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Exzess bei KI-Befugnissen: Nun soll die Bundespolizei auch noch Videobilder in Echtzeit analysieren. Per Änderungsantrag erweitert die schwarz-rote Koalition die geplante automatisierte Überwachung massiv. Das Gesetz soll schon am Freitag im Bundestag beschlossen werden. netzpolitik.org/2026/videoanal…
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Reggio Emilia, oggi il segretario nazionale di Rifondazione Comunista Maurizio Acerbo alle celebrazioni del 66° anniversario dei Martiri del 7 Luglio home.rifondazione.eu/2026/07/0… #ComunicatiStampa

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Ho visto le audizioni in commissione al senato.
Lenzi dovrebbe dimettersi.
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☕ CYBERBRIEFING — Mercoledì 8 luglio 2026

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Januscape: 16-Year-Old Linux KVM Flaw (CVE-2026-53359) Lets Malicious VMs Corrupt Host Kernel Memory
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Bastian’s Night #484 July, 9th


Every Thursday of the week, Bastian’s Night is broadcast from 21:30 CEST/DST.

Bastian’s Night is a live talk show in German with lots of music, a weekly round-up of news from around the world, and a glimpse into the host’s crazy week in the pirate movement.


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Bastian’s Night #483 July, 2nd


Every Thursday of the week, Bastian’s Night is broadcast from 21:30 CEST/DST.

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Trump rilancia sulla Groenlandia e minaccia di ritirare le truppe dall'Europa


Ad Ankara il presidente torna a chiedere che l'isola danese passi sotto controllo americano e minaccia di ritirare tutti i soldati statunitensi dall'Europa se gli alleati non cederanno.

Il presidente Donald Trump ha rilanciato al vertice della NATO la richiesta che la Groenlandia passi sotto il controllo degli Stati Uniti e ha minacciato di ritirare tutti i soldati americani dall'Europa se gli alleati continueranno a opporsi. Lo ha detto martedì ad Ankara, in Turchia, dove è arrivato per l'incontro annuale dell'alleanza atlantica.

La Groenlandia "dovrebbe essere controllata dagli Stati Uniti, non dalla Danimarca", ha detto Trump ai giornalisti durante un incontro con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Il rifiuto europeo di assecondare le sue mire, ha aggiunto, è quello che ha danneggiato il suo rapporto con la NATO. La Danimarca, di cui la Groenlandia fa parte, non spende abbastanza per l'isola, ha sostenuto, mentre per Washington è importante perché "circondata da navi cinesi e russe", un'affermazione che gli esperti hanno smentito.

Trump ha minacciato di ritirare l'intero contingente americano dall'Europa, dove gli Stati Uniti tengono circa 68.000 militari. A maggio l'amministrazione aveva già annunciato il ritiro di 5.000 soldati dalla Germania, dopo le critiche del cancelliere tedesco Friedrich Merz alla guerra americana in Iran. Pochi giorni fa la Casa Bianca aveva bloccato un piano del Pentagono, il ministero della difesa americano, per ridurre ancora le forze nel continente.

Gli europei devono stare attenti a immigrazione ed energia, ha avvertito Trump parlando in generale del continente, altrimenti "non avrete più un'Europa". L'Europa, ha detto, "è un posto molto diverso da com'era vent'anni fa". Poi ha concluso la parte dell'incontro aperta ai giornalisti.

La richiesta sulla Groenlandia aveva già fatto sprofondare la NATO in una crisi a gennaio, quando Trump aveva preteso il controllo dell'isola per motivi di sicurezza nazionale e non aveva escluso l'uso della forza militare per annetterla. La tensione era rientrata a fine mese, dopo che il presidente e il segretario generale della NATO Mark Rutte avevano annunciato l'intesa su un "quadro per un accordo futuro" e ritirato la minaccia di dazi contro gli alleati europei. Da allora un gruppo di lavoro con rappresentanti di Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia discute come procedere e il governo di Copenaghen conta di trovare una soluzione entro fine anno.

La prima ministra danese Mette Frederiksen ha ribadito, poche ore dopo le parole di Trump, che la Groenlandia non è in vendita e che gli alleati devono rispettare la sovranità del regno danese. Il ministro degli esteri groenlandese Múte Egede ha detto che il futuro dell'isola deve deciderlo il suo popolo. Il presidente finlandese Alexander Stubb ha risposto a CNBC che l'alleanza conta già sette paesi artici se in gioco c'è la sicurezza dell'Artico e ha ricordato che la Finlandia ha addestrato un milione di soldati in condizioni artiche.

Trump ha criticato di nuovo gli alleati europei per non averlo sostenuto nella guerra contro l'Iran. Italia, Germania e Francia hanno rifiutato di aiutare, ha detto Trump, che si è chiesto perché gli Stati Uniti spendano "centinaia di miliardi di dollari" per paesi che non ricambiano. Alla vigilia del vertice aveva già rimproverato agli europei la mancanza di lealtà, mentre Washington e Teheran restano in un fragile cessate il fuoco.

Il rilancio sulla Groenlandia riporta al centro dello scontro tra Washington e l'Europa un'isola artica vasta e quasi disabitata, che la Danimarca amministra e che gli Stati Uniti considerano cruciale per la propria sicurezza.


La Casa Bianca ha bloccato il piano di Hegseth per tagliare le truppe americane in Europa


Il segretario alla Difesa americano Pete Hegseth era pronto ad annunciare alla NATO nuovi tagli alle truppe statunitensi in Europa, ma il suo piano è stato bloccato dopo essere arrivato alla Casa Bianca. Lo ha rivelato il Wall Street Journal: il mese scorso Hegseth stava preparando un annuncio da fare a Bruxelles, davanti ai vertici militari dell'Alleanza, su riduzioni che sarebbero andate oltre il dispiegamento già cancellato di una brigata corazzata in Polonia e il precedente ritiro di una brigata di fanteria dalla Romania.

La proposta è saltata dopo essere stata condivisa con Marco Rubio, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Trump, e con altri alti funzionari. Al posto dell'annuncio, Hegseth ha detto che gli Stati Uniti condurranno una revisione della loro presenza militare in Europa che potrà durare fino a sei mesi. "Non fatevi illusioni: sarà una revisione vera", ha detto all'apertura della riunione semestrale dei capi della Difesa della NATO. "Servirà a garantire che la NATO si muova in modo rapido e irreversibile verso un'Europa che si assume la responsabilità primaria della propria difesa".

L'episodio indica che l'amministrazione non ha ancora deciso tempi e dimensioni dei possibili tagli. Trump ha parlato di punire i paesi della NATO che secondo lui non spendono abbastanza per la propria difesa o che non hanno sostenuto la guerra americana contro l'Iran. Le proposte e i discorsi infuocati di Hegseth hanno però allarmato gli alleati e i parlamentari, compresi alcuni importanti repubblicani, che temono danni durevoli all'alleanza e un incoraggiamento alla Russia. Sean Parnell, portavoce del Pentagono, ha detto che "il segretario Hegseth si è assicurato che il suo messaggio fosse allineato con gli obiettivi e l'agenda del presidente" e che non voleva limitare lo spazio decisionale di Trump.

La strategia di difesa pubblicata dal Pentagono a gennaio aveva già indicato che gli Stati Uniti ridurranno la loro presenza militare in Europa per concentrarsi sul Pacifico occidentale e sul continente americano, con l'obiettivo di affidare agli europei la responsabilità principale della difesa convenzionale del continente. Hegseth e il suo principale consigliere politico, Elbridge Colby, sono stati i più determinati nel voler ridurre le forze destinate all'Europa: negli anni Colby si è fatto conoscere come un sostenitore della limitazione degli impegni americani fuori dall'Asia, per liberare risorse da usare contro la Cina.

A maggio Hegseth aveva cancellato all'improvviso la rotazione di nove mesi di una brigata corazzata in Polonia, in partenza da Fort Hood, in Texas. La decisione aveva attirato critiche da parlamentari repubblicani e democratici e aveva preoccupato i funzionari polacchi, che non erano stati consultati. Aveva sorpreso anche Trump, che aveva chiamato Hegseth per chiedergli perché trattasse così male un alleato prezioso e poi aveva annunciato l'invio di 5.000 soldati aggiuntivi in Polonia. Finora, però, nessun militare in più è stato dispiegato.

La guerra con l'Iran ha offerto a Hegseth e Colby una nuova occasione per ripensare gli impegni militari. Il Regno Unito ha messo a disposizione una base per i bombardieri a lungo raggio usati per colpire l'Iran, mentre la Spagna ha rifiutato di concedere le sue strutture per gli attacchi. Dopo le critiche del cancelliere tedesco alla strategia americana sull'Iran, a maggio Trump ha minacciato di ritirare le truppe dalla Germania.

Al Congresso la spinta del Pentagono per i tagli ha allarmato i parlamentari di entrambi i partiti, che hanno inserito nella legge di spesa militare in discussione una norma per vietare di scendere sotto i 76.000 soldati in Europa senza una valutazione dei rischi da parte del comandante delle forze americane in Europa e del presidente dello Stato maggiore congiunto, il più alto ufficiale delle forze armate, oltre a una certificazione dello stesso Hegseth. Il mese scorso l'ufficio di Hegseth aveva organizzato una telefonata con i parlamentari prima della riunione dei ministri della Difesa della NATO, ma durante la chiamata il segretario ha detto solo che stava pianificando una revisione.

Le truppe americane e la spesa militare degli alleati saranno al centro dell'incontro tra Trump e i leader della NATO la prossima settimana ad Ankara, in Turchia. I funzionari dell'Alleanza sperano che il vertice mostri unità con gli Stati Uniti e sostegno all'Ucraina nella guerra contro la Russia, ma temono che le tensioni con Trump finiscano per oscurarlo. Stanno anche valutando di cancellare il vertice previsto per l'anno prossimo in Albania. Giovedì Trump ha scritto sui social: "Gli Stati Uniti spendono per la NATO più soldi di qualsiasi altro paese, di gran lunga, per proteggerli, senza ricavarne alcun beneficio".


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Gli Stati Uniti colpiscono di nuovo l'Iran e reintroducono le sanzioni sul petrolio


Washington colpisce più di 80 obiettivi in Iran e reintroduce le sanzioni sul petrolio. Teheran risponde attaccando 85 basi americane in Bahrein e Kuwait. È la peggiore escalation dalla tregua

Gli Stati Uniti hanno colpito nella notte tra martedì 7 e mercoledì 8 luglio più di 80 obiettivi militari in Iran e hanno reintrodotto le sanzioni sul petrolio iraniano, in risposta agli attacchi contro tre navi commerciali nello Stretto di Hormuz attribuiti a Teheran. L'Iran ha reagito lanciando missili e droni contro 85 installazioni militari americane in Bahrein e Kuwait. È l'escalation più grave dalla firma del memorandum d'intesa del 17 giugno, con cui Washington e Teheran avevano messo fine alla guerra iniziata il 28 febbraio con l'offensiva americano-israeliana contro l'Iran.

Nelle 24 ore precedenti tre navi erano state colpite mentre attraversavano lo stretto, tra cui la petroliera saudita Wedyan e la nave gasiera qatariota Al-Rekayyat. Qatar e Arabia Saudita hanno attribuito gli attacchi alle forze iraniane, che non li hanno rivendicati. Il Qatar ha convocato il diplomatico iraniano a Doha per protestare e ha chiesto a Teheran di cessare "immediatamente" ogni pratica che minacci la sicurezza regionale e la navigazione internazionale.

Il Centcom, il comando militare americano per il Medio Oriente, ha detto di aver colpito sistemi di difesa antiaerea, reti di comando e sorveglianza, radar costieri, postazioni di missili antinave e più di 60 piccole imbarcazioni dei Guardiani della Rivoluzione, il principale corpo militare del regime iraniano, nello stretto e nelle sue vicinanze. L'obiettivo dichiarato è ridurre la capacità dell'Iran di continuare ad attaccare il commercio internazionale. Esplosioni sono state segnalate a Sirik, Qeshm e Bandar Abbas, oltre che sull'isola di Kharg, uno snodo vitale per le esportazioni petrolifere iraniane.

Un alto funzionario americano ha detto al Wall Street Journal che i raid sono stati quattro o cinque volte più estesi di tutti quelli lanciati dopo la firma dell'accordo e che, nonostante questo, gli Stati Uniti considerano il cessate il fuoco ancora in vigore. Secondo la stessa fonte, dopo la tregua l'Iran ha ricostruito buona parte delle sue capacità militari nell'area, recuperando o riparando centinaia di missili e lanciatori: oggi avrebbe accesso a più della metà dell'arsenale di cui disponeva prima del conflitto.

Poche ore prima dei raid il dipartimento del Tesoro americano aveva revocato la licenza che permetteva all'Iran di vendere petrolio sul mercato, il principale incentivo economico concesso a Teheran con l'accordo di giugno, lasciando un periodo di transizione fino al 17 luglio per le transazioni già autorizzate. La possibilità di esportare greggio e di riportare i ricavi in dollari nel sistema bancario iraniano era stata decisiva per convincere l'Iran ad avviare un negoziato di 60 giorni sul futuro del suo programma nucleare.

La risposta iraniana è arrivata nel giro di poche ore. I Guardiani della Rivoluzione hanno annunciato di aver colpito con missili e droni 85 installazioni militari americane in Bahrein e Kuwait e di aver abbattuto un drone americano MQ-9. Le sirene d'allarme hanno suonato in Bahrein, che ospita il quartier generale della Quinta flotta della marina americana, mentre l'esercito del Kuwait ha detto che le sue difese aeree stavano respingendo attacchi di missili e droni. Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano e capo negoziatore, ha accusato gli Stati Uniti di aver violato il memorandum con le sanzioni e i nuovi raid: "L'era delle prepotenze e delle estorsioni è finita. Non porta da nessuna parte. Noi non cediamo", ha scritto sui social.

Dallo Stretto di Hormuz transita in tempi normali il 20% del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiali e la sua chiusura durante la guerra aveva fatto vacillare l'economia globale. Il traffico si stava lentamente riprendendo: lunedì lo hanno attraversato 36 navi, contro le oltre 100 al giorno di prima della guerra. Solo tre hanno usato la rotta lungo la costa dell'Oman, protetta dalla marina americana: l'Iran pretende che le navi passino vicino alle proprie coste, lungo l'unico itinerario che ha autorizzato, e minaccia chi tenta di aggirarlo, mentre il centro dello stretto è considerato pericoloso per il rischio di mine posate dai militari iraniani.

Il petrolio è tornato a salire: il Brent, il prezzo di riferimento internazionale, è aumentato di quasi il 6% superando i 76 dollari al barile, il livello più alto delle ultime due settimane e sopra i circa 72 dollari di prima della guerra. Negli Stati Uniti la benzina costa in media 3,79 dollari al gallone, oltre il 27% in più rispetto alla vigilia del conflitto.

L'escalation arriva mentre l'Iran celebra i funerali di Stato di sei giorni per l'ex guida suprema Ali Khamenei, ucciso il primo giorno di guerra dai raid israelo-americani, e i negoziati tra Washington e Teheran sono sospesi fino alla fine delle cerimonie. Il presidente si trova invece in Turchia per il vertice NATO, dove ha di nuovo accusato gli alleati europei di non sostenere abbastanza gli Stati Uniti nella guerra contro l'Iran.


L’Iran seppellisce Khamenei: il regime esce dalla guerra più forte e più radicale


L’Iran sta celebrando il funerale di Stato dell’ayatollah Ali Khamenei, la Guida Suprema uccisa il 28 febbraio nei raid con cui Stati Uniti e Israele hanno dato il via alla guerra. A quattro mesi di distanza, però, le esequie non certificano il collasso del regime auspicato inizialmente da Washington e Tel Aviv, ma al contrario la sua sopravvivenza e il consolidamento di una nuova generazione di leader più giovane, più intransigente e ormai saldamente al potere.

Ieri decine di migliaia di persone si sono radunate nel complesso di preghiera Grand Mosalla, a Teheran, dove la bara avvolta nella bandiera iraniana è stata esposta accanto a quelle dei familiari uccisi nello stesso attacco. Tra la folla sventolavano bandiere rosse, simbolo della vendetta nell’islam sciita, mentre alcuni manifestanti portavano i ritratti del nuovo Leader Supremo, Mojtaba Khamenei, figlio ed erede dell’ayatollah, rimasto finora lontano dalla scena pubblica.

