Guardare oltre
And death shall have no dominion. Dylan Thomas
guardare lungo: oltre la naturale dissoluzione
un’alba rosata ti pettina i pensieri carezza i progetti del giorno
nulla può la morte se tendi alla bellezza
21.1.24
* Luca Rossi su Fb Una poesia che tende al trascendente. Dal tono delicato per una lettura lenta che porta ad una riflessione profonda. Ho provato come un senso di tranquillità nel leggerla. Sapere che il dopo lo si può già considerare da adesso, nelle giuste proporzioni che ci indica la poesia. Il poeta si fa curatore di anime perché nulla vada perduto se si guarda alla bellezza. Che si tratti della bellezza del cuore (degli affetti quindi) , dell’anima, del corpo o altro, poco importa , perché la vera bellezza li racchiude tutti. Si anche la bellezza del corpo che non deve essere esorcizzata perché si rischierebbe di non vedere una parte del Creato. Tutto convive se viene considerato nel giusto modo. Tutto ci induce a credere. Serino, con il suo scrivere, ce lo comunica e ci chiede di comprenderlo, cioè di prendere-con-noi tutto questo. Un incoraggiamento a vivere adesso per vivere ancora quando tutto sarà passato, in una direzione in cui egli ha già saputo vedere.
La casa delle nuvole
cieli d’acqua e cavalli d’aria lì custodisco ore sfilacciate e segrete pene -oh giovinezza di deliri e notti illuni lì dove il turbinio degli anni è rappreso in un palpito che nell’aria trema
. Questa poesia, intitolata “La casa delle nuvole”, crea un universo fatto di immagini sospese e surreali, dove la realtà si dissolve in un’atmosfera onirica e quasi irreale. La poesia apre con un titolo che evoca una dimora eterea, un luogo immaginario in cui elementi naturali vengono trasformati e reinventati. La fusione di “cieli d’acqua” e “cavalli d’aria” rompe con le logiche ordinarie, invitando il lettore a esplorare territori in cui il visibile si fonde con l’invisibile e il palpabile con il sognato.
Il verso “lì custodisco ore sfilacciate e segrete pene” trasmette l’idea di un tempo spezzettato, dove ogni istante è intriso di emozioni nascoste e ricordi forse dolorosi o intensi. Il termine “sfilacciate” suggerisce una temporalità fragile e in costante disgregazione, mentre le “segrete pene” indicano un bagaglio emotivo custodito in quel luogo immaginario, quasi come se il poeta volesse salvare ogni effimera esperienza.
Con l’esclamazione “-oh giovinezza di deliri e notti illuni” il testo richiama un periodo di esuberanza emotiva e di sperimentazione, un tempo in cui la vita si vive con intensità e in cui il confine tra sogno e realtà è estremamente sottile. L’uso di termini come “deliri” e “notti illuni” accentua questa dimensione di fervore giovanile e di una bellezza malinconica, in cui ogni esperienza è al contempo luminosa e labile.
Infine, la chiusura con “lì dove il turbinio degli anni è rappreso in un palpito che nell’aria trema” incarna il concetto di tempo come qualcosa di vibrante e imprevedibile. Il “turbinio” degli anni viene condensato in un singolo battito, in un’eco che quasi si fa percepire nell’aria, come se ogni attimo, pur nella sua fuggevolezza, potesse essere eternizzato in un breve, ma intenso, momento di vita. Questa immagine suggerisce anche una tensione continua, un’attesa palpabile, come se il tempo stesso potesse collaborare con le emozioni, tremolante e instabile, al confine tra il visibile e l’insubordinato.
Nel complesso, il testo si presenta come un invito a riflettere sulla natura effimera del tempo e delle emozioni. La “casa delle nuvole” diventa metafora di un luogo interiore in cui si intrecciano la memoria e il sogno, la luce e la penombra, il reale e l’irreale. La poesia, breve ma densa, ci spinge a considerare come anche gli elementi più leggeri e impalpabili – l’aria, il sogno, i ricordi – possano avere un’importanza vitale nell’architettura della nostra esistenza.
Questa lettura apre spunti di approfondimento su come il poeta utilizzi il linguaggio immaginifico per superare i limiti tradizionali della rappresentazione, creando un paesaggio emotivo dove il tempo perde la sua linearità e si fa esperienza di un eterno presente vibrante. Potremmo approfondire analizzando il ruolo dell’enjambement e della sospensione nella poesia contemporanea, oppure confrontando questo uso dei simboli con altre tradizioni letterarie che celebrano la fuggevolezza del tempo e l’intensità dell’esperienza soggettiva.
GIUDICI - Capitolo 7
1Ierub-Baal dunque, cioè Gedeone, con tutta la gente che era con lui, alzatosi di buon mattino, si accampò alla fonte di Carod. Il campo di Madian era, rispetto a lui, a settentrione, ai piedi della collina di Morè, nella pianura. 2Il Signore disse a Gedeone: “La gente che è con te è troppo numerosa, perché io consegni Madian nelle sue mani; Israele potrebbe vantarsi dinanzi a me e dire: “La mia mano mi ha salvato”. 3Ora annuncia alla gente: “Chiunque ha paura e trema, torni indietro e fugga dal monte di Gàlaad”“. Tornarono indietro ventiduemila uomini tra quella gente e ne rimasero diecimila. 4Il Signore disse a Gedeone: “La gente è ancora troppo numerosa; falli scendere all'acqua e te li metterò alla prova. Quello del quale ti dirò: “Costui venga con te”, verrà; e quello del quale ti dirò: “Costui non venga con te”, non verrà”. 5Gedeone fece dunque scendere la gente all'acqua e il Signore gli disse: “Quanti lambiranno l'acqua con la lingua, come la lambisce il cane, li porrai da una parte; quanti, invece, per bere, si metteranno in ginocchio, li porrai dall'altra”. 6Il numero di quelli che lambirono l'acqua portandosela alla bocca con la mano, fu di trecento uomini; tutto il resto della gente si mise in ginocchio per bere l'acqua. 7Allora il Signore disse a Gedeone: “Con questi trecento uomini che hanno lambito l'acqua, io vi salverò e consegnerò i Madianiti nelle tue mani. Tutto il resto della gente se ne vada, ognuno a casa sua”. 8Essi presero dalle mani della gente le provviste e i corni; Gedeone rimandò tutti gli altri Israeliti ciascuno alla sua tenda e tenne con sé i trecento uomini. L'accampamento di Madian gli stava al di sotto, nella pianura.
9In quella stessa notte il Signore disse a Gedeone: “Àlzati e piomba sul campo, perché io l'ho consegnato nelle tue mani. 10Ma se hai paura di farlo, scendi con il tuo servo Pura 11e ascolterai quello che dicono; dopo, prenderai vigore per piombare sul campo”. Egli scese con Pura, suo servo, fino agli avamposti dell'accampamento. 12I Madianiti, gli Amaleciti e tutti i figli dell'oriente erano sparsi nella pianura, numerosi come le cavallette, e i loro cammelli erano senza numero, come la sabbia che è sul lido del mare. 13Quando Gedeone vi giunse, un uomo stava raccontando un sogno al suo compagno e gli diceva: “Ho fatto un sogno. Mi pareva di vedere una pagnotta d'orzo rotolare nell'accampamento di Madian: giunse alla tenda, la urtò e la rovesciò e la tenda cadde a terra”. 14Il suo compagno gli rispose: “Questo non è altro che la spada di Gedeone, figlio di Ioas, uomo d'Israele; Dio ha consegnato nelle sue mani Madian e tutto l'accampamento”.
15Quando Gedeone ebbe udito il racconto del sogno e la sua interpretazione, si prostrò; poi tornò al campo d'Israele e disse: “Alzatevi, perché il Signore ha consegnato nelle vostre mani l'accampamento di Madian”.16Divise i trecento uomini in tre schiere, mise in mano a tutti corni e brocche vuote con dentro fiaccole 17e disse loro: “Guardate me e fate come farò io; quando sarò giunto ai limiti dell'accampamento, come farò io, così farete voi. 18Quando io, con quanti sono con me, suonerò il corno, anche voi suonerete i corni intorno a tutto l'accampamento e griderete: “Per il Signore e per Gedeone!”“. 19Gedeone e i cento uomini che erano con lui giunsero all'estremità dell'accampamento, all'inizio della veglia di mezzanotte, quando avevano appena cambiato le sentinelle. Suonarono i corni spezzando la brocca che avevano in mano. 20Anche le tre schiere suonarono i corni e spezzarono le brocche, tenendo le fiaccole con la sinistra, e con la destra i corni per suonare, e gridarono: “La spada per il Signore e per Gedeone!”. 21Ognuno di loro rimase al suo posto, attorno all'accampamento: tutto l'accampamento si mise a correre, a gridare, a fuggire. 22Mentre quelli suonavano i trecento corni, il Signore fece volgere la spada di ciascuno contro il compagno, per tutto l'accampamento. L'esercito fuggì fino a Bet-Sitta, verso Sererà, fino alla riva di Abel-Mecolà, presso Tabbat.23Gli Israeliti si radunarono da Nèftali, da Aser e da tutto Manasse e inseguirono i Madianiti. 24Intanto Gedeone aveva mandato messaggeri per tutte le montagne di Èfraim a dire: “Scendete contro i Madianiti e occupate prima di loro le acque fino a Bet-Bara e anche il Giordano”. Così tutti gli uomini di Èfraim si radunarono e occuparono le acque fino a Bet-Bara e anche il Giordano. 25Presero due capi di Madian, Oreb e Zeeb; uccisero Oreb alla roccia di Oreb, e Zeeb al torchio di Zeeb. Inseguirono i Madianiti e portarono le teste di Oreb e di Zeeb a Gedeone, oltre il Giordano.
__________________________Note
7,1 Gedeone si accampa ai piedi dei monti di Gèlboe, presso la fonte di Carod, nome che significa “avere paura”, “tremare” (vedi 7,3). Il campo dei Madianiti è un po’ più a nord-ovest, ai piedi della collina di Morè, zona collinare del Piccolo Ermon.
7,13 La pagnotta d’orzo che rotola sulla tenda è simbolo di un popolo agricolo, cioè degli Israeliti dediti da tempo all’agricoltura; la tenda che cade perché urtata dalla pagnotta è simbolo di un popolo nomade, cioè dei Madianiti.
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Approfondimenti
7,1-8,3. Il brano ha tre momenti:
- vv. 1-8, la selezione dei combattenti;
- vv. 9-14, il sogno e la sua interpretazione;
- 7,15-8,3, l'assalto all'accampamento dei Madianiti e la disfatta del nemico.
Nella prima unità uno dei temi centrali della storia deuteronomistica (la salvezza è dono di JHWH) trova una esemplificazione eloquente e famosa. JHWH ordina ripetutamente a Gedeone di ridurre le sue truppe, che sono «troppo numerose» (vv. 2.4). In tre selezioni successive (vv. 2-8), Gedeone arriva a comporre un drappello agile e imprevedibile. Il dato ha due risvolti. Uno teologico, di cui s'è già detto. JHWH, paradossalmente, aiuta il debole e regala vittorie impossibili. L'altra concerne la strategia militare. Contro i beduini ben armati e avvezzi a combattere, Gedeone sceglie non lo scontro aperto, bensì l'espediente astuto, che spaventa e disperde il nemico, come ci diranno i vv. 16ss.
La seconda unità (v. 9-14) presenta un segno premonitore di quanto accadrà. Anche per l'Israelita il sogno è visto come mezzo per comunicare con la divinità e cogliere gli eventi futuri. Basti pensare a Gn 40,1ss. (Giuseppe interpreta i sogni nella prigione) e a Dn 2ss. (le interpretazioni da parte di Daniele dei sogni del re). Non mancano peraltro passi dell'Antico Testamento che mettono in guardia contro i sogni. Dt 13,2-6 ammonisce dal prestare ascolto a profeti e sognatori avversi allo jahvismo. Geremia (23,25ss.) fa una distinzione netta tra la parola di JHWH e il sogno del profeta menzognero. Qui il dato è eccezionale: il sogno è fatto ed è interpretato da un non ebreo. Nel caso concreto «la pagnotta d'orzo» (v. 13) simboleggia gli Israeliti, oramai trasformati in agricoltori. La conclusione del brano (v. 14) ripete un motivo comune della guerra santa: JHWH ha già deciso l'esito della battaglia.
La terza unità (7,15-8,3) descrive la messa in atto dello stratagemma escogitato da Gedeone, e la conseguente vittoria sul nemico. I trecento soldati di Gedeone, suddivisi in tre gruppi, raggiungono l'accampamento nemico senza farsi notare e lo circondano, lasciando un'unica via d'uscita verso il Giordano. Al segnale di Gedeone, il suono delle trombe, l'agitarsi delle fiaccole, il fracasso delle brocche spezzate, semina il panico nei beduini svegliati di soprassalto, i quali fuggono verso i guadi del fiume, colpendosi a vicenda. La presenza di Efraim a questo punto (7,24-8,3) è difficile da spiegare. Non sembra verosimile una sua convocazione e un suo intervento in questo momento, anche se è plausibile che abbiano collaborato alle campagne militari di Ge-deone. In questo episodio la tribù di Efraim figura contrapposta al clan di Abiezer, il che conferma il carattere orgoglioso degli Efraimiti. Efraim mirava a diventare la tribù guida di tutto Israele. La sua aggressività e voglia di espansione sono ricordate in Gs 17, 14-18. Anche in Gdc 12, 1-6 essa si troverà contro le altre tribù. Saranno gli Efraimiti a spingere alla divisione dei due regni, dopo la morte di Salomone (1Re 12,1ss.).
(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)
[esclusioni]lo specchietto la cittadinanza digitale tutto] Socrate in un'ora si [disfa la centralina monoscocca non ronza o] le aperture il calmiere tutto] Sottsass jr. in cento e sei più le trasparenti salvano un paio la volta dove si sciupa o] dove non possono i ghirigori l'Unesco fa sapere tutta la manodopera l'attore seduto conta] [le brugole l'unieuro
Archeologia Digitale
C’è un nuovo tipo di scavo, che non si fa con pennelli e setacci ma con vecchi PC, cavi aggrovigliati e scatole di cartone dimenticate in soffitta. È l’archeologia digitale: la scienza non ufficiale di chi esplora le reliquie tecnologiche che hanno fatto la storia recente, prima che la nuvola (quella “cloud” tanto impalpabile) diventasse il nostro museo personale. Il floppy disk, oggi, sembra un reperto egizio. Una volta era il portatore di sogni: 1,44 megabyte di spazio, un abisso di possibilità per chi ci infilava dentro file di testo, giochi pixellati e qualche immagine .bmp che caricava a passo di lumaca. C’era chi li etichettava con cura maniacale e chi li lasciava vagare nudi e graffiati nello zaino, condannandoli a morte precoce. Eppure, dentro quei quadratini di plastica, stava l’embrione della memoria collettiva digitale. Poi arrivarono i CD masterizzati male. Quelli erano davvero la roulette russa dell’informatica casalinga. Bastava un granello di polvere, un programma di masterizzazione instabile, e addio compilation “Estati 2002”. Il fascino del “buffer underrun” è rimasto inciso nelle menti di chi passava notti intere a incidere 700 megabyte di dati con la stessa tensione con cui un archeologo maneggia un vaso fragile. I CD si rigavano con niente, si scrostavano con il tempo, ma rappresentavano il primo passo verso la personalizzazione totale: musica, film, backup. Tutto a portata di mano, tutto facilmente perdibile. Il floppy e il CD non erano semplici strumenti: erano rituali. Si copiava, si passava all’amico, si duplicava in laboratorio scolastico. E con loro cresceva una comunità: un sapere condiviso, un linguaggio segreto fatto di sigle, abbreviazioni e file compressi in .zip che promettevano mondi. Ma il vero tempio dell’archeologia digitale è stato il forum. Prima dei social, prima dell’influenza degli influencer, c’erano queste bacheche virtuali con sfondi blu elettrico, avatar improbabili e nickname che raccontavano più di un documento d’identità. Nei forum si discuteva di tutto: musica metal, tarocchi, programmazione in C++, segreti di videogiochi. Ogni discussione era stratificata come un sito archeologico: thread principali, digressioni infinite, litigi leggendari che ancora oggi qualcuno ricorda con un sorriso. Un forum non era solo uno spazio: era una piazza, con le sue regole non scritte. Il moderatore faceva la parte del sacerdote che manteneva l’ordine, ma spesso diventava il tiranno che chiudeva discussioni con un “thread chiuso” secco come una ghigliottina. E noi, lì, a costruire identità digitali parallele, a sentirci parte di tribù che avevano password e conoscenze esclusive. Oggi quell’epoca appare lontanissima, ma è ancora lì, sotto la polvere del tempo. Ogni floppy dimenticato in un cassetto, ogni pila di CD masterizzati con pennarello indelebile, ogni screenshot di un forum ormai offline è un frammento di quell’avventura. Una memoria che rischia di sparire, perché i supporti si degradano, i siti vengono chiusi, e l’obsolescenza tecnologica è più spietata di qualsiasi cataclisma naturale. Eppure l’archeologia digitale non è solo nostalgia. È consapevolezza. Ci ricorda che la tecnologia non è mai neutra: porta con sé riti, comunità, esperienze. Oggi salviamo tutto su server che non vediamo, affidandoci a piattaforme che non possediamo. Ma un tempo, quella memoria la toccavamo: un floppy in tasca, un CD nello zaino, una password scritta a matita su un foglio stropicciato. Indiana Jones, se fosse nato negli anni ’90, non avrebbe avuto la frusta e il cappello. Avrebbe avuto un PC con Windows 98, un lettore CD esterno e una connessione a 56k che strillava come un animale ferito. E forse, tra una cartella nascosta e un vecchio nick dimenticato, avrebbe trovato il vero tesoro: la prova che la cultura digitale non è fatta solo di bit, ma di storie, persone e riti che meritano di essere ricordati.
