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Nel 2023 Meloni presentava il Patto UE su migrazione e asilo come un passo avanti per l’Italia: oggi Germania, Svizzera, Austria, Finlandia e Svezia stanno riaprendo i trasferimenti verso il nostro Paese dei richiedenti asilo per cui Roma è responsabile.

Questo perché il nuovo Patto non ha davvero superato la logica di Dublino: lo Stato di primo ingresso resta centrale e può essere responsabile fino a 20 mesi. E la solidarietà europea, pur obbligatoria, può tradursi anche in contributi economici o altre misure: non significa automaticamente redistribuire le persone.

Il paradosso è ovvio: dopo Ceuta, Meloni ha sospeso Schengen con la Spagna in nome della sicurezza nazionale. Proprio la Spagna oggi ha scelto di non rimandare nessuno in Italia, preferendo i meccanismi europei di solidarietà.

Perché quando finisce la propaganda, le regole restano.

Volt vuole chiudere questa stagione: superare davvero Dublino, rendere strutturali i ricollocamenti, aprire canali legali e affidare all’Europa una gestione comune di asilo e frontiere.

Perché sull’immigrazione o governa l’Europa, o continueranno a governare il caos e gli slogan.

#Migranti #PattoMigranti #GiorgiaMeloni #UnioneEuropea #Immigrazione #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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I titoli di Stato americani stanno perdendo lo status di bene rifugio


Debito, inflazione e timori sui conti pubblici spingono i rendimenti ai massimi da diciannove anni. Le mosse di Bessent sostengono i titoli, ma spostano in avanti il problema che diventa sempre più serio.

I titoli del Tesoro statunitense stanno perdendo sempre di più il loro status di bene rifugio. La corsa dei rendimenti, che martedì ha portato quello del trentennale al 5,337%, il livello più alto da diciannove anni, non si spiega soltanto con l’inflazione persistente o con il boom del debito emesso dalle imprese per finanziare l’intelligenza artificiale. Secondo un’analisi del Wall Street Journal, invece, i titoli americani rendono ormai più di alcuni attivi comparabili considerati meno sicuri e, nei momenti di tensione, non si comportano più come un bene rifugio.

Dalla pandemia in poi gli Stati Uniti hanno inondato il mercato di nuovo debito, arrivato questa settimana a 40 mila miliardi di dollari includendo anche la quota detenuta da enti pubblici. Nulla lascia pensare che il flusso sia destinato a fermarsi. Dopo la crisi finanziaria globale era accaduto l’opposto: il debito federale era aumentato rapidamente, ma i rendimenti erano comunque scesi perché il credito privato era crollato e strumenti considerati sicuri, come i titoli garantiti da mutui con il rating più alto, si erano rivelati tutt’altro che tali.

Debito federale · Mercato dei Treasury

I Treasury hanno smesso di comportarsi da bene rifugio

Il rendimento del trentennale americano ha toccato il livello più alto da diciannove anni. Ma il punto non è solo l’inflazione: oggi gli investitori chiedono di più per assorbire il debito degli Stati Uniti, non meno per metterlo al sicuro.

Grafica di FocusAmerica 20 agosto 2026

Rendimento del Treasury a trent’anni, martedì
5,337%
È il valore più alto dall’aprile 2007: da diciannove anni gli Stati Uniti non pagavano tanto per farsi prestare denaro così a lungo.

4,00% Picco dell’aprile 2007: 5,44%

40.000 mld $
Il debito federale raggiunto questa settimana, compresa la quota in mano a enti pubblici

2.100 mld $
Il disavanzo che l’Ufficio Congressuale del Bilancio prevede per quest’anno

I quattro passaggi dell’analisi
Il segno Il premio I conti Le mosse

Il segno che si è invertito

I Treasury rendevano meno di tutti. Oggi rendono di più


Per decenni chi comprava titoli americani accettava un rendimento più basso in cambio della sicurezza. Dal 2022 quel vantaggio è sparito: nei tre confronti che gli economisti usano come metro, lo scarto ha cambiato segno.

Fino al 2021 Dal 2022

Parità
I Treasury rendono di più
I Treasury rendono di meno

Swap sui tassi d’interesse
Obbligazioni di imprese con il rating più alto
Titoli di altri Stati, coperti dal rischio di cambio

Quando le borse scendono, oggi i rendimenti dei Treasury salgono: è successo dopo l’annuncio dei dazi del «Liberation Day». Un bene rifugio dovrebbe fare l’esatto contrario.
Schema qualitativo: indica la direzione dello scarto, non la sua ampiezza. Il tratteggio segna la posizione precedente. Il confronto con le obbligazioni societarie tiene conto del rischio d’insolvenza.

La misura del cambiamento

Un terzo dell’aumento non dipende né dall’inflazione né dalla Federal Reserve


Dal 2015 i rendimenti sono saliti di 2,5 punti percentuali. L’economista del Massachusetts Institute of Technology Ricardo Caballero calcola quanta parte di quella salita dipenda da un fatto nuovo: gli investitori chiedono di essere pagati di più per assorbire il debito che il Tesoro immette sul mercato.

Aumento dei rendimenti dal 2015 2,5 punti

1,75 punti Inflazione persistente, politica monetaria e altri fattori di mercato
0,75 punti Il passaggio dal premio di sicurezza al premio di assorbimento

Dopo la crisi del 2008 gli economisti parlavano di penuria di attivi sicuri: tutti volevano titoli americani e ce n’erano pochi, così i rendimenti scendevano. Oggi vale il contrario: ce ne sono troppi, e il mercato si fa pagare per assorbirli.
Ripartizione stimata da Caballero combinando lo scarto con gli swap sui tassi e l’aumento del premio a termine.

L’obiettivo mancato

Bessent voleva dimezzare il disavanzo: quest’anno cresce ancora


Il Segretario al Tesoro aveva promesso di riportare il disavanzo al 3% del prodotto interno lordo, contenendo l’inflazione con più energia e alzando la produttività con l’intelligenza artificiale. La guerra con l’Iran e una sentenza della Corte Suprema hanno spinto i conti nella direzione opposta.

Disavanzo dell’anno fiscale 2024 1.800 mld $

Previsione dell’Ufficio Congressuale del Bilancio per quest’anno 2.100 mld $

L’obiettivo indicato da Bessent: il 3% del prodotto interno lordo circa la metà

−250 mld $
Le entrate doganali che verranno a mancare rispetto alle stime precedenti
Dopo che la Corte Suprema ha annullato i dazi imposti con i poteri d’emergenza

1.900 mld $
Le obbligazioni di alta qualità che le imprese emetteranno quest’anno, secondo Barclays
Una cifra record, in gran parte per costruire data center

Il debito pubblico e quello delle imprese si contendono gli stessi compratori: più carta arriva sul mercato, più sale il rendimento che gli investitori pretendono.

La risposta del Tesoro

Invece di agire sulle cause, Bessent interviene sul mercato


Tocca ogni passaggio per aprirlo. In poche settimane il Dipartimento del Tesoro ha spostato le emissioni sulle scadenze brevi, difeso lo yen senza vendere titoli americani e raddoppiato i riacquisti senza preavviso.


La scelta di fondo
Il disavanzo si finanzia con titoli a breve termine+

Il Tesoro copre una quota crescente del disavanzo con scadenze corte ed evita di ampliare le aste sui titoli lunghi. Ha anche lasciato intendere che alcune di quelle aste potrebbero essere ridotte. Il prezzo lo pagherà chi verrà dopo: quel debito andrà rinnovato, forse a tassi ancora più alti.


Fine luglio · Inizio agosto
Lo yen viene difeso in euro, non in dollari+

Con la valuta giapponese ai minimi da quarant’anni, Washington interviene insieme a Tokyo. Gli Stati Uniti comprano yen usando euro e non dollari, per non dover vendere titoli americani.


La richiesta alla Federal Reserve
Più dollari alle banche centrali estere, in cambio di garanzie+

Bessent chiede di ampliare la FIMA repo facility, lo strumento con cui le banche centrali straniere ottengono dollari lasciando in garanzia titoli americani. Oggi il limite è di 60 miliardi di dollari al giorno per ciascuna controparte. L’obiettivo è evitare che il Giappone venda Treasury per difendere lo yen.


Mercoledì · L’annuncio a sorpresa
I riacquisti raddoppiano: da 2 a 4 miliardi per operazione+

L’aumento riguarda i titoli con scadenza fra dieci e trent’anni e vale dal 9 settembre al 4 novembre. I rendimenti sono scesi subito, ma dagli anni Settanta le emissioni erano sempre state «regolari e prevedibili», annunciate durante i rifinanziamenti trimestrali. Blake Gwinn di RBC Capital Markets avverte che titoli meno prevedibili diventano più volatili, e chi li compra chiederà di essere pagato anche per quello.

Il punto
Finché il debito cresce e il Tesoro agisce sul mercato invece che sui conti, chi compra Treasury continuerà a chiedere di essere pagato di più.

Fonte Wall Street Journal; studi di Ricardo Caballero (MIT) e di Hanno Lustig (Stanford University) con Roberto Gómez-Cram e Howard Kung per l’Aspen Economic Strategy Group; Ufficio Congressuale del Bilancio; Barclays; Dipartimento del Tesoro. Rendimenti al 18 agosto 2026; massimo dell’aprile 2007 secondo i dati di mercato citati da The Hill.

Dal premio di sicurezza al premio di assorbimento


L’economista del Massachusetts Institute of Technology Ricardo Caballero aveva definito quella situazione una “penuria di attivi sicuri”: la forte domanda di titoli ritenuti estremamente affidabili si scontrava con un’offerta limitata, spingendone i rendimenti verso il basso. In un recente studio Caballero sostiene però che il rapporto si sia ormai rovesciato. Gli investitori, anziché accontentarsi di rendimenti modesti in cambio della sicurezza, ne chiedono invece di più elevati per assorbire l’enorme quantità di debito immessa sul mercato. Il premio di sicurezza si sarebbe così trasformato in un premio di assorbimento.

Un indizio arriva dal confronto con gli swap sui tassi d’interesse, derivati utilizzati per gestire l’esposizione alle oscillazioni dei tassi e impiegati come riferimento per il costo del credito alle imprese. Storicamente i titoli del Tesoro rendevano meno degli swap, oggi invece rendono di più. Combinando questo indicatore con l’aumento del premio a termine, Caballero calcola che il passaggio dal premio di sicurezza a quello di assorbimento spieghi circa 0,75 punti percentuali dei 2,5 punti di aumento dei rendimenti registrati dal 2015.

A conclusioni simili arriva uno studio di Hanno Lustig, della Stanford University, realizzato con Roberto Gómez-Cram e Howard Kung per l’Aspen Economic Strategy Group. In passato i titoli del Tesoro americani rendevano meno delle obbligazioni societarie con il rating più alto anche dopo aver tenuto conto del rischio d’insolvenza. Dal 2022 questo vantaggio è scomparso; lo stesso è avvenuto rispetto ai titoli di altri Stati sovrani, una volta coperto il rischio di cambio. Gli autori segnalano inoltre che, quando le borse scendono, oggi i rendimenti dei Treasury tendono a salire, come avvenne dopo l’annuncio dei dazi del “Liberation Day” da parte di Donald Trump. Anche le notizie su disavanzi di bilancio più ampi del previsto spingono i rendimenti verso l’alto.

Bessent interviene sul mercato, non sui conti


Questa dinamica era cominciata prima del ritorno di Trump alla Casa Bianca, ma l’attuale Amministrazione non è riuscita a invertirla. Il Segretario al Tesoro Scott Bessent aveva inizialmente indicato tra le priorità del presidente la riduzione dei rendimenti, che avrebbe contribuito ad abbassare anche i tassi sui mutui. L’obiettivo sarebbe dovuto essere raggiunto contenendo l’inflazione attraverso una maggiore produzione di energia, aumentando la produttività grazie all’intelligenza artificiale e riducendo il disavanzo, pari a 1.800 miliardi di dollari nell’anno fiscale 2024.

È andata in maniera del tutto diversa. La guerra con l’Iran ha spinto verso l’alto i prezzi dell’energia e l’inflazione, mentre l’Ufficio Congressuale del Bilancio (CBO) prevede per quest’anno un disavanzo di 2.100 miliardi di dollari, pari a circa il doppio dell’obiettivo del 3% del prodotto interno lordo indicato inizialmente da Bessent. Una parte significativa del peggioramento deriva dalle entrate doganali, stimate in circa 250 miliardi in meno rispetto alle precedenti previsioni dopo che la Corte Suprema ha annullato i dazi inizialmente imposti dall’Amministrazione ricorrendo ai poteri economici d’emergenza. Nel frattempo, secondo Barclays, le imprese emetteranno quest’anno la cifra record di 1.900 miliardi di dollari di obbligazioni di alta qualità, in larga parte per finanziare la costruzione di data center.

Secondo il Wall Street Journal, anziché intervenire sulle cause che sono alla base di questa situazione, Bessent ha scelto di agire direttamente sul mercato. Il Dipartimento del Tesoro sta così finanziando una quota crescente del disavanzo con titoli a breve termine, evitando di ampliare le aste sulle scadenze più lunghe, e ha lasciato intendere che alcune di queste aste potrebbero perfino essere ridotte.

I riacquisti scuotono il mercato


Tra la fine di luglio e l’inizio di agosto Bessent è poi intervenuto insieme a Tokyo per sostenere lo yen, sceso ai minimi da quarant’anni. Gli Stati Uniti hanno comprato valuta giapponese utilizzando euro anziché dollari, in modo da non dover vendere titoli americani. Nello stesso contesto Bessent ha chiesto di ampliare la FIMA repo facility della Federal Reserve, vale a dire lo strumento attraverso il quale le banche centrali estere possono dare in garanzia titoli del Tesoro americani in cambio di dollari, oggi limitato a 60 miliardi al giorno per ciascuna controparte. L’obiettivo di tutto questo è evitare che il Giappone debba liquidare Treasury per difendere la propria valuta.

Dagli anni Settanta le Amministrazioni democratiche e repubblicane avevano seguito il principio di emissioni “regolari e prevedibili”, annunciate durante i rifinanziamenti trimestrali. Anche i riacquisti introdotti nel 2024 per migliorare la liquidità dei titoli meno scambiati rispettavano un calendario prestabilito. Bessent aveva ribadito questo principio proprio in un discorso a novembre. Ma mercoledì ha annunciato a sorpresa il raddoppio dei riacquisti, da 2 ad almeno 4 miliardi di dollari per operazione, per i titoli con scadenze comprese tra dieci e trent’anni. L’aumento sarà applicato dal 9 settembre al 4 novembre, appena due settimane dopo l’ultimo rifinanziamento trimestrale.

La mossa ha colto gli investitori in contropiede e ha fatto scendere immediatamente i rendimenti, ma l’effetto potrebbe essere temporaneo. “Se le emissioni e i riacquisti non sono più regolari né prevedibili, i titoli rischiano di diventare diventare più volatili” e gli investitori potrebbero chiedere rendimenti più elevati per “tenere conto di questa maggiore imprevedibilità”, ha osservato Blake Gwinn, responsabile della strategia sui tassi statunitensi di RBC Capital Markets. Affidandosi maggiormente alle scadenze brevi, inoltre, il Dipartimento del Tesoro aumenta il rischio di dover rifinanziare il debito quando i tassi saranno ancora più alti: un problema che potrebbe però ricadere su un futuro Segretario al Tesoro e su una Amministrazione di colore diverso.


Nel 2030 il debito americano supererà il record della Seconda guerra mondiale


Nel 2030 il debito pubblico americano in mano agli investitori supererà, in rapporto alla dimensione dell'economia, il record toccato alla fine della Seconda guerra mondiale. Lo prevede il Congressional Budget Office (CBO), l'ufficio indipendente che analizza i conti pubblici per conto del Congresso. La differenza rispetto agli anni Quaranta è che questa volta il debito non dà alcun segno di voler scendere, come ha scritto in un editoriale il Washington Post. Il bilancio del governo federale è il più grande di qualunque organizzazione nella storia dell'umanità e vale più dell'intera economia di ogni altro paese al mondo, con l'unica eccezione della Cina.

In passato le impennate del debito americano erano causate dalle guerre o dalle recessioni ed erano temporanee: finito il conflitto o ripresa la crescita, il debito tornava a scendere in rapporto all'economia. Oggi sale per ragioni demografiche, perché la maggior parte della spesa va a programmi che servono una popolazione che invecchia. Nel 2025, durante un'espansione economica e in tempo di pace, il deficit di bilancio in rapporto al prodotto interno lordo è stato più alto di quello di qualunque anno degli anni Trenta (il decennio della Grande depressione).

Conti pubblici · Stati Uniti

Nel 2030 il debito supera il record del 1946

Debito in mano agli investitori, in percentuale del prodotto interno lordo. Il picco del 1946 arrivò dopo la guerra mondiale e nei vent’anni successivi si dimezzò.

0% 25% 50% 75% 100% 125% picco del 1946: 106,1% 1900 1920 1940 1960 1980 2000 2036 proiezioni 120,2%

Fonte Congressional Budget Office, dati raccolti dal Washington Post. Esclude il debito detenuto da altre agenzie federali. Dati osservati fino al 2025, proiezioni dal 2026.

Nel 1945 l'84% della spesa federale andava alla difesa, un'ondata destinata a ritirarsi appena finita la guerra. Nel 2025 il 73% della spesa è andato alla spesa obbligatoria e agli interessi sul debito, voci che per legge devono continuare a essere pagate. La spesa obbligatoria è quella che il Congresso non deve approvare ogni anno, dato che è già stabilita dalle leggi che hanno creato i programmi: cresce da sola, senza che gli eletti debbano decidere nulla.

Intorno al 2030 gli over 65 saranno un americano su cinque, mentre nel 2008 erano uno su otto. L'invecchiamento fa salire in automatico i costi della previdenza e dell'assistenza sanitaria agli anziani e li scarica su una popolazione attiva proporzionalmente più piccola. Nel 1952 c'erano sei persone tra i 25 e i 64 anni per ogni persona con più di 65 anni, cioè sei redditi da tassare per pagare le prestazioni di un anziano. Nel 2011 erano quattro. Oggi sono 2,7, con una forza lavoro scesa ai minimi dalla pandemia.

Demografia · Stati Uniti

Nel 1950 c’erano sei adulti per ogni anziano, nel 2040 saranno 2,4

Persone tra i 25 e i 64 anni per ogni persona di 65 anni o più: sono i redditi che vengono tassati per pagare pensioni e sanità agli anziani.

2 3 4 5 6 1950 1970 1990 2010 2030 2040 proiezioni 2,4

Fonte Congressional Budget Office, dati raccolti dal Washington Post. Dati osservati fino al 2021, proiezioni dal 2022.

Il 2030 è anche l'anno in cui, secondo l'ufficio bilancio del Congresso, i morti cominceranno a superare i nati. Da quel momento l'unica fonte di crescita della popolazione americana sarà l'immigrazione. I programmi di previdenza e assistenza che occupano gran parte del bilancio furono disegnati su aspettative demografiche del Novecento che non valgono più, un problema che accomuna gli Stati Uniti all'Europa.

La previdenza pubblica americana, la Social Security, per decenni ha incassato più di quanto pagasse, ma quei soldi sono stati spesi per altro. Dal 2010 il programma è in deficit ogni anno ed è dato in insolvenza nel 2032, cioè senza più riserve da cui attingere: a quel punto, in assenza di interventi del Congresso, gli assegni degli anziani verrebbero tagliati di circa un quarto per tutti.

Demografia · Stati Uniti

Dal 2030 moriranno più americani di quanti ne nascono

Saldo naturale e immigrazione netta, in milioni di persone all’anno. Dal 2030 l’immigrazione resta l’unica fonte di crescita della popolazione.

Nati meno morti Immigrazione netta
1,0 0,5 0 −0,5 2006 2015 2025 2035 2045 2056 proiezioni −0,34 0,34 1,02

Fonte Congressional Budget Office, dati raccolti dal Washington Post. Il saldo naturale è la differenza fra nati e morti, l’immigrazione netta fra chi entra e chi lascia il paese. Dati osservati fino al 2025, proiezioni dal 2026.

Il buco di Medicare, il programma sanitario pubblico per gli over 65, è molto più grande. Dei 138 mila miliardi di dollari di squilibrio di bilancio previsti nei prossimi trent'anni, 109 mila miliardi vengono da Medicare, spinto dai costi sanitari in aumento e da una popolazione anziana che riceve molto più di quanto abbia mai versato in tasse. Il fondo che finanzia i ricoveri ospedalieri del programma va in insolvenza nel 2033.

Le date sono il risultato di stime ottimistiche. Sono le proiezioni di base dell'ufficio bilancio del Congresso, che danno per scontate nessuna guerra, nessuna recessione, un'inflazione bassa e stabile e nessun nuovo programma pubblico o cambiamento delle tasse. Una recessione peggiorerebbe il quadro e, se gli Stati Uniti dovessero aumentare la spesa militare per una guerra lunga, non avrebbero molto margine per farlo.

I falchi del bilancio parlano di questi problemi da anni e finora è sembrato che non succedesse niente, perché i conti federali hanno retto più di quanto molti si aspettassero. Gli Stati Uniti però partono da livelli di debito paragonabili a quelli della Seconda guerra mondiale e da deficit annuali superiori a quelli della Grande depressione. Non sono attrezzati ad affrontare quello che la demografia porterà, né gli eventi mondiali che nessuno può prevedere. Il conto arriva negli anni Trenta.


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La storia della viaggiatrice nel tempo che, nel 2012, voleva fermare ChatGPT… Con un Tweet!


Ecco a voi la storia giusta per il vostro venerdì, che parla di #viaggineltempo, #Twitter (no, non X, ma proprio la sua incarnazione originale) e... #ChatGPT.
Allacciate le cinture, vi aspetta un racconto denso di mistero e pathos!

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L'FBI ferma l'ex deputato Eric Swalwell all'aeroporto e gli sequestra i dispositivi


L’ex deputato democratico è indagato dopo le accuse di violenza sessuale. Perquisita anche la sua abitazione a Washington.

Agenti dell’FBI hanno fermato l’ex deputato democratico Eric Swalwell all’aeroporto internazionale di San Francisco, gli hanno notificato un mandato di perquisizione e hanno sequestrato i suoi dispositivi elettronici. L’operazione rientra in un’indagine penale federale scaturita dalle accuse di violenza sessuale e condotta impropria rivolte all’ex membro del Congresso. Il sequestro e la successiva perquisizione della sua abitazione a Washington sono stati confermati da diverse testate statunitensi, mentre il San Francisco Standard ha ottenuto i dettagli del mandato con cui sono stati autorizzati.

Il provvedimento, depositato il 13 agosto presso il Distretto settentrionale della California e assegnato al giudice Thomas S. Hixson, è stato eseguito sabato alle 20.25 locali, le 5.25 di domenica in Italia, subito dopo l’arrivo di Swalwell in California. Gli agenti hanno sequestrato un iPhone bianco con cavo e alimentatore e un MacBook Pro. Il verbale di esecuzione è stato firmato dall’agente speciale Kyle R. Biebesheimer, appartenente alla squadra Anticorruzione e diritti civili dell’ufficio FBI di San Francisco, che ha certificato sotto giuramento l’esattezza dell’inventario. Una copia del mandato è stata consegnata a Swalwell, 45 anni, che si è mostrato collaborativo. Il giorno successivo gli agenti hanno perquisito anche la sua abitazione di Washington, sequestrando altro materiale.

Le accuse e le altre indagini


Almeno 5 donne hanno accusato pubblicamente l’ex deputato di violenza sessuale o comportamenti inappropriati. Le accuse sono emerse ad aprile, dopo la pubblicazioni di inchieste della CNN e del San Francisco Chronicle. Una sua ex collaboratrice sostiene di essere stata violentata due volte mentre era troppo ubriaca per poter acconsentire. Un’altra donna afferma di essere stata drogata prima di subire un’aggressione sessuale nel 2018. Altre donne hanno riferito di aver ricevuto su Snapchat messaggi sessualmente espliciti e, in almeno un caso, una fotografia non richiesta dei genitali di Swalwell.

Swalwell, considerato in precedenza come uno dei favoriti nella corsa per diventare governatore della California, ha sospeso la sua campagna elettorale il 12 aprile. Il giorno seguente ha annunciato le dimissioni dal Congresso, diventate effettive il 14 aprile. La Commissione Etica della Camera aveva appena aperto un’indagine sulla sua condotta e su una presunta violenza ai danni di una dipendente del suo ufficio, mentre in aula si profilava un voto sulla sua espulsione. L’ex deputato ha sempre respinto tutte le accuse.

Il Dipartimento di Giustizia ha aperto la propria inchiesta ad aprile. Parallelamente procedono gli accertamenti della procura distrettuale di Manhattan, dell’ufficio dello sceriffo della contea di Los Angeles e della procura distrettuale della stessa contea. Il procuratore Nathan Hochman ha affidato il caso alla divisione specializzata nei reati sessuali. Il Dipartimento di Giustizia, l’FBI e il legale di Swalwell non hanno risposto alle richieste di chiarimento.

Lunedì la Task Force della Casa Bianca per la trasparenza ha inoltre diffuso documenti declassificati sui rapporti tra Swalwell e Christine Fang, conosciuta come “Fang Fang” e sospettata di avere legami con l’intelligence cinese. Secondo le carte, Swalwell riferì all’FBI di avere avuto con lei rapporti fisici in alcune occasioni. Gli investigatori non riscontrarono allora violazioni della legge federale da parte sua e lo rimossero dall’elenco dei soggetti dell’indagine.

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☕ CYBERBRIEFING MATTUTINO — Venerdì 21 agosto 2026

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La rassegna stampa di venerdì 21 agosto 2026


Il debito federale supera i 40 mila miliardi e Bessent interviene sui Treasury, mentre Trump minaccia un «D-Day economico» contro l'Iran; cresce il fronte bipartisan contro i data center dell'IA e prosegue la stagione delle elezioni speciali

Questa è la rassegna stampa di venerdì 21 agosto 2026

Il debito federale supera i 40 mila miliardi, Bessent interviene sul mercato dei Treasury


Il debito pubblico lordo degli Stati Uniti ha superato per la prima volta i 40 mila miliardi di dollari, mentre i rendimenti dei titoli di Stato trentennali hanno toccato i massimi da quasi vent'anni. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha risposto rilanciando i riacquisti di debito a lungo termine, una mossa che diversi investitori di Wall Street giudicano un rimedio insufficiente. La spesa per interessi è destinata a superare i mille miliardi di dollari nel 2026.

Fonti: Financial Times, The Hill, Axios

Trump minaccia un «D-Day economico» contro l'Iran


L'Amministrazione Trump ha minacciato quella che ha definito una «guerra economica» contro l'Iran, con il segretario al Tesoro Scott Bessent che ha promesso sanzioni capaci di «schiacciare» l'economia iraniana e «far collassare» il regime. Bessent ha avvertito gli alleati che dovranno decidere se stare «con noi o contro di noi», lasciando intendere che le nuove misure potrebbero colpire anche la Cina. Il messaggio indica che Washington, dopo il conflitto, punta sulla pressione economica per evitare un ritorno alla guerra.

Fonti: BBC News, New York Times, Semafor

Cresce il fronte politico bipartisan contro i data center dell'intelligenza artificiale


Governatori democratici e repubblicani, tra cui Greg Abbott e Josh Shapiro, stanno frenando la costruzione dei data center mentre monta il malcontento verso l'intelligenza artificiale. Mike Rogers, candidato repubblicano al Senato in Michigan, ha chiesto una moratoria di un anno sulle nuove strutture, definite politicamente «tossiche», mentre il deputato democratico Suhas Subramanyam invoca limiti che però non facciano perdere agli Stati Uniti la corsa tecnologica con la Cina. Il tema si annuncia centrale in vista delle elezioni di metà mandato.

Fonti: Wall Street Journal, The Hill

La Cina accorcia le distanze dagli Stati Uniti nella corsa all'intelligenza artificiale


Una nuova analisi di Bloomberg quantifica il restringersi del vantaggio statunitense sulla Cina nella corsa all'intelligenza artificiale. Il dato alimenta il dibattito a Washington sulle politiche industriali e sui controlli tecnologici ritenuti necessari per mantenere la leadership americana nel settore.

Fonti: Semafor

Aisha Wahab vince l'elezione speciale in California per il seggio di Swalwell


La senatrice statale democratica Aisha Wahab ha vinto l'elezione speciale in California, battendo Melissa Hernandez e completando il mandato alla Camera dell'ex deputato Eric Swalwell. Swalwell, un tempo considerato tra i favoriti per la corsa a governatore, si è dimesso in seguito ad accuse di molestie sessuali.

Fonti: New York Times, The Hill

L'FBI sequestra i dispositivi elettronici dell'ex deputato Swalwell


Agenti dell'FBI hanno fermato l'ex deputato democratico Eric Swalwell all'aeroporto di San Francisco sabato sera, sequestrandone i dispositivi elettronici, e hanno perquisito la sua abitazione a Washington nell'ambito di un'indagine per presunte molestie sessuali. Swalwell ha respinto le accuse.

Fonti: Semafor, BBC News

Gli Stati Uniti iniziano a espellere migranti verso la Liberia


L'Amministrazione Trump ha avviato le prime espulsioni di migranti verso la Liberia, che di recente ha stretto un accordo con Washington per accogliere fino a 1.200 persone nel corso del prossimo anno. L'intesa rientra nella strategia di ricorrere a Paesi terzi per accelerare i rimpatri.

Fonti: Wall Street Journal

L'FBI sventa un piano di attentato ispirato all'ISIS contro il Campidoglio dello Stato di New York


La polizia federale ha arrestato una donna di 35 anni, residente ad Albany, accusata di aver pianificato un attentato con esplosivi contro il Campidoglio dello Stato di New York. Secondo i procuratori, Jessica Bowie avrebbe giurato fedeltà allo Stato Islamico e intendeva colpire l'edificio per uccidere i legislatori.

Fonti: The Hill, BBC News

Walmart crolla in borsa e userà i rimborsi sui dazi per tagliare i prezzi


Le azioni di Walmart sono scese bruscamente dopo che la crescita delle vendite ha toccato il minimo degli ultimi sei anni. Il gigante della grande distribuzione ha annunciato che utilizzerà quasi 2,9 miliardi di dollari di rimborsi sui dazi per abbassare i prezzi a favore dei consumatori americani, alle prese con un potere d'acquisto sotto pressione.

Fonti: Financial Times

La guerra con l'Iran e i dazi pesano sugli agricoltori, un rischio per i repubblicani a novembre


In diverse contese elettorali di metà mandato il voto degli agricoltori, frustrati dalla guerra con l'Iran e dall'aumento dei costi legato ai dazi, potrebbe risultare decisivo. Il malcontento nelle aree rurali mette alla prova la tenuta del consenso repubblicano in Stati chiave come la Pennsylvania.

Fonti: NPR

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Fox News mette in guardia dai politici Dem attraenti sui social


Nel programma Outnumbered la conduttrice Ainsley Earhardt ha elencato i democratici che si mostrano al meglio online e ha detto che il rossetto non cambia la sostanza delle loro idee

Fox News ha messo in guardia i suoi spettatori dai politici democratici che appaiono in forma e sorridenti sui social media. Mercoledì, nel programma Outnumbered, la conduttrice Ainsley Earhardt ha elencato i democratici che si mostrano al meglio nelle foto pubblicate online e ha detto che l'aspetto fisico non rende meno pericolose le idee che difendono.

"El-Sayed se ne va in giro con queste magliette attillate", ha detto Earhardt. "AOC con il suo bel sorriso. È bellissima. Ha il rossetto rosso. E c'è Mamdani, sempre sorridente, sempre positivo almeno in apparenza. Questo non rende la loro filosofia meno pericolosa, giusto?". AOC sono le iniziali con cui è conosciuta Alexandria Ocasio-Cortez, deputata democratica di New York.

"Puoi mettere il rossetto a un maiale, ma resta un maiale", ha proseguito la conduttrice. "Puoi metterli su TikTok, puoi metterli su Instagram e su Facebook, o su qualunque piattaforma usino, ma il socialismo fallisce sempre. Anche con il rossetto, anche con una maglietta attillata, resta socialismo e fallisce". In Florida questa settimana una candidata socialista-democratica ha vinto a sorpresa la primaria democratica per il Senato, battendo un avversario che aveva raccolto sedici volte più fondi.

