delle tasse sui più ricchi. Ha criticato duramente Trump, contestando le grazie concesse ai condannati per i fatti del 6 gennaio e il congelamento di fondi autorizzati dal Congresso. Sulla politica estera si è mostrata critica verso il governo israeliano, sostenendo che Israele ha commesso un genocidio nella Striscia di Gaza, e ha dichiarato di stare al fianco delle comunità palestinesi nella loro ricerca di pace e dignità.

La vittoria alle primarie di febbraio è stata tutt'altro che scontata. Mejia era considerata un'outsider contro avversari più noti e meglio finanziati, tra cui l'ex deputato Tom Malinowski, l'ex vicegovernatrice Tahesha Way e il commissario della contea di Essex Brendan Gill. Un primo sondaggio commissionato da una campagna rivale le attribuiva appena il 20 per cento di notorietà tra gli elettori democratici. A pesare sull'esito è stato l'intervento dell'American Israel Public Affairs Committee, il cui super PAC affiliato, lo United Democracy Project, ha speso oltre due milioni di dollari per attaccare Malinowski, considerato inaccettabile dopo aver messo in discussione gli aiuti incondizionati al governo israeliano. L'operazione si è ritorta contro i suoi promotori: Mejia, apertamente critica verso Israele, ha prevalso con il 29 per cento contro il 28 di Malinowski, mentre Way ha ottenuto il 17 per cento e Gill il 14.

Hathaway, 38 anni, consigliere comunale ed ex sindaco di Randolph nella contea di Morris, è stato l'unico repubblicano a candidarsi seriamente. Ex giocatore di football all'Università di Yale, ha lavorato nel settore sanitario, finanziario e come collaboratore dell'ex governatore repubblicano Chris Christie. Si è presentato come repubblicano moderato, disposto a distanziarsi da Trump su dossier come il Gateway Tunnel, senza ottenere un endorsement dal presidente. Nella sua campagna ha cercato di legare Mejia al sindaco di New York Zohran Mamdani, socialista democratico eletto lo scorso autunno, rivolgendosi in particolare agli elettori ebrei moderati e sostenendo che le posizioni della sua avversaria su Israele erano pericolose per la comunità ebraica.

Mejia ha raccolto poco più di un milione di dollari entro la fine di marzo, secondo i dati sulle finanze elettorali citati da NBC News, più della metà dei quali provenienti da piccoli contributi sotto i 200 dollari. Hathaway ha raccolto 500 mila dollari nello stesso periodo. La spesa esterna è stata contenuta, con un super PAC pro-Hathaway che ha investito circa 200 mila dollari e il super PAC American Centerpoint che ha diffuso nei giorni finali un annuncio digitale per legare Mejia a Mamdani.

Nel suo discorso della vittoria a Montclair, Mejia ha dichiarato: "Non sono venuta per giocare, amici miei. Sono venuta a combattere per ciò che è giusto. Non si tratta di sinistra o destra. Si tratta di giusto o sbagliato". Hathaway ha riconosciuto la sconfitta in una dichiarazione, affermando che lavorerà per ritenerla "responsabile dei voti che esprimerà e delle politiche che sosterrà" e aggiungendo di credere ancora che l'elettorato del distretto cerchi "una leadership equilibrata e pragmatica".

L'undicesimo distretto copre parti delle contee di Essex, Morris e Passaic, nei ricchi sobborghi del nord del New Jersey, ed è stato a lungo una roccaforte repubblicana prima di spostarsi sul fronte democratico a partire dal primo mandato di Trump. Sherrill lo aveva conquistato alle elezioni di medio termine del 2018 e lo aveva riconfermato nel 2024 con un margine di circa quindici punti. Con l'elezione di Mejia, per la prima volta la maggioranza dei seggi del New Jersey alla Camera e al Senato federale sarà occupata da persone non bianche, come sottolinea il New Jersey Globe, ed è anche la prima volta che una deputata dello Stato viene sostituita da un'altra deputata. Mejia e Hathaway potrebbero incontrarsi di nuovo a novembre per il mandato pieno di due anni, dopo le primarie di giugno.

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La rassegna stampa di venerdì 17 aprile 2026


L'Amministrazione Trump affronta crescenti pressioni sul conflitto con l'Iran mentre annuncia un cessate il fuoco di 10 giorni tra Israele e Libano. Progressista Mejia vince in New Jersey, il direttore dell'ICE si dimette

Questa è la rassegna stampa di venerdì 17 aprile 2026

Cessate il fuoco di 10 giorni tra Israele e Libano


Il presidente Trump ha annunciato un cessate il fuoco di 10 giorni tra Israele e Libano, seguito da un incontro tra i leader israeliani e libanesi la prossima settimana. L'accordo mira a fare progressi verso un accordo di pace parallelo tra Stati Uniti e Iran, mentre il cessate il fuoco è entrato in vigore a mezzanotte in Libano.

Fonti: Financial Times, The Guardian, Semafor

Il direttore dell'ICE Todd Lyons si dimette


Il direttore ad interim dell'Immigration and Customs Enforcement (ICE) Todd Lyons lascerà l'agenzia alla fine di maggio per trasferirsi al settore privato. Lyons ha guidato l'agenzia da marzo 2025 durante un anno tumultuoso nell'attuazione dell'agenda immigratoria di Trump, supervisionando centinaia di migliaia di espulsioni.

Fonti: The Hill, The Guardian, New York Times

La progressista Analilia Mejia vince l'elezione speciale del New Jersey


La democratica Analilia Mejia ha vinto l'elezione speciale per la Camera dei Rappresentanti nel New Jersey, sconfiggendo il repubblicano Joe Hathaway. Mejia, ex responsabile della campagna presidenziale di Bernie Sanders, riempirà il seggio precedentemente occupato dall'attuale governatrice democratica Mikie Sherrill.

Fonti: New York Times, The Guardian, The Hill

Trump difende le politiche economiche nonostante l'inflazione legata al conflitto con l'Iran


Il presidente Trump ha difeso le sue politiche economiche durante un evento a Las Vegas, contestando i dati del Dipartimento del Lavoro che mostrano un aumento dell'inflazione dello 0,9% il mese scorso. L'aumento dei prezzi dell'energia deriva dal conflitto degli Stati Uniti con l'Iran, rappresentando il picco più alto dei prezzi al consumo in quasi quattro anni.

Fonti: The Hill, Bloomberg

L'Amministrazione Trump spinge i produttori petroliferi ad aumentare la produzione


I segretari dell'energia e degli interni hanno tenuto una chiamata con i dirigenti delle compagnie petrolifere per incoraggiare una maggiore produzione di petrolio. Questa spinta arriva mentre l'Amministrazione cerca di affrontare l'aumento dei prezzi energetici causato dal conflitto con l'Iran e dalla chiusura dello Stretto di Hormuz.

Fonti: Financial Times, Bloomberg, Semafor

Il cantante D4vd arrestato per l'omicidio di una teenager


Il cantante R&B D4vd (David Anthony Burke) è stato arrestato a Los Angeles in relazione alla morte di Celeste Rivas Hernandez, 14 anni, i cui resti decomposti sono stati trovati nella sua Tesla. Il musicista 21enne è trattenuto senza cauzione mentre è sotto indagine da parte di una grande giuria della contea di LA.

Fonti: The Guardian, New York Times, Fox News

Un giudice blocca la costruzione della sala da ballo di Trump


Una decisione di un giudice federale ha nuovamente bloccato la costruzione fuori terra di una sala da ballo da 400 milioni di dollari alla Casa Bianca, scatenando una serie di post arrabbiati sui social media da parte del presidente Trump. La decisione ha oscurato gli sforzi della Casa Bianca di concentrarsi sui successi come la sua legge fiscale.

Fonti: Wall Street Journal, ABC News

Trump critica il sindaco di New York per la tassa sulle seconde case


Il presidente Trump ha affermato che il sindaco di New York Zohran Mamdani sta "distruggendo" la città con la sua proposta di tassa sulle seconde case, rappresentando forse la sua critica più diretta al leader della Grande Mela da quando si sono incontrati amichevolmente alla Casa Bianca mesi fa. La proposta mira a tassare i ricchi per finanziare l'edilizia popolare.

Fonti: The Hill, Bloomberg, Financial Times

RFK Jr. modifica il tono sui vaccini durante l'audizione al Congresso


Robert F. Kennedy Jr., che ha cercato di annullare la politica vaccinale di lunga data, ha testimoniato che il vaccino contro il morbillo è sicuro ed efficace "per la maggior parte delle persone" e ha concordato che fosse più sicuro del contrarre il morbillo. Il segretario alla Sanità ha affrontato due audizioni consecutive difendendo il suo record alla guida dell'agenzia sanitaria nazionale.

Fonti: New York Times, The Hill

Reed Hastings lascia la presidenza del consiglio di Netflix


Il co-fondatore del gigante dello streaming lascerà il consiglio di amministrazione a giugno, ha annunciato la società. Le azioni sono scese di oltre il 9% dopo che Netflix ha pubblicato previsioni di profitto deboli e il presidente ha annunciato i piani per lasciare l'incarico. Hastings ha fondato l'azienda nel 1997 quando noleggiava DVD ai clienti e li consegnava per posta.

Fonti: New York Times, Financial Times, BBC News

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Robert Kennedy Jr. tagliò i genitali a un procione morto in autostrada per studiarli


Un volume in uscita firmato da Isabel Vincent ricostruisce episodi insoliti del segretario alla Salute, tra diari privati e ricordi familiari riportati dalla stampa americana.

Un nuovo libro su Robert Francis Kennedy Jr., attuale segretario del Department of Health and Human Services, riporta un episodio in cui l'attuale responsabile della sanità statunitense si fermò a bordo della strada per asportare gli organi genitali di un procione investito, con l'intenzione di studiarli in seguito. La ricostruzione è contenuta nel volume RFK Jr.: The Fall and Rise, firmato da Isabel Vincent, giornalista del New York Post, che ha consultato una serie di fonti tra cui i diari privati scritti da Kennedy quando viveva a New York, tra il 1999 e il 2001.

Secondo quanto riportato dal New York Post, in uno dei passaggi dei diari Kennedy descrive sé stesso mentre, fermo sull'autostrada I-684 davanti alla propria auto, taglia il pene di un procione morto sull'asfalto. Nello stesso brano, il settantaduenne responsabile della sanità rifletteva sui rapporti difficili con il fratello Douglas Kennedy e il cugino Bobby Shriver, mentre i figli attendevano in macchina. A People, Kennedy avrebbe poi spiegato di aver raccolto i genitali dell'animale per poterli studiare in un secondo momento.

L'episodio si aggiunge a una lunga serie di aneddoti sul rapporto del segretario con carcasse e parti di animali. In un'intervista rilasciata nel 2012 a Town & Country, la figlia Kick Kennedy raccontò che durante una vacanza di famiglia a Hyannis Port, nel Massachusetts, il padre, saputo che una carcassa di balena era stata trascinata sulla spiaggia di Squaw Island, si recò sul posto e decapitò l'animale con una motosega. Legò poi la testa sul tetto del minivan familiare con una corda elastica, con l'idea di portarla a casa per studiarla. Nel suo racconto alla rivista, la figlia descrisse il viaggio di ritorno come un'esperienza sgradevole, con i liquidi della balena che filtravano nei finestrini a ogni accelerazione, costringendo i passeggeri a coprirsi il volto con sacchetti di plastica.

Nel 2024, durante la breve campagna per la presidenza, Kennedy ammise al New Yorker di aver abbandonato, circa dieci anni prima, la carcassa di un cucciolo di orso a Central Park, dopo un tentativo fallito di scuoiarlo. In un video diffuso sui social media, apparentemente per anticipare l'uscita dell'articolo, il futuro segretario raccontò che lui e alcuni amici avevano bevuto e avevano poi deciso di disfarsi del corpo dell'animale facendo credere che fosse stato investito da una bicicletta. Kennedy sostenne di aver trovato l'orso già morto durante una gita di falconeria a Goshen, nello stato di New York.

Lo scorso anno, dopo la nomina a capo del Department of Health and Human Services da parte del presidente Donald Trump, la cugina Caroline Kennedy inviò una lettera ai parlamentari in cui riferiva che durante gli anni universitari Robert Kennedy Jr. avrebbe frullato pulcini e topi per nutrire i suoi falchi, descrivendo la stanza del dormitorio come una scena di violenza e degrado. Il contenuto della lettera è stato riportato dal Telegraph.

L'autrice del libro, Isabel Vincent, è una giornalista del New York Post. Il volume ricostruisce la parabola personale e politica di Kennedy attingendo anche a materiali inediti, in particolare ai diari privati del periodo newyorkese. Gli episodi citati si inseriscono in una ricostruzione più ampia della figura del segretario, noto per un interesse di lunga data verso il mondo animale e per una serie di vicende già emerse sulla stampa negli ultimi anni. Stando al New York Post, gli esiti degli studi annunciati da Kennedy sui resti della balena e sugli organi del procione non sono mai stati resi pubblici.

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Gli americani credono di pagare troppe tasse


Il 59% ritiene di pagare troppo e solo il 47% considera eque le proprie imposte: i livelli più negativi degli ultimi vent'anni, secondo un sondaggio Gallup

Il presidente Donald Trump ha firmato a luglio 2025 il One Big Beautiful Bill Act, una legge che ha reso permanenti gran parte dei tagli fiscali del 2017 e ha introdotto nuove esenzioni su mance e straordinari. Eppure gli americani non sembrano essersene accorti. Secondo un sondaggio Gallup condotto tra il 2 e il 18 marzo 2026, il 59% degli intervistati ritiene di pagare troppe tasse, una percentuale stabile dal 2023. Solo il 37% considera il proprio carico fiscale "più o meno giusto" e appena il 3% lo reputa troppo basso.

Il malcontento fiscale si conferma ai livelli più alti degli ultimi vent'anni. Il dato attuale è superiore alla media del 50% circa registrata nei primi anni Duemila, dopo i tagli fiscali varati da George W. Bush nel 2001, ma resta inferiore ai picchi degli anni Settanta, Ottanta e Novanta, quando la percentuale di chi si lamentava superava regolarmente il 60%.

Anche la percezione di equità delle imposte è vicina ai minimi storici. Solo il 47% degli americani giudica eque le tasse che dovrà pagare quest'anno, un dato compreso nella forchetta 46-49% osservata dal 2023 e vicino al record negativo del 45% toccato nel 1999. Il 49% che considera le proprie tasse ingiuste sfiora invece il massimo storico del 51%, raggiunto nel 2023.
Come gli americani giudicano le tasse federali

Fiscalità · Stati Uniti
Il 59% degli americani pensa di pagare troppe tasse
Sondaggio Gallup 1956–2026 · "Le tasse federali sul reddito sono troppo alte, giuste o troppo basse?"

% Troppo alte 59

% Giuste 37

59%
Troppo alte (2026)

37%
Giuste (2026)

+22 pp
Divario nel 2026

Elaborazione su dati Gallup · Sondaggio "Tasse e giorno del contribuente" · Trend 1956–2026 · Aprile 2026

Il sondaggio Gallup evidenzia un contrasto netto con gli effetti che i grandi tagli fiscali del passato hanno avuto sull'opinione pubblica. Tra il 2001 e il 2003, dopo il primo taglio di Bush, la quota di chi riteneva le tasse troppo alte scese dal 65% al 47%, mentre la percezione di equità salì dal 51% al 64%. Un andamento simile si verificò dopo il Tax Cuts and Jobs Act del 2017, approvato durante il primo mandato di Trump: la percentuale di chi si lamentava del carico fiscale toccò il minimo storico del 45% nel 2018 e nel 2019, e la percezione di equità si mantenne intorno al 60%.

L'effetto positivo di quella legge si esaurì nel 2021, quando i repubblicani tornarono a lamentarsi delle tasse dopo l'insediamento di Joe Biden. L'inflazione elevata del 2022 e 2023 peggiorò ulteriormente il quadro, con l'aumento cumulativo dei prezzi che erose il potere d'acquisto dei consumatori. Da allora il giudizio degli americani non è più migliorato, nemmeno dopo le nuove misure fiscali del 2025.

Le differenze per reddito sono minime. Circa sei adulti su dieci in tutte le fasce, che si tratti di redditi bassi (63%), medi (58%) o alti (59%), ritengono di pagare troppe tasse. Allo stesso modo, circa la metà di ciascun gruppo giudica eque le proprie imposte.

Le differenze tra elettorati politici sono più interessanti. Come accade di solito durante le presidenze repubblicane, il divario tra i partiti si riduce. Il 64% degli indipendenti, il 60% dei repubblicani e il 49% dei democratici ritiene di pagare troppo. Rispetto al 2023, la percentuale dei repubblicani insoddisfatti è scesa dal 71% al 60%, mentre quella dei democratici è salita dal 41% al 49%. I due movimenti si sono compensati, lasciando il dato complessivo sostanzialmente invariato.

Sulla questione dell'equità il quadro si ribalta rispetto all'era Biden. Il 57% dei repubblicani considera eque le proprie tasse, un dato vicino al 52% dei democratici. Gli indipendenti sono i più scontenti, con solo il 39% che esprime un giudizio positivo. Tra il 2023 e il 2025, quando le politiche fiscali erano associate a Biden, appena un terzo dei repubblicani giudicava eque le tasse, contro oltre il 60% dei democratici.

Gallup osserva che alcune misure contenute nella legge del 2025, come l'esenzione fiscale sulle mance e le deduzioni maggiorate per gli anziani, potrebbero influenzare l'opinione pubblica man mano che più contribuenti presenteranno le dichiarazioni dei redditi in aprile. Tuttavia la guerra in Iran sta spingendo al rialzo i prezzi della benzina e di altri beni di consumo, e l'erosione del potere d'acquisto potrebbe pesare sulle percezioni degli americani più di qualsiasi sgravio fiscale.

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Trump annuncia un cessate il fuoco di dieci giorni tra Israele e Libano


Il presidente americano ha comunicato l'intesa su Truth Social. La tregua scatta alle 17 ora di Washington e segue l'incontro tra gli ambasciatori a Washington mediato da Marco Rubio.
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Israele e Libano hanno accettato un cessate il fuoco di dieci giorni che entrerà in vigore alle 17 ora della costa orientale degli Stati Uniti. L'annuncio è arrivato dal presidente Donald Trump con un messaggio pubblicato su Truth Social, in cui ha riferito di aver parlato al telefono sia con il presidente libanese Joseph Aoun sia con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Trump ha incaricato il vicepresidente JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio e il capo degli Stati Maggiori Riuniti Dan Caine di lavorare con i due Paesi per raggiungere una pace duratura.

L'intesa arriva due giorni dopo lo storico incontro di Washington tra le delegazioni dei due Paesi, il primo contatto diretto ad alto livello da oltre tre decenni. Israele e Libano restano formalmente in stato di guerra dal 1948 e il Libano, come la maggioranza dei Paesi arabi, non ha relazioni diplomatiche ufficiali con Israele. Una legge libanese del 1955 vieta inoltre ai cittadini ogni contatto con israeliani, anche se viene applicata in modo selettivo.

Il negoziato di martedì si è svolto al Dipartimento di Stato a Washington, con gli ambasciatori dei due Paesi seduti uno di fronte all'altro mentre Rubio e altri funzionari americani occupavano i posti centrali. L'incontro era preliminare e dedicato agli aspetti logistici più che ai contenuti, e si era concluso senza alcun cessate il fuoco. "Questo è un processo, non un evento", aveva dichiarato Rubio. "Servirà tempo". L'ambasciatore israeliano Yechiel Leiter aveva parlato di una convergenza di vedute sulla rimozione dell'influenza di Hezbollah dal Libano, mentre l'ambasciatrice libanese Nada Hamadeh Moawad aveva definito l'incontro "costruttivo".

Il conflitto era ricominciato il 2 marzo, quando Hezbollah, gruppo libanese sostenuto dall'Iran, aveva aperto il fuoco contro Israele in appoggio a Teheran, due giorni dopo l'inizio della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l'Iran. Israele aveva risposto con un'intensa campagna di bombardamenti e un'invasione di terra. Secondo le autorità libanesi, gli attacchi israeliani hanno provocato oltre 2.124 morti, tra cui 254 donne e 168 bambini, e costretto più di un milione di persone ad abbandonare le proprie case. Israele riferisce che dodici suoi soldati e due civili sono stati uccisi dagli attacchi di Hezbollah nello stesso periodo.

Particolarmente gravi erano stati gli attacchi israeliani dell'8 aprile, quando oltre cento raid avevano colpito anche aree affollate nel cuore di Beirut. Il ministero della Salute libanese ha riferito che quegli attacchi hanno ucciso 357 persone, tra cui 71 donne e 30 bambini. Israele ha sostenuto invece che le incursioni hanno colpito oltre 250 miliziani di Hezbollah. Da quel giorno, su richiesta di Washington, l'aviazione israeliana non ha più bombardato l'area di Beirut, pur continuando a colpire il sud e l'est del Paese.

