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Ein geplantes Gesetz soll mehr Automatisierung in #BAMF, Ausländerbehörden und Co. bringen. Die Integrationsbeauftragte begrüßt den #KI-Einsatz in der Migrationsverwaltung. Doch Menschenrechtsorganisationen warnen vor Diskriminierung und Entscheidungen über Menschenleben.

netzpolitik.org/2026/ki-in-der…

#ki #bamf
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Trump minaccia di bombardare l'Oman, mentre il negoziato con l'Iran è ancora in stallo


Il presidente accusa l'Oman di ostacolare un accordo sul nucleare e la riapertura dello Stretto di Hormuz. Al Senato il democratico Tim Kaine prepara una risoluzione per impedire un attacco.

Donald Trump ha minacciato di bombardare l'Oman, accusando il sultanato di ostacolare un accordo con l'Iran. "Non credo che si siano comportati molto bene, ma potremmo occuparci di loro molto facilmente, proprio come abbiamo fatto con gli altri", ha detto lunedì ai giornalisti nello Studio Ovale, senza spiegare che cosa avessero fatto i funzionari omaniti per suscitare la sua irritazione. Lo stesso giorno, in un'intervista a Fox News, era stato molto più esplicito: se l'Oman "si mettesse di mezzo", ha affermato ricorrendo a un'espressione volgare, gli Stati Uniti lo bombarderanno "di santa ragione".

Per settimane la Casa Bianca aveva assicurato che l'Iran fosse vicino alla firma di un'intesa sul nucleare e che l'Oman potesse contribuire alla riapertura dello Stretto di Hormuz. Il piccolo Paese del Golfo era così finito al centro dei tentativi diplomatici per porre fine alla guerra. Il quadro, hanno riferito funzionari americani al Wall Street Journal, resta però confuso. L'Oman, affacciato sulla sponda meridionale dello Stretto, sta trattando con Teheran per consentire il passaggio di un maggior numero di navi commerciali. Nei giorni scorsi l'Iran ha annunciato che le due parti avevano raggiunto un'intesa sui transiti e stavano preparando una dichiarazione congiunta.

Washington ritiene che il negoziato possa allentare la pressione sul mercato energetico globale e sul prezzo della benzina negli Stati Uniti. All'interno dell'Amministrazione, tuttavia, resta il timore che l'Oman aiuti l'Iran a ottenere un accordo sul nucleare più favorevole a Teheran. Sarebbe proprio questo sospetto ad alimentare la rabbia del presidente. L'Oman è soltanto l'ultimo Paese finito nel mirino di Trump per non aver fatto abbastanza, a suo giudizio, per porre fine alla guerra contro l'Iran avviata dagli Stati Uniti insieme a Israele.

Domenica il presidente ha ordinato al Pentagono di ridurre in modo sostanziale le esercitazioni congiunte con la Corea del Sud, sostenendo che Seoul si fosse rifiutata di aiutare Washington a riaprire Hormuz. Trump lo ha annunciato su Truth Social poche ore prima dell'inizio delle manovre, rivendicando al tempo stesso la propria "ottima relazione" con Kim Jong Un. Le esercitazioni Ulchi Freedom Shield sono comunque cominciate lunedì.

"Ci dareste una piccola mano?", ha raccontato di aver chiesto al presidente sudcoreano Lee Jae Myung, precisando subito dopo che gli Stati Uniti non avevano realmente bisogno di aiuto. "Mi ha detto: no, grazie. E io gli ho risposto: un momento, abbiamo 39.000 soldati laggiù che vi proteggono da Kim Jong Un, il vostro vicino di casa, e voi non ci aiutate in un'operazione militare molto semplice in Iran? È strano". Il contingente statunitense in Corea del Sud conta in realtà circa 28.500 militari. Trump si è lamentato anche di alleati europei come il Regno Unito e la Spagna, riproponendo la sua consueta accusa secondo cui gli altri Paesi otterrebbero dagli Stati Uniti molto più di quanto offrano in cambio.

Guerra in Iran · Stretto di Hormuz

Lo Stretto di Hormuz si è svuotato, e Trump presenta il conto agli alleati

Prima della guerra dallo Stretto passavano 21,6 milioni di barili al giorno. Nell’ultimo trimestre ne sono passati 4,9. Il memorandum firmato con l’Iran a giugno è scaduto senza accordo e il presidente accusa un alleato dopo l’altro di non averlo aiutato a riaprire il passaggio.

Grafica di FocusAmerica 18 agosto 2026

La strozzatura

Un braccio di mare che l’Iran e l’Oman si dividono


La sponda nord dello Stretto è iraniana, quella sud omanita: le acque territoriali dei due Paesi coprono l’intero passaggio. È questa geografia a rendere l’Oman indispensabile in ogni trattativa sulla riapertura. Nel punto più stretto il canale misura circa 33 chilometri e le corsie di navigazione sono larghe poco più di tre chilometri per senso di marcia.

Lo Stretto di Hormuz separa l’Iran, a nord, dalla penisola omanita del Musandam, a sud. È l’unica via di mare tra il Golfo Persico e l’oceano aperto.

Una sagoma = un milione di barili al giorno Quarto trimestre 2025. L’ultimo trimestre prima della guerra: 21,6 milioni di barili al giorno.

Il canale si chiude, trimestre per trimestre
Tocca un trimestre per cambiare la mappa

  • Primo trimestre 202520,9
  • Secondo trimestre 202521,0
  • Terzo trimestre 202521,3
  • Quarto trimestre 202521,6
  • Primo trimestre 202614,9
  • Secondo trimestre 20264,9

Sono 16,7 milioni di barili al giorno in meno rispetto all’ultimo trimestre di pace. Il gas naturale liquefatto ha seguito la stessa curva: dagli 11,7 miliardi di piedi cubi al giorno di inizio 2025 agli 0,8 del secondo trimestre 2026. Sul terzo trimestre la EIA non ha ancora pubblicato i dati.

28 febbraio
Stati Uniti e Israele attaccano l’Iran. Teheran risponde colpendo il traffico commerciale e rivendicando il controllo dello Stretto.

7 aprile
Una tregua di due settimane. Washington e Teheran la annunciano dopo i colloqui di Islamabad. Entrambe rivendicano la vittoria.

Giugno
Il memorandum. Si apre una finestra di sessanta giorni per un accordo complessivo sul nucleare e sulla riapertura del passaggio.

Inizio luglio
La tregua si rompe. Il cessate il fuoco collassa, ma la finestra negoziale resta formalmente aperta.

17 agosto
La finestra si chiude senza accordo. Lo stesso giorno Trump minaccia di bombardare l’Oman e il senatore Tim Kaine annuncia una risoluzione sui poteri di guerra per impedirlo.

Il conto agli alleati

Chi, secondo Trump, non ha fatto abbastanza


Dall’inizio della guerra il presidente accusa un Paese dopo l’altro di non aiutare gli Stati Uniti a riaprire lo Stretto. Ecco che cosa è successo a ciascuno.

Oman
Minacciato di raid
Trump dice che gli Stati Uniti potrebbero occuparsene molto facilmente. Il sultanato sta trattando con Teheran per far passare più navi commerciali e alcuni collaboratori del presidente lo accusano in privato di fare il doppio gioco.

Corea del Sud
Esercitazioni ridotte
Il presidente ordina al Pentagono di tagliare le manovre congiunte, sostenendo che Seul si sia rifiutata di aiutare. Le esercitazioni Ulchi Freedom Shield sono cominciate lo stesso.

Regno Unito e Spagna
Accusati in pubblico
Trump ripropone la sua accusa abituale: gli alleati otterrebbero dagli Stati Uniti molto più di quanto offrono in cambio.

Qatar e Pakistan
Promossi mediatori
Washington affida ormai a loro i contatti con Teheran. L’Oman, che era al centro dei colloqui, esce di scena.

Il numero che continua a cambiare

Quanti militari americani ci sono davvero in Corea del Sud


La parte piena è il contingente fissato dalla legge sulla difesa. La parte tratteggiata è quanto il presidente ci aggiunge quando cita la cifra in pubblico.

  • Legge sulla difesa28.500
  • Trump, 17 agosto39.000
  • Trump, 6 aprile45.000


Fonte Flussi nello Stretto: Energy Information Administration, Global Energy Security Data, 12 agosto 2026. Contingente in Corea del Sud: National Defense Authorization Act e Congressional Research Service. Ricostruzione diplomatica: Wall Street Journal. Geometrie costiere: Natural Earth.

Lo scontro interno alla Casa Bianca


Alcuni collaboratori di primo piano della Casa Bianca, intanto, accusano in privato l'Oman di fare il doppio gioco e di essere schierato, nei fatti, con l'Iran anziché impegnato nella ricerca del miglior compromesso possibile tra Washington e Teheran. Altri ritengono invece che gli storici rapporti tra i due Paesi rappresentino una risorsa per la mediazione e che Trump stia cercando un capro espiatorio per il mancato accordo sul nucleare. "Le minacce di Trump non fanno che incoraggiare gli iraniani, che vi scorgono un ulteriore segnale di debolezza", ha detto al Wall Street Journal Steven Cook, esperto di Medio Oriente del Council on Foreign Relations.

Secondo Cook, è l'Iran a spingere l'Oman verso un piano congiunto, in modo da presentare la gestione dei transiti come un progetto legittimo e condiviso dalle due sponde dello Stretto. Un accordo tra Iran e Oman rischierebbe tuttavia di consolidare il controllo di Teheran su Hormuz. Trump vorrebbe invece un'intesa che riaprisse completamente il passaggio, dal quale prima della guerra transitavano circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, pari a circa il 20% del consumo mondiale di prodotti petroliferi liquidi, secondo l'Energy Information Administration.

La finestra di 60 giorni prevista dal Memorandum concluso a giugno tra Stati Uniti e Iran per raggiungere un accordo complessivo è scaduta lunedì senza che le parti trovassero un'intesa. La tregua prevista dal documento era peraltro già collassata all'inizio di luglio. La via d'uscita dal conflitto resta quindi poco chiara: Washington si affida ormai soprattutto a Qatar e Pakistan come mediatori, mentre l'Oman, inizialmente al centro dei colloqui, sembra essere stato messo da parte. Trump avrebbe persino confidato ai propri collaboratori di essere disposto a dichiarare bloccato il percorso dell'Iran verso l'arma nucleare e vinta la guerra, a condizione che Teheran riapra completamente lo Stretto.

Kaine prepara una risoluzione al Senato per bloccare Trump


La minaccia di bombardamenti contro l'Oman ha però già provocato una reazione al Congresso. Il senatore democratico Tim Kaine ha annunciato che, al termine della pausa di agosto, presenterà una risoluzione sui poteri di guerra per impedire un'azione militare contro il sultanato. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha risposto invece che l'imposizione di pedaggi iraniani nello stretto rappresenterebbe una linea rossa per l'Amministrazione:

"Se creiamo un precedente in base al quale uno Stato può decidere di controllare una via d'acqua internazionale, imporre un pedaggio e far saltare in aria le navi che non pagano, avremo creato un precedente molto pericoloso, destinato inevitabilmente a ripetersi in altre parti del mondo".


I rapporti tra Stati Uniti e Oman si sono deteriorati negli ultimi mesi. Il Ministro degli Esteri omanita Badr al-Busaidi, che prima della guerra aveva contribuito a mediare i colloqui tra Stati Uniti e Iran, ha criticato più volte la decisione americana di porre fine a quei negoziati ed attaccare su pressione israeliana. Alla vigilia della prima ondata di raid era intervenuto a "Face the Nation", sulla CBS, nel tentativo di scongiurare il conflitto. "Qualunque sia la vostra opinione sull'Iran, non sono stati loro a volere questa guerra", ha scritto successivamente sui social.


Trump afferma che intende dichiarare lo Stretto di Hormuz territorio degli Stati Uniti


“Dopo che avremo finito di battere l’Iran, che sta già subendo una pesantissima sconfitta, molto presto dichiarerò lo Stretto di Hormuz territorio degli Stati Uniti”. Queste sono le parole dette questa sera da Donald Trump sul palco a Garden City, a Long Island, davanti agli agenti di un’accademia di polizia, durante un intervento dedicato ai risultati della sua Amministrazione nella lotta alla criminalità.

Trump: After we finish defeating Iran, I will be declaring the Hormuz Strait a territory of the United States. pic.twitter.com/8cu9gem82b
— Acyn (@Acyn) August 14, 2026


Nel suo intervento il presidente non ha però spiegato su quale base giuridica o con quali strumenti Washington potrebbe rivendicare la sovranità su una delle principali rotte marittime mondiali. Lo Stretto di Hormuz, infatti, collega il Golfo Persico al Golfo di Oman. Le sue acque territoriali appartengono all’Iran, sulla sponda settentrionale, e all’Oman, su quella meridionale.

Prima della guerra attraverso il passaggio transitava circa il 20% del petrolio mondiale e una quota significativa delle esportazioni globali di gas naturale liquefatto. Il traffico si è ormai ridotto a una frazione dei livelli precedenti al conflitto: lunedì, ad esempio, sono transitate appena 8 navi, contro più di 130 al giorno nei mesi precedenti.

Il blocco dello Stretto e la pressione sui mercati energetici


La guerra tra Stati Uniti e Iran ha, insomma, quasi del tutto paralizzato il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz, con conseguenze immediate sui mercati energetici mondiali. Così nei giorni scorsi il greggio si è avvicinato di nuovo a quota 90 dollari al barile, mentre Washington e Teheran restano ancora lontane da un’intesa definitiva che consenta di riaprire stabilmente lo Stretto.

Dal 28 febbraio, quando Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran, Trump sostiene che il controllo effettivo dello stretto sia ormai finito nelle mani di Washington. Il presidente ha ordinato per due volte un blocco navale nell’area e ha ripetutamente rivendicato la capacità degli Stati Uniti di decidere quali navi e quali esportazioni petrolifere possano attraversare la regione. Il 10 agosto aveva inoltre chiesto a Teheran di pagare risarcimenti per le vittime degli attacchi attribuiti alla Repubblica islamica e della repressione delle proteste interne.

Lo scontro con Teheran sul “controllo totale”


Una settimana prima, il 3 agosto, Trump aveva accusato l’Iran, con un post pubblicato su Truth Social, di essere “incredibilmente doppiogiochista” per aver negato l’esistenza di colloqui volti a porre fine alla guerra. Aveva liquidato come “le solite chiacchiere” le rivendicazioni iraniane sul controllo di Hormuz e sostenuto che “nulla arriva all’Iran se non lo vogliamo noi e nulla arriverà finché non ci sarà un accordo o una resa totale”.

“Che l’Iran voglia ammetterlo o no, stiamo parlando della soluzione di un problema che loro hanno causato, per decenni”, aveva aggiunto. Mercoledì però la Persian Gulf Strait Authority, ovvero il nuovo organismo istituito dall’Iran a maggio per gestire il traffico nello stretto, ha risposto su X alle dichiarazioni americane secondo cui Hormuz non sarebbe più bloccato.

Claims and repeated posts by U.S. officials that the Strait of Hormuz is no longer blocked do not change the reality: the Strait of Hormuz remains blocked and will not be reopened until Iran’s conditions are accepted.
— PGSA | نهاد مدیریت آبراه خلیج فارس (@PGSA_IRAN) August 12, 2026


Le affermazioni dei funzionari statunitensi, aveva scritto l’ente, “non cambiano la realtà: lo Stretto di Hormuz resta bloccato e non sarà riaperto finché le condizioni dell’Iran non saranno accettate”. Il messaggio era una replica diretta proprio a Trump, che nei giorni precedenti aveva rivendicato ancora una volta il “controllo totale” del passaggio da parte statunitense.


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Un numero scritto sul corpo.
Non è una scena del passato: è successo il 17 agosto 2026 a Qabatiya, nella Cisgiordania occupata.

L’esercito israeliano lo ha confermato: durante un raid con perquisizioni in circa cento edifici, persone palestinesi fermate sono state contrassegnate con numeri a pennarello sulla fronte e sulle braccia, interrogate e poi rilasciate. L’uomo ripreso con il numero 44 ha raccontato di non aver mai vissuto nulla di simile nei precedenti arresti. Un altro fermato ha detto di essere stato trattato «come un animale».

Non è un episodio isolato: pratiche analoghe erano già emerse ad aprile a Jenin e nel 2024 nell’area di Hebron. Già nel 2009 l’esercito israeliano aveva ordinato di interrompere la pratica.

Questa è la scelta, ripetuta e non casuale, di ridurre un essere umano a un codice identificativo: la disumanizzazione cresce in un contesto politico che la rende possibile, normale, persino giustificabile.

L’Unione europea chiede da mesi misure concrete contro la violenza in Cisgiordania.
Ora le parole non bastano più: servono responsabilità, conseguenze e una politica estera europea senza ambiguità né doppi standard.

La dignità umana non è negoziabile.

#Cisgiordania #Palestina #DirittiUmani #Israele #WestBank #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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La rassegna stampa di mercoledì 19 agosto 2026


Trump congela i dazi al 50% sul Canada mentre si avvicina un'intesa commerciale, in Florida la socialista Angie Nixon vince a sorpresa la primaria dem al Senato e Byron Donalds corre per il governatore, il presidente interrompe i colloqui con l'Iran

Questa è la rassegna stampa di mercoledì 19 agosto 2026

Trump congela i dazi al 50% sul Canada, accordo commerciale vicino


Il presidente Donald Trump ha annunciato in tarda serata di martedì di aver sospeso per tre giorni i dazi al 50% su circa 20 miliardi di dollari di merci canadesi, che sarebbero scattati a mezzanotte, sostenendo che i due Paesi hanno raggiunto un'intesa in via di finalizzazione dopo colloqui serrati con il primo ministro Mark Carney. Trump ha anche lasciato intendere una possibile rinascita del contestato oleodotto Keystone XL, mentre Carney è rimasto più cauto, parlando di lavoro ancora da completare.

Fonti: Axios, Wall Street Journal, The New York Times

Primarie in Florida: la socialista Angie Nixon conquista a sorpresa la nomination al Senato


La deputata statale Angie Nixon, iscritta ai Democratic Socialists of America, ha battuto a doppia cifra l'ex testimone dell'impeachment Alex Vindman nelle primarie democratiche per il Senato, pur avendo raccolto meno di un milione di dollari contro i 16,3 milioni dell'avversario. Nella corsa per il governatore il repubblicano Byron Donalds, sostenuto da Trump, sfiderà il democratico David Jolly, mentre il deputato Cory Mills, travolto da un'inchiesta etica, ha perso la sua primaria.

Fonti: The Guardian, Axios, NPR

Il Pentagono riduce le esercitazioni militari con la Corea del Sud


Le forze armate statunitensi e sudcoreane hanno concordato di accorciare di circa la metà le manovre congiunte, chiudendole con una settimana di anticipo, dopo che Trump aveva ordinato al Dipartimento della Difesa di ridurre le esercitazioni con l'alleato chiave. La decisione si inserisce in un più ampio ripensamento delle relazioni con gli alleati storici da parte dell'Amministrazione.

Fonti: The New York Times, ABC News

Trump sceglie Heidi Overton alla guida della Food and Drug Administration


Il presidente ha deciso di nominare Heidi Overton, vicedirettrice del Domestic Policy Council della Casa Bianca, come nuova commissaria della FDA, agenzia rimasta senza guida stabile dopo l'uscita di Marty Makary. Ferma oppositrice del diritto all'aborto e sostenitrice dell'agenda "Make America Healthy Again" del segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr., Overton ha appoggiato la revisione del calendario vaccinale pediatrico, una scelta che ha già suscitato critiche nell'industria farmaceutica e tra alcuni senatori.

Fonti: Wall Street Journal, Axios

Trump interrompe i colloqui con l'Iran e valuta l'isolamento economico di Teheran


Il presidente ha bloccato i negoziati con l'Iran mentre lo stallo diplomatico persiste, con i prezzi del petrolio in rialzo e la Casa Bianca al lavoro su come ottenere l'"isolamento economico" di Teheran. Trump ha inoltre pubblicato sui social una mappa dello stretto di Hormuz definendolo un "nuovo territorio degli Stati Uniti", rilanciando le sue precedenti dichiarazioni sul controllo statunitense del passaggio strategico.

Fonti: Semafor, The Guardian

Disney e ABC fanno causa alla FCC per il rinnovo anticipato delle licenze


Disney e ABC hanno citato in giudizio l'autorità federale per le comunicazioni guidata da Brendan Carr, accusandola di violare il primo emendamento con la richiesta di un rinnovo anticipato delle licenze. La controversia si inserisce nel crescente scontro tra l'Amministrazione e i grandi gruppi mediatici sulla regolazione dell'informazione.

Fonti: BBC News, NPR

Aumenta la pressione dell'ICE sull'immigrazione, un giudice ordina nuovi controlli sui minori


Gli agenti federali hanno iniziato a fermare cittadini haitiani a Springfield, in Ohio, segnalando un'intensificazione delle attività dell'ICE che ha spaventato la comunità. Parallelamente un giudice ha nominato due esperti per monitorare le condizioni di detenzione dei bambini migranti, dopo denunce di ripetute carenze igieniche e di sicurezza, mentre l'ICE ha accusato alcuni deputati democratici di aver "disturbato le operazioni" in un centro in Georgia.

Fonti: The New York Times, The Hill

Il senatore Ossoff attacca Trump, cresce la tensione sull'aiutante Natalie Harp


Il senatore democratico Jon Ossoff ha definito Trump un "presidente disertore e imbroglione" durante un evento elettorale in Georgia, inasprendo lo scontro con la Casa Bianca dopo le sue battute sull'assistente presidenziale Natalie Harp. La figura di Harp, tra le collaboratrici più influenti e discusse del presidente, è diventata oggetto di attenzione trasversale a destra e a sinistra.

Fonti: The Guardian, Wall Street Journal

Gli Stati Uniti annunciano nuove sanzioni contro alti funzionari della Corte penale internazionale


L'Amministrazione ha reso note nuove sanzioni nei confronti di figure di vertice della Corte penale internazionale, inasprendo la linea di Washington contro il tribunale dell'Aia. La mossa segna un ulteriore capitolo nella conflittualità tra gli Stati Uniti e le istituzioni giudiziarie internazionali.

Fonti: BBC News

La Pennsylvania limita la costruzione di data center per l'intelligenza artificiale


Il governatore Josh Shapiro ha firmato un ordine esecutivo che può limitare lo sviluppo dei data center per l'intelligenza artificiale nello Stato, imponendo agli sviluppatori nuove garanzie, tra cui l'obbligo di farsi carico dei costi energetici. La Pennsylvania diventa così l'ultimo Stato a introdurre restrizioni su un settore in rapida espansione ma dall'elevato consumo energetico.

Fonti: Wall Street Journal, The Hill

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Argentinien baut unter Präsident Milei die Massenüberwachung aus – sowohl politisch wie technisch. Ein neuer Bericht von Amnesty International beklagt deswegen erhebliche Gefahren für Meinungs- und Versammlungsfreiheit in dem südamerikanischen Land.

netzpolitik.org/2026/argentini…

in reply to netzpolitik.org

»Palantir-Gründer Thiel steigt bei argentinischem Ölkonzern ein«

derstandard.de/story/300000033…

»Was macht Tech-Autokrat Peter Thiel in Argentinien?«

fr.de/politik/peter-thiel-in-a…

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L'estate in cui gli americani sono diventati luddisti


I cantieri dei datacenter e le telecamere per le targhe sono finiti nel mirino di diverse comunità e sono entrati nella campagna per le elezioni di novembre.