Ocasio-Cortez ha difeso nei giorni scorsi la spinta dei democratici sui social e la sua partecipazione al canale dello streamer Hasan Piker su Twitch, la piattaforma di dirette video. La deputata, che pochi giorni fa ha preso le distanze dalla stagione del progressismo culturale dei primi anni Venti, ritiene che l'abbandono di quegli spazi a favore dei media tradizionali abbia contribuito alla sconfitta dell'ultima tornata elettorale.

I consulenti che oggi si preoccupano di quella strategia sono gli stessi che dopo la sconfitta chiedevano al partito di andare nel podcast di Joe Rogan, ha detto Ocasio-Cortez. "Si è parlato molto del fatto che alle ultime elezioni abbiamo perso i giovani uomini e molti degli stessi consulenti che oggi si torcono le mani erano quelli che dicevano che dovevamo andare da Joe Rogan e che non dovevamo essere così disposti a partecipare alla cancel culture", ha detto la deputata. "Quando guardiamo alle elezioni che ci sono state, abbiamo perso i giovani. Il fatto è che i democratici possono andare da Joe Rogan. I democratici possono andare su Fox News. I democratici hanno la responsabilità di costruire una coalizione vincente".

"I giovani seguono mezzi e conversazioni a cui abbiamo la responsabilità di prestare attenzione e di rispondere", ha aggiunto. "Spesso, quando si fanno le analisi del giorno dopo su come hanno votato i diversi gruppi, quella che viene ignorata è l'ondata generazionale. I millennial non sono più ragazzini ribelli. Siamo adulti con mutui e figli. Quella generazione sta iniziando a essere decisiva alle urne. E c'è rabbia per essere stati ignorati, messi da parte, per il fatto che le generazioni precedenti hanno ipotecato il nostro futuro economico su tutto, dall'economia al clima".


Una socialista-dem vince a sorpresa la primaria per il Senato in Florida


La deputata statale socialista-democratica Angie Nixon ha vinto a sorpresa la primaria democratica per il Senato in Florida, il risultato più inatteso di una serata elettorale in cui si è votato anche in Alaska, in Wyoming e in California in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. Con il 56% dei voti contro il 44% ha battuto Alex Vindman, l'ex tenente colonnello dell'esercito diventato famoso come testimone chiave nel primo processo di impeachment contro il presidente Donald Trump. Vindman aveva raccolto 16,3 milioni di dollari di donazioni, 16 volte i 975.000 di Nixon.

Nixon, 42 anni, organizzatrice sindacale eletta a Jacksonville, non ha potuto permettersi neppure uno spot televisivo: secondo la società di monitoraggio pubblicitario AdImpact ha speso in pubblicità 60.000 dollari contro i 2,2 milioni del suo avversario. La sua campagna si è affidata ai social e al porta a porta di volontari e iscritti ai sindacati; la spinta finale nel sud della Florida sembra aver pagato, perché Nixon ha vinto nelle contee urbane dello stato, comprese Miami-Dade e Broward, dove Vindman abita dal 2023. "Abbiamo dimostrato che le persone comuni sono più potenti delle grandi aziende e dei miliardari", ha detto ai sostenitori riuniti a Jacksonville. "Ci hanno superato nella spesa 16 a 1 e abbiamo vinto".

Primarie democratiche · Florida

Nixon batte Vindman di 12 punti nella corsa per il Senato in Florida

L’Associated Press assegna alla deputata statale Angie Nixon una vittoria per 151.303 voti, poco più di dodici punti, sull’ex tenente colonnello dell’esercito Alex Vindman, con circa l’1 per cento delle schede ancora da scrutinare. A novembre sfiderà la senatrice repubblicana Ashley Moody nell’elezione speciale per il seggio lasciato da Marco Rubio.

Angie Nixon 56,0%
Deputata statale di Jacksonville · 703.126 voti

Alex Vindman 44,0%
Ex tenente colonnello dell’esercito · 551.823 voti

1.254.949 voti conteggiati 99% scrutinato

Nixon in vantaggio Vindman in vantaggio
OrlandoJacksonvilleTampaW. Palm BeachMiami Margine in voti40.00010.0002.000

Fonte Associated Press, dati raccolti dal New York Times, aggiornati alle 7:36 italiane del 19 agosto 2026 con lo scrutinio al 99 per cento. Primarie democratiche del 18 agosto 2026 per l’elezione speciale al Senato in Florida.

A novembre Nixon sfiderà la senatrice repubblicana Ashley Moody in un'elezione speciale per gli ultimi due anni del mandato lasciato libero da Marco Rubio quando è diventato segretario di Stato. Al suo posto il governatore Ron DeSantis aveva nominato proprio Moody nel gennaio 2025. La senatrice è nettamente favorita, ha già più di 8 milioni di dollari in cassa e corre in uno stato che Trump nel 2024 ha vinto con 13 punti di vantaggio. La candidatura di Nixon, entrata a giugno nei Democratic Socialists of America, l'organizzazione dei socialisti americani, metterà alla prova fin dove possa arrivare una progressista in uno stato sempre più repubblicano; se eletta, sarebbe la prima senatrice nera della Florida.

La sinistra non ha però vinto ovunque. In Florida i deputati Debbie Wasserman Schultz e Jared Moskowitz, moderati e sostenitori di Israele, hanno respinto gli sfidanti progressisti nei nuovi collegi in cui erano stati costretti a correre dal ridisegno della mappa elettorale voluto dai repubblicani dello stato. Wasserman Schultz, che è bianca e ha alle spalle undici mandati, ha vinto in un collegio abitato in gran parte da comunità afroamericane e caraibiche superando quattro candidati neri, secondo cui il seggio doveva continuare a essere rappresentato da un afroamericano; Moskowitz ha battuto Oliver Larkin, un sindacalista socialista.

In Florida è caduto anche un deputato repubblicano in carica: Cory Mills ha perso nel 7° distretto contro Ryan Elijah, un ex conduttore di telegiornali locali. Mills è indagato dalla commissione Etica della Camera, l'organo che vigila sulla condotta dei deputati, per accuse che vanno dalla violenza domestica alla cattiva condotta sessuale fino alle violazioni delle regole sul finanziamento della campagna. Il Dipartimento di Giustizia indaga inoltre sulle sue finanze; lui nega ogni addebito. Trump lo aveva appoggiato a febbraio, ma lunedì sera ha pubblicato sui social il proprio appoggio a tutti i deputati uscenti del partito in Florida tranne lui; DeSantis aveva detto di non sostenerlo e due colleghi, Anna Paulina Luna e Mike Haridopolos, si erano schierati con Elijah. Mills è l'undicesimo membro della Camera a perdere una primaria quest'anno, sette democratici e quattro repubblicani, un numero insolitamente alto; l'opposizione vede ora nel collegio un'occasione di conquista, ma avrebbe preferito sfidare proprio Mills.

Quella di Mills è stata una delle tre sconfitte subite in una sola serata dai candidati appoggiati dal presidente. In Florida ha perso anche Catalina Lauf, ex funzionaria del Dipartimento del Commercio appoggiata da Trump appena la settimana scorsa. Jim Schwartzel, un imprenditore locale dei media, l'ha superata nella corsa per il seggio lasciato libero dal deputato Byron Donalds, candidato a governatore. In Wyoming la sovrintendente all'istruzione pubblica Megan Degenfelder, la candidata scelta da Trump, è stata battuta nella primaria per governatore dal senatore statale e allevatore Eric Barlow, ormai quasi certo di guidare lo stato in cui il presidente nel 2024 ha ottenuto il suo margine di vittoria più ampio, 46 punti. Nelle primarie di questo ciclo i suoi candidati a governatore avevano già perso in Iowa, Georgia e South Carolina. Sempre in Wyoming la deputata Harriet Hageman, che nel 2022, appoggiata da Trump, aveva tolto il seggio alla Camera a Liz Cheney, tra le più dure critiche del presidente nel partito, ha vinto la primaria per il seggio al Senato della senatrice Cynthia Lummis, che si ritira.

Per la successione a DeSantis, arrivato al limite dei due mandati in Florida, i repubblicani hanno scelto proprio Donalds, sostenuto da Trump da prima ancora della candidatura ufficiale, mentre i democratici hanno nominato David Jolly, ex deputato repubblicano che ha lasciato il partito nel 2018, durante il primo mandato di Trump, e si è registrato come democratico l'anno scorso. Donalds è rimasto sotto il 50% dei voti, un risultato che ha già alimentato preoccupazioni in una parte del partito, ma ha raccolto più di 100 milioni di dollari contro i 10 di Jolly e parte favorito: i democratici non vincono la corsa a governatore della Florida dal 1994. Se eletto, Donalds diventerebbe il primo governatore nero dello stato.

In Alaska si sono qualificati per la sfida di novembre al Senato la democratica Mary Peltola, ex deputata ed ex pescatrice, nel 2022 prima nativa dell'Alaska eletta al Congresso, e il senatore repubblicano uscente Dan Sullivan, veterano dei Marine e sostenitore di Trump. La loro corsa potrebbe decidere il controllo del Senato. Nello stato tutti corrono in un'unica primaria, indipendentemente dal partito: i primi quattro accedono al turno di novembre, che si tiene con il voto a preferenze ordinate, in cui gli elettori mettono in classifica le proprie scelte invece di indicarne una sola. Per uno dei due posti rimanenti, con circa un quarto delle schede conteggiate, era in testa Daniel J. Sullivan, un maestro elementare in pensione che porta lo stesso nome del senatore: i repubblicani lo accusano di essere una candidatura civetta piazzata dall'altro partito per confondere gli elettori e dividere i voti dell'uscente, lui sostiene che la sua corsa è legittima. Le schede postali spedite entro il giorno del voto saranno conteggiate fino a dieci giorni dopo. Peltola arriva alla sfida dopo una settimana complicata, in cui ha preso le distanze da un appello per la raccolta fondi firmato dall'ex vicepresidente Kamala Harris e ha cambiato i vertici della sua campagna.

Resta invece aperta la corsa speciale nel 14° distretto della California per il seggio lasciato da Eric Swalwell, il deputato che si è dimesso ad aprile dopo che più donne lo avevano accusato di cattiva condotta sessuale, una di violenza sessuale; lui ha negato. Se lo contendono due democratiche: Aisha Wahab, senatrice statale progressista, e Melissa Hernandez, funzionaria dei trasporti dell'area di San Francisco su posizioni più moderate. Nella notte il risultato non era ancora stato assegnato e lo spoglio dei voti postali andrà avanti per circa una settimana. Nelle ultime due settimane di campagna lo United Democracy Project, il super PAC di AIPAC, la potente lobby filo-israeliana, ha riversato nella corsa quasi 2,5 milioni di dollari a favore di Hernandez e contro Wahab, che a giugno aveva vinto la primaria con 26 punti di vantaggio. In California i primi due delle primarie avanzano indipendentemente dal partito: chi vince completerà il mandato di Swalwell, in scadenza a gennaio, e le due si affronteranno di nuovo a novembre per il mandato pieno.


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In Michigan un sondaggio rilancia le speranze di El-Sayed


Un sondaggio Susquehanna dà Il democratico avanti di sette punti su Mike Rogers, ma le altre rilevazioni descrivono una corsa ancora molto incerta.

Il democratico Abdul El-Sayed è avanti di sette punti sul repubblicano Mike Rogers nella corsa al Senato in Michigan: 46% contro 39%, secondo un sondaggio dell'istituto Susquehanna diffuso questa settimana e condotto il 17 agosto tra gli elettori probabili. Il 9% degli intervistati è ancora indeciso, mentre il 4% indica un altro candidato: complessivamente, dunque, più di un elettore su otto non si schiera con nessuno dei due principali contendenti. Resta comunque il risultato più favorevole a El-Sayed da diverse settimane e contrasta con quasi tutte le altre rilevazioni più recenti.

Un sondaggio di Fox News, condotto tra il 6 e il 10 agosto su 1.006 elettori registrati e con un margine di errore di tre punti, dava invece Rogers avanti per 51% a 47%. La rilevazione, tuttavia, prendeva in esame una popolazione diversa da quella degli elettori probabili, una delle ragioni per cui i due risultati non coincidono. Un sondaggio online realizzato questo mese da TechnoMetrica per la League of American Workers assegnava invece a El-Sayed un vantaggio di tre punti, 45% contro 42%. Alla fine di luglio, EPIC-MRA per MIRS aveva rilevato Rogers avanti di tre punti, 46% contro 43%, su un campione di 600 persone e con un margine di errore di 4 punti: una distanza, quindi, statisticamente non significativa. La stessa rilevazione aveva esaminato anche un possibile confronto tra Rogers e la deputata Haley Stevens, che risultava in vantaggio di due punti.

Due candidati poco popolari


El-Sayed, esponente dell'ala progressista del Partito Democratico, ha sconfitto Stevens alle primarie. La sua vicinanza allo streamer Hasan Piker e alcune sue dichiarazioni del passato gli hanno attirato critiche all'interno del partito e offerto argomenti agli avversari repubblicani. Rogers, sostenuto da Donald Trump, è stato invece deputato alla Camera dal 2001 al 2015. Un solo sondaggio non basta ovviamente a chiudere il dibattito sulla sua eleggibilità, anche se Susquehanna è considerato uno degli istituti con il miglior livello di accuratezza.

La scorsa settimana Harry Enten, analista elettorale della CNN, ha definito El-Sayed "storicamente impopolare" e "molto più debole degli altri democratici in corsa", sostenendo che il suo livello di impopolarità sia il peggiore mai registrato, a questo punto della campagna, da un candidato democratico al Senato dall'inizio del secolo. Nel sondaggio di Fox News, il 41% degli intervistati esprime un giudizio positivo su El-Sayed e il 54% uno negativo, per un saldo netto di -13. I candidati democratici al Senato in Iowa, Maine e Ohio registrano invece tutti un saldo positivo. Anche Rogers, però, è giudicato sfavorevolmente: il 45% ne ha un'opinione positiva e il 51% una negativa, per un saldo netto di -6.


In Ohio Sherrod Brown prova a rientrare al Senato con lo stesso messaggio di 52 anni fa


A 73 anni Sherrod Brown prova a rientrare al Senato degli Stati Uniti due anni dopo aver perso il seggio che aveva tenuto per tre mandati. È uno dei democratici su cui il partito conta di più per le sue speranze di riconquistare il controllo della camera alta a novembre. Il suo avversario è Jon Husted, senatore repubblicano che a quella carica non è mai stato eletto: è stato nominato per occupare il seggio lasciato libero da JD Vance quando è diventato vicepresidente.

Nel 2024 Brown aveva perso con il presidente Trump sulla scheda e l'entusiasmo repubblicano al massimo, mentre l'industria delle criptovalute spendeva cifre enormi per cacciarlo dal Senato. Questa volta il presidente non è candidato ed è impopolare presso larga parte del paese. L'Ohio resta però uno Stato che nell'ultimo decennio si è spostato a destra.

Brown ha raccolto più fondi di qualsiasi altro democratico candidato al Senato, con l'eccezione di James Talarico in Texas e Jon Ossoff in Georgia. Gli analisti elettorali indipendenti classificano la corsa dell'Ohio tra il favore ai repubblicani e il testa a testa (cioè tra una gara che il candidato repubblicano parte favorito per vincere e una in cui nessuno dei due è davanti). I sondaggi indicano che Brown può farcela.

Nei sondaggi, nei focus group e alle urne l'elettorato democratico chiede candidati giovani, estranei alla politica di professione e ostili all'establishment di Washington. Brown è l'esatto contrario: eletto per la prima volta nel 1974, ha passato gran parte degli ultimi trentacinque anni nei corridoi del Congresso. Al tempo stesso è prima di tutto un populista economico e il costo della vita alimenta oggi una spinta a sinistra dentro il partito. Il messaggio che sempre più elettori democratici vogliono sentirsi dire è quello che lui ripete da prima che molti di loro nascessero. Dennis Eckart, ex deputato dell'Ohio e amico di lunga data, ha detto al New York Times che Brown è quello che la maggior parte della gente desidera. "È stato il senatore della cameriera, è stato il senatore dell'operaio", ha detto.

I repubblicani lo descrivono come un uomo del passato, uno che ha già perso una volta e perderà di nuovo perché è troppo a sinistra per il suo Stato. Husted ha definito "patetica" l'operazione. "O è il suo sistema, o è stato un fallimento nel cambiarlo", ha detto al New York Times il senatore, eletto all'assemblea legislativa dell'Ohio nel 2000 e poi segretario di Stato dell'Ohio, la carica che sovrintende alle elezioni, prima di diventare vicegovernatore e di essere nominato al Senato. "Può scegliere quale delle due, ma in un modo o nell'altro è stato un fallimento." Nick Puglia, portavoce del comitato che finanzia le campagne dei repubblicani al Senato, ha detto in una nota che "dopo 32 anni passati a piegare il ginocchio davanti alla sinistra radicale a Washington" Brown "è completamente fuori sintonia con l'Ohio" mentre si batte per aumentare le tasse e dare sussidi pubblici agli immigrati irregolari.

Quest'anno Brown ha deciso di parlare del suo avversario, cosa che di solito non fa. Nei suoi incontri ricorda che Husted ha detto che chi fa fatica non sa come muoversi nel mondo reale e che basterebbe lavorare di più e meglio per guadagnare di più. La frase che giudica più offensiva è quella in cui il senatore repubblicano ha definito "rotta" l'etica del lavoro nel paese. Husted ha risposto che si tratta di "una bugia" e ha detto che Brown "non ha mai lavorato in una fabbrica né fatto un giorno di lavoro manuale in vita sua".

Figlio di un medico e laureato a Yale, Brown è stato eletto deputato all'assemblea dell'Ohio nel 1974, quattro giorni prima di compiere 22 anni. Il giornale della sua città, il Mansfield News Journal, lo descrisse allora come un "liberal" con "il sostegno del sindacato", già attivista per i diritti civili, per l'ambiente e contro la guerra ai tempi del liceo. "Il sistema fa schifo", disse a un cronista.

È stato rieletto nel 1976, nel 1978 e nel 1980. Nel 1982 è diventato segretario di Stato dell'Ohio, è stato riconfermato nel 1986 e ha perso il posto nel 1990. Nel 1992 è entrato alla Camera dei rappresentanti a Washington ed è stato rieletto nel 1994 (l'anno in cui moltissimi democratici persero il seggio) e poi altre cinque volte. Una delle ragioni della sua tenuta è l'opposizione precoce e convinta al NAFTA, l'accordo di libero scambio nordamericano.

Nel libro del 1999 "Congress From the Inside" ha scritto che quell'accordo alimentò rabbia e cinismo tra gli iscritti ai sindacati, che "hanno visto i salari ristagnare, le fabbriche delle loro comunità chiudere e il loro presidente mandare i loro posti di lavoro in Messico". Nel libro del 2004 "Myths of Free Trade: Why American Trade Policy Has Failed" ha preso di mira le élite del paese. "Se i leader delle nostre istituzioni si prendessero il tempo di ascoltare le persone che lavorano con le mani, forse imparerebbero qualcosa sulle ragioni dell'ansia dei lavoratori, sulla disperazione con cui molti guardano al futuro".

I nomi dei suoi due cani riassumono la sua politica: Franklin, come Franklin Delano Roosevelt, e Walter, come Walter Reuther. "Il più grande presidente", ha detto al New York Times, "e il più grande leader sindacale". Per Brown il problema di fondo della politica americana degli ultimi cinquant'anni è che le imprese sono diventate sempre più grandi e forti mentre il lavoro è diventato sempre più piccolo e debole, con lo smantellamento sistematico della Great Society, il programma di riforme sociali di Lyndon Johnson degli anni Sessanta costruito sul New Deal di Roosevelt degli anni Trenta.

La sua vittoria al Senato nel 2018, due anni dopo che il presidente Trump aveva vinto l'Ohio, era stata così improbabile che molti democratici si chiesero se non dovesse candidarsi alla Casa Bianca. Il messaggio non è cambiato da allora. "La storia e la politica sono cicliche", ha detto al New York Times.

In Ohio i democratici hanno una generazione di amministratori giovani: Aftab Pureval, 43 anni, sindaco di Cincinnati, Justin Bibb, 39 anni, sindaco di Cleveland, e Dani Isaacsohn, 37 anni, capogruppo di minoranza alla Camera dello Stato. Quando quest'anno si è aperta la corsa al Senato, nessuno di loro si è fatto avanti. Pureval ha detto al New York Times che da giovane non vorrebbe nessun altro candidato al posto di Brown, perché il costo della vita è il tema di cui si occupa da quando è entrato nella vita pubblica.

Nei suoi comizi Brown ricorda l'ultima cosa importante che ha fatto da senatore, il Social Security Fairness Act, la legge bipartisan che ha contribuito a scrivere per garantire la pensione piena a milioni di dipendenti pubblici. A Steubenville, ex città dell'acciaio sul fiume Ohio a 45 minuti di auto da Pittsburgh, è entrato tra gli applausi nella sede locale del sindacato degli elettricisti. Alle sue spalle c'erano cartelli con scritto "Workers before billionaires", i lavoratori prima dei miliardari, e "Taking on the rigged system", contro il sistema truccato.

"Vedete cosa succede quando le aziende fanno sempre più soldi", ha detto agli iscritti. "I dirigenti sono pagati sempre di più, i profitti sono più grandi, voi lavorate di più, siete più produttivi e i soldi che escono sono più di quelli che entrano." "Ecco perché combattiamo", ha aggiunto. "Ecco perché sono in questa corsa".

Quando si candidò per la prima volta nel 1974, un annuncio elettorale lo presentava come "un cambiamento in meglio". Cinquantadue anni dopo chiede lo stesso genere di cambiamento. Eckart ha ricordato i discorsi che faceva all'assemblea dell'Ohio negli anni Settanta. "Stava reincarnando Roosevelt", ha detto. "Non c'è granché di nuovo".


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I repubblicani hanno rotto con il libero mercato e cercano le parole per spiegarlo


Una nuova generazione di leader è convinta che la vecchia ortodossia non tenga insieme la coalizione di Trump. L'interventismo economico viene venduto con il linguaggio della fede e della famiglia.

Una nuova generazione di politici repubblicani è convinta che la vecchia ortodossia del libero mercato non basti più a tenere insieme la coalizione elettorale costruita da Donald Trump. Il partito sta cercando le parole per vendere agli elettori la sua nuova economia in vista del 2028, quando il presidente non sarà più sulla scheda.

Politiche che dieci anni fa sarebbero state impensabili per un repubblicano, dai dazi all'ingresso diretto dello Stato nel capitale delle aziende, vengono oggi presentate con il linguaggio conservatore della fede, della famiglia e dell'equità. "La risposta al perché il partito sta finalmente cambiando direzione è: gli elettori. È una risposta di una parola sola", ha detto in un'intervista il senatore Josh Hawley, che sostiene questa linea economica da più di dieci anni.

I repubblicani della vecchia guardia hanno passato l'ultimo decennio a sperare che l'interventismo economico del presidente fosse una parentesi, dopo la quale il partito avrebbe ripreso la rotta di prima. La ristretta rosa dei possibili successori dice il contrario. Da senatore JD Vance ha chiesto regole più severe per le grandi banche e per le ferrovie, oltre a proporre un aumento delle tasse sui fondi patrimoniali delle università, posizioni che sotto Ronald Reagan o George W. Bush gli sarebbero costate l'espulsione dal partito.

Tra le stelle nascenti del partito ci sono il vicepresidente, il segretario di Stato Marco Rubio e senatori come Jim Banks e Bernie Moreno, gente che capisce i problemi degli americani e l'importanza dei lavoratori, ha detto a Politico Jamieson Greer, il rappresentante per il Commercio che da un anno e mezzo gestisce la politica dei dazi del presidente.

La vecchia guardia, che si richiama ad Adam Smith, Milton Friedman e Ayn Rand, ammette di non avere nessuno da opporre a quello che considera un socialismo strisciante entrato nel discorso repubblicano. "Se la definizione netta di socialismo è possedere i mezzi di produzione, allora sì, il presidente ci è arrivato", ha detto Douglas Holtz-Eakin, ex capo economista del consiglio dei consulenti economici di George W. Bush e oggi alla guida del think tank conservatore American Action Forum. "I vecchi conservatori, le persone come me, letteralmente: Bush è stato la fine di tutto questo. È sparito da molto tempo".

Gli elettori operai si sono spostati verso i repubblicani nell'ultimo decennio e hanno portato con sé priorità che convivono male con l'agenda liberista tradizionale, come proteggere i posti di lavoro interni, alzare i salari e rendere possibile a una famiglia comprare casa e avere figli con un reddito da lavoro manuale. Le stesse preoccupazioni si stanno estendendo agli impiegati, alle prese con salari fermi e con il timore che l'intelligenza artificiale si mangi i loro posti.

Per ogni elettore benestante affezionato ai tagli delle tasse che perdono, i repubblicani ne guadagnano cinque della classe lavoratrice, ha detto Oren Cass, fondatore e capo economista di American Compass, un think tank populista di destra. Il partito si riempie così di elettori che lo spingono ancora più in quella direzione, mentre i democratici perdono proprio le persone che li tenevano con i piedi per terra.

Il sindaco di New York Zohran Mamdani e Abdul El-Sayed, che a inizio agosto ha vinto le primarie democratiche per il Senato in Michigan, sono l'altra faccia dello stesso fenomeno. Il loro populismo di sinistra parla agli stessi elettori conquistati da Trump, quelli di cui il prossimo candidato repubblicano alla Casa Bianca avrà bisogno. Tra i sostenitori di Bernie Sanders e quelli del movimento MAGA non c'è molta distanza da almeno dieci anni, ha detto Alex Bruesewitz, consulente esterno del presidente. Cambiano le ricette per arrivare ai risultati, non i risultati. Il vecchio messaggio repubblicano, "lavora di più, io mi sono tirato su da solo", per Bruesewitz non funziona più con questi elettori.

Lo scontro interno è esploso in pubblico la settimana scorsa, quando una discussione sui giovani americani che si lamentano di un burrito da 20 dollari si è allargata alla domanda se i conservatori prendano abbastanza sul serio le difficoltà economiche degli elettori. Il podcaster Jack Posobiec, molto seguito nel mondo MAGA, si è definito "non capitalista" attaccando l'imprenditore canadese Kevin O'Leary. "Vedono i vari Kevin O'Leary con gli orologi da 2 milioni di dollari e ci chiediamo perché fanno il tifo per Mangione", ha detto Posobiec, riferendosi a Luigi Mangione, accusato di aver ucciso l'amministratore delegato di UnitedHealthcare Brian Thompson. "Se non adottiamo alcune di queste politiche populiste, avremo proprio una rivoluzione socialista".

Per convincere una generazione di repubblicani cresciuta nell'idea che l'intervento dello Stato sia sempre sospetto, i populisti ricorrono spesso al linguaggio religioso. Greer, membro della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, cita Brigham Young quando dice che i fedeli dovrebbero comprare solo dai propri "fratelli fedeli". Hawley, evangelico, usa la parola "patto" per richiamare la convinzione dei puritani che esistesse un "prezzo giusto" per le merci e un salario equo per il lavoro.

Se la questione viene posta in termini di più regole e più Stato, gli evangelici rispondono che non ne sono convinti, ha detto Hawley. "Ma se dici: questo riguarda quello che è giusto e quello che è sbagliato, riguarda l'essere a favore della famiglia, allora dicono: questo è senz'altro vero, sono completamente d'accordo". Secondo il senatore "gli evangelici stanno riscoprendo la nostra lunga storia di impegno economico".

"L'economia è fatta per l'uomo o l'uomo è fatto per l'economia?", ha detto Andrew Walker, preside della facoltà di teologia del Southern Baptist Theological Seminary. Politici come Hawley e Rubio, secondo Walker, si chiedono quanto valga il prodotto interno lordo se ci sono uomini dipendenti dalla droga che non si sposano, mentre il paese fa entrare lavoratori stranieri con i visti H-1B per stimolare la crescita.

L'81% degli americani ha un'opinione positiva della "libera impresa", mentre solo il 54% dice lo stesso del "capitalismo", in calo dal 61% del 2010, ha rilevato un recente sondaggio di Gallup. Del "socialismo" ha un'opinione positiva il 39%. Le stesse idee, presentate con parole diverse, ottengono reazioni molto diverse.

Un precedente di repubblicani che provano a unire il mercato con un ruolo attivo dello Stato esiste. Il "conservatorismo compassionevole" di Bush prevedeva l'intervento federale per obiettivi sociali, dalla copertura dei farmaci dentro Medicare, il programma sanitario pubblico per gli anziani, ai soldi pubblici distribuiti attraverso organizzazioni religiose per combattere la povertà e le dipendenze. Bush aveva perfino ipotizzato un percorso di "cittadinanza guadagnata" per gli immigrati irregolari.

I repubblicani di quegli anni accettavano comunque il primato del mercato, mentre i populisti di oggi sono più disposti a intervenire per ottenere i risultati che ritengono utili alle famiglie e ai lavoratori. "I conservatori compassionevoli non erano altrettanto infatuati delle burocrazie di élite capaci di realizzare il bene comune attraverso il potere esecutivo", ha detto Tim Chapman, presidente di Advancing American Freedom, l'organizzazione politica dell'ex vicepresidente Mike Pence.

Le due parti non sono d'accordo neanche su chi debba stabilire che cosa sia il bene comune. I conservatori tradizionali sostengono che dare a Washington il potere di decidere quali risultati economici servano alle famiglie significa scavalcare il giudizio dei singoli e dei territori. La vecchia guardia ha concentrato gli attacchi su Vance, anche se Rubio da anni sostiene argomenti simili, a partire dal discorso del 2019 sul "capitalismo del bene comune" tenuto alla Catholic University di Washington.

Dentro la nuova destra manca l'accordo su quanto lontano debba arrivare quel principio. Molti conservatori accettano i "conti Trump", che aprono ai bambini un investimento con vantaggi fiscali e un versamento iniziale dello Stato di 1.000 dollari, ma sono a disagio con altre mosse, come la quota del 9,9% che il governo ha preso nel produttore di chip Intel. Un criterio che fissi il limite dell'intervento pubblico non è ancora stato definito. "Vogliamo che sia il capitalismo a fare il più possibile, ma dove il capitalismo o il mercato falliscono vogliamo assicurarci che ai margini si faccia il necessario", ha detto Greer.

Sotto i politici che si giocheranno la candidatura del 2028 sta crescendo una generazione di collaboratori e studiosi conservatori per cui la diffidenza verso il vecchio consenso liberista è il punto di partenza, non più una posizione di minoranza. "Non vedo nessuno che dica: voglio tornare a candidarmi sulla piattaforma del conservatorismo tradizionale, o anche solo sulla sua versione di Bush", ha detto Holtz-Eakin. "Personalmente credo che anche questa passerà, ma ci vorrà molto tempo".


Abdul El-Sayed vince le primarie Dem per il Senato in Michigan


Abdul El-Sayed ha vinto le primarie del Partito Democratico per il Senato in Michigan. Era la corsa più attesa e più divisiva della stagione che porta alle elezioni di metà mandato di novembre, in cui si rinnovano la Camera e un terzo del Senato. L'emittente televisiva NBC gli ha assegnato la vittoria mentre lo spoglio era ancora in corso, come da prassi americana, in cui sono i media a proclamare i vincitori sulla base delle proiezioni. Al momento della proclamazione il vantaggio sulla deputata moderata Haley Stevens era di pochi punti percentuali e i numeri definitivi arriveranno nelle prossime ore. El-Sayed, 41 anni, ex funzionario della sanità pubblica e figlio di immigrati egiziani, correva da progressista contro la candidata dell'establishment del partito. Se a novembre vincesse anche le elezioni generali, diventerebbe il primo senatore musulmano nella storia degli Stati Uniti.

