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It’s a Cris Ericson weekend for the Pirates!


May 15th

Cris Ericson, candidate for Vermont’s At-Large Congressional District, will be a guest on Talk the Plank! tomorrow at NoonET and again during our Pirate National Committee meeting the next day.

Cris will be pitching her campaign during the podcast appearance and actually seeking out the endorsement during the Sunday meeting.

Cris, a longtime activist for marijuana legalization and tax reform, was pointed in our direction by our friends in the Legal Marijuana Now Party and is one of the driving forces for “Signing Day.”

We look forward to having Cris on! If you wish to support her campaign, or importantly, if you feel you are able to help her collect signatures in Vermont (you do not need to be a Vermont resident!), then do check out her website and help where you can.

As you can tell, she’s way ahead of us on the issue of being a Pirate. She’s always been, as you see!


uspirates.org/its-a-cris-erics…

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Perché gli Stati Uniti dovrebbero adottare un sistema proporzionale


Dopo la sentenza Callais della Corte Suprema, il politologo Lee Drutman sostiene che solo abbandonando i collegi uninominali si può fermare l'escalation tra Repubblicani e Democratici sul ridisegno dei distretti.

Dopo la sentenza Callais con cui la Corte Suprema ha smantellato la Sezione 2 del Voting Rights Act, l'unica soluzione strutturale alla guerra dei gerrymandering è il passaggio a un sistema di rappresentanza proporzionale. A sostenerlo è il politologo Lee Drutman nella sua newsletter. La decisione, presa con sei voti contro tre e redatta dal giudice Samuel Alito, stabilisce che creare distretti a maggioranza di minoranza per rispettare il Voting Rights Act costituisce di per sé un gerrymandering razziale incostituzionale. Combinata con la sentenza Rucho v. Common Cause del 2019, che ha reso legale il gerrymandering partitico, la pronuncia apre la strada a un ridisegno aggressivo delle mappe elettorali in tutto il paese.

La reazione è stata immediata. Diversi Stati a guida repubblicana del Sud, dalla Louisiana al Mississippi, dall'Alabama alla Florida fino alla South Carolina e il Tennesse, stanno già ridisegnando i collegi per ampliare la propria delegazione al Congresso. Secondo le stime di Black Voters Matter Fund e Fair Fight Action, fino a diciannove distretti a maggioranza di minoranza, tutti in mano ai Democratici, potrebbero essere cancellati. I Democratici hanno annunciato una controffensiva in Stati come New York, Illinois, Maryland e Colorado, ma si trovano in una posizione asimmetrica: dipendono dagli elettori afroamericani e dai loro rappresentanti e non possono diluire i distretti delle minoranze senza danneggiare la propria base.

Drutman sostiene che le risposte tradizionali dei Democratici sono inefficaci. Le leggi federali sul diritto di voto, come il John Lewis Voting Rights Advancement Act, anche se fossero approvate verrebbero annullate dalla stessa maggioranza di sei giudici a tre sulla base del Quattordicesimo Emendamento. La via giudiziaria è altrettanto compromessa: Omar Noureldin, vicepresidente di Common Cause, ha riconosciuto che le cause basate sul Voting Rights Act sono ormai quasi impossibili da vincere. La Corte Suprema ha chiuso progressivamente ogni porta con Rucho nel 2019, Brnovich nel 2021 e ora Callais nel 2026. Anche le commissioni indipendenti per il ridisegno dei collegi non risolvono il problema di fondo, perché continuano a operare dentro lo schema dei collegi uninominali.

Il punto, secondo Drutman, è che il sistema elettorale americano è esso stesso la causa della crisi. I collegi uninominali producono matematicamente due soli partiti. Due partiti producono una competizione a somma zero. In una società diversificata, questa competizione degenera in una guerra identitaria in cui l'avversario non è un competitor ma un nemico, ogni elezione diventa esistenziale e la logica della guerra permanente sostituisce quella della mediazione politica. I distretti delle minoranza, inoltre, funzionano solo quando le comunità minoritarie sono abbastanza isolate geograficamente da formare una maggioranza in un singolo collegio, facendo paradossalmente della segregazione una precondizione per la rappresentanza. La sentenza Callais ha strappato questa toppa, ma la toppa, ricorda Drutman, non era mai stata una soluzione.
La matematica della rappresentanza — FocusAmerica

Sentenza Callais · Analisi FocusAmerica

La matematica della rappresentanza:
perché solo la proporzionale risolve la guerra delle mappe


Dopo Callais, ridisegnare i confini non basta più. Il politologo Lee Drutman sostiene che la radice del problema è il collegio uninominale stesso — e che la riforma richiederebbe un solo paragrafo di legge.

Analisi di Lee Drutman · Strength In Numbers Yale Law Journal Forum · NYU Law Review

Voto della Corte
6a3
Sentenza redatta dal giudice Samuel Alito

Per la maggioranza della Corte, creare distretti a maggioranza di minoranza per rispettare il Voting Rights Act costituisce di per sé gerrymandering razziale incostituzionale. Combinata con Rucho 2019 — che ha reso legale il gerrymandering partitico — la pronuncia apre la strada a un ridisegno aggressivo delle mappe.

Esplora l'analisi
I La svolta II 51 vs 49 III Louisiana IV Le vie chiuse

Tre sentenze, una direzione

Come la Corte ha chiuso, una alla volta, ogni porta al Voting Rights Act


In sette anni, la maggioranza conservatrice della Corte Suprema ha smantellato gli strumenti giuridici che proteggevano il diritto di voto delle minoranze.

2019 Rucho v. Common Cause
La Corte dichiara che il gerrymandering partitico non è giudicabile dai tribunali federali. I partiti possono disegnare mappe a proprio vantaggio senza controllo giudiziario.

2021 Brnovich v. DNC
La pronuncia indebolisce la Sezione 2 del Voting Rights Act, alzando l'asticella per dimostrare la discriminazione nelle leggi elettorali statali.

2026 Callais
La Sezione 2 viene di fatto smantellata. Disegnare distretti a maggioranza di minoranza per rispettare il VRA è ora considerato gerrymandering razziale incostituzionale.

L'impatto immediato

19
Distretti a maggioranza di minoranza potenzialmente cancellati nei ridisegni in corso negli Stati a guida repubblicana del Sud — Louisiana, Mississippi, Alabama, Florida, South Carolina, Tennessee.

Stime di Black Voters Matter Fund e Fair Fight Action. Tutti i seggi a rischio sono attualmente in mano ai Democratici.

L'argomento di Drutman

Lo stesso voto, due risultati opposti


Una popolazione divisa quasi a metà produce esiti radicalmente diversi a seconda del sistema elettorale. È qui che si gioca tutta la matematica della rappresentanza.

51% contro 49%
Distribuzione del voto in uno stato da sei seggi

Sistema attuale
Collegi uninominali

51% del voto6 seggi
49% del voto0 seggi

Riforma proposta
Sistema proporzionale

51% del voto3 seggi
49% del voto3 seggi

In un collegio uninominale il 51 batte il 49 e vince tutto. In un collegio plurinominale la rappresentanza segue il peso effettivo del voto — e il gerrymandering diventa matematicamente inutile.

Il caso Louisiana

Quando la proporzionale rende automatica la rappresentanza


In uno Stato dove gli afroamericani sono circa un terzo della popolazione, il sistema proporzionale garantirebbe due seggi su sei senza bisogno di disegnare confini né di ricorrere ai tribunali.

Louisiana
2su6
Seggi spettanti a candidati scelti dagli elettori afroamericani, in proporzione al loro peso demografico — circa il 33% della popolazione

Distribuzione proporzionale dei sei seggi

1
2
3
4
5
6

Seggi minoranza afroamericana
Altri seggi (rappresentanza proporzionale)

La proporzionale a livello federale

89%
della Camera vive in Stati con almeno 5 seggi: la proporzionalità è quasi perfetta

96%
della Camera vive in Stati con almeno 3 seggi: la proporzionalità è già significativa

Le risposte tradizionali

Perché tutte le altre strade sono compromesse


Drutman analizza una a una le opzioni a disposizione dei Democratici. Nessuna, scrive, risolve il problema strutturale.

Riforma federale del Voting Rights Act Bloccata
Il John Lewis Voting Rights Advancement Act, anche se approvato, verrebbe annullato dalla stessa maggioranza 6-3 sulla base del Quattordicesimo Emendamento.

Cause giudiziarie sulla Sezione 2 Bloccata
Omar Noureldin, vicepresidente di Common Cause, ammette: le cause basate sul Voting Rights Act sono ormai quasi impossibili da vincere.

Controffensiva nelle mappe blu Asimmetrica
In New York, Illinois, Maryland e Colorado i Democratici non possono diluire i distretti delle minoranze senza danneggiare la propria base elettorale.

Commissioni indipendenti di redistricting Insufficiente
Operano ancora dentro lo schema dei collegi uninominali: non risolvono il problema di fondo, riducono solo l'arbitrio nel disegno.

Sistema proporzionale Aperta
Non richiede emendamento costituzionale né approvazione della Corte: basta modificare un solo paragrafo dello Uniform Congressional District Act del 1967.

La soluzione legislativa
Una legge di un solo paragrafo

Lo Uniform Congressional District Act del 1967 impone i collegi uninominali in poche righe. Modificarlo basterebbe ad autorizzare distretti plurinominali con sistemi proporzionali. Il deputato Jamie Raskin è l'unico parlamentare ad averlo chiesto esplicitamente nelle ventiquattro ore successive a Callais.

Fonti Lee Drutman / Strength In Numbers · Yale Law Journal Forum (Charles, Fuentes-Rohwer, Latner, Algara) · NYU Law Review · Stime Black Voters Matter Fund e Fair Fight Action. Analisi del novembre 2026.

La proposta è eleggere intere delegazioni statali in modo proporzionale. I partiti presentano liste di candidati, gli elettori scelgono, i seggi vengono assegnati in proporzione ai voti ricevuti. Applicato alla Louisiana, dove gli afroamericani sono circa un terzo della popolazione, il sistema garantirebbe automaticamente due seggi su sei a candidati scelti dagli elettori neri, senza bisogno di disegnare confini né di contenziosi giudiziari. In un collegio uninominale, il 51 per cento batte il 49 e vince tutto, mentre il 49 per cento non ottiene nulla. In un collegio plurinominale da sei seggi, il 51 ottiene tre seggi e il 49 ne ottiene tre. Tutti sono rappresentati in proporzione al proprio peso elettorale. Più ampio è il collegio, più proporzionale è il risultato: gli Stati con almeno cinque seggi rappresentano l'89 per cento della Camera, quelli con almeno tre il 96 per cento.

Il sistema proporzionale, scrive Drutman, rende il gerrymandering inutile: non si può impacchettare o disperdere il voto di una minoranza quando ogni collegio elegge più rappresentanti in proporzione ai voti. Stephanopoulos, citato direttamente nell'analisi, sottolinea che la rappresentanza proporzionale è intrinsecamente neutra rispetto all'etnia, in alcune forme non richiede nemmeno distretti, e tende a produrre una rappresentanza delle minoranze superiore a quella garantita dai collegi uninominali. Charles, Fuentes-Rohwer, Latner e Algara, in un saggio pubblicato sullo Yale Law Journal Forum, sostengono che un sistema proporzionale aggira le obiezioni costituzionali della Corte perché riduce al minimo il ruolo dello Stato nel dividere gli elettori per etnia, lasciando ai cittadini la possibilità di aggregarsi secondo le identità che ritengono rilevanti. Drutman aggiunge, riprendendo un suo studio pubblicato sulla NYU Law Review, che le democrazie con sistemi proporzionali gestiscono meglio la diversità etnica e razziale rispetto a quelle maggioritarie.

Oltre alla questione della rappresentanza delle minoranze, la proporzionale spezzerebbe il bipartitismo forzato che alimenta la polarizzazione. Più partiti possono ottenere seggi, la costruzione di coalizioni sostituisce la competizione a somma zero, alleanze trasversali diventano possibili, e nessun partito ha il monopolio dell'opposizione. La posta in gioco di ogni singola elezione diminuisce. Per le elezioni a vincitore unico, come quelle per il Senato e per i governatori, Drutman propone come complemento il fusion voting, che consente a nuovi partiti di sostenere candidati già presentati da altre formazioni, ampliando le scelte degli elettori senza disperdere i voti.

La riforma non richiede un emendamento costituzionale né l'approvazione della Corte Suprema. Basterebbe modificare lo Uniform Congressional District Act del 1967, una legge di un solo paragrafo che impone i collegi uninominali. Il deputato Jamie Raskin, membro più anziano della minoranza nella commissione Giustizia della Camera, ha chiesto il giorno stesso della sentenza Callais che il Congresso autorizzi distretti plurinominali con sistemi proporzionali, unico esponente parlamentare ad aver indicato esplicitamente questa via nelle ventiquattro ore successive alla decisione. Drutman conclude osservando che una maggioranza degli americani dice già di volere più di due partiti e un cambiamento profondo del sistema politico e che il passaggio alla proporzionale, prima o poi, avverrà.

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C'è un riso che semina il panico. Questo perché è geneticamente modificato, frutto della ricerca pubblica italiana. E il fatto che in Italia si rischi una multa per distribuirlo, o che i campi vengano distrutti in nome di una falsa ecologia, la dice lunga su dove siamo arrivati.

Qui: substack.com/@marcocappato

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Gli Stati Uniti dicono di non aver quasi ucciso civili in Iran


Davanti al Senato il capo del Comando centrale degli Stati Uniti ha ammesso un solo bombardamento contro civili. Le organizzazioni umanitarie parlano di almeno 1.700 morti e 300 eventi documentati.

L'ammiraglio Brad Cooper, responsabile delle operazioni militari americane in Iran, ha dichiarato giovedì davanti al Senato che il bombardamento della scuola elementare Shajarah Tayyebeh, avvenuto il 28 febbraio e costato la vita a 175 persone secondo le autorità di Teheran, potrebbe essere l'unico episodio che ha causato vittime civili in una campagna militare costituita da oltre 13.600 raid.

Le Forze Armate americane non hanno ancora assunto formalmente la responsabilità dell'attacco, che secondo Cooper resta sotto indagine. All'inizio di marzo una indagine preliminare aveva però indicato un errore di puntamento: gli Stati Uniti intendevano colpire una base iraniana adiacente alla scuola. Non è chiaro perché, a più di due mesi di distanza, il Pentagono non abbia ancora riconosciuto pubblicamente l'apparente errore.

Da parte sua, Cooper ha promesso trasparenza e la pubblicazione dei risultati dell'indagine. Ha anche detto ai senatori che il suo staff aveva agito in modo preventivo, avvertendo i civili iraniani più di cento volte del rischio di essere usati come scudi umani.

I dati che il Pentagono dice di non poter confermare


La testimonianza ha suscitato forte scetticismo all'interno della Commissione Forze armate del Senato e dure critiche da parte delle organizzazioni che monitorano le vittime civili nei conflitti. Cooper ha riconosciuto che il suo staff non ha indagato sugli altri incidenti documentati dalla stampa e dai gruppi per i diritti umani, pur definendo la prevenzione delle morti civili una questione a cui tiene personalmente.

Da parte sua, il New York Times ha verificato l'esistenza di danni causati dalla campagna militare americana ad almeno 22 scuole e 17 strutture sanitarie iraniane. La Mezzaluna Rossa iraniana, principale organizzazione umanitaria del Paese, ha riferito il 2 aprile che almeno 763 scuole e 316 strutture sanitarie sono state danneggiate o distrutte nel conflitto. La Human Rights Activists News Agency stima in almeno 1.700 le vittime civili iraniane del conflitto.
Un solo caso su 13.600 raid — FocusAmerica

Iran · Vittime civili

Un solo caso di vittime civili in 13.600 raid: la versione del Pentagono e i dati che la contraddicono


L'ammiraglio Brad Cooper, responsabile delle operazioni militari Usa in Iran, ha detto al Senato che la scuola Shajarah Tayyebeh — 175 morti il 28 febbraio secondo Teheran — potrebbe essere l'unico episodio con vittime civili dell'intera campagna. Organizzazioni, stampa e Mezzaluna Rossa documentano invece numeri molto più alti.

Audizione Commissione Forze armate · Senato Usa

La discrepanza

Caso ammesso
1
Episodio sotto indagine — il bombardamento della scuola Shajarah Tayyebeh

su

Raid totali
13.600
Operazioni militari americane condotte contro l'Iran durante il conflitto

Airwars ha documentato almeno 300 episodi con vittime civili in Iran

Esplora i dettagli
1 Le due contabilitàContabilità 2 La squadra ridottaSquadra 3 CronologiaCronologia

Pentagono vs fonti indipendenti

Cosa riconosce Washington, cosa documentano stampa e ONG


Cooper ha riconosciuto che il suo staff non ha indagato sugli altri incidenti segnalati. New York Times, Mezzaluna Rossa iraniana e HRANA forniscono numeri di ordine di grandezza ben diverso.

Pentagono
Fonti indipendenti

1
Episodio sotto indagine

Episodi con vittime civili

300+
Airwars — molti legati a bombe di grosso calibro in aree popolate

n.d.
Cooper: nessun modo per confermare i dati pubblici

Scuole colpite

22
Verificate dal New York Times · 763 secondo la Mezzaluna Rossa

n.d.
Non indagate dal Comando Centrale

Strutture sanitarie

17
Verificate dal NYT · 316 secondo la Mezzaluna Rossa

175
Vittime nel singolo caso ammesso, secondo Teheran

Vittime civili totali

1.700+
Stima HRANA — Human Rights Activists News Agency

Cooper davanti al Senato: i dati pubblicamente disponibili su scuole e ospedali colpiti non possono essere confermati e al momento non ci sono indicazioni in tal senso.

Chi monitora le morti civili

Il team del Comando Centrale passato da dieci ufficiali a uno solo


Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha eliminato decine di posizioni dedicate al monitoraggio delle morti civili. La maggior parte lavorava nel Civilian Harm Mitigation Response, ufficio creato dal suo predecessore Lloyd J. Austin III.

Un anno fa

10
Ufficiali dedicati

Oggi

1
Ufficiale dedicato

La squadra dedicata alle vittime civili presso il Comando Centrale è stata riassegnata. Alcune indagini sono passate a un gruppo ridotto al minimo che lavora dal Pentagono, secondo funzionari militari citati dal New York Times.

100+
Avvertimenti dati ai civili iraniani, secondo Cooper, sul rischio di essere usati come scudi umani

0
Impegni assunti da Cooper sul reintegro del personale rimosso, in attesa dell'esito dell'indagine

Cronologia

Dal raid sulla scuola all'audizione al Senato


Tocca un evento per i dettagli.

28 Febbraio
Bombardamento della scuola elementare Shajarah Tayyebeh. Secondo le autorità di Teheran, ha causato 175 morti.

Le Forze Armate americane non hanno ancora assunto formalmente la responsabilità dell'attacco, che resta sotto indagine.

Inizio marzo
Una indagine preliminare indica un errore di puntamento: gli Stati Uniti intendevano colpire una base iraniana adiacente alla scuola.

Più di due mesi dopo, il Pentagono non ha ancora riconosciuto pubblicamente l'apparente errore.

2 Aprile
La Mezzaluna Rossa iraniana riferisce di 763 scuole e 316 strutture sanitarie danneggiate o distrutte nel conflitto.

Il New York Times verifica in maniera autonoma l'esistenza di danni ad almeno 22 scuole e 17 strutture sanitarie.

Audizione
Cooper davanti al Senato: il caso della scuola "potrebbe essere l'unico" episodio di vittime civili dell'intera campagna.

Forte scetticismo della Commissione Forze armate. La senatrice democratica Gillibrand contesta la versione del Pentagono. Il senatore democratico Kelly chiede senza successo l'impegno a reintegrare il personale rimosso.

Sostenere che Washington stia esaminando un solo episodio è palesemente assurdo, vista la quantità di segnalazioni disponibili.

Annie Shiel — Center for Civilians in Conflict

Fonti New York Times · Airwars · Mezzaluna Rossa iraniana · HRANA (Human Rights Activists News Agency) · Center for Civilians in Conflict · Audizione Commissione Forze armate Senato Usa. Elaborazione FocusAmerica · Maggio 2026

Interrogato dalla senatrice democratica Kirsten Gillibrand sui dati pubblicamente disponibili relativi a scuole e ospedali colpiti, Cooper ha risposto che non esiste alcun modo per confermare quelle informazioni e che, al momento, non ci sono indicazioni in tal senso. Emily Tripp, direttrice esecutiva di Airwars, organizzazione britannica non profit che documenta le vittime civili nei conflitti, ha definito "ridicola" al New York Times questa posizione. Airwars ha documentato almeno 300 episodi con vittime civili in Iran, molti dei quali legati allo sgancio di bombe di grosso calibro in aree densamente popolate. Secondo Tripp, il Pentagono dispone sia del personale sia delle infrastrutture necessarie per svolgere indagini credibili.

Annie Shiel, direttrice per gli Stati Uniti del Center for Civilians in Conflict, ha invece ricordato che la politica del Pentagono prevede una indagine preliminare di ogni segnalazione di vittime civili per verificare se le forze americane fossero attive nell'area. Sostenere che Washington stia esaminando un solo episodio è, secondo Shiel, "palesemente assurdo", vista la quantità di segnalazioni disponibili.

Il team che si occupa di vittime civili ridotto a un solo ufficiale


Il portavoce del Comando Centrale, il capitano Tim Hawkins, ha detto che saranno condotte altre indagini preliminari su possibili episodi di vittime civili, senza però fornire dettagli, mentre il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha eliminato decine di posizioni, all'interno del Pentagono e dei principali comandi militari americani, dedicate proprio al monitoraggio delle morti civili. Gran parte di quelle figure lavorava nel Civilian Harm Mitigation Response, l'ufficio creato dal predecessore di Hegseth, Lloyd J. Austin III.

Cooper ha rivelato che il team incaricato di analizzare le vittime civili presso il Comando Centrale è passato, nell'ultimo anno, da 10 ufficiali a uno solo. La maggior parte del personale è stata riassegnata ad altri incarichi e, secondo l'ammiraglio, continua comunque a contribuire alla prevenzione delle morti civili. Dalla testimonianza, però, non è emerso con chiarezza quale sia oggi questo ruolo. Secondo funzionari militari citati dal New York Times a condizione di anonimato, alcune indagini prima gestite dal Comando sono state trasferite a un gruppo ridotto al minimo che lavora dal Pentagono.

William H. McRaven, ammiraglio in pensione ed ex comandante dello United States Special Operations Command, ha detto al New York Times che "era piuttosto evidente fin dall'inizio" che gli Stati Uniti fossero probabilmente responsabili dell'attacco alla scuola. McRaven ha aggiunto che i tempi dell'indagine gli sembrano più lunghi del previsto.

Durante l'audizione in aula, il senatore democratico Mark Kelly, ex membro delle Forze Armate, ha chiesto a Cooper se, qualora l'inchiesta confermasse un errore nel processo di puntamento, fosse disposto a reintegrare parte del personale rimosso dalla squadra incaricata di prevenire e valutare le vittime civili. L'ammiraglio ha però evitato di assumere impegni: ha definito la domanda "ipotetica" e ha risposto che ogni decisione dovrà attendere l'esito dell'indagine.

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Vance porta in Maine la campagna anti-frode di Trump


Il vicepresidente ha scelto Bangor per il primo evento dedicato esclusivamente alla lotta alle frodi nei programmi pubblici, sostenendo il candidato repubblicano Paul LePage in vista delle elezioni di metà mandato.
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Il vicepresidente JD Vance ha portato in Maine la campagna contro le frodi nei programmi federali, attaccando la governatrice democratica Janet Mills e sostenendo l'ex governatore repubblicano Paul LePage, candidato per un seggio alla Camera dei rappresentanti. L'appuntamento si è svolto giovedì 14 maggio in un hangar dell'aeroporto internazionale di Bangor, davanti a qualche centinaio di persone, e ha rappresentato la prima tappa di Vance espressamente dedicata al tema delle frodi, dopo settimane di interventi a sostegno di candidati repubblicani incentrati sull'economia.

Vance, definito dal presidente Donald Trump "fraud czar" alla guida della task force anti-frode dell'amministrazione, ha dichiarato che il Maine sarebbe "forse il medagliato di bronzo" per le frodi negli Stati Uniti, dietro solo a Minnesota e California. Ha accusato Mills e l'ex presidente Joe Biden dell'aumento dei casi nello Stato, sostenendo che le truffe sono proliferate perché LePage non è più governatore. "Cacciamo via Janet Mills e mandiamo Paul LePage a Washington per aiutarci a combattere i truffatori e proteggervi tutti", ha detto Vance alla folla.

La visita si inserisce in una strategia più ampia dell'amministrazione, che questa settimana ha inviato lettere ai procuratori generali di tutti gli Stati avvertendo che i finanziamenti federali del Medicaid, il programma sanitario per le persone a basso reddito, saranno revocati se gli Stati non collaboreranno con le iniziative federali contro frodi e sprechi. Vance ha spiegato che il governo non anticiperà più i fondi per poi cercare le irregolarità a posteriori, ma renderà i pagamenti condizionati all'impegno degli Stati nel contrasto alle frodi. Ha citato l'uso di filtri e programmi di intelligenza artificiale per individuare le truffe e verificare il diritto a ricevere i benefici.
Vicepresident
Il vicepresidente ha fatto riferimento a un audit federale pubblicato a gennaio, secondo cui il Maine avrebbe effettuato almeno 45,6 milioni di dollari in pagamenti Medicaid impropri per servizi destinati a bambini con diagnosi di autismo. Ha anche menzionato un caso che ha coinvolto il fornitore di servizi sanitari Bright Future Healthier You di Lewiston, finito in un procedimento penale federale per uno schema che avrebbe usato fondi Medicaid per commettere frode fiscale. Secondo quanto riportato dal Bangor Daily News, Rakiya Mohamed, di Auburn, si è dichiarata colpevole di aver presentato una dichiarazione dei redditi falsa e di aver ostacolato l'applicazione delle leggi fiscali federali.

Già a inizio anno l'amministratore dei Centers for Medicare and Medicaid Services, Mehmet Oz, aveva chiesto azioni correttive sulle presunte frodi nei programmi sanitari del Maine, una richiesta che Mills aveva definito un "attacco politico". Finora l'amministrazione ha bloccato 1,3 miliardi di dollari di pagamenti federali Medicaid alla California e 259 milioni al Minnesota.

Mills ha replicato con un comunicato in cui ha respinto le accuse, ricordando il proprio operato. "Come procuratore distrettuale, procuratore generale e governatrice ho sempre contrastato le frodi, spesso lavorando fianco a fianco con il governo federale", ha scritto. Ha aggiunto che la sua amministrazione ha introdotto requisiti di licenza per molti fornitori di servizi Medicaid, in alcuni casi per la prima volta, e che lo Stato ha fornito una risposta dettagliata quando i Centers for Medicare and Medicaid Services hanno chiesto informazioni sulle procedure anti-frode. Mills ha definito le parole di Vance un tentativo di distrarre dai fallimenti dell'amministrazione Trump, dalla "guerra senza fine in Iran" e dall'incapacità di contenere i costi, compresi i prezzi alti della benzina che pesano sulle famiglie e sulle imprese del Maine.

Il contesto economico è centrale per leggere l'iniziativa. La guerra con l'Iran ha spinto l'inflazione al livello più alto degli ultimi tre anni, mentre la Casa Bianca chiede ai contribuenti uno stanziamento senza precedenti di 1.500 miliardi di dollari per il Pentagono. All'inizio della settimana Trump aveva dichiarato che le questioni economiche non lo preoccupavano "nemmeno un po'" mentre prosegue il conflitto in Iran. I democratici hanno descritto la trasferta di Vance come un'operazione politica per spostare l'attenzione dal costo della vita.

Vance ha colto l'occasione anche per tendere un ramoscello d'ulivo alla senatrice repubblicana Susan Collins, una delle voci più critiche dell'amministrazione all'interno del partito, che questa settimana ha votato con i democratici per limitare i poteri di guerra di Trump. A gennaio Trump aveva attaccato Collins e altri senatori repubblicani che si erano opposti a un suo intervento in Venezuela, dicendo che "non dovrebbero più essere eletti". Vance ha scelto un tono diverso. "A volte mi frustra Susan Collins, vorrei quasi che fosse più di parte", ha detto, aggiungendo che proprio la sua indipendenza la rende adatta al Maine, uno Stato indipendente. Collins, assente perché impegnata in votazioni al Senato secondo la sua portavoce, affronta una sfida difficile contro il candidato democratico progressista Graham Platner, in una corsa che potrebbe pesare sugli equilibri del Senato.

Il Secondo distretto congressuale del Maine, che comprende Bangor, è uno dei terreni di scontro più contesi. Lo Stato ha sostenuto i candidati democratici alle presidenziali dal 1992, ma Trump ha vinto in questo distretto nelle ultime tre elezioni, conquistando uno dei quattro voti elettorali del Maine. Il seggio alla Camera, occupato dal democratico Jared Golden dal 2019, è in palio dopo che Golden ha annunciato di non ricandidarsi. LePage è il favorito tra i repubblicani e nel suo intervento prima di Vance ha promesso una nuova stretta contro le frodi nei programmi di assistenza sociale. Vance lo ha definito "il più grande difensore dei vostri soldi e la più grande minaccia ai truffatori mai esistita nel Maine".

Mills non potrà ricandidarsi alla guida dello Stato per il limite dei mandati e si è recentemente ritirata dalle primarie democratiche per il Senato, lasciando di fatto la nomination a Platner. Per la corsa a governatore sono in lizza sette repubblicani, cinque democratici e diversi indipendenti. Vance ha notato la presenza di alcuni candidati alla manifestazione, ma ha rifiutato di appoggiarne uno quando interpellato da un giornalista. Il voto anticipato per le primarie del Maine del 9 giugno è già iniziato.

L'evento ha attirato anche manifestanti. Alcune decine di persone si sono radunate davanti all'aeroporto con cartelli contro Vance e l'amministrazione Trump, uno dei quali raffigurava una grande caricatura della testa del vicepresidente diventata un meme popolare. Nirav Shah, ex direttore del Maine Center for Disease Control and Prevention e candidato a governatore, ha criticato in una mail a sostenitori e media il bilancio che Vance porta nello Stato mentre i costi di beni essenziali come il gasolio da riscaldamento e la benzina aumentano. Il Maine Center for Economic Policy, un gruppo di orientamento progressista, ha definito inaccurate le ricostruzioni dell'amministrazione sui programmi sociali dello Stato, affermando che le frodi vanno sempre indagate e fermate ma che gli abitanti del Maine "meritano fatti, non allarmismi politici" che mettano a rischio la sanità di centinaia di migliaia di persone.

