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FPF seeks order to stop Trump from monetizing official statements


FOR IMMEDIATE RELEASE:

New York, Sept. 1, 2026 — The Intercept and Freedom of the Press Foundation (FPF) moved in federal court yesterday to preliminarily enjoin President Donald Trump from providing early access to his social media posts to those willing to pay $100,000 per month to his social media platform, Truth Social.

Since returning to office, Trump has used his Truth Social account as his primary means of communicating with the public and making official announcements. Last month, the CEO of Truth Social’s parent company announced Truth API, a service that would provide paying investors early access to “market-moving” messages from the president and other officials on the platform. Truth API launched Aug. 1 and has already reportedly signed up more than 10 customers.

In response to this illegal scheme, The Intercept and FPF filed a lawsuit on Aug. 12 in the U.S. District Court for the Southern District of New York against Trump and other White House officials. As plaintiffs explained, the president’s scheme violates the Constitution’s First and Fifth amendments by giving unequal access to official government information to those who pay his private company. There is absolutely no government interest, let alone a significant one as required by the First Amendment, in letting the president profit by selling government information.

The plaintiffs’ motion yesterday asks the Court to immediately block the president and the other defendants in this case, including White House aides Natalie Harp and Dan Scavino, from posting on Truth Social so long as the president can profit from selling early access to government information. The plaintiffs are represented by Citizens for Responsibility and Ethics in Washington, Yale Law School’s Media Freedom and Information Access Clinic, the Public Integrity Project and Altshuler Berzon LLP.

“Trump doesn’t get to charge people for his own public statements. The First Amendment doesn’t have a paywall, and we’re not going to let him build one,” said Annie Chabel, CEO of The Intercept. “Journalists and the public shouldn’t have to pay the president for news he’s constitutionally obligated to share with everyone.”

The Trump administration is trying to keep government records hidden from the public, including by ignoring the Freedom of Information Act and the Presidential Records Act,” said Seth Stern, chief of advocacy at FPF. “In the meantime, Trump is using his official statements on Truth Social as profiteering opportunities, charging seven figures per year for premium access. It’s a corrupt assault on the Constitution that harms members of the press and public who don’t line the president’s pockets. That’s why we’re suing to stop it.”

The lawsuit also notes that Truth API is a moneymaking opportunity for Trump, who owns the largest stake in Trump Media through The Donald J. Trump Revocable Trust, with shares collectively worth more than $1 billion. He is the sole beneficiary of the trust.

“President Trump cannot be allowed to continue to violate the First and Fifth amendments for the sake of his personal profit,” said the legal team representing the plaintiffs. “The idea that the president’s public statements would be available to paying customers more quickly than the American public is antithetical to democracy and the free press. We’re proud to represent our clients as they stand up for their constitutional rights and to end this corrupt scheme.”

You can read the filing here, or below.

freedom.press/static/pdf.js/we…

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freedom.press/issues/fpf-seeks…

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La Cina riunisce il fronte che sfida l'Occidente


Al vertice della Shanghai Cooperation Organization il leader cinese riceve Putin e Pezeshkian proprio mentre ad Asheville si riunisce il G20. Il meeting della SCO mette in scena il peso crescente della Cina e la crescente dipendenza di Russia e Iran da Pechino.

Mentre i Ministri delle Finanze del G20 si riunivano ad Asheville, dall'altra parte del mondo il presidente cinese Xi Jinping ha mostrato di muoversi in un'orbita tutta sua. Il leader cinese è arrivato lunedì a Bishkek, capitale del Kirghizistan, per il ventiseiesimo vertice della Shanghai Cooperation Organization (SCO), l'organizzazione formata da dieci Paesi, tra cui Cina, Russia, India e Iran, che quest'anno compie 25 anni. Insieme a Xi Jinping sono arrivati, tra gli altri, il premier indiano Narendra Modi, il presidente russo Vladimir Putin e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Gli ultimi due guidano i Paesi che più dipendono da Pechino per resistere alle pressioni economiche occidentali.

Nessun Paese è stato più importante della Cina nel sostenere le economie e, indirettamente, gli sforzi bellici di Russia e Iran. Pechino ha ridotto l'efficacia dei tentativi americani ed europei di piegarli attraverso la pressione economica, sfruttando il proprio peso di primo importatore mondiale di greggio e di principale esportatore di beni. Il mese scorso Xi Jinping ha potuto ignorare la minaccia di Donald Trump di infliggere un "D-Day economico" ai Paesi che offrono un'ancora di salvezza a Teheran; minacce analoghe contro gli acquirenti di petrolio russo non erano mai state seguite da misure contro la Cina.

"Dopo l'ultimo anno, Trump ha un problema di credibilità di fondo con Xi", spiega al New York Times Julian Gewirtz, che nell'Amministrazione Biden è stato direttore per la Cina e Taiwan al Consiglio per la Sicurezza Nazionale. "Sia le sue minacce sia le sue rassicurazioni sembrano a Pechino, come ha detto un altro leader mondiale, scritte a matita".

Vertice SCO · Bishkek, 31 agosto - 1 settembre 2026

L'orbita di Xi: come la Cina mantiene in piedi le economie di Mosca e Teheran


Mentre i ministri delle Finanze del G20 si riuniscono ad Asheville, a Bishkek si vede l'altro sistema: Pechino compra il greggio che nessun altro compra, apre corridoi che aggirano le sanzioni e allarga il commercio. Su una cosa sola non si espone: la difesa militare dei suoi partner.

Grafica di FocusAmerica

La mappa

Quattro flussi, un solo centro di gravità


In blu i dieci Paesi membri della Shanghai Cooperation Organization, in tinta più chiara la Cina. Si vede un flusso alla volta: scegli una voce della legenda o tocca una linea sulla mappa.


Bishkek
Mosca
Cina
Hormuz
Teheran
New Delhi

  • Greggio verso la Cina
  • Rotta iraniana interrotta
  • Rifornimenti alla Russia
  • Nuova rotta artica


Greggio verso la Cina. Il petrolio russo vale circa un quinto delle importazioni cinesi e arriva via oleodotto e dai porti del Pacifico; dal Kazakistan una seconda conduttura entra direttamente nello Xinjiang.

Rotta iraniana interrotta. Dopo il blocco navale americano e la chiusura di Hormuz, gli sbarchi di greggio iraniano in Cina sono scesi da 1.140.000 a 340.000 barili al giorno.

Rifornimenti alla Russia. India, Kazakistan e Bielorussia hanno spedito benzina a Mosca dopo i raid ucraini sulle raffinerie; dall'Iran arrivano i droni Shahed e gli impianti per produrli in territorio russo.

Nuova rotta artica. A metà agosto la prima portacontainer cinese ha percorso la rotta del Mare del Nord, presentata da Mosca come l'inizio di una cooperazione più ampia nell'Artico.

Le linee indicano la direzione dei flussi, non il tracciato esatto delle rotte.

ILa reteRete IIL'ancora di salvezzaAncora IIIIl limiteLimite

La rete che Pechino ha costruito in venticinque anni


Nata a Shanghai nel 2001 da un forum sui confini fra Cina, Russia e Asia centrale, la SCO oggi riunisce dieci Paesi e copre un'area che va dalla Bielorussia al Mar Cinese Orientale.

25

Anni dalla fondazione, avvenuta a Shanghai nel 2001

10

Paesi membri a pieno titolo, dopo l'ingresso della Bielorussia

26

Vertici dei capi di Stato dal 2001: l'ultimo è quello di Bishkek

106mld $

Interscambio record fra Cina e Asia centrale nel 2025

2001

Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan fondano l'organizzazione a Shanghai.

2017

Entrano India e Pakistan: due rivali nucleari attorno allo stesso tavolo.

2023

Entra l'Iran, che trova nella SCO una sponda politica contro le sanzioni americane.

2024

Entra la Bielorussia, primo membro europeo e canale di rifornimento per Mosca.

L'ancora di salvezza: Pechino è il compratore di ultima istanza


Pechino acquista oltre il 90 per cento del greggio che l'Iran riesce ancora a esportare. Dopo gli attacchi del 28 febbraio e la chiusura dello Stretto di Hormuz, però, anche questo canale si è quasi prosciugato.

Marzo 2026

1.140.000

−70%

Agosto 2026

340.000

Barili al giorno di greggio iraniano sbarcati nei porti cinesi prima della guerra

Barili al giorno dopo il blocco navale americano e la chiusura di Hormuz

→Iran → Cina

Greggio iraniano arrivato in Cina, barili al giornoStime Kpler sugli sbarchi mensili, 2026

Marzo1.140.000

Giugno361.000

Luglio329.000

Agosto340.000

→Russia → Cina

2.370.000
barili al giorno

Il greggio russo importato dalla Cina a marzo, il 14 per cento in più rispetto a un anno prima. La Russia è il primo fornitore di Pechino.

→Russia → India

1.820.000
barili al giorno

Il greggio russo arrivato in India ad agosto, quasi il 30 per cento in meno in un mese: i barili che Delhi lascia finiscono in Cina.

Scorte in Cina

1.240.000.000
barili di scorte

Le riserve cinesi accumulate ad aprile, un record: sono il cuscinetto che permette a Pechino di reggere l'urto della guerra.

Il limite: Pechino apre il portafoglio, non l'arsenale


La SCO ha anche una dimensione militare, ma la Cina non impegna le proprie Forze Armate per difendere Iran e Russia. Continua a chiedere il dialogo, mentre allarga gli scambi e fornisce tecnologie utilizzabili anche sul campo di battaglia.

Che cosa offre

  • Il mercato di sbocco: assorbe oltre il 90 per cento del greggio esportato dall'Iran, mentre il petrolio russo vale circa un quinto delle sue importazioni.
  • I corridoi dell'Asia centrale, diventati canali decisivi per le importazioni e i pagamenti della Russia.
  • Le tecnologie a duplice uso e un interscambio commerciale che continua a crescere.
  • Una sponda politica nelle sedi internazionali contro le sanzioni occidentali.


Che cosa nega

  • Qualsiasi impegno militare a difesa dell'Iran, entrato nella SCO nel 2023, o della Russia.
  • Garanzie di sicurezza vincolanti: la SCO non è un'alleanza difensiva come la NATO.
  • Un'esposizione diretta sul dossier iraniano: Xi non vuole bruciare l'incontro con Trump.
  • La rottura della fragile tregua commerciale con gli Stati Uniti.


L'agenda di Xi JinpingDal vertice di Bishkek alla Casa Bianca

31 agosto

Bishkek

Vertice di due giorni e visita di Stato in Kirghizistan.

Settembre

Egitto

Visita di Stato: una tappa che rafforza il profilo di statista globale.

Settembre

India

Visita di Stato a Delhi, che intanto ha ripreso a comprare greggio russo.

Entro un mese

Washington

Il negoziato per prolungare la tregua economica con Trump.

«Trump si è chiuso da solo in un angolo»: l'Amministrazione fatica a conciliare la pressione sull'Iran e la tregua commerciale con la Cina.

Julian Gewirtz, già direttore per la Cina al Consiglio per la Sicurezza Nazionale

Il punto. Il potere cinese in questa partita è commerciale, non militare: finché Pechino compra il greggio che nessun altro può comprare, la pressione economica occidentale su Mosca e Teheran resta a metà strada.

Fonti: Kpler e Vortexa (flussi e scorte petrolifere), dogane cinesi, Segretariato della Shanghai Cooperation Organization, Reuters, New York Times. Dati aggiornati al 1° settembre 2026.

Un vertice in vista della visita alla Casa Bianca


A Bishkek Xi Jinping intende consolidare la propria immagine di leader delle nazioni non occidentali e contrapporsi a quella che definisce l'egemonia americana, ma difficilmente si esporrà troppo sul dossier iraniano. Tra meno di un mese è infatti atteso a Washington, dove proverà a prolungare la fragile tregua economica con gli Stati Uniti. Prima farà tappa in Egitto e in India per visite di Stato: una sequenza di incontri che, secondo gli analisti, punta a rafforzarne il profilo di statista globale proprio mentre Trump sta logorando sempre di più i rapporti degli Stati Uniti con molti Paesi alleati. "Xi sembra vedere l'opportunità di mostrare che la Cina ha amici e opzioni in tutto il mondo esattamente nel momento in cui Washington si sta alienando molti dei suoi alleati", osserva Gewirtz.

Il vertice dello SCO mette inoltre in evidenza i limiti della guerra economica guidata dagli Stati Uniti. I Paesi dell'Asia centrale sono diventati, infatti, canali cruciali per le importazioni e i pagamenti della Russia, aiutandola ad aggirare le restrizioni occidentali, e rappresentano anche una rotta alternativa per l'Iran sottoposto alle sanzioni americane. India, Kazakistan e Bielorussia sono tra i Paesi che nelle ultime settimane hanno spedito benzina alla Russia, dopo che gli attacchi ucraini a lungo raggio hanno colpito duramente le raffinerie russe. L'India, che aveva ridotto gli acquisti di greggio russo sotto la pressione di Trump e delle nuove sanzioni contro i grandi gruppi petroliferi di Mosca, ha ripreso ad aumentarli quando la guerra americana contro l'Iran ha sconvolto i mercati.

La Cina resta il principale importatore del greggio di entrambi i Paesi. Le sanzioni occidentali le hanno consentito di acquistare petrolio russo a prezzi scontati, attenuando al tempo stesso gli effetti del blocco dello Stretto di Hormuz. L'Iran, dal canto suo, ha fornito alla Russia i droni Shahed dopo l'invasione dell'Ucraina del 2022 e l'ha aiutata a costruire impianti per produrli direttamente sul territorio russo.

Il potere di Xi Jinping ha però un limite preciso. La SCO ha anche una dimensione militare, ma Pechino non intende impegnare le proprie Forze Armate per difendere altri Paesi membri come l'Iran, entrato nell'organizzazione nel 2023, o la Russia. La Cina continua invece a invocare il dialogo e la fine dei conflitti, mentre amplia gli scambi commerciali e fornisce tecnologie che possono essere impiegate anche sul campo di battaglia. Secondo diversi analisti, Xi considera il coinvolgimento degli Stati Uniti nelle guerre altrui una delle cause principali del declino sempre più forte della potenza americana.

L'intesa con Putin, dai visti alle rotte artiche


Nell'incontro bilaterale di lunedì Xi Jinping ha elogiato le prospettive "sempre più luminose" dei rapporti con la Russia. Putin ha rilanciato proponendo di voler rendere permanente il regime di esenzione dal visto tra i due Paesi, che nel primo semestre dell'anno ha contribuito a far crescere i flussi turistici del 43%. Il presidente russo ha inoltre ricordato il primo viaggio di linea di una nave portacontainer cinese lungo la rotta artica del Mare del Nord, avvenuto a metà agosto e presentato come il preludio a una cooperazione più ampia nell'Artico.

Anche la sede del vertice riflette i nuovi equilibri regionali. Il Kirghizistan, ex repubblica sovietica un tempo saldamente inserita nella sfera d'influenza di Mosca, è sempre più legato economicamente a Pechino. In serata i leader hanno assistito alla cerimonia inaugurale dei Giochi mondiali nomadi, ospitata in uno stadio costruito per l'occasione.

Quando Xi arriverà a Washington, Trump cercherà probabilmente la sua collaborazione sull'Iran e sulla Corea del Nord, ma non è affatto certo che la otterrà. "Trump si è chiuso da solo in un angolo", conclude Gewirtz. "L'Amministrazione fatica a conciliare due obiettivi apparentemente inconciliabili: aumentare la pressione sull'Iran e mantenere in piedi la tregua commerciale con la Cina".

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Un governo può durare a lungo. La domanda è: per far che?

Il governo Meloni ha conquistato il record di longevità della storia repubblicana. Ma la stabilità politica non è un risultato in sé: conta quello che si riesce a costruire mentre si governa.

E dopo quasi quattro anni il bilancio è molto poco trionfale.

Non sono mancate le leggi: sono arrivati nuovi reati, decreti sicurezza, strette sull’immigrazione e grandi riforme istituzionali annunciate come decisive. Ma alcune sono state bocciate, altre sono ancora ferme, altre hanno prodotto risultati molto lontani dalle promesse fatte.

Nel frattempo restano lì i problemi che incidono ogni giorno sulla vita delle persone: salari troppo bassi, sanità sotto pressione, affitti insostenibili, scuola, giovani, produttività.

Quasi quattro anni dopo, il record c’è: ma riguarda solo il tempo passato al governo, non la profondità dei cambiamenti lasciati al Paese.

Perché governare a lungo non basta: bisogna anche lasciare qualcosa che valga la pena ricordare.

Noi, questi quasi quattro anni, preferiamo dimenticarli.

L’Italia ha un disperato bisogno di un governo progressista, capace di occuparsi finalmente di salari, sanità, casa, scuola, giovani e futuro.

Aiutaci a realizzarlo. Sostieni Volt. 💜

#GovernoMeloni #Italia #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Le 26 août dernier, une décision du gouvernement américain a ébranlé la communauté hacker et internet. L’OFAC, l’autorité états-unienne chargée de l'application des sanctions internationales américaines dans le domaine financier, a désigné comme « groupe terroriste » Autistici/Inventati, un collectif italien d’hébergement alternatif. Ce collectif fournit depuis 25 ans des services d'e-mails et de blogs à des milliers de militant·es.
laquadrature.net/2026/09/01/so…
in reply to La Quadrature du Net

Il s'agit d'une décision de censure grave et inédite. Pour la justifier, l'administration Trump accuse Autistici/Inventati d’avoir fourni à des groupes antifascistes et à des militant·es de gauche des services d’hébergement, d’e-mail chiffré, de chat et de visioconférence, considérés comme un « soutien matériel » technologique au terrorisme. Le collectif @cavallette rejette ces accusations et affirme défendre la liberté de communication.
cavallette.noblogs.org/
in reply to La Quadrature du Net

Cette désignation comme terroriste a des conséquences directes : le nom de domaine "autistici.org" a été suspendu par le Public Interest Registry (PIR), l'organisme américain qui gère les noms de domaines en .org. Cela empêche ainsi les utilisateur·ices d'accéder à leurs mails et aux services fournis par A/I. Stéphane @bortzmeyer explique plus en détail les aspects techniques de ce blocage : bortzmeyer.org/autistici.html
in reply to La Quadrature du Net

Bien qu'aucune décision de justice n'ait été prononcée, ce blocage démontre la vulnérabilité du système des noms de domaine et la dépendance technologique et politique vis-à-vis des États-Unis. En effet, ces sanctions n'ont aucune portée juridique directe dans l'UE. Pourtant, elles sont appliquées par les institutions, entreprises et instances techniques européennes qui ne veulent pas se voir infliger elles-aussi des sanctions économiques par les États-Unis.
in reply to La Quadrature du Net

En témoigne la décision de Banca Etica, qui a suspendu le compte bancaire de A/I et annonce une probable clôture imminente.
bancaetica.it/area-stampa/auti…

Nemo_bis 🌈 reshared this.

in reply to La Quadrature du Net

Cet évènement s'inscrit dans une tendance qu'ont les États depuis toujours à criminaliser les outils émancipateurs et décentralisés qui peuvent permettre d'échapper à leur contrôle et à leur censure (en France, l'affaire du 8 décembre ou encore la stigmatisation des messageries chiffrées en sont un symptôme). Cependant, jamais les États-Unis n'avaient utilisé leur pouvoir de maîtrise de l'infrastructure des noms de domaine pour bloquer un adversaire politique.
in reply to La Quadrature du Net

Cette décision inédite résulte du climat autoritaire et fascisant qui s'installe dans ce pays : Trump organise des sommets sur le « terrorisme d’extrême gauche » et des militant·es ont pu être condamné·es à des peines de prison pour leurs seules actions politiques.
lemonde.fr/international/artic…
Elle constitue un précédent dangereux pour tous les collectifs et personnes qui construisent chaque jour des communications respectueuses de la vie privée et s'affranchissent des États et du web centralisé.
in reply to La Quadrature du Net

Nous apportons toute notre solidarité à Autistici/Inventati et appelons les pouvoirs publics français à condamner urgemment cette attaque arbitraire et illégitime des États-Unis contre la liberté de communication sur Internet et à ne pas appliquer les sanctions de l'OFAC.

Nous vous invitons également à signer et partager la lettre de soutien publiée sur Sabot Media et traduite en français sur notre site.
laquadrature.net/2026/09/01/so…

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in reply to La Quadrature du Net

Tellement antifasciste cette plateforme qu'elle tolère la propagande négationniste, islamophobe et cie. Mais bon, on compte pas sur vous ni sur Framasoft pour l'ouvrir. Le déni vous avez l'air de kiffer.

mastodon.social/@m_a_d_6_6_6_/…

in reply to La Quadrature du Net

Oui et non, effectivement pas pour un nom de domaine. Mais on se rappelle leur intervention en 2004 pour obtenir les serveurs situés à Londres et hébergeant le réseau #indymedia + des dizaines d'autres sites dans le monde, ceci à la demande de la Suisse...
Cf cet article d'époque de @acrimed : acrimed.org/L-internationale-p…
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"Die Kreditauskunftei CRIF hat personenbezogene Daten, die von Adressverlagen zu Marketingzwecken gesammelt wurden, unzulässig für Bonitätsbewertungen verwendet. Das hat der Oberste Gerichtshof (OGH) in mehreren Verfahren festgestellt."

help.orf.at/stories/3237132/

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in reply to noyb.eu

Hier gibt es mehr Informationen zu den OGH-Entscheidungen: noyb.eu/de/supreme-court-crif-…

Und hier kann man sich zu noyb's Sammelklage gegen CRIF anmelden: crif.noyb.eu/

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Salvini confessa: a lui e Meloni capita di chiedersi come sarebbe la loro vita se facessero un lavoro “normale”.

Detto dall’assenteista Salvini fa sorridere. E fa pensare soprattutto a quanto staremmo meglio NOI se loro non fossero al governo.

Alle prossime elezioni potremo rimandarli a casa e portare finalmente la voce di Volt nelle istituzioni. Teniamolo a mente.

E tu, te lo ricordi?

Video di Francesca Romana D’Antuono, già copresidente di Volt Europa.

#Salvini #Meloni #GovernoMeloni #PoliticaItaliana #ElezioniPolitiche #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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La Corte Suprema sblocca la sala da ballo di Trump


Con un voto 5 a 4 i giudici hanno stabilito che il National Trust for Historic Preservation non ha probabilmente titolo per fare causa. Il presidente della Corte Roberts dissente: la costruzione è "probabilmente illegale".

La Corte Suprema ha consentito all'Amministrazione Trump di proseguire la costruzione della nuova sala da ballo della Casa Bianca, un edificio di circa 8.400 metri quadrati che sta sorgendo al posto dell'Ala Est, demolita lo scorso anno. La decisione, arrivata lunedì con una maggioranza di 5 giudici a 4, permette al cantiere di continuare anche in superficie mentre prosegue la causa sul progetto.

La Corte, tuttavia, non si è pronunciata sulla questione centrale, cioè se Donald Trump abbia o meno l'autorità per realizzare l'opera senza un'esplicita autorizzazione del Congresso. Nella decisione, i giudici della maggioranza hanno precisato di non essersi pronunciati "sulla legalità del progetto dell'Ala Est". Hanno stabilito soltanto che il governo ha buone probabilità di dimostrare che il National Trust for Historic Preservation, l'organizzazione non profit per la tutela del patrimonio storico che ha intentato la causa, non abbia la legittimazione necessaria per contestare il progetto davanti a un tribunale federale.

La decisione non chiude formalmente il contenzioso, ma la sospensione resterà in vigore mentre il governo presenterà alla Corte Suprema la richiesta di esaminare il caso nel merito: se la Corte dovesse rifiutare di farlo, la sospensione terminerà automaticamente; se invece accetterà, resterà in vigore fino alla decisione finale.

Roberts: "La costruzione è probabilmente illegale"


Il presidente della Corte, John Roberts, ha votato contro la maggioranza insieme alle tre giudici liberal Sonia Sotomayor, Elena Kagan e Ketanji Brown Jackson. Nel suo dissenso ha scritto che la costruzione, proseguita "a passo spedito per la maggior parte di un anno", è "probabilmente illegale". Secondo Roberts, il Congresso ha espressamente vietato la costruzione di nuovi edifici sui terreni federali di Washington senza una propria autorizzazione, che in questo caso non sarebbe mai arrivata.

Roberts ha sottolineato che la maggioranza consente ai lavori di andare avanti "non perché la costruzione sia legale", ma perché ritiene che il National Trust probabilmente non abbia titolo per contestarla in giudizio. A suo giudizio, questa conclusione permette all'esecutivo di proseguire un progetto che con ogni probabilità viola l'autorità del Congresso sugli immobili federali e sul Distretto di Columbia.

La controversia era cominciata in marzo, quando un tribunale federale di Washington aveva disposto lo stop ai lavori in superficie, consentendo invece di proseguire quelli per le strutture militari sotterranee. Il 17 aprile la Corte d'Appello aveva sospeso quell'ingiunzione, permettendo al cantiere di andare avanti durante l'esame del ricorso. Il 7 agosto la stessa Corte d'Appello aveva poi confermato la decisione di primo grado, stabilendo che Trump non poteva realizzare il progetto senza l'approvazione del Congresso, ma aveva mantenuto la sospensione fino al 21 agosto. Quel giorno Roberts aveva congelato temporaneamente l'entrata in vigore dell'ingiunzione, in attesa che l'intera Corte Suprema decidesse sulla richiesta dell'Amministrazione. I lavori, quindi, non si sono fermati nuovamente in agosto.

Un progetto da 600 milioni di dollari


Anche i costi del progetto sono diventati uno dei punti più controversi. Al momento dell'annuncio, nel luglio 2025, la Casa Bianca aveva stimato in 200 milioni di dollari il costo dell'intervento; Trump ha poi parlato di una spesa fino a 400 milioni, sostenendo ripetutamente che sarebbe stata coperta dai donatori privati. Ma secondo documenti interni ottenuti dal Washington Post, una stima preparata in marzo dall'impresa incaricata dei lavori valutava già in 600 milioni di dollari il costo complessivo del progetto, che comprende la sala da ricevimenti e un vasto complesso militare sotterraneo. Di questa cifra, 307 milioni sarebbero stati coperti con fondi pubblici e 293 milioni con risorse private.

A giugno l'Amministrazione Trump ha inoltre trasferito circa 352 milioni di dollari di fondi del Secret Service a "misure di sicurezza della Casa Bianca". Il denaro proveniva dagli stanziamenti approvati l'anno precedente con la legge di bilancio nota come One Big Beautiful Bill Act. Una fonte a conoscenza del bilancio del Secret Service ha riferito al Washington Post che quei fondi servivano anche a contribuire alla costruzione della nuova Ala Est, che comprende appunto anche la sala da ballo. L'Amministrazione ha sostenuto invece che le spese pubbliche riguardano gli interventi di sicurezza e non il finanziamento della sala da ricevimenti in quanto tale.

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Alessandro Di Battista torna in Italia: “Per giovedì previsto il rientro per Roma su volo privato”


@Politica interna, europea e internazionale
Alessandro Di Battista dovrebbe rientrare a Roma non più tardi di venerdì: lo scrivono Repubblica e Il Fatto Quotidiano, secondo cui l’ex parlamentare del M5S, raggiunto a Cuba dalla compagna e da alcuni amici, è vigile e un pochino più sollevato dalla presenza dei

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Your Phone Stops Being Yours


How we went from installing anything to asking permission - and why 2027 is the deadline Thirty years ago, a pocket computer was a computer. Today it is a vending machine that occasionally lets you make calls. That is not nostalgia. It is a shift that happened in front of us, one convenience at a time, and the final step is scheduled. Stick with us; we do have a solution; it just isn’t what you expect. Ancient times: the .cab and the .exe Windows CE arrived in 1996, and its successors, […]
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How we went from installing anything to asking permission – and why 2027 is the deadline


Thirty years ago, a pocket computer was a computer. Today it is a vending machine that occasionally lets you make calls.

That is not nostalgia. It is a shift that happened in front of us, one convenience at a time, and the final step is scheduled.

Stick with us; we do have a solution; it just isn’t what you expect.

Ancient times: the .cab and the .exe


Windows CE arrived in 1996, and its successors, from Pocket PC through Windows Mobile 6, governed the handheld world for a decade. The rules were the rules of a real computer. If you had a program compiled for your device’s processor, you ran it. You copied an .exe over. You double-tapped a .cab installer. Nobody’s permission was involved.

The same happens now with the switch to Apple Silicon for macOS, and Windows 11 on ARM versus the ‘good old’ x86, of Intel origin.

That is worked around with emulation in recent years, that wasn’t one of the options in ‘99.


The friction of that era was honest: you had to know whether your device was ARM, MIPS, or SH3, because the wrong binary would not run. That is a limit imposed by physics, not by a company deciding what you are allowed to want.

That distinction matters more than anything else in this article.