Il seggio è quello lasciato libero dal senatore democratico Gary Peters, che si ritira, ed è considerato decisivo per il controllo del Senato. A novembre El-Sayed affronterà il repubblicano Mike Rogers, un ex deputato sostenuto dal presidente Donald Trump che nel 2024 aveva perso la corsa per l'altro seggio del Michigan contro la democratica Elissa Slotkin.

El-Sayed era in vantaggio di quasi 30 punti nei primi risultati e ha visto il margine ridursi per tutta la notte, man mano che venivano conteggiati i voti per posta, nettamente favorevoli a Stevens. Lui ha vinto il voto in presenza con circa 25 punti di scarto, lei quello postale con un margine simile. L'affluenza ha stabilito i record per una primaria dello stato, con oltre 1,3 milioni di voti per posta e un voto anticipato in presenza cresciuto del 90% rispetto al 2024. I due candidati hanno parlato ai sostenitori dopo la mezzanotte locale (le sei del mattino in Italia), quando l'esito era ancora incerto.

Primarie democratiche · Michigan

El-Sayed batte Stevens per meno di due punti nella corsa per il Senato

La rete NBC ha assegnato la vittoria a El-Sayed quando lo spoglio era quasi completo. In palio c'è il seggio lasciato dal democratico Gary Peters: a novembre la sfida sarà con il repubblicano Mike Rogers.

Scrutinio in corso Grafica di Focus America 5 agosto 2026

CandidatoVoti%

Abdul El-Sayed Ex funzionario della sanità pubblica
700.272
48,9%

Haley Stevens Deputata al Congresso
675.350
47,1%

Mallory McMorrow Senatrice statale, ritirata
57.604
4,0%

1.433.226 voti conteggiati 91% scrutinato

Fonte New York Times, risultati non ufficiali. Primarie democratiche del 4 agosto 2026 per il seggio del Michigan al Senato degli Stati Uniti; la vittoria è stata assegnata dalla rete NBC. McMorrow si era ritirata a luglio, ma restava sulla scheda.

Sei gruppi esterni hanno speso 62 milioni di dollari a favore di Stevens, un vantaggio di nove a uno secondo i dati della società di monitoraggio pubblicitario AdImpact. Per El-Sayed, tra campagna e alleati, sono arrivati circa 7 milioni. Oltre la metà dei fondi pro-Stevens, circa 32 milioni, è arrivata dal super PAC di AIPAC, la principale lobby filo-israeliana degli Stati Uniti (i super PAC sono comitati che possono raccogliere e spendere somme illimitate, purché non si coordinino direttamente con i candidati). È la cifra più alta spesa da un singolo gruppo in una primaria democratica federale in questo ciclo elettorale. Secondo un'analisi del Washington Post, con oltre 97 milioni di dollari di spot televisivi la primaria del Michigan è stata la seconda più costosa del paese, dietro soltanto a quella del Texas. La provenienza del denaro è diventata il tema centrale della campagna. Nell'ultimo dibattito i due candidati hanno passato i primi quindici minuti a litigare su super PAC e gruppi che non rivelano i propri donatori.

Sulla guerra a Gaza i due candidati erano agli opposti. El-Sayed accusa il governo israeliano di aver commesso un genocidio e chiede di interrompere gli aiuti militari americani a Israele. Stevens si definisce una "orgogliosa democratica pro-Israele", sostiene il mantenimento degli aiuti senza condizioni e non ritiene che ci sia stato un genocidio. La distanza si è vista nelle urne di uno stato che ospita una delle più grandi comunità arabe d'America. A Dearborn, la città del Michigan con la più alta quota di residenti arabo-americani, El-Sayed ha vinto con oltre 57 punti di margine.

Stevens, 43 anni, deputata al quarto mandato, era la candidata dei vertici del partito. Il leader dei senatori democratici Chuck Schumer aveva chiesto ai donatori di finanziarla e la governatrice Gretchen Whitmer, che nel 2018 aveva sconfitto nettamente El-Sayed nelle primarie per la carica di governatore, l'aveva appoggiata pubblicamente. I sondaggi le attribuivano un ampio vantaggio tra gli elettori neri e tra gli over 60. El-Sayed è andato più forte tra i giovani, i laureati e gli indipendenti, che in Michigan possono partecipare al voto perché le primarie sono aperte, senza registrazione per partito. Lo hanno sostenuto Bernie Sanders, la deputata Alexandria Ocasio-Cortez e il sindacato dell'auto United Auto Workers.

La corsa era seguita da tutte le correnti democratiche perché era il primo scontro diretto dell'anno tra progressisti e centristi in una primaria per il Senato. E si è svolta in uno stato in bilico, non in roccaforti come New York o Denver, dove la sinistra ha già vinto quest'anno. Sullo sfondo c'è il 2028. Il partito ha collocato in via preliminare il Michigan al quinto posto nel calendario delle prossime primarie presidenziali (prima del Super Tuesday, il giorno in cui vota il blocco più numeroso di stati). Per entrambe le ali la sfida è stata una prova generale delle strategie con cui mobilitare le rispettive coalizioni.

Per la sinistra è arrivata un'altra vittoria dal settimo distretto del Michigan, quello della capitale Lansing. William Lawrence, un organizzatore di 35 anni che ha co-fondato il movimento ambientalista giovanile Sunrise Movement, ha superato due candidati moderati che si sono divisi il voto (insieme avevano ottenuto la maggioranza dei consensi). Lawrence, sostenuto da Sanders, ha fatto campagna contro i data center e per la sanità universale. A novembre sfiderà il repubblicano Tom Barrett in uno dei 18 seggi considerati contendibili dal Cook Political Report, l'istituto indipendente che valuta la competitività dei collegi. Sarà un test sulla capacità del populismo di sinistra di vincere in un distretto conteso.

In Missouri ha vinto invece l'establishment. Il deputato Wesley Bell, un moderato pro-Israele, ha respinto con oltre il 70% dei voti il tentativo di rientro di Cori Bush. L'ex deputata socialista-democratica, che lui stesso aveva battuto nel 2024, faceva parte della "Squad", il gruppo delle deputate più progressiste del Congresso. Anche in questa corsa il super PAC legato ad AIPAC ha speso milioni di dollari contro Bush. La sconfitta interrompe la serie di successi dei socialisti democratici, che a giugno avevano estromesso tre deputati in carica. Resta ancora aperta la sfida di Detroit tra il deputato Shri Thanedar e lo sfidante socialista-democratico Donavan McKinney.

Le primarie di martedì hanno definito anche la corsa per la successione della governatrice Whitmer, non più ricandidabile per i limiti di mandato. A novembre la democratica Jocelyn Benson, segretaria di Stato del Michigan (la carica che sovrintende alle elezioni), affronterà il deputato repubblicano John James, sostenuto da Trump. Benson ha difeso i risultati del 2020 dai tentativi di ribaltamento; James, se vincesse, diventerebbe il primo governatore nero dello stato.

Negli altri stati al voto, in Kansas i repubblicani hanno scelto Ty Masterson, il presidente del Senato statale sostenuto da Trump, per la successione della governatrice democratica Laura Kelly. Lo sfiderà la democratica populista Cindy Holscher, che ha vinto la sua primaria contro il candidato appoggiato dalla governatrice uscente. Gli elettori hanno inoltre bocciato il referendum promosso dai repubblicani per rendere elettivi i giudici della Corte Suprema statale, un tentativo di ribaltare la sentenza del 2019 che garantisce il diritto all'aborto nello stato. In Missouri sono state respinte sia la proposta che avrebbe reso molto più difficili i referendum costituzionali di iniziativa popolare sia quella per abolire l'imposta statale sul reddito. In Virginia i democratici hanno candidato l'ex deputata Elaine Luria, che sfiderà di nuovo la repubblicana Jen Kiggans dopo la sconfitta del 2022 in uno dei distretti più competitivi del paese. Nello stato di Washington, dove tutti i candidati corrono in un'unica primaria e i primi due passano al voto di novembre, la deputata democratica moderata Marie Gluesenkamp Perez affronterà John Braun, un repubblicano appoggiato da Trump.

Sempre martedì, in South Dakota il candidato democratico al Senato Julian Beaudion si è ritirato dalla corsa dopo aver denunciato minacce e un incendio nella sua casa, lasciando campo libero a un indipendente contro il senatore repubblicano Mike Rounds. È il terzo caso quest'anno dopo Nebraska e Idaho, una strategia che i democratici stanno ripetendo negli stati più conservatori per concentrare i voti dell'opposizione.


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Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Le promesse economiche di Trump non tornano più


Crescita dimezzata, debito in aumento, industria ferma e costi più alti: Steven Rattner confronta gli impegni del presidente con i risultati dei suoi primi 19 mesi.

"Promesse fatte, promesse mantenute" è lo slogan che Donald Trump ha fatto pubblicare persino sul sito della Casa Bianca. Per quanto riguarda l'economia, sostiene Steven Rattner in un intervento sul New York Times, la formula andrebbe però rovesciata: i primi 19 mesi del secondo mandato raccontano soprattutto promesse disattese, mentre diverse tra quelle che sono state effettivamente mantenute stanno producendo i danni previsti dai critici. Rattner, editorialista del quotidiano newyorkese ed ex consigliere del Segretario al Tesoro durante l'amministrazione Obama, mette in fila undici grafici costruiti su dati ufficiali.

Nel secondo trimestre di quest'anno il prodotto interno lordo è cresciuto a un ritmo annualizzato dell'1,5%, contro il 2,75% che, secondo l'autore, Trump aveva ereditato da Joe Biden. In campagna elettorale il presidente aveva promesso una crescita "come mai prima d'ora". Rattner attribuisce il rallentamento all'aumento dei prezzi dell'energia e dell'inflazione, al taglio della spesa pubblica e al peggioramento della bilancia commerciale provocato dai dazi imposti da questa Amministrazione.

Debito in aumento e industria ferma


In campagna elettorale, nel marzo 2025 Trump aveva promesso di voler pareggiare i conti pubblici, un risultato che nessun presidente ottiene da 24 anni. Il deficit, invece, è aumentato ulteriormente con il suo primo bilancio, soprattutto per effetto del grande piano di taglio delle tasse. Il Congressional Budget Office prevede che il deficit continui a crescere, dai 1.900 miliardi di dollari di quest'anno ai 3.100 miliardi del 2036. Lo stesso vale per il debito: escludendo la quota che il governo federale deve a se stesso, il rapporto con il PIL è salito oggi al 101% e nel 2030 supererà il record del 106% toccato l'ultima volta nel 1946, per arrivare al 120% entro il 2036.

Rattner considera il debito la voce più preoccupante, perché a questi livelli contribuisce a rendere più costosi i mutui e i prestiti alle imprese e riduce le risorse disponibili per finanziare altre priorità. Anche l'occupazione manifatturiera è ferma: conta 12,6 milioni di posti di lavoro, 62.000 in meno rispetto al giorno del secondo insediamento di Trump, nonostante la promessa di rendere nuovamente degli Stati Uniti una grande nazione industriale. I dazi non hanno invertito la tendenza e, secondo l'editorialista, hanno anzi prodotto l'effetto opposto, aumentando il costo dei materiali utilizzati dalle fabbriche per realizzare beni destinati all'esportazione.

Sui dazi si è pronunciata il 20 febbraio anche la Corte Suprema, con una decisione di 6 giudici contro 3 scritta dal presidente John Roberts: la legge sui poteri economici d'emergenza, l'IEEPA, non autorizza il presidente a imporre dazi. I tribunali di grado inferiore hanno poi ordinato la restituzione delle somme indebitamente incassate. I rimborsi, tuttavia, spettano alle aziende che hanno versato i dazi, non ai consumatori che ne hanno sostenuto gran parte del costo. I dazi introdotti successivamente, anche questi già impugnate in tribunale, dovrebbero generare 121 miliardi di dollari nel 2026, meno dei 166 miliardi che il governo deve restituire.

Stati Uniti · Economia

Trump aveva promesso prezzi più bassi e conti in ordine. I numeri dicono il contrario

Steven Rattner ha messo in fila i dati ufficiali dei primi diciannove mesi del secondo mandato. Su benzina, mutui, inflazione, fabbriche, crescita, conti pubblici e sanità, la distanza tra quello che il presidente aveva annunciato e quello che è successo si misura in numeri.

Grafica di FocusAmerica 18 agosto 2026

Promesse economiche mantenute
0su 7

Sette obiettivi annunciati da Trump, sette risultati opposti.

Benzina · Mutui · Inflazione · Fabbriche · Crescita · Conti pubblici · Sanità

Lo slogan pubblicato sul sito della Casa Bianca è «promesse fatte, promesse mantenute». Sull’economia, scrive Rattner, la formula andrebbe rovesciata.

Promessa e realtà

Quanto dista ogni promessa dal dato di oggi


In ogni riga la barra rossa misura lo scarto tra il valore promesso e quello attuale. Tocca una riga per leggere la spiegazione.

Valore promesso o di partenza Valore di oggi Scarto

Benzina +
Benzina sotto i due dollari al gallone
Prezzo medio di un gallone di benzina

Promesso
2,00 $

Oggi
4,03 $
+30% dall’insediamento

A metà maggio, dopo l’inizio della guerra contro l’Iran, il prezzo ha toccato 4,50 dollari; a metà agosto oscilla tra 4,03 e 4,09. È il livello più alto mai registrato in questo periodo dell’anno. Per scendere sotto i due dollari il greggio dovrebbe crollare a 30 dollari al barile: a quel prezzo trivellare non conviene più e la produzione si ferma.

Mutui +
Mutui trentennali riportati al 3%
Tasso fisso a trent’anni

Promesso
3,0%

Oggi
6,7%

Il tasso è praticamente lo stesso del giorno dell’insediamento. Pesano l’aumento generale dei prezzi e la pressione del debito sui rendimenti a lunga scadenza. Una casa al prezzo mediano di 411.000 dollari richiede un reddito di circa 120.000 dollari l’anno: la famiglia americana mediana ne guadagna 86.000.

Inflazione +
Inflazione azzerata dal primo giorno
Prezzi al consumo, variazione su base annua

Promesso
0%

Oggi
3,4%
le retribuzioni salgono del 3,2%

I prezzi crescono più delle retribuzioni. Rattner attribuisce il peggioramento agli effetti della guerra contro l’Iran e avverte che la Federal Reserve potrebbe rispondere alzando i tassi: mutui e carte di credito costerebbero ancora di più.

Fabbriche +
Gli Stati Uniti di nuovo grande nazione industriale
Occupati nell’industria manifatturiera

Al 20 gennaio 2025
12,66 milioni

Oggi
12,60 milioni
62.000 posti in meno

I dazi non hanno invertito la tendenza: secondo l’editorialista hanno prodotto l’effetto opposto, perché hanno reso più cari i materiali che le fabbriche usano per produrre i beni destinati all’esportazione.

Crescita +
Una crescita come non si era mai vista
PIL, ritmo annualizzato nel secondo trimestre

Ereditato da Biden
2,75%

Oggi
1,5%

Rattner attribuisce il rallentamento all’aumento dei prezzi dell’energia e dell’inflazione, al taglio della spesa pubblica e al peggioramento della bilancia commerciale provocato dai dazi.

Conti pubblici +
Conti pubblici riportati in pareggio
Deficit federale nell’anno in corso

Promesso
Pareggio

Oggi
1.900 miliardi

Nessun presidente pareggia i conti da 24 anni. Con il primo bilancio di Trump il disavanzo si è allargato, soprattutto per effetto del grande piano di taglio delle tasse. Il Congressional Budget Office prevede che continui a crescere fino a 3.100 miliardi di dollari nel 2036.

Sanità +
Nessun taglio alla sanità pubblica
Premio mensile del piano assicurativo di riferimento

Un anno fa
497 $

Oggi
625 $
+26% in un anno

Il premio è salito dopo la scadenza, il 1º gennaio 2026, dei crediti d’imposta rafforzati dell’Affordable Care Act. Gli iscritti a Medicaid sono già cinque milioni in meno; le nuove restrizioni approvate dai repubblicani, che impongono di documentare 80 ore di lavoro al mese, entrano in vigore il 1º gennaio 2027.


Con JavaScript disattivato l’infografica resta leggibile: tutti i valori e le spiegazioni sono già visibili qui sopra.

Il conto che resta
Il debito sta per superare il record del dopoguerra
Debito federale in rapporto al PIL, esclusa la quota che il governo deve a se stesso.

101%

120%

Record del 1946: 106%1946: 106%

Oggi
Dato attuale

2036
Proiezione del CBO

Il record del dopoguerra sarà superato entro il 2030. Rattner considera il debito la voce più preoccupante: a questi livelli rende più cari i mutui e i prestiti alle imprese e sottrae risorse alle altre priorità.

Fonti: Bureau of Labor Statistics, Energy Information Administration, Freddie Mac, Congressional Budget Office, Office of Management and Budget, KFF. Dati raccolti da Steven Rattner, Trump’s Broken Promises, in 11 Charts, New York Times, agosto 2026.

Inflazione, benzina, casa e sanità


Secondo il Bureau of Labor Statistics, i prezzi stanno aumentando ora del 3,4% su base annua e crescono più delle retribuzioni, salite nello stesso periodo del 3,2%, nonostante Trump avesse promesso di eliminare l'inflazione fin dal primo giorno. Rattner attribuisce il peggioramento dell'inflazione agli effetti della guerra contro l'Iran e avverte che la Federal Reserve potrebbe reagire alzando i tassi, cosa che comporterebbe un ulteriore aumento del costo dei mutui e dei debiti sulle carte di credito.

La guerra pesa anche sul prezzo della benzina: Trump aveva promesso di portarne il prezzo sotto i 2 dollari al gallone, ma a metà maggio il prezzo ha raggiunto i 4,50 dollari e a metà agosto sta oscillando tra 4,03 e 4,09 dollari. Si tratta del livello più alto mai registrato in questo periodo dell'anno e supera di circa il 30% quello del giorno del secondo insediamento di Trump. Per scendere sotto la soglia dei 2 dollari al gallone, osserva l'autore dell'analisi, il prezzo del greggio dovrebbe crollare a 30 dollari al barile, una soglia alla quale, però, le trivellazioni non sarebbero più convenienti e la produzione finirebbe per fermarsi.

Il prezzo mediano di un'abitazione resta intanto di 411.000 dollari. Per potersi permettere una casa a quella cifra serve un reddito annuo di circa 120.000 dollari, mentre quello di una famiglia americana mediana si aggira intorno agli 86.000. I tassi sui mutui trentennali, che Trump aveva promesso di riportare al 3%, sono oggi al 6,7%, praticamente allo stesso livello del suo secondo insediamento. Rattner lo spiega con l'aumento generale dei prezzi e con la pressione esercitata dal debito crescente sui rendimenti a lunga scadenza.

Nel maggio 2025 in campagna elettorale Trump aveva assicurato che non ci sarebbero stati tagli a Medicaid, il programma pubblico di assistenza sanitaria per le persone a basso reddito. Ma la legge di bilancio approvata dai repubblicani pochi mesi dopo il suo insediamento ha imposto a molti beneficiari di documentare almeno 80 ore di lavoro al mese, limitato la capacità degli Stati di finanziare la propria quota e abolito le procedure semplificate di iscrizione. Queste nuove restrizioni entreranno in vigore a livello federale il primo gennaio 2027 e riguarderanno gli adulti tra i 19 e i 64 anni coperti dall'espansione del programma. Oltre il 95% dei tagli è previsto dopo le elezioni di metà mandato di quest'anno.

Nell'ultimo anno, intanto, però, il numero degli iscritti è già diminuito di quasi cinque milioni, anche perché sul mercato assicurativo privato, il premio mensile medio del piano di riferimento — il secondo meno costoso della fascia intermedia per un quarantenne — è salito in un anno da 497 a 625 dollari, ovvero quasi il 26% in più, dopo la scadenza, avvenuta il primo gennaio 2026, dei crediti d'imposta rafforzati previsti dall'Affordable Care Act e rinnovati nel corso dell'Amministrazione Biden.


L'America nella trappola del debito: lo Stato si finanzia a breve, le famiglie ipotecano la casa


Il Dipartimento del Tesoro americano deve rinnovare circa 6.000 miliardi di dollari di debito ogni 3 mesi, rivolgendosi a un mercato sempre più diffidente, e collocarne altri 2.000 miliardi l'anno per finanziare quello che è ormai il più grave deficit strutturale della storia degli Stati Uniti in tempo di pace. Da qui si sta facendo strada tra gli operatori una convinzione inquietante: Washington potrebbe essere ormai così profondamente intrappolata nel proprio debito da non potersi più permettere tassi d'interesse più elevati, anche qualora fossero necessari per contenere l'inflazione. È la tesi sviluppata da Ambrose Evans-Pritchard sul Telegraph, che spinge il ragionamento fino al rischio di una crisi finanziaria.

Il fabbisogno lordo di finanziamento annuo, uno degli indicatori osservati con maggiore attenzione dalle agenzie di rating e dai grandi investitori obbligazionari, era pari al 26% del prodotto interno lordo (PIL) nel 2010. Secondo il Fondo monetario internazionale arriverà al 45% quest'anno e, con le politiche attuali, toccherà il 60% all'inizio del prossimo decennio, una soglia sulla quale nessuna grande potenza è riuscita a rimanere a lungo. Nel frattempo, la spesa federale per interessi è quadruplicata in dieci anni, fino ad arrivare a circa 1.000 miliardi di dollari l'anno: ha superato così il bilancio del Pentagono, cosa che non accadeva dalla fine degli anni Venti, e si avvia verso il 4% del PIL.

La trappola del debito

Il debito americano è diventato così grande che Washington non può più permettersi tassi alti


Ogni tre mesi il Tesoro deve convincere mercati sempre più diffidenti a rinnovare montagne di titoli. E le famiglie, per reggere, spostano i debiti delle carte di credito sulle case.

Grafica di FocusAmerica

Quanto debito il Tesoro deve piazzare sul mercato in un anno
26.000mld $
Quattro appuntamenti trimestrali con investitori sempre più diffidenti.

1° trim.
2° trim.
3° trim.
4° trim.

6.000 mld $ ogni tre mesi di titoli in scadenza da rinnovare
2.000 mld $ l'anno di nuovo debito per coprire il deficit

Totale su base annua calcolato dai dati dell'articolo: quattro rinnovi trimestrali da circa 6.000 miliardi ciascuno, più le nuove emissioni.

Parte 1 · Washington

Il fabbisogno di finanziamento corre verso una soglia che nessuna grande potenza ha mai retto a lungo


Soglia critica: 60%

26%

45%

60%

2010
2026
Inizio anni '30

Fabbisogno lordo di finanziamento federale in percentuale del PIL, secondo le stime del Fondo monetario internazionale. È l'indicatore più osservato dalle agenzie di rating.

Gli interessi sul debito ora costano più del Pentagono

Dieci anni fa

Oggi: circa 1.000 mld $ l'anno

La spesa federale per interessi è quadruplicata in dieci anni e ha superato il bilancio della Difesa: non accadeva dalla fine degli anni Venti. Si avvia verso il 4% del PIL.

A comprare i Treasury sono sempre meno le Banche Centrali e sempre più gli hedge fund

Quattro anni fa

Oggi: 9% degli acquisti complessivi

Leva fino a 100× il capitale
8.300 mld $ parcheggiati nei fondi monetari

FMI e Banca dei Regolamenti Internazionali avvertono: un meccanismo simile portò il mercato dei Treasury a un passo dal blocco nel marzo 2020.

Parte 2 · Le famiglie

Le carte di credito non vengono più ripagate come prima

Primo trimestre 2026: 7,6%

Secondo trimestre 2026: 12,8%

Quota dei saldi sulle carte di credito con oltre 90 giorni di ritardo nei pagamenti: un livello che non si vedeva dalla Grande recessione, secondo la Federal Reserve di New York.

Con le carte al 20% e i mutui al 6,69%, il debito si sposta sulla casa

Tassi sulle carte di credito: spesso oltre il 20%

Mutuo trentennale a tasso fisso: 6,69%

47mld $
estratti dal valore delle case: il dato più alto per un primo trimestre dal 2021

25 mld $ seconde ipoteche
22 mld $ rifinanziamenti con prelievo (+18% in un anno)

Il denaro serve sempre più spesso a estinguere carte di credito e prestiti universitari. Ma così le famiglie diventano più vulnerabili: chi non regge il mutuo rifinanziato rischia di dover vendere casa.

Il nodo
La Federal Reserve rischia di non poter più alzare i tassi, nemmeno se l'inflazione tornasse a salire

3,50–3,75%
i tassi lasciati invariati il 29 luglio

9–3
il voto: mai così diviso dal 2016

~25%
la quota di debito federale che risente subito di ogni rialzo

≥7,4%
del PIL: il deficit previsto ogni anno dal 2026 al 2031

Fonte: Fondo monetario internazionale, Federal Reserve, Federal Reserve Bank di New York, The Telegraph, The New York Times · agosto 2026

Il Tesoro accorcia le scadenze e il mercato diventa più fragile


Per contenere la spesa per interessi, il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha concentrato una quota crescente delle emissioni sui titoli a breve termine. Evans-Pritchard la considera una sorta di patto faustiano: permette di rinviare il problema nel futuro, ma rende i conti pubblici ancora più vulnerabili a ogni variazione dei tassi. Quanto Bessent sia preoccupato per i rendimenti dei Treasury, che sono arrivati vicini ai massimi degli ultimi vent'anni, è emerso fra il 30 e il 31 luglio, quando il Tesoro è intervenuto insieme al Ministero delle Finanze giapponese per contrastare la speculazione contro lo yen. Nell'operazione, del valore di circa 87 miliardi di dollari, Washington ha venduto parte delle proprie riserve in euro anziché dollari, senza informare preventivamente la Banca Centrale Europea.

Bessent ha poi chiesto alla Federal Reserve di ampliare la FIMA Repo Facility, ovvero il meccanismo da 60 miliardi di dollari attraverso il quale le autorità monetarie straniere possono offrire Treasury in garanzia e ottenere in cambio liquidità in dollari. Per Tokyo significa potersi procurare valuta americana senza dover vendere sul mercato parte dei circa 1.100 miliardi di dollari di titoli del Tesoro che detiene nel suo portafoglio, una mossa che rischierebbe di spingere ulteriormente al rialzo i rendimenti dei titoli di Stato americani. La modifica richiede però il voto della maggioranza del comitato di politica monetaria della Fed.

Anche la composizione degli acquirenti sta cambiando. A comprare il debito americano sono sempre meno i creditori tradizionalmente più stabili, come le Banche Centrali straniere e i fondi sovrani, e sempre più gli hedge fund, la cui quota sugli acquisti complessivi di Treasury è raddoppiata in 4 anni, raggiungendo il 9%. Molti di questi attingono agli 8.300 miliardi di dollari parcheggiati nei fondi monetari, ma altri operano con una leva che può arrivare fino a cento volte il capitale, finanziandosi sul mercato dei pronti contro termine per guadagnare su piccolissimi margini di arbitraggio. Sia il Fondo Monetario Internazionale sia la Banca dei Regolamenti Internazionali hanno avvertito che questa struttura è fragile: fu proprio un meccanismo simile ad alimentare la spirale di vendite forzate che nel marzo 2020, in piena crisi da Covid, portò il mercato dei Treasury a un passo dal blocco.

Warsh e la Fed divisa sul debito


È su questo terreno che si muove il nuovo presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, nominato dopo che Trump aveva perseguitato il suo predecessore per il suo rifiuto di tagliare i tassi. Warsh è genero del miliardario Ronald Lauder, compagno di studi di Trump alla Wharton School e primo ispiratore del progetto di annessione della Groenlandia. Secondo Steven Blitz, capo economista per gli Stati Uniti di TS Lombard, la Federal Reserve ormai non può davvero stringere la politica monetaria senza rischiare una reazione a catena, perché i costi di finanziamento "esploderebbero": "Alzare i tassi oggi si ripercuote immediatamente sul costo di quasi il 25% del debito federale, cioè la parte che cresce più in fretta".

Nella riunione del 29 luglio il comitato della Fed ha mantenuto i tassi fra il 3,5% e il 3,75% con un voto di 9 a 3. Lorie Logan, Neel Kashkari e Beth Hammack hanno dissentito chiedendo un rialzo: è il maggior numero di voti contrari nella stessa direzione dal 2016. Da parte sua, Warsh sostiene che lo sviluppo dell'intelligenza artificiale possa esercitare una pressione deflazionistica abbastanza forte da indebolire il tradizionale rapporto tra occupazione e prezzi descritto dalla curva di Phillips, rendendo quindi possibile una combinazione di crescita sostenuta e bassa inflazione.

Il presidente della Fed ha però faticato a spiegare in che modo intenda riportare stabilmente l'inflazione verso l'obiettivo del 2%. "Fissare l'inflazione con severità finché non si scioglie sotto il nostro sguardo non è un'opzione", ha detto Christopher Waller, membro del consiglio della Fed. Warsh, secondo quanto riportato, parla con Trump "in continuazione", mentre la regola non scritta seguita da Jerome Powell era che i contatti fra il presidente degli Stati Uniti e il capo della Federal Reserve dovessero essere "zero".

Il debito federale continua intanto ad aumentare a un ritmo pari a circa il 3,5% del PIL l'anno. Il Fondo Monetario Internazionale prevede per gli Stati Uniti un deficit pubblico pari o superiore al 7,4% ogni anno dal 2026 al 2031. A questo si aggiungono i programmi dell'Amministrazione Trump, che vuole aumentare del 60% il bilancio del Pentagono e costruire la "flotta d'oro" di corazzate della classe Trump: secondo il Congressional Budget Office, quindici unità a propulsione nucleare costerebbero circa 275 miliardi di dollari entro il 2056, il 50% in più della stima precedente.

Evans-Pritchard osserva che nella storia la fiducia finanziaria nelle grandi potenze è spesso crollata sotto il peso di un eccessivo impegno militare, come accadde alla Spagna imperiale con la bancarotta del 1575 e alla Gran Bretagna con la crisi della sterlina del 1947. Un possibile detonatore, sostiene, potrebbero essere le elezioni di metà mandato, qualora il passaggio di consegne al Congresso venisse ostacolato attraverso contestazioni o manovre sui risultati negli Stati in bilico.

Il debito delle famiglie in aumento


La stessa dipendenza dal credito si ritrova, su scala diversa, nei bilanci delle famiglie. Il loro indebitamento complessivo, scrive il New York Times, è diminuito dello 0,1% nel secondo trimestre del 2026 rispetto a un anno prima, attestandosi a 18.800 miliardi di dollari, mentre i saldi delle carte di credito sono saliti a 1.260 miliardi, con un aumento di 21 miliardi nel solo trimestre.

Secondo il rapporto pubblicato martedì dalla Federal Reserve di New York, nello stesso periodo la quota di debito aperto sulle carte di credito con oltre novanta giorni di ritardo è balzata dal 7,6% al 12,8%, un livello che non si vedeva dalla Grande recessione. Il debito medio per titolare di carta è cresciuto del 22,7% dal 2018 alla fine dello scorso anno, passando da 5.836 a 7.161 dollari: un incremento comunque inferiore all'inflazione cumulata nello stesso periodo, pari al 28,2%.

In questo contesto, a fare da cuscinetto è soprattutto la casa. Il patrimonio immobiliare netto delle famiglie americane ha raggiunto il record di 35.000 miliardi di dollari. Chi ha ancora un mutuo dispone in media di 310.500 dollari di valore netto immobiliare, secondo i calcoli della società di dati Cotality su 56,7 milioni di abitazioni. È in buona parte l'effetto di un mercato congelato: prezzi elevati e mutui costosi hanno allontanato molti compratori, le vendite di case esistenti sono diminuite dell'1,7% a luglio rispetto a giugno e chi pochi anni fa ha acceso un mutuo al 3% ha pochissimi incentivi a vendere.

Quel patrimonio, tuttavia, è immobilizzato e per trasformarlo in liquidità bisogna indebitarsi nuovamente sulla casa. Nel primo trimestre i proprietari hanno estratto 47 miliardi di dollari dal valore dei propri immobili, il 2% in più rispetto a un anno prima e il dato più alto per un primo trimestre dal 2021: 25 miliardi attraverso seconde ipoteche e 22 miliardi mediante rifinanziamenti con prelievo di liquidità, questi ultimi cresciuti del 18% in un anno. L'operazione può avere senso perché un mutuo trentennale a tasso fisso costa in media il 6,69%, mentre sulle carte di credito i tassi sono spesso superiori al 20%.