La trasferta in Maine è l'ultima di una serie di visite di Vance in Stati chiave in vista di una possibile candidatura presidenziale nel 2028, dopo le tappe in Iowa, Michigan, North Carolina e Arizona. Il vicepresidente sostiene di concentrarsi solo sul presente, ma il tema delle frodi appare destinato a diventare un asse portante della sua comunicazione politica, una leva con cui i repubblicani cercano di rilanciarsi alle elezioni di metà mandato di novembre mentre il messaggio economico dell'amministrazione resta offuscato dai costi crescenti della guerra in Iran.

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Trump rilancia il mito della frontiera tra Marte, Groenland e intelligenza artificiale


Il presidente americano riprende un'idea fondativa degli Stati Uniti per giustificare ambizioni territoriali, conquiste spaziali e la corsa all'AI, secondo un'analisi del quotidiano francese Le Monde.

Donald Trump sta cercando di riappropriarsi del mito della frontiera, uno dei pilastri identitari degli Stati Uniti, per dare un senso al suo secondo mandato. Lo sostiene Arnaud Leparmentier, corrispondente da San Francisco di Le Monde, in un'analisi che traccia un parallelo tra le ambizioni territoriali e tecnologiche dell'attuale amministrazione e l'epopea dei pionieri ottocenteschi.

Secondo il quotidiano francese, esistono oggi due Americhe sotto la presidenza Trump. Una mina il vecchio ordine mondiale, minaccia lo stato di diritto e semina caos sul pianeta. L'altra avanza moltiplicando le imprese: quattro astronauti, di cui tre americani, hanno compiuto il giro della Luna spingendosi più lontano di qualsiasi essere umano prima d'ora; il Pentagono ha condotto una missione di salvataggio di un pilota abbattuto nei cieli dell'Iran e ha organizzato il rapimento del presidente venezuelano Nicolás Maduro. Parallelamente avanza la rivoluzione dell'intelligenza artificiale, trainata dai magnati della tecnologia come Mark Zuckerberg, che punta a creare la superintelligenza, e dal giovane imprenditore Sam Rodriques, fondatore della start-up Edison Scientific, che ambisce a guarire tutte le malattie.

Il presidente ha esplicitato questa visione già nel discorso inaugurale del 20 gennaio 2025 sotto la rotonda del Campidoglio. "Gli americani sono esploratori, costruttori, innovatori, imprenditori e pionieri. Lo spirito della frontiera è inscritto nei nostri cuori", aveva dichiarato Trump, annunciando l'intenzione di proseguire il "destino manifesto" verso le stelle inviando astronauti americani a piantare la bandiera a stelle e strisce su Marte. L'espressione "destino manifesto" risale al diciannovesimo secolo e indicava la conquista del continente fino al Pacifico come una missione assegnata da Dio. La retorica trumpiana, osserva Le Monde, ha tonalità neo-imperialiste, richiama la dottrina Monroe che faceva delle Americhe il territorio esclusivo degli Stati Uniti e si traduce nelle rivendicazioni territoriali su Canada, Groenland e Panama.
La nuova frontiera di Trump — FocusAmerica

Trump II · Analisi

Il destino manifesto secondo Donald Trump


Il secondo mandato di Trump si presenta come una riscrittura del mito della frontiera: dal territorio fisico dell'Ottocento alla corsa allo spazio e all'intelligenza artificiale. Una analisi storica.

Da un'analisi di Le Monde Con Greg Grandin · Yale

Due mandati, due Americhe diverse

Primo mandato
2017—2021
"America First"
Chiusura, muro al confine col Messico, rottura con un Paese precedentemente segnato da guerre senza fine e dalla recessione del 2008.

Secondo mandato
dal 2025
"Destino manifesto"
Espansionismo e offensive militari, rivendicazioni territoriali su Canada, Groenlandia e Panama, ambizioni su Marte.

Esplora l'analisi
I Le frontiere II Due mandati III I nuovi fronti IV Le voci

Capitolo I

Due secoli di frontiere da superare


Secondo lo storico Greg Grandin, ogni fase della storia americana ha avuto la propria frontiera: territorio, guerra, scienza, spazio. Tocca un'epoca per leggerne i dettagli.

1809
Madison

L'immensità del territorio come antidoto alla corruzione

James Madison, quarto presidente e tra i principali redattori della Costituzione, ribaltò Montesquieu sostenendo che proprio l'immensità del territorio americano avrebbe permesso di diluire i rischi di corruzione tipici degli imperi. Il mito della frontiera diventa una questione di sopravvivenza per la giovane Repubblica.

1829
Jackson, Polk

L'espansione verso ovest, costruita sulla rimozione dei nativi

Andrew Jackson, primo presidente populista della storia americana e modello dichiarato di Trump, impose la deportazione brutale dei nativi americani. Con James Polk (1845-1849), l'espansione si spinse poi a spese del Messico. La frontiera funzionò così come "valvola di sicurezza": un modo per spostare verso ovest le tensioni sociali, le rivendicazioni operaie e il conflitto irrisolto sulla schiavitù.

1893
Turner

Il mito della frontiera prende forma all'Expo di Chicago

Lo storico Frederick Jackson Turner presenta la sua tesi sul ruolo della frontiera nella storia americana, trasformando il colono bianco e libero in figura centrale dell'identità nazionale. Proprio mentre la frontiera materiale si chiude, con la fine delle guerre indiane, nasce il mito destinato a diventare fondativo.

1898
Cuba, Filippine

La guerra come nuova frontiera

Conquista di Cuba e delle Filippine in nome della decolonizzazione. Il conflitto, scrive Grandin, trasforma la causa perduta della Confederazione in una battaglia per la libertà. Da qui in poi la guerra svolgerà a lungo il ruolo di frontiera per placare le tensioni interne.

1932
Grande Depressione

La trappola: una nazione senza più terre da conquistare

Esaurita la frontiera continentale, l'America si ritrova davanti a un limite nuovo: negli anni Trenta non c'è più un Ovest da aprire alla colonizzazione, né uno spazio interno su cui scaricare crisi sociali e tensioni economiche. "Per tradizione, al sopraggiungere di una crisi, una nuova porzione di territorio veniva aperta a Occidente; e persino la nostra temporanea sfortuna serviva il nostro destino manifesto." — FDR, settembre 1932

1961
Kennedy

La "Nuova Frontiera": diritti civili e conquista dello spazio

Dopo Truman, che dal 1945 aveva trasformato scienza e tecnologia in nuovi orizzonti nazionali, Kennedy rilancia con la "Nuova Frontiera": diritti civili, modernizzazione e corsa allo spazio. Per Grandin, "non c'è stato un solo progresso liberale negli Stati Uniti che non sia stato comprato o fondato sull'espansione".

1970
Vietnam

Il sistema delle frontiere si incrina

Il ritorno dei veterani dal Vietnam, e poi dalle guerre del Golfo tra anni Novanta e Duemila, incrina il meccanismo. La guerra non funziona più come valvola di sfogo simbolica né come promessa di rigenerazione nazionale. "Il fallimento morale ha annientato la possibilità di usare la guerra come sfogo", conclude Grandin. È in quel vuoto che Trump prova a inserirsi.

2025-2026
Trump II

"Lo spirito della frontiera è scritto nei nostri cuori"

Nel discorso inaugurale del 20 gennaio, Trump riprende il lessico del destino manifesto e promette di portarlo oltre la Terra, inviando astronauti americani a piantare la bandiera su Marte. Una retorica che, osserva Le Monde, assume toni neo-imperiali e richiama la logica della dottrina Monroe.

Capitolo II

Dalla chiusura alla nuova espansione


Il primo mandato di Trump fu dominato da un'ossessione difensiva: muri, confini, protezionismo. Il secondo si muove invece su un terreno più offensivo, dentro un'economia ridisegnata dall'intelligenza artificiale e dalla corsa al controllo delle nuove frontiere tecnologiche.

Trump I
America First
2017—2021

Trump II
Destino manifesto
dal 2025

Postura
Chiusura e difesa
Espansione e offensiva

Frontiera
Muro col Messico
Spazio, IA, Artico

Contesto
Eredità recessione 2008, deindustrializzazione
Economia risollevata, rivoluzione IA

Alleati
Rust Belt, classi operaie bianche
Titani della big tech schierati col presidente

Territorio
Difesa del confine sud
Rivendicazioni territoriali su Canada, Groenlandia, Panama

Capitolo III

Dove l'Amministrazione Trump cerca la nuova frontiera


La seconda America di Trump prova a rilanciare il mito dell'espansione moltiplicando le imprese. 4 fronti dichiarati, diversi tra loro ma uniti dalla stessa narrazione: spostare ancora più avanti il limite del potere americano.

1

Frontiera spaziale
Marte e la circumnavigazione lunare
"Inviare astronauti a piantare la bandiera"

4 astronauti, di cui 3 americani, hanno compiuto il giro della Luna spingendosi più lontano di qualsiasi essere umano prima d'ora. Nel discorso inaugurale del 20 gennaio 2025, Trump ha annunciato anche l'intenzione di inviare astronauti a piantare la bandiera a stelle e strisce su Marte.

2

Frontiera tecnologica
Intelligenza artificiale e superintelligenza
Garantire la supremazia americana sul mondo

La nuova corsa è trainata dai magnati della tecnologia: la Silicon Valley punta alla superintelligenza artificiale, mentre il giovane imprenditore Sam Rodriques, fondatore della start-up Edison Scientific, promette di accelerare la medicina fino all'obiettivo estremo di curare tutte le malattie. Una rivoluzione dagli esiti ancora imprevedibili, e potenzialmente destabilizzanti.

3

Frontiera territoriale
Canada, Groenlandia, Panama
Il ritorno della dottrina Monroe

La retorica trumpiana, osserva Le Monde, ha tonalità neo-imperialiste. Richiama la dottrina Monroe che faceva delle Americhe il territorio esclusivo degli Stati Uniti e si traduce nelle rivendicazioni territoriali su almeno 3 Paesi.

4

Frontiera operativa
Operazioni militari ad alto rischio
Imprese spettacolari come narrazione

Il Pentagono ha condotto una missione di salvataggio di un pilota abbattuto nei cieli dell'Iran e ha organizzato il rapimento del presidente venezuelano Nicolás Maduro. Imprese ad altissimo profilo che si inseriscono nel registro mitologico del "fare l'impossibile".

Capitolo IV

Da Roosevelt a Grandin, come si è raccontata la frontiera


5 voci che attraversano un secolo di retorica americana sulla questione dell'espansione territoriale.


Gli americani sono esploratori, costruttori, innovatori, imprenditori e pionieri. Lo spirito della frontiera è inscritto nei nostri cuori.
Donald Trump Discorso inaugurale, 20 gennaio 2025


Tradizionalmente, quando arrivava una depressione, una nuova porzione di terre veniva aperta nell'Ovest e la nostra sfortuna temporanea serviva il nostro destino manifesto.
Franklin D. Roosevelt Settembre 1932


Credevamo che le risorse del nostro Paese fossero senza limiti.
Jimmy Carter Discorso sul malaise, 1979


Non c'è stato un solo progresso negli Stati Uniti che non sia stato comprato o fondato sull'espansione.
Greg Grandin Storico, Yale University


Il fallimento morale ha annientato la possibilità di usare la guerra come sfogo.
Greg Grandin Sul dopo-Vietnam e dopo-Iraq

Fonti

Elaborazione FocusAmerica su analisi di Arnaud Leparmentier per Le Monde, con intervista a Greg Grandin (Yale University, autore di The End of the Myth, Metropolitan Books, 2019).

Si tratta di un cambio netto rispetto al primo mandato, segnato dall'ossessione per il muro al confine con il Messico, dalla chiusura e dallo slogan "America First" in un paese traumatizzato dalle guerre senza fine e dalla grande recessione del 2008. Il secondo mandato si sviluppa invece in un contesto più offensivo, con un'economia risollevata e trasformata dall'intelligenza artificiale. Non è più l'America della Rust Belt, la cintura della ruggine degli stati deindustrializzati che va dal Wisconsin alla costa atlantica, ma quella dei titani della tecnologia schierati con Trump, per i quali nulla è impossibile.

Per inquadrare il fenomeno, Le Monde intervista lo storico Greg Grandin, professore all'università Yale e autore del saggio The End of the Myth pubblicato da Metropolitan Books nel 2019. Grandin spiega come il mito della frontiera sia fondativo dell'identità americana e abbia rappresentato una questione di sopravvivenza per la giovane repubblica. James Madison, uno dei principali redattori della Costituzione e quarto presidente degli Stati Uniti dal 1809 al 1817, ribaltò la tesi di Montesquieu sostenendo che proprio l'immensità del territorio americano avrebbe permesso di diluire i rischi della corruzione tipici degli imperi.

La frontiera ha funzionato come "valvola di sicurezza", secondo l'espressione utilizzata dallo storico nell'intervista al quotidiano francese, permettendo di esportare al di là delle tredici colonie storiche i problemi più gravi: le rivendicazioni operaie che in Europa scatenavano rivoluzioni e la questione della schiavitù. Tutto questo avvenne a spese dei nativi, deportati brutalmente da Andrew Jackson, presidente dal 1829 al 1837 e primo populista della storia americana a cui Trump si richiama, e poi a danno dei messicani sotto la presidenza di James Polk dal 1845 al 1849.

Il mito si consolidò nel 1893 grazie allo storico Frederick Jackson Turner, che presentò all'Esposizione universale di Chicago una tesi sul significato della frontiera nella storia americana, diffondendo l'idea del colono bianco e libero. "Questo feticismo dell'individuo è una delle caratteristiche che rendono gli Stati Uniti eccezionali", spiega Grandin a Le Monde. L'individuo parte all'avventura per costruire la sua fattoria, poi entra nella società civile e solo dopo accetta di legarsi allo stato. In realtà, precisa lo storico, la frontiera sarebbe stata impossibile senza lo stato, senza le truppe incaricate di cacciare i nativi americani, tracciare le strade e scavare i canali. L'espansione era spesso pilotata da grandi capitali, speculatori e dagli interessi schiavisti che migravano verso ovest, lontano dall'immagine idilliaca della Piccola casa nella prateria.

Il problema, sottolinea l'analisi, è che già alla fine dell'Ottocento la frontiera non esisteva più, con la conclusione delle guerre indiane e il raggiungimento della costa pacifica. Quando gli Stati Uniti non hanno più frontiere da consumare, nulla funziona: durante la Grande Depressione degli anni Trenta non era più possibile conquistare nuove terre e l'America si trovò in trappola. "Tradizionalmente, quando arrivava una depressione, una nuova porzione di terre veniva aperta nell'Ovest e la nostra sfortuna temporanea serviva il nostro destino manifesto", constatava Franklin Delano Roosevelt nel settembre 1932, due mesi prima della sua elezione alla Casa Bianca.

I pionieri inoltre avevano devastato quelle terre vergini mitizzate sovrasfruttandole. In un saggio del 1935 intitolato No More Frontiers, l'economista Rexford Tugwell riteneva che la leggenda fosse molto romantica ma avesse spinto i contadini a utilizzare le risorse in modo insostenibile. "Credevamo che le risorse del nostro paese fossero senza limiti", lamentava il presidente Jimmy Carter nel 1979 in un discorso sul malaise americano, in piena crisi economica e morale.

Anche la guerra ha storicamente svolto il ruolo di frontiera per placare le tensioni interne. Per Grandin, il conflitto del 1898 contro la Spagna, che permise di conquistare Cuba e le Filippine in nome della decolonizzazione, trasformò la causa perduta della Confederazione, ovvero la preservazione della schiavitù, in una battaglia per la libertà. La ricerca della frontiera ha anche favorito i progressi interni. "Non c'è stato un solo progresso liberale negli Stati Uniti che non sia stato comprato o fondato sull'espansione", afferma lo storico al quotidiano francese. L'estensione del liberalismo ai gruppi marginalizzati è avvenuta in larga parte attraverso il militarismo: Jackson espulse i nativi americani concedendo al contempo il diritto di voto universale agli uomini bianchi modesti; le donne sostennero l'ingresso di Woodrow Wilson nella prima guerra mondiale in cambio del suo appoggio al diritto di voto femminile; i leader afroamericani sfruttarono il loro sostegno agli interventi militari per ottenere diritti civili.

Il sistema si è rotto quando i veterani sono tornati dal Vietnam, all'inizio degli anni Settanta, e poi dalle due guerre del Golfo, all'inizio degli anni Novanta e Duemila. "Il fallimento morale ha annientato la possibilità di usare la guerra come sfogo", stima Grandin, che da questo punto di vista non crede alla capacità di Trump di inventare una nuova frontiera. Harry Truman, presidente dal 1945 al 1953, aveva celebrato la scienza dopo il 1945 e John F. Kennedy, in carica dal 1961 al 1963, le conquiste sociali, civiche e spaziali della "nuova frontiera". Trump indica come nuovo orizzonte lo spazio e l'intelligenza artificiale, che intende utilizzare per garantire la supremazia americana sul mondo. Questa rivoluzione, dagli effetti ancora sconosciuti e potenzialmente pericolosi, sarà probabilmente il marchio dell'era Trump II.

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Dieci persone arrestate con l’accusa di aver consultato illegalmente le banche dati dello stato e rivenduto i loro contenuti

La procura di Napoli ha richiesto l’arresto di 10 persone accusate di essere coinvolte in un articolato sistema per la vendita di dati ottenuti consultando illegalmente le banche dati della polizia, dell’INPS, dell’Agenzia delle entrate e delle Poste. I dati venivano venduti ad agenzie di investigazione privata in tutta Italia.

ilpost.it/2026/05/14/dieci-per…

@politica

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Xi Jinping evoca la "trappola di Tucidide" davanti a Trump e avverte: su Taiwan rischio di conflitto


Al vertice di Pechino il leader cinese usa il riferimento allo storico ateniese per inquadrare la rivalità con Washington, definita una potenza declinante. A porte chiuse l'avvertimento sull'isola: una gestione errata del dossier Taiwan può portare a "scontri" e perfino a "conflitti armati".

Xi Jinping ha aperto il vertice con Donald Trump nella Great Hall of the People di Pechino evocando pubblicamente la "trappola di Tucidide": la teoria secondo cui la rivalità tra una potenza in ascesa e una potenza dominante può scivolare verso la guerra. Nella lettura di Xi, la Cina è la potenza emergente, mentre gli Stati Uniti sono l'egemone chiamato ad accettare un nuovo equilibrio globale. La citazione, pronunciata davanti alle telecamere, ha anticipato l'avvertimento più duro arrivato poco dopo a porte chiuse: se il dossier Taiwan sarà gestito nel modo sbagliato, ha ammonito Xi, Washington e Pechino rischiano uno "scontro" e perfino un "conflitto armato".

"Il mondo è arrivato a un nuovo crocevia. Cina e Stati Uniti possono superare la trappola di Tucidide e creare un nuovo paradigma per le relazioni tra grandi potenze?", ha detto Xi nelle dichiarazioni di apertura, riprese dall'emittente di Stato CCTV. Il presidente cinese utilizza questa formula almeno dal 2014, ma di solito la presenta come un destino da scongiurare, non come una previsione inevitabile. Nel 2015, davanti all'ex Segretario di Stato americano Henry Kissinger, sostenne addirittura che "la cosiddetta trappola di Tucidide non esiste nel mondo attuale", come ricorda il New York Times.

Il concetto è stato reso popolare nei primi anni Dieci dal politologo di Harvard Graham Allison, partendo da un passaggio dello storico ateniese Tucidide sulla guerra del Peloponneso, combattuta tra il 431 e il 404 a.C.: fu l'ascesa di Atene, e la paura che generò a Sparta, a rendere inevitabile la guerra tra le due polis greche. Allison ha poi applicato la formula al rapporto tra Cina e Stati Uniti, analizzando 16 casi storici di rivalità tra una potenza emergente e una potenza dominante: 12 si sono conclusi con una guerra. Nella lettura di Xi, la Cina è l'Atene in ascesa, mentre gli Stati Uniti sono la Sparta da rassicurare.
La trappola di Tucidide — FocusAmerica

Vertice Trump–Xi · Pechino, maggio 2026

La trappola di Tucidide: perché le potenze rivali rischiano la guerra


Davanti a Donald Trump, nella Great Hall of the People, Xi Jinping ha evocato la teoria resa celebre da Graham Allison: negli ultimi 500 anni, 12 rivalità su 16 tra una potenza emergente e una potenza dominante sono sfociate in guerra aperta. Il monito più diretto, però, è arrivato a porte chiuse sul dossier Taiwan.

Fonti: New York Times, Xinhua, NBC News Dati: Harvard Belfer Center

Il dato che spaventa

12 / 16
Sono i precedenti storici in cui la rivalità tra una potenza dominante e una potenza emergente è sfociata in un conflitto armato negli ultimi cinque secoli, secondo lo studio di Graham Allison. La trappola di Tucidide descrive proprio questo rischio: la guerra non come scelta inevitabile, ma come esito strutturale della competizione per il primato.

75%
Tasso storico
di guerra

500
Anni
analizzati

4
Casi finiti
in pace

Esplora l'analisi
1 I 16 casi 2 Il summit 3 Dossier Taiwan

5 secoli di rivalità tra potenze

12 crisi finite in guerra, 4 rimaste aperte


Lo studio del Belfer Center di Harvard, alla base della formula evocata da Xi, ha ricostruito 16 casi storici in cui una potenza emergente ha sfidato una potenza dominante dal 1495 a oggi.

Tocca un caso per leggere il contesto storico

Finito in guerra
Finito in pace

Pechino, Great Hall of the People

Due letture opposte della rivalità tra Cina e Stati Uniti


Davanti alle telecamere, Xi ha evocato Tucidide come un avvertimento: la Cina nel ruolo della potenza in ascesa, gli Stati Uniti in quello dell'egemone da rassicurare. Trump ha risposto alternando toni distensivi e rilanci negoziali.

Xi Jinping
Repubblica Popolare Cinese

"Il mondo è arrivato a un nuovo crocevia. Cina e Stati Uniti possono superare la trappola di Tucidide e creare un nuovo paradigma per le relazioni tra grandi potenze?"
Presenta Pechino come potenza in ascesa responsabile, chiedendo a Washington di accettarla come di pari livello. A porte chiuse, l'avvertimento su Taiwan: rischio di "scontro" e "conflitto armato".

Donald Trump
Stati Uniti d'America

"Il grande ringiovanimento della nazione cinese e Make America Great Again possono andare di pari passo."
Tono conciliante al banchetto di Stato, ma poco dopo su Truth Social rilancia: Xi parlava in realtà degli "Stati Uniti in declino" di Biden, non del suo mandato. Ma la linea su Taiwan resta invariata.

Sul tavolo del vertice

È il primo viaggio in Cina di un presidente americano in carica da quasi 10 anni. Al centro dei colloqui ci sono commercio, dazi, terre rare, intelligenza artificiale e guerra in Iran. Ma la frattura più delicata resta Taiwan: per il Segretario di Stato Marco Rubio, un'azione di forza di Pechino sarebbe "un errore terribile".

Il dossier più esplosivo

"Fuoco e acqua": la frattura inconciliabile su Taiwan

Se la questione sarà gestita male, le due nazioni potrebbero arrivare allo scontro o entrare apertamente in conflitto, trascinando l'intera relazione in una situazione altamente pericolosa. — Xi Jinping a Trump, secondo il resoconto di Xinhua

Le posizioni a confronto


Considera Taiwan parte integrante del proprio territorio. Per la portavoce Mao Ning, "indipendenza di Taiwan" e pace nello Stretto sono "inconciliabili come fuoco e acqua".


Respinge la rivendicazione cinese. L'isola è democratica e autogovernata, con un proprio sistema politico ed elezioni regolari.


Politica su Taiwan invariata. Per il Segretario di Stato Marco Rubio sarebbe "un errore terribile" se Pechino tentasse di prendere l'isola con la forza.

Il punto

Nella lettura di Xi, la Cina è l'Atene in ascesa, mentre gli Stati Uniti sono la Sparta da rassicurare. Ma tra i 16 precedenti storici citati dallo studio, il monito più inquietante resta la Prima guerra mondiale tra Germania e Gran Bretagna: legami commerciali profondi e perfino rapporti dinastici non bastarono a evitare il conflitto.

Fonti New York Times, agenzia Xinhua, NBC News, The Hill. Dati storici: Graham Allison, Destined for War, Harvard Belfer Center for Science and International Affairs. Elaborazione FocusAmerica.

Taiwan resta il punto più pericoloso del confronto


L'avvertimento più diretto, come già indicato, è arrivato su Taiwan. "La questione di Taiwan è il tema più importante delle relazioni tra Cina e Stati Uniti", ha detto Xi secondo il resoconto ufficiale dell'agenzia di stampa cinese Xinhua.

"Se gestita male, le due nazioni potrebbero scontrarsi o entrare apertamente in conflitto, spingendo l'intera relazione in una situazione altamente pericolosa".


La portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, ha poi irrigidito ulteriormente il messaggio su X: "indipendenza di Taiwan" e pace nello Stretto sono "inconciliabili come fuoco e acqua". Pechino considera l'isola, democratica e autogovernata, parte integrante del proprio territorio, mentre Taipei respinge la rivendicazione cinese.

Per Ryan Swan, esperto di relazioni Cina-Stati Uniti al Bonn International Centre for Conflict Studies, intervistato dal New York Times, l'uso ripetuto della formula rientra in uno sforzo più ampio per presentare Pechino come una "grande potenza responsabile", capace di coesistere con Washington. La condizione, dal punto di vista cinese, è che gli Stati Uniti accettino però la Cina come potenza di pari livello e rinuncino a contrastarla nel proprio cortile di casa.

Trump cerca il disgelo, ma le distanze restano


La replica di Trump è arrivata in due tempi. In serata, durante il banchetto di Stato, il presidente americano ha scelto un tono conciliante: il "grande ringiovanimento della nazione cinese" e lo slogan Make America Great Again possono "andare di pari passo". Poche ore dopo, però, su Truth Social, è tornato sul passaggio di Xi sulla "nazione in declino": il leader cinese, ha scritto Trump, si riferiva in realtà ai 4 anni precedenti di Joe Biden, non al suo mandato. "Due anni fa eravamo davvero una nazione in declino. Su questo sono pienamente d'accordo con il presidente Xi", ha aggiunto il presidente statunitense, definendo gli Stati Uniti di oggi "la nazione più in forma al mondo". In realtà, però, nelle parole di Xi non c'era alcun riferimento a Biden.

Il vertice in corso rappresenta il primo viaggio in Cina di un presidente americano in carica da quasi un decennio. Sul tavolo ci sono possibili accordi su commercio, dazi, terre rare, intelligenza artificiale e guerra in Iran. Ma sul dossier più sensibile le distanze restano nette: il Segretario di Stato Marco Rubio, al seguito di Trump, ha detto a NBC News che la politica statunitense su Taiwan resta "invariata" e che sarebbe "un errore terribile" se Pechino tentasse di prendere l'isola con la forza.

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Il direttore della CIA in visita a Cuba mentre l'isola affonda nella crisi energetica


Ratcliffe ha incontrato i vertici dell'intelligence cubana per consegnare il messaggio del presidente Trump: dialogo solo se L'Avana farà cambiamenti fondamentali. Blackout e proteste sull'isola.

Il direttore della Central Intelligence Agency, John Ratcliffe, ha incontrato giovedì 14 maggio all'Avana i vertici dell'intelligence cubana, consegnando di persona un messaggio del presidente Donald Trump: gli Stati Uniti sono disposti ad aprire un dialogo serio su economia e sicurezza solo se Cuba accetterà cambiamenti sostanziali. È la seconda visita di un direttore della CIA nell'isola dalla rivoluzione guidata da Fidel Castro nel 1959.

La riunione si è svolta nella sede del Ministero dell'Interno cubano. Per L'Avana erano presenti il Ministro dell'Interno Lázaro Álvarez Casas, il capo dei servizi segreti Ramón Romero Curbelo e Raúl Rodríguez Castro, nipote dell'ex presidente Raúl Castro. Un funzionario della CIA, che ha parlato a Reuters in forma anonima, ha riferito che le due delegazioni hanno discusso di cooperazione di intelligence, stabilità economica e questioni di sicurezza. Sullo sfondo c'è la richiesta americana che Cuba non diventi più un rifugio sicuro per gli avversari di Washington nell'emisfero occidentale. Il funzionario non ha però precisato a quali avversari si riferisse né quali cambiamenti concreti gli Stati Uniti chiedano al governo cubano.

L'incontro arriva in una fase di forte tensione tra i due Paesi. A fine gennaio Trump ha firmato un decreto che definisce Cuba, distante circa 150 km dalle coste della Florida, come una "minaccia straordinaria" per gli Stati Uniti. Da allora Washington ha inasprito le sanzioni e imposto di fatto un blocco petrolifero contro l'isola, già sottoposta all'embargo americano dal 1962. Il presidente ha anche minacciato dazi contro qualsiasi Paese che venda o fornisca petrolio a Cuba.

Havana, Cuba pic.twitter.com/7S7TtJPyf5
— CIA (@CIA) May 14, 2026


L'isola, che conta 9,6 milioni di abitanti, sta attraversando una crisi energetica ed economica senza precedenti. Il Ministro dell'Energia e delle Miniere, Vicente de la O Levy, ha annunciato in televisione che Cuba ha esaurito le scorte di gasolio e olio combustibile e che la rete elettrica è ormai in condizioni critiche. Proprio giovedì mattina 7 province su 15 sono state scollegate dalla rete nazionale; a fine giornata, 4 non erano ancora state riallacciate. La centrale termoelettrica Antonio Guiteras, principale impianto elettrico del Paese, è andata fuori servizio per una perdita alla caldaia. Da gennaio è arrivata una sola petroliera russa, e il suo carico è ormai esaurito.

La crisi di Cuba · 14 maggio 2026

L'Avana, il messaggio di Trump passa dalla CIA


Il direttore dell'agenzia, John Ratcliffe, ha consegnato di persona al governo cubano la richiesta americana di "cambiamenti fondamentali". È la seconda visita di un capo dell'intelligence Usa sull'isola dalla rivoluzione del 1959, mentre Cuba affronta la peggiore crisi energetica della sua storia.