I data center per l'intelligenza artificiale e le telecamere che leggono le targhe delle auto sono diventati il bersaglio delle proteste in diverse comunità degli Stati Uniti. Il malcontento è entrato nella campagna per le elezioni di novembre, quelle che decideranno diversi governatori e il controllo del Congresso.

Le due infrastrutture sono la parte visibile di una tecnologia che di per sé non si vede. Su di loro si scarica la diffidenza verso il futuro promesso dalla Silicon Valley.

Giovedì Flock, l'azienda che ha diffuso negli Stati Uniti i lettori automatici di targhe, ha annunciato alcune modifiche per rispondere ai timori sull'accesso ai dati raccolti dalle sue telecamere, che finiscono alle forze dell'ordine e ad altri clienti. Quelle telecamere usano l'intelligenza artificiale per tracciare i veicoli. L'azienda e le autorità le difendono perché aiutano a combattere la criminalità, ma le segnalazioni di abusi hanno alimentato la protesta durante l'estate.

Carl Gunn, soprannominato "The Flock Blocker", ha attirato l'attenzione a St. Petersburg, in Florida, oscurando le telecamere con un cartello montato su un'asta lunga. È uno dei nuovi eroi popolari nati da questi gesti di resistenza.

Nelle assemblee comunali di tutto il paese si presentano cittadini contrari alla costruzione dei data center, gli enormi capannoni pieni di server su cui gira l'intelligenza artificiale. Alla radice ci sono le obiezioni tipiche di chi non vuole un impianto vicino a casa: il consumo di acqua e il prezzo dell'elettricità. A queste si aggiunge il sospetto che gli amministratori locali stiano favorendo le grandi aziende a spese dei residenti.

In Texas i progetti in cantiere porterebbero a più che quadruplicare il numero di data center, secondo Cleanview, che tiene traccia di queste iniziative. La questione è entrata nella corsa per il governatore, dove Greg Abbott è attaccato dalla sfidante democratica Gina Hinojosa, deputata dell'assemblea legislativa dello Stato, per il sostegno dato in passato alle grandi aziende tecnologiche.

Abbott ha ordinato alle autorità di regolazione di fermare gli allacciamenti dei data center alla rete elettrica dello Stato, in attesa di verifiche sui consumi di acqua ed elettricità. È un'inversione di rotta che ha attirato le critiche del presidente Trump, repubblicano come il governatore. "Per il Texas dire no ai data center è un errore", ha detto al sito Punchbowl News. "I data center potrebbero essere più grandi del petrolio".

Willie Nelson, una delle voci storiche del country americano, ha diffuso a fine luglio un messaggio contro i data center vicino a casa sua, nel Texas centrale: "L'ultima cosa di cui abbiamo bisogno è un data center rumoroso, che ruba acqua e inquina con la luce, da qualche parte vicino alla nostra città". Il conflitto ricalca la vecchia contrapposizione americana tra città e campagna.

Secondo un'analisi pubblicata sul Wall Street Journal, le proteste vanno oltre l'opposizione all'intelligenza artificiale e sono il sintomo del desiderio di un'America senza intelligenza artificiale. Un meme diffuso sui social in queste settimane mette insieme video di vecchi camion, rock classico e una vita più semplice, con la frase "Questo e non sentire mai più parlare di intelligenza artificiale".

Brendan Steinhauser, che una generazione fa ha contribuito a creare il Tea Party, guida oggi l'Alliance for Secure AI, un gruppo bipartisan che chiede al Congresso di regolare l'intelligenza artificiale. Anche il Tea Party nacque sui social media, senza un leader iniziale, prima di diventare una forza politica che ha riscritto molte carriere. "Quando gli eletti o le aziende respingono le persone, le ignorano o le denigrano, è allora che la gente si arrabbia", ha detto al Wall Street Journal. La forza del fenomeno, ha aggiunto, sta nel mettere insieme mondi molto distanti che si presentano alla stessa protesta con cartelli diversi.

All'estremo della contestazione ci sono gli attivisti che chiedono una pausa nello sviluppo dell'intelligenza artificiale, preoccupati per la sicurezza di questi sistemi. Temono che la tecnologia cancelli i posti di lavoro o, nel peggiore dei casi, l'umanità stessa. Sono paure che OpenAI e Anthropic hanno contribuito ad alimentare senza volerlo, con anni di dichiarazioni sui pericoli dell'intelligenza artificiale. Oggi i due laboratori si difendono da attacchi, in alcuni casi violenti, mentre continuano a sviluppare sistemi sempre più avanzati.

Le aziende tecnologiche hanno in programma di spendere insieme migliaia di miliardi di dollari per costruire un mondo intorno alla loro tecnologia. È una cifra che rende difficile per loro contrastare un malcontento che si presenta nelle assemblee comunali e nei seggi. Al fondo delle proteste che attraversano il paese c'è una domanda sola: chi decide il futuro che l'intelligenza artificiale porta con sé.


Anthropic ha sviluppato un modello più avanzato di Mythos, ma non vuole renderlo pubblico


Anthropic ha addestrato un modello leggermente più avanzato di Mythos 5, il suo attuale sistema di punta, ma non prevede, al momento, di renderlo disponibile al pubblico. L’azienda lo chiama “Model 2” e ne parla nel rapporto sui rischi pubblicato venerdì 14 luglio, nel quale precisa anche di non avere però alcuna intenzione di rallentare lo sviluppo delle proprie tecnologie interne.

Nel documento Model 2 viene descritto come aver dimostrato un “miglioramento evidente nei compiti interni” rispetto agli altri modelli. Anthropic utilizza “in modo intensivo” sia Mythos 5 sia il nuovo modello per la programmazione, il lavoro agentico — cioè le attività che un sistema è in grado di svolgere autonomamente — e la generazione di dati. Il progresso, tuttavia, non sarebbe paragonabile al salto compiuto all’inizio dell’anno con il passaggio da Opus 4.6 a Mythos.

“Al momento non abbiamo piani per rilasciare questo modello all’esterno”, scrive la società. Ad Axios, Anthropic ha spiegato che addestrare e valutare versioni sperimentali destinate a rimanere interne rientra nel suo normale processo di ricerca e sviluppo.

Aumentano i timori sul disallineamento


Allo stesso tempo Anthropic ha innalzato da “molto basso” a “basso” il rischio di disallineamento negli scenari in cui la posta in gioco è particolarmente elevata. Con il termine inglese misalignment si indica la possibilità che il comportamento di un modello si discosti dagli obiettivi stabiliti da chi lo ha addestrato. La revisione è legata ad alcuni comportamenti emersi durante le esercitazioni di cybersicurezza.

L’azienda precisa che gli elementi raccolti potrebbero ancora giustificare una classificazione “molto bassa”, ma di avere scelto una stima più prudente a causa delle incertezze residue. Il rapporto rileva inoltre i primi segnali di un’accelerazione nella capacità dei modelli di svolgere autonomamente attività di ricerca e sviluppo.

Il rischio complessivo resta giudicato “basso”, perché i sistemi non hanno ancora superato la soglia che imporrebbe l’introduzione di misure di sicurezza aggiuntive. Anthropic si dice però “meno fiduciosa in questa valutazione” rispetto al passato. A pesare sono sia i progressi osservati sia la “saturazione” dei test più concreti, basati su compiti specifici, che non riescono più a cogliere pienamente l’aumento delle capacità dei modelli.

Le falle nei sistemi di sicurezza


Per quanto riguarda le armi chimiche e biologiche, Anthropic dichiara di operare ormai come se i propri modelli avessero già superato la soglia oltre la quale potrebbero fornire un aiuto significativo a chi intende produrle o impiegarle. Il documento segnala anche alcune falle nei controlli interni: in un caso, i modelli sono stati utilizzati senza le salvaguardie previste per il rischio biologico; in un altro, un errore nei dati di addestramento ha indotto Mythos 5 ad apprendere direttamente alcuni comportamenti indesiderati, anziché imparare a riconoscerli e segnalarli.

Secondo l’azienda statunitense, i propri modelli continuano comunque a superare il test sul rapporto tra costi e benefici sociali che Anthropic applica ai suoi sistemi. La società ammette però che il risultato potrebbe cambiare in futuro con l’aumento delle loro capacità. Anche la rivale OpenAI, intanto, sta rallentando il lancio di Astra, il suo prossimo modello di punta rivale diretto di Mythos 5, perché non è in grado ancora escludere che possieda capacità critiche in ambito di cybersecurity.


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Ha votato Trump tre volte, poi l’ICE ha arrestato sua moglie in aeroporto


Galina Bobreneva, cittadina russa senza precedenti penali e con una domanda di green card in esame, è rimasta in detenzione per 16 giorni.

Galina Bobreneva, cittadina russa arrivata negli Stati Uniti con un visto turistico nel 2021 e sposata con un americano, è stata fermata il 13 luglio all'aeroporto di Burbank, in California, subito dopo essere scesa da un volo interno proveniente da San Francisco. Un agente in borghese l'ha sottoposta a un controllo supplementare, l'ha interrogata per un quarto d'ora e poi l'ha portata via in manette a bordo di un'auto senza contrassegni. Sono seguiti 16 giorni di detenzione: una notte trascorsa sul pavimento di una cella nel seminterrato di un edificio federale a Los Angeles, due settimane nel centro di trattenimento di Adelanto, nel deserto del Mojave, e una corsa contro il tempo dei suoi avvocati per ottenerne il rilascio.

È tornata libera solo il 29 luglio, dopo aver versato una cauzione di 35 mila dollari, ma con un braccialetto elettronico alla caviglia. Ora deve difendersi in un procedimento federale di espulsione avviato perché è rimasta negli Stati Uniti oltre la scadenza del visto. Il caso, ricostruito dal New York Times, mostra un nuovo fronte della campagna di espulsioni di massa voluta da Donald Trump: gli arresti negli aeroporti di persone con il visto scaduto, ma con una pratica migratoria ancora aperta e senza precedenti penali.

Gli agenti operano con la collaborazione del personale addetto alla sicurezza aeroportuale, intervenendo ai banchi del check-in e ai gate sulla base di un accordo che consente alla TSA, l'agenzia responsabile dei controlli sui passeggeri, di condividere informazioni con le autorità che si occupano di immigrazione. Il quotidiano newyorkese ha individuato almeno 27 arresti di questo tipo in 9 Stati.

La legge federale permette di trattenere anche chi ha presentato una domanda per la green card dopo la scadenza del visto. Le Amministrazioni precedenti, però, generalmente non consideravano queste persone una priorità per l'arresto e l'espulsione. Invece ora che la Casa Bianca ha spinto per raddoppiare gli arresti quotidiani, portandoli dai circa mille dell'inizio dell'anno a duemila, migliaia di stranieri convinti di poter restare nel Paese mentre la loro domanda viene esaminata rischiano di finire nel mirino come Bobreneva. Ciò nonostante l'ICE resta comunque ben al di sotto dell'obiettivo fissato.

Una domanda pendente non garantisce più protezione


Dopo l'invasione russa dell'Ucraina, Bobreneva aveva ottenuto due proroghe del visto turistico e nel 2022 aveva presentato domanda di asilo. Nel marzo 2025 aveva conosciuto Brent Jindra, venditore nel settore tecnologico, che aveva poi sposato a dicembre. Ad aprile il marito aveva depositato per lei una domanda di green card basata sul matrimonio. Le autorità ne avevano confermato la ricezione e Bobreneva era stata sottoposta ai rilievi delle impronte digitali. Il suo legale, Patrick Valdez, sostiene che non sia mai rimasta priva di uno status regolare. Il giorno dell'arresto la coppia era diretta a Burbank per motivi di lavoro e per incontrare alcuni amici. Due giorni dopo Bobreneva avrebbe dovuto festeggiare il proprio quarantesimo compleanno in un albergo della contea di Sonoma.

Il Dipartimento per la Sicurezza Interna, interpellato sul caso, l'ha invece definita "un'immigrata irregolare", fermata perché "ha oltrepassato i limiti della nostra ospitalità violando le leggi della nazione". "Per essere chiari", ha aggiunto in una nota, "un permesso di lavoro o una domanda pendente NON conferiscono uno status legale negli Stati Uniti". L'ICE, l'agenzia federale responsabile dell'immigrazione e delle dogane, non ha risposto alle domande del quotidiano newyorkese.

Da parte sua, Bobreneva ha raccontato al New York Times di aver trascorso circa 18 ore in una stanza gelida insieme ad altre donne, prima di essere trasferita ad Adelanto a bordo di un furgone senza contrassegni, con ceppi alle caviglie e catene alla vita e ai polsi. Nel centro di detenzione, ha detto, le luci rimanevano accese giorno e notte e le radio degli agenti gracchiavano senza sosta. Per 120 donne c'erano solo 7 docce, delle quali soltanto 4 funzionanti; l'acqua potabile scarseggiava e i malati ricevevano assistenza solo quando le loro condizioni erano ormai tanto gravi da rendere necessario il ricovero.

Le condizioni del centro di detenzione di Adelanto


Le accuse di Bobreneva coincidono con quelle contenute in una separata causa depositata a gennaio da Public Counsel, Coalition for Humane Immigrant Rights, Immigrant Defenders Law Center e dallo studio legale Willkie Farr & Gallagher. Le organizzazioni per la difesa dei diritti dei migranti denunciano la presenza di muffa, acqua sporca e cure mediche negate a circa duemila persone, presentando a sostegno più di venti dichiarazioni giurate di ex detenuti e persone ancora trattenute.

GEO Group, la società privata che gestisce il centro di Adelanto, ha rifiutato di commentare il caso di Bobreneva e ha rinviato le domande all'ICE. Un portavoce del Dipartimento per la Sicurezza Interna ha definito "FALSE" le denunce sulle pessime condizioni del centro di detenzione di Adelanto, sostenendo che a tutte le persone trattenute siano garantiti pasti, acqua, assistenza medica e contatti con familiari e avvocati. A luglio, tuttavia, un giudice federale ha emesso un'ingiunzione preliminare che impone all'ICE di assicurare acqua potabile 24 ore su 24, cure adeguate, pulizie quotidiane, pasti nutrienti e 4 ore all'aria aperta ogni giorno.

L'agenda migratoria che ha contribuito a riportare Trump alla Casa Bianca si sta intanto trasformando in un problema per i repubblicani in vista delle elezioni di metà mandato, perché ormai persino una parte dell'elettorato del presidente ha cominciato a criticare i metodi dell'ICE. Lo stesso Jindra, che afferma di aver votato tre volte per Trump proprio per la sua linea dura sull'immigrazione, sostiene che il mandato ricevuto dal presidente riguardasse gli ingressi illegali e gli stranieri con precedenti penali, non le persone entrate legalmente nel Paese. Sua moglie dovrà presentarsi all'ICE di San Francisco il 7 settembre e comparire davanti a un giudice il 22 ottobre. Il procedimento potrebbe durare mesi e, nel frattempo, il braccialetto elettronico le impedisce di allontanarsi più di poche decine di km da casa.


Le espulsioni di Trump non tornano: il DHS ha smesso di pubblicare i numeri


Marc Rosenblum ha lasciato il 24 luglio il posto di capo statistico del Dipartimento della Sicurezza Interna (DHS), che occupava da più di dieci anni. Tre anni fa aveva creato l'Ufficio di statistica della sicurezza interna, nato con il sostegno di esponenti di entrambi i partiti per fornire al Congresso e all'opinione pubblica dati attendibili e tempestivi sull'applicazione delle norme migratorie, al riparo dalle pressioni politiche. Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca quel progetto però si è fermato.

Nei diciotto mesi in cui la Casa Bianca ha condotto la più vasta campagna di espulsioni della storia americana, i responsabili politici hanno impedito alla squadra di Rosenblum di pubblicare i dati mensili. Il sito dell'ufficio è rimasto fermo e le tabelle sull'applicazione delle norme migratorie si sono cristallizzate al 2024, come se da allora non fosse successo nulla. L'ultima serie di dati risale al 16 gennaio 2025, ovvero quattro giorni prima dell'insediamento di Trump. In un post su LinkedIn Rosenblum ha scritto di essere contento di lasciare un'Amministrazione di cui non condivide i valori, ma dispiaciuto di abbandonare i colleghi in un "ambiente di lavoro ostile".

Immigrazione · La sparizione dei dati

Da 572 giorni il governo americano non pubblica più i numeri sulle espulsioni

L’ufficio di statistica del Dipartimento della Sicurezza Interna ha smesso di aggiornare le tabelle quattro giorni prima dell’insediamento di Donald Trump. Nel vuoto lasciato dai dati ufficiali circolano cifre che nessuno può verificare.

Grafica di FocusAmerica 11 agosto 2026

Giorni senza statistiche ufficiali sulle espulsioni
572
giorni di silenzio
16 gennaio 2025

gennaio 2024 agosto 2026
Mesi con dati pubblicati Mesi senza alcun dato

L’ultima serie di dati risale al 16 gennaio 2025, quattro giorni prima dell’insediamento di Trump. Da allora le tabelle sull’applicazione delle norme migratorie sono ferme al 2024, come se non fosse successo nulla.

106
giorni senza aggiornamenti sul sito dell’ICE, dal 9 aprile al 24 luglio 2026

0
rapporti annuali pubblicati sull’anno fiscale 2025, attesi entro dicembre

Promessa e risultato

L’ICE ha rimpatriato 400.000 persone: meno della metà dell’obiettivo annunciato


Rimpatri eseguiti dall’agenzia nel primo anno del secondo mandato di Trump, a confronto con l’obiettivo della Casa Bianca e con il record storico dell’ICE.

Obiettivo annunciato dalla Casa Bianca 1.000.000

Record precedente dell’agenzia, nel 2013 432.238

Rimpatri eseguiti nel primo anno 400.000

Il Dipartimento nel suo complesso rivendica più di 985.000 espulsioni al 12 luglio, ma quel totale comprende anche i respingimenti alla frontiera: non è confrontabile con i rimpatri che l’ICE esegue all’interno del Paese.

Le cifre in circolazione

Quattro numeri diversi raccontano la stessa campagna di espulsioni


Tocca ogni cifra per sapere chi la diffonde e che cosa misura davvero.

400.000 Pubblicato Rimpatri eseguiti dall’ICE nel primo anno+

È l’unica cifra che l’agenzia abbia davvero pubblicato, e lo ha fatto a intermittenza. Resta sotto il record dell’ICE raggiunto sotto Obama.

985.000 Non confrontabile Espulsioni rivendicate dal Dipartimento al 12 luglio+

Il totale mette insieme i rimpatri interni e i respingimenti alla frontiera, che sono un’altra cosa: chi viene fermato mentre entra non è mai stato dentro il Paese.

1.461.529 Mai pubblicato «Partenze forzate di stranieri» negli ultimi dodici mesi+

Il numero circola su X grazie al portavoce di Turning Point USA, che lo attribuisce a una fonte interna al Dipartimento. La categoria non esiste tra quelle usate dall’ufficio statistico e lui stesso ha ammesso di non sapere come sia stata calcolata.

3.000.000 Dichiarazione non firmata Stranieri irregolari che avrebbero lasciato gli Stati Uniti+

Lo sostiene l’ufficio stampa del Dipartimento: 2,2 milioni sarebbero «auto espulsioni», cioè partenze spontanee stimate. Il testo non porta firma e le sue frasi compaiono in corpi tipografici diversi, come se fossero state incollate da altrove.

L’effetto opposto

In diciotto mesi sono diventate irregolari più persone di quante l’ICE ne abbia rimpatriate


Revocando la protezione temporanea e altri permessi provvisori, la Casa Bianca ha tolto lo status a chi viveva e lavorava regolarmente negli Stati Uniti.

1.500.000
persone rese irregolari dalla revoca dei permessi

400.000
persone rimpatriate dall’ICE nello stesso periodo

Per ogni persona che l’ICE ha rimpatriato, quasi quattro hanno perso il permesso di restare. La campagna che doveva ridurre il numero degli irregolari lo ha fatto crescere.

10,8 mln 15,8 mln Stranieri senza documenti stimati dal Migration Policy Institute nel 2019 e nel 2024. Sapere dove sia arrivato oggi quel numero richiederebbe proprio i dati che il Dipartimento ha smesso di diffondere.

Fonte Elaborazione FocusAmerica su statistiche ICE, dichiarazioni del Dipartimento della Sicurezza Interna, stime del Migration Policy Institute e ricostruzione dell’Atlantic. Dati aggiornati all’11 agosto 2026.

Quattrocentomila rimpatri contro un milione promesso


Le cifre che restano raccontano una campagna molto più piccola di quella inizialmente annunciata. Secondo le statistiche pubblicate a intermittenza dall'ICE, l'Agenzia federale per l’Immigrazione e le Dogane, nel primo anno del secondo mandato di Trump sono state rimpatriate circa 400.000 persone, contro il milione l'anno indicato come obiettivo dalla Casa Bianca. Il record precedente dell'agenzia era di 432.238 rimpatri, raggiunto nel 2013 sotto l’Amministrazione Obama. Il Dipartimento nel suo complesso rivendica invece più di 985.000 espulsioni al 12 luglio, ma quella cifra comprende anche i respingimenti alla frontiera e non è confrontabile con i rimpatri eseguiti dall'ICE all'interno del Paese.

La distanza tra promessa e risultato è stata quindi colmata con una categoria nuova. A partire da Kristi Noem, quando era ancora alla guida del Dipartimento, l’Amministrazione Trump ha cominciato a sostenere che il numero di stranieri partiti spontaneamente sarebbe stato molto superiore a quello degli espulsi, contabilizzando queste stime come "auto espulsioni". Interpellato dall'Atlantic sul blocco dei report mensili, l'ufficio stampa non ha risposto alla domanda e ha inviato una dichiarazione secondo cui questa sarebbe "l'Amministrazione più trasparente della storia americana", aggiungendo che nel primo anno di mandato "più di 3 milioni di stranieri irregolari hanno lasciato gli Stati Uniti", di cui 2,2 milioni per stima di auto espulsione. Ma la dichiarazione non era firmata e le sue frasi compaiono in corpi tipografici diversi, come se fossero state incollate da altrove.

Le critiche più dure arrivano da destra


Steve Bannon, la conduttrice di Fox News Tomi Lahren e l'influencer Laura Loomer accusano ora l'Amministrazione Trump di aver rinunciato alla campagna di rimpatri promessa agli elettori, cedendo ai repubblicani vicini al mondo delle imprese che temono la carenza di manodopera e a coloro che sono preoccupati per le elezioni di metà mandato.

Nel mirino c'è in particolare il nuovo Segretario alla Sicurezza Interna Markwayne Mullin, che ha sostituito Noem a marzo. Mullin replica alle critiche affermando che l'attività dell'ICE non è mai stata così intensa e che nella prima settimana di agosto gli agenti hanno effettuato in media 4.200 arresti al giorno in tutto il Paese. Nessun dato è però stato pubblicato a sostegno di queste affermazioni e le ultime statistiche disponibili indicano per luglio una media inferiore alla metà.

