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Cessate il fuoco Usa-Iran, ma le parti si contraddicono su tutto: dallo Stretto di Hormuz all'uranio


Stati Uniti, Iran e Israele confermano la tregua di due settimane, ma offrono versioni opposte su cosa preveda l'accordo. Venerdì inizieranno i negoziati a Islamabad, forse con Vance a capo della delegazione americana.

Stati Uniti e Iran hanno annunciato nella notte un cessate il fuoco di due settimane, ma a poche ore dall’entrata in vigore della tregua le parti si contraddicono già su quasi tutto. Non è chiaro, al momento, che cosa preveda l’intesa per lo Stretto di Hormuz, che cosa resti del programma nucleare iraniano e su quali basi si dovrebbe negoziare venerdì a Islamabad. Nel frattempo, neppure i combattimenti si sono fermati del tutto.

L’Iran ha rivendicato attacchi con missili e droni contro Israele e contro infrastrutture petrolifere negli Emirati Arabi Uniti, in Kuwait e in Arabia Saudita, presentandoli come una ritorsione per i raid americani e israeliani su una raffineria iraniana. Il Pentagono ha però negato qualsiasi coinvolgimento. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha invece attribuito le violazioni del cessate il fuoco a problemi di comando e controllo nell’esercito iraniano, sostenendo che alcuni comandanti sarebbero ancora irraggiungibili. "Ci vuole tempo perché un cessate il fuoco si consolidi. Pensiamo che accadrà", ha detto.

Teheran impone restrizioni e dazi alle navi nello Stretto di Hormuz


Il nodo più immediato resta però lo Stretto di Hormuz. Trump aveva posto la sua riapertura come condizione per sospendere i bombardamenti. Prima della guerra, da lì transitava circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio. Hegseth ha dichiarato subito che "lo Stretto è aperto, come concordato", ma la situazione sul campo racconta altro. Il Ministro degli Esteri iraniano ha precisato che le navi dovranno coordinarsi con l’esercito di Teheran e rispettare limiti sul numero di transiti.

Fonti Reutersriferiscono che diverse imbarcazioni nel Golfo Persico hanno ricevuto dalla Marina iraniana l'avvertimento che il passaggio resta interdetto, con la minaccia di colpire chi tenti di forzarlo senza autorizzazione. Secondo il Financial Times, Teheran ha iniziato a chiedere un pedaggio di un dollaro per ogni barile trasportato, da pagare in criptovalute per sfuggire a tracciamento e sanzioni. Lo stesso Trump ha alimentato la confusione sulla situazione riguardante lo Stretto, sostenendo che Washington e Teheran potrebbero gestire insieme un sistema di pedaggio.

Nel pomeriggio, l’agenzia iraniana Fars ha annunciato una nuova sospensione del transito delle petroliere in risposta agli attacchi israeliani in corso sul Libano. Un alto funzionario iraniano ha detto a Reuters che lo Stretto potrebbe riaprire in maniera limitata il 9 o 10 aprile, prima dell’avvio dei negoziati.

Dubbi sulle condizioni per un accordo definitivo


Le divergenze tra le parti riguardano anche le condizioni per un accordo definitivo. Trump ha sorpreso i suoi stessi alleati definendo i 10 punti presentati dall’Iran come "una base di lavoro su cui negoziare". Quelle condizioni, pubblicate dal Consiglio di Sicurezza iraniano, includono il controllo iraniano dello Stretto, il diritto ad arricchire l’uranio, la revoca di tutte le sanzioni e un risarcimento per i danni di guerra.

Oggi però, su Truth Social, Trump non ha più citato quei 10 punti. Ha fatto invece riferimento ai 15 punti, assai diversi, della proposta americana già respinta da Teheran. Ha scritto che "non ci sarà più alcun arricchimento di uranio" e che gli Stati Uniti pretenderanno la rimozione delle scorte iraniane di uranio altamente arricchito, aggiungendo che solo a quel punto Washington discuterà di una riduzione di dazi e sanzioni.

In questo contesto, il vicepresidente J.D. Vance, che dovrebbe guidare la delegazione americana a Islamabad, ha definito la tregua "fragile" parlando da Budapest, dove si trova da ieri per sostenere Viktor Orbán in vista delle elezioni di domenica. Vance ha accusato alcuni esponenti del regime iraniano di mentire su quanto concordato. "Ci sono persone che vogliono sedersi e lavorare con noi per un buon accordo, e ci sono persone che mentono persino sulla fragile tregua che abbiamo già raggiunto", ha detto.

Il retroscena del cessate il fuoco


Dietro l'annuncio del cessate il fuoco c'è stata una trattativa frenetica, ben ricostruita da Axios. Lunedì 6 aprile l’inviato speciale Steve Witkoff, al telefono con gli intermediari, aveva definito la proposta iraniana "un disastro", proprio mentre i mediatori pakistani facevano la spola tra lui e il Ministro degli Esteri iraniano Araghchi. Nel frattempo Egitto e Turchia cercavano di colmare le distanze.

La decisione finale sarebbe passata dalla nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, che secondo Axios ha partecipato attivamente ai negoziati comunicando tramite biglietti consegnati da corrieri, per ragioni di sicurezza. Due fonti descrivono la sua approvazione come una svolta. Senza quel via libera, non ci sarebbe stato alcun accordo.

Martedì, mentre la trattativa andava avanti, Trump ha minacciato la distruzione di "un’intera civiltà" se l’Iran non avesse accettato entro la notte di ieri, mettendo a rischio i negoziati. Nonostante questo, intorno a mezzogiorno di ieri le parti avevano raggiunto una comprensione comune sui passi necessari per il cessate il fuoco. Ma il caos era tale che, secondo Axios, molti di coloro che avevano parlato con Trump appena un’ora o due prima erano convinti che alla fine avrebbe rifiutato di sottoscriverlo.

Alla fine il presidente ha accettato. Prima dell’annuncio ha chiamato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per ottenere il suo impegno a rispettare la tregua, poi il maresciallo pakistano Asim Munir per suggellare l’intesa. Tutto questo è avvenuto mentre le forze americane in Medio Oriente continuavano a prepararsi attivamente a colpire le infrastrutture iraniane con un attacco su larga scala. L’ordine di fermarsi è arrivato solo 15 minuti dopo la pubblicazione del post con cui Trump ha annunciato il cessate il fuoco su Truth Social.

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La Dem Elissa Slotkin si prepara alla Casa Bianca nel 2028


La senatrice del Michigan, ex analista della Cia, non esclude una candidatura presidenziale e porta il suo messaggio nel Midwest mentre cresce il confronto con Trump sulla crisi iraniana

La senatrice democratica Elissa Slotkin non ha escluso di candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti nel 2028. Lo ha detto durante una giornata fitta di appuntamenti politici in Iowa, uno degli Stati tradizionalmente decisivi nelle primarie presidenziali americane. "Non sono così arrogante da pensare che debba essere per forza io", ha dichiarato Slotkin al Des Moines Register. "Le elezioni di metà mandato sono la mia priorità adesso, ma se dopo non vedessi nessun altro sulla strada giusta, non direi mai per sempre". A NBC News ha aggiunto: "Se superiamo le elezioni di midterm e non vedo emergere qualcuno che ha quello che serve per vincere, non lo escluderei. Ma c'è una lunga strada prima di arrivarci".

Slotkin, 49 anni, è una delle figure più osservate nel Partito Democratico. Ex analista della Central Intelligence Agency e funzionaria del Dipartimento della Difesa, è stata eletta alla Camera dei deputati nel 2018 conquistando un distretto repubblicano. Nel 2024 ha vinto un seggio al Senato in Michigan, uno dei soli quattro Stati in cui un democratico ha conquistato un seggio senatoriale nonostante la vittoria del presidente Donald Trump. Da allora sta costruendo un profilo nazionale con viaggi negli Stati in bilico, apparizioni pubbliche e iniziative di partito.

La giornata in Iowa è stata emblematica della sua strategia. Prima di partecipare a eventi con candidati democratici locali, Slotkin ha pranzato con un piccolo gruppo di elettori di Trump a Indianola, organizzato da Majority Democrats, un comitato politico dedicato al rinnovamento del partito. I cinque partecipanti, reclutati tramite un annuncio e pagati 200 dollari ciascuno, non sapevano chi fosse l'ospite. Slotkin si è presentata come senatrice del Michigan senza menzionare la sua appartenenza politica fino alla fine dell'incontro, ponendo domande su cosa cercassero in un candidato ideale e su cosa li avrebbe convinti a prendere in considerazione un democratico.

Nel pomeriggio Slotkin ha tenuto un evento pubblico sulla sanità con la senatrice statale Sarah Trone Garriott, candidata democratica per conquistare un seggio alla Camera nel terzo distretto dell'Iowa, considerato tra i più contesi del Paese. In serata ha pronunciato il discorso principale alla cena dei democratici della contea di Polk a Des Moines. L'Iowa ha due seggi alla Camera nel mirino dei democratici, un seggio al Senato che si libera con il ritiro della repubblicana Joni Ernst e una corsa per il governatore che si preannuncia competitiva.

Il messaggio di Slotkin si è concentrato sulla necessità per il Partito Democratico di ritrovare il contatto con il Midwest e con gli elettori dei territori rurali e suburbani che hanno scelto Trump nelle ultime tre elezioni presidenziali. "Il vecchio sistema, la vecchia guardia, semplicemente non funziona più per la gente", ha detto ai giornalisti. "Basta passare cinque minuti con gli elettori e te lo dicono. Non è un segreto". Alla cena ha precisato: "Parlavamo di progressisti contro moderati. Non è più quello il dibattito. Il dibattito è tra chi combatte e chi scappa".

Slotkin ha anche affrontato il tema della riorganizzazione del calendario delle primarie democratiche per il 2028. Il Comitato Nazionale Democratico sta decidendo l'ordine degli Stati e sia l'Iowa sia il Michigan si contendono un posto tra le prime consultazioni. Slotkin ha detto che sarebbe "negligente" non includere uno Stato del Midwest, ma ha chiarito di sostenere il Michigan: "Entrerei in un ring con l'Iowa contro il Michigan per avere quella posizione".

La giornata è stata segnata anche dalla crisi tra Stati Uniti e Iran. Poche ore prima degli eventi in Iowa, Trump aveva minacciato un attacco contro l'Iran se il Paese non avesse riaperto lo Stretto di Hormuz. Slotkin, che a novembre aveva partecipato con altri cinque parlamentari democratici con esperienza militare a un video diventato virale in cui invitavano i membri delle forze armate a rifiutare ordini illegali, ha dichiarato che quel video "è stato fatto per momenti esattamente come questo". Ha aggiunto sui social media: "So che i nostri militari, a tutti i livelli della catena di comando, conoscono il loro dovere e la legge sul rifiuto di ordini illegali. Anche quando il comandante in capo dice al mondo il contrario". Slotkin ha ricordato che colpire civili in massa violerebbe le Convenzioni di Ginevra e il manuale del Pentagono sul diritto di guerra.

Quel video aveva provocato una reazione dura da parte di Trump, che aveva definito il comportamento dei parlamentari "sedizioso" e "punibile con la morte", dichiarando poi che meritavano il carcere. Il Dipartimento di Giustizia aveva avviato un'indagine federale contro di loro, ma un gran giurì a febbraio aveva rifiutato di formulare incriminazioni. Dopo le accuse di Trump, Slotkin aveva ricevuto una minaccia di bomba alla sua abitazione. Anche la deputata Alexandria Ocasio-Cortez ha chiesto ai militari di rifiutare ordini illegali, definendo la minaccia di Trump contro l'Iran "una minaccia di genocidio che giustifica la rimozione dall'incarico".

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L'Idaho ha tagliato l'assistenza psichiatrica, quattro persone sono morte in poche settimane


Un programma Medicaid per pazienti con schizofrenia è stato eliminato per risparmiare. I legislatori repubblicani hanno votato per ripristinarlo dopo i decessi e l'aumento dei ricoveri forzati

Lo Stato dell'Idaho ha eliminato a dicembre un programma di assistenza domiciliare per persone con gravi malattie mentali, provocando in poche settimane la morte di quattro pazienti. La vicenda, ricostruita dal New York Times, rappresenta un caso concreto di cosa può accadere quando si tagliano i servizi psichiatrici sul territorio, proprio mentre altri Stati si preparano a fare lo stesso sotto la spinta dei tagli federali a Medicaid, il programma sanitario pubblico per le persone a basso reddito.

Il programma eliminato si chiama assertive community treatment (ACT), trattamento comunitario assertivo: un modello di assistenza nato negli anni Settanta, quando centinaia di migliaia di pazienti psichiatrici furono dimessi dagli ospedali statali. Il principio è semplice: invece di aspettare che i malati più gravi finiscano in carcere o al pronto soccorso, squadre di medici, infermieri e terapisti li seguono a casa, li aiutano a prendere le medicine e a gestire la vita quotidiana. Le ricerche hanno dimostrato che questo approccio riduce i ricoveri d'emergenza dal 40 all'80 per cento. In Idaho il programma seguiva 226 persone e costava allo Stato circa 4 milioni di dollari l'anno.

Il taglio è arrivato in un contesto preciso. Una serie di riduzioni dell'imposta sul reddito ha fatto calare le entrate statali di 1,3 miliardi di dollari l'anno, e la Costituzione dell'Idaho vieta il deficit di bilancio. Ad agosto il governatore repubblicano Brad Little ha ordinato a ogni agenzia statale di ridurre la spesa del 3 per cento, anche per "fare spazio" ai tagli fiscali del presidente Trump. Con poche opzioni e poco tempo, Magellan, la società che gestisce Medicaid per conto dello Stato, ha annunciato l'eliminazione del programma ACT.

I fornitori di servizi avevano avvertito che i 226 pazienti si sarebbero deteriorati rapidamente. Laura Scuri, responsabile del programma ACT a Boise, la capitale, ha raccontato al New York Times di aver provato a mantenere i contatti con i 57 pazienti seguiti dalla sua squadra, ma che questi stavano già scomparendo. I farmaci antipsicotici a lunga durata sarebbero scaduti a fine dicembre, e i pazienti più gravi avrebbero cominciato a peggiorare a gennaio.

La prima morte è avvenuta il 18 dicembre. Un uomo di 45 anni, membro delle tribù Shoshone-Bannock, che nel programma si era stabilizzato e aveva cominciato a fare progetti per il futuro, ha contratto un'infezione dopo un intervento dentale. L'infezione si è trasformata in sepsi, ma l'uomo ha rifiutato di vedere un medico. L'8 gennaio la polizia ha trovato un secondo paziente, 49 anni, morto nel suo trailer vicino a Boise, per polmonite bronchiale e sepsi. Il 29 gennaio un uomo di 36 anni è stato trovato morto nell'appartamento fatiscente che divideva con il fratello nella cittadina desertica di Arco, in un alloggio infestato da scarafaggi e cimici. A febbraio un quarto uomo, sulla quarantina, è morto a Boise: secondo i fornitori di servizi era troppo paranoico per assumere i farmaci necessari a curare una malattia cronica, perché credeva che il governo stesse cercando di avvelenarlo.

Thomas Tueller, il cui studio forniva assistenza al paziente morto ad Arco, ha dichiarato al New York Times che quella morte era "totalmente prevenibile": la squadra aveva già trovato un nuovo appartamento per il paziente e suo fratello, le pratiche erano pronte. Sarebbe bastata un'altra settimana.

I decessi hanno provocato una reazione politica rapida e trasversale. Sono stati i legislatori repubblicani dell'Idaho orientale a guidare la protesta, con un argomento sia umano sia economico: togliere i servizi ai malati psichiatrici gravi non elimina i costi, li sposta su carceri e pronto soccorso, che costano molto di più. Lo sceriffo Sam Hulse della contea di Bonneville, repubblicano, ha spiegato che dopo la fine dei servizi i ricoveri psichiatrici forzati sono saliti a 14 al mese, più del doppio rispetto a un anno prima, e i centri di crisi hanno registrato un aumento della domanda del 28 per cento. Il senatore Kevin Cook, repubblicano di Idaho Falls, ha dichiarato in un'audizione: "Abbiamo avuto quattro morti che si possono ricondurre direttamente a questi programmi eliminati. I nostri sceriffi, i nostri pronto soccorso e i nostri tribunali hanno a che fare con gli stessi individui più e più volte".

La settimana scorsa il parlamento dell'Idaho ha votato per ripristinare i programmi, stanziando 10,4 milioni di dollari dai fondi statali degli accordi transattivi su oppioidi e tabacco, sufficienti a finanziare il programma ACT e i servizi di supporto tra pari per un anno. Ma i fornitori avvertono che serviranno mesi per riattivare le operazioni, perché molti operatori hanno cambiato lavoro o si sono trasferiti. E ricostruire la fiducia con i pazienti sarà ancora più difficile. Dei 54 pazienti seguiti da una delle squadre, tutti tranne 20 hanno perso ogni contatto: alcuni sono finiti in carcere, altri in ospedale, altri sono scomparsi.

La vicenda dell'Idaho potrebbe essere un segnale di allarme per altri Stati. La grande legge di politica interna firmata dal presidente Trump la scorsa estate ha ridotto i fondi federali per Medicaid del 15 per cento, pari a mille miliardi di dollari in dieci anni: il taglio più grande nella storia del programma.

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Venezuela, tre mesi dopo il blitz di Trump: funziona, ma la democrazia resta un miraggio


Un sondaggio mostra che l'80% dei venezuelani ritiene il paese uguale o migliorato. Il petrolio attira investitori, ma il governo ad interim non ha fretta di indire elezioni

Il bilancio provvisorio dell'operazione più spregiudicata della presidenza Trump sembra, contro ogni previsione, positivo. Tre mesi dopo il blitz notturno del 3 gennaio con cui i militari americani hanno prelevato Nicolás Maduro e lo hanno caricato su un aereo, il Venezuela non è sprofondato nel caos. Le strade di Caracas sono tranquille, gli arresti arbitrari di massa si sono ridotti, e un sondaggio di AtlasIntel e Bloomberg indica che quasi l'80% dei venezuelani ritiene il paese in condizioni uguali o migliori rispetto all'era Maduro. Il 54% giudica positiva la maggiore influenza statunitense e il 52% percepisce un aumento delle libertà civili. Numeri che Trump, scrive l'Atlantic, può solo sognare in patria.

L'operazione aveva scatenato le critiche più dure dell'opposizione democratica. Non solo il presidente aveva aggirato il Congresso per rovesciare un leader straniero, ma rischiava di trascinare gli Stati Uniti in un pantano simile alle guerre in Iraq e Afghanistan. Il Venezuela, avvertivano analisti e parlamentari democratici, poteva diventare un nuovo Iraq. Tre mesi dopo, secondo i parametri che interessano a Trump, cioè l'accesso al petrolio venezuelano e l'assenza di un conflitto prolungato, l'operazione sta funzionando. Ma il periodo è breve per trarre conclusioni definitive.

Il governo ad interim è guidato da Delcy Rodríguez, vicepresidente di Maduro, scelta da Washington come interlocutrice. L'acquiescenza delle autorità venezuelane è visibile soprattutto nel settore petrolifero. Il Venezuela possiede le riserve di petrolio provate più grandi al mondo, ma un mix di sanzioni, corruzione e cattiva gestione ha tenuto la produzione ben al di sotto dei picchi degli anni Novanta. Su indicazione di Washington, Rodríguez ha avviato riforme rapide per allentare le politiche nazionaliste imposte dal chavismo. L'Assemblea Nazionale ha approvato leggi che consentono agli investitori stranieri di operare a condizioni più favorevoli. Dopo l'autorizzazione del Dipartimento del Tesoro americano, l'italiana Eni e la spagnola Repsol hanno annunciato nuovi accordi.

Il segretario agli Interni Doug Burgum ha raccontato a una conferenza petrolifera il clima che si respira a Caracas. Ha riferito che, durante un incontro con Rodríguez e suo fratello Jorge, presidente del Senato, sui contenuti di una proposta di legge mineraria, Delcy Rodríguez si è rivolta ai dirigenti americani dicendo: "Diteci cosa volete nella legge, la presentiamo sabato". Alla domanda di Burgum se la legge sarebbe passata, Jorge ha risposto con una sola parola: "Sì". Per l'amministrazione Trump è uno scenario quasi ideale: autorità locali compiacenti che gestiscono il paese come un'impresa privata, senza resistenze istituzionali o democratiche nell'attuare la volontà degli investitori internazionali.

Gli esperti di energia, tuttavia, ridimensionano le aspettative. La produzione, che oggi si aggira intorno a un milione di barili al giorno, potrebbe aumentare al massimo di circa 300.000 barili nel prossimo anno o due, ben al di sotto dell'obiettivo di Trump di cento miliardi di dollari di investimenti. Francisco Monaldi, direttore del programma energetico latinoamericano della Rice University, ha spiegato all'Atlantic che l'amministrazione dovrà anche trovare il modo di estromettere le compagnie russe e cinesi, che oggi rappresentano il 22% della produzione petrolifera venezuelana. L'ostacolo maggiore resta però la cautela dei dirigenti internazionali, scottati dalla turbolenta storia recente del paese: la Exxon si è vista confiscare i propri asset due volte.

Il punto più critico resta l'assenza di diritti democratici. Per anni il segretario di Stato Marco Rubio e altri sostenitori del cambio di regime in America Latina avevano posto il governo rappresentativo come obiettivo centrale. Oggi il Venezuela è ancora governato da leader non eletti, diversi dai precedenti ma della stessa matrice autoritaria. Funzionari dell'amministrazione Trump hanno dichiarato all'Atlantic di star guidando il Venezuela verso elezioni entro la fine del 2027, introducendo gradualmente fattori potenzialmente esplosivi come il ritorno della leader dell'opposizione María Corina Machado. La scommessa è che una transizione più lenta possa garantire la democrazia evitando i disastri che il cambiamento politico radicale ha provocato in Iraq, Libia ed Egitto.

Phil Gunson, analista dell'International Crisis Group che vive a Caracas da oltre 25 anni, ha dichiarato all'Atlantic che, rispetto ai disastri della politica estera americana, il Venezuela "si qualifica come un successo, almeno per ora". Ma Gunson paragona il paese a una bomba inesplosa: "Il caos che l'amministrazione Trump ha evitato il 3 gennaio è ancora lì", ha aggiunto, riferendosi al rischio di sommosse e conflitti armati.

Sul fronte dei diritti, i segnali sono ambigui. Gli agenti statali non fermano più le persone per strada per controllare i telefoni alla ricerca di contenuti anti-Maduro, come accadeva nei primi giorni dopo la cattura. La sorveglianza degli attivisti continua, ma gli arresti sono diminuiti. Il governo ha approvato una legge di amnistia per alcuni prigionieri politici e ha istituito una commissione per la riconciliazione nazionale. Rodríguez ha ordinato il rilascio di decine di detenuti politici, ma le organizzazioni di controllo sostengono che i numeri del governo siano gonfiati. Foro Penal, un'organizzazione per i diritti umani, ha riportato il mese scorso che circa 500 prigionieri politici restano in carcere. Molte richieste di amnistia sono state respinte, soprattutto quelle legate a Machado o al suo partito.

Rodríguez ha rimosso il ministro della Difesa Vladimir Padrino López, una delle figure più controverse dell'era Maduro, ma il suo sostituto è sotto sanzioni americane per abusi dei diritti umani. Ha mantenuto in carica il ministro dell'Interno Diosdado Cabello, figura centrale nella repressione sotto Maduro, incriminato negli Stati Uniti per traffico di droga.

Rebecca Bill Chavez, ex funzionaria del Pentagono durante l'amministrazione Obama e oggi a capo del think tank Inter-American Dialogue, ha dichiarato all'Atlantic che un ritorno immediato di Machado avrebbe potuto alienare le forze armate e frammentare lo Stato. Ma ha avvertito che rinviare troppo le elezioni potrebbe delegittimare il progetto americano agli occhi dei venezuelani. "Siamo molto lontani dall'essere fuori pericolo per quanto riguarda le libertà politiche e i diritti fondamentali", ha aggiunto.

Il successo relativo in Venezuela ha alimentato l'audacia di Trump. Meno di due mesi dopo il blitz su Caracas, il presidente ha lanciato un'operazione militare massiccia contro l'Iran, che non sta andando altrettanto bene: il rovesciamento popolare della Repubblica Islamica non si è verificato e il blocco del commercio nello Stretto di Hormuz non ha soluzioni chiare. Trump ha anche ventilato pubblicamente l'idea di replicare il modello venezuelano a Cuba. Il deputato democratico Seth Moulton, veterano dei Marines in Iraq, ha commentato all'Atlantic: "Alcune delle nostre peggiori preoccupazioni non si sono avverate, ma il successo è tale solo nei termini di Trump. Farla franca non significa che sia giusto. Diventa la nuova normalità, e questo dovrebbe terrorizzare ogni americano, perché incoraggerà il presidente a rifarlo".

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Project Glasswing, Anthropic lancia un’alleanza con le Big Tech per rafforzare la cybersecurity


Nel progetto che sfrutta il nuovissimo modello Claude Mythos in versione preview entrano Amazon Web Services, Apple, Cisco, Google, Microsoft e altre aziende di primo piano. Anthropic punta a usare l’intelligenza artificiale per trovare vulnerabilità e rafforzare la sicurezza di sistemi essenziali.

Anthropic ha annunciato Project Glasswing, un’iniziativa che riunisce grandi aziende tecnologiche, fondazioni e organizzazioni attive nella cybersicurezza con l’obiettivo di proteggere il software da cui dipendono infrastrutture e servizi essenziali. Tra i partner citati ci sono aziende del calibro di Amazon Web Services, Apple, Broadcom, Cisco, CrowdStrike, Google, JPMorgan Chase, la Linux Foundation, Microsoft, NVIDIA e Palo Alto Networks.