Fonti: Reuters, CBS News, Cubalex Elaborazione FocusAmerica

Distanza Florida–Cuba
150 km
L'isola che Trump ha definito a gennaio come "una minaccia straordinaria" per gli Stati Uniti

Visite CIA dal 1959
2
Quella di Ratcliffe è la seconda missione di un direttore della CIA a L'Avana in 67 anni

Province cubane scollegate dalla rete elettrica 14 maggio · sera

Connesse alla rete (11)
Ancora al buio (4)

Esplora il dossier
1 L'incontro 2 La crisi 3 La pressione 4 Cronologia

Ministero dell'Interno · L'Avana

I protagonisti di un incontro storico


Ratcliffe ha consegnato un messaggio del presidente Trump alla controparte cubana. Le due delegazioni hanno discusso di cooperazione di intelligence, stabilità economica e sicurezza.


Delegazione cubanaCuba Ministero dell'Interno

Lázaro Álvarez Casas
Ministro dell'Interno

Ramón Romero Curbelo
Capo dei servizi segreti

Raúl Rodríguez Castro
Nipote dell'ex presidente Raúl Castro

faccia a faccia


Delegazione USAUSA CIA

John Ratcliffe
Direttore della Central Intelligence Agency


Visita CIA dal 1959

3
Temi al tavolo: intelligence, economia, sicurezza

1
Condizione USA: cambiamenti fondamentali

Gli Stati Uniti chiedono che Cuba non sia più un rifugio sicuro per gli avversari di Washington nell'emisfero occidentale.

Funzionario CIA · Reuters

Sistema energetico cubano

Un'isola al buio: blackout senza precedenti


La centrale termoelettrica principale è fuori servizio. Le riserve di gasolio e olio combustibile sono esaurite. La protesta arriva fino alle strade dell'Avana.

7/15
Province scollegate dalla rete giovedì mattina

9,6 mln
Abitanti dell'isola coinvolti dalla crisi

1
Petroliera russa arrivata dall'inizio dell'anno, carico già esaurito

Esaurite
Scorte di gasolio e olio combustibile, secondo il Ministro dell'Energia

Durata delle interruzioni di corrente

oltre 20 ore consecutive

0h6h12h18h24h

La centrale termoelettrica Antonio Guiteras, principale fornitore di elettricità del Paese, è ferma per una perdita alla caldaia. A San Miguel del Padrón centinaia di residenti hanno bloccato le strade battendo pentole e chiedendo il ritorno della corrente al grido di "accendete le luci".

Strategia Trump

Pressione economica e aiuti fuori dal controllo dell'Avana


Washington affianca sanzioni e dazi a un'offerta umanitaria da 100 milioni di dollari, pensata per aggirare il governo cubano. Sullo sfondo, il parallelo con il Venezuela evocato da un funzionario della CIA.

Fine gennaio 2026
Trump firma il decreto: Cuba è una "minaccia straordinaria"
A 150 km dalle coste della Florida, l'isola viene formalmente classificata come minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti.

Da gennaio in poi
Inasprimento delle sanzioni e blocco petrolifero
Trump minaccia dazi contro qualsiasi Paese che fornisca petrolio a Cuba. L'embargo in vigore dal 1962 si trasforma di fatto in un blocco totale.

13 maggio 2026
Offerta di aiuti per 100 milioni di dollari
Il Dipartimento di Stato americano rinnova la proposta di assistenza umanitaria al popolo cubano, con condizioni precise sulla distribuzione che escludono il governo cubano.

14 maggio 2026
Ratcliffe a L'Avana
Il direttore CIA consegna di persona il messaggio: dialogo solo a fronte di cambiamenti fondamentali.

100 mln $
Pacchetto di aiuti umanitari offerto da Washington


Distribuzione tramite la Chiesa Cattolica e altre organizzazioni umanitarie indipendenti


Inclusione di terminali Starlink per ampliare la connettività e rompere il monopolio statale su internet


Esclusione totale del governo cubano dalla distribuzione degli aiuti

Da Castro a Trump

Le tappe che hanno portato a un incontro storico


Le visite della CIA a L'Avana segnano momenti di svolta nei rapporti tra Stati Uniti e Cuba. Quella di Ratcliffe arriva dopo l'operazione che ha portato alla caduta di Maduro in Venezuela.

Anno 1959

La rivoluzione di Fidel Castro
Inizia un periodo di ostilità tra Stati Uniti e Cuba che dura, con poche eccezioni, da oltre sessant'anni.

Anno 1962

L'embargo americano
Washington impone l'embargo totale, ancora oggi formalmente in vigore.

Anno 1996

L'abbattimento dei Brothers to the Rescue
Due aerei dell'organizzazione umanitaria sono stati abbattuti in acque internazionali. Il Dipartimento di Giustizia USA si prepara ora a incriminare Raúl Castro per l'episodio.

Gen 2026

Operazione USA in Venezuela
Una operazione militare statunitense rovescia Nicolás Maduro, trasferito negli USA per rispondere ad accuse di narcotraffico. Ratcliffe visita Caracas.

14 mag 2026

Ratcliffe a L'Avana
Seconda visita di un direttore CIA a Cuba dalla rivoluzione del 1959. Trump minaccia: "Dopo il Venezuela, Cuba è la prossima".

Fonti Reuters, CBS News, dipartimento di Stato USA, ONG Cubalex, dichiarazioni dei ministri cubani Vicente de la O Levy e Bruno Rodríguez · Elaborazione FocusAmerica · 15 maggio 2026

I blackout, che possono superare le venti ore al giorno, hanno provocato all'Avana la più grande notte di protesta dall'inizio della crisi, nel mese di gennaio. Centinaia di residenti sono scesi in strada nel quartiere di San Miguel del Padrón, battendo pentole, incendiando bidoni della spazzatura e bloccando le vie al grido di "accendete le luci".

Mercoledì il dipartimento di Stato americano ha rinnovato un'offerta di aiuti da 100 milioni di dollari destinati al popolo cubano, a condizione che la distribuzione avvenga attraverso la Chiesa Cattolica e altre organizzazioni umanitarie indipendenti, senza passare dal governo dell'Avana. Il pacchetto include anche terminali Starlink per ampliare la connettività dell'isola e ridurre il monopolio statale su internet. La settimana scorsa il Segretario di Stato Marco Rubio aveva sostenuto che L'Avana avesse respinto una precedente offerta dello stesso tipo, accusa negata dalle autorità cubane.

Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha scritto su X che il governo è pronto a esaminare la proposta e che, se rispetterà gli standard internazionali degli aiuti umanitari, non incontrerà ostacoli. Ha però aggiunto che un alleggerimento del "blocco" americano sarebbe il modo più semplice e rapido per aiutare l'isola. Il Ministro degli Esteri Bruno Rodríguez ha invece chiesto di conoscere i dettagli dell'offerta, precisando di non sapere se gli aiuti saranno in denaro o in beni materiali. Le autorità cubane hanno respinto anche l'inclusione del Paese nella lista americana degli Stati sponsor del terrorismo e hanno negato la presenza sull'isola di basi militari o di intelligence straniere, in riferimento alle accuse statunitensi sull'esistenza di stazioni di ascolto cinesi.

Il funzionario della CIA precedentemente citato da Reuters ha paragonato la situazione cubana a quella del Venezuela, dove l'ostilità tra Washington e Caracas è stata sostituita da una cooperazione più o meno aperta dopo l'operazione militare americana di gennaio che ha rovesciato Nicolás Maduro, poi trasferito negli Stati Uniti per affrontare accuse di narcotraffico. Maduro si è dichiarato innocente. Trump aveva minacciato che, dopo il Venezuela, "Cuba sarebbe stata la prossima". Ratcliffe aveva visitato Caracas dopo quell'operazione per incontrare la presidente ad interim Delcy Rodríguez.

La CBS News ha riferito inoltre che il dipartimento di Giustizia americano si prepara a incriminare l'ex presidente Raúl Castro (che oggi ha 94 anni) per l'abbattimento, nel 1996, di due aerei dell'organizzazione umanitaria Brothers to the Rescue in acque internazionali. Nello stesso giorno Washington ha salutato con soddisfazione la liberazione della dissidente Sissi Abascal, condannata a 6 anni di carcere per aver partecipato alle proteste antigovernative dell'11 luglio 2021. Secondo l'ONG Cubalex, Abascal, membro del movimento Damas de Blanco, lascerà ora il Paese per andare in esilio.

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Si dimette il capo della polizia di frontiera americana


Michael Banks lascia con effetto immediato lo US Border Patrol. Settimane prima il Washington Examiner aveva riportato accuse di pagamenti a prostitute durante viaggi all'estero.

Michael Banks, capo della polizia di frontiera americana, si è dimesso giovedì con effetto immediato. L'annuncio è stato dato in un'intervista a Fox News e poi confermato dal Department of Homeland Security. È l'ultimo di una serie di cambi ai vertici dell'apparato che gestisce la politica migratoria del presidente Donald Trump, fondata sulle espulsioni di massa.

"È semplicemente arrivato il momento", ha detto Banks a Fox News, sostenendo di aver "rimesso in carreggiata la nave" rispetto al "caos" del confine meridionale. Ha aggiunto di voler "godersi la famiglia e la vita" e tornare nel suo ranch in Texas.

Le dimissioni arrivano poche settimane dopo che il Washington Examiner aveva pubblicato un'inchiesta secondo cui sei dipendenti, attuali ed ex, dello US Border Patrol avevano accusato Banks di aver pagato regolarmente prostitute durante viaggi in Colombia e Thailandia per oltre un decennio, vantandosene con i colleghi. Il comportamento sarebbe stato oggetto di due indagini interne della Customs and Border Protection, di cui una interrotta improvvisamente quando Kristi Noem era a capo del Department of Homeland Security. Il mese scorso l'agenzia ha descritto il caso come "chiuso", affermando che le accuse risalivano a oltre dieci anni fa ed erano state esaminate in passato.

Banks è il quarto alto funzionario dell'immigrazione a lasciare l'amministrazione Trump negli ultimi mesi. A marzo Kristi Noem è stata sostituita da Markwayne Mullin, ex senatore repubblicano dell'Oklahoma, come ministro della Sicurezza interna. Le critiche a Noem erano cresciute dopo la sua gestione dell'uccisione di due cittadini americani a Minneapolis da parte di agenti federali dell'immigrazione e per il suo ruolo in alcune pubblicità televisive controverse. Sempre a marzo si è ritirato Gregory Bovino, comandante della polizia di frontiera diventato il volto pubblico della stretta sull'immigrazione, dopo essere stato messo da parte in seguito alle polemiche di Minneapolis. Todd Lyons, direttore facente funzioni dell'Immigration and Customs Enforcement, lascerà l'incarico a fine maggio e sarà sostituito da David Venturella, che ha lavorato per anni per appaltatori privati prima di tornare nella pubblica amministrazione.

Banks aveva assunto la guida dello US Border Patrol nel gennaio 2025, con il ritorno di Trump alla Casa Bianca. La nomina era stata inedita perché quel ruolo era sempre stato ricoperto da funzionari di carriera dell'agenzia. Banks era invece un nominato politico, arrivato dopo aver guidato la politica di frontiera del governatore del Texas Greg Abbott, in un periodo in cui gli ingressi illegali avevano toccato livelli record e lo stato aveva avviato un piano di rafforzamento da diversi miliardi di dollari, entrando in conflitto con l'amministrazione Biden.

Durante il suo mandato Banks ha supervisionato l'espansione delle azioni penali per gli ingressi illegali, una più stretta collaborazione tra polizia di frontiera e Immigration and Customs Enforcement e l'ampliamento delle operazioni interne nel paese. Ad aprile dello scorso anno, sotto la sua guida, l'amministrazione ha designato ampie aree di terreno federale come zone militari lungo il confine meridionale, trasferendone la giurisdizione all'esercito americano. A metà 2025 queste zone coprivano quasi un terzo dell'intero confine tra Stati Uniti e Messico ed erano presidiate da almeno 7.600 militari.

La Customs and Border Protection, istituita nel 2003, conta oltre 20.000 agenti e un budget operativo di 1,4 miliardi di dollari per controllare più di 9.600 chilometri di frontiere terrestri. Negli ultimi mesi è stata una delle agenzie federali coinvolte in una serie di operazioni contro l'immigrazione irregolare condotte principalmente in città amministrate da democratici, come Los Angeles, Chicago e Minneapolis. Le retate, definite "pattuglie itineranti", hanno portato a un aumento degli arresti e sono state in gran parte interrotte dopo il caso di Minneapolis, dove due cittadini americani sono stati uccisi da agenti federali.

Gli arresti per ingressi illegali sono scesi ai livelli più bassi dalla metà degli anni Sessanta, una tendenza iniziata già verso la fine dell'amministrazione Biden. Banks aveva mantenuto un profilo pubblico relativamente basso rispetto ad altri funzionari come Bovino e non si era presentato al Border Security Expo di Phoenix di questo mese, la conferenza annuale in cui i funzionari governativi aggiornano gli appaltatori sullo stato del confine. A rappresentare pubblicamente l'agenzia è stato sempre più Rodney Scott, commissario della Customs and Border Protection e stretto alleato di Tom Homan, lo "zar del confine" di Trump.

In un comunicato Scott ha ringraziato Banks per "decenni di servizio al paese" e si è congratulato per il "secondo ritiro" del funzionario "dopo essere tornato a servire in uno dei periodi più impegnativi per la sicurezza del confine". La Casa Bianca non ha risposto immediatamente alle richieste di commento. Non è ancora chiaro chi sostituirà Banks.

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Come sta andando il secondo giorno di Trump in Cina


Il secondo giorno del vertice di Pechino si è svolto a Zhongnanhai, sede del Partito Comunista. Confermati 200 aerei Boeing, meno dei 500-600 attesi dal mercato. L'azione dell'azienda è scesa oltre il 5%.

Il secondo giorno del vertice tra Donald Trump e Xi Jinping si sta svolgendo a Zhongnanhai, il complesso fortificato adiacente alla Città Proibita dove vivono e lavorano i vertici del Partito Comunista. Xi ha spiegato di aver scelto il luogo per ricambiare l'ospitalità ricevuta a Mar-a-Lago nel 2017. È raro che la Cina ospiti un leader straniero all'interno di Zhongnanhai, dove Mao Zedong ricevette Richard Nixon nel 1972 e dove Xi ha incontrato negli ultimi anni solo Vladimir Putin, Aleksandr Lukashenko e pochi altri. I due presidenti hanno passeggiato nei giardini ammirando le rose, di cui Xi ha promesso di inviare i semi a Trump, prima di sedersi per il tè e un pranzo di lavoro a porte chiuse. Trump ha invitato Xi a visitare la Casa Bianca il 24 settembre.

Sul fronte commerciale, gli annunci sono stati inferiori alle attese. Trump ha dichiarato a Fox News che Xi ha accettato di ordinare 200 aerei Boeing, una cifra distante dai 500-600 velivoli di cui parlavano da mesi i media americani, che ipotizzavano circa 500 monocorridoio 737 Max e un centinaio di gros-porteurs tra 787 Dreamliner e 777. Il titolo Boeing è sceso oltre il 5% nel momento della diffusione dell'intervista. Il rappresentante commerciale americano Jamieson Greer ha dichiarato a Bloomberg News che Washington si aspetta un accordo per acquisti cinesi di prodotti agricoli per oltre dieci miliardi di dollari, in aggiunta a una commessa triennale già esistente per 25 milioni di tonnellate di soia all'anno. La Cina ha anche rinnovato le licenze di esportazione per diversi macelli americani che vendono carne bovina e Trump ha affermato che Pechino acquisterà petrolio americano dai porti di Texas, Louisiana e Alaska, oltre a gas naturale liquefatto.

Le due delegazioni hanno concordato la creazione di un Board of Trade per supervisionare una riduzione dei dazi su circa trenta miliardi di dollari di beni. Greer non ha specificato quali concessioni Washington abbia offerto in cambio, limitandosi a dire che le due parti hanno concordato che "ci sarà un certo livello di dazi" sulle merci cinesi, senza indicarne l'ammontare. Per sostituire i dazi globali bocciati dalla Corte Suprema a febbraio, l'amministrazione Trump ha avviato due indagini commerciali che porteranno a nuovi dazi su Cina e decine di altri paesi nel corso dell'estate. Greer ha aggiunto che esiste la disponibilità di entrambe le parti a estendere oltre ottobre l'accordo sulle esportazioni cinesi di terre rare, e ha segnalato come "forte preoccupazione" le recenti norme di Pechino che permettono di sanzionare le aziende straniere che spostano le proprie catene di approvvigionamento fuori dalla Cina.

Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha rivelato in un'intervista alla Cnbc che gli Stati Uniti e la Cina avvieranno colloqui sulla sicurezza dell'intelligenza artificiale, in particolare per definire un protocollo che impedisca agli attori non statali di accedere ai modelli più potenti. Sarebbe la prima volta che i due paesi affrontano formalmente il tema durante il secondo mandato di Trump. Bessent ha tuttavia precisato che Washington accetta il dialogo perché "i cinesi sono sostanzialmente indietro rispetto a noi" sullo sviluppo della tecnologia, secondo le sue parole alla Cnbc. Gli esperti collocano i modelli cinesi qualche mese dietro a quelli statunitensi di punta. Greer ha aggiunto che i controlli sulle esportazioni di chip non sono stati discussi nei colloqui, nonostante la presenza del capo di Nvidia Jensen Huang nella delegazione americana.

L'altro tema centrale è stato l'Iran. Trump ha detto ai giornalisti di sentirsi "molto simile" a Xi sul conflitto, sostenendo che entrambi vogliono la fine della guerra e la riapertura dello Stretto di Hormuz, e che Teheran non deve avere l'arma nucleare. Il presidente americano ha riferito a Fox News che Xi gli avrebbe assicurato che Pechino non fornirà equipaggiamento militare all'Iran. Il segretario di Stato Marco Rubio, citato dalla Nbc, ha precisato però che gli Stati Uniti non hanno chiesto aiuto alla Cina e che Pechino "non è favorevole alla militarizzazione dello Stretto né a un sistema di pedaggi", in linea con la posizione americana. Il ministero degli Esteri cinese in una nota ha definito la guerra in Iran un conflitto che "non sarebbe mai dovuto scoppiare". Trump ha inoltre pubblicato su Truth Social, in mattinata cinese, che la "decimazione militare dell'Iran è da continuare", suggerendo che sta valutando di riprendere gli attacchi.

A pochi giorni dal vertice l'amministrazione americana ha intensificato le pressioni su Pechino con una serie di azioni che contrastano con il tono conciliante mostrato in pubblico. Il Dipartimento del Tesoro ha imposto sanzioni a società cinesi accusate di aver fornito dati di puntamento all'Iran per colpire le basi americane in Medio Oriente. La Casa Bianca ha accusato Pechino di rubare modelli di intelligenza artificiale alle aziende tecnologiche americane attraverso una pratica nota come "distillazione". I procuratori federali della California hanno incriminato Eileen Wang, sindaca di Arcadia, per aver agito come agente illegale del governo cinese. L'unico provvedimento rinviato è l'approvazione finale di un pacchetto di armamenti da 13 miliardi di dollari per Taiwan, che la Casa Bianca farà partire solo dopo il rientro di Trump. Elizabeth Economy, senior fellow alla Hoover Institution di Stanford ed ex consulente per la Cina al Dipartimento del Commercio sotto Biden, ha osservato che si tratta di "funzionari di linea dura che spingono nelle aree dove pensano la porta sia più aperta proprio prima del vertice", aggiungendo che lo stesso Trump è il vero destinatario del messaggio.

In una raffica di post su Truth Social, Trump ha contestato l'affermazione che Xi avrebbe definito gli Stati Uniti "una nazione in declino", attribuendo la frase a una critica all'amministrazione Biden. Non è chiaro se Xi abbia usato l'espressione in privato o se Trump si riferisse al concetto pubblicamente evocato dal presidente cinese di "grandi cambiamenti mai visti in un secolo", una formula usata da Pechino per indicare la fine dell'ordine internazionale dominato dagli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale. La portavoce del ministero degli Esteri cinese ha dichiarato in una nota che i due paesi hanno raggiunto "una serie di nuove intese comuni" e hanno concordato "una nuova visione per costruire una relazione sino-americana di stabilità strategica costruttiva" valida per i prossimi tre anni. Durante le ore della visita, i caccia cinesi che quotidianamente sorvolano l'area attorno a Taiwan hanno improvvisamente smesso di farsi vedere. Il ministero della Difesa di Taipei ha registrato la presenza di sette navi militari nelle acque circostanti l'isola, ma nessun velivolo.

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La rassegna stampa di venerdì 15 maggio 2026


Trump e Xi si confrontano su Taiwan e commercio nel summit di Pechino mentre la Corte Suprema USA preserva l'accesso alle pillole abortive per posta

Questa è la rassegna stampa di venerdì 15 maggio 2026

Il summit Trump-Xi a Pechino rivela priorità contrastanti


Il presidente Trump e il leader cinese Xi Jinping hanno tenuto colloqui ad alto rischio a Pechino, con Xi che ha messo in guardia su "scontri e conflitti" per Taiwan, definendola "la questione più importante nelle relazioni Cina-USA". Trump si è concentrato invece su accordi commerciali, portando con sé quasi 20 dirigenti di aziende come Tesla, Boeing e Goldman Sachs. Xi ha fatto riferimento alla "trappola di Tucidide", suggerendo che gli Stati Uniti potrebbero essere una nazione in declino.

Fonti: Financial Times, The Hill, Bloomberg

La Cina promette acquisti massicci di prodotti agricoli americani


Il rappresentante commerciale americano Jamieson Greer ha dichiarato che la Cina si è impegnata ad acquistare "miliardi" di dollari in prodotti agricoli americani, inclusi "molti semi di soia per i nostri agricoltori". Trump ha anche annunciato che la Cina acquisterà 200 aerei Boeing. Tuttavia, i mercati hanno reagito con cautela, con le azioni Boeing in calo per la delusione sui dettagli degli accordi.

Fonti: Bloomberg, Financial Times, New York Times

La Corte Suprema preserva l'accesso alle pillole abortive per posta


La Corte Suprema ha bloccato una sentenza della Corte d'Appello del 5° Circuito che avrebbe richiesto visite in persona per ottenere il mifepristone, permettendo la continuazione della distribuzione per posta del farmaco abortivo più comune negli Stati Uniti. La decisione è arrivata nonostante i dissensi dei giudici Alito e Thomas.

Fonti: New York Times, The Hill, Wall Street Journal

Il direttore della CIA John Ratcliffe si reca a Cuba per colloqui diplomatici


Il direttore della CIA John Ratcliffe ha guidato una delegazione americana a Cuba per incontrare funzionari dell'isola, il secondo volo ufficiale americano in 10 anni. La visita arriva mentre Cuba affronta una crisi energetica dopo quattro mesi di blocco e mentre l'amministrazione Trump considera opzioni militari. Un funzionario della CIA ha avvertito che "la finestra per i negoziati non rimarrà aperta indefinitamente".

Fonti: New York Times, The Hill, Financial Times

La Camera blocca di nuovo la risoluzione sui poteri di guerra per l'Iran


La Camera dei Rappresentanti a maggioranza repubblicana ha respinto per 212-212 una risoluzione per porre fine alla guerra con l'Iran, la terza volta che una risoluzione sui poteri di guerra fallisce. Tre repubblicani hanno votato con i democratici: Thomas Massie, Brian Fitzpatrick e Tom McClintock, segnalando crescenti preoccupazioni del GOP sul conflitto.

Fonti: The Hill, New York Times, Bloomberg

Il Dipartimento di Giustizia accusa Yale di discriminazione razziale nelle ammissioni


Il Dipartimento di Giustizia ha accusato la Scuola di Medicina di Yale di discriminazione basata sulla razza, affermando che favorisce gli studenti neri e ispanici rispetto a quelli bianchi o asiatici con gli stessi punteggi nei test. L'indagine fa parte della più ampia pressione dell'amministrazione Trump sulle università dopo la decisione della Corte Suprema del 2023 che ha vietato l'azione affermativa.

Fonti: Wall Street Journal, The Hill, The Guardian

Gli Stati Uniti chiudono il caso di corruzione contro il miliardario indiano Adani


Il governo americano ha raggiunto un accordo per chiudere la causa civile contro il miliardario indiano Gautam Adani, l'uomo più ricco dell'Asia. Adani era accusato di aver nascosto uno schema di corruzione agli investitori americani. L'accordo arriva dopo che Adani aveva fatto pressioni sull'amministrazione Trump e promesso miliardi di dollari di investimenti in America.

Fonti: Financial Times, ABC News, Semafor

Le liste di cittadinanza ordinate da Trump sono "inaffidabili", dice il Dipartimento di Giustizia


Durante un'udienza su un ordine esecutivo che cerca di esercitare maggiore controllo sulle elezioni, un avvocato del governo ha dichiarato che nessuno "stato responsabile" dovrebbe fare affidamento sulle liste di cittadinanza per aggiornare i registri elettorali. L'ordine di Trump richiedeva la creazione di liste per identificare i non cittadini nei registri elettorali.

Fonti: New York Times

Il Comitato Etico della Camera indaga su molestie sessuali contro Chuck Edwards


Il Comitato Etico della Camera ha annunciato di star indagando su accuse di molestie sessuali contro il deputato Chuck Edwards (R-N.C.). Il comitato sta "esaminando le accuse" che Edwards "potrebbe aver creato o favorito un ambiente di lavoro ostile e aver commesso molestie sessuali" in violazione del codice di condotta della Camera.

Fonti: The Hill

Ex detenuto nel braccio della morte dell'Oklahoma liberato prima del nuovo processo


Richard Glossip, precedentemente nel braccio della morte per un omicidio del 1997, è stato rilasciato su cauzione in attesa di un nuovo processo. Un avvocato di Glossip ha definito la decisione un passo avanti negli sforzi del suo cliente di sfuggire a un "incubo durato decenni" in un caso che ha affrontato sostanziali critiche per possibili errori giudiziari.

Fonti: New York Times

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Parisi, con oligarchi dell'IA a rischio l'accesso alla conoscenza

@scienza

Gruppo 2003, difendere l'autonomia della ricerca per difendere la libertà della società
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Uno studio rivela che i tagli al programma DOGE hanno scatenato un'ondata mortale di violenza in tutta l'Africa.

Lo smantellamento dell'Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID) è associato a incrementi misurabili in Africa, soprattutto nelle aree più dipendenti dal sostegno dell'agenzia.

@politica

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DOGE Cuts Unleashed a Deadly Wave of Violence Across Africa, Study Finds


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The sudden shuttering of the United States Agency for International Development (USAID) by DOGE in 2025 is associated with a rise in violent conflicts across Africa, according to a study published on Thursday in Science.

Days into Donald Trump’s second term, his administration began rapidly dismantling USAID, which had, up until that point, been the world’s largest national humanitarian donor. Elon Musk, who spearheaded the Department of Government Efficiency, announced that his team had fed the agency “into the woodchipper” in February 2025. Tracking models suggest the collapse of USAID may have already caused 762,000 preventable deaths, of which 500,000 are children, and the cuts could lead to more than nine million preventable deaths by 2030, according to a study published in February 2026.

Now, a team reports “the earliest evidence of the impact of cuts to USAID on the incidence of violent events” which suggests that “the radical cuts…led to an increase in conflict in the regions that received the most aid from the United States,” according to the new study.

“What we find is that with the USAID shutdown, there was a rapid increase in the likelihood of violence, the severity of violence, and the lethality of violence across nearly one thousand subnational administrative units across Africa,” said Austin L. Wright, study co-author and associate professor and director of strategic initiatives at the Harris School of Public Policy at the University of Chicago, in a call with 404 Media.

In regions that received the most support from USAID, the cuts were associated with a 6.5 percent probability of any conflict event, compared to regions that received no aid. To get a sense of the devastating impact of that statistic, here’s what the study reports:

“The probability of protests and riots was 10% greater, the number of conflict events increased by 10.6%, battle counts increased by 6.9%, and battle-related fatalities increased by 9.3%. Event-study analysis confirmed no preexisting differences in conflict trends between high- and low-exposure regions before the shutdown. Effects are of similar size, with a 12.3% relative increase in the number of conflict events.“

Between 2021 and 2024, USAID is estimated to have saved 91 million lives, about a third of which are children under 5 years old. The agency was created by John F. Kennedy in 1961 and, in the years preceding Trump’s shutdown of the agency, accounted for less than 1 percent of total U.S. federal spending.

The impact of aid on communities is complex and context-dependent. Aid may reduce conflicts in cases where the opportunity costs of violence are mitigated by an influx of resources, known as the “opportunity cost effect.” But aid can also fuel conflicts over the handling and distribution of those resources, known as the “rapacity effect.”

The collapse of USAID, which is unprecedented in its scale and speed, has produced the worst of both worlds, according to the new study.
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“When those funds rapidly go away, it's a shock to the opportunity cost, and now it becomes more and more attractive to participate in what we might call the unproductive part of the economy, which is participating in violence, engaging in crime, and other activities,” Wright said. “But because the shutdown was so rapid, it didn't really have an opportunity to bind on the rapacity effect, because it's not as if the bridges, roads, or full-on infrastructure went away. The things that individuals or groups might fight over were still present.”

“It’s a bit of a ticking time bomb, because you're both removing the conflict-reducing side of aid, while leaving behind the conflict-enhancing part of aid,” he added.

To quantify the impact of the cuts on violence, Wright and his colleagues examined the Geocoded Official Development Assistance Dataset (GODAD), which monitors geolocated information regarding foreign aid disbursements, alongside the Armed Conflict Location and Event Data (ACLED), which tracks violent events.

The overlapping datasets revealed macro-level patterns between aid distribution and violence in the wake of the cuts, including significant upticks of violence in areas that had previously received large amounts of aid, or where the population had less control over their government due to weaker executive constraints.

Moreover, this increase in conflict has persisted over the course of months and may continue in areas that fall into “conflict traps” defined by self-perpetuating cycles of violence.

These impacts are catastrophic for people who had relied on USAID, as evidenced by the estimated death tolls, and the increased risk of violent conflicts and upheavals. They also present new vulnerabilities for the United States and its allies. Though USAID had an altruistic mission, the agency also served as a vector of soft power and an early-warning system for tracking public health risks, like pandemics. The loss of the agency has already caused national security issues for the U.S., such as the seizure of discarded USAID supplies by Iran-backed Houthi groups in Yemen.