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Tutto sta sopra come sta anche sotto
C’è una frase antica che sembra venire dal cuore stesso del tempo e che, nonostante i secoli trascorsi, parla ancora a noi con una freschezza sorprendente. Si trova nella celebre Tavola di Smeraldo attribuita a Ermete Trismegisto, il leggendario saggio che univa in sé filosofia e magia, mito e sapienza. Dice così: “Ciò che è in alto è come ciò che è in basso, e ciò che è in basso è come ciò che è in alto.” Una formula apparentemente enigmatica, che però racchiude un principio essenziale: ciò che è dentro di noi si riflette fuori e ciò che vediamo fuori è lo specchio di ciò che portiamo dentro. È un’idea che attraversa il tempo, un concetto esoterico che può sembrare distante ma che in realtà ci riguarda da vicino, ogni singolo giorno. Gli antichi parlavano di microcosmo e macrocosmo, di uomo e universo in perfetta corrispondenza, di leggi che regolano le stelle e che al tempo stesso muovono il nostro cuore. Oggi potremmo dirlo in maniera più quotidiana: il nostro stato d’animo condiziona il modo in cui vediamo il mondo. Se siamo sereni, anche la pioggia ci sembra una colonna sonora romantica; se siamo nervosi, persino il canto degli uccelli diventa un rumore insopportabile. Non serve scomodare il cosmo intero: basta osservare come le nostre emozioni plasmano la percezione della realtà. E qui entra in gioco un esempio che, forse, Ermete non avrebbe mai previsto ma che rende perfettamente l’idea. Apriamo il frigorifero. Sì, proprio lui, il grande oracolo domestico. Se dentro il frigo c’è ordine, colori, alimenti freschi e pronti all’uso, molto probabilmente anche la nostra mente è più serena, come se quell’ordine interiore ed esteriore si rispecchiassero. Se invece ci troviamo davanti a una mozzarella abbandonata, qualche lattuga appassita e bottiglie mezze vuote, ecco che il mondo esterno sembra improvvisamente più caotico. Il frigorifero diventa così una parabola moderna della Tavola di Smeraldo: ciò che è dentro è anche fuori. Non è filosofia spicciola, è vita quotidiana condita di un sorriso. Lo stesso principio lo possiamo osservare nel nostro rapporto con il digitale. Ciò che mettiamo dentro i nostri profili social – foto, like, pensieri – si riflette fuori nell’immagine che gli altri costruiscono di noi. Un gesto minuscolo, come un like, diventa un frammento di noi stessi reso pubblico. E ciò che vediamo nel feed non è casuale: riflette e amplifica le nostre scelte, i nostri interessi, persino le nostre paure. È come se Ermete avesse già intuito i social network: “ciò che è dentro” finirà inevitabilmente “fuori”, trasformato in pixel, notifiche e percezioni collettive. Questo non significa che dobbiamo diventare ossessivi o controllare ogni pensiero. Anzi, significa piuttosto che conviene prenderci cura del nostro mondo interiore. Perché se coltiviamo fiducia, curiosità e armonia, inevitabilmente anche ciò che ci circonda si colorerà di quella stessa energia. E vale anche il contrario: frequentare persone che ci stimolano, cercare ambienti sani, scegliere con cura cosa lasciamo entrare nella nostra vita, influisce sul nostro equilibrio interno. È un gioco di riflessi, un’eco continua: dentro e fuori si richiamano, si amplificano, si modellano a vicenda. Alla fine, questo antico principio ermetico ci ricorda che nulla è davvero separato. Non lo siamo dall’universo, non lo siamo dagli altri, non lo siamo neppure da quel disordine che ogni tanto ci portiamo dentro. Siamo tessere di uno stesso mosaico, frammenti collegati da fili invisibili che ci uniscono a qualcosa di più grande. E il bello è che non bisogna credere ciecamente all’esoterismo per sentirlo vero: basta guardarsi intorno e osservare come la vita funzioni sempre per specchi e risonanze. Così, la prossima volta che apriremo il frigorifero, il cuore o la home di un social network, potremo sorridere al pensiero che ciò che vediamo lì fuori, in fondo, è un riflesso di ciò che accade dentro di noi. E se dentro c’è un po’ di disordine, poco male: fuori ci sarà comunque un tramonto, una musica o una risata pronta a riequilibrare la giornata. È questa la vera alchimia che attraversa i secoli: imparare a dialogare con i nostri specchi, interni ed esterni, con un po’ di coscienza in più e con la leggerezza di chi sa ridere anche davanti a una mozzarella dimenticata.
Tutto sta sopra come sta anche sotto
C’è una frase antica che sembra venire dal cuore stesso del tempo e che, nonostante i secoli trascorsi, parla ancora a noi con una freschezza sorprendente. Si trova nella celebre Tavola di Smeraldo attribuita a Ermete Trismegisto, il leggendario saggio che univa in sé filosofia e magia, mito e sapienza. Dice così: “Ciò che è in alto è come ciò che è in basso, e ciò che è in basso è come ciò che è in alto.” Una formula apparentemente enigmatica, che però racchiude un principio essenziale: ciò che è dentro di noi si riflette fuori e ciò che vediamo fuori è lo specchio di ciò che portiamo dentro. È un’idea che attraversa il tempo, un concetto esoterico che può sembrare distante ma che in realtà ci riguarda da vicino, ogni singolo giorno. Gli antichi parlavano di microcosmo e macrocosmo, di uomo e universo in perfetta corrispondenza, di leggi che regolano le stelle e che al tempo stesso muovono il nostro cuore. Oggi potremmo dirlo in maniera più quotidiana: il nostro stato d’animo condiziona il modo in cui vediamo il mondo. Se siamo sereni, anche la pioggia ci sembra una colonna sonora romantica; se siamo nervosi, persino il canto degli uccelli diventa un rumore insopportabile. Non serve scomodare il cosmo intero: basta osservare come le nostre emozioni plasmano la percezione della realtà. E qui entra in gioco un esempio che, forse, Ermete non avrebbe mai previsto ma che rende perfettamente l’idea. Apriamo il frigorifero. Sì, proprio lui, il grande oracolo domestico. Se dentro il frigo c’è ordine, colori, alimenti freschi e pronti all’uso, molto probabilmente anche la nostra mente è più serena, come se quell’ordine interiore ed esteriore si rispecchiassero. Se invece ci troviamo davanti a una mozzarella abbandonata, qualche lattuga appassita e bottiglie mezze vuote, ecco che il mondo esterno sembra improvvisamente più caotico. Il frigorifero diventa così una parabola moderna della Tavola di Smeraldo: ciò che è dentro è anche fuori. Non è filosofia spicciola, è vita quotidiana condita di un sorriso. Lo stesso principio lo possiamo osservare nel nostro rapporto con il digitale. Ciò che mettiamo dentro i nostri profili social – foto, like, pensieri – si riflette fuori nell’immagine che gli altri costruiscono di noi. Un gesto minuscolo, come un like, diventa un frammento di noi stessi reso pubblico. E ciò che vediamo nel feed non è casuale: riflette e amplifica le nostre scelte, i nostri interessi, persino le nostre paure. È come se Ermete avesse già intuito i social network: “ciò che è dentro” finirà inevitabilmente “fuori”, trasformato in pixel, notifiche e percezioni collettive. Questo non significa che dobbiamo diventare ossessivi o controllare ogni pensiero. Anzi, significa piuttosto che conviene prenderci cura del nostro mondo interiore. Perché se coltiviamo fiducia, curiosità e armonia, inevitabilmente anche ciò che ci circonda si colorerà di quella stessa energia. E vale anche il contrario: frequentare persone che ci stimolano, cercare ambienti sani, scegliere con cura cosa lasciamo entrare nella nostra vita, influisce sul nostro equilibrio interno. È un gioco di riflessi, un’eco continua: dentro e fuori si richiamano, si amplificano, si modellano a vicenda. Alla fine, questo antico principio ermetico ci ricorda che nulla è davvero separato. Non lo siamo dall’universo, non lo siamo dagli altri, non lo siamo neppure da quel disordine che ogni tanto ci portiamo dentro. Siamo tessere di uno stesso mosaico, frammenti collegati da fili invisibili che ci uniscono a qualcosa di più grande. E il bello è che non bisogna credere ciecamente all’esoterismo per sentirlo vero: basta guardarsi intorno e osservare come la vita funzioni sempre per specchi e risonanze. Così, la prossima volta che apriremo il frigorifero, il cuore o la home di un social network, potremo sorridere al pensiero che ciò che vediamo lì fuori, in fondo, è un riflesso di ciò che accade dentro di noi. E se dentro c’è un po’ di disordine, poco male: fuori ci sarà comunque un tramonto, una musica o una risata pronta a riequilibrare la giornata. È questa la vera alchimia che attraversa i secoli: imparare a dialogare con i nostri specchi, interni ed esterni, con un po’ di coscienza in più e con la leggerezza di chi sa ridere anche davanti a una mozzarella dimenticata.
su differx ho appena pubblicato questo "invito alla lettura di Roberto...
su differx ho appena pubblicato questo “invito alla lettura di Roberto Cavallera e Luca Zanini”: differx.noblogs.org/2026/01/23…
spero vivamente riesca a far convergere l'attenzione della critica (e di alcuni lettori ancora distratti) sul lavoro di questi due autori.
Phish – Big Boat (2016)
Preceduto dal singolo Breath And Burning, esce il sette ottobre il nuovo Album dei Phish. “Big Boath”, questo il titolo, è il tredicesimo Album in studio della Band, ed è stato registrato tra Nashville, New York e l’amato Vermont, con la produzione di Bob Ezrin (Pink Floyd, Peter Gabriel, Alice Cooper, Kiss). Con una trentennale carriera alle spalle, Anastasio & Co. non hanno certo perso la voglia di giocare con la musica, e ci consegnano un disco fresco e vitale, con richiami Sixties, ritmi a volte caraibici e un tocco di Rhythm And Blues che leviga una serie di canzoni notevoli... artesuono.blogspot.com/2016/10…
Ascolta il disco: album.link/s/3BQui16CComFoQ5Ka…
Qui ci sta bene uno spazio
ecco vedi la poesia deve respirare nascendo dal bianco innalzarsi come cresta d’onda per poi immergersi fino allo spasimo in profondità d’echi e ancora su con lo slancio felice d’un enjambement vedi la poesia è una tipa selettiva sfoglia scandaglia spoglia immagini le riveste a sua somiglianza porta sogni e nuvole al guinzaglio
. Questa poesia, intitolata “Qui ci sta bene uno spazio”, si apre con l’affermazione che il vuoto, il bianco, ha un’importanza essenziale: è lo spazio in cui la poesia può respirare e dare vita alle proprie forme. L’autore ci invita a vedere la poesia non semplicemente come parole disposte su un foglio, ma come un organismo vivente che nasce dal nulla, si eleva come la cresta di un’onda e si immerge nelle profondità degli echi, per poi rinascere con la fluidità e il dinamismo proprio dell’enjambement.
Le immagini che si susseguono – “la poesia è una tipa selettiva”, “sfoglia, scandaglia, spoglia”, “porta sogni e nuvole al guinzaglio” – sono una personificazione intensa e vivace del processo poetico. La poesia diventa così un essere capace di toccare, scegliere e trasformare le percezioni, vestendole a sua somiglianza e guidando elementi così effimeri come sogni e nuvole. Questa visione sottolinea come l’atto creativo non sia mero arbitrio, ma un lavoro di cura, di selezione e di trasmutazione, in cui il caos iniziale si organizza in una forma dotata di bellezza e significato.
Oltre a celebrare il potere creativo del linguaggio, il testo è anche una riflessione metapoetica: l’enjambement non è solo una tecnica stilistica, ma diventa il simbolo dello slancio vitale che spinge la poesia a superare i confini della forma. In questo senso, il “bianco” diventa il terreno fertile in cui germogliano le idee, e lo spazio – tanto fisico quanto concettuale – è essenziale per permettere al verso di espandersi, cadere e rialzarsi, proprio come accade nella vita reale.
Questa lettura ci invita a ripensare il rapporto tra forma e contenuto, dove il silenzio e il vuoto non sono assenti, ma al contrario indispensabili, quasi come una tela bianca che aspetta di essere trasformata in un’opera d’arte. La poesia, nel suo viaggio tra rigore e libertà, ci ricorda che ogni intervallo, ogni pausa, è carico di possibilità, capace di dare respiro al pensiero e alla sensibilità dell’autore. Se l’argomento ti incuriosisce, potremmo esplorare come concetti simili emergono in altre correnti poetiche, ad esempio nella poesia concreta o nel postmodernismo, dove lo spazio bianco e la struttura del verso assumono ruoli fondamentali nel comunicare significati profondi e multistratificati. Come vedi, c’è molto da dire su come il “vuoto” diventi fonte di ricchezza creativa nella letteratura contemporanea.
Riparto da qui
è difficile trovare qualcosa che soddisfi le mie esigenze di indipendenza ( #p2p ) e diffusione ( #activitypub )
qualcosa sembra muoversi su #solid , con lo sviluppo di #activitypod , ma siamo ancora in alto mare nell'implementazione di un #OMN (Open Media Network)… e così provo a ripartire da qui, #writefreely , completamente integrato in emacs/org-mode e, allo stesso tempo, federato
ho visto che WriteFreely v0.16 is finally here, and it brings a ton of improvements, especially for the fediverse! We've also fixed some long-standing issues, like hashtags on instances backed by MySQL 8.0.4+.; mi auguro venga aggiornata anche la versione qui, su log.livellosegreto.it/
Il geologo: «Fiumi trascurati per anni e ora presentano il conto da pagare»
L’ex presidente dell’ordine regionale commenta il piano di assetto idrogeologico elaborato dall’Autorità di bacino: «Servono tempo e risorse, due cose che scarseggiano»
Le scelte fatte e non fatte da chi ha governato il territorio negli ultimi decenni e i cambiamenti del clima, dovuti anche alle azioni dell’uomo, mettono la Romagna di fronte a un periodo di incertezze e rischi per la sicurezza idrogeologica. È la sintesi estrema del lavoro di analisi svolto dall’Autorità di bacino distrettuale del fiume Po per elaborare il corposo progetto di variante al piano per l’assetto idrogeologico (Pai) che comprende i fiumi romagnoli. Il Pai è lo strumento conoscitivo, normativo e tecnico-operativo mediante il quale sono pianificate e programmate le azioni, gli interventi e le norme d’uso riguardanti la difesa dal rischio idrogeologico del territorio…
ravennaedintorni.it/societa/20…
GIUDICI - Capitolo 6
Gedeone (6,1-9,57)1Gli Israeliti fecero ciò che è male agli occhi del Signore e il Signore li consegnò nelle mani di Madian per sette anni. 2La mano di Madian si fece pesante contro Israele; per la paura dei Madianiti gli Israeliti adattarono per sé gli antri dei monti, le caverne e le cime scoscese. 3Ogni volta che Israele aveva seminato, i Madianiti con i figli di Amalèk e i figli dell'oriente venivano contro di lui, 4si accampavano sul territorio degli Israeliti, distruggevano tutti i prodotti della terra fino alle vicinanze di Gaza e non lasciavano in Israele mezzi di sussistenza: né pecore né buoi né asini. 5Venivano, infatti, con i loro armenti e con le loro tende e arrivavano numerosi come le cavallette – essi e i loro cammelli erano senza numero – e venivano nella terra per devastarla. 6Israele fu ridotto in grande miseria a causa di Madian e gli Israeliti gridarono al Signore.7Quando gli Israeliti ebbero gridato al Signore a causa di Madian, 8il Signore mandò loro un profeta che disse: “Dice il Signore, Dio d'Israele: Io vi ho fatto salire dall'Egitto e vi ho fatto uscire dalla condizione servile. 9Vi ho strappato dalla mano degli Egiziani e dalla mano di quanti vi opprimevano; li ho scacciati davanti a voi, vi ho dato la loro terra 10e vi ho detto: “Io sono il Signore, vostro Dio; non venerate gli dèi degli Amorrei, nella terra dei quali abitate”. Ma voi non avete ascoltato la mia voce”.