Anche chi sostiene la linea del presidente chiede di poter vedere questi dati. "Non mi importa cosa dicano i dati. Datemeli e basta", ha detto all'Atlantic Andrew Arthur, ex giudice per l'immigrazione oggi al Center for Immigration Studies, secondo cui l'unico modo per uscire dalle polemiche di parte è pubblicare cifre affidabili su arresti, trattenimenti e rimpatri.

Mike Howell, della Heritage Foundation e già legale del Dipartimento durante il primo mandato di Trump, ha chiesto i dati il 7 maggio, ma in due mesi ha ricevuto soltanto un avviso di ricezione e a luglio ha dovuto fare causa all'Amministrazione per ottenerli. Nel frattempo il Dipartimento non ha pubblicato neppure il rapporto annuale sull'applicazione delle norme sull’immigrazione per l'anno fiscale 2025, atteso entro fine dicembre.

"I numeri sulle espulsioni dovrebbero essere pubblicati con la stessa trasparenza, regolarità e risonanza degli altri dati governativi, come il rapporto sull'occupazione", ha scritto Howell. Il suo sospetto è che l'Amministrazione Trump gonfi artificialmente le cifre per sembrare intransigente e preparare il terreno a un accordo con i democratici dopo le elezioni, che concederebbe uno status legale a una parte degli irregolari.

Nel vuoto dei dati ufficiali si infilano altre cifre


Il sito dell'ICE è rimasto senza aggiornamenti dal 9 aprile al 24 luglio, un periodo in cui arresti e rimpatri erano in calo rispetto ai livelli raggiunti sotto Noem. La Casa Bianca ha subito attribuito il vuoto di dati ai democratici e al blocco delle attività del Congresso, ma funzionari interni hanno spiegato all'Atlantic che il personale in servizio avrebbe potuto continuare ad aggiornare la pagina. Quando le pubblicazioni sono riprese, i numeri erano di nuovo in crescita.

"Quello che rende speciali gli uffici statistici indipendenti, dal Bureau of Labor Statistics agli altri, è che in teoria non rispondono a incarichi politici e si limitano a produrre dati grezzi", ha detto all'Atlantic Blas Nuñez-Neto, responsabile delle politiche di frontiera sotto Joe Biden e superiore di Rosenblum. Nuñez-Neto riconosce però una differenza rispetto agli indicatori economici: le statistiche sull'immigrazione misurano l'operato dell'Amministrazione stessa, il che ha sempre generato tensione.

Nel fine settimana il portavoce di Turning Point USA Andrew Kolvert ha scritto su X che una fonte interna al Dipartimento gli avrebbe riferito l'esistenza di un rapporto che parla di 1.461.529 "partenze forzate di stranieri" negli ultimi dodici mesi. Nei commenti al post, letto da oltre 700.000 persone, Kolvert ha ammesso però di non sapere come sia stato calcolato quel numero: la categoria non è tra quelle usate dall'ufficio statistico e il dato non risulta pubblicato da nessuna parte.

Il fatto è che, revocando lo status di immigrazione regolare a più di 1,5 milioni di persone che in precedenza vivevano e lavoravano negli Stati Uniti con la protezione temporanea o altri permessi provvisori, la Casa Bianca ha reso irregolari in 18 mesi più persone di quante l'ICE ne sia riuscito a rimpatriare nello stesso periodo. Il Migration Policy Institute stima che gli stranieri senza documenti fossero 10,8 milioni nel 2019 e 15,8 milioni nel 2024: dire come si sia mosso questo numero nel frattempo richiederebbe proprio di conoscere i dati che il Dipartimento ha smesso di diffondere.


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Disney fa causa alla FCC: "Vuole mettere a tacere ABC"


Il gruppo accusa l'Amministrazione Trump di violare il Primo Emendamento attraverso la revisione anticipata delle licenze di otto emittenti locali del network.

Disney e ABC hanno fatto causa oggi alla Federal Communications Commission (FCC), l'autorità federale che regola le telecomunicazioni e rilascia le licenze alle emittenti televisive. Le due società accusano la FCC di aver violato il Primo Emendamento e chiedono al tribunale federale di Washington un provvedimento d'urgenza che blocchi i procedimenti aperti contro il network. "Agendo attraverso la Federal Communications Commission, l'Amministrazione sta conducendo una campagna di ritorsione contro ABC per una sola ragione: perché disapprova ciò che ABC manda in onda", si legge nel ricorso.

È molto raro che un grande gruppo mediatico statunitense porti in tribunale la Casa Bianca per le pressioni esercitate sulla stampa nazionale attraverso gli strumenti regolamentari e le azioni legali. Secondo Disney, l'iniziativa della FCC rappresenta una minaccia esistenziale per le attività del network. ABC possiede e gestisce infatti otto emittenti locali che trasmettono i suoi programmi a New York, Los Angeles, Chicago, Philadelphia, San Francisco, Houston, Fresno e Durham. Come le altre stazioni televisive terrestri statunitensi, possono operare soltanto grazie alle licenze rilasciate e rinnovate dalla FCC.

Ma alla fine di aprile la FCC, guidata dal presidente Brendan Carr, ha ordinato la revisione anticipata di quelle licenze nell'ambito di un'indagine sulle politiche di Disney in materia di diversità e inclusione. A questa si è poi aggiunta un'istruttoria aperta sul programma "The View". Le licenze sarebbero dovute inizialmente scadere tra il 2028 e il 2031, ma la FCC ha concesso alle emittenti soltanto 30 giorni per presentare domande di rinnovo che normalmente richiedono mesi di preparazione. Secondo il ricorso, non era mai accaduto che la FCC imponesse una revisione anticipata a un intero gruppo di stazioni appartenenti allo stesso proprietario.

La decisione è arrivata dopo gli attacchi di Donald Trump contro il network televisivo e, in particolare, contro Jimmy Kimmel, conduttore del programma di seconda serata "Jimmy Kimmel Live!", per una battuta pronunciata durante un monologo che aveva fatto particolarmente infuriare il presidente. Carr ha poi annunciato che la revisione avrebbe riguardato anche la decisione di ABC di non trasmettere un discorso presidenziale dallo Studio Ovale.

Libertà di stampa · Stati Uniti

La FCC ha riaperto le licenze di ABC a metà del mandato

Disney e ABC hanno citato in giudizio l’autorità federale che rilascia le licenze televisive. Le otto emittenti del gruppo avevano ancora anni di concessione davanti: la FCC ha deciso di riesaminarle adesso e, secondo il ricorso, lo ha fatto per punire quello che il network manda in onda.

Grafica di FocusAmerica18 agosto 2026MB Docket 26-131

Anni di anticipo

Giorni per rispondere
2–5

30
Tanto mancava alla scadenza naturale delle otto licenze, fissata fra il 2028 e il 2031.

Tanto ha concesso la FCC per domande di rinnovo che di norma richiedono mesi di lavoro.

8
emittenti locali coinvolte, tutte dello stesso gruppo

78
anni di licenze rinnovate senza intoppi

0
domande di rinnovo respinte finora

Il precedente storico è quello ricostruito nel ricorso di Disney e ABC.

Esplora il caso
IIl mandato tagliatoIl mandato IILa cronologiaCronologia IIILa consultazioneCommenti IVI due esitiEsiti

Le otto emittenti del gruppo

Ogni licenza dura otto anni. La FCC le ha riaperte tutte a metà corsa


La barra grigia è la parte di concessione già trascorsa, quella rosata è il tempo che restava. La freccia mostra dove la FCC ha spostato la verifica. Tocca una riga per le date esatte.

Tutte e otto le stazioni
Nessuna licenza scadeva prima del dicembre 2028. Richiamandole tutte insieme nell’aprile 2026, la FCC ha rimesso in discussione da un terzo a due terzi della concessione ancora da correre.

Concessione già trascorsa Tempo che restava Scadenza naturale

Come ci siamo arrivati

Un anno di pressioni, dalle prime minacce sulle licenze al ricorso in tribunale


Tocca una tappa per leggere che cosa è successo.

La consultazione pubblica

Le comunità locali si sono schierate con le emittenti


Chiunque poteva scrivere alla FCC per sostenere o contestare il rinnovo. La consultazione si è chiusa il 5 agosto.

153.318
commenti depositati sulle otto licenze fino al 29 luglio

Ogni quadratino vale l’1%

A sostegno delle emittenti: oltre il 95% Contrari o altro: meno del 5%

Quota calcolata da ABC su oltre 140.000 commenti analizzati.

Hanno scritto a favore del rinnovo sceriffi, vigili del fuoco, scuole, associazioni e parlamentari di entrambi i partiti.

Che cosa può succedere ora

I due esiti che Disney e ABC temono


Il ricorso sostiene che, comunque vada il procedimento, per la Casa Bianca il risultato è lo stesso.

Scenario meno grave
Il logoramento

La FCC allunga il procedimento. ABC resta per anni in un contenzioso costoso, con la minaccia di una decisione sfavorevole sempre aperta e ogni scelta editoriale condizionata dal timore di nuove ritorsioni.

oppure

Scenario più grave
Il silenziamento

La FCC nega il rinnovo o revoca le licenze. Le otto emittenti smettono di trasmettere via etere in città come New York, Los Angeles e Chicago, come Trump ha chiesto più volte in pubblico.

«O ottiene che i ricorrenti si mettano in riga, oppure li mette a tacere se rifiutano»

Dal ricorso di Disney e ABC: che cosa otterrebbe l’Amministrazione in entrambi i casi

Il prossimo passo

Secondo Bloomberg, entro fine agosto la FCC potrebbe aprire il procedimento amministrativo che decide la sorte delle licenze: un percorso che può durare anni.


Fonte: ricorso di Disney e ABC al tribunale federale del Distretto di Columbia (18 agosto 2026); memoria delle emittenti alla FCC del 29 luglio 2026 (MB Docket 26-131); calendario dei rinnovi e archivi pubblici della Federal Communications Commission.

Le otto licenze ABC: durata della concessione e anticipo imposto dalla FCC.

  • WTVD, Raleigh-Durham — dicembre 2020 / dicembre 2028 — 2,6 anni di anticipo
  • WLS-TV, Chicago — dicembre 2021 / dicembre 2029 — 3,6 anni
  • KTRK-TV, Houston — agosto 2022 / agosto 2030 — 4,3 anni
  • KABC-TV, Los Angeles — dicembre 2022 / dicembre 2030 — 4,6 anni
  • KGO-TV, San Francisco — dicembre 2022 / dicembre 2030 — 4,6 anni
  • KFSN-TV, Fresno — dicembre 2022 / dicembre 2030 — 4,6 anni
  • WABC-TV, New York — giugno 2023 / giugno 2031 — 5,1 anni
  • WPVI-TV, Philadelphia — agosto 2023 / agosto 2031 — 5,3 anni

La FCC ha imposto il rinnovo anticipato di tutte e otto il 28 aprile 2026, concedendo trenta giorni. Sulle licenze sono stati depositati 153.318 commenti: oltre il 95% sostiene le emittenti.

Le accuse di censura


L'iniziativa ha già suscitato forti obiezioni. Un gruppo di ex presidenti della FCC l'ha definita "un attacco alla libertà di espressione mascherato da procedura regolamentare". Alla consultazione pubblica hanno partecipato oltre 140.000 persone appartenenti alle comunità servite dalle emittenti, più del 95% delle quali si è espresso a sostegno delle stazioni. Il ricorso sembra anticipare una mossa imminente della FCC, che ha appena concluso la consultazione. Secondo Bloomberg, infatti, entro la fine del mese la FCC potrebbe emettere un hearing designation order, avviando così il procedimento amministrativo destinato a decidere la sorte delle licenze: un iter notoriamente molto lungo.

"Qualsiasi giudizio della FCC sarebbe una farsa", sostiene il ricorso. La FCC non potrebbe infatti concedere legittimamente il rinnovo con così largo anticipo rispetto alla scadenza e, secondo Disney e ABC, gli unici esiti concretamente possibili sarebbero sfavorevoli. Nello scenario meno grave, sostengono i ricorrenti, la FCC potrebbe prolungare deliberatamente il procedimento, trascinando ABC per anni in un contenzioso costoso, "con la minaccia di un provvedimento sfavorevole sempre presente e ogni scelta editoriale offuscata dalla prospettiva di provocare un'ulteriore ritorsione della Casa Bianca".

Nello scenario più grave, invece, la FCC potrebbe addirittura utilizzare il procedimento per negare il rinnovo o persino revocare le licenze, costringendo le emittenti a interrompere le trasmissioni via etere, come Trump ha pubblicamente richiesto più volte. In entrambi i casi, afferma il ricorso, la Casa Bianca finirebbe per raggiungere alla fine lo stesso risultato: "o che i ricorrenti si mettano in riga, oppure che siano messi a tacere se rifiutano di farlo".


La Casa Bianca attacca una giornalista CNN e tira in ballo i suoi figli


La Casa Bianca ha attaccato personalmente Kristen Holmes, corrispondente della CNN, dopo una domanda rivolta a Donald Trump nello Studio Ovale, arrivando persino a tirare in ballo i figli della giornalista. Holmes aveva chiesto al presidente di rispondere a una frase del senatore democratico della Georgia Jon Ossoff, secondo il quale Trump preferirebbe viaggiare con la sua assistente Natalie Harp e costruire la sala da ballo della Casa Bianca anziché svolgere il proprio lavoro.

Trump ha replicato prima insultando Ossoff, definito un "sosia di Pee-wee Herman", il personaggio interpretato da Paul Reubens. Il direttore delle comunicazioni della Casa Bianca, Steven Cheung, ha rincarato la dose, dando del "perdente" al senatore e descrivendolo come "una persona miserabile che odia questo Paese". Ma durante l'incontro nello Studio Ovale, Trump è tornato più volte ad attaccare anche Holmes, una delle principali corrispondenti della CNN alla Casa Bianca.

Quando la giornalista ha insistito per sapere se avesse parlato con Kim Jong Un, il presidente ha alzato la voce: "Silenzio. Silenzio. Silenzio. Lei è molto irrispettosa davanti a questo ragazzo, va bene? Non trovi che sia irrispettosa? Silenzio. Per chi lavora?". "Per la CNN", ha risposto Holmes. "Stia zitta, stia zitta, stia zitta. Lei è una giornalista fasulla e diffonde notizie false", ha ribattuto Trump. Poi Rapid Response 47, l'account della Casa Bianca dedicato alla risposta rapida su X, ha pubblicato il video dello scambio e definito Holmes "un vergognoso e umiliante motivo d'imbarazzo per la sua presunta professione". Meno di mezz'ora dopo, taggando direttamente la giornalista, lo stesso profilo ha alzato ulteriormente i toni:

"Un giorno i tuoi figli si imbatteranno nella tua domanda disgustosa e disumana. Ne saranno disgustati e si vergogneranno di avere un genitore tanto insensibile e vendicativo. È piuttosto inquietante".

.@KristenhCNN: Someday, your children will come across your disgusting and inhumane question. They will be sickened and embarrassed to have a parent be so callous and vindictive. It’s quite troubling. t.co/EWgPy7mXQP
— Rapid Response 47 (@RapidResponse47) August 17, 2026


Da Kaitlan Collins a Holmes, le croniste nel mirino di Trump


Gli attacchi personali ai giornalisti sono da tempo una costante del rapporto di Trump con la stampa. Negli ultimi mesi, tuttavia, le aggressioni verbali contro le croniste, in particolare quelle della CNN, si sono fatte più dure, mentre la Casa Bianca ha cominciato a usare sempre più spesso gli account istituzionali per prolungare scontri che un tempo si sarebbero esauriti sul momento.

Il 24 luglio, durante la cena annuale dell'Associazione dei Corrispondenti della Casa Bianca, tenutasi dopo il rinvio di aprile, Trump aveva definito la conduttrice e capo corrispondente della CNN Kaitlan Collins "una donna giovane e attraente" che però "non sorride mai". "Quindi sorridi, Kaitlan. Sorridi e basta", aveva aggiunto. Nella stessa serata aveva raccontato di aver creduto che Collins avesse ottenuto un'importante sponsorizzazione, "ma sulla lattina di Bud Light non c'era lei, c'era Dylan Mulvaney", l'attivista transgender da tempo bersaglio degli ambienti conservatori.

Nel fine settimana successivo Trump ha poi pubblicato su Truth Social un'offensiva immagine manipolata che sovrapponeva il volto di Collins a quello di Mulvaney in una vecchia pubblicità della birra. L'immagine era stata poi rilanciata da un account ufficiale della Casa Bianca.

La CNN respinge gli attacchi, i colleghi si schierano


La CNN ha subito difeso Holmes, definendola "una delle giornaliste più rispettate e affermate tra quelle che seguono la Casa Bianca", e ha respinto gli attacchi "nei termini più netti possibili". "Oggi pomeriggio ha fatto il suo lavoro e ha rivolto al presidente degli Stati Uniti una domanda difficile, pertinente e di interesse pubblico, per conto del popolo americano", ha dichiarato un portavoce dell'emittente.

"I funzionari pubblici sono liberi di contestare i servizi con cui non sono d'accordo, ma gli attacchi personali ai giornalisti che fanno domande sono indegni della carica e incompatibili con i principi di una stampa libera".

CNN issued a statement condemning President Trump after he shut down their reporter, Kristen Holmes, during a heated exchange. pic.twitter.com/GCKkEah4lW
— Breaking911 (@Breaking911) August 17, 2026


Sono intervenuti anche i colleghi di Holmes. "Che cosa orribile da dire. Kristen è una giornalista, una persona e, soprattutto, una madre straordinaria", ha scritto su X la corrispondente Alayna Treene, aggiungendo di non comprendere "una reazione simile nei confronti di una giornalista che chiede al presidente di rispondere a un'accusa rivoltagli da un senatore democratico".

What a horrible to thing to say. Kristen is an incredible reporter, person and, above all, mother.

I don't understand such a reaction to a journalist asking the president for his response to something a Democratic senator has leveled against him t.co/zDftKopTTD
— Alayna Treene (@alaynatreene) August 17, 2026


Ancora più diretta Betsy Klein, un'altra corrispondente della CNN alla Casa Bianca: "Sapete che cosa è disgustoso e disumano? Tirare in mezzo i suoi splendidi figli".

Kristen is an excellent reporter who asked a good question, to which the president gave a fulsome answer. You know what’s disgusting and inhumane? Bringing her perfect children into this. t.co/u9aWEyqVQY
— Betsy Klein (@betsy_klein) August 17, 2026



Questa voce è stata modificata (3 settimane fa)

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In Texas la destra repubblicana prova a negare che l'Islam sia una religione


Un deputato repubblicano sta preparando una proposta di legge senza precedenti, dopo mesi di indagini e provvedimenti contro le istituzioni musulmane promossi dal governatore Greg Abbott e dal Procuratore Generale e candidato al Senato Ken Paxton.

Un deputato repubblicano statale del Texas intende presentare una proposta di legge che stabilisca che cosa possa essere considerato una religione, con l'obiettivo dichiarato di escludere l'Islam dalla definizione. "Una delle prime cose che proveremo a fare è definire che cosa sia una religione", ha dichiarato al New York Times Alan Schoolcraft, rappresentante delle contee di Guadalupe e Gonzales, a est di San Antonio. Schoolcraft intende depositare il testo durante la sessione legislativa che si aprirà nel gennaio 2027. "L'Islam non è solo una religione. È molto più di una religione."

La nuova proposta arriva dopo mesi di iniziative delle istituzioni texane contro organizzazioni e progetti islamici. Il governatore Greg Abbott e il Procuratore Generale Ken Paxton, oggi candidato repubblicano al Senato, hanno aperto indagini su istituzioni musulmane in tutto lo Stato, cercato di bloccare un progetto immobiliare a est di Dallas e avviato accertamenti su un servizio di consulenza religiosa per i divorzi. Abbott ha persino minacciato di revocare i finanziamenti statali all'aeroporto di Dallas-Fort Worth, che progettava di installare postazioni per le abluzioni rituali dei passeggeri musulmani: il giorno successivo l'aeroporto ha rinunciato all'iniziativa.

Il governatore ha inoltre minacciato di sottrarre 530.000 dollari di contributi alla città di Grand Prairie per una festa privata in un parco acquatico organizzata in occasione di una ricorrenza islamica, poi cancellata dall'Amministrazione comunale. Abbott ha infine designato a livello statale i Fratelli Musulmani e il Council on American-Islamic Relations (CAIR), associazione nazionale per i diritti civili, come organizzazioni terroristiche straniere. La classificazione impedisce loro di acquistare terreni in Texas e non è stata adottata a livello federale nemmeno dall'Amministrazione di Donald Trump. Lo scorso dicembre la Florida di Ron DeSantis ha preso un provvedimento analogo.

Il punto di svolta è arrivato all'inizio del 2025, quando i membri dell'East Plano Islamic Center hanno presentato il progetto di un complesso residenziale costruito attorno a una nuova moschea, su terreni agricoli a est di Dallas. L'opposizione delle autorità statali a guida repubblicana è stata immediata e durissima: Paxton ha citato in giudizio il centro islamico e la società incaricata dello sviluppo per presunte violazioni delle norme sui titoli finanziari, Abbott ha ordinato ai Texas Rangers di indagare e ha dichiarato bloccata la costruzione.

Nello stesso periodo, i parlamentari texani hanno ampliato la presenza del cristianesimo nella vita pubblica dello Stato. A giugno il Consiglio Statale dell'Istruzione ha approvato un canone di letture obbligatorie dal kindergarten all'ultimo anno delle superiori che comprende una decina di passi della Bibbia: è il primo programma di questo tipo negli Stati Uniti. Una altra legge impone inoltre l'affissione dei Dieci Comandamenti nelle aule delle scuole pubbliche, mentre un'altra consente ai singoli distretti di istituire un momento quotidiano, a partecipazione volontaria, per la preghiera e la lettura della Bibbia o di altri testi religiosi.

Texas / Libertà religiosa

Il Texas vuole decidere che cosa è una religione


A gennaio un deputato repubblicano depositerà una proposta di legge per stabilire che cosa possa essere considerato una religione, con l’obiettivo dichiarato di escludere l’Islam. I musulmani sono tra l’1 e il 2 per cento dei residenti dello Stato.

Grafica di FocusAmerica17 agosto 2026

«L’Islam non è solo una religione. È molto più di una religione»

Alan Schoolcraft, deputato repubblicano alla Camera del Texas e cofondatore dello Sharia-Free Caucus, al New York Times

La scala

Le moschee non riempiono nemmeno un riquadro


Nelle quattro contee più popolose dell’area di Dallas-Fort Worth, la principale destinazione dei migranti musulmani, ogni riquadro qui sotto vale cento luoghi di culto. Le moschee censite nel 2020 ne riempiono meno di uno.

Moschee 0

Congregazioni evangeliche 0
Meno del 2,5 per cento dei luoghi di culto Il conteggio disponibile si ferma a questa soglia

28 moschee già aperte nel 2000 48 aperte tra il 2000 e il 2020 Un riquadro = 100 luoghi di culto

×4Le moschee nella contea di Collin, da 3 a 12 in vent’anni
159.000I residenti nati in Paesi a maggioranza musulmana nel 2024, erano circa 79.000
×5La loro crescita rispetto a quella della popolazione complessiva

La griglia rappresenta le 76 moschee e tremila congregazioni evangeliche, la cifra minima indicata dai conteggi disponibili. Dati riferiti al 2020.