L'attuale governo libanese, salito al potere all'inizio del 2025 con un programma riformista che includeva il disarmo dei gruppi armati non statali, aveva reagito con durezza alla scelta di Hezbollah di entrare nel conflitto. Le autorità avevano criminalizzato le attività militari del gruppo, dichiarato persona non grata l'ambasciatore iraniano e messo al bando le Guardie Rivoluzionarie iraniane. Il presidente Aoun aveva offerto a Israele negoziati diretti, i primi da decenni, in cambio della fine delle ostilità, ma l'iniziativa, sostenuta anche dal presidente francese Emmanuel Macron, era inizialmente caduta nel vuoto.

La svolta è arrivata con la tregua tra Iran e Stati Uniti mediata dal Pakistan. Teheran aveva chiesto come condizione che il cessate il fuoco includesse anche il Libano, ma Israele e Washington avevano respinto questo collegamento. L'8 aprile, dopo i pesanti raid su Beirut, Netanyahu ha annunciato di aver accettato i colloqui diretti con il Libano. Mercoledì il gabinetto di sicurezza israeliano si è riunito per discutere una possibile tregua, mentre il governo Netanyahu si trovava sotto forte pressione da parte di Washington, secondo quanto riferito a Reuters da un alto funzionario israeliano.

Le posizioni dei due Paesi sui colloqui restano lontane. Il Libano vuole un cessate il fuoco preventivo, il ritiro delle forze israeliane dal sud del Paese, il rilascio dei prigionieri libanesi detenuti in Israele, il ritorno degli sfollati e la ricostruzione. Beirut chiede inoltre maggiori finanziamenti internazionali per le forze armate, in modo da poter dispiegare l'esercito su tutto il territorio nazionale. Israele invece ha presentato i colloqui come negoziati di pace incentrati soprattutto sul disarmo di Hezbollah e ha annunciato la creazione di una zona cuscinetto di otto-dieci chilometri all'interno del territorio libanese. Il capo di Stato Maggiore israeliano Eyal Zamir ha dichiarato, durante una visita nel sud del Libano, di aver ordinato che tutta l'area fino al fiume Litani diventi una "zona vietata" agli operatori di Hezbollah.

L'apertura del governo libanese ha provocato profonde divisioni interne. Hezbollah ha respinto con forza i negoziati. Il deputato del gruppo Hassan Fadlallah, in una conferenza stampa televisiva, ha accusato il governo di aver intrapreso "una strada sbagliata che porta solo ad aumentare la frattura" tra i libanesi, sostenendo che l'esecutivo stia offrendo "concessioni gratuite" a uno Stato nemico.

I precedenti tentativi diplomatici tra i due Paesi si sono spesso conclusi con accordi mai pienamente attuati. Nel 1949 i negoziati indiretti portarono a un patto di non aggressione rimasto in vigore fino al 1967. Nel 1983, durante la guerra civile libanese, fu firmato un accordo poi annullato dal governo di Beirut un anno dopo. Nel 1993 il Libano partecipò ai negoziati che portarono agli accordi di Oslo, ma il binario libanese non ebbe seguito. Nel 2022 i due Paesi raggiunsero un'intesa sui confini marittimi grazie alla mediazione americana. L'ultimo cessate il fuoco, firmato nel novembre 2024 dopo oltre un anno di scontri, non è mai stato pienamente rispettato.

Trump ha rivendicato l'intesa come un successo personale, scrivendo su Truth Social di aver "risolto nove guerre nel mondo" e che questa sarà la decima.

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Il Pentagono chiama le case automobilistiche per produrre armi


Funzionari della Difesa hanno avviato colloqui con i vertici di General Motors, Ford, GE Aerospace e Oshkosh per riconvertire stabilimenti civili alla produzione militare di fronte alla scarsità di munizioni.

L'amministrazione Trump vuole coinvolgere le case automobilistiche e altri grandi produttori industriali americani nella fabbricazione di armi, richiamando una pratica adottata durante la Seconda guerra mondiale. Lo rivela uno scoop del Wall Street Journal firmato da Sharon Terlep e Marcus Weisgerber, secondo cui alti funzionari del Pentagono hanno già avviato colloqui preliminari con i vertici di diverse aziende.

Tra i dirigenti contattati ci sono Mary Barra, amministratrice delegata di General Motors, e Jim Farley, numero uno di Ford Motor. Le discussioni hanno coinvolto anche GE Aerospace e Oshkosh, produttore di veicoli e macchinari industriali. L'obiettivo del dipartimento della Difesa è utilizzare il personale e la capacità produttiva di queste aziende per aumentare rapidamente la fabbricazione di munizioni e altre dotazioni militari, in un momento in cui le guerre in Ucraina e in Iran stanno esaurendo le scorte americane.

I colloqui, descritti come preliminari e ad ampio raggio, hanno riguardato la possibilità che i produttori americani facciano da sostegno alle tradizionali aziende della difesa. I funzionari hanno chiesto se le imprese contattate siano in grado di riconvertire velocemente parte della propria attività al settore militare e hanno sollecitato gli stessi dirigenti a indicare gli ostacoli, dai requisiti contrattuali alle difficoltà nelle procedure di gara.

Un portavoce del Pentagono ha dichiarato al Wall Street Journal che il dipartimento della Difesa è impegnato ad ampliare rapidamente la base industriale militare sfruttando tutte le soluzioni e le tecnologie commerciali disponibili per garantire un vantaggio decisivo alle forze armate. Le trattative rappresentano l'ultimo passo di una strategia dell'amministrazione per mettere la produzione militare su quello che il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha definito un assetto da tempo di guerra.

Secondo le fonti del quotidiano, i contatti sono iniziati prima del conflitto con l'Iran. La guerra ha però aggravato la pressione sulle scorte di munizioni statunitensi, rendendo ancora più urgente la ricerca di partner commerciali capaci di aumentare rapidamente la fornitura di missili, tecnologie anti-drone e altro materiale tattico.

Oshkosh, azienda con sede in Wisconsin, ha avviato un dialogo con il Pentagono a novembre, dopo l'appello di Hegseth ai produttori industriali. Logan Jones, chief growth officer della divisione trasporti del gruppo, ha spiegato al Wall Street Journal che le discussioni si sono concentrate sulle aree in cui l'azienda può mettere a disposizione capacità produttiva coerente con le proprie competenze di base. Oshkosh costruisce veicoli tattici per il trasporto truppe destinati all'esercito americano e ad alleati degli Stati Uniti, ma la maggior parte dei suoi 10,5 miliardi di dollari di ricavi proviene dal settore non militare. Jones ha aggiunto di aver ricevuto un messaggio chiaro sull'importanza di questo impegno.

Le preoccupazioni dei parlamentari e del Pentagono sulla capacità produttiva bellica statunitense sono cresciute dopo l'avvio dei trasferimenti di grandi quantità di armi all'Ucraina, iniziati da Washington e dagli alleati della North Atlantic Treaty Organization in seguito all'invasione russa su vasta scala del 2022. La recente richiesta di bilancio del Pentagono da 1.500 miliardi di dollari, che sarebbe la più alta dell'era moderna per il dipartimento, prevede investimenti rilevanti nella produzione di munizioni e droni.

L'amministrazione Trump ha già fatto ricorso all'industria automobilistica americana in passato. General Motors e Ford collaborarono con produttori di dispositivi medici per fabbricare decine di migliaia di ventilatori polmonari nelle prime fasi della pandemia. Il precedente più rilevante risale però alla Seconda guerra mondiale, quando le case automobilistiche di Detroit sospesero la produzione di vetture per costruire bombardieri, motori aeronautici e camion, trasformando gli Stati Uniti in quello che venne definito l'arsenale della democrazia.

Oggi la produzione militare americana è concentrata in un numero limitato di appaltatori. Molti grandi gruppi industriali al di fuori del settore tradizionale della difesa hanno già contratti con il Pentagono, ma di portata limitata, spesso confinati a ricerche di nicchia o a prodotti specifici. General Motors, per esempio, ha una controllata della difesa che costruisce un veicolo da fanteria leggero basato sul pick-up Chevrolet Colorado. Il programma rappresenta una fonte di ricavi in crescita, ma corrisponde solo a una piccola parte del fatturato e della capacità produttiva complessiva del gruppo. L'azienda è considerata tra i principali candidati a costruire un nuovo veicolo da fanteria più grande per l'esercito americano, destinato a sostituire l'Humvee e a servire anche come base mobile di comando e alimentazione energetica.

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Mamdani ottiene una tassa sulle seconde case di lusso per tappare il buco di bilancio


La governatrice Hochul vuole colpire gli immobili da 5 milioni di dollari in su di chi non risiede in città, raccogliendo 500 milioni l'anno. Il sindaco Mamdani ha subito sostenuto il piano.

La governatrice dello stato di New York Kathy Hochul ha proposto una tassa sulle seconde case di lusso in città, offrendo al sindaco Zohran Mamdani una via d'uscita politica sul suo piano di aumentare le imposte ai più ricchi. Lo scrive il Wall Street Journal.

Il progetto, presentato questa settimana, prevede un prelievo aggiuntivo sulle abitazioni secondarie nella città di New York con un valore di almeno 5 milioni di dollari. La misura si applicherebbe solo ai proprietari che hanno la residenza principale al di fuori della città. Secondo le stime dell'ufficio bilancio della governatrice, la nuova imposta potrebbe generare 500 milioni di dollari l'anno, risorse destinate a coprire parte del disavanzo cittadino.

Mamdani, socialista democratico, durante la campagna elettorale aveva promesso di aumentare le tasse ai milionari e alle grandi aziende della città. Solo la governatrice e il parlamento statale hanno però il potere di modificare l'imposizione fiscale. Hochul, che quest'anno si gioca la rielezione, aveva respinto il piano del sindaco ma ha probabilmente ritenuto politicamente più sostenibile colpire i super ricchi che non vivono stabilmente a New York. Mamdani ha subito aderito alla proposta con un messaggio sui social in cui ha scritto che saranno tassati gli ultraricchi e le élite globali.

I dettagli sono ancora in fase di definizione. Secondo una fonte vicina al dossier citata dal Wall Street Journal, il meccanismo prevederà aliquote differenziate in base al valore dell'immobile. La misura dovrebbe essere inserita nel bilancio statale in discussione fra la governatrice, il Senato e l'Assemblea, entrambi a guida democratica. La leader della maggioranza al Senato Andrea Stewart-Cousins, in una conferenza stampa, ha ricordato che la sua camera è sempre stata favorevole a un'imposta di questo tipo. Un portavoce del presidente dell'Assemblea Carl Heastie ha detto mercoledì che l'Assemblea è soddisfatta che la governatrice stia cercando nuove entrate per la città.

Il mondo immobiliare è stato colto di sorpresa. Il Real Estate Board of New York, la principale associazione di categoria cittadina, ha ricevuto solo poche ore di preavviso dall'ufficio della governatrice prima che la proposta venisse diffusa dai media. Il broker Jason Haber, che guida l'associazione American Real Estate Association, ha dichiarato al Wall Street Journal che la misura non era fra gli scenari previsti. Da allora il settore si sta mobilitando contro il progetto. REBNY ha avviato colloqui con il team di Hochul e con vari parlamentari ad Albany per fare pressione.

La lobby immobiliare appare però isolata. Gran parte della comunità d'affari tira un sospiro di sollievo perché la discussione si è spostata dalle imposte che l'avrebbero colpita direttamente. Il venture capitalist Bradley Tusk ha detto al quotidiano che non si impegnerà in alcuno sforzo per contrastare la misura, aggiungendo che i leader del settore immobiliare possono provare a bloccarla ma non crede che ci riusciranno.

In passato la lobby era riuscita a fermare tentativi simili, nel 2014 e nel 2019. L'industria sostiene che una tassa di questo tipo sia costosa da attuare e finisca per rendere meno del previsto. Il presidente di REBNY Jim Whelan ha detto che non raccoglierà le entrate attese. Gli agenti immobiliari avvertono inoltre che la misura farà crollare i valori residenziali e ridurrà la base imponibile cittadina. Alcuni prevedono che i clienti in cerca di una seconda casa cominceranno a cercare immobili appena sotto la soglia dei 5 milioni, vanificando in parte l'obiettivo di gettito.

Il peso politico del settore immobiliare è però diminuito rispetto all'era precedente Mamdani, mentre il disavanzo cittadino è più grave che in passato. Kathy Wylde, ex guida della Partnership for New York City, coinvolta nelle trattative sulle precedenti proposte, ha osservato che all'epoca non c'era lo stesso bisogno di risorse.

Il sindaco ha intensificato le richieste di un aumento delle tasse sui ricchi da quando si è insediato, sostenendo che servono nuove entrate per coprire un disavanzo di 5,4 miliardi di dollari previsto per il prossimo anno fiscale. La sua proposta iniziale, che puntava ad almeno 5,4 miliardi di nuove entrate fiscali, ha incontrato forti resistenze ad Albany. La governatrice, che ha il peso maggiore nelle trattative di bilancio, l'aveva respinta sostenendo che avrebbe spaventato i contribuenti ad alto reddito e le imprese. Senato e Assemblea hanno di recente proposto aumenti per alcuni redditi alti e per alcune aziende, ma di entità inferiore a quella chiesta dal sindaco.

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Il candidato Dem in Maine Graham Platner elogiò Hamas nel 2014


I commenti, rivelati da Jewish Insider, furono pubblicati sotto lo pseudonimo "P-Hustle" e definivano l'attacco "ben eseguito". Platner è in corsa per il seggio del Maine nelle primarie democratiche.
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Graham Platner, candidato democratico al Senato per il Maine, elogiò ripetutamente le tattiche usate dai terroristi di Hamas in un raid del 2014 durante il quale furono uccisi almeno cinque soldati israeliani. È quanto emerge da uno scoop pubblicato da Jewish Insider basato su post archiviati del suo profilo Reddit ora cancellato.

I commenti furono scritti sotto lo pseudonimo "P-Hustle" in risposta a un video intitolato "Helmet Footage from Hamas cross-border raid", che mostrava l'assalto a diversi militari israeliani. Il filmato originale, anch'esso ora rimosso ma ancora archiviato, fu caricato il 29 luglio 2014 da un canale YouTube chiamato Sabah, con una didascalia che descriveva l'irruzione in un insediamento da parte delle Brigate Qassam e l'uccisione di dieci soldati. Secondo Jewish Insider, la descrizione e i commenti nel thread di Reddit coincidono con un raid delle Brigate Al-Qassam di Hamas contro una base militare vicino al kibbutz Nahal Oz avvenuto il giorno precedente.

Le immagini, in base a una descrizione testuale condivisa online, contenevano le riprese delle sparatorie contro vari militari israeliani, almeno uno dei quali urlava mentre i terroristi tentavano di rapirlo.

Platner intervenne sul forum r/CombatFootage, dedicato a video e fotografie di conflitti armati passati e in corso. "Mi sembra un raid di piccola unità ben eseguito e riuscito sotto ogni aspetto", scrisse nel 2014. Rispondendo a un altro utente che aveva criticato l'"esecuzione" dei soldati israeliani e sottolineato le probabili rappresaglie a Gaza, Platner disse di non essere interessato a discutere le implicazioni geopolitiche o strategiche, ma lasciò intendere che le tattiche e le azioni di Hamas fossero ragionevoli.

"Quanto alla tua avversione per l'esecuzione, un raid di piccola unità tende a essere usato per infliggere perdite e fare prigionieri in un breve lasso di tempo", scrisse. "Da un punto di vista pragmatico, ho pochi problemi con l'uccisione di un combattente nemico che provi a catturare ma che, per qualunque motivo, non puoi catturare. Da un punto di vista strettamente professionale, questo è stato un raid di bell'aspetto e riuscito contro un avversario superiore, mi piace".

In un altro scambio, Platner riconobbe che le azioni dei terroristi erano state brutali e che avrebbero dovuto sparare a uno dei soldati invece di picchiarlo a morte. A un utente che contestava la definizione di "raid" usata per l'attacco, sostenendo che non si trattasse di resistenza ma solo di spargimento di sangue per segnare punti immaginari nella guerra, Platner rispose paragonando i terroristi di Hamas a chi attaccò le forze statunitensi in Iraq, considerando i primi preferibili.

"Era l'Iraq, e quei tizi erano in abiti civili con armi silenziate. Questo video mostra un'unità di uomini in uniforme completa che assalta personale militare in uniforme di un nemico con cui la loro organizzazione è attualmente impegnata in operazioni militari. Non c'è paragone tra i due casi", scrisse. "In genere cerchi di cogliere il nemico alla sprovvista e ucciderlo con la minima resistenza. Questo sembra un piano piuttosto audace che ha funzionato, e darò credito a chi lo merita, a prescindere da chi stiano combattendo".

Secondo Jewish Insider, Platner è già finito nel mirino della governatrice Janet Mills, sua principale avversaria nelle primarie democratiche, e dei repubblicani per altri post pubblicati in passato con lo stesso pseudonimo "P-Hustle", nei quali aveva screditato una vasta gamma di gruppi e lasciato commenti offensivi. Il candidato è stato inoltre oggetto di critiche per le sue posizioni contro Israele e per un tatuaggio sul petto raffigurante quello che appare come un simbolo nazista.

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La Virginia aderisce al patto per eleggere il presidente con il voto popolare


Il National Popular Vote Compact raggiunge 222 voti elettorali sui 270 necessari per entrare in vigore, ma restano ostacoli politici e legali

La governatrice della Virginia Abigail Spanberger ha firmato lunedì la legge che inserisce il suo Stato nel National Popular Vote Interstate Compact, l'accordo tra Stati che punta a rendere decisivo il voto popolare nelle elezioni presidenziali americane. Con questa adesione, gli Stati firmatari salgono a 18, più il Distretto di Columbia, per un totale di 222 voti elettorali. Ne servono 270 perché il patto diventi operativo.

Il meccanismo è semplice: ogni Stato aderente si impegna ad assegnare i propri grandi elettori non al candidato che vince nel proprio territorio, ma a quello che ottiene più voti a livello nazionale. In questo modo il Collegio elettorale resterebbe formalmente in piedi, ma il suo esito sarebbe determinato dal voto popolare complessivo. L'accordo però si attiverebbe solo quando gli Stati firmatari raggiungessero insieme la soglia dei 270 voti elettorali, cioè la maggioranza necessaria per eleggere un presidente.

La firma della Virginia arriva dopo le elezioni statali del 2025, che hanno consegnato ai democratici il controllo completo del governo della Virginia: governatrice, Camera dei delegati e Senato. Il deputato statale democratico Dan Helmer ha dichiarato a NPR che l'adesione è il risultato di un percorso durato almeno dieci anni. Tutti gli Stati che nel 2024 hanno votato per Kamala Harris, tranne il New Hampshire, fanno ora parte del patto. Nessuno Stato che ha votato per il presidente Trump vi ha aderito.

L'iniziativa nasce vent'anni fa da un'idea accademica. Nel 2001 il giurista Robert W. Bennett della Northwestern University e i fratelli Akhil e Vikram Amar, professori rispettivamente a Yale e alla University of California, proposero di usare la legislazione statale per aggirare il Collegio elettorale senza dover modificare la Costituzione. Nel 2006 John Koza, informatico e ex grande elettore, trasformò l'idea in un patto formale tra Stati e fondò l'organizzazione National Popular Vote Inc. per promuoverlo. Il Maryland fu il primo Stato ad aderire nel 2007. Da allora il processo è stato lento ma costante: la California, con i suoi 54 voti elettorali, è il peso massimo del gruppo.
National Popular Vote Interstate Compact

Elezioni · USA
National Popular Vote Interstate Compact: gli stati aderenti
18 stati + District of Columbia · 222 voti elettorali su 270 necessari · Aggiornamento aprile 2026

Caricamento mappa…

Aderenti al Compact 222 voti elettorali

Non aderenti 316 voti elettorali

Voti raggiunti 222
Soglia attivazione 270

0 voti elettorali 538 voti elettorali

270

222
Voti elettorali aderenti

48
Voti elettorali mancanti

82,2%
Della soglia raggiunta

Elaborazione su dati di National Popular Vote Inc. e Ballotpedia · Aggiornato al 15 aprile 2026

Il tema tocca un nervo scoperto della democrazia americana. In cinque occasioni nella storia degli Stati Uniti il vincitore della presidenza ha perso il voto popolare. Le ultime due volte è successo con candidati repubblicani: George W. Bush nel 2000 e Trump nel 2016. Questo spiega in parte la netta divisione partitica sulla questione. Secondo il Pew Research Center, il 63% degli americani preferirebbe che il presidente fosse eletto con il voto popolare, ma la differenza tra i due schieramenti è enorme: 8 democratici su 10 sono favorevoli, contro il 46% dei repubblicani. Il sondaggio è stato condotto prima delle elezioni del 2024, nelle quali il presidente Trump vinse sia il voto popolare sia il Collegio elettorale.

