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📅 Gli eventi della settimana

2° Meeting nazionale TWC Italia

🕒 13 giugno, 00:00 - 14 giugno, 00:00
📍 Casale Falchetti, Roma, Lazio
🔗 mobilizon.it/events/1f53f993-b…


2° Meeting nazionale TWC Italia
Inizia: Sabato Giugno 13, 2026 @ 12:00 AM GMT+02:00 (Europe/Rome)
Finisce: Domenica Giugno 14, 2026 @ 12:00 AM GMT+02:00 (Europe/Rome)

Incontriamoci. Confrontiamoci. Organizziamoci.

🌍 LSA100Celle - Roma

📍13 e 14 giugno ci vediamo a #Roma per il secondo Meeting nazionale di Tech Workers Coalition Italia. Un'occasione per discutere delle criticità del settore tech italiano e globale e mettere in rete le pratiche di mobilitazione.Un grande log out nazionale per costruire l'alternativa possibile nei nostri luoghi di lavoro. Non lasciamoci deformare dalla tecnologia.

Sostieni il meeting su OpenCollective e segui tutti gli aggiornamenti sul programma sul nostro sito.


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Come la presidente del Venezuela è diventata trumpiana


Cinque mesi dopo la cattura di Nicolás Maduro, la presidente ad interim del Venezuela Delcy Rodríguez è diventata partner indispensabile di Washington ed evita elezioni libere.

Cinque mesi dopo la cattura di Nicolás Maduro a opera di commandos statunitensi, la presidente ad interim del Venezuela Delcy Rodríguez si è trasformata da avversaria sanzionata da Washington in partner indispensabile dell'amministrazione Trump e nel frattempo continua a rinviare elezioni libere.

Avvocato formato in Gran Bretagna e in Francia, Rodríguez riceve quasi ogni settimana funzionari della Casa Bianca e dirigenti dell'industria petrolifera americana nel palazzo presidenziale di Miraflores, a Caracas. Li accoglie con sacchetti regalo blu marchiati con il suo nome, contenenti rum venezuelano per gli uomini e borse di paglia e cioccolato per le donne. I funzionari pubblicano poi le foto sui social con l'hashtag #SelfieByDelcy. Al termine di uno di questi incontri, attraverso un interprete, Rodríguez ha chiesto agli ospiti di riferire al presidente che "anche qui ci sono uomini e donne d'azione" e di assicurare a Washington la volontà di costruire "fondamenta solide per un rapporto di lungo periodo".

L'alleanza con gli Stati Uniti sta dando alla presidente ad interim risorse finanziarie, legittimità internazionale e tempo per consolidare il potere ereditato da Maduro, secondo una ricostruzione del Wall Street Journal basata su fonti dell'amministrazione, diplomatici e oppositori venezuelani. L'amministrazione Trump non vuole alterare l'equilibrio: secondo funzionari della Casa Bianca, Rodríguez si dimostra collaborativa, mantiene calmo il Paese ed è disposta a fare affari. Le elezioni in Venezuela non sono fra le priorità del presidente, ha riferito al giornale un alto funzionario, anche perché la guerra con l'Iran ha rafforzato l'idea che il petrolio venezuelano sia un'assicurazione contro le turbolenze sui mercati energetici globali.

Da gennaio gli Stati Uniti controllano milioni di barili di greggio venezuelano. Il segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato che i proventi delle vendite sono depositati in conti bancari a New York e che la società di revisione KPMG verifica le spese prima che il denaro torni in Venezuela per pagare gli stipendi di insegnanti, polizia e altri dipendenti pubblici, allo scopo di limitare la corruzione in un Paese percepito come uno dei più corrotti al mondo. "La ricchezza del Paese sta effettivamente andando a beneficio dei venezuelani", ha detto Rubio. Nessuno dei due governi ha però precisato l'entità dei trasferimenti finora avvenuti.

Una delle poche misurazioni indipendenti dell'economia venezuelana è la quantità di dollari che gli americani stanno iniettando nel Paese, frenando la svalutazione del bolivar. Almeno 4 miliardi di dollari sono entrati nel mercato dei cambi, ha dichiarato al giornale Tamara Herrera, economista della società di consulenza bancaria Sintesis Financiera di Caracas. L'iniezione di valuta ha sostenuto il bolivar e fatto rallentare l'inflazione mensile, che è scesa dal 32% di gennaio a circa il 10% di aprile, anche se su base annua resta vicina al 600%.

A inizio anno Rodríguez ha lanciato un sito chiamato Sovereign Transparency che dovrebbe permettere ai cittadini di seguire la spesa pubblica. Finora il portale mostra movimenti relativi a una sola giornata: il 13 marzo, quando 300 milioni di dollari sono entrati e usciti dal fondo destinato agli aumenti di salari e pensioni.

Secondo i critici, il riassetto interno è più cosmetico che strutturale. Rodríguez ha sostituito alcune figure chiave dell'apparato di sicurezza ereditato da Maduro, ha rimpiazzato quasi metà del governo, ma ha mantenuto il proprio fratello a capo del parlamento. Il sostegno del presidente americano le ha portato anche una riabilitazione internazionale: Trump ha revocato le sanzioni personali a Rodríguez e ha spinto altri Paesi e istituzioni a riavviare i rapporti con Caracas. Questo mese la presidente ad interim ha visitato i Paesi Bassi ed è stata invitata al vertice ibero-americano di Madrid nonostante l'Unione Europea continui ad averla sanzionata. Rubio ha annunciato personalmente che Rodríguez si recherà in India entro fine mese per discutere di vendite di petrolio venezuelano.

L'ambasciata americana di Caracas, chiusa dal 2019, sta riaprendo a ritmo serrato: gli operai puliscono la muffa, stendono nuova moquette e installano nuovi condizionatori, mentre i funzionari hanno avviato l'assunzione di oltre cento dipendenti locali. La Casa Bianca ha promosso la ripresa dei voli diretti Miami-Caracas, il primo dopo sette anni, e il presidente ha firmato le prime pagine dei giornali che celebravano il volo inaugurale per consegnarle ai propri collaboratori. Trump ha detto che in Venezuela "ballano per strada perché stanno arrivando un sacco di soldi". Il consigliere energetico della Casa Bianca Jarrod Agen ha scritto "Drill, Baby, Drill!" sul libro degli ospiti VIP durante una recente visita a Caracas e ha sostenuto che i cambiamenti procedono "alla velocità di Trump".

L'indice di gradimento di Rodríguez è sceso a circa il 30% in tre sondaggi privati condotti il mese scorso, mentre i venezuelani continuano a fare i conti con iperinflazione, alta disoccupazione e blackout. Un sondaggio dell'istituto Meganalisis ha rilevato che il 46% dei venezuelani è grato al presidente americano per i cambiamenti nel Paese, in netto calo rispetto al 92% di gennaio. I sindacati hanno manifestato per aumenti di salari e pensioni, i dissidenti chiedono la liberazione dei prigionieri politici e alcuni ex alleati del partito socialista al governo accusano Rodríguez di essersi piegata a quello che chiamano "imperialismo yankee". L'Osservatorio venezuelano del conflitto sociale ha documentato 1.926 proteste contro il governo nei primi tre mesi del 2026, con un aumento del 144% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.

L'ex ambasciatore statunitense in Venezuela James Story ha detto al giornale che Rodríguez "non ha alcuna intenzione di lasciare il potere in tempi brevi" e ha paragonato il sistema alla "Cosa Nostra". Enrique Márquez, politico d'opposizione ed ex prigioniero politico invitato dal presidente al discorso sullo stato dell'Unione a febbraio, ha aggiunto di non vedere "elezioni nel breve periodo, perché non c'è la volontà dei due attori principali: gli Stati Uniti e il governo di Delcy". Una parte dei repubblicani della Florida, vicini al presidente, inizia a essere preoccupata: il senatore Rick Scott ha definito Rodríguez "una persona terribile" e ha detto ai giornalisti che servono elezioni in tempi rapidi.

Rodríguez ha fatto sapere a Washington che, pur sostenendo elezioni "a un certo punto", chiede prima la rimozione del complesso sistema di sanzioni sul Venezuela per far ripartire i flussi di entrate e riparare le infrastrutture danneggiate, secondo una persona a conoscenza dei colloqui. Quando di recente alcuni giornalisti le hanno chiesto, davanti a funzionari statunitensi, quando si terranno le elezioni, ha sorriso a disagio. "Non lo so", ha risposto con un cenno della mano uscendo dalla stanza. "Prima o poi".

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Bastian’s Night #478 May, 28th


Every Thursday of the week, Bastian’s Night is broadcast from 21:30 CEST/DST.

Bastian’s Night is a live talk show in German with lots of music, a weekly round-up of news from around the world, and a glimpse into the host’s crazy week in the pirate movement.


If you want to read more about @BastianBB: –> This way


piratesonair.net/bastians-nigh…

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Trump attacca i critici dei negoziati con l'Iran: "Non faccio accordi cattivi"


Il presidente difende su Truth Social l'intesa in via di definizione e definisce "losers" gli scettici. Tra le voci critiche i senatori repubblicani Ted Cruz e Lindsey Graham.

Donald Trump ha attaccato i critici dei negoziati in corso con l'Iran in un messaggio pubblicato domenica 24 maggio su Truth Social, definendo "losers" chi muove obiezioni a un accordo che non è stato ancora finalizzato. "Non faccio accordi cattivi", ha scritto il presidente, sostenendo che chi commenta dovrebbe "aspettare e vedere quale sarà l'intesa prima di stroncarla". Lo stesso giorno, in un post precedente, Trump aveva descritto il rapporto fra Washington e Teheran come diventato "molto più professionale e produttivo", precisando però che l'Iran "deve capire di non poter sviluppare o procurarsi un'arma nucleare".

Il presidente contrappone il negoziato in corso a quello concluso da Barack Obama nel 2015, denunciato dallo stesso Trump nel 2018 durante il primo mandato alla Casa Bianca. "Il nostro accordo è l'esatto opposto" di quello di Obama, ha scritto sul social, accusando l'intesa precedente di aver consegnato all'Iran "enormi quantità di contanti" e una "via chiara e aperta verso un'arma nucleare". La nuova trattativa, sostiene Trump, garantirebbe invece che Teheran non abbia accesso al nucleare militare.

I termini concreti dell'accordo restano riservati. Secondo uno scoop del New York Times, l'intesa prevederebbe la riapertura dello Stretto di Hormuz, il braccio di mare tra il Golfo Persico e il Golfo dell'Oman attraverso cui transita una quota rilevante del greggio mondiale. La firma non è però attesa nell'immediato: secondo quanto riferito dal giornalista Barak Ravid su Axios, restano "diversi dettagli" da chiudere e nessun annuncio era previsto per la giornata di domenica. Lo stesso Trump ha riconosciuto che l'intesa "non è ancora stata negoziata fino in fondo".

Le obiezioni più rumorose arrivano dall'interno del Partito Repubblicano. I senatori Ted Cruz, del Texas, e Lindsey Graham, della South Carolina, hanno espresso scetticismo sulla trattativa. Trump non ha citato nominalmente nessun critico, ma il bersaglio del suo affondo è apparso chiaro: chi attacca un'intesa "di cui nessuno conosce i contenuti". Il presidente ha aggiunto che a suo avviso furono proprio i predecessori alla Casa Bianca a "dover risolvere questo problema molti anni fa".

Sabato, alla vigilia dell'attacco agli scettici, il presidente aveva preannunciato che l'intesa sarebbe arrivata "a breve", dopo colloqui con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e con i leader di diversi paesi a maggioranza musulmana coinvolti nel dossier iraniano. L'accordo, ha promesso, sarà "buono e adeguato".

Trump ha aperto anche allo scenario di un ingresso dell'Iran negli Accordi di Abramo, l'intesa di normalizzazione tra Israele e alcuni paesi arabi avviata nel 2020 durante il primo mandato del presidente. "Chissà, forse anche la Repubblica Islamica dell'Iran vorrà unirsi", ha scritto su Truth Social, ringraziando "tutti i paesi del Medio Oriente" per il sostegno e la cooperazione, che a suo dire saranno "ulteriormente rafforzati" proprio dall'eventuale allargamento del perimetro degli accordi.

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La rassegna stampa di lunedì 25 maggio 2026


Trump verso un accordo con l'Iran per riaprire lo Stretto di Hormuz tra le critiche dei falchi repubblicani, il greggio scende ma la benzina resta cara, nuova stretta sulle Green Card, l'Ebola riemerge in Congo e una cisterna chimica minaccia 50.000 californiani

Questa è la rassegna stampa di lunedì 25 maggio 2026

Trump vicino a un'intesa con l'Iran per riaprire lo Stretto di Hormuz


L'Amministrazione statunitense sta negoziando un accordo che prevede un cessate il fuoco di 60 giorni e la riapertura dello Stretto di Hormuz, anche se il presidente Trump ha invitato i suoi negoziatori a "non avere fretta". L'intesa lascerebbe però fuori i nodi più complessi: scorte nucleari, arricchimento dell'uranio e missili iraniani non sono stati ancora affrontati.

Fonti: New York Times, BBC, Semafor

I falchi repubblicani attaccano l'accordo emergente con Teheran


L'intesa che si profila con l'Iran sta incassando critiche durissime dall'ala più intransigente del Partito repubblicano, compresi alcuni alleati storici del presidente, che la definiscono un disastro e mettono in dubbio le ragioni stesse della guerra. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha respinto le critiche definendole "assurde" e ha ribadito che l'opzione preferita resta quella diplomatica.

Fonti: New York Times, ABC News, The Hill

I prezzi del greggio scendono sulle attese di un'intesa, ma il portafoglio degli americani resta sotto pressione


Il Brent è tornato sotto i 100 dollari al barile dopo le indiscrezioni sull'accordo, con un calo di circa il 4,6% rispetto alla chiusura di venerdì. Il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti resta però intorno a 4,55 dollari al gallone, oltre 1,5 dollari in più rispetto a prima della guerra, e la fine degli sgravi fiscali di Trump rischia di comprimere ulteriormente i consumi delle famiglie americane.

Fonti: Axios, Financial Times, The Hill

In California una cisterna chimica rischia l'esplosione, evacuate 50.000 persone


Una cisterna contenente sostanze chimiche infiammabili in uno stabilimento aerospaziale di Garden Grove, vicino a Disneyland, continua a surriscaldarsi e potrebbe cedere. Il governatore ha dichiarato lo stato di emergenza e 50.000 persone sono sotto ordine di evacuazione; una crepa apparsa nelle ultime ore, secondo le autorità, potrebbe ridurre la pressione e abbassare il rischio di una grande esplosione.

Fonti: NPR, The Guardian, Wall Street Journal

Confusione e timori dopo la stretta dell'Amministrazione Trump sulle Green Card


Una nuova regola dell'Amministrazione obbliga chi richiede la Green Card a presentare domanda dal proprio Paese d'origine, lasciando immigrati e avvocati a interpretare le conseguenze del provvedimento. In visita a Nuova Delhi, il Segretario di Stato Marco Rubio ha rassicurato che la stretta "non è rivolta contro l'India", uno dei Paesi con il maggior numero di richiedenti.

Fonti: New York Times, Semafor

L'Ebola riemerge in Congo, la risposta americana è indebolita dai tagli


L'epidemia di Ebola che si sta diffondendo in Africa centrale è il primo grande focolaio dopo lo smantellamento dei programmi sanitari globali decisi dall'Amministrazione lo scorso anno. Pur inviando esperti e risorse, gli Stati Uniti scontano un'assenza di leadership: né i Centers for Disease Control né la Food and Drug Administration hanno oggi un direttore confermato.

Fonti: The Hill, New York Times

Sparatoria vicino alla Casa Bianca, un passante è grave


Un uomo ha aperto il fuoco contro un posto di blocco del Secret Service vicino alla Casa Bianca ed è stato ucciso dagli agenti. Un passante è stato colpito durante lo scambio di colpi ed è in condizioni serie dopo essere stato operato; la polizia di Washington sta indagando per stabilire da quale arma sia partito il proiettile e quanti colpi siano stati esplosi.

Fonti: New York Times, ABC News, The Hill

I democratici corteggiano Elizabeth Warren in vista del 2028, anche AOC si muove


La senatrice Elizabeth Warren è al centro delle manovre dei potenziali candidati democratici alla Casa Bianca nel 2028, dai governatori Andy Beshear e Gavin Newsom alla deputata Alexandria Ocasio-Cortez, che a sua volta ha avviato un tour nazionale tra Filadelfia, Atlanta e l'Alabama senza ancora chiamarlo tale. Le mosse confermano la spinta dell'ala progressista, mentre i moderati temono uno spostamento eccessivo a sinistra.

