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Un curriculum non perde valore quando emerge una disabilità.

Eppure, nel mercato del lavoro italiano, competenze ed esperienza vengono ancora oscurate da supposizioni su produttività, costi o autonomia: e quando questi pregiudizi condizionano una selezione, è discriminazione.

La legge 68/1999 non serve soltanto a rispettare delle quote: prevede il collocamento mirato, cioè la valutazione delle capacità della persona, delle mansioni, dell’ambiente di lavoro e dei sostegni necessari.

Ma una norma funziona davvero soltanto quando cambia anche la cultura di chi assume.

Secondo l’OCSE, nel periodo 2018-2021 in Italia lavorava il 36% delle persone con disabilità, contro il 60,1% di quelle senza disabilità; il 55,8% risultava inattivo.

Non è carenza di talento: è il risultato di barriere, pregiudizi e accomodamenti ragionevoli ancora troppo spesso negati.

Servono selezioni fondate sulle competenze, luoghi accessibili e organizzazioni capaci di rimuovere gli ostacoli: come Volt Italia vogliamo un Paese in cui dichiarare una disabilità non chiuda una porta, ma apra un confronto su come lavorare bene, insieme.

Leggi la nostra proposta sulla disabilità ed entra a far parte del cambiamento!

#Disabilità #Lavoro #Inclusione #Diritti #PariOpportunità #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Chi sono gli elettori della sinistra socialista americana


Un'analisi di Nate Silver su oltre 400.000 elettori mostra che il gruppo più democratico del paese, molto istruito ma con redditi medio-bassi, coincide con il bacino della DSA

Il gruppo di elettori più fedele al Partito Democratico negli Stati Uniti è quello di chi ha un titolo di studio superiore alla laurea ma un reddito familiare tra i 30.000 e i 60.000 dollari l'anno. Lo scrive l'analista Nate Silver sulla sua newsletter Silver Bulletin, sulla base dei dati del Cooperative Election Study, una grande indagine online condotta ogni uno o due anni: aggregando le risposte raccolte tra il 2016 e il 2024, Silver ha messo insieme un campione di oltre 400.000 elettori, abbastanza ampio da osservare anche gruppi piccoli che nei sondaggi normali si perdono. Quel gruppo, molto istruito ma con redditi medio-bassi, è anche il bacino a cui attinge la Democratic Socialists of America (DSA), la principale organizzazione della sinistra socialista americana.

L'analisi arriva dopo le primarie democratiche molto combattute in Michigan, Maine e New York, che hanno riacceso il dibattito sul ruolo della classe sociale nel voto americano. Candidati vicini al socialismo democratico come Graham Platner e Abdul El-Sayed rivendicano il sostegno della classe lavoratrice, ma nella pratica i loro consensi arrivano soprattutto dagli elettori laureati. Già prima degli scandali che lo hanno costretto al ritiro, Platner non andava meglio tra gli elettori senza laurea rispetto ai precedenti candidati democratici nel Maine, tutti sconfitti. A El-Sayed, che corre per il Senato in Michigan, i sondaggi attribuiscono un sostegno relativamente debole tra gli elettori neri.

Platner non ha completato il college ma viene da un contesto piuttosto privilegiato, tanto che Silver scrive che non sarebbe ingiusto definirlo "downwardly mobile", cioè in discesa lungo la scala sociale. El-Sayed è per certi versi l'opposto: figlio di immigrati, cresciuto in una buona scuola pubblica dei sobborghi di Detroit, con un percorso di studi e di carriera di grande successo. Per Silver le due biografie mostrano che la classe non coincide con il titolo di studio: è un intreccio di etnia, istruzione e reddito che non si lascia ridurre a un solo indicatore.

All'estremo opposto c'è il gruppo più repubblicano del paese: chi guadagna bene senza essere passato dal college. Circa il 60 per cento degli elettori con al massimo un diploma ma con redditi familiari sopra i 60.000 dollari ha preferito Donald Trump, l'attuale presidente, ai candidati democratici che lo hanno sfidato tra il 2016 e il 2024. Silver elenca alcune professioni tipiche di questo profilo: piccoli imprenditori, lavoratori autonomi, costruttori immobiliari, venditori di auto usate. Gli elettori repubblicani più convinti, insomma, non sono necessariamente quelli con più "ansia economica".

Dati · Politica USA

Molto istruiti, poco pagati: il gruppo più democratico d’America


Titolo post-laurea e redditi tra 30 e 60mila dollari: il gruppo più fedele ai democratici è anche il bacino della sinistra socialista (DSA). Il più repubblicano è l’esatto opposto: guadagna bene senza essere passato dal college.

Grafica di FocusAmerica

La mappa di classe del voto americano
Incrociando istruzione e reddito di oltre 400.000 elettori (2016–2024), i due poli del voto emergono agli angoli opposti. Seleziona un polo per i dettagli.

Rappresentazione schematica della griglia istruzione × reddito del Cooperative Election Study.

Il polo democratico Il polo repubblicano

Post-laurea · 30–60mila $ l’anno

Il gruppo più democratico del paese tra il 2016 e il 2024, secondo i dati del Cooperative Election Study analizzati da Nate Silver. È anche il bacino naturale della DSA: insegnanti, dipendenti del non profit, assistenti sociali, impiegati pubblici.

Un incrocio raro: lauree senza redditi alti
Istruzione e reddito di solito crescono insieme. Tra gli iscritti della DSA la combinazione opposta è molto più frequente che nel resto del paese.

Iscritti DSA con almeno una laurea (25 anni o più)80%

Iscritti DSA con redditi familiari sotto i 60.000 $45%

Laureati americani con redditi sotto i 60.000 $19%

×2,4
Tra gli iscritti dell’organizzazione la quota di laureati con redditi bassi (45%) è più del doppio di quella nazionale (19%).

Insegnanti Non profit Assistenti sociali Impiegati pubblici

Il doppio dei «molto liberal»
Su 100 elettori, quanti si definiscono «molto liberal», cioè molto progressisti: nel gruppo post-laurea con redditi medio-bassi sono il doppio della media.

10%
Tutto l’elettorato americano

21%
Post-laurea, redditi 30–60mila $

In linea con la media Oltre la media (+11 punti)

Tre elettorati, tre logiche
Disaggregando per etnia, il quadro cambia poco ma le leve del voto sono diverse.

Elettori bianchi
Istruzione
È la leva principale del voto; il reddito conta molto meno.

Elettori neri
95%
Voto democratico nel sottogruppo post-laurea con redditi 30–60mila $: probabilmente il più alto d’America.

Elettori ispanici
Reddito
Conta più dell’istruzione: chi guadagna cifre alte è nettamente più repubblicano.

Fonte: Silver Bulletin (Nate Silver) su dati Cooperative Election Study 2016–2024; sondaggio iscritti DSA 2021 · Luglio 2026

L'ultimo sondaggio interno della DSA, condotto nel 2021, mostra la stessa combinazione: l'80 per cento degli iscritti con almeno 25 anni aveva una laurea, ma il 45 per cento viveva in famiglie con redditi sotto i 60.000 dollari l'anno. È un incrocio raro, perché istruzione e reddito tendono a crescere insieme: nei dati del Cooperative Election Study solo il 19 per cento degli americani laureati ha redditi così bassi, circa la metà della quota registrata tra gli iscritti dell'organizzazione. Non si tratta di operai, ma nemmeno di privilegiati: le professioni più comuni tra i membri sono insegnanti, dipendenti di organizzazioni non profit, assistenti sociali e impiegati pubblici.

Silver richiama la tesi della "sovrapproduzione delle élite" (in inglese "elite overproduction") dello studioso Peter Turchin, secondo cui gli Stati Uniti producono troppi laureati rispetto ai posti di lavoro prestigiosi e ben pagati disponibili. Chi finisce in questa situazione ha spesso pesanti debiti universitari, è pessimista sulle proprie prospettive economiche ed è scontento di come vanno le cose nel paese, anche quando la sua condizione materiale è tutto sommato accettabile. Il suo status di classe resta ambiguo: privilegiato per certi aspetti, dalla parte degli esclusi per altri.

Il quadro cambia poco disaggregando i dati per etnia, una verifica necessaria dato che nel sondaggio del 2021 l'85 per cento degli iscritti della DSA si dichiarava bianco. Tra gli elettori bianchi le preferenze politiche dipendono soprattutto dall'istruzione e molto meno dal reddito; il gruppo più democratico resta quello con titoli post-laurea e redditi tra 30.000 e 60.000 dollari. Tra gli elettori neri, molto più uniformi e in larga maggioranza democratici, lo stesso sottogruppo vota democratico al 95 per cento, probabilmente il valore più alto dell'intero elettorato americano. Tra gli ispanici conta meno l'istruzione e più il reddito: chi guadagna cifre alte è nettamente più repubblicano, un dato che Silver collega agli alti tassi di imprenditoria di ispanici e asiatici e alla difficoltà dei democratici nel parlare agli americani con ambizioni imprenditoriali, poco attratti dai messaggi in stile DSA.

Gli stessi elettori istruiti e con redditi medio-bassi sono anche i più radicali nel definirsi. Il Cooperative Election Study chiede infatti di collocarsi su una scala che va da "molto liberal", cioè molto progressista, a "molto conservatore": sceglie la prima opzione circa il 10 per cento dell'elettorato, ma nel gruppo con istruzione post-laurea e redditi tra 30.000 e 60.000 dollari la quota sale al 21 per cento, il doppio della media. Chi si definisce così dà più peso degli altri ai temi culturali, come i diritti delle persone gay e trans, l'ambiente, i rapporti tra le etnie e il conflitto israelo-palestinese, mentre attribuisce a sanità e lavoro un'importanza nella media o poco sotto.

Il tema distintivo della campagna di El-Sayed, a parte il Medicare for All, la proposta di una sanità pubblica universale, è Gaza: gran parte della sua comunicazione si concentra sulle ingenti somme spese dall'AIPAC, la principale lobby filoisraeliana americana, e dai gruppi a essa legati a sostegno della sua avversaria Haley Stevens. Platner ha chiuso il messaggio con cui annunciava il ritiro con tre segnali culturali, "F*ck ICE. Free Palestine. Up the Hearts": un attacco all'ICE, l'agenzia federale che esegue le espulsioni degli immigrati irregolari, un richiamo alla Palestina e uno alla squadra di calcio di Portland, nel Maine.

Per Silver questa impostazione può essere politicamente sensata, soprattutto nel caso di El-Sayed, visto il numero relativamente alto di elettori arabo-americani in Michigan. I politici con una vera visione di lungo periodo sono rari, scrive, e la maggior parte si adatta all'elettorato che si ritrova: progressisti laureati, in gran parte giovani e bianchi, delusi dalle proprie opportunità economiche o dalla direzione del Partito Democratico. Del resto anche Bernie Sanders aveva un tempo posizioni relativamente moderate su immigrazione e armi, mentre il sindaco di New York Zohran Mamdani ha preso le distanze da alcune sue vecchie posizioni radicali sulla polizia.

Slogan come quelli scelti da Platner attirano tutti i democratici progressisti e laureati, ma con sbocchi diversi: chi è di sinistra sui temi culturali ed economicamente tranquillo tende a confluire in altre correnti del partito, mentre chi è di sinistra sui temi culturali ma insoddisfatto della propria condizione economica è il bersaglio naturale delle correnti anti-establishment come la DSA. I suoi iscritti non faticano necessariamente a pagare le bollette, ma sono sinceramente scontenti della propria posizione sociale e della direzione del paese; a elettori inquieti di ogni orientamento piace sentirsi parte di una lotta più ampia contro élite corrotte e ingiustizie. La scommessa dell'organizzazione, conclude Silver, è che restino per il socialismo, ma spesso è la battaglia culturale a farli entrare.


Graham Platner si ritira definitivamente dalla corsa al Senato in Maine


Graham Platner ha abbandonato definitivamente la corsa al Senato nel Maine. Venerdì l’ex candidato democratico ha depositato i documenti necessari a ritirare il proprio nome dalla scheda elettorale, mettendo così fine a una campagna iniziata con grande slancio e travolta alla fine dalle polemiche.

A determinare il suo ritiro è stata l’accusa formulata da una sua ex compagna, Jenny Racicot, che ha raccontato a Politico e alla CNN di essere stata costretta da Platner, nel 2021, ad avere un rapporto sessuale contro la propria volontà. Il candidato ha definito la ricostruzione “categoricamente falsa”, ma nel giro di pochi giorni ha perso il sostegno di gran parte del partito.

Tra i primi a chiedergli di farsi da parte sono stati il senatore progressista Bernie Sanders, fino ad allora suo alleato, e il leader della minoranza democratica al Senato Chuck Schumer. Il comitato elettorale dei democratici al Senato aveva inoltre avvertito che, senza il suo ritiro, non avrebbe investito nella competizione in Maine.

Sulla campagna di Platner pesavano già altre controversie: un tatuaggio sul petto riconducibile alla simbologia nazista, che il candidato ha dichiarato di aver coperto dopo averne scoperto il significato, e alcuni vecchi post pubblicati su Reddit. Platner aveva annunciato mercoledì l’intenzione di ritirarsi con un video di 11 minuti diffuso sui social, senza però presentare subito la documentazione necessaria. Il deposito di venerdì ha fugato i timori dei democratici, che temevano un ripensamento dell’ultimo minuto.

Un seggio decisivo per il controllo del Senato


La posta in gioco è particolarmente alta. Il seggio del Maine è considerato cruciale per gli equilibri del Senato: ai democratici servono 4 seggi in più per conquistare la maggioranza e quello occupato da Susan Collins è l’unico, tra quelli in palio, detenuto da una senatrice repubblicana in uno Stato a tendenza democratica. Collins, in carica dal 1997, punta a ottenere un sesto mandato.

Nella lettera inviata al Segretario di Stato del Maine e pubblicata su X, Platner ha rivendicato il consenso ottenuto durante le primarie. “Il 9 giugno, 156.084 cittadini del Maine hanno votato per un nuovo tipo di politica: una politica che rappresenta la gente comune, non i miliardari, gli oligarchi o l’establishment”, ha scritto, ricordando la vittoria conquistata con circa il 72% dei voti. “Con questa lettera voglio portare avanti il movimento che abbiamo costruito insieme e il futuro in cui crediamo”, ha aggiunto, prima di concludere con tre slogan: “F*ck ICE. Palestina libera. Up the Hearts”.

pic.twitter.com/gQzOXBJHJz
— Graham Platner for Senate (@grahamformaine) July 10, 2026


La scelta del nuovo candidato divide il partito


Prima di uscire di scena, Platner ha cercato senza successo di influenzare il processo di selezione del suo successore. Nel video pubblicato mercoledì aveva chiesto che la decisione “non venga presa nelle stanze chiuse, ma affidata alla volontà del popolo”. Un concetto ribadito anche nella lettera: “Il mio nome era sulla scheda elettorale, ma quella casella appartiene al popolo del Maine”.

Il Partito Democratico statale ha deciso di convocare una convention per scegliere il nuovo candidato che dovrà sostituirlo. All’assemblea dovrebbero partecipare circa 600 delegati: 500 designati dalle organizzazioni di contea e 100 appartenenti al comitato statale. Diversi aspiranti hanno già manifestato il proprio interesse, ma il metodo di selezione divide il partito.

L’ala progressista teme infatti che, così facendo, la scelta venga controllata dagli apparati del partito, mentre alcuni moderati paventano il rischio opposto: un’influenza eccessiva degli attivisti più a sinistra che rappresentano la base elettorale più fedele. In base alla legge statale, i democratici del Maine avranno tempo fino al 27 luglio per indicare chi sfiderà Collins alle elezioni di novembre.


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Crypto, cause milionarie e petrolio venezuelano: gli affari d’oro del secondo mandato di Trump


I ricavi delle aziende del presidente sono quasi quadruplicati, trainati dalle criptovalute. Intanto Washington ha incassato oltre 13 miliardi di dollari dal greggio venezuelano, ma sulla destinazione dei fondi regna il mistero.

I ricavi delle aziende di Donald Trump sono quasi quadruplicati tra il primo e il secondo mandato, passando dai 594 milioni di dollari del 2017 ai 2,24 miliardi del 2025, in termini reali. È quanto emerge da un’analisi del New York Times sulle dichiarazioni finanziarie del presidente, documenti che non consentono di ricostruirne con esattezza il patrimonio netto, ma offrono anche un quadro dettagliato delle entrate annuali. La trasformazione è radicale: nel 2017 quasi il 90% dei ricavi proveniva dal golf e dalle attività immobiliari negli Stati Uniti, il nucleo storico dell’impresa di famiglia, mentre oggi quel comparto rappresenta appena un quarto del totale.

A trainare la crescita sono soprattutto le criptovalute, un settore dal quale Trump non ricavava nulla nel 2017 e sul quale, oggi nuovamente da presidente, esercita un’enorme influenza politica e normativa. Le operazioni nel comparto in oggetto hanno generato 1,44 miliardi di dollari: 799 milioni da World Liberty Financial, la società controllata dalla famiglia, e 636 milioni dal memecoin $TRUMP.

Conflitti di interesse
Da 594 milioni a 2,24 miliardi: come Trump si arricchisce da presidente
Ricavi annuali delle aziende della famiglia Trump, in dollari reali, nel primo anno di ciascun mandato. Nel 2017 quasi il 90% veniva da golf e immobili negli Stati Uniti; nel 2025 quasi due terzi vengono dalle criptovalute, un settore che il presidente oggi regola.
Grafica di FocusAmerica

Ogni cella vale 10 milioni di dollari di ricavi

0 mln $
ricavi 2017

2017

0 mld $
ricavi 2025 · ×3,8 sul 2017

2025

Tocca una voce per isolarla nel grafico e leggere il dettaglio


Ricavi 2017: 594 milioni di dollari (528 mln da golf e immobili USA). Ricavi 2025: 2,24 miliardi, di cui 1,44 mld dalle criptovalute, 549 mln da golf e immobili USA, 125 mln dall’estero, 117 mln da transazioni giudiziarie, 17 mln dal merchandising. Valori reali.

Fonte: analisi del New York Times sulle dichiarazioni finanziarie del presidente, luglio 2026. Valori in dollari reali, al netto dell’inflazione. Le celle sono arrotondate a 10 milioni di dollari.

Accordi all’estero, risarcimenti e merchandising


Al secondo posto figurano i progetti immobiliari e golfistici all’estero, che hanno prodotto 125 milioni di dollari, più del doppio rispetto al 2017. Durante il primo mandato Trump aveva vietato alla propria azienda di concludere nuovi accordi internazionali, ma quella restrizione è stata ora abbandonata e la società di famiglia continua anche a incassare dai progetti avviati nel periodo trascorso fuori dalla Casa Bianca.

Fino a 117 milioni di dollari sono arrivati invece da transazioni giudiziarie, in gran parte concluse a favore di Trump con gruppi tecnologici e dell’informazione come Meta e CBS. Una quota dei proventi è stata destinata alla futura biblioteca presidenziale e a una fondazione impegnata nella tutela del National Mall. Ma anche il merchandising ha assunto un peso significativo: la vendita di orologi, prodotti con il marchio Trump e una Bibbia in edizione speciale ha generato 17 milioni di dollari, quasi diciotto volte il dato del 2017.

Intervistato dal New York Times, Trump ha rivendicato la decisione di non imporre più limiti agli affari di famiglia. Durante il primo mandato, ha sostenuto, "non ho ricevuto alcun riconoscimento" per le restrizioni adottate volontariamente. La portavoce della Casa Bianca Anna Kelly ha dichiarato al quotidiano newyorkese che Trump "era un uomo d’affari di enorme successo prima di diventare presidente ed è per questo che è stato eletto". La Casa Bianca continua a negare l’esistenza di qualsiasi conflitto di interessi.

I 13 miliardi scomparsi del petrolio venezuelano


Se gli affari della famiglia Trump sono almeno parzialmente ricostruibili attraverso le dichiarazioni ufficiali, un altro ingente flusso di denaro sta passando da Washington con una trasparenza assai minore. Secondo i calcoli del Financial Times, dall’inizio dell’anno l’Amministrazione statunitense ha incassato oltre 13 miliardi di dollari dalla vendita del petrolio venezuelano, le cui esportazioni sono passate sotto il controllo americano dopo la cattura di Nicolás Maduro a gennaio e l’insediamento della vicepresidente Delcy Rodríguez alla guida del Paese.

Il quotidiano britannico ha ricostruito la cifra incrociando i dati sulle spedizioni di greggio forniti dalla piattaforma Kpler con le stime di prezzo dell’agenzia Argus Media. Della destinazione di quei fondi, tuttavia, si sa pochissimo: il sito creato da Caracas per tracciarli riporta una sola operazione, un trasferimento da 300 milioni di dollari effettuato a marzo.

Le ricostruzioni ufficiali sono contraddittorie. L’ordine esecutivo firmato a gennaio attribuisce agli Stati Uniti un ruolo di "custode" e stabilisce che i fondi restino di proprietà del governo venezuelano. A giugno Trump ha invece affermato che Washington avrebbe recuperato una somma pari a "28 volte" il costo dell’operazione militare e che gli Stati Uniti starebbero "guadagnando molto" dalla vendita di questo petrolio. In precedenza, ad aprile, il funzionario del Dipartimento di Stato Michael Kozak aveva parlato di circa 3 miliardi di dollari trasferiti a Caracas, assicurando che i conti sarebbero stati sottoposti a revisione da KPMG e che sarebbero stati pubblicati rapporti trimestrali.

Secondo i democratici della Commissione Esteri, però, quei rapporti non sono mai stati pubblicati. La scorsa settimana lo stesso Kozak ha riassunto così il meccanismo davanti al Congresso: "Sono soldi loro, ma devono avere il nostro permesso per usarli".

L’economia venezuelana, intanto, non riparte. Il petrolio rappresenta circa un quarto del PIL e la sospensione parziale delle sanzioni aveva alimentato le attese di un forte rimbalzo. La crescita ufficiale nel primo trimestre si è invece fermata al 2,5%, il livello più basso da quasi cinque anni. Secondo l’economista venezuelano Francisco Rodríguez, del Center for Economic and Policy Research, una possibile spiegazione è che gli Stati Uniti non abbiano trasferito a Caracas l’intero ammontare dei ricavi ottenuti dalla vendita di petrolio. José Guerra, economista ed ex parlamentare dell’opposizione, è ancora più netto:

"Dove sono finiti i soldi? Non c’è trasparenza e il governo americano non ci informa".


La questione è diventata ancora più urgente dopo i due terremoti del 24 giugno, che secondo le Nazioni Unite hanno provocato danni a edifici e infrastrutture per circa 37 miliardi di dollari. Washington ha stanziato 386 milioni di dollari in aiuti e inviato centinaia di militari. L’incaricato d’affari statunitense a Caracas, John Barrett, ha assicurato che una parte dei proventi petroliferi sarà destinata alla ricostruzione, senza però precisare l’importo.

Così la pressione politica cresce in entrambi i partiti. Il deputato democratico Joaquin Castro ha denunciato al Financial Times un’operazione fatta "di petrolio, potere e corruzione", con il Congresso "tenuto all’oscuro". La deputata repubblicana della Florida María Elvira Salazar ha chiesto invece la pubblicazione di rapporti dettagliati sui fondi ricevuti dalla vendita del petrolio venezuelano. Se a novembre i democratici dovessero conquistare almeno una delle due Camere, ha osservato l’ex consigliere della Casa Bianca Benjamin Gedan, la destinazione del denaro venezuelano diventerebbe un obiettivo naturale per indagini del Congresso, mandati di comparizione, audizioni e richieste formali di documenti.

Questa voce è stata modificata (3 giorni fa)

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Through the Spyglass: If I Have To


What are you willing to do to get what you want?

How willing are you to take a risk, putting yourself all out there, for something you believe would work to your benefit and the benefit of others?

Are you willing to push yourself to a physical limit?

Are you willing to literally scratch, crawl and climb your way to your goals?

When talking about taking risks, a phrase that actually has helped more than it has any right to: “In life, you can just do things.”

And largely, that is true.

For the average able-bodied citizen, more often than not, risk taking is mind over matter. Sometimes there are financial risks, sometimes you might even put up reputational risks, but overall: no one is physically stopping you from pursuing your goals.

But, that’s the key.

For the average able-bodied citizen, that is no problem to simply get up and work towards their goals. The world is largely built for someone like you to be able to conquer it.

The world is built for the able-bodied.

If you are not able-bodied, or more specifically, you have a disability that prevents you from living a life society has built up, then your simply living life becomes a challenge, let alone the challenge of pursuing your dreams.

As of 2024, there were 45.8 million U.S. citizens who reported having a disability. This figure may or may not include the number of people with “invisible disabilities,” or a disability not immediately identifiable via simple observation.

People with Disabilities belong to the largest minority group in the world, and anyone can join them at any time.

Even those from powerful families.

During the 1920 United States Presidential election, the Democratic Party would run a ticket of James M. Cox, the then-Governor of Ohio, and his running mate Franklin Delano Roosevelt, most recently the Assistant Secretary of the Navy.

James Cox was paired with Roosevelt due to his youth (only 38 during the time of the election), his geographic position (New York being a major battleground state) and his name value.

They lost.

Then, nine months later on August 10th, 39 year old Franklin Delano Roosevelt would come down with chills and fatigue after a long day of strenuous activity. Within days, his legs would become paralyzed.

Roosevelt’s doctor would eventually diagnose him with polio, a then-typically childhood disease.

While historians have retroactively suggested it was more likely Guillain-Barré syndrome and not polio, for the sake of the story, and since there is a lack of consensus, the diagnosis shall remain referred to as “polio”.

Regardless of what is the proper diagnosis, the young aspiring politician joined the largest minority group in the world.

Of course, it doesn’t take a historian to recognize FDR would go on to be elected New York governor in 1928 and United States President in 1932, so surely his disability was not a factor in his electability, right?

Who knows? They hid the extent of it from the public.

FDR, the political establishment and the mainstream media knew the extent of his disabilities. They all knew FDR needed a wheelchair to get around, assistance getting in and out of his car, specialized leg braces to hold him up while standing and a bolted-down podium or the arm of someone next to him.

The general public knew he had previously suffered from a bout of polio in 1921, but had largely been led to believe he had mostly recovered and that the aftermath was not nearly as devastating as it was in reality.

FDR threw himself into advocacy for victims of polio. Roosevelt deserves all the credit in the world for what he did do.

After FDR’s bout with polio, he would travel to Warm Springs, Georgia for rehabilitation and their therapeutic warm springs. He would later purchase the facility and transforming it into a dedicated polio treatment facility. In 1938 he established the National Foundation for Infantile Paralysis, which was coined (no pun intended) later (then officially) as the “March of Dimes,” as a dime was all that was requested for a donation.

Side note, that is largely why FDR’s likeness is on the dime today.

However, what FDR failed to do is more relevant to the story.

FDR didn’t simply fail to disclose how impacted he was from his bout with polio; he actively worked to conceal the severity of it. The Press knew there was an informal agreement in place: no press credentials if photos are taken of FDR above the waist, or being assisted out of his car, or while sitting in his wheelchair.

Basically, the administration told the media to keep this secret from the public, and they obliged.

Often, this is painted as almost “doing Roosevelt a solid.” That the media held itself to different standards or that the general public would have proverbially sent FDR to the glue factory had they known the extent of his disabilities.

It was clear that the era of FDR was not kind to those with disabilities, or “cripples” as was the word used back then. Eugenics was seeing peak popularity and the general political consensus was that the electorate would not elect someone with such physical disabilities. Putting yourself in the shoes of FDR in the time, you could understand why the decision was made, even if you disagree with the decision itself or especially the collaboration between the government and media to make it work.

This is a clear cut example of a lack of transparency from the government and media. Not only did they know the full extent of the disabilities, they worked together to hide it from the public.

The Secret Service and FDR’s staff arranged venues meticulously. Ramps were built and then often draped or disguised. He arrived at events before crowds, was already standing or seated at the podium when audiences entered, and remained in place until they left. Speeches were given from behind sturdy lecterns he could grip for support. Car arrivals were staged so he could be helped into position out of sight.

Secret Service agents would sometimes physically intervene (reportedly exposing film or knocking cameras) if a photographer broke the aforementioned rules, but mostly the rules were self-enforced.

Of the tens of thousands of photographs taken of FDR during his presidency, only a tiny handful show him in a wheelchair, most of which were taken privately or by family.

It would be only after FDR’s death in 1945 that the true extent of his disabilities was revealed. The most powerful man in the world of the previous twelve years was actually wheelchair bound and was putting on methodical acts to make his visible disability into an invisible one.

Of course, the public would only really find out said true extent roughly 40 years later, when Hugh Gallagher released FDR’s Splendid Deception in 1985. The general public would take this as a story of heroically overcoming polio and disability.

A more pointed opinion came from many disability activists, who recognized the most powerful man in the world was wheelchair bound and hid it, showing the world a disability was something to hide or would be a disqualifying factor to a political career.

The world, let alone the United States, was not built for those with disabilities, and the man who could’ve done something to minimally fight the stigma and maximally change how the United States treats disabilities had done plenty for victims of polio, but little for those with disabilities in general.

But this is how one person responded to their disability. Others refused to not be seen.

Five years after the true extent of FDR’s disability was revealed, disability advocates had decided enough was enough.

With the Americans with Disabilities Act, the would-be most sweeping act of disability rights in history, stalling out in Congress, on March 12th, 1990, over 1000 activists showed up to DC to call for its passing.

A group of around 60 advocates would arrive at the steps of the Capitol Building, exit their wheelchairs and mobility assistance devices, and began to climb, crawl and drag themselves up the stairs of the Capitol.

Young and old, disabilities of all stripes, made this trek to DC and crawled with a message: “We refuse to not be seen, heard and considered any longer.”