Il confronto

Lo stesso istituto, un trattamento diverso


Alcuni esponenti repubblicani sostengono che i musulmani vogliano costruire un sistema giudiziario parallelo e indicano l’Islamic Tribunal, una piccola organizzazione di Dallas fondata dieci anni fa. I suoi legali rispondono che quel tipo di guida religiosa è protetto dal Primo Emendamento esattamente come quello offerto da altre confessioni.

Ebraismo Tribunali rabbinici Offrono indicazioni religiose su divorzi e questioni familiari. Le decisioni non hanno valore legale. Nessun esame delle autorità
Cattolicesimo Tribunali ecclesiastici Si pronunciano sui matrimoni secondo il diritto canonico. Le decisioni non producono effetti civili. Nessun esame delle autorità
Islam Islamic Tribunal Offre indicazioni religiose alle donne che chiedono il divorzio, comprese quelle coinvolte in matrimoni violenti. L’organizzazione sostiene di avere sempre dato indicazioni volontarie e non vincolanti. Paxton ne ha chiesto i documenti

«Non siamo una corte»

Taher El-Badawi, fondatore dell’Islamic Tribunal. Il confronto con le altre confessioni è quello proposto dai legali dell’organizzazione.

La sequenza

Dopo otto anni di pausa, tutto in due anni


Sull’asse ogni tappa è alla sua data reale. Tocca un punto per leggere che cosa è successo.

Iniziative contro istituzioni e pratiche islamiche Cristianesimo nelle scuole pubbliche

Metà 2015 Irving, la sindaca attacca la shariaBeth Van Duyne ottiene visibilità nazionale opponendosi alla sharia. Oggi siede al Congresso.
2017 La prima legge presentata come misura anti-shariaI repubblicani texani la approvano nell'ambito di un'ondata di proposte promosse dal Center for Security Policy, un centro studi della destra radicale di Washington.
2017 – 2025 Otto anni senza nuove iniziative: il Partito Repubblicano si concentra su immigrazione, pandemia e questioni di genere, mentre una parte dell’estrema destra continua a sostenere che l’Islam non sia una religione, ma un’ideologia politica.
Inizio 2025 Il progetto EPIC viene bloccatoL'East Plano Islamic Center annuncia un complesso residenziale attorno a una nuova moschea. Il procuratore generale Ken Paxton cita in giudizio il centro islamico, il governatore Greg Abbott manda i Texas Rangers e dichiara bloccata la costruzione.
18 novembre 2025 Il CAIR diventa organizzazione terroristicaAbbott designa i Fratelli Musulmani e l'associazione per i diritti civili come organizzazioni terroristiche straniere: non possono più acquistare terreni in Texas. Nessuna misura federale ha colpito il CAIR, che ha impugnato il provvedimento.
Giugno 2026 La sharia entra tra le priorità repubblicaneAlla Convention statale del partito il nuovo Sharia-Free Caucus, cofondato da Schoolcraft, ha uno stand nella sala espositiva.
26 giugno 2026 La Bibbia entra nelle letture obbligatorieIl Consiglio Statale dell'Istruzione approva una decina di passi biblici tra le letture di ogni classe: è il primo programma di questo tipo negli Stati Uniti ed entra in vigore dal 2030-31.
Estate 2026 I fondi pubblici diventano una levaL'aeroporto di Dallas-Fort Worth rinuncia alle postazioni per le abluzioni rituali il giorno dopo la minaccia di Abbott. Grand Prairie cancella una festa islamica in un parco acquatico con 530.000 dollari di contributi a rischio.
Gennaio 2027 La legge che definisce che cosa è una religioneSchoolcraft depositerà il testo all'apertura della sessione legislativa. Secondo l'avvocata Asma T. Uddin, ridefinire l'Islam come ideologia politica sarebbe una strategia senza precedenti.

Sull’asse lungo ogni tappa è alla sua data reale. Nell’ingrandimento i punti più ravvicinati sono leggermente distanziati per renderli toccabili; le tappe senza una data esatta sono collocate al mese stimato dalle fonti.

«È un modo per vincere la battaglia sulla libertà religiosa prima ancora che cominci, escludendo per definizione l’altra parte dalla categoria»

Asma T. Uddin, avvocata specializzata in libertà religiosa. Nel 2010, in un caso analogo in Tennessee, il Dipartimento di Giustizia era intervenuto affermando che l’Islam è una religione a tutti gli effetti e una moschea un luogo di riunione religiosa.


Le tappe della stretta in Texas

  • Metà 2015 — Irving, la sindaca attacca la sharia
  • 2017 — La prima legge presentata come misura anti-sharia
  • Inizio 2025 — Il progetto EPIC viene bloccato
  • 18 novembre 2025 — Il CAIR diventa organizzazione terroristica
  • Giugno 2026 — La sharia entra tra le priorità repubblicane
  • 26 giugno 2026 — La Bibbia entra nelle letture obbligatorie
  • Estate 2026 — I fondi pubblici diventano una leva
  • Gennaio 2027 — La legge che definisce che cosa è una religione


Fonte Elaborazione su dati e ricostruzione del New York Times (17 agosto 2026), Pew Research Center, U.S. Census Bureau, ufficio del governatore del Texas e Consiglio Statale dell’Istruzione. I conteggi di moschee e congregazioni si riferiscono alle quattro contee più popolose dell’area di Dallas-Fort Worth (2020).

Chi decide che cosa sia una religione


Alcuni esponenti repubblicani texani sostengono ora che i musulmani vogliano creare un sistema giudiziario parallelo e indicano come esempio una piccola organizzazione di Dallas fondata dieci anni fa, l'Islamic Tribunal. Il gruppo offre consulenza religiosa alle donne che chiedono il divorzio, comprese quelle coinvolte in matrimoni violenti. Paxton ha chiesto di esaminarne i documenti, mentre l'organizzazione replica di avere sempre operato come un organismo confessionale che fornisce indicazioni volontarie e non vincolanti.

Uno dei suoi avvocati sostiene che questa forma di guida religiosa sia protetta dal Primo Emendamento, come quelle offerte dai tribunali rabbinici ebraici o dai tribunali ecclesiastici cattolici. "Non siamo una corte", ha detto Taher El-Badawi, fondatore dell'organizzazione. Ma ridefinire l'islam come ideologia politica piuttosto che come religione, costituirebbe una strategia legislativa senza precedenti, ha dichiarato al New York Times Asma T. Uddin, avvocata specializzata in libertà religiosa. "È un modo per vincere la battaglia sulla libertà religiosa prima ancora che cominci, escludendo per definizione l'altra parte dalla categoria."

Nel corso degli anni i tribunali americani hanno evitato di formulare una definizione univoca di religione. Nel 2010 un gruppo di proprietari terrieri di Murfreesboro, in Tennessee, ha cercato di bloccare la costruzione di una moschea sostenendo che non avesse diritto al trattamento riservato ai luoghi di culto perché l'islam non sarebbe una religione. All'epoca il Dipartimento di Giustizia dell'Amministrazione Obama era intervenuto con un memo in cui affermava che "secondo la Costituzione e le altre leggi federali, l'Islam è chiaramente una religione e una moschea è chiaramente un luogo di riunione religiosa". Ma non è per nulla chiaro se il Dipartimento di Giustizia dell'attuale Amministrazione Trump sarebbe pronto ad assumere oggi la stessa posizione.

Intanto la popolazione musulmana del Texas resta ridotta, pari all'1-2% dei residenti. Le cifre precise sono difficili da ottenere perché il censimento non raccoglie informazioni sulla religione, ma i sondaggi del Pew Research Center e le stime delle autorità statali la collocano tra le 300.000 e le 500.000 persone. Tra gli Stati più popolosi, soltanto New York e Illinois registrano una quota di musulmani più alta. L'area metropolitana di Dallas-Fort Worth è stata la principale destinazione dei migranti di religione islamica.

Secondo i dati del censimento sull'immigrazione internazionale dai Paesi a maggioranza musulmana, il numero di residenti arrivati da quelle nazioni è passato da circa 79.000 a più di 159.000 nel 2024, aumentando a un ritmo cinque volte superiore a quello della popolazione complessiva. Nelle quattro contee più popolose dell'area, il numero di moschee è così quasi triplicato in vent'anni, passando da 28 a 76 nel 2020; nella contea di Collin, a nord di Dallas, è quadruplicato, da tre a dodici. Restano però numeri minuscoli rispetto alle oltre 3.000 congregazioni evangeliche presenti nelle stesse quattro contee.

Dalle aggressioni nei negozi alla Convention repubblicana


Negli ultimi mesi in Texas si sono verificati diversi episodi di ostilità contro la comunità musulmana. L’11 aprile, al nuovo Ismaili Center di Houston, il primo centro ismailita degli Stati Uniti, un uomo di 29 anni avrebbe rivolto frasi offensive a un volontario e minacciato più volte di tornare per "uccidere tutti i musulmani e gli ebrei". Arrestato a maggio, è stato incriminato per il reato texano di minaccia terroristica, e successivamente rimesso in libertà dietro una cauzione di 30.000 dollari. L’uomo ha ammesso di essere stato nel centro, ma ha negato di aver pronunciato minacce di morte.

A Conroe, invece, una donna ha detto ad alcuni clienti musulmani di un supermercato che non erano "benvenuti in questo Stato né in questo Paese". Ha perso il lavoro, ma dopo la diffusione del video ha raccolto quasi 250.000 dollari in donazioni dai suoi sostenitori. A McKinney, un sobborgo di Dallas, un’altra donna ha invece afferrato un ex sindaco durante un’udienza del Consiglio comunale sull’ampliamento di una moschea e gli ha infilato nella camicia un foglio con un messaggio contro l’Islam.

Non meraviglia quindi che alla Convention statale del Partito Repubblicano texano, a giugno, quasi ogni intervento contenesse espressioni di ostilità verso i musulmani. Il contrasto alla sharia, l'insieme dei principi religiosi e giuridici dell'Islam, è stato indicato tra le priorità legislative della destra repubblicana. Nella sala espositiva aveva uno stand lo Sharia-Free Caucus, il nuovo gruppo parlamentare della Camera del Texas co-fondato da Schoolcraft. L'influencer anti-musulmana Amy Mekelburg ha mostrato un video in cui sosteneva che i ristoranti di barbecue texani stessero venendo sostituiti da "centri commerciali arabi", nell'ambito di una "campagna di conquista" coordinata.

Dall'inizio dello scorso anno, hanno raccontato alcuni consulenti repubblicani, per molti elettori conservatori l'Islam ha persino preso il posto del confine con il Messico come principale motivo di preoccupazione. "Non avrò pace finché ogni musulmano non se ne sarà andato da questo Stato", ha scritto sui social quest'estate Bo French, candidato repubblicano alla Railroad Commission, l'autorità che, nonostante il nome, regola il settore petrolifero e del gas in Texas.

L'attenzione verso l'Islam era comunque già emersa durante la prima campagna presidenziale di Trump. Nel 2015 la sindaca di Irving, Beth Van Duyne, ottenne visibilità nazionale attaccando la sharia e oggi siede al Congresso. Due anni dopo i repubblicani texani approvarono una prima legge presentata come una misura contro la sharia, parte di un'ondata di proposte promosse dal Center for Security Policy, un centro studi di Washington della destra radicale. In seguito il Partito Repubblicano ha concentrato la propria attenzione sull'immigrazione, sulla pandemia e sulle questioni di genere, mentre una parte dell'estrema destra ha continuato a diffondere il suo messaggio: per loro l'Islam non sarebbe una religione, ma un'ideologia politica terroristica da sradicare.

Alla fine di maggio circa 300 persone si sono riunite in un cinema di Dallas per assistere a un documentario presentato come una rivelazione sull'"effetto disastroso della diffusione dell'Islam in America". L'evento era sponsorizzato, tra gli altri, da un'organizzazione religiosa cristiana della zona, da un gruppo di conservatori ebrei e dalle sezioni del Partito Repubblicano di due contee texane. Il film descrive l'Islam come una forza capace di spostare a sinistra intere comunità e, allo stesso tempo, di minacciare la libertà delle donne. Come esempio del primo fenomeno cita l'elezione del sindaco di New York City di fede musulmana, Zohran Mamdani. "Il campo di battaglia è adesso e qui", ha detto durante l'evento Erick Stakelbeck, conduttore della Trinity Broadcasting Network.

Anthony Holm, consulente politico repubblicano, ha spiegato che i timori verso l'islam sono un'estensione delle paure degli elettori repubblicani per l'immigrazione irregolare e che questo aiuta a comprendere l'attivismo del governatore in questo ambito. "Qualunque cosa faccia è dettata dai sondaggi", ha detto a proposito di Abbott. Il governatore ha usato la designazione del CAIR come organizzazione terroristica anche per giustificare restrizioni nei confronti di altri gruppi islamici, mentre l'associazione sta contestando il provvedimento in tribunale. "Le ondate di islamofobia le conosciamo già", ha detto Shaimaa Zayan, della sezione di Austin del CAIR. "Ma questa è sicuramente la peggiore."

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Disney shouldn’t be the last to stand up to FCC’s Brendan Carr


FOR IMMEDIATE RELEASE:

New York, Aug. 18, 2026 — Disney has filed a federal lawsuit alleging that the Federal Communications Commission — led by Donald Trump loyalist Brendan Carr — is violating its First Amendment rights by manufacturing pretexts to retaliate against it for ABC News reporting the president doesn’t like.

The following can be attributed to Freedom of the Press Foundation Chief of Advocacy Seth Stern:

“It’s about time for someone to take Carr and his FCC to court over their endless campaign of intimidation and retaliation against journalism that displeases Carr’s thin-skinned boss. No matter what pretexts he asserts, Carr’s modus operandi is clear: to serve as Trump’s censorship czar and abuse his office to repeatedly and exclusively target Trump’s perceived adversaries in the media, whether through sham proceedings or threatening letters and X posts. Carr knows the FCC is not the journalism police and said so regularly himself before he decided to throw away any integrity he once had to kiss up to Trump. Countless others whose First Amendment rights have been chilled by Carr’s antics should follow Disney’s lead.”

Please contact us if you would like further comment.


freedom.press/issues/disney-sh…

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Il nuovo Procuratore Generale di Trump non vuole essere indipendente dalla Casa Bianca


Il Procuratore Generale Todd Blanche, confermato settimana scorsa dal Senato, ha affermato a NBC News che il presidente dovrebbe avere voce in capitolo anche sui singoli procedimenti: "Nessun Procuratore Generale dovrebbe promettere il contrario".

Todd Blanche, Procuratore Generale degli Stati Uniti da una settimana ed ex avvocato personale di Donald Trump, domenica si è rifiutato di garantire l'indipendenza del Dipartimento di Giustizia dalla Casa Bianca. Durante la trasmissione "Meet the Press", sulla NBC, la giornalista Kristen Welker gli ha chiesto se il Dipartimento avrebbe "sempre agito in modo indipendente" dalla presidenza. "No, non lo prometterò", ha risposto Blanche. "E nessun Procuratore Generale dovrebbe mai farlo". Alla domanda se il presidente debba avere voce in capitolo nelle decisioni relative a singoli procedimenti, Blanche ha risposto: "Sì, certo".

"Se il presidente degli Stati Uniti, il presidente eletto degli Stati Uniti, mi dice qualcosa, dovrei rispondergli che non intendo ascoltarlo? Non funziona così".


Blanche ha però definito "completamente falsa" l'idea che Trump gli ordini di perseguire questa o quella persona, anche se il presidente ha espresso pubblicamente richieste simili anche in pubblico: nel settembre 2025 ha sollecitato esplicitamente l'incriminazione dell'ex direttore dell'FBI James Comey, della Procuratrice Generale dello Stato di New York Letitia James e del senatore democratico Adam Schiff, scrivendo che erano "tutti colpevoli marci" e che "GIUSTIZIA DEVE ESSERE FATTA, ORA!!!".

Todd Blanche, Trump’s former personal attorney and now attorney general, was asked: Can you pledge that DOJ will always act independently of the White House?

Blanche: “No. I’m not going to pledge that, and no attorney general should ever pledge that.”

Clip: NBC News/Meet the… pic.twitter.com/hw1kLTwxfs
— grizzy (@Furbeti) August 17, 2026


Il Dipartimento di Giustizia ha provato ad incriminare sia Comey e James, ma un giudice ha archiviato entrambi i procedimenti perché la Procuratrice che aveva presentato le accuse era stata nominata illegittimamente. Pochi mesi dopo i procuratori sono tornati alla carica contro Comey con una seconda incriminazione, questa volta davanti a un tribunale federale della North Carolina a causa di una fotografia pubblicata su Instagram. Nell'immagine, alcune conchiglie disposte sulla sabbia formavano la scritta "86 47", che secondo l'accusa costituirebbe una minaccia contro il presidente. Comey ha chiesto l'archiviazione anche di questo procedimento, sostenendo che si tratti di un'espressione politica protetta dal Primo Emendamento: nel gergo della ristorazione americana "86" significa eliminare qualcosa dal menù, mentre Trump è il quarantasettesimo presidente.

La Casa Bianca è intervenuta anche in un altro caso. Nelle scorse settimane Trump ha chiesto a Jeanine Pirro, procuratrice federale del distretto di Washington, di riesaminare un procedimento per vandalismo che il suo ufficio aveva deciso di abbandonare. Il caso riguarda il canoista olimpico David Hearn, accusato di aver danneggiato la vasca riflettente del Lincoln Memorial. Pirro aveva spiegato al giudice che i danni erano dovuti alla posa difettosa del rivestimento e che il Dipartimento degli Interni aveva inizialmente consegnato ai procuratori relazioni incomplete, prive dei documenti che attestavano i problemi di installazione.

La conferma al Senato per un solo voto


L'intervista a "Meet the Press" ha chiuso la prima settimana di Blanche alla guida del Dipartimento da Procuratore Generale in carica con tutti i poteri, cominciata proprio con la conferma da parte del Senato per 50 voti contro 49. Il voto è arrivato alle 4:31 del mattino, ora locale, poco prima della pausa estiva. Si sono opposti tutti i senatori democratici e due senatrici repubblicane, Susan Collins e Lisa Murkowski, mentre decisivo per la sua conferma è stato il sostegno tardivo da parte del senatore repubblicano Bill Cassidy.

Blanche ha prestato giuramento lunedì nello Studio Ovale, davanti a Trump. A presiedere la cerimonia è stato il giudice federale Emil Bove, che insieme a Blanche aveva fatto parte proprio del collegio difensivo del presidente. Pochi giorni dopo, il nuovo Procuratore Generale ha preceduto Trump sul palco durante un evento a Long Island a sostegno dei candidati repubblicani.

La nomina di Blanche aveva rischiato di naufragare per le conseguenze dell'accordo che aveva chiuso una causa intentata da Trump contro l'IRS, l'agenzia federale delle entrate. L'intesa prevedeva la creazione di un fondo da 1,776 miliardi di dollari contro il presunto "uso politico della giustizia" e proteggeva il presidente, i suoi due figli maggiori e la Trump Organization da alcuni accertamenti fiscali.

Alcuni senatori avevano avvertito che al fondo avrebbero potuto accedere anche persone perseguite per l'assalto al Congresso del 6 gennaio 2021, comprese quelle accusate di aver aggredito gli agenti di polizia. I senatori repubblicani John Cornyn e Thom Tillis si sono rifiutati di sostenere la nomina finché Blanche non ha revocato il provvedimento istitutivo del fondo e limitato la portata delle tutele fiscali. Nella sua intervista, il Procuratore Generale ha confermato che il fondo non sarà istituito, senza però escludere che gli imputati del 6 gennaio possano ottenere indennizzi attraverso l'ordinaria procedura federale.

Una posizione rivendicata da mesi


Non è la prima volta che Blanche respinge l'idea di una barriera tra il Dipartimento di Giustizia e la Casa Bianca. A maggio aveva detto al Congresso che il Dipartimento di Giustizia riceve dal presidente i propri "indirizzi politici". Ad aprile, intervistato nel podcast di Steve Bannon, aveva criticato l'idea che "il Dipartimento di Giustizia sia in qualche modo indipendente dal presidente degli Stati Uniti", aggiungendo: "Non è vero". Nelle risposte scritte al Congresso si è richiamato alla Costituzione: il presidente è a capo del potere esecutivo e il Dipartimento ne fa parte a tutti gli effetti.

Trump ha denunciato per anni le presunte ingerenze politiche nel Dipartimento di Giustizia durante le Amministrazioni dei suoi predecessori. Nel 2016 definì vergognoso che l'allora Procuratrice Generale Loretta Lynch avesse incontrato in privato l'ex presidente Bill Clinton sulla pista di un aeroporto. Chuck Grassley, all'epoca presidente della Commissione Giustizia del Senato, chiese un'indagine interna, che però non trovò prove di condizionamenti politici ma giudicò l'incontro un errore di valutazione. Negli anni successivi i repubblicani hanno accusato il Dipartimento guidato da Merrick Garland di aver trasformato la giustizia in un'arma politica contro i rivali politici.


Trump decide su tutto ma la colpa è sempre di qualcun altro


Sulla scrivania di Harry Truman alla Casa Bianca c'era un cartello con la scritta "The buck stops here" (traducibile come "La responsabilità finale ricade su di me"). È una delle frasi più celebri della storia presidenziale americana e il presidente Donald Trump la applica quasi sempre al contrario: comanda su tutto, ma quando qualcosa va male la colpa è di qualcun altro.

L'economia debole e l'inflazione ancora alta sono responsabilità di Joe Biden, sostiene, anche se il predecessore democratico ha lasciato l'incarico da più di 18 mesi e anche se Trump aveva promesso un'inversione di rotta immediata. Il restauro finito male del Reflecting Pool, la grande vasca davanti al Lincoln Memorial a Washington, sarebbe colpa dei vandali, anche se l'ufficio della procuratrice che ha nominato lui ha detto che i danni erano dovuti a lavori fatti male. La guerra con l'Iran, sempre più impopolare, che tiene alto il prezzo del petrolio e basso il suo indice di gradimento, sarebbe il rimedio all'inerzia di quasi 50 anni di presidenti troppo timidi con le ambizioni nucleari di Teheran.

Tutti i presidenti moderni scaricano in qualche misura le responsabilità sugli altri, di solito su chi li ha preceduti o sul Congresso. Trump ha portato l'abitudine a un livello nuovo e ne ha fatto una strategia politica: è al comando di tutto e non è responsabile di niente quando le cose vanno storte. "Prendersi la responsabilità come caratteristica della leadership presidenziale, o di qualsiasi leadership, è assolutamente vero", ha detto all'Associated Press Nicole Anslover, professoressa di storia alla Florida Atlantic University e autrice di un libro su Truman e l'inizio della guerra fredda.

A novembre si vota per le elezioni di metà mandato e i repubblicani provano a mantenere il controllo del Congresso. Il rifiuto di accettare le critiche a volte porta Trump a negare che i problemi esistano e lascia i candidati repubblicani nelle corse più incerte senza argomenti da offrire a chi è preoccupato.

La Casa Bianca risponde che il presidente sta correggendo problemi che si trascinano da tempo, invece di ignorarli. Trump sta "giustamente affrontando i fallimenti dei suoi predecessori, mentre agisce per ottenere grandi vittorie per il popolo americano", ha detto la portavoce Taylor Rogers, che ha indicato una serie di politiche su cui i repubblicani possono fare campagna: i tagli alle tasse, il tentativo di abbassare il prezzo dei farmaci, la stretta sull'immigrazione e sul confine con il Messico, l'aumento della produzione interna di energia e l'andamento della borsa.