Android: the store as convenience


Android softened the assumption of knowledge without abandoning it. The Play Store was the easy path – one tap, curated, updated automatically. But it was a path, not a gate. Behind a settings toggle, you could install a pre-packaged .apk Android Package format file, from anywhere: a developer’s own site, a repository like F-Droid, a file a friend sent you.

That is what a healthy platform looks like. A default for the ninety-nine percent who want convenience, and a door for everyone else: the researcher, the activist, the tinkerer whose app was pulled from their country’s store for political reasons.

The door was not an oversight. It was the promise that distinguished Android from the iPhone, and millions chose Android because of it.

2026: the platforms swap places


Apple’s phone launched in 2007 with no third-party native apps at all – Jobs’ answer was web apps, and that channel never went away, because it was the one Apple could not fully police. But the rule was never “you must use our store.” It was no code runs on this device that we have not reviewed: no interpreters, no rival browser engines. Not a distribution policy: a policy about what the machine in your pocket is permitted to think.

Which makes the present moment the twist worth sitting with. The closed platform is being pried open by law while the open one is being closed by decree.

The Digital Markets Act forced Apple to permit alternative app marketplaces in the EU. In April 2025, the Commission issued its first DMA fine – €500 million – because Apple blocked developers from telling their own customers about cheaper offers elsewhere. Apple is appealing. Alternative stores now exist and work, though apps still pass through Apple’s “notarisation.” Imperfect and contested, but moving toward the user.

Google is moving the other way.

The 2027 lockdown


In August 2025, Google announced that every Android developer must register centrally with the company before their software can be installed on any certified device. Not just Play Store apps – all apps. Apps on F-Droid. Apps a hobbyist wrote for themselves. An app you send to a friend.

Registration means a fee, Google’s terms, government ID, evidence of your private signing key, and every application identifier you will ever use. Refuse, and your software is silently blocked on every Android device on Earth.

The rollout begins 30 September 2026 in Brazil, Indonesia, Singapore and Thailand. Global enforcement follows in 2027 – roughly five months from now – via a silent update to hardware people already own.

Google says power users can still install unverified apps. In practice: tap the build number seven times, dismiss warnings, enter your PIN, restart, wait twenty-four hours, return, dismiss more warnings, confirm again. Nine steps and a cooling-off period to install software on a device you paid for. And the escape hatch runs through Google Play Services rather than the operating system – so Google can narrow or remove it at any time, with no OS update and nobody’s consent.

F-Droid calls it an existential threat. The EFF calls app gatekeeping “an ever-expanding pathway to internet censorship.” Seventy-one organizations from twenty-three countries have signed an open letter against it.

The nanny arrives with good intentions


None of this began in bad faith.

As computing spread beyond the people who built it, the industry started protecting users from their own mistakes – sensible defaults, sandboxed applications, confirmation before destructive actions. That is why computers became usable by everyone.

But protection ratchets. Every safeguard that cannot be switched off encodes a judgment that the user is not competent to decide, and that judgment never expires. The warning becomes a scare screen. The scare screen becomes a twenty-four-hour wait. The wait becomes a registry.

And the logic does not stop at apps. More and more policies are being drafted and pushed forward to better protect online users. But once protection becomes a reason to remove individual control, the question is no longer limited to what software we may install. It becomes a question of who gets to decide what we may communicate, access, or create.

Europe is living the same pattern. Since 9 July 2026, Chat Control 1.0 is in force again: private messages may be scanned with no warrant and no suspicion, to protect children. Patrick Breyer’s objection is not that children need no protection – it is that indiscriminate scanning is a cheap substitute for the targeted work that would actually protect them. That is what #NeverTheNanny names.

And here the child-protection framing hides its own answer. Children lack capacity. Their guardians do not. A child’s incapacity is real, and it is answered by named adults accountable for that particular child – responsibility delegated to a parent, a grandparent, a teacher. The nanny relegates it instead: upward, to a state or a platform with no relationship to the child, and then applies the machinery to everyone. Chat Control scans every message precisely because it has no route to any actual guardian. It substitutes for a relationship the system never bothered to model.

Build the route and the blanket becomes unnecessary. FEP-633c, a guardianship proposal in draft for the Fediverse, is the existing proof — notable mostly for what it refuses to do. It does not scan for content. It does not verify anyone’s age or identity. Between adults, nothing changes at all. And it is built to end, because children grow up.

That is the distinction in one line. A guardian is specific, consented, accountable, and temporary. A nanny is universal, imposed, anonymous, and permanent — and an adult who never lacked capacity needs neither.

A protection you are not permitted to decline is not a protection.

Google’s registry is the nanny, one layer down the stack. Malware is real; the response is to fingerprint every developer on Earth, including the teenager who has never shipped anything to anyone, rather than pursue the people actually distributing it. Indiscriminate, because indiscriminate is cheaper. Note the vocabulary Google uses: power users may still install unverified apps. There is the protected majority, and a deviant class who want control over their own property and must prove they deserve it. Nobody in that framing is simply an owner.

Nor does the mechanism care about intent. A registry of everyone permitted to write software for four billion devices – held by one company with a documented record of complying when authoritarian governments demand app removals – is infrastructure that will be leaned on. And “it’s just $25 and some paperwork” answers for a developer in California with a credit card and a driver’s license. It does not answer for a student in Lagos, a dissident in Myanmar, or a volunteer maintaining a community health app.

Updates give. Updates should not take.


Nobody objects to software improving after purchase. But the channel that delivers features can also withdraw them, and we have accepted an arrangement where only one party may use it.

A device that can be made worse, remotely, after purchase, by a party you cannot negotiate with, was never fully sold to you. In software, this is called a rug pull – and there, at least, you could switch to a competitor. In hardware, it is a fait accompli.

The same fight as Stop Killing Games


In January 2026, 1.29 million Europeans signed the Stop Destroying Videogames initiative, asking that games they bought remain playable after the publisher switches off the servers. On 16 June, the Commission answered: no legislation, citing copyright constraints, offering a voluntary code of conduct instead. Organizers are now aiming at the Digital Fairness Act, expected in Q4 2026.

The European Pirates have already argued this was never really about games – it is a debate about digital rights, and the Commission’s refusal left the underlying question untouched.

Same question: what did you actually buy?

You cannot answer that about a phone whose ability to run software may be revoked by a policy update, or about a game that evaporates on a date nobody disclosed. Both were presented as ownership and delivered as a revocable license, with the terms of revocation withheld at the point of sale.

What we ask for


Not a ban on app stores. Stores are useful, and most people should keep using them.

Sideloading as a right, not a tolerance. Owners must be able to install software of their choosing, including from anonymous developers – and that guarantee must live in the operating system, not in a proprietary service the vendor can revise unilaterally.

No retroactive removal of capability. A function your device shipped with cannot be withdrawn by update. If it can be taken away, it was rented, and the price should have said so.

Lifecycle disclosure before purchase. Guaranteed years of security updates, guaranteed years of server operation, and what happens after. On the box, not in the terms.

Interoperability by default. No blocking rival browser engines, runtimes, or stores in the name of “integrity.”

The right to unlock. A device you have finished paying for should accept the operating system you choose.

A general-purpose computer that asks permission before it computes is not a computer. It is a terminal, and you are renting it. The same enclosure is being attempted on the network itself – which is why we say Stop Killing the Internet, and why the deadline on your phone deserves attention now rather than in 2027.

Contact your MEP. Contact your national regulator. Tell them a European citizen should not need a California corporation’s signature to run a program they wrote themselves.

keepandroidopen.org


Sources: Keep Android Open · Android developer verification · F-Droid on Google’s registration decree · EFF, application gatekeeping and censorship · Commission DMA proceedings against Apple · Apple, distribution in the EU · Commission response to Stop Destroying Videogames · Digital Fairness Act legislative train · Googles ‘power users‘ rebuttal


Stop Killing the Internet!


For decades, the Internet has empowered people to communicate, organise, learn, create businesses, share culture and participate in democracy across borders. Its openness has been one of its greatest strengths. Today, however, that openness is increasingly under threat.

Across the world, governments are responding to concerns about online harms with proposals that risk undermining fundamental rights. Mandatory age verification, device scanning, digital identity requirements: broad surveillance measures and restrictions on access are often presented as simple solutions to complex problems. Yet these approaches frequently come at the expense of privacy, freedom of expression and the open nature of the Internet itself.

As Pirates, we reject the false choice between safety and fundamental rights. We believe it is possible to protect people online without creating systems of mass surveillance or limiting access to information and communication.

The European Pirates is proud to support the Stop Killing the Internet campaign, which brings together organisations, activists, creators and citizens who share our vision of a free and open Internet.

Rather than accepting increasingly intrusive measures as inevitable, the campaign advocates for evidence-based, proportionate and rights-respecting approaches to tackling online harms. It promotes transparency, democratic accountability, better platform governance and policies that address the root causes of problems instead of restricting the rights of everyone.

This aligns closely with the principles the European Pirates has defended for many years. We have consistently opposed indiscriminate surveillance, mandatory upload filters, mass data retention, client-side scanning and other proposals that weaken digital rights in the name of security or safety. We believe that a free society depends on a free Internet.

The challenges facing the Internet are international, and so must be the response. By joining forces with organisations from across the world, we can better defend an Internet that remains secure, open, interoperable and accessible for everyone.

If you share this vision, we encourage you to learn more about the campaign by visiting Stop Killing the Internet. You can also stay informed about new developments and opportunities to get involved by subscribing to the campaign’s newsletter. Together, we can help ensure that the future of the Internet is built on freedom, privacy and democratic values—not surveillance and exclusion.


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Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Your Phone Stops Being Yours


How we went from installing anything to asking permission – and why 2027 is the deadline


Thirty years ago, a pocket computer was a computer. Today it is a vending machine that occasionally lets you make calls.

That is not nostalgia. It is a shift that happened in front of us, one convenience at a time, and the final step is scheduled.

Stick with us; we do have a solution; it just isn’t what you expect.

Ancient times: the .cab and the .exe


Windows CE arrived in 1996, and its successors, from Pocket PC through Windows Mobile 6, governed the handheld world for a decade. The rules were the rules of a real computer. If you had a program compiled for your device’s processor, you ran it. You copied an .exe over. You double-tapped a .cab installer. Nobody’s permission was involved.

The same happens now with the switch to Apple Silicon for macOS, and Windows 11 on ARM versus the ‘good old’ x86, of Intel origin.

That is worked around with emulation in recent years, that wasn’t one of the options in ‘99.

The friction of that era was honest: you had to know whether your device was ARM, MIPS, or SH3, because the wrong binary would not run. That is a limit imposed by physics, not by a company deciding what you are allowed to want.

That distinction matters more than anything else in this article.

Android: the store as convenience


Android softened the assumption of knowledge without abandoning it. The Play Store was the easy path – one tap, curated, updated automatically. But it was a path, not a gate. Behind a settings toggle, you could install a pre-packaged .apk Android Package format file, from anywhere: a developer’s own site, a repository like F-Droid, a file a friend sent you.

That is what a healthy platform looks like. A default for the ninety-nine percent who want convenience, and a door for everyone else: the researcher, the activist, the tinkerer whose app was pulled from their country’s store for political reasons.

The door was not an oversight. It was the promise that distinguished Android from the iPhone, and millions chose Android because of it.

2026: the platforms swap places


Apple’s phone launched in 2007 with no third-party native apps at all – Jobs’ answer was web apps, and that channel never went away, because it was the one Apple could not fully police. But the rule was never “you must use our store.” It was no code runs on this device that we have not reviewed: no interpreters, no rival browser engines. Not a distribution policy: a policy about what the machine in your pocket is permitted to think.

Which makes the present moment the twist worth sitting with. The closed platform is being pried open by law while the open one is being closed by decree.

The Digital Markets Act forced Apple to permit alternative app marketplaces in the EU. In April 2025, the Commission issued its first DMA fine – €500 million – because Apple blocked developers from telling their own customers about cheaper offers elsewhere. Apple is appealing. Alternative stores now exist and work, though apps still pass through Apple’s “notarisation.” Imperfect and contested, but moving toward the user.

Google is moving the other way.

The 2027 lockdown


In August 2025, Google announced that every Android developer must register centrally with the company before their software can be installed on any certified device. Not just Play Store apps – all apps. Apps on F-Droid. Apps a hobbyist wrote for themselves. An app you send to a friend.

Registration means a fee, Google’s terms, government ID, evidence of your private signing key, and every application identifier you will ever use. Refuse, and your software is silently blocked on every Android device on Earth.

The rollout begins 30 September 2026 in Brazil, Indonesia, Singapore and Thailand. Global enforcement follows in 2027 – roughly five months from now – via a silent update to hardware people already own.

Google says power users can still install unverified apps. In practice: tap the build number seven times, dismiss warnings, enter your PIN, restart, wait twenty-four hours, return, dismiss more warnings, confirm again. Nine steps and a cooling-off period to install software on a device you paid for. And the escape hatch runs through Google Play Services rather than the operating system – so Google can narrow or remove it at any time, with no OS update and nobody’s consent.

F-Droid calls it an existential threat. The EFF calls app gatekeeping “an ever-expanding pathway to internet censorship.” Seventy-one organizations from twenty-three countries have signed an open letter against it.

The nanny arrives with good intentions


None of this began in bad faith.

As computing spread beyond the people who built it, the industry started protecting users from their own mistakes – sensible defaults, sandboxed applications, confirmation before destructive actions. That is why computers became usable by everyone.

But protection ratchets. Every safeguard that cannot be switched off encodes a judgment that the user is not competent to decide, and that judgment never expires. The warning becomes a scare screen. The scare screen becomes a twenty-four-hour wait. The wait becomes a registry.

And the logic does not stop at apps. More and more policies are being drafted and pushed forward to better protect online users. But once protection becomes a reason to remove individual control, the question is no longer limited to what software we may install. It becomes a question of who gets to decide what we may communicate, access, or create.

Europe is living the same pattern. Since 9 July 2026, Chat Control 1.0 is in force again: private messages may be scanned with no warrant and no suspicion, to protect children. Patrick Breyer’s objection is not that children need no protection – it is that indiscriminate scanning is a cheap substitute for the targeted work that would actually protect them. That is what #NeverTheNanny names.

And here the child-protection framing hides its own answer. Children lack capacity. Their guardians do not. A child’s incapacity is real, and it is answered by named adults accountable for that particular child – responsibility delegated to a parent, a grandparent, a teacher. The nanny relegates it instead: upward, to a state or a platform with no relationship to the child, and then applies the machinery to everyone. Chat Control scans every message precisely because it has no route to any actual guardian. It substitutes for a relationship the system never bothered to model.

Build the route and the blanket becomes unnecessary. FEP-633c, a guardianship proposal in draft for the Fediverse, is the existing proof — notable mostly for what it refuses to do. It does not scan for content. It does not verify anyone’s age or identity. Between adults, nothing changes at all. And it is built to end, because children grow up.

That is the distinction in one line. A guardian is specific, consented, accountable, and temporary. A nanny is universal, imposed, anonymous, and permanent — and an adult who never lacked capacity needs neither.

A protection you are not permitted to decline is not a protection.

Google’s registry is the nanny, one layer down the stack. Malware is real; the response is to fingerprint every developer on Earth, including the teenager who has never shipped anything to anyone, rather than pursue the people actually distributing it. Indiscriminate, because indiscriminate is cheaper. Note the vocabulary Google uses: power users may still install unverified apps. There is the protected majority, and a deviant class who want control over their own property and must prove they deserve it. Nobody in that framing is simply an owner.

Nor does the mechanism care about intent. A registry of everyone permitted to write software for four billion devices – held by one company with a documented record of complying when authoritarian governments demand app removals – is infrastructure that will be leaned on. And “it’s just $25 and some paperwork” answers for a developer in California with a credit card and a driver’s license. It does not answer for a student in Lagos, a dissident in Myanmar, or a volunteer maintaining a community health app.

Updates give. Updates should not take.


Nobody objects to software improving after purchase. But the channel that delivers features can also withdraw them, and we have accepted an arrangement where only one party may use it.

A device that can be made worse, remotely, after purchase, by a party you cannot negotiate with, was never fully sold to you. In software, this is called a rug pull – and there, at least, you could switch to a competitor. In hardware, it is a fait accompli.

The same fight as Stop Killing Games


In January 2026, 1.29 million Europeans signed the Stop Destroying Videogames initiative, asking that games they bought remain playable after the publisher switches off the servers. On 16 June, the Commission answered: no legislation, citing copyright constraints, offering a voluntary code of conduct instead. Organizers are now aiming at the Digital Fairness Act, expected in Q4 2026.

The European Pirates have already argued this was never really about games – it is a debate about digital rights, and the Commission’s refusal left the underlying question untouched.

Same question: what did you actually buy?

You cannot answer that about a phone whose ability to run software may be revoked by a policy update, or about a game that evaporates on a date nobody disclosed. Both were presented as ownership and delivered as a revocable license, with the terms of revocation withheld at the point of sale.

What we ask for


Not a ban on app stores. Stores are useful, and most people should keep using them.

Sideloading as a right, not a tolerance. Owners must be able to install software of their choosing, including from anonymous developers – and that guarantee must live in the operating system, not in a proprietary service the vendor can revise unilaterally.

No retroactive removal of capability. A function your device shipped with cannot be withdrawn by update. If it can be taken away, it was rented, and the price should have said so.

Lifecycle disclosure before purchase. Guaranteed years of security updates, guaranteed years of server operation, and what happens after. On the box, not in the terms.

Interoperability by default. No blocking rival browser engines, runtimes, or stores in the name of “integrity.”

The right to unlock. A device you have finished paying for should accept the operating system you choose.

A general-purpose computer that asks permission before it computes is not a computer. It is a terminal, and you are renting it. The same enclosure is being attempted on the network itself – which is why we say Stop Killing the Internet, and why the deadline on your phone deserves attention now rather than in 2027.

Contact your MEP. Contact your national regulator. Tell them a European citizen should not need a California corporation’s signature to run a program they wrote themselves.

keepandroidopen.org


Sources: Keep Android Open · Android developer verification · F-Droid on Google’s registration decree · EFF, application gatekeeping and censorship · Commission DMA proceedings against Apple · Apple, distribution in the EU · Commission response to Stop Destroying Videogames · Digital Fairness Act legislative train · Googles ‘power users‘ rebuttal


europeanpirates.eu/your-phone-…


Stop Killing the Internet!


For decades, the Internet has empowered people to communicate, organise, learn, create businesses, share culture and participate in democracy across borders. Its openness has been one of its greatest strengths. Today, however, that openness is increasingly under threat.

Across the world, governments are responding to concerns about online harms with proposals that risk undermining fundamental rights. Mandatory age verification, device scanning, digital identity requirements: broad surveillance measures and restrictions on access are often presented as simple solutions to complex problems. Yet these approaches frequently come at the expense of privacy, freedom of expression and the open nature of the Internet itself.

As Pirates, we reject the false choice between safety and fundamental rights. We believe it is possible to protect people online without creating systems of mass surveillance or limiting access to information and communication.

The European Pirates is proud to support the Stop Killing the Internet campaign, which brings together organisations, activists, creators and citizens who share our vision of a free and open Internet.

Rather than accepting increasingly intrusive measures as inevitable, the campaign advocates for evidence-based, proportionate and rights-respecting approaches to tackling online harms. It promotes transparency, democratic accountability, better platform governance and policies that address the root causes of problems instead of restricting the rights of everyone.

This aligns closely with the principles the European Pirates has defended for many years. We have consistently opposed indiscriminate surveillance, mandatory upload filters, mass data retention, client-side scanning and other proposals that weaken digital rights in the name of security or safety. We believe that a free society depends on a free Internet.

The challenges facing the Internet are international, and so must be the response. By joining forces with organisations from across the world, we can better defend an Internet that remains secure, open, interoperable and accessible for everyone.

If you share this vision, we encourage you to learn more about the campaign by visiting Stop Killing the Internet. You can also stay informed about new developments and opportunities to get involved by subscribing to the campaign’s newsletter. Together, we can help ensure that the future of the Internet is built on freedom, privacy and democratic values—not surveillance and exclusion.


Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Rifondazione Comunista: “Valditara studi la Costituzione. La scuola è un diritto” home.rifondazione.eu/2026/09/0… #ScuolaeUniversità #Immigrazione

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Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Labate: «L’elezione di Trump è stata la vera sfortuna di Meloni. A lui piace dare ordini »


La prima conversazione di The 51st è con Tommaso Labate, giornalista e conduttore di Realpolitik su Rete 4. Da Trump a Meloni, dalla nuova destra all’algoritmo, fino alla tenuta delle democrazie occidentali.
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L’America ha uno strano talento: riesce a diventare familiare anche a chi la guarda da migliaia di chilometri di distanza. Conosciamo i suoi presidenti prima ancora che entrino alla Casa Bianca, impariamo nomi di Stati e contee nei quali probabilmente non metteremo mai piede, trascorriamo notti davanti alle mappe elettorali aspettando che qualcuno assegni la Pennsylvania e discutiamo delle sue crisi con la sensazione che, prima o poi, finiranno per riguardare anche noi. A volte succede. Altre volte ci convinciamo che sia successo.

Per cominciare The 51st serviva qualcuno abituato a guardare la politica senza fermarsi alla politica. Tommaso Labate, conduttore di Realpolitik su Rete 4 e firma del Corriere della Sera, da anni racconta il potere italiano cercandolo anche dove le telecamere non sempre arrivano: nei rapporti personali, nelle ambizioni, nelle rivalità, nei caratteri e in tutto ciò che accade prima che una decisione diventi una dichiarazione ufficiale. È uno sguardo inevitabilmente destinato a incrociare anche l’America, perché ormai è difficile raccontare fino in fondo ciò che accade a Roma senza domandarsi, almeno qualche volta, che cosa sia già accaduto a Washington.

Quando gli si chiede perché gli italiani seguano con tanta attenzione la politica americana, però, Labate non tira fuori la geopolitica. Tira fuori il basket: «Un appassionato di politica italiano segue la politica americana come un appassionato di basket segue l’NBA». C’è più spettacolo, certo, ma soprattutto c’è quell’effetto di trascinamento che parte da Oltreoceano e finisce spesso per raggiungere l’Europa: Clinton e la Terza Via negli anni Novanta, Bush jr e una nuova destra negli anni successivi.

Oggi quell’onda ha un nome inevitabile: Donald Trump. Eppure, per Labate, sarebbe un errore pensare che tutto cominci e finisca con lui. Trump è piuttosto «l’ovvio risultato dell’avvento dell’algoritmo dei social nel gioco delle opinioni pubbliche occidentali» e, se non ci fosse stato lui, sostiene, «sarebbe arrivato un altro».

È da qui che parte la prima conversazione di The 51st: dall’America di Trump per arrivare all’Italia di Giorgia Meloni, dalla nuova “destra-destra” alla capacità delle istituzioni di sopravvivere agli uomini che temporaneamente le occupano, dal giornalismo travolto dalla velocità dei social fino a una parola, Occidente, che continuiamo a utilizzare come se il Novecento non fosse mai davvero terminato.

Ma c’è anche un’altra America, quella che non entra nelle categorie politiche e che appartiene ai ricordi. Quella di Labate passa da New York, dagli hamburger del Meatpacking, dal gospel di Harlem, dalle viste sulla High Line e dalle feste sotterranee di Williamsburg. È l’America che, scherza, lo ha portato a credere fino all’ultimo persino nella vittoria di Kamala Harris: «E poi è ovvio che prendi cantonate».

Forse è proprio da questa distanza tra l’America che analizziamo e quella che immaginiamo che vale la pena cominciare.


Dieci domande a Tommaso Labate. La prima parte da una contraddizione. L’ultima da un’America che, vista da questa parte dell’Atlantico, continuiamo a non vedere.

1. Se dovesse spiegare l’America di oggi attraverso una sola contraddizione, quale sceglierebbe?

“L’idea stessa di libertà: il paese occidentale a libertà illimitate si è trasformato nel paese delle libertà negate, a cominciare da quella di espressione”.

2. L’Italia guarda alla politica americana con un’attenzione quasi sproporzionata rispetto alla distanza che ci separa: seguiamo primarie, convention, swing states e dibattiti presidenziali come se una parte di quelle elezioni riguardasse anche noi. È soltanto una conseguenza del peso degli Stati Uniti o c’è qualcosa della politica americana che noi italiani continuiamo a cercare anche nella nostra?

“Un appassionato di politica italiano segue la politica americana come un appassionato di basket segue l’NBA: c’è più spettacolo, a cominciare dall’elezione del presidente. E poi c’è spesso un effetto trascinamento che parte da Oltreoceano: l’elezione di Clinton rappresentò negli anni Novanta il vero inizio di quella terza via della sinistra che prese corpo in Europa con Blair; quella di Bush jr diede corpo a una nuova destra”.

3. Prima della politica, però, c’è l’America personale. Qual è la sua? C’è un luogo, un viaggio, una persona o un momento che ha cambiato il suo modo di guardare gli Stati Uniti?

“Se sono il tipico italiano che sbaglia le previsioni sulle elezioni USA, quello che è stato convinto fino all’ultimo della vittoria persino di una candidata debole come Kamala Harris, la colpa è di New York. Il mio viaggio negli States rimane quello: la ricerca del nuovo miglior hamburger del Meatpacking, il gospel di Harlem, le viste mozzafiato sulla High Line, le feste sotterranee di Williamsburg. E poi è ovvio che prendi cantonate”.

4. Dieci anni fa Donald Trump poteva ancora essere raccontato come un’anomalia della politica americana. Oggi, dopo due vittorie presidenziali e una trasformazione profonda del Partito Repubblicano, ha ancora senso parlare di “fenomeno Trump”, oppure Trump è ormai soltanto il nome che diamo a qualcosa che esiste indipendentemente da lui?

“Trump è l’ovvio risultato dell’avvento dell’algoritmo dei social nel gioco delle opinioni pubbliche occidentali. Se non ci fosse stato lui, sarebbe arrivato un altro. E passerà presto lui, come sarebbe passato presto l’altro”.

5. Già nel 2016 lei scriveva dei “trumpisti d’Italia”, quando ancora non sapevamo fino a che punto Trump avrebbe trasformato la politica americana. Dieci anni dopo, quanto del trumpismo ha davvero attraversato l’Atlantico? E quanto della politica italiana di oggi sarebbe riconoscibile nell’America contemporanea?

“Trump è il leader della nuova destra-destra mondiale. E rappresenta il sogno della destra-destra di superare il centrodestra. Oggi in Italia la sua emanazione non è più Salvini ma Vannacci. Vale come per i social: un influencer è meglio di uno vecchio che ha raggiunto la saturazione dei suoi followers”.

6. Per mesi Giorgia Meloni è sembrata la leader europea con le maggiori possibilità di parlare a Donald Trump, quasi un ponte naturale tra Washington e Bruxelles. Oggi quel rapporto appare molto più logorato. Che cosa si è rotto davvero tra Meloni e Trump: un rapporto personale, una convergenza politica o l’illusione che Roma potesse tenere insieme due sponde dell’Atlantico sempre più distanti?

“Questa l’unica cosa che avevo indovinato: la vera sfortuna di questa legislatura di Giorgia Meloni non è stata il referendum sulla giustizia ma l’elezione di Trump. Con una democratica alla Casa Bianca, avrebbe continuato a costruire la sua nuova destra europea conservando gli ottimi rapporti che aveva con Joe Biden; The Donald l’ha ricacciata all’indietro, spingendola a cercare un dialogo che non poteva essere diverso da com’è stato. Perché a Trump piace dare ordini; non conosce altre vie di discussione”.
Governo italiano
7. Lei racconta da anni la politica anche attraverso ciò che accade fuori dalle dichiarazioni ufficiali: rapporti personali, telefonate, ambizioni, rivalità, caratteri. Con Trump questa dimensione sembra essere diventata parte dello stesso esercizio del potere. Quanto possono resistere le istituzioni quando la politica diventa così profondamente legata alla personalità di chi, temporaneamente, le occupa?

“La solidità di una democrazia si dimostra dal quando le sue radici siano più forti del taglialegna armato di sega elettrica. E per esempio la Corte Suprema, anche sui dazi, si è dimostrata più solida delle volontà di Trump”.

8. Dopo dieci anni di Trump, esiste il rischio che anche il giornalismo si sia abituato all’eccezione? Cose che nel 2016 avrebbero dominato le prime pagine per giorni oggi sembrano talvolta attraversare un ciclo di notizie in poche ore. È cambiata la politica americana o è cambiata la nostra soglia dello stupore?

“La prima trascina la seconda. I social danno l’impressione che succedano sempre troppe cose e tutte inedite. La gran parte di queste, alla fine, rientrano come il dentifricio nel tubetto. Prendiamo i dazi: l’effetto collaterale del primo annuncio di Trump è stato gettare un pezzo di mondo nella disperazione. E invece siamo tutti ancora vivi”.

