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Press freedom is under pressure globally and in Europe. Recently, in Brussels, journalists were removed from a US administration event just for doing their job. This is a major wake-up call.

A free, independent media landscape is vital for democracy. As a pan-European party, Volt believes that cross-border threats to press freedom require strong European action. We must protect journalists and secure free speech.

Full statement: volteuropa.org/news/free-speec…

#PressFreedom #Press #EUpol #Volt

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La rete di sorveglianza che tiene in piedi il regime comunista di Cuba


Con l'economia al collasso e le sanzioni americane, il regime dell'Avana resiste controllando ogni aspetto della società: 140.000 agenti, mezzo milione di informatori e le telefonate intercettate

Cuba è vicina al collasso economico sotto il blocco e le sanzioni americane, il malcontento cresce mentre il tenore di vita crolla e il governo comunista non ha più alleati a cui aggrapparsi. A tenerlo in piedi, spiega il Wall Street Journal, è soprattutto una fitta rete di sorveglianza che controlla tutti i residenti, intercettazioni delle telefonate comprese, e un dominio capillare su ogni aspetto della società, dai centri sportivi alle sale da concerto.

I servizi di intelligence, nati sotto la guida del KGB sovietico e della Stasi, la polizia segreta della Germania dell'Est, sono temuti sull'isola per la capacità di reprimere qualsiasi voce vista come una minaccia al sistema a partito unico. I gruppi per i diritti umani stimano più di mille prigionieri politici nel paese.

Le penurie senza precedenti di benzina, generi alimentari di base e i continui blackout hanno indebolito il controllo poliziesco, ma la polizia mantiene la capacità di soffocare le proteste sporadiche degli ultimi mesi e di arrestare. Giovedì gli agenti della sicurezza hanno impedito a più di una decina di oppositori e attivisti di partecipare alle celebrazioni per l'Independence Day statunitense con fermi e arresti domiciliari, secondo l'ambasciata americana all'Avana.

Un ingranaggio importante del sistema sono i Comitati di Difesa della Rivoluzione, noti come CDR: organismi di quartiere composti da un presidente e da responsabili politico-ideologici, con cui il governo spinge i cittadini a spiarsi a vicenda e a segnalare il dissenso. Sebbene oggi siano meno potenti che ai tempi d'oro, la loro presenza arriva ancora a migliaia di edifici e strade dell'isola, tenendo d'occhio famiglie e singole persone. Questo lavoro di intelligence dal basso ha aiutato il Partito Comunista a superare crisi che hanno travolto l'Unione Sovietica e altri regimi. Gli stessi servizi cubani non riuscirono a prevedere la caduta del Muro di Berlino nel 1989 e la dissoluzione dell'Unione Sovietica nel 1991: allora in molti si aspettavano che Cuba fosse l'ultima tessera del domino a cadere, ma il sistema comunista ha retto.

Il cuore della polizia politica è il Ministero dell'Interno. I suoi agenti, in abiti civili, dispongono di una rete di informatori dediti a monitorare e infiltrare i movimenti dissidenti e i gruppi indipendenti, come i collettivi artistici. Enrique García, un ex spia cubana che ha disertato passando agli Stati Uniti, ha stimato in un'intervista al Wall Street Journal circa 140.000 funzionari della sicurezza dello Stato e mezzo milione di informatori, una rete capillare per un paese di circa nove milioni di abitanti. "Il governo mandava agenti nei cinema per assicurarsi che nessuno gridasse slogan contro il potere", ha raccontato. Negli anni il servizio ha reclutato talpe in quasi ogni settore della sicurezza nazionale statunitense e nei gruppi dell'esilio in Florida. Ha poi costruito una rete di spie nei paesi in via di sviluppo per alimentare la rivoluzione. Dopo aver esportato competenze di intelligence per decenni, oggi l'apparato si sta logorando, come il paese, ha detto García.

Le organizzazioni studentesche, controllate dall'ala giovanile del partito, sorvegliano e sanzionano il comportamento degli studenti, compresa l'assenza dalle attività politiche, e puntano a individuare il dissenso e a impedire la lettura di libri proibiti o l'ascolto di canzoni vietate. I cubani rischiano l'arresto e multe se sorpresi ad ascoltare "Patria y Vida", "Patria e vita", una canzone rap diventata l'inno delle proteste giovanili che cinque anni fa scossero l'isola, quando centinaia di studenti furono incarcerati per aver chiesto libertà di espressione. Più di recente i leader giovanili fedeli al partito sono stati decisivi nello smontare le proteste studentesche dell'anno scorso contro i forti rincari delle tariffe dei dati per il telefono.

I sindacati controllati dal partito e i servizi di intelligence sorvegliano anche i luoghi di lavoro. Poiché la maggior parte dei cubani lavora per lo Stato attraverso aziende e agenzie pubbliche, i licenziamenti diventano una forma di punizione e di controllo sociale. Nel 2015 Boris González fu licenziato dalla nota Scuola internazionale di cinema e televisione, vicino all'Avana, per aver scritto blog critici verso il governo. Negli ultimi quattro anni il gruppo per i diritti umani Cubalex ha documentato 663 casi di arresti domiciliari arbitrari contro attivisti, giornalisti indipendenti, familiari di prigionieri politici e cittadini con posizioni critiche.

L'arrivo di internet sugli smartphone nel 2018 ha rotto il monopolio dell'informazione dei media di Stato, ma le testate governative restano la fonte principale per gran parte della popolazione. Delle proteste i cubani non vengono a sapere, perché questo tipo di notizie è vietato sulla stampa ufficiale e le poche pubblicazioni indipendenti dell'isola non possono lavorare liberamente. Le informazioni indipendenti arrivano dai cittadini che pubblicano video sui social, spesso arrestati con l'accusa di minacciare la sicurezza dello Stato, o da chi usa le VPN, le reti private virtuali che aggirano la censura, per raggiungere i siti delle pubblicazioni indipendenti all'estero. L'unica compagnia di telecomunicazioni del paese, il monopolio statale Etecsa, collabora direttamente con le agenzie di sicurezza ascoltando le telefonate e imponendo blackout di internet nelle zone di protesta per impedire che l'azione collettiva si diffonda.


Le riforme economiche di Cuba non convincono Trump


Cuba ha approvato a giugno il pacchetto di riforme economiche più ambizioso dalla rivoluzione del 1959, ma non è riuscita a convincere l'amministrazione Trump, che ha risposto con nuove sanzioni. Le 176 proposte servono a rilanciare un'economia in crisi profonda e sono anche un gesto distensivo verso Washington, che lavora apertamente alla caduta del governo comunista dell'isola.

Il piano prevede la privatizzazione delle imprese statali, lo scambio di parte del debito pubblico con asset, l'apertura del mercato al settore privato, la fine dei controlli sui prezzi e la riduzione del ruolo dello Stato come intermediario in tutti i campi, dalle importazioni agli investimenti esteri. Sono le aperture più nette al mercato da quando Fidel Castro prese il potere nel 1959 e per molti versi vanno oltre quanto Washington potesse sperare, secondo Pedro Monreal, economista cubano che ha lavorato a lungo per le Nazioni Unite. Monreal ha detto a Bloomberg che le riforme sembrano pensate anche per "attirare l'attenzione del governo americano" e convincerlo ad aprire un negoziato.

Il giorno dopo l'approvazione delle misure da parte del comitato centrale del Partito Comunista e dell'Assemblea nazionale, riuniti in sessioni convocate in fretta, un portavoce del dipartimento di Stato, il ministero degli Esteri americano, le ha definite "segnali di fumo arrivati con grande ritardo e in definitiva superficiali". La settimana successiva il dipartimento del Tesoro ha imposto nuove sanzioni a banche, società minerarie e aziende di logistica cubane, oltre che alla nuora di Raúl Castro.

Da gennaio gli Stati Uniti hanno bloccato quasi tutte le importazioni di carburante dell'isola, rifornita solo da una petroliera russa, e con le sanzioni secondarie, che colpiscono le aziende straniere che fanno affari con Cuba, hanno costretto diversi partner commerciali del governo ad andarsene. Le catene alberghiere hanno lasciato il paese e grandi progetti minerari sono stati sospesi. I blackout erano cronici già prima delle nuove ostilità, ma secondo le Nazioni Unite ora stanno spingendo i 10 milioni di abitanti dell'isola sull'orlo di una crisi umanitaria.

I colloqui tra Washington e L'Avana proseguono senza risultati e martedì il ministro degli Esteri cubano ha detto che sono di fatto in stallo. Il segretario di Stato Marco Rubio ha ripetuto più volte che non ci sarà alcun accordo finché il regime, al potere da 67 anni, resterà in piedi, mentre Cuba risponde che la sua leadership e la sua forma di governo non sono in discussione. Il presidente Miguel Díaz-Canel ha difeso le riforme in un discorso del fine settimana scorso, negando che siano una resa: "Restaurare il capitalismo a Cuba non sarà mai uno dei nostri obiettivi. Si tratta di salvare la rivoluzione e le sue innegabili conquiste sociali".

Molte proposte restano vaghe e molto dipenderà dalle norme che le attueranno, ha detto Ricardo Torres, economista cubano e professore all'American University di Washington. Per Torres conta soprattutto l'ordine con cui le misure verranno applicate, una delle lezioni delle riforme nell'Europa dell'Est: eliminare i controlli sui prezzi prima di costruire una rete di protezione sociale sarebbe catastrofico per i più poveri, mentre privatizzare le industrie senza organi di vigilanza sarebbe "un cocktail di abusi, corruzione e favoritismi".

Con il sostegno del Cuba Study Group, un centro studi di Washington, Torres, Monreal e altri tre economisti stanno preparando una roadmap alternativa concentrata proprio su tempi e sequenze. La prima sfida è stabilizzare energia, agricoltura e conti pubblici per evitare il peggioramento della crisi umanitaria e preparare il terreno agli investimenti futuri.

L'Avana intanto si comporta come se un accordo senza cambiamenti politici fosse possibile. Ahmed Faisal, un consulente del governo cubano, ha detto al quotidiano di Abu Dhabi The National che il governo ha firmato intese preliminari con investitori mediorientali su turismo, aviazione, sanità e farmaceutica. Uno dei progetti prevede un resort di lusso chiamato Trump Island su Cayo Santa Maria, al largo della costa settentrionale del paese.

Norma Camero-Reno, professoressa di diritto alla Schiller University di Tampa, ha descritto a Bloomberg l'annuncio cubano come una mossa disperata per alleggerire la pressione americana. Anche per Torres, senza un cambiamento politico è difficile immaginare l'arrivo sull'isola di capitali diversi da quelli più speculativi: il governo cubano in passato ha espropriato proprietà e riscritto unilateralmente i contratti. "La storia non è dalla loro parte", ha detto. "Senza un cambiamento istituzionale profondo, quali garanzie e certezze possono avere gli investitori stranieri a Cuba?".

Il vicesegretario di Stato Christopher Landau ha usato parole simili la settimana scorsa al vertice dell'Organizzazione degli Stati Americani a Panama: il regime dell'Avana "sta collassando e deve attuare immediate riforme economiche e politiche", ha detto. "Non avete scelta".


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1/2 🚨 On Friday, a new investigation by @citizenlab revealed that a member of the European Parliament's PEGA committee was targeted with the Pegasus #spyware WHILE he was investigating spyware abuse in Europe ➡️ citizenlab.ca/research/member-…

✊🏾 Today, EDRi, along with 38 civil society organisations and experts, is calling on EU lawmakers to act now to ensure that spyware abuse in Europe is met with accountability, not impunity. Read the full statement ➡️ cdt.org/wp-content/uploads/202…

in reply to EDRi

2/2 🙅🏽‍♀️These revelations might be new but our concerns are long-standing: spyware is incompatible with a safe and secure democratic society that respects fundamental rights.

Join us, and thousands of people, in urging EU lawmakers to keep it safe and secure by banning spyware ➡️ edri.org/take-action/our-campa…

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GitHub e le big tech si oppongono alla legge sulla trasparenza dell’IA? Secondo SFC è pura ipocrisia verso l’open-surce


GitHub e altri colossi tech si oppongono alla legge californiana sulla trasparenza dell'IA (SB 1000) sostenendo - ipocritamente, secondo la Software Freedom Conservancy - che danneggerebbe le licenze FOSS.
E il discorso ritorna a quanto sono liberi i modelli che usiamo quotidianamente e quanto, volutamente, vogliamo ignorare questo aspetto a favore della comodità.

🔗 Leggi il post completo

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The latest Pegasus revelations show that the EU's spyware crisis is far from over.

Today, CDT Europe, alongside 39 civil society organisations and individual signatories, is calling on the EU to act: investigate the hacking of former MEP Stelios Kouloglou, implement the PEGA Committee's recommendations, ensure effective remedies for victims, strengthen enforcement of the Dual-Use Regulation, and stop EU funds supporting spyware companies.

Read our joint statement: cdt.org/insights/joint-stateme…

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Rifondazione: Prove di Stato di polizia a Prato contro i lavoratori in lotta home.rifondazione.eu/2026/07/0… #ComunicatiStampa #Lavoro

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Trump chiede agli alleati NATO più lealtà


Al summit di Ankara il presidente rimprovera agli europei di non averlo sostenuto contro l'Iran e chiede lealtà. Rutte punta su adulazione e contratti sulle armi per tenere dentro gli Stati Uniti

Il presidente Donald Trump arriva al vertice della NATO che si apre martedì e mercoledì ad Ankara, in Turchia, con una richiesta che nessun grafico può soddisfare: non più soldi dagli alleati, ma lealtà. La questione della spesa militare, che per anni lo ha visto attaccare gli europei, è stata risolta al summit dell'anno scorso, quando i paesi dell'alleanza si sono impegnati a portare la spesa per la difesa al 5% del prodotto interno lordo entro il 2035. Ora il presidente rimprovera ad alcuni alleati di non averlo sostenuto nella guerra contro l'Iran, che ha lanciato insieme a Israele senza consultarli.