"Nessuno parla mai del fatto che il tasso della propria carta di credito è al 23%", ha detto al New York Times Alex Elezaj, direttore strategico di United Wholesale Mortgage. Secondo Elezaj, chi rifinanzia lo fa soprattutto per ridurre il costo medio dell'intero debito familiare, utilizzando il denaro sempre più spesso per estinguere carte di credito e prestiti universitari piuttosto che per finanziare ristrutturazioni o vacanze.

Stacey Melton, intermediaria di Gilbert, in Arizona, ha spiegato che i clienti che si rivolgono a lei hanno in media fra 20.000 e 50.000 dollari di debiti sulle carte di credito, con casi estremi che arrivano a 90.000 dollari di debito. Molti preferirebbero aprire una linea di credito garantita dalla casa per non rinunciare al vecchio mutuo a basso tasso, ma il costo di quelle linee è ormai così elevato da rendere spesso inutile l'operazione. Daryl Fairweather, capo economista di Redfin, avverte però che così anche le famiglie stanno diventando più vulnerabili a un rallentamento dell'economia: "Potrebbero ritrovarsi a dover vendere casa perché non riescono più a pagare il mutuo rifinanziato".

Le due dinamiche finiscono così per assomigliarsi. Da una parte c'è lo Stato federale, che deve rifinanziare continuamente una montagna di debito e dipende sempre di più da investitori che operano facendo ampio ricorso alla leva finanziaria, mentre dall'altra ci sono le famiglie, che spostano sempre di più parte del proprio indebitamento dalle carte di credito ai mutui ipotecari garantiti dalla propria casa. In entrambi i casi, però, il meccanismo rischia di diventare più fragile e costoso se i tassi d'interesse dovessero restare elevati o aumentare ancora. Ed è proprio questo, secondo Evans-Pritchard, il nodo che rischia di restringere progressivamente lo spazio di manovra della Federal Reserve in caso di una nuova ondata inflattiva.


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I democratici rilanciano le riforme della Corte Suprema


Mandati di 18 anni, codice etico vincolante e fino a 13 giudici: le varie proposte non hanno ancora i voti al Congresso, ma la crescente sfiducia dei democratici verso la maggioranza conservatrice della Corte Suprema spinge il partito a moltiplicare i piani per riformarla.

Portare i giudici della Corte Suprema da 9 a 13, sostituire l'incarico a vita con un mandato a termine di 18 anni, imporre un codice etico vincolante e stabilire regole più precise per la gestione dei ricorsi d'urgenza. Sono alcune delle circa dieci proposte presentate negli ultimi mesi dai democratici al Congresso, che, esasperati dalla svolta a destra della Corte, hanno rilanciato il tema con un'intensità che non si vedeva dal 2020.

Nell'ultima sessione la Corte Suprema ha bloccato diverse iniziative di Donald Trump, a cominciare dal tentativo di abolire la cittadinanza per nascita. Allo stesso tempo, con la sentenza Louisiana v. Callais ha fortemente indebolito l'applicazione della sezione 2 del Voting Rights Act del 1965, che tutela il diritto di voto delle minoranze, ha eliminato i limiti alle spese sostenute dai partiti in coordinamento con i propri candidati e ha ampliato i poteri presidenziali. Secondo i democratici, queste decisioni rispondono più a un calcolo politico che a un'interpretazione imparziale del diritto.

Il malcontento emerge anche dai sondaggi. Nella rilevazione Washington Post-Ipsos di luglio, condotta su 2.648 adulti tra l'8 e il 13 del mese, il 41% degli intervistati approva l'operato della Corte Suprema e il 55% lo disapprova: è la quota di giudizi negativi più alta mai registrata in questa serie. Solo un quarto degli intervistati ritiene che i giudici abbiano deciso in base al diritto nei casi riguardanti le politiche di Trump, mentre il 46% pensa che si siano lasciati guidare dalle proprie convinzioni politiche. La spaccatura è netta: approva la Corte il 66% dei repubblicani, mentre la disapprova il 75% dei democratici e il 60% degli indipendenti.

"C'è uno sconcerto costante e crescente per il bilancio sempre più desolante della Corte", ha dichiarato al Washington Post il senatore democratico del Rhode Island Sheldon Whitehouse, che ha appena ripresentato la proposta sui mandati a termine. "Il persistente interesse per la riforma nasce dallo sconcerto e dalla preoccupazione per la cattiva condotta della Corte".

Il testo, presentato insieme ai senatori Cory Booker, Richard Blumenthal e Alex Padilla, limiterebbe a 18 anni la partecipazione dei giudici a tutti i casi sottoposti alla Corte. Alla scadenza, rimarrebbero in carica, ma potrebbero occuparsi soltanto del ristretto numero di controversie che rientrano nella giurisdizione originaria prevista dalla Costituzione o sostituire un collega indisponibile. Ogni presidente sarebbe inoltre tenuto a nominare un giudice nel primo e nel terzo anno del proprio mandato. L'obiettivo è rendere più regolare il ricambio, ridurre il peso delle circostanze casuali nella composizione della Corte Suprema e abbassare la posta delle conferme al Senato, diventate negli ultimi anni battaglie durissime e spesso personali.

Corte Suprema · Le proposte di riforma

I democratici vogliono riformare la Corte Suprema, ma nessuna proposta ha i voti

Dopo una sessione che ha indebolito la tutela del voto delle minoranze e allargato i poteri del presidente, al Congresso sono arrivate circa dieci proposte per cambiare la Corte. Gli americani sono d’accordo su quasi tutte. Al Senato, però, i 60 voti necessari non ci sono.

Grafica di FocusAmerica 17 agosto 2026

Il giudizio degli americani, luglio 2026

Il prospetto ovest della Corte Suprema degli Stati UnitiEQUAL JUSTICE UNDER LAW


  • Approva il 41%, disapprova il 55%, non si esprime il 4%.


Approva
41%

Disapprova
55%

La Corte ha oggi una maggioranza conservatrice di sei giudici su nove
È la quota di giudizi negativi più alta mai registrata da questa serie
Il fronte ovest, con l’iscrizione «Equal justice under law». La fascia alla base vale 100 americani: il 4% non si esprime.

Sui casi che riguardano le politiche di Trump, solo il 25% pensa che i giudici abbiano deciso in base al diritto. Il 46% è convinto che abbiano seguito le proprie convinzioni politiche.

La frattura

Repubblicani e democratici vedono due Corti diverse


Quota di intervistati che approva o disapprova l’operato della Corte, per schieramento politico.


  • Repubblicani: approva il 66%.
  • Indipendenti: disapprova il 60%.
  • Democratici: disapprova il 75%.


Le proposte

Dal codice etico al sorteggio, sei modi di cambiare la Corte


Le proposte in circolazione, ordinate da quella che tocca meno l’assetto della Corte a quella che lo riscrive. Tocca una voce per aprire la scheda.


  • Codice etico vincolante e trust cieco per i beni dei giudici.
  • Regole più rigorose per il canale d’urgenza, il cosiddetto shadow docket.
  • Mandati di 18 anni al posto dell’incarico a vita.
  • Ampliamento dell’organico da nove a tredici giudici.
  • Corte bilanciata a quindici giudici, cinque per parte più cinque scelti insieme.
  • Sorteggio di nove giudici ogni due settimane fra 188 magistrati.


Il consenso

Agli americani le riforme piacciono, tranne una


Quota di americani favorevoli a ciascuna misura, sondaggio Navigator Research del maggio 2026.


  • Mandati a termine per i giudici: 74% di favorevoli.
  • Indagini del Congresso sulle violazioni etiche: 70%.
  • Codice di condotta e obblighi di trasparenza: 67%.
  • Aumentare il numero dei giudici: 40%.

L’unica proposta che spacca il Paese è proprio quella tornata al centro del dibattito: portare i giudici da nove a tredici. Fra gli indipendenti i contrari superano di poco i favorevoli; fra i repubblicani il divario arriva a 27 punti.

L’ostacolo

Al Senato servono 60 voti, e non ci sono


Il Senato ha 100 seggi. Per chiudere il dibattito su un provvedimento e mandarlo al voto finale ne servono 60: una maggioranza semplice non basta.


  • Maggioranza semplice al Senato: 51 voti su 100.
  • Voti necessari per superare l’ostruzionismo: 60.
  • Nove voti separano le due soglie.


Dopo le tre nomine ottenute da Trump, i democratici hanno presentato diversi progetti di riforma della Corte: nessuno è mai arrivato al voto. Non è la prima volta: nel 1937 Franklin Delano Roosevelt propose di aumentare il numero dei giudici e fu fermato anche da molti esponenti del suo partito. Sheldon Whitehouse punta alla presidenza della Commissione Giustizia se i democratici conquisteranno la maggioranza il 3 novembre.

Fonte Sondaggio Washington Post-Ipsos condotto online dall’8 al 13 luglio 2026 su 2.648 adulti, margine di errore di 1,9 punti. Consenso sulle riforme: Navigator Research, maggio 2026. Le due ipotesi accademiche sono tratte da Daniel Epps e Ganesh Sitaraman, «How to Save the Supreme Court», Yale Law Journal, 2019.

Proposte senza numeri


Gli stessi promotori riconoscono che nessuna di queste misure potrà essere approvata senza una solida maggioranza democratica al Congresso e, soprattutto, anche in quel caso finché resterà in vigore il filibuster, ovvero la procedura che al Senato impone di raccogliere 60 voti per chiudere il dibattito su un provvedimento e mandarlo al voto finale in aula. Presentare e difendere le proposte resta comunque importante, sostiene Whitehouse, che punta alla presidenza della Commissione Giustizia se il suo partito dovesse conquistare la maggioranza a novembre: "Anche in un Congresso come questo, dove non hanno alcuna possibilità di essere approvate, è importante presentarle e sostenerle, perché rassicurano le persone sul fatto che esiste un meccanismo per rimettere ordine nella Corte".

I precedenti non sono incoraggianti. Dopo che le manovre dell'allora capogruppo repubblicano Mitch McConnell avevano consentito a Trump di nominare tre giudici, i democratici presentarono diversi progetti di riforma, ma nessuno di questi è mai approdato al voto. Nel 2024 il presidente Joe Biden ha sostenuto l'introduzione di termini di mandato di 18 anni e di un codice etico vincolante, senza tuttavia appoggiare l'ampliamento della Corte. Le altre proposte in circolazione vanno dall'aumento del numero dei giudici della Corte all'obbligo di trasferire determinati beni in un trust cieco, fino all'introduzione di criteri più rigorosi per il cosiddetto shadow docket: il canale d'urgenza attraverso il quale la Corte Suprema decide questioni importanti sulla base di una documentazione ridotta e, spesso, con motivazioni molto sintetiche.

Ma il malumore non si limita al Congresso. Anche l'ex vicepresidente Kamala Harris, che diversi democratici considerano una possibile candidata alla Casa Bianca nel 2028, ha dichiarato il 31 luglio, durante la convention della National Urban League a Nashville, che "bisogna tornare a discutere" dell'allargamento della Corte Suprema a 13 giudici. James Talarico, deputato del Parlamento statale texano e candidato al Senato contro il procuratore generale repubblicano Ken Paxton in una sfida considerata in equilibrio a meno di tre mesi dal voto del 3 novembre, chiede invece mandati a termine e un codice di condotta vincolante. Il capogruppo democratico alla Camera, Hakeem Jeffries, ha affermato giovedì 13 agosto che le opzioni sul tavolo sono diverse e che nessuna può essere esclusa.

La difesa dei conservatori e i dubbi degli accademici


I conservatori replicano che si tratta di ritorsioni mascherate da riforme. "Tutte queste 'riforme' esistono perché alla sinistra non piacciono le decisioni della Corte", ha scritto in una mail al Washington Post Mike Fragoso, ex consigliere capo di McConnell. "L'obiettivo è intimidire la Corte perché cambi l'orientamento delle proprie sentenze. È riprovevole". Tom Jipping, ricercatore di Advancing American Freedom, l'organizzazione fondata dall'ex vicepresidente Mike Pence, sostiene che le critiche democratiche riguardano sempre l'esito delle sentenze e mai il ragionamento giuridico: "Non spiegano mai in che cosa la Corte abbia sbagliato sul piano del diritto. Si limitano a citare il risultato e ad appiccicarci qualche insulto altisonante".

La Corte ha già attraversato momenti simili. Negli anni Cinquanta e Sessanta erano i conservatori a contestare quelle che consideravano dottrine liberali inventate durante la presidenza di Earl Warren. Nel 1937 Franklin Delano Roosevelt, esasperato dalle bocciature del New Deal, propose di aumentare il numero dei giudici, incontrando però la resistenza dei repubblicani e di molti esponenti del suo stesso partito.

Secondo alcuni studiosi, tuttavia, i problemi attuali non dipendono soltanto dalla composizione ideologica della Corte. Daniel Epps, docente di diritto alla Washington University, osserva che sono scomparsi i giudici che potevano decidere di volta in volta come Anthony Kennedy, Sandra Day O'Connor e Lewis Powell, tutti nominati da presidenti repubblicani ma difficilmente prevedibili sulle questioni più divisive. "È la prima volta che abbiamo una Corte nella quale l'ideologia coincide davvero con l'appartenenza partitica", ha spiegato.

In un saggio del 2019, Epps e Ganesh Sitaraman, docente alla facoltà di legge della Vanderbilt University, si sono schierati contro le due soluzioni più popolari, i mandati a termine e l'allargamento dell'organico, sostenendo che avrebbero politicizzato ulteriormente la Corte. Le loro proposte erano però ancora più radicali.

La prima prevedeva un sorteggio: tutti i 179 giudici delle corti d'appello federali sarebbero diventati membri della Corte Suprema, portando l'organico complessivo a 188. Ogni due settimane ne sarebbero stati estratti 9, in modo che nessuno potesse sapere in anticipo chi avrebbe deciso un determinato caso. La seconda immaginava invece una Corte bilanciata composta da 15 giudici: 5 di area democratica e 5 di area repubblicana con un seggio permanente, incaricati di scegliere gli altri 5 membri temporanei.

Il presidente della Corte Suprema, John Roberts, e i suoi colleghi rispondono alle critiche affermando di aver sempre deciso in base al diritto e non alle proprie inclinazioni politiche. La percezione contraria, tuttavia, si sta consolidando nell'opinione pubblica e, secondo Epps, è proprio questa che potrebbe causare danni di lungo periodo: "La Corte può funzionare come istituzione soltanto se è capace di decidere i casi più difficili in modi che al Paese appaiano credibili. Se metà del Paese la considera un organo di parte e la Corte Suprema si comporta in modo largamente compatibile con questa lettura, quella metà può benissimo dire: 'Andate al diavolo'".

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Trump propone di aprire al taglio del legname 44 milioni di acri di foreste protette


Il Forest Service ha depositato la proposta che cancella la regola firmata da Bill Clinton nel 2001. I commenti del pubblico si chiudono il 21 settembre, poi sono attese le cause delle associazioni.

Il Forest Service, l'agenzia federale che gestisce le foreste nazionali americane, ha depositato martedì la proposta di aprire più di 44 milioni di acri di aree selvagge alla costruzione di strade e al taglio del legname. La regola che il governo vuole cancellare risale al 2001 e vieta strade, taglio commerciale e attività minerarie nelle foreste rimaste senza collegamenti, una protezione in vigore da un quarto di secolo. Il provvedimento riguarda la gestione di 44,7 milioni di acri in tutto il paese.

La Roadless Area Conservation Rule, la "roadless rule", cioè la regola sulle aree senza strade, è una misura bipartisan firmata da Bill Clinton negli ultimi giorni della sua presidenza per proteggere dal taglio commerciale e dalle concessioni minerarie le terre forestali non ancora sviluppate, con l'obiettivo di mantenere intatti gli ecosistemi e di proteggere le riserve d'acqua. Copre il 30 per cento delle foreste nazionali, circa 59 milioni di acri (24 milioni di ettari), secondo il Dipartimento dell'Agricoltura, da cui dipende il Forest Service. La differenza con i 44,7 milioni di acri della proposta si spiega con Idaho e Colorado, che hanno regolamenti propri prevalenti su quello federale e restano fuori da qualsiasi cambiamento della politica nazionale.

La ministra dell'Agricoltura Brooke Rollins ha detto che la cancellazione restituisce autorità ai gestori forestali locali, "che conoscono la terra meglio di chiunque altro, togliendo le barriere che hanno impedito loro di fare il lavoro che la terra richiede". In un comunicato ha aggiunto che "per troppo tempo restrizioni superate hanno tenuto decine di milioni di acri di foreste fuori dalla portata proprio di quegli interventi che migliorano la salute delle foreste e riducono il rischio di incendi per le nostre comunità" e che "le nostre foreste non possono permettersi un altro decennio di inazione". "In tutto il paese abbiamo visto condizioni prevedibili, boschi troppo fitti, infestazioni di insetti e malattie, trasformare paesaggi sani in polveriere", ha detto.

L'agenzia ha definito la regola una restrizione uguale per tutti, che ha frustrato i gestori del territorio ed è stata un ostacolo alla riduzione del rischio di roghi. I funzionari federali dicono che la cancellazione toglie la designazione nazionale delle aree senza strade ma non obbliga a tagliare alberi o a costruire strade. Il capo del Forest Service Tom Schultz ha detto che permetterà interventi essenziali come la rimozione del legname morto e infiammabile: più del 40 per cento delle aree senza strade ha un pericolo di incendio alto o molto alto, ma solo il 5 per cento ha ricevuto trattamenti di riduzione dei combustibili dal 2014.

Gli Stati Uniti stanno vivendo uno degli anni peggiori per gli incendi: fino al 17 agosto sono bruciati 7,3 milioni di acri in circa 49.000 roghi, secondo il National Interagency Fire Center, il centro federale che coordina la lotta agli incendi. Gli scienziati spiegano che il peggioramento degli incendi dipende dalla combinazione di tre fattori: il cambiamento climatico che scalda e asciuga i boschi, il minor taglio del legname e decenni di soppressione dei roghi che hanno lasciato accumulare materiale combustibile.

Le strade potrebbero però aumentare la minaccia degli incendi, hanno avvertito alcuni esperti, perché portano persone. Quasi l'85 per cento degli incendi comincia con un'attività umana come mozziconi di sigaretta, roghi di sterpaglie o scintille di attrezzature, hanno mostrato le ricerche. Le strade possono anche fare da corridoio per le specie invasive, comprese le erbe infiammabili. "Introdurre strade e attività umane in aree che sono altrimenti indisturbate aumenterà gli incendi dove il rischio ora è basso", ha detto al New York Times Alexandra D. Syphard, ecologa del Conservation Biology Institute, organizzazione non profit dell'Oregon. "L'impatto involontario di tutto questo potrebbe essere creare una situazione peggiore".

Camille Stevens-Rumann, direttrice del Colorado Forest Restoration Institute e professoressa associata di ecologia del fuoco alla Colorado State University, ha aggiunto che le nuove strade non aiuterebbero necessariamente contro gli incendi più distruttivi, perché questi tendono a innescarsi vicino alle strade già esistenti. I fuochi nelle zone remote, spesso provocati dai fulmini, bruciano in media molti meno acri. Uno studio pubblicato quest'anno sulla rivista Fire Ecology ha rilevato che tra il 1992 e il 2024 la densità degli inneschi nelle foreste nazionali degli Stati Uniti continentali era più bassa nelle aree selvagge protette e nelle aree senza strade inventariate. Era più alta entro 50 metri dalle strade, anche se gli incendi partiti vicino alle strade erano in media più piccoli. Un'analisi del 2025 della Wilderness Society, associazione ambientalista, aveva trovato che la densità degli incendi è più bassa nelle aree selvagge e protette e più alta vicino alle strade.

Il senatore democratico del New Mexico Martin Heinrich ha ricordato che nelle zone remote si arriva con i paracadutisti antincendio: "Abbiamo i paracadutisti, tanto per cominciare, è così che si arriva in quelle aree remote". Ha detto anche che gli incendi controllati, le potature e altri interventi sono già di routine su milioni di acri di bosco e che quelle aree vengono poi richiuse al traffico dei mezzi a motore. I democratici degli Stati occidentali hanno detto di ritenere che gli argomenti sugli incendi servano a nascondere il vero obiettivo dell'Amministrazione, cioè permettere più taglio del legname.

Il presidente Donald Trump ha fatto della produzione di legname una priorità. L'anno scorso ha chiesto un aumento del 25 per cento del taglio nelle foreste nazionali e ha ordinato alle agenzie di aggirare le tutele per le specie in pericolo e altre norme ambientali per riuscirci. Rollins ha poi firmato un memorandum che dichiara una "situazione di emergenza" nelle foreste nazionali e istituisce una procedura accelerata per il taglio, che accorcia la partecipazione del pubblico e le revisioni legali. I produttori americani di legname hanno una disponibilità di tronchi limitata, in parte proprio per la regola sulle aree senza strade. In più affrontano la concorrenza del legname canadese a basso costo.

La cancellazione elimina le protezioni per i nove milioni di acri non sviluppati del Tongass National Forest, in Alaska, la foresta nazionale più grande del paese e la più grande foresta pluviale temperata intatta al mondo. Durante la seconda parte del suo primo mandato il governo federale aveva già tolto le restrizioni al taglio e alle strade nel Tongass e l'Amministrazione Biden le aveva ripristinate nel 2023. I leader politici dell'Alaska hanno sostenuto un'esenzione dalla regola, che secondo loro ostacola le opportunità economiche.

Damien Schiff, avvocato della Pacific Legal Foundation, studio legale libertario di interesse pubblico che contesta da tempo la regola nel Tongass, ha detto di ritenere che le protezioni federali abbiano danneggiato l'attività mineraria, la produzione di legname e altro sviluppo economico. In Alaska, ha sostenuto, le restrizioni intorno al Tongass hanno reso difficile collegare le comunità vicine alla rete elettrica. "Ha avuto un effetto deprimente sull'uso della foresta nazionale per le attività produttive in generale", ha detto. La cancellazione è una vittoria importante per gli Stati guidati dai repubblicani e per i gruppi industriali che da anni sostengono che i divieti abbiano frenato lo sviluppo economico. Più di una decina di cause hanno provato senza successo a far cadere la regola. Il governatore repubblicano del Montana Greg Gianforte ha detto che "per 25 anni il peso di Washington ha ostacolato la capacità del Montana di gestire come si deve il rischio incendi e lo sviluppo delle strade" su quasi il 60 per cento delle terre del Forest Service nello Stato.

La cancellazione riguarda principalmente la California e altri nove Stati occidentali, dove si trova più del 95 per cento delle aree senza strade inventariate. Le aree californiane coprono circa 4,4 milioni di acri distribuiti su 21 foreste nazionali (tra cui parti di Angeles, Tahoe, Inyo, Shasta-Trinity e Los Padres).

Le aree senza strade ospitano più della metà della fauna a rischio, dagli orsi grizzly ai lupi, dagli alci ai salmoni ai ghiottoni. Comprendono anche le ultime foreste vetuste rimaste nel paese. Le terre forestali americane assorbono milioni di tonnellate di carbonio l'anno. Chi difende la regola dice che ha preservato l'acqua pulita, gli spazi per le attività all'aria aperta e gli habitat delle specie in pericolo. "Per 25 anni la Roadless Rule ha tenuto intatte le nostre foreste più selvagge. I benefici sono stati incalcolabili per le persone, per l'acqua, per la fauna e per il clima", ha detto Abigail Dillen, presidente di Earthjustice, organizzazione non profit di diritto ambientale.

Le associazioni ambientaliste dicono che il piano distruggerà paesaggi intatti, tra cui habitat cruciali per le specie migratorie e le sorgenti dei grandi acquedotti municipali. "Strappando le protezioni ad alcune delle nostre foreste intatte più antiche, l'Amministrazione Trump mette in pericolo le forniture di acqua potabile di decine di milioni di persone e minaccia gli habitat della fauna e le occasioni di svago in quasi ogni Stato", ha detto Drew McConville, ricercatore del Center for American Progress, centro studi di orientamento progressista. Randi Spivak, direttrice delle politiche sulle terre pubbliche del Center for Biological Diversity, ha detto che quelle sono alcune delle ultime foreste davvero selvagge rimaste nel paese e che "una volta che si comincia a spianare strade per il taglio commerciale e per lo sviluppo industriale, non si torna più indietro".

Emma Powell, responsabile degli affari istituzionali dell'Alaska Wilderness League, ha descritto il Tongass come un tesoro globale che ospita le risalite dei salmoni e una fauna abbondante e ha detto che "dalla pesca al turismo alle attività ricreative all'aperto, questi paesaggi sostengono migliaia di posti di lavoro e generano miliardi di dollari di attività economica ogni anno". David Jenkins, presidente dell'associazione conservatrice Conservatives for Responsible Stewardship, con sede in Virginia, ha criticato la proposta come fiscalmente irresponsabile e ha ricordato l'arretrato di manutenzione da miliardi di dollari: "L'agenzia non ha i soldi per prendersi cura delle 368.000 miglia di strade che già bucherellano le nostre foreste nazionali".

Tre quarti degli americani si dicevano favorevoli alla regola in un sondaggio del 2019 del Pew Charitable Trusts, ente di ricerca non profit. Quando l'anno scorso il Dipartimento dell'Agricoltura ha annunciato l'intenzione di cancellarla ne erano arrivati più di 600.000 commenti pubblici, in grandissima parte contrari: un'analisi del Center for Western Priorities, associazione non di parte per la conservazione, ha calcolato che il 99 per cento era contro. "Gli americani di ogni orientamento politico hanno reso chiarissimo che non vogliono che siano i nominati politici a togliere le protezioni alle terre pubbliche", ha detto Chris Krupp, avvocato di WildEarth Guardians.

Diverse associazioni dovrebbero fare causa per bloccare la cancellazione. Alex Craven, responsabile della campagna sulle foreste del Sierra Club, ha contestato che eliminare la regola permetta di lavorare di più contro gli incendi. Ha ipotizzato che più strade portino più fuochi e ha detto che la regola non ha mai impedito al Forest Service interventi mirati sui combustibili. Ha promesso che il Sierra Club e altri gruppi combatteranno la proposta a ogni passaggio. I democratici in Congresso hanno provato a trasformare la regola in legge, ma il tentativo si è arenato in un parlamento a maggioranza repubblicana. "In un momento in cui il cambiamento climatico sta intensificando i rischi di incendio, questa Amministrazione si muove per strappare le protezioni ad alcune delle ultime foreste selvagge rimaste in America", ha detto la senatrice democratica di Washington Maria Cantwell, tra i promotori dell'iniziativa.

La proposta e la bozza della valutazione di impatto ambientale sono state depositate martedì e vanno pubblicate mercoledì sul Federal Register, la gazzetta ufficiale degli Stati Uniti. Da lì si apre un periodo di 30 giorni per i commenti del pubblico, che devono arrivare entro la mezzanotte del 21 settembre, prima della decisione finale.

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Ci sono dei casi di finti sondaggi negli Stati Uniti


Median Strategies ha ammesso di essere in realtà un "esperimento sociale": una delle sue rilevazioni false è stata rilanciata da un giornale e dallo staff elettorale della sindaca di Los Angeles Karen Bass.

Un sondaggio che dava la sindaca di Los Angeles Karen Bass largamente in vantaggio sulla sua rivale, la consigliera comunale Nithya Raman, era falso. Lo ha ammesso lunedì la stessa società che lo aveva diffuso, dopo le ripetute domande del Los Angeles Times. Quella di Median Strategies non era affatto una rilevazione: "Median Strategies è stata creata come esperimento sociale di breve durata per esaminare come informazioni presentate come sondaggi possano entrare e diffondersi nell'ecosistema dell'informazione politica senza verifiche indipendenti", ha scritto la società in un'email al quotidiano. Median ha aggiunto di non voler rendere pubblica l'identità delle persone coinvolte e di non essere disponibile per interviste.

Il falso sondaggio era corredato di tutti i dettagli tipici di una rilevazione autentica. Bass risultava avanti di quasi 12 punti percentuali in vista del ballottaggio del 3 novembre, sulla base di un presunto campione di 560 elettori di Los Angeles intervistati tra il 30 luglio e il 5 agosto, con un margine di errore del 4,1%. Secondo i dati pubblicati, il 16% degli intervistati aveva votato alle primarie per Spencer Pratt, il repubblicano ed ex volto del programma televisivo "The Hills" eliminato il 2 giugno dopo una campagna incentrata sulle critiche a Bass per la gestione degli incendi. Di questi elettori, circa l'85% sarebbe pronto a votare per Bass al ballottaggio e solo il 7% Raman. "Di fronte alla scelta tra la sindaca in carica e una sfidante vicina ai Democratic Socialists of America, la maggior parte degli elettori di Pratt sembra considerare Bass l'opzione più conosciuta e moderata, anziché restare a casa", sosteneva Median nella propria falsa analisi.

Dal titolo di un giornale all'account della sindaca


Da quel passaggio era nato un titolo del California Post: "Gli elettori di Spencer Pratt potrebbero essere decisivi nella corsa a sindaco di Los Angeles, secondo l'ultimo sondaggio". Anche lo staff elettorale di Bass aveva rilanciato il dato, citando Median Strategies come fonte. Il post è stato poi cancellato. "Questo sondaggio era stato ripreso da una testata giornalistica", ha spiegato un portavoce della campagna elettorale. "Qualsiasi tentativo in malafede di influenzare le elezioni dovrebbe essere indagato e perseguito con tutto il rigore della legge".

Il dato era stato invece accolto con scetticismo da Kenneth Mejia, revisore dei conti della città, che a metà luglio aveva appoggiato Raman. Mejia aveva ricordato su X che, prima della sua elezione, i sondaggi davano perdente anche lui, ma che aveva poi vinto con un ampio margine. Bass e Raman sono entrambe democratiche ed ex alleate: la consigliera è arrivata al ballottaggio sfidando da sinistra la sindaca uscente.

Il precedente del Wisconsin


Median aveva cominciato a pubblicare i propri sondaggi sui social il 9 agosto. L'account contava circa 20 follower e, nel post di presentazione, prometteva "sondaggi affidabili, ripensati", senza clienti di parte né finanziamenti da campagne o partiti. Due giorni dopo aveva pubblicato una prima rilevazione sulle primarie democratiche per il governatore del Wisconsin che dava la socialista democratica Francesca Hong avanti di oltre 20 punti. A vincere era stato invece, a sorpresa, David Crowley, presidente della contea di Milwaukee.

Quel risultato, tuttavia, non era apparso implausibile: anche le altre rilevazioni autentiche davano Hong largamente in vantaggio, ad esempio al 44% contro il 22% di Crowley in un sondaggio condotto tra il 3 e il 6 agosto. La sua sconfitta ha poi aperto negli Stati Uniti un dibattito sulle ragioni per cui i sondaggi avevano sbagliato la corsa del Wisconsin. Median aveva riconosciuto l'errore il 12 agosto e il giorno successivo aveva pubblicato il falso sondaggio sulle elezioni di Los Angeles.

In poco più di una settimana, dunque, un account appena creato e seguito da una ventina di persone è riuscito a far circolare due sondaggi completamente inventati. Il primo è passato quasi inosservato perché sembrava confermare le rilevazioni autentiche, prima di essere smentito dal risultato delle urne. Il secondo è stato invece ripreso nel titolo di un giornale e rilanciato dall’account ufficiale della campagna di una sindaca, senza che nessuno verificasse chi avesse realizzato il sondaggio, con quali risorse e secondo quale metodologia. È bastata, insomma, una veste grafica credibile perché dati privi di qualunque fondamento venissero trattati come una notizia.


Wisconsin, perché i sondaggi non hanno visto la rimonta di Crowley


David Crowley ha vinto le primarie democratiche per il governatore del Wisconsin battendo la socialista Francesca Hong per appena quattro decimi di punto, circa 3.000 voti, dopo che due sondaggi davano la sua sfidante avanti di una ventina di punti. Il risultato di martedì ha interrotto la serie di vittorie della sinistra nelle primarie democratiche di questo ciclo elettorale e soprattutto ha riaperto il dibattito sull'affidabilità delle rilevazioni nel Midwest.