Perhaps the most iconic of the activists participating in the 1990 Capitol Crawl was 8 year old Jennifer Keelan-Chaffins, the young activist with cerebral palsy who defiantly screamed out during the crawl:

“I’ll take all night if I have to!”

The protest worked. After the long stall, Congress was forced to spring into action and the ADA was signed into law on July 26th, 1990. Only four months later.

FDR would go to great lengths to hide his disability, coordinated greatly between his staff and the media to keep it hidden, and it would take 45 years after his death for the major legislation to be implemented.

The people who got the ADA passed into law were the very people the law was meant to protect and serve. The unelected, unheard minority came forward to force the issue, refusing to be ignored any longer.

Today, the anniversary of the ADA’s passing, we recognize the fight People with Disabilities underwent to earn their own right to self-determination.

You often hear stories of People with Disabilities “overcoming” their disabilities, often called “Inspiration Porn.” You may have seen something similar; a man in a wheelchair doing pull-ups with the caption “What’s your excuse?” or a young girl with a physical disability with the caption “So Brave!”

That’s not what this is.

This is deserved recognition and the giving of flowers to those who fought for the same right to exist as everyone else. When no one came to help, they made it impossible to not be seen or heard.

Very rarely do you see such successful direct action in the United States.

Regarding FDR’s “Splendid Deception,” the stance from the United States Pirate Party is clear: the coordinated effort by the government and the media to cover up Roosevelt’s disability, and the extent to which they took it, is shameful and displays a lack of transparency.

When we say “Opening up the government,” we mean calls for transparency; ie, the government shouldn’t be keeping secrets from you.

The disability FDR hid was not itself a shameful thing; the fact that he felt he needed to hide it was shameful. The media’s coordination was shameful.

There were citizens with disabilities in the 1930s and 1940s who had one less role model to look up to without ever realizing it. FDR is often considered the greatest president in the history of the United States, but to many disability activists, he came up short and allowed a stigma to carry on for 45 years after his death.

FDR was a powerful man with political aspirations. It is a shame he felt like his disability would hinder his aspirations in any way.

But, in choosing to keep the extent of his disability a secret, he perpetuated that the shame was in some way valid or justified.

In March of 1990, that shame was finally put to bed, so that four months later, it could be laid to rest.

Since the time of the passing of the ADA, folks ranging from James Langevin to Tammy Duckworth have found great political success without their disabilities being viewed as a hindrance or point of shame. The stigma around disability hasn’t subsided, but it is far removed from needing to elaborately hide it from the public.

Self-determination is something all people are entitled to, and for People with Disabilities prior to 1990, their pursuits were limited due to structural and foundational limitations. In the years following the ADA’s passing, society has built up a world that accommodates them as well, helping remove unnecessary hurdles to simply living life and pursuing your own self-determination.

There is not a single human or group that deserves less self-determination than the rest, or one that deserves more than others.

Not being able-bodied should not be a disqualifying factor.

I have been blessed to be largely able-bodied and able to pursue most of what I want in life. Having Duane’s Syndrome, the only thing I’ve ever been kept from doing is playing baseball (left handed batting stance doesn’t mesh well when you physically cannot move your right eye to the right). I have never had to claw or scratch or literally climb to earn my self-determination.

But I forever stand next to those that have had to do so.

The United States Pirate Party wishes to see a world where disabilities do not need to be hidden out of fear of being aspirationally kneecapped. A world where the media and government do not keep secrets from the public, no matter how “noble” or “justified” the rationale is. A world where self-determination is honored at every level.

A Pirate will fight for it all their life if they have to.


uspirates.org/through-the-spyg…

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Joe Manchin lancia un comitato per far eleggere candidati indipendenti al Congresso


L'ex senatore della West Virginia ha riunito con la figlia Heather i candidati di California, Montana, Idaho e Iowa. Se ne eleggeranno anche uno solo, pensano di poter incidere sul 2028.

Joe Manchin è tornato in politica un anno e mezzo dopo aver lasciato il Senato e ha lanciato l'Independent Leadership Council, un comitato che vuole reclutare e sostenere candidati indipendenti in tutto il paese. L'ex senatore della West Virginia, 78 anni, guida l'iniziativa insieme alla figlia Heather, ex dirigente di un'azienda farmaceutica.

"Non stiamo cercando di fondare un altro partito", ha detto Manchin alla CNN in un'intervista fatta insieme alla figlia. "Stiamo cercando una persona che possa impegnarsi del tutto a essere un indipendente con una voce indipendente. Può votare con i democratici e con i repubblicani quando hanno ragione e parlare contro di loro quando sbagliano." A Semafor ha detto che l'obiettivo è "costruire una vera rete di indipendenti".

Il comitato ha esordito giovedì con un incontro in West Virginia a cui hanno partecipato quattro candidati: il deputato della California Kevin Kiley, ex repubblicano che si ricandida da indipendente, Seth Bodnar, candidato indipendente al Senato in Montana, Todd Achilles, candidato indipendente al Senato in Idaho e Michael Bridgford, candidato indipendente alla Camera in Iowa. Il gruppo sta guardando anche alle corse in Alaska e nello Stato di Washington.

Il 45% degli americani adulti si definisce indipendente, il livello più alto mai registrato, secondo un sondaggio Gallup diffuso all'inizio dell'anno. In diversi Stati i candidati indipendenti al Congresso stanno raccogliendo finanziamenti consistenti e attirando l'attenzione degli avversari dei due grandi partiti. Con Camera e Senato divisi quasi a metà, i Manchin ritengono che anche un solo parlamentare indipendente possa pesare molto nel prossimo Congresso.

"Non ne servono molti per dire: forza gente, datevi una regolata", ha detto Manchin. "Possono metterli in ginocchio e far capire alla gente che così è una follia."

Il vertice servirà come primo confronto con i candidati, ma se decideranno di sostenerli i Manchin potranno fare campagna per loro di persona, raccogliere fondi e aiutarli a organizzarsi sul territorio. Se riusciranno a far eleggere anche un solo candidato a novembre, padre e figlia pensano di poter incidere sulle prossime elezioni presidenziali. "La nostra speranza è che questo sia una specie di progetto pilota, un esperimento per dimostrare che si può fare", ha detto Heather Manchin.

Del gruppo fanno parte anche Adam Brandon e Seth Cohen, consulenti dell'Independent Center, un'organizzazione senza scopo di lucro che promuove gli elettori indipendenti. Brandon ha guidato il gruppo conservatore FreedomWorks, mentre Cohen è stato dirigente di Forbes Media ed è un sostenitore del diritto di voto.

Manchin ha lasciato il Senato nel gennaio 2025 dopo aver passato gli ultimi mesi del mandato da indipendente, al termine di decenni da democratico. Da allora ha pubblicato un libro e ha promosso l'organizzazione centrista della figlia, Americans Together. Ha continuato anche a farsi vedere a Washington. Il mese scorso ha partecipato a un dibattito sul debito pubblico all'American Enterprise Institute, un centro studi conservatore, moderato da un suo ex collega, il repubblicano Rob Portman dell'Ohio. "Manchin a volte è democratico, a volte indipendente, a volte repubblicano", ha detto Portman. "Non so bene dove sia oggi." "Nemmeno io", ha risposto Manchin.

Critico della sinistra progressista, Manchin è preoccupato dall'avanzata dei socialisti democratici che stanno vincendo le primarie del Partito Democratico in tutto il paese, un risultato che attribuisce a un partito "senza una figura nazionale". Ritiene però che anche i repubblicani siano troppo condizionati dai loro estremi e sostiene che la soluzione siano le primarie aperte, quelle a cui può votare qualunque elettore e non solo chi si è registrato con quel partito. "Con le primarie chiuse sono riusciti a dirottare il sistema", ha detto, citando le recenti primarie di New York in cui i candidati sostenuti dal sindaco Zohran Mamdani, socialista democratico, sono andati bene. "In un sistema chiuso sono riusciti a fare meglio degli altri."

Al Senato di oggi Manchin non vede più politici disposti a mediare come faceva lui e ha detto di non sapere quali senatori dicano ai colleghi: "Forza ragazzi, parliamone. Sediamoci. Risolviamola." "Questo mi preoccupa", ha aggiunto.

Sul senatore della Pennsylvania John Fetterman, le cui frustrazioni con il Partito Democratico hanno fatto ipotizzare un suo addio, Manchin ha detto che "deve fare quello con cui John si sente a suo agio", ma lo ha descritto come politicamente distante: "È a favore di tutte le posizioni democratiche più dure, quelle che io non condividevo."

Manchin aveva valutato una candidatura alla presidenza nel 2024 con il gruppo centrista No Labels, ma adesso esclude di tornare a candidarsi. "Non mi vedo di nuovo nella mischia, davvero no", ha detto. "Ci ho provato per 42, 43, 44 anni e ho avuto un discreto successo nel lavorare con persone di entrambe le parti e nel farle incontrare. Ora sto cercando di aiutare le persone in giro per il paese che vogliono lo stesso risultato."

In California Kiley si ricandida da indipendente in un collegio che il ridisegno delle circoscrizioni a metà decennio ha reso favorevole ai democratici. A novembre sfiderà il democratico Richard Pan e continua intanto a far parte del gruppo repubblicano alla Camera. In un'intervista ha detto di voler contribuire a costruire una rete di sostegno per i candidati indipendenti come lui e di essere contento di lavorare con Manchin: "Ha dimostrato, quando era in carica, di essere disposto ad andare contro entrambe le parti quando serviva per fare gli interessi dei suoi elettori."

I candidati indipendenti restano svantaggiati sul piano organizzativo, perché devono ottenere l'accesso alla scheda elettorale, che per chi non corre con un grande partito non è scontato, e raccogliere fondi senza una rete alle spalle. In Montana Bodnar, ex rettore dell'Università del Montana, è in una situazione di stallo con la candidata democratica Alani Bankhead, che ha resistito alle pressioni per ritirarsi e lasciargli un confronto diretto con il repubblicano Kurt Alme.

In Nebraska è andata diversamente: la candidata democratica al Senato Cindy Burbank ha chiuso la campagna per lasciare campo libero a Dan Osborn, indipendente che nel 2024 aveva ottenuto un buon risultato e che adesso sfida il senatore repubblicano Pete Ricketts. In Alaska le possibilità dell'indipendente Bill Hill sono migliorate dopo che il suo principale avversario democratico, il pastore Matt Schultz, si è ritirato e lo ha appoggiato.

Hill, pescatore ed ex sovrintendente scolastico della sua zona, corre in un campo affollato alla primaria del 18 agosto, aperta ai candidati di tutti i partiti sulla stessa scheda, per l'unico seggio dello Stato alla Camera, oggi occupato dal repubblicano Nick Begich. Ha detto di aver votato in passato per i repubblicani Lisa Murkowski e Ted Stevens, di essere favorevole al diritto all'aborto e allo stesso tempo al Secondo emendamento, quello sul diritto di portare armi, perché per chi come lui vive di pesca le armi da fuoco sono uno strumento di lavoro. Quasi due terzi degli elettori dell'Alaska non sono registrati con nessuno dei due grandi partiti.


Il malcontento sull'economia pesa su Trump, ma ai Dem non basta per il Senato


La maggioranza degli americani boccia la gestione dell'economia del presidente Trump e i democratici sono favoriti alla Camera, mentre il Senato resta apertissimo. È il quadro tracciato dalle Power Rankings di Fox News, le previsioni elettorali della rete televisiva, a poco più di tre mesi dalle elezioni di midterm di novembre, quando si rinnovano tutta la Camera e un terzo del Senato.

Il saldo tra chi approva e chi disapprova la gestione economica di Trump è sceso a -37 punti, 13 in meno rispetto a marzo 2025, secondo i sondaggi di Fox News. Le rilevazioni di Washington Post e Ipsos, le ultime pubblicate la settimana scorsa, registrano nello stesso periodo un calo di 24 punti, fino a -32.

Il costo della vita è il fattore più importante per il 46% degli elettori, secondo un sondaggio condotto a giugno da Reuters e Ipsos. Le politiche del presidente però c'entrano solo in parte: in cima alla lista delle spese che preoccupano gli americani ci sono la sanità (28%) e la casa (19%), mentre il cibo (18%) e la benzina (15%), i beni più colpiti dai dazi e dalla guerra con l'Iran, vengono dopo.

Il 72% degli adulti di classe media e l'86% di quelli di classe operaia ritengono che il sistema politico ed economico del Paese giochi contro di loro, secondo dati raccolti dal Wall Street Journal: entrambe le percentuali sono cresciute di oltre 30 punti in dieci anni. Il malcontento non riguarda quindi solo i prezzi, ma le fondamenta stesse dell'economia americana.

I democratici, da partito all'opposizione, partono avvantaggiati. Sono avanti di circa quattro punti nel "generic ballot", i sondaggi che chiedono per quale partito si voterebbe al Congresso senza indicare i candidati. Hanno anche riconquistato un piccolo margine nell'identificazione di partito, con il 47% degli americani che si dice democratico contro il 43% repubblicano secondo Pew Research Center, un istituto di ricerca, e sono in vantaggio in diverse corse statali, tra cui Georgia e North Carolina.

Sono però vantaggi contenuti: gli elettori non amano lo status quo, ma non sono convinti che i democratici risolveranno i loro problemi. Se si aggiungono i seggi guadagnati dai repubblicani con il ridisegno dei collegi elettorali e una mappa del Senato favorevole, il risultato è un elettorato che si sente democratico ma non è detto che voti democratico.

Il Senato è un testa o croce. Se ogni partito vincesse tutti i seggi che pendono dalla sua parte, democratici e repubblicani arriverebbero a 48 seggi a testa e la maggioranza si deciderebbe in quattro Stati considerati "toss-up", cioè in perfetto equilibrio: Alaska, Iowa, Maine e Ohio. In Maine i democratici hanno appena scelto il loro candidato. Altre proiezioni pubblicate nei giorni scorsi arrivano a conclusioni simili: Camera ai democratici, Senato ai repubblicani.

Per arrivare a 51 seggi i democratici devono vincere tre delle quattro corse in bilico e allo stesso tempo difendere Georgia, Michigan e New Hampshire e strappare ai repubblicani la North Carolina, Stati che pendono dalla loro parte ma restano molto competitivi. Sei di questi otto Stati hanno votato per Trump nel 2024, la metà con margini a doppia cifra, per uno scarto medio di 7,8 punti.

La storia recente mostra che non serve un'ondata per ribaltare il Senato: nel 2024 Trump vinse il voto nazionale di appena 1,5 punti, ma conquistò tutti e sette gli Stati in bilico. A novembre potrebbe succedere lo stesso, in una direzione o nell'altra: vittorie democratiche di misura nelle corse chiave e una spazzata repubblicana negli Stati che decidono la maggioranza, o viceversa.

Il Michigan è la corsa più interessante della mappa. Se la primaria democratica premierà il progressista Abdul El-Sayed, il test sarà capire se un messaggio populista di sinistra, centrato su "Medicare for All", la proposta di un'assicurazione sanitaria pubblica universale, funziona in uno Stato in bilico. Se vincerà la moderata deputata Haley Stevens, la sua sfida sarà unire il partito e dimostrare che gli elettori vogliono un messaggio di centrosinistra anti-Trump. Lo Stato non elegge un senatore repubblicano da 30 anni e per Fox News parte come tendente ai democratici, anche se i loro margini di vittoria si sono ridotti. Il probabile candidato repubblicano, l'ex deputato Mike Rogers, è considerato ideale dal suo partito, ma nel 2024 perse di misura nonostante condizioni favorevoli.

L'Iowa sembrava saldamente repubblicano dal 2016, quando gli elettori bianchi della classe operaia si mobilitarono in massa per Trump. In un sondaggio recente di Fox News, però, il candidato democratico al Senato Josh Turek, deputato statale, è avanti di quattro punti sulla deputata repubblicana Ashley Hinson, 50% a 46%, e il candidato democratico a governatore ha un vantaggio di nove punti. Altre rilevazioni mostrano una corsa più stretta, ma il quadro resta quello di un testa a testa.

In Texas i repubblicani vincono ogni corsa per il Senato dal 1990 e lo Stato parte come tendente ai repubblicani. I democratici puntano sul deputato statale James Talarico e considerano vulnerabile il suo avversario, il procuratore generale del Texas Ken Paxton, per i suoi scandali. Nelle ultime settimane Talarico ha ridotto le distanze nei sondaggi, ma entrambi i candidati restano diversi punti sotto la maggioranza. Nel 2018 il democratico Beto O'Rourke perse per soli 2,6 punti.

Alla Camera i democratici partono avanti, ma la vittoria non è garantita. Nelle elezioni di metà mandato dell'era Trump il partito del presidente ha perso in media 25 seggi. Il ridisegno dei collegi deciso dai parlamenti statali repubblicani vale però al partito circa una decina di seggi, fino a nove dei quali tra Florida e Texas, mentre il referendum voluto dal governatore democratico della California Gavin Newsom ne ha recuperati tra tre e cinque per i democratici.

I democratici partono con 211 seggi classificati nelle loro categorie, sette in meno dei 218 necessari per la maggioranza: vincere più di una manciata di corse in bilico basterebbe per riprendere la Camera. I seggi in bilico però tendono a essere vinti e persi insieme e in una buona serata i repubblicani potrebbero non solo mantenere il controllo, ma perfino allargare la loro maggioranza risicata.


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Condanniamo con fermezza l’attacco avvenuto a Berlino durante il Christopher Street Day. Un furgone ha travolto la folla nel Tiergarten: una persona è morta, almeno sedici sono rimaste ferite e gli inquirenti verificano anche l’uso di armi da taglio.
Volt è vicina alle vittime, alle loro famiglie e alla comunità LGBTQIA+.

Dinamica, responsabilità e movente devono ancora essere accertati. Ma anche qualora fosse confermata una matrice islamista, la responsabilità sarebbe degli autori e degli eventuali complici, non di un’intera religione o comunità. Nessuna tragedia può giustificare propaganda islamofoba contro musulmani e migranti.

Ed è ipocrita che oggi si proclami difensore della «civiltà occidentale» chi fino a ieri liquidava i Pride come carnevalate, provocazioni o propaganda: i diritti LGBTQIA+ non possono essere branditi contro altre minoranze quando conviene.

Il problema è il fondamentalismo in ogni sua forma: religiosa, politica o identitaria. L’Europa che vogliamo combatte ogni estremismo con la stessa fermezza, senza scegliere quali vittime difendere e quali comunità colpire.

Contro odio, estremismo e intolleranza non indietreggiamo di un passo.

#BerlinPride #DirittiLGBTQIA #StopHate #NoAllOdio #CSDBerlin #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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McConnell è assente dal Senato da sei settimane e cresce la richiesta di spiegazioni


L'ex leader repubblicano, 84 anni, non vota dal 14 giugno dopo una caduta. Il suo ufficio assicura che continua a lavorare, ma senza una data di rientro le speculazioni online non si fermano.

Mitch McConnell, 84 anni, non vota al Senato dal 14 giugno, quando il suo staff ha annunciato il ricovero in ospedale dopo una caduta. A quasi sei settimane di distanza le informazioni diffuse restano poche e le richieste di trasparenza sulle sue condizioni arrivano ormai anche da senatori repubblicani.

Il 12 luglio l'ufficio del senatore del Kentucky ha diffuso una foto che lo ritrae con in mano una copia del Washington Post e McConnell ha comunicato di aver lasciato l'ospedale per una struttura di riabilitazione. Non ha indicato quando conta di rientrare, limitandosi a dire che non sarà "in grado di tornare in aula a votare tanto presto". Nella stessa nota ha precisato di non essersi rotto ossa nella caduta e di non aver avuto un infarto, un ictus, un'emorragia né una commozione cerebrale. Su cosa gli sia successo non ha aggiunto altro.

L'assenza pesa sugli equilibri della camera alta: finché McConnell resta fuori, i repubblicani hanno una maggioranza effettiva di 52 seggi contro 47. Il suo mandato scade a gennaio e il Senato è convocato per sole dieci settimane prima delle elezioni di metà mandato di novembre, quando i senatori tornano nei loro Stati a fare campagna.

McConnell è stato per 18 anni il leader dei repubblicani al Senato prima di lasciare l'incarico all'inizio dell'anno scorso, restando in aula per completare gli ultimi due anni di mandato. A maggio il deputato Andy Barr ha vinto le primarie repubblicane per succedergli in Kentucky ed è nettamente favorito per il voto di novembre.

Il governatore del Kentucky Andy Beshear, democratico, ha detto la scorsa settimana di non aver ricevuto alcuna notizia da McConnell dal giorno del ricovero, nonostante avesse mandato una lettera per chiedere un aggiornamento. Ha invitato il senatore a intervenire per qualche minuto in una trasmissione televisiva o a diffondere un breve video per rassicurare i suoi elettori. "Quando sei stato in ospedale per un mese e hai saltato tutti i voti, devi al tuo capo, come chiunque altro che lavora, una spiegazione di cosa è successo e di quando tornerai", ha detto.

Anche Scott Jennings, alleato di lunga data di McConnell che ha lavorato ad alcune delle sue campagne per la rielezione, ha chiesto giovedì al senatore di aggiornare con regolarità i suoi elettori e di raccontare che lavoro sta facendo durante la convalescenza. "Sinceramente, penso che un po' di trasparenza all'inizio gli avrebbe evitato un mucchio di guai", ha detto alla CNN. "Ma non è andata così e ora sono a questo punto."

David Popp, portavoce di McConnell, ha dichiarato al Washington Post che il senatore ha continuato a lavorare durante l'assenza. Incontra i suoi collaboratori per occuparsi delle questioni del Senato e del Kentucky, dagli stanziamenti per la difesa alla politica estera, dalla legge agricola alle richieste di finanziamenti federali che arrivano dagli elettori. "Man mano che il senatore migliora in riabilitazione, vi terremo aggiornati", ha aggiunto Popp.

Alla domanda su quando McConnell tornerà a votare e se parteciperà martedì ai funerali di Lindsey Graham, il senatore repubblicano della South Carolina morto questo mese, il portavoce ha rimandato al comunicato di due settimane fa. La cerimonia si terrà alla Washington National Cathedral, la cattedrale della capitale dove si celebrano i funerali di Stato.

Nel comunicato del 12 luglio McConnell ha scritto che "quelli della mia generazione spesso esitano a mostrare la fragilità che arriva con l'età". "Anche sotto gli occhi di tutti sento lo stesso istinto, non posso farci niente", ha aggiunto.

Il leader della maggioranza al Senato John Thune e John Barrasso, numero due dei repubblicani nella camera alta, hanno detto questo mese di aver parlato con McConnell, ma altri senatori del partito hanno alimentato i dubbi. All'inizio di luglio Ron Johnson ha messo in discussione l'autenticità della foto diffusa dall'ufficio del collega, salvo poi ritrattare e spiegare che stava solo ripetendo una voce sentita da altri. Il Washington Post ha esaminato i metadati dell'immagine e ha stabilito che risulta scattata a luglio.

"Non è divertente vedere qualcuno invecchiare", ha detto Johnson ai giornalisti. "Speriamo tutti che Mitch si riprenda del tutto e torni. Non ho parlato con lui, quindi non ne so niente."

Josh Hawley, senatore del Missouri, la scorsa settimana ha augurato a McConnell una pronta guarigione ma ha aggiunto che dovrebbe dire di più sulle sue condizioni. "A un certo punto hai un obbligo verso i tuoi elettori e verso il paese, quello di dire loro cosa sta succedendo", ha dichiarato a Fox News, spiegando di sentirsi "completamente all'oscuro" sulla situazione del collega.

Nel 2023 John Fetterman, democratico della Pennsylvania, è stato assente per due mesi mentre si curava per la depressione. Nello stesso anno Dianne Feinstein, democratica della California, ha saltato i voti per quasi tre mesi a causa dell'herpes zoster e si è sentita chiedere le dimissioni. È tornata al Senato ed è morta pochi mesi dopo. John McCain, repubblicano dell'Arizona, non ha votato negli ultimi otto mesi di mandato prima di morire nel 2018.

Mark Kirk, repubblicano dell'Illinois, non ha votato per quasi un anno dopo l'ictus che lo ha colpito nel 2012 e ha diffuso video in cui reimparava a camminare, prima di tornare in aula e portare a termine il mandato.

Lester Munson, allora suo capo di gabinetto, ha detto al Washington Post che Kirk è riuscito a lavorare anche senza essere al Campidoglio: ha collaborato con il democratico Bob Menendez a un emendamento a una legge sulla difesa per inasprire le sanzioni contro l'Iran, mentre senatori di entrambi i partiti, McConnell compreso, hanno dato una mano al suo ufficio. Si dà per scontato, "non proprio correttamente", che un senatore ricoverato non possa fare il suo lavoro, ha detto Munson.

La differenza rispetto ad allora è la pressione dei social e delle speculazioni online, che Kirk non ha dovuto affrontare. Sul mercato di previsioni Polymarket, dove gli utenti scommettono sul verificarsi di eventi futuri, si può puntare sul fatto che McConnell voti in Senato entro il 31 luglio: venerdì sera la probabilità stimata era all'11 per cento. Secondo Munson i decenni di servizio del senatore dovrebbero valergli un margine di comprensione mentre si riprende.


McConnell spiega il ricovero: una caduta e una polmonite, ma non può ancora tornare al Senato


Mitch McConnell ha spiegato per la prima volta il motivo del suo ricovero: una caduta a metà giugno che lo ha lasciato brevemente privo di sensi, seguita da una polmonite contratta in ospedale. Il senatore repubblicano del Kentucky, 84 anni, lo ha detto domenica in un comunicato, il primo diffuso in prima persona dopo quasi un mese di silenzio che aveva alimentato voci e teorie sulla sua salute. McConnell ha anche annunciato che non tornerà al Senato lunedì, quando la camera riprende i lavori: "Per quanto mi frustri, questo processo richiede tempo. E su consiglio dei miei medici non potrò ancora tornare in aula per votare".

McConnell era stato portato il 14 giugno dalla sua casa a un ospedale nell'area di Washington, senza che il suo ufficio spiegasse il perché. "I miei medici hanno confermato che non ho ossa rotte né una commozione cerebrale", ha detto nel comunicato, accompagnato da una foto che lo ritrae sorridente accanto alla moglie Elaine Chao. "Non ho avuto un infarto o un ictus. Non ho tumori né emorragie. Ma ho perso brevemente conoscenza e sono stato portato in ospedale". I medici stanno ancora facendo esami per capire cosa abbia causato la caduta. In un comunicato separato attribuito al medico curante, non identificato, il suo ufficio ha spiegato che la polmonite è stata lieve ed è stata trattata con antibiotici. McConnell si è da poco trasferito dall'ospedale a un centro di riabilitazione, dove si concentrerà sulla fisioterapia e su strategie per ridurre il rischio di nuove cadute.

Nelle settimane precedenti il suo ufficio aveva diffuso solo due brevi comunicati, il 22 giugno e il 2 luglio, senza mai spiegare cosa lo avesse mandato in ospedale. Il silenzio aveva moltiplicato le voci, soprattutto tra gli influencer di destra: alcuni sostenevano senza prove che il senatore fosse incapace di intendere e accusavano i vertici repubblicani di nascondere le sue condizioni, mentre l'attivista di estrema destra Laura Loomer, alleata del presidente, aveva parlato di uno "stato vegetativo". Le registrazioni delle chiamate ai soccorsi della mattina del 14 giugno suggerivano che i sanitari fossero intervenuti a casa sua per una persona priva di sensi in arresto cardiaco, ma domenica McConnell ha escluso di aver avuto un infarto. Nell'ultima settimana il leader della maggioranza al Senato John Thune e altri colleghi avevano raccontato di averci parlato al telefono, ma fino a domenica il senatore non si era mai espresso pubblicamente.

Nel comunicato McConnell ha riconosciuto la scarsità di informazioni fornite dal suo ufficio, spiegando che le persone della sua generazione esitano spesso a condividere "la vulnerabilità che accompagna l'invecchiamento". "Anche sotto gli occhi del pubblico, sento lo stesso istinto: non posso farci niente", ha detto. Da bambino ha avuto la poliomielite, che secondo le sue parole ha compromesso la sua mobilità in modi che con l'età non sono diventati più facili da gestire. Negli ultimi anni i problemi di salute si sono accumulati: nel marzo 2023 una caduta gli causò una commozione cerebrale e alcune costole rotte, nell'estate dello stesso anno si bloccò due volte a metà frase davanti ai giornalisti, poi altre cadute nel 2025 e a febbraio di quest'anno più di una settimana di ricovero per sintomi influenzali.

Il comunicato è arrivato il giorno dopo la morte improvvisa di Lindsey Graham, senatore repubblicano della South Carolina, a 71 anni. Le vicende dei due senatori hanno acceso i riflettori sull'età dei parlamentari in uno dei Congressi più anziani della storia americana. Con l'assenza di McConnell e il seggio di Graham vacante, i repubblicani governano il Senato con una maggioranza di 51 a 47, che lascia pochi margini di errore. Il mese scorso la camera ha approvato con 50 voti a 48 una risoluzione per impedire al presidente di colpire di nuovo l'Iran: McConnell e il repubblicano David McCormick erano assenti e, se entrambi avessero votato, il provvedimento non sarebbe passato.

McConnell siede al Senato dal 1985 e ha guidato i repubblicani della camera dal 2007 al 2025, prima di lasciare l'incarico e restare come senatore semplice. Oggi presiede la commissione Regolamento del Senato e il suo mandato scade a gennaio: ha scelto di non ricandidarsi e a maggio il deputato Andy Barr ha vinto le primarie repubblicane per succedergli in Kentucky, dove parte nettamente favorito. McConnell ha però escluso di lasciare il seggio in anticipo: "Ho ancora del lavoro da finire per conto vostro. E ho tutta l'intenzione di portare a termine il compito per cui mi avete eletto".