“Those insecurities don't stay where they're created; they travel,” Wright said. “That unfortunately means that the vulnerabilities that are being created at the moment will likely have long-run consequences of creating insecurity that directly impacts the safety of Americans.”

Moreover, Trump’s demolition of USAID prompted many allies in Europe to pull back on their own foreign aid, exacerbating the effects. Though other humanitarian organizations are struggling to mitigate the consequences, the loss of trust caused by the shutdown of USAID is likely permanent, with ominous long-term consequences.

“Even if you reactivated USAID and pretended as if it never went away, you can't reverse these effects because you've already communicated your bad faith behavior,” Wright said. “There is nothing quite like the reputational bomb of simply shutting down an agency, and what that does to the reputation that the U.S. might have if it ever wanted to reinitiate its interventions.”

“From the soft power lens, and a global lens, the reputational effects, I think, are tremendous and will create a bunch of wedges and inefficiencies,” he concluded. “If one simply wanted to restart USAID, it's going to cost much more to rebuild than simply the same budget all over again.”

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Il miracolo della produttività americana sorprende tutti


Negli ultimi cinque anni la produttività negli Stati Uniti cresce al ritmo più rapido degli ultimi vent'anni, ma l'intelligenza artificiale non c'entra ancora. Le ragioni sono altre.

Negli ultimi cinque anni la produttività americana è cresciuta al ritmo più sostenuto da circa due decenni. Lo rileva un'analisi dell'Economist, secondo cui la produzione per lavoratore e per ora nelle imprese non agricole è aumentata del 2% all'anno, contro l'1% registrato per gran parte degli anni Dieci. Si tratta di un cambiamento significativo, tanto che la Federal Reserve ha rivisto al rialzo le proprie stime sulla crescita di lungo periodo del Pil statunitense, portandole dall'1,8% al 2%. Jerome Powell, presidente uscente della banca centrale, ha commentato in una recente conferenza stampa rispondendo a una domanda dell'Economist: "Non avrei mai pensato di vedere così tanti anni di produttività davvero elevata".

Per un decennio dopo la crisi finanziaria globale del 2007-2009 la crescita della produttività nei Paesi ricchi era stata praticamente nulla rispetto agli standard storici. Anche il Congressional Budget Office, l'organismo di vigilanza fiscale che negli anni Dieci aveva costantemente sovrastimato l'aumento della produttività, in questo decennio ha mantenuto previsioni pessimistiche. I primi dati che suggerivano un'inversione di tendenza erano stati liquidati come falsi segnali, ma i numeri hanno continuato a confermare il nuovo trend.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, l'intelligenza artificiale non è responsabile di questa accelerazione. La produttività ha iniziato a salire all'inizio degli anni Venti, mentre i grandi modelli linguistici sono entrati nell'uso commerciale reale solo nell'ultimo anno. Usando le precedenti rivoluzioni tecnologiche come un riferimento, è ragionevole pensare che l'era dell'IA impiegherà ancora qualche anno prima di manifestarsi nelle statistiche sulla produttività. Finora l'impatto macroeconomico più visibile del boom dell'IA riguarda gli investimenti delle imprese, in particolare nei data center.
Il boom silenzioso della produttività USA — FocusAmerica

Economia USA · Analisi

Il boom silenzioso
della produttività americana


Negli ultimi cinque anni la produzione per ora lavorata è cresciuta al ritmo più sostenuto da due decenni. Ma non è l'intelligenza artificiale a spingerla.

Fonte analisi · The Economist Dati BLS · Federal Reserve

Anni 2010
1%
Crescita annua della produttività

Ultimi 5 anni
2%
Produzione per ora nelle imprese non agricole

La Fed ha rivisto al rialzo la stima Pil di lungo periodo: dall'1,8% al 2%

Esplora l'analisi
1 Il salto 2 I settori 3 L'energia 4 La tenuta

Un'inversione di tendenza

Dal decennio perduto al raddoppio del ritmo


Per dieci anni dopo la crisi finanziaria globale, la produttività nei Paesi ricchi era cresciuta a ritmi praticamente nulli. Dall'inizio del decennio in corso, qualcosa è cambiato.

3% 2% 1% 0% 2010-2019 2020-2025 1% Anni 2010 crescita media annua 2% Ultimi 5 anni produzione per ora +100%

3% 2% 1% 0%

2010-19
2020-25

1%

2%

+100%


Anni 2010
crescita media annua

Ultimi 5 anni
produzione per ora

Revisione Fed
1,8% → 2%
Stima rivista al rialzo della crescita di lungo periodo del Pil statunitense

Confronto con i pari
Solo USA
Gli altri Paesi ricchi non hanno vissuto la stessa rinascita produttiva

"Non avrei mai pensato di vedere così tanti anni di produttività davvero elevata."

Jerome Powell · Presidente uscente della Federal Reserve

Chi traina davvero

Non è la tecnologia a fare la corsa, ma chi la utilizza


L'analisi dei dati BLS dal 2019 al 2024 mostra che il settore dell'informazione cresce molto, ma non più di prima. La vera differenza la fanno servizi professionali e gestione aziendale.

Informazione Software · TLC · editoria · cinema
~6%

Cresce molto, ma non più della media storica 2000-2019. Quota economia stabile al 5,3-5,5%.

Servizi professionali e gestione ~10% dell'economia USA
Boom

Attività che non producono nuove tecnologie, ma le utilizzano intensamente. Finalmente sfruttate cloud, smartphone e videoconferenze.

Petrolio e gas Eredità della rivoluzione shale
Boom

Nuovi impianti di liquefazione del gas hanno aperto i mercati di Europa e Asia, dove i prezzi sono più alti.

Intelligenza artificiale Effetto sulla produttività
N.D.

I grandi modelli linguistici sono entrati nell'uso commerciale solo nell'ultimo anno. Per ora l'impatto macro più visibile è sugli investimenti in data center.

Il punto

Contrariamente alla narrazione dominante, l'IA non è responsabile dell'accelerazione: la produttività ha iniziato a salire all'inizio degli anni Venti, prima ancora che i modelli linguistici diventassero commerciali.

Il vantaggio invisibile

Energia abbondante ed economica come moltiplicatore


L'elettricità è un input per quasi tutte le attività produttive. Negli USA costa molto meno che altrove: un fattore che spiega perché alcuni settori energivori non siano crollati come è avvenuto in Europa.

Prezzo medio dell'elettricità per le imprese — confronto rispetto agli Stati Uniti.

Stati Uniti
100

Riferimento — prezzo base

Giappone
+50%

Le imprese giapponesi pagano un terzo in più rispetto a quelle americane

Europa
×2

Gli europei pagano l'elettricità il doppio rispetto agli americani

Da importatore a esportatore

1/2
Nel 2023 gli USA hanno venduto all'estero, al netto delle importazioni, metà dell'energia esportata dall'Arabia Saudita.

La spinta strutturale

Un'economia flessibile che assorbe gli shock


Il boom è iniziato in concomitanza con la pandemia di Covid-19. Diversamente dall'Europa, gli aiuti USA sono andati alle persone, non al vincolo del posto di lavoro: quando i licenziamenti sono stati riassorbiti, i lavoratori sono confluiti nelle imprese più efficienti.

2007-09

La grande crisi finanziaria
Per un decennio la crescita della produttività nei Paesi ricchi resta praticamente nulla rispetto agli standard storici.

2020

Covid-19 e aiuti in contanti
Gli USA distribuiscono gli aiuti pandemici in denaro, senza vincolare i lavoratori ai posti esistenti come fa gran parte dell'Europa.

Anni '20

Il salto silenzioso
La produttività inizia a salire. Le aziende sfruttano finalmente le innovazioni del decennio precedente: cloud, smartphone, videoconferenze.

2025-26

La tenuta sotto Trump
Nonostante dazi, espulsioni di massa e attacchi alla Fed, la crescita della produttività si mantiene su livelli solidi.

Crescita 2025 - mar 2026
+1,2%
Annuo per lavoratore, agricoltori inclusi

Crescita 2025 - mar 2026
+2,1%
Annuo per ora, imprese non agricole

Secondo l'Economist il fenomeno dovrebbe sopravvivere alla guerra in Iran, e l'intelligenza artificiale comincerà probabilmente a comparire nelle statistiche sulla produttività prima del previsto.

Fonte Analisi The Economist su dati Bureau of Labour Statistics e Federal Reserve. Dichiarazioni di Jerome Powell in conferenza stampa. Periodo coperto: 2019 - marzo 2026.

L'analisi dei dati ufficiali del Bureau of Labour Statistics sulla produttività per settore dal 2000 a oggi mostra che tra il 2019 e il 2024 il settore dell'informazione, che comprende software, telecomunicazioni, editoria e cinema, è risultato in testa con un tasso annuo di circa il 6%. Questo dato però non è superiore alla media annuale del periodo 2000-2019. Inoltre la quota di questo settore sull'economia americana è rimasta stabile tra il 5,3% e il 5,5% negli ultimi sei anni, escludendo l'ipotesi che il suo peso crescente abbia trainato l'intera economia.

Gli aumenti più consistenti sono arrivati invece dai servizi professionali e dalla gestione aziendale, settori che insieme rappresentano circa il 10% dell'economia americana. Si tratta di attività che non producono nuove tecnologie ma le utilizzano in modo intensivo. Negli ultimi anni le aziende statunitensi hanno finalmente sfruttato appieno le innovazioni degli anni Dieci, come smartphone, cloud computing e videoconferenze.

Anche il settore petrolifero e del gas ha registrato una forte crescita della produttività. La rivoluzione dello shale gas degli anni Dieci ha trasformato gli Stati Uniti da importatore netto a esportatore di energia. Nel 2023 il Paese ha venduto all'estero, al netto delle importazioni, metà dell'energia esportata dall'Arabia Saudita. La costruzione di nuovi impianti di liquefazione del gas naturale ha permesso poi agli americani di rifornire Europa e Asia, dove il combustibile spunta prezzi più alti rispetto al mercato interno.

Gli effetti indiretti del boom energetico potrebbero essere ancora più rilevanti. L'elettricità è un input per quasi tutte le attività produttive e gli americani la pagano in media la metà rispetto agli europei e un terzo in meno rispetto ai giapponesi. Quando l'energia è economica e abbondante, lavoratori e macchinari possono produrre senza preoccuparsi troppo dei consumi. Questo aiuta a spiegare perché alcuni settori energivori come quello minerario e chimico non siano crollati negli Stati Uniti come è invece accaduto in Europa.

Un altro fattore alla base dell'accelerazione è più sfumato ma fondamentale. L'economia americana resta insolitamente flessibile, dinamica e innovativa rispetto agli standard dei Paesi ricchi. Questa caratteristica la rende particolarmente adattabile, soprattutto nei momenti di crisi. Non a caso l'attuale boom della produttività è iniziato in concomitanza con la pandemia di Covid-19 e, a differenza della precedente fase di crescita di oltre vent'anni fa, gli altri Paesi ricchi non hanno vissuto la stessa rinascita.

A differenza di gran parte dell'Europa, gli Stati Uniti hanno distribuito gli aiuti pandemici principalmente in denaro, invece di usare strumenti come la cassa integrazione che legano i lavoratori ai posti di lavoro esistenti. Quando i licenziamenti dovuti ai lockdown sono stati riassorbiti, le persone hanno trovato un nuovo lavoro più facilmente in imprese più efficienti, perché erano quelle nella posizione migliore per riprendere ad assumere.

L'economia americana sta assorbendo anche gli shock più recenti. Dall'inizio del 2025 al marzo 2026 la crescita della produttività si è mantenuta su livelli solidi, tra l'1,2% per lavoratore inclusi gli agricoltori e il 2,1% per ora nelle imprese non agricole, su base annua. Questo è avvenuto nonostante le azioni del presidente Donald Trump in direzione contraria, come i dazi, espulsioni di massa e attacchi alla Federal Reserve. Secondo l'Economist, il fenomeno dovrebbe sopravvivere anche alla guerra in Iran voluta dal presidente e l'intelligenza artificiale comincerà probabilmente a comparire nelle statistiche sulla produttività prima del previsto.

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Un cargo russo affondato in Spagna trasportava due reattori nucleari per la Corea del Nord


Lo ha rivelato agli inquirenti spagnoli il capitano dell'Ursa Major, affondato al largo di Cartagena nel dicembre 2024. Il carico potrebbe rappresentare il pagamento do Mosca per i soldati nordcoreani inviati a liberare il Kursk dai soldati ucraini.

Il cargo russo "Ursa Major", affondato il 23 dicembre 2024 al largo di Cartagena, in Spagna, trasportava componenti di due reattori nucleari destinati alla Corea del Nord. A rivelarlo agli inquirenti spagnoli sarebbe stato il capitano della nave, Igor Anisimov, in una testimonianza ricostruita da un'inchiesta della CNN. La nave era partita da San Pietroburgo l'11 dicembre 2024, scortata da due unità militari russe, e ufficialmente risultava diretta a Vladivostok. Secondo il capitano, però, la destinazione reale era il porto nordcoreano di Rason.

Quei componenti, ha spiegato Anisimov, sarebbero stati il pagamento concordato da Mosca con Pyongyang in cambio dei circa diecimila soldati nordcoreani inviati nell'autunno 2024 nella regione russa di Kursk, a sostegno delle truppe di Vladimir Putin. Sui documenti di bordo il carico appariva molto meno sensibile: due grandi "coperchi di boccaporto", 129 container vuoti e due gru Liebherr. Quando gli investigatori spagnoli gli hanno chiesto cosa fossero davvero quei "coperchi", Anisimov avrebbe ammesso che si trattava di parti di due reattori nucleari simili a quelli installati sui sottomarini russi.

Secondo gli inquirenti potevano essere reattori VM-4SG, utilizzati sui sottomarini nucleari sovietici di seconda generazione e capaci di alimentare unità armate con missili balistici. La CNN precisa, tuttavia, che non esistono prove definitive sulla loro esatta natura. Anisimov ha sostenuto che i reattori non contenessero combustibile nucleare. Il governo spagnolo, in una comunicazione al Parlamento, ha però precisato che questa versione non ha potuto essere verificata. Una fonte vicina all'inchiesta ha riferito alla CNN che il capitano temeva per la propria incolumità e per questo avrebbe evitato a lungo di parlare del carico.

Per gli investigatori, inoltre, era poco credibile che una nave intraprendesse un viaggio così lungo solo per trasportare container vuoti, due presunti coperchi e due gru: materiale che avrebbe potuto raggiungere l'Estremo Oriente russo molto più facilmente via ferrovia. Le gru, secondo questa ricostruzione, sarebbero servite a scaricare i componenti nucleari una volta arrivati a Rason.

A rafforzare i sospetti c'è anche un elemento precedente alla partenza. Nell'ottobre 2024, due mesi prima del viaggio, "Oboronlogistika", la società del Ministero della Difesa russo proprietaria dell'"Ursa Major", aveva annunciato di aver ottenuto la licenza per il trasporto di materiali nucleari. Un video girato il 4 dicembre nel porto di Ust-Luga, analizzato dalla CNN, mostra inoltre i container già sistemati nello scafo lasciando libero uno spazio compatibile con l'imbarco dei grandi "coperchi", caricati pochi giorni dopo a San Pietroburgo.

L'affondamento e le manovre russe sul relitto


La dinamica dell'affondamento resta opaca. Il 22 dicembre l'"Ursa Major" ha rallentato e si è inclinata improvvisamente, senza che a bordo venisse avvertita alcuna esplosione. 24 ore dopo, tre detonazioni nella sala macchine hanno ucciso 2 meccanici e costretto il capitano a lanciare l'SOS. I soccorritori spagnoli hanno evacuato i 14 membri dell'equipaggio rimasti. In seguito, sullo scafo è stato individuato un foro di circa 50 per 50 cm.

Gli inquirenti hanno preso in considerazione l'ipotesi di un siluro supercavitante "Barracuda", un'arma capace di viaggiare dentro una bolla di gas e superare i 370 chilometri orari, in dotazione solo a Stati Uniti, alcuni Paesi NATO, Russia e Iran. Ma l'ipotesi non convince tutti gli analisti consultati dalla CNN. Mike Plunkett, analista navale della società britannica "Janes", ritiene più plausibile l'uso di una mina-lapa, cioè una carica a effetto cumulativo applicata direttamente allo scafo.

Anche il comportamento delle unità russe dopo l'incidente ha attirato l'attenzione degli investigatori. La "Ivan Gren", una delle due navi militari di scorta, avrebbe cercato di tenere lontani i soccorritori spagnoli, intimando loro di non avvicinarsi a meno di 3,7 km dal cargo. Dopo l'evacuazione dell'equipaggio, avrebbe lanciato una serie di razzi rossi sul punto del naufragio. Subito dopo, i sismografi spagnoli hanno registrato quattro esplosioni compatibili con detonazioni di mine subacquee o cariche da cava.

Una settimana più tardi è arrivata nell'area anche la "Yantar", una nave di ricerca russa che la NATO considera un'unità di spionaggio. È rimasta sul posto per 5 giorni. Al termine della sua permanenza si sono verificate altre 4 esplosioni, forse dirette contro ciò che restava del cargo sul fondale. Secondo i dati di Kpler, la "Yantar" sarebbe tornata nella zona anche nel gennaio 2025.

Sul luogo dell'affondamento è passato due volte anche un WC-135R statunitense, l'aereo soprannominato "cercatore di scorie nucleari": la prima volta il 28 agosto 2025, la seconda il 6 febbraio di quest'anno. Il portavoce dell'aviazione americana Chris Pierce ha confermato alla CNN che la missione del velivolo è "garantire la raccolta e l'analisi di scorie nucleari". Madrid, tuttavia, non ha emesso alcuna allerta per contaminazione radioattiva.

La posta in gioco per Kim Jong-un


L'inchiesta della CNN si inserisce in un quadro già segnalato come preoccupante dai servizi sudcoreani nel 2025. Secondo quanto riferito ai parlamentari di Seul, nella prima metà dello scorso anno la Russia avrebbe consegnato alla Corea del Nord 2 o 3 moduli nucleari, comprendenti i noccioli attivi di altrettanti reattori, oltre a turbine e sistemi di raffreddamento smontati da sottomarini dismessi.

Per gli analisti sudcoreani si tratterebbe una svolta strategica: proprio il tipo di tecnologia che Kim Jong-un cerca da anni per dotare la Corea del Nord di una flotta sottomarina a propulsione nucleare. Se confermata, la vicenda dell'"Ursa Major" mostrerebbe quindi un salto di qualità nella cooperazione militare tra Mosca e Pyongyang: non più solo munizioni, missili o truppe, ma anche il possibile trasferimento diretto di tecnologia nucleare militare navale in cambio del sostegno nordcoreano alla guerra russa in Ucraina.

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Perché la nuova strategia antiterrorismo di Trump è piena di errori


Il piano firmato dall'amministrazione Trump include antifascisti e attivisti transgender tra le minacce principali, mentre l'Iran torna centrale dopo due mesi di guerra. L'autore è Sebastian Gorka.

L'amministrazione Trump ha pubblicato la Strategia antiterrorismo degli Stati Uniti per il 2026, un documento che secondo Tom Nichols sull'Atlantic non costituisce una vera strategia ma piuttosto una raccolta delle preoccupazioni politiche del presidente, ripresentate sotto l'etichetta di "antiterrorismo". Il testo, breve e costellato di errori di battitura, dedica ampio spazio alle accuse contro l'amministrazione di Joe Biden, accusata di aver usato i poteri del governo per colpire avversari politici nell'interesse di chi voleva mantenere al potere o far vincere le elezioni.

Il documento identifica tre categorie di minacce principali. La prima è il terrorismo jihadista, che il rapporto attribuisce in parte alle politiche delle "guerre infinite" delle precedenti amministrazioni repubblicane e all'appoggio dato a regimi sponsor del terrorismo come l'Iran sotto le amministrazioni democratiche. La seconda categoria, "narcoterroristi e gang transnazionali", appare costruita per giustificare a posteriori gli attacchi americani contro imbarcazioni al largo delle coste dell'America Latina, trasformando quelle che potrebbero configurarsi come azioni illegali in parte di una strategia.

La terza categoria è la più controversa e riguarda gli "estremisti violenti di sinistra, inclusi anarchici e antifascisti". Il documento li descrive come "anti-americani, radicalmente pro-transgender e anarchici" e promette di mapparli sul territorio nazionale, identificarne i membri, tracciare i legami con organizzazioni internazionali come Antifa e usare gli strumenti delle forze dell'ordine per neutralizzarli prima che possano ferire o uccidere. La strategia annuncia inoltre azioni contro gli stati che sponsorizzerebbero questi gruppi, senza però specificare quali siano.

L'Iran viene definito "la più grande minaccia agli Stati Uniti proveniente dal Medio Oriente". Si tratta di un cambiamento significativo rispetto alla Strategia di sicurezza nazionale del 2025, che soltanto un anno fa ridimensionava il pericolo iraniano. Il rapporto affronta anche la persecuzione dei cristiani in Africa e altrove, definendoli "il popolo più perseguitato sulla Terra", una formulazione che secondo Nichols sembra pensata per compiacere la base evangelica del presidente.

Nonostante si presenti come una strategia, il documento contiene poche indicazioni operative concrete. Le raccomandazioni si limitano a obiettivi generici come identificare attori e complotti terroristici prima che si manifestino, tagliare i loro finanziamenti e canali di reclutamento, distruggerli con azioni di autodifesa contro minacce imminenti. Mancano discussioni specifiche su priorità, obiettivi e strumenti del potere nazionale da impiegare, oltre che sui rischi delle diverse opzioni.

Diversi esperti di terrorismo hanno espresso giudizi severi. Juliette Kayyem, esperta di sicurezza, ha dichiarato all'Atlantic che documenti di questo tipo dovevano servire a "guidare le agenzie di intelligence e le forze dell'ordine" e a informare la cittadinanza, mentre questo rapporto "prende in giro il pubblico americano" invece di informarlo. L'analista Kabir Taneja ha scritto su X che il documento "sembra scritto da uno stagista". Lo studioso Colin P. Clarke ha aggiunto sempre su X che "i professionisti competenti dell'antiterrorismo devono essere inorriditi da questa sbobba" e ha assegnato al testo un voto di D+.

L'autore principale del documento è Sebastian Gorka, vice assistente del presidente e direttore senior per l'antiterrorismo. Durante il primo mandato di Trump, Gorka aveva ricoperto un ruolo analogo per soli sette mesi, occupandosi soprattutto di difendersi dalle accuse di legami con un gruppo di estrema destra ungherese e di ottenere un nullaosta di sicurezza. Dopo l'uscita dalla Casa Bianca si era dedicato a podcast, apparizioni televisive e alla vendita di integratori a base di olio di pesce.

Il profilo accademico di Gorka è stato oggetto di critiche. Ha conseguito il dottorato nel 2008 in un'università ungherese di scarso prestigio e ha pubblicato pochi lavori scientifici. In un'intervista al Washington Post del 2017, Gorka aveva difeso il proprio approccio dicendo che gli interessava sapere se qualcuno sul campo leggesse i suoi articoli, definendosi una persona che sostiene "i più coraggiosi tra i coraggiosi", cioè i combattenti. Lo stesso quotidiano aveva riportato che, durante il suo incarico alla Marine Corps University, Gorka non era stato assunto come dipendente pubblico al pari degli altri docenti, ma occupava una cattedra finanziata da Thomas Saunders III, un importante donatore del Partito Repubblicano. Un ex docente militare aveva detto al Post che l'insegnamento di Gorka "rendeva semplice una situazione difficile e complessa e confermava i pregiudizi e le supposizioni degli ufficiali". Un altro professore lo aveva descritto come "altisonante e showman".

Gorka sostiene di essere esperto di jihadismo e terrorismo mediorientale pur non parlando alcuna delle lingue della regione e avendo trascorso poco tempo nell'area fino a tempi recenti. Pretende anche di essere chiamato "dottore", una scelta non comune tra chi possiede un dottorato.

La pubblicazione del documento sarebbe stata sollecitata da un'inchiesta giornalistica. Il mese scorso la reporter di ProPublica Hannah Allam aveva pubblicato un articolo intitolato "Lo zar dell'antiterrorismo senza un piano antiterrorismo", in cui ricordava che Gorka prometteva la strategia da quasi un anno senza mai consegnarla. Nell'estate scorsa aveva detto di essere "sul punto" di presentare il piano, espressione ripetuta a ottobre e di nuovo a gennaio. Quando Allam aveva chiesto un commento, Gorka aveva rifiutato e su X l'aveva definita una "mercenaria anti-americana". Il 4 maggio Allam ha pubblicato un nuovo articolo notando che "esattamente due mesi dopo l'inizio della guerra con l'Iran" la strategia antiterrorismo di Gorka ancora non era apparsa. Due giorni dopo la Casa Bianca ha diffuso il documento.

Il contesto operativo aggrava le criticità. Il Consiglio di sicurezza nazionale è in stallo, perché il suo direttore Marco Rubio è anche segretario di Stato. Il Dipartimento della Difesa e l'FBI sono guidati da figure che, secondo Nichols, sono ben al di sotto del livello richiesto. Nel frattempo, secondo la Central Intelligence Agency, il regime di Tehran è sopravvissuto a due mesi di operazioni militari, conserva capacità sostanziali e non è vicino al collasso.

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Il 3 giugno il Parlamento discuterà di fine vita. Potrebbero discutere il testo del Pd, sottoscritto da tutte le opposizioni, che si limita a recepire le regole emanate dalla Corte costituzionale, con delle restrizioni per le condizioni di accesso all'aiuto alla morte volontaria.

Ma si rischia anche di peggio. Perché c'è il testo di legge del Governo che cancellerebbe totalmente i diritti esistenti, che hanno consentito finora a 16 persone di ottenere l'aiuto a morire da parte del SSN.

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I Dem forzano il voto sugli aiuti all'Ucraina e nuove sanzioni a Mosca


La procedura per forzare il voto in Aula ha raggiunto la soglia delle 218 firme. Il testo può ora aggirare la leadership repubblicana e arrivare direttamente in aula. Il pacchetto prevede 1,3 miliardi di dollari in aiuti militari, fino a 8 miliardi in prestiti e nuove sanzioni contro la Russia.

I deputati democratici della Camera dei Rappresentanti hanno raccolto le firme necessarie per aggirare lo speaker repubblicano Mike Johnson e portare al voto in aula un nuovo pacchetto per l'Ucraina, che combina aiuti militari, prestiti diretti e sanzioni contro la Russia. È l'ottava volta in tre anni che una coalizione trasversale ricorre alla stessa procedura per forzare la mano alla leadership repubblicana.

Lo strumento si chiama discharge petition: una petizione che, una volta raggiunta la soglia delle 218 firme, obbliga la Camera a votare un disegno di legge anche contro la volontà dello Speaker che normalmente controlla i lavori parlamentari. Negli ultimi anni è diventata l'arma con cui maggioranze trasversali aggirano i blocchi imposti dai vertici di partito. Solo nel 119esimo Congresso, riporta Axios, ha già funzionato diverse volte: ha sbloccato il voto per delega alla Camera, la pubblicazione dei file Epstein e l'estensione dei crediti d'imposta dell'Affordable Care Act. Ora tocca al dossier Ucraina, anche se il voto vero e proprio non dovrebbe arrivare prima del Memorial Day.

La firma decisiva di Kiley


A presentare la petizione è stato Greg Meeks, deputato democratico e membro di più alto rango dell'opposizione nella Commissione Affari Esteri della Camera. La soglia è stata raggiunta però solo grazie alla firma decisiva di Kevin Kiley, deputato della California che a marzo ha lasciato il Partito Repubblicano per passare tra gli indipendenti, pur continuando a sedere con i repubblicani.

Hanno firmato a favore anche tutti i 215 democratici e altri 2 deputati repubblicani, Brian Fitzpatrick della Pennsylvania e Don Bacon del Nebraska, entrambi tra i più convinti sostenitori di Kyiv. "I recenti progressi ucraini hanno aperto una finestra per la pace, ma il collasso del cessate il fuoco dimostra che serve leva negoziale perché la diplomazia funzioni", ha dichiarato Kiley in una nota.

Il testo della proposta di legge che verrà votata dall'aula autorizza 1,3 miliardi di dollari in assistenza alla sicurezza e altre forme di sostegno all'Ucraina, fino a 8 miliardi in prestiti diretti e nuove sanzioni contro la Russia. Alla Camera i numeri ci sono, ma il provvedimento rischia comunque di fermarsi al Senato dove servono 60 voti per il passaggio o alla Casa Bianca sulla scrivania del presidente Trump.

È questo il limite politico della discharge petition in grado di forzare un voto, ma non di garantire l'approvazione definitiva di una legge. In questo caso serve soprattutto a mettere la maggioranza repubblicana davanti alle proprie divisioni interne, più che a riaprire davvero il rubinetto degli aiuti statunitensi a Kyiv.

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La Florida chiude "Alligator Alcatraz", il centro di detenzione migranti nelle paludi


Il governo lo considera troppo costoso e inefficace. I detenuti saranno trasferiti entro giugno, mentre lo Stato della Florida attende ancora 608 milioni di dollari di rimborsi federali.

La Florida chiuderà "Alligator Alcatraz", il centro di detenzione per migranti aperto con molta enfasi lo scorso luglio nelle Everglades. Lo riporta il New York Times, citando un funzionario federale e tre persone a conoscenza delle operazioni della struttura. Martedì pomeriggio i responsabili del centro hanno comunicato ai fornitori che l'attività cesserà presto: i detenuti saranno trasferiti in altre strutture entro l'inizio di giugno e il centro sarà smantellato nelle settimane successive. Al momento, non è ancora chiaro dove saranno spostati i migranti. Secondo i dati dell'Immigration and Customs Enforcement, ad aprile la struttura ospitava circa 1.400 persone.

A spingere verso la chiusura sono soprattutto i costi eccessivi. Il Dipartimento di Sicurezza Interna ha concluso che il centro è inefficace e troppo oneroso. L'amministrazione statale di DeSantis spende oltre un milione di dollari al giorno per tenerlo operativo in un'area isolata tra Miami e Naples, e la Florida non ha ancora ricevuto i 608 milioni di dollari di rimborso federale richiesti per coprire circa un anno di gestione. La decisione arriva pochi giorni dopo che il New York Times aveva già rivelato i colloqui in corso tra lo Stato della Florida e l'Amministrazione Trump sulla possibile chiusura.

