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La rassegna stampa di mercoledì 26 agosto 2026


L'endorsement di Trump domina le primarie repubblicane in South Carolina e Oklahoma, mentre il Canada risponde ai dazi americani con tariffe fino al 50%; Washington intensifica le sanzioni contro l'Iran e un giudice accusa l'Amministrazione sul voto per posta

Questa è la rassegna stampa di mercoledì 26 agosto 2026

Trump conferma la sua presa sul Partito repubblicano nelle primarie


Darline Graham, sorella del defunto senatore Lindsey Graham e sostenuta da Donald Trump, ha vinto il ballottaggio delle primarie repubblicane per il seggio al Senato della South Carolina, battendo il deputato Ralph Norman. Nella stessa giornata Mike Mazzei si è imposto nelle primarie per il governatore dell'Oklahoma, mentre in Georgia Everton Blair Jr. ha vinto l'elezione speciale per il seggio alla Camera del defunto David Scott. I risultati rafforzano l'influenza del presidente in vista delle elezioni di medio termine di novembre.

Fonti: The Wall Street Journal, Semafor, NPR

Il Canada replica ai dazi statunitensi con tariffe fino al 50%


Il Canada ha annunciato dazi ritorsivi fino al 50% su circa 20 miliardi di dollari di prodotti americani, dall'alluminio agli elettrodomestici al pesce, in risposta ai nuovi dazi imposti da Washington. Ottawa ha spiegato che le misure servono a proteggere lavoratori, produttori e imprese colpiti. Le relazioni tra i due Paesi toccano intanto un nuovo minimo, con Trump che ha minacciato provocatoriamente di ribattezzare il lago Ontario "lago America".

Fonti: The New York Times, Semafor

Gli Stati Uniti puntano sulle sanzioni contro l'Iran e frenano gli attacchi


L'Amministrazione Trump ha lanciato quella che ha definito una "D-Day economica" contro l'Iran, minacciando sanzioni verso qualsiasi Paese o entità che tratti con i settori iraniani dell'oro, degli asset digitali, dell'aviazione, della navigazione e della tecnologia. Il segretario di Stato Marco Rubio ha comunicato ad alcuni alleati che, per il momento, Washington non prevede nuovi attacchi militari e punta piuttosto sulla pressione economica e sul blocco navale nello Stretto di Hormuz.

Fonti: The New York Times, Axios

Un giudice accusa l'Amministrazione di aver violato l'ordine sul voto per posta


Una giudice federale del Massachusetts ha stabilito che l'Amministrazione Trump ha violato un'ingiunzione nazionale finalizzando una norma che riformerebbe profondamente il voto per posta. La decisione consente al governo di pubblicare la norma, ma il servizio postale resta impossibilitato ad applicare le modifiche annunciate. La leader democratica Nancy Pelosi ha denunciato che l'iniziativa del presidente "minaccia di zittire" gli elettori.

Fonti: Axios, The Hill

Deloitte pagherà 21,5 milioni di dollari per chiudere l'indagine sul DEI


La società di consulenza Deloitte ha accettato di versare 21,5 milioni di dollari per chiudere un'indagine del Dipartimento di Giustizia sulle sue politiche di diversità, equità e inclusione. È una delle diverse aziende di servizi professionali finite nel mirino dell'Amministrazione, che sta ricorrendo a un uso inedito di una legge federale pensata per vigilare sugli appaltatori pubblici. L'accordo si inserisce nella più ampia campagna dell'esecutivo contro i programmi DEI nel settore privato.

Fonti: Financial Times, The Wall Street Journal

L'intervento di Bessent sui titoli mette il Tesoro contro la Fed


Il piano del segretario al Tesoro Scott Bessent di aumentare i riacquisti di titoli di Stato rischia di entrare in rotta di collisione con la Federal Reserve. I maggiori acquisti di debito potrebbero minare gli sforzi del presidente della banca centrale Kevin Warsh per contenere l'inflazione. La strategia ha attirato critiche crescenti negli ambienti finanziari, incluso il mentore dello stesso Bessent, l'investitore Stanley Druckenmiller.

Fonti: Financial Times

Nuovo raid statunitense contro un barcone della droga nei Caraibi


Le forze armate statunitensi hanno colpito un presunto barcone della droga nei Caraibi, in transito lungo rotte considerate del narcotraffico, uccidendo quattro persone a bordo. L'operazione segue un attacco simile del giorno precedente nell'Oceano Pacifico orientale, costato la vita ad altre due persone. Washington giustifica i raid richiamando la lotta al narcoterrorismo.

Fonti: The Hill

Un rapporto interno accusa una squadra della FEMA di aver saltato le case pro-Trump


Una squadra dell'agenzia federale per la gestione delle emergenze (FEMA) ha violato la legge saltando le abitazioni con cartelli a favore di Trump durante i soccorsi per l'uragano Milton nel 2024. Lo ha stabilito l'ispettore generale del Dipartimento per la Sicurezza interna, secondo cui la condotta ha infranto l'Hatch Act e le regole interne dell'agenzia. Il caso riaccende le polemiche sulla gestione politica dei soccorsi.

Fonti: The Hill

L'Amministrazione sospende le domande di visto per immigrati


Il Dipartimento di Stato ha sospeso le domande di visto per gli immigrati, chiedendo ai funzionari consolari di escludere le persone ritenute più propense a dover ricorrere ai sussidi pubblici. La misura si inserisce nella più ampia stretta dell'Amministrazione sull'immigrazione. Il provvedimento potrebbe rallentare in modo significativo i tempi di rilascio dei visti di ingresso permanente.

Fonti: Financial Times

Muore a 80 anni Dolly Parton, icona della musica country


Dolly Parton, tra le voci più amate della musica country, è morta a 80 anni al centro oncologico Vanderbilt-Ingram di Nashville dopo una breve battaglia contro un tumore. Cresciuta nella povertà rurale del Tennessee, era diventata cantante, autrice e imprenditrice di grande successo, nota anche per le sue iniziative benefiche come la Imagination Library. Trump ha ordinato le bandiere a mezz'asta per una settimana in suo onore, mentre numerosi ex presidenti le hanno reso omaggio.

Fonti: The New York Times, The Hill

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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SafetyCore, l'app distopica per la scansione di nudo di Android continua a reinstallarsi da sola e Google sta aprendo l'accesso ad altri sviluppatori

Google afferma che l'app per la scansione nascosta di nudi non trasmette dati all'esterno del dispositivo. Ma che dire delle altre app che la utilizzano?

- #SafetyCore ha implementato la classificazione in loco dei contenuti non sicuri per Google Messaggi.
- Google afferma che la classificazione rimane sul dispositivo.
- Google ha introdotto un'API che altre app possono utilizzare per accedere a una funzionalità simile presente sui dispositivi

cybernews.com/security/android…

@privacypride

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Le elezioni suppletive stanno andando benissimo per i Democratici


Dal ritorno del presidente alla Casa Bianca hanno strappato agli avversari 31 seggi nei parlamenti statali. Il clima politico che ne esce somiglia a quello del ciclo del 2018.

Il democratico Brandon Dukes ha strappato ai repubblicani il dodicesimo collegio della Camera dello Stato della Pennsylvania, chiudendo martedì la stagione delle elezioni suppletive prima del voto di novembre. In quel collegio ha fatto 19 punti meglio del risultato ottenuto da Kamala Harris alle presidenziali del 2024. È il trentunesimo seggio passato di mano in un parlamento statale da quando il presidente Donald Trump è tornato alla Casa Bianca e in tutti e trentuno i casi a conquistarlo sono stati i democratici.

Le suppletive servono a riempire i seggi rimasti vacanti tra un'elezione ordinaria e l'altra per dimissioni o per la morte di chi li occupava. Negli Stati Uniti se ne tengono decine ogni anno, dai consigli locali fino al Congresso. Vengono usate come termometro dell'umore degli elettori perché si votano sempre negli stessi confini geografici.

Dal gennaio del 2025 se ne sono tenute 110 e in media i democratici hanno superato di 12,5 punti il margine di Harris e di 8,4 punti quello di Joe Biden nel 2020. Il confronto tra il risultato della suppletiva e quello presidenziale nello stesso collegio è il metodo con cui gli analisti misurano lo spostamento dell'elettorato, perché mette a confronto lo stesso territorio in due momenti diversi. Messi insieme, quei numeri descrivono un clima politico nazionale in cui i democratici sarebbero avanti di 12 punti, un valore perfino leggermente migliore di quello che gli stessi dati indicavano nel ciclo del 2018, secondo un'analisi di Daniel Donner pubblicata su The Downballot.

Quella stima ha però un difetto noto: in ogni ciclo elettorale dal 2018 in poi è stata più favorevole ai democratici del voto popolare per la Camera (la somma dei voti raccolti dai partiti in tutti i 435 collegi del paese). Otto anni fa il vantaggio reale rimase di qualche punto sotto il livello indicato dalle suppletive.

Elezioni speciali · Stati Uniti

Le suppletive danno i democratici a +12, nel 2024 sbagliarono di 11 punti

I pallini arancioni sono il clima politico stimato dalle elezioni suppletive di ogni ciclo, quelli neri il margine vero tra democratici e repubblicani nel voto popolare per la Camera. Sopra lo zero sono avanti i democratici, sotto i repubblicani. Dal 2018 la stima è sempre stata più generosa con i democratici del risultato di novembre. Nel 2024 la distanza è arrivata a 11,1 punti.

Stima dalle elezioni suppletive Voto popolare per la Camera
−5 +5 +10 0 vantaggio dem. vantaggio rep. 2014 2016 2018 2020 2022 2024 2026 ? −3,5 −5,7 −2,5 −1,1 +11,5 +8,6 +5,9 +3,1 +1,1 −2,8 +8,4 −2,7 +12,0 −5 +5 +10 0 2014 2016 2018 2020 2022 2024 2026 ? −3,5 −5,7 −2,5 −1,1 +11,5 +8,6 +5,9 +3,1 +1,1 −2,8 +8,4 −2,7 +12,0
Il tratteggio verticale misura la distanza tra la stima e il risultato. La linea grigia unisce i risultati veri. Per il 2026 il risultato non c’è ancora: si vota a novembre.

Perché la stima è troppo alta. Alle suppletive va a votare una quota maggiore di elettori con un titolo di studio elevato, che negli anni di Trump sono i più ostili al presidente e al Partito Repubblicano. L’elettorato di queste elezioni pende quindi verso i democratici più di quello che si presenta alle elezioni generali.

Fonte The Downballot, dati aggiornati al 19 agosto 2026. La stima confronta il risultato di ogni suppletiva con il margine presidenziale nello stesso collegio: quella del 2026 è calcolata su 110 elezioni tenute dal gennaio del 2025. I margini del voto popolare per la Camera sono quelli ufficiali, le stime dalle suppletive sono state lette dal grafico originale e possono discostarsi di un decimo di punto.

La spiegazione più probabile è la polarizzazione per titolo di studio dell'elettorato negli anni di Trump. Gli elettori più istruiti hanno un giudizio molto più negativo del presidente e del Partito Repubblicano e sono anche quelli che si presentano ai seggi più spesso quando in palio c'è un solo seggio locale e l'affluenza è bassa. L'elettorato delle suppletive pende quindi verso i democratici più di quello che vota alle elezioni generali.

Le suppletive sbagliano anche quando il clima politico cambia a metà ciclo. È successo nel 2022, dopo che la Corte Suprema ha cancellato la sentenza Roe v. Wade che garantiva il diritto all'aborto a livello federale. È successo di nuovo nel 2024, quando i risultati prima e dopo il novembre del 2023 sono stati molto diversi tra loro.

In questo ciclo non si è visto niente di simile e il clima politico calcolato è rimasto molto stabile per tutto il periodo. All'inizio di un ciclo la media si muove parecchio perché le elezioni sono poche e un singolo risultato anomalo la sposta di molto. Più avanti serve invece un movimento reale per cambiarla, come è accaduto nel 2024. Tra il primo e il secondo anno del ciclo del 2026 qualche variazione c'è stata, ma il quadro complessivo è rimasto fermo.

Anche la distribuzione degli scarti è sorprendentemente compatta. Le suppletive federali (sette in tutto) sono tutte cadute dentro una fascia di 15 punti e quelle statali si sono raggruppate in modo altrettanto stretto. Il grafico che le riassume disegna una curva regolare, un effetto forse dovuto alla nazionalizzazione della politica locale degli ultimi anni.

L'unico risultato fuori scala è una suppletiva per il Senato dello Stato di New York nel ventiduesimo distretto, dove i democratici hanno superato Harris di 90 punti. Nel distretto vive una numerosa comunità ebraica ortodossa che tende a votare in blocco e in quell'occasione i suoi leader avevano indicato il candidato democratico. Nel 2018 la distribuzione era molto meno regolare, un segno che in quel ciclo il clima politico stava davvero cambiando strada facendo.

Per novembre le suppletive fanno quindi prevedere un clima simile a quello di otto anni fa. La polarizzazione per titolo di studio è probabilmente cresciuta da allora, quindi lo scarto tra la stima ricavata dalle suppletive e il risultato vero potrebbe essere un po' più ampio.

Il consenso verso il presidente sta calando anche tra gli elettori repubblicani, cosa che nel 2018 non accadeva. Se i suoi elettori sono abbastanza demoralizzati potrebbero restare a casa in numero maggiore che in passato e chi si presenterà ai seggi sarebbe un elettorato più democratico. Nel 2026 l'indice di gradimento di Trump ha continuato a scendere durante la primavera e l'estate dell'anno elettorale, un periodo in cui le suppletive sono state poche e hanno offerto pochi appigli per misurare l'umore del paese.

L'incognita più grande resta quello che il presidente stesso farà da qui al giorno del voto. Anche se non cambiasse molto, i dati delle suppletive dicono che i democratici restano in una posizione di forza per riprendersi la Camera a novembre.


Popolarità Trump, numeri sempre in bilico alla deadline dei negoziati con l’Iran (16 agosto)


Come ogni domenica, facciamo un resoconto sulla approvazione del presidente Trump, con i cambiamenti occorsi negli ultimi sette giorni.

Questa settimana estiva non ha evidenziato grandi smottamenti: dopo aver toccato il livello di net rating più basso del mandato e in mezzo a tanti piccoli balzelli, la popolarità si è leggermente rialzata assestandosi su un livello comunque critico, tra i tanti bassi e i pochi alti registrati dall’inizio del conflitto in Iran.

Il periodo ferragostano non è particolarmente ricco di rilevazioni: il tasso di approvazione rimane inferiore al 40% in tutte le medie, mentre la disapprovazione si assesta un po’ sotto al 60%.

I numeri sono peggiorati notevolmente dall’inizio della guerra in Iran, e non si intravedono spiragli positivi considerando lo stallo nelle trattative di pace.

Situazione al limite per il tycoon, che resta dietro a Joe Biden nella classifica dei presidenti più impopolari a questo punto del mandato.

Il dato attuale, infatti, è peggiore rispetto alla già catastrofica media di Joe Biden nell’agosto 2022; questo significa che l’approvazione di Trump è la peggiore di sempre dopo quasi diciannove mesi di presidenza. È di circa undici punti, invece, la distanza con il suo primo mandato.

Il net rating (la differenza tra tasso di approvazione e tasso di disapprovazione) rimane saldamente in territorio negativo sia per la media di RealClearPolitics (RCP), sia per quella del Silver Bulletin, sia per la nostra di Focus America.

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Questa settimana le medie tendono a riallinearsi, con un modesto aggiustamento verso l’alto per Focus America e una lieve diminuzione per Silver e RCP.

Come già accennato, dopo quasi diciannove mesi alla Casa Bianca, il gradimento di questo secondo mandato si colloca al di sotto rispetto ai primi diciannove mesi del suo primo mandato e a quello di Biden.

Sondaggi
L’approvazione di Trump e degli altri presidenti
Approvazione netta (approva − disapprova), per giorni dall’insediamento

Presidente
Trump II

Grafici Recap numerico

Facendo un paragone con il passato, grazie ai dati di Focus America, si nota come il dato di apprezzamento di Trump dopo 572 giorni di presidenza (-20,7 secondo la nostra media) sia il più basso tra tutti i presidenti USA dal secondo dopoguerra in avanti nello stesso periodo, peggiore di Biden che con il suo -19,5 attraversava comunque un periodo di grande sofferenza.

Risulta molto indietro, come detto, anche rispetto al suo primo mandato, in cui era più del doppio più popolare, a -9,5.

Sul nostro sito trovate i grafici con il confronto con tutti i primi mandati degli altri presidenti, con una frequenza di aggiornamento pari a 8 volte al giorno.

Il tasso di approvazione di Trump oscilla tra il 37% e il 39%, mentre il tasso di disapprovazione si aggira intorno al 58%.

Nelle prossime settimane monitoreremo l’evoluzione di questa situazione, per cogliere se ci saranno miglioramenti o ulteriori ripercussioni sui numeri, considerando la scadenza di domani dei negoziati con Teheran.

Di seguito pubblichiamo una infografica con una selezione delle rilevazioni dei migliori istituti rilasciate nel corso dell'ultima settimana. Per ogni casa sondaggistica sono presenti due numeri percentuali: il primo è il tasso di approvazione, il secondo quello di disapprovazione.

Ricordiamo che, stante la chiusura del sito FiveThirtyEight, abbiamo deciso di utilizzare i numeri del Silver Bulletin, il nuovo sito di Nate Silver, fondatore di 538.

Sondaggi
Gli ultimi sondaggi sulla popolarità di Trump
5 rilevazioni di 5 istituti — 16 agosto 2026

Sondaggi Metodo

Ordina per:Data fineNet Approval

Legenda campioni

LV

Likely Voters · 1 sondaggio
Elettori probabili — campione più ristretto e affidabile

RV

Registered Voters · 1 sondaggio
Elettori registrati al voto

A

Adults · 3 sondaggi
Tutti gli adulti americani — campione più ampio

Affidabilità
LVRVA

Elaborazione di Focus America su dati dei sondaggi pubblici · Ultimo aggiornamento: 16 agosto 2026

Il sito Silver Bulletin (che fa una propria media aggiustata di tutti i sondaggi, dandone un peso maggiore o minore in base al bias storico e al rating delle firme che li svolgono) segna una media generale di 38,1% (-0,4) - 58% (-0,3). In totale un net approval arrotondato di -19,9 (-0,1).

Il sito RealClearPolitics, invece, che fa una selezione solo di alcuni sondaggi in base all'affidabilità di chi li esegue, segnala una media totale migliore: 39,1% (-0,2) - 58,4% (-). In totale un net rating di -19,3 (-0,2).

La media calcolata da noi di Focus America, invece, è di 37,3% (-0,2) - 58% (-1,1), con un net rating complessivo di -20,7 (+0,9). La metodologia utilizzata è specificata direttamente nella pagina del nostro sito dedicata ai sondaggi sulla popolarità di Trump.

Tracker
L’approvazione di Trump: tre medie a confronto
Andamento giornaliero dall’insediamento

Seleziona fonte
Confronto Silver Bulletin RCP FocusAmerica

Silver Bulletin

RealClearPolitics

FocusAmerica

Clicca qui per vedere i dati aggiornati in tempo reale della popolarità di Trump


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ICYMI: Updates from the 8/23 Meeting


ICYMI

Arizona – The AZPP held a meeting last Wednesday to discuss committee updates and outreach efforts. An itinerary for Tucson, should it be the location for the upcoming Pirate National Conference, and discussed pooling donations. Updates on the Blase Henry campaign, regarding yard signs and other materials, were given. Finally, Arizona discussed their game night and brainstormed future events hosted in Phoenix.

Election Committee – An election committee was formed, consisting of USPP Captain Jolly Mitch (IL), YPUSA Captain Lily Boyt (AL), and USPP Lookout and Capt. Emeritus Joe Onoroski (MA), tasked with creating the form for the upcoming election for the PR Director vacancy.

Illinois – the ILPP met before the PNC did on Sunday, and were joined by Mike Vick, who is currently running a write-in campaign for Governor of Illinois as a member of the American Solidarity Party. The ILPP is running one candidate, Mitchel “Jolly Mitch” Davilo, who will begin signature collection come September.

Pirate National Conference – The location for the 2027 Pirate National Conference will be voted on during the Sept. 13th meeting. Baltimore, MD, Mobile, AL and Tucson, AZ are the top contenders.

Platform – PNC adopted an updated Foreign Policy plank, as was presented by the Platform Committee. The plank, an extension of our previous positions, maintains our commitment to Pan-Americanism while introducing new commitments to worldwide affairs.

PR Director – Rowan Tipping is resigning from his post, effective Sept. 1st. The election to replace Rowan will take place during the August 30th meeting.

Vetting Committee – The Vetting Committee was made official with the appointed members. The Committee currently consists of Captain Jolly Mitch (IL), Vice Captain Blase Henry (AZ), Capt. Emeritus Liz Gorski (NY), Capt. Emeritus Drew Bingaman (PA), Ewa Kruzel (AZ) and, temporarily, PR Director Rowan Tipping (IL). Rowan will be replaced upon election of the new PR Director.


That’s that! You can catch up on everything by watching the meeting here. Our next meeting, 8/30, will be open to the public.


uspirates.org/icymi-updates-fr…

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Wi-Fi 7 e WPA3: perché la modalità di compatibilità rischia di isolare i dispositivi legacy
#tech
spcnet.it/wi-fi-7-e-wpa3-perch…
@informatica


Wi-Fi 7 e WPA3: perché la modalità di compatibilità rischia di isolare i dispositivi legacy


Il paradosso del Wi-Fi 7: più sicurezza, più incompatibilità


Chi si occupa di reti wireless in ambito aziendale conosce bene il problema della retrocompatibilità: ogni salto generazionale del Wi-Fi porta con sé la necessità di far convivere client vecchi e nuovi sulla stessa infrastruttura. Con Wi-Fi 7 (IEEE 802.11be) la Wi-Fi Alliance ha alzato l’asticella della sicurezza rendendo obbligatorio il supporto a WPA3 per ottenere la certificazione, eliminando di fatto WPA2 come opzione per i dispositivi “puri” Wi-Fi 7. Una scelta corretta sul piano della sicurezza, che però sta creando un problema di compatibilità reale e documentato, al punto che CableLabs, il consorzio di R&D degli operatori via cavo nordamericani, ha pubblicato un appello diretto ai produttori di chipset e access point.

Cos’è la WPA3-Personal Compatibility Mode


Per evitare di tagliare fuori dal giorno alla notte milioni di dispositivi WPA2 ancora in circolazione, lo standard prevede la WPA3-Personal Compatibility Mode (PCM): un access point in questa modalità pubblicizza contemporaneamente sia WPA2 che WPA3 sullo stesso SSID, lasciando che sia il client a negoziare il livello di sicurezza che supporta.

Il meccanismo tecnico che rende possibile questa coesistenza si basa su elementi chiamati Robust Security Network Overlay (RSNO): informazioni WPA3 aggiuntive che vengono “sovrapposte” ai beacon e ai probe response, separate dagli elementi RSN legacy usati da WPA2. L’idea di design è che un client Wi-Fi 6 o precedente, non riconoscendo gli elementi RSNO, li ignori semplicemente e prosegua con la negoziazione WPA2 standard, mentre un client Wi-Fi 7 li legga e stabilisca automaticamente una sessione WPA3.

Dove si rompe la teoria


Il problema è che “ignorare gli elementi sconosciuti” è un comportamento che i client devono implementare correttamente, e non tutti lo fanno. CableLabs segnala che una parte consistente dei dispositivi oggi sul mercato non supporta ancora il parsing degli elementi RSNO: alcuni si limitano a restare bloccati in modalità Wi-Fi 6 con WPA2-Personal, il che è comunque un degrado accettabile, ma altri interpretano male il frame esteso e, invece di ignorarlo, vanno in errore di parsing, con conseguenti disconnessioni intermittenti o impossibilità di associarsi del tutto alla rete dopo un aggiornamento firmware dell’access point.

Il risultato pratico riportato da CableLabs e ripreso da The Register è un aumento delle segnalazioni ai servizi di assistenza degli operatori via cavo: utenti che, dopo la sostituzione del router con un modello Wi-Fi 7, si ritrovano con dispositivi smart-home, stampanti o elettrodomessi IoT più datati che smettono improvvisamente di connettersi, spesso senza un messaggio d’errore comprensibile.

Il problema dell’uovo e della gallina


Alla base c’è una classica dinamica da adozione di standard: i produttori di chipset per dispositivi economici non hanno fretta di implementare RSNO perché “tanto pochi access point lo richiedono ancora attivamente in modo stringente”, mentre i produttori di access point non possono permettersi di disattivare la compatibility mode perché romperebbe il parco dispositivi installato. Nel frattempo, chi ne paga il prezzo sono gli utenti finali con reti miste, ed è proprio per rompere questo stallo che CableLabs si rivolge direttamente all’industria, invece che agli operatori o ai consumatori.

Le raccomandazioni di CableLabs ai produttori


Nel suo blog tecnico, CableLabs indica tre priorità concrete rivolte a chi progetta silicio e firmware:

  • Produttori di chipset e dispositivi Wi-Fi 7: dare priorità all’implementazione completa del supporto RSNO, condizione necessaria per operare davvero in modalità Wi-Fi 7 nativa anziché ripiegare su un fallback Wi-Fi 6.
  • Produttori con chipset di generazione precedente: validare esplicitamente l’interoperabilità dei propri dispositivi contro access point Wi-Fi 7 di nuova generazione prima del rilascio, anziché scoprire i problemi in campo tramite i ticket di supporto.
  • Tutti i vendor coinvolti: garantire una gestione corretta dei frame di management più grandi, dato che i beacon e i probe response con elementi RSNO occupano più byte dei frame WPA2 tradizionali e possono eccedere i buffer dimensionati per gli standard precedenti.


Cosa significa per chi gestisce reti aziendali


Per un amministratore che pianifica il refresh dell’infrastruttura Wi-Fi verso access point Wi-Fi 7, il messaggio pratico è: non trattare la WPA3-Personal Compatibility Mode come una semplice casella di spunta “retrocompatibile”, ma pianificare un roll-out controllato. In concreto conviene:

  • Fare un inventario dei client legacy critici (badge reader, stampanti di rete, dispositivi IoT industriali, sensori) prima di sostituire gli access point, verificando con il fornitore se il firmware supporta la negoziazione RSNO o rischia di andare in errore.
  • Distribuire l’upgrade per fasi, magari mantenendo un SSID separato in solo-WPA2 per la fase di transizione sui segmenti di rete con dispositivi non aggiornabili, invece di affidarsi solo alla compatibility mode del nuovo AP.
  • Testare in laboratorio prima del rollout su larga scala, includendo esplicitamente i modelli di dispositivo più datati presenti in produzione, non solo i client aziendali standard con firmware recente.
  • Tenere sotto controllo i log di associazione degli AP nelle prime settimane dopo il passaggio, cercando pattern di disconnessione ricorrenti legati a specifici modelli o vendor di scheda di rete, che sono il segnale più affidabile di un problema di parsing RSNO piuttosto che di un problema di copertura radio.

Il caso Wi-Fi 7/WPA3 è un promemoria per chi lavora su infrastrutture di rete: l’irrigidimento degli standard di sicurezza, per quanto necessario, non è mai un evento istantaneo per l’intero ecosistema di dispositivi connessi. Finché produttori di chipset e di access point non convergono sull’implementazione completa di RSNO, la pianificazione attenta e i test di interoperabilità restano l’unico modo per evitare sorprese in produzione.

Fonte: CableLabs, “Wi-Fi 7 and WPA3 Security Compatibility: A Call to Action for Device Manufacturers”, ripreso da 4sysops.


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in reply to Nik

@nikclayton

Under Article 88b, standard websites **must** automatically respect your browser's "no-tracking" signal (like GPC). They cannot show a popup asking you to disable GPC or change your settings.

As per the EC's current draft, news outlets received a specific exemption following heavy industry lobbying around digital ad revenue. They could still ask you to subscribe or accept tracking on-site. However, amendments are currently pending in the EU Parliament to strip out this loophole.

@Nik
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Very happy to speak at the #BledStrategicForum on whether Europe can become a strategic power.

Europe has two choices: unite or be torn apart. Today, the far right pushes isolation while national parties defend a failing status quo - producing rules like #PPWR with 27 hoops to jump through for our businesses.