9. Per gran parte del dopoguerra abbiamo pronunciato la parola “Occidente” quasi come se Europa e Stati Uniti appartenessero naturalmente allo stesso spazio politico, culturale e perfino morale. Nel 2026 quella parola descrive ancora qualcosa di reale o continuiamo a utilizzarla soprattutto perché non ne abbiamo ancora trovata un’altra?

“Occidente non è la direzione della bussola o la parte sinistra della carta geografica del libro delle scuole elementari. È il luogo dello spazio in cui ci sono elezioni libere, in cui chi vince governa, in cui la stampa può esprimersi senza minacce, in cui l’opinione pubblica è matura abbastanza per scegliere consapevolmente se e che cosa votare nel segreto dell’urna. Tutto questo è il lascito del Novecento; se varrà ancora alla fine del secolo, nessuno può dirlo con certezza”.

10. Qual è l’America che dall’Europa non riusciamo ancora a vedere?

“Quella che non abbiamo mai visto con chiarezza: quella della pena di morte, per fortuna sempre meno diffusa; quella delle armi in mano a chiunque; quella del successo o dell’insuccesso portati all’estremo. Abbiamo pensato di essere simili, abbiamo pensato di essere come le puntate di Beautiful, di essere semplicemente in ritardo rispetto alla loro programmazione, che prima o poi sarebbe arrivata anche qua. Per fortuna non è così, non è mai stato così”.

Labate, alla fine, lascia sul tavolo un dubbio più interessante di una risposta. Per decenni abbiamo guardato gli Stati Uniti convinti che fossero qualche anno avanti a noi, come se l’Atlantico fosse soltanto il ritardo con cui la stessa storia sarebbe arrivata in Europa. Poi cita Beautiful, sorride dell’equivoco e lo liquida in poche parole: «Per fortuna non è così, non è mai stato così».

Forse abbiamo passato troppo tempo a chiederci quando saremmo diventati americani e troppo poco a domandarci perché non lo siamo mai diventati.

The 51st comincia da qui: non dà una risposta sull’America ma fornisce una distanza, quella che separa un Paese da tutto ciò che abbiamo immaginato guardandolo da lontano.


The 51st: le interviste di Focus America


Parliamo tantissimo degli Stati Uniti, probabilmente più di quanto ci rendiamo conto e ormai lo facciamo con la naturalezza con cui si parla di qualcosa che ci appartiene. Seguiamo le loro elezioni, conosciamo i candidati, discutiamo delle decisioni della Casa Bianca e della Corte Suprema, osserviamo quello che succede nelle università e nella Silicon Valley e qualche volta finiamo per sapere chi governa la California senza avere la minima idea di chi governi la provincia accanto alla nostra.

L’America, del resto, ha sempre avuto questo curioso privilegio: essere lontanissima e riuscire comunque a stare ovunque.

È nei film con cui siamo cresciuti, nella musica che abbiamo ascoltato, nelle università che abbiamo sognato, nelle piattaforme che apriamo appena svegli e negli oggetti che teniamo in tasca. È nelle discussioni sui diritti, sulla tecnologia, sull’intelligenza artificiale, sulla libertà di espressione e naturalmente nella politica, che dagli Stati Uniti arriva in Europa con una puntualità sorprendente, qualche volta sotto forma di idea e altre volte sotto forma di problema.

Da questa vicinanza un po’ assurda nasce The 51st, la nuova rubrica di interviste di Focus America.

Il nome parte da un dato che non richiede grandi competenze di geopolitica: gli Stati Uniti sono cinquanta. Eppure, periodicamente, nella storia americana qualcuno ha immaginato il cinquantunesimo, un nuovo territorio, una nuova stella sulla bandiera, un altro pezzo da aggiungere alla mappa.

The 51st prende sul serio quell’immagine soltanto per il tempo necessario a capovolgerla, perché qui non ci sarà nessun nuovo Stato. Nessun governatore, nessun senatore, nessuna capitale e, cosa probabilmente ancora più grave per gli americani, nessuna elezione da organizzare.

Il cinquantunesimo sarà un punto di osservazione.

Un luogo che non esiste sulle mappe e che proprio per questo può trovarsi ovunque: a Washington come a Roma, a Charlottesville come a Bruxelles, davanti alla scrivania di un professore o nel taccuino di un giornalista. Un posto immaginario dal quale osservare gli altri cinquanta e provare a capire l’America senza pretendere che ogni risposta debba necessariamente arrivare dall’America stessa.

Perché gli Stati Uniti che conosciamo in Europa sono anche il risultato di una gigantesca sovrapposizione di immagini. Ci sono l’America della CNN e quella di Fox News, quella di Hollywood e quella delle università, Wall Street e la provincia, Washington e la Silicon Valley, le campagne presidenziali e le serie televisive. C’è l’America che abbiamo visitato e quella nella quale non siamo mai stati, quella che ammiriamo e quella che critichiamo, qualche volta con la curiosa sicurezza di chi, pur trovandosi a migliaia di chilometri di distanza, è convinto di aver capito tutto.

The 51st partirà proprio da questo dubbio: quanto conosciamo davvero gli Stati Uniti e quanto, invece, conosciamo l’idea che ci siamo fatti degli Stati Uniti?

Per cercare qualche risposta serviranno persone diverse e, soprattutto, serviranno persone che non siano obbligate a essere d’accordo. Americani, italiani ed europei; giornalisti, studiosi, analisti, protagonisti della politica, delle istituzioni, della cultura e della tecnologia. Alcuni racconteranno l’America dall’interno, altri la osserveranno da questa parte dell’Atlantico e altri ancora avranno trascorso abbastanza tempo tra i due mondi da sapere che le distanze più interessanti non si misurano in chilometri.

I primi quattro ospiti annunciati raccontano già, in fondo, quale sarà lo spirito della rubrica, ma sono soltanto l’inizio di un elenco destinato ad allungarsi nelle prossime settimane.

Ci sarà Larry J. Sabato, fondatore e direttore del Center for Politics dell’Università della Virginia e una delle voci più riconoscibili nell’analisi della politica e delle elezioni americane. Con lui ci sarà Kyle Kondik, managing editor di Sabato’s Crystal Ball, osservatore delle mappe elettorali, degli equilibri politici e di quella complicatissima macchina che ogni due anni ricorda al mondo che negli Stati Uniti la campagna elettorale non finisce praticamente mai.

Dall’altra parte dell’Atlantico arriverà invece Tommaso Labate, giornalista, conduttore di Realpolitik su Mediaset e osservatore della politica italiana, il quale ci fornirà una prospettiva particolarmente adatta a una rubrica che vuole capire non soltanto come l’America racconta se stessa, ma anche cosa succede quando a guardarla sono occhi abituati a un altro continente.

Ci sarà poi Iacopo Luzi, italiano che vive negli Stati Uniti da undici anni e che dell’America ha imparato a conoscere tanto lo sguardo di chi arriva dall’Europa quanto quello di chi, giorno dopo giorno, ha finito per chiamarla casa. Corrispondente dalla Casa Bianca, collabora con Sky TG24, La Stampa, Adnkronos e diversi media dell’America Latina, dopo essere stato per anni corrispondente per Voice of America. La sua è forse una delle prospettive che meglio raccontano lo spirito di The 51st: abbastanza italiana da continuare a osservare gli Stati Uniti con gli occhi di chi viene dall’altra parte dell’Atlantico, abbastanza immersa nell’America da sapere che, vista da dentro, è quasi sempre più complicata di come appare da lontano.

Sono i primi quattro nomi di The 51st, non gli unici. Altri ospiti, italiani, europei e americani, si aggiungeranno nelle prossime settimane, portando con sé nuove storie, competenze e soprattutto nuovi modi di guardare lo stesso Paese.

Quattro persone, quattro punti di osservazione diversi e nessuna necessità di arrivare alla stessa conclusione. Sarebbe anzi piuttosto deludente se accadesse.

Si parlerà inevitabilmente di Trump e di ciò che verrà dopo Trump, di elezioni e Congresso, di Casa Bianca e Corte Suprema, ma Washington non diventerà la comoda scorciatoia attraverso cui spiegare un Paese di oltre trecento milioni di persone. Ci sarà spazio per la società, le università, il diritto, la tecnologia, l’intelligenza artificiale, l’informazione, la cultura e per quelle trasformazioni che sembrano improvvise soltanto perché spesso iniziamo a guardarle quando sono già avvenute.

Ci sarà soprattutto una domanda che accompagnerà The 51st: che cosa continuiamo a non capire dell’America?

È una domanda volutamente semplice e probabilmente destinata a ricevere risposte incompatibili tra loro. Ed è proprio questo il punto, perché l’obiettivo non sarà costruire una teoria definitiva sugli Stati Uniti, ma mettere una voce dopo l’altra e vedere che cosa succede quando l’immagine cambia insieme alla persona che la racconta.

Anche il percorso inverso farà parte della conversazione. Perché mentre l’Europa osserva ossessivamente l’America, l’America continua a costruirsi una propria idea dell’Europa, e tra le due sponde dell’Atlantico sopravvive da decenni un rapporto fatto di ammirazione, irritazione, dipendenza, imitazione e incomprensioni. Siamo abbastanza vicini da condizionarci e abbastanza lontani da fraintenderci, che forse è una delle ragioni per cui continuiamo ad avere così tante cose da dirci.

The 51st proverà a stare esattamente in quello spazio, evitando per quanto possibile interviste costruite come interrogatori e domande scritte soltanto nell’attesa della frase perfetta da mettere nel titolo. Ogni ospite avrà domande pensate per la sua storia e il suo lavoro, mentre alcune torneranno, intervista dopo intervista, perché sarà interessante scoprire come la stessa America possa cambiare completamente a seconda di chi la sta guardando.

Alla fine, dietro un nome volutamente provocatorio, rimane un’idea piuttosto semplice: gli Stati Uniti hanno già cinquanta luoghi dai quali raccontare se stessi e Focus America proverà ad aggiungerne uno dal quale osservarli.

Non avrà confini, non avrà una capitale e non avrà cittadini. Esisterà soltanto per il tempo di una domanda e di una risposta, poi scomparirà e riapparirà con l’ospite successivo, ogni volta in un posto leggermente diverso.

Non sarà il cinquantunesimo Stato.

Sarà The 51st.


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Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

🚨 Der Oberste Gerichtshof Österreichs hat entschieden: Die derzeit praktizierte Datenerhebung von CRIF bei Adressverlagen ist illegal.

Damit ist ein wesentlicher Vorwurf von noybs Unterlassungsklage schon vor der ersten Verhandlung höchstgerichtlich bestätigt.

noyb.eu/de/supreme-court-crif-…

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Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

In Massachusetts l'ottantenne Markey è il favorito alle primarie Dem


Si vota oggi per il Senato: Markey è avanti a doppia cifra in tutti i sondaggi. In palio anche tre seggi alla Camera, dove due deputati di lungo corso sono sfidati da sinistra.

Gli elettori democratici del Massachusetts scelgono oggi, martedì 1° settembre, il candidato al Senato per le elezioni di metà mandato di novembre. Il senatore Ed Markey, 80 anni, difende il seggio dal deputato Seth Moulton, 47, in una sfida che rovescia il copione visto per tutto il 2026. Questa volta è il candidato più anziano a correre da progressista, mentre lo sfidante più giovane si presenta come l'alternativa moderata. In uno degli Stati più democratici del Paese la primaria decide di fatto chi sarà il prossimo senatore. Le urne chiudono alle 20 locali (le 2 di notte in Italia).

Markey arriva al voto da favorito. Nella nostra media, il senatore è avanti di circa 30 punti, 64,3% a 35,7%. Un sondaggio della Suffolk University di Boston lo dà al 52% contro il 38% di Moulton, mentre una rilevazione di Public Policy Polling arriva a 53% contro 22%. L'età, considerata la sua maggiore vulnerabilità, non sembra pesare. Per il 49% degli intervistati da Suffolk non fa alcuna differenza e solo l'11% dice che non voterebbe il senatore per questo motivo.

"I sondaggi sono completamente sbagliati, non ci si può fidare. Quello che conta in queste elezioni è chi va a votare", ha detto Moulton ai giornalisti negli ultimi giorni di campagna. Il deputato spera in una sorpresa simile a quelle già viste quest'anno. Le primarie del 2026 hanno tolto il seggio a 13 parlamentari in carica, compresi due senatori repubblicani, Bill Cassidy in Louisiana e John Cornyn in Texas.

Secondo Decision Desk HQ, nel ciclo elettorale in corso ci sono state finora 21 primarie democratiche in cui un parlamentare anziano, sfidato da un candidato molto più giovane, è rimasto sotto l'80% dei voti, quasi sempre con lo sfidante ad attaccare da sinistra. Moulton è invece il primo a correre alla destra dell'eletto raccogliendo una quota significativa di consensi, una posizione che in uno degli Stati più a sinistra del Paese lo rende sfavorito.

Sondaggi · Massachusetts

Markey arriva al voto con quasi 30 punti di vantaggio su Moulton

Quota di Markey e Moulton nella media giornaliera dei sondaggi della primaria democratica per il Senato in Massachusetts, calcolata sui soli voti ai due candidati. L’uscente Markey, in Senato dal 2013, non è mai sceso sotto il 58 per cento: il deputato Moulton ha ridotto il distacco da 24,3 a 16,7 punti fra la fine di ottobre e i primi di maggio, poi in quattro mesi se l’è visto tornare a 28,7 (64,3 contro 35,7). I pallini chiari sono le singole rilevazioni, le righe tratteggiate la convention democratica e il primo dei tre dibattiti.

30% 40% 50% 60% 70% 9 mesi 6 mesi 3 mesi voto 30 maggio: la convention 8 luglio: primo dibattito Markey 64,3 Moulton 35,7
La media si ferma al 28 agosto 2026, giorno dell’ultimo sondaggio. Si vota oggi, 1 settembre.

Le quote pubblicate dagli istituti raccontano un’altra corsa, perché gli indecisi passano dal 35 per cento del novembre 2025 al 7 di fine agosto: lì Markey sale dal 34 al 65 per cento e sembra raddoppiare i consensi. Sui soli voti ai due candidati la sua quota si muove di sei punti: quel raddoppio è in gran parte un terzo dell’elettorato che nel frattempo ha scelto.

Fonte Elaborazione di Focus America su 14 sondaggi della primaria democratica raccolti dal New York Times, aggiornati al 1 settembre 2026. Le quote sono ricalcolate sui soli voti ai due candidati rimasti in corsa, perché la quota di indecisi cambia troppo da istituto a istituto: non sono confrontabili con le percentuali pubblicate. Le medie giornaliere sono stimate con un filtro di Kalman a livello locale: ogni sondaggio pesa per la dimensione del campione e per l’effetto casa dell’istituto, e i due istituti di parte pesano la metà. Il lisciamento è lo stesso per le due linee.

Markey
Moulton

Markey è il membro del Congresso in carica da più tempo dopo il repubblicano Chuck Grassley. Fu eletto alla Camera nel 1976, prima ancora che Moulton nascesse, e nel 2013 passò al Senato vincendo l'elezione speciale indetta dopo la nomina di John Kerry a segretario di Stato. In mezzo secolo a Washington si è costruito una reputazione da progressista. Con la deputata Alexandria Ocasio-Cortez ha scritto il Green New Deal, il piano di investimenti pubblici per la transizione ecologica. Sostiene inoltre il Medicare for All, la proposta di un sistema sanitario pubblico universale che sostituirebbe le assicurazioni private. Nel 2020 aveva già respinto una sfida generazionale battendo 55% a 45% l'allora deputato Joe Kennedy III, esponente della più celebre dinastia politica dello Stato.

Al fianco del senatore si sono schierati i nomi più noti della sinistra del partito: Bernie Sanders ed Elizabeth Warren, che sabato hanno chiuso la campagna con lui a Boston, la deputata Ayanna Pressley e Ocasio-Cortez, il cui appoggio è però arrivato solo nelle ultime settimane. Markey ha promesso che questo sarà il suo ultimo mandato e respinge l'argomento anagrafico. "Non è la tua età, è l'età delle tue idee. E quanto a idee sono sempre stato il più giovane del mondo", ha detto alla CNN.

Moulton, ex ufficiale dei Marine con una laurea in fisica a Harvard, ha combattuto in Iraq per quattro turni ed è entrato alla Camera nel 2014 battendo alle primarie un deputato democratico in carica. Da allora si è costruito un profilo da ribelle interno. Nel 2018 guidò un tentativo fallito di togliere a Nancy Pelosi la guida dei democratici alla Camera e nel 2019 corse per pochi mesi per la Casa Bianca. Nel 2024 fu tra i primi democratici al Congresso a chiedere il ritiro di Joe Biden dopo la pessima prova nel dibattito con Trump. Il Boston Globe, il principale quotidiano dello Stato, lo ha appoggiato scrivendo che un partito invecchiato e diviso ha bisogno di rinnovarsi e che Moulton è il candidato migliore per guidare quel cambiamento. Con lui si è schierata anche la governatrice del New Jersey Mikie Sherrill, sostenuta in passato dal suo comitato politico Serve America.

Il cuore della campagna dello sfidante è il ricambio generazionale. Markey ha compiuto 80 anni a luglio e chiuderebbe l'eventuale nuovo mandato a 86. Moulton sostiene che sia troppo anziano per altri sei anni, un argomento che fa leva sul ricordo della rinuncia tardiva di Biden nel 2024 e della sconfitta contro Trump. "Sarà difficile per gli elettori indipendenti dell'Ohio o del Texas votare per un democratico se pensano che rappresenti un partito di ottantenni", ha detto il deputato alla CNN.

Sul profilo di Moulton pesa soprattutto una frase del novembre 2024. Dopo la sconfitta di Kamala Harris, il deputato dichiarò al New York Times di non volere che le sue due figlie venissero "travolte su un campo da gioco da un atleta maschio o ex maschio" e accusò i democratici di avere troppa paura di offendere qualcuno sui temi transgender. Quelle parole gli costarono le dimissioni del responsabile della sua campagna e le critiche della governatrice Maura Healey. Moulton ha poi espresso rammarico e nell'ultimo dibattito ha detto, con qualche esitazione, che gli atleti transgender dovrebbero poter gareggiare. Markey, che difende apertamente la loro partecipazione allo sport, lo accusa di aver tradito i ragazzi trans con quei commenti.

I tre dibattiti televisivi sono stati aspri per due candidati dello stesso partito. Moulton ha accusato Markey di comparire più volte nei documenti del caso di Jeffrey Epstein, il finanziere condannato per reati sessuali, accanto a lobbisti a lui legati. Non ha però fornito prove di contatti diretti e il senatore, che ha negato qualsiasi rapporto, ha definito l'accusa riprovevole. Markey ha attaccato a sua volta lo sfidante per oltre un milione di dollari investiti dalla sua famiglia in aziende della difesa con interessi davanti alla commissione Forze armate della Camera, di cui Moulton fa parte. La vicenda era stata rivelata a giugno da WBUR, emittente radiofonica pubblica di Boston. I due si sono rinfacciati anche i voti militari. Moulton ha ricordato che Markey votò nel 2002 per autorizzare la guerra in Iraq, dove lui stesso ha combattuto, una scelta che il senatore ha poi definito un errore. Markey ha sostenuto che Moulton abbia votato "un bilancio da mille miliardi" di dollari per la guerra con l'Iran, ma l'accusa è in gran parte infondata, perché il deputato ha approvato la legge di indirizzo della difesa e non gli stanziamenti veri e propri.

Sulle politiche le distanze sono minime. Entrambi si definiscono progressisti, vogliono abolire l'ICE, l'agenzia federale che esegue arresti ed espulsioni degli immigrati irregolari, e chiedono la fine della guerra con l'Iran. La differenza più netta riguarda la sanità. Markey vuole il Medicare for All, mentre Moulton preferisce una public option, un'assicurazione pubblica che competerebbe con quelle private senza sostituirle. Sull'energia il senatore rilancia il Green New Deal e lo sfidante propone invece di investire sulla fusione nucleare, una tecnologia sperimentale che promette elettricità senza gas serra.

Le primarie di oggi assegnano di fatto anche tre seggi della Camera. Nell'8° distretto il deputato Stephen Lynch, 71 anni e in carica dal 2001, affronta Patrick Roath, un avvocato di 39 anni che lo ha superato nella raccolta fondi (1,3 milioni di dollari contro 910.000) e ha ottenuto l'appoggio del Boston Globe. Lynch, ex operaio ed espressione dell'ala sindacale più moderata del partito, nel 2010 votò contro la riforma sanitaria di Obama. È stato inoltre l'unico democratico dello Stato a sostenere il Laken Riley Act, la legge che consente la detenzione senza cauzione degli immigrati irregolari accusati di furto o reati violenti. Dietro Roath c'è soprattutto Leaders We Deserve, il gruppo cofondato dall'attivista David Hogg per portare giovani progressisti al Congresso.

Nel 1° distretto, nell'ovest dello Stato, il 77enne Richard Neal, alla Camera da 19 mandati e democratico più alto in grado nella commissione che scrive le leggi fiscali, se la vede con Jeromie Whalen, un insegnante di 39 anni che gli rimprovera i finanziamenti dei comitati aziendali e chiede il Medicare for All. Neal aveva in cassa 3,2 milioni di dollari per le ultime settimane, oltre 80 volte i 39.000 dello sfidante. Il finale di campagna si è concentrato sui precedenti di Whalen per guida in stato di ebbrezza, riportati dal New York Post, un tabloid conservatore. Whalen ha accusato Neal di essere dietro la pubblicazione della storia.

Nel 6° distretto, lasciato libero da Moulton, il favorito è Dan Koh, ex stretto collaboratore di Joe Biden e del sindaco di Boston Marty Walsh. Koh ha raccolto 4,7 milioni di dollari, ha il sostegno di Biden e Kamala Harris e ha beneficiato di 1,8 milioni di spese esterne, in parte arrivate da Think Big, un comitato indipendente favorevole all'intelligenza artificiale. Nel 2018 perse una primaria per la Camera per appena 145 voti. La sua principale rivale è Tram Nguyen, deputata statale dell'ala progressista sostenuta tra gli altri da Pressley. Corre anche l'imprenditore John Beccia, che si è quasi interamente autofinanziato con 4,5 milioni. L'ultimo sondaggio pubblico, commissionato a inizio agosto dalla campagna di Koh, lo dava avanti 35% a 20% su Nguyen.

A novembre gli elettori del Massachusetts voteranno anche su un quesito che eliminerebbe le primarie di partito in favore di un sistema come quello della California, dove tutti i candidati corrono insieme e i primi due, indipendentemente dal partito, si sfidano alle elezioni generali. Quella di oggi potrebbe quindi essere l'ultima primaria di questo tipo nello Stato.


Iran, la guerra che doveva essere breve: sei mesi di guerra non hanno piegato Teheran


Doveva essere una guerra rapida. Ma sei mesi dopo i massicci raid aerei lanciati da Stati Uniti e Israele contro l'Iran, il 28 febbraio, il conflitto continua e l'Amministrazione Trump ha sostituito alla guerra militare una guerra economica. Secondo gli analisti sentiti dal New York Times, il risultato rischia però di non cambiare: gli obiettivi americani restano poco chiari, la credibilità di Washington si è già indebolita e il bilancio strategico appare negativo. A pagare il prezzo più alto sono gli iraniani comuni, stretti tra la pressione degli Stati Uniti e quella dei propri governanti.

Il primo giorno di guerra Donald Trump aveva promesso agli iraniani che "l'ora della vostra libertà è vicina". Oggi la sua Amministrazione cerca di impoverire ulteriormente il Paese, nella speranza che la popolazione si rivolti contro un regime repressivo e sempre più militarizzato. "La guerra non ha raggiunto gli obiettivi americani", ha ammesso senza mezzi termini al New York Times Sanam Vakil, direttrice del programma Medio Oriente e Nord Africa di Chatham House. La Repubblica islamica è sopravvissuta, controlla di fatto lo Stretto di Hormuz e ha rafforzato la propria influenza nella regione, mentre alcuni dei Paesi che Teheran bombardava pochi mesi fa cercano ora di ricucire i rapporti.

Suzanne Maloney, responsabile della politica estera alla Brookings Institution, è ancora più netta: "Abbiamo fatto molti danni all'Iran, ma ne sono usciti più forti di prima". I vicini di Teheran, osserva, hanno concluso che devono trovare un modo per convivere con un regime che non se ne andrà facilmente. Nel frattempo si è indebolita molto la credibilità americana tra gli alleati, insieme alla reputazione di Trump come presidente deciso a evitare guerre lunghe e costose in Medio Oriente. "Questa guerra ha davvero inghiottito la presidenza Trump", ha aggiunto Maloney.

Iran · Sei mesi di guerra

I bombardamenti non hanno piegato l’Iran, ora Washington punta sul collasso economico

A sei mesi dai raid del 28 febbraio il regime iraniano è ancora in piedi e controlla di fatto lo Stretto di Hormuz. L’Amministrazione Trump ha cambiato arma: al posto delle bombe, le sanzioni. Il prezzo più alto lo pagano gli iraniani comuni.

Grafica di FocusAmerica 28 agosto 2026

181 giorni di guerra
L’economia iraniana dopo sei mesi di conflitto

Inflazione annua
84%

Rial per un dollaro
2.000.000

Secondo la banca centrale iraniana. I prezzi degli alimentari salgono ogni settimana.
Il minimo storico della valuta. I beni importati sono schizzati e alle pompe di benzina si fa la coda.

Il regime è sopravvissuto ai raid e ha rafforzato la propria influenza nella regione. «Abbiamo fatto molti danni all’Iran, ma ne sono usciti più forti di prima», dice Suzanne Maloney della Brookings Institution.

1La cronologia

Sei mesi di una guerra che doveva durare poche settimane


Tocca ogni tappa per leggere che cosa è successo.

28 febbraio 2026 Comincia «Operation Epic Fury»+

Un attacco a sorpresa di Stati Uniti e Israele uccide la Guida Suprema Ali Khamenei e molti dei suoi collaboratori. Il figlio Mojtaba resta ferito gravemente: oggi è il suo successore.

Le settimane successive I raid distruggono aviazione e Marina+

I bombardamenti danneggiano pesantemente anche il programma missilistico iraniano. Ma la popolazione non si solleva e la leadership non si spacca.

La risposta di Teheran Lo Stretto di Hormuz si chiude+

Le forze iraniane ripristinano molti lanciarazzi, colpiscono basi americane e alleati regionali di Washington e bloccano di fatto lo Stretto, provocando uno shock economico globale.

7 luglio Trump dichiara «finito» il Memorandum+

È l’intesa di giugno che lo stesso presidente americano aveva firmato. Oggi Teheran chiede almeno di tornare a quel testo per riaprire una trattativa.

17 agosto Il Memorandum scade formalmente+

Da quel momento tra Washington e Teheran non resta nessuna cornice negoziale, né sullo Stretto né sul programma nucleare.

Lunedì scorso Bessent apre la guerra economica+

Il Segretario al Tesoro annuncia «Operation Economic Outcast»: sanzioni secondarie contro chiunque commerci con l’Iran. «È una campagna sostenuta per far crollare ogni ultima opzione dell’Iran».

Il conto umano della guerra

Migliaia
Gli iraniani uccisi, bambini compresi, secondo stime difficili da verificare

18
I militari americani morti dall’inizio del conflitto

36
I prigionieri politici giustiziati in Iran, secondo Amnesty International

2Il bilancio

Cinque obiettivi, nessuno raggiunto


Quello che la guerra doveva ottenere, e quello che è successo davvero.

0 / 5
Gli obiettivi dichiarati che Washington ha raggiunto in sei mesi. In due casi il risultato è opposto a quello cercato.

Gli iraniani si rivoltano contro il regime
Non avvenuto
Nessuna sollevazione. La repressione è diventata più dura: almeno 36 prigionieri politici giustiziati dall’inizio della guerra, secondo Amnesty International.

La leadership iraniana si spacca
Non avvenuto
La successione è già avvenuta: al posto di Ali Khamenei c’è il figlio Mojtaba, considerato più vicino ai Guardiani della Rivoluzione e meno avverso al rischio.

Lo Stretto di Hormuz torna aperto
Non avvenuto
Lo Stretto resta chiuso di fatto e a controllarlo è Teheran. Lo shock sui traffici marittimi non si è riassorbito.

L’Iran resta isolato nella regione
Effetto opposto
Alcuni dei Paesi che Teheran bombardava pochi mesi fa cercano ora di ricucire i rapporti. L’influenza iraniana nella regione è cresciuta, non diminuita.

Una guerra rapida, senza pantani in Medio Oriente
Effetto opposto
Sei mesi dopo il conflitto continua e la credibilità americana tra gli alleati si è indebolita. «Questa guerra ha davvero inghiottito la presidenza Trump», dice Suzanne Maloney.