"Non abbiamo bisogno dei loro soldi, non abbiamo bisogno di niente", ha detto Trump. "Voglio solo lealtà". Pochi giorni prima del vertice il presidente ha definito "ridicolo" e "unilaterale" il rapporto tra gli Stati Uniti e la NATO, scrivendo sul suo social Truth Social che gli alleati "non c'erano quando serviva a noi". Ha ripetuto di poter provare a far uscire gli Stati Uniti dall'alleanza, un passo che però richiederebbe l'approvazione del Congresso.

Il segretario generale della NATO Mark Rutte ha passato gran parte dei suoi quasi due anni alla guida dell'alleanza cercando di tenere ancorati gli Stati Uniti, l'alleato senza il quale l'organizzazione non può funzionare. La sua arma principale è stata l'adulazione. Il mese scorso alla Casa Bianca ha mostrato un grafico intitolato in lettere dorate "The Trump Trillion", con cui attribuiva al presidente i 1.200 miliardi di dollari spesi dagli alleati europei e dal Canada dal 2017. Ha ricordato anche le decine di migliaia di posti di lavoro creati negli Stati Uniti e i 300 miliardi di dollari di ordini europei di materiale militare, tutti meriti del "leader del mondo libero".

Trump è rimasto impassibile. Aveva già minacciato di lasciare la NATO, valutato il ritiro delle truppe americane dall'Europa e promesso di prendersi la Groenlandia, territorio semiautonomo della Danimarca, un paese alleato. Ha detto che avrebbe saltato il vertice se non fosse stato ospitato dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan, uno dei pochi leader stranieri che sembra stimare.

Il vero problema dell'alleanza non è più il denaro ma la capacità di trasformarlo in forze militari, proprio mentre i paesi europei temono un possibile attacco della Russia. Il mese scorso il Pentagono, il ministero della Difesa americano, ha sorpreso gli alleati annunciando che avrebbe ridotto il numero di soldati, navi da guerra, aerei e droni da mettere a disposizione in caso di attacco a uno di loro. Trump ha inviato messaggi contraddittori sul fatto che le truppe americane vengano aumentate o ridotte, mentre la Russia sonda le difese europee con voli di droni vicino alle basi militari di più paesi.

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha alzato i toni con gli alleati. In un incontro dei ministri della Difesa a Bruxelles ha definito la NATO poco più di una "tigre di carta" che vive di una "malsana dipendenza" dalle forze americane e ha annunciato una revisione della presenza militare statunitense in Europa. Voleva annunciare al vertice altri ritiri di soldati, ma il piano è stato bloccato dopo il passaggio alla Casa Bianca. Hegseth ha rimproverato agli alleati di non aver aiutato gli Stati Uniti nella guerra contro l'Iran, anche se non erano stati informati in anticipo né era stato chiesto loro un sostegno, se non quando Teheran ha chiuso lo Stretto di Hormuz, da cui passa circa il 20% del petrolio mondiale.

Secondo un editoriale del Financial Times, la NATO è oggi allo stesso tempo più forte e più debole rispetto a diciotto mesi fa. È più forte perché, grazie soprattutto alla pressione di Trump, i membri non americani hanno speso nel 2025 139 miliardi di dollari in più rispetto al 2024 e stanno investendo nel riarmo. È più debole perché è crollata la fiducia nel fatto che l'Amministrazione americana difenderebbe gli alleati in caso di attacco. In teoria resta possibile un grande accordo transatlantico, in cui gli europei si prendono la responsabilità della difesa convenzionale del continente e gli Stati Uniti mantengono l'ombrello nucleare. Ma pochi credono che Trump metterebbe a rischio la sua residenza di Mar-a-Lago per salvare Varsavia. Germania, paesi nordici e baltici spendono molto, mentre Francia e Regno Unito restano indietro.

Il vertice segna anche l'ascesa della Turchia dentro l'alleanza. Per anni molti alleati hanno guardato Ankara con diffidenza per l'acquisto di un sistema di difesa aerea russo e per lo stallo imposto all'ingresso della Svezia nella NATO. Ora Trump dice di partecipare al summit solo per Erdogan, che ha chiamato "un amico" e "un leader coi fiocchi". La Turchia ha il secondo esercito più grande dell'alleanza e il controllo dello stretto del Bosforo, mentre la sua industria delle armi è diventata preziosa via via che l'Europa si riarma di fronte al disimpegno americano. Trump ha lasciato intendere un'apertura sulla vendita dei caccia F-35, finora negati ad Ankara proprio per l'acquisto del sistema russo S-400.

La nuova vicinanza ha spinto i leader europei a tacere sull'arretramento democratico in Turchia, dove le autorità hanno fermato più di 200 persone per motivi di sicurezza prima del vertice e dove il principale rivale di Erdogan, il sindaco di Istanbul Ekrem Imamoglu, è in carcere dal 2025 con accuse di corruzione che respinge. "Gli europei non vogliono più tensioni con la Turchia, non vogliono avere quella conversazione", ha dichiarato al Washington Post Asli Aydintasbas, ricercatrice della Brookings Institution.

Rutte vuole trasformare il summit in una vetrina di accordi commerciali, con un forum dell'industria della difesa e annunci di intese da miliardi di dollari, nella speranza che Trump veda l'alleanza come qualcosa di positivo. I diplomatici europei puntano a un incontro breve, con molta cerimonia e poche dichiarazioni congiunte che possano mettere in evidenza le divisioni. Ma la richiesta di lealtà avanzata dal presidente resta difficile da mettere su un grafico.


Washington avverte Varsavia: Mosca valuta una provocazione armata per testare la NATO


Gli Stati Uniti hanno avvertito la Polonia che la Russia starebbe preparando una possibile "provocazione" armata contro il suo territorio per mettere alla prova la reazione della NATO. L'obiettivo del Cremlino, secondo le fonti citate da Onet e riprese dal Telegraph, sarebbe alzare la tensione all'interno dell'Alleanza Atlantica, per cercare di logorare la determinazione occidentale e spingere gli alleati a ridurre o sospendere del tutto gli aiuti militari all'Ucraina.

Washington avrebbe trasmesso a Varsavia diversi allarmi sul piano russo, che potrebbe essere attuato nel giro di pochi mesi. Fonti vicine al presidente polacco Karol Nawrocki, un diplomatico di un Paese alleato nella Nato, un esponente del ministero della Difesa polacco e una fonte legata alla sicurezza dei Paesi baltici confermano al Telegraph di essere venuti a conoscenza del fatto che a Mosca si starebbe discutendo di scenari simili. Nessuna decisione definitiva sarebbe però stata presa.

Droni, missili o incursioni: gli scenari


Le ipotesi considerate dall'intelligence americana per un attacco delle forze di Mosca sono diverse. La Russia potrebbe colpire con droni o missili infrastrutture critiche, come centrali elettriche, oppure simulare raid aerei per costringere la Polonia ad attivare la propria difesa antiaerea. Nel caso più estremo, una fonte dell'intelligence polacca non esclude un "attacco ibrido nella regione di confine".

Un'altra possibilità sarebbe un'incursione terrestre limitata, con soldati russi o bielorussi oltre il confine orientale della Nato. Mosca potrebbe presentarla come uno sconfinamento accidentale, causato da un guasto al GPS, oppure come una presunta missione di soccorso per recuperare un elicottero in avaria. L'operazione potrebbe partire da Kaliningrad, l'exclave russa a nord della Polonia dove sono dislocate armi nucleari, oppure dalla Bielorussia. Non si tratterebbe di un attacco su vasta scala: con gran parte delle proprie forze bloccate in Ucraina, la Russia non avrebbe infatti oggi la capacità di sostenere una guerra convenzionale contro la NATO.

Secondo le fonti di Onet, un'operazione russa di questo tipo non avrebbe le caratteristiche di una guerra "classica": nello scenario peggiore, servirebbe a logorare la sovranità polacca, esporre i limiti della NATO e cercare di indebolire il sostegno a Kyiv senza provocare formalmente una guerra aperta con l'Alleanza che Mosca in questo momento non sarebbe in grado di intraprendere.

Il calcolo del Cremlino e la risposta dell'Alleanza


Il calcolo attribuito a Mosca è politico prima ancora che militare: costringere la Polonia a non reagire con le armi, spingere gli Stati Uniti a mediare e trasformare un eventuale ritiro negoziato in una vittoria dal punto di vista della propaganda. In cambio dell'uscita dal territorio polacco, la Russia potrebbe chiedere la fine del sostegno occidentale a Kyiv e, in un secondo momento, tentare anche di addossare la responsabilità dell'incidente all'Ucraina.

Varsavia resta uno degli alleati più solidi di Kyiv, ma negli ultimi mesi i rapporti con l'Ucraina si sono raffreddati, tra divergenze sulla memoria degli eventi della Seconda Guerra Mondiale e tensioni nel settore agricolo. Il timore è che Mosca voglia sfruttare queste crepe per indebolire il fronte occidentale. La Polonia ha già condotto esercitazioni per segnalare a Mosca che qualsiasi tipo di provocazione avrebbe conseguenze pesanti, mentre una recente esercitazione navale in Lettonia, con la marina e i marines statunitensi, ha ricordato al Cremlino che colpire il fianco orientale significherebbe colpire anche truppe americane.

La NATO ha già fatto sapere che è pronta rispondere a qualsiasi azione ostile con attacchi diretti contro obiettivi strategici russi, a partire da Kaliningrad. Il capo della Luftwaffe, Holger Neumann, ha dichiarato al Telegraph che la Germania è pronta a difendere "ogni centimetro" del territorio dell'Alleanza, Polonia compresa, citando tra i possibili obiettivi anche San Pietroburgo, la penisola di Kola e il Mar Nero.


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L’antimeridionalismo torna di moda nella Lega: si oppongono al voto ai fuorisede home.rifondazione.eu/2026/07/0… #GiovaniComunisti/e

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«Nessuno potrà mai mettere in discussione l’amicizia e i buoni rapporti fra Italia e Stati Uniti d’America».
Forse dovremmo, invece, Ministro!

#MatteoSalvini #GiorgiaMeloni #DonaldTrump #PoliticaItaliana #SatiraPolitica #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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PamStealer: New macOS Infostealer Disguises Itself as the Maccy Clipboard Manager
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Appointed as rapporteur on the Cloud and AI Development Act!

The CADA is an essential building block for European Tech Sovereignity.

It aims to cut our reliance on foreign cloud providers, triple our data-centre capacity before 2030, and set an EU-wide standard for what "sovereign" cloud means.

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Seven New CVEs in FatFs Filesystem Driver Put Millions of Embedded and IoT Devices at Risk
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New “Bad Epoll” Linux Zero-Day Lets Local Users Root Servers and Android Devices
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Cybersecurity Week in Review: AI Model Redeployment, a Linux Root Zero-Day, and Hundreds of Chrome Patches
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Apache ActiveMQ Patches Three Vulnerabilities Enabling DoS, Data Leakage, and Privilege Escalation
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New T3MP3ST Framework Turns AI Coding Agents Into Autonomous 0-Day Hunters
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Flipper Zero Maker Overhauls Firmware Contribution Rules After Community Backlash
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Microsoft Ships KB5095189 Cumulative Update to Patch the Windows 11 Setup Experience
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Peter Thiel accusa Papa Leone XIV di difendere gli interessi cinesi


Il fondatore di Palantir, durante un festival in Colorado, sostiene che l’appello del Pontefice a regolare l’intelligenza artificiale favorisca Pechino e finisca per danneggiare solo gli Stati Uniti.

Peter Thiel ha accusato Papa Leone XIV di “lavorare per i comunisti cinesi”. Il miliardario, cofondatore di Palantir, lo ha detto settimana scorsa dal palco dell’Aspen Ideas Festival, in Colorado, sostenendo che l’appello del Pontefice a una regolamentazione globale dell’intelligenza artificiale danneggi gli interessi strategici degli Stati Uniti a tutto favore di Pechino.

Il riferimento è all’enciclica Magnifica Humanitas, pubblicata a maggio, in cui il Vaticano afferma che l’intelligenza artificiale debba essere “disarmata” e sottoposta a una rigida regolamentazione internazionale. Secondo Thiel, questa impostazione finirebbe per favorire Pechino in quanto gli americani, sostiene, potrebbero ascoltare l’autorità morale del Papa, mentre i dirigenti cinesi la ignorerebbero. A rallentare nella corsa all’AI finirebbero per essere solo i primi. L’attacco ha provocato una risata in platea. Il Vaticano non ha commentato.

L’Anticristo, la democrazia e il futuro dell’Occidente


Le tensioni tra Thiel e alcuni ambienti cattolici non nascono certo oggi. A marzo il miliardario aveva organizzato a Roma, proprio a pochi passi dal Vaticano, un ciclo di conferenze private dedicate all’Anticristo. Gli incontri avevano creato disagio in diversi ambienti religiosi, tanto che due università locali avevano diffuso comunicati per negare qualsiasi coinvolgimento.

