Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Una guida introduttiva alla pubblicazione in #openacces dell'Università di Pavia:zenodo.org/records/21700587
in reply to Nemo_bis 🌈

@nemobis@mamot.fr Con gli editori che fanno firmare contratti capestro no: era il caso di cui parlavo prima. L'editore "autorizza" il preprint (non può fare a meno, visto che l'autore non ha ancora firmato nulla) ma una volta accettato il manoscritto pretende che l'autore si impegni per contratto a non correggere il preprint a meno che non paghi gli APC, come se avesse pubblicato ad accesso aperto sulla rivista (che esce ad accesso chiuso, salvo esoso riscatto). Una mia collega ha rifiutato di pubblicare una recensione, che è rimasta in rete in forma di preprint, dopo aver letto il contratto. L'editore non le è venuto incontro neppure per un testo di poco meno di due pagine. In Italia lo può fare.
Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

"For many U.S. scientists funded by the National Science Foundation (#NSF), the agency they know and loved died on 10 September. That’s the date NSF issued a 10-page memo signaling a retreat from its traditional role of giving grants to individual researchers to pursue their best ideas and to train the next generation of scientists. Instead, the memo makes clear, NSF will devote the bulk of its resources to addressing the research priorities of President Donald #Trump and his administration, many of them technology focused."
science.org/content/article/ns…

"NSF’s budget, adjusted for inflation, is essentially the same as it was 20 years ago, and Trump wants to cut it by half next year."

#DefendResearch #Funding #Trump #TrumpVResearch #USPol #USPolitics

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Scholars At Risk (@scholarsatrisk) just released its 2026 report, documenting "382 attacks on scholars, students, and institutions in 59 countries and territories from July 1, 2025, to June 30, 2026."
scholarsatrisk.org/resources/f…

"Attacks on the higher education community included direct repression and overt violence. State authorities attacked, disappeared, and wrongfully imprisoned members of the higher education community. They also deployed police and/or military force to crack down on student protests."

"Governments in Georgia, India, Serbia, and the United States have banned research topics, cut funding on ideological grounds, and placed partisan actors on university governance bodies. While often justified in neutral terms—such as fiscal discipline, public accountability, or anti-discrimination—these interventions are often used to impose ideological control."

#Academia #AcademicFreedom #Censorship #Universities

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

L'Unione Europea apre al Canada: può diventare il suo primo Paese membro associato


Ursula von der Leyen ha invitato Mark Carney a lavorare per fare del Canada il primo Paese membro associato dell'Unione. Un gesto per ora simbolico, nato dal peggioramento dei rapporti di entrambi con gli Stati Uniti di Trump.

La presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha proposto di lavorare affinché il Canada diventi il primo Paese "membro associato" dell'Unione Europea, una formula inedita pensata per segnare un ulteriore avvicinamento tra Ottawa e i 27 Paesi del blocco, proprio mentre i rapporti di entrambi con gli Stati Uniti attraversano una fase di forte tensione. "Vorrei lavorare con lei per aprire la porta al Canada come primo Paese membro associato dell'Unione Europea", ha detto mercoledì von der Leyen al primo ministro canadese Mark Carney, presente nell'aula del Parlamento Europeo a Strasburgo durante il discorso sullo stato dell'Unione. La proposta è stata accolta da una standing ovation dell'aula.

Von der Leyen non ha spiegato nel dettaglio che cosa comporterebbe questo status, che non è previsto dai trattati europei, né è ancora chiaro come modificherebbe una relazione già molto stretta sul piano commerciale, tecnologico e della sicurezza. La presidente della Commissione ha però indicato tra i settori prioritari la manifattura avanzata, la tecnologia, l'integrazione delle industrie della difesa, l'Artico, l'energia, i minerali critici, l'intelligenza artificiale e il quantum computing. "Dobbiamo ripensare con urgenza le nostre partnership", ha detto, precisando che l'iniziativa "non è una partnership contro qualcun altro, ma per la nostra forza comune".

Ottawa mantiene per ora un atteggiamento prudente: Jonathan Wilkinson, designato come prossimo ambasciatore canadese presso l'UE, ha spiegato che le due parti stanno ancora discutendo come definire la loro nuova relazione. Il leader conservatore Pierre Poilievre ha invece sollevato obiezioni sul possibile impatto sulla sovranità canadese. Le due parti dovrebbero definire più concretamente il progetto al vertice UE-Canada che si terrà dal 29 al 30 ottobre a Montréal.

Canada e Unione Europea
Il Canada guarda all’Europa: Bruxelles propone di farne il primo membro associato dell’Unione

Nel discorso sullo stato dell’Unione, Ursula von der Leyen ha proposto al Canada uno status che i trattati non prevedono. Sullo sfondo ci sono la guerra dei dazi con Trump e un accordo di libero scambio che dieci Stati membri non hanno ancora ratificato.
Grafica di FocusAmerica16 settembre 2026

01La propostaProposta02La dipendenzaDazi03Il nodo CETACETA04I canadesiSondaggio

OttawaMark Carney
StrasburgoUrsula von der Leyen
Stati Uniti564,6 mld di $ can.
Unione Europea42,8 mld di $ can.
ItaliaRatifica non completata
49% favorevoliall’ingresso nell’UE

16 settembre 2026 · Parlamento europeo
Da Ottawa a Strasburgo, un’alleanza che vuole andare oltre il libero scambio

«Vorrei lavorare con lei per aprire la porta al Canada come primo Paese membro associato dell’Unione Europea»
Ursula von der Leyen, rivolgendosi a Mark Carney. La proposta ha ricevuto una standing ovation.

I settori indicati da von der Leyen
Manifattura avanzataTecnologiaIndustria della difesaArticoEnergiaMinerali criticiIntelligenza artificialeCalcolo quantistico
Il nodo giuridico. Lo status di membro associato non esiste nei trattati: per crearlo servirebbe il consenso unanime dei 27 Stati membri.

La dipendenza dagli Stati Uniti
Oltre il 70% delle merci che il Canada esporta finisce negli Stati Uniti

2024
75,9%

2025
71,7%

quota delle esportazioni di beni diretta negli Stati Uniti

−4,2 punti: il livello più basso dai primi anni Ottanta

Esportazioni di beni nel 2025, in miliardi di dollari canadesi

Stati Uniti

564,6

Unione Europea

42,8

Verso gli Stati Uniti va un valore oltre 13 volte superiore a quello diretto nell’Unione Europea. Sulla mappa, lo spessore delle frecce è proporzionale al valore.

50%

21 agosto 2026
Washington impone dazi del 50% su circa 28 miliardi di dollari canadesi di merci. Carney sospende i negoziati e annuncia contromisure «dollaro per dollaro».

Il precedente del CETA
Dieci Stati membri, Italia compresa, non hanno ancora ratificato l’accordo con il Canada

17 su 27
Stati membri che hanno completato la ratifica nazionale

99%
linee tariffarie azzerate a regime, il 98% già nel 2017

Ratifica completataRatifica non completata
I dieci Paesi che non hanno ratificato
ItaliaFranciaBelgioPoloniaGreciaUngheriaIrlandaBulgariaCiproSlovenia
Seleziona uno dei dieci Paesi, oppure un altro Stato membro sulla mappa.
Perché conta. Dal 21 settembre 2017 l’accordo si applica in via provvisoria: senza tutte le ratifiche restano ferme le parti di competenza nazionale, come la tutela degli investimenti.

L’opinione pubblica canadese
Quasi un canadese su due vorrebbe che il Paese entrasse nell’Unione Europea
Favorevoli e contrari all’adesione del Canada all’UE, in percentuale

49%Favorevoli
30%Contrari
21%Indecisi

50%

Favorevoli all’adesione nel tempo

46%

2025

48%

Feb. 2026

49%

Set. 2026

80%
vuole rafforzare la cooperazione strategica con l’UE su politica estera, difesa ed economia
+6 punti rispetto a febbraio

Nessuna adesione in vista. Carney esclude l’ingresso nell’Unione e parla di un’«alleanza unica» con Bruxelles.

Le tappe
Dal libero scambio all’alleanza: nove anni tra Ottawa e Bruxelles

21 settembre 2017
Il CETA entra in applicazione provvisoria: Canada e UE azzerano il 98% delle linee tariffarie.

Gennaio 2026
A Davos Carney invita le medie potenze ad agire insieme: «Se non siamo al tavolo, siamo nel menù».

21 agosto 2026
Washington impone dazi del 50% su circa 28 miliardi di dollari canadesi di merci. Ottawa sospende i negoziati con gli Stati Uniti.

16 settembre 2026
A Strasburgo von der Leyen propone di fare del Canada il primo Paese membro associato dell’UE.

29-30 ottobre 2026
Al vertice UE-Canada di Montréal le due parti dovrebbero dare una forma concreta al progetto.

Fonte Commissione europea (discorso sullo stato dell’Unione, 16 settembre 2026; stato delle ratifiche del CETA); Statistics Canada (quota di export verso gli USA, base bilancia dei pagamenti); Global Affairs Canada e Biblioteca del Parlamento canadese su dati Statistics Canada (valori 2025, base doganale); Ufficio del primo ministro del Canada (21 agosto 2026); Abacus Data (1.479 adulti, 4-9 settembre 2026). Mappa: Natural Earth.

Ottawa guarda all'UE dopo lo scontro con Trump


Il riavvicinamento avviene mentre Canada e Unione Europea cercano di ridurre alcune rispettive dipendenze strategiche dagli Stati Uniti e di rafforzare i rapporti tra le cosiddette medie potenze. Le relazioni tra Ottawa e Washington si sono deteriorate soprattutto sulla questione del commercio. Il 21 agosto Carney ha sospeso i negoziati commerciali con gli Stati Uniti dopo che Washington aveva deciso di imporre dazi del 50% su circa 28 miliardi di dollari canadesi di merci. Il governo canadese ha annunciato in risposta contromisure equivalenti, "dollaro per dollaro".

Per Carney l'avvicinamento a Bruxelles è diventato una priorità anche per la forte dipendenza commerciale del Canada dagli Stati Uniti: nel 2025 il 71,7% delle esportazioni canadesi di beni era diretto verso il mercato americano. Da allora il conflitto commerciale non ha fatto altro che inasprirsi. Le ripetute dichiarazioni di Trump sull'ipotesi di trasformare il Canada nel 51° Stato americano hanno inoltre alimentato una forte reazione politica e identitaria nel Paese.

Secondo un nuovo sondaggio Abacus Data condotto tra il 4 e il 9 settembre, circa quattro canadesi su cinque sostengono una maggiore integrazione strategica con l'Unione Europea, mentre il 49% sarebbe addirittura favorevole all'ingresso del Canada nell'UE, il 30% contrario e il 21% indeciso. L'ipotesi di un'adesione vera e propria non è comunque sul tavolo: Carney ha parlato di una "alleanza unica" con Bruxelles, non della piena appartenenza all'Unione. Il tema aveva già suscitato interesse nei mesi scorsi, quando circa la metà dei canadesi si era detta favorevole a esplorare questa possibilità.

A gennaio, al World Economic Forum di Davos, Carney aveva sostenuto che l'ordine internazionale stesse vivendo "una rottura, non una transizione" e aveva invitato le medie potenze ad agire insieme: "Se non siamo al tavolo, siamo nel menù". Ottawa e Bruxelles dispongono già di un accordo di libero scambio, il CETA, applicato in via provvisoria dal settembre 2017. Dieci dei 27 Stati membri non hanno però ancora completato la procedura nazionale di ratifica. Alla sua entrata in applicazione provvisoria il 98% delle linee tariffarie era stato abolito e dal 2024 la quota è salita al 99%.

Carney definisce spesso il Canada "il più europeo dei Paesi non europei" e da anni a Bruxelles si scherza sull'ipotesi che possa entrare nell'Unione, se non fosse per la geografia. Nel 2027 il Canada debutterà inoltre all'Eurovision Song Contest, dopo che CBC/Radio-Canada è diventata membro a pieno titolo dell'unione europea di radiodiffusione. L'eurodeputata tedesca Terry Reintke, copresidente del gruppo dei Verdi al Parlamento europeo, ha colto l'occasione per scherzare: "Si comincia già. La scena è pronta".

Sicurezza europea e ostacoli politici


Nello stesso discorso von der Leyen ha proposto un Protocollo Europeo di Emergenza per la Sicurezza, presentandolo come una sorta di "Articolo 4 europeo", sul modello della disposizione del Trattato del Nord Atlantico che prevede consultazioni tra i Paesi alleati quando uno di loro ritiene minacciate la propria integrità territoriale, indipendenza politica o sicurezza. Il nuovo meccanismo sarebbe destinato soprattutto a incidenti e minacce ibride al di sotto della soglia di un'aggressione armata, come sabotaggi, attacchi informatici o incursioni di droni, e consentirebbe agli Stati membri di coordinare rapidamente una risposta comune.

Von der Leyen ha inoltre proposto la creazione di un Consiglio Europeo di Sicurezza, che riunirebbe i Paesi dell'UE e potrebbe coinvolgere partner esterni come Regno Unito, Norvegia, Ucraina e Canada. L'obiettivo sarebbe rafforzare il coordinamento politico sulle principali minacce alla sicurezza del continente.

La proposta sul Canada, se prenderà forma, dovrà però superare ostacoli politici e giuridici rilevanti. Lo status di Paese "membro associato" non esiste nell'attuale architettura dei trattati e un accordo di questa portata richiederebbe il consenso unanime dei 27 Stati membri. Alcune capitali europee hanno inoltre espresso cautela sull'ipotesi di concedere a Ottawa vantaggi troppo vicini a quelli dell'adesione piena senza i relativi obblighi, anche per evitare di creare tensioni con i Paesi veramente candidati all'ingresso nell'Unione.


Trump apre un nuovo fronte commerciale contro il Canada


Gli Stati Uniti vieteranno dal 29 settembre l'importazione dal Canada della maggior parte delle bevande alcoliche, di alcuni prodotti lattiero-caseari, di motociclette e ciclomotori e di diversi tipi di melassa. La Casa Bianca lo ha annunciato martedì sera con tre distinti ordini esecutivi, che prevedono anche un dazio del 50% su un'altra serie di merci, dai materassi ai motoscafi fino ai golf cart, a partire dal 15 settembre.

Tra i prodotti colpiti dal divieto figurano birra in lattina e in bottiglia, whisky di segale, numerosi vini, concentrati di siero di latte e motociclette con cilindrata superiore a 800 centimetri cubici. Negli atti Trump giustifica le misure con quella che definisce una discriminazione canadese ai danni dei prodotti caseari, dei veicoli e degli alcolici statunitensi.

Le nuove restrizioni sono state annunciate nello stesso giorno in cui sono entrati in vigore i contro-dazi canadesi su 20 miliardi di dollari di merci americane, circa il 6% dei 333,6 miliardi esportati dagli Stati Uniti in Canada lo scorso anno. Le aliquote, comprese tra il 15% e il 50%, colpiscono centinaia di prodotti, tra cui acciaio, alluminio, formaggi, elettrodomestici, abbigliamento, cosmetici e macchinari agricoli. Ottawa aveva deciso la ritorsione dopo che Washington, il 22 agosto, aveva imposto dazi del 50% su circa il 5% delle importazioni canadesi.

Trump ha esteso lo scontro anche agli appalti pubblici, incaricando la General Services Administration, l'agenzia federale che gestisce gli acquisti del governo, di dichiarare i prodotti canadesi non ammissibili ai grandi contratti di lungo periodo finché Ottawa non garantirà "piena e leale reciprocità" alle merci statunitensi. Secondo il presidente, si tratta di appalti per oltre 50 miliardi di dollari l'anno.

Resta inoltre la minaccia di raddoppiare dal 25% al 50% i dazi sulle automobili canadesi dal 1° gennaio. Lunedì Trump aveva anche minacciato di ostacolare le vendite di Bombardier se il costruttore aeronautico del Quebec non trasferirà parte della produzione negli Stati Uniti. I due senatori repubblicani del Kansas hanno fatto sapere di aver portato alla Casa Bianca le proprie preoccupazioni per i circa 1.200 posti di lavoro che l'azienda sostiene nel loro Stato.

Guerra commerciale USA–Canada
Washington chiude la porta al Canada: divieto di importazione dal 29 settembre

Il giorno in cui entrano in vigore i contro-dazi canadesi su 20 miliardi di dollari di merci americane, la Casa Bianca risponde con divieti totali e nuovi dazi al 50%. In gioco c’è uno scambio da oltre 700 miliardi di dollari l’anno.
Grafica di FocusAmerica 10 settembre 2026

La bilancia dell’escalation
Pari in dollari, non in peso
Le merci colpite dai dazi reciproci valgono quasi lo stesso. Misurate sulla dipendenza commerciale di ciascun Paese, il piatto pende da una parte sola.
Colpo su colpo Il peso reale

Stati Uniti
20mld $

Canada
circa19mld $

di merci americane colpite dai contro-dazi canadesi
di merci canadesi colpite dai dazi USA al 50%

Ottawa ha risposto dollaro per dollaro: 20 miliardi contro circa 19. Sulla carta, il conflitto è in equilibrio.

Il calendario
Tre settimane di colpi e risposte, e altri in arrivo

Le misure americane
Che cosa colpisce Washington
Divieto dal 29 settembreDivieto 29/9 Dazio 50% dal 15 settembreDazio 50% 15/9 Appalti e autoAppalti e auto

Stopingresso vietato
Non un dazio ma un divieto totale: dal 29 settembre queste merci canadesi non potranno più entrare negli Stati Uniti. La base legale è la Sezione 338 del Tariff Act del 1930, che consente di escludere i prodotti di Paesi accusati di discriminare il commercio americano.

Il divieto sostituisce i dazi al 50% già in vigore su questi prodotti. Motivazione ufficiale: discriminazione canadese ai danni di alcolici, latticini e veicoli statunitensi.

50per cento di dazio
Dal 15 settembre la lista dei prodotti canadesi tassati al 50% si allunga di un’altra serie di merci, mentre due voci escono dall’elenco.

Escono dalla lista il salgemma e il cemento: la Casa Bianca parla di misura per alleggerire il peso sui produttori americani.

50miliardi di dollari l’anno
È il valore degli appalti federali da cui Trump vuole escludere i prodotti canadesi, secondo le sue stesse cifre. L’incarico va alla General Services Administration, l’agenzia che gestisce gli acquisti del governo, finché Ottawa non garantirà «piena e leale reciprocità».

Prossima mossa annunciata: dal 1° gennaio i dazi sulle automobili canadesi potrebbero raddoppiare dal 25% al 50%.

La risposta di Ottawa
Carney non arretra e cerca sponde in Europa

I contro-dazi colpiscono centinaia di prodotti americani: acciaio, alluminio, formaggi, elettrodomestici, abbigliamento, cosmetici e macchinari agricoli.

Il punto
Nessuno dei due governi vuole sembrare ansioso di tornare al tavolo. Con un consenso interno sopra il 70%, Carney può permettersi di aspettare; Trump alza il prezzo dell’attesa con divieti che, a differenza dei dazi, chiudono del tutto il mercato.


Attiva JavaScript per vedere grafici e calendario. In sintesi: dal 29 settembre gli Stati Uniti vietano l’importazione dal Canada di alcolici, siero di latte, melasse e moto oltre 800 cc; dal 15 settembre nuovi dazi al 50% su materassi, motoscafi e golf cart; contro-dazi canadesi dal 15% al 50% su 20 miliardi di dollari di merci USA in vigore dall’8 settembre; pacchetto di sostegno di Ottawa da 7,5 miliardi di dollari canadesi.

Fonte Casa Bianca, proclami dell’8 settembre 2026; USTR e BEA, scambi di beni 2025 (export USA totale 2.197,5 miliardi di dollari, di cui 333,6 verso il Canada); Global Affairs Canada, quota USA sull’export canadese 2025; Governo del Canada; Reuters. Contro-dazi canadesi: 27,6 miliardi di dollari canadesi, pari a circa 20 miliardi di dollari USA. Pacchetto di sostegno: 7,5 miliardi di dollari canadesi, circa 5,4 miliardi USA.

Carney: "Il Canada deve cambiare direzione"


Il primo ministro Mark Carney non ha fatto marcia indietro. In un videomessaggio ha sostenuto che il Canada dispone di tutto ciò che serve per cambiare direzione e prosperare, riconoscendo che questa trasformazione avrà un costo, ma inferiore a quello dell'immobilismo. Ha inoltre difeso i contro-dazi come uno strumento necessario per proteggere lavoratori, imprese e comunità canadesi.

Secondo Carney, le richieste avanzate dagli Stati Uniti durante i negoziati falliti il 21 agosto avrebbero reso il Canada ancora più dipendente da Washington, anziché costruire una vera collaborazione economica tra i due Paesi. Il primo ministro ha affermato che le condizioni poste dagli americani comprendevano anche limiti alle tutele della lingua francese e della cultura del Quebec, un'influenza sui futuri accordi commerciali di Ottawa e misure che avrebbero indebolito i settori dell'auto, dell'acciaio e del legname.

La sfida per Ottawa resta enorme. Oltre il 70% delle esportazioni canadesi è diretto negli Stati Uniti e quasi il 60% delle importazioni proviene dal mercato americano. Carney sostiene tuttavia che le vendite verso gli altri Paesi stiano crescendo rapidamente e possano raddoppiare nel prossimo decennio. Il governo ha inoltre varato un pacchetto di sostegno a imprese e lavoratori da 7,5 miliardi di dollari canadesi, pari a circa 5,4 miliardi di dollari statunitensi.

Ottawa guarda all'Europa mentre i negoziati restano fermi


Il Canada sta intanto valutando un rapporto più stretto con l'Unione Europea, che potrebbe spingersi poco al di sotto dell'adesione. Tra le ipotesi allo studio figurano un ampliamento degli accordi esistenti, un nuovo trattato o altre forme di cooperazione. Il governo ha già avviato consultazioni con province, territori e sindacati, ma non ha ancora scelto un modello.

Carney sarà a Strasburgo il 16 settembre per assistere al discorso sullo stato dell'Unione della presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen e il giorno successivo interverrà al Parlamento Europeo.

Il Ministro canadese responsabile del Commercio con gli Stati Uniti, Dominic LeBlanc, ha detto che il governo sta valutando le nuove misure e resta in contatto con il Rappresentante del Commercio degli Stati Uniti Jamieson Greer. Un alto funzionario dell'Amministrazione Trump ha definito "costruttive" le conversazioni tra le due parti e ha riferito che sono previsti nuovi contatti nei prossimi giorni.

Secondo Wendy Cutler, ex funzionaria del Dipartimento del Commercio statunitense, il consenso di cui gode Carney, oggi superiore al 70%, gli lascia poche ragioni per affrettare la ripresa dei negoziati. Nessuna delle due parti, ha osservato, vuole apparire troppo ansiosa di tornare al tavolo e dare così un'impressione di debolezza.