Una leadership più giovane, dura e organizzata


Dopo mesi di attacchi sferrati da due tra gli eserciti più potenti del mondo, la Repubblica Islamica appare indebolita sul piano economico e militare, ma politicamente parlando è più compatta e più aggressiva. Secondo funzionari ed esperti citati dal Washington Post, il regime avrebbe anche avviato una nuova campagna di esecuzioni contro oppositori e critici interni. Allo stesso tempo continua a colpire a intervalli regolari nel Golfo Persico e mantiene una forte capacità di pressione sullo Stretto di Hormuz.

“L’Iran forse è più debole quanto a situazione economica, industrie e alcune capacità strategiche, ma il punto è che ci troviamo di fronte a un Iran nuovo, più audace e sicuro di sé”, ha dichiarato al quotidiano americano Raz Zimmt, responsabile della ricerca sull’Iran all’Institute for National Security Studies israeliano.

La nuova gerarchia controlla meglio le leve dello Stato, ha imparato la lezione dalle guerre americane in Iraq e Afghanistan e ha dimostrato finora di saper usare con maggiore efficacia diplomazia, deterrenza e propaganda online. Al suo vertice c’è Mojtaba Khamenei, ferito nello stesso raid che ha ucciso il padre e da allora protetto in bunker e luoghi sicuri per timore di un attentato.

Secondo gli esperti, è lui a prendere le decisioni strategiche, affiancato da un “collettivo” di dirigenti rappresentanti la linea dura del regime:

  • Mohammad Bagher Zolghadr, nuovo segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale ed ex comandante delle Guardie rivoluzionarie;
  • Ahmad Vahidi, oggi alla guida dello stesso corpo;
  • Mohsen Rezaei, consigliere militare della Guida Suprema.

Le figure di estrazione civile, come il presidente Masoud Pezeshkian e il Ministro degli Esteri Abbas Araghchi, sarebbero state invece progressivamente marginalizzate.

La smentita al racconto di Trump


Il rapido consolidamento del nuovo potere smentisce le affermazioni del presidente Donald Trump, secondo cui la guerra avrebbe prodotto un “cambio di regime” e favorito l’ascesa di pragmatici disposti ad accettare le richieste americane. Al vertice del G7 in Francia, il mese scorso, Trump aveva descritto i nuovi dirigenti iraniani come “intelligenti” e “molto meno radicalizzati” dei precedenti.

Secondo funzionari ed esperti, però, le sue minacce di annientare la civiltà iraniana, in un Paese di oltre 90 milioni di abitanti, hanno ottenuto l’effetto opposto: hanno rafforzato i falchi e indebolito i moderati che un decennio fa erano stati decisivi nei negoziati sul nucleare con l’Amministrazione Obama.

La nuova leadership ha giocato con freddezza le sue carte. Bloccando il traffico delle petroliere nello Stretto di Hormuz e colpendo senza scrupolo gli alleati di Washington nel Golfo, Teheran ha conquistato una leva economica decisiva per ottenere concessioni dagli Stati Uniti.

Con il Memorandum d’Intesa preliminare firmato il 17 giugno a Versailles, l’Amministrazione Trump ha così accettato di sbloccare fino a 25 miliardi di dollari di beni iraniani congelati, a condizione che Teheran rispetti gli impegni assunti. Pur avendo espresso riserve sull’accordo, Mojtaba Khamenei lo ha lasciato passare e ne ha approfittato per colpire l’avversario: l’Iran, ha detto, ha firmato “per compassione e buona volontà”, mentre Trump lo ha fatto “per disperazione”.

“Sono pieni di sicurezza”, ha commentato un funzionario europeo in contatto regolare con Teheran. “Hanno capito che il controllo dello Stretto di Hormuz è una leva enorme e credono davvero di poter dettare le condizioni”. Il funerale resta comunque una prova delicata per il nuovo Leader Supremo. È il primo grande raduno pubblico dall’inizio della guerra e su Mojtaba Khamenei, fotografato pochissime volte in vita sua, grava la pressione di mostrarsi.

“La sua assenza al funerale del padre sarebbe interpretata da molti, dentro e fuori l’Iran, come prova di debolezza personale, incapacità fisica o addirittura di morte”, ha spiegato al Washington Post Norman Roule, ex funzionario della CIA ed esperto del Paese. Un diplomatico iraniano, che ha parlato in forma anonima, ha però giudicato improbabile una sua apparizione, per il timore che Stati Uniti o Israele tentino di ucciderlo o scoprire dove si sta nascondendo.


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🇺🇸🧑‍⚖️ "Der Fall "#Trump vs. #Slaughter" enthält viel wirtschaftspolitische Sprengkraft. Es hat das Potenzial dazu, den Datenaustausch zwischen #EU und #USA auf den Kopf zustellen. Zudem könnte die Cloud-Nutzung US-amerikanischer Anbieter – egal, ob in Europa gehostet – illegal sein."

📰 Weiterlesen: computerwoche.de/article/41931…

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La rassegna stampa di mercoledì 8 luglio 2026


Gli Stati Uniti colpiscono l'Iran nello Stretto di Hormuz e revocano le deroghe sul petrolio, con il greggio in forte rialzo; nel Maine i democratici cercano un sostituto a Platner mentre al vertice NATO in Turchia Trump rilancia su spese militari e Groenlandia

Questa è la rassegna stampa di mercoledì 8 luglio 2026

Gli Stati Uniti colpiscono l'Iran dopo gli attacchi alle petroliere nello Stretto di Hormuz


Le forze statunitensi hanno lanciato una nuova ondata di attacchi contro obiettivi militari iraniani nell'area dello Stretto di Hormuz, colpendo oltre 80 bersagli in risposta a tre assalti iraniani a navi commerciali. Poche ore prima il Dipartimento del Tesoro aveva revocato la deroga che consentiva la vendita del petrolio iraniano, mentre il prezzo del greggio è balzato di oltre il 5%. Teheran ha promesso una "risposta schiacciante", alimentando i timori di un ritorno alla guerra appena tre settimane dopo il memorandum d'intesa firmato dal presidente Trump.

Fonti: Axios, Financial Times, BBC News

Il Maine chiede a Platner di ritirarsi, i democratici cercano un sostituto


Dopo un'accusa di violenza sessuale, il Partito democratico del Maine ha invitato il candidato al Senato Graham Platner a lasciare subito la corsa ed ha escluso che possa avere un ruolo nella scelta del suo successore. Platner, che definisce l'accusa "categoricamente falsa", non si è ancora ritirato e cerca di condizionare la successione, alimentando lo scontro tra l'ala progressista e quella moderata del partito. I repubblicani, intanto, preparano una campagna pubblicitaria da 8 milioni di dollari contro l'eventuale nuovo candidato democratico.

Fonti: The Wall Street Journal, The Hill, Semafor

Al vertice della NATO in Turchia Trump rilancia sulle spese militari e sulla Groenlandia


L'arrivo del presidente Trump al vertice della NATO in Turchia ha riportato al centro le richieste americane di aumento della spesa per la difesa, con alcuni alleati impegnati a mostrare progressi concreti e altri costretti a forzare le definizioni pur di centrare gli obiettivi. Nel corso del summit Trump ha attaccato l'Alleanza e ha ribadito le sue mire sulla Groenlandia, indebolendo gli sforzi europei di rassicurarlo. Sul tavolo anche un piano da 50 miliardi di dollari per dotare l'Europa di armi a lungo raggio meno dipendenti dagli Stati Uniti.

Fonti: The New York Times, Semafor, Bloomberg

Udienza sull'omicidio di Charlie Kirk, l'accusa ricostruisce i movimenti del sospettato


Nell'udienza preliminare che deve stabilire se Tyler Robinson andrà a processo per l'assassinio dell'attivista conservatore Charlie Kirk, i procuratori hanno usato una serie di video per ricostruire i passi del sospettato, che prima dello sparo avrebbe interagito con lo staff dell'evento. Secondo gli inquirenti il DNA di Robinson e quello di Lance Twiggs sarebbero stati trovati su un asciugamano che nascondeva l'arma e su un cacciavite lasciato nel punto da cui è partito il colpo. La difesa ha cercato di mettere in dubbio la solidità delle prove genetiche.

Fonti: The New York Times, BBC News, Fox News

Un agente dell'ICE uccide un cittadino messicano a Houston


Un uomo è stato ucciso a colpi d'arma da fuoco da un agente dell'agenzia per l'immigrazione (ICE) durante un controllo stradale a Houston, in Texas. Secondo il Dipartimento per la Sicurezza interna si trattava di un immigrato irregolare che avrebbe tentato di investire l'agente per sottrarsi all'arresto, ma al momento non è stata fornita alcuna prova a sostegno di questa versione. L'episodio si inserisce nell'intensificarsi delle operazioni federali contro l'immigrazione e delle espulsioni.

Fonti: The New York Times, The Wall Street Journal, The Hill

Cresce il mistero sul lungo ricovero del senatore McConnell


Il senatore repubblicano Mitch McConnell, 84 anni, è ricoverato in ospedale da oltre quattro settimane e il suo staff non ha ancora spiegato il motivo del ricovero. I leader del suo partito hanno riferito di aver parlato con lui negli ultimi giorni, cercando di smentire le voci diffuse da alcune figure del mondo MAGA su un presunto peggioramento delle sue condizioni. La mancanza di informazioni ufficiali continua ad alimentare speculazioni sulla sua salute e sul futuro del seggio del Kentucky.

Fonti: Axios, BBC News

Nel dibattito delle primarie in Michigan Stevens ed El-Sayed si dividono sui rapporti con Israele


Nel primo confronto diretto delle primarie democratiche per il Senato in Michigan, la deputata Haley Stevens ha accusato il rivale progressista Abdul El-Sayed di essere troppo concentrato sulla visibilità mediatica, mentre lui l'ha descritta come uno strumento degli interessi delle grandi aziende. Lo scontro si è acceso soprattutto sulla politica mediorientale e sul rapporto tra gli Stati Uniti e Israele, tema sempre più divisivo all'interno del partito. Il duello arriva dopo il ritiro della candidata Mallory McMorrow.

Fonti: The New York Times, The Hill, Bloomberg

L'amministrazione revoca le restrizioni sul modello GPT-5.6 di OpenAI


Il Dipartimento del Commercio ha dato il via libera al lancio su larga scala del modello avanzato GPT-5.6 di OpenAI, superando le limitazioni imposte il mese scorso, che ne consentivano l'accesso solo a soggetti approvati dal governo. La società ha annunciato che il modello di punta e le versioni inferiori saranno disponibili al pubblico da giovedì. La vicenda mostra come il governo e le aziende dell'intelligenza artificiale stiano negoziando caso per caso l'accesso alle tecnologie più potenti, in attesa di standard più chiari.

Fonti: Axios

Il Dipartimento di Giustizia preme sulle regole elettorali contro il presunto voto dei non cittadini


Il Dipartimento di Giustizia ha inviato lettere di ammonimento ad alcuni alti responsabili elettorali statali nell'ambito della spinta del presidente Trump a irrigidire le regole del voto, per contrastare un fenomeno – il voto diffuso dei non cittadini – che i dati indicano come inesistente. In parallelo, nuove norme legano l'accesso di alcuni Stati ai finanziamenti federali antiterrorismo all'adozione di modifiche alle procedure elettorali. Le iniziative si inseriscono in un più ampio contenzioso sull'accesso ai dati di cittadinanza.

Fonti: The New York Times

Spettacolo: Mariska Hargitay sarà la prima donna a condurre gli Emmy dopo quindici anni


L'attrice Mariska Hargitay, protagonista della serie "Law & Order: SVU", condurrà la cerimonia degli Emmy in programma il 14 settembre, diventando la prima donna a guidare la premiazione da quindici anni a questa parte. L'annuncio è stato dato dalla Television Academy, che ha sottolineato il legame tra il percorso professionale dell'attrice e la scelta di affidarle il palco della serata dedicata alla televisione statunitense.

Fonti: The Hill

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Cavern Manticore: Iranian-Linked APT Abuses SysAid RMM and DLL Sideloading to Deploy Modular C2 Framework
#CyberSecurity
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Die #Informationsfreiheit muss bewahrt werden. Das fordern mehr als hundert Organisationen und kritisieren in einem offenen Brief das rückwärtsgewandte Staatsverständnis der Koalition netzpolitik.org/2026/widerstan…
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Tenda Router Backdoor (CVE-2026-11405) Lets Attackers Skip Login and Seize Full Admin Control
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Teen Arrested for Bandai Channel Attack That Canceled 46,000 Subscriptions ransomfeed.it/news.php?id_news…
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La telenovela di Chat Control continua. Il post di Matteo Hallissey su X


Dopo mesi di stallo viene improvvisamente trasformata in un’«urgenza» dalla Presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, e dal Partito Popolare Europeo, nel tentativo di ribaltare una decisione che il Parlamento aveva già preso con chiarezza.

Lo scorso marzo il Parlamento europeo ha infatti respinto per due volte la richiesta del Consiglio di prorogare #ChatControl 1.0 senza modifiche. Dopo quel voto, il regolamento è scaduto il 3 aprile.

Sembrava una decisione definitiva. Invece, la scorsa settimana, Metsola ha invitato il Consiglio a ripresentare lo stesso identico testo in seconda lettura, senza modificare il punto più controverso: la possibilità di continuare una sorveglianza generalizzata delle comunicazioni senza un’adeguata supervisione giudiziaria.

Dopo mesi di immobilismo, i popolari sono riusciti a costruire un’improbabile maggioranza insieme ai socialdemocratici (metà PD ha votato a favore e metà contro), ai Patriots (con l’esclusione della Lega) e a parlamentari di altri gruppi per far approvare una procedura d’urgenza di cui è difficile comprendere la necessità.

Oggi si è votato proprio per attivare questa procedura; giovedì, invece, il Parlamento sarà chiamato a votare direttamente sul rinnovo di Chat Control 1.0.

Ma cosa significa davvero “procedura d’urgenza”? Significa saltare completamente il passaggio nella commissione LIBE, rinunciare al normale dibattito parlamentare, concedere appena 24 ore per presentare gli emendamenti e arrivare al voto nell’ultimo giorno prima della pausa estiva, quando è realistico aspettarsi un’Aula meno partecipata.

Tutto questo mentre, per approvare gli emendamenti che limitano la sorveglianza indiscriminata, sarà necessaria una maggioranza assoluta. In altre parole, si crea deliberatamente un percorso che rende molto più difficile correggere il testo.

Qualcuno potrebbe pensare che, se questo rinnovo venisse approvato, i grandi provider tornerebbero a scansionare le chat non cifrate. La realtà è persino più grave: non hanno mai smesso. Lo scorso aprile Google, Microsoft, Meta e Snapchat hanno dichiarato che avrebbero continuato a effettuare queste scansioni anche in assenza della necessaria base giuridica, e i dati provenienti dalla Germania mostrano che il numero delle segnalazioni è diminuito solo marginalmente.

Per questo, oggi più che mai, gli europarlamentari sono chiamati ad assumersi una responsabilità precisa: respingere un tentativo di aggirare le ordinarie garanzie democratiche ricorrendo a un’urgenza che non trova alcuna giustificazione.

@privacypride

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🇩🇪Eilabstimmung über #Chatkontrolle 1.0 - welche Abgeordneten haben dem heute zugestimmt?
🇬🇧 Urgency vote on #ChatControl 1.0 - which MEPs approved this today?
🇫🇷 #ChatControl 1.0 en procédure accélérée - qui a donné son accord aujourd'hui ?

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Critical BeyondTrust Flaws (CVSS 9.2) in Remote Support and PRA Let Attackers Bypass Access Controls
#CyberSecurity
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L'amico d'infanzia che spinge Trump a dichiarare l'emergenza nazionale per controllare le elezioni


Un'analisi della CNN racconta Peter Ticktin, avvocato e compagno di liceo del presidente, che chiede il controllo federale del voto di metà mandato. Per gli esperti sarebbe una crisi costituzionale

Peter Ticktin, avvocato della Florida di 80 anni e amico d'infanzia di Donald Trump, spinge il presidente a dichiarare un'emergenza nazionale per assumere il controllo federale delle elezioni di metà mandato, il voto di novembre in cui si rinnovano la Camera e un terzo del Senato. Un'analisi della CNN lo descrive come uno dei più attivi negazionisti delle elezioni del 2020, convinto che dietro ogni vicenda si nasconda un complotto. Ticktin sostiene che i democratici stiano preparando un piano per conquistare con i brogli abbastanza seggi da rimuovere con l'impeachment Trump e il vicepresidente JD Vance, così da portare alla presidenza il leader democratico alla Camera Hakeem Jeffries: negli Stati Uniti, se presidente e vice decadono, la carica passa allo speaker della Camera.

