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Vergogna: gli Stati Uniti sanzionano Autistici/Inventati per "sostegno al terrorismo di estrema sinistra"

Il gruppo tecnologico italiano è stato designato come entità terroristica globale, con conseguente congelamento dei suoi beni e divieto di tutte le transazioni con gli Stati Uniti.

cryptobriefing.com/us-sanction…

@eticadigitale

Grazie a @zughy per la segnalazione

#AutisticiInventati #Autistici #Inventati

in reply to informapirata ⁂

Dichiarazione del Collettivo A/I sulle sanzioni disposte dal governo. USA nei suoi confronti:

Oggi abbiamo appreso che il governo degli Stati Uniti ha deciso di inserire un piccolo collettivo di volontari e attivisti digitali italiani nell’elenco delle organizzazioni terroristiche mondiali meritevoli di sanzioni, come si può leggere nelle dichiarazioni del Dipartimento del Tesoro, in quelle del Dipartimento di Stato e nel relativo Ordine Esecutivo emesso.

Noi respingiamo al mittente tutte le accuse presentate in tali dichiarazioni e allo stesso tempo riaffermiamo con forza il nostro impegno nel fornire una piattaforma di strumenti di auto-difesa digitale per permettere ad attivist*, singole persone, gruppi e associazioni di comunicare liberamente.

Non ci fermeremo e continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto, opponendoci in ogni modo alle accuse false costruite da un’amministrazione politicamente disperata che ha il solo scopo di distrarre le persone e i media dalla propria violenza e dal proprio desiderio di guerra.

L’antifascismo e l’anticapitalismo non sono terrorismo. Protestare non è terrorismo. E tutti hanno il diritto di prendere parola e di lottare per tutta l’umanità.

Collettivo Autistici / Inventati — “Socializzare saperi senza fondare poteri”

Stay human


archive.is/GBobG

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da quando sviluppare chat, email, web hosting criptati è un crimine? l'amministrazione #Trump criminalizza un collettivo come #AutisticiInventati i cui strumenti possono essere usati da chiunque

state.gov/releases/office-of-t…

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DICHIARAZIONE DEL COLLETTIVO A/I SULLE SANZIONI DISPOSTE DAL GOVERNO USA NEI SUOI CONFRONTI – A STATEMENT BY A/I COLLECTIVE ABOUT US SANCTIONS


Oggi abbiamo appreso che il governo degli Stati Uniti ha deciso di inserire un piccolo collettivo di volontari e attivisti digitali italiani nell’elenco delle organizzazioni terroristiche mondiali meritevoli di sanzioni, come si può leggere nelle dichiarazioni del Dipartimento del Tesoro, in quelle del Dipartimento di Stato e nel relativo Ordine Esecutivo emesso.

Noi respingiamo al mittente tutte le accuse presentate in tali dichiarazioni e allo stesso tempo riaffermiamo con forza il nostro impegno nel fornire una piattaforma di strumenti di auto-difesa digitale per permettere ad attivist*, singole persone, gruppi e associazioni di comunicare liberamente.


cavallette.noblogs.org/2026/08…

@pirati

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Gli Stati Uniti riaprono la rotta centrale di Hormuz e stringono la morsa sull'Iran


La Marina statunitense ha completato la bonifica dalle mine, mentre Washington lancia nuove sanzioni. In risposta, Teheran minaccia di bloccare tutte le esportazioni di petrolio dal Golfo.

La Marina statunitense avrebbe completato la bonifica della rotta centrale dello Stretto di Hormuz, il passaggio attraverso cui, prima della guerra, transitava circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto. Secondo quanto riferito ad Axios da due funzionari statunitensi, sarebbe stato completamente ripulito il Traffic Separation Scheme, vale a dire il sistema di corsie che attraversa la fascia tra l'Iran e l'Oman.

Il presidente Donald Trump ha scritto su Truth Social che il comando della Marina lo ha informato che tutte le mine nelle acque internazionali dello stretto "sono state rimosse o fatte detonare" e ha inoltre affermato che l'Iran è stato avvertito di non posarne altre. L'Agenzia Internazionale dell'Energia aveva definito la paralisi del traffico attraverso Hormuz la più grave interruzione delle forniture nella storia del mercato petrolifero mondiale: la bonifica potrebbe quindi consentire il passaggio di un numero molto maggiore di petroliere, anche se la navigazione resta pericolosa per la minaccia di missili e droni iraniani.

L'operazione è durata mesi. Droni sottomarini statunitensi hanno perlustrato sistematicamente il tratto di mare, individuando più di cento oggetti sospettati di essere mine. Alla bonifica hanno partecipato anche società private, incaricate di recuperare o far brillare gli ordigni. La riapertura delle corsie centrali consentirà alle navi di attraversare contemporaneamente lo Stretto nelle due direzioni, sotto la protezione dell'aviazione statunitense. Finora la Marina aveva scortato le petroliere lungo una rotta meridionale vicina alle coste dell'Oman.

Parallelamente, Iran e Oman stanno portando avanti un negoziato separato. Il 25 agosto, a Teheran, i Ministri degli Esteri Abbas Araghchi e Badr al-Busaidi hanno discusso un piano in più fasi che prevede un corridoio provvisorio per la navigazione e un'operazione congiunta di sminamento. I colloqui tecnici dovrebbero proseguire con l'obiettivo di istituire una rotta permanente e definire un futuro meccanismo di gestione congiunta dello Stretto.

Le nuove sanzioni e il crollo dell'economia iraniana


Sempre ieri il segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato una nuova campagna per isolare ulteriormente l'economia iraniana. L'iniziativa, battezzata Operation Economic Outcast, colpisce i settori dell'oro, delle attività digitali, della tecnologia, dell'aviazione e della navigazione. Alcuni di questi canali sono utilizzati anche dagli iraniani comuni per proteggere i risparmi dall'inflazione o raggiungere i familiari all'estero.

Bessent ha affermato che Trump sta contattando i leader mondiali con "richieste specifiche" affinché interrompano gli scambi commerciali con Teheran. Il Segretario al Tesoro ha inoltre anticipato sanzioni contro un grande istituto finanziario entro la fine della settimana, mentre la misura più incisiva del pacchetto è stata per il momento rinviata.

L'Amministrazione ha presentato l'operazione come un "D-Day economico", richiamando esplicitamente lo sbarco in Normandia. I funzionari iraniani hanno risposto con lo stesso linguaggio bellico, descrivendo le misure come una nuova fase della guerra iniziata a febbraio con i primi attacchi statunitensi e israeliani. "Qualunque pressione colpisca il sostentamento e la sicurezza della popolazione fa parte della guerra", ha dichiarato Majid Ebn Al-Reza, responsabile della logistica del Ministero della Difesa iraniano. "Per difendere il popolo, allargheremo anche noi il campo di battaglia."

Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale dal 9 agosto ed ex comandante dei Guardiani della Rivoluzione, ha minacciato all'emittente di Stato IRIB che "nemmeno una goccia" di petrolio uscirà più dal Golfo Persico e dallo stretto se i Paesi vicini aderiranno alla campagna americana. In quel caso, ha aggiunto, Teheran li considererebbe Stati nemici. Nelle fasi precedenti del conflitto l'Iran ha già colpito con missili e droni obiettivi nei Paesi del Golfo, dando alla minaccia un precedente concreto.

Il Ministro del Petrolio iraniano ha però ammesso di recente che le esportazioni di greggio, essenziali per l'economia nazionale, sono ormai vicine allo zero. Trump aveva imposto il blocco navale dei porti iraniani il 13 aprile e lo aveva ripristinato il 14 luglio, dopo la ripresa degli attacchi dei Guardiani della Rivoluzione contro le navi mercantili. Da allora le esportazioni iraniane sono diminuite di oltre l'80%. Ieri il principale quotidiano economico del Paese, Donya-e-Eghtesad, ha calcolato che da dicembre il rial ha perso il 41% del proprio valore.

Proprio il crollo della valuta aveva spinto in piazza i primi manifestanti a Teheran il 28 dicembre, dando inizio a settimane di proteste in tutto il Paese e alla più grave sfida da decenni per la dirigenza clericale. Dall'8 gennaio le forze di sicurezza avevano reagito con la repressione più sanguinosa dalla fondazione della Repubblica islamica. Le stime delle vittime oscillano tra circa 6.500 e oltre 36.000; valutazioni interne attribuite al Ministero della Salute iraniano indicano almeno 30.000 morti nelle sole prime 48 ore.

Da allora inflazione e disoccupazione sono aumentate vertiginosamente. Secondo i media locali, il prezzo di alcuni farmaci è cresciuto fino al 500%. Il blocco navale ostacola sia l'uscita del greggio sia l'ingresso dei carburanti raffinati, mentre i danni alle infrastrutture energetiche aggravano la crisi. Ieri il servizio persiano della BBC ha trasmesso immagini di distributori senza benzina e lunghe code di automobili in attesa di rifornimento.

La partita con Cina, Turchia, Iraq e Russia


Il successo della campagna americana dipenderà però dalla disponibilità dei partner commerciali dell'Iran a chiudere gli ultimi canali rimasti. "Quanto più Washington spinge i Paesi terzi a recidere le residue ancore di salvezza dell'Iran, tanto più aumenta l'incentivo di Teheran a dimostrare che partecipare al suo isolamento comporta un costo", ha spiegato al New York Times Sina Toossi, esperto di Iran del Center for International Policy.

La Cina, principale acquirente del greggio iraniano, difficilmente si piegherà. Pechino respinge da tempo le sanzioni statunitensi contro le imprese di Paesi terzi, considerandole uno strumento con cui Washington sfrutta il peso internazionale del dollaro per condizionare altri governi. Gran parte delle istituzioni finanziarie rispetta già le misure in vigore, mentre smantellare le reti commerciali informali che attraversano i confini, alcune attive da secoli, è molto più difficile. "Sull'Iran gli Stati Uniti hanno esaurito la capacità di produrre un effetto shock and awe e di colpire davvero il regime", ha osservato Ellie Geranmayeh, esperta di Iran dello European Council on Foreign Relations.

La dirigenza iraniana è inoltre convinta che l'economia mondiale non abbia ancora avvertito pienamente le conseguenze della chiusura di Hormuz e che un nuovo aumento dei prezzi dell'energia rafforzerebbe la posizione di Teheran in un eventuale negoziato prima delle elezioni di medio termine di novembre. Altri esponenti iraniani ritengono invece che, una volta superato il voto, Trump potrebbe avviare una nuova e più ampia fase della guerra. "In ogni caso, dal punto di vista di Teheran, ci sono pochissimi incentivi ad accettare adesso le richieste americane", ha aggiunto Geranmayeh.

A pagare il prezzo più alto, nel frattempo, è la popolazione iraniana. "Le sanzioni renderanno l'economia iraniana ancora meno trasparente", ha affermato l'economista Peyman Molavi, che vive a Teheran. "Un contesto simile tende a favorire chi dispone delle conoscenze giuste." Secondo Esfandyar Batmanghelidj, direttore della Bourse & Bazaar Foundation di Londra, gli iraniani rappresentano "il danno collaterale" delle sanzioni.

In Iran, inoltre, la campagna sarà interpretata come un tentativo di esasperare la popolazione fino a spingerla a ribellarsi contro il governo, sostiene Mohammad Ali Shabani, analista e direttore del sito regionale Amwaj.media. Dopo la repressione di gennaio, un simile calcolo apparirebbe particolarmente cinico. "È un approccio piuttosto brutale", ha detto Shabani. "Sanno che cosa è successo a gennaio. Il governo iraniano non ha alcuna intenzione di arrendersi e farsi da parte."


Gli Stati Uniti annunciano nuove sanzioni contro l'Iran, ma gli serve l'aiuto della Cina


Il Dipartimento del Tesoro americano ha annunciato lunedì sanzioni contro più di 60 tra società, persone e navi che aiutano l'Iran a vendere petrolio e a procurarsi tecnologia nucleare e missilistica. Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha battezzato la campagna Operation Economic Outcast e ha avvertito che qualunque Paese continui a fare affari con Teheran finirà nel mirino di Washington. Nella conferenza stampa non ha però mai pronunciato la parola Cina, cioè il nome del Paese che nel 2025 ha comprato più dell'80% del petrolio esportato dall'Iran.

Le nuove misure riguardano cinque settori: attività digitali, tecnologia, oro, aviazione e trasporto marittimo. Chi lavora in questi comparti insieme all'Iran rischia le sanzioni secondarie, uno strumento che permette agli Stati Uniti di punire aziende e banche straniere prive di qualsiasi legame diretto con il territorio americano. Funziona perché quasi tutte le transazioni internazionali passano dal dollaro e chi viene escluso dal sistema finanziario statunitense resta di fatto tagliato fuori dal commercio mondiale. Bessent ha detto che i governi che lasciano operare sul proprio territorio chi ricicla denaro per conto di Teheran saranno espulsi dal sistema del dollaro.

Il Tesoro ha sospeso diverse licenze generali che permettevano l'invio di rimesse verso l'Iran e ha promesso una nuova ondata di misure nei prossimi giorni, a partire da un grande istituto finanziario che sarà colpito entro la fine della settimana. Washington premerà inoltre sugli altri governi perché facciano chiudere le filiali estere della Bank Melli, la maggiore banca pubblica iraniana, che ha sportelli in vari Paesi europei. Il presidente Donald Trump sta telefonando ai leader stranieri per chiedere di interrompere gli affari con Teheran.

