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Gli esperti alzano il voto alla democrazia americana, ma resta vicino a un regime illiberale


Nella rilevazione di luglio di Bright Line Watch 568 politologi danno 60 su 100, il massimo del secondo mandato di Trump. Ma il 41% dice che le elezioni sono truccate e i controlli sul potere deboli.

Gli esperti di scienze politiche americani danno oggi alla democrazia degli Stati Uniti un voto di 60 su 100, il più alto da quando il presidente Donald Trump è tornato alla Casa Bianca. Resta un giudizio severo, perché quel punteggio è più vicino a quello che gli stessi studiosi assegnano a una democrazia illiberale (47) che a una democrazia solida (93).

Il dato arriva dalla ventinovesima rilevazione di Bright Line Watch, un progetto di ricerca che dal 2017 chiede a centinaia di politologi americani e a un campione della popolazione di valutare lo stato della democrazia su una scala da zero a cento. L'ultima tornata ha coinvolto 568 studiosi tra il 10 e il 27 luglio. I 2.750 cittadini del campione sono stati intervistati tra il 13 e il 27 luglio dall'istituto di sondaggi YouGov.

Il voto medio degli esperti era 67 a novembre 2024, prima dell'insediamento. È sceso a 55 a febbraio 2025 e a 53 ad aprile, il minimo mai registrato dal 2017. Si è fermato a 54 a settembre, è risalito a 58 tra dicembre e gennaio e a 57 tra febbraio e marzo. I 60 punti di luglio valgono tre punti in più, ma restano sotto il minimo dell'era di Joe Biden (66, a novembre 2021). Sono anche statisticamente equivalenti al punto più basso del primo mandato di Trump (61, a ottobre 2020). Il punteggio americano di oggi è vicino a quello che gli stessi esperti hanno assegnato di recente a Polonia (63) e Messico (60) e molto distante da Regno Unito (83) e Canada (88).

Il recupero potrebbe non durare. I previsori umani che partecipano a Metaculus, una piattaforma dove gli utenti stimano in termini di probabilità gli eventi futuri, si aspettano che entro la fine del 2026 gli esperti di Bright Line Watch scendano a 51. Sarebbe un nuovo minimo assoluto. Due sistemi di previsione basati sull'intelligenza artificiale, Mantic e FutureSearch, indicano entrambi 56.

Sondaggi · Stati Uniti

Per gli esperti la democrazia americana si riprende, per il pubblico molto meno

Valutazione media della democrazia americana su una scala da 0 a 100, misurata a ogni ondata tra i politologi e nel pubblico. All’inizio del secondo mandato di Trump, nel 2025, entrambi i giudizi sono precipitati ai minimi dal 2017, poi risaliti solo in parte.

Esperti · politologi Pubblico · campione della popolazione
TRUMP I BIDEN TRUMP II 50 55 60 65 70 2017 2018 2019 2020 2021 2022 2023 2024 2025 2026 Esperti 60 Pubblico 52

Fonte Bright Line Watch, rilevazioni dal febbraio 2017 al luglio 2026 (29 ondate di esperti, 26 del pubblico). Ogni punto è la valutazione media della democrazia americana su una scala da 0 (per nulla democratica) a 100 (pienamente democratica): le stime degli esperti, politologi accademici, non sono pesate; quelle del pubblico usano i pesi campionari di YouGov. Le fasce colorate sono gli intervalli di confidenza al 95%.

Esperti
Pubblico

Tra i cittadini il voto medio è fermo a 52, in linea con i punti più bassi delle due presidenze precedenti. Il cambiamento sta nella composizione: i repubblicani sono scesi da 64 a 59 e i democratici sono saliti da 45 a 50, il loro livello più alto del secondo mandato. La distanza tra i due schieramenti si è ridotta a circa otto punti, dai quindici e più registrati alla fine del 2025 e all'inizio del 2026. A parte le elezioni del 2020 e del 2024, quando la presidenza ha cambiato di mano, è la variazione più forte osservata dal 2017.

La domanda che divide gli studiosi da mesi è se gli Stati Uniti abbiano superato la soglia dell'autoritarismo competitivo, un sistema in cui elezioni e istituzioni continuano a esistere ma i controlli sul potere sono deboli e il voto è inclinato a favore di chi governa. Messi davanti a quattro descrizioni possibili, il 55% degli esperti dice che il paese ha elezioni libere e corrette ma controlli soltanto moderati su chi comanda. Il 41% risponde che le elezioni sono truccate e i controlli deboli. Solo il 3% sceglie l'opzione più rassicurante, elezioni libere e controlli forti. Appena l'1% indica quella più drastica, un sistema in cui chi è al potere non può essere rimosso col voto.

Il pubblico si distribuisce in modo simile ma con più risposte estreme: il 36% indica elezioni libere e controlli moderati, il 34% elezioni truccate e controlli deboli, il 16% elezioni libere e controlli forti e il 14% un paese senza elezioni né controlli funzionanti. Le differenze tra i due partiti sono minori di quanto si potrebbe pensare, perché il 32% sia dei repubblicani sia dei democratici dice che il voto è truccato e i controlli deboli. Le posizioni divergono agli estremi. Il 21% dei repubblicani vede elezioni libere e controlli forti, contro l'11% dei democratici, mentre il 16% dei democratici ritiene il paese privo di elezioni e controlli reali, contro il 9% dei repubblicani.

Sul futuro il giudizio degli esperti dipende quasi interamente da chi vincerà le presidenziali del 2028. Se arrivasse alla Casa Bianca un repubblicano sostenuto da Trump, si aspettano che nel 2032 il voto della democrazia americana scenda a 49, sotto qualunque valore rilevato dal 2017. Con un repubblicano senza il sostegno del presidente il punteggio salirebbe a 67, con un democratico a 72. Tra i cittadini le differenze sono molto più contenute (45, 53 e 56). Gli elettori dei due partiti danno invece risposte quasi speculari: i democratici prevedono 30 con un repubblicano trumpiano e 69 con un democratico, i repubblicani rispettivamente 65 e 46.

Sulle elezioni di novembre la fiducia nel conteggio dei voti è alta tra gli esperti, il 94% nel proprio Stato e l'82% a livello nazionale. Tra i cittadini scende al 74% e al 60%. Il dato nuovo è il ribaltamento tra i partiti, perché oggi i democratici sono più fiduciosi dei repubblicani sia sul proprio Stato (81% contro 73%) sia sul conteggio nazionale (66% contro 58%). La quota di repubblicani che si fida del conteggio nazionale è passata dal 70% di febbraio e marzo al 58% di luglio, cancellando tutto il recupero seguito alla vittoria di Trump del 2024. Tra i democratici è salita dal 55% al 66%. Una spiegazione possibile è la crescente probabilità che i democratici riconquistino il Congresso.

Il calo più forte riguarda i brogli. Solo il 25% dei repubblicani intervistati dice che le elezioni americane sono in gran parte o del tutto libere da frodi e manipolazioni diffuse, contro il 50% di febbraio 2025. Nello stesso periodo la quota di repubblicani convinti che tutti i voti abbiano lo stesso peso è passata dal 58% al 39% e quella di chi ritiene le elezioni al riparo da influenze straniere dal 46% al 28%. Il presidente ha continuato a ripetere accuse mai dimostrate secondo cui la frode elettorale sarebbe generalizzata, compreso un discorso alla nazione il 16 luglio. I ricercatori non hanno però trovato variazioni misurabili tra le risposte raccolte prima e dopo quell'intervento.

Sui confini dei collegi elettorali gli esperti sono molto più severi dei cittadini: solo il 4% ritiene che non favoriscano sistematicamente un partito, contro il 13% dei democratici e il 32% dei repubblicani. Sono invece più ottimisti sulla libertà di partiti e candidati di correre senza essere esclusi per le loro idee (81%, contro il 33% dei democratici e il 50% dei repubblicani) e sull'assenza di brogli diffusi (81%, contro il 62% e il 25%).

Il ridisegno dei collegi fuori dal ciclo decennale perde consensi. Negli Stati Uniti i confini dei distretti che eleggono i deputati vengono normalmente rifatti ogni dieci anni dopo il censimento, ma le assemblee locali possono decidere di riscriverli prima per aumentare i seggi del proprio partito, come hanno fatto il Texas repubblicano nel 2025 e poi la California democratica. L'approvazione tra i cittadini è scesa dal 30% di settembre 2025 al 20% di luglio, trascinata dai repubblicani, passati dal 52% al 34%, che restano comunque i più favorevoli. I democratici sono all'11%, gli esperti al 3%.

La fiducia è molto più bassa dove il ridisegno è stato tentato dall'altro partito. I democratici che vivono in Stati dove i repubblicani hanno provato a riscrivere i collegi giudicano equi i propri distretti nel 33% dei casi, contro il 68% negli Stati senza tentativi e l'80% dove ha agito il loro partito. Tra i repubblicani i valori sono 48%, 76% e 86%. Lo stesso vale per la fiducia nel conteggio dei voti nel proprio Stato, che tra i democratici è 70%, 84% e 90% e tra i repubblicani 48%, 73% e 85%.

Cala anche il gradimento per le tattiche di constitutional hardball, le mosse formalmente consentite dalle regole che però rompono le convenzioni non scritte del sistema politico. Tra i repubblicani il sostegno è calato di 26 punti sull'ipotesi di ampliare il numero dei giudici della Corte Suprema e di 16 punti sul rifiuto del Senato di esaminare le nomine alla Corte. Il calo è di 14 punti sull'uso del Dipartimento di Giustizia per indagare gli avversari politici, un risultato che colpisce dopo i procedimenti aperti dall'Amministrazione contro l'ex direttore dell'FBI James Comey e la procuratrice generale di New York Letitia James. Tra i democratici i cali maggiori riguardano le tattiche che prima piacevano di più, cioè lo status di Stato per Washington DC e Porto Rico (29 punti in meno) e il patto tra Stati per assegnare i grandi elettori al vincitore del voto popolare nazionale (17 punti in meno).

La sentenza più criticata dagli esperti tra quelle recenti della Corte Suprema è Trump v. Slaughter, che ha cancellato le tutele contro la rimozione dei vertici delle agenzie federali indipendenti ribaltando una decisione del 1935. Il 90% la considera una minaccia per la democrazia e il 48% una minaccia grave o straordinaria. Fa peggio soltanto Trump v. Wilcox, l'ordinanza del maggio 2025 che ha esteso il potere del presidente di rimuovere i membri dell'agenzia federale che vigila sui rapporti di lavoro (92%). L'85% considera una minaccia anche Louisiana v. Callais, che ha annullato il secondo collegio a maggioranza afroamericana in Louisiana e ha ristretto il campo del Voting Rights Act, la legge del 1965 che tutela il voto delle minoranze. Il 74% giudica negativamente NRSC v. FEC, che ha eliminato i limiti alla spesa dei partiti coordinata con i candidati.

Tre decisioni recenti sono invece considerate un beneficio per la democrazia. Watson v. RNC consente agli Stati di contare le schede spedite entro il giorno del voto e arrivate dopo (83%), Trump v. Barbara ha confermato la cittadinanza per nascita (80%) e Trump v. Cook ha bloccato il tentativo dell'Amministrazione di rimuovere Lisa Cook dal consiglio della Federal Reserve, la banca centrale americana (74%).

Undici dei 37 possibili episodi di erosione democratica monitorati nell'indice che Bright Line Watch ha aperto su Metaculus si sono già verificati nel biennio 2025-2026. Tra questi ci sono le grazie o le commutazioni di pena per almeno dieci persone legate al presidente, le direttive della Casa Bianca contro almeno tre critici di primo piano e le indagini federali su almeno cinque delle cinquanta migliori università. Si sono verificati anche il tentativo di revocare la cittadinanza a un naturalizzato per comportamenti successivi alla naturalizzazione, il ramo esecutivo dichiarato in oltraggio da un tribunale federale, i nuovi limiti al voto anticipato e per corrispondenza approvati dal Congresso e due casi di omicidio o tentato omicidio contro giudici o parlamentari. I vertici del Dipartimento di Giustizia hanno inoltre aggirato le procedure ordinarie sia per proteggere il presidente e i suoi alleati sia per accelerare un caso contro un avversario.

Due episodi sono arrivati contro le previsioni. I previsori davano al 13% la probabilità che un'agenzia federale assegnasse un beneficio da almeno 100 milioni di dollari a un'azienda dopo una spesa di un milione a favore di un gruppo legato al presidente. Il Dipartimento della Sicurezza Interna ha poi affidato senza gara un contratto da oltre 100 milioni a GEO Group, che aveva donato un milione al comitato elettorale MAGA Inc., collegato a Trump. La probabilità che un alto ufficiale in servizio entrasse in politica era stimata al 7%, ma Nancy Lacore, ex viceammiraglio e capo della riserva della Marina, ha depositato la candidatura alla Camera il 20 gennaio 2026, meno di sei mesi dopo il congedo dal servizio attivo.

Per il biennio 2027-2028 previsori umani e sistemi di intelligenza artificiale si aspettano che molti di quegli episodi si ripetano, con probabilità tra il 75% e il 95% sulla piattaforma per le grazie di massa agli alleati, gli attacchi ai critici del presidente, le indagini sulle università e le forzature del Dipartimento di Giustizia. Lo scenario giudicato più probabile è quello di un esponente di spicco dell'opposizione che finisce sotto processo. Esperti e sistemi di intelligenza artificiale stimano tra il 46% e il 60% la probabilità che nel 2027-2028 il Dipartimento di Giustizia annunci un'indagine o un procedimento contro una figura di primo piano del partito avversario. Nel primo caso di questo tipo gli esperti danno il 79% di probabilità che le accuse vengano formalizzate, ma solo il 7% che si arrivi a una condanna entro il 2030. Mettendo insieme le stime, il rischio complessivo è del 39% per gli esperti, del 34% per Preseen e del 36% per FutureSearch.

Molto meno probabile è che un candidato sconfitto riesca a rovesciare il risultato. Sulla possibilità che almeno due candidati perdenti a governatore o al Senato in corse competitive rifiutino di riconoscere la sconfitta dopo il voto di novembre, gli esperti ricalibrati stanno al 14% e i previsori di Metaculus al 17%. I sistemi di intelligenza artificiale arrivano tra il 26% e il 42%. La ricalibrazione serve perché i pronostici degli esperti si sono rivelati troppo pessimisti in passato e vengono corretti sulla base degli eventi realmente accaduti. Anche ammesso che il rifiuto arrivi, gli esperti danno solo il 27% di probabilità che a fine gennaio 2027 il vincitore non sia entrato in carica.

Agli scenari più estremi gli esperti assegnano probabilità comprese tra l'1% e il 10%. Sono la sospensione dell'habeas corpus, cioè della garanzia che impedisce di detenere una persona senza il controllo di un giudice, il rifiuto del governo federale di eseguire l'ordine di un tribunale, un vincitore che non entra in carica e l'esclusione dalle schede di un candidato di uno dei due grandi partiti. C'è invece accordo quasi unanime sul fatto che nessuna elezione verrà bloccata in nome di frodi o interferenze straniere.


Update modello previsione Midterm 2026: le probabilità di vittoria


A partire da oggi, per la prima volta, il nostro modello sulle elezioni di metà mandato del 3 novembre stima anche le probabilità che ciascun partito conquisti il controllo dei due rami del Congresso. Al momento assegna ai democratici 82 possibilità su 100 di ottenere la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti e 56 su 100 di conquistarla al Senato, dove la sfida resta sostanzialmente alla pari.

È la novità più evidente dell’aggiornamento che abbiamo appena introdotto. Nelle ultime settimane abbiamo testato sulle elezioni passate il modello presentato a giugno, ne abbiamo ricalibrato il grado di incertezza e aggiunto una nuova fonte di informazioni per i collegi nei quali non sono disponibili sondaggi. Nel complesso, però, l’aggiornamento ha inciso solo in misura limitata sulle proiezioni: un risultato rassicurante, perché conferma la solidità della versione precedente.

Alla Camera, la proiezione è passata da 227 a 225 seggi democratici, mentre il numero dei collegi classificati come incerti è salito da 19 a 25. Il nuovo modello, in altre parole, riflette meglio l’incertezza nei casi in cui la versione precedente tendeva a mostrarsi troppo sicura, soprattutto nelle previsioni favorevoli ai repubblicani. Al Senato, invece, la sfida rimane un testa a testa: 6 seggi sono in bilico e i democratici restano lievemente in vantaggio. In questo articolo spieghiamo nel dettaglio che cosa è cambiato e perché queste modifiche rendono il modello ancora più affidabile.

Midterm 2026: sondaggi, medie e proiezioni
La proiezione di Focus America sulle elezioni di metà mandato del 2026. Sondaggi, medie e proiezioni aggiornate ogni giorno. Si vota il 3 novembre.
Focus AmericaLorenzo Ruffino

Dalle proiezioni alle probabilità


La versione precedente pubblicata a giugno indicava quale candidato fosse in vantaggio in ciascuna gara, ma misurava l’incertezza soltanto al Senato, attraverso 10.000 simulazioni che, però, non erano mostrate ai lettori. Esse servivano a valutare se la competizione per il controllo dell’aula fosse sostanzialmente alla pari, non a calcolare e pubblicare probabilità precise. La nuova versione compie invece un passo avanti: si basa su 50.000 simulazioni dell’intera elezione, considerando insieme Camera e Senato.

In ogni simulazione, quindi, il modello genera un esito leggermente diverso: parte dalle stime relative alle singole gare e introduce i possibili errori dei sondaggi e delle altre fonti utilizzate. Al termine conta quante volte ciascun partito conquista la maggioranza in entrambe le camere del Congresso. Ciò significa, per esempio, che se i democratici raggiungono almeno 218 seggi alla Camera nell’82% delle simulazioni, il modello assegna loro 82 possibilità su 100 di ottenere il controllo dell’aula.

L’ampiezza dei possibili errori non viene stabilita arbitrariamente. Per ogni sfida, il modello parte dall’incertezza associata alla media dei sondaggi, calcolata attraverso il filtro di Kalman già illustrato nella presentazione di giugno. Ricapitolando: ciascuna rilevazione viene trattata come una misurazione imperfetta di un consenso “reale” che cambia gradualmente nel tempo: il margine di incertezza si restringe quando i sondaggi sono numerosi e recenti, mentre si amplia quando sono pochi o datati. Il simulatore aggiunge poi l’incertezza dovuta al tempo che ancora ci separa dal voto, stimata sulla base dei cicli elettorali precedenti. Più è lontano il 3 novembre, maggiori sono le possibilità che lo scenario cambi e più ampio è quindi il ventaglio degli esiti plausibili.

L’aspetto più delicato, e la ragione principale per cui le simulazioni sono indispensabili, è che gli errori dei sondaggi spesso non sono indipendenti tra loro. Storicamente parlando, quando le rilevazioni hanno sbagliato, hanno teso a farlo nella stessa direzione in molte aree del Paese. È accaduto, per esempio, nel 2016 e nel 2020, quando i voti per i repubblicani sono stati chiaramente sottostimati in numerosi Stati e collegi. Per questo motivo, il nostro nuovo modello non simula quindi soltanto errori isolati nelle singole sfide, ma anche scostamenti generalizzati: negli scenari in cui i sondaggi sovrastimano i democratici, la correzione a loro sfavore si ripercuote contemporaneamente sulle elezioni per la Camera e per il Senato. Anche per questo, 82 possibilità su 100 vanno considerate come un netto vantaggio, mai come una certezza.

Tutto questo è visibile anzitutto nel nuovo widget “Quali sono le probabilità di vittoria?”, che mostra la distribuzione completa degli esiti prodotti dalle simulazioni. Muovendosi sulle mappe è invece possibile consultare la probabilità di vittoria in ciascuna sfida, espressa con formule come “vince 62 volte su 100”. L’introduzione di queste stime ci consente inoltre di confrontare più facilmente le nostre previsioni con quelle degli altri modelli pubblicati nelle ultime settimane. Il quadro che emerge è rassicurante: anche il modello di Nate Silver, per esempio, considera favoriti i democratici.

Un modello messo alla prova sul passato


Come si può valutare l’affidabilità di un modello prima del giorno delle elezioni? Il metodo più rigoroso consiste nel metterlo alla prova su consultazioni già concluse. Abbiamo quindi ricostruito, giorno per giorno, le elezioni di metà mandato del 2018 e del 2022, fornendo al modello soltanto i sondaggi e le informazioni disponibili in quel momento, come se il risultato finale fosse ancora sconosciuto. L’esercizio ha prodotto oltre 20.000 previsioni per la Camera e più di 1.600 per il Senato, che abbiamo poi confrontato con i risultati effettivi.

Da questa verifica sono nate alcune delle correzioni più importanti. La media nazionale dei sondaggi reagisce ora più rapidamente alle nuove rilevazioni, perché la versione precedente tendeva a restare indietro quando il clima politico cambiava velocemente. Abbiamo inoltre ampliato sensibilmente l’incertezza stimata nelle singole sfide per il Senato: quella prevista in precedenza era circa la metà di quella riscontrata nella realtà. Un modello troppo sicuro delle proprie previsioni, infatti, rischia di risultare fuorviante.

Per la Camera dei Rappresentanti abbiamo invece ricalibrato il grado di fiducia da attribuire alle stime, sia nei collegi coperti dai sondaggi sia in quelli privi di rilevazioni. Ma è cambiata anche la correzione storica utilizzata per trasformare la media nazionale dei sondaggi in una stima del clima politico generale: non è più un valore fisso stabilito una volta per tutte, ma viene calcolata sulla base dei cicli elettorali dal 2010 in poi.

Non tutti i sondaggi, inoltre, prendono in esame lo stesso tipo di elettori. Alcuni si concentrano sui “probabili elettori”, selezionati perché ritenuti quasi certi di andare alle urne; altri utilizzano il campione più ampio degli “elettori registrati”. La distinzione è importante perché, storicamente, chi partecipa davvero alle elezioni di metà mandato tende a essere più conservatore di chi è semplicemente iscritto alle liste elettorali. In media, nelle rilevazioni passate, i campioni di probabili elettori hanno mostrato un miglioramento per i repubblicani di circa un punto rispetto a quelli degli elettori registrati.

Per tenere conto di questa differenza, il modello attribuisce ai sondaggi condotti sui probabili elettori un peso quasi doppio rispetto a quelli basati sugli elettori registrati. Questi ultimi, invece, non vengono corretti in modo uniforme: quando uno stesso istituto pubblica entrambe le versioni, il modello misura lo scarto tra i due campioni e lo utilizza per rendere confrontabili i risultati. Apparentemente, però, quest’anno quella differenza è quasi scomparsa: i sondaggi sui probabili elettori non mostrano più, infatti, la consueta inclinazione verso i repubblicani rispetto a quelli sugli elettori registrati. Questo è un possibile segnale che, almeno per ora, l’elettorato più motivato a partecipare al voto non sia quello repubblicano.

Nel modello per il Senato abbiamo, invece, introdotto anche una nuova informazione: i fondi raccolti dai candidati, ricavati dai registri della Federal Election Commission, ovvero l’autorità federale che vigila sul finanziamento delle campagne elettorali. Nelle sfide per le quali sono disponibili pochi sondaggi, la capacità di raccogliere donazioni rappresenta infatti uno dei segnali più concreti della forza di una candidatura.

Più in generale, la regola che ci siamo imposti è semplice: una modifica è stata introdotta soltanto se dimostra di migliorare le previsioni relative alle elezioni passate. Molte delle idee da noi sperimentate non hanno superato questa prova. Il caso più istruttivo ha riguardato il sistema più sofisticato tra quelli testati, capace di apprendere autonomamente, gara per gara, quanto peso attribuire a ciascuna fonte. In media produceva risultati persino leggermente migliori, ma i pesi calcolati sulla base di appena due cicli elettorali erano troppo fragili. Proprio nelle sfide decise da pochi punti, quelle che contano di più, commetteva più errori rispetto al metodo più semplice. Abbiamo quindi deciso di escluderlo, conservando però la componente che aveva dimostrato di funzionare meglio di tutte: le valutazioni degli esperti.

I giudizi degli esperti


Il cambiamento più rilevante riguarda la Camera dei Rappresentanti. Si vota in 435 collegi, ma soltanto una piccola parte di questi è coperta da sondaggi locali. Per oltre 150 collegi sono però disponibili le valutazioni degli esperti statunitensi, che da decenni classificano le competizioni secondo una scala ormai consolidata: “solid” per quelle considerate sicure, “likely” e “lean” per quelle più o meno favorevoli a un partito e “tossup” per le sfide senza un chiaro favorito.

Il modello utilizza ora anche queste valutazioni, ma non le recepisce alla lettera. Abbiamo raccolto quasi 93.000 giudizi pubblicati nei cicli elettorali del 2018, del 2022 e del 2026 e misurato il significato concreto attribuito da ciascun esperto alle diverse categorie. Abbiamo verificato, per esempio, con quale margine si concludevano in media le gare classificate come “lean R” o con quale frequenza il partito indicato come favorito in una sfida “likely D” veniva sconfitto. In questo modo, ogni valutazione è stata tradotta in una stima numerica sulla base dei risultati delle elezioni precedenti.

Queste stime affiancano ora i dati strutturali già utilizzati dal modello soltanto nei collegi esaminati dagli esperti e assumono un peso maggiore quando non sono disponibili sondaggi. I test sulle elezioni passate mostrano che, nei collegi valutati dagli esperti ma privi di rilevazioni, il loro impiego ha ridotto l’errore medio di quasi 4,5 punti percentuali. È migliorata anche la previsione del numero complessivo di seggi: l’errore si è quasi dimezzato nel 2018 ed è diminuito di quasi due terzi nel 2022.

Abbiamo sperimentato lo stesso metodo anche per il Senato, ma alla fine abbiamo deciso di non adottarlo. Tutte le competizioni decisive, come quella in Ohio tra Sherrod Brown e Jon Husted, sono infatti già coperte da numerosi sondaggi. In questi casi, le valutazioni degli esperti non forniscono informazioni aggiuntive sufficienti a migliorare sensibilmente le previsioni, come nel caso della Camera dei Rappresentanti.

Le altre novità visibili


Le novità non si limitano però al widget con le probabilità complessive di controllo delle due Camere. Come già citato in precedenza, le mappe mostrano ora anche le possibilità di vittoria in ciascuna gara: selezionando un collegio della Camera o uno Stato per il Senato, è possibile subito vedere quale candidato è in vantaggio e quante volte prevale nelle nostre simulazioni.

La mappa della Camera dei Rappresentanti è stata inoltre resa più facile da esplorare, soprattutto da mobile. È ora possibile cliccare su uno Stato ed ingrandirlo per osservare nel dettaglio la suddivisione delle assegnazioni dei collegi, e permettendo di distinguere più chiaramente i distretti negli Stati più popolosi o caratterizzati da confini particolarmente complessi. Si può così passare dal quadro nazionale alle singole competizioni e individuare rapidamente dove si concentrano le sfide decisive, quali collegi sono saldamente orientati verso un partito e quali potrebbero invece cambiare schieramento.

Abbiamo anche riscritto completamente la nota metodologica, aggiungendo una spiegazione delle simulazioni, della calibrazione dell’incertezza e delle nuove fonti introdotte. I principi fondamentali restano però gli stessi del modello pubblicato a giugno: le previsioni combinano sondaggi, dati strutturali e tendenze storiche, vengono aggiornate più volte al giorno fino al 3 novembre, e, a parità di informazioni disponibili, producono sempre lo stesso risultato, senza interventi discrezionali o correzioni manuali dell’ultimo momento.

Resta valida, soprattutto, la distinzione chiave che esiste in statistica tra probabilità e certezza: assegnare ai democratici 82 possibilità su 100 non significa considerarne sicura la vittoria, ma piuttosto stimare che, in 100 elezioni svolte nelle stesse condizioni, i primi conquisterebbero la maggioranza della Camera 82 volte. Nei restanti 18 casi a prevalere sarebbero invece i repubblicani: si tratta di un esito meno probabile, ma tutt’altro che impossibile.


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Die USA fordern von Partnerstaaten weitreichenden Zugriff auf deren Polizeidatenbanken, die EU-Kommission verhandelt dazu ein Rahmenabkommen. Nun liegt ein neuer Entwurf vor. Max Schrems kritisiert die enthaltenen Regelungen.

netzpolitik.org/2026/erzwungen…

in reply to netzpolitik.org

Das für mich schwerwiegendste Detail steht in der Aufsichtsklausel: Kontrolle „kumulativ" durch behördeninterne Stellen. Europäischer Datenschutz beruht darauf, dass eine Stelle prüft, die nicht selbst verarbeitet — an diesem Punkt sind vor dem EuGH schon zwei Abkommen gescheitert.

Warum trotz Silvester-Frist nichts entschieden ist, wer alles noch Nein sagen kann, und wieso „Partnerschaft" hier das eigentliche Alarmwort ist: blog.bubam.de/2026-08-25_freiw…

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Die Story, wie die automatisierte Verhaltenskontrolle in Bremer Straßenbahnen landete, hat hohen Unterhaltungswert. Eigentlich wollte der Verkehrsbetrieb was ganz anderes kaufen. Aber Verhaltensscanner war grad im Angebot und irgendwo mussten die Digitalisierungs-Fördergelder ja hin. Was das Ding bringen soll, war dann allerdings lange nicht klar. Erst wollten sie den Tramführenden Bildschirme hinbauen, auf denen die Alarmmeldungen sehen. Aber was die Fahrer*innen im Alarmfall tun sollen - kein Plan. Und dann hat der Laden noch wie ein störrisches Kind versucht der Datenschutrzaufsicht zu erklären, dass die Technologie gar kein Privatsphäreeingriff sei. Spoiler: ist sie doch. Und der oberste Datenschützer von Bremen ist auch höchst skeptisch, ob der Quatsch überhaupt etwas bringt.
netzpolitik.org/2026/ueberwach…
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Nelle scuole di Omaha gli agenti non useranno più i guanti elettrici


Il distretto scolastico più grande del Nebraska aveva chiesto alla polizia di rinunciare ai guanti che rilasciano scariche elettriche e Omaha ha accettato. La vicina Bellevue continuerà invece a usarli.

La polizia di Omaha ha accettato di non far più indossare agli agenti i guanti capaci di infliggere scariche elettriche agli studenti. La decisione riguarda quasi tutte le scuole medie e superiori del più grande distretto pubblico del Nebraska ed è arrivata dopo che l’Associated Press aveva rivelato il piano dell’Immigration and Customs Enforcement, l’agenzia federale per l’immigrazione, di distribuire gli stessi dispositivi ai propri agenti. L’ICE potrebbe spendere fino a 20 milioni di dollari per acquistarne migliaia entro marzo.

I dispositivi si chiamano G.L.O.V.E.s, acronimo di Generated Low Output Voltage Emitters, cioè emettitori elettrici a bassa tensione. Da alcuni anni vengono impiegati anche in alcune carceri e da diversi Dipartimenti di Polizia degli Stati Uniti. A chiederne il ritiro dalle scuole è stato il sovrintendente Matthew Ray, pochi giorni dopo aver appreso che gli agenti assegnati stabilmente agli istituti li avevano usati due volte sugli studenti durante l’ultimo anno scolastico. La polizia ha accolto la richiesta.

Ray ha spiegato che continuare a impiegare i guanti sarebbe stato controproducente per la collaborazione con il distretto, pur riconoscendo i rapporti di lunga data con le forze dell’ordine e il contributo degli agenti alla sicurezza scolastica. Il sindaco John Ewing Jr., che quando lavorava nella polizia aveva contribuito a creare il programma degli agenti nelle scuole, ha affermato che il dipartimento ha rispettato la decisione del distretto. Gli agenti continueranno comunque a prestare servizio nelle scuole con taser, manganelli, spray urticante e pistola d’ordinanza.

Una richiesta analoga è stata rivolta alla polizia della vicina Bellevue, che pattuglia due scuole di Omaha oltre a quelle del proprio distretto, ma questa volta è stata respinta. "Non me la sento di chiedere ai nostri agenti di rinunciare a uno strumento che si è dimostrato ripetutamente sicuro, efficace e meno dannoso delle alternative", ha dichiarato il capo della polizia Ken Clary. I suoi agenti utilizzano i guanti da più di tre anni.