Il nodo dei fornitori e la stagione degli uragani


Il quadro è reso più fragile dalla situazione dei fornitori privati assunti dallo Stato, che faticano ad anticipare le spese. Uno di loro, rimasto anonimo per timore di ritorsioni, ha detto al New York Times che la Florida non paga alcune loro fatture da oltre 200 giorni. Il problema rischia di esplodere il primo giugno, quando inizierà anche la stagione degli uragani: molti degli stessi fornitori sono impiegati anche negli interventi di emergenza, come la rimozione dei detriti dopo le tempeste, e senza liquidità potrebbero non essere in grado di operare.

Sul centro pesano però anche le denunce di detenuti, familiari, avvocati e attivisti, che hanno descritto a più riprese condizioni igieniche e di vita inumane. Le autorità statali hanno sempre respinto le accuse. A contestare la struttura sono anche i gruppi ambientalisti, contrari alla costruzione del centro in un'area protetta delle Everglades. "Non molleremo finché Alligator Alcatraz non sarà chiusa e i danni alle Everglades non saranno completamente sanati", ha dichiarato Eve Samples, direttrice esecutiva di Friends of the Everglades. "Questa trovata politica è stata un fallimento sotto ogni profilo".

Invece lunedì, parlando ai giornalisti a Fort Myers, DeSantis aveva detto che i funzionari federali non gli avevano ancora comunicato l'intenzione di chiudere il centro. Allo stesso tempo, però, aveva chiarito che senza nuovi detenuti inviati da Washington lo Stato non lo avrebbe tenuto aperto. Il governatore ha aggiunto che un secondo centro di detenzione statale, a ovest di Jacksonville, resterà invece operativo. DeSantis ha poi avvertito i repubblicani di non arretrare sulla linea dura contro l'immigrazione in vista delle elezioni di midterm di novembre. "Sarebbe un grosso problema politico voltare le spalle alla missione di espulsioni", ha detto.

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Trump nega un'intesa con Putin sulla cessione del Donbass, Mosca punta a alzare il prezzo della pace


Secondo il Financial Times, i vertici militari russi hanno convinto il leader del Cremlino per l'ennesima volta che il fronte ucraino crollerà presto. Per motivi opposti, Kyiv e Mosca non credono più nel negoziato mediato dagli Stati Uniti.

I vertici militari russi hanno convinto ancora una volta Vladimir Putin che le loro forze possono conquistare l'intero Donbass entro l'autunno. Lo scrive il Financial Times, secondo cui Russia e Ucraina non credono più in una vera ripresa dei negoziati mediati dagli Stati Uniti, nemmeno dopo la fine della guerra in Medio Oriente. Negli ultimi mesi Putin ha concentrato – senza granchè successo – lo sforzo militare sulla conquista di nuovi territori ucraini e, secondo le fonti citate dal quotidiano britannico, intende ampliare le proprie richieste se dovesse riuscire a completare l'occupazione della regione orientale.

Prima di partire per Pechino, dove martedì incontrerà Xi Jinping, Donald Trump ha però negato di avere mai raggiunto un'intesa con Putin sulla cessione del Donbass alla Russia. A un cronista che gli chiedeva se esistesse un accordo di questo tipo con il leader del Cremlino, il presidente americano ha risposto semplicemente: "No". La smentita arriva dopo che Mosca ha indicato il ritiro delle truppe ucraine dall'intero Donbass come condizione per proseguire i colloqui di pace con Kyiv. La richiesta riguarda soprattutto la parte della regione di Donetsk ancora controllata dagli ucraini, mentre la vicina Luhansk è già quasi interamente in mano russa.

Q: Can there be any understanding between you and Putin that Russia should get entire Donbas?

TRUMP: No pic.twitter.com/5hV4IioV0u
— Aaron Rupar (@atrupar) May 12, 2026


Vadym Skibitskyj, vicecapo dell'intelligence militare ucraina, ha detto al Financial Times che un eventuale successo russo nel Donbass permetterebbe al Cremlino di pretendere anche la cessione delle intere regioni di Kherson e Zaporizhzhia. Sono due territori che Mosca sostiene di aver annesso nel 2022, ma che restano ancora in buona parte, inclusi i rispettivi capoluoghi regionali, sotto controllo ucraino. Al vertice in Alaska della scorsa estate, Putin aveva offerto a Trump di congelare la linea del fronte in quelle due regioni in cambio dell'accoglimento delle sue richieste sul Donbass.
La forbice di Putin — FocusAmerica

Guerra in Ucraina · Quanto può davvero avanzare Mosca?

La forbice di Putin: le ambizioni del Cremlino contro i numeri reali al fronte


I generali russi hanno convinto Putin che il Donbass possa cadere entro l'autunno. Ma i dati raccontano un'altra storia: al ritmo attuale, circa 370 km² al mese, conquistare la sola regione di Donetsk richiederebbe anni. E negli ultimi due mesi la dinamica si è persino rovesciata: ad aprile Mosca ha perso più territorio di quanto ne abbia guadagnato.

Fonti: Financial Times, ISW, DeepState, Russia Matters Dati aggiornati a maggio 2026

Obiettivo del Cremlino
22%
Della regione di Donetsk ancora in mano ucraina che Mosca pretende ceduta

vs

Conquistato in 12 mesi
0,8%
Del territorio ucraino totale guadagnato dalla Russia in un anno

Al ritmo attuale conquistare la sola regione di Donetsk richiederebbe 2-3 anni di guerra

Esplora in dettaglio
1 Il fronte 2 Le regioni 3 Il costo 4 Ambizioni

4 settimane alla volta

L'avanzata russa rallenta da mesi, e a marzo si è persino invertita


I km² di territorio ucraino conquistato o perso dalle forze russe ogni 4 settimane. Dato ISW elaborato da Russia Matters.

Nov '25

+557km²

Dic '25

+360km²

Gen '26

+163km²

Feb '26

+119km²

Mar '26

−31km²

Apr '26

−119km²

← Perdite Guadagni →

370
km² al mese, media russa degli ultimi 12 mesi

0,7%
Del territorio ucraino totale conquistato in un anno, pari a circa 4.439 km²

Per 2 mesi consecutivi, marzo e aprile 2026, la Russia ha perso più territorio di quanto ne abbia conquistato. A questo ritmo, secondo l'ISW, per completare la conquista della sola regione di Donetsk servirebbero almeno 2 o 3 anni di guerra.

Cosa Mosca pretende vs cosa controlla davvero

3 delle 4 regioni rivendicate restano ancora in parte sotto controllo ucraino


Le quattro regioni che Mosca dichiara annesse dal 2022. Ogni barra mostra la quota controllata oggi dalla Russia, la linea tratteggiata indica il 100% rivendicato dal Cremlino.

Luhansk
Quasi interamente occupata

98,5%

Controllo russo: ~98,5% Rivendicazione: 100%

Donetsk
Contesa, è il fronte attuale

80,5%

Controllo russo: ~80,5% · ucraino ~19,5% Rivendicazione: 100%

Zaporizhzhia
Capoluogo in mano ucraina

~73%

Controllo russo: circa tre quarti, città capoluogo no Rivendicazione: 100%

Kherson
Capoluogo liberato nel 2022

~73%

Controllo russo: circa tre quarti, città capoluogo no Rivendicazione: 100%

Territorio sotto controllo russo
Rivendicazione del Cremlino (100%)

Il prezzo dell'avanzata

Un milione di perdite tra morti e feriti gravi, energia in crisi: la guerra logora entrambi i Paesi


Le stime più recenti sulle vittime militari e gli effetti incrociati delle campagne di droni sulle infrastrutture energetiche.

~1mln
Perdite militari russe tra morti e feriti gravi

250-300mila
Perdite militari ucraine tra morti e feriti

20%
Della capacità di raffinazione russa distrutta o danneggiata dai droni ucraini

16h
Senza elettricità al giorno per i residenti di Kyiv nei picchi di crisi

Capacità elettrica ucraina disponibile

Pre-invasione

33,7 GW

Gennaio 2026

~14 GW

Capacità di raffinazione russa offline (ottobre 2025)

Capacità totale

100%

Offline per attacchi

~40%

Il quadro

Nel mese di aprile 2026 la Russia è stata costretta a tagliare la produzione di 300-400 mila barili al giorno rispetto al primo trimestre — secondo Reuters si tratta del calo più ripido in 6 anni. I droni hanno reso entrambi gli Stati vulnerabili nei punti vitali: l'energia per Kyiv, l'export per Mosca.

Cosa vuole davvero Putin

Le ambizioni del Cremlino vanno ben oltre il solo Donbass

Non prenderà Zaporizhzhia, non prenderà il Donbass, non prenderà Kherson. Ma ricordiamoci che il piano è sempre stato prendere Kyiv.— Una fonte coinvolta nei canali diplomatici al Financial Times

1 · Richiesta attuale
Cessione dell'intero Donbass
Putin pretende il ritiro ucraino dalla parte della regione di Donetsk ancora in mano a Kyiv, circa 5.830 km², un'area poco più piccola della Liguria. Luhansk è già quasi tutta occupata.

2 · Se cade il Donbass
Anche Kherson e Zaporizhzhia
Secondo l'intelligence militare ucraina, la conquista del Donbass permetterebbe a Mosca di alzare il prezzo di qualsiasi tregua, rilanciando le rivendicazioni sulle due regioni meridionali annesse sulla carta nel 2022 ma ancora in larga parte sotto controllo ucraino.

3 · Obiettivo strategico
Controllo fino alla riva ovest del Dnipro
Due fonti diplomatiche citate dal Financial Times affermano che l'obiettivo finale di Putin è imporre il controllo russo oltre il fiume Dnipro, includendo potenzialmente anche la città di Odesa sul Mar Nero.

4 · Mira ultima
Kyiv
Il piano originale del 2022, la conquista di Kyiv fallita militarmente, resta — secondo gli interlocutori del FT — l'orizzonte di lungo periodo del Cremlino.

Richiesta sul tavolo
Rivendicazione esistente
Obiettivo dichiarato
Ambizione di fondo

Fonti Financial Times (intervista a Vadym Skibitskyj, vicecapo dell'intelligence militare ucraina); Institute for the Study of War; DeepState (OSINT ucraino); Russia Matters; Reuters; The Economist. Dati territoriali al 30 aprile 2026; dati energetici e produzione petrolifera al primo trimestre 2026.

Le ambizioni oltre il Donbass


Le ambizioni del leader russo, però, sembrano già andare ben oltre il Donbass. Secondo due fonti coinvolte nei canali diplomatici, l'obiettivo finale resta imporre il controllo russo sull'Ucraina almeno fino alla riva occidentale del Dnipro, includendo potenzialmente Kyiv e il porto di Odesa, sul Mar Nero. "Non prenderà Zaporizhzhia, non prenderà il Donbass, non prenderà Kherson. Ma ricordiamoci che il piano è sempre stato prendere Kyiv. Il compito è stato fissato e va portato a termine", ha detto una delle fonti al Financial Times. "I suoi gli stanno dicendo che gli ucraini sono in difficoltà, che il fronte sta crollando e che hanno finito gli uomini".

La situazione militare sul campo, però, racconta ben altro. Kherson e Zaporizhzhia sarebbero obiettivi persino più difficili del Donbass: entrambi i capoluoghi di regione si trovano oltre il Dnipro, lungo linee da cui le truppe russe si sono ritirate o che non sono mai riuscite a controllare stabilmente. Ciò nonostante, Putin continua a usare formule ambigue. Alla domanda se gli attacchi ucraini con droni rendessero necessario estendere più in profondità una "zona di sicurezza", ha risposto: "Ti sei già risposto da solo. Dobbiamo assicurarci che nessuno minacci nessuno, e basta". Una frase volutamente vaga, che lascia intravedere rivendicazioni territoriali più ampie di quelle già avanzate ufficialmente.

A Kyiv, intanto, i funzionari ucraini si sentono sempre meno esposti alle pressioni di Washington per un'intesa rapida e sfavorevole. L'esercito ucraino ha rallentato con successo l'avanzata russa negli ultimi mesi e ha aumentato i costi per Mosca con raid di droni in profondità contro infrastrutture energetiche e logistiche, depositi di munizioni e alloggiamenti militari. "Non c'è stato alcun progresso ottenuto dalla parte americana con la Russia", ha detto al quotidiano britannico un funzionario ucraino. "Tutto ciò che poteva essere negoziato è già stato fatto".

Trump promette un accordo, Kyiv respinge le concessioni


Trump continua invece a mostrarsi ottimista. Ha promesso che "farà tutto il necessario" per arrivare a un'intesa e ha ribadito che la guerra scatenata dal Cremlino sta per finire. "Penso che raggiungeremo un accordo tra Russia e Ucraina", ha dichiarato. Non ha escluso nemmeno un viaggio in Russia entro la fine dell'anno: alla domanda di un cronista ha risposto "è possibile". Nel breve scambio con i giornalisti, Trump ha però anche ribadito la sua lettura del sistema internazionale: per lui le vere superpotenze sono solo due, Stati Uniti e Cina. Washington, ha detto, è "il Paese militarmente più potente sulla Terra", mentre Pechino è "considerata la seconda più potente". "Nessuno si avvicina nemmeno a noi. E questo è evidente, che si tratti del Venezuela o dell'Iran", ha aggiunto.

Le aperture di Trump a Putin si scontrano però con la posizione di Kyiv. Volodymyr Zelensky ha già respinto pubblicamente l'idea di cedere il Donbass in cambio di un cessate il fuoco: rinunciare a quella linea di difesa, sostiene, esporrebbe il resto del Paese a nuove offensive russe. Un piano di pace concordato senza l'Ucraina, ha avvertito, sarebbe "nato morto". Trump e Putin si sono già incontrati una volta, ad agosto in Alaska. Un secondo vertice, previsto a Budapest in ottobre, è stato poi annullato all'ultimo dalla Casa Bianca.

Nonostante tutto, la scorsa settimana Trump ha dichiarato che "ogni giorno ci avviciniamo di più" a un accordo, dopo aver mediato un breve cessate il fuoco. Ma nessuna delle due parti sembra vedere un'utilità concreta nel proseguire i negoziati. I funzionari statunitensi negano di aver fatto pressioni su Kyiv, mentre Mosca sostiene che non abbia senso trattare finché l'Ucraina non si ritirerà dal Donbass. "La verità è che la Russia sta ancora cercando di ottenere diplomaticamente ciò che non è in grado di conquistare sul campo, mantenendo richieste massimaliste", ha detto al Financial Times un alto diplomatico tedesco. "Le azioni della Russia contraddicono chiaramente qualsiasi presunta disponibilità a negoziare".

Il negoziato si allontana


Da parte sua, Putin ha respinto sia le offerte di mediazione europee sia la richiesta ucraina di un summit in territorio neutrale. Lo scorso fine settimana ha indicato come possibile interlocutore negoziale l'ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, oppure "un leader di cui loro si fidano e che non abbia detto cose cattive su di noi". Kaja Kallas, capo della diplomazia europea, ha replicato che "non sarebbe molto saggio" lasciare a Putin la scelta del rappresentante europeo per i negoziati. La vicinanza di Schröder al Cremlino, ha osservato, equivarrebbe ad averlo "seduto da entrambi i lati del tavolo". Ancora più netta la posizione del Ministro degli Esteri ucraino Andrij Sybiha, che si è detto "categoricamente contrario" a questa ipotesi.

Intanto la crescente vulnerabilità russa agli attacchi dei droni ucraini ha costretto Mosca a tenere una versione ridotta della parata della Vittoria sulla Piazza Rossa: per la prima volta in quasi vent'anni l'esercito russo ha sfilato senza mezzi corazzati. In una rara conferenza stampa, Putin ha comunque rivendicato che le sue forze stanno puntando alla "sconfitta definitiva del nemico", che a suo dire arriverà presto nonostante il sostegno occidentale a Kyiv.

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Hamas usò stupri e violenze sessuali come strategia deliberata il 7 ottobre


Un'inchiesta indipendente israeliana documenta su 300 pagine stupri, torture sessuali e mutilazioni compiute da Hamas, basandosi su oltre 430 testimonianze e 10.000 immagini analizzate in due anni.

Stupri, torture sessuali, mutilazioni dei corpi e abusi compiuti anche dopo la morte delle vittime. La violenza sessuale durante l'attacco del 7 ottobre 2023 in Israele non fu un eccesso isolato, ma una strategia deliberata e sistematica di Hamas e degli altri gruppi armati palestinesi. È la conclusione di un rapporto di 300 pagine pubblicato dalla Civil Commission on October 7 Crimes by Hamas against Women and Children, un'organizzazione non governativa israeliana indipendente, anticipato in esclusiva alla CNN e diffuso il 12 maggio.

Il documento, intitolato "Silenced No More", rappresenta la raccolta di prove più completa finora prodotta sulla violenza sessuale e di genere commessa durante l'assalto, in cui furono uccise circa 1.200 persone e 251 prese in ostaggio. L'inchiesta si basa su 430 interviste formali e informali con sopravvissuti, testimoni, ex ostaggi, esperti e familiari delle vittime, sull'analisi di oltre 10.000 fotografie e segmenti video, di cui molti girati dagli stessi aggressori, e su circa 1.800 ore di lavoro di esame del materiale visivo.

A guidare l'inchiesta è Cochav Elkayam-Levy, esperta di diritto internazionale e fondatrice della Civil Commission, insignita nel 2024 dell'Israel Prize, la più alta onorificenza civile del paese. "Il dato più importante è che la violenza sessuale il 7 ottobre e contro gli ostaggi in cattività è stata una strategia calcolata di Hamas", ha dichiarato Elkayam-Levy alla CNN. Al Times of Israel ha aggiunto che la violenza fu progettata "non solo per brutalizzare le vittime ma anche per terrorizzare la società israeliana nel suo complesso".

Il rapporto identifica tredici diversi tipi di violenza sessuale documentati durante l'attacco e nella prigionia degli ostaggi, tra cui stupri, stupri di gruppo, torture sessuali, mutilazioni, esecuzioni collegate alla violenza sessuale, abusi compiuti su cadaveri e aggressioni sessuali perpetrate davanti ai familiari delle vittime. La Commissione ha concluso che gli atti commessi costituiscono crimini di guerra, crimini contro l'umanità e atti di genocidio secondo il diritto internazionale.

Tra le testimonianze raccolte ci sono quelle di ex ostaggi che hanno parlato pubblicamente dei loro abusi, tra cui Romi Gonen, Rom Braslavski, Arbel Yehud, Amit Soussana, Ilana Gritzewsky e Guy Gilboa-Dalal. Altre vittime hanno condiviso le loro esperienze solo in forma riservata con esperti, investigatori e personale medico. Il rapporto include anche accuse mai rese pubbliche, tra cui il caso di due minori che, mentre erano tenuti in ostaggio a Gaza, sarebbero stati costretti dai loro carcerieri a compiere atti sessuali l'uno sull'altro. La Commissione descrive questo episodio come parte di un modello distinto di violenza che colpiva i familiari sfruttando i legami di parentela come strumento di terrore.

Particolarmente dettagliate sono le testimonianze raccolte presso il festival musicale Nova, dove furono uccise oltre 370 persone. Una sopravvissuta, Darin Komarov, nascosta nelle immediate vicinanze, ha riferito alla Commissione di aver sentito uno stupro di gruppo: "Si passavano la vittima l'uno con l'altro. Era probabilmente ferita, a giudicare dalle sue urla. Urla che non si sono mai sentite da nessuna parte". Il suo racconto è stato confermato da un'altra testimone e da persone che hanno successivamente visto i corpi delle vittime con i vestiti strappati, le gambe divaricate e le parti intime mutilate. Il rapporto documenta almeno sei episodi diversi di testimoni diretti di stupri o stupri di gruppo, tutti seguiti dall'uccisione delle vittime.

Anche gli uomini furono oggetto di violenza sessuale. Un sopravvissuto al festival Nova, identificato solo con la lettera D, ha raccontato di essere stato vittima di uno stupro di gruppo e di torture. Numerosi cadaveri furono trovati con segni evidenti di mutilazione, in particolare nei volti e nelle zone intime. Decine di vittime presentavano colpi di arma da fuoco o ustioni nel torace e nei genitali, spesso inflitti dopo la morte. Le mutilazioni, secondo Elkayam-Levy, avevano una funzione precisa: "La violenza sessuale serve a torturare, a umiliare. Hanno mutilato gli organi intimi delle vittime, hanno bruciato le aree genitali, creando un dolore e una sofferenza che verranno ricordati per generazioni".

Un elemento centrale dell'analisi riguarda la diffusione deliberata delle immagini della violenza sui social network. Gli aggressori filmarono gli abusi e le uccisioni e fecero circolare il materiale attraverso le piattaforme online, in alcuni casi utilizzando gli account personali delle vittime stesse e inviando direttamente alle famiglie le immagini dei propri cari. Molti familiari appresero così la sorte dei loro congiunti. Secondo il rapporto, questa pratica trasformò la violenza in uno strumento di guerra psicologica diretto non solo contro le vittime ma contro l'intera società israeliana.

La questione della violenza sessuale del 7 ottobre è stata politicamente controversa fin dall'inizio. Alcune ricostruzioni diffuse subito dopo l'attacco da funzionari israeliani si rivelarono poi false, mentre alcune prove forensi andarono perdute perché i primi soccorritori, in molti casi volontari senza formazione specifica, dovettero operare in una zona di combattimento attiva e si concentrarono sull'identificazione e sulla sepoltura delle vittime. Hamas ha sempre negato che la violenza sessuale sia avvenuta. Per rispondere ai negazionisti, il team di circa 25 esperti che ha lavorato all'inchiesta ha incrociato ogni testimonianza con altre fonti, ha collaborato con ricercatori che hanno geolocalizzato foto e video, e ha scelto di non utilizzare materiale ottenuto dagli interrogatori statali per garantire l'indipendenza del lavoro.

In precedenza, la rappresentante speciale dell'Onu sulla violenza sessuale nei conflitti, Pramila Patten, aveva concluso che esistono "fondati motivi per ritenere" che si siano verificati episodi di violenza sessuale, inclusi stupri e stupri di gruppo. Il procuratore della Corte penale internazionale Karim Khan aveva chiesto mandati di arresto contro tre leader di Hamas anche per stupro e altre forme di violenza sessuale, ma il procedimento è stato chiuso dopo l'uccisione dei tre nell'offensiva israeliana a Gaza.

L'archivio digitale che contiene tutto il materiale raccolto resterà non accessibile al pubblico per un periodo determinato, a tutela della privacy delle vittime, ma potrà servire in futuro a sostenere eventuali procedimenti giudiziari. Il 12 maggio la Knesset ha approvato una legge che istituisce un tribunale speciale per processare i circa 300 terroristi catturati dalle forze di sicurezza israeliane il 7 ottobre e nei giorni successivi, includendo specificamente i "crimini sessuali" tra i capi d'imputazione.

Il rapporto è stato sostenuto pubblicamente da diverse personalità di rilievo internazionale, tra cui l'ex segretaria di Stato americana Hillary Clinton, l'ex consigliera dell'Onu per la prevenzione del genocidio Alice Wairimu Nderitu, l'ex ministro della Giustizia canadese Irwin Cotler, l'ex presidente della Corte Suprema israeliana Aharon Barak e Sheryl Sandberg. Elkayam-Levy ha annunciato che il rapporto sarà inviato ai parlamenti nazionali e ai decisori politici stranieri perché diventi un documento ufficiale e riconosciuto.

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Un giudice federale blocca le sanzioni americane contro Francesca Albanese


Il giudice Richard Leon ha stabilito che l'amministrazione Trump ha verosimilmente violato il Primo Emendamento colpendo la relatrice speciale dell'Onu per i territori palestinesi dopo le sue critiche a Israele.

Un giudice federale ha sospeso le sanzioni che l'amministrazione Trump aveva imposto a Francesca Albanese, la relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati. La decisione, presa mercoledì 13 maggio dal giudice distrettuale Richard Leon di Washington, stabilisce che le misure punitive hanno verosimilmente violato i diritti di libertà di espressione della giurista italiana garantiti dal Primo Emendamento della Costituzione americana.

Le sanzioni erano state introdotte nel luglio 2025 dal segretario di Stato Marco Rubio, sulla base di un ordine esecutivo del presidente Trump che autorizzava provvedimenti contro le persone coinvolte nelle indagini della Corte penale internazionale sull'operato di Israele a Gaza. Le misure impedivano ad Albanese di entrare negli Stati Uniti e di operare nel sistema bancario americano, con conseguenze pesanti sulla sua vita quotidiana e professionale.

Albanese, giurista italiana in carica come relatrice speciale dal 2022, ha più volte accusato Israele di "genocidio" e di violazioni dei diritti umani a Gaza nella risposta militare all'attacco lanciato da Hamas il 7 ottobre 2023. La relatrice ha inoltre raccomandato alla Corte penale internazionale di procedere contro funzionari israeliani per crimini di guerra, compreso il primo ministro Benyamin Netanyahu.

Nel motivare le sanzioni, Rubio aveva accusato la giurista di aver mostrato "antisemitismo sfrontato, sostegno al terrorismo e disprezzo aperto verso gli Stati Uniti, Israele e l'Occidente". Il segretario di Stato le aveva inoltre rimproverato di essersi rivolta direttamente alla Corte penale internazionale per chiedere di "indagare, arrestare, detenere o perseguire" cittadini statunitensi e israeliani. Il Dipartimento di Stato aveva difeso le sanzioni definendole "legali e appropriate", aggiungendo a febbraio che gli Stati Uniti avrebbero continuato a "condannare e contrastare le attività parziali e malevole" della giurista.

Il ricorso era stato presentato a febbraio dal marito di Albanese, Massimiliano Cali, a nome proprio, della moglie e della figlia, cittadina statunitense. Il ricorso sosteneva che le sanzioni avessero di fatto escluso la relatrice dal sistema bancario, rendendole quasi impossibile soddisfare i bisogni della vita quotidiana.

Nella sua opinione di 26 pagine, il giudice Leon, nominato dall'ex presidente George W. Bush, si è concentrato sulle dichiarazioni dello stesso Rubio. Secondo il magistrato, se Albanese avesse assunto posizioni opposte sull'azione della Corte penale internazionale contro cittadini americani e israeliani, non sarebbe stata sanzionata in base all'ordine esecutivo 14203. L'effetto della designazione, ha scritto Leon, è stato quello di "punire" e quindi "sopprimere l'espressione sgradita". Il giudice ha sottolineato che la relatrice "non ha fatto altro che parlare" e che le sue raccomandazioni non hanno alcun effetto vincolante sulle decisioni della Corte penale, trattandosi soltanto di opinioni.

Leon ha inoltre stabilito che la residenza all'estero della giurista non indebolisce la protezione costituzionale, perché Albanese possiede sufficienti "legami sostanziali" con gli Stati Uniti per invocare le tutele del Primo Emendamento. "Proteggere la libertà di espressione è sempre nell'interesse pubblico", ha scritto il magistrato nel suo provvedimento.

Albanese aveva sostenuto che le sanzioni americane fossero "calcolate per indebolire la sua missione". La giurista ha accolto la decisione del tribunale su X, ringraziando tutti coloro che le hanno offerto sostegno. In una recente intervista alla Reuters, la relatrice ha respinto le accuse di antisemitismo che le vengono rivolte dai suoi oppositori, secondo cui ripeterebbe le posizioni di Hamas contro Israele. "L'antisemitismo è reale e non ha nulla a che vedere con la critica legittima allo Stato di Israele", ha dichiarato all'agenzia. Albanese ha aggiunto che le misure punitive le hanno cambiato la vita "in modo significativo" sul piano personale e professionale, costringendola spesso a nascondere la propria identità durante gli eventi pubblici, perché le strutture alberghiere collegate a entità statunitensi rifiutano le sue prenotazioni. La giurista ha riferito di non poter usare carte di credito, di dover chiedere prestiti e di non poter accedere ai propri risparmi e guadagni.

Albanese, nominata dal Consiglio per i diritti umani, non parla a nome dell'Onu e ha dichiarato più volte di aver ricevuto minacce. La Francia ne ha chiesto le dimissioni denunciando le sue affermazioni come "oltraggiose".

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Trump e Xi si incontrano a Pechino, vertice di due giorni tra dazi, Taiwan e guerra in Iran


Il presidente americano è stato accolto nella Grande Sala del Popolo con cerimonia militare e bambini con bandiere. Il colloquio bilaterale è durato oltre due ore, il doppio del previsto.

Donald Trump e Xi Jinping si sono incontrati oggi, giovedì 14 maggio, a Pechino per l'avvio di un vertice di due giorni per affrontare i nodi commerciali, la questione di Taiwan e la guerra in Iran. È la prima visita di un presidente americano in carica in Cina in quasi un decennio, dopo quella dello stesso Trump nel 2017. Il colloquio bilaterale nella Grande Sala del Popolo è durato due ore e un quarto, il doppio del tempo programmato.

L'accoglienza è stata sfarzosa. Xi è sceso personalmente dai gradini del palazzo che si affaccia su piazza Tiananmen per stringere la mano a Trump. La cerimonia ha previsto una guardia d'onore militare, una banda che ha suonato l'inno americano, ventuno salve di cannone e centinaia di bambini che sventolavano bandiere cinesi e americane lungo il tappeto rosso. Il presidente americano ha applaudito e ringraziato i bambini con il pollice alzato. Nel pomeriggio i due leader hanno visitato insieme il Tempio del Cielo, complesso del quindicesimo secolo dove gli imperatori delle dinastie Ming e Qing officiavano i riti per il buon raccolto. Trump è solo il secondo presidente americano in carica a visitare il sito, dopo Gerald Ford nel 1975. Giovedì sera è in programma un banchetto di Stato, mentre venerdì i colloqui proseguiranno fino a mezzogiorno.

Nei discorsi d'apertura entrambi i leader hanno enfatizzato la stabilità dei rapporti. "I due paesi dovrebbero essere partner, non rivali, raggiungere il successo reciproco e la prosperità condivisa, e trovare un modo adeguato perché le grandi potenze coesistano nella nuova era", ha dichiarato Xi, sottolineando che il mondo è "a un nuovo bivio". Il presidente cinese ha sollevato il tema della trappola di Tucidide, il concetto reso celebre dallo studioso di Harvard Graham Allison secondo cui le tensioni tra una potenza emergente e una dominante portano spesso alla guerra. "Possono la Cina e gli Stati Uniti superare la trappola di Tucidide e creare un nuovo paradigma per i rapporti tra grandi potenze?", ha chiesto il presidente cinese. Allison stesso, intervistato dalla Cnbc, ha previsto che la tregua commerciale raggiunta tra i due lo scorso autunno in Corea del Sud si trasformerà in un accordo formale.