Bessent ha ammesso che l'annuncio è soprattutto un colpo di avvertimento e l'inizio di una fase di trattative riservate con i governi stranieri. A chi gli chiedeva se le sanzioni rischiassero di travolgere il sistema finanziario internazionale ha risposto con una domanda: "Perché mai dovrei volere far saltare il sistema finanziario globale?". Ogni Paese ha ricevuto in privato una scadenza per chiudere le attività individuate dal Tesoro, ma nessuna di queste scadenze è stata resa pubblica. "Non fisserò scadenze, ma la nostra pazienza non è infinita", ha detto ai giornalisti.

Bessent non ha nominato la Cina né in conferenza stampa né nell'articolo che ha firmato nel fine settimana sul Financial Times. Alla domanda diretta se il Tesoro colpirà le banche cinesi ha risposto che nessuno è al di sopra della portata delle sanzioni americane, senza mai citare Pechino. Nel 2022 l'Iran ha esportato in Cina beni per 22,4 miliardi di dollari e ne ha importati per 15,6 miliardi, secondo i dati della Banca Mondiale.

Stati Uniti e Cina hanno una tregua commerciale fragile e Xi Jinping è atteso a Washington il mese prossimo per la sua prima visita di Stato da più di dieci anni. Il presidente ha visitato Xi a Pechino in maggio, dopo una guerra dei dazi e uno scontro sulle terre rare che hanno dominato i rapporti tra i due Paesi per buona parte degli ultimi 18 mesi. Il Tesoro ha già sanzionato alcune raffinerie cinesi indipendenti che comprano greggio iraniano, ma si è sempre fermato prima di colpire le grandi banche cinesi, che restano il canale attraverso cui i proventi del petrolio tornano a Teheran.

Daniel Tannebaum, socio della società di consulenza Oliver Wyman e ricercatore dell'Atlantic Council, ha detto al New York Times che finché non si vedranno azioni contro i Paesi e le aziende che contano davvero si tratta solo di parole. Alla CNN ha detto che la Cina è di gran lunga il Paese più importante per intaccare la capacità iraniana di finanziarsi e che il governo americano non ha mai colpito duramente Pechino sul terreno delle sanzioni economiche.

I Paesi più esposti alle nuove misure sono Cina, India, Turchia, Iraq ed Emirati Arabi Uniti. Gli Emirati hanno annunciato la settimana scorsa la sospensione fino a nuovo ordine di tutti gli scambi commerciali e finanziari con l'Iran. La Turchia ha scambiato con Teheran più di 5 miliardi di dollari di merci nel 2024 e l'anno scorso ha importato dall'Iran il 13% del proprio gas naturale. L'Iraq dipende dall'elettricità e dal gas iraniani, mentre il commercio dell'India con l'Iran è sceso a circa 1,6 miliardi di dollari nell'anno fiscale 2025-2026.

Il rial è caduto a un minimo storico e sul mercato aperto per un dollaro servono ora più di 2 milioni di rial (prima della guerra ne bastavano 1,65 milioni). L'inflazione ha toccato il 66% su base annua il 22 luglio, contro il 46% di febbraio. Le esportazioni di petrolio sono scese da 2 milioni di barili al giorno prima del conflitto a 400mila a metà agosto, il livello più basso da quando è cominciata la guerra, secondo la società di monitoraggio marittimo Kpler. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha riconosciuto che il Paese affronta molte difficoltà economiche.

La caduta delle esportazioni dipende dal blocco navale che gli Stati Uniti hanno imposto ai porti iraniani, non dalle sanzioni. Lo Stretto di Hormuz, da cui passava un quinto degli idrocarburi mondiali, è chiuso da Teheran quasi senza interruzioni da sei mesi. L'Iran ha escluso qualsiasi ritorno alla situazione precedente alla guerra e tratta da settimane con l'Oman le modalità di transito. Il capo della diplomazia omanita Badr al-Busaidi è atteso martedì a Teheran.

L'ufficio del Tesoro che gestisce le sanzioni (l'Office of Foreign Assets Control, in sigla OFAC) ha avvertito lunedì sera che marinai e società di navigazione rischiano di essere colpiti anche solo se rispondono alle richieste di informazioni dei tre enti creati quest'anno dall'Iran per gestire il passaggio nello stretto, pure quando non c'è di mezzo alcun pagamento. Fino a lunedì il divieto valeva solo per chi pagava i pedaggi. Nei mesi scorsi l'Iran ha attaccato ripetutamente le navi che non si erano messe in contatto con quegli enti. Lo stesso ufficio ha sospeso a tempo indeterminato gli scambi accademici e tutte le attività sportive con l'Iran, sia dilettantistiche sia professionistiche.

Il Ministro dell'Economia iraniano Ali Madanizadeh ha detto alla televisione di Stato che Teheran è pienamente preparata e che il governo ha pronto un piano biennale per reggere le sanzioni. Ha accusato gli Stati Uniti di volere fare "terrorismo economico" e ha avvertito che la risposta iraniana non sarà soltanto difensiva. Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento e capo negoziatore, ha scritto su X che "gli americani sanno che nessuno compra le loro sparate" e che i partner commerciali dell'Iran hanno fatto sapere di non tenere conto di quelle dichiarazioni. Il portavoce del Ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei ha detto che l'Amministrazione sta ripetendo metodi che si sono già dimostrati fallimentari e che a pagare il conto saranno i cittadini comuni.

I negoziati per chiudere la guerra si sono arenati e la stretta economica arriva dopo il fallimento di quella militare. Secondo un'analisi pubblicata sul New York Times, la sequenza seguita da Washington è rovesciata rispetto alla prassi: di solito si comincia dalla diplomazia, si aggiungono le sanzioni e si tiene l'azione militare come ultima risorsa, mentre il presidente è passato da un breve giro di colloqui direttamente ai bombardamenti. L'obiettivo era costringere l'Iran a consegnare le sue 11 tonnellate di uranio arricchito e forse fare cadere il governo. Non è successo né l'uno né l'altro, al prezzo di 18 militari americani morti, di centinaia o migliaia di iraniani uccisi e di un conto che gli analisti indipendenti stimano sopra i 100 miliardi di dollari (il Pentagono ne calcola meno).

Peter Harrell, studioso alla Georgetown Law School che si occupa dei limiti delle sanzioni economiche, ha detto al New York Times che all'inizio dell'anno il presidente aveva davanti due strade: colpire duramente le grandi aziende cinesi, cosa che non voleva fare per la sua agenda economica con Xi, oppure imporre il blocco navale alle petroliere iraniane. "Si è rivelato politicamente più facile mettere il blocco su tutte le petroliere iraniane", ha detto.

Gli Stati Uniti promettono sanzioni durissime all'Iran da vent'anni. I primi tentativi seri risalgono alla presidenza di George W. Bush e nel 2009 Hillary Clinton, allora Segretario di Stato, promise sanzioni paralizzanti se Teheran non fosse tornata al tavolo. Molti esperti ritengono che quella pressione abbia contribuito all'accordo nucleare del 2015, che il presidente stracciò nel 2018 definendolo pieno di difetti. Nonostante la campagna di massima pressione del primo mandato, l'Iran ha continuato a vendere tra i 2 e i 3 milioni di barili di petrolio al giorno.

Il materiale nucleare non si è mosso dai depositi coperti dalle macerie da quando gli americani li hanno bombardati nel giugno 2025, come mostrano le fotografie satellitari. Il governo iraniano è sopravvissuto alla guerra con una guida diversa: l'ayatollah Ali Khamenei è stato ucciso nei primi attacchi di febbraio e il posto è passato al figlio, considerato più intransigente, che però non è ancora comparso in pubblico. La settimana scorsa Bessent aveva indicato come obiettivo della nuova politica la creazione delle condizioni per una caduta del regime e lunedì si è rivolto direttamente ai militari iraniani, invitandoli a chiedersi se i loro comandanti stiano portando il Paese alla vittoria o alla rovina mentre gli stipendi smettono di arrivare. Ha poi ricordato che il Muro di Berlino cadde quando i soldati semplici decisero di non sparare sulla propria gente.

Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha detto che la pressione economica non sostituisce gli attacchi militari e che gli Stati Uniti non intendono rinunciarvi, né nello Stretto di Hormuz né in Iran. Nella notte tra lunedì e martedì una petroliera è stata colpita da un colpo non identificato a 9 miglia nautiche a nordest della costa omanita: la sala macchine è stata danneggiata e l'equipaggio è rimasto illeso.


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La Russia si prepara a una nuova escalation in Ucraina?


Secondo fonti vicine al Cremlino, Mosca valuta di intensificare gli attacchi su Kyiv e sulle infrastrutture del Paese. Crescono i timori per il possibile impiego di armi nucleari tattiche, ma non emergono segnali di preparativi concreti.

La Russia sta valutando una nuova escalation degli attacchi contro l'Ucraina, ritenendo che i negoziati di pace siano ormai giunti a un punto morto. Lo riferisce Bloomberg, citando fonti vicine al Cremlino. Tra le opzioni prese in considerazione ci sarebbe un aumento degli attacchi con missili balistici armati con testate convenzionali contro Kyiv, compreso il centro della capitale, e contro infrastrutture situate in altre città ucraine.

Secondo le fonti, il presidente Vladimir Putin non sarebbe per nulla disposto a interrompere la guerra sotto la pressione delle sanzioni economiche e degli attacchi ucraini contro raffinerie e infrastrutture logistiche russe. A Mosca, inoltre, cresce la tendenza a considerare queste operazioni come attacchi indiretti dei Paesi della NATO, poiché l'Alleanza fornisce a Kyiv armi e informazioni di intelligence.

I negoziati al punto morto e i timori sull'atomica


Le fonti di Bloomberg sostengono che tutti i canali negoziali siano ormai crollati, riportando le due parti al punto di partenza. Il Cremlino ritiene di avere già compiuto diverse concessioni durante il conflitto e che ognuna di queste abbia indebolito la posizione della Russia.

In assenza di contatti diplomatici, Mosca vedrebbe poche alternative a un'ulteriore escalation per cercare di raggiungere i propri obiettivi militari. Con l'intensificarsi degli attacchi ucraini, un numero crescente di funzionari russi teme che Putin possa infine ricorrere alla misura più estrema: l'impiego di un'arma nucleare tattica in Ucraina.

Bloomberg precisa, tuttavia, che non esiste alcun segnale concreto di preparativi russi in questa direzione. Mosca ha già fatto ripetutamente ricorso alle minacce nucleari nel tentativo di intimidire gli alleati occidentali di Kyiv. Alexander Gabuev, direttore del Carnegie Russia Eurasia Center di Berlino, ha dichiarato all'agenzia stampa che, secondo lui, il rischio di un impiego di armi nucleari tattiche da parte della Russia resta "estremamente basso" e poco utile sul campo di battaglia.

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OpenSSL Updates Close Heap Corruption and Remote Crash Weaknesses
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Core Werewolf Deploys Custom CoreRAT Against Russian Defense Targets
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ToxNetV2 Botnet Adds AI-Guided Commands to Linux Attack Operations
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Actively Exploited SharePoint Flaw Combines With RCE for Server Takeover
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Come Trump ha stravolto il giardino delle rose della Casa Bianca


Al posto del prato c'è un patio di pietra bianca con i bronzi di Washington, Hamilton, Franklin e Jefferson, più due soldati della guerra d'indipendenza. Due statue arrivano da donatori anonimi.

Il giardino delle rose della Casa Bianca, lo spazio verde accanto allo Studio Ovale usato da decenni per cerimonie e conferenze stampa, ospita ora cinque sculture. Il presidente ha fatto sostituire il prato con un patio di pietra bianca e ci ha collocato i bronzi di George Washington, Alexander Hamilton, Benjamin Franklin e Thomas Jefferson, insieme a un'opera che raffigura due soldati della guerra d'indipendenza.

L'ultima arrivata è la statua di Jefferson, terzo presidente degli Stati Uniti, seduto mentre firma la Dichiarazione di indipendenza. È un regalo di George Lundeen, scultore di Loveland, in Colorado, che l'aveva realizzata decenni prima e l'aveva tenuta nel suo ranch. Lundeen ha deciso di rimetterla a nuovo e di spedirla alla Casa Bianca in tempo per le celebrazioni del 4 luglio, il giorno in cui gli Stati Uniti hanno festeggiato i 250 anni dell'indipendenza. "Ho pensato che sarebbe stata una cosa davvero bella per i 250 anni, guardare Thomas Jefferson mentre scriveva la Dichiarazione di indipendenza", ha detto lo scultore all'Associated Press.

La statua non è arrivata in tempo. Steven Barber, amico e collaboratore di Lundeen che aveva contattato la Casa Bianca a nome dello scultore, ha raccontato che il camion è rimasto bloccato anche per le misure di sicurezza intorno agli eventi delle celebrazioni. Barber ha detto di aver chiamato la Casa Bianca per mesi senza ottenere risposte, fino a circa tre settimane prima del 4 luglio, quando è arrivata una raffica di email in cui chiedevano la statua. Il presidente ha visto le fotografie e l'opera gli è piaciuta tanto da decidere di metterla nel giardino delle rose.

Quando ha chiamato Lundeen per ringraziarlo, il presidente è finito in segreteria. Dopo la festa nazionale la responsabile dell'ufficio dello scultore ha insistito perché ascoltasse un messaggio in particolare. "Ciao George. È il tuo presidente preferito, Donald Trump, e volevo solo ringraziarti", si sente nella registrazione, che Lundeen ha poi reso pubblica. "La scultura è davvero bella... anche solo dalla foto vedo che è incredibile, abbiamo un posto meraviglioso proprio nel giardino delle rose e ti ringrazio."