Quindici secondi di scosse e quattro casi noti


Secondo il produttore, finché non vengono attivati i G.L.O.V.E.s funzionano come normali guanti da pattuglia. L’agente che li indossa li può accendere premendo un pulsante e, per provocare dolore e indurre una persona a smettere di opporre resistenza, deve metterli direttamente a contatto con la pelle. Sempre secondo l’azienda, a differenza dei taser non provocano ustioni né lasciano segni visibili. Gli agenti dovrebbero però avvertire la persona prima di usarli e mantenere il contatto per non più di 15 secondi.

Nel 2025 la polizia di Omaha ha firmato un contratto da circa 66 mila dollari con Compliant Technologies LLC, l’azienda di Lexington, nel Kentucky, che produce i dispositivi, per l’acquisto di 40 guanti di questo tipo. La maggior parte dei 34 agenti scolastici del dipartimento era stata addestrata e autorizzata a utilizzarli. In una nota, il sindaco e il capo della polizia Todd Schmaderer li hanno definiti lo strumento più sicuro tra quelli disponibili nei rari casi in cui è necessario ricorrere alla forza.

I casi noti di utilizzo di questi guanti sono complessivamente 4, 2 per ciascun dipartimento. Nell’anno scolastico 2025-2026 un agente di Omaha ha usato il guanto per impedire la fuga di uno studente proveniente da un’altra scuola, dopo che il ragazzo aveva avuto una colluttazione con una guardia. Il secondo episodio si è verificato all’Integrated Learning Center, la struttura del distretto destinata agli studenti con bisogni speciali. Il dispositivo è stato usato contro un ragazzo che, secondo la polizia, aveva minacciato una guardia, le aveva scagliato una sedia contro la testa e l’aveva colpita con un pugno.

La polizia di Bellevue non ha fornito nell’immediato i dettagli dei propri due casi. Clary ha però sostenuto che, in alcune circostanze, sia sufficiente mostrare i guanti per convincere uno studente a collaborare. Ken Trump, presidente della società di consulenza National School Safety and Security Services, ritiene che prima di introdurre una tecnologia simile nelle scuole si debbano affrontare alcune questioni: come dovranno comportarsi gli agenti con gli studenti disabili o con particolari condizioni mediche, come saranno informati i genitori e in quali circostanze sarà consentito usare i guanti. "Meno che letale non significa a basso rischio", ha dichiarato all’Associated Press.

Tom Homan, consigliere della Casa Bianca per la sicurezza delle frontiere, ha invece presentato i dispositivi a Fox & Friends come un’alternativa alla forza letale, sostenendo che gli agenti non possono passare immediatamente dalle mani nude alle armi da fuoco. Ha poi precisato che servirà tempo prima che gli agenti dell’immigrazione possano impiegarli sul campo, perché i protocolli di addestramento non sono ancora pronti.


La polizia anti-immigrazione ha raccolto il DNA di quasi un milione di persone, bambini compresi


Nel 2025 l'ICE, la polizia federale statunitense per l'immigrazione, ha prelevato con un tampone il DNA di quasi un milione di persone che aveva in custodia e lo ha consegnato all'FBI. La stima arriva da una ricerca del Center on Privacy and Technology della facoltà di legge della Georgetown University, secondo cui il ministero della Sicurezza interna è diventato la prima fonte di nuovi profili genetici del sistema americano di identificazione criminale. Solo l'ICE potrebbe averne aggiunti circa 920.000 in dodici mesi.

I profili finiscono in CODIS, il Combined DNA Index System, l'archivio genetico nazionale costruito per le indagini penali. Una volta caricato, il profilo di una persona detenuta può essere confrontato dalle forze di polizia di tutto il paese con le tracce trovate sulla scena di crimini irrisolti, comprese quelle che verranno raccolte fra dieci o vent'anni. Il campione fisico, che contiene l'intero genoma della persona, resta conservato in un laboratorio federale a tempo indeterminato.

La grande maggioranza di chi si trova in custodia dell'ICE non ha condanne penali e vivere negli Stati Uniti senza documenti è di norma un illecito civile, non un reato. Il tampone riguarda comunque quasi tutte le persone che l'agenzia tiene in custodia.

I registri dell'FBI mostrano che l'indice dei "detenuti" di CODIS, la sezione dove confluiscono i campioni raccolti dal ministero della Sicurezza interna, ha raggiunto 3.345.692 profili a dicembre 2025, con un aumento di circa 995.000 nel solo arco dell'anno. Sono più di 2.700 persone al giorno, tutti i giorni, per dodici mesi.

Per quasi tutta la storia del programma i prelievi si concentravano al confine, dove la CBP, la polizia doganale e di frontiera, faceva il tampone alle persone che fermava. Il contributo dell'ICE era marginale. Le slide di formazione interne ottenute dai ricercatori di Georgetown con il Freedom of Information Act, la legge americana sull'accesso ai documenti pubblici, mostrano 3.609 campioni raccolti dall'ICE nell'anno fiscale 2020 e altri 16.392 fino a metà maggio dell'anno fiscale 2021, circa 20.000 in tutto. Nello stesso periodo la CBP viaggiava su un altro ordine di grandezza: i suoi fogli di calcolo indicano almeno 1,36 milioni di persone il cui DNA è stato trasmesso all'FBI tra ottobre 2020 e la fine del 2024, oltre dieci volte il ritmo dell'ICE.

Chi rifiuta il tampone rischia il processo. Il 13 marzo 2025 Hugo Moreno-Mendez si è presentato all'ufficio della libertà vigilata della contea di McLennan, a Waco in Texas, per un controllo di routine e ha trovato ad aspettarlo gli agenti dell'ICE, che lo hanno arrestato e portato in un ufficio dell'agenzia poco distante. Tre funzionari, uno dopo l'altro, gli hanno chiesto di aprire la bocca per il prelievo. Ogni volta ha rifiutato. Quattro giorni dopo è stato incriminato per non essersi registrato come cittadino straniero e per essersi rifiutato di fornire il DNA in custodia federale, un reato minore che nel 2021 la stessa ICE diceva di non sapere fosse mai arrivato davanti a un giudice. Moreno-Mendez ha scelto il processo su entrambi i capi di imputazione e il 18 agosto 2025 un giudice federale di Waco lo ha dichiarato colpevole di tutti e due, condannandolo alla pena già scontata.

La raccolta si è estesa alle famiglie trattenute nei centri di detenzione per migranti e ha prodotto cause legali di manifestanti e di altre persone che sostengono di non essere mai dovute finire nel programma. Il Congresso ha iniziato a occuparsene dopo che alcuni parlamentari hanno scoperto che nel centro per famiglie di Dilley, in Texas, il tampone veniva fatto anche ai bambini.

I deputati Joaquin Castro, Greg Stanton e Nanette Barragán hanno dichiarato a Wired, che ha rivelato la vicenda, che "nessuna delle famiglie a Dilley è stata condannata per un reato". Quelle persone, hanno aggiunto, "non appartengono a un database pensato per criminali violenti, tanto meno i bambini".

Il ministero della Sicurezza interna ha difeso il programma come strumento di sicurezza dei confini e di identificazione, spiegando che la CBP preleva campioni dalle persone arrestate con accuse federali e dagli stranieri detenuti che vengono sottoposti a rilievi delle impronte digitali e non rientrano in una delle esenzioni previste. Sui bambini i cui profili sono stati inviati a CODIS ha rimandato a un programma separato di test genetici usato per verificare i legami di parentela dentro i nuclei familiari, che è però una cosa diversa dalla raccolta al centro dell'inchiesta. Sulla stima di Georgetown il ministero non ha risposto.


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This Week in Cyber: An AI Coding Assistant Helped Run a Ransomware Attack, and Azure Logins for 9 Major Firms Hit the Dark Web
#CyberSecurity
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Iran-Linked Hackers Knocked a UK Power Plant Offline for Four Days in a First-of-Its-Kind Attack
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Microsoft’s New Windows Tool Quietly Resets Chrome, Firefox, and Brave to Bing
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BTR Reforged: come il driver firmato di Defender può cancellare le difese di Windows all’avvio
#tech
spcnet.it/btr-reforged-come-il…
@informatica


BTR Reforged: come il driver firmato di Defender può cancellare le difese di Windows all’avvio


Un driver che Windows non può bloccare


Per anni la regola d’oro della difesa contro gli attacchi BYOVD (Bring Your Own Vulnerable Driver) è stata semplice: se un driver firmato è vulnerabile, lo si aggiunge alla Microsoft Vulnerable Driver Blocklist e lo si blocca via Windows Defender Application Control (WDAC) o HVCI. Il problema è cosa succede quando il driver “vulnerabile” non è di terze parti, ma fa parte di Windows Defender stesso, ed è necessario al suo funzionamento.

È esattamente lo scenario descritto da Check Point Research nella pubblicazione “BTR Reforged”, firmata dal ricercatore Jiří Vinopal: il driver BTR.sys (Boot Time Removal Tool), componente integrato di Defender e presente in ogni installazione Windows da Windows 7 fino a Windows 11 25H2, può essere estratto, installato manualmente ed eseguito in una finestra di avvio in cui opera con pieni privilegi kernel (Ring 0), prima che i servizi di sicurezza siano attivi.

Cos’è BTR.sys e perché esiste


BTR.sys non è un file a sé stante distribuito con l’installer: è incorporato come risorsa (BOOTTIMETOOL) dentro MpEngine.dll, il motore di scansione di Defender. Il suo scopo legittimo è rimuovere malware particolarmente persistente durante il boot, quando il filesystem è ancora scrivibile ma i processi in user-mode non sono ancora attivi: file bloccati, chiavi di registro danneggiate, artefatti lasciati da rootkit. Per fare questo ha bisogno, ed è progettato per avere, la capacità di cancellare file protetti, spostare oggetti in percorsi come System32\drivers ed eliminare o riscrivere chiavi di registro senza i normali controlli ACL.

Il punto debole individuato da Vinopal non è un bug di memoria o un buffer overflow, ma un problema architetturale di trust boundary: il protocollo di comunicazione con il driver è proprietario e non documentato, ma non è mai cambiato in modo sostanziale. Ogni pacchetto di configurazione inviato a BTR.sys è cifrato con RC4 usando una chiave a 256 byte hardcoded nel binario, rimasta identica per 18 versioni a 64 bit del driver. Una volta ricostruito il formato del protocollo, chiunque può parlare con BTR.sys come farebbe Defender stesso.

Come funziona l’attacco


Il proof-of-concept pubblico, denominato BTR_CLI, segue tre fasi:

  • Estrazione: individua MpEngine.dll sul sistema e ne estrae il binario BTR.sys incorporato.
  • Installazione “silenziosa”: registra il driver come servizio scrivendo direttamente nelle chiavi di registro sotto HKLM, bypassando completamente il Service Control Manager. Questo significa nessun log applicativo standard e, soprattutto, nessun Windows Event ID 7045 (“Service Installed”), l’evento su cui si basano molte regole SIEM per rilevare l’installazione di nuovi driver.
  • Esecuzione nella “golden window”: durante la finestra di avvio in cui il filesystem è scrivibile ma Defender non ha ancora avviato i propri servizi di protezione, BTR.sys esegue in Ring 0 le operazioni richieste: cancellazione di file e directory bloccati (inclusi eseguibili di EDR e antivirus di terze parti), spostamento di file arbitrari in percorsi di sistema e manipolazione di chiavi di registro critiche.

Il requisito d’accesso non è banale ma nemmeno estremo: serve un account amministratore che possieda (o a cui venga assegnato, dato che BTR_CLI se ne occupa automaticamente per gli account già idonei) il privilegio SeLoadDriverPrivilege. È lo stesso privilegio necessario per caricare qualunque driver kernel, quindi in molti ambienti aziendali è più diffuso di quanto si pensi tra account di servizio e amministratori locali.

Perché non basta la blocklist


La differenza sostanziale rispetto ai classici attacchi BYOVD è che qui non si tratta di un driver di terze parti compromesso da revocare. BTR.sys è parte integrante di Defender: aggiungerlo alla Vulnerable Driver Blocklist o bloccarlo tramite WDAC significherebbe rompere una funzionalità legittima di Defender su tutte le macchine Windows. Microsoft Security Response Center, contattato da Check Point, ha confermato che la scoperta non soddisfa i criteri per una patch immediata, perché la tecnica presuppone privilegi amministrativi già ottenuti dall’attaccante — la classica linea di demarcazione “non è una vulnerabilità se serve già essere admin”. Il repository pubblico del proof-of-concept riporta inoltre l’indicazione “no patch is planned”, per quanto non si tratti di una dichiarazione ufficiale confermata pubblicamente da Microsoft.

Per un sistemista questo cambia l’approccio: non è un problema che si risolve con l’ennesimo aggiornamento, ma con il monitoraggio e con il controllo rigoroso di chi può caricare driver.

Come rilevare l’abuso in produzione


Check Point Research suggerisce alcuni indicatori concreti da integrare nelle regole di detection, in particolare su ambienti che usano Sysmon:

  • Monitorare gli Alternate Data Stream (Sysmon Event ID 15) il cui nome termina con .sys:changelist, una firma tipica del comportamento di BTR.sys durante l’installazione.
  • Correlare eventi di registro (Sysmon RegistryEvent, ID 12-13) relativi al gruppo di servizio “Boot Bus Extender” in assenza del corrispondente Event ID 7045: se il driver viene registrato in quel gruppo senza che il Service Control Manager risulti coinvolto, è un forte indicatore di installazione manuale.
  • Osservare la creazione e cancellazione rapida del file \SystemRoot\Temp\BootClean.log da parte del processo System (PID 4): è l’artefatto lasciato dall’esecuzione del BTR durante il boot.

Queste regole non richiedono un nuovo prodotto: si possono implementare con la configurazione Sysmon esistente e instradarle verso il proprio SIEM (Sentinel, Splunk, Elastic) come regole di correlazione dedicate.

Mitigazione: il controllo primario resta l’accesso


Dato che non esiste una patch e la blocklist non è applicabile, la mitigazione più efficace, secondo i ricercatori, è restringere l’assegnazione del privilegio SeLoadDriverPrivilege tramite Group Policy, riducendolo ai soli account e gruppi che ne hanno realmente bisogno. In pratica:

  • Verificare in Computer Configuration > Windows Settings > Security Settings > Local Policies > User Rights Assignment > Load and unload device drivers quali account e gruppi sono attualmente autorizzati.
  • Rimuovere l’assegnazione implicita agli amministratori locali dove non strettamente necessaria, valutando l’uso di Privileged Access Workstation (PAW) per le operazioni che richiedono davvero il caricamento di driver.
  • Applicare il principio dei privilegi minimi anche agli account di servizio, spesso dimenticati in questo tipo di audit.
  • Integrare le regole Sysmon indicate sopra in un dashboard di detection dedicato, dato che la tecnica è pensata per non lasciare tracce negli event log standard.

Il caso BTR Reforged è un promemoria utile: man mano che gli attaccanti spostano l’attenzione dai driver di terze parti facilmente blocklistabili verso componenti “fidati per definizione” dei sistemi operativi, il perimetro difensivo si sposta sempre di più dal software alla gestione dei privilegi. Anche in assenza di una patch, un controllo rigoroso di chi può caricare driver e una detection basata su comportamento restano la difesa più solida disponibile oggi.

Fonte: Check Point Research, “BTR Reforged: Weaponizing Defender’s Remediation Driver as a Kernel Operation Primitive”, ripreso da 4sysops.


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Fake Adobe Reader Site Powers a New Malware-as-a-Service Platform Targeting Windows Users
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✨ xpl0itrs colpisce il Gruppo Spaggiari: 6,1 TB rivendicati da 3.000 scuole italiane, l’azienda ridimensiona
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/xpl0it…

@informatica


xpl0itrs colpisce il Gruppo Spaggiari: 6,1 TB rivendicati da 3.000 scuole italiane, l’azienda ridimensiona


Si parla di:
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Il 20 agosto 2026 il gruppo di cybercrime xpl0itrs ha rivendicato sul proprio leak site l’esfiltrazione di 6,1 terabyte di dati da oltre 3.000 istituti scolastici italiani, colpendo l’infrastruttura del Gruppo Spaggiari di Parma, storico fornitore del registro elettronico ClasseViva usato ogni giorno da milioni di studenti, famiglie e docenti in tutta Italia. La rivendicazione ha acceso i riflettori su uno dei fornitori più capillari dell’ecosistema scolastico nazionale, ma la risposta ufficiale dell’azienda — arrivata il giorno successivo — ridimensiona sensibilmente la portata dell’incidente, aprendo un caso di studio interessante sul divario tra ciò che i gruppi ransomware rivendicano e ciò che, effettivamente, è stato compromesso.

Il bersaglio: cent’anni di storia, 4.000 scuole, 4,5 milioni di utenti


Fondato nel 1926, il Gruppo Spaggiari si è evoluto da editore scolastico a fornitore di servizi digitali per la gestione della didattica, diventando negli anni uno dei nomi più riconoscibili della scuola italiana grazie a ClasseViva, il registro elettronico che connette istituti, insegnanti, studenti e famiglie. Secondo i dati riportati dall’azienda stessa, la piattaforma è oggi utilizzata da oltre 4.000 scuole attive con più di 4,5 milioni di utenti giornalieri — una superficie d’attacco enorme, che rende qualunque incidente di sicurezza su questo fornitore un potenziale problema di scala nazionale.

Chi è xpl0itrs: dalla supply chain agli attacchi ad alto profilo


xpl0itrs è un collettivo di cybercrime a scopo di lucro emerso all’inizio del 2026, che secondo le analisi di threat intelligence opera in stretto coordinamento con un altro gruppo, TeamPCP, condividendo accesso iniziale, strumenti e talvolta le stesse vittime all’interno di un ecosistema focalizzato sulla compromissione della supply chain software. Il modus operandi del gruppo si concentra su furto di token di sviluppo — Personal Access Token, credenziali OAuth, chiavi API — sottratti da ambienti di sviluppo, seguito da esfiltrazione di dati da repository e infrastrutture interne. Un membro che si fa chiamare “boxturtl” funge da portavoce pubblico, presentandosi come ex red teamer professionista.

Nelle scorse settimane il gruppo ha rivendicato, con diversi gradi di credibilità, violazioni ai danni di realtà molto note tra cui Spotify, il Dipartimento del Tesoro statunitense, OpenAI e Trustpilot, oltre a vittime indirette raggiunte tramite la compromissione di progetti open source come Trivy, BitWarden CLI, LiteLLM e Checkmarx KICS. Il profilo tracciato da Dataminr valuta le rivendicazioni del gruppo come “generalmente credibili”, basandosi su campioni di dati che contengono riferimenti plausibili a risorse di sviluppo interne e metadati Git coerenti con un accesso autentico mantenuto almeno fino a maggio 2026. Gli analisti segnalano inoltre legami indiretti con i cluster di estorsione DarkRomance e con il brand ShinyHunters, e una tecnica MITRE ATT&CK documentata — T1486, Data Encrypted for Impact — che colloca il gruppo nella categoria ransomware/extortion a tutti gli effetti, con almeno otto rivendicazioni pubblicate sul proprio leak site negli ultimi trenta giorni.

La rivendicazione contro la versione ufficiale


Secondo la rivendicazione pubblicata da xpl0itrs, i 6,1 TB sottratti includerebbero nomi, indirizzi email, numeri di telefono e almeno un campo password relativo a oltre 3.000 istituti scolastici — senza, secondo quanto dichiarato dagli stessi attaccanti, identificatori governativi come codici fiscali o numeri di documento. Spaggiari ha risposto con un comunicato ufficiale datato 21 agosto 2026, precisando che a essere compromesso sarebbe stato esclusivamente il componente “Modulistica Smart” della piattaforma Bergantini — uno strumento per la gestione della modulistica scolastica — e non il registro elettronico ClasseViva, i sistemi di gestione didattica o quelli amministrativi, definiti dall’azienda “un sistema distinto e separato” rispetto a quello colpito.

Un dettaglio significativo emerso dalla ricostruzione è la data dell’intrusione originaria: secondo Spaggiari l’accesso non autorizzato risalirebbe al 30 giugno 2026, quasi due mesi prima della rivendicazione pubblica del 20 agosto. Un intervallo così ampio tra compromissione e divulgazione è tutt’altro che insolito nel panorama ransomware: spesso corrisponde al tempo impiegato dagli attaccanti per l’esfiltrazione, l’eventuale negoziazione privata con la vittima (evidentemente naufragata, in questo caso) e, infine, la pubblicazione sul leak site come leva estorsiva. L’azienda ha dichiarato di aver notificato l’incidente al Garante per la protezione dei dati personali, all’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN) e alle forze dell’ordine.

Perché il divario tra le due versioni conta


Il contrasto tra la portata rivendicata (6,1 TB, oltre 3.000 scuole) e quella riconosciuta ufficialmente (un singolo modulo di modulistica) è un pattern ricorrente nelle dinamiche di doppia estorsione: i gruppi ransomware hanno tutto l’interesse a massimizzare la percezione del danno per aumentare la pressione sulla vittima e il valore di rivendita dei dati, mentre le aziende colpite tendono, comprensibilmente, a circoscrivere la narrazione pubblica il più possibile. Senza una verifica indipendente di un campione dei dati esfiltrati — al momento non disponibile pubblicamente — è prematuro stabilire quale delle due versioni sia più vicina alla realtà, ma il profilo di xpl0itrs, storicamente valutato come “generalmente credibile” dagli analisti, invita quantomeno alla cautela verso un ridimensionamento totale dell’incidente.

Rischi concreti per famiglie e istituti


Anche nello scenario più contenuto descritto da Spaggiari, l’esposizione di nominativi, email, numeri di telefono e credenziali legate al mondo scolastico costituisce un rischio concreto: questo tipo di dataset è particolarmente appetibile per campagne di phishing mirato verso segreterie scolastiche e famiglie (spesso mascherate da comunicazioni ClasseViva o da avvisi del Ministero dell’Istruzione), per tentativi di account takeover su servizi che riutilizzano le stesse credenziali, e per la profilazione di minori, un tema su cui il Garante privacy italiano è tradizionalmente molto attento. Le scuole coinvolte dovrebbero considerare, come misura precauzionale indipendentemente dall’entità confermata del breach, la rotazione delle credenziali di accesso al modulo Modulistica Smart, l’attivazione di autenticazione a più fattori dove disponibile e un’allerta mirata al personale su possibili tentativi di phishing a tema scolastico nelle prossime settimane.

Riferimenti e indicatori

# Incidente Gruppo Spaggiari / ClasseViva
Attore: xpl0itrs (coordinato con TeamPCP)
Tecnica MITRE ATT&CK: T1486 - Data Encrypted for Impact
Componente rivendicato come compromesso: Modulistica Smart (piattaforma Bergantini)
Data intrusione dichiarata da Spaggiari: 30 giugno 2026
Data rivendicazione pubblica: 20 agosto 2026
Data comunicato ufficiale Spaggiari: 21 agosto 2026
Volume dati rivendicato: ~6,1 TB / 3.000+ istituti scolastici
Tipologia dati rivendicati: nominativi, email, numeri di telefono, password (parziale)
Notifiche effettuate: Garante Privacy, ACN, forze dell'ordine

Fonti: comunicato ufficiale Gruppo Spaggiari, ransomware.live, Dataminr Intel Brief, GalaxyWarden, monitoraggio leak site.

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✨ Manic: il trojan Android che ruba i PIN bancari e li fa uscire di casa via Bluetooth anche offline
#CyberSecurity
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Manic: il trojan Android che ruba i PIN bancari e li fa uscire di casa via Bluetooth anche offline


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Da febbraio 2026 un nuovo trojan bancario per Android circola con un obiettivo dichiarato: l’Ucraina. Ma “trojan bancario” è ormai una definizione troppo stretta per Manic, il malware descritto in un report di ThreatFabric come “un ibrido tra malware bancario e spyware”. Oltre a rubare PIN e credenziali finanziarie, Manic intercetta SMS, seed phrase di wallet crypto, cronologia chiamate e posizione GPS — e, quando il telefono infetto è offline, trova comunque il modo di far uscire i dati sfruttando altri dispositivi compromessi nelle vicinanze via Bluetooth e Wi-Fi Direct. È una capacità che ridefinisce cosa significhi davvero “isolare” un dispositivo compromesso.

Non una schermata di phishing, ma una tastiera che origlia


La maggior parte dei trojan bancari Android si affida a overlay che imitano l’interfaccia dell’app bersaglio per catturare le credenziali digitate dalla vittima. Manic fa qualcosa di più subdolo: grazie ai permessi di Accessibility Service, determina la posizione della tastiera digitale legittima dell’app e registra i singoli tocchi dell’utente senza alterare in alcun modo il funzionamento dell’app originale. Il risultato è che la vittima interagisce con la sua banca reale, sullo schermo reale, mentre in background il malware classifica ogni sequenza digitata — PIN di sblocco, seed phrase di wallet, codici OTP, password — semplicemente osservando dove e quando avvengono i tocchi.

A questa capacità si aggiungono sessioni di controllo remoto vere e proprie via WebRTC, con visualizzazione live dello schermo, mascherate dietro overlay neri o finte schermate di aggiornamento di sistema; la possibilità di sbloccare il dispositivo da remoto tramite la funzione autoEnterPin, una volta che il PIN è stato catturato; e comandi dedicati per disattivare Google Play Protect (disable_gp), così da ridurre le probabilità di essere rilevati anche dalle protezioni native di Android.

169 applicazioni monitorate, priorità all’Ucraina


ThreatFabric ha censito 169 identificatori di applicazioni nella lista bersagli di Manic: banche, exchange di criptovalute, app di pagamento P2P e “buy now pay later”, client email e browser. Il dato più significativo, però, è la composizione geografica dei target: il malware dà priorità esplicita a banche ucraine, servizi eID e piattaforme governative, oltre ad app di messaggistica sia commerciali sia a uso militare — una scelta che, nel contesto del conflitto in corso, suggerisce un interesse che va oltre la semplice frode finanziaria. La lista si estende poi a istituti finanziari in Russia, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Austria, Germania, Francia, Spagna, Paesi Bassi, Estonia, Lituania e Regno Unito, con distribuzione tramite siti di phishing e dropper che si spacciano per utility di sistema o aggiornamenti di componenti Android/produttore (i nomi dei package individuati imitano deliberatamente Huawei, Honor, Lenovo, Motorola e persino Apple).

Lo sviluppo del malware appare tutt’altro che concluso. ThreatFabric ricostruisce una timeline chiara: la prima infrastruttura viene registrata a febbraio 2026, i servizi di produzione entrano in funzione tra marzo e aprile, la prima versione operativa di wrapper e implant compare a maggio, mentre a luglio arriva un aggiornamento che introduce protezioni anti-analisi rafforzate, caricamento del codice DEX direttamente in memoria (per complicare l’analisi statica) e un meccanismo di phishing per il “lock secret” del dispositivo.

Quando internet non basta: l’esfiltrazione mesh via Bluetooth


La caratteristica più originale di Manic — e quella che lo distingue nettamente dal panorama dei trojan Android — è il meccanismo di esfiltrazione dati progettato per funzionare anche quando il dispositivo infetto non ha accesso diretto a internet. I dati rubati vengono cifrati con AES-GCM e messi in una coda locale; il malware cerca poi altri dispositivi infetti nelle vicinanze tramite Wi-Fi Direct, Bluetooth RFCOMM o BLE GATT, costruendo percorsi “store-and-forward” multi-hop — fino a 4 salti per impostazione predefinita — capaci di far arrivare i dati a internet passando di device in device, finché uno di essi non trova connettività diretta. Se nessuna rotta è disponibile nell’immediato, i dati restano semplicemente in coda per essere ritrasmessi al primo tentativo utile.

Come sintetizzano gli stessi ricercatori di ThreatFabric, “rimuovere l’accesso diretto a internet da un dispositivo infetto non impedisce necessariamente l’esfiltrazione dei dati”. È una considerazione che dovrebbe far riflettere chi progetta contromisure basate solo su segmentazione di rete o blocco della connettività cellulare/Wi-Fi: in scenari con più dispositivi compromessi nello stesso ambiente — un ufficio, un’abitazione, persino un evento pubblico — la rete mesh creata dal malware stesso diventa il canale di comunicazione, aggirando completamente i controlli perimetrali tradizionali pensati per un singolo endpoint.

Due righe per i difensori


Per i team di sicurezza mobile e per gli istituti finanziari nei paesi target, Manic impone di ripensare due assunzioni comuni. La prima è che il monitoraggio comportamentale lato server (fraud detection basata su pattern di digitazione o velocità di interazione) rimane efficace anche quando l’attaccante non altera l’interfaccia dell’app: qui serve piuttosto rilevare l’uso anomalo di servizi di Accessibility da parte di app di terze parti non correlate al contesto bancario. La seconda è che l’isolamento di rete di un dispositivo sospetto non è più una garanzia sufficiente, quando l’esfiltrazione può avvenire tramite protocolli short-range verso dispositivi terzi già compromessi.

  • Verificare quali app hanno richiesto e ottenuto permessi di Accessibility Service e Notification Listener, specie se provenienti da fonti fuori Google Play
  • Monitorare pattern anomali di connessioni Wi-Fi Direct/Bluetooth in ambienti aziendali e finanziari sensibili
  • Diffidare di dropper che si presentano come aggiornamenti di componenti di sistema legati a specifici produttori (Huawei, Honor, Lenovo, Motorola)
  • Mantenere attivo Google Play Protect e verificare periodicamente lo stato di attivazione, dato che Manic include comandi dedicati per disattivarlo
  • Per le banche: rafforzare l’autenticazione multi-fattore fuori-banda, poiché OTP e SMS risultano tra i dati intercettati con priorità


Indicatori di compromissione

[Wrapper - luglio 2026]
SHA-256: 80be0942d0e20b5006e240434f42512c8b3cd0d54eee858a25663c1a4224a576
Package: tech.intel.dialer.updater

[Implant - luglio 2026]
SHA-256: feea425cde1223fe7afdd7a1ea631678ec6282f6cc20c3d3c0fb97cdbcf65b9b
Package: org.lenovo.storage.processor

[Implant primario]
SHA-256: e7abc375f24d0dd2419e0bce4686c7301b3ee82ae38906c67d3481580f6c648e
Package: tech.apple.dialer.scheduler

[Wrapper - maggio 2026]
SHA-256: 2884108b35eba7b8099087405653c1b23c3839f0d5058c4d61341fc31cfc6040
Package: org.honor.secure.helper

[Implant - maggio 2026]
SHA-256: 2fb5b01ea5a483d60b659e85327a53c6661bdd630d4afd93dc5fe0941d3ccbbe
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[Implant correlato]
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Fonte primaria: ThreatFabric Mobile Threat Intelligence. Report completo disponibile sul blog ufficiale di ThreatFabric.

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I Dem iniziano a credere di poter vincere al Senato


Cook Political Report ha spostato le due corse da favorevoli ai repubblicani a incerte. Ai democratici servono quattro seggi netti e ora puntano anche su Stati vinti da Trump di oltre 13 punti.

Le corse per il Senato in Texas e Iowa non hanno più un favorito. Cook Political Report, il sito di analisi elettorale non schierato che assegna un pronostico a ogni sfida, ha spostato giovedì le due gare dalla categoria di quelle in cui i repubblicani sono in vantaggio a quella delle corse in bilico. Il presidente Donald Trump aveva vinto entrambi gli Stati con più di 13 punti di scarto nel 2024.

Ai democratici servono quattro seggi netti per conquistare la maggioranza al Senato in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. All'inizio del ciclo elettorale la strada verso i 51 seggi sembrava passare solo per Maine, Ohio, Alaska e North Carolina. Ora il partito prova a competere anche in Iowa, Texas, Kansas e persino Mississippi, puntando sullo stato dell'economia, sulla guerra in Iran e su un'accusa più generale di corruzione a Washington.

Chuck Schumer, capo dei democratici al Senato, ha detto in un comunicato che "la battaglia per il Senato è ora un testa a testa e i democratici sono sulla strada della vittoria". Secondo Schumer i repubblicani "pensavano di avere il Senato blindato" e invece i democratici "hanno spalancato la mappa" grazie al reclutamento dei candidati e a un messaggio centrato su quello che il partito può consegnare agli americani.

