Il Democratic National Committee (DNC), l'organo che dirige il partito a livello nazionale, ha accumulato 2 milioni di dollari di debiti a cento giorni dalle elezioni di metà mandato e ha chiesto ad alcuni fornitori di non inviare le fatture prima delle elezioni di novembre, nel tentativo di attenuare almeno sulla carta la gravità dei suoi problemi di liquidità. Roger Lau, direttore esecutivo del Comitato, ha tuttavia definito i colloqui con i fornitori "nient'altro che normali trattative su contratti e modalità di pagamento". A rivelarlo è il New York Times.
Il quadro politico sembra favorevole ai democratici: il consenso del presidente Donald Trump è vicino ai minimi del mandato, il prezzo della benzina è aumentato e la guerra contro l'Iran è sempre più impopolare. Ma i conti in rosso e il caos ai vertici di una delle istituzioni centrali del partito preoccupano non poco i dirigenti democratici.
I nuovi rendiconti finanziari pubblicati questa settimana mostrano la profondità della crisi: a fronte dei 2 milioni di debiti del DNC, il Comitato Nazionale Repubblicano dispone di 128,5 milioni di dollari in liquidità. Il partito che controlla la Casa Bianca raccoglie quasi sempre più fondi di quello all'opposizione, ma quest'anno la distanza ha assunto dimensioni eccezionali. Donald Trump può inoltre contare su un super PAC da 400 milioni di dollari, cioè un comitato autorizzato a raccogliere e spendere somme illimitate a sostegno di un candidato.
Verso le midterm 2026
I conti in rosso dei democratici
A cento giorni dal voto di metà mandato il Comitato nazionale democratico ha più debiti che liquidità e chiede ai fornitori di rinviare le fatture. I repubblicani hanno in cassa 128,5 milioni di dollari.
Grafica di FocusAmerica
Il divario
Centotrenta milioni di dollari di distanza
Il saldo del DNC è così sottile, in proporzione, da richiedere una lente.
−0mln $ · qui ingrandito
DNCsaldo netto
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RNCliquidità
0mln $
Super PAC pro-Trumpfondi dichiarati
Per il DNC: liquidità meno debiti a fine giugno. Il super PAC che sostiene Trump può raccogliere e spendere somme senza limiti.
Il peso del prestito
Una linea di credito che divora le casse
Nel 2025 il DNC ha acceso un prestito per finanziare le campagne dei governatori in Virginia e New Jersey.
15mln $
il prestito acceso lo scorso anno
0$
gli interessi già pagati finora
1,66mln $
il capitale da rimborsare ogni mese da gennaio
Gli interessi costano in media oltre 75.000 dollari al mese. Da gennaio si aggiungerà il rimborso del capitale.
Dove sono finiti i soldi
Le spese che dividono il partito
Le voci più contestate della gestione di Ken Martin, dall’inizio dello scorso anno.
I cinque territori finanziati — Guam, Porto Rico, Isole Marianne Settentrionali, Isole Vergini e Samoa Americane — non hanno alcun peso diretto nella battaglia per il Congresso.
Per la prima volta da oltre dieci anni il DNC non verserà fondi ai comitati che guidano le campagne per la Camera e per il Senato.
Prima di pubblicare i conti di luglio, il Comitato ha inoltre spostato 1 milione di dollari dal fondo per la Convention del 2028 alle casse generali.
Fonte: New York Times; rendiconti FEC di giugno 2026 · Dati in dollari USA
Prima della pubblicazione del rendiconto di luglio, il DNC ha trasferito un milione di dollari da un conto destinato alla Convention nazionale del 2028 alle casse generali del partito. Per la prima volta da oltre dieci anni non verserà inoltre milioni di dollari ai due comitati gemelli incaricati delle campagne per la Camera e per il Senato. La decisione è già stata comunicata in privato ai leader democratici del Congresso, nonostante il prestito da 15 milioni di dollari acceso lo scorso anno.