Ticktin conobbe Trump alla New York Military Academy, un collegio militare a circa 80 chilometri da New York, dove secondo il suo racconto i due erano "migliori amici" nell'ultimo anno di liceo. Nel 2020 ha pubblicato un libro sul presidente e negli anni è diventato uno dei legali di riferimento del movimento che nega la legittimità della vittoria di Joe Biden. Tra i suoi clienti ci sono Tina Peters, l'ex funzionaria elettorale del Colorado condannata per la violazione delle macchine per il voto della sua contea, l'ex amministratore delegato di Overstock Patrick Byrne e molti dei condannati per l'assalto al Congresso del 6 gennaio 2021.

Trump è frustrato perché il Congresso non approva il SAVE America Act, la legge che introdurrebbe requisiti stringenti di identificazione degli elettori. Ticktin è tra gli alleati che gli chiedono di andare oltre con un ordine esecutivo: dichiarare un'emergenza nazionale basata su una presunta interferenza straniera attraverso le macchine elettroniche per il voto, che permetterebbe di limitare il voto per posta e vietare le macchine. L'anno scorso Ticktin ha contribuito a scriverne una bozza. Per i funzionari elettorali statali e gli esperti di diritto elettorale uno scenario simile farebbe precipitare il paese in una crisi costituzionale, perché la Costituzione assegna il potere sulle elezioni agli Stati e al Congresso, non al presidente. A marzo Trump ha firmato un ordine esecutivo che limita il voto per posta, molto meno ampio di quello chiesto da Ticktin e comunque bloccato dai giudici federali.

In un'intervista alla CNN Ticktin ha detto che le prove dei brogli del 2020 diventeranno presto pubbliche e che Venezuela, Cina e Iran sono coinvolti. Secondo lui la svolta arriverà da Nicolás Maduro, l'ex leader venezuelano catturato e incriminato dall'amministrazione a maggio: "Parlerà. Canterà come un canarino". Il Dipartimento di Giustizia ha però precisato che le accuse contro Maduro riguardano il narcotraffico internazionale e che non risulta alcuna prova di crimini elettorali. A sei anni dal voto del 2020 nessuna prova simile è mai emersa: un rapporto dell'intelligence americana del 2021 concluse che diversi paesi provarono a influenzare la campagna elettorale, ma che nessuno "ha tentato di alterare alcun aspetto tecnico del processo di voto". Un'indagine congiunta del Dipartimento di Giustizia e di quello della Sicurezza Interna definì "non credibili" le accuse di hackeraggio straniero delle macchine.

Ticktin dice di parlare con Trump alcune volte l'anno e di essere in contatto con funzionari del Dipartimento di Giustizia. Un funzionario della Casa Bianca ha detto alla CNN che l'avvocato sopravvaluta il rapporto con il presidente, con cui non parla regolarmente, e che non influenza le politiche della Casa Bianca su voto ed elezioni. L'amministrazione però si muove nella stessa direzione: dall'inizio del secondo mandato ha sequestrato schede elettorali a Fulton County, in Georgia, e macchine per il voto a Puerto Rico per cercare prove di brogli nel 2020.

A maggio Ticktin ha ottenuto la sua vittoria più importante, quando il governatore democratico del Colorado Jared Polis ha commutato la pena di Tina Peters, condannata per aver fatto violare nel 2021 i sistemi di voto della sua contea nel tentativo di dimostrare i brogli denunciati da Trump. A dicembre Ticktin aveva inviato a Trump una lettera di nove pagine per chiedere la grazia, definendo Peters "una testimone fondamentale e necessaria del più grave crimine perpetrato contro gli Stati Uniti nella storia". Pochi giorni dopo Trump ha concesso una grazia federale simbolica e per mesi ha fatto pressione sul Colorado perché la liberasse. La settimana scorsa Ticktin ha accompagnato Peters alla Casa Bianca per un incontro con il presidente.

La carriera di Ticktin è costellata di richiami dei giudici. Nel 2022, insieme all'avvocata di Trump Alina Habba, rappresentò il presidente in una causa civile contro Hillary Clinton, accusata di aver complottato per legarlo alla Russia nella campagna del 2016: un giudice respinse la causa e sanzionò i legali per accuse "consapevolmente false o formulate con sconsiderato disprezzo per la verità", una decisione confermata in appello. Nel 2009 la sua abilitazione in Florida fu sospesa per tre mesi per un presunto conflitto di interessi. Oggi difende Byrne e il podcaster Joe Oltman dalle cause per diffamazione legate a Dominion Voting Systems, l'azienda produttrice di macchine per il voto accusata falsamente di aver spostato milioni di voti da Trump a Biden nel 2020. Secondo i documenti giudiziari esaminati dalla CNN, quei procedimenti sono stati segnati dalle email complottiste di Ticktin agli avvocati avversari e da una colluttazione prima di una deposizione, in cui l'avvocato ha ammesso di aver spinto il legale della controparte.


Trump usa le agenzie federali per cambiare le regole del voto, ma i tribunali lo fermano


Il presidente Donald Trump da mesi porta avanti una campagna aggressiva per cambiare il modo in cui i singoli Stati organizzano le elezioni, usando le agenzie federali come nessuno dei suoi predecessori aveva mai fatto.

Ha chiesto al Dipartimento per la Sicurezza interna, il ministero che si occupa di confini e immigrazione, di compilare una lista dei cittadini di ogni Stato per stabilire chi ha diritto di voto. Vuole affidare al servizio postale un ruolo nel decidere chi può ricevere le schede per il voto per posta. Ha minacciato di togliere i fondi federali agli Stati che non eliminano le macchine per il voto elettronico. E fa pressione sui parlamentari repubblicani perché riscrivano le leggi elettorali, sostenendo senza prove che le elezioni siano truccate.

La Costituzione americana affida agli Stati, e non al governo federale, il controllo su come si vota e lascia al Congresso il potere di approvare le leggi in materia. Il presidente può agire solo attraverso norme federali già esistenti, ha ricordato Rick Hasen, professore di diritto all'Università della California a Los Angeles. Per questo molti tribunali hanno bloccato o annullato i suoi tentativi di intervenire sull'organizzazione del voto.

Al centro dell'offensiva c'è il SAVE America Act, una proposta di legge che obbligherebbe gli elettori a dimostrare la cittadinanza al momento dell'iscrizione alle liste, a mostrare un documento d'identità per votare e imporrebbe agli Stati di trasmettere i dati degli elettori al Dipartimento per la Sicurezza interna. Trump considera la questione una "emergenza nazionale" e ha fatto saltare una legge sulla casa sostenuta da entrambi i partiti, minacciando di non firmare alcun provvedimento finché la misura sul voto non sarà approvata. I leader repubblicani del Senato però ritengono che non ci siano voti sufficienti per farla passare.

La Camera ha già approvato il testo. Lo speaker Mike Johnson ha spiegato la posta in gioco davanti a una platea di conservatori religiosi riuniti dalla Faith & Freedom Coalition: se i democratici riconquisteranno la Camera, ha avvertito, andranno "a colpire la famiglia del presidente, il gabinetto, i suoi donatori, gli amici" e i sostenitori. "Io gestisco il programma di protezione", ha detto. "Mi prenderò cura di voi".

Nell'ultimo mese l'offensiva ha incassato una serie di sconfitte in tribunale. Una giudice federale nominata da Joe Biden, Sparkle Sooknanan, ha stabilito che la banca dati sull'immigrazione costruita dal Dipartimento per la Sicurezza interna per verificare chi avesse diritto di voto violava le leggi sulla privacy e che il suo uso aveva già portato alcuni Stati a cancellare cittadini americani dalle liste elettorali sulla base di informazioni sbagliate. Il governo federale, ha scritto, "ha calpestato consapevolmente i diritti alla riservatezza dei cittadini americani in un modo che minaccia il sacro diritto di voto".

Anche la maggioranza conservatrice della Corte Suprema ha dato un colpo ai repubblicani, confermando le leggi statali che permettono di contare le schede spedite entro il giorno del voto ma arrivate in ritardo. Trump ha definito la decisione "un po' sorprendente" e ha sostenuto, di nuovo senza prove, che darà alle persone "più tempo per votare illegalmente".

Il presidente punta a limitare anche il voto per posta. A marzo ha firmato un ordine esecutivo che restringe la platea di chi può ricevere le schede via posta: secondo la norma proposta, il servizio postale non consegnerebbe le schede negli Stati che si rifiutano di trasmettere al governo federale i dati sensibili degli elettori. Una giudice federale nominata da Barack Obama, Indira Talwani, ha bloccato il piano. "La Costituzione non conferisce al presidente alcun potere specifico sulle elezioni", ha scritto, aggiungendo che il servizio postale non ha l'autorità di stabilire chi può votare per posta. La Casa Bianca resta convinta che l'ordine sarà in vigore entro le elezioni di novembre.

Trump continua a sostenere che i democratici stiano cercando di truccare il voto. Il mese scorso ha affermato, senza portare prove, che avrebbero imbrogliato per vincere le primarie in California e ha rivendicato l'esistenza di un'indagine dei procuratori federali di Los Angeles. Le accuse hanno provocato reazioni critiche anche dentro il suo partito. "Trovo ironico che controlliamo la Camera, il Senato, la Corte Suprema e la Casa Bianca e stiamo gridando ai brogli. Voglio dire, abbiamo vinto tutte queste maledette elezioni", ha detto ai giornalisti il deputato repubblicano Thomas Massie.

I democratici al Senato hanno annunciato che manderanno osservatori ai seggi in risposta alle iniziative del presidente. "Non aspettiamo che arrivi il caos", ha detto il leader della minoranza al Senato Chuck Schumer. "Ci stiamo preparando ora".


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Il caso di Elena Tuniz mostra i problemi del Codice della strada di Salvini.

Prima della riforma, l’articolo 187 puniva chi guidava in alterazione psicofisica dopo aver assunto stupefacenti: l’accusa doveva provare sia l’assunzione sia l’alterazione alla guida.

Nel 2024 quel requisito è stato cancellato, trasformando il reato in “guida dopo l’assunzione”: una formula capace di colpire anche chi conserva tracce residue senza essere più sotto effetto della sostanza.

La Corte costituzionale ha dovuto porre un limite: va dimostrato che la sostanza fosse ancora presente in condizioni tali da compromettere la guida. Nel caso di Elena, questa prova non c’era. Per questo la stessa accusa ha chiesto l’assoluzione perché il fatto non sussiste.

Questa non è sicurezza stradale: è propaganda penale. Una legge seria punisce chi mette in pericolo gli altri; una legge scritta per fare propaganda trascina innocenti nei processi.

L’articolo 187 va riscritto. E Salvini risponda dei danni prodotti.

Con @MattiaFontanaEU

#CodiceDellaStrada #MatteoSalvini #ElenaTuniz #Giustizia #SicurezzaStradale #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Xi Jinping usa le tattiche di Stalin e Mao per restare al potere per sempre


Epurazioni al vertice, nessun successore designato e culto della personalità: il leader cinese ha smantellato i limiti al potere personale e punta a un quarto mandato nel 2027

Xi Jinping sta usando le tattiche autocratiche di Stalin e Mao per eliminare l'opposizione, riempire i vertici del Partito Comunista di fedelissimi e prepararsi a governare a tempo indefinito. Secondo un'analisi del Wall Street Journal, il leader cinese, 73 anni e al quattordicesimo anno alla guida del partito, ha smantellato le regole introdotte dopo Mao per impedire il ritorno al potere di un solo uomo e si prepara a ottenere nel 2027 un quarto mandato quinquennale da segretario, a cui dovrebbe seguire l'anno successivo un nuovo mandato da presidente. Il suo obiettivo, scrive il giornale, è dettare il destino della Cina per gli anni a venire e portare il paese alla pari degli Stati Uniti per forza militare e peso economico.

Dall'inizio del terzo mandato da segretario, nel 2022, Xi ha rimosso in sei mesi tre membri in carica del Politburo, il vertice del Partito Comunista: è la più grande epurazione a quel livello dal 1976. Sono stati rimossi anche i ministri della Difesa, degli Esteri e dell'Agricoltura, oltre a comandanti militari, leader regionali, regolatori finanziari e dirigenti delle aziende di Stato. Le continue accuse di corruzione e dissenso politico servono a costringere i funzionari a dimostrare lealtà a Xi e ad assicurare che nessuno possa metterlo in discussione. A differenza di Stalin e Mao, che condannarono milioni di persone al carcere, ai lavori forzati e alla morte, Xi ha evitato il terrore di massa, ma ha epurato decine di alti funzionari, compresi suoi protetti, a una velocità e su una scala mai viste dall'epoca maoista.

Riprendendo una pratica dell'era di Mao, Xi obbliga i membri del Politburo a criticare sé stessi e gli altri in sessioni annuali che presiede personalmente, valutando le loro prestazioni anche in base alla lealtà verso la sua leadership. Per i leader comunisti "più hai successo, più i nemici hanno paura di te e si mobilitano per distruggerti, quindi più hai bisogno di epurare", ha detto al Wall Street Journal Joseph Torigian, storico dell'American University di Washington che ha studiato le lotte di potere nell'Unione Sovietica e nella Cina di Mao. "Non c'è equilibrio, i nemici continuano a manifestarsi."

Nel suo primo decennio al potere Xi ha eliminato le norme sul pensionamento per età dei funzionari più anziani e ha abolito il limite di due mandati alla presidenza della Repubblica Popolare, aprendosi la strada per restare capo del partito e dello Stato a tempo indefinito. Il suo periodo da segretario è già il più lungo dai tempi di Mao.

Nel terzo mandato Xi ha delegato alcune responsabilità a un piccolo gruppo di fedelissimi tra la fine dei 60 e i primi 70 anni, considerati troppo anziani per essere successori credibili. Nel comitato ristretto di sette persone che guida il partito non ha promosso nessuno abbastanza giovane ed esperto da poter essere un erede, secondo fonti interne al partito. È una scelta rischiosa: la morte di Stalin nel 1953 aprì una lotta per la successione e portò alla "destalinizzazione", che smontò il suo culto della personalità e il suo programma di terrore di massa. Dopo la morte di Mao nel 1976 il successore designato epurò il gruppo di rivali noto come "Banda dei Quattro", prima di essere messo da parte da Deng Xiaoping, che rovesciò molte delle politiche maoiste.

Anche i piani quinquennali, i documenti che fissano gli obiettivi dell'economia cinese e distribuiscono le risorse dello Stato, sono ormai decisi da Xi in prima persona. In passato il governo cinese consultava istituzioni ed esperti stranieri come la Banca Mondiale e l'economista americano Joseph Stiglitz, ma Xi ha rinunciato a questi pareri. Per l'ultimo piano ha affidato un ruolo più operativo al premier Li Qiang, un suo uomo di fiducia, mentre i suoi consiglieri hanno accettato meno suggerimenti dai funzionari di livello inferiore e dagli esperti esterni, secondo il centro studi Asia Society Policy Institute. Una conseguenza è che Xi ha finora ignorato i segnali che indicano la necessità di sostenere i consumi per combattere la deflazione che pesa sull'economia cinese.

Xi ha costruito anche un sistema di regole che detta nel dettaglio il comportamento dei membri del partito e dei dipendenti pubblici, approvando o rivedendo i regolamenti interni a un ritmo superiore a quello di tutti i suoi predecessori dopo Mao. A farli rispettare è la Commissione centrale per l'ispezione disciplinare, l'organo di vigilanza interno del partito, che controlla la lealtà dei 100 milioni di iscritti con funzionari inseriti nelle principali istituzioni e con squadre di ispezione in tutto il paese. L'anno scorso le autorità del partito hanno punito quasi un milione di persone, il numero più alto mai registrato. Xi ha mantenuto un elemento del controllo sociale di Stalin e Mao, incoraggiare i cittadini a sorvegliarsi e denunciarsi a vicenda, ma ha evitato le violenze di massa dei due predecessori. "La portata, l'intensità e la violenza delle purghe di Stalin durante il Grande Terrore superano di gran lunga lo sforzo di Xi di rettificare il Partito Comunista Cinese", ha detto Jonathan Czin del centro studi Brookings Institution. "Non vediamo le persone colpite dall'ira di Xi venire eliminate fisicamente."