Fonti: Axios

Trump vuole liste federali di cittadini per decidere chi può votare


L'Amministrazione Trump sta lavorando a elenchi di cittadini divisi per Stato per stabilire chi abbia diritto al voto, pur ammettendo che i dati raccolti rischiano di essere inaffidabili. Gli esperti elettorali avvertono che il progetto potrebbe portare a depennamenti di massa basati su informazioni errate ed entrare in conflitto con la competenza degli Stati in materia elettorale.

Fonti: New York Times

Trump scende in campo per Ken Paxton contro Cornyn alle primarie del Texas


Il presidente ha rilanciato l'endorsement al procuratore generale del Texas Ken Paxton, in corsa per il Senato contro il senatore in carica John Cornyn, definendolo "il migliore del Paese" e promettendo agli elettori texani che "non vi deluderà mai". L'appoggio segnala la volontà di Trump di estromettere i repubblicani considerati meno fedeli, in una primaria che si annuncia tra le più aspre del ciclo elettorale.

Fonti: The Hill

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

Questa voce è stata modificata (2 mesi fa)

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Cambridge Votes to End ShotSpotter!


On Monday, May 18th, the Cambridge City Council voted 5 to 2 in support of a policy order directing the City Manager to end its ShotSpotter contract and remove the microphones from Cambridge neighborhoods. We want to thank our supporters and everyone else who spoke in favor of this policy order. Cambridge will be a safer city once ShotSpotter is removed.

This victory was because of years of organizing, testimony, research, and community pressure. The campaign to end ShotSpotter surveillance devices in Cambridge was led by the Stop ShotSpotter Camberville Coalition made up of The Black Response, SURJ Boston, Defund Somerville PD, BDS Boston and the Massachusetts Pirate Party. The campaign received vital support from:

and research support from the Community Resource Hub, Law for Black Lives, Tufts University Tisch College Community Research Center, and Boston University Spark!

We encourage community members to thank Councillors Ayah Al-Zubi, Jivan Sobrinho-Wheeler, Marc McGovern, Patty Nolan, and Mayor Sumbul Siddiqui for voting to get rid of ShotSpotter. Councillors Tim Flaherty and E. Denise Simmons opposed it; Councillor Cathie Zusy and Vice Mayor Burhan Azeem abstained.

This effort is not over. We still need to pressure the City Manager to terminate the contract and ensure that the microphones are removed. If you see any ShotSpotters, see the image above for what they look like, be sure to email us where it is so we can map them and verify that they are removed.


masspirates.org/blog/2026/05/2…

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CISA Flags Actively Exploited Langflow Flaw CVE-2025-34291 — AI Workflow Deployments at Risk
#CyberSecurity
securebulletin.com/cisa-flags-…
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2026 FIFA World Cup Phishing Fraud Triples in Scope: 222 Fake Domains, Four Criminal Clusters
#CyberSecurity
securebulletin.com/2026-fifa-w…
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Fine dell’autenticazione CBA diretta per Exchange ActiveSync: guida alla migrazione verso Microsoft Entra ID
#tech
spcnet.it/fine-dellautenticazi…
@informatica


Fine dell’autenticazione CBA diretta per Exchange ActiveSync: guida alla migrazione verso Microsoft Entra ID


L’8 maggio 2026, il team di Exchange Online di Microsoft ha annunciato la deprecazione dell’autenticazione basata su certificati (CBA) diretta per Exchange ActiveSync (EAS). Entro la fine del 2026, qualsiasi client EAS che utilizza certificati per autenticarsi direttamente contro Exchange Online dovrà migrare al nuovo metodo basato su Microsoft Entra ID, pena l’interruzione del servizio email mobile.

Se la tua organizzazione ha configurato l’accesso alle email mobili tramite certificati client, questo articolo ti guida attraverso tutto ciò che devi sapere: perché Microsoft sta effettuando questo cambiamento, chi è interessato e — soprattutto — come completare la migrazione prima della scadenza.

Cos’è l’autenticazione CBA diretta per Exchange ActiveSync?


Exchange ActiveSync (EAS) è il protocollo che permette ai dispositivi mobili (smartphone, tablet) di sincronizzare email, calendari e contatti con Exchange Online. L’autenticazione basata su certificati (Certificate-Based Authentication, CBA) rappresenta un approccio passwordless: invece di inserire credenziali, il dispositivo presenta un certificato X.509 per autenticarsi.

Nel flusso legacy attuale, il funzionamento è il seguente:

  1. I certificati client vengono distribuiti ai dispositivi mobili durante la configurazione MDM
  2. Quando l’app email si connette, invia il certificato direttamente a Exchange Online
  3. Exchange Online riceve il certificato e ne gestisce internamente la validazione
  4. L’accesso viene concesso senza che il client ottenga mai un token OAuth standard

Questo approccio, sebbene sicuro a livello crittografico, è classificato da Azure AD come autenticazione legacy: il client non ottiene mai un token OAuth moderno, ma si affida a un meccanismo interno ad alta privilegio all’interno di Exchange Online.

Perché Microsoft sta eliminando questo metodo?


Il problema centrale è che la CBA diretta verso Exchange bypassa il moderno ecosistema di autenticazione di Microsoft Entra ID. Le conseguenze pratiche per gli amministratori sono significative:

  • Incompatibilità con le Conditional Access Policy: le policy che bloccano l’autenticazione legacy in Azure AD bloccano anche la CBA diretta su EAS, creando un dilemma “tutto o niente” per chi vuole applicare controlli di sicurezza moderni senza interrompere l’accesso email mobile
  • Mancanza di token OAuth: senza un token OAuth standard, non è possibile applicare controlli granulari come la durata della sessione, la revoca in tempo reale o l’integrazione con Identity Protection
  • Superficie di attacco interna: Exchange Online si affida a un meccanismo interno ad alta privilegio per validare i certificati, introducendo una complessità architetturale non necessaria

Il nuovo flusso con Entra ID risolve tutti questi problemi:

  1. Il client invia il certificato a Microsoft Entra ID per la validazione
  2. Entra ID valida il certificato e restituisce un token OAuth al client
  3. Il client presenta il token OAuth a Exchange Online per l’autenticazione

In questo modo, la CBA diventa un metodo di autenticazione moderno a tutti gli effetti, integrato nel flusso OAuth standard e soggetto a tutte le Conditional Access Policy configurate nel tenant.

Chi è interessato da questa modifica?


È importante chiarire cosa non è interessato da questa deprecazione:

  • Outlook Mobile (usa già Modern Authentication)
  • Exchange Server on-premises
  • Altri client Exchange Online che non usano EAS con CBA
  • Organizzazioni che non hanno mai configurato EAS CBA

La modifica riguarda esclusivamente i client Exchange ActiveSync (tipicamente le app email native di iOS e Android) configurati per usare certificati client come metodo di autenticazione verso Exchange Online.

Come verificare se la tua organizzazione è interessata:

  1. Controlla la configurazione MDM: se il tipo di autenticazione nei profili email è impostato su “Certificate” anziché “OAuth”, probabilmente stai usando la CBA legacy
  2. Verifica i log di sign-in di Entra ID: accedi all’Azure Portal → Microsoft Entra ID → Sign-in logs → filtra per “Client App: Exchange ActiveSync”. Se in “Authentication Details” vedi “Certificate” come metodo di autenticazione, sei impattato


Guida alla migrazione verso Entra-Based CBA


La buona notizia è che l’infrastruttura PKI e le CA (Certificate Authority) utilizzate per EAS CBA sono fondamentalmente le stesse richieste per Entra CBA. Questo semplifica notevolmente la transizione.

Step 1: Abilitare Microsoft Entra CBA nel tenant


Accedi al portale Azure e naviga in Microsoft Entra ID → Protection → Authentication methods → Certificate-based authentication. Configura le tue Certificate Authority:

  • Almeno una CA root deve essere configurata in Entra ID, insieme a tutte le CA intermedie
  • Ogni CA deve avere una Certificate Revocation List (CRL) accessibile da un URL pubblico su Internet
  • Gli utenti devono avere accesso a un certificato emesso da una PKI attendibile

Per verificare la configurazione via PowerShell (Microsoft Graph PowerShell):

# Recupera le CA di autenticazione configurate nel directory
Get-MgOrganizationCertificateBasedAuthConfiguration -OrganizationId (Get-MgOrganization).Id

# Oppure con il modulo AzureAD (legacy)
Get-AzureADTrustedCertificateAuthority

Step 2: Verificare i certificati utente


Per Exchange ActiveSync, i certificati client devono contenere l’indirizzo email routable dell’utente nel campo Subject Alternative Name (SAN), in uno dei seguenti formati:

  • Principal Name: user@domain.com
  • RFC822 Name: user@domain.com (Entra ID lo mappa all’attributo Proxy Address)

I certificati già usati per la CBA diretta su EAS soddisfano quasi certamente questo requisito. Verifica semplicemente la presenza dell’email aziendale nel campo SAN del certificato.

Step 3: Aggiornare la configurazione dei dispositivi


Questa è la parte più operativa della migrazione. I profili email sui dispositivi mobili devono essere aggiornati per eseguire l’autenticazione certificato contro Entra ID invece che direttamente verso Exchange. In pratica:

  • Se usi Microsoft Intune: aggiorna i profili di configurazione email per usare OAuth + certificati come metodo di autenticazione. Consulta la documentazione Intune per le specifiche della configurazione per iOS e Android
  • Se usi soluzioni MDM di terze parti (VMware Workspace ONE, JAMF, MobileIron, ecc.): consulta il vendor per le istruzioni specifiche sull’abilitazione dell’autenticazione Entra con certificati

I nuovi endpoint dedicati per la CBA su EAS sono:

  • Multi-tenant worldwide: outlook-cba.office365.com
  • GCC-High: outlook-cba.office365.us
  • DoD: outlook-dod-cba.office365.us


Step 4: Test e monitoraggio


Prima del rollout globale, testa il nuovo flusso Entra CBA con un gruppo pilota di dispositivi e utenti. Monitora i log di sign-in di Entra ID e i report sui dispositivi Exchange ActiveSync per identificare eventuali dispositivi che ancora usano il metodo legacy.

Timeline e pianificazione


I punti chiave da tenere a mente:

  • Immediato: blocco per i nuovi tenant — non possono più configurare la CBA legacy
  • Prossime settimane: Microsoft invierà comunicazioni Message Center ai tenant impattati
  • Fine 2026: la CBA diretta verso Exchange Online verrà disabilitata per tutti i tenant esistenti

Microsoft raccomanda di completare la migrazione ben prima della scadenza di fine 2026 per evitare interruzioni del servizio. Considerando i tempi tipici di test, approvazione e deployment nei dispositivi mobili aziendali, è consigliabile iniziare la pianificazione adesso.

Conclusione


La deprecazione della CBA diretta per Exchange ActiveSync è parte del percorso di Microsoft verso la modernizzazione completa dell’autenticazione su Exchange Online, sulla scia dell’eliminazione di Basic Auth avvenuta negli anni scorsi. Il nuovo flusso basato su Entra ID offre sicurezza equivalente — passwordless, resistente al phishing, basato su certificati — con una ben migliore integrazione nell’ecosistema moderno di autenticazione e la piena compatibilità con le Conditional Access Policy.

Se la tua organizzazione usa EAS con CBA, il momento di iniziare la pianificazione della migrazione è adesso: la runway fino a fine 2026 è sufficiente per una transizione ordinata, ma non illimitata.


Fonte: Microsoft Tech Community — Exchange Team Blog (8 maggio 2026) | 4sysops.com


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art-template npm Package Backdoored to Deliver iOS Browser Exploit Kit via Supply Chain Attack
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Liquibase: gestione delle modifiche al database e automazione CI/CD
#tech
spcnet.it/liquibase-gestione-d…
@informatica


Liquibase: gestione delle modifiche al database e automazione CI/CD


La gestione delle modifiche allo schema di un database è uno degli aspetti più delicati e sottovalutati nei progetti software moderni. Script SQL sparsi, modifiche manuali non documentate, disallineamenti tra ambienti di sviluppo, staging e produzione: questi problemi sono comuni in quasi ogni team di sviluppo. Liquibase risolve questi problemi portando il controllo di versione al database, proprio come Git fa con il codice sorgente.

Cos’è Liquibase e perché usarlo


Liquibase è uno strumento non open source rilasciato con licenza FSL con disponibilità del codice sorgente, per il database schema change management. Permette di definire, versionare e distribuire le modifiche allo schema del database tramite file di configurazione (chiamati changelog), supportando oltre 30 database diversi: Oracle, MySQL, PostgreSQL, SQL Server, DB2 e molti altri.

Il problema che Liquibase risolve è semplice ma critico: applicare modifiche al database con script SQL tradizionali è un processo manuale, error-prone e difficile da tracciare. Questi script spesso mancano di versioning, rendendo quasi impossibile sapere quale versione dello schema è in produzione rispetto allo sviluppo. Liquibase standardizza questo processo tramite file di configurazione versionati, tracciamento automatico via checksum MD5 e supporto nativo al rollback.

Concetti fondamentali


Prima di entrare nell’implementazione, è essenziale comprendere i quattro pilastri architetturali di Liquibase:

Changelog: è il file principale che contiene tutte le modifiche al database, organizzate in sequenza. Può essere in formato XML, YAML, JSON o SQL puro. Tipicamente si usa un file master che include sotto-changelog organizzati per release o sprint.

ChangeSet: è l’unità atomica di modifica, identificata univocamente da una coppia id + author. Ogni changeset viene eseguito una sola volta e tracciato nella tabella DATABASECHANGELOG. Una regola fondamentale: non modificare mai un changeset già eseguito; crea sempre un nuovo changeset per le correzioni.

Preconditions: verifiche condizionali che devono passare prima dell’esecuzione di un changeset. Permettono di rendere sicure le migrazioni anche in scenari complessi (es. verificare che una colonna non esista già prima di aggiungerla).

Contexts e Labels: meccanismi di filtraggio per controllare quali changeset vengono eseguiti in quale ambiente (dev, staging, prod). Indispensabili per gestire dati di test o configurazioni ambiente-specifiche.

Struttura base di un changelog YAML


Ecco un esempio pratico di changelog in formato YAML per la creazione di una tabella transazioni con supporto al rollback:

databaseChangeLog:
  - changeSet:
      id: create-payment-table
      author: devops.team
      changes:
        - createTable:
            tableName: payment_transaction
            columns:
              - column:
                  name: id
                  type: varchar(50)
                  constraints:
                    primaryKey: true
                    nullable: false
              - column:
                  name: amount
                  type: decimal(15,2)
                  constraints:
                    nullable: false
              - column:
                  name: currency_code
                  type: char(3)
                  constraints:
                    nullable: false
              - column:
                  name: transaction_date
                  type: timestamp
                  defaultValueComputed: CURRENT_TIMESTAMP
              - column:
                  name: status
                  type: varchar(20)
                  constraints:
                    nullable: false
      rollback:
        - dropTable:
            tableName: payment_transaction

Il blocco rollback è fondamentale: definisce esplicitamente come annullare la modifica, rendendo ogni deployment reversibile in modo prevedibile.

Configurazione per ambienti multipli


Un file liquibase.properties separato per ogni ambiente permette di gestire connessioni e contesti in modo sicuro:

# liquibase-dev.properties
changeLogFile=db/changelog.yaml
url=jdbc:postgresql://localhost:5432/devdb
username=dev_user
password=${DB_PASSWORD}
contexts=dev,test
defaultSchemaName=DEV_SCHEMA
logLevel=DEBUG

Nota importante: le credenziali non devono mai essere committate nel repository. Usa variabili d’ambiente, HashiCorp Vault, AWS Secrets Manager o Kubernetes Secrets per la gestione dei segreti.

Precondizioni per deployment sicuri


Le precondizioni rendono Liquibase robusto in ambienti dove lo schema potrebbe trovarsi in stati intermedi. Questo esempio in SQL nativo verifica che una colonna non esista prima di aggiungerla:

--liquibase formatted sql

--changeset devops.team:add-merchant-id
--preconditions onFail:MARK_RAN onError:HALT
--precondition-sql-check expectedResult:0 SELECT COUNT(*) FROM information_schema.columns WHERE table_name = 'payment_transaction' AND column_name = 'merchant_id'

ALTER TABLE payment_transaction 
ADD COLUMN merchant_id VARCHAR(50);

--rollback ALTER TABLE payment_transaction DROP COLUMN merchant_id;

Il comportamento onFail:MARK_RAN istruisce Liquibase a segnare il changeset come già eseguito (senza eseguirlo) se la precondizione fallisce — comportamento ideale quando la colonna esiste già per altri motivi.