We need truly European political parties pushing integration and common solutions. @VoltEuropa is the first. Until others follow, we will keep pushing Europe forward. 🇪🇺

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Ma perché proprio Dolly Parton? Avevamo chiesto altro 😭

#DollyParton #Femminismo #Patriarcato #DirittiDelleDonne #WomenRights #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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✨ Niente esplosioni, solo IP cambiati: gli hacker iraniani di CyberAv3ngers dietro il blackout di una centrale elettrica britannica
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/niente…

@informatica


Niente esplosioni, solo IP cambiati: gli hacker iraniani di CyberAv3ngers dietro il blackout di una centrale elettrica britannica


Si parla di:
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Nessuna esplosione, nessun blackout diffuso: solo un pugno di controllori industriali esposti su internet, indirizzi IP cambiati e password sostituite. È bastato questo, secondo quanto ricostruito da The Telegraph e confermato in forma parziale dalle autorità britanniche, per mettere fuori uso per quattro giorni un piccolo impianto di generazione elettrica nel Regno Unito lo scorso luglio. Il sospetto principale, secondo fonti dell’intelligence britannica citate dal Financial Times, è il gruppo CyberAv3ngers, legato al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica iraniana (IRGC). Un episodio che, pur di dimensioni contenute, segna un salto qualitativo nella campagna iraniana contro le infrastrutture critiche occidentali.

Un generatore da 15 MW, non la rete nazionale


L’impianto colpito è un generatore a gas di picco da circa 15 megawatt, il tipo di infrastruttura che entra in funzione per fornire potenza supplementare nei momenti di massima domanda, non un nodo critico della rete elettrica nazionale. Le autorità britanniche hanno confermato l’incidente precisando che “ha colpito un generatore di piccole dimensioni e non ha mai comportato rischi per il sistema energetico più ampio”. Proprio questa apparente marginalità è ciò che più preoccupa gli analisti: non è la scala del singolo impianto a contare, ma la ripetibilità della tecnica. Come ha osservato un analista di Check Point Software commentando il caso, “i dispositivi devono essere molto diversi e distribuiti, e accedere a un sistema critico… può essere piuttosto facile” — un problema strutturale, non un incidente isolato.

Come è avvenuta l’intrusione


Secondo la ricostruzione circolata sulla stampa britannica, gli attaccanti hanno individuato controllori Rockwell Automation Allen-Bradley MicroLogix 1100 e 1400 esposti direttamente su internet, senza le protezioni di rete che dovrebbero normalmente isolare questi dispositivi OT dal mondo esterno. Da lì, l’attacco è stato quasi disarmante nella sua semplicità operativa: modifica degli indirizzi IP e delle password dei dispositivi, in modo da impedire al personale dell’impianto di riprendere il controllo dell’equipaggiamento, e in alcuni casi alterazione dei file di progettazione e della logica ladder che governa il funzionamento del PLC. Nessun malware sofisticato, nessun exploit zero-day: solo credenziali deboli o assenti su hardware industriale raggiungibile dalla rete pubblica, esattamente lo schema che CyberAv3ngers ha già sfruttato altrove.

L’attacco risale a luglio 2026 ma è stato reso pubblico solo il 22 agosto, con un vuoto di comunicazione ufficiale che gli osservatori hanno definito insolito: “non c’è stata praticamente nessuna informazione proveniente dalle fonti ufficiali attese, come l’NCSC”, il centro nazionale britannico per la cybersecurity. Il nome dell’operatore e la localizzazione esatta dell’impianto non sono stati resi noti, presumibilmente per ragioni di sicurezza operativa.

CyberAv3ngers: una storia di PLC violati


Se l’attribuzione a CyberAv3ngers verrà confermata, l’episodio britannico si inserirebbe in un pattern operativo ormai consolidato. Il gruppo, riconducibile all’IRGC, è emerso pubblicamente alla fine del 2023 con una campagna contro controllori Unitronics Vision esposti su internet e utilizzati da utility idriche statunitensi, colpendo tra gli altri l’Aliquippa Municipal Water Authority in Pennsylvania. CISA e FBI risposero con l’advisory AA23-335A, che documentava lo sfruttamento di credenziali di default sui PLC Unitronics come vettore principale. Da allora il gruppo non si è fermato: a luglio 2026 fonti hanno segnalato sospetti coinvolgimenti in intrusioni contro sistemi idrici in Minnesota, a conferma di una strategia costante — colpire l’anello più debole dell’automazione industriale occidentale, ovunque sia raggiungibile senza autenticazione robusta.

Il contesto geopolitico rende la traiettoria coerente: dallo scoppio del conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele, i gruppi cyber affiliati a Teheran hanno intensificato le operazioni contro bersagli negli USA, in Israele, nei Paesi del Golfo e in Europa. Il salto dal colpire utility idriche di piccole municipalità americane a un impianto di generazione elettrica nel Regno Unito rappresenta un’estensione geografica della stessa dottrina operativa: infrastrutture energetiche e idriche di dimensioni contenute, spesso gestite da enti locali con budget di sicurezza limitati, come terreno di dimostrazione della capacità di Teheran di colpire l’Occidente anche fuori dai confini mediorientali.

Attribuzione: cosa sappiamo e cosa no


È importante essere precisi sul livello di certezza disponibile pubblicamente. Al momento non esiste una prova tecnica pubblica che colleghi in modo definitivo CyberAv3ngers all’incidente britannico: l’attribuzione riportata da Telegraph e Financial Times si basa su fonti di intelligence, non su indicatori di compromissione pubblicati o su una dichiarazione ufficiale del gruppo. Va inoltre notato che CyberAv3ngers ha in passato rivendicato pubblicamente le proprie operazioni con post sui propri canali — un comportamento che, se assente in questo caso, potrebbe suggerire un cambio di postura verso operazioni più silenziose, oppure semplicemente riflettere la scelta del Regno Unito di non confermare i dettagli per non offrire un palcoscenico agli attaccanti.

Due righe per i difensori OT/ICS


Il caso britannico ribadisce una lezione che il settore OT fatica a metabolizzare da anni: l’esposizione diretta di PLC e controllori industriali su internet resta uno dei rischi più facilmente evitabili e più frequentemente ignorati. Per i team che gestiscono ambienti di automazione industriale, la priorità immediata è la verifica di quali asset OT siano raggiungibili dalla rete pubblica, seguita dalla segmentazione di rete tra IT e OT e dall’eliminazione di credenziali di default sui dispositivi Rockwell, Unitronics, Siemens e affini — un problema che CISA e FBI hanno segnalato ripetutamente anche per dispositivi Siemens S7 in contesti di attacchi assistiti dall’IA.

  • Mappare tutti i dispositivi ICS/SCADA raggiungibili da internet (Shodan/Censys possono essere un primo strumento di verifica)
  • Eliminare credenziali di default su PLC Rockwell Allen-Bradley MicroLogix, Unitronics Vision e dispositivi equivalenti
  • Segmentare rigorosamente le reti OT dalle reti IT e dall’accesso remoto diretto
  • Implementare backup verificati e testati dei file di progettazione e della logica ladder dei PLC
  • Abilitare autenticazione forte e logging per ogni accesso remoto a sistemi di controllo industriale

Non servono zero-day né infrastrutture offensive sofisticate per mettere fuori servizio un impianto energetico per quattro giorni: bastano un controllore esposto e una password mai cambiata. È questa la vera notizia dietro l’incidente britannico, e il motivo per cui merita attenzione ben oltre i 15 megawatt del generatore colpito.


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✨ RedC2 4.0: il trojan che si nasconde in 14 pacchetti npm e usa l’IA per orchestrare gli attacchi
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/redc2-…

@informatica


RedC2 4.0: il trojan che si nasconde in 14 pacchetti npm e usa l’IA per orchestrare gli attacchi


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Quattordici pacchetti npm, camuffati da innocue utility per calendari e “streak” di produttività, sono in realtà il vettore di una delle campagne più sofisticate degli ultimi mesi contro la supply chain open source. Il payload si chiama RedC2 4.0 ed è la nuova generazione di un framework di comando e controllo commerciale che, per la prima volta, integra un vero e proprio agente AI capace di tradurre istruzioni in linguaggio naturale in comandi operativi post-exploitation. Il caso, documentato il 21 agosto 2026 dal team TrendAI (la divisione enterprise di Trend Micro) grazie al lavoro del ricercatore Aliakbar Zahravi, segna un salto di qualità nella criminalità informatica “as-a-service”: non serve più essere un operatore esperto per condurre un’intrusione complessa, basta saper scrivere un prompt.

Come funziona l’infezione: un import vale una backdoor


I quattordici pacchetti — tra cui streak-metrics-math, kit-map-vim, streak-map-cache, streak-map-kit, map-streak-kit, streak-cache-map, streak-calc-metrics, streak-calc-math, streak-math-abz, streak-metricsaz, streak-math-metrics, streak-metricazbd, streak-metricsazb e streak-kit-map — mantengono la funzionalità dichiarata (calcolo di statistiche e “streak” di calendario) per non destare sospetti in fase di code review. Il payload malevolo è però innescato senza bisogno di alcun hook di installazione: secondo l’analisi di TrendAI, “quando il modulo si carica, localizza il binario incluso, lo rende eseguibile e lo avvia come processo detached in background”. Basta quindi un semplice import del pacchetto perché l’impianto Linux si attivi automaticamente, senza passare per postinstall scripts più facilmente intercettabili dai controlli di sicurezza automatizzati.

I binari, con nomi che variano da pacchetto a pacchetto (math-core.bin, math-calc.bin, calc-math.dat, calc-cache.bin, calc.bin, calc-mapping.bin), sono collocati nelle directory dist/ o dist/internal/ del pacchetto, un’ubicazione volutamente innocua che si mimetizza nella normale struttura di un modulo Node.js.

RedShell: il beacon Linux e le sue capacità


La variante Linux del framework, battezzata RedShell Beacon, fornisce agli attaccanti una shell interattiva tramite /bin/sh ed espone comandi dedicati alla ricognizione del sistema, alla raccolta di credenziali (comprese le chiavi SSH e le credenziali salvate nei browser), alla persistenza e all’esecuzione in-memory di file ELF, riducendo così le tracce lasciate su disco. La variante Windows del framework va oltre, aggiungendo bypass di UAC, rilevamento e tampering degli antivirus e strumenti per il movimento laterale in rete.

Sul piano cross-platform, RedC2 4.0 offre capacità che lo rendono paragonabile a framework offensivi di fascia alta come Cobalt Strike o Sliver: tunneling host-to-host e pivoting di rete, trasferimento file e consegna di payload in fasi successive, esecuzione in memoria di Beacon Object File (BOF), assembly .NET e shellcode. Non stupisce che il prezzo di listino sul canale di distribuzione “Red Offsec” sia fissato a 99,99 dollari: un investimento minimo per capacità offensive un tempo riservate ad attori con risorse ben più consistenti.

“Red Agent”: quando l’IA orchestra il post-exploitation


L’elemento che distingue davvero questa release è il componente denominato “Red Agent”, un modulo basato su LLM che trasforma intenzioni espresse in linguaggio naturale in comandi beacon del framework. In pratica, l’operatore non deve più conoscere a memoria la sintassi dei comandi RedShell: può limitarsi a formulare richieste come “enumera gli host raggiungibili in rete” o “raccogli le credenziali salvate”, lasciando che sia l’agente AI a tradurle in azioni concrete di ricognizione, movimento laterale e credential dumping. È lo stesso paradigma che negli ultimi mesi ha abbassato la barriera d’ingresso per campagne di phishing e sviluppo malware — applicato però direttamente alla fase più delicata di un attacco, quella successiva alla compromissione iniziale, dove finora serviva esperienza operativa reale per non farsi scoprire.

Timeline di un framework in evoluzione


  • Agosto 2025 — Rilascio di RedC2 v2.0
  • Gennaio 2026 — Commercializzazione della v3.0
  • Giugno 2026 — L’attore “MarlboroMan” pubblicizza la v4.0 su Hack Forums
  • Agosto 2026 — TrendAI scopre la campagna di distribuzione via npm con i 14 pacchetti trojanizzati


Due righe per i difensori


Il caso RedC2 conferma una tendenza consolidata: gli attaccanti prediligono nomi di pacchetti “typosquattati” su termini generici e popolari (in questo caso legati a calendari e tracking di abitudini) proprio perché generano traffico di installazione costante e passano più facilmente inosservati tra le migliaia di dipendenze di un progetto Node.js. TrendAI non ha reso pubblici hash o indicatori di rete specifici al momento della pubblicazione, ma i nomi dei pacchetti e dei binari incorporati restano il principale segnale di compromissione disponibile.

Per i team di sicurezza, le priorità operative sono chiare: verificare immediatamente la presenza di uno qualsiasi dei pacchetti elencati nelle dipendenze dirette o transitive dei propri progetti (anche tramite npm ls o strumenti SCA), monitorare i processi detached generati subito dopo l’installazione di nuovi moduli npm, applicare policy di allow-listing per i pacchetti approvati nei pipeline CI/CD e verificare la presenza di file binari eseguibili — un pattern estremamente anomalo per una libreria JavaScript pura — all’interno delle directory dist/. La comparsa di agenti AI integrati nei toolkit offensivi commerciali suggerisce inoltre che i prossimi mesi vedranno una proliferazione di varianti sempre più accessibili, e che la difesa dovrà spostarsi sempre più a monte, sulla supply chain, piuttosto che sul solo endpoint.

Indicatori di compromissione

# Pacchetti npm trojanizzati (RedC2 4.0 / RedShell)
streak-metrics-math@1.0.0, 1.0.1
kit-map-vim@1.0.0
streak-map-cache@1.0.0
streak-map-kit@1.0.0
map-streak-kit@1.0.0
streak-cache-map@1.0.0
streak-calc-metrics@1.0.0
streak-calc-math@1.0.0
streak-math-abz@1.0.0
streak-metricsaz@1.0.0
streak-math-metrics@1.0.0
streak-metricazbd@1.0.0
streak-metricsazb@1.0.0
streak-kit-map@1.0.0

# Nomi dei binari embedded (in dist/ o dist/internal/)
math-core.bin
math-calc.bin
calc-math.dat
calc-cache.bin
calc.bin
calc-mapping.bin

# Comportamento indicativo (host Linux)
- Processo detached avviato subito dopo import del modulo
- Shell interattiva via /bin/sh generata da processo Node.js
- Persistenza via cron job o unit systemd non riconducibile a software noto
- Accesso in lettura a ~/.ssh/ e a credential store dei browser

Fonti: TrendAI / Trend Micro (Aliakbar Zahravi), The Hacker News.

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The 51st: le interviste di Focus America


Dalla prossima settimana lanciamo una nuova rubrica fatta di interviste per capire meglio gli Stati Uniti in vista delle elezioni di metà mandato

Parliamo tantissimo degli Stati Uniti, probabilmente più di quanto ci rendiamo conto e ormai lo facciamo con la naturalezza con cui si parla di qualcosa che ci appartiene. Seguiamo le loro elezioni, conosciamo i candidati, discutiamo delle decisioni della Casa Bianca e della Corte Suprema, osserviamo quello che succede nelle università e nella Silicon Valley e qualche volta finiamo per sapere chi governa la California senza avere la minima idea di chi governi la provincia accanto alla nostra.

L’America, del resto, ha sempre avuto questo curioso privilegio: essere lontanissima e riuscire comunque a stare ovunque.

È nei film con cui siamo cresciuti, nella musica che abbiamo ascoltato, nelle università che abbiamo sognato, nelle piattaforme che apriamo appena svegli e negli oggetti che teniamo in tasca. È nelle discussioni sui diritti, sulla tecnologia, sull’intelligenza artificiale, sulla libertà di espressione e naturalmente nella politica, che dagli Stati Uniti arriva in Europa con una puntualità sorprendente, qualche volta sotto forma di idea e altre volte sotto forma di problema.

Da questa vicinanza un po’ assurda nasce The 51st, la nuova rubrica di interviste di Focus America.

Il nome parte da un dato che non richiede grandi competenze di geopolitica: gli Stati Uniti sono cinquanta. Eppure, periodicamente, nella storia americana qualcuno ha immaginato il cinquantunesimo, un nuovo territorio, una nuova stella sulla bandiera, un altro pezzo da aggiungere alla mappa.

The 51st prende sul serio quell’immagine soltanto per il tempo necessario a capovolgerla, perché qui non ci sarà nessun nuovo Stato. Nessun governatore, nessun senatore, nessuna capitale e, cosa probabilmente ancora più grave per gli americani, nessuna elezione da organizzare.

Il cinquantunesimo sarà un punto di osservazione.

Un luogo che non esiste sulle mappe e che proprio per questo può trovarsi ovunque: a Washington come a Roma, a Charlottesville come a Bruxelles, davanti alla scrivania di un professore o nel taccuino di un giornalista. Un posto immaginario dal quale osservare gli altri cinquanta e provare a capire l’America senza pretendere che ogni risposta debba necessariamente arrivare dall’America stessa.

Perché gli Stati Uniti che conosciamo in Europa sono anche il risultato di una gigantesca sovrapposizione di immagini. Ci sono l’America della CNN e quella di Fox News, quella di Hollywood e quella delle università, Wall Street e la provincia, Washington e la Silicon Valley, le campagne presidenziali e le serie televisive. C’è l’America che abbiamo visitato e quella nella quale non siamo mai stati, quella che ammiriamo e quella che critichiamo, qualche volta con la curiosa sicurezza di chi, pur trovandosi a migliaia di chilometri di distanza, è convinto di aver capito tutto.

The 51st partirà proprio da questo dubbio: quanto conosciamo davvero gli Stati Uniti e quanto, invece, conosciamo l’idea che ci siamo fatti degli Stati Uniti?

Per cercare qualche risposta serviranno persone diverse e, soprattutto, serviranno persone che non siano obbligate a essere d’accordo. Americani, italiani ed europei; giornalisti, studiosi, analisti, protagonisti della politica, delle istituzioni, della cultura e della tecnologia. Alcuni racconteranno l’America dall’interno, altri la osserveranno da questa parte dell’Atlantico e altri ancora avranno trascorso abbastanza tempo tra i due mondi da sapere che le distanze più interessanti non si misurano in chilometri.

I primi quattro ospiti annunciati raccontano già, in fondo, quale sarà lo spirito della rubrica, ma sono soltanto l’inizio di un elenco destinato ad allungarsi nelle prossime settimane.

Ci sarà Larry J. Sabato, fondatore e direttore del Center for Politics dell’Università della Virginia e una delle voci più riconoscibili nell’analisi della politica e delle elezioni americane. Con lui ci sarà Kyle Kondik, managing editor di Sabato’s Crystal Ball, osservatore delle mappe elettorali, degli equilibri politici e di quella complicatissima macchina che ogni due anni ricorda al mondo che negli Stati Uniti la campagna elettorale non finisce praticamente mai.

Dall’altra parte dell’Atlantico arriverà invece Tommaso Labate, giornalista, conduttore di Realpolitik su Mediaset e osservatore della politica italiana, il quale ci fornirà una prospettiva particolarmente adatta a una rubrica che vuole capire non soltanto come l’America racconta se stessa, ma anche cosa succede quando a guardarla sono occhi abituati a un altro continente.

Ci sarà poi Iacopo Luzi, italiano che vive negli Stati Uniti da undici anni e che dell’America ha imparato a conoscere tanto lo sguardo di chi arriva dall’Europa quanto quello di chi, giorno dopo giorno, ha finito per chiamarla casa. Corrispondente dalla Casa Bianca, collabora con Sky TG24, La Stampa, Adnkronos e diversi media dell’America Latina, dopo essere stato per anni corrispondente per Voice of America. La sua è forse una delle prospettive che meglio raccontano lo spirito di The 51st: abbastanza italiana da continuare a osservare gli Stati Uniti con gli occhi di chi viene dall’altra parte dell’Atlantico, abbastanza immersa nell’America da sapere che, vista da dentro, è quasi sempre più complicata di come appare da lontano.

Sono i primi quattro nomi di The 51st, non gli unici. Altri ospiti, italiani, europei e americani, si aggiungeranno nelle prossime settimane, portando con sé nuove storie, competenze e soprattutto nuovi modi di guardare lo stesso Paese.

Quattro persone, quattro punti di osservazione diversi e nessuna necessità di arrivare alla stessa conclusione. Sarebbe anzi piuttosto deludente se accadesse.

Si parlerà inevitabilmente di Trump e di ciò che verrà dopo Trump, di elezioni e Congresso, di Casa Bianca e Corte Suprema, ma Washington non diventerà la comoda scorciatoia attraverso cui spiegare un Paese di oltre trecento milioni di persone. Ci sarà spazio per la società, le università, il diritto, la tecnologia, l’intelligenza artificiale, l’informazione, la cultura e per quelle trasformazioni che sembrano improvvise soltanto perché spesso iniziamo a guardarle quando sono già avvenute.

Ci sarà soprattutto una domanda che accompagnerà The 51st: che cosa continuiamo a non capire dell’America?

È una domanda volutamente semplice e probabilmente destinata a ricevere risposte incompatibili tra loro. Ed è proprio questo il punto, perché l’obiettivo non sarà costruire una teoria definitiva sugli Stati Uniti, ma mettere una voce dopo l’altra e vedere che cosa succede quando l’immagine cambia insieme alla persona che la racconta.

Anche il percorso inverso farà parte della conversazione. Perché mentre l’Europa osserva ossessivamente l’America, l’America continua a costruirsi una propria idea dell’Europa, e tra le due sponde dell’Atlantico sopravvive da decenni un rapporto fatto di ammirazione, irritazione, dipendenza, imitazione e incomprensioni. Siamo abbastanza vicini da condizionarci e abbastanza lontani da fraintenderci, che forse è una delle ragioni per cui continuiamo ad avere così tante cose da dirci.

The 51st proverà a stare esattamente in quello spazio, evitando per quanto possibile interviste costruite come interrogatori e domande scritte soltanto nell’attesa della frase perfetta da mettere nel titolo. Ogni ospite avrà domande pensate per la sua storia e il suo lavoro, mentre alcune torneranno, intervista dopo intervista, perché sarà interessante scoprire come la stessa America possa cambiare completamente a seconda di chi la sta guardando.

Alla fine, dietro un nome volutamente provocatorio, rimane un’idea piuttosto semplice: gli Stati Uniti hanno già cinquanta luoghi dai quali raccontare se stessi e Focus America proverà ad aggiungerne uno dal quale osservarli.

Non avrà confini, non avrà una capitale e non avrà cittadini. Esisterà soltanto per il tempo di una domanda e di una risposta, poi scomparirà e riapparirà con l’ospite successivo, ogni volta in un posto leggermente diverso.

Non sarà il cinquantunesimo Stato.

Sarà The 51st.

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Il direttore della CIA Ratcliffe a Mosca, Kyiv sospende gli attacchi su richiesta Usa


Il direttore dell’intelligence americana è arrivato a Mosca dalla Lettonia a bordo di un C-17 militare per colloqui riservati con alti funzionari russi. Gli Stati Uniti avevano avvertito l’Ucraina della missione e chiesto una tregua negli attacchi fino alla partenza della delegazione.

Il direttore della CIA John Ratcliffe è arrivato oggi a Mosca per colloqui con funzionari russi, secondo quanto riferito da due funzionari statunitensi ad Axios. È la visita di più alto livello di un esponente dell’Amministrazione Trump in Russia da gennaio, quando Vladimir Putin ricevette gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner, nonché il primo viaggio noto di Ratcliffe nel Paese da quando guida la CIA. Prima della partenza, gli Stati Uniti hanno informato l’Ucraina che una delegazione di alto livello era diretta a Mosca e le hanno chiesto di sospendere gli attacchi fino al suo rientro. Secondo una fonte informata citata dal Jerusalem Post, la richiesta riguardava Mosca e altre città russe e copriva il periodo compreso tra lunedì e mercoledì.

Ratcliffe ha lasciato Washington ieri a bordo di un aereo del governo statunitense diretto a Riga. Martedì mattina un C-17A Globemaster III dell’aeronautica militare statunitense ha effettuato l’ultima tratta, atterrando all’aeroporto moscovita di Vnukovo intorno alle 10 locali, le 9 in Italia, secondo i dati di Flightradar24 citati da Reuters. Il quadrimotore da trasporto è stato poi avvistato insieme a un corteo di veicoli diplomatici americani. Né il governo statunitense né quello russo hanno confermato ufficialmente l’identità del funzionario arrivato a Mosca o lo scopo della missione.

I contatti tra CIA e intelligence russa


Ratcliffe ha mantenuto aperto il canale con il suo omologo Sergej Naryshkin, direttore dell’SVR, il servizio d’intelligence estera russo. Nel marzo 2025 i due hanno parlato al telefono e concordarono di mantenere contatti regolari tra le rispettive agenzie. La CIA ha avuto un ruolo anche negli scambi di prigionieri tra Washington e Mosca. Nell’aprile 2025 la Russia ha liberato Ksenia Karelina, cittadina russo-americana condannata a 12 anni di carcere per una donazione a un’organizzazione umanitaria favorevole all’Ucraina.

Lo scambio, negoziato con il coinvolgimento personale di Ratcliffe e concluso ad Abu Dhabi, ha portato a sua volta gli Stati Uniti a rilasciare Arthur Petrov, cittadino russo-tedesco accusato di aver esportato illegalmente in Russia componenti elettronici sensibili. Nel 2024 la CIA ha contribuito inoltre al complesso negoziato che consentì la liberazione del giornalista del Wall Street Journal Evan Gershkovich e dell’ex marine Paul Whelan.

L’ultimo viaggio noto a Mosca di un direttore della CIA risaliva al novembre 2021. William Burns incontrò allora Nikolaj Patrushev, segretario del Consiglio di Sicurezza russo, e lo stesso Naryshkin. Parlò inoltre al telefono con Putin, che si trovava a Sochi, per metterlo in guardia dalle conseguenze di un’invasione dell’Ucraina, iniziata meno di quattro mesi dopo. La nuova missione di Ratcliffe arriva mentre i negoziati di pace mediati da Washington restano sostanzialmente fermi e Russia e Ucraina continuano a essere molto distanti sulle questioni principali.

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Amnesty International hat getestet, dass Facebook Werbeanzeigen mit Falschinformationen zur Präsidentschaftswahl in Brasilien ausspielen würde. Das Unternehmen würde damit gegen eigene Regeln und brasilianische Gerichtsbeschlüsse verstoßen. netzpolitik.org/2026/brasilian…
in reply to netzpolitik.org

Bei Facebook – pardon, Meta – nichts Neues. Back to the roots: Cambridge Analytica und Co. lassen grüßen.

Von Zuckerberg und anderen Nerdreich-GAFAM-Bigdrecksunternehmen und deren CEOs, die willentlich als Orange-Ill-Duces-Steigbügelhalter fungieren, ist auch nicht mehr zu erwarten …

Während Rom brennt und die Welt ohnehin immer weiter destabilisiert wird, kann man jetzt mittels Facebook noch mehr Öl – nee, gibt ja nicht, sorry: Benzin – ins Feuer gießen. Zynisches Bravo! 🤢 🤮 #Meinung #FckZuuck #FckMeta #FckFacebook #ScheißVerein

tenor.com/view/zucking-zuckeri…

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La polemica verso il servizio tags.pub è oggettivamente giustificata: e voi cosa ne pensate?

tags.pub, il “relay/bot di hashtag globali” pensato dalla Social Web Foundation, non è stato affatto accolto positivamente da tutti gli utenti del Fediverso. E anche a noi non fa impazzire. Voi cosa ne pensate?
informapirata.it/2026/08/25/la…

Questa voce è stata modificata (2 settimane fa)
in reply to Elena Brescacin

ni... un contenuto nel fediverso è pubblico, ma questo non significa che sia facilmente raggiungibile, prché dipende da quando sono connessi l'accoiunt stesso e la sua istanza. Inoltre alcuni account possono già impostare dall'interfaccia del software di non essere "scrapabili".

In questo senso, un'amplificazione sistematica dei propri post potrebbe non essere apprezzata da tutti

@informapirata@www.informapirata.it

in reply to informapirata ⁂

ho visto l'articolo. E non ci pensavo a tutte quelle faccende scraping e affini; quando è uscito, l'ho accolto abbastanza bene tagsPub, perché credevo, finalmente si può avere un hashtag globale.
Però poi è centralizzato, poi è americano, poi butta fuori un sacco di post intasando anche istanze piccole e fa sembrare i tuoi boost che aumentano quando alla fine non è vero.
Io non sarei per il blocco, ma di sganciarmi, ci sto pensando.
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La rabbia degli elettori può rimettere l'Ohio tra gli Stati in bilico


A meno di 75 giorni dal voto, le corse per governatore e Senato sono in equilibrio e bastano pochi seggi alla Camera per ribaltare la maggioranza. Pesano il carovita e i data center.

L'Ohio, uno Stato che negli ultimi anni si era spostato sempre più a destra, potrebbe tornare in bilico alle elezioni di midterm del prossimo novembre, il voto di metà mandato che negli Stati Uniti rinnova il Congresso. A meno di 75 giorni dal voto la corsa per il governatore e quella per un seggio al Senato sono in equilibrio e i seggi in gioco alla Camera bastano a entrambi i partiti per conquistare la maggioranza.