11Ora l'angelo del Signore venne a sedere sotto il terebinto di Ofra, che apparteneva a Ioas, Abiezerita. Gedeone, figlio di Ioas, batteva il grano nel frantoio per sottrarlo ai Madianiti. 12L'angelo del Signore gli apparve e gli disse: “Il Signore è con te, uomo forte e valoroso!”. 13Gedeone gli rispose: “Perdona, mio signore: se il Signore è con noi, perché ci è capitato tutto questo? Dove sono tutti i suoi prodigi che i nostri padri ci hanno narrato, dicendo: “Il Signore non ci ha fatto forse salire dall'Egitto?”. Ma ora il Signore ci ha abbandonato e ci ha consegnato nelle mani di Madian”. 14Allora il Signore si volse a lui e gli disse: “Va' con questa tua forza e salva Israele dalla mano di Madian; non ti mando forse io?”. 15Gli rispose: “Perdona, mio signore: come salverò Israele? Ecco, la mia famiglia è la più povera di Manasse e io sono il più piccolo nella casa di mio padre”. 16Il Signore gli disse: “Io sarò con te e tu sconfiggerai i Madianiti come se fossero un uomo solo”. 17Gli disse allora: “Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, dammi un segno che proprio tu mi parli. 18Intanto, non te ne andare di qui prima che io torni da te e porti la mia offerta da presentarti”. Rispose: “Resterò fino al tuo ritorno”. 19Allora Gedeone entrò in casa, preparò un capretto e con un'efa di farina fece focacce azzime; mise la carne in un canestro, il brodo in una pentola, gli portò tutto sotto il terebinto e glielo offrì. 20L'angelo di Dio gli disse: “Prendi la carne e le focacce azzime, posale su questa pietra e vèrsavi il brodo”. Egli fece così. 21Allora l'angelo del Signore stese l'estremità del bastone che aveva in mano e toccò la carne e le focacce azzime; dalla roccia salì un fuoco che consumò la carne e le focacce azzime, e l'angelo del Signore scomparve dai suoi occhi. 22Gedeone vide che era l'angelo del Signore e disse: “Signore Dio, ho dunque visto l'angelo del Signore faccia a faccia!”. 23Il Signore gli disse: “La pace sia con te, non temere, non morirai!”. 24Allora Gedeone costruì in quel luogo un altare al Signore e lo chiamò “Il Signore è pace”. Esso esiste ancora oggi a Ofra degli Abiezeriti.
25In quella stessa notte il Signore gli disse: “Prendi il giovenco di tuo padre e un secondo giovenco di sette anni, demolisci l'altare di Baal che appartiene a tuo padre, e taglia il palo sacro che gli sta accanto. 26Costruisci un altare al Signore, tuo Dio, sulla cima di questa roccia, disponendo ogni cosa con ordine; poi prendi il secondo giovenco e offrilo in olocausto sulla legna del palo sacro che avrai tagliato”. 27Allora Gedeone prese dieci uomini fra i suoi servitori e fece come il Signore gli aveva ordinato; ma temendo di farlo di giorno, per paura dei suoi parenti e della gente della città, lo fece di notte. 28Quando il mattino dopo la gente della città si alzò, ecco che l'altare di Baal era stato demolito, il palo sacro accanto era stato tagliato e il secondo giovenco era offerto in olocausto sull'altare che era stato costruito. 29Si dissero l'un altro: “Chi ha fatto questo?”. Investigarono, si informarono e dissero: “Gedeone, figlio di Ioas, ha fatto questo”. 30Allora la gente della città disse a Ioas: “Conduci fuori tuo figlio e sia messo a morte, perché ha demolito l'altare di Baal e ha tagliato il palo sacro che gli stava accanto”. 31Ioas rispose a quanti insorgevano contro di lui: “Volete difendere voi la causa di Baal e venirgli in aiuto? Chi vorrà difendere la sua causa sarà messo a morte prima di domattina; se è davvero un dio, difenda da sé la sua causa, per il fatto che hanno demolito il suo altare”. 32Perciò in quel giorno Gedeone fu chiamato Ierub-Baal, perché si disse: “Baal difenda la sua causa contro di lui, perché egli ha demolito il suo altare”.
33Tutti i Madianiti, Amalèk e i figli dell'oriente si radunarono, passarono il Giordano e si accamparono nella valle di Izreèl. 34Ma lo spirito del Signore rivestì Gedeone; egli suonò il corno e gli Abiezeriti furono convocati al suo seguito. 35Egli mandò anche messaggeri in tutto Manasse, che fu pure chiamato a seguirlo; mandò anche messaggeri nelle tribù di Aser, di Zàbulon e di Nèftali, le quali vennero a unirsi agli altri.36Gedeone disse a Dio: “Se tu stai per salvare Israele per mano mia, come hai detto, 37ecco, io metterò un vello di lana sull'aia: se ci sarà rugiada soltanto sul vello e tutto il terreno resterà asciutto, io saprò che tu salverai Israele per mia mano, come hai detto”. 38Così avvenne. La mattina dopo Gedeone si alzò per tempo, strizzò il vello e ne spremette la rugiada: una coppa piena d'acqua. 39Gedeone disse a Dio: “Non adirarti contro di me; io parlerò ancora una volta. Lasciami fare la prova con il vello, una volta ancora: resti asciutto soltanto il vello e ci sia la rugiada su tutto il terreno”. 40Dio fece così quella notte: il vello soltanto restò asciutto e ci fu rugiada su tutto il terreno.
__________________________Note
6,1-9,57 l lungo ciclo di Gedeone mette insieme materiali di diversa epoca e provenienza e può essere così ripartito: vocazione di Gedeone (c. 6); campagna militare a ovest del Giordano (7,1-8,3); campagna a est del Giordano (8,4-35); vicenda di Abimèlec (c. 9). Il Deuteronomista si è limitato ad aggiungere la sua teologia dei quattro momenti (vedi introduzione) e l’intervento di un profeta anonimo. Il duplice nome, Gedeone e Ierub-Baal (6,32), attribuito al protagonista, indica probabilmente la fusione di due diversi personaggi e dei rispettivi gruppi etnici.
6,2-3 I Madianiti, con i quali Mosè era imparentato (Es 2,11-3,1), erano nomadi che avevano il loro centro a nord-est della penisola del Sinai. I figli di Amalèk e i figli dell’oriente, che il ciclo di tanto in tanto affianca ai Madianiti, erano rispettivamente popolazioni a sud della terra di Canaan e, genericamente, a est del Giordano.
6,11-24 Il racconto della vocazione di Gedeone richiama sia Gen 18, sia altre scene di vocazione (vedi, ad es., Es 3; Ger 1,4-10) e soprattutto la vocazione di Saul in 1Sam 9. L’angelo del Signore: si alterna nel testo con Signore (v. 14); Abiezerita: appartenente a un piccolo clan della tribù di Manasse.
6,32 fu chiamato Ierub-Baal: il testo prende questo nome in senso canzonatorio: “Baal difenda/protegga se stesso”, cosa che non ha fatto! Ma in sé il nome è una invocazione: “Baal difenda/protegga”, analogo a Ioiarib: “il Signore difenda/protegga”.
6,34 lo spirito del Signore rivestì Gedeone: per proteggerlo (vedi 1Cr 12,19) e metterlo in grado di coinvolgere anche altri nella missione che deve compiere.
6,35 Il versetto menziona tutto Manasse e le tribù di Aser, di Zàbulon e di Nèftali. Ma forse è un ampliamento, perché in 8,2 viene menzionato solo il clan di Abièzer.
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Approfondimenti
6,1-9,57. I cc. 6-9 si riferiscono a una situazione diversa da quella di Debora. È chiaro che gli Israeliti si sono ormai insediati nel paese e trasformati in contadini, dediti all'agricoltura ed esposti alle irruzioni improvvise e impietose dei beduini del deserto. Il testo parla più volte della tribù di Madian, che opera insieme agli Amaleciti e ai «figli dell'oriente» (6,3.33; 7,12). Si tratta di tribù nomadi, dedite al commercio e al trasporto di mercanzie. Questi beduini hanno ormai a disposizione il cammello, che sostituisce l'asino ed è molto più robusto, resistente è veloce. Nel libro dei Giudici abbiamo la più antica notizia letteraria di tribù nomadi guerriere che cavalcano cammelli. Queste “razzie” (dall'arabo razwa, «scorreria, assalto improvviso») erano diventate possibili proprio grazie all'addomesticamento dei cammelli, o meglio dei dromedari, verso la fine del secondo millennio a.C. Con questa “nave del deserto” era possibile attraversare ampie zone prive d'acqua. I Madianiti possedevano cammelli «senza numero, come la sabbia sulla riva del mare» (Gdc 7, 12). Israele si vede totalmente esposto alle loro scorrerie, specialmente durante il raccolto.
Ma accanto a questo pericolo se ne presentano altri, connessi. Quello del sincretismo, ad esempio, per cui gli Israeliti, insieme all'arte della coltivazione, sono portati a mutuare dai Cananei anche i riti e le credenze religiose. I cambiamenti sociali, il bisogno di maggiore sicurezza, protezione e stabilità, sembrano spingere gli Israeliti verso l'istituzione monarchica (8,22), un fenomeno che risulterà centrale nella storia successiva d'Israele.
Questi quattro capitoli attingono a tradizioni diverse, messe insieme dal redattore Deuteronomista, di cui è facile scorgere la presenza nelle frasi stereotipe ricorrenti, che fanno da cornice e da punti di sutura alle varie unità.
La figura dominante è Gedeone (cc. 6-8), il personaggio sin qui presentato con maggior ampiezza e articolazione. Abimelech (c. 9), figlio di Gedeone, non è un giudice e la sua attività non va a beneficio d'Israele. Non è eletto da JHWH, non è foriero di vittoria e di pace, muore di morte violenta. Nell'economia del libro è una figura destinata a fare da contrasto a Gedeone.
6,1-40. Le tradizioni su Gedeone provengono dalla tribù di Manasse e si riferiscono alle spedizioni militari contro i Madianiti. Nei fatti narrati qui si riscontrano doppioni: una volta l'eroe del racconto si chiama Gedeone, l'altra Ierub-Baal; da un lato vengono uccisi due principi madianiti, Oreb e Seeb, nella valle del Giordano, dall'altro due re madianiti, Zebach e Lalmunna, nella Transgiordania. Per queste e altre ragioni, l'esegesi storico-critica ipotizza che nella storia di Gedeone siano confluite due diverse tradizioni, con i rispettivi episodi. Certamente, lo scontro d'Israele con Madian fu ben più complesso e lungo di quanto narrino queste pagine bibliche, che concentrano tutto attorno a un personaggio e a una battaglia. L'importanza storica di questi eventi sta nel fatto che la migrazione di gruppi beduini in Israele, ripetutasi più volte nel corso dei secoli e alla quale avevano preso parte anche alcuni antenati delle tribù israelitiche, ora viene definitivamente bloccata. Con la vittoria sui Madianiti, Israele si libera di un nemico acerrimo, e di questo evento storico è stata conservata memoria per lungo tempo, come attesta l'espressione «il giorno di Madian» usata anche altrove nella Bibbia. Cfr., ad esempio, Is 9,3: «Poiché il giogo che gli pesava, e la sbarra sulle sue spalle, il bastone del suo aguzzino tu hai spezzato, come nel giorno di Madian». Il brano isaiano prosegue (v. 5): «Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio». Poiché la cristianità vede in questo bambino il Cristo, il «giorno di Madian» può essere anche per noi un'espressione tipica per indicare il Dio che ci libera da ogni necessità e oppressione.
Il c. 6 di Gdc, sulla vocazione di Gedeone e sulle sue prime imprese, presenta:
- a) la situazione di peccato e di oppressione d'Israele (vv. 1-10);
- b) la vocazione di Gedeone (vv. 11-24);
- c) l'abbattimento dell'altare di Baal (vv. 25-32);
- d) la chiamata alle armi e la prova del vello (vv. 33-40).
1-10. In origine i Madianiti, che possedevano zone da pascolo non lontane dal Sinai, sulla via per l'Egitto, mantennero rapporti amichevoli con gli Ebrei. Gn 25,2-4 li fa discendenti di Abramo. Mosè sposa una donna madianita (Es 2,15ss.) e la sua visione del roveto ardente avviene a Madian (Es 3,2). Ora invece le loro invasioni e violenze sono un vero flagello per Israele. Anche gli Amaleciti sono un'antica tribù nomade (Gn 14,7; 36,12) del Negheb (Nm 13,29). Saul intraprenderà una guerra di sterminio contro di loro (1Sam 15,1ss.). Quanto ai «figli dell'oriente», si tratta di una tribù legata al nome geografico dell'oriente, a meno che l'espressione non venga tradotta con «altri popoli d'oriente», il che la renderebbe ancor più generica. L'invio del “profeta” da parte di JHWH (vv. 8-10) corrisponde all'invio del “messaggero” di 2,1-5. In ambedue i brani si ha l'accusa contro Israele infedele, sottolineata contrapponendo a questa infedeltà i benefici di JHWH.
11-24. Il tenore del racconto richiama scene analoghe nelle vicende dei patriarchi, e soprattutto l'apparizione di JHWH ad Abramo in Gn 18, dove la divinità assume gli stessi tratti antropomorfici e dialoga con l'uomo. Il nostro brano parla dell'«angelo di JHWH» (vv. 11.12.20.22) e di «JHWH» (vy. 12.14.16.23) indifferentemente, sempre in riferimento al misterioso personaggio che si presenta a Gedeone. Si tratta chiaramente dello stesso JHWH. Qui l'espressione «angelo di JHWH» o «messaggero di JHWH» indica JHWH in quanto appare, nel suo manifestarsi e ostentarsi all'uomo. La scena è dominata dal dialogo tra JHWH e Gedeone ed è analoga, nei suoi elementi strutturali, ad altre scene di vocazione (Es 3; Ger 1,4-10, e soprattutto 1Sam 9):
- intervento di JHWH che intende affidare alla persona scelta un incarico (vv. 11-14);
- resistenza opposta dall'interessato e sue obiezioni (v. 15);
- assicurazione da parte di JHWH del suo aiuto (v. 16);
- richiesta di un segno (vv. 17s.);
- JHWH acconsente a dare un segno (vv. 20-21).
Sotto alcuni aspetti tuttavia, il racconto di vocazione di Gdc 6 si trova particolarmente vicino soprattutto al racconto della vocazione di Saul (1Sam 9) e anticipa elementi di una struttura che sarà più tardi alla base delle vocazioni profetiche. I momenti del racconto di vocazione veterotestamentario si ritroveranno poi nell'annunciazione dell'angelo a Maria di Lc 1,26-38. Anche la reazione finale di Gedeone è un motivo ricorrente nell'Antico Testamento (vv. 22-23). Vedere JHWH faccia a faccia implica il pericolo di morire e suscita terrore. La costruzione di un altare (v. 24) a ricordo dell'evento richiama una consuetudine già riscontrata nei casi di Abramo (Gn 12,7), Isacco (Gn 26,25) e Giacobbe (Gn 35,1ss.).
25-32. Questo racconto della costruzione di un altro altare è considerato dalla critica parallelo al precedente. 6,11-24 è un racconto di vocazione, questo invece è un racconto di conversione a JHWH del protagonista, concretizzata nella distruzione dell'altare al dio cananeo Baal, in esercizio nell'aia di suo padre, e nella costruzione di un altare a JHWH. Il brano apre uno squarcio sulla situazione di sincretismo in cui viveva Israele in quel periodo. Il padre di Gedeone, ebreo, possiede un altare, che è usato da lui e dai vicini per sacrificare a Baal, dio cananeo della fertilità. Tocca a suo figlio ora provocare, con un gesto coraggioso, una decisione per JHWH contro gli dei pagani. È questa la prima iniziativa di Gedeone, chiamato a mostrare non solo la sua fede esclusiva in JHWH, ma anche i suo ardimento, necessario per reagire alle resistenze della popolazione locale. Il nome nuovo dato a Gedeone, Ierub-Baal, significa per sé «Baal combatta (per lui)», o «Baal (lo) difenda». È questo un altro indizio della situazione di sincretismo in cui vive Israele. Portare un nome composto con Baal non è considerato atto sacrilego. A meno che «Baal» non sia inteso nel suo senso etimologico, di «signore, padrone» e, come tale, sia applicato anche a JHWH. Più tardi, onde evitare qualsiasi parvenza di sincretismo, lo jahvismo autentico considererà blasfemo tale nome, che sarà trasformato in bošet (= infamia, vergogna). Anche Ierub-Baal diventerà Ierub-bošet (2Sam 11,21, TM; cfr. un caso analogo in 2Sam 2,8, dove Is-Baal è trasformato dal TM in Iš-bošet = figlio dell'infamia).