L’idea di fondo di questo progetto è che i modelli di intelligenza artificiale di Anthropic abbiano raggiunto un livello di capacità tale da poter incidere in modo concreto anche nel campo della sicurezza informatica. Anthropic sostiene che questi sistemi possano ormai aiutare non solo nella scrittura del codice, ma anche nell’identificazione di vulnerabilità e, potenzialmente, nella costruzione di exploit. Per questo presenta Project Glasswing come un tentativo di indirizzare queste capacità verso usi difensivi e di interesse pubblico.

Nell'annuncio che accompagna il lancio di questo progetto, l’azienda collega l’iniziativa alla crescente esposizione di questo software di interesse primario a campagne di cyberattacco che possono potenzialmente colpire reti energetiche, telecomunicazioni, apparati governativi, ospedali e scuole. Un attacco riuscito contro questi sistemi, osserva Anthropic, potrebbe provocare interruzioni gravi, danni economici e conseguenze rilevanti sul piano della cyber security.

Il nuovo modello Mythos Preview al centro di questo progetto


A supporto del suo progetto, Anthropic ha messo a disposizione Claude Mythos Preview, un modello di intelligenza artificiale estremamente avanzato e non destinato al pubblico di massa, descritto come specializzato in compiti avanzati di cybersicurezza. Secondo l’azienda, nelle ultime settimane il sistema è stato attivamente impiegato per individuare migliaia di vulnerabilità reali, comprese falle che riguardano sistemi operativi, browser e altri componenti software di grande diffusione. In alcuni casi, sempre secondo quanto riportato da Anthropic, il modello avrebbe anche riprodotto automaticamente exploit completi dopo avere identificato il problema.

Tra gli esempi richiamati compaiono vulnerabilità in OpenBSD, problemi in un linguaggio usato in applicazioni web molto diffuse e una catena di falle nel kernel Linux che, stando al testo, avrebbe potuto consentire a un hacker di passare da un accesso ordinario al controllo completo della macchina. Anthropic afferma di avere segnalato le vulnerabilità alle parti interessate e che tutti i problemi segnalati sono poi stati corretti.

Il documento riporta anche una serie di benchmark con cui Anthropic confronta Mythos Preview con Opus 4.6, il suo modello più avanzato attualmente disponibile al pubblico di massa, nelle attività di coding e cyber security. Nel test di riproduzione di vulnerabilità cyber il punteggio indicato è dell’83,1% contro il 66,6% di Opus. Nel test SWEBench Pro il confronto è 77,8% contro 53,4% a favore di Mythos Preview, mentre su Terminal Bench 2.0 è 82% contro 65,4%, su SWEBench Multilingual 87,3% contro 77,8% e su SWEBench Verified 93,9$ contro 80,8%. (Per maggiori dettagli su cosa significano questi test, si prega vedere l'infografica qui sotto).
Project Glasswing – Infografica

Infografica interattiva· Project Glasswing
Cybersecurity · AI

Anthropic lancia Project Glasswing


Una coalizione tra Big Tech, finanza, open source e sicurezza per usare l'IA in modo difensivo: ricerca di vulnerabilità, protezione del software critico e supporto alle infrastrutture essenziali.

Partecipanti e progetto

Mythos vs Opus

Che cos'è
Project Glasswing è l'iniziativa con cui Anthropic punta a usare l'IA per trovare vulnerabilità, rafforzare la sicurezza del software critico e sostenere la difesa di infrastrutture essenziali. Il programma parte con oltre 40 organizzazioni aggiuntive selezionate e prevede fino a 100 milioni di dollari in crediti per token di utilizzo e 4 milioni in donazioni dirette all'open source security.

Partner di lancio
11
aziende e organizzazioni citate
Big Tech + sicurezza + open source

Organizzazioni aggiuntive
40+
coinvolte nella prima fase
accesso selezionato

Crediti per token
$100M
fino a 100 milioni
token di utilizzo

Donazioni dirette
$4M
a open source security
supporto economico

Partecipanti

Amazon Web Services
Cloud infrastructure e canale di accesso enterprise tramite Bedrock.

Apple
Partner industriale nel gruppo iniziale dell'iniziativa.

Broadcom
Presenza lato infrastruttura e componenti strategici per ecosistemi enterprise.

Cisco
Networking e sicurezza per ambienti aziendali e infrastrutture critiche.

CrowdStrike
Endpoint security e difesa contro minacce informatiche avanzate.

Google
Partner tecnologico, con disponibilità prevista anche via Vertex AI.

JPMorgan Chase
Rappresentanza del settore finanziario tra i partecipanti al progetto.

Linux Foundation
Punto di contatto con l'ecosistema open source e la software supply chain.

Microsoft
Partner del progetto, con disponibilità prevista anche via Microsoft Foundry.

NVIDIA
Infrastruttura AI e supporto al lato computazionale dell'ecosistema.

Palo Alto Networks
Sicurezza di rete e protezione di ambienti enterprise.

Claude Mythos Preview
Anthropic descrive Mythos Preview come un modello pensato per compiti avanzati di cybersicurezza. Secondo l'azienda, è stato usato per individuare migliaia di vulnerabilità reali, incluse falle in sistemi operativi, browser e componenti software diffusi. Il modello non è in general availability: l'accesso resta selezionato nell'ambito di Project Glasswing.

Benchmark dichiarati · percentuale

Benchmark
Mythos
Opus
Gap

Cyber vuln reproduction
83,1%
66,6%
+16,5

SWEBench Pro
77,8%
53,4%
+24,4

Terminal Bench 2.0
82,0%
65,4%
+16,6

Internal multilingual eval
59,0%
27,1%
+31,9

SWEBench Multilingual
87,3%
77,8%
+9,5

SWEBench Verified
93,9%
80,8%
+13,1

A cosa servono i test

Cyber vuln reproduction
Misura la capacità del modello di riprodurre vulnerabilità software note o realistiche, quindi quanto riesce a passare dall'analisi del bug a un exploit funzionante.

SWEBench Pro
Valuta la capacità di risolvere problemi reali di ingegneria del software partendo da issue e codebase, con una selezione di task più impegnativi e curati.

Terminal Bench 2.0
Serve a capire quanto bene un agente lavora nel terminale: esecuzione di comandi, debug, modifica di file e completamento di task pratici in ambiente sandbox.

Internal multilingual eval
È una valutazione interna citata da Anthropic per misurare prestazioni su task tecnici in più lingue. Non è un benchmark pubblico standardizzato come gli altri.

SWEBench Multilingual
Estende il test di software engineering a più linguaggi di programmazione, per vedere se il modello sa risolvere issue reali anche fuori dai casi più centrati su Python.

SWEBench Verified
È la versione verificata di SWE-bench, costruita su issue GitHub reali con controlli aggiuntivi per rendere la valutazione più affidabile e riproducibile.

Fonte dati: pagina di annuncio del Project Glasswing sul sito di Anthropic.
Aggiornato · 7 aprile 2026

Anthropic precisa però che, almeno per ora, non intende rendere Claude Mythos Preview generalmente disponibile al grande pubblico. L’obiettivo dichiarato è, infatti, quello di applicare per ora il modello a usi di cybersicurezza, mentre prosegue il lavoro sui sistemi di salvaguardia pensati per ridurre i rischi associati ad utilizzo di massa di capacità di questo tipo.

Dettagli operativi del Project Glasswing


Sul piano operativo, Project Glasswing partirà quindi con un gruppo iniziale che comprende oltre 40 organizzazioni aggiuntive selezionate tra soggetti che mantengono infrastrutture software critiche o che possono usare questi strumenti per analizzare e proteggere sistemi essenziali. Anthropic afferma inoltre di aver fornito fino a 100 milioni di dollari in crediti di token per Mythos Preview e con 4 milioni di dollari in donazioni dirette a organizzazioni open source che si occupano di sicurezza.

Il progetto, nelle intenzioni dell’azienda, dovrebbe poi allargarsi ad altri ambiti. Tra quelli indicati ci sono la rilevazione di vulnerabilità su larga scala, il black box testing di librerie, la protezione degli endpoint, i test di penetrazione, la sicurezza della supply chain open source, i processi di aggiornamento software, le pratiche di sviluppo sicuro, gli standard per i settori regolati, il triage automatico e l’automazione delle patch.

Anthropic colloca esplicitamente Project Glasswing anche dentro una cornice di sicurezza nazionale. L’azienda sostiene che la protezione delle infrastrutture critiche sia una priorità bipartisan negli Stati Uniti e che governi e settore privato debbano muoversi rapidamente per rafforzare le cyber difese. La società riferisce inoltre di essere in discussione su questo con rappresentanti del governo federale, statale e locale, oltre che con partner industriali e del settore pubblico.

Nel complesso, il messaggio di Anthropic è che le capacità dei modelli stanno cambiando la scala e l’urgenza del problema della cyber sicurezza e che, proprio per questo, serva una risposta coordinata tra aziende, ricercatori, manutentori open source, fondazioni e istituzioni. Project Glasswing viene così presentato come un primo tentativo di costruire questa risposta comune.

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Come Trump ha deciso di iniziare la guerra in Iran


Il New York Times ricostruisce le tensioni alla Casa Bianca: dalla spinta di Netanyahu ai timori dell’intelligence Usa fino alla decisione finale di attaccare l'Iran.

La decisione di Donald Trump di portare gli Stati Uniti in guerra contro l’Iran è maturata nel corso di settimane di incontri riservati, tra forti pressioni israeliane, divisioni interne e valutazioni contrastanti dell’intelligence americane. A ricostruire nel dettaglio questo percorso è il New York Times, in una lunga ricostruzione secondo cui il momento decisivo è arrivato a fine febbraio, quando il presidente ha dato il suo via libera a un’operazione congiunta con Israele, convinto che potesse essere rapida e risolutiva.

Tutto è iniziato l’11 febbraio, quando il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si è presentato alla Casa Bianca per un briefing altamente riservato nella Situation Room. Davanti a Trump e a un ristretto gruppo di suoi alti consiglieri, ha illustrato una strategia ambiziosa: attaccare duramente l’Iran, distruggerne il programma missilistico e creare così le condizioni per un possibile crollo del regime. A sostegno della presentazione sono intervenuti anche i vertici dell’intelligence israeliana, tra cui il direttore del Mossad, David Barnea.

Il quadro delineato è apparso fin dall’inizio fortemente ottimistico: l’Iran è stato descritto come vulnerabile e un intervento rapido come potenzialmente decisivo per portare al collasso del regime. Trump ne è rimasto fortemente colpito, mostrando sin da subito apertura all’ipotesi militare. Il giorno successivo, tuttavia, è arrivata una valutazione molto più prudente da parte dell’intelligence statunitense. In un nuovo incontro nella Situation Room, il direttore della Cia John Ratcliffe ha giudicato irrealistica l’ipotesi di un cambio di regime. Anche il Segretario di Stato Marco Rubio e il vicepresidente JD Vance hanno espresso scetticismo, sottolineando i rischi di un conflitto su larga scala e le incognite sulla possibile reazione iraniana.

Viste le perplessità, Trump ha così deciso di andare avanti concentrando però la propria attenzione su obiettivi più circoscritti del cambio di regime: colpire la leadership iraniana e ridurne le capacità militari. Questo non è bastato, nelle settimane successive, ad evitare che emergessero nette divisioni all’interno della Casa Bianca. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth spingeva sempre di più per un intervento immediato, mentre Vance restava il più fermo oppositore di questa strategia, avvertendo che la guerra avrebbe potuto provocare caos regionale, costi elevati e una crisi energetica legata al possibile blocco dello Stretto di Hormuz.

Anche sul piano militare i rischi sono da subito apparsi rilevanti. Il capo di Stato Maggiore congiunto delle Forze Armate americane, il generale Dan Caine, ha segnalato al presidente il pericolo di esaurire rapidamente le scorte di armamenti e la difficoltà di sostenere una campagna prolungata. Allo stesso tempo, ha però evitato di esprimere una posizione netta, limitandosi a illustrare scenari e possibili conseguenze.

In questo contesto, a rafforzare la determinazione del presidente di procedere con l'intervento militare ha contribuito il fallimento dei tentativi diplomatici guidati da Jared Kushner e Steve Witkoff, oltre a nuove informazioni di intelligence che indicavano un’opportunità per colpire direttamente la leadership iraniana, incluso l’ayatollah Ali Khamenei, poi effettivamente ucciso in un raid aereo nel centro di Teheran nel primo giorno di guerra.

Il 26 febbraio si è così tenuta la riunione finale nella Situation Room. Tutti hanno esposto le proprie posizioni, ma nessuno si è opposto apertamente all’imminenza della guerra. A chiudere il confronto è stato proprio Trump, con una decisione netta: gli Stati Uniti dovevano intervenire contro l’Iran. Il giorno successivo, a bordo dell’Air Force One, è arrivato l’ordine definitivo che ha sancito l’ingresso in guerra di Washington. Secondo il New York Times, a pesare sulla scelta è stato soprattutto l’istinto del presidente e la sua fiducia nelle capacità militari americane, più che un consenso pieno all’interno della sua Amministrazione.

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I Dem guadagnano terreno in Georgia e Wisconsin in due elezioni


I risultati di martedì mostrano uno spostamento significativo verso i democratici rispetto al 2024, con possibili effetti sulle elezioni di metà mandato di novembre

Il repubblicano Clay Fuller ha vinto l'elezione speciale per il seggio lasciato vacante da Marjorie Taylor Greene in Georgia, mentre in Wisconsin la candidata progressista Chris Taylor ha conquistato un seggio alla Corte Suprema statale con un margine di quasi 20 punti. I due voti di martedì 7 aprile raccontano però una storia che va oltre i singoli risultati: in entrambi i casi i democratici hanno registrato un avanzamento netto rispetto alle elezioni del 2024, in territori considerati sicuri per i repubblicani.

Nel 14° distretto congressuale della Georgia, nel nord-ovest dello Stato, Fuller ha sconfitto il democratico Shawn Harris con circa 12 punti di vantaggio, con il 55,9% dei voti contro il 44,1%. Il dato può sembrare una vittoria solida, ma il confronto con il passato recente racconta altro. Il presidente Trump aveva vinto questo stesso distretto con 37 punti di margine alle presidenziali del 2024. Greene lo aveva conquistato con 29 punti di vantaggio nella stessa tornata elettorale. Lo spostamento verso i democratici è di circa 25 punti rispetto al margine presidenziale, un dato che tutti e dieci i comuni del distretto hanno confermato.

Il seggio si era reso vacante dopo le dimissioni di Greene a gennaio, a un anno dalla scadenza del mandato, in seguito a una rottura pubblica con il presidente Trump legata soprattutto alla gestione dei documenti sul caso Jeffrey Epstein. Fuller, procuratore distrettuale e tenente colonnello della Guardia Nazionale Aerea, aveva ottenuto l'endorsement di Trump e si era presentato come un sostenitore della linea America First. Harris, generale di brigata in pensione e allevatore, aveva raccolto 6,4 milioni di dollari e aveva cercato di attrarre anche elettori repubblicani delusi. Nella prima tornata di marzo, con 17 candidati in gara di cui 12 repubblicani, Harris era arrivato primo con il 37% dei voti, superando Fuller che si era fermato al 35%. Nessuno aveva raggiunto la maggioranza assoluta, rendendo necessario il ballottaggio.

Il presidente del Partito Democratico della Georgia, Charlie Bailey, ha dichiarato in un comunicato che il risultato rappresenta un miglioramento di oltre 20 punti per i democratici nel distretto più repubblicano dello Stato, nonostante la spesa di oltre 1,5 milioni di dollari da parte repubblicana. Il presidente del Comitato Nazionale Democratico, Ken Martin, ha parlato di un entusiasmo crescente in tutto il paese.

Elezione suppletiva
Georgia, 14° distretto congressuale
Elezione suppletiva per la Camera dei Rappresentanti — 8 aprile 2026

CandidatoVoti%

Clay Fuller
Repubblicano

72.304
55,9%

Shawn Harris
Democratico

57.030
44,1%

129.334voti
>95% scrutinato

Confronto con i risultati precedenti nel distretto

Margine attuale
R+12

Camera 2024
R+29
Dem +17

Presidenziali 2024
R+37
Dem +25

Elaborazione di Focus America su dati dell'Associated Press · Ultimo aggiornamento: 8 aprile 2026

In Wisconsin il quadro è ancora più netto. Chris Taylor, giudice della corte d'appello sostenuta dai democratici ed ex parlamentare statale, ha sconfitto la conservatrice Maria Lazar con il 59,5% contro il 40,4%, un margine di quasi 19 punti. La vittoria porta la maggioranza progressista alla Corte Suprema del Wisconsin da 4-3 a 5-2, garantendola almeno fino al 2030. Il seggio era quello della giudice conservatrice Rebecca Bradley, ritiratasi a fine mandato.

Il dato più significativo è la portata del risultato rispetto alle aspettative e ai precedenti. I sondaggi della Marquette Law School davano Taylor in vantaggio di soli 7 punti, con oltre metà degli elettori ancora indecisi a meno di un mese dal voto. C'è invece stato uno spostamento di 21 punti verso i democratici rispetto al voto presidenziale del 2024. Taylor ha vinto anche in contee come Jefferson e Wood, dove Trump aveva prevalso con margini tra i 16 e i 20 punti nel 2024. Nella contea di Waukesha, tradizionale bastione repubblicano, Lazar ha ottenuto solo il 55%, un margine insufficiente per vincere a livello statale.

L'elezione del Wisconsin è stata molto diversa dalle due precedenti per la Corte Suprema statale. Nel 2025 la corsa aveva superato i 100 milioni di dollari di spesa, con l'intervento diretto di Elon Musk che aveva distribuito assegni da un milione di dollari agli elettori e organizzato comizi. Quest'anno la spesa esterna è crollata a 1,2 milioni di dollari, secondo il Wisconsin Democracy Campaign, contro i 49 milioni dell'anno precedente. Eppure il margine di vittoria progressista è stato ancora più ampio.

Elezione suppletiva
Wisconsin, Corte Suprema statale
Elezione per la Corte Suprema del Wisconsin — 8 aprile 2026

CandidatoVoti%

Chris Taylor
Liberal

903.411
60,1%

Maria S. Lazar
Conservatrice

598.266
39,8%

1.502.920voti
>95% scrutinato

Confronto con i risultati precedenti in Wisconsin

Margine attuale
D+20

Corte Suprema 2025
D+10
Dem +10

Presidenziali 2024
R+1
Dem +21

Elaborazione di Focus America su dati dell'Associated Press · Ultimo aggiornamento: 8 aprile 2026

La Corte Suprema del Wisconsin ha un peso politico enorme. Sotto la maggioranza conservatrice, nel 2020 era mancato un solo voto per accogliere il tentativo di Trump di invalidare abbastanza schede da ribaltare il risultato presidenziale nello Stato. Da quando i progressisti hanno preso il controllo nel 2023, la corte ha annullato il divieto delle cassette postali per il voto anticipato e ha abolito un divieto quasi totale di aborto. La prossima legislatura potrebbe portare davanti alla corte il ridisegno dei distretti congressuali, attualmente considerati favorevoli ai repubblicani che detengono sei degli otto seggi dello Stato alla Camera.

I due risultati di martedì si inseriscono in una tendenza più ampia. Dalla serie di elezioni speciali svoltesi dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca nel gennaio 2025, i democratici hanno costantemente ottenuto risultati superiori alle attese. I dati raccolti dalla testata The Downballot indicano che lo spostamento medio verso i democratici nelle elezioni speciali del 2025 e 2026 è stato di 11 punti. I risultati di martedì, con 21 punti in Wisconsin e 25 in Georgia, sono nettamente superiori a questa media. Entrambe le elezioni sono le prime dopo l'inizio del conflitto tra Stati Uniti e Iran il 28 febbraio, e diversi osservatori hanno collegato lo spostamento anche alla frustrazione degli elettori per i costi economici della guerra e l'aumento dei prezzi di benzina e fertilizzanti.

Fuller presterà presto giuramento ma avrà poco tempo per insediarsi: il mese prossimo dovrà affrontare le primarie repubblicane per ottenere la candidatura al mandato pieno di due anni che sarà in palio a novembre. Anche Harris ha annunciato che si ricandiderà alle elezioni di metà mandato. In Wisconsin i democratici puntano ora a mantenere la carica di governatore e a ribaltare la legislatura statale, controllata dai repubblicani dal 2011. Un altro giudice conservatore andrà in pensione l'anno prossimo, aprendo la possibilità di una maggioranza progressista di 6-1 alla Corte Suprema statale.

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Trump accetta un cessate il fuoco di due settimane in Iran


Poco prima della scadenza dell'ultimatum di Trump, il Pakistan ha mediato un accordo che prevede la riapertura dello Stretto di Hormuz e l'avvio di negoziati a Islamabad. Israele esclude il Libano dalla tregua
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Nella notte tra il 7 e l'8 aprile 2026, poco dopo la mezzanotte ora italiana, gli Stati Uniti e l'Iran hanno raggiunto un accordo per un cessate il fuoco di due settimane, scongiurando un'escalation che per tutta la giornata era sembrata inevitabile. Il presidente Trump aveva fissato alle 20 ora di Washington (le 2 di notte in Italia) la scadenza entro cui l'Iran avrebbe dovuto riaprire lo Stretto di Hormuz, pena la distruzione delle infrastrutture civili del Paese. Circa novanta minuti prima del termine, Trump ha annunciato su Truth Social di accettare una proposta di mediazione del Pakistan.

L'accordo prevede la sospensione dei bombardamenti americani e israeliani sull'Iran per due settimane, in cambio della riapertura dello Stretto di Hormuz al transito commerciale. Il ministro degli esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha confermato che Teheran avrebbe cessato le operazioni militari e consentito il "passaggio sicuro" attraverso lo stretto, precisando però che il transito sarebbe avvenuto "in coordinamento con le forze armate iraniane". Una formulazione che lascia all'Iran un ruolo di controllo sulla rotta marittima, un elemento che prima della guerra non esisteva.

La giornata era cominciata con una minaccia senza precedenti. Al mattino Trump aveva scritto sui social: "Un'intera civiltà morirà stanotte, per non tornare mai più". Il presidente aveva chiesto all'Iran di riaprire lo stretto entro la sera, minacciando di colpire ponti, centrali elettriche e altre infrastrutture civili, azioni che secondo il diritto internazionale configurano crimini di guerra. La minaccia aveva suscitato condanne da parte di governi, organizzazioni internazionali e anche di esponenti del Partito repubblicano.

La svolta è arrivata grazie alla mediazione del Pakistan. Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif aveva chiesto pubblicamente a Trump di prorogare la scadenza di due settimane, e il capo di stato maggiore dell'esercito pakistano Asim Munir, che mantiene rapporti con i vertici militari iraniani, ha fatto da tramite tra le parti. Secondo tre funzionari iraniani, anche la Cina ha avuto un ruolo determinante, esercitando pressioni su Teheran affinché accettasse la proposta. Il Consiglio supremo di sicurezza nazionale iraniano ha confermato l'accordo, presentandolo come una vittoria in cui gli Stati Uniti avrebbero accettato le condizioni di Teheran. Trump, dal canto suo, ha definito l'intesa "una vittoria totale e completa" per gli Stati Uniti.

L'Iran ha sottoposto agli americani un piano in dieci punti che Trump ha definito "una base praticabile per negoziare". Le richieste iraniane comprendono la garanzia di non aggressione, il mantenimento del controllo sullo Stretto di Hormuz, il riconoscimento del diritto all'arricchimento dell'uranio, la revoca di tutte le sanzioni, il ritiro delle forze americane dalla regione, il pagamento di risarcimenti per i danni di guerra e il cessate il fuoco su tutti i fronti, compreso il Libano. Si tratta di posizioni che Richard Fontaine, direttore del Center for a New American Security, ha descritto al New York Times come "una lista dei desideri di Teheran da prima della guerra".

La distanza tra le due parti resta enorme. Solo tre settimane fa Trump chiedeva la "resa incondizionata" dell'Iran. L'accordo di Obama del 2015 sul nucleare, che Trump stesso aveva abbandonato nel 2018, richiese due anni e mezzo di trattative in tempo di pace. Ora le due parti hanno due settimane, con i negoziati che dovrebbero iniziare venerdì a Islamabad.

Un nodo cruciale riguarda il Libano. Il primo ministro pakistano Sharif ha dichiarato che il cessate il fuoco si applica "ovunque, compreso il Libano". Ma l'ufficio del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha smentito, precisando che la tregua non include le operazioni israeliane contro Hezbollah in territorio libanese. Israele ha continuato a colpire obiettivi in Libano anche dopo l'annuncio dell'accordo: poco prima della tregua, un attacco israeliano su una strada trafficata della città costiera di Saida ha ucciso almeno otto persone, secondo il ministero della sanità libanese. Dall'inizio dei combattimenti tra Israele e Hezbollah, più di 1.500 persone sono state uccise in Libano.

Nelle ore immediatamente successive all'annuncio, la situazione sul terreno è rimasta caotica. Paesi del Golfo Persico, tra cui Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Qatar, hanno segnalato attacchi con missili e droni provenienti dall'Iran anche dopo la proclamazione della tregua. Non è chiaro se si trattasse di violazioni dell'accordo o di ritardi nella trasmissione degli ordini alle forze iraniane. Israele ha continuato a colpire l'Iran anche dopo l'annuncio, secondo un funzionario della sicurezza israeliano citato dal Wall Street Journal. In Israele, le sirene antiaeree sono suonate almeno due volte dopo la proclamazione del cessate il fuoco, con missili balistici iraniani in arrivo intercettati dai sistemi di difesa.

Il bilancio della guerra, iniziata il 28 febbraio con un attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l'Iran, è pesante. Secondo la Human Rights Activists News Agency, un'organizzazione con sede negli Stati Uniti, almeno 1.701 civili sono stati uccisi in Iran, tra cui 244 bambini. In Libano, i morti superano i 1.500. Nei Paesi del Golfo, almeno 32 persone sono rimaste uccise in attacchi attribuiti all'Iran. In Israele, 20 persone hanno perso la vita, e 13 militari americani sono morti dall'inizio del conflitto.