Integrazione in pipeline CI/CD


La vera potenza di Liquibase emerge quando viene integrato in una pipeline di deployment automatizzato. Ecco un esempio completo con Jenkins:

pipeline {
    agent any
    
    stages {
        stage('Validate') {
            steps {
                sh 'liquibase validate'
            }
        }
        
        stage('Deploy Staging') {
            steps {
                sh 'liquibase --contexts=staging update'
            }
        }
        
        stage('Deploy Production') {
            when { 
                branch 'main' 
            }
            steps {
                input 'Deploy to Production?'
                sh 'liquibase --contexts=prod update'
            }
        }
    }
    
    post {
        failure {
            sh 'liquibase rollbackCount 1'
        }
    }
}

Il blocco post { failure } garantisce il rollback automatico dell’ultimo changeset in caso di errore — un salvagente fondamentale in produzione.

Pattern Kubernetes: Init Container


Per architetture cloud-native, il pattern degli init container è ideale: Liquibase viene eseguito come container di inizializzazione prima dell’avvio dell’applicazione, garantendo che lo schema sia sempre aggiornato prima che il servizio inizi a ricevere traffico:

apiVersion: apps/v1
kind: Deployment
metadata:
  name: payment-service
spec:
  template:
    spec:
      initContainers:
      - name: liquibase-migration
        image: liquibase/liquibase:4.25.0
        command:
        - liquibase
        - --url=jdbc:postgresql://$(DB_HOST):5432/$(DB_NAME)
        - --username=$(DB_USER)
        - --password=$(DB_PASSWORD)
        - update
        env:
        - name: DB_HOST
          valueFrom:
            secretKeyRef:
              name: db-credentials
              key: host
      containers:
      - name: payment-service
        image: payment-service:latest
        ports:
        - containerPort: 8080

Best practice per ambienti enterprise


Alcune regole fondamentali per adottare Liquibase in contesti di produzione:

  • Principio del minimo privilegio: l’utente Liquibase deve avere solo i permessi DDL necessari, mai privilegi DBA completi.
  • Revisione obbligatoria: ogni modifica al changelog deve passare per una Pull Request con review da un secondo sviluppatore prima del merge.
  • Test su dati realistici: prima del deployment in produzione, eseguire le migrazioni in un ambiente staging con volumi di dati simili a quelli di produzione per individuare problemi di performance.
  • Mai modificare changeset già eseguiti: il checksum MD5 rileverei la modifica e bloccherebbe il deployment. Crea sempre un nuovo changeset per le correzioni.
  • Crea indici dopo i bulk insert: creare indici prima di caricare grandi quantità di dati aumenta enormemente il tempo di migrazione senza benefici pratici.


Monitoraggio con Prometheus e Grafana


Per ambienti enterprise, integrare le metriche Liquibase in un sistema di osservabilità permette di rilevare problemi prima che impattino la produzione. Le metriche chiave da tracciare includono:

  • Durata per changeset: identifica migrazioni lente che potrebbero causare downtime
  • Lock contention: conflitti sulla tabella DATABASECHANGELOGLOCK in ambienti multi-istanza
  • Checksum failures: modifica non autorizzata a changeset già eseguiti
  • Rollback rate: indicatore di qualità del processo di testing prima del deployment


# Esempio metriche Prometheus esportate da Liquibase
liquibase_deployment_success_total{environment="prod"} 145
liquibase_changeset_duration_seconds_bucket{id="1",database="prod",le="0.5"} 120
liquibase_rollback_total{environment="prod"} 3
liquibase_deployment_failure_total{environment="prod",reason="validation_error"} 2

Conclusione


Liquibase trasforma la gestione del database da processo manuale e rischioso a pratica ingegneristica controllata e auditabile. L’integrazione con i sistemi CI/CD permette di applicare agli schemi database gli stessi standard di qualità già applicati al codice applicativo: versionamento, review, test automatizzati e rollback prevedibile.

Per team che adottano DevOps o pratiche di continuous delivery, Liquibase non è un’opzione ma una necessità: è il tassello mancante tra il deployment del codice e quello del database.

Fonte: Liquibase: Database Change Management and Automated Deployments — DZone


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AI Discovers 10,000+ Zero-Days: Anthropic’s Claude Mythos Preview Transforms Cybersecurity Defense
#CyberSecurity
securebulletin.com/ai-discover…
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Megalodon: 5.561 repository GitHub compromessi in sei ore con workflow CI/CD malevoli
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/megalo…


Megalodon: 5.561 repository GitHub compromessi in sei ore con workflow CI/CD malevoli


In sei ore, tra le 11:36 e le 17:48 UTC del 18 maggio 2026, una campagna automatizzata denominata Megalodon ha iniettato 5.718 commit malevoli in 5.561 repository GitHub, esfiltrandone segreti CI/CD, credenziali cloud, chiavi SSH e token API verso un server di comando e controllo. È l’attacco alla supply chain dello sviluppo software più rapido e capillare mai documentato, e fa parte di un’ondata più ampia che sta ridisegnando il panorama delle minacce per sviluppatori e team DevOps.

Come funziona Megalodon: l’automazione al servizio del compromesso di massa


I ricercatori di SafeDep e StepSecurity hanno analizzato la campagna in dettaglio. L’attaccante ha utilizzato account GitHub usa-e-getta con username alfanumerici casuali di 8 caratteri (es. rkb8el9r, bhlru9nr, lo6wt4t6), configurando git per falsificare l’identità dell’autore con nomi plausibili — build-bot, auto-ci, ci-bot, pipeline-bot — e indirizzi email automatizzati come build-system@noreply.dev. Questi nomi mimano la normale attività di automazione CI/CD, riducendo drasticamente la probabilità che un commit sospetto venga rilevato durante una code review.

Il payload iniettato è un workflow GitHub Actions contenente uno script bash codificato in Base64. Una volta che il proprietario del repository accetta il pull request o effettua un push, il workflow si attiva nella pipeline CI/CD e procede all’esfiltrazione massiva di dati verso il C2 all’indirizzo 216.126.225[.]129:8443.

Dati esfiltrati: una lista completa


La lista di informazioni sottratte dalla campagna Megalodon è particolarmente estesa e rivela quanto profondamente il workflow malevolo si radichi nell’ambiente di esecuzione CI/CD:

  • Variabili d’ambiente CI, /proc/*/environ e ambiente del processo PID 1
  • Credenziali AWS (access key, secret key, session token)
  • Access token Google Cloud Platform
  • Credenziali di ruolo IAM ottenute via AWS IMDSv2, GCP metadata server e Azure IMDS
  • Chiavi private SSH
  • Configurazioni Docker e Kubernetes
  • Vault token (HashiCorp Vault)
  • Terraform credentials
  • Shell history
  • Chiavi API, stringhe di connessione a database, JWT, chiavi PEM private
  • GITHUB_TOKEN, token GitLab CI/CD e Bitbucket
  • File .env, credentials.json, service-account.json e altri file di configurazione sensibili
  • GitHub Actions OIDC token (URL + token)


# Indicatori di Compromissione - Megalodon
# C2 server
216.126.225.129:8443
# Account attaccante (pattern)
Username: 8 caratteri alfanumerici casuali (es. rkb8el9r, bhlru9nr, lo6wt4t6)
Author forged: build-bot, auto-ci, ci-bot, pipeline-bot
Email forged: build-system@noreply.dev, ci-bot@automated.dev
# Varianti payload
SysDiag          - Workflow su ogni push/pull_request (mass variant)
Optimize-Build   - Workflow su workflow_dispatch (targeted variant, backdoor dormante)
# Pacchetto npm compromesso
@tiledesk/tiledesk-server versioni 2.18.6 - 2.18.12
# Finestra temporale dell'attacco
18 maggio 2026, 11:36 - 17:48 UTC
5.718 commit su 5.561 repository in ~6 ore
# Pacchetti npm malevoli (Polymarket drainer - campagna correlata)
polymarket-trading-cli, polymarket-terminal, polymarket-trade
polymarket-auto-trade, polymarket-copy-trading, polymarket-bot
polymarket-claude-code, polymarket-ai-agent, polymarket-trader
Endpoint esfiltrazione: hxxps://polymarketbot.polymarketdev.workers[.]dev/v1/wallets/keys

Due varianti per due obiettivi


L’analisi tecnica ha identificato due varianti del payload con finalità diverse. La variante SysDiag è quella di massa: aggiunge un workflow attivato da ogni push e pull request, massimizzando le opportunità di esecuzione. La variante Optimize-Build è più chirurgica: sostituisce i workflow esistenti con trigger workflow_dispatch, creando backdoor dormienti che l’attaccante può attivare on-demand tramite le API di GitHub. Nel caso di @tiledesk/tiledesk-server è stata utilizzata la variante targeted, che colpisce i CI/CD runner ma non si attiva quando il pacchetto npm viene semplicemente installato dagli utenti finali.

“Il compromesso di GitHub da parte di TeamPCP era solo l’inizio”, ha dichiarato Moshe Siman Tov Bustan di OX Security. “Quello che arriverà è un’ondata infinita, uno tsunami di attacchi cyber contro sviluppatori in tutto il mondo.”

Il contesto: TeamPCP e l’ecosistema open source sotto attacco


Megalodon si inserisce in una serie di attacchi orchestrati dal gruppo TeamPCP, che ha sfruttato la natura interconnessa della supply chain software per compromettere centinaia di progetti open source in modalità worm-like. Tra le vittime precedenti: TanStack, Grafana Labs, OpenAI, Mistral AI e ora GitHub direttamente. Il gruppo ha stabilito partnership con BreachForums e crew di estorsione come LAPSUS$ e VECT, combinando motivazioni finanziarie con possibili interessi geopolitici: è stato documentato il deployment di wiper malware su macchine localizzate in Iran e Israele.

La risposta di npm all’ondata di attacchi è stata drastica: invalidazione di tutti i token di accesso granulare con write access che bypassano l’autenticazione a due fattori. NPM ha anche raccomandato il passaggio a Trusted Publishing per ridurre la dipendenza da questi token. Come ha sottolineato Socket, però, l’intervento compra tempo ma non chiude la vulnerabilità sottostante: finché il worm è attivo, continuerà a raccogliere nuovi token non appena i maintainer ne genereranno di nuovi.

Due righe per i difensori


La campagna Megalodon evidenzia debolezze strutturali nella sicurezza delle pipeline CI/CD. I team DevSecOps dovrebbero adottare le seguenti contromisure:

  • Abilitare il pinning dei workflow: configurare i GitHub Actions workflow per usare SHA commit espliciti invece di tag mutabili (es. uses: actions/checkout@abc1234 invece di @v3), rendendo impossibile la sostituzione silenziosa dei workflow
  • Implementare policy di branch protection: richiedere review obbligatorie per ogni push su branch principali, con particolare attenzione alle modifiche a file .github/workflows/
  • Monitorare le credenziali con secret scanning: strumenti come GitHub Secret Scanning, Trufflehog o Gitleaks possono rilevare credenziali accidentalmente incluse nei commit
  • Adottare Trusted Publishing: su npm e PyPI, il Trusted Publishing elimina la necessità di token statici che possono essere rubati
  • Revisione dei permessi GITHUB_TOKEN: limitare i permessi del token al minimo necessario per il workflow specifico, usando permissions: nel file YAML
  • Audit degli accessi OIDC: implementare policy rigorose per i token OIDC usati per l’accesso a cloud provider da pipeline CI
  • Alerting su deployment key e PAT: monitorare l’uso di Personal Access Token e deploy key, revocando immediatamente quelli non più in uso

Megalodon rappresenta un punto di svolta nella storia degli attacchi alla supply chain: la capacità di compromettere oltre 5.500 repository in meno di sei ore, utilizzando tecniche di evasione che mimano il normale traffico CI/CD, suggerisce un livello di automazione e pianificazione che andrà oltre i singoli episodi. La domanda non è più se una pipeline subirà un tentativo di compromissione, ma quando — e se l’organizzazione ha le visibility necessarie per accorgersene in tempo.


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La popolarità di Trump continua a oscillare intorno ai -20 punti (24 maggio)


Mentre proseguono i negoziati per arrivare a un accordo di pace in medioriente, sul fronte interno le nuove rilevazioni confermano il momento estremamente negativo per Trump, che veleggia sui livelli più bassi mai raggiunti da un presidente in carica.

Come ogni domenica, facciamo un resoconto sulla approvazione del presidente Trump, con i cambiamenti occorsi negli ultimi sette giorni.

In attesa degli sviluppi nei negoziati per l'accordo di pace con l'Iran, questa settimana è stata pubblicata una grande quantità di sondaggi e da un punto di vista numerico non si segnalano scostamenti di rilievo, con la popolarità di Trump che continua a galleggiare intorno a livelli horror.

La situazione per il tycoon è estremamente drammatica, ed è difficile trovare dei dati così negativi nella storia recente della politica americana.

Il net rating ha ormai raggiunto la cifra record di -20, con il tasso di approvazione che ora è sotto al 40% in tutte le medie analizzate e con la disapprovazione non lontana dal 60%.

Sono numeri terrificanti, che non erano mai stati toccati nemmeno nei momenti peggiori del primo mandato e fino a dieci punti inferiori rispetto a prima della guerra in Iran.

Per il tycoon sarà difficile rialzarsi da questa situazione: soprattutto qualora non si arrivasse a una pace duratura o dovessero perdurare il caos e la paralisi della situazione, i numeri potrebbero scivolare ulteriormente verso il basso.

Il dato è peggiore di tre punti rispetto alla già catastrofica media di Joe Biden nel maggio 2022; questo significa che l’approvazione di Trump è la peggiore di qualunque presidente fino al giorno d’oggi dopo sedici mesi di presidenza, e la distanza col suo predecessore si è notevolmente ampliata. Arriva addirittura a quasi dodici punti, invece, la distanza con il suo primo mandato.

Il net rating (la differenza tra tasso di approvazione e tasso di disapprovazione) rimane saldamente in territorio negativo sia per la media di RealClearPolitics (RCP), sia per quella del Silver Bulletin, sia per la nostra di Focus America.

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Questa settimana le medie registrano segni opposti rispetto a sette giorni fa, con RCP che segnala un brusco calo, mentre Focus America e Silver rilevano piccoli scostamenti; in questo modo le tre medie vanno a riallinearsi su numeri simili.

Come già accennato, dopo più di sedici mesi alla Casa Bianca, il gradimento di questo secondo mandato si colloca sotto rispetto ai primi sedici mesi del suo primo mandato e di Biden.

Sondaggi
L’approvazione di Trump e degli altri presidenti
Approvazione netta (approva − disapprova), per giorni dall’insediamento

Presidente
Trump II

Grafici Recap numerico

Facendo un paragone con il passato, grazie ai dati di Focus America, si nota come il dato di apprezzamento di Trump dopo 488 giorni di presidenza (-20,3 secondo la nostra media) sia il più basso tra tutti i presidenti USA dal secondo dopoguerra in avanti nello stesso periodo, indietro come detto anche rispetto al suo primo mandato, in cui era ben più del doppio, a -8,5.

Anche Joe Biden, comunque, con il suo -17,2 non brillava particolarmente dopo sedici mesi di presidenza.

Sul nostro sito trovate i grafici con il confronto con tutti i primi mandati degli altri presidenti, con una frequenza di aggiornamento pari a 8 volte al giorno.

Il tasso di approvazione di Trump oscilla tra il 38% e il 40%, mentre il tasso di disapprovazione si aggira intorno al 58%-59%.

Nelle prossime settimane monitoreremo l’evoluzione di questa situazione, per cogliere se ci saranno ulteriori ripercussioni sui numeri con gli sviluppi dei negoziati con l’Iran.

Di seguito pubblichiamo una selezione delle rilevazioni dei migliori istituti rilasciate nel corso dell'ultima settimana. Di fianco alla casa sondaggistica scriviamo due numeri percentuali: il primo è il tasso di approvazione, il secondo quello di disapprovazione.

Ricordiamo che, stante la chiusura del sito FiveThirtyEight, abbiamo deciso di utilizzare i numeri del Silver Bulletin, il nuovo sito di Nate Silver, fondatore di 538.

Sondaggi
Gli ultimi sondaggi sulla popolarità di Trump
16 rilevazioni di 16 istituti — 24 maggio 2026

Sondaggi Metodo

Ordina per:Data fineNet Approval

Legenda campioni

LV

Likely Voters · 3 sondaggi
Elettori probabili — campione più ristretto e affidabile

RV

Registered Voters · 8 sondaggi
Elettori registrati al voto

A

Adults · 5 sondaggi
Tutti gli adulti americani — campione più ampio

Affidabilità
LVRVA

Elaborazione di Focus America su dati dei sondaggi pubblici · Ultimo aggiornamento: 24 maggio 2026

Il sito Silver Bulletin (che fa una propria media aggiustata di tutti i sondaggi, dandone un peso maggiore o minore in base al bias storico e al rating delle firme che li svolgono) segna una media generale di 38,9% (+0,4) - 58,1% (-0,2). In totale un net approval arrotondato di -19,2 (+0,6).