Una settimana prima, in Michigan, i sondaggi avevano sovrastimato di oltre dieci punti il progressista Abdul El-Sayed, che ha poi vinto lo stesso le primarie per il Senato, ma con appena un punto di vantaggio. In Wisconsin lo scarto appare ancora più clamoroso: persino il sondaggista ufficiale della campagna elettorale di Crowley lo dava indietro di quasi venti punti a pochi giorni dal voto.

Primarie democratiche · Wisconsin
I sondaggi non hanno sbagliato su Hong. Hanno sbagliato su Crowley
Nella media delle quattro rilevazioni che misuravano entrambi i candidati, la socialista Francesca Hong era al 38,5% e ha chiuso al 39,4%. David Crowley era al 14% e ha vinto con il 39,8%. Quasi tutta la sua crescita è uscita dal serbatoio degli indecisi e dei candidati minori.
Grafica di FocusAmerica

Primarie democratiche in Wisconsin, 11 agosto 2026. Risultato: David Crowley 39,8%, Francesca Hong 39,4%, Kelda Roys 7,5%, Joel Brennan 4,7%, Mandela Barnes 4,1%, altri due candidati ritirati 4,5%. Margine: 0,4 punti, oltre 3.000 voti. Media delle quattro rilevazioni fra il 18 luglio e il 5 agosto: Hong 38,5%, Crowley 14%. Fonte: Associated Press; sondaggi PPP, Marquette Law School Poll, Impact Research.

Dalla media dei sondaggi al voto
David Crowley Francesca Hong Altri candidati e indecisi

Il resto del campo perde 26,7 punti, quasi esattamente quanto ne guadagna Crowley. I punti chiari sull'asse di sinistra sono le singole rilevazioni.

Francesca Hong
+0,0pt
Quanto è cresciuta rispetto alla media dei sondaggi: il solo dato che le rilevazioni avevano previsto con precisione.

David Crowley
+0,0pt
Quanto è cresciuto nello stesso arco di tempo. Nessuna rilevazione lo aveva visto arrivare.

Il fotofinish Le cause Il caso Michigan

In corsa erano quattro, ma sulla scheda i nomi erano sette
Tre candidati si erano ritirati nelle settimane precedenti. I loro nomi sono rimasti stampati e gli elettori hanno continuato a votarli.

Ventuno a uno
Ogni quadratino vale quattro decimi di punto, cioè l'intero margine con cui Crowley ha vinto la primaria. Ai tre candidati ritirati ne sono andati ventuno e mezzo.

Lo scarto fra Crowley e Hong0,4 punti

I voti andati ai tre candidati ritirati8,6 punti

Un riconteggio possibile, ma a spese di chi lo chiede
La legge del Wisconsin consente di chiedere il riconteggio quando lo scarto resta sotto il punto percentuale, ma lo Stato ne copre le spese soltanto sotto lo 0,25%. Il margine di Crowley supera quella soglia di quindici centesimi di punto: Hong avrebbe dovuto pagare di tasca propria. Ha preferito riconoscere la sconfitta e annunciare il proprio sostegno al vincitore.

Cinque ragioni che si sono sommate
Nessuna di queste basta da sola a spiegare uno scarto di venticinque punti. Messe in fila descrivono rilevazioni che misuravano un elettorato diverso da quello che si è presentato alle urne.

Il sondaggio è un'istantanea di un momento.David Axelrod, ex capo stratega della campagna di Barack Obama, ad Axios

Due volte in otto giorni, sempre nella stessa direzione
Le rilevazioni hanno sovrastimato la sinistra in entrambe le primarie del Midwest. In Michigan il vantaggio si è ridotto a un punto, in Wisconsin si è rovesciato.

Fonte: Associated Press (98% delle schede scrutinate); sondaggi Public Policy Polling, Marquette Law School Poll e Impact Research; Wisconsin Examiner, Axios. La media è calcolata sulle quattro rilevazioni che misuravano sia Hong sia Crowley, fra il 18 luglio e il 5 agosto; il Marquette dell'8-16 luglio è escluso perché non rilevava Crowley. La quota degli altri due candidati ritirati è calcolata come residuo sulle percentuali AP. Dati aggiornati al 13 agosto 2026.

Una campagna stravolta negli ultimi giorni


Il mese finale della campagna è stato particolarmente caotico. L'establishment del partito si è mosso in ordine sparso per fermare Hong, esponente dell'Assemblea statale considerata troppo a sinistra per poter vincere a novembre. Due candidati si sono ritirati dopo essere stati travolti da scandali improvvisi e lo stesso Crowley, che a 40 anni guida l'amministrazione della contea di Milwaukee, aveva inizialmente abbandonato la corsa, salvo poi rientrare proprio nel tentativo di fermarla.

L'ultima settimana è stata dominata dalle difficoltà di Hong nello spiegare alla CNN perché in passato avesse scritto sui social "cancellate il Giorno del Ringraziamento". Mentre Fox News dedicava alla vicenda servizi a ciclo continuo, Crowley attraversava lo Stato insieme al governatore democratico uscente Tony Evers, insistendo sui dubbi circa la capacità dell'avversaria di vincere le elezioni generali. Gli strateghi democratici cominciavano intanto a vedere gli indecisi spostarsi verso di lui.

"È il vecchio adagio che ripetiamo spesso ma ascoltiamo di rado: il sondaggio è un'istantanea di un momento", ha detto ad Axios David Axelrod, ex capo stratega della campagna presidenziale di Barack Obama del 2008. "Molte rilevazioni sono state fatte troppo presto per cogliere il movimento degli ultimi giorni". I numeri sembrano confermarlo: Hong ha chiuso al 39,4% e le ultime stime la collocavano poco sopra il 40%, dunque l'errore sulla sua percentuale è stato minimo. A cambiare radicalmente è stato invece il consenso di Crowley, passato in pochi giorni da circa il 20% al 39,8% finale.

Primarie aperte e un elettorato difficile da prevedere


In Wisconsin le primarie sono aperte: questo significa che ogni elettore può cioè partecipare a quella del partito che preferisce, indipendentemente dalla propria registrazione. Costruire un modello affidabile sull'elettorato che si presenterà effettivamente alle urne diventa quindi molto più complicato. "È difficile sapere chi andrà a votare", ha ammesso anche Axelrod.

Chaz Nuttycombe, fondatore del gruppo indipendente State Navigate e autore di una delle rilevazioni di inizio agosto che davano Hong avanti in doppia cifra, ipotizza che una parte degli elettori abituali delle primarie repubblicane abbia alla fine scelto di votare in quella democratica proprio per fermarla. A sostegno della sua tesi cita il traffico registrato dal suo sito: l'ultima rilevazione ha ricevuto più di 10.000 visite da indirizzi IP del Wisconsin e delle aree vicine, un'indicazione, secondo Nuttycombe, del forte interesse degli elettori contrari a Hong nel capire su quale alternativa concentrare il voto.

Dan Pfeiffer, anche lui ex consigliere di Obama, ha indicato un ulteriore fattore: Hong, a corto di fondi, non ha acquistato spot televisivi nella fase decisiva della campagna per rispondere agli attacchi contro di lei. "Ha condotto una campagna di base capace di mobilitare le persone su temi come i data center, ma la scelta di non trasmettere spot negli ultimi giorni probabilmente le è costata l'elezione", ha scritto Pfeiffer. "Negli ultimi giorni gli elettori hanno sentito solo le preoccupazioni sulla sua capacità di vincere a novembre e nessun messaggio positivo in senso contrario".

Il margine di vittoria di Crowley è abbastanza ridotto da consentire un riconteggio, ma Hong avrebbe dovuto sostenere personalmente i costi perché lo scarto supera gli 0,25 punti, così come previsto dalla legge. Ha quindi preferito riconoscere la sconfitta e annunciare il proprio sostegno a Crowley che sfiderà a novembre il deputato repubblicano Tom Tiffany.


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Il caldo estremo non è più un’eccezione: è una condizione con cui l’Europa deve fare i conti.
Ridurre le emissioni non basta se città, case e spazi pubblici restano impreparati: servono insieme transizione energetica, efficienza, verde urbano e adattamento climatico.
La transizione energetica ormai è anche una politica di sicurezza.

#CrisiClimatica #CambiamentoClimatico #TransizioneEnergetica #CaldoEstremo #AzioneClimatica #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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AerynOS si aggiorna, arriva GNOME 50.4, KDE Plasma 6.7.4 e Linux 7.1.8


AerynOS aggiorna il ramo Unstable con GNOME 50.4, KDE Plasma 6.7.4, Linux 7.1.8 e numerosi aggiornamenti per desktop e sviluppoL'articolo "AerynOS si aggiorna, arriva GNOME 50.4, KDE Plasma 6.7.4 e Linux 7.1.8" proviene da Linux Easy.
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Gli Stati Uniti espelleranno 1.200 migranti in Liberia


Il primo gruppo di 20 persone dovrebbe arrivare giovedì. I migranti potranno chiedere asilo o lasciare il Paese, mentre Washington sosterrà la gestione del programma.

La Liberia accetterà fino a 1.200 persone espulse dagli Stati Uniti pur non essendo il loro Paese d'origine. L'accordo, uno dei più ampi conclusi dall'amministrazione Trump per trasferire migranti in Paesi terzi, sarà attuato nell'arco di un anno. Il primo gruppo, composto da 20 persone, dovrebbe arrivare giovedì.

I migranti proverranno dall'Africa, dal Nord America, dal Sud America e dai Caraibi. Il governo liberiano ha già esaminato l'elenco delle persone destinate al trasferimento. Il ministro della Giustizia Natu Oswald Tweh ha detto che nella maggior parte dei casi si tratta di persone che hanno commesso violazioni delle norme sull'immigrazione o altri reati.

Monrovia sostiene che chi arriverà sarà trattato come "ospite della Repubblica". Il ministro dell'Informazione Jerolinmek Piah ha detto che i migranti potranno chiedere asilo in Liberia oppure lasciare liberamente il Paese. Il governo si è impegnato a fornire l'assistenza necessaria a chi cercherà protezione e a garantire la sicurezza delle persone durante la loro permanenza.

L'intesa estende la strategia con cui il presidente Donald Trump trasferisce persone espulse in Stati diversi da quello di cittadinanza. Secondo Refugees International e Human Rights First, l'amministrazione ha raggiunto accordi con almeno 35 Paesi. All'inizio di agosto 2026 gli Stati Uniti avevano inviato circa 22mila persone in 26 Paesi di cui non erano originarie. Quasi una decina delle destinazioni si trova in Africa e l'impegno assunto dalla Liberia riguarda il maggior numero di migranti previsto finora da un singolo accordo.

Il ricorso ai Paesi terzi permette agli Stati Uniti di allontanare anche migranti che non possono essere rimandati nello Stato d'origine. Un giudice dell'immigrazione può infatti riconoscere che il ritorno esporrebbe una persona a rischi per la sua sicurezza e vietarne il rimpatrio diretto. Le fonti non chiariscono se tra i primi trasferiti in Liberia ci siano persone protette da un ordine di questo tipo.

Gli avvocati specializzati in immigrazione considerano questi trasferimenti una scappatoia legale. Una persona può essere mandata in un Paese con cui non ha legami e dove può incontrare nuovi pericoli. Se non riesce a ottenere protezione o a costruirsi un'alternativa, può trovarsi con poca scelta oltre al ritorno proprio nello Stato dal quale era fuggita.

Liberia e Stati Uniti avevano concluso nel 2025 un accordo reso pubblico nel marzo 2026. L'intesa prevede che i richiedenti asilo e le altre persone bisognose di protezione possano restare nel Paese africano dopo il trasferimento. Il governo liberiano ha presentato la decisione come un'iniziativa "interamente umanitaria" e coerente con le proprie tradizioni di accoglienza.

Monrovia ha dichiarato di non avere chiesto né ricevuto "compensi o promesse di ricompense" in cambio dei 1.200 posti. Washington fornirà comunque sostegno per gestire il programma e rafforzare il sistema migratorio liberiano. Nel 2025 gli Stati Uniti avevano inoltre esteso da 12 a 36 mesi la validità di alcuni visti per i cittadini liberiani e avevano promesso 124 milioni di dollari per i servizi sanitari del Paese.

La Liberia è entrata anche nel caso di Kilmar Abrego Garcia, cittadino salvadoregno divenuto un simbolo della politica migratoria del presidente dopo essere stato espulso per errore in El Salvador e poi riportato negli Stati Uniti. L'amministrazione Trump ha cercato di convincere i tribunali a consentire il suo trasferimento nel Paese africano e vuole ancora inviarlo lì.

Diverse cause giudiziarie contestano l'accordo con la Liberia. Il contenzioso riguarda il limite tra il potere dell'amministrazione di eseguire le espulsioni e il diritto dei migranti a non essere mandati in luoghi dove potrebbero correre rischi. Gli avvocati che criticano questa politica sostengono che la possibilità formale di chiedere asilo o ripartire non elimini il pericolo di spingere indirettamente una persona verso il Paese dal quale cercava protezione.

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Nel 2030 il debito americano supererà il record della Seconda guerra mondiale


La previdenza pubblica sarà insolvente nel 2032 e il fondo ospedaliero di Medicare nel 2033. Dal 2030 i morti supereranno i nati e la crescita potrà arrivare solo dall'immigrazione.

Nel 2030 il debito pubblico americano in mano agli investitori supererà, in rapporto alla dimensione dell'economia, il record toccato alla fine della Seconda guerra mondiale. Lo prevede il Congressional Budget Office (CBO), l'ufficio indipendente che analizza i conti pubblici per conto del Congresso. La differenza rispetto agli anni Quaranta è che questa volta il debito non dà alcun segno di voler scendere, come ha scritto in un editoriale il Washington Post. Il bilancio del governo federale è il più grande di qualunque organizzazione nella storia dell'umanità e vale più dell'intera economia di ogni altro paese al mondo, con l'unica eccezione della Cina.

In passato le impennate del debito americano erano causate dalle guerre o dalle recessioni ed erano temporanee: finito il conflitto o ripresa la crescita, il debito tornava a scendere in rapporto all'economia. Oggi sale per ragioni demografiche, perché la maggior parte della spesa va a programmi che servono una popolazione che invecchia. Nel 2025, durante un'espansione economica e in tempo di pace, il deficit di bilancio in rapporto al prodotto interno lordo è stato più alto di quello di qualunque anno degli anni Trenta (il decennio della Grande depressione).

Conti pubblici · Stati Uniti

Nel 2030 il debito supera il record del 1946

Debito in mano agli investitori, in percentuale del prodotto interno lordo. Il picco del 1946 arrivò dopo la guerra mondiale e nei vent’anni successivi si dimezzò.

0% 25% 50% 75% 100% 125% picco del 1946: 106,1% 1900 1920 1940 1960 1980 2000 2036 proiezioni 120,2%

Fonte Congressional Budget Office, dati raccolti dal Washington Post. Esclude il debito detenuto da altre agenzie federali. Dati osservati fino al 2025, proiezioni dal 2026.

Nel 1945 l'84% della spesa federale andava alla difesa, un'ondata destinata a ritirarsi appena finita la guerra. Nel 2025 il 73% della spesa è andato alla spesa obbligatoria e agli interessi sul debito, voci che per legge devono continuare a essere pagate. La spesa obbligatoria è quella che il Congresso non deve approvare ogni anno, dato che è già stabilita dalle leggi che hanno creato i programmi: cresce da sola, senza che gli eletti debbano decidere nulla.

Intorno al 2030 gli over 65 saranno un americano su cinque, mentre nel 2008 erano uno su otto. L'invecchiamento fa salire in automatico i costi della previdenza e dell'assistenza sanitaria agli anziani e li scarica su una popolazione attiva proporzionalmente più piccola. Nel 1952 c'erano sei persone tra i 25 e i 64 anni per ogni persona con più di 65 anni, cioè sei redditi da tassare per pagare le prestazioni di un anziano. Nel 2011 erano quattro. Oggi sono 2,7, con una forza lavoro scesa ai minimi dalla pandemia.

Demografia · Stati Uniti

Nel 1950 c’erano sei adulti per ogni anziano, nel 2040 saranno 2,4

Persone tra i 25 e i 64 anni per ogni persona di 65 anni o più: sono i redditi che vengono tassati per pagare pensioni e sanità agli anziani.

2 3 4 5 6 1950 1970 1990 2010 2030 2040 proiezioni 2,4

Fonte Congressional Budget Office, dati raccolti dal Washington Post. Dati osservati fino al 2021, proiezioni dal 2022.

Il 2030 è anche l'anno in cui, secondo l'ufficio bilancio del Congresso, i morti cominceranno a superare i nati. Da quel momento l'unica fonte di crescita della popolazione americana sarà l'immigrazione. I programmi di previdenza e assistenza che occupano gran parte del bilancio furono disegnati su aspettative demografiche del Novecento che non valgono più, un problema che accomuna gli Stati Uniti all'Europa.

La previdenza pubblica americana, la Social Security, per decenni ha incassato più di quanto pagasse, ma quei soldi sono stati spesi per altro. Dal 2010 il programma è in deficit ogni anno ed è dato in insolvenza nel 2032, cioè senza più riserve da cui attingere: a quel punto, in assenza di interventi del Congresso, gli assegni degli anziani verrebbero tagliati di circa un quarto per tutti.

Demografia · Stati Uniti

Dal 2030 moriranno più americani di quanti ne nascono

Saldo naturale e immigrazione netta, in milioni di persone all’anno. Dal 2030 l’immigrazione resta l’unica fonte di crescita della popolazione.

Nati meno morti Immigrazione netta
1,0 0,5 0 −0,5 2006 2015 2025 2035 2045 2056 proiezioni −0,34 0,34 1,02

Fonte Congressional Budget Office, dati raccolti dal Washington Post. Il saldo naturale è la differenza fra nati e morti, l’immigrazione netta fra chi entra e chi lascia il paese. Dati osservati fino al 2025, proiezioni dal 2026.

Il buco di Medicare, il programma sanitario pubblico per gli over 65, è molto più grande. Dei 138 mila miliardi di dollari di squilibrio di bilancio previsti nei prossimi trent'anni, 109 mila miliardi vengono da Medicare, spinto dai costi sanitari in aumento e da una popolazione anziana che riceve molto più di quanto abbia mai versato in tasse. Il fondo che finanzia i ricoveri ospedalieri del programma va in insolvenza nel 2033.

Le date sono il risultato di stime ottimistiche. Sono le proiezioni di base dell'ufficio bilancio del Congresso, che danno per scontate nessuna guerra, nessuna recessione, un'inflazione bassa e stabile e nessun nuovo programma pubblico o cambiamento delle tasse. Una recessione peggiorerebbe il quadro e, se gli Stati Uniti dovessero aumentare la spesa militare per una guerra lunga, non avrebbero molto margine per farlo.

I falchi del bilancio parlano di questi problemi da anni e finora è sembrato che non succedesse niente, perché i conti federali hanno retto più di quanto molti si aspettassero. Gli Stati Uniti però partono da livelli di debito paragonabili a quelli della Seconda guerra mondiale e da deficit annuali superiori a quelli della Grande depressione. Non sono attrezzati ad affrontare quello che la demografia porterà, né gli eventi mondiali che nessuno può prevedere. Il conto arriva negli anni Trenta.


L'America nella trappola del debito: lo Stato si finanzia a breve, le famiglie ipotecano la casa


Il Dipartimento del Tesoro americano deve rinnovare circa 6.000 miliardi di dollari di debito ogni 3 mesi, rivolgendosi a un mercato sempre più diffidente, e collocarne altri 2.000 miliardi l'anno per finanziare quello che è ormai il più grave deficit strutturale della storia degli Stati Uniti in tempo di pace. Da qui si sta facendo strada tra gli operatori una convinzione inquietante: Washington potrebbe essere ormai così profondamente intrappolata nel proprio debito da non potersi più permettere tassi d'interesse più elevati, anche qualora fossero necessari per contenere l'inflazione. È la tesi sviluppata da Ambrose Evans-Pritchard sul Telegraph, che spinge il ragionamento fino al rischio di una crisi finanziaria.

Il fabbisogno lordo di finanziamento annuo, uno degli indicatori osservati con maggiore attenzione dalle agenzie di rating e dai grandi investitori obbligazionari, era pari al 26% del prodotto interno lordo (PIL) nel 2010. Secondo il Fondo monetario internazionale arriverà al 45% quest'anno e, con le politiche attuali, toccherà il 60% all'inizio del prossimo decennio, una soglia sulla quale nessuna grande potenza è riuscita a rimanere a lungo. Nel frattempo, la spesa federale per interessi è quadruplicata in dieci anni, fino ad arrivare a circa 1.000 miliardi di dollari l'anno: ha superato così il bilancio del Pentagono, cosa che non accadeva dalla fine degli anni Venti, e si avvia verso il 4% del PIL.

La trappola del debito

Il debito americano è diventato così grande che Washington non può più permettersi tassi alti


Ogni tre mesi il Tesoro deve convincere mercati sempre più diffidenti a rinnovare montagne di titoli. E le famiglie, per reggere, spostano i debiti delle carte di credito sulle case.

Grafica di FocusAmerica

Quanto debito il Tesoro deve piazzare sul mercato in un anno
26.000mld $
Quattro appuntamenti trimestrali con investitori sempre più diffidenti.

1° trim.
2° trim.
3° trim.
4° trim.

6.000 mld $ ogni tre mesi di titoli in scadenza da rinnovare
2.000 mld $ l'anno di nuovo debito per coprire il deficit

Totale su base annua calcolato dai dati dell'articolo: quattro rinnovi trimestrali da circa 6.000 miliardi ciascuno, più le nuove emissioni.

Parte 1 · Washington

Il fabbisogno di finanziamento corre verso una soglia che nessuna grande potenza ha mai retto a lungo


Soglia critica: 60%

26%

45%

60%

2010
2026
Inizio anni '30

Fabbisogno lordo di finanziamento federale in percentuale del PIL, secondo le stime del Fondo monetario internazionale. È l'indicatore più osservato dalle agenzie di rating.

Gli interessi sul debito ora costano più del Pentagono

Dieci anni fa

Oggi: circa 1.000 mld $ l'anno

La spesa federale per interessi è quadruplicata in dieci anni e ha superato il bilancio della Difesa: non accadeva dalla fine degli anni Venti. Si avvia verso il 4% del PIL.

A comprare i Treasury sono sempre meno le Banche Centrali e sempre più gli hedge fund

Quattro anni fa

Oggi: 9% degli acquisti complessivi

Leva fino a 100× il capitale
8.300 mld $ parcheggiati nei fondi monetari

FMI e Banca dei Regolamenti Internazionali avvertono: un meccanismo simile portò il mercato dei Treasury a un passo dal blocco nel marzo 2020.

Parte 2 · Le famiglie

Le carte di credito non vengono più ripagate come prima

Primo trimestre 2026: 7,6%

Secondo trimestre 2026: 12,8%

Quota dei saldi sulle carte di credito con oltre 90 giorni di ritardo nei pagamenti: un livello che non si vedeva dalla Grande recessione, secondo la Federal Reserve di New York.

Con le carte al 20% e i mutui al 6,69%, il debito si sposta sulla casa

Tassi sulle carte di credito: spesso oltre il 20%

Mutuo trentennale a tasso fisso: 6,69%

47mld $
estratti dal valore delle case: il dato più alto per un primo trimestre dal 2021

25 mld $ seconde ipoteche
22 mld $ rifinanziamenti con prelievo (+18% in un anno)

Il denaro serve sempre più spesso a estinguere carte di credito e prestiti universitari. Ma così le famiglie diventano più vulnerabili: chi non regge il mutuo rifinanziato rischia di dover vendere casa.

Il nodo
La Federal Reserve rischia di non poter più alzare i tassi, nemmeno se l'inflazione tornasse a salire

3,50–3,75%
i tassi lasciati invariati il 29 luglio

9–3
il voto: mai così diviso dal 2016

~25%
la quota di debito federale che risente subito di ogni rialzo

≥7,4%
del PIL: il deficit previsto ogni anno dal 2026 al 2031

Fonte: Fondo monetario internazionale, Federal Reserve, Federal Reserve Bank di New York, The Telegraph, The New York Times · agosto 2026

Il Tesoro accorcia le scadenze e il mercato diventa più fragile


Per contenere la spesa per interessi, il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha concentrato una quota crescente delle emissioni sui titoli a breve termine. Evans-Pritchard la considera una sorta di patto faustiano: permette di rinviare il problema nel futuro, ma rende i conti pubblici ancora più vulnerabili a ogni variazione dei tassi. Quanto Bessent sia preoccupato per i rendimenti dei Treasury, che sono arrivati vicini ai massimi degli ultimi vent'anni, è emerso fra il 30 e il 31 luglio, quando il Tesoro è intervenuto insieme al Ministero delle Finanze giapponese per contrastare la speculazione contro lo yen. Nell'operazione, del valore di circa 87 miliardi di dollari, Washington ha venduto parte delle proprie riserve in euro anziché dollari, senza informare preventivamente la Banca Centrale Europea.

Bessent ha poi chiesto alla Federal Reserve di ampliare la FIMA Repo Facility, ovvero il meccanismo da 60 miliardi di dollari attraverso il quale le autorità monetarie straniere possono offrire Treasury in garanzia e ottenere in cambio liquidità in dollari. Per Tokyo significa potersi procurare valuta americana senza dover vendere sul mercato parte dei circa 1.100 miliardi di dollari di titoli del Tesoro che detiene nel suo portafoglio, una mossa che rischierebbe di spingere ulteriormente al rialzo i rendimenti dei titoli di Stato americani. La modifica richiede però il voto della maggioranza del comitato di politica monetaria della Fed.

Anche la composizione degli acquirenti sta cambiando. A comprare il debito americano sono sempre meno i creditori tradizionalmente più stabili, come le Banche Centrali straniere e i fondi sovrani, e sempre più gli hedge fund, la cui quota sugli acquisti complessivi di Treasury è raddoppiata in 4 anni, raggiungendo il 9%. Molti di questi attingono agli 8.300 miliardi di dollari parcheggiati nei fondi monetari, ma altri operano con una leva che può arrivare fino a cento volte il capitale, finanziandosi sul mercato dei pronti contro termine per guadagnare su piccolissimi margini di arbitraggio. Sia il Fondo Monetario Internazionale sia la Banca dei Regolamenti Internazionali hanno avvertito che questa struttura è fragile: fu proprio un meccanismo simile ad alimentare la spirale di vendite forzate che nel marzo 2020, in piena crisi da Covid, portò il mercato dei Treasury a un passo dal blocco.

Warsh e la Fed divisa sul debito


È su questo terreno che si muove il nuovo presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, nominato dopo che Trump aveva perseguitato il suo predecessore per il suo rifiuto di tagliare i tassi. Warsh è genero del miliardario Ronald Lauder, compagno di studi di Trump alla Wharton School e primo ispiratore del progetto di annessione della Groenlandia. Secondo Steven Blitz, capo economista per gli Stati Uniti di TS Lombard, la Federal Reserve ormai non può davvero stringere la politica monetaria senza rischiare una reazione a catena, perché i costi di finanziamento "esploderebbero": "Alzare i tassi oggi si ripercuote immediatamente sul costo di quasi il 25% del debito federale, cioè la parte che cresce più in fretta".

Nella riunione del 29 luglio il comitato della Fed ha mantenuto i tassi fra il 3,5% e il 3,75% con un voto di 9 a 3. Lorie Logan, Neel Kashkari e Beth Hammack hanno dissentito chiedendo un rialzo: è il maggior numero di voti contrari nella stessa direzione dal 2016. Da parte sua, Warsh sostiene che lo sviluppo dell'intelligenza artificiale possa esercitare una pressione deflazionistica abbastanza forte da indebolire il tradizionale rapporto tra occupazione e prezzi descritto dalla curva di Phillips, rendendo quindi possibile una combinazione di crescita sostenuta e bassa inflazione.

Il presidente della Fed ha però faticato a spiegare in che modo intenda riportare stabilmente l'inflazione verso l'obiettivo del 2%. "Fissare l'inflazione con severità finché non si scioglie sotto il nostro sguardo non è un'opzione", ha detto Christopher Waller, membro del consiglio della Fed. Warsh, secondo quanto riportato, parla con Trump "in continuazione", mentre la regola non scritta seguita da Jerome Powell era che i contatti fra il presidente degli Stati Uniti e il capo della Federal Reserve dovessero essere "zero".

Il debito federale continua intanto ad aumentare a un ritmo pari a circa il 3,5% del PIL l'anno. Il Fondo Monetario Internazionale prevede per gli Stati Uniti un deficit pubblico pari o superiore al 7,4% ogni anno dal 2026 al 2031. A questo si aggiungono i programmi dell'Amministrazione Trump, che vuole aumentare del 60% il bilancio del Pentagono e costruire la "flotta d'oro" di corazzate della classe Trump: secondo il Congressional Budget Office, quindici unità a propulsione nucleare costerebbero circa 275 miliardi di dollari entro il 2056, il 50% in più della stima precedente.

Evans-Pritchard osserva che nella storia la fiducia finanziaria nelle grandi potenze è spesso crollata sotto il peso di un eccessivo impegno militare, come accadde alla Spagna imperiale con la bancarotta del 1575 e alla Gran Bretagna con la crisi della sterlina del 1947. Un possibile detonatore, sostiene, potrebbero essere le elezioni di metà mandato, qualora il passaggio di consegne al Congresso venisse ostacolato attraverso contestazioni o manovre sui risultati negli Stati in bilico.

Il debito delle famiglie in aumento


La stessa dipendenza dal credito si ritrova, su scala diversa, nei bilanci delle famiglie. Il loro indebitamento complessivo, scrive il New York Times, è diminuito dello 0,1% nel secondo trimestre del 2026 rispetto a un anno prima, attestandosi a 18.800 miliardi di dollari, mentre i saldi delle carte di credito sono saliti a 1.260 miliardi, con un aumento di 21 miliardi nel solo trimestre.

Secondo il rapporto pubblicato martedì dalla Federal Reserve di New York, nello stesso periodo la quota di debito aperto sulle carte di credito con oltre novanta giorni di ritardo è balzata dal 7,6% al 12,8%, un livello che non si vedeva dalla Grande recessione. Il debito medio per titolare di carta è cresciuto del 22,7% dal 2018 alla fine dello scorso anno, passando da 5.836 a 7.161 dollari: un incremento comunque inferiore all'inflazione cumulata nello stesso periodo, pari al 28,2%.

In questo contesto, a fare da cuscinetto è soprattutto la casa. Il patrimonio immobiliare netto delle famiglie americane ha raggiunto il record di 35.000 miliardi di dollari. Chi ha ancora un mutuo dispone in media di 310.500 dollari di valore netto immobiliare, secondo i calcoli della società di dati Cotality su 56,7 milioni di abitazioni. È in buona parte l'effetto di un mercato congelato: prezzi elevati e mutui costosi hanno allontanato molti compratori, le vendite di case esistenti sono diminuite dell'1,7% a luglio rispetto a giugno e chi pochi anni fa ha acceso un mutuo al 3% ha pochissimi incentivi a vendere.

Quel patrimonio, tuttavia, è immobilizzato e per trasformarlo in liquidità bisogna indebitarsi nuovamente sulla casa. Nel primo trimestre i proprietari hanno estratto 47 miliardi di dollari dal valore dei propri immobili, il 2% in più rispetto a un anno prima e il dato più alto per un primo trimestre dal 2021: 25 miliardi attraverso seconde ipoteche e 22 miliardi mediante rifinanziamenti con prelievo di liquidità, questi ultimi cresciuti del 18% in un anno. L'operazione può avere senso perché un mutuo trentennale a tasso fisso costa in media il 6,69%, mentre sulle carte di credito i tassi sono spesso superiori al 20%.

"Nessuno parla mai del fatto che il tasso della propria carta di credito è al 23%", ha detto al New York Times Alex Elezaj, direttore strategico di United Wholesale Mortgage. Secondo Elezaj, chi rifinanzia lo fa soprattutto per ridurre il costo medio dell'intero debito familiare, utilizzando il denaro sempre più spesso per estinguere carte di credito e prestiti universitari piuttosto che per finanziare ristrutturazioni o vacanze.