A muovere gli elettori è soprattutto un'insofferenza economica che si moltiplica in ogni angolo dello Stato. Nei supermercati i clienti si lamentano di quanto poco riescano a comprare, nelle campagne gli agricoltori sono in ansia per i costi che salgono e nelle assemblee pubbliche monta la protesta contro i data center. Le spese quotidiane sono diventate care e molti dubitano che la situazione migliori a breve.

Per anni l'Ohio si è vantato di anticipare il risultato nazionale, poi si è allontanato dai campi di battaglia elettorali diventando sempre più repubblicano. Ora quella traiettoria sembra essersi fermata e a novembre lo Stato scoprirà se sta davvero tornando verso il centro.

La rabbia più visibile riguarda i data center, i grandi centri per l'elaborazione e l'archiviazione dei dati che consumano enormi quantità di energia e acqua. A Millersport, un paese vicino a Columbus, una mensa scolastica si è riempita per un'assemblea su una centrale elettrica che dovrebbe alimentare un progetto di data center da 2,1 miliardi di dollari in costruzione nelle campagne circostanti. I presenti erano quasi tutti contrari.

In tutto lo Stato le assemblee raccolgono cittadini che denunciano gli effetti sui corsi d'acqua locali, l'ingiustizia degli sgravi fiscali concessi alle aziende e l'inquinamento vicino alle case. Dietro le proteste c'è la convinzione che soggetti esterni decidano sulle loro comunità senza il loro consenso.

La corsa per il Senato, la più seguita a Washington, oppone l'ex senatore Sherrod Brown, un democratico che punta al ritorno, all'attuale senatore repubblicano Jon Husted. Nei suoi spot Brown ha definito Husted "il volto dei data center in Ohio", mentre quelli di Husted attaccano i lunghi anni del rivale al Senato con lo slogan "Sherrod Brown è Washington".

Il malcontento sui data center preoccupa i vertici repubblicani. In un promemoria inviato alle aziende tecnologiche, rivelato da Axios, il National Republican Senatorial Committee, l'organismo che coordina le campagne repubblicane per il Senato, ha avvertito che i democratici stanno sfruttando la protesta contro i data center nella corsa dell'Ohio e che lo fanno "perché funziona". Il documento definiva i data center "l'àncora appesa al collo di Husted".

Il candidato repubblicano per il governatore è Vivek Ramaswamy, un miliardario che ha fatto fortuna nella farmaceutica, nella finanza e nella tecnologia. La sfidante democratica è Amy Acton, un medico che guidò la politica sanitaria dello Stato nei primi mesi della pandemia di Covid, un incarico che oggi le pesa in un clima di scarsa fiducia. Ramaswamy affronta però un problema più immediato: rappresenta il partito al governo davanti a un elettorato scontento.

In un sondaggio del New York Times e del Siena College condotto a giugno tra gli elettori probabili dell'Ohio, quasi il 30% degli intervistati (e il 40% degli indipendenti) ha indicato l'economia o il costo della vita come il tema più importante per decidere il voto al Congresso. Nello stesso sondaggio gli elettori bocciavano la gestione del carovita da parte del presidente con un rapporto di quasi due a uno.

Il carovita pesa soprattutto sul partito del presidente, le cui promesse economiche non tornano più secondo diversi conti. Nelle zone rurali la lista delle preoccupazioni comprende anche i costi dei fertilizzanti e dei macchinari agricoli, aumentati dal conflitto con l'Iran e dalla guerra commerciale. Pochi, nell'area profondamente conservatrice, sono inclini a incolpare Trump, ma alcuni allevatori ammettono che le condizioni per gli affari stanno peggiorando. E tutto questo prima che venerdì il presidente annunciasse di voler abbassare i dazi sulle importazioni di carne bovina straniera.

L'ex sindaca di Dayton Nan Whaley, candidata governatrice nel 2022, ha detto che i democratici stanno facendo breccia con un messaggio semplice: "Odiate tutto e non potete prendervela con i democratici, che non sono al governo". Sullo stesso umore concorda anche una parte dei repubblicani. L'ex deputato Jim Renacci, anche lui candidato governatore quattro anni fa, ha avvertito i suoi che l'Ohio è nel profondo uno Stato di indipendenti dall'orientamento conservatore, elettori che vanno riconquistati mentre hanno molti motivi per restare a casa. I temi che più li preoccupano, ha scritto, sono la guerra con l'Iran, il prezzo della benzina, quello del cibo, le bollette e gli affitti.

Alcuni repubblicani ritengono l'ottimismo democratico mal riposto. Anni di investimenti e di controllo del partito nello Stato, sostengono, hanno costruito un argine difficile da superare. I vantaggi radicati sul territorio sono complicati da ribaltare in un solo ciclo anomalo, ha detto Mark Weaver, consulente repubblicano ed ex vice procuratore generale dell'Ohio.

Lorain County, a ovest di Cleveland, è l'unica contea dell'Ohio ad aver votato nel 2024 sia per Trump sia per Brown, un segnale di uno Stato che può ancora muoversi. Il voto di novembre dirà se l'Ohio, che un tempo anticipava il risultato nazionale, è tornato davvero contendibile.


Ora sono tutti contro i datacenter in America


A novembre il governatore del Texas Greg Abbott aveva annunciato un investimento da 40 miliardi di dollari da parte di Google e definito il suo Stato "l'epicentro dello sviluppo dell'intelligenza artificiale". Meno di un anno dopo, il 3 agosto, il governatore repubblicano ha ordinato di sospendere gli allacciamenti alla rete elettrica per i nuovi data center: circa 1.800 progetti dal valore complessivo di miliardi di dollari, in attesa di una verifica sui consumi di energia e acqua. La decisione ha irritato pesantemente Donald Trump, che questa settimana ha difeso gli impianti definendoli un motore per l'economia statunitense.

La protesta contro i data center, accusati di prosciugare le risorse e di alimentare una tecnologia capace di sottrarre posti di lavoro agli americani, si sta trasformando in un serio problema elettorale per i repubblicani e per una parte dei democratici in vista del voto autunnale. Abbott, candidato a un quarto mandato da governatore, deve ora affrontare gli attacchi della sua avversaria democratica Gina Hinojosa, deputata dell'Assemblea statale. Il suo vantaggio è sceso dagli 8 punti di gennaio a un solo punto nei sondaggi di luglio e agosto, mentre sei rilevazioni recenti descrivono una corsa sostanzialmente alla pari. "La questione dei data center è soltanto l'ultimo esempio di un governatore che fa gli interessi dei grandi donatori anziché quelli dei texani", ha dichiarato Hinojosa in un'intervista al Wall Street Journal.

Il governatore sostiene invece che le aziende abbiano accettato vincoli capaci di ridurre al minimo gli effetti sui mercati locali dell'acqua e dell'elettricità e presenta l'intesa come la prova che il suo piano funziona e protegge le comunità texane. Hinojosa ribatte che quelle garanzie devono essere sancite per legge. Martedì ha diffuso uno spot nel quale una persona domanda a un chatbot perché la bolletta elettrica continui ad aumentare. Il chatbot attribuisce la responsabilità ai data center approvati da Abbott, che ha ricevuto milioni di dollari in donazioni elettorali da dirigenti e aziende legati all'intelligenza artificiale, compreso Elon Musk.

Dal Michigan all'Ohio, il tema attraversa i due partiti


In Michigan il progressista Abdul El-Sayed, candidato al Senato, accusa il suo avversario, l'ex deputato repubblicano Mike Rogers, di voler piazzare questi impianti nei giardini degli elettori dello Stato. "La gente li odia davvero, i data center", ha detto durante un evento elettorale a luglio. Messo in difficoltà da queste accuse, Rogers ha dichiarato che il settore avrebbe bisogno di una "pausa", dopo avere già sostenuto che le comunità devono poter decidere se accogliere gli impianti ed essere protette dagli aumenti delle bollette.

In Ohio l'ex senatore democratico Sherrod Brown, nuovamente candidato al Senato, ha speso milioni di dollari in una campagna pubblicitaria estiva che presenta il repubblicano Jon Husted come "il volto dei data center" e lo accusa di avere ridimensionato il proprio entusiasmo per l'intelligenza artificiale visto l'aria che tira. Husted nega di avere cambiato posizione e afferma di avere sempre chiesto che le aziende paghino di più per l'energia e versino le imposte locali. Il mese scorso ha presentato al Congresso una proposta di legge che introduce standard più severi per gli impianti di data center.

In un memo riservato diffuso martedì e intitolato "Ohio Data Center Risk", il comitato incaricato di eleggere i senatori repubblicani ha ammesso che "i data center sono il macigno al collo di Husted" e che, se il senatore perderà, la responsabilità ricadrà sul settore, perché i candidati non possono "rimediare alla reputazione tossica di un intero comparto dell'economia". Il documento non era rivolto ai candidati, ma alle aziende dell'intelligenza artificiale, alle quali il partito chiede di intervenire in difesa dei propri data center prima di novembre. Anche in questo caso, si tratta di una posizione opposta a quella del presidente: mercoledì Trump ha detto che, se fosse sindaco o governatore, accoglierebbe volentieri i data center per i benefici economici che producono.

Persino Vivek Ramaswamy, candidato repubblicano alla guida dell'Ohio e abitualmente ostile alla regolamentazione pubblica, questo mese ha promesso di congelare le autorizzazioni alla costruzione di nuovi data center finché il Parlamento statale non approverà una legge che imponga alle aziende standard ambientali, fornitura di elettricità gratuita per i residenti e il pagamento integrale delle imposte sugli immobili. Mercoledì il procuratore generale Aaron Ford, candidato democratico alla guida del Nevada, ha promesso di sospendere le agevolazioni fiscali per i nuovi data center finché una verifica non accerterà che le aziende abbiano rispettato tutti gli impegni assunti. Nel 2015 era stato tra i firmatari della legge che aveva istituito quelle stesse agevolazioni.

Sei americani su dieci non li vogliono vicino a casa


Il 61% degli americani è contrario alla costruzione di nuovi data center nella propria zona, contro il 49% rilevato tra febbraio e marzo, secondo l'Annenberg Public Policy Center della University of Pennsylvania. L'istituto parla del divario più ampio registrato per qualsiasi domanda relativa all'intelligenza artificiale. "Per i democratici non si vedeva da decenni un tema tanto divisivo", ha affermato Brad Carson, ex deputato democratico dell'Oklahoma e oggi presidente di un centro studi che chiede norme più severe sull'intelligenza artificiale.

La pressione investe anche chi ha puntato politicamente su questa tecnologia. Il governatore democratico della Pennsylvania Josh Shapiro, considerato un possibile candidato alla presidenza nel 2028, martedì ha firmato un ordine esecutivo che esclude i progetti legati all'intelligenza artificiale dalla procedura accelerata per il rilascio dei permessi, vieta gli accordi di riservatezza e subordina l'esame delle domande all'approvazione delle amministrazioni locali e all'assunzione di impegni vincolanti su energia, acqua e trasparenza.

Un anno fa Shapiro aveva invece elogiato aziende come Amazon, che si era impegnata a investire 20 miliardi di dollari in almeno due impianti nelle contee di Bucks e Luzerne, durante un vertice al quale avevano partecipato Trump e altri esponenti repubblicani. Ma a giugno un sondaggio Quinnipiac ha rilevato che il 76% degli elettori registrati in Pennsylvania si oppone alla costruzione di un data center nella propria comunità. Come Abbott, anche Shapiro viene ora attaccato dal suo sfidante per le posizioni sostenute allora.

Il deputato repubblicano Tom Tiffany, candidato alla guida del Wisconsin, ha ribattezzato in una serie di messaggi sui social "Data Center David" il suo rivale democratico David Crowley, presidente della contea di Milwaukee, che l'anno scorso aveva sostenuto che lo Stato potesse diventare un polo dell'intelligenza artificiale. Nessuno dei due si è spinto però fino a chiedere la moratoria proposta dalla progressista Francesca Hong, sconfitta da Crowley per circa 4.000 voti alle primarie della settimana scorsa, ma entrambi hanno sostenuto la necessità di introdurre qualche forma di restrizione.

L'industria rincorre una narrazione ormai fuori controllo


Per le aziende dell'intelligenza artificiale la situazione si è trasformata in una vera e propria crisi, con divieti o sospensioni dei nuovi progetti adottati in decine di Stati e amministrazioni locali. Gli analisti della banca d'affari Evercore ISI hanno scritto ai clienti che, considerato il volume delle proposte in discussione, l'opposizione ai data center rappresenta un rischio per gli investitori da qui alle elezioni presidenziali del 2028. Giovedì il finanziere Chamath Palihapitiya ha stimato su X che, se il fenomeno si estendesse, potrebbe sottrarre tra il 2% e il 3% alla crescita economica annua. "Questa è una polveriera", ha scritto.

I dirigenti del settore promettono di pagare di più per l'energia e di consumare meno acqua, ma sui territori la fiducia resta scarsa. "Stiamo cercando di rincorrere questa narrazione, che continua a crescere a passi da gigante", ha dichiarato Dan Diorio, vicepresidente esecutivo per le politiche statali della Data Center Coalition, l'associazione del settore.

Fino a poco tempo fa gli Stati facevano a gara per attrarre i data center, perché custodiscono ogni genere di dati online e garantiscono un gettito fiscale costante. Più di dieci anni fa fu lo stesso Abbott a firmare la legge che concedeva loro agevolazioni per attirare investimenti tecnologici in Texas. Il lancio di ChatGPT nel 2022 e la successiva espansione dell'intelligenza artificiale hanno però colto impreparati gli Stati, moltiplicando i consumi di energia e acqua degli impianti necessari ad alimentarla. Grazie all'abbondanza di terreni e di energia e alla facilità con cui si ottengono i permessi, oggi il solo Texas ospita più di 500 data center, secondo la piattaforma specializzata Data Center Map, ed è secondo soltanto alla Virginia.

A mostrare le dimensioni dello sviluppo ancora atteso sono i dati di ERCOT, il gestore della rete elettrica texana: le richieste di allacciamento raggiungono complessivamente i 474 gigawatt, cinque volte il picco dei consumi dello Stato, e per il 90% provengono proprio dai data center.


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Bürger:innen sollen einen zentralen Zugang zur Verwaltung bekommen, und zwar mit der Deutschland-App. Digitalminister Karsten Wildberger setzt dabei auf generative KI. Der Koalitionspartner kritisiert, dass der Chatbot die Probleme der Verwaltungsdigitalisierung nicht löst, so ein internes Positionspapier der SPD, das wir veröffentlichen.
netzpolitik.org/2026/kritik-an…
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ich sitz hier im Ausland und warte jetzt schon zwei Monate auf ein polizeiliches Führungszeugnis. Keine Antwort auf Nachfrage per E-Mail. Eine Apostille für die Heiratsurkunde dauert 3 Monate.

Es ist einfach nur erbärmlich....

Liebe Regierung, Ihr braucht keinen Chatbot um das Problem zu lösen sondern Automation. Die KI kann Euch helfen Automatisierungen schneller zu entwickeln.

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Kritik an Deutschland-App: Menschenzentrierte Verwaltung statt vorgeschaltetem Chatbot


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La Florida si prepara a togliere l'obbligo di quattro vaccini per andare a scuola


Il Dipartimento della Salute vuole rendere facoltativi i vaccini contro varicella, epatite B, Haemophilus e pneumococco: è il primo passo verso la fine di tutti gli obblighi vaccinali

La Florida si prepara a togliere quattro vaccini dalla lista di quelli obbligatori per iscriversi alle scuole pubbliche. Un nuovo regolamento pubblicato lunedì dal Dipartimento della Salute dello Stato permetterà ai bambini di frequentare le lezioni senza essere stati vaccinati contro la varicella, l'epatite B, l'Haemophilus influenzae di tipo B e lo pneumococco.

La decisione è il primo passo concreto del piano con cui Joseph Ladapo, che come surgeon general è la massima autorità sanitaria della Florida, punta a eliminare ogni obbligo vaccinale. Il Dipartimento sostiene che il regolamento toglie l'obbligo solo per vaccini che non sono imposti dalla legge dello Stato.

La normativa della Florida prevede infatti la vaccinazione contro sette malattie: polio, difterite, tetano, morbillo, rosolia, pertosse e parotite. Gli altri obblighi, compresi i quattro ora in discussione, erano stati introdotti dallo stesso Dipartimento della Salute con un proprio regolamento, che adesso l'ente vuole modificare. Il periodo per i commenti del pubblico resterà aperto per 21 giorni.

Ladapo, nominato nel 2021 dal governatore Ron DeSantis, è vicino da anni alle posizioni scettiche sui vaccini. Si è fatto conoscere come membro del gruppo America's Frontline Doctors, finito sotto accusa durante la pandemia di COVID-19 per aver diffuso informazioni false sul virus e invitato gli americani a non vaccinarsi. La fondatrice del gruppo, Simone Gold, è stata condannata a due mesi di carcere per aver partecipato all'assalto al Congresso del 6 gennaio 2021 ed è poi stata graziata dal presidente insieme agli altri responsabili di quei fatti.

Poco dopo essere entrato in carica, Ladapo aveva cancellato l'obbligo di quarantena e di vaccino contro il COVID-19. Nel 2023 Politico ha rivelato che aveva modificato di persona i dati di uno studio sui vaccini anti-COVID per far credere che comportassero un rischio più alto per i giovani uomini.

Lo scorso anno Ladapo ha allargato la sua battaglia e ha annunciato di voler eliminare tutti gli obblighi vaccinali per i cittadini della Florida. "Sono tutti sbagliati e grondano disprezzo e schiavitù", ha detto a proposito degli obblighi durante una conferenza stampa a settembre.

I casi di morbillo sono aumentati in tutto il paese, nonostante esista un vaccino che protegge i bambini da una malattia potenzialmente mortale e con effetti collaterali molto rari. In Florida il Dipartimento della Salute ha registrato 155 casi dall'inizio del 2026, contro i sette dell'intero anno precedente (oltre venti volte tanto).

Il deputato repubblicano Byron Donalds, candidato a succedere a DeSantis come governatore in una corsa che gli analisti assegnano con sicurezza ai repubblicani, ha detto di voler "studiare" gli obblighi di vaccinazione anche per polio e morbillo, promettendo di lavorare con il parlamento dello Stato prima di prendere qualsiasi decisione. Donalds ha anche sostenuto, senza portare prove, che l'aumento dei casi di morbillo possa dipendere dall'immigrazione illegale.

La svolta della Florida arriva poche settimane dopo che il presidente ha firmato un ordine esecutivo per rivedere il calendario delle vaccinazioni infantili, uno strumento che gli permette di intervenire senza passare dal Congresso. Il provvedimento ampliava i tentativi del segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr., che i tribunali avevano bloccato.

Trump ha spiegato che l'ordine, che tra le altre cose raccomanda di dividere alcuni vaccini in più dosi, avvicinava gli Stati Uniti "al buon senso e alla conoscenza". Una parte del mondo medico ha criticato subito il provvedimento. I quattro vaccini che la Florida vuole rendere facoltativi erano indicati come "raccomandati per tutti i bambini" proprio in quell'ordine esecutivo.

Interrogato lo scorso anno sul piano della Florida, il presidente si era mostrato più cauto. Alcuni vaccini, aveva detto ai giornalisti, "funzionano e basta" e per questo andrebbero usati, "altrimenti alcune persone si ammaleranno". "Bisogna fare molta attenzione quando si dice che certe persone non devono vaccinarsi", aveva aggiunto. "È una posizione molto delicata".

Ladapo ha invece scelto un'altra strada e sostiene che la libertà di decidere sul proprio corpo viene prima delle esigenze di sanità pubblica. A luglio ha definito "efficace" il vaccino contro il morbillo, ma nello stesso evento non ha invitato apertamente i cittadini della Florida a farlo.


Trump firma un ordine esecutivo per fare meno vaccini ai bambini


Donald Trump ha firmato ieri nello Studio Ovale un ordine esecutivo che ridisegna l'approccio del governo federale ai vaccini pediatrici, riducendo il numero di immunizzazioni raccomandate nei primi anni di vita e distribuendole su un arco di tempo più lungo. Accanto a lui c'era Robert F. Kennedy Jr., Segretario alla Salute, insieme a numerosi alti funzionari del suo Dipartimento."Le stiamo riducendo", ha detto il presidente. "Non si tratta soltanto di somministrare meno vaccini, o meno 'punture', come si dice, ma anche di distribuirli su un numero maggiore di visite dal medico".

Il provvedimento divide infatti il calendario vaccinale infantile in tre categorie. Restano raccomandate a tutti i bambini le vaccinazioni contro morbillo, parotite e rosolia, difterite, tetano, pertosse, polio, pneumococco, HPV, varicella e Haemophilus influenzae di tipo b. Vengono invece riservati ai soli bambini ad alto rischio gli anticorpi monoclonali contro il virus respiratorio sinciziale e i vaccini contro epatite A, epatite B, meningococco B, meningococco ACWY e dengue, oggi in gran parte raccomandati all'intera popolazione pediatrica. Per alcune di queste vaccinazioni, a cominciare da quelle contro le epatiti, e inoltre per rotavirus, meningococco, influenza e Covid-19, viene prevista la cosiddetta decisione condivisa: una valutazione caso per caso insieme al medico.

Vaccini · Stati Uniti

Trump taglia i vaccini raccomandati ai bambini, ma le punture rischiano di aumentare

L’ordine esecutivo firmato il 10 agosto riduce da 18 a 11 le malattie per cui la vaccinazione resta raccomandata a tutti i bambini, sposta le altre ai soli casi ad alto rischio e chiede di dividere il trivalente in tre iniezioni separate. Quei tre vaccini singoli, però, negli Stati Uniti non esistono.

Grafica di FocusAmerica 11 agosto 2026

Malattie con vaccinazione raccomandata a tutti i bambini

Calendario in vigore
18

Con il nuovo ordine
18

Le raccomandazioni ripristinate dai giudici federali a marzo
Le altre sette passano ai bambini ad alto rischio o alla scelta con il medico

L’ordine chiede inoltre che le somministrazioni siano distribuite, per quanto possibile, su visite mediche separate. Il Dipartimento della Salute dovrà rivedere sequenza e tempi entro novanta giorni.

Il nuovo smistamento

Undici vaccinazioni restano per tutti, le altre diventano un’eccezione


Ogni tessera è una malattia oggi coperta dalla raccomandazione universale.

11 restano raccomandate a tutti 7 escono dalla raccomandazione universale

Raccomandate a tutti i bambini
11 voci

Restano nel calendario federale come indicazione valida per l’intera popolazione pediatrica.

MorbilloParotiteRosolia DifteriteTetanoPertosse PolioPneumococcoHPV VaricellaHaemophilus influenzae b

Solo per i bambini ad alto rischio
6 voci

Oggi raccomandate a tutti: con il nuovo ordine restano solo per chi rientra in categorie considerate a rischio.

Epatite AEpatite B Meningococco BMeningococco ACWY DengueMonoclonali contro il virus respiratorio sinciziale

Decisione condivisa con il medico
Caso per caso

Nessuna indicazione generale: la scelta viene valutata dal genitore insieme al pediatra, bambino per bambino.

Covid-19InfluenzaRotavirus Epatite AEpatite BMeningococco

Alcune voci ricadono in due categorie: per le epatiti e per il meningococco l’ordine prevede sia la limitazione ai soli bambini ad alto rischio, sia la valutazione caso per caso con il medico.

Il nodo del trivalente

Un’iniezione diventa tre, ma quei tre vaccini negli Stati Uniti non esistono


L’ordine chiede di separare il vaccino contro morbillo, parotite e rosolia. La misura vale però solo quando i prodotti singoli saranno disponibili sul mercato americano.

Oggi

Vaccino trivalente
Una sola iniezione, in uso dal 1971


Morbillo
Non autorizzato

Parotite
Non autorizzato

Rosolia
Non autorizzato

Nessuno dei tre vaccini singoli è oggi autorizzato negli Stati Uniti.

1971
L’anno da cui negli Stati Uniti le tre vaccinazioni vengono somministrate insieme, per ridurre il numero di iniezioni.

2009
Merck, l’unico produttore, annuncia che non riprenderà la produzione dei vaccini singoli. Da allora non sono più disponibili.

3
Le sperimentazioni cliniche complete che servirebbero, una per prodotto, prima di un’eventuale autorizzazione della FDA.

Il precedente giapponese

Nel 1993 il Giappone ha ritirato il trivalente, dopo casi di meningite asettica legati a un ceppo del vaccino, e ha separato le somministrazioni. La copertura contro la parotite è poi scesa da circa il 90% a una quota stimata fra il 23% e il 40%, e quella vaccinazione non è mai più rientrata tra quelle di routine.

Dallo Studio Ovale

Le affermazioni del presidente e ciò che dicono le prove


A sinistra le tesi sostenute alla firma dell’ordine, a destra lo stato delle conoscenze scientifiche.

Che cosa ha dettoChe cosa dicono le prove

Che cosa ha detto

Il vaccino trivalente può essere «piuttosto letale».

Che cosa dicono le prove

È in uso dal 1971 ed è tra i vaccini più studiati al mondo: le reazioni gravi sono rare. Il morbillo, invece, uccide ancora: nel 2025 negli Stati Uniti ha causato tre decessi.

Che cosa ha detto

Ai bambini vengono iniettate quantità di vaccino eccessive, paragonabili al volume di una bibita, che il corpo fatica a gestire.

Che cosa dicono le prove

Ogni dose è una frazione di millilitro e nessuno studio indica che il calendario attuale superi le capacità del sistema immunitario, che ogni giorno risponde a un numero di stimoli molto più alto.

Che cosa ha detto

L’aumento delle diagnosi di autismo è legato al numero di vaccini somministrati ai bambini.

Che cosa dicono le prove

Decenni di studi su milioni di bambini hanno esaminato la questione a fondo senza trovare alcun nesso tra vaccini e autismo.

Che cosa ha detto

Separare il trivalente e distribuire le dosi su più visite significa meno punture.

Che cosa dicono le prove

Accade il contrario: per la stessa protezione servono più iniezioni e più visite. Lo ha scritto anche il senatore repubblicano Bill Cassidy, medico: dividere i vaccini «aumenterà l’esitazione».

Perché conta adesso

Il morbillo è ai livelli più alti dal 1991 e le coperture continuano a scendere

2.465
Casi di morbillo confermati negli Stati Uniti dall’inizio del 2026: più di tutto il 2025 e il numero più alto dal 1991.

92,5%
La copertura del trivalente tra i bambini dell’asilo, sotto la soglia del 95% che protegge anche chi non può vaccinarsi.

Medici ed esperti di sanità pubblica avvertono da tempo che diluire il calendario nel tempo abbassa le coperture: più visite significano più occasioni per saltarne una, e più bambini esposti.

Fonte Elaborazione FocusAmerica sul testo dell’ordine esecutivo del 10 agosto 2026, sull’ordinanza del tribunale federale del Massachusetts del 16 marzo 2026, sui dati CDC relativi a morbillo e coperture vaccinali (agosto 2026) e sulla letteratura scientifica relativa al caso giapponese. Dati aggiornati all’11 agosto 2026.

Il trivalente scisso in vaccini che negli Stati Uniti non esistono


L'ordine raccomanda inoltre di separare il vaccino trivalente contro morbillo, parotite e rosolia in tre iniezioni distinte. È uno dei passaggi più controversi del provvedimento in quanto contrasta con l'orientamento prevalente della comunità scientifica, ma corrisponde a una richiesta avanzata da Trump già da mesi. La misura è però subordinata alla disponibilità dei prodotti sul mercato americano, dove attualmente non esistono vaccini singoli contro le tre malattie: per ottenerne l'approvazione, le aziende dovrebbero condurre nuove sperimentazioni cliniche per ciascun prodotto.

Dallo Studio Ovale Trump ha accompagnato la firma con una serie di affermazioni fuorvianti o prive di riscontro scientifico, arrivando a sostenere che il trivalente possa essere "piuttosto letale". Ha inoltre ripetuto senza prove che ai bambini vengano somministrati più vaccini di quanti il loro organismo possa sopportare. Alla domanda sul perché raccomandasse di suddividere le somministrazioni in cinque visite mediche distinte, ha risposto di aver fatto lo stesso con i propri figli senza avere "nessun problema".

"Molto semplicemente: oggi ai bambini vengono somministrate grandi quantità di vaccino tutte insieme", ha detto Trump, arrivando a paragonare il volume delle iniezioni a "una bibita". "Noi ne somministriamo il 20% a ogni visita e lasciamo passare del tempo tra una visita e l'altra, così il corpo può gestire questa enorme quantità di liquido". Non esistono prove scientifiche a sostegno di queste affermazioni. "Non può succedere niente di male da quello che stiamo facendo", ha comunque aggiunto Trump. Medici ed esperti di sanità pubblica avvertono invece da tempo che diluire maggiormente nel tempo il calendario vaccinale potrebbe ridurre i tassi di immunizzazione e lasciare più bambini esposti alle malattie.