Patrick Rosenstiel, consulente del National Popular Vote e repubblicano dichiarato, ha respinto l'idea che il Collegio elettorale favorisca il suo partito. Il sistema attuale, ha sostenuto a NPR, costringe i candidati di entrambi i partiti a concentrarsi solo sugli Stati in bilico, ignorando la maggior parte degli elettori. Alyssa Cass, strategist democratica della stessa organizzazione, ha fatto un'osservazione simile: le elezioni presidenziali sono decise dagli elettori di pochi Stati contesi, mentre i voti di quattro americani su cinque, che vivono in Stati sicuramente democratici o repubblicani, risultano irrilevanti.

I sostenitori del patto ritengono che la Costituzione dia agli Stati piena libertà di decidere come assegnare i propri grandi elettori. L'Articolo II, Sezione 1, affida alle legislature statali il potere esclusivo di scegliere il metodo di nomina degli elettori. Il sistema attuale, in cui quasi tutti gli Stati assegnano tutti i loro voti elettorali al candidato che vince nello Stato (il cosiddetto winner-take-all), non è previsto dalla Costituzione: è una scelta legislativa dei singoli Stati, che potrebbe essere cambiata.

Non tutti i giuristi concordano. Il professor Norman R. Williams ha scritto che i padri fondatori respinsero esplicitamente l'idea di un'elezione popolare diretta del presidente, e che nessuno Stato ha mai assegnato i propri grandi elettori sulla base di voti espressi fuori dai propri confini. Patrick Valencia, attuale vice procuratore generale dello Iowa, ha sostenuto che il patto rappresenta un tentativo di sovvertire le procedure elettorali previste dalla Costituzione. Altri studiosi sottolineano che i cambiamenti alle regole elettorali, come il suffragio universale o l'abbassamento dell'età di voto, hanno storicamente richiesto emendamenti costituzionali.

Un rapporto del Congressional Research Service del 2019 ha concluso che il patto genererebbe probabilmente un ampio contenzioso legale e che la Corte Suprema finirebbe per essere coinvolta. I promotori stessi hanno dichiarato che intendono cercare l'approvazione del Congresso se un numero sufficiente di Stati aderisse. Rosenstiel ha ammesso a NPR che le cause legali sarebbero probabili al raggiungimento dei 270 voti elettorali, ma si è detto fiducioso che i tribunali confermerebbero la legittimità dell'accordo.

Il percorso verso i 270 voti elettorali resta comunque incerto. Mancano ancora 48 voti e non è chiaro quali Stati potrebbero essere i prossimi ad aderire. Proposte di legge sono in discussione in Arizona, Kansas, Pennsylvania e South Carolina, ma nessuna ha ancora superato la fase di commissione. In Wisconsin un tentativo è già fallito. Nessun governatore repubblicano ha mai firmato l'adesione al patto, e finché questa divisione partitica persiste, raggiungere la soglia resterà difficile.

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Il Pentagono prepara piani militari per una possibile operazione a Cuba


Secondo fonti riservate citate da USA Today, il dipartimento della Difesa starebbe intensificando i preparativi in vista di un eventuale ordine di intervento da parte del presidente Donald Trump sull'isola caraibica.

Il Pentagono sta accelerando la pianificazione di una possibile operazione militare a Cuba, nel caso il presidente Donald Trump decida di ordinare un intervento sull'isola. Lo scoop è stato pubblicato da USA Today, che ha raccolto la testimonianza di due fonti a conoscenza della direttiva, rimaste anonime perché non autorizzate a parlare con i media.

Le direttive rappresentano un'accelerazione delle tensioni tra Stati Uniti e Cuba, iniziate a gennaio quando l'amministrazione Trump ha ridotto le forniture di petrolio verso l'isola. La misura fa parte di una campagna più ampia volta a imporre cambiamenti politici al governo comunista dell'Avana. In una dichiarazione a USA Today, il Pentagono ha fatto sapere di pianificare una vasta gamma di scenari possibili e di restare pronto a eseguire gli ordini del presidente.

Nonostante la crescente attenzione dell'amministrazione statunitense sul conflitto con l'Iran, i rapporti con l'Avana si sono deteriorati rapidamente nelle ultime settimane. Trump ha dichiarato di attendersi presto l'onore di "prendere Cuba, in qualche forma", aggiungendo di poter fare "qualsiasi cosa" voglia con l'isola, che si tratti di liberarla o di conquistarla. Il 13 aprile, parlando alla Casa Bianca con USA Today, il presidente ha aggiunto che gli Stati Uniti potrebbero occuparsi di Cuba una volta terminate le operazioni contro Teheran.

Dall'altra parte, il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha promesso resistenza in caso di attacco militare americano. In un'intervista a Newsweek, Díaz-Canel ha dichiarato che il paese combatterà e si difenderà, aggiungendo che "morire per la patria è vivere".

Il contesto regionale è già profondamente mutato dopo l'operazione statunitense che il 3 gennaio ha estratto l'ex presidente venezuelano Nicolás Maduro dal suo complesso a Caracas. Nel blitz all'alba sono rimasti uccisi 32 militari cubani che facevano parte della scorta di Maduro. L'operazione ha avuto un forte impatto sulle comunità in esilio di venezuelani e cubani nel sud della Florida, alimentando le speculazioni su Cuba come prossimo obiettivo.

A differenza di quanto accaduto prima degli interventi in Venezuela e in Iran, però, i funzionari americani non stanno costruendo un argomento pubblico su una presunta "minaccia imminente" rappresentata dall'Avana per gli Stati Uniti. Lo ha osservato Brian Fonseca, direttore del Jack D. Gordon Institute for Public Policy della Florida International University, che ha studiato a lungo le forze armate cubane. Fonseca ha dichiarato a USA Today che i preparativi potrebbero configurarsi più come una minaccia militare che come una strategia operativa vera e propria, parlando di una fase in cui prevale la "segnalazione" politica.

USA Today aveva già rivelato a marzo che i due paesi erano in trattative per un possibile accordo economico storico in grado di riavviare le relazioni bilaterali. Entrambe le parti hanno ammesso di trovarsi nelle fasi iniziali del tentativo di uscire dalla crisi, ma non è chiaro quanto ciascuna sia disposta a cedere.

L'ipotesi di un intervento militare a Cuba ricorre nel dibattito statunitense da decenni, fin da quando Fidel Castro e le sue forze ribelli entrarono all'Avana nel 1959, per poi dichiarare fedeltà all'Unione Sovietica e al comunismo. Secondo Fonseca, le condizioni attuali renderebbero un'operazione americana rapida e di successo quasi certo, vista la situazione deteriorata dell'equipaggiamento militare cubano e la scarsa propensione degli ufficiali a sostenere un regime impopolare. L'esperto ha però precisato a USA Today che la fase successiva, quella dell'instaurazione dello stato di diritto e del sostegno ai leader dell'opposizione, risulterebbe ben più complessa. "Sarà una vittoria militare molto facile", ha affermato Fonseca, "ma una vittoria politica molto più difficile".

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La guerra ha reso l'Iran più radicale. E ora Riyadh chiede a Trump di fermarsi


L'eliminazione della vecchia guardia di Teheran non ha prodotto leader moderati: ha consegnato il potere a una rete di ideologi ultraconservatori legati ai Pasdaran. Intanto Riyadh teme ora che l'Iran blocchi il Mar Rosso e metta in ginocchio la sua economia.

A un mese dall'inizio della guerra, il presidente Trump aveva definito la nuova leadership iraniana "più ragionevole". I fatti raccontano il contrario. Il 13 marzo, in piazza Enqelab, a Teheran, è apparso un enorme cartellone: ritrae Mojtaba Khamenei, nuovo Leader Supremo dell'Iran, in trincea mentre ordina ai comandanti dei Pasdaran di aprire il fuoco. Il testo lo paragona all'Imam Ali, figura venerata dell'islam sciita.

Mojtaba Khamenei è sopravvissuto al raid aereo che ha ucciso suo padre Ali e altri membri della famiglia. Da quando è stato nominato non è mai apparso in pubblico e c'è chi ipotizza che sia rimasto gravemente ferito. La sua assenza, però, non ha aperto un vuoto di potere. Ha piuttosto accelerato l'ascesa di una rete di uomini che condividono la sua stessa visione del mondo. Per gli oppositori del regime è la rappresentazione visiva del loro peggior incubo: un Iran militarizzato, guidato da una leadership ancora più intransigente di quella precedente.

L'offensiva americana e israeliana si basava su una premessa precisa: eliminare i vertici del regime avrebbe aperto la strada a una sua trasformazione, o almeno all'emergere di interlocutori più flessibili. Non è andata così. "La guerra ha cambiato il regime, e non in senso positivo", ha dichiarato al Wall Street Journal Danny Citrinowicz, ex responsabile del desk Iran nell'intelligence militare israeliana. "Abbiamo creato una realtà peggiore di quella che gli iraniani vivevano prima della guerra."

Il vuoto lasciato dalla vecchia guardia è stato, infatti, colmato da figure che non mostrano alcun interesse per la mediazione, né sul piano interno né su quello internazionale. Sono uomini formati nella guerra con l'Iraq, cresciuti nei Pasdaran, convinti che il conflitto in corso anticipi la venuta del Mahdi, il messia dell'islam sciita.

Chi comanda davvero ora


Il nuovo capo della sicurezza nazionale è Mohammad Bagher Zolghadr, ex comandante dei Pasdaran. Prima della Rivoluzione Islamica del 1979 guidava un gruppo paramilitare responsabile dell'uccisione di un ingegnere petrolifero americano. Secondo un memoriale pubblicato da lui stesso su una rivista storica iraniana, ha partecipato personalmente anche all'assassinio di due agenti di polizia. Ha co-fondato la Forza Quds, specializzata nell'addestramento di milizie straniere, così come una separata unità dedicata alla repressione violenta degli oppositori politici.

Le sue posizioni erano così estreme che uno dei suoi subordinati, il generale Qassem Soleimani, si dimise temporaneamente per protesta, secondo quanto riferito al Wall Street Journal da Vali Nasr, professore alla Johns Hopkins School of Advanced International Studies di Washington. Neppure il suo predecessore, Ali Larijani, ucciso il mese scorso, non era un pacifista. Era però un politico capace di negoziare, con una reputazione costruita nei colloqui sul nucleare. Zolghadr, al contrario, ha fatto della sconfitta di Israele e della conquista del suo territorio il cuore dei suoi scritti.

Il nuovo comandante in capo dei Pasdaran è invece Ahmad Vahidi, accusato di aver partecipato all'attentato del 1994 contro il centro della comunità ebraica di Buenos Aires, in cui morirono 85 persone. Ha fondato a Teheran una scuola di formazione per funzionari pubblici supervisionata dai Pasdaran, che oggi sta plasmando una nuova generazione di dirigenti politici ultraconservatori iraniani.

Anche il consigliere militare di Mojtaba Khamenei, Mohsen Rezaie, è accusato di coinvolgimento nell'attentato di Buenos Aires. In una recente dichiarazione televisiva ha escluso qualsiasi compromesso: "Lo scontro continuerà finché non saranno soddisfatte diverse condizioni", tra cui la revoca delle sanzioni e un risarcimento per i danni di guerra. "La risposta iraniana non sarà più occhio per occhio. Sarà testa per occhio, mano e piede per occhio."
La guerra ha reso l'Iran più radicale

Scenari di guerra
La guerra ha reso l'Iran più radicale
L'eliminazione della vecchia guardia non ha prodotto leader moderati: ha consegnato il potere a una rete di ideologi ultraconservatori. E ora Riyadh chiede a Trump di fermarsi.

I.
Il paradosso strategico

Premessa della guerra
Una leadership iraniana più flessibile, aperta al dialogo

Risultato reale
Pasdaran al potere, dottrina mahdista, zero mediazione

«La guerra ha cambiato il regime, e non in senso positivo. Abbiamo creato una realtà peggiore di quella che gli iraniani vivevano prima della guerra.» Danny Citrinowicz — ex intelligence militare israeliana

II.
I quattro uomini che comandano

01

Mojtaba Khamenei
Leader Supremo · Formato a Qom sotto i fondatori del mahdismo

Il profeta
Sopravvissuto al raid che ha ucciso il padre Ali. Non è più apparso in pubblico. Un ex compagno di studi riferisce che si identifica con il Khorasani, figura che nell'ideologia religiosa sciita precede il Mahdi.

02

Mohammad Bagher Zolghadr
Capo della sicurezza nazionale · Ex comandante Pasdaran

Il veterano
Prima della rivoluzione guidò un gruppo paramilitare responsabile dell'omicidio di un ingegnere americano. Co-fondò la Forza Quds. Le sue posizioni erano così estreme che Qassem Soleimani si dimise temporaneamente per protesta.

03

Ahmad Vahidi
Comandante in capo dei Pasdaran

L'accusato
Accusato di coinvolgimento nell'attentato di Buenos Aires del 1994 (85 morti). Ha fondato una scuola di formazione per funzionari pubblici supervisionata dai Pasdaran, che sta plasmando la prossima generazione politica iraniana.

04

Mohsen Rezaie
Consigliere militare di Mojtaba Khamenei

L'inflessibile
Anch'egli accusato per Buenos Aires. In TV ha escluso ogni compromesso: «La risposta iraniana non sarà più occhio per occhio. Sarà testa per occhio, mano e piede per occhio.»

III.
Perché Riyadh si tira indietro

Giugno 2025 — bin Salman sostiene l'offensiva Usa-Israele Marzo 2026 — bin Salman chiede a Trump di fermarsi
Due stretti, due scenari

Gestibile
Stretto di Hormuz
1.200 km L'oleodotto interno saudita ha deviato i flussi verso il Mar Rosso, assorbendo il blocco

Rischio rosso
Bab al-Mandab
+29 giorni Navigazione aggiuntiva via Suez se gli Houthi chiudono il Mar Rosso

Houthi nel Mar Rosso, 2023–2024

190
Attacchi a navi commerciali

2+1
Navi affondate e una sequestrata

−60%
Crollo del traffico marittimo

Contrazione economica prevista 2026

Arabia Saudita

−3%

Qatar e Kuwait

−14%

L'Arabia Saudita ha dimostrato di poter reggere la chiusura di Hormuz. Non vuole scoprire se può reggere anche la chiusura del Mar Rosso.
Elaborazione FocusAmerica · Fonti: Wall Street Journal, The Telegraph · Aprile 2026

L'ideologia che guida le decisioni


Dietro le scelte della nuova leadership c'è un sistema ideologico coerente, non semplice retorica bellicosa. Mojtaba Khamenei si è formato a Qom sotto la guida dell'ayatollah Mohammad Taghi Mesbah Yazdi, considerato il padre spirituale degli ultraconservatori iraniani. La dottrina che lui ha assorbito si chiama mahdismo: l'idea che costruire una società islamica autentica e distruggere i nemici dell'Iran, Israele in primo luogo, acceleri il ritorno dell'Imam Mahdi.

Questa ideologia viene insegnata nei seminari religiosi e durante l'addestramento paramilitare. Metà dei sei mesi di orientamento obbligatorio per le nuove reclute dei Pasdaran è dedicata alla formazione ideologica. "La dottrina apocalittica del mahdismo ha guidato il comportamento del regime in tempo di guerra", ha detto al Wall Street Journal Kasra Aarabi, esperto dei Pasdaran presso l'associazione United Against Nuclear Iran, "e ha fornito una giustificazione per azioni che altrimenti potrebbero sembrare irrazionali", come l'espansione del conflitto agli Stati del Golfo.

Jaber Rajabi, ex membro dei Pasdaran che aveva studiato con Khamenei a Qom prima di disertare nel 2016, ha aggiunto un dettaglio rivelatore: Khamenei gli avrebbe confidato di aver fatto sogni in cui si identifica con il Khorasani, figura profetica che nell'ideologia sciita precede la venuta del Mahdi. "Se qualcuno chiede qual è la cosa più pericolosa che potrebbe accadere all'Iran e alla regione", ha detto Rajabi in un'intervista televisiva in arabo, "la risposta è: Mojtaba Khamenei."

Riyadh si tira indietro


Mentre in Iran si consolida la nuova leadership ultraconservatrice, uno degli attori regionali che avevano sostenuto in privato l'offensiva americana ed israeliana sta lentamente riconsiderando la propria posizione. L'Arabia Saudita, riferiscono diplomatici del Golfo al Telegraph, sta, infatti, facendo pressione sugli Stati Uniti perché riducano l'intensità della guerra: il principe ereditario Mohammed bin Salman vuole che Trump revochi il blocco navale dei porti iraniani nel Golfo Persico e torni al tavolo dei negoziati.

La svolta è significativa. Dopo i raid aerei americani sulle strutture nucleari iraniane dello scorso giugno, Riyadh aveva abbandonato la sua tradizionale cautela. Il principe ereditario si era allineato con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, leggendo quel momento come un'opportunità storica per ridisegnare il Medio Oriente. Gli altri Stati del Golfo, però, non condividevano il suo ottimismo, ed a buon ragione visto come si sono evolute le cose.

Ora Riyadh teme le conseguenze di questa scelta. La preoccupazione principale riguarda Bab al-Mandab, lo Stretto che controlla l'accesso al Mar Rosso. Se l'Iran ordinasse agli Houthi yemeniti di bloccarlo, le esportazioni saudite di greggio verso l'Asia verrebbero completamente paralizzate. Quei flussi passano ora dal porto di Yanbu, sul Mar Rosso, dopo che la chiusura dello Stretto di Hormuz ha costretto Riyadh a riconvertire il traffico attraverso il suo oleodotto interno di circa 1.200 km. Reindirizzarli verso nord, attraverso il Canale di Suez, è in gran parte impraticabile: le superpetroliere non possono transitare a pieno carico e ogni rotta alternativa aggiungerebbe fino a 29 giorni di navigazione.

L'Arabia Saudita ha già dimostrato di poter assorbire il blocco di Hormuz. Le sue esportazioni sono tornate vicine ai 7 milioni di barili al giorno e la contrazione economica prevista per quest'anno, intorno al 3%, è molto più contenuta rispetto al 14% stimato per Qatar e Kuwait. Ma Bab al-Mandab è un'altra storia.

Gli Houthi hanno già dimostrato di poter colpire: tra il 2023 e lo scorso anno hanno condotto 190 attacchi contro navi commerciali nel Mar Rosso, affondandone 2 e sequestrandone una terza, provocando un crollo del traffico marittimo superiore al 60%. I raid americani, britannici e israeliani ne hanno ridotto la capacità offensiva, ma secondo alcuni analisti il gruppo filo iraniano conserva ancora i mezzi per condurre una campagna di disturbo.

Il prezzo di una strategia che vacilla


Molti Stati del Golfo avevano scommesso sul ritorno di Trump alla presidenza: avevano aumentato la produzione di petrolio e promesso investimenti miliardari negli Stati Uniti, puntando così a comprare, in cambio, protezione e stabilità. Invece, osservano sempre di più alcuni funzionari regionali, il Medio Oriente oggi è più instabile di prima.

Riyadh, ovviamente, non romperà con Washington. Il principe ereditario non ammetterà mai in pubblico di aver sbagliato. Ma sta di fatto che la sua politica verso l'Iran si sta spostando di nuovo verso la cautela. L'Arabia Saudita ha dimostrato di poter reggere la chiusura dello Stretto di Hormuz. Non vuole scoprire se è in grado di reggere anche quella potenziale del Mar Rosso.

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La rassegna stampa di giovedì 16 aprile 2026


L'Amministrazione Trump minaccia di licenziare Powell dalla Fed, i Democratici avviano l'impeachment di Hegseth per la guerra in Iran mentre crescono le tensioni con il Papa e la Cina

Questa è la rassegna stampa di giovedì 16 aprile 2026

I Democratici presentano sei articoli di impeachment contro il Segretario alla Difesa Hegseth


I Democratici della Camera hanno presentato sei articoli di impeachment contro Pete Hegseth, accusandolo di "crimini e misfatti gravi" per l'attacco all'Iran senza autorizzazione del Congresso e per gli attacchi mortali contro presunte imbarcazioni di contrabbando di droga. La mossa arriva mentre l'Amministrazione Trump affronta crescenti critiche per le recenti azioni militari, in particolare la guerra con l'Iran.

Fonti: The Guardian

Trump minaccia di licenziare il Presidente della Fed Powell se non si dimette


Il Presidente Trump ha rinnovato le sue minacce di licenziare Jerome Powell se non lascerà l'incarico di Presidente della Federal Reserve entro la scadenza del mandato a maggio. Trump ha anche intensificato l'indagine penale sui lavori di ristrutturazione della sede della Fed, mentre spinge per la conferma del suo candidato Kevin Warsh come successore.