Questa voce è stata modificata (21 ore fa)

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

Vous reprendrez bien un peu de vérification d'âge ?

Hier, @EUCommission a annoncé son projet de règlement européen visant à interdire aux moins de 15 ans l'accès aux réseaux sociaux et, par voie de conséquence, à imposer un contrôle d'identité généralisé. Tout comme la loi française censurée cet été par le Conseil constitutionnel, cette proposition de texte européen est un danger pour les libertés fondamentales et l'autonomie des jeunes.

Nous appelons la Commission européenne à le retirer.

in reply to La Quadrature du Net

On ne passera pas hélas de ce sujet à la question générale des technologies ; ce qu'elles altèrent dans les différents champs et systèmes concernés (dont la santé bien sûr), jusqu'à leurs impacts anthropologiques.

Car il est bien certain qu'il y a là aussi un enjeu d'identité culturelle.

La question pourtant devrait être posée puisqu'elle concerne les plus jeunes à mains égards, dans le sens évidemment où se déplie rien moins que l'horizon de l'avenir ; dans le silence qui tisse les choix qu'il faudrait repenser, une génération passée.

Questa voce è stata modificata (8 ore fa)
Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

🧒📱 #EUKidsAct: Was sind die Pläne der EU-Kommission?

Vorgesehen ist u. a., die Nutzung sozialer Medien für Kinder unter 13 Jahren zu beschränken.

@netzpolitik_feed blickt kritisch auf die weitreichenden Alterskontrollen: netzpolitik.org/2026/eu-kids-a…

Für soziale Netzwerke, Spiele, Chatbots und weitere digitale Dienste sollen künftig Altersnachweise erforderlich werden.

Questa voce è stata modificata (21 ore fa)
Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

Il bollo auto ha avuto un arco narrativo niente male in questi nove mesi.

#GiorgiaMeloni #BolloAuto #GovernoMeloni #PoliticaItaliana #Tasse #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

Elezioni e Politica 2026 reshared this.

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

Our take on the good, the bad, and the ugly on defense in the state of the union speech of the President of the European Commission!

The first steps towards a true European Defence Union are finally getting off the ground, but we have a race to run to the finishline!

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

Across Europe, affordable housing is in crisis. Everyone deserves the right to housing. Now and forever!

Volt Europa and House Europe are uniting with civil society groups to lead a European Citizens’ Initiative (ECI) to make safe, affordable housing a recognised right for everyone in the EU.

Sign now: eci.ec.europa.eu/064/public/#/…
Learn more: volteuropa.org/news/right-to-h…

:boost_requested:

#ECI #Petition #EUPol #Housing #HousingCrisis #Europe #HumanRights #EU

in reply to Volt Europa

Non-affordable housing is just a symptom. Of a two-class economy in the making:

One group, living of work-based income, continues to be in the classic, linear economy. The other group has capital-based income, mostly much higher than any job could provide.

If the second group is large enough (which is meanwhile the case), it separates from the linear economy, creating a super-linear casino: everybody expects a quick win, stakes are getting higher, and real estate is one of the most profitable games in the house. Nobody believes rents and prices to go anywhere than up.

Result: Rents and prices are sky-rocketing, until only other players of the super-linear game can afford them. And since there are sufficiently many of them - Bang! - the game works. Sorry you linear losers, you have to move ... elsewhere. This is no longer a city, this is now a gambling den.

That is what we have to fix: Revoke the gambling permits. Close the casino. Make linear economy great again.

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Jeden Tag veröffentlichen wir eigene Recherchen, ordnen ein und analysieren. Und wir veröffentlichen Dutzende netzpolitisch relevante Meldungen in unserem Nachrichten-Ticker.

Mit unseren Newslettern seid ihr immer auf dem Laufenden.

Jetzt abonnieren:
netzpolitik.org/newsletter

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

О выборах 18-20 сентября 2026 года


18-20 сентября 2026 года состоится очередной трёхдневный так называемый единый день голосования. В этот раз избирателям предлагают поучаствовать в выборах депутатов Госдумы РФ, парламентов субъектов РФ, представительных ОМСУ, глав субъектов РФ. Лозунгом в этом году власти выбрали «Твой голос — сила России».

Пиратская партия России последовательно выступает за внедрение и развитие системы прямого, непрерывного, свободного доступа граждан к участию в решении всех общегосударственных и местных вопросов через систему электронного референдума. Однако для перехода к прямой демократии представительные органы власти всех уровней должны стать честными, открытыми и подконтрольными гражданам, их выбирающим, а процедуры, предусматривающие реализацию конституционного права каждого гражданина избирать и быть избранным, максимально упрощены.

В этом году наших наблюдателей вынудили сняться с наблюдения, но как и прежде мы намерены осуществлять наблюдение за ходом дистанционного электронного голосования на федеральном уровне. Напомним, что ДЭГ в текущем виде противоречит базовым принципам избирательного права, о чём мы в том числе рассказывали в Госдуме РФ в апреле 2025 года, а также на этой неделе в Депутатской академии.

Каждый гражданин вправе самостоятельно принимать решение о своём участии или неучастии в выборах. Мы уважаем выбор каждого, если он сделан свободно, без давления и после внимательного анализа информации о кандидатах и партиях.

В этом году избирательная кампания сопровождалась массовым снятием кандидатов и фактическим лишением их возможности реализовать гарантированное даже öбнулённой Конституцией право быть избранным, а нам — избирать. Для этого в том числе был цинично использованы претензии о нарушении так называемых «авторских прав», включая заявленные права американского государственного ведомства.

Мы призываем фиксировать все нарушения избирательного процесса, сообщать о них наблюдателям и независимым организациям, а также добиваться их публичного обнародования.

Также напоминаем, что жизнь важнее единичного проявления политической позиции хотя бы потому, что живой человек будет способен выражать политическую позицию в дальнейшем. В случае каких-либо осложнений, связанных с вашим местонахождением, здоровьем либо другими потенциально препятствующими факторами, оставайтесь дома или в любом другом безопасном для вас месте.

Сообщение О выборах 18-20 сентября 2026 года появились сначала на Пиратская партия России | PPRU.

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Il Congresso approva le sanzioni contro la Russia e nuovi poteri sui dazi per Trump


La legge, che porta il nome di Lindsey Graham, è passata alla Camera con 262 voti contro 159 e consente di imporre dazi fino al 100 per cento ai cinque maggiori acquirenti di petrolio e gas russi.

La Camera dei rappresentanti ha approvato mercoledì la legge che dà al presidente Donald Trump il potere di imporre dazi fino al 100 per cento ai cinque maggiori acquirenti di petrolio e gas russi, tra cui Cina e India. Il voto è stato di 262 a favore e 159 contrari e chiude l'iter parlamentare del provvedimento, già approvato dal Senato all'inizio di agosto con un voto largo (86 sì e 11 no). Un funzionario della Casa Bianca ha detto che il presidente intende firmarlo.

Il cuore della legge è il settore energetico russo, che finanzia l'attacco all'Ucraina. Oltre ai dazi sui maggiori acquirenti, il testo prevede sanzioni contro esponenti del governo russo, oligarchi, istituzioni finanziarie e società dell'energia. Tra i destinatari c'è anche Vladimir Putin. Per la prima volta gli Stati Uniti prendono di mira la cosiddetta flotta ombra, le centinaia di petroliere vecchie e di proprietà opaca che Mosca usa per aggirare le restrizioni sull'export di greggio: i dazi potranno essere applicati anche ai paesi che ne favoriscono di più le operazioni. Tra i cinque maggiori importatori di combustibili fossili russi la Cina da sola vale il 51 per cento delle entrate di Mosca, secondo la senatrice Jeanne Shaheen del New Hampshire, prima dei democratici nella commissione Esteri del Senato.

La legge estende fino al 2031 le sanzioni contro i settori energetico e degli armamenti dell'Iran (cinque anni in più rispetto alla scadenza attuale). È il segno della preoccupazione del Congresso per i rapporti militari sempre più stretti tra Mosca e Teheran.

Il testo porta il nome di Lindsey Graham, senatore repubblicano della South Carolina morto in luglio, che lo aveva presentato nell'aprile del 2025 insieme al democratico del Connecticut Richard Blumenthal. Per oltre un anno Trump lo ha frenato, perché preferiva decidere da solo sulla Russia invece di lasciare al Congresso il potere di legargli le mani. Graham ha fatto da tramite tra Capitol Hill e la Casa Bianca e ha ottenuto il via libera dell'Amministrazione poco prima di morire, aprendo la strada al voto del Senato. Alla Camera il percorso è rimasto complicato fino alla fine, con la Casa Bianca che ha spinto i leader repubblicani a portare la legge in aula.

Contro il provvedimento hanno votato 152 democratici, che pure sostengono le misure a favore di Kyiv. La loro obiezione riguarda i nuovi poteri sui dazi concessi a un presidente che ha già aggirato più volte il Congresso sul commercio, tanto più dopo che la Corte Suprema ha limitato alcuni dei suoi tentativi precedenti di imporre dazi senza un'autorizzazione esplicita dei parlamentari.

"Gli consegna ampi nuovi poteri sui dazi e gli permette di cancellare le stesse sanzioni che dice di imporre, sanzioni che potrebbe imporre già oggi e che ha scelto di non imporre negli ultimi 19 mesi", ha dichiarato in una nota Gregory Meeks, deputato di New York e primo dei democratici nella commissione Esteri della Camera. Secondo Meeks il Congresso dovrebbe piuttosto mandare altri aiuti militari e umanitari all'Ucraina e restringere la facoltà del presidente di sospendere le sanzioni.

I sostenitori della legge rispondono che la nuova autorità sui dazi è limitata per legge ai paesi che comprano energia russa o che aiutano ad aggirare le sanzioni e che le penalità decise finora non hanno ridotto abbastanza le entrate energetiche di Mosca. Il testo prevede un'esenzione per i paesi che dipendono dal gas russo ma stanno facendo passi concreti per ridurre quella dipendenza.

Michael McCaul, deputato repubblicano del Texas che ha presentato la misura alla Camera, ha definito i dazi "i denti di questa legge", pensati per costringere i grandi acquirenti a scegliere tra il petrolio russo e l'accesso al mercato americano. "Si possono evadere le sanzioni, cosa che i russi hanno fatto per anni, ma non si possono evadere i dazi", ha detto McCaul, riferendo un consiglio ricevuto da un esperto ucraino di sanzioni durante un recente viaggio a Kyiv. Approvare la legge prima dell'inverno, ha aggiunto, serve a mettere pressione su Putin e sui suoi alleati prima che la Russia colpisca le infrastrutture civili come la fornitura di elettricità e di acqua.

French Hill, deputato repubblicano dell'Arkansas e presidente della commissione Servizi finanziari, ha detto che la legge poteva essere scritta meglio e ha avvertito che i dazi rischiano di danneggiare i partner commerciali degli Stati Uniti, ma ha comunque invitato a votarla per mandare "un messaggio forte e chiaro al Cremlino". Steny Hoyer, deputato democratico del Maryland e uno dei negoziatori del testo, ha ricordato che Trump rivendica già un'autorità ampia sui dazi, mentre la legge indirizza la pressione economica sui paesi che sostengono la guerra russa.

Thomas Wright, esperto di politica estera della Brookings Institution, un centro studi di Washington, ha detto che proprio la nuova autorità sui dazi è il problema, perché il presidente potrebbe usarla in modo molto più esteso di quanto il Congresso intenda. "Trump ha dimostrato nel secondo mandato di amare lo strumento dei dazi, di volerlo applicare e aggiustare di continuo per esercitare pressione sugli altri paesi", ha detto Wright, che si è chiesto se "una vittoria simbolica valga il rischio che comporta dargli una nuova autorità sui dazi".

Il voto arriva mentre i combattimenti si intensificano e la Russia colpisce sempre più spesso le infrastrutture di trasporto e di energia ucraine. Domenica un drone russo ha colpito un treno passeggeri vicino al confine polacco, poco dopo il passaggio di un convoglio con a bordo l'ex primo ministro britannico Boris Johnson e altri responsabili europei. Non ci sono stati morti e non è chiaro se la stazione fosse l'obiettivo: Mosca ha sostenuto di aver preso di mira infrastrutture usate per trasportare carichi militari dall'Europa. Mercoledì un altro attacco con droni su un autobus nel sud dell'Ucraina ha ucciso almeno cinque persone. Kyiv dal canto suo continua a colpire le raffinerie russe.

La guerra è nel suo quinto anno e il negoziato resta in stallo. All'inizio del mese gli inviati americani Jared Kushner e Steve Witkoff hanno visitato Mosca e Kyiv, dopo che alla fine di agosto il direttore della Central Intelligence Agency, l'agenzia di intelligence americana, John Ratcliffe aveva passato diverse ore a Mosca per parlare con il suo omologo russo. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky era andato a Capitol Hill in luglio per incontrare decine di senatori e sostenere la legge. All'inizio di settembre il suo inviato per le sanzioni Vladyslav Vlasiuk ha visto a Washington parlamentari di entrambi i partiti.

"Al popolo ucraino: non siete soli", ha detto Blumenthal dopo il voto. Rivolgendosi a Putin ha aggiunto: "La vostra economia vacilla. Strangoleremo la vostra macchina da guerra".


La crisi del diesel arriva negli Stati Uniti


I dirigenti dell'industria petrolifera americana avvertivano da mesi che una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz avrebbe provocato una crisi dei carburanti. Ora gli stessi affermano che quella crisi è arrivata. Da oltre sei mesi le scorte commerciali di carburante si stanno assottigliando in tutto il mondo e i margini per continuare ad attingere alle riserve strategiche di greggio sono sempre più ridotti. La settimana scorsa, inoltre, gli attacchi di droni partiti dal territorio iracheno hanno fermato l'oleodotto saudita che consentiva di aggirare lo Stretto: secondo le stime degli analisti, da un mercato già teso sono così venuti meno almeno 2,5 milioni di barili al giorno.

"Tutti questi meccanismi avevano contribuito ad attenuare il rischio sui prezzi e sulle forniture", ha detto venerdì l'amministratore delegato di Chevron, Mike Wirth, durante una conferenza sull'energia dell'Università del Texas ad Austin. "Ormai però si sono in gran parte esauriti e nel sistema non abbiamo neanche lontanamente i margini che avevamo all'inizio".

Wirth ha aggiunto che è difficile prevedere l'andamento dei prezzi, ma che al momento non vede come possano scendere rapidamente: "Vorrei potervi dire che vedo qualche motivo per cui la situazione dovrebbe migliorare, ma in questo momento è difficile". Il diesel ha raggiunto il livello record di 6,23 dollari al gallone, mentre la benzina, scesa in estate sotto i 4 dollari, è risalita a 4,32 dollari. Nella settimana conclusa il 4 settembre, secondo la Energy Information Administration (EIA), l'agenzia federale di statistica sull'energia, le scorte statunitensi di distillati — la categoria che comprende il diesel — erano pari a 106,3 milioni di barili. Il dato era aumentato di 2,1 milioni di barili rispetto alla settimana precedente, ma restava nettamente inferiore ai livelli dell'anno scorso e alla media degli ultimi cinque anni.

Il prezzo del greggio americano è salito del 19% nelle ultime tre settimane, fino a circa 101 dollari al barile, mentre in Medio Oriente gli attacchi si moltiplicano. L'Iran sta prendendo di mira le petroliere che attraversano lo Stretto, anche dopo che Trump e i suoi collaboratori avevano dichiarato di aver scortato diverse navi senza che Teheran riuscisse a individuarle. Gli Houthi hanno invece colpito dallo Yemen infrastrutture e basi militari saudite. Per diversi consulenti di lungo corso del settore, senza una prospettiva di fine della guerra con l'Iran, la situazione rischia di sfuggire di mano.

Anche la Cina contribuisce a restringere l'offerta. Per mesi il primo importatore di petrolio al mondo ha coperto con le proprie scorte quasi metà dei consumi giornalieri, alleggerendo la pressione sul mercato, ma nelle ultime settimane ha ripreso ad acquistare grandi quantità di greggio dai fornitori internazionali. Sul diesel pesano inoltre i fermi delle raffinerie provocati dai conflitti in Medio Oriente e in Russia, mentre la domanda è destinata a crescere con la stagione del raccolto, quando gli agricoltori ne consumano di più per alimentare i mezzi pesanti. "Per il diesel non c'è una soluzione facile", ha detto Dan Pickering, fondatore della società finanziaria Pickering Energy Partners. Alcuni analisti riferiscono inoltre di ricevere già dagli investitori domande su quando il rincaro dei carburanti comincerà a frenare i consumi.

La crisi dei carburanti
Il diesel negli Stati Uniti non è mai costato così tanto, e le scorte si assottigliano

Nella settimana del 14 settembre il diesel è costato in media 6,285 dollari al gallone, oltre il record del 2022. Scorte, riserve e rotte alternative, che per mesi hanno attutito la chiusura dello Stretto di Hormuz, sono in gran parte venute meno.
Grafica di FocusAmerica 16 settembre 2026

Il diesel ha superato il record del 2022 e continua a salire
Prezzo medio settimanale alla pompa negli Stati Uniti, tasse incluse. Un gallone equivale a 3,79 litri.

Prezzo medio negli Stati Uniti Settimana del 14 settembre 2026

Diesel Record
$6,285
al gallone, 1,66 $ al litrorecord 2022: 5,81
Diesel: 6,285 dollari al gallone

Benzina sotto il record
$4,319
al gallone, 1,14 $ al litrorecord 2022: 5,01
Benzina: 4,319 dollari al gallone

Dollari al gallone, 2026

Tocca o trascina sul grafico per scorrere le settimane del 2026 Rivedi

+61%il diesel dal 2 marzo
+43%la benzina dal 2 marzo
103 $il greggio americano al barile

Le scorte di diesel restano molto sotto i livelli normali
Scorte di distillati negli Stati Uniti (diesel e gasolio da riscaldamento), in milioni di barili. Il serbatoio è in scala: il fondo corrisponde a zero.

106,3milioni di barili al 4 settembre
−13%rispetto alla media degli ultimi cinque anni
−14,4milioni di barili rispetto a un anno fa

Le difese che avevano attutito la crisi sono venute meno
Per mesi scorte, riserve e rotte alternative hanno contenuto prezzi e carenze. Secondo i dirigenti del settore, oggi questi margini sono in gran parte esauriti.

Scorte commerciali di carburanteSi assottigliano in tutto il mondo da oltre sei mesi.
in calo

Riserve strategiche di greggioResta sempre meno spazio per nuovi prelievi.
margini ridotti

Oleodotto saudita Est-OvestLa via per aggirare Hormuz è ferma dopo gli attacchi di droni partiti dall'Iraq: secondo gli analisti, sul mercato mancano almeno 2,5 milioni di barili al giorno.
fermo

Scorte della CinaDopo mesi passati ad attingere alle riserve, Pechino è tornata a comprare grandi quantità di greggio.
acquisti ripresi

Raffinerie americaneLavorano già al 97,8% della capacità: per produrre di più resta pochissimo margine.
97,8%

«Nel sistema non abbiamo neanche lontanamente i margini che avevamo all'inizio» Mike Wirth, amministratore delegato di Chevron, 11 settembre 2026

FonteEIA: prezzi settimanali di diesel e benzina al 14 settembre 2026; scorte di distillati e utilizzo delle raffinerie nella settimana al 4 settembre; Short-Term Energy Outlook di settembre. Trading Economics per il greggio WTI (15 settembre, massimo da maggio).
NoteMedia 2021-2025 ricavata dal dato EIA (scorte il 13% sotto la media). Record precedenti: diesel 5,81 dollari (20 giugno 2022), benzina 5,01 dollari (13 giugno 2022). Prezzi nominali.

La Casa Bianca parla di una crisi temporanea


L'Amministrazione di Donald Trump ha promesso più volte agli americani che i prezzi alla pompa sarebbero scesi e che i flussi energetici dal Medio Oriente sarebbero tornati ad aumentare. Lunedì a Houston, durante la riunione dei Ministri dell'Energia del G20, il Segretario agli Interni Doug Burgum ha sostenuto che "i prezzi erano così alti anche con l'Amministrazione precedente" e che gli americani li avrebbero pagati per sempre perché l'ex presidente Joe Biden portava avanti "una politica di sottrazione energetica chiudendo le raffinerie". Ai giornalisti ha chiesto di sottolineare che si tratta di "un'interruzione temporanea".

Burgum ha anche escluso che la Casa Bianca stia valutando seriamente un blocco temporaneo delle esportazioni di prodotti raffinati, come il diesel, sostenendo che una misura del genere non farebbe necessariamente scendere i prezzi: "Faremo qualsiasi cosa aiuti i prezzi in patria, ma lo faremo con intelligenza, senza pensare che se smettiamo di esportare i prezzi scenderanno per magia". Le leve su cui punta la Casa Bianca sono quindi soprattutto due: aumentare la produzione petrolifera in Venezuela, attraverso accordi destinati a rilanciare l'estrazione nel Paese, e ampliare la capacità di raffinazione degli Stati Uniti, tema di cui i funzionari governativi americani hanno discusso all'inizio di settembre con i vertici delle raffinerie.

La Casa Bianca sta valutando come utilizzare anche il Defense Production Act, la legge che attribuisce al governo ampi poteri di intervento sull'industria in situazioni considerate rilevanti per la sicurezza nazionale, per aumentare la capacità di raffinazione. Le raffinerie americane, tuttavia, lavorano già a un tasso di utilizzo vicino al 98%. Il ricorso alla legge per il settore petrolifero era già stato autorizzato in linea generale da una determinazione presidenziale di aprile, mentre le discussioni attuali riguardano le modalità concrete con cui impiegarla per aumentare la capacità degli impianti.

I vertici delle compagnie petrolifere parlano spesso con il Segretario all'Energia Chris Wright, ma Wirth ha detto di non sentire Trump dal 3 agosto, quando il presidente aveva scritto su Truth Social che il CEO di Chevron non riconosceva i meriti dell'amministrazione nei buoni risultati della compagnia e aveva chiesto alle società petrolifere di far scendere "SUBITO" i prezzi al consumo. Già a marzo i dirigenti di ExxonMobil, Chevron e ConocoPhillips avevano avvertito Burgum e Wright che una chiusura prolungata dello Stretto avrebbe potuto provocare carenze di prodotti raffinati come il diesel.

La tregua sulle raffinerie che Putin non vuole firmare


Per cercare di ridurre il prezzo del diesel, Trump sta guardando anche alla guerra in Ucraina. Il 13 settembre il presidente ha chiesto a Kyiv di smettere di colpire gli impianti petroliferi russi, sostenendo che i continui attacchi stanno contribuendo alla carenza mondiale di diesel: "Ci sono molti altri obiettivi". Il 14 settembre ha poi annunciato che Ucraina e Russia avrebbero accettato di non colpire più le rispettive infrastrutture energetiche, attribuendo l'aumento dei prezzi mondiali del diesel soprattutto alla guerra tra Russia e Ucraina, anziché al conflitto tra Stati Uniti e Iran.

Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha accolto con favore l'appello di Trump a Kyiv, senza però impegnarsi a una sospensione reciproca degli attacchi. Martedì ha definito la proposta del presidente americano "un'ottima idea", aggiungendo però che per abbassare i prezzi mondiali dei carburanti sarebbe necessario anche garantire rotte sicure alla navigazione commerciale e alle petroliere.

Secondo il Financial Times, tuttavia, l'accordo non esiste. Mosca e Kyiv hanno effettivamente ripreso a discutere di una sospensione degli attacchi alle infrastrutture energetiche, ma Vladimir Putin sarebbe riluttante a raggiungere un'intesa prima dell'inverno, perché ritiene che gli attacchi al sistema energetico ucraino possano aumentare la pressione su Kyiv e spingerla a fare concessioni. Funzionari coinvolti nei negoziati tra Stati Uniti, Ucraina e Russia hanno raccontato al quotidiano che la questione è sul tavolo da tempo: prima nei colloqui trilaterali e, dopo la loro interruzione a febbraio, attraverso incontri separati e contatti informali.

Per mesi l'Ucraina ha chiesto una pausa reciproca negli attacchi contro impianti energetici, porti e altre infrastrutture critiche, ma Mosca non ha mostrato interesse e ha invece intensificato i bombardamenti. Due alti funzionari ucraini hanno detto al Financial Times di ritenere che, con il suo annuncio, Trump volesse mostrare agli americani alle prese con il caro carburante di essere al lavoro sul problema.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha detto che Kyiv è pronta a interrompere gli attacchi contro le raffinerie russe se i partner potranno garantire che Mosca smetta a sua volta di colpire il sistema energetico ucraino e le altre infrastrutture critiche. Nella notte tra lunedì e martedì, però, la Russia ha lanciato 200 droni contro Kyiv e altre città ucraine, danneggiando distributori di benzina nella capitale e infrastrutture energetiche e portuali in altre regioni. L'Ucraina ha risposto colpendo la raffineria di Syzran, nella regione russa di Samara, oltre ad altri obiettivi legati alla produzione di droni.


Questa voce è stata modificata (22 ore fa)

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

L'Arabia Saudita sempre più sotto pressione: gli Houthi alzano il livello dello scontro


Gli Houthi rivendicano l'abbattimento di un F-15 saudita, Riyadh li accusa di aver lanciato un drone verso la Mecca. Senza l'aiuto militare di Trump, la guerra mette a serio rischio la Vision 2030 di Mohammed bin Salman.

Gli Houthi, la milizia yemenita sostenuta dall'Iran, e l'Arabia Saudita si stanno accusando a vicenda di un'escalation che rischia di destabilizzare ulteriormente il Medio Oriente. Yahya Saree, portavoce militare del gruppo militante filo iraniano, ha rivendicato sui social l'abbattimento di un caccia saudita F-15 sopra il governatorato di Marib, nello Yemen, con un missile di fabbricazione locale. In serata gli Houthi hanno diffuso video e fotografie di quello che sarebbe il luogo dello schianto. Secondo un'analisi delle immagini del New York Times, i rottami appaiono compatibili con quelli di un F-15 dell'aeronautica saudita, ma non è stato possibile verificare dove siano state scattate le immagini. Le autorità saudite non hanno commentato la rivendicazione.

Poche ore prima Riyadh aveva annunciato di aver distrutto un drone degli Houthi poco a sud della Mecca, la città più sacra dell'Islam. Secondo il generale Turki al-Maliki, portavoce della coalizione militare a guida saudita in Yemen, il velivolo è stato intercettato prima che entrasse nello spazio aereo interdetto sopra la città. Al-Maliki ha parlato di "un tentativo di terrorizzare i pellegrini" e ha avvertito che la sicurezza dei luoghi santi rappresenta una "linea rossa" per Riyadh. Da parte sua, Saree ha negato che gli Houthi abbiano preso di mira la Mecca, definendo le accuse "invenzioni e menzogne".

L'Organizzazione per la Cooperazione Islamica, che riunisce 57 Paesi, ha condannato quello che ha definito un attacco contro la città santa e le altre operazioni degli Houthi contro l'Arabia Saudita. All'hajj del 2026, concluso a maggio, hanno partecipato poco più di 1,7 milioni di fedeli, in gran parte provenienti dall'estero.

Saree ha inoltre sostenuto che questa settimana i sauditi abbiano condotto oltre 450 raid e che gli Houthi abbiano risposto colpendo una raffineria di Saudi Aramco, la compagnia petrolifera statale saudita, e una base aerea. Farea Al-Muslimi, esperto di Yemen di Chatham House, ha detto al New York Times che la rivendicazione sull'F-15 è plausibile: "Gli Houthi hanno già abbattuto droni in passato e hanno dimostrato di avere proprie capacità terra-aria". Martedì il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si è riunito d'urgenza e ha chiesto una de-escalation e la ripresa del dialogo, mentre l'ambasciatore yemenita alle Nazioni Unite, Abdullah al-Saadi, ha accusato gli Houthi di usare il controllo di Bab el-Mandeb come "un'estensione della logica di minaccia e ricatto vista nello Stretto di Hormuz".

Arabia Saudita e Houthi
L’Arabia Saudita è stretta tra due stretti

La guerra con l’Iran ha quasi chiuso lo Stretto di Hormuz, gli Houthi sono arrivati su Bab el-Mandeb e l’oleodotto che porta il greggio al Mar Rosso è fermo. Ad agosto il regno ha prodotto meno petrolio che in qualsiasi mese dal 1990.
Grafica di FocusAmerica

Produzione di greggio dell’Arabia Saudita

Febbraio 2026 10,88
−43%
Agosto 2026 6,24
milioni di barili al giorno, prima della guerra
milioni di barili al giorno, il minimo dal 1990

Ad agosto 4,64 milioni di barili al giorno in meno rispetto a febbraio

1La tenagliaMappa 2Il petrolioPetrolio 3Gli alleatiAlleati 4Undici anniStoria

Il greggio saudita ha due vie verso il mare: entrambe sono sotto attacco

Prima della guerra gran parte del greggio saudita usciva dal Golfo Persico attraverso lo Stretto di Hormuz.
Dal 28 febbraio il traffico nello Stretto è crollato e Riyadh ha deviato il petrolio sull’oleodotto Est-Ovest, lungo 1.200 km, fino al porto di Yanbu sul Mar Rosso.
A luglio gli Houthi hanno annunciato il blocco marittimo contro l’Arabia Saudita; a settembre sono arrivati su Bab el-Mandeb.
L’11 settembre l’oleodotto è stato chiuso dopo un attacco con droni partiti dall’Iraq.

Rotta del greggio Oleodotto Est-Ovest (tracciato indicativo) Via chiusa o sotto attacco Costa rivendicata dagli Houthi

In sei mesi il regno ha perso 4,6 milioni di barili al giorno
Produzione di greggio comunicata dall’Arabia Saudita, in milioni di barili al giorno. Seleziona un mese per il dettaglio.

Febbraio 10,88; marzo 6,97; aprile 6,32; maggio 6,56; giugno 7,12; luglio circa 8,2; agosto 6,24.

Riyadh chiede raid contro gli Houthi, ma Washington dice no
Fino a che punto arriva l’aiuto dei tre alleati su cui il regno contava di più.

Le nuove sponde

Stati Uniti: intelligence e dati sui bersagli, nessun raid. Regno Unito: consiglieri militari, nessun sostegno operativo diretto. Emirati Arabi Uniti: rapporti con Riyadh deteriorati.

Dalla presa di Sanaa al drone vicino alla Mecca
Undici anni di guerra in Yemen, poi una settimana di settembre in cui gli attacchi arrivano fino alla Mecca e all’oleodotto.

2014: gli Houthi prendono Sanaa. 2015: intervento saudita. 2022: tregua. 2023: distensione con l’Iran. 2026: guerra con l’Iran, blocco Houthi, oleodotto chiuso.

Fonte: OPEC e JODI (dati comunicati dall’Arabia Saudita), Bloomberg, Reuters, Axios, AFP, FDD, New York Times. Mappa: Natural Earth. Aggiornato al 16 settembre 2026.

Riyadh sotto pressione tra energia e alleanze


Il conflitto tra gli Houthi e la coalizione saudita risale all'intervento militare di Riyadh nel 2015, dopo che il gruppo aveva conquistato la capitale yemenita Sanaa l'anno precedente. La fragile tregua raggiunta nel 2022 si è sgretolata nelle ultime settimane: gli Houthi hanno lanciato una vasta offensiva, strappato territori al governo riconosciuto dalla comunità internazionale lungo la costa del Mar Rosso ed esteso la propria influenza nell'area di Bab el-Mandeb, lo Stretto che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden. Già a luglio avevano annunciato il blocco dei porti sauditi a sostegno dell'Iran.

Da quando il traffico nello Stretto di Hormuz è stato fortemente ridotto dopo l'inizio, a febbraio, della guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele, il Mar Rosso è diventato una via alternativa fondamentale per il greggio saudita. Venerdì Riyadh ha però dovuto chiudere l'oleodotto Est-Ovest, che trasporta il petrolio verso i porti del Mar Rosso, dopo un attacco con droni attribuito a una milizia irachena filoiraniana. Con l'infrastruttura fuori servizio, anche le raffinerie della costa occidentale rischiano ora di dover ridurre la produzione. Già ad agosto il regno aveva comunicato all'OPEC una produzione di 6,24 milioni di barili al giorno, su livelli che non si vedevano da oltre tre decenni. Riyadh potrebbe aumentare le esportazioni attraverso Hormuz, ma il rischio di attacchi iraniani resta ancora elevato.

A questa pressione si aggiunge la difficoltà di ottenere un intervento diretto degli alleati. Il 10 settembre Mohammed bin Salman, principe ereditario e leader de facto del regno saudita, avrebbe telefonato due volte a Donald Trump per chiedere un intervento militare americano contro gli Houthi. Washington ha offerto intelligence e altre forme di assistenza, ma il presidente ha rifiutato i raid chiesti da Riyadh. Il 14 settembre il comandante del CENTCOM, l'ammiraglio Brad Cooper, ha incontrato Mohammed bin Salman a Gedda per discutere gli sviluppi regionali. "Gli Houthi ci hanno chiamato e non vogliono combattere con noi", ha detto Trump sabato ai giornalisti a Dublino. Gli Houthi hanno successivamente negato che vi siano stati contatti.

Secondo Bloomberg, anche il governo britannico ha approvato l'invio di consiglieri militari, senza però impegnarsi in un sostegno operativo diretto. Nemmeno gli Emirati Arabi Uniti, un tempo partner indispensabili di Riyadh in Yemen, rappresentano più un appoggio sicuro, dopo il deterioramento dei rapporti tra i due Paesi. "Finora i sauditi non hanno potuto contare sulla loro strategia tradizionale, cioè affidarsi a partner e alleati che li tirassero fuori dai guai", ha detto al Telegraph Rob Geist Pinfold, docente di sicurezza internazionale al King's College di Londra.

Entifadh Qanbar, presidente del think tank Future Foundation-USA di Washington, ha detto al Telegraph che la frattura con gli Emirati indebolisce la cooperazione nel Golfo proprio mentre cresce la pressione dell'Iran e delle milizie che sostiene, "sia a nord sia a sud". Secondo Qanbar, Teheran sta usando la propria rete di alleati armati per minacciare le rotte marittime e le forniture energetiche e far salire il prezzo del petrolio, aumentando così la pressione economica su Trump e sui repubblicani prima delle elezioni di midterm. Riyadh ha ampliato nel frattempo i rapporti di sicurezza con Turchia e Pakistan, ma per l'analista Washington e la cooperazione tra i Paesi del Golfo restano indispensabili.

Vision 2030 ha bisogno di stabilità


La crisi militare colpisce direttamente il progetto sul quale Mohammed bin Salman ha costruito gran parte della propria strategia economica: Vision 2030, il programma lanciato nel 2016 per ridurre la dipendenza dell'Arabia Saudita dal petrolio attraverso turismo, intrattenimento, grandi eventi sportivi, nuove città e investimenti per migliaia di miliardi di dollari. Una trasformazione che però presuppone un contesto regionale stabile. "La sua intera strategia si è basata sulla creazione di un ambiente regionale stabile, in cui l'Arabia Saudita potesse concentrarsi sulla trasformazione economica interna", ha detto Pinfold. "Quella strategia oggi è minacciata come mai prima d'ora".

L'intervento in Yemen del 2015 aveva già mostrato i limiti della forza militare saudita: Riyadh non è riuscito né a sconfiggere gli Houthi né a imporre l'accordo politico che auspicava. Dopo aver fallito i suoi obiettivi militari, nel 2023 il regno saudita ha scelto quindi la distensione con l'Iran e cercato un compromesso con gli Houthi.

Secondo Kristian Alexander, analista di sicurezza del Golfo, agli Houthi può bastare far apparire il regno saudita come vulnerabile. Attacchi calibrati possono "aumentare i costi economici, minare la fiducia nella sicurezza saudita, spingere Mohammed bin Salman a negoziare e mostrare i limiti della protezione americana senza per forza provocare una risposta su vasta scala", ha spiegato. Per il principe ereditario, tuttavia, entrambe le opzioni comportano rischi: cedere potrebbe mostrare che missili e droni sono in grado di condizionare la politica saudita, mentre tornare a una guerra su vasta scala significherebbe riaprire uno dei capitoli più costosi degli ultimi anni. "Il regno saudita può infliggere danni enormi agli Houthi, ma non può costringerli ad arrendersi", ha detto Alexander.

Alla crisi militare si aggiungono le difficoltà di alcuni dei progetti simbolo della diversificazione economica. La futuristica The Line, la città lineare lunga 170 chilometri progettata all'interno di Neom, è stata drasticamente ridimensionata. LIV Golf, il circuito nel quale Riyadh ha investito oltre 5 miliardi di dollari, questo mese ha presentato istanza di ristrutturazione ai sensi del Chapter 11 negli Stati Uniti, dopo che il Public Investment Fund (PIF), il fondo sovrano saudita, aveva annunciato che avrebbe interrotto i finanziamenti dopo la stagione 2026. Il PIF continua però a sostenere la procedura di ristrutturazione.


Arabia Saudita, chiuso l'oleodotto Est-Ovest dopo gli attacchi


L'Arabia Saudita ha chiuso in via precauzionale l'oleodotto Est-Ovest, colpito giovedì mattina da diversi attacchi nelle regioni di Riyadh e Medina. Lo ha annunciato ieri il Ministero dell'Energia saudita, precisando che diverse persone sono rimaste ferite.

Una rotta alternativa allo Stretto di Hormuz


Da quando Stati Uniti e Iran si contendono il controllo dello Stretto di Hormuz, di fatto chiuso dall'inizio della guerra, Riyadh utilizza l'oleodotto per dirottare parte delle esportazioni di greggio lontano dal Golfo Persico. La condotta collega gli impianti petroliferi della Provincia orientale al porto di Yanbu, sul Mar Rosso, e ha una capacità di circa 7 milioni di barili al giorno.

Il mese scorso l'amministratore delegato di Saudi Aramco, Amin Nasser, aveva affermato che l'oleodotto aveva contribuito ad attenuare lo shock sull'offerta provocato dalla guerra con l'Iran più del ricorso alle riserve strategiche d'emergenza.

Il Ministero ha ora inviato squadre d'emergenza per mettere in sicurezza l'infrastruttura e valutarne le condizioni. Eventuali sviluppi, ha fatto sapere, "saranno annunciati a tempo debito". Riyadh non ha indicato i responsabili degli attacchi né precisato l'entità dei danni, anche se altre fonti parlano di droni provenienti dal territorio iracheno. Giovedì i satelliti della NASA avevano rilevato diversi grandi incendi lungo il tracciato dell'oleodotto e una colonna di fumo nero a sud di Medina.

L'escalation degli attacchi contro il regno saudita


Negli ultimi giorni le milizie alleate dell'Iran hanno intensificato gli attacchi contro l'Arabia Saudita. Martedì gli Houthi dello Yemen hanno colpito con droni e missili balistici impianti energetici e altre strutture nel sud del regno, ferendo più di 70 persone.

Lo scontro tra Riyadh e il gruppo si è riacceso a luglio, quando gli Houthi hanno proclamato un embargo marittimo contro l'Arabia Saudita con l'obiettivo di ostacolarne le esportazioni attraverso lo Stretto di Bab el-Mandeb, che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e alle rotte commerciali verso l'Oceano Indiano.

Questa settimana il petrolio ha superato i 100 dollari al barile per la prima volta da mesi, spinto proprio dall'escalation in Medio Oriente, e ha chiuso la settimana con un rialzo superiore all'8%. Le prime indiscrezioni sull'attacco all'oleodotto, circolate già giovedì, potrebbero avere contribuito alla corsa dei prezzi, alimentando i timori per un'ulteriore riduzione delle rotte disponibili per le esportazioni di greggio dal Golfo.


Questa voce è stata modificata (23 ore fa)

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Celle di metallo e docce infestate dagli insetti: il rapporto federale su Alligator Alcatraz


L'ispettore generale del DHS accusa il centro per migranti delle Everglades di aver violato diversi standard federali e di aver rinchiuso 79 detenuti in celle da 1,7 metri quadrati. L'ufficio di DeSantis: "Se potessimo le costruiremmo anche più piccole".

All'interno di Alligator Alcatraz, il centro di detenzione per immigrati costruito nelle Everglades, in Florida, e chiuso a giugno di questo anno, alcuni detenuti erano stati rinchiusi in piccole celle di metallo che il personale chiamava "aree di calma", in violazione degli standard previsti. È quanto emerge da un nuovo rapporto dell'Ufficio dell'ispettore generale (OIG) del Dipartimento della Sicurezza interna (DHS), l'organo incaricato di vigilare sull'operato del dipartimento. Gli ispettori hanno giudicato la struttura conforme alle regole sulle procedure d'ingresso e sull'uso della forza, ma hanno riscontrato violazioni negli ambiti dell'assistenza medica, dell'alimentazione e dell'igiene personale.

Costruito rapidamente e aperto nel luglio 2025, il centro era diventato uno dei simboli della linea dura sull'immigrazione del governatore della Florida Ron DeSantis e aveva ricevuto gli elogi del presidente Donald Trump. La struttura era gestita dallo Stato della Florida in collaborazione con l'ICE, l'agenzia federale per l'immigrazione, e finanziata con fondi statali e federali. È stata inoltre al centro di diverse cause giudiziarie e di denunce presentate da associazioni di assistenza legale e parlamentari democratici. Secondo DeSantis, vi sono transitate più di 20.000 persone. A giugno il governatore ne ha annunciato la chiusura, spiegando che la stagione degli uragani rendeva pericoloso trattenere i detenuti nelle Everglades e che nel frattempo le autorità federali avevano reso disponibili posti sufficienti in altre strutture.

Durante un'ispezione a sorpresa condotta a gennaio, i funzionari dell'OIG avevano però trovato detenuti in spazi angusti e privi di finestre, con un numero insufficiente di ore all'aperto, docce in condizioni igieniche inadeguate e nessun accesso ai materiali legali. Il rapporto si concentra soprattutto sulle celle individuali di metallo che, secondo il personale, servivano a calmare i detenuti e a farli "riflettere sulle proprie scelte di comportamento". Misuravano poco meno di 1,7 metri quadrati, contro i circa 3,4 metri quadrati (il doppio praticamente) previsti dagli standard dell'ICE per una stanza singola. Per l'OIG erano "senza precedenti tra le strutture dell'ICE ispezionate" e non conformi "agli standard di trattamento umano".

Tra il 17 luglio 2025 e il 18 gennaio 2026 il personale vi ha rinchiuso 79 detenuti, in media per poco meno di un'ora e, nei casi più lunghi, per circa 2 ore. Alcune delle celle erano collocate nelle aree destinate alle attività all'aperto.

Agli ispettori il personale ha dichiarato che erano gli stessi detenuti a chiedere di entrarvi e che le regole interne prevedevano che potessero uscirne quando volevano e rimanervi per non più di 2 ore. I funzionari dell'ICE hanno però riferito che le celle venivano utilizzate anche per motivi disciplinari, per gestire situazioni di crisi, durante i cambi di alloggio e nei conflitti tra detenuti. Alex Lanfranconi, direttore della comunicazione di DeSantis, ha sostenuto in una dichiarazione che le celle rispettavano tutti gli standard federali per la detenzione penale e ha aggiunto: "Le costruiremmo anche più piccole, se potessimo".

Acqua sporca, insetti nelle docce e poche ore all'aperto


Nei moduli abitativi i detenuti disponevano di meno della metà dello spazio minimo previsto e hanno riferito di ricevere acqua sporca in taniche comuni e di non poter lavare i bicchieri di plastica riutilizzabili consegnati loro. Le docce erano infestate da piccoli insetti, in violazione delle norme igieniche, e i detenuti potevano utilizzarle solo 3 volte alla settimana, anziché le 5 raccomandate.

Era inoltre concessa una sola ora all'aperto per 3 giorni alla settimana, contro le 5 ore settimanali raccomandate. Uno dei congelatori destinati alla conservazione degli alimenti funzionava a una temperatura superiore a quella indicata per garantire la sicurezza del cibo. Nelle unità di gestione speciale, separate dal resto della popolazione detenuta, mancavano materiali legali e telefoni funzionanti, mentre le attività all'aperto erano consentite soltanto ai detenuti considerati a basso rischio.

Tra le sue raccomandazioni, l'OIG chiedeva di interrompere l'uso delle celle di metallo e di garantire acqua potabile e bicchieri puliti. Le indicazioni sono state però archiviate perché nel frattempo il centro è stato chiuso.

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Sussidi e green card, New York e altre cinque città fanno causa all'Amministrazione Trump


La nuova regola, in vigore da venerdì, consente di negare residenza e visti a chi usa aiuti pubblici. Secondo le città che hanno fatto ricorso, questa decisione potrebbe spingere centinaia di migliaia di persone a rinunciare a sanità, buoni alimentari e alloggi.

New York e altre cinque amministrazioni locali guidate dai democratici hanno fatto causa al Dipartimento della Sicurezza Interna (DHS) per bloccare una nuova regola dell'Amministrazione Trump che, secondo i ricorrenti, potrebbe spingere gli immigrati e le famiglie miste, nelle quali convivono persone con status migratori diversi, a rinunciare a sussidi pubblici ai quali avrebbero legalmente diritto. Il ricorso, depositato lunedì presso il tribunale federale di Manhattan, è stato presentato anche dalle amministrazioni comunali di Chicago, San Francisco e Seattle, dalla contea di Santa Clara, in California, e dalla contea di King, nello Stato di Washington. Lo stesso giorno, una coalizione di oltre venti Stati guidata dalla procuratrice generale di New York Letitia James ha impugnato la stessa regola con un ricorso separato.