33-40. Il brano potrebbe essere ricollegato direttamente a 6,6 e segnare l'inizio della storia di Gedeone in termini analoghi a quella dei “giudici maggiori” precedenti, per i quali, invece di storie di vocazione e di conversione, si aveva l'intervento improvviso dello «spirito di JHWH» che investe con la sua forza l'eletto (v. 34, vedi 3,10). La scena non descrive una teofania. Gedeone interroga Dio e chiede un segno, una prima volta. Il segno gli viene concesso (vv. 36-38). Non contento, Gedeone ripete la richiesta, variandola, e Dio acconsente ancora (vv. 39-40). Il nuovo “giudice” ha iniziato intanto a raccogliere attorno a sé guerrieri anzitutto dal suo clan, la gente di Abiezer (v. 34, cfr. 6,11), e dalla tribù di Manasse. Quindi ha esteso il suo appello alle tribù di Aser, Zabulon e Neftali (v. 35). Più avanti (7,24-25) saranno coinvolti anche «gli uomini di Efraim».
(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)
Warren Zevon — The Wind (2003)
Questo è il testamento musicale di Warren, morto poco prima della pubblicazione del disco (24 gennaio 1947–7 settembre 2003). Colpito da un male incurabile, il musicista californiano ha voluto a tutti i costi questo album, e se pur stanco, affaticato dalla malattia, ha lavorato duramente con profonda dignità fino alla completa registrazione. Attorniato da un numero incredibile di amici e musicisti, ci ha consegnato uno dei dischi più belli ed ispirati della sua trentennale carriera... silvanobottaro.it/archives/399…
Ascolta il disco: album.link/s/4nFHFjMCqWuFXyzuX…
Mi chiama il corriere di Amazon, rispondo. È una voce femminile, quella che sento, che parla un italiano stentato, ma corretto. Sembra avere un accento russo o ucraino. Cerco di spiegarle dove abito, ma capisco che – no – meglio che corra a un chilometro da casa mia per intercettarla. “Ti chiedo – mi dice alla fine – se mi porti un cucchiaio di plastica”. Resto interdetto alla cornetta. Penso di non aver capito bene. “Un cucchiaio di plastica?” chiedo “Un cucchiaio di plastica” conferma lei.
Sto iniziando a ipotizzare che possa essere un errore di traduzione, che il pacco sia grosso e serva una carriola, quando lei aggiunge “non c'entra Amazon”. “Ah” faccio io. Metto giù. Apro la dispensa. Non ho cucchiai di plastica. Ne prendo uno di metallo, vecchio, che non usiamo più, mi metto la giacca, salgo sulla bicicletta e corro nel posto dove – forse – credo di aver capito potrebbe esserci il corriere.
Lì c'e lei che ha già mollato il mio pacco per terra. “Stavo facendo manovra” mente. È una ragazza alta, magra, dai lineamenti caucasici. Mento anche io, non ho idea di quali siano davvero i lineamenti caucasici, ma scriverlo fa molto romanzo d'appendice. È una ragazza con una bellezza rude, maschile e io sono il solito fesso. Le sorrido, fingo che non stesse mollando il mio pacco Amazon per strada e tiro fuori il mio cucchiaio.
“Non ne ho di plastica” le spiego allungando quello di metallo. Lei mi sorride e lo prende, “ah” dice e lo mette via e capisco che il mio cucchiaio di metallo ormai non lo vedrò mai più. Fotografa il pacco con il cellulare, guarda la mia bici, dice “ah usi la bici”, io annuisco. Fa per andarsene. “Ma scusa – le chiedo – cosa ti serve il cucchiaio?”. Lei mi guarda con uno sguardo indecifrabile, ride e mi dice “per mangiare!”.
E io resto lì a pensare che linea deve esserci dietro questa ragazza, da dove parte, per farla arrivare qua, nel 2026, in questa viuzza collinare vicino casa mia con un furgoncino a mollare pacchi Amazon, con il suo accento russo o ucraino, con la fame nello stomaco e un cucchiaio di metallo di Venerandi in mano. Quanta quanta strada particolare.
“Buon appetito allora!” le dico e salgo sulla mia bici ridacchiando come una canaglia.
Anche per voi
salgo sulla croce anche per voi disse con gli occhi rivolto a quelli che lo inchioderanno anche per voi che ancora nei secoli mi schiaffeggiate sputate negando la vita buttandola tra i rifiuti aizzando popolo contro popolo sotto tutte le latitudini salgo sulla croce anche per voi che mi sprecate nelle icone per voi nuovi erodi/eredi della svastica che insanguinate la luce delle stelle oscurando la Notte della mia nascita anche per voi potenti della terra razza di serpenti che non sopportate di sentirmi nominare dal mio costato squarciato fiumi di sangue tracciano il cammino della storia la mia Passione è un solo grande urlo muto di milioni di bocche imploranti dinanzi al vostro immenso Spreco con cui avete eretto babeli di lussuria come cultura di morte
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Questo poema, attribuito a Felice Serino, attraversa un territorio emotivo e simbolico intensamente carico. È un testo che parla di sacrificio e redenzione, utilizzando l’immagine della croce in modo non solo cristologico ma anche come metafora di una sofferenza collettiva. L’io lirico proclama:
“salgo sulla croce anche per voi”
questa affermazione diventa un ritornello che richiama alla mente la figura del Salvatore, ma al contempo si trasforma in una denuncia aspra contro chi, nel corso dei secoli, ha negato la vita e seminato divisioni. Con parole forti e immagini crude, l’autore si rivolge a coloro che “inchioderanno” il suo destino, a chi spolia e disprezza il valore umano, usando simboli come “nuovi erodi/eredi della svastica” e “razza di serpenti” per evocare, con una carica provocatoria, tradimenti e oppressioni che si ripetono nel tempo .
Temi e immagini principali
- Sacrificio e Redenzione:La ripetizione della dichiarazione “salgo sulla croce anche per voi” richiama in maniera inequivocabile la passione e la sofferenza di Gesù. Tuttavia, l’uso di questo simbolo sacro va oltre l’ambito religioso tradizionale, assumendo una funzione universale: quella di portare una testimonianza di dolore e sacrificio per la collettività. È un invito a riconoscere che il patimento e l’abnegazione possono essere strade per una possibile trasformazione.
- Critica Sociale e Politica:Il testo si fa veicolo di una critica feroce contro poteri e autorità che generano divisioni e neghino la dignità della vita. La menzione di “sprecate nelle icone” e dei “nuovi erodi/eredi della svastica” è una condanna della fascinazione per il potere e della manipolazione ideologica, elementi che nel corso della storia hanno condotto a episodi di violenza e segregazione. La poetica si interroga sulla responsabilità collettiva nel perpetuare sistemi ingiusti che dividono “popolo contro popolo” .
- Il Silenzioso Urlo della Passione:Nei versi finali, l’autore descrive la propria passione come “un solo grande urlo muto di milioni di bocche imploranti”. Qui si colpisce l’idea che, nonostante la sofferenza individuale, esiste un dolore universale, silente e sommesso, ma che risuona in ogni anima opprimente. Questa immagine rafforza il senso di una colpa e di una denuncia condivisa, in cui la sofferenza si fa simbolo di una verità che esige giustizia.
Riflessioni e considerazioni ulteriori
Il poema utilizza un linguaggio fortemente evocativo e carico di tensione, dove ogni immagine è studiata per scuotere la coscienza del lettore. Il contrasto tra la sacralità della croce e la profanazione rappresentata da chi “sputate” e “schiaffeggiate” la vita, crea una dialettica drammatica che induce a riflettere sul valore autentico del sacrificio. Questa dualità spinge il lettore a interrogarsi sul senso della redenzione in un contesto in cui le istituzioni, la cultura e le simbologie religiose sono spesso strumentalizzate per sostenere sistemi di potere autoritari.
La scelta di riferirsi a simboli storici e religiosi (come la croce, la svastica, e il serpente) diventa così un mezzo per evidenziare la continua presenza dell'oppressione nei meccanismi sociali – un meccanismo che, pur rinnovandosi, conserva lo stesso volto della violenza e della negazione della vita. Il testo, dunque, non si accontenta di una semplice confessione personale: è un fuoco di protesta contro l’indifferenza e contro la retorica che trasforma il sacro in strumento di oppressione.
Spunti per approfondire
Oltre a queste considerazioni, si potrebbero esplorare altri aspetti, come l’influenza della tradizione cristiana nella letteratura di protesta, o come il linguaggio poetico diventi un mezzo per denunciare le ingiustizie sociali. La potenza delle immagini, la scelta dei simboli e la struttura ripetitiva del testo offrono numerosi spunti di riflessione sulla nostra società e su come il sacrificio, inteso sia in senso spirituale che umano, possa trasformarsi in un atto di resilienza e speranza.
: “Poesia: Anche per voi – Libero Community” : “Anche per voi, di Felice Serino [Poesia] :: LaRecherche.it”
GIUDICI - Capitolo 5
Cantico di Dèbora1In quel giorno Dèbora, con Barak, figlio di Abinòam, elevò questo canto:2“Ci furono capi in Israele per assumere il comando; ci furono volontari per arruolarsi in massa: benedite il Signore!3Ascoltate, o re, porgete l'orecchio, o sovrani; io voglio cantare al Signore, voglio cantare inni al Signore, Dio d'Israele!4Signore, quando uscivi dal Seir, quando avanzavi dalla steppa di Edom, la terra tremò, i cieli stillarono, le nubi stillarono acqua.5Sussultarono i monti davanti al Signore, quello del Sinai, davanti al Signore, Dio d'Israele.6Ai giorni di Samgar, figlio di Anat, ai giorni di Giaele, erano deserte le strade e i viandanti deviavano su sentieri tortuosi.7Era cessato ogni potere, era cessato in Israele, finché non sorsi io, Dèbora, finché non sorsi come madre in Israele.8Si preferivano dèi nuovi, e allora la guerra fu alle porte, ma scudo non si vedeva né lancia per quarantamila in Israele.9Il mio cuore si volge ai comandanti d'Israele, ai volontari tra il popolo: benedite il Signore!10Voi che cavalcate asine bianche, seduti su gualdrappe, voi che procedete sulla via, meditate;11unitevi al grido degli uomini schierati fra gli abbeveratoi: là essi proclamano le vittorie del Signore, le vittorie del suo potere in Israele, quando scese alle porte il popolo del Signore.12Déstati, déstati, o Dèbora, déstati, déstati, intona un canto! Sorgi, Barak, e cattura i tuoi prigionieri, o figlio di Abinòam!
13Allora scesero i fuggiaschi per unirsi ai prìncipi; il popolo del Signore scese a sua difesa tra gli eroi.14Quelli della stirpe di Èfraim scesero nella pianura, ti seguì Beniamino fra le tue truppe. Dalla stirpe di Machir scesero i comandanti e da Zàbulon chi impugna lo scettro del comando.15I prìncipi di Ìssacar mossero con Dèbora, Barak si lanciò sui suoi passi nella pianura. Nei territori di Ruben grandi erano le esitazioni.16Perché sei rimasto seduto tra gli ovili ad ascoltare le zampogne dei pastori? Nei territori di Ruben grandi erano le dispute.17Gàlaad sta fermo oltre il Giordano e Dan perché va peregrinando sulle navi? Aser si è stabilito lungo la riva del mare e presso le sue insenature dimora.18Zàbulon invece è un popolo che si è esposto alla morte, come Nèftali, sui poggi della campagna!19Vennero i re, diedero battaglia, combatterono i re di Canaan a Taanac, presso le acque di Meghiddo, ma non riportarono bottino d'argento.20Dal cielo le stelle diedero battaglia, dalle loro orbite combatterono contro Sìsara.21Il torrente Kison li travolse; torrente impetuoso fu il torrente Kison. Anima mia, marcia con forza!22Allora martellarono gli zoccoli dei cavalli al galoppo, al galoppo dei destrieri.
23Maledite Meroz – dice l'angelo del Signore –, maledite, maledite i suoi abitanti, perché non vennero in aiuto al Signore, in aiuto al Signore tra gli eroi.24Sia benedetta fra le donne Giaele, la moglie di Cheber il Kenita, benedetta fra le donne della tenda!25Acqua egli chiese, latte ella diede, in una coppa da prìncipi offrì panna.26Una mano ella stese al picchetto e la destra a un martello da fabbri, e colpì Sìsara, lo percosse alla testa, ne fracassò, ne trapassò la tempia.27Ai piedi di lei si contorse, cadde, giacque; ai piedi di lei si contorse, cadde; dove si contorse, là cadde finito.28Dietro la finestra si affaccia e si lamenta la madre di Sìsara, dietro le grate: “Perché il suo carro tarda ad arrivare? Perché così a rilento procedono i suoi carri?“.29Le più sagge tra le sue principesse rispondono, e anche lei torna a dire a se stessa:30“Certo han trovato bottino, stan facendo le parti: una fanciulla, due fanciulle per ogni uomo; un bottino di vesti variopinte per Sìsara, un bottino di vesti variopinte a ricamo; una veste variopinta a due ricami è il bottino per il mio collo”.
31Così periscano tutti i tuoi nemici, Signore! Ma coloro che ti amano siano come il sole, quando sorge con tutto lo splendore”.
Poi la terra rimase tranquilla per quarant'anni.
__________________________Note
5,1-31 Questo breve poema molto antico, detto cantico di Dèbora, narra lo stesso evento di 4,1-23.
5,4-5 Seir… Edom… Sinai: stanno a indicare il meridione d’Israele; un’antica tradizione attesta che Dio abita nel sud e da qui viene in aiuto al suo popolo (Dt 33,2; Sal 68,8-9; Ab 3,3).
5,14-18 In questa antichissima lista di tribù mancano Giuda e Simeone, perché lontane o perché le comunicazioni sono state tagliate. Machir (v. 14) sta per Manasse occidentale, Gàlaad (v. 17) sta forse per Gad.
5,19 Vennero i re: si trattò, quindi, di una coalizione e non di un singolo re, come dice il testo in prosa. Taanac e Meghiddo sono due delle più importanti città che sorgono a controllo della valle di Izreèl. Le acque di Meghiddo sono forse il piccolo torrente che passa vicino a questa città e si getta nel Kison.
5,23 Maledite Meroz: forse una città posta a sud di Kedes di Nèftali, che non ha partecipato al combattimento.
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Approfondimenti
5,1-31. Questa mirabile composizione poetica è detta “cantico di Debora” non perché sia stata scritta da Debora, nonostante i vv. 1 e 7. Debora (in ebraico significa «ape») è anzi direttamente interpellata nel cantico (v. 12). Il poema fa menzione esplicita di Giaele, dichiarandola «benedetta fra le donne» (v. 24). Ma la lode e la benedizione espresse con grande lirismo nel carme si concentrano soprattutto su JHWH e sulle sue vittorie in favore d'Israele. L'autore ha fatto uso, verosimilmente, di materiale antecedente. Per altro è egli stesso da collocare in un periodo molto antico, forse non molto tempo dopo i fatti, nel sec. XI a.C. Lungo il cantico si alternano descrizioni in terza persona, del peccato d'Israele (vv. 6-8), o delle varie tribù (vv. 14-18), o della battaglia (vv. 19-22), a invocazioni dirette, in cui l'autore si rivolge o a Israele, per invitarlo a benedire JHWH (v. 2.9-11), oppure ai nemici (v. 3), allo stesso JHWH (v. 4), o anche a Debora (v. 12) e a Barak (v. 12b).
Le scene proposte di volta in volta sono di grande intensità e vivacità. Il poeta, in prima persona, emerge qua e là d'improvviso, invitando, interrogando, rimproverando, minacciando. Il canto è chiuso da tre unità, la cui diversità d'accento e di contenuto crea contrasti di notevole effetto: un invito a maledire (v. 23), la già menzionata benedizione di Giaele, dilatata nella agile, crudele e compiacente descrizione della sua impresa (vv. 24-27), e infine il quadro di singolare intensità e modernità della madre di Sisara, che attende invano il ritorno del figlio ucciso. Tra i tanti aspetti mirabili di questa pagina, che è tra le più notevoli della letteratura antica, c'è anche il rilievo dato alle tre figure femminili, Debora, Giaele e la madre di Sisara, scolpite con raffinatezza.
1. Il versetto è un'aggiunta fatta in un secondo momento. Né Debora né Barak (nonostante il v. 7) figurano come autori, lungo tutto il cantico.
4-5. Cfr. per teofanie analoghe, Dt 33,2; Sal 68,8s.; Ab 3,3-15. JHWH esce dal sud, dove abita (Seir qui indica genericamente la regione di Edom) e procede accompagnato da fenomeni naturali straordinari. Il cosmo e la natura segnalano e veicolano la presenza potente di JHWH. In altre teofanie JHWH arriva dal nord (Ez 1,4), o da Sion (Sal 50,2). È sempre accompagnato da sconvolgimenti cosmici. Oltre al terremoto, alle nubi e alla pioggia, elencati qui, Sal 18,8-16 menziona il tuono, il lampo, il fumo, la grandine, le tenebre. Al profeta Elia, invece, è dato di esperimentare una teofania opposta (1Re 19,11ss.) JHWH gli si manifesta non nella grandiosità degli elementi naturali scatenati, bensì nell'impercettibile brezza, a significare che la sua azione quotidiana e nascosta non è meno efficace delle sue gesta potenti.