I mercati hanno reagito con sollievo all'annuncio. Il prezzo del petrolio Brent è sceso a circa 93 dollari al barile, con un calo del 15% rispetto ai livelli della giornata. Il greggio americano West Texas Intermediate è precipitato di quasi il 18%. Le Borse asiatiche hanno aperto in forte rialzo: il Nikkei giapponese ha guadagnato oltre il 4%, il Kospi sudcoreano più del 5%. I futures sull'indice S&P 500 sono saliti di oltre il 2%.

La giornata era stata segnata da condanne trasversali contro la retorica di Trump. Papa Leone XIV, primo pontefice americano, ha definito le minacce del presidente "davvero inaccettabili", aggiungendo che si tratta di "una questione morale che riguarda il bene di un popolo nella sua interezza". Tucker Carlson, commentatore conservatore tra i più influenti della destra americana, ha definito i messaggi pasquali di Trump "malvagi" e ha invitato i funzionari americani a disobbedire a eventuali ordini di colpire civili. L'ex deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene, un tempo tra le più strette alleate del presidente, ha invocato il 25esimo emendamento della Costituzione per rimuoverlo dall'incarico, scrivendo sui social: "Non possiamo uccidere un'intera civiltà. Questa è follia e malvagità". Più di un quarto dei parlamentari democratici al Congresso ha chiesto la rimozione di Trump dall'incarico.

Tra i repubblicani, il senatore Ron Johnson del Wisconsin, stretto alleato del presidente, ha dichiarato al Wall Street Journal che avrebbe ritirato il suo sostegno se Trump avesse colpito infrastrutture civili, definendola "un errore enorme". La senatrice Lisa Murkowski dell'Alaska ha scritto che la minaccia di Trump "è un affronto agli ideali che la nostra nazione ha cercato di sostenere per quasi 250 anni". Ma la maggioranza dei leader repubblicani, compreso il presidente della Camera Mike Johnson e il leader della maggioranza al Senato John Thune, è rimasta in silenzio.

La guerra ha messo in evidenza sia la potenza tecnologica americana sia l'inattesa capacità di resistenza iraniana. In 39 giorni di conflitto, gli Stati Uniti hanno colpito oltre 13.000 obiettivi. L'Iran ha però dimostrato di poter condurre una guerra asimmetrica efficace, chiudendo lo Stretto di Hormuz al traffico commerciale, lanciando attacchi missilistici e con droni contro Israele, i Paesi del Golfo e le basi americane nella regione, e conducendo attacchi informatici contro i sistemi idrici ed energetici statunitensi. Il 3 aprile, l'Iran ha abbattuto un caccia americano F-15E, la prima volta che un aereo da combattimento statunitense veniva colpito nel conflitto.

La domanda centrale è se due settimane basteranno per colmare il divario tra le posizioni delle due parti. Il piano iraniano in dieci punti comprende richieste che gli Stati Uniti e Israele hanno respinto per vent'anni. L'Iran mantiene un arsenale di circa 440 chili di uranio arricchito al 60%, vicino al grado necessario per uso bellico, che in teoria era la ragione originaria della guerra. Se Trump non riuscirà a ottenerne la rimozione dal Paese, avrà ottenuto meno dell'accordo di Obama del 2015, in cui l'Iran spedì all'estero il 97% delle proprie scorte nucleari. Fontaine ha sintetizzato al New York Times: "C'è la possibilità che tutto questo finisca con gli Stati Uniti e il mondo in una situazione peggiore di quella iniziale".
Timeline della guerra Usa-Iran 2026

Cronologia del conflitto
39 giorni di guerra: la timeline completa del conflitto Usa-Iran
Dal primo attacco al cessate il fuoco — 28 febbraio – 7 aprile 2026

Tocca un evento per approfondire ↓
Febbraio 2026

28 Febbraio
Usa e Israele attaccano l'Iran: ucciso l'Ayatollah Khamenei
Raid su un complesso governativo a Teheran e su obiettivi militari in tutto il Paese. Muore la Guida Suprema dopo quasi 37 anni al potere.
Primo attacco
Eliminati anche altri vertici militari e dell'intelligence. Almeno 175 persone, per lo più bambine, muoiono nel bombardamento di una scuola elementare femminile nel sud dell'Iran. Secondo funzionari Usa, si trattò di un errore di targeting.

28 Febbraio
L'Iran risponde: missili e droni su Israele e basi Usa
Teheran lancia una rappresaglia contro Israele e contro le installazioni militari americane in Qatar, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti.
Escalation
È l'inizio della risposta iraniana su scala regionale, che coinvolge diversi Paesi del Golfo Persico alleati degli Stati Uniti.

Marzo 2026

1 Marzo
Primi soldati Usa uccisi: 6 morti in Kuwait
Un drone iraniano colpisce Port Shuaiba, in Kuwait. Sono le prime vittime americane del conflitto.
Vittime Usa
Lo stesso giorno Hezbollah trascina il Libano nel conflitto, lanciando razzi verso Israele come rappresaglia per l'uccisione della Guida Suprema iraniana.

1 Marzo
Trump al NYT: "Quattro-cinque settimane"
In una breve intervista telefonica, il presidente offre visioni contraddittorie sul futuro dell'Iran e sulla durata dell'offensiva.
Dichiarazioni
Trump delinea scenari diversi e apparentemente incompatibili su come un nuovo governo potrebbe prendere forma a Teheran e sulla durata prevista del conflitto.

8 Marzo
L'Iran nomina il successore: Mojtaba Khamenei
Il figlio 56enne della Guida Suprema uccisa viene designato da un comitato di alti chierici sciiti. Trump lo definisce una scelta "inaccettabile".
Leadership
La nomina segnala continuità e sfida. Passeranno diversi giorni prima che il nuovo leader si faccia vivo: secondo funzionari Usa, Mojtaba Khamenei era rimasto ferito nei primi giorni di guerra.

11 Marzo
Iran intensifica gli attacchi sullo Stretto di Hormuz
Almeno tre navi colpite nel passaggio strategico dove transita circa il 20% del petrolio mondiale.
Energia
L'Iran rivendica un attacco a una nave cargo thailandese. I prezzi del petrolio schizzano verso l'alto. L'amministrazione Trump si affretta a rassicurare i mercati globali.

12 Marzo
Prima dichiarazione di Mojtaba Khamenei
Il nuovo leader supremo ordina all'esercito di continuare a bloccare lo Stretto di Hormuz.
Leadership
Con un comunicato scritto, Mojtaba Khamenei conferma la linea dura della Repubblica Islamica nel mezzo del conflitto.

12 Marzo
Aereo militare Usa precipita in Iraq: 6 morti
Un aerocisterna KC-135 si schianta. Il bilancio delle vittime Usa sale ad almeno 13.
Vittime Usa
Sei membri dell'equipaggio perdono la vita nello schianto. L'incidente porta il numero dei militari americani caduti dall'inizio del conflitto ad almeno 13.

13 Marzo
Usa bombardano l'isola di Kharg
Raid massiccio sul principale hub petrolifero iraniano. Trump afferma che le strutture petrolifere non sono state colpite.
Attacco
L'isola di Kharg è responsabile di circa il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane. Secondo Trump il raid ha colpito solo infrastrutture militari sull'isola.

17 Marzo
Israele elimina due vertici iraniani
Uccisi Ali Larijani (Consiglio di Sicurezza Nazionale) e Gholamreza Soleimani (capo dei Basij). Il colpo più duro alla leadership iraniana dal 28 febbraio.
Leadership
I Basij sono una milizia allineata al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica. Le due eliminazioni rappresentano il più grave danno alla catena di comando iraniana dopo il primo giorno di guerra.

18 Marzo
Guerra energetica: colpiti impianti in Iran e Qatar
Israele attacca il giacimento South Pars (70-75% del gas iraniano). L'Iran risponde colpendo il sito di Ras Laffan in Qatar, il più grande impianto di esportazione di GNL al mondo.
Energia
Lo scambio di attacchi su infrastrutture energetiche critiche segna una escalation senza precedenti che coinvolge anche il Qatar, alleato degli Usa.

23 Marzo
Trump: "Stiamo trattando con l'Iran"
Prima indicazione pubblica di colloqui diplomatici dall'inizio del conflitto.
Diplomazia
Trump rivela per la prima volta che Usa e Iran stanno discutendo un possibile termine delle ostilità. Nessun dettaglio viene fornito sulle condizioni in discussione.

27 Marzo
12 soldati Usa feriti in Arabia Saudita
Un attacco iraniano colpisce la base aerea Prince Sultan. Una delle violazioni più gravi delle difese aeree americane dall'inizio della guerra.
Vittime Usa
L'attacco alla base saudita dimostra la capacità iraniana di colpire installazioni militari Usa anche profondamente all'interno del territorio alleato.

28 Marzo
Gli Houthi entrano in guerra
Il gruppo armato filo-iraniano in Yemen lancia un missile balistico contro Israele, intercettato dalla difesa aerea.
Escalation
L'ingresso degli Houthi allarga ulteriormente il fronte del conflitto, che ora coinvolge Iran, Libano (Hezbollah), Yemen e diversi Paesi del Golfo.

Aprile 2026

3 Aprile
Iran abbatte un caccia F-15E americano
Primo aereo da combattimento Usa abbattuto nella guerra. Dei due membri dell'equipaggio, uno viene recuperato subito; per il secondo servono due giorni di ricerche in territorio iraniano.
Attacco
L'operazione di salvataggio del secondo aviatore viene condotta da commandos in profondità nel territorio iraniano, in una delle missioni più rischiose dell'intero conflitto.

7 Aprile
Trump annuncia il cessate il fuoco
Tregua di due settimane. Il Consiglio di sicurezza nazionale iraniano conferma l'accordo, presentandolo come una vittoria.
Cessate il fuoco
Dopo 39 giorni di conflitto, Trump annuncia la sospensione delle ostilità. È la seconda volta in meno di un anno che gli Usa sono coinvolti direttamente in un conflitto militare con Teheran.

Elaborazione di Focus America · Ultimo aggiornamento: 8 aprile 2026

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La rassegna stampa di mercoledì 8 aprile 2026


Gli Stati Uniti e l'Iran raggiungono un cessate il fuoco di due settimane dopo le minacce di Trump, mentre i Democratici consolidano i successi elettorali nel Wisconsin e in Georgia

Questa è la rassegna stampa di mercoledì 8 aprile 2026

Gli Stati Uniti e l'Iran accordano un cessate il fuoco di due settimane


Il presidente Trump ha annunciato una tregua di due settimane con l'Iran dopo le minacce di distruggere "un'intera civiltà", con Teheran che ha accettato di riaprire lo Stretto di Hormuz. L'accordo è stato mediato dal Pakistan e annunciato meno di due ore prima della scadenza delle 20:00 fissata da Trump per un'escalation militare.

Fonti: Financial Times, Wall Street Journal, The Guardian

I Democratici estendono la maggioranza nella Corte Suprema del Wisconsin


Il giudice Chris Taylor, sostenuto dai Democratici, ha vinto il seggio della Corte Suprema del Wisconsin contro la conservatrice Maria Lazar, consolidando la maggioranza liberale 5-2. La vittoria rafforza il controllo democratico sul tribunale supremo dello stato in vista delle elezioni presidenziali del 2028.

Fonti: The Guardian, New York Times, The Hill

Un Repubblicano vince il seggio della Georgia di Marjorie Taylor Greene


Clay Fuller, sostenuto da Trump, ha sconfitto il Democratico Shawn Harris nell'elezione speciale per il 14° distretto congressuale della Georgia. Nonostante i Democratici abbiano ridotto il margine di 25 punti, non sono riusciti a ribaltare questo seggio tradizionalmente conservatore.

Fonti: BBC, Wall Street Journal, The Guardian

L'amministrazione Trump nega sollievo sui dazi all'alluminio alla Ford


L'amministrazione ha respinto le richieste della Ford e di altre case automobilistiche per un alleggerimento dei dazi sull'alluminio dopo che incendi in una fabbrica statunitense hanno creato problemi nella catena di approvvigionamento. Le aziende automobilistiche stanno lottando con l'aumento dei costi dopo che un fornitore nazionale è andato offline.

Fonti: Wall Street Journal

I funzionari USA avvertono di cyber-attacchi iraniani alle infrastrutture critiche


Le agenzie di sicurezza federali hanno emesso un avvertimento per cyber-attacchi affiliati all'Iran contro le infrastrutture critiche statunitensi, in particolare nei settori idrico ed energetico. Un gruppo pro-iraniano ha rivendicato attacchi contro Chime Financial e Pinterest, mandando offline i siti web di entrambe le aziende.

Fonti: The Guardian, Bloomberg

Un deputato Democratico presenta articoli di impeachment contro Trump


Il rappresentante John Larson (D-Conn.) ha presentato articoli di impeachment contro il presidente Trump per le sue minacce di cancellare "un'intera civiltà" iraniana. La mossa arriva mentre crescono le critiche bipartisan alle minacce del presidente, con alcuni Repubblicani che esprimono disagio per la retorica.

Fonti: The Hill

Gli agenti dell'ICE sparano a un uomo in California durante un fermo


Gli agenti dell'Immigration and Customs Enforcement hanno sparato a Carlos Ivan Mendoza Hernandez durante un fermo veicolare a Patterson, California. Il dipartimento della Sicurezza Nazionale ha dichiarato che l'uomo aveva "trasformato il suo veicolo in un'arma", una frase utilizzata in altri incidenti di applicazione delle leggi sull'immigrazione.

Fonti: The Guardian, Wall Street Journal

Rilasciata la moglie di un soldato statunitense dopo la detenzione dell'ICE


Annie Ramos, moglie neolaureata di un soldato statunitense, è stata rilasciata dalla custodia federale dopo essere stata arrestata dagli agenti dell'ICE presso la base militare del marito in Louisiana. Ramos, arrivata negli Stati Uniti dall'Honduras da bambina, era andata alla base per completare le pratiche burocratiche per trasferirsi con il marito.

Fonti: The Guardian, New York Times, BBC

Il Cook Political Report sposta cinque seggi della Camera verso i Democratici


Il Cook Political Report ha spostato cinque gare per la Camera verso i Democratici e una verso i Repubblicani mentre il partito di minoranza cerca di riconquistare il controllo della Camera nelle elezioni di medio termine di novembre. I cambiamenti riflettono il momentum democratico continuo dopo le sovraperformance in Wisconsin e Georgia.

Fonti: The Hill

Papa Leone XIV condanna le minacce di Trump contro l'Iran


Il primo Papa americano ha definito "veramente inaccettabile" la minaccia del presidente Trump contro l'intero popolo iraniano. Papa Leone XIV ha costantemente invocato il dialogo per risolvere la guerra in Medio Oriente, riferendosi alle minacce di Trump contro l'Iran come inappropriate.

Fonti: New York Times, The Hill

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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La guerra in Iran sta diventando un grosso problema per Trump


Il conflitto fa crollare i consensi del presidente, viola le sue promesse elettorali e rischia di trascinare l'economia mondiale in recessione. I sondaggi mostrano un'opposizione trasversale, anche tra i repubblicani.

Donald Trump ha vinto le elezioni del 2024 con due promesse: non coinvolgere gli Stati Uniti in nuove guerre e abbassare i prezzi. Cinque settimane dopo l'inizio del conflitto con l'Iran, il 28 febbraio 2026, entrambe le promesse sono infrante. Il prezzo medio della benzina è salito del 42%, da 2,90 a 4,13 dollari al gallone (0,66 euro al litro e 0,94 euro al litro), e i sondaggi registrano un'opposizione alla guerra che non ha precedenti nella storia recente delle operazioni militari americane.

Solo il 38,6% degli americani sostiene il conflitto in Iran, contro il 54,1% che lo disapprova. Secondo la media ponderata di Nate Silver, il tasso di approvazione netto della guerra è di -15,5 punti, mentre in quella di FiftyPlusOne l'approvazione è addirittura negativa di 27 punti. Il sondaggio più recente della CNN, condotto dall'istituto SSRS tra il 26 e il 30 marzo, mostra che il 66% disapprova l'azione militare, con un'opposizione salita di 13 punti al 43% rispetto al sondaggio condotto nei primi giorni di guerra. Solo il 34% approva la decisione di intervenire. Il confronto con il passato è impietoso: nei primi giorni dell'invasione dell'Iraq nel 2003, il 59% degli americani riteneva che la guerra valesse il costo in vite umane e risorse. Oggi, per l'Iran, la percentuale è del 29%.

Sondaggi
L'approvazione della guerra in Iran
Approvazione netta (% approva − % disapprova) secondo due diverse medie di sondaggi

I due grafici mostrano la stessa domanda — se gli americani approvano la guerra in Iran — misurata con metodologie diverse. Silver Bulletin (Nate Silver) pubblica una media ponderata dei sondaggi sulla guerra, pesata per qualità, recenza e dimensione del campione. FiftyPlusOne calcola l'approvazione netta di Trump sulla questione Iran come media mobile a 14 giorni combinata con stime modellate. Gli assi verticali sono allineati per rendere confrontabili le due serie.
Elaborazione di Focus America su dati Silver Bulletin e FiftyPlusOne · Aggiornato al 7 aprile 2026

La questione centrale per il futuro politico di Trump è che l'opposizione non arriva solo dai democratici, ormai quasi unanimi nel disapprovare il conflitto (94%), o dagli indipendenti (74% contrari). La frattura attraversa il Partito Repubblicano stesso. Secondo il sondaggio CNN/SSRS, il 28% dei repubblicani disapprova l'azione militare. Sull'ipotesi di inviare truppe di terra, che il presidente ha lasciato come opzione aperta, il 51% dei repubblicani è contrario, secondo i sondaggi del sito FiftyPlusOne. Persino tra i repubblicani che si identificano con il movimento MAGA, l'invio di soldati incontra più opposizione (32%) che sostegno (25%), secondo la CNN. I repubblicani non-MAGA, quelli che avevano dato a Trump la vittoria nel 2024, sono passati in poche settimane da un saldo positivo di 25 punti a favore della guerra a un saldo negativo di 23 punti.

Il gradimento complessivo di Trump è sceso sotto il 40% nella nostra media, attestandosi al 38,9%. Ma è sui singoli temi che il quadro si fa più allarmante per la Casa Bianca. Il gradimento sulla gestione dei prezzi e dell'inflazione ha toccato il minimo storico a meno 33, il dato peggiore del suo secondo mandato e vicino ai minimi raggiunti da Joe Biden. La gestione dell'Iran, che dopo i bombardamenti della scorsa estate era a meno 7, è precipitata a meno 27. Solo il 33% degli americani ritiene che Trump abbia un piano chiaro per gestire la situazione in Iran.

Sondaggi
I sondaggi sulla guerra in Iran
50 rilevazioni di 28 istituti — 7 aprile 2026

Ordina per: Net Approval Data fine

A = Adulti · RV = Elettori registrati · LV = Elettori probabili
Elaborazione di Focus America su dati dei sondaggi pubblici · Ultimo aggiornamento: 7 aprile 2026

La dinamica dei prezzi della benzina aggiunge una dimensione economica al problema politico. Come ha mostrato un'analisi del New York Times, esiste una correlazione storica tra il prezzo alla pompa e il gradimento presidenziale: dalla crisi energetica di Jimmy Carter nel 1979 al crollo di George W. Bush nel 2008, la benzina cara ha regolarmente eroso il consenso dei presidenti in carica. La polarizzazione ha reso i tassi di approvazione presidenziale più stabili negli ultimi quindici anni, ma la velocità dell'aumento attuale, oltre un dollaro in poche settimane, potrebbe cambiare le cose: nel febbraio scorso, durante il discorso sullo stato dell'Unione, Trump si vantava di una benzina sotto i 2,30 dollari. Oggi in alcuni stati supera i 5 dollari al gallone, in alcune contee i 6.

Il rischio non è solo americano. Un'analisi del Fondo Monetario Internazionale ha concluso che qualunque scenario legato al conflitto porta a prezzi più alti e crescita più lenta. I paesi poveri importatori di energia in Africa, Asia e America Latina sono i più vulnerabili, con un rischio concreto di insicurezza alimentare. Anche l'Europa, già colpita dallo shock energetico della guerra in Ucraina, affronta una situazione peggiore degli Stati Uniti. La società di ricerca Capital Economics ha assegnato una probabilità di due terzi a una rapida conclusione del conflitto e a un ritorno alla normalità dei flussi petroliferi, ma nello scenario avverso prevede recessioni in diverse regioni del mondo. La Federal Reserve, da parte sua, ha congelato i tassi di interesse in attesa di capire l'impatto inflazionistico della guerra, mentre la possibilità di un rialzo è aumentata.

Lo Stretto di Hormuz resta il nodo strategico irrisolto. L'Iran ha dimostrato di poter controllare il passaggio attraverso cui transita un quinto del petrolio e del gas naturale mondiali. L'esperto di politica iraniana Vali Nasr, professore alla Johns Hopkins University, ha dichiarato a New York Magazine che lo Stretto è diventato per Teheran più importante del programma nucleare: non offriva deterrenza reale, mentre il controllo della via d'acqua è l'unica ragione per cui l'Iran sta sopravvivendo a questo conflitto. Secondo Nasr, Trump si trova di fronte a tre opzioni: abbandonare il campo lasciando il conflitto irrisolto, escalare con un'invasione terrestre, oppure negoziare. Nel discorso di mercoledì sera dalla Casa Bianca, il presidente ha detto che nel giro di due o tre settimane gli Stati Uniti avrebbero raggiunto i loro obiettivi militari, ma ha anche dichiarato che toccherà ad altri paesi riaprire lo Stretto di Hormuz. Dopo questa dichiarazione, i prezzi del petrolio sono saliti dell'8%.

La media dei sondaggi sul voto per il Congresso in vista delle elzioni di metà mandato dà i democratici in vantaggio di circa sei punti. I dati Gallup sull'identificazione per partito mostrano un vantaggio democratico di dieci punti, un ribaltamento rispetto al 2024. Nelle elezioni suppletive tenute finora, i democratici hanno superato i loro margini del 2020 di nove punti in media. I dati storici sulla relazione tra gradimento presidenziale e risultato delle midterm mostra che il vantaggio democratico potrebbe crescere ulteriormente, perché un presidente a meno 17 punti netti di gradimento produce storicamente un distacco maggiore di quello attualmente registrato nei sondaggi generici. Con un vantaggio democratico tra i sette e i nove punti, stati come Texas, Ohio e Florida diventerebbero competitivi, non solo quelli tradizionalmente in bilico.

L'approvazione di Trump scende dopo l'inizio della guerra
Media FocusAmerica — Andamento giornaliero dall'insediamento

Elaborazione di Focus America · Ultimo aggiornamento: 7 aprile 2026

Trump ha costruito la sua immagine politica sulla promessa di un'economia forte e dell'assenza di nuove guerre. La guerra in Iran ha demolito entrambi i pilastri. Il paradosso è che il presidente sembra consapevole dell'importanza dei sondaggi. Ma sui numeri che contano, quelli degli indipendenti e dei repubblicani moderati, la traiettoria è inequivocabilmente negativa. È molto più facile perdere un sostenitore che convincere un oppositore. E una volta perso il consenso, Trump storicamente non lo recupera.

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Il vicepresidente Vance vola a Budapest per sostenere Orbán a una settimana dal voto


Il numero due di Trump arriva in Ungheria in piena campagna elettorale per rafforzare il premier che da 16 anni guida il Paese. L'ultima settimana prima del voto del 12 aprile è stata segnata da scandali di spionaggio, esplosivi trovati vicino a un gasdotto e accuse reciproche tra Budapest e Kyiv.

Il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance è arrivato oggi a Budapest per una visita di due giorni che si è trasformata in un sostegno esplicito alla rielezione di Viktor Orbán. Al fianco del primo ministro ungherese, Vance ha detto di essere in Ungheria per “aiutare il più possibile” il leader di Fidesz in vista delle importantissime elezioni di domenica 12 aprile, offrendo il segnale più netto finora dell’impegno dell’Amministrazione Trump per una sua vittoria.

Per Orbán, al potere ininterrottamente dal 2010, si tratta di una sfida particolarmente delicata. Il premier punta, infatti, a un quinto mandato consecutivo, ma affronta una delle campagne più difficili degli ultimi anni contro Péter Magyar, leader del partito di centrodestra Tisza, che secondo diversi sondaggi indipendenti ha accumulato un vantaggio significativo tra gli elettori decisi a votare.
Ungheria, sondaggi e cronologia

Sondaggi aggiornati· 7 aprile 2026

Elezioni in Ungheria

Orbán in rincorsa: Tisza avanti nei sondaggi, con forti divari tra istituti


L'infografica riepiloga gli ultimi rilevamenti del periodo elettorale 2026, includendo sia gli istituti indipendenti sia quelli filo-governativi. Le barre si animano all’apertura e ogni sezione può essere filtrata per leggere meglio il quadro.

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Punto chiave

Il divario non è solo tra partiti, ma anche tra diversi tipi di sondaggisti: gli istituti indipendenti o vicino all'opposizione mostrano in media Tisza nettamente avanti, mentre quelli filo-governativi continuano invece a dare Fidesz in testa.

Sondaggi Cronologia

Elenco dei sondaggi condotti a marzo 2026

Tisza
Fidesz
DK
MH

Tutti Indipendenti Filo-governativi
14 sondaggi

Media del filtro selezionato
Tisza avanti

Vantaggio medio

Dati ricavati da Wikipedia per il periodo 25 febbraio–30 marzo 2026. Il filtro aggiorna la media complessiva e rianima le barre delle card visibili.