Jessica Taylor, che cura le analisi sulle corse per il Senato per Cook Political Report, ha dichiarato a NOTUS che il giudizio degli elettori sull'economia è probabilmente già formato in vista di novembre. "I prezzi della benzina sono più alti in un posto come l'Iowa. I prezzi dei fertilizzanti e del gasolio sono più alti. I dazi hanno colpito l'agricoltura", ha detto. A pesare sono soprattutto gli effetti economici negativi dei dazi decisi dal presidente e la guerra contro l'Iran.

La qualità dei candidati funziona in modo opposto nei due Stati. "Ashley Hinson è una candidata molto forte per i repubblicani in Iowa, ma penso che in Texas valga il contrario, perché i repubblicani hanno un candidato molto debole in Ken Paxton", ha detto Taylor. "Quindi in Texas contano sia il clima politico sia un candidato debole, oltre a un candidato più forte" tra i democratici, cioè James Talarico.

In Iowa si vota per sostituire la senatrice repubblicana Joni Ernst, che non si ricandida. La sfida è tra la deputata al Congresso Ashley Hinson e il deputato statale democratico Josh Turek. Un democratico non vince un'elezione presidenziale o per il Senato in Iowa dal 2012, quando ci riuscì Barack Obama. Lo Stato è stato colpito dai dazi e dall'aumento dei costi dei fertilizzanti e del gasolio.

Anche le corse per il governatore si sono mosse: il Texas è passato da sicuro repubblicano a probabile repubblicano, l'Iowa da incerto a favorevole ai democratici. In Iowa il revisore dei conti dello Stato Rob Sand è avanti di 5 punti sull'imprenditore e agricoltore repubblicano Zach Lahn secondo una rilevazione di Emerson College Polling e Nexstar Media. Spencer Kimball, direttore esecutivo di Emerson College Polling, ha detto che a fare la differenza sono gli elettori indipendenti che si stanno spostando verso Sand. Il governatore del Texas Greg Abbott, in carica da tre mandati, è criticato per il sostegno dato in passato ai data center mentre nelle aree rurali cresce l'opposizione a questi impianti. La sua sfidante democratica, la deputata statale Gina Hinojosa, ha definito lo Stato il "far west dei data center".

In Texas non viene eletto un democratico a una carica statale da più di trent'anni. Gli elettori repubblicani sono molto più numerosi di quelli democratici e Talarico ha bisogno di voti oltre il suo schieramento. Per questo ha assunto un collaboratore repubblicano dell'ufficio del senatore John Cornyn in un ruolo di vertice della campagna. I democratici a livello nazionale non stanno ancora investendo nella corsa per il Senato in Texas. Lo Stato è servito da 20 mercati televisivi ed è di gran lunga il più costoso tra quelli in gioco.

Taylor ha avvertito che i pronostici possono tornare a favore dei repubblicani quando in autunno gli elettori inizieranno a seguire davvero i candidati e dopo che il partito avrà lanciato la sua campagna pubblicitaria da molti milioni di dollari. Il Senate Leadership Fund, il principale comitato che raccoglie fondi illimitati a sostegno dei candidati repubblicani al Senato ed è vicino al leader della maggioranza John Thune, ha già cominciato a comprare spazi televisivi con spot contro i candidati democratici in Iowa, Alaska, Maine e North Carolina. È il segno che i repubblicani si sentono costretti a spendere anche in quegli Stati.

Patrick Ruffini, sondaggista di Echelon Insights, ha esaminato in un'analisi più di 3.000 sondaggi sulle corse per il Senato degli ultimi quattro cicli elettorali. Negli ultimi anni, ha scritto, i democratici sembrano competitivi negli Stati repubblicani durante l'estate per poi perdere terreno il giorno del voto. Anche in questo caso i sondaggi dovrebbero stringersi nei prossimi mesi e strappare seggi in Stati molto conservatori come Kansas e Mississippi resta un'impresa.

I repubblicani faticano però a difendere il prezzo alto della benzina causato dalla guerra in Iran. Lo presentano come un sacrificio temporaneo mentre il presidente cerca di ottenere la pace in Medio Oriente, sei mesi dopo gli attacchi contro Teheran. Michele Tafoya, candidata repubblicana al Senato in Minnesota, ha proposto agli elettori di rinunciare al caffè da Starbucks per far quadrare i conti alla pompa.

Il gradimento del presidente non aiuta il suo partito. Un sondaggio Reuters/Ipsos lo ha misurato al 33%, il valore più basso del suo mandato. Anche il suo peso nelle primarie si sta riducendo, con sempre più elettori repubblicani che hanno bocciato i candidati che sostiene.

Abdul El-Sayed, il progressista scelto dai democratici per il seggio libero del Michigan, preoccupa una parte del partito, che teme prenda meno voti del previsto e apra la strada al deputato repubblicano Mike Rogers in un seggio considerato sicuro. Un sondaggio dell'AARP, l'associazione degli americani sopra i 50 anni, li ha trovati alla pari, 48 a 47, mentre altre rilevazioni danno Rogers in vantaggio.

Battere Susan Collins in Maine, senatrice repubblicana al quinto mandato, resta complicato dopo il cambio di candidato di fine estate. Al posto di Graham Platner, travolto dalle polemiche, corre Troy Jackson, ex presidente del Senato dello Stato e molto meno conosciuto.

I repubblicani indicano l'avanzata dei socialisti-democratici nelle corse più visibili, compresa la vittoria di Angie Nixon nella primaria democratica per il Senato in Florida, come prova che il Partito Democratico è troppo estremo. Il National Republican Senatorial Committee, il comitato che coordina le campagne repubblicane per il Senato, ha criticato il senatore democratico Jon Ossoff, candidato alla rielezione in Georgia, per aver appoggiato quello che ha chiamato il "compagno socialista" El-Sayed. Il comitato ha chiesto: "Ossoff sosterrà anche Nixon e starà dalla parte del suo programma socialista?"

Il Partito Democratico ha anche un problema di immagine che rende la battaglia per il Senato una partita aperta. "Penso che gli elettori sceglieranno in qualche modo tra il meno peggio", ha detto Taylor. "Il Senato è in bilico, ma è una corsa in cui i repubblicani potrebbero ancora avere un leggero vantaggio."


In Texas un ex collaboratore di Cornyn passa con Talarico


La campagna di James Talarico, candidato democratico al Senato in Texas, ha assunto un ex collaboratore di lunga data del senatore repubblicano John Cornyn. A rivelarlo è stato NOTUS: Jacob Smith, per cinque anni vicedirettore dell'ufficio legislativo e consigliere politico di Cornyn, sarà ora vice responsabile del programma della campagna elettorale di Talarico. "Ho lavorato per repubblicani come il senatore Cornyn per tutta la mia carriera, ma quest'anno sono orgoglioso di unirmi alla campagna di James Talarico", ha dichiarato Smith in una nota diffusa dalla campagna.

"Anziché fare politica di parte, Talarico si sta concentrando sui bisogni delle persone comuni, che ogni giorno lavorano troppo e guadagnano troppo poco", ha aggiunto, sostenendo che al Senato il democratico si batterà per ridurre il costo della vita "per tutti i 31 milioni di texani". Smith ha attaccato anche il candidato repubblicano Ken Paxton, definendolo "il politico più corrotto e dedito ai propri interessi del Texas", disposto a vendere il futuro degli elettori "al miglior offerente pur di restare al potere". Ha quindi invitato i repubblicani che condividono questo giudizio a punire Paxton nelle urne.

Prima di lavorare per Cornyn, Smith era stato collaboratore del deputato repubblicano dell'Oklahoma Frank Lucas nella Commissione Scienza della Camera e assistente legislativo del senatore repubblicano del Mississippi Roger Wicker. Gli staff elettorali assumono molto raramente collaboratori provenienti dallo schieramento avversario. In questo caso la scelta è ancora più insolita perché Cornyn ha perso proprio contro Paxton il ballottaggio delle primarie repubblicane: il 26 maggio il procuratore generale del Texas ha ottenuto il 63,8% dei voti.

Da seggio sicuro a corsa in bilico


La sconfitta di Cornyn ha messo in allarme i repubblicani, preoccupati che le vicende giudiziarie e personali di Paxton possano mettere a rischio un seggio finora considerato sicuro e offrire ai democratici un'altra strada verso la maggioranza al Senato. Il Procuratore Generale del Texas in passato era stato incriminato per frode finanziaria, per poi essere messo in stato d'accusa dalla Camera del Texas ed è finito anche al centro di uno scandalo per una relazione extraconiugale. Il Senato statale lo ha assolto nel processo di impeachment, mentre il procedimento penale si è chiuso senza processo con un accordo che gli ha imposto di risarcire le vittime per circa 300.000 dollari e di svolgere cento ore di lavori socialmente utili.

La vittoria di Paxton alle primarie ha comunque un valore storico: in Texas nessuno sfidante aveva battuto un senatore uscente in carica dal 1970. A favorirlo è stato anche l'endorsement di Donald Trump, arrivato una settimana prima del voto. In vista di novembre, i sondaggi descrivono ora una corsa in perfetto equilibrio. L'ultima rilevazione di Emerson College Polling per Nexstar assegna il 47% a Paxton e il 46% a Talarico, con il 5% di indecisi.

Texas · Senato 2026

Il Texas non è più un seggio sicuro per i repubblicani

Da quando John Cornyn ha perso le primarie, la corsa è ferma sul pareggio. Sono usciti tredici sondaggi in undici settimane e nessuno ha trovato un vincitore.

Grafica di FocusAmericaDati aggiornati al 18 agosto 2026

Media dei sondaggi · RealClearPolitics, 18 agosto 2026

Austin

Talarico
46,0%

Paxton
44,8%

Democratico, deputato statale di Austin
Repubblicano, procuratore generale del Texas

46,0% Talarico9,2% non ha ancora sceltoindecisi44,8% Paxton

La linea nera al centro della barra segna il 50%: nessuno dei due candidati lo raggiunge. RealClearPolitics classifica il seggio come toss up, in perfetto equilibrio.

L’andamentoAndamento Il denaroDenaro Il ballottaggioBallottaggio

Undici settimane senza un movimento


Ogni pallino è un sondaggio, collocato nel giorno in cui è stato rilevato. Sopra la linea nera è avanti Talarico, sotto è avanti Paxton. Tocca un pallino per leggere le percentuali.

Emerson College · 9-10 agosto
Talarico 46% · Paxton 47%

Sette sondaggi danno Talarico avanti, quattro Paxton, due finiscono in parità. In undici dei dodici che pubblicano il margine d’errore il distacco tra i due è più piccolo del margine stesso: quei sondaggi, tecnicamente, non hanno trovato un vincitore.

Le sette medie dei sondaggi, al 13 agosto

Tutti e sette gli aggregatori davano Talarico avanti, in una forbice di appena 0,8 punti. L’accordo conta meno di quanto sembri: attingono tutti allo stesso piccolo gruppo di sondaggi pubblici, quindi sono sette modi diversi di elaborare gli stessi numeri, non sette misure indipendenti.

In Texas il vantaggio economico non è mai bastato


Contributi dichiarati alla Commissione elettorale federale dall’inizio del 2025.

James Talarico72,0 mln $

Ken Paxton16,8 mln $

Il pieno sono i 9,2 milioni del comitato elettorale; il tratteggio i 7,5 milioni dei comitati di raccolta congiunta, che Paxton divide con altri candidati e gruppi del partito.

Spot elettorali dal ballottaggio del 26 maggio

James Talarico21,0 mln $

Ken Paxton100 mila $

210 a 1
Il rapporto fra la spesa pubblicitaria dei due candidati dalla fine delle primarie. Dati AdImpact al 14 agosto.

Tre democratici, tre vantaggi economici

Beto O’Rourke 2018+45 mln $

Sconfitto da Ted Cruz per 2,6 punti

Colin Allred 2024+21 mln $

Sconfitto da Ted Cruz per 8,5 punti

James Talarico 2026+55 mln $

Si vota il 3 novembre

Beto O’Rourke e Colin Allred hanno raccolto molto più di Ted Cruz e hanno perso entrambi. Talarico parte con il vantaggio economico più ampio dei tre, ma in Texas un democratico non vince una corsa statale dal 1994. Il divario può anche stringersi: la Corte Suprema ha cancellato i limiti alla spesa che i partiti possono coordinare con i propri candidati, e Paxton può attingere ai fondi nazionali del Partito repubblicano.

Paxton non ha guadagnato voti: li ha persi Cornyn


Voti raccolti dai due repubblicani nelle primarie del 3 marzo e nel ballottaggio del 26 maggio.

Affluenza repubblicana
−35,8%
Da 2.166.910 a 1.391.634 votanti fra il primo turno e il ballottaggio.

Quota di Paxton
40,5% → 63,8%
La stessa quantità di voti pesa molto di più su un elettorato di un terzo più piccolo.

Cornyn è il primo senatore texano in carica battuto alle primarie dal 1970. Una settimana prima del voto Donald Trump aveva annunciato il proprio sostegno a Paxton.

I sondaggi e gli analisti non dicono la stessa cosa

Le medie danno il democratico avanti di uno o due punti. I tre principali istituti che valutano le corse elettorali continuano invece a considerare favoriti i repubblicani: tengono conto di fattori che i sondaggi non misurano, come il modo in cui il Texas ha votato finora e quante volte un vantaggio estivo è sopravvissuto fino a novembre. Si vota il 3 novembre 2026.

Cook Political Report: Lean Republican Sabato’s Crystal Ball: Lean Republican Inside Elections: Lean Republican dal 6 agosto

Fonti: RealClearPolitics (media dei sondaggi al 18 agosto 2026); tredici sondaggi pubblici rilevati fra il 1° giugno e il 10 agosto 2026; Federal Election Commission, elaborazione Texas Tribune; AdImpact, via CNN, 14 agosto 2026; risultati certificati delle primarie repubblicane del 3 marzo e del ballottaggio del 26 maggio 2026; Cook Political Report, Sabato’s Crystal Ball, Inside Elections.

I tre grafici interattivi richiedono JavaScript. I dati principali: media dei sondaggi Talarico 46,0% contro Paxton 44,8%, con il 9,2% di indecisi. Tredici sondaggi dal 1° giugno: sette danno Talarico avanti, quattro Paxton, due in parità; il distacco più ampio è di cinque punti. Raccolta fondi: Talarico 72,0 milioni di dollari, Paxton 16,8. Spot dal ballottaggio: 21,0 milioni contro 100 mila. Ballottaggio del 26 maggio: Paxton 888.196 voti (da 878.564 a marzo), Cornyn 503.438 (da 910.382).

Talarico ha raccolto già 70 milioni, Paxton solo 9


Il democratico ha già raccolto più di 70 milioni di dollari, più di qualsiasi altro candidato non uscente in questo ciclo elettorale e oltre 60 milioni in più di Paxton, fermo a poco più di 9. L'entusiasmo dei sostenitori del candidato democratico è stato tale che alcuni hanno versato somme superiori al limite di legge, costringendo la campagna a restituire parte dei fondi.

Dopo il ballottaggio Talarico ha speso 21 milioni di dollari in spot televisivi, contro i 100.000 dollari del rivale. Secondo il New York Times, si tratterà di una delle campagne per il Senato più costose della storia americana. Per un consulente texano, Talarico ha "più possibilità di vincere di qualsiasi altro democratico nello Stato da molto tempo". La vera incognita, ha aggiunto, è un'altra: "Ci saranno i soldi necessari per dipingerlo come serve?"


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Trump difende i datacenter, mentre i Repubblicani cambiano idea


In pochi mesi i repubblicani sono passati dall'entusiasmo agli attacchi contro i data center, spinti dalle bollette in salita. Il presidente invece continua a difenderli.

Fino a due anni fa i politici americani facevano a gara per celebrare l'arrivo di un data center nei loro territori, tra promesse di posti di lavoro e investimenti. Oggi molti fanno a gara per attaccarli. Il presidente Donald Trump resta tra i pochi a difenderli apertamente: in un'intervista con il suo ex avvocato personale Michael Cohen, andata in onda domenica, ha difeso l'espansione di questi impianti sostenendo che creano "enormi quantità di posti di lavoro e denaro" e che "le comunità che non accettano un data center commettono un errore".

Negli ultimi sei mesi le dichiarazioni pubbliche dei repubblicani sui data center sono diventate nettamente negative. Lo mostra un'analisi del Washington Post su circa 4.300 post sui social e newsletter di centinaia di politici dei due partiti, pubblicati tra luglio 2024 e metà agosto 2026. È lo stesso percorso già compiuto dai democratici, critici verso questi impianti fin dall'inizio del 2025. I messaggi sono stati classificati come positivi o negativi da un modello di intelligenza artificiale, che su un campione di 200 testi controllati a mano ha raggiunto un'accuratezza del 90 per cento.

I data center sono enormi strutture piene di server che fanno funzionare internet e i servizi di intelligenza artificiale. Consumano grandi quantità di elettricità e acqua. La critica più diffusa è che facciano salire le bollette della luce: è l'accusa più ricorrente tra i democratici ed è diventata centrale anche tra i repubblicani a febbraio 2026, quando più della metà dei loro messaggi ha citato il rincaro delle bollette. Altri hanno puntato sui sussidi e sugli sgravi fiscali concessi agli impianti o li hanno descritti come una minaccia all'agricoltura. La protesta pubblica contro questi consumi è cresciuta al punto da attraversare entrambi i partiti.

Molti repubblicani hanno citato casi in cui i data center, o le infrastrutture elettriche costruite per servirli, hanno portato all'esproprio di case e terreni. L'esproprio è la possibilità per lo Stato di requisire proprietà private per opere di pubblica utilità. "L'esproprio è un furto di Stato. Non lascerò che le Big Tech ci rubino le case per i loro brutti data center", ha scritto a giugno la deputata Nancy Mace.

Due anni fa i parlamentari nominavano di rado i data center e quando lo facevano era per festeggiare l'arrivo di un impianto tra promesse di posti di lavoro e investimenti. Dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca, sostenuto anche da grandi investitori dell'intelligenza artificiale, il numero di repubblicani che ne parlavano sui social è più che raddoppiato nella prima metà dell'anno e oltre il 90 per cento dei loro messaggi era positivo. I democratici erano già passati alla linea critica nel giugno 2025, pochi giorni dopo un ordine esecutivo di Trump, cioè un decreto presidenziale, sull'intelligenza artificiale. "I data center si stanno divorando la nostra elettricità", scrisse allora il senatore Ed Markey. Entro gennaio 2026 più di ottanta politici democratici ne avevano parlato online, quasi sempre in modo critico.

I candidati repubblicani hanno cominciato a rivendicare il tema in vista delle elezioni di midterm, il voto di metà mandato che a novembre rinnoverà il Congresso, attaccando gli avversari democratici come troppo morbidi. Il senatore dell'Ohio Jon Husted, che nel 2024 definiva i data center "essenziali per la nostra vita digitale", questa primavera ha presentato una proposta di legge per "proteggere gli americani dal pagare il conto dei nuovi data center", mentre si avvicina a una rielezione che si annuncia in bilico. Il comitato che finanzia le campagne dei senatori repubblicani lo ha avvertito, in un promemoria interno, che "i data center sono l'ancora appesa al collo di Husted" e potrebbero costargli il seggio.

Lo scontro è aperto anche nelle corse per i governatori. In Wisconsin il candidato repubblicano Tom Tiffany ha pubblicato in una sola settimana più di una decina di messaggi in cui accusa l'avversario democratico David Crowley di essere troppo indulgente verso questi impianti. A marzo aveva già scritto "NO ai sussidi per i data center sui terreni agricoli del Wisconsin". In Pennsylvania la candidata repubblicana Stacy Garrity ha definito il governatore in carica Josh Shapiro "il più grande sostenitore dei data center del paese".

Il governatore repubblicano del Texas Greg Abbott ha chiesto restrizioni dopo anni passati a promuovere gli impianti. Ha detto che le aziende del settore "si sono scavate la fossa da sole" e ha ordinato ai regolatori dello Stato di far pagare loro l'intero costo delle infrastrutture elettriche. Il governatore in carica della Pennsylvania Josh Shapiro ha imposto nuove restrizioni, mentre la governatrice di New York Kathy Hochul ha disposto per un anno una moratoria, cioè una sospensione, sui grandi data center. Anche il governatore dell'Illinois JB Pritzker, un tempo tra i sostenitori più convinti, ha rivisto la sua posizione.

Nell'intervista il presidente ha detto che gli Stati Uniti sono in vantaggio sulla Cina nell'intelligenza artificiale "di molto" e che i data center non tolgono energia alla rete elettrica perché "si stanno costruendo le loro centrali". In realtà alcuni impianti sviluppano centrali dedicate che li alimentano direttamente senza passare dalla rete pubblica, ma altri continueranno a prelevare elettricità dalla rete comune.

La sua amministrazione ha allentato alcuni obblighi ambientali per i data center e ha spinto le aziende tecnologiche a farsi carico dei costi dell'elettricità. Il mese scorso l'EPA, l'agenzia federale per la protezione dell'ambiente, ha stabilito che le centrali non collegate alla rete pubblica non ricadono in una parte delle norme contro l'inquinamento atmosferico, una scelta che secondo l'agenzia amplierà gli spazi per realizzare centrali dedicate agli impianti. Con un programma battezzato Ratepayer Protection Pledge, un impegno a tutela di chi paga le bollette, il presidente ha chiesto agli operatori di procurarsi da soli l'energia che consumano e di coprire i costi delle infrastrutture collegate.

Il senatore repubblicano della Louisiana Bill Cassidy continua a elogiare il data center di Meta nel nord-est del suo Stato, ricordando che ha fatto crescere il gettito fiscale e ha finanziato bonus fino a 50.000 dollari per gli insegnanti. Altri insistono sulla necessità di competere con la Cina: "Chiedetevi chi ci guadagna quando gli americani si rivoltano contro i data center. La Cina", ha scritto a giugno il deputato del Missouri Eric Burlison. Il governatore della California Gavin Newsom ha tenuto una linea intermedia, prendendo in giro il presidente ma difendendo i posti di lavoro creati dai cantieri.

Un sondaggio condotto a giugno e luglio da un centro di ricerca sull'opinione pubblica, l'Annenberg Public Policy Center, ha trovato che quasi metà degli americani è nettamente contraria a qualsiasi costruzione di data center nella propria zona. David Karol, politologo dell'Università del Maryland e autore di un libro su come i partiti cambiano posizione, ha detto al Washington Post che questi voltafaccia sono più comuni di quanto si creda: i politici puntano a stare dalla parte più popolare e finiscono per adeguarsi.


Ora sono tutti contro i datacenter in America


A novembre il governatore del Texas Greg Abbott aveva annunciato un investimento da 40 miliardi di dollari da parte di Google e definito il suo Stato "l'epicentro dello sviluppo dell'intelligenza artificiale". Meno di un anno dopo, il 3 agosto, il governatore repubblicano ha ordinato di sospendere gli allacciamenti alla rete elettrica per i nuovi data center: circa 1.800 progetti dal valore complessivo di miliardi di dollari, in attesa di una verifica sui consumi di energia e acqua. La decisione ha irritato pesantemente Donald Trump, che questa settimana ha difeso gli impianti definendoli un motore per l'economia statunitense.

La protesta contro i data center, accusati di prosciugare le risorse e di alimentare una tecnologia capace di sottrarre posti di lavoro agli americani, si sta trasformando in un serio problema elettorale per i repubblicani e per una parte dei democratici in vista del voto autunnale. Abbott, candidato a un quarto mandato da governatore, deve ora affrontare gli attacchi della sua avversaria democratica Gina Hinojosa, deputata dell'Assemblea statale. Il suo vantaggio è sceso dagli 8 punti di gennaio a un solo punto nei sondaggi di luglio e agosto, mentre sei rilevazioni recenti descrivono una corsa sostanzialmente alla pari. "La questione dei data center è soltanto l'ultimo esempio di un governatore che fa gli interessi dei grandi donatori anziché quelli dei texani", ha dichiarato Hinojosa in un'intervista al Wall Street Journal.

Il governatore sostiene invece che le aziende abbiano accettato vincoli capaci di ridurre al minimo gli effetti sui mercati locali dell'acqua e dell'elettricità e presenta l'intesa come la prova che il suo piano funziona e protegge le comunità texane. Hinojosa ribatte che quelle garanzie devono essere sancite per legge. Martedì ha diffuso uno spot nel quale una persona domanda a un chatbot perché la bolletta elettrica continui ad aumentare. Il chatbot attribuisce la responsabilità ai data center approvati da Abbott, che ha ricevuto milioni di dollari in donazioni elettorali da dirigenti e aziende legati all'intelligenza artificiale, compreso Elon Musk.

Dal Michigan all'Ohio, il tema attraversa i due partiti


In Michigan il progressista Abdul El-Sayed, candidato al Senato, accusa il suo avversario, l'ex deputato repubblicano Mike Rogers, di voler piazzare questi impianti nei giardini degli elettori dello Stato. "La gente li odia davvero, i data center", ha detto durante un evento elettorale a luglio. Messo in difficoltà da queste accuse, Rogers ha dichiarato che il settore avrebbe bisogno di una "pausa", dopo avere già sostenuto che le comunità devono poter decidere se accogliere gli impianti ed essere protette dagli aumenti delle bollette.

In Ohio l'ex senatore democratico Sherrod Brown, nuovamente candidato al Senato, ha speso milioni di dollari in una campagna pubblicitaria estiva che presenta il repubblicano Jon Husted come "il volto dei data center" e lo accusa di avere ridimensionato il proprio entusiasmo per l'intelligenza artificiale visto l'aria che tira. Husted nega di avere cambiato posizione e afferma di avere sempre chiesto che le aziende paghino di più per l'energia e versino le imposte locali. Il mese scorso ha presentato al Congresso una proposta di legge che introduce standard più severi per gli impianti di data center.

In un memo riservato diffuso martedì e intitolato "Ohio Data Center Risk", il comitato incaricato di eleggere i senatori repubblicani ha ammesso che "i data center sono il macigno al collo di Husted" e che, se il senatore perderà, la responsabilità ricadrà sul settore, perché i candidati non possono "rimediare alla reputazione tossica di un intero comparto dell'economia". Il documento non era rivolto ai candidati, ma alle aziende dell'intelligenza artificiale, alle quali il partito chiede di intervenire in difesa dei propri data center prima di novembre. Anche in questo caso, si tratta di una posizione opposta a quella del presidente: mercoledì Trump ha detto che, se fosse sindaco o governatore, accoglierebbe volentieri i data center per i benefici economici che producono.

Persino Vivek Ramaswamy, candidato repubblicano alla guida dell'Ohio e abitualmente ostile alla regolamentazione pubblica, questo mese ha promesso di congelare le autorizzazioni alla costruzione di nuovi data center finché il Parlamento statale non approverà una legge che imponga alle aziende standard ambientali, fornitura di elettricità gratuita per i residenti e il pagamento integrale delle imposte sugli immobili. Mercoledì il procuratore generale Aaron Ford, candidato democratico alla guida del Nevada, ha promesso di sospendere le agevolazioni fiscali per i nuovi data center finché una verifica non accerterà che le aziende abbiano rispettato tutti gli impegni assunti. Nel 2015 era stato tra i firmatari della legge che aveva istituito quelle stesse agevolazioni.

Sei americani su dieci non li vogliono vicino a casa


Il 61% degli americani è contrario alla costruzione di nuovi data center nella propria zona, contro il 49% rilevato tra febbraio e marzo, secondo l'Annenberg Public Policy Center della University of Pennsylvania. L'istituto parla del divario più ampio registrato per qualsiasi domanda relativa all'intelligenza artificiale. "Per i democratici non si vedeva da decenni un tema tanto divisivo", ha affermato Brad Carson, ex deputato democratico dell'Oklahoma e oggi presidente di un centro studi che chiede norme più severe sull'intelligenza artificiale.

La pressione investe anche chi ha puntato politicamente su questa tecnologia. Il governatore democratico della Pennsylvania Josh Shapiro, considerato un possibile candidato alla presidenza nel 2028, martedì ha firmato un ordine esecutivo che esclude i progetti legati all'intelligenza artificiale dalla procedura accelerata per il rilascio dei permessi, vieta gli accordi di riservatezza e subordina l'esame delle domande all'approvazione delle amministrazioni locali e all'assunzione di impegni vincolanti su energia, acqua e trasparenza.

Un anno fa Shapiro aveva invece elogiato aziende come Amazon, che si era impegnata a investire 20 miliardi di dollari in almeno due impianti nelle contee di Bucks e Luzerne, durante un vertice al quale avevano partecipato Trump e altri esponenti repubblicani. Ma a giugno un sondaggio Quinnipiac ha rilevato che il 76% degli elettori registrati in Pennsylvania si oppone alla costruzione di un data center nella propria comunità. Come Abbott, anche Shapiro viene ora attaccato dal suo sfidante per le posizioni sostenute allora.

Il deputato repubblicano Tom Tiffany, candidato alla guida del Wisconsin, ha ribattezzato in una serie di messaggi sui social "Data Center David" il suo rivale democratico David Crowley, presidente della contea di Milwaukee, che l'anno scorso aveva sostenuto che lo Stato potesse diventare un polo dell'intelligenza artificiale. Nessuno dei due si è spinto però fino a chiedere la moratoria proposta dalla progressista Francesca Hong, sconfitta da Crowley per circa 4.000 voti alle primarie della settimana scorsa, ma entrambi hanno sostenuto la necessità di introdurre qualche forma di restrizione.

L'industria rincorre una narrazione ormai fuori controllo


Per le aziende dell'intelligenza artificiale la situazione si è trasformata in una vera e propria crisi, con divieti o sospensioni dei nuovi progetti adottati in decine di Stati e amministrazioni locali. Gli analisti della banca d'affari Evercore ISI hanno scritto ai clienti che, considerato il volume delle proposte in discussione, l'opposizione ai data center rappresenta un rischio per gli investitori da qui alle elezioni presidenziali del 2028. Giovedì il finanziere Chamath Palihapitiya ha stimato su X che, se il fenomeno si estendesse, potrebbe sottrarre tra il 2% e il 3% alla crescita economica annua. "Questa è una polveriera", ha scritto.

I dirigenti del settore promettono di pagare di più per l'energia e di consumare meno acqua, ma sui territori la fiducia resta scarsa. "Stiamo cercando di rincorrere questa narrazione, che continua a crescere a passi da gigante", ha dichiarato Dan Diorio, vicepresidente esecutivo per le politiche statali della Data Center Coalition, l'associazione del settore.

Fino a poco tempo fa gli Stati facevano a gara per attrarre i data center, perché custodiscono ogni genere di dati online e garantiscono un gettito fiscale costante. Più di dieci anni fa fu lo stesso Abbott a firmare la legge che concedeva loro agevolazioni per attirare investimenti tecnologici in Texas. Il lancio di ChatGPT nel 2022 e la successiva espansione dell'intelligenza artificiale hanno però colto impreparati gli Stati, moltiplicando i consumi di energia e acqua degli impianti necessari ad alimentarla. Grazie all'abbondanza di terreni e di energia e alla facilità con cui si ottengono i permessi, oggi il solo Texas ospita più di 500 data center, secondo la piattaforma specializzata Data Center Map, ed è secondo soltanto alla Virginia.

A mostrare le dimensioni dello sviluppo ancora atteso sono i dati di ERCOT, il gestore della rete elettrica texana: le richieste di allacciamento raggiungono complessivamente i 474 gigawatt, cinque volte il picco dei consumi dello Stato, e per il 90% provengono proprio dai data center.


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Trentacinque anni fa l’Ucraina sceglieva il proprio futuro: il 24 agosto 1991 il Parlamento proclamava l’indipendenza, confermata pochi mesi dopo da oltre il 90% dei votanti.

Da dodici anni, però, la Russia prova a cancellare quella scelta: prima con l’annessione illegale della Crimea, poi con l’invasione su vasta scala iniziata nel 2022 e ancora in corso.

Oggi Kyiv ospita la Coalizione dei Volenterosi. Nel frattempo, l’Unione europea e i suoi Stati membri hanno già mobilitato oltre 220 miliardi di euro a sostegno dell’Ucraina. Per il 2026-2027 è previsto un prestito da 90 miliardi e a luglio è stato approvato il 21° pacchetto di sanzioni contro Mosca.

Ma questi anni ci hanno mostrato anche quanto l’Europa sia ancora fragile quando deve agire insieme: l’unanimità rallenta le decisioni e 27 politiche estere e di difesa separate ci rendono più deboli.