Con le nuove sanzioni i funzionari americani fingono di combattere ancora, invece di fingere di aver vinto.

Jeremy Shapiro, ex funzionario del Dipartimento di Stato, oggi allo European Council on Foreign Relations

3Lo shock globale

Dallo Stretto chiuso passano sei milioni di barili al giorno in meno


Da Hormuz esce circa un quarto del petrolio scambiato via mare. Da quando l’Iran lo controlla, i flussi sono crollati.

IRANARABIA SAUDITAEMIRATIOMANGOLFO PERSICOGOLFO DI OMANSTRETTO DI HORMUZ

In rosso la rotta delle petroliere in uscita dal Golfo Persico. La banda piena indica i flussi attuali, l’alone quelli precedenti alla guerra.

1° trimestre 202520,4 mln

4° trimestre 202520,7 mln

1° trimestre 202614,6 mln

Milioni di barili al giorno di petrolio greggio e prodotti raffinati in transito nello Stretto di Hormuz. Fonte: EIA, Global Energy Security Data, maggio 2026.

85 dollari
Il prezzo medio del Brent atteso dall’EIA per il terzo trimestre del 2026

103 giorni
Quelli passati nel 2026 con la benzina americana sopra i 4 dollari al gallone: non accadeva dal 2022

−1,6 milioni
I barili al giorno di domanda mondiale in meno previsti per il 2026 dall’Agenzia internazionale per l’energia

Perché conta a Washington Il prezzo della benzina è la variabile che lega la guerra al voto. Con le elezioni di metà mandato in programma a novembre, lo strangolamento economico dell’Iran ha per la Casa Bianca il vantaggio di essere graduale e di abbassare la temperatura del conflitto.

4La nuova arma

Dalle bombe alle sanzioni


«Operation Economic Outcast» colpisce chiunque commerci con Teheran.

Ogni quadrato è un bersaglio del primo elenco diffuso dall’ufficio sanzioni del Tesoro: oltre 60 tra entità, persone e navi.

I settori colpiti dalle sanzioni secondarie

Petrolio
Oro
Aviazione
Asset digitali

Il problema Bessent non ha chiarito quanto durerà la campagna né quale sia l’obiettivo finale: il crollo del regime, la riapertura di Hormuz o il ritorno al tavolo. «Se non definisci il cambiamento di comportamento che vuoi, le sanzioni come coercizione falliscono», osserva Esfandyar Batmanghelidj della Bourse & Bazaar Foundation.
Dove porta la guerra economica

Fase 1
Guerra aerea
Dal 28 febbraio. Sei mesi di raid non hanno rovesciato il regime.

Fase 2
Stallo
Hormuz chiuso, nessun negoziato, blocchi laschi da entrambe le parti.

Fase 3
Guerra economica
Da questa settimana. Sanzioni al posto delle bombe.


Se le sanzioni falliscono, a Washington resta il ritorno ai bombardamenti

Il rischio Se invece la pressione economica funziona, può spingere Teheran a forzare il blocco navale. «È più probabile che sia il preludio a un altro round di guerra militare», avverte Ali Vaez dell’International Crisis Group.

Fonti New York Times (analisi e dichiarazioni degli esperti); Banca centrale dell’Iran (inflazione e cambio); Amnesty International (esecuzioni); Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti (sanzioni); EIA, Global Energy Security Data e Short-Term Energy Outlook, maggio e agosto 2026 (flussi nello Stretto, prezzi di greggio e benzina); Agenzia internazionale per l’energia, agosto 2026 (domanda mondiale). Confini e coste da Natural Earth. Dati aggiornati al 28 agosto 2026.

Il regime sopravvive e Washington cambia arma


"Operation Epic Fury" era cominciata con un attacco a sorpresa che ha ucciso la Guida Suprema Ali Khamenei e molti dei suoi collaboratori, ferendo gravemente il figlio Mojtaba, oggi suo successore. Settimane di bombardamenti hanno distrutto gran parte dell'aviazione e della Marina iraniane e danneggiato pesantemente il suo programma missilistico, ma la popolazione non si è sollevata e la leadership non si è spaccata. Le forze iraniane hanno ripristinato molti lanciarazzi, colpito basi americane e alleati regionali di Washington e chiuso di fatto lo Stretto, provocando uno shock economico globale. Sono morte diverse migliaia di iraniani, bambini compresi, secondo stime difficili da verificare, oltre a 18 militari americani.

Lunedì il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato "Operation Economic Outcast", una campagna pensata per isolare ulteriormente l'Iran e aggravare la crisi di un'economia già devastata: sanzioni secondarie estese a chiunque commerci con Teheran, dal petrolio all'oro, dall'aviazione agli asset digitali, e un primo elenco di oltre 60 entità, persone e navi colpite dall'ufficio sanzioni del Tesoro. "È una campagna sostenuta per far crollare ogni ultima opzione dell'Iran", ha detto Bessent. "La campagna che iniziamo oggi acquisterà forza ogni giorno che passa e non finirà finché questo regime non sarà solo".

Al di là dei richiami retorici al D-Day e alla caduta del Muro di Berlino, Bessent non ha però chiarito quanto durerà la guerra economica, con quali strumenti verrà condotta e soprattutto quale sia l'obiettivo finale: il crollo del regime, la riapertura di Hormuz o il ritorno al tavolo negoziale sullo Stretto e sul programma nucleare. "Non c'è un'articolazione chiara degli obiettivi americani", ha osservato Esfandyar Batmanghelidj della Bourse & Bazaar Foundation di Londra. "Ma se non definisci il cambiamento di comportamento che vuoi, le sanzioni come coercizione falliscono".

L'Iran, già bersaglio di migliaia di sanzioni, difficilmente si arrenderà per qualche misura aggiuntiva. Secondo gli analisti è più probabile che reagisca intensificando gli attacchi contro le navi nel Golfo e gli alleati americani, aprendo la strada a un nuovo ciclo di bombardamenti. "La capacità di far male all'Iran è chiara", ha detto Sina Toossi del Center for International Policy di Washington. "Il percorso dal dolore alla capitolazione o al collasso invece non lo è". Ali Vaez, direttore del progetto Iran dell'International Crisis Group, individua due rischi nella nuova strategia: se dovesse fallire, a Washington potrebbe restare soltanto il ritorno all'escalation militare, mentre se dovesse funzionare, potrebbe spingere Teheran a cercare di forzare il blocco navale. "In entrambi i casi non produrrà ciò che l'Amministrazione sembra volere, cioè usare le sanzioni come alternativa alla guerra. È più probabile che sia il preludio a un altro round di guerra militare".

Uno stallo che rischia di riaprire il conflitto


La leadership iraniana, sempre più dominata dai militari, considera i sacrifici della popolazione come un atto di patriottismo e persino di martirio ed è diventata ancora più spietata nella repressione del dissenso: secondo Amnesty International, almeno 36 prigionieri politici sono stati giustiziati dall'inizio della guerra. Il presidente Masoud Pezeshkian e il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf hanno avvertito dei rischi di ridurre la popolazione alla fame, ma sulla trattativa la linea non cambia: Teheran chiede almeno il ritorno al Memorandum di giugno, firmato da Trump, che il presidente americano ha dichiarato "finito" già il 7 luglio e che è formalmente scaduto il 17 agosto.

Il nuovo leader Mojtaba Khamenei è considerato più vicino ai Guardiani della Rivoluzione e meno avverso al rischio rispetto al padre. Dalla nomina, però, non è mai apparso in pubblico: il suo ufficio ha diffuso soltanto un video non datato e l'ultimo comunicato risale al 9 agosto, alimentando persino interrogativi sulle sue condizioni. Così per ora la situazione resta relativamente statica, una sorta di "strana guerra" segnata da blocchi piuttosto laschi in entrambe le direzioni. Lo strangolamento economico ha, dal punto di vista di Washington, il vantaggio di essere graduale e difficile da misurare e consente di abbassare la temperatura del conflitto in vista delle elezioni di metà mandato di novembre.

Lo stallo resta però rischioso. "Alla Casa Bianca cresce l'idea che con questa Repubblica Islamica non si possa trattare. È un momento pericoloso, con Teheran e Washington che concludono entrambe che nessun accordo è possibile", ha detto Ellie Geranmayeh dello European Council on Foreign Relations. Jeremy Shapiro, ex funzionario del Dipartimento di Stato e oggi nello stesso centro studi, non capisce perché Trump non abbia imboccato nessuna delle possibili vie d'uscita da una guerra impopolare: con nuove sanzioni, ha osservato, i suoi funzionari "fingono di combattere ancora invece di fingere di aver vinto", oppure di ammettere di aver perso.

La speranza svanita e il rial a due milioni


All'inizio della guerra una parte degli iraniani più critici nei confronti del proprio governo aveva visto nei bombardamenti la possibilità di un futuro diverso. Sei mesi dopo, quella speranza ha lasciato il posto al cinismo sulle intenzioni americane, dopo che Trump ha minacciato di cancellare la civiltà iraniana e riportare il Paese "all'età della pietra" e dopo che i raid hanno colpito acciaierie, impianti petrolchimici, ponti e siti storici.

La preoccupazione principale è ormai la sopravvivenza economica del Paese. Secondo la banca centrale, l'inflazione è salita all'84%; i prezzi dei generi alimentari aumentano ogni settimana e persino le uova sono diventate proibitive per molte famiglie. Il rial, la valuta iraniana, ha toccato un minimo storico di circa 2 milioni per dollaro e il costo dei beni importati è schizzato. Il timore che il governo intervenga sul prezzo della benzina, pesantemente sussidiata, ha provocato lunghe code ai distributori.

Un aumento similare nel 2019 aveva scatenato enormi manifestazioni, mentre le proteste di gennaio, poi represse con la forza, erano cominciate dopo un crollo del rial. Molti temono ora una nuova ondata di disordini. Washington punta a ottenere con la pressione economica ciò che sei mesi di bombardamenti non hanno ottenuto. Ma finora la leadership iraniana ha dimostrato di essere disposta a trasferire il costo della resistenza sulla popolazione, proprio sulla parte del Paese che più ne subisce le conseguenze e meno può determinarne le scelte.


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WikiSkill di Google: come gli agenti AI imparano dai propri errori senza retraining
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WikiSkill di Google: come gli agenti AI imparano dai propri errori senza retraining


Chi costruisce agenti AI per l’automazione IT conosce bene un problema frustrante: l’agente sbaglia un task, magari un’esecuzione di comando maldestra o un’interpretazione errata di un output di sistema, e la settimana dopo commette esattamente lo stesso errore. La memoria “di lavoro” di un large language model non sopravvive tra una sessione e l’altra, e l’unico modo tradizionale per farla persistere — il fine-tuning — è costoso, lento e rischia di degradare capacità già acquisite (il classico catastrophic forgetting).

Google Research ha proposto un’alternativa che vale la pena analizzare da vicino: WikiSkill, un framework che permette agli agenti di accumulare esperienza operativa sotto forma di conoscenza testuale strutturata, senza toccare i pesi del modello. È un tema che si lega direttamente a quanto discusso in precedenti approfondimenti su questo blog riguardo l’architettura degli agenti AI come sistemi distribuiti e i controlli infrastrutturali necessari per metterli in sicurezza: WikiSkill aggiunge un tassello importante, quello dell’apprendimento continuo controllato.

Il problema: agenti che non imparano dai propri errori


Un agente basato su LLM esegue un task, magari fallisce per un dettaglio (un parametro sbagliato in una chiamata API, un’assunzione errata sul formato di un file), e nella sessione successiva il contesto è azzerato. Le opzioni classiche per fissare la lezione sono due:

  • Fine-tuning: richiede dataset curati, potenza di calcolo, tempi di rilascio lunghi, e comunque non garantisce che il modello generalizzi la lezione senza perdere altre capacità.
  • RAG (Retrieval-Augmented Generation): recupera documenti o frammenti di conoscenza pertinenti, ma non consolida “come si fa” un’operazione in un’istruzione procedurale riutilizzabile: resta un recupero di informazione, non una skill.

WikiSkill propone una terza via: trattare l’esperienza dell’agente come conoscenza da redigere e mantenere, un po’ come farebbe un team che aggiorna una wiki interna di runbook operativi dopo ogni incident.

Architettura a tre livelli


Il cuore del sistema è la separazione della memoria dell’agente in tre strati distinti, ciascuno con uno scopo preciso:

Raw Layer


Conserva le tracce di esecuzione grezze e immutabili: chiamate agli strumenti, argomenti passati, output ricevuti, esito (successo o fallimento). È il log di sistema, la fonte di verità da cui tutto il resto viene derivato.

Wiki Layer


Distilla le tracce grezze in conoscenza strutturata e durevole: pattern di fallimento documentati (“quando il file supera i 10.000 record, la funzione X va in timeout”) e strategie di successo verificate. È l’equivalente di una knowledge base di post-mortem, ma scritta e mantenuta automaticamente da un componente dedicato.

Skill Layer


Contiene le istruzioni procedurali attive che l’agente usa durante l’esecuzione — il “come fare” operativo. A differenza del Wiki Layer, che è un registro cumulativo, le skill possono essere aggiornate e ripristinate se una revisione peggiora le prestazioni. Questo è un dettaglio architetturale importante: separare “quello che sappiamo” (wiki, sempre append-only) da “quello che facciamo adesso” (skill, versionabile e reversibile).

Il ciclo di miglioramento continuo


Il processo di apprendimento è organizzato in quattro componenti che lavorano in loop:

1. Inference Agent   → esegue il task e produce una traccia di esecuzione
2. Wiki Maintainer   → analizza la traccia e aggiorna il Wiki Layer
                        con nuove osservazioni (successi e fallimenti)
3. Skill Proposer    → sulla base del wiki aggiornato, propone una
                        revisione delle istruzioni nello Skill Layer
4. Gating Mechanism  → valida la skill proposta su un dataset separato
                        di validazione: se migliora i risultati viene
                        promossa, altrimenti si effettua il rollback
                        alla versione precedente

Il punto cruciale è il gating mechanism: nessuna modifica alle istruzioni operative viene applicata senza una verifica empirica su un set di validazione separato da quello di training del ciclo. Le skill che peggiorano le prestazioni vengono scartate, ma il wiki mantiene comunque traccia del tentativo fallito — anche gli esperimenti negativi diventano conoscenza utile per le proposte future.

I numeri: quanto migliora davvero


Google ha testato WikiSkill su cinque benchmark (LiveMath, SealQA, SpreadSheet, OfficeQA, ALFWorld) usando modelli di diverse dimensioni, da Qwen 4B a 27B, Gemma-4-31B e Gemini-3.5-Flash. I risultati aggregati sono significativi:

  • Gemini-3.5-Flash: dal 49,5% al 68,1% di accuratezza media sui benchmark testati.
  • Qwen-27B: dal 39,4% al 63,3%.
  • Sul singolo benchmark LiveMath, Gemini è passato dal 33,0% al 72,6%.
  • Su SpreadSheet, dal 50,5% al 76,6%.

Un’osservazione interessante per chi progetta pipeline di agenti in produzione: modelli più piccoli equipaggiati con WikiSkill possono avvicinarsi alle prestazioni di modelli più grandi senza il framework, il che ha implicazioni dirette sui costi di inferenza. Le skill sviluppate, inoltre, si sono dimostrate parzialmente trasferibili tra modelli diversi, anche se non sempre performano meglio delle skill “auto-sviluppate” dallo stesso modello che le userà.

Implicazioni pratiche per chi costruisce agenti aziendali


Per un team che sviluppa agenti operativi (automazione di ticket, agenti DevOps, assistenti di troubleshooting) il pattern è replicabile anche senza il framework completo di Google, seguendo la stessa logica architetturale:

  • Salvare sistematicamente le tracce di esecuzione (input, tool call, output, esito) in uno store persistente — anche una semplice tabella in un database relazionale è sufficiente per iniziare.
  • Introdurre un processo, anche semi-automatico, che analizzi periodicamente i fallimenti e aggiorni un documento di “lezioni apprese” separato dal prompt di sistema operativo.
  • Versionare le istruzioni operative (il “system prompt” o le skill dell’agente) come si versiona il codice, con la possibilità di rollback immediato.
  • Non promuovere mai una nuova versione delle istruzioni senza un test A/B su un set di casi di validazione rappresentativo, esattamente come si farebbe con un modello di machine learning classico.

C’è però un rischio che vale la pena evidenziare, ed è coerente con quanto già discusso su questo blog a proposito di data poisoning e avvelenamento dei sistemi di raccomandazione AI: se il Wiki Layer viene alimentato anche da segnali esterni non fidati (ad esempio output di strumenti di terze parti, o contenuti recuperati dal web), un attaccante potrebbe in teoria tentare di iniettare “lezioni” false per orientare il comportamento futuro dell’agente. Qualsiasi implementazione di questo pattern in produzione dovrebbe quindi trattare il Wiki Layer come una superficie di attacco a tutti gli effetti, con validazione e, se possibile, revisione umana periodica delle voci più impattanti prima che vengano promosse a skill attiva.

Conclusione


WikiSkill non è un prodotto pronto all’uso ma un framework di ricerca, e i benchmark testati sono compiti relativamente circoscritti (matematica, fogli di calcolo, ricerca, ambienti simulati). Tuttavia il principio architetturale — separare log grezzi, conoscenza distillata e istruzioni operative, con un gate di validazione tra la conoscenza e l’azione — è un pattern solido e riutilizzabile per chiunque stia progettando agenti AI destinati a girare in produzione per mesi, non per una singola sessione. In un momento in cui la spesa per l’infrastruttura AI aziendale cresce rapidamente, poter migliorare le prestazioni di un agente aggiornando testo invece di ripetere costosi cicli di fine-tuning è un vantaggio operativo ed economico che vale la pena tenere d’occhio.


Fonte: 4sysops.com. Approfondimento tecnico: The Decoder. Paper originale su arXiv (2608.27454).


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Debian 11 è a fine vita: la guida completa per l’upgrade a Debian 12
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Debian 11 è a fine vita: la guida completa per l’upgrade a Debian 12


Il 31 agosto 2026 Debian 11 “Bullseye” ha ufficialmente raggiunto l’end-of-life: da settembre il progetto Debian non rilascia più aggiornamenti di sicurezza per questa release. Chi gestisce server, container o workstation ancora basati su Bullseye si trova quindi davanti a una finestra di rischio che va chiusa al più presto, spostando i sistemi su Debian 12 “Bookworm” o valutando un percorso alternativo di supporto esteso. In questo articolo vediamo cosa comporta davvero la fine del supporto, quali sono le opzioni disponibili e come eseguire l’upgrade in modo controllato, senza sorprese in produzione.

Perché la fine del supporto non è un dettaglio burocratico


Debian 11 è stato rilasciato il 14 agosto 2021 e, seguendo il classico ciclo di vita quinquennale del progetto (circa tre anni di supporto regolare più un periodo di Long Term Support gestito dal team LTS), ha chiuso il proprio percorso di manutenzione ufficiale il 31 agosto 2026. Da questo momento in poi, nessuna vulnerabilità scoperta nei pacchetti di Bullseye — dal kernel a OpenSSL, da Apache a systemd — riceverà più una patch attraverso i canali ufficiali security.debian.org.

Per un sistema esposto su internet, anche solo per un servizio SSH o un endpoint HTTP, questo significa che ogni nuova CVE resta aperta indefinitamente. Non è un problema teorico: gli scanner automatizzati che individuano versioni di pacchetto vulnerabili sono tra gli strumenti più usati per la ricognizione iniziale di un attacco, e un sistema Debian 11 “congelato” diventa un bersaglio sempre più facile man mano che passano i mesi.

Le opzioni sul tavolo


Chi si trova ancora su Bullseye ha essenzialmente tre strade:

  • Upgrade a Debian 12 “Bookworm”, attualmente la release seguita dal team Debian LTS con supporto pianificato fino al 30 giugno 2028 per le architetture principali (amd64, i386, arm64, armhf, ppc64el). È la scelta consigliata per la maggior parte degli ambienti.
  • Extended LTS (ELTS), un programma a pagamento gestito da fornitori esterni (tipicamente tramite Freexian) che estende il supporto di sicurezza per un sottoinsieme di pacchetti Bullseye oltre la data di EOL ufficiale. Utile come misura ponte quando l’upgrade richiede una pianificazione più lunga, non come soluzione permanente.
  • Migrazione diretta a Debian 13 “Trixie” per chi preferisce saltare una generazione e allineare fin da subito il ciclo di vita, tenendo però conto che il salto tra due major release comporta più rischio di rottura in un’unica finestra di manutenzione.


Cosa cambia passando a Bookworm


Debian 12 introduce alcune differenze che vale la pena conoscere prima di lanciare l’upgrade, perché possono impattare configurazioni esistenti:

  • Kernel Linux 6.1 come base, con supporto hardware più recente ma anche nomi dei moduli e comportamenti di alcuni driver che possono differire da quelli di Bullseye (kernel 5.10).
  • Introduzione del componente non-free-firmware, separato da non-free: i firmware proprietari (Wi-Fi, GPU, RAID controller) vanno ora dichiarati esplicitamente in questa sezione dei repository, altrimenti l’installer o l’upgrade potrebbero non trovarli.
  • Versioni aggiornate dei runtime più comuni: PHP 8.2, Python 3.11, MariaDB 10.11, il che può richiedere una verifica di compatibilità per applicazioni legacy prima di procedere.
  • systemd, APT e le librerie di base aggiornate, con conseguente necessità di rispondere a diversi prompt di merge sui file di configurazione durante l’upgrade (in particolare per servizi come SSH, sudo o cron con configurazioni personalizzate).


Checklist pre-upgrade


Prima di toccare qualsiasi repository, vale la pena dedicare mezz’ora a una checklist minima:

  • Backup completo del sistema o quantomeno di /etc, dei database e dei dati applicativi, con un piano di rollback (snapshot LVM, snapshot del provider cloud, o immagine del disco).
  • Verifica dello spazio disco disponibile: l’upgrade scarica e mantiene temporaneamente sia i pacchetti vecchi che quelli nuovi.
  • Controllo dei repository di terze parti (Docker, PPA non ufficiali, repository di vendor) che potrebbero non avere ancora pacchetti per Bookworm: vanno disabilitati temporaneamente per evitare conflitti di dipendenze.
  • Elenco dei pacchetti “held” (apt-mark showhold) e di eventuali pacchetti installati manualmente al di fuori di APT.
  • Se possibile, replica del test su un ambiente di staging identico prima di intervenire sui sistemi di produzione.


La procedura di upgrade passo per passo


Una volta completata la checklist, la sequenza classica per un upgrade in-place è la seguente.

1. Portare Bullseye completamente aggiornato

sudo apt update
sudo apt upgrade
sudo apt --purge autoremove

Questo passaggio riduce il numero di pacchetti coinvolti nel salto di release e rimuove pacchetti orfani che potrebbero complicare la risoluzione delle dipendenze.

2. Aggiornare i repository APT


Si modifica /etc/apt/sources.list (e gli eventuali file in /etc/apt/sources.list.d/) sostituendo ogni occorrenza di bullseye con bookworm, ricordandosi di aggiungere il componente non-free-firmware:

deb https://deb.debian.org/debian/ bookworm main contrib non-free non-free-firmware
deb https://deb.debian.org/debian/ bookworm-updates main contrib non-free non-free-firmware
deb https://security.debian.org/debian-security bookworm-security main contrib non-free non-free-firmware

3. Eseguire l’upgrade in due fasi

sudo apt update
sudo apt upgrade --without-new-pkgs
sudo apt full-upgrade

Il primo upgrade --without-new-pkgs applica gli aggiornamenti possibili senza installare nuovi pacchetti o rimuoverne di esistenti, riducendo il rischio di un salto troppo aggressivo in un solo colpo. Il successivo full-upgrade completa la transizione gestendo anche i cambi di dipendenze tra le due release, incluse eventuali rimozioni di pacchetti obsoleti.

Durante questa fase compariranno i prompt interattivi di dpkg per i file di configurazione modificati localmente: la scelta più sicura, quando non si è certi, è mantenere la versione locale e rivedere manualmente i diff dei file più critici (sshd_config, sudoers, i file di configurazione dei servizi applicativi) dopo il reboot.

4. Riavvio e verifica

sudo systemctl reboot

Dopo il riavvio, si conferma la versione effettivamente in esecuzione:
lsb_release -a
cat /etc/debian_version

ed è buona pratica eseguire un ultimo giro di pulizia:
sudo apt --purge autoremove
sudo apt clean

Errori comuni da evitare


  • Saltare il passaggio intermedio --without-new-pkgs e lanciare direttamente full-upgrade: funziona quasi sempre, ma su sistemi con molte dipendenze di terze parti aumenta la probabilità di un errore a metà upgrade più difficile da diagnosticare.
  • Dimenticare i repository esterni (Docker CE, repository PHP di terze parti, agent di monitoring): se restano puntati su bullseye l’upgrade può fallire silenziosamente su quei pacchetti specifici, lasciandoli disallineati dal resto del sistema.
  • Non verificare la compatibilità delle applicazioni con le nuove versioni di PHP, Python o del database: un salto di versione major di MariaDB o PHP può introdurre breaking change che vanno testati prima, non scoperti in produzione.
  • Ignorare i pacchetti “held” o compilati manualmente, che possono bloccare la risoluzione delle dipendenze durante il full-upgrade.


Se l’upgrade immediato non è possibile


Non tutti gli ambienti possono essere aggiornati nel giro di pochi giorni: applicazioni legacy, certificazioni che richiedono test approfonditi, o semplicemente la mole di sistemi da migrare possono richiedere più tempo. In questi casi, il programma Extended LTS è una misura transitoria ragionevole per coprire le vulnerabilità più critiche mentre si pianifica la migrazione, ma va trattato come tale: un ponte verso Bookworm, non una destinazione finale. Rimandare indefinitamente l’upgrade lasciando un sistema esposto senza patch di sicurezza è il rischio che questa intera operazione serve a evitare.

Conclusione


La fine del supporto di Debian 11 è un promemoria puntuale di una regola che vale per qualunque distribuzione con ciclo di vita a tempo: pianificare l’upgrade prima della scadenza costa una manutenzione ordinaria, farlo dopo — o non farlo affatto — costa un incidente di sicurezza. La procedura verso Debian 12 è ben collaudata e, con un backup solido e una checklist pre-upgrade seguita con disciplina, resta uno degli aggiornamenti major più prevedibili nell’ecosistema Linux.

Fonte: 4sysops – Debian 11 LTS ends: upgrade to Debian 12 before updates stop, con riferimento all’annuncio ufficiale del progetto Debian.


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Trump valuta attacchi periodici contro l'Iran nello Stretto di Hormuz


Il CENTCOM propone raid limitati per impedire a Teheran di ricostruire radar e missili antinave. Il piano, finora frenato dalla Casa Bianca, torna d'attualità dopo la nuova escalation di questi giorni

Donald Trump e i suoi principali collaboratori starebbero valutando una serie di attacchi limitati nello Stretto di Hormuz per impedire all'Iran di ricostruire i radar e i sistemi missilistici con cui finora avevano minacciato le navi in transito. Lo scrive Axios, citando tre funzionari statunitensi. Secondo le fonti del sito statunitense, il piano è stato elaborato nell'ultima settimana dal CENTCOM, il comando militare responsabile delle operazioni americane in Medio Oriente, e ha il sostegno del Segretario alla Difesa Pete Hegseth. Trump non lo aveva approvato prima dello scambio di attacchi con l'Iran dello scorso fine settimana, ma la nuova escalation potrebbe indurlo a dare il via libera.

L'obiettivo, ha spiegato uno dei funzionari, sarebbe quello di ridurre il rischio di attacchi iraniani contro le petroliere, le navi della Marina e gli aerei dell'Air Force. La fonte ha definito la strategia come "tagliare l'erba": colpire periodicamente le capacità militari iraniane per impedire a Teheran di ricostituirle. La Casa Bianca non ha confermato il piano, limitandosi a dichiarare: "Il presidente mantiene tutte le opzioni a sua disposizione. Gli iraniani vogliono un accordo, ma arrivano sempre con un giorno di ritardo e un dollaro in meno".

Iran · Stretto di Hormuz

«Tagliare l’erba»: il piano per colpire l’Iran ogni volta che ricostruisce

Il CENTCOM, il comando americano per il Medio Oriente, propone attacchi limitati e periodici nello Stretto di Hormuz. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha già dato il via libera, Trump non ha ancora firmato.

Grafica di FocusAmerica1° settembre 2026

Lo Stretto oggi

Da due mesi la Marina americana scorta le petroliere lungo la costa dell’Oman. Dall’altra sponda, l’Iran rimette in funzione i radar.