In quelle conferenze Thiel aveva ipotizzato che l’Anticristo potesse presentarsi sotto la forma di un governo mondiale centralizzato, capace di conquistare un potere assoluto con il pretesto di proteggere l’umanità da minacce come il cambiamento climatico o un’intelligenza artificiale fuori controllo.

Ad Aspen, accanto al politologo Francis Fukuyama, Thiel ha allargato il discorso al destino dell’Occidente. Ha respinto l’idea che la democrazia liberale sia un punto d’arrivo stabile e duraturo, descrivendo le sue istituzioni come macchine ormai capaci solo di paralizzare il sistema.

Poi ha rivolto un avvertimento alla politica americana: secondo lui la conquista del Partito Democratico da parte della sua ala socialista è inevitabile. A sostegno della tesi ha citato alcune recenti vittorie alle primarie e l’elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York. In questo contesto il Partito Repubblicano, ha aggiunto, conta poco: per Thiel è il crollo dei democratici a segnare la fine del Paese come lo conosciamo.

Palantir, Anthropic e l’attacco all’Europa


Thiel ha poi cercato di prendere le distanze dall’apparato di sicurezza federale, nonostante Palantir abbia ottenuto contratti da miliardi di dollari con il Pentagono e con l’Immigration and Customs Enforcement, l’agenzia federale per l’immigrazione e le dogane. L’azienda, ha assicurato, non è un braccio del “deep state” americano: né lui né l’amministratore delegato Alex Karp, ha detto, possiedono autorizzazioni di sicurezza governative. Per Thiel, il fatto che l’influenza resti distribuita tra molte aziende tecnologiche private è uno dei punti di forza degli Stati Uniti.

Nel corso dell’intervento è arrivata anche un’accusa priva di prove contro Anthropic. Secondo Thiel, l’azienda rivale vorrebbe infatti manipolare le elezioni del 2028 a favore dei democratici. Grazie a modelli più avanzati, ha sostenuto, Anthropic sarebbe in grado di neutralizzare qualsiasi tentativo opposto messo in campo da Elon Musk sulla piattaforma X. Anthropic non ha replicato nel merito e ha rimandato a un documento già pubblicato sull’integrità del voto.

Il fondatore di Palantir ha riservato parole dure anche all’Unione Europea, descritta come una burocrazia immobile, prigioniera delle proprie regole, “come se fosse un’intelligenza artificiale difettosa”. I cittadini europei, ha detto, ci vivrebbero dentro da “personaggi non giocanti”, senza un reale potere decisionale.

Alla governance di Bruxelles Thiel contrappone la Costituzione americana: la Rivoluzione, ha sostenuto, nacque contro lo strapotere del Parlamento britannico più che contro re Giorgio III. Alla fine del suo intervento, Thiel ha difeso anche il nome della sua azienda, ispirato a Tolkien: le pietre veggenti, ha ricordato, non servono infatti solo a Sauron per manipolare gli altri, ma vengono usate anche dagli eroi per spingere il nemico a commettere errori fatali.

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Trump attacca di nuovo Meloni con un meme che la presenta come una stalker


Alla vigilia del vertice NATO di Ankara il presidente ha pubblicato su Truth un fotomontaggio della premier con la scritta "serve un ordine restrittivo", usata nei casi di stalking
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Il presidente Donald Trump ha rilanciato lo scontro con Giorgia Meloni pubblicando domenica sul suo social Truth un fotomontaggio che ritrae la presidente del Consiglio italiana mentre lo guarda con adorazione, accompagnato dalla scritta "Restraining order needed", cioè "serve un ordine restrittivo".

Il riferimento è al provvedimento con cui, negli Stati Uniti, un giudice ordina a una persona di mantenere una certa distanza da un'altra e di non contattarla, direttamente o indirettamente. Viene richiesto di solito nei casi di stalking, molestie o violenze domestiche e violarlo è un reato che può portare all'arresto immediato. Con quel meme Trump rovescia i ruoli e presenta Meloni come una donna ossessionata da lui.

La foto sembra essere stata scattata al vertice del G7 di Évian, in Francia, dove i due leader erano apparsi riconciliati. Il fotomontaggio è arrivato in mezzo a una raffica di post pubblicati dal presidente dopo il 4 luglio, oltre cento messaggi in otto ore. Tra le immagini condivise anche una in cui fa braccio di ferro con l'ex wrestler Hulk Hogan e una foto dei primi anni Novanta con l'ex moglie Marla Maples e l'attore Macaulay Culkin. Ha diffuso pure un'immagine ritoccata degli ex coniugi Obama mentre salgono sull'Air Force One imbrattato di scritte.

Il meme cade a due giorni dal vertice della NATO, l'alleanza atlantica, in programma ad Ankara il 7 e l'8 luglio. Lì Meloni e Trump si incontreranno faccia a faccia per la prima volta dopo la rottura di giugno. Poche ore prima il presidente aveva rivolto un altro attacco all'Europa sull'immigrazione, scrivendo che "l'Europa sta imparando che quando si accolgono criminali del Terzo Mondo, si diventa un Paese del Terzo Mondo".

Lo scontro tra i due era esploso il 19 giugno, quando Trump, in collegamento telefonico con la trasmissione "L'Aria che tira" su La7, aveva sostenuto che Meloni lo aveva "implorato" di farsi una foto con lui al G7 e di averle parlato "per pena". Nei giorni seguenti aveva accusato la premier di aver voltato le spalle agli Stati Uniti sulla guerra con l'Iran e di aver negato l'uso delle basi militari italiane, a partire da Sigonella, in Sicilia, durante l'operazione americana contro Teheran.

Meloni aveva replicato con un video dai toni insolitamente duri, definendosi "stupita" per dichiarazioni a suo dire "completamente inventate" e rivendicando che "io e l'Italia non imploriamo mai". A un successivo attacco del presidente, che l'aveva accusata di volere di nuovo la sua amicizia per far salire i propri consensi, aveva risposto che "esserti amica non ha certo aiutato la mia popolarità, che non dipende dal mio rapporto con te", invitandolo poi a occuparsi della propria popolarità invece che della sua.

Nelle settimane successive Meloni aveva scelto di non alimentare la polemica, spiegando che lo scontro non era uno spettacolo all'altezza dei due Paesi e da Palazzo Chigi non è arrivato alcun commento al nuovo meme. Il governo italiano aveva anzi provato a ricucire, inviando un'alta rappresentanza alla festa per l'Independence Day organizzata a Roma dall'ambasciatore americano.

Fino a poche settimane fa il rapporto con Meloni era considerato uno dei più solidi tra Trump e i leader europei. Lo scorso anno, parlando di un possibile accordo di pace su Gaza, il presidente l'aveva definita "una bella giovane donna", dicendo che un commento simile sarebbe stato un suicidio politico ma che era disposto a rischiare.


Al vertice di Ankara la NATO annuncerà miliardi in contratti per le armi e aiuti all'Ucraina


La NATO si prepara ad annunciare decine di miliardi di euro in nuovi contratti per le armi al vertice in programma ad Ankara, in Turchia, il 7 e 8 luglio, dove i paesi dell'Alleanza Atlantica rinnoveranno anche il sostegno militare all'Ucraina. Lo riferiscono alcune fonti diplomatiche a Politico.

Il segretario generale della NATO, Mark Rutte, vuole imperniare il summit sul rilancio della produzione industriale della difesa. È un tema capace di mettere d'accordo i paesi membri e di mettere in secondo piano le divisioni interne all'Alleanza, che restano profonde su molti dossier.

Tra gli annunci attesi ci sono decine di miliardi in nuovi appalti militari. I paesi europei si impegneranno a investire nelle capacità di attacco in profondità, cioè la possibilità di colpire bersagli lontani dalla linea del fronte, oltre che in sistemi di difesa aerea e in droni.

Per gli alleati europei il vertice è anche l'occasione per impegnarsi a un ruolo più attivo nella difesa del continente, trasformando l'aumento della spesa militare degli ultimi anni in armi e capacità concrete.

La bozza della dichiarazione finale prevede un pacchetto di aiuti militari all'Ucraina da 70 miliardi di euro, circa 77 miliardi di dollari, con l'impegno a garantire almeno una cifra equivalente l'anno successivo. Gli Stati Uniti non dovrebbero contribuire al raggiungimento di questo obiettivo.

Il sostegno all'Ucraina resta il punto più delicato della trattativa sul testo, che secondo le stesse fonti procede comunque senza intoppi. La dichiarazione congiunta sarà breve, una scelta che riduce gli spazi di disaccordo tra i governi.

Gli alleati stanno valutando di inserire nella bozza un riferimento alla recente guerra degli Stati Uniti contro l'Iran. Al vertice di Ankara è atteso anche il presidente Donald Trump, insieme al presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che guiderà la delegazione di Kiev.


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Die aktuelle Welle von Polizeigesetzverschärfungen muss man mit der drohenden Rückkehr des Faschismus zusammendenken. Dann wird erst so richtig klar, wie bedrohlich die kommende automatisierte Überwachung ist. Viele der Menschen, die versuchten, den AfD-Parteitag in Erfurt zu blockieren, haben das verstanden. netzpolitik.org/2026/afd-parte…
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Bei den Protesten gegen den AfD-Parteitag in Erfurt ging es auch um drohende KI-Überwachung. Viele Protestierende fürchten sich davor, dass Videoanalysen und Megadatenbanken Nazis in die Hände fallen. Bereits jetzt ist das Tech-Arsenal beeindruckend, mit dem die Polizei die Rechten absichert. netzpolitik.org/2026/afd-parte…
in reply to netzpolitik.org

Auch interessant, dass die Polizei eine rechte Veranstaltung der Afd problemlos gegen 50.000 schützen kann. Da gibt es offensichtlich weder personelle, technische oder finanzielle Grenzen, alles ist möglich!

Die Veranstaltung der Grünen 2024 in Biberach dagegen konnte die Polizei komischerweise nicht einmal gegen ein paar hundert Landwirte, Reichsbürger und rechte Schwurbler schützen.

Braucht sich die #Polizei nicht wundern, wenn man ihr eine politische Neigung unterstellt.

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Dopo una bestia, arriva la nuova Bestia di Salvini #stroppa

editorialedomani.it/politica/i…

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Wehren wir uns! Sonst ist 1984 näher als wir denken. Na dann gute Nacht Internet!

Ein guter Text auf @netzpolitik_feed: netzpolitik.org/2026/widerstan….

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☕ CYBERBRIEFING — Lunedì 6 luglio 2026

👉 Leggi tutti gli aggiornamenti delle ultime 24 ore:
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La rassegna stampa di lunedì 6 luglio 2026


Trump vola al vertice NATO tra alleati diffidenti e si mette al centro dei 250 anni degli Stati Uniti; la candidata McMorrow lascia la corsa al Senato in Michigan, mentre l'Amministrazione cancella decine di regole sulle armi e la Cina libera un pastore dopo un pressing americano

Questa è la rassegna stampa di lunedì 6 luglio 2026

Trump al vertice NATO tra alleati diffidenti


Il presidente Trump parteciperà questa settimana al vertice annuale della NATO in Turchia, dove incontrerà in colloqui bilaterali il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e quello siriano Ahmad al-Sharaa. L'appuntamento si annuncia teso per le posizioni di Washington su Groenlandia, spesa militare europea e guerra con l'Iran, in un'alleanza che secondo gli analisti somiglia sempre più a un mercato di difesa e forniture.

Fonti: Bloomberg, ABC News, Semafor

Trump al centro delle celebrazioni per i 250 anni degli Stati Uniti


Nel giorno del 250° anniversario della fondazione degli Stati Uniti, il presidente Trump ha messo la propria immagine e le proprie iniziative in primo piano, dichiarando il Paese "più forte che mai". Secondo i critici, questa impostazione confonde il confine tra la lealtà alla nazione e la lealtà alla sua persona. Le celebrazioni si sono svolte in un clima di forti tensioni politiche a Washington.

Fonti: The New York Times, Semafor

Trump interviene sulla FIFA e fa annullare la squalifica di un giocatore statunitense


Il presidente Trump ha telefonato al presidente della FIFA Gianni Infantino per chiedere la revisione del cartellino rosso rimediato dall'attaccante statunitense Folarin Balogun, poi effettivamente cancellato. È la prima volta dal 1962 che la FIFA annulla una squalifica per un'espulsione ai Mondiali, e l'intervento diretto di un capo di Stato in una questione disciplinare appare del tutto inusuale.

Fonti: The New York Times, Axios, The Wall Street Journal

La democratica McMorrow ritira la corsa al Senato in Michigan


La senatrice statale democratica Mallory McMorrow ha annunciato la sospensione della sua campagna per il Senato in Michigan, restringendo a due contendenti una delle primarie più contese del partito a un mese dal voto del 4 agosto. La sfida resta ora tra la moderata Haley Stevens e il progressista Abdul El-Sayed. McMorrow, considerata una stella emergente, non ha indicato chi dei due sostenere.

Fonti: Axios, The New York Times, Bloomberg

La Guardia Nazionale uccide un uomo a Memphis durante un inseguimento


Militari della Guardia Nazionale del Tennessee, assegnati dall'Amministrazione Trump a pattugliamenti anti-criminalità a Memphis, hanno ucciso un uomo che, secondo le autorità, si sarebbe girato verso i soldati impugnando una pistola durante un inseguimento in centro città. Le indagini sono affidate agli investigatori statali. L'episodio riaccende il dibattito sull'impiego di truppe federali nelle città americane.