La norma, pubblicata a luglio, entrerà in vigore venerdì 18 settembre. Abroga quella adottata nel 2022 dall'Amministrazione Biden, che escludeva dalla valutazione i sussidi non in denaro, e attribuisce ai funzionari che si occupano di lotta all'immigrazione una maggiore discrezionalità nel negare la green card, cioè la residenza permanente, e i visti a chi ha usufruito di aiuti pubblici. Secondo i ricorrenti, la nuova disciplina abbandona un criterio in vigore da oltre un secolo, secondo il quale era considerato "public charge", cioè un peso per le casse pubbliche, soltanto chi dipendeva "principalmente" dai sussidi in denaro del governo.

Città e contee sostengono che la nuova regola scoraggerà le famiglie immigrate dal ricorrere a Medicaid, l'assicurazione sanitaria pubblica destinata alle persone a basso reddito, ai buoni alimentari del programma SNAP e agli aiuti per la casa. Le conseguenze, avvertono, potrebbero essere l'uscita di centinaia di migliaia di persone dai programmi sanitari, alimentari e abitativi, un peggioramento della salute pubblica, un aumento dei senzatetto e milioni di dollari di costi aggiuntivi per gli ospedali e i governi locali.

Lo stesso DHS stima che nel prossimo decennio oltre 950.000 persone potrebbero cancellarsi dai programmi di assistenza o rinunciare a iscriversi, ma secondo i ricorrenti la cifra sottovaluta probabilmente l'impatto della misura annunciata. Nel testo della regola, il Dipartimento riconosce inoltre che potrebbero rinunciare agli aiuti anche persone che non sono direttamente interessate dalla norma, compresi cittadini americani e bambini, per il timore di compromettere la domanda presentata da un familiare.

I ricorrenti contestano anche il procedimento seguito dall'Amministrazione. La guida applicativa diffusa ad agosto dall'USCIS, l'agenzia federale che esamina le domande di immigrazione e naturalizzazione, viene presentata come un semplice documento di orientamento ma, secondo le amministrazioni locali, funzionerebbe di fatto come una norma vincolante. Per questo avrebbe dovuto seguire la procedura formale di "notice and comment", che prevede la pubblicazione preventiva del testo e la possibilità per il pubblico di presentare osservazioni.

La nuova misura arriva dopo la legge di bilancio firmata da Trump il 4 luglio 2025, che ha già ristretto l'accesso degli immigrati regolari all'assistenza sanitaria pubblica: dal 1° ottobre rifugiati e titolari di asilo cominceranno a perdere l'accesso a Medicaid, Medicare e ai sussidi previsti per le polizze dell'Obamacare.

Mamdani accusa il governo di crudeltà, il DHS parla di frode


"Il governo federale sta conducendo una campagna di violenza e terrore", ha detto lunedì in conferenza stampa il sindaco di New York Zohran Mamdani. "Le persone potrebbero morire a causa di questi cambiamenti. I dati sono chiari: negare i servizi alle persone non cancella il loro bisogno, invece lo aggrava e genera un costo maggiore per il nostro sistema, che per anni ricadrà sulle spalle dei lavoratori", ha aggiunto.

"Niente in questa regola ridurrà gli sprechi, renderà gli americani più sicuri o migliorerà la vita dei newyorkesi. È soltanto uno strumento di confusione e crudeltà".


La Casa Bianca non ha risposto alla richiesta di commento di Axios. Un portavoce del DHS ha invece attaccato i ricorrenti in una dichiarazione inviata alla testata:

"Sia chiaro, gli Stati santuario sono terrorizzati all'idea di perdere fondi federali perché centinaia di migliaia di immigrati illegali e non cittadini potrebbero ritirarsi dai programmi di welfare americani. Tremiamo al pensiero di questo risultato, a quanto pare così grave".


Con l'espressione "Stati santuario", l'Amministrazione indica le giurisdizioni che stanno limitando la collaborazione con le autorità federali in materia di immigrazione. Il portavoce ha accusato i leader di sinistra di compiere "contorsioni ideologiche" per giustificare frodi "ai danni del contribuente americano" e ha ricordato che per mesi "i fidati giornalisti della CNN e altri" avevano sostenuto che gli immigrati irregolari non usufruissero di quegli stessi programmi: "Allora, qual è la verità?".

Questa voce è stata modificata (1 giorno fa)

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Intervista a Maurizio Acerbo da Il Fatto quotidiano home.rifondazione.eu/2026/09/1… #Evidenza

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Perché l'onda blu dei Dem potrebbe infrangersi sul muro dei repubblicani


L'insoddisfazione per Trump e l'entusiasmo degli elettori democratici sono più forti che nel 2018, ma mappa elettorale, soldi e nuove regole proteggono i repubblicani.
The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

L'ondata di consenso per i democratici alle elezioni di metà mandato del 3 novembre potrebbe essere più alta di quella del 2018, quando la reazione al primo mandato di Donald Trump restituì al partito il controllo della Camera. Anche le difese che i repubblicani stanno costruendo per contenerla, però, sono più solide di otto anni fa. È la tesi di un'analisi di Ronald Brownstein pubblicata sulla CNN, secondo cui il voto si deciderà nel punto in cui "l'onda incontra il muro".

Per i democratici la spinta arriva soprattutto da due fattori: l'affluenza (i loro elettori sono più motivati di quelli repubblicani) e il giudizio sul presidente, oggi più negativo che nel 2018 e anche che nel 2010 e nel 2006, due elezioni di metà mandato andate molto male per il partito della Casa Bianca. La prima difesa dei repubblicani è invece la mappa elettorale, che si gioca quasi tutta in territori vinti da Trump nel 2024. La seconda è il denaro, un vantaggio reso ancora più grande da due recenti sentenze della Corte Suprema. "Queste elezioni si giocano in casa dei repubblicani e devono sfruttarlo", ha detto a Brownstein l'ex deputato repubblicano Tom Davis, che in passato ha presieduto il comitato del partito per le elezioni alla Camera. "D'altra parte, sono un referendum sul presidente e per lui si sono sommate molte cose negative".

Il primo segnale d'allarme per i repubblicani è l'economia. La scorsa settimana il prezzo medio della benzina ha raggiunto 4,28 dollari al gallone, contro i 2,75 del giorno delle elezioni del 2018, pari a 3,65 dollari di oggi tenendo conto dell'inflazione. Nell'ultimo sondaggio della CNBC, condotto quest'estate da una coppia di sondaggisti, uno democratico e uno repubblicano, solo il 27 per cento degli americani giudica l'economia buona o eccellente, mentre il 73 per cento la considera discreta o scarsa. A ottobre 2018 i giudizi positivi erano il 58 per cento e quelli negativi il 40. Il repubblicano Micah Roberts, uno dei due autori del sondaggio, ha spiegato che oggi sono più negativi di allora i democratici, gli indipendenti e anche gli elettori repubblicani, la cui fiducia è ai minimi dell'era Trump. La quota di chi è pessimista sia sul presente sia sul futuro è il doppio rispetto al 2018. "È un contesto radicalmente diverso", ha detto Roberts.

Il giudizio sull'economia è più cupo anche di quello registrato prima delle elezioni del 2010 (quando i democratici subirono perdite storiche) e del 2006 (quando i repubblicani persero entrambe le camere del Congresso). Nel 2006 pesò anche la guerra in Iraq: il 59 per cento degli elettori riteneva che non avesse reso il paese più sicuro e oltre tre quarti di loro votarono per i democratici. Oggi la guerra con l'Iran incontra un'opposizione simile nella maggior parte dei sondaggi. Alcune iniziative del presidente sono popolari, come il controllo del confine con il Messico e le riduzioni temporanee delle tasse sulle mance e sugli straordinari. Molte altre invece sono respinte da una larga maggioranza degli americani, a partire dai dazi e dai tagli a Medicaid, il programma sanitario pubblico per le persone a basso reddito. Il sondaggista democratico Nick Gourevitch ha riassunto così la differenza con otto anni fa: nel 2018 gli elettori pensavano che Trump fosse una persona inaffidabile ma che l'economia andasse bene, oggi pensano che sia inaffidabile e che l'economia vada male.

Secondo la media dei sondaggi della CNN, il 35 per cento degli americani approva l'operato del presidente e il 63 per cento lo disapprova. Se questi numeri si confermassero tra chi andrà a votare, sarebbero molto peggiori di quelli degli exit poll del 2018 (i sondaggi fatti all'uscita dai seggi), quando lo approvava il 45 per cento degli elettori e lo disapprovava il 54. Sarebbero anche peggiori di quelli degli altri presidenti che hanno perso le elezioni di metà mandato: Joe Biden nel 2022, Barack Obama nel 2010, George W. Bush nel 2006 e Bill Clinton nel 1994. Il dato conta perché chi disapprova Trump tende a votare in modo compatto: nel 2018 i candidati democratici alla Camera ottennero il 90 per cento dei voti di questi elettori e nel 2020 il 93 per cento.

Per ora molti candidati democratici non raggiungono quelle percentuali tra chi disapprova il presidente. Gli elettori scontenti sono però così numerosi, anche in stati tendenzialmente repubblicani come North Carolina, Texas, Ohio e Georgia, che i democratici possono arrivare al 50 per cento anche con una quota più bassa di loro. La sondaggista democratica Anna Greenberg ha detto che nei suoi focus group sono proprio gli elettori degli stati repubblicani i più delusi dal ritorno di Trump, per l'inflazione, la guerra con l'Iran e l'attenzione del presidente ai propri interessi. "Gli indipendenti, gli ispanici e in parte le donne bianche senza laurea sono davvero arrabbiati con Trump", ha detto, "e di riflesso con i repubblicani. Si sentono traditi".

Secondo il sondaggista repubblicano Whit Ayres, la presa del presidente resta intatta tra chi si riconosce nel movimento MAGA, ma circa metà degli elettori repubblicani non ne fa parte. Tra questi, che comprendono sia i conservatori tradizionali sia i nuovi elettori più giovani e non bianchi conquistati nel 2024, il consenso per Trump è calato molto.

Pochi di questi elettori delusi, però, sono disposti a votare per i democratici. Nei sondaggi della CNBC la quota di repubblicani non MAGA che intende votare comunque per il proprio partito è di circa 20 punti più alta di quella di chi approva il presidente. Per i repubblicani il rischio maggiore è che questi elettori restino a casa: "Al momento l'entusiasmo dei democratici è molto più alto di quello dei repubblicani", ha detto Ayres.

Secondo l'analista John Couvillon, dall'inizio dell'anno fino alle primarie della scorsa settimana in New Hampshire il 56 per cento dei voti espressi nelle primarie di tutto il paese è andato alle consultazioni democratiche, più del 54 per cento del 2018. Nel 2014 e nel 2022, due anni favorevoli ai repubblicani, erano stati loro a raccogliere almeno il 53 per cento.

Lo stesso vale per le elezioni speciali, quelle convocate per coprire seggi rimasti vacanti. Secondo i calcoli del sito The Downballot, nelle 110 elezioni speciali statali e federali che si sono tenute dal 2024 i candidati democratici hanno ottenuto in media 12,5 punti in più di quanto avesse preso Kamala Harris negli stessi territori. Nel 2017 e nel 2018 avevano fatto meglio di Hillary Clinton di 10,6 punti.

Secondo le analisi dei dati del censimento del demografo William Frey, in quasi tutti gli stati in bilico è cresciuto dal 2018 il peso delle minoranze e dei bianchi laureati, due gruppi favorevoli ai democratici, mentre è diminuito quello dei bianchi senza laurea, la base di Trump. I laureati inoltre votano in proporzione di più alle elezioni di metà mandato che alle presidenziali. Sono spostamenti che contano ai margini, ma possono bastare a decidere le sfide più combattute.

Il primo pezzo del muro repubblicano è la mappa. Prima del voto del 2018 i repubblicani avevano alla Camera 23 seggi in distretti vinti da Hillary Clinton due anni prima e ne persero 20. Quest'anno, prima della battaglia sui confini dei collegi, ne difendevano solo tre vinti da Harris. Secondo i calcoli del Center for Politics dell'Università della Virginia, i repubblicani devono difendere 30 seggi in cui Trump ha vinto o perso di poco nel 2024, contro i 36 del 2018. Il ridisegno dei distretti voluto dai repubblicani, il cosiddetto gerrymandering, ha inoltre lasciato 13 deputati democratici in collegi dove Trump ha fatto almeno 5 punti meglio del suo risultato nazionale: nel 2018 erano quattro. I seggi davvero competitivi sono meno di otto anni fa. I democratici restano nettamente favoriti per conquistare la maggioranza alla Camera, ma hanno meno margine per assorbire problemi locali come scandali o candidati deboli.

Al Senato la mappa è ancora più difficile. Tra i seggi repubblicani che i democratici contendono più seriamente, il Maine è l'unico in uno stato vinto da Harris e il North Carolina è l'unico altro in cui Harris è arrivata vicina a vincere. In tutti gli altri, cioè Alaska, Ohio, Texas, Iowa, Kansas e Nebraska, dove i democratici sostengono un candidato indipendente, Trump ha vinto con più di dieci punti di vantaggio. Anche lì il suo tasso di approvazione è ormai negativo, ma i candidati democratici devono superare anni di diffidenza verso il partito nazionale. "Non vincerà il partito, vincerà il voto per il cambiamento", ha detto la sondaggista democratica Celinda Lake.

Il secondo pezzo del muro sono i soldi. Nel 2018 i candidati democratici alla Camera e al Senato raccolsero molto più dei loro avversari, secondo i dati di OpenSecrets, un'organizzazione che monitora i finanziamenti elettorali. I comitati del Partito Repubblicano e i gruppi esterni che fanno campagna in modo indipendente avevano raccolto di più delle controparti democratiche, ma il loro vantaggio era limitato dalle regole federali, che vietavano di coordinarsi direttamente con i candidati e permettevano alle televisioni di far pagare a questi gruppi gli spot più cari rispetto ai candidati. Due sentenze della Corte Suprema, dove la maggioranza è formata da giudici nominati da presidenti repubblicani, hanno eliminato quest'anno entrambi i vincoli. Ora i repubblicani potranno sfruttare pienamente il grande vantaggio economico dei loro comitati e dei gruppi esterni.

Secondo Brownstein, anche l'immagine dei democratici gioca a favore dei repubblicani: nei sondaggi del Pew Research Center il giudizio favorevole sul partito è fermo da tre anni poco sotto il 40 per cento, un po' meno che nel 2018. L'immagine dei repubblicani però non è migliore e storicamente alle elezioni di metà mandato pesa molto di più il giudizio sul presidente che quello sul partito di opposizione.

L'ultimo pezzo del muro sono i tentativi di Trump di cambiare le regole del voto a favore del suo partito: dopo le pressioni riuscite su diversi stati repubblicani perché ridisegnassero i collegi, restano aperti i tentativi di limitare il voto per posta e l'ipotesi di schierare forze dell'ordine federali ai seggi nelle aree democratiche.

Tutti questi fattori potrebbero ridurre le conquiste dei democratici. Gli strateghi di entrambi i partiti concordano però che il giudizio sul presidente è diventato l'elemento che più di ogni altro decide le elezioni di metà mandato. Per questo, conclude Brownstein, nessun muro potrebbe essere abbastanza alto da contenere del tutto l'onda di scontento che accompagna il secondo mandato di Trump.


La fiducia dei repubblicani nell'economia crolla ai minimi dell'era Trump


La fiducia dei repubblicani nell'economia americana è crollata negli ultimi 6 mesi a un ritmo che non si vedeva dai tempi della pandemia e che ricorda i crolli registrati durante la grande crisi finanziaria di quasi vent'anni fa. Il dato è anomalo perché, di norma, l'elettorato del partito che occupa la Casa Bianca tende a restare più ottimista sulla situazione, mentre quello dell'opposizione giudica l'economia in modo molto più negativo. Questa volta, invece, a peggiorare nettamente è stato il giudizio degli elettori del presidente in carica.

Secondo l'ultima rilevazione delle University of Michigan Surveys of Consumers, da febbraio l'indice di fiducia dei repubblicani è sceso di 15,1 punti, da 97,1 a 82, mentre quello dei democratici è calato di appena 1,6 punti, da 41,8 a 40,2. L'indice complessivo, che comprende anche gli indipendenti, ad agosto si è fermato a 51,7, il 6% in meno rispetto a luglio e l'11% in meno rispetto a un anno prima. La componente repubblicana è scesa del 19% rispetto ai livelli precedenti al conflitto con l'Iran.

Il valore di 82 è inferiore a qualsiasi altro registrato durante le due presidenze di Donald Trump, con una sola eccezione: dicembre 2020, quando Trump aveva già perso le elezioni ma non aveva ancora lasciato la Casa Bianca. È raro che l'umore degli elettori di uno schieramento rimanga quasi fermo mentre quello dell'altro precipita, perché in genere i due indici tendono a muoversi nella stessa direzione. L'ultimo andamento paragonabile risale alla fine del 2008 e all'inizio del 2009, quando però al peggioramento della crisi economica si aggiunsero l'elezione e l'insediamento di un presidente democratico.

Fiducia dei consumatori
Il crollo della fiducia nell'economia è tutto repubblicano
Focus America
Da febbraio l'indice dell'Università del Michigan ha perso oltre quindici punti tra gli elettori repubblicani e meno di due tra i democratici. Una divergenza così ampia non si vedeva dalla crisi finanziaria del 2008.
Grafica di FocusAmericaSettembre 2026

Indice di fiducia dei consumatori · variazione da febbraio ad agosto 2026

Repubblicani
−15,1punti

Da 97,1 a 82,0. Rispetto ai livelli precedenti al conflitto con l'Iran la componente repubblicana ha perso il 19%.

Democratici
−1,6punti

Da 41,8 a 40,2. Il giudizio dei democratici resta fermo, su valori già molto bassi.

L'indice complessivo, che comprende anche gli indipendenti, ad agosto si è fermato a 51,7: il 6% in meno rispetto a luglio e l'11% in meno rispetto a un anno prima.

La divergenza
Di norma i due elettorati si muovono in parallelo. Stavolta no.
Indice di fiducia per identificazione partitica, febbraio e agosto 2026. Tocca una voce della legenda per isolare una serie.

Tocca i punti per i valori

Il contesto
82 è il valore più basso registrato tra i repubblicani in entrambe le presidenze Trump, con una sola eccezione: dicembre 2020, quando Trump aveva già perso le elezioni ma non aveva ancora lasciato la Casa Bianca.

Fonte: University of Michigan Surveys of Consumers, agosto 2026.

Il giudizio
Anche tra i suoi elettori cala chi vede risultati
Quota di intervistati che ritiene le politiche economiche del presidente abbiano migliorato o peggiorato l'economia. Barra chiara: gennaio. Barra piena: luglio 2026.

Tocca una riga per il dettaglio
Fonte: Pew Research Center, sondaggio condotto dal 6 al 12 luglio 2026 su 3.554 adulti.

Identificazione di partito
Il vantaggio democratico più ampio dal 2008
Quota di americani che si identificano con un partito o vi propendono, inclusi gli indipendenti che dichiarano di sentirsi più vicini a uno dei due schieramenti.

49%Democratici

Repubblicani39%

Democratici e dem-leaningRepubblicani e rep-leaning
Trimestri · 2024-2026 Serie storica · 1991-2026

Trascina sul grafico per esplorare la serie

Il ribaltamento
Nel quarto trimestre del 2024 i repubblicani erano avanti di quattro punti, 47 a 43. In un anno e mezzo il saldo si è rovesciato di quattordici punti. Il massimo storico resta il 2008, quando i democratici arrivarono al 52% e i repubblicani al 40%.

Fonte: Gallup, identificazione di partito con leaning. Medie annuali 1991-2025 e medie trimestrali; il dato 2026 è la media del primo e del secondo trimestre.

Chi si sposta
Tornano indietro i gruppi che nel 2024 avevano scelto Trump
Vantaggio democratico nell'identificazione di partito e nelle intenzioni di voto per le elezioni di novembre.

Elettori più giovani
+16
Nel 2024 i repubblicani erano avanti di un punto: l'unico vantaggio registrato in questa fascia d'età nell'intero decennio.

Elettori ispanici
+9
Punti di crescita del vantaggio democratico rispetto al 2024, quando il gruppo si era spostato verso Trump.

Ispanici · intenzioni di voto
+29
Le intenzioni di voto per novembre mostrano uno spostamento ancora più netto dell'identificazione di partito.

Fonte: Pew Research Center, sondaggio di luglio 2026; elaborazione del New York Times.

La domanda per il 3 novembre
La questione non è più se una parte dell'elettorato repubblicano sia delusa, ma quanti di quegli elettori decideranno di non andare a votare.

< 40%gradimento del presidente,
ormai da mesi

Fonte
University of Michigan Surveys of Consumers (agosto 2026); Pew Research Center (6-12 luglio 2026, n=3.554); Gallup, identificazione di partito con leaning; Axios; New York Times.

I repubblicani non vedono il calo dei prezzi promesso


"Nella grande maggioranza dei casi repubblicani e democratici si muovono più o meno in parallelo", ha spiegato ad Axios Joanne Hsu, direttrice delle rilevazioni dell'Università del Michigan. Adesso non sta accadendo più: "I repubblicani si aspettavano risultati molto positivi dalle politiche dell'Amministrazione", dazi compresi, "ma non hanno visto alcun rallentamento dell'inflazione, né tanto meno" il calo dei prezzi promesso da Trump.

Hsu ha però ricordato che, nonostante la flessione, l'elettorato repubblicano resta molto più ottimista di quello democratico e continua in maggioranza a ritenere che i prezzi della benzina scenderanno una volta terminata la guerra con l'Iran, una convinzione che i democratici non condividono. In un sondaggio del Pew Research Center, condotto dal 6 al 12 luglio su 3.554 adulti, il 41% dei repubblicani e degli indipendenti vicini al partito ha definito l'economia buona o eccellente, otto punti in meno rispetto a gennaio.

Nello stesso periodo, però la quota di repubblicani convinti che le politiche di Trump abbiano peggiorato l'economia è salita dal 18% al 28%, mentre quella di chi ritiene che l'abbiano migliorata è scesa dal 57% al 42%. Il campione complessivo degli americani è ancora più pessimista: il 60% ritiene che la politica economica del presidente abbia peggiorato le condizioni del Paese, contro il 52% di gennaio. Già in agosto l'inflazione e la guerra in Iran pesavano sulle prospettive repubblicane in vista delle elezioni di novembre.

La Casa Bianca respinge però questa lettura. "I dati sui consumi e sulle vendite al dettaglio confermano da mesi che il consumatore americano resta solido, grazie alla comprovata agenda economica del presidente, fatta di tagli fiscali e deregolamentazione", ha dichiarato il portavoce Kush Desai, aggiungendo che, con l'attuazione degli accordi commerciali e degli investimenti annunciati, "gli americani potranno contare su ulteriori progressi".