Come Stalin e Mao, Xi si presenta come il più grande teorico comunista della sua generazione: rivendica il merito delle principali politiche e le collega alla sua dottrina, il "Pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era", inserita nello statuto del partito e nella Costituzione cinese accanto al "Pensiero di Mao Zedong". Le nuove regole impongono a chi vuole iscriversi al partito di studiare la dottrina di Xi e i membri devono partecipare a sessioni regolari di studio delle sue politiche. La propaganda lo descrive come la figura centrale e indispensabile della rinascita cinese: PropagandaScope, una piattaforma che monitora i media di Stato cinesi, ha registrato un ritorno della definizione di Xi come "leader del popolo", che richiama il titolo di "Grande Leader" attribuito a Mao. "Che si tratti di Stalin, di Mao o di Xi, agiscono tutti con lucida razionalità" nell'applicare le loro politiche e nel consolidare il potere, ha detto Guoguang Wu, ricercatore dell'Asia Society Policy Institute. "Sono certamente spietati, nei loro calcoli non ci sono fattori emotivi."

Soffocando il dibattito e alimentando un clima di paura, Xi ha però reso le decisioni politiche più arbitrarie e gli errori più difficili da correggere. Senza un piano chiaro per la successione rischia inoltre la stessa sorte di Stalin e Mao, le cui morti al potere scatenarono lotte interne che finirono per smontare i loro progetti politici.

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Quando si parla di euro digitale, il dibattito viene spesso ridotto ad app, portafogli elettronici e pagamenti online. Ma quasi mai si parla di potere.

Oggi quasi due terzi dei pagamenti con carta nell’area euro passano attraverso operatori non europei. Per un’infrastruttura essenziale, l’Europa dipende ancora da circuiti come Visa e Mastercard.

Il 23 giugno, la Commissione ECON del Parlamento europeo ha approvato la propria posizione sull’euro digitale, aprendo i negoziati con il Consiglio dell’UE.

A questo risultato ha contribuito Damian Boeselager, eurodeputato di Volt e relatore ombra dei Verdi sull’euro digitale, seguendo il dossier e partecipando ai negoziati.

L’euro digitale non sostituisce il contante: lo affianca. Serve a costruire un’infrastruttura pubblica europea, sicura, accessibile e attenta alla privacy, riducendo la dipendenza da reti di pagamento controllate fuori dall’Europa.

La sovranità europea comincia dalla capacità di scegliere. Anche quando paghiamo.

#EuroDigitale #SovranitàEuropea #PagamentiDigitali #AutonomiaStrategica #IndipendenzaEuropea #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Come sta andando il riarmo europeo


L'espansionismo russo e il ritiro americano dalla NATO spingono l'Europa a ricostruire eserciti atrofizzati dalla Guerra Fredda, ma restano lacune enormi e 27 industrie della difesa divise.

L'espansionismo russo e la decisione degli Stati Uniti di ridurre il proprio impegno nella NATO stanno costringendo i paesi europei a ricostruire capacità militari che si erano atrofizzate dalla fine della Guerra Fredda. La Commissione europea ha messo a disposizione 150 miliardi di euro di prestiti a basso costo per spingere gli acquisti congiunti di armamenti e ha allentato le regole di bilancio per far spendere di più i governi. La Germania ha avviato una campagna di acquisti e produzione di armi che vale centinaia di miliardi di dollari e la maggior parte dei membri europei della NATO punta a portare la spesa per la difesa al 3,5% del prodotto interno lordo, partendo in alcuni casi da appena l'1%.

Ci sono buchi enormi nelle difese aeree del continente, gli eserciti nazionali sono svuotati e mancano dei mezzi e degli uomini per combattere una guerra di terra su vasta scala e i paesi europei restano molto dipendenti dagli Stati Uniti per la potenza aerea, l'intelligence, la logistica e il comando. La realtà smentisce le promesse dei leader politici di unire le forze nel riarmo del continente: dietro ci sono 27 apparati militari nazionali, ciascuno con le proprie priorità, i propri standard e le proprie catene di fornitura locali. I paesi europei usano 12 diversi modelli di carro armato da battaglia, mentre gli Stati Uniti ne hanno uno solo. Questa frammentazione accorcia le serie di produzione e fa lievitare i costi unitari. I bilanci statali già in difficoltà rendono ogni acquisto militare una scelta dolorosa e i mercati dei capitali europei, frammentati e poco profondi, privano le start-up della difesa dei fondi necessari a soddisfare la nuova domanda.

Il tempo non gioca a favore dell'Europa. I servizi di intelligence occidentali hanno avvertito che la Russia potrebbe presto passare dalla guerra ibrida e dai voli dimostrativi dei droni, pensati per saggiare i tempi di reazione della NATO, a un attacco diretto contro un paese dell'alleanza, proprio mentre gli Stati Uniti iniziano a ridurre la loro presenza militare nella regione. Le minacce ripetute del presidente Donald Trump di prendersi la Groenlandia, territorio danese, e il suo impegno altalenante verso il principio di difesa collettiva della NATO hanno scioccato gli alleati e li hanno spinti a chiedersi se convenga continuare a comprare equipaggiamento militare americano che Washington potrebbe rendere inutilizzabile.

Le tensioni saranno al centro del vertice annuale della NATO che si tiene questa settimana in Turchia, dove il segretario generale Mark Rutte spera di annunciare diversi grandi accordi per rafforzare le forze armate europee.

Per prevedere una guerra o combatterla, un esercito deve prima di tutto vedere. La ricognizione moderna, in gergo militare intelligence, sorveglianza e ricognizione, si affida ad aerei con e senza pilota, droni e satelliti capaci di osservare i movimenti di truppe e mezzi di giorno e di notte, con qualsiasi tempo e persino sotto la copertura degli alberi. Oggi gran parte di questa capacità nella NATO la forniscono gli Stati Uniti. A giugno Washington ha comunicato all'alleanza tagli profondi agli strumenti che schiererebbe in Europa in caso di guerra o crisi, compresi quasi tutti i droni da ricognizione che aveva destinato al continente e mezzi che l'Europa non possiede affatto, come i bombardieri strategici. Secondo le stime dell'International Institute for Strategic Studies, un centro studi britannico specializzato nella difesa, rimpiazzare le otto piattaforme di intelligence elettronica e dei segnali che gli Stati Uniti usano dentro la NATO costerebbe all'Europa fino a 4,8 miliardi di dollari.

I singoli paesi europei hanno aumentato gli investimenti nello spazio e l'Unione europea sta spingendo per acquisti congiunti di ricognizione, logistica e altri strumenti che permettono agli eserciti di coordinarsi e sostenere le operazioni. Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius ha detto che i governi valutano la creazione di un'alleanza europea per lo scambio di informazioni riservate, sul modello del gruppo Five Eyes guidato dagli Stati Uniti, che mette in comune le risorse di intelligence di cinque paesi anglosassoni. In Turchia la NATO dovrebbe annunciare che la sua vecchia flotta di aerei radar da sorveglianza AWACS, di fabbricazione americana, sarà sostituita da velivoli prodotti dall'azienda svedese Saab.

Un problema per l'Europa è che non riesce a lanciare molti dei propri satelliti. Per ora i lanci del continente partono dalla Guyana francese, in Sud America, con i programmi Ariane e Vega, piattaforme più costose di quelle dei rivali americani. Ogni anno riescono a compiere solo un piccolo numero dei lanci pesanti necessari per i voluminosi satelliti militari per le comunicazioni e per i complessi satelliti spia ad alta risoluzione.

I bombardamenti ucraini contro obiettivi energetici e industriali russi hanno mostrato quanto le armi a lungo raggio possano infliggere danni materiali e psicologici al nemico. I paesi europei non dispongono di nulla di simile ai volumi di armi convenzionali a lungo raggio di Stati Uniti e Russia e questo alimenta il timore di trovarsi in inferiorità di fuoco in un conflitto con l'avversario a est. È anche per questo che pesa la decisione dell'amministrazione Trump di cancellare il previsto dispiegamento in Germania, nel 2026, di sistemi americani per il colpo a lungo raggio: avrebbe dato agli europei il tempo di costruire le proprie capacità.

Il Taurus tedesco e il missile da crociera britannico-francese Storm Shadow/SCALP possono colpire bersagli fino a 500 chilometri di distanza, ma le loro scorte già limitate si sono ridotte ancora con le donazioni all'Ucraina. Il continente ha un progetto, chiamato European Long-Range Strike Approach (ELSA), per un'arma capace di colpire obiettivi a terra ad almeno 2.000 chilometri. Il programma, guidato da Francia, Germania, Italia e Polonia, non ha ancora portato ad alcun ordine di acquisto noto perché i missili sono ancora in fase di sviluppo. Il Tomahawk americano ha capacità analoghe, ma scarseggia dopo la guerra con l'Iran, quando ne furono lanciati centinaia.

Man mano che i tempi di consegna dei missili americani si allungano, la Turchia e la Corea del Sud si sono affacciate come possibili fornitori dell'Europa, con industrie della difesa mature e un'ampia gamma di armi sofisticate. Nessun accordo è stato ancora firmato, però, perché i governi europei preferiscono armamenti prodotti in casa. Un'altra opzione è l'Ucraina, che produce volumi crescenti di armi a lungo raggio relativamente economiche ma abbastanza efficaci contro i bersagli russi. Il governo di Kyiv però è diventato più restio a condividere la sua tecnologia con i partner europei, che pure l'hanno finanziata a lungo, perché spera di usare la propria capacità militare come merce di scambio per entrare un giorno nell'Unione europea.

Le difese aeree individuano le armi in arrivo come missili e droni e le abbattono prima che raggiungano il bersaglio. Otto paesi usano il sistema Patriot della Raytheon, che spara missili PAC-3 per distruggere i colpi nemici a corto raggio. Ci sono poi due batterie americane Aegis Ashore, una in Polonia e una in Romania, i cui intercettori SM-3 Block IIA possono abbattere nello spazio i missili balistici a più lungo raggio, quando sono più vulnerabili. La Germania ha inoltre comprato un sistema Arrow 3 dalla Israel Aerospace Industries, con capacità simili. Avere sistemi diversi in giro per l'Europa non è per forza un problema, perché gli eserciti della NATO sono già predisposti a condividere i dati dei sensori tra le varie piattaforme.

Presi insieme, però, questi sistemi non formano uno scudo antiaereo europeo completo. Nel giugno 2025 Rutte ha detto che la NATO doveva quadruplicare la spesa per la difesa aerea e missilistica integrata. Le scorte attuali sono troppo basse per reggere una guerra intensa, l'industria europea non ha la capacità di aumentare in fretta la produzione e i produttori americani Raytheon e Lockheed Martin hanno ordini arretrati per anni. Anche qui i governi europei sono divisi tra chi vuole comprare in fretta ciò che è disponibile, spesso americano o israeliano, e chi vuole sviluppare alternative europee.

La Germania guida la European Sky Shield Initiative, che punta ad acquistare sistemi già pronti e più economici da Germania, Stati Uniti e Israele. La Francia sostiene invece il sistema franco-italiano SAMP/T, la cui nuova versione consegnata quest'anno è pensata soprattutto contro le minacce balistiche. La Francia potrebbe spuntarla: paesi come la Danimarca, segnati dallo scontro con Trump sul territorio artico della Groenlandia, hanno già deciso di comprare il SAMP/T invece dei Patriot e più di una decina di altri lo stanno valutando.

La guerra in Ucraina ha mostrato come grandi quantità di droni relativamente economici possano travolgere anche le difese aeree più sofisticate, distruggere armamenti da milioni di dollari e inchiodare le truppe nemiche impedendo loro di avanzare. La maggior parte dei vertici militari europei non si aspetta di dover combattere il tipo di guerra guidata dai droni che si vede oggi in Ucraina. Ritengono che la Russia non sia all'altezza dei loro caccia con pilota e dei loro sistemi d'artiglieria più avanzati e che perderebbe in fretta il controllo dei cieli in una guerra su vasta scala. Per questo continuano a investire in quelle piattaforme con equipaggio, mentre si affrettano a integrare i droni nei loro arsenali.

Alcuni governi hanno cambiato le regole degli appalti perché i produttori più piccoli, come le tedesche Helsing e Quantum Systems, possano fornire droni più in fretta delle grandi aziende della difesa tradizionali come la Rheinmetall. Anche le aziende ucraine, con anni di esperienza e dati raccolti sul campo, collaborano con i governi europei per sviluppare nuovi sistemi e nuovi modi di usarli. La Skyfall ucraina, per esempio, produce il diffuso drone d'attacco Shrike, guidato in prima persona dal pilota a distanza, e gli intercettori FP-1 Sun, entrambi in uso quotidiano lungo il fronte.

Le regole sull'export impediscono alle aziende della difesa ucraine di vendere materiale che potrebbe essere usato in guerra. Le imprese hanno aggirato l'ostacolo condividendo progetti e competenze con i produttori europei. La Germania ha approvato all'inizio del 2026 l'acquisto di droni d'attacco per oltre mezzo miliardo di euro. Anche il piano di investimenti per la difesa del Regno Unito ha stanziato 5 miliardi di sterline (6,7 miliardi di dollari) per sistemi senza equipaggio di ogni tipo.


Ai confini con la Russia l'Europa si arma da sola nel timore che Washington non intervenga


Lungo il confine orientale della NATO, dalle foreste della Finlandia alla frontiera della Lituania, i paesi più vicini alla Russia stanno costruendo fortificazioni, ampliando le riserve e comprando carri armati e droni. Si preparano all'ipotesi che, in caso di attacco russo, i primi giorni di guerra tocchino a loro combatterli in gran parte da soli. È il quadro che emerge da un ampio reportage di Politico, realizzato lungo tre tratti esposti della frontiera: il confine finlandese, quello polacco con Kaliningrad e la Bielorussia e il fianco lituano vicino al cosiddetto corridoio di Suwałki.

La spinta a rafforzare i confini nasce dall'incertezza sul ruolo degli Stati Uniti. Da quando è tornato alla Casa Bianca il presidente Donald Trump ha più volte messo in dubbio l'impegno di Washington verso l'Articolo 5 della NATO, la clausola secondo cui un attacco a un membro dell'alleanza è considerato un attacco a tutti. L'Amministrazione ha anche fatto capire di voler ridurre la presenza militare americana in Europa. Nel frattempo alcune immagini satellitari mostrano che la Russia ha aumentato le sue forze lungo il confine con la Finlandia e altri paesi dell'Unione Europea, con nuove caserme e mezzi militari. Proprio nei giorni scorsi Washington ha avvertito Varsavia che Mosca potrebbe tentare una provocazione armata per mettere alla prova l'alleanza.

La Finlandia, che condivide con la Russia il confine più lungo dell'alleanza, 1.343 chilometri, ha impostato da decenni la propria difesa sull'idea che Mosca potesse un giorno tornare. Mentre gran parte dell'Europa dopo la Guerra Fredda tagliava gli eserciti, Helsinki ha mantenuto la coscrizione obbligatoria e vaste riserve. Il paese può mobilitare quasi 870.000 riservisti su una popolazione di 5,6 milioni di abitanti, una cifra destinata a raggiungere il milione entro il 2031.

"La Russia è una superpotenza e noi siamo un piccolo paese", ha detto il colonnello Matti Pitkäniitty, comandante del distretto di guardia di frontiera della Carelia settentrionale. La Finlandia non ha mai dimenticato la lezione della Guerra d'inverno, quando nel 1939 fermò un attacco sovietico ma perse circa un decimo del proprio territorio. Il paese è entrato nella NATO solo nel 2023, dopo l'invasione russa dell'Ucraina, ma continua a considerare l'alleanza un rafforzamento della propria difesa, non un sostituto.

"Siamo felici di far parte di un'alleanza, ma sappiamo che incasseremo il primo colpo da soli, prima che scatti l'Articolo 5", ha detto Jukka Kopra, parlamentare finlandese che ha presieduto la commissione difesa. La Finlandia spende quasi il 3 per cento del proprio Pil in difesa e punta a salire al 5 per cento entro il 2035. La sua aeronautica riceverà nei prossimi mesi i caccia F-35 di fabbricazione americana e sulla terraferma dispone di uno dei più grandi arsenali di artiglieria d'Europa.

Uno dei principali punti di forza militari della Finlandia è il territorio stesso: un esercito che invadesse da est dovrebbe attraversare un paese con poche strade, foreste fitte, neve profonda e temperature gelide. A maggio due esercitazioni multinazionali nel sud-est del paese hanno mostrato a truppe di Francia e Regno Unito come muoversi in quell'ambiente. Una delle lezioni emerse è che i mezzi corazzati e i droni commerciali sono poco adatti alle foreste finlandesi, dove le foglie rendono difficile individuare i soldati senza una telecamera termica, secondo il colonnello Ari Määttä, che ha comandato una delle esercitazioni.