Tra le critiche più nette al nuovo provvedimento è arrivata quella di Bill Cassidy, senatore repubblicano e medico, che già l'anno scorso aveva espresso perplessità sulla conferma di Kennedy come Segretario alla Salute proprio per le sue posizioni sui vaccini e sull'autismo. Su X ha scritto che "questo ordine esecutivo è sbagliato" e che "il presidente non ha le competenze per fare questi cambiamenti". "I vaccini sono decisamente sicuri. I vaccini sono efficaci. I vaccini NON causano l'autismo", ha aggiunto. "Dividere i vaccini significherà che i bambini dovranno fare più punture per ottenere la stessa protezione, non meno. Aumenterà l'esitazione e questo renderà i bambini meno sicuri".

I’m a doctor. This executive order is wrong. The President does not have the expertise to make these changes.

Vaccines are overwhelmingly safe. Vaccines are effective. Vaccines DO NOT cause autism.

Breaking up vaccines will mean children have to get more shots to get the same… t.co/9RoPfVsU8h
— U.S. Senator Bill Cassidy, M.D. (@SenBillCassidy) August 10, 2026


Dopo lo stop dei giudici, la partita si sposta negli Stati


L'annuncio ricalca da vicino un precedente tentativo compiuto a gennaio dal Dipartimento della Salute. Il 5 gennaio i funzionari federali avevano presentato una profonda revisione del calendario pediatrico, riducendo da 18 a 11 le vaccinazioni raccomandate e facendo cadere, tra le altre, la raccomandazione universale contro epatite A ed epatite B nei primi mesi di vita. Le associazioni mediche, a cominciare dall'Accademia Americana di Pediatria, avevano impugnato il nuovo calendario sostenendo che violasse le norme federali sul procedimento amministrativo.

Un giudice federale aveva quindi bloccato in via cautelare le modifiche, ritenendo probabile che il Dipartimento avesse aggirato le procedure previste e osservando che tra le persone nominate da Kennedy nel comitato consultivo indipendente sui vaccini esistessero "lacune evidenti" di competenza. Il provvedimento aveva congelato anche i voti espressi dal comitato a partire da giugno, compreso quello sul vaccino contro l'epatite B nei neonati, e la causa è tuttora pendente.

Questa volta però l'Amministrazione Trump ha scelto una strada diversa e non intende attendere l'esito dei tribunali: il nuovo ordine spingerà gli Stati a riscrivere i propri obblighi vaccinali recependo le nuove linee guida federali. "Lavoreremo direttamente con gli Stati, così da non dipendere dalle corti per risolvere la questione", ha spiegato la consigliera della Casa Bianca Heidi Overton. "Lo faremo subito, così che i genitori possano trarre beneficio dal cambiamento delle leggi statali". È un passaggio che mette in discussione pratiche consolidate da decenni e costruite per aumentare i tassi di copertura vaccinale nell'infanzia.

Vaccini, autismo e il peso delle elezioni di novembre


L'ordine arriva dopo mesi di pressioni di Trump su Kennedy perché intervenisse sul calendario pediatrico, mentre entrambi continuano a ipotizzare pubblicamente un legame tra vaccini e autismo, nonostante numerosi studi scientifici abbiano esaminato la questione a fondo senza trovare alcun nesso tra le due cose. La firma del nuovo ordine esecutivo arriva inoltre nonostante le riserve di lunga data dei consiglieri politici del presidente, convinti che insistere su misure controverse in materia di vaccini sia largamente impopolare e possa allontanare una parte dell'elettorato a pochi mesi dalle elezioni di medio termine di novembre.

Poco prima dell'annuncio, i senatori repubblicani Ron Johnson e Rand Paul avevano diffuso alcuni messaggi del 2021 recuperati dal telefono di servizio di Anthony Fauci. All'epoca Fauci era direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID) e principale consigliere medico del presidente Joe Biden. Nei messaggi discuteva con altri funzionari dei possibili rischi e delle questioni ancora da chiarire sulla vaccinazione contro il Covid-19 durante la gravidanza.

Studi successivi hanno però dimostrato che quei vaccini erano sicuri in gravidanza. Interrogato sulla richiesta avanzata da alcuni senatori repubblicani affinché il Dipartimento della Giustizia possa incriminare Fauci per oltraggio al Congresso dopo il recente voto del Senato, Trump ha detto di non averne ancora parlato con Jeanine Pirro, procuratrice federale per il distretto di Columbia.


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Notre offre d'emploi de juriste est toujours ouverte ! Nous recueillons les candidatures jusqu'au 6 septembre inclus. Alors si vous vous reconnaissez dans la description du poste et que les missions de La Quadrature du Net vous intéressent, n'hésitez pas à postuler !

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#JeRecrute


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Da 20 euro promessi sulle pensioni minime a poco più di 3 euro al mese per la maggior parte di chi le percepisce.
Intanto, l’età pensionabile sale di 3 mesi.

Per Meloni, chi ha lavorato una vita vale 3 euro.

Video di Francesca Romana D’Antuono, già copresidente di Volt Europa.

#Pensioni #PensioniMinime #GovernoMeloni #Lavoro #Previdenza #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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in reply to Scimmia di Mare

@Madmonkey Sisi assolutamente, un adeguamento dell’età può essere uno degli strumenti, ma dovrebbe essere graduale, socialmente differenziato e parte di una riforma complessiva, non la risposta automatica alla demografia
Il punto del video era soprattutto criticare il governo, che aveva promesso di impedire questo aumento e poi non lo ha fatto
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El-Sayed paragona la sharia al diritto canonico nell'intervista con Fox News


Il candidato democratico al Senato in Michigan ha paragonato la sharia al diritto canonico e ha accusato chi vuole vietarla di colpire una minoranza. Poi benzina, sanità e minori transgender.

Abdul El-Sayed, candidato democratico al Senato in Michigan, ha risposto alle accuse di volere la sharia negli Stati Uniti paragonandola al diritto canonico. "Non ti nego il diritto di praticare la tua fede come vuoi. Non capisco perché sia un problema che io possa praticare la mia come voglio. Nessuno sta cercando di imporre la sharia a nessun altro, così come spero che nessuno stia cercando di imporre il diritto canonico, perché viviamo in un'America in cui devi avere la libertà della tua religione", ha detto lunedì sera al conduttore di Fox News Jesse Watters.

L'intervista è durata circa mezz'ora nel programma serale "Jesse Watters Primetime" ed è stata quasi tutta un accavallarsi di voci. Watters ha rilanciato vecchi spezzoni delle dichiarazioni di El-Sayed, passando bruscamente da un tema all'altro: la sharia, i prezzi della benzina, il bilancio federale, la NFL, le terapie di affermazione di genere per i minori e gli atleti transgender.

Il vicepresidente JD Vance aveva criticato nei giorni scorsi El-Sayed, che è musulmano, per la sua adesione dichiarata alla sharia, la legge religiosa seguita dai musulmani. A pesare è anche una vecchia dichiarazione in cui il candidato aveva collegato i tentativi di vietarla al suprematismo bianco: chi cerca di metterla al bando, aveva detto, appartiene alle "stesse identiche forze che due secoli fa hanno cacciato i popoli nativi dalle loro terre, un secolo fa hanno distrutto Black Wall Street, il quartiere nero di Tulsa, decenni fa hanno fatto saltare in aria un edificio e meno di dieci anni fa hanno provato a vietare la sharia. Quelle forze sono ancora vive e vegete oggi".

Davanti a Watters, El-Sayed ha ripreso quell'argomento prendendosela con il senatore Tommy Tuberville. "L'idea che uno come Tommy Tuberville, che a stento era bravo ad allenare a football, se ne vada in giro a cercare di vietare la sharia quando la comunità musulmana in America è meno dell'1%, come se i musulmani stessero cercando di imporre la sharia, mi sembra un modo per prendere di mira deliberatamente la comunità musulmana perché è diversa", ha detto. "Quando si passano preventivamente leggi per vietare una cosa che non sta accadendo, quello che si sta cercando di fare è colpire una comunità molto piccola perché è diversa."

Watters ha replicato che la sharia in Michigan è "un po' inquietante" e che gli elettori non la vorrebbero. "Non penso sia una buona posizione", ha detto il conduttore. El-Sayed ha ripetuto che nessuno la sta proponendo e ha spostato il discorso sul costo della vita, dicendo che i cittadini del Michigan "sono preoccupati di come faranno a permettersi la benzina".

Sulla benzina El-Sayed ha accusato il conduttore di non sembrare "arrabbiato" per l'aumento dei prezzi provocato dalla guerra con l'Iran. Ha poi deriso il segretario alla Difesa Pete Hegseth, che prima di entrare nell'amministrazione conduceva "Fox & Friends Weekend" sulla stessa rete. "Il tizio che lavorava sul vostro canale, credo fosse tipo il sesto conduttore di The Five", ha detto, riferendosi al programma di Fox News che di conduttori ne ha cinque. "Voleva alzare il nostro bilancio militare a 1.500 miliardi di dollari e tu non sembri arrabbiato per questo. Cosa, così possiamo combattere una guerra da cui non sappiamo come uscire, per far salire i prezzi della benzina a 5 dollari al gallone (circa 3,8 litri)?" Il presidente e Hegseth hanno chiesto per il Pentagono proprio quella cifra.

Il conflitto con l'Iran è cominciato a febbraio e il candidato ha ricordato le parole del presidente sulla sua fine rapida. "Ops, vai in guerra e ci dici che sarà un'operazione militare speciale. Era febbraio. Adesso siamo quasi a settembre e stiamo ancora combattendo l'operazione militare speciale. Non sta funzionando per noi", ha detto. "Non la stiamo davvero combattendo, è un blocco", ha risposto Watters, che ha tenuto lo stesso sorriso per tutta l'intervista.

Watters ha detto di non volere che i democratici "facciano saltare in aria il paese" con il Medicare for All e ha chiesto all'ospite se sapesse quanto spende ogni anno il governo americano. El-Sayed ha provato a cambiare argomento e alla fine non ha risposto. "Sono 7.000 miliardi di dollari l'anno e il vostro piano per prendere il controllo del sistema sanitario ne costa 4.000", ha ribattuto il conduttore, riferendosi al sistema sanitario pubblico universale che El-Sayed propone in campagna elettorale.

Watters gli ha contestato anche vecchie dichiarazioni in cui aveva definito razzista la NFL, il campionato professionistico di football americano, e aveva parlato bene di Colin Kaepernick, l'ex quarterback dei San Francisco 49ers diventato un attivista. El-Sayed ha detto che Kaepernick era "un quarterback dannatamente bravo" che "avrebbe dovuto avere molti altri anni nella NFL", per poi tornare sui costi: "Il problema più grande che abbiamo adesso con il football è che ho guardato i prezzi dei biglietti per andare a vedere una partita con la mia famiglia. Sono astronomici, alle stelle."

Sulle terapie di affermazione di genere per i minori El-Sayed, che è medico, ha detto che la decisione spetta al medico del bambino e ai genitori, non al governo federale. Watters ha chiesto se fosse accettabile che un genitore facesse asportare i genitali del figlio ed El-Sayed ha risposto chiedendogli se fosse circonciso. "Sì, ma insomma, è una domanda personale, dottore", ha detto il conduttore. "Una circoncisione è diversa da una castrazione." Il candidato ha replicato che "è un problema che tu pensi di poter decidere cosa succede tra un genitore, un medico e un paziente" e ha accusato la rete di essere "molto selettiva" su questi temi.

Alla domanda sugli atleti transgender El-Sayed ha rifiutato di rispondere nel merito. Watters ha insistito dicendo che è "una cosa piuttosto grossa, se hai seguito le notizie di recente". "Per favore, siamo seri", ha replicato El-Sayed. "Sono qui con te, voglio parlare dei temi che contano. Parliamo delle cose di cui la gente parla davvero. So che voi ne parlate, ma la maggior parte del paese no."

In un altro passaggio El-Sayed ha definito "beta" il suo avversario Mike Rogers, un termine gergale che indica una persona debole, e ha sostenuto che Watters fosse d'accordo dopo che il conduttore si era messo a ridere. "Ho un solo obiettivo adesso: vincere il Michigan. E visto che Mike Rogers, che tu concordi essere un beta, è il mio avversario, probabilmente non dovrebbe essere molto difficile", ha detto. Watters ha chiuso l'intervista dicendogli che le sue idee sono "completamente strampalate" e che sembra "un po' ingenuo".

El-Sayed ha vinto di misura le primarie democratiche di inizio agosto contro la deputata Haley Stevens, in una delle affermazioni più importanti dell'ala socialista del partito, e a novembre sfiderà l'ex deputato repubblicano Mike Rogers. Quella del Michigan è considerata una delle corse più incerte e influenti delle elezioni di metà mandato del 2026 e sarà un banco di prova per la capacità dei candidati della sinistra radicale di vincere negli Stati in bilico.


I Dem ripensano il Medicare for All per non ripetere gli errori del 2020


Il progressista del Michigan Abdul El-Sayed, che ha scritto un libro sul Medicare for All, si candida al Senato con una versione del programma che lascerebbe agli americani la possibilità di tenere l'assicurazione sanitaria privata. Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, i due politici più identificati con quella battaglia, lo sostengono lo stesso. È il segnale che la guerra sulla sanità che ha spaccato il Partito Democratico nel 2020 potrebbe non ripetersi.

La sanità è tornata in cima alle preoccupazioni degli americani. I costi crescono. I tagli federali al Medicaid, il programma pubblico per chi ha redditi bassi, e ai sussidi dell'Obamacare, il mercato di polizze sovvenzionate creato dalla riforma sanitaria del 2010, rischiano di lasciare senza copertura milioni di persone in più. I candidati progressisti che hanno vinto le primarie principali di questo ciclo elettorale hanno offerto il Medicare for All come risposta e l'idea raccoglie consensi ampi, anche se la maggior parte degli elettori non sa che cosa comporti in pratica.

Il Medicare for All è la proposta di estendere a tutti il Medicare, il programma pubblico che oggi assicura gli over 65. Il testo depositato da Sanders, senatore del Vermont e due volte candidato alle primarie presidenziali, iscriverebbe quasi ogni americano a un unico piano nazionale e cancellerebbe in gran parte le assicurazioni private. È il modello del pagatore unico: lo Stato raccoglie i contributi e paga le cure, senza compagnie in mezzo.

El-Sayed ha detto in una recente intervista che il metodo conta meno del risultato: "se riduce il potere delle aziende sanitarie, amplia l'accesso alle cure e lo fa con lo strumento pubblico, io sono favorevole". La sua corsa per il Senato in Michigan resta incerta nei sondaggi.

Il litigio sulla sanità dura da dieci anni dentro il Partito Democratico e ha toccato il punto più aspro nelle primarie presidenziali del 2020. Il nodo era sempre lo stesso, cioè se sostituire le assicurazioni private o costruire sopra quelle che ci sono. Kamala Harris appoggiò all'inizio il testo di Sanders, poi ritirò il sostegno quando le chiesero se fosse d'accordo con l'abolizione dei piani privati.

Gli elettori non hanno mai avuto un'idea univoca di che cosa significhi quello slogan. Un sondaggio di marzo 2026 del Searchlight Institute, un centro studi di centrosinistra, e della società progressista Impact Research ha rilevato che il 60% degli americani ritiene che il Medicare for All creerebbe un sistema a pagatore unico, mentre il 61% pensa anche che permetterebbe di tenere la propria assicurazione privata. La stessa confusione c'era nel 2019, quando più della metà degli intervistati diceva che il programma avrebbe lasciato in piedi i piani privati.

Il sostegno all'assicurazione pubblica scende quando la domanda include l'eliminazione dei piani privati e di quelli aziendali, con cui è coperta la maggior parte dei lavoratori americani, e il finanziamento tramite un aumento delle tasse federali. Lo mostra un'altra rilevazione condotta dal Searchlight Institute con la società di sondaggi democratica Tavern Research e il sito progressista Zeteo. Alla domanda diretta il 70% ha detto di preferire la copertura che ha oggi a un piano federale simile al Medicare. Nei focus group organizzati la scorsa primavera negli Stati in bilico dalla società di ricerca democratica Navigator quasi tutti i partecipanti dicevano di volere un sistema sanitario "universale" e "accessibile", ma pochi sapevano distinguere un'etichetta di riforma dall'altra.

I democratici hanno intanto messo insieme un magazzino di proposte nuove, che circolano tra i parlamentari e i possibili candidati alla presidenza del 2028. Si va dallo spezzare i monopoli della sanità e dall'allargare la produzione pubblica di farmaci alla regolazione degli ospedali e a nuove public option, cioè piani assicurativi gestiti dallo Stato che i cittadini possono comprare al posto di quelli privati.

"Le persone hanno superato la fase della comunicazione, non prendono più posizioni estreme per spostare i confini del dibattito", ha detto a Vox Neale Mahoney, economista sanitario di Stanford che sta esaminando molte delle nuove proposte e consiglia il Kitchen Table Project, uno dei gruppi che le stanno elaborando. "Siamo nella fase in cui ci si chiede che cosa potrebbe davvero funzionare".

Le compagnie assicurative hanno chiesto di alzare i premi dell'Obamacare del 15% mediano nel 2027 (metà delle richieste sta sopra questa soglia e metà sotto), dopo il rincaro di circa il 20% di quest'anno. Da gennaio milioni di iscritti al Medicaid dovranno dimostrare di lavorare per non perdere la copertura. Le due scadenze arrivano proprio mentre parte la prossima campagna presidenziale. I gruppi al lavoro sulle proposte hanno fretta perché le grandi leggi sulla sanità sono rare e la finestra buona potrebbe aprirsi presto.

Mahoney ritiene che i democratici stiano capendo di non dover scegliere tra migliorare la copertura che gli americani hanno adesso e costruire nel tempo qualcosa di meglio, come una public option robusta. Le famiglie sono strette oggi dai costi, ha detto, mentre sotto restano i problemi di fondo: un sistema assicurativo legato al posto di lavoro diventerebbe ancora più fragile se l'intelligenza artificiale provocasse ondate di licenziamenti.

Il Center for American Progress, un centro studi liberal, ha ricavato dalle proprie ricerche sugli elettori la raccomandazione di puntare su soluzioni di breve periodo che abbassino subito i costi. "Candidati ed eletti farebbero un favore a sé stessi e ai loro elettori concentrandosi sui benefici più immediati", ha detto Natasha Murphy, direttrice delle politiche sanitarie del centro, "continuando allo stesso tempo a parlare di copertura universale e di un cambiamento di scala più ampia" che potrebbe richiedere un decennio o più.

Adam Gaffney, tra i sostenitori più noti del pagatore unico ed ex presidente dei Physicians for a National Health Program, l'associazione di medici che si batte per un sistema sanitario nazionale, dice che chi si dichiara favorevole al Medicare for All nei sondaggi appoggia l'idea di un'assicurazione pubblica per tutti, ma non conosce i dettagli dei singoli disegni di legge, che quasi nessuno ha letto. Non è contrario a riforme graduali che portino al pagatore unico, però ritiene che gli elettori intendano il Medicare for All come un unico programma che copre tutti, così come sanno che il Medicare copre chi ha più di 65 anni.

Ocasio-Cortez, che valuta una candidatura alla presidenza nel 2028, sostiene apertamente il Medicare for All ed è vicina a Sanders, eppure ha appoggiato con convinzione El-Sayed e continua a fare campagna per lui. Resta da capire se correrà sul testo di Sanders o su una visione più larga come quella del candidato del Michigan e come gestirà i contrasti con i piani rivali, che nel 2020 diventarono scontri personali. Un'altra incognita è dove i Democratic Socialists of America, l'organizzazione socialista americana, fisseranno l'asticella per concedere il proprio sostegno.

Matt Yglesias, giornalista e cofondatore di Vox, ha scritto sulla sua newsletter Slow Boring che il modo in cui El-Sayed presenta il Medicare for All, più come un obiettivo che come una legge precisa, può dare il via libera a tutti i democratici di centrosinistra che vogliono candidarsi su riforme sanitarie serie. "La cosa più importante che El-Sayed può fare per conquistare il sostegno dei moderati è usare la sua credibilità a sinistra per mettere fine alle distruttive guerre sul Medicare for All che hanno paralizzato il Partito Democratico negli ultimi quindici anni", ha scritto.

Su Jacobin lo scrittore socialista che firma con lo pseudonimo Carl Beijer ha invitato la sinistra a non mollare il pagatore unico. La posizione di El-Sayed, ha scritto, è quasi identica a quella per cui nel 2020 la sinistra attaccò Pete Buttigieg ed Elizabeth Warren: allora l'ala di Sanders sosteneva che nessun piano che lasci spazio alle assicurazioni private ha il diritto di chiamarsi Medicare for All. Il rischio, secondo Beijer, è che la public option non sia un passaggio verso il pagatore unico ma una scorciatoia che consente ai più ricchi di chiamarsi fuori. Chi si chiama fuori poi non si batte per finanziare il sistema che ha lasciato. Un accordo raggiunto così facilmente, avverte, è un accordo su niente.


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I negozi di alimentari di New York fanno causa a Mamdani per i supermercati comunali


L'associazione che riunisce supermercati e negozi di quartiere parla di concorrenza sleale per il piano da 70 milioni di dollari. Il sindaco si dice sicuro che reggerà in tribunale.

I negozi di alimentari di New York hanno portato in tribunale il sindaco Zohran Mamdani per fermare i cinque supermercati comunali che vuole aprire in città. La Multicultural Business Coalition, un'associazione senza scopo di lucro che riunisce supermercati, catene alimentari e le piccole drogherie di quartiere chiamate bodegas, ha depositato il ricorso lunedì.

La causa è stata presentata alla Supreme Court della contea di New York che, malgrado il nome, non è la corte di ultima istanza ma il tribunale ordinario di primo grado dello Stato. L'associazione sostiene che i negozi pubblici introdurrebbero una concorrenza sleale in un settore già in difficoltà e con margini di guadagno ridotti. A rimetterci, secondo il ricorso, sarebbero soprattutto le attività di immigrati e di minoranze etniche: molti dei suoi membri "non possono competere con i supermercati municipali e quindi finiranno fuori mercato".

Mamdani ha risposto in conferenza stampa che i negozi sovvenzionati rispondono a una crisi del costo della vita, con i prezzi alimentari cresciuti di circa il 30% negli ultimi anni. Si è detto sicuro "sia della legalità di questo, che reggerà in tribunale, sia dell'importanza di realizzarlo".

Il sindaco aveva lanciato l'idea in campagna elettorale come parte del suo programma sul carovita, sostenendo che supermercati sovvenzionati e concentrati su cibo sano a basso prezzo avrebbero aiutato i newyorkesi a reggere l'aumento dei costi alimentari. I negozi saranno gestiti da operatori esterni sotto la supervisione del Comune e offriranno un paniere di prodotti di base con uno sconto del 30% rispetto ai prezzi di mercato. Chi li gestirà non pagherà l'affitto e riceverà sussidi pubblici.

Quando il mese scorso l'amministrazione ha presentato i dettagli del piano, Mamdani ha detto che per molti quel 30% di sconto "è la differenza tra una serata passata attorno al tavolo con la famiglia o un altro doppio turno per arrivare a fine mese". Secondo il sindaco l'operazione potrebbe far risparmiare mille dollari l'anno a una famiglia.

Il Comune ha stanziato 70 milioni di dollari per i cinque punti vendita. L'Economic Development Corporation, l'agenzia comunale che si occupa dello sviluppo economico della città, calcola che New York abbia circa 0,14 metri quadrati di spazio commerciale alimentare per abitante (1,5 piedi quadrati), contro una forbice che nel resto del Paese va da 0,5 a 0,9 metri quadrati.

Il primo negozio previsto a Manhattan sorgerà a East Harlem su circa 1.100 metri quadrati e dovrebbe aprire nel 2029, mentre quello del Bronx, a Hunts Point, occuperà circa 1.400 metri quadrati ed è atteso per la fine del 2027. Le altre tre sedi non sono ancora state scelte. Le domande degli operatori interessati a gestirli scadono a ottobre e il Comune sta accompagnando i candidati a visitare i locali.

Non è chiaro quali imprese parteciperanno alla gara. A una recente sessione informativa si sono presentati operatori di tutto il settore alimentare cittadino, ma anche funzionari arrivati da San Francisco, Boston e Chicago, città che seguono l'esperimento newyorkese.

Negozi alimentari finanziati con soldi pubblici sono già stati sperimentati negli ultimi anni in altre città americane, tra cui Atlanta. Errol Schweizer, un veterano del settore che ha fatto da consulente all'agenzia comunale per lo sviluppo economico sul progetto, ha scritto in una newsletter che l'iniziativa di New York "potrebbe indicare la strada ad altre città".

Il piano ha raccolto critiche continue mentre cresce la preoccupazione per i rapporti tra il sindaco e il mondo delle imprese. Eletto con un programma dichiaratamente socialista-democratico, Mamdani ha fatto della riduzione del costo della vita il cuore del suo mandato e i supermercati comunali sono la misura più discussa tra quelle annunciate finora.


Perché a sostenere il socialismo sono gli americani bianchi, laureati e ricchi


Il co-presidente della sezione di New York dei Democratic Socialists of America, l'organizzazione dei socialisti democratici americani, vive in una casa a schiera di Brooklyn da 1,5 milioni di dollari pagata dal padre. Il New York Post ha rivelato la vicenda di Gustavo Gordillo, 38 anni, ex studente di Yale, che secondo il giornale beneficia della generosità paterna "mentre inveisce contro i ricchi e contro la proprietà immobiliare". Lo stesso quotidiano ha poi scritto che Gordillo ha lasciato un apprendistato da elettricista senza mai completare la qualifica.

Gordillo è soltanto l'ultimo esponente di primo piano della sinistra americana a essere accusato di essere un privilegiato travestito da radicale della classe operaia. Prima che la sua campagna per il Senato in Maine naufragasse tra le polemiche, Graham Platner veniva descritto allo stesso modo: il nonno era un famoso architetto e designer, il ristorante della madre era il principale cliente del suo allevamento di ostriche e il padre lo aveva aiutato a sistemarsi in una casa. Zohran Mamdani, eletto sindaco di New York lo scorso novembre, era stato criticato durante la campagna perché si dichiarava socialista pur essendo figlio di genitori che producono film a Hollywood e possiedono una villa in Uganda.

Le accuse di ipocrisia sono cresciute mentre i candidati vicini alla DSA vincevano una serie di primarie democratiche in tutto il paese. L'ultima indagine dell'organizzazione sui propri iscritti ha registrato che il 77% è bianco e che oltre l'80% di chi ha più di 25 anni possiede almeno una laurea. Jay Caspian Kang, sul New Yorker, li ha chiamati "socialisti da Subaru": laureati che possono permettersi un'auto di fascia media e la cena al ristorante, ma spesso non hanno una casa di proprietà né la sensazione di essere al sicuro. Il senatore repubblicano John Kennedy preferisce "Lulu Lenins", gioco di parole tra Lenin e Lululemon, il marchio di abbigliamento sportivo di fascia alta.

Un'analisi pubblicata sull'Atlantic sposta la domanda: perché tanti americani privilegiati sostengono una politica che vuole smantellare il sistema da cui hanno tratto beneficio? La risposta parte da un saggio del 1977 di Barbara e John Ehrenreich, uscito sulla rivista Radical America, che coniò l'espressione professional managerial class, la classe dei lavoratori della conoscenza con un titolo universitario. Sono le persone impiegate nell'arte, nell'istruzione, nella medicina, nell'intrattenimento, nel diritto, nella pubblicità e nella tecnologia, cioè nei settori che dimostrano la capacità del capitalismo di garantire vite culturalmente ricche e intellettualmente stimolanti.

Per gli Ehrenreich la classe professionale del Novecento ha avuto un ruolo decisivo nel mantenere la fiducia dell'opinione pubblica nel sistema economico. Oggi quella stessa classe non sembra più entusiasta del compito. Un sondaggio CBS News/YouGov diffuso questo mese ha rilevato che gli elettori democratici hanno un'opinione positiva del socialismo quasi il doppio di quanto ne abbiano una del capitalismo (58% contro 32%). Tra i democratici laureati il sostegno al socialismo sale al 71%.

Fino alla metà degli anni Duemila gli elettori con una laurea votavano più spesso repubblicano che democratico. Nel 1984 chi aveva un titolo universitario scelse Ronald Reagan con un rapporto superiore a due a uno. Lo spostamento a sinistra della classe professionale non ha precedenti nella storia americana, anche se già nel 1977 gli Ehrenreich notavano posizioni radicali e anticapitaliste tra alcuni professionisti, soprattutto nel mondo accademico.