Gallup registra il divario più ampio dal 2008


Nel frattempo è aumentata in modo significativo anche la quota di americani che si dichiarano democratici o che, pur definendosi indipendenti, si sentono più vicini al Partito Democratico. Secondo Gallup, oggi il 49% si colloca in quest'area, contro il 39% che si identifica con i repubblicani o propende per loro: si tratta di un vantaggio di 10 punti, il più ampio dal 2008. Ancora nel 2024, sulla stessa misura, erano i repubblicani a essere leggermente avanti. Il divario attuale supera di molto i recenti vantaggi repubblicani e ricorda piuttosto quello del 2020, l'anno della vittoria di Joe Biden e delle risicate maggioranze democratiche alla Camera e al Senato.

"Quando nel Paese le cose vanno bene, l'identificazione di partito si sposta verso chi governa. Quando vanno male, come adesso, con un presidente repubblicano impopolare e un'opinione pubblica insoddisfatta della direzione del Paese, la gente si allontana da chi è al potere", ha spiegato al New York Times Jeffrey Jones, senior editor di Gallup.

È il meccanismo che i politologi definiscono opinione pubblica "termostatica": gli orientamenti collettivi tendono a correggersi quando gli elettori percepiscono che il Paese si sia spinto troppo in una direzione, così come un termostato accende il riscaldamento quando la temperatura scende. "Quello che vediamo ora somiglia alla fine dell'Amministrazione di George W. Bush, quando era piuttosto impopolare", ha aggiunto Jones. "I democratici avevano un grande vantaggio nell'identificazione di partito, che poi precedette le elezioni del 2006 e del 2008, entrambe grandi vittorie democratiche".

I massimi degli ultimi 35 anni restano proprio quelli del 2006 e del 2008, quando il 52% degli americani si identificava con i democratici o propendeva per loro. Il dato di questo trimestre è invece più vicino a quello dell'ultimo trimestre della campagna per le elezioni di metà mandato del 2018, quando quasi il 49% degli americani si collocava nell'area democratica e il partito conquistò più di 40 seggi alla Camera.

L'identificazione con un partito, però, non si traduce automaticamente in voti. Gli indipendenti, compresi quelli che dichiarano di sentirsi più vicini a uno dei due schieramenti, tendono infatti a seguire meno la politica e a partecipare meno alle elezioni. Con il gradimento del presidente sotto il 40% ormai da mesi, l'inflazione ancora elevata e la guerra con l'Iran senza una conclusione in vista, la questione non è più se una parte dell'elettorato repubblicano sia delusa, ma quanti di quegli elettori decideranno di non andare a votare il 3 novembre.

Secondo il New York Times, i dati del sondaggio del Pew Research Center citato in precedenza mostrano, però, anche che il recupero dei democratici è trainato proprio da alcuni di quei gruppi demografici che nel 2024 si erano spostati verso Trump: elettori ispanici, giovani uomini e giovani donne. Due anni fa, tra gli elettori più giovani, i repubblicani erano avanti di un punto, l'unico vantaggio registrato in questa fascia d'età nell'intero decennio. Oggi, nello stesso gruppo, i democratici avrebbero invece un margine di 16 punti. Tra gli elettori ispanici, il vantaggio democratico sarebbe cresciuto di 9 punti.

Le intenzioni di voto per novembre, che misurano qualcosa di diverso dall'identificazione partitica, mostrano uno spostamento ancora più netto: nel sondaggio di luglio del Pew, i democratici risultano avanti di 29 punti tra gli elettori ispanici.


Elezioni e Politica 2026 reshared this.

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Quanto possono ancora andare a sinistra i Dem americani


Dopo un'estate di vittorie della sinistra nelle primarie, i democratici si dividono su come vincere le midterm e le presidenziali del 2028 senza perdere i moderati.

Nelle primarie per il Senato in Florida, Maine, Michigan e Minnesota i candidati dell'ala sinistra del Partito Democratico hanno battuto i centristi sostenuti dai vertici del partito. È il segnale più evidente di un malcontento che attraversa la base democratica: secondo un'analisi dell'Economist, gli elettori democratici sono arrabbiati con i propri leader quasi quanto lo sono con il presidente. Tre democratici su cinque dicono di volere una nuova leadership.

Il caso del Texas mostra bene questo clima. Lo scorso anno Kendall Scudder, 36 anni, cresciuto in una fattoria del Texas orientale, si è candidato alla guida del partito democratico statale in una corsa a sette e ha vinto a sorpresa contro i candidati dei grandi finanziatori e dei consulenti. Scudder descrive la sua politica come populista-progressista, una battaglia della gente comune contro le grandi aziende e i miliardari. Ha partecipato a quattro eventi in Texas con Bernie Sanders, il senatore socialista-democratico, e accusa i dirigenti di Washington come Chuck Schumer, il democratico più alto in grado al Senato, di pensare solo a preservare lo status quo.

Scudder non è iscritto ai Democratic Socialists of America (DSA), l'organizzazione socialista la cui crescita quest'estate ha spaventato i centristi rimasti nel partito. I DSA sono un gruppo autonomo, con un proprio programma e propri iscritti, fino a poco tempo fa poco noto fuori da New York. Sanno che presentarsi come terzo partito significherebbe perdere, per questo candidano i propri esponenti nelle primarie democratiche e cercano di spostare il partito dall'interno. Sono però solo una delle espressioni di un fenomeno più ampio: il desiderio degli elettori democratici di qualcosa di nuovo.

Non è stata una vittoria su tutta la linea. Francesca Hong, candidata dei DSA a governatrice del Wisconsin, ha perso le primarie democratiche ad agosto. Anche quando hanno perso, però, i candidati di sinistra sono spesso arrivati vicini alla vittoria, rafforzando l'idea di essere più competitivi che mai.

Amelia Malpas, dottoranda in scienze politiche a Harvard, studia i deputati eletti con il sostegno dei gruppi di attivisti di sinistra. Tra il 2018 e il 2024 ne sono entrati alla Camera 20, su un gruppo democratico di oltre 200 membri. Dopo novembre dovrebbero arrivarne almeno altri nove, il gruppo più numeroso di sempre, e cinque di loro sono iscritti ai DSA. Quasi tutti hanno vinto in collegi sicuri per i democratici, come Detroit, New York e Philadelphia. Jaime Harrison, moderato ed ex presidente del Democratic National Committee, l'organo nazionale che guida il partito, ridimensiona il fenomeno: secondo lui la maggioranza alla Camera e al Senato si conquista nei collegi in bilico, non a New York.

I casi di candidati di sinistra arrivati a una sfida competitiva contro i repubblicani sono pochi. Il più importante è Abdul El-Sayed, candidato al Senato in Michigan, che si definisce capitalista ma viene dal mondo dell'attivismo di sinistra. Gli pesa il legame iniziale con Hasan Piker, uno streamer noto per i contenuti provocatori. L'altro è William Lawrence nel settimo distretto del Michigan, vinto di poco dal presidente nel 2024. Lawrence, attivista per il clima e organizzatore di inquilini, ha battuto alle primarie due centristi, tra cui un ex Navy SEAL sostenuto dalla senatrice democratica Elissa Slotkin, che lui ha definito "guerrafondaia" per il suo sostegno a Israele. Anni fa aveva subito una condanna per un reato grave, poi cancellata, per essersi incatenato a dei macchinari durante una protesta contro un oleodotto. Al centro della sua campagna c'è l'opposizione ai data center.

Il modello dell'Economist dà a El-Sayed il 63 per cento di probabilità di vincere contro il repubblicano Mike Rogers e a Lawrence il 60 per cento. Questo succede anche perché l'impopolarità del presidente pesa più dei soliti svantaggi che accompagnano le posizioni ideologiche più radicali. Se El-Sayed vincesse, però, la sinistra lo leggerebbe non come una conseguenza dell'impopolarità di Trump, ma come la prova che i populisti di sinistra possono vincere anche negli stati in bilico.

Alle midterm di novembre i democratici partono in vantaggio. Probabilmente conquisteranno la Camera e il modello dell'Economist dà loro il 50 per cento di probabilità di prendere anche il Senato. Per riuscirci dovrebbero però vincere seggi in stati dove il presidente ha vinto nel 2024, in alcuni casi con più di dieci punti di scarto. Se il Senato è in gioco è per l'impopolarità di Trump e per la qualità dei candidati democratici in stati come Alaska, Iowa e North Carolina, dove corrono moderati esperti. Se i democratici riconquisteranno il Senato, quindi, sarà grazie ai moderati, mentre gran parte dell'entusiasmo del partito è a sinistra.

La principale preoccupazione dei centristi è che i DSA danneggino l'immagine del partito. Il comitato repubblicano per le elezioni alla Camera chiama Lawrence "criminale socialista", mentre i repubblicani hanno ribattezzato i futuri deputati dei DSA "commie caucus", il gruppo dei comunisti. Dopo che un iscritto ai DSA ha vinto le primarie per il Senato in Florida, il candidato democratico a governatore dello stesso stato si è sentito obbligato a ripetere in televisione: "Rifiuto il socialismo. Rifiuto i DSA. Sono un capitalista".

La sinistra potrebbe anche rendere più difficile governare. L'Economist ricorda il Tea Party, il movimento di base conservatore che scosse l'establishment repubblicano e anticipò l'ascesa di Trump: nel 2010 elesse 40 deputati, che provocarono la chiusura del governo federale per mancata approvazione del bilancio, minacciarono l'insolvenza sul debito pubblico e resero la vita difficile allo speaker repubblicano. Con una maggioranza stretta, la sinistra democratica potrebbe complicare i voti sul bilancio chiedendo di eliminare gli aiuti a Israele o di togliere i fondi all'ICE, l'agenzia federale che si occupa dell'immigrazione. Chris Rabb, iscritto ai DSA e probabile futuro deputato di Philadelphia, ha detto all'Economist che la sua priorità sarà chiedere conto a qualunque speaker democratico sulla base degli interessi e delle priorità del suo gruppo.

Third Way, un centro studi di centrosinistra, sta raccogliendo materiale imbarazzante sui DSA nell'ambito di un piano da 15 milioni di dollari per screditarli. Jared Moskowitz, deputato della Florida che ha respinto lo sfidante dei DSA alle primarie, ha definito il gruppo "antiamericano nel profondo" e ha messo in dubbio che i suoi parlamentari debbano avere accesso alle informazioni riservate. Rahm Emanuel, ex collaboratore di Bill Clinton e Barack Obama alla Casa Bianca e probabile candidato alla presidenza, vuole che i DSA smettano di partecipare alle primarie democratiche.

Il malcontento degli elettori però resterebbe anche se El-Sayed perdesse o se i DSA venissero messi ai margini. Tre dei deputati uscenti sconfitti dai DSA quest'estate avevano tra i 69 e i 71 anni, mentre gli sfidanti erano della generazione Z o millennial. Gli elettori democratici vogliono un ricambio generazionale, anche perché sono furiosi per come è finita la ricandidatura di Joe Biden. I sondaggi mostrano che i democratici sono più motivati a votare dei repubblicani ma anche più insoddisfatti del proprio partito. Quando gli elettori smettono di fidarsi dei leader, smettono anche di seguirne le indicazioni: i candidati preferiti da Schumer nelle primarie per il Senato in Maine, Michigan e Minnesota hanno perso tutti.

Negli ultimi vent'anni l'elettorato democratico è diventato più progressista. I millennial, cresciuti durante la crisi finanziaria, si portano verso i quarant'anni i propri dubbi sul capitalismo e le proprie idee progressiste sui temi sociali. Dal 2010 la quota di democratici che si definiscono "liberal" o "molto liberal", che negli Stati Uniti significa di sinistra, è salita di 15 punti fino al 55 per cento. Due democratici su tre hanno un'opinione positiva del socialismo, 16 punti in più rispetto al passato. Anche su Israele il partito si è spostato: sette democratici su dieci sono contrari a inviare aiuti economici o militari. Due dei candidati dei DSA che hanno vinto le primarie per la Camera quest'estate, Melat Kiros a Denver e Darializa Avila Chevalier a New York, si sono fatti conoscere come attivisti filopalestinesi.

Patrick Ruffini, sondaggista repubblicano, ha spiegato all'Economist che alcune proposte economiche socialiste sono piuttosto popolari: aumentare il salario minimo, fissare un tetto ai prezzi dei farmaci e agli affitti, tassare i ricchi e garantire l'assistenza sanitaria universale. Il problema è che vengono presentate insieme a posizioni sociali estreme e sotto l'etichetta del socialismo, un peso che si fa sentire soprattutto negli stati in bilico che decidono le presidenziali. Secondo Ruffini, se i democratici vinceranno nettamente le midterm, la sinistra potrebbe dimenticare le lezioni della sconfitta del 2024: che l'economia conta più di tutto e che le posizioni di sinistra sui temi sociali non pagano alle elezioni generali. Più di metà degli americani pensa che i democratici siano troppo a sinistra.

Gli esponenti più accorti dei DSA sembrano averlo capito. Zohran Mamdani, sindaco di New York, parla continuamente del costo della vita e ha rinnegato il suo vecchio sostegno al taglio dei fondi alla polizia. Alexandria Ocasio-Cortez, deputata di New York, oggi dice che la prima stagione del "woke" era una follia. Se si candiderà alla presidenza o se sfiderà Schumer per il suo seggio al Senato è una delle domande più importanti della politica democratica. Anche se partecipasse alle primarie presidenziali e perdesse, la sua sola presenza potrebbe spostare a sinistra il resto dei candidati.

Le primarie per il 2028 sono vicine: i primi candidati potrebbero annunciarsi già a dicembre. Per i centristi la sfida è raccogliere la rabbia degli elettori e proporre idee ambiziose. Secondo lo stratega democratico Jesse Lehrich, la difesa delle regole e delle istituzioni, la loro risposta abituale negli anni di Trump, non basta più: i moderati devono proporre una visione di rottura, anche senza abolire le assicurazioni sanitarie private o l'ICE. Alcuni ci stanno provando. Pete Buttigieg, segretario ai Trasporti con Biden, vuole abolire il collegio elettorale, il sistema indiretto con cui gli stati eleggono il presidente, e ampliare la Corte Suprema. Il senatore della Georgia Jon Ossoff parla di lotta alla corruzione nel governo. Il governatore della California Gavin Newsom vuole che lo stato federale entri nel capitale delle aziende di intelligenza artificiale. Emanuel propone limiti di età per i politici e il divieto dei social media per i bambini.

Nel 2020 era già successo qualcosa di simile. Dopo il ritiro dalle primarie, Sanders creò con Biden una commissione per l'unità del partito, le cui raccomandazioni guidarono i quattro anni successivi: Biden governò come il presidente più a sinistra sull'economia da decenni. Oggi molti democratici dicono già cose simili su monopoli, aumenti speculativi dei prezzi, salario minimo, sanità e tasse sui miliardari. David Sirota, ex autore dei discorsi di Sanders, prevede che alle primarie del 2028 ci saranno tre tipi di candidati: quello apertamente contro i DSA, quello di sinistra senza compromessi e quello vicino alla sinistra ma accettabile per i vertici del partito. Se quest'ultimo farà proprie le idee populiste, secondo Sirota, avrà vinto la corrente populista anche se si definirà moderato.


Gli elettori Dem non vogliono un partito più a sinistra, ma più aggressivo


Gli elettori democratici che chiedono un partito più a sinistra e quelli che lo vogliono più al centro dicono la stessa cosa, con le stesse parole: il problema non è la linea politica, è che i loro leader non combattono abbastanza. Lo sostiene Sarah Longwell, che dal 2018 ha condotto oltre 400 focus group con migliaia di elettori americani, in un'analisi pubblicata sull'Atlantic e tratta dal suo libro How to Eat an Elephant: One Voter at a Time. Un focus group è una discussione guidata con un piccolo gruppo di persone selezionate in base al voto o alle opinioni, usata per capire non quanti la pensano in un certo modo ma perché.

L'esperimento più netto Longwell lo ha fatto l'anno scorso: ha riunito due gruppi di democratici che volevano un partito più moderato e due gruppi che lo volevano più progressista. Ad ascoltarli senza sapere chi fosse chi, dice, non si sarebbe capita la differenza. Gli uni e gli altri non chiedevano un riposizionamento ideologico né misure specifiche, ma un atteggiamento: rispondere colpo su colpo ai repubblicani, smettere di trattarli come si trattava il Partito Repubblicano di Mitt Romney nel 2012.

Nei circoli dirigenti democratici, invece, il dibattito resta quello tra ala progressista e ala moderata, come se il futuro del partito fosse una questione di programma. È la stessa frattura che si sta misurando nelle primarie di questi mesi. Longwell ritiene che gli elettori si fidino: se arriva la persona giusta, pensano, le questioni di merito si risolveranno da sole. La domanda che pongono è un'altra e la ripetono in modo pressoché unanime: perché non combattete di più?

Il punto di partenza del suo lavoro è un episodio del luglio 2018. Longwell era volata a Columbus, in Ohio, per ascoltare elettori che avevano votato Trump nel 2016 con riluttanza, tre giorni dopo il vertice di Helsinki con Vladimir Putin. In quel momento l'intelligence americana aveva già concluso pubblicamente che Putin aveva ordinato personalmente le interferenze nelle elezioni del 2016 a beneficio di Trump. In conferenza stampa il presidente aveva risposto a chi gli chiedeva se credesse alle proprie agenzie o al leader russo: "Il presidente Putin dice che non è stata la Russia. Non vedo alcun motivo per cui dovrebbe esserlo". A Washington era scoppiato un caso bipartisan. Nella stanza di Columbus, quando il moderatore ha spiegato l'accaduto, la reazione è stata una scrollata di spalle collettiva.

Da quell'episodio Longwell ha ricavato la sua tesi di fondo sulla distanza tra la capitale e il resto del Paese. Washington, scrive, più che una palude è una bolla, dentro la quale il resto dell'America diventa un'astrazione. Gli elettori sono pieni di contraddizioni: detestano il governo e vogliono ridurre il debito pubblico, ma chiedono anche che lo Stato spenda di più per le loro comunità; si dicono contrari all'aborto ma favorevoli alla libertà di scelta delle donne.

Due convinzioni però tornano sempre. La prima è che il sistema sia rotto. La seconda è che gli abbiano mentito, in modi che hanno peggiorato concretamente la loro vita. Sempre meno americani credono che lavorando duro e rispettando le regole si possa migliorare la propria condizione e molti pensano che i politici dell'establishment siano gli unici a guadagnarci. Per questo cercano leader che sembrino persone vere, interessate alla vita quotidiana di chi li vota e non solo alla conquista di una carica.

Longwell, che è un'ex repubblicana uscita dal partito dopo la scalata di Trump, vede in questo lo stesso meccanismo del 2016. Allora gli elettori repubblicani guardarono ai Romney, ai McCain e ai Bush e li giudicarono troppo deboli, troppo attaccati a norme e procedure che i democratici non rispettavano comunque, così assunsero una palla da demolizione. Dieci anni dopo Longwell sente parlare così gli elettori democratici, che non si fidano più di Chuck Schumer, di Hakeem Jeffries e della vecchia guardia che ha lasciato che Trump prendesse il controllo del Paese.

La differenza è che i democratici non vogliono la politica del presidente e nemmeno la sua rottura sistematica delle regole. Vogliono la sua energia. Sono stanchi di un partito che manda l'equivalente di una lettera di protesta mentre la democrazia brucia. Allo stesso tempo non vogliono diventare ciò che detestano.

Il presidente ha trasformato il rapporto tra la Casa Bianca e il pubblico rendendolo diretto e inevitabile. Tra i comizi, gli interventi a Fox News e i messaggi su Truth Social si sa sempre cosa pensa di qualsiasi cosa, con chi ce l'ha e persino a che ora va a dormire (i post sono accompagnati dall'orario). Longwell precisa che questa è una constatazione e non un giudizio di valore. Gli elettori hanno la sensazione di conoscerlo e di essere dentro il movimento. Chi correrà per i democratici nel 2028 dovrà essere altrettanto presente culturalmente e costruire un rapporto diretto con gli elettori che salti quel che resta dei mediatori tradizionali.

Longwell individua quattro terreni su cui i repubblicani sono deboli. Il primo è l'immigrazione, che resta un punto di forza del presidente, visto che gli elettori continuano a fidarsi più dei repubblicani sul controllo delle frontiere. Esiste però uno scarto tra quello che volevano e quello che hanno ottenuto. Molti di loro chiedevano di colpire chi entra adesso e chi ha commesso reati, non di andare a prendere i bambini nelle scuole elementari. Non sono elettori favorevoli alle frontiere aperte, ma pensano che il presidente sia andato oltre e che tra forza e crudeltà ci sia una differenza.

Il secondo è la corruzione. Chi si aspettava che il presidente combattesse per loro scopre che sta soprattutto arricchendo la propria famiglia. L'aereo accettato dal governo del Qatar è l'esempio che ricorre più spesso nelle discussioni. Il terzo è il caso Jeffrey Epstein. Gli elettori di Trump ricordano che aveva promesso in campagna elettorale di pubblicare i documenti e non capiscono perché stia temporeggiando, con l'impressione che qualcuno resti davvero al di sopra della legge.

Il quarto è l'economia. Chi ha votato Trump nel 2024 dice che non sta facendo quello che aveva promesso per far scendere i prezzi. I giovani che gli avevano creduto quando prometteva di costruire la più grande economia della storia si sentono presi in giro. Il mercato del lavoro è tra le loro preoccupazioni principali. Il costo della vita resta la questione decisiva, anche mentre molte altre regole del comportamento elettorale cambiano.

Quando Longwell chiede agli elettori quali politici li entusiasmano, non sente nomi della vecchia guardia. Ricorrono quelli di Jon Ossoff, senatore della Georgia apprezzato per la capacità di essere sintetico, di Pete Buttigieg, considerato un comunicatore capace di andare anche nei programmi della destra, di Zohran Mamdani, sindaco di New York visto come un innovatore non legato al passato e quello di Alexandria Ocasio-Cortez (la deputata di New York). Nessuno di questi nomi appartiene a una sola area del partito: quello che li accomuna, agli occhi degli elettori, è l'autenticità e l'interesse per i problemi delle persone comuni, non la collocazione nell'eterna disputa tra centro e sinistra che appassiona gli addetti ai lavori.

I candidati democratici che avranno successo, sostiene Longwell, saranno quelli capaci di spiegare con chiarezza perché il movimento del presidente ha tradito i suoi elettori, insistendo sulle sue contraddizioni e sulle promesse non mantenute e di costruire un programma centrato sull'economia, sulle opportunità e su un piano concreto per migliorare la vita quotidiana degli americani. Il resto, dice, dipende da quanto in fretta i dirigenti del partito capiranno che le vecchie regole non valgono più.


reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

La Fed alza i tassi di un quarto di punto


Si tratta della prima decisione in questo senso nel giro da luglio 2023. Gli analisti si attendono ulteriori aumenti dei tassi in arrivo, mentre il rischio di inflazione sale a causa della crisi energetica in corso e della bolla IA.