Il sito RealClearPolitics, invece, che fa una selezione solo di alcuni sondaggi in base all'affidabilità di chi li esegue, segnala una media totale migliore: 39,8% (-0,3) - 58,3% (+1,4). In totale un rating di -18,5 (-1,7).

La media calcolata da noi di Focus America, invece, è di 38,4% (-0,1) - 58,7% (+0,2), con in totale un rating di -20,3 (-0,3). La metodologia utilizzata è specificata direttamente nella pagina del nostro sito dedicata ai sondaggi sulla popolarità di Trump.

Tracker
L’approvazione di Trump: tre medie a confronto
Andamento giornaliero dall’insediamento

Seleziona fonte
Confronto Silver Bulletin RCP FocusAmerica

Silver Bulletin

RealClearPolitics

FocusAmerica

Clicca qui per vedere i dati aggiornati in tempo reale della popolarità di Trump

Questa voce è stata modificata (2 mesi fa)

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Alla Camera dei Deputati, nel 40° anniversario della morte di Altiero Spinelli, Francesca Romana D'Antuono, copresidente di Volt Europa, racconta il metodo paneuropeo di Volt: vivere l’Unione Europea ogni giorno, anche nelle sfide italiane e internazionali.

#AltieroSpinelli #CameraDeiDeputati #UnioneEuropea #PoliticaEuropea #FederalismoEuropeo #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Per il 4 luglio, la Casa Bianca prepara uno spettacolo da 860.000 fuochi d'artificio


Lo show sul National Mall durerà 40 minuti, il doppio del solito, e punta al record Guinness. I fuochi sono cinquanta volte quelli di un normale 4 luglio a Washington.

I festeggiamenti ufficiali per il 250esimo anniversario degli Stati Uniti del 4 luglio 2026 a Washington si chiuderanno con uno spettacolo pirotecnico da oltre 860.000 fuochi d'artificio. L'obiettivo della Casa Bianca, come ha rivelato il Washington Post, è battere il Guinness dei primati per il più grande spettacolo di fuochi d'artificio della storia.

Il numero supera di gran lunga quello dei tradizionali festeggiamenti del 4 luglio a Washington, che di solito prevedono tra i 17.000 e i 20.000 fuochi. Negli ultimi anni il servizio dei parchi nazionali aveva quantificato il costo di quegli spettacoli intorno ai 270.000 dollari, per una durata di 17-20 minuti. Quello di quest'anno durerà invece circa 40 minuti, il doppio del normale.

L'attuale record mondiale appartiene a uno spettacolo di Capodanno organizzato a Manila nel 2016, con circa 809.000 fuochi lanciati nel corso di poco più di un'ora sotto una pioggia battente, secondo il Guinness World Records.

A organizzare l'evento sul National Mall è Freedom 250, una partnership pubblico-privata lanciata dalla Casa Bianca lo scorso dicembre. Un portavoce dell'iniziativa ha detto che la pianificazione è ancora in corso e che il costo finale dei fuochi non è ancora disponibile. La società che si occupa di realizzare lo spettacolo è la Pyrotecnico, con sede in Pennsylvania, che in una dichiarazione inviata venerdì al Washington Post ha promesso "uno spettacolo patriottico che capita una sola volta in una generazione e un momento storico nella storia della pirotecnica". La portavoce della società non ha risposto alle richieste di chiarimento sul costo dell'operazione.

Per portare i fuochi a Washington serviranno oltre 50 camion e a gestire lo spettacolo ci sarà una squadra di circa 60 persone, secondo la stessa Pyrotecnico. I lanci partiranno dalla vasca riflettente del Lincoln Memorial, dal West Potomac Park e da otto chiatte sul fiume Potomac.

Sulle dimensioni dello spettacolo pesano alcune perplessità, in particolare per l'impatto sulla qualità dell'aria nel distretto di Washington. Il meteo può inoltre influire molto sulla riuscita: nel 2019 un'inversione termica, ossia uno strato di aria calda sopra uno strato di aria fredda al suolo, aveva intrappolato il fumo dei fuochi negli strati bassi dell'atmosfera. L'assenza di vento aveva peggiorato la situazione e la vista dei fuochi era stata in gran parte oscurata dalla densa nube di fumo. Molte persone presenti sul Mall avevano riferito bruciore agli occhi e attacchi di tosse.

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Dieci anni del GDPR: i tuoi dati, i tuoi diritti

Il 24 maggio 2026 ricorre il decimo anniversario dell'entrata in vigore del Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR). Questa legge storica ha conferito per la prima volta ai cittadini europei un reale controllo sui propri dati personali, cambiando per sempre la vita online.

commission.europa.eu/news-and-…

@privacypride@feddit.it

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La Cina cancella i dazi sull'Africa per contrastare Trump


Dal primo maggio Pechino ha eliminato i dazi sui beni di 53 paesi africani su 54, mentre l'amministrazione Trump impone tariffe e taglia gli aiuti al continente

La Cina ha cancellato dal primo maggio tutti i dazi sui beni provenienti da 53 dei 54 paesi africani, in un'iniziativa con cui Pechino punta a rafforzare la propria influenza sul continente mentre l'amministrazione del presidente Donald Trump alza le barriere doganali e taglia gli aiuti all'Africa. L'unica eccezione è il piccolo regno dell'Eswatini, l'unico stato africano che mantiene relazioni diplomatiche con Taiwan. Dal vino ai semi di sesamo alla lana, qualsiasi prodotto può ora entrare in Cina a dazio zero da Algeria, Sudafrica, Nigeria, Kenya o Repubblica Democratica del Congo.

La Cina è già il primo partner commerciale dell'Africa. Il nuovo provvedimento si appoggia a una decisione del 2024 con cui Pechino aveva concesso l'accesso senza dazi ai 33 paesi meno sviluppati del continente. Secondo gli analisti, l'estensione a quasi tutta l'Africa potrebbe spingere oltre un miliardo di persone ed enormi riserve di materie prime ulteriormente nell'orbita cinese.

"L'immagine che questa decisione restituisce è politicamente astuta", ha dichiarato al Wall Street Journal Ronak Gopaldas, direttore della società di consulenza Signal Risk, specializzata sull'Africa. "Rafforza l'immagine di Pechino come partner stabile e affidabile per l'Africa, soprattutto se messa a confronto con la postura più erratica e transazionale che ha caratterizzato Washington negli ultimi anni".

L'apertura cinese può garantire a Pechino l'accesso a catene di approvvigionamento essenziali per minerali critici come cobalto, rame e coltan, e apre più spazio per le aziende cinesi che lavorano con i governi africani su infrastrutture, logistica e progetti manifatturieri che necessitano del finanziamento di Pechino.

Il vicepresidente del Kenya Kithure Kindiki ha detto a marzo, durante un forum economico a Nairobi, che l'accordo a dazio zero offre al Kenya un'occasione per ridurre il deficit commerciale con la Cina, oggi attorno ai 4 miliardi di dollari. Tra i prodotti agricoli che potrebbero beneficiarne ha citato caffè, tè, noci di macadamia e avocado.

Lo stesso Gopaldas ha avvertito che nel breve periodo la misura difficilmente cambierà la struttura del rapporto commerciale tra Africa e Cina, oggi caratterizzato dall'export di materie prime africane verso la Cina e da quello di prodotti finiti cinesi verso l'Africa. Cobus van Staden, responsabile della ricerca del China-Global South Project, ha aggiunto che l'iniziativa "non affronta le molte barriere non tariffarie che frenano gli scambi", come i severi requisiti fitosanitari per le esportazioni agricole verso la Cina e la debolezza della logistica e dei trasporti in molti paesi africani.

L'ex ministro del Commercio del Lesotho Mokhethi Shelile, il cui paese ha accesso senza dazi al mercato cinese dalla fine del 2024 in quanto stato meno sviluppato, ha spiegato che per sfruttare davvero l'accordo il Lesotho dovrà investire in capacità produttiva, lavorare i beni localmente, migliorare la logistica e costruire un'industria competitiva. "Se il Lesotho riesce a farlo, il mercato cinese può diventare un grande motore di crescita. Se no, i benefici resteranno limitati e concentrati sull'export di materie prime grezze", ha detto Shelile.

La mossa cinese contrasta nettamente con l'approccio dell'amministrazione Trump verso quelli che il presidente ha definito "shithole countries", paesi di merda. L'anno scorso gli Stati Uniti hanno colpito il Sudafrica, la maggiore economia del continente, con dazi del 30 per cento e la Repubblica Democratica del Congo, ricca di minerali, con dazi del 15 per cento. Trump ha poi imposto dazi generalizzati del 10 per cento su tutti i paesi del mondo, la cui legittimità resta al vaglio dei tribunali.

Trump aveva minacciato il Lesotho, definito pubblicamente come un posto "di cui nessuno ha mai sentito parlare", con dazi del 50 per cento, una delle aliquote più alte mai proposte per un singolo paese, devastando l'industria tessile locale. Il presidente ha accusato anche la Nigeria di non fermare un presunto "genocidio" cristiano da parte di insorti islamisti e il governo del Sudafrica di compiere un "genocidio" contro la minoranza bianca del paese.

Nelle prime settimane del secondo mandato Trump ha chiuso l'Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale, per decenni protagonista degli aiuti americani in Africa. Il futuro dell'African Growth and Opportunity Act, la legge dell'era Clinton che garantisce l'accesso al mercato americano senza dazi per alcuni prodotti dei paesi subsahariani, è rimasto in bilico. Decine di posti di ambasciatore nel continente restano vuoti.

La nuova politica cinese potrebbe servire a Pechino per recuperare terreno in Africa. Per decenni la Cina ha riversato sul continente prestiti destinati soprattutto a finanziare porti, aeroporti, ferrovie e altre infrastrutture costruite da aziende cinesi. Gli impegni di prestito cinese verso l'Africa tra il 2000 e il 2024 hanno raggiunto i 181 miliardi di dollari, secondo i ricercatori della Boston University. Pechino ha però accumulato critiche per opere a volte di scarsa qualità e per condizioni dei prestiti onerose. Di fronte al rallentamento della propria economia ha ridotto i finanziamenti al continente, e l'accesso senza dazi rappresenta ora uno strumento alternativo per allargare la presenza economica cinese.

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Francesca Romana D’Antuono, copresidente di Volt Europa, spiega che nel 2026, in Italia, puoi avere un lavoro e restare comunque povero.
Secondo Istat, oltre 5,7 milioni di persone vivono in povertà assoluta e, tra le famiglie con una persona di riferimento occupata, l’incidenza arriva all’8,7% se è lavoratore dipendente e al 15,6% se è operaio o assimilato.
Nel frattempo, 22 Stati dell’Unione Europea hanno un salario minimo nazionale. L’Italia no.
Il governo Meloni ha svuotato la proposta sul salario minimo, togliendo proprio la soglia legale sotto cui non si dovrebbe scendere.
Ma una retribuzione dignitosa non è un privilegio: è il minimo per vivere, pagare affitto, bollette e spesa senza restare schiacciati.
Chi lavora non deve restare povero.
Serve un salario minimo.
Serve una politica che stia dalla parte di chi vive del proprio lavoro.

#SalarioMinimo #LavoroPovero #PovertàLavorativa #DirittiDelLavoro #Italia #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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PER UN VOTO COMUNISTA E ANTIFASCISTA home.rifondazione.eu/2026/05/2… #Approfondimenti

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Francesca Romana D’Antuono, copresidente di Volt Europa: basta violenza politica.
A Lecco, le parole violente di Debora Piazza contro Elly Schlein non sono un episodio isolato: sono il risultato di un clima d’odio alimentato anche da chi ha responsabilità pubbliche.

#OdioPolitico #EllySchlein #Lega #PoliticaItaliana #Lecco #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Un accordo sull'energia al Congresso sta saltando a causa di Trump


Democratici e repubblicani lavorano a un'intesa per snellire i permessi a rinnovabili e fossili, ma le mosse della Casa Bianca contro eolico e solare erodono i numeri.

La riforma delle autorizzazioni per i nuovi progetti energetici è una delle priorità legislative su cui democratici e repubblicani al Congresso degli Stati Uniti hanno trovato un terreno comune. Secondo un articolo pubblicato da Politico, l'intesa rischia però di saltare a causa degli attacchi del presidente Donald Trump alle energie rinnovabili, che stanno facendo evaporare i numeri necessari per approvare la legge.

Un accordo sulle autorizzazioni servirebbe a ridurre la burocrazia per i progetti sia di energie rinnovabili sia di combustibili fossili, limitare le cause delle associazioni ambientaliste e rafforzare la rete elettrica nazionale, oggi sotto pressione per l'aumento di domanda e prezzi.

Al Senato i negoziati sono guidati da quattro parlamentari. Per i democratici lavorano Sheldon Whitehouse e Martin Heinrich. Per i repubblicani la presidente della commissione Ambiente e Lavori Pubblici Shelley Moore Capito, del West Virginia, e il presidente della commissione Energia e Risorse Naturali Mike Lee, dello Utah. Lunedì i quattro si sono incontrati a una cena organizzata dal senatore democratico del Colorado John Hickenlooper, anche lui sostenitore della riforma.

Il problema è che l'amministrazione Trump continua a colpire l'eolico e il solare. Secondo le associazioni di settore citate dall'articolo, il dipartimento della Difesa sta tenendo fermi da mesi i pareri sulla sicurezza nazionale per oltre cento progetti terrestri in tutto il paese. La Casa Bianca sta inoltre lavorando contro l'eolico in mare aperto. A inizio mese il segretario all'Interno Doug Burgum ha annunciato che il suo dipartimento farà ricorso contro una sentenza che gli vietava un controllo più stringente sui progetti di rinnovabili. Lo stesso Burgum aveva però dichiarato in un'audizione di aprile che "questo è il momento" per la riforma delle autorizzazioni.

La diffidenza dei democratici è il principale ostacolo. Whitehouse ha dichiarato a Politico che il suo partito voterà nel gruppo parlamentare prima di muoversi su qualsiasi disegno di legge: "Se nessuno del nostro gruppo crede che l'amministrazione Trump sia affidabile, allora buona fortuna a chiudere la trattativa". Il senatore democratico delle Hawaii Brian Schatz, membro della leadership del partito al Senato, ha aggiunto di essere "più che aperto a un accordo", ma di non poter raccogliere i voti per nessuna legge finché la Casa Bianca non smetterà di "fare violenza" ai progetti solari ed eolici.

La Casa Bianca ha provato a tenere aperto il dialogo. La portavoce Taylor Rogers ha dichiarato che il presidente ha realizzato "riforme straordinarie" per modernizzare il processo autorizzativo, ma servono interventi legislativi per sbloccare i progetti energetici critici. Anche i repubblicani che stanno conducendo i negoziati ammettono però che gli attacchi del presidente alle rinnovabili rendono il loro lavoro più difficile, e si chiedono quanto la Casa Bianca sia davvero impegnata a chiudere un'intesa.

Trump potrebbe non gradire una legge che gli leghi le mani sulle rinnovabili. Lo scorso anno alla Camera un gruppo di deputati conservatori e contrari all'eolico in mare aperto aveva ostacolato un disegno di legge sulle autorizzazioni proprio per consentire al presidente di continuare a colpire questo settore. Lo "SPEED Act" del presidente della commissione Risorse Naturali della Camera Bruce Westerman, dell'Arkansas, è poi passato con alcune modifiche, ma una clausola di certezza delle autorizzazioni resta un obiettivo per entrambi i partiti.

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SoftBank dona 50 milioni di dollari alla biblioteca presidenziale di Trump


Il colosso giapponese, tra i maggiori investitori al mondo nell'intelligenza artificiale e socio di OpenAI, fa una delle donazioni più grandi mai rese pubbliche per la struttura di Miami.

SoftBank, uno dei più grandi gruppi tecnologici al mondo, ha donato 50 milioni di dollari alla biblioteca presidenziale che il presidente Donald Trump sta facendo costruire a Miami. È una delle più grandi donazioni mai rese pubbliche per il progetto, come ha rivelato Politico.

La società giapponese è tra i maggiori investitori al mondo nell'intelligenza artificiale ed è uno dei principali soci di OpenAI, la creatrice di ChatGPT. SoftBank controlla inoltre quote di maggioranza in diverse aziende tecnologiche, tra cui un'impresa che progetta semiconduttori. Secondo gli ultimi documenti depositati, il gruppo fa attività di lobbying sull'intelligenza artificiale e su altri temi di politica pubblica.