IranOmanEmirati Arabi UnitiBandar AbbasQeshmLarakGolfo PersicoGolfo dell’OmanCorridoio scortatodalla Marina americana50 kmN
Corridoio scortato Sistemi iraniani in ricostruzione Larak, colpita nel fine settimana

Fase 1. L’Iran ricostruisce radar, difese aeree e missili antinave. Il ciclo in tre fasi: l’Iran ricostruisce radar e missili antinave, gli Stati Uniti colpiscono prima che tornino operativi, il corridoio resta aperto. Poi si ricomincia.

15Transiti al giorno nello Stretto in agosto.Su circa 130 al giorno prima della guerra
50Le navi che Washington vuole far passare ogni notte entro metà settembre.Su circa 130 al giorno prima della guerra
91,52Dollari al barile toccati dal Brent lunedì, in rialzo del 2%.Sul picco di 126 dollari raggiunto in primavera

La dottrina

Un attacco non chiude la partita: la riapre ogni volta


Il piano del CENTCOM non punta a un colpo decisivo, ma a un intervento che si ripete a intervalli regolari.

Fase 1

Gli Stati Uniti degradano le difese iraniane


Due mesi di raid, sminamento e convogli scortati hanno ridotto la capacità iraniana di colpire le petroliere.

Fase 2

L’Iran le ricostruisce


Per il CENTCOM Teheran sta rimettendo in funzione radar, difese aeree e missili antinave per tornare a colpire con precisione.

Fase 3

Gli Stati Uniti colpiscono di nuovo


Attacchi limitati e ripetuti, per continuare a far uscire dal Golfo decine di petroliere al giorno.

Poi si ricomincia: è il ciclo che un funzionario americano ha definito «tagliare l’erba».

Come ci siamo arrivati

I cinque passaggi che hanno riportato il piano sul tavolo di Trump


Tocca una voce per aprire il dettaglio.

Ultimi due mesiGli Stati Uniti prendono il controllo di gran parte dello Stretto

Raid contro le capacità militari iraniane, sminamento condotto con scarsa visibilità e convogli accompagnati lungo la rotta. Il traffico è risalito, ma resta a 15 transiti al giorno contro i circa 130 di prima della guerra.

Giorni scorsiL’Iran lancia un missile antiaereo contro un F‑35 americano

Il caccia era di scorta alle navi nello Stretto. Il missile non si è avvicinato abbastanza da rappresentare una minaccia, ma per i funzionari americani dimostra che Teheran sta ricostituendo il proprio apparato militare.

Fine settimanaGli Stati Uniti colpiscono l’isola iraniana di Larak

Secondo il CENTCOM le forze iraniane si preparavano a lanciare razzi con mine navali dentro lo Stretto.

Domenica notteL’Iran risponde con missili balistici sulle basi in Giordania

Otto missili contro basi che ospitano forze statunitensi. Né le autorità americane né quelle giordane hanno segnalato danni significativi.

Lunedì 31 agostoTrump annuncia la rappresaglia: gli Stati Uniti «colpiranno duro»

Lo ha detto a Fox News. Il Brent è salito del 2%, fino a 91,52 dollari al barile. Il piano del CENTCOM, fermo alla Casa Bianca, torna sul tavolo.

La catena decisionale

Il piano ha attraversato tutto il Pentagono. Manca solo la firma del presidente


Fatto
CENTCOM

Ha elaborato il piano nell’ultima settimana: colpire radar, difese aeree e missili antinave.

Fatto
Pete Hegseth

Il segretario alla Difesa lo ha approvato e trasmesso alla Casa Bianca diversi giorni fa.

Frenata
Casa Bianca

Avvisata, con il capo di Stato Maggiore Dan Caine, che potrebbero servire attacchi periodici. La scorsa settimana era orientata al no, per non alimentare l’escalation.

In sospeso
Donald Trump

Non ha ancora firmato. Dopo i missili iraniani sulla Giordania potrebbe dare il via libera.

«Il presidente mantiene tutte le opzioni a sua disposizione»
La Casa Bianca ad Axios, 31 agosto 2026

FonteAxios (31 agosto 2026) per il piano e le dichiarazioni; Wall Street Journal e Lloyd’s List Intelligence per il traffico marittimo; Investing.com per il prezzo del Brent. Coste da Natural Earth.
NotaIl corridoio segue il canale meridionale lungo la costa dell’Oman ed è una rappresentazione schematica; le posizioni dei sistemi iraniani sono indicative.

Negli ultimi due mesi le Forze Armate statunitensi hanno progressivamente assunto il controllo di gran parte dello Stretto attraverso una campagna volta a degradare le capacità militari iraniane, un'operazione di sminamento condotta con scarsa visibilità e un sistema per accompagnare le navi lungo la rotta. Il dispositivo ha ridotto la capacità dell'Iran di colpire le petroliere e ha consentito il passaggio di più traffico e maggiori quantità di petrolio, indebolendo così la leva di Teheran sul passaggio attraverso cui, in condizioni normali, transitava una quota cruciale del greggio mondiale.

Il CENTCOM ritiene però ora che l'Iran stia ricostruendo radar, difese aeree e sistemi missilistici antinave per recuperare la capacità di colpire con precisione. A far aumentare la preoccupazione è stato, nei giorni scorsi, il lancio di un missile antiaereo iraniano contro un F-35 statunitense impegnato a proteggere le navi nello Stretto. Il missile non si è avvicinato abbastanza da rappresentare una minaccia per il velivolo, ma secondo i funzionari americani l'episodio dimostra che Teheran sta cercando di ricostituire il proprio apparato militare. Il CENTCOM ha quindi avvertito Hegseth, il capo di Stato Maggiore Dan Caine e la Casa Bianca che potrebbero essere necessari attacchi periodici per continuare a far uscire dal Golfo, con un livello di sicurezza accettabile, decine di petroliere al giorno.

Hegseth ha appoggiato il piano e lo ha trasmesso alla Casa Bianca diversi giorni fa. La scorsa settimana, però, l'Amministrazione era ancora orientata a non autorizzarlo, proprio per evitare una nuova escalation con l'Iran. Il quadro sarebbe cambiato nella notte tra domenica e lunedì, quando Teheran ha lanciato missili balistici contro basi statunitensi in Giordania in risposta ai raid americani sull'isola iraniana di Larak.

Gli Stati Uniti avevano colpito forze iraniane che, secondo il CENTCOM, si preparavano proprio a lanciare razzi con mine navali nello Stretto. Gli attacchi iraniani contro le basi in Giordania non hanno provocato danni significativi, secondo le autorità statunitensi e giordane. Il giorno dopo Trump ha dichiarato a Fox News che gli Stati Uniti risponderanno a questi ultimi attacchi e "colpiranno duro" le forze iraniane.


Trump: Hormuz è riaperto. Ma i numeri raccontano una ripresa a metà


Lo Stretto di Hormuz è stato la carta più forte dell'Iran dall'inizio della guerra, alla fine di febbraio. Negli ultimi due mesi, però, funzionari americani sostengono che l'esercito statunitense abbia progressivamente eroso quella leva, fino a controllare di fatto gran parte del passaggio. "Lo Stretto è aperto. La risposta iraniana è molto blanda. Non vogliono che torniamo a colpirli. È tutta lì la partita, il resto non conta", ha detto Donald Trump ad Axios in un'intervista telefonica giovedì.

Quello che sei mesi fa era cominciato come un'operazione per degradare le capacità missilistiche iraniane e distruggere ciò che restava del programma nucleare si è così trasformato in uno scontro a tempo indeterminato per il controllo del più importante snodo energetico del mondo. Quando la guerra è iniziata, lo Stretto era aperto, il petrolio scorreva senza interruzioni e il Brent valeva circa 72 dollari al barile. Nelle prime 72 ore l'Iran ha annunciato la chiusura del passaggio e minacciato di attaccare le petroliere in transito.

Dietro le quinte, secondo funzionari israeliani e americani, l'allora comandante della Marina dei Guardiani della rivoluzione, il generale Alireza Tangsiri, diede l'ordine che fece precipitare la situazione: posare mine navali nel Traffic Separation Scheme, il principale corridoio internazionale dello stretto. Tangsiri è stato poi ucciso il 26 marzo, quasi quattro settimane dopo, in un raid israeliano a Bandar Abbas.

Gli attacchi alle navi e la minaccia delle mine hanno bloccato il traffico commerciale. Nei due mesi successivi il prezzo del Brent è salito fino a 126 dollari e Trump ha accettato il cessate il fuoco dell'8 aprile anche per l'aumento del prezzo della benzina negli Stati Uniti, esattamente il tipo di pressione economica che Teheran voleva esercitare. La riapertura dello Stretto era il perno del Memorandum d'Intesa firmato il 17 giugno, ma il passaggio non si è mai riaperto completamente e l'accordo è presto naufragato.

Iran · La partita nello Stretto

Washington dice di aver riaperto Hormuz. Il traffico dice un’altra cosa

Sei mesi di guerra hanno trasformato lo snodo energetico più importante del mondo in un corridoio a bassa intensità. La Marina americana scorta i convogli lungo la costa dell’Oman e rivendica il controllo del passaggio, ma chi monitora le petroliere conta una frazione delle navi di prima.
Grafica di FocusAmerica Agosto 2026

I transiti giornalieri nello Stretto di Hormuz sono scesi da circa 130 prima della guerra a 15 in agosto. Il Brent è passato da 72 a 126 dollari al barile ed è oggi vicino ai 90. Le esportazioni iraniane di greggio e condensati sono crollate da oltre 2,2 milioni di barili al giorno in febbraio a circa 280.000 in maggio. Dal corridoio principale sono stati rimossi oltre 200 oggetti simili a mine: solo 11 erano vere mine.


Il canale protetto dagli Stati Uniti
La rotta voluta dall’Iran
Le 15 navi che passano ogni giorno

Le due parti hanno cercato di imporre rotte diverse: l’Iran vicino alla propria costa, gli Stati Uniti lungo un canale che costeggia l’Oman, dove si è concentrata la maggior parte degli attacchi. Coste da Natural Earth; i corridoi sono una rappresentazione schematica.

Navi in transito nello Stretto, al giorno

Prima della guerra
130

Agosto 2026
15

Media dei passaggi fino a fine febbraio
Media di agosto, Wall Street Journal

Oggi
Prima della guerra

Ogni barra è una nave. Lloyd’s List Intelligence, che usa come riferimento una media prebellica di 85 transiti al giorno, il 23 agosto ne ha contati appena 3.

«Lo Stretto è aperto. La risposta iraniana è molto blanda»
Donald Trump, ad Axios

Le due contabilità
Quanto di quello che passava prima passa ancora oggi
Ogni fonte misura lo stesso stretto con il proprio metro. Riportando tutte le stime alla loro stessa base prebellica, la distanza tra Washington e chi conta le navi diventa evidente.

0Quota dei livelli prima della guerra100%

Che cosa è stato rimosso dal corridoio principale

Oggetti simili a mine
Vere mine navali

Sommozzatori, Navy SEAL, droni subacquei e contractor privati hanno tirato su oltre 200 oggetti. Secondo funzionari americani soltanto 11 erano mine, e poche erano state posate correttamente.

Il prezzo della guerra
Il petrolio non è arrivato a 150 dollari, ma tutto quello che gli sta intorno costa di più
Le previsioni più nere non si sono avverate: i modelli non avevano tenuto conto delle rotte alternative per far uscire il greggio dal Golfo né del calo delle importazioni cinesi.

Prezzo del Brent in dollari al barile. I tre valori sono quelli citati dalle fonti: la linea tra i punti è indicativa.

Le esportazioni iraniane di greggio e condensati

Barili al giorno. Il blocco navale americano dei porti iraniani ha tolto a Teheran quasi nove decimi delle proprie vendite.

Come ci siamo arrivati
Da operazione contro il programma nucleare a scontro per il controllo del passaggio
Tocca una data per aprire il dettaglio.

Il conto
Quanto costa tenere aperto lo Stretto
Le cifre ufficiali e quelle che circolano dentro il Pentagono non coincidono.

Fonti Axios, Wall Street Journal, Lloyd’s List Intelligence, CENTCOM, Clarksons Research, NBC News, Human Rights Activists News Agency, Amnesty International · agosto 2026
Nota Le stime sul traffico marittimo sono in contrasto tra loro: i valori riportati sono quelli dichiarati da ciascuna fonte.

Washington riapre il canale, ma i tracker frenano l'ottimismo


Da allora l'esercito americano ha lavorato per riaprire autonomamente la rotta. Una task force statunitense, insieme agli Emirati Arabi Uniti, ha cominciato a scortare le navi lungo il canale meridionale, garantendo copertura aerea e intercettando droni e missili da crociera iraniani. Una campagna di bombardamenti durata due settimane ha ridotto la capacità dei Guardiani di colpire le imbarcazioni in transito, mentre Washington ha ripristinato il blocco navale dei porti iraniani.

Le operazioni di sminamento hanno coinvolto sommozzatori della Marina, Navy SEAL, droni subacquei e di superficie e contractor privati: dal corridoio principale sono stati rimossi oltre 200 oggetti simili a mine, ma secondo funzionari americani soltanto 11 erano vere mine e poche erano state posate correttamente. "Le rotte internazionalmente riconosciute nello Stretto sono libere dalle mine iraniane", ha comunque dichiarato l'ammiraglio Brad Cooper, comandante del CENTCOM, in un video pubblicato giovedì sera.

Cooper ha aggiunto che negli ultimi mesi le forze americane hanno assistito quasi 1.500 navi mercantili che trasportavano circa 750 milioni di barili di greggio. "L'Iran è stato avvisato che qualsiasi nave o imbarcazione che posi nuove mine sarà immediatamente e sistematicamente distrutta", ha avvertito Cooper. Trump ha poi rilanciato lo stesso messaggio su Truth Social.

L'Iran continua comunque ad attaccare le navi, anche se con una capacità di mira limitata: secondo un funzionario americano, soltanto il 2% delle imbarcazioni transitate nell'ultimo mese è stato colpito. Il traffico nel canale meridionale sarebbe così salito a 20-30 petroliere per notte, per una media di 9-10 milioni di barili, vale a dire circa la metà dei volumi prebellici. Esperti del mercato petrolifero e società che monitorano le petroliere dubitano però che i flussi siano così elevati, mentre i funzionari americani sostengono che i tracker li stiano sottostimando. Le periodiche segnalazioni di petroliere colpite continuano inoltre ad alimentare dubbi sulla reale sicurezza del passaggio.

I dati raccolti dal Wall Street Journal descrivono infatti una situazione meno rosea. Il traffico attraverso lo Stretto, che prima della guerra era in media di circa 130 navi al giorno, è sceso a 15 al giorno in agosto, tra gli attacchi iraniani e il blocco americano dei porti di Teheran. Lloyd's List Intelligence, che utilizza come riferimento una media prebellica di 85 transiti quotidiani, ne ha contati appena 3 il 23 agosto. Le due parti hanno cercato di imporre rotte diverse: l'Iran vicino alla propria costa, gli Stati Uniti lungo un canale che costeggia l'Oman, dove si è concentrata la maggior parte degli attacchi. Le esportazioni iraniane di greggio e condensati, secondo il Journal, sono allo stesso tempo scese a circa 280.000 barili al giorno a maggio, dagli oltre 2,2 milioni di febbraio.

Le previsioni di un prezzo del petrolio oltre i 150 dollari non si sono avverate, anche perché i modelli non avevano tenuto pienamente conto delle rotte alternative per far uscire il greggio dal Golfo e della riduzione delle importazioni cinesi. Il Brent resta comunque vicino ai 90 dollari, la benzina americana è passata da 2,98 a circa 4 dollari al gallone e la riserva strategica statunitense è scesa sotto i 300 milioni di barili, ai livelli più bassi dal 1983. Secondo Clarksons Research, noleggiare una superpetroliera dal Golfo alla Cina costa ormai oltre 500.000 dollari al giorno, più del doppio rispetto a prima della guerra.

L'operazione americana mostra comunque segnali di progresso. Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Kuwait hanno aderito, l'Arabia Saudita dovrebbe seguire e Washington spera che il Qatar cominci presto a far transitare le proprie metaniere lungo la rotta protetta. Entro metà settembre gli Stati Uniti puntano ad ampliare il canale principale in modo che almeno 50 navi possano entrare e uscire dal Golfo ogni notte, con l'obiettivo di riportare le esportazioni al 60-70% dei livelli prebellici.

Teheran cerca mediatori, Trump non vuole trattare


Due fonti regionali hanno detto ad Axios che negli ultimi giorni l'Iran ha mostrato un rinnovato interesse per i negoziati. Domenica il comandante dell'esercito pakistano Asim Munir è stato visto a Teheran nel tentativo di rilanciare la mediazione, seguito nei giorni successivi dal Ministro degli Esteri dell'Oman e, giovedì, dal primo ministro del Qatar, arrivato su richiesta iraniana. In pubblico, però, Teheran non ha cambiato posizione: chiede che gli Stati Uniti applichino il Memorandum e presentino condizioni per la riapertura dello stretto.

Trump, per ora, sostiene di non voler trattare. "Non voglio incontrarli, sono loro a volerlo. In realtà stanno implorando un accordo", ha scritto giovedì su Truth Social. L'inviato americano Steve Witkoff continua però a parlare con i qatarioti e con gli altri mediatori: i negoziatori americani vogliono capire se il blocco, la pressione economica e il crescente vantaggio nello stretto finiranno per ammorbidire la posizione di Teheran. Per Washington il Memorandum del 17 giugno non è più rilevante e i colloqui tra Oman e Iran su una nuova gestione dello Stretto vengono trattati come un elemento secondario.

La guerra ha, intanto, già ridisegnato gli equilibri della regione. Turchia, Arabia Saudita e Pakistan hanno firmato il 7 agosto alla Mecca un patto di difesa collettiva, mentre gli attacchi contro più di 20 siti americani, compresa la base navale in Bahrein, hanno spinto il Pentagono a rivedere l'intera presenza militare statunitense nel Golfo. Il costo dell'operazione, secondo il segretario alla Difesa Pete Hegseth, aveva raggiunto 37,5 miliardi di dollari a luglio, prima dell'ultima ondata di raid, mentre stime interne del Pentagono riportate da NBC News, che includono la riparazione delle basi e il rimpiazzo di aerei e munizioni, arrivano a 80-100 miliardi.

In Iran sono morte più di 3.600 persone secondo la Human Rights Activists News Agency. Dall'inizio della guerra hanno perso la vita anche 18 militari americani, mentre Amnesty International aveva documentato almeno 28 civili uccisi nei Paesi arabi del Golfo fino al 3 giugno.


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☕ CYBERBRIEFING — Martedì 1 settembre 2026

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La rassegna stampa di martedì 1 settembre 2026


Il segretario dell'Esercito Driscoll si dimette dopo lo scontro con Hegseth, la Corte suprema autorizza la sala da ballo della Casa Bianca e gli Stati Uniti ottengono il controllo sul petrolio venezuelano, mentre cala il consenso per Trump con la tensione sull'Iran

Questa è la rassegna stampa di martedì 1 settembre 2026

Il segretario dell'Esercito Driscoll si dimette dopo lo scontro con Hegseth


Dan Driscoll, il più giovane segretario dell'Esercito nella storia degli Stati Uniti, ha rassegnato le dimissioni dopo mesi di tensioni con il segretario alla Difesa Pete Hegseth sulla gestione della forza armata. Vicino al vicepresidente JD Vance e reduce da un ruolo diplomatico nei negoziati tra Russia e Ucraina, lascia l'Esercito privo dei suoi principali vertici civili e militari confermati dal Senato.

Fonti: The Hill, The New York Times, Axios

La Corte suprema autorizza la costruzione della sala da ballo alla Casa Bianca


Con una decisione di 5 a 4, la Corte suprema ha permesso all'Amministrazione Trump di proseguire i lavori per la nuova sala da ballo della Casa Bianca, stimata in almeno 600 milioni di dollari. Il presidente della Corte John Roberts, insieme ai giudici progressisti, ha espresso dissenso definendo la costruzione «probabilmente illegale», pur riconoscendo che l'associazione ricorrente difficilmente ha titolo per impugnare il progetto.

Fonti: Axios, The Wall Street Journal, The Hill

Gli Stati Uniti ottengono il controllo sul petrolio venezuelano in un accordo storico


Washington ha definito i termini di un'intesa per esercitare un ampio controllo sulle riserve petrolifere del Venezuela, ottenendo il diritto di prelazione su una quota significativa del greggio e un potere di veto sulle nomine del consiglio di amministrazione. Il Pentagono, attraverso un ufficio nato sotto l'Amministrazione Biden, sta contribuendo a guidare l'operazione, anche se secondo alcuni esperti il petrolio venezuelano non ridurrà i prezzi della benzina nel breve periodo.

Fonti: The New York Times, Bloomberg

Cala il consenso per Trump mentre cresce la tensione con l'Iran


Il gradimento del presidente Donald Trump è sceso a un nuovo minimo, appesantito dal costo del conflitto con l'Iran, secondo un sondaggio. Il presidente ha minacciato di «colpire duramente» Teheran, mentre gli analisti restano scettici sulla reale volontà della Casa Bianca di intensificare uno scontro dispendioso; nel frattempo alcuni raid statunitensi avrebbero preso di mira un nuovo tipo di mina navale iraniana.

Fonti: The Hill, Semafor, The New York Times

Scontro tra il vicepresidente Vance e il candidato democratico El-Sayed in Michigan


Durante un comizio a Detroit, il vicepresidente JD Vance ha definito «molto, molto malvagio» Abdul El-Sayed, candidato democratico al Senato in Michigan, invitandolo a tenere il nome della moglie «fuori dalla sua bocca». El-Sayed ha replicato agli attacchi e, secondo un nuovo sondaggio, è in leggero vantaggio sull'avversario repubblicano, l'ex deputato Mike Rogers, nella corsa per il seggio.

Fonti: The Wall Street Journal, The New York Times, The Hill

Trump annuncia accordi con nove case farmaceutiche per abbassare i prezzi dei farmaci


Il presidente Trump ha annunciato intese con nove aziende farmaceutiche per ridurre i prezzi dei medicinali nell'ambito del programma Medicaid. L'iniziativa amplia gli sforzi dell'Amministrazione per contenere la spesa sanitaria pubblica, con le società che si sono impegnate ad abbassare i costi.

Fonti: The Hill, Bloomberg

L'Amministrazione intensifica la stretta sull'immigrazione tra i camionisti


I funzionari dell'Amministrazione Trump stanno inasprendo il giro di vite migratorio sui conducenti di camion commerciali, chiudendo scuole guida, trattenendo autisti stranieri e chiedendo agli Stati i dati dei conducenti. La mossa apre un nuovo fronte di conflitto con gli Stati governati dai democratici.

Fonti: The Wall Street Journal

Un miliardario brasiliano dietro il piano di Trump per esentare la carne dai dazi


Joesley Batista, azionista del colosso della carne JBS, ha incontrato il presidente Trump il giorno prima che questi annunciasse un piano per esentare le importazioni di carne bovina dai dazi. La decisione ha irritato gli agricoltori e gli allevatori statunitensi.

Fonti: The Wall Street Journal

Condannato dopo trent'anni l'uomo che orchestrò l'omicidio di Tupac Shakur


Una giuria del Nevada ha riconosciuto Duane «Keffe D» Davis, ex leader di una gang di Compton, colpevole di omicidio di primo grado per aver orchestrato la sparatoria che nel 1996 uccise il rapper Tupac Shakur. È la prima condanna nella vicenda, arrivata dopo circa tre ore di camera di consiglio e anni di dichiarazioni contraddittorie dello stesso imputato.

Fonti: The New York Times, The Wall Street Journal, Fox News

Rimosso il divieto di interferenza politica al Census Bureau dopo un rapporto controverso


Dopo che il Census Bureau ha diffuso un rapporto collegato a un centro studi vicino a Trump, l'agenzia che lo controlla ha eliminato dalla propria politica sull'integrità scientifica il linguaggio che vietava le interferenze politiche. La vicenda alimenta i timori sull'indipendenza delle statistiche ufficiali statunitensi.

Fonti: NPR

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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ICYMI: Updates from the 8/30 Meeting


ICYMI

Arizona – The Blase Henry write-in campaign is gaining momentum with yard signs now in hand for placement around Arizona’s Legislative District 17, alongside plans for a rally at Naranja Park in Oro Valley on either the 7th or 14th, and a confirmed trip to a Saber practice in Tempe on September 9th.

In response to the federal agent incursion into the Tohono O’odham nation, the group explored a solidarity rally but learned any such event must be led by an enrolled tribal member, so they’re now looking for alternative ways to support. Members agreed, with little debate, to move forward with regular library tabling and canvassing for both the AZPP and the write-in campaign.

Merch production is moving slowly, though the group is prioritizing delivery of t-shirts to contest winners before tackling broader output.

Finally, the AZPP discussed Tucson as a possible host city for the PNC Conference, outlining what hosting would require and what the city could offer.

Coalition – Our coalition with the United States Transhumanist Party, All Hands for a Free Future, will be discussed during the Sept. 13th meeting. Concerns regarding the democratic structure of our partner organization has led to members wishing to review our partnership. Long live the Handies? Join us on 9/13.

Florida – The FLPP postponed their meeting from this Saturday to today, Monday 8/31.

Goldbacks – Guest from the USTP and PR Director candidate Daniel Twedt brought up Goldbacks as a form of alternative currency. While discussion was limited (this was brought up towards the end of the meeting, following a motion to adjourn), this is still a Pirate-adjacent issue brought to our attention.

While this would be better brought to our Platform committee, we do appreciate the excitement behind the suggestion as it was brought to our attention.

Illinois – The next ILPP meeting will take place 9/13, one hour prior to the USPP’s PNC meeting the same day. The Midlothian Village Board of Trustees campaign will see a visit to the Cook County Clerk to discuss action plans moving toward on Wednesday.

Indiana – No attendee, nothing to report.

Maryland – The MDPP have been working on tasks assigned from their last meeting, with the next meeting scheduled for Sept. 6th. Come over for a BBQ! (You’ll eat well!)

Massachusetts – The MAPP are planning camera walks and tabling at the upcoming Anarchist Bookfair. More news to come.

Ohio – Significant updates to the Ohio Pirate Party website have been made. The OHPP will meet again on Thursday, 9/3, at 5:30pmET, scheduled to discuss bylaws, platform, frequency of future meetings, etc etc.

Outreach – Outreach met this week to discuss templates for different materials that every state party can use, such as pamphlets, flyers, business cards, etc.

During their next meeting, there will be a Q&A for state parties to discuss what works and doesn’t work in terms of support from the national party and outreach in general. This meeting is scheduled for Thursday, 9/10.

Platform – Our platform committee met to discuss a “Bodily Autonomy” plank, which is scheduled to be presented to the PNC during our Sept. 13th meeting. Next on platform’s agenda, following the Bodily Autonomy plank, is discussing Native American relations and a potential broadening of an environmental plank.

Pennsylvania – No attendee, nothing to report.

Pirate National Committee – The PNC voted to approve meeting minutes from the last meeting, 8/23. The PNC will not meet next week, 9/6, due to the holiday weekend.

Pirate National Conference – The 2027 Pirate National Conference location will be officially voted on during the shaping-up-to-be-jam-packed Sept. 13th meeting.

PR Director – As of tomorrow, Sept. 1st, the position of PR Director will be vacant. Due to a timing and communication conflict, the position will still be vacant, but will not be filled until, you guessed it, the Sept. 13th meeting.

Young Pirates USA – the next Young Pirates USA meeting will take place on Wednesday, Sept. 2nd at 8:30pmCT.


That’s it! The Sept. 13th meeting is shaping up to be a three hour affair (unironically), so please buckle up and rest up during this week off. You can catch up on all you missed by watching the meeting here.


uspirates.org/icymi-updates-fr…

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X scopre 200 account cinesi che spingevano le proteste contro i data center


La rete cercava di amplificare le paure per bollette e consumi energetici, ma i sondaggi mostrano che l'opposizione alle infrastrutture per l'AI è già ampiamente diffusa negli Stati Uniti.

Circa 200 account riconducibili a una presunta fabbrica di bot cinesi hanno cercato di spingere gli americani a opporsi ai data center per l'intelligenza artificiale, ha reso noto X giovedì sera. Il team di sicurezza della piattaforma ha indagato su profili sospettati di partecipare a operazioni di influenza provenienti dalla Cina e ne ha individuati 200.000. Tra questi, circa 200 pubblicavano contenuti "in un modo che potrebbe manipolare un dibattito legittimo sulla politica americana in materia di intelligenza artificiale ed energia". I post sostenevano che i data center mettessero sotto pressione la rete elettrica e facessero aumentare le bollette e comprendevano "vignette che ritraevano i gestori dei data center mentre si arricchiscono a spese del pubblico".