La Federal Reserve ha alzato questa sera i tassi di interesse di un quarto di punto percentuale, portando l'intervallo di riferimento fra il 3,75% e il 4%. È il primo rialzo dal luglio 2023 e il primo cambiamento dei tassi da quando Kevin Warsh ha assunto la guida della banca centrale americana, alla fine di maggio. Tutti i 12 membri votanti del Federal Open Market Committee (FOMC), l'organo della Fed che decide la politica monetaria, hanno sostenuto in maniera unanime la misura, ampiamente attesa dai mercati.


FOMC Statement
Il comunicato stampa ufficiale con l'aumento dei tassi da parte della Fed.

monetary20260916a1.pdf
166 KB

download-circle

La scelta mette Warsh in netto contrasto con il presidente Donald Trump, che lo aveva scelto anche con l'aspettativa di una politica monetaria più accomodante e ha ripetutamente chiesto tassi più bassi. Il nuovo presidente della Fed ha invece insistito sulla necessità di riportare l'inflazione verso l'obiettivo del 2%, rimasto fuori portata per oltre cinque anni.

Nel comunicato che accompagna la decisione, la Fed afferma che il rialzo "favorirà un ritorno più tempestivo" all'obiettivo del 2%. Il testo elimina inoltre il precedente riferimento agli "shock dell'offerta" come causa dell'inflazione elevata, segnalando una crescente attenzione alle pressioni sui prezzi che vanno oltre il solo comparto energetico.

La Fed vede altri rialzi


Le nuove proiezioni indicano che la stretta potrebbe non fermarsi qui. 16 dei 18 funzionari che hanno presentato una previsione sui tassi si aspettano almeno un altro aumento di un quarto di punto entro la fine dell'anno e soltanto due prevedono che il costo del denaro resti ai livelli attuali. La mediana delle stime colloca così il tasso di riferimento fra il 4% e il 4,25% a fine 2026 e allo stesso livello alla fine del 2027.

Warsh non ha presentato una propria previsione sui tassi, come aveva già fatto a giugno, quando aveva spiegato di considerare poco utile il cosiddetto dot plot, il grafico che raccoglie le stime individuali dei vertici della Fed. Anche le prospettive sull'inflazione intanto sono peggiorate. L'indice PCE (Personal Consumption Expenditures), la misura preferita dalla Fed, dovrebbe chiudere il 2026 al 3,7%, contro il 3,6% previsto a giugno. L'inflazione "core", che esclude alimentari ed energia, è attesa invece al 3,4%. Secondo le nuove stime, l'obiettivo del 2% non verrebbe raggiunto prima del 2029.

Le prospettive per l'economia restano invece solide. La crescita del PIL è stimata al 2,3% nel 2026 e al 2,4% nel 2027, mentre la disoccupazione dovrebbe attestarsi al 4,1%. Rispetto alle proiezioni di giugno, la Fed vede quindi un po' più di crescita, più inflazione e un tasso di disoccupazione più basso: un quadro coerente con una politica monetaria più restrittiva.

Energia, IA e mercati


Dalla metà del 2025 la Fed ha compiuto pochi progressi verso l'obiettivo di bassa inflazione, nonostante i tre tagli dei tassi decisi alla fine dello scorso anno per proteggere il mercato del lavoro da un possibile rallentamento. Negli ultimi mesi hanno pesato soprattutto il rincaro dell'energia legato alla guerra con l'Iran, gli effetti dei dazi sulle importazioni e la forte espansione degli investimenti nell'intelligenza artificiale, che ha sostenuto la domanda e l'attività economica. Con il rialzo di oggi, la Banca Centrale comincia a riassorbire parte dell'allentamento deciso nel 2025.

La reazione dei mercati alla vigilia della decisione era stata contenuta, segno che il rialzo era già largamente incorporato nelle quotazioni attuali. Poco prima dell'annuncio, il rendimento del Treasury decennale era sceso intorno al 4,95%, mentre l'S&P 500 era in aumento di circa lo 0,3%. L'attenzione degli investitori si è quindi spostata soprattutto sulle indicazioni relative alle prossime mosse della Fed e sulla conferenza stampa di Warsh.

I mercati hanno reagito con relativa calma all’annuncio di oggi: l’indice S&P 500 ha consolidato i guadagni registrati in precedenza, mentre i rendimenti dei Treasury restano vicini ai massimi. A livello azionario, l’indice S&P 500 è salito dello 0,4% e il Nasdaq ha guadagnato lo 0,7%, mentre il Dow Jones Industrial Average è rimasto invariato, ed i futures sul greggio Brent registrano un calo del 3% a 105,50 dollari al barile, anche questi molto vicini ai massimi dei giorni precedenti.

Questa voce è stata modificata (1 giorno fa)

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Alcuni hacker sono riusciti a penetrare in una telecamera di sorveglianza Flock. I dati raccolti mostrano come funziona realmente il sistema.

Un collettivo di hacker ha smantellato una telecamera Flock e ne ha scaricato i dati. I file includevano migliaia di video e registri che mostravano come il dispositivo avesse catturato 1,6 milioni di immagini di 50.000 veicoli in 21 giorni.

wired.com/story/hackers-flock-…

@pirati

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Rifondazione: “congresso sindacati britannici vota per boicottaggio di Israele” home.rifondazione.eu/2026/09/1… #Internazionale

Elezioni e Politica 2026 reshared this.

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

La guerra interna ai socialisti americani tra chi vuole vincere le elezioni e chi non vuole compromessi


Dopo la migliore stagione elettorale della sua storia, il DSA si divide tra chi punta a vincere le primarie democratiche e chi considera ogni compromesso con i democratici un tradimento.

I due copresidenti della sezione di New York dei Democratic Socialists of America, la principale organizzazione socialista americana, si sono fatti approvare uno stipendio da 95.000 dollari l'anno. La proposta è passata a larga maggioranza a fine agosto, ma la riunione che l'ha preceduta in un bar di Park Slope, a Brooklyn, ha mostrato quanto sia profonda la frattura che attraversa il gruppo. Una militante ha detto di non essere sicura di voler restare iscritta dopo aver visto i dirigenti locali difendere posizioni che non condivide. Un altro ha fatto notare che nessuno dei due copresidenti viene dalla classe lavoratrice. Un terzo ha chiesto come si possa controllare l'operato di dirigenti stipendiati in una sezione che non ha un vero processo di bilancio e si riunisce in spazi presi in prestito. La registrazione dell'incontro è stata ottenuta dalla Free Press.

Il DSA arriva a questo passaggio dopo la migliore stagione elettorale della sua storia. L'organizzazione conta di mandare al Congresso un gruppo di parlamentari socialisti abbastanza numeroso da strappare concessioni all'establishment democratico e da cambiare il volto del partito. Il segnale più recente del suo peso è arrivato lunedì dal governatore della California Gavin Newsom, considerato un probabile candidato alla presidenza nel 2028, che ha dichiarato a Politico di non essere "allarmato" dalla crescita del socialismo e che è lì che si trova "molta dell'energia del partito".

Il successo ha però riacceso una disputa interna che dura da anni. I marxisti-leninisti vogliono smantellare il Pentagono e rifiutano di condannare Hamas. I socialisti più pragmatici considerano invece l'abolizione della polizia e delle carceri una priorità sbagliata per chi vuole conquistare consenso elettorale.

L'ala pragmatica scommette sulla conquista delle primarie del Partito Democratico, cioè le consultazioni interne con cui negli Stati Uniti si scelgono i candidati di ciascun partito. Chi vince la primaria si presenta poi alle elezioni generali con il simbolo democratico. Questo permette ai socialisti di correre senza dover costruire da zero un partito nuovo. La strategia richiede però di accettare che i candidati facciano compromessi occasionali e di convivere con figure non sempre in linea, come la deputata Alexandria Ocasio-Cortez, un tempo il modello del parlamentare socialista e negli anni allontanatasi dal DSA. Dentro l'organizzazione questa linea è chiamata "dirty break", rottura sporca: si collabora con i democratici nel breve periodo con l'obiettivo di sostituirli nel lungo. "I nostri iscritti vogliono continuare a fare quello che funziona", ha detto al Time il copresidente nazionale Ashik Siddique, "cioè candidarsi come democratici".

L'ala purista considera qualunque saldatura con il Partito Democratico un tradimento delle radici rivoluzionarie. Il suo obiettivo non è entrare nel sistema bipartitico ma abbatterlo, ed entrarci significa correre il rischio di esserne corrotti. La piattaforma del Red Star Caucus, una delle correnti più a sinistra, sostiene che i socialisti non possono cercare alleati contro il presidente Donald Trump nell'ala sinistra di un partito capitalista e devono invece costruire un consenso per il DSA stesso attraverso la lotta di classe nei quartieri. Il Liberation Caucus, che si definisce marxista-leninista-maoista, ha condannato quello che chiama il ritiro di Ocasio-Cortez dalla politica socialista e ha respinto l'ipotesi di presentarla come candidata alla presidenza del movimento.

Cliff Connolly, membro eletto del comitato politico nazionale del DSA e vicino al Marxist Unity Group, la componente comunista dell'organizzazione, ha spiegato alla Free Press che l'obiettivo è costruire una maggioranza socialista negli Stati Uniti. Dei democratici dice che non hanno una visione coerente del cambiamento politico e che si limitano a lanciare idee sperando che qualcuna attecchisca. Connolly prevede che le decine di migliaia di americani che hanno votato per candidati apertamente socialisti in questo ciclo diventeranno milioni. Sta lavorando perché i vincitori delle primarie formino un gruppo socialista compatto alla Camera dei rappresentanti, capace di portare avanti il programma dell'organizzazione anche quando non è popolare tra i colleghi.

Quel programma, intitolato "Workers Deserve More!" e adottato al congresso di quest'estate, ha messo nero su bianco una serie di impegni: abolizione della polizia e delle carceri, chiusura di tutte le basi militari americane all'estero, taglio dei fondi al Pentagono, abolizione del Senato e sanatoria per tutti gli immigrati irregolari. L'approvazione di un testo così netto è stata una vittoria degli intransigenti.

La radicalizzazione ha spiazzato molti socialisti della vecchia guardia, convinti che l'organizzazione non somigli più a quella immaginata da Michael Harrington, che l'aveva fondata nel 1982 puntando a occupare "l'ala sinistra del possibile". Lo statuto scritto allora prevedeva l'espulsione degli iscritti che rispondessero alla disciplina di un'organizzazione centralista-democratica, una clausola pensata proprio per impedire che i marxisti-leninisti conquistassero il gruppo dall'interno. Quella regola risulta abrogata di recente.

L'estate ha portato al DSA anche il tipo di attenzione che accompagna il successo. Il copresidente della sezione di New York, Gustavo Gordillo, 38 anni e laureato a Yale, non ha completato l'apprendistato sindacale che rivendicava e ha raccontato in modo non veritiero le proprie origini familiari. Vive in una casa a schiera di pregio a Bedford-Stuyvesant, acquistata e ristrutturata dai genitori senza ricorrere a manodopera sindacalizzata. Lo ha rivelato il New York Post. A New York il responsabile dei supermercati pubblici voluti dal sindaco Zohran Mamdani ha poi ammesso che la città sta valutando incentivi e contributi per i negozi privati che non riescono a reggere la concorrenza dei nuovi punti vendita comunali, cioè un rimedio pagato dai contribuenti a un problema creato dal Comune.

Il caso più discusso ha riguardato Megan Romer, copresidente nazionale, che nel podcast del New Yorker ha detto a David Remnick che probabilmente avrebbe partecipato alla manifestazione filo-Hamas dell'8 ottobre a New York se si fosse trovata in città e che non aveva riflettito a fondo su cosa comporti davvero l'impegno della sua organizzazione a tassare pesantemente i milionari. Romer, iscritta al Red Star Caucus, ha poi detto a Fox News che l'abolizione delle carceri deve restare un obiettivo di lungo periodo.

Per una parte dei socialisti il problema non è la scarsa dimestichezza con i media ma la sostanza politica di quelle risposte. "Quando alcuni portavoce del DSA vanno sulle grandi piattaforme mediatiche e si prendono la responsabilità di ogni idea massimalista, impopolare e poco meditata sorta nel nostro movimento, confermando allegramente che sì, la vogliamo, è un modo facile per guadagnare punti di lealtà e di impegno radicale nella cerchia dei già convertiti", ha scritto Ben Burgis, editorialista di Jacobin. "Ma è una pessima strategia per convincere un pubblico più ampio". Il Red Star Caucus ha replicato in un comunicato del 31 agosto sostenendo che rinunciare a difendere il programma approvato rende impossibile il percorso del socialismo scientifico e che lo si fa solo per compiacere persone che comunque non lo sosterrebbero mai.

Il precedente che i pragmatici citano come monito è la decisione del DSA nazionale, nel 2024, di ritirare l'appoggio condizionato a Ocasio-Cortez per il suo voto a favore del finanziamento di Iron Dome, il sistema israeliano di difesa antimissile, e per la sua partecipazione a un panel sull'antisemitismo. La speranza di quest'ala è che l'arrivo di giovani attratti da Mamdani, da Bernie Sanders e dalla stessa Ocasio-Cortez, meno interessati ai test di purezza ideologica, riporti le correnti massimaliste ai margini alla prossima elezione della dirigenza nazionale. Nel frattempo il rischio è che siano quelle correnti a far saltare la coalizione: nell'agosto 2024 il Red Star Caucus rivendicava che quasi metà dei membri del comitato politico nazionale si dichiarava apertamente comunista.

La sezione di New York, la più grande e la più efficace dal punto di vista elettorale, è considerata il modello dell'ala pragmatica e dovrebbe compattarsi dietro una eventuale candidatura di Ocasio-Cortez alla presidenza nel 2028. Le correnti orientate alla politica di massa, come i caucus Socialist Majority e Groundwork, ritengono che i socialisti debbano usare il simbolo democratico per aiutare la sinistra nel suo complesso. Buona parte del confronto interno si svolge in un forum riservato agli iscritti, ma molto finisce su X, dove anche una critica moderata alla dirigenza nazionale o a Hamas può essere ridicolizzata pubblicamente da altri militanti.

Il modo in cui questa tensione si scioglierà nei prossimi mesi dirà se il DSA riuscirà a occupare uno spazio stabile nella sinistra americana o tornerà a essere quello che è stato a lungo: un movimento minoritario più interessato alla purezza ideologica che alla conquista del potere. Le sezioni locali continuano intanto a reclutare nuovi militanti con un calendario fitto di eventi sociali, mentre alle urne i risultati restano diseguali: in Nevada la sinistra democratica ha perso le sfide principali e vinto soltanto nei collegi rimasti liberi.


Caffè, softball e picnic: come i socialisti americani reclutano nuovi militanti


I Democratic Socialists of America, l'organizzazione della sinistra socialista americana a cui è iscritto anche il sindaco di New York Zohran Mamdani, stanno reclutando nuovi militanti con caffè, partite di softball, picnic e serate di giochi da tavolo. Il Wall Street Journal ha raccontato come le sezioni locali del DSA abbiano trasformato la vita sociale in uno strumento di organizzazione politica, con un calendario di appuntamenti quasi ininterrotto.

A Brooklyn si tiene il "Coffee With Comrades", un caffè del sabato mattina nel giardino di un bar aperto anche ai curiosi. A Queensbridge Park si gioca a "socialist softball", con l'invito a portare il proprio guanto o a condividerlo con chi non ce l'ha. A Forest Park, nel quartiere di Woodhaven, altri militanti si sono ritrovati per un picnic "desi, afro e latino" in cui ognuno porta qualcosa da mangiare. La sera prima c'era stata una serata di giochi a Long Island City.

Il repertorio delle sezioni sparse nel Paese comprende grigliate, giornate al mare, gruppi di corsa, aperitivi, karaoke, serate di ballo, gruppi di lettura, circoli di studio marxista e serate di giochi dedicate ai diritti delle persone transgender e all'autodeterminazione sul proprio corpo. A New York, nel Lower East Side, si è tenuto perfino un "Socialist Speed Dating": nel volantino si leggeva che nell'era del "capitalismo di fine corsa" la vita sentimentale e sociale è sempre più controllata da aziende che puntano al profitto.

David Duhalde, iscritto di lungo corso e autore, ha detto al Wall Street Journal che il movimento ha occupato lo spazio lasciato vuoto da una società civile che si è ritirata, soprattutto per una generazione che cercava relazioni dopo l'isolamento della pandemia. Il DSA, ha spiegato, "svolge davvero una funzione sociale che sarebbe di una chiesa" ed è diventato "un modo per le persone di stare insieme". Duhalde gioca a basket con altri iscritti, si ritrova a cena con coppie di militanti e ha il telefono pieno di chat di gruppo del movimento.

Van Jones, analista democratico di area centrista e critico del movimento, aveva avvertito a giugno che i candidati del DSA erano pronti a strappare seggi ai moderati nei collegi democratici. La ragione, ha scritto su X, è che l'organizzazione ha costruito con pazienza un esercito di attivisti che vanno alle riunioni, si aiutano a vicenda, studiano insieme e solo dopo lavorano per portare gli elettori alle urne il giorno del voto.

La crescita degli ultimi anni, accelerata dall'elezione di Mamdani a sindaco di New York, ha spinto il movimento a organizzare questi appuntamenti in modo più sistematico. L'obiettivo è evitare che chi si iscrive in un momento di entusiasmo resti quello che internamente viene chiamato un "iscritto di carta", cioè un tesserato che non partecipa mai a nulla.

La sezione di New York ha sviluppato una propria applicazione per accompagnare i nuovi iscritti nei primi passi dentro l'organizzazione. A Brooklyn i militanti distribuiscono anche una "Red Card", un cartoncino delle dimensioni di un biglietto da visita con sei azioni da completare in novanta giorni: partecipare a un caffè o a una riunione di sezione, fare campagna porta a porta per un candidato, portare un amico. Per ogni azione completata si riceve un adesivo con una rosa rossa, il simbolo del movimento.

Il sistema prevede che ai caffè e agli eventi siano presenti i responsabili dell'accoglienza e i coordinatori dei gruppi di lavoro, così che il nuovo arrivato ritrovi una faccia conosciuta quando decide di impegnarsi in una campagna elettorale. I gruppi di lettura invernali funzionano nello stesso modo e sono spesso la porta d'ingresso al movimento.

Fuori da Washington, nella sezione della contea di Montgomery in Maryland, gli iscritti hanno organizzato una cena di gruppo in un ristorante palestinese e la distribuzione di Narcan, il farmaco che blocca le overdose da oppioidi, in un locale della scena musicale underground della capitale. La sezione della capitale organizza picnic, uscite in kayak sul fiume Potomac e merende a base di bubble tea e gelato.

Il modello si ripete anche sulla costa ovest. Il caucus comunista della sezione di East Bay, in California, evita la politica elettorale e si dedica all'organizzazione degli inquilini e ad altre attività di base, un lavoro lungo e spesso frustrante. Anche lì il gruppo sostiene attività che con la politica non c'entrano nulla, dall'arrampicata ai laboratori di artigianato, oltre al classico giro in un bar dopo la riunione.

L'organizzazione conta circa 120mila iscritti in tutto il Paese. La socialità serve a tenere insieme un ambiente politico che negli Stati Uniti è stato a lungo frammentato e senza una struttura stabile. Oggi il movimento si presenta come una comunità in cui chi entra in una stanza sa già che gli altri la pensano in modo simile. È lo stesso terreno su cui si sta muovendo la generazione di militanti che contesta la vecchia guardia del Partito Democratico nelle primarie.


Questa voce è stata modificata (1 giorno fa)

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Il censimento del 2030 potrebbe escludere milioni di residenti


La proposta del Census Bureau aggiunge la domanda sulla cittadinanza e cancella quelle su etnia e orientamento sessuale. In gioco i 435 seggi della Camera e i fondi federali.

Il Census Bureau, l'agenzia federale che ogni dieci anni conta la popolazione degli Stati Uniti, ha proposto di escludere dal censimento del 2030 gli immigrati irregolari e gli stranieri che non hanno un permesso di soggiorno permanente. La proposta, pubblicata mercoledì sul registro federale dove finiscono gli atti dell'Amministrazione prima di diventare definitivi, aggiunge anche una domanda sulla cittadinanza al questionario. Se venisse adottata, toglierebbe milioni di residenti dal conteggio, cambierebbe la ripartizione dei seggi alla Camera e sposterebbe fondi federali da uno Stato all'altro.

Nel documento si sostiene che chi non ha la cittadinanza o la residenza permanente non è tra i "veri abitanti, membri del corpo politico o persone con una residenza abituale negli Stati Uniti, per la mancanza di un legame e di una fedeltà sufficienti verso gli Stati Uniti". Con le nuove regole resterebbero fuori dal conteggio anche i rifugiati e i richiedenti asilo.

I funzionari dell'Amministrazione vogliono inoltre vietare al Census Bureau di porre alcune domande demografiche, tra cui quelle sull'etnia, sull'origine nazionale e sull'orientamento sessuale. La rilevazione, si legge nella proposta, "dovrebbe essere cieca al colore della pelle e non dovrebbe essere distorta in alcun modo da domande su caratteristiche personali irrilevanti". Il censimento americano raccoglie dati sull'etnia e sull'origine delle persone dal 1790.

Il presidente prova da anni a cambiare il modo in cui viene contata la popolazione americana. Nel suo primo mandato aveva tentato di inserire la domanda sulla cittadinanza nel censimento del 2020, ma la Corte Suprema aveva congelato il piano perché le ragioni fornite dai suoi funzionari erano "pretestuose".

Trump ha poi detto che quella domanda serviva a intervenire sul ridisegno dei collegi elettorali, un argomento che il dipartimento della Giustizia non aveva usato nella difesa in tribunale. I risultati del censimento decidono ogni dieci anni come i 435 seggi della Camera vengono distribuiti tra i cinquanta Stati. "Prima di tutto ti serve per il Congresso, ti serve per il Congresso per i collegi", aveva detto nel 2019. "Ti serve per gli stanziamenti: dove vanno i fondi? Quante persone ci sono? Sono cittadini? Non sono cittadini? Ti serve per molte ragioni."

Nell'agosto dell'anno scorso il presidente ha annunciato di avere dato istruzioni al dipartimento del Commercio, da cui dipende il Census Bureau, di rifare il censimento, mentre nel paese era in corso la battaglia sul ridisegno delle mappe elettorali. "Le persone che sono nel nostro Paese illegalmente non saranno contate nel censimento", aveva scritto su Truth Social.

La proposta finirà quasi certamente davanti ai giudici. Il quattordicesimo emendamento della Costituzione stabilisce che i deputati siano ripartiti tra gli Stati sulla base del "numero complessivo di persone in ciascuno Stato", senza alcun riferimento alla cittadinanza o alla condizione migratoria.