Chi ha il compito di raccontare il capitalismo al pubblico ha smesso di crederci. Per l'autore dell'analisi è il segnale di un ordine economico che non riesce più a giustificarsi davanti al proprio ufficio di relazioni pubbliche. Quando un dirigente intermedio di un'azienda del tabacco si rifiuta di fumare, quando l'amministratore delegato di un'azienda tecnologica manda i figli in scuole senza schermi o quando chi lavora nell'industria della carne diventa vegetariano, quelle scelte vengono lette come il segno di una conoscenza acquisita dall'interno, prima ancora che come ipocrisia.

La DSA è composta in larga parte da insegnanti e professori, assistenti sociali, personale sanitario e dipendenti pubblici. Le esperienze che alimentano il malcontento sono l'insegnante che compra di tasca propria il materiale scolastico, il professore a contratto che lavora in tre università per arrivare a fine mese, l'infermiera il cui ospedale è stato comprato da un fondo di private equity e lo studente che si indebita per una laurea che non garantisce più un posto nella classe media. Per l'autore chi in quelle condizioni conclude che il sistema vada riformato in profondità non è un ipocrita ma esprime una posizione morale difendibile.

Gordillo ha spiegato all'Atlantic di aver "vissuto la vita economica di questo paese da punti di vista molto diversi" e di sapere che "spesso è la fortuna a determinare se una persona ha stabilità finanziaria". Lasciare l'apprendistato da elettricista, ha detto, è stata "una scelta difficile", presa per dedicare più tempo al suo ruolo nell'organizzazione.

Mamdani non nasconde la propria posizione sociale né la laurea presa in un college privato. Invece di promuovere leader che fingono di appartenere alla classe operaia, secondo l'autore i socialisti e i populisti di sinistra dovrebbero presentarsi per quello che molti di loro sono: membri frustrati e spesso arrabbiati della classe professionale istruita.

Una lettura opposta arriva dalla Free Press, dove Arthur Brooks, che si occupa di scienze comportamentali, sostiene che il socialismo democratico americano sia una moda destinata a esaurirsi. Il consenso cresce soprattutto tra i giovani elettori: quasi due terzi degli americani tra i 18 e i 29 anni esprimono un'opinione positiva del socialismo. La DSA chiede ufficialmente la nazionalizzazione delle grandi imprese e l'abolizione dell'ICE, l'agenzia federale che si occupa di immigrazione e dogane. Mamdani, che si definisce socialista democratico, ha un gradimento del 58% in una rilevazione del Siena College.

Seguire una moda non è un comportamento irrazionale. In un articolo del 1992 sul Journal of Political Economy gli economisti Sushil Bikhchandani, David Hirshleifer e Ivo Welch hanno descritto l'adesione alle mode come un modo per risparmiare sulla raccolta di informazioni, imitando chi si presume ne sappia di più. Una moda che un tempo impiegava anni a diffondersi oggi corre sui social network, che per milioni di giovani sono la principale fonte di notizie. Mamdani e i socialisti democratici li hanno usati molto.

Il sociologo Joel Best, autore di Flavor of the Month, ha mostrato che gli Stati Uniti sono un paese incline alle mode di ogni tipo, dall'hula hoop della fine degli anni Cinquanta al Six Sigma, il metodo di gestione aziendale fondato sulle metriche (adottato negli anni Ottanta da gran parte delle imprese americane e abbandonato perché non manteneva le promesse). Nel 1835 Alexis de Tocqueville scriveva che l'America è "una terra di meraviglie, in cui tutto è in costante movimento e ogni movimento sembra un miglioramento".

Quando una nuova informazione rompe l'equilibrio che la sostiene, una moda cresciuta in fretta si esaurisce con la stessa rapidità. Il voto populista, di destra o di sinistra, non è soltanto l'effetto del malcontento ma ne produce altro negli anni successivi: è la conclusione degli studi di scienza politica citati da Brooks, che ricorda anche come i tassi di depressione siano già più alti tra i giovani di orientamento progressista che tra i coetanei conservatori.

Per Brooks sia il socialismo sia il populismo di destra sono manie temporanee che consumano attenzione ed energie distogliendo lo sguardo dal lento declino del paese. Il suo consiglio arriva da Self-Reliance, il saggio di Ralph Waldo Emerson del 1841: "Chi vuole essere un uomo deve essere un anticonformista". Quando una convinzione compare dal nulla tra le persone che si frequentano e si viene spinti ad adottarla, sostiene Brooks, conviene andare nella direzione opposta.

Le due letture partono dagli stessi numeri e arrivano a conclusioni opposte. Per la prima il consenso al socialismo è il giudizio di chi lavora dentro il sistema e ne conosce da vicino i difetti. Per la seconda è un contagio di opinioni destinato a passare come sono passate le mode precedenti.


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Brucia l’Europa, brucia la credibilità di chi doveva proteggerci: e i politici che continuano a rimandare prevenzione, adattamento e protezione dei territori sono complici.

#Incendi #CrisiClimatica #CambiamentoClimatico #Europa #EmergenzaClimatica #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Trump revoca fino a 200mila visti e propone una tassa da 103mila dollari sui visti lavorativi


Il Dipartimento di Stato riesamina i visti turistici e d'affari di chi ha chiesto asilo. Lo stesso giorno la Sicurezza interna ha proposto la commissione sui visti per i lavoratori qualificati.

L'amministrazione Trump ha aperto lunedì un doppio fronte sui visti. Da un lato punta a revocare fino a 200.000 visti a cittadini stranieri arrivati negli Stati Uniti come turisti o per affari e che poi hanno chiesto asilo per restare. Dall'altro ha proposto una commissione di 103.265 dollari per ogni nuova domanda di visto H-1B, quello riservato ai lavoratori stranieri altamente qualificati. Due mosse diverse con lo stesso obiettivo: rendere più difficile per gli stranieri entrare e restare nel Paese.

La revoca riguarda i cosiddetti visti B-1 e B-2, rilasciati per soggiorni brevi di lavoro o turismo. Il Dipartimento di Stato, il ministero degli Esteri americano, ha già cominciato a riesaminarli insieme al Dipartimento della Sicurezza interna e le cancellazioni avverranno a ondate nelle prossime settimane. Se andrà in porto, sarebbe la più grande revoca di massa di visti nella storia degli Stati Uniti.

Secondo il portavoce del Dipartimento di Stato, Tommy Pigott, chi ottiene un visto turistico o d'affari per poi chiedere asilo commette una frode, motivo sufficiente per ritirare il documento. Un visto, ha detto in una nota, è "un privilegio, non un diritto" e viene concesso a chi ha intenzione di tornare a casa.

Chi si trova sul suolo americano ha il diritto di chiedere protezione se teme persecuzioni nel proprio Paese. Il Dipartimento della Sicurezza interna ha però sospeso l'esame delle domande di asilo, anche se un giudice federale ha stabilito che l'amministrazione deve comunque valutarle. Il processo di revoca, ha spiegato Pigott, sarà continuo e procederà per gradi.

All'inizio del mese il Dipartimento di Stato aveva reso noto di aver già revocato più di 175.000 visti a stranieri accusati di reati, di violazioni delle regole del visto o di comportamenti ritenuti pericolosi, una delle tante misure con cui l'amministrazione ha ristretto l'immigrazione. Il governo aveva già tolto i visti a studenti e immigrati che avevano commentato la morte dell'attivista conservatore Charlie Kirk. Ha inoltre firmato ordini esecutivi per restringere la cittadinanza per nascita, dopo che la Corte Suprema aveva bocciato un primo tentativo.

Venerdì un giudice federale di New York ha bocciato il tentativo dell'amministrazione di sospendere il rilascio dei visti a chi fa domanda da 75 Paesi, molti dei quali in Africa, Asia e America Latina. La giudice Jeannette Vargas ha stabilito che la motivazione del segretario di Stato Marco Rubio, secondo cui molti stranieri di quei Paesi finirebbero per dipendere dall'assistenza pubblica, non ha alcuna base legale.

Sempre lunedì il Dipartimento di Stato ha ordinato ad ambasciate e consolati di rinviare tutti i colloqui per i visti finché i funzionari non avranno completato un addestramento su una regola più restrittiva. La norma, chiamata del "carico pubblico", impone di negare il visto a chi rischia di dover ricorrere all'assistenza pubblica una volta arrivato negli Stati Uniti.

Lo stesso lunedì il Dipartimento della Sicurezza interna ha proposto una commissione di 103.265 dollari per ogni nuova domanda di visto H-1B, da pagare prima ancora che il governo decida se approvarla. È la principale via d'accesso al lavoro negli Stati Uniti per i professionisti stranieri altamente qualificati, usata soprattutto per assumere tecnici informatici indiani.

Ogni anno il numero di visti H-1B è fissato a 85.000 (65.000 più altri 20.000 riservati a chi ha un titolo di studio avanzato preso in un'università americana), ma le domande sono molte di più: quest'anno le registrazioni sono state oltre 211.000, tanto che i datori di lavoro devono partecipare a una lotteria per ottenerli. Il tetto non vale invece per le università, gli ospedali e gli altri enti senza scopo di lucro, che possono chiedere questi visti tutto l'anno.

La commissione sostituisce quella da 100.000 dollari introdotta lo scorso settembre con un proclama del presidente e poi bocciata a giugno da un giudice federale del Massachusetts, Leo Sorokin, che l'aveva giudicata un'imposta illegale imposta scavalcando il Congresso. L'amministrazione ha fatto ricorso, ma la nuova proposta segue una procedura formale diversa per evitare lo stesso destino.

La vecchia tariffa da 100.000 dollari colpiva solo chi faceva domanda dall'estero e per questo le grandi aziende tecnologiche restavano quasi sempre escluse, perché assumono soprattutto studenti stranieri già presenti nel Paese con un visto da studente. La nuova commissione si applica invece anche a chi è già negli Stati Uniti, un allargamento che costringe molte più imprese a rivedere l'uso del programma. Nel 2026 il maggiore utilizzatore è stato Amazon, con oltre 9.300 domande approvate, seguito dai gruppi indiani Tata Consultancy Services e Infosys e dalle americane Apple e Microsoft.

Anche dalla nuova commissione restano esclusi gli enti senza scopo di lucro, come chiedevano da tempo le strutture sanitarie delle zone rurali, che faticano ad attrarre personale americano. Il governo stima di incassare circa 8,8 miliardi di dollari l'anno per finanziare il sistema dell'immigrazione: quasi 3 miliardi andrebbero ai tribunali per l'immigrazione, con più di 8.400 nuove assunzioni tra cui giudici, mentre circa 1 miliardo andrebbe all'ICE, l'agenzia federale per l'immigrazione e le dogane, già finanziata a livelli record.

La Camera di commercio degli Stati Uniti sostiene che la commissione renderebbe il programma inaccessibile alle piccole e medie imprese e alle start-up, mentre un avvocato specializzato in immigrazione l'ha definita "un'imposta illegale". Secondo un esperto di un centro studi indipendente la misura è talmente ampia che difficilmente le aziende, anche le più grandi, la pagheranno per molti dei loro dipendenti, con un probabile calo delle domande.

Il governo sta valutando anche una commissione da 100.000 dollari sull'OPT, il programma che permette agli studenti stranieri di lavorare per un periodo con il visto da studente. La misura è ora all'esame finale della Casa Bianca. Le aziende della Silicon Valley e di Wall Street assumono in genere i neolaureati proprio attraverso l'OPT prima di chiedere per loro un visto H-1B e temono che una tariffa così alta spinga molti giovani stranieri a lasciare il Paese.

Gli economisti concordano in genere sul fatto che i lavoratori con visto H-1B aumentano la produttività americana e fanno crescere i salari anche per i dipendenti statunitensi. L'amministrazione sostiene invece che il programma abbia tolto lavoro agli americani e permesso alle aziende di pagare gli stranieri meno dei colleghi americani, citando uno studio secondo cui chi ha un visto H-1B guadagna in media il 15% in meno. Il testo sarà pubblicato martedì e resterà aperto ai commenti del pubblico per 30 giorni, ma potrebbero volerci mesi prima di una decisione definitiva.


Gli Stati Uniti espelleranno 1.200 migranti in Liberia


La Liberia accetterà fino a 1.200 persone espulse dagli Stati Uniti pur non essendo il loro Paese d'origine. L'accordo, uno dei più ampi conclusi dall'amministrazione Trump per trasferire migranti in Paesi terzi, sarà attuato nell'arco di un anno. Il primo gruppo, composto da 20 persone, dovrebbe arrivare giovedì.

I migranti proverranno dall'Africa, dal Nord America, dal Sud America e dai Caraibi. Il governo liberiano ha già esaminato l'elenco delle persone destinate al trasferimento. Il ministro della Giustizia Natu Oswald Tweh ha detto che nella maggior parte dei casi si tratta di persone che hanno commesso violazioni delle norme sull'immigrazione o altri reati.

Monrovia sostiene che chi arriverà sarà trattato come "ospite della Repubblica". Il ministro dell'Informazione Jerolinmek Piah ha detto che i migranti potranno chiedere asilo in Liberia oppure lasciare liberamente il Paese. Il governo si è impegnato a fornire l'assistenza necessaria a chi cercherà protezione e a garantire la sicurezza delle persone durante la loro permanenza.

L'intesa estende la strategia con cui il presidente Donald Trump trasferisce persone espulse in Stati diversi da quello di cittadinanza. Secondo Refugees International e Human Rights First, l'amministrazione ha raggiunto accordi con almeno 35 Paesi. All'inizio di agosto 2026 gli Stati Uniti avevano inviato circa 22mila persone in 26 Paesi di cui non erano originarie. Quasi una decina delle destinazioni si trova in Africa e l'impegno assunto dalla Liberia riguarda il maggior numero di migranti previsto finora da un singolo accordo.

Il ricorso ai Paesi terzi permette agli Stati Uniti di allontanare anche migranti che non possono essere rimandati nello Stato d'origine. Un giudice dell'immigrazione può infatti riconoscere che il ritorno esporrebbe una persona a rischi per la sua sicurezza e vietarne il rimpatrio diretto. Le fonti non chiariscono se tra i primi trasferiti in Liberia ci siano persone protette da un ordine di questo tipo.

Gli avvocati specializzati in immigrazione considerano questi trasferimenti una scappatoia legale. Una persona può essere mandata in un Paese con cui non ha legami e dove può incontrare nuovi pericoli. Se non riesce a ottenere protezione o a costruirsi un'alternativa, può trovarsi con poca scelta oltre al ritorno proprio nello Stato dal quale era fuggita.

Liberia e Stati Uniti avevano concluso nel 2025 un accordo reso pubblico nel marzo 2026. L'intesa prevede che i richiedenti asilo e le altre persone bisognose di protezione possano restare nel Paese africano dopo il trasferimento. Il governo liberiano ha presentato la decisione come un'iniziativa "interamente umanitaria" e coerente con le proprie tradizioni di accoglienza.

Monrovia ha dichiarato di non avere chiesto né ricevuto "compensi o promesse di ricompense" in cambio dei 1.200 posti. Washington fornirà comunque sostegno per gestire il programma e rafforzare il sistema migratorio liberiano. Nel 2025 gli Stati Uniti avevano inoltre esteso da 12 a 36 mesi la validità di alcuni visti per i cittadini liberiani e avevano promesso 124 milioni di dollari per i servizi sanitari del Paese.

La Liberia è entrata anche nel caso di Kilmar Abrego Garcia, cittadino salvadoregno divenuto un simbolo della politica migratoria del presidente dopo essere stato espulso per errore in El Salvador e poi riportato negli Stati Uniti. L'amministrazione Trump ha cercato di convincere i tribunali a consentire il suo trasferimento nel Paese africano e vuole ancora inviarlo lì.

Diverse cause giudiziarie contestano l'accordo con la Liberia. Il contenzioso riguarda il limite tra il potere dell'amministrazione di eseguire le espulsioni e il diritto dei migranti a non essere mandati in luoghi dove potrebbero correre rischi. Gli avvocati che criticano questa politica sostengono che la possibilità formale di chiedere asilo o ripartire non elimini il pericolo di spingere indirettamente una persona verso il Paese dal quale cercava protezione.


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Gli Stati Uniti annunciano nuove sanzioni contro l'Iran, ma gli serve l'aiuto della Cina


Sanzioni contro oltre 60 tra società, persone e navi e la minaccia di escludere dal dollaro chi aiuta Teheran. Bessent non ha però mai citato Pechino, che compra l'80% del greggio iraniano.

Il Dipartimento del Tesoro americano ha annunciato lunedì sanzioni contro più di 60 tra società, persone e navi che aiutano l'Iran a vendere petrolio e a procurarsi tecnologia nucleare e missilistica. Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha battezzato la campagna Operation Economic Outcast e ha avvertito che qualunque Paese continui a fare affari con Teheran finirà nel mirino di Washington. Nella conferenza stampa non ha però mai pronunciato la parola Cina, cioè il nome del Paese che nel 2025 ha comprato più dell'80% del petrolio esportato dall'Iran.

Le nuove misure riguardano cinque settori: attività digitali, tecnologia, oro, aviazione e trasporto marittimo. Chi lavora in questi comparti insieme all'Iran rischia le sanzioni secondarie, uno strumento che permette agli Stati Uniti di punire aziende e banche straniere prive di qualsiasi legame diretto con il territorio americano. Funziona perché quasi tutte le transazioni internazionali passano dal dollaro e chi viene escluso dal sistema finanziario statunitense resta di fatto tagliato fuori dal commercio mondiale. Bessent ha detto che i governi che lasciano operare sul proprio territorio chi ricicla denaro per conto di Teheran saranno espulsi dal sistema del dollaro.

Il Tesoro ha sospeso diverse licenze generali che permettevano l'invio di rimesse verso l'Iran e ha promesso una nuova ondata di misure nei prossimi giorni, a partire da un grande istituto finanziario che sarà colpito entro la fine della settimana. Washington premerà inoltre sugli altri governi perché facciano chiudere le filiali estere della Bank Melli, la maggiore banca pubblica iraniana, che ha sportelli in vari Paesi europei. Il presidente Donald Trump sta telefonando ai leader stranieri per chiedere di interrompere gli affari con Teheran.

Bessent ha ammesso che l'annuncio è soprattutto un colpo di avvertimento e l'inizio di una fase di trattative riservate con i governi stranieri. A chi gli chiedeva se le sanzioni rischiassero di travolgere il sistema finanziario internazionale ha risposto con una domanda: "Perché mai dovrei volere far saltare il sistema finanziario globale?". Ogni Paese ha ricevuto in privato una scadenza per chiudere le attività individuate dal Tesoro, ma nessuna di queste scadenze è stata resa pubblica. "Non fisserò scadenze, ma la nostra pazienza non è infinita", ha detto ai giornalisti.

Bessent non ha nominato la Cina né in conferenza stampa né nell'articolo che ha firmato nel fine settimana sul Financial Times. Alla domanda diretta se il Tesoro colpirà le banche cinesi ha risposto che nessuno è al di sopra della portata delle sanzioni americane, senza mai citare Pechino. Nel 2022 l'Iran ha esportato in Cina beni per 22,4 miliardi di dollari e ne ha importati per 15,6 miliardi, secondo i dati della Banca Mondiale.

Stati Uniti e Cina hanno una tregua commerciale fragile e Xi Jinping è atteso a Washington il mese prossimo per la sua prima visita di Stato da più di dieci anni. Il presidente ha visitato Xi a Pechino in maggio, dopo una guerra dei dazi e uno scontro sulle terre rare che hanno dominato i rapporti tra i due Paesi per buona parte degli ultimi 18 mesi. Il Tesoro ha già sanzionato alcune raffinerie cinesi indipendenti che comprano greggio iraniano, ma si è sempre fermato prima di colpire le grandi banche cinesi, che restano il canale attraverso cui i proventi del petrolio tornano a Teheran.

Daniel Tannebaum, socio della società di consulenza Oliver Wyman e ricercatore dell'Atlantic Council, ha detto al New York Times che finché non si vedranno azioni contro i Paesi e le aziende che contano davvero si tratta solo di parole. Alla CNN ha detto che la Cina è di gran lunga il Paese più importante per intaccare la capacità iraniana di finanziarsi e che il governo americano non ha mai colpito duramente Pechino sul terreno delle sanzioni economiche.

I Paesi più esposti alle nuove misure sono Cina, India, Turchia, Iraq ed Emirati Arabi Uniti. Gli Emirati hanno annunciato la settimana scorsa la sospensione fino a nuovo ordine di tutti gli scambi commerciali e finanziari con l'Iran. La Turchia ha scambiato con Teheran più di 5 miliardi di dollari di merci nel 2024 e l'anno scorso ha importato dall'Iran il 13% del proprio gas naturale. L'Iraq dipende dall'elettricità e dal gas iraniani, mentre il commercio dell'India con l'Iran è sceso a circa 1,6 miliardi di dollari nell'anno fiscale 2025-2026.

Il rial è caduto a un minimo storico e sul mercato aperto per un dollaro servono ora più di 2 milioni di rial (prima della guerra ne bastavano 1,65 milioni). L'inflazione ha toccato il 66% su base annua il 22 luglio, contro il 46% di febbraio. Le esportazioni di petrolio sono scese da 2 milioni di barili al giorno prima del conflitto a 400mila a metà agosto, il livello più basso da quando è cominciata la guerra, secondo la società di monitoraggio marittimo Kpler. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha riconosciuto che il Paese affronta molte difficoltà economiche.

La caduta delle esportazioni dipende dal blocco navale che gli Stati Uniti hanno imposto ai porti iraniani, non dalle sanzioni. Lo Stretto di Hormuz, da cui passava un quinto degli idrocarburi mondiali, è chiuso da Teheran quasi senza interruzioni da sei mesi. L'Iran ha escluso qualsiasi ritorno alla situazione precedente alla guerra e tratta da settimane con l'Oman le modalità di transito. Il capo della diplomazia omanita Badr al-Busaidi è atteso martedì a Teheran.

L'ufficio del Tesoro che gestisce le sanzioni (l'Office of Foreign Assets Control, in sigla OFAC) ha avvertito lunedì sera che marinai e società di navigazione rischiano di essere colpiti anche solo se rispondono alle richieste di informazioni dei tre enti creati quest'anno dall'Iran per gestire il passaggio nello stretto, pure quando non c'è di mezzo alcun pagamento. Fino a lunedì il divieto valeva solo per chi pagava i pedaggi. Nei mesi scorsi l'Iran ha attaccato ripetutamente le navi che non si erano messe in contatto con quegli enti. Lo stesso ufficio ha sospeso a tempo indeterminato gli scambi accademici e tutte le attività sportive con l'Iran, sia dilettantistiche sia professionistiche.

Il Ministro dell'Economia iraniano Ali Madanizadeh ha detto alla televisione di Stato che Teheran è pienamente preparata e che il governo ha pronto un piano biennale per reggere le sanzioni. Ha accusato gli Stati Uniti di volere fare "terrorismo economico" e ha avvertito che la risposta iraniana non sarà soltanto difensiva. Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento e capo negoziatore, ha scritto su X che "gli americani sanno che nessuno compra le loro sparate" e che i partner commerciali dell'Iran hanno fatto sapere di non tenere conto di quelle dichiarazioni. Il portavoce del Ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei ha detto che l'Amministrazione sta ripetendo metodi che si sono già dimostrati fallimentari e che a pagare il conto saranno i cittadini comuni.

I negoziati per chiudere la guerra si sono arenati e la stretta economica arriva dopo il fallimento di quella militare. Secondo un'analisi pubblicata sul New York Times, la sequenza seguita da Washington è rovesciata rispetto alla prassi: di solito si comincia dalla diplomazia, si aggiungono le sanzioni e si tiene l'azione militare come ultima risorsa, mentre il presidente è passato da un breve giro di colloqui direttamente ai bombardamenti. L'obiettivo era costringere l'Iran a consegnare le sue 11 tonnellate di uranio arricchito e forse fare cadere il governo. Non è successo né l'uno né l'altro, al prezzo di 18 militari americani morti, di centinaia o migliaia di iraniani uccisi e di un conto che gli analisti indipendenti stimano sopra i 100 miliardi di dollari (il Pentagono ne calcola meno).

Peter Harrell, studioso alla Georgetown Law School che si occupa dei limiti delle sanzioni economiche, ha detto al New York Times che all'inizio dell'anno il presidente aveva davanti due strade: colpire duramente le grandi aziende cinesi, cosa che non voleva fare per la sua agenda economica con Xi, oppure imporre il blocco navale alle petroliere iraniane. "Si è rivelato politicamente più facile mettere il blocco su tutte le petroliere iraniane", ha detto.

Gli Stati Uniti promettono sanzioni durissime all'Iran da vent'anni. I primi tentativi seri risalgono alla presidenza di George W. Bush e nel 2009 Hillary Clinton, allora Segretario di Stato, promise sanzioni paralizzanti se Teheran non fosse tornata al tavolo. Molti esperti ritengono che quella pressione abbia contribuito all'accordo nucleare del 2015, che il presidente stracciò nel 2018 definendolo pieno di difetti. Nonostante la campagna di massima pressione del primo mandato, l'Iran ha continuato a vendere tra i 2 e i 3 milioni di barili di petrolio al giorno.

Il materiale nucleare non si è mosso dai depositi coperti dalle macerie da quando gli americani li hanno bombardati nel giugno 2025, come mostrano le fotografie satellitari. Il governo iraniano è sopravvissuto alla guerra con una guida diversa: l'ayatollah Ali Khamenei è stato ucciso nei primi attacchi di febbraio e il posto è passato al figlio, considerato più intransigente, che però non è ancora comparso in pubblico. La settimana scorsa Bessent aveva indicato come obiettivo della nuova politica la creazione delle condizioni per una caduta del regime e lunedì si è rivolto direttamente ai militari iraniani, invitandoli a chiedersi se i loro comandanti stiano portando il Paese alla vittoria o alla rovina mentre gli stipendi smettono di arrivare. Ha poi ricordato che il Muro di Berlino cadde quando i soldati semplici decisero di non sparare sulla propria gente.

Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha detto che la pressione economica non sostituisce gli attacchi militari e che gli Stati Uniti non intendono rinunciarvi, né nello Stretto di Hormuz né in Iran. Nella notte tra lunedì e martedì una petroliera è stata colpita da un colpo non identificato a 9 miglia nautiche a nordest della costa omanita: la sala macchine è stata danneggiata e l'equipaggio è rimasto illeso.


Hormuz, Il corridoio segreto degli Stati Uniti per far uscire il petrolio


Da maggio il Pentagono gestisce un corridoio riservato per entrare e uscire dallo stretto di Hormuz lungo la corsia meridionale, quella che costeggia l'Oman. Ogni notte vi transitano tra le 15 e le 20 petroliere di nascosto. L'operazione, denominata Project Freedom, è cominciata il 4 maggio. Due funzionari statunitensi hanno detto ad Axios che attraverso questa rotta escono circa 10 milioni di barili di petrolio al giorno, all'incirca la metà del volume precedente alla guerra, che vengono poi immessi sul mercato mondiale dell'energia. "Controlliamo la corsia meridionale dello Stretto di Hormuz da due mesi", ha affermato uno dei funzionari. "Le Guardie Rivoluzionarie iraniane possono crearci qualche problema, ma non controllano lo Stretto. Lo controlliamo noi".

Le cifre, tuttavia, non coincidono. Prima della guerra attraverso lo Stretto transitavano circa 20 milioni di barili al giorno tra greggio, condensati e prodotti raffinati, di cui circa 15 milioni di solo greggio. Per quest'ultimo, il New York Times, che ha ricostruito la stessa operazione, riferisce che a luglio le petroliere impegnate sulle rotte protette dagli Stati Uniti hanno trasportato fuori dal Golfo Persico circa 5 milioni di barili al giorno, rispetto ai 4 milioni di giugno e ad appena 1,6 milioni di maggio. Michelle Wiese Bockmann, analista di intelligence marittima della società Windward, ha definito il corridoio "uno dei successi più sorprendenti" dell'operazione e ha osservato che il flusso è aumentato progressivamente. Una parte del greggio del Golfo evita inoltre lo Stretto viaggiando attraverso gli oleodotti mediorientali.

Le stime del governo statunitense sono sistematicamente superiori a quelle delle società che tracciano le navi attraverso i satelliti. Il 13 agosto il Segretario all'Energia Chris Wright ha indicato una media settimanale di quasi 9 milioni di barili al giorno in uscita dallo Stretto, riconoscendo che la cifra superava gran parte delle valutazioni degli istituti privati. L'operazione in corso non si limita però solo a scortare le petroliere cariche in uscita. I militari statunitensi accompagnano anche le navi vuote che entrano nel Golfo dal Mar Arabico, le fanno caricare negli Emirati Arabi Uniti, in Bahrein e in Kuwait e poi le riportano fuori. A coordinare le attività è una task force che opera dal quartier generale dell'82ª Divisione aviotrasportata dell'Esercito, a Fort Bragg, nella North Carolina, insieme ai partner regionali del Golfo.