Trump ha risposto con toni personali, definendo Xi "un grande leader" e sottolineando la lunga conoscenza tra i due. "Le relazioni tra Cina e Stati Uniti saranno migliori che mai", ha detto il presidente americano. "Quando avevamo problemi, ti chiamavo o mi chiamavi tu, e li risolvevamo molto in fretta. Avremo un futuro fantastico insieme". Ha anche elogiato la delegazione di imprenditori americani al suo seguito: "Abbiamo chiesto ai trenta migliori al mondo. Tutti hanno detto sì. Non volevo il secondo o il terzo in azienda, volevo solo i numeri uno".

Durante il colloquio Xi ha avvertito Trump che Taiwan è la questione più importante nei rapporti bilaterali e che, se gestita male, può portare allo scontro o al conflitto. "I due paesi entreranno in collisione o addirittura in conflitto, spingendo l'intera relazione sino-americana in una situazione estremamente pericolosa", ha dichiarato secondo il resoconto dell'agenzia ufficiale Xinhua. Il termine usato in mandarino non indica necessariamente un conflitto militare. Pechino considera l'isola parte del proprio territorio e non ha mai escluso l'uso della forza. Trump, interrogato più volte dai giornalisti al Tempio del Cielo, non ha risposto alle domande su Taiwan. Ha commentato solo con frasi generiche: "Grande. Posto incredibile. La Cina è bellissima". La portavoce del governo taiwanese Michelle Lee ha affermato che le minacce militari cinesi sono l'unica causa di instabilità nello Stretto di Taiwan, e ha ringraziato Washington per il sostegno ribadito nei giorni precedenti il vertice. L'amministrazione Trump ha rinviato l'annuncio di un pacchetto di armamenti per l'isola da 13 miliardi di dollari per evitare di irritare Pechino prima dell'incontro.

La delegazione statunitense comprende il segretario di Stato Marco Rubio, il segretario alla Difesa Pete Hegseth e il segretario al Tesoro Scott Bessent. Insieme a loro hanno viaggiato circa trenta dirigenti d'azienda americani, tra cui Elon Musk di Tesla, Tim Cook di Apple, Jensen Huang di Nvidia, Kelly Ortberg di Boeing, Larry Fink di BlackRock, Stephen Schwarzman di Blackstone e i vertici di Goldman Sachs, Citi, Mastercard, Qualcomm e Micron. Al gruppo si è unito anche Eric Trump, figlio del presidente e responsabile del Trump Organization, accompagnato dalla moglie Lara. Xi ha incontrato i dirigenti americani dopo il colloquio con Trump, promettendo che la porta della Cina "continuerà ad aprirsi sempre di più" alle imprese statunitensi. Uscendo dalla Grande Sala del Popolo, Huang di Nvidia ha dichiarato che "l'incontro è andato benissimo", Cook ha mostrato il segno della pace e Musk ha parlato di "molte cose buone" da realizzare.

L'agenda commerciale è centrale. Washington punta a ottenere accordi nel settore agricolo e una conferma di una grande commessa di aerei Boeing. Le autorità doganali cinesi hanno comunicato giovedì l'approvazione delle licenze di esportazione per diverse centinaia di macelli americani che vendono carne bovina, dopo che le licenze erano scadute nel marzo 2025 in seguito ai primi dazi imposti da Trump. Il segretario al Tesoro Bessent ha incontrato in Corea del Sud il vicepremier cinese He Lifeng nei giorni precedenti il vertice per definire i dettagli. Xi ha riferito a Trump che i negoziatori commerciali hanno raggiunto "un risultato generalmente equilibrato e positivo" nell'incontro di mercoledì. "I fatti hanno ripetutamente dimostrato che non ci sono vincitori in una guerra commerciale, e l'essenza delle relazioni economiche e commerciali tra Cina e Stati Uniti è il beneficio reciproco e la cooperazione vantaggiosa per entrambi", ha dichiarato il presidente cinese. La maggior parte degli osservatori prevede un annuncio sull'acquisto cinese di aerei Boeing, energia, carne bovina e prodotti agricoli, mentre Washington istituirà un nuovo Board of Trade per supervisionare gli impegni.

Restano aperti diversi nodi. Il controllo cinese sulle terre rare è tra i più urgenti. Lo scorso anno Pechino aveva annunciato nuove restrizioni sulle esportazioni di questi metalli essenziali per la manifattura avanzata, poi rinviate di un anno dopo l'incontro in Corea del Sud. I prezzi di alcuni metalli rari sono aumentati anche cento volte da quando Pechino ha bloccato la maggior parte delle esportazioni nella primavera del 2024. Il samario, usato negli aerei commerciali e nei caccia, costa circa due dollari al chilo in Cina ma da cinquanta a cinquecento dollari all'estero.

C'è poi la guerra in Iran, scoppiata a fine febbraio con l'attacco congiunto di Stati Uniti e Israele. Trump vuole convincere Xi a fare pressione su Teheran per riaprire lo Stretto di Hormuz, bloccato dall'inizio del conflitto e cruciale per i rifornimenti energetici globali. Rubio ha dichiarato a Fox News a bordo dell'Air Force One che Pechino ha interesse a risolvere la crisi: "Se le economie mondiali crollano a causa di questa crisi negli stretti, compreranno meno prodotti cinesi".

Scott Kennedy, esperto di economia cinese al Center for Strategic and International Studies, ha osservato che la Cina arriva al vertice "molto più sicura di sé rispetto al 2017, quando temeva anche un piccolo aumento dei dazi americani". Julian Gewirtz, ex direttore per la politica cinese al Consiglio di Sicurezza Nazionale sotto Biden, ha dichiarato al Washington Post che Pechino "spera di scambiare simbolismo con sostanza, sfruttando il protocollo e la preferenza di Trump per lo sfarzo per evitare un ritorno all'escalation economica e guadagnare tempo per rafforzarsi". Da Wei, direttore del Centro per la Sicurezza Internazionale e la Strategia della Tsinghua University, ha aggiunto che la leadership cinese non vede l'incontro come un'occasione per chiudere accordi specifici, ma come una piattaforma per segnalare all'esterno che la relazione sino-americana, per quanto difficile, è stabile. Una visita di restituzione di Xi negli Stati Uniti è prevista entro la fine dell'anno, possibilmente a margine dei vertici Apec e G20.

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La rassegna stampa di giovedì 14 maggio 2026


Trump incontra Xi Jinping a Pechino mentre il Senato conferma Warsh come nuovo presidente della Fed e l'Amministrazione minaccia tagli ai fondi sanitari agli stati

Questa è la rassegna stampa di giovedì 14 maggio 2026

Trump incontra Xi Jinping a Pechino in un summit ad alta tensione


Il presidente Trump è arrivato a Pechino per un incontro cruciale con il presidente cinese Xi Jinping, con discussioni su Taiwan, la guerra in Iran, commercio e intelligenza artificiale. Xi ha avvertito che USA e Cina potrebbero "entrare in conflitto" se la questione di Taiwan viene gestita male, mentre Trump ha sottolineato l'amicizia personale con il leader cinese. La delegazione americana include importanti CEO come Jensen Huang di Nvidia, Tim Cook di Apple ed Elon Musk.

Fonti: The Guardian, Bloomberg, The Hill

Il Senato conferma Kevin Warsh come nuovo presidente della Federal Reserve


Il Senato ha confermato Kevin Warsh come nuovo presidente della Federal Reserve con il margine più ristretto dal 1977, sostituendo Jerome Powell. La conferma è avvenuta con il voto decisivo del democratico John Fetterman, che ha rotto le righe del partito. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha elogiato Fetterman per aver messo "il paese prima dell'ideologia politica".

Fonti: Financial Times, Wall Street Journal, The Hill

L'Amministrazione Trump minaccia di tagliare i fondi sanitari federali agli stati


Il vicepresidente JD Vance ha minacciato di "interrompere" i finanziamenti federali per Medicare e Medicaid agli stati che non si conformano alla campagna anti-frode dell'Amministrazione Trump. La California è già nel mirino, con l'Amministrazione che trattiene 1,3 miliardi di dollari in pagamenti Medicaid accusando lo stato di non fare abbastanza per combattere le frodi.

Fonti: The Guardian, Wall Street Journal, New York Times

Un giudice federale blocca le sanzioni USA contro un'esperta ONU


Un giudice federale ha temporaneamente bloccato le sanzioni imposte dall'Amministrazione Trump contro Francesca Albanese, relatrice speciale ONU sui territori palestinesi occupati. Il giudice ha stabilito che l'Amministrazione ha probabilmente violato i diritti del Primo Emendamento di Albanese imponendo le sanzioni dopo le sue critiche alla guerra di Israele a Gaza.

Fonti: The Guardian, The Hill

Il Pentagono cancella bruscamente il dispiegamento di una brigata corazzata in Europa


Il Pentagono ha annullato improvvisamente il dispiegamento di una brigata corazzata in Europa, un passo importante verso la riduzione della presenza militare americana in Europa che ha colto di sorpresa alcuni funzionari militari. L'equipaggiamento e parte delle truppe della brigata "Black Jack" erano già in viaggio quando il dispiegamento è stato fermato.

Fonti: Wall Street Journal

Un cittadino statunitense condannato per aver gestito una "stazione di polizia" cinese segreta a New York


Lu Jianwang, 64 anni, è stato dichiarato colpevole di aver agito come agente non registrato del governo cinese dopo essere stato accusato di gestire una "stazione di polizia segreta" per conto di Pechino nel quartiere di Chinatown a Manhattan. I procuratori federali hanno detto che avrebbe dovuto avvertire il procuratore generale degli Stati Uniti del suo ruolo di agente cinese e che ha aiutato la Cina a localizzare un attivista pro-democrazia che vive in California.

Fonti: The Guardian, BBC News, Wall Street Journal

La Camera approva la legislazione per le vendite di carburante E15 tutto l'anno


La Camera ha approvato un disegno di legge per codificare le vendite tutto l'anno di carburante etanolo E15, una grande vittoria per i membri degli stati produttori di mais ma che ha attirato una feroce opposizione da altri repubblicani. Il voto è stato 218-203, con 122 repubblicani, 95 democratici e 1 indipendente a favore.

Fonti: The Hill, Bloomberg

Il figlio di Rand Paul si scusa per insulti antisemiti e omofobici a un legislatore


William Paul, figlio del senatore Rand Paul, si è scusato mercoledì dopo aver riportato insulti antisemiti al deputato Mike Lawler in un bar di Washington DC. Paul ha detto di aver bevuto troppo e che le cose che ha detto "non rappresentano chi sono veramente", aggiungendo che sta cercando aiuto per il suo problema con l'alcol.

Fonti: The Guardian, The Hill

Denise Powell vince le primarie democratiche per un seggio chiave della Camera in Nebraska


Denise Powell ha prevalso in una corsa serrata alle primarie per un seggio basato a Omaha, attualmente detenuto da un repubblicano in pensione, che potrebbe aiutare a determinare il controllo della Camera. La vittoria arriva in un distretto che potrebbe essere cruciale per i democratici nel tentativo di riprendere il controllo della Camera dei Rappresentanti.

Fonti: New York Times, Wall Street Journal, NPR

Una corte d'appello annulla le condanne per omicidio di Alex Murdaugh


Una corte d'appello ha annullato le condanne per omicidio di Alex Murdaugh e ha ordinato un nuovo processo per gli omicidi del giugno 2021 di Paul e Maggie Murdaugh. La decisione rappresenta un colpo di scena significativo in uno dei casi di omicidio più seguiti degli ultimi anni, che aveva coinvolto l'influente famiglia legale del South Carolina.

Fonti: BBC News

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Gli oligarchi della repubblica (?) italiana negoziano per offrire i loro cittadini come bersagli per il tiro a segno statunitense, ma lo fanno in segreto.


Io non vorrei parlare male dell'Italia nei media stranieri,ma ho dovuto raccontare la verità: contrariamente alle autorità inglesi ed europee, il ministero dell'interno di Piantedosi si è rifiutato di rispondere su cosa sta negoziando Italia con USA

computerweekly.com/news/366643…


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Gli oligarchi dell'Unione Europea negoziano per offrire i loro cittadini come bersagli per il tiro a segno statunitense.


Una bozza della proposta segreta della #CommissioneEuropea per dare accesso a #ICE ai nostri dati biometrici e genetici è stata ottenuta da @statewatch

A noi negata qualsiasi documentazione nel nome della "protezione delle relazioni internazionali"

computerweekly.com/news/366643…


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Il Senato conferma Kevin Warsh alla guida della Fed


La sua nomina è stata approvata con 54 voti a favore e 45 contrari, e sostituirà Jerome Powell dal 15 maggio. Trump pretende tassi più bassi, ma l’inflazione legata alla guerra in Iran complica la decisione della Banca Centrale.

Il Senato degli Stati Uniti ha confermato Kevin M. Warsh alla presidenza della Federal Reserve con 54 voti a favore e 45 contrari. Si apre così una fase delicata per il futuro della Banca Centrale americana, in questi due anni più volte attaccata dal presidente Donald Trump per non aver tagliato i tassi di interesse con la rapidità richiesta dalla Casa Bianca.

Warsh, nominato dallo stesso Trump, prenderà ora il posto di Jerome H. Powell, il cui mandato da presidente scade il 15 maggio. Quasi tutti i democratici hanno votato contro la sua nomina, con una sola eccezione, quella del senatore John Fetterman della Pennsylvania. Il timore, tra i democratici, è che il nuovo presidente possa cedere alle pressioni politiche e indebolire la tradizionale autonomia della Fed dal potere politico.

Trump ha già cercato di attaccare quell’autonomia in più occasioni. Ha tentato (finora senza successo) di rimuovere Lisa D. Cook, governatrice della Fed, sulla base di accuse non provate di frode ipotecaria. Il suo caso è ora davanti alla Corte Suprema, che dovrebbe pronunciarsi entro luglio. Il presidente ha anche insultato Powell, minacciato di licenziarlo e sostenuto un’indagine penale nei suoi confronti da parte del Dipartimento di Giustizia sulla ristrutturazione della sede della Banca Centrale.

Il caso Powell e il “cambio di tono”


Proprio quell’inchiesta è stata uno dei principali ostacoli alla conferma di Warsh. Thom Tillis, senatore repubblicano della North Carolina e membro della Commissione Banche, aveva promesso di bloccare ogni nomina alla Fed finché le cause legali contro Powell non fossero state ritirate. A fine aprile la procuratrice federale per il District of Columbia, Jeanine Pirro, ha fatto un passo indietro, pur lasciando aperta la possibilità di riaprire il dossier. Tanto è bastato a convincere Tillis a rimuovere il blocco, ma non per rassicurare Powell.

“Temo che questi attacchi stiano logorando l’istituzione della Banca Centrale e mettano a rischio ciò che davvero conta per i cittadini: la capacità di condurre la politica monetaria senza tenere conto di fattori politici”, ha dichiarato Powell nella sua ultima conferenza stampa da presidente. Il mese scorso ha annunciato che resterà alla Fed come governatore fino al gennaio 2028, promettendo di tenere un “basso profilo”. Ma la sua presenza continuerà a pesare, soprattutto perché Warsh ha già annunciato un “cambio di tono” in arrivo alla Banca Centrale.

Veterano di Wall Street ed ex governatore della Fed dal 2006 al 2011, Warsh vuole infatti rivedere il portafoglio di titoli di Stato e mutui detenuto dalla Banca Centrale americana, ripensare i dati con cui la Fed interpreta l’economia e cambiare anche il modo in cui vengono comunicate le decisioni future. Prima, però, dovrà costruirsi una credibilità da presidente indipendente. Durante l’audizione di conferma, i democratici lo hanno definito un “burattino” di Trump. Lui ha respinto l’accusa, ma a complicargli il compito restano le parole dello stesso presidente, che ha detto di voler scegliere solo qualcuno favorevole a tassi più bassi.

L’inflazione frena la svolta sui tassi


La guerra in Iran ha però indebolito le ragioni per un taglio dei tassi. L’aumento dei prezzi dell’energia ha spinto l’inflazione verso l’alto e alimentato il timore di pressioni più persistenti sui prezzi, soprattutto se il conflitto non si chiuderà rapidamente. Il mercato del lavoro, pur fragile, ha retto abbastanza da non rendere necessario un intervento immediato in questo senso. Gli investitori avevano già escluso un taglio dei tassi quest’anno e, nelle ultime settimane, hanno iniziato a valutare perfino l’ipotesi di un rialzo nel 2027.

Nessun funzionario della Federal Reserve ha finora chiesto apertamente di aumentare i tassi, ma cresce il fronte di chi ritiene che la Banca Centrale statunitense debba riconoscere una nuova realtà: oggi un rialzo è plausibile quanto un taglio. Se Warsh sceglierà di battersi comunque per una riduzione, troverà davanti a sé un’opposizione interna solida all’interno del Consiglio Direttivo. La sua prima riunione da presidente è fissata per il 16 e 17 giugno.

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Trump scopre il costo della vita quando i repubblicani temono ormai di perdere anche il Senato


Il presidente spinge ora per sospendere le accise sulla benzina e rilanciare la proposta di legge sull'accessibilità abitativa, ma la richiesta di un miliardo di dollari per la sicurezza della nuova sala da ballo della Casa Bianca imbarazza il Partito Repubblicano.

In difficoltà nei sondaggi, Donald Trump sta provando a riportare al centro dell'agenda il tema che più preoccupa gli elettori americani: il costo della vita. Il presidente ha negli ultimi giorni chiesto una sospensione delle accise federali sulla benzina e sollecitato la Camera ad approvare una proposta di legge sulla casa accessibile, ferma da mesi dopo il passaggio al Senato. Ma il tentativo di rilancio arriva mentre alcune delle sue stesse scelte, dalla guerra con l'Iran ai dazi imposti a ondate successive, hanno contribuito ad alimentare i rincari che ora la Casa Bianca cerca di contenere.

Il prezzo medio nazionale della benzina è salito a 4,50 dollari al gallone dopo l'inizio del conflitto con Teheran e lo stesso Trump ha ammesso che il cessate il fuoco con l'Iran resta in bilico. Se i combattimenti dovessero riprendere, il costo del carburante potrebbe aumentare ancora e alcuni esponenti repubblicani potrebbero iniziare a votare con i democratici, già questa settimana, risoluzioni sui poteri di guerra. Per la Casa Bianca il rischio è evidente: la battaglia sul costo della vita può diventare anche un referendum sulle decisioni del presidente.

Il GOP difende Trump, ma non senza fratture


I vertici repubblicani provano a difendere, seppure con difficoltà, la linea dell'Amministrazione Trump. Il leader della maggioranza repubblicana al Senato, John Thune, sostiene che i benefici fiscali della One Big Beautiful Bill, firmata il 4 luglio 2025, non si sono ancora pienamente manifestati. Lo stesso argomento è stato ripreso dallo Speaker della Camera, Mike Johnson. Ma non tutti nel partito sono convinti di questo. Il senatore Josh Hawley, repubblicano del Missouri, ha presentato un disegno di legge per sospendere le accise sulla benzina e ha detto a Punchbowl News che il Congresso a guida repubblicana ha fatto "praticamente nulla" per alleviare il costo della vita.

La sospensione delle accise potrebbe offrire un po' di respiro al Partito Repubblicano, ma per arrivare all'approvazione in aula avrebbe bisogno anche dei voti democratici. Lunedì Thune ha mantenuto una linea prudente, limitandosi a dire che i repubblicani "ascolteranno" la proposta del presidente. Resta bloccata anche la legge sull'accessibilità abitativa, ferma per l'opposizione della Camera al testo già approvato dal Senato. Nel frattempo, alcuni deputati repubblicani eletti negli Stati più a rischio in vista delle prossime elezioni, come Maine, Alaska e Ohio, hanno chiesto senza successo di prorogare i crediti d'imposta rafforzati per Obamacare, scaduti alla fine del 2025.

Il miliardo per la sala da ballo diventa un problema politico


Il nodo più delicato, però, riguarda la richiesta di un miliardo di dollari per rafforzare la sicurezza attorno al progetto della nuova sala da ballo della Casa Bianca. I fondi sono stati inseriti nel disegno di legge di riconciliazione, una procedura che consente alla maggioranza repubblicana di approvare misure fiscali e di spesa con regole accelerate e senza bisogno del sostegno dell'opposizione al Senato. In questo caso, si tratta dello stesso pacchetto di leggi di spesa con cui il Partito Repubblicano punta a rifinanziare anche l'ICE e la polizia di frontiera.

Il direttore del Secret Service, Sean Curran, è stato chiamato a spiegare la misura ai senatori repubblicani durante il loro pranzo di gruppo. Ma per gli esponenti repubblicani più esposti in vista delle prossime elezioni, questa particolare spesa rischia di trasformarsi in un grave problema politico e comunicativo. Il motivo è semplice: la richiesta arriva mentre Trump sta promuovendo una serie di progetti che molti, anche dentro il partito, considerano eccessivi o vanitosi. Tra questi ci sono la riverniciatura dell'Eisenhower Executive Office Building, il rifacimento del Reflecting Pool del Lincoln Memorial, un incontro di UFC sul prato della Casa Bianca e perfino una gara di IndyCar lungo Pennsylvania Avenue.

"Se fossi nel reparto marketing del Partito Democratico, starei già pensando ai vari modi per usare questo voto contro i senatori repubblicani che lo approveranno", ha detto a Punchbowl News Thom Tillis, senatore repubblicano del North Carolina, che non si ricandiderà. Anche se la spesa fosse difendibile nel merito, ha aggiunto, "i tempi e l'ottica sono pessimi".

Per molti senatori repubblicani vulnerabili, l'errore politico è stato indicare esplicitamente il miliardo di dollari per la sicurezza della nuova sala da ballo, invece di inserire la somma in modo più generico tra i fondi destinati al Secret Service. Così facendo, la misura appare direttamente collegata a uno dei progetti più personali e controversi voluti da Trump, e diventa molto più facile da attaccare. Lo stesso Thune ha riconosciuto che la narrazione va corretta, pur sostenendo che la sicurezza dell'area "va comunque garantita". Susan Collins, presidente della Commissione Appropriazioni del Senato e tra gli esponenti repubblicani più a rischio rielezione nel 2026, ha invece scelto una linea più prudente: si è limitata a ricordare che, secondo Trump, la costruzione della sala da ballo sarà finanziata da donatori privati.

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L'Ucraina è pronta a aiutare gli Stati Uniti con i droni


Il Dipartimento di Stato e l'ambasciatrice ucraina a Washington hanno preparato un memorandum per produzioni congiunte di droni. La guerra in Iran ha accelerato l'interesse americano per la tecnologia ucraina.

Stati Uniti e Ucraina hanno redatto un memorandum per un nuovo accordo militare che permetterebbe a Kyiv di esportare tecnologia militare verso gli Stati Uniti e di produrre droni in joint venture con aziende americane. Lo riferisce CBS News, citando tre fonti a conoscenza del dossier. La bozza è stata negoziata dal Dipartimento di Stato americano e dall'ambasciatrice ucraina a Washington, Olha Stefanishyna. Se finalizzata, l'intesa trasformerebbe l'Ucraina in un fornitore di tecnologia militare per il suo principale alleato occidentale, dopo oltre 4 anni di guerra contro la Russia.

A spingere avanti i negoziati è stata anche la guerra in Iran. Kyiv ha inviato droni intercettori e piloti in Medio Oriente per aiutare i Paesi alleati degli Stati Uniti a difendersi dagli Shahed di progettazione iraniana, gli stessi velivoli usati da Mosca per colpire le città ucraine. Negli ultimi due mesi l'Ucraina ha firmato accordi militari con Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, mentre altre intese sono in preparazione. "Quasi 20 Paesi sono attualmente coinvolti in varie fasi: 4 accordi sono già stati firmati e i primi contratti sono in preparazione", ha scritto Volodymyr Zelensky su Telegram.

Droni · Accordo in vista USA-Ucraina

Il fornitore inatteso: Kyiv pronta a esportare droni verso Washington


Un memorandum bilaterale apre la strada alle joint venture sulla produzione di droni. Sul tavolo c'è un'asimmetria produttiva clamorosa e un divario di fondi da 40 miliardi di dollari che lega gli interessi dei due Paesi.

Fonti: CBS News, Reuters, Breaking Defense Memorandum · maggio 2026

Capacità produttiva 2026
55mld $
Potenziale dell'industria della difesa ucraina

vs

Fondi disponibili
15mld $
Quello che Kyiv può davvero acquistare nel 2026

Tra le due cifre si apre un divario di 40 miliardi di dollari che gli investimenti americani potrebbero contribuire a colmare

Esplora l'analisi
1 Asimmetria 2 Economia 3 Accordi 4 Cronologia

Il divario industriale

Un solo produttore ucraino costruisce dieci volte più droni FPV dell'intera industria americana


Il confronto sulla produzione annua di droni FPV (first-person view) a basso costo spiega perché il Pentagono cerchi tecnologia ucraina, nonostante le riserve politiche iniziali espresse dalla Casa Bianca.

Ucraina
Un solo produttore, piano 2026

3 mln
droni FPV

Stati Uniti
Produzione totale, dato 2025

300 mila
droni FPV

0 1 mln 2 mln 3 mln

Per ogni drone FPV prodotto negli Stati Uniti nel 2025, l'Ucraina pianifica di produrne 10 nel 2026. È il rovesciamento — almeno in un segmento militare strategico — del rapporto storico tra fornitore e cliente nell'asse occidentale.

La matematica della guerra dei droni

Intercettare uno Shahed con un missile Patriot costa quanto 3.000 droni intercettori ucraini

Il vantaggio competitivo dell'industria ucraina sta nella sproporzione fra costo dell'arma offensiva russa o iraniana, costo dell'intercettore tradizionale occidentale e costo del drone intercettore di Kyiv. È questa asimmetria a guidare l'interesse del Pentagono e dei Paesi del Golfo verso la tecnologia dei droni di produzione ucraina.

Minaccia
Shahed-136 (Iran)
~20-50 mila $
Stime di produzione interna iraniana. Costo export: 193 mila $

Difesa tradizionale
Missile Patriot (USA)
~3-4 mln $
Costo per singolo lancio. "Non possiamo abbattere droni economici con missili da 2 milioni" — Pete Hegseth

Droni intercettori ucraini
Sting (Wild Hornets)
2.500 $
Stati in grado di abbattere 3.900 droni russi dal maggio 2025

Droni intercettori ucraini
P1-SUN (SkyFall)
1.000 $
Drone in fibra ottica su telaio stampato in 3D

Quanti intercettori P1-SUN per un missile Patriot

0 3.000 INTERCETTORI

= 1 missile Patriot

Confronto a parità di costo: 1.000 $ × 3.000 ≈ 3 mln $

Il punto chiave

Il Drone Dominance, programma del Pentagono da 1,1 miliardi di dollari, è proprio alla ricerca di droni a basso costo destinati a contratti militari statunitensi. Aziende ucraine sono già state invitate a partecipare.

La diplomazia dei droni

Quasi 20 Paesi coinvolti, 4 accordi firmati in due mesi


Da quando è iniziata la guerra in Iran, Kyiv ha trasformato la propria esperienza sul campo di battaglia contro i russi in una rete di intese militari — le cosiddette "Drone Deals" — che attraversa Golfo, Caucaso ed Europa.

~20
Paesi in trattativa

4
Accordi già firmati

10 anni
Durata intese del Golfo

Accordi firmati

لا إله إلا اللهمحمد رسول الله
Arabia Saudita
Partenariato decennale · Jeddah, 27 marzo 2026
Firmato

Qatar
Partenariato decennale · Doha, 28 marzo 2026
Firmato

Emirati Arabi Uniti
Partenariato decennale · richiesta iniziale per 5.000 droni intercettori
Firmato

Azerbaigian
Accordo su difesa ed energia · aprile 2026
Firmato

Negoziati avanzati

Stati Uniti
Memorandum bilaterale per joint venture sui droni
Bozza

Germania, Norvegia, Paesi Bassi
Intese su difesa e droni firmate ad aprile 2026
Avviate

Italia
Co-produzione in fase iniziale, citata da Zelensky
In trattativa

Come ci siamo arrivati

Da Operazione Spiderweb al memorandum bilaterale


In meno di un anno, la cooperazione sui droni è passata da proposta informale alla Casa Bianca a bozza di accordo preparata dal Dipartimento di Stato.

Giugno 2025
Operazione Spiderweb

Piloti ucraini guidano a distanza droni esplosivi usciti da camion infiltrati in Russia, distruggendo decine di aerei militari russi. Trump elogia l'operazione in privato.

Agosto 2025
Prima proposta alla Casa Bianca

Funzionari ucraini propongono per la prima volta una cooperazione sui droni con gli Stati Uniti. La proposta resta arenata a causa di resistenze al Pentagono.

Fine febbraio 2026
Scoppia la guerra USA-Israele contro l'Iran

Lo scenario cambia: i droni Shahed iraniani diventano la minaccia principale per le basi americane e gli alleati del Golfo.

Inizio marzo 2026
Trump respinge l'offerta ucraina

"Non abbiamo bisogno del loro aiuto nella difesa anti-drone. Abbiamo i droni migliori al mondo", dichiara a Fox News.

Marzo 2026
L'Ucraina dispiega i propri esperti nel Golfo

Oltre 200 specialisti ucraini inviati in Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Giordania per addestrare le forze locali contro i droni iraniani.

27-30 marzo 2026
Firma dei "Accordi sui Droni" con i Paesi del Golfo

L'Ucraina firma partenariati decennali con Arabia Saudita, Qatar ed Emirati su intercettori, guerra elettronica e droni marittimi.

Maggio 2026
Bozza del memorandum USA-Ucraina

Negoziata dal Dipartimento di Stato statunitense e dall'ambasciatrice ucraina Olha Stefanishyna. Primo passo verso joint venture per la produzione di droni e export di tecnologia militare ucraina verso gli Stati Uniti.

Fonti Elaborazione FocusAmerica su dati CBS News, Reuters, Breaking Defense, Kyiv Post, Al Jazeera, Military Times, CSIS · 12 maggio 2026

Droni, guerra elettronica e il nodo dei finanziamenti


L'idea di una cooperazione sui droni era inizialmente arrivata alla Casa Bianca nell'agosto 2025, dopo che Donald Trump aveva elogiato in privato l'Operazione Spiderweb. In quell'attacco, piloti ucraini guidarono a distanza droni esplosivi fatti uscire da camion infiltrati in territorio russo, distruggendo decine di aerei militari parcheggiati sulle piste.