Stacey Melton, intermediaria di Gilbert, in Arizona, ha spiegato che i clienti che si rivolgono a lei hanno in media fra 20.000 e 50.000 dollari di debiti sulle carte di credito, con casi estremi che arrivano a 90.000 dollari di debito. Molti preferirebbero aprire una linea di credito garantita dalla casa per non rinunciare al vecchio mutuo a basso tasso, ma il costo di quelle linee è ormai così elevato da rendere spesso inutile l'operazione. Daryl Fairweather, capo economista di Redfin, avverte però che così anche le famiglie stanno diventando più vulnerabili a un rallentamento dell'economia: "Potrebbero ritrovarsi a dover vendere casa perché non riescono più a pagare il mutuo rifinanziato".

Le due dinamiche finiscono così per assomigliarsi. Da una parte c'è lo Stato federale, che deve rifinanziare continuamente una montagna di debito e dipende sempre di più da investitori che operano facendo ampio ricorso alla leva finanziaria, mentre dall'altra ci sono le famiglie, che spostano sempre di più parte del proprio indebitamento dalle carte di credito ai mutui ipotecari garantiti dalla propria casa. In entrambi i casi, però, il meccanismo rischia di diventare più fragile e costoso se i tassi d'interesse dovessero restare elevati o aumentare ancora. Ed è proprio questo, secondo Evans-Pritchard, il nodo che rischia di restringere progressivamente lo spazio di manovra della Federal Reserve in caso di una nuova ondata inflattiva.


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Weil er von Behörden veröffentliche Geodaten weiterverbreitet hat, ging der Freistaat Bayern hart gegen Markus Drenger vor. Nun hat der Aktivist vor Gericht Recht erhalten und warnt trotzdem vor einem Schaden für die Open-Data-Bewegung. Entscheidende Fragen blieben offen.

netzpolitik.org/2026/mit-urheb…

in reply to netzpolitik.org

Das LDBV fällt schon lange sehr negativ auf was Open Data angeht. Ich möchte darauf hinweisen dass Bayern als allerletztes Bundesland keinen freien Zugang zu seinen ALKIS Daten erlaubt. Keine Ahnung ob man sich das nicht auch mal erklagen könnte.

Dass die nicht kapieren dass freie Daten direkt Wertschöpfung generiert?!

Bayern meint ja immer das tollste, fortschrittlichste Bundesland zu sein. In Wahrheit ist es in sehr vielen Dingen einfach total rückständig (ich wohn da...)

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La NATO non ha un piano per fronteggiare una guerra contro Russia e Cina allo stesso tempo


Un attacco simultaneo all’Europa orientale e a Taiwan costringerebbe inevitabilmente gli Stati Uniti a scegliere dove concentrare le proprie forze. Nelle simulazioni, Washington privilegia quasi sempre l’Asia e lascia gli alleati europei a difendersi da soli.

Un attacco coordinato e quasi simultaneo ai lati opposti del pianeta, con la Russia che colpisce un Paese della NATO nell’Europa orientale mentre la Cina si muove contro Taiwan: è questo l’incubo principali dei pianificatori militari occidentali. In quel caso gli Stati Uniti dovrebbero reagire su due fronti contemporaneamente, che salgono a tre se fossero ancora impegnati nella guerra in Medio Oriente. Simon Shuster ha chiesto a diversi esperti e strateghi militari che cosa farebbe l’Occidente in una situazione simile e, in un’inchiesta pubblicata sull’Atlantic, ha raccolto risposte perlopiù vaghe, accompagnate dall’imbarazzo per quanto poco sia stato fatto negli ultimi anni per studiare nel dettaglio un rischio del genere.

“Diciamo che è lo scenario per il quale al momento siamo preparati”, ha dichiarato all’Atlantic Florence Gaub, direttrice della divisione di ricerca del NATO Defense College di Roma, una delle principali accademie militari dell’Alleanza. Gli strateghi militari sono “pienamente consapevoli” di questa lacuna nella pianificazione, ha detto Gaub, specializzata nella previsione e nell’analisi delle minacce future, ma non hanno ancora fatto nulla per colmarla. Nel luglio 2025 il generale Alexus Grynkewich, Comandante Supremo alleato in Europa, aveva lanciato un raro avvertimento pubblico sul rischio di una guerra su due fronti contro Russia e Cina, chiedendo agli alleati europei di aiutare Washington a prepararsi.

Fino a poco tempo fa, l’ipotesi si collocava tra le minacce più stravaganti immaginabili, da qualche parte tra una testata nucleare smarrita e un’invasione aliena. Un attacco sincronizzato richiederebbe infatti una cospirazione troppo vasta perché Mosca e Pechino riescano a nasconderla: i satelliti vedrebbero le forze schierarsi, lasciando agli Stati Uniti e ai loro alleati il tempo di organizzare la difesa. Mark Montgomery, contrammiraglio in congedo della Marina statunitense e oggi dirigente della Foundation for Defense of Democracies, centro studi di Washington, ha però raccontato di aver esaminato per l’ultima volta uno scenario simile insieme ai suoi colleghi circa quindici anni fa. “Non andò bene”, ha detto.

Scenario a due fronti

Se Russia e Cina attaccassero insieme, l’Europa resterebbe sola

Gli strateghi occidentali chiamano «scenario peggiore» un attacco simultaneo ai due capi del pianeta. Le poche simulazioni esistenti arrivano quasi sempre alla stessa conclusione, e per l’Europa non è una buona notizia.

Grafica di FocusAmerica Aggiornato al 17 agosto 2026

1Il verdetto delle simulazioni

Washington difende Taiwan. L’Europa si difende da sola.


Dal 2024 l’European Values Center for Security Policy di Praga ha condotto una ventina di esercitazioni su una guerra combattuta su due teatri. In quasi tutte, gli Stati Uniti concentrano le forze contro la Cina e assottigliano quelle schierate in Europa.

Fianco orientale della NATO

Violazioni dello spazio aereo
I punti segnano gli episodi principali di violazione dello spazio aereo attribuiti alla Russia dal 2025. Secondo l’ISW la sola Romania ne ha contati almeno 28 dal 2022.
Stretto di Taiwan

Zone di esercitazioneTaiwan
Le cinque zone di esercitazione a fuoco vivo dichiarate dalla Cina attorno all’isola durante «Justice Mission-2025»: 28 navi e 130 aerei in ventiquattro ore. Settori riportati, posizioni indicative.

Come si spostano le forze statunitensi
Europa Indo-Pacifico

Schema dell’esito ricorrente delle simulazioni di Praga: le proporzioni illustrano la direzione dello spostamento, non misurano quantità reali di uomini e mezzi.


2Lo squilibrio

L’arsenale che protegge le basi si è svuotato in cinque mesi

La guerra con l’Iran, cominciata il 28 febbraio, ha bruciato gli intercettori Patriot più in fretta di quanto l’industria americana riesca a produrne. Sono le stesse munizioni che servirebbero a difendere Taiwan o la Polonia.

Intercettori Patriot nelle scorte statunitensi Un quadrato = 20 intercettori

793 rimasti al 27 luglio 1.537 consumati dal 28 febbraio

Restava circa un terzo delle scorte iniziali, stimate in 2.330 intercettori. I THAAD sono scesi da 452 a circa 248. Il CSIS calcola almeno tre anni per tornare ai livelli precedenti; il Pentagono contesta le stime più pessimistiche.

Navi da battaglia in servizio

Cina oltre 370

Stati Uniti circa 296

Pechino ha superato Washington per numero di scafi e di missili a lungo raggio. Il vantaggio americano resta qualitativo: undici portaerei contro tre, più esperienza e più alleati.

Lo scenario che non richiede un solo colpo

1° mese2°3°4°5°

In una delle simulazioni di Praga la Cina si limita a bloccare l’export verso l’Europa delle materie prime che servono all’industria della difesa. Dopo cinque mesi le fabbriche europee esauriscono le forniture e fermano la produzione di armi. Solo allora la Russia, che continua ad avere pieno accesso alle risorse cinesi, invade un Paese della NATO.


3I segnali

Quattro anni di avvertimenti, nessuna esercitazione dedicata

In quattro anni gli avvertimenti pubblici si sono moltiplicati e qualcuno ha cominciato a studiare lo scenario. Nessun grande centro studi americano o europeo ha però mai organizzato un’esercitazione dedicata: la terza corsia resta vuota. Tocca un punto del grafico per leggere che cosa è successo.

Segnali e avvertimenti5 episodi

Studio dello scenario4 tappe

Esercitazioni dedicategrandi centri studi americani ed europei
Nessuna

20222023202420252026
Segnali e avvertimenti Studio dello scenario Circa quindici anni senza alcuna analisi

Tocca un punto del grafico per leggere l’episodio corrispondente.

Gennaio 2022L’European Values Center apre una sede a Taipei
Il direttore Jakub Janda comincia a studiare l’ipotesi di una guerra combattuta su due teatri. All’epoca sembrava remota.

Febbraio 2022I carri armati russi entrano in Ucraina
Putin aveva visitato Pechino meno di tre settimane prima di ordinare l’invasione. Da allora è tornato in Cina almeno altre quattro volte e un nuovo viaggio è atteso a novembre.

Primavera 2024La prima simulazione di un attacco russo-cinese congiunto
A organizzarla è l’istituto di Janda. Trovare esperti capaci di ragionare su entrambe le regioni si rivela difficile: i centri studi lavorano in compartimenti separati. Da allora le esercitazioni sono diventate una ventina, anche in Giappone e Corea del Sud.

Luglio 2025Il comandante alleato in Europa chiede di prepararsi
Il generale Alexus Grynkewich lancia un raro allarme pubblico sul rischio di una guerra su due fronti contro Russia e Cina e chiede aiuto agli alleati europei.

Settembre 2025Diciannove droni russi entrano nei cieli polacchi
La violazione più massiccia finora: Varsavia chiude quattro aeroporti e i caccia della NATO ne abbattono almeno quattro. Nello stesso mese tre caccia russi restano dodici minuti sopra l’Estonia.

Dicembre 2025Rutte alla Bild: «La Cina guarda a Taiwan»
Il Segretario Generale della NATO si dice convinto che, in caso di azione militare cinese, Pechino spingerebbe la Russia a tenere l’Europa occupata.

Maggio 2026Un drone russo colpisce un palazzo a Galati, in Romania
Lo schianto provoca un incendio e due feriti lievi. Nella stessa settimana due droni entrano nello spazio aereo lettone dalla Russia.

8 giugno 2026Il primo rapporto americano dedicato ai due fronti
Il Center for Strategic and International Studies pubblica Wartime Footing: propone di pianificare due guerre simultanee e mette l’Indo-Pacifico davanti all’Europa nell’ordine delle priorità.

5 agosto 2026Un drone carico di esplosivo all’aeroporto di Lipsia
Colpisce l’ala di un cargo ucraino senza detonare. Il Ministro dell’Interno tedesco parla di un nuovo scenario di minaccia; gli inquirenti analizzano tracce di DNA, mentre il coinvolgimento russo resta un sospetto non accertato.

«Non andò bene»

Così Mark Montgomery, contrammiraglio in congedo della Marina statunitense oggi alla Foundation for Defense of Democracies, ricorda l’ultima volta che gli americani hanno provato a simulare una guerra su due fronti: una quindicina d’anni fa. Gli Stati Uniti non avevano né le scorte né la capacità industriale per reggere più teatri, e non potevano contare sugli alleati per colmare il divario. Da allora, dice, ciascuno di quei parametri è peggiorato e nessuno è migliorato.

Fonte The Atlantic, inchiesta di Simon Shuster; European Values Center for Security Policy; CSIS, stime sugli intercettori Patriot e THAAD al 27 luglio 2026; Dipartimento della Difesa statunitense e Congressional Research Service per il confronto navale. Confini da Natural Earth. Dati aggiornati al 17 agosto 2026.

Le scorte di armamenti si svuotano


Le simulazioni condotte allora mostrarono che gli Stati Uniti non disponevano né delle scorte di armamenti né della capacità industriale necessarie per sostenere combattimenti prolungati su più fronti e che non potevano contare sugli alleati per compensare queste carenze. Da allora, ha detto Montgomery, “ciascuno di quei parametri è peggiorato, nessuno è migliorato”. Sotto la pressione dell’Amministrazione di Donald Trump, gli alleati hanno finalmente aumentato la spesa militare, ma “le loro forze non hanno ancora mostrato progressi”.

Allo stesso tempo, la Russia chiaramente non ha raggiunto i propri obiettivi in Ucraina, ma è riuscita a convertire la sua vasta base industriale a un’economia di guerra: fabbriche un tempo civili contribuiscono oggi alla produzione di missili e carri armati, mentre l’esperienza maturata sul fronte ucraino ha reso le sue forze decisamente più abili di quelle occidentali nell’impiego dei droni. Da parte sua, la Cina, che produce la maggior parte dei droni del mondo, non combatte una guerra da decenni e soffre di una diffusa corruzione ai vertici militari, ma ha già superato gli Stati Uniti per numero di navi da guerra e di missili a lungo raggio. Le Forze Armate dei due Paesi hanno inoltre consolidato i propri legami nell’ambito di quello che i loro leader definiscono un partenariato “senza limiti”.

Dal punto di vista di Mosca e Pechino, la finestra per attaccare l’Occidente potrebbe non essere mai sembrata così favorevole. Gli Stati Uniti restano, infatti, impantanati in Iran e hanno trasferito molte navi e molti aerei dall’Asia e dall’Europa per rafforzare le proprie forze in Medio Oriente. Circa due terzi delle scorte statunitensi di missili avanzati per la difesa aerea sarebbero stati consumati da febbraio a oggi, mentre i ripetuti insulti e le minacce di Trump nei confronti degli altri Paesi membri della NATO hanno trasformato la frattura con gli alleati in una voragine.

Putin intende mettere alla prova le difese dell’Alleanza


Il dittatore russo Vladimir Putin, che per gran parte della sua presidenza ha puntato a indebolire e smantellare la NATO, ha già cominciato a metterne alla prova le difese. Diversi Paesi membri dell’Alleanza nell’Europa orientale, tra cui Romania, Polonia e Paesi baltici, hanno registrato ripetute violazioni del proprio spazio aereo da parte di droni, missili e caccia russi. Il 5 agosto, inoltre, un drone carico di esplosivo si è posato, senza detonare, vicino all’ala di un aereo cargo ucraino all’aeroporto di Lipsia. Il Ministro dell’Interno tedesco ha parlato di un nuovo scenario di minaccia e gli inquirenti stanno analizzando alcune tracce di DNA, mentre il coinvolgimento della Russia resta ancora un sospetto non accertato.

Allo stesso tempo, secondo le più recenti valutazioni dell’intelligence statunitense riportate dalla stampa, nei prossimi anni la Russia potrebbe mettere alla prova la determinazione della NATO con un attacco informatico su larga scala o un’incursione militare su piccola scala contro uno dei suoi membri. Una mossa del genere avrebbe maggiori probabilità di indebolire l’Alleanza Atlantica se fosse sincronizzata con un attacco cinese a Taiwan, ha spiegato all’Atlantic l’ammiraglio Rob Bauer, che ha presieduto il Comitato Militare della NATO fino al gennaio 2025. Quando ha lasciato l’incarico, ha detto, non era a conoscenza di alcuno sforzo coordinato per elaborare una strategia contro quello che ha definito lo “scenario peggiore”. “Che cosa faremmo in quel caso? A chi assegniamo le varie truppe?”, ha chiesto Bauer. “Penso che sarebbe saggio rifletterci.”

Le simulazioni si fermano prima del caos


Le esercitazioni teoriche, note come tabletop exercises, si svolgono di continuo: due gruppi di esperti seduti attorno a un tavolo rispondono alle rispettive mosse, secondo regole semplici e ben definite. Questi parametri non riproducono il caos della guerra, ma impediscono che la simulazione diventi ingestibile quando vi partecipano ricercatori provenienti da settori diversi. La preferenza per scenari ordinati aiuta a spiegare perché siano stati studiati così poco quelli che gli esperti definiscono “ambienti multi crisi”, per loro natura destinati a diventare rapidamente caotici.

Nel 2023 David Santoro, presidente e amministratore delegato del Pacific Forum, un istituto di ricerca delle Hawaii specializzato nella sicurezza dell’Indo-Pacifico, ha organizzato una serie di simulazioni nelle quali due alleati degli Stati Uniti chiedevano aiuto nello stesso momento: Taiwan era sotto attacco cinese, mentre la Corea del Nord approfittava della situazione per invadere la Corea del Sud. “Facevamo fatica a stare dietro agli eventi e a dividerci il lavoro”, ha ricordato Santoro. “E non stavamo nemmeno parlando dell’Europa. Posso solo immaginare che cosa succederebbe aggiungendo la Russia all'equazione.”

“È complicato, senza dubbio, ma non credo sia troppo complicato da studiare”, ha dichiarato Eric Heginbotham, esperto di simulazioni militari al Security Studies Program del MIT. “Semplicemente non credo che qualcuno l’abbia fatto.” Non si può escludere, ha aggiunto, che qualche struttura riservata del Pentagono abbia analizzato lo scenario in segreto. Il tema della guerra su due fronti viene sicuramente discusso “più di prima” e l’8 giugno il Center for Strategic and International Studies, centro studi di Washington, ha pubblicato per la prima volta un rapporto intitolato Wartime Footing: A Two-Front Strategy to Confront China and Russia.

Tuttavia, nessuno dei principali istituti di ricerca statunitensi ed europei avrebbe finora organizzato simulazioni dedicate. “Servirebbero due esercitazioni piuttosto grandi ed elaborate, condotte contemporaneamente, con una qualche autorità di comando incaricata di stabilire le priorità”, ha scritto Heginbotham in un’email. “Sembra molto interessante.” A dicembre il Segretario Generale della NATO Mark Rutte ha accennato a questo rischio alla fine di un’intervista alla Bild. “La Cina guarda a Taiwan”, ha detto Rutte. “E sono convinto che, se intraprendesse un’azione militare, farebbe pressione sul suo partner minore, la Russia di Putin, perché ci tenga occupati qui in Europa.”

Nelle simulazioni di Praga l’Europa resta da sola


L’analisi pubblica più dettagliata arriva invece da un piccolo centro studi di Praga, lo European Values Center for Security Policy. Il suo direttore, Jakub Janda, ha raccontato di aver cominciato a esaminare l’ipotesi di una guerra “su due teatri” dopo l’apertura di una sede a Taipei nel gennaio 2022, quando il rischio di un attacco coordinato sembrava ancora remoto. Ma il mese successivo i carri armati russi sono entrati in Ucraina. Putin aveva visitato Pechino meno di tre settimane prima di ordinare l’invasione, da allora è tornato in Cina almeno altre quattro volte e, secondo l’Atlantic, un nuovo viaggio è previsto a novembre. Nello stesso periodo Pechino è diventata la principale fornitrice di tecnologia all’industria bellica russa e ha sostenuto l’economia di Mosca acquistandone petrolio e gas.

I due Paesi non sono legati da un patto di mutua difesa, ma conducono regolarmente esercitazioni militari congiunte. La prima simulazione di un attacco congiunto russo-cinese è stata organizzata dall’istituto di Janda nella primavera del 2024. Trovare esperti con conoscenze sufficientemente ampie si è rivelato difficile: la maggior parte dei centri studi dispone di gruppi separati, ciascuno specializzato in una singola regione. “Lavorano in compartimenti separati, con competenze diverse”, ha spiegato Janda. Da allora l’istituto ha condotto circa venti simulazioni in diversi Paesi, tra cui Giappone e Corea del Sud.

I risultati sono stati particolarmente allarmanti per gli europei: in quasi tutti gli scenari di guerra su due fronti, gli Stati Uniti danno la priorità alla minaccia cinese e trasferiscono risorse militari dall’Europa all’Asia, lasciando i Paesi alleati della NATO a difendersi da soli. In uno degli scenari la Cina espande lentamente il conflitto vietando l’esportazione verso l’Europa delle materie prime necessarie all’industria della difesa. L’embargo dura 5 mesi, abbastanza perché le fabbriche europee esauriscano le proprie forniture e interrompano la produzione di armi. A quel punto la Russia, che continua invece ad avere pieno accesso alle risorse cinesi, invade un Paese alleato della NATO nell’Europa orientale.

In caso di attacco cinese a Taiwan, invece, gli Stati Uniti potrebbero chiedere all’Europa di imporre sanzioni molto severe all’economia di Pechino, interrompendo di fatto gli scambi commerciali. “Ma i governi europei non intendono farlo”, ha detto Janda. “Il problema delle capitali europee è che Taiwan è lontana. Vogliono concentrarsi sulla minaccia russa che è molto più vicina, ed è questo che mi spaventa.” È proprio questa divisione a determinare l’esito delle simulazioni di Praga: se Russia e Cina dovessero agire all’unisono mentre Washington litiga con i propri alleati, le probabilità di una vittoria occidentale su due fronti diventano molto scarse. A prevalere sarebbe, in quel caso, l'altra parte che persegue un obiettivo comune e riuscirebbe a restare unita nel tempo.


Trump intende misurare la fedeltà degli alleati Nato prima di tagliare le truppe in Europa


Prima di decidere quali soldati e mezzi ritirare dall’Europa, Washington vuole stabilire quanto ciascun alleato della NATO sia allineato alle politiche di Donald Trump. Il questionario inviato ai governi dell’Alleanza, visionato da Bloomberg, punta a misurare il grado di sintonia politica di ogni Paese con l’attuale Amministrazione americana.

Ai governi viene chiesto se abbiano “sostenuto pubblicamente” la politica estera degli Stati Uniti e quali “restrizioni” impongano all’uso delle proprie basi da parte delle forze americane. Un’altra sezione esamina gli acquisti effettuati presso le aziende statunitensi della difesa e verifica se le autorità nazionali abbiano “osteggiato pubblicamente” le norme che “ostacolano” i contratti con queste imprese.

La domanda conclusiva è se il Paese si sia adeguato all’approccio “strong, clear, and quiet”, “forte, chiaro e silenzioso”, la formula con cui il Segretario alla Difesa Pete Hegseth descrive la strategia americana. Le capitali europee interpretano il documento come il tentativo di subordinare la protezione militare all’allineamento ideologico.

Un simile legame tra garanzie di sicurezza e fedeltà politica rovescerebbe l’impianto delle relazioni transatlantiche costruito dopo la Seconda guerra mondiale, quando l’impegno militare degli Stati Uniti prescindeva dai contrasti politici del momento. L’Amministrazione Trump ha però già manifestato apertamente il proprio sostegno alle destre in Germania e Ungheria.

Il questionario circola mentre Washington sta conducendo la revisione semestrale del dispositivo militare americano in Europa, che dovrebbe concludersi entro dicembre. Gli alleati si aspettano tagli consistenti sia ai contingenti di stanza nel continente sia ai mezzi che gli Stati Uniti metterebbero a disposizione in caso di attacco russo.

Un funzionario della NATO ha confermato che Washington sta lavorando con gli alleati alla revisione, senza però commentare il documento. Anche il Pentagono ha preferito non rispondere.

NATO · Il questionario di Washington
Grafica di FocusAmerica · Aggiornato al 14 agosto 2026

Revisione del dispositivo militare americano in Europa

Washington chiede agli alleati quanto sono allineati a Trump


Prima di decidere quali soldati e quali mezzi ritirare dall’Europa, gli Stati Uniti hanno inviato ai governi dell’Alleanza un questionario che misura la sintonia politica di ciascun Paese con l’Amministrazione. La revisione si chiude entro dicembre.

Il questionario agli alleati 4 aree di domanda

MittenteStati Uniti
DestinatariI governi dell’Alleanza
ConsegnaPrima le ambasciate a Washington, poi il quartier generale NATO

1Politica esteraIl vostro governo ha sostenuto pubblicamente la politica estera degli Stati Uniti?Risposta
La domanda cita le iniziative americane in Medio Oriente e nell’emisfero occidentale: la guerra contro l’Iran, avviata il 28 febbraio a fianco di Israele, e la cattura di Nicolás Maduro del 3 gennaio. In nessuno dei due casi Washington ha consultato gli alleati prima di agire.

2Basi militariQuali restrizioni imponete all’uso delle vostre basi da parte delle forze americane?Risposta
Il documento chiede a ciascun governo se abbia imposto divieti e se sia disposto a ridurli o a eliminarli. La Spagna ha già negato Rota e Morón, l’Italia ha rifiutato Sigonella.

3Industria della difesaComprate dalle aziende americane della difesa e ne difendete i contratti?Risposta
Washington pretende prove concrete dei progressi verso gli obiettivi di spesa concordati. Poi domanda se i governi abbiano osteggiato pubblicamente le politiche «made in Europe» che ostacolano i contratti con l’industria statunitense. Se non lo hanno fatto, chiede se sono disposti a farlo.

4DottrinaVi siete adeguati all’approccio strong, clear and quiet?Risposta
«Forte, chiaro e silenzioso» è la formula con cui il Segretario alla Difesa Pete Hegseth descrive la strategia americana. Le capitali europee leggono questa domanda come il tentativo di legare la protezione militare all’allineamento ideologico.

Tocca una domanda per leggere che cosa c’è dietro. Questa è una ricostruzione grafica delle quattro aree di domanda descritte da Bloomberg: non riproduce il documento originale.

3basi negate agli Stati Uniti, in Spagna e in Italia
5.000soldati americani in uscita dalla Germania
60%la quota americana sulla spesa militare dell’Alleanza

La mappa

Dove Washington si è già sentita dire di no


Spagna e Italia hanno negato le proprie basi alle operazioni contro l’Iran. Tocca una scheda o un numero sulla mappa per collegarli.

Germania Polonia Spagna Italia 1 2
Basi negate Presenza americana in movimento Altri Paesi NATO Paesi non NATO

1 Rota e Morón (Spagna) · 2 Sigonella (Italia). L’inquadratura copre l’Europa continentale: non compaiono Islanda, Canada e Stati Uniti.

Spagna2basi negate agli Stati UnitiRota e Morón restano chiuse alle operazioni americane contro l’Iran. Italia1base negata agli Stati UnitiSigonella è indisponibile per le stesse operazioni contro Teheran.

Le truppe

Cinquemila militari escono dalla Germania, cinquemila entrano in Polonia


Lo stesso numero, in direzione opposta. Sono però due decisioni distinte, che non riguardano gli stessi reparti.

Germania · in uscita −5.000

Il ritiro è già stato annunciato. Altre unità lasciano il Paese senza essere sostituite.

Polonia · in arrivo +5.000

Trump li ha promessi a maggio, richiamando l’elezione del presidente nazionalista Karol Nawrocki.

Ogni quadrato rappresenta 100 militari: cinquanta quadrati, cinquemila soldati.

La posta in gioco

L’Europa spende molto di più, ma dipende ancora da Washington


Mark Rutte difende la revisione richiamando proprio lo sforzo europeo. Il divario di capacità, però, resta.

Spesa militare dell’Alleanza, 2025

60%
40%

Stati Uniti Europa e Canada · 574 miliardi di dollari

+20%

La crescita reale della spesa di Europa e Canada nel 2025 rispetto all’anno precedente. Non basta comunque a colmare il divario con gli Stati Uniti.

Ciò che gli Stati Uniti mettono sul tavolo
Bombardieri strategici Droni Navi da guerra

I tagli riguardano anche i mezzi che gli Stati Uniti metterebbero a disposizione se la Russia attaccasse un Paese dell’Alleanza. Di bombardieri strategici l’Europa non dispone affatto.

Il calendario

Le tappe che portano a dicembre


Un anno di decisioni prese senza consultare gli alleati, e la scadenza che presenta il conto.

Oggi

Gennaio 2026Dicembre 2026

3 gennaio 2026
Gli Stati Uniti catturano il leader venezuelano Nicolás Maduro e lo trasferiscono a New York. Numerosi governi europei parlano di violazione del diritto internazionale.

28 febbraio 2026
Washington affianca Israele nell’avvio della guerra contro l’Iran, tuttora in corso, senza consultare gli alleati. Spagna e Italia negano l’uso delle proprie basi.

Maggio 2026
Trump promette 5.000 militari in più alla Polonia e cita l’elezione del presidente Karol Nawrocki.

Luglio 2026
Al vertice di Ankara il Segretario generale Mark Rutte difende la revisione: il processo, sostiene, sta unificando la NATO.

Agosto 2026
Il questionario arriva al quartier generale di Bruxelles. A fine mese gli Stati Uniti incontrano gli alleati per discutere la revisione.

Entro dicembre 2026
Si chiude la revisione del dispositivo militare americano in Europa. Gli alleati si aspettano tagli consistenti ai contingenti e ai mezzi.

FontiBloomberg (documento visionato); NATO, rapporto annuale del Segretario generale, marzo 2026; dichiarazioni di Mark Rutte, luglio 2026. Confini: Natural Earth.
NotaIl ritiro dalla Germania e il rinforzo in Polonia sono decisioni distinte e non riguardano gli stessi reparti.

Iran e Venezuela, i dossier che dividono l’Alleanza


Nella parte dedicata alla politica estera, il questionario cita le “iniziative” americane in Medio Oriente e nell’emisfero occidentale, i due teatri nei quali Trump ha ordinato operazioni militari senza coinvolgere la NATO. Washington non ha consultato gli alleati prima di affiancare Israele, il 28 febbraio, nell’avvio della guerra contro l’Iran, tuttora in corso.

La Spagna ha successivamente negato agli Stati Uniti l’uso delle basi di Rota e Morón per le operazioni contro Teheran, mentre l’Italia ha rifiutato la disponibilità dello scalo di Sigonella. Il documento chiede ora a ciascun governo se abbia imposto divieti analoghi e se sia “disposto a ridurre o eliminare queste restrizioni”.

Il 3 gennaio gli Stati Uniti hanno inoltre catturato il leader venezuelano Nicolás Maduro e lo hanno trasferito a New York, nell’ambito di un’operazione concepita per riaffermare l’influenza americana nell’emisfero occidentale. Numerosi governi europei l’hanno giudicata una violazione del diritto internazionale.

Sul fronte della spesa militare, Washington pretende prove concrete dei progressi compiuti verso gli obiettivi concordati e della capacità europea di sostituire i mezzi americani. Il questionario vuole inoltre sapere se i governi acquistino sistemi dalle aziende statunitensi e se abbiano criticato le nuove politiche “made in Europe”. In caso contrario, domanda se siano disposti a farlo.

Il testo, fatto circolare inizialmente tra le ambasciate alleate a Washington, è arrivato questa settimana anche al quartier generale della NATO a Bruxelles, dove alla fine del mese gli Stati Uniti incontreranno i partner per discutere la revisione.

I tagli già avviati


Il ridimensionamento della presenza militare americana in Europa è già cominciato con l’annunciato ritiro di 5.000 soldati dalla Germania e il trasferimento di altre unità senza sostituzioni. Alla Polonia, invece, Trump ha promesso a maggio altri 5.000 militari, richiamando esplicitamente l’elezione del presidente nazionalista Karol Nawrocki.

I tagli dovrebbero riguardare anche i mezzi che gli Stati Uniti potrebbero mettere a disposizione in caso di attacco russo contro un Paese dell’Alleanza, tra cui bombardieri strategici, dei quali l’Europa non dispone, così come droni e navi da guerra.

Il Segretario generale della Nato Mark Rutte ha comunque difeso la revisione in corso, definendola logica e positiva alla luce dell’aumento delle spese militari di Europa e Canada, cresciute nel 2025 di quasi il 20% in termini reali. Alla vigilia del vertice di Ankara, che si è tenuto a luglio, Rutte ha dichiarato ai giornalisti che il processo in corso “sta unificando la NATO” e che ripeterlo regolarmente rappresenta una scelta saggia.


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Trump vota per posta, ma vuole limitare questo sistema per tutti gli altri


Il presidente ha utilizzato in Florida lo stesso metodo di voti che da anni definisce corrotto. La Casa Bianca si difende: si trovava fuori dallo Stato e rientrerebbe nelle eccezioni previste.