Fonti: NPR, ABC News

L'Amministrazione Trump cancella decine di regole sulle armi


L'Amministrazione Trump ha rimosso decine di regolamenti sul possesso e sulla vendita di armi introdotti negli ultimi anni. I critici sostengono che la mossa indebolisca la sicurezza pubblica, mentre i sostenitori affermano che riporta semplicemente la normativa allo stato precedente alla presidenza di Joseph Biden.

Fonti: The New York Times

La Casa Bianca attacca lo Smithsonian per "attivismo politico estremo"


Un rapporto di 162 pagine del Domestic Policy Council della Casa Bianca, diffuso il 4 luglio, definisce i vertici del National Museum of American History dello Smithsonian come attivisti "estremi" che imporrebbero la propria ideologia nel racconto della storia americana. Il documento accusa il museo di ridimensionare il ruolo dei padri fondatori a favore dei temi della giustizia sociale.

Fonti: The New York Times, The Hill

Al via i "Trump Accounts", i conti d'investimento per i bambini


Lunedì il presidente Trump ospiterà alla Casa Bianca i vertici del New York Stock Exchange e del Nasdaq per celebrare il lancio dei "Trump Accounts", nuovi conti di investimento intestati ai minori. Il Dipartimento del Tesoro ha attivato lo strumento il 4 luglio, consentendo i primi versamenti, e prepara un'app per permettere ai genitori di alimentare il conto dei figli.

Fonti: The Hill

Un'ondata di caldo record provoca decine di vittime negli Stati Uniti


L'ondata di caldo estremo che investe gran parte degli Stati Uniti ha ucciso almeno due dozzine di persone nell'ultima settimana, con circa 40 milioni di residenti sotto allerta. Il New Jersey ha comunicato 22 morti legate al caldo nel fine settimana, mentre numerose stazioni meteorologiche hanno registrato temperature massime da primato durante il lungo weekend del 4 luglio.

Fonti: Axios

La Cina libera un pastore dopo l'intervento diretto di Trump


Le autorità cinesi hanno scarcerato il leader di un'importante chiesa clandestina, che è poi partito per gli Stati Uniti, dopo che il presidente Trump aveva sollevato personalmente il caso con il leader cinese Xi Jinping. Pechino ha presentato il gesto come un segnale di distensione successivo a un vertice tra i due Paesi.

Fonti: Semafor, Bloomberg

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Trump dice che Netanyahu "sa chi è il capo" e che lo incontrerà presto alla Casa Bianca


Il presidente ha detto ad Axios che l'incontro, il primo dall'inizio della guerra con l'Iran, potrebbe avvenire già la prossima settimana, dopo mesi di tensioni sul Libano e sui negoziati con Teheran

Il presidente ha detto ad Axios che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu gli ha chiesto un incontro alla Casa Bianca e che il faccia a faccia potrebbe avvenire già la prossima settimana, al suo ritorno dal vertice NATO. "Andiamo molto d'accordo. Sa chi è il capo", ha detto Trump riferendosi a se stesso. Sarebbe il primo incontro tra i due leader dal febbraio scorso, quando Netanyahu presentò nella Situation Room, la sala operativa della Casa Bianca, il suo piano per una guerra congiunta contro l'Iran. Da allora, con il conflitto iniziato il 28 febbraio, il primo ministro israeliano non è più tornato a Washington.

L'annuncio arriva dopo la telefonata di venerdì, in cui Netanyahu ha fatto a Trump gli auguri per i 250 anni dell'indipendenza americana. Secondo l'ufficio del primo ministro, Netanyahu ha detto che gli Stati Uniti sono "un garante della libertà globale" e i due leader hanno concordato di vedersi presto negli Stati Uniti. Un funzionario israeliano ha però spiegato che la prossima settimana potrebbe essere troppo presto per la visita, a causa del viaggio di Trump in Turchia per il vertice NATO del 7 e 8 luglio, e che l'incontro potrebbe slittare alla settimana successiva.

I toni cordiali coprono mesi di tensioni. Dall'incontro di febbraio molte persone vicine a Trump si sono progressivamente disilluse nei confronti di Netanyahu: secondo un funzionario americano, molti dei consiglieri più stretti del presidente pensano che "Bibi si sia sbagliato su tutto". A inizio giugno, in una telefonata, Trump definì Netanyahu "pazzo" per l'escalation militare israeliana in Libano e lo accusò di ingratitudine. Il presidente ha poi confermato al New York Post di aver usato quelle parole, dicendosi "un po' contrariato" dalle operazioni israeliane ma rivendicando "un ottimo rapporto" con il primo ministro. Le frizioni hanno allargato la spaccatura tra i repubblicani sulla guerra e su Israele, con commentatori vicini al movimento MAGA come Tucker Carlson che accusano Trump di essere succube di Netanyahu.

Negli ultimi due mesi gli obiettivi dei due leader si sono allontanati. Nonostante le riserve di Netanyahu, a giugno Trump ha firmato un memorandum d'intesa che proroga il cessate il fuoco con l'Iran e avvia nuovi negoziati sul nucleare. Il presidente ha anche spinto Israele a frenare le operazioni militari in Libano, diventate un ostacolo ai colloqui con Teheran, e a firmare il 26 giugno un accordo quadro con Stati Uniti e Libano che prevede un primo ritiro israeliano dal sud del Paese. L'8 giugno, in un'altra telefonata tesa, Trump aveva avvertito Netanyahu che riaprire una guerra su larga scala con l'Iran avrebbe potuto costare a Israele il sostegno americano: "Gli ho detto: stai molto attento a quello che fai, perché potresti ritrovarti da solo contro l'Iran molto presto", raccontò poi il presidente alla televisione israeliana Channel 12.

Per Netanyahu l'incontro alla Casa Bianca avrebbe un peso politico notevole: in Israele si vota a ottobre, il primo ministro sta avviando la campagna elettorale e i sondaggi al momento lo danno indietro. Venerdì Netanyahu ha anche definito "fake news" e "una completa invenzione" un articolo del New York Times secondo cui alcuni funzionari americani temevano un piano israeliano per colpire i principali negoziatori iraniani durante i colloqui.

Trump ha detto ad Axios di seguire il funerale di Ali Khamenei, la Guida suprema iraniana uccisa il primo giorno di guerra in un'operazione congiunta americano-israeliana. Il presidente ha sostenuto che gli iraniani "stanno implorando di fare un accordo", ma che le due parti hanno deciso di sospendere i colloqui per una settimana fino alla fine delle cerimonie funebri, con l'impegno reciproco a non spararsi. I leader iraniani "sono tutti lì", ha aggiunto, e basterebbe un colpo per eliminarli, ma gli Stati Uniti non lo faranno perché resterebbero senza interlocutori con cui negoziare. Trump si è detto sorpreso di vedere iraniani in lacrime al funerale, convinto che la gente odiasse Khamenei: "Forse sono lacrime finte".


Gli Stati Uniti temevano un piano di Israele per uccidere i negoziatori iraniani


Gli Stati Uniti stanno trattando con l'Iran per mettere fine alla guerra e, nello stesso momento, temono che Israele stia preparando l'uccisione dei negoziatori iraniani seduti al tavolo. La preoccupazione è tale che Washington fa avvertire Teheran, tramite altri Paesi della regione, del rischio che i suoi due uomini di punta finiscano nel mirino. A rivelarlo è il New York Times.

I due nomi al centro dei timori americani sono Abbas Araghchi, Ministro degli Esteri iraniano, e Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano. Entrambi hanno guidato le trattative con i Paesi della regione e con gli Stati Uniti, prima per un cessate il fuoco e poi per una pace più solida. Le preoccupazioni americane, spiega il quotidiano, sono cresciute durante i negoziati avviati in aprile.

Washington ha ammesso che, nella fase più dura della guerra, i due avrebbero potuto essere bersagli legittimi per Israele, che era deciso a rovesciare il governo islamico di Teheran. Ma quando i colloqui sono entrati nel vivo, ad aprile, è prevalsa una convinzione diversa: ucciderli avrebbe fatto saltare il tavolo e riacceso i combattimenti.

Una guerra, due strategie diverse


La guerra è cominciata il 28 febbraio con un attacco israeliano che ha ucciso la allora Guida Suprema della Repubblica Islamica, l'ayatollah Ali Khamenei, e altri alti dirigenti, grazie anche a informazioni dell'intelligence statunitense. Gli americani hanno colpito soprattutto la marina e le forze missilistiche iraniane, mentre Israele ha puntato subito sui vertici del regime, per eliminare quanti più alti funzionari possibile.

Tra le vittime dei raid aerei israeliani ci sono stati anche dirigenti considerati più pragmatici, con cui l'Amministrazione Trump sperava di trattare come Ali Larijani, responsabile della sicurezza nazionale, e Kamal Kharazi, ex Ministro degli Esteri. Entrambi stavano partecipando ai negoziati con gli Stati Uniti quando sono rimasti uccisi negli attacchi aerei.

È qui che gli obiettivi di Washington e di Israele, quasi coincidenti all'inizio, hanno cominciato ad allontanarsi. Gli Stati Uniti volevano un accordo, Israele si è mostrato scettico fin dalla prima tregua di aprile. Quel cessate il fuoco di due settimane ha ricevuto un sostegno freddo da Israele e ha alimentato la sensazione, diffusa nell'opinione pubblica israeliana, che gli americani stessero chiudendo la guerra troppo presto.

Il risultato, per Israele, era il peggiore possibile: invece di cadere, il governo teocratico iraniano si era irrigidito e le Guardie della Rivoluzione avevano stretto ancora di più la presa sul Paese. A giugno Stati Uniti e Iran hanno raggiunto un accordo quadro per riaprire lo Stretto di Hormuz e avviare i successivi colloqui sul nucleare. Per i commentatori israeliani è stato un disastro: nessun cambio di regime, nessuna distruzione delle milizie alleate di Teheran, nessun colpo serio al programma missilistico. A pesare era anche il timore che l'intesa facesse arrivare miliardi di dollari in Iran, permettendogli di rialzarsi in fretta senza freni alle ambizioni nucleari.

L'aereo di Ghalibaf e la fuga via terra


Il Wall Street Journal aveva già scritto a marzo che Araghchi e Ghalibaf erano finiti su una lista di obiettivi israeliani, salvo esserne tolti mentre gli Stati Uniti aprivano i negoziati. Un funzionario americano ha confermato che l'Amministrazione Trump aveva saputo in quel periodo che almeno Ghalibaf era tra i bersagli, e aveva chiesto a Israele di fermarsi.

Non era la prima volta che il presidente del Parlamento rischiava la vita. Era già sfuggito alla morte nella guerra dei 12 giorni del giugno 2025 e di nuovo quest'anno, quando un raid israeliano ha centrato una riunione segreta di alti funzionari in un bunker scavato sotto una montagna. In entrambi i casi è stato estratto vivo dalle macerie.

Per questo, durante i negoziati, l'Iran ha preso le sue contromisure. L'11 aprile Ghalibaf doveva volare a Islamabad per incontrare il vicepresidente statunitense JD Vance, ma i servizi di sicurezza iraniani temevano che Israele approfittasse del viaggio per ucciderlo insieme ad Araghchi e far saltare tutto. Teheran ha ottenuto dagli Stati Uniti, tramite gli intermediari pakistani e qatarioti, la garanzia che non ci sarebbero state operazioni coperte contro la delegazione iraniana. Caccia pakistani hanno scortato gli aerei iraniani, con oltre settanta persone a bordo, dal confine fino a Islamabad e ritorno.

Al ritorno, però, la minaccia si è materializzata. Le forze di sicurezza iraniane hanno avvertito l'aereo che riportava Ghalibaf a casa di aver intercettato indizi di un piano israeliano per abbatterlo, e che due caccia israeliani erano entrati nello spazio aereo iraniano dal confine occidentale, vicino all'Iraq. Mahdi Mohammadi, consigliere di Ghalibaf, ha confermato tutto sui social. Così l'aereo è atterrato d'emergenza a Mashhad, nel nord-est dell'Iran, e la delegazione ha proseguito per circa otto ore in auto fino a Teheran.

Nonostante tutto, i due hanno continuato a spostarsi. A fine maggio sono volati in Qatar per nuovi colloqui e quindi a giugno in Svizzera, dove hanno incontrato di nuovo Vance e la delegazione americana per sottoscrivere l'accordo attualmente in essere.


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Zum #DiD nochmal ein wichtiger Artikel von @netzpolitik_feed . Den letzten Hinweis, Widerspruch gegen Tracking auf Webseiten und in Apps, kann ich nur unterstreichen. Die App von #Rossmann habe ich aufgrund des ausufernden Trackings durch Widerspruch der #Datenschutzerklärung stillgelegt. Das sollten viel mehr tun, damit sich was bewegt.

Databroker Files: Sieben Wege, um deinen Standort vor Databrokern zu schützen - netzpolitik.org
netzpolitik.org/2025/databroke…

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Trump sorride: la popolarità torna a crescere dopo due mesi (05 luglio)


Dopo diverso tempo, torna il segno positivo per l’approvazione di Trump, che risale così ai numeri di inizio aprile e torna davanti a Joe Biden nel confronto diretto dei due mandati.

Come ogni domenica, facciamo un resoconto sulla approvazione del presidente Trump, con i cambiamenti occorsi negli ultimi sette giorni.

Questa settimana si segnala complessivamente un balzo in avanti della popolarità di Trump, sebbene le medie analizzate non siano tutte concordi; ad ogni modo, per la prima volta dopo diverso tempo si rileva un generale miglioramento, che va in minima parte a compensare le ingenti perdite subite da inizio anno ad oggi.