La frase sulla scrivania di Truman viene da "pass the buck" (scaricare la responsabilità su altri). Secondo la biblioteca presidenziale di Truman l'espressione risale ai tempi della frontiera, quando nel poker i giocatori si passavano un coltello con il manico in corno di cervo per indicare a chi toccava distribuire le carte. "Il presidente, chiunque sia, deve decidere", disse Truman nel discorso di addio del 1953. "Non può scaricare la responsabilità su nessuno. Nessun altro può decidere al posto suo. È il suo lavoro."

Trump un tempo diceva la stessa cosa. Nel 2013 sosteneva che nel gestire un'azienda "qualunque cosa accada, sei tu il responsabile. Se non accade, sei tu il responsabile". Accettando la nomination presidenziale nel 2016 disse: "Nessuno conosce il sistema meglio di me, ed è per questo che io da solo posso sistemarlo".

"La responsabilità è di tutti", disse invece nel 2019, durante il lungo shutdown, il blocco delle attività federali per mancanza di fondi. Nel 2020, lo stesso giorno in cui dichiarò l'emergenza nazionale per la pandemia di coronavirus, disse: "Non mi assumo alcuna responsabilità" per la mancanza di test.

Truman si assunse la piena responsabilità del lancio delle bombe atomiche sul Giappone, anche se era stato informato dell'esistenza di quelle armi solo alla morte del suo predecessore Franklin Delano Roosevelt, ha ricordato Anslover. John Fitzgerald Kennedy vide crescere il proprio consenso dopo aver ammesso di essere responsabile del fallimento dello sbarco nella Baia dei Porci a Cuba. Ronald Reagan si scusò per il proprio eventuale coinvolgimento nello scandalo Iran-Contra, pur dicendo di non essere sicuro di avere colpe: "La responsabilità si ferma qui, con me", disse allora.

Nella sua ultima conferenza stampa, all'inizio del 2009, George W. Bush elencò una serie di errori commessi, tra cui il non aver trovato armi di distruzione di massa in Iraq. Il suo successore Barack Obama disse "ho fatto un casino" dopo che Tom Daschle, il suo candidato alla guida della sanità, aveva ritirato la candidatura per delle tasse arretrate non pagate. I presidenti precedenti a Trump "di solito si assumono davvero la responsabilità", ha detto Anslover.

Trump ha ammesso in una recente intervista a Punchbowl News, sito che si occupa di Congresso, che gli elettori sono arrabbiati, ma ha aggiunto che non ce l'hanno con lui, bensì con i repubblicani del Congresso. Ritiene che il partito possa mantenere le maggioranze dopo novembre e ha chiarito che, se i repubblicani perdessero, non sarebbe colpa sua. Aveva detto una cosa simile prima delle elezioni di metà mandato del 2018, quando anticipò che non avrebbe accettato la responsabilità di un'eventuale sconfitta alla Camera. Il partito perse la Camera.

Il consenso di Trump sull'economia, un tempo considerato tra i suoi punti di forza, è sceso dal 40% del marzo 2025 al 32% di luglio, secondo i sondaggi dell'Associated Press-NORC Center for Public Affairs Research. Circa 6 americani adulti su 10 dicono che le politiche economiche del presidente hanno peggiorato le condizioni dell'economia, secondo il Pew Research Center.

"Il pubblico si aspetta certamente che il presidente si preoccupi e si concentri sul rendere la vita meno cara", ha detto il sondaggista repubblicano Frank Luntz. È un tema che per gli elettori pesa più che nel 2024.

Trump indica invece Biden, sotto il quale l'inflazione toccò il 9,1% nel 2022, il livello più alto in 40 anni, mentre la pandemia scuoteva ancora l'economia mondiale, per poi scendere al 2,7% a novembre 2024. Il mese scorso, spinta dalla guerra con l'Iran, è rallentata al 3,4%. "Quando siamo arrivati abbiamo ereditato una catastrofe totale", ha detto Trump a un recente comizio, per poi aggiungere: "Ho ereditato quei prezzi alti, giusto perché sia chiaro".

Andrew Bates, stratega democratico ed ex portavoce della Casa Bianca di Biden, ha ricordato che Trump non parla più della promessa elettorale di mettere fine all'inflazione dal primo giorno di mandato. "Può darsi che non si ricordi di aver fatto quelle promesse, ma gli elettori in bilico se lo ricordano benissimo", ha detto Bates.

Il presidente ha definito la guerra con l'Iran "una piccola escursione" o "una deviazione". Per ridimensionarne la durata cita spesso il Vietnam e l'Afghanistan, durati anni, anche se il conflitto iraniano, che all'inizio disse sarebbe finito in quattro o cinque settimane, si trascina al sesto mese senza una fine chiara all'orizzonte.

Sul Reflecting Pool Trump ha spostato la colpa sul passato, sostenendo falsamente che Biden e Obama avrebbero speso "centinaia di milioni di dollari" senza riuscire a sistemarlo. La sua difesa principale però resta il vandalismo. Finora almeno quattro procedimenti per danneggiamento, compreso il più noto, quello contro un canoista olimpico, sono stati archiviati per mancanza di prove.

Dopo più di 11 anni in politica Trump ha dimostrato di non temere la violazione delle norme di comportamento presidenziale e molti dei suoi sostenitori più fedeli non sembrano infastiditi, ha detto Anslover. Per una parte degli americani, secondo lei, è cambiato il modo di vedere la presidenza, mentre altri si sentono legittimati a dire che hanno le loro priorità e che i fatti non sono tra queste.


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Wednesday: Spy Hunt, Dewey Square, Boston


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The National Week of Action Against ALPRs (Automated License Plate Readers) starts on August 16th. This Wednesday, the Muslim Justice League is organizing a spy (camera) hunt in Dewey Square.

Come out on August 19th at 5:30pm near South Station to learn how to identify ALPRs from different companies and then go out on a camera hunt to find all the spy cameras the Boston Regional Information Center (BRIC) setup.

We maintain a map of surveillance cameras in Massachusetts and elsewhere at cctv.masspirates.org. Our site pulls in surveillance camera data from Open Street Map.

Before you come out, take a look at our how-to guides on mapping surveillance cameras. You can find them at cctv.masspirates.org and at our Mapping Surveillance wiki page. Some of the guides you may find most helpful are:

The app guides show people how to use the specified apps to document the cameras they find directly into Open Street Map. Finally, we also have a PDF flyer with QR codes to all the pages listed above and more you can print out and share with others:


masspirates.org/blog/2026/08/1…

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La Casa Bianca attacca una giornalista CNN e tira in ballo i suoi figli


Kristen Holmes aveva chiesto a Trump di rispondere alle accuse di Jon Ossoff. Un account ufficiale della Casa Bianca l'ha poi definita "disgustosa e disumana" e ha scritto che un giorno i figli si vergogneranno di lei.

La Casa Bianca ha attaccato personalmente Kristen Holmes, corrispondente della CNN, dopo una domanda rivolta a Donald Trump nello Studio Ovale, arrivando persino a tirare in ballo i figli della giornalista. Holmes aveva chiesto al presidente di rispondere a una frase del senatore democratico della Georgia Jon Ossoff, secondo il quale Trump preferirebbe viaggiare con la sua assistente Natalie Harp e costruire la sala da ballo della Casa Bianca anziché svolgere il proprio lavoro.

Trump ha replicato prima insultando Ossoff, definito un "sosia di Pee-wee Herman", il personaggio interpretato da Paul Reubens. Il direttore delle comunicazioni della Casa Bianca, Steven Cheung, ha rincarato la dose, dando del "perdente" al senatore e descrivendolo come "una persona miserabile che odia questo Paese". Ma durante l'incontro nello Studio Ovale, Trump è tornato più volte ad attaccare anche Holmes, una delle principali corrispondenti della CNN alla Casa Bianca.

Quando la giornalista ha insistito per sapere se avesse parlato con Kim Jong Un, il presidente ha alzato la voce: "Silenzio. Silenzio. Silenzio. Lei è molto irrispettosa davanti a questo ragazzo, va bene? Non trovi che sia irrispettosa? Silenzio. Per chi lavora?". "Per la CNN", ha risposto Holmes. "Stia zitta, stia zitta, stia zitta. Lei è una giornalista fasulla e diffonde notizie false", ha ribattuto Trump. Poi Rapid Response 47, l'account della Casa Bianca dedicato alla risposta rapida su X, ha pubblicato il video dello scambio e definito Holmes "un vergognoso e umiliante motivo d'imbarazzo per la sua presunta professione". Meno di mezz'ora dopo, taggando direttamente la giornalista, lo stesso profilo ha alzato ulteriormente i toni:

"Un giorno i tuoi figli si imbatteranno nella tua domanda disgustosa e disumana. Ne saranno disgustati e si vergogneranno di avere un genitore tanto insensibile e vendicativo. È piuttosto inquietante".

.@KristenhCNN: Someday, your children will come across your disgusting and inhumane question. They will be sickened and embarrassed to have a parent be so callous and vindictive. It’s quite troubling. t.co/EWgPy7mXQP
— Rapid Response 47 (@RapidResponse47) August 17, 2026


Da Kaitlan Collins a Holmes, le croniste nel mirino di Trump


Gli attacchi personali ai giornalisti sono da tempo una costante del rapporto di Trump con la stampa. Negli ultimi mesi, tuttavia, le aggressioni verbali contro le croniste, in particolare quelle della CNN, si sono fatte più dure, mentre la Casa Bianca ha cominciato a usare sempre più spesso gli account istituzionali per prolungare scontri che un tempo si sarebbero esauriti sul momento.

Il 24 luglio, durante la cena annuale dell'Associazione dei Corrispondenti della Casa Bianca, tenutasi dopo il rinvio di aprile, Trump aveva definito la conduttrice e capo corrispondente della CNN Kaitlan Collins "una donna giovane e attraente" che però "non sorride mai". "Quindi sorridi, Kaitlan. Sorridi e basta", aveva aggiunto. Nella stessa serata aveva raccontato di aver creduto che Collins avesse ottenuto un'importante sponsorizzazione, "ma sulla lattina di Bud Light non c'era lei, c'era Dylan Mulvaney", l'attivista transgender da tempo bersaglio degli ambienti conservatori.

Nel fine settimana successivo Trump ha poi pubblicato su Truth Social un'offensiva immagine manipolata che sovrapponeva il volto di Collins a quello di Mulvaney in una vecchia pubblicità della birra. L'immagine era stata poi rilanciata da un account ufficiale della Casa Bianca.

La CNN respinge gli attacchi, i colleghi si schierano


La CNN ha subito difeso Holmes, definendola "una delle giornaliste più rispettate e affermate tra quelle che seguono la Casa Bianca", e ha respinto gli attacchi "nei termini più netti possibili". "Oggi pomeriggio ha fatto il suo lavoro e ha rivolto al presidente degli Stati Uniti una domanda difficile, pertinente e di interesse pubblico, per conto del popolo americano", ha dichiarato un portavoce dell'emittente.

"I funzionari pubblici sono liberi di contestare i servizi con cui non sono d'accordo, ma gli attacchi personali ai giornalisti che fanno domande sono indegni della carica e incompatibili con i principi di una stampa libera".

CNN issued a statement condemning President Trump after he shut down their reporter, Kristen Holmes, during a heated exchange. pic.twitter.com/GCKkEah4lW
— Breaking911 (@Breaking911) August 17, 2026


Sono intervenuti anche i colleghi di Holmes. "Che cosa orribile da dire. Kristen è una giornalista, una persona e, soprattutto, una madre straordinaria", ha scritto su X la corrispondente Alayna Treene, aggiungendo di non comprendere "una reazione simile nei confronti di una giornalista che chiede al presidente di rispondere a un'accusa rivoltagli da un senatore democratico".

What a horrible to thing to say. Kristen is an incredible reporter, person and, above all, mother.

I don't understand such a reaction to a journalist asking the president for his response to something a Democratic senator has leveled against him t.co/zDftKopTTD
— Alayna Treene (@alaynatreene) August 17, 2026


Ancora più diretta Betsy Klein, un'altra corrispondente della CNN alla Casa Bianca: "Sapete che cosa è disgustoso e disumano? Tirare in mezzo i suoi splendidi figli".

Kristen is an excellent reporter who asked a good question, to which the president gave a fulsome answer. You know what’s disgusting and inhumane? Bringing her perfect children into this. t.co/u9aWEyqVQY
— Betsy Klein (@betsy_klein) August 17, 2026



Ossoff attacca Trump sui viaggi con la sua assistente


Il senatore democratico della Georgia Jon Ossoff ha attaccato il presidente Donald Trump per il rapporto con la sua assistente esecutiva Natalie Harp, 35 anni, durante un comizio tenuto domenica a Midtown, il quartiere centrale di Atlanta. Davanti a più di mille sostenitori il senatore, 39 anni, ha contrapposto i marinai della portaerei USS Abraham Lincoln, rimasta in mare da quasi nove mesi, a un presidente che secondo lui non vuole fare il proprio lavoro.

"Mentre i marinai della Lincoln combattono la sua guerra, mentre prosciuga senza risultati le nostre munizioni e le nostre riserve di petrolio, il presidente dorme durante le riunioni. Gioca a golf e compra e vende azioni. Vedete, non vuole fare il suo lavoro", ha detto Ossoff. "Vuole costruire la sua sala da ballo e viaggiare con Natalie sul loro palazzo volante apparentemente indifeso regalato dall'emiro del Qatar."

Trump ha viaggiato con Harp proprio domenica sull'aereo presidenziale donato dal Qatar, per tornare a Washington dal suo circolo di golf in New Jersey dove aveva passato il fine settimana. Nel discorso Ossoff ha accusato il presidente di trascinare una nazione in guerra con la menzogna, di trattare i cittadini come sciocchi e chi serve il paese come pedine.

Harp è diventata una presenza quasi costante accanto al presidente, che ha 80 anni. La giornalista del New York Times Maggie Haberman l'ha descritta come il suo ciuccio umano: "È una specie di ciuccio, se vogliamo dirla così, la sua coperta di Linus", ha detto domenica al giornalista Jacob Soboroff. Il fratello di Harp, Preston, ha definito "molto malsano" il legame della sorella con il presidente.

All'inizio del secondo mandato Trump aveva preso a dire al suo staff che Harp "era l'unica che lo amava quanto sua moglie e i suoi figli", si legge in "Regime Change", il libro scritto da Haberman insieme al collega del New York Times Jonathan Swan. "Voi ve ne andrete tutti a fare soldi", diceva secondo il libro, "lei non mi lascerà mai." Harp gli lasciava biglietti elogiativi negli spazi personali, in uno dei quali aveva scritto "sei tutto ciò che conta per me".

Senator Jon Ossoff slams Trump:

“He doesn’t want to do the job. He wants to build his ballroom and travel with Natalie on their apparently defenseless flying palace gifted by the Emir of Qatar.” pic.twitter.com/SS5I66WQIo
— Republicans against Trump (@RpsAgainstTrump) August 17, 2026


Nel libro Harp è soprannominata anche stampante umana, perché stampa di continuo per il presidente articoli favorevoli, post sui social e altro materiale lusinghiero. Porta sempre con sé una stampante portatile e un computer per fornirgli informazioni su richiesta.

La vicinanza tra i due è emersa anche la settimana scorsa, quando si è saputo che Harp era tra i pochi collaboratori saliti con Trump su un aereo militare per lasciare la Turchia, dopo che il presidente era uscito di nascosto dall'Air Force One dentro un camion del catering per una minaccia di assassinio iraniana al vertice NATO. Il segretario di Stato Marco Rubio e il consigliere della Casa Bianca Stephen Miller erano rimasti sull'aereo presidenziale usato come esca, mentre con il presidente erano saliti anche il vice capo di gabinetto Dan Scavino e Walt Nauta, responsabile delle operazioni dello Studio Ovale, come ha riportato il Washington Post. Alcuni membri dello staff della Casa Bianca non sapevano che Trump non fosse a bordo dell'aereo su cui erano rimasti.

Ossoff ha dedicato gran parte del comizio al costo della vita. "Costa più che mai riempire il frigorifero, alimentare la casa, farsi una tazza di caffè, comprare il materiale scolastico per i figli o un trattore per la fattoria", ha detto. "Ci era stato promesso che il lavoro duro avrebbe portato ricchezza e avanzamento, ma per troppi il tapis roulant diventa più veloce e più ripido. I georgiani lavorano di più e più a lungo, ma le bollette continuano a salire." Ha poi detto di voler togliere i soldi delle aziende dalla politica, indicando nella corruzione la ragione per cui nulla funziona per le persone comuni.

Il senatore corre per un secondo mandato contro il deputato repubblicano Mike Collins. Il voto anticipato in Georgia comincia tra otto settimane e al giorno delle elezioni mancano meno di 80 giorni. "La Georgia merita di meglio", ha detto Ossoff. "Meglio di un burattino di Trump come Mike Collins, che è a favore della guerra, dei dazi e dei tagli alla vostra sanità. E l'America merita di meglio di Donald Trump."

Ossoff ha accusato Collins di essere un razzista, di essere sotto indagine federale per l'uso illecito di denaro pubblico e di essere circondato da neonazisti e nazionalisti bianchi, oltre ad avere votato per la guerra e per tagliare la sanità. Lo ha anche descritto come un candidato che al podio trema e poi scappa, alla guida di una campagna che sta crollando.

A un evento elettorale a Savannah la settimana scorsa un uomo aveva chiesto a Collins se avrebbe sostenuto una proposta avanzata dall'amministrazione Trump a maggio, un fondo per risarcire chi è stato danneggiato ingiustamente dal governo federale. Molti democratici sostengono che quel fondo potrebbe servire a risarcire i condannati per l'assalto al Congresso del 6 gennaio 2021. Un portavoce della campagna di Collins ha respinto la ricostruzione di Ossoff, spiegando che il deputato vuole che le agenzie federali rispondano degli abusi di potere ma non sostiene un fondo senza limiti né pagamenti automatici a carico dei contribuenti per chi è stato perseguito per il 6 gennaio.

Ossoff ha detto che l'ostilità di Trump verso la contea di Fulton, che comprende Atlanta, ha la stessa origine di quella verso Filadelfia e Detroit: "È perché il fatto che gli elettori neri siano stati determinanti per la sua sconfitta lo offende ancora più della sconfitta stessa." Ha poi detto che gli americani non sono un'etnia ma un popolo unito da convinzioni condivise. Ha definito assurda la situazione in cui i grandi imprenditori tecnologici scavano bunker e avvertono che l'intelligenza artificiale che stanno addestrando potrebbe portare a disoccupazione di massa o all'estinzione dell'uomo, mentre il Congresso discute di sale da ballo e di sport giovanili.

"So che molti di voi sono qui oggi perché non sopportate quello che è stato fatto al nostro paese", aveva detto Ossoff aprendo il comizio. Il senatore ha presentato la sua corsa come un progetto che va oltre i confini di partito, rivolto a chi cerca equilibrio, competenza e servizio pubblico di qualità, "una campagna di persone perbene che amano il nostro stato e il nostro paese e si prendono cura gli uni degli altri".


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Il filesystem /proc su Linux: la guida completa per il troubleshooting da sistemista
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@informatica


Il filesystem /proc su Linux: la guida completa per il troubleshooting da sistemista


Ogni sistemista Linux, prima o poi, si trova davanti a una domanda che top o free non riescono a risolvere del tutto: perché questo processo consuma tanta memoria? Perché una porta risulta occupata ma netstat non mostra nulla? Perché un servizio continua a scrivere su un file che, in teoria, è stato cancellato? La risposta, quasi sempre, si trova in un posto che molti amministratori conoscono solo superficialmente: /proc.

/proc non è una directory come le altre. È un filesystem virtuale, di tipo procfs, generato e mantenuto interamente dal kernel in memoria: non un singolo byte dei suoi contenuti risiede su disco. È, di fatto, una finestra live sullo stato interno del kernel, esposta attraverso strumenti che ogni sistemista già conosce: cat, grep, awk. Comandi come free, ps, top e iostat non fanno altro che leggere e formattare i dati che /proc mette a disposizione: imparare a leggerlo direttamente significa avere accesso alle stesse informazioni, ma senza filtri, e con la possibilità di combinarle in modi che nessun tool preconfezionato offre.

La struttura: due mondi in una directory


/proc contiene sostanzialmente due categorie di contenuti. Da un lato le directory numerate, una per ogni processo in esecuzione (/proc/1234/, dove 1234 è il PID), che espongono lo stato specifico di quel processo. Dall’altro i file di sistema globali, come /proc/meminfo o /proc/cpuinfo, che riflettono lo stato del kernel nel suo complesso, indipendentemente da quale processo li legga.

I file di sistema che contano davvero

/proc/cpuinfo e /proc/stat


/proc/cpuinfo elenca i core logici della CPU con modello, velocità di clock, dimensione della cache e i flag di supporto per estensioni come vmx (virtualizzazione hardware), aes e avx2. Un one-liner molto usato per contare le CPU logiche disponibili è:

grep -c '^processor' /proc/cpuinfo

/proc/stat, invece, espone i contatori di tempo CPU aggregati e per singolo core, suddivisi in colonne: user, nice, system, idle, iowait, irq, softirq. Su un server sotto carico I/O-intensivo, tenere d’occhio la colonna iowait nel tempo è spesso più diagnostico di qualunque dashboard grafica, perché permette di isolare il momento esatto in cui la CPU comincia ad attendere lo storage invece di lavorare.

/proc/meminfo: oltre a “free”


/proc/meminfo è la fonte dati grezza dietro al comando free, ma contiene molti più campi di quelli che free mostra normalmente. Due meritano attenzione particolare: MemAvailable, che indica la memoria realmente disponibile per nuovi processi tenendo conto della cache riclamabile (a differenza di MemFree, che è quasi sempre un numero fuorviante), e Dirty, che riporta quanta memoria contiene dati modificati ancora in attesa di essere scritti su disco — un valore che cresce pericolosamente su sistemi con storage lento e scritture intense.

Per un monitoraggio in tempo reale della pressione di memoria, questo comando è estremamente utile in fase di troubleshooting:

watch -n1 'grep -E "MemAvailable|Dirty|Writeback|SwapFree" /proc/meminfo'

/proc/diskstats, /proc/loadavg, /proc/net/


/proc/diskstats fornisce le statistiche I/O per dispositivo — letture, scritture, settori trasferiti, tempo speso in operazioni — ed è la fonte dietro iostat. /proc/loadavg espone le tre celebri medie di carico a 1, 5 e 15 minuti, mentre /proc/uptime riporta i secondi trascorsi dal boot e il tempo cumulativo di inattività della CPU.

La sottodirectory /proc/net/ merita un capitolo a sé: /proc/net/dev contiene i contatori di byte e pacchetti per ogni interfaccia di rete, /proc/net/tcp e tcp6 elencano tutte le connessioni TCP attive in formato esadecimale, /proc/net/sockstat riassume l’utilizzo dei socket a livello di sistema, e /proc/net/snmp espone contatori SNMP utili per individuare retransmit e fallimenti di connessione anomali.