Ogni notte viene compilato l'elenco delle navi in uscita e di quelle vuote in entrata. Le imbarcazioni si muovono in due convogli distinti, in fasce orarie separate, attraversando punti di controllo prestabiliti ai quali devono comunicare la propria posizione. Sopra di loro volano i caccia dell'Aeronautica, incaricati di individuare e abbattere i droni e i missili cruise iraniani. Le navi che si affidano al Central Command spengono normalmente i transponder per non essere localizzate, rendendo così più difficile anche per le società specializzate ricostruire il traffico reale.

Il nuovo corridoio è diventato praticabile dopo una campagna di bombardamenti durata due settimane, durante la quale il Central Command statunitense ha messo fuori uso gran parte dei radar e dei sistemi iraniani di sorveglianza marittima. Teheran ha ormai una visibilità molto limitata sul traffico nella corsia meridionale e può contare soltanto su alcuni radar ripristinati e sugli osservatori a bordo dei motoscafi veloci dei pasdaran. Rimasto in gran parte “cieco”, l’Iran lancia droni e missili cruise verso le aree in cui presume stiano transitando le navi. Nella notte tra domenica e lunedì, le forze statunitensi hanno abbattuto otto droni e due missili cruise lanciati proprio con questa modalità.

Gli attacchi iraniani e il costo della protezione


Dall'inizio di giugno almeno 15 navi che percorrevano le rotte meridionali sono state colpite, causando il ferimento di 16 marinai e la morte di altri 2, secondo l'analisi condotta dal New York Times sui dati dell'Organizzazione Marittima Internazionale, l'agenzia delle Nazioni Unite responsabile della navigazione. Questa settimana un'altra nave è stata centrata mentre si trovava vicino all'Oman e un membro dell'equipaggio è morto, ha reso noto martedì l'organismo della Marina britannica che monitora il traffico commerciale nell'area.

Tra gli armatori disposti a rischiare ed utilizzare la rotta lungo l'Oman figura la compagnia greca Dynacom, che il 19 luglio ha visto colpite due delle proprie petroliere, una delle quali è stata successivamente abbandonata. La compagnia petrolifera statale di Abu Dhabi, ADNOC, ha invece dichiarato la settimana scorsa che dall'inizio della guerra 18 sue navi sono state attaccate, con un morto e venti feriti tra gli equipaggi.

Proteggere questo traffico impone agli Stati Uniti uno sforzo che prima della guerra non era necessario, quando le petroliere attraversavano lo Stretto senza scorta. "Garantire ininterrottamente questo tipo di difesa richiede un'enorme quantità di lavoro", ha spiegato Joshua Tallis, analista del Center for Naval Analyses. Il Central Command sostiene di aver aiutato più di mille navi ad attraversare lo stretto. Il suo portavoce, il capitano Tim Hawkins, ha risposto alle critiche affermando che gli attacchi riusciti contro alcune imbarcazioni non dimostrano l'inefficacia della protezione, dal momento che nel complesso il numero delle navi in transito è aumentato.

Trump ha detto mercoledì ad Axios che "dallo Stretto di Hormuz sta uscendo un'enorme quantità di petrolio". Il giorno precedente aveva definito lo Stretto "aperto e operativo", proprio mentre una nave veniva colpita al largo dell'Oman. Il presidente ha aggiunto che gli Stati Uniti non stanno attualmente trattando con Teheran perché gli iraniani "stanno perdendo tempo e negoziare con loro è una perdita di tempo". "Hanno ancora un po' di combattività, ma nel complesso sono l'ombra di ciò che erano prima", ha concluso.

Una flotta sempre più sotto pressione


Non è chiaro, però, come la Marina statunitense intenda mantenere in Medio Oriente una forza di queste dimensioni. Nel Golfo dell'Oman si trovano attualmente una ventina di navi da guerra statunitensi, comprese le portaerei Abraham Lincoln e George H.W. Bush con i rispettivi cacciatorpediniere di scorta, oltre alle unità incaricate di far rispettare il blocco dei porti iraniani ordinato da Trump. La Lincoln è in mare dal 21 novembre e il suo equipaggio ha trascorso più di duecento giorni senza una libera uscita. Prima di poter tornare in servizio, la portaerei avrà bisogno di interventi consistenti. A sostituirla arriverà la George Washington, di base in Giappone, mentre per la Bush, salpata il 31 marzo, non è ancora stato annunciato alcun avvicendamento.

Anche i rifornimenti sono diventati più difficili. La base della Marina a Manama, capitale del Bahrein, è stata di fatto distrutta dagli attacchi iraniani del primo giorno di guerra. Privata del suo principale scalo logistico in Medio Oriente, la Marina rifornisce ora le proprie unità da Diego Garcia, l'isola britannica nell'Oceano Indiano situata circa 1.800 km a sud-ovest della punta meridionale dell'India. Ogni tratta richiede più di cinque giorni di navigazione. Nemmeno Diego Garcia però è al sicuro: il 20 marzo l'Iran ha lanciato contro la base due missili balistici a medio raggio. Tutti i porti della regione restano alla portata dei missili iraniani.

Nel frattempo, molte grandi compagnie di navigazione continua a preferire di evitare lo Stretto finché non verrà raggiunto un cessate il fuoco duraturo. Nonostante tutti gli sforzi statunitensi, questo significa sostanzialmente che il traffico navale resterà comunque a livelli ridotti fino a che la crisi non sarà rientrata del tutto. "La minaccia iraniana sullo Stretto resterà significativa nel prossimo futuro", ha confermato Mona Yacoubian, direttrice del programma sul Medio Oriente del Center for Strategic and International Studies.


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Tuning del kernel Linux con sysctl: i parametri che contano davvero in produzione
#tech
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@informatica


Tuning del kernel Linux con sysctl: i parametri che contano davvero in produzione


Chiunque gestisca server Linux in produzione, prima o poi, si scontra con lo stesso muro: l’hardware non è il collo di bottiglia, lo sono i valori di default del kernel. Un server con dischi NVMe e una scheda di rete da 10 Gbps che fatica a superare poche centinaia di connessioni simultanee, o che soffre di latenza inspiegabile sotto carico, nella stragrande maggioranza dei casi non ha un problema di risorse: ha un problema di tuning.

Il kernel Linux espone centinaia di parametri regolabili a runtime tramite l’interfaccia sysctl, che agisce sull’albero /proc/sys/. Sono impostazioni pensate per andare bene “in media” su qualunque macchina, dal Raspberry Pi al server con 512 GB di RAM. Per un ambiente di produzione, però, “in media” spesso non basta. Vediamo quali parametri contano davvero, perché, e come applicarli senza rischiare di rompere il sistema.

Come funziona sysctl


Prima di toccare qualunque valore è utile ripassare i comandi base. sysctl permette di leggere e modificare i parametri kernel senza riavviare la macchina:

# Elencare tutti i parametri disponibili
sysctl -a

# Leggere un singolo parametro
sysctl net.ipv4.tcp_syncookies

# Modificarlo temporaneamente (non sopravvive al riavvio)
sudo sysctl -w net.ipv4.tcp_syncookies=1

Per rendere le modifiche permanenti, la pratica corretta è creare un file dedicato sotto /etc/sysctl.d/ — evitando di editare direttamente /etc/sysctl.conf, che su molte distribuzioni convive male con i pacchetti che installano le proprie regole:
sudo nano /etc/sysctl.d/99-tuning.conf
sudo sysctl --system   # applica tutti i file in /etc/sysctl.d/

Rete: buffer TCP e gestione delle connessioni


Sui server con traffico sostenuto, i buffer TCP di default sono quasi sempre troppo piccoli. Il kernel alloca dinamicamente memoria per i socket entro i limiti impostati da questi tre valori (minimo, default, massimo, in byte):

net.ipv4.tcp_rmem = 4096 87380 67108864
net.ipv4.tcp_wmem = 4096 65536 67108864
net.core.rmem_max = 67108864
net.core.wmem_max = 67108864

Alzare il massimo a 64 MB ha senso soprattutto su link ad alta banda e alta latenza (data center distanti, CDN, replica di database geografica), dove il bandwidth-delay product richiede finestre TCP più ampie per saturare il collegamento.

Altrettanto importante è la gestione della coda di connessioni in ingresso, che su un server esposto a picchi di traffico determina quante richieste vengono accettate prima di iniziare a scartarle:

net.ipv4.tcp_max_syn_backlog = 8192
net.core.somaxconn = 65535
net.core.netdev_max_backlog = 16384
net.ipv4.tcp_syncookies = 1

somaxconn in particolare va allineato al backlog configurato lato applicazione (nginx, HAProxy, il socket listener della tua app .NET o Node): se l’applicazione chiede una coda più grande di quella permessa dal kernel, il valore effettivo resta quello più basso.

Attivare BBR come algoritmo di congestion control


Il cambiamento con il rapporto costo/beneficio più alto per la maggior parte dei server moderni è probabilmente il passaggio da CUBIC a BBR come algoritmo di controllo della congestione. CUBIC reagisce alla perdita di pacchetti: aumenta la finestra di invio finché non rileva un drop, poi la dimezza. È un approccio reattivo che su reti con perdita “di fondo” non dovuta a congestione (Wi-Fi, mobile, certi link satellitari) penalizza inutilmente il throughput.

BBR, sviluppato da Google e stabile nei kernel a partire dalla serie 4.9, funziona in modo diverso: stima attivamente il bandwidth-delay product del percorso di rete e modula l’invio di conseguenza, senza aspettare la perdita di pacchetti come segnale. Sui kernel 5.15 e 6.x l’implementazione è ulteriormente raffinata (il set di funzionalità informalmente indicato come “BBRv3”), ma non serve aggiornare il kernel apposta: se hai già un kernel recente, BBR c’è già, va solo abilitato.

# Verifica gli algoritmi disponibili
sysctl net.ipv4.tcp_available_congestion_control

# Se necessario, carica il modulo
sudo modprobe tcp_bbr
echo tcp_bbr | sudo tee /etc/modules-load.d/tcp-bbr.conf

E nel file di configurazione:
net.ipv4.tcp_congestion_control = bbr
net.core.default_qdisc = fq

Il secondo parametro non è opzionale: BBR è stato progettato e testato insieme alla queue discipline fq (fair queue con pacing), e usarlo con la pfifo_fast di default riduce buona parte del beneficio. Dopo l’attivazione, verifica con:
sysctl net.ipv4.tcp_congestion_control
ss -tin | grep bbr

Memoria: swap, cache e writeback


Il secondo fronte dove i default fanno più danni è la gestione della memoria, in particolare su server con molta RAM dedicati a database o applicazioni in-memory.

vm.swappiness = 10
vm.vfs_cache_pressure = 50

swappiness (range 0-200, default 60) determina quanto aggressivamente il kernel sposta pagine di memoria su swap invece di liberare cache. Un valore basso come 10 dice al kernel di preferire fortemente la RAM fisica e di ricorrere allo swap solo quando davvero necessario — comportamento quasi sempre desiderabile su un server con database, dove uno swap-in inatteso su una query critica si traduce in latenza a due cifre percentuali più alta. vfs_cache_pressure più basso del default (100) fa sì che il kernel trattenga più a lungo la cache di metadati e dentry, utile su filesystem con molti file piccoli.

Altrettanto rilevante è il comportamento di scrittura delle pagine “sporche” (dirty), cioè modificate in memoria ma non ancora sincronizzate su disco:

vm.dirty_ratio = 10
vm.dirty_background_ratio = 5
vm.dirty_expire_centisecs = 1500
vm.dirty_writeback_centisecs = 250

Con i default (rispettivamente 20 e 10, spesso più alti su alcune distribuzioni), un server con molta RAM può accumulare diversi gigabyte di dati non ancora scritti su disco prima che il kernel forzi il flush — e quando lo fa, l’intero sistema può bloccarsi per secondi mentre scrive tutto in una volta. Abbassare le soglie distribuisce il lavoro di scrittura in modo più uniforme, a costo di un overhead I/O leggermente maggiore ma costante. Su macchine con centinaia di GB di RAM, conviene passare dai valori percentuali a limiti assoluti in byte (vm.dirty_bytes, vm.dirty_background_bytes), perché una percentuale del 10% su 512 GB di RAM è comunque troppo.

File descriptor e limiti di sistema


Un errore classico su server che gestiscono molte connessioni concorrenti (web server, message broker, database con molti client) è l’esaurimento dei file descriptor disponibili:

fs.file-max = 2097152
fs.nr_open = 1048576
fs.inotify.max_user_watches = 524288

Quest’ultimo parametro merita attenzione particolare: inotify.max_user_watches troppo basso è la causa più comune dell’errore “too many open files” riportato da strumenti come Webpack dev server, editor con file watching, o sistemi di sincronizzazione che monitorano grandi alberi di directory — non ha nulla a che fare con i socket di rete, ma con il numero di file che il kernel può tenere sotto osservazione per notifiche di modifica.

Sicurezza di rete


Un piccolo set di parametri riduce la superficie d’attacco a livello di stack di rete senza impatto sulle prestazioni:

net.ipv4.icmp_echo_ignore_broadcasts = 1
net.ipv4.conf.all.rp_filter = 1
net.ipv4.conf.all.accept_source_route = 0
net.ipv4.conf.all.accept_redirects = 0
net.ipv4.conf.all.send_redirects = 0
net.ipv4.conf.all.log_martians = 1

rp_filter (reverse path filtering) merita una nota: impostato a 1 (strict mode) rifiuta pacchetti il cui indirizzo sorgente non è raggiungibile tramite l’interfaccia su cui sono arrivati, mitigando IP spoofing. È la scelta giusta per la maggior parte dei server, ma su macchine con routing asimmetrico — tipicamente setup multihomed, alcune configurazioni VPN o BGP — va impostato a 2 (loose mode), altrimenti si rischia di scartare traffico legittimo.

Un parametro storico da NON usare


Vale la pena segnalarlo esplicitamente perché gira ancora in vecchie guide copiate e incollate da un blog all’altro: net.ipv4.tcp_tw_recycle è stato rimosso dal kernel a partire dalla versione 4.12 perché causava problemi seri dietro NAT (connessioni rifiutate in modo intermittente e difficile da diagnosticare). Se lo trovate in un file sysctl.conf ereditato da un vecchio sistema, va rimosso: su kernel recenti l’impostazione viene semplicemente ignorata, ma la sua presenza è un segnale che quella configurazione non è stata rivista da anni.

Applicare e verificare


Mettendo insieme i parametri discussi in un unico file di configurazione:

# /etc/sysctl.d/99-tuning.conf

## Rete: buffer TCP
net.ipv4.tcp_rmem = 4096 87380 67108864
net.ipv4.tcp_wmem = 4096 65536 67108864
net.core.rmem_max = 67108864
net.core.wmem_max = 67108864

## Rete: congestion control
net.ipv4.tcp_congestion_control = bbr
net.core.default_qdisc = fq

## Rete: gestione connessioni
net.ipv4.tcp_max_syn_backlog = 8192
net.core.somaxconn = 65535
net.core.netdev_max_backlog = 16384
net.ipv4.tcp_syncookies = 1

## Memoria
vm.swappiness = 10
vm.vfs_cache_pressure = 50
vm.dirty_ratio = 10
vm.dirty_background_ratio = 5

## File descriptor
fs.file-max = 2097152
fs.inotify.max_user_watches = 524288

## Sicurezza
net.ipv4.conf.all.rp_filter = 1
net.ipv4.conf.all.accept_source_route = 0
net.ipv4.conf.all.accept_redirects = 0
net.ipv4.conf.all.log_martians = 1

Dopo l’applicazione con sudo sysctl --system, alcuni controlli utili per confermare che tutto sia entrato in vigore:
sysctl net.ipv4.tcp_congestion_control
cat /proc/sys/fs/file-nr
cat /proc/meminfo | grep -i dirty
sudo dmesg | tail -20

Conclusione


Nessuno di questi parametri va applicato alla cieca copiando un file da internet, incluso questo. Ogni ambiente ha un profilo di carico diverso — un database transazionale, un reverse proxy ad alto traffico e un batch processor hanno esigenze di memoria e rete molto differenti — e il modo corretto di procedere è cambiare pochi parametri alla volta, misurare, e tenere traccia di cosa è stato modificato e perché, magari versionando il file sysctl.d insieme al resto della configurazione infrastrutturale. Il vantaggio di sysctl è proprio questo: ogni modifica è reversibile a runtime, il che rende il tuning un processo iterativo e sicuro invece che un salto nel buio a ogni riavvio.

Fonte originale: Linux Kernel Parameters Tuning for Better Performance, LinuxBlog.io.


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La Corte Suprema autorizza per ora il piano di Trump per limitare il voto per posta


Con sei giudici contro tre la corte permette all'amministrazione di preparare le nuove regole prima delle elezioni di novembre, ma non decide se l'ordine di Trump sia legittimo.

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha dato il via libera, per ora, al piano del presidente Donald Trump per limitare il voto per posta prima delle elezioni di midterm di novembre, il voto di metà mandato che rinnova il Congresso. Lunedì i giudici hanno rimosso il blocco imposto dai tribunali di grado inferiore e hanno permesso all'amministrazione di preparare le nuove regole, con una decisione presa a maggioranza da sei giudici contro tre.

L'ordine esecutivo, un provvedimento che il presidente può adottare senza passare dal Congresso, era stato firmato a marzo. Affida al servizio postale statunitense, lo US Postal Service, il compito di aiutare a stabilire quali elettori possono ricevere la scheda per il voto per corrispondenza. Il Dipartimento per la sicurezza interna (Department of Homeland Security), il ministero che negli Stati Uniti si occupa di sicurezza e immigrazione, dovrà compilare liste di cittadini da inviare agli Stati per ripulire i registri elettorali. Il servizio postale avrebbe poi l'ordine di non spedire schede a chi non compare nella lista approvata.

La decisione non riguarda il merito dell'ordine, cioè se sia legittimo, ma una questione più tecnica. A fare causa sono stati 23 Stati e il District of Columbia, cioè la capitale Washington. La maggioranza conservatrice ha stabilito che non potevano lamentare un danno concreto finché le agenzie federali non avessero finito di scrivere le regole. I giudici hanno però avvertito che la loro decisione è preliminare e non stabilisce che l'ordine sarà per forza legittimo una volta completato. "Su questo, lo dirà il tempo", hanno scritto.

I tre giudici progressisti, Sonia Sotomayor, Elena Kagan e Ketanji Brown Jackson, hanno votato contro. In un'opinione dissenziente Jackson ha scritto che la decisione "inietta inutilmente caos e incertezza nelle imminenti elezioni di metà mandato".

Il caso era nato dopo che diversi Stati governati dai democratici avevano fatto causa, sostenendo che il presidente aveva oltrepassato i suoi poteri, perché la Costituzione affida la gestione delle elezioni al Congresso e agli Stati, non all'esecutivo. A giugno la giudice federale Indira Talwani, in Massachusetts, aveva bloccato l'ordine per violazione della separazione dei poteri e ad agosto aveva esteso il blocco a tutto il paese per le elezioni di quest'anno. Aveva anche scritto che il governo non aveva presentato prove di brogli nel voto per corrispondenza.

Una corte d'appello aveva confermato il blocco, giudicando che l'ordine avrebbe "seminato confusione" e messo a rischio molti elettori. I legali dell'amministrazione si erano allora rivolti alla Corte Suprema con un ricorso d'urgenza. La decisione di lunedì non chiude però la partita: il caso torna ai tribunali di grado inferiore e una parte importante dell'ordine resta bloccata da una causa separata, promossa da associazioni per i diritti di voto, che la Corte Suprema non ha affrontato.

Il servizio postale ha pubblicato la sua regola venerdì sera e prevede di renderla ufficiale mercoledì. Dopo la sentenza, le poste e il Dipartimento di Giustizia hanno fatto sapere che avrebbero attuato subito le restrizioni. In concreto la regola permette al servizio postale di confrontare le schede spedite con una lista di cittadini tenuta dal Dipartimento per la sicurezza interna e di rifiutare la consegna nei territori che non forniscono i propri registri elettorali.

Quattro settimane prima di firmare l'ordine il presidente aveva presentato quattro nomine per posti vacanti nel consiglio di amministrazione delle poste, l'organo che ne guida le scelte, come ha rivelato il New York Times. Tutti e quattro i candidati erano repubblicani e tre avevano espresso dubbi su chi avesse vinto le elezioni del 2020. Due sono su una corsia preferenziale e potrebbero arrivare al voto del Senato a settembre: se confermati, sposterebbero la maggioranza del consiglio verso persone fedeli al presidente, rompendo la tradizione di nominarne i membri in coppie di partiti diversi.

Il voto per posta è usato più dagli elettori democratici che dai repubblicani. Trump ha ammesso pubblicamente che limitarlo aiuterebbe il suo partito a mantenere il controllo del Congresso. Il presidente attacca da anni questo sistema e lo indica come una delle ragioni principali della sua sconfitta del 2020, che ancora non riconosce, pur avendo lui stesso votato per posta alle recenti primarie repubblicane della Florida.

Molti amministratori elettorali temono che applicare regole così complesse a pochi mesi dal voto sia difficile. Gli Stati e il governo federale dovrebbero costruire liste di chi ha diritto alla scheda, con un rischio alto di errori. L'amministrazione stabilisce la cittadinanza usando una banca dati federale che contiene informazioni incomplete o sbagliate. In alcuni casi elettori regolari si sono visti cancellare dai registri perché scambiati per stranieri. La nuova regola imporrebbe inoltre al servizio postale di approvare il disegno delle buste per migliaia di circoscrizioni, che di solito le ordinano con un anno o più di anticipo e non farebbero in tempo a cambiarle prima di novembre.

I casi di voto da parte di stranieri sono rari, come mostrano gli studi, ma il presidente sostiene senza prove che i brogli siano diffusi. Trump fa pressione anche sul Senato per approvare il Save America Act, una legge che obbligherebbe gli elettori a dimostrare la cittadinanza per iscriversi alle liste e a mostrare un documento con foto quando votano.

Gli Stati che hanno fatto causa hanno promesso di continuare la battaglia legale. Il governatore della California Gavin Newsom ha annunciato una nuova azione in tribunale. La procuratrice generale dell'Arizona Kris Mayes ha scritto in un messaggio sui social che "gli Stati gestiscono le proprie elezioni. Non il servizio postale. Non il presidente".


Trump vota per posta, ma vuole limitare questo sistema per tutti gli altri


Donald Trump ha votato per posta alle primarie repubblicane che si sono tenute in Florida, utilizzando lo stesso metodo che da anni definisce corrotto e che ora vuole limitare drasticamente in vista delle elezioni di medio termine di novembre. I registri elettorali della contea di Palm Beach, citati dai media americani, mostrano che il presidente ha richiesto la scheda alla fine di luglio e l’ha restituita il 13 agosto.

Dal giorno delle elezioni, tuttavia, il suo profilo non risulta più consultabile sul sito della contea, che indica le informazioni come protette dalla divulgazione pubblica. Trump sostiene da anni, senza prove, che il voto per corrispondenza sia particolarmente esposto alle frodi e lo collega alla sua tesi infondata secondo cui le presidenziali del 2020 gli sarebbero state sottratte. “Le schede inviate per posta sono intrinsecamente corrotte”, aveva dichiarato a luglio durante un discorso sulla sicurezza elettorale.

La difesa della Casa Bianca


La Casa Bianca nega che vi sia una contraddizione, sostenendo che Trump si trovasse fuori dalla Florida e potesse quindi rientrare nell’eccezione prevista per chi è in viaggio dal pacchetto di restrizioni che il presidente vuole aggiungere al SAVE America Act. “Come tutti sanno, il presidente è residente a Palm Beach e partecipa alle elezioni della Florida, ma ovviamente vive soprattutto alla Casa Bianca, a Washington. Non è una notizia”, ha dichiarato all’Agence France-Presse la portavoce Olivia Wales.

La portavoce ha ricordato anche che la versione sostenuta da Trump manterrebbe la possibilità di votare per posta in caso di malattia, disabilità, servizio militare o viaggio, vietandola invece negli altri casi. Secondo i suoi collaboratori, il presidente non metteva piede nello Stato da mesi. La legge della Florida consente in realtà a qualsiasi elettore registrato di richiedere una scheda postale, anche se lo Stato, controllato dai repubblicani, negli ultimi anni ha irrigidito le regole sull’identificazione e sulla gestione dei plichi.

Il testo approvato dalla Camera dei Rappresentanti, a differenza di quanto spesso si affermi, non abolisce del tutto il voto per corrispondenza, ma introduce requisiti più severi per dimostrare identità e cittadinanza. Trump chiede ora al Congresso di aggiungervi una restrizione molto più ampia del voto postale. Sul fronte giudiziario, intanto, l’Amministrazione ha chiesto alla Corte Suprema di ripristinare alcune disposizioni di un ordine esecutivo sulle procedure elettorali che restringe il voto via posta, ma che sono state bloccate dai tribunali di livello inferiore.

Non è la prima volta


Non è la prima volta che Trump ricorre a un meccanismo che attacca pubblicamente. Aveva già votato per posta a Palm Beach nel 2020 e in un’elezione speciale tenuta in Florida all’inizio di quest’anno, giustificando poi la scelta con la lontananza dallo Stato ma ribadendo la propria contrarietà: “No, penso che il voto per posta sia una cosa terribile. Se voti, devi andare a farlo di persona”.

Le primarie a cui ha votato Trump servivano anche a scegliere il candidato repubblicano che punta a succedere al governatore Ron DeSantis, non rieleggibile per il limite dei mandati. A vincere, con circa il 48%, è stato il deputato Byron Donalds, sostenuto proprio dal presidente, che a novembre affronterà il candidato democratico David Jolly.


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La rassegna stampa di martedì 25 agosto 2026


Gli Stati Uniti alzano al 50% i dazi sulle auto canadesi e lanciano l'offensiva economica contro l'Iran, mentre la Corte suprema apre alle restrizioni di Trump sul voto per posta e l'Amministrazione avvia la più grande revoca di visti nella storia americana

Questa è la rassegna stampa di martedì 25 agosto 2026

Guerra commerciale tra Stati Uniti e Canada, Trump alza i dazi sulle auto al 50%


Il presidente Donald Trump ha annunciato che da gennaio gli Stati Uniti applicheranno dazi del 50% sulle automobili e sui componenti importati dal Canada, un'ulteriore escalation dopo il fallimento dei negoziati commerciali. Il primo ministro canadese Mark Carney ha accusato Washington di voler "distruggere" l'industria automobilistica del Paese e ha promesso di rispondere "dollaro per dollaro", mentre il premier dell'Ontario Doug Ford ha minacciato di tagliare le esportazioni di energia verso gli Stati Uniti. Ottawa dovrebbe annunciare le contromisure martedì.

Fonti: BBC, The Wall Street Journal, Semafor

L'Amministrazione lancia la sua "offensiva economica" contro l'Iran


Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha presentato quello che ha definito il "più grande attacco finanziario di sempre" contro l'Iran, minacciando nuove sanzioni verso i partner economici di Teheran senza però annunciare misure radicali immediate. La mossa arriva a più di sei mesi dall'inizio del conflitto con l'Iran, dopo che l'azione militare non ha raggiunto gli obiettivi di Trump e con il blocco navale statunitense che ha di fatto azzerato le esportazioni di petrolio iraniano. Teheran si è detta pronta a resistere, promettendo che "non una sola goccia di petrolio" lascerà il Golfo.

Fonti: Financial Times, The New York Times

La Corte suprema dà il via libera provvisorio alle restrizioni di Trump sul voto per posta


La Corte suprema ha sospeso il blocco imposto da un giudice all'ordine esecutivo con cui Trump introduce nuovi requisiti per il voto per corrispondenza, rimuovendo un ostacolo in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. La maggioranza ha stabilito che gli Stati che avevano fatto causa avevano agito troppo presto, senza però esprimersi sulla legittimità dell'ordine. I tre giudici progressisti hanno votato contro: la giudice Ketanji Brown Jackson ha parlato di un "incubo kafkiano". Il lavoro del servizio postale sull'ordine resta comunque bloccato a livello nazionale.

Fonti: NPR, Axios

L'Amministrazione prepara la più grande revoca di massa di visti nella storia degli Stati Uniti


L'Amministrazione Trump si prepara a revocare fino a 200.000 visti per affari e turismo a cittadini stranieri che hanno chiesto asilo negli Stati Uniti, in quella che sarebbe la più grande revoca di massa di visti nella storia del Paese. Il Dipartimento di Stato ha spiegato che le cancellazioni avverranno in modo progressivo, colpendo chi è entrato dichiarandosi visitatore temporaneo per poi presentare domanda di asilo. La misura, secondo gli osservatori, aprirà la strada a numerosi ricorsi legali.