Difficile dire se ciò sia una conseguenza dei negoziati con l'Iran. Ciò che è certo è che la situazione per il tycoon continua ad essere negativa, ma questo balzello gli consente di superare Joe Biden nella media nello stesso punto del mandato.

Il net rating cresce leggermente rispetto al -20 toccato nel recente passato, con il tasso di approvazione che si riavvicina al 40% nelle medie analizzate e con la disapprovazione un po' più lontana dal 60%.

Nonostante il piccolo segnale di vita, questi numeri sono fino a sei-otto punti inferiori rispetto a prima della guerra in Iran.

Sul lungo periodo, è da verificare la tenuta di questo quadro: molto dipenderà dagli sviluppi del negoziato di 60 giorni con l'Iran.

Il dato è ora superiore alla catastrofica media di Joe Biden nel giugno 2022; questo significa che l’approvazione di Trump non è la peggiore di sempre dopo oltre diciassette mesi di presidenza. È di circa sette punti, invece, la distanza con il suo primo mandato.

Il net rating (la differenza tra tasso di approvazione e tasso di disapprovazione) rimane saldamente in territorio negativo sia per la media di RealClearPolitics (RCP), sia per quella del Silver Bulletin, sia per la nostra di Focus America.

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Questa settimana le medie registrano segni inversi: Focus America segnala ungrossomiglioramento, seguita dal sito di Silver, mentre RCP registra una sostanziale stabilità; gli istituti, in questo modo, tornano a riallinearsi su numeri non dissimili tra loro.

Come già accennato, dopo più di diciassette mesi alla Casa Bianca, il gradimento di questo secondo mandato si colloca al di sotto rispetto ai primi diciassette mesi del suo primo mandato, ma al di sopra di quello di Biden.

Sondaggi
L’approvazione di Trump e degli altri presidenti
Approvazione netta (approva − disapprova), per giorni dall’insediamento

Presidente
Trump II

Grafici Recap numerico

Facendo un paragone con il passato, grazie ai dati di Focus America, si nota come il dato di apprezzamento di Trump dopo 530 giorni di presidenza (-16,5 secondo la nostra media) sia il più basso tra tutti i presidenti USA dal secondo dopoguerra in avanti nello stesso periodo, ad eccezione di Biden, che con il suo -20,8 attraversava un periodo di grande sofferenza

Risulta indietro, come detto, rispetto al suo primo mandato, in cui era molto più popolare, a -9,5.

Sul nostro sito trovate i grafici con il confronto con tutti i primi mandati degli altri presidenti, con una frequenza di aggiornamento pari a 8 volte al giorno.

Il tasso di approvazione di Trump oscilla tra il 39% e il 40%, mentre il tasso di disapprovazione si aggira intorno al 56%-58%.

Nelle prossime settimane monitoreremo l’evoluzione di questa situazione, per cogliere se ci saranno miglioramenti o ulteriori ripercussioni sui numeri con gli sviluppi dei negoziati di pace con Teheran.

Di seguito pubblichiamo una infografica con una selezione delle rilevazioni dei migliori istituti rilasciate nel corso dell'ultima settimana. Per ogni casa sondaggistica sono presenti due numeri percentuali: il primo è il tasso di approvazione, il secondo quello di disapprovazione.

Ricordiamo che, stante la chiusura del sito FiveThirtyEight, abbiamo deciso di utilizzare i numeri del Silver Bulletin, il nuovo sito di Nate Silver, fondatore di 538.

Sondaggi
Gli ultimi sondaggi sulla popolarità di Trump
5 rilevazioni di 5 istituti — 5 luglio 2026

Sondaggi Metodo

Ordina per:Data fineNet Approval

Legenda campioni

RV

Registered Voters · 3 sondaggi
Elettori registrati al voto

A

Adults · 2 sondaggi
Tutti gli adulti americani — campione più ampio

Affidabilità
RVA

Elaborazione di Focus America su dati dei sondaggi pubblici · Ultimo aggiornamento: 5 luglio 2026

Il sito Silver Bulletin (che fa una propria media aggiustata di tutti i sondaggi, dandone un peso maggiore o minore in base al bias storico e al rating delle firme che li svolgono) segna una media generale di 39,7% (+0,1) - 56,5% (-0,9). In totale un net approval arrotondato di -16,8 (+1).

Il sito RealClearPolitics, invece, che fa una selezione solo di alcuni sondaggi in base all'affidabilità di chi li esegue, segnala una media totale migliore: 40,4% (-0,1) - 57,6% (+0,1). In totale un rating di -17,2 (-0,2).

La media calcolata da noi di Focus America, invece, è di 39,7% (+1) - 56,2% (-2,2), con in totale un rating di -16,5 (+3,2). La metodologia utilizzata è specificata direttamente nella pagina del nostro sito dedicata ai sondaggi sulla popolarità di Trump.

Tracker
L’approvazione di Trump: tre medie a confronto
Andamento giornaliero dall’insediamento

Seleziona fonte
Confronto Silver Bulletin RCP FocusAmerica

Silver Bulletin

RealClearPolitics

FocusAmerica

Clicca qui per vedere i dati aggiornati in tempo reale della popolarità di Trump

Questa voce è stata modificata (3 settimane fa)

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Washington avverte Varsavia: Mosca valuta una provocazione armata per testare la NATO


Secondo fonti citate da Onet e dal Telegraph, la Russia potrebbe colpire infrastrutture critiche, simulare incidenti di confine o inviare militari oltre il territorio polacco per cercare di indebolire il sostegno occidentale a Kyiv.

Gli Stati Uniti hanno avvertito la Polonia che la Russia starebbe preparando una possibile "provocazione" armata contro il suo territorio per mettere alla prova la reazione della NATO. L'obiettivo del Cremlino, secondo le fonti citate da Onet e riprese dal Telegraph, sarebbe alzare la tensione all'interno dell'Alleanza Atlantica, per cercare di logorare la determinazione occidentale e spingere gli alleati a ridurre o sospendere del tutto gli aiuti militari all'Ucraina.

Washington avrebbe trasmesso a Varsavia diversi allarmi sul piano russo, che potrebbe essere attuato nel giro di pochi mesi. Fonti vicine al presidente polacco Karol Nawrocki, un diplomatico di un Paese alleato nella Nato, un esponente del ministero della Difesa polacco e una fonte legata alla sicurezza dei Paesi baltici confermano al Telegraph di essere venuti a conoscenza del fatto che a Mosca si starebbe discutendo di scenari simili. Nessuna decisione definitiva sarebbe però stata presa.

Droni, missili o incursioni: gli scenari


Le ipotesi considerate dall'intelligence americana per un attacco delle forze di Mosca sono diverse. La Russia potrebbe colpire con droni o missili infrastrutture critiche, come centrali elettriche, oppure simulare raid aerei per costringere la Polonia ad attivare la propria difesa antiaerea. Nel caso più estremo, una fonte dell'intelligence polacca non esclude un "attacco ibrido nella regione di confine".

Un'altra possibilità sarebbe un'incursione terrestre limitata, con soldati russi o bielorussi oltre il confine orientale della Nato. Mosca potrebbe presentarla come uno sconfinamento accidentale, causato da un guasto al GPS, oppure come una presunta missione di soccorso per recuperare un elicottero in avaria. L'operazione potrebbe partire da Kaliningrad, l'exclave russa a nord della Polonia dove sono dislocate armi nucleari, oppure dalla Bielorussia. Non si tratterebbe di un attacco su vasta scala: con gran parte delle proprie forze bloccate in Ucraina, la Russia non avrebbe infatti oggi la capacità di sostenere una guerra convenzionale contro la NATO.

Secondo le fonti di Onet, un'operazione russa di questo tipo non avrebbe le caratteristiche di una guerra "classica": nello scenario peggiore, servirebbe a logorare la sovranità polacca, esporre i limiti della NATO e cercare di indebolire il sostegno a Kyiv senza provocare formalmente una guerra aperta con l'Alleanza che Mosca in questo momento non sarebbe in grado di intraprendere.

Il calcolo del Cremlino e la risposta dell'Alleanza


Il calcolo attribuito a Mosca è politico prima ancora che militare: costringere la Polonia a non reagire con le armi, spingere gli Stati Uniti a mediare e trasformare un eventuale ritiro negoziato in una vittoria dal punto di vista della propaganda. In cambio dell'uscita dal territorio polacco, la Russia potrebbe chiedere la fine del sostegno occidentale a Kyiv e, in un secondo momento, tentare anche di addossare la responsabilità dell'incidente all'Ucraina.

Varsavia resta uno degli alleati più solidi di Kyiv, ma negli ultimi mesi i rapporti con l'Ucraina si sono raffreddati, tra divergenze sulla memoria degli eventi della Seconda Guerra Mondiale e tensioni nel settore agricolo. Il timore è che Mosca voglia sfruttare queste crepe per indebolire il fronte occidentale. La Polonia ha già condotto esercitazioni per segnalare a Mosca che qualsiasi tipo di provocazione avrebbe conseguenze pesanti, mentre una recente esercitazione navale in Lettonia, con la marina e i marines statunitensi, ha ricordato al Cremlino che colpire il fianco orientale significherebbe colpire anche truppe americane.

La NATO ha già fatto sapere che è pronta rispondere a qualsiasi azione ostile con attacchi diretti contro obiettivi strategici russi, a partire da Kaliningrad. Il capo della Luftwaffe, Holger Neumann, ha dichiarato al Telegraph che la Germania è pronta a difendere "ogni centimetro" del territorio dell'Alleanza, Polonia compresa, citando tra i possibili obiettivi anche San Pietroburgo, la penisola di Kola e il Mar Nero.

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Rechtsanwalt reicht beim Bundesverfassungsgericht Eilantrag gegen drohende Wiederbelebung der #Chatkontrolle 1.0 ein: drmartinweigele704391.substack…

Jeder tut gegen Massenscans, was er kann! Das kannst du tun: fightchatcontrol.de

in reply to Patrick Breyer

allein die Idee ist so offen #verfassungsfeindlich dass allein der Vorschlag ein Ticket ins 8. OG der JVA Stammheim sein sollte.

- Wenn #reaktionär|e Kreise aktiv Fortschritt in der #EU mit #Bullshit in #Verfassungen blockeren können, dann muss das auch umgekehrt gegen #Cyberfaschismus, #Polizeistaat und #Überwachungsstaat gelten!

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Chi ha conosciuto la discriminazione non dovrebbe voltarsi dall’altra parte quando la stessa logica di odio colpisce qualcun altro.

Aiv Puglielli, parlamentare italo-australiano dei Verdi del Victoria, lo ha ricordato con parole chiarissime: l’odio che un tempo prendeva di mira gli italiani emigrati in Australia oggi si riversa sulle persone migranti e sulla comunità musulmana. Cambia il bersaglio, non cambia il meccanismo: si costruisce un nemico, lo si dipinge come estraneo e lo si usa per alimentare paura, rancore e divisione.

La storia dei nostri emigrati, accolti con diffidenza, sfruttati e spinti a rinunciare alla propria identità, dovrebbe insegnarci quanto sia pericolosa la retorica della “remigrazione” rilanciata anche in Italia.

Non esiste un’unica identità legittima. Esistono società plurali, costruite da persone con origini, culture e storie diverse.

Ricordare non basta: bisogna scegliere da che parte stare. Ieri il bersaglio erano gli italiani, oggi sono i musulmani, domani sarà qualcun altro. L’odio cambia volto, ma il meccanismo resta lo stesso. Spezzarlo significa rifiutare ogni discriminazione, anche quando non colpisce direttamente noi.

#Antirazzismo #Migrazioni #Islamofobia #DirittiUmani #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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L’Iran seppellisce Khamenei: il regime esce dalla guerra più forte e più radicale


A quattro mesi dalla morte dell’ayatollah, ucciso nei raid di Stati Uniti e Israele, il funerale di Stato conferma la sopravvivenza della Repubblica Islamica e l’ascesa di una leadership più giovane, dura e sicura di sé.

L’Iran sta celebrando il funerale di Stato dell’ayatollah Ali Khamenei, la Guida Suprema uccisa il 28 febbraio nei raid con cui Stati Uniti e Israele hanno dato il via alla guerra. A quattro mesi di distanza, però, le esequie non certificano il collasso del regime auspicato inizialmente da Washington e Tel Aviv, ma al contrario la sua sopravvivenza e il consolidamento di una nuova generazione di leader più giovane, più intransigente e ormai saldamente al potere.

Ieri decine di migliaia di persone si sono radunate nel complesso di preghiera Grand Mosalla, a Teheran, dove la bara avvolta nella bandiera iraniana è stata esposta accanto a quelle dei familiari uccisi nello stesso attacco. Tra la folla sventolavano bandiere rosse, simbolo della vendetta nell’islam sciita, mentre alcuni manifestanti portavano i ritratti del nuovo Leader Supremo, Mojtaba Khamenei, figlio ed erede dell’ayatollah, rimasto finora lontano dalla scena pubblica.

Una leadership più giovane, dura e organizzata


Dopo mesi di attacchi sferrati da due tra gli eserciti più potenti del mondo, la Repubblica Islamica appare indebolita sul piano economico e militare, ma politicamente parlando è più compatta e più aggressiva. Secondo funzionari ed esperti citati dal Washington Post, il regime avrebbe anche avviato una nuova campagna di esecuzioni contro oppositori e critici interni. Allo stesso tempo continua a colpire a intervalli regolari nel Golfo Persico e mantiene una forte capacità di pressione sullo Stretto di Hormuz.