The X Safety team conducted an investigation into suspected Chinese inauthentic accounts involved in influence operations:

We identified a bot farm of approximately 200,000 accounts. Within this farm, we found 200 accounts posting in a manner that could manipulate a legitimate… pic.twitter.com/Mj0SqerdlH
— Global Government Affairs (@GlobalAffairs) August 28, 2026


Il Congresso cerca la mano di Pechino


I repubblicani al Congresso indagano da mesi sulle campagne di influenza degli avversari stranieri, convinti che Pechino stia cercando di rallentare Washington nella corsa ai sistemi di intelligenza artificiale più avanzati. Il 4 giugno i presidenti della Commissione Energia e Commercio della Camera hanno scritto al direttore dell'FBI Kash Patel e ai consiglieri della Casa Bianca per la scienza e la tecnologia chiedendo un briefing sulle presunte operazioni di propaganda di Cina, Russia e Iran contro lo sviluppo dell'intelligenza artificiale e l'espansione dei data center. La lettera citava diversi rapporti, tra cui uno secondo il quale le campagne di opposizione avrebbero ritardato o bloccato progetti per circa 45,8 miliardi di dollari nella sola Virginia.

A giugno OpenAI aveva reso noto di aver smantellato due reti clandestine collegate alla Cina che utilizzavano ChatGPT per produrre contenuti destinati a influenzare il dibattito americano sui consumi energetici dell'intelligenza artificiale e sui dazi nel settore tecnologico. Una delle due generava, a partire da richieste scritte in cinese semplificato, vignette sulle bollette gonfiate dai data center, secondo uno schema analogo a quello delle immagini ora segnalate da X. Le campagne non avevano ottenuto una diffusione significativa, ma indicavano il tentativo di attori stranieri di sfruttare le preoccupazioni economiche degli americani.

Propaganda e opinione pubblica

I bot cinesi non spiegano la rivolta americana contro i data center


X ha individuato duecento account cinesi che spingevano gli americani a opporsi ai data center per l'intelligenza artificiale. Ma l'opposizione era già maggioritaria: in quattro mesi è cresciuta di dodici punti ed è oggi trasversale ai tre schieramenti.

Grafica di FocusAmerica30 agosto 2026


Su circa 200.000 account cinesi non autentici individuati da X, 200 pubblicavano contenuti sui data center. I contrari a un data center nella propria zona sono passati dal 49% di febbraio-marzo al 61% di giugno-luglio (Annenberg Public Policy Center); i favorevoli sono scesi dal 21% al 14%. L'opposizione riguarda il 69% dei democratici, il 54% dei repubblicani e il 53% degli indipendenti. Per Economist/YouGov, il 24% degli americani giudica i nuovi data center un bene per il Paese e il 47% un male.


L'indagine di X, 28 agosto 2026

Account individuati
0

Quelli sui data center
0

Profili cinesi non autentici trovati dal team di sicurezza della piattaforma
Pubblicavano contenuti sui data center e sulla politica energetica americana

1 su 1.000Ogni punto vale 200 account. Uno solo, in rosso, riguardava i data center.

Il salto

In quattro mesi i contrari sono passati dal 49% al 61%


Quota di americani che si dichiara contraria o favorevole alla costruzione di un data center nella propria zona. Rilevazioni dell'Annenberg Public Policy Center su 1.320 adulti.

Nessuna eccezione

L'opposizione è maggioritaria in tutti e tre gli schieramenti


Contrari a un data center nella propria zona, per appartenenza politica. Tocca una riga per evidenziare il dato.

Il giudizio sul Paese

Solo un americano su quattro considera i data center un bene


Risposte alla domanda se la costruzione di nuovi data center faccia bene o male agli Stati Uniti. Sondaggio Economist/YouGov su 1.536 adulti, 21-24 agosto 2026.

Come ci siamo arrivati

Tre mesi di allarmi, sondaggi e inchieste


Tocca una data per aprire la scheda.

Duecento account non spostano dodici punti di opinione pubblica in quattro mesi. La propaganda straniera, se ha agito, si è innestata su un malcontento che era già maggioritario e che attraversa i due partiti.

Fonti: X, Global Government Affairs (28 agosto 2026); Annenberg Public Policy Center, University of Pennsylvania (1.320 adulti, 16 giugno - 19 luglio 2026); Economist/YouGov (1.536 adulti, 21-24 agosto 2026); Data Center Watch; Axios; OpenAI.

Un'opposizione che esisteva già


Democratici e repubblicani sostengono però sempre più spesso moratorie sui data center e, a livello locale, hanno fatto propria la logica del "non nel mio cortile" nei confronti di queste enormi infrastrutture. La resistenza è diventata un rischio finanziario per l'intero settore, osserva Madison Mills di Axios: diverse banche di Wall Street hanno citato di recente l'opposizione politica tra i rischi per un comparto che, per continuare a crescere, ha bisogno di nuovi impianti e di una capacità di calcolo sempre maggiore.

Per Jim Prosser, consulente di comunicazione della Silicon Valley ed ex responsabile della comunicazione aziendale di Twitter, la tesi della "operazione psicologica cinese" è il nuovo argomento con cui le grandi aziende tecnologiche cercano di cambiare la conversazione sui data center, una strategia che giudica "preoccupante e frustrante". "Se riesci a mettere d'accordo Greg Abbott e Kathy Hochul su qualcosa, probabilmente non è un'operazione psicologica cinese e probabilmente non è un'allucinazione collettiva", ha detto ad Axios, riferendosi al governatore repubblicano del Texas e alla governatrice democratica di New York. "Se sei un venture capitalist di Atherton o Menlo Park che spiega come dovrebbe sentirsi qualcuno in Ohio e in Ohio non ci sei mai stato, il problema sei tu".

I sondaggi confermano almeno l'ampiezza dell'opposizione. Il 61% degli americani è contrario alla costruzione di nuovi data center nella propria zona, secondo una rilevazione dell'Annenberg Public Policy Center della University of Pennsylvania pubblicata il 12 agosto e condotta tra giugno e luglio: 12 punti in più rispetto alla precedente indagine dello stesso centro, svolta tra febbraio e marzo. L'opposizione è maggioritaria tra i democratici (69%), ma anche tra i repubblicani (54%) e gli indipendenti (53%). Un sondaggio Economist/YouGov pubblicato martedì va nella stessa direzione: solo il 24% degli americani considera i nuovi data center un bene per il Paese, mentre il 47% li considera un male.

Sui social circolano inoltre numerosi video di residenti che partecipano in massa alle riunioni dei consigli locali per opporsi alla costruzione dei data center. L'eventuale propaganda cinese si è quindi innestata su un malcontento già esistente, che i 200 account individuati da X non bastano da soli a spiegare.

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Sony e Warner fanno causa ad Anthropic per il copyright musicale


Gli editori accusano la società di aver usato senza autorizzazione decine di migliaia di composizioni per addestrare Claude e chiedono fino a 150.000 dollari per ogni opera violata.

Sony Music Publishing e Warner Chappell Music, le divisioni editoriali dei due gruppi musicali, hanno depositato nella tarda serata di venerdì una causa contro Anthropic davanti al tribunale federale della California settentrionale. Il ricorso indica tra i destinatari della causa anche l'amministratore delegato Dario Amodei e il cofondatore Benjamin Mann e definisce la condotta della società, che sviluppa i modelli di intelligenza artificiale Claude, "uno dei più grandi e più sfacciati furti di proprietà intellettuale della storia, tuttora in corso". Anthropic non ha commentato.

La causa si distingue dalle precedenti per la sua portata. Sony e Warner sostengono infatti che Anthropic abbia addestrato i propri modelli senza autorizzazione utilizzando "decine di migliaia" di composizioni protette dal diritto d'autore, mentre le azioni intentate finora riguardavano cataloghi più limitati: quella di BMG, per esempio, contesta la violazione del copyright su 493 composizioni. Nelle 48 pagine del ricorso, i legali accusano Anthropic di aver condotto "una campagna sfacciata di torrenting, scraping e download illegali di opere protette su scala massiccia" per sviluppare la serie di modelli Claude e "trarne profitti enormi". Sostengono inoltre che la società abbia estratto testi di canzoni anche da archivi autorizzati come Musixmatch e LyricFind.

I ricorrenti chiedono fino a 150.000 dollari di risarcimento per ogni opera violata, oltre a 25.000 dollari per ogni rimozione delle informazioni sul copyright. Con questa causa tutte e tre le major discografiche hanno ora contenziosi aperti contro Anthropic: anche Universal è in causa contro la società dal 2023 insieme a Concord e ABKCO.

Il precedente da 1,5 miliardi di dollari


L'accusa di aver utilizzato materiale piratato non è nuova per Anthropic. Nel settembre 2025 la società aveva accettato di pagare 1,5 miliardi di dollari ad autori ed editori di libri per chiudere un contenzioso sul copyright, in quella che è stata definita la più grande transazione di questo tipo nella storia degli Stati Uniti. Il diritto d'autore musicale, spiega Sara Fischer di Axios, è strutturato in modo da poter esporre le società di intelligenza artificiale a più cause per la stessa canzone.

Un brano comprende infatti diverse componenti tutelate separatamente, tra cui il testo, la composizione e la registrazione, i cui diritti possono essere detenuti da artisti, editori musicali ed etichette. Le canzoni pubblicate commercialmente, ciascuna con il proprio copyright registrato, offrono inoltre ai ricorrenti una base solida per chiedere i danni statutari, cioè risarcimenti stabiliti dalla legge che non richiedono di dimostrare in tribunale l'entità della perdita economica subita.

L'industria musicale ha una lunga storia di battaglie giudiziarie sul diritto d'autore, dagli anni di Napster e LimeWire in poi, e questa causa apre un nuovo fronte di uno scontro che potrebbe protrarsi per anni. Per Anthropic, che ha già pagato una somma considerevole per chiudere il contenzioso con autori ed editori di libri, la frammentazione dei diritti musicali rappresenta un rischio ulteriore: una stessa canzone può dare origine a più rivendicazioni distinte, presentate da diversi titolari dei diritti.

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Cuba accelera le riforme economiche sotto la pressione di Trump


Le imprese private potranno importare ed esportare senza più passare dallo Stato, mentre gli investitori stranieri assumere direttamente.

Cuba si prepara ad allentare alcuni dei controlli più rigidi sulla sua economia comunista. Le imprese private potranno così commerciare direttamente con le aziende straniere, mentre gli investitori esteri potranno assumere lavoratori senza passare attraverso un'agenzia statale e avranno maggiori possibilità di sviluppare progetti immobiliari sull'isola. Le misure, che potrebbero entrare in vigore già questa settimana, traducono in legge le riforme approvate a giugno e arrivano mentre l'Amministrazione Trump sta aumentando sempre di più la pressione sul Paese, con un blocco petrolifero in vigore da gennaio e nuove sanzioni.

Carlos Luis Jorge Méndez, vice Ministro del Commercio Estero e degli Investimenti Esteri, ha spiegato in un'intervista esclusiva a USA Today all'Avana che si tratta di alcune delle più importanti tra le 176 riforme economiche approvate all'unanimità dall'Assemblea Nazionale il 18 giugno. Secondo Méndez, segnano un cambiamento destinato a durare, non un nuovo esperimento temporaneo con l'impresa privata. "Questo rafforza l'idea che Cuba si stia aprendo", ha detto. "È un processo reale, è per davvero. Non è una manovra retorica".

Le imprese private potranno così gestire direttamente importazioni ed esportazioni e, salvo alcune eccezioni, importare liberamente i beni di cui hanno bisogno. Sarà, inoltre, eliminato l'obbligo per gli investitori stranieri di assumere lavoratori attraverso lo Stato cubano e verranno ampliati i diritti degli stranieri nello sviluppo di progetti immobiliari. Tutte le riforme dovrebbero essere tradotte in legge entro la fine dell'anno.

Le cautele sulla reversibilità delle riforme


Quando furono annunciate a giugno, le misure furono accolte favorevolmente da alcuni analisti e imprenditori statunitensi e cubani, mentre il governo americano le liquidò come un’operazione di facciata. John Kavulich, presidente dello U.S.-Cuba Trade and Economic Council, associazione commerciale che si occupa dei rapporti con Cuba dal 1994, ha detto a USA Today che la direzione intrapresa rappresenta “una buona traiettoria”. Ha però avvertito che, senza una modifica della Costituzione, le riforme restano reversibili, come dimostrato da alcune aperture introdotte durante il disgelo con l’Amministrazione Obama e successivamente ritirate.

“La Costituzione cubana dovrà essere adeguata e non c’è molto tempo per farlo”, ha aggiunto Kavulich. Méndez sostiene invece che le trasformazioni in corso stiano modificando il funzionamento dell’economia cubana “in modo così profondo che sarà molto difficile tornare indietro”. La svolta arriva in una fase di forte tensione con Washington. I colloqui diretti tra i due Paesi si sono interrotti, ha confermato Méndez, e potranno riprendere soltanto se verrà individuato un terreno comune. “Manteniamo la nostra posizione, ma siamo disposti a continuare il dialogo”, ha detto.

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Il direttore della CIA ha proposto un vertice a tre tra Trump, Putin e Zelensky


Il direttore della CIA ha avanzato l'ipotesi durante la missione riservata a Mosca. Washington vede nell'FSB un possibile canale per riaprire i negoziati, mentre Kyiv teme una nuova offensiva russa.

Il direttore della CIA John Ratcliffe ha proposto un incontro a tre tra il presidente statunitense Donald Trump, il presidente russo Vladimir Putin e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky durante il suo viaggio riservato compiuto martedì a Mosca, nel tentativo di rilanciare gli sforzi per porre fine alla guerra. Lo ha rivelato Axios, citando due fonti informate. È la prima volta che Ratcliffe interviene personalmente nei difficili negoziati in corso per un cessate il fuoco tra Russia e Ucraina. La missione serviva anche a capire se i vertici dell'intelligence russa potessero contribuire a convincere Putin a riprendere i negoziati mediati dagli Stati Uniti.

A Mosca Ratcliffe ha incontrato i suoi omologhi Sergey Naryshkin, direttore dell'SVR, il servizio di intelligence estera russo, e Alexander Bortnikov, direttore dell'FSB, il servizio di sicurezza interno. Secondo il New York Times, ha consegnato a Bortnikov "una valutazione cupa" dell'andamento della guerra e ha esortato la Russia a raggiungere un accordo prima che la sua situazione peggiori. Le fonti di Axios aggiungono che Ratcliffe è uscito dall'incontro convinto che Bortnikov sia un interlocutore costruttivo, in grado di contribuire alla ripresa degli sforzi diplomatici.

Trump ha definito la visita "ordinaria amministrazione" e ha precisato che non aveva lo scopo di mettere in guardia Mosca da un eventuale attacco russo contro il territorio dei Paesi della NATO. CNN e CBS News, citando persone informate sui colloqui, sostengono però che Ratcliffe abbia effettivamente trasmesso quell'avvertimento. Naryshkin ha confermato pubblicamente l'incontro, definendolo "parte regolare del lavoro". La CIA non ha commentato.

La proposta di un vertice a tre e lo scetticismo di Kyiv


Venerdì funzionari americani hanno informato Zelensky dei colloqui di Mosca e della proposta di un vertice trilaterale, un'ipotesi che l'Amministrazione Trump aveva già avanzato in passato. Zelensky si era detto disponibile, mentre Putin l'aveva respinta categoricamente. Il presidente ucraino ha ringraziato gli Stati Uniti per "il tono della conversazione con la Russia" e ha affermato che l'Amministrazione Trump "sta portando avanti una visione realistica di ciò che va fatto e ottenuto".

Kyiv resta però molto scettica sulle reali intenzioni di Putin. Pavlo Palisa, vice capo di gabinetto dell’ufficio di Zelensky, ha detto venerdì ai giornalisti che il presidente russo avrebbe ordinato ai suoi vertici militari di preparare diversi scenari operativi per una nuova offensiva nel nord dell’Ucraina, con le regioni di Kyiv e Chernihiv tra le possibili direttrici principali. Palisa ha tuttavia precisato che, al momento, non si osservano segnali della formazione di una forza d’attacco destinata a operare in quella zona.

I negoziati mediati da Washington sono però fermi da metà febbraio, ovvero da quando è iniziata la guerra con l'Iran, e da allora gli inviati della Casa Bianca Steve Witkoff e Jared Kushner hanno tenuto colloqui separati con le delegazioni russa e ucraina, ottenendo ben pochi progressi. Kyrylo Budanov, capo di gabinetto dell'ufficio di Zelensky, ha detto giovedì ai media locali che i colloqui diretti tra Russia e Ucraina potrebbero riprendere a settembre.


Missione segreta della CIA a Mosca: il vero messaggio di Trump a Putin


La missione diplomatica di John Ratcliffe in Russia era talmente riservata che nemmeno alcuni alti funzionari della Casa Bianca ne erano al corrente. Secondo il Wall Street Journal, Donald Trump ha inviato personalmente a Mosca il direttore della CIA, tenendo all'oscuro della missione e del messaggio da consegnare al Cremlino anche collaboratori fidati e vertici militari che normalmente sarebbero stati informati. Ratcliffe è arrivato martedì dalla Lettonia a bordo di un C-17 militare senza insegne e ha incontrato Sergei Naryshkin, direttore dell'intelligence estera russa. Il Cremlino ha precisato che non ha invece visto Vladimir Putin. La notizia del viaggio ha spinto i funzionari europei a cercare rapidamente informazioni sui colloqui.

Due funzionari europei, una volta informati, hanno riferito che Ratcliffe ha ribadito ai suoi interlocutori dell'intelligence russa l'impegno degli Stati Uniti nei confronti dell'Articolo 5 della NATO, in base al quale un attacco contro un Paese membro è considerato un attacco contro tutti. Il Wall Street Journal aveva già riportato che il direttore della CIA aveva avvertito Mosca di non attaccare Paesi dell'Alleanza.

La visita arriva dopo recenti valutazioni dell'intelligence secondo cui la Russia potrebbe mettere alla prova la NATO entro pochi anni. Funzionari europei hanno inoltre avvertito che Mosca avrebbe accumulato droni ucraini in vista di una possibile operazione sotto falsa bandiera contro gli Stati del fianco orientale. Trump, però, ha detto giovedì ai giornalisti di non essere preoccupato: Putin "non attaccherà territorio NATO".

Stati Uniti · Russia · NATO

Trump ha mandato il capo della CIA a Mosca con un messaggio riservato sull’Articolo 5

John Ratcliffe è arrivato a Mosca su un aereo militare senza insegne. Della missione non erano al corrente né alcuni alti funzionari della Casa Bianca né i vertici militari che di solito vengono informati.

Grafica di FocusAmerica 28 agosto 2026

La rotta della missione
Riga Mosca
Paesi NATO Russia e Bielorussia Ucraina e Moldova
Martedì. Un C-17 militare senza insegne decolla dalla Lettonia e porta a Mosca il direttore della CIA. Il viaggio non era stato annunciato.

La missione in tre numeri

1
Sola persona incontrata
Sergei Naryshkin, direttore dell’intelligence estera russa

0
Incontri con Putin
Il Cremlino ha precisato che il presidente russo non lo ha ricevuto

2030
L’anno che l’Europa teme
Quando Mosca potrebbe tornare in grado di attaccare la NATO

1

La missione

Un viaggio costruito per non lasciare tracce


Trump ha tenuto la missione dentro un cerchio ristretto: ne sono rimasti fuori anche i vertici militari che di solito vengono avvisati.

Quando
Martedì, con arrivo dalla Lettonia

Come
A bordo di un C-17 militare senza insegne

Chi ha incontrato
Sergei Naryshkin, direttore dell’intelligence estera russa

Chi non ha visto
Vladimir Putin

Chi lo sapeva
Nemmeno alcuni alti funzionari della Casa Bianca, collaboratori fidati e vertici militari

Chi l’ha saputo dopo
Gli europei, che hanno cercato in fretta informazioni sui colloqui

2

Il messaggio

Che cosa Ratcliffe ha detto ai russi


Quattro punti, consegnati di persona al capo dell’intelligence estera russa.

1

L’Articolo 5 resta in piedi
Gli Stati Uniti continuano a considerare un attacco contro un Paese membro come un attacco contro tutta l’Alleanza.

2

Non attaccate i Paesi della NATO
Un avvertimento che il direttore della CIA aveva già fatto arrivare a Mosca nelle settimane precedenti.

3

Chiudete i rapporti con l’Iran
Niente più legami economici o di sicurezza con Teheran, mentre Washington rafforza le sanzioni contro il regime.

4

E un’apertura sull’Ucraina
I due hanno parlato di una possibile ripresa dei negoziati. Secondo Kyrylo Budanov i colloqui diretti potrebbero ripartire a settembre.

3

Gli inviati

Trump ha già provato con quattro emissari


Prima di Ratcliffe, ogni canale aperto dalla Casa Bianca si è fermato senza risultati.

Steve Witkoff
Inviato speciale, mandato a Mosca più volte

Nessun accordo

Jared Kushner
Il genero del presidente, affiancato a Witkoff

Nessun accordo

Marco Rubio e Keith Kellogg
Il Segretario di Stato e l’allora inviato per l’Ucraina hanno visto entrambe le parti

Nessun accordo

Il vertice in Alaska
Agosto 2025. Per mesi Washington aveva spinto Kyiv a cedere le zone del Donetsk che la Russia non aveva conquistato

Nessun accordo

John Ratcliffe
Agosto 2026. Il canale passa all’intelligence: i contatti consolidati tra CIA e servizi russi, più la vicinanza personale a Trump

In corso

4

L’orizzonte

Quanto tempo separa l’Europa dal prossimo test russo


Le rassicurazioni pubbliche e le valutazioni dell’intelligence raccontano due tempi diversi.

Oggi
La guerra ibrida

Entro pochi anni
Il test dell’Alleanza

2030
L’esercito ricostruito

Droni, attacchi informatici e persino pacchi esplosivi contro i Paesi che sostengono Kyiv. I funzionari europei osservano che questa pressione cresce e che può far scoppiare una crisi molto più ampia senza che nessuno dichiari guerra.

Tre letture dello stesso rischio

“Putin non attaccherà territorio NATO”
Donald Trump, giovedì ai giornalisti: dice di non essere preoccupato

“Il rischio di un’invasione diretta è attualmente basso”
Andris Kulbergs, primo ministro lettone: il livello di minaccia militare per il Paese non è cambiato

“Putin ha una straordinaria tolleranza al rischio”
J.C. Lintzenich, German Marshall Fund: ma difficilmente scommetterà su azioni che possono mettere in pericolo lo Stato russo

Fonte Ricostruzione del Wall Street Journal; dichiarazioni di funzionari europei e statunitensi e del Cremlino; German Marshall Fund. Dati aggiornati al 28 agosto 2026.

Tra Ucraina e Iran, Trump cambia inviato e strategia?


Ratcliffe ha discusso con il suo omologo russo anche della possibile ripresa dei negoziati per porre fine all'invasione russa dell'Ucraina. Poco dopo Kyrylo Budanov, capo dell'ufficio presidenziale ucraino, ha detto che i colloqui diretti tra i due Paesi potrebbero ripartire a settembre. Ma il direttore della CIA avrebbe inoltre chiesto ai russi di non mantenere più legami economici o di sicurezza con l'Iran, mentre l'Amministrazione Trump cerca di intensificare la campagna di sanzioni contro Teheran.

Il presidente sembra comunque aver cambiato il proprio inviato dopo che i precedenti round negoziali, affidati ad altri inviati, non sono riusciti a fermare la guerra. Negli ultimi mesi Mosca ha intensificato gli attacchi contro l'Ucraina, rafforzato il sostegno al regime iraniano e resistito ai tentativi americani di migliorare i rapporti economici. Trump aveva inviato più volte a Mosca l'inviato speciale Steve Witkoff, poi affiancato dal genero Jared Kushner. Anche il Segretario di Stato Marco Rubio e l'ex inviato per l'Ucraina Keith Kellogg avevano incontrato rappresentanti delle due parti.

Il vertice in Alaska dell'agosto 2025, risultato di questi sforzi negoziali, però non aveva prodotto alcun accordo, anche se per mesi l'Amministrazione Trump aveva spinto Kyiv ad accettare la cessione unilaterale di territori orientali della regione di Donetsk nel Donbass che la Russia non aveva conquistato.

Ratcliffe ha già ottenuto in passato risultati nei rapporti con il Cremlino, tra cui la liberazione di ostaggi americani, e combina i tradizionali canali di comunicazione tra la CIA e i servizi russi con la sua vicinanza personale a Trump. Ha costruito il messaggio e lo ha consegnato personalmente perché Mosca comprendesse che gli sforzi per arrivare alla pace non distolgono Trump dagli impegni di sicurezza verso l'Europa, ha spiegato al Journal J.C. Lintzenich, ex alto funzionario dell'intelligence oggi al German Marshall Fund. "Putin ha una straordinaria tolleranza al rischio ed è persino disposto ad alzare il livello dello scontro per costringere l'altra parte a ridurlo, ma difficilmente scommetterà su azioni che potrebbero mettere in pericolo lo Stato russo".

I Paesi baltici rassicurano, ma l'Europa guarda al 2030


I leader del fianco orientale della NATO hanno cercato di ridimensionare i timori di una imminente aggressione russa. "Al momento non c'è motivo di preoccuparsi", ha detto in un video sui social il primo ministro lettone Andris Kulbergs. "Il livello di minaccia militare per la Lettonia non è cambiato. Il rischio di un'invasione diretta è attualmente basso". I funzionari europei osservano però che la Russia continua a condurre una guerra ibrida sempre più intensa contro gli alleati dell'Ucraina, attraverso droni, attacchi informatici e persino pacchi esplosivi: azioni che potrebbero innescare una crisi più ampia.

Secondo valutazioni americane ed europee, il Cremlino sta rivedendo i propri piani per un eventuale attacco militare contro la NATO dopo le enormi perdite subite in Ucraina, la carenza di armamenti e le difficoltà economiche. In Europa molti temono però che entro il 2030 la Russia possa tornare a rappresentare una minaccia convenzionale più seria, una volta ricostituite le proprie forze, mentre i Paesi europei saranno ancora impegnati a rafforzare le rispettive capacità militari, nonostante l'aumento delle spese militari.


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Ci sono compleanni che celebrano il passato. Quello di Altiero Spinelli no: il suo parla del futuro.

Nato a Roma il 31 agosto 1907, durante il confino fascista a Ventotene Spinelli scrisse con Ernesto Rossi il Manifesto che indicava nel superamento degli Stati nazionali sovrani e nella costruzione di una federazione europea la strada per impedire all’Europa di tornare a distruggersi. Suona familiare?

Quell’idea infatti non rimase un’utopia. Nel 1984 Spinelli portò al Parlamento europeo un progetto che prevedeva più poteri democratici per l’Unione, il superamento dell’unanimità, decisioni a maggioranza e competenze comuni anche in politica estera e sicurezza: il Parlamento lo approvò a larga maggioranza.

È difficile immaginare un filo più diretto con ciò per cui esiste Volt. Oggi noi infatti continuiamo quella stessa battaglia: per un’Europa federale, capace di decidere senza veti nazionali, con una vera politica estera, una difesa comune e istituzioni democratiche all’altezza delle sfide del continente.

Spinelli ci ha lasciato molto più di un’idea: ci ha lasciato un progetto politico ancora da completare. E noi lo realizzeremo. 💜🇪🇺

#AltieroSpinelli #Ventotene #FederalismoEuropeo #UnioneEuropea #EuropaUnita #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Trump di nuovo all'attacco dei media: nel mirino NBC News e i sondaggi


Trump chiede alla FCC di punire la giornalista Kristen Welker di NBC News per aver parlato di "risultati misti" nei suoi endorsement e di indagare sui "sondaggi falsi". Ma l'agenzia federale non ha il potere di sanzionare i giornalisti per le loro opinioni.

Donald Trump ha alzato nuovamente il tiro contro la stampa americana. In una serie di post pubblicati ieri mattina su Truth Social, il presidente ha chiesto alla Federal Communications Commission (FCC), l'agenzia federale che assegna e vigila sulle licenze radiotelevisive, di punire una delle giornaliste più note della NBC News e di intervenire contro i sondaggi diffusi dai media, a poche settimane dalle elezioni di metà mandato di novembre.

Il bersaglio principale è Kristen Welker, conduttrice del programma di approfondimento politico "Meet the Press". Parlando a WRC-TV, l'emittente affiliata a NBC News di Washington, Welker aveva detto che Trump "peserà molto sul risultato dei repubblicani in queste midterm" e aveva ricordato che i candidati da lui sostenuti nelle primarie avevano ottenuto "risultati misti". La giornalista aveva anche ricordato il successo recente di Darline Graham, nominata ad interim al Senato dopo la morte, a luglio, del fratello Lindsey e vincitrice martedì, con l'appoggio del presidente, del ballottaggio delle primarie repubblicane in South Carolina per quel seggio.