Oggi il censimento conta i cittadini americani nati nel paese, quelli naturalizzati, i cittadini di territori americani che non hanno la cittadinanza piena, i residenti permanenti legali e i migranti temporanei, cioè gli studenti stranieri, i rifugiati, i richiedenti asilo e gli immigrati irregolari.

La procuratrice generale dello Stato di New York, Letitia James, che aveva guidato la causa contro i tentativi di modificare il censimento del 2020, ha detto mercoledì che lo Stato sta di nuovo valutando le vie legali per opporsi. "La Costituzione è chiara. Ogni persona che vive negli Stati Uniti, indipendentemente dal suo status migratorio, deve essere contata nel censimento", ha scritto su X.

Gruppi per i diritti civili e organizzazioni sanitarie hanno messo in guardia anche contro la cancellazione delle domande sull'etnia e sull'origine delle persone, perché renderebbe più difficile riconoscere le disuguaglianze nella salute e distribuire di conseguenza i fondi federali. "Se cambi quello che il censimento conta, cambi anche dove i soldi possono essere più utili", hanno scritto la scorsa settimana Vi D. Le e Melanie Klein della Federation of American Scientists.

"Togliere i dati sull'etnia e sull'origine non fa sparire le disuguaglianze nella salute", hanno aggiunto le due autrici. "Le rende soltanto più difficili da trovare, da misurare e da correggere."


Le nuove mappe elettorali volute da Trump rischiano di non spostare quasi nulla alle midterm


La guerra delle mappe elettorali voluta dal presidente Donald Trump in vista delle elezioni di midterm di novembre rischia di chiudersi in sostanziale parità. È la conclusione di un'analisi di Ethan Chen, analista elettorale e autore della newsletter Decalibrate su Substack. Secondo i suoi calcoli, i repubblicani hanno ridisegnato i collegi con l'obiettivo di conquistare 15 seggi oggi tenuti dai democratici alla Camera, ma in 10 di questi i democratici hanno almeno il 50% di possibilità di mantenere il controllo. I democratici, che hanno risposto con il ridisegno di una mappa in California e con un nuovo collegio ottenuto in Utah, sono invece nettamente favoriti in tutti e 6 i seggi attualmente detenuti dai repubblicani che puntano a conquistare.

Negli Stati Uniti i confini dei collegi della Camera vengono ridisegnati dai singoli Stati, di norma una volta ogni 10 anni dopo il censimento. Il gerrymandering consiste nel tracciarli in modo da favorire un partito, concentrando gli elettori avversari in pochi collegi oppure distribuendoli tra molti collegi nei quali restano in minoranza. Trump ha spinto gli Stati a guida repubblicana a ridisegnare le mappe a metà decennio, mentre una decisione della Corte Suprema ha aperto la strada allo smantellamento di collegi a maggioranza nera e latino americana fino ad allora protetti dal Voting Rights Act, la legge federale sul diritto al voto. Molti analisti avevano descritto la sentenza come potenzialmente disastrosa per i democratici, stimando fino a una decina di seggi aggiuntivi per i repubblicani.

Ma giovedì la Corte Suprema del Missouri ha annullato all'unanimità la nuova mappa repubblicana dello Stato e ripristinato quella precedente, salvando così il seggio del democratico Emanuel Cleaver a Kansas City. Il Missouri ha presentato ricorso alla Corte Suprema federale, sostenendo che sia ormai troppo tardi per cambiare i collegi perché le primarie si sono già svolte. Il ritardo, tuttavia, è stato provocato dallo stesso Segretario di Stato repubblicano, che ha rallentato deliberatamente la procedura. Secondo Chen, gli esperti di diritto elettorale sono scettici sulle possibilità di successo del ricorso: la Corte Suprema federale ha già consentito all'Alabama di ridisegnare i collegi dopo le primarie e, in genere, evita di intervenire sulle decisioni delle Corti statali che riguardano le rispettive costituzioni. La sentenza del Missouri potrebbe quindi aver chiuso, con ogni probabilità, la stagione delle nuove mappe.

Complessivamente nove Stati hanno ridisegnato i collegi per il 2026. I repubblicani hanno preso di mira un seggio detenuto dai democratici in Alabama, quattro in Florida, uno in Louisiana, uno in North Carolina, due in Ohio, uno in Tennessee e cinque in Texas. I democratici puntano invece a conquistare cinque seggi oggi detenuti dai repubblicani in California e uno in Utah.

L'analisi di Chen parte da un'ipotesi sul clima politico nazionale. Secondo la media di Silver Bulletin, il sito di Nate Silver, i democratici sono avanti di circa 8 punti nel cosiddetto generic ballot, il sondaggio che chiede agli elettori quale partito voterebbero per il Congresso senza indicare i nomi dei candidati. Il contesto è quindi di circa 10 punti più favorevole ai democratici rispetto alle elezioni per la Camera del 2024. Chen osserva inoltre che, storicamente, i deputati uscenti ottengono circa 3 punti in più rispetto a un candidato medio. Un democratico in carica potrebbe dunque migliorare di circa 13 punti il risultato ottenuto da Kamala Harris nel proprio collegio, rendendo così potenzialmente contendibile persino un distretto in cui Trump aveva vinto di 14 punti nel 2024.

Midterm 2026 · La guerra delle mappe
Trump ha fatto ridisegnare i collegi, ma il conto finale è quasi in pareggio
Nove Stati hanno riscritto i confini dei collegi della Camera prima del voto di novembre. Secondo l’analisi dell’esperto elettorale Ethan Chen, il vantaggio netto dei repubblicani si ferma a un solo seggio: il clima politico nazionale sta cancellando quasi tutto quello che le nuove mappe avevano promesso.
Grafica di FocusAmericaAggiornato al 5 settembre 2026

IIl bilancioBilancio IILa sogliaSoglia IIIDove si votaMappa IVChe cosa restaResta
Questa infografica è interattiva e richiede JavaScript. In sintesi: i repubblicani hanno ridisegnato 15 collegi democratici, ma in 10 di questi i democratici restano in partita; i democratici sono favoriti in tutti e 6 i collegi repubblicani che puntano a conquistare. Saldo netto stimato: un solo seggio ai repubblicani.

Il conto dei seggi
I repubblicani hanno ridisegnato i collegi con l’obiettivo di strappare 15 seggi ai democratici. I democratici hanno risposto con una nuova mappa in California e con un collegio ottenuto in Utah.

Attacco repubblicano
15

Risposta democratica
6

seggi democratici presi di mira dalle nuove mappe, in sette Stati
seggi repubblicani nel mirino: cinque in California, uno in Utah

I 15 seggi democratici sotto attacco
Valutazione di Ethan Chen

5 collegi dove i repubblicani sono favoriti 4 in bilico 6 dove i democratici restano favoriti

I 6 seggi repubblicani nel mirino democratico
Un rettangolo = un seggio

In 10 dei 15 collegi presi di mira i democratici conservano almeno il 50% di probabilità di vittoria. Nei 6 seggi repubblicani che vogliono strappare, invece, sono favoriti ovunque.

7
seggi conquistati dai repubblicani, se i 4 collegi in bilico si dividessero a metà

+1
Saldo nettoai repubblicani

6
seggi conquistati dai democratici, tutti in California e in Utah

Fin dove arriva un democratico
Un deputato democratico uscente non parte dal risultato di Kamala Harris nel proprio collegio: guadagna il vantaggio del clima nazionale e quello personale di chi è già in carica. La somma dei due indica fin dove può spingersi. Muova il cursore per cambiare il clima politico e vedere come si sposta la soglia.

Clima nazionale nei sondaggi
D+8,0

PareggioD+14

10,5
punti recuperati rispetto al 2024

+3,0
punti di vantaggio dell’uscente

13,5
soglia: fin qui possono arrivare

Posizione sull’asse: margine del 2024 nei nuovi confini. H+ indica un vantaggio di Harris, T+ un vantaggio di Trump.

La soglia è un ordine di grandezza, non una previsione: candidati, raccolta fondi e sondaggi locali spostano ogni singola corsa. Il colore dei punti riflette la valutazione di Chen, la posizione il margine di Trump nel 2024.

La geografia della partita
Sette Stati a guida repubblicana hanno ridisegnato i collegi per togliere seggi ai democratici. In California una nuova mappa e in Utah una sentenza spingono nella direzione opposta. Tocchi un punto della mappa, o un collegio nell’elenco, per aprire la scheda.

21 collegi · 9 StatiSeleziona un punto per i dettagli

Repubblicani favoriti In bilico Democratici favoriti Ridisegno repubblicano Ridisegno democratico

Ogni punto segna il principale centro urbano del collegio, non i suoi confini: le mappe del 2026 non sono ancora disponibili come dato geografico pubblico. Confini statali: Natural Earth.

Lo spostamento strutturale
Anche togliendo il clima politico, la Camera resta un po’ più a destra di prima. Il modo migliore per misurare lo spostamento è il collegio mediano: quello che sta esattamente al centro della distribuzione, fra i seggi più democratici e quelli più repubblicani.

Dove si trova il collegio mediano
+1,4 punti verso i repubblicani

Mappe del 2024Trump+3,1

Mappe del 2026Trump+4,5

PareggioTrump+3Trump+6Trump+9

205 → 200
I collegi che Harris avrebbe vinto nel 2024, prima e dopo il ridisegno. Per la maggioranza ne servono 218

9 Stati
Hanno ridisegnato i collegi per il 2026: sette a guida repubblicana, due a guida democratica

1 seggio
Salvato in Missouri: la Corte Suprema dello Stato ha annullato all’unanimità la mappa repubblicana

3 Stati
New York, Virginia e Minnesota: qui i democratici preparano le proprie mappe per il 2028

La sentenza del Missouri, arrivata giovedì 3 settembre, ha ripristinato i vecchi confini e salvato il seggio del democratico Emanuel Cleaver a Kansas City. Lo Stato ha annunciato ricorso alla Corte Suprema federale, ma gli esperti di diritto elettorale lo considerano difficile da vincere: con ogni probabilità la stagione delle nuove mappe si chiude qui.

Fonte: Decalibrate (Ethan Chen); Silver Bulletin; Sabato’s Crystal Ball; Cook Political Report; Texas Tribune; Inside Elections; Corte Suprema del Missouri. Margini presidenziali 2024 ricalcolati sui nuovi confini. Confini statali: Natural Earth. Dati aggiornati al 5 settembre 2026. Elaborazione FocusAmerica.

Dove le mappe repubblicane funzionano e dove no


L'Alabama è l'esempio più evidente. Il collegio a maggioranza afroamericana del democratico Shomari Figures è stato trasformato in un distretto a maggioranza bianca nel quale Trump aveva vinto di 14 punti. Il Cook Political Report, una delle principali testate specializzate nell'analisi elettorale, lo aveva inizialmente classificato come sicuramente repubblicano, salvo rivedere la valutazione due settimane più tardi.

Gli unici due sondaggi disponibili sono interni del DCCC, il comitato del Partito Democratico per le elezioni alla Camera: a fine giugno il repubblicano Rhett Marques era avanti 45-44, mentre a fine luglio i due candidati risultavano appaiati al 46%. Il comitato ha appena speso 57.000 dollari in spot nel collegio. Con l'affluenza degli elettori afroamericani salita alle primarie su livelli quasi senza precedenti e i democratici in recupero soprattutto tra gli elettori a basso reddito, Chen considera la sfida un testa a testa.

In Florida la nuova mappa distrettuale era stata concepita per strappare 4 seggi ai democratici, ma lo stesso governatore Ron DeSantis ha ammesso che difficilmente raggiungerà l'obiettivo sperato. Kathy Castor, deputata dell'area di Tampa, nel 2024 ha ottenuto 8 punti in più di Harris e nel 2022 9 punti in più del candidato democratico a governatore. Il suo nuovo collegio è un Trump+10,5, ma l'unico sondaggio indipendente la vede avanti 46-38 e Chen la considera solo leggermente favorita.

Darren Soto, deputato dell'area di Kissimmee, dispone di un vantaggio personale simile, ma il suo collegio è stato spostato molto più a destra, fino a Trump+18. Non è più a maggioranza latino americana e un suo sondaggio interno dà i due candidati appaiati 41-41, ma per il momento i repubblicani restano leggermente favoriti. Jared Moskowitz è invece finito in un collegio Trump+10,5, forse quello con la maggiore quota di elettori ebrei del Paese. Il suo avversario, l'ex sindaco di Boca Raton Scott Singer, ha vinto a fatica le primarie e ha raccolto appena il 32% nella parte del collegio compresa nella contea di Palm Beach, dove si trova la città che ha amministrato. L'unico sondaggio disponibile, un sondaggio interno della campagna di Moskowitz risalente a maggio, dava il democratico avanti di 10 punti: Chen lo considera leggermente favorito.

Il quarto collegio della Florida nel mirino, il ventiduesimo, non ha un deputato uscente: è un Trump+10,5, con due candidati credibili e ben finanziati e un sondaggio interno democratico che li dà in parità. Anche qui la sfida è considerata un testa a testa. L'unico seggio repubblicano reso più vulnerabile dalla nuova mappa è il sedicesimo, passato da Trump+16 a Trump+14. Il democratico Kelly Kirschner ha diffuso un sondaggio interno che lo vede avanti 40-39, ma la candidata repubblicana Sydney Gruters, moglie del presidente del Comitato Nazionale Repubblicano, non dovrebbe avere problemi di raccolta fondi: qui, dunque, i repubblicani restano favoriti.

Louisiana e Tennessee sono invece i due casi in cui il gerrymandering repubblicano sembra aver raggiunto pienamente il proprio obiettivo. In Louisiana il collegio a maggioranza afroamericana di Cleo Fields è stato trasformato in un distretto a maggioranza bianca Trump+32 e Fields tornerà al Senato statale. In Tennessee il collegio di Memphis a maggioranza afro americana rappresentato da Steve Cohen è stato diviso tra tre distretti fortemente repubblicani e Cohen si è ritirato. Il nuovo nono collegio è un Trump+21, molto difficile da conquistare per il democratico Justin Pearson, progressista noto per essere stato espulso dal parlamento statale. La mappa ha inoltre reso più sicuro anche il quinto collegio del repubblicano Andy Ogles, ora Trump+23, dove il democratico Chaz Molder è indietro di 8 punti persino in un proprio sondaggio interno.

In North Carolina i repubblicani ci riprovano con Don Davis dopo il tentativo fallito del 2024. Due anni fa Davis vinse di 2 punti in un collegio Trump+3; ora deve riuscirci in un Trump+12 dal quale sono state eliminate alcune delle aree a lui più favorevoli. Due sondaggi interni democratici lo danno avanti di 3 o 4 punti, mentre un sondaggio repubblicano lo vede alla pari con Laurie Buckhout, la stessa avversaria del 2024. A livello statale, intanto, i democratici sono avanti di circa 5 punti nelle intenzioni di voto per il Congresso. Anche questa corsa è un testa a testa.

In Ohio i repubblicani hanno proposto ai democratici una mappa solo moderatamente più favorevole al proprio partito, rinunciando a un ridisegno dei distretti che avrebbe potuto ribaltare tre seggi, per evitare una lunga battaglia giudiziaria e un possibile referendum. I democratici hanno accettato la nuova mappa. A Cincinnati Greg Landsman si ritrova così in un collegio Trump+3 che probabilmente avrebbe vinto anche nel 2024. L'unico sondaggio disponibile, realizzato da un istituto conservatore, lo dà avanti di 4 punti. Marcy Kaptur, la donna con più anni di servizio nella storia della Camera, aveva vinto nel 2024 in un collegio Trump+7 e ora corre in un Trump+11 contro lo stesso avversario di due anni fa. Chen la considera leggermente favorita.

Il Texas è lo Stato nel quale i repubblicani avevano promesso i maggiori guadagni. La nuova mappa era stata disegnata per conquistare 5 seggi, partendo dall'ipotesi che i progressi di Trump tra gli elettori latini nel 2024 fossero permanenti. I dati successivi sembrano però indicare il contrario e oggi, secondo Chen, i repubblicani sarebbero fortunati a conquistarne tre.

Il collegio del democratico conservatore Henry Cuellar è passato da Trump+7 a Trump+10, ma nelle elezioni per il Congresso aveva votato molto più a sinistra rispetto alle presidenziali. Cuellar, che era sotto processo per corruzione, ha ricevuto la grazia da Trump e si è comunque ricandidato con i democratici: l'unico sondaggio indipendente lo dà avanti di 11 punti. Vicente Gonzalez, in un altro collegio Trump+10 rimasto a maggioranza latino americana, è avanti di 3 punti nell'unico sondaggio indipendente.

Nel trentacinquesimo collegio, a maggioranza latina e comprendente i sobborghi di San Antonio, un sondaggio interno democratico dà i repubblicani avanti di un punto, mentre i democratici risultano in vantaggio nelle corse per governatore e Senato: testa a testa. Gli ultimi due collegi, Trump+20 e Trump+18, vengono invece considerati sostanzialmente persi: i deputati democratici uscenti si sono spostati nei distretti vicini e gli sfidanti rimasti dispongono di poche risorse.

La California riequilibra il conto


In California la nuova mappa, approvata dagli elettori con un referendum, non si limita a colpire 5 seggi attualmente detenuti dai repubblicani: ha anche messo al sicuro diversi esponenti democratici che prima rappresentavano collegi in bilico, come Josh Harder e Adam Gray, eletti in distretti vinti da Trump e ora candidati in collegi conquistati da Harris.

Dei 5 deputati repubblicani nel mirino, Doug LaMalfa è morto e il suo collegio, Harris+12, viene considerato una conquista sicura per i democratici. Kevin Kiley ha invece scelto di ricandidarsi come indipendente in un Harris+9, dove i candidati democratici hanno ottenuto complessivamente 11 punti in più nella jungle primary, la primaria californiana aperta a tutti i partiti nella quale i primi due classificati accedono al voto di novembre. Young Kim e Ken Calvert sono stati inseriti nello stesso collegio, lasciando libero un distretto Harris+13 destinato con ogni probabilità ai democratici.

David Valadao resta invece in un collegio Trump+2 a maggioranza latino americana, ma alle primarie i democratici hanno raccolto complessivamente 19 punti in più e un sondaggio interno democratico lo dà indietro di 4: è leggermente sfavorito. La sfida più incerta è invece quella per il seggio lasciato da Darrell Issa, un Harris+4 nel quale i democratici hanno vinto le primarie con 7 punti di vantaggio, ma un sondaggio indipendente li vede avanti soltanto 45-42.

In Utah la Corte Suprema statale ha invece imposto ai repubblicani di applicare le mappe imparziali approvate dagli elettori con un referendum nel 2018. Il deputato repubblicano Burgess Owens si è così ritirato e il nuovo primo collegio, Harris+24, è considerato una conquista sicura per l'ex deputato democratico Ben McAdams.

Secondo il bilancio complessivo di Chen, le nuove mappe favoriscono dunque i democratici nella conquista di 6 seggi e i repubblicani in 5 collegi oggi detenuti dai democratici. Altri 4 collegi attualmente sono in bilico. Se questi ultimi si dividessero equamente tra i due partiti, i repubblicani conquisterebbero 7 seggi e i democratici 6, con un saldo netto di un solo seggio a favore dei repubblicani.

A limitare il vantaggio repubblicano è soprattutto il clima politico nazionale, oggi molto favorevole ai democratici. Diverse mappe disegnate dai repubblicani puntano infatti ad assicurare più seggi in una competizione equilibrata, ma potrebbero rivelarsi vulnerabili a un’ondata democratica come quella che si sta configurando per novembre. Anche senza considerare il clima politico, tuttavia, lo spostamento resterebbe relativamente contenuto: il margine di vantaggio di Trump nel collegio mediano della Camera, quello al centro della distribuzione tra seggi più democratici e più repubblicani, passa da 3,1 punti con le mappe del 2024 a 4,5 punti con quelle del 2026. In vista del 2028, intanto, i democratici stanno preparando il ridisegno di nuove mappe a proprio vantaggio anche a New York, in Virginia e in Minnesota.


Questa voce è stata modificata (1 giorno fa)

Elezioni e Politica 2026 reshared this.

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

✨ MOIS su Telegram: CHOSEN BRICK spia dissidenti e giornalisti iraniani
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/mois-s…

@informatica


MOIS su Telegram: CHOSEN BRICK spia dissidenti e giornalisti iraniani


Si parla di:
Toggle

Per anni, Teheran ha affinato un modello di sorveglianza low-cost e ad altissimo impatto: niente exploit zero-day costosi, niente infrastrutture C2 dedicate da smantellare, solo un bot Telegram per vittima e un file eseguibile mascherato da referto medico o da software innocuo. Un avviso congiunto pubblicato il 15 settembre 2026 da NCSC (Regno Unito), FBI (Stati Uniti) e AIVD (Paesi Bassi) conferma che questa macchina di spionaggio, attribuita al Ministero dell’Intelligence e della Sicurezza iraniano (MOIS), è tuttora pienamente operativa e ha colpito dissidenti, attivisti e giornalisti in almeno tre paesi occidentali.

Un pattern che si ripete dal 2023


Il malware al centro dell’advisory, battezzato CHOSEN BRICK (con una variante correlata indicata in alcune fonti come HEAVYGRAM), non è una novità assoluta: l’FBI aveva già segnalato nell’autunno del 2023 un impianto Telegram-based con caratteristiche simili, e nel marzo 2026 era arrivato un ulteriore warning pubblico accompagnato dal ritiro di una taglia del Dipartimento di Stato USA legata a un’operazione di hack-and-leak del luglio 2025. L’avviso di metà settembre 2026 è quindi il punto più recente di una campagna pluriennale, non un incidente isolato — ed è la prima volta che tre agenzie di intelligence occidentali lo certificano congiuntamente, segno che il numero di vittime accertate sul proprio territorio ha raggiunto una soglia che giustifica un’attribuzione pubblica coordinata.

Quello che colpisce gli analisti non è la sofisticazione del codice — CHOSEN BRICK gira solo su Windows e non sfrutta vulnerabilità note — ma la disciplina operativa con cui viene distribuito. Il vettore d’ingresso è quasi sempre lo stesso: un lungo lavoro di ingegneria sociale su WhatsApp o Telegram, spesso protratto per settimane, in cui l’operatore MOIS costruisce un rapporto di fiducia con il bersaglio prima di inviare il payload. In uno dei casi documentati da Recorded Future, l’esca era un referto di risonanza magnetica falsificato — l’immagine di un’ernia del disco — inviato a una persona identificata dal regime come “nemico”, nel tentativo di sfruttare la naturale disponibilità a scaricare un allegato medico apparentemente innocuo.

Software falsi come cavallo di Troia


Oltre ai documenti-esca, gli operatori iraniani spacciano il malware per applicazioni legittime molto diffuse: cloni fasulli di Pictory, RunwayML, Norton Antivirus, Adobe Flash Player e persino KeePass — la scelta di un password manager come esca non è casuale, dato l’interesse degli attaccanti per le credenziali della vittima. Un dettaglio operativo rilevante emerso dall’advisory riguarda la transizione dai dispositivi aziendali a quelli personali: i target, spesso professionisti di ONG, testate giornalistiche o organizzazioni per i diritti umani, vengono convinti a proseguire la conversazione sui propri device privati, fuori dal perimetro di monitoraggio della sicurezza IT del datore di lavoro.