Il bronzo di Washington, primo presidente degli Stati Uniti, è stato prestato da Harlan Crow, immobiliarista texano e grande finanziatore del Partito Repubblicano, diventato noto negli ultimi anni per la sua amicizia con il giudice della Corte Suprema Clarence Thomas. "Freedom's Charge", la scultura alta 4,3 metri (14 piedi) con i due soldati della guerra d'indipendenza separati da una bandiera, è stata trasferita da Dallas ed è opera di Chas Fagan. Sulle singole opere la Casa Bianca ha dato pochi dettagli: le statue di Franklin e Hamilton arrivano da donatori anonimi.

Le sculture sono una parte dei lavori voluti dal presidente nella residenza, dalla ridecorazione in oro dello Studio Ovale alla sala da ballo e all'eliporto che sta costruendo nel giardino sud. Il portavoce della Casa Bianca Davis Ingle ha spiegato la passione del presidente per le statue dicendo che nessun altro presidente ha fatto di più per abbellire la residenza e i suoi dintorni. "Dal restauro dei nostri monumenti più preziosi, che avevano subito anni di abusi e vandalismo, alla pulizia dei nostri parchi e della Reflecting Pool, la visione audace del presidente Trump ha fatto in modo che l'America celebrasse il suo 250esimo compleanno con gloria e orgoglio", ha detto in una dichiarazione scritta. Ingle citava anche il tentativo, finito male, di ripulire la Reflecting Pool, la grande vasca d'acqua davanti al Lincoln Memorial. Ha aggiunto che il presidente continua a fare ristrutturazioni "attese da tempo e necessarie" e che "grazie al Builder-in-Chief", il costruttore in capo, "la Casa Bianca sarà glorificata come si deve e resterà in condizioni eccellenti per le generazioni future".

A marzo il presidente ha fatto installare una statua di Cristoforo Colombo nel terreno dell'Eisenhower Executive Office Building, il palazzo di uffici della presidenza accanto alla Casa Bianca. Più di recente il National Park Service, l'agenzia federale che gestisce parchi e monumenti nazionali, ha collocato una serie di sculture dedicate a personaggi e temi dell'epoca rivoluzionaria in una piazza poco distante. Sono tappe di un piano più ampio con cui il presidente vuole lasciare il segno nel centro di Washington.

Il progetto più ambizioso è il National Garden of American Heroes, un giardino di statue da costruire su terreni federali vicino al National Mall, la grande spianata monumentale della capitale. Dovrebbe ospitare le sculture di 250 americani che hanno dato un contributo culturale, politico o storico al paese. Diverse organizzazioni che si occupano di tutela del patrimonio e dei beni culturali hanno fatto causa per bloccarlo, sostenendo che serve prima un'autorizzazione del Congresso. Barber ha detto che lui e Lundeen sono tra i candidati a realizzare alcune di quelle statue.

Nel suo golf club di West Palm Beach, in Florida, il presidente espone una scultura in bronzo alta 2,1 metri (7 piedi) che lo raffigura con il pugno alzato dopo l'attentato del 2024 durante un comizio a Butler, in Pennsylvania. L'ha realizzata Lundeen. A regalarla al presidente è stato Anthony Constantino, imprenditore e candidato repubblicano al Congresso in New York.

La Casa Bianca è da sempre una vetrina per l'arte. L'opera più celebre è il ritratto di Washington dipinto da Gilbert Stuart, appeso nella East Room e salvato dalla first lady Dolley Madison quando gli inglesi diedero fuoco all'edificio durante la guerra del 1812 tra Stati Uniti e Regno Unito. I presidenti hanno accesso alla vasta collezione d'arte della residenza e Trump ha detto di essere andato nei "vaults", i depositi, per scegliere i ritratti presidenziali e le altre opere appese nello Studio Ovale e nelle altre stanze. Nei corridoi e nelle sale aperte al pubblico ci sono anche i ritratti degli ex presidenti e delle ex first lady.

Nel primo mandato la first lady Melania Trump aveva fatto installare vicino al giardino delle rose un'opera dello scultore nippoamericano Isamu Noguchi, il primo artista asiatico-americano a entrare nella collezione della Casa Bianca. Prima ancora, la ristrutturazione della Old Family Dining Room voluta nel 2015 da Michelle Obama aveva portato un dipinto di Alma Thomas, prima artista afroamericana presente nella collezione.


La Corte Suprema sblocca il cantiere della sala da ballo di Trump


Il presidente della Corte Suprema, John Roberts, ha stabilito oggi che i lavori per la sala da ballo voluta da Donald Trump alla Casa Bianca possono proseguire, almeno per ora, nonostante il blocco imposto da un tribunale federale di livello inferiore. Con un ordine di poche righe, Roberts ha sospeso l'ingiunzione in attesa che la Corte nel suo insieme possa esaminare nel merito la richiesta dell'Amministrazione, che presenta la demolizione dell'East Wing e la costruzione della nuova sala come necessarie per ragioni di sicurezza. Sulla legittimità dell'opera, tuttavia, la Corte non si è ancora pronunciata.

All'inizio del mese, un collegio d'appello federale aveva confermato con due voti contro uno l'ingiunzione che fermava il cantiere, sostenendo che per un intervento di questa portata Trump avesse bisogno dell'approvazione del Congresso. A portare il progetto in tribunale è stato il National Trust for Historic Preservation, l'organizzazione che tutela il patrimonio storico statunitense. La decisione è stata sostenuta dai giudici Patricia Millett e Bradley Garcia, mentre Neomi Rao ha firmato l'opinione dissenziente. Lo stesso collegio aveva però sospeso per due settimane gli effetti della propria pronuncia, concedendo ai legali del presidente il tempo necessario per rivolgersi alla Corte Suprema.

La sicurezza nazionale invocata dalla Casa Bianca


Nel ricorso, il solicitor general D. John Sauer, che rappresenta il governo federale davanti alla Corte Suprema, ha definito il blocco come "un'ingiunzione straordinaria e illegittima", destinata a fermare la costruzione di un "complesso militare integrato" nell'East Wing, a suo giudizio "indispensabile per la sicurezza nazionale". In questa ricostruzione, la sala da ballo costituirebbe soltanto uno spazio "completamente sicuro" all'interno del complesso. La sospensione dell'ingiunzione, ha insistito Sauer, sarebbe necessaria "per la sicurezza del presidente, la continuità del governo e la separazione dei poteri".

Il giudice Richard Leon, autore dell'ingiunzione, aveva però chiarito già ad aprile che il divieto aveva una portata più limitata. Pur impedendo al governo di compiere qualsiasi atto diretto alla realizzazione della sala da ballo, l'ordine consentiva infatti i lavori sotterranei destinati alle strutture di sicurezza nazionale e gli interventi necessari a proteggere il sito e il presidente.

Per sostenere l'urgenza del progetto, la Casa Bianca ha indicato un quadro di minacce crescenti, citando il presunto complotto contro l'evento UFC ospitato a giugno alla Casa Bianca e la sparatoria avvenuta davanti alla Cena dei Corrispondenti della Casa Bianca. Trump, tuttavia, parla da tempo della costruzione di una sala da ballo, ben prima che fossero sollevati questi allarmi. Dopo il ritorno alla Casa Bianca aveva assicurato che il progetto non avrebbe interessato l'edificio esistente: in seguito, però, l'East Wing è stato demolito e i lavori sono cominciati con una procedura accelerata.

In un documento depositato presso la Corte Suprema, il funzionario della Casa Bianca Joshua Fisher ha scritto che il progetto è completato al 65% e che le strutture sotterranee sono ormai quasi ultimate. La consegna è prevista per agosto 2028. La sala occuperà circa 8.400 metri quadrati e dovrebbe costare intorno ai 600 milioni di dollari, metà dei quali a carico dei contribuenti. Al momento dell'annuncio, il costo stimato era invece di 200 milioni e la Casa Bianca aveva assicurato che l'intera somma sarebbe stata finanziata da donatori privati.


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FPF challenges secrecy in Herridge source protection case


FOR IMMEDIATE RELEASE:

Washington, D.C., Aug. 26, 2026 — Freedom of the Press Foundation (FPF) has moved to unseal two Department of Defense documents that are central to investigative journalist Catherine Herridge’s fight to protect her confidential sources.

Herridge was held in contempt of court and faces an $800-per-day fine for refusing to reveal confidential sources for her reporting on scientist Yangping Chen’s alleged ties to the Chinese military while an online college that Chen founded received federal funds. The fine is on hold while Herridge asks the Supreme Court to review the contempt order.

The documents FPF seeks to unseal memorialize the Defense Department’s decision to terminate Chen’s university from its Tuition Assistance program “on national security grounds,” and are pivotal to Herridge’s argument that the reporter’s privilege protecting her sources has not been overcome.

The following statement can be attributed to FPF Senior Adviser Caitlin Vogus:

“Catherine Herridge’s battle to protect her confidential sources is one of the most important press freedom cases today. Nothing about it should play out in secret.

“The public deserves to see the documents behind this ruling and judge for itself whether the facts warrant undermining journalist-source confidentiality. It’s especially galling that while the court demands Herridge reveal her sources, it keeps the basis for its own decision secret.”

Attorney H. Christopher Bartolomucci of Schaerr | Jaffe LLP, which represented FPF, added:

“Public access to information is a pillar of the rule of law, one that facilitates government accountability. In this case, the public has been denied access to important court records that are under seal. This denial of access prevents the public from assessing the strength — or weakness — of the court’s decision.”

An appellate court declined a previous motion from FPF to unseal the documents when it sent the case back to the district court. FPF filed its motion to intervene and unseal them in the district court on Tuesday. You can read the full motion here or below.

Please contact us if you would like further comment.

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Per la scuola pubblica solo le briciole, mentre alle paritarie arrivano 886 milioni di euro e un bonus fino a 1.500 euro a studente. I soldi per la scuola pubblica, però, sembrano non esserci mai.

Video di Francesca Romana D’Antuono, già copresidente di Volt Europa.

#Scuola #ScuolaPubblica #Istruzione #Politica #Precariato #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Gli americani sono sempre più contrati alla guerra con l'Iran


Nel sondaggio Reuters/Ipsos l'approvazione del presidente è ferma al 33%, il dato più basso dei suoi due mandati. A far calare il sostegno alla guerra sono soprattutto gli elettori repubblicani

Il sostegno degli americani alla guerra contro l'Iran è sceso al livello più basso dalle prime fasi del conflitto e contribuisce a tenere la popolarità del presidente Donald Trump al minimo dei suoi due mandati. Secondo un sondaggio Reuters/Ipsos condotto per quattro giorni e chiuso lunedì 24 agosto, solo il 31% degli intervistati approva l'azione militare degli Stati Uniti contro l'Iran, in calo rispetto al 37% di marzo e al 34% di inizio agosto.

A ritirare l'appoggio sono soprattutto gli elettori repubblicani: oggi il 69% di loro approva ancora la guerra, contro il 77% di marzo. Il conflitto pesa da mesi sull'immagine del presidente. Per la seconda rilevazione consecutiva, solo il 33% degli americani giudica positivamente il suo lavoro alla Casa Bianca. È il dato più basso mai registrato per lui dai sondaggi Reuters/Ipsos, considerando sia il primo mandato, tra il 2017 e il 2021, sia quello attuale, iniziato nel gennaio 2025.

Trump ha detto agli americani che la guerra, iniziata il 28 febbraio con gli attacchi americani e israeliani contro l'Iran, è necessaria per impedire a Teheran di sviluppare un'arma nucleare. Negli ultimi mesi gli scontri si sono attenuati, ma l'Iran mantiene un blocco di fatto, mai dichiarato ufficialmente, delle esportazioni di petrolio dalla regione. Il blocco riduce l'offerta di greggio sui mercati e ha spinto il prezzo della benzina negli Stati Uniti fino a livelli vicini ai massimi storici. Oggi un gallone (3,8 litri) costa più di un dollaro in più rispetto a prima della guerra.

Sondaggio · Stati Uniti

Solo il 31% degli americani approva la guerra contro l’Iran

21-24 agosto 2026 · 1.215 adulti (±3%) · Reuters/Ipsos

Disapprova Non risponde Approva

Tutti gli adulti
63% 31%

Democratici
90% 8%

Indipendenti
67% 23%

Repubblicani
29% 69%

Fonte Sondaggio Reuters/Ipsos sull’azione militare americana contro l’Iran, condotto dal 21 al 24 agosto 2026 su 1.215 adulti in tutto il paese. Il margine di errore è di ±3 punti percentuali sul totale e di 4-6 punti sui sottogruppi. La linea tratteggiata segna il 50%.

Trump ha promesso di aumentare la pressione economica su Teheran e lunedì il segretario al Tesoro Scott Bessent, l'equivalente americano del ministro dell'Economia, ha annunciato una possibile estensione delle sanzioni ai paesi che continuano a fare affari con l'Iran, una misura pensata per isolare economicamente il regime. Per il momento però non ha imposto nessuna penalità concreta, un segnale di quanto il conflitto sia diventato complicato da gestire per l'amministrazione.

L'83% degli americani si aspetta che la guerra vada avanti ancora a lungo, in crescita rispetto all'80% di inizio mese. Trump aveva costruito la campagna per le presidenziali del 2024 sulla promessa di contenere l'inflazione e di evitare di trascinare il paese in lunghi conflitti militari. Sei mesi dopo l'inizio della guerra, il caro benzina ricade soprattutto sui suoi alleati repubblicani. Alle elezioni di metà mandato del 3 novembre, il voto che si tiene a due anni dalle presidenziali e rinnova l'intera Camera e un terzo del Senato, il partito del presidente difenderà le sue maggioranze molto strette al Congresso.