Cronologia della campagna e degli ultimi sondaggi

Fonti dati: tabella sondaggi di Wikipedia. Contesto cronologico: arrivo di JD Vance a Budapest il 7 aprile per supportare la rielezione di Orban.

Durante la conferenza stampa congiunta nel monastero del Carmelo, sede dell’ufficio del premier a Budapest, Vance ha accusato Bruxelles di voler condizionare la politica ungherese. Intervenendo apertamente a favore di Orbán, ha definito l’Unione Europea come uno dei peggiori esempi di interferenza elettorale straniera da lui mai visti. Ha anche detto di non voler dire agli ungheresi come votare, invitando però i “burocrati di Bruxelles” a fare lo stesso e dicendosi convinto della vittoria del premier.

La visita è poi proseguita con la partecipazione di Vance a un evento elettorale di Orbán, presentato come una “giornata dell’amicizia” tra Stati Uniti e Ungheria, una scelta insolita per un leader straniero e in contrasto con la prassi di evitare un coinvolgimento diretto nelle campagne elettorali di altri Paesi. In serata, durante un raduno nello stadio, Vance ha rincarato la dose contro l’UE e ha detto ai sostenitori di Fidesz: “Dobbiamo far rieleggere Orbán come primo ministro dell’Ungheria, no?”. Poco prima aveva anche telefonato a Donald Trump e, una volta messo in vivavoce, il presidente aveva definito Orbán “un uomo fantastico”, ribadendo il suo sostegno.

Il sostegno di Washington si inserisce in un rapporto politico consolidato. Orbán è da tempo una figura di riferimento per la destra radicale internazionale ed è apprezzato nell’universo MAGA per le sue posizioni radicali contro l’immigrazione, per le restrizioni ai diritti LGBTQ+ e per il controllo esercitato su media e istituzioni accademiche. I suoi critici, invece, lo accusano da anni di aver svuotato le istituzioni ungheresi, limitato la libertà di stampa e favorito corruzione e clientelismo, accuse che il premier ha sempre respinto.

Nel suo intervento, Vance ha lodato Orbán anche per la politica energetica, sostenendo che altri governi dell’Europa occidentale avrebbero dovuto seguire l’esempio ungherese invece di ridurre le importazioni di combustibili fossili russi dopo l’invasione dell’Ucraina. Una presa di posizione che conferma, ancora una volta, la sintonia tra il governo di Budapest e l’attuale Casa Bianca, proprio mentre Orbán, in vista del voto di domenica, prova a distinguersi sempre di più dalla maggior parte dei Paesi dell’Unione Europea, sia sul terreno dell’energia sia su quello del sostegno a Kyiv.

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Le grandi aziende tecnologiche continueranno a effettuare scansioni senza alcuna base legale

L'esenzione che consentiva il monitoraggio volontario delle chat è scaduta nel fine settimana. Tuttavia, grandi aziende tecnologiche come Google, Meta e Microsoft intendono continuare a scansionare in massa le comunicazioni private dei propri utenti.

netzpolitik.org/2026/freiwilli…

@privacypride

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I residenti del Wisconsin potranno continuare a guardare materiale pornografico dopo che il governatore ha posto il veto sulla legge di verifica dell'età.

"Pongo il veto su questo disegno di legge nella sua interezza perché mi oppongo all'intrusione che esso rappresenta nella privacy personale dei residenti del Wisconsin", ha scritto il governatore Tony Evers.

404media.co/wisconsin-age-veri…

@pirati@feddit.it


Wisconsinites Can Keep Watching Porn After Governor Vetoes Age Verification Bill


Across most of the U.S., if you want to watch porn online, you have to hand over a government ID or submit to a biometric scan to determine you’re over 18 years of age. But people in Wisconsin can keep freely accessing porn sites—and any other website that hosts more than one third adult content—after Governor Tony Evers vetoed the state’s age verification bill on Friday.

A copycat of the dozens of bills that have passed in the U.S. since 2022, Wisconsin’s Assembly Bill 105 would have forced sites with more than one third “material harmful to minors,” defined as “depictions of actual or simulated sexual acts or body parts including pubic areas, genitals, buttocks, and female nipples,” to verify visitors’ ages by “using any commercially reasonable method that uses public or private transactional data gathered about the individual.” This means uploading an ID, showing their face for a biometric scan, uploading their credit card information, or combinations of these.

“I am vetoing this bill in its entirety because I object to this bill's intrusion into the personal privacy of Wisconsin residents,” Evers wrote in a letter to the members of the assembly, dated April 3. “While I agree that we should protect children from harmful material, this bill imposes an intrusive burden on adults who are trying to access constitutionally protected materials.”

Evers wrote that the bill doesn’t prevent platforms from giving collected personal data to third parties, such as the government or data brokers. “This is a violation of personal privacy,” he wrote.

“Additionally, I am concerned about data security and the potential for misuse of personally identifiable information. Identifiable information could be intercepted by or transmitted to a third party and used as the basis for blackmail or identity theft. Further, although the bill includes penalties for a business entity who violates the prohibition on retention of personal information, those penalties cannot undo the harm that may occur to an individual who is the victim of actions like blackmail or identity theft as a result of a bad actor obtaining their identity.”

Last year, after the UK’s Online Safety Act started requiring websites and platforms to verify users’ ages, Discord users’ age verification data—including selfies and identity documents—was exposed in a security breach. The hack was just one instance where users’ personal data has been required by a platform and then exposed to the whole internet: also last year, similar data was exposed by the Tea app, which made users provide selfies and identity documents to prove they’re women.

An earlier version of the bill attempted to ban Wisconsinites from accessing sites using virtual private networks (VPNs); lawmakers are increasingly pushing to restrict VPNs, but so far have faced pushback from citizens and civil liberties groups. Wisconsin state Sen. Van Wanggaard moved to delete that provision in the legislation, and the state assembly agreed to remove the VPN ban in February.

The adult advocacy group Free Speech Coalition wrote following the veto that Director of Public Policy Mike Stabile flew to Madison “to meet with legislators to discuss the legal and technological issues with the bill, including a ban on VPN traffic, and to advocate for device-based verification solutions.”

“Put simply, AB-105 raises significant concerns around privacy, surveillance, and the First Amendment,” the ACLU of Wisconsin wrote in testimony submitted in March. “While the ACLU of Wisconsin is sympathetic to the overarching goal of this legislation, we do not believe an appropriate trade-off is compromising the civil liberties of all Wisconsinites.”

Wisconsin is now one of only a handful of states left that allows access to porn without requiring users jump through invasive age verification hoops. “We can and should work to prevent minors from accessing adult content, but there are better solutions than the one offered by this bill,” Evers wrote in his veto letter. “For example, we can work with tech companies to implement device-based age verification that takes place on a user's phone or computer, which can be a more secure and effective method. Other states have been moving toward device-based solutions, and major tech companies are adopting these options as well.”


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La Cina supera gli Stati Uniti nel gradimento globale


Un sondaggio Gallup condotto in oltre 130 paesi mostra che il 36% approva la leadership cinese contro il 31% di quella statunitense. È il vantaggio più ampio per Pechino in quasi vent'anni

Il mondo guarda alla Cina con più favore che agli Stati Uniti. Secondo un sondaggio Gallup, il 36% degli intervistati in oltre 130 paesi approva la leadership cinese, contro il 31% che approva quella americana. Si tratta del maggiore vantaggio di Pechino su Washington in quasi vent'anni di rilevazioni.

Il sorpasso riflette soprattutto un calo dell'immagine americana piuttosto che un'impennata di quella cinese. Tra il 2024 e il 2025, l'approvazione della leadership statunitense è scesa dal 39% al 31%, tornando ai livelli più bassi già registrati in passato. Nello stesso periodo, il gradimento della Cina è salito dal 32% al 36%. Allo stesso tempo, la disapprovazione verso gli Stati Uniti ha raggiunto il massimo storico del 48%, mentre quella verso la Cina è rimasta stabile al 37%.

Le rilevazioni sono state condotte nel 2025 e non tengono conto di alcuni sviluppi significativi avvenuti nei primi mesi del 2026, tra cui il ritiro degli Stati Uniti da 66 organizzazioni internazionali a gennaio e lo scoppio della guerra con l'Iran a fine febbraio.

Il mondo disapprova più gli Stati Uniti che la Cina
Tasso di disapprovazione della leadership di Stati Uniti e Cina nel mondo. Sondaggio condotto su circa 1.000 rispondenti in ciascuno dei 132 paesi nel 2025.

Stati Uniti Cina

Fonte: Elaborazione Focus America su dati Gallup · Rating Report 2025

Il calo dell'approvazione americana si è concentrato in modo marcato tra i paesi alleati, in particolare i partner della Nato. La Germania guida la classifica dei cali con un crollo di 39 punti percentuali, seguita dal Portogallo con 38 punti. Anche Canada, Regno Unito e Italia hanno registrato diminuzioni consistenti. In totale, 44 paesi hanno visto un calo di almeno 10 punti nell'approvazione della leadership statunitense, mentre solo sette hanno registrato un aumento di entità simile. Questo schema ricalca quello osservato all'inizio del primo mandato di Trump, quando i cali più netti si concentrarono tra gli alleati.

Israele rappresenta un'eccezione significativa: l'approvazione della leadership americana è risalita al 76% nel 2025, con un aumento di 13 punti, tra i livelli più alti al mondo. Il dato era già salito dopo l'attacco di Hamas dell'ottobre 2023, per poi calare nel 2024 e rimbalzare con il ritorno di Trump alla Casa Bianca.

Negli ultimi due decenni, l'approvazione della leadership statunitense ha oscillato in modo significativo da un'amministrazione all'altra, passando dal minimo del 30% durante il primo mandato Trump al massimo del 49% nel 2009, sotto Barack Obama. La Cina, guidata ininterrottamente da Xi Jinping dal 2013, ha mantenuto valori più stabili, in genere poco sopra il 30%. Prima di quest'ultimo sondaggio, la Cina aveva superato gli Stati Uniti solo due volte: una durante l'amministrazione Bush e una durante il primo mandato Trump.

Se si guarda all'approvazione netta, cioè la differenza tra chi approva e chi disapprova, il quadro è ancora più negativo per Washington. Il 2025 è solo il secondo anno in cui entrambe le potenze hanno registrato un'approvazione netta negativa a livello globale. Per la Cina il dato è di –1, appena sotto la parità. Per gli Stati Uniti è di –15, il livello più basso mai registrato, leggermente peggiore del –13 del 2020. Quasi la metà dei paesi intervistati (il 45%) ha espresso un giudizio netto negativo verso entrambe le potenze, il dato più sfavorevole in vent'anni.

Nessuna delle quattro grandi potenze monitorate da Gallup, che includono anche Germania e Russia, gode oggi di un'approvazione maggioritaria nel mondo. La Germania resta il paese più apprezzato con il 48%, seguita dalla Cina al 36%, dagli Stati Uniti al 31% e dalla Russia al 26%. La Germania mantiene il primo posto per il nono anno consecutivo, attraverso i governi di Angela Merkel, Olaf Scholz e Friedrich Merz.

A livello di singoli paesi, quelli più allineati con gli Stati Uniti in termini di opinione pubblica sono Kosovo, Israele, Polonia, Albania e Filippine. Sul versante opposto, Russia, Pakistan, Tunisia, Singapore e Hong Kong mostrano il maggiore allineamento relativo con la Cina, anche se questo riflette più un rifiuto degli Stati Uniti che un entusiasmo per Pechino. Il 54% dei paesi risulta relativamente più allineato con la Cina, contro il 16% più vicino agli Stati Uniti, mentre il 30% non mostra una preferenza chiara.

Un dato emerge con particolare chiarezza: la percentuale di persone senza opinione sulle due potenze è tra le più basse degli ultimi vent'anni. Il mondo si sta formando un'idea più definita sia degli Stati Uniti sia della Cina, e per entrambi il giudizio tende verso il negativo.

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Trump rilancia l’ultimatum all’Iran: “Stanotte potrebbe morire un’intera civiltà”


Il presidente statunitense ha fissato alle 2 del mattino in Italia la scadenza dell'ultimatum per la riapertura dello Stretto di Hormuz ed è tornato a minacciare attacchi contro ponti, centrali e infrastrutture energetiche iraniane in vista della deadline.

Donald Trump ha alzato nuovamente il livello dello scontro con l’Iran. Su Truth Social ha pubblicato questa mattina un minaccioso messaggio in cui sostiene che stanotte potrebbe “morire un’intera civiltà”. Il presidente degli Stati Uniti ha collegato il nuovo avvertimento alla riapertura dello Stretto di Hormuz, fissando per martedì alle 20 della costa orientale americana la scadenza del suo ultimatum a Teheran.

Nel suo post, Trump afferma di non volere questo scenario ma di ritenerlo probabile. Aggiunge però anche che, dopo quello che definisce un “cambio di regime completo e totale”, potrebbero aprirsi sviluppi “rivoluzionari”. Il nuovo avvertimento arriva al termine di giorni segnati da minacce sempre più esplicite contro l’Iran e contro le sue infrastrutture civili ed energetiche.

Nel fine settimana il presidente aveva già promesso “l’inferno” e un ritorno “all’età della pietra” se Teheran non avesse posto fine al blocco dello Stretto di Hormuz. Il 5 aprile aveva poi scritto che oggi sarebbe stato “il giorno delle centrali elettriche e il giorno dei ponti allo stesso tempo”, tornando a chiedere la riapertura del passaggio marittimo. In dichiarazioni successive, Trump ha anche confermato l’esistenza di un piano per colpire tutti i ponti dell’Iran e mettere fuori uso tutte le centrali elettriche del Paese.

Il Pentagono continua intanto a preparare una nuova lista di obiettivi per i raid aerei, ma deve fare i conti con il fatto che molte infrastrutture, tra cui proprio le centrali elettriche e gli impianti di desalinizzazione, potrebbero essere considerate civili, e un attacco deliberato contro di esse rischierebbe di configurarsi come un crimine di guerra. I sostenitori dell’escalation sostengono invece che si tratti di strutture a duplice uso, quindi di obiettivi legittimi, perché elettricità e acqua servono sia alla popolazione civile sia all’apparato militare.

Finora, però, gli Stati Uniti hanno sostenuto di essersi concentrati soltanto su obiettivi militari. Nelle stesse ore in cui Trump rilanciava le sue minacce, le forze statunitensi hanno, appunto, colpito decine di bersagli militari sull’isola iraniana di Kharg, tra cui bunker, radar e depositi di munizioni, evitando però le infrastrutture petrolifere.

Dall’Iran, intanto, le nuove minacce di Trump sono state accolte con un misto di sconcerto, sfida e rassegnazione. Alcuni cittadini iraniani hanno detto di non avere predisposto piani di fuga né misure straordinarie, pur riconoscendo che un eventuale attacco a centrali, ponti o impianti di desalinizzazione potrebbe provocare una catastrofe umanitaria. Altri hanno avvertito, invece, che un’offensiva contro infrastrutture civili non colpirebbe soltanto l’Iran, ma avrebbe conseguenze regionali e globali, dalla sicurezza energetica alla stabilità dell’intera area.

Da parte sua, Alireza Rahimi, segretario del Consiglio per gli affari giovanili e adolescenziali del governo iraniano, ha invitato i giovani iraniani a formare catene umane intorno alle centrali elettriche, possibili target degli attacchi americani di questa notte. trasformandoli di fatto in scudi umani. Anche questo, se riferito a obiettivi militari, potrebbe costituire un crimine di guerra ai sensi delle Convenzioni di Ginevra.

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Il governo americano revoca le tutele per gli studenti transgender in diverse scuole


Il Dipartimento dell'Istruzione ha annullato accordi stipulati con cinque distretti scolastici e un college sotto le amministrazioni Obama e Biden

Il Dipartimento dell'Istruzione degli Stati Uniti ha annunciato lunedì di aver revocato gli accordi che le precedenti amministrazioni avevano raggiunto con cinque distretti scolastici e un college per garantire diritti e tutele agli studenti transgender. La decisione significa che il governo federale non avrà più alcun ruolo nel far rispettare quegli accordi, che imponevano alle scuole di adottare misure conformi alla legislazione federale sui diritti civili.

I distretti coinvolti si trovano in Delaware, Washington, Pennsylvania e California: il Cape Henlopen School District, il Fife School District, il Delaware Valley School District, il La Mesa-Spring Valley School District, il Sacramento City Unified e il Taft College. Si tratta, secondo quanto riportato dall'Associated Press, dei primi casi noti in cui l'amministrazione Trump ha annullato accordi sui diritti civili negoziati con istituti scolastici.

Sotto le amministrazioni Obama e Biden, il Dipartimento dell'Istruzione interpretava il Title IX, la legge federale che vieta la discriminazione sessuale nell'istruzione, in modo da includere le tutele per gli studenti transgender e gay. L'amministrazione Trump ha rovesciato questa interpretazione e ha adottato una linea opposta: ha sanzionato le scuole che avevano accolto gli studenti in base alla loro identità di genere, ha avviato cause legali in California e Minnesota contro le politiche statali che permettono agli studenti transgender di partecipare a competizioni sportive scolastiche e ha aperto indagini sui diritti civili in diverse scuole e università per le loro politiche in materia.

Kimberly Richey, vicesegretaria per i diritti civili del Dipartimento dell'Istruzione, ha dichiarato in un comunicato che la decisione riflette gli sforzi dell'amministrazione per impedire agli studenti transgender di partecipare alle squadre sportive femminili e di accedere agli spogliatoi condivisi. Richey ha aggiunto che l'amministrazione sta "rimuovendo gli oneri inutili e illegali che le precedenti amministrazioni hanno imposto alle scuole nel loro perseguimento di un'agenda transgender radicale".

La revoca degli accordi rappresenta un ulteriore passo nella strategia dell'amministrazione Trump sulle questioni legate all'identità di genere nelle scuole, che si è già concretizzata attraverso azioni legali, indagini e sanzioni contro gli istituti che avevano adottato politiche inclusive verso gli studenti transgender.

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Hegseth paragona il militare salvato alla resurrezione di Gesù


Il presidente sostiene che "Dio vuole che le persone siano protette", il segretario alla Difesa paragona il salvataggio di un pilota alla resurrezione di Cristo. Critiche dal Papa e da leader musulmani

La guerra degli Stati Uniti contro l'Iran ha assunto toni apertamente religiosi. In una conferenza stampa alla Casa Bianca lunedì 6 aprile, il presidente Trump ha dichiarato di credere che Dio sostenga l'azione militare americana, mentre il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha paragonato il salvataggio del pilota abbattuto alla resurrezione di Gesù Cristo. Le dichiarazioni segnano un'escalation nella retorica con cui l'amministrazione giustifica un conflitto che dura ormai da cinque settimane, ha causato migliaia di vittime e non ha una fine chiara.

Tutto è partito dal recupero di un aviatore americano il cui F-15E è stato abbattuto sopra l'Iran. Hegseth ha ricostruito la vicenda scandendola come un racconto biblico: l'aereo colpito di venerdì, il Venerdì Santo, il pilota nascosto in una grotta per tutto il sabato, e il salvataggio all'alba della domenica di Pasqua. "Un pilota rinato, tutti a casa e al sicuro, una nazione che gioisce. Dio è buono", ha detto il segretario alla Difesa. Secondo il suo racconto, il primo messaggio inviato dall'aviatore ai soccorritori è stato "God is good".

Trump, rispondendo a un giornalista del Washington Post che gli chiedeva se ritenesse che Dio appoggiasse la causa americana, ha risposto: "Sì, perché Dio è buono, e Dio vuole che le persone siano protette". Ha poi aggiunto: "A Dio non piace quello che sta succedendo. A me non piace quello che sta succedendo. Tutti dicono che mi diverto. Non mi diverto".

Le dichiarazioni di lunedì rappresentano un cambio di registro nella comunicazione della Casa Bianca sul conflitto. Dopo settimane di spiegazioni contraddittorie sull'obiettivo dell'intervento, compresa l'ambiguità su un eventuale cambio di regime, Trump ha cominciato a descrivere la guerra in termini religiosi. Nei giorni precedenti, sui social media, il presidente aveva mescolato minacce militari e invocazioni divine. Sabato aveva scritto su Truth Social: "Il tempo sta scadendo, 48 ore prima che l'inferno si scateni su di loro. Gloria a Dio!". Domenica di Pasqua aveva pubblicato un messaggio in cui intimava all'Iran di riaprire lo Stretto di Hormuz usando un linguaggio volgare e chiudendo con "Praise be to Allah", espressione che diversi leader musulmani hanno condannato come un'offesa alla loro fede. L'imam Steve Elturk, del Consiglio degli Imam del Michigan, ha definito il post di Trump "una pericolosa escalation che mina la stabilità internazionale e il tessuto morale del discorso pubblico".

Non è la prima volta che Hegseth introduce riferimenti cristiani nel contesto bellico. In precedenza aveva chiesto agli americani di pregare per la vittoria in Medio Oriente "nel nome di Gesù Cristo" e ha promosso servizi di preghiera cristiana al Pentagono. Il segretario alla Difesa ha un tatuaggio sul bicipite destro con la frase latina "Deus vult", "Dio lo vuole", grido di battaglia dei crociati medievali. Nel suo libro del 2020 "American Crusade" descrive le crociate come "sanguinose" e "piene di tragedie indicibili", ma le giustifica come necessarie per salvare l'Europa cristiana dall'avanzata dell'Islam.

Le reazioni critiche non sono mancate, e provengono anche da ambienti vicini al presidente. Papa Leone XIV, primo pontefice nato negli Stati Uniti, ha più volte chiesto la fine del conflitto e criticato l'uso del cristianesimo per giustificare la guerra. La Domenica delle Palme ha predicato che Dio "non ascolta le preghiere di chi fa la guerra" e due giorni dopo ha esortato Trump per nome a fermare il conflitto. In una recente omelia ha detto che la missione cristiana è stata spesso "distorta da un desiderio di dominio, del tutto estraneo alla via di Gesù Cristo". Anche Marjorie Taylor Greene, ex deputata repubblicana e alleata poi diventata critica di Trump, ha attaccato il presidente dichiarando che "non è un cristiano" e ricordando che "Gesù ci ha comandato di amarci e perdonarci l'un l'altro, anche i nostri nemici".

Storicamente, i presidenti americani hanno invocato la fede in tempo di guerra, ma come ricorda il Washington Post, predecessori come George W. Bush e Barack Obama, entrambi impegnati in conflitti in Medio Oriente, si erano preoccupati di sottolineare che gli Stati Uniti non combattevano contro i musulmani o l'Islam, ma contro gruppi specifici. La retorica dell'attuale amministrazione segue una direzione opposta, alimentando la narrazione di una guerra di civiltà che trova terreno fertile tra i sostenitori cristiani conservatori di Trump, molti dei quali si descrivono come combattenti di una guerra santa contro i valori laici e pluralisti.

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Trump minaccia di arrestare il giornalista che ha rivelato la notizia dell'aviatore disperso


Il presidente chiede alla testata di consegnare la fonte o "andare in prigione", ma non specifica né il giornalista né il media coinvolto. Intanto l'Iran rifiuta il cessate il fuoco e Trump fissa un ultimatum per martedì sera

Il presidente Donald Trump ha annunciato lunedì alla Casa Bianca l'intenzione di individuare e arrestare la persona che ha rivelato alla stampa l'esistenza di un secondo aviatore americano disperso in Iran, e ha minacciato di incarcerare il giornalista che ha pubblicato la notizia se non rivelerà la propria fonte. La dichiarazione, fatta durante una conferenza stampa, solleva serie questioni sulla libertà di stampa garantita dal Primo Emendamento della Costituzione americana.

Un caccia F-15 è stato abbattuto dal fuoco iraniano venerdì scorso. L'aereo, come tutti gli F-15, trasportava due membri dell'equipaggio: un pilota e un ufficiale ai sistemi d'arma. Il pilota è stato recuperato lo stesso giorno, ma l'ufficiale ai sistemi d'arma, ferito, è rimasto disperso fino a domenica, quando è stato tratto in salvo da una fessura nelle montagne iraniane grazie a un'operazione della Central Intelligence Agency. Anche le forze iraniane stavano cercando l'aviatore americano e avevano messo una taglia sulla sua testa.

"Stiamo cercando molto attivamente quella talpa", ha detto Trump. "Andremo dalla testata che ha diffuso la notizia e diremo: sicurezza nazionale, consegnate la fonte o andate in prigione". Il presidente non ha specificato né il nome del giornalista, né quello della testata, né quello del presunto responsabile della fuga di notizie. Dopo le dichiarazioni, alcuni membri della stampa hanno indicato Fox News e il Washington Post tra i primi a pubblicare la notizia, ma anche Reuters aveva riportato che solo uno dei due membri dell'equipaggio era stato tratto in salvo.

Trump ha sostenuto che la fuga di notizie avrebbe informato l'Iran della presenza di un aviatore americano disperso sul suo territorio, mettendone a rischio la vita. "Chiunque sia stato, è una persona malata", ha aggiunto il presidente. "Probabilmente non si è reso conto della gravità della situazione".

In parallelo alle minacce contro la stampa, il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha scelto un registro del tutto diverso per descrivere il salvataggio dell'aviatore, paragonandolo alla resurrezione di Gesù Cristo. "Abbattuto un venerdì, il Venerdì Santo. Nascosto in una grotta, una fessura, per tutto il sabato. E salvato la domenica, portato via dall'Iran mentre il sole sorgeva la domenica di Pasqua", ha detto Hegseth durante la stessa conferenza stampa, aggiungendo che il primo messaggio inviato dall'aviatore una volta attivato il suo transponder di emergenza era stato "Dio è buono".

Lo stesso Trump ha usato l'evento annuale della caccia alle uova di Pasqua alla Casa Bianca per parlare della guerra in Iran, elogiando le forze armate americane con accanto il coniglio pasquale e la first lady. "Abbiamo le forze armate più potenti del mondo. Avete visto cosa è successo con il Venezuela", ha detto il presidente, riferendosi alla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro.