Su quel finanziamento il comitato ha già pagato più di 700.000 dollari di interessi, in media oltre 75.000 dollari al mese. Da gennaio dovrà cominciare a rimborsare anche 1,66 milioni di capitale ogni mese. Il prestito era stato calibrato per consentire al DNC di versare, nell'autunno scorso, 3 milioni di dollari ciascuno ai democratici della Virginia e del New Jersey per le elezioni dei governatori, nella speranza che due vittorie rilanciassero la raccolta fondi.
Ken Martin sempre più isolato
Al centro della crisi c'è Ken Martin, 53 anni, presidente del DNC, sempre più isolato e convinto di rischiare il posto. Martin si affida ormai a una cerchia ristrettissima di collaboratori. All'inizio di luglio, mentre rimproverava un membro dello staff, Martin ha scagliato il telefono contro la propria scrivania. L'episodio ha provocato un reclamo formale all'ufficio del personale e il presidente ha successivamente incontrato i responsabili delle risorse umane per discutere del suo comportamento. Il telefono non è stato lanciato contro la persona, ma le ricostruzioni divergono sulla violenza del gesto. Il DNC non ha voluto commentare l'accaduto e Martin ha rifiutato di concedere un'intervista.
Con i colleghi ha cominciato anche a fare battute su quanto tempo gli resti alla guida del partito, sebbene il suo mandato scada nel 2029. È stato eletto nel febbraio dello scorso anno per un incarico quadriennale dai circa 450 membri del DNC e soltanto un voto degli stessi membri potrebbe rimuoverlo. La fiducia di donatori e dirigenti si è deteriorata anche a causa del rapporto, promesso da tempo, sulle ragioni della sconfitta democratica del 2024. Alla fine dello scorso anno Martin annunciò che non lo avrebbe pubblicato. A maggio, sotto la pressione delle critiche, ne ha diffuso una bozza incompleta, accompagnata però da annotazioni durissime dello stesso comitato che ne contestavano le conclusioni.
Martin è quasi scomparso anche dalla televisione dopo un'intervista confusa, ad aprile, al podcast progressista Pod Save America, durante la quale gli era stato chiesto perché non avesse pubblicato il rapporto. Nei mesi successivi, la sua unica intervista televisiva è stata concessa a un telegiornale locale di Erie, in Pennsylvania.
Durante una riunione con tutto il personale, tenuta a maggio pochi giorni dopo la diffusione della bozza, Martin ha riconosciuto la difficoltà del momento e rimproverato lo staff per le indiscrezioni apparse sui giornali. "Mi fa infuriare quando vedo fughe di notizie da questo palazzo", ha detto, aggiungendo: "Basta". Ha raccontato di vedere "molti volti abbattuti" e "persone con la testa bassa". "Il mio successo è il vostro successo", ha affermato in un altro passaggio. "Quindi, più sono debole io, più siete deboli tutti voi". Da allora non ha più parlato all'intero staff.
Questa settimana Martin ha pubblicato un saggio di oltre 3.000 parole per difendere la gestione finanziaria del DNC. Scritto personalmente e tenuto riservato fino all'ultimo, il testo è apparso contemporaneamente sul sito del partito e sul suo Substack personale, dove utilizza il nome @kenmartin287890, poco dopo le 22 di lunedì, le 4 del mattino in Italia. "Dobbiamo misurare il successo dal potere costruito, non semplicemente dai dollari conservati", ha scritto. "Ken ha bisogno di aiuto, A-I-U-T-O", ha dichiarato al New York Times Donna Brazile, figura storica del DNC e per due volte presidente ad interim del partito. "E se lui è restio a dirlo, sono qui per aiutarlo a chiederlo. È dura. È molto difficile".