“L’Iran forse è più debole quanto a situazione economica, industrie e alcune capacità strategiche, ma il punto è che ci troviamo di fronte a un Iran nuovo, più audace e sicuro di sé”, ha dichiarato al quotidiano americano Raz Zimmt, responsabile della ricerca sull’Iran all’Institute for National Security Studies israeliano.

La nuova gerarchia controlla meglio le leve dello Stato, ha imparato la lezione dalle guerre americane in Iraq e Afghanistan e ha dimostrato finora di saper usare con maggiore efficacia diplomazia, deterrenza e propaganda online. Al suo vertice c’è Mojtaba Khamenei, ferito nello stesso raid che ha ucciso il padre e da allora protetto in bunker e luoghi sicuri per timore di un attentato.

Secondo gli esperti, è lui a prendere le decisioni strategiche, affiancato da un “collettivo” di dirigenti rappresentanti la linea dura del regime:

  • Mohammad Bagher Zolghadr, nuovo segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale ed ex comandante delle Guardie rivoluzionarie;
  • Ahmad Vahidi, oggi alla guida dello stesso corpo;
  • Mohsen Rezaei, consigliere militare della Guida Suprema.

Le figure di estrazione civile, come il presidente Masoud Pezeshkian e il Ministro degli Esteri Abbas Araghchi, sarebbero state invece progressivamente marginalizzate.

La smentita al racconto di Trump


Il rapido consolidamento del nuovo potere smentisce le affermazioni del presidente Donald Trump, secondo cui la guerra avrebbe prodotto un “cambio di regime” e favorito l’ascesa di pragmatici disposti ad accettare le richieste americane. Al vertice del G7 in Francia, il mese scorso, Trump aveva descritto i nuovi dirigenti iraniani come “intelligenti” e “molto meno radicalizzati” dei precedenti.

Secondo funzionari ed esperti, però, le sue minacce di annientare la civiltà iraniana, in un Paese di oltre 90 milioni di abitanti, hanno ottenuto l’effetto opposto: hanno rafforzato i falchi e indebolito i moderati che un decennio fa erano stati decisivi nei negoziati sul nucleare con l’Amministrazione Obama.

La nuova leadership ha giocato con freddezza le sue carte. Bloccando il traffico delle petroliere nello Stretto di Hormuz e colpendo senza scrupolo gli alleati di Washington nel Golfo, Teheran ha conquistato una leva economica decisiva per ottenere concessioni dagli Stati Uniti.

Con il Memorandum d’Intesa preliminare firmato il 17 giugno a Versailles, l’Amministrazione Trump ha così accettato di sbloccare fino a 25 miliardi di dollari di beni iraniani congelati, a condizione che Teheran rispetti gli impegni assunti. Pur avendo espresso riserve sull’accordo, Mojtaba Khamenei lo ha lasciato passare e ne ha approfittato per colpire l’avversario: l’Iran, ha detto, ha firmato “per compassione e buona volontà”, mentre Trump lo ha fatto “per disperazione”.

“Sono pieni di sicurezza”, ha commentato un funzionario europeo in contatto regolare con Teheran. “Hanno capito che il controllo dello Stretto di Hormuz è una leva enorme e credono davvero di poter dettare le condizioni”. Il funerale resta comunque una prova delicata per il nuovo Leader Supremo. È il primo grande raduno pubblico dall’inizio della guerra e su Mojtaba Khamenei, fotografato pochissime volte in vita sua, grava la pressione di mostrarsi.

“La sua assenza al funerale del padre sarebbe interpretata da molti, dentro e fuori l’Iran, come prova di debolezza personale, incapacità fisica o addirittura di morte”, ha spiegato al Washington Post Norman Roule, ex funzionario della CIA ed esperto del Paese. Un diplomatico iraniano, che ha parlato in forma anonima, ha però giudicato improbabile una sua apparizione, per il timore che Stati Uniti o Israele tentino di ucciderlo o scoprire dove si sta nascondendo.

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Paper Clip l’app open per gestire metadati dei PDF su Linux


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L'eredità dei padri fondatori che ha reso ricca l'America è a rischio


Per Greg Ip, capo commentatore economico del Wall Street Journal, la prosperità americana nasce dalle istituzioni dei padri fondatori, che Trump sta indebolendo con l'assist della Corte Suprema

Nel giorno in cui gli Stati Uniti compiono 250 anni, il Paese è la più grande e dinamica economia del mondo e una delle più ricche. Secondo Greg Ip, capo commentatore economico del Wall Street Journal, quella prosperità si deve soprattutto alla democrazia e alle istituzioni costruite dai padri fondatori. Ma "guardando da vicino si possono scorgere crepe in quelle fondamenta politiche", scrive Ip nella sua analisi: il presidente sta accentrando su di sé sempre più autorità economica e proprio questa settimana la Corte Suprema gli ha fornito "un aiuto enorme".

Nel 1831 Alexis de Tocqueville, allora venticinquenne, girò i giovani Stati Uniti e rimase colpito dall'appetito sconfinato degli americani per il commercio, l'industria e la ricchezza. "Nulla frena lo spirito d'impresa", raccontò poi in "La democrazia in America", attribuendo "la prodigiosa attività commerciale" del Paese proprio alle sue "istituzioni democratiche".

Gli economisti sanno da tempo che la democrazia da sola non genera crescita: contano le istituzioni, ricorda Ip. Nel libro "Why Nations Fail" i premi Nobel Daron Acemoglu e James Robinson hanno scritto che le istituzioni "estrattive" concentrano il potere nelle mani di un'élite che confisca la ricchezza al resto della società: è il motivo per cui tanti Paesi emergenti restano poveri. Le istituzioni "inclusive" invece limitano il potere e lo distribuiscono. L'Inghilterra le conquistò con la Gloriosa Rivoluzione del 1688-89, dopo la quale il re non poté più sospendere le leggi, alzare le tasse senza il consenso del Parlamento o confiscare arbitrariamente la proprietà privata. I coloni americani ereditarono proprio quelle istituzioni.

La Costituzione trasformò quell'eredità in un ordine economico: stabilì controlli e contrappesi tra i poteri, divise le responsabilità tra Stati e governo federale ed elencò diritti individuali che il governo non poteva violare. L'economista Jesús Fernández-Villaverde dell'Università della Pennsylvania la definisce un "meccanismo di impegno" con cui il governo assicura alle generazioni future che manterrà le promesse fatte oggi. Le prime prassi rafforzarono quell'impegno: il ritiro di George Washington dopo due mandati diventò un esempio che i successori si sentirono obbligati a seguire, l'assunzione dei debiti degli Stati voluta da Alexander Hamilton fondò l'affidabilità creditizia nazionale e le prime sentenze della Corte Suprema resero intoccabili i contratti.

Non tutte le istituzioni erano inclusive, riconosce Ip: la più famigerata era la schiavitù. Una parte significativa della produzione economica delle origini venne dal lavoro degli schiavi, mentre neri e donne furono esclusi dai benefici dell'uguaglianza fino a Novecento inoltrato. Il Paese crebbe comunque rapidamente grazie all'immigrazione, alla frontiera in espansione e all'energia imprenditoriale che aveva colpito Tocqueville. Alla fine dell'Ottocento gli Stati Uniti avevano superato la Gran Bretagna come prima potenza economica mondiale.

Con il passaggio da società agraria a potenza industriale servirono istituzioni nuove e i riformatori le vollero al riparo dalla politica. Per porre fine alle ricorrenti crisi bancarie nel 1913 nacque la Federal Reserve, la banca centrale americana, con un sistema di governo misto pubblico-privato; l'anno dopo arrivò la Federal Trade Commission (FTC), l'agenzia che protegge l'economia da concorrenza sleale e monopoli. Le sue decisioni dovevano essere "imparziali e ben ponderate", libere da "direzione partigiana": non più di tre dei cinque commissari potevano venire dallo stesso partito e nessuno poteva essere licenziato senza giusta causa. Quando nel 1935 Franklin D. Roosevelt provò a rimuovere un commissario senza motivo, la Corte Suprema glielo impedì.

Quel precedente è caduto questa settimana. Trump, che già nel primo mandato aveva rivendicato "il diritto di fare tutto ciò che voglio come presidente", poco dopo il ritorno alla Casa Bianca ha licenziato i commissari democratici di diverse agenzie indipendenti, tra cui la FTC, e ha provato a rimuovere una governatrice della Federal Reserve per portare la politica monetaria sotto il suo controllo. La Corte Suprema ha bloccato il licenziamento alla Fed, citando lo "status storico e il ruolo unici" della banca centrale, ma ha convalidato le rimozioni alla FTC, stabilendo che le agenzie indipendenti e il precedente del 1935 violavano il controllo del presidente sul potere esecutivo previsto dalla Costituzione. È l'ultima di una serie di decisioni con cui la Corte ha ampliato come mai prima i poteri della presidenza.

Finché la FTC era indipendente il presidente ne sceglieva la guida, ma non poteva dettarne le decisioni, che passavano da un dibattito interno con voci dissenzienti. Quando la commissione guidata da Lina Khan, nominata da Joe Biden, propose di aumentare di molto le informazioni richieste alle aziende intenzionate a fondersi, il commissario repubblicano Andrew Ferguson si oppose giudicando i requisiti eccessivi e illegittimi: la proposta fu ridimensionata e nel 2024 tutti i commissari, Ferguson compreso, votarono a favore. Oggi Ferguson presiede la FTC senza commissari democratici e senza protezione dal licenziamento, di fatto come un dipendente rimovibile a piacimento dal presidente, con cui si consulta regolarmente sui casi più importanti secondo quanto il Wall Street Journal ha riportato.

Il giudice Neil Gorsuch, pur avendo votato con la maggioranza, si è detto preoccupato delle conseguenze: "Il potere di scrivere nuovi reati regolatori esiste ancora, ma ora la penna è in ultima analisi nella mano del presidente", ha scritto, chiedendosi se un'azienda invisa alla Casa Bianca potrebbe "sopravvivere a una successiva norma della FTC che dichiari illegale una delle sue pratiche commerciali di lunga data". Per la giudice dissenziente Sonia Sotomayor la sentenza "crea un potere esecutivo che il Congresso non ha mai sognato di istituire e che ora ha poche speranze di riuscire a contenere".

Le ripercussioni, avverte Ip, potrebbero durare più di Trump. Il socialismo si è radicato in una parte del Partito Democratico, spinto a sinistra da progressisti decisi a colpire la ricchezza e il potere delle grandi aziende: grazie alla strada aperta da Trump, un futuro presidente democratico troverà meno controlli e contrappesi sul percorso di quell'agenda. Ip chiude però ricordando che in 250 anni gli Stati Uniti hanno affrontato più volte sfide simili e ne sono sempre usciti "con le loro fondamenta democratiche ed economiche più forti".


Nonostante le sconfitte, la Corte Suprema ha rafforzato il potere di Trump


La Corte Suprema degli Stati Uniti ha chiuso il suo anno giudiziario infliggendo al presidente Donald Trump tre sconfitte pesanti, ma nel complesso ha ampliato i poteri della presidenza come non era mai accaduto prima.

Le tre bocciature hanno riguardato i dazi globali, il tentativo di cancellare la cittadinanza automatica per chi nasce sul suolo americano e la volontà di licenziare una governatrice della Federal Reserve, la banca centrale statunitense. In ciascun caso la maggioranza conservatrice, formata da sei giudici su nove, ha stabilito che l'azione del presidente contrastava con il testo delle leggi federali.

Dietro queste sconfitte, però, la stessa maggioranza ha consegnato a Trump un controllo nuovo su ampie aree del governo federale. La decisione più importante per gli equilibri di Washington ha riguardato gli enti regolatori indipendenti. La Corte ha ribaltato un precedente del 1935, noto come Humphrey's Executor, che proteggeva i vertici di queste autorità dai licenziamenti decisi dal presidente. Si tratta di commissioni bipartisan che vigilano su settori chiave della vita americana, dalle contrattazioni di borsa alle centrali nucleari, dai trasporti alla sicurezza dei prodotti di consumo. Ora Trump e i suoi successori potranno rimuoverne i membri per qualsiasi motivo o senza alcun motivo, nonostante il Congresso le avesse concepite per restare libere da interferenze politiche.

Nella sua opinione dissenziente, la giudice Sonia Sotomayor ha scritto che la sentenza dà al presidente "un potere sconosciuto persino alla Corona inglese contro cui si ribellarono" i Padri fondatori. Il risultato, ha aggiunto, è "un presidente che emerge con un potere molto più grande che mai", un potere "che né il popolo, né il Congresso, né la Costituzione gli hanno conferito". Alcuni giuristi hanno definito quella decisione la più favorevole al potere presidenziale nella storia della Corte.

Sul fronte dell'immigrazione la Corte ha lasciato ampio margine all'amministrazione. Con una serie di decisioni prese a maggioranza di sei a tre ha reso più facile respingere i richiedenti asilo senza dare loro la possibilità di chiedere rifugio ed espellere i titolari di green card sospettati di un reato ma non ancora condannati. I giudici conservatori hanno anche impedito ai tribunali di esaminare le ragioni con cui l'amministrazione ha revocato la protezione umanitaria a centinaia di migliaia di migranti che vivevano legalmente negli Stati Uniti da decenni.