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Crosetto e la minaccia nucleare: “Hiroshima non ci ha insegnato niente, temo che la situazione precipiti”


@Politica interna, europea e internazionale
“Temo che ciò che già è drammatico possa precipitare ancor di più. Perché so che l’umanità ci ha dimostrato che non esiste limite alla follia. Sono esseri umani come noi quelli che hanno deciso che per far finire un conflitto fossero accettabili

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Wisconsin, si vota per la Corte Suprema statale


La candidata liberal Chris Taylor è favorita contro la conservatrice Maria Lazar in un'elezione che non cambierà gli equilibri del tribunale ma potrebbe garantire il controllo progressista fino al 2030

Oggi, martedì 7 aprile, gli elettori del Wisconsin tornano alle urne per scegliere un nuovo giudice della Corte Suprema statale. Si tratta della terza elezione per l'alta corte in soli quattro anni, ma questa volta l'atmosfera è diversa: meno soldi, meno attenzione nazionale e un risultato che sembra già scritto.

Per capire cosa c'è in gioco bisogna partire da una premessa fondamentale. Negli Stati Uniti ogni Stato ha una propria Corte Suprema, distinta dalla Corte Suprema federale di Washington. Quella federale è composta da nove giudici nominati a vita dal presidente e confermati dal Senato. Le corti supreme statali funzionano in modo diverso da Stato a Stato. In Wisconsin i sette giudici vengono eletti direttamente dai cittadini con mandato decennale, in elezioni formalmente aparitiche che si tengono in primavera, separate dalle elezioni politiche di novembre. Nella pratica, però, i candidati ricevono apertamente l'appoggio di uno dei due partiti e le campagne elettorali sono diventate battaglie politiche a tutti gli effetti.

L'elezione di oggi vede fronteggiarsi due giudici della corte d'appello statale. Chris Taylor, sostenuta dai democratici, è una ex deputata statale di Madison che ha lavorato come responsabile delle politiche pubbliche per Planned Parenthood, l'organizzazione che gestisce cliniche per la salute riproduttiva. Il governatore democratico Tony Evers l'ha nominata giudice di contea nel 2020, e nel 2023 è stata eletta alla corte d'appello. Maria Lazar, sostenuta dai repubblicani, ha lavorato come vice procuratrice generale sotto l'amministrazione dell'ex governatore repubblicano Scott Walker. È stata eletta giudice di contea nella contea di Waukesha nel 2015 e alla corte d'appello nel 2022. Entrambe sostituiranno la giudice conservatrice Rebecca Bradley, che ha scelto di non ricandidarsi.

Taylor ha un vantaggio finanziario schiacciante. Secondo la Wisconsin Ethics Commission, la sua campagna ha raccolto circa sei milioni di dollari, contro il milione circa di Lazar. La spesa pubblicitaria è ancora più squilibrata: Taylor e i gruppi che la sostengono hanno investito oltre cinque milioni in spot televisivi, mentre il fronte conservatore ha speso meno di 400.000 dollari. È un'elezione da pochi milioni di dollari complessivi, una cifra modesta se paragonata ai precedenti: nel 2025 la corsa per la Corte Suprema del Wisconsin aveva superato i 100 milioni di dollari di spesa totale, con l'intervento diretto di Elon Musk a favore del candidato conservatore Brad Schimel, poi sconfitto nettamente.

I sondaggi indicano che la partita è aperta più sulla carta che nella realtà. L'ultimo rilevamento della Marquette University Law School assegna il 30 per cento a Taylor, il 22 per cento a Lazar e il 46 per cento agli indecisi. Ma il dato degli indecisi non deve ingannare: nelle ultime tre elezioni per la Corte Suprema i candidati progressisti hanno vinto con margini di 10-11 punti percentuali. "I repubblicani hanno completamente alzato bandiera bianca", ha dichiarato a Politico Alejandro Verdin, che ha gestito la campagna vincente della giudice Janet Protasiewicz nel 2023. "Stanno ancora leccandosi le ferite dopo le sconfitte pesanti". Anche nel campo conservatore il realismo prevale: "È sicuramente una battaglia in salita", ha ammesso Ben Voelkel, ex consigliere del senatore repubblicano Ron Johnson, sempre a Politico.

La ragione principale del minore interesse è che questa elezione non cambierà il controllo della corte. I progressisti detengono una maggioranza di 4-3 dal 2023, quando la vittoria di Protasiewicz ribaltò gli equilibri per la prima volta in 15 anni. Nel 2025 la giudice Susan Crawford ha confermato quella maggioranza. Il seggio in palio oggi appartiene al blocco conservatore: se vince Lazar, la maggioranza progressista resta a 4-3; se vince Taylor, si allarga a 5-2. In entrambi i casi i progressisti mantengono il controllo. La differenza, però, non è trascurabile: con una maggioranza 5-2, i progressisti avrebbero la certezza di controllare la corte almeno fino al 2030, un margine di sicurezza importante in vista delle elezioni presidenziali del 2028 e del prossimo ridisegno dei collegi elettorali previsto nei primi anni del decennio 2030.

La maggioranza progressista insediatasi nel 2023 ha già prodotto decisioni di grande portata. La corte ha annullato un divieto di aborto risalente al 1849 che era tornato in vigore dopo la sentenza della Corte Suprema federale che nel 2022 aveva ribaltato la storica sentenza Roe v. Wade. Ha inoltre ordinato il ridisegno delle mappe elettorali per il parlamento statale, rompendo un gerrymandering, cioè un ridisegno dei collegi a vantaggio di un partito, che favoriva i repubblicani da oltre un decennio. Ha anche confermato il veto selettivo del governatore Evers su un aumento dei finanziamenti scolastici della durata di 400 anni.

L'affluenza sarà un indicatore importante. Nelle elezioni primaverili del 2025, quando in palio c'era il controllo della corte, votarono quasi 2,4 milioni di persone, circa il 62 per cento degli elettori registrati. Questa volta i numeri del voto anticipato sono molto inferiori: al 1° aprile avevano già votato circa 317.000 persone, secondo la Wisconsin Elections Commission, contro le oltre 693.000 che avevano votato in anticipo nel 2025. Secondo Scott Milfred, editorialista del Wisconsin State Journal, il calo è legato alla natura della base elettorale di Trump: "Molti di quei nuovi elettori, soprattutto nelle zone rurali, non sono motivati dalle elezioni minori quando Trump non è sulla scheda. Intanto, con Trump alla Casa Bianca e i repubblicani al Congresso, c'è molta più energia a sinistra, soprattutto tra i giovani". I seggi saranno aperti dalle 7 alle 20 ora locale.

L'elezione di oggi è il primo atto di una stagione politica intensa per il Wisconsin. A novembre si voterà per il governatore, con il deputato Tom Tiffany, sostenuto da Trump, che sfiderà il vincitore di una affollata primaria democratica prevista per agosto. Tra i candidati democratici ci sono l'ex vice governatore Mandela Barnes, il presidente della contea di Milwaukee David Crowley e la vice governatrice Sara Rodriguez. In palio c'è anche il controllo del parlamento statale: con le nuove mappe elettorali più equilibrate, i democratici sperano di conquistare la maggioranza sia all'assemblea che al senato per la prima volta in circa 16 anni. Se riuscissero a vincere anche la corsa per il governatore, otterrebbero il controllo completo del governo statale.

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Trump davanti al bivio: negoziati fino all'ultimo minuto o attacco all’Iran entro stasera


Ultime ore prima della scadenza fissata dal presidente statunitense: mediatori al lavoro per evitare un’escalation, ma resta pronto un piano di bombardamenti su larga scala contro le infrastrutture iraniane nel caso in cui i negoziati dovessero fallire.

Donald Trump si trova dinanzi a uno dei passaggi più delicati del conflitto in corso con l’Iran. Entro le 20 di oggi, ora di Washington, cioè le 2 del mattino di domani in Italia, il presidente degli Stati Uniti dovrà decidere se dare seguito alle minacce di un attacco massiccio contro Teheran oppure lasciare ancora spazio alla diplomazia, che nelle ultime ore si è intensificata lontano dai riflettori. Sul tavolo restano due esiti opposti: da un lato un possibile accordo, o almeno una proroga dell’ultimatum; dall’altro il via libera a un’operazione militare su vasta scala contro infrastrutture iraniane strategiche e civili, con effetti potenzialmente devastanti per la popolazione e per l’intero equilibrio della regione.

Trump ha descritto pubblicamente, con toni drammatici, ciò che potrebbe accadere in caso di fallimento dei colloqui, evocando la possibilità di colpire nel giro di poche ore ponti, centrali elettriche e altre infrastrutture. Al tempo stesso, però, ha continuato a lasciare aperto il canale negoziale, sostenendo che un’intesa resta possibile. È questa doppia linea a definire il momento: la Casa Bianca punta a mantenere Teheran sotto la massima pressione, senza chiudere del tutto la strada a una soluzione diplomatica.

In questo quadro si sono intensificati anche gli sforzi dei mediatori internazionali. Pakistan, Egitto e Turchia stanno cercando di costruire un’intesa preliminare su alcuni punti che consenta, almeno, di superare l’impatto immediato della scadenza e di guadagnare altro tempo. Secondo diverse fonti, l’Iran ha presentato una risposta articolata in dieci punti alle proposte americane. A Washington il documento è stato giudicato ancora lontano dalle richieste americane, ma non interpretato come una chiusura definitiva: viene considerato piuttosto una base ancora negoziabile, aperta a modifiche e riscritture. Il punto, per gli Stati Uniti, è capire se da Teheran arriveranno segnali sufficientemente concreti da giustificare un nuovo rinvio dell’ultimatum.

Le divisioni a Washington e l’opzione militare


È su questo snodo che si misura la tensione interna all’Amministrazione americana. Tra le figure più impegnate nei contatti diplomatici ci sono il vicepresidente JD Vance, l’inviato Steve Witkoff e Jared Kushner, che insistono nel tentare fino all’ultimo una via d’uscita politica. Il ragionamento è che, se un’intesa dovesse apparire davvero a portata di mano, Trump potrebbe anche decidere di sospendere temporaneamente l’opzione militare. Nell’apparato della sicurezza e della difesa, però, continuano a prevalere scetticismo e riserve sulla possibilità che sia davvero la volta decisiva. Tra i più cauti si fa strada la convinzione che il tempo residuo sia minimo e che la lentezza del processo decisionale iraniano renda estremamente difficile arrivare a un compromesso entro la scadenza fissata dalla Casa Bianca.

Attorno a Trump si esercitano inoltre pressioni politiche divergenti. Da un lato c’è chi sollecita di sfruttare fino in fondo l’occasione per chiudere un accordo, dall’altro chi considera che fermarsi in assenza di concessioni rilevanti da parte iraniana equivarrebbe a dare un segnale di debolezza. Tra le condizioni sostenute dai falchi figurano la riapertura dello Stretto di Hormuz al traffico marittimo e la rinuncia totale dell’Iran all’uranio altamente arricchito, richieste che al momento appaiono difficilmente praticabili nel giro di poche ore. In questo contesto, la decisione finale resta fortemente accentrata e affidata, in ultima istanza, al presidente.

Il problema, per gli Stati Uniti e per gli alleati della regione, è che questo conto alla rovescia si colloca in una fase di massima instabilità. Washington e Israele avrebbero già predisposto diverse opzioni operative per colpire su larga scala le infrastrutture iraniane, compresi ponti e centrali elettriche, attivabili rapidamente su ordine del presidente. La loro stessa esistenza rafforza la credibilità della minaccia americana, ma accresce anche il rischio che un fallimento dei colloqui si traduca rapidamente in un salto di qualità del conflitto.

Le ricadute del conflitto e le prossime ore


Nel frattempo la guerra sta già producendo effetti economici e politici anche al di fuori del teatro strettamente militare. I timori per la sicurezza delle rotte energetiche nel Golfo e per il futuro dello Stretto di Hormuz hanno contribuito a spingere verso l’alto i prezzi del petrolio, alimentando nuove pressioni sui mercati e sui consumatori. Negli Stati Uniti, inoltre, il conflitto sta aggravando anche lo scontro politico interno. Una deputata democratica ha annunciato l’intenzione di avviare una procedura di impeachment contro il Segretario alla Difesa Pete Hegseth, ritenendolo responsabile della gestione delle operazioni legate all’Iran. Si tratta di un’iniziativa con possibilità politiche molto ridotte, ma che segnala il crescente livello di critiche attorno alla conduzione della guerra.

A rendere ancora più incerto il quadro è stata la stessa ammissione di Trump, che ha riconosciuto di non essere in grado di dire se il conflitto stia andando verso una riduzione della tensione o verso un’ulteriore escalation. Il presidente ha lasciato intendere che la valutazione cambia di ora in ora, sulla base dell’evoluzione dei contatti e delle risposte iraniane. Non c’è, dunque, una traiettoria già definita: c’è un ultimatum, c’è una minaccia militare credibile, ci sono negoziati ancora aperti e c’è soprattutto una decisione finale che dipenderà dal giudizio politico del presidente al momento della scadenza.

Per questo le prossime ore saranno decisive non solo per l’Iran, ma per l’intero equilibrio del Medio Oriente. Se i mediatori riusciranno a ottenere da Teheran un segnale ritenuto sufficiente dalla Casa Bianca, Trump potrebbe scegliere di concedere ancora margine alla diplomazia. In caso contrario, la finestra per evitare un attacco su larga scala rischia di chiudersi, aprendo la strada a una fase nuova e ancora più pericolosa del conflitto, le cui conseguenze potrebbero propagarsi rapidamente ben oltre la regione.

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La rassegna stampa di martedì 7 aprile 2026


Trump minaccia l'Iran con un ultimatum per martedì sera mentre aumentano le tensioni nel Golfo Persico. L'Amministrazione cancella accordi sui diritti civili per studenti trans

Questa è la rassegna stampa di martedì 7 aprile 2026

Trump minaccia di distruggere l'Iran "in una notte" se non riapre lo Stretto di Hormuz


Il presidente Trump ha fissato un ultimatum alle 20:00 di martedì sera per l'Iran, minacciando di attaccare ponti, centrali elettriche e impianti di desalinizzazione se Teheran non riaprirà lo Stretto di Hormuz. "L'intero paese può essere distrutto in una notte, e quella notte potrebbe essere domani sera", ha dichiarato Trump durante una conferenza stampa alla Casa Bianca. Le minacce hanno sollevato preoccupazioni per possibili crimini di guerra.

Fonti: New York Times, Bloomberg, BBC

L'Iran respinge la proposta di cessate il fuoco americana e presenta 10 condizioni


L'Iran ha trasmesso attraverso intermediari pakistani una proposta in 10 punti che richiede la fine degli attacchi e delle sanzioni americane. I comandanti militari iraniani hanno definito "deliranti" le minacce di Trump contro le infrastrutture civili, sostenendo che gli Stati Uniti stanno affrontando "umiliazioni" nella regione.

Fonti: New York Times, Financial Times

Una democratica della Camera annuncia impeachment contro il Segretario della Difesa Hegseth


La deputata Yassamin Ansari dell'Arizona ha dichiarato che presenterà articoli di impeachment contro il Segretario della Difesa Pete Hegseth per crimini di guerra legati agli attacchi pianificati contro le infrastrutture civili iraniane. Hegseth ha paragonate il salvataggio di un aviatore americano in Iran alla resurrezione di Gesù Cristo.

Fonti: The Hill, New York Times

Il Vicepresidente Vance visiterà l'Ungheria per sostenere Orban prima delle elezioni


JD Vance si recherà in Ungheria per sostenere Viktor Orban in vista delle elezioni parlamentari del 12 aprile. La visita evidenzia come non solo la Russia sia investita nella vittoria del leader ungherese, ma anche l'Amministrazione Trump, nonostante le preoccupazioni per la democrazia ungherese.

Fonti: New York Times

L'Amministrazione Trump cancella accordi sui diritti civili per studenti transgender


Il Dipartimento dell'Educazione ha terminato gli accordi che richiedevano a cinque distretti scolastici e un college di proteggere i diritti degli studenti transgender. La decisione colpisce scuole in Delaware, Washington, Pennsylvania e California, segnando un'inversione delle politiche dell'era Biden.

Fonti: Washington Post, The Guardian

Gli alleati temono di essere legati a un'America imprevedibile senza alternative


Paesi amici in Europa, Asia e Medio Oriente esprimono frustrazione per l'imprevedibilità del presidente Trump ma rimangono dipendenti dagli Stati Uniti per la loro sicurezza. La guerra in Iran ha amplificato le preoccupazioni degli alleati sulla strategia americana nella regione.

Fonti: Wall Street Journal

La Corte Suprema apre la strada all'archiviazione del caso penale di Steve Bannon


La Corte Suprema ha preparato il terreno per l'archiviazione delle accuse contro Steve Bannon per oltraggio al Congresso. Il Dipartimento di Giustizia di Trump ha ora chiesto di archiviare le accuse contro l'ex consigliere che aveva scontato quattro mesi di carcere.

Fonti: Wall Street Journal

Trump critica la Corte Suprema su cittadinanza per nascita e dazi


Il presidente Trump ha accusato la Corte Suprema di non interessarsi al paese dopo la sentenza contro i suoi dazi e i dubbi espressi dai giudici sulla possibilità di eliminare la cittadinanza per nascita. Trump ha espresso particolare frustrazione per le decisioni della Corte.

Fonti: The Hill

Jamie Dimon avverte sui rischi inflazionistici della guerra e critica il credito privato


Il CEO di JPMorgan Chase ha avvertito che la guerra in Iran rischia di spingere verso l'alto inflazione e tassi di interesse negli Stati Uniti. Dimon ha anche irritato i rivali del credito privato avvertendo che le perdite in questo settore saranno maggiori di quanto molti si aspettino.

Fonti: Semafor, Financial Times

Michigan conquista il titolo NCAA di basket maschile battendo UConn


I Wolverines del Michigan hanno conquistato il loro secondo titolo nazionale di basket maschile e il primo dal 1989, battendo UConn 69-63 in una partita caratterizzata da basso punteggio. Elliot Cadeau ha guidato Michigan con 19 punti ed è stato nominato Most Outstanding Player delle Final Four.

Fonti: NPR, The Guardian

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Gli americani arrabbiati con entrambi i partiti preferiscono i Dem per le midterm


Entrambi i partiti registrano un gradimento negativo. Chi disprezza sia democratici che repubblicani preferisce i primi di 31 punti. Trump è meno popolare che nel 2018

Un nuovo sondaggio CNN, condotto dall'istituto SSRS, fotografa un elettorato americano scontento di tutti. Sia il Partito Democratico sia il Partito Repubblicano registrano un gradimento negativo tra la popolazione, eppure in questa cornice di insoddisfazione generale i democratici partono in vantaggio in vista delle elezioni di metà mandato del 2026. Tra gli elettori registrati, il 6% in più dichiara che voterebbe oggi per un candidato democratico al Congresso piuttosto che per uno repubblicano.

Il dato più significativo riguarda i cosiddetti "double haters", circa un quarto degli americani che ha un giudizio negativo su entrambi i partiti. Questo gruppo preferisce i democratici con un margine di 31 punti. Si tratta di elettori già decisivi in passato: nel 2016 e nel 2024 si schierarono con Trump, nel 2022 favorirono i repubblicani con ampio margine. Oggi il vento è cambiato, anche se la loro preferenza per i democratici nasce più dall'opposizione ai repubblicani che da un entusiasmo per il partito rivale.

Ai Dem piace meno il proprio partito, ma sono molto motivati a votare a novembre
Confronto tra elettori registrati democratici e repubblicani su attitudini e motivazione in vista delle elezioni di metà mandato 2026.

Elettori registrati Dem/filodem
Elettori registrati GOP/filo-GOP

Intendono votare per il proprio partito nel 2026

96%

91%

Il voto 2026 sarà un messaggio su Trump (Dem: opposizione; GOP: sostegno)

79%

46%

Estremamente motivati a votare nel 2026

67%

50%

Vedono il proprio partito positivamente

63%

76%

Sondaggio condotto da SSRS dal 26 al 30 marzo su un campione nazionale casuale di 1.201 adulti statunitensi estratti da un panel probabilistico. I sondaggi sono stati condotti online o telefonicamente. I risultati hanno un margine di errore di campionamento fino a ±5,4 punti percentuali.
Elaborazione Focus America su dati CNN/SSRS polling

I numeri sul gradimento sono impietosi per entrambi gli schieramenti. Solo il 28% degli americani ha un'opinione favorevole dei democratici, contro il 32% dei repubblicani, che devono il leggero vantaggio soprattutto al giudizio più positivo dei propri elettori. Rispetto al ciclo elettorale del 2018, il primo mandato di Trump, la situazione è peggiorata per tutti: il tasso di approvazione del presidente è al 35%, sette punti in meno di allora, mentre il gradimento netto dei democratici è passato da un valore vicino alla parità a un saldo negativo di quasi 30 punti.

Quando si chiede ai "double haters" cosa non sopportano di ciascun partito, le risposte sono diverse. Il 22% critica i democratici perché non concludono nulla, l'11% perché non si oppongono abbastanza a Trump e ai repubblicani, il 10% perché troppo progressisti. Quanto ai repubblicani, la critica più frequente (14%) è che il partito non si oppone a Trump, seguita dalla percezione che non si occupi della gente (10%) e che sia corrotto (8%).

Il paradosso dei democratici è che soffrono di maggiori divisioni interne rispetto ai repubblicani, ma riescono comunque a mobilitare meglio la propria base. Gli elettori vicini ai democratici si dichiarano "estremamente motivati" a votare con 17 punti in più rispetto ai repubblicani, nonostante abbiano 14 punti in meno di gradimento verso il proprio partito. Tra gli elettori più motivati in assoluto, il voto si orienta al 57% per i democratici contro il 38% per i repubblicani.

La motivazione principale degli elettori democratici è l'opposizione a Trump. Più di tre quarti di chi intende votare per il partito dichiara che il proprio voto sarà un messaggio contro il presidente. Solo la metà degli elettori repubblicani, al contrario, vede il proprio voto come un gesto di sostegno a Trump. Questo schema rientra in una dinamica ricorrente nelle elezioni di metà mandato americane, dove gli elettori tendono a punire il partito al potere, soprattutto quando il presidente è impopolare.

Le fratture interne ai due partiti restano evidenti, anche se la maggioranza degli elettori di ciascuno schieramento percepisce il proprio partito come sostanzialmente unito. Il 72% dei democratici riconosce che la questione israeliana crea problemi, e circa due terzi vedono divisioni sulle priorità e sulla posizione ideologica del partito. Tra i repubblicani, poco più della metà individua tensioni su cosa il partito debba concentrarsi (54%), se spostarsi a destra o al centro (52%) e se gli eletti debbano mai opporsi pubblicamente a Trump (52%).

Un segnale di allarme per i repubblicani arriva dai giovani. Solo il 33% degli elettori repubblicani sotto i 45 anni si dichiara estremamente motivato a votare, contro una maggioranza tra gli over 45. I giovani repubblicani sono anche 24 punti più propensi dei più anziani a considerare Israele un tema divisivo per il partito.

I leader di entrambi i partiti al Congresso non godono di grande popolarità. I repubblicani Mike Johnson e John Thune e i democratici Hakeem Jeffries e Chuck Schumer registrano tutti un gradimento negativo. Schumer è il più impopolare, con un saldo negativo di 32 punti tra il pubblico generale e addirittura un saldo negativo di 4 punti tra gli elettori vicini al suo stesso partito. Il sondaggio è stato condotto online e per telefono tra il 26 e il 30 marzo su un campione di 1.201 adulti, con un margine di errore di 3,2 punti percentuali.

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I Dem americani rinnegano le posizioni del 2020 in vista del 2028


I potenziali candidati alla Casa Bianca prendono le distanze da immigrazione, diversità, polizia e clima. Ma il partito si sposta a sinistra su tecnologia e Israele

I democratici che ambiscono alla Casa Bianca stanno cercando di far dimenticare agli elettori le posizioni che loro stessi avevano sostenuto nel 2020. Il riposizionamento, raccontato da Axios, riguarda temi centrali del dibattito americano: sicurezza ai confini, diversità e inclusione, ordine pubblico, energia e gestione della pandemia. L'obiettivo è duplice: le elezioni di metà mandato di quest'anno e le presidenziali del 2028.

Alla base di questa svolta c'è una convinzione diffusa nel partito: la sconfitta contro Donald Trump nel 2024 non è dipesa solo dalla comunicazione, ma dal contenuto stesso delle politiche progressiste proposte negli anni precedenti. I potenziali candidati hanno quindi iniziato a prendere le distanze dal Partito Democratico degli ultimi anni, comprese le posizioni che loro stessi avevano difeso.

Il governatore della California Gavin Newsom ripete a giornalisti e platee che i democratici devono essere più "culturalmente normali". L'anno scorso ha dichiarato che "nessuno nel mio ufficio ha mai usato la parola Latinx", omettendo di aver usato lui stesso quel termine nel 2020. Il governatore della Pennsylvania Josh Shapiro ha scritto nel suo ultimo libro che i democratici "hanno sbagliato sulle mascherine e sull'obbligo vaccinale" durante la pandemia e che lui avrebbe "gestito diversamente la risposta dello Stato" se fosse stato governatore. All'epoca Shapiro era procuratore generale della Pennsylvania e non espresse critiche simili: anzi, difese in tribunale molte di quelle politiche, dichiarando che era suo "dovere legale". L'ex segretario ai Trasporti Pete Buttigieg ha detto l'anno scorso che quando i democratici parlano di diversità sembra che "costringano le persone a seguire un corso di formazione uscito da Portlandia", una serie televisiva satirica. Il senatore del New Jersey Cory Booker, nel suo nuovo libro "Stand", ha scritto: "Non possiamo cancellare chiunque non superi un test di purezza ideologica".