Fonti: BBC, Semafor, The Guardian

La guerra in Iran complica i rapporti con la Cina prima della visita di Trump


La guerra in Iran e le tattiche mutevoli di Trump stanno complicando le relazioni con la Cina, settimane prima del viaggio ad alto rischio del Presidente a Pechino. La Cina ha numerosi legami economici e strategici con l'Iran, ma non ha interesse in un'escalation del conflitto che potrebbe destabilizzare l'economia globale.

Fonti: The Hill

L'avvocato John Eastman radiato dall'albo per i tentativi di ribaltare le elezioni del 2020


La Corte Suprema della California ha confermato la decisione di un tribunale inferiore di radiare John Eastman dall'albo degli avvocati per aver violato le norme di etica professionale nei suoi sforzi per ribaltare i risultati delle elezioni presidenziali del 2020. Eastman aveva guidato gli sforzi legali a favore di Trump dopo la sconfitta elettorale.

Fonti: NYT, The Hill

Il Vicepresidente Vance e i funzionari Trump attaccano Papa Leo XIV


Il Vicepresidente Vance ha avvertito Papa Leo XIV di "stare attento" quando parla di teologia, mentre il responsabile del controllo delle frontiere Tom Homan gli ha detto di "lasciare stare la politica". Le critiche sono scaturite dall'opposizione del Papa al conflitto con l'Iran, intensificando le tensioni tra l'Amministrazione e il Vaticano.

Fonti: The Hill, NYT

La Giudice Sotomayor si scusa pubblicamente con Kavanaugh per le critiche sull'immigrazione


La Giudice della Corte Suprema Sonia Sotomayor ha emesso rare scuse pubbliche per le critiche rivolte al collega Brett Kavanaugh durante un evento in Kansas la scorsa settimana. Le critiche riguardavano un'opinione di Kavanaugh che sosteneva le operazioni di controllo immigrazione itineranti in California, evidenziando le divisioni interne alla Corte.

Fonti: The Guardian, WSJ, NYT

Gli Stati Uniti lanciano il quinto attacco navale in una settimana uccidendo tre persone


L'esercito americano ha condotto il quinto attacco mortale contro presunte imbarcazioni per il traffico di droga nel Pacifico orientale in una settimana, uccidendo tre persone. Il totale delle vittime negli attacchi americani contro queste imbarcazioni è salito ad almeno 177 persone, aumentando le preoccupazioni sulla strategia militare dell'Amministrazione.

Fonti: The Guardian

Live Nation dichiarata colpevole di monopolio illegale nei concerti


Una giuria ha stabilito che Live Nation, la società madre di Ticketmaster, ha illegalmente monopolizzato i mercati dei concerti e della biglietteria. Il verdetto apre la strada a oltre 30 stati per cercare misure che limiterebbero il potere dell'azienda, inclusa una possibile divisione della compagnia.

Fonti: WSJ, BBC

Il Rappresentante Eric Swalwell sospende la campagna per governatore della California


L'ex Rappresentante Eric Swalwell ha sospeso la sua campagna per governatore della California dopo che sono emerse accuse di cattiva condotta sessuale. Il suo avvocato ha definito le accuse un "colpo politico" mirato a minare la sua candidatura, creando una crisi per i Democratici che lo avevano inizialmente sostenuto.

Fonti: WSJ, The Hill

La crescita economica della Cina supera le aspettative nonostante la guerra in Iran


La Cina ha riportato una crescita economica del 5% nel primo trimestre, superando le previsioni nonostante l'impatto iniziale della guerra in Iran. La crescita è stata trainata dalla spesa in infrastrutture governative, anche se un forte calo dei prezzi immobiliari ha lasciato i consumatori meno prosperi e meno disposti a spendere. Questo dato ha rilevanza per gli USA poiché dimostra la resilienza dell'economia cinese prima dei negoziati commerciali previsti con Trump.

Fonti: NYT, ABC News

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Zelensky annuncia un’operazione senza fanteria né perdite ma solo con l'uso di sistemi senza equipaggio e droni. È il risultato della svolta tecnologica voluta da Kyiv. E il ministro Fedorov spinge per la trasformazione dell’esercito in chiave robotica

ilfoglio.it/esteri/2026/04/14/…

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Trump vede la religione come strumento di potere


Il presidente attacca il pontefice sui social media, poi pubblica un'immagine di sé stesso come figura cristologica. Un episodio che rivela, secondo l'Atlantic, come Trump concepisca la fede: utile quando serve, priva di obblighi quando limita

Lo scontro tra Donald Trump e papa Leone XIV si è consumato domenica sera su Truth Social. Il presidente ha definito il pontefice "debole sul crimine e terribile in politica estera", irritato dalle critiche papali all'attacco contro il Venezuela e alla guerra in Iran. Ha poi rivendicato di fare esattamente ciò per cui è stato eletto e ha accusato Leone XIV di assecondare la "sinistra radicale". Quarantasei minuti dopo, Trump ha pubblicato un'illustrazione che lo ritraeva come una figura simile a Gesù Cristo nell'atto di guarire un uomo malato, circondato da bandiere americane, aquile e aerei militari. L'immagine, che circolava da mesi, ha provocato accuse di blasfemia anche da parte di alcuni alleati abituali del presidente. Trump l'ha poi cancellata, spiegando ai giornalisti di aver creduto che lo raffigurasse come un medico.

Ma al di là della cronaca dell'ennesimo scontro, è l'analisi proposta da David A. Graham sull'Atlantic a meritare attenzione. Secondo Graham, l'episodio è rivelatore di come Trump concepisca la religione: uno strumento che può servirlo, ma che non gli impone alcun obbligo. Il presidente pretende che il papa rinunci alla politica, ma allo stesso tempo lo attacca sulle sue posizioni politiche in materia di criminalità. Rifiuta l'intromissione della Chiesa negli affari di governo, ma non ha alcun problema a mescolare religione e politica quando gli conviene, come dimostra l'immagine cristologica e la retorica aggressivamente religiosa usata dal segretario alla Difesa Pete Hegseth a proposito della guerra.

La risposta di Leone XIV è arrivata in volo verso l'Algeria, parlando con i giornalisti. Il papa ha detto di non avere paura "né dell'amministrazione Trump né di parlare ad alta voce del messaggio del Vangelo". E ha aggiunto, a proposito di Truth Social, una battuta: "È ironico, il nome stesso del sito. Non aggiungo altro". Leone XIV ha difeso il diritto della Chiesa di intervenire sulle questioni sociali citando le parole di Gesù sui "costruttori di pace", separando però con chiarezza il proprio ruolo da qualsiasi coinvolgimento nella politica elettorale nel senso inteso da Trump.

Graham ricostruisce le radici della visione religiosa del presidente, individuandole nel pensiero di Norman Vincent Peale, un popolare pastore protestante della metà del Novecento. Peale, autore del libro The Power of Positive Thinking, attrasse tra i suoi fedeli la famiglia Trump con una versione del cristianesimo che enfatizzava la felicità e la ricchezza materiale, chiedendo forse meno ai propri seguaci rispetto a quanto i Vangeli effettivamente richiedano.

Da adulto, scrive Graham, Trump ha mostrato pochi segni di religiosità o di familiarità con le Scritture, anche mentre corteggiava l'elettorato cristiano nella campagna del 2016. Dopo essere sopravvissuto a un tentativo di assassinio nel 2024, il presidente ha adottato toni più apertamente religiosi e ha parlato pubblicamente delle proprie possibilità di entrare in paradiso. Ma questa retorica, osserva l'editorialista dell'Atlantic, non è stata accompagnata da alcun cambiamento visibile nel comportamento, da una ricerca di perdono per i peccati passati o da una maggiore frequentazione delle chiese.

L'episodio si inserisce in un contesto di crescente tensione tra una parte della destra legata al movimento MAGA e la Chiesa cattolica. Nell'amministrazione Trump ci sono cattolici devoti come il segretario di Stato Marco Rubio e il vicepresidente J.D. Vance, anche se alcuni di loro hanno talvolta espresso disaccordo con la Santa Sede. Il Free Press ha riportato la settimana scorsa che il Pentagono aveva convocato un funzionario vaticano, un incontro senza precedenti noti. L'incontro non sarebbe andato bene: i funzionari dell'amministrazione avrebbero evocato il papato di Avignone, il periodo nel quattordicesimo secolo in cui la corona francese dominò il ruolo pontificio. Entrambe le parti hanno ridimensionato la notizia, ma gli attacchi di Trump rendono difficile ignorare l'attrito.

Il punto centrale dell'analisi di Graham è che le questioni di pace, povertà e privilegio sono al cuore del cristianesimo, e qualsiasi leader politico che professa questa fede deve confrontarsi con esse. Trump, secondo l'editorialista, comprende bene il potere iconografico e organizzativo del cristianesimo, ma sembra rifiutare l'idea che la fede possa creare vincoli al proprio operato. Dopo essersi brevemente presentato come costruttore di pace in cerca del premio Nobel, il presidente ha abbracciato l'avventura militare, ha ignorato le turbolenze economiche e ha respinto le preoccupazioni dei leader religiosi sulla sua politica di immigrazione.

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Trump è perplesso dal funzionario della FEMA che dice di essersi teletrasportato


Gregg Phillips, numero tre dell'agenzia per le emergenze, racconta da anni episodi soprannaturali. Trump, informato dalla CNN, ha chiesto spiegazioni

Gregg Phillips è il terzo funzionario più importante della FEMA, l'agenzia federale che gestisce le emergenze negli Stati Uniti. Da anni racconta in vari podcast di destra di essersi teletrasportato in un ristorante Waffle House in Georgia, di aver parlato con Satana durante un'escursione in Spagna e di aver ricevuto la visita di una fidanzata morta che avrebbe sollevato la sua auto per evitare un incidente. Queste affermazioni stanno ora creando scompiglio all'interno del governo federale.

Il presidente Trump, raggiunto al telefono dalla CNN giovedì mattina, ha reagito con perplessità. "Che vuol dire teletrasportarsi? Stava scherzando?", ha chiesto. Quando i giornalisti gli hanno spiegato che Phillips non stava scherzando, Trump ha risposto: "Non so nulla del teletrasporto. Sembra un po' strano, ma non ne so niente, né di lui. Però lo scoprirò subito".

Dopo che la CNN ha pubblicato per la prima volta a marzo la notizia sulle affermazioni di teletrasporto di Phillips, la Casa Bianca ha contattato il Dipartimento per la Sicurezza Interna, l'ente da cui dipende la FEMA, chiedendo di rimuovere Phillips o almeno di tenerlo lontano dalla visibilità pubblica. "Il pensiero di tutti era: 'Ma che diavolo è questa storia? Questo deve andarsene'", ha detto un funzionario della Casa Bianca alla CNN.

Phillips non se n'è andato, e nel frattempo ha continuato a insistere pubblicamente di essersi teletrasportato. Nel giro di pochi giorni dal primo articolo della CNN, è stato però escluso da un'audizione programmata al Congresso. Da allora è stato progressivamente emarginato da alcune operazioni della FEMA, secondo diverse fonti interne all'agenzia. Gli è stato anche ordinato di smettere di pubblicare post sul teletrasporto su Truth Social.

Phillips, secondo le fonti della CNN, ha reagito con rabbia. È convinto che i funzionari dell'amministrazione Trump alla FEMA e al Dipartimento per la Sicurezza Interna stiano manovrando contro di lui, e nelle ultime settimane è diventato sempre più agitato e sospettoso. La settimana scorsa, quando il neo-confermato segretario alla Sicurezza Interna Markwayne Mullin si è recato nel North Carolina occidentale, dove le comunità stanno ancora cercando di riprendersi dai danni dell'uragano Helene del 2024, Phillips non è stato incluso nella delegazione, nonostante il suo ruolo di supervisore delle operazioni di risposta ai disastri e nonostante si fosse recato nella regione dopo la tempesta. Mullin ha portato con sé la direttrice ad interim della FEMA Karen Evans e un'altra funzionaria politica dell'agenzia, lodando Evans durante una tavola rotonda. Phillips non è stato nemmeno menzionato.

Le affermazioni soprannaturali di Phillips emergono da una revisione dei suoi interventi in podcast, dirette streaming e interviste degli ultimi cinque anni condotta dalla CNN. Phillips ha detto di aver vissuto queste esperienze così spesso che un amico lo chiamava scherzosamente "lo zombie di Dio", convinto che fosse "mezzo dentro e mezzo fuori" dal paradiso. "In realtà sono morto", ha dichiarato Phillips nell'aprile 2025. "Ma sono qui a fare le cose di Dio". Phillips ha raccontato che molte di queste esperienze sono avvenute mentre era in cura per un cancro osseo metastatico, per il quale ha scelto di non sottoporsi a chemioterapia, preferendo un trattamento autonomo a base di ivermectina e fenbendazolo, farmaci antiparassitari usati normalmente per la sverminazione degli animali.

Gli episodi di teletrasporto della CNN hanno messo in evidenza anche i podcast "Onward" co-condotti da Catherine Engelbrecht, un'attivista conservatrice che collabora con Phillips nella promozione di affermazioni false e non provate su frodi elettorali diffuse. Gli episodi in cui Phillips parlava di teletrasporto sembrano essere stati rimossi dalle piattaforme pubbliche dopo le inchieste della CNN.

Il caso Phillips ha creato una situazione paradossale all'interno della FEMA. Nonostante il suo passato controverso e le dichiarazioni bizzarre, diversi funzionari di carriera dell'agenzia lo considerano il nominato politico più ragionevole e affidabile all'interno dell'ente. Phillips, secondo queste fonti, è stato uno dei pochi disposti a opporsi ai tagli imposti dall'ex segretaria alla Sicurezza Interna Kristi Noem e dal suo vice Corey Lewandowski, avvertendo che quelle misure mettevano a rischio gli americani. "È kafkiano", ha detto un alto funzionario della FEMA alla CNN. "È difficile fidarsi del giudizio di qualcuno che dice di essersi teletrasportato e poi insiste", ha aggiunto un altro, "ma sembra davvero preoccuparsi delle persone e della preparazione alla stagione degli uragani".

La direttrice ad interim Evans, al contrario, è vista come strettamente allineata alla linea di Noem e Lewandowski. Ha avuto un ruolo chiave nei tagli radicali e nei rigidi processi di approvazione che hanno bloccato le funzioni dell'agenzia, lasciando miliardi di dollari in sussidi e aiuti per i disastri arretrati alla FEMA, con la frustrazione di parlamentari, funzionari statali e personale dell'agenzia.

La FEMA, secondo i funzionari interni, non è più l'agenzia che Trump ha ereditato quindici mesi fa. Le riduzioni di personale, l'esodo dei dirigenti e l'incertezza sul futuro dell'ente hanno lasciato molti a temere che l'amministrazione non sia preparata per un grande disastro che coinvolga più Stati.

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L'Europa prepara un piano di emergenza per una NATO senza gli Stati Uniti


La svolta della Germania, da sempre contraria a un approccio autonomo, accelera i piani per una difesa europea. Il presidente finlandese Stubb tra i protagonisti dell'iniziativa

L'Europa sta lavorando a un piano di emergenza per garantire la propria difesa attraverso le strutture militari della NATO nel caso in cui gli Stati Uniti decidano di ritirarsi dall'alleanza. A rivelare i dettagli dell'iniziativa è il Wall Street Journal, che descrive un progetto in fase avanzata sostenuto da un gruppo crescente di Paesi europei e accelerato da una svolta storica della Germania.

Il piano, che alcuni funzionari chiamano informalmente "NATO europea", prevede che gli europei assumano ruoli di comando e controllo oggi occupati da ufficiali americani e che sostituiscano con mezzi propri gli asset militari statunitensi. L'obiettivo non è creare un'alleanza rivale, ma preservare la capacità di deterrenza contro la Russia, la continuità operativa e la credibilità nucleare anche nel caso in cui Washington ritiri le proprie forze dal continente o rifiuti di intervenire in sua difesa.

L'idea è nata l'anno scorso, ma ha ricevuto un impulso decisivo dopo che il presidente Trump ha minacciato di annettere la Groenlandia, territorio della Danimarca, Paese membro della NATO. Una nuova urgenza è arrivata nelle ultime settimane con lo scontro tra Europa e Stati Uniti sulla guerra in Iran, che gli alleati europei si rifiutano di sostenere. Trump ha definito gli alleati europei "codardi" e ha chiamato la NATO una "tigre di carta", aggiungendo, in riferimento a Vladimir Putin: "Putin lo sa anche lui". All'inizio di aprile il presidente ha minacciato di lasciare la NATO, dichiarando che la decisione era ormai "oltre ogni riconsiderazione". Un ritiro formale richiederebbe l'approvazione del Congresso, ma Trump potrebbe comunque spostare truppe e mezzi fuori dall'Europa o negare il proprio sostegno in qualità di comandante in capo delle forze armate.

L'elemento politico più rilevante è il cambio di posizione di Berlino. Per decenni la Germania ha resistito alle pressioni della Francia per una maggiore autonomia europea nella difesa, preferendo mantenere gli Stati Uniti come garante ultimo della sicurezza del continente. Questa posizione sta cambiando sotto la guida del cancelliere Friedrich Merz, secondo fonti vicine al suo entourage citate dal Wall Street Journal. Merz ha iniziato a riconsiderare l'approccio tradizionale tedesco dopo aver concluso che Trump era pronto ad abbandonare l'Ucraina, confondendo vittima e aggressore nel conflitto, e che non esistevano più valori chiari a guidare la politica americana all'interno della NATO. Il cancelliere non voleva mettere pubblicamente in discussione l'alleanza, ma ha ritenuto necessario che gli europei assumessero un ruolo maggiore, lasciando idealmente gli Stati Uniti nell'alleanza ma con il grosso della difesa sulle spalle europee.

Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius ha dichiarato al Wall Street Journal che le discussioni interne alla NATO "non sono sempre facili", ma che eventuali decisioni concrete rappresenterebbero un'opportunità per l'Europa. "La NATO deve diventare più europea per restare transatlantica", ha affermato.

La svolta tedesca ha sbloccato un consenso più ampio che ora include Regno Unito, Francia, Polonia, i Paesi nordici e il Canada, configurando il piano come una coalizione dei volenterosi all'interno della NATO. Tra i protagonisti dell'iniziativa c'è il presidente finlandese Alexander Stubb, uno dei pochi leader europei ad aver mantenuto un rapporto stretto con Trump. "Il messaggio ai nostri amici americani è che dopo tutti questi decenni è ora che l'Europa si assuma più responsabilità per la propria sicurezza e difesa", ha dichiarato Stubb al Wall Street Journal. Subito dopo la minaccia di Trump di abbandonare la NATO, Stubb ha chiamato il presidente per informarlo dei piani europei di rafforzamento della difesa. La Finlandia ha l'esercito più forte del continente e il confine più lungo con la Russia.

Solo dopo il cambio di rotta di Berlino la pianificazione è passata dalle discussioni politiche alle questioni militari pratiche: chi gestirà le difese antimissile della NATO, i corridoi di rinforzo verso la Polonia e gli Stati baltici, le reti logistiche e le grandi esercitazioni regionali se gli ufficiali americani dovessero ritirarsi. I funzionari coinvolti vogliono anche accelerare la produzione europea di equipaggiamenti in settori dove il continente è in ritardo rispetto agli Stati Uniti, dalla guerra antisommergibile alle capacità spaziali e di ricognizione, dal rifornimento in volo alla mobilità aerea. La Germania e il Regno Unito hanno annunciato il mese scorso un progetto congiunto per lo sviluppo di missili da crociera stealth e armi ipersoniche, citato come esempio della nuova iniziativa.

Le sfide restano enormi. L'intera struttura della NATO è costruita attorno alla leadership americana a quasi ogni livello, dalla logistica all'intelligence fino al comando militare supremo, che è sempre stato affidato a un americano. Nessun Paese europeo ha oggi la statura sufficiente per sostituire gli Stati Uniti come leader militare dell'alleanza, anche perché solo Washington può fornire l'ombrello nucleare su scala continentale che sostiene il principio fondante della deterrenza reciproca. L'ammiraglio americano in pensione James Foggo, che ha ricoperto incarichi di alto livello nella NATO, ha dichiarato al Wall Street Journal che gli europei "hanno la capacità" e "parte dell'hardware necessario", ma devono investire e sviluppare le proprie capacità più rapidamente.