6-7. Né Samgar né Giaele erano israeliti. Dovevano appartenere a clan nomadici, che in qualche modo si sono trovati a combattere dalla parte d'İsraele, contro nemici comuni. Samgar contro i Filistei (3,31) e Giaele da protagonista contro Sisara. Debora è detta «madre in Israele», con un titolo altamente onorifico.
14-18. Machir è figlio primogenito di Manasse e capo di metà della tribù omonima stanziatasi al di là del Giordano, nel territorio di Galaad e di Basan (Nm 26,29; 32,39ss.; 36,1; 1Cr 7,14-17). Nell'elenco mancano le tribù di Giuda e di Simeone. Galaad sta per Gad. Zabulon è menzionata due volte.
19-22. Qui si parla di «re di Canaan», alleatisi contro Israele, anche se il v. 20 menziona come nemico d'Israele soltanto Sisara. Il cielo combatte contro il capo delle truppe nemiche, riversando acque abbondanti, che fanno straripare il fiume e impantanare i carri dell'esercito.
23. Gli abitanti di Meroz, pur essendo Israeliti, devono essersi rifiutati di collaborare. Per questo, meritano una maledizione, che equivale all'esclusione definitiva dalla comunità d'Israele.
24-27. Può darsi che Gdt 13,18-20 si ispiri a questo passo. L'immagine intensa e non priva di gioia crudele è quella di Sisara colpito con estrema precisione e violenza alla nuca, mentre sta dissetandosi avidamente a una coppa di latte acido.
28-30. Anche il quadro finale è insolitamente vivace e patetico, carico di tragica ironia.
31. Il versetto conclusivo sintetizza la teologia del canto. Parlando della «pace», o riposo, o tranquillità, in cui viene a trovarsi «il paese», esso denuncia senza ambiguità la mano del Deuteronomista (cfr. Gs 21,44). La frase chiude questa pagina altamente poetica e riconduce il racconto nel suo alveo prosastico, ma di una prosa anch'essa molto valida sul piano letterario, come mostrano i capitoli seguenti.
(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)
Billy Bragg & Joe Henry – Shine A Light (2016)
L'America è stata costruita (anche) sulla mitologia del treno. Tra un punto e l'altro dell'immensa distesa della nazione, la ferrovia ha creato connessioni fra luoghi, persone e comunità, rendendo meno spaventoso l'isolamento umano nella proverbiale wilderness americana. La forza di questa trasformazione, che ha condotto il paese verso la prepotente modernità e ne ha generato anche uno sradicamento umano, è stata da sempre testimoniata dalle canzoni folk, intese proprio nell'accezione più profonda possibile, come racconti popolari, riflessi sulla vita quotidiana della gente... artesuono.blogspot.com/2016/10…
Ascolta il disco: album.link/s/3Nq4M2jM1sZT5Pgv3…
assolutamente indispensabile tagliare i legami tra EU e israhell:eci.ec.europa.eu/055/public/#/…
* iniziative per l'interruzione dei rapporti tra la città di Roma e lo stato genocida: differx.noblogs.org/2026/01/21…
Davos 2026: il bullo, la Groenlandia e i dazi.
(198)
#Trump a Davos ha trasformato il World Economic Forum in un'asta immobiliare da quattro soldi, piantandosi sul palco a blaterare che l'Europa è un disastro irriconoscibile – “non nella maniera positiva”, ha detto lui, dalla sua bolla svizzera blindata – e che solo gli USA possono “salvare” la Groenlandia con negoziati immediati, altrimenti via con dazi al 10-25% su acciaio, auto e tutto ciò che l'Europa produce di decente. Ha giurato che non è una minaccia per la NATO, figuriamoci: niente urla “alleanza solida” come minacciare di comprarti un territorio danese sotto ricatto commerciale, mentre difende le sue tariffe come “sicurezza nazionale”, cioè o cedete l'Artico o i vostri export diventano il mio bancomat elettorale. L'Europa, però, stavolta non sta a guardare con la bocca aperta: il Parlamento UE ha già congelato l'accordo commerciale USA siglato l'estate scorsa, bollando le minacce di Trump come coercizione pura, e ora si parla di “trade bazooka” per ritorsioni su vasta scala. Von der Leyen e i leader tuonano contro questa “spirale pericolosa tra alleati”, promettendo risposte inflessibili, mentre a Bruxelles sale il fronte per un'autonomia strategica vera: difesa Artico con Canada e Norvegia, sovranità digitale, climatica e militare, usando Davos come alibi perfetto per dire basta al bullo a strisce e stelle. Economicamente è un disastro annunciato: dazi incrociati che gonfiano prezzi, uccidono catene di fornitura e regalano caos ai mercati globali, con la UE pronta a colpire duro sui big tech USA e l'agroexport yankee. Politicamente, Trump ha appena consegnato all'Europa il regalo avvelenato che sognava chiunque voglia più integrazione: “Ecco perché serve l'UE forte”, diranno da Stoccolma a Roma, mentre il suo show da venditore di tappeti usati accelera il declino del multilateralismo che lui finge di odiare ma di cui ha bisogno per i suoi tweet. Chiudo come farebbe “lui.” E ora, Donald, ascolta bene un continente che hai stancato: torna nel tuo bunker dorato, smettila di giocare al Monopoli con Groenlandia e dazi da due soldi, perché l' #Europa non è più la tua preda facile, siamo stufi del tuo circo da quattro soldi, e stavolta ti manderemo a casa con le tasche vuote e la coda tra le gambe, loser.
#Blog #USA #Europa #Davos #UE #Opinioni
gli short pubblicati sullo spazio differx di youtube, ossia all'indirizzo youtube.com/@differx/shorts, sono mediamente più visti, più seguiti dei video dello stesso canale. immagino si tratti dell'algoritmo che anodinamente=demenzialmente (magari per concorrenza con tiktok) 'spinge' questi materiali brevissimi e lascia negletti gli altri.
ho aperto il canale yt differx 19 anni fa, e – tolti due primi orridi videetti che dovrei per misericordia e pudore cancellare – ho iniziato con materiali visivi o verbovisivi o astratti a nutrire quello spazio, intenzionalmente low-res. diciamo a partire da qui: youtu.be/kFDtt3W3uG8
non mi sono mai interessato di numeri di visualizzazioni, mi è sempre bastato esprimere su quel canale una modalità di immaginazione visiva che oscillava tra fluxus, installazione e astrazione, senza preoccuparmi di un 'pubblico' (questa superstizione ottocentesca, direbbe Gustav Sjöberg).
ho tentato di trasferirmi su peertube, quindi sul fediverso, per far avanzare di un'ulteriore minima casella la mia degooglizzazione e in generale l'uscita dal circo mainstream, tuttavia – finora – con poco successo.
Criminalità transfrontaliera ambientale: il Governo italiano si predispone ad accogliere la nuova normativa europea
Il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro per gli affari europei Foti e di quello della giustizia Nordio, ha approvato, in esame preliminare, un decreto legislativo, recante l’attuazione della direttiva (UE) 2024/1203 del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’11 aprile 2024, che istituisce un quadro penale comune per i reati ambientali nell'Unione. La direttiva europea mira a rafforzare la tutela dell'ambiente, in linea con gli obiettivi di protezione della qualità dell'aria, dell'acqua, del suolo, degli ecosistemi, della fauna e della flora, e sostituisce le direttive 2008/99/CE e 2009/123/CE.
L’intervento normativo italiano di recepimento è volto a rafforzare la prevenzione e il contrasto dei reati ambientali, tenendo conto dell’accresciuta rilevanza dei fenomeni di degrado ambientale, della perdita di biodiversità e degli effetti dei cambiamenti climatici, nonché della dimensione transfrontaliera della criminalità ambientale. Si introducono modifiche al Codice penale, aggiornando e integrando la disciplina degli eco-delitti, con particolare riferimento alle fattispecie di inquinamento ambientale e alle nuove ipotesi di commercio di prodotti inquinanti, produzione e commercio di sostanze ozono-lesive e di gas a effetto serra. Inoltre, si rafforzano le circostanze aggravanti, si precisa la nozione di condotta abusiva e si adegua il trattamento sanzionatorio, in coerenza con le indicazioni della direttiva europea.
Il provvedimento amplia il catalogo dei reati ambientali rilevanti ai fini della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica (decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231), e adegua la disciplina delle sanzioni, nel rispetto dei principi di proporzionalità ed effettività.
Al fine di assicurare la cooperazione e il coordinamento più efficaci e tempestivi tra tutte le autorità competenti coinvolte nella prevenzione e nella lotta contro i reati ambientali, si istituisce presso la Procura generale presso la Corte di cassazione il Sistema di coordinamento nazionale per il contrasto alla criminalità ambientale. Di tale Sistema fanno parte: il Procuratore generale presso la Corte di cassazione; i Procuratori generali presso le Corti d’appello; il Procuratore nazionale antimafia. Entro il 21 maggio 2027, il Parlamento elabora e pubblica la Strategia nazionale di contrasto ai crimini ambientali. Tale documento programmatico, aggiornato ogni tre anni, definirà gli obiettivi prioritari della politica nazionale, valuterà le risorse necessarie e promuoverà misure per innalzare la consapevolezza pubblica sulla tutela ambientale.
#ambiente #reatitransnazionali #UE
Elegia
ora m’incolpi del mio silenzio? e Tu dov’eri mi chiedi quando a migliaia venivano spinti sotto le docce a gas Io ero ognuno di quei poveracci in verità ti dico Io sono la Vittima l’agnello la preda del carnefice quando fa scempio di un bambino innocente Io sono quel bambino ricorda anch’io in sorte ho avuto una croce la Croce la più abietta la benedetta ho urlato a un cielo distante Padre perché perché solo mi lasci in quest’ora di cenere e pianto
. Questo elega è un grido struggente, un invito a riflettere sulla responsabilità del silenzio e sul peso della memoria. Fin dall'apertura, con la domanda “ora m’incolpi del mio silenzio?”, il testo interroga non solo l'accusa di chi osserva il mancato intervento durante le tragedie, ma anche quella voce interiore che, di fronte al male, tace. L'invito “e Tu dov’eri mi chiedi” sembra rivolgere lo sguardo a un interlocutore – forsi una figura divina, forse il tempo stesso – chiedendosi dove fosse la presenza e il sostegno in quei momenti in cui “a migliaia venivano spinti sotto le docce a gas”.
Laddove il poeta afferma “Io ero ognuno di quei poveracci”, si crea una identificazione totale con la sofferenza collettiva, una sorta di fusione dell'individuale nell'universale. In questo modo, egli non si limita a raccontare una propria esperienza, ma diventa simbolo di tutte le vittime, richiamando l'immagine dell'“agnello”, emblema di innocenza e sacrificio, nonché della preda vulnerabile nei confronti di un carnefice spietato. Questa scelta retorica amplifica il senso di impotenza e di ingiustizia, sottolineando l'impossibilità di difendersi quando si è destinati a subire.
Il passaggio successivo, in cui il poeta si rivolge al ricordo del bambino innocente – “Io sono quel bambino ricorda / anch’io in sorte ho avuto una croce” –, introduce una dimensione religiosa carica di significati. La croce, simbolo di sofferenza e redenzione, viene paradossalmente definita “la più abietta la benedetta”, evocando la duplice natura della sofferenza: al contempo abietto e portatore di un misterioso dono, una sorta di segno che, pur doloroso, dà forma e identità all'esperienza umana. Questa contraddizione amplifica il senso di smarrimento e di impotenza di fronte a un dolore che, pur essendo personale, si fonde con una memoria collettiva tanto straziante da sembrare una condanna.
L'ultimo verso, con il grido rivolto a un cielo distante – “ho urlato a un cielo distante Padre perché / perché solo mi lasci in quest’ora di cenere e pianto” – incarna la disperazione assoluta. Qui, la figura del “Padre” non è soltanto evocativa di una presenza divina, ma diventa anche emblema dell'abbandono, della solitudine in un momento di profonda disperazione. Il cielo distante diventa specchio di un'esigenza di conforto e giustizia, un richiamo che, pur nella sua intensità, rimane inascoltato. Questo poema solleva domande essenziali: in che modo il silenzio di fronte all’orrore può imporsi come una colpevole complicità? E come si conciliano le immagini dell’innocenza perduta e del sacrificio inevitabile con l’idea di redenzione? Mi chiedo, ad esempio, quale significato personale trovi tu nel contrasto tra la voce del bambino e quella dell’adulto ormai compiuto nel dolore di quel distacco.
Potremmo approfondire insieme questo invito alla memoria: in che modo il ricordo delle atrocità passate può trasformarsi non solo in una condanna, ma anche in un mezzo per reclamare una forma di giustizia interiore? O ancora, come la dicotomia tra il silenzio e il grido possa diventare il punto di partenza per un percorso di pulizia e di rinnovata consapevolezza?
GIUDICI - Capitolo 4
Dèbora e Barak1Eud era morto, e gli Israeliti ripresero a fare ciò che è male agli occhi del Signore. 2Il Signore li consegnò nelle mani di Iabin, re di Canaan, che regnava ad Asor. Il capo del suo esercito era Sìsara, che abitava a Caroset-Goìm. 3Gli Israeliti gridarono al Signore, perché Iabin aveva novecento carri di ferro e da vent'anni opprimeva duramente gli Israeliti.4In quel tempo era giudice d'Israele una donna, una profetessa, Dèbora, moglie di Lappidòt. 5Ella sedeva sotto la palma di Dèbora, tra Rama e Betel, sulle montagne di Èfraim, e gli Israeliti salivano da lei per ottenere giustizia. 6Ella mandò a chiamare Barak, figlio di Abinòam, da Kedes di Nèftali, e gli disse: “Sappi che il Signore, Dio d'Israele, ti dà quest'ordine: “Va', marcia sul monte Tabor e prendi con te diecimila figli di Nèftali e figli di Zàbulon. 7Io attirerò verso di te, al torrente Kison, Sìsara, capo dell'esercito di Iabin, con i suoi carri e la sua gente che è numerosa, e lo consegnerò nelle tue mani”“. 8Barak le rispose: “Se vieni anche tu con me, andrò; ma se non vieni, non andrò”. 9Rispose: “Bene, verrò con te; però non sarà tua la gloria sulla via per cui cammini, perché il Signore consegnerà Sìsara nelle mani di una donna”. Dèbora si alzò e andò con Barak a Kedes. 10Barak convocò Zàbulon e Nèftali a Kedes; diecimila uomini si misero al suo seguito e Dèbora andò con lui.11Cheber, il Kenita, si era separato dai Keniti, discendenti di Obab, suocero di Mosè, e aveva piantato le tende alla Quercia di Saannàim, che è presso Kedes.12Fu riferito a Sìsara che Barak, figlio di Abinòam, era salito sul monte Tabor. 13Allora Sìsara radunò tutti i suoi carri, novecento carri di ferro, e tutta la gente che era con lui da Caroset-Goìm fino al torrente Kison.14Dèbora disse a Barak: “Àlzati, perché questo è il giorno in cui il Signore ha messo Sìsara nelle tue mani. Il Signore non è forse uscito in campo davanti a te?”. Allora Barak scese dal monte Tabor, seguito da diecimila uomini. 15Il Signore sconfisse, davanti a Barak, Sìsara con tutti i suoi carri e con tutto il suo esercito; Sìsara scese dal carro e fuggì a piedi. 16Barak inseguì i carri e l'esercito fino a Caroset-Goìm; tutto l'esercito di Sìsara cadde a fil di spada: non ne scampò neppure uno.17Intanto Sìsara era fuggito a piedi verso la tenda di Giaele, moglie di Cheber il Kenita, perché vi era pace fra Iabin, re di Asor, e la casa di Cheber il Kenita. 18Giaele uscì incontro a Sìsara e gli disse: “Férmati, mio signore, férmati da me: non temere”. Egli entrò da lei nella sua tenda ed ella lo nascose con una coperta. 19Egli le disse: “Dammi da bere un po' d'acqua, perché ho sete”. Ella aprì l'otre del latte, gli diede da bere e poi lo ricoprì. 20Egli le disse: “Sta' all'ingresso della tenda; se viene qualcuno a interrogarti dicendo: “C'è qui un uomo?”, dirai: “Nessuno”“. 21Allora Giaele, moglie di Cheber, prese un picchetto della tenda, impugnò il martello, venne pian piano accanto a lui e gli conficcò il picchetto nella tempia, fino a farlo penetrare in terra. Egli era profondamente addormentato e sfinito; così morì. 22Ed ecco sopraggiungere Barak, che inseguiva Sìsara; Giaele gli uscì incontro e gli disse: “Vieni e ti mostrerò l'uomo che cerchi”. Egli entrò da lei ed ecco Sìsara era steso morto, con il picchetto nella tempia.23Così Dio umiliò quel giorno Iabin, re di Canaan, davanti agli Israeliti. 24La mano degli Israeliti si fece sempre più pesante su Iabin, re di Canaan, finché ebbero stroncato Iabin, re di Canaan.
__________________________Note
4,2 Iabin: viene presentato qui come re di Canaan, ma più avanti si parla al plurale dei re di Canaan (5,19). Non sappiamo quale fosse la collocazione geografica di Caroset-Goìm.