Il tema più evidente di questo riallineamento è l'immigrazione. Quasi tutti i potenziali candidati alla presidenza criticano la gestione dei flussi migratori dell'ex presidente Joe Biden e insistono sulla necessità di rendere sicuro il confine meridionale con il Messico. Sul fronte della diversità, i dirigenti democratici criticano lo smantellamento dei programmi di diversità, equità e inclusione (diversity, equity and inclusion) da parte dell'amministrazione Trump, ma pochi chiedono che vengano ripristinati e ampliati. Molti esponenti di primo piano hanno anche abbandonato gli slogan sul definanziamento della polizia e promuovono il rafforzamento delle forze dell'ordine. I leader del partito che un tempo aspiravano a essere considerati "woke" ora evitano quell'etichetta e il linguaggio inclusivo che usavano su giustizia razziale, diritti delle persone transgender e altri temi.

Lo spostamento verso il centro è visibile anche nelle campagne per le elezioni statali e congressuali. Quando i democratici parlano di energia, il tema dominante è la riduzione delle bollette, non gli investimenti da migliaia di miliardi in energie alternative. A New York, il candidato alla carica di sindaco Zohran Mamdani ha passato mesi a ridimensionare le sue precedenti richieste di tagliare i fondi a un dipartimento di polizia che aveva definito "razzista, anti-queer e una grave minaccia per la sicurezza pubblica". In Texas, il candidato democratico al Senato James Talarico, attaccato dai repubblicani per aver detto cose come "Dio è non-binary", ha dichiarato al New York Times di non rinnegare i suoi valori ma che "probabilmente li avrebbe espressi in modo diverso".

Il quadro però non è lineare. Mentre si sposta al centro su alcuni temi, il partito si è spostato a sinistra su altri. I democratici sono sempre più ostili verso le grandi aziende tecnologiche e l'intelligenza artificiale, per il timore di perdite di posti di lavoro e per la preoccupazione che i centri dati facciano salire ulteriormente le bollette. L'opposizione alle azioni di Israele si è diffusa in tutto il partito. Il senatore indipendente del Vermont Bernie Sanders, di orientamento progressista, resta una delle figure più popolari tra i democratici e attrae folle enormi. Lo stesso Newsom, pur spingendo il partito a cambiare linguaggio, ha anche sostenuto che "tutta questa retorica anti-woke è semplicemente anti-neri".

Questo riposizionamento non è del tutto nuovo. Era già in corso prima della vittoria di Trump nel 2024. Quando Kamala Harris diventò la candidata del partito, abbandonò diverse posizioni che aveva preso durante le primarie del 2020: la sanità pubblica universale, il divieto del fracking, l'eliminazione dell'ostruzionismo al Senato per approvare il Green New Deal, la depenalizzazione degli attraversamenti irregolari del confine. Non tutti nel partito approvano questa traiettoria. Il governatore dell'Illinois JB Pritzker, altro possibile candidato per il 2028, ha sintetizzato il dissenso interno: "Quegli stessi democratici che non fanno nulla vogliono dare la colpa delle nostre sconfitte alla difesa dei neri, dei ragazzi trans, degli immigrati, invece che alla loro mancanza di coraggio".

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L'Argentina di Milei dimezza la povertà in due anni


Un editoriale del Washington Post elogia le riforme di libero mercato del presidente argentino: povertà scesa dal 53 al 28 per cento, inflazione da 200 a 33 per cento, crescita al 4,4 per cento

L'Argentina ha registrato un calo della povertà dal 53 al 28 per cento in meno di due anni, secondo i dati pubblicati questa settimana dall'istituto nazionale di statistica del Paese. Il risultato, ottenuto sotto la presidenza di Javier Milei, è al centro di un editoriale del comitato editoriale del Washington Post, che lo interpreta come una conferma della superiorità delle politiche di libero mercato rispetto a quelle stataliste.

L'editoriale sostiene che "l'esperimento di libero mercato guidato dal presidente Javier Milei ha ancora una volta smentito i catastrofisti". Il tasso di povertà aveva raggiunto il picco del 53 per cento nella prima metà del 2024, pochi mesi dopo l'insediamento di Milei alla Casa Rosada nel dicembre 2023. Da allora il dato è sceso costantemente fino al 28 per cento registrato alla fine del 2025. Si tratta di una riduzione di 25 punti percentuali, un risultato che il quotidiano di Washington giudica notevole, soprattutto considerando che una delle critiche più frequenti al programma economico di Milei riguardava proprio la persistenza di livelli elevati di povertà.

Il pilastro della strategia economica di Milei è stato il contrasto all'iperinflazione. Il presidente, che si definisce libertario ed è stato economista prima di entrare in politica, ha tagliato i sussidi statali e ridotto drasticamente il numero di dipendenti pubblici. Queste misure hanno prodotto il primo surplus fiscale su base annua in 123 anni. L'inflazione annuale è scesa dal 200 per cento al momento del suo insediamento al 33 per cento a febbraio. Il Washington Post ricorda che Milei, "discepolo di Milton Friedman e Adam Smith", ha sempre sostenuto che "il socialismo porta alla povertà e il capitalismo alla prosperità" e che dopo la sua vittoria elettorale si è mosso rapidamente per smantellare quello che il comitato editoriale definisce "uno Stato burocratico ipertrofico".

I risultati macroeconomici sembrano dare ragione alla linea del governo. L'Argentina ha registrato un tasso di crescita del 4,4 per cento nel 2025, recuperando dalla breve recessione del 2024. Il Fondo monetario internazionale prevede che il Paese continuerà a crescere a ritmi sostenuti nel 2026 e nel 2027, superando la media dell'America Latina.

L'editoriale del Washington Post non ignora le criticità. L'eliminazione di oltre 60.000 posti di lavoro nel settore pubblico ha contribuito a portare il tasso di disoccupazione al 7,5 per cento. Il comitato editoriale ritiene però che "le forze di mercato possano risolvere il problema, man mano che un settore privato in espansione crea posti di lavoro". Un'altra sfida riguarda le possibili conseguenze della guerra con l'Iran, che secondo il quotidiano "minaccia di far salire i prezzi in tutto il mondo".

Il Washington Post attribuisce un ruolo centrale anche al ministro della Deregolamentazione e della trasformazione dello Stato, Federico Sturzenegger, che in meno di un anno e mezzo ha modificato o eliminato oltre 14.000 regolamenti. L'editoriale sostiene che questa deregolamentazione "stimolerà gli investimenti privati e la crescita".

Il tono complessivo dell'editoriale è di aperto sostegno all'esperimento argentino. Il comitato editoriale del Washington Post definisce la trasformazione dell'Argentina "da quasi un secolo di socialismo al capitalismo di libero mercato" come una prova della "superiorità" di quest'ultimo. "È raro poter assistere a un esperimento così radicale in tempo reale", conclude l'editoriale. "Non sorprende, tuttavia, che stia funzionando".

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Il Museo dell'Olocausto di Washington è cambiato dopo il ritorno di Trump


Due ex dipendenti sostengono che i cambiamenti siano stati preventivi per evitare tensioni con l'amministrazione. Il museo nega pressioni esterne

Lo United States Holocaust Memorial Museum di Washington ha rimosso dal suo sito risorse educative sul razzismo americano e cancellato un laboratorio sulla "fragilità della democrazia" nel primo anno del secondo mandato di Donald Trump. Lo rivela Politico in un'inchiesta basata su documenti interni e testimonianze di due ex dipendenti.

I cambiamenti non erano mai stati resi pubblici. Sono avvenuti mentre il presidente interveniva con decisione sullo Smithsonian Institution, il più grande complesso museale del mondo, chiedendo modifiche ai contenuti per allinearli alla propria visione politica, e mentre l'amministrazione rimuoveva dai siti federali i riferimenti a diversità, equità e inclusione. Il museo dell'Olocausto, però, è un'istituzione indipendente, non affiliata allo Smithsonian: si finanzia con donazioni private e fondi federali. Trump non ha mai commentato pubblicamente i suoi contenuti né chiesto modifiche ufficiali.

Eppure due ex dipendenti, che hanno lasciato il museo durante questo periodo, hanno dichiarato a Politico di ritenere che le modifiche fossero preventive, pensate per non attirare attenzioni negative dall'amministrazione. Entrambi hanno chiesto l'anonimato per timore di ritorsioni professionali. "Sembra che stessero cercando di allinearsi in anticipo, per non essere poi costretti a cambiare", ha detto uno dei due a Politico.

Tra le modifiche documentate, il museo ha eliminato dal sito una pagina intitolata "Materiali didattici su nazismo e Jim Crow", che conteneva piani di lezione e risorse sui legami tra il razzismo istituzionalizzato americano e il regime nazista. La pagina includeva collegamenti a contenuti sugli "Afroamericani soldati durante la Seconda guerra mondiale" e sugli "Afro-tedeschi durante l'Olocausto". Un video del 2018, che mostrava una conversazione tra un sopravvissuto all'Olocausto e una donna il cui padre era stato linciato in Alabama, è stato reso non visibile sulla pagina YouTube del museo, pur restando accessibile tramite link diretto. La rimozione della pagina è avvenuta dopo il 29 agosto 2025, ultima data in cui risulta archiviata su Internet Archive.

I dirigenti del museo hanno anche rinominato un laboratorio di educazione civica destinato agli studenti universitari. Il titolo originale, "Fragilità della democrazia e l'ascesa dei nazisti", è diventato "Prima dell'Olocausto: la società tedesca e l'ascesa nazista al potere". In un'email interna ottenuta da Politico, un dirigente del Levine Institute for Holocaust Education spiegava che il cambiamento era necessario per "preoccupazioni riguardo a come il termine fragilità possa essere percepito o interpretato nel clima attuale".

Il laboratorio faceva parte di un programma chiamato Civic Learning for Campus Communities, avviato nel 2020. Dopo anni di ricerca, il formato "Fragilità della democrazia" era stato lanciato in via sperimentale nel 2024, per poi essere cancellato nel luglio 2025. In alcune email esaminate da Politico, un dipendente del museo attribuiva la cancellazione a "tagli dovuti a fondi federali limitati e a un contesto difficile per la raccolta fondi". Lo stesso dipendente, però, ha poi riferito che la dirigenza gli aveva comunicato in privato che la decisione riguardava anche un "cambio di priorità". Il secondo ex dipendente ha aggiunto che esisteva la preoccupazione di "avviare conversazioni che potessero portare il partecipante fuori dal contesto dell'Europa, 1933-1945, e nel presente".

La giustificazione economica appare debole alla luce dei numeri: quell'anno fiscale il museo ha registrato un aumento di 52,4 milioni di dollari nel patrimonio netto, superando il miliardo di dollari di patrimonio totale, grazie a quello che un rapporto pubblico definisce "il forte sostegno dei donatori e il successo delle campagne di raccolta fondi".

Nel frattempo, Trump ha rafforzato il controllo sull'istituzione. Con una mossa senza precedenti, lo scorso anno ha rimosso dal consiglio di amministrazione diversi membri nominati da Joe Biden prima della scadenza dei loro mandati, sostituendoli con figure a lui vicine. Il caso più significativo è la sostituzione di Stuart Eizenstat, tra i fondatori del museo, con Jeffrey Miller, influente lobbista repubblicano, alla presidenza del consiglio, avvenuta il mese scorso.

Una portavoce del museo ha inviato spontaneamente a Politico una dichiarazione in cui sottolineava che "l'amministrazione Trump non ha richiesto alcun cambiamento ai contenuti o alla programmazione del museo". In una seconda dichiarazione, ha definito "false" le accuse dei due ex dipendenti, ribadendo che "né l'amministrazione Trump né altri hanno ordinato modifiche". La portavoce non ha risposto alle domande specifiche sulla rimozione della pagina didattica né sul perché la cancellazione del programma fosse stata attribuita a difficoltà di raccolta fondi nonostante i risultati finanziari positivi. Né Miller né la Casa Bianca hanno risposto alle richieste di commento. Eizenstat ha rifiutato di commentare.

Marc Carpenter, professore di storia alla University of Jamestown, che avrebbe dovuto ospitare il laboratorio prima della cancellazione nel luglio 2025, ha dichiarato a Politico di essere rimasto "sorpreso" dalla tempistica "davvero brusca". "È un peccato che questo accada in qualsiasi contesto", ha aggiunto. "Il museo in genere offre programmi straordinari per le università, e questo sembrava particolarmente adatto alla missione di educazione civica che era al centro sia del nostro ateneo sia della missione del museo".

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Iran, in corso frenetici negoziati dell’ultima ora per evitare l’escalation


Sul tavolo c'è l'ipotesi di una tregua di 45 giorni, mentre si avvicina la scadenza dell’ultimatum imposto da Donald Trump alle autorità iraniane e cresce il rischio di attacchi su larga scala e ritorsioni devastanti.

Secondo Axios, Stati Uniti, Iran e una rete di mediatori regionali stanno discutendo un possibile cessate il fuoco di 45 giorni che potrebbe aprire la strada alla fine della guerra ed evitare una pericolosa escalation. Fonti americane, israeliane e regionali avvertono però che le possibilità di un accordo entro 48 ore restano limitate.

Si tratta, ad ogni modo, dell’ultimo tentativo per evitare un’escalation su larga scala. In assenza di un’intesa, il rischio è infatti quello di attacchi massicci contro infrastrutture civili iraniane e di ritorsioni contro impianti energetici e idrici nei Paesi del Golfo. Trump ha fissato una nuova scadenza per martedì alle 20 sulla costa Est degli Stati Uniti, vale a dire le 2 di mercoledì mattina in Italia, dopo aver prorogato di 20 ore il precedente ultimatum, che sarebbe scaduto lunedì sera.

I negoziati e il piano in due fasi


Washington ha minacciato, in caso di fallimento dei negoziati, di colpire infrastrutture cruciali per la popolazione civile iraniana. Secondo le fonti, è già pronto un piano per bombardamenti su larga scala contro il settore energetico del Paese. La proroga dell’ultimatum sarebbe dunque servita a concedere un’ultima finestra diplomatica.

Nelle ultime ore i contatti vanno avanti, secondo quanto riportato, sia attraverso i mediatori regionali — Pakistan, Egitto e Turchia — sia tramite interlocuzioni dirette tra l’inviato statunitense Steve Witkoff e il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. Gli Stati Uniti avrebbero presentato diverse proposte, nessuna delle quali è stata finora accettata da Teheran.

Il possibile accordo in discussione si articolerebbe in due fasi. La prima prevederebbe una tregua di 45 giorni, eventualmente prorogabile, durante la quale negoziare la fine definitiva del conflitto. La seconda riguarderebbe un’intesa più ampia, che includerebbe sia la piena riapertura dello Stretto di Hormuz che una soluzione per l’uranio iraniano altamente arricchito, attraverso la sua rimozione dal Paese o la sua diluizione.

Teheran non sarebbe però disposta a concessioni così importanti in cambio solo di una tregua temporanea. I mediatori stanno quindi lavorando a misure parziali, accompagnate da garanzie americane sulla tenuta del cessate il fuoco. Alla base c’è anche il timore iraniano di uno scenario simile a quello già visto a Gaza e in Libano: una tregua solo formale, destinata a lasciare aperto il rischio di nuovi attacchi. Per questo i mediatori puntano a ottenere da Washington impegni concreti, in grado di rafforzare la fiducia reciproca e rendere più credibile la tregua.

La tensione, però, resta altissima. Fonti coinvolte nei colloqui temono che un’eventuale risposta iraniana ai raid possa colpire duramente le infrastrutture energetiche e idriche dei Paesi del Golfo. E anche sullo Stretto di Hormuz il messaggio di Teheran è chiaro: un ritorno alla situazione precedente al conflitto, come vorrebbe Trump, al momento appare lontano.

Petrolio in rialzo e scontro politico negli USA


Nel fine settimana si sono intanto già registrati nuovi segnali di escalation. L’Iran ha rivendicato attacchi contro impianti petrolchimici negli Emirati Arabi Uniti, in Kuwait e in Bahrain, mentre nelle stesse ore raid israeliani hanno colpito il grande polo petrolchimico di Mahshahr, nel sud-ovest dell’Iran. Il conflitto, dunque, sta investendo sempre di più le infrastrutture energetiche della regione, con effetti immediati anche sui mercati.

L’incertezza si è riflessa, infatti, subito sul prezzo del petrolio e dei carburanti. Alla riapertura delle contrattazioni, il Brent è tornato sopra i 110 dollari al barile, sui livelli toccati nelle fasi più tese dei primi giorni di guerra, mentre negli Stati Uniti il prezzo medio della benzina è ormai salito a quota 4,11 dollari al gallone. Ed è proprio su questo terreno, ovvero quello dell’impatto sull’economia americana e sul costo della vita, che l’escalation rischia di trasformarsi anche in un boomerang politico per Trump.

Le nuove minacce del presidente hanno così suscitato reazioni particolarmente dure a Washington, dove al timore di un allargamento del conflitto si somma ora proprio quello di nuovi rincari energetici. I senatori Bernie Sanders e Chuck Schumer hanno criticato toni e contenuti delle minacce della Casa Bianca, giudicandoli a dir poco pericolosi. Ma anche figure un tempo più vicine a Trump, come l’ex deputata Marjorie Taylor Greene, hanno preso le distanze, accusando il presidente di tradire la linea dell’America First e la sua promessa elettorale di chiudere con le “guerre senza fine” in Medio Oriente.

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La rassegna stampa di lunedì 6 aprile 2026


Trump minaccia l'Iran con ultimatum sui dazi, mentre il Congresso è diviso sulla riapertura del DHS. Un pilota USA viene salvato in una missione ad alto rischio

Questa è la rassegna stampa di lunedì 6 aprile 2026

Trump lancia ultimatum all'Iran con minacce esplicite


Il presidente Trump ha minacciato di distruggere tutte le centrali elettriche e i ponti iraniani se Teheran non riaprirà lo Stretto di Hormuz entro martedì sera, utilizzando un linguaggio volgare sui social media. I democratici, tra cui il senatore Chris Murphy, hanno definito queste dichiarazioni "crimini di guerra", mentre Trump ha suggerito che esiste una "buona possibilità" di un accordo per lunedì.

Fonti: Financial Times, The Hill, Semafor

Missione di salvataggio ad alto rischio in Iran


Le forze americane hanno completato con successo una missione di salvataggio per recuperare un pilota militare abbattuto in Iran, che era rimasto nascosto per quasi due giorni in una fenditura rocciosa mentre le forze iraniane lo cercavano. L'Iran ha riferito che durante l'operazione sono stati distrutti due aerei C-130 e due elicotteri Black Hawk americani, mentre il primo ministro Netanyahu ha congratulato Trump per la "missione perfettamente eseguita".

Fonti: Wall Street Journal, The Hill, The Hill

Divisioni repubblicane bloccano la riapertura del DHS


I repubblicani della Camera e del Senato stanno lottando per porre fine al più lungo shutdown federale nella storia degli Stati Uniti, ostacolati dalle divisioni interne e dal distacco di Trump. Lo Speaker Mike Johnson e il leader della maggioranza al Senato John Thune sono in disaccordo sulla strategia, mentre l'ala conservatrice della Camera continua a creare problemi agli sforzi di riapertura del Dipartimento di Sicurezza Nazionale.

Fonti: The Hill

L'immigrazione di Trump colpisce l'economia americana


Le politiche di espulsioni dell'amministrazione Trump stanno iniziando a impattare negativamente su costruzioni, agricoltura e spesa dei consumatori negli Stati Uniti. Un caso emblematico riguarda una giovane moglie di un sergente dell'esercito, detenuta dagli agenti ICE proprio nella base militare dove la coppia aveva pianificato di vivere mentre il marito si preparava al dispiegamento.

Fonti: Financial Times, New York Times

Stacey Abrams attacca l'ordine sui voti postali


L'ex rappresentante della Georgia Stacey Abrams ha definito "palesemente illegale" e incostituzionale l'ordine esecutivo del presidente Trump sul voto postale. Abrams ha dichiarato che l'ordine rientra nella strategia di soppressione del voto che i repubblicani, incluso Trump, utilizzano da oltre un decennio per limitare l'accesso alle urne.

Fonti: The Hill

La Cina si prepara alle crisi geopolitiche


La Cina ha intensificato gli sforzi per garantire la sicurezza energetica, preoccupata delle crisi geopolitiche, specialmente dopo che Trump ha alzato la posta nel suo primo mandato. Il paese ha aumentato drasticamente le importazioni di tecnologia solare, offrendo un parziale sollievo a Cuba che ora affronta un quasi totale blocco petrolifero legato al conflitto con l'Iran.

Fonti: New York Times, Financial Times

Gli economisti prevedono un'inflazione in aumento


Gli economisti predicono che l'inflazione americana sia aumentata a marzo a causa della guerra con l'Iran, con dati chiave attesi questa settimana. I mercati finanziari e le banche centrali si trovano senza munizioni politiche per contenere le ricadute economiche di questo shock petrolifero diverso dai precedenti, con il Brent che si attesta leggermente sopra i 110 dollari al barile.

Fonti: Semafor, Financial Times

Spari vicino alla Casa Bianca sotto indagine


Il Secret Service sta indagando su segnalazioni di spari vicino alla Casa Bianca, con funzionari che hanno confermato una "postura di sicurezza elevata". Non sono state riportate vittime e nessun sospetto è stato identificato, mentre le autorità continuano le verifiche sulla natura dell'incidente che ha allarmato la sicurezza presidenziale.

Fonti: BBC News

La missione Artemis II continua verso la Luna


La missione lunare Artemis II con tre astronauti americani e uno canadese è entrata nel suo sesto giorno, avvicinandosi al sorvolo lunare previsto per lunedì. L'equipaggio ha celebrato il primo volo spaziale di Jeremy Hansen e ha ricevuto un messaggio speciale da Charlie Duke, l'astronauta dell'Apollo 16 che camminò sulla Luna.

Fonti: New York Times, New York Times

UCLA conquista il primo titolo NCAA femminile


L'UCLA ha vinto il suo primo campionato NCAA di basket femminile battendo nettamente il South Carolina 79-51, completando una stagione quasi perfetta con 37 vittorie e una sola sconfitta. Gabriela Jaquez ha guidato le Bruins con 21 punti in quella che è stata la terza vittoria più larga nella storia delle finali NCAA femminili, ricevendo congratulazioni dall'ex presidente Obama e dal governatore Newsom.

Fonti: The Guardian, The Hill

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Google, Meta, Microsoft e Snapchat stanno iniziando la controffensiva per imporre chatcontrol ai cittadini europei

«Oggi, a causa della scadenza della deroga ePrivacy che consentiva l'utilizzo della tecnologia per individuare materiale pedopornografico, l'Europa rischia di lasciare i bambini di tutto il mondo meno protetti dalle forme di abuso più aberranti.»

blog.google/company-news/insid…

@privacypride@feddit.it

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Google, Meta, Microsoft, and Snapchat are launching a counteroffensive to impose chat control on European citizens.

"Today, with the expiration of the ePrivacy exemption that allowed the use of technology to detect child sexual abuse, Europe risks leaving children around the world less protected from the most abhorrent forms of abuse."

blog.google/company-news/insid…

cc @echo_pbreyer

@privacy

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Popolarità Trump, continua il declino e l’approvazione scende sotto al 40% (05 aprile)


La guerra in Iran ha fatto calare di ben 5 punti la popolarità di Trump - che tocca quota -17 punti -, mentre per la prima volta il tasso di approvazione scende sotto la soglia psicologica del 40%.
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Come ogni domenica, facciamo un resoconto sulla approvazione del presidente Trump, con i cambiamenti occorsi negli ultimi sette giorni.

Dopo oltre un mese di guerra, la popolarità di Trump sta subendo un totale deragliamento: non solo questo è il punto più basso della sua seconda presidenza, ma rappresenta uno dei punti più bassi di sempre per un presidente nella storia recente della politica americana.

Il prolungarsi dell’azione bellica e la situazione economica in declino hanno dato un colpo pesante alla (im)popolarità di Trump, che già non godeva di ottima salute; dall’inizio dell’operazione militare il tycoon ha pagato circa 5 punti netti di net rating, portando il totale a una quota che aveva toccato solo all’inizio del suo primo mandato, nel 2017.

L’altro punto critico è il tasso di approvazione: sono ormai la maggioranza i sondaggi che lo danno stabilmente sotto il 40%, con picchi negativi al 35% o meno; anche qui bisogna risalire fino al 2017 per ritrovare una media simile. Nel mentre, il tasso di disapprovazione è schizzato al 57% circa, un livello record.

Potremmo definire questo periodo come la “mazzata finale” sulla popolarità del tycoon: il punto raggiunto va a raschiare il barile e non sarà facile rialzarsi; anzi, potrebbe addirittura scivolare ulteriormente in basso.

Il dato è nettamente peggiore rispetto alla media di Joe Biden nell’aprile 2022; questo significa che l’approvazione di Trump è la peggiore di qualunque presidente fino al giorno d’oggi dopo circa quattordici mesi di presidenza: la situazione è piuttosto allarmante.

Il net rating (la differenza tra tasso di approvazione e tasso di disapprovazione) rimane saldamente in territorio negativo sia per la media di RealClearPolitics (RCP), sia per quella del Silver Bulletin, sia per la nostra di Focus America.

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Tutte le tre medie registrano un peggioramento rispetto a una settimana fa. I numeri risultano abbastanza allineati intorno al -16/-17 di net rating e per la prima volta abbiamo ben due siti su tre che segnalano un'approvazione inferiore al 40%.