Trump ha reagito definendo Welker la "conduttrice impopolare" del "fu grande Meet the Press" e sostenendo che i candidati da lui appoggiati avrebbero vinto tra il 98% e il 100% delle volte. "A causa di questa inesattezza intenzionale, sarà segnalata alla FCC per un richiamo o una punizione", ha scritto il presidente, chiedendosi "come si possa permettere a qualcuno di dire una cosa simile usando frequenze pubbliche concesse gratuitamente".

In realtà, quest'anno una serie di candidati sostenuti da Trump ha perso le rispettive primarie o elezioni speciali. NBC News ha subito difeso Welker, premiata nel corso della sua carriera ed elogiata da esponenti di entrambi gli schieramenti per la moderazione del dibattito presidenziale del 2020 tra Trump e Joe Biden. "Kristen è una delle migliori del settore e le siamo accanto", ha dichiarato all'AFP un portavoce della rete.

I rapporti tra Trump e Welker sono tesi da tempo. A giugno il presidente aveva interrotto bruscamente un'intervista con la giornalista, alzandosi e lasciando la stanza dopo un acceso scambio sulla sua tesi secondo cui le primarie per il governatore della California sarebbero state truccate. "O sei disonesta o sei stupida", le aveva detto prima di andarsene.

Nel mirino anche i sondaggi


Nella stessa serie di post Trump ha attaccato anche le rilevazioni demoscopiche. "I sondaggi falsi usati dai nostri media corrotti sono fuori controllo, e bisogna fare qualcosa. FCC vieni in soccorso!", ha scritto. Diversi sondaggi recenti gli attribuiscono il livello di gradimento più basso dei suoi due mandati. L'ultima rilevazione Reuters/Ipsos lo colloca al 33%, mentre il sostegno alla guerra in Iran è sceso al 31% e il prezzo della benzina è salito da meno di 3 a oltre 4 dollari al gallone dall'inizio del conflitto.

La FCC, tuttavia, non ha alcuna autorità sugli istituti demoscopici e sulle università che realizzano i sondaggi, nè può esercitare un controllo analogo sulle televisioni via cavo o sulla carta stampata. In settimana Trump aveva attaccato anche la giornalista Maggie Haberman del New York Times, definendola una "stalker" per aver rivelato che il presidente salterà la cerimonia di Ground Zero per il venticinquesimo anniversario dell'11 settembre. Trump andrà invece al Pentagono, dove sarà l'oratore principale, mentre al memoriale di New York i politici non possono tenere discorsi dal 2012.

Lo scontro con le emittenti finisce in tribunale


L'offensiva contro i media sgraditi va avanti da mesi. Trump ha fatto causa a diversi giornali, tra cui il Wall Street Journal e il New York Times, e ha disposto tagli ai finanziamenti federali per i media pubblici. Nel frattempo la FCC, guidata da Brendan Carr, ha aumentato la pressione sulle emittenti.

"Spero che il presidente Brendan Carr e le brave persone della sua Commissione prendano molto sul serio questa minaccia al nostro Paese", ha scritto Trump ieri. Diverse grandi emittenti hanno però portato la FCC in tribunale, sostenendo che queste pressioni costituiscano una forma di ritorsione politica incompatibile con il Primo Emendamento della Costituzione, che tutela la libertà di parola e di stampa.

L'Amministrazione, però, non può revocare una licenza alla NBC News nel suo complesso: la FCC concede infatti le licenze alle singole stazioni che utilizzano lo spettro radiotelevisivo, non ai network nazionali. Può intervenire, quindi, solo sulle emittenti locali soggette alla sua giurisdizione, comprese quelle possedute da NBC Universal, ma soltanto nei limiti previsti dalla legge. La stessa Commissione sottolinea inoltre che il Primo Emendamento e il Communications Act limitano fortemente la sua possibilità di intervenire sui contenuti editoriali.

Anche per questo i margini per punire direttamente Welker sono molto ridotti. La FCC precisa sul proprio sito di non poter "impedire la trasmissione di alcun punto di vista". Secondo un paper pubblicato nel 2025 dallo Yale Journal on Regulation, la Corte Suprema ha di recente ribadito che la legge americana "non conferisce alla FCC il potere di vietare i discorsi controversi".


Darline Graham vince il ballottaggio in South Carolina e ferma la serie di sconfitte di Trump


La senatrice Darline Graham ha vinto il ballottaggio delle primarie repubblicane in South Carolina con il 52% dei voti contro il 48% del deputato Ralph Norman, con il 99% delle schede scrutinate. È la vittoria che il presidente Donald Trump cercava da settimane, dopo una lunga serie di candidati da lui sostenuti battuti alle primarie. Il seggio in gioco è quello del fratello di Graham, il senatore Lindsey Graham, morto l'11 luglio a 71 anni per una dissezione aortica.

In South Carolina, come in molti Stati del Sud, chi non supera il 50% dei voti alla primaria non ottiene la candidatura: i due più votati tornano alle urne due settimane dopo per un ballottaggio (in inglese runoff). L'11 agosto Darline Graham era arrivata prima con circa il 32%, Norman secondo con circa il 25%, davanti al deputato Russell Fry e all'ex governatore Mark Sanford.

Ballottaggio repubblicano · South Carolina

Darline Graham vince per 18.000 voti il ballottaggio per il seggio al Senato del fratello Lindsey

L’Associated Press assegna alla senatrice uscente Darline Graham la candidatura repubblicana con 18.069 voti di vantaggio, poco meno di cinque punti, sul deputato federale Ralph Norman, con il 99 per cento delle schede scrutinate. Graham occupa il seggio lasciato dal fratello Lindsey Graham, morto a luglio, ed è sostenuta da Donald Trump: a novembre parte favorita nell’elezione speciale in uno stato solidamente repubblicano.

Darline Graham 52,4%
Senatrice uscente · 193.396 voti

Ralph Norman 47,6%
Deputato federale per il quinto distretto · 175.327 voti

368.723 voti conteggiati 99% scrutinato

Graham in vantaggio Norman in vantaggio
ColumbiaCharlestonGreenvilleRock Hill Margine in voti15.0005.0001.000

Norman è primo in 12 contee su 46, tutte nell’angolo nordoccidentale dello stato: l’Upstate attorno a Greenville, dove guadagna 17.043 voti, e la contea di York, cuore del suo distretto. Graham vince le altre 34 e recupera quasi tutto sulla costa: nella sola contea di Horry, quella di Myrtle Beach, prende 16.841 voti più di lui.

Fonte Associated Press, dati raccolti dal New York Times, aggiornati alle 4:57 italiane del 26 agosto 2026 con lo scrutinio al 99 per cento. Ballottaggio delle primarie repubblicane del 25 agosto 2026 per l’elezione speciale al Senato in South Carolina.

Graham ha 62 anni e non è mai stata eletta a nessuna carica pubblica. Ha diretto la Commissione per i ciechi del South Carolina e a luglio è stata nominata senatrice dal governatore repubblicano Henry McMaster su indicazione di Trump, a seguito della morte del fratello. È la prima donna a rappresentare il South Carolina al Senato. Ora punta al mandato pieno di sei anni, che scade nel 2033.

Trump si è esposto per lei più che per qualsiasi altro candidato repubblicano quest'anno. Venerdì è andato di persona a un comizio a Myrtle Beach, lunedì ha tenuto un comizio telefonico e nei giorni precedenti ha pubblicato una serie di messaggi di sostegno su Truth Social. "Le ho chiesto io di farlo, sono stato io a farla entrare in tutto questo", ha detto ai sostenitori collegati lunedì sera. "Devo assicurarmi che ce la faccia, perché non ci sarà nessuno migliore di lei."

MAGA Inc., il comitato che raccoglie fondi senza limiti di spesa a sostegno del presidente, ha messo più di 825mila dollari in telefonate e messaggi agli elettori repubblicani nel fine settimana, la prima volta quest'anno che la macchina politica di Trump attinge alle sue riserve, che superano i 400 milioni di dollari. Nelle due settimane di campagna per il ballottaggio Graham e i gruppi che la sostenevano hanno speso più di 7 milioni di dollari in spot televisivi, contro i 2 milioni del suo avversario, secondo la società di rilevazione AdImpact. I conti depositati fino al 5 agosto raccontano una campagna povera di donazioni: Graham aveva raccolto meno di 350mila dollari, Norman poco più di 900mila, di cui 400mila prestati da lui stesso.

I soldi e il comizio si sono visti nei risultati per contea. Graham ha stravinto nella contea di Horry, quella di Myrtle Beach dove il presidente era andato a fare campagna e ha tenuto in tutta la parte orientale dello Stato, compresa la contea di Charleston. Norman ha vinto solo nelle contee nordoccidentali intorno al suo collegio, tra cui Greenville, la zona più conservatrice dello Stato e quella che lo aveva portato al secondo posto due settimane fa.

La candidatura di Graham aveva diviso i repubblicani dello Stato, con diversi comitati di contea e attivisti locali schierati con Norman. Molti elettori consideravano una forma di nepotismo il passaggio del seggio dal fratello alla sorella e le contestavano l'assenza di qualsiasi esperienza politica. La settimana scorsa, in un dibattito televisivo, alla domanda se Taiwan e il Mar Cinese Meridionale fossero questioni di sicurezza nazionale per gli Stati Uniti aveva risposto che la sicurezza nazionale non è il suo campo, pur dicendosi a favore delle forze armate. I registri elettorali dello Stato mostrano inoltre che non ha votato né alle primarie presidenziali del 2024 né alle presidenziali del 2016. Sanford, che di solito non fa endorsement, aveva appoggiato Norman dicendo che la posta in gioco era troppo alta per restare fuori.

Graham ha risposto alle critiche rivendicando la propria estraneità alla politica. "Ora i critici dicono che non dovrei candidarmi al Senato. Dicono che non sono una politica. Sapete cosa rispondo? Colpevole", ha detto al comizio di Myrtle Beach, ricordando che neanche Trump era stato eletto a una carica pubblica prima di diventare presidente. Martedì sera, davanti ai sostenitori riuniti a Columbia, ha detto che il South Carolina è "davvero terra di Trump" e ha definito il sostegno del presidente decisivo per la sua vittoria.

Norman, 73 anni, deputato dal 2017 e membro del gruppo più conservatore della Camera, ha ammesso la sconfitta a Rock Hill dicendo che non avrebbe potuto fare niente di diverso, ma si è lamentato della scelta del presidente di schierarsi. "Le sue politiche sono buone. Non ho mai capito perché si sia messo in questa corsa", ha detto, mentre i suoi sostenitori fischiavano.

Il fratello aveva lasciato una eredità elettorale complicata. Lindsey Graham aveva vinto la primaria di giugno con il 56% dei voti, un risultato basso per chi era senatore da quattro mandati, raggiunto solo dopo che lui e i suoi alleati avevano speso più di 18 milioni di dollari. Una parte della base più fedele a Trump non gli aveva mai perdonato il sostegno alla riforma dell'immigrazione e ai rivali del presidente nelle primarie del 2016, al punto che nel 2023 era stato fischiato sul palco di un comizio del presidente vicino alla sua città.

Trump ha vinto anche il secondo ballottaggio della serata, in Oklahoma, dove l'ex senatore statale Mike Mazzei si è imposto sul procuratore generale dello Stato Gentner Drummond nella primaria repubblicana per il governatore, con un vantaggio inferiore al mezzo punto percentuale quando l'agenzia Associated Press ha assegnato la corsa. A giugno, in un campo di nove candidati, Drummond era arrivato primo con il 26,25% e Mazzei secondo con il 25,97%.

A dividere i repubblicani dello Stato è stato un impianto per la lavorazione dell'alluminio da 4 miliardi di dollari finanziato da una società degli Emirati Arabi Uniti, un progetto a cui Trump tiene molto. Molti abitanti dell'Oklahoma sono contrari per la proprietà straniera e per i consumi di elettricità che l'impianto comporta e Drummond aveva fatto ricorso per bloccarlo. Mazzei era passato dalla contrarietà al sostegno poche settimane prima della primaria di giugno e il presidente lo aveva appoggiato su Truth Social lo stesso giorno. Nel video registrato per il ballottaggio Trump lo aveva definito un "repubblicano finto" e aveva attaccato l'avversario chiamandolo "un RINO totale", la sigla con cui negli Stati Uniti si accusa qualcuno di essere repubblicano solo di nome.

Mazzei, che guida una società di consulenza finanziaria, ha promesso di eliminare l'imposta sul reddito dello Stato in sei anni e di abolire l'imposta sugli immobili per chi ha più di 65 anni. Ha finanziato quasi da solo la propria campagna, prestandole più di 11 milioni di dollari a fronte di circa 1,4 milioni raccolti dai donatori. A novembre sfiderà la deputata statale democratica Cyndi Munson in uno Stato che Trump ha vinto nel 2024 con il 66% dei voti.

Le due vittorie interrompono una serie di sconfitte che aveva incrinato il controllo del presidente sul partito. I candidati che aveva sostenuto sono stati battuti in almeno dieci primarie quest'anno, sei solo ad agosto, con risultati pesanti in Iowa, Georgia, Tennessee, Florida e Wyoming. In Michigan Amir Hassan ha perso contro Tom Smith, un avversario che aveva già chiuso la propria campagna. Secondo un conteggio della CNN, quelle dieci sconfitte sono tante quante quelle del 2018, del 2020 e del 2024 messe insieme, mentre nel 2022 i candidati sostenuti dall'allora ex presidente sconfitti alle primarie erano stati dodici. Domenica Trump aveva difeso il proprio bilancio scrivendo su Truth Social che il suo sostegno resta potente come sempre e che per i candidati battuti era quasi impossibile vincere, ma si era sentito in obbligo di appoggiarli.

Jordan Ragusa, professore di scienze politiche al College of Charleston, ha detto al Wall Street Journal che il risultato del South Carolina conferma il peso del presidente dentro il partito e che, nonostante qualche segnale di indebolimento, resta lui a decidere chi vince nelle competizioni repubblicane. Anche quando i suoi candidati perdono, del resto, a vincere sono quasi sempre altri politici che si dichiarano trumpiani.

Martedì si votava anche in Georgia, dove l'ex presidente del consiglio scolastico della contea di Gwinnett, Everton Blair Jr., si è imposto nel ballottaggio dell'elezione suppletiva per il seggio alla Camera del deputato democratico David Scott, morto in aprile a 80 anni dopo dodici mandati. Blair ha battuto Marcye Scott, figlia del deputato, e resterà in carica solo fino a gennaio: non si candida per il mandato pieno, per cui i democratici hanno scelto la deputata statale Jasmine Clark. Con il suo arrivo e con quello di Aisha Wahab, che la settimana scorsa ha vinto la suppletiva per il seggio californiano dell'ex deputato Eric Swalwell, la maggioranza repubblicana alla Camera scende a quattro seggi (oggi i repubblicani sono 218 e i democratici 212).

A novembre Graham sfiderà la democratica Annie Andrews, pediatra di Charleston e attivista per il controllo delle armi, in uno Stato che non elegge un senatore democratico dal 1998 e che Trump ha vinto nel 2024 con oltre 18 punti di vantaggio. Decision Desk HQ, l'istituto che raccoglie e analizza i risultati elettorali americani, considera il seggio probabilmente repubblicano.


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WinUI diventa open source: cosa cambia (davvero) per gli sviluppatori .NET
#tech
spcnet.it/winui-diventa-open-s…
@informatica


WinUI diventa open source: cosa cambia (davvero) per gli sviluppatori .NET


Per anni la community .NET ha guardato con una certa invidia i colleghi che sviluppano su Avalonia UI o Uno Platform: framework UI nativi per Windows, ma con il codice sorgente completamente aperto e contribuibile da chiunque. WinUI, il toolkit di interfaccia moderno di Microsoft per applicazioni desktop Windows, è invece rimasto per anni uno sviluppo “a porte chiuse”, con un repository pubblico più che altro simbolico e la vera attività di sviluppo confinata ad Azure DevOps interno. Questo sta cambiando, ma con una tabella di marcia più articolata di quanto il titolo delle notizie di questi giorni lasci intendere.

Cos’è WinUI e perché la sua apertura conta


WinUI 3 è il motore di rendering e la libreria di controlli su cui si basa il Windows App SDK, l’evoluzione moderna dello stack UI di Windows che ha sostituito (o affiancato, a seconda dei casi) UWP, WPF e Windows Forms per le applicazioni desktop native più recenti. È il framework consigliato da Microsoft per chi scrive nuove applicazioni Windows in C#/.NET con un’interfaccia utente moderna, fluida e coerente con il design system di Windows 11.

Il problema storico è che, pur essendo distribuito come pacchetto NuGet open source, lo sviluppo effettivo del codice avveniva internamente. Il repository GitHub microsoft/microsoft-ui-xaml serviva principalmente per il tracciamento delle issue, non per contributi di codice reali. Questo ha generato negli anni frustrazione attorno a problemi noti e mai risolti: supporto incompleto per i valori decimali nel controllo NumberBox, finestre di dialogo modali poco affidabili, gap nella validazione degli input, l’assenza di un designer visuale integrato in Visual Studio e prestazioni non sempre all’altezza rispetto alla vecchia UWP.

Il piano a quattro fasi


Microsoft ha pubblicato la roadmap dell’apertura in una discussion ufficiale sul repository, ed è organizzata in quattro fasi progressive, non in un singolo “flip the switch”:

Fase 1 (completata, ott. 2025)
  → aumento della frequenza di mirroring da Azure DevOps a GitHub:
    i commit interni diventano visibili quasi in tempo reale

Fase 2 (completata, dic. 2025)
  → gli sviluppatori esterni possono clonare il repository e
    compilarlo in locale, con documentazione sulle dipendenze

Fase 3 (completata, mag. 2026)
  → i contributor possono aprire pull request (mirrorate
    internamente) ed eseguire la test suite in locale;
    il team ha districato le dipendenze private e reso
    pubblica l'infrastruttura di test

Fase 4 (in corso, target set. 2026)
  → GitHub diventa l'hub di sviluppo primario, eliminando
    il mirroring interno come centro di gravità del progetto

Ad oggi ci troviamo quindi tra la fase 3 e la fase 4: il codice è realmente visibile e buildabile, ma il flusso di contribuzione della community non è ancora quello “GitHub-native” a cui si è abituati con altri progetti open source Microsoft come .NET stesso o VS Code.

Cosa si può fare concretamente oggi


Per chi vuole già mettere le mani sul codice, i requisiti pratici per compilare WinUI in locale sono non banali: circa 80 GB di spazio disco libero e almeno 32 GB di RAM per una build confermata funzionante. Non è un progetto leggero da compilare su un laptop di fascia media.

git clone https://github.com/microsoft/microsoft-ui-xaml.git
cd microsoft-ui-xaml
# seguire la documentazione del repository per le
# dipendenze del toolchain e i target di build supportati

Il branch principale (winui3/main) riceve tuttora sincronizzazioni dirette da Azure DevOps, quindi è aggiornato ma non ancora il punto di partenza esclusivo dello sviluppo. La test suite è ora eseguibile pubblicamente, il che permette di verificare in autonomia se una patch personalizzata introduce regressioni prima di proporla come contributo.

Cosa resta chiuso, e perché


Non tutto lo stack diventerà pubblico nel breve termine. WinUI ha “radici profonde” in componenti proprietari del sistema operativo, e alcune aree restano fuori dal perimetro di apertura, almeno per ora:

  • Il compilatore XAML: è il focus dichiarato della fase 4, ma resta per ora un componente interno.
  • La compilazione dei pacchetti MSIX: strettamente legata alla toolchain di packaging di Windows.
  • Alcuni layer di gestione input: in particolare Microsoft.UI.Input.dll è indicato esplicitamente come area problematica da aprire, per via delle dipendenze con sottosistemi Windows non pubblici.

Beth Pan, una delle maintainer del progetto, ha descritto il processo con una frase che vale la pena riportare: non è “un interruttore da girare”, ma un percorso deliberato. È un’aspettativa realistica da tenere a mente prima di proporre la prima pull request pensando di vederla mergeata in tempi brevi.

Come si posiziona rispetto alle alternative


Per chi sta scegliendo oggi un framework UI desktop per .NET, un confronto rapido aiuta a inquadrare la novità:

  • WinUI 3 / Windows App SDK: nativo Windows, massima integrazione col design system Windows 11, ora in fase di apertura ma sviluppo ancora a trazione Microsoft; solo Windows.
  • Avalonia UI: completamente open source da anni, cross-platform (Windows, Linux, macOS), community di contributor esterni consolidata, look and feel personalizzabile via XAML-like styling.
  • Uno Platform: nato come porting di UWP/WinUI verso altre piattaforme (inclusi WebAssembly e mobile), open source, spesso scelto proprio da chi vuole la sintassi WinUI ma con vera portabilità multipiattaforma.
  • .NET MAUI: soluzione ufficiale Microsoft per mobile e desktop cross-platform, con un modello a controlli nativi per piattaforma anziché un motore di rendering condiviso come Avalonia.

L’apertura di WinUI non cambia immediatamente questo quadro competitivo, ma riduce un differenziale reale: la trasparenza sullo sviluppo. Poter vedere le pull request in corso, le decisioni di design discusse pubblicamente e i problemi di performance affrontati in tempo reale è un beneficio concreto anche per chi non contribuirà mai una riga di codice, perché permette di valutare con più cognizione di causa se e quando un problema noto (penso al supporto NumberBox o alla stabilità dei dialoghi modali) verrà effettivamente risolto.

Conclusione


Chi sviluppa applicazioni desktop Windows in .NET dovrebbe iniziare a seguire da vicino il repository microsoft/microsoft-ui-xaml, non tanto per proporre subito una pull request quanto per avere finalmente visibilità reale sulla roadmap tecnica del framework che probabilmente sta già usando in produzione. La fase 4, attesa per settembre 2026, sarà il vero banco di prova: se GitHub diventerà davvero il centro di sviluppo primario, WinUI potrà iniziare a colmare il gap di fiducia accumulato in anni di sviluppo chiuso rispetto a progetti come Avalonia. Fino ad allora, vale la pena testare la build locale e valutare in autonomia lo stato di salute del progetto, invece di affidarsi solo agli annunci ufficiali.


Fonte: 4sysops.com. Dettagli tecnici sulla roadmap: GitHub Discussion #10700. Documentazione ufficiale: Microsoft Learn — WinUI 3.


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Infostealers Target Claude Sessions, Letting Attackers Bypass MFA and Drain Paid Accounts
#CyberSecurity
securebulletin.com/infostealer…
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Code signing di nuova generazione su Windows: RSA-3072, SHA-384 e la rotta verso la crittografia post-quantistica
#tech
spcnet.it/code-signing-di-nuov…
@informatica


Code signing di nuova generazione su Windows: RSA-3072, SHA-384 e la rotta verso la crittografia post-quantistica


Microsoft ha pubblicato una comunicazione tecnica che merita l’attenzione di chiunque gestisca applicazioni Windows in produzione, sviluppi driver o semplicemente si occupi di mantenere aggiornato un parco macchine aziendale: entro la fine del 2026 l’intera infrastruttura di firma del codice di Windows passerà a chiavi più robuste, e nel 2027 comincerà la transizione verso la crittografia post-quantistica. Non è un cambiamento cosmetico: tocca la catena di fiducia che verifica ogni eseguibile, ogni driver e ogni aggiornamento che gira sul sistema operativo, e le applicazioni scritte con troppe assunzioni implicite sui certificati Microsoft rischiano di smettere di funzionare durante la transizione.

Cosa cambia concretamente


Il nucleo dell’annuncio riguarda l’irrobustimento degli algoritmi crittografici usati per firmare codice ed eseguibili Windows tramite Authenticode:

  • SHA-256 → SHA-384 come algoritmo di hashing per le firme.
  • RSA-2048 → RSA-3072 come dimensione minima delle chiavi asimmetriche.

A questo si aggiunge un evento concreto con una data precisa da segnare in calendario: il certificato Windows Production PCA 2011, che oggi rappresenta una delle radici della catena di fiducia per il codice firmato Microsoft, scade il 19 ottobre 2026. Microsoft lo sostituirà con una nuova Certification Authority che mantiene le stesse proprietà di sicurezza, ma con un’identità diversa — nuovo nome, nuovo thumbprint, nuova catena intermedia.

Guardando più avanti, la roadmap indica che nel 2027 Windows inizierà a introdurre firme post-quantistiche, probabilmente tramite costruzioni ibride che combinano un algoritmo classico con uno resistente agli attacchi di un futuro computer quantistico. Questo colloca Windows nello stesso solco che NIST, browser e altre piattaforme stanno già percorrendo dal 2024 in poi: la crittografia a chiave pubblica che oggi diamo per scontata ha una data di scadenza nota, e la firma del codice — che deve restare verificabile per decenni, non solo per la durata di una sessione TLS — è uno degli ambiti dove questa transizione è più urgente.

Chi rischia di rompersi, e perché


Il problema pratico non è la crittografia in sé: Windows gestisce la validazione delle firme in modo trasparente per la stragrande maggioranza del software. Il rischio reale riguarda quelle applicazioni — tipicamente software di sicurezza, EDR, tool di gestione IT, installer aziendali o soluzioni di patch management — che nel tempo hanno implementato controlli troppo specifici sulla catena di certificati Microsoft, invece di affidarsi alle API di sistema pensate per questo scopo. Microsoft lo mette nero su bianco: le applicazioni non devono fissare («pin»):

  • Il thumbprint di un certificato specifico.
  • Il nome o l’emittente atteso del certificato.
  • Il numero di serie o l’autorità di certificazione intermedia.

Chi ha scritto anni fa un controllo del tipo «verifica che il certificato dell’eseguibile abbia esattamente questo thumbprint» per rafforzare (a torto) la sicurezza di un prodotto, si formerà una sorpresa sgradita quando quella catena cambierà a fine 2026. Lo stesso vale per script di allowlisting basati su AppLocker o Windows Defender Application Control (WDAC) configurati puntando a thumbprint statici invece che a regole basate sull’editore (publisher rule), che invece restano valide attraverso il cambio di CA perché si basano sul soggetto del certificato e non sulla singola istanza.

Come verificare oggi cosa succede sul proprio parco macchine


Prima di aspettare che il problema si manifesti in produzione a ottobre, vale la pena fare un giro di ricognizione. PowerShell offre gli strumenti giusti per ispezionare le firme digitali presenti sul sistema.

Controllare la firma di un singolo file

Get-AuthenticodeSignature -FilePath "C:\Program Files\App\servizio.exe" |
    Select-Object Path, Status, StatusMessage,
        @{N='Thumbprint';E={$_.SignerCertificate.Thumbprint}},
        @{N='Issuer';E={$_.SignerCertificate.Issuer}}

Fare una scansione massiva su una cartella o un intero volume

Get-ChildItem -Path "C:\Program Files" -Include *.exe,*.dll,*.sys -Recurse -ErrorAction SilentlyContinue |
    Get-AuthenticodeSignature |
    Where-Object { $_.Status -ne 'Valid' } |
    Select-Object Path, Status, StatusMessage |
    Export-Csv -Path "C:\Report\firme-non-valide.csv" -NoTypeInformation

Su un parco macchine ampio, questo script va eseguito idealmente tramite uno strumento di orchestrazione (Intune, System Center, Ansible o un semplice invoke remoto via PowerShell Remoting) e i risultati aggregati, così da individuare in anticipo software di terze parti che già oggi presenta anomalie nella catena di certificazione, prima ancora del cambio di CA.

Ispezionare la catena di certificazione completa


Per un’analisi più approfondita che mostri l’intera catena — utile per capire se un’applicazione dipende da un intermedio specifico — signtool (incluso nel Windows SDK) resta lo strumento di riferimento:

signtool verify /pa /v "C:\Program Files\App\servizio.exe"

Il flag /pa usa la Default Authentication Verification Policy, la stessa logica che Windows applica di norma, evitando falsi negativi legati a policy di verifica troppo permissive o troppo restrittive impostate manualmente.

Cosa fare, in pratica, prima di ottobre 2026


  1. Contattare i fornitori di software critico (EDR, antivirus, backup, patch management, VPN client) e chiedere conferma esplicita che i loro prodotti sono stati testati contro la nuova gerarchia di certificati Microsoft.
  2. Eliminare qualsiasi controllo hardcoded su thumbprint o issuer nei propri script di allowlisting, sostituendolo con publisher rule in WDAC/AppLocker basate sul soggetto del certificato (Subject/CN), che sopravvivono al cambio di CA.
  3. Usare le API corrette nel proprio codice: se si sviluppano applicazioni che validano firme di terze parti, affidarsi a WinVerifyTrust o alle interfacce CryptoAPI/CNG standard, senza mai assumere un abbinamento fisso tra algoritmo di hash e dimensione della chiave.
  4. Eseguire la scansione delle firme descritta sopra su un campione rappresentativo di macchine, per avere una baseline prima del cambio e poter confrontare rapidamente eventuali regressioni dopo.
  5. Pianificare un test in un ambiente di staging quando Microsoft renderà disponibile la nuova gerarchia di certificati (attesa «nelle prossime settimane» secondo la comunicazione ufficiale), prima che diventi l’unica catena valida in produzione.