Insieme alla Polonia e ai tre paesi baltici, la Finlandia si è ritirata l'anno scorso dalla Convenzione di Ottawa, il trattato internazionale che vieta le mine antiuomo, sostenendo che la Russia non vi ha mai aderito e le sta già usando in Ucraina. Diversi ufficiali finlandesi hanno riferito che le forze armate del paese intendono acquistare mine antiuomo nei prossimi mesi, senza schierarle in tempo di pace ma tenendole pronte se la minaccia di un'invasione russa diventasse più concreta.

Contro le armi nucleari la geografia e la coscrizione offrono poca protezione. Solo da quando è entrata nella NATO tre anni fa la Finlandia ha dovuto includere la deterrenza nucleare nei propri calcoli. A giugno i parlamentari finlandesi hanno tolto le restrizioni sul trasporto e lo stoccaggio di armi nucleari sul territorio nazionale, un'eredità della lunga storia del paese fuori dall'alleanza. La Finlandia è meglio posizionata di altri per difendere il proprio territorio senza forze di terra americane, ma non è più in grado degli altri paesi europei di rimpiazzare l'ombrello nucleare di Washington.

Il ministro della Difesa finlandese Antti Häkkänen ha riconosciuto di aver discusso con Parigi la proposta del presidente francese Emmanuel Macron di estendere la deterrenza nucleare francese ad altri paesi europei. Macron ha lasciato volutamente ambiguo cosa intenda: Parigi ha ipotizzato esercitazioni congiunte e dispiegamenti temporanei di caccia francesi a capacità nucleare, ma non una garanzia nucleare europea formale.

Se la risposta della Finlandia all'incertezza è la prontezza nazionale, quella della Polonia sono barriere di cemento, sensori, droni e uno degli eserciti in più rapida crescita d'Europa. Varsavia è il maggiore paese sul fianco orientale della NATO e il primo per spesa militare in rapporto al Pil: quest'anno arriverà a spendere il 4,8 per cento del prodotto interno lordo in difesa. Il suo esercito è il terzo dell'alleanza, dopo quelli di Stati Uniti e Turchia.

All'inizio dell'invasione russa la Polonia ha inviato più di 300 carri armati all'Ucraina, poi ha sostituito e ampliato il proprio arsenale con mezzi comprati da Stati Uniti e Corea del Sud. La sua importanza per la NATO non dipende solo dalla spesa: per dimensioni e posizione è lo Stato di prima linea in un eventuale scontro con Mosca, un ruolo simile a quello che ebbe la Germania Ovest durante la Guerra Fredda. Anche Trump, che rimprovera gli altri paesi europei sulla difesa, ha spesso elogiato la Polonia, dove gli Stati Uniti mantengono migliaia di soldati.

Il progetto polacco si chiama Scudo Orientale ed è pensato per rafforzare gli 800 chilometri di confine con la Bielorussia, stretta alleata di Mosca, e con Kaliningrad, il territorio russo fortemente militarizzato incastrato tra Polonia, Lituania e mar Baltico. È una rete di ostacoli, trincee anticarro, barriere di cemento, bunker, droni e telecamere termiche, pensata per rallentare un attacco e dare tempo alla NATO di reagire. Una volta completato, dovrebbe costare circa 10 miliardi di euro. Il viceministro della Difesa Cezary Tomczyk lo ha definito il più grande sforzo di fortificazione in Europa dalla Seconda guerra mondiale.

Lungo alcuni tratti, però, lo Scudo Orientale è ancora più promessa che realtà. Grandi sezioni del confine non sono visibilmente fortificate e un deposito militare vicino al villaggio di Dąbrówka conserva grandi quantità di barriere anticarro mai collocate lungo la frontiera. Il ministero della Difesa polacco ha assicurato che i reparti del genio potrebbero erigere le fortificazioni lungo tutto il confine in sette-quattordici giorni, ma un esperto di logistica con incarichi militari di alto livello ha detto che alcuni elementi non si spostano così in fretta e che posare un solo chilometro di barriere di cemento può richiedere settimane o mesi.

Poco più a est si trova il cosiddetto corridoio di Suwałki, un breve tratto di territorio polacco e lituano che separa Kaliningrad dalla Bielorussia. Ben Hodges, generale in pensione ed ex comandante dell'esercito americano in Europa, lo ha definito il tallone d'Achille della NATO: un attacco russo potrebbe cercare di chiudere il corridoio da entrambi i lati, tagliando fuori i paesi baltici dal resto dell'alleanza. Più a est, il confine polacco con la Bielorussia è protetto in gran parte solo da una recinzione alta quattro metri, costruita nel 2022 per fermare i migranti, che offrirebbe poca protezione contro i carri armati.

I carri armati non sono l'unica minaccia. Dopo che l'anno scorso 19 droni russi sono entrati nello spazio aereo polacco, costringendo la NATO ad abbatterli con missili sparati da caccia F-16 e F-35, una risposta costata milioni di euro contro droni che ne valgono una frazione, la Polonia sta sviluppando un sistema anti-drone chiamato SAN. Descritto a volte come un "muro di droni", potrebbe costare fino a 4 miliardi di euro, circa il 40 per cento dell'intero Scudo Orientale. Secondo Tomczyk sarà il più grande e avanzato sistema anti-drone d'Europa e la costruzione, iniziata a inizio anno, dovrebbe concludersi entro la fine del 2027.

I paesi baltici non hanno il lusso di potersi difendere da soli. Lituania, Lettonia ed Estonia sono troppo piccoli, troppo esposti e troppo vicini a Russia e Bielorussia per scambiare territorio con il tempo. La loro difesa si regge su un calcolo più stretto: assicurarsi che la NATO arrivi in loro soccorso. Questo li rende i più vulnerabili all'imprevedibilità dell'Amministrazione Trump.

Raimundas Vaikšnoras, capo di stato maggiore della difesa lituana, non ritiene probabile un attacco russo a sorpresa, perché i sistemi di allerta della NATO rendono difficile nascondere grandi movimenti di truppe. In Lituania ci sono già circa 3.000 soldati di altri paesi della NATO, ma il dispiegamento a rotazione di più di mille militari americani è finito senza che sia arrivata una forza sostitutiva, mentre Washington rivede la propria presenza in Europa. L'aggiunta più importante è la brigata tedesca, che sarà stanziata in modo permanente in Lituania entro la fine del 2027 con circa 5.000 uomini.

Le fortificazioni fanno parte della Linea di difesa baltica, un progetto congiunto di Estonia, Lettonia e Lituania: fossati anticarro, bunker, ostacoli difensivi e campi minati. Come la Finlandia, anche i paesi baltici hanno deciso di uscire dalla Convenzione di Ottawa. L'obiettivo è rallentare i russi, incanalare le forze nemiche su direttrici prevedibili e guadagnare tempo per una reazione. La difesa dei baltici dipende da quanto a lungo possono resistere e, soprattutto, da quanto in fretta la NATO può rinforzarli.

Un'esercitazione strategica condotta alla fine dello scorso anno dal quotidiano tedesco Welt insieme al centro di wargaming dell'università delle forze armate tedesche di Amburgo ha simulato la reazione della Germania se la Russia usasse un cessate il fuoco in Ucraina per minacciare la Lituania e se Washington rinunciasse al suo ruolo tradizionale di guida della NATO. Il risultato è stato poco rassicurante: mentre la squadra che rappresentava la Russia si muoveva rapidamente verso un'invasione limitata, quella tedesca si concentrava su riunioni di crisi e sulla ricerca di alleati, invece di impedire a Mosca di raggiungere i suoi obiettivi militari.

Hodges ha avvertito che, nel caso peggiore, se la NATO fosse colta di sorpresa i paesi baltici potrebbero dover combattere fino a due settimane senza rinforzi dagli alleati più lontani. È la finestra di tempo entro cui questi dovrebbero reagire. Funzionari tedeschi e lituani respingono l'idea che un simile scenario possa arrivare a sorpresa: un attacco russo, sostengono, sarebbe preceduto da preparativi militari visibili.

"Quello a cui stiamo assistendo è la dissoluzione della NATO", ha detto Anders Fogh Rasmussen, ex segretario generale dell'alleanza, secondo cui l'Europa deve ripensare i propri piani di difesa e costruire le capacità per agire senza aspettare Washington. La Finlandia si rende più difficile da invadere, la Polonia costruisce eserciti, fortificazioni e difese anti-drone e i paesi baltici lavorano per non essere lasciati soli. L'Europa non è ancora pronta a difendersi da sola, ma sulla sua frontiera orientale si sta già preparando al giorno in cui potrebbe doverlo fare.


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La Spezia: 200 euro di multa a chi gioca a carte nei giardini pubblici. Rifondazione: “Si colpiscono i più deboli invece di affrontare i veri problemi della città” home.rifondazione.eu/2026/07/0… #Liguria

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Talking about increased spending and planned budgets will not keep us safe.

While the NATO summit is going to be dominated by endless discussions about the exact percentages of spending required- the truth is we need to act and create European capabilities.

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Una socialista Dem prova a vincere in Wisconsin, uno Stato in bilico


Ex ristoratrice e deputata statale, Francesca Hong corre alle primarie per governatore del Wisconsin puntando sul malcontento per i data center. Nel partito molti temono un regalo ai repubblicani

Francesca Hong vuole dimostrare che una socialista-democratica può vincere anche in uno Stato in bilico. La deputata statale democratica del Wisconsin, 37 anni, figlia di immigrati coreani ed ex ristoratrice, è tra i candidati di punta alle primarie per la nomination a governatore, in uno Stato che il presidente Trump ha vinto nel 2024. Se arrivasse fino in fondo sarebbe la prima governatrice socialista-democratica nella storia degli Stati Uniti. Un reportage del New York Times racconta la sua campagna come il test più rischioso per un movimento in piena crescita.

In questo ciclo elettorale gli elettori progressisti, furiosi con una dirigenza democratica che considerano vecchia, tiepida e legata agli interessi delle grandi aziende, hanno fatto cadere diversi parlamentari uscenti nelle primarie. Candidati che si definiscono socialisti hanno vinto le primarie per la Camera a New York, Denver e Filadelfia e il termine, da cui i politici americani un tempo prendevano le distanze, è diventato popolare a sinistra. Hong viene spesso paragonata a Zohran Mamdani, il sindaco socialista-democratico di New York. C'è però una differenza sostanziale: Mamdani ha vinto in una città molto liberale, mentre Hong deve convincere operai, allevatori e coltivatori di mirtilli rossi in zone conservatrici, dove sta portando la sua campagna.

Una parte dei democratici teme che la sua candidatura regali l'elezione ai repubblicani. Sono convinti che gli avversari useranno le sue dichiarazioni più controverse, compresi vecchi post sui social in cui chiedeva di abolire la polizia, e che gli elettori moderati e conservatori del Wisconsin respingeranno in massa una socialista, compromettendo anche il tentativo democratico di conquistare il parlamento statale. "Questo non è l'anno per mettere alla prova una socialista democratica. Questo non è New York", ha detto al New York Times Joe Wineke, ex presidente del partito nello Stato. Anche i repubblicani sperano di sfidarla: per il presidente del partito in Wisconsin, Brian Schimming, "in entrambi i partiti direbbero che è il nostro scenario migliore".

Hong ha lasciato il college per lavorare nei ristoranti di Madison, passando da lavapiatti a chef, e nel 2016 ha aperto un suo locale, chiuso nel 2024 per difficoltà economiche. Continua a lavorare come cuoca e barista anche durante la campagna. A maggio è stata citata in giudizio per quasi 30.000 dollari di debiti sulla carta di credito, che ha poi saldato, e ha risposto dicendosi "delusa che il debito venga dipinto come una colpa morale, soprattutto quando le persone non possono permettersi le basi della vita quotidiana". Le sue origini operaie sono al centro di una candidatura che presenta come una lotta tra gli americani comuni e le élite del denaro. Il suo messaggio e la sua abilità online le hanno dato presa sui giovani, anche se si aspetta di risultare indietro rispetto ai rivali nei bilanci di raccolta fondi in uscita a luglio.

La sua carta migliore con gli elettori repubblicani è l'opposizione ai data center che alimentano il boom dell'intelligenza artificiale e che molti residenti accusano di divorare terra, acqua, elettricità e sgravi fiscali senza dare quasi nulla in cambio. Secondo un sondaggio di febbraio della Marquette Law School, un istituto universitario del Wisconsin, per il 70% dei residenti dello Stato i costi dei data center superano i benefici e lo pensa anche il 55% dei repubblicani. Hong è stata l'unica candidata democratica a sostenere una moratoria di un anno sulle nuove costruzioni, un piano che chiama "Control-Alt-Delete". "È un modo per iniziare a parlare di avidità e controllo delle grandi aziende", ha detto in un'intervista. "Il Wisconsin non è in vendita a Big Tech". A Wisconsin Rapids, dove un progetto di data center da 89 ettari sul sito di una cartiera chiusa ha mobilitato i residenti, anche elettori repubblicani parlano di votare per lei.

Il malcontento economico nello Stato va oltre i data center. A marzo il 56% degli intervistati da Marquette disapprovava l'operato del presidente e una maggioranza relativa riteneva che i dazi stessero danneggiando l'economia e gli agricoltori. Gli alleati di Hong citano la disuguaglianza dei redditi in crescita, i prezzi delle case aumentati bruscamente dal 2020 e i costi ospedalieri tra i più alti del paese. L'economia del Wisconsin va ancora bene per alcuni indicatori, con una disoccupazione sotto la media nazionale, ma più di un terzo degli abitanti indica il costo della vita come il problema principale, ha detto al New York Times Jason Stein, presidente del centro studi indipendente Wisconsin Policy Forum, secondo cui ci sono segnali che gli elettori siano pronti a uno spostamento a sinistra.

La nomination però non è affatto scontata. I democratici si presentano in sei per la successione al governatore uscente Tony Evers, che si ritira, e tra i favoriti ci sono l'ex vice-governatore Mandela Barnes, sconfitto nella corsa al Senato del 2022, la vice-governatrice in carica Sara Rodriguez e la senatrice statale Kelda Roys. Barnes e Rodriguez sostengono di avere idee altrettanto trasformative per i lavoratori, ma di essere più eleggibili di Hong: "Vogliono qualcuno che alla fine vinca", ha detto Rodriguez. Sul tema dei data center Barnes ha finito per chiedere anche lui una pausa in attesa di regole, mentre Rodriguez propone più regolamentazione senza moratoria. Il probabile candidato repubblicano è il deputato Tom Tiffany.

Il Wisconsin ha una tradizione socialista antica: alla fine dell'Ottocento Milwaukee elesse una serie di sindaci socialisti detti "delle fogne", per la loro attenzione alle opere pubbliche come i sistemi fognari. Negli ultimi decenni lo Stato ha oscillato tra conservatori duri come il senatore Ron Johnson e l'ex governatore Scott Walker e liberali convinti come la senatrice Tammy Baldwin. Hong sostiene di avere più cose in comune con gli elettori operai di Trump che con l'establishment democratico: "Ho il vantaggio di non essere una politica di carriera".


Perché i socialisti Dem in America non sono veri democratici


I Socialisti Democratici d'America, il movimento della sinistra radicale che sta conquistando peso dentro il Partito Democratico, sono diventati ostili alla democrazia liberale e allo stesso partito di cui sfruttano le primarie. Lo sostiene Jonathan Chait in un'analisi pubblicata sull'Atlantic, secondo cui l'organizzazione, nota con la sigla DSA, è nata proprio per contrastare ciò che oggi è diventata.

Il DSA condivide con i Democratici alcune posizioni, come il salario minimo più alto, la difesa della spesa sociale e l'opposizione all'amministrazione Trump. Ma la sua idea di socialismo, scrive Chait, va molto oltre le funzioni pubbliche ordinarie o programmi come l'assistenza sanitaria universale, e arriva a disprezzare il Partito Democratico e i suoi valori di fondo.

Darializa Avila Chevalier, appena scelta dagli elettori democratici come candidata per un seggio alla Camera a New York, ha definito Joe Biden uno "stupratore" e ha lodato più volte il comunismo. Quando la rete televisiva MS NOW le ha chiesto se fosse comunista, ha risposto: "Non lo sono. Sono una socialista democratica", liquidando le domande sulla sua adesione a ideologie totalitarie come "una distrazione". Il DSA ha ormai un gruppo di sostenitori in crescita al Congresso, candidati sindaci in diverse grandi città e punta a sostenere un candidato alla presidenza nel 2028.