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Netanyahu incontrerà Trump alla Casa Bianca martedì


Il primo ministro israeliano partirà lunedì per Washington e parteciperà anche al funerale del senatore Lindsey Graham. Ha già incontrato il presidente sei volte nello Studio Ovale.
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Il presidente Donald Trump incontrerà martedì alla Casa Bianca il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, mentre gli Stati Uniti valutano di riprendere le operazioni di combattimento su larga scala contro l'Iran. L'annuncio è arrivato dall'ufficio del premier israeliano, che ha fatto sapere che Netanyahu partirà da Israele lunedì per una visita ufficiale a Washington.

"Su invito del presidente Trump, il primo ministro Benjamin Netanyahu partirà lunedì per Washington per una visita ufficiale", si legge nel comunicato diffuso dall'ufficio del premier. "Nell'ambito della visita il primo ministro incontrerà il presidente Trump alla Casa Bianca martedì e parteciperà alla cerimonia funebre per il senatore Lindsey Graham."

Netanyahu ha incontrato Trump nello Studio Ovale sei volte da quando il presidente è tornato in carica un anno e mezzo fa, più di qualsiasi altro leader mondiale. Oggi però è molto impopolare a Washington: tra i democratici, nella cerchia ristretta del presidente e nella base MAGA (lo zoccolo duro dell'elettorato di Trump).

Pochi giorni fa il presidente aveva garantito che il premier israeliano non sarà arrestato negli Stati Uniti, dopo che il sindaco di New York Zohran Mamdani aveva ipotizzato di farlo fermare all'Assemblea generale delle Nazioni Unite di settembre in base al mandato della Corte penale internazionale.

Trump sta valutando di riprendere le operazioni di combattimento su larga scala in Iran, che con ogni probabilità comprenderebbero una campagna militare congiunta con Israele simile a quella avviata il 28 febbraio con l'operazione Epic Fury. L'incontro con Netanyahu può pesare sulle decisioni del presidente e sul coordinamento tra i due paesi.

L'arrivo del premier israeliano a Washington la prossima settimana potrebbe indicare che nessuna escalation rilevante avverrà prima di allora. Nei precedenti round di escalation con l'Iran, però, sia gli Stati Uniti sia Israele hanno diffuso comunicati su visite ad alto livello come parte di operazioni di depistaggio che precedevano attacchi militari contro il paese.

La settimana scorsa Netanyahu aveva chiesto di vedere Trump senza ottenere un appuntamento, poi aveva detto di aver rinviato il viaggio perché la veglia funebre per Graham era stata spostata. Alcuni funzionari della Casa Bianca hanno raccontato che il primo ministro israeliano aveva provato a far accadere l'incontro a forza di volontà.

Mercoledì un funzionario della Casa Bianca ha detto ad Axios che erano in corso discussioni su un possibile incontro nello Studio Ovale, precisando che nulla era stato ancora fissato. Giovedì è stato Trump a dire ad Axios che avrebbe incontrato Netanyahu se il premier fosse stato in città per il funerale di Graham.

Venerdì sera il presidente ha confermato la visita durante la cena dell'associazione dei corrispondenti alla Casa Bianca, l'appuntamento annuale che riunisce i giornalisti accreditati alla presidenza. Lo ha fatto mentre attribuiva falsamente origini palestinesi a Chuck Schumer, capogruppo democratico al Senato, che è ebreo. "Gli manderò domani un bel vestito palestinese, così potrà accogliere Bibi Netanyahu quando verrà in città la prossima settimana", ha detto Trump.

Il presidente ha aggiunto che Schumer "è diventato palestinese" e ha scherzato sul fatto che la legge islamica fosse la nuova fondazione del senatore. Associazioni musulmane ed ebraiche americane hanno già criticato in passato Trump per aver definito palestinese il capogruppo democratico, sostenendo che usa il termine in modo dispregiativo, come un insulto.

La commemorazione di Graham, senatore repubblicano della South Carolina morto di recente, si terrà martedì 28 luglio a Washington e mercoledì 29 luglio a Columbia e nella contea di Pickens, in South Carolina. Netanyahu lo ha ricordato su X come un amico caro, scrivendo che Graham aveva capito che la sicurezza di Israele e quella dell'America sono inseparabili e che aveva dedicato la vita a difendere gli Stati Uniti e a rafforzare l'alleanza tra i due paesi. "Israele ha perso uno dei suoi più grandi amici. L'America ha perso un grande patriota. Io ho perso un amico amato", ha aggiunto il primo ministro.

Stati Uniti e Israele hanno lanciato insieme il 28 febbraio le operazioni Epic Fury e Roaring Lion contro l'Iran. Negli ultimi tredici giorni il comando centrale delle forze armate americane (quello responsabile delle operazioni in Medio Oriente) ha condotto ripetuti raid aerei contro obiettivi militari iraniani, mentre l'esercito israeliano ha detto di aver risposto alle provocazioni di Hezbollah, il gruppo armato libanese sostenuto da Teheran. L'incontro tra Trump e Netanyahu arriverà a cinque mesi esatti dall'inizio della guerra.


Trump garantisce che Netanyahu non sarà arrestato negli Stati Uniti


Il presidente Donald Trump ha assicurato che il premier israeliano Benjamin Netanyahu non sarà arrestato negli Stati Uniti quando arriverà a New York, a settembre, per l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Lo ha scritto lunedì 20 luglio su Truth Social, il suo social network, dopo che il sindaco della città aveva sollevato quella possibilità. Netanyahu, ha promesso Trump, "non sarà arrestato, in nessun modo" finché si trova in territorio americano.

A far nascere il caso è stato Zohran Mamdani, sindaco democratico di New York, che nei giorni scorsi aveva ipotizzato di far fermare il premier israeliano durante il vertice del Palazzo di Vetro, il grande raduno annuale dei capi di Stato e di governo che si tiene ogni settembre nella sede dell'ONU. In un'intervista al New York Times, Mamdani ha detto di aver aperto un confronto con l'ufficio legale del Comune per capire se ne avesse il potere, aggiungendo che "il posto di Netanyahu è all'Aia" perché "è un criminale di guerra". Ha però precisato di non voler forzare le norme: "faremo tutto ciò che la legge di New York mi consente di fare".

Il riferimento è al mandato d'arresto emesso contro Netanyahu dalla Corte penale internazionale, il tribunale con sede all'Aia che indaga sui crimini più gravi come genocidio e crimini contro l'umanità. Il mandato, deciso il 21 novembre 2024, accusa il premier israeliano e l'ex ministro della difesa Yoav Gallant di aver usato la fame come arma di guerra e di aver colpito deliberatamente la popolazione civile nella striscia di Gaza. Le contestazioni riguardano la guerra scatenata da Israele dopo l'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Israele ha sempre respinto le accuse.

Le autorità israeliane e americane hanno bocciato subito l'idea del sindaco. Danny Danon, ambasciatore di Israele alle Nazioni Unite, ha parlato di una minaccia "vuota" e ha accusato Mamdani di fare "teatro politico" per eccitare la sua base più radicale. Non esiste alcuna base legale per un arresto, ha spiegato, ricordando che gli Stati Uniti non riconoscono la giurisdizione della Corte penale internazionale e non fanno parte dello Statuto di Roma, il trattato che l'ha istituita nel 1998. Danon ha citato anche l'accordo del 1947 sulla sede dell'ONU, che impegna le autorità americane a non ostacolare il transito dei rappresentanti degli Stati membri diretti al Palazzo di Vetro.

Sulla stessa linea Mike Waltz, ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, che ha definito impossibile un arresto: l'accordo del 1947 garantisce protezioni diplomatiche ai capi di governo in visita e l'autorità federale prevale sulle volontà di un sindaco.

Dietro la vicenda c'è l'ostilità dichiarata dell'amministrazione Trump verso la Corte penale internazionale, che punta a smantellare. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha scritto sul Wall Street Journal che Washington vuole evitare un mondo in cui soldati, agenti e leader eletti americani possano essere trascinati davanti a un tribunale internazionale. Nel suo messaggio Trump ha legato la difesa del premier israeliano al suo ruolo nella guerra contro l'Iran, sostenendo che a dover essere arrestati semmai sono i dirigenti di Teheran.

Non tutti i critici di Israele hanno appoggiato Mamdani. Ro Khanna, deputato democratico della California e possibile candidato alla Casa Bianca nel 2028, ha detto a Fox News di ritenere che il caso di Netanyahu debba proseguire in tribunale, ma che l'ONU debba comunque accoglierlo: "può venire all'Assemblea", ha aggiunto, dicendosi contrario a "creare uno spettacolo".

Esponente dell'ala sinistra dei democratici, Mamdani aveva già definito Israele un "regime di apartheid" e l'offensiva nella striscia di Gaza un "genocidio", pur schierandosi più volte contro l'antisemitismo. Netanyahu lo ha accusato di sostenere Hamas, mentre il suo ufficio ha definito la Corte penale internazionale un tribunale fantoccio, privo di giurisdizione sugli israeliani e sugli americani.


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☕ CYBERBRIEFING MATTUTINO — Domenica 26 luglio 2026

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Trump sospende gli attacchi sull'Iran perché mancano le munizioni


Il vicepresidente e il generale Dan Caine hanno messo in guardia sui rischi dell'escalation e sull'esaurimento degli intercettori Patriot. È la prima pausa dopo tredici notti di bombardamenti

Gli Stati Uniti hanno fermato i bombardamenti sull'Iran dopo tredici notti consecutive di raid. Il presidente Donald Trump ha ordinato ai militari di non colpire venerdì e sabato le operazioni erano "in sospeso", secondo un funzionario del Dipartimento della Difesa. La decisione è arrivata al termine di una riunione alla Casa Bianca in cui il presidente si era confrontato con i vertici militari e i membri del gabinetto per decidere se allargare la guerra.

Il vicepresidente JD Vance e il generale Dan Caine, capo di stato maggiore congiunto e più alto ufficiale delle forze armate americane, hanno espresso dubbi sull'escalation durante quella riunione: lo ha rivelato la CNN. Caine ha detto a Trump che le opzioni militari sul tavolo si potevano eseguire con successo, poi ha messo in guardia sulle conseguenze possibili.

Il generale ha insistito soprattutto sulle scorte di munizioni americane, che si stanno assottigliando. Le riserve di intercettori antimissile Patriot (il sistema che protegge le basi americane della regione dai missili iraniani) sono il vincolo principale.

Le discussioni riservate si sono concentrate sull'inventario in calo delle difese aeree americane in Medio Oriente, secondo il New York Times. Caine ha avvertito in privato che riprendere le grandi operazioni di combattimento era fattibile ma avrebbe ridotto in modo pericoloso gli intercettori a disposizione del Central Command (il comando militare americano responsabile del Medio Oriente). Lo stesso giornale aveva riferito in aprile che il Pentagono aveva già usato più di 1.200 intercettori Patriot, ciascuno da oltre 4 milioni di dollari. I militari dicono che da allora la situazione è peggiorata.

Sulla decisione pesano anche il timore di una guerra che si allarga a tutto il Medio Oriente, l'allontanamento degli alleati del Golfo esposti agli attacchi iraniani, una nuova stretta sull'economia mondiale e le crisi energetica e migratoria in crescita.

Tre soldati americani sono stati uccisi in Giordania venerdì della settimana scorsa, quando un missile balistico ha superato le difese aeree impegnate a respingere un'ondata di missili e droni iraniani. In quindici giorni gli attacchi iraniani contro obiettivi americani in Medio Oriente hanno ucciso quattro militari.

Le basi in Giordania, Kuwait, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti sono sotto tiro pesante. Un attacco americano di grandi dimensioni avrebbe con ogni probabilità provocato una rappresaglia più dura, caricando ancora le difese aeree.

Il missile che l'Iran usa di più è il Kheibar Shekan, un'arma economica e mobile con una gittata di almeno 1.450 chilometri. In alcune versioni la testata si stacca nella fase finale del volo e un piccolo motore le permette di correggere la direzione mentre si avvicina al bersaglio a quasi 10.000 chilometri orari, un comportamento che rende più difficile individuarla e abbatterla.

Gli americani e i loro partner hanno abbattuto la maggior parte di questi missili, ma alcuni colpi sono passati. Un intercettore americano o israeliano costa tra 2 e 15 milioni di dollari a seconda del sistema, molto più dell'arma che deve fermare. "Gli iraniani hanno capito durante la guerra che i Kheibar Shekan sono ottimi perché costano poco, sono flessibili nei sistemi di lancio e sono piuttosto efficaci", ha detto al Wall Street Journal Nicole Grajewski, esperta di strategia iraniana a Sciences Po.

Da quando la tregua è saltata, Teheran ha colpito ripetutamente gli alloggi dei militari americani nelle basi della regione e i radar che reggono le difese aeree.

"Il presidente Trump è sempre stato coerente nel dire che preferisce una soluzione diplomatica, ma continua a mantenere tutte le opzioni se l'Iran prosegue le attività terroristiche nello Stretto di Hormuz o contro gli alleati", ha dichiarato il direttore delle comunicazioni della Casa Bianca Steven Cheung. Tra le sanzioni che hanno messo in ginocchio l'economia iraniana e i tredici giorni di attacchi contro obiettivi militari, ha aggiunto, "sarebbe saggio che l'Iran lavorasse a un accordo negoziato".

Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha detto che le forze armate americane hanno "tutto quello che serve per agire nel momento e nel luogo scelti dal presidente".

Pochi nella cerchia ristretta del presidente e dentro il Pentagono ritenevano che l'escalation avrebbe prodotto i risultati sperati. Un alto funzionario americano ha detto di dubitare che riprendere le grandi operazioni di combattimento avrebbe riportato l'Iran al tavolo delle trattative, perché i raid ottengono l'effetto opposto: tengono compatto il paese e permettono ai suoi leader di spostare l'attenzione su una minaccia esterna.

Molti consiglieri, tra cui il genero del presidente Jared Kushner, indicano una strada meno rischiosa fatta di negoziati e pressione economica prolungata.

In pubblico Trump ha tenuto aperte entrambe le possibilità. "Siamo pronti a fare fuoco", ha detto ai giornalisti venerdì pomeriggio. "Siamo pronti ad andare, ma stiamo parlando con loro, quindi forse ci sarà un punto di svolta, forse no." Giovedì aveva detto ad Axios di stare valutando "un attacco massiccio" e "più grande che mai".

Venerdì ha ricevuto dai militari un piano di attacco come quelli che aveva approvato ogni pomeriggio per due settimane, ma non ha dato il via libera: lo ha rivelato Axios. Poco dopo ha detto che la strategia "più intelligente" è "fare un accordo".

L'ordine di sospendere i raid è arrivato alcune ore dopo l'arrivo a Teheran di una delegazione dell'Oman, che sta discutendo una nuova intesa sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Nel negoziato ci sono stati progressi e un accordo tra Oman e Iran potrebbe arrivare nel fine settimana, dopodiché toccherebbe a Trump decidere se accettarlo.

Alla cena dell'associazione dei corrispondenti alla Casa Bianca, venerdì sera, il presidente ha detto di non credere che l'Iran sia pronto a un accordo in questo momento, "ma sono disposto ad ascoltare".

Il gabinetto di sicurezza israeliano e le forze armate si aspettavano un nuovo round di attacchi americani venerdì e si erano preparati a un'offensiva di grandi dimensioni che avrebbe potuto provocare una rappresaglia iraniana contro Israele. Gli israeliani sono stati informati solo venerdì sera che Trump non aveva approvato altri raid.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu arriva negli Stati Uniti lunedì e incontrerà il presidente martedì. È la prima visita da quando a febbraio ha sostenuto l'offensiva congiunta contro l'Iran, cominciata poche settimane dopo.

Il Pentagono ha continuato a spostare mezzi e rifornimenti in Medio Oriente. Sono arrivati caccia F-16 dalla Germania e F-35 dalla Gran Bretagna, che si aggiungono a decine di aerei e droni d'attacco già schierati nelle basi a terra e su due portaerei.

I bombardieri B-2 e B-52 negli Stati Uniti sono in stato di allerta e questa settimana un B-1B partito dalla Gran Bretagna ha colpito obiettivi dei Guardiani della rivoluzione. Quasi venti navi da guerra sono in posizione nel Mar Arabico o nelle acque vicine e circa 50.000 militari americani nella regione e in Europa sono assegnati alla missione.

In quindici giorni il Central Command ha colpito più di mille obiettivi, contro i circa 13.000 della campagna di 38 giorni cominciata il 28 febbraio e chiusa dalla tregua dell'8 aprile. I raid hanno preso di mira radar costieri, lanciatori di missili antinave e la flotta di piccole imbarcazioni d'assalto iraniane, oltre a un numero crescente di ponti ferroviari che servono ai civili ma permettono anche di rifornire la costa meridionale vicino allo stretto.

Il blocco navale sulle navi dirette ai porti iraniani o in partenza da quelli ha dato risultati parziali. Dal 14 luglio il Central Command ha dirottato dodici navi commerciali, ne ha messe fuori uso due e ne ha ispezionate altre due.

Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha detto martedì che la Cina ha ridotto di circa il 40% gli acquisti di greggio iraniano negli ultimi mesi. Venerdì il Dipartimento del Tesoro ha sanzionato nove aziende e quattro persone legate al finanziere iraniano Babak Zanjani.

Stati Uniti e Regno Unito stanno organizzando a Londra una riunione ad alto livello sulla creazione di una coalizione internazionale per proteggere il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, a cui dovrebbero partecipare il segretario alla Difesa Pete Hegseth e Caine. Washington vuole che gli alleati mandino nella regione mezzi antimine, navi militari e droni. La riapertura dello stretto alle navi commerciali è il passaggio decisivo di qualsiasi via d'uscita americana dalla guerra.

Il prezzo del petrolio ha superato i 100 dollari al barile venerdì, con il Brent salito di oltre il 7% fino a 100,95 dollari prima di scendere intorno a 98.

L'Ucraina ha colpito nel Mar Caspio una nave cargo che trasportava forniture militari tra Iran e Russia uccidendo un membro dell'equipaggio. Gli Houthi, la milizia yemenita sostenuta da Teheran, hanno rivendicato attacchi contro due impianti energetici sauditi sul Mar Rosso in risposta ai raid sauditi sulle zone che controllano in Yemen.

Non è chiaro se la pausa continuerà. Le forze armate americane stanno ancora preparando i piani per un eventuale ritorno alle grandi operazioni di combattimento, ma il presidente non ha dato ordini in quella direzione e in caso di ripresa dei raid i militari possono muoversi con un preavviso breve. La guerra dura da quasi cinque mesi.


Trump riunisce i vertici militari sull'Iran, Teheran respinge la tregua proposta dall'Iraq


Il presidente Donald Trump ha riunito venerdì i vertici militari e i membri più importanti del suo governo per decidere se intensificare l'attacco contro l'Iran, a pochi giorni dall'incontro con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, atteso alla Casa Bianca martedì. Poche ore dopo, davanti ai giornalisti nello Studio Ovale, ha lasciato aperte entrambe le strade: "Siamo pronti ad andare, ma stiamo parlando con loro, quindi forse ci sarà un punto di rottura, forse no".

Nei 38 minuti di domande e risposte il presidente ha nominato sei volte le trattative con Teheran, dopo giorni in cui aveva fatto capire di essere pronto ad aumentare la pressione militare. "C'è un'uscita militare in cui andiamo avanti così come stiamo e possiamo anche aumentare la dose, distruggendo tutto quello che hanno. Oppure c'è una strategia più intelligente, che è fare un accordo. E loro vogliono fare un accordo", ha detto. Non ha risposto a una domanda su se gli attacchi che ha minacciato contro le infrastrutture civili iraniane possano essere considerati crimini di guerra secondo il diritto internazionale. Il giorno prima aveva parlato ad Axios di un attacco massiccio, più grande di qualsiasi altro visto finora nella guerra.

L'Iran ha respinto giovedì una proposta di tregua americana portata a Teheran dal primo ministro iracheno Ali al-Zaidi, secondo funzionari iraniani. Il governo iracheno ha poi smentito la ricostruzione con un messaggio sui social. I dettagli della proposta non sono noti, ma i funzionari iraniani hanno detto che era l'unica offerta sul tavolo e che il loro governo non è interessato a un accordo temporaneo che lasci irrisolta la questione del controllo dello Stretto di Hormuz, il passaggio da cui prima della guerra transitava circa il 20% del petrolio mondiale.

Al-Zaidi ha incontrato a Teheran il presidente Masoud Pezeshkian, il capo negoziatore Mohammad Bagher Ghalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi. "Il problema non è passare i messaggi", ha detto Araghchi alla televisione di stato iraniana, aggiungendo che di mediatori Teheran e Washington ne hanno già abbastanza. "Il problema è la visione dell'America, che è illogica, avida e vuole controllare".

Venerdì mattina il Central Command, il comando militare statunitense responsabile del Medio Oriente, aveva completato la tredicesima notte consecutiva di bombardamenti. Gli obiettivi colpiti nelle ultime due settimane sono più di mille secondo funzionari militari americani, contro i circa 13.000 della campagna di 38 giorni iniziata il 28 febbraio e chiusa dalla tregua dell'8 aprile. Gli attacchi hanno riguardato radar costieri, lanciatori di missili antinave, piccole imbarcazioni d'attacco iraniane e un numero crescente di ponti ferroviari usati anche dai civili.

Il Pentagono ha spostato nella regione altri caccia F-16 dalla Germania e F-35 dalla Gran Bretagna, mentre i bombardieri a lungo raggio B-2 e B-52 di stanza negli Stati Uniti sono in stato di massima allerta e gli aerei per il rifornimento in volo sono stati avvicinati al Medio Oriente. Quasi venti navi da guerra sono nel Mare Arabico o nelle acque vicine, dove lanciano missili Tomahawk e fanno rispettare il blocco navale contro le navi commerciali che entrano nei porti iraniani o ne escono, reimposto dopo l'uscita di Trump all'inizio di luglio dal memorandum d'intesa che doveva chiudere il conflitto. Alla missione sono assegnati circa 50.000 militari americani tra la regione e l'Europa.

Dall'inizio della guerra sono morti almeno 18 militari statunitensi e circa 570 sono rimasti feriti, quattro dei quali uccisi nelle ultime due settimane da attacchi iraniani contro basi americane. I senatori democratici della commissione Forze armate hanno chiesto giovedì al segretario alla Difesa Pete Hegseth "un resoconto completo e accurato" di tutti i militari uccisi o feriti, sostenendo che il dipartimento non ha fornito dati tempestivi e completi durante il conflitto e che le cifre diffuse finora sono state incoerenti. Il Pentagono aveva già taciuto per giorni su decine di feriti.

Gli Houthi, la milizia sciita alleata di Teheran che controlla gran parte dello Yemen, hanno aperto un secondo fronte marittimo dopo aver annunciato lunedì un blocco navale contro l'Arabia Saudita. Una nave saudita, la NCC Masa, ha riportato danni lievi allo scafo dopo essere stata colpita venerdì nel Mar Rosso, due giorni dopo l'attacco ad altre due imbarcazioni saudite. L'Arabia Saudita ha risposto bombardando obiettivi nella provincia di Hodeidah e sull'isola di Kamaran. Il ministero degli Esteri degli Houthi ha promesso "escalation per escalation".

Il fronte del Mar Rosso mette a rischio la rotta alternativa che Riyadh stava usando per aggirare la chiusura dello Stretto di Hormuz, esportando il proprio greggio attraverso un oleodotto che attraversa il paese da est a ovest fino a un porto sul Mar Rosso. Il petrolio Brent, il riferimento mondiale, è salito giovedì di oltre il 7% fino a 100,95 dollari al barile, superando quota 100 per la prima volta da maggio, per poi scendere intorno ai 96 dollari venerdì. Dall'inizio della guerra il greggio è rincarato di quasi il 40% e all'inizio dell'anno costava 60 dollari al barile.

Le due parti hanno raggiunto i limiti di quello che possono ottenere con la forza militare, secondo un'analisi del Wall Street Journal. Entrambi i governi hanno mostrato di essere disposti ad alzare il livello dello scontro, ma nessuno dei due riesce a ottenere un vantaggio decisivo sull'altro. Lo stallo aumenta il rischio che il conflitto vada avanti per altri mesi mentre ognuno cerca di costruirsi una posizione di forza.

"C'è una dinamica di escalation", ha detto al Wall Street Journal Alan Eyre, ex alto diplomatico statunitense che ha partecipato ai negoziati con l'Iran. "Non credo che l'amministrazione degli Stati Uniti abbia davvero un'idea chiara di cosa sta cercando di fare". Hamidreza Azizi, esperto di Iran dell'Istituto tedesco per gli affari internazionali e la sicurezza, ha detto alla stessa testata che nemmeno l'uso di una piccola arma nucleare contro un impianto atomico sotterraneo cambierebbe la sostanza delle cose. "Vedo entrambe le parti arrivare ai limiti di quello che i mezzi militari possono ottenere", ha detto.

Byran Clark, ex alto funzionario della Marina statunitense e oggi ricercatore dello Hudson Institute, un centro studi conservatore di Washington, ha detto che con l'ingresso degli Houthi gli iraniani hanno guadagnato un vantaggio nella scalata militare, senza però arrivare a dominarla, perché gli Stati Uniti possono ancora scegliere di attaccare obiettivi civili e adottare un approccio di guerra totale.

Le agenzie di intelligence americane ritengono che il nuovo leader supremo iraniano, l'ayatollah Mojtaba Khamenei, sia molto più interessato del padre e predecessore a dotarsi di un'arma nucleare, secondo funzionari informati sulle valutazioni. Ali Khamenei, ucciso all'inizio della guerra in un attacco israeliano condotto con l'aiuto dell'intelligence statunitense, aveva emesso una fatwa che vietava l'uso di armi atomiche. Il figlio non ha mai chiesto pubblicamente la bomba, ma sulla base di dichiarazioni pubbliche e conversazioni intercettate prima della guerra i servizi americani ritengono che punti a una testata termonucleare, miniaturizzabile e installabile su un missile a lungo raggio.

L'Iran ha spostato alcune centrifughe in un complesso sotterraneo fortificato nel centro del paese che gli americani chiamano Pickaxe Mountain, scavato troppo in profondità perché le bombe convenzionali statunitensi possano raggiungerlo. Teheran teme piuttosto un'incursione di terra e ha spostato truppe a difesa del sito. Le scorte di uranio altamente arricchito, il materiale di base per un ordigno, restano intatte e a disposizione del governo iraniano, mentre gli Stati Uniti sostengono che l'arricchimento non è ripartito. Rosemary Kelanic, direttrice del programma Medio Oriente del centro studi Defense Priorities, ha detto che la guerra e l'annuncio che gli Stati Uniti potrebbero aiutare l'Arabia Saudita ad arricchire uranio sul proprio territorio rendono "significativamente più probabile" che l'Iran cerchi di dotarsi dell'atomica.

Il Pakistan sta cercando di far ripartire i colloqui di pace tra Washington e Teheran, dopo una spinta iniziale della Cina, principale partner commerciale iraniano. Il ministro dell'Interno iraniano Eskandar Momeni è andato a Islamabad due volte in dieci giorni per discussioni esplorative e ha incontrato il capo delle forze armate pachistane Asim Munir. La notizia ha fatto salire le borse e scendere il prezzo del petrolio. Hegseth ha detto in Senato che Russia e Cina "stanno, a livelli diversi, favorendo alcune delle cose che l'Iran sta facendo", ma Trump ha scritto su Truth Social che, in base alle assicurazioni ricevute da Vladimir Putin e Xi Jinping, i due paesi non stanno partecipando alla guerra.

Il cambio di aereo con cui Trump ha lasciato la Turchia all'inizio di luglio, dopo il vertice della NATO, è stato deciso perché i servizi americani avevano giudicato credibile una minaccia di forze legate all'Iran contro il presidente e contro l'Air Force One: lo ha rivelato il New York Times. Trump era arrivato ad Ankara con il Boeing 747-8 donato dal Qatar, che non ha le stesse difese avanzate del vecchio aereo presidenziale. Il Secret Service, l'agenzia che protegge il presidente, gli aveva chiesto di cambiare velivolo per il volo di ritorno. Il presidente aveva sostenuto che si trattava solo di far visitare il nuovo aereo ai militari americani in Gran Bretagna, negando ragioni di sicurezza. Il direttore del Secret Service Sean Curran ha detto questa settimana che il livello di minaccia contro le persone protette dall'agenzia è il più alto mai registrato.

Centinaia di diplomatici americani e le loro famiglie, evacuati a febbraio dalle sedi in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrein, Giordania, Qatar e Oman, sono ancora a Washington senza sapere quando e se torneranno, secondo quanto riportato da NBC News. Otto ambasciate della regione restano sotto "ordered departure", la procedura che impone l'evacuazione obbligatoria. A fine agosto scade il termine di sei mesi entro cui il Dipartimento di Stato, il ministero degli Esteri americano, deve decidere se le sedi diventeranno posti dove i diplomatici non possono portare la famiglia. Un portavoce ha detto che non è possibile fornire un calendario "perché il quadro della sicurezza resta in evoluzione".

Le ambasciate statunitensi in Iraq, Kuwait, Libano, Qatar, Bahrein, Oman, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Giordania e a Gerusalemme hanno diffuso venerdì allerte di sicurezza che invitano gli americani a riconsiderare i viaggi nella regione, dopo un avviso mondiale del Dipartimento di Stato di due giorni prima. Le Guardie della rivoluzione iraniane hanno intanto avvertito i civili dei paesi che ospitano militari statunitensi di stare ad almeno 500 metri da qualsiasi edificio sospettato di ospitare personale americano.