Conclusione


La transizione a RSA-3072/SHA-384 e, più avanti, alla crittografia post-quantistica è un passo necessario e per certi versi tardivo rispetto a dove si trovano già TLS e altri ambiti della crittografia applicata. Il vero lavoro per i sistemisti non sta nel comprendere la matematica dietro il cambiamento, ma nel dare la caccia — nel proprio ambiente — a quei pochi punti fragili dove qualcuno, in passato, ha scritto un controllo troppo rigido pensando di rendere più sicuro un sistema, e ottenendo invece l’effetto opposto: una dipendenza implicita da un dettaglio implementativo che Microsoft aveva sempre dichiarato soggetto a cambiamento. Chi farà l’inventario delle firme oggi arriverà a ottobre senza sorprese; chi non lo farà rischia un incidente di compatibilità nel giorno peggiore possibile, in produzione.

Fonte: Microsoft Support — «Preparing the Windows ecosystem for next-generation code signing», ripreso da Petri.com.


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A Free DNS Change Can Add a Security Filter to Every Device on Your Home Network
#CyberSecurity
securebulletin.com/a-free-dns-…
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KI-Brillen geraten derzeit als Werkzeuge für heimliche Überwachung und digitale Gewalt in die Kritik. Rufe nach einem Verbot werden laut. Für Menschen mit einer Sehbehinderung können sie hingegen im Alltag vieles leichter machen. Wie gehen sie mit diesem Konflikt um?

@DBSV im Interview.

netzpolitik.org/2026/smart-gla…

@DBSV
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Il 21 agosto si inauguravano a Taranto i Giochi del Mediterraneo, alla presenza di Mattarella, La Russa e Meloni.

Per Mattarella, un boato di applausi. Quando viene annunciata Meloni, dagli spalti partono i fischi.

E la TV pubblica che fa? Stacca l’inquadratura e mostra la tribuna politica che applaude la premier.

Una popolazione stufa. Una RAI sempre più difficile da chiamare servizio pubblico.

E tu, te lo ricordi?

Video di Francesca Romana D’Antuono, già copresidente di Volt Europa.

#GiorgiaMeloni #RAI #GiochiDelMediterraneo #Taranto #ServizioPubblico #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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I generali avvertono Hegseth: la guerra all'Iran sta logorando le forze americane


I vertici militari temono che il prolungamento delle operazioni indebolisca la capacità americana nel Pacifico e sul territorio nazionale. McGurk sostiene invece che la pressione su Teheran stia iniziando a funzionare.

Alcuni esponenti dei vertici militari americani hanno avvertito il Segretario alla Difesa Pete Hegseth che prolungare le operazioni su larga scala contro l'Iran non è più sostenibile e rischia di indebolire la capacità degli Stati Uniti di rispondere alle minacce in altri teatri, compresa la difesa del territorio nazionale statunitense. Lo ha rivelato il Washington Post, che ha ricostruito l'edizione del 14 agosto del Secretary of Defense Orders Book, il documento classificato con cui ogni due settimane il Pentagono fotografa la disponibilità globale di navi, aerei e sistemi d'arma e raccoglie i pareri dei comandanti sulle direttive del Segretario.

Il documento ordina ad alcune unità schierate in Medio Oriente di restare fino a settembre e ad altre fino al 2027. I comandanti responsabili di Europa, Indo-Pacifico e America Latina, insieme al capo delle operazioni navali, hanno risposto con un "non-concur", ovvero un dissenso formale: eseguiranno l'ordine, ma hanno espresso la loro contrarietà. I rispettivi teatri di responsabilità hanno ceduto navi, aerei e sistemi d'arma per sostenere la campagna contro Teheran, con serie ripercussioni sulle missioni e sull'addestramento. I vertici di Esercito e Aeronautica hanno invece dato il loro assenso, pur segnalando rischi significativi. Il giudizio complessivo, secondo una delle persone che hanno letto il documento, è che dopo sei mesi l'operazione si sia spinta "troppo oltre, per troppo tempo".

Guerra con l’Iran · Sei mesi di operazioni

Lo stesso blocco navale sta strozzando l’Iran e logorando la Marina americana

Un quarto dei cacciatorpediniere americani è pronto a prendere il mare. Il Fondo Monetario prevede per l’Iran una contrazione del 6,1 per cento. I comandanti chiedono di fermarsi, l’analista Brett McGurk sostiene che Washington stia iniziando a vincere.

Grafica di FocusAmerica 30 agosto 2026

Lo Stretto di Hormuz, sei mesi dopo l’inizio della guerra

Il blocco navale americano, schierato nel Golfo di Oman e nel Mare Arabico a est dello Stretto: ferma le navi dirette ai porti iraniani o in partenza da essi.
La rotta del greggio: 15-16 milioni di barili al giorno passano ancora, circa due terzi dei livelli precedenti alla guerra.

La stessa guerra, due contabilità opposte

Marina americana
25%

Economia iraniana
−6,1%

Quota dei cacciatorpediniere pronti a salpare, contro livelli molto più alti prima della guerra
Contrazione del prodotto interno lordo prevista dal Fondo Monetario per il 2026

Il blocco che sta mettendo in ginocchio Teheran è lo stesso che consuma navi, missili e uomini americani. Chi cederà per primo, nessuno è ancora in grado di dirlo.

Le due letture e i quattro atti
IIl logoramento IILa stretta IIII quattro atti

Quello che vedono i comandanti

Dopo sei mesi, la flotta non regge il ritmo


L’ammiraglio Daryl Caudle ha scritto che senza una data di conclusione la Marina non può sostenere l’impegno attuale. Oggi soltanto un quarto dei cacciatorpediniere è pronto a prendere il mare.

Ogni cento cacciatorpediniere, quanti sono pronti

Pronti a prendere il mare Non disponibili

Decine di navi sono state impegnate prima per l’offensiva, poi per far rispettare il blocco delle rotte da e per i porti iraniani. Alcuni equipaggi sono in mare da mesi oltre la durata prevista.

Le scorte di intercettori, prima e dopo

Nel solo primo mese di guerra gli Stati Uniti hanno lanciato oltre 850 missili Tomahawk e più di mille intercettori. La Casa Bianca sostiene che le notizie sulle carenze di munizioni siano inesatte.

Il prezzo materiale

Il dissenso formale nel documento

Nel gergo del Pentagono si chiama non-concur: eseguo l’ordine, ma metto a verbale che non sono d’accordo. Nell’edizione del 14 agosto lo hanno scritto quattro comandi su sei.

Quello che vede Brett McGurk

Il blocco sta spostando la leva verso Washington


Per l’analista della CNN, che ha lavorato alla sicurezza nazionale con quattro presidenti, la tesi secondo cui l’Iran avrebbe vinto potrebbe rivelarsi prematura. Le petroliere tornano a passare, i prezzi restano stabili, l’economia iraniana affonda.

Il petrolio che attraversa il Golfo, milioni di barili al giorno

I tentativi iraniani di chiudere il passaggio con droni e mine stanno fallendo per la prima volta. Trasferimenti da nave a nave e traversate con i sistemi di identificazione spenti hanno riportato i flussi a circa due terzi dei livelli precedenti alla guerra.

Il conto che paga Teheran

È la prima volta dalla rivoluzione del 1979 che l’Iran vede la propria arteria economica messa in quarantena. La via d’uscita, secondo McGurk, sarebbe rinunciare alle minacce nello Stretto e a ciò che resta dell’arricchimento dell’uranio: per i Guardiani della Rivoluzione, mostrare debolezza.

La cronologia

Sei mesi di guerra in quattro atti


Tocca ogni tappa per aprire i dettagli.

Dopo sei mesi, l’operazione si è spinta «troppo oltre, per troppo tempo».
Il giudizio complessivo del documento riservato, riferito al Washington Post da una delle persone che lo hanno letto

Fonte Washington Post, edizione del 14 agosto del Secretary of Defense Orders Book; analisi di Brett McGurk per la CNN; Goldman Sachs, 28 agosto 2026; Fondo Monetario Internazionale, World Economic Outlook; Ministero del Lavoro iraniano. Elaborazione FocusAmerica.

La Marina è al limite


Il quadro più cupo è stato tracciato dall'ammiraglio Daryl Caudle, a capo delle operazioni navali. A suo giudizio, la Marina staunitense non può sostenere l'attuale livello di impegno senza una data di conclusione delle operazioni: appena un quarto della flotta di cacciatorpediniere è pronto a prendere il mare, una quota nettamente inferiore ai livelli precedenti alla guerra. La Marina ha messo a disposizione decine di navi, prima per l'offensiva e la difesa dalle rappresaglie iraniane e poi per far rispettare il blocco dei porti iraniani voluto da Trump. Alcuni equipaggi sono in mare da mesi ben oltre la durata prevista del loro dispiegamento.

Anche l'ammiraglio Samuel Paparo, comandante dell'Indo-Pacific Command, ha contestato l'ordine di continuare a fornire un gruppo d'attacco composto da una portaerei e dai relativi cacciatorpediniere. L'unica portaerei destinata al Pacifico, elemento centrale della strategia di deterrenza nei confronti di Pechino, è stata ora inviata in Medio Oriente per sostituirne un'altra che era rimasta in mare per oltre 300 giorni.

Ai costi umani si aggiungono quelli materiali. La guerra ha fortemente ridotto le scorte di intercettori Patriot e THAAD e di missili Tomahawk: nel solo primo mese sarebbero stati lanciati oltre 850 missili Tomahawk e più di mille intercettori. Almeno 45 droni Reaper, circa un quarto della intera flotta, sono andati perduti e le basi americane nella regione hanno subito danni per miliardi di dollari, anche se la Casa Bianca sostiene che le notizie sulle carenze di munizioni siano inesatte.

Il Comando Centrale mantiene inoltre in allerta da mesi oltre 50 mila militari nell'eventualità che il presidente possa ordinarie nuovi attacchi. L'82ª Divisione aviotrasportata, mobilitata a marzo con 2 mila soldati e considerata centrale per qualsiasi eventuale operazione terrestre, resterà nella regione almeno fino a settembre. Il portavoce di Hegseth, Sean Parnell, ha risposto che il Pentagono "non discute i processi operativi interni" e che le decisioni sugli schieramenti si basano sulla valutazione delle minacce e sulle priorità fissate dal presidente.

McGurk: la leva sta passando a Washington


Una lettura opposta della stessa fase della guerra arriva invece da Brett McGurk, analista della CNN che ha ricoperto incarichi di sicurezza nazionale sotto quattro presidenti, da George W. Bush a Joe Biden. In un'analisi pubblicata domenica sul sito della CNN sostiene che la tesi, ormai diffusa, secondo cui "l'Iran ha vinto" potrebbe rivelarsi prematura.

McGurk divide il conflitto in quattro atti: i bombardamenti iniziati il 28 febbraio, il cessate il fuoco del 7 aprile, seguito dal Memorandum del 17 giugno tra Trump e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, la ripresa degli attacchi iraniani contro le navi nello Stretto di Hormuz, ed infine, dal 14 luglio, il blocco navale accompagnato dalle sanzioni sul petrolio iraniano, al quale Teheran ha risposto sospendendo il Memorandum.

È quest'ultimo passaggio, secondo McGurk, ad aver modificato i rapporti di forza a favore di Washington. I flussi di petrolio attraverso lo Stretto sono tornati a circa due terzi dei livelli precedenti alla guerra, secondo una stima di Goldman Sachs del 28 agosto, mentre i prezzi dell'energia sono rimasti stabili e i tentativi iraniani di chiudere il passaggio con droni e mine starebbero fallendo per la prima volta.

La pressione economica si sta concentrando così su Teheran. Il Fondo Monetario Internazionale prevede per quest'anno una contrazione dell'economia iraniana del 6,1%, con un'inflazione vicina al 70%, mentre un funzionario del Ministero del Lavoro iraniano ha stimato in un milione i posti di lavoro persi nei primi tre mesi di guerra. È la prima volta dalla rivoluzione del 1979, scrive McGurk, che l'Iran si trova ad affrontare una quarantena della sua principale arteria economica. La via d'uscita per Teheran, nella sua analisi, sarebbe rinunciare alle minacce nello Stretto e a ciò che resta del programma di arricchimento dell'uranio. Per i Guardiani della Rivoluzione, però, tale scelta equivarrebbe a mostrare debolezza.

Le due letture non si escludono a vicenda. È anzi proprio la loro coesistenza a descrivere meglio il dilemma di oggi per la Casa Bianca: il blocco navale che, secondo McGurk, sta finalmente mettendo sotto pressione l'Iran è lo stesso che, secondo i comandanti americani, sta logorando sempre di più la Marina e riducendo le risorse disponibili per il Pacifico e per la difesa del territorio nazionale. Chi cederà per primo, nessuno è ancora in grado di dirlo.


Iran, la guerra che doveva essere breve: sei mesi di guerra non hanno piegato Teheran


Doveva essere una guerra rapida. Ma sei mesi dopo i massicci raid aerei lanciati da Stati Uniti e Israele contro l'Iran, il 28 febbraio, il conflitto continua e l'Amministrazione Trump ha sostituito alla guerra militare una guerra economica. Secondo gli analisti sentiti dal New York Times, il risultato rischia però di non cambiare: gli obiettivi americani restano poco chiari, la credibilità di Washington si è già indebolita e il bilancio strategico appare negativo. A pagare il prezzo più alto sono gli iraniani comuni, stretti tra la pressione degli Stati Uniti e quella dei propri governanti.

Il primo giorno di guerra Donald Trump aveva promesso agli iraniani che "l'ora della vostra libertà è vicina". Oggi la sua Amministrazione cerca di impoverire ulteriormente il Paese, nella speranza che la popolazione si rivolti contro un regime repressivo e sempre più militarizzato. "La guerra non ha raggiunto gli obiettivi americani", ha ammesso senza mezzi termini al New York Times Sanam Vakil, direttrice del programma Medio Oriente e Nord Africa di Chatham House. La Repubblica islamica è sopravvissuta, controlla di fatto lo Stretto di Hormuz e ha rafforzato la propria influenza nella regione, mentre alcuni dei Paesi che Teheran bombardava pochi mesi fa cercano ora di ricucire i rapporti.

Suzanne Maloney, responsabile della politica estera alla Brookings Institution, è ancora più netta: "Abbiamo fatto molti danni all'Iran, ma ne sono usciti più forti di prima". I vicini di Teheran, osserva, hanno concluso che devono trovare un modo per convivere con un regime che non se ne andrà facilmente. Nel frattempo si è indebolita molto la credibilità americana tra gli alleati, insieme alla reputazione di Trump come presidente deciso a evitare guerre lunghe e costose in Medio Oriente. "Questa guerra ha davvero inghiottito la presidenza Trump", ha aggiunto Maloney.

Iran · Sei mesi di guerra

I bombardamenti non hanno piegato l’Iran, ora Washington punta sul collasso economico

A sei mesi dai raid del 28 febbraio il regime iraniano è ancora in piedi e controlla di fatto lo Stretto di Hormuz. L’Amministrazione Trump ha cambiato arma: al posto delle bombe, le sanzioni. Il prezzo più alto lo pagano gli iraniani comuni.

Grafica di FocusAmerica 28 agosto 2026

181 giorni di guerra
L’economia iraniana dopo sei mesi di conflitto

Inflazione annua
84%

Rial per un dollaro
2.000.000

Secondo la banca centrale iraniana. I prezzi degli alimentari salgono ogni settimana.
Il minimo storico della valuta. I beni importati sono schizzati e alle pompe di benzina si fa la coda.

Il regime è sopravvissuto ai raid e ha rafforzato la propria influenza nella regione. «Abbiamo fatto molti danni all’Iran, ma ne sono usciti più forti di prima», dice Suzanne Maloney della Brookings Institution.

1La cronologia

Sei mesi di una guerra che doveva durare poche settimane


Tocca ogni tappa per leggere che cosa è successo.

28 febbraio 2026 Comincia «Operation Epic Fury»+

Un attacco a sorpresa di Stati Uniti e Israele uccide la Guida Suprema Ali Khamenei e molti dei suoi collaboratori. Il figlio Mojtaba resta ferito gravemente: oggi è il suo successore.

Le settimane successive I raid distruggono aviazione e Marina+

I bombardamenti danneggiano pesantemente anche il programma missilistico iraniano. Ma la popolazione non si solleva e la leadership non si spacca.

La risposta di Teheran Lo Stretto di Hormuz si chiude+

Le forze iraniane ripristinano molti lanciarazzi, colpiscono basi americane e alleati regionali di Washington e bloccano di fatto lo Stretto, provocando uno shock economico globale.

7 luglio Trump dichiara «finito» il Memorandum+

È l’intesa di giugno che lo stesso presidente americano aveva firmato. Oggi Teheran chiede almeno di tornare a quel testo per riaprire una trattativa.

17 agosto Il Memorandum scade formalmente+

Da quel momento tra Washington e Teheran non resta nessuna cornice negoziale, né sullo Stretto né sul programma nucleare.

Lunedì scorso Bessent apre la guerra economica+

Il Segretario al Tesoro annuncia «Operation Economic Outcast»: sanzioni secondarie contro chiunque commerci con l’Iran. «È una campagna sostenuta per far crollare ogni ultima opzione dell’Iran».

Il conto umano della guerra

Migliaia
Gli iraniani uccisi, bambini compresi, secondo stime difficili da verificare

18
I militari americani morti dall’inizio del conflitto

36
I prigionieri politici giustiziati in Iran, secondo Amnesty International

2Il bilancio

Cinque obiettivi, nessuno raggiunto


Quello che la guerra doveva ottenere, e quello che è successo davvero.

0 / 5
Gli obiettivi dichiarati che Washington ha raggiunto in sei mesi. In due casi il risultato è opposto a quello cercato.

Gli iraniani si rivoltano contro il regime
Non avvenuto
Nessuna sollevazione. La repressione è diventata più dura: almeno 36 prigionieri politici giustiziati dall’inizio della guerra, secondo Amnesty International.

La leadership iraniana si spacca
Non avvenuto
La successione è già avvenuta: al posto di Ali Khamenei c’è il figlio Mojtaba, considerato più vicino ai Guardiani della Rivoluzione e meno avverso al rischio.

Lo Stretto di Hormuz torna aperto
Non avvenuto
Lo Stretto resta chiuso di fatto e a controllarlo è Teheran. Lo shock sui traffici marittimi non si è riassorbito.

L’Iran resta isolato nella regione
Effetto opposto
Alcuni dei Paesi che Teheran bombardava pochi mesi fa cercano ora di ricucire i rapporti. L’influenza iraniana nella regione è cresciuta, non diminuita.

Una guerra rapida, senza pantani in Medio Oriente
Effetto opposto
Sei mesi dopo il conflitto continua e la credibilità americana tra gli alleati si è indebolita. «Questa guerra ha davvero inghiottito la presidenza Trump», dice Suzanne Maloney.

Con le nuove sanzioni i funzionari americani fingono di combattere ancora, invece di fingere di aver vinto.

Jeremy Shapiro, ex funzionario del Dipartimento di Stato, oggi allo European Council on Foreign Relations

3Lo shock globale

Dallo Stretto chiuso passano sei milioni di barili al giorno in meno


Da Hormuz esce circa un quarto del petrolio scambiato via mare. Da quando l’Iran lo controlla, i flussi sono crollati.

IRANARABIA SAUDITAEMIRATIOMANGOLFO PERSICOGOLFO DI OMANSTRETTO DI HORMUZ

In rosso la rotta delle petroliere in uscita dal Golfo Persico. La banda piena indica i flussi attuali, l’alone quelli precedenti alla guerra.

1° trimestre 202520,4 mln

4° trimestre 202520,7 mln

1° trimestre 202614,6 mln

Milioni di barili al giorno di petrolio greggio e prodotti raffinati in transito nello Stretto di Hormuz. Fonte: EIA, Global Energy Security Data, maggio 2026.

85 dollari
Il prezzo medio del Brent atteso dall’EIA per il terzo trimestre del 2026

103 giorni
Quelli passati nel 2026 con la benzina americana sopra i 4 dollari al gallone: non accadeva dal 2022

−1,6 milioni
I barili al giorno di domanda mondiale in meno previsti per il 2026 dall’Agenzia internazionale per l’energia

Perché conta a Washington Il prezzo della benzina è la variabile che lega la guerra al voto. Con le elezioni di metà mandato in programma a novembre, lo strangolamento economico dell’Iran ha per la Casa Bianca il vantaggio di essere graduale e di abbassare la temperatura del conflitto.

4La nuova arma

Dalle bombe alle sanzioni


«Operation Economic Outcast» colpisce chiunque commerci con Teheran.

Ogni quadrato è un bersaglio del primo elenco diffuso dall’ufficio sanzioni del Tesoro: oltre 60 tra entità, persone e navi.

I settori colpiti dalle sanzioni secondarie

Petrolio
Oro
Aviazione
Asset digitali

Il problema Bessent non ha chiarito quanto durerà la campagna né quale sia l’obiettivo finale: il crollo del regime, la riapertura di Hormuz o il ritorno al tavolo. «Se non definisci il cambiamento di comportamento che vuoi, le sanzioni come coercizione falliscono», osserva Esfandyar Batmanghelidj della Bourse & Bazaar Foundation.
Dove porta la guerra economica

Fase 1
Guerra aerea
Dal 28 febbraio. Sei mesi di raid non hanno rovesciato il regime.

Fase 2
Stallo
Hormuz chiuso, nessun negoziato, blocchi laschi da entrambe le parti.

Fase 3
Guerra economica
Da questa settimana. Sanzioni al posto delle bombe.


Se le sanzioni falliscono, a Washington resta il ritorno ai bombardamenti

Il rischio Se invece la pressione economica funziona, può spingere Teheran a forzare il blocco navale. «È più probabile che sia il preludio a un altro round di guerra militare», avverte Ali Vaez dell’International Crisis Group.

Fonti New York Times (analisi e dichiarazioni degli esperti); Banca centrale dell’Iran (inflazione e cambio); Amnesty International (esecuzioni); Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti (sanzioni); EIA, Global Energy Security Data e Short-Term Energy Outlook, maggio e agosto 2026 (flussi nello Stretto, prezzi di greggio e benzina); Agenzia internazionale per l’energia, agosto 2026 (domanda mondiale). Confini e coste da Natural Earth. Dati aggiornati al 28 agosto 2026.

Il regime sopravvive e Washington cambia arma


"Operation Epic Fury" era cominciata con un attacco a sorpresa che ha ucciso la Guida Suprema Ali Khamenei e molti dei suoi collaboratori, ferendo gravemente il figlio Mojtaba, oggi suo successore. Settimane di bombardamenti hanno distrutto gran parte dell'aviazione e della Marina iraniane e danneggiato pesantemente il suo programma missilistico, ma la popolazione non si è sollevata e la leadership non si è spaccata. Le forze iraniane hanno ripristinato molti lanciarazzi, colpito basi americane e alleati regionali di Washington e chiuso di fatto lo Stretto, provocando uno shock economico globale. Sono morte diverse migliaia di iraniani, bambini compresi, secondo stime difficili da verificare, oltre a 18 militari americani.

Lunedì il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato "Operation Economic Outcast", una campagna pensata per isolare ulteriormente l'Iran e aggravare la crisi di un'economia già devastata: sanzioni secondarie estese a chiunque commerci con Teheran, dal petrolio all'oro, dall'aviazione agli asset digitali, e un primo elenco di oltre 60 entità, persone e navi colpite dall'ufficio sanzioni del Tesoro. "È una campagna sostenuta per far crollare ogni ultima opzione dell'Iran", ha detto Bessent. "La campagna che iniziamo oggi acquisterà forza ogni giorno che passa e non finirà finché questo regime non sarà solo".

Al di là dei richiami retorici al D-Day e alla caduta del Muro di Berlino, Bessent non ha però chiarito quanto durerà la guerra economica, con quali strumenti verrà condotta e soprattutto quale sia l'obiettivo finale: il crollo del regime, la riapertura di Hormuz o il ritorno al tavolo negoziale sullo Stretto e sul programma nucleare. "Non c'è un'articolazione chiara degli obiettivi americani", ha osservato Esfandyar Batmanghelidj della Bourse & Bazaar Foundation di Londra. "Ma se non definisci il cambiamento di comportamento che vuoi, le sanzioni come coercizione falliscono".

L'Iran, già bersaglio di migliaia di sanzioni, difficilmente si arrenderà per qualche misura aggiuntiva. Secondo gli analisti è più probabile che reagisca intensificando gli attacchi contro le navi nel Golfo e gli alleati americani, aprendo la strada a un nuovo ciclo di bombardamenti. "La capacità di far male all'Iran è chiara", ha detto Sina Toossi del Center for International Policy di Washington. "Il percorso dal dolore alla capitolazione o al collasso invece non lo è". Ali Vaez, direttore del progetto Iran dell'International Crisis Group, individua due rischi nella nuova strategia: se dovesse fallire, a Washington potrebbe restare soltanto il ritorno all'escalation militare, mentre se dovesse funzionare, potrebbe spingere Teheran a cercare di forzare il blocco navale. "In entrambi i casi non produrrà ciò che l'Amministrazione sembra volere, cioè usare le sanzioni come alternativa alla guerra. È più probabile che sia il preludio a un altro round di guerra militare".

Uno stallo che rischia di riaprire il conflitto


La leadership iraniana, sempre più dominata dai militari, considera i sacrifici della popolazione come un atto di patriottismo e persino di martirio ed è diventata ancora più spietata nella repressione del dissenso: secondo Amnesty International, almeno 36 prigionieri politici sono stati giustiziati dall'inizio della guerra. Il presidente Masoud Pezeshkian e il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf hanno avvertito dei rischi di ridurre la popolazione alla fame, ma sulla trattativa la linea non cambia: Teheran chiede almeno il ritorno al Memorandum di giugno, firmato da Trump, che il presidente americano ha dichiarato "finito" già il 7 luglio e che è formalmente scaduto il 17 agosto.

Il nuovo leader Mojtaba Khamenei è considerato più vicino ai Guardiani della Rivoluzione e meno avverso al rischio rispetto al padre. Dalla nomina, però, non è mai apparso in pubblico: il suo ufficio ha diffuso soltanto un video non datato e l'ultimo comunicato risale al 9 agosto, alimentando persino interrogativi sulle sue condizioni. Così per ora la situazione resta relativamente statica, una sorta di "strana guerra" segnata da blocchi piuttosto laschi in entrambe le direzioni. Lo strangolamento economico ha, dal punto di vista di Washington, il vantaggio di essere graduale e difficile da misurare e consente di abbassare la temperatura del conflitto in vista delle elezioni di metà mandato di novembre.

Lo stallo resta però rischioso. "Alla Casa Bianca cresce l'idea che con questa Repubblica Islamica non si possa trattare. È un momento pericoloso, con Teheran e Washington che concludono entrambe che nessun accordo è possibile", ha detto Ellie Geranmayeh dello European Council on Foreign Relations. Jeremy Shapiro, ex funzionario del Dipartimento di Stato e oggi nello stesso centro studi, non capisce perché Trump non abbia imboccato nessuna delle possibili vie d'uscita da una guerra impopolare: con nuove sanzioni, ha osservato, i suoi funzionari "fingono di combattere ancora invece di fingere di aver vinto", oppure di ammettere di aver perso.

La speranza svanita e il rial a due milioni


All'inizio della guerra una parte degli iraniani più critici nei confronti del proprio governo aveva visto nei bombardamenti la possibilità di un futuro diverso. Sei mesi dopo, quella speranza ha lasciato il posto al cinismo sulle intenzioni americane, dopo che Trump ha minacciato di cancellare la civiltà iraniana e riportare il Paese "all'età della pietra" e dopo che i raid hanno colpito acciaierie, impianti petrolchimici, ponti e siti storici.

La preoccupazione principale è ormai la sopravvivenza economica del Paese. Secondo la banca centrale, l'inflazione è salita all'84%; i prezzi dei generi alimentari aumentano ogni settimana e persino le uova sono diventate proibitive per molte famiglie. Il rial, la valuta iraniana, ha toccato un minimo storico di circa 2 milioni per dollaro e il costo dei beni importati è schizzato. Il timore che il governo intervenga sul prezzo della benzina, pesantemente sussidiata, ha provocato lunghe code ai distributori.

Un aumento similare nel 2019 aveva scatenato enormi manifestazioni, mentre le proteste di gennaio, poi represse con la forza, erano cominciate dopo un crollo del rial. Molti temono ora una nuova ondata di disordini. Washington punta a ottenere con la pressione economica ciò che sei mesi di bombardamenti non hanno ottenuto. Ma finora la leadership iraniana ha dimostrato di essere disposta a trasferire il costo della resistenza sulla popolazione, proprio sulla parte del Paese che più ne subisce le conseguenze e meno può determinarne le scelte.


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