Il mondo per-processo: /proc/PID/


Qui si trova la parte più preziosa per il debugging quotidiano. Alcuni file chiave:

  • /proc/PID/cmdline — il comando esatto con cui il processo è stato lanciato, con gli argomenti delimitati da byte null.
  • /proc/PID/status — un riepilogo leggibile con UID, GID, utilizzo di memoria e numero di thread. Il campo VmRSS indica la memoria residente effettivamente occupata, mentre VmSwap segnala se (e quanto) il processo è finito in swap.
  • /proc/PID/fd/ — una directory di symlink, uno per ogni file descriptor aperto dal processo. È la base dati su cui si appoggia lsof. Contare i descrittori aperti è semplice: ls /proc/12345/fd | wc -l.
  • /proc/PID/io — la contabilità I/O del processo, con read_bytes e write_bytes che riflettono i dati effettivamente passati al layer di storage.
  • /proc/PID/maps e /proc/PID/smaps — le regioni di memoria mappate dal processo (codice, stack, heap, librerie condivise). smaps va oltre e fornisce, per ogni regione, i dettagli su RSS, PSS e swap.
  • /proc/PID/environ — le variabili d’ambiente al momento del lancio, anch’esse delimitate da byte null.
  • /proc/PID/cwd e /proc/PID/exe — symlink rispettivamente alla directory di lavoro corrente e all’eseguibile su disco. Sono fondamentali per identificare binari che sono stati cancellati o sostituiti mentre il processo era ancora in esecuzione (un classico segnale da cercare dopo un aggiornamento di sicurezza mal gestito).
  • /proc/PID/oom_score e oom_score_adj — il punteggio che l’OOM killer del kernel usa per decidere quale processo terminare per primo in caso di esaurimento memoria. oom_score_adj, con un range da -1000 a 1000, permette di proteggere o “sacrificare” volontariamente un processo specifico.

Due scorciatoie tornano utili spesso: /proc/self/ punta sempre al processo che sta effettuando la lettura, mentre /proc/$$/ punta alla shell corrente all’interno di uno script.

Casi pratici di troubleshooting


Trovare quale processo ha in ascolto una determinata porta (qui la porta 443/0x01BB su IPv6), senza usare ss o lsof:

inode=$(awk '$2 ~ /:01BB$/ {print $10; exit}' /proc/net/tcp6)
ls -l /proc/*/fd/ 2>/dev/null | grep "socket:[$inode]"

Individuare processi che tengono aperti file già cancellati — una causa classica di dischi che risultano pieni pur senza file visibili, perché lo spazio non viene liberato finché il file descriptor resta aperto:
find /proc/*/fd -ls 2>/dev/null | grep '(deleted)'

Ispezionare i contatori di interrupt per CPU, utile per diagnosticare squilibri di IRQ affinity su macchine multi-core:
cat /proc/interrupts | head -20

/proc/sys e il tuning via sysctl


Sotto /proc/sys/ si trovano i file scrivibili che espongono i tunable del kernel — la stessa interfaccia usata da sysctl. Ad esempio, per modificare a caldo la propensione del kernel allo swap:

echo 10 | sudo tee /proc/sys/vm/swappiness

Tra i tunable più comuni: vm.swappiness (0-200, propensione allo swap), net.ipv4.ip_forward (abilitazione dell’IP forwarding), net.core.somaxconn (backlog massimo per i socket in ascolto) e fs.file-max (limite di file descriptor a livello di sistema). Ricordiamo che le modifiche fatte così sono volatili: per renderle permanenti serve intervenire su /etc/sysctl.conf o su un file in /etc/sysctl.d/.

/proc dentro i container


Un punto che genera spesso confusione: /proc è namespace-aware. Dentro un container Docker, la directory mostra il namespace PID del container, non quello dell’host — il PID 1 visto dall’interno è l’entrypoint del container, non l’init dell’host. Attenzione però: campi come quelli di /proc/meminfo o /proc/stat spesso riflettono ancora i totali dell’host e non i limiti imposti dai cgroup al container, un dettaglio che ha tratto in inganno più di un tool di monitoring scritto ingenuamente.

/proc contro /sys: quando usare cosa


/sys (sysfs) è il filesystem virtuale complementare a /proc, ma orientato al modello dei dispositivi del kernel: driver, bus, block device, gestione dell’energia. Un esempio tipico è /sys/devices/system/cpu/cpu0/cpufreq/, che espone i parametri di scaling della frequenza per singolo core. La regola pratica: /proc per processi e stato del kernel a livello di sistema, /sys per configurazione e stato dei dispositivi hardware.

Conclusione


Conoscere /proc non è un esercizio accademico: è uno degli strumenti diagnostici più potenti a disposizione di un sistemista Linux, proprio perché sta sotto ogni tool di monitoring che si finisce per usare quotidianamente. Quando top, free o netstat non bastano — o semplicemente non sono installati sulla macchina compromessa o minimale su cui ci si trova a lavorare — sapere leggere direttamente /proc/meminfo, /proc/PID/status o /proc/net/tcp fa la differenza tra un troubleshooting rapido e ore perse a indovinare. Vale la pena tenere a portata di mano, come riferimento minimo, i file /proc/meminfo, /proc/cpuinfo, /proc/stat, /proc/net/dev e la struttura di /proc/PID/: coprono la stragrande maggioranza dei casi reali di debugging su sistemi in produzione.

Fonte originale: A Guide to Linux /proc Filesystem, LinuxBlog.io


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Crittografia post-quantistica: perché il threat modeling non può più aspettare (con esempi in .NET 10)
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Crittografia post-quantistica: perché il threat modeling non può più aspettare (con esempi in .NET 10)


C’è una minaccia alla crittografia moderna che non richiede un computer quantistico funzionante oggi per essere reale oggi: si chiama “harvest now, decrypt later” (raccogli ora, decifra dopo). Un attaccante con risorse sufficienti — uno stato-nazione, tipicamente — può intercettare e archiviare traffico cifrato con RSA o ECC adesso, per poi decifrarlo tra qualche anno, quando computer quantistici sufficientemente potenti saranno disponibili. Per dati con un ciclo di vita lungo — segreti industriali, cartelle cliniche, comunicazioni diplomatiche, chiavi di firma di lungo periodo — la finestra di esposizione è già aperta, anche se il computer quantistico “rompi-RSA” non esiste ancora.

È in questo contesto che Microsoft ha recentemente pubblicato una guida al threat modeling applicato specificamente alla migrazione verso la crittografia post-quantistica (PQC), invitando organizzazioni e team di sviluppo a non aspettare la disponibilità degli algoritmi per cominciare a muoversi.

Perché serve il threat modeling, e non solo un elenco di algoritmi


Il problema centrale che Microsoft evidenzia non è tecnico in senso stretto, è organizzativo: la maggior parte delle aziende non ha un inventario completo di dove e come viene usata la crittografia nei propri sistemi. Certificati TLS, librerie di firma incorporate in applicazioni legacy, hardware embedded con chiavi hard-coded, protocolli proprietari che usano RSA “perché si è sempre fatto così” — sono tutte dipendenze crittografiche nascoste che un aggiornamento generico non intercetta.

Il threat modeling applicato alla PQC serve esattamente a questo: mappare asset, flussi di dati, confini di fiducia (trust boundary) e controlli di sicurezza esistenti per far emergere queste dipendenze prima che diventino un problema urgente sotto pressione regolatoria o, peggio, sotto attacco. Concretamente, significa rispondere a domande come: quali sistemi cifrano dati che devono restare confidenziali per più di 5-10 anni? Quali certificati di firma del codice hanno una validità che si estende oltre il 2030? Quali protocolli interni non supportano l’agilità crittografica, cioè non permettono di sostituire un algoritmo senza riscrivere l’applicazione?

Gli algoritmi: da NIST a nomi che iniziano a essere familiari


Dopo anni di standardizzazione, il NIST ha pubblicato tre standard che è ormai il momento di conoscere, perché stanno entrando nei prodotti che usiamo quotidianamente:

  • ML-KEM (Module-Lattice Key Encapsulation Mechanism, FIPS 203) — sostituisce lo scambio di chiavi basato su RSA o curve ellittiche (ECDH). È l’algoritmo che entra in gioco nell’handshake TLS per stabilire un segreto condiviso.
  • ML-DSA (Module-Lattice Digital Signature Algorithm, FIPS 204) — l’algoritmo di firma digitale post-quantistico, pensato come sostituto di RSA e ECDSA per firmare certificati, codice e messaggi.
  • SLH-DSA (Stateless Hash-Based Digital Signature Algorithm, FIPS 205) — un algoritmo di firma alternativo, basato su funzioni hash anziché su reticoli, pensato come backup conservativo nel caso in cui in futuro emergano debolezze crittanalitiche nei problemi su reticolo.

Sul fronte delle raccomandazioni pratiche, Microsoft insiste su un punto spesso sottovalutato: la migrazione a TLS 1.3 è il prerequisito, non un dettaglio. TLS 1.2 non supporta i meccanismi ibridi necessari per introdurre ML-KEM accanto agli algoritmi classici, e restare su TLS 1.2 significa restare bloccati fuori dalla transizione PQC anche quando gli algoritmi saranno pronti. In parallelo, si consiglia di alzare l’asticella anche sulla crittografia simmetrica e sulle funzioni hash, adottando AES-256 e SHA-384 come standard, per mantenere margini di sicurezza adeguati anche in scenari quantistici (dove alcuni attacchi, come Grover, dimezzano di fatto la sicurezza effettiva degli algoritmi simmetrici).

La timeline che Microsoft si è data per la transizione dei propri prodotti e servizi critici è il 2029 — una data che vale la pena tenere a mente come riferimento di settore, anche per pianificare le proprie migrazioni interne con lo stesso ordine di grandezza.

Cosa c’è già oggi: le API disponibili


La parte più interessante per chi scrive codice è che la PQC non è più solo teoria da paper accademico: le API sono già disponibili e generalmente disponibili (GA) sulle piattaforme Microsoft.

Windows: CNG


Su Windows, il supporto arriva a livello di CNG (Cryptography API: Next Generation), con identificatori di algoritmo dedicati per ML-KEM e ML-DSA utilizzabili tramite le funzioni BCryptGenerateKeyPair e le relative API di key exchange e firma. Il supporto nativo è arrivato a partire da Windows 11 con gli aggiornamenti di novembre 2025: chi gestisce flotte Windows dovrebbe verificare di essere allineato con le patch più recenti prima di pianificare qualunque test.

.NET 10: MLKem e MLDsa in System.Security.Cryptography


Per chi sviluppa in C#, la notizia più concreta è l’arrivo delle classi MLKem e MLDsa direttamente in System.Security.Cryptography con .NET 10. Ecco un esempio minimo di key encapsulation:

using System.Security.Cryptography;

if (!MLKem.IsSupported)
{
    Console.WriteLine("ML-KEM non è supportato su questa piattaforma");
    return;
}

MLKemAlgorithm alg = MLKemAlgorithm.MLKem768;

using (MLKem privateKey = MLKem.GenerateKey(alg))
using (MLKem publicKey = MLKem.ImportEncapsulationKey(
    alg, privateKey.ExportEncapsulationKey()))
{
    publicKey.Encapsulate(out byte[] ciphertext, out byte[] sharedSecret1);
    byte[] sharedSecret2 = privateKey.Decapsulate(ciphertext);

    bool match = sharedSecret1.AsSpan().SequenceEqual(sharedSecret2);
    Console.WriteLine($"I segreti condivisi coincidono: {match}");
}

E un esempio di firma con ML-DSA:
MLDsaAlgorithm alg = MLDsaAlgorithm.MLDsa65;

using (MLDsa key = MLDsa.GenerateKey(alg))
{
    byte[] data = "Messaggio da firmare"u8.ToArray();
    byte[] signature = new byte[alg.SignatureSizeInBytes];

    key.SignData(data, signature);
    bool verified = key.VerifyData(data, signature);

    Console.WriteLine($"Firma verificata: {verified}");
}

Entrambe le famiglie di algoritmi sono disponibili in più varianti — MLKem512, MLKem768, MLKem1024 per il key encapsulation, e MLDsa44, MLDsa65, MLDsa87 per la firma — con un compromesso crescente tra sicurezza e dimensione delle chiavi. Ad esempio, per MLDsa65 la chiave pubblica occupa 1952 byte, quella privata 4032 byte e la firma 3309 byte: numeri sensibilmente più grandi rispetto a ECDSA, un dettaglio da tenere presente quando si progettano protocolli o formati di messaggio con vincoli di banda o storage.

Un paio di note pratiche per chi vuole sperimentare da subito: su Linux serve OpenSSL 3.5 o superiore, mentre chi è ancora su .NET Standard 2.0 può accedere alle stesse API tramite il pacchetto NuGet Microsoft.Bcl.Cryptography. Per il supporto lato TLS 1.3, certificati basati su ML-DSA e SLH-DSA funzionano già in scenari di autenticazione quando sia il sistema operativo sia la controparte della connessione supportano i nuovi algoritmi — un altro motivo per cui la coordinazione tra client e server nella transizione non è opzionale.

Da dove cominciare, in pratica


Per un team che affronta questo tema per la prima volta, un percorso ragionevole è: primo, effettuare un inventario reale di certificati, librerie crittografiche e protocolli in uso, distinguendo per criticità e durata di vita dei dati protetti; secondo, verificare che l’infrastruttura TLS sia già su 1.3 ovunque possibile, perché è il prerequisito tecnico per tutto il resto; terzo, iniziare a sperimentare le nuove API — su .NET 10 il costo di ingresso è basso, si tratta di poche righe di codice — in ambienti non di produzione, per capire l’impatto su dimensioni di chiavi, firme e tempi di calcolo prima che diventi un requisito con scadenza stretta.

La crittografia post-quantistica non è ancora un’emergenza operativa per la maggior parte delle organizzazioni, ma il messaggio di Microsoft è chiaro: il momento di mappare le proprie dipendenze crittografiche e cominciare a testare gli algoritmi è adesso, non quando arriverà l’obbligo normativo o il primo incidente.

Fonte originale: Microsoft Urges Threat Modeling to Prepare for Post-Quantum Cryptography Migration, Petri IT Knowledgebase


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✨ DragonDoll: lo spyware Android che si finge un aggiornamento Chrome e legge Telegram, WhatsApp e Signal in 26 Paesi
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/dragon…

@informatica


DragonDoll: lo spyware Android che si finge un aggiornamento Chrome e legge Telegram, WhatsApp e Signal in 26 Paesi


Si parla di:
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Una pagina che imita alla perfezione la schermata di aggiornamento di Google Chrome, un dropper che scarica il payload reale solo dopo, e un abuso sistematico dei servizi di accessibilità Android per leggere in tempo reale le chat di Telegram, WhatsApp e Signal senza mai toccare la loro crittografia end-to-end. È DragonDoll, lo spyware commerciale che il Positive Technologies Expert Security Center (PT ESC) ha tracciato in almeno 26 Paesi, Russia inclusa, con circa 150 campioni caricati in appena due mesi su un repository GitHub pubblico.

Un finto aggiornamento, un dropper vero


La catena d’infezione comincia con un APK che si spaccia per “Chrome.apk” e adotta la tecnica dei tampered headers per ostacolare gli strumenti di analisi statica. Una volta installato, il file mostra una pagina-esca che riproduce fedelmente il branding di un aggiornamento ufficiale di Google Chrome, convincendo l’utente a proseguire con l’installazione. Solo a questo punto il dropper scarica ed esegue il payload reale, denominato internamente K3iwv7VF.apk, decifrato con AES-256-GCM tramite implementazione nativa (libreria compilata in C/C++, non in Java/Kotlin), un’ulteriore misura anti-analisi rispetto ai più comuni spyware Android scritti interamente in linguaggio gestito.

Il vero motore: l’abuso dell’AccessibilityService


DragonDoll non sfrutta exploit del kernel o vulnerabilità 0-day: si affida quasi interamente all’AccessibilityService di Android, l’API pensata per rendere il sistema operativo utilizzabile da persone con disabilità visive. Una volta ottenuto il permesso — spesso concesso dalla vittima stessa, ingannata dalla schermata di richiesta mascherata da parte del sistema — lo spyware può:

  • Intercettare tap, gesture e input da tastiera in tempo reale su qualsiasi app in primo piano.
  • Leggere il contenuto delle notifiche, incluse quelle di Telegram (liste chat, contatti, testo dei messaggi e timestamp) man mano che arrivano, senza dover violare la cifratura del protocollo.
  • Monitorare visivamente lo schermo durante l’uso di WhatsApp e Signal, catturando ciò che compare a video anche quando l’app stessa è protetta da crittografia end-to-end.
  • Iniettare overlay fasulli sopra app bancarie per sottrarre credenziali (banking overlay injection), una tecnica presa in prestito dai trojan bancari Android più maturi.
  • Raccogliere contatti, SMS, log delle chiamate, screenshot, stato di batteria/Wi-Fi/USB/SIM, IMEI e la lista completa delle app installate.

Per app meno “prioritarie” come Viber, il malware si limita a una raccolta più semplice dei dati visibili a schermo, segno di uno sviluppo modulare e mirato piuttosto che di un tool generico riadattato.

Una campagna globale, con targeting linguistico chirurgico


PT ESC ha individuato la campagna per la prima volta nella primavera 2026, durante l’analisi di attacchi contro utenti in Arabia Saudita, per poi scoprire un’infrastruttura di distribuzione molto più ampia: oltre 26 Paesi colpiti, tra cui Russia, Cina, Corea del Sud e diversi Stati dell’area MENA, con il malware localizzato in 34 lingue di interfaccia. Tra il 6 marzo e il 6 maggio 2026 sono stati caricati circa 150 campioni unici su un account GitHub (kesmanta24, registrato con l’indirizzo kesmantes52@outlook.com), arrivati almeno alle versioni 9.3 e 9.4 — un ritmo di sviluppo che tradisce un progetto attivamente mantenuto e monetizzato, non un esperimento estemporaneo.

L’infrastruttura di comando e controllo si appoggia al dominio channelzones[.]co, ospitato su hosting russo, con canali di comunicazione bidirezionale basati su Socket.IO e autenticazione tramite OkHttp3; la cifratura del traffico combina AES-256-CBC e RSA OAEP in uno schema ibrido. La distribuzione iniziale avviene tramite domini civetta come datewithmealways[.]site, datewithmealways[.]online e digitaladstracking[.]com, pensati per superare filtri di reputazione e ingannare l’utente con nomi apparentemente innocui o a tema dating/advertising.

Perché conta: il mercato in espansione dello spyware commerciale Android


DragonDoll si inserisce in un trend che i ricercatori osservano da tempo: la proliferazione di famiglie spyware Android vendute o distribuite su scala industriale, capaci di aggirare la crittografia end-to-end di app come Signal e WhatsApp non attaccando il protocollo, ma il dispositivo stesso attraverso funzioni di sistema legittime come l’accessibilità. È lo stesso principio dietro altre famiglie recenti individuate mascherate da versioni “clonate” di Telegram e Signal distribuite anche tramite store ufficiali, un problema che ha spinto più volte Google a rafforzare i controlli su Play Protect senza però eliminare il rischio quando l’installazione avviene tramite sideloading da pagine web esterne, come nel caso di DragonDoll.

La presenza della Russia tra i Paesi bersaglio, insieme a un’infrastruttura C2 ospitata proprio su hosting russo, è un dettaglio che PT ESC segnala senza sciogliere del tutto l’ambiguità sull’attribuzione: non è chiaro se si tratti di un operatore locale che colpisce anche il proprio mercato interno, di un tool venduto a più clienti con targeting indipendente, o di un’operazione di sorveglianza mirata mascherata da campagna commerciale opportunistica.

Come proteggersi


  • Non installare mai aggiornamenti di Chrome (o di qualsiasi altra app) da pagine web esterne al Google Play Store: gli aggiornamenti legittimi non vengono mai proposti così.
  • Verificare periodicamente in Impostazioni → Accessibilità quali app hanno permessi attivi e revocarli per tutto ciò che non sia uno strumento di assistenza riconosciuto.
  • Diffidare di APK scaricati da domini a tema dating, advertising o “aggiornamento urgente”, tipici vettori di distribuzione di questa famiglia.
  • Su dispositivi aziendali o ad alto rischio, disabilitare il sideloading e imporre policy MDM che blocchino l’installazione da fonti sconosciute.
  • Monitorare traffico di rete verso i domini e l’infrastruttura elencati di seguito come indicatori di compromissione.


Indicatori di compromissione

# Infrastruttura C2 e distribuzione
channelzones[.]co                 (C2 primario, hosting russo, canale Socket.IO)
datewithmealways[.]site           (dominio di distribuzione)
datewithmealways[.]online         (dominio di distribuzione)
digitaladstracking[.]com          (dominio di distribuzione)

# Account di sviluppo
GitHub user: kesmanta24
Email associata: kesmantes52@outlook.com
Periodo attivita': 6 marzo - 6 maggio 2026 (~150 campioni, versioni 9.3-9.4)

# Nomi file osservati
Chrome.apk        (dropper iniziale, tampered headers)
K3iwv7VF.apk       (payload finale, AES-256-GCM nativo)

# Paesi colpiti (parziale)
Arabia Saudita, Russia, Cina, Corea del Sud, area MENA (26+ Paesi totali)
Localizzazione: 34 lingue di interfaccia

# Cifratura
Dropper -> payload: AES-256-GCM (nativo)
C2: AES-256-CBC + RSA OAEP (ibrido), autenticazione OkHttp3, canale Socket.IO

Fonte primaria: Positive Technologies Expert Security Center (PT ESC). Dettagli tecnici e IoC aggiornati al momento della pubblicazione; per l’elenco completo di hash e domini si rimanda al report integrale dei ricercatori.

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Wer ein Apple-Gerät hatte, wurde in der Vergangenheit recht gut vor dem Zugriff der Werbebranche gewarnt. Nach einem auch von deutschen Zeitungsverlagen angestrengten Verfahren beim Kartellamt wird der Schutz nun verwässert – mit klaren Nachteilen für die Nutzer:innen. Ein Kommentar.

netzpolitik.org/2026/absurde-e…

in reply to netzpolitik.org

Auf Kartellbehörden oder die EU braucht niemand zu warten oder zu hoffen.

Mit dieser Erkenntnis gilt: Digitale Selbstverteidigung ist der einzige Weg aus dem Werbe-Irrsinn. Politik und Recht schützen uns nicht, also unterlauft, boykottiert, behindert und blockiert die Täter selber.

Es gibt viele Mittel und Wege, und sachkundige Menschen, die Dir dabei helfen. Aber wir kommen nicht darum, uns selbst Sachkunde zu erarbeiten, Hand anzulegen und uns gegen den Überwachungskapitalismus zu wehren. People before Business.

Big Tech boykottieren, und Menschen unterstützen, die Hilfe dabei brauchen. Wir müssen lernen, solidarische Netzbürger zu werden, und uns unsere digitale Freiheit zurückzuholen. Anderenfalls werden wir von den Konzernen eingeseift und scharf rasiert.