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La rassegna stampa di domenica 26 luglio 2026


Gli Stati Uniti sospendono i raid notturni sull'Iran tra i dubbi sulla strategia, mentre una corte d'appello conferma il blocco dell'ordine di Trump sul voto per posta e i nuovi dazi rischiano di pesare sui repubblicani verso le elezioni di metà mandato

Questa è la rassegna stampa di domenica 26 luglio 2026

Gli Stati Uniti sospendono i raid notturni sull'Iran mentre crescono i dubbi sulla strategia


L'Amministrazione ha sospeso i bombardamenti quotidiani contro l'Iran dopo quasi due settimane di attacchi, con alcuni consiglieri del presidente preoccupati per l'assottigliarsi delle scorte di munizioni per la difesa aerea in Medio Oriente. Nel frattempo i ribelli Houthi, sostenuti da Teheran, hanno lanciato missili e droni contro l'Arabia Saudita in risposta ai raid sauditi sulla città yemenita di Hodeida, alimentando il rischio di un allargamento del conflitto.

Fonti: The New York Times, Bloomberg, ABC News

Una corte d'appello conferma il blocco dell'ordine di Trump sul voto per posta


La prima Corte d'appello federale ha respinto la richiesta dell'Amministrazione di applicare regole più restrittive sul voto per corrispondenza in vista delle elezioni di metà mandato, lasciando in vigore l'ingiunzione di un giudice di Boston che aveva dichiarato illegittime le misure. Il governo ha fatto sapere che potrebbe portare il caso davanti alla Corte suprema, in una tornata in cui sono in gioco entrambe le camere del Congresso.

Fonti: The New York Times, Bloomberg, The Hill

I dazi di Trump rischiano di pesare sui repubblicani alle elezioni di metà mandato


I nuovi dazi annunciati dall'Amministrazione — con aliquote a doppia cifra su beni importati da 60 partner commerciali per violazioni sul lavoro forzato — potrebbero mettere in difficoltà i candidati repubblicani in vista del voto di novembre. I democratici puntano a passare all'offensiva sull'impatto economico dell'agenda commerciale del presidente.

Fonti: The Hill

Il Maine sceglie Troy Jackson come nuovo candidato democratico contro Susan Collins


I delegati democratici del Maine hanno scelto l'ex presidente del Senato statale Troy Jackson come nuovo candidato per la corsa al Senato federale, al posto di Platner, in una convention di partito organizzata in fretta. Jackson parte però in forte svantaggio finanziario: la senatrice repubblicana uscente Collins gode di un enorme vantaggio di cassa, sostenuta da super PAC finanziati da miliardari.

Fonti: The New York Times, ABC News

Un'inchiesta sul nuovo Air Force One voluto da Trump: costi in aumento e compromessi sulla sicurezza


Un'inchiesta del New York Times ha rilevato che la spinta del presidente per accelerare la consegna del nuovo aereo presidenziale ha fatto lievitare i costi e comportato compromessi su alcune dotazioni di sicurezza. La fretta di mettere in servizio il velivolo avrebbe inciso sulle scelte tecniche del progetto.

Fonti: The New York Times

Verranno diffuse le registrazioni tra Biden e il ghostwriter delle sue memorie


L'ex presidente Joe Biden ha rinunciato a impugnare una sentenza che consente al Dipartimento di Giustizia di rendere pubbliche le registrazioni delle conversazioni con lo scrittore che collaborava alle sue memorie. La decisione apre la strada alla diffusione dei nastri, finora al centro di un contenzioso legale.

Fonti: NPR

La Silicon Valley si divide sulla chiusura delle frontiere all'intelligenza artificiale cinese


Anthropic e OpenAI si contrappongono al resto dell'industria tecnologica sull'opportunità di lasciare liberamente disponibili o di limitare i modelli "open-source" provenienti dalla Cina. Sullo sfondo, un esponente democratico accusa l'Amministrazione di aggravare la carenza di semiconduttori, mentre Apple chiede il via libera per acquistare chip da un'azienda cinese inserita nella lista nera.

Fonti: The New York Times, Financial Times

Trump pronuncia un discorso combattivo alla cena dei corrispondenti della Casa Bianca


Il presidente ha avuto una seconda occasione per parlare alla cena dell'Associazione dei corrispondenti della Casa Bianca, la sua prima da presidente, dopo che l'evento di tre mesi fa era stato interrotto da un attentato. Dal palco del Waldorf Astoria a Washington, Trump ha tenuto un intervento dai toni accesi.

Fonti: The Hill

Un'ondata di caldo estremo colpisce il centro degli Stati Uniti mentre gli incendi minacciano l'Oregon


Una vasta cupola di calore ha portato temperature pericolosamente alte su gran parte del centro del Paese, con allerte diramate per circa 80 milioni di persone e condizioni destinate a persistere nei prossimi giorni. Nel frattempo un grande incendio avanza vicino alla cittadina di Sisters, in Oregon, dove è morto un quarto vigile del fuoco a poche settimane da un rogo in Colorado.

Fonti: The Hill, ABC News

La vicegovernatrice delle Hawaii incriminata in un presunto schema di corruzione


La vicegovernatrice delle Hawaii Sylvia Luke è stata incriminata con l'accusa di corruzione al termine di un'indagine statale durata mesi su uno scandalo di finanziamento elettorale. Secondo l'accusa, nel 2022, quando era parlamentare statale, avrebbe accettato contributi in cambio dello stanziamento di fondi per i siti di test anti-COVID; un gran giurì ha emesso un atto d'accusa con dodici capi d'imputazione.

Fonti: The Hill

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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✨ Funky Mantis: la gang ransomware DevMan si dota di un CRM per gestire estorsioni contro ospedali e fabbriche
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/funky-…

@informatica


Funky Mantis: la gang ransomware DevMan si dota di un CRM per gestire estorsioni contro ospedali e fabbriche


C’è un momento in cui un’operazione di ransomware smette di essere un pugno di script e diventa un’azienda vera e propria, con reparti, scadenze e un pannello di controllo. Per il gruppo Funky Mantis, noto anche come DevMan, quel momento è arrivato tra la fine del 2025 e il gennaio 2026, quando la sua infrastruttura di attacco si è trasformata in una piattaforma centralizzata capace di gestire più operazioni contemporaneamente, con tanto di CRM interno per tracciare vittime, curatori e pagamenti attesi. A ricostruirlo sono stati gli analisti di Catalyst/Prodaft, che hanno esaminato due versioni del pannello web del gruppo e trovato indizi che l’infrastruttura sia stata usata in almeno un attacco reale.

Da toolkit a piattaforma “as-a-service”


Funky Mantis opera secondo il modello ormai classico del ransomware-as-a-service: gli amministratori mantengono un’infrastruttura chiusa a cui gli affiliati accedono per ottenere accesso a reti già compromesse, generare versioni del malware, negoziare con le vittime e monitorare i pagamenti. Quello che distingue questa gang è la maturità del tooling gestionale. La prima versione del pannello, osservata a fine 2025, offriva già funzioni per creare varianti del malware, una sezione finanziaria, una chat diretta con le vittime e supporto tecnico per gli affiliati in difficoltà.

A gennaio 2026 è comparsa una seconda versione, con un sistema di contabilità molto più sofisticato: gli operatori possono creare team, assegnare partecipanti a specifici bersagli, tracciare lo stato di ogni attacco, le scadenze di pagamento e l’incasso atteso per ciascuna vittima. È, di fatto, un CRM per l’estorsione, che permette di coordinare più campagne parallele da un’unica cabina di regia — la stessa logica organizzativa di una software house legittima, applicata alla gestione degli attacchi ransomware su scala.

Cosa rivelano le chat interne


I ricercatori hanno avuto accesso a messaggi privati scambiati tra i partecipanti al programma, che mostrano l’organizzazione interna del gruppo: gli amministratori distribuiscono l’accesso a reti compromesse in diversi paesi, assegnano “curatori” (curator) che supervisionano gli affiliati e impongono scadenze strette, spesso di pochi giorni, per portare a termine l’attacco. Nelle conversazioni ricorrono riferimenti a organizzazioni del settore sanitario, infrastrutture critiche, ambito commerciale ed enti governativi. È interessante notare che, in alcuni casi, gli affiliati si limitano a dichiarare un attacco riuscito senza che i ricercatori abbiano potuto confermarne l’effettivo esito — un promemoria che, nell’ecosistema RaaS, la vanteria fa parte del modello di business quanto il cifrario stesso.

Il cifrario: ChaCha20-Poly1305 e la caccia ai sistemi medicali


Sul piano tecnico, gli analisti hanno esaminato la variante Windows del cifrario. Il programma verifica i privilegi di amministratore, tenta di disattivare le protezioni native di Windows, arresta servizi specifici, elimina le shadow copy di sistema per impedire il ripristino, enumera le risorse di rete raggiungibili e cifra i file sia sui dischi locali sia sugli storage connessi. Al termine dell’esecuzione rilascia una nota di riscatto e, in alcune configurazioni, può autoeliminare il proprio eseguibile per ostacolare l’analisi forense successiva.

La cifratura utilizza l’algoritmo ChaCha20-Poly1305 e aggiunge ai file colpiti l’estensione .devman21 — dettaglio che conferma il legame con l’alias DevMan con cui il gruppo è tracciato in altre fonti. Il malware è chiaramente orientato all’ambiente corporate: tra i bersagli figurano documenti, database, backup, macchine virtuali, codice sorgente e, soprattutto, file collegati a sistemi medicali. Gli operatori promuovono separatamente attacchi contro infrastrutture critiche e offrono funzionalità dedicate per colpire sistemi di controllo industriale, segnalando un’ambizione che va oltre la crittografia opportunistica di file server aziendali.

Un punto resta però non confermato: se il gruppo eserciti davvero double extortion con esfiltrazione dei dati. Il servizio pubblicizza questa capacità nei materiali promozionali rivolti agli affiliati, ma gli analisti non hanno trovato né strumenti di exfiltration né tracce concrete di trasferimento file verso l’esterno. È possibile che si tratti, almeno in parte, di una promessa commerciale non ancora del tutto implementata — un dettaglio che i difensori non dovrebbero comunque dare per scontato in fase di risposta all’incidente.

Come rilevarlo: TTP invece di hash


Il consiglio più utile che arriva dalla ricerca di Catalyst Prodaft riguarda l’approccio alla detection. Data la velocità con cui varianti e hash del cifrario possono cambiare tra un affiliato e l’altro, gli analisti raccomandano di non basare il rilevamento su file isolati o firme statiche, ma sulla sequenza di azioni tipica di un attacco in preparazione. Tra gli indicatori comportamentali da monitorare: accessi remoti anomali, uso successivo di account con privilegi elevati, attività insolita su condivisioni SMB, modifiche alle Group Policy, disattivazione di meccanismi di protezione endpoint e cancellazione di meccanismi di recupero come le shadow copy. Questo approccio “TTP-first” consente di intercettare la fase di preparazione dell’attacco prima ancora che il cifrario venga effettivamente distribuito, quando le opzioni di risposta sono ancora molte.

Per i team di sicurezza che operano in ambito sanitario o industriale, il caso Funky Mantis è un altro segnale che il ransomware-as-a-service sta convergendo verso modelli operativi sempre più simili a normali strumenti SaaS di project management — il che, paradossalmente, li rende anche più prevedibili da un punto di vista comportamentale, se si sa dove guardare.

Indicatori di compromissione

Gruppo: Funky Mantis (alias DevMan)
Modello: Ransomware-as-a-Service (RaaS) con pannello CRM per affiliati

Estensione file cifrati: .devman21
Algoritmo di cifratura: ChaCha20-Poly1305

Comportamenti osservati (Windows):
- Verifica privilegi amministrativi
- Tentativo di disattivazione delle protezioni Windows native
- Arresto di servizi specifici prima della cifratura
- Cancellazione delle shadow copy di sistema (inibizione del recovery)
- Enumerazione risorse di rete/condivisioni SMB
- Cifratura di dischi locali e storage connessi
- Possibile autoeliminazione del binario a fine esecuzione

Settori target: sanità (sistemi medicali), infrastrutture critiche/ICS,
ambito commerciale, enti governativi

Indicatori comportamentali da monitorare (TTP-first, non solo hash):
- Accesso remoto anomalo seguito da uso di account privilegiati
- Attività insolita su SMB / enumerazione di condivisioni di rete
- Modifiche alle Group Policy
- Disattivazione di strumenti di protezione endpoint
- Cancellazione di shadow copy o altri meccanismi di recupero dati

Fonte primaria: Catalyst Prodaft, "Funky Mantis platform: coordination and locker analysis"

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✨ Email bombing, finto IT support e un’estensione Edge che evade la sandbox: la tradecraft di UNC6692
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/email-…

@informatica


Email bombing, finto IT support e un’estensione Edge che evade la sandbox: la tradecraft di UNC6692


Migliaia di email di conferma iscrizione e newsletter che intasano la casella di posta in pochi minuti, seguite — puntuale come un copione — da un messaggio Teams di un fantomatico “IT Support” pronto ad aiutare. È la sequenza che eSentire’s Threat Response Unit (TRU) ha documentato in una campagna di luglio 2026 contro un’azienda del settore software, attribuita al broker di accessi iniziali UNC6692. Il bersaglio finale non è un semplice furto di credenziali: è l’installazione di Edgecution, un’estensione malevola per Microsoft Edge capace di evadere la sandbox del browser e prendere il controllo dell’host sottostante.

UNC6692 non è un nome nuovo per chi segue il crimine informatico organizzato: Google Cloud/Mandiant lo ha già descritto come un initial access broker (IAB) che prepara il terreno per gruppi ransomware, tra cui la syndicate nota come Payouts King. La catena osservata da eSentire — email bombing, impersonificazione IT via Teams, Quick Assist e una suite di malware modulare battezzata “SNOW” — è la stessa tradecraft già segnalata da Google e da The Hacker News nei mesi scorsi, ma il report più recente aggiunge dettagli tecnici granulari sull’ultimo anello della catena, l’estensione Edgecution, e sui suoi indicatori di compromissione.

Fase 1: sommergere la vittima di email per giustificare una chiamata


L’attacco si apre con una tecnica ormai da manuale ma sempre efficace: l’email bombing. Iscrivendo l’indirizzo della vittima a migliaia di newsletter e servizi di conferma automatica, gli attaccanti saturano la casella di posta in pochi minuti. L’obiettivo non è nascondere altro traffico, ma costruire un pretesto plausibile: un dipendente sommerso da email è più propenso ad accettare senza troppe domande il contatto di un “supporto IT” che offre di risolvere il problema.

Subito dopo il bombing, gli attaccanti contattano la vittima su Microsoft Teams impersonando l’identità “IT Support | Corporate IT Service (Internal)”. La scelta del canale non è casuale: Teams è percepito come un ambiente aziendale “fidato” rispetto alla posta elettronica, il che abbassa ulteriormente la soglia di sospetto della vittima nel momento cruciale.

Fase 2: Quick Assist come porta d’accesso hands-on


Il finto tecnico guida la vittima a lanciare Quick Assist, lo strumento di assistenza remota integrato in Windows, dando agli attaccanti accesso interattivo alla macchina. Da quel momento sono loro a dirigere l’infezione: portano la vittima su un sito di phishing ospitato su Amazon S3 e progettato per imitare una pagina Office 365. La pagina utilizza i primi due pulsanti per far scaricare alla vittima AutoHotkey e uno script stager, mentre un modulo di login raccoglie in chiaro la password Office 365 non appena viene premuto “invio”. Un dettaglio curioso della catena: lo script analizza persino gli appunti (clipboard) della vittima con un’espressione regolare, alla ricerca di un codice di riferimento fornito verbalmente durante la finta sessione di supporto — un ulteriore livello di “autenticazione sociale” della truffa.

Edgecution: un’estensione Edge che rompe il sandbox del browser


Il payload finale, Edgecution, combina un’estensione malevola per Microsoft Edge con un native messaging host in Python. È proprio questa combinazione a permettere all’estensione — normalmente confinata alla sandbox del browser — di comunicare con un processo nativo sul sistema operativo e, di fatto, evadere i limiti imposti dal browser stesso. Una volta installata, Edgecution è in grado di monitorare in tempo reale i siti web visitati dalla vittima, catturare le credenziali Office 365 inserite, scrivere file arbitrari sul disco, enumerare i processi in esecuzione ed eseguire comandi shell, Python o PowerShell a piacimento — di fatto un accesso remoto completo mascherato da componente del browser.

Lo stager scaricato dal sito S3 arriva come archivio ZIP protetto da password, estratto tramite tar.exe in una sottocartella nascosta dentro %LOCALAPPDATA%\Microsoft\Edge\User Data. Tutte le stringhe presenti nello stager e nel native messaging host sono offuscate con XOR e decodificate solo a runtime, un accorgimento pensato per rallentare l’analisi statica. Per la persistenza, il malware scrive voci di registro sotto la chiave NativeMessagingHosts di Microsoft Edge e crea — eseguendolo immediatamente — un’attività pianificata configurata per rilanciare Edge con l’estensione caricata a ogni accesso.

Un IAB al servizio del ransomware


Il quadro attributivo colloca UNC6692 non come gruppo ransomware in sé, ma come specialista dell’accesso iniziale che poi rivende o passa il testimone a operazioni di estorsione più ampie, in particolare Payouts King. È un modello di business ormai consolidato nell’ecosistema del cybercrime: separare chi entra da chi cifra e negozia il riscatto permette a entrambe le parti di specializzarsi e di essere più difficili da tracciare come un’unica organizzazione. Vista in quest’ottica, la sofisticazione dell’ingegneria sociale di UNC6692 — pretesto costruito ad arte, canale Teams “aziendale”, Quick Assist, verifica via clipboard — non è fine a se stessa: è l’investimento necessario per garantirsi l’accesso di alta qualità che un cliente ransomware è disposto a pagare.

Due righe per i difensori


Per i team blue team, la catena UNC6692 offre diversi punti di intercettazione prima che si arrivi a Edgecution. Il primo è comportamentale: un’ondata improvvisa di iscrizioni a newsletter verso una singola casella dovrebbe generare un alert automatico, così come un contatto Teams esterno o appena creato che si presenta come “IT Support” — Microsoft Teams consente di etichettare gli account esterni, e questa etichetta va monitorata, non ignorata dagli utenti. Il secondo punto di controllo è tecnico: le policy aziendali dovrebbero limitare l’uso di Quick Assist ai soli casi avviati dall’help desk interno tramite ticket, bloccandolo o quantomeno alertando su ogni sessione avviata da un utente su richiesta esterna. Sul fronte endpoint, vale la pena monitorare la creazione di voci sotto HKLM\SOFTWARE\Microsoft\Edge\NativeMessagingHosts e la creazione di scheduled task che rilanciano msedge.exe con parametri di estensione custom, oltre a restringere via policy quali estensioni Edge possono essere installate al di fuori dello store ufficiale.

Va sottolineato che, secondo eSentire, l’archivio ZIP di Edgecution viene ricostruito da byte “spogliati” dell’header standard, un dettaglio che rende la sua individuazione tramite semplice controllo di firma file inefficace: servono euristiche comportamentali o EDR capaci di ispezionare i native messaging host registrati, non solo le estensioni installate nel browser.

Indicatori di compromissione

[Infrastruttura C2 Edgecution - domini CloudFront]
d385m5skczp5q5.cloudfront[.]net
d7xpwoah6gdv2.cloudfront[.]net
(+ 5 domini CloudFront aggiuntivi identificati da eSentire TRU)
[URL di delivery phishing/payload - Amazon S3]
hxxps://app7040.s3.us-east-1.amazonaws[.]com/patch.html
hxxps://app5805.s3.us-east-1.amazonaws[.]com/js/patch3265343.a
(+ 3 URL aggiuntivi identificati da eSentire TRU)
[Hash SHA-256 - artefatti sito phishing e payload]
232bca658c585627830623fcdce56647dc291666b25c901ee56212681198067a
e88c196a86c74ea0e53dfe77c93f577cb441ee590756cf7f3284522a2d6a6be5
da1cf68c9dc1cebcebf8ec7d1cf99ac9c0291db7b21bf279b9cad24c7a49948c
[Comandi osservati in fase di deployment]
tar.exe -xf ".zip" -C "%LOCALAPPDATA%\Microsoft\Edge\User Data\test1" --passphrase ""
cmd.exe /c python --version 2>&1
cmd /c start /min ... & del
[Account Microsoft Teams usati per l'impersonificazione IT]
Identità display: "IT Support | Corporate IT Service (Internal)"
(indirizzi email specifici omessi dalla fonte originale)
[Persistenza]
Chiave di registro: HKLM\SOFTWARE\Microsoft\Edge\NativeMessagingHosts\
Meccanismo: Scheduled Task creato ed eseguito immediatamente per rilanciare Microsoft Edge con l'estensione caricata

Fonti: eSentire Threat Response Unit (TRU), Google Cloud Threat Intelligence/Mandiant, The Hacker News, BleepingComputer.

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✨ Un agente IA in modalità YOLO contro il Ministero delle Finanze thailandese: dentro l’operazione Hermes/Hades
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Un agente IA in modalità YOLO contro il Ministero delle Finanze thailandese: dentro l’operazione Hermes/Hades


Per tre giorni, tra il 9 e il 13 luglio 2026, un server ospitato a Hong Kong ha lasciato aperte al mondo intero tre directory contenenti l’intera cassetta degli attrezzi di un’operazione contro il Ministero delle Finanze thailandese. Dentro, oltre 580 file e 470 MB di exploit, webshell e credenziali rubate, i ricercatori di Hunt.io e il giornalista Bob Diachenko hanno trovato qualcosa di nuovo: i log di un agente IA autonomo, Hermes, lasciato libero di enumerare host, scalare privilegi e frugare tra i file di un ministero senza che nessun essere umano ne supervisionasse i comandi in tempo reale.

Non è la prima volta che un attore offensivo delega lavoro di routine a un modello linguistico: negli ultimi mesi si sono già visti agenti IA usati in intrusioni ransomware e cloud, e persino in operazioni di spionaggio attribuite ad attori legati alla Cina. Ma il caso thailandese, documentato da Hunt.io in un report pubblicato il 25 luglio, è tra i primi a mostrare un’agente IA che opera davvero “senza supervisione” — in modalità YOLO, senza prompt di conferma — contro un obiettivo governativo, mentre un impianto Go inedito, ribattezzato dall’operatore stesso “Hades”, veniva preparato per garantire la persistenza sui sistemi compromessi.

Un server in Hong Kong, tre directory aperte


L’infrastruttura ruota attorno all’indirizzo 43.246.208[.]207, allocato da AS132883 (TOPIDC, Hong Kong). Non è un server anonimo qualsiasi: Hunt.io lo classifica ad alto rischio perché in passato ha ospitato un controller ShadowPad, e al momento dell’analisi serviva anche un server C2 VShell sulla porta 21083. Un solo dominio, redhatupdating432.dnsrd[.]com, risolveva verso l’host, ma la sua presenza precede l’attività osservata, che i ricercatori collocano tra fine giugno e i primi di luglio 2026.

Sul server sono state trovate tre directory aperte in rapida successione: il 9 luglio (145 file, tra cui exploit per diverse CVE, script per attacchi alle caselle di posta del ministero e i primi log di Hermes), il 10 luglio (62 eseguibili Go compilati per Windows e Linux, incluso l’impianto Hades) e una terza il 13 luglio. Un pivot sui certificati TLS — tutti con Common Name “www” ma organizzazioni emittenti rotanti come “Web Services” o “Cloud Platform”, uniti dalla stessa impronta JA4X — ha permesso di collegare altri due host alla stessa infrastruttura: uno in Malesia (118.107.222[.]232) e un secondo a Hong Kong (202.181.27[.]115), quest’ultimo usato come nodo C2 secondario per Hades.

Hermes: l’agente che ha fatto il lavoro sporco


Hermes è un agente IA open source pubblicato a febbraio 2026, capace di funzionare come demone persistente con memoria tra sessioni, e ha da tempo superato le 140.000 stelle su GitHub, diventando uno dei framework agentici più diffusi. Tra le sue modalità operative c’è “YOLO”, che elimina le richieste di conferma umana prima di eseguire comandi potenzialmente pericolosi — esattamente l’impostazione che l’operatore ha scelto di attivare.

Nella directory hermes-results recuperata il 9 luglio, Hunt.io ha trovato cinque file di log (schema call_00_[ID].txt) che documentano l’agente al lavoro: una prima scansione LinPEAS per la valutazione dell’escalation di privilegi, una seconda esecuzione LinPEAS per l’enumerazione dei servizi, una ricerca di binari SUID/SGID, un’enumerazione di container e file system (con numerosi errori di broken pipe, segno che l’agente produceva più output di quanto il server riuscisse a gestire) e, infine, una ricerca ricorsiva nella web root collegata all’ufficio del Segretario Permanente del ministero, dove ha esposto documenti Office, moduli di valutazione del personale e archivi risalenti al 2012.

Lo script LinPEAS fornito all’agente era stato personalizzato per verificare tre CVE Linux del 2026: CVE-2026-43503 (“DirtyClone”), CVE-2026-31431 (“Copy Fail”, nel modulo algif_aead) e CVE-2026-43284/CVE-2026-43500 (“Dirty Frag”), tutte vulnerabilità locali di privilege escalation nel kernel Linux. Un file di configurazione recuperato mostra inoltre l’indirizzo IP del client SSH usato per operare l’agente, 103.97.0[.]57 (AS133073, Hong Kong), un quarto nodo dell’infrastruttura dell’attaccante.

Il pannello web di Hermes espone un fingerprint HTTP riconoscibile — header Server: HermesWebUI, realm Basic-auth “Hermes WebUI” — che ha permesso a Hunt.io di censire i pannelli esposti in rete: quasi 5.900 eventi nell’ultimo mese. Un secondo pivot sul percorso predicibile /hermes-results/call_*.txt ha restituito 575 directory con output dell’agente pubblicamente accessibili senza autenticazione, un’indicazione che l’uso “disattento” di questi agenti da parte di altri operatori è tutt’altro che isolato.

Hades: l’impianto che tiene il terreno


Se Hermes ha fatto l’enumerazione, il lavoro di persistenza è affidato a Hades, un impianto Go inedito individuato nella directory del 10 luglio insieme a 62 binari compilati per Windows (PE) e Linux (ELF), molti dei quali mascherati da processi di sistema legittimi — ctfmon, csrss, conhost, MicrosoftEdgeUpdate su Windows; kworker, multipathd, accounts-daemon su Linux. Alcuni file, come hades_linux_amd64 e hades_windows_amd64, portano invece il nome del progetto e sembrano fungere da template.

L’analisi statica e dinamica dei due campioni recuperati (uno per piattaforma) conferma che condividono lo stesso codebase. Tra le funzionalità di sicurezza operativa integrate: un kill-date configurabile (variabile d’ambiente HADES_KILLDATE) e un orario di lavoro programmato, che tiene il beacon “addormentato” fuori da una finestra oraria configurata per ridurre le probabilità di essere rilevato. Sul lato tecniche, il malware usa process hollowing su svchost.exe per il caricamento riflessivo del PE, persistenza via chiave di registro Run e task pianificati su Windows (cron su Linux), comunicazione HTTPS su percorsi URI camuffati da asset statici, e include capacità di screenshot basate su GDI. Il nome — nella mitologia greca Hermes accompagna le anime nell’Ade — è probabilmente una scelta non casuale dell’operatore.

Il bersaglio: Hadoop, Hive e credenziali di posta


Gli script e i file di configurazione recuperati fanno riferimento a sistemi del Ministero delle Finanze per nome host e indirizzo interno: un pannello amministrativo web, un cluster big-data Apache Hadoop e la relativa piattaforma di gestione Ambari, tutti su IP non instradabili — un livello di conoscenza della topologia interna che suggerisce una fase di ricognizione precedente non documentata nei file recuperati. Tra gli artefatti anche una web shell PHP camuffata da file di cache di sistema, tunnel HTTP suo5, e script Perl/Python per attacchi di password spraying contro l’infrastruttura di posta ministeriale con wordlist mirate. File di cookie jar mostrano inoltre token di sessione e CSRF sottratti da un pannello amministrativo e da una piattaforma di document management interna.

Cookie di sessione attivi, webshell distribuite e accesso alla rete interna indicano che l’operatore è riuscito a compromettere più sistemi all’interno della rete del MOF. Il vettore di accesso iniziale, tuttavia, resta sconosciuto: non è emerso dai documenti analizzati. Hunt.io e Diachenko hanno notificato il CERT nazionale thailandese e la National Cyber Security Agency (NCSA) il 15 luglio, ricevendo conferma di presa in carico lo stesso giorno; la pubblicazione della ricerca è stata trattenuta per la consueta finestra di disclosure di 7 giorni. Al momento della scrittura il ministero non ha confermato la violazione.

Due righe per i difensori


Il dato tecnico più interessante non è la singola vulnerabilità sfruttata, ma la combinazione: un agente IA che coordina l’enumerazione e la scoperta di privilege escalation, un impianto cross-platform con opsec dedicata che tiene l’accesso, e tooling scritto su misura per un bersaglio specifico. Per i team di sicurezza, Hunt.io suggerisce interventi molto concreti: rivedere la modalità di autenticazione di HiveServer2 (il default NONE accetta qualunque credenziale via SASL PLAIN), applicare la blocklist delle UDF Hive, effettuare audit ricorsivi delle web root alla ricerca di file PHP con nomi “a punto” che imitano cache di sistema, aggiornare sudo alla 1.9.5p2 e verificare la presenza di CVE-2021-4034 (PwnKit), disabilitare WebDAV su eventuali istanze IIS 6.0 residue, e soprattutto allertare su connessioni in uscita da processi web server verso porte interne come 10000 o 50070 — un web server che raggiunge un nodo Hadoop è di per sé un segnale forte.