La battaglia per i fondi del partito
A metà luglio Martin ha incontrato Chuck Schumer, leader dei democratici al Senato, e Hakeem Jeffries, leader alla Camera, insieme ai loro collaboratori e ai presidenti dei due comitati elettorali del Congresso. Prima dell'incontro, un alleato di Martin aveva ricevuto rassicurazioni sul fatto che i due leader non ne avrebbero chiesto le dimissioni.
Al centro della riunione c'era la creazione di un grande conto comune per la raccolta fondi tra il DNC, i comitati elettorali per Camera e Senato e i Partiti Democratici dei singoli Stati. Nella proposta di Martin, gran parte del denaro sarebbe transitata inizialmente dal DNC e soltanto in seguito sarebbe stata distribuita alle organizzazioni elettorali del Congresso. Alcuni partecipanti hanno interpretato il progetto come un tentativo di gonfiare i dati della raccolta fondi del DNC e di attribuirgli trasferimenti che Martin non sarebbe altrimenti in grado di finanziare. La riunione si è conclusa senza un accordo.
La disponibilità finanziaria dei partiti è diventata ancora più importante dopo una recente sentenza della Corte Suprema che ha eliminato i limiti al coordinamento tra le organizzazioni nazionali e le campagne dei singoli candidati. Le tensioni interne erano emerse già a maggio, quando Martin aveva cercato con urgenza Chris Korge, responsabile finanziario del partito. Korge stava discutendo con altri dirigenti la possibilità di convocare una riunione d'emergenza sui conti e Martin aveva temuto che stesse preparando una manovra per rimuoverlo. I due si sono parlati nella tarda serata di un martedì.
"È iniziata in modo estremamente acceso", ha raccontato Korge al New York Times. "Lui è arrivato a quella telefonata pensando che volessi fare qualcosa per rimuoverlo. Era la cosa più lontana dalla verità". Korge descrive oggi lo scontro come "una lite di famiglia", conclusa amichevolmente. La riunione dei vertici da lui sollecitata si è poi tenuta a Pittsburgh in giugno. In quell'occasione, come aveva già rivelato Axios, ai partecipanti sono stati presentati per la prima volta accordi di riservatezza.
Prima di assumere la presidenza nazionale all'inizio del 2025, Martin aveva guidato per 14 anni i democratici del Minnesota, che durante la sua gestione non avevano mai perso un'elezione statale. All'interno del DNC dirigeva il gruppo dei presidenti dei partiti statali: proprio le alleanze costruite in quel ruolo gli hanno permesso di ottenere la guida del DNC nonostante l'opposizione di Schumer e Jeffries.
Martin crede fermamente nella necessità di trasferire denaro e potere agli Stati. Ha aumentato i versamenti mensili alle organizzazioni locali, soprattutto negli Stati a maggioranza repubblicana. Lo scorso anno ha inviato 100.000 dollari aggiuntivi ai democratici del Mississippi prima di un'elezione suppletiva che ha spezzato la maggioranza repubblicana dei due terzi nel parlamento statale.
Questa politica ha però suscitato malumori, soprattutto per i fondi destinati ai territori americani. Dall'inizio dello scorso anno, il DNC e un comitato di raccolta collegato hanno speso circa 840.000 dollari per Guam, Porto Rico, Isole Marianne Settentrionali, Isole Vergini e Samoa Americane, molto più che in passato. Nessuno di questi territori avrà però un peso diretto nella battaglia per il controllo del Congresso.
La voce di spesa più consistente della gestione Martin è stata tuttavia l'acquisto, per 7,3 milioni di dollari, di ciò che restava della lista di contatti della campagna presidenziale di Kamala Harris del 2024. Il comitato politico dell'ex vicepresidente ha utilizzato il denaro per saldare altri debiti. Harris aveva raccolto cifre record, ma la sua sconfitta aveva allontanato molti grandi donatori e lasciato milioni di dollari di passività, che il DNC ha impiegato buona parte dello scorso anno a ripianare con l'aiuto della stessa Harris.