I numeri spiegano l'interesse reciproco. Il Consiglio di Sicurezza Nazionale ucraino stima per il 2026 una capacità produttiva nel settore difesa pari a 55 miliardi di dollari, ma Kyiv dispone di fondi per circa 15 miliardi, secondo Yuriy Sak, consigliere del Ministero delle Industrie Strategiche ucraino. I fondi americani ricevuti ai sensi dell'accordo potrebbe colmare parte di questo divario.

L'Ucraina ha sviluppato capacità che gli Stati Uniti, finora, non avevano messo al centro delle proprie priorità. Un produttore ucraino prevede di realizzare nel 2026 oltre 3 milioni di droni militari FPV a basso costo, mentre nel 2025 gli Stati Uniti ne hanno prodotti solo circa 300mila. Anche sul fronte della guerra elettronica Kyiv ha accumulato un vantaggio operativo rispetto a Washington: Sine Engineering ha sviluppato una tecnologia che permette ai droni di volare senza guida GPS, eludendo i sistemi di disturbo del segnale. La società ha già ricevuto un investimento multimilionario dall'U.S.-Ukraine Reconstruction Investment Fund.

Gli ostacoli politici e le condizioni di Kyiv


Alcune società ucraine sono già operative negli Stati Uniti. A marzo General Cherry, uno dei maggiori produttori di droni del Paese, ha firmato un accordo per fabbricare velivoli senza pilota insieme a Wilcox Industries, azienda americana del settore militare. Il Pentagono ha inoltre invitato aziende ucraine a partecipare a Drone Dominance, un programma da 1,1 miliardi di dollari per individuare droni destinati a contratti militari statunitensi.

Un'intesa più ampia ha però finora incontrato ostacoli politici. Funzionari ucraini hanno detto a CBS News di aver percepito una "scarsa adesione" da parte di figure di vertice del Dipartimento della Difesa e della Casa Bianca, soprattutto dall'inizio della guerra in Iran. Trump ha anche respinto pubblicamente l'offerta ucraina di fornire tecnologie anti-drone al Medio Oriente. "Non abbiamo bisogno del loro aiuto nella difesa anti-drone", ha detto a Fox News all'inizio di marzo. "Conosciamo la tecnologia dei droni più di chiunque altro. Abbiamo i droni migliori al mondo".

Anche Kyiv, da parte sua, ha rallentato il negoziato, fissando 2 condizioni principali: proteggere la proprietà intellettuale delle aziende ucraine e garantire che la produzione interna resti sufficiente a sostenere la difesa contro l'invasione russa. Il nuovo memorandum indica però che gli ostacoli si stanno riducendo. "Oltre al Medio Oriente, al Golfo, al Caucaso meridionale e all'Europa, presto avvieremo questa nuova cooperazione di sicurezza nell'ambito degli accordi sui droni anche in un'altra parte del mondo", ha scritto Zelensky su Telegram. "Stiamo preparando buone notizie per l'Ucraina".

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Sulla sovranità digitale e perché il cloud europeo è migliore di quanto pensi

"sotto l'esercizio pratico di scambiare uno strumento SaaS con un altro c'era qualcosa che sembrava più urgente, un crescente disagio per quanta parte della mia infrastruttura digitale si trovava su server che non controllavo, in una giurisdizione sempre più incline all'imprevedibilità, gestita da aziende i cui incentivi non sempre sono in linea con i miei."

monokai.com/articles/how-i-mov…

@informatica

I giovani sono sensibili alle ingiustizie, ma l’81% pensa che la propria voce non conti


@Politica interna, europea e internazionale
Le nuove generazioni sono sensibili e consapevoli rispetto ai temi della giustizia sociale e ambientale, ma l’81,5% pensa che la propria voce non conti. E se le azioni individuali raccolgono un diffuso “massimo accordo”, per quelle collettive

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Obama scende in campo per Talarico nella sfida per il Senato in Texas


L'ex presidente ha incontrato a Austin il giovane deputato democratico, considerato astro nascente del partito, e la candidata governatrice Gina Hinojosa. Il Texas non elegge un democratico a livello statale da 32 anni.

Barack Obama è apparso martedì in un ristorante di tacos a Austin accanto a James Talarico, il candidato democratico al Senato degli Stati Uniti per il Texas, e a Gina Hinojosa, deputata statale che sfida il governatore repubblicano Greg Abbott. L'ex presidente ha presentato i due ai clienti come "il prossimo senatore e la prossima governatrice del Texas", in una mossa che non costituisce un'adesione formale ma rappresenta un chiaro sostegno politico in vista delle elezioni di midterm di novembre.

L'iniziativa rientra nella strategia di Obama di promuovere una nuova generazione di leader democratici. Lo scorso mese l'ex presidente era apparso al fianco di Zohran Mamdani, il 34enne sindaco di New York di orientamento socialista democratico, in un centro per l'infanzia del Bronx. La differenza, segnalata dal New York Times, è che Mamdani era già in carica da oltre tre mesi, mentre Talarico e Hinojosa sono nel pieno di una campagna elettorale che si annuncia lunga e costosa.

It was great joining @JamesTalarico and @GinaHinojosaTX today in Texas. They're working hard to make a difference in the lives of all Texans, and will be able to do even more as your next Senator and Governor.

Let’s get it done, Texas! pic.twitter.com/WvdIDFvnAM
— Barack Obama (@BarackObama) May 12, 2026


Talarico ha 36 anni, è deputato dello stato del Texas e studia in un seminario presbiteriano. La sua candidatura ha conquistato attenzione nazionale grazie alla combinazione di posizioni progressiste e fede cristiana dichiarata apertamente. Il suo messaggio politico ruota attorno al concetto di "amore" e si rivolge anche a elettori centristi, indipendenti e a quei repubblicani delusi dalla direzione presa dal partito sotto la guida del presidente Trump. Obama lo aveva citato mesi fa in un podcast definendolo un "giovane di grande talento". Talarico ha vinto le primarie democratiche a marzo e, se eletto, sarebbe il primo senatore democratico del Texas dal 1993.

I sondaggi indicano un quadro favorevole al candidato democratico. Un'indagine di aprile della Texas Public Opinion Research attribuisce a Talarico il 44 per cento contro il 41 per cento del senatore repubblicano in carica John Cornyn, con l'11 per cento di indecisi. Nel confronto ipotetico con il procuratore generale del Texas Ken Paxton, il vantaggio di Talarico sale a cinque punti, 46 a 41, con il 9 per cento di indecisi. Cornyn e Paxton si affronteranno il 26 maggio nel ballottaggio delle primarie repubblicane, una sfida costosa e aspra in cui entrambi corteggiano l'appoggio di Trump. I leader democratici ritengono che le possibilità di vittoria aumenterebbero se la nomination andasse a Paxton, considerato una figura divisiva e segnato da accuse di corruzione.

Hinojosa parte invece in svantaggio contro Abbott, che punta a un quarto mandato da governatore e ha già raccolto fondi per quasi 100 milioni di dollari. I sondaggi la danno indietro ma soltanto di pochi punti percentuali. Curiosamente Abbott nei suoi attacchi sui social ignora la sua sfidante diretta e prende di mira Talarico, che nei sondaggi mostra performance migliori.

L'incontro al Taco Joint, ristorante frequentato abitualmente da Talarico durante gli studi al seminario teologico presbiteriano di Austin, è durato circa mezz'ora. Obama non ha pronunciato discorsi formali ma è andato di tavolo in tavolo presentandosi ai clienti, chiedendo nomi, professioni e percorsi di studio. Né Talarico né Hinojosa hanno preso la parola pubblicamente. "Ricordatevi di votare", ha detto l'ex presidente uscendo dal locale con un sacchetto contenente alcuni tacos.

Un nodo politico aperto per Talarico riguarda il voto della popolazione afroamericana, blocco elettorale decisivo per qualsiasi democratico che voglia vincere a livello statale in Texas. Alle primarie di marzo Talarico ha battuto la deputata Jasmine Crockett, ma ha perso largamente tra gli elettori neri. Nelle settimane successive ha intensificato il dialogo con quella comunità parlando in chiese afroamericane e tenendo il discorso ai laureati del Paul Quinn College di Dallas, ateneo storicamente nero. L'apparizione con Obama, primo presidente afroamericano della storia statunitense, potrebbe rafforzare questo sforzo.

I democratici guardano con fiducia ad alcuni stati tradizionalmente repubblicani per le prossime elezioni di midterm, sull'onda del malcontento per i prezzi alti e per l'operato del presidente Trump. L'effetto Obama ha già dato frutti l'anno scorso con le vittorie delle governatrici Mikie Sherrill in New Jersey e Abigail Spanberger in Virginia, entrambe sostenute dall'ex presidente in campagna elettorale. Resta però un dato di fondo: Obama non ha mai vinto a livello statale in Texas e i democratici non conquistano una carica statale nello stato da 32 anni.

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Il procuratore generale indaga i giornalisti per le inchieste sulla guerra in Iran


Il procuratore generale Todd Blanche difende le citazioni in giudizio contro i reporter. Trump aveva consegnato al suo ex avvocato personale una pila di articoli con un post-it: "tradimento".

Il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha emesso citazioni in giudizio contro il Wall Street Journal per ottenere documenti e archivi dei suoi giornalisti che hanno coperto la guerra in Iran. La notizia, rivelata lunedì dallo stesso quotidiano, segna un cambio di rotta significativo rispetto alla prassi delle amministrazioni precedenti, che nelle indagini sulle fughe di notizie classificate avevano sempre perseguito chi divulgava le informazioni, non i giornalisti che le ricevevano.

Le citazioni, datate 4 marzo, riguardano un articolo del 23 febbraio in cui il quotidiano della famiglia Murdoch scriveva che alti funzionari del Pentagono avevano espresso al presidente Donald Trump preoccupazioni su una campagna militare prolungata contro l'Iran. Al centro della ricostruzione c'era il generale Dan Caine, capo dello stato maggiore congiunto, che aveva avvertito privatamente il presidente sui rischi dei piani di guerra in esame, dalle possibili perdite umane all'esaurimento delle difese aeree fino al sovraccarico delle forze armate. Axios e il Washington Post avevano pubblicato ricostruzioni simili lo stesso giorno. Cinque giorni dopo, Trump avviò la guerra contro l'Iran.

Il procuratore generale facente funzioni Todd Blanche ha difeso pubblicamente l'operazione martedì. "Perseguire chi diffonde i segreti della nostra nazione ai giornalisti, mettendo a rischio la sicurezza nazionale e la vita dei nostri soldati, è una priorità per questa amministrazione", ha dichiarato in un comunicato. Blanche ha aggiunto che "qualsiasi testimone, giornalista o meno, che abbia informazioni su questi criminali non dovrà sorprendersi di ricevere una citazione in giudizio sulla divulgazione illegale di materiale classificato".

Secondo quanto ricostruito dal Wall Street Journal, Trump avrebbe personalmente sollecitato Blanche, suo ex avvocato personale, a perseguire con maggiore aggressività le fughe di notizie sulla guerra. In un incontro nello Studio Ovale il presidente avrebbe fatto scivolare sulla scrivania una pila di articoli ritagliati dai giornali, con un post-it sopra che riportava la parola "tradimento". L'accusa di tradimento prevede negli Stati Uniti la pena di morte. Funzionari citati dal quotidiano hanno riferito che il presidente era particolarmente infastidito dagli articoli che ricostruivano il processo decisionale che lo aveva portato a lanciare la guerra.

Lo stesso Trump ha attaccato la copertura mediatica del conflitto sul suo social Truth Social. "Quando i media bugiardi dicono che il nostro nemico iraniano sta andando bene, militarmente, contro di noi, è quasi tradimento, perché si tratta di un'affermazione falsa e persino grottesca", ha scritto il presidente.

La reazione del gruppo editoriale è stata netta. Ashok Sinha, direttore della comunicazione di Dow Jones, società madre del quotidiano, ha definito le citazioni "un attacco al lavoro giornalistico tutelato dalla Costituzione". "Ci opporremo con vigore a questo tentativo di soffocare e intimidire un lavoro di informazione essenziale", ha aggiunto.

Un funzionario del dipartimento di Giustizia ha precisato, parlando con la stampa, che le citazioni non puntano a indagare sui giornalisti in quanto tali, ma a rintracciare i dipendenti governativi responsabili delle fughe di notizie classificate. Resta però il fatto che la mossa rappresenta una rottura con la prassi recente. Nelle indagini basate sull'Espionage Act, storicamente, il dipartimento ha perseguito chi diffondeva i documenti, non chi li riceveva e pubblicava.

Il quadro normativo è stato modificato nell'aprile 2025, quando l'allora procuratrice generale Pam Bondi emise un promemoria che rendeva più semplice per i procuratori ottenere documenti e testimonianze da membri della stampa nelle indagini sulle fughe di notizie. Quella decisione cancellava le restrizioni introdotte durante l'amministrazione Biden dal predecessore Merrick Garland, che avevano reso molto più difficile sequestrare telefoni e archivi di posta elettronica dei giornalisti.

L'azione contro il Wall Street Journal non è isolata. All'inizio di quest'anno agenti dell'FBI hanno perquisito l'abitazione di Hannah Natanson, giornalista del Washington Post, sequestrando telefono, computer portatili, un orologio Garmin e dischi rigidi portatili. La perquisizione era legata a un'indagine su un appaltatore governativo poi incriminato per aver presumibilmente diffuso materiale classificato. Il Committee to Protect Journalists ha definito la misura "altamente inusuale".

Blanche, ex avvocato personale di Trump, è diventato procuratore generale facente funzioni dopo l'uscita di Pam Bondi e punta a ottenere l'incarico in via definitiva. Negli ultimi mesi ha condotto azioni giudiziarie contro diversi avversari politici del presidente, tra cui l'ex direttore dell'FBI James Comey, incriminato una seconda volta dopo il fallimento del primo tentativo. Il Primo Emendamento della Costituzione americana tutela i giornalisti nello svolgimento del loro lavoro e le iniziative dell'amministrazione hanno suscitato critiche non solo dagli editori coinvolti ma anche da organizzazioni per i diritti civili e per la libertà di stampa.

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Zelensky prende le distanze da Trump e gli Stati Uniti


Il presidente ucraino critica ormai sempre più apertamente la Casa Bianca di Trump, accusata di esercitare pressioni su Kyiv piuttosto che su Mosca. Intanto i negoziati restano fermi, mentre l'avanzata russa nel Donbass rallenta.

I rapporti tra Ucraina e Stati Uniti stanno entrando in una fase di rottura sempre più evidente. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha iniziato a criticare apertamente Washington e a prendere le distanze da quello che, fino a poco tempo fa, era il principale alleato di Kyiv. Lo riporta il New York Times, secondo cui la guerra americano-israeliana contro l'Iran ha di fatto congelato i negoziati di pace e accelerato il raffreddamento delle relazioni tra i due Paesi.

I colloqui mediati dagli Stati Uniti sono fermi dalla fine di febbraio, quando sono cadute le prime bombe su Teheran. Da allora Zelensky ha usato toni che fino a un anno fa sarebbero stati impensabili. Si è lamentato del fatto che i negoziatori americani non abbiano più "tempo per l'Ucraina". Ha quindi accusato Washington di trasmettere al Cremlino "un senso di impunità", dopo la decisione americana di sospendere alcune sanzioni sul petrolio russo per ridurre le tensioni economiche legate alla guerra con l'Iran. E infine ha criticato la strategia che spinge Kyiv a cedere territori in cambio della pace, sostenendo che l'Amministrazione Trump "sceglie ancora una strategia di maggiore pressione sulla parte ucraina" rispetto a quella esercitata su Mosca.

Harry Nedelcu, senior director della società di consulenza politica europea Rasmussen Global, ha detto al New York Times che i colloqui "sono morti". Secondo l'analista, la Russia non ha più incentivi reali a negoziare e gli Stati Uniti non appaiono più come un mediatore affidabile.

Allo stesso tempo, anche Kyiv si sente oggi più libera di alzare il tono perché dipende meno da Washington. Dopo anni di investimenti nella propria industria della difesa, l'Ucraina produce ormai in autonomia gran parte dei droni che utilizza al fronte. Alyona Getmanchuk, ambasciatrice ucraina presso la NATO, ha affermato che gli intercettori di produzione nazionale abbattono più del 60% dei droni russi. Maksym Skrypchenko, presidente del Transatlantic Dialogue Center di Kyiv, ha spiegato al New York Times che, se domani gli aiuti militari americani si esaurissero, "non sarebbe più un disastro come una volta": una differenza netta rispetto agli anni di Biden, quando la dipendenza dalle forniture statunitensi era quasi totale.

Restano però due vulnerabilità decisive. La prima è l'intelligence americana, che gli analisti considerano la componente più difficile da sostituire, anche se in prospettiva le capacità europee potrebbero colmare parte del vuoto. La seconda sono gli intercettori Patriot, l'unica vera difesa di Kyiv contro i missili balistici russi. L'Ucraina sta cercando di svilupparne di propri, ma servirà ancora del tempo.

Nel frattempo Zelensky ha cercato sostegno in Europa, ringraziando Paesi come Germania e Italia per l'aiuto fornito. Ha anche firmato accordi con alcuni Stati del Medio Oriente per aiutarli a difendersi dai droni iraniani e costruire nuove reti di sicurezza. L'Unione Europea ha di fatto sostituito gli Stati Uniti come principale finanziatore dello sforzo bellico ucraino: un recente prestito da 90 miliardi di euro, fortemente orientato alla spesa militare, darà a Kyiv più margine per continuare a pianificare una guerra che pochi immaginano breve.

Guerra in Ucraina

Lo strappo silenzioso:
come Kyiv si è allontanata da Washington


I negoziati di pace sono fermi da febbraio. Zelensky alza i toni contro la Casa Bianca. Intanto sul campo di battaglia l'avanzata russa è la più lenta dal 2023, mentre l'Unione Europea ha già preso il posto degli Stati Uniti come principale finanziatore dello sforzo bellico.
Aggiornato a maggio 2026

Aiuti diretti Usa
−99%
Taglio degli aiuti diretti a Kyiv sotto l'Amministrazione Trump

vs

Autonomia ucraina
60%
Droni russi abbattuti da intercettori di produzione nazionale ucraina

L'Unione Europea ha sostituito gli Stati Uniti con un prestito da 90 miliardi di euro

Esplora in dettaglio
1 Lo strappo 2 Sul campo 3 Il prezzo 4 L'Europa

La cronologia dello strappo

Le tappe che hanno portato al raffreddamento dei rapporti tra Kyiv e Washington


La traiettoria descritta dal New York Times mostra un deterioramento progressivo che è culminata nel congelamento dei negoziati.

+ Tocca una tappa per aprirla — gli altri eventi si chiudono automaticamente

Un mese dopo l'insediamento
Zelensky messo sotto pressione pubblicamente alla Casa Bianca

Trump e il suo entourage espongono il presidente ucraino pubblicamente davanti alle telecamere. Da quel momento il presidente americano comincia a sostenere ripetutamente che sarebbe stata l'Ucraina, e non la Russia, a iniziare il conflitto.

Decisione bilaterale
Tagliati del 99% gli aiuti diretti Usa all'Ucraina

L'Amministrazione Trump azzera quasi completamente gli aiuti diretti a Kyiv, segnando una rottura netta rispetto agli anni di Biden, quando la dipendenza dalle forniture statunitensi era pressoché totale.

Fine febbraio 2026
Cadono le prime bombe su Teheran: i negoziati si fermano

L'inizio della guerra americano-israeliana contro l'Iran congela di fatto i negoziati di pace mediati dagli Stati Uniti. Zelensky si lamenta che i negoziatori americani non abbiano più "tempo per l'Ucraina".

Primavera 2026
Washington sospende alcune sanzioni sul petrolio russo

La decisione, presa per attenuare le tensioni economiche legate alla guerra con l'Iran, viene letta da Kyiv come un segnale di disimpegno. Zelensky accusa gli Stati Uniti di trasmettere al Cremlino "un senso di impunità".

Lo scontro con Vance
Il vicepresidente statunitense liquida il Donetsk come "pochi km quadrati"

JD Vance descrive la guerra come una contrattazione su porzioni minime di territorio. Zelensky risponde con freddezza, secondo quanto riferito al New York Times:
"Con tutto il rispetto, il vicepresidente non è coinvolto nei negoziati"

Oggi
"I colloqui sono ad un punto morto", dice l'analista

Harry Nedelcu di Rasmussen Global, citato dal New York Times, sintetizza così la fase attuale: la Russia non ha più incentivi reali a negoziare, e gli Stati Uniti non appaiono più come un mediatore affidabile.

La realtà sul terreno

L'avanzata russa è la più lenta dal 2023


La narrazione che Putin presenta a Trump non coincide con i dati raccolti dagli analisti militari indipendenti. Sul campo di battaglia, Mosca è "di fatto bloccata".

Conquistare l'intero Donbass
30+ anni
Al ritmo medio di avanzata registrato quest'anno, ci vorrebbero più di tre decenni per occupare la regione che il Cremlino indica come condizione minima per chiudere il conflitto. Stima del Black Bird Group.

Conquiste territoriali russe — confronto

Fine 2024
Picco dell'avanzata

Ritmo massimo

Ultimi 3 mesi
Minimo dal 2023

Ritmo attuale

Le tattiche di infiltrazione in piccole squadre "non producono guadagni rapidi" e le truppe russe "sono di fatto bloccate", sintetizza Dara Massicot del Carnegie Endowment for International Peace.

Il costo umano ed economico

352mila caduti russi e un'economia sempre più schiacciata dalla guerra


I numeri dei soldati morti raccolti dalle testate russe indipendenti russe Mediazona e Meduza assieme al servizio russo della BBC restituiscono la dimensione del prezzo pagato da Mosca.

Caduti russi a fine 2025
352mila
Stima Mediazona / Meduza / BBC Russia


i militari americani caduti durante l'intera guerra del Vietnam

Ritmo delle perdite: attuale vs obiettivo

Mese attuale
35mila
Soldati russi uccisi o feriti gravemente

Obiettivo Fedorov
50mila
Per imporre a Mosca "costi insostenibili" e costringerla a moderare la sua posizione negoziale

Pressione interna a Mosca

Reclutamento sotto target
Mosca ha mancato gli obiettivi di leva nei primi mesi del 2026, secondo funzionari americani ed europei.

Consenso di Putin ai minimi
L'indice di gradimento del presidente è sceso ai livelli più bassi dall'inizio dell'invasione su larga scala.

Economia schiacciata dalla guerra
La spesa militare comprime sempre più gli altri capitoli di bilancio, mentre i blackout della rete mobile Internet irritano la popolazione russa.

Il nuovo pilastro occidentale dell'Ucraina

L'Unione Europea ha sostituito gli Usa come principale sponsor dello sforzo bellico

Prestito europeo a Kyiv

90mld €
Un prestito fortemente orientato alla spesa militare dà a Kyiv il margine per pianificare una guerra che pochi immaginano breve.

Le due vulnerabilità che restano

01
Intelligence americana
La componente più difficile da sostituire secondo gli analisti, anche se in prospettiva le capacità europee potrebbero colmare parte del vuoto.

02
Intercettori Patriot
L'unica vera difesa di Kyiv contro i missili balistici russi. L'Ucraina sta sviluppando intercettori propri, ma servirà ancora del tempo.

Se domani gli aiuti militari americani si esaurissero, sintetizza al New York Times Maksym Skrypchenko del Transatlantic Dialogue Center, "non sarebbe più un disastro come una volta". È la distanza che separa l'Ucraina di oggi da quella degli anni di Biden.

Fonti Elaborazione FocusAmerica su basi New York Times, Black Bird Group, Mediazona, Meduza, BBC Russia · maggio 2026

La Casa Bianca cambia linea


La distanza politica tra Kyiv e Washington si è allargata anche per una serie di episodi vissuti in Ucraina come umilianti. Trump e il suo entourage hanno messo Zelensky sotto pressione pubblicamente alla Casa Bianca un mese dopo l'insediamento. Il presidente americano ha più volte cercato di riscrivere la storia della guerra, sostenendo che sia stata l'Ucraina, e non la Russia, a iniziare il conflitto. La sua Amministrazione ha tagliato del 99% gli aiuti diretti a Kyiv.

Anche il vicepresidente JD Vance ha contribuito ad alimentare lo scontro, quando ha descritto la guerra in Ucraina come una contrattazione "su pochi km quadrati di territorio" e mettendo in dubbio che valga la pena difendere il Donetsk orientale. Zelensky ha replicato con freddezza: "Con tutto il rispetto, il vicepresidente non è coinvolto nei negoziati".

Sul campo, però, la realtà appare diversa da quella che Putin ha più volte presentato a Trump. Dopo i progressi di fine 2024, l'avanzata russa è rallentata fino a raggiungere un ritmo record al ribasso. Secondo i dati del Black Bird Group, alla velocità media registrata quest'anno servirebbero a Mosca più di 30 anni per conquistare l'intero Donbass, condizione minima posta dal Cremlino per chiudere la guerra. Negli ultimi tre mesi, le conquiste russe hanno segnato il peggior risultato territoriale dal 2023.

Intanto il prezzo umano resta altissimo. Secondo i dati pubblicati dalle testate russe Mediazona e Meduza in collaborazione con il servizio russo della BBC, alla fine del 2025 erano morti circa 352mila soldati russi, un numero alto oltre 6 volte quello dei militari americani caduti durante la guerra del Vietnam. Mosca ha inoltre mancato gli obiettivi di reclutamento nei primi mesi dell'anno, secondo funzionari americani ed europei, e cresce sempre di più il dubbio che lo sforzo bellico possa reggere senza una nuova mobilitazione. In questo contesto, l'indice di gradimento di Putin è sceso ai minimi dall'inizio dell'invasione russa dell'Ucraina, mentre l'economia russa è sempre più schiacciata dalla spesa militare. Anche i blackout della rete mobile, imposti in parte per prevenire gli attacchi dei droni ucraini, stanno irritando la popolazione russa.

Una guerra di logoramento tecnologico


La guerra è diventata sempre più una sfida tecnologica tra droni e sistemi anti-drone. Le truppe russe hanno modificato le proprie tattiche e cercano ora di infiltrarsi nel territorio ucraino in piccole squadre, spesso a piedi e composte da un numero di persone che si può contare su una mano. Ne è nata così una "zona grigia" sempre più ampia, in cui entrambi gli eserciti sono presenti senza che nessuno dei due eserciti un controllo netto.

Dara Massicot, analista del Carnegie Endowment for International Peace, ha spiegato al New York Times che queste tattiche di infiltrazione "non producono guadagni rapidi" e che i russi "sono di fatto bloccati".

Mykhailo Fedorov, il nuovo Ministro della Difesa ucraino e principale promotore dello sviluppo dei droni, ha fissato di recente un obiettivo molto più ambizioso: uccidere o ferire gravemente 50mila soldati russi al mese, contro gli attuali 35mila, per imporre a Mosca "costi che non può sostenere" e "forzare la pace attraverso la forza". Intanto Kyiv continua senza sosta anche la campagna di attacchi contro le infrastrutture petrolifere russe, nonostante le richieste americane di fermarsi. Anche questo, fino a un anno fa, sarebbe stato difficilmente immaginabile.

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However awesome, this case is not new. Researchers started to avoid reading the papers they cite (and sometimes write) when statistics replaced reading as a means of evaluating research. Do you remember Ike Antcare (lemonde.fr/series-d-ete/articl…)?


I was only made aware of this (frankly awesome) case of LLM poisoning today: nature.com/articles/d41586-026…. A researcher made up a disease and published two evidently fake preprints about it (including sentences such as “this entire paper is made up” and “Fifty made-up individuals aged between 20 and 50 years were recruited for the exposure group”), which were almost immediately picked up by LLMs and documented in their output. Worse, actual – supposedly serious – medical papers also started citing the preprints, demonstrating that academics relying on LLMs to do their work is a genuine problem! Not that I had my doubts but, if anyone did, this seems like the perfect demonstration of the problem. Article immediately added to the syllabus of the class I am co-teaching with Iris Ferrazzo on LLMs for Romance Studies/Humanities!

#LLM #GenAI #academia #research #ResearchIntegrity #humanities


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L'intelligence smentisce Trump: l'Iran ha ancora il 70% dei missili e con questi controlla Hormuz


Valutazioni classificate dell'intelligence statunitense visionate dal New York Times smentiscono la narrazione del presidente sull'esercito iraniano "decimato": Teheran ha riacquistato l'accesso operativo a 30 dei 33 siti missilistici lungo lo Stretto di Hormuz.

L'Iran ha riconquistato l'accesso operativo a 30 dei 33 siti missilistici lungo lo Stretto di Hormuz e solo 3 restano al momento completamente inutilizzabili. Lo rivelano valutazioni classificate dell'intelligence statunitense risalenti ai primi di maggio e visionate dal New York Times, che descrivono una realtà molto diversa da quella raccontata pubblicamente da Donald Trump e dal suo Segretario alla Difesa Pete Hegseth. Per il presidente e il capo del Pentagono, l'esercito iraniano è stato "decimato" e "non rappresenta più una minaccia". Secondo l'intelligence, invece, Teheran conserva ancora una parte consistente della propria capacità militare e i documenti sono successivi alle dichiarazioni più ottimistiche della Casa Bianca.

Stando al rapporto dell'intelligence americana, l'arsenale residuo ancora nelle mani di Teheran è rilevante. L'Iran disporrebbe ancora di circa il 70% dei missili che possedeva prima della guerra, compresi missili balistici a lungo raggio e una quantità più limitata di missili cruise. Resterebbe operativo anche il 70% dei lanciatori mobili distribuiti sul territorio iraniano. Le agenzie di intelligence militare, sulla base di immagini satellitari e altri sistemi di sorveglianza, hanno inoltre stabilito che Teheran ha riottenuto l'accesso a circa il 90% delle strutture sotterranee di stoccaggio e lancio, oggi considerate "parzialmente o totalmente operative".

Guerra Usa-Iran · Intelligence vs Casa Bianca

L'esercito iraniano "decimato" che si è rimesso in piedi


I rapporti classificati dell'intelligence statunitense di inizio maggio descrivono un Iran capace di recuperare gran parte del proprio potenziale militare. Un quadro molto lontano dal collasso raccontato da Trump e Hegseth.