Il nodo più delicato resta proprio la deterrenza nucleare. Nessun riassetto delle truppe può sostituire rapidamente i sistemi satellitari, di sorveglianza e di allerta missilistica americani che costituiscono la spina dorsale della credibilità della NATO. Per questo Francia e Regno Unito sono sotto pressione affinché espandano il proprio ruolo nucleare e di intelligence strategica. Dopo la minaccia di Trump sulla Groenlandia, Merz e il presidente francese Emmanuel Macron hanno avviato discussioni sulla possibilità di estendere la deterrenza nucleare francese ad altri Paesi europei, inclusa la Germania. Lo stesso Trump ha riconosciuto il ruolo della questione groenlandese: "Tutto è cominciato con la Groenlandia, se volete sapere la verità", ha detto a proposito della sua minaccia di lasciare la NATO. "Noi vogliamo la Groenlandia. Loro non ce la vogliono dare e io ho detto: ok, arrivederci".

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Gli Stati Uniti inviano altre migliaia di soldati in Medio Oriente


In arrivo portaerei e Marines nella regione. Il blocco navale imposto da Trump intercetta le prime navi. Teheran minaccia di bloccare il commercio nel Golfo Persico

Il Pentagono sta inviando migliaia di soldati aggiuntivi in Medio Oriente nei prossimi giorni, mentre l'amministrazione Trump cerca di spingere l'Iran verso un accordo che ponga fine al conflitto in corso da settimane. Come riporta il Washington Post, i vertici militari americani stanno anche valutando la possibilità di ulteriori attacchi o operazioni di terra nel caso in cui il fragile cessate il fuoco non regga.

Le forze in movimento verso la regione comprendono circa 6.000 soldati a bordo della portaerei USS George H.W. Bush e delle navi da guerra che la scortano. Altri 4.200 militari del Boxer Amphibious Ready Group e dell'11th Marine Expeditionary Unit dovrebbero arrivare verso fine mese. L'afflusso di forze andrà a sommarsi ai circa 50.000 militari già impegnati nelle operazioni contro l'Iran, secondo quanto dichiarato dal Pentagono. Con questi rinforzi, i comandanti americani disporranno di tre portaerei nella regione, ciascuna dotata di decine di caccia.

Il dispiegamento coinciderà con la scadenza del cessate il fuoco di due settimane, fissata per il 22 aprile. Il presidente Trump ha annunciato domenica un blocco navale del traffico marittimo in entrata e in uscita dai porti iraniani, con l'obiettivo di strangolare economicamente Teheran e spingerla a riaprire lo Stretto di Hormuz, un passaggio fondamentale per il trasporto del petrolio mediorientale attraverso il Golfo Persico. L'altro obiettivo è ottenere la fine del programma nucleare iraniano attraverso i negoziati guidati dal vicepresidente JD Vance. I colloqui si sono arenati nel fine settimana, ma Trump ha detto che potrebbero riprendere nel corso della settimana.

Mercoledì il presidente ha dichiarato a Fox Business di ritenere che la guerra in Iran potrebbe finire "molto presto" e che si aspetta un calo dei prezzi della benzina ai livelli precedenti al conflitto entro le elezioni di metà mandato, "a condizione" che gli Stati Uniti riescano a impedire all'Iran di ottenere un'arma nucleare.

La risposta di Teheran è stata dura. Il comandante militare, il generale Ali Abdollahi, ha dichiarato che l'Iran bloccherà importazioni ed esportazioni dal Golfo Persico, dal Golfo di Oman e dal Mar Rosso come ritorsione per il blocco americano. "L'Iran intraprenderà azioni potenti per difendere la propria sovranità nazionale e i propri interessi", ha affermato in dichiarazioni riportate dall'agenzia semi-ufficiale iraniana Tasnim.

Nelle prime 24 ore di operazioni, sei navi mercantili sono state intercettate dalle forze americane e tutte sono rientrate nei porti iraniani senza incidenti. Più di dodici navi da guerra della Marina statunitense sono posizionate nel Golfo di Oman e nel Mar Arabico per far rispettare il blocco, fermando le imbarcazioni all'uscita dallo Stretto di Hormuz. La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha dichiarato che Trump "ha saggiamente mantenuto tutte le opzioni sul tavolo nel caso in cui gli iraniani non rinuncino alle loro ambizioni nucleari".

L'ammiraglio in pensione James Foggo, responsabile del Center for Maritime Strategy in Virginia, ha spiegato al Washington Post che l'arrivo di ulteriori navi da guerra darà ai comandanti più opzioni in caso di fallimento dei negoziati. "Più strumenti hai a disposizione, maggiore è la varietà di opzioni", ha detto, definendo i rinforzi "una capacità di riserva, nel caso in cui le cose vadano male". Foggo vede delle possibilità nel blocco navale, data l'importanza delle esportazioni petrolifere attraverso lo Stretto di Hormuz per l'economia iraniana, ma ha anche ammesso che "i prezzi della benzina continueranno a salire, e questo è un problema per i nostri decisori politici".

L'operazione comporta rischi concreti per i militari americani. Un ex alto funzionario della difesa ha spiegato che le squadre di abbordaggio dei Navy SEALs, dei Marines o della Guardia Costiera sono addestrate a sequestrare navi, con o senza la cooperazione degli equipaggi, ma che i marinai a bordo potrebbero reagire e le forze iraniane potrebbero prendere di mira le squadre con droni o motovedette. Trump stesso ha riconosciuto questi rischi, avvertendo in un post sui social media che qualsiasi nave che si avvicini al blocco sarà "immediatamente eliminata".

Oltre al blocco navale, i funzionari militari stanno pianificando una possibile ulteriore escalation: operazioni di terra americane sul suolo iraniano. Secondo il Washington Post, i funzionari dell'amministrazione hanno discusso diverse opzioni, da una complessa missione delle forze speciali per estrarre materiale nucleare iraniano, allo sbarco di Marines su aree costiere e isole per proteggere lo stretto, fino alla conquista dell'isola di Kharg, un impianto di esportazione petrolifera iraniano nel Golfo Persico.

Mick Mulroy, ex Marine e ufficiale della CIA che ha lavorato al Pentagono durante la prima amministrazione Trump, ha dichiarato al Washington Post che mantenere un blocco prolungato sarà già molto difficile per le forze americane, ma qualsiasi operazione di terra sarebbe significativamente più rischiosa. Mulroy ha espresso la speranza che le due parti trovino un accordo, avvertendo però che una missione sul suolo iraniano "non sarà senza conseguenze. Ci saranno probabilmente vittime".

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Il blocco navale di Trump sull'Iran isola gli Stati Uniti: gli alleati si tirano indietro


A una settimana dal cessate il fuoco, lo Stretto di Hormuz resta paralizzato. Il blocco voluto dal presidente colpisce fertilizzanti, elio e petrolio, con ripercussioni su cibo, sanità e semiconduttori

Il blocco navale imposto dal presidente Trump ai porti iraniani sta producendo effetti a catena che vanno ben oltre il petrolio. Lo Stretto di Hormuz, da cui transita circa il 20% del greggio mondiale e il 20% del gas naturale liquefatto, resta di fatto chiuso al traffico commerciale nonostante il cessate il fuoco annunciato due settimane fa. E gli alleati europei, che Washington vorrebbe coinvolgere in una missione navale, non hanno alcuna intenzione di partecipare.

Secondo i dati della società di analisi Kpler, riportati dal Washington Post, dal cessate il fuoco transitano in media solo 9 navi al giorno nello stretto, contro le oltre 130 del periodo precedente al conflitto. "Di fatto, il cessate il fuoco non ha cambiato assolutamente nulla nella situazione dello stretto", ha dichiarato al Washington Post Lars Jensen di Vespucci Maritime, società di consulenza danese specializzata nel trasporto marittimo via container. Oltre 800 navi risultavano ancora bloccate nel Golfo Persico alla data di martedì scorso, secondo i dati di Windward.

La geografia dello stretto gioca a favore dell'Iran. Le acque poco profonde costringono le navi a transitare in due corsie larghe circa tre chilometri ciascuna, rendendole vulnerabili ad attacchi missilistici e con piccole imbarcazioni. L'Iran ha dichiarato di aver posizionato mine nel tratto e ha imposto alle navi di deviare attorno all'isola di Larak, lungo la costa iraniana, dove le forze militari controllano il passaggio e riscuotono un pedaggio. Trump ha definito queste richieste "un'estorsione". "La geografia dello stretto amplifica la capacità dell'Iran di negare l'accesso a costi contenuti", ha spiegato al Washington Post Basil Germond, professore di sicurezza internazionale alla Lancaster University.

Il rischio, più che qualsiasi chiusura formale, è ciò che tiene lontane le compagnie di navigazione. Un portavoce di Hapag-Lloyd, il colosso tedesco del trasporto marittimo, ha confermato al Washington Post che le sue navi continuano a non transitare nello stretto in attesa di garanzie sulla sicurezza e chiarimenti sui possibili pedaggi. Il sistema di pedaggio introdotto dalle Guardie Rivoluzionarie iraniane aggiunge un ulteriore deterrente: le navi che pagano rischiano di violare le sanzioni statunitensi o europee contro l'Iran.

Le conseguenze economiche si estendono all'agricoltura americana. Circa un terzo delle forniture globali di fertilizzanti transita dallo stretto. Con la stagione della semina già in corso, la carenza di materie prime come urea, ammoniaca, fosfati e zolfo colpisce direttamente gli agricoltori statunitensi. Anche nella migliore delle ipotesi, secondo Veronica Nigh, economista senior del Fertilizer Institute, i fertilizzanti impiegherebbero circa un mese per raggiungere gli Stati Uniti dopo la riapertura dello stretto. Altri esperti del settore stimano che il recupero completo della catena di approvvigionamento potrebbe richiedere anni.

L'amministrazione Trump ha sostenuto che l'80% degli agricoltori ha già acquistato il fertilizzante necessario per quest'anno. "La buona notizia è che circa l'80% dei nostri agricoltori ha bloccato i prezzi dei fertilizzanti lo scorso autunno", ha dichiarato la segretaria all'Agricoltura Brooke Rollins ai giornalisti alla Casa Bianca. Due lobbisti del settore agricolo, che hanno chiesto l'anonimato a Politico per poter criticare apertamente i messaggi dell'amministrazione, hanno però osservato che quel 20% di agricoltori rimasto scoperto include soprattutto i più giovani, quelli che non hanno le risorse per pagare i fertilizzanti con mesi di anticipo.

La National Corn Growers Association ha lanciato l'allarme: molti agricoltori stanno abbandonando il mais a favore della soia, che richiede meno fertilizzanti. Un sondaggio condotto da Farm Journal su mille coltivatori di mais ha rivelato che oltre il 30% è preoccupato per il prezzo e la disponibilità di fertilizzanti quest'anno, e quasi il 60% lo è ancora di più per il 2027. La riduzione della produzione di mais avrebbe ripercussioni a catena, dato che il mais è il mangime principale per bovini, pollame e mucche da latte, con possibili aumenti dei prezzi di carne e latticini. Con il prezzo della benzina già a 4,13 dollari al gallone, l'aumento dei costi alimentari rappresenta un problema politico per i repubblicani in vista delle elezioni di metà mandato.

Non solo fertilizzanti. Anche le forniture globali di elio sono in crisi. Il Qatar, secondo produttore mondiale con il 35% della produzione globale, ha subito danni ad alcune strutture produttive durante il conflitto, e il ripristino potrebbe richiedere anni. I prezzi spot dell'elio sono più che raddoppiati dall'inizio della guerra. L'elio è essenziale per il raffreddamento dei macchinari per la risonanza magnetica e per la produzione di semiconduttori. "Anche se lo stretto riaprisse domani, servirebbero un paio di mesi per avvicinarsi alla normalità", ha dichiarato a Politico Anish Kapadia, amministratore delegato di AKAP Energy. Jeffrey Hoch, direttore di un centro di ricerca sulla biologia strutturale all'Università del Connecticut, ha raccontato a Politico che il suo laboratorio ha già perso un contratto con un fornitore qatariota e ha dovuto sostituire le forniture con un fornitore texano al doppio del costo. Un nuovo apparecchio appena arrivato dalla Germania resta inutilizzato perché i costi per metterlo in funzione sono raddoppiati.

Sul fronte diplomatico, gli alleati degli Stati Uniti mantengono le distanze. Secondo Bloomberg, Regno Unito e Francia non hanno fatto progressi significativi sulla formazione di una missione navale e non intendono schierare mezzi finché non ci sarà un cessate il fuoco permanente. I due Paesi non sono neppure d'accordo tra loro sulle modalità: Londra valuta l'impiego di sistemi autonomi per la bonifica delle mine, Parigi parla di un "sistema di scorta" per le navi. Il presidente francese Emmanuel Macron ha precisato che qualsiasi missione dovrebbe essere "strettamente difensiva" e coordinata con l'Iran, escludendo di fatto la partecipazione americana, che secondo diversi alleati renderebbe Teheran più ostile. Francia e Regno Unito concordano sulla necessità di un mandato delle Nazioni Unite, ma riconoscono che sarebbe difficile ottenerlo dato che Stati Uniti, Cina e Russia dovrebbero tutti approvarlo. Venerdì Macron e il primo ministro britannico Keir Starmer ospiteranno una videoconferenza da Parigi con la coalizione più ampia per discutere gli sviluppi. "Questa è una guerra voluta", ha osservato il presidente finlandese Alexander Stubb. "L'Iran ha molte carte in mano in questo momento".

La restrizione dello stretto resta uno degli ultimi strumenti di pressione di Teheran nel conflitto. Come ha sintetizzato Germond al Washington Post, finché l'Iran manterrà la capacità di minacciare il traffico commerciale, le compagnie di navigazione continueranno a evitare il passaggio, a prescindere dagli accordi sulla carta.

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L'Iran ha usato un satellite spia cinese per colpire le basi americane in Medio Oriente


Un'inchiesta del Financial Times rivela che i Guardiani della rivoluzione hanno acquisito segretamente un satellite costruito in Cina e lo hanno impiegato per guidare attacchi con droni e missili contro installazioni militari statunitensi durante la guerra di marzo

L'Iran ha acquisito segretamente un satellite spia costruito in Cina e lo ha utilizzato per individuare e colpire basi militari americane in tutto il Medio Oriente durante il recente conflitto. Lo rivela un'inchiesta del Financial Times basata su documenti militari iraniani trapelati, dati orbitali e immagini satellitari.

Il satellite, denominato TEE-01B, è stato acquistato dalla Forza Aerospaziale dei Guardiani della rivoluzione islamica alla fine del 2024, dopo il lancio in orbita dalla Cina. I documenti mostrano che i comandanti militari iraniani lo hanno impiegato per sorvegliare installazioni militari americane chiave, scattando immagini prima e dopo gli attacchi con droni e missili condotti nel marzo scorso. Il satellite è stato costruito e lanciato da Earth Eye Co, un'azienda cinese che offre un modello di esportazione poco conosciuto chiamato "consegna in orbita", con cui i satelliti lanciati dalla Cina vengono trasferiti a clienti stranieri una volta raggiunto lo spazio.

I registri analizzati dal Financial Times mostrano che il satellite ha catturato immagini della base aerea Prince Sultan in Arabia Saudita il 13, 14 e 15 marzo. Il 14 marzo il presidente Trump ha confermato che aerei americani nella base erano stati colpiti: cinque aerei da rifornimento dell'aviazione militare statunitense sono stati danneggiati. Il satellite ha condotto operazioni di sorveglianza anche sulla base aerea Muwaffaq Salti in Giordania, su posizioni vicine alla base navale della Quinta Flotta americana a Manama, in Bahrain, e sull'aeroporto di Erbil, in Iraq, in concomitanza con attacchi rivendicati dai Guardiani della rivoluzione in quelle aree. Tra gli altri obiettivi sorvegliati risultano basi militari in Kuwait, la base americana Camp Lemonnier a Gibuti e l'aeroporto internazionale di Duqm in Oman. Il satellite ha monitorato anche infrastrutture civili del Golfo, tra cui un'area portuale e un impianto di dissalazione negli Emirati Arabi Uniti e uno dei più grandi stabilimenti di alluminio al mondo in Bahrain.

Il TEE-01B è in grado di catturare immagini con una risoluzione di circa mezzo metro, paragonabile a quella dei migliori satelliti commerciali occidentali. Si tratta di un salto tecnologico enorme rispetto alle capacità domestiche iraniane: il più avanzato satellite militare dei Guardiani della rivoluzione, il Noor-3, aveva una risoluzione stimata di circa 5 metri, insufficiente per identificare singoli aerei o monitorare l'attività nelle basi militari. Nicole Grajewski, esperta di Iran all'università Sciences Po, ha dichiarato al Financial Times che il satellite è chiaramente utilizzato per scopi militari, essendo gestito dalla Forza Aerospaziale dei Guardiani della rivoluzione e non dal programma spaziale civile iraniano, e che questa capacità fornita dall'estero permette ai Guardiani di identificare obiettivi in anticipo e verificare l'efficacia dei propri attacchi.

Secondo i documenti, nel settembre 2024 la Forza Aerospaziale dei Guardiani della rivoluzione ha firmato un accordo del valore di circa 250 milioni di renminbi (36,6 milioni di dollari) per acquisire il controllo del sistema satellitare. L'accordo, denominato in valuta cinese e firmato da un generale di brigata dei Guardiani, include i costi del satellite, del lanciatore, del supporto tecnico e dell'infrastruttura dati. Come parte dell'intesa, i Guardiani hanno ottenuto l'accesso alle stazioni di terra commerciali gestite da Emposat, un'azienda con sede a Pechino che fornisce servizi di controllo satellitare e trasmissione dati attraverso una rete globale che copre Asia, America Latina e altre regioni. Emposat fornisce ai Guardiani il software e la rete di terra per gestire il satellite, inviare comandi, ricevere telemetria e immagini, e dirigere le operazioni del satellite da qualsiasi parte del mondo.

Jim Lamson, ex analista della Central Intelligence Agency specializzato sull'Iran e ricercatore presso il James Martin Center for Nonproliferation Studies, ha spiegato al Financial Times che questa configurazione rappresenta una strategia di dispersione per gli asset spaziali iraniani. Le stazioni di terra iraniane, già colpite nel 2025 e nel 2026, possono essere facilmente distrutte con missili a lunga gittata, ma non è possibile colpire una stazione di terra cinese situata in un altro Paese. Lamson ha aggiunto che l'Iran dispone di risorse di intelligence umana nella regione che sorvegliano le basi americane, e combinare queste informazioni con quelle di un satellite come il TEE-01B e con le immagini satellitari russe rappresenta uno strumento molto potente per i pianificatori militari iraniani.

Il caso solleva questioni delicate per la Cina. Pechino è il principale partner commerciale dei Paesi del Golfo e il maggiore acquirente del loro petrolio. Emposat è stata identificata in un rapporto della commissione sulla Cina della Camera dei deputati americana come un'azienda con legami stretti con la Forza Aerospaziale dell'Esercito Popolare di Liberazione cinese. L'azienda è stata fondata da Richard Zhao, che ha lavorato per 15 anni presso l'Accademia cinese di tecnologia spaziale, un'organizzazione governativa. Diversi dirigenti e ingegneri di Earth Eye hanno a loro volta legami con università cinesi note come le "sette figlie della difesa nazionale" per la loro stretta collaborazione con l'esercito. Aidan Powers-Riggs, esperto del centro studi CSIS, ha dichiarato al Financial Times che Emposat è una stella nascente del settore spaziale commerciale cinese, ma resta un prodotto dell'establishment statale e militare, fondata da veterani del programma spaziale statale e finanziata da fondi legati alla fusione militare-civile nazionale.

La rivelazione si inserisce in un contesto più ampio di preoccupazione americana per il sostegno cinese all'Iran. Dennis Wilder, ex responsabile dell'analisi sulla Cina alla CIA, ha dichiarato al Financial Times che Pechino ha una storia di forniture di armi a Teheran come parte di una strategia pragmatica per influenzare la repubblica islamica su altre questioni. Secondo una fonte a conoscenza della situazione, gli Stati Uniti avrebbero rilevato segnali che la Cina starebbe considerando di fornire all'Iran missili portatili del tipo recentemente usato per abbattere un caccia americano F-15. L'ambasciata cinese a Washington ha respinto le accuse, definendole disinformazione speculativa, e ha ribadito che Pechino mantiene una posizione imparziale e si adopera per promuovere i negoziati di pace. La Casa Bianca non ha commentato specificamente il legame tra Emposat e i Guardiani della rivoluzione, ma ha fatto riferimento all'avvertimento del presidente Trump secondo cui la Cina avrebbe avuto "grossi problemi" se avesse fornito all'Iran sistemi di difesa aerea.

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Trump pensa che le bibite dietetiche uccidano il cancro


La bizzarra teoria del presidente rivelata dal suo stesso responsabile della sanità pubblica, Mehmet Oz, durante un podcast

Donald Trump è convinto che le bibite dietetiche facciano bene alla salute perché, versate sull'erba, la uccidono, e dunque dovrebbero uccidere anche le cellule tumorali nel corpo umano. A rivelare questa singolare teoria medica del presidente è stato Mehmet Oz, il medico e personaggio televisivo che guida i Centers for Medicare & Medicaid Services, l'agenzia federale che amministra i programmi sanitari pubblici americani.