Il movimento fu fondato nel 1982 dallo scrittore e attivista Michael Harrington con l'obiettivo di spingere i Democratici verso politiche più progressiste, restando però fedele alla libertà di parola, alle elezioni e alle altre regole democratiche. Lo statuto originario permetteva di espellere chi militava in organizzazioni comuniste, perché l'esperienza aveva insegnato che i partiti socialisti fallivano quando i comunisti riuscivano a infiltrarli e a prenderne il controllo. "Una tragica ironia della storia", scrive Chait, è che il DSA "è nato in opposizione a ciò che è diventato".

Una decina di anni fa la campagna presidenziale di Bernie Sanders e l'ascesa di Donald Trump portarono nel DSA decine di migliaia di giovani iscritti, tra cui organizzatori di formazione marxista-leninista che videro nel movimento un terreno fertile. Ne nacque un conflitto tra fazioni rivali. Secondo Chait, il caucus interno Red Star sostiene che quasi metà dei membri del comitato politico nazionale, l'organo di vertice del DSA, "si dichiarano apertamente comunisti".

Sul fronte internazionale il cambiamento è stato netto. Dopo l'invasione russa dell'Ucraina del 2022 il DSA condannò l'attacco ma lo attribuì all'espansione della NATO, l'alleanza militare occidentale, e si oppose a qualsiasi aiuto militare a Kiev. Dopo il 7 ottobre 2023 la sezione di New York del movimento rivendicò il "diritto a resistere" dei palestinesi e partecipò a una manifestazione per celebrare gli attacchi di Hamas. Una ventina di iscritti storici lasciarono l'organizzazione.

Nel 2025 il congresso del DSA ha cancellato la norma che consentiva di espellere chi lavorava per cellule comuniste e ha inserito il "diritto alla resistenza" palestinese tra i suoi princìpi centrali. Il movimento ha aderito al Foro di San Paolo, la rete della sinistra latinoamericana guidata da forze comuniste, e ha proclamato la propria solidarietà con il Venezuela di Nicolás Maduro e con la Cuba dei fratelli Castro. Per Chait, il DSA "colloca ormai la sua idea di società ideale nei regimi più dispotici del mondo".

La strategia di lungo periodo del movimento è quella che negli Stati Uniti viene chiamata "dirty break", la rottura sporca: sfruttare le primarie e i voti dei Democratici per costruire la propria forza e poi staccarsi per fondare un partito autonomo, lasciando morire quello vecchio. Il sindaco di New York Zohran Mamdani, la risorsa politica più preziosa del DSA, si è mosso con prudenza in carica, accumulando consenso che poi ha speso per sostenere gli sfidanti del movimento contro i Democratici moderati.

Gli elettori democratici approvano il DSA, ma nel complesso l'opinione pubblica no. Un sondaggio nazionale gli attribuisce il 21% di giudizi positivi e il 48% di giudizi negativi, contro un 36% di consensi per i Democratici. Il programma che il movimento ratificherà il mese prossimo chiede di abolire le forze carcerarie dello Stato capitalista, aprire le frontiere, portare in mano pubblica le maggiori aziende, ridurre la settimana lavorativa a 32 ore e tagliare i fondi al Pentagono, il ministero della Difesa statunitense. Sono le stesse posizioni che hanno permesso ai candidati socialisti di allargare la propria base alle ultime primarie.

Il DSA cresce di più quando alla Casa Bianca c'è un repubblicano, mentre durante la presidenza di Biden i suoi iscritti sono rimasti stabili. Secondo Chait il movimento non ha alcun interesse a moderare le proprie posizioni, perché più il Partito Democratico si riduce più il suo peso interno aumenta, e i repubblicani fanno di tutto per amplificare le uscite più estreme dei socialisti.

All'interno del partito lo scontro è squilibrato, scrive Chait: una parte punta a prendere il controllo, l'altra vuole solo che tutti vadano d'accordo. Alexandria Ocasio-Cortez, che è iscritta al DSA, in una intervista a MS NOW ha accusato i colleghi democratici più anziani di creare loro la dinamica conflittuale. Per Chait la pressione ideologica va in una sola direzione: il DSA può attaccare il partito, ma i Democratici non socialisti non possono rispondere allo stesso modo.

Il costo dell'alleanza con il DSA, secondo Chait, non è solo elettorale ma morale, perché ciò che il movimento chiede ai Democratici è di accettare gli autoritari come alleati di coalizione. È la stessa pressione, scrive, che i repubblicani hanno subìto con la scalata del movimento MAGA: prima ignorare gli obiettivi degli alleati, poi giustificarli. Il momento più facile per tracciare una linea contro l'illiberalismo nel proprio campo, è la conclusione dell'autore, è l'inizio.


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NATO 3.0 can only be built wit...

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Menschen sorgen sich wegen Sanktionsklauseln in Verträgen des ZDF um die journalistische Unabhängigkeit des Senders. Unser Kolumnist schlägt mehrere Maßnahmen vor, wie der Sender sowohl kritische Berichterstattung sichern als auch Mitarbeitende in den USA schützen kann.

netzpolitik.org/2026/neues-aus…

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Trump cancella decine di regole federali sulle armi da fuoco


L'agenzia che controlla le armi elimina più di trenta norme: licenze più difficili da revocare ai rivenditori, armi a chi ha disturbi mentali e meno controlli sulle vendite private

L'amministrazione Trump sta cancellando più di trenta regole federali sulle armi da fuoco, rinunciando alla stretta sulle vendite illegali, restituendo il diritto di possedere un'arma ad alcune persone con disturbi mentali e allentando i controlli sulle transazioni tra privati.

Il dietrofront riguarda l'ATF, il Bureau of Alcohol, Tobacco, Firearms and Explosives, l'agenzia federale incaricata di far rispettare le leggi sulle armi. Non è una sorpresa: il presidente si era presentato in campagna elettorale come un difensore del diritto a possedere armi.

Per i critici e anche per alcuni veterani dell'agenzia, l'ATF ricalca le richieste di proprietari e produttori di armi che vogliono alleggerire i propri obblighi, a scapito della sicurezza pubblica. Il timore è che le modifiche arrivino su un'agenzia già indebolita, con centinaia di suoi funzionari dirottati sull'applicazione delle norme contro l'immigrazione.

Chi sostiene le modifiche ricorda che alcune di queste riportano le regole a com'erano solo pochi anni fa, prima dell'arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca. Dopo una serie di stragi, Biden aveva firmato misure di controllo sulle armi, ponendo fine a quasi trent'anni di stallo su come regolare il settore.

L'amministrazione ha già eliminato politiche importanti, tra cui l'approccio a tolleranza zero verso i rivenditori che violavano ripetutamente la legge. Le oltre trenta regole in via di cancellazione alzerebbero la soglia legale per revocare la licenza a un rivenditore, estenderebbero il diritto a comprare armi a chi era limitato per malattia mentale o per incapacità di gestire le proprie finanze e porrebbero fine ai controlli extra sugli "stabilizing braces", accessori che rendono le armi più facili da nascondere e più letali, usati in alcune stragi.

L'amministrazione punta ora alle regole approvate dai democratici a livello statale e locale. Ha impugnato i divieti sui fucili semiautomatici in Colorado, nel Distretto di Columbia e in Virginia. Mercoledì ha fatto causa alla California per le restrizioni sulla vendita delle pistole Glock e di modelli simili e alla Virginia per i limiti ai fucili semiautomatici, poche ore dopo l'entrata in vigore delle due leggi.

Pochi giorni dopo l'insediamento, il presidente aveva firmato un ordine esecutivo che ordinava al ministro della Giustizia di esaminare quelle che definiva "continue violazioni" del secondo emendamento, quello che negli Stati Uniti garantisce il diritto a portare armi.

A maggio del 2025 l'ATF aveva già cancellato la politica della tolleranza zero, che permetteva ai suoi ispettori di revocare la licenza ai rivenditori sorpresi a violare la legge. Pam Bondi, allora ministra della Giustizia, aveva detto che quella politica aveva "colpito ingiustamente i possessori di armi rispettosi della legge". Con quello strumento l'agenzia aveva revocato più di 600 licenze, mentre secondo i critici i nuovi standard riducono seriamente la sua capacità di farlo.

Il cambio di rotta si inserisce in una spinta più ampia di tutto il governo. A febbraio il Dipartimento per gli Affari dei Veterani ha rimosso il divieto di comprare armi per i veterani che hanno bisogno di un tutore per gestire i propri sussidi. Il Dipartimento della Salute ha tagliato i fondi per la ricerca sulla prevenzione della violenza armata. Il servizio postale ha proposto di consentire la spedizione di pistole per posta, ribaltando una legge vecchia di quasi un secolo.

Quando ad aprile l'ATF ha annunciato quasi trenta modifiche, le stesse analisi dell'amministrazione hanno riconosciuto i rischi per la sicurezza pubblica. Il direttore dell'agenzia, Rob Cekada, ha difeso l'operato dicendo che riflette uno sforzo di essere il più espliciti possibile su "tutta la gamma di costi e benefici, comprese anche le ipotesi più remote". Venerdì ha annunciato altre modifiche, tra cui l'eliminazione dell'obbligo delle impronte digitali per certe richieste. Ha poi rivendicato il sequestro di quasi 50.000 armi e la gestione di quasi 950.000 richieste di tracciamento. I dati però sono parziali, perché non tengono conto di tutte le regole già smantellate e perché molte proposte devono ancora entrare in vigore.

Todd Blanche, ministro della Giustizia facente funzione, ha detto ad aprile che le proposte trovano un equilibrio tra gli interessi dell'industria e dei proprietari di armi e la sicurezza pubblica. "Per troppo tempo le regole sono state scritte senza alcuna reale comprensione di come operano le aziende del settore, di come i possessori maneggiano davvero le loro armi o di cosa migliora davvero la sicurezza pubblica", ha detto.

Una delle modifiche proposte, che allargherebbe la platea di persone con una storia di malattia mentale autorizzate a possedere un'arma, comporta un rischio che secondo l'analisi dei costi dell'agenzia può andare da minimo a molto più grave, "fino a includere potenziali eventi con vittime di massa". Chi è stato ricoverato in modo forzato in una struttura psichiatrica resterebbe escluso, mentre chi vi è entrato volontariamente no. La regola vuole anche estendere a tutti gli americani incapaci di gestire le proprie finanze, non solo ai veterani, il diritto di comprare un'arma.

Sulla proposta che cancella la regola dell'era Biden sui dispositivi di stabilizzazione, l'agenzia ha ammesso che l'accessorio, capace di creare "armi pericolose e facili da nascondere, rappresenterebbe un problema maggiore per la sicurezza pubblica".

L'agenzia propone anche una soglia più alta per togliere la licenza a un rivenditore, chiedendo la prova che il commerciante sapesse di stare violando la legge. Secondo la sua stessa analisi, il numero di licenze revocate calerà "in modo considerevole".

Un'altra regola ripristinerebbe la cosiddetta "scappatoia delle fiere delle armi", eliminando i controlli sui precedenti richiesti alle fiere e in alcune vendite tra privati. Quei controlli erano stati introdotti per contrastare gli straw purchasers, le persone che comprano armi in modo legale per conto di chi non potrebbe possederle.

Marianna Mitchem, ex funzionaria dell'ATF che oggi collabora con Everytown for Gun Safety, un'organizzazione contro la violenza armata fondata dall'ex sindaco di New York Michael Bloomberg, ha avvertito delle conseguenze. "Queste armi cominceranno a tornare in circolazione nelle comunità nei prossimi due anni", ha detto, aggiungendo di temere un aumento della criminalità violenta.

Alcuni sostenitori del diritto alle armi spingono perché le regole vengano allentate ancora di più. Erich Pratt, vicepresidente di Gun Owners of America, una delle maggiori associazioni del settore, ha detto che non basta tornare agli standard precedenti a Biden. Il suo gruppo chiede di eliminare del tutto l'obbligo, introdotto nel 2022, che impone ai rivenditori di conservare a tempo indeterminato i registri delle vendite. "Le proposte dell'ATF sono un misto di cose", ha detto, "i possessori di armi si aspetterebbero di meglio da un ministero della Giustizia repubblicano".

Per Kris Brown, presidente della Brady Campaign to Prevent Gun Violence, una delle principali organizzazioni per il controllo delle armi, l'approccio dell'amministrazione "ci riporta indietro di 100 anni" e sta "distruggendo la capacità dell'ATF di regolare questo settore".

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European Commission’s Call for Better Social Media Platforms for Minors


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It would not be an exaggeration to call the period from 2010 to 2020 the “decade of digital transformation.” The world witnessed an…


European Commission’s Call for Better Social Media Platforms for Minors


It would not be an exaggeration to call the period from 2010 to 2020 the “decade of digital transformation.” The world witnessed an arc traversing from the digital foundation (1990s–2009) to the intelligent digital era (2020–present). What began as a technological innovation accelerated into a social paradigm, becoming an integral part of everyday life. Today, everything from banking and education to transport, healthcare and entertainment is accessible through digital platforms. The ease and convenience introduced by digital transformation have become second nature. So has staying connected.

Social media, a defining facet of this digital revolution, has facilitated connectivity beyond geographical borders. Multiple platforms, millions of users, and an unprecedented exchange of ideas, opinions, art, culture, and everyday experiences have transformed the way people interact. It would not be wrong to say that with the advent of social media, the world has indeed become a “global village”—a shared digital space where conversations transcend national boundaries.

However, this new level of connection has brought challenges. As social media shapes how people talk and get information, it raises an important question: how safe are these platforms, especially for children and teens? The openness that makes social media strong also creates risks, such as harmful content, addictive features, misinformation, cyberbullying, and other dangers that can affect young people’s mental health. These issues are now part of public policy debates, not just academic talks.

Over the past few years, policymakers around the world have sought to deal with these challenges through regulation. From a perspective of keeping children/minors safe online, blanket bans on children below a certain age accessing social media have emerged as one of the policy responses in several countries. In Europe, similar steps have been implemented or proposed in recent years. Chat Control and Age Verification add another dimension to the regulatory tools aimed at online safety for young users.

However, these proposals have also generated significant criticism from digital rights organizations, privacy advocates, and cybersecurity experts. Digital rights advocates firmly believe that these measures seek to improve online safety, yet they may come at the cost of privacy, anonymity, freedom of expression, and other fundamental rights that underpin democratic societies.

With such concerns in the background, movements like “Stop Killing the Internet” are also gaining prominence and momentum, highlighting both the internet’s safety and openness.

Now, the European Commission appears to be taking a different but complementary approach. Instead of asking only how existing social media platforms should be regulated, it is beginning to explore another question: what if social media itself could be designed differently?

A Small Pilot with Ambitious Questions


On 29 June 2026, the European Commission announced €1.48 million in funding for new ideas to make social media safer and more inclusive, especially for young people in Europe. Rather than supporting another major commercial platform, the Commission wants to see new designs that prioritize privacy, accessibility, user well-being, inclusion, and interoperability across services.

The Commission also encourages applicants to involve young people directly in the design process, ensuring that the platforms reflect the experiences and needs of those who use them most. Another notable objective is the exploration of protocol-based social media, which enables different services to communicate with one another rather than existing as isolated digital ecosystems.

Applications open on 30 July 2026 and close on 6 October 2026. Although the funding is small compared to industry levels, this initiative is more of a policy experiment than a major investment program.

From Regulating Platforms to Shaping Digital Spaces


This initiative is part of a bigger change in Europe’s digital strategy. It aligns with the EU’s Digital Decade 2030 plan, which aims to boost Europe’s innovation, reduce reliance on large global platforms, and provide more opportunities for European researchers, developers, businesses, and civil society. The Digital Decade also stresses that technology should always respect the EU’s core values: fundamental rights, privacy, inclusion, openness, and democratic accountability.

For years, public debate has centered on the problems posed by big social media platforms, such as how to handle harmful content, protect users, and make systems more transparent. These issues are especially important for children and teens, since their daily digital experiences shape how they learn, talk, and see the world.

And this is where the European Commission’s initiative strives to make a difference: Instead of adding safety and inclusion only after problems arise, it aims to determine whether these ideas can be built into new platforms from the start, especially for young users.

Importantly, the initiative is not just about whimsical and hypothetical ideas. The funded project will include practical steps:

  • Working closely with young Europeans from many backgrounds, including those with disabilities and neurodivergent experiences;
  • Analyzing the European social media market; developing or improving open, next-generation platforms; creating ways to encourage people to use these platforms;
  • Gathering insights to help shape future European digital policy.

In short, this is not just about imagining better platforms. It is also about testing, building, and learning from them in real life.