4,4 era giudice d’Israele una donna: il personaggio dominante è la coraggiosa Dèbora, che ha accanto l’indeciso soldato Barak. Dèbora è profetessa, come Maria, la sorella di Mosè (Es 15,20), e anche giudice (4,5).
4,6 Kedes di Nèftali: a nord-ovest di quello che un tempo era il lago di Hule, oggi prosciugato: Barak deve raccogliere truppe dalle tribù del nord e concentrarle sul Tabor, a nord-est della pianura di Izreèl, zona di confine delle tribù di Zàbulon, Nèftali e Ìssacar. Oltre alle due tribù settentrionali, il cantico (5,1-31) ci dice che hanno partecipato all’impresa anche altre tribù.
4,7 Kison: è un ruscello che attraversa la pianura di Izreèl e sfocia come fiume nella baia di Haifa.
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Approfondimenti
4,1-5,31. I cc. 4 e 5 sono due versioni di un medesimo avvenimento: la vittoria delle tribù d'Israele sui re cananei alleatisi per difendere il paese e ricacciare il popolo invasore. Intorno alla figura di Debora si forma un'ampia coalizione di tribù israelitiche, comprendente Beniamino, Efraim, Zabulon, Issacar e Neftali, decise a combattere contro questi re cananei. Costoro si sono resi conto della grave minaccia costituita dagli Israeliti, oramai stabilitisi in due blocchi a nord e a sud di Canaan. Resta da occupare la fertile pianura centrale. E qui che i due eserciti si danno battaglia. I Cananei dispongono di armi d'avanguardia, i carri. Lo scontro armato non è descritto nei dettagli. Il testo mette in rilievo piuttosto la vittoria ad opera di JHWH, che si serve di una donna (Giaele) per uccidere Sisara, comandante delle truppe nemiche. La vicenda è esposta nel c. 4 in prosa, nel c. 5 nella forma di un cantico poetico, che è considerato uno dei brani più arcaici di tutto l'Antico Testamento. Vi sono differenze tra le due versioni. Il resoconto in prosa parla di Iabin, re di Canaan, mentre il carme menziona una coalizione di re cananei, cosa di per sé più verosimile. Nel racconto Sisara è il generale dell'esercito di Iabin, mentre nel cantico è il capo della lega cananea ed è re egli stesso. Il personaggio dominante è Debora, giudice e profetessa, resa ardimentosa dalla propria fede in JHWH. Accanto a lei c'è Barak, figura di soldato indeciso e privo di coraggio.
4,1-24. Il racconto ignora Samgar e si riaggancia a Eud (v. l1a). Inizia riproponendo i motivi teologici consueti, con il linguaggio solito: caduta d'Israele (v. 1b), punizione (v. 2), invocazione d'aiuto (v. 3). L'elemento «JHWH suscita un giudice» qui trova una variante, non solo nel fatto che Debora è donna, ma perché «era giudice» (v. 4), vale a dire esercitava una funzione stabile. È la prima menzione in Gdc di questa istituzione, che ci porta a distinguere tra i giudici “carismatici”, suscitati dallo spirito di JHWH in determinate occasioni, e i giudici “istituzionali”, con incombenze locali, ossia, principalmente con compiti giudiziari consistenti nel dirimere contese, nell'amministrare la giustizia tra i componenti delle varie tribù (v. 5). Ma Debora è anche profetessa (v. 4), il che le conferisce l'autorità di convocare Barak per comunicargli l'oracolo di JHWH (vv. 6-7). La descrizione dei preparativi per la battaglia e dell'esito dello scontro segue i canoni della guerra santa. Il successo è garantito (v. 7b), grazie a JHWH e non all'esercito israelitico (vv. 9b.15.18ss.). Il cantico (5,20ss.) spiega invece la sconfitta dell'esercito di Sisara: piogge violente e improvvise fecero straripare il torrente Kison, i carri cananei restarono imprigionati nel terreno fangoso, i soldati, Sisara compreso, dovettero fuggire a piedi (v. 17a). La battaglia termina comunque con lo sterminio di rito (ḥērem, vv. 16b.24), come vuole la guerra santa (cfr. Gs 7). Lo scenario è la valle di Izreel, a sud del Tabor, percorsa dal fiume Kison, che sfocia nel Mediterraneo a nord del Carmelo. Il racconto in prosa nomina esplicitamente solo le due tribù (settentrionali): Neftali e Zabulon, diversamente dal cantico (cfr. 5,14-18).
(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)
[caffeine]sembra di vedere spesso] deforma tenuto bene a parte] una macchia gente di ogni tipo [la parte la] temperatura è un intervallo escono il cinema [la sera vanno al cinema tutto] per l'intero
Arrivo a scuola nel gelo della mattina. Il vento sferza, eccetera, immaginatevi un normale inizio di racconto standard. Periferia urbana. Gli addetti al comune che stanno tagliando i rami degli alberi addossati alla scuola. I docenti e i ragazzi che si muovono a scatti, un po' per scaldarsi, un po' perché siamo tutti in ritardo, la strada era bloccata dalla polizia, non so perché.
Appena entro a scuola sento odore di carta bruciata. Mi guardo attorno, vedo altri docenti che si guardano attorno: scopriremo poi che uno studente ha dato fuoco a un cestino della spazzatura fuori dal bar della scuola, per errore. Cicca di sigaretta. Entro in quinta, le luci sono mezze spente, gli studenti sono appollaiati sui banchi, c'è frenesia e stanchezza. Frenesia dovuta a una verifica in arrivo a metà mattinata, di materia di indirizzo.
Chiedo a uno studente di distribuire un pacco di fogli che ho stampato: Balestrini, Sanguineti e Pagliarani. Sto provando a fare delle unità didattiche per moduli tematici trasversali, in modo da addentare un po' di letteratura contemporanea. Stiamo facendo un modulo che parla di politica e guerra. Abbiamo già visto D'Annunzio e le sue Vergini delle rocce, Pascoli e il suo Italy, Marinetti e le parole in libertà, Ungaretti e le poesie dalla trincea, oggi tocca alle neoavanguardie.
Inizio a leggere da Vogliamo tutto, il pezzo più famoso, gli operai che discutono durante lo sciopero. Leggo con enfasi, cerco di dare l'idea del comizio pubblico e poi commento alcuni passi. Mi collego con le cose viste in storia, cerco di fargli capire che sono massimalisti, che non vogliono riforme. Vogliono un cambiamento radicale. Alcuni collegamenti li vedono: la conquista della Luna, la guerra fredda, che ancora non abbiamo fatto ma la conoscono. La critica alla Russia. Altre cose gli sfuggono. Sono ancora stanchi per la levataccia.
Leggiamo il secondo testo, sempre Balestrini. La signorina Richmond. È una poesia – spiego – che sembra quasi in prosa in cui Balestrini inserisce, quasi come elemento spam, la parola merda. “Sapete da dove nasce la parola spam, no?”. Non lo sanno. “Li conoscete i Monty Python, no?”. Non li conoscono. Mi fermo, cerco su Youtube il pezzo dello spam dei Monty Python. Mostro l'inizio ma mi fermo a metà perché vedo che l'inglese è troppo veloce per loro. Hanno capito comunque il meccanismo .“Ecco, in un certo senso Balestrini usa la parola 'merda' inserendola a forza dentro questo discorso, come uno spam intermittente” e spiego alcuni punti chiave.
“L'intellettuale per Balestrini ha una responsabilità: può coltivare l'intelligenza del suo pubblico, farlo diventare più intelligente, diciamo, o può soffocarlo con la merda. Prodotti commerciali. Spettacoli basati su intrattenimento puerile. Far restare il pubblico massa ignorante, o cercare di elevarlo” spiego. Li guardo. “Questa cosa che Balestrini dice, non è la prima volta che la sentiamo. Chi è che diceva qualcosa di simile? Un autore visto l'anno scorso. Anche lui circondato da spettacoli volgari pensava che lo spettacolo deve lasciare invece un insegnamento”. Li fisso, aspetto. Nel silenzio uno studente dice “Goldoni”. E io dentro, sospiro. Qualcuno si è ricordato qualcosa del programma dell'anno scorso. Posso morire felice. “Bravo – dico – per lui la merda del tempo era la commedia dell'arte”.
A questo punto però un altro studente dice che no, che insomma, prof, questa non è poesia. “Guardi, sono frasi con degli accapo. Con la merda, poi!”. Gli dico che Balestrini lo fa apposta. Prende delle frasi, le combina, e poi le divide graficamente in strofe e versi, in modo che formalmente abbiano la forma classica della poesia, anche se non hanno né metrica né le figure retoriche a cui siamo abituati. “Allora sono capaci tutti!” protesta. “Ma no – dico io – è un po' come l'orinatoio di Duchamp, avete presente, no?”. Non hanno presente. Gli informatici non fanno arte. Cerco in rete e gli spiego la cosa dell'orinatoio. “Quell'orinatorio diventa opera d'arte perché è collocato in una mostra d'arte. È il gesto e la contestualizzazione che lo rendono tale. È l'inizio dell'arte concettuale”.
Un altro studente dice tipo la banana appesa al muro con lo scotch. “Esatto” dico io. “Allora – contesta – potrei farlo anche io, chiunque potrebbe farlo”. “Eh no. Se io Fabrizio Venerandi attacco una banana al muro quella non è un opera d'arte”. “Perché?”. “Eh perché quando Cattelan attacca la banana al muro, c'è il muro, c'è la banana, c'è lo scotch e c'è tutto quello che Cattelan ha fatto fino a quel momento nel campo dell'arte, anche tutto quello partecipa al fatto di attaccare la banana” cerco di spiegare. “Quello che importa nell'arte concettuale è l'idea, ancora prima che prenda forma, afferrare l'azione dell'artista nel momento in cui l'idea genera l'azione. Quello che mi interessa è scuotere chi guarda, scombinare le carte, far pensare e rompere i meccanismi, senza dover per forza dipingere qualcosa o scolpire. Anche la performance vive in questo modo. Andare contro il sistema capitalistico. Creare oggetti che non hanno senso”.
“Allora potrei fare un libro in cui sia scritta sempre la stessa parola” ride uno studente e io gli dico che ne ho appena comprato uno per mio figlio. Cerco su internet e gli faccio vedere. C'è uno youtuber DougDoug che ha fatto un intero libro in cui è scritta solo la parola Doug. Ridono. “È un'opera concettuale” dico. “Ma è un opera d'arte?” mi chiedono. Ci penso e dico che non lo so. Forse no. È un'opera seriale e soprattuto DougDoug non voleva fare un'opera d'arte. “DougDoug è uno youtuber, si occupa di comunicazione e ha fatto un'opera che è un'opera concettuale, ma il suo scopo secondo me non era fare un prodotto artistico, ma un prodotto di comunicazione”.
A questo punto interviene il docente di sostegno. Mostra lo schermo del suo computer. “Ecco – dice – questa lo è”. È la merda di artista di Manzoni. Spiego ai ragazzi cosa è e subito vogliono sapere se dentro c'è davvero la merda. Dico che credo di no, ma loro vogliono essere sicuri, devo cercare su internet. Cerco. Scopro che nessuno, pare, abbia mai aperto la scatola per sapere se dentro c'è la merda di Mazoni, temendo che la scatola aperta deprezzasse il valore commerciale dell'opera. “Balestrini fa un'operazione simile: la poesia diventa poesia anche se sembrerebbe non avere le caratteristiche formali a cui siamo abituati, perché è inserita nella 'galleria d'arte' della forma poetica. Ha strofe, ha versi. Ed è scritta con l'intento di essere una poesia”.
So che sto semplificando alcuni concetti e che sono impreciso, ma non mi interessa la pulizia, quanto la profondità del taglio.
L'ora successiva passo a storia, entriamo nel pieno del nazismo e, pur aiutandomi con video, slide e fotografie faccio una lezione così frontale che diversi studenti crollano. Mi sento in colpa.
Al suono della campanella li saluto e corro in quarta. Ho prenotato il laboratorio di storia per lavorare in pace con loro. Abbiamo due ore: la prima ora devono imparare a memoria una scena de La locandiera, modificando tutto quello che vogliono per renderla recitabile, la seconda ora devono metterla in scena davanti ai compagni. Ho già creato dei gruppi da due o da tre, a seconda dei personaggi che sono presenti in scena. Le scene sono solo due, sempre le stesse, in modo che possano vedere e confrontarsi fra di loro.
Per un'ora li vedo che ridacchiano, si scambiano battute scritte da Goldoni qualche secolo fa, prendono appunti, ricopiano i dialoghi sul cellulare, mi chiedono delucidazioni. Io giro, annoto, preparo il modulo finale per l'autovalutazione. Non ho idea di quello che succederà l'ora successiva. Suona la campanella. Ho creato uno spazio sul margine del laboratorio. Li interrompo. Gli spiego che li chiamerò gruppo per gruppo e che dovranno cercare di recitare la loro scena, senza usare i fogli, a memoria, anche improvvisando. “Nel momento che un gruppo è qua – dico – il resto della classe deve smettere di pensare al proprio pezzo. Quando i vostri compagni iniziano a recitare voi diventate spettatori. Voglio silenzio e rispetto.”
Chiamo i primi due, io mi metto tra il pubblico armato di tablet e stilo per prendere appunti. I ragazzi si siedono e appena c'è silenzio accade questo piccolo miracolo. I due iniziano a fare la Locandiera. I tempi sono molto buoni, sanno davvero le battute a memoria. Uno dei due ha un tono un po' monocorde, l'altro recita, dà spessore al personaggio. Mi rendo conto che non sono solo io stupito, ma anche parte della classe. Nel silenzio, magari mi sbaglierò, c'è anche un po' di meraviglia. Questa cosa si può fare davvero. Arrivano al punto in cui – nel testo di Goldoni – qualcuno bussa alla porta e in quel momento un loro compagno bussa sul tavolo. Si erano messi d'accordo. Loro ridono, hanno finito, io dico, “applauso” ma è già partito da solo.
Dopo ci saranno altri nove gruppi, alcuni hanno proprio attitudini alla recitazione, altri vanno in panico, altri ci mettono un impegno ammirevole, altri perdono il filo, cercano sul cellulare le battute che hanno dimenticato. Ma tutti lo fanno, nessuno si rifiuta. Ci mettono tutto l'impegno del caso. So che è un barlume di quello che è davvero il teatro, ma quel barlume comunque fa la sua luce. Fa capire che il testo teatrale è un copione, è un materiale d'uso. Crea ricordi, compatta la classe. Fa emergere competenze.
All'ultima ora vado in seconda. Avevo programmato un dettato, un esperimento che sto facendo dopo aver letto un articolo su La ricerca, sugli errori. Ma quando arrivo in classe scopro che hanno appena fatto una verifica di matematica. Sono distrutti. Se faccio un dettato adesso li ammazzo, penso. “Preferite fare il dettato che avevamo programmato, o discutere di quello che è successo a La Spezia?” chiedo.
Discutiamo per un'ora, a tratti in maniera urbana, a tratti con gran rumore di fondo. È qualcosa su cui devo ancora lavorare. Vengono fuori molte cose sulla percezione della scuola. Sull'esigenza della punizione e sulla sua paura. Sulla politica che sfrutta le tragedie. I ragazzi parlano, liberamente, si scontrano, si accordano. Sento voci di persone che in genere non parlano mai. Non arriviamo a niente, abbiamo messo le cose sul tavolo e le abbiamo analizzate, ci abbiamo parlato sopra. Suona la campanella, tutti iniziano ad andarsene, sono le due ormai. Uno studente si mette lo zaino sulle spalle e senza guardarmi dice, 'dovremmo fare più lezioni come questa'. Esce dalla classe.
“Dopo Goldoni, questo” penso.