Comando e controllo: un bot Telegram per ogni vittima


L’elemento più caratteristico della campagna resta l’architettura C2. Invece di gestire server dedicati facilmente individuabili e sequestrabili, CHOSEN BRICK comunica esclusivamente tramite l’API pubblica di Telegram, con un bot ID univoco assegnato a ciascuna vittima. Questo approccio garantisce una segmentazione operativa quasi perfetta: la compromissione di un singolo impianto non espone l’infrastruttura usata contro gli altri bersagli, e il traffico verso api.telegram.org si confonde nel rumore di fondo di un servizio legittimo usato da miliardi di persone. Per l’esfiltrazione di file più corposi, gli operatori si appoggiano a provider di cloud storage economici e poco monitorati come Backblaze B2, Vultr Object Storage e Storj.

Una volta installato, CHOSEN BRICK garantisce agli operatori un accesso quasi totale alla vita digitale del bersaglio:

  • Furto di contatti, cronologia messaggi e conversazioni da Telegram e WhatsApp
  • Acquisizione periodica di screenshot dello schermo
  • Attivazione del microfono per registrazioni audio ambientali
  • Estrazione di email e contenuti di posta elettronica
  • Cancellazione di file e capacità di “wiping” per coprire le tracce
  • Download e installazione di payload aggiuntivi su richiesta

L’obiettivo dichiarato, secondo l’NCSC, è costruire un vero e proprio “pattern of life” della vittima: orari, contatti frequenti, spostamenti, relazioni professionali — informazioni che nel contesto iraniano possono tradursi in conseguenze fisiche dirette per la persona sorvegliata e per la sua rete di contatti in patria.

Persistenza e tecniche di evasione


Sul piano tecnico, il malware si affida a meccanismi di persistenza classici ma efficaci: chiavi di registro Run in HKCU\Software\Microsoft\Windows\CurrentVersion\Run, con valori osservati come SMQDService e winappx (non esclusivi, quindi da trattare come indicatori deboli). Per l’evasione, gli operatori aggiungono esclusioni personalizzate a Windows Defender e registrano mutex dedicati per evitare esecuzioni multiple che potrebbero insospettire l’utente o generare telemetria anomala.

Due righe per i difensori occidentali


Il coordinamento tra NCSC, FBI e AIVD segnala un salto di scala nella minaccia: non si tratta più di episodi isolati contro singoli attivisti iraniani in esilio, ma di una campagna sistemica che tocca cittadini e residenti di almeno tre paesi occidentali, spesso attraverso i loro dispositivi personali collegati a reti aziendali o istituzionali. Redazioni giornalistiche, ONG per i diritti umani e organizzazioni che ospitano dissidenti dovrebbero considerare CHOSEN BRICK un rischio concreto nella propria analisi delle minacce, non un problema esclusivamente geopolitico distante dal proprio perimetro IT.

Le raccomandazioni delle tre agenzie sono pragmatiche: diffidare di software ricevuto via link o allegato anche da contatti apparentemente fidati, mantenere sistemi e antivirus aggiornati, abilitare SmartScreen e le protezioni equivalenti su altri OS, e — per le organizzazioni — implementare MFA resistente al phishing, application allowlisting e monitoraggio attivo di endpoint e traffico di rete verso domini cloud anomali. Il traffico verso api.telegram.org da un endpoint aziendale che non dovrebbe usare quel servizio, o connessioni inattese verso backblazeb2.com, vultrobjects.com e storjshare.io, meritano un’indagine immediata.

Indicatori di compromissione

Domini/servizi C2 e di exfiltration osservati:
- api.telegram.org (canale C2, bot ID univoco per vittima)
- backblazeb2.com (exfiltration file)
- vultrobjects.com (exfiltration file)
- storjshare.io (exfiltration file)

Chiavi di registro di persistenza (indicatori deboli, non esclusivi):
- HKCU\Software\Microsoft\Windows\CurrentVersion\Run\SMQDService
- HKCU\Software\Microsoft\Windows\CurrentVersion\Run\winappx

Vettori di distribuzione noti:
- App falsificate: Pictory, RunwayML, Norton Antivirus, Adobe Flash Player, KeePass
- Documenti-esca: referti medici falsificati (es. risonanza magnetica)
- Canale di adescamento: WhatsApp, Telegram

Attribuzione: Ministero dell'Intelligence e della Sicurezza iraniano (MOIS)
Fonti advisory: NCSC (UK), FBI (US), AIVD (NL) - 15 settembre 2026

Chi opera in settori a rischio — giornalismo investigativo, diritti umani, comunità della diaspora iraniana — dovrebbe considerare l’adozione di dispositivi separati per le comunicazioni sensibili e formazione mirata sul social engineering di lungo periodo, che resta il vero punto debole sfruttato da questa campagna, ben più della sofisticazione del malware stesso.

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

IT-Forensik-Fachleute haben in mehreren Fällen den gezielten Einsatz von Spyware gegen Bürger:innen in Serbien festgestellt. Das ist nicht das erste Mal, dass Regierungskritiker:innen und Oppositionelle des Balkanstaats ins Visier geraten. netzpolitik.org/2026/serbien-o…
Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

In ihrer Rede zur Lage der Union räumte EU-Kommissionspräsidentin Ursula von der Leyen sogenannter Künstlichen Intelligenz viel Platz ein. Dabei machte sie klar: KI soll sich überall in der Gesellschaft breitmachen. netzpolitik.org/2026/rede-zur-…
in reply to netzpolitik.org

dazu hat sich Karen Hao auf der re:publica sehr treffend geäußert

netzpolitik.org/2026/wettlauf-…

Questa voce è stata modificata (16 ore fa)

netzpolitik.org reshared this.

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

Heated politics oggi a Strasburgo, in occasione del Discorso sullo stato dell’Unione 🔥🍁🇨🇦🇪🇺

#UnioneEuropea #Canada #Strasburgo #StateOfTheUnion #ParlamentoEuropeo #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

Elezioni e Politica 2026 reshared this.

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Rifondazione “medici perquisiti per aver sottratto migranti alla detenzione: cosa ne penserebbe Ippocrate?” home.rifondazione.eu/2026/09/1… #Sanità

Elezioni e Politica 2026 reshared this.

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Für viele soziale Medien, Videoplattformen, Apps und Spiele sollen Menschen künftig ihr Alter kontrollieren lassen. Und wenn Erwachsene für Kinder einen Account einrichten, sollen sie ihre Sorgeberechtigung nachweisen. Das und mehr steht im Entwurf der EU-Kommission für den EU Kids Act, den wir hier veröffentlichen und analysieren.

netzpolitik.org/2026/eu-kids-a…

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Wir veröffentlichen den Entwurf der EU-Kommission für den Kids Act, der umfangreiche #Alterskontrollen für Menschen in Europa bringen soll.

Die Pläne gehen weit über das Vorbild Australien hinaus. In einer ersten Analyse lest ihr von der ganzen Dimension und den Schwachstellen. Zum Beispiel sollen Eltern nachweisen, dass ihre Kinder ihre Kinder sind.

netzpolitik.org/2026/eu-kids-a…

📎 mit ersten Einschätzungen von
@CCC @khaleesicodes
@D64eV @sveawindwehr
@edri

Questa voce è stata modificata (1 giorno fa)
Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

Medienanalytische Einordnung: Durch das Framing als vermeintlichen "Streit" verunsichtbart die @ZDF ZDFheute-Redaktion auf ihrem Instagram-Kanal mit Millionen-Reichweite die massive Machtasymmetrie zwischen zwei Bürgern und jenem Staat, der seine Staatsgewalt gegen sie einsetzen will.

1/7

@ZDF
Questa voce è stata modificata (2 giorni fa)
in reply to Nadia Zaboura ✨

Damit steht dieser Beitrag exemplarisch für die Nahost-Berichterstattung öffentlich-rechtlicher Nachrichtenformate, wie es auch wissenschaftliche Forschung fortlaufend feststellt.

Auch dieser Beitrag wird nun in den großen Forschungskorpus zu journalistic malpractice und Medienversagen eingehen und wissenschaftlich beforscht werden.

7/7

in reply to Nadia Zaboura ✨

Addendum: Mit den beiden Forschern Taylor Kate Woodcock und @Rainer_Rehak sprach Constanze Kurz für @netzpolitik_org über Israels automatisierte Todeslisten, über die Analyse der israelischen KI und die Einordnung der Verstöße gegen das Internationale Völkerrechts.

Mit Rainer Rehak hielt ich vorgestern an der Uni München einen Vortrag zur Zerstörung Gazas.

netzpolitik.org/2026/interview…

Questa voce è stata modificata (2 giorni fa)
Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

"Big AI believes they are the only ones who can protect against the risks that their prod­ucts create. But this narra­tive isn’t believ­able unless the threat is believ­able. So Big AI has a huge incen­tive to talk up AI risks, but no incen­tive to invest in commen­su­rate secu­rity prac­tices."

— Matthew Butterick at matthewbutterick.com/chron/dro…

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Geheimdienstreform: „Verfassungswidrig und gefährlich“. Die Humanistische Union zeigt sich von der geplanten Aufrüstung der #Geheimdienste und der mangelnden Kontrolle der geheimdienstlichen Praktiken alarmiert. Sie analysiert das Reformpaket und fordert, dass es abgelehnt wird netzpolitik.org/2026/geheimdie…
Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Espulsioni illegali, l'ICE sfida sempre più spesso i tribunali


Oltre 170 persone sono state rimpatriate in violazione di ordini giudiziari o delle garanzie del giusto processo. In molti casi il governo ha ammesso errori amministrativi, ma il ritorno negli Stati Uniti non chiude il rischio di una nuova espulsione.

Negli Stati Uniti le espulsioni illegali, un tempo rarissime, sono diventate un fenomeno sempre più ricorrente nella campagna di rimpatri di massa voluta da Donald Trump. Secondo un'analisi di Politico, dall'anno scorso i giudici federali hanno stabilito che l'amministrazione ha espulso più di 170 persone violando ordini dei tribunali o le garanzie del giusto processo previste dalla legge, oppure rimandandole in Paesi dai quali avevano chiesto o ottenuto protezione contro torture e persecuzioni. La maggior parte dei casi deriva da un'unica operazione del 2025, ma da allora Politico ha individuato circa altri 30 individuali, almeno 3 soltanto nella settimana appena passata.

Uno di questi riguarda Jose Ojeda Duarte, un richiedente asilo venezuelano di 31 anni fuggito dal suo Paese dopo aver prestato servizio nell'Esercito sotto il governo di Nicolás Maduro. Era entrato legalmente negli Stati Uniti nel 2024, non aveva precedenti penali ed è stato arrestato a Chicago nel settembre 2025. Dopo 7 mesi trascorsi in 4 centri di detenzione, alle 3 del mattino gli agenti dell'ICE, l'agenzia federale per l'immigrazione, lo hanno svegliato dicendogli che doveva andare in tribunale.

Lo hanno invece trasferito in Arizona e da lì rimpatriato in Venezuela, benché la sua domanda d'asilo fosse ancora pendente e l'ordine di espulsione nei suoi confronti non fosse definitivo. La moglie lo ha scoperto cercando il suo nome nel sistema online utilizzato per localizzare i detenuti. Il governo ha poi ammesso negli atti del tribunale che l'espulsione era stata un errore, causato da un "problema di qualità dei dati".

Nella maggior parte dei casi i giudici hanno ordinato al governo di "facilitare" il ritorno delle persone espulse. È la formula adottata nell'aprile 2025 dalla Corte Suprema nel caso di Kilmar Abrego Garcia: impone all'Amministrazione di adoperarsi per il rilascio e il rientro dell'interessato e di trattarne il caso come se l'espulsione non fosse mai avvenuta.

Un portavoce del Dipartimento della Sicurezza Interna (DHS) ha detto a Politico che "quando un tribunale ordina di riportare negli Stati Uniti uno straniero espulso, il DHS adotta ogni misura ragionevole per garantire che rientri in sicurezza per proseguire il procedimento e per tutelare la sicurezza pubblica". Ha poi aggiunto: "Siamo una nazione di leggi e rispettiamo la legge, anche quando giudici attivisti la distorcono per fini politici". Il dipartimento ha attribuito l'ondata di ricorsi alle "ONG radicali" e ai "giudici attivisti", senza però spiegare perché i casi di espulsioni dichiarate illegali siano diventati più frequenti.

Una macchina spinta sempre più al limite


Per Simon Sandoval-Moshenberg, avvocato specializzato in immigrazione nel Maryland, la ragione è semplice: "La macchina gira al 110%". Sandoval-Moshenberg rappresenta proprio Abrego Garcia, espulso illegalmente in El Salvador nel 2025 nonostante un giudice dell'immigrazione avesse stabilito che in quel Paese avrebbe rischiato di essere preso di mira da una gang pericolosa. Prima del 2025, in 17 anni di carriera, aveva seguito circa 3 casi di espulsione illegale. Oggi il suo studio ne prende in carico circa 3 al mese e ha creato un settore dedicato esclusivamente a ottenere il rientro di persone espulse in violazione della legge o di sentenze giudiziarie.

Secondo altri avvocati, la corsa a espellere più persone possibile ha prodotto errori grossolani e, in alcuni casi, un'aperta sfida ai tribunali. "Hanno una tale fretta di cacciare le persone dagli Stati Uniti che non verificano davvero se tutto questo sia legale", ha detto Jaime Rivera, avvocato di una donna che viveva a Houston da quasi 15 anni ed è stata rimpatriata in Nicaragua alla fine di giugno, mentre chiedeva di riaprire il proprio caso in quanto vittima di violenza domestica. Un giudice federale ha ordinato al governo di riportarla negli Stati Uniti.

In un altro caso, la giudice federale Janis Sammartino ha ordinato il rientro di Esteban Rios Sosa, fermato il 28 settembre 2025 all'ingresso della base dei Marines di Camp Pendleton, dove si stava recando per far visita alla figlia incinta, e rimpatriato in Messico in meno di 24 ore. Rios Sosa viveva a Oceanside, in California, dal 1988, ha due figli cittadini americani, uno dei quali ha prestato servizio nel Corpo dei Marines, e tre nipoti anch'essi cittadini statunitensi. Al momento del fermo beneficiava della "deferred action", una sospensione temporanea dell'espulsione concessa dalle autorità. "Questa Amministrazione si è rimangiata gli impegni presi in passato dal governo per proteggere persone come il signor Rios Sosa", ha detto la sua avvocata, Monika Langarica, del Center for Human Rights and Constitutional Law.

L'Amministrazione ha attribuito alcune espulsioni illegittime anche alla "valanga senza precedenti" di casi da gestire, conseguenza però della stessa campagna di rimpatri voluta dal presidente. Nei documenti depositati in tribunale il Dipartimento di Giustizia e l'ICE hanno riconosciuto in più occasioni gli errori, descrivendoli come disguidi amministrativi. È successo con Any Lopez Belloza, studentessa del Babson College fermata all'aeroporto di Boston il 20 novembre 2025 mentre tornava in Texas per il Ringraziamento e rimpatriata in Honduras il giorno successivo, nonostante un ordine del tribunale ne bloccasse l'espulsione.

Un agente dell'ICE del Massachusetts ha spiegato di essersi "erroneamente convinto" che non fosse necessario avvertire i colleghi degli altri Stati dell'esistenza dell'ordine. In altri casi l'agenzia ha parlato di un'annotazione errata nel fascicolo di un detenuto, di un ordine giudiziario mai trasmesso a chi gestiva i rimpatri o di una "svista" che aveva lasciato fuori dal fascicolo il divieto di espulsione. Ai giudici l'ICE ha inoltre assicurato di stare aggiornando i propri sistemi interni.

Giudici di orientamenti diversi, compresi almeno 3 nominati da Trump, hanno ordinato al governo di riportare negli Stati Uniti persone espulse per errore. In alcuni casi l'Amministrazione ha eseguito gli ordini, in altri ha opposto resistenza: ha sostenuto, per esempio, che i ricorsi sulla detenzione fossero ormai superati perché gli ex detenuti non si trovavano più sotto custodia americana, oppure che il loro rientro avrebbe interferito con delicate relazioni diplomatiche. A febbraio la giudice federale dello Utah Jill Parrish ha scritto in un'ordinanza che il governo non può "espellere prima e discutere dopo in tribunale". Interpellato sul caso, il DHS ha sottolineato che Parrish è stata nominata da Barack Obama e che l'uomo espulso era stato arrestato più volte per guida in stato di ebbrezza e senza patente, oltre a essere già stato espulso in passato.

I casi rimasti lontani dai riflettori


Se le vicende di Abrego Garcia e Lopez Belloza sono finite sulle prime pagine, la maggior parte dei casi è passata quasi inosservata nei tribunali. Nel giugno 2025 l'ICE ha fermato a Los Angeles un uomo di 50 anni con gravi disabilità intellettive che, secondo gli atti, avrebbe le capacità cognitive di un bambino di 4 anni, e lo ha espulso in Messico senza avvisare chi si occupava di lui. Non era mai stato sottoposto a un procedimento di espulsione e avrebbe firmato un modulo di "partenza volontaria". In primavera l'Amministrazione ha cercato di riportarlo negli Stati Uniti, facendo però sapere che lo avrebbe nuovamente detenuto. La giudice federale Dolly Gee ne ha allora ordinato la liberazione immediata, citando una "gravissima mancanza di giusto processo".

Un'altra vicenda riguarda una donna, madre di una cittadina americana di 22 anni, arrivata dal Messico nel 1998 all'età di 15 anni e beneficiaria del DACA, il programma che dal 2012 protegge dall'espulsione alcune persone entrate negli Stati Uniti da bambini. A febbraio, durante un colloquio per ottenere la residenza permanente, ha scoperto che 27 anni prima, poco dopo il suo arrivo, era stato emesso nei suoi confronti un ordine di espulsione. La mattina seguente era già in Messico.

Secondo la giudice federale Dena Coggins, l'espulsione di una persona con il DACA attivo ha violato il giusto processo: "Ogni giorno in cui la ricorrente resta illegalmente separata dalla figlia, entrambe subiscono un danno irreparabile inimmaginabile", ha scritto. Il DHS ha definito Coggins una "giudice attivista nominata da Biden" e ha ribadito che il DACA "non conferisce alcuna forma di status legale" e che chi ne beneficia "può essere arrestato ed espulso per diverse ragioni". All'inizio di aprile la donna è rientrata in California.

A marzo due gemelle di dodici anni nate a Orlando, e per questo motivo cittadine americane, sono state rimpatriate in Guatemala poche ore dopo aver accompagnato la madre a un appuntamento con l'ICE. La donna è stata espulsa regolarmente, ma aveva scelto di lasciare le figlie negli Stati Uniti con la nonna. Il giudice Gregory Presnell ne ha ordinato il ritorno immediato. L'Amministrazione Trump ha eseguito l'ordine in circa 24 ore e il giudice ne ha lodato lo "sforzo in buona fede".

È andata diversamente a un cittadino messicano che viveva negli Stati Uniti da 26 anni senza precedenti penali, arrestato a gennaio in un Walmart del Minnesota e trasferito a El Paso, in Texas. Nonostante il giudice federale Jeffrey Bryan avesse ordinato di riportarlo in Minnesota, pochi giorni dopo l'ICE lo ha caricato su un autobus diretto al confine con il Messico. L'Amministrazione ha sostenuto che l'uomo avesse firmato un accordo di partenza volontaria, ma Bryan ha stabilito che quell'accordo, la cui validità era contestata, non poteva prevalere sul suo ordine. Il giudice ha poi imposto al governo di riportarlo negli Stati Uniti entro il 1° giugno.

Il ritorno non chiude il caso


Il rientro di Ojeda è stato relativamente lineare. Ad aprile un giudice federale del Texas ha ordinato all'Amministrazione di "facilitarne" il ritorno e il 1° giugno Ojeda era di nuovo negli Stati Uniti. Quattro giorni dopo lo stesso giudice ha ordinato all'ICE di concedergli un'udienza sulla cauzione davanti a un tribunale dell'immigrazione e il 12 giugno Ojeda è stato rilasciato, dopo 9 mesi lontano dalla famiglia, di cui era l'unico sostegno economico.

Pur avendo ammesso l'errore in tribunale, il DHS ha detto a Politico che Ojeda era stato semplicemente "rimandato a casa, a Caracas" e ha attribuito l'ordine di riportarlo negli Stati Uniti a "un giudice dell'era Obama". "Riceverà un giusto processo completo", ha aggiunto il portavoce. "Nonostante un numero storico di ingiunzioni, il DHS lavora rapidamente e senza sosta per togliere dalle nostre strade gli stranieri come questo e riportarli alla loro destinazione finale: casa".

Altre persone sono state riportate negli Stati Uniti per ordine dei giudici e restituite alle loro famiglie, ma la maggior parte, come Ojeda, deve ancora affrontare un procedimento di espulsione e ha davanti una lunga strada per ottenere il diritto di restare. La giudice federale Paula Xinis, che ha seguito il caso Abrego Garcia, quest'estate ha trovato l'Amministrazione più collaborativa dopo l'espulsione di un ragazzo arrivato negli Stati Uniti da minorenne e protetto perché vittima di un padre violento. Xinis ne ha ordinato il ritorno il 17 giugno e il 5 luglio il Dipartimento di Giustizia ha comunicato al tribunale che il diciannovenne era "felice di essere tornato a casa".

Almeno due persone hanno invece rifiutato l'offerta dell'ICE di rientrare negli Stati Uniti, temendo di essere arrestate all'arrivo e di trascorrere mesi nei centri per l'immigrazione, con il rischio di una nuova espulsione. Fra loro c'è Lopez Belloza, che a febbraio non è salita sul volo per gli Stati Uniti messo a disposizione dal governo: a marzo il giudice Richard Stearns ha archiviato il suo ricorso, stabilendo che con quell'offerta l'Amministrazione aveva rispettato il proprio ordine.

Ad altri migranti espulsi è andata molto peggio: sono attualmente detenuti nei Paesi di destinazione e restano quasi irraggiungibili per i loro avvocati e per i tribunali americani. Sandoval-Moshenberg ha due clienti ancora in carcere in El Salvador e ha detto di avere poche speranze di aiutarli, a meno che un avvocato locale non riesca prima a ottenerne la liberazione.

Questa voce è stata modificata (1 giorno fa)

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

Abbiamo depositato in Consiglio regionale della Lombardia la proposta di legge “Liberi Subito” con l'Associazione Luca Coscioni. Certo, la Giunta si è assunta la responsabilità di dare risposte nei singoli casi seguiti dal SSR. Ma servono procedure certe, tempi rapidi e regole stabili per tutti.