Tra gli elettori indipendenti, quelli che non si riconoscono in nessuno dei due partiti, il 33% dice che voterebbe per i democratici se le elezioni per il Congresso si tenessero oggi e il 19% per i repubblicani, un vantaggio di 14 punti. Il sondaggio è stato condotto a livello nazionale su 1.215 adulti e ha un margine di errore di 3 punti percentuali in più o in meno.


Popolarità Trump, numeri in stallo come i negoziati di pace (23 agosto)


Come ogni domenica, facciamo un resoconto sulla approvazione del presidente Trump, con i cambiamenti occorsi negli ultimi sette giorni.

Questa settimana estiva non ha evidenziato grandi smottamenti: dopo aver toccato il livello di net rating più basso del mandato e in mezzo a tanti piccoli balzelli, la popolarità si è leggermente rialzata assestandosi su un livello comunque critico, tra i tanti bassi e i pochi alti registrati dall’inizio del conflitto in Iran.

Si registra un basso numero di rilevazioni, e difficilmente questo cambierà prima del prossimo mese; per ora, comunque, il tasso di approvazione rimane inferiore al 40% in tutte le medie, mentre la disapprovazione si è assestata un po’ sotto al 60%.

I numeri sono peggiorati notevolmente dall’inizio della guerra in Iran, e non si intravedono spiragli positivi considerando lo stallo nelle trattative di pace.

Si tratta di una situazione al limite per il tycoon, che resta dietro a Joe Biden nella classifica dei presidenti più impopolari a questo punto del mandato.

Il dato attuale, infatti, è peggiore rispetto alla già catastrofica media di Joe Biden nell’agosto 2022; questo significa che l’approvazione di Trump è la peggiore di sempre dopo diciannove mesi di presidenza. È di circa undici punti, invece, la distanza con il suo primo mandato.

Il net rating (la differenza tra tasso di approvazione e tasso di disapprovazione) rimane saldamente in territorio negativo sia per la media di RealClearPolitics (RCP), sia per quella del Silver Bulletin, sia per la nostra di Focus America.

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Questa settimana le medie si muovono poco, con un modesto aggiustamento verso l’alto per RCP e una totale stagnazione per il sito di Silver e Focus America.

Come già accennato, dopo diciannove mesi alla Casa Bianca, il gradimento di questo secondo mandato si colloca al di sotto rispetto ai primi diciannove mesi del suo primo mandato e a quello di Biden.

Sondaggi
L’approvazione di Trump e degli altri presidenti
Approvazione netta (approva − disapprova), per giorni dall’insediamento

Presidente
Trump II

Grafici Recap numerico

Facendo un paragone con il passato, grazie ai dati di Focus America, si nota come il dato di apprezzamento di Trump dopo 579 giorni di presidenza (-20,6 secondo la nostra media) sia il più basso tra tutti i presidenti USA dal secondo dopoguerra in avanti nello stesso periodo, peggiore di Biden che con il suo -19,3 attraversava comunque un periodo di grande sofferenza.

Risulta molto indietro, come detto, anche rispetto al suo primo mandato, in cui era più del doppio più popolare, a -9,9. Andando molto a ritroso, anche Harry Truman veleggiava su numeri deficitari (-19).

Sul nostro sito trovate i grafici con il confronto con tutti i primi mandati degli altri presidenti, con una frequenza di aggiornamento pari a 8 volte al giorno.

Il tasso di approvazione di Trump oscilla tra il 37% e il 39%, mentre il tasso di disapprovazione si aggira intorno al 57%-58%.

Nelle prossime settimane monitoreremo l’evoluzione di questa situazione, per cogliere se ci saranno miglioramenti o ulteriori ripercussioni sui numeri, considerando il sostanziale fallimento dei negoziati con Teheran.

Di seguito pubblichiamo una infografica con una selezione delle rilevazioni dei migliori istituti rilasciate nel corso dell'ultima settimana. Per ogni casa sondaggistica sono presenti due numeri percentuali: il primo è il tasso di approvazione, il secondo quello di disapprovazione.

Ricordiamo che, stante la chiusura del sito FiveThirtyEight, abbiamo deciso di utilizzare i numeri del Silver Bulletin, il nuovo sito di Nate Silver, fondatore di 538.

Sondaggi
Gli ultimi sondaggi sulla popolarità di Trump
11 rilevazioni di 11 istituti — 23 agosto 2026

Sondaggi Metodo

Ordina per:Data fineNet Approval

Legenda campioni

LV

Likely Voters · 2 sondaggi
Elettori probabili — campione più ristretto e affidabile

RV

Registered Voters · 3 sondaggi
Elettori registrati al voto

A

Adults · 6 sondaggi
Tutti gli adulti americani — campione più ampio

Affidabilità
LVRVA

Elaborazione di Focus America su dati dei sondaggi pubblici · Ultimo aggiornamento: 23 agosto 2026

Il sito Silver Bulletin (che fa una propria media aggiustata di tutti i sondaggi, dandone un peso maggiore o minore in base al bias storico e al rating delle firme che li svolgono) segna una media generale di 38,1% (-) - 58% (-). In totale un net approval arrotondato di -19,9 (-).

Il sito RealClearPolitics, invece, che fa una selezione solo di alcuni sondaggi in base all'affidabilità di chi li esegue, segnala una media totale migliore: 39,5% (+0,4) - 57,2% (-1,2). In totale un net rating di -17,7 (+1,6).

La media calcolata da noi di Focus America, invece, è di 37,3% (-) - 57,9% (-0,1), con un net rating complessivo di -20,6 (+0,1). La metodologia utilizzata è specificata direttamente nella pagina del nostro sito dedicata ai sondaggi sulla popolarità di Trump.

Tracker
L’approvazione di Trump: tre medie a confronto
Andamento giornaliero dall’insediamento

Seleziona fonte
Confronto Silver Bulletin RCP FocusAmerica

Silver Bulletin

RealClearPolitics

FocusAmerica

Clicca qui per vedere i dati aggiornati in tempo reale della popolarità di Trump


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📰 "Der Wirtschaftsauskunftei #Schufa droht im Streit um die sogenannte #Schattendatenbank ein folgenschwerer Rechtsstreit. NOYB hat das Unternehmen formell abgemahnt und die Vorbereitung einer gerichtlichen #Sammelklage bekanntgegeben."

Weiterlesen 👉 handelsblatt.com/politik/deuts…

Du möchtest dich bei der Sammelklage beteiligen? Trage dich auf der Interessentenliste ein: schufa.noyb.eu (nur in Deutschland)

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So sieht also Erpressung bei der Deutschen Post aus:

“Bevor sie allerdings mit der Identifizierung beginnen, werden Nutzer:innen dazu aufgefordert, ihre Daten für das Training der dahinter liegenden KI-Sprachmodelle freizugeben. Sie können das Verfahren nur fortsetzen, wenn sie dem Training mit ihren Daten zustimmen.”


Um sich online auszuweisen, können Kund:innen das Postident-Verfahren nutzen. Bei einer der Varianten sollen sie ihre Daten für KI-Training freigeben. Laut Deutscher Post ist das freiwillig, doch Nutzer:innen sehen das anders.

netzpolitik.org/2026/postident…


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Sicherheitsforscher:innen, die auf eigene Faust Lücken in IT-Systemen entdecken und diese verantwortungsbewusst melden, können schnell in die Bredouille geraten. Nun legt die Gesellschaft für Informatik ein Papier dazu vor, wie die überfällige Reform des Computerstrafrechts endlich gelingen könnte. netzpolitik.org/2026/ethisches…
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Die Schufa hält eine Schattendatenbank mit veralteten Daten über Millionen von Menschen vor. Dagegen wehrt sich jetzt die Datenschutzorganisation noyb mit einer Abmahnung – und der Vorbereitung einer möglichen Sammelklage.

netzpolitik.org/2026/schattend…

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L’ala filoisraeliana dei democratici conquista posti chiave alla Commissione Esteri


Il deputato Jared Moskowitz guiderà il partito nella Sottocommissione sul Medio Oriente e, in caso di vittoria a novembre, potrebbe assumerne la presidenza.

Tre deputati democratici filoisraeliani hanno ottenuto ieri nuovi incarichi chiave nella Commissione Esteri della Camera. Uno di loro guiderà i deputati democratici proprio nella Sottocommissione competente per la politica statunitense in Medio Oriente. Le nomine rappresentano un successo significativo per l'ala filoisraeliana del partito, nonostante una parte crescente della base democratica assuma posizioni sempre più favorevoli ai palestinesi.

Jared Moskowitz, deputato della Florida, sarà il capogruppo democratico nella Sottocommissione per il Medio Oriente e il Nord Africa. Lascerà lo stesso incarico nella Sottocommissione Vigilanza e Intelligence, dove sarà sostituito da Jonathan Jackson.

Se i democratici conquistassero la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti nelle elezioni di novembre, Moskowitz sarebbe così nella posizione di assumere la presidenza della Sottocommissione. Il deputato ha già chiarito che intende usare il nuovo ruolo per rafforzare il sostegno statunitense a Israele. "Se i democratici prendessero il controllo della Camera, sarei nella posizione di contribuire a orientare la politica degli Stati Uniti su Israele e sul Medio Oriente", ha dichiarato ad Axios.

Le altre nomine nella Commissione


Nello stesso annuncio, il capogruppo democratico della Commissione, Greg Meeks, ha comunicato l'ingresso di altri 3 nuovi membri. Debbie Wasserman Schultz, anche lei eletta in Florida e filoisraeliana come Moskowitz, entrerà nella Sottocommissione Vigilanza e Intelligence. Wesley Bell, deputato del Missouri e altro sostenitore di Israele, siederà invece in quella per l'Emisfero occidentale.

Mark Pocan, progressista del Wisconsin vicino alle posizioni palestinesi e critico assiduo dell'AIPAC, la potente organizzazione filoisraeliana attiva nel finanziamento della politica statunitense, entrerà invece nella Sottocommissione Africa. Nessuno dei tre nuovi membri siederà dunque in quella sul Medio Oriente.

Meeks ha affermato che "l'esperienza, l'impegno e la competenza" dei nuovi membri "rafforzeranno il nostro lavoro e contribuiranno a guidare la Commissione nell'affrontare sfide urgenti per la sicurezza nazionale e la diplomazia". Si è inoltre detto impaziente di collaborare con tutti i deputati "in questa fase turbolenta, nella quale il controllo esercitato dal Congresso è più necessario che mai". Anche Meeks, che in caso di vittoria democratica sarebbe nella posizione di presiedere la Commissione, è un convinto sostenitore di Israele.

Il peso delle primarie democratiche


Moskowitz e Bell avevano appena vinto le rispettive primarie contro sfidanti di sinistra che li avevano attaccati anche per il loro sostegno a Israele. Il 4 agosto Bell ha sconfitto per la seconda volta Cori Bush, già battuta nel 2024, ottenendo il 59% dei voti contro il 37%. Il 18 agosto Moskowitz ha superato con il 63% Oliver Larkin, sostenuto dai Democratic Socialists of America.

Nello stesso giorno Wasserman Schultz ha vinto le primarie in un distretto ridisegnato e diventato a maggioranza afroamericana. Contro di lei correvano quattro candidati afroamericani e la campagna si è concentrata soprattutto sul tema della rappresentanza.

Le nomine mostrano comunque che, nonostante il cambiamento in corso in una parte dell'elettorato democratico, l'ala filoisraeliana del Partito conserva ancora un peso rilevante negli organismi della Camera competenti per la politica estera. Se il partito conquistasse la maggioranza a novembre, questo equilibrio potrebbe incidere direttamente sull'indirizzo della politica statunitense in Medio Oriente.


Il candidato repubblicano che non vuole più i soldi dell'AIPAC


Gli alleati di Mike Rogers, candidato repubblicano al Senato in Michigan, hanno chiesto all'AIPAC di non trasmettere spot elettorali in suo favore, rompendo apertamente con il principale gruppo di lobby filoisraeliano degli Stati Uniti. La scorsa settimana Rogers ha avuto un colloquio a Los Angeles con il presidente dell'organizzazione, Michael Tuchin. Il giorno successivo l'AIPAC ha accantonato uno spot già realizzato contro il suo avversario democratico, Abdul El-Sayed, secondo quanto ricostruito da Axios.

Rogers è un convinto sostenitore di Israele, ma teme che l'appoggio pubblico dell'AIPAC possa danneggiarlo alle elezioni del 3 novembre. La sua richiesta mostra quanto si sia indebolita la posizione politica del gruppo, mentre cresce tra gli elettori la contrarietà alla guerra a Gaza. La decisione ha però irritato i dirigenti dell'organizzazione, che avevano speso più di 30 milioni di dollari nel tentativo di sconfiggere El-Sayed alle primarie democratiche e si preparavano a investirne altri milioni per aiutare Rogers a vincere le elezioni generali.