Per questo servono una politica estera e una difesa comuni, decisioni a maggioranza e un vero bilancio federale.

L’Europa federale che vogliamo deve poter difendere chi sceglie la libertà e aprire all’Ucraina un percorso di adesione chiaro e credibile.
Perché difendere l’indipendenza ucraina significa anche difendere un’Europa in cui nessun Paese può decidere il futuro di un altro. 🇪🇺🇺🇦

#Ucraina #Ukraine #StandWithUkraine #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Die Berliner Morgenpost hat vergangene Woche von einer Eskalation der Straftaten in der Rigaer Straße berichtet. Gleichzeitig seien die Deliktzahlen am Kottbusser Tor extrem gesunken. Beides ist nicht wahr. Die Polizei hat einfach die Zahlen vertauscht.

Dass die Zahlen zur stadtweiten Kriminalitätsbelastung nicht grundsätzlich öffentlich sind, ist ein Problem. Denn auf ihnen basiert die Einstufung bestimmter Areale als kriminalitätsbelastet - und diese erlaubt hochinvasive Maßnahmen wie den Einsatz von Videoüberwachung und Verhaltensscanner und verdachtsunabhängige Kontrollen.

netzpolitik.org/2026/kriminali…

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Ob Gegenden in Berlin mit Videokameras und Verhaltensscanner überwacht werden dürfen, hängt davon ab, ob sie als kriminalitätsbelastet gelten. Die Datengrundlage zur Einstufung ist allerdings Herrschaftswissen. Ein Zahlendreher der Polizei zeigt, wie problematisch das ist. netzpolitik.org/2026/kriminali…
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Il candidato repubblicano in Colorado che afferma di combattere i demoni


Victor Marx, candidato repubblicano alla poltrona di governatore, ha raccontato nel suo libro di aver visto persone trasformarsi in creature demoniache. Per gli studiosi non è una stranezza isolata ma un tratto ormai centrale della destra religiosa.

Il candidato repubblicano alla carica di governatore del Colorado sostiene di aver assistito ad almeno due trasformazioni demoniache. Victor Marx, predicatore evangelico e podcaster che si definisce un "missionario ad alto rischio" e dirige il ministero All Things Possible, e ha raccontato nel libro del 2024 The Dangerous Gentleman di aver visto un uomo mutare fisicamente davanti ai suoi occhi e una ragazza assumere sembianze "rettiliane". La vicenda è stata ricostruita da Talking Points Memo, che ha letto il volume e ha chiesto al candidato di spiegare le sue affermazioni, senza però ricevere risposta.

Il primo episodio sarebbe avvenuto in Iraq nel 2017, dove Marx dice di aver incontrato un comandante dell’Isis catturato dalle forze irachene con cui collaborava "in modo informale". Convinto che il prigioniero stesse per essere giustiziato, sperava di pregare con lui e di farne "un fratello in Cristo finché era ancora in tempo". Ma, secondo il suo racconto, le cose andarono diversamente. "Il suo volto si contorse, trasformandosi in pochi secondi in una maschera dura e spigolosa", scrive Marx, descrivendo muscoli che sporgevano dalla fronte, occhi socchiusi e orecchie diventate appuntite "come quelle di un troll". Sostiene inoltre che qualcuno nel cortile abbia fotografato l’intera trasformazione "dall’inizio alla fine, a colori", ma non ha risposto alla richiesta di mostrare le immagini.

Il secondo episodio riguarderebbe una ragazza detenuta in un carcere minorile, che avrebbe cominciato a ringhiare mentre Marx cercava di pregare con lei. Nel libro la descrive come una "creatura" che si lacerava la carne emettendo suoni ultraterreni e afferma di aver avvertito un intenso odore di zolfo e uova marce, tanto forte da farlo stare male. Nel volume compaiono anche imprese meno metafisiche, a partire da quella narrata nelle pagine iniziali. Marx sostiene che in Myanmar, dove si era recato per addestrare alcuni "guerrieri" impegnati in non meglio precisate operazioni di soccorso, fu assalito da più di dieci uomini e riuscì a sconfiggerli tutti, nonostante avesse la febbre e fosse armato soltanto di uno spesso coltello da addestramento in plastica.

Veterano dei Marines, Marx possiede il settimo dan nel Keichu-Do, un sistema di arti marziali creato dal patrigno e noto anche come "Cajun Karate". Per anni il suo ministero ha affermato di aver sottratto alla tratta 45 mila donne e bambini nel corso di 150 missioni in 30 Paesi. Sia questi numeri sia i titoli marziali del candidato sono finiti sotto esame dopo l’annuncio della sua candidatura, alla fine dello scorso anno.

Le divisioni nel Partito Repubblicano


Marx ha vinto le primarie repubblicane del 30 giugno contro altri tre candidati, ma con appena mezzo punto percentuale di vantaggio: il 39,9% contro il 39,4% di Barbara Kirkmeyer, uno scarto di circa 2.500 voti. Il margine era così ridotto che l’Associated Press ha assegnato la vittoria soltanto 9 giorni dopo. Alla fine di maggio Kyle Clark, giornalista di 9News, emittente di Denver affiliata alla NBC, gli ha ricordato che in passato si era definito un "esorcista riluttante". Dopo aver analizzato sermoni e podcast del candidato, Clark gli ha chiesto quante persone avesse salvato e se ne avesse mai uccisa qualcuna, come sembrano suggerire il libro e alcuni suoi interventi pubblici.

Marx non ha fornito numeri né risposte dirette. Non è stato inoltre in grado di indicare nemmeno uno dei 30 Paesi nei quali sostiene di aver operato, spiegando di dover proteggere l’identità delle vittime. Ha invece ridimensionato la definizione di esorcista: "È una battuta, è il modo in cui lo dico. Ma, come seguace di Cristo e persona che conosce molto bene il male, credo alla parola di Dio quando afferma che posso pregare per le persone e vederle liberate dall’oppressione demoniaca. Non la chiamo mai possessione". Marx ha anche detto a Clark di poter praticare esorcismi al telefono e il suo staff si è offerto di organizzarne uno per il giornalista.

Nel Colorado guidato dal governatore democratico Jared Polis, al suo secondo e ultimo mandato, la successione è ora aperta. Marx parte però nettamente sfavorito rispetto al procuratore generale democratico Phil Weiser, che nelle primarie del suo partito ha battuto di quasi 14 punti il senatore Michael Bennet. Il Cook Political Report considera la carica di governatore "solidamente democratica".

Il bizzarro candidato repubblicano divide anche il proprio Partito. Mercoledì 9News ha riferito che Hugo Chavez-Rey, vicepresidente del Partito Repubblicano di Denver, si è dimesso per evitare un voto sulla sua rimozione dopo essersi rifiutato di sostenere Marx. Ora ha dato il suo appoggio al candidato indipendente conservatore Greg Lopez. Il presidente del Partito Repubblicano del Colorado ha invece intimato ai dirigenti di schierarsi con Marx oppure di lasciare il proprio incarico.

La "guerra spirituale" nella destra americana


Il tema degli esorcismi e della "guerra spirituale" ha conquistato uno spazio sempre più crescente nella destra legata al movimento MAGA, spiega Brad Onishi, ex ministro evangelico, ricercatore associato all’Università della California a Berkeley e autore di diversi libri sul nazionalismo cristiano. "Non è più roba di frange estremiste", ha spiegato a Talking Points Memo. Onishi cita, tra gli esempi, Paula White-Cain, consigliera della Casa Bianca per le questioni religiose e responsabile dell’ufficio istituito da Trump nel febbraio 2025, che prega per scacciare i demoni e pratica la glossolalia.

Ricorda inoltre l’ex conduttore di Fox News Tucker Carlson, che ha raccontato di essere stato aggredito da un demone, così come la presenza nel suo podcast di un presunto esorcista. A questi casi aggiunge i legami dello Speaker repubblicano della Camera Mike Johnson con la New Apostolic Reformation e le vecchie affermazioni di Alex Jones, secondo cui i democratici puzzerebbero di zolfo. Charlie Kirk, l’attivista conservatore ucciso in un attentato il 10 settembre 2025 alla Utah Valley University e fondatore di Turning Point USA, un’organizzazione che ha raccolto centinaia di milioni di dollari per le cause conservatrici, aveva scritto la prefazione del libro di Marx, elogiandolo proprio per la sua capacità di "affrontare i demoni".

Secondo Onishi, quindi, Marx è il prodotto di un ecosistema politico e religioso nel quale l’autorità non deriva più dall’ordinazione o dall’appartenenza a una confessione: chi rivendica i doni considerati giusti — profezie, sogni ed esorcismi — può così costruirsi un seguito su quella base. Un sistema che, secondo il ricercatore, ha conseguenze politiche precise: l’obiettivo non è vincere con l’aiuto di Dio, ma conquistare il potere scacciando quelli che vengono presentati come suoi nemici.

Il messaggio centrale del suo libro procede nella stessa direzione. Gli uomini, sostiene Marx, devono tornare a essere "pericolosi" per combattere le forze nefaste della società, dalle istituzioni "woke" alla comunità LGBT. "Troppo spesso, se un bambino viene cresciuto soltanto da una donna, assorbe qualità effeminate e rinuncia all’idea di mascolinità", scrive, prendendosela con i "lunatici metrosessuali e non binari" che la cultura contemporanea proporrebbe come modello ai ragazzi.

Onishi avverte che il passaggio da questa retorica alla violenza può essere breve: chi si ha di fronte cessa di essere un avversario con idee diverse e diventa un demone che puzza di zolfo. Marx lo scrive in termini ancora più espliciti: se le istituzioni laiche e le forze demoniache che le controllano ci definiscono pericolosi, si domanda nel libro, perché non esserlo davvero?

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DIARIO DA CUBA (QUARTA ED ULTIMA PARTE) home.rifondazione.eu/2026/08/2… #Approfondimenti

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Trump chiude l'estate con una gara di IndyCar tra i monumenti di Washington


La Freedom 250 Grand Prix ha attraversato il National Mall e Pennsylvania Avenue davanti a circa 200mila spettatori. Il presidente ha sventolato la bandiera verde, ha vinto l'americano Kyle Kirkwood.

Le macchine dell'IndyCar hanno corso domenica pomeriggio tra i monumenti di Washington, in una gara mai disputata prima nella capitale americana. Il presidente Donald Trump ha sventolato la bandiera verde che ha dato il via alla corsa attorno alle 13:18 ora locale, le 19:18 in Italia, su un circuito ricavato dalle strade attorno al National Mall, il grande parco che va dal Campidoglio al Lincoln Memorial, con passaggi lungo Pennsylvania Avenue, davanti agli Archivi Nazionali e al museo dell'aria e dello spazio dello Smithsonian.

La Freedom 250 Grand Prix ha chiuso l'estate di eventi sportivi con cui Trump ha celebrato i 250 anni dell'indipendenza degli Stati Uniti. I 147 giri sono stati scelti per arrivare a 250 miglia (402 chilometri) in omaggio all'anniversario. Il tracciato misurava 1,7 miglia (poco meno di tre chilometri) con sette curve, tutte a sinistra tranne una. Sul rettilineo di Pennsylvania Avenue le vetture potevano toccare i 298 chilometri orari. I biglietti erano gratuiti e gli organizzatori si aspettavano circa 200mila spettatori, mentre i pass per i club privati a bordo pista costavano 5.000 dollari.

Trump ha percorso un giro d'onore sul circuito a bordo della limousine presidenziale blindata soprannominata "The Beast", accolto soprattutto da applausi e da qualche fischio. Ha poi dato il via alla gara restando nella tribuna presidenziale insieme alla moglie Melania, mentre nelle corse dell'IndyCar la bandiera verde viene sventolata di solito dalla torretta sulla linea del traguardo. Prima della partenza il tenore Christopher Macchio, cantante preferito del presidente, ha eseguito l'inno nazionale e diversi reparti delle forze armate hanno sorvolato il circuito, con un bombardiere invisibile ai radar B-2 e il Boeing 747 regalato dal Qatar e usato come Air Force One, scortato da quattro caccia. Per consentire i sorvoli il traffico aereo dell'aeroporto Ronald Reagan è rimasto fermo tre ore a metà giornata.

Ha vinto Kyle Kirkwood, 27 anni, della Florida, al volante di una monoposto del team Andretti Global. È la sua seconda vittoria in questa stagione dell'IndyCar, il principale campionato americano di monoposto, considerato secondo solo alla Formula 1 per prestigio e diffusione. I compagni di squadra Will Power e Marcus Ericsson sono arrivati terzo e quarto. Solo 13 dei 25 piloti al via hanno concluso la corsa. "Che posto incredibile per farlo", ha detto Kirkwood a Fox Sports dopo la vittoria. "Se non riesci a vincerla alla 500 miglia di Indianapolis, questo è senza dubbio il posto giusto".

Alex Palou, in testa alla classifica del campionato e partito dalla prima posizione, ha chiuso ventesimo, il suo secondo peggior risultato dell'anno. Ha rimediato una penalità per aver urtato una gomma mentre usciva dalla corsia dei box, si è poi fermato di nuovo perché una ruota non era stata fissata bene e infine è finito in testacoda. Il suo vantaggio su Kirkwood, secondo in classifica, si è ridotto da 133 a 91 punti a tre gare dalla fine.

Le barriere di cemento hanno fermato diversi piloti. David Malukas è finito contro il muro all'ultima curva del circuito e Sting Ray Robb non è riuscito a evitarlo, con due degli otto piloti americani fuori gara nel giro di pochi secondi. Scott McLaughlin è andato a sbattere contro le gomme mentre provava a superare Kirkwood a 19 giri dalla fine. Marcus Armstrong è stato penalizzato per aver mandato in testacoda Christian Rasmussen, in un incidente che ha spedito contro il muro anche Rinus VeeKay.

I piloti avevano giudicato il tracciato molto sconnesso già durante le prove del sabato, nonostante Pennsylvania Avenue venga riasfaltata spesso per le cerimonie di insediamento dei presidenti. "Buche enormi in ingresso alla curva 2 e alla curva 6, buche che renderanno le cose interessanti", aveva detto Palou. "È bello sconnesso, ti ritrovi con un sacco di sudore nel casco e rimbalzi su e giù", aveva aggiunto Pato O'Ward.

Il circuito doveva inizialmente passare all'interno dell'area del Campidoglio, ma il progetto richiedeva il via libera del Congresso e si è arenato. Sul terreno del Campidoglio la pubblicità è vietata e le monoposto, coperte da decine di sponsor, insieme ai cartelloni a bordo pista sarebbero state fuori norma. Trump ha allora firmato un ordine esecutivo, un atto con cui il presidente dà istruzioni all'amministrazione federale senza passare dal Congresso, incaricando il Dipartimento dei Trasporti di disegnare un percorso che non avesse bisogno dell'approvazione dei parlamentari. Nel testo, firmato all'inizio dell'anno, si legge che le auto e i piloti "ispirano stupore e rispetto in tutti coloro che guardano questo sport tipicamente americano" e che la gara avrebbe mostrato "la maestosità della nostra grande città" con le monoposto in corsa attorno ai monumenti nazionali.

A portare la corsa a Washington è stato Roger Penske, proprietario dell'IndyCar e amico di lunga data del presidente, che nel 2019 ha ricevuto da Trump la Medaglia presidenziale della libertà, la più alta onorificenza civile americana. Trump ha raccontato a Fox che Penske ci provava da vent'anni: "Quando è venuto da Trump si è fatto tutto in un quarto d'ora e si è rivelato molto più grande di quanto avessimo mai immaginato", ha detto parlando di sé in terza persona.

La gara è l'ultima di una serie di eventi sportivi che il presidente ha usato per celebrare il paese e il suo secondo mandato. A giugno aveva ospitato un incontro di arti marziali miste sul prato sud della Casa Bianca, a luglio aveva consegnato la coppa alla Spagna campione del mondo di calcio, ad agosto era comparso ai "Patriot Games", una via di mezzo tra un gioco a premi e una gara di atletica per studenti delle superiori, trasmessa dall'emittente sportiva ESPN. Il suo indice di gradimento è intanto sceso al 33%, il livello più basso da quando è tornato alla Casa Bianca nel gennaio 2025, mentre gli Stati Uniti sono in guerra con l'Iran.

In tribuna con il presidente c'erano diversi membri del governo: il procuratore generale Todd Blanche, il segretario all'Interno Doug Burgum, il segretario alla Difesa Pete Hegseth, il segretario di Stato Marco Rubio e la segretaria all'Istruzione Linda McMahon. Erano presenti anche lo speaker della Camera Mike Johnson, il segretario ai Trasporti Sean Duffy, l'amministratore delegato della UFC Dana White e i figli del presidente Donald Trump Jr. ed Eric con le rispettive mogli.

Melania Trump ha detto di aver imparato ad amare le corse dal padre, con cui da ragazza andava a vedere i Gran Premi di Formula 1 in Europa: "Mi ha insegnato la meccanica e anche la velocità e ne ho amato ogni minuto". Giovedì, nel Giardino delle Rose della Casa Bianca, aveva presentato insieme all'IndyCar e a Fox Corporation due milioni di dollari di borse di studio per i ragazzi che escono dal sistema di affido al compimento della maggiore età, il tema su cui ha concentrato il suo lavoro in questo mandato. Ha chiesto ai governatori di sostenere i suoi "Fostering the Future Accounts", conti pensati per dare a quei ragazzi un sostegno economico quando lasciano l'affido.

I musei dello Smithsonian lungo il National Mall, di solito gratuiti e aperti a tutti, domenica sono rimasti accessibili solo a chi aveva il biglietto della gara. La National Gallery of Art, che si trova accanto alla corsia dei box, ha condotto uno studio approfondito sulle vibrazioni e ha adottato misure per proteggere i visitatori e le opere d'arte dal passaggio delle monoposto. Il circuito costeggiava anche il museo degli Archivi Nazionali, dove sono conservati i documenti fondativi degli Stati Uniti.

Le squadre hanno cominciato a smontare le recinzioni subito dopo la fine della corsa. Devono rimuovere muri di cemento alti un metro e pesanti oltre quattro tonnellate e mezzo, oltre alle tribune: il montaggio era iniziato a fine luglio e lo smantellamento, secondo un funzionario cittadino, potrebbe andare avanti fino alla seconda settimana di settembre. Gli organizzatori hanno assicurato che le strade non avranno bisogno di grandi lavori di ripristino. Le autorità locali hanno registrato 13 malori dovuti al caldo e un ricovero in ospedale, senza alcun arresto.


Popolarità Trump, numeri in stallo come i negoziati di pace (23 agosto)


Come ogni domenica, facciamo un resoconto sulla approvazione del presidente Trump, con i cambiamenti occorsi negli ultimi sette giorni.

Questa settimana estiva non ha evidenziato grandi smottamenti: dopo aver toccato il livello di net rating più basso del mandato e in mezzo a tanti piccoli balzelli, la popolarità si è leggermente rialzata assestandosi su un livello comunque critico, tra i tanti bassi e i pochi alti registrati dall’inizio del conflitto in Iran.

Si registra un basso numero di rilevazioni, e difficilmente questo cambierà prima del prossimo mese; per ora, comunque, il tasso di approvazione rimane inferiore al 40% in tutte le medie, mentre la disapprovazione si è assestata un po’ sotto al 60%.

I numeri sono peggiorati notevolmente dall’inizio della guerra in Iran, e non si intravedono spiragli positivi considerando lo stallo nelle trattative di pace.

Si tratta di una situazione al limite per il tycoon, che resta dietro a Joe Biden nella classifica dei presidenti più impopolari a questo punto del mandato.

Il dato attuale, infatti, è peggiore rispetto alla già catastrofica media di Joe Biden nell’agosto 2022; questo significa che l’approvazione di Trump è la peggiore di sempre dopo diciannove mesi di presidenza. È di circa undici punti, invece, la distanza con il suo primo mandato.

Il net rating (la differenza tra tasso di approvazione e tasso di disapprovazione) rimane saldamente in territorio negativo sia per la media di RealClearPolitics (RCP), sia per quella del Silver Bulletin, sia per la nostra di Focus America.

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Questa settimana le medie si muovono poco, con un modesto aggiustamento verso l’alto per RCP e una totale stagnazione per il sito di Silver e Focus America.

Come già accennato, dopo diciannove mesi alla Casa Bianca, il gradimento di questo secondo mandato si colloca al di sotto rispetto ai primi diciannove mesi del suo primo mandato e a quello di Biden.

Sondaggi
L’approvazione di Trump e degli altri presidenti
Approvazione netta (approva − disapprova), per giorni dall’insediamento

Presidente
Trump II

Grafici Recap numerico

Facendo un paragone con il passato, grazie ai dati di Focus America, si nota come il dato di apprezzamento di Trump dopo 579 giorni di presidenza (-20,6 secondo la nostra media) sia il più basso tra tutti i presidenti USA dal secondo dopoguerra in avanti nello stesso periodo, peggiore di Biden che con il suo -19,3 attraversava comunque un periodo di grande sofferenza.

Risulta molto indietro, come detto, anche rispetto al suo primo mandato, in cui era più del doppio più popolare, a -9,9. Andando molto a ritroso, anche Harry Truman veleggiava su numeri deficitari (-19).

Sul nostro sito trovate i grafici con il confronto con tutti i primi mandati degli altri presidenti, con una frequenza di aggiornamento pari a 8 volte al giorno.

Il tasso di approvazione di Trump oscilla tra il 37% e il 39%, mentre il tasso di disapprovazione si aggira intorno al 57%-58%.

Nelle prossime settimane monitoreremo l’evoluzione di questa situazione, per cogliere se ci saranno miglioramenti o ulteriori ripercussioni sui numeri, considerando il sostanziale fallimento dei negoziati con Teheran.

Di seguito pubblichiamo una infografica con una selezione delle rilevazioni dei migliori istituti rilasciate nel corso dell'ultima settimana. Per ogni casa sondaggistica sono presenti due numeri percentuali: il primo è il tasso di approvazione, il secondo quello di disapprovazione.

Ricordiamo che, stante la chiusura del sito FiveThirtyEight, abbiamo deciso di utilizzare i numeri del Silver Bulletin, il nuovo sito di Nate Silver, fondatore di 538.

Sondaggi
Gli ultimi sondaggi sulla popolarità di Trump
11 rilevazioni di 11 istituti — 23 agosto 2026

Sondaggi Metodo

Ordina per:Data fineNet Approval

Legenda campioni

LV

Likely Voters · 2 sondaggi
Elettori probabili — campione più ristretto e affidabile

RV

Registered Voters · 3 sondaggi
Elettori registrati al voto

A

Adults · 6 sondaggi
Tutti gli adulti americani — campione più ampio

Affidabilità
LVRVA

Elaborazione di Focus America su dati dei sondaggi pubblici · Ultimo aggiornamento: 23 agosto 2026

Il sito Silver Bulletin (che fa una propria media aggiustata di tutti i sondaggi, dandone un peso maggiore o minore in base al bias storico e al rating delle firme che li svolgono) segna una media generale di 38,1% (-) - 58% (-). In totale un net approval arrotondato di -19,9 (-).

Il sito RealClearPolitics, invece, che fa una selezione solo di alcuni sondaggi in base all'affidabilità di chi li esegue, segnala una media totale migliore: 39,5% (+0,4) - 57,2% (-1,2). In totale un net rating di -17,7 (+1,6).

La media calcolata da noi di Focus America, invece, è di 37,3% (-) - 57,9% (-0,1), con un net rating complessivo di -20,6 (+0,1). La metodologia utilizzata è specificata direttamente nella pagina del nostro sito dedicata ai sondaggi sulla popolarità di Trump.

Tracker
L’approvazione di Trump: tre medie a confronto
Andamento giornaliero dall’insediamento

Seleziona fonte
Confronto Silver Bulletin RCP FocusAmerica

Silver Bulletin

RealClearPolitics

FocusAmerica

Clicca qui per vedere i dati aggiornati in tempo reale della popolarità di Trump


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La rassegna stampa di lunedì 24 agosto 2026


La guerra dei dazi tra Stati Uniti e Canada si aggrava mentre Washington prepara sanzioni durissime contro l'Iran; cresce la protesta sui data center e i timori dei repubblicani sull'economia a poche settimane dalle elezioni di midterm

Questa è la rassegna stampa di lunedì 24 agosto 2026

La guerra commerciale tra Stati Uniti e Canada si aggrava


Il negoziato commerciale tra Washington e Ottawa è naufragato venerdì e le due parti si sono accusate a vicenda, aprendo la strada a una guerra dei dazi che rischia di colpire ampi settori delle due economie. Il primo ministro canadese Mark Carney ha detto che gli Stati Uniti hanno "attaccato" il Canada con i dazi e il suo governo vede poche possibilità di riprendere i colloqui con il presidente Donald Trump prima delle elezioni di midterm. La stampa nazionalista cinese ha elogiato la ritorsione di Ottawa, presentandola come una conferma delle posizioni di Pechino contro il protezionismo americano.

Fonti: Semafor, The Hill, Bloomberg

Gli Stati Uniti si preparano al "D-Day economico" contro l'Iran


L'Amministrazione Trump è attesa lunedì all'annuncio di quelle che ha definito "le sanzioni più dure della storia" contro Teheran, nel tentativo di costringere il regime ad accettare un accordo per porre fine alla guerra alle condizioni americane. Il senatore repubblicano John Barrasso ha parlato di un "D-Day per l'economia iraniana", sostenendo che l'economia del Paese è allo sfascio ma resta pericolosa. La Cina ha intanto ospitato il vice ministro degli Esteri iraniano per colloqui legati al conflitto, rivelando l'incontro alla vigilia dell'annuncio di Washington.

Fonti: Financial Times, The Hill, Semafor

I data center e la reazione politica sull'intelligenza artificiale


In un'intervista il presidente ha difeso l'espansione dei data center, definendo "un errore" per le comunità rifiutarli e sostenendo che gli Stati Uniti sono largamente in vantaggio sulla Cina nell'intelligenza artificiale. La presa di posizione arriva mentre cresce la protesta contro queste infrastrutture in Stati sia repubblicani sia democratici, con moratorie e nuove regole in Texas, Pennsylvania e New York. Tra i possibili candidati democratici alla Casa Bianca nel 2028 quasi nessuno ha accolto l'appello di Bernie Sanders a fermare lo sviluppo dell'IA, mentre l'amministratore dell'EPA Lee Zeldin ha messo in guardia contro i divieti citando la corsa con Pechino.

Fonti: Axios, The Hill

I repubblicani preoccupati per l'economia in vista delle elezioni di midterm


Un piano per abbassare i dazi sulla carne bovina importata e le tensioni commerciali con il Canada hanno accentuato i timori di alcuni esponenti del Partito repubblicano su un tema centrale per le elezioni di novembre. Diversi parlamentari temono che l'approccio economico del presidente possa danneggiare il partito, in un momento in cui la campagna elettorale entra nel vivo.

Fonti: The New York Times

Un vasto incendio minaccia Reno, decine di migliaia di evacuati


L'incendio Hawk ha bruciato oltre 15.000 acri senza alcun contenimento e si sta spingendo verso la parte settentrionale di Reno, in Nevada, costringendo all'evacuazione case e ospedali. Le autorità hanno invitato quasi 90.000 persone a lasciare le proprie abitazioni o a prepararsi a farlo, con almeno sei feriti. Secondo i primi accertamenti il rogo è di origine umana.

Fonti: NPR, The New York Times, The Wall Street Journal

Il padre di un marinaio della USS Lincoln arrestato dalle autorità per l'immigrazione


Un marinaio a bordo della portaerei USS Abraham Lincoln ha denunciato l'arresto del padre da parte delle autorità per l'immigrazione, dopo oltre nove mesi trascorsi in mare a causa della guerra con l'Iran. L'uomo attendeva il ritorno del figlio quando è stato fermato dalla polizia di frontiera. Il caso ha alimentato le polemiche sulle politiche di espulsione dell'Amministrazione.

Fonti: The Hill, ABC News

Trump e il suo ex avvocato Michael Cohen fanno pace


In un'intervista dai toni sorprendentemente cordiali andata in onda domenica il presidente ha segnalato di aver riaccolto nelle sue grazie l'ex "risolutore" Michael Cohen, testimone chiave nel processo per i pagamenti a fini di silenzio che portò alla sua condanna. Cohen si è rivolto a Trump chiamandolo "boss" e i due hanno discusso della testimonianza, che il presidente ha attribuito alle pressioni della procura di New York. È la prima volta che i due si parlano pubblicamente dopo anni di reciproci attacchi.

Fonti: Axios

La gara IndyCar a Washington chiude le celebrazioni per i 250 anni degli Stati Uniti


Il presidente ha sventolato la bandiera verde per dare il via alla Freedom 250, una corsa di 250 miglia lungo le strade di Washington, l'ultimo grande evento organizzato per l'anniversario dei 250 anni della nazione. Si è trattato del tracciato cittadino più lungo nella storia dell'IndyCar. All'evento era presente anche la first lady Melania Trump.

Fonti: The New York Times, The Wall Street Journal

Oz contraddice Trump sul vaccino contro morbillo, parotite e rosolia


L'amministratore dei Centri per Medicare e Medicaid, Mehmet Oz, ha dichiarato che il vaccino trivalente contro morbillo, parotite e rosolia "non è un vaccino letale", contraddicendo quanto sostenuto dal presidente Trump. Oz ha ricordato che il vaccino è offerto anche in altri Paesi. Le sue parole intervengono nel dibattito sulle posizioni dell'Amministrazione in materia di vaccini.

Fonti: The Hill

Le mosse di Bessent sul mercato obbligazionario finiscono sotto accusa


Il raddoppio degli acquisti di titoli di Stato a lungo termine deciso dal segretario al Tesoro Scott Bessent ha suscitato le critiche di investitori e analisti. La misura ha offerto un sollievo temporaneo ai mercati, ma si scontra con venti contrari strutturali dell'economia che continuano a spingere al rialzo i rendimenti.

Fonti: Semafor

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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FiftyPlusOne bandisce l’istituto che falsificava i sondaggi


Il sito di aggregazione FiftyPlusOne ha bandito The Public Sentiment Institute, che ha ammesso di aver spostato le preferenze di alcuni intervistati verso il candidato che li finanziava. Sospeso anche Patriot Polling.

Il sito di aggregazione dei sondaggi FiftyPlusOne ha escluso definitivamente The Public Sentiment Institute (TPSI) e sospeso a tempo indeterminato Patriot Polling dalla propria lista di istituti di sondaggiodopo aver scoperto che entrambi gli istituti avrebbero lavorato per alcune campagne elettorali senza dichiararlo. TPSI ha inoltre ammesso di aver modificato le preferenze espresse da alcuni intervistati, attribuendole al candidato che aveva pagato l'istituto. La decisione è stata presa dagli ex redattori di FiveThirtyEight che, dopo la chiusura del sito di analisi elettorale da parte di ABC News nel marzo 2025, hanno fondato il progetto FiftyPlusOne.

Quei pagamenti mai dichiarati


L'indagine è partita da una segnalazione ricevuta dalla redazione la settimana scorsa: TPSI avrebbe presentato come rilevazioni indipendenti alcuni sondaggi interni della campagna di James Fishback, gestore di un fondo speculativo e candidato alle primarie repubblicane per il governatorato della Florida. Esaminando i registri delle spese elettorali, gli autori dell'inchiesta hanno trovato un pagamento di 1.575 dollari effettuato il 9 giugno 2026 dalla campagna di Fishback a favore proprio di The Public Sentiment Institute, con la causale "sondaggio".

L'istituto ha poi pubblicato due rilevazioni sulle primarie, il 10 e il 30 giugno, senza indicarne la committenza. In una terza, diffusa il 13 agosto, ha invece dichiarato che la ricerca era stata "progettata, finanziata e condotta" dallo stesso istituto e che "nessun candidato, campagna, comitato di partito o organizzazione esterna" l'aveva commissionata o finanziata. Il 21 gennaio 2026 la stessa campagna elettorale aveva versato 1.500 dollari a Lucca Ruggieri, amministratore delegato di Patriot Polling, con la causale "sondaggi". Il 2 febbraio anche questo secondo istituto aveva pubblicato una rilevazione sulle primarie per il governatorato della Florida senza indicarne la committenza.