Nel 2024 SoftBank si era impegnata a investire 100 miliardi di dollari in aziende americane nel corso del mandato di Trump. Il fondatore e presidente del gruppo, Masayoshi Son, conosce il presidente fin dal primo mandato e ha visitato la Casa Bianca diverse volte.

La società aveva già fatto donazioni più piccole alle biblioteche presidenziali di Ronald Reagan e George W. Bush, ma in entrambi i casi era avvenuto dopo che le strutture erano state costruite, secondo una delle due fonti a conoscenza dell'operazione consultate da Politico. I portavoce di SoftBank e quelli della biblioteca di Trump hanno rifiutato di commentare.

I rendering della futura biblioteca, diffusi nel marzo 2026, mostrano un grande grattacielo affacciato sull'acqua a Miami, con il nome di Trump in cima all'edificio. La struttura è destinata anche a ospitare il controverso jet Boeing che il Qatar ha regalato al presidente perché lo utilizzi come Air Force One, una volta che il governo lo avrà trasferito alla biblioteca.

Le immagini mostrano alcuni dei simboli più riconoscibili dell'universo trumpiano: una scala mobile dorata simile a quella che Trump utilizzò alla Trump Tower di New York per annunciare la sua prima candidatura alla presidenza e una statua dorata che lo raffigura con il pugno alzato.

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Martedì 26 seminario su Aldo Capitini home.rifondazione.eu/2026/05/2… #Approfondimenti

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Il malcontento dei senatori repubblicani contro Trump


Una settimana di sconfitte al Congresso: il fondo da 1,8 miliardi per i presunti perseguitati e i finanziamenti per la sala da ballo dividono il partito

Il presidente Donald Trump ha avuto la settimana peggiore del suo secondo mandato. L'approvazione del suo operato è scesa al 41 per cento, con il 57 per cento di pareri negativi, secondo un sondaggio del Wall Street Journal. A gennaio l'approvazione era al 45 per cento. Anche tra i repubblicani la quota di chi dice di approvare "fortemente" il suo lavoro è crollata dal 75 al 57 per cento. Nello stesso rilevamento i democratici sono in vantaggio sui repubblicani per il prossimo Congresso, 48 a 40.

Il malumore si è tradotto in una rivolta senza precedenti del gruppo senatoriale repubblicano contro due proposte volute dal presidente: un fondo da 1,8 miliardi di dollari per risarcire chi sostiene di essere stato perseguitato dall'amministrazione Biden e un miliardo per la sicurezza della sala da ballo di lusso che Trump vuole costruire alla Casa Bianca, un progetto da 400 milioni che il presidente aveva promesso di finanziare con donazioni private.

Il cosiddetto "fondo anti-weaponization" nasce dalla decisione dell'amministrazione di chiudere una causa che Trump aveva intentato contro il suo stesso governo. L'accordo, raggiunto poco prima della scadenza fissata da un giudice federale che chiedeva spiegazioni sul conflitto d'interessi, prevede anche che l'Internal Revenue Service rinunci a pretendere il pagamento di tasse arretrate da Trump, dalla sua famiglia e dalle sue aziende. I senatori repubblicani temono che il fondo possa essere usato per indennizzare con milioni di dollari i partecipanti all'assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, già graziati dal presidente, inclusi quelli condannati per aggressioni ai poliziotti.

L'incontro tra il procuratore generale facente funzioni Todd Blanche e i senatori repubblicani, organizzato per rassicurare il gruppo, si è trasformato in uno scontro. Secondo la ricostruzione del Wall Street Journal, oltre una decina di senatori hanno incalzato Blanche per due ore nella sala Mike Mansfield. Il primo a prendere la parola è stato Tom Cotton, senatore dell'Arkansas e alleato del presidente, che ha chiesto bruscamente: "A chi è venuta in mente questa idea? Chi ha scelto questo momento?". Ted Cruz, nel suo podcast, ha definito quella riunione "una delle più dure mai viste in Senato", aggiungendo che alcuni colleghi urlavano contro Blanche. L'esito è stato lo slittamento del voto su un pacchetto da 70 miliardi per il finanziamento di Immigration and Customs Enforcement e della polizia di frontiera, che la maggioranza voleva approvare prima del weekend del Memorial Day.

Il punto di rottura è arrivato martedì, quando Trump ha annunciato il sostegno al procuratore generale del Texas Ken Paxton contro il senatore uscente John Cornyn alle primarie repubblicane. Cornyn è in Senato dal 2002, è stato candidato alla guida del gruppo repubblicano e ha raccolto oltre 400 milioni di dollari di donazioni per i colleghi e per il comitato senatoriale del partito. Paxton è stato messo in stato d'accusa dal suo stesso partito alla camera del Texas con accuse di corruzione e abuso d'ufficio, poi assolto dal Senato statale, ed è nel mezzo di un divorzio chiesto dalla moglie per "ragioni bibliche". Diversi senatori temono che la sua candidatura possa costringere il partito a spendere decine di milioni di dollari per difendere un seggio sicuro, sottraendo risorse a corse competitive in Maine, North Carolina, Ohio, Iowa e Alaska.

La scelta di Trump arriva dopo la sconfitta di Bill Cassidy alle primarie della Louisiana, battuto dalla deputata Julia Letlow, candidata sostenuta dal presidente. Cassidy era stato uno dei sette senatori repubblicani che nel 2021 avevano votato per la condanna di Trump nel processo di impeachment. È il primo senatore in carica a perdere una primaria dal 2017.

Sul fronte della sala da ballo, la parlamentarista del Senato Elizabeth MacDonough, funzionaria non di parte che vigila sul rispetto delle regole procedurali, ha stabilito che il miliardo per la sicurezza non rispetta le norme della procedura di reconciliation di bilancio. Trump ha chiesto su Truth Social che venga licenziata. La richiesta è stata respinta dal leader della maggioranza John Thune, che ha definito "preoccupante" prendere di mira un singolo funzionario. Davanti all'opposizione di un numero sufficiente di senatori repubblicani, la dirigenza ha rinunciato a riscrivere la norma.

Nella stessa settimana il Senato ha votato per far avanzare una risoluzione che impedirebbe a Trump di ordinare nuovi attacchi contro l'Iran, come ricostruito dal Washington Post: Cassidy si è unito per la prima volta ad altri tre repubblicani e ai democratici. Alla Camera la leadership repubblicana ha ritirato il voto su una misura analoga quando è apparso chiaro che sarebbe passata.

Trump non ha fatto un passo indietro. Su Truth Social ha rivendicato il fondo, sostenendo di aver rinunciato a "una fortuna" pur di lasciarlo passare, e ha attaccato il senatore Thom Tillis del North Carolina, che aveva definito la misura "un fondo per teppisti" e "una stupidaggine sulle stampelle". Tillis, già spinto al ritiro dalla pressione del presidente, ha risposto che "le idiozie stanno uccidendo le nostre possibilità" alle elezioni di metà mandato.

Una delle dinamiche che spiega questa fase è l'assenza di voci contrarie nella cerchia ristretta del presidente. Nel primo mandato alcune proposte radicali erano state filtrate da figure come l'ex capo di gabinetto John F. Kelly, il primo segretario alla Difesa Jim Mattis e il consigliere economico Gary Cohn. Oggi quei posti sono occupati da fedelissimi. Stephen Miller, vice capo di gabinetto per le politiche, ha difeso il fondo definendolo "una piccola misura di giustizia" per chi sarebbe stato privato dei propri diritti.

Sarah Binder, politologa della George Washington University, ha detto al New York Times di prendere alla lettera le parole di Trump quando, l'anno scorso, sosteneva di non avere più bisogno del Congresso per attuare la sua agenda. Secondo Binder il presidente sta ragionando su come continuare a controllare il partito dopo la fine del mandato e su che eredità lasciare, anche fisica: ha citato la sua spinta per costruire un arco di trionfo a Washington. "È concentrato sull'arco. È concentrato sulla sua eredità personale. È concentrato sulla vendetta. Non ha un'agenda legislativa, quindi gli serve davvero un Senato repubblicano?".

Lamar Alexander, ex senatore repubblicano del Tennessee tornato al Campidoglio dopo cinque anni, ha detto di non capire la strategia di un presidente che "epura senatori repubblicani che lo sostengono nel 99 per cento dei casi".

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Tra i due litiganti, il terzo cambia la politica.
Destina il tuo 2x1000 a Volt, col codice Y59 💜

#2x1000 #DichiarazioneDeiRedditi #Giovani #Casa #SaluteMentale #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Il dipartimento di Giustizia cancella le ultime tracce delle indagini sul 6 gennaio


I procuratori federali chiedono di archiviare i processi contro i leader di Proud Boys e Oath Keepers e rimuovono dal sito i comunicati sui rivoltosi del Campidoglio.

Il dipartimento di Giustizia americano ha cancellato venerdì le ultime tracce dell'inchiesta sull'assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, con due decisioni che allineano ancora di più l'amministrazione agli sforzi del presidente Donald Trump per riscrivere quella giornata. Nella serata di venerdì 22 maggio, all'inizio del weekend lungo del Memorial Day, i procuratori federali di Washington hanno depositato le richieste di archiviazione dei procedimenti penali più gravi nati dall'attacco al Congresso, quelli contro i capi e i militanti dei gruppi di estrema destra Proud Boys e Oath Keepers, condannati per cospirazione sediziosa. Poche ore dopo uno degli account ufficiali del dipartimento ha confermato sui social media che lo stesso ministero stava ripulendo i propri archivi online dai comunicati stampa usati per dare conto dei processi contro i rivoltosi.

L'inchiesta sull'assalto al Campidoglio, condotta tra il 2021 e il 2025, è stata la più grande indagine criminale nella storia del dipartimento di Giustizia, con incriminazioni a carico di quasi 1.600 imputati. Da quando il presidente ha cominciato il suo secondo mandato concedendo la grazia a tutti i condannati, il dipartimento ha smontato pezzo dopo pezzo il lavoro fatto per processare chi aveva interrotto il passaggio pacifico dei poteri dopo le elezioni del 2020.

Lunedì 18 maggio l'amministrazione ha annunciato la creazione di un fondo da 1,776 miliardi di dollari per risarcire gli alleati del presidente che si sentono perseguitati dalle indagini delle precedenti amministrazioni democratiche. Il procuratore generale facente funzione Todd Blanche, che ha guidato la creazione del fondo, non ha escluso che possano accedere ai risarcimenti anche i rivoltosi condannati per violenze contro gli agenti di polizia, una possibilità che ha provocato proteste bipartisan al Congresso. Molti dei condannati per il 6 gennaio hanno già annunciato che presenteranno domanda di indennizzo.

Le richieste di archiviazione presentate venerdì riguardano una dozzina di membri dei due gruppi e cancellano i procedimenti più importanti nati dall'assalto. Tutti gli imputati avevano già ricevuto la grazia o la commutazione della pena dal presidente, ma l'archiviazione completa rappresenta una vittoria simbolica ulteriore e permette ai veterani militari del gruppo di recuperare i benefici previdenziali persi con la condanna. Su questa richiesta dovranno comunque esprimersi i due giudici federali che avevano celebrato i processi, Timothy J. Kelly e Amit P. Mehta. Nelle motivazioni depositate alla Corte distrettuale di Washington i procuratori hanno scritto che l'archiviazione è "nell'interesse della giustizia", ma i giudici potrebbero rifiutarsi e chiedere quale interesse della giustizia venga davvero soddisfatto cancellando del tutto i procedimenti.

Giovedì 21 maggio una corte d'appello federale aveva già accolto una richiesta avanzata il mese precedente dal dipartimento di Giustizia, annullando le condanne per cospirazione sediziosa contro i membri dei due gruppi.

La rimozione dei comunicati stampa dal sito del dipartimento è stata notata venerdì pomeriggio da un giornalista del Washington Post, che ha segnalato sui social l'eliminazione di diversi documenti, tra cui quello sulla condanna a 74 mesi di carcere ricevuta da Andrew Taake, che si era dichiarato colpevole di aver attaccato la polizia con spray al peperoncino e una frusta di metallo. Quando il presidente è tornato alla Casa Bianca i suoi funzionari avevano già chiuso la pagina del sito che ospitava il database di tutti gli imputati del 6 gennaio con il dettaglio delle accuse, ma i singoli comunicati sui processi erano rimasti online fino ai giorni scorsi.

L'account "rapid response" del dipartimento ha risposto al giornalista rivendicando l'operazione. "Siamo orgogliosi di invertire la strumentalizzazione del dipartimento di Giustizia avvenuta sotto l'amministrazione Biden", si legge nel post. "Faremo tutto quanto in nostro potere per risarcire chi è stato perseguitato per ragioni politiche. Questo include ripulire il sito del dipartimento dalla propaganda di parte."

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Did you ever hear about Pablo Grillo? In #Argentina he became a symbol for police violence and freedom of press. Digital forensic of the collective "Mapa de la Policia" helped to bring his case to court. I wrote for @netzpolitik_feed about it (in german) - people from the "Mapa" will be in Berlin in June:

netzpolitik.org/2026/nach-schu…

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Tote Links, gelöschte Webpages und geänderte URLs machen das Internet zu einem Ort der Sackgassen. Wie Informationen im Netz verschwinden, erinnert an einen der berühmtesten Bibliotheksbrände der Geschichte. Doch allzu oft sind es nicht Katastrophen, die Wissen vernichten, sondern Desinteresse - schreibt @CarlaSiepmann in ihrer Kolumne:

netzpolitik.org/2026/breakpoin…

in reply to netzpolitik.org

Vielen Dank für den Artikel.

Ich weiß nicht, wie viel Zeit ich schon mit dem Überprüfen von URLs vergeudet habe.

Selbst DOIs führen regelmäßig ins Leere. Ich habe allein in diesem Jahr schon mehrere gemeldet. Auch das kostet Zeit.

Ich denke, dass es in vielen Fällen einfach Ignoranz ist. Denn die Quellen existieren ja. Aber selbst Wissenschaftsverlage und Wissenschaftsinstitutionen scheinen sich nicht darum zu kümmern, dass ihre Veröffentlichungen auch nach einem Jahr noch unter derselben URL auffindbar sind.

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Trump annuncia un accordo "ampiamente negoziato" con l'Iran per fermare la guerra


L'intesa riaprirebbe lo Stretto di Hormuz e sbloccherebbe 25 miliardi di asset iraniani. Il dossier nucleare verrebbe rinviato a una trattativa di 30-60 giorni.
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Il presidente Donald Trump ha annunciato sabato 23 maggio che gli Stati Uniti e l'Iran hanno "ampiamente negoziato" un accordo per porre fine alla guerra in corso da 84 giorni e riaprire lo Stretto di Hormuz, la rotta marittima da cui transita un quinto della fornitura globale di petrolio.

In un post su Truth Social, il presidente ha scritto che l'intesa è "soggetta a finalizzazione" tra Stati Uniti, Repubblica Islamica dell'Iran e altri paesi mediatori. "Gli aspetti finali e i dettagli dell'accordo sono attualmente in discussione e saranno annunciati a breve", ha aggiunto Trump. L'annuncio è arrivato dopo una serie di telefonate dalla Casa Bianca con i leader di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Pakistan, Turchia, Egitto, Giordania e Bahrein, seguite da un colloquio separato con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che il presidente ha descritto come andato "molto bene".

Non c'è stata una risposta formale da parte di Teheran. Tre alti funzionari iraniani, citati in forma anonima dal New York Times, hanno dichiarato che l'Iran ha accettato un memorandum d'intesa che fermerebbe i combattimenti su tutti i fronti, compreso il Libano dove proseguono gli scontri tra Israele e il gruppo militante Hezbollah. Il documento prevederebbe inoltre la riapertura dello Stretto di Hormuz senza pedaggi, la rimozione del blocco navale statunitense sui porti iraniani e lo sblocco di 25 miliardi di dollari di beni iraniani congelati all'estero. Secondo questa ricostruzione, le questioni nucleari sarebbero rinviate a una trattativa successiva di 30-60 giorni.

Le versioni americana e iraniana dell'accordo divergono però su un punto centrale. Due funzionari statunitensi hanno dichiarato al New York Times che un elemento chiave dell'intesa preliminare è l'impegno di Teheran a cedere il proprio stock di uranio altamente arricchito. Gli stessi funzionari hanno spiegato che i negoziatori americani avevano fatto sapere agli iraniani, attraverso intermediari, che senza un'intesa sullo stock in questa prima fase Washington si sarebbe ritirata dal tavolo e avrebbe ripreso la campagna militare. I funzionari iraniani sostengono invece che il testo non dice nulla sul programma nucleare e che tutte le questioni atomiche saranno discusse in una fase successiva.