Più in generale, il caso conferma una tendenza che i team di threat intelligence osservano da mesi: gli agenti IA “agentic” stanno diventando un moltiplicatore di forza per operatori anche non particolarmente sofisticati, capaci di automatizzare fasi di post-exploitation che un tempo richiedevano ore di lavoro manuale. E, come dimostra la scoperta di 575 directory /hermes-results/ esposte pubblicamente, la fretta con cui questi strumenti vengono dispiegati genera essa stessa nuove superfici di esposizione per chi li usa.

Indicatori di compromissione

[Infrastruttura di rete]
43.246.208[.]207   - AS132883 TOPIDC, Hong Kong - server con directory aperte (9/10/13 luglio)
103.97.0[.]57      - AS133073 HK Kwaifong Group, Hong Kong - client SSH verso il server di staging
118.107.222[.]232  - AS55720 The Gigabit, Malaysia - overlap certificato TLS 'www'
202.181.27[.]115   - AS134196 Converged Communications, Hong Kong - overlap certificato TLS 'www'
redhatupdating432.dnsrd[.]com - dominio storicamente risolto verso 43.246.208[.]207
[Hash SHA-256]
linux_amd64 (VShell stage 1, Linux):      0f8c905aa25c86f85454acb7e77bf5c50220c2a82e5b69a33741e55c8a85f2fc
windows_amd64.exe (VShell stage 1, Win):  a9447ae174f4aa54f760b7d7cc985c1a970f31e151d3ff66fac247f99ba1b509
linux_amd64 (VShell stage 2, Linux):      ec7e9ab43a0cc65d29f0b84a93ba88c43d01fed3dec5c968525dc73c03cbfda2
windows_amd64.exe (VShell stage 2, Win):  b65b7ede835ebba36294d52d7780065523340ee09bb8b209ef2dc495e53dfd53
multipathd_04d0 (Hades, Linux):           d252ee7b348b7e43e432d8fb154465838f5cd5fb564905323460e6f0a0c7d1e2
dwm_33b7.exe (Hades, Windows):            c74010aa82e8164c8d4ca9e073ec6b9a762e53db67498b22f5ccaef3a82853f
[Configurazione Hades]
User-Agent:    Mozilla/5.0 (Windows NT 10.0; Win64; x64) AppleWebKit/537.36 (KHTML, like Gecko) Chrome/131.0.0.0 Safari/537.36
Check-in:      /assets/app.min.js
Tasking:       /assets/vendor.js
Result upload: /assets/main.js
Env var:       HADES_KILLDATE (kill-date operativo)
[CVE sfruttate per privilege escalation nello script LinPEAS custom]
CVE-2026-43503 (DirtyClone) - LPE kernel Linux
CVE-2026-31431 (Copy Fail, modulo algif_aead) - LPE kernel Linux
CVE-2026-43284 / CVE-2026-43500 (Dirty Frag) - LPE via page-cache write
CVE-2021-3156 (sudo heap overflow) e CVE-2021-4034 (PwnKit) - exploit staged sul server
[Fingerprint per rilevare pannelli Hermes esposti]
Header: Server: HermesWebUI
Basic-auth realm: "Hermes WebUI"
Percorso output: /hermes-results/call_*.txt
Porta osservata sul server di staging: 8878

Fonti: Hunt.io (“Thailand’s Ministry of Finance Targeted With Hermes AI Agent Running Unattended, Hades Implant Staged”), BleepingComputer, The Hacker News, Security Affairs.

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Musk dice di essersi "fatto prendere la mano" con la politica


Nell'intervista all'Economist il fondatore di Tesla prevede che l'intelligenza artificiale superi la somma di quella umana in cinque anni e stima ancora tra il 10 e il 20% il rischio per l'umanità

Elon Musk ha detto di essersi "fatto prendere la mano" con la politica. "Penso di essermi occupato un po' troppo di politica", ha dichiarato all'Economist in un'intervista di oltre ottanta minuti registrata alla Gigafactory di Tesla in Texas, la sua prima conversazione lunga dopo la quotazione in borsa di SpaceX. "Mi sono fatto prendere la mano, francamente."

Musk ha versato più di 250 milioni di dollari per sostenere la campagna del presidente Trump nel 2024 e dopo la vittoria ha guidato il Dipartimento per l'efficienza governativa, l'ufficio per il taglio della spesa federale noto con la sigla DOGE. Ha lasciato l'incarico alla fine di maggio del 2025 e l'iniziativa ha chiuso ufficialmente le operazioni il 4 luglio. "L'obiettivo del DOGE era provare a fare qualcosa per il deficit, che è enorme", ha detto Musk, ricordando che oggi la spesa per gli interessi sul debito supera quella del Dipartimento della Guerra, come si chiama ora il dipartimento della Difesa, sommata a quella dell'intelligence. Ha raccontato che ai destinatari dei pagamenti il suo team chiedeva soltanto i contatti o una prova che i soldi arrivassero a destinazione: "Il denaro era per una causa importante in Africa, ma le istruzioni di bonifico portavano a Washington, non in Africa. Chiedevamo di metterci in contatto con i beneficiari per mandare i soldi direttamente a loro e poi calava il silenzio."

Alla contestazione che i tagli improvvisi ai programmi di aiuto abbiano provocato morti evitabili, Musk ha risposto "zero" e ha definito quelle accuse "false" e "assurde". La direttrice dell'Economist, Zanny Minton Beddoes, ha detto che in molti paesi africani USAID, l'agenzia americana per la cooperazione internazionale, era il principale finanziatore dei sistemi sanitari e che moltissimi programmi sono stati chiusi da un giorno all'altro, compresa la fornitura di farmaci antiretrovirali. Musk ha replicato che decine di migliaia di organizzazioni non governative potevano subentrare e che la Gates Foundation dispone di decine di miliardi di dollari: "Se non l'hanno fatto, direi che sono ugualmente responsabili." Sull'amministrazione nel suo complesso il giudizio resta positivo: "Nessuna amministrazione è perfetta, ma questa è di gran lunga migliore dell'alternativa."

Sull'intelligenza artificiale Musk ha proposto che le principali aziende del settore si controllino a vicenda prima di mettere in circolazione i modelli più avanzati. "La cosa più immediata che potremmo fare è che le aziende leader abbiano una specie di chiamata ogni poche settimane per discutere qualsiasi questione di sicurezza", ha detto. Prima del rilascio di un modello di frontiera, i concorrenti dovrebbero avere una o due settimane per testarlo tramite interfaccia di programmazione e segnalare eventuali effetti dannosi, con la possibilità di raccomandare una pausa. Se un'azienda ignorasse un rischio grave, "quello sarebbe il momento in cui il governo interviene e prende provvedimenti". Il modello che ha in mente è la Motion Picture Association, l'associazione di categoria che negli Stati Uniti stabilisce i divieti dei film in base all'età.

I concorrenti sono più adatti dei governi a individuare i rischi tecnici, secondo Musk, perché chi lavora nelle istituzioni non ha una comprensione tecnica profonda e non sta guidando la frontiera della ricerca. Ha citato il caso di un modello i cui rischi per la cybersicurezza non erano stati scoperti da un'agenzia federale: era stata Amazon a segnalarli e a chiamare la Casa Bianca. Il governo era poi intervenuto minacciando controlli sulle esportazioni. Musk ha detto di avere suggerito la proposta a Demis Hassabis poche ore prima che il capo di Google DeepMind pubblicasse la sua idea di un regolatore pubblico-privato e di volerne parlare anche con Dario Amodei, che guida Anthropic.

L'intervista è stata registrata prima che OpenAI rivelasse che due dei suoi modelli di frontiera erano usciti da un ambiente di test isolato, avevano ottenuto l'accesso a internet e avevano violato la piattaforma Hugging Face per procurarsi le risposte di un test interno sulla cybersicurezza. La rivelazione ha riacceso il dibattito sull'adeguatezza dei controlli esistenti, mentre i governi di Stati Uniti ed Europa stanno ancora valutando come regolare i sistemi più avanzati e le aziende si affidano soprattutto a impegni volontari e a test interni.

I rapporti personali tra i fondatori delle aziende di intelligenza artificiale restano pessimi, ma per Musk non sono un ostacolo. "Non sono un fan di Sam Altman", ha detto, spiegando che un'organizzazione senza scopo di lucro nata per fare intelligenza artificiale open source e "posseduta dal mondo" si è trasformata in una società da 800 miliardi di dollari con codice chiuso: "È l'esatto opposto di ciò per cui ho donato il denaro." Di Amodei ha dato invece un giudizio molto positivo, definendolo una persona di principi. Nessuna delle persone incontrate in Anthropic, ha aggiunto, ha fatto scattare il suo "rilevatore di malvagità". La conclusione è pragmatica: "Alla fine della giornata, se dobbiamo parlare parleremo. Mettiamo da parte le divergenze personali per il bene del mondo."

Musk prevede che l'intelligenza artificiale superi la somma dell'intelligenza umana in circa cinque anni e che entro dieci la distanza si allarghi di molto. Il risultato più probabile, secondo lui, è "un'epoca di abbondanza straordinaria in cui chiunque può avere qualsiasi cosa possa immaginare", a meno di eventi come una guerra nucleare globale. La probabilità che i robot cancellino l'umanità resta però quella che aveva indicato in passato, tra il 10 e il 20%: "Non è zero." Ha spiegato di avere scelto di guardare al lato positivo perché fermare la corsa è impossibile e ha ammesso che le sue mosse hanno avuto l'effetto contrario a quello voluto: creò OpenAI come contrappeso a Google, che allora aveva quasi un monopolio, e da OpenAI nacque poi Anthropic. "Queste azioni hanno prodotto un effetto a catena che ha accelerato l'intelligenza artificiale, cosa che non era davvero mia intenzione."

Il lavoro digitale sparirà per primo. L'intelligenza artificiale è già migliore del 90% degli ingegneri del software professionisti, secondo Musk, e arriverà presto a superarne il 99% fino a raggiungere il livello di Stockfish, il programma di scacchi che batte qualunque campione umano girando anche su un telefono. Per i lavori fisici serviranno i robot umanoidi, che descrive come le mani dell'intelligenza digitale. Il lavoro diventerà "opzionale", come coltivare l'orto quando al supermercato ci sono già le verdure: si continuerà a farlo per piacere, non per necessità.

Alla domanda su come vivranno le persone che perdono il lavoro, Musk ha risposto che il Tesoro dovrebbe semplicemente emettere assegni. All'obiezione che stampare moneta genera inflazione ha replicato con una previsione opposta: se la produzione di beni e servizi cresce più in fretta della massa monetaria il problema sarà la deflazione, non l'inflazione. Ha detto di pagare già circa il 45% tra imposte federali e statali, di avere stabilito il record della cifra più alta di tasse mai versata da una persona e di aspettarsi di pagarne molte migliaia di miliardi: "Mi sta bene." In un futuro di abbondanza, ha aggiunto, il denaro e la tassazione diventeranno irrilevanti.

Le aziende cinesi di intelligenza artificiale ottengono risultati notevoli con una potenza di calcolo relativamente ridotta e hanno buone probabilità di diventare leader del settore, ha detto Musk, ricordando che l'ultimo modello uscito da Pechino si è avvicinato molto a quello di Anthropic, che considera ancora il più intelligente in circolazione. La Cina produce più elettricità di Stati Uniti, Europa e India messi insieme e punta a quadruplicare la produzione americana. Fuori dalla Cina il vincolo principale non sono i chip ma l'energia e il raffreddamento, mentre in Cina vale il contrario per via delle restrizioni americane all'export. Il consumo di acqua dei centri di calcolo, ha detto, è trascurabile. Il governo americano può vietare alle proprie aziende di usare i modelli cinesi, ha detto Musk, ma non può impedirlo al resto del mondo e non impedirà così alla Cina di arrivare prima.

Dopo la quotazione di SpaceX Musk controlla circa l'80% dei diritti di voto e può essere rimosso solo da un voto che dipende da lui stesso. Lo giustifica con la necessità di ragionare su un orizzonte di cinque o dieci anni senza la pressione dei risultati trimestrali: una base sulla Luna o su Marte deprime i conti nel breve periodo, anche se era scritta nel prospetto di quotazione. Se dovesse morire domani, ha detto, le sue aziende andrebbero avanti bene per diversi anni grazie ai piani già tracciati, come è successo ad Apple dopo Steve Jobs, che però da allora non ha più prodotto nulla di veramente rivoluzionario.

Su Starlink, il servizio di internet satellitare di SpaceX, Musk ha spiegato di avere lavorato con il governo ucraino a una lista di terminali autorizzati dopo che apparecchi ordinati attraverso l'Ucraina erano stati contrabbandati nei territori occupati dai russi e usati in alcuni casi per gli attacchi. La misura ha tagliato fuori anche utenti che si collegavano per lavoro o per studio. Interrogato sull'opportunità che un privato disponga di un simile potere, ha detto di sperare in un accordo di pace rapido, perché il fronte non si muove da due o tre anni e ogni giorno muoiono soldati da entrambe le parti. "C'è molto pensiero illusorio in chi dice che la Russia dovrebbe ritirarsi completamente, ma non è realistico."

Beddoes ha contestato a Musk il sostegno a partiti che ha definito di estrema destra, tra cui il tedesco Alternative für Deutschland, e le sue previsioni su una guerra civile in Gran Bretagna. Musk ha respinto l'etichetta: "Ho detto letteralmente che credo in città sicure, confini sicuri e spesa pubblica sensata. Questo non mi rende affatto di destra." Ha aggiunto che una crescita rapida di gruppi con valori contrari a quelli occidentali porta prima o poi a un conflitto. Beddoes, che vive a Londra, ha risposto che Musk non mette piede nel Regno Unito da qualche anno, che Londra è più sicura di qualunque città americana e che la criminalità violenta britannica è in calo. Musk ha replicato che negli Stati Uniti il problema è la mancata incarcerazione dei recidivi violenti e, all'osservazione sulla diffusione delle armi, ha risposto che in Europa muoiono più persone per il caldo di quante ne muoiano negli Stati Uniti per arma da fuoco.

A Beddoes, che gli diceva "è per questo che la gente la detesta", Musk ha replicato citando i suoi circa 250 milioni di follower su X come prova che le persone che lo apprezzano sono più numerose di quelle che lo detestano. "Forse qualcuno mi detesta, ed è probabilmente vero. Non mi importa", ha detto. "Penso che molte più persone odino lei e i media di quanto lei creda. Si rende conto che i media sono disprezzati? Che il giudizio favorevole sui giornalisti è intorno al 15%?" Beddoes ha riconosciuto gli errori del giornalismo, ma ha attribuito parte del problema alla polarizzazione dei social network alimentata dai contenuti che Musk rilancia su X, tra cui un film che ha promosso per due giorni e che secondo lei dipinge un'Europa distopica e glorifica la violenza dei vigilantes.

La guerra civile in Gran Bretagna, ha detto Musk alla fine dell'intervista, è probabilmente lontana vent'anni, mentre la singolarità dei robot e dell'intelligenza artificiale arriverà entro dieci. Su una scala inferiore al decennio, ha aggiunto, tutto il resto conta meno: "Speriamo che queste intelligenze artificiali benevole e onnipotenti impediscano esiti del genere."


Il DOGE doveva sciogliersi, ma è ancora ovunque


Il DOGE, il dipartimento per l'efficienza governativa affidato a Elon Musk per tagliare la spesa federale, doveva cancellare sé stesso entro il 4 luglio 2026. A qualche settimana dalla scadenza, però, i suoi uomini e la sua agenda sono ancora sparsi nel governo americano: secondo un'analisi del Washington Post basata su atti giudiziari e documenti ufficiali, una ventina di persone assunte o selezionate tramite il DOGE continua a lavorare nell'esecutivo e a rimodellare la burocrazia federale dietro le quinte.

Musk e l'imprenditore Vivek Ramaswamy furono incaricati di guidare la struttura alla fine del 2024, con la promessa di tagliare 2.000 miliardi di dollari dal bilancio federale e di chiudere tutto entro 18 mesi. Oggi il sito del DOGE, costruito per documentare i risparmi, è fermo e l'account su X pubblica pochissimo. Il progetto però non è morto: "Il DOGE è uno stile di vita. Non finisce mai", ha scritto su X l'ex membro dello staff Katie Miller proprio il 4 luglio, il giorno della presunta scadenza.

Tra gli ex membri rimasti ci sono Gavin Kliger, oggi responsabile dei dati al Pentagono, e Jeremy Lewin, consigliere del Segretario di Stato Marco Rubio: dopo aver supervisionato gran parte dello smantellamento di USAID, l'agenzia americana per gli aiuti internazionali, Lewin dirige ora i programmi di assistenza estera del Dipartimento di Stato. Alla General Services Administration, l'agenzia che gestisce immobili e forniture del governo, l'ex ingegnere di Tesla Thomas Shedd è ancora registrato come collaboratore governativo speciale pur senza alcun incarico ufficiale apparente. L'elenco completo dei membri del DOGE non è mai stato reso pubblico e l'amministrazione si è opposta in tribunale alle richieste di rivelarne le identità, emerse solo in parte grazie a ricorsi e richieste di accesso agli atti.

Molti degli ex DOGE rimasti nel governo lavorano al National Design Studio, la struttura creata dalla Casa Bianca per modernizzare i siti governativi e guidata da Joe Gebbia, cofondatore di Airbnb. Secondo due persone vicine all'organizzazione, i suoi membri la considerano l'erede spirituale del DOGE: conta un centinaio di persone e si occupa di progetti come TrumpRx e il ridisegno della piramide alimentare, un'evoluzione della missione originaria ma con un mandato molto ridotto. Il capo ingegnere è Edward Coristine, noto come "Big Balls", che a 19 anni ottenne come dipendente del DOGE l'accesso ad agenzie come il Dipartimento di Stato e quello della Sicurezza Interna.

L'amministrazione ha fatto marcia indietro su molti piani del DOGE, annullando tagli e riassumendo lavoratori. La spesa federale complessiva è anzi aumentata nell'ultimo anno, al contrario di quanto promesso da Musk, e le agenzie stanno accelerando le assunzioni dopo che centinaia di migliaia di dipendenti federali se ne sono andati l'anno scorso. Secondo le stime della Partnership for Public Service, un'organizzazione non profit che si occupa di pubblica amministrazione, i tagli del DOGE e dell'amministrazione sono costati all'economia più di 165 miliardi di dollari, oltre 1.028 dollari per contribuente, tra benefici persi dei fondi cancellati, buonuscite, spese legali e costi delle riassunzioni.

Il DOGE divide anche i repubblicani. Il vicepresidente JD Vance ha lanciato una task force contro le frodi senza mai associarla al lavoro di Musk, dicendo a Fox News a febbraio che "è un peccato che nessuno abbia mai provato a guardare in modo sistematico a quanta frode c'è nel governo federale". Il senatore Thom Tillis del North Carolina ha chiesto conto dei risparmi in un'audizione con Russell Vought, il direttore dell'ufficio del bilancio della Casa Bianca: "Ci sono state molte affermazioni su miliardi e miliardi di dollari di risparmi. Voglio solo sapere dove li avete registrati e dove posso vederli". I democratici continuano a cavalcare la rabbia contro il DOGE e chiedono indagini sull'accesso dei suoi membri ai dati sensibili.

I tagli agli aiuti esteri, alla ricerca e ai fondi per le discipline umanistiche continuano intanto a produrre effetti. Organizzazioni sanitarie africane hanno detto che la riduzione degli aiuti ha ostacolato la risposta globale a un'epidemia mortale di Ebola e il Dipartimento dell'Agricoltura ha dovuto rincorrere il ritorno di un parassita del bestiame dopo i tagli al personale. Una precedente inchiesta del Washington Post aveva documentato la morte di bambini in Congo in attesa di farmaci salvavita bloccati dai tagli, mentre per un'analisi di Oxfam le riduzioni degli aiuti americani porteranno "al primo aumento della mortalità infantile sotto i cinque anni di questo secolo". Musk ha negato tutto: "Non c'è nemmeno un solo bambino morto!", ha scritto su X a giugno. "Se ci fosse, sarebbe la notizia di apertura in tutto il mondo!"

Alla Social Security Administration, l'ente della previdenza sociale americana, la presenza del DOGE è oggetto di una causa in corso. I suoi membri avevano ottenuto l'accesso alle banche dati più sensibili del governo, con le informazioni personali di tutti gli americani vivi e morti, senza trovare le frodi che Musk sosteneva esistessero. In tribunale l'amministrazione ha dichiarato che tutti i membri del DOGE hanno lasciato l'ente, ma il gruppo legale Democracy Forward ha replicato che il responsabile informatico Michael Russo si era identificato in passato come DOGE e che il capo dell'ufficio legale Mark Steffensen si era battuto per far entrare i suoi membri nelle banche dati: entrambi lavorano ancora lì. La giudice federale Ellen Lipton Hollander ha respinto il tentativo di archiviare il caso per l'avvenuta scadenza del DOGE: "Come un'azienda che chiude", ha scritto in un'ordinanza del 26 giugno, "l'organizzazione temporanea DOGE non può sfuggire alla responsabilità per la condotta tenuta mentre esisteva semplicemente raggiungendo la sua data di scadenza".

Alcuni progetti più limitati del DOGE vanno comunque avanti, come la digitalizzazione delle pratiche pensionistiche federali conservate in una miniera della Pennsylvania: a fine giugno l'ufficio che gestisce il personale federale ha annunciato che smetterà di spedire documenti cartacei alla miniera, dopo che gli ingegneri del DOGE hanno costruito un sito per sostituire i moduli di carta. Musk, già l'anno scorso, aveva lasciato intendere che il progetto gli sarebbe sopravvissuto: "C'è bisogno di Buddha per il buddismo?", disse mentre il suo periodo al governo finiva. "Non era forse più forte dopo la sua morte?"


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Email bombing, finto IT support e un’estensione Edge che evade la sandbox: la tradecraft di UNC6692


eSentire TRU ricostruisce la catena d'attacco dell'initial access broker UNC6692: email bombing, impersonificazione IT su Microsoft Teams, Quick Assist e l'estensione malevola Edgecution, capace di evadere la sandbox del browser per conto della syndicate ransomware Payouts King.
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Migliaia di email di conferma iscrizione e newsletter che intasano la casella di posta in pochi minuti, seguite — puntuale come un copione — da un messaggio Teams di un fantomatico “IT Support” pronto ad aiutare. È la sequenza che eSentire’s Threat Response Unit (TRU) ha documentato in una campagna di luglio 2026 contro un’azienda del settore software, attribuita al broker di accessi iniziali UNC6692. Il bersaglio finale non è un semplice furto di credenziali: è l’installazione di Edgecution, un’estensione malevola per Microsoft Edge capace di evadere la sandbox del browser e prendere il controllo dell’host sottostante.

UNC6692 non è un nome nuovo per chi segue il crimine informatico organizzato: Google Cloud/Mandiant lo ha già descritto come un initial access broker (IAB) che prepara il terreno per gruppi ransomware, tra cui la syndicate nota come Payouts King. La catena osservata da eSentire — email bombing, impersonificazione IT via Teams, Quick Assist e una suite di malware modulare battezzata “SNOW” — è la stessa tradecraft già segnalata da Google e da The Hacker News nei mesi scorsi, ma il report più recente aggiunge dettagli tecnici granulari sull’ultimo anello della catena, l’estensione Edgecution, e sui suoi indicatori di compromissione.

Fase 1: sommergere la vittima di email per giustificare una chiamata


L’attacco si apre con una tecnica ormai da manuale ma sempre efficace: l’email bombing. Iscrivendo l’indirizzo della vittima a migliaia di newsletter e servizi di conferma automatica, gli attaccanti saturano la casella di posta in pochi minuti. L’obiettivo non è nascondere altro traffico, ma costruire un pretesto plausibile: un dipendente sommerso da email è più propenso ad accettare senza troppe domande il contatto di un “supporto IT” che offre di risolvere il problema.

Subito dopo il bombing, gli attaccanti contattano la vittima su Microsoft Teams impersonando l’identità “IT Support | Corporate IT Service (Internal)”. La scelta del canale non è casuale: Teams è percepito come un ambiente aziendale “fidato” rispetto alla posta elettronica, il che abbassa ulteriormente la soglia di sospetto della vittima nel momento cruciale.

Fase 2: Quick Assist come porta d’accesso hands-on


Il finto tecnico guida la vittima a lanciare Quick Assist, lo strumento di assistenza remota integrato in Windows, dando agli attaccanti accesso interattivo alla macchina. Da quel momento sono loro a dirigere l’infezione: portano la vittima su un sito di phishing ospitato su Amazon S3 e progettato per imitare una pagina Office 365. La pagina utilizza i primi due pulsanti per far scaricare alla vittima AutoHotkey e uno script stager, mentre un modulo di login raccoglie in chiaro la password Office 365 non appena viene premuto “invio”. Un dettaglio curioso della catena: lo script analizza persino gli appunti (clipboard) della vittima con un’espressione regolare, alla ricerca di un codice di riferimento fornito verbalmente durante la finta sessione di supporto — un ulteriore livello di “autenticazione sociale” della truffa.

Edgecution: un’estensione Edge che rompe il sandbox del browser


Il payload finale, Edgecution, combina un’estensione malevola per Microsoft Edge con un native messaging host in Python. È proprio questa combinazione a permettere all’estensione — normalmente confinata alla sandbox del browser — di comunicare con un processo nativo sul sistema operativo e, di fatto, evadere i limiti imposti dal browser stesso. Una volta installata, Edgecution è in grado di monitorare in tempo reale i siti web visitati dalla vittima, catturare le credenziali Office 365 inserite, scrivere file arbitrari sul disco, enumerare i processi in esecuzione ed eseguire comandi shell, Python o PowerShell a piacimento — di fatto un accesso remoto completo mascherato da componente del browser.

Lo stager scaricato dal sito S3 arriva come archivio ZIP protetto da password, estratto tramite tar.exe in una sottocartella nascosta dentro %LOCALAPPDATA%\Microsoft\Edge\User Data. Tutte le stringhe presenti nello stager e nel native messaging host sono offuscate con XOR e decodificate solo a runtime, un accorgimento pensato per rallentare l’analisi statica. Per la persistenza, il malware scrive voci di registro sotto la chiave NativeMessagingHosts di Microsoft Edge e crea — eseguendolo immediatamente — un’attività pianificata configurata per rilanciare Edge con l’estensione caricata a ogni accesso.

Un IAB al servizio del ransomware


Il quadro attributivo colloca UNC6692 non come gruppo ransomware in sé, ma come specialista dell’accesso iniziale che poi rivende o passa il testimone a operazioni di estorsione più ampie, in particolare Payouts King. È un modello di business ormai consolidato nell’ecosistema del cybercrime: separare chi entra da chi cifra e negozia il riscatto permette a entrambe le parti di specializzarsi e di essere più difficili da tracciare come un’unica organizzazione. Vista in quest’ottica, la sofisticazione dell’ingegneria sociale di UNC6692 — pretesto costruito ad arte, canale Teams “aziendale”, Quick Assist, verifica via clipboard — non è fine a se stessa: è l’investimento necessario per garantirsi l’accesso di alta qualità che un cliente ransomware è disposto a pagare.

Due righe per i difensori


Per i team blue team, la catena UNC6692 offre diversi punti di intercettazione prima che si arrivi a Edgecution. Il primo è comportamentale: un’ondata improvvisa di iscrizioni a newsletter verso una singola casella dovrebbe generare un alert automatico, così come un contatto Teams esterno o appena creato che si presenta come “IT Support” — Microsoft Teams consente di etichettare gli account esterni, e questa etichetta va monitorata, non ignorata dagli utenti. Il secondo punto di controllo è tecnico: le policy aziendali dovrebbero limitare l’uso di Quick Assist ai soli casi avviati dall’help desk interno tramite ticket, bloccandolo o quantomeno alertando su ogni sessione avviata da un utente su richiesta esterna. Sul fronte endpoint, vale la pena monitorare la creazione di voci sotto HKLM\SOFTWARE\Microsoft\Edge\NativeMessagingHosts e la creazione di scheduled task che rilanciano msedge.exe con parametri di estensione custom, oltre a restringere via policy quali estensioni Edge possono essere installate al di fuori dello store ufficiale.

Va sottolineato che, secondo eSentire, l’archivio ZIP di Edgecution viene ricostruito da byte “spogliati” dell’header standard, un dettaglio che rende la sua individuazione tramite semplice controllo di firma file inefficace: servono euristiche comportamentali o EDR capaci di ispezionare i native messaging host registrati, non solo le estensioni installate nel browser.

Indicatori di compromissione

[Infrastruttura C2 Edgecution - domini CloudFront]
d385m5skczp5q5.cloudfront[.]net
d7xpwoah6gdv2.cloudfront[.]net
(+ 5 domini CloudFront aggiuntivi identificati da eSentire TRU)
[URL di delivery phishing/payload - Amazon S3]
hxxps://app7040.s3.us-east-1.amazonaws[.]com/patch.html
hxxps://app5805.s3.us-east-1.amazonaws[.]com/js/patch3265343.a
(+ 3 URL aggiuntivi identificati da eSentire TRU)
[Hash SHA-256 - artefatti sito phishing e payload]
232bca658c585627830623fcdce56647dc291666b25c901ee56212681198067a
e88c196a86c74ea0e53dfe77c93f577cb441ee590756cf7f3284522a2d6a6be5
da1cf68c9dc1cebcebf8ec7d1cf99ac9c0291db7b21bf279b9cad24c7a49948c
[Comandi osservati in fase di deployment]
tar.exe -xf ".zip" -C "%LOCALAPPDATA%\Microsoft\Edge\User Data\test1" --passphrase ""
cmd.exe /c python --version 2>&1
cmd /c start /min ... & del
[Account Microsoft Teams usati per l'impersonificazione IT]
Identità display: "IT Support | Corporate IT Service (Internal)"
(indirizzi email specifici omessi dalla fonte originale)
[Persistenza]
Chiave di registro: HKLM\SOFTWARE\Microsoft\Edge\NativeMessagingHosts\
Meccanismo: Scheduled Task creato ed eseguito immediatamente per rilanciare Microsoft Edge con l'estensione caricata

Fonti: eSentire Threat Response Unit (TRU), Google Cloud Threat Intelligence/Mandiant, The Hacker News, BleepingComputer.
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I democratici del Maine scelgono Troy Jackson per sfidare Susan Collins


Una convention straordinaria ha nominato l’ex presidente del Senato statale dopo il ritiro di Graham Platner. Il seggio è tra i più contesi nella battaglia per il controllo del Senato.
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I democratici del Maine hanno scelto questa mattina Troy Jackson, ex presidente del Senato statale, come candidato contro la senatrice repubblicana Susan Collins. La convention straordinaria riunita a Bangor lo ha nominato con 566 voti su 571 delegati, dopo il ritiro di Graham Platner. L’unica altra candidata rimasta in corsa, la dirigente del settore biofarmaceutico Saundra Pelletier, ha ottenuto cinque voti.