Questa voce è stata modificata (3 settimane fa)
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Perché i Pirati vogliono una riforma del diritto d’autore


Di seguito il post pubblicato oggi dal Partito pirata europeo Qualcuno una volta ha passato una serata a scegliere l’ordine di dodici canzoni, ha scritto a mano i titoli sul foglietto illustrativo e ha dato la cassetta a una persona che sperava di impressionare. Era una copia. Era stata fatta senza chiedere il permesso a nessuno. In gran parte d’Europa, inoltre, rientrava a pieno titolo in un’…

Source

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Un dirigente dei socialisti americani rivendica l'odio per la Costituzione


Cliff Connolly, del comitato politico nazionale della DSA, in un podcast del 2025 ha definito la Costituzione l'"ostacolo" da superare per arrivare alla rivoluzione. Il video è riemerso lunedì.

Un dirigente dei Democratic Socialists of America (DSA), l'organizzazione socialista a cui sono iscritti diversi eletti del Partito Democratico, ha rivendicato l'"odio" del suo gruppo per la Costituzione degli Stati Uniti, definita l'"ostacolo" da superare per arrivare a una rivoluzione socialista. Le parole sono di Cliff Connolly, membro del comitato politico nazionale dell'organizzazione, e risalgono a un'intervista del giugno 2025 al podcast Varn Vlog. Il video è stato ripescato lunedì da Natalie Winters, co-conduttrice del podcast War Room di Steve Bannon.

Connolly parlava del Marxist Unity Group (MUG), che sul proprio sito si definisce una "fazione" della DSA. L'organizzazione è divisa in correnti interne che si contendono la linea politica e nel collocare la propria ha detto: "Tra le correnti della DSA che credono nella democrazia come obiettivo finale, MUG è l'unica che vede la rivoluzione come una necessità per arrivarci. E tra le correnti della DSA che vedono la necessità della rivoluzione, siamo gli unici ad avere la democrazia come obiettivo finale".

"Le due cose per cui siamo famosi sono il nostro impegno per un programma e il nostro, ehm, odio per la Costituzione degli Stati Uniti", ha continuato Connolly. Quel programma, ha spiegato, "ci dà una mappa verso la rivoluzione e ci dà l'ostacolo che alla fine dovremo superare per fare una rivoluzione, cioè la Costituzione degli Stati Uniti, la base del governo degli Stati Uniti".

Il video riemerge dopo che negli ultimi mesi diversi socialisti democratici hanno vinto le primarie del Partito Democratico, le consultazioni con cui negli Stati Uniti sono gli elettori a scegliere i candidati da mandare alle elezioni generali. La DSA non è un partito e chi ne fa parte si candida dentro il Partito Democratico. Due delle candidate che hanno vinto a New York, Darializa Avila Chevalier e Claire Valdez, hanno la tessera dell'organizzazione, come il sindaco della città Zohran Mamdani, che le ha sostenute entrambe nelle rispettive primarie.

Oltre al programma economico socialista, il sito della DSA indica tra i propri obiettivi l'opposizione alle politiche migratorie del presidente Donald Trump, giudicate "razziste", e all'alleanza tra Stati Uniti e Israele, accusato di avere commesso un "genocidio" a Gaza. Subito dopo quelle primarie il presidente si era congratulato con Mamdani in tono sarcastico per avere fatto eleggere dei "comunisti veri e propri". Pochi giorni dopo il tono è cambiato e Trump ha detto che i comunisti hanno cominciato a fare "la loro mossa" negli Stati Uniti. "Il gioco è iniziato", ha aggiunto.

Nel discorso per il 4 luglio il presidente aveva già definito il comunismo un "cancro" da affrontare al più presto e in un comizio in Georgia, sempre a luglio, ha detto che "con il comunismo tutto si trasforma in me**a". Il podcast in cui Connolly ha parlato aveva circa 3.200 visualizzazioni su YouTube lunedì pomeriggio.


Il socialismo non sfonda in America, ma il capitalismo è al suo minimo storico


Quasi la metà degli americani non riesce a dire cosa ci sia di buono nel socialismo. Alla domanda aperta su quali siano i suoi aspetti positivi, il 30% risponde "niente" e un altro 15% non sa indicare nulla, secondo la rilevazione che Gallup ha diffuso all'inizio di agosto. L'indagine è stata condotta con questionari web dall'1 al 14 dicembre 2025 su un campione casuale di 2.020 adulti iscritti al panel dell'istituto.

Le critiche di chi risponde nel merito si distribuiscono su fronti diversi: il 21% cita l'inefficienza economica, il 19% l'invadenza dello Stato, il 18% il venir meno degli incentivi al lavoro, il 17% la riduzione della libertà e delle opportunità, l'11% la corruzione e il fallimento del sistema. Tra chi invece vede qualcosa di positivo, il 26% indica la rete di protezione sociale, cioè servizi di base accessibili che vanno dalla sanità all'istruzione alla casa, mentre il 23% cita l'uguaglianza e una distribuzione più equa della ricchezza.

Sondaggi · L’America e le ideologie economiche

Quasi metà degli americani non sa dire cosa ci sia di buono nel socialismo

Alla domanda aperta di Gallup il 30% risponde «niente» e un altro 15% non indica nulla. Chi lo apprezza cita la protezione sociale e l’uguaglianza; le critiche vanno dall’inefficienza economica all’invadenza dello Stato.

Grafica di FocusAmerica 11 agosto 2026

«Che cosa c’è di buono nel socialismo?»
45%

degli americani non indica alcun aspetto positivo: su 100 intervistati, 30 rispondono «niente» e 15 non sanno cosa dire.

«Niente» — 30% Non sa rispondere — 15% Indica almeno un aspetto — 55%
La stessa quota, per gli altri sistemi: Libera impresa 27% Capitalismo 22%

Le risposte nel merito

Il socialismo promette sicurezza, ma per molti costa libertà ed efficienza


Percentuale di americani che citano ciascun tema. Tocca una voce per il dettaglio e lo spaccato per partito.

Il buono55% indica qualcosa
Rete di protezione sociale 26%

Sanità, istruzione, casa e altri servizi di base a costi accessibili.

Uguaglianza e redistribuzione 23%

Meno divisioni di classe e una distribuzione più equa della ricchezza.

Sostegno a poveri e lavoratori 9%

Aiuti ai più svantaggiati e tutele per la classe lavoratrice.

Controllo pubblico o collettivo 6%

Un ruolo più forte dello Stato e delle comunità nell’economia.

Benessere della comunità 4%

Legami sociali più solidi e un tenore di vita migliore.

Il male75% indica qualcosa
Inefficienza economica 21%

Tasse più alte, crescita lenta, meno innovazione e concorrenza.

Invadenza dello Stato 19%

Governo troppo grande, abusi di potere, derive verso il comunismo.

Meno incentivi al lavoro 18%

Scoraggia l’impegno, premia la mediocrità, crea dipendenza dai sussidi.

Meno libertà e opportunità 17%

Limita i diritti individuali, la scelta e la possibilità di prosperare.

Corruzione e fallimenti del sistema 11%

Un sistema giudicato incline agli abusi e che «non funziona mai».

Domande aperte con risposte multiple: i totali non sommano a 100. Tra le critiche, un ulteriore 5% risponde che nel socialismo «è tutto sbagliato».

Il divario

Chi risponde «niente»: un’America divisa per partito e per età


Per partito
Democratici Indipendenti Repubblicani 11% 33% 54%

Tra democratici e repubblicani ci sono 43 punti di distanza.

Per età
18–34 anni 55 anni e oltre 13% 42%

Il divario tra le generazioni è di 29 punti.

0 20 40 60%

Il contesto

La libera impresa piace quasi a tutti, il capitalismo sempre meno


Percentuale di giudizi positivi su ciascun sistema, agosto 2025.

81%
Libera impresa
Il sistema che piace quasi a tutti

54%
Capitalismo Minimo storico
Mai così in basso da quando Gallup lo misura

39%
Socialismo
Positivo per quattro americani su dieci

Fonte Gallup, «How Americans View Capitalism, Socialism and Free Enterprise», 6 agosto 2026. Risposte aperte: sondaggio web 1–14 dicembre 2025 su 2.020 adulti (margine di errore ±5 punti). Giudizi positivi sui tre sistemi: rilevazione di agosto 2025.

Il capitalismo scivola al suo minimo storico


Il capitalismo raccoglie invece il giudizio positivo del 54% degli americani, il valore più basso che Gallup abbia mai registrato da quando ha iniziato a misurare questo indicatore. Nel 2021 era al 60%, un livello attorno al quale si era mantenuto in quasi tutte le rilevazioni precedenti. Il dato viene dal sondaggio condotto dall'1 al 20 agosto 2025 e pubblicato l'8 settembre dello stesso anno, che assegnava al socialismo il 39% di giudizi positivi contro il 57% di negativi.

Democratici e indipendenti hanno perso 8 punti ciascuno rispetto al 2021, mentre tra i repubblicani non cambia nulla: tre quarti continuano a giudicare positivamente il sistema economico americano. Per la prima volta meno della metà degli elettori democratici, il 42%, dà un giudizio positivo del capitalismo, mentre gli indipendenti si fermano al 51%.

La stabilità del dato complessivo sul socialismo nasconde uno spostamento profondo. Nel 2010 lo giudicava positivamente il 50% dei democratici, poi circa due terzi, un livello raggiunto in tutte e tre le rilevazioni dal 2019 in poi. L'aumento è stato compensato dal movimento opposto tra i repubblicani, mentre gli indipendenti sono rimasti sostanzialmente fermi.

I democratici sono così l'unico gruppo che preferisce chiaramente il socialismo al capitalismo, 66% contro 42%. Gli indipendenti restano più favorevoli al mercato, 51% contro 38%, i repubblicani in modo netto, 74% contro 14%. Tra gli elettori democratici il sorpasso è avvenuto nel 2016 e da allora il divario si è allargato fino a 24 punti, in una fase in cui il senatore Bernie Sanders, la deputata Alexandria Ocasio-Cortez e Zohran Mamdani, che da gennaio è sindaco di New York, si definiscono socialisti democratici e chiedono un ruolo dello Stato molto più ampio in economia.

La piccola impresa è promossa, le grandi corporation no


La piccola impresa raccoglie i giudizi positivi del 95% degli intervistati e in generale la libera impresa dell'81%. Gli americani, insomma, non hanno smesso di credere nel libero mercato: quando però questo prende la forma della grande impresa, i giudizi positivi scendono al 37% e quelli negativi salgono al 62%.

Il crollo della popolarità delle grandi corporation è recente e rapido: 9 punti persi nel 2025, dopo i 6 persi nel 2021. Nel 2019 le promuoveva ancora il 52% degli americani, mentre il massimo storico resta il 58% ottenuto nel 2012. Oggi le giudicano positivamente il 60% dei repubblicani, il 36% degli indipendenti e il 17% dei democratici. Gli ultimi due sono i minimi assoluti per quei gruppi. Rispetto al 2021 i democratici hanno perso 17 punti, gli indipendenti 10, mentre i repubblicani sono fermi, pur restando molto sotto il 78% del 2019.


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Perché i Pirati vogliono una riforma del diritto d'autore

Dal dibattito sulle cassette al digitale: quando i lucchetti tecnologici e i filtri di rete scavalcano i diritti d'uso e la libertà degli utenti diventa obbligatorio reagire

pirati.io/2026/08/perche-i-pir…

@pirati@feddit.it

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🕶️ Metas KI-Brillen stehen wegen weitreichender Datenschutzbedenken immer öfter in der Öffentlichkeit. 📺 noyb-Datenschutzjurist Felix Mikolasch hat mit dem ORF über die Risiken und Gefahren gesprochen:

👉 orf.at/av/video/onDemandVideoN…

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Meine Atmung fühlte sich beim Lesen eingeengt an, vlt. weil ich zwischendrin die Luft angehalten habe.


Würde die AfD ein Bundesland regieren, hätte sie eine Reihe von Möglichkeiten, den Sicherheitsapparat in ihrem Sinne neu auszurichten. Doch Demokrat*innen stehen dem nicht hilflos gegenüber. Wir haben mit dem Rechtswissenschaftler Markus Thiel darüber gesprochen, welche Gefahren eine potenzielle Machtübernahme birgt und was man dagegen tun kann. netzpolitik.org/2026/polizei-u…

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Für alle, die noch im Ferienmodus sind: Es ist wieder #DNIPBriefing-Dienstag! (Und auch für alle anderen, BTW)

1️⃣ Um Video-Überwachung (und ob man sich mit entsprechender Kleidung dagegen schützen kann) ging es schon im Briefing von letzter Woche. Dabei kamen wir zum Schluss, dass man sich nicht auf diesen Schutz verlassen sollte, da keine systematischen Tests bekannt sind und es viele unterschiedliche Überwachungs-Technologie mit unterschiedlichen Eigenschaften gibt.

dnip.ch/2026/08/18/dnip-briefi…

in reply to Marcel Waldvogel

Und wer die automatische Erkennung von potentiell strafrechtlich relevanten Situationen für Zukunftsmusik hält: Wie netzpolitik.org letzte Woche offengelegt hat, arbeitet zumindest die Mannheimer Polizei seit mehreren Jahren daran, Gefahrensituationen oder unerwünschtes oder gefährliches Verhalten durch Software zuverlässig zu erkennen.
netzpolitik.org/2026/verhalten…

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in reply to Marcel Waldvogel

Dazu wurden mit Probanden bisher rund 2’000 Kurzfilme mit „auffälligem“ Verhalten erstellt, welche für die Erkennungs-Software als Test- und Trainingsmaterial genutzt werden. Da dies offenbar nicht reicht, soll die Menge der Filme auf bis zu 10’000 ausgebaut werden. Handfeste Belege über Wirksamkeit, Fehlerquoten und Verlässlichkeit der damit getesteten/trainierten Software oder gar unabhängige Evaluationen gibt es bisher allerdings nicht.

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in reply to Marcel Waldvogel

2️⃣ Überwachung wird ja gerade „demokratisiert“, wie man euphemistisch sagen könnte. Für wenige hundert Franken kann jeder zum Datensammel-Agenten von Meta werden. Die Digitale Gesellschaft sieht darin einen „Frontalangriff auf unsere Privatsphäre“ und verlangt ein grundsätzliches Verbot solcher anlassloser Überwachung durch Smart Glasses mit streng definierten Ausnahmen, die sich strikt an „Privacy by Design“ orientieren müssten.
digitale-gesellschaft.ch/2026/…

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in reply to Marcel Waldvogel

In Deutschland läuft eine Strafanzeige von HateAid gegen Meta, den Brillenhersteller sowie Optik-Handelsketten. Nach Ansicht von HateAid verstösst der Verkauf gegen das deutsche Telekommunikation-Digitale-Dienste-Datenschutz-Gesetz (TDDDG), das Geräte verbietet, welche als Alltagsgegenstände getarnt seien, aber dazu bestimmt sind, andere unbemerkt zu filmen oder abzuhören.
heise.de/news/KI-Brillen-Straf…

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in reply to Marcel Waldvogel

Das Verfahren dürfte spannend werden, da es in Deutschland entsprechende Präzedenzfälle gibt: So wurde 2017 eine „Smarte Puppe“ verboten, da sie eine „verbotene Sendeanlage“ darstelle und damit einem Spionagegerät gleichgestellt sei. Sie wurde vom Markt genommen und Eltern aufgefordert, die Puppen zu vernichten, denn alleine der Besitz eines solchen Spionagegeräts ist strafbar.
netzpolitik.org/2017/schnueffe…

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in reply to Marcel Waldvogel

Wer sich in der Schweiz schon einmal betätigen will: Campax hat eine Petition gestartet, die ein Verbot von Smart Glasses fordert und der man sich anschliessen kann. Dort wird insbesondere das heimliche Filmen von Frauen und Kindern mit anschliessender Veröffentlichung ohne Zustimmung der Betroffenen thematisiert, beispielsweise in Badis und Umkleidekabinen.
#SmartGlasses #Überwachung #Meta
act.campax.org/petitions/smart…

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in reply to Marcel Waldvogel

(Ach ja: Bereitet euch schon einmal geistig auf Ohrstöpsel mit Kameras vor. Die sind auch allgegenwärtig in Gyms und Umkleidekabinen.)
macrumors.com/2026/08/17/camer…

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in reply to Marcel Waldvogel

3️⃣ Wie The Verge schreibt, hat Amazon einen neuen Weg gefunden, Kunden auf die eigene Webseite zu locken: In den Bestätigungsmails zu Bestellungen und deren Versandstatus wird nicht mehr das spezifische Produkt („20 Stück Kernseife“) erwähnt, sondern nur noch die Produkt-Kategorie („Hygenieprodukt“). Wer viel bestellt und genau wissen will, das denn da nun unterwegs ist, muss den Bestell-Status direkt auf der Amazon-Webseite nachschlagen.
theverge.com/ai-artificial-int…

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in reply to Marcel Waldvogel

Offiziell begründet Amazon dies damit, dass so die Weitergabe von Kundeninformationen ausserhalb der Amazon-App und -Website reduziert wird, was die Privatsphäre der Kunden besser schützt.
dnip.ch/2026/08/18/dnip-briefi…

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in reply to Marcel Waldvogel

The Verge spekuliert im Artikel darüber, dass der wahre Grund wohl eher darin liegt, dass Google (via Gmail) die Inboxes ihrer Nutzenden scannt und die dabei gefundenen Produktdetails für Profiling und gezielte Werbung nutzen kann. Profiling und Werbung, welche dazu führen können, dass Kunden halt auch Angebote ausserhalb des Amazon-Universums kennenlernen …
dnip.ch/2024/03/26/der-taeglic…

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in reply to Marcel Waldvogel

4️⃣ Vor einigen Wochen berichteten wir, dass in letzter Zeit vermehrt grosse Bestellungen bei Antiquariaten eingingen. Vermutet wurde, dass die KI-Konzerne im grossen Stil Bücher aufkaufen würden, um ihre Inhalte dann zu scannen. Der Einfachheit halber (und dem Urheberrecht zuliebe) würden die Bücher dabei vernichtet und entsorgt, so die Vermutung. Genaueres wusste man bisher aber nicht, da die Bestellungen über Zwischenhändler und Dienstleister liefen.
dnip.ch/2026/06/23/dnip-briefi…

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in reply to Marcel Waldvogel

Diese Vermutung wurde inzwischen bestätigt. 404 Media hat einer dieser Bücher-Grosslieferungen eine Apple AirTag untergejubelt, mit dem sie die Buchlieferung quer durch die USA und zurück verfolgen konnten (Paywall). Die Lieferung landete ironischerweise im gleichen Amazon-Gebäudekomplex in Las Vegas, in dem auch Bücher On-Demand gedruckt werden. Nur, dass mit diesen angelieferten Büchern so ziemlich genau das Umgekehrte passiert.
404media.co/we-tracked-a-shipm…


We Tracked a Shipment of Rare Books. It Ended at an Amazon AI Training Facility


Amazon is buying massive quantities of books, scanning them for AI training data, and destroying them in the process.

A 404 Media investigation was able to reveal Amazon’s book buying operation, which hasn’t been previously reported, by placing a tracking device in a rare book we suspected would be acquired by an AI company for training data, and following it around the country to its final destination.

📖
Do you know work at a facility where you scan books? I would love to hear from you. Using a non-work device, you can message me securely on Signal at @emanuel.404. Otherwise, send me an email at emanuel@404media.co.

That final destination was an Amazon warehouse in Las Vegas, Nevada. Amazon employees who work at this location say all they do is receive massive shipments of printed books which they then cut the bindings off in order to scan the books more quickly. The printed book is destroyed in the process. The logo of the Amazon team that works at this warehouse, called VGT3, is a dinosaur, brandishing its teeth and with a book in its hands.

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in reply to Marcel Waldvogel

In internen Foren wurde die Arbeit als für Amazon-Verhältnisse vergleichsweise stressfrei beschrieben, wie 404 Media berichtet. Die Mitarbeitenden dort würden die Bücher aufschneiden und zuerst die ISBN-Barcodes, später die Seiteninhalte scannen.

Im Artikel wird vermutet, dass vor allem Bücher vor 2022 aufgekauft würden, da diese garantiert ohne LLM generiert worden seien.

Ob Amazon auch Bücher aufkauft, die zuvor im gleichen Gebäude gedruckt wurden, ist nicht bekannt.
dnip.ch/2026/08/18/dnip-briefi…

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in reply to Marcel Waldvogel

5️⃣ Apple ist bekannt dafür, dass sie Privatsphäre ernster nehmen als andere IT-Grosskonzerne. So haben sie früh begonnen, die Trackingmöglichkeiten durch Apps einzuschränken bzw. die Datenverwendung durch App-Anbieter zu dokumentieren. Apple bietet seit mehreren Jahren die Möglichkeit an, den Apps das Datensammeln mit wenigen Klicks zu untersagen. Nun hat allerdings das deutsche Bundeskartellamt geurteilt, dass das nicht mehr so einfach gehen dürfe.
netzpolitik.org/2026/bundeskar…

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in reply to Marcel Waldvogel

Geklagt hatten deutsche Werbe- und Zeitungsverbände. Einer der Klagepunkte betrifft die Ungleichbehandlung von Apple und Drittparteien in Apples App Tracking Transparency Framework (ATTF), der definitiv in die Zuständigkeit einer Wettbewerbsbehörde fällt.

Das Bundeskartellamt hat aber auch entschieden, dass die App-Tracking-Anbieter neu 4000 Zeichen Platz im Tracking-Ja/Nein-Dialog bekommen sollen, um die Vorteile von personalisierter Werbung und Tracking zu erklären.
dnip.ch/2026/08/18/dnip-briefi…

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Das Wort „Tracking“ darf Apple übrigens in dem Zusammenhang nicht mehr verwenden.

Dabei dürfte es zumindest unseren Leser:innen durchaus geläufig sein, dass die Datensammelei mit Datenschutzrisiken verbunden ist. Die Daten bleiben nämlich nicht bei den App-Anbietern, die Interessen und Standortdaten der Nutzer:innen werden fleissig und oft unkontrolliert erfasst und weitergegeben.
dnip.ch/2025/12/16/dnip-briefi…

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in reply to Marcel Waldvogel

Das Wort „Tracking“ darf Apple übrigens in dem Zusammenhang nicht mehr verwenden.

Dabei dürfte es zumindest unseren Leser:innen durchaus geläufig sein, dass die Datensammelei mit Datenschutzrisiken verbunden ist. Die Daten bleiben nämlich nicht bei den App-Anbietern, die Interessen und Standortdaten der Nutzer:innen werden fleissig und oft unkontrolliert erfasst und weitergegeben.