Lo stock in questione, secondo l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica, ammonta a circa 440 chilogrammi di uranio arricchito al 60 percento, una soglia molto vicina a quella necessaria per costruire un'arma nucleare. Il deposito si trova in gran parte nel sito nucleare di Isfahan, colpito dai missili Tomahawk statunitensi a giugno dell'anno scorso. Le opzioni militari elaborate nei giorni scorsi includevano un nuovo attacco con bombe anti-bunker per distruggere il materiale, mentre nei mesi precedenti Trump aveva valutato un'incursione di commando americani e israeliani per recuperarlo, mai autorizzata. Una soluzione possibile, già adottata nel 2015 con l'accordo dell'amministrazione Obama, sarebbe trasferire il materiale alla Russia.

Secondo il Washington Post, che cita il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baqaei, il memorandum in discussione si articolerebbe in 14 punti. Il Wall Street Journal precisa che il quadro darebbe a Stati Uniti e Iran 30 giorni per arrivare a un patto definitivo, prorogabili per un altro mese. Le richieste iraniane comprendono lo sblocco rapido degli asset congelati, che Teheran stima in circa 100 miliardi di dollari, il cessate il fuoco permanente in Libano e qualche forma di alleggerimento delle sanzioni petrolifere durante i negoziati. Washington vorrebbe invece arrivare a un'intesa che includa una sospensione del programma nucleare iraniano fino a vent'anni e la consegna dello stock di materiale fissile, condizioni finora respinte da Teheran.

L'agenzia di stampa semiufficiale iraniana Fars ha contestato la versione di Trump sullo Stretto di Hormuz. Secondo Reuters, Fars ha riferito che l'accordo lascerebbe all'Iran il controllo delle rotte di passaggio, dei tempi e dei permessi, consentendo al volume di traffico di tornare ai livelli precedenti la guerra. La definizione di Trump della riapertura è stata bollata come "incoerente con la realtà". Il blocco di fatto del passaggio, attraverso cui transita il 20 percento delle forniture energetiche mondiali, ha fatto impennare i prezzi del petrolio e ha alimentato l'inflazione negli Stati Uniti, con ricadute sui consensi del presidente.

La mediazione è stata condotta soprattutto da Pakistan e Qatar. Il capo dell'esercito pakistano Asim Munir ha incontrato a Teheran il negoziatore iraniano Mohammad Baqer Qalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araqchi, in un colloquio definito "breve ma altamente produttivo". Qalibaf ha avvertito che le forze armate iraniane hanno ricostituito le proprie capacità durante la tregua e che se gli Stati Uniti "riavviassero stupidamente la guerra" le conseguenze sarebbero "più dure e amare" rispetto all'inizio del conflitto. Il segretario di Stato Marco Rubio, parlando da New Delhi, ha lasciato aperta la possibilità di una ripresa dei bombardamenti pur registrando alcuni "progressi": "Potrebbero esserci notizie più tardi. Potrebbero non esserci. Spero di sì. Non ne sono ancora sicuro".

L'annuncio ha provocato reazioni critiche tra i falchi repubblicani. Il senatore Ted Cruz, repubblicano del Texas, ha definito un "errore disastroso" un eventuale accordo che permettesse all'Iran di arricchire uranio, sviluppare armi nucleari e mantenere un controllo effettivo sullo Stretto. Roger Wicker, presidente della commissione Forze armate del Senato, ha bollato come "disastrosa" l'ipotesi di una tregua di 60 giorni. Lindsey Graham, repubblicano della South Carolina, ha sostenuto che un'intesa percepita come favorevole alla sopravvivenza del regime iraniano "verserebbe benzina" sui conflitti in Libano e Iraq. Mike Pompeo, ex segretario di Stato durante la prima amministrazione Trump, ha definito l'accordo "tutt'altro che America First", ricevendo una risposta volgare dal portavoce della Casa Bianca Steven Cheung.

In Israele il governo Netanyahu, che si era unito agli attacchi iniziali contro l'Iran a fine febbraio, osserva l'evolversi della trattativa con preoccupazione. Lo Stato ebraico non è parte dei negoziati e già prima della tregua di aprile si era lamentato di essere stato informato tardi degli sviluppi. Il primo ministro ha continuato a chiedere che la pressione militare prosegua. Restano stazionati in Israele truppe e mezzi statunitensi, comprese decine di aerei cisterna che sarebbero impiegati in eventuali nuovi attacchi. Anche nella regione del Golfo la Marina statunitense ha schierato oltre venti navi da guerra, tra cui le due portaerei George H.W. Bush e Abraham Lincoln, mentre il blocco ai porti iraniani ha portato al dirottamento di un centinaio di mercantili.

L'accordo, se finalizzato, non raggiungerebbe l'obiettivo principale dichiarato da Trump, ossia impedire definitivamente all'Iran di dotarsi di un'arma nucleare. Eviterebbe però la ripresa di una guerra che i paesi del Golfo non vogliono e attenuerebbe la crisi energetica globale. Trump avrebbe comunicato ai propri collaboratori che si riserva il diritto di riprendere gli attacchi se Teheran non rispetterà l'intesa temporanea. La guerra, iniziata il 28 febbraio con l'uccisione della guida suprema Ali Khamenei in un raid statunitense e israeliano su Teheran, ha provocato migliaia di morti, soprattutto in Iran e in Libano, e ha costretto centinaia di migliaia di persone ad abbandonare le proprie case.

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Apre il fuoco contro un posto di blocco della Casa Bianca, ucciso dal Secret Service


Nasire Best, 21 anni, era già noto agli agenti per precedenti tentativi di accesso. Ha sparato verso una garitta con una rivoltella. Trump era nell'edificio e non è rimasto coinvolto.

Un ventunenne americano si è avvicinato sabato sera a un posto di blocco del Secret Service nei pressi della Casa Bianca, ha estratto una rivoltella dalla borsa e ha aperto il fuoco contro gli agenti. I poliziotti della Uniformed Division hanno risposto immediatamente, ferendolo gravemente. L'uomo è morto poco dopo al George Washington University Hospital. Un passante è rimasto colpito durante lo scambio di colpi e versa in condizioni serie. Nessun agente è stato ferito.

La sparatoria è avvenuta poco dopo le 18 ora locale all'incrocio tra la 17ª strada e Pennsylvania Avenue, nell'angolo nord-occidentale del complesso presidenziale. Sono stati sparati tra i venti e i trenta colpi. Il rumore ha raggiunto la North Lawn della Casa Bianca, dove diversi corrispondenti si stavano preparando per le riprese serali. Le immagini girate da una giornalista di ABC News e da un collega della CBS mostrano gli operatori che si gettano a terra mentre risuonano le detonazioni. La Casa Bianca è stata posta sotto chiusura precauzionale per circa un'ora, prima che le restrizioni venissero rimosse alla conferma della morte dell'aggressore.

Il presidente Donald Trump era nell'edificio al momento della sparatoria e stava trascorrendo il fine settimana festivo nella residenza, impegnato a negoziare un accordo di pace per chiudere la guerra con l'Iran. È stato informato dell'accaduto ma non è rimasto coinvolto. In un messaggio pubblicato sui social media nella notte ha ringraziato gli agenti del Secret Service, definendo l'aggressore una persona con "una storia violenta" e una "possibile ossessione" per la Casa Bianca. Trump ha colto l'occasione per rilanciare la sua proposta di costruire una nuova sala da ballo e di ampliare le strutture di sicurezza del complesso, parlando della necessità dello "spazio più sicuro mai costruito a Washington".

L'attentatore è stato identificato come Nasire Best, ventun anni, originario di una località non precisata dell'area metropolitana di Washington in Maryland. Viveva nella capitale federale da circa diciotto mesi ed era già noto al Secret Service e alla polizia metropolitana del Distretto di Columbia per precedenti tentativi di entrare nel complesso presidenziale. Secondo il New York Times, nel giugno del 2025 era stato sottoposto a un trattamento sanitario obbligatorio dopo aver bloccato l'ingresso veicolare sul lato est della Casa Bianca, dicendo agli agenti di essere Gesù Cristo e di voler essere arrestato.

Un mese dopo, nel luglio 2025, Best era stato fermato per essersi introdotto in una zona riservata del perimetro della Casa Bianca ignorando i segnali e i comandi di alt. L'affidavit depositato presso la Superior Court del Distretto di Columbia segnala che il giovane era già noto al personale del Secret Service "per i giri intorno al complesso con domande su come accedervi dai vari ingressi". Un giudice aveva emesso un'ordinanza che gli vietava di avvicinarsi all'area. Dopo che Best non si era presentato all'udienza di agosto, era stato spiccato un mandato di cattura.

Cinque alti funzionari delle forze dell'ordine hanno attribuito il comportamento dell'uomo a problemi di salute mentale. La CNN ha riferito che i profili social riconducibili a Best ribadivano la sua pretesa di essere il figlio di Dio e contenevano minacce di violenza nei confronti di Trump. Il movente dell'attacco resta formalmente sotto indagine. L'FBI, guidato da Kash Patel, sta affiancando il Secret Service nelle verifiche insieme all'ATF, l'agenzia federale che si occupa di armi da fuoco ed esplosivi.

L'episodio è il terzo in poco più di un mese a coinvolgere persone armate nelle vicinanze di figure apicali dell'amministrazione. Il 25 aprile un uomo californiano armato di un fucile a pompa, una pistola e diversi coltelli aveva superato un posto di controllo all'ingresso della sala in cui si stava tenendo la cena annuale dell'Associazione dei corrispondenti della Casa Bianca, dove Trump doveva intervenire, prima di essere bloccato dagli agenti. Il 4 maggio un uomo del Texas era stato ferito in uno scambio di colpi con il Secret Service nei pressi del Washington Monument: agli agenti avrebbe poi rivolto frasi volgari sulla Casa Bianca mentre veniva trasportato in ambulanza.

Il presidente del Senato John Thune e lo speaker della Camera Mike Johnson hanno entrambi ringraziato il Secret Service per la rapidità della reazione, sostenendo che l'intervento ha evitato conseguenze più gravi per il presidente e per chi si trovava nei dintorni del complesso. La corrispondente di Al Jazeera Kimberly Halkett ha osservato che simili episodi si stanno verificando con frequenza crescente nei pressi delle sedi del potere federale.

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La rassegna stampa di domenica 24 maggio 2026


Trump si avvicina all'intesa con l'Iran per la riapertura dello Stretto di Hormuz, un uomo armato resta ucciso dai Secret Service davanti alla Casa Bianca, le dimissioni di Tulsi Gabbard scuotono i vertici dell'intelligence

Questa è la rassegna stampa di domenica 24 maggio 2026

Vicina l'intesa tra Stati Uniti e Iran per la riapertura dello Stretto di Hormuz


L'Amministrazione Trump è vicina alla firma di un memorandum d'intesa con Teheran che prevede un cessate il fuoco di 60 giorni, la graduale riapertura dello Stretto di Hormuz, la rimozione del blocco navale e parziali esenzioni dalle sanzioni in cambio di impegni iraniani sul programma nucleare e sulla rinuncia all'uranio arricchito. L'annuncio è atteso nelle prossime ore dopo le consultazioni del Presidente con il premier israeliano Benjamin Netanyahu e i leader di Arabia Saudita, Emirati, Qatar, Egitto, Turchia e Pakistan, principale mediatore della trattativa.

Fonti: Axios, New York Times, Financial Times

Un uomo armato resta ucciso in uno scontro a fuoco con i Secret Service vicino alla Casa Bianca


Un individuo già noto ai Secret Service ha aperto il fuoco sabato sera vicino a un checkpoint della Casa Bianca, all'angolo tra la 17ª strada e Pennsylvania Avenue, prima di essere abbattuto dagli agenti federali. Il Presidente Trump si trovava all'interno dell'edificio al momento della sparatoria, durante la quale è rimasto ferito anche un passante; l'episodio arriva a quattro settimane dal tentativo di omicidio ai danni del Presidente al White House Correspondents' Dinner.

Fonti: New York Times, Wall Street Journal, NPR

I senatori repubblicani si dividono sull'intesa con l'Iran


L'accordo emergente con Teheran ha aperto una frattura tra il Presidente Trump e una parte della destra repubblicana al Senato. Ted Cruz si è detto «profondamente preoccupato» per i termini noti dell'intesa, mentre Lindsey Graham e Roger Wicker hanno definito un cessate il fuoco di 60 giorni «un disastro» che renderebbe vana la guerra avviata tre mesi fa.

Fonti: The Hill, The Hill

Le dimissioni di Tulsi Gabbard scuotono i vertici dell'intelligence


La direttrice dell'intelligence nazionale Tulsi Gabbard ha annunciato a sorpresa le proprie dimissioni mentre l'Amministrazione discute il dossier iraniano. La sua linea contraria a un intervento militare in Medio Oriente l'aveva resa bersaglio della destra trumpiana più oltranzista, e l'influencer Laura Loomer ha celebrato l'addio sostenendo che «tutti i nostri nemici amano Tulsi».

Fonti: The Hill

L'Amministrazione punta a restringere anche l'immigrazione legale


Dopo un anno di stretta sull'immigrazione irregolare, l'Amministrazione Trump sta inasprendo le condizioni per gli stranieri che vivono e lavorano negli Stati Uniti in modo regolare, rendendo più difficile il rinnovo dei permessi e l'ottenimento dei visti. È una svolta politicamente rischiosa, che colpisce categorie spesso integrate e produttive, dai ricercatori ai lavoratori specializzati.

Fonti: New York Times

I repubblicani accelerano la ridisegnazione dei collegi elettorali


I repubblicani stanno spingendo gli Stati a controllo conservatore a ridisegnare i collegi della Camera in vista delle elezioni di metà mandato, sfruttando una recente decisione della Corte Suprema che ha indebolito le tutele per le minoranze previste dal Voting Rights Act. La corsa al ridisegno punta a consolidare la maggioranza repubblicana al Congresso e ha già acceso ricorsi in diversi Stati.

Fonti: ABC News

Stato di emergenza in California per il rischio di esplosione di un serbatoio chimico


Il governatore Gavin Newsom ha dichiarato lo stato di emergenza nella Contea di Orange per un serbatoio di prodotti chimici tossici in uno stabilimento aerospaziale di Garden Grove, considerato a rischio imminente di fuga o esplosione. Oltre quarantamila residenti sono stati evacuati e i vigili del fuoco lavorano per stabilizzare l'impianto, con poche opzioni a disposizione.

Fonti: New York Times, Wall Street Journal, Fox News

Polemiche sul «fondo anti-strumentalizzazione» voluto dal Dipartimento di Giustizia


Il nuovo «anti-weaponization fund» annunciato dal Dipartimento di Giustizia, frutto di un accordo extragiudiziale legato alla causa da dieci miliardi di dollari intentata dal Presidente Trump contro l'IRS per la diffusione delle sue dichiarazioni fiscali, sta suscitando un'ondata di critiche bipartisan al Congresso. Il procuratore generale facente funzione Todd Blanche ha precisato che il fondo «emetterà pagamenti formali» ai beneficiari, ma democratici e diversi repubblicani parlano di uso improprio di risorse pubbliche.

Fonti: The Hill

L'inflazione americana mette di nuovo alla prova la Federal Reserve


I mercati guardano alla settimana che si apre per capire se le pressioni inflazionistiche statunitensi costringeranno la Federal Reserve a rivedere le proprie aspettative sui tassi. Gli analisti del Financial Times segnalano che i prossimi dati su prezzi e consumi saranno decisivi per stabilire se il percorso di allentamento monetario può proseguire o se l'istituto guidato da Jerome Powell dovrà tornare a una postura più prudente.

Fonti: Financial Times

Spettacolo: il rumeno Mungiu vince la Palma d'Oro a Cannes, Colbert riappare su un canale locale del Michigan


Il regista rumeno Cristian Mungiu ha vinto la Palma d'Oro al Festival di Cannes con «Fjord», dramma ambientato in Norvegia che esplora la tensione tra conservatorismo religioso e liberalismo sociale, in un'edizione giudicata da molti sottotono. Negli Stati Uniti, il giorno dopo l'ultima puntata del «Late Show» sulla CBS, Stephen Colbert è riapparso a sorpresa come ospite di un programma di accesso pubblico a Monroe, in Michigan.

Fonti: New York Times, NPR, New York Times

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Webworm evolve: i backdoor EchoCreep e GraphWorm trasformano Discord e Microsoft Graph in canali C2
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/webwor…


Webworm evolve: i backdoor EchoCreep e GraphWorm trasformano Discord e Microsoft Graph in canali C2


Quando un gruppo APT decide di nascondere le proprie comunicazioni malevole dentro le API di prodotti Microsoft o nei canali Discord, il confine tra traffico legittimo e operazione di spionaggio si fa quasi invisibile per i tradizionali strumenti di sicurezza di rete. È esattamente la scelta operativa che ha compiuto Webworm, gruppo di allineamento cinese attivo da almeno il 2022, che nel 2025 ha arricchito il proprio toolkit con due nuovi implant: EchoCreep e GraphWorm.