Il 29 luglio Patriot Polling ha inoltre diffuso un sondaggio interno per la campagna di Keith Gross nel secondo distretto congressuale della Florida, mentre una precedente rilevazione, pubblicata l'11 febbraio sulle primarie repubblicane nello stesso distretto, non indicava alcun committente. Nei registri della campagna di Gross, tuttavia, non risultano pagamenti all'istituto.

Contattati venerdì scorso e nuovamente nel corso della settimana, i due istituti non hanno risposto. Anche gli staff elettorali di Fishback e Gross hanno ignorato le richieste di commento. Secondo gli standard di FiftyPlusOne, la mancata indicazione della committenza non comporta automaticamente l'esclusione: in questi casi tutte le rilevazioni dell'istituto vengono semplicemente classificate come di parte. A rendere inutilizzabili i dati è invece il rifiuto di rispondere alle domande sulla metodologia, perché impedisce di verificare come siano stati prodotti.

L'ammissione: preferenze spostate da un candidato all'altro


L'analisi retrospettiva pubblicata da TPSI sui propri sondaggi in Florida ha però portato alla luce un problema molto più grave. Le rilevazioni avevano sovrastimato nettamente il consenso per Fishback rispetto sia agli altri sondaggi sia al risultato delle primarie del 18 agosto: il candidato si è fermato sotto l'11%, mentre la vittoria alle primarie repubblicane è andata al deputato Byron Donalds.

TPSI ha attribuito l'errore a due fattori. Il primo, una sovrastima dell'affluenza dei giovani, rientra nelle valutazioni che ogni istituto è chiamato a compiere sulla composizione dell'elettorato. Il secondo, invece, no. "Jay Collins otteneva tra il 20 e il 30% nei nostri dati. Il risultato non coincideva con la nostra lettura della corsa e abbiamo concluso che potesse riflettere un problema nella qualità dei dati raccolti attraverso il nostro campione via messaggio", si legge nel documento, in riferimento all'attuale vicegovernatore della Florida.

"Sulla base di questa conclusione, abbiamo individuato gli intervistati che avevano scelto Collins ma il cui profilo complessivo appariva più vicino alla coalizione di un altro candidato e abbiamo riassegnato le loro preferenze a James Fishback. È stato l'errore più grave dell'intero progetto e la responsabilità è soltanto nostra. Abbiamo sottratto consenso reale a un candidato sulla base di un sospetto contraddetto dai nostri stessi dati. Nessuna metodologia dovrebbe consentire di modificare la preferenza dichiarata da un intervistato soltanto perché un analista la considera poco plausibile, e la nostra non lo consentirà più."


Gli standard di FiftyPlusOne, derivati in parte dal codice deontologico dell'American Association for Public Opinion Research, vietano di adottare consapevolmente strumenti o metodi capaci di produrre conclusioni fuorvianti, così come di falsificare o fabbricare dati. Per la redazione — della quale fanno parte, tra gli altri, Mary Radcliffe, Cooper Burton e l'ex direttore editoriale di FiveThirtyEight G. Elliott Morris — modificare le preferenze dei singoli intervistati per ottenere un risultato più vicino alle proprie aspettative equivale a tutti gli effetti a falsificare i dati. Una violazione resa ancora più grave dal rapporto economico non dichiarato con la campagna beneficiata da quelle modifiche.

L'esclusione riguarderà quindi anche qualsiasi futura società fondata o diretta da Lester Tellez e Dustin Smith, i responsabili di TPSI, nonché i sondaggi commissionati da organizzazioni a loro collegate, come On Point Politics. La sospensione di Patriot Polling si estende invece a Ruggieri e Roberto Jay, ma potrà essere revocata se l'istituto risponderà alle domande sulla propria metodologia. Le rilevazioni già pubblicate resteranno sul sito, riclassificate come di parte, secondo la prassi ereditata da FiveThirtyEight di conservare i dati utilizzati per calcolare le medie del passato.

Un'altra società ha inventato sondaggi ed è poi scomparsa


Median Strategies, una società comparsa dal nulla due settimane fa, ha ammesso al Los Angeles Times di aver inventato integralmente i risultati di almeno tre rilevazioni in altrettanti Stati, dalla corsa per la carica di sindaco di Los Angeles alle primarie in Wisconsin. L'organizzazione ha definito l'operazione come un "esperimento sociale" volto a misurare quanto fosse facile convincere giornali e opinione pubblica dell'autenticità di dati falsi. Subito dopo ha chiuso il proprio sito.

Mercoledì AAPOR ha condannato l'accaduto. "È estremamente preoccupante che questa organizzazione abbia prodotto e diffuso dati inventati, minando la fiducia nella ricerca sull'opinione pubblica e nei sondaggi elettorali", ha dichiarato la presidente Mary Losch. "È importante che un'attività fraudolenta di questo tipo non venga confusa con i sondaggi elettorali legittimi."


In Florida si vota per le primarie a governatore e il candidato di Trump è il favorito


La Florida vota oggi, martedì 18 agosto, per le primarie, le elezioni interne con cui i partiti scelgono i candidati per il voto di metà mandato del 3 novembre. È la giornata più piena dell'estate elettorale americana. Si vota anche in Alaska e in Wyoming, ma le corse più importanti si concentrano nel terzo stato più popoloso del paese. La sfida principale è la scelta del candidato repubblicano per la successione del governatore Ron DeSantis, che dopo due mandati non può ricandidarsi. I seggi chiudono alle 19 locali, quando in Italia sarà l'1 di notte di mercoledì (le 2 nella parte nord-occidentale dello stato, che si trova in un altro fuso orario). Quasi due milioni di elettori hanno già votato per posta o in anticipo.

Il favorito per la nomination repubblicana a governatore è Byron Donalds, deputato al terzo mandato che ha l'appoggio del presidente Donald Trump dal febbraio 2025, da prima ancora che annunciasse la candidatura. Se vincesse anche a novembre diventerebbe il primo governatore nero nella storia della Florida. Tra comitato elettorale e PAC alleato (i comitati esterni che negli Stati Uniti raccolgono fondi per le campagne) ha messo insieme 111 milioni di dollari. Nella nostra media, Donalds è al 41%, oltre il doppio degli altri candidati con il vicegovernatore Jay Collins al 18% e l'investitore James Fishback al 17%%. L'ex presidente della Camera statale Paul Renner è al 7%.

Sondaggi · Florida

Donalds arriva al voto sopra il 40 per cento, Collins e Fishback si giocano il secondo posto

Quota di ciascun candidato nella media giornaliera dei sondaggi per la primaria repubblicana a governatore della Florida. Donalds è rimasto davanti per tutta la campagna e chiude al 41,3 per cento; alle sue spalle Collins (17,6) e Fishback (15,9) sono saliti fino a contendersi il secondo posto, con Renner al 7,1. I pallini chiari sono le singole rilevazioni.

10% 20% 30% 40% 50% 9 mesi 6 mesi 3 mesi voto Donalds 41,3 Collins 17,6 Fishback 15,9 Renner 7,1
La media si ferma all'11 agosto 2026, ultimo sondaggio disponibile. Si vota oggi, 18 agosto.

Fonte Elaborazione di Focus America su 35 sondaggi della primaria repubblicana raccolti da Wikipedia, aggiornati al 18 agosto 2026. Le medie giornaliere sono stimate con un filtro di Kalman a livello locale: ogni sondaggio pesa per la dimensione del campione e per l’effetto casa dell’istituto, e i sondaggi commissionati da una parte pesano la metà. Il lisciamento è lo stesso per le quattro linee.

Donalds
Collins
Fishback
Renner

Dei sei sondaggi realizzati da metà luglio, però, quattro danno Donalds intorno al 50% e due lo collocano poco sopra il 30%. L'ultimo, dell'istituto The Public Sentiment Institute, lo vede avanti su Fishback di appena tre punti, 31% a 28%; lo stesso istituto aveva già pubblicato in passato un sondaggio finanziato di nascosto dalla campagna di Fishback. I sondaggisti hanno del resto già sbagliato nelle recenti primarie in Michigan e Wisconsin. Sulla corsa pesa anche l'ostilità di DeSantis, che ha criticato la candidatura di Donalds senza appoggiare nessun altro candidato, nemmeno il suo vice Collins. E l'appoggio di Trump non è una garanzia. In questo ciclo elettorale quattro dei dodici candidati da lui sostenuti nelle primarie repubblicane per governatore senza un uscente hanno perso.

Fishback, 31 anni, ex fondatore di una società di investimenti cresciuto nella contea di Broward, ha costruito la sua rimonta con attacchi personali contro Donalds, che è nero, spesso a sfondo razzista. Lo ha definito uno "schiavo" delle grandi aziende e un "assunto per la diversità". Ad agosto lo ha anche accusato di essere indagato per traffico sessuale, un'affermazione che il Dipartimento di Giustizia ha definito falsa.

Fishback ha il sostegno di ambienti dell'estrema destra online, compresi quelli legati al suprematista bianco Nick Fuentes. Allo stesso tempo ha fatto breccia tra i giovani con proposte populiste: aiuti pubblici alle giovani famiglie per comprare casa, limiti ai fondi che acquistano abitazioni per affittarle, difesa dell'ambiente dal cemento e divieto totale dei data center per l'intelligenza artificiale. Negli ultimi mesi ha più che raddoppiato i suoi consensi nei sondaggi, mentre Donalds lo ha liquidato come uno che "gioca per l'algoritmo".

Proprio i data center sono diventati un tema in tutto lo stato, dalla corsa a governatore alle elezioni di contea. Fishback promette di vietarli, Renner propone una moratoria e Donalds, criticato dagli avversari per i finanziamenti ricevuti dal settore, ha risposto che "non ci sarà nessun divieto". Chi vince la primaria repubblicana affronterà a novembre il probabile candidato democratico David Jolly, un ex deputato repubblicano che ha lasciato il partito durante il primo mandato di Trump. La Florida non elegge un governatore democratico da più di trent'anni, ma i sondaggi sul confronto diretto danno Donalds avanti di appena cinque punti.

Per il Senato la primaria da seguire è quella democratica, che decide chi sfiderà la senatrice repubblicana Ashley Moody in un'elezione speciale, cioè un voto fuori calendario per un seggio che Moody occupa per nomina, senza essere mai stata eletta. Il favorito è Alex Vindman, tenente colonnello dell'esercito in pensione e testimone chiave nel primo procedimento di impeachment contro Trump, nel 2019. Ha raccolto 16,3 milioni di dollari, più degli 11,3 della stessa Moody.

La sua rivale, la deputata statale Angie Nixon, progressista nata a Jacksonville, ha raccolto circa un sedicesimo di quella cifra, ma ha radici politiche locali che a Vindman mancano. L'ex militare si è trasferito in Florida solo nel 2023. A maggio Nixon ha ricevuto il primo richiamo formale in vent'anni dell'assemblea statale per una protesta con il megafono contro la nuova mappa dei collegi. L'unico sondaggio pubblico, di inizio luglio, dava Vindman avanti 34% a 24%.

Alla Camera si vota per la prima volta con la nuova mappa dei collegi che i repubblicani della Florida hanno approvato in primavera su spinta di DeSantis, un caso di gerrymandering, cioè il ridisegno dei confini elettorali a vantaggio del partito che li traccia, pensato per strappare quattro seggi ai democratici. Il democratico moderato Jared Moskowitz corre ora in un collegio che Trump avrebbe vinto di nove punti nel 2024. Prima di novembre deve superare la sfida interna di Oliver Larkin, sindacalista iscritto ai Democratic Socialists of America, l'organizzazione della sinistra socialista americana. Larkin lo accusa di essere troppo moderato e troppo vicino a Israele.

Debbie Wasserman Schultz, ex presidente del Partito Democratico nazionale, si è invece candidata nel 20° distretto, un collegio a maggioranza nera dove oggi rappresenta appena il 2% degli abitanti. La scelta ha irritato molti dirigenti locali, secondo cui il seggio dovrebbe andare a un candidato nero, ma i quattro principali sfidanti rischiano di dividersi i voti. Tra loro ci sono l'attivista progressista Elijah Manley, il rapper Luther Campbell dei 2 Live Crew e l'ex deputata Sheila Cherfilus-McCormick. Quest'ultima si è dimessa ad aprile dopo che la commissione Etica della Camera l'aveva accusata di aver spostato illegalmente fondi dall'azienda di famiglia alla sua campagna.

Le candidature di Larkin, di Manley e della stessa Nixon sono il nuovo banco di prova della sinistra socialista, reduce da diverse vittorie nelle primarie democratiche di quest'estate. Il terreno però è ostile, perché Trump ha vinto lo stato di 13 punti nel 2024 e il socialismo resta una parola respinta da molte comunità di origine cubana e venezuelana del sud. Venerdì i tre hanno chiuso la campagna con un comizio comune a Fort Lauderdale insieme alla deputata Rashida Tlaib, tra le proteste di alcuni democratici locali. Una vittoria di uno qualsiasi dei tre sarebbe una grossa sorpresa.

La primaria più curiosa è quella repubblicana del 19° distretto, il collegio sicuro lasciato libero da Donalds nel sud-ovest dello stato, che il New York Times ha raccontato come una gara tra candidati arrivati da fuori. Dei dieci in lizza, sei hanno già corso per la Camera in altri stati e due sono ex deputati travolti dagli scandali. Il primo è Madison Cawthorn del North Carolina, il secondo è Chris Collins di New York, che si dimise nel 2019 prima di dichiararsi colpevole di insider trading e fu poi graziato da Trump. La favorita è Catalina Lauf, 33 anni, consigliera del dipartimento del Commercio durante la prima amministrazione Trump. Il presidente l'ha appoggiata la settimana scorsa, anche se ha già perso due corse per il Congresso in Illinois. Sulla scheda c'è pure Jim Oberweis, che la batté in una di quelle primarie nel 2020.

Nel 7° distretto, tra i sobborghi di Orlando e Daytona Beach, il deputato repubblicano Cory Mills cerca il terzo mandato nonostante i molti guai. Su di lui pesano un'indagine del Dipartimento di Giustizia sulle sue finanze, un'inchiesta della commissione Etica della Camera per presunte violenze contro una ex compagna e irregolarità nei conti elettorali, oltre a un ordine restrittivo ottenuto nel 2025 da un'ex fidanzata. Trump lo ha appoggiato a febbraio, ma da allora non lo ha più nominato. DeSantis ha detto venerdì di non sostenerlo e due deputati repubblicani dello stato si sono schierati con il principale sfidante, l'ex conduttore televisivo Ryan Elijah. Anche qui i sondaggi si contraddicono. A inizio agosto Mills era avanti 30% a 14%, mentre una rilevazione di metà agosto dava Elijah avanti 44% a 27%. I democratici sperano paradossalmente in una vittoria di Mills, che renderebbe più contendibile a novembre un collegio vinto da Trump di 12 punti.

La nuova mappa complica la vita anche ai democratici Kathy Castor, a Tampa, e Darren Soto, nell'area di Orlando. I loro collegi sono stati ridisegnati per essere molto più favorevoli ai repubblicani e le primarie per scegliere i loro sfidanti sono affollate, senza favoriti chiari.

Fuori dalla Florida, l'Alaska usa una primaria unica in cui tutti i candidati di tutti i partiti compaiono sulla stessa scheda e i primi quattro passano al voto di novembre. Per la carica di governatore ci sono 17 candidati, mentre al Senato tenta il ritorno l'ex deputata democratica Mary Peltola. In Wyoming la sezione statale del Freedom Caucus, la corrente più a destra dei repubblicani, punta ad allargare i successi ottenuti due anni fa nel parlamento locale. Si tengono infine due elezioni speciali. In Pennsylvania i democratici provano a strappare ai repubblicani un seggio conservatore della Camera statale, per rafforzare la loro maggioranza risicata. In California si sceglie invece il sostituto di Eric Swalwell, il deputato democratico dimessosi ad aprile dopo le accuse di violenza sessuale arrivate da diverse donne.


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L'esercito americano scioglie il battaglione dei droni nato dopo le lezioni della guerra in Ucraina


L'unità sperimentale tornerà alla fanteria aviotrasportata dopo pochi mesi. La decisione rientra nel nuovo corso imposto dal generale Christopher LaNeve e suscita timori sulla capacità dell'Esercito statunitense di adattarsi alla guerra moderna.

L'esercito statunitense si prepara a sciogliere il battaglione d'assalto con droni creato in Europa a gennaio per sperimentare l'impiego in combattimento di velivoli senza pilota e robot terrestri. Dopo una grande esercitazione in Germania tra agosto e settembre, l'unità presenterà le proprie conclusioni ai vertici dell'Esercito statunitense, abbandonerà il ruolo sperimentale e "tornerà a concentrarsi sui compiti fondamentali di un battaglione di fanteria aviotrasportata", ha spiegato al Wall Street Journal un funzionario dell'esercito.

La decisione rientra nel ritorno alle funzioni essenziali voluto dal generale Christopher LaNeve, capo di Stato Maggiore reggente dell'Esercito. Il portavoce del Pentagono Sean Parnell lo ha definito un comandante "nel quale il Segretario Hegseth ripone piena fiducia per attuare la visione di questa Amministrazione". Il battaglione era stato uno dei progetti simbolo del suo predecessore, il generale Randy George, al quale il Segretario alla Difesa Pete Hegseth aveva chiesto il 2 aprile di dimettersi e andare immediatamente in pensione, insieme ad altri due alti ufficiali dell'esercito, David M. Hodne e William Green Jr.

L'obiettivo di questo battaglione era raccogliere le lezioni della guerra in Ucraina, combattuta ai confini della NATO, e sviluppare mezzi e tattiche capaci di affrontare più efficacemente la minaccia russa. Diverse esperti militari temono che ora la chiusura possa rallentare l'adattamento dell'Esercito statunitense a un tipo di guerra che ha già trasformato i campi di battaglia in Ucraina e in Medio Oriente. "L'Ucraina ha di fatto rivoluzionato il combattimento ravvicinato", ha affermato Michael O'Hanlon, esperto di difesa della Brookings Institution. "Il generale George stava cominciando a capirlo e qualsiasi passo indietro rispetto al lavoro che stava svolgendo sarebbe profondamente deplorevole e pericoloso."

L'esercito non ha spiegato come intenda accelerare lo sviluppo di queste capacità dopo lo scioglimento dell'unità. Un portavoce si è limitato a dichiarare che l'Esercito "è impegnato ad accelerare il predominio militare americano nel settore dei droni per rispondere alle esigenze delle operazioni di combattimento su larga scala", senza fornire dettagli sui programmi futuri. Anche un portavoce di LaNeve ha rifiutato di commentare.

Mercoledì però il generale ha illustrato la propria linea in un memorandum: "Le forze dell'Esercito devono essere pronte a superare le sfide più complesse che i nostri avversari possono imporre e a padroneggiare un ambiente operativo profondamente diverso dai campi di battaglia di ieri", ha scritto nel documento, ottenuto dal Wall Street Journal. In un allegato intitolato "Army Azimuth", LaNeve ha promesso che l'esercito continuerà a trasformarsi e a creare unità dotate di tecnologie avanzate nei settori cibernetico, della guerra elettronica e dell'intelligenza artificiale.

Il nuovo corso di LaNeve


Dopo la rimozione di George, Hegseth ha puntato su LaNeve, 58 anni, che nel 2025 era stato il suo principale assistente militare prima di diventare vice capo di Stato Maggiore dell'Esercito a febbraio. Una sua eventuale nomina definitiva alla guida dell'esercito incontra tuttavia resistenze sia tra i repubblicani sia tra i democratici. La natura provvisoria dell'incarico non gli ha però impedito di imprimere la propria linea. Secondo alcuni giuristi, inoltre, può restare reggente a tempo indeterminato: il Senato lo ha già confermato come vice capo di Stato Maggiore e l'assunzione temporanea delle funzioni superiori non sarebbe soggetta ai consueti limiti di durata.

Le sue decisioni più rilevanti da lui prese sinora riguardano lo schieramento statunitense in Europa, già ridimensionato sotto Trump nel numero delle brigate da combattimento. Sotto la direzione di LaNeve, l'Esercito sta trasferendo dall'Europa alla Corea del Sud una Multi-Domain Task Force, unità specializzata nell'integrazione di capacità cibernetiche, intelligence e sistemi avanzati, finora componente importante del dispositivo militare sul continente.

Nelle stesse settimane, il III Corpo Corazzato, con sede a Fort Hood, in Texas, e finora incaricato di rafforzare le truppe statunitensi in Europa, è stato assegnato al nuovo comando per l'emisfero occidentale con un ordine firmato dal Segretario dell'Army Dan Driscoll. Il corpo comprende la 1ª Divisione corazzata, la 1ª Divisione di cavalleria e la 1ª Divisione di fanteria. Il trasferimento ha però natura soprattutto amministrativa e non comporta spostamenti di personale né conseguenze immediate sul dispositivo militare.

Driscoll, che aveva lavorato a stretto contatto con George, è da mesi ai ferri corti con Hegseth sui licenziamenti ai vertici militari e sui cambiamenti imposti all'esercito. Durante l'estate si è inoltre scontrato con LaNeve sulla revisione dei parametri di forma fisica. L'Esercito ha abbandonato le precedenti tabelle basate su altezza e peso e le misurazioni effettuate con il metro, introducendo come nuovo criterio il rapporto tra circonferenza della vita e altezza, che deve rimanere inferiore a 0,55.

La direttiva porta la firma di Driscoll, ma è stata elaborata su impulso di LaNeve. Il Segretario all'Esercito voleva mantenere un'esenzione per i soldati con punteggi elevati all'Army Fitness Test, sostenendo che il nuovo sistema avrebbe penalizzato ingiustamente i militari di corporatura robusta ma fisicamente prestanti. LaNeve però non ha ceduto e l'esenzione è stata eliminata; restano invece quelle previste per le soldatesse durante la gravidanza e nel periodo successivo al parto. Nei primi 180 giorni, comunque, nessuno potrà essere congedato per il mancato rispetto del nuovo parametro.

Più di recente, l'Esercito statunitense ha anche annullato gli interventi che alcuni alti ufficiali ucraini avrebbero dovuto tenere a Fort Benning, in Georgia, presso il centro dedicato alla guerra di manovra. "LaNeve tira dritto sugli standard, e questa è la sua forza. È inflessibile per il bene dell'esercito", ha dichiarato il tenente generale in congedo Keith Kellogg, che ha prestato servizio nella prima e nella seconda Amministrazione Trump e aveva raccomandato proprio la nomina di LaNeve a Hegseth.

Il reparto nato per imparare dall'Ucraina


L'unità sperimentale in fase di scioglimento era nata al termine di un intenso lavoro sulle lezioni della guerra russa contro l'Ucraina. A novembre George, Driscoll e il generale Chris Donahue, allora comandante delle forze statunitensi in Europa, si erano recati a Kyiv per incontrare i comandanti ucraini dei reparti di droni.

George aveva già trasformato le brigate di fanteria in forze di manovra dotate di unità con droni da ricognizione e d'attacco, ma riteneva che l'Esercito dovesse procedere su scala più ampia e con maggiore rapidità. Sia la Russia sia l'Ucraina dispongono infatti di reparti da combattimento e intere branche militari dedicate ai droni e ai sistemi robotici. A novembre l'Esercito statunitense aveva quindi deciso di creare un "battaglione di sistemi tattici senza pilota", incaricato di studiare quelle esperienze e sviluppare nuovi metodi per sostenere una brigata in combattimento, con l'obiettivo di estendere poi le innovazioni all'intero Esercito.

Il battaglione, formato da circa 600 soldati provenienti dalla 173ª Brigata aviotrasportata, è stato costituito formalmente a gennaio in Germania con il nome di 3° Battaglione del 504° Reggimento di fanteria paracadutista, che richiama la storia dell'esercito durante la Seconda guerra mondiale. Alla sua creazione non era stata fissata alcuna scadenza. Una parte del personale si è recata discretamente a Kyiv per incontrare i colleghi ucraini, mentre altri soldati hanno lavorato con operatori ucraini nelle aree di addestramento della NATO. La scorsa primavera, impersonando le forze avversarie durante un'esercitazione, proprio questi militari erano riusciti a sconfiggere una brigata statunitense schierata a rotazione in Europa.


Il piano segreto della NATO per respingere un attacco russo nei Paesi baltici: usare i droni


La NATO avrebbe messo a punto un nuovo concetto operativo per un possibile conflitto con la Russia. Si chiama Nato Land Warfighting Concept e dovrebbe orientare l'impiego delle forze terrestri alleate in caso di guerra. A rivelarlo è stata la Bild, citando fonti non identificate. Secondo il quotidiano tedesco, il maggiore statunitense Andrew Pingrey avrebbe avuto un ruolo guida nella sua elaborazione. Il documento delineerebbe tre strategie basate sullo stesso scenario iniziale: un attacco russo contro Estonia, Lettonia e Lituania condotto con missili e droni, seguito dall'avanzata dei mezzi corazzati.

Una barriera affidata ai sistemi senza equipaggio


La prima strategia punta a neutralizzare le capacità di fuoco russe: caccia, missili e droni dovrebbero mettere fuori uso i sistemi missilistici avversari e le relative basi di lancio. Uno dei bersagli principali sarebbe la regione di Kaliningrad, l'exclave russa tra Polonia e Lituania, dove Mosca ha schierato numerosi sistemi missilistici e di difesa antiaerea. Neutralizzare quelle postazioni sarebbe essenziale per consentire all'Alleanza Atlantica di operare nello spazio aereo dei Paesi baltici.

La seconda strategia riguarda i confini con Russia e Bielorussia, lungo i quali il piano prevede la creazione di "zone autonome" concepite come una barriera difensiva. Non sarebbero presidiate da soldati dell'Alleanza, ma soltanto da droni e veicoli militari senza equipaggio. Il primo contatto con le forze russe avverrebbe quindi all'interno di queste aree, dove i sistemi autonomi dovrebbero rallentarne o arrestarne l'avanzata prima dell'intervento delle truppe alleate.

Sicurezza · NATO-Russia

Come la NATO intende difendere il Baltico

Le tre strategie del Nato Land Warfighting Concept, il piano operativo descritto dalla Bild per fermare un attacco russo contro Estonia, Lettonia e Lituania.

Grafica di FocusAmerica

Lo scenario di partenza

Un attacco russo con missili e droni contro i tre Paesi baltici, seguito dall'avanzata dei mezzi corazzati.

1Colpire i missiliMissili2La barriera di droniBarriera3Attacchi in profonditàAttacchi

ESTONIALETTONIALITUANIARUSSIABIELORUSSIAFINLANDIAPOLONIAKALININGRADMar BalticoTallinnRigaVilniusPskovSan Pietroburgo

Obiettivo principale: i sistemi missilistici di Kaliningrad

Strategia 1 di 3

Neutralizzare il fuoco russo


Caccia, missili e droni alleati mettono fuori uso i sistemi missilistici russi e le loro basi di lancio. Il bersaglio principale è Kaliningrad, l'exclave dove Mosca concentra missili e difese aeree: eliminarle apre lo spazio aereo dei Paesi baltici alle forze della NATO.

Mezzi impiegati

CacciaMissiliDroni

Strategia 2 di 3

Zone autonome lungo i confini


Ai confini con Russia e Bielorussia il piano prevede “zone autonome” senza soldati alleati, presidiate soltanto da droni e veicoli senza equipaggio. Il primo contatto con le forze russe avviene qui: i sistemi autonomi devono rallentarne o fermarne l'avanzata prima dell'intervento delle truppe alleate.

Mezzi impiegati

DroniVeicoli senza equipaggio

Strategia 3 di 3

Colpire i rifornimenti in Russia


Droni e forze speciali attaccano obiettivi militari in territorio russo: aeroporti, industrie della difesa, ponti e ferrovie che muovono truppe e rifornimenti. I mezzi robotizzati arrivano in profondità per via aerea; il piano conta anche su cittadini russi ostili al governo, con azioni di sabotaggio contro i rifornimenti.

Mezzi impiegati

DroniForze specialiSabotaggi

Nessuna conquista di territorio

L'occupazione di aree russe non rientra tra gli obiettivi: il piano punta a respingere le forze di Mosca oltre il confine del Paese alleato attaccato.

Un piano che parla anche a Mosca

La NATO non conferma né smentisce. Secondo la Bild, la diffusione dei punti chiave ha anche una funzione deterrente: far sapere in anticipo al Cremlino come reagirebbe l'Alleanza.

Fonte: Bild, 17 agosto 2026. Ricostruzione basata su fonti non identificate.

Attacchi in profondità contro i rifornimenti


La terza strategia prevede attacchi contro obiettivi militari e centri di rifornimento all'interno del territorio russo, affidati a droni e forze speciali. Tra i possibili bersagli figurerebbero aeroporti militari, industrie della difesa, ponti e infrastrutture ferroviarie utilizzate per spostare le truppe di Mosca. Droni e mezzi robotizzati verrebbero trasportati per via aerea in profondità nel territorio russo. Secondo la ricostruzione della Bild, l'Alleanza Atlantica conterebbe anche sul sostegno di cittadini russi ostili al governo, le cui azioni dovrebbero interrompere i rifornimenti e ostacolare le operazioni offensive.

L'occupazione di territorio russo non rientrerebbe tra gli obiettivi: lo scopo sarebbe fermare l'avanzata e respingere le forze di Mosca oltre il confine dello Stato alleato attaccato. Le autorità russe hanno più volte negato di voler colpire un Paese della NATO. Nel dicembre del 2023 Vladimir Putin, replicando all'allora presidente statunitense Joe Biden, definì questa ipotesi "una completa sciocchezza" e disse che la Russia non aveva alcun interesse geopolitico, economico o militare a entrare in guerra con l'Alleanza Atlantica.

Dalla NATO, finora, non sono arrivate né conferme né smentite sulla ricostruzione. Ma secondo la Bild, la diffusione dei passaggi centrali del documento avrebbe anche una funzione deterrente: far sapere in anticipo a Mosca come reagirebbe l'Alleanza. Il piano servirebbe quindi come messaggio prima ancora che come guida operativa.


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Popolarità Trump, numeri in stallo come i negoziati di pace (23 agosto)


Poche novità nell’approvazione di Trump, in uno scenario attualmente scevro di sondaggi di rilievo e in attesa della ripresa dopo il periodo estivo.

Come ogni domenica, facciamo un resoconto sulla approvazione del presidente Trump, con i cambiamenti occorsi negli ultimi sette giorni.

Questa settimana estiva non ha evidenziato grandi smottamenti: dopo aver toccato il livello di net rating più basso del mandato e in mezzo a tanti piccoli balzelli, la popolarità si è leggermente rialzata assestandosi su un livello comunque critico, tra i tanti bassi e i pochi alti registrati dall’inizio del conflitto in Iran.

Si registra un basso numero di rilevazioni, e difficilmente questo cambierà prima del prossimo mese; per ora, comunque, il tasso di approvazione rimane inferiore al 40% in tutte le medie, mentre la disapprovazione si è assestata un po’ sotto al 60%.

I numeri sono peggiorati notevolmente dall’inizio della guerra in Iran, e non si intravedono spiragli positivi considerando lo stallo nelle trattative di pace.

Si tratta di una situazione al limite per il tycoon, che resta dietro a Joe Biden nella classifica dei presidenti più impopolari a questo punto del mandato.

Il dato attuale, infatti, è peggiore rispetto alla già catastrofica media di Joe Biden nell’agosto 2022; questo significa che l’approvazione di Trump è la peggiore di sempre dopo diciannove mesi di presidenza. È di circa undici punti, invece, la distanza con il suo primo mandato.

Il net rating (la differenza tra tasso di approvazione e tasso di disapprovazione) rimane saldamente in territorio negativo sia per la media di RealClearPolitics (RCP), sia per quella del Silver Bulletin, sia per la nostra di Focus America.

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Questa settimana le medie si muovono poco, con un modesto aggiustamento verso l’alto per RCP e una totale stagnazione per il sito di Silver e Focus America.

Come già accennato, dopo diciannove mesi alla Casa Bianca, il gradimento di questo secondo mandato si colloca al di sotto rispetto ai primi diciannove mesi del suo primo mandato e a quello di Biden.

Sondaggi
L’approvazione di Trump e degli altri presidenti
Approvazione netta (approva − disapprova), per giorni dall’insediamento

Presidente
Trump II

Grafici Recap numerico

Facendo un paragone con il passato, grazie ai dati di Focus America, si nota come il dato di apprezzamento di Trump dopo 579 giorni di presidenza (-20,6 secondo la nostra media) sia il più basso tra tutti i presidenti USA dal secondo dopoguerra in avanti nello stesso periodo, peggiore di Biden che con il suo -19,3 attraversava comunque un periodo di grande sofferenza.