El-Sayed ha costruito la propria campagna proprio sull'opposizione all'AIPAC, presentando quelle spese come la prova che la sua avversaria Haley Stevens fosse condizionata dalla lobby filoisraeliana. Ha definito Israele uno "Stato canaglia", lo ha accusato di genocidio e apartheid e si è rifiutato di dire se ritenga che il paese abbia il diritto di esistere come Stato ebraico. Sconfiggerlo era così diventato una priorità per l'AIPAC, che raramente finanzia grandi campagne nelle elezioni generali. "AIPAC, se ci stai ascoltando, torna a bruciare quei soldi", aveva detto El-Sayed prima di vincere di misura le primarie del 4 agosto.Posts

L'AIPAC vuole esporsi, Rogers no


Prima delle primarie, la squadra di Rogers aveva avvertito l'organizzazione che El-Sayed avrebbe probabilmente sconfitto Stevens. L'AIPAC sperava ancora in un esito diverso e le due parti si erano lasciate con l'intesa di proseguire il confronto. Dopo la vittoria di El-Sayed, il gruppo intendeva estendere la propria offensiva pubblicitaria anti El-Sayed alla campagna per le elezioni generali. Gli alleati di Rogers ritenevano però che gli spot trasmessi durante le primarie avessero prodotto l'effetto opposto, offrendo a El-Sayed un bersaglio politico che avrebbe volentieri utilizzato di nuovo.

La squadra del repubblicano ha quindi proposto all'AIPAC di partecipare alla campagna elettorale senza mettere il proprio nome in primo piano: avrebbe potuto indirizzare i donatori verso un super PAC favorevole a Rogers o verso il comitato congiunto di raccolta fondi creato dal candidato con il Partito Repubblicano nazionale. È stata inoltre prospettata l'assunzione degli strateghi politici dell'organizzazione. Le proposte, però, non sono bastate: l'AIPAC intende infatti avere un ruolo visibile nella sconfitta di El-Sayed e sostiene che il candidato democratico collegherebbe comunque Rogers alla lobby, considerato il suo netto sostegno a Israele.

I contatti diretti si sono raffreddati e ora il Partito Repubblicano sta cercando di ricucire i rapporti, affidando la mediazione a donatori ebrei vicini a entrambe le parti. Alcuni esponenti nazionali del partito temono che il gruppo, il cui super PAC disponeva alla fine di luglio di quasi 60 milioni di dollari, possa restare completamente fuori dalla competizione. Altri ritengono invece che abbia troppo in gioco per rinunciare e che finirà per riappacificarsi con la squadra di Rogers. Interpellato da Axios, Rogers ha dichiarato di accogliere con favore qualsiasi sostegno della comunità filoisraeliana e di essere orgoglioso del suo coinvolgimento.

Le sconfitte dell'AIPAC e il peso della guerra a Gaza


Nel frattempo, l'organizzazione filo israeliana continua a subire sconfitte elettorali. L'ultima è arrivata martedì in California, dove la senatrice statale democratica Aisha Wahab ha vinto il ballottaggio nel quattordicesimo distretto congressuale, conquistando il seggio alla Camera lasciato libero da Eric Swalwell dopo le dimissioni di aprile. L'AIPAC aveva speso 4,4 milioni di dollari nel tentativo di fermarla. Wahab resterà in carica per circa 5 mesi, fino alla conclusione della legislatura.

Il Michigan ospita una delle comunità arabo-americane più numerose degli Stati Uniti. Secondo un sondaggio di Fox News, condotto tra il 6 e il 10 agosto su 1.006 elettori registrati, il 55% degli intervistati è contrario alla prosecuzione degli aiuti militari statunitensi a Israele, mentre il 44% è favorevole. La stessa rilevazione dà però Rogers in vantaggio su El-Sayed con il 51% contro il 47%.

Gli strateghi di entrambi i partiti ritengono che in Michigan, come negli altri Stati a forte vocazione manifatturiera, il voto sarà determinato più dalle condizioni economiche che dalla politica mediorientale. Gli attacchi di El-Sayed all'AIPAC potrebbero, quindi, avere meno presa nelle elezioni generali rispetto alle primarie democratiche. Rogers ha comunque preferito non correre rischi e, almeno per il momento, ha rinunciato alla campagna pubblicitaria del gruppo che voleva sostenerlo.


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Gran bella mossa! Si per iniziare a focalizzarsi sul #fediverso e lasciare il mondo centralized

cyberplace.social/users/GossiT…


Both Xcancel and Nitter have had cease and desist letter from Twitter. You can still follow Twitter account on Mastodon via account@bird.makeup and the like. Eg @c_c_krebs

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#Schattendatenbank der #SCHUFA: Millionen Daten sollen weiter gespeichert werden, obwohl sie längst gelöscht sein müssten. Betroffene erhalten diese historischen Daten offenbar auch auf #DSGVO-Anfrage nicht.

🔗 noyb.eu/de/shadow-database-sca…

🧑‍⚖️ @noybeu hat die SCHUFA abgemahnt und eine Interessenliste für eine Sammelklage eröffnet.

#TeamDatenschutz

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Voto per posta, va avanti la battaglia legale


Una giudice federale consente la pubblicazione delle nuove regole dell’USPS, ma ne vieta l’applicazione fino alla conclusione delle elezioni di medio termine.

Una giudice federale del Massachusetts ha stabilito ieri che l'Amministrazione Trump ha violato un'ingiunzione valida in tutto il Paese, portando a termine l'iter di una norma destinata a modificare profondamente il voto per corrispondenza. Il provvedimento consente la pubblicazione del testo mercoledì, ma impedisce allo United States Postal Service (USPS), il servizio postale federale, di applicarlo.

"Le parti convenute non possono sostenere di avere frainteso la portata dell'ordinanza della Corte", ha scritto la giudice distrettuale Indira Talwani in un provvedimento di 5 pagine. Talwani ha concluso che l'ingiunzione preliminare è stata violata, nonostante il governo avesse assicurato che gli Stati Uniti prendono molto sul serio l'obbligo di rispettare le decisioni giudiziarie.

La decisione accoglie in parte un'istanza d'urgenza della sezione del Massachusetts della League of Women Voters, secondo cui il servizio postale avrebbe ignorato l'ordine della giudice predisponendo la pubblicazione di una norma definitiva con effetto immediato. L'ingiunzione, estesa da Talwani a tutto il Paese l'11 agosto, vieta all'Amministrazione di imporre all'USPS di respingere le buste elettorali che non rispettano i nuovi requisiti grafici fino alla conclusione delle elezioni di medio termine. Proibisce inoltre di "avviare o completare" l'iter normativo necessario a introdurre quei criteri. La giudice ha tuttavia respinto la richiesta dell'associazione di imporre sanzioni.

Dietro la grafica delle buste, l'elenco federale degli elettori


L'ordine esecutivo da cui nasce la controversia va ben oltre l'aspetto delle buste. Impone, infatti, al Dipartimento per la Sicurezza interna di trasmettere agli Stati gli elenchi dei cittadini maggiorenni, obbliga gli Stati che ricorrono al voto per posta a comunicare al governo federale i nomi di chi riceve una scheda e prevede che il servizio postale rifiuti la consegna agli Stati che non rispettano questi obblighi. È questo il meccanismo che i ricorrenti considerano il vero obiettivo del provvedimento, perché trasformerebbe la consegna delle schede in una verifica preventiva del diritto di voto.

In un documento depositato il 25 agosto, l'Amministrazione Trump ha sostenuto che la pubblicazione della norma non violerebbe l'ingiunzione. Il testo precisa infatti che il servizio postale non la applicherà finché resterà in vigore il provvedimento della giudice: secondo il governo, dunque, pubblicare la norma non equivale ad attuarla. L'Amministrazione ha inoltre affermato che era necessario fissarne l'entrata in vigore prima delle elezioni, così da concedere agli Stati il tempo di adeguarsi qualora l'ingiunzione fosse revocata.

La Corte Suprema apre un varco all'amministrazione


Intanto, lunedì la Corte Suprema ha sospeso un'altra ingiunzione emessa da Talwani, vale a dire quella adottata a giugno a tutela dei 23 Stati e del Distretto di Columbia che avevano impugnato l'ordine esecutivo. Tra questi figurano Stati in bilico come Arizona, Michigan, Nevada, North Carolina, Pennsylvania e Wisconsin.

La Corte ha preso questa decisione con 6 voti contro 3, seguendo le consuete divisioni ideologiche, e ha giudicato prematuro il provvedimento perché adottato prima che le agenzie federali definissero i piani di attuazione. La maggioranza ha però precisato che la decisione "non significa che qualunque misura adottata dal governo per attuare l'ordine sarà necessariamente legittima". Nella loro opinione dissenziente, Ketanji Brown Jackson, Sonia Sotomayor ed Elena Kagan hanno invece avvertito che alle elezioni di novembre "ne deriverà il caos".

Secondo la Casa Bianca, lo stesso ragionamento comporterebbe l'illegittimità anche dell'ingiunzione nazionale dell'11 agosto, che Talwani dovrebbe quindi revocare. La giudice non ha affrontato la questione e non ha ancora deciso se annullare il provvedimento. Intanto, il gruppo di Stati che si era rivolto alla Corte Suprema dovrebbe presentare un nuovo ricorso non appena la norma definitiva sarà pubblicata, riaprendo il contenzioso sul terreno indicato dagli stessi giudici. Resta però da capire se, nel frattempo, l'ingiunzione dell'11 agosto rimarrà in vigore.


La Corte Suprema autorizza per ora il piano di Trump per limitare il voto per posta


La Corte Suprema degli Stati Uniti ha dato il via libera, per ora, al piano del presidente Donald Trump per limitare il voto per posta prima delle elezioni di midterm di novembre, il voto di metà mandato che rinnova il Congresso. Lunedì i giudici hanno rimosso il blocco imposto dai tribunali di grado inferiore e hanno permesso all'amministrazione di preparare le nuove regole, con una decisione presa a maggioranza da sei giudici contro tre.

L'ordine esecutivo, un provvedimento che il presidente può adottare senza passare dal Congresso, era stato firmato a marzo. Affida al servizio postale statunitense, lo US Postal Service, il compito di aiutare a stabilire quali elettori possono ricevere la scheda per il voto per corrispondenza. Il Dipartimento per la sicurezza interna (Department of Homeland Security), il ministero che negli Stati Uniti si occupa di sicurezza e immigrazione, dovrà compilare liste di cittadini da inviare agli Stati per ripulire i registri elettorali. Il servizio postale avrebbe poi l'ordine di non spedire schede a chi non compare nella lista approvata.

La decisione non riguarda il merito dell'ordine, cioè se sia legittimo, ma una questione più tecnica. A fare causa sono stati 23 Stati e il District of Columbia, cioè la capitale Washington. La maggioranza conservatrice ha stabilito che non potevano lamentare un danno concreto finché le agenzie federali non avessero finito di scrivere le regole. I giudici hanno però avvertito che la loro decisione è preliminare e non stabilisce che l'ordine sarà per forza legittimo una volta completato. "Su questo, lo dirà il tempo", hanno scritto.

I tre giudici progressisti, Sonia Sotomayor, Elena Kagan e Ketanji Brown Jackson, hanno votato contro. In un'opinione dissenziente Jackson ha scritto che la decisione "inietta inutilmente caos e incertezza nelle imminenti elezioni di metà mandato".

Il caso era nato dopo che diversi Stati governati dai democratici avevano fatto causa, sostenendo che il presidente aveva oltrepassato i suoi poteri, perché la Costituzione affida la gestione delle elezioni al Congresso e agli Stati, non all'esecutivo. A giugno la giudice federale Indira Talwani, in Massachusetts, aveva bloccato l'ordine per violazione della separazione dei poteri e ad agosto aveva esteso il blocco a tutto il paese per le elezioni di quest'anno. Aveva anche scritto che il governo non aveva presentato prove di brogli nel voto per corrispondenza.

Una corte d'appello aveva confermato il blocco, giudicando che l'ordine avrebbe "seminato confusione" e messo a rischio molti elettori. I legali dell'amministrazione si erano allora rivolti alla Corte Suprema con un ricorso d'urgenza. La decisione di lunedì non chiude però la partita: il caso torna ai tribunali di grado inferiore e una parte importante dell'ordine resta bloccata da una causa separata, promossa da associazioni per i diritti di voto, che la Corte Suprema non ha affrontato.

Il servizio postale ha pubblicato la sua regola venerdì sera e prevede di renderla ufficiale mercoledì. Dopo la sentenza, le poste e il Dipartimento di Giustizia hanno fatto sapere che avrebbero attuato subito le restrizioni. In concreto la regola permette al servizio postale di confrontare le schede spedite con una lista di cittadini tenuta dal Dipartimento per la sicurezza interna e di rifiutare la consegna nei territori che non forniscono i propri registri elettorali.

Quattro settimane prima di firmare l'ordine il presidente aveva presentato quattro nomine per posti vacanti nel consiglio di amministrazione delle poste, l'organo che ne guida le scelte, come ha rivelato il New York Times. Tutti e quattro i candidati erano repubblicani e tre avevano espresso dubbi su chi avesse vinto le elezioni del 2020. Due sono su una corsia preferenziale e potrebbero arrivare al voto del Senato a settembre: se confermati, sposterebbero la maggioranza del consiglio verso persone fedeli al presidente, rompendo la tradizione di nominarne i membri in coppie di partiti diversi.

Il voto per posta è usato più dagli elettori democratici che dai repubblicani. Trump ha ammesso pubblicamente che limitarlo aiuterebbe il suo partito a mantenere il controllo del Congresso. Il presidente attacca da anni questo sistema e lo indica come una delle ragioni principali della sua sconfitta del 2020, che ancora non riconosce, pur avendo lui stesso votato per posta alle recenti primarie repubblicane della Florida.