Martin e i suoi alleati sostengono che la raccolta fondi sia comunque più solida rispetto al 2018, l'ultima volta in cui il partito si trovava all'opposizione. Dentro e fuori il comitato, però, cresce una domanda: dove sono finiti i soldi? Il DNC non deve soltanto aiutare i democratici a riconquistare il Congresso a novembre, ma anche accompagnare il partito verso le presidenziali del 2028, gestendo il nuovo calendario delle primarie, i dibattiti e la convention nazionale.
La popolarità di Trump torna di nuovo giù verso i minimi del mandato (26 luglio)
Come ogni domenica, facciamo un resoconto sulla approvazione del presidente Trump, con i cambiamenti occorsi negli ultimi sette giorni.
Questa settimana si registra un nuovo crollo della popolarità di Trump, con tutte le medie analizzate che vanno in una direzione concorde e segnalano una diminuzione netta di 1/2 punti percentuali.
Dopo un periodo più tranquillo che lasciava intravedere qualche segnale positivo, i numeri tornano a precipitare all’improvviso e toccano i livelli minimi di qualche mese fa, con il net rating che si riavvicina al -20.
Questa settimana è stato pubblicato uno dei sondaggi peggiori di sempre per Trump, da parte di American Research Group, con un tasso di approvazione che tocca il 30%.
La situazione per il tycoon continua ad essere negativa, ma rimane migliore rispetto a Joe Biden nella media nello stesso punto del mandato: circa 5 punti in più.
Il tasso di approvazione scende nuovamente al di sotto del 40% nelle medie analizzate, con la disapprovazione che torna invece a salire verso il 60%.
Questi numeri sono fino a otto-dieci punti inferiori rispetto a prima della guerra in Iran e, sul lungo periodo, non si intravedono spiragli positivi: molto dipenderà dagli sviluppi del negoziato con l'Iran, ormai vicino al fallimento, che potrebbe ripercuotersi negativamente sul quadro generale.
Ad ogni modo, il dato è superiore rispetto alla catastrofica media di Joe Biden nel luglio 2022; questo significa che l’approvazione di Trump non è la peggiore di sempre dopo diciotto mesi di presidenza. È di circa dieci punti, invece, la distanza con il suo primo mandato.
Il net rating (la differenza tra tasso di approvazione e tasso di disapprovazione) rimane saldamente in territorio negativo sia per la media di RealClearPolitics (RCP), sia per quella del Silver Bulletin, sia per la nostra di Focus America.
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Questa settimana le medie registrano trend identici, con Focus America e il sito di Silver che restano complessivamente circa 2-3 punti più bassi rispetto a RCP.
Come già accennato, dopo diciotto mesi alla Casa Bianca, il gradimento di questo secondo mandato si colloca al di sotto rispetto ai primi diciotto mesi del suo primo mandato, ma al di sopra di quello di Biden.
Sondaggi
L’approvazione di Trump e degli altri presidenti
Approvazione netta (approva − disapprova), per giorni dall’insediamento
Presidente
Trump II
Grafici Recap numerico
Facendo un paragone con il passato, grazie ai dati di Focus America, si nota come il dato di apprezzamento di Trump dopo 551 giorni di presidenza (-19,4 secondo la nostra media) sia il più basso tra tutti i presidenti USA dal secondo dopoguerra in avanti nello stesso periodo, ad eccezione appunto di Biden, che con il suo -23,7 attraversava un periodo di grande sofferenza
Risulta indietro, come detto, rispetto al suo primo mandato, in cui era il doppio più popolare, a -9,6.
Sul nostro sito trovate i grafici con il confronto con tutti i primi mandati degli altri presidenti, con una frequenza di aggiornamento pari a 8 volte al giorno.
Il tasso di approvazione di Trump oscilla tra il 39% e il 41%, mentre il tasso di disapprovazione si aggira intorno al 57%-58%.