Donald Trump ha votato per posta alle primarie repubblicane che si sono tenute in Florida, utilizzando lo stesso metodo che da anni definisce corrotto e che ora vuole limitare drasticamente in vista delle elezioni di medio termine di novembre. I registri elettorali della contea di Palm Beach, citati dai media americani, mostrano che il presidente ha richiesto la scheda alla fine di luglio e l’ha restituita il 13 agosto.

Dal giorno delle elezioni, tuttavia, il suo profilo non risulta più consultabile sul sito della contea, che indica le informazioni come protette dalla divulgazione pubblica. Trump sostiene da anni, senza prove, che il voto per corrispondenza sia particolarmente esposto alle frodi e lo collega alla sua tesi infondata secondo cui le presidenziali del 2020 gli sarebbero state sottratte. “Le schede inviate per posta sono intrinsecamente corrotte”, aveva dichiarato a luglio durante un discorso sulla sicurezza elettorale.

La difesa della Casa Bianca


La Casa Bianca nega che vi sia una contraddizione, sostenendo che Trump si trovasse fuori dalla Florida e potesse quindi rientrare nell’eccezione prevista per chi è in viaggio dal pacchetto di restrizioni che il presidente vuole aggiungere al SAVE America Act. “Come tutti sanno, il presidente è residente a Palm Beach e partecipa alle elezioni della Florida, ma ovviamente vive soprattutto alla Casa Bianca, a Washington. Non è una notizia”, ha dichiarato all’Agence France-Presse la portavoce Olivia Wales.

La portavoce ha ricordato anche che la versione sostenuta da Trump manterrebbe la possibilità di votare per posta in caso di malattia, disabilità, servizio militare o viaggio, vietandola invece negli altri casi. Secondo i suoi collaboratori, il presidente non metteva piede nello Stato da mesi. La legge della Florida consente in realtà a qualsiasi elettore registrato di richiedere una scheda postale, anche se lo Stato, controllato dai repubblicani, negli ultimi anni ha irrigidito le regole sull’identificazione e sulla gestione dei plichi.

Il testo approvato dalla Camera dei Rappresentanti, a differenza di quanto spesso si affermi, non abolisce del tutto il voto per corrispondenza, ma introduce requisiti più severi per dimostrare identità e cittadinanza. Trump chiede ora al Congresso di aggiungervi una restrizione molto più ampia del voto postale. Sul fronte giudiziario, intanto, l’Amministrazione ha chiesto alla Corte Suprema di ripristinare alcune disposizioni di un ordine esecutivo sulle procedure elettorali che restringe il voto via posta, ma che sono state bloccate dai tribunali di livello inferiore.

Non è la prima volta


Non è la prima volta che Trump ricorre a un meccanismo che attacca pubblicamente. Aveva già votato per posta a Palm Beach nel 2020 e in un’elezione speciale tenuta in Florida all’inizio di quest’anno, giustificando poi la scelta con la lontananza dallo Stato ma ribadendo la propria contrarietà: “No, penso che il voto per posta sia una cosa terribile. Se voti, devi andare a farlo di persona”.

Le primarie a cui ha votato Trump servivano anche a scegliere il candidato repubblicano che punta a succedere al governatore Ron DeSantis, non rieleggibile per il limite dei mandati. A vincere, con circa il 48%, è stato il deputato Byron Donalds, sostenuto proprio dal presidente, che a novembre affronterà il candidato democratico David Jolly.


In Florida si vota per le primarie a governatore e il candidato di Trump è il favorito


La Florida vota oggi, martedì 18 agosto, per le primarie, le elezioni interne con cui i partiti scelgono i candidati per il voto di metà mandato del 3 novembre. È la giornata più piena dell'estate elettorale americana. Si vota anche in Alaska e in Wyoming, ma le corse più importanti si concentrano nel terzo stato più popoloso del paese. La sfida principale è la scelta del candidato repubblicano per la successione del governatore Ron DeSantis, che dopo due mandati non può ricandidarsi. I seggi chiudono alle 19 locali, quando in Italia sarà l'1 di notte di mercoledì (le 2 nella parte nord-occidentale dello stato, che si trova in un altro fuso orario). Quasi due milioni di elettori hanno già votato per posta o in anticipo.

Il favorito per la nomination repubblicana a governatore è Byron Donalds, deputato al terzo mandato che ha l'appoggio del presidente Donald Trump dal febbraio 2025, da prima ancora che annunciasse la candidatura. Se vincesse anche a novembre diventerebbe il primo governatore nero nella storia della Florida. Tra comitato elettorale e PAC alleato (i comitati esterni che negli Stati Uniti raccolgono fondi per le campagne) ha messo insieme 111 milioni di dollari. Nella nostra media, Donalds è al 41%, oltre il doppio degli altri candidati con il vicegovernatore Jay Collins al 18% e l'investitore James Fishback al 17%%. L'ex presidente della Camera statale Paul Renner è al 7%.

Sondaggi · Florida

Donalds arriva al voto sopra il 40 per cento, Collins e Fishback si giocano il secondo posto

Quota di ciascun candidato nella media giornaliera dei sondaggi per la primaria repubblicana a governatore della Florida. Donalds è rimasto davanti per tutta la campagna e chiude al 41,3 per cento; alle sue spalle Collins (17,6) e Fishback (15,9) sono saliti fino a contendersi il secondo posto, con Renner al 7,1. I pallini chiari sono le singole rilevazioni.

10% 20% 30% 40% 50% 9 mesi 6 mesi 3 mesi voto Donalds 41,3 Collins 17,6 Fishback 15,9 Renner 7,1
La media si ferma all'11 agosto 2026, ultimo sondaggio disponibile. Si vota oggi, 18 agosto.

Fonte Elaborazione di Focus America su 35 sondaggi della primaria repubblicana raccolti da Wikipedia, aggiornati al 18 agosto 2026. Le medie giornaliere sono stimate con un filtro di Kalman a livello locale: ogni sondaggio pesa per la dimensione del campione e per l’effetto casa dell’istituto, e i sondaggi commissionati da una parte pesano la metà. Il lisciamento è lo stesso per le quattro linee.

Donalds
Collins
Fishback
Renner

Dei sei sondaggi realizzati da metà luglio, però, quattro danno Donalds intorno al 50% e due lo collocano poco sopra il 30%. L'ultimo, dell'istituto The Public Sentiment Institute, lo vede avanti su Fishback di appena tre punti, 31% a 28%; lo stesso istituto aveva già pubblicato in passato un sondaggio finanziato di nascosto dalla campagna di Fishback. I sondaggisti hanno del resto già sbagliato nelle recenti primarie in Michigan e Wisconsin. Sulla corsa pesa anche l'ostilità di DeSantis, che ha criticato la candidatura di Donalds senza appoggiare nessun altro candidato, nemmeno il suo vice Collins. E l'appoggio di Trump non è una garanzia. In questo ciclo elettorale quattro dei dodici candidati da lui sostenuti nelle primarie repubblicane per governatore senza un uscente hanno perso.

Fishback, 31 anni, ex fondatore di una società di investimenti cresciuto nella contea di Broward, ha costruito la sua rimonta con attacchi personali contro Donalds, che è nero, spesso a sfondo razzista. Lo ha definito uno "schiavo" delle grandi aziende e un "assunto per la diversità". Ad agosto lo ha anche accusato di essere indagato per traffico sessuale, un'affermazione che il Dipartimento di Giustizia ha definito falsa.

Fishback ha il sostegno di ambienti dell'estrema destra online, compresi quelli legati al suprematista bianco Nick Fuentes. Allo stesso tempo ha fatto breccia tra i giovani con proposte populiste: aiuti pubblici alle giovani famiglie per comprare casa, limiti ai fondi che acquistano abitazioni per affittarle, difesa dell'ambiente dal cemento e divieto totale dei data center per l'intelligenza artificiale. Negli ultimi mesi ha più che raddoppiato i suoi consensi nei sondaggi, mentre Donalds lo ha liquidato come uno che "gioca per l'algoritmo".

Proprio i data center sono diventati un tema in tutto lo stato, dalla corsa a governatore alle elezioni di contea. Fishback promette di vietarli, Renner propone una moratoria e Donalds, criticato dagli avversari per i finanziamenti ricevuti dal settore, ha risposto che "non ci sarà nessun divieto". Chi vince la primaria repubblicana affronterà a novembre il probabile candidato democratico David Jolly, un ex deputato repubblicano che ha lasciato il partito durante il primo mandato di Trump. La Florida non elegge un governatore democratico da più di trent'anni, ma i sondaggi sul confronto diretto danno Donalds avanti di appena cinque punti.

Per il Senato la primaria da seguire è quella democratica, che decide chi sfiderà la senatrice repubblicana Ashley Moody in un'elezione speciale, cioè un voto fuori calendario per un seggio che Moody occupa per nomina, senza essere mai stata eletta. Il favorito è Alex Vindman, tenente colonnello dell'esercito in pensione e testimone chiave nel primo procedimento di impeachment contro Trump, nel 2019. Ha raccolto 16,3 milioni di dollari, più degli 11,3 della stessa Moody.

La sua rivale, la deputata statale Angie Nixon, progressista nata a Jacksonville, ha raccolto circa un sedicesimo di quella cifra, ma ha radici politiche locali che a Vindman mancano. L'ex militare si è trasferito in Florida solo nel 2023. A maggio Nixon ha ricevuto il primo richiamo formale in vent'anni dell'assemblea statale per una protesta con il megafono contro la nuova mappa dei collegi. L'unico sondaggio pubblico, di inizio luglio, dava Vindman avanti 34% a 24%.

Alla Camera si vota per la prima volta con la nuova mappa dei collegi che i repubblicani della Florida hanno approvato in primavera su spinta di DeSantis, un caso di gerrymandering, cioè il ridisegno dei confini elettorali a vantaggio del partito che li traccia, pensato per strappare quattro seggi ai democratici. Il democratico moderato Jared Moskowitz corre ora in un collegio che Trump avrebbe vinto di nove punti nel 2024. Prima di novembre deve superare la sfida interna di Oliver Larkin, sindacalista iscritto ai Democratic Socialists of America, l'organizzazione della sinistra socialista americana. Larkin lo accusa di essere troppo moderato e troppo vicino a Israele.

Debbie Wasserman Schultz, ex presidente del Partito Democratico nazionale, si è invece candidata nel 20° distretto, un collegio a maggioranza nera dove oggi rappresenta appena il 2% degli abitanti. La scelta ha irritato molti dirigenti locali, secondo cui il seggio dovrebbe andare a un candidato nero, ma i quattro principali sfidanti rischiano di dividersi i voti. Tra loro ci sono l'attivista progressista Elijah Manley, il rapper Luther Campbell dei 2 Live Crew e l'ex deputata Sheila Cherfilus-McCormick. Quest'ultima si è dimessa ad aprile dopo che la commissione Etica della Camera l'aveva accusata di aver spostato illegalmente fondi dall'azienda di famiglia alla sua campagna.

Le candidature di Larkin, di Manley e della stessa Nixon sono il nuovo banco di prova della sinistra socialista, reduce da diverse vittorie nelle primarie democratiche di quest'estate. Il terreno però è ostile, perché Trump ha vinto lo stato di 13 punti nel 2024 e il socialismo resta una parola respinta da molte comunità di origine cubana e venezuelana del sud. Venerdì i tre hanno chiuso la campagna con un comizio comune a Fort Lauderdale insieme alla deputata Rashida Tlaib, tra le proteste di alcuni democratici locali. Una vittoria di uno qualsiasi dei tre sarebbe una grossa sorpresa.

La primaria più curiosa è quella repubblicana del 19° distretto, il collegio sicuro lasciato libero da Donalds nel sud-ovest dello stato, che il New York Times ha raccontato come una gara tra candidati arrivati da fuori. Dei dieci in lizza, sei hanno già corso per la Camera in altri stati e due sono ex deputati travolti dagli scandali. Il primo è Madison Cawthorn del North Carolina, il secondo è Chris Collins di New York, che si dimise nel 2019 prima di dichiararsi colpevole di insider trading e fu poi graziato da Trump. La favorita è Catalina Lauf, 33 anni, consigliera del dipartimento del Commercio durante la prima amministrazione Trump. Il presidente l'ha appoggiata la settimana scorsa, anche se ha già perso due corse per il Congresso in Illinois. Sulla scheda c'è pure Jim Oberweis, che la batté in una di quelle primarie nel 2020.

Nel 7° distretto, tra i sobborghi di Orlando e Daytona Beach, il deputato repubblicano Cory Mills cerca il terzo mandato nonostante i molti guai. Su di lui pesano un'indagine del Dipartimento di Giustizia sulle sue finanze, un'inchiesta della commissione Etica della Camera per presunte violenze contro una ex compagna e irregolarità nei conti elettorali, oltre a un ordine restrittivo ottenuto nel 2025 da un'ex fidanzata. Trump lo ha appoggiato a febbraio, ma da allora non lo ha più nominato. DeSantis ha detto venerdì di non sostenerlo e due deputati repubblicani dello stato si sono schierati con il principale sfidante, l'ex conduttore televisivo Ryan Elijah. Anche qui i sondaggi si contraddicono. A inizio agosto Mills era avanti 30% a 14%, mentre una rilevazione di metà agosto dava Elijah avanti 44% a 27%. I democratici sperano paradossalmente in una vittoria di Mills, che renderebbe più contendibile a novembre un collegio vinto da Trump di 12 punti.

La nuova mappa complica la vita anche ai democratici Kathy Castor, a Tampa, e Darren Soto, nell'area di Orlando. I loro collegi sono stati ridisegnati per essere molto più favorevoli ai repubblicani e le primarie per scegliere i loro sfidanti sono affollate, senza favoriti chiari.

Fuori dalla Florida, l'Alaska usa una primaria unica in cui tutti i candidati di tutti i partiti compaiono sulla stessa scheda e i primi quattro passano al voto di novembre. Per la carica di governatore ci sono 17 candidati, mentre al Senato tenta il ritorno l'ex deputata democratica Mary Peltola. In Wyoming la sezione statale del Freedom Caucus, la corrente più a destra dei repubblicani, punta ad allargare i successi ottenuti due anni fa nel parlamento locale. Si tengono infine due elezioni speciali. In Pennsylvania i democratici provano a strappare ai repubblicani un seggio conservatore della Camera statale, per rafforzare la loro maggioranza risicata. In California si sceglie invece il sostituto di Eric Swalwell, il deputato democratico dimessosi ad aprile dopo le accuse di violenza sessuale arrivate da diverse donne.


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Hormuz, Il corridoio segreto degli Stati Uniti per far uscire il petrolio


Ogni notte il Pentagono scorta fino a venti petroliere lungo la costa dell'Oman, ma gli attacchi iraniani continuano e l'operazione mette sotto pressione la flotta americana.

Da maggio il Pentagono gestisce un corridoio riservato per entrare e uscire dallo stretto di Hormuz lungo la corsia meridionale, quella che costeggia l'Oman. Ogni notte vi transitano tra le 15 e le 20 petroliere di nascosto. L'operazione, denominata Project Freedom, è cominciata il 4 maggio. Due funzionari statunitensi hanno detto ad Axios che attraverso questa rotta escono circa 10 milioni di barili di petrolio al giorno, all'incirca la metà del volume precedente alla guerra, che vengono poi immessi sul mercato mondiale dell'energia. "Controlliamo la corsia meridionale dello Stretto di Hormuz da due mesi", ha affermato uno dei funzionari. "Le Guardie Rivoluzionarie iraniane possono crearci qualche problema, ma non controllano lo Stretto. Lo controlliamo noi".

Le cifre, tuttavia, non coincidono. Prima della guerra attraverso lo Stretto transitavano circa 20 milioni di barili al giorno tra greggio, condensati e prodotti raffinati, di cui circa 15 milioni di solo greggio. Per quest'ultimo, il New York Times, che ha ricostruito la stessa operazione, riferisce che a luglio le petroliere impegnate sulle rotte protette dagli Stati Uniti hanno trasportato fuori dal Golfo Persico circa 5 milioni di barili al giorno, rispetto ai 4 milioni di giugno e ad appena 1,6 milioni di maggio. Michelle Wiese Bockmann, analista di intelligence marittima della società Windward, ha definito il corridoio "uno dei successi più sorprendenti" dell'operazione e ha osservato che il flusso è aumentato progressivamente. Una parte del greggio del Golfo evita inoltre lo Stretto viaggiando attraverso gli oleodotti mediorientali.

Le stime del governo statunitense sono sistematicamente superiori a quelle delle società che tracciano le navi attraverso i satelliti. Il 13 agosto il Segretario all'Energia Chris Wright ha indicato una media settimanale di quasi 9 milioni di barili al giorno in uscita dallo Stretto, riconoscendo che la cifra superava gran parte delle valutazioni degli istituti privati. L'operazione in corso non si limita però solo a scortare le petroliere cariche in uscita. I militari statunitensi accompagnano anche le navi vuote che entrano nel Golfo dal Mar Arabico, le fanno caricare negli Emirati Arabi Uniti, in Bahrein e in Kuwait e poi le riportano fuori. A coordinare le attività è una task force che opera dal quartier generale dell'82ª Divisione aviotrasportata dell'Esercito, a Fort Bragg, nella North Carolina, insieme ai partner regionali del Golfo.

Ogni notte viene compilato l'elenco delle navi in uscita e di quelle vuote in entrata. Le imbarcazioni si muovono in due convogli distinti, in fasce orarie separate, attraversando punti di controllo prestabiliti ai quali devono comunicare la propria posizione. Sopra di loro volano i caccia dell'Aeronautica, incaricati di individuare e abbattere i droni e i missili cruise iraniani. Le navi che si affidano al Central Command spengono normalmente i transponder per non essere localizzate, rendendo così più difficile anche per le società specializzate ricostruire il traffico reale.

Il nuovo corridoio è diventato praticabile dopo una campagna di bombardamenti durata due settimane, durante la quale il Central Command statunitense ha messo fuori uso gran parte dei radar e dei sistemi iraniani di sorveglianza marittima. Teheran ha ormai una visibilità molto limitata sul traffico nella corsia meridionale e può contare soltanto su alcuni radar ripristinati e sugli osservatori a bordo dei motoscafi veloci dei pasdaran. Rimasto in gran parte “cieco”, l’Iran lancia droni e missili cruise verso le aree in cui presume stiano transitando le navi. Nella notte tra domenica e lunedì, le forze statunitensi hanno abbattuto otto droni e due missili cruise lanciati proprio con questa modalità.

Gli attacchi iraniani e il costo della protezione


Dall'inizio di giugno almeno 15 navi che percorrevano le rotte meridionali sono state colpite, causando il ferimento di 16 marinai e la morte di altri 2, secondo l'analisi condotta dal New York Times sui dati dell'Organizzazione Marittima Internazionale, l'agenzia delle Nazioni Unite responsabile della navigazione. Questa settimana un'altra nave è stata centrata mentre si trovava vicino all'Oman e un membro dell'equipaggio è morto, ha reso noto martedì l'organismo della Marina britannica che monitora il traffico commerciale nell'area.

Tra gli armatori disposti a rischiare ed utilizzare la rotta lungo l'Oman figura la compagnia greca Dynacom, che il 19 luglio ha visto colpite due delle proprie petroliere, una delle quali è stata successivamente abbandonata. La compagnia petrolifera statale di Abu Dhabi, ADNOC, ha invece dichiarato la settimana scorsa che dall'inizio della guerra 18 sue navi sono state attaccate, con un morto e venti feriti tra gli equipaggi.

Proteggere questo traffico impone agli Stati Uniti uno sforzo che prima della guerra non era necessario, quando le petroliere attraversavano lo Stretto senza scorta. "Garantire ininterrottamente questo tipo di difesa richiede un'enorme quantità di lavoro", ha spiegato Joshua Tallis, analista del Center for Naval Analyses. Il Central Command sostiene di aver aiutato più di mille navi ad attraversare lo stretto. Il suo portavoce, il capitano Tim Hawkins, ha risposto alle critiche affermando che gli attacchi riusciti contro alcune imbarcazioni non dimostrano l'inefficacia della protezione, dal momento che nel complesso il numero delle navi in transito è aumentato.

Trump ha detto mercoledì ad Axios che "dallo Stretto di Hormuz sta uscendo un'enorme quantità di petrolio". Il giorno precedente aveva definito lo Stretto "aperto e operativo", proprio mentre una nave veniva colpita al largo dell'Oman. Il presidente ha aggiunto che gli Stati Uniti non stanno attualmente trattando con Teheran perché gli iraniani "stanno perdendo tempo e negoziare con loro è una perdita di tempo". "Hanno ancora un po' di combattività, ma nel complesso sono l'ombra di ciò che erano prima", ha concluso.

Una flotta sempre più sotto pressione


Non è chiaro, però, come la Marina statunitense intenda mantenere in Medio Oriente una forza di queste dimensioni. Nel Golfo dell'Oman si trovano attualmente una ventina di navi da guerra statunitensi, comprese le portaerei Abraham Lincoln e George H.W. Bush con i rispettivi cacciatorpediniere di scorta, oltre alle unità incaricate di far rispettare il blocco dei porti iraniani ordinato da Trump. La Lincoln è in mare dal 21 novembre e il suo equipaggio ha trascorso più di duecento giorni senza una libera uscita. Prima di poter tornare in servizio, la portaerei avrà bisogno di interventi consistenti. A sostituirla arriverà la George Washington, di base in Giappone, mentre per la Bush, salpata il 31 marzo, non è ancora stato annunciato alcun avvicendamento.

Anche i rifornimenti sono diventati più difficili. La base della Marina a Manama, capitale del Bahrein, è stata di fatto distrutta dagli attacchi iraniani del primo giorno di guerra. Privata del suo principale scalo logistico in Medio Oriente, la Marina rifornisce ora le proprie unità da Diego Garcia, l'isola britannica nell'Oceano Indiano situata circa 1.800 km a sud-ovest della punta meridionale dell'India. Ogni tratta richiede più di cinque giorni di navigazione. Nemmeno Diego Garcia però è al sicuro: il 20 marzo l'Iran ha lanciato contro la base due missili balistici a medio raggio. Tutti i porti della regione restano alla portata dei missili iraniani.

Nel frattempo, molte grandi compagnie di navigazione continua a preferire di evitare lo Stretto finché non verrà raggiunto un cessate il fuoco duraturo. Nonostante tutti gli sforzi statunitensi, questo significa sostanzialmente che il traffico navale resterà comunque a livelli ridotti fino a che la crisi non sarà rientrata del tutto. "La minaccia iraniana sullo Stretto resterà significativa nel prossimo futuro", ha confermato Mona Yacoubian, direttrice del programma sul Medio Oriente del Center for Strategic and International Studies.


Trump minaccia di bombardare l'Oman, mentre il negoziato con l'Iran è ancora in stallo


Donald Trump ha minacciato di bombardare l'Oman, accusando il sultanato di ostacolare un accordo con l'Iran. "Non credo che si siano comportati molto bene, ma potremmo occuparci di loro molto facilmente, proprio come abbiamo fatto con gli altri", ha detto lunedì ai giornalisti nello Studio Ovale, senza spiegare che cosa avessero fatto i funzionari omaniti per suscitare la sua irritazione. Lo stesso giorno, in un'intervista a Fox News, era stato molto più esplicito: se l'Oman "si mettesse di mezzo", ha affermato ricorrendo a un'espressione volgare, gli Stati Uniti lo bombarderanno "di santa ragione".

Per settimane la Casa Bianca aveva assicurato che l'Iran fosse vicino alla firma di un'intesa sul nucleare e che l'Oman potesse contribuire alla riapertura dello Stretto di Hormuz. Il piccolo Paese del Golfo era così finito al centro dei tentativi diplomatici per porre fine alla guerra. Il quadro, hanno riferito funzionari americani al Wall Street Journal, resta però confuso. L'Oman, affacciato sulla sponda meridionale dello Stretto, sta trattando con Teheran per consentire il passaggio di un maggior numero di navi commerciali. Nei giorni scorsi l'Iran ha annunciato che le due parti avevano raggiunto un'intesa sui transiti e stavano preparando una dichiarazione congiunta.

Washington ritiene che il negoziato possa allentare la pressione sul mercato energetico globale e sul prezzo della benzina negli Stati Uniti. All'interno dell'Amministrazione, tuttavia, resta il timore che l'Oman aiuti l'Iran a ottenere un accordo sul nucleare più favorevole a Teheran. Sarebbe proprio questo sospetto ad alimentare la rabbia del presidente. L'Oman è soltanto l'ultimo Paese finito nel mirino di Trump per non aver fatto abbastanza, a suo giudizio, per porre fine alla guerra contro l'Iran avviata dagli Stati Uniti insieme a Israele.

Domenica il presidente ha ordinato al Pentagono di ridurre in modo sostanziale le esercitazioni congiunte con la Corea del Sud, sostenendo che Seoul si fosse rifiutata di aiutare Washington a riaprire Hormuz. Trump lo ha annunciato su Truth Social poche ore prima dell'inizio delle manovre, rivendicando al tempo stesso la propria "ottima relazione" con Kim Jong Un. Le esercitazioni Ulchi Freedom Shield sono comunque cominciate lunedì.

"Ci dareste una piccola mano?", ha raccontato di aver chiesto al presidente sudcoreano Lee Jae Myung, precisando subito dopo che gli Stati Uniti non avevano realmente bisogno di aiuto. "Mi ha detto: no, grazie. E io gli ho risposto: un momento, abbiamo 39.000 soldati laggiù che vi proteggono da Kim Jong Un, il vostro vicino di casa, e voi non ci aiutate in un'operazione militare molto semplice in Iran? È strano". Il contingente statunitense in Corea del Sud conta in realtà circa 28.500 militari. Trump si è lamentato anche di alleati europei come il Regno Unito e la Spagna, riproponendo la sua consueta accusa secondo cui gli altri Paesi otterrebbero dagli Stati Uniti molto più di quanto offrano in cambio.

Guerra in Iran · Stretto di Hormuz

Lo Stretto di Hormuz si è svuotato, e Trump presenta il conto agli alleati

Prima della guerra dallo Stretto passavano 21,6 milioni di barili al giorno. Nell’ultimo trimestre ne sono passati 4,9. Il memorandum firmato con l’Iran a giugno è scaduto senza accordo e il presidente accusa un alleato dopo l’altro di non averlo aiutato a riaprire il passaggio.

Grafica di FocusAmerica 18 agosto 2026

La strozzatura

Un braccio di mare che l’Iran e l’Oman si dividono


La sponda nord dello Stretto è iraniana, quella sud omanita: le acque territoriali dei due Paesi coprono l’intero passaggio. È questa geografia a rendere l’Oman indispensabile in ogni trattativa sulla riapertura. Nel punto più stretto il canale misura circa 33 chilometri e le corsie di navigazione sono larghe poco più di tre chilometri per senso di marcia.

Lo Stretto di Hormuz separa l’Iran, a nord, dalla penisola omanita del Musandam, a sud. È l’unica via di mare tra il Golfo Persico e l’oceano aperto.

Una sagoma = un milione di barili al giorno Quarto trimestre 2025. L’ultimo trimestre prima della guerra: 21,6 milioni di barili al giorno.

Il canale si chiude, trimestre per trimestre
Tocca un trimestre per cambiare la mappa

  • Primo trimestre 202520,9
  • Secondo trimestre 202521,0
  • Terzo trimestre 202521,3
  • Quarto trimestre 202521,6
  • Primo trimestre 202614,9
  • Secondo trimestre 20264,9

Sono 16,7 milioni di barili al giorno in meno rispetto all’ultimo trimestre di pace. Il gas naturale liquefatto ha seguito la stessa curva: dagli 11,7 miliardi di piedi cubi al giorno di inizio 2025 agli 0,8 del secondo trimestre 2026. Sul terzo trimestre la EIA non ha ancora pubblicato i dati.

28 febbraio
Stati Uniti e Israele attaccano l’Iran. Teheran risponde colpendo il traffico commerciale e rivendicando il controllo dello Stretto.

7 aprile
Una tregua di due settimane. Washington e Teheran la annunciano dopo i colloqui di Islamabad. Entrambe rivendicano la vittoria.

Giugno
Il memorandum. Si apre una finestra di sessanta giorni per un accordo complessivo sul nucleare e sulla riapertura del passaggio.

Inizio luglio
La tregua si rompe. Il cessate il fuoco collassa, ma la finestra negoziale resta formalmente aperta.

17 agosto
La finestra si chiude senza accordo. Lo stesso giorno Trump minaccia di bombardare l’Oman e il senatore Tim Kaine annuncia una risoluzione sui poteri di guerra per impedirlo.

Il conto agli alleati

Chi, secondo Trump, non ha fatto abbastanza


Dall’inizio della guerra il presidente accusa un Paese dopo l’altro di non aiutare gli Stati Uniti a riaprire lo Stretto. Ecco che cosa è successo a ciascuno.

Oman
Minacciato di raid
Trump dice che gli Stati Uniti potrebbero occuparsene molto facilmente. Il sultanato sta trattando con Teheran per far passare più navi commerciali e alcuni collaboratori del presidente lo accusano in privato di fare il doppio gioco.

Corea del Sud
Esercitazioni ridotte
Il presidente ordina al Pentagono di tagliare le manovre congiunte, sostenendo che Seul si sia rifiutata di aiutare. Le esercitazioni Ulchi Freedom Shield sono cominciate lo stesso.

Regno Unito e Spagna
Accusati in pubblico
Trump ripropone la sua accusa abituale: gli alleati otterrebbero dagli Stati Uniti molto più di quanto offrono in cambio.

Qatar e Pakistan
Promossi mediatori
Washington affida ormai a loro i contatti con Teheran. L’Oman, che era al centro dei colloqui, esce di scena.

Il numero che continua a cambiare

Quanti militari americani ci sono davvero in Corea del Sud


La parte piena è il contingente fissato dalla legge sulla difesa. La parte tratteggiata è quanto il presidente ci aggiunge quando cita la cifra in pubblico.

  • Legge sulla difesa28.500
  • Trump, 17 agosto39.000
  • Trump, 6 aprile45.000


Fonte Flussi nello Stretto: Energy Information Administration, Global Energy Security Data, 12 agosto 2026. Contingente in Corea del Sud: National Defense Authorization Act e Congressional Research Service. Ricostruzione diplomatica: Wall Street Journal. Geometrie costiere: Natural Earth.

Lo scontro interno alla Casa Bianca


Alcuni collaboratori di primo piano della Casa Bianca, intanto, accusano in privato l'Oman di fare il doppio gioco e di essere schierato, nei fatti, con l'Iran anziché impegnato nella ricerca del miglior compromesso possibile tra Washington e Teheran. Altri ritengono invece che gli storici rapporti tra i due Paesi rappresentino una risorsa per la mediazione e che Trump stia cercando un capro espiatorio per il mancato accordo sul nucleare. "Le minacce di Trump non fanno che incoraggiare gli iraniani, che vi scorgono un ulteriore segnale di debolezza", ha detto al Wall Street Journal Steven Cook, esperto di Medio Oriente del Council on Foreign Relations.

Secondo Cook, è l'Iran a spingere l'Oman verso un piano congiunto, in modo da presentare la gestione dei transiti come un progetto legittimo e condiviso dalle due sponde dello Stretto. Un accordo tra Iran e Oman rischierebbe tuttavia di consolidare il controllo di Teheran su Hormuz. Trump vorrebbe invece un'intesa che riaprisse completamente il passaggio, dal quale prima della guerra transitavano circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, pari a circa il 20% del consumo mondiale di prodotti petroliferi liquidi, secondo l'Energy Information Administration.

La finestra di 60 giorni prevista dal Memorandum concluso a giugno tra Stati Uniti e Iran per raggiungere un accordo complessivo è scaduta lunedì senza che le parti trovassero un'intesa. La tregua prevista dal documento era peraltro già collassata all'inizio di luglio. La via d'uscita dal conflitto resta quindi poco chiara: Washington si affida ormai soprattutto a Qatar e Pakistan come mediatori, mentre l'Oman, inizialmente al centro dei colloqui, sembra essere stato messo da parte. Trump avrebbe persino confidato ai propri collaboratori di essere disposto a dichiarare bloccato il percorso dell'Iran verso l'arma nucleare e vinta la guerra, a condizione che Teheran riapra completamente lo Stretto.