Molti amministratori elettorali temono che applicare regole così complesse a pochi mesi dal voto sia difficile. Gli Stati e il governo federale dovrebbero costruire liste di chi ha diritto alla scheda, con un rischio alto di errori. L'amministrazione stabilisce la cittadinanza usando una banca dati federale che contiene informazioni incomplete o sbagliate. In alcuni casi elettori regolari si sono visti cancellare dai registri perché scambiati per stranieri. La nuova regola imporrebbe inoltre al servizio postale di approvare il disegno delle buste per migliaia di circoscrizioni, che di solito le ordinano con un anno o più di anticipo e non farebbero in tempo a cambiarle prima di novembre.

I casi di voto da parte di stranieri sono rari, come mostrano gli studi, ma il presidente sostiene senza prove che i brogli siano diffusi. Trump fa pressione anche sul Senato per approvare il Save America Act, una legge che obbligherebbe gli elettori a dimostrare la cittadinanza per iscriversi alle liste e a mostrare un documento con foto quando votano.

Gli Stati che hanno fatto causa hanno promesso di continuare la battaglia legale. Il governatore della California Gavin Newsom ha annunciato una nuova azione in tribunale. La procuratrice generale dell'Arizona Kris Mayes ha scritto in un messaggio sui social che "gli Stati gestiscono le proprie elezioni. Non il servizio postale. Non il presidente".


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"Should NOYB succeed with a future class action, this would pose a problem for #Schufa, even if the compensation per case were low. This is because up to 68 million people – practically every adult in #Germany – are potentially affected." (from German) 👉 tagesschau.de/wirtschaft/verbr…

You can express your interest in a potential class action here: schufa.noyb.eu/ (Germany only)

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L'account X di sonoclaudio segnala una comunicazione inviata ai clienti Teamsystem ai sensi dell'articolo 28 del GDPR

@Informatica (Italy e non Italy)

Gentile Cliente,

con la presente comunicazione, TeamSystem S.p.A. (di seguito "Società"/TeamSystem), in qualità di licenziante del software Contabilità in Cloud, da Lei utilizzato, nonché di responsabile del trattamento ai sensi dell'art. 28 del Regolamento (UE) 2016/679 ("GDPR"), La informa, ai sensi dell'art. 33, paragrafo 2, del GDPR, di una violazione dei dati personali (c.d. data breach) che ha coinvolto il software Contabilità in Cloud (anche il "Software").

  1. Natura della violazione

A partire dal pomeriggio del 24 agosto 2026, TeamSystem ha riscontrato un sofisticato incidente di sicurezza informatica che, per quanto sinora rilevato, ha comportato un accesso non autorizzato e la conseguente esfiltrazione di dati personali presenti nel Software.

  1. Categorie di dati personali oggetto della violazione

Sulla base delle analisi attualmente in corso, i dati personali oggetto di violazione corrispondono a quelli da Lei inseriti nel Software e appartengono alle seguenti categorie:

dati anagrafici;

dati di contatto;

coordinate bancarie (IBAN);

  • il contenuto delle movimentazioni contabili da Lei registrate nel software (a titolo esemplificativo, causali, importi e controparti indicate).

Ad oggi, le verifiche in corso non hanno rilevato l'impatto su credenziali di accesso.

https://x.com/i/status/2092519135527710899

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Trump vuole ribattezzare il lago Ontario, il Canada risponde ai dazi


Ottawa intende imporre tariffe fino al 50% su oltre 700 prodotti americani. Il negoziato commerciale è fallito dopo lo scontro sulle tutele della lingua francese.

Il presidente Donald Trump ha proposto di cambiare il nome del lago Ontario in "lago America" e ha accusato il primo ministro canadese Mark Carney di aver mentito sulle pressioni statunitensi contro le tutele della lingua francese. Secondo Trump, Carney avrebbe inventato la vicenda per recuperare consensi in Quebec. I due messaggi sono apparsi su Truth Social, quattro giorni dopo la rottura dei negoziati commerciali tra Washington e Ottawa.

"Gli Stati Uniti stanno seriamente valutando di cambiare il nome del lago Ontario in lago America, visto che non ci aspettiamo di fare ancora molti affari con l'Ontario", ha scritto Trump. In mattinata il presidente aveva pubblicato anche una mappa dello specchio d'acqua, con la scritta "Lake Ontario" cancellata e sostituita da "Lake America" in caratteri dorati. Nel gennaio 2025 Trump aveva già firmato un ordine esecutivo per ribattezzare unilateralmente il Golfo del Messico "Golfo d'America" nella nomenclatura ufficiale statunitense. Il lago Ontario, il più piccolo e orientale dei Grandi Laghi, segna parte del confine tra lo Stato di New York e l'Ontario, la provincia più popolosa del Canada e il cuore della sua industria automobilistica.

Lo scontro sulle tutele del francese


Carney ha ordinato ai negoziatori canadesi di abbandonare i colloqui sostenendo che l'intesa proposta da Washington avrebbe indebolito le tutele della lingua francese. "Lingua e cultura non sono irritanti commerciali: sono diritti", ha affermato il primo ministro. Trump ha replicato assicurando che non interferirebbe mai con i canadesi francofoni e di non averci "nemmeno mai pensato". Ha quindi accusato Carney di avere diffuso una menzogna per riconquistare l'appoggio degli elettori del Quebec. Secondo Reuters, entrambe le parti si attribuiscono la responsabilità del fallimento dei tre giorni di trattative.

Anche il rappresentante statunitense per il Commercio, Jamieson Greer, ha definito alla CNBC "una storia inventata e divertente" l'idea che la lingua francese fosse il vero ostacolo all'accordo. Il problema, ha sostenuto, sono le norme canadesi che impongono alle piattaforme statunitensi di destinare una parte dei ricavi al finanziamento dei contenuti locali.

Le misure contestate sono principalmente due. L’Online Streaming Act federale ha attribuito all'ente regolatore canadese delle comunicazioni il potere di imporre contributi e investimenti obbligatori alle grandi piattaforme di streaming. La legge 109, approvata dal Quebec nel dicembre 2025, consente invece al governo provinciale di stabilire quote e obblighi per favorire la visibilità dei contenuti culturali originali in francese sulle piattaforme digitali e sui dispositivi connessi. Washington ha inserito queste disposizioni tra le barriere commerciali contestate al Canada.

I dazi e la risposta canadese


Dopo la rottura dei colloqui, sabato sono entrati in vigore dazi statunitensi del 50% su circa 20 miliardi di dollari di merci canadesi. Lunedì Trump ha minacciato di portare al 50% anche quelli su automobili, componenti e acciaio a partire dal 1° gennaio 2027. Fino a pochi giorni prima aveva lasciato intendere che un accordo fosse vicino.

Martedì Ottawa ha annunciato la risposta: dal prossimo 8 settembre applicherà tariffe comprese tra il 15% e il 50% a oltre 700 categorie di prodotti statunitensi, per un valore complessivo di 27,6 miliardi di dollari canadesi, pari a circa 20 miliardi di dollari statunitensi. L’elenco comprende acciaio, alluminio, mobili, abbigliamento, formaggi, prodotti ittici, elettrodomestici ed elettronica. Il governo canadese ha inoltre predisposto aiuti per 7,5 miliardi di dollari canadesi a favore delle imprese e dei lavoratori colpiti.

Il confronto resta durissimo anche fuori dal tavolo negoziale. Il premier dell’Ontario Doug Ford ha definito Trump un "perdente", un "bullo" e un "dittatore", dopo che il presidente aveva intimato ai dirigenti canadesi di "mettersi in riga". Lo stesso giorno il vicepresidente JD Vance, intervenendo nel Maine, ha accusato Ottawa di riservare alle merci cinesi un trattamento migliore di quello concesso ai prodotti statunitensi. Da parte sua, Carney ha dichiarato che il Canada tornerà "ovviamente" a negoziare, ma soltanto se gli Stati Uniti si presenteranno con "l’atteggiamento giusto" e rispetteranno la sovranità economica del Paese.

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Der Protest gegen Smart Glasses nimmt Fahrt auf. Eine Petition fordert das Verbot solcher Überwachungsbrillen, die heimliches Filmen ermöglichen – und mit denen schon jetzt Menschen belästigt werden.

netzpolitik.org/2026/smart-gla…

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Chiudere le frontiere. Uscire da Schengen. Abbandonare l’euro. Non è un programma nuovo: è lo stesso copione che in Italia abbiamo già sentito da Meloni e Salvini un decennio fa, salvo poi sparire quando hanno dovuto governare davvero.

Oggi tocca alla Germania: Alice Weidel lo ha appena ripetuto in televisione, mentre AfD supera la CDU/CSU nei sondaggi nazionali e sfiora il 40% in Sassonia-Anhalt.

Ma le promesse da comizio si scontrano con i numeri: gli istituti economici tedeschi stimano che smantellare l’integrazione europea significherebbe meno crescita, meno reddito e migliaia di posti di lavoro persi, colpendo soprattutto le regioni dove AfD raccoglie più consenso.

E dietro questo progetto convergono interessi diversi: reti filorusse, Mosca, Musk, Trump. Interessi sì diversi tra loro, ma che hanno la stessa convergenza: un'Europa più debole, più divisa, più ricattabile.

Non è una questione tedesca: è la stessa battaglia che la nostra idea di Europa federale deve affrontare ogni volta che questo copione si ripresenta, con un nome o con un altro.

E che continueremo a combattere finché esisteremo.

#AfD #AliceWeidel #UnioneEuropea #Sovranismo #Germania #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Il Canada risponde a Trump: dazi fino al 50% su 700 prodotti americani


Ottawa prende di mira merci provenienti dagli Stati decisivi per le elezioni di novembre, ma gli economisti avvertono: parte del conto ricadrà sui consumatori canadesi.

Il Canada imporrà dazi fino al 50% su circa 700 prodotti statunitensi in risposta alle nuove tariffe imposte dalla Casa Bianca, hanno annunciato ieri i funzionari canadesi. Le misure entreranno in vigore l'8 settembre e riguarderanno merci per 27,6 miliardi di dollari canadesi, quasi 20 miliardi di dollari statunitensi, pari a circa il 7% degli acquisti annuali del Canada negli Stati Uniti. Quasi tutte le aliquote saranno comprese tra il 15% e il 50%. Acciaio e alluminio americani, già soggetti a un dazio del 25%, saranno tassati al 50%. Insieme ai controdazi, Ottawa ha annunciato un pacchetto di sostegno da 7,5 miliardi di dollari canadesi destinato alle piccole e medie imprese, alla liquidità delle aziende e ai lavoratori a rischio.

La rappresaglia arriva dopo che sabato 22 agosto Washington ha imposto dazi del 50% su 20 miliardi di dollari di merci canadesi, colpendo bastoni da hockey, cemento, carta, prodotti chimici e altri beni. Le misure sono scattate dopo il fallimento dei negoziati commerciali e l'annuncio di un dazio del 50% sulle automobili a partire dal 1º gennaio 2027. Donald Trump sostiene che gli Stati Uniti perdano 60 miliardi di dollari l'anno negli scambi commerciali con il Paese vicino, anche se Statistics Canada calcola un avanzo commerciale canadese di 9,9 miliardi di dollari canadesi.

La Casa Bianca ha dichiarato che il Canada "sfrutta gli Stati Uniti da decenni e il presidente Trump ha smesso di permetterglielo". Washington sostiene di avere offerto a Ottawa "l'accesso al mercato più favorevole" concesso a qualsiasi Paese, con consistenti riduzioni dei dazi su acciaio, alluminio, automobili e legname. "Il Canada ha scelto richieste irragionevoli, marce indietro e rifiuti netti", ha aggiunto la Casa Bianca.

Su Truth Social, il presidente ha alzato il tiro anche sulla toponomastica. "Gli Stati Uniti stanno prendendo seriamente in considerazione la possibilità di cambiare il nome del lago Ontario in Lake America, dal momento che non ci aspettiamo di fare ancora molti affari con l'Ontario", ha scritto ieri. Trump ha poi diffuso una mappa con il nome attuale barrato in rosso e quello nuovo sovrapposto in lettere dorate. "Ho a che fare con molti Paesi e il Canada è di gran lunga il più difficile e irragionevole", ha aggiunto.

La lista segue la mappa elettorale americana


Le merci colpite provengono in larga parte da Stati nei quali a novembre si terranno elezioni particolarmente combattute, hanno osservato gli analisti: formaggi lavorati nel Wisconsin, prodotti ittici del Maine, lavatrici e asciugatrici del Kentucky, dove General Electric possiede un importante stabilimento. Circa duecento voci dell'elenco riguardano il settore ittico e potrebbero quindi pesare soprattutto sul Maine, dove la senatrice repubblicana Susan Collins è candidata alla rielezione e lunedì ha definito "un errore" l'imposizione di nuovi dazi al Canada.

La pressione si estende ai repubblicani di Michigan, Ohio, Alaska e Iowa, altri Stati confinanti con il Canada o che hanno nel Paese il loro principale partner commerciale. È una strategia già sperimentata: durante il primo mandato di Trump, la rappresaglia canadese aveva colpito il whiskey del Kentucky, il succo d'arancia della Florida e lo yogurt del Wisconsin.

"Agiamo in modo accorto e strategico", ha confermato la Ministra dell'Industria Mélanie Joly durante una conferenza stampa, ammettendo che alcuni prodotti sono stati scelti proprio per esercitare pressioni politiche su singoli Stati americani. Joly ha poi invitato i canadesi a privilegiare i prodotti nazionali nei supermercati e negli altri negozi: "È quello che potete fare, ed è così che possiamo dare vita a questi movimenti di resistenza rispetto a ciò che ci sta accadendo".