Risulta molto indietro, come detto, anche rispetto al suo primo mandato, in cui era più del doppio più popolare, a -9,9. Andando molto a ritroso, anche Harry Truman veleggiava su numeri deficitari (-19).

Sul nostro sito trovate i grafici con il confronto con tutti i primi mandati degli altri presidenti, con una frequenza di aggiornamento pari a 8 volte al giorno.

Il tasso di approvazione di Trump oscilla tra il 37% e il 39%, mentre il tasso di disapprovazione si aggira intorno al 57%-58%.

Nelle prossime settimane monitoreremo l’evoluzione di questa situazione, per cogliere se ci saranno miglioramenti o ulteriori ripercussioni sui numeri, considerando il sostanziale fallimento dei negoziati con Teheran.

Di seguito pubblichiamo una infografica con una selezione delle rilevazioni dei migliori istituti rilasciate nel corso dell'ultima settimana. Per ogni casa sondaggistica sono presenti due numeri percentuali: il primo è il tasso di approvazione, il secondo quello di disapprovazione.

Ricordiamo che, stante la chiusura del sito FiveThirtyEight, abbiamo deciso di utilizzare i numeri del Silver Bulletin, il nuovo sito di Nate Silver, fondatore di 538.

Sondaggi
Gli ultimi sondaggi sulla popolarità di Trump
11 rilevazioni di 11 istituti — 23 agosto 2026

Sondaggi Metodo

Ordina per:Data fineNet Approval

Legenda campioni

LV

Likely Voters · 2 sondaggi
Elettori probabili — campione più ristretto e affidabile

RV

Registered Voters · 3 sondaggi
Elettori registrati al voto

A

Adults · 6 sondaggi
Tutti gli adulti americani — campione più ampio

Affidabilità
LVRVA

Elaborazione di Focus America su dati dei sondaggi pubblici · Ultimo aggiornamento: 23 agosto 2026

Il sito Silver Bulletin (che fa una propria media aggiustata di tutti i sondaggi, dandone un peso maggiore o minore in base al bias storico e al rating delle firme che li svolgono) segna una media generale di 38,1% (-) - 58% (-). In totale un net approval arrotondato di -19,9 (-).

Il sito RealClearPolitics, invece, che fa una selezione solo di alcuni sondaggi in base all'affidabilità di chi li esegue, segnala una media totale migliore: 39,5% (+0,4) - 57,2% (-1,2). In totale un net rating di -17,7 (+1,6).

La media calcolata da noi di Focus America, invece, è di 37,3% (-) - 57,9% (-0,1), con un net rating complessivo di -20,6 (+0,1). La metodologia utilizzata è specificata direttamente nella pagina del nostro sito dedicata ai sondaggi sulla popolarità di Trump.

Tracker
L’approvazione di Trump: tre medie a confronto
Andamento giornaliero dall’insediamento

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Clicca qui per vedere i dati aggiornati in tempo reale della popolarità di Trump

Questa voce è stata modificata (3 settimane fa)

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Volt Italia takes a clear and strong stance against the far right – they’re active in the Fediverse and are well worth following! Follow them to show your support; sharing helps spread the word!

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Israele intende creare delle nuove colonie per dividere la Cisgiordania e Trump non intende fermarli


Il Ministero israeliano dell'Edilizia ha aperto i bandi per la costruzione 1.200 alloggi nella zona che separa la Cisgiordania da Gerusalemme Est. Quattordici governi protestano, l'Amministrazione Trump resta a guardare.

Il Ministero israeliano dell'Edilizia ha aperto questa settimana i bandi per costruire più di 1.200 alloggi nella zona E1 della Cisgiordania, l'area a est di Gerusalemme dove gli insediamenti israeliani sono illegali secondo il diritto internazionale. Le case, se verranno costruite, taglieranno la strada che collega la parte nord e la parte sud del territorio palestinese e lo separeranno da Gerusalemme Est. Lì vivono più di 300 mila palestinesi e lì la diplomazia internazionale ha sempre immaginato la capitale di un futuro Stato palestinese accanto a Israele.

A un funzionario americano che si occupa di politica mediorientale il sito NOTUS ha chiesto quante probabilità ci siano che l'Amministrazione blocchi il piano E1. La risposta è stata una parola sola: "zero". L'ambasciata americana a Gerusalemme, ha detto il funzionario, si muove "in perfetta sintonia" con il governo del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Il Dipartimento di Stato (il ministero degli Esteri americano) non ha risposto alle domande di NOTUS ma ha fatto sapere ad Axios che "gli Stati Uniti non sostengono l'annessione della Cisgiordania da parte di Israele".

Le offerte delle imprese vanno presentate entro il 19 ottobre e chi si oppone spera che la pressione internazionale faccia saltare il piano prima di quella data. "Siamo a sessanta giorni dal punto di non ritorno", ha scritto questa settimana in un rapporto Terrestrial Jerusalem, un'organizzazione israeliana senza scopo di lucro che segue quello che accade a Gerusalemme. Fino a quel giorno Netanyahu può ancora annullare tutto; dopo, "costruttori, banche e istituzioni finanziarie avranno in mano contratti vincolanti".

I ministri degli Esteri di quattordici paesi, tra cui Italia, Regno Unito, Francia, Germania, Spagna e Canada, insieme alla Commissione europea hanno chiesto a Israele di non piantare "un cuneo" nella Cisgiordania. Nel comunicato congiunto definiscono la decisione particolarmente grave in una fase già di forte tensione e citano le violenze dei coloni israeliani contro i civili e le proprietà palestinesi, mai registrate a questi livelli. Il Regno Unito e l'Unione europea starebbero valutando sanzioni contro Israele per la politica degli insediamenti.

Chris Van Hollen, senatore democratico del Maryland che al Congresso ha guidato le verifiche sull'operato israeliano a Gaza, ha scritto in una mail a NOTUS che l'insediamento E1 "è una chiara violazione del diritto internazionale" e chiude deliberatamente la porta alle già scarse prospettive di uno Stato palestinese funzionante. Fino a oggi, ha detto, i presidenti americani di entrambi i partiti hanno lavorato per fermarlo. "Costruirlo condannerà Israele a un futuro da Stato paria e di apartheid", ha aggiunto.

Il presidente si è allineato a Netanyahu su quasi tutto il resto del rapporto tra i due paesi, dalla guerra comune contro l'Iran alla gestione a guida americana del futuro di Gaza. Su Gerusalemme e sulla Cisgiordania la sua squadra ha invece avuto un ruolo minore rispetto ai presidenti che l'hanno preceduto, di entrambi i partiti, e persino rispetto al suo primo mandato. Chi critica questa impostazione la attribuisce alla fedeltà verso la destra israeliana che sostiene gli insediamenti e prevede che l'accettazione silenziosa produrrà altro caos in Medio Oriente, oltre a un malcontento interno, mentre repubblicani e democratici diventano sempre più scettici sul ruolo americano nelle politiche israeliane più controverse.

La posizione americana su Gerusalemme ha iniziato a cambiare durante il primo mandato di Trump, quando il presidente ha riconosciuto la città come capitale di Israele senza riconoscere le rivendicazioni dei palestinesi e ha chiuso il consolato americano che si occupava di loro. Joe Biden aveva promesso di tornare indietro su entrambe le decisioni ma non lo ha fatto. In questo secondo mandato il presidente ha chiuso l'Ufficio per gli Affari palestinesi dentro l'ambasciata a Gerusalemme e ha nominato figure apertamente filoisraeliane, a partire dall'ambasciatore Mike Huckabee.

Quell'ufficio poteva preparare analisi e segnalazioni per chi decide a Washington senza bisogno del via libera dell'ambasciatore, che di solito è concentrato sul tenere stretto il rapporto con Israele, ha detto Mike Casey, ex diplomatico americano che ha lasciato il Dipartimento di Stato nel 2024 per protesta contro la guerra a Gaza dopo quasi quattro anni di servizio a Gerusalemme. Tra le attività che ha citato c'è l'invio di un funzionario musulmano alla spianata delle moschee per registrare come veniva trattato, dopo le denunce dei palestinesi sugli abusi delle guardie israeliane.

La politica americana è oggi influenzata soprattutto da David Milstein, consigliere di Huckabee accusato di promuovere le posizioni israeliane e di mettere a tacere i colleghi, ha detto lo stesso funzionario a NOTUS. Milstein è il figliastro di Mark Levin, conduttore radiofonico conservatore vicino a Netanyahu e consigliere informale del presidente. "Nessun altro se ne occupa o può ribaltare le sue decisioni sulla politica quotidiana", ha detto il funzionario.

Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza nazionale israeliano e lui stesso residente in un insediamento in Cisgiordania, il mese scorso ha guidato un gruppo di israeliani di destra dentro il complesso di Haram al-Sharif (la spianata delle moschee) per pregare. È il luogo più delicato di Gerusalemme: un accordo vecchio di decenni, il cosiddetto status quo, vieta lì la preghiera non musulmana e affida la gestione a un'autorità religiosa legata al governo della vicina Giordania. Gli ebrei lo chiamano Monte del Tempio ed è sacro anche per l'ebraismo, ma la preghiera ebraica dovrebbe restare confinata al Muro del Pianto. Lo stesso ministro ad agosto aveva chiesto di uccidere trenta o quaranta persone ogni notte a Gaza e di ricostruire gli insediamenti nella Striscia.

Il 5 agosto la Giordania ha convocato una riunione d'emergenza dei ministri dei paesi arabi e musulmani, parlando di una minaccia "imminente" a quell'accordo. Per anni i diplomatici americani hanno lavorato per tenerlo in piedi, di solito con una mediazione discreta tra Israele e Giordania, un altro alleato di Washington. Nelle discussioni su Gerusalemme gli Stati Uniti sono ormai "evaporati", ha detto Daniel Seidemann, fondatore di Terrestrial Jerusalem.

"Posso indicare probabilmente decine di volte negli ultimi trent'anni in cui Netanyahu stava per fare qualcosa di oltraggioso e io riuscivo a far intervenire gli Stati Uniti spiegando quali argomenti usare con lui. Alla fine faceva marcia indietro", ha detto Seidemann. Oggi, ha aggiunto, "lo status quo è quasi del tutto crollato e gli Stati Uniti non ci sono più". In un messaggio su X pubblicato venerdì si è comunque detto cautamente ottimista sul fatto che il piano E1 possa rivelarsi un passo troppo lungo.

I cristiani palestinesi speravano nella solidarietà di Huckabee, che è un pastore evangelico, e sono rimasti delusi. "Molti credono che questa Amministrazione finga di avere a cuore i cristiani: il risultato delle sue politiche è esattamente l'opposto", ha detto Wadie Abunassar, coordinatore del Forum dei cristiani di Terra Santa, un'organizzazione non governativa. Abunassar ha citato sputi e atti vandalici contro i cristiani e i luoghi della comunità, chiese comprese, per i quali a suo giudizio quasi nessuno paga. Huckabee ha criticato in alcuni casi gli israeliani che prendono di mira i palestinesi e questa settimana ha detto ai coloni di non appropriarsi delle terre di palestinesi con cittadinanza americana, ma i più scettici lo considerano incoerente.

Khaled Al-Qawasmi, ex ministro dell'Autorità nazionale palestinese e oggi vicesindaco di Hebron, ha fatto un paragone tra quello che sta succedendo a Gerusalemme e il controllo israeliano sulla moschea di Ibrahim, nella sua città. I palestinesi ci pregavano regolarmente, ha detto, mentre oggi devono superare almeno tre controlli in una ventina di metri prima di entrare, con la possibilità di essere fermati e rimandati indietro in qualsiasi momento. "Probabilmente faranno lo stesso alla moschea di Al-Aqsa", ha detto Qawasmi. "Stanno rendendo sempre più difficile per i palestinesi avere una vita normale".


Ben-Gvir: "A Gaza vanno uccise 30 o 40 persone ogni notte"


Il Ministro ultranazionalista israeliano della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, ha affermato pubblicamente che a Gaza bisognerebbe uccidere "30 o 40" persone ogni notte. Il passaggio dell'intervista è stato reso noto domenica ed è stato rapidamente rilanciato dai media palestinesi. Ben-Gvir, esponente di punta della coalizione di governo guidata da Benjamin Netanyahu, parlava nella puntata di October 8 pubblicata sabato sera. Il podcast è condotto da Rom Braslavski, un ex ostaggio tenuto prigioniero a Gaza.

I due discutevano di come Israele stia cercando di riprendersi dall'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 quando il Ministro ha criticato la recente riduzione dei raid israeliani sulla Striscia. "Non è un segreto, non sono d'accordo con il primo ministro", ha detto.

"Penso che a Gaza vadano condotti omicidi mirati, bisogna ucciderne 30 o 40 ogni notte. Non soltanto quelli che rappresentano una minaccia immediata: lì ci sono persone che non meritano di vivere. Non devono vivere. Non sono nemmeno persone."


Dichiarazioni analoghe di Ben-Gvir e di altri esponenti israeliani sono state presentate davanti alla Corte Internazionale di Giustizia come prova dell'esistenza di un intento genocida da parte israeliana e in passato hanno suscitato diffuse condanne unanimi dal punto di vista internazionale. Da parte sua, Israele nega strenuamente di aver commesso un genocidio a Gaza nel corso della recente guerra.

Israele e Gaza · Le parole di un ministro

Ben-Gvir chiede di uccidere «30 o 40» persone ogni notte a Gaza

Il ministro della Sicurezza Nazionale non comanda l'esercito e non può ordinare un attacco. Ma controlla la polizia e le carceri israeliane, chiede insediamenti in tutta la Striscia e pesa sul negoziato a dieci settimane dal voto.

Grafica di FocusAmerica17 agosto 2026

La richiesta del ministro
30o40
Le persone che, secondo Itamar Ben-Gvir, Israele dovrebbe uccidere a Gaza in omicidi mirati ogni notte.

Il ministro siede nel gabinetto di sicurezza, ma non può ordinare un attacco

«Penso che a Gaza vadano condotti omicidi mirati, bisogna ucciderne 30 o 40 ogni notte. Non soltanto quelli che rappresentano una minaccia immediata: lì ci sono persone che non meritano di vivere. Non devono vivere. Non sono nemmeno persone.»Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza Nazionale
Dalla prima puntata del podcast «October 8», condotto dall'ex ostaggio Rom Braslavski e pubblicata sabato 15 agosto 2026.

Il territorio conteso

Che cosa significa «insediamenti in tutta Gaza»


Vent'anni fa Israele smantellò tutti i suoi insediamenti nella Striscia. Ben-Gvir chiede di ricostruirli, e non solo dove si trovavano. Tocca le tre fasi per vedere la differenza.

Mar MediterraneoMediterraneo Israele Egitto Città di GazaDeir al-BalahKhan YunisRafah Gush Katif
10 km

Fino al 200521 insediamenti 2005Il ritiro OggiLa richiesta

Fino al 2005
Israele occupa la Striscia e vi costruisce 21 insediamenti, in gran parte raccolti nel blocco di Gush Katif, sulla costa sud-occidentale.

365 km²
superficie

41 km
di lunghezza

6–12 km
di larghezza

2 milioni
di abitanti

Striscia di Gaza
Area con insediamenti israeliani

Il perimetro di Gush Katif è una collocazione indicativa, ricostruita sulle descrizioni del blocco: costa a ovest, Rafah a sud-ovest, Khan Yunis a est, Deir al-Balah a nord-est.

Il perimetro del potere

Che cosa controlla davvero Ben-Gvir


Dopo decenni ai margini dell'estrema destra, il ministro è oggi uno degli uomini più influenti del Paese. La sua autorità si ferma però alle porte dell'esercito.

Sotto il suo ministero

Polizia nazionale
L'intera forza di polizia del Paese risponde al suo dicastero.

Carceri e detenuti
Vi sono rinchiusi migliaia di palestinesi di Gaza e della Cisgiordania. Nel settembre 2025 la Corte Suprema ha stabilito che il servizio carcerario non garantiva loro il cibo necessario alla sussistenza.

Fuori dal suo ministero

Forze armate
L'esercito risponde al governo e allo Stato Maggiore. Il ministro può criticare le scelte militari, non modificarle.

Raid su Gaza
Dall'inizio di agosto ogni omicidio mirato richiede il via libera del capo di Stato Maggiore Eyal Zamir. Prima bastava l'autorizzazione dei comandi sul terreno.

Lo stallo

Due idee opposte sul futuro della Striscia


La Casa Bianca ha messo per iscritto una sequenza precisa. Ben-Gvir ne propone un'altra, che va nella direzione contraria.

Il piano della Casa Bianca
15 punti

  • Hamas consegna gradualmente le armi
  • Israele ferma i raid e comincia a ritirarsi
  • Poi arrivano le forze internazionali e la ricostruzione


Il programma di Ben-Gvir
Direzione opposta

  • Insediamenti in tutta Gaza, non solo a Gush Katif
  • Emigrazione di massa dei palestinesi
  • Nessuna riduzione dei raid: omicidi mirati ogni notte


Hamas accetta il disarmo solo dopo il ritiro israeliano e lega la consegna delle armi più pesanti alla nascita di uno Stato palestinese, ipotesi che il governo israeliano respinge.

Inizio agostoIsraele riduce i raid sulla StrisciaL'autorizzazione a colpire passa al solo capo di Stato Maggiore. È una concessione non dichiarata a Donald Trump. La destra di governo reagisce con furia. 9 agostoNetanyahu respinge la proposta del Board of PeaceIsraele non lascerà nessuna delle posizioni occupate finché Hamas non sarà completamente disarmata. Restano bloccati anche le forze internazionali e la ricostruzione. 27 ottobreGli israeliani vanno a votareI media israeliani hanno quasi ignorato le parole del ministro. Quel silenzio misura quanto posizioni un tempo marginali abbiano guadagnato terreno dopo il 7 ottobre 2023.

Il contesto in cifre

I numeri intorno a quelle parole

1.200
persone uccise in Israele nell'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023

251
persone rapite e portate a Gaza quello stesso giorno

oltre1.250
palestinesi uccisi dai raid israeliani dall'entrata in vigore della tregua
Ministero della Salute di Gaza, legato ad Hamas

21
insediamenti israeliani smantellati nella Striscia nel 2005
Circa 9.000 coloni trasferiti

Dichiarazioni analoghe di esponenti israeliani sono state presentate alla Corte internazionale di giustizia come prova di un intento genocida. Israele nega di aver commesso un genocidio a Gaza.

Fonte The Times of Israel e Associated Press (dichiarazioni del ministro e catena di comando), Ministero della Salute di Gaza (vittime dei raid dopo la tregua), Corte Suprema israeliana, Britannica e Nazioni Unite (disimpegno del 2005). Mappa: Natural Earth. Agosto 2026.

Il peso politico di Ben-Gvir


I media israeliani, invece, hanno quasi ignorato quelle parole, ma paradossalmente il loro silenzio mostra quanto posizioni un tempo marginali, come quelle del Ministro, abbiano guadagnato terreno in vista delle elezioni del 27 ottobre. Dopo l'attacco del 2023, durante il quale i miliziani uccisero circa 1.200 persone e ne rapirono 251, figure come Ben-Gvir sono diventate sempre più popolari tra gli israeliani. Molti ostaggi hanno raccontato di aver subito fame prolungata, abusi fisici e psicologici e, in alcuni casi, violenze sessuali.

Il Ministro, in quanto responsabile della Sicurezza Interna, non esercita alcuna autorità sulle Forze Armate e non può ordinare attacchi contro Gaza. Dopo decenni trascorsi ai margini dell'estrema destra israeliana, è però diventato uno degli uomini più influenti del Paese. Controlla settori decisivi dell'apparato di sicurezza, dalla polizia nazionale alle carceri in cui sono detenuti migliaia di palestinesi provenienti da Gaza e dalla Cisgiordania. In passato si è vantato di aver ridotto fino al limite della fame le razioni alimentari destinate ai detenuti palestinesi. Nel settembre 2025 la Corte Suprema israeliana ha stabilito che il servizio carcerario posto sotto la sua responsabilità non garantiva loro nemmeno il cibo necessario alla sussistenza.

Fino a poche settimane fa Israele attaccava Gaza quasi ogni giorno. Secondo il Ministero della Salute della Striscia di Gaza legato ad Hamas, questi attacchi hanno ucciso più di 1.250 persone dall'entrata in vigore della tregua di ottobre. L'esercito israeliano, che sostiene di aver preso di mira miliziani di Hamas, ha poi ridotto i raid in una concessione non dichiarata a Donald Trump. Nickolay Mladenov, inviato per Gaza del "Board of Peace" voluto dal presidente statunitense, aveva infatti chiesto la sospensione degli attacchi per due settimane. All'inizio di agosto i media israeliani hanno riferito che l'autorizzazione a colpire era stata riservata al solo capo di Stato Maggiore dell'IDF, Eyal Zamir. La decisione ha provocato la reazione furiosa degli esponenti della destra, tra cui proprio Ben-Gvir.

Lo scontro sul futuro di Gaza


Nella stessa intervista il Ministro ultranazionalista ha chiesto anche l'emigrazione di massa dei palestinesi da Gaza, una proposta che, secondo i giuristi internazionali, potrebbe configurare una vera e propria pulizia etnica. Ben-Gvir ha inoltre invocato il ritorno degli insediamenti israeliani nella Striscia. Vent'anni fa Israele si ritirò da Gaza, smantellando un blocco di 21 insediamenti ebraici noto come "Gush Katif". "Considero tutta Gaza parte del nostro territorio", ha detto.

"Dovremmo costruire insediamenti non soltanto a Gush Katif, ma in tutta Gaza, incoraggiando quanta più emigrazione possibile e mandandoli nei loro Paesi. Per i terroristi, invece, niente emigrazione: bisogna soltanto ucciderli uno per uno."


Il piano in 15 punti della Casa Bianca prevede invece che Hamas ceda gradualmente le armi mentre le forze israeliane interrompono gli attacchi e cominciano a ritirarsi dalla Striscia. Il gruppo terrorista palestinese si è detto disposto al disarmo, ma soltanto dopo il completo ritiro israeliano, e ha subordinato la consegna delle armi più pesanti alla creazione di uno Stato palestinese indipendente, ipotesi che il governo israeliano e gran parte della classe politica del Paese respingono con decisione.

Il 9 agosto Netanyahu ha bocciato la proposta del "Board of Peace", ribadendo che Israele non abbandonerà nessuna delle posizioni occupate finché Hamas non sarà stata completamente disarmata. Finché questo nodo non sarà sciolto, resteranno bloccati anche il dispiegamento delle forze internazionali e la ricostruzione del territorio pressoché completamente distrutto durante la recente guerra. Ben-Gvir vuole superare a suo modo lo stallo, ma nella direzione opposta a quella invocata dalla Casa Bianca.


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Rifondazione “La vendetta del Viminale” home.rifondazione.eu/2026/08/2… #ComunicatiStampa #Immigrazione

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Quali sono gli sport che praticano gli americani


Un sondaggio Ipsos su 1.204 adulti mostra che il 38% ha corso nell'ultimo anno e il 14% ha giocato a basket. Metà degli americani non ha praticato nessuno degli otto sport considerati.

Il 38% degli adulti americani ha corso o fatto jogging almeno una volta negli ultimi dodici mesi. È di gran lunga lo sport più diffuso negli Stati Uniti tra quelli che si possono praticare a qualsiasi età, visto che il secondo della classifica, il basket, si ferma al 14%, meno della metà. Chiudono la classifica lo sci alpino e lo snowboard al 4% e lo sci di fondo all'1%.

Il sondaggio è stato condotto da Ipsos tra il 26 e il 28 giugno 2026 su un campione rappresentativo di 1.204 adulti, con un margine di errore di 3,1 punti percentuali. Le domande sono state ideate dal ricercatore Craig Helmstetter, che ne ha diffuso i risultati. Riguardano otto discipline: corsa, basket, golf, pickleball, calcio, tennis, sci alpino o snowboard e sci di fondo. Il pickleball, poco conosciuto in Italia, si gioca con racchette rigide e una pallina di plastica forata su un campo più piccolo di quello da tennis.

Circa la metà degli adulti americani ha praticato almeno uno di questi otto sport nell'ultimo anno. Il dato non misura però quanto si muovono gli americani, perché dall'elenco mancano il nuoto, la bicicletta, l'hockey e il softball e non sono state considerate attività come camminare, fare giardinaggio o seguire un programma di ginnastica.

Gli uomini praticano ogni singolo sport dell'elenco in percentuale maggiore delle donne. Il 56% degli uomini ha praticato almeno una delle otto discipline nell'ultimo anno, contro il 43% delle donne. Per basket, golf e calcio la quota maschile è quasi doppia rispetto a quella femminile. L'ordine di popolarità resta lo stesso per entrambi i sessi: prima la corsa, poi basket, golf e pickleball. Tra le donne golf e pickleball sono appaiati intorno all'8-9%, una differenza troppo piccola per essere significativa.

Metà degli adulti sotto i 49 anni ha corso nell'ultimo anno, contro meno di uno su tre tra i 50 e i 64 anni e circa uno su sei tra chi ha almeno 65 anni. Il basket è ancora più segnato dall'età: lo ha giocato quasi un americano su quattro tra i 18 e i 34 anni e solo uno su venti tra gli over 65. Nel complesso il 61% dei giovani adulti ha praticato almeno uno degli otto sport, contro il 32% del gruppo più anziano. Tra questi ultimi il basket perde molte posizioni e il secondo sport più diffuso diventa il golf, seguito dal pickleball.

Gli americani neri e ispanici praticano questi sport un po' più dei bianchi: ha giocato o corso almeno una volta nell'ultimo anno il 54% degli ispanici, il 51% dei neri non ispanici e il 45% dei bianchi non ispanici. Il campione permette di distinguere solo questi tre gruppi, perché gli altri non sono abbastanza numerosi per essere rappresentati da soli. Una parte della differenza dipende dall'età, dato che i bianchi sono in media più anziani degli altri due gruppi. Il basket è stato praticato da una quota di neri e ispanici più che doppia rispetto ai bianchi. Lo stesso vale per il tennis, anche se si tratta di uno sport molto meno diffuso. Il calcio ha una diffusione molto diversa a seconda del gruppo, dato che lo ha giocato il 17% degli ispanici contro il 6% dei neri e il 4% dei bianchi.

La partecipazione cresce con il titolo di studio. Due adulti su cinque con al massimo il diploma hanno praticato almeno uno di questi sport, contro quasi tre su cinque tra i laureati. Tra chi ha almeno un master il pickleball è il secondo sport più diffuso, mentre negli altri gruppi è il quarto. Anche il tennis è molto più praticato tra le persone con il titolo di studio più alto.

Nella fascia di reddito più alta sono più diffusi corsa, golf, pickleball e sci. Il basket va nella direzione opposta ed è più praticato da chi ha i redditi più bassi, mentre per il calcio non ci sono differenze tra le fasce di reddito.

Lo sci alpino e lo snowboard sono più diffusi negli Stati montuosi dell'Ovest. Il pickleball invece è più popolare nel Midwest, senza un legame evidente con il clima o il territorio. Città e periferie hanno livelli di partecipazione simili tra loro, mentre nelle zone rurali si pratica meno ogni sport dell'elenco tranne il golf e lo sci di fondo. Il campione di 1.204 persone è troppo piccolo per dire quali Stati o quali città abbiano la partecipazione più alta.

Democratici e repubblicani si comportano quasi allo stesso modo. Il 38% degli uni e degli altri ha corso nell'ultimo anno e le percentuali coincidono anche per lo sci alpino, lo snowboard e lo sci di fondo. I democratici sembrano giocare più a basket (15% contro 12%) e i repubblicani più a pickleball (12% contro 9%), ma sono differenze dentro il margine di errore. L'unico scarto che vale la pena segnalare è quello sul golf, praticato dai repubblicani cinque punti percentuali in più. Nell'analisi gli indipendenti sono stati accorpati al partito verso cui dichiarano di propendere.

Il sondaggio è stato realizzato attraverso KnowledgePanel, il panel online di Ipsos i cui componenti vengono reclutati a partire dagli indirizzi postali e non per iscrizione spontanea, un metodo che permette di ottenere campioni rappresentativi degli adulti americani. Le interviste si sono svolte in inglese e i risultati sono stati riponderati per genere ed età, etnia, titolo di studio, area del paese, tipo di comune e reddito familiare, usando come riferimento la Current Population Survey del marzo 2025, la principale rilevazione statistica sulle famiglie americane. Ipsos ha ospitato gratuitamente le domande di Helmstetter nel suo sondaggio omnibus come attività promozionale legata al congresso annuale dell'American Association for Public Opinion Research, l'associazione americana dei sondaggisti.

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Trump al posto dell’eroe di Pearl Harbor: la Marina valuta di cambiare nome a una portaerei


Secondo CNN e NBC News la portaerei CVN-81, intitolata nel 2020 al marinaio afroamericano Doris Miller, potrebbe invece essere dedicata a Donald Trump. Nessuna portaerei americana ha mai portato il nome di un presidente ancora in carica.

La Marina statunitense sta valutando di intitolare a Donald Trump la portaerei in costruzione che attualmente porta il nome di Doris Miller, il marinaio afroamericano diventato un simbolo dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor. Lo hanno riferito la CNN e NBC News, citando fonti a conoscenza delle discussioni, avviate all’inizio del 2026. Si tratterebbe, nel caso, di una scelta senza precedenti: nessuna portaerei statunitense è mai stata intitolata a un presidente ancora in carica.

La decisione prima della posa della chiglia


La nave, quarta unità della classe Ford, era stata dedicata a Doris "Dory" Miller nel gennaio 2020, durante il primo mandato di Trump, e sarebbe stata la prima portaerei statunitense intitolata a un marinaio afroamericano appartenente ai ranghi di soldato. Negli ultimi mesi, tuttavia, la Marina avrebbe di fatto smesso di chiamarla USS Doris Miller, indicandola soltanto con il numero di scafo CVN-81. La stessa denominazione compare anche in un recente ordine esecutivo della Casa Bianca sulla cantieristica navale.

Il nome dovrà essere definito prima della cerimonia di posa della chiglia, prevista entro la fine dell’anno. La consegna alla flotta, secondo USNI News, non è attesa prima del 2034: due anni più tardi rispetto al febbraio 2032 inizialmente previsto, a causa dei vincoli di spazio nei cantieri. Il potere di battezzare le navi spetta formalmente al Segretario della Marina, ma nella scelta dei nomi delle portaerei interviene attivamente anche il Segretario alla Difesa. La decisione finale spetterebbe quindi a Pete Hegseth e al Segretario ad interim della Marina, Hung Cao, osserva NBC News.

L’eroismo di Doris Miller a Pearl Harbor


Miller si era arruolato nel 1939 e prestava servizio come addetto alla mensa, senza avere ricevuto alcun addestramento nell’uso dell’artiglieria antiaerea. Durante l’attacco a Pearl Harbor azionò comunque una mitragliatrice calibro .50 e sparò contro gli aerei giapponesi, per poi contribuire all’evacuazione dei feriti. Nel 1942 l’ammiraglio Chester Nimitz gli consegnò la Navy Cross, facendo di Miller il primo afroamericano a ricevere l’onorificenza.

Morì circa un anno dopo, durante la battaglia di Makin, quando la portaerei di scorta Liscome Bay, sulla quale prestava servizio, fu affondata da un siluro giapponese. La Marina starebbe ora valutando di intitolare a Miller un’altra nave da guerra e avrebbe avviato l’iter per raccomandarne il conferimento della Medal of Honor, la più alta onorificenza militare statunitense.


La Marina pensa di ridisegnare le portaerei per assecondare i gusti estetici di Trump


La Marina americana sta valutando di ridisegnare le sue nuove portaerei per assecondare il gusto estetico del presidente Donald Trump. Lo ha rivelato il Washington Post: sette funzionari in servizio ed ex funzionari hanno riferito che la Marina sta studiando la possibilità di spostare in avanti, verso il centro dello scafo, la torre di più piani che ospita il centro di comando della nave.