Oz ha raccontato l'episodio durante il podcast "Triggered" di Donald Trump Jr., il figlio del presidente. Secondo la sua ricostruzione, Trump ha l'abitudine di mostrare le sue scorte di caramelle e premere il pulsante rosso sulla scrivania dello Studio Ovale per farsi portare una bibita dietetica durante le riunioni con Oz e con Robert F. Kennedy Jr., segretario alla Salute. "Bobby e io di solito andiamo insieme alle riunioni", ha raccontato Oz al podcast. "Poi arrivano le bibite dietetiche, e vostro padre sostiene che la bibita dietetica gli faccia bene perché uccide l'erba quando viene versata sull'erba, e quindi deve uccidere anche le cellule tumorali nel corpo".

La comunità medica considera le bevande dietetiche poco salutari. Alcune ricerche le associano all'aumento di peso e alla resistenza insulinica, che può portare al diabete di tipo 2. Kennedy e Oz sono i principali promotori del movimento Make America Healthy Again, che punta a convincere gli americani a evitare i cibi processati e migliorare le abitudini alimentari. I loro tentativi di cambiare la dieta del presidente, però, non hanno avuto successo.

Oz ha raccontato un altro episodio avvenuto sull'Air Force One, l'aereo presidenziale. "Entro perché vuole parlarmi di qualcosa e ha un'aranciata sulla scrivania", ha detto Oz, riferendosi a una Fanta. "Gli ho detto: ma stai scherzando". Secondo Oz, Trump ha risposto con un sorriso imbarazzato, ripetendo la sua teoria sulle cellule tumorali e aggiungendo che la bevanda era "spremuta fresca, quindi quanto può fare male?".

Donald Trump Jr. ha riso della teoria del padre, ma gli ha riconosciuto il merito di avere molta energia per un uomo quasi ottantenne. "Penso che anche se non segue una dieta perfetta, vuole che le persone abbiano almeno le informazioni", ha detto il figlio del presidente. Oz ha sostenuto che Trump è in buona salute, ricordando la visita medica che gli fece durante la campagna elettorale del 2016. "Era in perfetta salute. Il suo testosterone, francamente, era altissimo senza prendere alcun integratore", ha detto.

Il presidente è noto per le sue convinzioni mediche eccentriche. Secondo quanto riportato in passato, Trump riterrebbe che l'esercizio fisico possa essere dannoso perché le persone nascono con una quantità limitata di energia, una teoria nota come la sua teoria della "batteria". È anche un grande appassionato di fast food: lunedì ha ordinato McDonald's alla Casa Bianca tramite DoorDash, il servizio di consegna a domicilio. Poco dopo la vittoria elettorale del 2024, Trump posò sorridente accanto a un Kennedy dall'aria sconsolata con dei pasti di McDonald's a bordo del suo aereo privato. "Ha la costituzione di una divinità. Non so come sia ancora vivo", ha detto Kennedy al podcast "The Katie Miller Podcast" a proposito della dieta "folle" del presidente.

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L'Europa prepara una missione navale per riaprire Hormuz, senza gli Stati Uniti


Francia, Regno Unito e Germania lavorano a un piano per sminare lo stretto e scortare le navi commerciali dopo la fine del conflitto con l'Iran. Washington non è invitata

L'Europa sta pianificando una missione militare per riaprire lo Stretto di Hormuz al traffico commerciale una volta terminata la guerra tra Stati Uniti e Iran, e lo fa escludendo proprio Washington. Il piano, rivelato dal Wall Street Journal, prevede operazioni di sminamento, scorte navali e sorveglianza per restituire fiducia alle compagnie di navigazione che attraversano il passaggio da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale.

Il presidente francese Emmanuel Macron ha dichiarato martedì che la missione internazionale non includerà le parti "belligeranti", cioè Stati Uniti, Israele e Iran. Secondo diplomatici europei citati dal Wall Street Journal, le navi europee non opererebbero sotto comando americano. Venerdì Macron e il primo ministro britannico Keir Starmer terranno una riunione online con diverse decine di Paesi per discutere come garantire la sicurezza dello stretto alla fine delle ostilità. Starmer sarà presente di persona a Parigi, mentre gli altri parteciperanno in videoconferenza. Gli Stati Uniti non parteciperanno. Cina e India sono state invitate, ma non è chiaro se accetteranno.

La novità più rilevante è la probabile partecipazione della Germania, che finora si era mostrata riluttante a qualsiasi coinvolgimento militare. Secondo un alto funzionario tedesco, Berlino potrebbe annunciare il proprio impegno già giovedì. La partecipazione tedesca renderebbe la missione più consistente del previsto: la Germania dispone di maggiori risorse finanziarie rispetto a Francia e Regno Unito e possiede mezzi militari specifici per questo tipo di operazione, tra cui uno squadrone di circa dodici navi dragamine e unità di sommozzatori nella base di Kiel, sul Mar Baltico. La Germania potrebbe anche contribuire con la sorveglianza aerea, avendo almeno un velivolo già operativo a Gibuti nell'ambito della missione nel Mar Rosso. Tuttavia, Berlino dovrà superare ostacoli costituzionali importanti: qualsiasi dispiegamento all'estero richiede l'autorizzazione del parlamento e un mandato internazionale solido, che potrebbe essere una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu ai sensi del Capitolo IV, oppure un ampliamento del mandato della missione europea EUNAVFOR Aspides nel Mar Rosso.

Il piano si articola in tre fasi. La prima prevede la creazione della logistica necessaria per consentire l'uscita delle centinaia di navi attualmente bloccate nello stretto. La seconda è un'operazione di sminamento su larga scala: l'Iran ha minato parti della via d'acqua nei primi giorni del conflitto e la rimozione degli ordigni è indispensabile per riaprire il passaggio a un traffico più ampio. Su questo fronte l'Europa dispone di un vantaggio significativo rispetto agli Stati Uniti, che hanno in gran parte dismesso la propria flotta di dragamine, mentre le potenze europee contano oltre 150 unità. La terza fase prevede scorte militari regolari con fregate e cacciatorpediniere, oltre a operazioni di sorveglianza, per garantire alle compagnie di navigazione che il transito è sicuro.

Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha precisato martedì che la missione potrà essere dispiegata solo "una volta ristabilita la calma e cessate le ostilità", aggiungendo che la coalizione si coordinerà con i Paesi rivieraschi, inclusi Iran e Oman. Questo lascia intendere che nessuna operazione procederà senza il consenso di Teheran.

Tra gli europei restano divergenze da risolvere. I diplomatici francesi ritengono che qualsiasi coinvolgimento americano renderebbe la missione meno accettabile per l'Iran, mentre i funzionari britannici temono che escludere Washington possa irritare il presidente Trump e limitare la portata dell'operazione. Il dibattito riflette tensioni transatlantiche che si sono aggravate nell'ultimo anno: Trump ha imposto dazi sulle esportazioni europee, ha ritirato il sostegno all'Ucraina e ha minacciato di usare la forza militare per prendere la Groenlandia alla Danimarca, un alleato Nato. La guerra con l'Iran ha ulteriormente inasprito i rapporti, dato che la maggior parte dei leader europei la considera illegale e uno shock economico.

Trump ha chiesto per settimane agli alleati europei di inviare navi da guerra nel Golfo per riaprire lo stretto con la forza, ma gli europei hanno rifiutato. Macron ha definito questa opzione "irrealistica", sostenendo che richiederebbe tempi infiniti e esporrebbe le navi a minacce costiere e missili balistici. Il presidente americano ha poi chiesto all'Europa di partecipare al blocco navale dei porti iraniani, con l'obiettivo di infliggere danni economici sufficienti a costringere Teheran a riaprire lo stretto. Anche questa richiesta è stata respinta: Starmer e altri leader hanno detto che la priorità europea è liberare il traffico, non restringerlo ulteriormente. Trump ha criticato gli europei per la scarsa collaborazione, arrivando a mettere in discussione l'appartenenza degli Stati Uniti alla Nato.

Il modello di riferimento per la missione è l'operazione Aspides, lanciata dall'Unione Europea nel 2024 per scortare le navi commerciali nel Mar Rosso e proteggerle dagli attacchi degli Houthi. In quella missione, Francia, Italia, Germania e Grecia hanno fornito a rotazione fregate ed elicotteri, con circa tre navi operative in ogni momento. L'operazione era indipendente dalla missione americana Operation Prosperity Guardian, attiva nel Mar Rosso tra il 2023 e il 2025 e di scala molto maggiore, con portaerei e diversi cacciatorpediniere. Secondo Mujtaba Rahman, responsabile per l'Europa della società di analisi del rischio Eurasia Group, anche dopo un cessate il fuoco duraturo una presenza militare occidentale sarà indispensabile: le compagnie assicurative e gli armatori chiederanno un sistema di scorta o di convoglio per proteggere le navi.

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La rassegna stampa di mercoledì 15 aprile 2026


L'Amministrazione Trump sotto pressione: i procuratori di Pirro fanno irruzione alla Fed, il Dipartimento di Giustizia chiede l'annullamento delle condanne del 6 gennaio, mentre Swalwell e Gonzales si dimettono dal Congresso

Questa è la rassegna stampa di mercoledì 15 aprile 2026

I procuratori di Pirro fanno visita a sorpresa alla Fed tra le indagini sulla banca centrale


Due procuratori dell'ufficio di Jeanine Pirro si sono presentati senza preavviso martedì al cantiere per la ristrutturazione della sede della Federal Reserve, ma sono stati respinti. La visita rappresenta una nuova provocazione nell'indagine penale del Dipartimento di Giustizia sulla banca centrale, che minaccia di ritardare la conferma del prossimo presidente della Fed.

Fonti: Wall Street Journal, New York Times, Bloomberg

Il Dipartimento di Giustizia chiede l'annullamento delle condanne per cospirazione sediziosa del 6 gennaio


Il Dipartimento di Giustizia ha chiesto a una corte d'appello federale di annullare le condanne per cospirazione sediziosa dei leader dei Proud Boys e degli Oath Keepers per il loro ruolo nell'attacco del 6 gennaio 2021 al Campidoglio. La mossa includerebbe Stewart Rhodes, fondatore degli Oath Keepers, ed Ethan Nordean e Joseph Biggs dei Proud Boys.

Fonti: New York Times, The Hill, BBC News

Eric Swalwell e Tony Gonzales si dimettono dal Congresso per accuse di violenza sessuale


Il democratico Eric Swalwell e il repubblicano Tony Gonzales hanno rassegnato le dimissioni dalla Camera dei Rappresentanti martedì, ponendo fine bruscamente alle loro carriere politiche sotto la minaccia di espulsione per accuse di violenza sessuale. Una nuova accusatrice ha affermato che Swalwell l'ha aggredita sessualmente nel 2018 in un hotel di West Hollywood.

Fonti: The Guardian, New York Times, BBC News

Trump accenna a nuovi colloqui di pace con l'Iran nei prossimi giorni


Il presidente Trump ha suggerito che i colloqui di pace tra Stati Uniti e Iran potrebbero riprendere a Islamabad nei prossimi due giorni, elogiando il lavoro del capo dell'esercito pakistano come mediatore. I colloqui del weekend sono falliti, portando Trump a imporre un blocco sui porti iraniani.

Fonti: The Guardian, Financial Times

Il Maine diventa il primo stato a vietare la costruzione di grandi data center


I legislatori del Maine hanno approvato un divieto sulla costruzione di data center di grandi dimensioni, diventando il primo stato a emanare tale misura mentre le comunità americane affrontano le conseguenze del boom dell'intelligenza artificiale. Il disegno di legge blocca i centri che consumano oltre 20 megawatt di energia fino alla fine del 2027.

Fonti: Financial Times, Wall Street Journal

L'Amministrazione Trump prevede di scegliere Erica Schwartz per guidare i CDC


L'Amministrazione Trump dovrebbe selezionare Erica Schwartz per guidare i Centers for Disease Control and Prevention, in attesa dell'approvazione del presidente Trump. L'agenzia sanitaria sta affrontando turbolenze nella leadership e controversie sulle linee guida sui vaccini.

Fonti: Wall Street Journal

Il vice presidente Vance dice che Papa Leo dovrebbe essere "attento" con le parole sull'Iran


Il vice presidente JD Vance, cattolico, ha respinto le critiche di Papa Leo XIV sulla guerra in Iran, affermando che i commenti del pontefice non erano basati sulla verità teologica e che dovrebbe essere "attento" con le sue parole sulla questione. Vance è stato anche contestato durante un evento di Turning Point USA da manifestanti contro la guerra.

Fonti: Bloomberg, New York Times

La governatrice Hochul propone una tassa sulle seconde case di New York da 5 milioni di dollari


La governatrice di New York Kathy Hochul sta sostenendo una nuova tassa sulle seconde case a New York City del valore di almeno 5 milioni di dollari come modo per raccogliere fondi per il bilancio in difficoltà della città. La misura genererebbe 500 milioni di dollari all'anno tassando i pied-à-terre e aiuterebbe a colmare un deficit di bilancio di 12 miliardi di dollari.

Fonti: Wall Street Journal, Bloomberg, New York Times

Amazon entra nella corsa spaziale con l'acquisizione di Globalstar per 11,6 miliardi


Il gigante dell'e-commerce Amazon ha concordato un accordo da 11,6 miliardi di dollari per acquisire il gruppo satellitare Globalstar, segnando il suo ingresso nella corsa spaziale commerciale. L'acquisizione rappresenta un significativo investimento di Amazon nel settore delle comunicazioni satellitari.

Fonti: Financial Times

Il FMI avverte di un rallentamento della crescita economica e dell'aumento dell'inflazione per la guerra in Iran


Il Fondo Monetario Internazionale ha emesso prospettive economiche cupe per aprile, citando preoccupazioni sull'aumento dell'inflazione a causa della guerra in Iran. Gli economisti avvertono che anche se il conflitto rimane limitato in durata e portata, la crescita globale dovrebbe rallentare al 3,1% quest'anno e al 3,2% nel 2027.

Fonti: The Hill

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Texas, il ballottaggio che potrebbe decidere il futuro del Senato


Il procuratore generale del Texas ha vinto i suoi ultimi due ballottaggi con margini superiori ai 25 punti. Ora sfida il senatore Cornyn per la nomination repubblicana al Senato, ma questa volta le condizioni sono diverse

Ken Paxton, procuratore generale del Texas, affronta il 26 maggio il senatore John Cornyn nel ballottaggio delle primarie repubblicane per il Senato degli Stati Uniti. La posta in gioco è alta e per capire cosa potrebbe succedere vale la pena guardare ai precedenti. Paxton ha già affrontato due ballottaggi nelle primarie repubblicane, nel 2014 e nel 2022, vincendoli entrambi con margini larghi. In un'analisi pubblicata sulla newsletter The Bellwether di Decision Desk HQ, il giornalista politico Patrick Svitek, veterano della politica texana, ripercorre quei precedenti per capire cosa possano dirci sulla sfida attuale.

Il 3 marzo scorso, alla chiusura delle primarie, nessuno dei due candidati ha ottenuto la maggioranza necessaria per vincere al primo turno. Paxton, arrivato secondo per un margine ridotto, ha subito evocato i suoi successi passati. "Non ho mai vinto con meno di 30 punti di scarto e non ho intenzione di cominciare adesso", ha detto nel suo discorso la sera delle primarie. Si è paragonato al senatore Ted Cruz, che nel 2012 arrivò secondo nelle primarie per il Senato prima di ribaltare il risultato nel ballottaggio contro il favorito dell'establishment, il vicegovernatore David Dewhurst.

Nel 2014 Paxton si candidò per la prima volta a procuratore generale, una carica rimasta vacante dopo che il titolare Greg Abbott aveva deciso di correre per la carica di governatore. Paxton, all'epoca senatore statale e figura di punta del movimento tea party, sconfisse il deputato statale Dan Branch con 26 punti di scarto, il 63% contro il 37%. Vinse nonostante uno svantaggio finanziario significativo: Branch aveva raccolto 2,8 milioni di dollari contro gli 1,9 milioni di Paxton. Elemento decisivo fu il quasi-endorsement di Ted Cruz, che in un discorso pubblico elogiò Paxton senza definirlo formalmente un endorsement. Quelle parole finirono comunque in diversi spot elettorali. Durante la campagna emerse anche un primo problema legale: il Texas State Securities Board sanzionò Paxton con una multa da mille dollari per aver sollecitato clienti per investimenti senza essere registrato. Branch provò a sfruttare l'episodio con uno spot dedicato, ma senza successo. L'affluenza, già bassa nelle primarie con il 9,4% degli elettori registrati, scese ulteriormente al 5,4% nel ballottaggio.

Otto anni dopo, nel 2022, Paxton cercava il terzo mandato da procuratore generale. Questa volta i suoi guai legali erano più gravi: era sotto accusa per frode sui titoli finanziari e l'FBI stava indagando su presunte irregolarità legate a un donatore. Ciononostante, poteva contare sull'endorsement di Donald Trump, arrivato già nel luglio 2021. L'avversario nel ballottaggio fu George P. Bush, commissario per le terre demaniali e ultimo membro della famiglia Bush ancora in carica. Lo scontro si rivelò impari: Paxton vinse il 68% contro il 32%, un margine di 36 punti. Ancora una volta l'affluenza calò drasticamente dal primo turno, passando dall'11,2% al 5,4%. E ancora una volta Paxton vinse nonostante avesse raccolto meno fondi dell'avversario. Bush faticò a capitalizzare sugli scandali di Paxton perché era lui stesso impopolare: secondo un sondaggio dell'Università del Texas dell'aprile 2022, un repubblicano su quattro aveva un'opinione negativa di Bush, contro appena il 7% che la pensava così di Paxton.

Svitek individua alcuni elementi ricorrenti nei successi di Paxton. Il primo è la capacità di ottenere endorsement di alto profilo che aiutano gli elettori a guardare oltre i suoi problemi legali: Cruz nel 2014, Trump nel 2022. Il secondo è l'abilità nel trovarsi di fronte avversari che offrono un contrasto netto. Nel 2022 il suo team lavorò attivamente per assicurarsi che fosse Bush, e non la giudice della Corte Suprema statale Eva Guzman, ad arrivare al ballottaggio. In queste primarie Paxton ha adottato la stessa strategia, lanciando un'ondata di spot negativi contro il deputato Wesley Hunt quando sembrava poter raggiungere il ballottaggio. Hunt, che aveva credenziali pro-Trump più solide di Cornyn, sarebbe stato un avversario più insidioso.

Ma la sfida del 2026 presenta differenze importanti. Per la prima volta Paxton arriva al ballottaggio da secondo classificato e da sfidante, non da titolare uscente della carica per cui compete. Cornyn scommette su due fattori. Il primo è che l'elettorato repubblicano texano non ha ancora visto una campagna pubblicitaria ben finanziata che metta in fila tutti gli scandali di Paxton. "Il giorno del giudizio sta arrivando", ha detto Cornyn la sera delle primarie. Il secondo è un'affluenza più alta del solito, trainata dalla presenza di numerosi altri ballottaggi, nove solo sul lato repubblicano per seggi al Congresso. "C'è troppo in gioco perché gli elettori texani restino a casa, e non mi aspetto che restino a casa", ha dichiarato.

La variabile più importante resta però Donald Trump. Il presidente ha detto il giorno dopo le primarie che avrebbe annunciato il suo endorsement "presto", ma a distanza di settimane non si è ancora pronunciato. La prospettiva di un endorsement sembra essersi allontanata dopo che i repubblicani hanno iniziato ad attaccare il candidato democratico, James Talarico, descrivendolo come troppo liberal per il Texas. Questo indebolisce l'argomento principale di Cornyn, cioè di essere il candidato con le migliori possibilità di battere Talarico alle elezioni generali. Il 22 marzo Trump ha scritto sui social media di ritenere che "qualsiasi essere umano" candidato contro Talarico vincerebbe.

Cornyn ha già speso decine di milioni di dollari in spot contro Paxton, in particolare sulla presunta infedeltà coniugale, costringendo Paxton a rispondere con spot positivi in cui compariva sua figlia. Eppure la popolarità di Paxton tra gli elettori repubblicani è rimasta stabile. Secondo i sondaggi dell'Università del Texas, la percentuale di elettori repubblicani con un'opinione negativa di Paxton è scesa dal 22% di dicembre 2025 al 18% di febbraio 2026. Un dato che suggerisce come gli attacchi di Cornyn non abbiano ancora prodotto l'effetto sperato.