Fonti: ABC News, The Hill

Proposta una tassa da oltre 100.000 dollari per i visti dei lavoratori qualificati


Il Dipartimento per la Sicurezza interna ha pubblicato una nuova proposta di regolamento che introdurrebbe una tassa di 103.265 dollari per i lavoratori stranieri soggetti al tetto annuale dei visti H-1B. La proposta arriva dopo che l'Amministrazione aveva incontrato ostacoli legali nel tentativo di applicare una tariffa simile lo scorso anno. I proventi, secondo il testo, sarebbero destinati al governo federale.

Fonti: The New York Times, The Hill

In South Carolina un ballottaggio mette alla prova l'influenza di Trump


Un super PAC vicino a Trump, MAGA Inc., ha speso oltre 827.000 dollari a sostegno della senatrice Darline Graham in vista del ballottaggio delle primarie repubblicane di martedì in South Carolina, il suo esborso più consistente da mesi. Il presidente si è speso personalmente per la sorella di Lindsey Graham, facendo pressione sugli alleati perché la sostenessero. Alcuni repubblicani, tuttavia, vedono la rivale guadagnare terreno.

Fonti: The Wall Street Journal, The Hill

Jeffries difende l'incontro con Kushner e promette una vigilanza severa su Trump


Il leader della minoranza alla Camera Hakeem Jeffries ha difeso il suo incontro con Jared Kushner, genero del presidente, dopo le critiche di alcuni progressisti. Jeffries, che potrebbe diventare speaker se i democratici riconquistassero la Camera, ha assicurato che "nessuno del cartello Trump avrà un trattamento di favore" e ha promesso una vigilanza rigorosa sull'Amministrazione. Il sindaco di New York Zohran Mamdani gli ha espresso sostegno.

Fonti: The New York Times, The Hill

La SEC indaga sul quasi crollo di un hedge fund legato all'intelligenza artificiale


La Securities and Exchange Commission ha inviato citazioni a diverse grandi banche di Wall Street per ottenere informazioni sulle operazioni di Situational Awareness, l'hedge fund focalizzato sull'intelligenza artificiale fondato da Leopold Aschenbrenner. Il fondo era arrivato vicino al collasso a luglio, prima di raggiungere un accordo con Citadel. L'indagine getta luce sui rischi finanziari legati all'ondata di investimenti nell'intelligenza artificiale.

Fonti: The New York Times, Financial Times

Gli Stati Uniti rimuovono la Siria dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo


L'Amministrazione Trump ha formalmente rimosso la Siria dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo, un passaggio importante per il governo di Ahmad al-Sharaa, l'ex leader ribelle che ha guidato la caduta del regime di Bashar al-Assad. La rimozione della designazione garantisce a Damasco un ampio alleggerimento delle sanzioni. Si tratta di una svolta significativa nella politica statunitense verso il Medio Oriente.

Fonti: The Hill

Le telecamere Flock diventano un tema della campagna per le elezioni di metà mandato


Le telecamere di sorveglianza dotate di intelligenza artificiale prodotte dall'azienda Flock, capaci di leggere le targhe e tracciare i movimenti dei veicoli, sono diventate un bersaglio politico in vista delle elezioni di metà mandato, affiancandosi alla contestazione dei data center. Diversi candidati democratici e alcuni repubblicani, tra cui il senatore Bernie Sanders e il deputato Tim Burchett, hanno criticato la diffusione di questi dispositivi. Il caso mostra quanto rapidamente l'intelligenza artificiale sia diventata un tema centrale della politica americana.

Fonti: Axios

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Sondaggi sbagliati e scommesse online stanno stravolgendo le primarie americane


In Wisconsin un candidato si è ritirato fidandosi dei sondaggi che poi hanno sbagliato, in Michigan otto rilevazioni davano un vantaggio in doppia cifra e lo scarto finale è stato di un punto.

Due settimane prima delle primarie democratiche per il governatore del Wisconsin, Mandela Barnes si è ritirato dalla corsa dicendo che era ormai "molto chiaro" chi sarebbe stato il candidato del partito. Si riferiva a Francesca Hong, in largo vantaggio nei sondaggi. La nomination l'ha vinta di misura David Crowley.

Nelle primarie di quest'anno, le consultazioni con cui i partiti americani scelgono i candidati da mandare alle elezioni di novembre, le rilevazioni sbagliate hanno condizionato come mai prima le narrazioni delle campagne, il comportamento dei finanziatori e la copertura giornalistica, come ha ricostruito il New York Times. Diverse campagne democratiche hanno usato sondaggi inaffidabili per accreditare l'idea che il proprio candidato stesse crescendo, così da consolidare il consenso, attirare donazioni e scoraggiare i rivali.

La diffusione dei mercati di scommesse sulle elezioni ha creato un incentivo economico a produrre sondaggi poco attendibili o del tutto falsi, proprio mentre realizzare rilevazioni di qualità è diventato più costoso e difficile. Da anni il presidente Donald Trump e altri repubblicani citano numeri discutibili per i propri fini, ma quest'anno il fenomeno si è spostato dentro le primarie democratiche.

In Michigan gli ultimi otto sondaggi pubblici davano il progressista Abdul El-Sayed avanti in doppia cifra sulla deputata moderata Haley Stevens per la candidatura al Senato. El-Sayed ha vinto per un punto percentuale. Quando è andata a votare il giorno delle primarie, la prima domanda che Stevens si è sentita rivolgere dai giornalisti riguardava il vantaggio accumulato dal rivale nei sondaggi. I consiglieri di El-Sayed prevedevano una vittoria larga e il fine settimana prima del voto lui si è fatto fotografare a bordo piscina con alcuni influencer, mentre Stevens raccoglieva endorsement pesanti, tra cui quello della governatrice Gretchen Whitmer.

"All'inizio i sondaggi che mi davano indietro in doppia cifra mi hanno spaventata e avrebbero potuto paralizzarmi", ha scritto Stevens in un memo inviato al New York Times. "Ma poi, dopo averci ragionato, mi sono resa conto: assolutamente no! Indietro in doppia cifra, non può essere!" In un'intervista alla stessa testata ha detto di non aver mai creduto che la corsa fosse la disfatta descritta dai numeri.

Stevens ha attribuito l'errore a un settore che ha in gran parte abbandonato le interviste telefoniche condotte da operatori in carne e ossa, le più costose. Oggi quasi tutti i sondaggi si fanno online o via messaggio, canali che tendono a raggiungere più giovani, mentre chi vota davvero è in media più anziano. (Anche le rilevazioni telefoniche possono sbagliare di molto e la pratica migliore resta guardare a istituti diversi che usano metodi diversi.)

In Wisconsin i sondaggi davano Hong avanti in doppia cifra e avevano creato un clima di inevitabilità attorno alla sua candidatura. La sua sconfitta è stata letta come una sorpresa clamorosa. "Dopo aver visto i sondaggi, credo che tutti mi avrebbero definito lo sfavorito", ha detto Crowley. "Durante questa corsa ho dovuto essere un po' incoscientemente ottimista".

Tre sondaggi sulla corsa a sindaco di Los Angeles, sulle primarie per il governatore del Wisconsin e su quelle per il governatore del Nevada erano completamente inventati, un "esperimento sociale di breve durata" secondo il sito che li aveva diffusi. L'inganno è emerso solo dopo che la sindaca di Los Angeles Karen Bass aveva rilanciato con favore uno di quei numeri, che la dava in testa.

Un altro istituto ha ammesso di aver spostato le preferenze di alcuni intervistati verso un candidato diverso da quello che avevano indicato, in un sondaggio sulle primarie per il governatore della Florida, perché i risultati iniziali "non erano in linea con la nostra lettura della corsa". Nessuna di queste rilevazioni era finita nei tracker di sondaggi del New York Times, che le ha escluse perché non rispettavano gli standard minimi di trasparenza e professionalità.

Il fenomeno nuovo che più influenza la percezione delle campagne sono i mercati previsionali, le piattaforme dove si scommette denaro sull'esito di un evento e dove il prezzo dei contratti viene letto come una probabilità. Il giorno prima delle primarie in Michigan, Kalshi dava a El-Sayed il 97 per cento di possibilità di vincere. La mattina del voto in Wisconsin, Polymarket assegnava a Crowley il 3,6 per cento.

Le quote di questi mercati poggiano su misurazioni opache, ma vengono amplificate da aziende potenti e riprese da testate giornalistiche che in alcuni casi hanno accordi commerciali con le piattaforme di scommesse. La CNN ha un'intesa con Kalshi e ne mostra regolarmente le quote in televisione, mentre la società che controlla il Wall Street Journal ha un accordo con Polymarket per pubblicarne i numeri dentro i contenuti del giornale. Elettori e finanziatori leggono quelle percentuali come una misura di quanto un candidato stia andando bene.

Sean Clegg, consigliere del governatore della California Gavin Newsom, ha detto al New York Times che i mercati previsionali pesano sempre di più su strateghi, finanziatori ed elettori delle primarie. "Il momentum è tutto e i numeri dei sondaggi muovono i mercati previsionali, che a loro volta influenzano il voto strategico", ha detto, riferendosi alla scelta di votare il candidato che sembra avere più possibilità di vincere. "La parte progressista della classe politica vive online e sta spingendo queste narrazioni sui sondaggi come non era mai successo".

"Non esiste una polizia dei sondaggi", ha detto John Anzalone, sondaggista democratico che ha lavorato per l'ex presidente Joe Biden, a proposito del proliferare di rilevazioni di bassa qualità. I giornali, ha aggiunto, "danno notizia di qualsiasi sondaggio che abbia sopra il nome di un'università o di un college", indipendentemente dal metodo usato. "Se entra spazzatura", ha detto, "esce spazzatura".

La governatrice del Maine Janet Mills ha sospeso la sua campagna per il Senato la scorsa primavera, poche settimane prima delle primarie democratiche, dopo che i numeri bassi nei sondaggi le avevano prosciugato le donazioni. Graham Platner ha vinto la candidatura senza avversari di peso, salvo poi ritirarsi dopo un'accusa di violenza sessuale che ha respinto. Sondaggi buoni e cattivi orientano le scelte sui messaggi, sulla spesa e perfino sul restare in corsa.

Le prime primarie presidenziali democratiche del 2028 si terranno in South Carolina, dove l'elettorato è dominato da elettori neri anziani, esattamente il gruppo più difficile da intercettare sia in Michigan sia in Wisconsin. Scott Huffmon, direttore del Winthrop Poll, la rilevazione storica dello Stato, ha detto che come molti altri ha rinunciato alle interviste con operatori telefonici: "Semplicemente non ce lo possiamo permettere".

Nel 2028 decine di candidati saranno definiti anche da sondaggi che fissano impressioni e costruiscono racconti slegati dalla realtà politica. "Ogni candidato nel 2028 avrà la sua fabbrica di sondaggi truccati", ha detto Lis Smith, stratega democratica che nel 2020 è stata una delle collaboratrici principali della campagna presidenziale di Pete Buttigieg. "I sondaggi ora non sono solo un modo per misurare la gara. Sono un modo con cui i candidati e i loro alleati influenzano la gara".

Le corse presidenziali sono più facili da sondare e producono più rilevazioni di qualità, quindi il problema potrebbe pesare meno nel 2028. Restano i finanziatori, che devono decidere su chi puntare quando ancora non si vota. "Visto quello che è successo nelle ultime due settimane, i sondaggi sbagliati mettono in discussione che ci sia un qualche valore empirico su cui i donatori possano basare le loro scelte", ha detto Shannon Hunt-Scott, grande finanziatrice democratica californiana. "Ci saranno tantissimi candidati e tantissimi sondaggi di qualità variabile. La domanda è se avranno una qualche validità reale. Non lo si può sapere".


In Wisconsin i sondaggi hanno sbagliato perché prevedevano un elettorato troppo giovane


I sondaggi finali delle primarie democratiche per il governatore del Wisconsin davano Francesca Hong avanti di 22 punti su David Crowley, che cinque giorni dopo ha vinto per mezzo punto, 39,8% a 39,3%. G. Elliott Morris ha rianalizzato i dati grezzi di uno degli istituti che erano sul campo e ha trovato tre cause dell'errore, quasi tutte correggibili.

L'istituto è State Navigate, una organizzazione non profit che nelle elezioni per governatore di Virginia e New Jersey del 2025 era stata la più precisa di tutte. Morris aveva costruito per loro il programma di ponderazione dei sondaggi e in cambio ha ottenuto i dati grezzi da analizzare pubblicamente, senza mostrare i risultati all'istituto prima di pubblicarli. A fine luglio la loro rilevazione dava Hong al 44% e Crowley al 15%. In quella di agosto, con le interviste chiuse il 6, Hong era ancora al 44% e Crowley al 22%. Un errore di 22 punti sul margine non è normale nemmeno per una primaria, dove l'errore medio di un sondaggio per il Senato o per il governatore è di circa 13 punti.

Il problema non sta nel trattamento dei dati. Rifacendo i conti sui file grezzi con gli stessi parametri usati dall'istituto, Morris riproduce quasi esattamente i numeri pubblicati. L'errore sta in quello a cui il sondaggio è stato ponderato. Ogni sondaggio corregge il campione raccolto per farlo somigliare all'elettorato che i ricercatori si aspettano alle urne: se tra gli intervistati ci sono troppi giovani, il loro peso viene ridotto. Se però il modello di elettorato è sbagliato, la correzione allontana il risultato dalla realtà invece di avvicinarlo.

L'anagrafe elettorale del Wisconsin, il registro pubblico che negli Stati Uniti tiene traccia di chi è iscritto a votare e a quali elezioni ha partecipato, descrive un elettorato delle primarie composto per il 52-53% da persone dai 65 anni in su e per il 2-3% da under 30. Il campione di luglio era per il 36% di over 65 e per il 17% di under 30, cioè metà anziano e otto volte più giovane dell'elettorato che voleva misurare.

Chaz Nuttycombe, direttore di State Navigate, ha spiegato a Morris di avere costruito i parametri partendo dall'anagrafe, calcolando etnia, istruzione, area geografica, età, genere e tipo di iscrizione di chi aveva votato alle primarie precedenti in Wisconsin. Poi ha corretto quei valori sulla base delle primarie più recenti del 2025 e del 2026. La correzione ha alzato la quota di giovani, portandola al 9% di 18-29enni nel sondaggio contro il 2% dell'anagrafe. I pesi hanno quindi cambiato pochissimo il campione, perché gli intervistati somigliavano già ai parametri scelti.

Gli altri istituti hanno lavorato in due fasi: prima hanno reso il campione rappresentativo di tutti gli elettori registrati del Wisconsin, poi hanno lasciato che fossero gli intervistati a dire se sarebbero andati a votare alle primarie democratiche, a quelle repubblicane o a nessuna delle due. La precisione dipendeva così dal fatto che chi si autoselezionava fosse rappresentativo di chi poi vota davvero. Gli elettori che hanno risposto erano troppo giovani e troppo di sinistra.

Ripesando le due rilevazioni sull'anagrafe elettorale, per partito, età, etnia, sesso e istruzione, l'errore sul margine di agosto scende da 24 punti a circa 14. Nei numeri pubblicati da State Navigate il 17% degli intervistati si definiva socialista democratico e un altro 43% progressista, molto progressista o estremamente progressista. Anche dopo aver riportato età, etnia, sesso, istruzione e partito ai valori dell'anagrafe, il campione restava composto per il 38% da elettori che si dicono "molto liberal". Fissando quella quota al 25% registrato nelle primarie del 2016 dai sondaggi all'uscita dai seggi, l'errore sul margine crolla. Aggiungendo ai parametri anche il reddito si scende a circa 3 punti.

Nessuna fonte ufficiale dice però quanti elettori "molto liberal" ci siano davvero in uno Stato, ed è il motivo per cui i sondaggisti evitano di ponderare per ideologia: senza un dato di riferimento la scelta resta arbitraria e rischia di sembrare un modo per aggiustare il risultato. Morris propone di pubblicare più stime alternative, ciascuna con un'ipotesi diversa sulla composizione ideologica dell'elettorato.

La rimonta di Crowley è la seconda causa dell'errore e riguarda quello che è successo dopo la chiusura delle interviste. La rilevazione di agosto ha reintervistato 633 delle persone già sentite a luglio, riconoscendole una per una grazie a un codice dell'anagrafe elettorale. Tra loro il vantaggio di Hong è sceso di circa 7 punti in dieci giorni, da 33,6 a 27,1, quando mancavano ancora cinque giorni al voto. Morris stima che Crowley guadagnasse circa due terzi di punto al giorno nelle ultime settimane e che la corsa si sia spostata di 6-10 punti in suo favore dopo l'uscita degli ultimi sondaggi.

Mandela Barnes si è ritirato tra le due rilevazioni e i suoi elettori sono andati per il 25% a Crowley e per il 19% a Hong, con un altro 14% a Kelda Roys. Gli indecisi che nel frattempo avevano scelto si sono divisi per il 40% su Crowley, per il 40% su altri candidati e solo per il 20% su Hong. Il 6 agosto quasi la metà di loro era ancora senza una preferenza, con la parte moderata dell'elettorato che si è compattata soltanto nel giorno del voto. Distribuendo gli indecisi del sondaggio di agosto secondo gli stessi flussi, la corsa diventa un pareggio: Hong 34,4 e Crowley 34,3, contro un margine reale di mezzo punto.

La terza causa è chi ai sondaggi non risponde. Forzando la rilevazione di agosto a riprodurre il risultato vero, la composizione del campione cambia poco, con gli over 65 che salgono dal 43% al 46% e chi si definisce "molto liberal" che scende dal 41% al 36%. La distorsione non stava quindi nel mix demografico ma dentro ogni gruppo, perché anche gli elettori anziani e moderati che hanno risposto erano più favorevoli a Hong di quelli che sono andati davvero a votare. Tra i 1.284 intervistati di luglio il 51,2% dei sostenitori di Hong ha risposto anche alla seconda intervista, esattamente come il 51,2% di quelli di Crowley.

Applicando un metodo statistico pubblicato nel 2019 sul Journal of the Royal Statistical Society da Rebecca Andridge, Brady West e Rod Little, che simula come cambierebbero i risultati se la scelta di rispondere dipendesse in parte dal voto stesso, Morris stima che la mancata risposta abbia gonfiato Hong di 0-5 punti, circa un decimo dello scarto tra sondaggi e urne. Il resto è la somma di parametri sbagliati e movimento tardivo.

L'anagrafe del Wisconsin è piena di dati mancanti o sbagliati e l'età è la variabile più problematica. Nel documento metodologico State Navigate ha scritto che "molti elettori del Wisconsin hanno come anno di nascita il 1800 e noi non crediamo nei vampiri". Si tratta in genere di iscritti recenti e molto giovani. Circa la metà di quelli intervistati con quell'anno di nascita ha detto di avere tra i 18 e i 29 anni. Rifacendo i calcoli con ipotesi via via più aggressive su quanti di questi elettori siano davvero giovani, il vantaggio finale di Hong passa da 2,4 punti a 8,4 punti man mano che sale la quota di under 30, perché i giovani che hanno risposto a quel sondaggio erano quasi tutti suoi elettori.

Morris lascia quattro indicazioni ai sondaggisti: ponderare i sondaggi sulle primarie usando i dati dell'anagrafe su chi alle primarie ha votato davvero, restare sul campo fino all'ultimo fine settimana, verificare quanto i risultati cambiano al variare delle ipotesi sull'ideologia (in Wisconsin valgono circa 11 punti di margine) e trasformare l'analisi della mancata risposta in un controllo di routine prima della pubblicazione. Ripesati con i parametri corretti, quei sondaggi sbagliano più o meno quanto il sondaggio medio di una primaria.


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Perché a sostenere il socialismo sono gli americani bianchi, laureati e ricchi


Il 58% degli elettori democratici ha un'opinione positiva del socialismo, contro il 32% del capitalismo. Tra i laureati sale al 71%. Due analisi americane spiegano il fenomeno in modo opposto.

Il co-presidente della sezione di New York dei Democratic Socialists of America, l'organizzazione dei socialisti democratici americani, vive in una casa a schiera di Brooklyn da 1,5 milioni di dollari pagata dal padre. Il New York Post ha rivelato la vicenda di Gustavo Gordillo, 38 anni, ex studente di Yale, che secondo il giornale beneficia della generosità paterna "mentre inveisce contro i ricchi e contro la proprietà immobiliare". Lo stesso quotidiano ha poi scritto che Gordillo ha lasciato un apprendistato da elettricista senza mai completare la qualifica.

Gordillo è soltanto l'ultimo esponente di primo piano della sinistra americana a essere accusato di essere un privilegiato travestito da radicale della classe operaia. Prima che la sua campagna per il Senato in Maine naufragasse tra le polemiche, Graham Platner veniva descritto allo stesso modo: il nonno era un famoso architetto e designer, il ristorante della madre era il principale cliente del suo allevamento di ostriche e il padre lo aveva aiutato a sistemarsi in una casa. Zohran Mamdani, eletto sindaco di New York lo scorso novembre, era stato criticato durante la campagna perché si dichiarava socialista pur essendo figlio di genitori che producono film a Hollywood e possiedono una villa in Uganda.

Le accuse di ipocrisia sono cresciute mentre i candidati vicini alla DSA vincevano una serie di primarie democratiche in tutto il paese. L'ultima indagine dell'organizzazione sui propri iscritti ha registrato che il 77% è bianco e che oltre l'80% di chi ha più di 25 anni possiede almeno una laurea. Jay Caspian Kang, sul New Yorker, li ha chiamati "socialisti da Subaru": laureati che possono permettersi un'auto di fascia media e la cena al ristorante, ma spesso non hanno una casa di proprietà né la sensazione di essere al sicuro. Il senatore repubblicano John Kennedy preferisce "Lulu Lenins", gioco di parole tra Lenin e Lululemon, il marchio di abbigliamento sportivo di fascia alta.

Un'analisi pubblicata sull'Atlantic sposta la domanda: perché tanti americani privilegiati sostengono una politica che vuole smantellare il sistema da cui hanno tratto beneficio? La risposta parte da un saggio del 1977 di Barbara e John Ehrenreich, uscito sulla rivista Radical America, che coniò l'espressione professional managerial class, la classe dei lavoratori della conoscenza con un titolo universitario. Sono le persone impiegate nell'arte, nell'istruzione, nella medicina, nell'intrattenimento, nel diritto, nella pubblicità e nella tecnologia, cioè nei settori che dimostrano la capacità del capitalismo di garantire vite culturalmente ricche e intellettualmente stimolanti.

Per gli Ehrenreich la classe professionale del Novecento ha avuto un ruolo decisivo nel mantenere la fiducia dell'opinione pubblica nel sistema economico. Oggi quella stessa classe non sembra più entusiasta del compito. Un sondaggio CBS News/YouGov diffuso questo mese ha rilevato che gli elettori democratici hanno un'opinione positiva del socialismo quasi il doppio di quanto ne abbiano una del capitalismo (58% contro 32%). Tra i democratici laureati il sostegno al socialismo sale al 71%.

Fino alla metà degli anni Duemila gli elettori con una laurea votavano più spesso repubblicano che democratico. Nel 1984 chi aveva un titolo universitario scelse Ronald Reagan con un rapporto superiore a due a uno. Lo spostamento a sinistra della classe professionale non ha precedenti nella storia americana, anche se già nel 1977 gli Ehrenreich notavano posizioni radicali e anticapitaliste tra alcuni professionisti, soprattutto nel mondo accademico.

Chi ha il compito di raccontare il capitalismo al pubblico ha smesso di crederci. Per l'autore dell'analisi è il segnale di un ordine economico che non riesce più a giustificarsi davanti al proprio ufficio di relazioni pubbliche. Quando un dirigente intermedio di un'azienda del tabacco si rifiuta di fumare, quando l'amministratore delegato di un'azienda tecnologica manda i figli in scuole senza schermi o quando chi lavora nell'industria della carne diventa vegetariano, quelle scelte vengono lette come il segno di una conoscenza acquisita dall'interno, prima ancora che come ipocrisia.

La DSA è composta in larga parte da insegnanti e professori, assistenti sociali, personale sanitario e dipendenti pubblici. Le esperienze che alimentano il malcontento sono l'insegnante che compra di tasca propria il materiale scolastico, il professore a contratto che lavora in tre università per arrivare a fine mese, l'infermiera il cui ospedale è stato comprato da un fondo di private equity e lo studente che si indebita per una laurea che non garantisce più un posto nella classe media. Per l'autore chi in quelle condizioni conclude che il sistema vada riformato in profondità non è un ipocrita ma esprime una posizione morale difendibile.

Gordillo ha spiegato all'Atlantic di aver "vissuto la vita economica di questo paese da punti di vista molto diversi" e di sapere che "spesso è la fortuna a determinare se una persona ha stabilità finanziaria". Lasciare l'apprendistato da elettricista, ha detto, è stata "una scelta difficile", presa per dedicare più tempo al suo ruolo nell'organizzazione.

Mamdani non nasconde la propria posizione sociale né la laurea presa in un college privato. Invece di promuovere leader che fingono di appartenere alla classe operaia, secondo l'autore i socialisti e i populisti di sinistra dovrebbero presentarsi per quello che molti di loro sono: membri frustrati e spesso arrabbiati della classe professionale istruita.

Una lettura opposta arriva dalla Free Press, dove Arthur Brooks, che si occupa di scienze comportamentali, sostiene che il socialismo democratico americano sia una moda destinata a esaurirsi. Il consenso cresce soprattutto tra i giovani elettori: quasi due terzi degli americani tra i 18 e i 29 anni esprimono un'opinione positiva del socialismo. La DSA chiede ufficialmente la nazionalizzazione delle grandi imprese e l'abolizione dell'ICE, l'agenzia federale che si occupa di immigrazione e dogane. Mamdani, che si definisce socialista democratico, ha un gradimento del 58% in una rilevazione del Siena College.

Seguire una moda non è un comportamento irrazionale. In un articolo del 1992 sul Journal of Political Economy gli economisti Sushil Bikhchandani, David Hirshleifer e Ivo Welch hanno descritto l'adesione alle mode come un modo per risparmiare sulla raccolta di informazioni, imitando chi si presume ne sappia di più. Una moda che un tempo impiegava anni a diffondersi oggi corre sui social network, che per milioni di giovani sono la principale fonte di notizie. Mamdani e i socialisti democratici li hanno usati molto.

Il sociologo Joel Best, autore di Flavor of the Month, ha mostrato che gli Stati Uniti sono un paese incline alle mode di ogni tipo, dall'hula hoop della fine degli anni Cinquanta al Six Sigma, il metodo di gestione aziendale fondato sulle metriche (adottato negli anni Ottanta da gran parte delle imprese americane e abbandonato perché non manteneva le promesse). Nel 1835 Alexis de Tocqueville scriveva che l'America è "una terra di meraviglie, in cui tutto è in costante movimento e ogni movimento sembra un miglioramento".

Quando una nuova informazione rompe l'equilibrio che la sostiene, una moda cresciuta in fretta si esaurisce con la stessa rapidità. Il voto populista, di destra o di sinistra, non è soltanto l'effetto del malcontento ma ne produce altro negli anni successivi: è la conclusione degli studi di scienza politica citati da Brooks, che ricorda anche come i tassi di depressione siano già più alti tra i giovani di orientamento progressista che tra i coetanei conservatori.

Per Brooks sia il socialismo sia il populismo di destra sono manie temporanee che consumano attenzione ed energie distogliendo lo sguardo dal lento declino del paese. Il suo consiglio arriva da Self-Reliance, il saggio di Ralph Waldo Emerson del 1841: "Chi vuole essere un uomo deve essere un anticonformista". Quando una convinzione compare dal nulla tra le persone che si frequentano e si viene spinti ad adottarla, sostiene Brooks, conviene andare nella direzione opposta.

Le due letture partono dagli stessi numeri e arrivano a conclusioni opposte. Per la prima il consenso al socialismo è il giudizio di chi lavora dentro il sistema e ne conosce da vicino i difetti. Per la seconda è un contagio di opinioni destinato a passare come sono passate le mode precedenti.


Un dirigente dei socialisti americani rivendica l'odio per la Costituzione


Un dirigente dei Democratic Socialists of America (DSA), l'organizzazione socialista a cui sono iscritti diversi eletti del Partito Democratico, ha rivendicato l'"odio" del suo gruppo per la Costituzione degli Stati Uniti, definita l'"ostacolo" da superare per arrivare a una rivoluzione socialista. Le parole sono di Cliff Connolly, membro del comitato politico nazionale dell'organizzazione, e risalgono a un'intervista del giugno 2025 al podcast Varn Vlog. Il video è stato ripescato lunedì da Natalie Winters, co-conduttrice del podcast War Room di Steve Bannon.