Quella struttura si chiama "isola" e sulle portaerei della classe Ford, le più recenti, si trova vicino alla poppa. Il presidente ha manifestato perplessità sul "look" delle nuove navi e vorrebbe che somigliassero di più alle portaerei in servizio durante la Seconda guerra mondiale, che avevano l'isola collocata più avanti.

I tempi e la portata della valutazione non sono chiari e diversi funzionari hanno avvertito che una modifica del genere richiederebbe tempi lunghi e costi elevati. La Marina aveva già esaminato la questione durante il primo mandato di Trump: uno studio concluse che spostare l'isola sarebbe costato miliardi di dollari di riprogettazione e avrebbe ritardato in modo significativo il programma.

Bryan Clark, ex ufficiale della Marina che studia il settore per l'Hudson Institute, un centro studi di orientamento conservatore con sede a Washington, ha detto al Washington Post che spostare l'isola sarebbe "una riprogettazione sostanziale". Un intervento del genere cambierebbe il galleggiamento e la distribuzione dei pesi della nave e avrebbe un costo notevole. Il cambiamento si può fare, ha aggiunto, ma sarebbe molto dirompente.

La posizione arretrata dell'isola sulle navi più recenti è stata scelta per ragioni di efficienza e sicurezza. Lascia più spazio per parcheggiare gli aerei vicino alle catapulte e riduce così i tempi di lancio. Migliora anche la sicurezza in atterraggio perché diminuisce le turbolenze quando i velivoli rientrano a bordo.

Lo spostamento dell'isola sarebbe la seconda modifica al progetto voluta dal presidente. Giovedì Trump ha firmato un memorandum sulla sicurezza nazionale che ordina alla Marina di preparare un piano per tornare alle vecchie catapulte a vapore sulle prossime portaerei, al posto del sistema elettromagnetico installato sulla classe Ford. Le catapulte servono a lanciare i caccia dal ponte di volo. Il documento insiste sulla preferenza dell'Amministrazione per tecnologie e progetti navali "comprovati, affidabili e a costi accessibili".

Anche questa seconda modifica potrebbe costare miliardi di dollari e aggravare i ritardi cronici della cantieristica navale americana. La capoclasse USS Gerald R. Ford ha richiesto 17 anni di costruzione, in parte proprio per le tecnologie nuove introdotte nel progetto, tra cui la catapulta elettromagnetica, che la Marina ha poi giudicato molto efficace.

Le portaerei della classe Ford in vari stadi di sviluppo sono tre. La USS John F. Kennedy sta svolgendo le prove in mare e si avvicina all'entrata in servizio, mentre la USS Enterprise e la USS Doris Miller sono in costruzione. La USS Gerald R. Ford è già operativa e ha appena concluso una lunga missione di combattimento in Medio Oriente. I piani prevedono fino a 10 unità nei prossimi quarant'anni, per un costo stimato di 22 miliardi di dollari ciascuna secondo l'ultimo piano di costruzioni navali della Marina e il Congressional Budget Office, l'ufficio apartitico che analizza i conti pubblici per il Congresso. La classe Ford sostituirà progressivamente la Nimitz, che risale alla fine degli anni Sessanta.

Il Pentagono e la Marina hanno rinviato le richieste di commento alla Casa Bianca, che ha indicato il nuovo memorandum quando le è stato chiesto della volontà del presidente di spostare l'isola sulle future portaerei. Il memorandum non affronta la questione. Un altro funzionario americano ha riferito che la Marina sta prendendo sul serio entrambe le ipotesi per i ritardi e per gli sforamenti di spesa che potrebbero produrre.

L'interesse del presidente per queste modifiche segna il peso crescente della Casa Bianca sulla meccanica complessa della costruzione navale militare. Dal ritorno alla presidenza Trump ha promesso di "resuscitare" un settore in difficoltà e ha già firmato diversi ordini esecutivi sul tema.

La flotta di superficie della Marina soffre da anni di manutenzioni rinviate e di bassi livelli di prontezza operativa, in parte per la frequenza con cui le amministrazioni americane hanno impiegato le portaerei nelle crisi internazionali. Con la guerra contro l'Iran il Pentagono ha tirato ulteriormente la corda, spostando mezzi navali in Medio Oriente per condurre attacchi e per far rispettare il blocco dei porti iraniani.

La stessa USS Gerald R. Ford ha affrontato una missione prolungata, conclusa all'inizio di quest'anno, dopo che un incendio aveva reso inabitabili gli alloggi di molti membri dell'equipaggio. I responsabili hanno anche riconosciuto guasti al sistema a vuoto che serve le centinaia di servizi igienici a bordo.

Parlamentari democratici hanno chiesto questa settimana al segretario alla Difesa Pete Hegseth di indagare sulle condizioni a bordo della USS Abraham Lincoln, in Medio Oriente da novembre e in mare da 200 giorni senza uno scalo che permetta all'equipaggio di riposare. Hegseth ha definito quelle notizie "completamente travisate" parlando con i giornalisti durante un viaggio a Panama, mentre venerdì Trump ha detto a Joint Base Andrews che il tempo passato in mare dalla nave non è stato "neanche lontanamente abbastanza". La Lincoln dovrebbe essere sostituita dalla USS George Washington nelle prossime settimane.

L'anno scorso il presidente aveva presentato una nuova classe di corazzate destinata a guidare la sua "Golden Fleet", un progetto criticato da molti analisti navali e parlamentari, secondo cui quelle navi sprecherebbero la scarsa capacità produttiva dei cantieri americani per un modello di cui la Marina non ha bisogno. Il Congressional Budget Office ha calcolato che le corazzate della "Trump Class" costerebbero circa 275 miliardi di dollari in trent'anni, 18 miliardi a nave dopo la prima.


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Il 23 agosto non è una data qualunque per chi crede in un’Europa unita: il Parlamento europeo ha scelto questa data per ricordare le vittime dello stalinismo e del nazismo, nell’anniversario del patto Molotov-Ribbentrop del 1939 e dei suoi protocolli segreti, che divisero l’Europa in sfere d’influenza e aprirono la strada all’occupazione sovietica dei Paesi baltici.

Cinquant’anni dopo, nel 1989, circa due milioni di estoni, lettoni e lituani si presero per mano da Tallinn a Vilnius, per oltre 600 chilometri: una protesta pacifica e immensa per affermare davanti al mondo il diritto di Estonia, Lettonia e Lituania alla libertà, all’autodeterminazione e all’indipendenza.

Sei mesi dopo la Lituania dichiarò il ripristino dell’indipendenza; Estonia e Lettonia seguirono nel 1991. Nel 2004 tutte e tre entrarono nell’Unione europea.

Oggi, mentre la Russia continua la sua guerra di aggressione contro l’Ucraina, la Via Baltica resta un promemoria: la libertà in Europa non è garantita per sempre, e l’integrazione europea deve voler dire anche trasformare solidarietà e libertà in istituzioni capaci di proteggerle.

E non ci fermeremo finché quell’integrazione non sarà completa!

#ViaBaltica #BalticWay #StoriaEuropea #Libertà #Europa #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Se conquisteranno la Camera, i dem vogliono aprire una raffica di indagini su Trump


Nel mirino gli affari della famiglia, i rapporti con Epstein, la guerra con l'Iran e i cantieri della Casa Bianca. Sull'impeachment però il partito è ancora spaccato.

I democratici stanno preparando una raffica di indagini sull'Amministrazione Trump nel caso conquistino la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti alle elezioni di novembre ed anche alla Casa Bianca si aspettano un'ondata di mandati di comparizione. Deputati e collaboratori democratici hanno indicato al Wall Street Journal quasi una decina di obiettivi già individuati: la gestione della guerra con l'Iran, gli affari del presidente e della sua famiglia, la costruzione della sala da ballo alla Casa Bianca, i legami con il finanziere Jeffrey Epstein e l'operato degli agenti federali dell'immigrazione. Un funzionario della Casa Bianca ha replicato che l'Amministrazione è sempre pronta a rispondere alle richieste di controllo, indipendentemente da chi guidi il Congresso.

Ai democratici basta guadagnare una manciata di seggi per ottenere la maggioranza. I repubblicani temono sempre più di perdere la Camera, mentre entrambe le parti considerano contendibile anche il Senato, oggi a maggioranza repubblicana. Se il ribaltone si concretizzasse, il compito di tenere unito il partito spetterebbe al deputato di New York Hakeem Jeffries, probabile candidato a prossimo Speaker della Camera. Jeffries si troverebbe stretto tra i progressisti, favorevoli a indagini a tutto campo, e i moderati, che preferirebbero invece concentrarsi su pochi obiettivi selezionati.

"Non c'è letteralmente nessuna riunione in cui noi democratici parliamo di mettere sotto accusa Donald Trump. Semplicemente non esiste", afferma Pete Aguilar, deputato della California e membro della leadership. Jamie Raskin, capogruppo democratico nella Commissione Giustizia e responsabile dell'accusa nel secondo processo di impeachment seguito all'assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, la pensa diversamente e definisce un eventuale nuovo impeachment uno strumento a disposizione del Congresso. "Nessuno di noi ne ha paura", sostiene, ricordando che quasi tutti i deputati democratici hanno già votato almeno una volta per mettere Trump sotto accusa.

L'ultimo tentativo risale all'11 dicembre 2025, quando il deputato del Texas Al Green ha imposto un voto su una risoluzione che accusava Trump di avere minacciato di morte alcuni parlamentari democratici. Questi ultimi avevano pubblicato un video in cui invitavano i soldati a rifiutare eventuali ordini illegali. La Camera ha accantonato la risoluzione con 237 voti contro 140: 47 democratici, compresi i vertici del gruppo, hanno votato "presente", mentre 23 si sono schierati con i repubblicani.

Nell'aprile 2026, invece, più di 70 democratici del Congresso — tra deputati e senatori — hanno chiesto di invocare il venticinquesimo emendamento o di avviare una nuova procedura di impeachment contro il presidente. Le richieste erano arrivate dopo che, il 7 aprile, Trump aveva scritto su Truth Social che "un'intera civiltà morirà stanotte, per non tornare mai più" se l'Iran non avesse riaperto lo Stretto di Hormuz entro le 20, ora della costa orientale.

Midterm 2026 · Il Congresso che verrà

Se riprendono la Camera, i democratici hanno già pronta la lista delle indagini

Quasi dieci fronti d’indagine sull’Amministrazione Trump e un potere di convocazione che scatterebbe a gennaio 2027. Ma non un terzo impeachment: quella strada, al Senato, si è già chiusa due volte.

Grafica di FocusAmerica 22 agosto 2026

Perché non sarà un terzo impeachment

67

senatori su cento servono per condannare un presidente. Nei due processi contro Trump quella soglia non è mai stata raggiunta.

67 = condanna

2020Ucraina

48

20216 gennaio

57

0100 senatori

Nel 2020 mancavano diciannove voti, nel 2021 dieci. Da qui la scelta di cambiare strumento: non un terzo processo, ma una raffica di mandati di comparizione.

La lista

Due binari, nove fronti


Gli obiettivi sono già stati indicati. Una parte del gruppo vuole puntare sulla corruzione, un’altra sulle bollette e sulla spesa. Alexandria Ocasio-Cortez propone di procedere su entrambi i binari.

1Corruzione e potere 2Costo della vita

1La guerra con l’Iran

Fra i primi obiettivi indicati al Wall Street Journal: come è stato gestito il conflitto e quali decisioni sono state prese alla Casa Bianca.

2Gli affari della famiglia Trump

Operazioni in criptovalute, affari immobiliari, contratti della difesa, presunti scambi di favori e la possibile vendita di grazie presidenziali. Trump sostiene di non partecipare alle decisioni dell’azienda, affidata ai figli.

3Il caso Epstein

I rapporti fra il presidente e il finanziere. I collaboratori di Robert Garcia, che presiederebbe la Commissione Vigilanza, ci stanno già lavorando.

4La sala da ballo della Casa Bianca

Costa 400 milioni di dollari, è finanziata con fondi privati e nasce al posto dell’ala est, demolita nel 2025 senza informare il Congresso. Il National Trust for Historic Preservation ha fatto causa, ma il presidente della Corte Suprema John Roberts ha sospeso l’ingiunzione che bloccava i lavori.

Cantiere completato 65%

Stato dei lavori al 14 agosto 2026.

5Gli agenti dell’immigrazione

L’operato delle agenzie federali che eseguono i fermi e le espulsioni.

6I data center

Le interruzioni di acqua ed elettricità nelle zone dove sorgono. È il primo dei «problemi molto concreti» indicati da Ocasio-Cortez.

7Sanità e monopoli

Il modo in cui i monopoli fanno aumentare il costo delle cure.

8I dazi

Quanto le tariffe pesano sui prezzi che gli americani pagano alla cassa.

9Il prezzo del cibo

Sono già previste audizioni sull’aumento dei prezzi dei generi alimentari e dell’assistenza sanitaria.

Il precedente

Il voto che ha fotografato la spaccatura


L’11 dicembre 2025 il deputato del Texas Al Green impone all’aula un voto sulla sua risoluzione, che accusa Trump di avere minacciato di morte alcuni parlamentari democratici. La Camera la accantona.

237
140

Per accantonare la risoluzione Contrari all’accantonamento

47
deputati democratici hanno votato «presente», compresi i vertici del gruppo

23
si sono schierati con i repubblicani

In tutto settanta deputati democratici non hanno votato contro l’accantonamento. Quattro mesi dopo, oltre settanta parlamentari dello stesso partito chiedevano l’opposto: l’impeachment o il venticinquesimo emendamento.

«Non c’è letteralmente nessuna riunione in cui noi democratici parliamo di mettere sotto accusa Donald Trump»
Pete Aguilar, deputato della California e membro della leadership

«Nessuno di noi ne ha paura»
Jamie Raskin, capogruppo democratico nella Commissione Giustizia

Il calendario

Come ci siamo arrivati


Dai due processi al Senato alla vigilia del voto di novembre. Da gennaio 2027, se la Camera cambia colore, cambia anche chi firma le convocazioni.

2019
Primo impeachment
Gli aiuti militari all’Ucraina subordinati a un’indagine su Joe Biden. Il Senato assolve nel febbraio 2020.

2021
Secondo impeachment
L’assalto al Campidoglio del 6 gennaio. Il Senato assolve di nuovo un mese dopo.

11 dicembre 2025
La risoluzione Green finisce nel cassetto
La Camera la accantona con 237 voti contro 140. Settanta deputati democratici non votano contro.

7 aprile 2026
L’ultimatum su Truth Social
Trump minaccia l’Iran se non riapre lo Stretto di Hormuz entro le 20. Nelle settimane successive oltre settanta parlamentari democratici chiedono l’impeachment o il venticinquesimo emendamento.

Da qui in avanti

Novembre 2026
Le elezioni di metà mandato
Ai democratici basta guadagnare una manciata di seggi per riprendere la Camera. Entrambi i partiti considerano contendibile anche il Senato.

Gennaio 2027
I mandati di comparizione
Con la maggioranza, Robert Garcia presiederebbe la Commissione Vigilanza e i democratici potrebbero convocare i testimoni.

La contromossa

Se la Casa Bianca farà muro, i democratici puntano sugli alleati esterni del presidente e sulle aziende che lo hanno finanziato. «Questa volta avremo l’opportunità di rivolgerci al settore privato», dice il senatore Adam Schiff.

Ma una parte del gruppo teme il contraccolpo elettorale: «Quel film lo abbiamo già visto due volte e non ha funzionato», obietta Josh Gottheimer.

Fonte Wall Street Journal; Senato degli Stati Uniti per i voti del 5 febbraio 2020 e del 13 febbraio 2021; Clerk of the House of Representatives per il voto dell’11 dicembre 2025; National Trust for Historic Preservation. I settanta di dicembre sono la somma dei 47 deputati che hanno votato «presente» e dei 23 schierati con i repubblicani; gli oltre settanta di aprile comprendono deputati e senatori.

Gli affari della famiglia e i cantieri della Casa Bianca


Robert Garcia, deputato della California e capogruppo democratico nella Commissione Vigilanza, che finirebbe per presiedere da gennaio 2027 in caso di vittoria alle prossime elezioni, ha indicato come temi prioritari "la corruzione di Trump e della famiglia Trump": dalle operazioni in criptovalute ai presunti scambi di favori, dalla possibile vendita delle grazie presidenziali agli affari immobiliari, fino ai contratti della difesa. I suoi collaboratori stanno già lavorando sui rapporti con Epstein, sugli affari della famiglia Trump e sull'operato delle agenzie per l'immigrazione.

I deputati democratici vogliono accertare se il presidente abbia tratto profitto dalla carica, anche attraverso le attività internazionali della Trump Organization. Trump sostiene di non partecipare direttamente alle decisioni dell'azienda, affidata nella gestione quotidiana ai figli, mentre i suoi collaboratori respingono le accuse di conflitto d'interessi.

Nel mirino figurano anche i contratti assegnati a stretti alleati del presidente e i progetti edilizi voluti da Trump, dalla vasca del Lincoln Memorial alla sala da ballo della Casa Bianca, già al centro di una causa. Il National Trust for Historic Preservation sostiene che il presidente non avesse l'autorità per demolire l'ala est, abbattuta nel 2025 senza informare il Congresso, e costruire al suo posto una sala da ballo da 400 milioni di dollari finanziata con fondi privati. Venerdì il presidente della Corte Suprema John Roberts ha sospeso in via amministrativa l'ingiunzione che bloccava i lavori, consentendo al cantiere di proseguire. Il 14 agosto l'opera risultava completata al 65%.

La strategia contro l'ostruzionismo della Casa Bianca


I dirigenti democratici stanno valutando come reagire se l'Amministrazione rifiutasse di rispettare i mandati di comparizione, li impugnasse in tribunale o impedisse ai funzionari di testimoniare. Secondo il Wall Street Journal, la strategia che si va delineando è quella di concentrarsi sugli alleati politici esterni del presidente e sulle aziende che hanno finanziato Trump e le iniziative a lui vicine. Secondo i suoi sostenitori, indagare sul settore privato potrebbe essere più efficace che sfidare direttamente una Casa Bianca sicuramente pronta a opporre resistenza.

"Devo presumere che alla Casa Bianca proveranno di nuovo a fare muro, ma questa volta avremo l'opportunità di rivolgerci al settore privato", ha dichiarato il senatore della California Adam Schiff, che presiedeva la Commissione Intelligence della Camera nel 2019, durante il primo processo d'impeachment. I democratici vedono un segnale dei preparativi dell'Amministrazione in una nota diffusa questo mese dal Dipartimento della Giustizia, secondo la quale il privilegio dell'esecutivo può proteggere anche "le comunicazioni presidenziali con i propri consiglieri privati", purché riguardino decisioni ufficiali.

Una parte del gruppo democratico teme però che un eccesso di indagini possa provocare un contraccolpo elettorale e oscurare il resto del programma, a partire dalla promessa di ridurre il costo della vita. Da qui l'idea di procedere su due binari, sostenuta anche da Alexandria Ocasio-Cortez, deputata di New York e possibile candidata alla presidenza nel 2028: da una parte la corruzione e i documenti relativi a Epstein, dall'altra i "problemi molto concreti" che riguardano gli americani. "Penso che servano indagini sulle interruzioni dell'acqua e dell'elettricità causate dai data center, sulla sanità e sul modo in cui i monopoli fanno aumentare il costo delle cure, sui dazi e su questioni di questo genere", ha spiegato Ocasio-Cortez. Sono previste anche audizioni sull'aumento dei prezzi dei generi alimentari e dell'assistenza sanitaria.

Trump è già stato sottoposto due volte a impeachment: la prima nel 2019, con l’accusa di avere subordinato gli aiuti militari all’Ucraina all’apertura di un’indagine su Joe Biden; la seconda nel 2021, per il suo ruolo nell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio. In entrambi i casi, il Senato lo ha assolto. Dopo la sconfitta alle elezioni del 2020, Trump ha riconquistato la Casa Bianca quattro anni più tardi. Anche per questo, una parte del Partito Democratico è contraria a un nuovo tentativo di impeachment. "Quel film lo abbiamo già visto due volte e non ha funzionato", afferma Josh Gottheimer, deputato del New Jersey, che sostiene la necessità di esercitare un controllo rigoroso sull’Amministrazione ma osserva, con una battuta, che nelle trilogie il terzo film non è quasi mai il migliore.


Update modello previsione Midterm 2026: le probabilità di vittoria


A partire da oggi, per la prima volta, il nostro modello sulle elezioni di metà mandato del 3 novembre stima anche le probabilità che ciascun partito conquisti il controllo dei due rami del Congresso. Al momento assegna ai democratici 82 possibilità su 100 di ottenere la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti e 56 su 100 di conquistarla al Senato, dove la sfida resta sostanzialmente alla pari.

È la novità più evidente dell’aggiornamento che abbiamo appena introdotto. Nelle ultime settimane abbiamo testato sulle elezioni passate il modello presentato a giugno, ne abbiamo ricalibrato il grado di incertezza e aggiunto una nuova fonte di informazioni per i collegi nei quali non sono disponibili sondaggi. Nel complesso, però, l’aggiornamento ha inciso solo in misura limitata sulle proiezioni: un risultato rassicurante, perché conferma la solidità della versione precedente.

Alla Camera, la proiezione è passata da 227 a 225 seggi democratici, mentre il numero dei collegi classificati come incerti è salito da 19 a 25. Il nuovo modello, in altre parole, riflette meglio l’incertezza nei casi in cui la versione precedente tendeva a mostrarsi troppo sicura, soprattutto nelle previsioni favorevoli ai repubblicani. Al Senato, invece, la sfida rimane un testa a testa: 6 seggi sono in bilico e i democratici restano lievemente in vantaggio. In questo articolo spieghiamo nel dettaglio che cosa è cambiato e perché queste modifiche rendono il modello ancora più affidabile.

Midterm 2026: sondaggi, medie e proiezioni
La proiezione di Focus America sulle elezioni di metà mandato del 2026. Sondaggi, medie e proiezioni aggiornate ogni giorno. Si vota il 3 novembre.
Focus AmericaLorenzo Ruffino

Dalle proiezioni alle probabilità


La versione precedente pubblicata a giugno indicava quale candidato fosse in vantaggio in ciascuna gara, ma misurava l’incertezza soltanto al Senato, attraverso 10.000 simulazioni che, però, non erano mostrate ai lettori. Esse servivano a valutare se la competizione per il controllo dell’aula fosse sostanzialmente alla pari, non a calcolare e pubblicare probabilità precise. La nuova versione compie invece un passo avanti: si basa su 50.000 simulazioni dell’intera elezione, considerando insieme Camera e Senato.

In ogni simulazione, quindi, il modello genera un esito leggermente diverso: parte dalle stime relative alle singole gare e introduce i possibili errori dei sondaggi e delle altre fonti utilizzate. Al termine conta quante volte ciascun partito conquista la maggioranza in entrambe le camere del Congresso. Ciò significa, per esempio, che se i democratici raggiungono almeno 218 seggi alla Camera nell’82% delle simulazioni, il modello assegna loro 82 possibilità su 100 di ottenere il controllo dell’aula.

L’ampiezza dei possibili errori non viene stabilita arbitrariamente. Per ogni sfida, il modello parte dall’incertezza associata alla media dei sondaggi, calcolata attraverso il filtro di Kalman già illustrato nella presentazione di giugno. Ricapitolando: ciascuna rilevazione viene trattata come una misurazione imperfetta di un consenso “reale” che cambia gradualmente nel tempo: il margine di incertezza si restringe quando i sondaggi sono numerosi e recenti, mentre si amplia quando sono pochi o datati. Il simulatore aggiunge poi l’incertezza dovuta al tempo che ancora ci separa dal voto, stimata sulla base dei cicli elettorali precedenti. Più è lontano il 3 novembre, maggiori sono le possibilità che lo scenario cambi e più ampio è quindi il ventaglio degli esiti plausibili.

L’aspetto più delicato, e la ragione principale per cui le simulazioni sono indispensabili, è che gli errori dei sondaggi spesso non sono indipendenti tra loro. Storicamente parlando, quando le rilevazioni hanno sbagliato, hanno teso a farlo nella stessa direzione in molte aree del Paese. È accaduto, per esempio, nel 2016 e nel 2020, quando i voti per i repubblicani sono stati chiaramente sottostimati in numerosi Stati e collegi. Per questo motivo, il nostro nuovo modello non simula quindi soltanto errori isolati nelle singole sfide, ma anche scostamenti generalizzati: negli scenari in cui i sondaggi sovrastimano i democratici, la correzione a loro sfavore si ripercuote contemporaneamente sulle elezioni per la Camera e per il Senato. Anche per questo, 82 possibilità su 100 vanno considerate come un netto vantaggio, mai come una certezza.

Tutto questo è visibile anzitutto nel nuovo widget “Quali sono le probabilità di vittoria?”, che mostra la distribuzione completa degli esiti prodotti dalle simulazioni. Muovendosi sulle mappe è invece possibile consultare la probabilità di vittoria in ciascuna sfida, espressa con formule come “vince 62 volte su 100”. L’introduzione di queste stime ci consente inoltre di confrontare più facilmente le nostre previsioni con quelle degli altri modelli pubblicati nelle ultime settimane. Il quadro che emerge è rassicurante: anche il modello di Nate Silver, per esempio, considera favoriti i democratici.

Un modello messo alla prova sul passato


Come si può valutare l’affidabilità di un modello prima del giorno delle elezioni? Il metodo più rigoroso consiste nel metterlo alla prova su consultazioni già concluse. Abbiamo quindi ricostruito, giorno per giorno, le elezioni di metà mandato del 2018 e del 2022, fornendo al modello soltanto i sondaggi e le informazioni disponibili in quel momento, come se il risultato finale fosse ancora sconosciuto. L’esercizio ha prodotto oltre 20.000 previsioni per la Camera e più di 1.600 per il Senato, che abbiamo poi confrontato con i risultati effettivi.

Da questa verifica sono nate alcune delle correzioni più importanti. La media nazionale dei sondaggi reagisce ora più rapidamente alle nuove rilevazioni, perché la versione precedente tendeva a restare indietro quando il clima politico cambiava velocemente. Abbiamo inoltre ampliato sensibilmente l’incertezza stimata nelle singole sfide per il Senato: quella prevista in precedenza era circa la metà di quella riscontrata nella realtà. Un modello troppo sicuro delle proprie previsioni, infatti, rischia di risultare fuorviante.

Per la Camera dei Rappresentanti abbiamo invece ricalibrato il grado di fiducia da attribuire alle stime, sia nei collegi coperti dai sondaggi sia in quelli privi di rilevazioni. Ma è cambiata anche la correzione storica utilizzata per trasformare la media nazionale dei sondaggi in una stima del clima politico generale: non è più un valore fisso stabilito una volta per tutte, ma viene calcolata sulla base dei cicli elettorali dal 2010 in poi.

Non tutti i sondaggi, inoltre, prendono in esame lo stesso tipo di elettori. Alcuni si concentrano sui “probabili elettori”, selezionati perché ritenuti quasi certi di andare alle urne; altri utilizzano il campione più ampio degli “elettori registrati”. La distinzione è importante perché, storicamente, chi partecipa davvero alle elezioni di metà mandato tende a essere più conservatore di chi è semplicemente iscritto alle liste elettorali. In media, nelle rilevazioni passate, i campioni di probabili elettori hanno mostrato un miglioramento per i repubblicani di circa un punto rispetto a quelli degli elettori registrati.

Per tenere conto di questa differenza, il modello attribuisce ai sondaggi condotti sui probabili elettori un peso quasi doppio rispetto a quelli basati sugli elettori registrati. Questi ultimi, invece, non vengono corretti in modo uniforme: quando uno stesso istituto pubblica entrambe le versioni, il modello misura lo scarto tra i due campioni e lo utilizza per rendere confrontabili i risultati. Apparentemente, però, quest’anno quella differenza è quasi scomparsa: i sondaggi sui probabili elettori non mostrano più, infatti, la consueta inclinazione verso i repubblicani rispetto a quelli sugli elettori registrati. Questo è un possibile segnale che, almeno per ora, l’elettorato più motivato a partecipare al voto non sia quello repubblicano.

Nel modello per il Senato abbiamo, invece, introdotto anche una nuova informazione: i fondi raccolti dai candidati, ricavati dai registri della Federal Election Commission, ovvero l’autorità federale che vigila sul finanziamento delle campagne elettorali. Nelle sfide per le quali sono disponibili pochi sondaggi, la capacità di raccogliere donazioni rappresenta infatti uno dei segnali più concreti della forza di una candidatura.

Più in generale, la regola che ci siamo imposti è semplice: una modifica è stata introdotta soltanto se dimostra di migliorare le previsioni relative alle elezioni passate. Molte delle idee da noi sperimentate non hanno superato questa prova. Il caso più istruttivo ha riguardato il sistema più sofisticato tra quelli testati, capace di apprendere autonomamente, gara per gara, quanto peso attribuire a ciascuna fonte. In media produceva risultati persino leggermente migliori, ma i pesi calcolati sulla base di appena due cicli elettorali erano troppo fragili. Proprio nelle sfide decise da pochi punti, quelle che contano di più, commetteva più errori rispetto al metodo più semplice. Abbiamo quindi deciso di escluderlo, conservando però la componente che aveva dimostrato di funzionare meglio di tutte: le valutazioni degli esperti.

I giudizi degli esperti


Il cambiamento più rilevante riguarda la Camera dei Rappresentanti. Si vota in 435 collegi, ma soltanto una piccola parte di questi è coperta da sondaggi locali. Per oltre 150 collegi sono però disponibili le valutazioni degli esperti statunitensi, che da decenni classificano le competizioni secondo una scala ormai consolidata: “solid” per quelle considerate sicure, “likely” e “lean” per quelle più o meno favorevoli a un partito e “tossup” per le sfide senza un chiaro favorito.

Il modello utilizza ora anche queste valutazioni, ma non le recepisce alla lettera. Abbiamo raccolto quasi 93.000 giudizi pubblicati nei cicli elettorali del 2018, del 2022 e del 2026 e misurato il significato concreto attribuito da ciascun esperto alle diverse categorie. Abbiamo verificato, per esempio, con quale margine si concludevano in media le gare classificate come “lean R” o con quale frequenza il partito indicato come favorito in una sfida “likely D” veniva sconfitto. In questo modo, ogni valutazione è stata tradotta in una stima numerica sulla base dei risultati delle elezioni precedenti.

Queste stime affiancano ora i dati strutturali già utilizzati dal modello soltanto nei collegi esaminati dagli esperti e assumono un peso maggiore quando non sono disponibili sondaggi. I test sulle elezioni passate mostrano che, nei collegi valutati dagli esperti ma privi di rilevazioni, il loro impiego ha ridotto l’errore medio di quasi 4,5 punti percentuali. È migliorata anche la previsione del numero complessivo di seggi: l’errore si è quasi dimezzato nel 2018 ed è diminuito di quasi due terzi nel 2022.

Abbiamo sperimentato lo stesso metodo anche per il Senato, ma alla fine abbiamo deciso di non adottarlo. Tutte le competizioni decisive, come quella in Ohio tra Sherrod Brown e Jon Husted, sono infatti già coperte da numerosi sondaggi. In questi casi, le valutazioni degli esperti non forniscono informazioni aggiuntive sufficienti a migliorare sensibilmente le previsioni, come nel caso della Camera dei Rappresentanti.

Le altre novità visibili


Le novità non si limitano però al widget con le probabilità complessive di controllo delle due Camere. Come già citato in precedenza, le mappe mostrano ora anche le possibilità di vittoria in ciascuna gara: selezionando un collegio della Camera o uno Stato per il Senato, è possibile subito vedere quale candidato è in vantaggio e quante volte prevale nelle nostre simulazioni.

La mappa della Camera dei Rappresentanti è stata inoltre resa più facile da esplorare, soprattutto da mobile. È ora possibile cliccare su uno Stato ed ingrandirlo per osservare nel dettaglio la suddivisione delle assegnazioni dei collegi, e permettendo di distinguere più chiaramente i distretti negli Stati più popolosi o caratterizzati da confini particolarmente complessi. Si può così passare dal quadro nazionale alle singole competizioni e individuare rapidamente dove si concentrano le sfide decisive, quali collegi sono saldamente orientati verso un partito e quali potrebbero invece cambiare schieramento.