Chi è Webworm: storia e attribuzioni


Webworm è stato documentato pubblicamente per la prima volta da Symantec (ora parte di Broadcom) nel settembre 2022. Il gruppo prende di mira agenzie governative e aziende nei settori IT, aerospaziale ed energia elettrica, con un focus geografico che comprende Russia, Georgia, Mongolia e diverse nazioni asiatiche ed europee. I ricercatori hanno identificato sovrapposizioni operative significative con cluster tracciati come FishMonger (alias Aquatic Panda), SixLittleMonkeys e Space Pirates — tutti threat actor con legami all’intelligence cinese.

La scelta dei bersagli — istituzioni governative, operatori di infrastrutture critiche e fornitori di servizi IT — è coerente con gli obiettivi strategici di raccolta intelligence attribuiti agli attori state-sponsored cinesi. Le recenti campagne hanno ampliato il raggio d’azione verso l’Europa, segnalando un’evoluzione geopolitica degli interessi del gruppo.

EchoCreep: Discord come infrastruttura C2


EchoCreep è il componente più semplice — ma non per questo meno insidioso — del nuovo arsenale. Utilizza Discord come canale di Command and Control, sfruttando le API della piattaforma di messaggistica per ricevere comandi dagli operatori e restituire output dalle macchine compromesse. Le funzionalità documentate dai ricercatori includono:

  • Upload e download di file arbitrari verso/dal sistema vittima
  • Esecuzione di comandi tramite cmd.exe con restituzione dell’output agli operatori
  • Persistenza tramite canale Discord dedicato, non esposto pubblicamente

L’analisi del canale Discord utilizzato da EchoCreep rivela che i primi comandi risalgono al 21 marzo 2024: ciò significa che l’implant era già operativo in campagne reali ben prima della sua scoperta pubblica, probabilmente inosservato per oltre un anno.

La scelta di Discord come C2 non è casuale. Il traffico verso discord.com è quasi universalmente consentito nelle policy di rete aziendali, il protocollo è HTTPS e il volume di traffico legittimo è enorme — condizioni ideali per mascherare comunicazioni malevole nel rumore di fondo.

GraphWorm: Microsoft OneDrive come dead drop


GraphWorm è il componente più sofisticato del nuovo toolkit. Utilizza Microsoft Graph API — la stessa infrastruttura usata da milioni di applicazioni enterprise — per le comunicazioni C2, sfruttando specificamente gli endpoint di OneDrive. La tecnica del “cloud dead drop” — usare servizi cloud legittimi come proxy per i comandi — è in crescita tra gli APT più avanzati, ma GraphWorm la porta a un livello di granularità operativa notevole.

Per ciascuna vittima compromessa, GraphWorm crea una directory dedicata su OneDrive, permettendo agli operatori di gestire in modo indipendente le operazioni su target diversi senza interferenze. Le capacità documentate includono:

  • Spawn di nuove sessioni cmd.exe per l’esecuzione interattiva di comandi
  • Avvio di processi arbitrari sul sistema vittima
  • Upload e download di file da/verso OneDrive tramite Graph API
  • Self-termination controllata su segnale degli operatori, per ridurre le tracce forensi

Il traffico verso graph.microsoft.com è considerato trust implicito nella maggior parte degli ambienti enterprise Microsoft 365, rendendo il rilevamento basato sul blocco dei domini o sull’ispezione superficiale del traffico del tutto inefficace.

Tooling, proxy custom e TTP completi


Webworm integra i propri backdoor con un ecosistema di strumenti offensive collaudato. Per la fase di ricognizione, il gruppo usa tool open source come dirsearch e nuclei per eseguire brute-force dei path su web server delle vittime e identificare vulnerabilità sfruttabili. Sul lato infrastrutturale, Webworm ha sviluppato una suite di proxy custom: WormFrp, ChainWorm, SmuxProxy e WormSocket. Questi strumenti non si limitano a cifrare le comunicazioni: supportano il chaining su host multipli — sia interni che esterni alla rete bersaglio — permettendo la costruzione di tunnel multi-hop difficili da tracciare. Il gruppo utilizza inoltre SoftEther VPN per un ulteriore layer di offuscamento dell’infrastruttura C2.

Indicatori di compromissione (IoC)

# Webworm - EchoCreep / GraphWorm IoC (maggio 2026)
# Tool legittimi usati in contesto malevolo
TOOL: dirsearch (github.com/maurosoria/dirsearch)
TOOL: nuclei (github.com/projectdiscovery/nuclei)
# Custom proxy tools Webworm
TOOL: WormFrp
TOOL: ChainWorm
TOOL: SmuxProxy
TOOL: WormSocket
# Patterns comportamentali da monitorare
BEHAVIOR: cmd.exe spawned by non-standard parent process
BEHAVIOR: Unusual OneDrive API calls (graph.microsoft.com) with file creation in per-victim dirs
BEHAVIOR: Discord API traffic with binary/encoded payloads
BEHAVIOR: SoftEther VPN client installation/execution
# Cluster correlati
ALIAS: FishMonger / Aquatic Panda
ALIAS: SixLittleMonkeys
ALIAS: Space Pirates

Due righe per i difensori


L’abuso di servizi cloud legittimi per il C2 richiede un cambio di paradigma nel rilevamento. Il blocco a livello di dominio è inefficace — occorre spostare l’attenzione sul comportamento. I blue team dovrebbero implementare analisi comportamentale del traffico verso API cloud note, cercando pattern anomali di upload/download non correlati all’attività utente attesa. È fondamentale monitorare la creazione di directory insolite su OneDrive enterprise tramite i log di Microsoft 365 Defender e correlare gli accessi OAuth a Microsoft Graph con i baseline comportamentali degli account di servizio. Sul piano degli endpoint, qualsiasi processo che spawni cmd.exe con parent process inusuali dovrebbe attivare alert ad alta priorità. Infine, regole Sigma per i pattern di traffico Discord e Graph API anomali, combinate con threat intelligence sui cluster Webworm, permettono un rilevamento proattivo di queste campagne.


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Whatsapp compromesso su iPhone, la ricerca di Forenser sullo 0-click
#CyberSecurity
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Whatsapp compromesso su iPhone, la ricerca di Forenser sullo 0-click


Una premessa prima di iniziare: se hai un iPhone con iOS inferiore a 16.7.12, aggiorna, è già tardi e un miracolo che non sia ancora successo niente di brutto.

Detto questo, per anni l’ecosistema Apple è stato raccontato come una fortezza quasi inespugnabile. “Se hai un iPhone sei al sicuro” è diventato uno dei mantra più ripetuti anche fuori dalla bolla tech. Poi arrivano casi come quello documentato da Forenser e improvvisamente quella narrativa inizia a incrinarsi. Non perché iPhone sia diventato improvvisamente insicuro, ma perché il punto debole — come spesso accade — non è il dispositivo in sé. È la catena completa: notifiche, sessioni, social engineering, bug, sincronizzazioni cloud e fiducia implicita dell’utente.

La ricerca pubblicata da Forenser fotografa infatti una serie di compromissioni WhatsApp osservate su dispositivi Apple rimasti fermi a iOS 16 (specificatamente sotto il famoso aggiornamento alla 16.7.12). Non si parla di semplici tentativi di phishing “artigianali”, ma di account effettivamente presi in controllo, con accessi alle chat e utilizzo dell’identità digitale delle vittime per colpire ulteriori contatti.

Le vittime, infatti, non riportano comportamenti compatibili con il classico phishing. Nessun link cliccato volontariamente, nessuna installazione di applicazioni sospette, nessun QR code scansionato deliberatamente, nessuna richiesta di OTP condivisi. Eppure gli account risultano violati.

È questo il dettaglio che ha acceso l’interesse della comunità forense.

Secondo quanto riportato nell’analisi di Forenser, gli utenti colpiti avrebbero ricevuto messaggi specifici poco prima della compromissione. Messaggi che, in alcuni casi, sembrano avere un comportamento anomalo lato client. La ricostruzione tecnica suggerisce che il vettore d’attacco possa sfruttare una vulnerabilità legata alla gestione dei contenuti ricevuti da WhatsApp su iOS 16, permettendo l’esecuzione di operazioni malevole senza necessità di interazione diretta dell’utente.

In altre parole: il semplice ricevere il messaggio potrebbe essere sufficiente ad attivare la catena di compromissione.

È questo il vero significato di 0-click. Nessun tap. Nessun consenso. Nessun comportamento “sbagliato” da parte della vittima.

Nel mondo mobile moderno, questo tipo di attacco rappresenta uno degli scenari più pericolosi in assoluto, perché elimina completamente il principale livello difensivo su cui si basa gran parte della sicurezza consumer: l’utente stesso. Le campagne di phishing tradizionali funzionano solo se qualcuno sbaglia. Gli exploit 0-click invece trasformano il dispositivo in un bersaglio passivo.

La ricerca di Forenser suggerisce inoltre un elemento fondamentale: il problema sembrerebbe concentrarsi su device ancora fermi a certe release superate di iOS 16. Questo potrebbe indicare la presenza di vulnerabilità già corrette nelle versioni successive di iOS, ma ancora sfruttabili sui terminali non aggiornati. Ed è qui che emerge uno dei problemi più sottovalutati dell’ecosistema Apple: l’idea che “se hai un iPhone allora sei automaticamente al sicuro”.

In realtà il modello di sicurezza Apple funziona in maniera estremamente efficace proprio grazie agli aggiornamenti continui. Restare bloccati su una major release precedente significa esporsi progressivamente a vulnerabilità già note, studiate e potenzialmente weaponizzate.

Dal punto di vista operativo, un attacco del genere è devastante perché estremamente difficile da rilevare. Non lascia i classici indicatori di compromissione associati al malware tradizionale. Non rallenta necessariamente il dispositivo. Non mostra finestre sospette. Non installa applicazioni visibili. Tutto avviene all’interno di una superficie software considerata “trusted”: l’app di messaggistica stessa.

E WhatsApp rappresenta un bersaglio ideale.

Dentro quell’applicazione oggi transitano conversazioni personali, documenti, codici OTP, messaggi vocali, relazioni professionali e spesso persino elementi di autenticazione indiretta per servizi bancari o aziendali. Compromettere WhatsApp non significa più soltanto leggere chat private: significa ottenere accesso a una porzione enorme dell’identità digitale della vittima.

L’aspetto forse più interessante dell’indagine di Forenser è che porta l’attenzione su una categoria di minacce spesso percepite come lontane dal mondo reale. Quando si parla di exploit 0-click si pensa immediatamente ad attori statali, intelligence offensive e spyware da milioni di euro. Ma la linea che separa il cyberespionage dal cybercrime si sta assottigliando sempre di più. Tecniche un tempo esclusive delle operazioni governative iniziano lentamente a comparire anche in scenari meno sofisticati.

Ed è esattamente questo a rendere il caso così importante.

Perché al netto dei dettagli tecnici ancora da chiarire completamente, la ricerca di Forenser mostra un cambiamento preciso nel panorama delle minacce mobile: gli smartphone non vengono più attaccati soltanto inducendo l’utente a commettere errori. Sempre più spesso, basta semplicemente raggiungerli.


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Cosa vogliono gli elettori Democratici


Populismo economico, moderazione sulle questioni culturali e stop agli aiuti militari a Israele: le indicazioni che emergono dal nuovo sondaggio del New York Times sull'elettorato del partito

Il Partito democratico americano, ancora in cerca di una direzione dopo la sconfitta di Kamala Harris nelle elezioni presidenziali del 2024, ha davanti una possibile strada. Un nuovo sondaggio del New York Times e del Siena College mostra che i suoi elettori chiedono populismo economico, moderazione sulle questioni culturali considerate centrali nella sconfitta di Harris e uno stop agli aiuti militari a Israele.

Il sondaggio definisce "coalizione democratica" l'insieme di elettori democratici, indipendenti che si schierano con il partito e indipendenti che hanno votato Harris nel 2024. Una maggioranza piuttosto netta si dice sostanzialmente soddisfatta del posizionamento ideologico del partito: solo il 20 per cento ritiene che sia troppo a sinistra e solo il 17 per cento che sia troppo a destra. L'insoddisfazione che emerge non riguarda quindi l'ideologia, ma il fallimento dei democratici nel fermare il presidente Trump, prima alle urne e ora al governo.

Sulla direzione complessiva da prendere il quadro resta diviso. Il 47 per cento degli elettori della coalizione democratica vorrebbe vedere il partito spostarsi verso il centro, il 28 per cento chiede invece uno spostamento a sinistra e il 19 per cento preferirebbe che il partito non si muovesse. Quando la domanda viene riformulata in funzione delle presidenziali del 2028, lo spostamento al centro guadagna terreno: il 52 per cento lo considera necessario per vincere, contro il 25 per cento che spinge verso sinistra.

La preferenza per il centro si indebolisce molto quando si entra nel merito dei singoli temi. Sull'immigrazione solo il 46 per cento ritiene necessaria una virata centrista per vincere, e sui diritti delle persone transgender la percentuale scende al 38 per cento. È sul tema della criminalità che la voglia di moderazione è più forte, mentre sui temi economici accade l'opposto. La metà degli elettori della coalizione democratica vorrebbe vedere il partito muoversi più a sinistra sulla sanità, contro un 25 per cento che chiede il contrario. Sull'economia generale il fronte è spaccato a metà: 38 per cento per il centro, 37 per cento per la sinistra.

Il movimento dell'abundance, che propone di facilitare la costruzione di case, infrastrutture ed energia riducendo i vincoli burocratici, resta sconosciuto a oltre il 90 per cento degli elettori democratici. Messi davanti alla scelta tra un candidato che persegua quell'agenda e uno che invece prometta di abbassare i prezzi attaccando i monopoli delle grandi aziende, gli elettori democratici preferiscono il populista con un margine di due a uno.

Sotto questa preferenza c'è una diffusa convinzione che il sistema economico americano non funzioni. L'88 per cento della coalizione democratica giudica il sistema economico ingiusto per la maggior parte degli americani e l'83 per cento ritiene che il sistema politico ed economico abbia bisogno di cambiamenti almeno "significativi". È un terreno fertile per un linguaggio politico incentrato sulla disuguaglianza, sul potere delle grandi aziende e sulla corruzione del sistema.

Il tema di Israele, che durante gli anni di Joe Biden aveva diviso l'ala progressista dall'establishment del partito, è oggi un punto di consenso. Solo il 15 per cento degli elettori democratici dice di simpatizzare più con Israele che con i palestinesi, mentre il 74 per cento si oppone a nuovi aiuti militari ed economici al governo di Benjamin Netanyahu.

Le indicazioni non sono univoche. Due terzi della coalizione democratica vogliono uno spostamento verso il centro su almeno uno fra immigrazione, diritti transgender e criminalità, anche se senza un consenso su quale di questi temi. Quasi il 70 per cento ritiene che almeno un movimento in quella direzione sia necessario per vincere nel 2028. Lo spostamento al centro può inoltre riguardare il linguaggio e lo stile più che i contenuti: parte del rigetto del cosiddetto "woke" non riguardava il programma del partito, ma una politica identitaria percepita come moralistica e invadente nella vita quotidiana.

La combinazione di populismo economico, moderazione culturale e progressismo sulla politica estera si ritrova in alcuni dei candidati democratici che hanno avuto più successo in questo ciclo elettorale, pur provenendo da aree ideologiche diverse. Graham Platner nel Maine, più a sinistra, e il senatore Jon Ossoff in Georgia, più moderato, hanno entrambi costruito la propria immagine attaccando la corruzione e il potere delle grandi aziende, sostenendo restrizioni agli aiuti militari a Israele e mettendo in secondo piano le guerre culturali. Anche Zohran Mamdani, eletto a New York, può essere descritto con la stessa formula.

Resta aperta la domanda più importante: un candidato di questo profilo avrebbe davvero più possibilità di vincere le presidenziali del 2028, in un contesto in cui la popolarità del presidente Trump è in calo? E un'eventuale amministrazione democratica costruita su questa agenda riuscirebbe a governare meglio della precedente? Il sondaggio non risponde a queste domande, ed è proprio dai fallimenti elettorali e di governo degli ultimi anni che è nato il malcontento da cui adesso il partito cerca di uscire.