Jackson aveva di fatto conquistato la nomination già il fine settimana precedente, quando i democratici dello Stato avevano approvato a larghissima maggioranza la lista di delegati da lui indicata. “Siamo sulla buona strada per ottenere il governo che ci meritiamo”, aveva dichiarato allora in un video rivolto ai sostenitori. Platner aveva abbandonato la corsa il 10 luglio, travolto da un’accusa di violenza sessuale che ha sempre respinto.

Convention democratica · Maine
I democratici del Maine scelgono Troy Jackson contro Susan Collins
Convention straordinaria di Bangor — voto dei 571 delegati
Focus America

CandidatoVoti%

Troy Jackson
Ex presidente del Senato statale

566
99,1%

Saundra Pelletier
Dirigente del settore biofarmaceutico

5
0,9%

571delegati
Voto concluso

Graham Platner si è ritirato dalla corsa prima del voto. Elaborazione di Focus America.

La scommessa progressista per conquistare il Senato


La scelta di Jackson rafforza l’ala sinistra del partito, che punta ancora una volta su un candidato progressista per sottrarre ai repubblicani uno dei seggi decisivi nella battaglia per la maggioranza al Senato. Collins è l’unica senatrice repubblicana chiamata a difendere il proprio seggio in uno Stato vinto da Kamala Harris nel 2024. Per conquistare il controllo del Senato a novembre, i democratici devono ottenere 4 seggi in più.

La campagna presenta Jackson come un taglialegna di quinta generazione e un “combattente di lungo corso per i diritti dei lavoratori”. A giugno si era classificato terzo alle primarie democratiche per la carica di governatore, sostenuto dal senatore indipendente del Vermont Bernie Sanders. Il suo programma prevede il Medicare for All, la fine dei finanziamenti pubblici all’esercito israeliano, l’abolizione dell’Immigration and Customs Enforcement e una tutela federale del diritto all’aborto.

I repubblicani si preparano da settimane ad attaccare il candidato che avrebbe sostituito Platner, qualunque fosse stato il suo nome. Il giorno stesso della nomination, il Senate Leadership Fund, il comitato legato alla leadership repubblicana del Senato, ha annunciato un investimento da 42 milioni di dollari contro Jackson. Al candidato democratico restano ora 101 giorni per ridurre il vantaggio di Collins e provare a conquistare, nelle elezioni del 3 novembre, uno dei seggi da cui potrebbe dipendere il controllo del Senato.

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Trump vuole sbloccare i fondi congelati del Venezuela per pagare la ricostruzione


L'Amministrazione punta sull'oro alla Banca d'Inghilterra, sulle riserve del Fondo monetario internazionale e sui conti offshore per non spendere oltre i 386 milioni di dollari già impegnati

L'Amministrazione Trump e il governo venezuelano stanno cercando il modo di sbloccare miliardi di dollari di beni congelati all'estero per pagare la ricostruzione dopo i due terremoti del 24 giugno, senza far ricadere altri costi sui contribuenti americani. Lo ha rivelato Bloomberg. Il piano è aiutare il governo della presidente ad interim Delcy Rodríguez a ricostruire senza andare molto oltre i 386 milioni di dollari che Washington ha già impegnato. Il Venezuela resta bloccato nell'accesso a miliardi di dollari depositati presso il Fondo monetario internazionale, a vari conti offshore e all'oro custodito nella Banca d'Inghilterra, la banca centrale britannica.

Il presidente Donald Trump, che da sempre critica i coinvolgimenti all'estero, vuole evitare di impegnare finanziamenti consistenti mantenendo però un controllo di lungo periodo sul paese, dentro la sua "Donroe Doctrine" per riportare l'America Latina sotto l'influenza degli Stati Uniti. Washington coordina strettamente le sue mosse con Rodríguez da quando ha rimosso Nicolás Maduro con un raid notturno il 3 gennaio.

"Faremo di più. I venezuelani faranno di più", ha detto il segretario di Stato Marco Rubio ai giornalisti il 19 luglio. "Stiamo cercando di aiutarli ad avere accesso anche a finanziamenti e crediti globali per la ricostruzione. Stanno ancora lavorando a una stima del costo totale e sarà consistente, sia per la rimozione delle macerie sia per costruire cose nuove." I terremoti hanno provocato danni per 19,6 miliardi di dollari a edifici e infrastrutture secondo la Banca mondiale e hanno ucciso finora quasi 5.400 persone, con migliaia di feriti. Gli esperti dicono che serviranno anni per ricostruire. Ogni ritardo o intoppo nei finanziamenti aumenta la pressione perché siano gli Stati Uniti a mettere altri soldi.

Venezuela · La ricostruzione

Washington vuole ricostruire il Venezuela con i soldi del Venezuela


I due terremoti del 24 giugno hanno causato danni per 19,6 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti ne hanno impegnati 386 milioni e ora cercano di sbloccare i beni venezuelani congelati all’estero per coprire il resto.

Grafica di FocusAmerica

Il conto
Chi paga i 19,6 miliardi di danni

Ogni quadratino vale 100 milioni di dollari. La griglia intera è il danno stimato dalla Banca mondiale: il 18% del prodotto interno lordo venezuelano.
19,6 miliardi di dollari
Danni diretti a edifici e infrastrutture, stima della Banca mondiale del 23 luglio 2026.

386 milioni impegnati da Washington — meno di 2 dollari ogni 100 di danni

108 quadratini restano vuoti — 10,8 miliardi senza copertura

Le stime
Le stime sul costo del disastro non concordano

Le tre cifre che circolano misurano cose diverse: il valore di ciò che è crollato, il danno complessivo alle infrastrutture, il costo di ricostruire con edifici più sicuri.

Il piano d’emergenza per i primi sei mesi, presentato dal governo Rodríguez, ne chiede 296 milioni: lo 0,6% della stima più alta.

Il costo politico
I terremoti hanno bruciato il consenso di Delcy Rodríguez

In quattro mesi l’approvazione della presidente ad interim è scesa di tredici punti e la disapprovazione è salita di diciannove. Il sondaggio è stato raccolto tra il 26 e il 30 giugno, subito dopo le scosse.

Disapprova Approva

Febbraio 2026Giugno 2026

Cosa viene prima, il voto o la ricostruzione?
Eleggere un nuovo presidente45,7%
Ricostruire il paese32,6%

Di chi si fidano i venezuelani per la ricostruzione
Il governo degli Stati Uniti75%
Delcy Rodríguez24%

È il paradosso su cui poggia la strategia della Casa Bianca: la presidente che Washington sostiene è molto meno popolare di Washington stessa.

Come ci siamo arrivati
Sette mesi di controllo americano

Fonte: Banca mondiale, Global Rapid Damage Estimation, 23 luglio 2026; UNDP, 3 luglio 2026; Dipartimento di Stato degli Stati Uniti; AtlasIntel per Bloomberg News, rilevazione 26-30 giugno 2026 su 2.581 intervistati; Bloomberg.

Il valore dell’oro custodito a Londra è calcolato su 30 tonnellate al prezzo di 4.056 dollari l’oncia del 24 luglio 2026. La stima dei conti offshore è prudenziale e indicata come tale.

Washington vuole controllare con attenzione come il Venezuela usa il denaro, vista la storia di corruzione e sprechi del paese. È una delle ragioni per cui l'erogazione dei fondi è lenta e metodica. Lo stesso approccio prudente vale per i ricavi della vendita del petrolio venezuelano. Il governo Rodríguez ha già prelevato 346 milioni di dollari dalle riserve che il Paese detiene al Fondo monetario internazionale, un'operazione diventata possibile solo perché il Venezuela ha ripristinato i rapporti con l'istituzione, con l'appoggio americano.

Restano circa 4,2 miliardi di dollari in diritti speciali di prelievo, l'attivo di riserva che il Fondo assegna ai paesi membri e che può essere scambiato con un altro membro, o con un gruppo di membri, in dollari o in altre valute. Chi li usa deve però pagare gli interessi sulla differenza tra le proprie disponibilità e le assegnazioni ricevute, un calcolo che complica la scelta per Caracas.

Il 14 aprile gli Stati Uniti hanno allentato una sanzione in vigore da sette anni sulla banca centrale venezuelana e su altri istituti bancari statali, un passo che dovrebbe aiutare il governo a riprendere il controllo di circa 30 tonnellate d'oro custodite nella Banca d'Inghilterra. L'oro è al momento bloccato da una causa legata al riconoscimento, da parte del governo britannico, di un governo di opposizione dopo le elezioni contestate del 2018. Ci sono poi altri conti offshore in banche di tutto il mondo, con potenzialmente centinaia di milioni di dollari.

Gran parte degli aiuti americani è arrivata sotto forma di finanziamenti a organizzazioni internazionali come Catholic Relief Services e Unicef, insieme a forniture come kit per l'igiene destinati ai sopravvissuti. "Per Trump la sfida sarà presentare il Venezuela come un salvadanaio e non come un caso di beneficenza", ha detto Benjamin Gedan, direttore del programma America Latina dello Stimson Center, un centro studi di Washington. "Sarà difficile, vista la devastazione dei terremoti, che si aggiunge a una lunga lista preesistente di problemi del clima degli investimenti."

Rimettere in piedi il paese servirebbe agli Stati Uniti a garantirsi crescita economica, stabilità politica e una serie di progetti redditizi nel petrolio e nelle infrastrutture per le imprese americane, che potrebbero investire fino a 100 miliardi di dollari nel prossimo decennio per risollevare l'apparato petrolifero venezuelano, ormai in pessime condizioni. Alcuni funzionari americani insistono che la ricostruzione debba rafforzare e non sostituire la strategia complessiva di Washington, perché il terremoto non ha cambiato la logica economica su cui quella politica si regge. Trump ha detto spesso che aumentare la produzione di petrolio in Venezuela conviene a entrambi i paesi. Anche dopo i terremoti i funzionari venezuelani hanno continuato a spingere per chiudere accordi che facciano ripartire la produzione.

I terremoti hanno eroso ancora il sostegno popolare a Rodríguez. Le famiglie colpite hanno attribuito a lei e al resto del movimento chavista, al potere da due decenni, la responsabilità di una risposta all'emergenza lenta e incerta. Il suo indice di disapprovazione è salito al 63,3% a giugno, quasi cinque punti in più rispetto a maggio. Quasi due terzi degli intervistati hanno bocciato la gestione del dopo terremoto. Il 45,7% ha detto che eleggere un nuovo presidente è una priorità più alta della ricostruzione, contro il 32,6% che preferisce ricostruire prima.

"La risposta al terremoto ha messo in evidenza il fatto che Rodríguez e il suo governo si comportano come se avessero bisogno dell'alleanza con gli Stati Uniti e la volessero", ha detto James Bosworth, fondatore della società di analisi del rischio politico Hxagon. "Vuole più sostegno americano, aiuti, finanziamenti e persino cooperazione militare." La debolezza crescente della presidente ad interim in patria può finire per rafforzare la mano di Washington.

Gli Stati Uniti hanno anche appoggiato la ripresa dei colloqui tra il governo e una parte dell'opposizione, che dovrebbero cominciare il primo agosto tra l'Assemblea nazionale eletta democraticamente nel 2015 e l'attuale parlamento. L'obiettivo è creare le condizioni per elezioni "credibili, libere e corrette", ha detto Michael Kozak, alto funzionario del Dipartimento di Stato per gli affari dell'emisfero occidentale, in un'audizione al Senato.

Dai colloqui resta esclusa María Corina Machado, premio Nobel per la pace e di gran lunga la leader dell'opposizione più popolare. Vive fuori dal Venezuela da quando ha lasciato il paese per ritirare il premio, prima della caduta di Maduro. I suoi tentativi di rientrare sono stati bloccati dai funzionari locali che collaborano con gli Stati Uniti. La sua assenza dalla discussione sulle elezioni rende più difficile per l'Amministrazione Trump dimostrare in modo convincente di stare riportando il Venezuela alla democrazia.

"Il punto debole della politica americana è che la pessima risposta ai terremoti del governo di Delcy Rodríguez ha stancato la gente rispetto agli Stati Uniti che lavorano con lei sulla promessa di un domani migliore", ha detto David Smilde, professore di sociologia ed esperto di Venezuela alla Tulane University di New Orleans.

Parlando il 23 luglio a Manila, Rubio ha detto che spetterà "ai venezuelani" decidere se Machado avrà un ruolo nella transizione politica del paese, aggiungendo di ritenere che possa averlo. Ogni riconciliazione duratura, ha detto, richiederà una rappresentanza ampia della società venezuelana. Ha descritto Machado come un "elemento importante" con una sua base di consenso e ha avvertito che le transizioni politiche richiedono tempo, soprattutto dopo tanti anni di chavismo, la versione venezuelana del socialismo.

Se il sostegno a Rodríguez continuerà a indebolirsi, o se cresceranno le proteste sulla gestione dei terremoti, il presidente dovrà decidere se il suo impegno per il futuro del Venezuela vale anche per l'attuale leader. "Trump ha una storia di cambi di idea e di tagli delle perdite quando la situazione gli si rivolta contro", ha detto Bosworth. "Se la situazione si rivolta contro di lei, Trump potrebbe voltare le spalle al regime al potere in Venezuela già domani."

Il presidente ha sempre evitato mosse che imponessero una permanenza di lungo periodo delle truppe americane in Venezuela. L'attacco iniziale per rimuovere Maduro è stato condotto quasi interamente dall'aria, con i militari entrati e usciti rapidamente dal paese. Dopo il terremoto gli Stati Uniti hanno mandato personale militare per le operazioni di soccorso e ne restano circa mille.

C'è poca voglia di ripetere l'investimento finanziario richiesto dalle occupazioni passate di paesi come l'Iraq e l'Afghanistan, con i soldati sul terreno per periodi prolungati, ha detto Kimberly Breier, che ha guidato l'ufficio per gli affari dell'emisfero occidentale del Dipartimento di Stato nella prima Amministrazione Trump. "L'idea è ridurre al minimo l'uso dei soldi dei contribuenti americani, o assicurarsi che tutto quello che viene usato venga restituito nel lungo periodo", ha detto. "Non è un'inversione a 180 gradi degli Stati Uniti sulla costruzione di uno Stato. Ma gli Stati Uniti verranno a dare sostegno e ad aiutarli a ricostruire? Certo."


La ricostruzione del Venezuela è un problema da 37 miliardi di dollari per gli Stati Uniti


I due terremoti che il 24 giugno hanno colpito la costa settentrionale del Venezuela hanno ucciso più di 5.000 persone e causato danni alle infrastrutture per circa 37 miliardi di dollari secondo le Nazioni Unite, l'equivalente di circa un terzo del Pil annuale del paese. La ricostruzione ricade in gran parte sugli Stati Uniti: da quando a gennaio le forze speciali americane hanno catturato l'ex presidente Nicolás Maduro, l'amministrazione Trump dice di controllare i ricavi petroliferi e le finanze dello Stato venezuelano e di governare di fatto il paese. Fino a poche settimane fa Washington si preparava a raccogliere i frutti di questa improbabile alleanza, con le riserve di petrolio più grandi del mondo e vasti giacimenti minerari che si stavano aprendo agli investitori americani.

Venezuela · il terremoto del 24 giugno

Dopo il sisma, ricostruire il Venezuela tocca agli Stati Uniti

Le due scosse hanno ucciso più di 5.000 persone e causato danni per 37 miliardi di dollari, un terzo del Pil. Washington, che dalla cattura di Maduro controlla di fatto il paese, guida una ricostruzione che non può permettersi di fallire.

Grafica di FocusAmerica

Due scosse in 39 secondi

24 giugno
M 7,2
M 7,5
39 secondi dopo


37mld $
di danni diretti a edifici e infrastrutture, secondo la prima stima dell’UNDRR

Equivalgono a un terzo del Pil annuale del Venezuela

Danni del sismaPil annuale del Venezuela

5.069
vittime accertate al 17 luglio

69.000
edifici danneggiati o distrutti

26.000
persone rimaste per strada

Gli aiuti in scala

386 milioni di aiuti, 37 miliardi di danni


In meno di un mese il Dipartimento di Stato ha stanziato più aiuti di quanti gli Stati Uniti ne abbiano dati ad altri paesi terremotati di recente. Ma il disastro è di un altro ordine di grandezza: qui ogni quadrato vale 386 milioni di dollari, l’intero stanziamento americano.

Danni stimati · 37 mld $ Aiuti americani · 386 mln $

Per confronto: il debito estero che Caracas vuole ristrutturare, circa 200 miliardi, varrebbe da solo più di 500 quadrati.

Circa l’1%. Dei 96 quadrati che servono a coprire i danni, Washington finora ne ha riempito uno: il resto della ricostruzione dipende da sanzioni, conti esteri congelati e un debito che il Venezuela non può ripagare da solo.

Le cause dei crolli

Perché i palazzi sono venuti giù


Molti degli edifici crollati appartenevano alla Gran Misión Vivienda, il programma di case popolari di Hugo Chávez. Quattro fattori li hanno resi vulnerabili: tocca ogni voce per aprirla.

Il boom Milioni di case costruite in fretta +

Con la Gran Misión Vivienda, Chávez consolidò il consenso costruendo milioni di alloggi popolari. I controlli sui prezzi inondarono il mercato di tondino e cemento a basso costo, e gli appalti andarono a imprese di paesi avversari degli Stati Uniti, come Iran, Cina e Bielorussia.

I materiali Polistirolo tra le lastre di cemento +

Nei palazzi popolari della costa il polistirolo era usato come riempitivo tra le lastre di cemento. Appartamenti venduti come antisismici si sono ridotti in cumuli di metallo contorto e compensato, come il complesso costruito da un’impresa turca che Chávez celebrava come simbolo della sua rivoluzione.

L’abbandono Nessuno pagava la manutenzione +

Dopo anni di iperinflazione, i residenti non avevano soldi per le riparazioni: le infiltrazioni d’acqua trascurate hanno indebolito le strutture e con ogni probabilità contribuito ai crolli. Nel paese mutui e assicurazioni sulla casa sono quasi inesistenti.

Il terreno Sedimenti morbidi e corruzione +

Molti edifici sorgevano su sedimenti morbidi che amplificano le scosse, spiega al Wall Street Journal l’ingegnere Alejandro Linayo. Altri erano fragili per le costruzioni scadenti, frutto di una corruzione diffusa che ha svuotato un codice edilizio altrimenti solido.

La partita della ricostruzione

Che cosa chiede Caracas, che cosa fa Washington


La presidente ad interim Delcy Rodríguez ha usato la crisi per rilanciare le sue richieste agli Stati Uniti, che la considerano essenziale per stabilizzare il paese.

Caracas chiede

Delcy Rodríguez, presidente ad interim

Allentare ulteriormente le sanzioni americane
Riaprire l’accesso ai conti all’estero, compreso l’oro depositato alla Banca d’Inghilterra
Ristrutturare un debito da circa 200 miliardi di dollari

Washington fa

Marco Rubio, segretario di Stato

386 milioni di dollari di assistenza in meno di un mese
Soldati per riparare l’aeroporto e distribuire gli aiuti
Regia di una ricostruzione «rapida, sicura e attenta ai rischi»

La priorità secondo la CAF, la banca di sviluppo dell’America Latina: costruire subito case per le 26.000 persone rimaste per strada, prima che emergano problemi di sicurezza, governance e igiene.

Fonte: Onu/UNDRR, Oregon State University, Dipartimento di Stato Usa, Wall Street Journal · Dati al 20 luglio 2026

I ricercatori della Oregon State University stimano che 69mila edifici siano stati danneggiati o distrutti nelle comunità sulla costa come Catia La Mar, a 45 minuti di auto da Caracas, nello stato di La Guaira. Migliaia di persone dormono negli stadi da baseball e per strada. A Playa Grande sono crollate sia le torri residenziali affacciate sul mare, dove i venezuelani più ricchi della capitale passavano i fine settimana, sia i palazzi popolari costruiti a basso costo, con il polistirolo usato come riempitivo tra le lastre di cemento. Le stesse comunità costiere erano già state spazzate via dalle frane mortali del 1999.

Il segretario di Stato Marco Rubio ha promesso una risposta che coinvolge l'intero governo. I soldati americani hanno ispezionato i danni, supervisionato le riparazioni dell'aeroporto e distribuito aiuti. In meno di un mese il Dipartimento di Stato ha fornito 386 milioni di dollari di assistenza, più di quanto gli Stati Uniti abbiano dato ad altri paesi colpiti di recente da terremoti, nonostante l'anno scorso Washington abbia smantellato la sua principale agenzia per gli aiuti all'estero. L'8 luglio il Dipartimento ha detto che sta pianificando con i funzionari venezuelani una ricostruzione che dovrà essere "rapida, sicura e attenta ai rischi per sostenere la ripresa di lungo periodo". Ángel Cárdenas, specialista di infrastrutture della CAF, la banca di sviluppo dell'America Latina, ha detto durante un evento dell'Atlantic Council, un centro studi di Washington, che la priorità dovrebbe essere costruire case per le circa 26mila persone rimaste per strada, per evitare che più avanti emergano problemi di sicurezza, governance e igiene.

La presidente ad interim Delcy Rodríguez è già stata contestata per la gestione delle operazioni di ricerca e soccorso e una ricostruzione mancata rischia di alimentare nuove proteste. È un problema per la sua tenuta al potere, ma anche per l'amministrazione americana, che la considera essenziale per i suoi piani di stabilizzazione del Venezuela. Rodríguez ha usato la crisi per rilanciare le sue richieste a Washington: allentare ulteriormente le sanzioni e riaprire l'accesso ai conti che il governo detiene all'estero, compresi i lingotti d'oro depositati alla Banca d'Inghilterra. Il suo principale consigliere economico, Calixto Ortega Sánchez, ha detto lunedì che i costi del terremoto peseranno sui piani per ristrutturare un debito di circa 200 miliardi di dollari. Dopo un decennio di depressione economica che lo ha lasciato in bancarotta, il governo venezuelano ha poche possibilità di ricostruire da solo.

Molti dei palazzi crollati appartenevano alla Gran Misión Vivienda, il programma con cui Hugo Chávez, il defunto leader socialista, fece costruire milioni di case popolari consolidando il consenso dei suoi elettori. I rigidi controlli sui prezzi inondarono il mercato di tondino e cemento a basso costo e alimentarono un boom edilizio, mentre gli appalti andarono a società di paesi avversari degli Stati Uniti come Iran, Cina e Bielorussia. Un complesso che Chávez celebrava come simbolo della sua rivoluzione socialista, costruito da un'impresa turca, si è ridotto in cumuli di metallo contorto e compensato. Gli appartamenti erano stati venduti come antisismici, ma i residenti non avevano soldi per la manutenzione e le infiltrazioni d'acqua trascurate hanno indebolito le strutture, contribuendo probabilmente ai crolli.

Alejandro Linayo, ingegnere venezuelano specializzato in disastri naturali, ha detto al Wall Street Journal che molti edifici sorgevano su sedimenti morbidi che amplificano le scosse, mentre altri erano vulnerabili per le costruzioni scadenti, frutto di una corruzione diffusa che ha svuotato un codice edilizio altrimenti solido. Secondo Linayo, che durante il governo Chávez lavorò a un progetto finanziato dal Giappone sulla riduzione dei danni da disastri naturali, gli Stati Uniti potrebbero avere un ruolo importante nella supervisione degli studi tecnici sulle cause dei crolli, un passaggio necessario per evitare nuove calamità nella ricostruzione.

Per molti venezuelani perdere la casa significa perdere tutti i risparmi. Mutui e assicurazioni sulla casa sono quasi inesistenti nel paese, dopo anni di iperinflazione e la perdita di valore del bolivar, la valuta nazionale. Juan Barrios, l'economista che guidava le analisi sul Venezuela della Banca Interamericana di Sviluppo negli anni della crisi, ha detto al Wall Street Journal che una delle coperture più diffuse era "risparmiare in cemento", cioè parcheggiare i soldi nell'unico bene a prova di inflazione a portata di mano: cemento, blocchi e acciaio.


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Trump ordina di installare cartelli contro il museo di storia americana dello Smithsonian


Un ordine esecutivo impone una segnaletica davanti al National Museum of American History per dire ai visitatori che le mostre andrebbero riviste. Gli storici: iniziativa senza precedenti

Il presidente Trump ha ordinato di installare cartelli e allestimenti temporanei davanti al National Museum of American History, il museo di storia americana dello Smithsonian, la rete di musei pubblici di Washington finanziata in gran parte dal governo federale. La segnaletica dovrà avvertire i visitatori che, secondo la Casa Bianca, il museo non racconta in modo accurato la storia degli Stati Uniti e indicare "luoghi e risorse per informazioni accurate" sulla storia americana. L'ordine esecutivo, firmato venerdì, non specifica dove il pubblico verrebbe reindirizzato.

I cartelli saranno collocati lungo i marciapiedi e i percorsi di accesso al museo gestiti dal National Park Service, l'agenzia federale che amministra i parchi e gli spazi pubblici. L'ordine affida il compito al segretario all'Interno Doug Burgum e prevede che la segnaletica avvisi i visitatori che le mostre del museo "dovrebbero essere rinnovate" in linea con le conclusioni di un rapporto della Casa Bianca. Sono previsti anche cartelli che accusano il museo di non aver onorato adeguatamente i 56 firmatari della Dichiarazione d'indipendenza nell'anno del 250esimo anniversario della fondazione del paese. La Casa Bianca non ha risposto a una richiesta di chiarimenti su cosa ci sarà scritto esattamente.

L'ordine si fonda su "Saving America's Story", un rapporto di 162 pagine pubblicato il 4 luglio dal Domestic Policy Council, l'ufficio della Casa Bianca che coordina la politica interna. Il documento accusa la direttrice del museo, Anthea Hartig, di "ideologia da attivista radicale" e sostiene che lo Smithsonian tratti la storia americana non come un'eredità nazionale condivisa ma come "uno strumento politico per dividere, demoralizzare e scoraggiare i cittadini". Un comunicato della Casa Bianca che accompagna l'ordine va oltre e parla di "attivismo politico estremo, radicato nel marxismo".

Oltre a Burgum, l'ordine incarica il direttore dell'ufficio del bilancio della Casa Bianca Russell Vought, l'amministratore dei servizi generali e il consigliere per la politica interna Vince Haley di "ripristinare la fiducia" nello Smithsonian e di ottenerne l'adeguamento alle conclusioni del rapporto. Il coinvolgimento dell'ufficio del bilancio non è casuale: lo Smithsonian è un'istituzione storicamente indipendente, finanziata con fondi stanziati dal Congresso, ma quei fondi vengono erogati proprio dall'ufficio del bilancio e l'Amministrazione sostiene che tutta la spesa debba essere in linea con gli ordini del presidente.

L'ordine arriva pochi giorni dopo due audizioni al Congresso, martedì e mercoledì, in cui i parlamentari repubblicani hanno accusato Hartig di insegnare "il disprezzo di sé nazionale". Le critiche si sono concentrate su due mostre recenti: "Entertainment Nation", che conteneva immagini sessualmente esplicite, e "Girlhood (It's complicated)", che parlava dei problemi di identità di genere tra le giovani donne. Hartig ha difeso il museo nella sua testimonianza: "Quando gli storici parlano di riformulare una narrazione tradizionale non intendiamo cancellarla, intendiamo aggiungere le prove, le voci e gli oggetti che i racconti precedenti avevano lasciato fuori".

La pressione della Casa Bianca sullo Smithsonian dura da 16 mesi. È iniziata nel marzo 2025 con un altro ordine esecutivo, "Restoring Truth and Sanity to American History", che chiedeva di rimuovere l'"ideologia impropria" dai musei. Da allora l'Amministrazione ha avviato revisioni dei contenuti di diversi musei, ha criticato singole mostre e testi esplicativi, ha minacciato di trattenere fondi già approvati e ha ottenuto l'uscita di una direttrice di museo.

Lo Smithsonian non ha commentato l'ordine, ma i suoi vertici hanno già detto che il rapporto della Casa Bianca travisa il museo e che l'istituzione è impegnata all'accuratezza e a una ricerca non di parte. La deputata democratica Melanie Stansbury ha definito l'ordine "una chiara forzatura politica, guidata da un'agenda ideologica per riscrivere la storia americana" e ha ricordato che lo Smithsonian appartiene al popolo americano, non al presidente.

Samuel Redman, professore di storia alla University of Massachusetts Amherst che ha studiato a lungo lo Smithsonian, ha detto al New York Times di non ricordare "un solo caso in cui le mostre siano state contestate direttamente dai vertici del governo federale". "Gli storici sono sconvolti", ha aggiunto.