Why This Conversation Matters


This initiative comes at a time when people around the world are debating how digital platforms affect daily life and well-being.

Researchers, educators, parents, and policymakers are asking whether features meant to boost engagement, such as endless scrolling, personalized recommendations, and constant notifications, might lead to overstimulation, shorter attention spans, or unhealthy online habits. These worries are even greater for children and teens, who may lack the skills to navigate these persuasive digital environments.

Privacy advocates say users need more control over their personal data and digital identities. Accessibility groups point out that many online services are still hard to use for people with disabilities. Others in digital rights argue that too many users are stuck on a few big platforms, and that making services work together could create a more open and user-friendly digital world.

In this context, the Commission’s proposal does not try to solve all these problems at once. Instead, it puts them at the heart of early platform design, where choices about safety, inclusion, and user experience are made before platforms reach millions of users.

Opportunities and Important Questions


Supporters of the initiative see several reasons for cautious optimism.

A social media platform built for privacy and well-being, not just engagement or ads, could give users more control over their online lives. Including young people in the design process can help make sure platforms meet real needs, not just guesses. If these new approaches work, users could move between services more easily without losing their communities or digital identities.

For digital rights advocates, this proposal matters because it shifts the focus from just regulating current systems to imagining new ones. These new platforms could have transparency, accessibility, and user control built in from the start, rather than added later.

However, important questions remain.

  • Is the funding sufficient to build new systems from scratch, especially given the huge influx of investment in big tech companies? Maintenance of platform infrastructure and constant innovation require adequate financial support.
  • Developing new social media platforms is an amalgamation of both technical and social tasks. Since strong network effects keep people on established platforms, the crucial question is how new alternatives can attract and retain users.
  • There are also still questions about how these platforms should be governed. How can publicly supported social media balance free speech while protecting users from harm? What moderation methods best support both safety and rights? Can open, connected platforms offer the smooth experience users expect from commercial services?

These questions do not have easy answers, but they are central to the future of digital spaces.

Looking Beyond Europe


Although the initiative originates within the European Union, its relevance extends far beyond it.

Currently, discussions around online safety, child protection, artificial intelligence, and platform accountability are increasingly shaping national and international policy debates globally.

From this perspective, the Commission’s call for proposals raises an important question: should public policies regarding digital spaces be more proactive than reactive to harm once it emerges? It asks if policy should help build digital spaces that reflect shared values.

It will evidently take a long time for the results to be reflected. Social media is shaped by technology, human behavior, money, and culture. Changing just one part of the system probably will not change everything right away.

Still, this initiative is an important change in thinking. For years, the focus was on managing the problems of current platforms. Now, people are asking: what would social media look like if it were designed from the start to serve users better?

It may take time to find the answer. But simply asking this question and inviting researchers, designers, young people, and civil society to join in could be one of the most important steps in shaping the future of digital spaces.


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Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Narrow majority to allow the urgent motion to reinstate #ChatControl 1.0 mass scans.
331 in favor.
304 against.
11 abstentions.
A dark day for privacy and democracy. On Thursday, there will be a vote on the substance of the law. Only an absolute majority can stop it. 🚨
fightchatcontrol.eu
Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

#Chatkontrolle 1.0
Gleich wird im Europäischen Parlament über den Antrag auf ein Eilverfahren abgestimmt. Eigentlich ab 12:00 Uhr aber es gibt ein paar Verspätungen im Ablauf. Nach der aktuellen Aussprache zum vorherigen Tagesordnungspunkt sollte es los gehen.
Wer es live mitverfolgen möchte, hier gibt es einen Stream (und Simultanübersetzung).
europarl.europa.eu/plenary/en/…
in reply to Konstantin Macher

Die EVP versucht Kinder gegen die Grundrechte aller Menschen in der EU auszuspielen. Sachlich längst wiederlegt halten die "Konservativen" an ihrem Narrativ fest.
Als nächstes spricht eine Rechtspopulistin. Leider hat sie heute das Rederecht zu dem Antrag bekommen und nicht eine der sachlich versierten Abgeordneten, die sich tatsächlich gegen das Gesetz engagieren (und nicht erst, wenn es viel Aufmerksamkeit gibt).
Jetzt wird abgestimmt.
in reply to Konstantin Macher

Es gibt eine knappe Mehrheit dafür den Eilantrag zur Neueinsetzung der #Chatkontrolle 1.0 zuzulassen.

331 dafür.
304 dagegen.
11 Enthaltungen.

Das ist nicht gut. Jetzt wird am Donnerstag abgestimmt, ob das Gesetz auch inhaltlich durch kommt. Nur mit einer absoluten Mehrheit können die Abgeordneten das dort noch aufhalten. 🚨
#ChatkontrolleStoppen

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Chi è Valter Lavitola, il presunto mandante dell’attentato a Sigfrido Ranucci


@Politica interna, europea e internazionale
Chi è Valter Lavitola, il presunto mandante dell’attentato a Sigfrido Ranucci È Valter Lavitola l’uomo individuato dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Roma come presunto mandante dell’attentato al giornalista Sigfrido Ranucci. Sessant’anni, imprenditore

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

European Commission’s Call for Better Social Media Platforms for Minors


The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please log in.

It would not be an exaggeration to call the period from 2010 to 2020 the “decade of digital transformation.” The world witnessed an arc traversing from the digital foundation (1990s–2009) to the intelligent digital era (2020–present). What began as a technological innovation accelerated into a social paradigm, becoming an integral part of everyday life. Today, everything from banking and education to transport, healthcare and entertainment is accessible through digital platforms. The ease and convenience introduced by digital transformation have become second nature. So has staying connected.

Social media, a defining facet of this digital revolution, has facilitated connectivity beyond geographical borders. Multiple platforms, millions of users, and an unprecedented exchange of ideas, opinions, art, culture, and everyday experiences have transformed the way people interact. It would not be wrong to say that with the advent of social media, the world has indeed become a “global village”—a shared digital space where conversations transcend national boundaries.

However, this new level of connection has brought challenges. As social media shapes how people talk and get information, it raises an important question: how safe are these platforms, especially for children and teens? The openness that makes social media strong also creates risks, such as harmful content, addictive features, misinformation, cyberbullying, and other dangers that can affect young people’s mental health. These issues are now part of public policy debates, not just academic talks.

Over the past few years, policymakers around the world have sought to deal with these challenges through regulation. From a perspective of keeping children/minors safe online, blanket bans on children below a certain age accessing social media have emerged as one of the policy responses in several countries. In Europe, similar steps have been implemented or proposed in recent years. Chat Control and Age Verification add another dimension to the regulatory tools aimed at online safety for young users.

However, these proposals have also generated significant criticism from digital rights organizations, privacy advocates, and cybersecurity experts. Digital rights advocates firmly believe that these measures seek to improve online safety, yet they may come at the cost of privacy, anonymity, freedom of expression, and other fundamental rights that underpin democratic societies.

With such concerns in the background, movements like “Stop Killing the Internet” are also gaining prominence and momentum, highlighting both the internet’s safety and openness.

Now, the European Commission appears to be taking a different but complementary approach. Instead of asking only how existing social media platforms should be regulated, it is beginning to explore another question: what if social media itself could be designed differently?

A Small Pilot with Ambitious Questions


On 29 June 2026, the European Commission announced €1.48 million in funding for new ideas to make social media safer and more inclusive, especially for young people in Europe. Rather than supporting another major commercial platform, the Commission wants to see new designs that prioritize privacy, accessibility, user well-being, inclusion, and interoperability across services.

The Commission also encourages applicants to involve young people directly in the design process, ensuring that the platforms reflect the experiences and needs of those who use them most. Another notable objective is the exploration of protocol-based social media, which enables different services to communicate with one another rather than existing as isolated digital ecosystems.

Applications open on 30 July 2026 and close on 6 October 2026. Although the funding is small compared to industry levels, this initiative is more of a policy experiment than a major investment program.

From Regulating Platforms to Shaping Digital Spaces


This initiative is part of a bigger change in Europe’s digital strategy. It aligns with the EU’s Digital Decade 2030 plan, which aims to boost Europe’s innovation, reduce reliance on large global platforms, and provide more opportunities for European researchers, developers, businesses, and civil society. The Digital Decade also stresses that technology should always respect the EU’s core values: fundamental rights, privacy, inclusion, openness, and democratic accountability.

For years, public debate has centered on the problems posed by big social media platforms, such as how to handle harmful content, protect users, and make systems more transparent. These issues are especially important for children and teens, since their daily digital experiences shape how they learn, talk, and see the world.

And this is where the European Commission’s initiative strives to make a difference: Instead of adding safety and inclusion only after problems arise, it aims to determine whether these ideas can be built into new platforms from the start, especially for young users.

Importantly, the initiative is not just about whimsical and hypothetical ideas. The funded project will include practical steps:

  • Working closely with young Europeans from many backgrounds, including those with disabilities and neurodivergent experiences;
  • Analyzing the European social media market; developing or improving open, next-generation platforms; creating ways to encourage people to use these platforms;
  • Gathering insights to help shape future European digital policy.

In short, this is not just about imagining better platforms. It is also about testing, building, and learning from them in real life.

Why This Conversation Matters


This initiative comes at a time when people around the world are debating how digital platforms affect daily life and well-being.

Researchers, educators, parents, and policymakers are asking whether features meant to boost engagement, such as endless scrolling, personalized recommendations, and constant notifications, might lead to overstimulation, shorter attention spans, or unhealthy online habits. These worries are even greater for children and teens, who may lack the skills to navigate these persuasive digital environments.

Privacy advocates say users need more control over their personal data and digital identities. Accessibility groups point out that many online services are still hard to use for people with disabilities. Others in digital rights argue that too many users are stuck on a few big platforms, and that making services work together could create a more open and user-friendly digital world.

In this context, the Commission’s proposal does not try to solve all these problems at once. Instead, it puts them at the heart of early platform design, where choices about safety, inclusion, and user experience are made before platforms reach millions of users.

Opportunities and Important Questions


Supporters of the initiative see several reasons for cautious optimism.

A social media platform built for privacy and well-being, not just engagement or ads, could give users more control over their online lives. Including young people in the design process can help make sure platforms meet real needs, not just guesses. If these new approaches work, users could move between services more easily without losing their communities or digital identities.

For digital rights advocates, this proposal matters because it shifts the focus from just regulating current systems to imagining new ones. These new platforms could have transparency, accessibility, and user control built in from the start, rather than added later.

However, important questions remain.

  • Is the funding sufficient to build new systems from scratch, especially given the huge influx of investment in big tech companies? Maintenance of platform infrastructure and constant innovation require adequate financial support.
  • Developing new social media platforms is an amalgamation of both technical and social tasks. Since strong network effects keep people on established platforms, the crucial question is how new alternatives can attract and retain users.
  • There are also still questions about how these platforms should be governed. How can publicly supported social media balance free speech while protecting users from harm? What moderation methods best support both safety and rights? Can open, connected platforms offer the smooth experience users expect from commercial services?

These questions do not have easy answers, but they are central to the future of digital spaces.

Looking Beyond Europe


Although the initiative originates within the European Union, its relevance extends far beyond it.

Currently, discussions around online safety, child protection, artificial intelligence, and platform accountability are increasingly shaping national and international policy debates globally.

From this perspective, the Commission’s call for proposals raises an important question: should public policies regarding digital spaces be more proactive than reactive to harm once it emerges? It asks if policy should help build digital spaces that reflect shared values.

It will evidently take a long time for the results to be reflected. Social media is shaped by technology, human behavior, money, and culture. Changing just one part of the system probably will not change everything right away.

Still, this initiative is an important change in thinking. For years, the focus was on managing the problems of current platforms. Now, people are asking: what would social media look like if it were designed from the start to serve users better?

It may take time to find the answer. But simply asking this question and inviting researchers, designers, young people, and civil society to join in could be one of the most important steps in shaping the future of digital spaces.


europeanpirates.eu/european-co…


European Commission’s Call for Better Social Media Platforms for Minors


It would not be an exaggeration to call the period from 2010 to 2020 the “decade of digital transformation.” The world witnessed an arc traversing from the digital foundation (1990s–2009) to the intelligent digital era (2020–present). What began as a technological innovation accelerated into a social paradigm, becoming an integral part of everyday life. Today, everything from banking and education to transport, healthcare and entertainment is accessible through digital platforms. The ease and convenience introduced by digital transformation have become second nature. So has staying connected.

Social media, a defining facet of this digital revolution, has facilitated connectivity beyond geographical borders. Multiple platforms, millions of users, and an unprecedented exchange of ideas, opinions, art, culture, and everyday experiences have transformed the way people interact. It would not be wrong to say that with the advent of social media, the world has indeed become a “global village”—a shared digital space where conversations transcend national boundaries.

However, this new level of connection has brought challenges. As social media shapes how people talk and get information, it raises an important question: how safe are these platforms, especially for children and teens? The openness that makes social media strong also creates risks, such as harmful content, addictive features, misinformation, cyberbullying, and other dangers that can affect young people’s mental health. These issues are now part of public policy debates, not just academic talks.

Over the past few years, policymakers around the world have sought to deal with these challenges through regulation. From a perspective of keeping children/minors safe online, blanket bans on children below a certain age accessing social media have emerged as one of the policy responses in several countries. In Europe, similar steps have been implemented or proposed in recent years. Chat Control and Age Verification add another dimension to the regulatory tools aimed at online safety for young users.

However, these proposals have also generated significant criticism from digital rights organizations, privacy advocates, and cybersecurity experts. Digital rights advocates firmly believe that these measures seek to improve online safety, yet they may come at the cost of privacy, anonymity, freedom of expression, and other fundamental rights that underpin democratic societies.

With such concerns in the background, movements like “Stop Killing the Internet” are also gaining prominence and momentum, highlighting both the internet’s safety and openness.

Now, the European Commission appears to be taking a different but complementary approach. Instead of asking only how existing social media platforms should be regulated, it is beginning to explore another question: what if social media itself could be designed differently?

A Small Pilot with Ambitious Questions


On 29 June 2026, the European Commission announced €1.48 million in funding for new ideas to make social media safer and more inclusive, especially for young people in Europe. Rather than supporting another major commercial platform, the Commission wants to see new designs that prioritize privacy, accessibility, user well-being, inclusion, and interoperability across services.

The Commission also encourages applicants to involve young people directly in the design process, ensuring that the platforms reflect the experiences and needs of those who use them most. Another notable objective is the exploration of protocol-based social media, which enables different services to communicate with one another rather than existing as isolated digital ecosystems.

Applications open on 30 July 2026 and close on 6 October 2026. Although the funding is small compared to industry levels, this initiative is more of a policy experiment than a major investment program.

From Regulating Platforms to Shaping Digital Spaces


This initiative is part of a bigger change in Europe’s digital strategy. It aligns with the EU’s Digital Decade 2030 plan, which aims to boost Europe’s innovation, reduce reliance on large global platforms, and provide more opportunities for European researchers, developers, businesses, and civil society. The Digital Decade also stresses that technology should always respect the EU’s core values: fundamental rights, privacy, inclusion, openness, and democratic accountability.

For years, public debate has centered on the problems posed by big social media platforms, such as how to handle harmful content, protect users, and make systems more transparent. These issues are especially important for children and teens, since their daily digital experiences shape how they learn, talk, and see the world.

And this is where the European Commission’s initiative strives to make a difference: Instead of adding safety and inclusion only after problems arise, it aims to determine whether these ideas can be built into new platforms from the start, especially for young users.

Importantly, the initiative is not just about whimsical and hypothetical ideas. The funded project will include practical steps:

  • Working closely with young Europeans from many backgrounds, including those with disabilities and neurodivergent experiences;
  • Analyzing the European social media market; developing or improving open, next-generation platforms; creating ways to encourage people to use these platforms;
  • Gathering insights to help shape future European digital policy.

In short, this is not just about imagining better platforms. It is also about testing, building, and learning from them in real life.

Why This Conversation Matters


This initiative comes at a time when people around the world are debating how digital platforms affect daily life and well-being.

Researchers, educators, parents, and policymakers are asking whether features meant to boost engagement, such as endless scrolling, personalized recommendations, and constant notifications, might lead to overstimulation, shorter attention spans, or unhealthy online habits. These worries are even greater for children and teens, who may lack the skills to navigate these persuasive digital environments.

Privacy advocates say users need more control over their personal data and digital identities. Accessibility groups point out that many online services are still hard to use for people with disabilities. Others in digital rights argue that too many users are stuck on a few big platforms, and that making services work together could create a more open and user-friendly digital world.