Fonte: New York Times — valutazioni d'intelligence Usa Documenti di inizio maggio 2026

Casa Bianca · 8 aprile
L'Operazione Epic Fury ha "decimato l'esercito iraniano", rendendolo inefficace per anni.

Pete Hegseth
Segretario alla Difesa

contro

Intelligence Usa · inizio maggio
L'Iran conserva il 70% dei missili e ha recuperato l'accesso a 30 dei 33 siti missilistici sullo Stretto di Hormuz.

Rapporto classificato
visionato dal New York Times

Esplora i dati
I Recupero II Confronto III Munizioni

Anatomia del recupero

Le capacità militari iraniane secondo l'intelligence Usa


Le valutazioni si basano su immagini satellitari e altri sistemi di sorveglianza. I dati si riferiscono a quanto residua o è stato recuperato rispetto al periodo pre-guerra.

Arsenale missilistico
Missili balistici e cruise ancora in inventario

70%

Pre-guerra

Inclusi missili balistici a lungo raggio. Quantità più limitata di missili cruise residui.

Mobilità
Lanciatori mobili operativi sul territorio

70%

Pre-guerra

Distribuiti sul territorio iraniano. Permettono di spostare i missili e renderne difficile l'individuazione.

Infrastrutture
Strutture sotterranee di stoccaggio recuperate

90%

Pre-guerra

Considerate dall'intelligence parzialmente o totalmente operative. In alcuni casi i missili sono lanciabili direttamente dalle rampe interne.

Siti missilistici sullo Stretto di Hormuz
30 su 33

L'Iran ha riconquistato l'accesso operativo a 30 dei 33 siti lungo lo Stretto. Solo 3 restano completamente inutilizzabili.

Recuperati (30)
Inutilizzabili (3)

Le due verità

Quello che dice la Casa Bianca vs quello che scrivono i rapporti d'intelligence


Il confronto tra le dichiarazioni pubbliche dell'Amministrazione Trump e le valutazioni classificate dei servizi americani, su 4 punti chiave del conflitto.

i Capacità militare iraniana

Casa Bianca
L'Iran non ha "più nulla dal punto di vista militare".
Trump, CBS News · 9 marzo

Intelligence
Conserva il 70% dei missili e il 70% dei lanciatori mobili pre-guerra.
Rapporto classificato · inizio maggio

ii Operazione Epic Fury

Casa Bianca
Ha "decimato l'esercito iraniano", reso inefficace per anni.
Hegseth, Pentagono · 8 aprile

Intelligence
Risultati disomogenei a causa della scelta tattica di sigillare gli accessi anziché distruggere le strutture.
Fonti del Pentagono al NYT

iii Siti sotterranei

Casa Bianca
L'esercito iraniano è stato "schiacciato"; chi dice il contrario è "delirante".
Olivia Wales, portavoce

Intelligence
Teheran ha riottenuto l'accesso al 90% delle strutture di stoccaggio e lancio.
Immagini satellitari + sorveglianza

iv Scorte di munizioni Usa

Casa Bianca
Munizioni "sufficienti per ciò che ci viene chiesto di fare".
Gen. Dan Caine, audizione Camera

Pentagono
Usati 1.100 missili cruise stealth, una quota vicina al totale delle scorte residue. L'industria militare fatica a ricostituirle.
Funzionari del Pentagono

Il costo della campagna

Le scorte americane consumate in poche settimane


Il Pentagono ha bruciato anni di produzione in pochi mesi di guerra. I dati qui sotto raffrontano l'uso reale con la capacità produttiva annuale.

Cifra chiave
1.100

missili cruise stealth a lungo raggio utilizzati nella campagna militare contro l'Iran — una cifra vicina al totale delle scorte residue degli Stati Uniti.

Missili cruise
Tomahawk

1.000+

Equivalente a 10 anni di acquisti del Pentagono.

Difesa aerea
Intercettori Patriot

1.300+

Oltre 2 anni di produzione ai ritmi 2025 (650/anno Lockheed).

Stealth strategici
Cruise a lungo raggio

1.100

Quasi l'intera scorta residua americana.

Il rischio

Se il fragile cessate il fuoco dovesse saltare, Trump si troverebbe a colpire un avversario ancora ben armato, con scorte già pesantemente ridotte. Gli alleati europei temono inoltre che le forniture destinate all'Ucraina possano essere dirottate per ricostituire le riserve.

Fonti
New York Times — valutazioni classificate dell'intelligence Usa visionate dal quotidiano. Dichiarazioni Trump a CBS News (9 marzo), conferenza stampa Hegseth al Pentagono (8 aprile), audizione Gen. Dan Caine alla Camera dei Rappresentanti.

Metodologia
Le valutazioni dell'intelligence si basano su immagini satellitari e altri sistemi di sorveglianza. I documenti citati sono di inizio maggio 2026, successivi alle dichiarazioni pubbliche dell'amministrazione qui riportate.

Elaborazione FocusAmerica · maggio 2026

Nei siti missilistici che sono stati recuperati lungo lo Stretto, l'Iran è ora di nuovo in grado di spostare i missili con lanciatori mobili o, in alcuni casi, lanciarli direttamente dalle rampe interne alle strutture. Lo Stretto di Hormuz resta uno dei passaggi più sensibili al mondo: da lì transitava prima della guerra circa un quinto del consumo globale giornaliero di petrolio. La Marina americana mantiene nell'area una presenza quasi continua, con oltre 20 navi da guerra impegnate nel far rispettare il blocco contro l'Iran, secondo un post pubblicato lo scorso fine settimana sui social dal Central Command.

La narrativa della Casa Bianca sotto pressione


Il 9 marzo, dieci giorni dopo l'inizio del conflitto, Trump aveva detto alla CBS News che i missili iraniani erano ormai "pochi e sparsi" e che il Paese non aveva "più nulla dal punto di vista militare". L'8 aprile, ovvero quasi un mese dopo, in una conferenza stampa al Pentagono, Hegseth aveva dichiarato che l'Operazione Epic Fury, la campagna congiunta Stati Uniti-Israele avviata il 28 febbraio, aveva "decimato l'esercito iraniano", rendendolo inefficace sul piano operativo per anni.

Interpellata dal New York Times, la portavoce della Casa Bianca Olivia Wales ha ribadito che l'esercito iraniano è stato "schiacciato" e ha accusato chi sostiene che Teheran abbia recuperato parte delle sue capacità militari di essere "delirante" o di fare da "portavoce" dei Pasdaran. Wales ha richiamato anche un post pubblicato da Trump, in cui il presidente ha definito "virtualmente tradimento" qualsiasi ricostruzione che metta in dubbio il collasso militare dell'Iran.

Ma le valutazioni dell'intelligence riflettono anche una scelta tattica del Pentagono. Di fronte a scorte limitate di bombe anti-bunker, i comandanti americani avrebbero preferito sigillare gli accessi alle strutture sotterranee iraniane, invece di tentare di distruggerle completamente. Una parte delle munizioni sarebbe stata inoltre conservata per eventuali scenari operativi in Asia, in particolare contro Corea del Nord e Cina. Anche per questo motivo, secondo le fonti del quotidiano newyorkese, i risultati della campagna di bombardamenti sono stati disomogenei.

Scorte americane sotto stress


La campagna contro l'Iran ha consumato una quantità enorme di munizioni americane. Gli Stati Uniti hanno utilizzato circa 1.100 missili cruise stealth a lungo raggio, una cifra vicina al totale delle scorte residue. Sono stati lanciati oltre 1.000 missili Tomahawk, ovvero circa 10 volte il numero che il Pentagono acquista in un anno, e più di 1.300 intercettori Patriot, l'equivalente di oltre 2 anni di produzione ai ritmi del 2025. Lockheed Martin produce attualmente circa 650 Patriot l'anno e ha annunciato l'obiettivo di salire a 2.000, ma secondo i funzionari del Pentagono l'industria militari non riesce ancora ad aumentare la produzione di motori a razzo ai ritmi richiesti dal presidente.

Martedì, davanti a una sottocommissione della Camera dei Rappresentanti, il generale Dan Caine, capo di Stato Maggiore delle Forze Armate statunitensi, ha però ribadito la versione ufficiale e rassicurato sul fatto di avere "munizioni sufficienti per ciò che ci viene chiesto di fare in questo momento".

Il nodo politico e militare, però, resta aperto. Se il fragile cessate il fuoco raggiunto un mese fa dovesse saltare, Trump potrebbe trovarsi a ordinare nuovi raid contro un avversario ancora ben armato, con scorte americane già pesantemente ridotte. In questo scenario, gli alleati europei, che hanno acquistato dagli Stati Uniti miliardi di dollari di munizioni destinate all'Ucraina, temono che quelle forniture possano essere dirottate per ricostituire riserve americane sempre più assottigliate.

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La South Carolina ferma il piano per cancellare il seggio del Dem Clyburn


Cinque senatori repubblicani si sono uniti ai democratici bloccando la ridefinizione dei collegi voluta da Trump per indebolire la maggioranza democratica nera dello stato sudista alle elezioni di midterm.

Il Senato della South Carolina ha respinto martedì la proposta di ridisegnare la mappa dei collegi congressuali dello stato, un piano che puntava a eliminare l'unico seggio in mano ai democratici alla Camera dei rappresentanti, occupato da oltre tre decenni dal deputato James Clyburn. La votazione si è chiusa 29 a 17, due voti sotto la maggioranza dei due terzi necessaria per estendere la sessione legislativa e affrontare la questione del ridisegno. Cinque senatori repubblicani si sono schierati con tutti i democratici della camera, facendo fallire un'iniziativa fortemente sostenuta dal presidente Donald Trump.

Il voto rappresenta una battuta d'arresto per la strategia con cui la Casa Bianca sta cercando di blindare la fragile maggioranza repubblicana alla Camera in vista delle elezioni di midterm di novembre. I repubblicani controllano l'aula con appena 217 seggi contro 212. Trump aveva chiesto pubblicamente ai senatori dello stato sudista di approvare il provvedimento, scrivendo su Truth Social di stare seguendo da vicino la votazione e invitando il partito a essere coraggioso, sull'esempio di quanto fatto la settimana precedente in Tennessee.

Clyburn, eletto per la prima volta nel 1992, è il primo deputato afroamericano della South Carolina dai tempi della Ricostruzione e una figura di primo piano del Partito democratico. Il suo sostegno fu determinante per assicurare a Joe Biden la nomination democratica nel 2020. Il suo distretto, che ha una popolazione afroamericana intorno al 45 per cento, sarebbe stato smembrato dalla nuova mappa per disperdere l'elettorato democratico tra più collegi a maggioranza repubblicana.

A guidare la rivolta interna al partito è stato il capogruppo repubblicano al Senato statale Shane Massey, che in un lungo intervento in aula ha avvertito i colleghi del rischio di un effetto boomerang. Secondo Massey, una nuova mappa avrebbe diluito così tanto l'elettorato di base repubblicano da far perdere al partito uno dei sei seggi attualmente controllati, riducendoli a cinque su sette. Massey ha detto di aver parlato lunedì con Trump in una conversazione cordiale, ma ha mantenuto la sua posizione contraria. Ha denunciato che troppi politici, a suo avviso, fanno qualsiasi cosa pur di restare al potere e ha riconosciuto di aspettarsi ritorsioni politiche dal presidente e dai suoi alleati.

Il tentativo della South Carolina si inserisce in una più ampia battaglia nazionale sui collegi elettorali innescata da Trump. Una sentenza della Corte Suprema di due settimane fa ha indebolito il Voting Rights Act del 1965 stabilendo che l'etnia non può dettare il ridisegno dei collegi, aprendo la strada agli stati a guida repubblicana per eliminare distretti a maggioranza nera attualmente rappresentati dai democratici. Dalla scorsa estate i repubblicani hanno aumentato le proprie possibilità in quindici distretti distribuiti in sette stati, con la prospettiva di aggiungerne uno o due in Louisiana.

Il Tennessee ha già approvato la scorsa settimana una nuova mappa che cancella l'unico distretto democratico dello stato, potenzialmente consegnando ai repubblicani tutti e nove i seggi alla Camera. L'Alabama ha rinviato le primarie di quattro distretti ad agosto dopo che la Corte Suprema ha sbloccato una mappa redatta dai repubblicani nel 2023 che eliminerà uno dei due seggi a tendenza democratica. La Louisiana ha avviato le audizioni per riscrivere i propri collegi puntando a cancellare uno o entrambi i seggi a maggioranza nera in mano ai democratici. In Florida il governatore Ron DeSantis ha firmato una legge che aggiunge fino a quattro seggi favorevoli al partito, eliminando distretti attualmente controllati dai democratici.

Sul fronte opposto i democratici hanno guadagnato circa sei seggi nello stesso periodo: cinque grazie a un referendum in California, la Proposition 50, che ha temporaneamente sospeso la commissione indipendente per il ridisegno restituendo il potere all'assemblea legislativa a guida democratica, e uno attraverso una causa legale in Utah. Quattro ulteriori seggi sarebbero arrivati dalla Virginia, dove un referendum era stato approvato il mese scorso, ma la Corte Suprema dello stato ha invalidato la consultazione la scorsa settimana. Sempre martedì la Corte Suprema del Missouri ha confermato la mappa repubblicana approvata in quello stato.

Il leader della minoranza democratica alla Camera Hakeem Jeffries ha accusato Trump e i repubblicani di voler manipolare le elezioni di midterm attraverso uno schema di ridisegno senza precedenti, sostenendo in un comunicato che la manovra nasce dal fallimento dell'amministrazione sull'economia e dall'aumento del costo della vita.

Le opzioni per i repubblicani della South Carolina non sono esaurite. Il governatore Henry McMaster, alleato di Trump, potrebbe convocare una sessione speciale del parlamento statale per riprovare l'iter, anche se il suo ufficio ha definito poco probabile questa ipotesi. In un messaggio su X, McMaster ha ricordato che la legislatura ha ancora due giorni di lavoro a disposizione per occuparsi del ridisegno. James Blair, responsabile dell'operazione politica di Trump, ha scritto sui social subito dopo la votazione che la partita in South Carolina non è finita.

I quattro principali candidati repubblicani alle elezioni per il governatore della South Carolina hanno attaccato i senatori dissidenti. La vicegovernatrice Pam Evette ha parlato di tradimento dei cittadini dello stato e di sfida diretta a Trump. Il deputato Ralph Norman ha scritto su X che nessuno dei senatori contrari dovrebbe restare in carica dopo le prossime elezioni. La deputata Nancy Mace ha sostenuto che servirebbe un governatore capace di farsi temere dal parlamento statale. I senatori repubblicani della South Carolina non sono però in scadenza fino al 2028, una circostanza che riduce il rischio immediato di ritorsioni nelle primarie. Una settimana prima del voto, cinque senatori repubblicani dell'Indiana che a dicembre avevano affondato un analogo piano di ridisegno erano stati sconfitti nelle primarie da sfidanti sostenuti da Trump.

L'onda di ridisegni dei collegi rischia di ridurre il numero di parlamentari afroamericani al Congresso, una rappresentanza cresciuta nei decenni proprio grazie al Voting Rights Act del 1965 e ai successivi emendamenti. Clyburn, intervistato dalla CNN nei giorni scorsi, si è detto fiducioso di poter vincere comunque la rielezione, sottolineando di voler correre sulla base del proprio operato qualunque sia la composizione finale del distretto.

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Si dimette il capo dell'agenzia americana del farmaco


Il chirurgo nominato da Trump si è dimesso dall'Agenzia americana del farmaco dopo settimane di pressioni, scontri sulle sigarette elettroniche aromatizzate, sulla pillola abortiva e sui vaccini.

Marty Makary ha lasciato la guida della Food and Drug Administration, l'agenzia statunitense che regola farmaci, vaccini, dispositivi medici, alimenti e tabacco. L'annuncio è arrivato martedì 12 maggio dal presidente Donald Trump, che ha parlato con i giornalisti alla Casa Bianca prima di partire per una visita di Stato in Cina. Makary era in carica da poco più di un anno, dopo essere stato confermato dal Senato il 25 marzo 2025.

Trump non ha chiarito se si trattasse di dimissioni o di un licenziamento. "È un ottimo medico, e stava incontrando qualche difficoltà", ha detto il presidente, aggiungendo che il vice avrebbe assunto la guida temporanea dell'agenzia. In un successivo messaggio sul suo social Truth Social, Trump ha ringraziato Makary per "il grande lavoro svolto" e ha annunciato che il commissario facente funzione sarà Kyle Diamantas, fino a quel momento responsabile della divisione alimentare della FDA. Diamantas è un avvocato che proviene dallo studio legale Jones Day, dove aveva rappresentato la Abbott Nutrition, azienda leader nel settore del latte in formula per neonati, e ha legami personali con Donald Trump Jr.

Secondo il New York Times, che cita quattro persone informate, la rottura definitiva è avvenuta sul tema delle sigarette elettroniche aromatizzate alla frutta. Makary aveva confidato ai suoi collaboratori di non poter approvare in coscienza prodotti che attirano i giovani. Lo stesso quotidiano riporta che il segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr., superiore diretto di Makary, lo aveva sollecitato a dimettersi. Politico è stato il primo a dare la notizia delle dimissioni.

Lo scontro sulle sigarette elettroniche è stato il più consequenziale del suo mandato. Il Wall Street Journal aveva rivelato il mese scorso che Makary aveva bloccato l'approvazione degli aromi fruttati prodotti da un'azienda americana, anche dopo il via libera degli scienziati dell'agenzia. La Casa Bianca alla fine ha prevalso. All'inizio di maggio la FDA ha autorizzato i primi prodotti aromatizzati al mango e al mirtillo della Glas, azienda con sede a Los Angeles, oltre alle sigarette elettroniche al mentolo. Venerdì scorso l'agenzia ha emesso linee guida che ne agevolano la commercializzazione.

I gruppi anti aborto avevano chiesto da settimane il licenziamento di Makary. L'accusa principale era quella di rallentare la revisione di sicurezza del mifepristone, la pillola usata nella maggioranza degli aborti farmacologici negli Stati Uniti, in commercio da venticinque anni. Sotto la sua guida la FDA aveva inoltre approvato una seconda versione generica del farmaco, rendendolo più economico e accessibile. La Susan B. Anthony Pro-Life America, una delle principali organizzazioni anti aborto del paese, aveva sollecitato apertamente Trump a rimuoverlo.

Altri fronti di tensione hanno segnato i tredici mesi di mandato. L'industria farmaceutica ha protestato per una serie di bocciature di farmaci, in particolare per malattie rare e terapie oncologiche. La maggior parte di queste decisioni era stata gestita da Vinay Prasad, scelto da Makary come direttore della divisione vaccini, terapia genica e cellule staminali. Prasad è stato allontanato due volte in meno di un anno: la prima volta dopo essere stato preso di mira dall'influencer di destra Laura Loomer, in parte per la stretta su un'azienda farmaceutica collegata alla morte di alcuni pazienti. Era stato richiamato e poi è uscito nuovamente nelle scorse settimane.

In un memo interno di novembre, Prasad aveva sostenuto, senza pubblicare prove, che la FDA aveva collegato i vaccini contro il Covid alla morte di dieci bambini. Su quella base aveva proposto una revisione complessiva delle procedure di approvazione e aggiornamento dei vaccini. Dodici ex commissari della FDA hanno firmato una denuncia durissima del piano, avvertendo che avrebbe "minato l'interesse pubblico" e devastato lo sviluppo dei vaccini. L'agenzia non ha mai pubblicato né l'analisi sui decessi né il piano di revisione. Makary è stato criticato anche per aver consentito l'uso di peptidi non sperimentati, composti iniettabili dagli effetti incerti, una politica sostenuta da Kennedy.

"Sui vaccini e sul mifepristone Makary raramente ha dato priorità all'evidenza scientifica rigorosa", ha dichiarato al New York Times Lawrence O. Gostin, professore alla Georgetown Law che studia la FDA. "Paradossalmente, la sua unica difesa della scienza di qualità, sulle sigarette elettroniche aromatizzate, ha creato l'attrito con la Casa Bianca che ha contribuito a fargli perdere il posto." Diana Zuckerman, presidente del National Center for Health Research, ha detto allo stesso quotidiano che Makary "è riuscito a offendere quasi chiunque sia coinvolto nelle questioni della FDA, cosa non facile", aggiungendo però che sarebbe un disastro sostituirlo con qualcuno gradito soprattutto alle industrie del tabacco, ai militanti anti aborto e alle lobby farmaceutiche.

L'agenzia ha vissuto anche una crisi interna. Praticamente tutti i dirigenti di carriera della FDA si sono dimessi, sono andati in pensione o sono stati allontanati nel primo anno della nuova amministrazione Trump. Makary aveva iniziato il suo lavoro pochi giorni prima dei tagli di massa decisi dal Department of Government Efficiency guidato da Elon Musk, che hanno lasciato vacanti centinaia di posizioni. Una seconda ondata di uscite volontarie ha portato la perdita complessiva a oltre 4.000 dipendenti, circa un quinto della forza lavoro. Makary ha poi ottenuto l'autorizzazione ad assumerne circa 3.000, ma il processo è stato lento. Nella divisione farmaci, la più grande dell'agenzia, sei persone si sono alternate alla direzione in un anno. Il primo scelto da Makary, George Tidmarsh, è stato costretto a dimettersi dopo accuse di aver usato la sua posizione per perseguire una vendetta personale contro un ex socio in affari. Il successore Rick Pazdur, storico specialista oncologico della FDA, ha annunciato il pensionamento dopo appena tre settimane in seguito a scontri con Makary sulle revisioni dei farmaci.

Makary, chirurgo britannico naturalizzato americano, è nato a Liverpool e cresciuto a Baltimora. Prima dell'incarico governativo lavorava come chirurgo oncologo e ricercatore di politiche sanitarie alla Johns Hopkins University. Era diventato noto al pubblico repubblicano durante la pandemia di Covid-19 per le sue critiche alla gestione delle autorità sanitarie federali e alle politiche vaccinali, espresse soprattutto sulla rete Fox News. La sua uscita è il quarto addio di alto profilo dall'inizio dell'anno nell'amministrazione Trump, dopo quelli del segretario alla Marina John Phelan, della procuratrice generale Pam Bondi e della responsabile della sicurezza interna Kristi Noem. Un sostituto permanente dovrà essere nominato dal presidente e confermato a maggioranza dal Senato.

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Trump va a Pechino, Xi lo accoglie da posizione di forza


Il presidente americano cerca l'aiuto cinese per sbloccare lo Stretto di Hormuz mentre Pechino punta su tecnologia, Taiwan e allentamento delle restrizioni sui chip. Con lui 17 manager, tra cui Musk e Cook.

Donald Trump arriverà oggi, mercoledì 13 maggio, a Pechino per un vertice di due giorni con Xi Jinping, la prima visita di un presidente americano in Cina dal 2017. L'appuntamento, originariamente previsto per il 31 marzo, era stato rinviato di sei settimane a causa della guerra contro l'Iran scatenata da Stati Uniti e Israele, le cui conseguenze l'amministrazione Trump fatica a gestire. Il cessate il fuoco, secondo le parole dello stesso presidente lunedì, è "sotto respirazione assistita".

Il contesto in cui Trump si presenta a Pechino appare svantaggioso. Phil Gordon, analista della Brookings Institution ed ex consigliere diplomatico della vicepresidente Kamala Harris, ha riassunto la situazione su X scrivendo che il presidente americano arriverà in Cina con un'economia sotto pressione, sondaggi in calo, prospettive negative per le elezioni di metà mandato, scorte di munizioni chiave esaurite e mezzi militari trasferiti dall'Indo-Pacifico al Medio Oriente, umiliato da una potenza di terz'ordine mentre affronta una potenza di primo piano. La Casa Bianca presenta la visita come un'occasione per fare pressione sulla Cina affinché sfrutti la sua relazione con Teheran. Venerdì 8 maggio gli Stati Uniti hanno annunciato sanzioni contro nove aziende e cittadini di Cina continentale e Hong Kong, accusati di aver fornito componenti per i missili iraniani e immagini satellitari usate per colpire gli interessi americani nel Golfo Persico.

La Cina assorbe meglio degli Stati Uniti la crisi energetica generata dal blocco dello Stretto di Hormuz grazie al carbone, principale fonte energetica del Paese, agli investimenti nelle rinnovabili e alle ingenti riserve di idrocarburi accumulate proprio per prevenire questo tipo di rischi. Le vendite cinesi di auto elettriche e batterie crescono nel mondo proprio per il panico sugli approvvigionamenti petroliferi. Resta tuttavia molto esposta in caso di recessione globale, essendo la prima potenza esportatrice mondiale. La commissione congressuale americana U.S.-China Economic and Security Review Commission ha calcolato che gli acquisti cinesi rappresentano circa il 90 per cento del petrolio esportato dall'Iran.

Pechino ha mostrato di non voler intervenire direttamente. Il 6 maggio il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi è stato ricevuto a Pechino dall'omologo Wang Yi, che ha sollecitato la riapertura dello stretto attribuendo però la richiesta alla "comunità internazionale" e non agli Stati Uniti. Henrietta Levin, senior fellow del Center for Strategic and International Studies di Washington, ha dichiarato alla CBS che la Cina non ha alcun interesse a risolvere i problemi che gli Stati Uniti si sono creati in Medio Oriente. Il segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha invece dichiarato a Fox News che acquistando petrolio iraniano Pechino finanzia il terrorismo e ha chiesto alla Cina di intervenire diplomaticamente.

Il commercio resta il dossier centrale. La guerra dei dazi avviata nella primavera 2025 aveva portato le tariffe americane sulle merci cinesi fino al 145 per cento, con risposte simmetriche da parte di Pechino, incluse restrizioni sulle esportazioni di terre rare. A ottobre 2025, durante un incontro in Corea del Sud, i due presidenti avevano siglato una tregua estesa di un anno: la Cina si era impegnata ad acquistare soia dagli agricoltori americani, gli Stati Uniti avevano ridotto i dazi di oltre la metà. A febbraio la Corte Suprema ha censurato in parte i dazi reciproci imposti dalla Casa Bianca, contribuendo a una certa stabilizzazione. La Cina ha intanto introdotto in aprile nuove norme per identificare e contrastare le misure straniere rivolte contro le sue aziende, ordinando per esempio a una raffineria che acquistava greggio iraniano di ignorare le sanzioni americane.

Tra i leve negoziali cinesi spicca il quasi monopolio sulle terre rare, materiali indispensabili per qualsiasi prodotto, dagli smartphone ai caccia. Pechino ha imposto un nuovo requisito di permessi per l'esportazione che può inasprire in qualsiasi momento. Trump è accompagnato da 17 dirigenti d'azienda, tra cui Elon Musk (Tesla, SpaceX), Tim Cook (Apple), Kelly Ortberg (Boeing) e il fondatore di Nvidia Jensen Huang. La presenza di questa delegazione lascia presagire annunci su acquisti cinesi di aerei Boeing, prodotti energetici come petrolio e gas naturale, e probabilmente nuove forniture agricole.

Sul fronte tecnologico, Pechino punta a un ulteriore allentamento delle restrizioni americane sulla vendita di chip avanzati per l'intelligenza artificiale. Washington ha autorizzato a gennaio la vendita dei secondi migliori processori di Nvidia. Huang ha sostenuto presso l'amministrazione che vendere i chip alle aziende cinesi creerebbe dipendenza dalla tecnologia americana. Zhao Minghao, esperto di relazioni internazionali dell'università Fudan, ha osservato in dichiarazioni scritte all'Associated Press che l'atteggiamento cinese è cambiato in modo sottile e ora il governo sembra più concentrato sullo sviluppo dell'industria nazionale dei chip che sulla dipendenza dai semiconduttori americani.

Taiwan rappresenta il dossier più delicato. Pechino vuole spingere gli Stati Uniti a passare dalla formula "non sostengono" l'indipendenza dell'isola alla formula "si oppongono" all'indipendenza, una differenza sottile ma che vincolerebbe anche le amministrazioni future. A dicembre 2025 Washington aveva annunciato un pacchetto di vendite di armi a Taipei da 11,1 miliardi di dollari, comprendente missili anti-veicoli blindati e droni. Un secondo pacchetto è stato congelato per non compromettere il vertice. Durante una telefonata di febbraio Xi aveva definito Taiwan "la questione più importante" tra i due Paesi e aveva invitato Trump ad affrontarla "con prudenza". Lunedì, interrogato sulla prosecuzione delle vendite di armi all'isola, Trump ha risposto che ne avrebbe discusso con Xi, aggiungendo che il presidente cinese preferirebbe che non lo facesse. Levin ha dichiarato alla CBS che Taiwan è il perno dell'economia globale moderna, dato che ospita le principali capacità produttive di semiconduttori al mondo, e che senza l'isola non esisterebbe la rivoluzione dell'intelligenza artificiale.

Il programma del vertice è essenziale. I due leader avranno colloqui giovedì al Palazzo del Popolo, con una possibile visita al Tempio del Cielo e un banchetto serale, prima di un ultimo incontro venerdì mattina. Non è prevista una dichiarazione comune. La Casa Bianca ha fatto sapere domenica che si discuterà anche della creazione di un nuovo "Board of Trade" per mantenere aperto il dialogo economico. Trump ha citato pubblicamente lunedì il caso del magnate dell'editoria hongkonghese Jimmy Lai, condannato a febbraio a vent'anni di carcere.

Wu Xinbo, decano del Centro di studi internazionali dell'università Fudan di Shanghai, ha osservato a Le Monde che dopo il conflitto con l'Iran Trump ci penserà due volte prima di impegnarsi in un conflitto all'estero, in particolare in Asia-Pacifico, e che questo rappresenta una buona notizia per la Cina. Jon Czin, esperto della Brookings Institution ed ex coordinatore della politica cinese del Consiglio di sicurezza nazionale sotto l'amministrazione precedente, ha dichiarato a Le Monde che Pechino cerca con questo vertice e con ogni interazione di quest'anno di guadagnare tempo, spazio e margine per rafforzarsi prima del prossimo scontro, anticipando il ritorno a un approccio americano molto più duro nei propri confronti. Xi è atteso negli Stati Uniti in autunno.

Henrietta Levin ha sintetizzato alla CBS la differenza strategica tra le due parti: gli Stati Uniti puntano ad accordi commerciali rapidi e ristretti, con impatto concreto, che il presidente possa annunciare in un comunicato stampa o su Truth Social, mentre la Cina si concentra su questioni strategiche le cui risposte plasmeranno il futuro dell'Asia del XXI secolo.

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