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Trump contro Meloni, le reazioni. Schlein: “Ferma condanna per attacco alla premier”. Renzi: “Scaricata dal suo guru”


@Politica interna, europea e internazionale
Dopo il durissimo attacco di Donald Trump a Giorgia Meloni, arrivano le prime reazioni del mondo politico. La leader del Pd, Elly Schlein, ha preso la parola alla Camera per difendere la premier “dopo i gravissimi attacchi del presidente americano

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Gli alleati di Trump lo accusano di essere troppo morbido sulle espulsioni


I falchi dell'immigrazione chiedono almeno un milione di rimpatri all'anno e lanciano la "Fase 2", ma la Casa Bianca frena in vista delle elezioni di metà mandato

La promessa elettorale più rumorosa di Donald Trump rischia di trasformarsi nel suo tallone d'Achille, e l'attacco non arriva dall'opposizione ma dalla sua stessa base. Un gruppo di conservatori radicali accusa il presidente di tradire l'impegno sulle espulsioni di massa, quello che alla convention repubblicana del 2024 aveva trasformato la platea in un mare di cartelli con la scritta "Mass Deportation Now".

A guidare la rivolta interna è la Mass Deportation Coalition, un coordinamento che riunisce think tank del Partito Repubblicano come la Heritage Foundation, gruppi di pressione più recenti come l'Immigration Accountability Project e diversi circoli di giovani repubblicani. A capo c'è Mike Howell, dell'Oversight Project ed ex funzionario del dipartimento della Sicurezza interna durante il primo mandato di Trump. "Il presidente ha ricevuto pressioni solo per abbassare i toni sull'applicazione delle regole", ha dichiarato Howell ad Axios. "La verità è che il primo anno non è stato un anno di espulsioni di massa. Si è deciso consapevolmente di andare prima dietro ai casi peggiori, il che è stata una deviazione dalla promessa centrale della campagna elettorale".

La coalizione chiede ora il passaggio a quella che chiama "Fase 2", con un obiettivo minimo di un milione di espulsioni all'anno. Secondo i dati citati dal gruppo, l'agenzia federale per l'immigrazione (Immigration and Customs Enforcement) ha eseguito circa 350.000 rimpatri nell'anno fiscale 2025, contro i 271.400 dell'ultimo anno dell'amministrazione Biden. Un aumento modesto, sostengono, considerando le enormi risorse impiegate. Non esistono cifre ufficiali su quante persone Trump abbia effettivamente espulso nel primo anno: il dipartimento della Sicurezza interna ha diffuso comunicati in cui rivendica oltre due milioni di "auto-espulsioni", ma l'agenzia non ha ancora presentato al Congresso il rapporto annuale. L'ufficio statistico del dipartimento, peraltro, non aggiorna il proprio sito dalla presidenza Biden, quando pubblicava i dati sui rimpatri ogni mese.

Il fronte interno repubblicano, secondo la coalizione, è spaccato. Stephen Miller, vice capo di gabinetto della Casa Bianca, è considerato un alleato naturale del gruppo, anche se i membri dichiarano di non averlo ancora incontrato. Alcuni parlamentari, come il deputato Chip Roy del Texas e il senatore Mike Lee dello Utah, vengono indicati come ancora allineati alla linea dura. Anche parte del personale del dipartimento della Sicurezza interna parteciperebbe a riunioni informali con la coalizione. Gli avversari, secondo Howell, sono quelli legati ai lobbisti e agli ex lobbisti nell'amministrazione, anche se ha preferito non fare nomi.

Mark Morgan, ex direttore dell'agenzia per l'immigrazione e della protezione doganale e delle frontiere, ha spiegato ad Axios la strategia: "L'obiettivo della coalizione è fornire a Trump quello che chiamiamo un fianco destro, per dirgli: signor presidente, sta ascoltando le persone sbagliate". A preoccupare i falchi è il sospetto che la Casa Bianca stia ammorbidendo la retorica sulle espulsioni di massa in vista delle elezioni di metà mandato, cedendo alle pressioni dei grandi donatori e dei gruppi industriali che preferiscono mantenere manodopera a basso costo. "Se Trump avesse detto in campagna elettorale quello che voleva l'industria, cioè 'terrò qui gli irregolari così avrete lavoro a buon mercato', non sarebbe alla Casa Bianca", ha sostenuto Howell.

La portavoce della Casa Bianca Abigail Jackson ha respinto le accuse con una dichiarazione ad Axios: nessuno sta cambiando l'agenda sull'immigrazione e tutto il team del presidente è sulla stessa linea nell'applicazione delle sue politiche. La coalizione, dal canto suo, ha già iniziato a presentare le proprie ragioni ai parlamentari, all'amministrazione e alle agenzie competenti, e ha pubblicato un documento programmatico per il potere esecutivo con oltre una dozzina di proposte per intensificare i controlli. Morgan ha anche riferito che il numero di persone che attraversano il confine senza essere intercettate, i cosiddetti "got aways", è stato l'anno scorso tra 25.000 e 30.000, ma anche in questo caso mancano dati ufficiali della polizia di frontiera.

Lo scontro riflette una frattura profonda nel mondo conservatore americano. Da un lato i militanti della base, dall'altro i vertici del partito e i finanziatori. Howell l'ha sintetizzata così: "Le persone che alla convention tenevano i cartelli in platea, quelle sono la mia gente. Quelli nei palchi, no. È contro di loro che combattiamo".

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Trump contro Meloni: “Scioccato dalla premier, pensavo avesse coraggio”. Poi attacca ancora il Papa: “Dovrebbe tacere sulla guerra in Iran, non capisce”


@Politica interna, europea e internazionale
È un Donald Trump senza freni quello che parla al Corriere della Sera a cui ha concesso una breve intervista in esclusiva. Il presidente Usa scarica Giorgia Meloni che aveva definito “inaccettabili” le dichiarazioni

Franc Mac reshared this.

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Trump attacca Meloni: "Sono scioccato, non vuole aiutarci"


Il presidente americano critica la premier italiana sulla crisi iraniana e la Nato, poi colpisce papa Leone e difende Orbán sull'immigrazione

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha attaccato la premier Giorgia Meloni in un'intervista telefonica esclusiva rilasciata al Corriere della Sera, accusandola di non voler collaborare con Washington nella crisi legata al programma nucleare iraniano. "Sono scioccato da lei. Pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo", ha dichiarato Trump alla corrispondente da New York Viviana Mazza, in una conversazione durata sei minuti e pubblicata il 14 aprile.

Trump ha aperto la telefonata rivolgendo lui stesso una domanda al Corriere, senza attendere quelle dei giornalisti: "Vi piace il fatto che la vostra presidente non stia facendo nulla per ottenere il petrolio?". Il presidente americano ha poi chiarito il motivo della sua irritazione: Meloni avrebbe comunicato che l'Italia non intende essere coinvolta nella questione iraniana, nonostante dipenda dal petrolio che transita dallo stretto di Hormuz. "Pensa che l'America dovrebbe fare il lavoro per lei", ha aggiunto Trump.

Trump ha rivelato al Corriere di non parlare con Meloni "da molto tempo" e ha spiegato il motivo del silenzio: "Perché non vuole aiutarci con la Nato, non vuole aiutarci a sbarazzarci dell'arma nucleare. È molto diversa da quello che pensavo". Alla domanda sul fatto che Meloni abbia definito "inaccettabili" le sue parole sul Papa, Trump ha replicato: "È lei che è inaccettabile, perché non le importa se l'Iran ha un'arma nucleare e farebbe saltare in aria l'Italia in due minuti se ne avesse la possibilità". Il presidente americano ha anche rilanciato le critiche alla Nato: quando il Corriere gli ha chiesto se avesse domandato all'Italia l'invio di dragamine, Trump ha risposto di aver chiesto "di inviare tutto quello che vogliono, ma non vogliono perché la Nato è una tigre di carta".

L'intervista contiene anche un nuovo attacco a papa Leone XIV. Trump ha respinto l'appello del pontefice per la pace sostenendo che il Papa "non capisce e non dovrebbe parlare di guerra, perché non ha idea di quello che sta succedendo". Ha poi aggiunto: "Non capisce che in Iran hanno ucciso 42mila manifestanti lo scorso mese".

Trump ha infine allargato il discorso all'Europa intera, tornando sul tema dell'immigrazione. "L'immigrazione sta uccidendo l'Italia e tutta l'Europa", ha dichiarato, aggiungendo che il continente sta "distruggendo se stesso dall'interno" con le politiche migratorie e quelle energetiche. Commentando la sconfitta elettorale del primo ministro ungherese Viktor Orbán, Trump lo ha definito "un brav'uomo" che "ha fatto un buon lavoro sull'immigrazione" e che "non ha lasciato che la gente venisse a rovinare il suo paese come ha fatto l'Italia".

Le dichiarazioni di Trump arrivano in una giornata in cui Meloni, intervenendo al Vinitaly di Verona, aveva già preso diverse posizioni di rilievo. La premier aveva annunciato la sospensione dell'accordo di difesa con Israele, un memorandum del 2005 che regola la cooperazione militare tra i due paesi e si rinnova automaticamente ogni cinque anni. "In considerazione della situazione attuale, il governo ha deciso di sospendere il rinnovo automatico dell'accordo di difesa con Israele", ha detto Meloni. La sospensione è stata formalizzata con una lettera del ministro della difesa Guido Crosetto al suo omologo israeliano Israel Katz. Il governo israeliano ha minimizzato, sostenendo che il memorandum "non ha mai avuto un contenuto concreto".

Dal Vinitaly Meloni aveva anche risposto alle critiche di chi la accusa di subalternità verso Washington, proprio a proposito delle sue parole contro gli attacchi di Trump a papa Leone XIV: "Penso di essere stata molto chiara. Non so quanti altri leader le abbiano espresse. Ecco, questo per quelli che dicono che ci sarebbe una sudditanza".

La premier ha poi chiesto la sospensione del patto di stabilità europeo, avvertendo che sarebbe "un enorme errore di valutazione" sottovalutare l'impatto della crisi. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen si era però detta contraria, invitando gli Stati a non peggiorare i livelli di deficit. La situazione dei conti pubblici italiani è complicata: l'Italia è in procedura di infrazione e si è impegnata a rientrare sotto il 3% di deficit, un obiettivo che secondo i dati Istat rischia di essere mancato per un solo punto decimale. Una sospensione del patto consentirebbe ai governi di fare ulteriore debito per finanziare sussidi e aiuti all'economia, ma indebolirebbe l'impalcatura delle politiche di bilancio europee.

Meloni si è mostrata scettica anche sulla possibilità di tornare al gas russo come soluzione alla crisi energetica, sostenendo che "la pressione sulla Russia è l'arma più efficace per costruire pace". Una posizione diversa da quella del presidente dell'Eni Claudio Descalzi, favorevole a riaprire le forniture da Mosca, e del vicepremier Matteo Salvini, anch'egli presente al Vinitaly e schierato per la riapertura dei rubinetti russi.

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Trump è l'anticristo? Il mondo MAGA si rivolta contro il presidente


Dopo un'immagine in cui si raffigura come Gesù e gli attacchi al Papa, commentatori conservatori e pastori evangelici si rivoltano contro il presidente

Il fronte più fedele a Donald Trump si sta spaccando su un terreno inatteso: la religione. Come spiega Wired, nell'arco di pochi giorni, figure di primo piano dell'universo mediatico MAGA sono passate dal difendere il presidente come "l'eletto di Dio" all'accusarlo di essere l'anticristo, la figura che nella teologia cristiana si oppone a Cristo e la cui comparsa, secondo molti credenti, potrebbe annunciare la fine dei tempi.

Il punto di rottura è arrivato domenica sera, quando Trump ha pubblicato su Truth Social un'immagine generata con l'intelligenza artificiale che lo ritraeva vestito con una tunica bianca e una fascia rossa, mentre posava una mano irradiante luce dorata su un uomo in un letto d'ospedale. L'immagine, che evocava in modo esplicito Gesù Cristo, è stata cancellata dopo circa 14 ore, ma ha scatenato reazioni durissime tra gli stessi sostenitori del presidente. Durante una conferenza stampa lunedì, Trump ha negato che l'immagine lo ritraesse come Gesù, dicendo ai giornalisti che si trattava di una raffigurazione di sé stesso come medico.

L'ex deputata Marjorie Taylor Greene, una delle voci più note del movimento MAGA, ha scritto su X: "È più che una blasfemia. È uno spirito dell'Anticristo". Clint Russell, conduttore del podcast di destra Liberty Lockdown, ha aggiunto: "In 18 mesi sono passato dal votare Trump con esitazione a pensare che ci sia una buona probabilità che sia l'anticristo". Joel Webbon, pastore evangelico del Texas vicino all'estrema destra, ha scritto su X di credere che Trump sia "posseduto da un demone" e poche ore dopo ha condotto una diretta intitolata "Donald Trump è l'Anticristo?". Anche l'ordine dei Cavalieri Templari, organizzazione cristiana ispirata all'ordine militare medievale, ha condannato il post e chiesto scuse pubbliche.

La frattura non nasce dal nulla. Da oltre un decennio Trump e i suoi sostenitori usano retorica e immagini esplicitamente religiose per mobilitare la base elettorale. Ma nelle ultime settimane una serie di azioni del presidente ha accelerato lo strappo. Il commentatore conservatore Tucker Carlson, in un monologo di 43 minuti nel suo programma della scorsa settimana, ha suggerito che la guerra dell'amministrazione in Iran fosse anche una guerra contro la fede cristiana. Il video era una risposta a un post di Trump su Truth Social pubblicato il giorno di Pasqua, in cui il presidente minacciava di distruggere infrastrutture strategiche iraniane con un linguaggio volgare, chiudendo con la frase "Sia lode ad Allah". Carlson non ha mai pronunciato la parola "anticristo", ma molti, dal conduttore complottista Alex Jones agli utenti del subreddit DonaldTrump666, hanno interpretato il suo intervento come un'allusione diretta.

Si tratta di un cambio di rotta significativo per Carlson, che pur essendo diventato più critico verso l'amministrazione negli ultimi mesi, ha a lungo usato un linguaggio religioso a favore di Trump. Alla convention repubblicana del 2024 aveva attribuito la sopravvivenza del presidente all'attentato di Butler, in Pennsylvania, a un "intervento divino".

Lo scontro si è esteso anche ai rapporti con il Vaticano. Poche ore prima di pubblicare l'immagine che lo ritraeva come Gesù, Trump aveva attaccato Papa Leone XIV su Truth Social, definendolo "debole sul crimine e terribile in politica estera" e aggiungendo di non volere "un Papa che pensa sia giusto che l'Iran abbia un'arma nucleare". Il Papa non ha mai detto di volere un Iran nucleare, ma ha criticato duramente le azioni americane nel paese, definendo la guerra "atroce" e dichiarando che i leader responsabili del conflitto hanno "le mani piene di sangue".

Le tensioni con il Vaticano si erano già intensificate nei giorni precedenti, dopo la notizia di un incontro avvenuto a gennaio tra funzionari dell'amministrazione e il nunzio apostolico negli Stati Uniti, il cardinale Christophe Pierre. Durante la riunione, il sottosegretario alla Difesa Elbridge Colby avrebbe detto a Pierre che il Vaticano doveva allinearsi alle ambizioni militari di Trump o affrontarne le conseguenze, con un riferimento ad Avignone che suggeriva pressioni dirette sul Papa. La notizia è stata pubblicata dal Free Press. Il Dipartimento della Difesa ha confermato l'incontro ma ha definito i resoconti "esagerati e distorti". Anche l'ufficio stampa vaticano ha dichiarato che alcuni dettagli riportati erano "falsi", precisando che la riunione al Pentagono si era svolta nell'ambito della regolare missione del rappresentante pontificio.

Non è la prima volta che Trump irrita i cattolici con immagini generate dall'intelligenza artificiale. L'anno scorso, dopo la morte di Papa Francesco, il presidente aveva condiviso un'immagine che lo ritraeva come pontefice. Ma questa volta il contesto è diverso: i sondaggi di gradimento sono ai minimi storici e i repubblicani sono preoccupati per le elezioni di metà mandato.

Robert Jones, presidente e fondatore del Public Religion Research Institute, ha dichiarato a Wired che le ripetute autorappresentazioni messianiche di Trump hanno portato il movimento MAGA a un punto di rottura. Jones ha anche avvertito che si tratta di una mossa politicamente rischiosa: alle elezioni in cui Trump era candidato, circa sei cattolici bianchi su dieci hanno votato per lui. Alienare questi elettori, molti dei quali suoi sostenitori, potrebbe avere conseguenze serie.

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Il blocco navale americano rischia di peggiorare l'economia mondiale


Il petrolio sale, le fabbriche rallentano in Asia, l'Europa frena. I Paesi del Golfo affrontano la crisi peggiore da decenni. E secondo le previsioni i prezzi dell'energia non torneranno ai livelli pre-bellici prima della fine del 2027

Il blocco navale imposto dagli Stati Uniti ai porti iraniani sta trasformando un conflitto regionale in uno shock finanziario globale che potrebbe rivelarsi più devastante della guerra stessa. A sostenerlo è il Wall Street Journal. Il blocco, che impedisce alle navi di entrare e uscire dai porti dell'Iran, drena ulteriore petrolio da un mercato già sotto pressione, prolunga la stretta sulle materie prime che transitano attraverso lo Stretto di Hormuz e inietta un'incertezza significativa nell'economia mondiale.

I prezzi del petrolio sono saliti lunedì. L'alluminio ha raggiunto il massimo da quattro anni per il timore di una stretta prolungata sulle forniture provenienti da una regione che produce quasi un decimo dell'offerta mondiale di questo metallo industriale.

Lo shock petrolifero si sta già propagando in Asia. Alcune fabbriche hanno ridotto la produzione, un numero crescente di stazioni di servizio raziona il carburante e gli aeroporti della regione scarseggiano di cherosene senza soluzioni rapide all'orizzonte. Compagnie come Asiana Airlines, il secondo vettore sudcoreano, hanno sospeso temporaneamente oltre una dozzina di voli andata e ritorno verso Cina e Cambogia fino a maggio. Anche Vietnam Airlines ha tagliato i collegamenti. Il parlamento sudcoreano ha approvato nel fine settimana un pacchetto di emergenza da oltre 17 miliardi di dollari, che include sussidi in contanti fino a circa 400 dollari per i cittadini a basso reddito.

In Giappone, il colosso dei sanitari Toto ha bloccato lunedì gli ordini per unità da bagno prefabbricate a causa della carenza di nafta, un prodotto petrolchimico derivato dal greggio. Il Giappone, tra i primi Paesi colpiti dalla crisi della nafta, vede le onde d'urto raggiungere anche gli ospedali, dove i dirigenti sanitari chiedono con urgenza scorte nazionali di materie plastiche per uso medico, tra cui guanti chirurgici e siringhe per dialisi. La prima ministra Sanae Takaichi ha dichiarato di aver incaricato un gruppo di ministri di affrontare le carenze, ma ha negato una crisi grave, sostenendo che il Giappone dispone ancora di almeno quattro mesi di scorte di nafta. Le interruzioni nella fornitura di elio, intanto, potrebbero colpire l'industria dei semiconduttori in Corea del Sud e Malaysia.

Per i Paesi del Golfo il danno si preannuncia il peggiore da decenni. Molti esportatori di energia della regione non riescono a far arrivare le proprie forniture sui mercati. Il Qatar ha subito danni gravi ai suoi impianti di gas naturale liquefatto e le riparazioni potrebbero richiedere fino a cinque anni. La società di consulenza Rystad Energy stima che la ricostruzione delle infrastrutture energetiche danneggiate nell'intero Golfo potrebbe costare oltre 25 miliardi di dollari. Secondo Capital Economics, il prodotto interno lordo del Qatar si contrarrà del 13% quest'anno, quello degli Emirati Arabi Uniti dell'8% e quello dell'Arabia Saudita del 6,6%. Per avere un termine di paragone, durante la pandemia del 2020 il Pil del Qatar era sceso del 3,6%. La reputazione della regione come polo globale per affari e turismo ha subito un duro colpo: nelle ultime settimane sono stati cancellati eventi che andavano dalle conferenze finanziarie e sulle criptovalute alle gare di Formula Uno. Anche le infrastrutture tecnologiche strategiche, compresi data center di Amazon, sono state colpite.

In Europa, la crescita economica, già debole, sta rallentando ulteriormente. La Germania, la maggiore economia del continente, avrebbe dovuto registrare quest'anno la prima vera ripresa dalla pandemia grazie alla spesa finanziata dal debito. I principali istituti di previsione tedeschi hanno però tagliato le stime di crescita allo 0,6% dall'1,3%. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha dichiarato lunedì che la chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz è "enormemente dannosa" per l'Europa. L'Unione Europea sta lavorando a misure come l'allentamento temporaneo delle regole sugli aiuti di Stato e il coordinamento degli acquisti di gas tra gli Stati membri.