Promettiamo a noi stessi
“Fai promesse a te stesso invece che agli altri.” Questa frase di Nick Ortner, apparentemente semplice, custodisce un potere profondo e rivoluzionario. Perché promettere a se stessi significa spostare il baricentro delle proprie decisioni, della propria vita, dal giudizio esterno all’ascolto interiore. Non è una semplice questione di egoismo o chiusura: è responsabilità pura. Viviamo in una società dove la promessa all’altro ha spesso il peso della convenzione, della cortesia, dell’obbligo. Si promette per rassicurare, per mantenere una forma, per evitare conflitti. Ma cosa accade quando quelle promesse vanno in frantumi? La fiducia si incrina, il senso di colpa si insinua, e la propria immagine ne esce ferita. Fare una promessa a se stessi, invece, è un atto di forza. Non si tratta di dover dimostrare, ma di voler crescere. Significa scegliere di essere presenti a sé stessi, coerenti con i propri valori, testimoni della propria trasformazione. Quando prometti a te stesso che cambierai lavoro, che ti prenderai cura del tuo corpo, che smetterai di rimandare quel sogno, stai accendendo una miccia. E quella fiamma, se custodita con determinazione, può illuminare tutto il cammino. Nessun pubblico, nessun applauso, solo tu e la tua voce più intima. Ma è proprio lì che si costruisce la vera solidità. Nel corso della storia, molte figure hanno tracciato i loro percorsi più luminosi partendo da un impegno personale, spesso silenzioso, nascosto. Non una promessa fatta a gran voce, ma una scelta interiore inamovibile. Pensiamo a Leonardo da Vinci, che nel segreto dei suoi taccuini coltivava un mondo che ancora oggi ci lascia senza fiato. O a Nelson Mandela, che nel silenzio della prigionia ha fatto la promessa più potente: non perdere mai la dignità. Ecco, queste promesse non hanno bisogno di testimoni, perché sono eterne. Farsi una promessa è l’atto più rivoluzionario che possiamo compiere. In un tempo dove tutto viene condiviso, esposto, dichiarato, promettere qualcosa a sé stessi è un atto quasi eroico. È un dialogo muto ma infallibile con la parte più autentica di noi. Ed è da lì che inizia la vera trasformazione. Perché è più difficile mentire a sé stessi che a chiunque altro. Molti evitano questo confronto. Preferiscono legarsi a obiettivi esterni, a scadenze imposte, a doveri dettati da altri. Ma così facendo, si perde il senso del viaggio. La direzione diventa confusa, i risultati svuotati di significato. Quando invece scegli di mantenere fede a una promessa che hai fatto al tuo io più profondo, ogni passo diventa sacro. Ogni fatica ha un senso. Ogni caduta, una lezione. Non è facile. Mantenere una promessa a sé stessi richiede disciplina, coraggio, lucidità. Ma la ricompensa è immensa: diventi alleato di te stesso. Costruisci una fiducia indistruttibile, che nessun giudizio esterno può intaccare. E quando guardi indietro, non vedi rimpianti, ma tracce di una coerenza che ha saputo superare ogni ostacolo. Questo blog, L'Alchimista Digitale è anch’esso il frutto di una promessa fatta nel silenzio. Quella di condividere pensieri veri, parole oneste, visioni profonde senza artifici senza aspettarsi nulla in cambio, se non la gioia di sapere che da qualche parte, qualcuno, si è sentito meno solo leggendone il contenuto. E allora promettiti qualcosa oggi. Fallo senza clamore, senza fretta. Ma fallo davvero. Non serve che lo sappia nessuno. Basta che lo sappia tu. Perché è da lì che tutto comincia.
Epoche
Ci sono epoche tecnologiche che non invecchiano: si sedimentano. I primi personal computer non chiedevano di essere “user-friendly”, chiedevano attenzione. Non ti prendevano per mano: ti guardavano negli occhi e dicevano: “impara!”. Negli anni Ottanta e nei primi Novanta, il computer non era ancora un elettrodomestico. Era una promessa, spesso mantenuta, qualche volta no, ma sempre istruttiva. Accendere un PC significava entrare in un territorio tecnico dove la curiosità valeva più della potenza di calcolo. Il capostipite del mondo business, l’IBM PC, introdusse un’idea rivoluzionaria: l’architettura aperta. Non era bello, non era compatto, ma era serio. Dentro, schede di espansione come tessere di un mosaico elettronico, e fuori un monitor CRT che occupava mezza scrivania con dignità militare. Sul versante opposto, Apple con l’Apple II parlava un linguaggio diverso. Colori, semplicità apparente, un’idea di informatica più umana. Era il computer che ti faceva pensare: posso creare qualcosa. Poi arrivò il piu' popolare tra i primi pc al mondo: il Commodore 64 che non fu solo un computer, ma un fenomeno sociale di massa. Solo 64 KB di RAM che oggi non bastano per una e-mail ma allora erano tantissimi. Videogiochi, musica SID, programmazione in BASIC: tutto passava da lì, spesso su cassette che richiedevano più fede che pazienza. E quando sembrava che nulla potesse superarlo, entrò in scena l’Amiga 500. Grafica, multitasking, audio avanzato: un computer che sembrava arrivato dal futuro. Non a caso, molti sviluppatori ancora oggi ne parlano con un piacere. Nel frattempo, lo ZX Spectrum insegnava l’essenzialità. Pochi colori, tastiera in gomma, ma una scuola di logica impareggiabile. Chi ha scritto il codice lì sopra ha imparato una lezione fondamentale: ogni byte ha la sua importanza. Sul fronte professionale, l’MS-DOS regnava sovrano. Niente icone, niente finestre. Solo comandi, directory e un cursore lampeggiante che non giudicava, ma pretendeva precisione. Sbagliavi un carattere? Nessun problema: riprova, ma fallo meglio. E poi c’erano loro: i floppy disk da 5¼ e da 3½, fragili, lenti, fondamentali. Ogni etichetta scritta a penna era una dichiarazione d’intenti: qui dentro c’è qualcosa di importante. Questi computer non erano veloci, ma erano sinceri. Non promettevano miracoli, ma regalavano piccoli soddisfazioni. Ti insegnavano come funzionavano e non solo come usarli. Ed è forse questo il loro lascito più grande. Hanno creato una generazione di utenti che erano anche esploratori, tecnici, sperimentatori. Persone che sapevano cosa c’era dietro lo schermo, non solo davanti. Oggi viviamo in un’era di potenza smisurata e semplicità estrema. Ed è giusto così. Ma ogni tanto vale la pena ricordare quei primi PC, non con malinconia, bensì con gratitudine. Perché senza quei monitor ingombranti, quelle tastiere rumorose e quelle attese infinite… il presente non sarebbe così immediato. E il futuro non sarebbe così affascinante. Un pizzico di sorriso, dunque. E un silenzioso grazie a quei vecchi computer che, senza saperlo, ci hanno insegnato a pensare.
[provetecniche]vetro a tre lastre [mancano e recupero]¹
prodotto dallo spunto per il materiale blu doppio] spunto²
fatto passare per]³ spazio per non batte] sul tasto del vetro già informato scrivono] rimane intatto
Ryley Walker – Golden Sings That Have Been Sung (2016)
Nuovo punto di riferimento per la comunità “classic (folk)-rock”, Ryley Walker è certamente uno dei nuovi nomi “da copertina” del cantautorato americano, posizione conquistata con il bell'esordio dell'anno scorso, con la forza imponente dei suoi riff acustici, delle sue eloquenti interpretazioni, che hanno fatto richiamare John Martyn, Roy Harper, Nick Drake, Van Morrison, molti grandi che probabilmente lo apprezzano, o l'avrebbero apprezzato... artesuono.blogspot.com/2016/08…
Ascolta il disco: album.link/s/65lq5gUdKOakCZjNa…
secondo incontro su Emilio Villa: stasera alle 18 al CentroScritture si parlerà (solo online) di “Villa (anti)critico d'arte: una scrittura delirante”. relatore è Gian Paolo Renello. gli iscritti sappiano che sarà una lezione estremamente interessante, come – del resto – quelle che seguiranno. l'elenco completo è all'indirizzo centroscritture.it/service-pag… e ovviamente è possibile iscriversi anche a corso iniziato, anche ora.
stessa cosa per la sequenza dedicata a Corrado Costa: centroscritture.it/service-pag…
E oggi che mi ritrovi uomo fatto
padre che sei rimasto di me più giovane consumato anzitempo una vita sul mare e le brevi soste col mal di terra
avevi la salsedine nel sangue
così presenti mi restano le rare passeggiate mattutine e mai che mi avessi preso per la strada in discesa a cavalcioni sulle spalle
di carezze non eri capace
e oggi che mi ritrovi uomo fatto sai: mi fa male quel distacco
. Questo testo è intriso di immagini potenti che ci conducono attraverso il percorso del tempo e delle relazioni familiari, in particolare il rapporto con una figura paterna così lunga e complessa. Le prime righe, “E oggi che mi ritrovi uomo fatto”, aperte con una nota di consapevolezza, raccontano la trasformazione del sé: il poeta, maturato, si confronta con l'immagine del padre e con il peso dei ricordi.
La figura paterna emerge come un uomo segnato da una vita intensa e slegata dalle convenzioni: “padre che sei rimasto di me più giovane / consumato anzitempo” sottolinea come, nonostante i trascorsi di tempo, ci sia una differenza irreparabile tra la visione idealizzata dell'infanzia e la realtà dell'età adulta. L'immagine del padre “sul mare” con “le brevi soste col mal di terra” si fa portatrice di quel contrasto esistenziale tra la libertà, forse persino la fuga dalle radici, e il dolore che tale scelta comporta. La “salsedine nel sangue” è un simbolo evocativo di una natura inestricabilmente legata al mare, un elemento che sa di vita vissuta in spazi ampi eppure segnati da una solitudine profonda.
Nel passaggio successivo, il poeta ricorda le “rare passeggiate mattutine”—momenti di intimità e leggerezza che, tuttavia, non bastavano a colmare il vuoto emotivo. L'immagine vivida di non essere mai stato preso “per la strada in discesa / a cavalcioni sulle spalle” evidenzia una mancanza di accoglienza, di quel sostegno fisico ed emotivo che avrebbe potuto mitigare il distacco emotivo ciclicamente accumulato. La frase “di carezze non eri capace” risuona come un'ammissione dolorosa della fragilità di quel legame, segnando una ferita che persiste nel tempo.
Infine, il verso “e oggi che mi ritrovi uomo fatto / sai: mi fa male quel distacco” chiude il cerchio narrativo, rivelando il dolore ascendente del distacco, una separazione che non è soltanto fisica ma soprattutto emotiva. Il contrasto tra la crescita, la maturità raggiunta e l'eredità di una relazione incompleta si fa palpabile, lasciando il lettore a meditare sulla complessità dei legami che, pur segnati dall’amore o dall’assenza di esso, definiscono chi siamo. Mi chiedo: quali immagini o versi ti hanno colpito di più? E come interpreti il simbolismo del mare contro il “mal di terra”? Potrei approfondire ulteriormente il tema della paternità negli scritti contemporanei, oppure esplorare altri contrasti simbolici come quello tra la giovinezza idealizzata e l'amara maturità esperienza.
Abracadabra, accountability!
Le parole creano mondi. Sul serio. Dio dice “Sia la luce!” e la luce fu (Genesi 1-3), ad esempio. E circa l’abracadabra, se vogliamo prendere per buona l’etimologia che la attesta come derivante dall’aramaico Avrah KaDabra, abbiamo un magnifico “Io creerò come parlo”. È con le parole che noi creiamo la nostra realtà, le diamo forma e spessore e colori e sfumature. È attraverso le parole che il nostro cervello incamera, elabora, memorizza e restituisce informazioni. E quindi non è che accountability mi stia particolarmente simpatica, perché così, di primo acchito, il mio sistema rettile ha sentito un moto di disgusto e il limbico gli ha dato man forte ricordando un tizio pieno di spocchia e vuoto di contenuti che era solito imbastire frasi del tipo “OK, meeting domani alle nove per un brainstorming” giusto per darsi un tono. “Ecco, accountability è senza dubbio una parola che avrebbe usato con sommo godimento”, ha detto il limbico, strizzando l’occhio al rettile. Poi però la neocorteccia ha ricondotto i due alla ragione, li ha portati a concentrarsi sul fatto che quel termine in inglese, come qualsiasi altra parola, non è né buono né cattivo in sé e che tutto dipende dal contesto e dalla finalità per cui viene utilizzato. Ebbene: il contesto è la versione italiana dell’IndieWeb Carnival, idea proposta da ed, e la finalità è quella di allargare e movimentare un po’ la bolla del fediverso, anche al di là di Mastodon, che è solo un puntino nelle galassie di opportunità di comunicazione possibili. Insomma, cari rettile e limbico, val ben la pena di accantonare il ricordo di quell’ex collega e concentrarsi sul presente.Accountability, dunque, che taluni dizionari traducono come responsabilità: parola in sé abbastanza giovane, attestata dalla metà del XVIII secolo e che, fatto buffo, deriva dal francese responsabilité, a sua volta mutuato dall’inglese responsability. Dunque accountability non può essere soltanto responsabilità, la quale, comunque, facendo un ulteriore paso indietro dall’inglese, ci riporta al nostro caro, vecchio latino respondere; non è a caso, infatti, che noi rispondiamo di ciò di cui siamo responsabili.Accountability, poi, viene spesso utilizzata in contesti di gruppo, mentre responsability è intesa individualmente: semplificando, in un’azienda sarebbero i responsabili di reparto ad avere l’accountability, mentre i loro sottoposti – parola orrenda, ma efficace – hanno ciascuno la responsabilità personale del proprio operato. Il rettile e il limbico, a questo punto, si scambiano un’occhiatina d’intesa e sfoderano un sorrisetto, anche la neocorteccia è con loro: non era solo il ricordo del collega spocchiosetto né l’uso della lingua inglese a infastidirmi, era proprio il fatto che io non ho, né ho mai avuto, il desiderio né l’interesse di controllare le azioni e l’operato di altre persone. Vivo i miei giorni facendo scelte e assumendomene la responsabilità, in prima persona. Questo è tutto. Abracadabra.
Dazi e Mercosur: l'Europa si sveglia?
(197)
L’accordo UE‑Mercosur, nato per dare all’Europa un po’ di ossigeno fuori dal circuito economico statunitense, arriva al suo battesimo pubblico nel momento forse più tossico dei rapporti transatlantici.
Mentre Bruxelles prova ad aprirsi al Sud America, la Casa Bianca alza i dazi e trasforma la Groenlandia nel casus belli perfetto da sbandierare anche a #Davos. L’intesa con Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay crea una delle maggiori aree di libero scambio al mondo (circa 750 milioni di persone), con abbattimento progressivo dei dazi su circa il 90% delle linee tariffarie e miliardi di risparmi stimati per le imprese europee.
Per la #UE è un modo per ancorarsi a un terzo polo, latinoamericano, che attenui la dipendenza dal mercato USA e dalla guerra tariffaria permanente tra Washington e Pechino.
Il prezzo politico, però, non convince gli agricoltori: “Coldiretti” e “Filiera Italia” bollano l’accordo come “inaccettabile”, denunciando l’assenza di vera reciprocità su standard ambientali e sanitari, il rischio di carne e prodotti agricoli sudamericani low‑cost e controlli insufficienti alle frontiere. Le proteste si sono allargate a Francia, Irlanda, Belgio e oltre, con migliaia di trattori in piazza a Bruxelles e accuse di aver sacrificato la terra europea sull’altare dell’export industriale.
Nel frattempo #Trump ha rilanciato la sua campagna di bullismo commerciale: oltre alla minaccia di dazi del 10% su tutti i prodotti di vari paesi UE legati al “no” sull’acquisto della Groenlandia, destinati a salire al 25% entro giugno, ora si parla apertamente di tariffe al 200% su vini e champagne francesi. Il messaggio è semplice: chi ostacola le ambizioni americane in Groenlandia pagherà un prezzo salato, a colpi di dazi mirati sui simboli economici e culturali europei.
L’UE prepara la risposta: si discute di attivare lo strumento anti‑coercizione, la cosiddetta “bazooka commerciale” che consentirebbe contromisure su tariffe, investimenti e accesso al mercato europeo. Un vertice urgente a Bruxelles, subito dopo la settimana di Davos, dovrà decidere fin dove spingersi nella rappresaglia, evitando però di affondare anche l’economia europea in una guerra commerciale totale.
Il “World Economic Forum” di Davos diventa così il palco ideale per questo braccio di ferro. Da un lato la presidente von der Leyen, Macron e altri leader europei cercano di rassicurare mercati e opinioni pubbliche ribadendo la sovranità della Groenlandia e la volontà di una risposta coordinata; dall’altro Trump arriva con una delegazione numerosa e il solito repertorio di minacce tariffarie, convinto che “gli europei non reagiranno troppo”.
Sul tavolo non ci sono solo **dazi e Groenlandiaéé, ma anche l’immagine stessa dell’Europa: potenza commerciale che firma accordi storici con il Mercosur per diversificare i propri sbocchi, o protettorato atlantico che accetta il ricatto del 200% sui vini pur di non disturbare l’alleato americano?
Mercosur, da questo punto di vista, è più di un trattato: è il test per capire se l’UE è pronta a farsi adulto sulla scena globale o se continuerà a farsi tirare il guinzaglio da chi, tra una minaccia sui dazi e una battuta sulla Groenlandia, considera il vecchio continente poco più di un elegante cortile di casa.