Connolly parlava del Marxist Unity Group (MUG), che sul proprio sito si definisce una "fazione" della DSA. L'organizzazione è divisa in correnti interne che si contendono la linea politica e nel collocare la propria ha detto: "Tra le correnti della DSA che credono nella democrazia come obiettivo finale, MUG è l'unica che vede la rivoluzione come una necessità per arrivarci. E tra le correnti della DSA che vedono la necessità della rivoluzione, siamo gli unici ad avere la democrazia come obiettivo finale".

"Le due cose per cui siamo famosi sono il nostro impegno per un programma e il nostro, ehm, odio per la Costituzione degli Stati Uniti", ha continuato Connolly. Quel programma, ha spiegato, "ci dà una mappa verso la rivoluzione e ci dà l'ostacolo che alla fine dovremo superare per fare una rivoluzione, cioè la Costituzione degli Stati Uniti, la base del governo degli Stati Uniti".

Il video riemerge dopo che negli ultimi mesi diversi socialisti democratici hanno vinto le primarie del Partito Democratico, le consultazioni con cui negli Stati Uniti sono gli elettori a scegliere i candidati da mandare alle elezioni generali. La DSA non è un partito e chi ne fa parte si candida dentro il Partito Democratico. Due delle candidate che hanno vinto a New York, Darializa Avila Chevalier e Claire Valdez, hanno la tessera dell'organizzazione, come il sindaco della città Zohran Mamdani, che le ha sostenute entrambe nelle rispettive primarie.

Oltre al programma economico socialista, il sito della DSA indica tra i propri obiettivi l'opposizione alle politiche migratorie del presidente Donald Trump, giudicate "razziste", e all'alleanza tra Stati Uniti e Israele, accusato di avere commesso un "genocidio" a Gaza. Subito dopo quelle primarie il presidente si era congratulato con Mamdani in tono sarcastico per avere fatto eleggere dei "comunisti veri e propri". Pochi giorni dopo il tono è cambiato e Trump ha detto che i comunisti hanno cominciato a fare "la loro mossa" negli Stati Uniti. "Il gioco è iniziato", ha aggiunto.

Nel discorso per il 4 luglio il presidente aveva già definito il comunismo un "cancro" da affrontare al più presto e in un comizio in Georgia, sempre a luglio, ha detto che "con il comunismo tutto si trasforma in me**a". Il podcast in cui Connolly ha parlato aveva circa 3.200 visualizzazioni su YouTube lunedì pomeriggio.


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Ma non vi siete stancati di inseguirlo sulle bestialità che dice?
Parliamo del programma di cui ha davvero bisogno l’Italia: l'unico futuro nazionale possibile è progressista, europeo e libero, che allarghi i diritti invece di restringerli! 💜🇪🇺

#Vannacci #DirittiCivili #MatrimonioEgualitario #DirittiLGBTQIA #AbortoSicuro #EducazioneSessuale #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Coming Change for PR Director


August 24th

Effective Sept. 1st, our current PR Director, Rowan Tipping, shall resign from PR Director, as announced during the August 23rd meeting.

During our August 30th Open Meeting, we will elect our new PR Director for the remainder of the term, which will be up for re-election during our 2027 Pirate National Conference.

If you are interested, or know someone that may be a good fit, we will be posting a submission form and reaching out to candidates as nominations come. Those who accept their nomination to be a candidate will be expected to attend the August 30th Pirate National Committee meeting.

We ask that only those willing to commit to seeing the term to completion seek the nomination. This will be a standard of the utmost importance to filling these roles.

Upon Sept. 1st, following the August 30th meeting, the website will be updated to reflect the PR Director changing from Rowan to the individual elected during meeting on the 30th.

Both an election committee and the newly established vetting committee shall oversee the nomination process going into the meeting.

Join our Discord for more immediate updates on the matter, and where the link for the nominations will ultimately be first posted.


uspirates.org/coming-change-fo…

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A donare ai Democratici sono gli elettori anziani


Un politologo ha incrociato 300 milioni di donazioni con le liste elettorali: chi risponde agli appelli allarmistici del Partito Democratico ha in media 75 anni e ha già donato cento volte o più.

Un pensionato di 85 anni di Oxford, in Ohio, ha fatto più di 7.800 donazioni a cause democratiche, per oltre 648mila dollari, più del doppio del valore stimato della sua casa. Una donna di 91 anni che vive in una residenza per anziani a Indianapolis ha donato oltre 25mila volte, per più di 250mila dollari, bruciando soldi che potrebbero servirle per l'assistenza. I due casi emergono dai rendiconti federali dei finanziamenti elettorali e sono l'estremo di un fenomeno che tiene in piedi una parte consistente della raccolta fondi del Partito Democratico.

L'analisi è di Adam Bonica, politologo che studia il ruolo del denaro in politica e da sempre elettore democratico, che l'ha pubblicata sulla propria newsletter dopo che il New York Times e il Bulwark hanno rinunciato a farla uscire. Bonica ha incrociato i dati sui contributi della Federal Election Commission, l'autorità federale che raccoglie i rendiconti dei finanziamenti elettorali, con l'archivio nazionale delle liste elettorali della società L2, che permette di stimare l'età di chi versa i soldi. In tutto ha esaminato più di 300 milioni di donazioni tra il 2017 e il 2025. Il metodo per risalire all'età dei donatori è descritto in uno studio scritto con Jake Grumbach e uscito nel 2025 sul Journal of Public Economics. Dati e codice li ha caricati in un archivio pubblico, così che chiunque possa rifare i conti.

I PAC sono i comitati di azione politica, organizzazioni che raccolgono denaro dai privati per sostenere candidati e cause. Bonica ne ha identificati 145 di area democratica che chiama "spam PAC": si affidano ad agenzie specializzate in raccolta fondi digitale ad alto volume e reinvestono in nuova raccolta fondi una quota sproporzionata di quello che incassano.

Meno dell'1% dei donatori democratici copre quasi metà degli 1,4 miliardi di dollari che questi comitati hanno raccolto dal 2017. Sono circa 138mila persone, con un'età media di 75 anni, che hanno versato soldi cento volte o più. Bonica le chiama "captive spam donors" (donatori prigionieri dello spam). Il modello, sostiene, non è quello di bruciare donatori usa e getta ma di agganciarli e spremerli.

I messaggi arrivano a ogni ora e ripetono sempre gli stessi schemi: un "ultimo tentativo" stampato in cima all'email, la scadenza che manca poche ore, l'avviso che gli assegni della previdenza sociale saranno "tagliati di 500 dollari al mese" (l'email di due giorni prima diceva 460), la promessa che la donazione verrà moltiplicata per quattro solo se arriva subito, la frase che dice al destinatario di essere "l'unico democratico della tua città che non ha risposto". Un messaggio annunciava perfino la "nomina al consiglio consultivo della previdenza sociale" sopra l'immagine di una tessera della Social Security.

Sono le stesse leve psicologiche che l'FBI e le associazioni per la tutela dei consumatori indicano come segnali dello sfruttamento finanziario degli anziani: urgenza costruita a tavolino, appelli che puntano a suscitare senso di colpa o paura, finta esclusività, avvisi che imitano comunicazioni ufficiali e pressione a decidere prima di avere il tempo di pensarci. Già nel 2021 il New York Times aveva raccontato che le maiuscole e il panico costruito di questi messaggi funzionano come un filtro che allontana i donatori più smaliziati e fa leva sulle stesse fragilità che rendono gli anziani un bersaglio delle truffe online.

Negli annunci di raccolta fondi dei principali spam PAC, tra il 70 e l'85% delle visualizzazioni va a utenti dai 65 anni in su, che sono il 14% degli utenti adulti americani di Meta. Il dato arriva dalla libreria pubblica degli annunci dell'azienda.

Una delle agenzie più note è Mothership Strategies, fondata nel 2014 da tre ex del Democratic Congressional Campaign Committee, il comitato che finanzia le campagne democratiche per la Camera. I suoi soci hanno poi co-fondato un proprio comitato, End Citizens United, diventando allo stesso tempo clienti e fornitori: tra il 2015 e il 2023 quel comitato ha speso circa 20 milioni di dollari per i servizi dell'agenzia. Interpellato da Bonica, End Citizens United ha confermato che Mothership "ha aiutato a lanciare" il comitato e ne ha gestito la raccolta fondi digitale, precisando che l'agenzia non ha più potere decisionale dal 2016 e che il rapporto commerciale è finito da oltre tre anni. Nel frattempo erano nate agenzie concorrenti e il comitato ha semplicemente cambiato fornitore.

Mothership ha risposto tramite i suoi avvocati, sostenendo che lo squilibrio anagrafico è naturale e non costruito: "Gli americani più anziani sono più coinvolti politicamente, più propensi a votare, più propensi a essere registrati e più in grado di fare donazioni". La lettera contestava anche l'affidabilità delle stime sull'età, salvo poi citare, a sostegno della tesi che i donatori sono naturalmente più vecchi, proprio lo studio di Bonica e Grumbach che usa quel metodo. Quello studio calcola che il donatore mediano di un candidato qualsiasi nel 2020 avesse 59 anni, contro i 75 di media dei donatori prigionieri.

Conta più chi risponde che chi riceve, scrive Bonica. Lo stesso appello può finire in un milione di caselle di posta e prendere comunque i soldi da una minoranza fragile. Non serve nessun filtro anagrafico in partenza se è il messaggio a fare la selezione all'arrivo.

La rete più grande individuata dall'analisi fa capo a Harry Pascal, contabile diventato raccoglitore di fondi democratico, tesoriere del Progressive Turnout Project e di altri sette comitati che, essendo affiliati, possono operare come una struttura sola. Fino al 2025 quella rete ha raccolto più di 390 milioni di dollari dai privati. Secondo i conti di Bonica sui rendiconti federali, circa 20 milioni sono andati direttamente ai candidati democratici o a spese indipendenti a loro sostegno, un centinaio di milioni a programmi di mobilitazione al voto e ai relativi stipendi, altri 20 milioni ai costi amministrativi. I restanti 249 milioni, cioè 64 centesimi per ogni dollaro raccolto, sono serviti a raccogliere altri soldi.

Il Progressive Turnout Project non ha voluto commentare, ma i suoi avvocati hanno scritto che la spesa per la raccolta fondi è stata di 177 milioni (72 in meno rispetto alla stima di Bonica) e che più della metà del bilancio è andata al contatto con gli elettori. La differenza sta nelle etichette: circa 48 milioni riguardano inserzioni su Facebook che il comitato classifica come "organizzazione digitale" ma che funzionano quasi sempre come richieste di donazione. Anche con i conti del comitato, comunque, la raccolta fondi si mangia circa 45 centesimi per ogni dollaro raccolto. Pascal non ha risposto alle domande.

Solo il 20% circa dei candidati democratici al Congresso si affida alle agenzie di raccolta fondi ad alto volume usate dagli spam PAC. Quel 20% ha incassato dai donatori prigionieri 570 milioni di dollari, contro i 37 milioni raccolti da tutti gli altri.

Jordan Wood ne è un esempio. L'anno scorso ha corso per il Senato in Maine senza aver mai ricoperto una carica elettiva e restando a percentuali di un punto o due nei sondaggi, ma la sua campagna ha raccolto quasi 4 milioni di dollari prima che si ritirasse, nel novembre 2025, per candidarsi alla Camera. Alla società Sapphire Strategies, concorrente di Mothership che lavora per alcuni dei principali spam PAC, ha versato più di 2 milioni per raccolta fondi e consulenze, ottenendo una base di donatori quasi identica a quella dei comitati dello spam. Wood conosceva bene quel mondo. È stato vicepresidente di End Citizens United, ha co-fondato e diretto DemocracyFirst, un comitato di cui oggi Pascal è tesoriere, ed è sposato con una delle persone che hanno fondato Mothership.

Da quando è diventato leader della minoranza democratica alla Camera, Hakeem Jeffries ha raccolto 14 milioni di dollari da donatori che hanno versato meno di 200 dollari, più di qualsiasi altro democratico alla Camera con l'eccezione di Alexandria Ocasio-Cortez. Il 93% di quelle donazioni arriva però da persone che hanno donato anche agli spam PAC e quasi il 40% dai donatori prigionieri, quelli con almeno cento addebiti da parte di questi comitati. Nello stesso periodo la sua campagna ha pagato più di 6 milioni a Sapphire Strategies per raccolta fondi e pubblicità, mentre il suo comitato di raccolta congiunta è cliente di Mothership.

Nel ciclo elettorale del 2018 Jeffries aveva una delle basi di donatori più giovani tra i democratici della Camera: 54 anni di età media e solo il 21% sopra i 65 anni. Da quando nel 2019 è entrato ai vertici del gruppo parlamentare i numeri hanno iniziato a cambiare e nel ciclo del 2026 l'età media dei suoi donatori è 73 anni, con l'86% sopra i 65. Le sue posizioni politiche non sono cambiate in modo da spiegare lo spostamento, scrive Bonica. Sono cambiati il ruolo nel partito e la strategia di raccolta fondi. Le sue inserzioni su Facebook e Instagram raggiungono una quota di anziani più alta di quella del 94% dei candidati democratici alla Camera. L'ufficio di Jeffries non ha voluto commentare.

Il costo della raccolta fondi è intanto esploso. Nell'autunno del 2025 Paul Rivera, incaricato di scrivere il rapporto del partito sulle ragioni della sconfitta del 2024, ha chiesto a Bonica di stimare quanto costa oggi ai democratici raccogliere un dollaro: la quota assorbita dai costi di raccolta è passata da 8 centesimi per dollaro nel 2008 a più di 50 centesimi nel 2024. Le operazioni di spam sono ancora meno efficienti e nel 2025 hanno consumato tra i 70 e i 75 centesimi di ogni dollaro raccolto.

I repubblicani hanno adottato per primi queste tattiche e offrono un precedente. Dopo aver inondato di messaggi i telefoni dei sostenitori hanno visto assottigliarsi la base dei piccoli donatori e nel 2024, anno di elezioni presidenziali, hanno raccolto dai donatori piccoli e medi meno di quanto avessero raccolto alle elezioni di metà mandato del 2022.

I vertici di ActBlue, la piattaforma con cui i democratici raccolgono le donazioni online, hanno contattato Bonica dopo una serie di suoi articoli sulle pratiche ingannevoli e poco dopo hanno annunciato la stretta più significativa finora, vietando di spacciarsi per un candidato e di promettere donazioni raddoppiate senza che ci sia davvero qualcuno a raddoppiarle. Il comitato nazionale del partito, guidato da Ken Martin, ha avviato un'iniziativa contro i comitati che usano il nome democratico senza sostenere davvero i candidati.

Nei quattro mesi successivi alla stretta le donazioni agli spam PAC sono cresciute del 33% rispetto allo stesso periodo del 2023, l'ultimo anno senza elezioni confrontabile. Dalle presidenziali del 2024 hanno iniziato a raccogliere soldi altri 58 comitati democratici che rientrano nei criteri di Bonica e nel solo 2025 i comitati dello spam di area democratica hanno raccolto dai privati più di tutti i candidati democratici al Senato messi insieme.

L'inchiesta era nata per il New York Times, dove è passata per otto mesi di lavoro editoriale, più giri di verifica dei fatti e una replica indipendente della metodologia. Aveva già una data di pubblicazione quando il giornale ha chiesto un commento ai soggetti coinvolti: a quel punto lo studio legale Elias Law Group, che assiste i comitati democratici per la Camera e per il Senato, ha scritto al vicecapo dell'ufficio legale del quotidiano chiedendo di "cessare e desistere dalla pubblicazione". Nella lettera si legge che i due comitati non indirizzano agli anziani le richieste di donazione e che non hanno né la tecnologia né i dati per farlo. Gli avvocati contestano anche a Bonica di essere "un osservatore esterno" senza alcuna conoscenza delle loro procedure. Dopo mesi di attesa il giornale ha rinunciato a pubblicare.

Un portavoce del quotidiano ha detto di non voler commentare la lettera né le discussioni interne, aggiungendo che "non è insolito che questi progetti non arrivino alla pubblicazione" e che il giornale non rinuncia a pubblicare giornalismo verificato solo perché qualcuno esprime disaccordo. Il pezzo è poi passato al Bulwark, dove ha affrontato altre verifiche e un ulteriore vaglio legale. Anche lì sono arrivate le lettere degli avvocati, quelle del Progressive Turnout Project e di Mothership, la pubblicazione è slittata più volte e alla fine è stata condizionata a una riscrittura che, secondo Bonica, toglieva risultati empirici e presentava le difese legali dei soggetti coinvolti come se fossero le sue conclusioni. Lui ha rifiutato e ha pubblicato tutto sulla sua newsletter.

Il sistema si regge su un calcolo che ogni candidato e ogni organizzazione fa per conto proprio: chi rinuncia allo spam rischia di restare indietro rispetto a chi lo usa. Il risultato è che i donatori spremuti sono anziani mentre i democratici più giovani si allontanano, in una fase in cui il partito sta già facendo i conti con il ricambio generazionale. Le agenzie digitali guadagnano che il partito vinca o perda. Riconquistare la Camera alle elezioni di metà mandato di quest'anno, scrive Bonica, non basterebbe a rimettere in piedi un partito che ha bisogno di fiducia oltre che di soldi.

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L'archivio di Anna deve 340 milioni di dollari, ha perso diversi domini, ma è ancora online

Quando Anna's Archive ha subito un diffuso periodo di inattività all'inizio di questo mese, molti utenti temevano una repressione legale. Dopo essere stato preso di mira da un attacco coordinato alla sua infrastruttura di rete e aver subito danni per 340 milioni di dollari e aver perso diversi domini all'inizio di quest'anno, l'Archivio si è rapidamente ripreso.

torrentfreak.com/annas-archive…

@pirati@feddit.it

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Per due americani su tre Trump è arrogante


Nel sondaggio di YouGov gli aggettivi negativi battono quelli positivi: opportunista e avventato al 54%, intelligente al 37%. Cala chi lo vede leader forte, cresce chi lo dice inefficace.

Il 66% degli americani descrive il presidente Donald Trump come una persona arrogante. È la caratteristica indicata da più intervistati fra le 22 messe alla prova da un sondaggio di YouGov, uno dei maggiori istituti demoscopici internazionali, che ha chiesto a più di mille cittadini quanto ciascuna descrizione si adatti al presidente. La rilevazione riguarda le sue qualità personali, non il giudizio sul suo operato.

Per ogni voce si poteva rispondere che il tratto vale molto, poco o per niente. Le percentuali indicano quanti hanno scelto la prima opzione. Le tre descrizioni con il valore più alto sono tutte negative: dopo l'arroganza vengono l'essere opportunista e avventato, ferme entrambe al 54%.

Il tratto positivo più diffuso, l'essere intelligente, si ferma al 37%, quasi trenta punti sotto l'arroganza. Anche il giudizio positivo più condiviso resta quindi minoritario, mentre quello negativo più forte arriva a due americani su tre. Nel complesso gli aggettivi sfavorevoli superano con nettezza quelli lusinghieri.

Delle 19 descrizioni già presenti nella prima rilevazione, quella del novembre 2024, oggi meno americani attribuiscono al presidente ciascun tratto positivo, mentre quasi tutti quelli negativi vengono citati da un numero maggiore di persone. È la sesta volta che YouGov misura le qualità personali di Trump da subito dopo la sua elezione. In quasi ogni voce la direzione è identica: i pregi calano, i difetti aumentano.

Sondaggio · Stati Uniti

In meno di due anni tutti i tratti positivi di Trump sono calati, quasi tutti i negativi sono cresciuti

YouGov ha chiesto agli americani quanto 22 descrizioni si addicono a Trump. Dei 19 tratti confrontabili fra novembre 2024 e agosto 2026, tutti e nove i positivi sono calati, nove dei dieci negativi sono saliti.

Ogni freccia parte da novembre 2024 e la punta indica agosto 2026, verso destra se la descrizione cresce e verso sinistra se cala. La linea tratteggiata segna il 50 per cento, oltre il quale il tratto vale molto per la maggioranza degli americani.

Descrizioni negative

Arrogante

65,5%da 56,8

Opportunista

53,9%da 55,0

Avventato

53,8%da 46,9

Disonesto

50,5%da 43,8

Ipocrita

50,4%da 44,9

Corrotto

49,9%da 44,3

Divisivo

49,5%da 46,8

Insincero

47,5%da 41,2

Inefficace

41,8%da 31,9

Poco informato

39,4%da 33,6

Descrizioni positive

Intelligente

37,1%da 45,2

Leader forte

35,9%da 48,6

Competente

33,5%da 40,8

Qualificato

33,4%da 43,3

Autentico

32,9%da 40,7

Carismatico

29,7%da 37,6

Onesto

27,5%da 36,1

Simpatico

24,0%da 30,2

Compassionevole

22,7%da 31,6

Fonte YouGov. Sondaggio del 12-16 agosto 2026 su 1.089 cittadini adulti (margine di errore circa 4 punti), confrontato con la rilevazione del 18-20 novembre 2024. I valori indicano la quota di americani per cui la descrizione si adatta molto al presidente, fra le 19 presenti in entrambe le rilevazioni.

Il calo più netto riguarda l'immagine di Trump come leader forte: oggi la condivide il 36% degli americani, contro il 49% del novembre 2024, tredici punti in meno. Il movimento opposto più ampio riguarda l'inefficacia, perché chi ritiene il presidente inefficace è passato dal 32% al 42%, dieci punti in più. Sono le due variazioni maggiori fra i tratti seguiti fin dall'inizio.

Questi giudizi riguardano l'immagine personale del presidente, distinta dall'approvazione del suo operato, che nelle ultime settimane è rimasta sostanzialmente ferma. L'ultima indagine è stata condotta tra il 12 e il 16 agosto 2026 su 1.089 cittadini adulti, con un margine di errore di circa quattro punti percentuali.


Popolarità Trump, numeri in stallo come i negoziati di pace (23 agosto)


Come ogni domenica, facciamo un resoconto sulla approvazione del presidente Trump, con i cambiamenti occorsi negli ultimi sette giorni.

Questa settimana estiva non ha evidenziato grandi smottamenti: dopo aver toccato il livello di net rating più basso del mandato e in mezzo a tanti piccoli balzelli, la popolarità si è leggermente rialzata assestandosi su un livello comunque critico, tra i tanti bassi e i pochi alti registrati dall’inizio del conflitto in Iran.

Si registra un basso numero di rilevazioni, e difficilmente questo cambierà prima del prossimo mese; per ora, comunque, il tasso di approvazione rimane inferiore al 40% in tutte le medie, mentre la disapprovazione si è assestata un po’ sotto al 60%.

I numeri sono peggiorati notevolmente dall’inizio della guerra in Iran, e non si intravedono spiragli positivi considerando lo stallo nelle trattative di pace.

Si tratta di una situazione al limite per il tycoon, che resta dietro a Joe Biden nella classifica dei presidenti più impopolari a questo punto del mandato.

Il dato attuale, infatti, è peggiore rispetto alla già catastrofica media di Joe Biden nell’agosto 2022; questo significa che l’approvazione di Trump è la peggiore di sempre dopo diciannove mesi di presidenza. È di circa undici punti, invece, la distanza con il suo primo mandato.

Il net rating (la differenza tra tasso di approvazione e tasso di disapprovazione) rimane saldamente in territorio negativo sia per la media di RealClearPolitics (RCP), sia per quella del Silver Bulletin, sia per la nostra di Focus America.

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Questa settimana le medie si muovono poco, con un modesto aggiustamento verso l’alto per RCP e una totale stagnazione per il sito di Silver e Focus America.

Come già accennato, dopo diciannove mesi alla Casa Bianca, il gradimento di questo secondo mandato si colloca al di sotto rispetto ai primi diciannove mesi del suo primo mandato e a quello di Biden.

Sondaggi
L’approvazione di Trump e degli altri presidenti
Approvazione netta (approva − disapprova), per giorni dall’insediamento

Presidente
Trump II

Grafici Recap numerico

Facendo un paragone con il passato, grazie ai dati di Focus America, si nota come il dato di apprezzamento di Trump dopo 579 giorni di presidenza (-20,6 secondo la nostra media) sia il più basso tra tutti i presidenti USA dal secondo dopoguerra in avanti nello stesso periodo, peggiore di Biden che con il suo -19,3 attraversava comunque un periodo di grande sofferenza.

Risulta molto indietro, come detto, anche rispetto al suo primo mandato, in cui era più del doppio più popolare, a -9,9. Andando molto a ritroso, anche Harry Truman veleggiava su numeri deficitari (-19).

Sul nostro sito trovate i grafici con il confronto con tutti i primi mandati degli altri presidenti, con una frequenza di aggiornamento pari a 8 volte al giorno.

Il tasso di approvazione di Trump oscilla tra il 37% e il 39%, mentre il tasso di disapprovazione si aggira intorno al 57%-58%.

Nelle prossime settimane monitoreremo l’evoluzione di questa situazione, per cogliere se ci saranno miglioramenti o ulteriori ripercussioni sui numeri, considerando il sostanziale fallimento dei negoziati con Teheran.

Di seguito pubblichiamo una infografica con una selezione delle rilevazioni dei migliori istituti rilasciate nel corso dell'ultima settimana. Per ogni casa sondaggistica sono presenti due numeri percentuali: il primo è il tasso di approvazione, il secondo quello di disapprovazione.

Ricordiamo che, stante la chiusura del sito FiveThirtyEight, abbiamo deciso di utilizzare i numeri del Silver Bulletin, il nuovo sito di Nate Silver, fondatore di 538.

Sondaggi
Gli ultimi sondaggi sulla popolarità di Trump
11 rilevazioni di 11 istituti — 23 agosto 2026

Sondaggi Metodo

Ordina per:Data fineNet Approval

Legenda campioni

LV

Likely Voters · 2 sondaggi
Elettori probabili — campione più ristretto e affidabile

RV

Registered Voters · 3 sondaggi
Elettori registrati al voto

A

Adults · 6 sondaggi
Tutti gli adulti americani — campione più ampio

Affidabilità
LVRVA

Elaborazione di Focus America su dati dei sondaggi pubblici · Ultimo aggiornamento: 23 agosto 2026

Il sito Silver Bulletin (che fa una propria media aggiustata di tutti i sondaggi, dandone un peso maggiore o minore in base al bias storico e al rating delle firme che li svolgono) segna una media generale di 38,1% (-) - 58% (-). In totale un net approval arrotondato di -19,9 (-).

Il sito RealClearPolitics, invece, che fa una selezione solo di alcuni sondaggi in base all'affidabilità di chi li esegue, segnala una media totale migliore: 39,5% (+0,4) - 57,2% (-1,2). In totale un net rating di -17,7 (+1,6).

La media calcolata da noi di Focus America, invece, è di 37,3% (-) - 57,9% (-0,1), con un net rating complessivo di -20,6 (+0,1). La metodologia utilizzata è specificata direttamente nella pagina del nostro sito dedicata ai sondaggi sulla popolarità di Trump.

Tracker
L’approvazione di Trump: tre medie a confronto
Andamento giornaliero dall’insediamento

Seleziona fonte
Confronto Silver Bulletin RCP FocusAmerica

Silver Bulletin

RealClearPolitics

FocusAmerica

Clicca qui per vedere i dati aggiornati in tempo reale della popolarità di Trump


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Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

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Un milione e duecentomila euro: è quanto la legge di bilancio ha stanziato per la Fondazione Einaudi, attraverso due emendamenti presentati dal senatore di Azione Marco Lombardo.

Pochi mesi dopo, Carlo Calenda annuncia che quella stessa Fondazione farà parte della sua coalizione per il 2027. E il presidente Giuseppe Benedetto è piuttosto esplicito sull’obiettivo: portare in Parlamento una «pattuglia di liberali».

Curioso, per un partito che da anni tuona contro «mance» e sussidi pubblici: i soldi dello Stato sembrano sempre uno spreco quando finiscono a famiglie, lavoratori o misure sociali; diventano improvvisamente molto più accettabili quando arrivano a un soggetto che pochi mesi dopo entra nel proprio progetto politico.

#Azione #CarloCalenda #SoldiPubblici #PoliticaItaliana #FondazioneEinaudi #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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“L’aborto non è un diritto”: cosa propone il partito di Vannacci su natalità e famiglia


@Politica interna, europea e internazionale
Futuro Nazionale non riconosce il diritto d’aborto, vuole istituire un “Ministero della Vita, della Famiglia naturale e dell’Identità” e intende vietare in televisione qualsiasi “contenuto genderista/omosessualista“. Lo si legge nella seconda parte del

Dario reshared this.