Abbiamo anche riscritto completamente la nota metodologica, aggiungendo una spiegazione delle simulazioni, della calibrazione dell’incertezza e delle nuove fonti introdotte. I principi fondamentali restano però gli stessi del modello pubblicato a giugno: le previsioni combinano sondaggi, dati strutturali e tendenze storiche, vengono aggiornate più volte al giorno fino al 3 novembre, e, a parità di informazioni disponibili, producono sempre lo stesso risultato, senza interventi discrezionali o correzioni manuali dell’ultimo momento.

Resta valida, soprattutto, la distinzione chiave che esiste in statistica tra probabilità e certezza: assegnare ai democratici 82 possibilità su 100 non significa considerarne sicura la vittoria, ma piuttosto stimare che, in 100 elezioni svolte nelle stesse condizioni, i primi conquisterebbero la maggioranza della Camera 82 volte. Nei restanti 18 casi a prevalere sarebbero invece i repubblicani: si tratta di un esito meno probabile, ma tutt’altro che impossibile.


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Il candidato repubblicano che non vuole più i soldi dell'AIPAC


Il candidato repubblicano al Senato in Michigan chiede alla lobby filoisraeliana di non trasmettere spot in suo favore, nonostante i milioni già spesi contro il democratico El-Sayed, per paura che il suo sostegno rischi di costargli voti a novembre.

Gli alleati di Mike Rogers, candidato repubblicano al Senato in Michigan, hanno chiesto all'AIPAC di non trasmettere spot elettorali in suo favore, rompendo apertamente con il principale gruppo di lobby filoisraeliano degli Stati Uniti. La scorsa settimana Rogers ha avuto un colloquio a Los Angeles con il presidente dell'organizzazione, Michael Tuchin. Il giorno successivo l'AIPAC ha accantonato uno spot già realizzato contro il suo avversario democratico, Abdul El-Sayed, secondo quanto ricostruito da Axios.

Rogers è un convinto sostenitore di Israele, ma teme che l'appoggio pubblico dell'AIPAC possa danneggiarlo alle elezioni del 3 novembre. La sua richiesta mostra quanto si sia indebolita la posizione politica del gruppo, mentre cresce tra gli elettori la contrarietà alla guerra a Gaza. La decisione ha però irritato i dirigenti dell'organizzazione, che avevano speso più di 30 milioni di dollari nel tentativo di sconfiggere El-Sayed alle primarie democratiche e si preparavano a investirne altri milioni per aiutare Rogers a vincere le elezioni generali.

El-Sayed ha costruito la propria campagna proprio sull'opposizione all'AIPAC, presentando quelle spese come la prova che la sua avversaria Haley Stevens fosse condizionata dalla lobby filoisraeliana. Ha definito Israele uno "Stato canaglia", lo ha accusato di genocidio e apartheid e si è rifiutato di dire se ritenga che il paese abbia il diritto di esistere come Stato ebraico. Sconfiggerlo era così diventato una priorità per l'AIPAC, che raramente finanzia grandi campagne nelle elezioni generali. "AIPAC, se ci stai ascoltando, torna a bruciare quei soldi", aveva detto El-Sayed prima di vincere di misura le primarie del 4 agosto.Posts

L'AIPAC vuole esporsi, Rogers no


Prima delle primarie, la squadra di Rogers aveva avvertito l'organizzazione che El-Sayed avrebbe probabilmente sconfitto Stevens. L'AIPAC sperava ancora in un esito diverso e le due parti si erano lasciate con l'intesa di proseguire il confronto. Dopo la vittoria di El-Sayed, il gruppo intendeva estendere la propria offensiva pubblicitaria anti El-Sayed alla campagna per le elezioni generali. Gli alleati di Rogers ritenevano però che gli spot trasmessi durante le primarie avessero prodotto l'effetto opposto, offrendo a El-Sayed un bersaglio politico che avrebbe volentieri utilizzato di nuovo.

La squadra del repubblicano ha quindi proposto all'AIPAC di partecipare alla campagna elettorale senza mettere il proprio nome in primo piano: avrebbe potuto indirizzare i donatori verso un super PAC favorevole a Rogers o verso il comitato congiunto di raccolta fondi creato dal candidato con il Partito Repubblicano nazionale. È stata inoltre prospettata l'assunzione degli strateghi politici dell'organizzazione. Le proposte, però, non sono bastate: l'AIPAC intende infatti avere un ruolo visibile nella sconfitta di El-Sayed e sostiene che il candidato democratico collegherebbe comunque Rogers alla lobby, considerato il suo netto sostegno a Israele.

I contatti diretti si sono raffreddati e ora il Partito Repubblicano sta cercando di ricucire i rapporti, affidando la mediazione a donatori ebrei vicini a entrambe le parti. Alcuni esponenti nazionali del partito temono che il gruppo, il cui super PAC disponeva alla fine di luglio di quasi 60 milioni di dollari, possa restare completamente fuori dalla competizione. Altri ritengono invece che abbia troppo in gioco per rinunciare e che finirà per riappacificarsi con la squadra di Rogers. Interpellato da Axios, Rogers ha dichiarato di accogliere con favore qualsiasi sostegno della comunità filoisraeliana e di essere orgoglioso del suo coinvolgimento.

Le sconfitte dell'AIPAC e il peso della guerra a Gaza


Nel frattempo, l'organizzazione filo israeliana continua a subire sconfitte elettorali. L'ultima è arrivata martedì in California, dove la senatrice statale democratica Aisha Wahab ha vinto il ballottaggio nel quattordicesimo distretto congressuale, conquistando il seggio alla Camera lasciato libero da Eric Swalwell dopo le dimissioni di aprile. L'AIPAC aveva speso 4,4 milioni di dollari nel tentativo di fermarla. Wahab resterà in carica per circa 5 mesi, fino alla conclusione della legislatura.

Il Michigan ospita una delle comunità arabo-americane più numerose degli Stati Uniti. Secondo un sondaggio di Fox News, condotto tra il 6 e il 10 agosto su 1.006 elettori registrati, il 55% degli intervistati è contrario alla prosecuzione degli aiuti militari statunitensi a Israele, mentre il 44% è favorevole. La stessa rilevazione dà però Rogers in vantaggio su El-Sayed con il 51% contro il 47%.

Gli strateghi di entrambi i partiti ritengono che in Michigan, come negli altri Stati a forte vocazione manifatturiera, il voto sarà determinato più dalle condizioni economiche che dalla politica mediorientale. Gli attacchi di El-Sayed all'AIPAC potrebbero, quindi, avere meno presa nelle elezioni generali rispetto alle primarie democratiche. Rogers ha comunque preferito non correre rischi e, almeno per il momento, ha rinunciato alla campagna pubblicitaria del gruppo che voleva sostenerlo.


L'FBI ferma l'ex deputato Eric Swalwell all'aeroporto e gli sequestra i dispositivi


Agenti dell’FBI hanno fermato l’ex deputato democratico Eric Swalwell all’aeroporto internazionale di San Francisco, gli hanno notificato un mandato di perquisizione e hanno sequestrato i suoi dispositivi elettronici. L’operazione rientra in un’indagine penale federale scaturita dalle accuse di violenza sessuale e condotta impropria rivolte all’ex membro del Congresso. Il sequestro e la successiva perquisizione della sua abitazione a Washington sono stati confermati da diverse testate statunitensi, mentre il San Francisco Standard ha ottenuto i dettagli del mandato con cui sono stati autorizzati.

Il provvedimento, depositato il 13 agosto presso il Distretto settentrionale della California e assegnato al giudice Thomas S. Hixson, è stato eseguito sabato alle 20.25 locali, le 5.25 di domenica in Italia, subito dopo l’arrivo di Swalwell in California. Gli agenti hanno sequestrato un iPhone bianco con cavo e alimentatore e un MacBook Pro. Il verbale di esecuzione è stato firmato dall’agente speciale Kyle R. Biebesheimer, appartenente alla squadra Anticorruzione e diritti civili dell’ufficio FBI di San Francisco, che ha certificato sotto giuramento l’esattezza dell’inventario. Una copia del mandato è stata consegnata a Swalwell, 45 anni, che si è mostrato collaborativo. Il giorno successivo gli agenti hanno perquisito anche la sua abitazione di Washington, sequestrando altro materiale.

Le accuse e le altre indagini


Almeno 5 donne hanno accusato pubblicamente l’ex deputato di violenza sessuale o comportamenti inappropriati. Le accuse sono emerse ad aprile, dopo la pubblicazioni di inchieste della CNN e del San Francisco Chronicle. Una sua ex collaboratrice sostiene di essere stata violentata due volte mentre era troppo ubriaca per poter acconsentire. Un’altra donna afferma di essere stata drogata prima di subire un’aggressione sessuale nel 2018. Altre donne hanno riferito di aver ricevuto su Snapchat messaggi sessualmente espliciti e, in almeno un caso, una fotografia non richiesta dei genitali di Swalwell.

Swalwell, considerato in precedenza come uno dei favoriti nella corsa per diventare governatore della California, ha sospeso la sua campagna elettorale il 12 aprile. Il giorno seguente ha annunciato le dimissioni dal Congresso, diventate effettive il 14 aprile. La Commissione Etica della Camera aveva appena aperto un’indagine sulla sua condotta e su una presunta violenza ai danni di una dipendente del suo ufficio, mentre in aula si profilava un voto sulla sua espulsione. L’ex deputato ha sempre respinto tutte le accuse.

Il Dipartimento di Giustizia ha aperto la propria inchiesta ad aprile. Parallelamente procedono gli accertamenti della procura distrettuale di Manhattan, dell’ufficio dello sceriffo della contea di Los Angeles e della procura distrettuale della stessa contea. Il procuratore Nathan Hochman ha affidato il caso alla divisione specializzata nei reati sessuali. Il Dipartimento di Giustizia, l’FBI e il legale di Swalwell non hanno risposto alle richieste di chiarimento.

Lunedì la Task Force della Casa Bianca per la trasparenza ha inoltre diffuso documenti declassificati sui rapporti tra Swalwell e Christine Fang, conosciuta come “Fang Fang” e sospettata di avere legami con l’intelligence cinese. Secondo le carte, Swalwell riferì all’FBI di avere avuto con lei rapporti fisici in alcune occasioni. Gli investigatori non riscontrarono allora violazioni della legge federale da parte sua e lo rimossero dall’elenco dei soggetti dell’indagine.


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L'ex generale che può fermare Netanyahu alle elezioni


Il partito Yashar! di Gadi Eisenkot ha superato il Likud in vista del voto del 27 ottobre. L'ex capo di stato maggiore chiede una commissione d'inchiesta indipendente sul 7 ottobre.

Il partito dell'ex capo di stato maggiore dell'esercito israeliano Gadi Eisenkot ha superato il Likud di Benjamin Netanyahu in diversi sondaggi nazionali, a poco più di due mesi dalle elezioni parlamentari israeliane del 27 ottobre. Yashar!, il partito centrista che Eisenkot ha fondato l'anno scorso (il nome si può tradurre con "Onesto!"), è nato dal malcontento per come il primo ministro ha gestito l'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e la guerra a Gaza che ne è seguita.

La campagna di Eisenkot è passata da Karmiel, una città del nord del paese abitata soprattutto da famiglie di reddito medio-basso, che è una roccaforte del Likud. Lo racconta un reportage di Politico firmato da Jan Philipp Burgard, corrispondente da Tel Aviv dell'Axel Springer Global Reporters Network, la rete che mette in comune i giornalisti delle testate del gruppo editoriale tedesco a cui Politico appartiene. Davanti a circa trecento persone nell'auditorium comunale, l'ex generale ha detto: "La campagna contro di me è cominciata. Netanyahu attacca i suoi avversari sempre allo stesso modo, sostenendo: solo Netanyahu può garantire la sicurezza". Poi ha aggiunto: "Abbiamo visto come è andata a finire il 7 ottobre".

Eisenkot chiede una commissione d'inchiesta statale indipendente sui fallimenti dell'esercito, dei servizi di intelligence e dei vertici politici attorno all'attacco del 2023, in modo che a risponderne sia anche il primo ministro. Il governo finora si è opposto a istituirla. "Se non ci sarà una commissione d'inchiesta, resterà sospesa sulla società israeliana come una maledizione", ha detto Eisenkot, che pronuncia i suoi attacchi con tono calmo, quasi monotono.

Netanyahu risponde provando a rivoltare contro lo sfidante il suo principale punto di forza, la credibilità sulla sicurezza. "Eisenkot voleva arrendersi. Netanyahu combatte!", ha dichiarato il primo ministro in un video della campagna elettorale. In uno spot il Likud prende in giro l'inglese imperfetto dell'ex generale, cresciuto in una famiglia modesta, mentre Netanyahu si è formato negli ambienti intellettuali e nelle università d'élite americane.

Il primo episodio che ha mostrato la distanza tra i due risale al marzo 2016, quando due palestinesi armati di coltello attaccarono alcuni soldati israeliani in Cisgiordania ferendone uno. I militari aprirono il fuoco uccidendo uno degli assalitori e lasciando l'altro ferito a terra. Diversi minuti dopo un soldato di 19 anni, Elor Azaria, armò il fucile e gli sparò alla testa, dicendo poi di essersi sentito minacciato. Un tribunale militare lo condannò per omicidio colposo. Eisenkot, allora capo di stato maggiore, difese la decisione di processarlo, sostenendo che sparare a un assalitore già neutralizzato non era compatibile con i valori dell'esercito israeliano. Netanyahu si schierò con il soldato e ne chiese la grazia. Dieci anni dopo i sostenitori di Eisenkot citano quel caso come prova dei suoi standard morali, mentre gli alleati del primo ministro lo usano per descriverlo come troppo morbido e troppo spostato a sinistra.

Per buona parte degli ultimi trent'anni la politica israeliana è stata dominata dal nazionalismo di destra di Netanyahu e dalla sua linea dura sui rapporti con i palestinesi e con i paesi vicini. Il primo ministro porta il peso di un processo per corruzione ancora in corso, mentre lo sfidante è considerato un uomo di integrità non comune. Eisenkot non è un oratore brillante né una figura carismatica, ma trasmette affidabilità.

Eisenkot è nato nel 1960 a Tiberiade, figlio di ebrei immigrati dal Marocco, ed è cresciuto a Eilat, località balneare sul Mar Rosso all'estremità meridionale del paese. Nell'esercito è passato da semplice fante della brigata Golani, una delle unità di fanteria più note delle forze armate israeliane, a capo di stato maggiore, nominato proprio da Netanyahu. Se vincesse sarebbe il primo capo di governo israeliano di origini ebraico-marocchine.

Il 7 dicembre 2023 il figlio di Eisenkot, Gal Meir, di 25 anni, è morto in un'operazione per recuperare i corpi di due israeliani rapiti a Gaza il 7 ottobre e uccisi: mentre si avvicinava all'imboccatura di un tunnel è esploso un ordigno. Nella guerra a Gaza sono morti anche due suoi nipoti. Eisenkot non usa il lutto come argomento elettorale, ma quasi tutti in Israele sanno cosa ha perso la sua famiglia. Il figlio di Netanyahu, Yair, è invece rimasto in Florida mentre Israele richiamava circa 360.000 riservisti dopo l'attacco di Hamas, cosa che gli è stata rimproverata da chi era tornato dall'estero per prestare servizio. Il primo ministro lo ha difeso dicendo che negli Stati Uniti faceva volontariato e aiutava a procurare materiale per l'esercito e per i servizi di emergenza.

"Ci sono momenti nella storia in cui, dopo un leader molto carismatico e dominante, le persone scelgono deliberatamente qualcuno meno carismatico, semplicemente perché vogliono pace e tranquillità", ha detto a Politico Shai Bazak, ex diplomatico israeliano che è stato consigliere per la comunicazione di Netanyahu durante il suo primo mandato da primo ministro. "Non vogliono più tutto quel dramma". Secondo Bazak, Eisenkot "non è estremo" né "particolarmente divisivo" e questo rende più facile lo spostamento verso di lui degli elettori che tradizionalmente votano a destra.

La posizione internazionale di Israele è cambiata dopo il 7 ottobre 2023, quando Hamas uccise circa 1.200 persone e ne prese 251 in ostaggio. Secondo il ministero della Salute di Gaza, controllato da Hamas, da allora sono state uccise più di 73.000 persone tra civili e combattenti, una cifra considerata attendibile dalle agenzie delle Nazioni Unite e da esperti indipendenti. All'inizio di quest'anno i vertici militari israeliani hanno indicato di concordare su un totale intorno ai 70.000 morti. Nel 2025 l'esercito ha detto di aver ucciso più di 22.000 miliziani a Gaza e ha riconosciuto che, pur avendo cercato di ridurre le vittime civili, per ogni miliziano ucciso sono morti due o tre civili.

In Europa le critiche sono cresciute soprattutto in Spagna e in Francia per l'uso della forza militare considerato eccessivo nella risposta agli attacchi di Hamas e Hezbollah, che ha devastato larga parte di Gaza e ha portato all'occupazione di una vasta area del Libano meridionale. I rapporti con l'Unione europea si sono deteriorati al punto che il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa'ar il 18 giugno 2026 ha interrotto ogni contatto con Kaja Kallas, l'Alta rappresentante per la politica estera dell'Unione, dopo che era emerso che durante una visita in Messico a maggio Kallas aveva paragonato il trattamento riservato ai palestinesi al sistema dell'apartheid sudafricano.

Netanyahu e il presidente Donald Trump hanno condotto insieme attacchi militari contro l'Iran per impedire al regime di Teheran di dotarsi di un'arma nucleare, ma il rapporto tra i due si è comunque incrinato. "Che cazzo stai facendo?", avrebbe chiesto il presidente al primo ministro a giugno, a proposito dell'offensiva israeliana contro Hezbollah in Libano. Trump finora non lo ha appoggiato pubblicamente per la rielezione.

Negli Stati Uniti il sostegno a Israele è calato per effetto della guerra a Gaza e del conflitto con l'Iran, soprattutto nell'ala sinistra del Partito Democratico e in una parte della coalizione MAGA che sostiene il presidente. Il dibattito su Israele è così diventato un tema politico interno per entrambi i partiti in vista delle elezioni di metà mandato di novembre.

Molti israeliani vorrebbero affidare di nuovo il paese a una figura paterna e rassicurante come fu Yitzhak Rabin. Anche Rabin era stato capo di stato maggiore e aveva comandato l'esercito nella guerra dei Sei giorni prima di entrare in politica. Fino al suo assassinio, nel 1995, era la grande speranza di pace in Medio Oriente. Secondo un'analisi dell'Israel Democracy Institute, un centro di ricerca israeliano, circa due terzi degli ex capi di stato maggiore sono poi entrati nella politica nazionale. Quasi tutti hanno fallito. Ehud Barak diventò primo ministro, ma la sua coalizione cadde dopo venti mesi. Più di recente Benny Gantz, anche lui ex capo di stato maggiore e centrista, che era stato il principale rivale di Netanyahu, ha visto crollare i consensi del suo partito e rischia di non rientrare nella Knesset, il parlamento israeliano.

Le forze armate sono gerarchiche mentre la politica richiede compromessi e quindi una particolare capacità di trattare con le persone, competenze che l'esercito non insegna. "Nell'esercito Ehud Barak, un esempio estremo di politico fallito con un passato militare, poteva urlare ai suoi sottoposti se non gli obbedivano", ha detto a Politico Danny Orbach, storico militare all'Università Ebraica di Gerusalemme. "In politica le persone semplicemente se ne vanno".

Orbach considera Eisenkot un caso diverso: "È molto coscienzioso e profondamente patriottico. Ha buone intenzioni. Senza il fardello di Netanyahu potrebbe essere in grado di ricostruire i rapporti con l'Unione europea e con alcuni settori del Partito Democratico negli Stati Uniti". Lo storico è però critico sulla scarsa esperienza politica dell'ex generale, entrato in parlamento solo quattro anni fa, e sulle posizioni che ha preso da membro del gabinetto di guerra, l'organo ristretto che ha guidato le decisioni militari dopo il 7 ottobre. "Se fosse dipeso da Eisenkot, avrebbe ceduto alle pressioni delle famiglie degli ostaggi e avrebbe messo fine alla guerra", ha detto Orbach. "Oggi saremmo senza i risultati che abbiamo ottenuto: il 60 per cento di Gaza sotto il nostro controllo e Hamas indebolita e isolata".

Eisenkot ha replicato che si tratta di un'alternativa falsa, perché Israele avrebbe potuto chiudere un accordo per riportare a casa gli ostaggi e riprendere più tardi la campagna contro Hamas. Nei suoi comizi, intanto, dagli altoparlanti esce una vecchia canzone di pace israeliana, "Andrà tutto bene".


Kushner incalza Hamas sul disarmo, ma Netanyahu, alle prese con il voto, non cede


I dirigenti di Hamas hanno ribadito ieri il loro impegno a disarmare e a smilitarizzare Gaza durante un incontro tenutosi a El-Alamein, sulla costa egiziana, con Jared Kushner, consigliere e genero del presidente Donald Trump. A riferirlo ad Axios è una fonte a conoscenza diretta del colloquio, durato poco più di due ore e descritto come "molto produttivo" perché avrebbe permesso di definire i passi concreti che il movimento palestinese dovrà compiere. Kushner ha approfittato dell'incontro, il primo con i vertici di Hamas dall'accordo su Gaza dello scorso ottobre, per avvertirli che Israele non si fida delle loro promesse. "Li abbiamo ringraziati per l'impegno, ma vogliamo vedere sforzi reali e non soltanto parole", ha spiegato la fonte.

Oltre a Kushner, secondo Axios, al tavolo sedevano l'alto rappresentante del Board of Peace Nickolay Mladenov, l'ex primo ministro britannico Tony Blair, membro dello stesso organismo, e i consiglieri del Board, Aryeh Lightstone e Liran Tancman. Hamas invece era rappresentato dal dirigente politico Khalil al-Hayya, affiancato dal capo dell'intelligence egiziana Hassan Rashad, dal diplomatico qatarino Ali al-Thawadi e da un alto funzionario turco. Il Board of Peace è l'organismo internazionale previsto dal piano in venti punti della Casa Bianca per sovrintendere alla transizione nella Striscia.

Gaza · Il piano americano

Il disarmo di Hamas si è incagliato su chi deve muoversi per primo

A El-Alamein, in Egitto, Jared Kushner ha incontrato i dirigenti di Hamas per la prima volta dall’accordo su Gaza dello scorso ottobre. Il movimento conferma che consegnerà le armi, ma solo se Israele si muoverà per primo. Netanyahu risponde che le truppe non si ritirano finché le armi non sono deposte.

Grafica di FocusAmerica 17 agosto 2026

Il nodo della seconda fase

Israele
Nessun ritiro finché Hamas non consegna le armi
Netanyahu, dopo aver respinto la tabella di marcia

Stallo

Hamas
Nessuna consegna di armi finché Israele non si ritira
Al-Hayya a Kushner, incontro del 16 agosto

Hamas ha accettato il piano di disarmo il 30 luglio. 18 giorni dopo, la consegna delle armi non è ancora cominciata: ogni condizione aspetta che si muova prima l’altra.

Lo scambio La sequenza Il voto

Lo scambio

Quattro mosse da una parte, quattro dall’altra


A El-Alamein Kushner ha messo nero su bianco i due elenchi. Al momento nessuno dei due è partito.

Hamas si è impegnato a
1Consegnare le armi e le infrastrutture militari
2Cedere il governo della Striscia all’esecutivo tecnico palestinese
3Restare fuori dalla futura amministrazione di Gaza
4Non interferire con il lavoro del nuovo governo

In cambio Israele dovrebbe
1Lasciare entrare la forza internazionale di stabilizzazione
2Avviare la ricostruzione nell’area di Rafah
3Discutere un primo ritiro delle truppe
4Accelerare l’ingresso degli aiuti umanitari

Nel comunicato diffuso al termine dell’incontro, Hamas ha elencato le proprie condizioni — cessate il fuoco permanente, ritiro completo, aiuti, ricostruzione — ma non ha mai nominato il disarmo.

La sequenza

Dieci mesi per arrivare a un tavolo


Dall’accordo di ottobre al primo faccia a faccia tra Kushner e i vertici di Hamas.

Ottobre 2025

Cessate il fuoco

Entra in vigore l’accordo su Gaza: si ferma la guerra e parte la prima fase del piano in venti punti della Casa Bianca.

30 luglio 2026

Disarmo

Hamas accetta il piano di disarmo del Board of Peace, l’organismo internazionale che sovrintende alla transizione nella Striscia.

Agosto 2026

Ritiro

Netanyahu respinge la tabella di marcia in quindici punti: le truppe non lasceranno Gaza finché Hamas non avrà deposto le armi. I raid riprendono.

16 agosto 2026

Negoziato

A El-Alamein, in Egitto, Kushner incontra i dirigenti di Hamas: è il primo faccia a faccia dall’accordo di ottobre. Al tavolo anche Tony Blair, Nickolay Mladenov e i mediatori di Egitto, Qatar e Turchia.

17 agosto 2026

Politica internaOggi

Kushner vola in Israele per discutere con Netanyahu i passi che spettano a Israele. Lo stesso giorno il Likud vota alle primarie per comporre la lista elettorale.

27 ottobre 2026

Voto

Gli israeliani eleggono la nuova Knesset. Da qui in avanti ogni mossa di Netanyahu passa dal calendario elettorale.

71 I giorni che separano l’incontro di El-Alamein dal voto israeliano. Fino ad allora Netanyahu deve giustificare davanti ai propri elettori ogni passo verso Hamas.

Il voto del 27 ottobre

Netanyahu tratta mentre perde seggi


Media dei tre sondaggi più recenti, uno per istituto (10–16 agosto). La Knesset ha 120 seggi: per governare ne servono 61.

Maggioranza: 61 seggi
Opposizione sionista 59 Partiti arabi 11 Coalizione di Netanyahu 50

I partiti arabi Hadash-Ta’al e Ra’am non sono schierati con nessuno dei due fronti: sono loro, a cavallo della linea, a decidere se qualcuno arriva a 61.

Testa a testa

Likud e Yashar sono appaiati


Kan16 agosto
Likud23
Yashar23

Maariv / Lazar14 agosto
Likud21
Yashar23

Channel 12 / Midgam10 agosto
Likud22
Yashar24

Media dei tre sondaggi10–16 agosto
Likud22
Yashar23

Quanto pesa il calo

Oggi alla Knesset
32

Media dei sondaggi
22
Seggi del Likud nella legislatura uscente

Dieci seggi in meno rispetto a oggi

Chi preferiscono come premier
Eisenkot 41%
Netanyahu 36%

Sondaggio Kan del 16 agosto. Sette giorni prima lo stesso istituto dava Netanyahu avanti con le cifre rovesciate, 41 a 36: il confronto tra i due oscilla di settimana in settimana.

140.000
Iscritti al Likud chiamati alle urne per le primarie

9 su 29
I posti della lista che Netanyahu assegna di persona

4.500
I membri del comitato centrale del Likud che gliene hanno dato il potere

Fonte Axios, Times of Israel, Al Jazeera e CBS News per l’incontro di El-Alamein del 16 agosto 2026. Seggi: media dei sondaggi Kan (16 agosto), Maariv/Lazar Research (14 agosto) e Channel 12/Midgam (10 agosto), un istituto per rilevazione. Preferenza sul premier: Kan, 16 agosto 2026.

Il nodo del disarmo di Hamas


Sul disarmo, ha spiegato la fonte, Kushner non ha lasciato margini: "Ha detto ai dirigenti di Hamas che l'asticella è alta perché Israele non crede che disarmeranno davvero. Ha chiarito che il disarmo non è negoziabile, ma che, se compiranno passi concreti, gli Stati Uniti faranno il possibile perché anche Israele faccia la sua parte". Hamas si è impegnato a consegnare il potere al governo tecnico palestinese, restare fuori dalla futura amministrazione della Striscia e cedere armi e infrastrutture militari.

In cambio, Israele dovrebbe consentire il dispiegamento della forza internazionale di stabilizzazione, avviare la ricostruzione nell'area di Rafah, discutere un primo ritiro delle truppe e accelerare l'ingresso degli aiuti umanitari. L'impegno di Hamas, tuttavia, non è incondizionato. Secondo il Times of Israel, durante lo stesso incontro i suoi dirigenti hanno chiarito che cominceranno a consegnare le armi soltanto se Benjamin Netanyahu si impegnerà pubblicamente a rispettare i termini del piano.

Il primo ministro israeliano ha però già respinto la tabella di marcia in quindici punti approvata dal Board of Peace, ribadendo che le truppe israeliane non lasceranno la Striscia finché Hamas non avrà prima deposto le armi. È questo il principale ostacolo all'avvio della seconda fase del processo di pace: Israele subordina il ritiro al disarmo di Hamas, mentre Hamas pretende che sia Israele a ritirarsi per primo.

I dirigenti di Hamas si sono inoltre lamentati della condotta di Israele a Gaza, a cominciare dalla prosecuzione dei raid militari. Kushner ha replicato ricordando che il movimento ha impiegato 4 mesi per accettare il disarmo. I suoi rappresentanti si sono comunque dichiarati pronti a cedere il governo della Striscia all'esecutivo tecnico e a non interferire con il suo operato, una volta insediato. Hanno anche ringraziato l'Amministrazione statunitense per il miglioramento della situazione umanitaria. Kushner, a sua volta, li ha ringraziati per la collaborazione nel recupero dei corpi degli ostaggi israeliani morti.

Nel comunicato diffuso al termine dell'incontro, Hamas ha ribadito la propria adesione alla tabella di marcia per la seconda fase, citando come condizioni il cessate il fuoco permanente, il completo ritiro israeliano, l'ingresso degli aiuti e l'avvio della ricostruzione. Ha poi accusato Israele di non aver rispettato la prima fase e ha chiesto ai mediatori di costringerlo a onorare gli impegni. Nel testo, tuttavia, il disarmo non è mai menzionato apertamente.

Netanyahu alla prova delle primarie


Oggi Kushner è atteso in Israele per discutere con Netanyahu proprio quei "passi corrispondenti" richiesti da Hamas. La visita coincide con le primarie del Likud: i 140 mila iscritti al partito sono chiamati alle urne dalle 10 alle 21 di oggi per scegliere i candidati della lista elettorale per la Knesset, nonostante il premier avesse cercato di annullare la consultazione e di affidare la selezione a un comitato di sua nomina.

Il mese scorso il comitato centrale del partito, composto da circa 4.500 membri, gli ha comunque concesso il potere di riservare a candidati di sua scelta 9 dei primi 29 posti in lista. La decisione ha ridotto drasticamente il numero delle posizioni contendibili, trasformando il resto della corsa in una battaglia tra i dirigenti che aspirano a un seggio. Alcuni posti sono così già stati assegnati al Ministro degli Esteri Gideon Sa'ar, al presidente del comitato centrale Haim Katz e al Ministro della Difesa Israel Katz.

Il tempismo è importante perché il margine di manovra di Netanyahu si sta sempre più restringendo. In vista delle elezioni del 27 ottobre, i sondaggi assegnano da tempo al Likud tra 22 e 24 seggi, contro i 32 attuali. Una rilevazione dell'emittente pubblica Kan attribuisce 23 seggi sia al Likud sia a Yashar, il partito dell'ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot, ora considerato favorito per diventare il prossimo premier israeliano. Seguono B'Yachad con 14 seggi e Yisrael Beytenu, I Democratici e Otzma Yehudit con 10 ciascuno.

Nello stesso sondaggio Eisenkot supera Netanyahu come primo ministro preferito, con il 41% contro il 36%. Sommando gli alleati, il blocco di opposizione arriverebbe a 57 seggi, contro i 52 della coalizione uscente. A decidere gli equilibri potrebbero essere i partiti arabi Hadash-Ta'al e Ra'am, che non sono formalmente schierati con nessuno dei due fronti. Nessuno dei due blocchi, insomma, disporrebbe di una strada semplice verso la maggioranza.

Netanyahu ha invitato gli elettori a votare "per una lista vincente che impedisca a Eisenkot e a Yair Golan di formare un governo di minoranza con i partiti arabi, come hanno promesso". Finora, tuttavia, soltanto Golan, leader dei Democratici, si è dichiarato favorevole alla partecipazione del partito islamista Ra'am a un futuro governo. Eisenkot e gli altri leader dell'opposizione contraria a Netanyahu hanno invece escluso pubblicamente questa possibilità.


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