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Hotpatching gratuito per Windows Server 2025 con Azure Arc: guida all’abilitazione
#tech
spcnet.it/hotpatching-gratuito…
@informatica


Hotpatching gratuito per Windows Server 2025 con Azure Arc: guida all’abilitazione


Cos’è l’Hotpatching e perché cambia tutto


Ogni amministratore di sistema conosce bene il problema: arriva il patch Tuesday, si pianifica una finestra di manutenzione, si notificano gli utenti, si aspetta il riavvio e si incrocia le dita sperando che tutto torni su senza intoppi. Con Windows Server 2025 e l’hotpatching abilitato da Azure Arc, questo ciclo faticoso si riduce drasticamente. E da maggio 2026, questa funzionalità è completamente gratuita per tutti i server Arc-enabled.

L’hotpatching consente di applicare aggiornamenti di sicurezza al sistema operativo senza riavviare il server nella maggior parte dei mesi. Microsoft ha annunciato che dal 15 maggio 2026 tutta la fatturazione per l’hotpatch è stata interrotta per i server Windows Server 2025 Standard e Datacenter connessi ad Azure Arc. Non sono più previsti costi per core, tariffe orarie o voci separate in fattura.

Come funziona il ciclo di aggiornamento


L’hotpatching non elimina completamente i riavvii, ma li riduce sensibilmente. Il ciclo funziona su base trimestrale:

  • Mese baseline (1 riavvio ogni 3 mesi): viene installato un aggiornamento cumulativo completo che richiede un riavvio. Questo aggiornamento “alza l’asticella” del sistema per i mesi successivi.
  • Mesi hotpatch (i 2 mesi successivi): vengono distribuiti solo gli aggiornamenti di sicurezza incrementali, applicati in-memory senza riavvio.

In un anno solare si ottengono fino a 8 aggiornamenti mensili senza riavvio e soli 4 riavvii baseline pianificabili. Per ambienti di produzione ad alta disponibilità, è una differenza sostanziale.

Prerequisiti tecnici


Prima di abilitare l’hotpatching, verificare che il server soddisfi i requisiti seguenti:

  • Windows Server 2025 Standard o Datacenter (build 26100.1742 o successiva). Le build di anteprima non sono supportate.
  • Il server deve essere connesso ad Azure Arc tramite il Connected Machine Agent.
  • La macchina deve supportare la Virtualization-Based Security (VBS): firmware UEFI con Secure Boot abilitato. Per le VM Hyper-V, è richiesta una macchina virtuale di Generazione 2.
  • Una subscription Azure attiva (esiste un tier gratuito per iniziare).

Nota: Windows Server 2025 Datacenter: Azure Edition ha l’hotpatching abilitato per impostazione predefinita e non richiede Azure Arc.

Verifica e abilitazione di Virtual Secure Mode (VBS)


Quando si abilita l’hotpatch dal portale Azure, il sistema verifica automaticamente se la Virtual Secure Mode (VSM) è attiva. Se non lo è, l’operazione fallisce con un errore. È conveniente verificare prima manualmente.

Verifica dello stato VSM con PowerShell

Get-CimInstance -Namespace 'root/Microsoft/Windows/DeviceGuard' `
    -ClassName 'win32_deviceGuard' | `
    Select-Object -ExpandProperty 'VirtualizationBasedSecurityStatus'

Se il valore restituito è 2, VSM è attivo e si può procedere. Se è 0 o 1, occorre abilitarlo.

Abilitazione di VSM tramite registro di sistema

New-ItemProperty -Path 'HKLM:\System\CurrentControlSet\Control\DeviceGuard' `
    -Name 'EnableVirtualizationBasedSecurity' `
    -PropertyType 'Dword' `
    -Value 1 -Force

Dopo aver impostato il valore, riavviare il server e verificare nuovamente che VirtualizationBasedSecurityStatus restituisca 2.

In alternativa, VSM viene abilitato automaticamente configurando funzionalità come Credential Guard, Hypervisor-Protected Code Integrity (HVCI) o Secured-core server. Se il proprio ambiente utilizza già una di queste feature, VSM è probabilmente già attivo.

Connessione ad Azure Arc


Se il server non è ancora connesso ad Azure Arc, il modo più rapido per un singolo server è scaricare ed eseguire lo script di onboarding dal portale Azure:

  1. Aprire il portale Azure e cercare Azure Arc → Machines.
  2. Cliccare su Add/Create → Add a machine.
  3. Selezionare Add a single server e seguire la procedura guidata.
  4. Scaricare ed eseguire lo script PowerShell generato sul server target.

Per un deployment su scala (decine o centinaia di server), Azure Arc supporta l’installazione tramite Group Policy, service principal, Terraform o Configuration Manager. Il Connected Machine Agent è leggero e ha un impatto minimo sulle risorse del sistema.

Abilitazione dell’Hotpatch dal portale Azure


Una volta che il server è connesso ad Azure Arc e VSM è attivo, abilitare l’hotpatch richiede pochi click:

  1. Nel portale Azure, navigare su Azure Arc → Machines.
  2. Selezionare il nome del server target.
  3. Nel pannello laterale, fare clic su Hotpatch.
  4. Cliccare su Confirm.
  5. Attendere circa 10 minuti per la propagazione delle modifiche.

Se lo stato rimane bloccato su Pending, verificare la connettività verso gli endpoint Azure Arc e controllare i log dell’agente in C:\ProgramData\AzureConnectedMachineAgent\Logs.

Automazione con Azure Update Manager


Per gestire l’hotpatching su scala, Azure Update Manager (AUM) è lo strumento consigliato. Permette di:

  • Definire maintenance windows per controllare quando vengono applicati gli aggiornamenti baseline (quelli che richiedono il riavvio).
  • Configurare update policies per applicare automaticamente gli hotpatch nei mesi non-baseline.
  • Monitorare lo stato di conformità di tutti i server Arc da un’unica dashboard.
  • Integrare con Azure Monitor per alert e reportistica.

Con AUM è possibile impostare una finestra di manutenzione mensile di 30 minuti per i riavvii baseline, sapendo che nei due mesi successivi nessun riavvio sarà necessario per gli aggiornamenti di sicurezza. Una politica ragionevole è schedulare i riavvii baseline nella notte del secondo mercoledì del mese baseline, allineandosi al ciclo Patch Tuesday di Microsoft.

Script PowerShell per il troubleshooting dell’agente Arc


Se dopo l’abilitazione l’hotpatch non si attiva correttamente, questo script PowerShell aiuta a diagnosticare i problemi più comuni:

# Verifica stato agente Azure Arc
$svc = Get-Service -Name "himds" -ErrorAction SilentlyContinue
if ($svc) {
    Write-Host "Azure Connected Machine Agent: $($svc.Status)"
} else {
    Write-Host "ERRORE: servizio HIMDS non trovato. Arc non e' installato."
}

# Verifica VBS
$vbs = Get-CimInstance -Namespace 'root/Microsoft/Windows/DeviceGuard' `
    -ClassName 'win32_deviceGuard' | `
    Select-Object -ExpandProperty 'VirtualizationBasedSecurityStatus'
Write-Host "VBS Status: $vbs (2 = attivo, 0/1 = non attivo)"

# Verifica Secure Boot
$sb = Confirm-SecureBootUEFI -ErrorAction SilentlyContinue
Write-Host "Secure Boot abilitato: $sb"

# Log agente Arc (ultimi 50 errori)
$logPath = "C:\ProgramData\AzureConnectedMachineAgent\Logs"
if (Test-Path $logPath) {
    Get-ChildItem $logPath -Filter "*.log" | 
        Sort-Object LastWriteTime -Descending | 
        Select-Object -First 1 | 
        Get-Content | Select-String "ERROR","WARN" | 
        Select-Object -Last 50
}

Considerazioni finali


Il passaggio dell’hotpatching a servizio gratuito rappresenta un cambiamento significativo nella gestione delle patch per Windows Server. Prima era necessario scegliere tra la semplicità operativa (nessun riavvio) e il costo aggiuntivo ($1.50 USD per core al mese, introdotto a luglio 2025). Ora quella scelta non esiste più.

Per chi gestisce ambienti Windows Server 2025 ibridi o on-premises, il percorso consigliato è: verificare i prerequisiti hardware (UEFI + Secure Boot), connettere i server ad Azure Arc, abilitare l’hotpatch dal portale e configurare Azure Update Manager per le finestre di manutenzione baseline. Il risultato pratico: meno riavvii, meno downtime, meno stress per il team IT — senza costi aggiuntivi.


Fonte originale: 4sysops — Free Windows Server 2025 hotpatching with Azure Arc. Documentazione ufficiale: Microsoft Learn — Enable Hotpatch for Azure Arc-enabled servers. Annuncio Microsoft: Microsoft Tech Community.


Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

In Italia esistono le persone, le conoscenze e, in potenza, l'infrastruttura per uscire dalla minorità digitale, ma i politici dei due partiti meno piccoli non lo sanno né lo vogliono sapere.
in reply to Maria Chiara Pievatolo

non so, a volte penso che sarebbe il caso di scrivere a qualche deputato...non semplicemente per chiedere di prendere una posizione, ma anche per spiegare i vantaggi che ne deriverebbero, sia per quanto riguarda la risonanza con loro posizioni politiche (sia a sinistra che a destra) Sia anche per la sicurezza stessa dell'organizzazione partitica (e2ee etc..) Io credo che alcuni siano totalmente all'oscuro, mentre altri invece sappiano che toccare l'argomento big tech significa farsi dei nemici molto potenti...
in reply to Centralscrutinizer

@centralscrutinizer L'anno scorso ho partecipato a un evento dei 5 Stelle dedicato all'AI e ho registrato un po' di buone intenzioni e una gran confusione. Durante la pandemia una senatrice M5S it.wikipedia.org/wiki/Maria_La… si interessò del problema delle infrastrutture, ma non è stata rieletta.
Parlo dei 5 Stelle perché temo che i due partiti più grandi siano al servizio di interessi diversi da quelli dei cittadini.
Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Harris valuta la corsa del 2028 ma il Partito Democratico frena


Secondo un'inchiesta di Vanity Fair basata su oltre due decine di fonti, l'ex vicepresidente sta seriamente considerando una nuova candidatura, ma operatori e donatori del partito sono contrari.

Kamala Harris sta valutando seriamente una nuova corsa alla Casa Bianca nel 2028, ma la prospettiva genera preoccupazione tra operatori politici, ex collaboratori e grandi donatori del partito democratico. È quanto emerge da un'inchiesta pubblicata da Vanity Fair, che ha raccolto le testimonianze di oltre due decine di persone vicine all'ex vicepresidente, tra ex membri dello staff della Casa Bianca, consulenti politici, parlamentari e finanziatori.

L'ex vicepresidente, che ha perso contro Donald Trump nelle elezioni del 2024 al termine di una campagna durata appena 107 giorni, non ha ancora preso una decisione definitiva. A domanda dal reverendo Al Sharpton durante la convenzione annuale del National Action Network, Harris ha risposto: "Ascoltate, potrei, potrei. Ci sto pensando". Ha poi aggiunto di aver servito per quattro anni a un battito di cuore dalla presidenza, di conoscere il lavoro e i suoi requisiti, e di essere convinta che lo status quo non funzioni più: "Non vogliono procedure, vogliono progresso".

Sul piano dei numeri, gli argomenti a favore di una nuova candidatura non mancano. Harris ha ottenuto 75 milioni di voti nel 2024, il risultato più alto mai raggiunto da un candidato sconfitto nella storia americana. In alcuni sondaggi sulle primarie ha un vantaggio a doppia cifra. Il suo libro "107 Days", in cui ricostruisce la campagna elettorale, ha venduto mezzo milione di copie nella prima settimana e il tour promozionale, allungato più volte, continua a registrare il tutto esaurito. Su TikTok un suo video di critica a una sentenza della Corte Suprema sui diritti di voto ha superato i 19 milioni di visualizzazioni.

Nonostante questi segnali, l'inchiesta di Vanity Fair restituisce un quadro molto diverso tra gli addetti ai lavori. Nessuna delle persone interpellate, a parte i consulenti più vicini a Harris, si è detta entusiasta dell'ipotesi. Molti hanno chiesto l'anonimato per parlare apertamente. Un ex consulente della campagna del 2024 ha definito l'idea "ovviamente una cattiva idea". Un altro ha dichiarato al giornale di aver parlato forse con una persona su cento favorevole a una nuova corsa. Un ex membro della Casa Bianca ha sintetizzato così: "Si candiderà? Molto probabilmente sì. Dovrebbe farlo? Assolutamente no. Non c'è alcun appetito per il ritorno della ex vicepresidente in campagna elettorale".

Anche Mark Cuban, il miliardario che era stato uno dei sostenitori della campagna del 2024, si è detto contrario a un nuovo tentativo. Ha spiegato a Vanity Fair che il problema non riguarda le capacità di governo o le qualifiche di Harris, ma il fatto che alcune persone sono state talmente demonizzate dall'opposizione da rendere la loro ricandidatura un ostacolo a prescindere dai meriti.

Tra i principali argomenti contrari alla corsa figura il tema dei finanziamenti. Nel 2024 Harris aveva raccolto e speso 1,5 miliardi di dollari in soli tre mesi, ma questa volta i donatori sembrano molto meno disposti a investire. Un finanziatore di alto livello ha dichiarato al giornale di non vedere alcun entusiasmo. Un altro grande donatore ha paragonato l'eventuale candidatura a quella che sarebbe stata una nuova corsa di Hillary Clinton, definendola "esattamente la cosa sbagliata da fare". Buona parte della base finanziaria di Harris si trova in California, lo stesso Stato del governatore Gavin Newsom, anche lui in pista per le primarie. Diversi operatori intervistati ritengono che Newsom potrebbe assorbire gran parte dei fondi disponibili nello Stato.

Un altro punto critico riguarda la presenza pubblica di Harris dopo la sconfitta. Un ex collaboratore della Casa Bianca ha sostenuto che, mentre i democratici cercavano una figura combattiva dopo le elezioni, Harris è rimasta sostanzialmente assente, mentre Newsom ha occupato lo spazio attaccando Trump e gestendo la vicenda del ridisegno dei collegi elettorali in California. Harris ha diffuso una dichiarazione di condanna durante le operazioni dell'agenzia per l'immigrazione Immigration and Customs Enforcement a Los Angeles, ma secondo le fonti questo non è bastato a costruire un profilo da leader dell'opposizione. I suoi alleati osservano che Harris, in quanto donna non bianca, deve gestire aspettative diverse da quelle di un candidato come Newsom, soprattutto sul tema dell'aggressività in campagna.

C'è poi una difficoltà più strutturale. Più fonti hanno raccontato a Vanity Fair che Harris non è mai riuscita a definire con chiarezza la propria visione politica. Nel 2020 si era presentata come una progressista di sinistra, mentre nel 2024 ha cercato di moderarsi nei 107 giorni a disposizione, dando un'impressione di opportunismo. Il momento più ricordato di quella campagna resta l'intervista al programma televisivo The View, in cui alla domanda su cosa avrebbe fatto diversamente da Joe Biden Harris rispose che nulla le veniva in mente. Uno stratega veterano l'ha definita la peggiore risposta mai data da un candidato, sottolineando che il 75 per cento degli americani voleva un cambiamento.

Anche i dati sul gradimento durante le campagne precedenti suggeriscono prudenza. Un ex collaboratore della Casa Bianca ha osservato che in entrambi i tentativi di Harris, nel 2020 e nel 2024, il sostegno è diminuito man mano che gli elettori la conoscevano meglio. Nel 2020 la sua prima campagna si era chiusa prima dei caucus dell'Iowa, nonostante fosse stata procuratrice generale della California.

Sul piano operativo, i tempi stringono. Diversi consulenti hanno spiegato che, se Harris vuole costruire una squadra competitiva, deve decidere a breve. Alcuni potenziali rivali si stanno già muovendo: oltre a Newsom, anche Rahm Emanuel sta conducendo una campagna di fatto, in attesa di un annuncio formale dopo le elezioni di metà mandato. Nel frattempo Harris incontra i donatori e il suo team di sicurezza nazionale, con cui discute occasionalmente di come il prossimo presidente potrebbe affrontare dossier come Iran e Cina.

Dopo aver lasciato la Casa Bianca, Harris si è trasferita in California in una casa da 8 milioni di dollari a Malibu con il marito Doug Emhoff. Molti dei suoi interlocutori avrebbero preferito che si candidasse a governatore dello Stato, una corsa che secondo loro avrebbe vinto facilmente, risolvendo il problema dei democratici californiani in cerca di un candidato credibile. Harris, secondo un suo consulente, ha ritenuto di non avere abbastanza tempo per decidere subito dopo la sconfitta del 2024 e non era certa di volere quel ruolo.

A un summit di Chicago alla fine di aprile, interrogata su cosa avesse imparato di sé in questi mesi di riflessione, Harris ha risposto ridendo: "Non mi piace perdere".

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