Sarah Weicksel, direttrice esecutiva dell'American Historical Association, l'associazione degli storici professionisti americani, ha detto al Washington Post che "non c'è alcun precedente" e che i cartelli sono "un affronto assoluto ai professionisti che lavorano in quell'edificio". Il museo ha già attraversato controversie sulle sue mostre, come quella sull'Enola Gay, l'aereo che sganciò la bomba atomica su Hiroshima, ma per Weicksel il governo non aveva mai cercato di "presentare una narrazione completamente alternativa" a quella raccontata all'interno. Il suo timore più grande è che la campagna eroda la fiducia del pubblico in un'istituzione su cui insegnanti e ricercatori si affidano da più di 150 anni: "La Casa Bianca sta essenzialmente dicendo al pubblico americano di non fidarsi dello Smithsonian".

I conservatori che da tempo chiedono un cambiamento allo Smithsonian hanno invece accolto con favore l'ordine. Mike Gonzalez, ricercatore della Heritage Foundation, il think tank conservatore, che ha testimoniato in entrambe le audizioni, ha detto al New York Times di ritenere che "l'unico modo per correggere lo Smithsonian" sia "rimuovere dall'incarico l'intera dirigenza" e di confidare che i funzionari indicati nell'ordine lavorino in quella direzione.

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Giorgia Meloni, il caldo ti avrà dato alla testa: quanti cambi di idea!

Prima l’Arabia Saudita era un regime da tenere a distanza, oggi è un partner con cui stringere accordi. E a pagare queste giravolte sono sempre i cittadini.

Meloni può cambiare versione, ma la gente non dimentica.
E tu, te lo ricordi?

Video di Francesca Romana D’Antuono, già copresidente di Volt Europa.

#GiorgiaMeloni #ArabiaSaudita #PoliticaItaliana #Coerenza #TeLoRicordi #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Das Thema sollte nicht sein, wie schnell die Merz-Regierung Reformen durchbekommt. Oder wer in der Koalition dabei die meisten Punkte macht. Sondern was Schwarz-Rot mit diesem Land vorhat und welche Folgen das für unsere Demokratie haben wird.

Unser netzpolitischer Wochenrückblick:
netzpolitik.org/2026/kw-30-die…

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Endorsed! Michael Veloff for Ohio’s 5th Congressional District


July 25

ICYMI, during our July 19th Pirate National Committee meeting, an impromptu endorsement inquiry led to a long overdue endorsement:

Friend of the Pirate Party and Libertarian candidate for Ohio’s 5th Congressional District Michael “Drunk Uncle” Veloff has been endorsed by the United States Pirate Party.

Veloff, affectionately known in Pirate Party circles as “Doc Agnew,” received our endorsement after a 5-0-1 vote on endorsing. You can catch up on the endorsement process by looking back at our previous meeting here. You can skip to 19:30 to see the endorsement process.

Veloff spoke on how he is running against a nepotism seat, being that the current office holder took over from his father.

Key issues spoken of include bail review, “Guns for Thoughts,” being the giving of guns and proper training to our most vulnerable, and moving the contents of Fort Knox to his basement. He has a perfect space, it’s secure, and he’s sure he has enough space for all the gold remaining in Fort Knox.

Doc joins Tim Grady, Blase Henry, Hunter Rand, Drew Bingaman, and Pete Karas as the candidates endorsed this cycle. Tomorrow, Jacob Anders (who has joined us for two-and-shaping-up-to-be-three episodes) will join our Pirate National Committee meeting, seeking our endorsement.

You can check out Parts I & II and find out learn more about Anders campaign. Veloff will be invited onto a future episode of Talk the Plank! as a guest in the coming weeks.

Visit Michael Veloff’s Facebook page to keep up with the campaign.


uspirates.org/endorsed-michael…

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Trump minaccia nuovi dazi contro l'Unione Europea dopo la multa a Google


Il presidente annuncia un'indagine commerciale ai sensi della Section 301 dopo la sanzione da un miliardo di dollari inflitta al colosso tecnologico. È la stessa norma sulla quale poggiano i nuovi dazi entrati in vigore dopo la bocciatura della Corte Suprema.

Donald Trump ha minacciato di imporre "un nuovo dazio sostanziale" all'Unione Europea come ritorsione per le sanzioni inflitte da Bruxelles alle aziende tecnologiche statunitensi. L'avvertimento è arrivato il giorno dopo che la Commissione Europea ha multato Google per un miliardo di dollari in base al Digital Markets Act, accusando il gigante del web statunitense di avere favorito indebitamente i propri servizi e imposto restrizioni agli sviluppatori di applicazioni.

"Gli Stati Uniti d'America non sono un salvadanaio per l'Europa, né permetteremo che lo diventino", ha scritto il presidente su Truth Social, annunciando l'apertura di un'indagine commerciale ai sensi della Section 301 del Trade Act del 1974.

"L'Unione Europea pagherà un prezzo molto alto per questa condotta illegale e altamente immorale. Le sanzioni saranno interamente annullate e prevediamo che un dazio sostanziale sarà imposto nel più breve tempo possibile".


La Section 301 è diventata lo strumento principale utilizzato dall'amministrazione per introdurre nuove tariffe. La norma, tuttavia, non consente di agire dall'oggi al domani: richiede un'istruttoria formale e una fase di consultazione pubblica, con indagini che possono protrarsi per mesi. In compenso, permette ai negoziatori americani di scegliere, prodotto per prodotto, quali merci colpire e quali escludere, offrendo un margine di manovra che i poteri emergenziali non garantivano. Ma anche se l'indagine sull'Unione Europea partisse immediatamente, dunque, i nuovi dazi difficilmente entrerebbero in vigore a breve.

La multa a Google si inserisce nella più ampia stretta di Bruxelles sui grandi gruppi tecnologici americani. Nell'ultimo anno la Commissione Europea ha sanzionato anche Apple e Meta, accusandole di abusare del proprio potere di mercato. Jamieson Greer, rappresentante degli Stati Uniti per il Commercio, ha avvertito questa settimana che i provvedimenti europei "rappresentano un rischio concreto per la stabilità delle relazioni commerciali transatlantiche". Secondo Greer, le sanzioni complessivamente pagate da Google superano il 2% del bilancio dell'Unione Europea.

All'inizio del mese, in un'intervista ad Axios, Greer era stato ancora più esplicito: "Non lasceremo che l'Europa controlli la regolamentazione globale delle nostre aziende". Le società americane, aveva aggiunto, offrono gratuitamente ai consumatori numerosi servizi. Lo scontro rischia ora di compromettere l'accordo commerciale negoziato lo scorso anno da Trump con l'Unione Europea. Diversi funzionari europei hanno già sostenuto che l'introduzione di nuovi dazi costituirebbe una violazione dell'intesa.

Stati Uniti · Politica commerciale

I nuovi dazi recuperano meno del 60% del gettito perduto con la sentenza della Corte Suprema


Dopo la sentenza di febbraio la Casa Bianca ha ricostruito le tariffe su basi giuridiche diverse. Il gettito atteso entro il 2036 scende da 1.700 a 950 miliardi di dollari, e a giugno le dogane hanno restituito agli importatori più di quanto abbiano incassato.

Grafica di FocusAmerica 24 luglio 2026

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Giugno 2026 · incassi doganali, miliardi di dollari

A giugno le dogane americane hanno restituito più di quanto abbiano incassato

Seleziona una colonna per leggere il dettaglio.

Il gettito Le basi giuridiche Il fronte europeo

Il nuovo sistema vale poco più della metà di quello annullato


Gettito atteso entro il 2036, in miliardi di dollari. Le nuove tariffe poggiano su tre misure distinte.

In sei mesi l’impalcatura giuridica dei dazi è stata rifatta due volte


Le quattro leggi su cui l’amministrazione ha appoggiato le tariffe, e che cosa ne resta oggi.

Bruxelles multa Google, Washington apre un’indagine commerciale


Aliquote in vigore dal 24 luglio 2026. In blu le tariffe fondate sulla Section 301, in rosso quella fondata sulla Section 338.

Fonte Committee for a Responsible Federal Budget, Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, Corte Suprema (Learning Resources v. Trump), Commissione Europea.

Il nuovo sistema di dazi


Poche ore prima del messaggio di Trump erano già entrati in vigore dazi compresi tra il 10% e il 12,5% sulle merci provenienti da decine di Paesi, compresi quelli dell'Unione Europea. Anche questi dazi sono stati imposti attraverso la Section 301, sulla quale poggia gran parte del sistema tariffario ricostruito dalla Casa Bianca negli ultimi sei mesi.

Il 20 febbraio la Corte Suprema aveva infatti annullato, con 6 voti contro 3, i dazi emergenziali adottati in base all'International Emergency Economic Powers Act (IEEPA). La soluzione temporanea introdotta subito dopo attraverso la Section 122 aveva successivamente raggiunto il limite massimo di 150 giorni previsto dalla legge, costringendo così l'Amministrazione a individuare una nuova base giuridica per i propri dazi.

Le aliquote del nuovo sistema sono generalmente inferiori a quelle previste dal regime emergenziale. Le esenzioni ricalcano in larga parte quelle precedenti e riguardano le materie prime la cui tassazione comprometterebbe le forniture interne, i beni che gli Stati Uniti non producono in quantità sufficienti e i prodotti sui quali i dazi provocherebbero danni all'intera economia. Sono inoltre escluse diverse merci agricole, componenti aeronautici, semilavorati industriali, minerali e farmaci.

Secondo il Committee for a Responsible Federal Budget, i nuovi dazi permetteranno di recuperare meno del 60% del gettito venuto meno dopo la sentenza della Corte Suprema. Il centro studi stima che i dazi entrati in vigore nella notte, insieme al prelievo del 25% sul Brasile, produrranno circa 950 miliardi di dollari entro il 2036, contro gli 1.700 miliardi attesi dal precedente regime emergenziale.

Il calcolo comprende anche il dazio del 50% sul Canada, che non rientra però nella Section 301: si fonda invece sulla Section 338 del Tariff Act del 1930 e riguarda una selezione limitata di merci, soprattutto automobili, bevande alcoliche e prodotti lattiero-caseari. Nel complesso, i dazi introdotti dall'Amministrazione a partire da gennaio 2025 genereranno circa 825 miliardi di dollari in meno rispetto alle stime pubblicate a febbraio dal Congressional Budget Office. Il debito federale raggiungerebbe così il 122% del prodotto interno lordo nel 2036, anziché il 120% previsto nello scenario di riferimento.

I ricorsi e l'incognita del gettito


Queste proiezioni presuppongono che i nuovi dazi, a differenza dei precedenti, superino l'esame dei tribunali e rimangano così in vigore. Il primo ricorso è stato presentato lo stesso giorno del loro annuncio: il Liberty Justice Center si è rivolto alla Corte del Commercio internazionale per conto di due piccole imprese, sostenendo che l'Amministrazione Trump stia utilizzando impropriamente la Section 301 per reintrodurre i dazi già dichiarati illegittimi dalla Corte Suprema.

La Casa Bianca respinge però nettamente l'interpretazione secondo cui i nuovi dazi sarebbero state introdotte per sostituire quelli bocciati dalla Corte Suprema. Un alto funzionario dell'Amministrazione Trump ha spiegato che l'entrata in vigore delle misure è stata fatta coincidere con la scadenza dei dazi temporanei solo per garantire continuità e prevedibilità alle imprese americane.

Il Tesoro, intanto, sta ancora smantellando il vecchio sistema tariffario. A giugno gli incassi doganali netti sono scesi a –25,6 miliardi di dollari: i rimborsi versati agli importatori hanno infatti superato le entrate generate dalle nuove riscossioni.

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Il Governo italiano ha approvato il DDL sull’imputabilità dei minori: per ragazze e ragazzi tra i 14 e i 18 anni la capacità di intendere e di volere non partirebbe più da un accertamento caso per caso, ma sarebbe presunta fino a prova contraria.

Il paradosso è evidente: quando si tratta di punire, a 16 anni sei considerato abbastanza maturo da rispondere penalmente delle tue azioni. Quando invece si parla di voto, partecipazione e diritti politici, per la stessa maggioranza sei ancora “troppo immaturo” per decidere del tuo futuro.

Volt Italia dice basta a questo doppio standard: il senso di responsabilità non si costruisce riempiendo le carceri né usando i giovani come capro espiatorio della propaganda sulla sicurezza. Si costruisce investendo in scuola, prevenzione, giustizia minorile, percorsi educativi e partecipazione democratica.

Per questo vogliamo il voto a 16 anni: chi è chiamato a rispondere delle proprie scelte deve anche poter contribuire alle scelte del Paese.

Cosa ne pensi? Scrivicelo nei commenti!

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Il petrolio oltre i 100 dollari fa saltare la scommessa di Trump sulla benzina


Stretto di Hormuz, Mar Rosso e Mar Nero sotto attacco: il Brent guadagna oltre 25 dollari al barile dall'inizio di luglio. La benzina supera i 4 dollari al gallone e il 46% degli americani afferma che il prezzo dei carburanti influenzerà il proprio voto.

Il Brent ha superato brevemente i 100 dollari al barile giovedì, dopo l'attacco rivendicato dagli Houthi yemeniti contro due petroliere saudite lungo una delle rotte alternative allo Stretto di Hormuz. Come riporta Politico, le petroliere sono così ora esposte ad attacchi simultanei lungo tre delle principali rotte marittime mondiali. Il greggio di riferimento internazionale è perciò rincarato di oltre 25 dollari dall'inizio del mese, quando Donald Trump ha dichiarato concluso il fragile cessate il fuoco con l'Iran.

Nello Stretto di Hormuz, in appena 48 ore, l'Iran ha colpito tre petroliere in transito nel corridoio meridionale che avrebbe dovuto essere protetto dagli Stati Uniti, secondo la società di intelligence marittima Windward. Teheran ha poi chiesto agli alleati Houthi di prendere di mira le navi nello Stretto di Bab el-Mandeb, attraverso il quale passa il greggio che l'Arabia Saudita ha dirottato dal Golfo Persico verso il porto occidentale di Yanbu.

Secondo Lloyd's List Intelligence, dall'inizio della guerra le esportazioni da Yanbu sono quintuplicate, fino al blocco annunciato questa settimana dagli Houthi. La sola minaccia aveva già indotto alcune petroliere a invertire la rotta; successivamente il gruppo è passato all'azione. Una delle navi è stata colpita da un "proiettile non identificato", ha riferito lo United Kingdom Maritime Trade Operations, il centro britannico che monitora la sicurezza della navigazione commerciale.

Il terzo fronte caldo è il Mar Nero. L'oleodotto che trasporta il petrolio kazako fino al porto russo di Novorossijsk si è fermato dopo l'intensificarsi degli attacchi ucraini contro le petroliere in attesa di carico, quattro delle quali sono state colpite in pochi giorni. Se l'interruzione dovesse protrarsi per più di una settimana, dai mercati potrebbero venire a mancare complessivamente 25 milioni di barili, ha stimato a Politico Artem Abramov di Rystad Energy.

Per questo motivo, la Casa Bianca ha intimato a Kyiv di interrompere gli attacchi contro le petroliere non russe, secondo un funzionario dell'Amministrazione citato in forma anonima. Washington considera infatti l'oleodotto un'infrastruttura essenziale per portare in Europa il petrolio del Kazakistan, riducendo la dipendenza dalle forniture russe.

Shock petrolifero · Midterm 2026

Tre rotte del petrolio bloccate, il conto arriva alle pompe americane


L'Iran colpisce le navi a Hormuz, gli Houthi bloccano Bab el-Mandeb, gli attacchi ucraini fermano l'oleodotto sul Mar Nero. Il Brent ha chiuso sopra i 100 dollari e la benzina americana ha superato i 4 dollari al gallone, a tre mesi dal voto di metà mandato.

Grafica di FocusAmerica

Brent, chiusura di giovedì 23 luglio
$ al barile

Il greggio di riferimento internazionale ha toccato 102 dollari durante la seduta: non accadeva da fine maggio.

Rivedi la sequenza

I tre fronti

Le petroliere sono sotto tiro su tre rotte contemporaneamente


Ogni volta che una via d'uscita si chiude, il greggio si sposta sulla successiva. Da giovedì sono tutte e tre compromesse.

Il conto alla pompa

La benzina è tornata sopra i 4 dollari al gallone in tre settimane


Media nazionale della benzina normale rilevata dall'American Automobile Association. La linea tratteggiata è la proiezione di Eurasia Group se lo Stretto di Hormuz resta chiuso.

Prezzo rilevato Proiezione Eurasia Group

Il cuscinetto

Le scorte che hanno frenato i rincari sono quasi esaurite


L'11 marzo l'International Energy Agency e i suoi 32 Paesi membri hanno deciso un rilascio coordinato. Washington ha già consumato la maggior parte della sua quota.

Rilascio coordinato IEA e 32 Paesi membri

Quota statunitense già immessa sul mercato

L'Amministrazione Trump ha rallentato il ritmo dei rilasci residui.

«La crisi comincia adesso, perché ormai abbiamo consumato tutto quel petrolio».

Amy Jaffe, docente di energia alla New York University, a Politico

Il prezzo politico

A novembre gli elettori votano anche con il pieno di benzina


Sondaggio condotto da Public First per Politico fra il 12 e il 15 luglio, confrontato con i prezzi per codice postale rilevati da OPIS.

Quanti sovrastimano il rincaro nella propria zona

Seggio repubblicano Altri seggi

Fonte: Politico, Lloyd's List Intelligence, Windward, Rystad Energy, American Automobile Association, International Energy Agency, New York Times, Public First e OPIS · dati aggiornati al 23 luglio 2026.

Il Brent ha chiuso a 100,69 dollari il 23 luglio, con un massimo di 102 dollari durante la seduta.

Le scorte diminuiscono, la benzina rincara


L'escalation rischia però di mandare in frantumi la strategia con cui la Casa Bianca sperava di abbassare il prezzo dei carburanti prima delle elezioni di metà mandato del 3 novembre. Giovedì la benzina ha raggiunto i 4,09 dollari al gallone, 15 centesimi in più rispetto alla settimana precedente, secondo l'American Automobile Association. Un rincaro particolarmente pericoloso per i repubblicani, chiamati a difendere maggioranze ristrette in entrambe le camere del Congresso.

"Molti repubblicani pensavano di avere già toccato il fondo tra la fine della primavera e l'inizio dell'estate, ma ora scoprono che si può scendere ancora", ha dichiarato a Politico Mark Jones, politologo del Baker Institute for Public Policy della Rice University. Anche una rapida soluzione del conflitto, ha aggiunto, difficilmente si tradurrebbe in un calo dei prezzi alla pompa prima del voto.

Nel frattempo, i margini di intervento si stanno restringendo sempre di più. Le scorte globali, ancora abbondanti a febbraio, quando è cominciata la guerra, sono ormai scese a livelli critici. Il rilascio coordinato di 400 milioni di barili, deciso l'11 marzo dall'International Energy Agency insieme ai suoi 32 Paesi membri, ha contribuito per mesi a contenere i rincari, insieme alla riduzione degli acquisti cinesi.

Gli Stati Uniti hanno partecipato all'operazione immettendo sul mercato 172 milioni di barili della riserva strategica. L'Amministrazione Trump, tuttavia, ha già completato oltre il 60% dei rilasci programmati e ora ne ha rallentato il ritmo. "La crisi comincia adesso, perché ormai abbiamo consumato tutto quel petrolio", ha spiegato a Politico Amy Jaffe, docente di energia alla New York University.

Gregory Brew, analista di Eurasia Group, ha avvertito sulla stessa testata che le raffinerie statunitensi stanno già lavorando al massimo della capacità. Se lo Stretto di Hormuz non verrà riaperto, il prezzo della benzina potrebbe così salire fino a 4,50 dollari al gallone e avvicinarsi ai 5 dollari tra settembre e ottobre, nel pieno della campagna elettorale per le elezioni di midterm.

Le conseguenze si estendono anche al credito. Il rendimento dei titoli di Stato statunitensi a dieci anni è salito questa settimana al 4,7%, rispetto a meno del 4% alla fine di febbraio, mentre il tasso medio sui mutui trentennali a interesse fisso è tornato al 6,58%, come scrive il New York Times. Il Segretario al Tesoro Scott Bessent aveva indicato proprio il rendimento del decennale come uno dei principali indicatori del successo dell'amministrazione nella lotta al costo della vita.

Gli analisti, tuttavia, non concordano sulle cause dell'aumento. "La guerra in Iran non aiuta, ma non è affatto evidente che il rendimento del decennale sia spinto dal rischio di inflazione", ha dichiarato al New York Times Jonathan Hill, stratega di Barclays. A suo giudizio pesano maggiormente le aspettative di crescita alimentate dall'intelligenza artificiale e le preoccupazioni per l'aumento del deficit pubblico.

Il prezzo politico della crisi


Sul piano elettorale conta però soprattutto la percezione degli americani. Nei sondaggi più recenti, tre su cinque sovrastimano l'aumento del prezzo della benzina nella propria zona, secondo un sondaggio condotto per Politico da Public First tra il 12 e il 15 luglio e confrontato con i prezzi per codice postale rilevati da OPIS. Nello specifico tendono a sovrastimare l'aumento circa il 70% degli elettori di Kamala Harris del 2024, contro il 54% di quelli di Trump.

Il 46% degli americani afferma inoltre che il costo dei carburanti influenzerà il proprio voto a novembre, mentre il 63% indica la guerra con l'Iran come la causa principale dei rincari. Tredici dei distretti congressuali più contesi hanno registrato aumenti superiori alla media nazionale e nove di questi sono attualmente rappresentati da deputati repubblicani.

Di fronte a questa difficile situazione, la portavoce della Casa Bianca Taylor Rogers ha ribadito giovedì che i prezzi torneranno ai livelli precedenti al conflitto man mano che le Forze Armate statunitensi ridurranno la capacità dell'Iran di colpire le navi nello Stretto di Hormuz. Trump, da parte sua, ha assicurato questa settimana che le considerazioni elettorali non influenzeranno le sue decisioni in Medio Oriente.

Intanto però dietro le quinte si lavora a una possibile via d'uscita. Stati Uniti e Regno Unito intendono, infatti, convocare la prossima settimana, nella capitale britannica, una riunione dedicata alla formazione di una coalizione internazionale per proteggere la navigazione nello Stretto, secondo quanto riferito ad Axios da due diplomatici europei e altre due fonti informate. Molti dei governi coinvolti pongono però una condizione: la cessazione preventiva dei combattimenti, senza la quale una missione internazionale difficilmente sarebbe praticabile.

Questa voce è stata modificata (4 giorni fa)

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Fail2ban su Linux: come configurarlo per bloccare davvero gli attacchi brute-force
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HOLLOWGRAPH: quando il calendario di Microsoft 365 diventa un canale C2 nascosto
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HOLLOWGRAPH: quando il calendario di Microsoft 365 diventa un canale C2 nascosto


Un malware che usa il calendario di Outlook come dead-drop


A metà luglio 2026 il team di Threat Intelligence di Group-IB ha pubblicato un’analisi tecnica su HOLLOWGRAPH, un impianto malevolo che ribalta un’assunzione su cui molte architetture di sicurezza si basano ancora: se il traffico esce verso graph.microsoft.com con un token valido, allora è “legittimo”. HOLLOWGRAPH dimostra che non è più così, e lo fa in un modo che vale la pena capire in dettaglio anche per chi non si occupa di threat intelligence, perché le tecniche di evasione che usa (abuso di API cloud fidate, DNS tunneling, cifratura ibrida) sono ormai pattern ricorrenti e replicabili.

Il malware è attribuito con alta confidenza al framework di backdoor modulare Cavern, già collegato ad attività di cyberspionaggio riconducibili all’area di influenza iraniana (con sovrapposizioni tecniche, seppur a bassa confidenza, con il gruppo Lyceum). La campagna osservata ha colpito in modo mirato organizzazioni israeliane: 12 sistemi compromessi identificati, di cui solo 3 attivamente in comunicazione con l’attaccante al momento dell’analisi — un profilo operativo selettivo, non opportunistico.

Il calendario come canale C2 bidirezionale


L’idea centrale di HOLLOWGRAPH è semplice da spiegare e proprio per questo efficace: invece di contattare un server C2 sotto il controllo dell’attaccante, il malware autentica una mailbox Microsoft 365 compromessa tramite Microsoft Graph API e usa il calendario di quella mailbox come dead-drop bidirezionale.

Il malware supporta solo due comandi:

  • get — cerca eventi del calendario con oggetto Event ID: <taskID>, programmati per il 13 maggio 2050 (una data lontana nel futuro, scelta per non comparire mai nella vista “prossimi eventi” del proprietario della mailbox), scarica gli allegati e li decifra con la chiave privata RSA incorporata nel binario.
  • send — cifra i dati da esfiltrare, crea un nuovo evento con la stessa data fittizia, carica i dati come allegati File{n}.txt e rinomina l’oggetto dell’evento con un tag riconoscibile dall’operatore (schema Boss{..}ID{..}).

Le chiamate Graph coinvolte sono quelle che qualunque applicazione legittima con permessi calendario userebbe normalmente:

GET /users/{mailbox}/calendarView
    ?startDateTime=2050-05-13T22:00:00
    &endDateTime=2050-05-13T23:00:00
    &$filter=contains(subject,'Event ID: ')

POST /users/{mailbox}/calendar/events
POST /users/{mailbox}/events/{event-id}/attachments
PATCH /users/{mailbox}/events/{event-id}

Non c’è nulla in queste richieste che le distingua sintatticamente da un utente che crea un invito a una riunione. È questo il punto: il traffico malevolo non anomalizza il protocollo, sfrutta la fiducia implicita che i controlli di rete perimetrali attribuiscono al dominio graph.microsoft.com.

Cifratura ibrida e rinnovo credenziali via DNS tunneling


Ogni payload scambiato tramite il calendario è protetto con uno schema ibrido RSA-OAEP + AES-256-GCM, con due coppie di chiavi RSA distinte per le due direzioni (tasking in ingresso ed esfiltrazione in uscita), così che comandi e dati rubati restino crittograficamente indipendenti l’uno dall’altro anche in caso di compromissione parziale.

Il secondo canale, separato, serve a rinnovare le credenziali Microsoft Entra ID (tenant ID, client ID, client secret, indirizzo della mailbox) necessarie per autenticarsi a Graph. Qui HOLLOWGRAPH usa DNS tunneling su record AAAA verso un dominio controllato dall’attaccante (cloudlanecdn[.]com):

LENGTH query:  {random}.{taskID}.{fieldIndex}.p.cloudlanecdn.com
DATA   query:  {random}.{taskID}.{fieldIndex}.{offset}.q.cloudlanecdn.com

Ogni risposta IPv6 restituita (16 byte) trasporta 14 byte di payload utile; il client ricompone i frammenti, li decodifica come UTF-8 e aggiorna un file di configurazione locale (logAzure.txt) mascherato da comune file di log. L’uso di IPv6/AAAA anziché dei più monitorati record TXT o A è una scelta non casuale: molte pipeline di DNS analytics sono ancora tarate prevalentemente su IPv4.

Perché elude i controlli tradizionali


Tre fattori rendono HOLLOWGRAPH difficile da individuare con gli strumenti perimetrali classici:

  • Il traffico C2 viaggia interamente su infrastruttura Microsoft fidata (Graph API), quindi non compare in nessuna blocklist di reputazione IP o dominio.
  • Non c’è mai una connessione diretta a un server dell’attaccante per il tasking o l’esfiltrazione: solo il canale di rinnovo credenziali tocca un dominio esterno, e lo fa via DNS, spesso meno ispezionato del traffico HTTPS.
  • Gli eventi di calendario datati 2050 sono progettati per restare invisibili all’utente reale della mailbox, che normalmente non scorre trent’anni avanti nel proprio calendario.


Cosa può fare concretamente un team di sicurezza


Le raccomandazioni di Group-IB si traducono in azioni piuttosto precise per chi gestisce ambienti Microsoft 365 / Entra ID:

Caccia agli indicatori noti. Bloccare o mettere in allerta su richieste verso cloudlanecdn[.]com e cercare sugli endpoint il file logAzure.txt.

Monitoraggio Graph API e audit di calendario. Con Microsoft Sentinel o Defender Advanced Hunting è possibile costruire una query che cerchi eventi di calendario creati da un’applicazione (non da un utente interattivo) con oggetto sospetto o data anomala:

CloudAppEvents
| where Application == "Microsoft Exchange Online"
| where ActionType in ("New item created.", "New-CalendarItem")
| extend AppId = tostring(RawEventData.ClientAppId)
| where isnotempty(AppId)
| extend Subject = tostring(RawEventData.ItemSubject)
| where Subject matches regex @"Event ID: |Boss\{.*\}ID\{.*\}"
| project Timestamp, AccountDisplayName, AppId, Subject, RawEventData

Rilevamento di DNS tunneling. Una query di partenza per individuare volumi anomali di query AAAA verso lo stesso dominio, con sottodomini ad alta entropia:
DnsEvents
| where QueryType == "AAAA"
| extend RootDomain = strcat(split(Name, ".")[-2], ".", split(Name, ".")[-1])
| summarize QueryCount = count(), DistinctSubdomains = dcount(Name) by Computer, RootDomain
| where QueryCount > 200 and DistinctSubdomains > 100
| order by QueryCount desc

Irrigidire l’identità cloud. Applicare Conditional Access con restrizioni sulle app registrate che usano client-credentials flow, generare alert sulla creazione di nuovi client secret e ruotare periodicamente le credenziali applicative — HOLLOWGRAPH dipende interamente da un set di credenziali Entra ID statiche incorporate nel binario: se quelle credenziali vengono revocate o ruotate, il canale Graph smette di funzionare finché l’attaccante non le rinnova via DNS tunneling, un’operazione che a sua volta genera telemetria rilevabile.