Come già accennato, dopo oltre quattordici mesi alla Casa Bianca, il gradimento di questo secondo mandato si colloca ormai nettamente sotto rispetto ai primi quattordici mesi del suo primo mandato e di Biden.
Il gradimento di Trump (-16,9) in confronto al suo primo mandato e a quello degli ultimi presidenti nel corso dei primi 439 giorni di presidenza (dati Focus America)
Facendo un paragone con il passato, grazie ai dati di Focus America, si nota come il dato di apprezzamento di Trump dopo 439 giorni di presidenza (-16,9 secondo la nostra media) sia il più basso tra tutti i presidenti USA dal secondo dopoguerra in avanti nello stesso periodo, indietro come detto anche rispetto al suo primo mandato, in cui era a -12.

Anche Joe Biden, comunque, con il suo -13 non brillava particolarmente dopo quattordici mesi di presidenza.

Sul nostro sito trovate i grafici con il confronto con tutti i primi mandati degli altri presidenti, con una frequenza di aggiornamento pari a 8 volte al giorno.

Il tasso di approvazione di Trump oscilla tra il 39% e il 41%, mentre il tasso di disapprovazione si aggira intorno al 57%, cifre vicine ai minimi del mandato di Joe Biden.

Nelle prossime settimane monitoreremo l’evoluzione di questa situazione, per cogliere se ci saranno ulteriori ripercussioni sui numeri con il proseguimento dell’attacco all’Iran.

Di seguito pubblichiamo una selezione delle rilevazioni dei migliori istituti rilasciate nel corso delle ultime due settimane. Di fianco alla casa sondaggistica scriviamo due numeri percentuali: il primo è il tasso di approvazione, il secondo quello di disapprovazione.

Ricordiamo che, stante la chiusura del sito FiveThirtyEight, abbiamo deciso di utilizzare i numeri del Silver Bulletin, il nuovo sito di Nate Silver, fondatore di 538.

Sondaggi
Gli ultimi sondaggi sulla popolarità di Trump
7 rilevazioni di 7 istituti — marzo/aprile 2026

Sondaggi Metodo

Ordina per: Spread Data

Legenda campioni

RV

Registered Voters · 6 sondaggi
Elettori registrati al voto

A

Adults · 1 sondaggio
Tutti gli adulti americani — campione più ampio

Affidabilità
LV RV A

Fonti: RealClearPolitics, singoli istituti di sondaggio · Ultimo aggiornamento: 5 aprile 2026 · Elaborazione FocusAmerica

Il sito Silver Bulletin (che fa una propria media aggiustata di tutti i sondaggi, dandone un peso maggiore o minore in base al bias storico e al rating delle firme che li svolgono) segna una media generale di 39,4% (-0,7) - 56,9% (+0,2). In totale un net approval di -17,5 (-0,9).

Il sito RealClearPolitics, invece, che fa una selezione solo di alcuni sondaggi in base all'affidabilità di chi li esegue, segnala una media totale migliore: 40,9% (-0,1) - 56,9% (+0,1). In totale un rating di -16 (-0,2).

La media calcolata da noi di Focus America, invece, è di 39,9% (-0,3) - 56,9% (-0,1), con in totale un rating di -17 (-0,2). La metodologia utilizzata è specificata direttamente nella pagina del nostro sito dedicata ai sondaggi sulla popolarità di Trump.

Clicca qui per vedere i dati aggiornati in tempo reale della popolarità di Trump

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Trump tra negoziati e minacce: “accordo possibile”, ma attacchi da martedì senza intesa


Il presidente parla di possibile accordo con l’Iran entro la scadenza di domani dell’ultimatum, ma avverte: senza intesa gli Stati Uniti colpiranno le infrastrutture vitali iraniane. Intanto emergono nuovi dettagli sul salvataggio dell’equipaggio dell’F-15.

Gli Stati Uniti sono impegnati in negoziati “seri” con l’Iran e un accordo potrebbe essere raggiunto prima della scadenza fissata da Donald Trump. Lo ha affermato lo stesso presidente ai media americani, sottolineando allo stesso tempo però che in assenza di un’intesa seguirà un’escalation militare.

Trump tra minacce e difficili negoziati


Nelle sue interviste, Trump ha parlato di “una buona possibilità” di raggiungere un accordo, ma ha avvertito che, in caso contrario, gli Stati Uniti colpiranno duramente il Paese già a partire da martedì 7 aprile, con l’obiettivo dichiarato di costringere Teheran a riaprire lo Stretto di Hormuz al traffico marittimo.

Tra gli obiettivi indicati in caso di escalation figurano centrali elettriche e ponti, infrastrutture cruciali anche per la popolazione civile. Occorre notare che, ai sensi della legge internazionale colpire questo tipo di obiettivi rappresenta un crimine di guerra.

Anche l’Iran ha accusato Trump di voler commettere crimini di guerra e minacciato ritorsioni contro infrastrutture in Israele e negli Stati del Golfo. Interpellato sull’impatto dei possibili attacchi sui civili iraniani, il presidente ha sostenuto che parte della popolazione potrebbe sostenere questo tipo di azioni contro il regime.

Secondo fonti coinvolte nei negoziati, ad ogni modo, l’ottimismo della Casa Bianca non è condiviso dai negoziatori, che puntano almeno a un’intesa parziale per prendere tempo. Per questo motivo i Ministri degli Esteri di Pakistan, Egitto e Turchia stanno lavorando a misure di costruzione della fiducia per favorire una proroga della scadenza e avvicinare le parti a un incontro diretto, ma senza risultati concreti finora.

Nuovi dettagli sul salvataggio dei membri dell’F-15 abbattuto


Nel frattempo emergono nuovi dettagli sul salvataggio dei due membri dell’equipaggio dell’F-15 abbattuto in Iran. Uno dei militari, ferito, è sopravvissuto per oltre 24 ore nascondendosi in montagna prima di essere recuperato in un’operazione delle forze speciali statunitensi.

Secondo quanto riferito da Trump, all’operazione hanno partecipato circa 200 soldati. Il presidente ha anche spiegato che inizialmente si temeva che i segnali radio del militare potessero essere una trappola iraniana. Un messaggio trasmesso via radio, poi ritenuto coerente con le convinzioni religiose del soldato, aveva contribuito ad alimentare i dubbi nelle prime fasi.

Il pilota era stato salvato poche ore dopo l’abbattimento, in un’operazione diurna sotto intenso fuoco nemico. Il secondo intervento è stato invece condotto di notte, dopo l’istituzione di una base avanzata temporanea sul territorio iraniano.

Secondo funzionari statunitensi, le forze iraniane erano presenti in gran numero nell’area. Israele ha fornito supporto limitato, condividendo informazioni sul contesto operativo e conducendo un attacco mirato per rallentare le unità iraniane.

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Il funzionario della FEMA che dice di essere stato teletrasportato da Dio e non intende ritrattare


Gregg Phillips, responsabile della risposta alle emergenze negli Stati Uniti, difende sui social le sue affermazioni sul teletrasporto, collegandole alla fede religiosa. Critiche bipartisan al Congresso

Il responsabile della risposta federale ai disastri naturali negli Stati Uniti sostiene di essere stato teletrasportato in un ristorante della catena Waffle House a 80 chilometri di distanza e non ha alcuna intenzione di fare marcia indietro. Gregg Phillips, a capo dell'Office of Response and Recovery della Federal Emergency Management Agency (FEMA), l'agenzia che gestisce le emergenze come uragani, terremoti e incendi, ha rilanciato sui social media le sue dichiarazioni, scatenando critiche al Congresso e ironia online.

La vicenda è emersa a fine marzo, quando la CNN ha pubblicato un'inchiesta sulle dichiarazioni rilasciate da Phillips in diversi podcast prima della sua nomina. In un episodio del podcast Onward, registrato a gennaio 2025, Phillips ha raccontato di essersi ritrovato improvvisamente in un Waffle House a Rome, in Georgia, a circa 80 chilometri dal punto in cui si trovava pochi istanti prima. Ha descritto anche un altro episodio in cui la sua auto sarebbe stata "sollevata" e trasportata per decine di chilometri fino a un fossato vicino a una chiesa.

Dopo la pubblicazione dell'inchiesta, Phillips non si è tirato indietro. Su Truth Social, la piattaforma del presidente Trump, ha difeso le sue esperienze collegandole alla fede cristiana e alla potenza divina. Ha citato un passo degli Atti degli Apostoli in cui lo Spirito Santo "rapisce" l'apostolo Filippo dopo un battesimo e lo fa comparire nella città di Azotus, a chilometri di distanza. Ha anche fatto riferimento alla resurrezione di Gesù.

In un post successivo, Phillips ha precisato che le esperienze erano avvenute durante un periodo in cui era sottoposto a trattamenti contro il cancro e assumeva farmaci pesanti. Ha aggiunto che la parola "teletrasporto" non era stata sua, ma di un altro partecipante alla conversazione, e che i termini biblici più corretti sarebbero "trasportato". Ha però ribadito la realtà dell'esperienza. In risposta alle critiche, ha scritto: "le persone possono discutere con me, mettermi in discussione, persino ridicolizzare ciò che non capiscono".

Il New York Times ha inviato un corrispondente a Rome, in Georgia, per verificare. Tra una ventina di dipendenti e clienti abituali intervistati nei tre Waffle House della città, nessuno ha riconosciuto la foto di Phillips e nessuno ha mai assistito ad arrivi per via soprannaturale. Sidney Perkowitz, professore emerito di fisica alla Emory University, ha spiegato al New York Times che il teletrasporto di un essere umano richiederebbe una quantità di informazioni talmente immensa da risultare inconcepibile dal punto di vista scientifico.

Il caso ha avuto ripercussioni politiche. Phillips era previsto come testimone a un'audizione della commissione per la Sicurezza interna della Camera sul parziale blocco delle attività del Department of Homeland Security, ma è stato rimosso dal programma dopo l'inchiesta della CNN. Né la FEMA né Phillips hanno spiegato il motivo della sua assenza.

All'audizione, il deputato democratico Bennie Thompson ha dichiarato che la nomina di Phillips solleva "serie preoccupazioni", definendo la sua retorica violenta e le sue teorie complottiste "inquietanti per chi occupa una posizione di leadership" nel dipartimento. Il deputato democratico Tim Kennedy lo ha definito "del tutto inadatto" al ruolo, citando le dichiarazioni violente contro l'ex presidente Biden e i commenti contro gli immigrati. Kennedy ha aggiunto che tutto ciò lo renderebbe di per sé non qualificato, "ma le sue affermazioni sul teletrasporto in un Waffle House superano tutto il resto".

Le dichiarazioni sul teletrasporto non sono l'unico elemento controverso nel profilo di Phillips. In un podcast di gennaio 2025, ha detto di voler prendere a pugni Biden, definendolo un pessimo essere umano che "merita di morire". In un altro podcast ha sostenuto che i migranti stavano arrivando per uccidere gli americani, invitando la popolazione ad armarsi. Phillips è stato anche un protagonista del film 2000 Mules di Dinesh D'Souza, basato su teorie complottiste sulle elezioni del 2020 che sostenevano che Trump avesse perso solo a causa di brogli.

La sua nomina a dicembre aveva già sollevato perplessità tra i funzionari di carriera della FEMA per la mancanza di esperienza e il passato legato alle teorie del complotto elettorale, anche se alcuni di loro hanno riconosciuto alla CNN che il suo lavoro durante le emergenze aveva in parte attenuato queste preoccupazioni. Almeno un alto funzionario dell'agenzia lo aveva definito "la migliore speranza della FEMA in questo momento" al momento dell'assunzione.

La divisione guidata da Phillips è la più grande della FEMA, con oltre mille dipendenti e un bilancio di quasi 300 milioni di dollari. Si occupa di coordinare la risposta ai disastri, dalla distribuzione di aiuti e alloggi di emergenza alle operazioni di soccorso che possono durare anni. La catena Waffle House ha peraltro un legame storico con la FEMA: i suoi ristoranti restano aperti 24 ore su 24 anche nelle situazioni più critiche, al punto che l'agenzia ha sviluppato un indice che misura la gravità di un disastro in base allo stato operativo del Waffle House locale. Se il ristorante nella zona colpita chiude, la situazione è davvero grave.

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La consigliera spirituale di Trump lo paragona a Gesù Cristo


Il filmato dell'evento pasquale nella East Room è stato rimosso dal sito ufficiale, ma non prima che i frammenti iniziassero a circolare online

La Casa Bianca ha rimosso dal proprio sito un video registrato durante un evento pasquale nella East Room in cui Paula White, consigliera spirituale del presidente Trump, ha tracciato un parallelo diretto tra le vicende giudiziarie e politiche del presidente e la crocifissione di Gesù Cristo. Il filmato, pubblicato brevemente mercoledì, è stato cancellato dopo che alcuni frammenti avevano già iniziato a circolare online, come riportato dal Daily Beast.

L'evento, inizialmente chiuso alla stampa e riservato a una cerchia ristretta di alleati del mondo evangelico e conservatore, ha visto la partecipazione di diverse figure di rilievo. Tra gli ospiti c'era il reverendo Franklin Graham, figlio del celebre pastore evangelico Billy Graham, che in una lettera aveva assicurato a Trump che la sua "anima è al sicuro" per andare in paradiso, dopo che il presidente aveva contribuito a negoziare un cessate il fuoco tra Israele e Hamas. La presenza del vescovo cattolico ultraconservatore Robert Barron ha invece attirato critiche: alcuni l'hanno definita un "esercizio di blasfemia".

Il momento centrale dell'evento è arrivato quando Paula White, 59 anni, ha preso la parola dopo il discorso di Trump. Ha iniziato con un sermone sul sacrificio e sulla morte e resurrezione di Gesù, mentre il presidente, 79 anni, restava in piedi alle sue spalle con espressione impassibile. Il tono è cambiato quando White si è rivolta direttamente a lui: "Signor Presidente, nessuno ha pagato il prezzo che lei ha pagato", ha detto girandosi verso di lui. L'espressione di Trump si è trasformata in un sorriso compiaciuto. White ha proseguito il parallelo: "Le è quasi costato la vita. È stato tradito e arrestato. Falsamente accusato", in un riferimento che il Daily Beast riconduce sia al fallito attentato di Butler, in Pennsylvania, sia all'arresto del 2023 in Georgia, quando Trump fu schedato presso il carcere della contea di Fulton con l'accusa di aver cospirato per ribaltare il risultato delle elezioni del 2020. In quell'occasione Trump trasformò la foto segnaletica in un'operazione commerciale che avrebbe fruttato oltre 7 milioni di dollari in vendite di merchandising.

White ha insistito sul parallelismo definendolo "uno schema familiare che il nostro Signore e Salvatore ci ha mostrato", per poi aggiungere rivolta a Trump: "Ma non è finita lì per Lui, e non è finita lì per lei. Dio ha sempre avuto un piano". Ha continuato collegando la resurrezione di Cristo alla vittoria politica del presidente: "Signore, grazie alla Sua resurrezione, lei si è rialzato. Perché Lui è stato vittorioso, lei è stato vittorioso". Trump ha alzato leggermente le sopracciglia e ha sussurrato un "grazie".

Lo stesso Trump aveva alimentato il paragone poco prima, durante il proprio intervento. Parlando della Domenica delle Palme e di come Gesù fosse stato accolto come un re, aveva commentato: "Ora chiamano re anche me, ci credete?". Aveva poi trasformato la battuta in una lamentela sulla sua proposta di costruire una sala da ballo da 400 milioni di dollari alla Casa Bianca: "Nessun re, sono talmente re che non riesco a farmi approvare una sala da ballo". Trump ha anche evocato il tema del tradimento di Gesù dicendo al pubblico: "Sappiamo cosa si prova... Molte delle persone qui presenti hanno passato l'inferno".

Il presidente ha offerto inoltre una propria rielaborazione della resurrezione, affermando che quando "la pietra fu rotolata via e la tomba era vuota, i cristiani ovunque gioirono". Il Daily Beast osserva però che il cristianesimo, per definizione, non esisteva ancora al momento della resurrezione. Nei Vangeli, le donne che si recarono alla tomba dovettero essere rassicurate da un angelo con le parole "non abbiate paura", e i discepoli si riunirono "nella paura".

Non è la prima volta che l'accostamento tra Trump e la fede cristiana suscita reazioni. L'anno scorso una coalizione di leader cristiani pubblicò una lettera aperta in cui sosteneva che Trump è "lontano dall'essere un protettore dei cristiani" e avvertiva che la sua stessa amministrazione rappresenta un rischio per la comunità cristiana.

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Dietro le linee nemiche in Iran, così gli Usa hanno salvato il secondo uomo dell’F-15E abbattuto


Dopo l’abbattimento dell’F-15E, gli Stati Uniti hanno lanciato una complessa e rischiosa missione di combat search and rescue in territorio ostile tra voli a bassa quota, fuoco da terra e mezzi distrutti prima del ritiro.

Il secondo membro dell’equipaggio del caccia americano F-15E abbattuto in Iran venerdì è stato recuperato questa mattina, al termine di una delle più complesse operazioni di ricerca e salvataggio condotte dagli Stati Uniti in territorio ostile negli ultimi decenni. Secondo la ricostruzione iniziale diffusa dalle autorità americane, l’aviatore, ferito ma fuori pericolo, è rimasto nascosto dietro le linee nemiche per oltre 24 ore, mentre le forze iraniane cercavano di localizzarlo.

Tutto è cominciato venerdì, quando l’F-15E è stato colpito in volo sopra il sud ovest dell’Iran ed è precipitato. I due membri dell’equipaggio sono riusciti a lanciarsi prima dello schianto. Il primo è stato salvato nello stesso giorno. Per il secondo, invece, si è aperta una missione di soccorso molto più lunga, delicata e rischiosa. Nelle stesse ore è stato colpito anche un A-10 americano, ma il pilota è riuscito a mettersi in salvo lanciandosi fuori dallo spazio aereo iraniano.

L’abbattimento del caccia ha avuto subito un peso politico e militare, perché è arrivato poche ore dopo che il Comando Centrale degli Stati Uniti aveva definito false le notizie diffuse dai media iraniani su un jet americano colpito vicino allo Stretto di Hormuz. Poco dopo, però, è arrivata la conferma del primo abbattimento di un velivolo americano con equipaggio dall’inizio della campagna.

Jet Usa abbattuto in Iran — analisi aggiornata

Analisi

Recuperato il secondo aviatore Usa abbattuto in Iran


E' stata una operazione di soccorso complessa dietro le linee nemiche con forze speciali, elicotteri e aerei da trasporto. Almeno un velivolo Usa distrutto dagli stessi americani.

Entrambi salvi Il secondo membro dell'equipaggio è stato recuperato domenica, ferito ma fuori pericolo. Trump: "We got him!"

Quadro Salvataggio Perdite Peso politico

Il quadro

F-15E
Il modello del caccia abbattuto sul sud ovest dell'Iran

Primo caso
Primo caccia statunitense abbattuto dal fuoco nemico dall'inizio della guerra

2 su 2
Entrambi i membri dell'equipaggio sono stati salvati

A-10
Secondo velivolo colpito, il pilota si è lanciato fuori dallo spazio aereo iraniano


L'abbattimento Venerdì, sul sud ovest dell'Iran. Il Centcom aveva inizialmente smentito le notizie iraniane
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L'F-15E è stato colpito in volo ed è precipitato. I due membri dell'equipaggio si sono lanciati in volo. La notizia è arrivata poche ore dopo che il Comando Centrale statunitense aveva definito false le notizie diffuse dai media iraniani su un jet americano colpito vicino allo Stretto di Hormuz.


Perché pesa sul conflitto La difesa aerea iraniana non è stata del tutto neutralizzata come descritto dalla Casa Bianca
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L'abbattimento dimostra che l'Iran conserva ancora la capacità di colpire anche velivoli sofisticati. La superiorità aerea americana, pur ampia, non ha eliminato del tutto il rischio operativo nei cieli del Paese.

L'operazione di salvataggio

1° recuperato
Venerdì, il giorno stesso dell'abbattimento

2° recuperato
Domenica, dopo una missione complessa durata 2 giorni


La missione dietro le linee nemiche Una delle più complesse operazioni militari americane in territorio ostile degli ultimi decenni
+

Il secondo aviatore era rimasto nascosto in una zona montuosa del sud ovest iraniano mentre le forze di Teheran lo cercavano. L'operazione ha impiegato un dispositivo ampio con numerosi velivoli e forze speciali. Il militare è stato raggiunto, messo in sicurezza e trasferito fino a un aereo da trasporto fatto arrivare appositamente in Iran.


I mezzi impiegati C-130, elicotteri HH-60, forze speciali e rifornimento in volo
+

  • HC-130J Combat King II per rifornimento e trasporto.
  • Almeno due elicotteri HH-60, impiegati a bassa quota su area collinare e montuosa.
  • Reparti scelti a bordo degli elicotteri per mettere in sicurezza la zona.
  • Rifornimento in volo degli elicotteri da parte del C-130, come documentato dal Wall Street Journal.


La corsa contro il tempo La tv di Stato iraniana aveva offerto una ricompensa per la cattura dell'aviatore
+

La televisione iraniana aveva invitato i civili nell'area a cercare i membri dell'equipaggio, promettendo una ricompensa a chi li avesse trovati vivi e consegnati alle forze di sicurezza. In diversi video circolati sui social media iraniani si vedono uomini armati sparare verso il cielo contro gli elicotteri americani.

Mezzi perduti e danni

1 F-15E
Caccia abbattuto dalla difesa aerea iraniana

1+ velivolo
Distrutto dagli stessi americani dopo un problema operativo

2 Black Hawk
Colpiti dal fuoco nemico durante la missione, rientrati alla base

1 A-10
Colpito nelle stesse ore, pilota eiettato in sicurezza


Velivoli distrutti dagli Usa Almeno un mezzo fatto saltare per impedirne la cattura da parte iraniana
+

Prima di lasciare l'area di estrazione, le forze americane hanno distrutto almeno un proprio velivolo per evitare che cadesse in mano iraniana. Le ricostruzioni più solide parlano di un aereo della famiglia MC-130 o HC-130. Circolano anche ipotesi non confermate su un elicottero MH-6 Little Bird distrutto.


Versioni contrastanti Gli Stati Uniti parlano di bassa resistenza iraniana, Teheran rivendica danni più pesanti
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Il bilancio esatto degli scontri durante la missione resta non del tutto chiaro. Fonti americane parlano di bassa resistenza e almeno due Black Hawk colpiti ma rientrati. Teheran sostiene di aver inflitto danni più gravi ai mezzi statunitensi. Il numero e il tipo esatto dei velivoli distrutti non sono confermati ufficialmente.

Le implicazioni

5 settimane
Durata della campagna militare al momento dell'abbattimento del caccia F-15E

1.500 mld $
Budget per la difesa che la Casa Bianca intende chiedere al Congresso di stanziare per il 2027

Cronologia dell'episodio

Venerdì
F-15E abbattuto sul sud ovest dell'Iran. Il Centcom prima smentisce, poi conferma.

Venerdì
Primo membro dell'equipaggio salvato lo stesso giorno. Colpito anche un A-10.

Ven–Dom
Il secondo aviatore resta nascosto in una zona montuosa dietro le linee nemiche.

Domenica
Completata l'estrazione del secondo aviatore. Trump: "We got him!"
Il militare, un colonnello secondo Trump, è ferito ma fuori pericolo.


Il nodo strategico L'episodio rafforza l'idea che l'Iran resti una minaccia concreta
+

L'abbattimento mostra che la superiorità aerea americana, pur ampia, non ha eliminato del tutto il rischio operativo nei cieli dell'Iran. Il caso complica la posizione diplomatica di Washington e alimenta il dibattito sulla spesa militare: l'Amministrazione Trump intende accompagnare l'aumento del budget per il Pentagono con 73 miliardi di dollari di tagli ad agenzie civili.

Fonti: Wall Street Journal, autorità statunitensi, media iraniani, account OSINT · aprile 2026

Per recuperare il secondo aviatore gli Stati Uniti hanno messo in campo una complessa missione di combat search and rescue, cioè un’operazione di soccorso in area di combattimento, condotta in profondità nel territorio iraniano e quindi ad altissimo rischio. Sono entrati in azione aerei C-130 impiegati per il rifornimento e il trasporto ed elicotteri H-60, costretti a volare a bassa quota e a velocità ridotta sopra un’area collinare e montuosa. È il profilo tipico di queste operazioni: ridurre l’esposizione ai radar, ma al prezzo di una maggiore vulnerabilità al fuoco da terra e alla contraerea.

Nella fase più delicata della missione, sugli elicotteri erano presenti reparti scelti incaricati di mettere in sicurezza la zona e recuperare il disperso. In operazioni di questo tipo i mitraglieri di bordo sorvegliano il terreno e rispondono a eventuali minacce mentre il velivolo si avvicina al punto in cui si ritiene si trovi il pilota abbattuto. Video verificati dal Wall Street Journal mostrano infatti un HC-130J Combat King II e due elicotteri HH-60 impegnati nelle ricerche, oltre a una fase di rifornimento in volo dei due elicotteri da parte del C-130.

Le immagini e i racconti emersi dai social media iraniani descrivono un contesto fortemente ostile. In diversi video si vedono persone a terra filmare il passaggio dei velivoli americani. In altri si notano uomini armati sparare verso il cielo nel tentativo di colpire gli elicotteri. La televisione di Stato iraniana aveva anche annunciato una ricompensa per chi avesse trovato il membro dell’equipaggio disperso, segno che la corsa per raggiungerlo si stava giocando contemporaneamente in aria e a terra.

Secondo le informazioni emerse finora, il secondo aviatore si era nascosto in una zona montuosa dell’Iran, mentre gli Stati Uniti mettevano in campo un ampio dispositivo di recupero con numerosi velivoli e forze speciali. Stando alla ricostruzione di fonti americane, il militare è stato poi trasferito, sotto il rischio di fuoco nemico, dalla zona montuosa in cui si era nascosto fino a un aereo da trasporto fatto appositamente atterrare in Iran, in una fase che dà la misura della complessità dell’estrazione.