Secondo Eric Miller, presidente della società di consulenza commerciale Rideau Potomac Strategy Group di Washington, i nuovi dazi colpiscono prodotti per i quali i canadesi possono trovare alternative fabbricate nel Paese oppure, come nel caso dei condizionatori e degli elettrodomestici, in Messico o in Cina. Allo stesso tempo, le misure aumentano la pressione su Trump perché prendono di mira "produttori situati in Stati dove le competizioni elettorali sono molto combattute o saldamente repubblicani", ha spiegato Miller. Il Canada è il secondo partner commerciale degli Stati Uniti, dopo il Messico e davanti alla Cina, una posizione che rende lo scontro particolarmente costoso per entrambe le economie.

Il costo dei controdazi per i canadesi


Le nuove aliquote potrebbero però aggiungere 0,20 punti percentuali all'inflazione canadese, già al 3%, ha calcolato Royce Mendes, economista di Desjardins Capital Markets. I rincari arriverebbero mentre la Bank of Canada cerca di governare un'economia già alle prese con l'aumento dei prezzi dell'energia e con il rischio di un ulteriore rallentamento provocato dal conflitto commerciale.

"Un conflitto commerciale più intenso danneggerà il Canada più degli Stati Uniti e i controdazi non saranno d'aiuto", ha detto Karl Schamotta, capo stratega di mercato della società di pagamenti globali Corpay. "In Canada, come negli Stati Uniti, sono di fatto tasse sui consumi interni: aumentano il costo della vita e fanno ben poco per modificare le bilance commerciali o migliorare il benessere economico complessivo".

Barry Appleton, avvocato specializzato in diritto commerciale internazionale e docente alla New York Law School, vede nelle tre diverse aliquote — 15%, 25% e 50% — un approccio più mirato rispetto a una semplice risposta dollaro su dollaro. Ma la decisione di colpire beni di uso quotidiano come formaggi, cosmetici e carta igienica avrà conseguenze dirette: "A risentirne direttamente saranno i consumatori canadesi, non soltanto i produttori".

Entrambe le parti accusano l'altra di avere avanzato all'ultimo momento richieste inaccettabili. Washington giustifica i nuovi dazi con il trattamento riservato dal Canada alle automobili, ai vini, ai liquori e ai prodotti lattiero-caseari statunitensi. Il primo ministro Mark Carney ha affermato questa settimana che dai negoziati sarebbe invece emersa l'intenzione di Trump di distruggere il settore automobilistico canadese, oltre alle industrie dell'acciaio e dell'alluminio.

Ottawa sarebbe pronta a riaprire i colloqui, ma soltanto se gli Stati Uniti si presentassero "con il giusto atteggiamento verso le nostre industrie". "Non accetteremo un approccio negoziale secondo il quale il Canada è una filiale degli Stati Uniti e l'industria canadese deve essere svantaggiata rispetto a quella americana", ha aggiunto Carney.


Sono falliti i negoziati tra Canada e Stati Uniti: scattano i dazi


Da questa mattina alle 00:01, ora della costa orientale degli Stati Uniti — le 6:01 in Italia — birra, formaggi e numerosi altri prodotti canadesi stanno entrando nel mercato americano con un dazio del 50%. Le trattative tra Washington e Ottawa per evitare l'entrata in vigore della misura sono fallite ieri sera. Il primo ministro canadese Mark Carney ha annunciato contromisure di pari valore: "Il Canada risponderà a questi dazi dollaro per dollaro, per proteggere i nostri lavoratori e le nostre imprese", ha dichiarato in un comunicato, promettendo anche nuove misure di sostegno ai lavoratori canadesi nei prossimi giorni.

Washington e Ottawa si accusano a vicenda


Jamieson Greer, rappresentante degli Stati Uniti per il Commercio, ha attribuito al Canada la responsabilità della rottura, avvenuta dopo giorni di colloqui che sembravano aver avvicinato le due parti a un'intesa. "Questa sera il Canada ha rifiutato di finalizzare l'accordo commerciale alle condizioni concordate all'inizio della settimana, nonostante l'offerta americana di garantire al Canada il trattamento migliore riservato a qualsiasi grande esportatore verso il nostro mercato", ha dichiarato durante una conferenza stampa online. "Le nuove richieste canadesi e i passi indietro rispetto ad altri impegni hanno compromesso il delicato equilibrio raggiunto nei giorni scorsi."

Carney ha fornito una ricostruzione opposta, accusando gli Stati Uniti di aver introdotto all'ultimo momento condizioni "ingiuste e antieconomiche", tali da mettere "in discussione l'affidabilità di qualsiasi accordo". I progressi compiuti nelle ultime settimane, ha aggiunto, non sono stati "sufficienti a raggiungere i nostri obiettivi per i canadesi".

I nuovi dazi interessano circa il 5% delle esportazioni canadesi verso gli Stati Uniti, per un valore di circa 20 miliardi di dollari. Lo scorso anno gli Stati Uniti hanno importato dal Canada beni per 382 miliardi di dollari e, secondo gli economisti, l'impatto complessivo sui consumatori americani dovrebbe essere limitato. "Dal punto di vista economico non sono così importanti. Il problema è che la relazione in sé è estremamente importante", ha spiegato al Washington Post Mary Lovely, ricercatrice del Peterson Institute for International Economics.

A differenza della maggior parte dei dazi imposti finora al Canada, la nuova misura non prevede esenzioni per le merci conformi all'USMCA, l'accordo di libero scambio tra Stati Uniti, Messico e Canada negoziato da Trump durante il suo primo mandato in sostituzione del NAFTA. Finora queste esenzioni avevano sottratto ai dazi gran parte degli scambi commerciali tra i due Paesi.

I principali punti di disaccordo riguardano acciaio, alluminio, automobili e legname. Un alto funzionario dell'amministrazione americana ha riferito ai giornalisti che il Canada chiedeva concessioni che Washington non era disposta a fornire. Secondo il Wall Street Journal, gli Stati Uniti avevano valutato un piano per dimezzare i dazi su acciaio e alluminio e ridurre quelli sulle automobili. In cambio, Ottawa proponeva di sollecitare le province a revocare i divieti sulla vendita di alcolici americani e di ampliare l'accesso dei prodotti caseari statunitensi al mercato canadese. Durante l'incontro di questa settimana con i primi ministri provinciali, Carney li aveva invitati a prepararsi a rimettere gli alcolici americani sugli scaffali in caso di accordo.

Non sono previsti nuovi incontri


Non sono in calendario altri incontri per riaprire i negoziati, fanno sapere le fonti. Se il Canada procederà con le contromisure, ha aggiunto, al presidente Trump saranno presentate diverse opzioni di risposta. Poco prima della conferenza stampa di Greer, l'agenzia doganale statunitense aveva trasmesso alle imprese importatrici le istruzioni per applicare i dazi sui prodotti canadesi indicati dal presidente.

Dominic LeBlanc, ministro canadese responsabile dei rapporti commerciali con gli Stati Uniti, si trovava da settimane a Washington insieme alla negoziatrice capo Janice Charette per incontrare Greer e il segretario al Commercio Howard Lutnick. Trump e Carney si sono sentiti più volte al telefono e, nei giorni scorsi, il presidente americano aveva rinviato l'entrata in vigore dei dazi, sostenendo che un buon accordo fosse vicino.

I dazi del 50% erano stati annunciati il mese scorso, il giorno successivo alla minaccia di Trump di punire il Canada per il fumo degli incendi in Ontario arrivato fino agli Stati Uniti. La Casa Bianca aveva precisato che le due questioni non erano collegate e che la misura serviva invece a punire Ottawa per le ritorsioni adottate nel 2025, quando le autorità della maggior parte delle province canadesi ritirarono vini e liquori americani dai negozi pubblici in risposta ai dazi imposti da Trump per quello che definiva un insufficiente contrasto al traffico di fentanyl.

Il Canada ha successivamente applicato un dazio del 25% su alcune automobili americane, reagendo a una misura analoga di Washington. Alcolici, automobili e prodotti caseari sono i tre settori che l'Amministrazione statunitense ritiene ingiustamente penalizzati da quelle decisioni e sono anche quelli colpiti dai nuovi dazi.

Sei mesi fa la Corte Suprema ha annullato molti dei dazi imposti da Trump, fondati su un'interpretazione senza precedenti della legge federale sulle emergenze. Dopo la sentenza, il presidente ha fatto ricorso ad altri strumenti giuridici per introdurre nuovi prelievi. Anche i dazi sul Canada si basano su una disposizione della normativa commerciale mai utilizzata prima e nei prossimi giorni sono attesi nuovi ricorsi in tribunale.

In Canada la pressione politica su Carney perché reagisca sarà molto forte, ha osservato all'inizio della settimana Joseph Steinberg, professore di economia all'Università di Toronto. "Il pericolo vero è la ritorsione", ha spiegato, sottolineando che i dazi possono essere "devastanti" per i settori direttamente interessati. Tra questi figura l'industria canadese degli alcolici, che ha negli Stati Uniti il suo principale mercato di esportazione.

"I dazi possono sembrare una mossa politicamente risoluta, ma in un'economia nordamericana integrata equivalgono a farsi del male da soli", ha scritto al Washington Post Andreas Schotter, professore di commercio internazionale alla Ivey Business School. "Canada e Stati Uniti non si limitano a vendersi prodotti a vicenda: li fabbricano insieme." L'esempio più evidente è l'industria automobilistica, nella quale componenti e veicoli attraversano più volte i confini tra Stati Uniti, Canada e Messico durante il processo produttivo.

Una crisi commerciale diventata politica


Da quando è tornato alla Casa Bianca, Trump ha imposto dazi sulle merci canadesi, ha minacciato di ricorrere alla "coercizione economica" per trasformare il Canada nel cinquantunesimo Stato americano e ha definito "governatori" i primi ministri canadesi. Le minacce alla sovranità del Paese hanno suscitato una forte reazione nell'opinione pubblica: molti cittadini canadesi hanno smesso di recarsi negli Stati Uniti e di acquistare prodotti americani.

I colloqui commerciali erano fermi dall'autunno, quando Trump li aveva sospesi in seguito a uno spot finanziato dalla provincia dell'Ontario che utilizzava l'audio di un discorso di Ronald Reagan critico nei confronti dei dazi. Le trattative erano riprese nelle ultime settimane e, nei giorni scorsi, le due delegazioni sembravano essersi avvicinate a un'intesa.

L'accordo commerciale nordamericano è sottoposto a revisione da quando, questa estate, l'Amministrazione ha rinunciato a rinnovarlo nella sua forma attuale. Il presidente ha inoltre ipotizzato più volte di ritirare del tutto gli Stati Uniti dall'intesa. Con Ottawa non sono mai stati avviati negoziati formali sul trattato, mentre con il Messico le discussioni su possibili modifiche sono cominciate mesi fa. Nei giorni scorsi Washington aveva proposto di inserire l'apertura di nuovi colloqui sull'USMCA in un'intesa che evitasse i dazi.

La maggioranza dei cittadini canadesi sostiene una linea dura nei negoziati commerciali, anche a costo di prolungare le difficoltà economiche. Secondo un sondaggio pubblicato questa settimana da Abacus Data, soltanto il 18% è disposto ad accettare concessioni pur di raggiungere un accordo. Carney, ex governatore di banca centrale, è arrivato al potere lo scorso anno presentandosi come il dirigente con l'esperienza necessaria per gestire una crisi economica e tenere testa a Trump. Da allora ha ripetuto più volte che non avrebbe mai accettato un cattivo accordo.


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👉 ‘Shadow database’ scandal: noyb has sent SCHUFA (in Germany) a cease-and-desist letter and announced an injunction!

People whose historical data has been withheld by SCHUFA can also register their interest in a future class action for damages.

noyb.eu/en/shadow-database-sca…

in reply to Jürgen Bischoff

@bohnsdorfer55 Hi, wir haben das natürlich auch auf deutsch geschrieben und auch hier in der Früh gepostet (noyb.eu/de/shadow-database-sca…)
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Il direttore della CIA a Mosca, il mistero dei colloqui e dei tre decreti segreti di Putin


Il direttore della CIA potrebbe aver portato a Putin un avvertimento sulla mobilitazione russa e sulla NATO, ma restano aperte anche le piste dei prigionieri e di una tregua sugli attacchi.

Un Boeing C-17 Globemaster III dell'aeronautica militare statunitense è atterrato all'aeroporto Vnukovo di Mosca la mattina del 25 agosto, proveniente da Riga. A bordo c'era John Ratcliffe, direttore della Central Intelligence Agency. Nessuno dei due governi aveva annunciato il viaggio, ricostruito attraverso i dati pubblici sui voli: il velivolo, identificato dal numero di coda 07-7181 e dal nominativo RCH4555, era decollato dalla Joint Base Andrews, alle porte di Washington, e aveva raggiunto la capitale lettone il 23 agosto. Verso le 18:50, ora di Mosca, è ripartito in direzione di Riga. Poche ore in tutto e nessuna spiegazione ufficiale sulla missione.

È il primo viaggio noto a Mosca di un direttore della CIA dal novembre 2021, quando il suo predecessore William Burns vi si recò per colloqui con i vertici russi mentre l'esercito di Mosca ammassava truppe ai confini dell'Ucraina in vista dell'invasione poi iniziata nel febbraio dell'anno successivo. Axios lo ha definito il contatto di più alto livello in Russia di un rappresentante dell'Amministrazione Trump da gennaio, quando gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner incontrarono Putin al Cremlino per discutere il piano americano sull'Ucraina.

Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha affermato di non sapere nulla dell'aereo americano e che non erano previsti incontri con funzionari di Washington nel corso della settimana. Secondo Aleksandr Yunashev, membro del gruppo di giornalisti accreditati al seguito del presidente russo, nei giorni precedenti Putin aveva rinviato un evento di grandi dimensioni programmato per il 25 agosto e al quale avevano lavorato "centinaia di persone". La coincidenza ha alimentato l'ipotesi di un incontro tra Putin e Ratcliffe, ma né Mosca né Washington hanno confermato che sia avvenuto.

Washington teme una provocazione contro la NATO?


L'ipotesi più circostanziata arriva dal Wall Street Journal, secondo il quale Ratcliffe avrebbe portato a Mosca un avvertimento. L'intelligence statunitense avrebbe raccolto informazioni su esercitazioni militari russe in preparazione di una possibile mobilitazione, condotte a luglio nell'oblast di Kaliningrad e in altre regioni. Le manovre avrebbero verificato la capacità delle strutture del Ministero della Difesa di accogliere, equipaggiare e rifornire le persone eventualmente richiamate.

Le stesse informazioni indicherebbero che Putin potrebbe voler mettere alla prova la tenuta della NATO con una provocazione contro uno Stato membro. Tra gli scenari presi in esame ci sarebbe un'azione nel corridoio di Suwałki, la striscia di territorio tra Kaliningrad e la Bielorussia che costituisce l'unico collegamento terrestre tra i Paesi baltici e il resto dell'Alleanza Atlantica.

"L'obiettivo poteva essere dirgli: sappiamo che cosa stai preparando, faresti meglio a non farlo", ha spiegato al quotidiano statunitense Beth Sanner, che tra il 2019 e il 2021 ha coordinato l'integrazione delle attività di intelligence per l'ufficio del direttore dell'intelligence nazionale e, durante il primo mandato di Donald Trump, si occupava del briefing quotidiano al presidente.

Sanner non esclude neppure un collegamento con la guerra tra Stati Uniti e Iran e con il possibile coinvolgimento di Mosca nei negoziati. La Russia è alleata di Teheran e il giorno precedente Washington aveva annunciato una nuova campagna di pressione economica contro l'Iran. Anche il giornalista statunitense Michael Weiss ha collegato il viaggio alle informazioni condivise dagli Stati Uniti con Polonia, Paesi baltici e Stati scandinavi, mentre aumenterebbero "le presunte operazioni di sabotaggio del GRU e l'attività dei droni russi".

Le altre piste: prigionieri e moratoria sugli attacchi


Ksenia Sobchak ha scritto sul proprio canale Telegram, senza indicare la fonte, che il viaggio potrebbe invece riguardare la liberazione di Charles Zimmerman, veterano cinquantottenne della Marina statunitense condannato in Russia a 5 anni di carcere per trasporto illegale di armi. Un fucile e alcune munizioni erano stati trovati sul suo yacht dopo l'arrivo nel porto di Sochi. Zimmerman ha sostenuto di tenere l'arma a bordo per autodifesa e di non conoscere la normativa russa.

Se questa ipotesi fosse corretta, Zimmerman sarebbe il secondo cittadino americano graziato e rimpatriato nell'arco di un mese dopo Robert Gilman, ex marine detenuto dal 2022 e liberato l'11 agosto per motivi umanitari. Putin lo ha graziato senza ottenere la scarcerazione di un detenuto russo in cambio. Quel gesto era stato interpretato come un possibile passo preparatorio verso un nuovo ciclo di colloqui tra Mosca e Kyiv mediato dagli Stati Uniti.

Il media britannico iPaper ricorda che un aereo militare statunitense era arrivato in Russia anche nel febbraio 2025, quando Mosca liberò l'insegnante Marc Fogel, 63 anni, condannato per contrabbando di droga. In cambio, gli Stati Uniti rilasciarono Alexander Vinnik, cittadino russo accusato di aver gestito attraverso la piattaforma di criptovalute BTC-e una vasta operazione di riciclaggio.

Il precedente più importante risale invece all'Amministrazione Biden. Il giornalista del Wall Street Journal Evan Gershkovich e l'ex marine Paul Whelan, entrambi condannati in Russia per spionaggio, tornarono negli Stati Uniti il 1º agosto 2024 nell'ambito di uno scambio che coinvolse 24 detenuti: 16 furono liberati da Russia e Bielorussia, mentre otto cittadini russi vennero rilasciati da Stati Uniti, Germania, Polonia, Slovenia e Norvegia.

Ukraine Context, canale Telegram vicino a Kyrylo Budanov — che a gennaio ha lasciato la guida dell'intelligence militare ucraina per dirigere l'ufficio del presidente Volodymyr Zelensky — riferisce invece di una "importante operazione" discussa a Mosca, preparata "da tempo in segreto" e i cui "risultati potrebbero incidere in modo significativo sugli sviluppi successivi". Non sono stati forniti altri elementi a sostegno di questa versione.

Secondo un'altra ipotesi avanzata da Weiss e ripresa da alcuni media ucraini, Ratcliffe avrebbe discusso una moratoria reciproca sugli attacchi russi e ucraini contro infrastrutture energetiche e porti, insieme a un possibile cessate il fuoco nelle regioni di Sumy e Kharkiv come primo passo verso una più ampia de-escalation. Anche questa ricostruzione non ha ricevuto conferme ufficiali.

Prima dell'arrivo di Ratcliffe, Washington aveva avvertito Kyiv dell'imminente arrivo nella capitale russa di una delegazione di alto livello e le aveva chiesto di sospendere gli attacchi, secondo una fonte citata da Axios. Il Financial Times ha riferito che agli ucraini era stato chiesto di non colpire Mosca, San Pietroburgo e le regioni settentrionali della Russia nelle giornate del 24, 25 e 26 agosto.

Tre decreti non pubblicati nella numerazione ufficiale


Intanto c'è un altro mistero: tra gli atti presidenziali pubblicati sul portale ufficiale russo mancano tre numeri. L'ultimo decreto pubblicato il 24 agosto è il 604, mentre quelli resi pubblici il giorno successivo sono il 608, il 609 e il 610. Due riguardano l'avvicendamento dell'ambasciatore russo in Iraq e uno modifica la composizione delle commissioni per le persone con disabilità e i veterani.

I decreti 605, 606 e 607 sono dunque stati emanati tra il 604 e il 608, ma non sono stati pubblicati. La numerazione permette di accertarne l'esistenza, non di stabilirne il contenuto né la data esatta. Non è quindi possibile collegarli al viaggio di Ratcliffe sulla base degli elementi disponibili. In Russia la mancata pubblicazione di decreti presidenziali non è rara e generalmente indica che gli atti sono riservati. Secondo i conteggi di Vyorstka, nel 2025 non sono stati pubblicati 449 dei 1.010 decreti firmati da Putin, pari al 44,5%.

Il decreto 604, datato 24 agosto, consente invece al governo di imporre la "gestione temporanea" sugli impianti classificati come infrastrutture critiche qualora i proprietari non adottino misure di sicurezza adeguate, comprese quelle necessarie a proteggerli dagli attacchi dei droni. La formulazione riguarda dunque le infrastrutture critiche e non, indistintamente, qualsiasi impianto o azienda.

Anche i mercati hanno reagito agli spostamenti dell'aereo. Alla notizia dell'arrivo di Ratcliffe, l'indice MOEX della Borsa di Mosca è salito di oltre il 3%, raggiungendo i 2.141,46 punti, per poi perdere parte dei guadagni quando si è saputo che il velivolo statunitense aveva lasciato Vnukovo. Ieri si trovava a Mosca anche Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali. La sua missione è cominciata il 24 agosto e si concluderà il 28.

L'incontro con il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha segnato i primi colloqui in presenza a questo livello tra Vaticano e Russia da 5 anni. Gallagher ha dichiarato che la guerra in Ucraina "provoca nuove vittime e rende sempre più difficile la futura riconciliazione" e che è quindi "urgente e necessario" porvi fine. Ha inoltre annunciato un'intesa per collaborare sulle questioni umanitarie, a cominciare dai bambini colpiti dal conflitto.


Il direttore della CIA Ratcliffe a Mosca, Kyiv sospende gli attacchi su richiesta Usa


Il direttore della CIA John Ratcliffe è arrivato oggi a Mosca per colloqui con funzionari russi, secondo quanto riferito da due funzionari statunitensi ad Axios. È la visita di più alto livello di un esponente dell’Amministrazione Trump in Russia da gennaio, quando Vladimir Putin ricevette gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner, nonché il primo viaggio noto di Ratcliffe nel Paese da quando guida la CIA. Prima della partenza, gli Stati Uniti hanno informato l’Ucraina che una delegazione di alto livello era diretta a Mosca e le hanno chiesto di sospendere gli attacchi fino al suo rientro. Secondo una fonte informata citata dal Jerusalem Post, la richiesta riguardava Mosca e altre città russe e copriva il periodo compreso tra lunedì e mercoledì.

Ratcliffe ha lasciato Washington ieri a bordo di un aereo del governo statunitense diretto a Riga. Martedì mattina un C-17A Globemaster III dell’aeronautica militare statunitense ha effettuato l’ultima tratta, atterrando all’aeroporto moscovita di Vnukovo intorno alle 10 locali, le 9 in Italia, secondo i dati di Flightradar24 citati da Reuters. Il quadrimotore da trasporto è stato poi avvistato insieme a un corteo di veicoli diplomatici americani. Né il governo statunitense né quello russo hanno confermato ufficialmente l’identità del funzionario arrivato a Mosca o lo scopo della missione.

I contatti tra CIA e intelligence russa


Ratcliffe ha mantenuto aperto il canale con il suo omologo Sergej Naryshkin, direttore dell’SVR, il servizio d’intelligence estera russo. Nel marzo 2025 i due hanno parlato al telefono e concordarono di mantenere contatti regolari tra le rispettive agenzie. La CIA ha avuto un ruolo anche negli scambi di prigionieri tra Washington e Mosca. Nell’aprile 2025 la Russia ha liberato Ksenia Karelina, cittadina russo-americana condannata a 12 anni di carcere per una donazione a un’organizzazione umanitaria favorevole all’Ucraina.

Lo scambio, negoziato con il coinvolgimento personale di Ratcliffe e concluso ad Abu Dhabi, ha portato a sua volta gli Stati Uniti a rilasciare Arthur Petrov, cittadino russo-tedesco accusato di aver esportato illegalmente in Russia componenti elettronici sensibili. Nel 2024 la CIA ha contribuito inoltre al complesso negoziato che consentì la liberazione del giornalista del Wall Street Journal Evan Gershkovich e dell’ex marine Paul Whelan.

L’ultimo viaggio noto a Mosca di un direttore della CIA risaliva al novembre 2021. William Burns incontrò allora Nikolaj Patrushev, segretario del Consiglio di Sicurezza russo, e lo stesso Naryshkin. Parlò inoltre al telefono con Putin, che si trovava a Sochi, per metterlo in guardia dalle conseguenze di un’invasione dell’Ucraina, iniziata meno di quattro mesi dopo. La nuova missione di Ratcliffe arriva mentre i negoziati di pace mediati da Washington restano sostanzialmente fermi e Russia e Ucraina continuano a essere molto distanti sulle questioni principali.


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Beim Verifizieren des eigenen Profils oder Alters auf vertrauten Plattformen geben Nutzende sensible biometrische Informationen an dritte Unternehmen weiter. Eines dieser Unternehmen ist das US-amerikanische Persona, dessen Prüfungen weit über bloße Identitätskontrollen hinausgehen. netzpolitik.org/2026/linkedin-…
in reply to netzpolitik.org

Und dabei haben wir mindestens für Deutschland und deutsche Firmen den ePerso mit einer sogar anonymen(!) Altersverifikation. Es müsste nur genutzt werden.

US-Firmen, aber auch Firmen wie Spusu (neuer Mobilfunkanbieter aus Österreich) ignorieren das, selbst wenn sie Geschäfte in Deutschland machen. Spusu verlangt eine Video-Identifikation unter Nutzung von Amazonservern, obwohl diese bei Postpaid-Verträgen gar nicht notwendig ist.

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

☕ CYBERBRIEFING MATTUTINO — Mercoledì 26 agosto 2026

👉 Leggi tutti gli aggiornamenti delle ultime 24 ore:
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Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

🚨 "Schattendatenbank"-Skandal: noyb hat der SCHUFA heute eine Abmahnung geschickt – und eine Unterlassungsklage angekündigt.

noyb.eu/de/shadow-database-sca…

👉 Gleichzeitig haben wir auch eine Interessentenliste für eine mögliche Sammelklage eröffnet: schufa.noyb.eu/.

Questa voce è stata modificata (2 settimane fa)
in reply to noyb.eu

Ich wäre bei einer Klage dabei.
Aber wie bekomme ich heraus, ob auch personenbezogene Daten von mir in der Schattendatenbank der #Schufa stecken, oder nicht?

Falls ja, hat sie mich dutzende Male pro Jahr belogen.

Selbst auf meine Anfrage gemäß DSGVO 15 vor wenigen Tagen mit expliziter Anfrage auf bisher nicht mitgeteilte, historischen Daten bekam ich nur eine Standardauskunft. Kein Wort darin zu den angefragten möglichen historischen Daten in der Schattendatenbank oder der Schattendatenbank selbst.