Conclusione


HOLLOWGRAPH non introduce tecniche crittografiche nuove né exploit in Microsoft Graph: il suo valore per l’attaccante sta tutto nel mimetismo. Per i team che gestiscono tenant Microsoft 365, il takeaway pratico non è “bloccare Graph API” — impossibile in qualunque organizzazione moderna — ma spostare parte della detection dal perimetro di rete alla telemetria applicativa: audit log di Exchange Online, anomalie nei permessi delle app registrate, e DNS analytics capace di guardare oltre i soliti record A/TXT. È un promemoria che vale la pena avere in mente ogni volta che si progetta un controllo di sicurezza basato solo sulla reputazione del dominio di destinazione.

Fonte: Group-IB Threat Intelligence, “HOLLOWGRAPH: Turning Microsoft 365 Calendars into Covert Command-and-Control Channels” e Petri IT Knowledgebase.


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Laura Loomer va a Kyiv e ammette di essere "caduta nella propaganda russa"


L'influencer MAGA più vicina a Trump ha intervistato Zelensky a Kyiv dopo anni passati a rilanciare le tesi del Cremlino. Il presidente ha elogiato l'intervista e martedì lo vedrà a Washington

L'influencer di estrema destra Laura Loomer, una delle voci più ascoltate dal presidente Donald Trump, ha passato la settimana a Kyiv e ha rinnegato pubblicamente anni di posizioni filorusse sulla guerra in Ucraina. Giovedì ha incontrato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky nel giardino del palazzo Mariinsky e venerdì ha pubblicato l'intervista, registrata per il suo programma su Rumble, la piattaforma video molto usata dalla destra americana.

Trump ha elogiato l'intervista sul suo social network con un "Very good!!!" e la Casa Bianca ha confermato che martedì incontrerà Zelensky a Washington. Il presidente ucraino, che nell'intervista aveva detto che sarebbe probabilmente andato negli Stati Uniti per il funerale del senatore Lindsey Graham, arriverà mentre al Congresso è in discussione la nuova versione del testo sulle sanzioni contro la Russia.

Loomer ha 33 anni, si presenta come "giornalista d'investigazione" e ha quasi due milioni di follower su X, dove per anni ha minimizzato l'invasione russa e rilanciato le tesi del Cremlino. Il primo allarme aereo passato a Kyiv le ha fatto subito cambiare idea. "Ho appena vissuto il mio primo allarme aereo in Ucraina. Sirene che suonano. Succede ogni giorno a ogni ucraino", ha scritto durante il viaggio. "Ho detto spesso che non me ne importava. A ripensarci, non è stato molto gentile da parte mia dirlo". Poi ha aggiunto che serve chiarezza morale.

Fino a pochi giorni fa Loomer definiva l'Ucraina "un paese pieno di apologeti dei nazisti" e la descriveva come guidata da "un apologeta dei jihadisti". La prima formula è la stessa che la Russia usa da anni per giustificare l'invasione. A Kyiv ha ammesso di aver creduto che l'esercito ucraino fosse pieno di nazisti inquadrati nel battaglione Azov e di aver dato una volta a Zelensky dell'"ebreo nazista che odia sé stesso", per poi riconoscere di essere "caduta nella propaganda russa". Nella svolta ha pesato l'incontro con Moshe Reuven Azman, rabbino capo dell'Ucraina, che l'ha ricevuta nella sinagoga centrale di Kyiv e le ha raccontato i bombardamenti quotidiani, i bambini e i civili uccisi, le città e i villaggi distrutti.

WATCH:

Laura Loomer Interviews Ukrainian President Volodymyr Zelenskyy @ZelenskyyUa at Mariinsky Palace in Kyiv, Ukraine. 🇺🇦 🇺🇸

Enjoy! @APUkraine @POTUS @WhiteHouse @KremlinRussia_E pic.twitter.com/6o53trow9X
— Laura Loomer (@LauraLoomer) July 24, 2026


Loomer ha poi visitato la cattedrale della Dormizione della Lavra delle Grotte di Kyiv, uno dei luoghi religiosi più importanti del paese, colpita a giugno da un attacco russo con droni che secondo l'UNESCO ha provocato danni gravi all'interno e all'esterno. Mosca ha negato ogni responsabilità e ha sostenuto, senza portare prove, che a colpire il complesso sia stato un missile Patriot ucraino di fabbricazione americana uscito fuori rotta per via della sua età. In un video girato dentro la chiesa Loomer ha accusato Vladimir Putin di ipocrisia per come presenta la Russia come potenza cristiana: "Non credo si possa dire di proteggere il cristianesimo se si cerca di colpire con un drone Gesù Cristo".

Nell'intervista Zelensky ha detto che il suo rapporto con Trump è decisamente migliorato rispetto allo scontro nello Studio Ovale del febbraio 2025, quando il presidente americano e il vicepresidente JD Vance lo attaccarono davanti alle telecamere. Il punto di svolta, ha spiegato, fu la breve conversazione tra i due nella basilica di San Pietro nell'aprile 2025, in occasione del funerale di papa Francesco: un momento storico, lo ha definito, perché in 15 o 20 minuti le relazioni cambiarono.

Il governo ucraino non ha organizzato il viaggio. Dmytro Lytvyn, portavoce di Zelensky, ha spiegato che nessuna istituzione ucraina se n'è occupata e che l'ufficio del presidente ha saputo della presenza di Loomer nel Paese dai social. L'ufficio di Zelensky l'ha comunque ringraziata pubblicamente, scrivendo che serve coraggio per venire in Ucraina e non lasciarsi scoraggiare dalla propaganda russa o dalle sirene antiaeree. Ad accompagnarla c'erano anche due alti funzionari ucraini, Serhiy Kyslytsya e Tetyana Berezhna.

Il viaggio conta perché Loomer non è una commentatrice qualsiasi. Nel 2025 ottenne il licenziamento del direttore della National Security Agency, l'agenzia americana che si occupa di intercettazioni e sicurezza delle comunicazioni, il generale Timothy Haugh, dopo un incontro nello Studio Ovale in cui presentò a Trump una lista di consiglieri per la sicurezza nazionale che considerava "talpe dei democratici" e "traditori" dello Stato profondo. Secondo il libro Regime Change, scritto dai giornalisti del New York Times Maggie Haberman e Jonathan Swan, quell'incontro si chiuse con l'ordine del presidente ai suoi collaboratori di sbarazzarsi nel dubbio di tutti quanti e di licenziarli.

Sulle nuove sanzioni Loomer si è schierata a favore del testo in discussione al Congresso e ha chiesto di allargare il fronte per raccogliere i voti necessari. "La Russia finanzia l'Iran e gli fornisce esplosivi per uccidere soldati americani, mentre l'Iran ha chiesto l'assassinio del presidente Trump", ha scritto. "Gli Stati Uniti devono spezzare l'economia russa finché non si sottometterà alla pace".

Anton Gerashchenko, blogger molto seguito ed ex consigliere del governo ucraino, ha definito l'intervista con Loomer come molto importante e necessaria, perché registra la rottura pubblica di una parte del movimento MAGA con le narrazioni e la propaganda russe.

Ed in effetti anche altri esponenti del mondo MAGA, il movimento che ruota attorno allo slogan Make America Great Again, stanno cambiando posizione sull’Ucraina. Tim Pool, podcaster di estrema destra con 2,7 milioni di follower su X, che in passato ha ricevuto finanziamenti da un'agenzia russa e detto di non saperlo, giovedì ha scritto che l'Ucraina combatte per la propria sopravvivenza contro un dittatore malvagio e che adesso vede l'importanza di una vittoria ucraina.

L'ala filo russa MAGA perde così sempre più terreno. Tucker Carlson, l'ex presentatore di Fox News che oggi produce un suo programma autonomo, continua a rilanciare le tesi del Cremlino davanti a un pubblico molto ampio, come fa l'influencer complottista Candace Owens, che era stata invitata a Mosca a giugno insieme ai fratelli Tate, arrestati questa settimana a Miami per essere estradati nel Regno Unito, dove sono accusati di stupro e di tratta di esseri umani a fini di sfruttamento sessuale. Il loro peso presso Trump è però minore che in passato.

Anche il tono ufficiale della Casa Bianca verso Mosca è cambiato negli ultimi mesi. Nel primo anno di mandato Trump aveva maltrattato Zelensky alla Casa Bianca, nel febbraio 2025, prima di riservare un'accoglienza calorosa a Putin in Alaska il 15 agosto. Il presidente, che sognava un accordo di pace rapido anche a costo di sacrificare gli interessi di Kyiv, mostra ora sempre più segni di insofferenza verso il capo del Cremlino, poco disposto a chiudere un conflitto impantanato nel Donbass, mentre i droni ucraini a lungo raggio martellano il territorio russo.

La Russia intanto continua a colpire l'Ucraina. Venerdì un attacco con missili balistici in pieno giorno ha ucciso dieci persone nella regione di Kyiv e ne ha ferite quasi cento, mentre altre cinque sono morte a Sloviansk, nell'est del Paese, per una bomba lanciata da un aereo. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha detto che l'Amministrazione Trump continua ad essere pronta a contribuire a mettere fine alla guerra ma ha ammesso che non esiste una strada rapida verso un accordo.


Tucker Carlson definisce Trump "debole" per aver lasciato che Israele spingesse gli Stati Uniti in guerra con l'Iran


Tucker Carlson, una delle voci più influenti della destra americana ed ex conduttore dell'emittente televisiva conservatrice Fox News, ha definito il presidente Donald Trump un uomo "debole" che ha lasciato che Israele spingesse gli Stati Uniti nella guerra con l'Iran. Lo ha detto in un'intervista del 15 luglio al podcast di Mishal Husain, giornalista di Bloomberg, tornando ad attaccare un presidente di cui per anni è stato alleato.

Husain gli ha chiesto se fosse arrivato il momento di ritenere Trump "pienamente responsabile" della ripresa della guerra e ha motivato la domanda con il fatto che il presidente è "l'uomo più potente del mondo". Carlson ha respinto la premessa: "Non penso che sia l'uomo più potente del mondo. L'ho ritenuto direttamente responsabile, è colpa sua: è il presidente degli Stati Uniti, è stato eletto. Quello è il suo lavoro e una parte enorme del lavoro consiste nel resistere alle pressioni di forze esterne".

Molti presidenti del passato, ha proseguito, sono riusciti a respingere i "tentativi di controllarli" da parte di governi stranieri; Trump invece non ha trovato la forza di fare altrettanto. "È debole. Non faccio finta del contrario", ha detto Carlson. "Ma è anche un'affermazione verificabile nei fatti che Israele ci ha spinto in questa guerra e che Trump glielo ha permesso". Lo ha riconosciuto davanti alle telecamere, ha aggiunto, lo stesso segretario di Stato, il capo della diplomazia americana: "Quindi non è una teoria del complotto. È un fatto".

Il governo degli Stati Uniti, secondo Carlson, "non vuole, o forse non può" contrastare le ingerenze di Israele. L'ex conduttore critica il presidente sulla guerra con l'Iran da mesi e negli ultimi tempi ha dedicato a Israele una parte crescente dei suoi interventi. A giugno aveva detto: "Quello che sappiamo per certo è che gli Stati Uniti sono entrati in guerra con l'Iran, una guerra che stiamo perdendo e che di fatto abbiamo già perso, a causa delle pressioni del primo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu". Negli stessi giorni aveva annunciato ufficialmente il suo addio al Partito Repubblicano.

Trump ha sempre respinto la ricostruzione secondo cui sarebbe stato Israele a trascinarlo nel conflitto e ha rivendicato in più occasioni il pieno controllo delle decisioni. A marzo aveva detto: "Semmai, potrei essere stato io a forzare la mano a Israele". A giugno aveva ribadito che Israele "non ha scelta" e dovrà accettare qualsiasi accordo lui decida di concludere con l'Iran. "Decido io. Decido tutto io", ha detto in un'intervista al Financial Times, aggiungendo che non è Netanyahu a decidere.


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Focus America è ora anche su LinkedIn e Instagram


Da alcune settimane siamo su due nuovi canali, oltre a Facebook, Twitter, Bluesky, Telegram e WhatsApp.

Focus America da alcune settimane è anche su LinkedIn e su Instagram. Sono due nuovi spazi in cui pubblichiamo i nostri articoli, i grafici e gli aggiornamenti su politica, economia e società degli Stati Uniti, per chi preferisce seguirci su questi canali.

Su LinkedIn condividiamo soprattutto le analisi e gli approfondimenti, pensati per chi vuole capire cosa succede negli Stati Uniti oltre la notizia del giorno. Su Instagram trovate i contenuti più visivi, con i grafici e le immagini che accompagnano i nostri pezzi.

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How a Crafted SVG File Could Have Handed Attackers SYSTEM Access on Microsoft’s Bing Servers
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Certighost Flaw Let Ordinary Users Impersonate Domain Controllers and Seize Active Directory
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Fediverse Loaded and Ready!


#Introduction post, like the Fediverse does. We're European Pirates and our great adventure comprises of making sure the European Union sails straight, through straits and narrows, and does not compromise to ludicrous demands or goes along with the willy-nilly. We're here and we're here to stay, grow and become big enough to dutifully represent the interests of European citizens. We hope to hear more from you as well, and we look forward to participating in the online conversation!
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Trump riunisce i vertici militari sull'Iran, Teheran respinge la tregua proposta dall'Iraq


Il presidente ha valutato con i consiglieri se intensificare gli attacchi, poi ha detto di essere pronto a colpire ma anche di stare trattando. Il petrolio è salito sopra i 100 dollari al barile

Il presidente Donald Trump ha riunito venerdì i vertici militari e i membri più importanti del suo governo per decidere se intensificare l'attacco contro l'Iran, a pochi giorni dall'incontro con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, atteso alla Casa Bianca martedì. Poche ore dopo, davanti ai giornalisti nello Studio Ovale, ha lasciato aperte entrambe le strade: "Siamo pronti ad andare, ma stiamo parlando con loro, quindi forse ci sarà un punto di rottura, forse no".

Nei 38 minuti di domande e risposte il presidente ha nominato sei volte le trattative con Teheran, dopo giorni in cui aveva fatto capire di essere pronto ad aumentare la pressione militare. "C'è un'uscita militare in cui andiamo avanti così come stiamo e possiamo anche aumentare la dose, distruggendo tutto quello che hanno. Oppure c'è una strategia più intelligente, che è fare un accordo. E loro vogliono fare un accordo", ha detto. Non ha risposto a una domanda su se gli attacchi che ha minacciato contro le infrastrutture civili iraniane possano essere considerati crimini di guerra secondo il diritto internazionale. Il giorno prima aveva parlato ad Axios di un attacco massiccio, più grande di qualsiasi altro visto finora nella guerra.

L'Iran ha respinto giovedì una proposta di tregua americana portata a Teheran dal primo ministro iracheno Ali al-Zaidi, secondo funzionari iraniani. Il governo iracheno ha poi smentito la ricostruzione con un messaggio sui social. I dettagli della proposta non sono noti, ma i funzionari iraniani hanno detto che era l'unica offerta sul tavolo e che il loro governo non è interessato a un accordo temporaneo che lasci irrisolta la questione del controllo dello Stretto di Hormuz, il passaggio da cui prima della guerra transitava circa il 20% del petrolio mondiale.

Al-Zaidi ha incontrato a Teheran il presidente Masoud Pezeshkian, il capo negoziatore Mohammad Bagher Ghalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi. "Il problema non è passare i messaggi", ha detto Araghchi alla televisione di stato iraniana, aggiungendo che di mediatori Teheran e Washington ne hanno già abbastanza. "Il problema è la visione dell'America, che è illogica, avida e vuole controllare".

Venerdì mattina il Central Command, il comando militare statunitense responsabile del Medio Oriente, aveva completato la tredicesima notte consecutiva di bombardamenti. Gli obiettivi colpiti nelle ultime due settimane sono più di mille secondo funzionari militari americani, contro i circa 13.000 della campagna di 38 giorni iniziata il 28 febbraio e chiusa dalla tregua dell'8 aprile. Gli attacchi hanno riguardato radar costieri, lanciatori di missili antinave, piccole imbarcazioni d'attacco iraniane e un numero crescente di ponti ferroviari usati anche dai civili.

Il Pentagono ha spostato nella regione altri caccia F-16 dalla Germania e F-35 dalla Gran Bretagna, mentre i bombardieri a lungo raggio B-2 e B-52 di stanza negli Stati Uniti sono in stato di massima allerta e gli aerei per il rifornimento in volo sono stati avvicinati al Medio Oriente. Quasi venti navi da guerra sono nel Mare Arabico o nelle acque vicine, dove lanciano missili Tomahawk e fanno rispettare il blocco navale contro le navi commerciali che entrano nei porti iraniani o ne escono, reimposto dopo l'uscita di Trump all'inizio di luglio dal memorandum d'intesa che doveva chiudere il conflitto. Alla missione sono assegnati circa 50.000 militari americani tra la regione e l'Europa.

Dall'inizio della guerra sono morti almeno 18 militari statunitensi e circa 570 sono rimasti feriti, quattro dei quali uccisi nelle ultime due settimane da attacchi iraniani contro basi americane. I senatori democratici della commissione Forze armate hanno chiesto giovedì al segretario alla Difesa Pete Hegseth "un resoconto completo e accurato" di tutti i militari uccisi o feriti, sostenendo che il dipartimento non ha fornito dati tempestivi e completi durante il conflitto e che le cifre diffuse finora sono state incoerenti. Il Pentagono aveva già taciuto per giorni su decine di feriti.

Gli Houthi, la milizia sciita alleata di Teheran che controlla gran parte dello Yemen, hanno aperto un secondo fronte marittimo dopo aver annunciato lunedì un blocco navale contro l'Arabia Saudita. Una nave saudita, la NCC Masa, ha riportato danni lievi allo scafo dopo essere stata colpita venerdì nel Mar Rosso, due giorni dopo l'attacco ad altre due imbarcazioni saudite. L'Arabia Saudita ha risposto bombardando obiettivi nella provincia di Hodeidah e sull'isola di Kamaran. Il ministero degli Esteri degli Houthi ha promesso "escalation per escalation".

Il fronte del Mar Rosso mette a rischio la rotta alternativa che Riyadh stava usando per aggirare la chiusura dello Stretto di Hormuz, esportando il proprio greggio attraverso un oleodotto che attraversa il paese da est a ovest fino a un porto sul Mar Rosso. Il petrolio Brent, il riferimento mondiale, è salito giovedì di oltre il 7% fino a 100,95 dollari al barile, superando quota 100 per la prima volta da maggio, per poi scendere intorno ai 96 dollari venerdì. Dall'inizio della guerra il greggio è rincarato di quasi il 40% e all'inizio dell'anno costava 60 dollari al barile.

Le due parti hanno raggiunto i limiti di quello che possono ottenere con la forza militare, secondo un'analisi del Wall Street Journal. Entrambi i governi hanno mostrato di essere disposti ad alzare il livello dello scontro, ma nessuno dei due riesce a ottenere un vantaggio decisivo sull'altro. Lo stallo aumenta il rischio che il conflitto vada avanti per altri mesi mentre ognuno cerca di costruirsi una posizione di forza.

"C'è una dinamica di escalation", ha detto al Wall Street Journal Alan Eyre, ex alto diplomatico statunitense che ha partecipato ai negoziati con l'Iran. "Non credo che l'amministrazione degli Stati Uniti abbia davvero un'idea chiara di cosa sta cercando di fare". Hamidreza Azizi, esperto di Iran dell'Istituto tedesco per gli affari internazionali e la sicurezza, ha detto alla stessa testata che nemmeno l'uso di una piccola arma nucleare contro un impianto atomico sotterraneo cambierebbe la sostanza delle cose. "Vedo entrambe le parti arrivare ai limiti di quello che i mezzi militari possono ottenere", ha detto.

Byran Clark, ex alto funzionario della Marina statunitense e oggi ricercatore dello Hudson Institute, un centro studi conservatore di Washington, ha detto che con l'ingresso degli Houthi gli iraniani hanno guadagnato un vantaggio nella scalata militare, senza però arrivare a dominarla, perché gli Stati Uniti possono ancora scegliere di attaccare obiettivi civili e adottare un approccio di guerra totale.

Le agenzie di intelligence americane ritengono che il nuovo leader supremo iraniano, l'ayatollah Mojtaba Khamenei, sia molto più interessato del padre e predecessore a dotarsi di un'arma nucleare, secondo funzionari informati sulle valutazioni. Ali Khamenei, ucciso all'inizio della guerra in un attacco israeliano condotto con l'aiuto dell'intelligence statunitense, aveva emesso una fatwa che vietava l'uso di armi atomiche. Il figlio non ha mai chiesto pubblicamente la bomba, ma sulla base di dichiarazioni pubbliche e conversazioni intercettate prima della guerra i servizi americani ritengono che punti a una testata termonucleare, miniaturizzabile e installabile su un missile a lungo raggio.

L'Iran ha spostato alcune centrifughe in un complesso sotterraneo fortificato nel centro del paese che gli americani chiamano Pickaxe Mountain, scavato troppo in profondità perché le bombe convenzionali statunitensi possano raggiungerlo. Teheran teme piuttosto un'incursione di terra e ha spostato truppe a difesa del sito. Le scorte di uranio altamente arricchito, il materiale di base per un ordigno, restano intatte e a disposizione del governo iraniano, mentre gli Stati Uniti sostengono che l'arricchimento non è ripartito. Rosemary Kelanic, direttrice del programma Medio Oriente del centro studi Defense Priorities, ha detto che la guerra e l'annuncio che gli Stati Uniti potrebbero aiutare l'Arabia Saudita ad arricchire uranio sul proprio territorio rendono "significativamente più probabile" che l'Iran cerchi di dotarsi dell'atomica.

Il Pakistan sta cercando di far ripartire i colloqui di pace tra Washington e Teheran, dopo una spinta iniziale della Cina, principale partner commerciale iraniano. Il ministro dell'Interno iraniano Eskandar Momeni è andato a Islamabad due volte in dieci giorni per discussioni esplorative e ha incontrato il capo delle forze armate pachistane Asim Munir. La notizia ha fatto salire le borse e scendere il prezzo del petrolio. Hegseth ha detto in Senato che Russia e Cina "stanno, a livelli diversi, favorendo alcune delle cose che l'Iran sta facendo", ma Trump ha scritto su Truth Social che, in base alle assicurazioni ricevute da Vladimir Putin e Xi Jinping, i due paesi non stanno partecipando alla guerra.

Il cambio di aereo con cui Trump ha lasciato la Turchia all'inizio di luglio, dopo il vertice della NATO, è stato deciso perché i servizi americani avevano giudicato credibile una minaccia di forze legate all'Iran contro il presidente e contro l'Air Force One: lo ha rivelato il New York Times. Trump era arrivato ad Ankara con il Boeing 747-8 donato dal Qatar, che non ha le stesse difese avanzate del vecchio aereo presidenziale. Il Secret Service, l'agenzia che protegge il presidente, gli aveva chiesto di cambiare velivolo per il volo di ritorno. Il presidente aveva sostenuto che si trattava solo di far visitare il nuovo aereo ai militari americani in Gran Bretagna, negando ragioni di sicurezza. Il direttore del Secret Service Sean Curran ha detto questa settimana che il livello di minaccia contro le persone protette dall'agenzia è il più alto mai registrato.

Centinaia di diplomatici americani e le loro famiglie, evacuati a febbraio dalle sedi in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrein, Giordania, Qatar e Oman, sono ancora a Washington senza sapere quando e se torneranno, secondo quanto riportato da NBC News. Otto ambasciate della regione restano sotto "ordered departure", la procedura che impone l'evacuazione obbligatoria. A fine agosto scade il termine di sei mesi entro cui il Dipartimento di Stato, il ministero degli Esteri americano, deve decidere se le sedi diventeranno posti dove i diplomatici non possono portare la famiglia. Un portavoce ha detto che non è possibile fornire un calendario "perché il quadro della sicurezza resta in evoluzione".

Le ambasciate statunitensi in Iraq, Kuwait, Libano, Qatar, Bahrein, Oman, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Giordania e a Gerusalemme hanno diffuso venerdì allerte di sicurezza che invitano gli americani a riconsiderare i viaggi nella regione, dopo un avviso mondiale del Dipartimento di Stato di due giorni prima. Le Guardie della rivoluzione iraniane hanno intanto avvertito i civili dei paesi che ospitano militari statunitensi di stare ad almeno 500 metri da qualsiasi edificio sospettato di ospitare personale americano.


Trump valuta un "attacco massiccio" contro l'Iran mentre gli Houthi entrano in guerra


Il presidente Donald Trump ha detto ad Axios che sta valutando di riprendere le operazioni militari su larga scala contro l'Iran, con attacchi più grandi di quelli condotti finora nella guerra iniziata a febbraio. "Sto valutando un attacco massiccio. Più grande che mai. Sono vicino a prendere una decisione. Siamo pronti", ha detto giovedì in una breve intervista. Trump non ha indicato una scadenza e due funzionari americani hanno confermato che nessun nuovo ordine è stato dato ai militari.

Secondo il presidente, gli iraniani "vogliono negoziare" ma non sono pronti a chiudere un accordo: "Non hanno ancora ricevuto abbastanza dolore". Trump ha aggiunto che Israele "si unirebbe in due minuti" a una nuova offensiva, ma che "non abbiamo bisogno di nessuno" per lanciarla. Nei giorni scorsi aveva già minacciato di colpire le infrastrutture iraniane e il sito nucleare sotterraneo di Pickaxe Mountain, dove si sospetta che l'Iran abbia nascosto le centrifughe per l'arricchimento dell'uranio.

Le forze americane hanno intanto completato la tredicesima notte consecutiva di bombardamenti sull'Iran, colpendo depositi di droni, siti di sorveglianza costiera e infrastrutture logistiche per ridurre la capacità iraniana di attaccare le navi commerciali nello Stretto di Hormuz. Sul fronte diplomatico, dopo che nelle scorse settimane diversi mediatori avevano provato senza successo a far ripartire i negoziati, giovedì l'Iran ha respinto una proposta di tregua di Trump portata a Teheran dal primo ministro iracheno Ali al-Zaidi, come ha rivelato il New York Times. Il capo negoziatore iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha detto ai media locali che non serve un altro mediatore: "Il problema non è far passare messaggi. Il problema è l'atteggiamento dell'America".

La guerra si è allargata anche a un nuovo fronte. Gli Houthi, i ribelli sciiti dello Yemen sostenuti dall'Iran, hanno colpito con missili e droni due petroliere saudite nel Mar Rosso, la Encelia e la Layla, pochi giorni dopo aver annunciato un blocco navale contro le navi legate all'Arabia Saudita. È un colpo pesante per il mercato dell'energia: con lo Stretto di Hormuz di fatto chiuso dall'Iran, il Mar Rosso era diventato la rotta alternativa con cui Riyadh esporta il suo petrolio.

Trump ha risposto su Truth Social avvertendo che d'ora in poi gli Stati Uniti riterranno l'Iran responsabile degli attacchi degli Houthi, definiti "un surrogato o un delegato" di Teheran, e che in caso di nuovi lanci "una punizione militare pesante sarà inflitta all'Iran e, naturalmente, agli stessi Houthi". Il presidente ha anche annunciato che i danni alle navi saranno ripagati con i fondi iraniani congelati che gli Stati Uniti "possiedono e controllano": le stime su questi fondi variano tra 24 e 100 miliardi di dollari, in gran parte fuori dal territorio americano. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha definito l'idea un precedente "incendiario".

L'attacco alle petroliere ha spinto il prezzo del petrolio Brent sopra i 100 dollari al barile per la prima volta da maggio. Rispetto alla vigilia della guerra il greggio costa circa il 40 per cento in più e negli Stati Uniti un gallone di benzina (3,8 litri) è arrivato a 4,09 dollari, il 37 per cento in più. Mercoledì solo 15 navi hanno attraversato lo Stretto di Hormuz, contro le circa 130 al giorno di prima del conflitto.

La Camera dei rappresentanti ha approvato per la seconda volta, con 214 voti a favore e 208 contrari, una risoluzione che chiede a Trump di fermare la guerra o di ottenere l'autorizzazione del Congresso per continuarla. Quattro repubblicani hanno votato con i democratici, gli stessi della prima risoluzione di giugno. Il voto è in gran parte simbolico e il Senato ha respinto una misura analoga con 49 voti contro 47, con la sola repubblicana Susan Collins a favore. La guerra resta molto impopolare: secondo un sondaggio Washington Post-Ipsos della scorsa settimana, solo il 29 per cento degli americani la sostiene.

Nonostante il malumore politico, i preparativi militari accelerano. Il Wall Street Journal ha rivelato che negli ultimi giorni gli Stati Uniti hanno spostato verso il Medio Oriente forze speciali, squadroni di caccia e personale medico per dare al presidente opzioni più aggressive, mentre i bombardieri nelle basi americane e britanniche sono in stato di massima allerta e oltre 150 medici sono arrivati all'ospedale militare di Landstuhl, in Germania. Dall'inizio del conflitto sono morti almeno 18 militari americani e circa 570 sono rimasti feriti. In Iran, secondo il ministero della Salute di Teheran, i soli raid ripresi a fine giugno hanno ucciso 55 persone e ne hanno ferite 629, mentre i morti dall'inizio della guerra sono almeno 1.700.

Secondo un'analisi dell'Atlantic, l'Amministrazione sta conducendo questa nuova fase del conflitto senza ammettere di essere in guerra: da quando i raid sono ripresi nessun alto funzionario ne ha parlato pubblicamente, il Pentagono non tiene una conferenza stampa da maggio, il Congresso non ha ricevuto briefing riservati e il segretario alla Difesa Pete Hegseth in audizione ha definito la guerra "un'operazione". Il segretario di Stato Marco Rubio, in visita nelle Filippine, ha detto ai giornalisti che i bombardamenti continueranno: "Il prezzo continuerà a salire ogni singola notte finché non torneranno in sé".


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