In this context, the Commission’s proposal does not try to solve all these problems at once. Instead, it puts them at the heart of early platform design, where choices about safety, inclusion, and user experience are made before platforms reach millions of users.

Opportunities and Important Questions


Supporters of the initiative see several reasons for cautious optimism.

A social media platform built for privacy and well-being, not just engagement or ads, could give users more control over their online lives. Including young people in the design process can help make sure platforms meet real needs, not just guesses. If these new approaches work, users could move between services more easily without losing their communities or digital identities.

For digital rights advocates, this proposal matters because it shifts the focus from just regulating current systems to imagining new ones. These new platforms could have transparency, accessibility, and user control built in from the start, rather than added later.

However, important questions remain.

  • Is the funding sufficient to build new systems from scratch, especially given the huge influx of investment in big tech companies? Maintenance of platform infrastructure and constant innovation require adequate financial support.
  • Developing new social media platforms is an amalgamation of both technical and social tasks. Since strong network effects keep people on established platforms, the crucial question is how new alternatives can attract and retain users.
  • There are also still questions about how these platforms should be governed. How can publicly supported social media balance free speech while protecting users from harm? What moderation methods best support both safety and rights? Can open, connected platforms offer the smooth experience users expect from commercial services?

These questions do not have easy answers, but they are central to the future of digital spaces.

Looking Beyond Europe


Although the initiative originates within the European Union, its relevance extends far beyond it.

Currently, discussions around online safety, child protection, artificial intelligence, and platform accountability are increasingly shaping national and international policy debates globally.

From this perspective, the Commission’s call for proposals raises an important question: should public policies regarding digital spaces be more proactive than reactive to harm once it emerges? It asks if policy should help build digital spaces that reflect shared values.

It will evidently take a long time for the results to be reflected. Social media is shaped by technology, human behavior, money, and culture. Changing just one part of the system probably will not change everything right away.

Still, this initiative is an important change in thinking. For years, the focus was on managing the problems of current platforms. Now, people are asking: what would social media look like if it were designed from the start to serve users better?

It may take time to find the answer. But simply asking this question and inviting researchers, designers, young people, and civil society to join in could be one of the most important steps in shaping the future of digital spaces.


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"Non si torna indietro": come l'Europa ha iniziato a separarsi dall'America di Trump


Il Wall Street Journal ha ricostruito le riunioni riservate in cui i leader europei hanno discusso il distacco dagli Stati Uniti, tra la minaccia alla Groenlandia e i limiti dell'adulazione

Per cinque ore, a fine gennaio, i capi di stato e di governo dei 27 paesi dell'Unione europea sono rimasti chiusi nella sede del Consiglio Europeo a Bruxelles per discutere un unico tema: come gestire la rottura con gli Stati Uniti. Il Wall Street Journal ha ricostruito quella riunione e i mesi che l'hanno preceduta e seguita parlando con capi di governo, ministri e consiglieri di alto livello, oltre a consultare gli appunti presi da alcuni partecipanti e le valutazioni riservate che i servizi di intelligence europei hanno consegnato ai propri leader.

La riunione di gennaio si è tenuta senza telecamere né registrazioni e ogni leader è arrivato da solo, senza telefono, per poter parlare liberamente. Pochi giorni prima il presidente, dopo aver rimosso il leader autoritario del Venezuela, aveva minacciato di prendere la Groenlandia alla Danimarca e soldati francesi erano arrivati sull'isola, accanto a forze speciali danesi equipaggiate per un eventuale scontro a fuoco con gli americani. Lo sfogo collettivo contro il presidente è stato così emotivo che alcuni presenti l'hanno poi chiamata "la notte della terapia". "Stiamo tracciando una linea", ha esordito il presidente francese Emmanuel Macron, secondo diversi leader presenti, ribadendo che la dipendenza europea dall'America è un rischio per la sicurezza: "Non si torna indietro". Il primo ministro belga si è lamentato che l'Europa rischiava di diventare "una misera schiava" degli Stati Uniti. Giorgia Meloni ha dissentito, dicendo ai colleghi che il presidente poteva ancora essere convinto con le buone ragioni. Accanto a lei la premier danese Mette Frederiksen, dopo una settimana di braccio di ferro con Washington, appariva così scossa che il cancelliere tedesco Friedrich Merz le ha chiesto come stesse.

Molti in quella stanza hanno citato un assente, il primo ministro canadese Mark Carney, che da settimane scriveva ai principali leader europei da un numero britannico risalente ai suoi anni a Londra per convincerli che "la vecchia America non tornerà". Carney, ex banchiere centrale arrivato al potere anche grazie alle minacce del presidente di fare del Canada il 51° stato americano, sosteneva da anni che l'Occidente dipendesse troppo da un solo paese, sempre più imprevedibile. "Il Canada", ha detto il premier spagnolo, "sta dicendo apertamente quello che dovremmo fare".

La ricostruzione descrive un esperimento senza precedenti di de-americanizzazione già in corso. Le amministrazioni pubbliche di diversi paesi, dalla Francia ai Paesi Bassi, stanno rimuovendo la tecnologia americana dai propri sistemi, adottano software europei open source e invitano i dipendenti pubblici a non usare più Microsoft Teams e Office. I governi stanno spendendo centinaia di miliardi di dollari per rafforzare le aziende spaziali, le società di intelligenza artificiale e i data center europei. Conducono inoltre studi su dove conservare i propri dati, come processare i pagamenti in caso di attrito con Washington e quanto bene funzionerebbero le loro armi di fabbricazione americana senza l'autorizzazione degli Stati Uniti.

Le valutazioni dei servizi segreti consegnate ai leader sono altrettanto crude. Una, proveniente da un paese dell'Europa meridionale, avverte: "Non state trattando con un'amministrazione che ha delle procedure, state trattando con un singolo individuo volatile". L'MI6, il servizio segreto britannico per l'estero, ha descritto al premier Keir Starmer la seconda Casa Bianca del presidente come un incrocio tra "The Crucible" e "Wolf Hall", due opere di finzione ambientate durante i processi alle streghe di Salem e alla corte di Enrico VIII. Il servizio britannico ha anche ordinato ai propri agenti di non parlare del presidente con i colleghi della CIA, l'agenzia di intelligence americana.

All'approccio della rottura si è a lungo contrapposto quello del segretario generale della NATO Mark Rutte, che la stampa europea ha ribattezzato "diplomazia dell'adulazione". Nel febbraio 2025, a pochi giorni dall'inizio del secondo mandato del presidente, Rutte propose ai leader europei riuniti a Bruxelles la sua strategia: dare a Trump una vittoria, portando la spesa militare al 3,5% del PIL. Convinto che senza Washington l'Europa dovrebbe spendere più del 10% del PIL solo in difesa, a chi immaginava un Occidente senza l'America come perno rispondeva "continuate a sognare". Nei messaggi al presidente ne imitava la sintassi e le iperboli e presto gli altri leader lo hanno seguito: il presidente finlandese e il premier norvegese arrivarono a studiare insieme quali parole scrivere in maiuscolo nei loro messaggi, mentre Ursula von der Leyen, rimproverata dal presidente per aver difeso le sanzioni alla Russia, iniziò a chiamare "dazi" la pressione economica su Mosca.

Nell'aprile 2025 il nuovo ambasciatore americano alla NATO comunicò però che il 3,5% non bastava: l'obiettivo era il 5% entro il 2035, ammorbidito da un meccanismo che permette di conteggiare un 1,5% di "investimenti legati alla sicurezza" come strade, ponti e cybersicurezza. Al vertice dell'Aia di giugno 2025 quasi tutti i leader si allinearono e fecero a turno gli elogi del presidente a porte chiuse, mentre la Spagna, unico paese a rifiutare l'obiettivo dopo 54 ore di trattative, ottenne di seguire "il proprio percorso sovrano". "Nella stanza c'erano risate, ma mascheravano un'ansia profonda", ha raccontato l'allora premier bulgaro Rosen Zhelyazkov. "I leader europei si aggrappavano ancora alla convinzione di poter gestire Donald Trump con l'adulazione diplomatica e il fascino personale".

Il vertice in Alaska tra il presidente e Vladimir Putin, a metà agosto, ha mostrato i limiti di quella strategia. Il presidente ne uscì scettico sulle possibilità dell'Ucraina e incuriosito da un piano di pace russo più vicino alle posizioni di Mosca che a quelle europee, mentre un rapporto di intelligence circolato tra i governi descriveva i progetti economici che l'amministrazione discuteva con il Cremlino, compresa l'estrazione congiunta di terre rare nell'Artico. Sei tra presidenti e premier europei, più Rutte e von der Leyen, volarono d'urgenza a Washington per sostenere il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e si ritrovarono ad aspettare mentre il presidente, da un'altra stanza, chiamava Putin per 40 minuti. Nel giro di poche settimane il presidente tornò a dubitare delle chance di Kyiv. Un partecipante ha definito la visita "un'esperienza straziante" e per l'MI6 la diplomazia dell'adulazione era ormai "soggetta alla legge dei rendimenti decrescenti".

Quando i leader europei si sono rivisti a marzo, i bombardamenti americani sull'Iran avevano fatto salire i prezzi dei carburanti in tutto il continente e Merz, furioso, ha detto che l'unica vincitrice della nuova guerra in Medio Oriente sarebbe stata la Russia. Alcuni partecipanti hanno discusso, con amara ironia, se una presidenza di JD Vance sarebbe preferibile. Persino Meloni ha ammesso di aver rivisto il proprio giudizio: il presidente, ha lamentato, "non è ragionevole".

La distanza tra le due sponde dell'Atlantico pesa sul vertice NATO che si apre oggi ad Ankara, in Turchia, dove il presidente è arrivato ancora irritato per il rifiuto europeo di concedere le basi militari per gli attacchi contro l'Iran: "Loro non c'erano per noi!!!", ha scritto il 3 luglio sul suo social Truth, definendo il rapporto con l'alleanza "non reciproco". Alla vigilia del summit il presidente ha chiesto agli alleati più lealtà, mentre Washington ha avviato una revisione della propria presenza militare in Europa, dove ha circa 80.000 soldati. L'amministrazione ha anche suggerito una NATO a due velocità che riservi un trattamento preferenziale ai paesi che spendono di più in difesa. Un'uscita unilaterale degli Stati Uniti dall'alleanza resta improbabile: una legge del 2023, promossa dall'attuale segretario di stato Marco Rubio quando era senatore, impedisce al presidente di ritirare il paese dal trattato senza il via libera di due terzi del Senato o una nuova legge del Congresso.


Trump chiede agli alleati NATO più lealtà


Il presidente Donald Trump arriva al vertice della NATO che si apre martedì e mercoledì ad Ankara, in Turchia, con una richiesta che nessun grafico può soddisfare: non più soldi dagli alleati, ma lealtà. La questione della spesa militare, che per anni lo ha visto attaccare gli europei, è stata risolta al summit dell'anno scorso, quando i paesi dell'alleanza si sono impegnati a portare la spesa per la difesa al 5% del prodotto interno lordo entro il 2035. Ora il presidente rimprovera ad alcuni alleati di non averlo sostenuto nella guerra contro l'Iran, che ha lanciato insieme a Israele senza consultarli.

"Non abbiamo bisogno dei loro soldi, non abbiamo bisogno di niente", ha detto Trump. "Voglio solo lealtà". Pochi giorni prima del vertice il presidente ha definito "ridicolo" e "unilaterale" il rapporto tra gli Stati Uniti e la NATO, scrivendo sul suo social Truth Social che gli alleati "non c'erano quando serviva a noi". Ha ripetuto di poter provare a far uscire gli Stati Uniti dall'alleanza, un passo che però richiederebbe l'approvazione del Congresso.

Il segretario generale della NATO Mark Rutte ha passato gran parte dei suoi quasi due anni alla guida dell'alleanza cercando di tenere ancorati gli Stati Uniti, l'alleato senza il quale l'organizzazione non può funzionare. La sua arma principale è stata l'adulazione. Il mese scorso alla Casa Bianca ha mostrato un grafico intitolato in lettere dorate "The Trump Trillion", con cui attribuiva al presidente i 1.200 miliardi di dollari spesi dagli alleati europei e dal Canada dal 2017. Ha ricordato anche le decine di migliaia di posti di lavoro creati negli Stati Uniti e i 300 miliardi di dollari di ordini europei di materiale militare, tutti meriti del "leader del mondo libero".

Trump è rimasto impassibile. Aveva già minacciato di lasciare la NATO, valutato il ritiro delle truppe americane dall'Europa e promesso di prendersi la Groenlandia, territorio semiautonomo della Danimarca, un paese alleato. Ha detto che avrebbe saltato il vertice se non fosse stato ospitato dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan, uno dei pochi leader stranieri che sembra stimare.

Il vero problema dell'alleanza non è più il denaro ma la capacità di trasformarlo in forze militari, proprio mentre i paesi europei temono un possibile attacco della Russia. Il mese scorso il Pentagono, il ministero della Difesa americano, ha sorpreso gli alleati annunciando che avrebbe ridotto il numero di soldati, navi da guerra, aerei e droni da mettere a disposizione in caso di attacco a uno di loro. Trump ha inviato messaggi contraddittori sul fatto che le truppe americane vengano aumentate o ridotte, mentre la Russia sonda le difese europee con voli di droni vicino alle basi militari di più paesi.

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha alzato i toni con gli alleati. In un incontro dei ministri della Difesa a Bruxelles ha definito la NATO poco più di una "tigre di carta" che vive di una "malsana dipendenza" dalle forze americane e ha annunciato una revisione della presenza militare statunitense in Europa. Voleva annunciare al vertice altri ritiri di soldati, ma il piano è stato bloccato dopo il passaggio alla Casa Bianca. Hegseth ha rimproverato agli alleati di non aver aiutato gli Stati Uniti nella guerra contro l'Iran, anche se non erano stati informati in anticipo né era stato chiesto loro un sostegno, se non quando Teheran ha chiuso lo Stretto di Hormuz, da cui passa circa il 20% del petrolio mondiale.

Secondo un editoriale del Financial Times, la NATO è oggi allo stesso tempo più forte e più debole rispetto a diciotto mesi fa. È più forte perché, grazie soprattutto alla pressione di Trump, i membri non americani hanno speso nel 2025 139 miliardi di dollari in più rispetto al 2024 e stanno investendo nel riarmo. È più debole perché è crollata la fiducia nel fatto che l'Amministrazione americana difenderebbe gli alleati in caso di attacco. In teoria resta possibile un grande accordo transatlantico, in cui gli europei si prendono la responsabilità della difesa convenzionale del continente e gli Stati Uniti mantengono l'ombrello nucleare. Ma pochi credono che Trump metterebbe a rischio la sua residenza di Mar-a-Lago per salvare Varsavia. Germania, paesi nordici e baltici spendono molto, mentre Francia e Regno Unito restano indietro.

Il vertice segna anche l'ascesa della Turchia dentro l'alleanza. Per anni molti alleati hanno guardato Ankara con diffidenza per l'acquisto di un sistema di difesa aerea russo e per lo stallo imposto all'ingresso della Svezia nella NATO. Ora Trump dice di partecipare al summit solo per Erdogan, che ha chiamato "un amico" e "un leader coi fiocchi". La Turchia ha il secondo esercito più grande dell'alleanza e il controllo dello stretto del Bosforo, mentre la sua industria delle armi è diventata preziosa via via che l'Europa si riarma di fronte al disimpegno americano. Trump ha lasciato intendere un'apertura sulla vendita dei caccia F-35, finora negati ad Ankara proprio per l'acquisto del sistema russo S-400.

La nuova vicinanza ha spinto i leader europei a tacere sull'arretramento democratico in Turchia, dove le autorità hanno fermato più di 200 persone per motivi di sicurezza prima del vertice e dove il principale rivale di Erdogan, il sindaco di Istanbul Ekrem Imamoglu, è in carcere dal 2025 con accuse di corruzione che respinge. "Gli europei non vogliono più tensioni con la Turchia, non vogliono avere quella conversazione", ha dichiarato al Washington Post Asli Aydintasbas, ricercatrice della Brookings Institution.

Rutte vuole trasformare il summit in una vetrina di accordi commerciali, con un forum dell'industria della difesa e annunci di intese da miliardi di dollari, nella speranza che Trump veda l'alleanza come qualcosa di positivo. I diplomatici europei puntano a un incontro breve, con molta cerimonia e poche dichiarazioni congiunte che possano mettere in evidenza le divisioni. Ma la richiesta di lealtà avanzata dal presidente resta difficile da mettere su un grafico.


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