Molte di queste decisioni sono arrivate attraverso il cosiddetto shadow docket, la corsia d'emergenza con cui i giudici si pronunciano rapidamente sui casi urgenti, senza udienze pubbliche e spesso senza spiegare le ragioni giuridiche. Per questa via la Corte ha permesso a Trump di condurre retate contro gli immigrati che possono prendere di mira le persone anche in base all'etnia o alla lingua, di tagliare fondi alla ricerca su minoranze etniche e persone LGBT e di negare ai richiedenti il passaporto con il genere corrispondente alla loro identità.

Ad aprile la maggioranza conservatrice ha svuotato una parte importante del Voting Rights Act, la legge del 1965 che protegge il diritto di voto delle minoranze. La sentenza ha reso più difficile contestare le mappe elettorali giudicate discriminatorie e ha aperto la strada agli Stati del Sud guidati dai repubblicani per smantellare i collegi a maggioranza nera o latina, in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. Gli elettori neri e latini tendono a votare per i democratici, che i repubblicani vogliono tenere lontani dal controllo del Congresso.

La sconfitta più clamorosa è arrivata l'ultimo giorno, quando la Corte ha respinto l'ordine esecutivo con cui Trump voleva negare la cittadinanza per nascita ai figli di alcuni immigrati. I giudici hanno stabilito che il provvedimento violava il Quattordicesimo emendamento della Costituzione, che riconosce la cittadinanza a chi nasce negli Stati Uniti ed è "soggetto alla sua giurisdizione".

In quasi tutti i passaggi decisivi la regia è stata del presidente della Corte, John Roberts, di solito considerato un giudice cauto, propenso a decidere solo lo stretto necessario. Sui temi del potere presidenziale, però, negli ultimi anni ha mostrato la volontà di spingersi lontano. È stato lui a scrivere sia la sentenza che ha bocciato i dazi sia quella che ha esteso il controllo del presidente sugli enti regolatori.

Accanto a Roberts, i giudici più conservatori in alcuni casi si sarebbero spinti oltre. Clarence Thomas e Samuel Alito non hanno mai votato contro il presidente e, insieme a Brett Kavanaugh, avrebbero riconosciuto a Trump il potere di imporre dazi che la legge usata non prevedeva. Thomas e Alito avrebbero anche approvato l'invio della Guardia Nazionale, la forza di riserva militare a disposizione degli Stati e del governo federale, nelle città americane e la cancellazione della cittadinanza alla nascita. Sul fronte opposto, le tre giudici progressiste Sonia Sotomayor, Elena Kagan e Ketanji Brown Jackson si sono schierate contro ogni tentativo di allargare i poteri della presidenza.

Le divisioni ideologiche si sono fatte più nette: le decisioni prese a sei contro tre lungo linee di schieramento sono salite al 22% del totale, contro il 9% dell'anno precedente. La bocciatura dei dazi, decisa a febbraio, aveva spinto il presidente ad attaccare in termini personali i sei giudici che gli avevano dato torto, compresi due da lui stesso nominati, Neil Gorsuch e Amy Coney Barrett. Trump aveva detto che i due erano "un imbarazzo per le loro famiglie".

A metà del suo secondo mandato Trump ha ottenuto dalla Corte un bilancio molto più favorevole di quello del suo predecessore democratico Joe Biden, che pure si era trovato di fronte a una composizione di giudici quasi identica. Il movimento giuridico conservatore, che per anni aveva puntato a ribaltare il precedente del 1935, festeggia un traguardo storico e ne attribuisce il merito proprio a Roberts, un giudice che quello stesso mondo aveva spesso criticato.


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Quasi metà degli americani non sa cosa si celebra il 4 luglio


Un sondaggio del Cato Institute rileva che solo il 53% degli americani sa che la festa ricorda l'adozione della Dichiarazione di indipendenza. Il 56% teme che il paese possa smettere di essere libero
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Solo il 53% degli americani sa che il 4 luglio si celebra l'adozione della Dichiarazione di indipendenza, il documento approvato nel 1776 con cui le colonie americane proclamarono la separazione dalla Gran Bretagna, considerato l'atto di nascita degli Stati Uniti. Il 46% degli intervistati ha risposto di non sapere quale evento storico ricordi la festa nazionale dell'Independence Day. Lo ha rilevato un sondaggio del Cato Institute, un centro studi libertario favorevole a un ruolo limitato dello Stato, pubblicato giovedì a due giorni dal 250° anniversario degli Stati Uniti, la ricorrenza celebrata sabato in tutto il paese con il nome di America 250.

La quota di chi non sa rispondere sale al 61% tra gli intervistati della Generazione Z, cioè gli adulti più giovani del campione. Le lacune non riguardano solo la data: il 58% non conosce la funzione principale della Costituzione, la legge fondamentale che regola i poteri dello Stato americano, e il 57% non ha saputo spiegare perché gli Stati Uniti dichiararono l'indipendenza dalla Gran Bretagna per dare vita a un governo dai poteri limitati, cioè vincolato da regole che ne circoscrivono l'autorità.

L'86% degli intervistati si dice comunque grato di essere americano. Il 60% ritiene però che gli Stati Uniti si siano allontanati dai loro principi fondativi.

Il 56% teme inoltre che il paese possa smettere di essere una nazione libera nei prossimi cinquant'anni. Chi esprime questo timore indica tra le cause la corruzione, la concentrazione e l'abuso del potere, oltre all'ignoranza dei principi su cui la nazione è nata.

Sondaggio · Stati Uniti
Solo il 53% sa che il 4 luglio celebra la Dichiarazione di indipendenza
25-26 giugno 2026 · 2.253 americani (±2%) · Cato Institute
Focus America

Risposta%

L'adozione della Dichiarazione di indipendenza
Risposta esatta

53%

La ratifica della Costituzione

8%

La vittoria nella guerra d'indipendenza

6%

La prima elezione presidenziale

5%

Lo sbarco dei padri pellegrini a Plymouth Rock

3%

La fondazione di Jamestown

1%

Non sa

23%

Elaborazione di Focus America su dati del Cato Institute. Domanda: quale dei seguenti eventi descrive meglio ciò che commemora il 250° anniversario dell'America? Le percentuali possono non sommare a 100 per gli arrotondamenti.

Alla richiesta di indicare le tutele a cui tengono di più, gli intervistati hanno citato la libertà di parola, il diritto di voto, l'uguaglianza davanti alla legge, la libertà religiosa e il diritto a un giusto processo, cioè la garanzia di procedure regolari davanti alla legge.

I risultati sono arrivati dopo altre rilevazioni che nelle settimane precedenti segnalavano un patriottismo in calo in alcune fasce della popolazione, mentre Washington preparava la grande festa per l'anniversario e altre celebrazioni erano in programma da una costa all'altra. Nella capitale la festa principale si è svolta sabato pomeriggio sul National Mall, il grande parco monumentale al centro della città: il programma prevedeva ore di sorvoli di aerei militari, un comizio politico del presidente Trump e uno spettacolo di fuochi d'artificio da record.

Il sondaggio è stato condotto su un campione di 2.253 americani tra il 25 e il 26 giugno, con un margine di errore di circa 2 punti percentuali.


250 anni di America, la promessa incompiuta della libertà


Oggi, 4 luglio 2026, gli Stati Uniti d’America non celebrano soltanto un anniversario. Celebrano una ferita, una promessa, una contraddizione, una speranza. Duecentocinquant’anni fa, tredici colonie affacciate sull’Atlantico ebbero l’audacia quasi impensabile di dichiarare che il potere non discendeva dal sangue dei re, né dalla grazia dei troni, né dalla forza degli imperi ma dal consenso degli uomini liberi. In quel gesto, compiuto nel caldo di Filadelfia nel 1776, non nacque semplicemente uno Stato: nacque un linguaggio politico destinato a cambiare il mondo.

La Dichiarazione d’Indipendenza rimane uno dei testi più potenti della modernità politica. Le sue parole più celebri – “all men are created equal” e il diritto alla “Life, Liberty and the pursuit of Happiness” – non furono soltanto una formula giuridica: furono un terremoto morale. In esse c’era già tutto: la dignità dell’individuo, la legittimazione democratica del potere, il diritto dei popoli a non essere governati come sudditi, ma riconosciuti come cittadini.

Eppure, fin dall’inizio, l’America fu grande non perché fosse pura, ma perché seppe pronunciare un ideale più alto della propria realtà. Nel 1776, mentre proclamava l’uguaglianza, tollerava ancora la schiavitù. Mentre invocava la libertà, escludeva donne, nativi, afroamericani, poveri e moltitudini senza voce. La sua grandezza, dunque, non sta nell’assenza di contraddizioni ma nella forza con cui quella frase originaria – “tutti gli uomini sono creati uguali” – avrebbe continuato a perseguitarla, a giudicarla, a costringerla a diventare più simile alla propria promessa.

Questa è la vera storia americana: non una marcia trionfale ma una lotta incessante tra ideale e realtà. Washington, Jefferson, Adams e Franklin non costruirono un paradiso, aprirono un conflitto. Fondarono una Repubblica sul principio più esplosivo che la politica moderna avesse mai conosciuto: nessun potere è legittimo se non risponde alla libertà di coloro che governa. Da quel momento, ogni ingiustizia americana sarebbe stata misurata contro le parole del 1776. Ogni esclusione avrebbe trovato nella Dichiarazione il proprio atto d’accusa.

Ottantasette anni dopo, su un campo di battaglia devastato dalla Guerra Civile, Abraham Lincoln comprese che l’America non poteva sopravvivere se non rinascendo. A Gettysburg, nel 1863, richiamò la fondazione del 1776 e definì gli Stati Uniti una nazione “conceived in Liberty”. Poi consegnò alla storia una delle formule più alte mai pronunciate sulla democrazia: “government of the people, by the people, for the people”. Non era retorica: era sangue. Era il tentativo di dare un senso ai morti, di trasformare la guerra in rifondazione morale, di dire che una Repubblica può salvarsi solo se accetta di pagare il prezzo della propria verità.

Da Lincoln in poi, la storia americana è diventata il lungo processo attraverso cui la Dichiarazione ha cercato di raggiungere sé stessa. L’abolizione della schiavitù, il suffragio femminile, il New Deal, la lotta contro il nazismo, il movimento per i diritti civili, la conquista dello spazio, l’espansione dei diritti individuali: ogni stagione ha aggiunto un frammento alla promessa originaria. Ma ogni stagione ha mostrato anche la sua ombra: segregazione, imperialismo, disuguaglianze, guerre, razzismo strutturale, crisi democratiche. L’America ha spesso tradito la sua origine. Ma la sua eccezionalità, quando esiste, non consiste nell’essere innocente; consiste nell’avere scritto, all’inizio della propria storia, il criterio con cui poter essere giudicata.

Per questo Martin Luther King Jr., nel 1963, non parlò contro l’America: parlò all’America, usando l’America contro le sue ingiustizie. Il suo “I have a dream” fu il secondo atto della Dichiarazione d’Indipendenza. Quando invocò il giorno in cui la libertà avrebbe risuonato “from every mountainside”, King non stava chiedendo un favore alla maggioranza bianca: stava reclamando il pagamento di un debito morale contratto nel 1776. La sua voce dimostrò che i testi fondativi non appartengono ai vincitori ma a chi ha il coraggio di prenderli sul serio.

Duecentocinquant’anni dopo, l’America arriva al suo anniversario più simbolico in un tempo inquieto. La democrazia liberale appare fragile, polarizzata, stanca. Le istituzioni sono attraversate da sfiducia; la tecnologia ridefinisce il potere; le disuguaglianze economiche consumano il patto sociale; la politica sembra spesso incapace di parlare alla parte migliore dei cittadini. Eppure proprio per questo il 2026 non può essere soltanto una celebrazione patriottica. Deve essere un esame di coscienza.

Ogni grande anniversario pone una domanda: che cosa resta della promessa iniziale? Resta molto, se si guarda alla forza creativa degli Stati Uniti, alla loro capacità di attrarre talenti, di generare innovazione, di difendere – talvolta con coerenza, talvolta con ipocrisia – l’idea che la libertà sia un valore universale. Ma resta anche un compito immenso: dimostrare che la democrazia non è un monumento, bensì una responsabilità quotidiana. Ronald Reagan disse che la libertà “is never more than one generation away from extinction” e che deve essere difesa da ogni generazione. È una frase enfatica, certo; una frase che nel 2026 suona meno come celebrazione e più come avvertimento.

La libertà, infatti, non muore solo sotto i colpi dei carri armati. Può morire lentamente, nella disaffezione, nella menzogna pubblica, nella rabbia permanente, nella trasformazione dell’avversario politico in nemico esistenziale. Può morire quando i cittadini smettono di credere che le istituzioni siano casa comune. Può morire quando il mercato diventa destino, quando la tecnologia diventa dominio, quando la politica rinuncia alla verità. Gli Stati Uniti, nati da una ribellione contro l’arbitrio, devono oggi chiedersi se siano ancora capaci di opporre alla frammentazione contemporanea un’idea credibile di comunità democratica.

Ma l’America possiede ancora qualcosa di raro: la capacità di raccontarsi come futuro. È questa la sua forza più profonda. Non la potenza militare, non Wall Street, non Hollywood, non la Silicon Valley. Prima di tutto, l’America è una narrazione. È l’idea che una vita possa ricominciare, che l’origine non debba inchiodare il destino, che un popolo possa correggersi, che una Repubblica possa cadere e rialzarsi. È il Paese che ha fatto della speranza una forma politica. E della contraddizione una battaglia permanente.