Gli Stati Uniti, in quanto esportatori netti di energia, difficilmente subiranno carenze, ma l'aumento dei prezzi alla pompa colpisce i consumatori. Il presidente Trump ha ammesso domenica che i prezzi dell'energia potrebbero non scendere a breve e potrebbero essere ancora alti quando gli americani andranno a votare per le elezioni di metà mandato in autunno. La banca pubblica tedesca KfW ha avvertito in una nota recente che i prezzi del greggio probabilmente non torneranno ai livelli pre-bellici prima della fine del 2027.

Le ripercussioni politiche si fanno già sentire. In Irlanda agricoltori inferociti hanno bloccato strade, terminali di carburante e una raffineria per protestare contro il caro-energia. In India l'aumento del prezzo del gas da cucina ha aggravato il malcontento operaio: dopo che migliaia di lavoratori a contratto hanno protestato davanti alle fabbriche in uno Stato del nord, il governo locale ha aumentato il salario minimo del 35%, e presto le proteste si sono estese allo Stato confinante. In Ungheria gli elettori hanno inflitto domenica una vittoria schiacciante all'opposizione, ponendo fine a 16 anni di governo del primo ministro Viktor Orbán.

Le prospettive dipendono dalla durata della chiusura dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale transitava un quinto del petrolio mondiale. Secondo UBS, se il transito resta limitato per altri due mesi la crescita globale si indebolirà e tornerà al trend precedente solo alla fine del 2028. Una chiusura più lunga sottrarrebbe un punto percentuale intero alla crescita mondiale e potrebbe provocare una recessione lieve negli Stati Uniti. L'impennata dei prezzi sta già alimentando l'inflazione, e probabilmente spingerà le banche centrali ad alzare i tassi di interesse. Tra i pochi vincitori potrebbe esserci la Russia, dove petrolio e gas rappresentano circa un quarto delle entrate pubbliche.

Hamzeh Al Gaaod, economista specializzato nella regione del Golfo, ha sottolineato che un Iran ostile resterà un rischio costante anche dopo la fine della guerra, un fattore che le imprese dovranno incorporare nei loro calcoli. Mujtaba Rahman, responsabile per l'Europa della società di analisi del rischio Eurasia Group, ha dichiarato al Wall Street Journal che le implicazioni sono "di portata molto ampia", perché il regime iraniano uscirà dal conflitto "temprato dalla battaglia e più radicale di quello precedente".

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Il comportamento di Trump riapre il dibattito sulla sua stabilità mentale


Ex alleati lo definiscono "pazzo" e "chiaramente insano". I sondaggi mostrano che la maggioranza degli americani lo ritiene sempre più instabile, ma la Casa Bianca respinge ogni critica

Le minacce di cancellare l'Iran, l'attacco al papa, le dichiarazioni sconnesse e le sfuriate notturne sui social media hanno riacceso con forza senza precedenti il dibattito sulla stabilità mentale del presidente Trump. A sollevare dubbi non sono più soltanto i democratici o i commentatori televisivi, ma ex collaboratori, ex alleati della destra e perfino generali in pensione, come ricostruisce il New York Times in un'analisi di Peter Baker pubblicata in prima pagina.

Marjorie Taylor Greene, ex deputata repubblicana della Georgia e fino a poco tempo fa sostenitrice del presidente, ha invocato il 25° Emendamento per rimuoverlo dall'incarico, dichiarando alla CNN che la minaccia di distruggere la civiltà iraniana "non è retorica dura, è follia". Candace Owens, podcaster di estrema destra, lo ha definito "un pazzo genocida". Alex Jones, il fondatore di Infowars noto per le sue teorie del complotto, ha detto che Trump "farfuglia e sembra che il cervello non funzioni granché bene".

Tra le voci critiche ci sono anche persone che hanno lavorato con Trump alla Casa Bianca. Ty Cobb, avvocato della Casa Bianca durante il primo mandato, ha dichiarato al giornalista Jim Acosta che il presidente è "un uomo chiaramente insano" e che la serie di post aggressivi pubblicati nel cuore della notte "evidenzia il livello della sua follia". Stephanie Grisham, ex portavoce della Casa Bianca di Trump, ha scritto sui social che "chiaramente non sta bene".

Trump ha risposto con un lungo post furioso sui social media, definendo i suoi critici "persone stupide" con "un basso quoziente intellettivo" e "PAZZI, ATTACCABRIGHE". Una replica che, nota il New York Times, non trasmetteva esattamente calma e stabilità.

I sondaggi confermano un'erosione della fiducia degli americani nelle capacità cognitive del presidente, che si avvicina agli 80 anni come il più anziano presidente mai insediato. Secondo un sondaggio Reuters/Ipsos di febbraio, il 61 per cento degli americani ritiene che Trump sia diventato più instabile con l'età e solo il 45 per cento lo considera "mentalmente lucido e in grado di affrontare le sfide", in calo rispetto al 54 per cento del 2023. Un sondaggio YouGov di settembre ha rilevato che il 49 per cento degli americani lo giudica troppo anziano per la presidenza, contro il 34 per cento di febbraio 2024.

La Casa Bianca ha respinto ogni critica. Il portavoce Davis Ingle ha dichiarato al New York Times che "la lucidità del presidente Trump, la sua energia senza pari e la sua accessibilità storica sono in netto contrasto con ciò che abbiamo visto negli ultimi quattro anni", riferendosi al declino fisico e mentale di Biden. I sostenitori del presidente inquadrano il suo comportamento come strategia, non come psicosi. Liz Peek, editorialista del Hill, ha scritto che "Trump sa esattamente cosa sta facendo" e che usa la pressione diplomatica e militare massimalista per contrastare l'Iran.

Trump, che nel primo mandato si definì "un genio molto stabile", ha liquidato le critiche rispondendo a un giornalista: "Non ne ho sentito parlare. Ma se è così, avrete bisogno di più persone come me, perché il nostro Paese veniva derubato sul commercio e su tutto finché non sono arrivato io".

Secondo il New York Times, nel secondo mandato Trump appare ancora meno contenuto. Usa più volgarità, parla più a lungo e fa affermazioni regolarmente scollegate dalla realtà. Continua a dire che suo padre è nato in Germania, quando in realtà nacque nel Bronx. Ha confuso la Groenlandia con l'Islanda. Si è più volte vantato di aver posto fine a una guerra inesistente tra Cambogia e Azerbaijan, due Paesi separati da quasi 6.400 chilometri, intendendo probabilmente Armenia e Azerbaijan. Ha dichiarato che il "nuovo presidente dell'Iran" è meno radicale dei predecessori, quando in realtà il presidente iraniano non è cambiato.

Prima dell'attacco a papa Leone XIV di domenica sera, seguito dalla pubblicazione e successiva cancellazione di un'immagine che lo ritraeva come Gesù, Trump aveva già suscitato sconcerto con le sue reazioni ai critici. Accusa chi lo contrasta di sedizione, un reato punibile con la morte. Ha affermato che il regista Rob Reiner, presunto ucciso dal figlio, sarebbe morto "a causa della rabbia provocata" dalla sua opposizione a Trump. Alla morte di Robert Mueller, ex direttore dell'FBI, ha commentato: "Bene, sono contento che sia morto".

Julian Zelizer, storico di Princeton, ha spiegato al New York Times che, a parte Nixon, "non c'è mai stato questo livello di preoccupazione nel tempo" sulla stabilità mentale di un presidente. Ma la situazione attuale supera anche il caso Nixon perché "tutto si svolge in pubblico" grazie ai social media e alla televisione via cavo. "Come presidente che ignora qualsiasi limite o senso del decoro, Trump si sente molto più libero, anche più di Nixon, di scatenare la sua rabbia interiore e di agire d'impulso".

Una differenza fondamentale rispetto al primo mandato è l'assenza di figure interne disposte a frenare il presidente. John Kelly, il suo capo di gabinetto più longevo nel primo mandato, arrivò perfino a comprare un libro scritto da 27 specialisti della salute mentale intitolato "The Dangerous Case of Donald Trump" per capire il suo capo, concludendo che era malato di mente. Oggi, osserva Zelizer, "quando fa quello che fa, tutti intorno a lui tengono gli occhi a terra e non dicono nulla. A differenza del primo mandato, non sembrano nemmeno manovrare dietro le quinte per fermarlo".

Il dissenso sulla destra, tuttavia, non ha raggiunto il Congresso, dove i repubblicani restano pubblicamente leali al presidente, né il gabinetto, che dovrebbe approvare qualsiasi invocazione del 25° Emendamento, rendendo questa ipotesi irrealizzabile. Ma secondo Zelizer esiste uno spazio politico per questo stile di leadership nella base repubblicana: "Cosa c'è di più anti-establishment di qualcuno che è disposto a essere fuori controllo?".

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Iran, Vaticano e Ungheria: Vance cerca di limitare i danni su tutti i fronti di Trump


Il numero due della Casa Bianca difende i negoziati di Islamabad, minimizza lo scontro con il Vaticano e giustifica il sostegno al premier ungherese sconfitto

Il vicepresidente JD Vance ha affrontato in un'unica intervista a Fox News i tre dossier più delicati della settimana per l'amministrazione Trump: lo stallo nei negoziati con l'Iran, lo scontro con papa Leone XIV e la sconfitta elettorale di Viktor Orbán in Ungheria. Su tutti e tre i fronti, Vance ha cercato di contenere i danni e rilanciare l'iniziativa della Casa Bianca.

Sul fronte iraniano, Vance ha respinto le ricostruzioni secondo cui i colloqui di pace tenuti nel fine settimana a Islamabad si sarebbero conclusi con un fallimento. "La palla è nel campo degli iraniani", ha detto il vicepresidente a Bret Baier. "Abbiamo fatto molti progressi. Si sono mossi nella nostra direzione, per questo diciamo che ci sono stati segnali positivi. Ma non si sono mossi abbastanza". Vance ha spiegato che il team negoziale iraniano presente in Pakistan non aveva l'autorità per chiudere un accordo e ha dovuto tornare a Teheran per ottenere l'approvazione della guida suprema o di altri vertici del regime.

Il nodo centrale dei negoziati resta la riapertura dello Stretto di Hormuz, la rotta petrolifera più importante al mondo che l'Iran ha di fatto bloccato durante il conflitto. Gli Stati Uniti hanno risposto con un'escalation: il presidente Trump ha annunciato un blocco navale di tutti i porti iraniani, ordinando alla marina di identificare e segnalare qualsiasi nave affiliata all'Iran che transiti nello Stretto. "Se gli iraniani vogliono praticare terrorismo economico, noi applicheremo un principio semplice: nessuna nave iraniana uscirà", ha dichiarato Vance. Il vicepresidente ha aggiunto che Washington mantiene il vantaggio sia militare che economico e che le due condizioni non negoziabili restano la rimozione dell'uranio arricchito dall'Iran e un sistema di verifiche per impedire che Teheran ottenga armi nucleari.

Nella stessa intervista, Vance si è trovato a gestire lo scontro esploso tra Trump e papa Leone XIV. Domenica il presidente aveva pubblicato su Truth Social un lungo attacco al pontefice, definendolo "debole sul crimine e pessimo per la politica estera". Trump aveva anche condiviso un'immagine generata dall'intelligenza artificiale che lo ritraeva come Gesù, salvo poi rimuoverla sostenendo di aver pensato che lo raffigurasse come un medico. Vance, convertito al cattolicesimo nel 2019, ha cercato di minimizzare. "Penso che in alcuni casi sarebbe meglio che il Vaticano si occupasse di questioni morali e di ciò che accade nella Chiesa cattolica, e lasciasse al presidente degli Stati Uniti la politica americana", ha detto. Sull'immagine, ha sostenuto che Trump "stava pubblicando una battuta" e l'ha rimossa quando ha capito che la gente non coglieva il suo umorismo. Papa Leone ha risposto ai giornalisti con toni ben diversi, come riportato dal New York Times: "Non ho paura dell'amministrazione Trump, né di parlare a voce alta del messaggio del Vangelo, che è ciò per cui credo di essere qui". Il pontefice ha aggiunto che continuerà a schierarsi contro la guerra, riferendosi al conflitto che coinvolge Stati Uniti e Israele contro l'Iran.

Lo scontro con il Vaticano ha messo in luce anche alcune gaffe del vicepresidente. Come ha riportato il Free Press, alti funzionari del Pentagono hanno convocato a gennaio il cardinale Christophe Pierre, diplomatico vaticano, per comunicargli che gli Stati Uniti hanno il potere militare di fare "ciò che vogliono" e che Leone "farebbe meglio a schierarsi dalla loro parte". La settimana scorsa Vance ha ammesso di non sapere chi fosse Pierre, salvo poi correggersi quando un giornalista gli ha spiegato che si trattava dell'ambasciatore del Papa negli Stati Uniti.

Sul terzo fronte, Vance ha commentato per la prima volta la sconfitta di Orbán in Ungheria, ponendo fine a sedici anni di governo del premier nazionalista. Il vicepresidente si era recato a Budapest la settimana precedente per un comizio al fianco di Orbán, e Trump stesso aveva partecipato telefonicamente. "Non siamo andati perché ci aspettavamo una vittoria facile", ha detto Vance. "Siamo andati perché era giusto sostenere una persona che ci ha sostenuto per molto tempo". Ha definito l'eredità di Orbán "trasformativa", lodandolo come uno dei pochi leader europei disposti a sfidare la burocrazia di Bruxelles.

La sconfitta ungherese ha però aperto un dibattito sulla tenuta del movimento populista-nazionalista a livello globale. Johan Norberg, ricercatore del Cato Institute, ha commentato a Politico che il risultato "è imbarazzante e in un certo senso devastante" per l'amministrazione Trump. "Gran parte dell'attrattiva di questo movimento populista di destra era l'idea di avere il popolo dalla propria parte. Orbán rieletto più volte ne era il simbolo più potente. La sua cacciata con la maggioranza più ampia nella storia democratica dell'Ungheria è un colpo devastante a tutta quella narrazione". Steve Bannon, ex consigliere di Trump, ha scritto in un messaggio che la sconfitta di Orbán "dovrebbe essere un segnale d'allarme per novembre", in vista delle elezioni di metà mandato. Il senatore Mitch McConnell ha criticato apertamente l'amministrazione per aver investito il proprio prestigio in un'elezione parlamentare in un piccolo Paese dell'Europa centrale, scrivendo in un editoriale su Fox News che è "difficile capire come alcuni a destra pensassero che questo significasse mettere gli interessi dell'America al primo posto".

Un alleato politico di Vance, rimasto anonimo, ha dichiarato a Politico che il vicepresidente "deve essere consapevole dei parallelismi" tra le circostanze che hanno portato alla caduta di Orbán e un'America dove i sondaggi di Trump sono calati nelle ultime settimane, mentre la guerra con l'Iran ha fatto salire i prezzi dell'energia.

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I deputati Swalwell e Gonzales si dimettono dal Congresso


I due deputati, uno democratico e uno repubblicano, hanno annunciato le dimissioni per evitare un voto di espulsione bipartisan. La Camera mantiene gli stessi equilibri

Eric Swalwell, deputato democratico della California, e Tony Gonzales, deputato repubblicano del Texas, hanno annunciato lunedì che lasceranno il Congresso. Entrambi erano sul punto di affrontare un voto di espulsione dopo accuse di cattiva condotta sessuale che hanno travolto le rispettive carriere politiche nel giro di pochi giorni.

Swalwell, 45 anni, eletto per la prima volta nel 2012, ha comunicato la decisione con un post sui social media in cui ha negato le accuse di violenza sessuale definendole "false", ma si è scusato per "errori di giudizio". "Espellere chiunque dal Congresso senza un giusto processo, a pochi giorni da un'accusa, è sbagliato. Ma è anche sbagliato che i miei elettori mi vedano distratto dai miei doveri. Perciò intendo dimettermi", ha scritto. La settimana scorsa il San Francisco Chronicle e la CNN avevano pubblicato le accuse di una ex collaboratrice secondo cui Swalwell l'avrebbe aggredita sessualmente in più occasioni, anche quando era troppo ubriaca per acconsentire. La CNN aveva raccolto anche le testimonianze di altre tre donne che descrivevano diverse forme di cattiva condotta, incluso l'invio di foto intime non richieste. Swalwell non ha indicato una data precisa per le dimissioni. Con la sua uscita dal Congresso, l'indagine della commissione Etica della Camera, aperta proprio lunedì, si chiuderà automaticamente perché l'organismo ha giurisdizione solo sui membri in carica.

Poco più di un'ora dopo l'annuncio di Swalwell, Gonzales ha comunicato che intende depositare la propria lettera di dimissioni quando il Congresso tornerà in sessione, martedì. "C'è una stagione per ogni cosa e Dio ha un piano per ognuno di noi", ha scritto su X. Il deputato texano aveva già rinunciato il mese scorso alla candidatura per la rielezione dopo aver ammesso una relazione sentimentale con la sua collaboratrice Regina Santos-Aviles, che si è poi tolta la vita. Anche nel suo caso la commissione Etica aveva avviato un'indagine. Gonzales non ha specificato se lascerà il suo seggio già martedì o in un momento successivo. Secondo Politico, la deputata democratica del New Mexico Teresa Leger Fernandez ha fatto sapere che presenterà comunque una risoluzione di espulsione nei confronti di Gonzales se non si dimetterà con effetto immediato.

L'uscita simultanea di un democratico e un repubblicano non altera l'equilibrio della Camera, dove i repubblicani mantengono una maggioranza risicata. Questo dettaglio non è secondario: come ha riportato il Washington Post, la dirigenza repubblicana aveva evitato fino a quel momento di chiedere a Gonzales di dimettersi anche perché il suo seggio texano è considerato più competitivo per il partito. L'eventuale elezione suppletiva in Texas sarà indetta dal governatore repubblicano Greg Abbott. Il candidato repubblicano alle prossime elezioni generali è Brandon Herrera, attivista per i diritti sulle armi. Per i democratici corre l'avvocata e ex insegnante Katy Padilla Stout, che il partito ritiene abbia possibilità di vittoria nel distretto.

In California, il governatore Gavin Newsom avrà 14 giorni dalla data effettiva del seggio vacante per indire un'elezione suppletiva. Secondo la legge statale californiana, però, se il seggio si libera dopo la chiusura del periodo per le candidature, il governatore può decidere di non convocare un'elezione suppletiva. Il termine per le candidature era il 6 marzo, perciò Newsom potrebbe scegliere di non indirla. L'ufficio del governatore ha dichiarato che sta valutando la situazione.

La caduta di Swalwell è stata rapida. Appena una settimana fa, durante un evento pubblico a Sacramento, aveva negato con decisione qualsiasi accusa di comportamento sessuale inappropriato. Dopo la pubblicazione degli articoli venerdì, ha perso in poche ore il sostegno di colleghi che lo appoggiavano nella corsa a governatore della California, per la quale era tra i favoriti nel campo democratico. Ha sospeso la campagna domenica e annunciato le dimissioni dal Congresso lunedì. Il senatore dell'Arizona Ruben Gallego, suo amico, ha raccontato al New York Times di averlo chiamato subito dopo la pubblicazione dell'articolo del Chronicle per chiedergli di ritirarsi: "Quando leggi quell'articolo è molto chiaro, queste donne sono state vittime. Doveva uscire, doveva dimettersi". L'ex speaker della Camera Nancy Pelosi, che durante il suo mandato aveva affidato a Swalwell ruoli di primo piano, ha definito le dimissioni "una decisione intelligente" durante un evento alla George Washington University, aggiungendo di non aver mai saputo delle accuse prima della pubblicazione dei reportage.

Il caso Swalwell e Gonzales non è isolato. Come ha riportato Politico, alcuni deputati hanno proposto di forzare anche il voto per espellere la deputata democratica della Florida Sheila Cherfilus-McCormick e il deputato repubblicano Cory Mills, anch'essi della Florida, coinvolti in controversie etiche di natura diversa. Cherfilus-McCormick è l'unica deputata già formalmente riconosciuta colpevole di violazione delle regole etiche della Camera, in seguito a un'indagine sull'uso di fondi legati alla pandemia per favorire la propria campagna elettorale. La commissione Etica si riunirà il 21 aprile per decidere se debba essere espulsa, censurata o sottoposta ad altra sanzione. Mills è sotto indagine per una serie di accuse che includono violazioni nel finanziamento della campagna, irregolarità finanziarie e cattiva condotta sessuale. Entrambi negano le accuse.

La deputata repubblicana della Florida Anna Paulina Luna, che aveva guidato lo sforzo per espellere sia Swalwell che Gonzales, ha commentato su X: "Questa settimana abbiamo prosciugato parte della palude con le dimissioni di due membri del Congresso molto corrotti". La deputata repubblicana del Colorado Lauren Boebert ha scritto, sempre su X, che "niente di questa storia mi rende felice. Sono inorridita dal fatto che sua moglie e i suoi figli debbano affrontare tutto questo".

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