#Blog #Economia #Mercosur #UE #USA #Davos #Agroalimentare #Opinioni
The Jayhawks - Paging Mr. Proust (2016)
Muore Prince e risorgono i Jayhawks. Traffico dei sentimenti e traffico della musica a Minneapolis. Ha detto bene Bob Mould, un tempo anima degli Hüsker Dü, rendendo a caldo il giusto merito all'autore di Purple Rain, che “tra le nostre avenue e in quei sobborghi, da nord a sud, tra black music e garage band, è successo parecchio”. Anche che una band come quella fondata da Marc Olson, Gary Louris e Mark Pearlman arrivasse ai trent'anni di attività conoscendo così la fase più opulenta della discografia americana e le settimane buie ma non prive di lampi del crowdfunding... artesuono.blogspot.com/2016/05…
Ascolta il disco: album.link/s/68Gfrh064D2bJfIAw…
GIUDICI - Capitolo 3
1Queste sono le nazioni che il Signore lasciò sussistere, allo scopo di mettere alla prova per mezzo loro Israele, cioè quanti non avevano visto tutte le guerre di Canaan. 2Ciò avvenne soltanto per istruire le nuove generazioni degli Israeliti, per insegnare loro la guerra, perché prima non l'avevano mai conosciuta: 3i cinque prìncipi dei Filistei, tutti i Cananei, quelli di Sidone e gli Evei che abitavano le montagne del Libano, dal monte Baal-Ermon fino all'ingresso di Camat. 4Queste nazioni servirono a mettere Israele alla prova, per vedere se Israele avrebbe obbedito ai comandi che il Signore aveva dato ai loro padri per mezzo di Mosè. 5Così gli Israeliti abitarono in mezzo ai Cananei, agli Ittiti, agli Amorrei, ai Perizziti, agli Evei e ai Gebusei; 6ne presero in moglie le figlie, fecero sposare le proprie figlie con i loro figli e servirono i loro dèi.
STORIA DEI GIUDICI (3,7-16,31)
_Otnièl (3,7-11)7Gli Israeliti fecero ciò che è male agli occhi del Signore; dimenticarono il Signore, loro Dio, e servirono i Baal e le Asere. 8L'ira del Signore si accese contro Israele e li consegnò nelle mani di Cusan-Risatàim, re di Aram Naharàim; gli Israeliti furono servi di Cusan-Risatàim per otto anni. 9Poi gli Israeliti gridarono al Signore e il Signore fece sorgere per loro un salvatore, Otnièl, figlio di Kenaz, fratello minore di Caleb, e li salvò. 10Lo spirito del Signore fu su di lui ed egli fu giudice d'Israele. Uscì a combattere e il Signore gli consegnò nelle mani Cusan-Risatàim, re di Aram; la sua mano fu potente contro Cusan-Risatàim. 11La terra rimase tranquilla per quarant'anni, poi Otnièl, figlio di Kenaz, morì.
_Eud (3,12-30)12Gli Israeliti ripresero a fare ciò che è male agli occhi del Signore; il Signore rese forte Eglon, re di Moab, contro Israele, perché facevano ciò che è male agli occhi del Signore. 13Eglon radunò intorno a sé gli Ammoniti e gli Amaleciti, fece una spedizione contro Israele, lo batté e occuparono la città delle palme. 14Gli Israeliti furono servi di Eglon, re di Moab, per diciotto anni. 15Poi gridarono al Signore ed egli fece sorgere per loro un salvatore, Eud, figlio di Ghera, Beniaminita, che era mancino. Gli Israeliti mandarono per mezzo di lui un tributo a Eglon, re di Moab. 16Eud si fece una spada a due tagli, lunga un gomed, e se la cinse sotto la veste, al fianco destro. 17Poi presentò il tributo a Eglon, re di Moab, che era un uomo molto grasso. 18Finita la presentazione del tributo, ripartì con la gente che l'aveva portato. 19Ma egli, dal luogo detto Idoli, che è presso Gàlgala, tornò indietro e disse: “O re, ho una cosa da dirti in segreto”. Il re disse: “Silenzio!” e quanti stavano con lui uscirono. 20Allora Eud si accostò al re che stava seduto al piano di sopra, riservato a lui solo, per la frescura, e gli disse: “Ho una parola di Dio per te”. Quegli si alzò dal suo seggio. 21Allora Eud, allungata la mano sinistra, trasse la spada dal suo fianco e gliela piantò nel ventre. 22Anche l'elsa entrò con la lama; il grasso si richiuse intorno alla lama. Eud, senza estrargli la spada dal ventre, uscì dalla finestra, 23passò nel portico, dopo aver chiuso i battenti del piano di sopra e aver tirato il chiavistello. 24Quando fu uscito, vennero i servi, i quali guardarono e videro che i battenti del piano di sopra erano sprangati; pensarono: “Certo attende ai suoi bisogni nel camerino della stanza fresca”. 25Aspettarono fino a essere inquieti, ma quegli non apriva i battenti del piano di sopra. Allora presero la chiave, aprirono, ed ecco che il loro signore era steso per terra, morto. 26Mentre essi indugiavano, Eud era fuggito e, dopo aver oltrepassato gli Idoli, si era messo in salvo nella Seirà. 27Appena arrivato là, suonò il corno sulle montagne di Èfraim e gli Israeliti scesero con lui dalle montagne ed egli si mise alla loro testa. 28Disse loro: “Seguitemi, perché il Signore vi ha consegnato nelle mani i Moabiti, vostri nemici”. Quelli scesero dopo di lui, occuparono i guadi del Giordano in direzione di Moab, e non lasciarono passare nessuno. 29In quella circostanza sconfissero circa diecimila Moabiti, tutti robusti e valorosi; non ne scampò neppure uno. 30Così in quel giorno Moab fu umiliato sotto la mano d'Israele e la terra rimase tranquilla per ottant'anni.
_Samgar (3,31)31Dopo di lui ci fu Samgar, figlio di Anat. Egli sconfisse seicento Filistei con un pungolo da buoi; anch'egli salvò Israele.
__________________________Note
3,7 La narrazione descrive concretamente i quattro momenti caratteristici delle biografie dei giudici. L’eroe, già nominato in Gs 15,17, riceve il titolo di salvatore (v. 9) prima di quello di giudice (v. 10) e, in quanto lo spirito del Signore fu su di lui (v. 10), è il primo dei quattro giudici carismatici.
3,31 Il nome di questo liberatore non è israelitico. Egli è nominato anche nel cantico di Dèbora (5,6). Di lui non sappiamo altro; era forse un capo tribù.
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Approfondimenti
2,20-3,6. L'aggiunta intende spiegare, di nuovo, perché in mezzo a Israele continuano a vivere popolazioni straniere. Fornisce (3,1-6) un elenco di popolazioni – inframmezzato a ripetizioni del motivo teologico ricorrente – con le quali Israele si trova a vivere in stretto contatto, non solo perché confina con esse, ma anche grazie a forme di convivenza e fusione (cfr. il v. 6, che parla di matrimoni misti). 3,2 sembra contraddire 2,11ss. Qui i popoli stranieri non sono un castigo per l'infedeltà, ma un mezzo per conservare lo spirito guerriero nel popolo d'Israele.
3,-16,31. Si ha ora la presentazione delle figure dei “salvatori”, la cui esistenza e attività è stilizzata secondo lo schema teologico: peccato, punizione, pentimento e invocazione, intervento di salvezza. Ma alla base troviamo abbondante materiale antico, sia nelle brevi storie dei cc. 3-12, che nell'ampio complesso della tradizione su Sansone, dei cc. 13-16. A proposito di questi documenti più antichi, sotto il profilo della cosiddetta critica “alta”, ossia della storia della formazione del testo, si è cercato di farli rientrare in parte nei documenti Jahvista ed Elohista. Tra gli studiosi c'è chi sostiene che le storie brevi fanno parte ancora del Pentateuco jahvistico. Le storie lunghe invece costituirebbero l'inizio del ciclo di storie relative a Saul, Samuele e Davide. In effetti, i racconti brevi di questa porzione del libro dei Giudici hanno alla base elenchi di “giudici”, canti di vittoria, narrazioni epiche, antiche tradizioni su specifici luoghi di culto, con in parte segni chiari della tradizione orale e di una esistenza autonoma, prima della loro elaborazione e assemblaggio letterario, mentre tra le storie lunghe, quelle di Gedeone e di Sansone, attraverso il tema delle “vocazioni”, sono ricollegate in qualche modo alla vicenda di Saul. Non sempre peraltro la cornice teologica riesce a imprigionare e standardizzare i vari personaggi. Spesso le figure storich non s'adattano al modello redazionale, creando una tensione istruttiva fra interpretazione teologica e realtà storica. Il rispetto che la mano redazionale mostra per le figure storiche è indizio di una visione teologica tipica non solo della scuola deuteronomistica, ma della fede d'Israele in genere: al di là di ogni schematismo e pragmatismo storico, c'è la sovrana libertà di JHWH,artefice di novità. L'interprete biblico non intende dettare a Dio le leggi della storia, bensì interpretare le vicende storiche nella prospettiva della fede in colui che, creatore del mondo e della storia, è anche fautore e difensore della libertà umana, ne rispetta le manifestazioni e fa di essa una componente della storia della salvezza.
3, 7-11. Lo schema redazionale è applicato alla prima figura di giudice in misura massiccia. Il peccato d'Israele (v. 7), la punizione (v. 8), l'invocazione a JHWH (v. 9a), l'intervento di JHWH che suscita un liberatore (v. 9b), appartengono alla cornice teologica e sono espressi con formule ricorrenti, che abbiamo già riscontrato in 2, 11-19. L'elemento nuovo e caratterizzante, al v. 10, è la menzio ne dello «spirito di JHWH», che dà luogo alla manifestazione del carisma. La rûah JHWH, «spirito di Dio» caratterizza il fenomeno della guida carismatica nei primi tempi d'Israele e per il Deuteronomista esprime il modo in cui JHWH effettua la sua salvezza afferrando uomini per farne mediatori della sua opera (qui, Otniel; 11, 29, Iefte; 6,34, Gedeone; 1Sam 11,6, Saul; 14,6.19; 15,14, Sansone). Il suo carattere dinamico è sottolineato dai verbi rapportati a rûab: «venire sopra» (qui; 11, 29; 1Sam 19,20-23), «penetrare» (Gdc 14,6.19; 15,14; 1Sam 10,6.10), «investire» (cfr. 1Cr 12,19; 2Cr 24,20), o anche «piombare» (Ez 11,5). Il “giudice” così chiamato (gli schemi di vocazione più completi si avranno con Gedeone, lefte, Sansone e Saul), “libera” Israele (3, 9, vedi Introduzione), “combattendo” contro il nemico; la conseguenza è la «pace» (il riposo e la tranquillità) nel paese «per quarant'anni» (v. 11, cfr. commento a Gs 21, 40-44).
3,12-30. Il racconto, nel caso di Eud, si fa ben più varo e ricco, e raggiunge punte di grande realismo ed umorismo. Anche in questo caso è facile distinguere le formule teologiche dal resoconto. Nel caso di Eud manca l'investitura carismatica. Scelto e inviato dai connazionali per recare il tributo al re di Moab, di sua iniziativa uccide il re nemico e quindi convoca Israele alla battaglia contro i Moabiti, che vengono sconfitti. La vicenda, che doveva riguardare alcune tribù, è riferita qui a tutto Israele, secondo un procedimento redazionale che si nota per tutti i giudici. Ma qui, oltre ai tratti redazionali, è il racconto in sé che merita attenzione, sotto il profilo narrativo, stilistico e strutturale. L'organizzazione del racconto, le scelte sintattiche e lessicali, i repentini cambiamenti di prospettiva, il dialogo secco e collocato in punti strategici, i giochi di parole, ne fanno un brano tipico della narrativa di invenzione, o di quella storia romanzata in cui il sentimento e il significato degli eventi sono colti concretamente mediante le risorse dell'arte narrativa biblica, con le sue raffinate tecniche e numerose convenzioni. Per limitarci ad alcune osservazioni, sorprende anzitutto l'attenzione ai dettagli sull'uccisione e come qui la descrizione circostanziata dei particolari contribuisca alla comprensione del tutto. Eud è mancino e i guerrieri beniaminiti mancini erano noti per il loro valore, ma nel caso di Eud questa peculiarità è parte della sua strategia, tutta impostata sulla sorpresa: la spada corta, o daga, è appesa al fianco destro ed Eud può così impugnarla e sfilarla facilmente con la mano sinistra. È corta abbastanza per tenerla nascosta sotto il vestito, e lunga quanto serve per risolvere “il problema Eglon” senza doversi avvicinare troppo alla vittima. Ed è a doppio taglio, il che garantisce l'effetto letale di un colpo ben assestato. Eglon è grasso e quindi è obiettivo ancor più facile, quando si alza goffamente dal suo seggio. E dopo averlo colpito, forse Eud lascia la spada immersa nel corpo per evitare che il sangue gli sprizzi addosso, e poter così uscire senza destare sospetto. Il racconto, oltre che circostanziato e ben legato, è fortemente satirico, impostato su un linguaggio che è denso di rime e di allitterazioni. L'autore gioca, tra l'altro, anche su una etimologizzazione implicita del nome di Eglon, che fa pensare all'ebraico egel, vitello (Eglon vitello grasso pronto per la macellazione). La corpulenza di Eglon è segno della sua pesantezza fisica, facilmente vulnerabile, oltreché della sua rozzezza e stupidità regale. Un tratto ironico e drammatico insieme si ha anche nelle due frasi di Eud: «O re, ho una cosa da dirti in segreto» (v. 19), «Ho una parola da dirti da parte di Dio» (v. 20). La “cosa segreta” , nascosta sotto il vestito di Eud, è in effetti la “parola da parte di Dio” (in ebraico il termine è sempre dâbar, che può significare parola, messaggio o cosa), che il liberatore suscitato da JHWH sta per arrecare al re nemico. Un altro tratto di umorismo, questa volta un po' volgare, riguarda i cortigiani che pensano al massiccio monarca che si sta attardando sul pitale, e vengono associati così alla credulità del loro re. L'ottusità del nemico diventa volentieri obiettivo della satira in tempo di guerra. Tale atteggiamento satirico verso il nemico emerge con particolare vividezza nei vv. 24 e 25, in una sintassi che produce mirabilmente le rapide fasi della percezione della situazione da parte dei lenti e ottusi cortigiani: «I servi vennero... videro... aspettarono... presero le chiavi... aprirono». E a questo punto ecco il disinganno: il loro re è steso bocconi al suolo, morto. Qui peraltro la satira, insistendo sulla stupidità dei Moabiti, ha la funzione tematica di mostrare la grossolana impotenza dell'oppressore pagano di fronte al liberatore suscitato da JHWH, il Dio d'Israele. Ed è su questo punto che, in ultima analisi, l'intenzione del narratore originario e del redattore finale s'incontrano.
3,31. Questa figura di “liberatore” è non poco problematica. Il suo nome non è israelitico. Quanto a Anat, si tratta del nome di una ben nota dea ugaritica. Di Samgar parla anche il cantico di Debora (5, 6), in connessione con Giaele, anch'essa non israelita. Samgar combatte contro un gruppo di Filistei con un'arma di fortuna, un «pungolo da buoi». È il primo dei cosiddetti “giudici minori”
(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)
Ci sono soltanto giornate
Ci svegliamo la mattina e la prima cosa che facciamo è dare un’etichetta. “Oggi sarà una giornata di m…” – e il resto lo lasciamo all’immaginazione – oppure “Che bello, oggi mi sento carico!”. Ma se ci fermiamo un attimo a pensarci, forse stiamo solo giocando con illusioni linguistiche: le giornate non nascono né belle né brutte. Sono neutre, come un foglio bianco che non sa ancora cosa scriveremo sopra. A ben vedere, il tempo atmosferico spesso è il capro espiatorio. Se piove: “giornata pessima”. Se c’è il sole: “giornata fantastica”. Eppure, quante persone si sono innamorate sotto l’ombrello? Quanti litigi nascono proprio nelle giornate di sole, quando tutti sembrano felici tranne noi? La verità è che siamo noi a colorare quelle 24 ore. La giornata non è un’entità capace di offendersi o di farci un favore: lei scorre, indifferente. Tocca a noi decidere se sprecarla a brontolare contro il traffico, i colleghi, la connessione Internet che va in tilt, o se investirla per fare almeno una cosa che ci somiglia. Pensiamoci: un giorno “brutto” può diventare memorabile per un incontro casuale. Un giorno “bello” può trasformarsi in un disastro per una telefonata inaspettata. La famosa fortuna e sfortuna non abitano nel calendario: abitano nella nostra testa. Il paradosso è che, più cerchiamo di giudicare subito una giornata, più la incateniamo. Come se mettessimo un cartello alla porta con scritto: “Tu sei buona, tu sei cattiva”. E invece la giornata è un ospite che arriva con le mani in tasca: sarà la nostra conversazione con lei a renderla piacevole o meno. A questo punto qualcuno obietterà: “Ma allora non devo mai lamentarmi?”. Certo che sì, ogni tanto è persino salutare. Guai a chi ci toglie il piacere di un lamento ben fatto! Ma ricordiamoci che lamentarsi è un condimento, non il piatto principale. In fondo, il mondo non ci deve giornate felici su misura. Tocca a noi cucinarcele. Alcune verranno saporite, altre sciape, ma tutte – e qui sta la magia – finiscono per insegnarci qualcosa. Così, la prossima volta che apriremo gli occhi, proviamo a sospendere il giudizio. Non diciamo subito: “Oggi sarà terribile” o “Oggi spacca”. Diciamo semplicemente: “Oggi è”. Il resto lo scopriremo passo passo, magari con un sorriso in tasca. E chissà, forse scopriremo che la bellezza o la bruttezza di una giornata dipendono meno dalle nuvole e più da come decidiamo di guardarle.