Naturalmente, nessuna celebrazione sincera può dimenticare chi ha pagato il prezzo del sogno americano: i popoli nativi spogliati delle loro terre, gli schiavi deportati e disumanizzati, i migranti sfruttati, i soldati mandati a morire, le minoranze costrette a reclamare diritti che avrebbero dovuto possedere fin dalla nascita. Ma proprio qui si misura la grandezza tragica della vicenda americana: il suo ideale è stato spesso negato dagli stessi uomini che lo proclamavano, e tuttavia è rimasto abbastanza potente da armare moralmente coloro che ne erano esclusi.

Il duecentocinquantesimo anniversario dell’indipendenza americana dovrebbe allora essere letto non come una festa dell’autocompiacimento, ma come una liturgia civile della responsabilità. Il 1776 non chiede agli Stati Uniti di venerare il proprio passato; chiede loro di esserne degni. Non chiede bandiere senza domande; chiede cittadini capaci di trasformare la memoria in dovere. Non chiede di credere che l’America sia sempre stata giusta; chiede di credere che la giustizia sia ancora possibile.

In fondo, tutte le nazioni vivono di miti. Ma pochi miti hanno avuto la forza normativa del mito americano della libertà. Pochi hanno ispirato rivoluzioni, costituzioni, movimenti di liberazione, dissidenti, migranti, perseguitati. Pochi hanno saputo parlare contemporaneamente al contadino del Settecento, allo schiavo in fuga, all’operaio del Novecento, allo studente davanti a un campus, al dissidente davanti a un muro, al migrante davanti a una frontiera. L’America non è stata soltanto una potenza: è stata una grammatica della possibilità.

Oggi quella grammatica è sotto pressione. Ma proprio per questo il suo anniversario conta. Perché i 250 anni dell’indipendenza non celebrano un impero perfetto ma una domanda ancora aperta: può una democrazia restare fedele alla libertà quando la libertà diventa difficile? Può una Repubblica sopravvivere alla propria ricchezza, alla propria paura, alla propria divisione? Può il popolo essere ancora sovrano in un tempo dominato da algoritmi, capitali globali e verità frantumate?

La risposta non è scritta nei monumenti di Washington, né negli archivi di Filadelfia, né nei fuochi d’artificio del 4 luglio. È scritta, come sempre, nelle scelte dei cittadini. Ogni generazione americana deve rifirmare la Dichiarazione d’Indipendenza, non con l’inchiostro ma con il modo in cui tratta i più deboli, protegge le istituzioni, custodisce il dissenso, limita il potere, riconosce la dignità di chi non le somiglia.

Duecentocinquant’anni dopo, l’America è ancora quella frase: “Life, Liberty and the pursuit of Happiness”. Una frase fragile, immensa, incompiuta. Una frase che ha attraversato guerre civili, assassinii, depressioni economiche, rivoluzioni sociali, trionfi scientifici e cadute morali. Una frase che non ha smesso di chiedere agli Stati Uniti di diventare migliori.

E forse è proprio questo il significato più profondo del 2026: non celebrare l’America perché è stata perfetta ma perché ha osato fondarsi su un ideale più grande delle proprie colpe. Non perché abbia sempre mantenuto la promessa ma perché quella promessa continua a vivere, a bruciare, a giudicare. Il 4 luglio 1776 non nacque soltanto una nazione. Nacque una sfida lanciata alla storia: che gli uomini potessero governarsi da soli, che la libertà potesse diventare istituzione, che la felicità potesse entrare nel linguaggio pubblico come diritto e non come privilegio.

Dopo 250 anni, quella sfida non è finita. È appena stata consegnata, ancora una volta, alle mani del presente.


Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

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✨ JADEPUFFER: il primo ransomware condotto interamente da un agente AI, dalla violazione al wipe del database
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JADEPUFFER: il primo ransomware condotto interamente da un agente AI, dalla violazione al wipe del database


Il ransomware ha sempre avuto un umano dietro la tastiera, o quantomeno dietro lo script. Il Threat Research Team di Sysdig sostiene di aver documentato per la prima volta il contrario: un’estorsione digitale condotta interamente, dalla ricognizione iniziale alla distruzione dei dati, da un modello linguistico di grandi dimensioni senza intervento umano diretto. L’hanno battezzata JADEPUFFER, e i log che ha lasciato dietro di sé si leggono come il diario di bordo — auto-narrato, letteralmente — di un operatore che ragiona, sbaglia, si corregge e ripiega su un piano B in 31 secondi.

Il punto d’ingresso: un server Langflow esposto


JADEPUFFER ha ottenuto l’accesso iniziale sfruttando CVE-2025-3248, una falla di mancata autenticazione nell’endpoint di validazione del codice di Langflow, popolare framework open source per costruire applicazioni e workflow di agenti basati su LLM. Il difetto permette a chiunque raggiunga il servizio di eseguire codice Python arbitrario senza credenziali. Langflow resta un bersaglio ricorrente proprio perché le sue istanze, spesso esposte in fretta e senza controlli di rete, custodiscono tipicamente chiavi API di provider AI e credenziali cloud nell’ambiente circostante — un aperitivo perfetto per chi cerca un punto d’appoggio.

Tutti i payload sono stati consegnati come Python codificato in Base64 attraverso l’endpoint RCE, e da lì l’agente ha iniziato a muoversi da solo.

Fase 1: ricognizione e razzia sull’host compromesso


Subito dopo l’esecuzione, l’LLM ha enumerato l’host (id, uname -a, hostname, interfacce di rete, processi attivi) e ha setacciato in parallelo l’ambiente per categorie di segreti: chiavi API di provider AI (OpenAI, Anthropic, DeepSeek, Gemini e altri), credenziali cloud — con una copertura esplicita dei provider cinesi (Alibaba, Aliyun, Tencent, Huawei) oltre ad AWS, GCP e Azure — wallet di criptovalute e seed phrase, credenziali e file di configurazione di database.

Ha poi scaricato il database Postgres di backend dello stesso Langflow, sondato lo spazio di indirizzi interno alla ricerca di servizi raggiungibili e, trovato un endpoint MinIO (l’archivio oggetti compatibile S3 usato per dati applicativi, backup e modelli ML) protetto solo dalle credenziali di default minioadmin:minioadmin, ha eseguito l’intero playbook di enumerazione: elenco dei bucket — incluso uno dedicato allo stato Terraform — e recupero mirato di file .env e credentials.json. Quando un tentativo iniziale con ?format=json ha restituito XML invece del JSON atteso, l’agente ha adattato all’istante il proprio parser allo schema di risposta S3 e ha rilanciato la richiesta: un dettaglio piccolo ma rivelatore, perché è esattamente il tipo di correzione che un toolkit fisso non farebbe mai da solo.

Prima di spostarsi sul bersaglio vero, ha installato una persistenza banale ma efficace: un cron job che ogni 30 minuti invia un beacon all’infrastruttura d’attacco.

Fase 2: il vero obiettivo — un server Nacos/MySQL di produzione


Gli artefatti catturati mostrano che il bersaglio reale dell’operazione non era Langflow, ma un server di produzione separato che eseguiva MySQL e Alibaba Nacos, la piattaforma di service discovery e configurazione dinamica molto diffusa nelle architetture a microservizi. Nacos porta con sé una storia documentata di bypass di autenticazione (CVE-2021-29441 e varianti correlate) e una chiave di firma JWT di default nota pubblicamente dal 2020, che in molte installazioni non viene mai cambiata, rendendo banale la falsificazione dei token.

Con accesso root al database — le cui credenziali non risultano raccolte nell’ambiente della vittima, e la cui origine resta ignota — l’agente ha inserito direttamente un amministratore backdoor nel database di Nacos. Ed è qui che emerge la sequenza più interessante dell’intera analisi Sysdig: il primo tentativo di login con l’account appena creato fallisce; 12 secondi dopo l’LLM prova contemporaneamente le credenziali di default nacos:nacos e genera un nuovo hash per una password più semplice; 19 secondi più tardi emette un payload correttivo che passa da una chiamata subprocess a un import diretto della libreria bcrypt, cancella la riga corrotta e la ricrea con l’hash generato correttamente. Il login riesce. Dal fallimento alla correzione funzionante: 31 secondi, quindici righe di codice coordinato — cancellare, diagnosticare, ricostruire, reinserire.

Segue una fase di ricognizione per un possibile container escape — scritture di test su file MySQL, tentativi di lettura di docker.sock e /proc/1/cgroup, verifica dei permessi su /proc/1/mountinfo — condotta con precisione chirurgica in circa otto minuti e chiusa da un marcatore di completamento esplicito scritto su disco. Non è il comportamento di uno script fisso: è un agente strutturato che segnala da solo di essere pronto per la fase successiva.

Cifratura, estorsione e distruzione — con un colpo di scena


L’agente ha cifrato 1.342 elementi di configurazione del servizio Nacos usando la funzione AES_ENCRYPT() di MySQL, eliminato le tabelle originali config_info e la relativa cronologia, e creato una tabella di estorsione, README_RANSOM, con la richiesta di riscatto, un indirizzo Bitcoin e un contatto ProtonMail. La nota rivendica AES-256, ma AES_ENCRYPT() di default usa AES-128-ECB salvo riconfigurazione: un dettaglio che forse esagera l’algoritmo ma non cambia l’impatto pratico.

Il colpo di scena è nella chiave: generata come base64(uuid4().bytes + uuid4().bytes), quindi sostanzialmente casuale, stampata una sola volta a schermo e mai salvata né trasmessa altrove. Anche pagando, la vittima non potrebbe recuperare nulla — l’estorsione, in questo caso, è tecnicamente impossibile da onorare. Nella fase finale, l’agente è passato dalla cancellazione di singole righe all’eliminazione di schemi di database interi, commentando nel proprio stesso codice la logica di scelta dei bersagli (“database ad alto ROI da eliminare”) come farebbe un operatore che spiega a sé stesso perché sta agendo così.

Come si fa a dire che è stata davvero un’IA


Sysdig basa la propria valutazione su quattro elementi: codice auto-narrante saturo di commenti in linguaggio naturale che spiegano il “perché” di ogni azione; diagnosi e correzione degli errori a velocità di macchina, con timestamp che mostrano una finestra di 31 secondi tra un fallimento e una correzione multi-step accurata; comprensione dimostrata di testo libero incontrato durante l’operazione, non un semplice pattern-matching; e oltre 600 payload distinti ed efficaci eseguiti in una finestra temporale compressa. Anche l’indirizzo Bitcoin usato nella nota di riscatto è curioso: è l’esempio canonico di formato Pay-to-Script-Hash che compare in tutta la documentazione per sviluppatori Bitcoin — un caso da manuale di possibile “allucinazione” di un modello che ha semplicemente riprodotto un esempio della sua base di addestramento, oppure, alternativamente, un wallet reale scelto deliberatamente dall’operatore. Sysdig non è in grado di distinguere le due ipotesi senza visibilità sul system prompt dell’agente.

Cosa cambia per chi difende


Nessuna delle tecniche usate da JADEPUFFER è nuova: è la loro concatenazione autonoma, end-to-end, contro infrastrutture esposte e trascurate, a segnare un punto di svolta. La soglia di competenza per condurre un’estorsione digitale completa si sta abbassando a quanto costa far girare un agente — e se quell’agente gira su credenziali cloud rubate (LLMjacking), il costo per l’attaccante si avvicina allo zero.

  • Applicare la patch per CVE-2025-3248 su ogni istanza Langflow e non esporre mai endpoint di validazione/esecuzione codice a Internet
  • Non fare girare server di orchestrazione AI con chiavi API di provider o credenziali cloud nell’ambiente: isolarle in un secret manager lontano da processi raggiungibili dal web
  • Cambiare la chiave di firma token di default in Nacos, non esporlo mai a Internet e impedirgli di connettersi al database di backend come root
  • Non esporre mai account amministrativi di database su Internet; applicare credenziali forti e restrizioni per IP sorgente sulle porte di gestione
  • Applicare controlli di egress così che un host applicativo compromesso non possa contattare liberamente destinazioni esterne o database di staging
  • Monitorare cron job che invocano chiamate di rete in uscita e anomalie nello User-Agent, oltre agli IoC indicati sotto

Sysdig prevede che il volume e la varietà di queste campagne aumenteranno man mano che il tooling agentico matura. Il consiglio è trattare server applicativi esposti, config store non irrobustiti e account admin di database raggiungibili da Internet come le prime superfici che verranno colpite — non più da un operatore umano con uno script, ma da un agente che scrive da solo il proprio piano d’attacco, verificandolo passo dopo passo.

Indicatori di compromissione

Nome campagna: JADEPUFFER (agentic threat actor)
Vulnerabilità d'ingresso: CVE-2025-3248 (Langflow, RCE non autenticato)
C2 / accesso iniziale: 45.131.66[.]106
Beacon di persistenza: hxxp://45.131.66[.]106:4444/beacon (cron ogni 30 minuti)
Server di staging/exfil dichiarato: 64.20.53[.]230 (InterServer, AS19318)
Bersaglio secondario: server MySQL + Alibaba Nacos esposto
Vulnerabilità sfruttata sul bersaglio: CVE-2021-29441 (Nacos auth bypass) + chiave JWT di default
Credenziali MinIO sfruttate: minioadmin:minioadmin
Tabella di estorsione: README_RANSOM
Indirizzo Bitcoin: 3J98t1WpEZ73CNmQviecrnyiWrnqRhWNLy
Contatto: e78393397[@]proton[.]me
Dati distrutti: 1.342 elementi di configurazione Nacos + tabelle config_info/his_config_info
Chiave di cifratura: generata casualmente, mai salvata né trasmessa (dati non recuperabili)