Nelle prossime settimane monitoreremo l’evoluzione di questa situazione, per cogliere se ci saranno miglioramenti o ulteriori ripercussioni sui numeri con gli sviluppi dei negoziati di pace con Teheran.
Di seguito pubblichiamo una infografica con una selezione delle rilevazioni dei migliori istituti rilasciate nel corso dell'ultima settimana. Per ogni casa sondaggistica sono presenti due numeri percentuali: il primo è il tasso di approvazione, il secondo quello di disapprovazione.
Ricordiamo che, stante la chiusura del sito FiveThirtyEight, abbiamo deciso di utilizzare i numeri del Silver Bulletin, il nuovo sito di Nate Silver, fondatore di 538.
Sondaggi
Gli ultimi sondaggi sulla popolarità di Trump
9 rilevazioni di 9 istituti — 26 luglio 2026
Sondaggi Metodo
Ordina per:Data fineNet Approval
Legenda campioni
LV
Likely Voters · 1 sondaggio
Elettori probabili — campione più ristretto e affidabile
RV
Registered Voters · 5 sondaggi
Elettori registrati al voto
A
Adults · 3 sondaggi
Tutti gli adulti americani — campione più ampio
Affidabilità
LVRVA
Elaborazione di Focus America su dati dei sondaggi pubblici · Ultimo aggiornamento: 26 luglio 2026
Il sito Silver Bulletin (che fa una propria media aggiustata di tutti i sondaggi, dandone un peso maggiore o minore in base al bias storico e al rating delle firme che li svolgono) segna una media generale di 39% (-0,6) - 57,9% (+0,7). In totale un net approval arrotondato di -18,9 (-1,3).
Il sito RealClearPolitics, invece, che fa una selezione solo di alcuni sondaggi in base all'affidabilità di chi li esegue, segnala una media totale migliore: 41,1% (-) - 57,2% (+1,6). In totale un net rating di -16,1 (-1,6).
La media calcolata da noi di Focus America, invece, è di 38,8% (-1) - 58,2% (+0,9), con un net rating complessivo di -19,4 (-1,9). La metodologia utilizzata è specificata direttamente nella pagina del nostro sito dedicata ai sondaggi sulla popolarità di Trump.
Tracker
L’approvazione di Trump: tre medie a confronto
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TelH90
in reply to netzpolitik.org • • •spinnerter 🇺🇦Fetter Tanzbär🇺🇦
in reply to netzpolitik.org • • •Das stinkt zu stark nach Instrumentalisierung eines Vorfalls um Muslimhetze und Ausländerfeindlichkeit auf die subtile Salonfähig zu machen.
#niemehrcducsu
#merzkanneseinfachnicht
#FriedrichMerzistnichtmeinKanzler
Bernd Paysan R.I.P Natenom 🕯️
in reply to netzpolitik.org • • •grob (teeth era) 🇺🇦🏳️🌈🏳️⚧️
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in reply to netzpolitik.org • • •lothenon
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in reply to netzpolitik.org • • •"Wir brauchen keine weiteren Grundrechtseingriffe. Was es jetzt braucht, ist die Förderung von Beratungs‑, Unterstützungs- und Aufklärungsprogrammen, Treff- und Kultureinrichtungen – und vor allen Dingen Selbstbestimmung."
@netzpolitik_feed
#berlin #csd #queer
Michael S.
in reply to netzpolitik.org • • •Bei aller berechtigter Kritik an der angeprangerten Heuchelei der führenden Politiker:
Politiker, allen voran Herr Dobrint und Frau Klöckner, welche bislang jede Regenbogenfahne als Indiz für den Untergang des Abendlandes gehalten haben, haben jetzt öffentlich ausgesprochen, dass der CSD und die zugehörige queere Kultur integraler Bestandteil unserer Gesellschaft und unseres Freiheitsverständnisses ist.
Auch wenn es vielleicht nicht ehrlich gemeint war: Es wirkt.