Kaine prepara una risoluzione al Senato per bloccare Trump


La minaccia di bombardamenti contro l'Oman ha però già provocato una reazione al Congresso. Il senatore democratico Tim Kaine ha annunciato che, al termine della pausa di agosto, presenterà una risoluzione sui poteri di guerra per impedire un'azione militare contro il sultanato. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha risposto invece che l'imposizione di pedaggi iraniani nello stretto rappresenterebbe una linea rossa per l'Amministrazione:

"Se creiamo un precedente in base al quale uno Stato può decidere di controllare una via d'acqua internazionale, imporre un pedaggio e far saltare in aria le navi che non pagano, avremo creato un precedente molto pericoloso, destinato inevitabilmente a ripetersi in altre parti del mondo".


I rapporti tra Stati Uniti e Oman si sono deteriorati negli ultimi mesi. Il Ministro degli Esteri omanita Badr al-Busaidi, che prima della guerra aveva contribuito a mediare i colloqui tra Stati Uniti e Iran, ha criticato più volte la decisione americana di porre fine a quei negoziati ed attaccare su pressione israeliana. Alla vigilia della prima ondata di raid era intervenuto a "Face the Nation", sulla CBS, nel tentativo di scongiurare il conflitto. "Qualunque sia la vostra opinione sull'Iran, non sono stati loro a volere questa guerra", ha scritto successivamente sui social.


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Trump perde tre primarie in una sola notte: dieci suoi candidati battuti, sei solo ad agosto


In Wyoming e Florida sono stati sconfitti tutti i candidati indicati dal presidente. Le bocciature dall'inizio della stagione salgono a dieci, nonostante oltre 300 endorsement.

Alle primarie repubblicane di martedì in Wyoming e in due distretti congressuali della Florida hanno votato quasi 300 mila persone, ma soltanto il 28% ha scelto il candidato indicato da Donald Trump. In Wyoming Megan Degenfelder, sovrintendente statale all'Istruzione, è stata battuta dal senatore statale Eric Barlow, che ha ottenuto il 45% contro il suo 29,7%, nella corsa per succedere al governatore uscente Mark Gordon.

In Florida il deputato Cory Mills ha perso nel settimo distretto contro l'ex conduttore televisivo Ryan Elijah, vincitore con il 47% contro il 34%, al termine di una campagna segnata dalle inchieste a suo carico. Nel diciannovesimo distretto Catalina Lauf si è fermata al 22%, arrivando seconda dietro Jim Schwartzel, che ha prevalso con il 29% in una competizione con dieci candidati.

Dieci sconfitte su oltre trecento indicazioni


Con queste tre sconfitte salgono a dieci, dall'inizio della stagione delle primarie, i candidati sostenuti dal presidente e bocciati dagli elettori repubblicani nelle competizioni per il Congresso o per una carica statale. Sono tanti quanti quelli sconfitti nel 2018, nel 2020 e nel 2024 messi insieme, secondo un'analisi della CNN basata sulle indicazioni di voto raccolte da Ballotpedia. Trump ha però appoggiato complessivamente 312 candidati e, fino all'inizio di luglio, il 97% di loro aveva vinto la propria primaria.

Il primato negativo resta quello del 2022, quando furono sconfitti dodici candidati sostenuti da Trump. Quel risultato, tuttavia, era fortemente concentrato in un solo Stato: sei delle dodici sconfitte arrivarono in Georgia, dove l'establishment repubblicano si era fermamente opposto alle sue accuse infondate di brogli nelle elezioni presidenziali del 2020. Quest'anno le battute d'arresto sono invece distribuite in più Stati e sei delle dieci si sono verificate soltanto ad agosto.

Oltre ai tre candidati sconfitti martedì, hanno perso anche Mike Lindell, aspirante governatore del Minnesota, il deputato del Tennessee Andy Ogles e Amir Hassan, candidato alla Camera in Michigan, battuto da Thomas J. Smith, un avversario che si era persino ritirato dalla corsa. Il risultato peggiore, però, riguarda i governatorati. Cinque dei dieci candidati sconfitti puntavano alla guida di uno Stato, contro i tre del 2022. Nelle primarie in cui non sosteneva un governatore uscente, Trump ha perso il 42% delle competizioni, vale a dire 5 su 12. Degenfelder e Lauf hanno inoltre ottenuto due dei tre risultati peggiori mai registrati da candidati appoggiati dal presidente.

Trump ha reagito alla sconfitta di Mills con un messaggio pubblicato mercoledì mattina sui social, sostenendo di avergli chiesto di ritirarsi. "Ho detto al deputato della Florida Cory Mills, un mio amico, di abbandonare la corsa, ma non ha voluto ascoltarmi", ha scritto. "Pensava di poter vincere, quindi come dargli torto? Ora abbiamo un ottimo candidato, Ryan Elijah, che correrà al suo posto". Tale pressione, però, non era mai stata esercitata pubblicamente. A giugno, in occasione del ballottaggio repubblicano per il governatorato della South Carolina, Trump aveva adottato una strategia simile, finendo per sostenere entrambi i candidati quando era ormai evidente che la vicegovernatrice Pam Evette, inizialmente appoggiata da lui, sarebbe stata sconfitta.

Il bilancio può ancora peggiorare


Le primarie ancora in programma potrebbero aggravare il bilancio. Il presidente ha sostenuto Anthony DiLorenzo nel primo distretto del New Hampshire e la senatrice Darline Graham, nominata al seggio appartenuto al fratello Lindsey Graham e attesa martedì prossimo dal ballottaggio delle elezioni suppletive in South Carolina.

Proprio mentre i tre candidati di Trump perdevano le loro primarie, Graham è apparsa in seria difficoltà durante il dibattito contro il suo avversario, il deputato Ralph Norman. Interrogata sulla rilevanza di Taiwan e del Mar Cinese Meridionale per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ha esordito dicendo "sarò sincera", per poi ammettere di non essere "molto preparata sui temi della sicurezza nazionale". Nikki Haley, ex governatrice della South Carolina e alleata di Norman, ha subito rilanciato il filmato della risposta. Se Graham dovesse perdere, diventerebbe la quarta candidata al Senato sostenuta da Trump e sconfitta in una primaria, dopo Luther Strange in Alabama nel 2017, Evan Jenkins in West Virginia nel 2018 e Trent Staggs nello Utah nel 2024.

Secondo Aaron Blake, autore dell'analisi della CNN, queste sconfitte non sarebbero casuali, ma coinciderebbero con i segnali di crescente insofferenza nei confronti di un presidente storicamente impopolare, visibili anche all'interno della sua base. Un recente sondaggio della CNN ha rilevato che, su alcuni temi centrali, la quota di repubblicani e indipendenti di orientamento repubblicano insoddisfatti di Trump raggiunge il 30% o il 40% e, in alcuni casi, supera il 50%. Questo non significa, ovviamente, che il presidente abbia perso il controllo del partito: il suo elevatissimo tasso di vittorie dimostra il contrario. Ma nelle competizioni realmente contendibili la sua indicazione sembra aver perso parte della propria forza decisiva e martedì gli elettori chiamati a seguirla l'hanno ignorata in tutti e tre i casi.


In Florida si vota per le primarie a governatore e il candidato di Trump è il favorito


La Florida vota oggi, martedì 18 agosto, per le primarie, le elezioni interne con cui i partiti scelgono i candidati per il voto di metà mandato del 3 novembre. È la giornata più piena dell'estate elettorale americana. Si vota anche in Alaska e in Wyoming, ma le corse più importanti si concentrano nel terzo stato più popoloso del paese. La sfida principale è la scelta del candidato repubblicano per la successione del governatore Ron DeSantis, che dopo due mandati non può ricandidarsi. I seggi chiudono alle 19 locali, quando in Italia sarà l'1 di notte di mercoledì (le 2 nella parte nord-occidentale dello stato, che si trova in un altro fuso orario). Quasi due milioni di elettori hanno già votato per posta o in anticipo.

Il favorito per la nomination repubblicana a governatore è Byron Donalds, deputato al terzo mandato che ha l'appoggio del presidente Donald Trump dal febbraio 2025, da prima ancora che annunciasse la candidatura. Se vincesse anche a novembre diventerebbe il primo governatore nero nella storia della Florida. Tra comitato elettorale e PAC alleato (i comitati esterni che negli Stati Uniti raccolgono fondi per le campagne) ha messo insieme 111 milioni di dollari. Nella nostra media, Donalds è al 41%, oltre il doppio degli altri candidati con il vicegovernatore Jay Collins al 18% e l'investitore James Fishback al 17%%. L'ex presidente della Camera statale Paul Renner è al 7%.

Sondaggi · Florida

Donalds arriva al voto sopra il 40 per cento, Collins e Fishback si giocano il secondo posto

Quota di ciascun candidato nella media giornaliera dei sondaggi per la primaria repubblicana a governatore della Florida. Donalds è rimasto davanti per tutta la campagna e chiude al 41,3 per cento; alle sue spalle Collins (17,6) e Fishback (15,9) sono saliti fino a contendersi il secondo posto, con Renner al 7,1. I pallini chiari sono le singole rilevazioni.

10% 20% 30% 40% 50% 9 mesi 6 mesi 3 mesi voto Donalds 41,3 Collins 17,6 Fishback 15,9 Renner 7,1
La media si ferma all'11 agosto 2026, ultimo sondaggio disponibile. Si vota oggi, 18 agosto.

Fonte Elaborazione di Focus America su 35 sondaggi della primaria repubblicana raccolti da Wikipedia, aggiornati al 18 agosto 2026. Le medie giornaliere sono stimate con un filtro di Kalman a livello locale: ogni sondaggio pesa per la dimensione del campione e per l’effetto casa dell’istituto, e i sondaggi commissionati da una parte pesano la metà. Il lisciamento è lo stesso per le quattro linee.

Donalds
Collins
Fishback
Renner

Dei sei sondaggi realizzati da metà luglio, però, quattro danno Donalds intorno al 50% e due lo collocano poco sopra il 30%. L'ultimo, dell'istituto The Public Sentiment Institute, lo vede avanti su Fishback di appena tre punti, 31% a 28%; lo stesso istituto aveva già pubblicato in passato un sondaggio finanziato di nascosto dalla campagna di Fishback. I sondaggisti hanno del resto già sbagliato nelle recenti primarie in Michigan e Wisconsin. Sulla corsa pesa anche l'ostilità di DeSantis, che ha criticato la candidatura di Donalds senza appoggiare nessun altro candidato, nemmeno il suo vice Collins. E l'appoggio di Trump non è una garanzia. In questo ciclo elettorale quattro dei dodici candidati da lui sostenuti nelle primarie repubblicane per governatore senza un uscente hanno perso.

Fishback, 31 anni, ex fondatore di una società di investimenti cresciuto nella contea di Broward, ha costruito la sua rimonta con attacchi personali contro Donalds, che è nero, spesso a sfondo razzista. Lo ha definito uno "schiavo" delle grandi aziende e un "assunto per la diversità". Ad agosto lo ha anche accusato di essere indagato per traffico sessuale, un'affermazione che il Dipartimento di Giustizia ha definito falsa.

Fishback ha il sostegno di ambienti dell'estrema destra online, compresi quelli legati al suprematista bianco Nick Fuentes. Allo stesso tempo ha fatto breccia tra i giovani con proposte populiste: aiuti pubblici alle giovani famiglie per comprare casa, limiti ai fondi che acquistano abitazioni per affittarle, difesa dell'ambiente dal cemento e divieto totale dei data center per l'intelligenza artificiale. Negli ultimi mesi ha più che raddoppiato i suoi consensi nei sondaggi, mentre Donalds lo ha liquidato come uno che "gioca per l'algoritmo".

Proprio i data center sono diventati un tema in tutto lo stato, dalla corsa a governatore alle elezioni di contea. Fishback promette di vietarli, Renner propone una moratoria e Donalds, criticato dagli avversari per i finanziamenti ricevuti dal settore, ha risposto che "non ci sarà nessun divieto". Chi vince la primaria repubblicana affronterà a novembre il probabile candidato democratico David Jolly, un ex deputato repubblicano che ha lasciato il partito durante il primo mandato di Trump. La Florida non elegge un governatore democratico da più di trent'anni, ma i sondaggi sul confronto diretto danno Donalds avanti di appena cinque punti.

Per il Senato la primaria da seguire è quella democratica, che decide chi sfiderà la senatrice repubblicana Ashley Moody in un'elezione speciale, cioè un voto fuori calendario per un seggio che Moody occupa per nomina, senza essere mai stata eletta. Il favorito è Alex Vindman, tenente colonnello dell'esercito in pensione e testimone chiave nel primo procedimento di impeachment contro Trump, nel 2019. Ha raccolto 16,3 milioni di dollari, più degli 11,3 della stessa Moody.

La sua rivale, la deputata statale Angie Nixon, progressista nata a Jacksonville, ha raccolto circa un sedicesimo di quella cifra, ma ha radici politiche locali che a Vindman mancano. L'ex militare si è trasferito in Florida solo nel 2023. A maggio Nixon ha ricevuto il primo richiamo formale in vent'anni dell'assemblea statale per una protesta con il megafono contro la nuova mappa dei collegi. L'unico sondaggio pubblico, di inizio luglio, dava Vindman avanti 34% a 24%.

Alla Camera si vota per la prima volta con la nuova mappa dei collegi che i repubblicani della Florida hanno approvato in primavera su spinta di DeSantis, un caso di gerrymandering, cioè il ridisegno dei confini elettorali a vantaggio del partito che li traccia, pensato per strappare quattro seggi ai democratici. Il democratico moderato Jared Moskowitz corre ora in un collegio che Trump avrebbe vinto di nove punti nel 2024. Prima di novembre deve superare la sfida interna di Oliver Larkin, sindacalista iscritto ai Democratic Socialists of America, l'organizzazione della sinistra socialista americana. Larkin lo accusa di essere troppo moderato e troppo vicino a Israele.

Debbie Wasserman Schultz, ex presidente del Partito Democratico nazionale, si è invece candidata nel 20° distretto, un collegio a maggioranza nera dove oggi rappresenta appena il 2% degli abitanti. La scelta ha irritato molti dirigenti locali, secondo cui il seggio dovrebbe andare a un candidato nero, ma i quattro principali sfidanti rischiano di dividersi i voti. Tra loro ci sono l'attivista progressista Elijah Manley, il rapper Luther Campbell dei 2 Live Crew e l'ex deputata Sheila Cherfilus-McCormick. Quest'ultima si è dimessa ad aprile dopo che la commissione Etica della Camera l'aveva accusata di aver spostato illegalmente fondi dall'azienda di famiglia alla sua campagna.

Le candidature di Larkin, di Manley e della stessa Nixon sono il nuovo banco di prova della sinistra socialista, reduce da diverse vittorie nelle primarie democratiche di quest'estate. Il terreno però è ostile, perché Trump ha vinto lo stato di 13 punti nel 2024 e il socialismo resta una parola respinta da molte comunità di origine cubana e venezuelana del sud. Venerdì i tre hanno chiuso la campagna con un comizio comune a Fort Lauderdale insieme alla deputata Rashida Tlaib, tra le proteste di alcuni democratici locali. Una vittoria di uno qualsiasi dei tre sarebbe una grossa sorpresa.

La primaria più curiosa è quella repubblicana del 19° distretto, il collegio sicuro lasciato libero da Donalds nel sud-ovest dello stato, che il New York Times ha raccontato come una gara tra candidati arrivati da fuori. Dei dieci in lizza, sei hanno già corso per la Camera in altri stati e due sono ex deputati travolti dagli scandali. Il primo è Madison Cawthorn del North Carolina, il secondo è Chris Collins di New York, che si dimise nel 2019 prima di dichiararsi colpevole di insider trading e fu poi graziato da Trump. La favorita è Catalina Lauf, 33 anni, consigliera del dipartimento del Commercio durante la prima amministrazione Trump. Il presidente l'ha appoggiata la settimana scorsa, anche se ha già perso due corse per il Congresso in Illinois. Sulla scheda c'è pure Jim Oberweis, che la batté in una di quelle primarie nel 2020.

Nel 7° distretto, tra i sobborghi di Orlando e Daytona Beach, il deputato repubblicano Cory Mills cerca il terzo mandato nonostante i molti guai. Su di lui pesano un'indagine del Dipartimento di Giustizia sulle sue finanze, un'inchiesta della commissione Etica della Camera per presunte violenze contro una ex compagna e irregolarità nei conti elettorali, oltre a un ordine restrittivo ottenuto nel 2025 da un'ex fidanzata. Trump lo ha appoggiato a febbraio, ma da allora non lo ha più nominato. DeSantis ha detto venerdì di non sostenerlo e due deputati repubblicani dello stato si sono schierati con il principale sfidante, l'ex conduttore televisivo Ryan Elijah. Anche qui i sondaggi si contraddicono. A inizio agosto Mills era avanti 30% a 14%, mentre una rilevazione di metà agosto dava Elijah avanti 44% a 27%. I democratici sperano paradossalmente in una vittoria di Mills, che renderebbe più contendibile a novembre un collegio vinto da Trump di 12 punti.

La nuova mappa complica la vita anche ai democratici Kathy Castor, a Tampa, e Darren Soto, nell'area di Orlando. I loro collegi sono stati ridisegnati per essere molto più favorevoli ai repubblicani e le primarie per scegliere i loro sfidanti sono affollate, senza favoriti chiari.

Fuori dalla Florida, l'Alaska usa una primaria unica in cui tutti i candidati di tutti i partiti compaiono sulla stessa scheda e i primi quattro passano al voto di novembre. Per la carica di governatore ci sono 17 candidati, mentre al Senato tenta il ritorno l'ex deputata democratica Mary Peltola. In Wyoming la sezione statale del Freedom Caucus, la corrente più a destra dei repubblicani, punta ad allargare i successi ottenuti due anni fa nel parlamento locale. Si tengono infine due elezioni speciali. In Pennsylvania i democratici provano a strappare ai repubblicani un seggio conservatore della Camera statale, per rafforzare la loro maggioranza risicata. In California si sceglie invece il sostituto di Eric Swalwell, il deputato democratico dimessosi ad aprile dopo le accuse di violenza sessuale arrivate da diverse donne.


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«Se non rispetto le promesse, spernacchiatemi», diceva Salvini nel 2022.

Poi prometteva di superare la legge Fornero e portare Quota 41: è arrivato al governo e, come sempre, quelle promesse sono finite nel dimenticatoio.

Il voltagabbana Salvini sembra soffrire di una curiosa perdita di memoria politica a breve termine.

E tu, te lo ricordi?

Video di Francesca Romana D’Antuono, già copresidente di Volt Europa.

#Salvini #Pensioni #Quota41 #LeggeFornero #PoliticaItaliana #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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RIFONDAZIONE IN FESTA home.rifondazione.eu/2026/08/2… #Evidenza

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Il vaccino a mRNA di Moderna contro il melanoma supera la prova decisiva


La terapia a mRNA sviluppata da Moderna e Merck raggiunge gli obiettivi della fase 3. Il titolo Moderna vola del 131% a Wall Street.

Il vaccino terapeutico personalizzato sviluppato da Moderna insieme a Merck ha raggiunto gli obiettivi principali della sperimentazione di fase 3 sui pazienti operati per un melanoma ad alto rischio, hanno annunciato mercoledì le due aziende statunitensi. È il primo studio in fase avanzata a ottenere risultati positivi per una terapia oncologica personalizzata a mRNA e rappresenta un'importante conferma di decenni di ricerche sui trattamenti costruiti in base alle mutazioni del tumore di ciascun paziente.

Il titolo di Moderna, che nella mattinata di mercoledì guadagnava circa il 90% secondo il Wall Street Journal, ha raggiunto i 163 dollari durante la seduta e ha chiuso intorno ai 145 dollari, contro i circa 63 dollari del giorno precedente. Il rialzo, pari a circa il 131%, è stato il maggiore mai registrato in una sola giornata dalla società. Merck ha guadagnato invece circa il 9%. Ai massimi della mattinata, le due aziende erano avviate ad aggiungere complessivamente oltre 50 miliardi di dollari alla propria capitalizzazione, mentre alla chiusura, la sola Moderna ne ha guadagnati circa 32, passando da 24 a 56 miliardi.

Lo studio INTerpath-001 ha coinvolto 1.137 pazienti con un melanoma cutaneo di stadio compreso tra IIB e IV, completamente asportato. I partecipanti sono stati assegnati in modo casuale, con un rapporto di due a uno, a ricevere per circa 56 settimane la combinazione di intismeran autogene e Keytruda oppure il solo Keytruda, un'immunoterapia già impiegata contro questo tumore. Il vaccino è stato somministrato ogni tre settimane, per un massimo di nove dosi, mentre Keytruda è stato somministrato ogni sei settimane, fino a nove cicli.

La combinazione ha raggiunto l'obiettivo principale dello studio, prolungando il periodo senza recidive, e uno dei principali obiettivi secondari, riducendo il rischio di metastasi a distanza. Le aziende non hanno però ancora diffuso i dati completi: l'entità della riduzione del rischio e i risultati sulla sopravvivenza saranno presentati a un congresso medico entro la fine dell'anno. Nello studio di fase 2b KEYNOTE-942, la stessa combinazione aveva ridotto del 49% il rischio di recidiva o morte e del 59% quello di metastasi a distanza o morte rispetto al solo Keytruda. Quanto alla sicurezza, Moderna e Merck hanno dichiarato di non aver rilevato nuovi segnali rispetto agli studi precedenti.

Un vaccino costruito sul tumore di ciascun paziente


Intismeran non previene un'infezione, come fanno i vaccini tradizionali, ma è una terapia realizzata su misura per ogni paziente. Dopo l'intervento chirurgico, i medici inviano un campione di sangue e una biopsia del tumore. Analizzandone il profilo genetico, individuano le mutazioni delle cellule tumorali che hanno maggiori probabilità di essere riconosciute dal sistema immunitario. Queste informazioni vengono codificate nell'mRNA e impiegate per produrre il vaccino.

Il processo richiede circa sei settimane dalla biopsia. Nel frattempo, il paziente si riprende dall'operazione e comincia il trattamento con Keytruda, mentre viene preparata la sua dose personalizzata. Le due aziende collaborano dal 2016 e hanno scelto di cominciare dal melanoma perché questo tipo di tumore presenta generalmente molte mutazioni e offre quindi un maggior numero di possibili bersagli al sistema immunitario.

Sono già in corso sperimentazioni su altri tumori, tra cui quelli della vescica e del rene e una delle forme più comuni di cancro al polmone. Secondo gli analisti, il risultato ottenuto nel melanoma rappresenta un segnale incoraggiante anche per questi studi. "Ho la sensazione che questo sia soltanto l'inizio di un nuovo campo", ha detto Jane Healy, vicepresidente dell'oncologia di Merck, spiegando che l'obiettivo è offrire ai pazienti più tempo libero dalla malattia e dalle terapie.

La scommessa oncologica di Moderna


Per Moderna il risultato apre le porte del mercato dei farmaci oncologici, che vale oltre 240 miliardi di dollari, dopo anni consecutivi di perdite e il calo delle vendite dei vaccini contro il Covid. "Adesso siamo un'azienda oncologica", ha dichiarato l'amministratore delegato Stéphane Bancel. Secondo lei, entro Natale Moderna potrebbe tornare a registrare una crescita delle vendite per la prima volta in quattro anni. La società punta a portare il farmaco sul mercato nel 2027. Nel comunicato ufficiale Bancel ha parlato del "potenziale trasformativo" della tecnologia nel trattamento del melanoma operato.

La capitalizzazione di Moderna resta comunque lontana dal massimo di oltre 180 miliardi di dollari raggiunto nel settembre 2021, dopo il lancio del vaccino contro il Covid. Di recente la società ha ottenuto l'approvazione anche per il suo vaccino antinfluenzale a mRNA, che secondo gli analisti dovrebbe incidere sui conti soprattutto nel lungo periodo. Per Merck la posta in gioco è diversa. Keytruda è uno dei farmaci più venduti al mondo, ma nei prossimi anni perderà la protezione brevettuale: combinarlo con il vaccino personalizzato potrebbe aiutare l'azienda ad attenuare le conseguenze della scadenza.

Geoff Meacham, analista di Citi, ha osservato che, senza conoscere i dati completi, è ancora difficile valutare il potenziale commerciale del vaccino. Un'adozione su larga scala richiederà risultati comparabili anche contro altri tumori e la dimostrazione che un processo produttivo così personalizzato possa essere ampliato in modo sostenibile. Prima dell'annuncio, lo stesso Meacham aveva definito lo studio un possibile "catalizzatore decisivo" per il settore oncologico di Moderna, aggiungendo che risultati solidi avrebbero potuto accelerare l'esame della Food and Drug Administration.

I vaccini oncologici personalizzati restano comunque complessi e costosi da produrre. Non è ancora chiaro quanto potranno essere accessibili in caso di approvazione. Finora, negli Stati Uniti, il principale precedente è Provenge, un'immunoterapia cellulare personalizzata per il tumore della prostata. Insomma, la Borsa ha scommesso decine di miliardi di dollari su un risultato di cui non si conosce ancora l'entità. I dati completi arriveranno solo entro la fine dell'anno e saranno gli stessi sui quali dovrà poi pronunciarsi in via definitiva la Food and Drug Administration.

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La rassegna stampa di giovedì 20 agosto 2026


Il debito federale sfonda i 40 mila miliardi mentre la Fed teme l'inflazione, Trump lancia una guerra economica contro l'Iran e tratta i dazi con il Canada, Pyongyang smentisce i contatti con Washington e in Florida la sinistra conquista le primarie democratiche

Questa è la rassegna stampa di giovedì 20 agosto 2026

Il debito pubblico americano supera i 40 mila miliardi di dollari


Il debito federale degli Stati Uniti ha oltrepassato per la prima volta la soglia dei 40 mila miliardi di dollari, raddoppiando in poco più di dieci anni, mentre il rendimento dei titoli a trent'anni ha toccato il livello più alto da quasi vent'anni. I verbali dell'ultima riunione della Federal Reserve mostrano che diversi membri temono un'inflazione ancora elevata e non escludono un rialzo dei tassi entro fine anno. Le promesse dell'Amministrazione di ridurre l'indebitamento sono state vanificate dalle spese per la guerra con l'Iran, dai tagli fiscali e dai rimborsi sui dazi.

Fonti: New York Times, BBC News, Financial Times

Trump annuncia una "guerra economica" senza precedenti contro l'Iran


Il presidente Donald Trump ha annunciato quella che ha definito la "più devastante operazione economica di sempre" contro l'Iran, minacciando "tremende conseguenze economiche" per qualunque Paese continui ad aiutare Teheran. L'iniziativa arriva dopo la scadenza di una tregua di sessanta giorni e mentre gli Stati Uniti cercano di riaprire lo Stretto di Hormuz, di fatto chiuso da inizio marzo. Gli Emirati Arabi Uniti, principale partner commerciale regionale dell'Iran, hanno intanto annunciato un embargo totale sulle transazioni con Teheran.

Fonti: Bloomberg, BBC News, The Hill

Stati Uniti e Canada verso un accordo commerciale prima della scadenza sui dazi


Washington e Ottawa hanno dichiarato di essere vicine a finalizzare un'intesa commerciale, con il primo ministro Mark Carney che ha parlato di "progressi significativi" a pochi giorni da una nuova scadenza sui dazi fissata per il fine settimana. Secondo alcune indiscrezioni l'Amministrazione sarebbe pronta a ridurre al 15% i dazi sulle automobili canadesi. Restano sul tavolo dossier delicati, come la possibile riapertura dell'oleodotto Keystone XL.

Fonti: BBC News, Bloomberg, Financial Times

Trump dice di voler incontrare Kim Jong Un, ma Pyongyang smentisce i contatti


Il presidente Trump ha affermato che il leader nordcoreano Kim Jong Un avrebbe risposto a una sua richiesta di dialogo e ha detto di sperare in un incontro entro l'anno. La sorella di Kim, Kim Yo-jong, ha però smentito qualsiasi comunicazione con Washington e ha liquidato la decisione statunitense di ridurre le esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud. Il presidente sudcoreano Lee Jae-myung ha invece elogiato la "determinazione" di Trump per la pace nella penisola.

Fonti: New York Times, Financial Times, Bloomberg

In Florida vince a sorpresa la socialista Angie Nixon, nuova scossa per i democratici


La deputata statale Angie Nixon ha vinto a sorpresa le primarie democratiche per il Senato in Florida puntando su un messaggio economico di sinistra incentrato sul costo della vita, battendo l'ex tenente colonnello Alexander Vindman. Il risultato alimenta il dibattito interno tra l'ala progressista e l'establishment del partito. Nella stessa tornata di primarie diversi candidati sostenuti da Trump sono stati sconfitti, anche nel Wyoming, dove l'ala più radicale del Partito repubblicano ha subito una netta bocciatura.

Fonti: Wall Street Journal, The Guardian, New York Times

Il vaccino di Moderna contro il melanoma mostra risultati promettenti


L'azienda farmaceutica americana Moderna ha annunciato che il suo vaccino contro il cancro della pelle, sviluppato insieme a Merck, ha raggiunto l'obiettivo di prevenire il ritorno del melanoma in una sperimentazione clinica. La tecnologia si basa sulla stessa piattaforma a mRNA che aveva permesso di produrre rapidamente i vaccini contro il Covid cinque anni fa. Alla notizia le azioni di Moderna sono balzate in Borsa, arrivando quasi a triplicare il proprio valore.

Fonti: Semafor, Financial Times, Axios

La battaglia sui data center diventa un caso politico negli Stati Uniti


La costruzione di nuovi data center per l'intelligenza artificiale sta generando crescenti tensioni politiche, con il timore di un contraccolpo elettorale che potrebbe costare ai repubblicani un seggio al Senato in Ohio. I critici denunciano problemi legati al consumo energetico, all'impatto ambientale e all'aumento delle bollette per i residenti. Diversi esponenti di entrambi i partiti chiedono ora una strategia nazionale per collocare gli impianti dove l'energia è sufficiente, senza penalizzare le comunità circostanti.

Fonti: The Guardian, Bloomberg, Axios

L'Amministrazione stringe sui migranti, tra liste per l'ICE e freno ai rimborsi fiscali


Nella contea di Canyon, in Idaho, alcuni agenti di sorveglianza hanno compilato una lista di persone nate all'estero da consegnare all'ICE senza verificare se si trovassero irregolarmente nel Paese, sollevando l'allarme dei critici. Sul fronte fiscale, il Dipartimento del Tesoro e l'agenzia delle entrate hanno proposto nuove restrizioni all'accesso di alcuni immigrati ai crediti d'imposta rimborsabili. Le misure rientrano negli sforzi dell'Amministrazione per limitare l'accesso dei non cittadini ai benefici federali.

Fonti: Fox News, The Hill

Caso Kirk, per l'accusa il proiettile inciso prova la matrice politica


I procuratori sostengono che il proiettile usato per uccidere il commentatore conservatore Charlie Kirk dimostri che l'attentatore, il giovane Tyler Robinson, avesse preso di mira la vittima per le sue idee politiche. Su una delle cartucce del fucile del nonno dell'imputato sarebbe stata incisa la scritta "Ehi fascista, prendi". L'accusa ha citato anche alcuni messaggi di testo attribuiti al sospettato a sostegno della propria ricostruzione.

Fonti: The Hill

Dagli Stati Uniti, la morte di Hayden Panettiere e il ritorno di Harry e Meghan


Le autorità americane, con il coinvolgimento della DEA, indagano sulla morte a trentasei anni dell'attrice Hayden Panettiere, star di "Nashville" e "Heroes", che in passato aveva parlato apertamente della propria dipendenza, mentre la polizia locale non ha finora rilevato indizi di reato. Sul fronte britannico, il principe Harry e Meghan hanno deciso di tornare a vivere nel Regno Unito dopo sei anni negli Stati Uniti, pur restando membri non operativi della famiglia reale. Fa discutere anche l'attore Larry David, che ha attaccato l'ex amico e avvocato di Trump Alan Dershowitz.

Fonti: New York Times, New York Times, The Guardian

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