A questo quadro si aggiunge un altro elemento emerso nelle ore successive. Secondo immagini diffuse online e rilanciate da account specializzati in OSINT, prima di lasciare l’area usata per l’estrazione le forze americane avrebbero distrutto almeno un proprio velivolo per impedirne la cattura, probabilmente dopo un problema operativo. Alcune fonti suggeriscono che potrebbe essersi trattato di un velivolo della famiglia MC-130 o HC-130 Hercules impiegato proprio nella missione di recupero.

Negli screenshot circolati online compare anche l’ipotesi che tra i mezzi distrutti ci possa essere almeno anche un elicottero MH-6 Little Bird, ma il dettaglio non risulta al momento confermato ufficialmente. Gli stessi account OSINT parlano poi dell'esistenza di una “forward base” delle forze speciali americane nel cuore dell’Iran, cioè di una base o posizione avanzata usata per l’operazione di salvataggio, un’informazione che però al momento non è verificabile in modo indipendente.

Molti altri dettagli restano comunque incerti, a cominciare dal numero esatto e dalla tipologia dei mezzi distrutti. Anche il bilancio degli scontri non è del tutto chiaro. Fonti americane parlano di forte resistenza iraniana e riferiscono che durante il salvataggio del primo membro dell'equipaggio almeno due elicotteri Black Hawk sarebbero stati colpiti dal fuoco nemico, pur riuscendo a rientrare. Teheran sostiene invece di aver inflitto danni più pesanti ai mezzi statunitensi.

L’abbattimento dell’F-15E e i successivi due salvataggi mostrano comunque che, nonostante i duri colpi subiti dall’inizio della guerra, l’Iran conserva ancora una capacità, per quanto ridotta, di minacciare e abbattere velivoli sofisticati. L’intera vicenda suggerisce quindi che la superiorità aerea americana, pur netta, non abbia eliminato del tutto il rischio operativo per le forze impegnate nell’area. Un fattore di cui Washington dovrà tenere conto, soprattutto se il conflitto dovesse davvero avviarsi verso un’ulteriore escalation e, in prospettiva, verso un possibile intervento di terra.

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Come si festeggia la Pasqua negli Stati Uniti


Dalle cacce alle uova alla tradizionale corsa sul prato della Casa Bianca, ecco le tradizioni americane per la domenica di Pasqua
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Oggi, domenica 5 aprile, milioni di americani festeggiano la Pasqua, una delle ricorrenze più sentite negli Stati Uniti. Secondo un sondaggio pubblicato pubblicato dal Napolitan News Service, il 65 per cento degli americani ha in programma di celebrare la festività. Di questi, il 34 per cento la considera una festa religiosa, il 13 per cento la vive in chiave laica e il 16 per cento la celebra in entrambi i modi.

Per i cristiani la Pasqua commemora la resurrezione di Gesù Cristo, avvenuta tre giorni dopo la sua crocifissione. La festività cade la prima domenica dopo il primo plenilunio di primavera, in una finestra che va dal 22 marzo al 25 aprile. È preceduta dalla Quaresima, un periodo di quaranta giorni dedicato alla preghiera e al digiuno. Il venerdì che precede la domenica di Pasqua, il Venerdì Santo, è tradizionalmente un giorno di penitenza perché ricorda la crocifissione. Non tutti gli Stati lo riconoscono come festività ufficiale: solo una decina, tra cui Connecticut, Louisiana, Texas e North Carolina, concedono un giorno libero ai lavoratori. Nella maggior parte del paese, avere o meno il venerdì festivo dipende dal datore di lavoro. Anche le scuole americane, a differenza di quelle europee, non prevedono vacanze pasquali: i ragazzi hanno invece una pausa primaverile, lo spring break, non necessariamente legata alla Pasqua.

La tradizione più popolare tra i bambini è la caccia alle uova, l'Easter egg hunt. Le famiglie nascondono in casa o in giardino uova sode colorate e uova di plastica ripiene di caramelle, monetine o piccoli giocattoli. Nei giorni precedenti la Pasqua, genitori e figli tingono insieme le uova usando kit appositi a base di acqua, aceto e colorante alimentare. La caccia alle uova non si limita alle mura domestiche: parchi, campi sportivi e chiese organizzano eventi aperti alla comunità, senza connotazioni religiose, a cui partecipano centinaia di bambini.

Tra le tradizioni più antiche c'è l'Easter Egg Roll alla Casa Bianca, la corsa delle uova sul prato della residenza presidenziale. L'evento risale al 1878, quando il presidente Rutherford B. Hayes organizzò per la prima volta una grande festa pasquale sul prato sud della Casa Bianca. Da allora, con poche interruzioni, il lunedì dopo Pasqua i bambini si sfidano facendo rotolare le uova sull'erba, sotto lo sguardo del presidente in carica che funge da arbitro.
Official White House Photo by Pete Souza
Come Babbo Natale a dicembre, il coniglietto pasquale, l'Easter Bunny, è il protagonista indiscusso della festa per i più piccoli. La tradizione vuole che nella notte tra il sabato e la domenica di Pasqua il coniglietto visiti le case e lasci un cestino, l'Easter basket, pieno di dolci, giocattoli e sorprese. La mattina di Pasqua i bambini si svegliano e corrono a cercare il loro cestino. L'origine di questa figura risale probabilmente agli immigrati tedeschi arrivati in America nel Settecento, che portarono con sé l'usanza del coniglio come simbolo di fertilità e rinascita primaverile. In Europa le tradizioni variano: in Svizzera è un cuculo a portare le uova, mentre in alcune regioni della Germania questo compito spetta a una volpe, un pulcino o una cicogna.
Official White House Photo by Daniel Torok
La Pasqua americana è anche sinonimo di dolci. Dopo Halloween, è la festività in cui si consuma più cioccolato e caramelle nel paese. L'industria dolciaria produce ogni anno circa 90 milioni di coniglietti di cioccolato e 16 miliardi di jelly beans per l'occasione. Tra i dolci più iconici ci sono i Peeps, marshmallow ricoperti di zucchero a forma di pulcino o coniglietto, le uova di cioccolato Cadbury con ripieno di crema e le uova al burro di arachidi di Reese's. Le jelly beans, inventate nel Seicento, sono diventate un dolce pasquale solo negli anni Trenta del Novecento, quando i commercianti iniziarono a promuoverle per la loro somiglianza con piccole uova colorate.

Sul fronte religioso, le chiese americane propongono diverse celebrazioni durante il fine settimana pasquale. Alcune organizzano veglie nella notte del sabato, altre tengono funzioni all'alba della domenica, i cosiddetti sunrise services, che iniziano nel buio e si concludono con il sorgere del sole. Il passaggio dall'oscurità alla luce ha un forte valore simbolico, che richiama il passaggio dalla morte alla resurrezione. Dopo la funzione religiosa, le famiglie si riuniscono per il pranzo di Pasqua. Il menù tradizionale prevede prosciutto al forno con marinatura speziata oppure agnello, accompagnati da patate, verdure e uova sode. In New England è diffuso il Simnel Cake, una torta di frutta con marzapane di tradizione britannica. A New York la Pasqua ha anche un risvolto mondano: ogni anno la Quinta Strada ospita l'Easter Parade, una sfilata in cui i partecipanti indossano cappelli stravaganti e creazioni eccentriche, in una sorta di gara di eleganza e fantasia.

La Pasqua americana è una festa con molte anime. Unisce dimensione religiosa e tradizioni laiche, fede e consumismo, raccoglimento spirituale e gioia familiare. Che si celebri in chiesa o nel giardino di casa, con una preghiera o con una caccia alle uova, resta una delle ricorrenze che meglio racconta la varietà della cultura americana.

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Salvato il secondo pilota americano dell'F-15 abbattuto in Iran


Gli Stati Uniti hanno recuperato l'ufficiale disperso dopo quasi 48 ore dietro le linee nemiche. Trump: "Una delle operazioni di salvataggio più audaci della storia". L'Iran colpisce anche il Kuwait
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Le forze armate americane hanno recuperato il secondo membro dell'equipaggio del caccia F-15E Strike Eagle abbattuto venerdì in Iran, chiudendo una difficile operazione di ricerca durata quasi due giorni. Il militare, un colonnello che ricopriva il ruolo di ufficiale ai sistemi d'arma, ha riportato ferite ma è fuori pericolo. Il presidente Trump ha annunciato il salvataggio con un post su Truth Social poco dopo la mezzanotte, definendolo "una delle operazioni di ricerca e salvataggio più audaci della storia americana". L'altro membro dell'equipaggio, il pilota, era stato tratto in salvo già venerdì, poco dopo lo schianto.

L'F-15E è il primo aereo americano con equipaggio abbattuto sull'Iran dall'inizio del conflitto, cinque settimane fa. Secondo il generale di brigata in congedo Houston Cantwell, l'esercito americano non perdeva un jet per fuoco nemico da oltre vent'anni, dall'invasione dell'Iraq del 2003. L'Iran ha rivendicato l'abbattimento, mentre il Pentagono non ha commentato pubblicamente le circostanze dell'incidente. I media di stato iraniani hanno diffuso venerdì le immagini dei rottami, tra cui un distintivo stabilizzatore verticale dell'F-15 e un seggiolino eiettabile usato, e diversi soggetti nel paese hanno offerto una taglia di 60.000 dollari per la cattura del militare disperso.

Secondo quanto riportato da Al Jazeera, che cita un funzionario americano anonimo, il recupero dell'ufficiale è avvenuto dopo un intenso scontro a fuoco. Trump ha scritto che il militare si trovava "dietro le linee nemiche, nelle insidiose montagne dell'Iran, braccato dai nostri nemici che si avvicinavano ora dopo ora". Il presidente ha aggiunto che la sua posizione è stata monitorata 24 ore su 24, e che il salvataggio del pilota, avvenuto venerdì, non era stato confermato ufficialmente per non compromettere la missione di recupero del secondo uomo. L'operazione ha impiegato elicotteri Pave Hawk a bassa quota e aerei da trasporto C-130 Hercules specializzati.

Venerdì è stato un giorno pesante per l'aviazione americana. Due elicotteri Black Hawk impegnati nella missione di salvataggio sono stati colpiti da fuoco iraniano, con alcuni membri dell'equipaggio rimasti feriti, ma sono riusciti a rientrare alla base. Un cacciabombardiere A-10 Thunderbolt II, noto anche come Warthog, che forniva supporto aereo ravvicinato alla missione, è stato a sua volta colpito. Il pilota è riuscito a portare l'aereo fuori dal territorio iraniano prima di eiettarsi in sicurezza; il velivolo si è schiantato nei pressi dello stretto di Hormuz. All'inizio della guerra, inoltre, tre F-15 erano stati abbattuti per errore dalle difese aeree kuwaitiane in un incidente di fuoco amico.

Sul piano diplomatico, Trump ha lanciato un nuovo ultimatum a Teheran: riaprire lo stretto di Hormuz alle petroliere e alle navi mercantili entro 48 ore, minacciando altrimenti un'escalation. Il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi ha smentito le notizie secondo cui l'Iran avrebbe abbandonato i possibili negoziati di pace in Pakistan, affermando su X che la posizione di Teheran era stata travisata e ribadendo la disponibilità al dialogo. Dall'inizio del conflitto, secondo le stime della Federazione internazionale delle società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, almeno 1.900 persone sono state uccise e 20.000 ferite in Iran, anche se le cifre precise restano incerte.

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La rassegna stampa di domenica 5 aprile 2026


Trump minaccia l'Iran di scatenare "l'inferno" mentre un giudice blocca la raccolta di dati razziali nelle università e l'amministrazione combatte per la sicurezza della Casa Bianca

Questa è la rassegna stampa di domenica 5 aprile 2026

Trump minaccia l'Iran di scatenare "l'inferno" entro lunedì


Il presidente Trump ha intensificato le minacce contro l'Iran, promettendo di scatenare "l'inferno" se il paese non riaprirà lo Stretto di Hormuz entro la scadenza autoimposta di lunedì. Le minacce arrivano mentre continuano le ricerche di un aviatore americano il cui F-15E è stato abbattuto, con l'Iran che risponde con sfida alle pressioni statunitensi.

Fonti: Bloomberg Politics, Financial Times, The Hill

Un giudice blocca la richiesta di Trump sui dati razziali universitari


Un giudice federale del Massachusetts ha bloccato il tentativo dell'amministrazione Trump di costringere università e college pubblici di 17 stati a fornire dati dettagliati sulle ammissioni basate sulla razza. L'amministrazione aveva dichiarato di voler raccogliere questi dati per garantire il rispetto di una sentenza della Corte Suprema che ha posto fine all'azione affermativa nelle ammissioni.

Fonti: The Hill, New York Times

L'amministrazione Trump chiede la ripresa dei lavori alla sala da ballo della Casa Bianca


L'amministrazione Trump ha presentato una mozione d'emergenza per annullare l'ordine di un giudice che ha bloccato i lavori di costruzione della sala da ballo della Casa Bianca. La mozione sostiene che la decisione del giudice distrettuale Richard Leon lascia la residenza esecutiva "aperta e esposta", minacciando "gravi danni alla sicurezza nazionale".

Fonti: The Guardian

Gli astronauti di Artemis II descrivono il lato nascosto della Luna


Gli astronauti della missione Artemis II della NASA hanno condiviso le loro impressioni del viaggio verso la Luna, descrivendo il lato nascosto del satellite come "qualcosa che non avevamo mai visto prima". L'equipaggio si trova ora più vicino alla Luna che alla Terra nel loro viaggio di transito lunare.

Fonti: New York Times, BBC News

Gli Stati Uniti arrestano parenti del generale iraniano Soleimani


Le autorità statunitensi hanno arrestato la nipote e la pronipote del defunto generale iraniano Qasem Soleimani, che sono ora sotto la custodia dell'Immigration and Customs Enforcement. L'arresto avviene in un momento di crescenti tensioni tra Stati Uniti e Iran.

Fonti: BBC News

Più americani entrano nella classe medio-alta


Una nuova ricerca mostra che i ranghi dei percettori di reddito più elevato sono cresciuti notevolmente negli ultimi 50 anni negli Stati Uniti, mentre i livelli più bassi della classe media si sono ridotti. Lo studio evidenzia cambiamenti significativi nella struttura socioeconomica americana.

Fonti: Wall Street Journal

L'unione degli sceneggiatori di Hollywood raggiunge un accordo contrattuale


L'unione degli sceneggiatori di Hollywood e gli studios hanno raggiunto un accordo contrattuale, evitando un costoso scontro durante un periodo di rapidi cambiamenti nell'industria dell'intrattenimento globale. L'accordo arriva in un momento in cui il settore sta attraversando significative trasformazioni.

Fonti: New York Times

Un uomo arrestato per guida in stato di ebbrezza dopo aver investito una folla in Louisiana


Almeno 15 persone sono rimaste ferite dopo che un presunto guidatore ubriaco ha investito i pedoni durante una parata che celebrava il Nuovo Anno laotiano a New Iberia, Louisiana. La polizia statale della Louisiana ha arrestato un uomo con l'accusa di guida sotto l'influenza di alcol e 18 capi d'imputazione per lesioni negligenti di primo grado.

Fonti: The Guardian, The Hill

Una piccola città agricola del Wisconsin rifiuta un centro di detenzione ICE


I residenti di una piccola città agricola del Wisconsin hanno respinto i piani dell'ICE di costruire un centro di detenzione nel loro territorio. Sebbene i residenti affermino di sostenere l'agenda immigratoria dell'amministrazione, si oppongono fermamente alla costruzione di un centro di detenzione nel loro cortile di casa.

Fonti: BBC News

I repubblicani del Wisconsin in difficoltà per la corsa giudiziaria statale


I repubblicani del Wisconsin si preparano a una sconfitta nella corsa alla Corte Suprema statale della prossima settimana, con la candidata sostenuta dai democratici Chris Taylor che guida nei sondaggi contro la conservatrice Maria Lazar. La situazione sottolinea le difficoltà del partito repubblicano statale a competere nelle elezioni cruciali nell'ultimo decennio.

Fonti: The Hill

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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La guerra in Iran espone i limiti del potere senza controlli


Un conflitto lanciato senza trasparenza né strategia chiara rischia di compromettere la credibilità americana, rafforzare Teheran e fratturare le alleanze occidentali

A poco più di un mese dall'inizio delle operazioni militari contro l'Iran, lanciate il 28 febbraio, il bilancio della guerra appare sempre più controverso. È l'analisi del commentatore politico Andrew Sullivan, che nella sua newsletter The Weekly Dish passa in rassegna costi e benefici del conflitto, arrivando a una conclusione netta: i danni superano di gran lunga i risultati ottenuti.

Sul piano militare, gli Stati Uniti hanno ottenuto risultati concreti. La marina iraniana è stata in gran parte distrutta, l'aviazione è fuori uso, i siti missilistici sono stati colpiti duramente e i vertici del regime sono stati eliminati. Sullivan riconosce che indebolire un regime tirannico non è cosa da poco. Ma è su tutto il resto che il suo giudizio diventa severo.

Il primo effetto collaterale è economico. L'impennata dei prezzi del petrolio, destinata a durare finché lo Stretto di Hormuz resta chiuso, rappresenta un vantaggio enorme per la Russia nella sua guerra contro l'Ucraina e un colpo per l'economia globale. Il costo della situazione ha spinto gli Stati Uniti a concedere una deroga sulle sanzioni alle esportazioni petrolifere iraniane, regalando a Teheran un introito imprevisto di 14 miliardi di dollari. Sullivan nota l'ironia del confronto: l'amministrazione Obama fu duramente criticata per aver sbloccato 1,7 miliardi di dollari di asset iraniani con l'accordo sul nucleare. Le economie degli alleati nel Pacifico, aggiunge, saranno particolarmente danneggiate.

Il paradosso strategico è ancora più evidente. Rispetto a prima della guerra, la posizione dell'Iran risulta rafforzata. I prezzi elevati del petrolio garantiscono al regime il doppio delle entrate rispetto a prima del conflitto. Il controllo dello Stretto di Hormuz da parte dei Guardiani della Rivoluzione apre un ulteriore flusso di entrate, con pedaggi che arrivano fino a due milioni di dollari a nave, risorse che finanziano il riarmo. Se l'Iran dovesse chiudere la guerra mantenendo il controllo strategico di quasi un quinto delle forniture petrolifere mondiali, gli Stati del Golfo sarebbero costretti ad accettare le sue condizioni. Sullivan definisce tutto questo una grave sconfitta strategica per gli Stati Uniti, considerando anche che la minaccia nucleare iraniana era già stata neutralizzata l'anno scorso: non esisteva un pericolo immediato che giustificasse l'intervento.

Sul fronte della credibilità internazionale, il danno appare profondo. Sullivan cita le parole del presidente francese Macron: "Quando si vuole essere seri, non si dice ogni giorno il contrario di quello che si è detto il giorno prima. E forse non si dovrebbe parlare ogni giorno". Dagli obiettivi di guerra incoerenti delle prime ore al discorso presidenziale di mercoledì sera, la parola degli Stati Uniti ha perso peso. Il fatto che il presidente abbia dichiarato di poter semplicemente ritirarsi dal conflitto, dopo aver sconvolto l'economia mondiale e devastato il Medio Oriente, non fa che aggravare il quadro.

La dimensione morale è altrettanto compromessa. Sullivan sottolinea che si tratta della prima guerra in cui il segretario alla Difesa ha celebrato apertamente "morte e distruzione" come valori in sé, e il presidente ha dichiarato di voler riportare un Paese "all'età della pietra, dove merita di stare". Il bilancio include 1.500 civili e 15 militari americani uccisi, oltre a 150 studentesse morte in un attacco sbagliato il primo giorno, senza che la Casa Bianca abbia espresso rammarico. Tra gli obiettivi colpiti ci sono ponti, ospedali e scuole, con la minaccia di estendere i bombardamenti a infrastrutture civili come impianti di desalinizzazione e raffinerie.

Le conseguenze sulle alleanze occidentali sono altrettanto gravi. La NATO, scrive Sullivan, è stata frantumata. Gli Stati Uniti non hanno nemmeno informato gli alleati europei prima di lanciare una guerra che li danneggia direttamente, un comportamento coerente con la precedente minaccia sul territorio della Groenlandia. La dichiarazione del presidente di voler lasciare la NATO, un'alleanza difensiva, perché ha rifiutato di partecipare a una guerra offensiva, ha segnato un nuovo punto di rottura. Sullivan osserva che dopo due mandati consecutivi questo atteggiamento non può più essere liquidato come un'anomalia temporanea.

L'eventuale ritiro americano, prosegue l'analisi, aprirebbe la strada a una nuova coalizione di potenze globali, senza gli Stati Uniti, per gestire la sicurezza del Golfo. La Cina avrebbe un'occasione straordinaria per presentarsi come l'unica superpotenza interessata all'ordine globale e alla libertà di navigazione. Il disprezzo per il diritto internazionale mostrato dall'amministrazione americana eliminerebbe inoltre qualsiasi base giuridica per opporsi a un'eventuale invasione di Taiwan: le guerre di aggressione senza minaccia immediata sono state ora legittimate dagli stessi Stati Uniti.

Sullivan riserva una riflessione anche agli effetti su Israele. La guerra ha esposto quello che definisce un intreccio scomodo tra gli interessi nazionali americani e israeliani. La contemporanea pulizia etnica in Cisgiordania, l'approvazione da parte della Knesset di una pena di morte riservata ai palestinesi senza diritto di appello e la demolizione del Libano meridionale hanno provocato una reazione negativa nell'opinione pubblica americana, in particolare tra i giovani.

La conclusione di Sullivan si concentra sulla questione istituzionale. Solo una monarchia di fatto, sostiene, avrebbe potuto lanciare una guerra di questo tipo: pianificata in segreto da pochi, tenuta nascosta al controllo pubblico, lanciata a sorpresa, senza budget e senza una logica strategica riconoscibile. Le repubbliche sono progettate per evitare esattamente questo genere di decisioni autocratiche, offrendo trasparenza, dibattito, contrappesi e vie d'uscita. Se il conflitto ha un merito, scrive Sullivan, è quello di aver reso evidente quanto il sistema costituzionale americano abbia smesso di funzionare come previsto dai suoi fondatori.

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Trump dà 48 ore all’Iran su Hormuz: minaccia “l’inferno” mentre pesa il destino del soldato disperso


Ultimatum dai toni religiosi e guerra a un bivio: la sorte dell’aviatore disperso dopo l’abbattimento di un caccia F-15E sui cieli iraniani può spingere verso il negoziato o l’ulteriore escalation.

Donald Trump ha lanciato un nuovo ultimatum all’Iran, stavolta arrivando a evocare anche riferimenti religiosi. In un messaggio su Truth Social, il presidente degli Stati Uniti ha dato a Teheran solo altre 48 ore per riaprire lo Stretto di Hormuz al traffico commerciale o trovare un accordo, avvertendo che in caso contrario “si scatenerà l’inferno” e concludendo con un “Gloria a Dio”.

L’avvertimento arriva in un momento cruciale del conflitto, in cui un singolo evento può determinarne la direzione: il destino del secondo membro dell’equipaggio del caccia F-15 abbattuto in Iran. Uno dei due militari è stato salvato nel corso di una missione di soccorso ad alto rischio in territorio iraniano, mentre l’altro risulta ancora disperso.

Il recupero del primo membro dell’equipaggio rappresenta un successo operativo per Washington e potrebbe rafforzare la convinzione di poter proseguire le operazioni senza ostacoli immediati. Ma l’incertezza sulla sorte dell’altro militare apre invece scenari molto diversi.

Se l’Iran riuscisse a catturarlo e decidesse di diffondere immagini o video, la pressione interna sugli Stati Uniti potrebbe crescere rapidamente. Opinione pubblica, Congresso e famiglie dei militari potrebbero spingere per una sospensione delle operazioni e l’avvio di negoziati, rendendo difficile continuare i bombardamenti.

Un’altra ipotesi è che Teheran scelga una linea più discreta, utilizzando il soldato come leva negoziale senza esporlo mediaticamente. In questo caso, il rilascio potrebbe rientrare in un accordo più ampio che includa un cessate il fuoco, condizioni sul transito nello Stretto di Hormuz e possibili alleggerimenti delle sanzioni. Una soluzione che offrirebbe a Trump ed al regime iraniano una via d’uscita negoziata da presentare come risultato strategico.

Lo scenario più destabilizzante resta però indubbiamente quello della morte dell’aviatore, durante la cattura o in un tentativo di salvataggio fallito. In quel caso aumenterebbe la pressione per una risposta militare più dura, con il rischio di un passaggio dalle operazioni aeree a un intervento terrestre.

Un’eventuale invasione si scontrerebbe però con ostacoli rilevanti. Il territorio iraniano, soprattutto nelle aree montuose, favorisce la difesa, con valli strette e passaggi che possono rallentare o bloccare l’avanzata.

Intanto sul piano prettamente vivo politico, le affermazioni di Trump su un presunto “cambio di regime” trovano scetticismo tra gli analisti. Nonostante l’eliminazione di figure chiave, il sistema di potere resta sostanzialmente invariato e appare anzi più concentrato nelle componenti militari e più radicali.

Secondo diversi esperti, la continuazione del conflitto rischia di rafforzare queste dinamiche. La repressione interna è in aumento, con arresti e restrizioni più severe, mentre il controllo sulle comunicazioni digitali resta elevato.

La guerra sta inoltre producendo effetti globali, in particolare sul mercato energetico. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha ridotto i flussi di petrolio, contribuendo all’aumento dei prezzi. In risposta, gli Stati Uniti hanno temporaneamente allentato alcune sanzioni proprio su Iran e Russia nel tentativo di stabilizzare l’offerta, con effetti controversi.

Sul lungo periodo, gli analisti segnalano anche, paradossalmente, il rischio di un possibile rafforzamento delle ambizioni nucleari iraniane. Il contesto di guerra e la percezione di vulnerabilità potrebbero spingere Teheran a considerare l’arma nucleare come strumento di deterrenza.

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