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Wer kennt nicht die Dialoge, dass dem Anbieter „die Privatsphäre wichtig“ sei und die Daten nur mit ausgewählten „949 Partnern“ geteilt würden? Dass einige dieser Partner die Daten weiter teilen und damit auch sicherheitsrelevante Informationen geleckt werden, wird damit vermutlich zukünftig unterschlagen werden müssen.
dnip.ch/2025/12/16/dnip-briefi…

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6️⃣ Anthropic hat angekündigt, in von Claude generierten Texten zukünftig Wasserzeichen einzufügen, also für die Leserin nicht erkennbare Indikatoren, dass ein Text von Claude erstellt wurde. Wasserzeichen kennen wir ja primär von Bildern und im ersten Moment scheint es fraglich, wie sowas in Texten (die ja schlussendlich simple Zeichenketten sind) funktionieren soll.
anthropic.com/news/claude-text…

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in reply to Marcel Waldvogel

Weiterhelfen kann hierbei dieser Text⬇️, der den Effekt auch gleich visuell aufbereitet. Kurz gesagt wird ausgenutzt, dass bei LLM-gestützter Textgenerierung das nächste Wort durch das LLM wahrscheinlichkeitsbasiert aus einer Menge von möglichen Wörtern ausgewählt wird. Oft handelt es sich dabei um Synonyme, und man kann mit einer Änderung der Gewichtung erreichen, dass gewisse Synonyme häufiger ausgewählt werden als dies rein basierend auf den Trainingsdaten gegeben wäre.
declaude.org/watermarking/

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in reply to Marcel Waldvogel

Dies bedeutet konkret, dass nur Anthropic erkennen kann, ob ein Text durch Claude erstellt oder signifikant bearbeitet wurde. Nur Anthropic kennt schliesslich die geänderte Gewichtung und kann so durch eine Textanalyse überprüfen, ob in einem vorliegenden Text dieser Gewichtung entspricht. Allerdings sind hierzu längere Texte (typischerweise mehrere Seiten) notwendig, da sich in kurzen Texten kaum genügend Synonyme austauschen lassen können.
dnip.ch/2023/01/30/wie-funktio…

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in reply to Marcel Waldvogel

Zu Kontroversen führt momentan, inwieweit durch das Watermarking die Bedeutung von Texten verändert wird und inwieweit es statthaft ist, Wasserzeichen auch dann anzubringen, wenn Claude nur zum Redigieren/Korrigieren von durch Menschen geschriebenen Texten verwendet wird. Wir werden darauf in einem separaten Artikel noch eingehen.

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in reply to Marcel Waldvogel

7️⃣ Klaus Landefeld, der u.a. langjährig für DE-CIX tätig war, die in Frankfurt einen der grössten Internetknoten der Welt betreiben, kritisierte im Heise-Interview die Wünsche der Ermittlungsbehörden nach mehr Vorratsdatenspeicherung mit den Worten: "Wenn man aber bei einer Anzeige noch nicht mal die Daten abfragt, die der Telekommunikationsprovider extra bereitgestellt hat, ist die ganze Argumentation mit zu kurzen Speicherfristen etwas schief."
heise.de/hintergrund/Missing-L…

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in reply to Marcel Waldvogel

Überwachung und Vorratsdatenspeicherung sind Themen, in dem auch aktuell in der Schweiz die Digitale Gesellschaft @digiges wieder aktiv ist.

#Überwachung #Vorratsdatenspeicherung #QuickFreeze
digitale-gesellschaft.ch/quick…

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in reply to Marcel Waldvogel

8️⃣ Die Weko ist fleissig. Nicht nur ist sie in (Vor-)Abklärungen mit Microsoft (Preiserhöhungen) und Apple (NFC), neu wird auch gegen Google ermittelt. Grund: in der Schweiz kann im Gegensatz zu den Nachbarländern die Suchmaschine auf Android nicht mehr beim Start ausgewählt werden, sondern ist initial fix auf die Google-eigene festgelegt.
weko.admin.ch/de/newnsb/a1GWSd…

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in reply to Marcel Waldvogel

PS: In einem Kommentar auf unserer Seite hat Rolf darauf hingewiesen, dass es auch andere Tracking-Methoden gibt. Im Funkbereich reichen bereits ein paar "normale" WLAN-Accesspoints, um Menschen zu lokalisieren und sie wiederzuerkennen.
heise.de/hintergrund/Menschen-…

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Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Ben-Gvir: "A Gaza vanno uccise 30 o 40 persone ogni notte"


Il Ministro israeliano della Sicurezza Nazionale ha chiesto di intensificare gli attacchi, espellere in massa i palestinesi e ricostruire gli insediamenti nella Striscia. La stampa israeliana ne ha parlato pochissimo, a due mesi dalle elezioni.

Il Ministro ultranazionalista israeliano della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, ha affermato pubblicamente che a Gaza bisognerebbe uccidere "30 o 40" persone ogni notte. Il passaggio dell'intervista è stato reso noto domenica ed è stato rapidamente rilanciato dai media palestinesi. Ben-Gvir, esponente di punta della coalizione di governo guidata da Benjamin Netanyahu, parlava nella puntata di October 8 pubblicata sabato sera. Il podcast è condotto da Rom Braslavski, un ex ostaggio tenuto prigioniero a Gaza.

I due discutevano di come Israele stia cercando di riprendersi dall'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 quando il Ministro ha criticato la recente riduzione dei raid israeliani sulla Striscia. "Non è un segreto, non sono d'accordo con il primo ministro", ha detto.

"Penso che a Gaza vadano condotti omicidi mirati, bisogna ucciderne 30 o 40 ogni notte. Non soltanto quelli che rappresentano una minaccia immediata: lì ci sono persone che non meritano di vivere. Non devono vivere. Non sono nemmeno persone."


Dichiarazioni analoghe di Ben-Gvir e di altri esponenti israeliani sono state presentate davanti alla Corte Internazionale di Giustizia come prova dell'esistenza di un intento genocida da parte israeliana e in passato hanno suscitato diffuse condanne unanimi dal punto di vista internazionale. Da parte sua, Israele nega strenuamente di aver commesso un genocidio a Gaza nel corso della recente guerra.

Israele e Gaza · Le parole di un ministro

Ben-Gvir chiede di uccidere «30 o 40» persone ogni notte a Gaza

Il ministro della Sicurezza Nazionale non comanda l'esercito e non può ordinare un attacco. Ma controlla la polizia e le carceri israeliane, chiede insediamenti in tutta la Striscia e pesa sul negoziato a dieci settimane dal voto.

Grafica di FocusAmerica17 agosto 2026

La richiesta del ministro
30o40
Le persone che, secondo Itamar Ben-Gvir, Israele dovrebbe uccidere a Gaza in omicidi mirati ogni notte.

Il ministro siede nel gabinetto di sicurezza, ma non può ordinare un attacco

«Penso che a Gaza vadano condotti omicidi mirati, bisogna ucciderne 30 o 40 ogni notte. Non soltanto quelli che rappresentano una minaccia immediata: lì ci sono persone che non meritano di vivere. Non devono vivere. Non sono nemmeno persone.»Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza Nazionale
Dalla prima puntata del podcast «October 8», condotto dall'ex ostaggio Rom Braslavski e pubblicata sabato 15 agosto 2026.

Il territorio conteso

Che cosa significa «insediamenti in tutta Gaza»


Vent'anni fa Israele smantellò tutti i suoi insediamenti nella Striscia. Ben-Gvir chiede di ricostruirli, e non solo dove si trovavano. Tocca le tre fasi per vedere la differenza.

Mar MediterraneoMediterraneo Israele Egitto Città di GazaDeir al-BalahKhan YunisRafah Gush Katif
10 km

Fino al 200521 insediamenti 2005Il ritiro OggiLa richiesta

Fino al 2005
Israele occupa la Striscia e vi costruisce 21 insediamenti, in gran parte raccolti nel blocco di Gush Katif, sulla costa sud-occidentale.

365 km²
superficie

41 km
di lunghezza

6–12 km
di larghezza

2 milioni
di abitanti

Striscia di Gaza
Area con insediamenti israeliani

Il perimetro di Gush Katif è una collocazione indicativa, ricostruita sulle descrizioni del blocco: costa a ovest, Rafah a sud-ovest, Khan Yunis a est, Deir al-Balah a nord-est.

Il perimetro del potere

Che cosa controlla davvero Ben-Gvir


Dopo decenni ai margini dell'estrema destra, il ministro è oggi uno degli uomini più influenti del Paese. La sua autorità si ferma però alle porte dell'esercito.

Sotto il suo ministero

Polizia nazionale
L'intera forza di polizia del Paese risponde al suo dicastero.

Carceri e detenuti
Vi sono rinchiusi migliaia di palestinesi di Gaza e della Cisgiordania. Nel settembre 2025 la Corte Suprema ha stabilito che il servizio carcerario non garantiva loro il cibo necessario alla sussistenza.

Fuori dal suo ministero

Forze armate
L'esercito risponde al governo e allo Stato Maggiore. Il ministro può criticare le scelte militari, non modificarle.

Raid su Gaza
Dall'inizio di agosto ogni omicidio mirato richiede il via libera del capo di Stato Maggiore Eyal Zamir. Prima bastava l'autorizzazione dei comandi sul terreno.

Lo stallo

Due idee opposte sul futuro della Striscia


La Casa Bianca ha messo per iscritto una sequenza precisa. Ben-Gvir ne propone un'altra, che va nella direzione contraria.

Il piano della Casa Bianca
15 punti

  • Hamas consegna gradualmente le armi
  • Israele ferma i raid e comincia a ritirarsi
  • Poi arrivano le forze internazionali e la ricostruzione


Il programma di Ben-Gvir
Direzione opposta

  • Insediamenti in tutta Gaza, non solo a Gush Katif
  • Emigrazione di massa dei palestinesi
  • Nessuna riduzione dei raid: omicidi mirati ogni notte


Hamas accetta il disarmo solo dopo il ritiro israeliano e lega la consegna delle armi più pesanti alla nascita di uno Stato palestinese, ipotesi che il governo israeliano respinge.

Inizio agostoIsraele riduce i raid sulla StrisciaL'autorizzazione a colpire passa al solo capo di Stato Maggiore. È una concessione non dichiarata a Donald Trump. La destra di governo reagisce con furia. 9 agostoNetanyahu respinge la proposta del Board of PeaceIsraele non lascerà nessuna delle posizioni occupate finché Hamas non sarà completamente disarmata. Restano bloccati anche le forze internazionali e la ricostruzione. 27 ottobreGli israeliani vanno a votareI media israeliani hanno quasi ignorato le parole del ministro. Quel silenzio misura quanto posizioni un tempo marginali abbiano guadagnato terreno dopo il 7 ottobre 2023.

Il contesto in cifre

I numeri intorno a quelle parole

1.200
persone uccise in Israele nell'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023

251
persone rapite e portate a Gaza quello stesso giorno

oltre1.250
palestinesi uccisi dai raid israeliani dall'entrata in vigore della tregua
Ministero della Salute di Gaza, legato ad Hamas

21
insediamenti israeliani smantellati nella Striscia nel 2005
Circa 9.000 coloni trasferiti

Dichiarazioni analoghe di esponenti israeliani sono state presentate alla Corte internazionale di giustizia come prova di un intento genocida. Israele nega di aver commesso un genocidio a Gaza.

Fonte The Times of Israel e Associated Press (dichiarazioni del ministro e catena di comando), Ministero della Salute di Gaza (vittime dei raid dopo la tregua), Corte Suprema israeliana, Britannica e Nazioni Unite (disimpegno del 2005). Mappa: Natural Earth. Agosto 2026.

Il peso politico di Ben-Gvir


I media israeliani, invece, hanno quasi ignorato quelle parole, ma paradossalmente il loro silenzio mostra quanto posizioni un tempo marginali, come quelle del Ministro, abbiano guadagnato terreno in vista delle elezioni del 27 ottobre. Dopo l'attacco del 2023, durante il quale i miliziani uccisero circa 1.200 persone e ne rapirono 251, figure come Ben-Gvir sono diventate sempre più popolari tra gli israeliani. Molti ostaggi hanno raccontato di aver subito fame prolungata, abusi fisici e psicologici e, in alcuni casi, violenze sessuali.

Il Ministro, in quanto responsabile della Sicurezza Interna, non esercita alcuna autorità sulle Forze Armate e non può ordinare attacchi contro Gaza. Dopo decenni trascorsi ai margini dell'estrema destra israeliana, è però diventato uno degli uomini più influenti del Paese. Controlla settori decisivi dell'apparato di sicurezza, dalla polizia nazionale alle carceri in cui sono detenuti migliaia di palestinesi provenienti da Gaza e dalla Cisgiordania. In passato si è vantato di aver ridotto fino al limite della fame le razioni alimentari destinate ai detenuti palestinesi. Nel settembre 2025 la Corte Suprema israeliana ha stabilito che il servizio carcerario posto sotto la sua responsabilità non garantiva loro nemmeno il cibo necessario alla sussistenza.

Fino a poche settimane fa Israele attaccava Gaza quasi ogni giorno. Secondo il Ministero della Salute della Striscia di Gaza legato ad Hamas, questi attacchi hanno ucciso più di 1.250 persone dall'entrata in vigore della tregua di ottobre. L'esercito israeliano, che sostiene di aver preso di mira miliziani di Hamas, ha poi ridotto i raid in una concessione non dichiarata a Donald Trump. Nickolay Mladenov, inviato per Gaza del "Board of Peace" voluto dal presidente statunitense, aveva infatti chiesto la sospensione degli attacchi per due settimane. All'inizio di agosto i media israeliani hanno riferito che l'autorizzazione a colpire era stata riservata al solo capo di Stato Maggiore dell'IDF, Eyal Zamir. La decisione ha provocato la reazione furiosa degli esponenti della destra, tra cui proprio Ben-Gvir.

Lo scontro sul futuro di Gaza


Nella stessa intervista il Ministro ultranazionalista ha chiesto anche l'emigrazione di massa dei palestinesi da Gaza, una proposta che, secondo i giuristi internazionali, potrebbe configurare una vera e propria pulizia etnica. Ben-Gvir ha inoltre invocato il ritorno degli insediamenti israeliani nella Striscia. Vent'anni fa Israele si ritirò da Gaza, smantellando un blocco di 21 insediamenti ebraici noto come "Gush Katif". "Considero tutta Gaza parte del nostro territorio", ha detto.

"Dovremmo costruire insediamenti non soltanto a Gush Katif, ma in tutta Gaza, incoraggiando quanta più emigrazione possibile e mandandoli nei loro Paesi. Per i terroristi, invece, niente emigrazione: bisogna soltanto ucciderli uno per uno."


Il piano in 15 punti della Casa Bianca prevede invece che Hamas ceda gradualmente le armi mentre le forze israeliane interrompono gli attacchi e cominciano a ritirarsi dalla Striscia. Il gruppo terrorista palestinese si è detto disposto al disarmo, ma soltanto dopo il completo ritiro israeliano, e ha subordinato la consegna delle armi più pesanti alla creazione di uno Stato palestinese indipendente, ipotesi che il governo israeliano e gran parte della classe politica del Paese respingono con decisione.

Il 9 agosto Netanyahu ha bocciato la proposta del "Board of Peace", ribadendo che Israele non abbandonerà nessuna delle posizioni occupate finché Hamas non sarà stata completamente disarmata. Finché questo nodo non sarà sciolto, resteranno bloccati anche il dispiegamento delle forze internazionali e la ricostruzione del territorio pressoché completamente distrutto durante la recente guerra. Ben-Gvir vuole superare a suo modo lo stallo, ma nella direzione opposta a quella invocata dalla Casa Bianca.

Questa voce è stata modificata (4 settimane fa)

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Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Why Pirates want Copyright Reform


The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please log in.

Someone once spent an evening choosing the order of twelve songs, wrote the titles on the paper insert by hand, and gave the cassette to a person they were hoping to impress. It was a copy. It was made without asking anyone. Across much of Europe it also fell squarely within an exception that lawmakers had gone out of their way to create.

That was not an oversight. Germany wrote a private copying exception into its Copyright Act in 1965 and paid for it with a levy on recording equipment and blank media. Most of continental Europe followed the same model, and the arrangement was eventually carried into EU law as the private copying exception in Article 5(2)(b) of the InfoSoc Directive — the 2001 law that still governs copyright across the European Union. Rightsholders were compensated. Nobody had to be watched.

The record industry campaigned against it anyway. “Home taping is killing music” was the British Phonographic Industry’s slogan from 1981, printed on record sleeves under a skull-and-crossbones. It is worth noticing what that campaign did with language: an act that European lawmakers had deliberately permitted, and for which artists were already being paid through the levy, was described as killing. The framing arrived two decades before file-sharing became a mass phenomenon — the first clue that the argument was never really about the copying.

Two answers, and the one that travelled


Europe and the United States faced the same question in the cassette era and answered it in opposite ways.

Europe legalised the copying and paid for it collectively. Levies on recording equipment and blank media flow through collecting societies to authors, performers, publishers and visual artists. According to the global study published by the collecting societies themselves, the system now operates in 31 European countries against four in the whole of the Americas, generates over €1 billion a year worldwide, and costs each consumer between €1.14 and €3.19 annually. In more than twenty countries part of the money funds social and cultural programmes — training, pensions, support for emerging artists — which is why this is better understood as social infrastructure than as a tax. The Court of Justice has held that up to half of such compensation may be directed to those institutions. And the study describes the defining feature of the whole arrangement in a single phrase: the money reaches creators “without monitoring individual users.”

The system has real critics. Europe’s technology industry argues that levies are an outdated instrument that charges buyers for copies many of them never make, applied through tariffs that vary widely and unpredictably between Member States. That is a fair objection to how the levy is calculated. It is not an argument against the principle underneath it.

The United States built nothing comparable. Its Audio Home Recording Act of 1992 did create a royalty, but only on dedicated digital audio recording devices — and when the recording industry tried to apply it to the first MP3 players, the Ninth Circuit held in RIAA v. Diamond Multimedia (1999) that the Rio was not such a device, because it merely made portable what was already on a computer’s hard drive. General-purpose computers fell outside the scheme, and the scheme never recovered. One comparison put annual private copying payments at $1.2 billion in the EU against roughly $1 million in the United States.

With no mechanism to compensate for copying, there was nothing to offer in exchange for permitting it. The American answer to home copying could only be to prevent it. That answer was written into the WIPO Copyright Treaty in 1996, into the Digital Millennium Copyright Act in 1998, and then into European law in the InfoSoc Directive of 2001 — the very directive that codified the private copying exception. Europe kept its levy and imported the lock in the same instrument.

Europeans consequently pay twice. The levy is charged on the device on the assumption that private copies will be made. The DRM on the file then prevents the copy the levy has already paid for.

Canada shows where that combination ends. It adopted the European model in 1997, with a private copying exception for music funded by a levy — but the statute named media rather than devices. When the Copyright Board extended the tariff to the memory inside MP3 players, the Federal Court of Appeal struck it down for want of authority, and the Supreme Court declined to intervene. The levy stayed on blank CDs while the copying moved to phones, and receipts fell from C$38 million in 2004 to C$1.1 million in 2019. Canada then implemented the anti-circumvention rules in 2012 regardless, alongside a set of user exceptions more generous than anything in EU law — format-shifting, backup, and a non-commercial remix exception Europe still lacks — all of which the digital locks override. The lesson is worth stating precisely: the Canadian levy did not fail because collective compensation does not work. It failed because a statute written around cassettes was never rewritten.

The companies that came to operate the distribution layer grew up under the American rule set rather than the European one. Apple’s iTunes Store, Amazon’s Kindle, Google’s YouTube, Netflix and Steam determine the terms on which most Europeans now reach music, books, film and games, with Spotify the notable European exception. The safe harbour that made platforms built on user uploads commercially viable was an American design. Europe’s eventual answer, Article 17, imposes filtering costs — Google says it has invested over $100 million in Content ID alone — that in practice only the largest incumbents can absorb.

Meanwhile the European mechanism erodes. Levy collections across 32 countries have been broadly flat in cash terms since 2017 and have fallen in real terms, because the copying has moved to streaming, where the exception, and the payment attached to it, does not clearly reach.

The copy you cannot give away


Buy a paperback and it is yours. Resell it, lend it, give it away, leave it to someone in a will — copyright does not stand in the way, because the right to control distribution of that copy is exhausted by the first authorised sale. This is not a loophole. Exhaustion is the mechanism that makes libraries, second-hand shops and gifts possible.

Buy the same book as an e-book and none of it holds. In Tom Kabinet (C-263/18, 19 December 2019), the Court of Justice of the European Union ruled that supplying an e-book for permanent download is not “distribution” at all but “communication to the public” — a right that is never exhausted. A second-hand market in e-books is therefore unlawful without the publisher’s permission. The Court had reached the opposite conclusion for downloaded software seven years earlier, in UsedSoft (C-128/11), which tells us the distinction is a policy choice rather than a fact of nature.

No piracy is involved anywhere in this. A reader who paid full price cannot pass the book on. What was removed was not an unauthorised act but an ordinary one.

The lock that outranks the right


The private copying exception still exists on paper. Exercising it is another matter.

The anti-circumvention rules imported in 2001 make it unlawful to defeat a technological protection measure — the family of access controls usually called DRM. Article 6(4) was meant to be the safety valve between the two halves of the directive: Member States should ensure that people can still benefit from certain exceptions even when a work is locked. In practice it applies to a closed list of exceptions, leaves the remedy to national procedures that most Member States never built, and offers nothing at all where a work is streamed on demand.

The result is a right that cannot be exercised. The lock wins, and the lock does not distinguish between an infringing copy and a lawful one — it cannot, because it does not know what the user intends.

Portugal is the exception that proves the point. Law 36/2017 permits circumvention where the purpose is to exercise a lawful exception, and forbids DRM on public domain works and on works funded by public money. Campaigners there needed fifteen years to win a right that the Directive had always claimed to guarantee.

Enforcement moved into the pipes


Article 17 of the 2019 Copyright in the Digital Single Market Directive made large platforms liable for what their users upload unless they make best efforts to prevent it. It was argued for as a fix to the “value gap” between what platforms earn and what rightsholders receive. What it requires in practice is automated inspection of everything anyone posts.

The Court of Justice upheld the provision in Poland v Parliament and Council (C-401/19, 26 April 2022), but not in the form several governments wanted. It rejected the argument that content could be blocked systematically at upload so long as users could appeal afterwards, and held that safeguards must operate before blocking, not after. A filter that cannot tell a quotation from an infringement may not be deployed as though it can.

That judgment is a genuine win for user rights. It is also an admission about the mechanism: the default behaviour of automated enforcement is to remove lawful speech, and it took the EU’s highest court to say so.

When there is no copy at all


The clearest case is the one currently on the table.

The European citizens’ initiative “Stop Destroying Videogames” was submitted to the Commission on 26 January 2026with 1,294,188 verified signatures. It asked for something modest: that a game sold to the public should be left in a playable state when the publisher stops supporting it. On 16 June 2026 the Commission replied that it cannot at this stage propose such an obligation, and offered instead to convene the industry on a voluntary code of conduct by the end of 2026.

The background to that request is Ubisoft’s racing game The Crew, delisted in December 2023 and switched off three months later. Buyers then found their licences revoked outright. In the litigation that followed — including a case brought by the French consumer association UFC-Que Choisir — Ubisoft’s defence was that customers had never bought a copy at all, only a limited licence to access a service.

That defence is legally coherent, and that is precisely the problem. When the transaction is a licence rather than a copy, there is nothing to lend, resell, archive or hand to anyone. The unmonitored exchange of culture between people does not have to be prohibited. It simply has nothing left to move.

The case on the other side


It deserves stating properly. Creators need income, and an unlimited right to copy and redistribute commercially would remove the market that pays them. Rightsholders cannot realistically police millions of individual users, so building enforcement into infrastructure is a rational response to a real problem. Licensed streaming has been a genuine success on its own terms: cheap, legal and convenient, and its defenders can fairly point out that it did more to draw people away from unauthorised downloading than a decade of lawsuits ever managed.

None of that is in dispute. The question is what the mechanisms actually deliver.

Extending the term of protection for sound recordings from 50 to 70 years, as the EU did in 2011, prevents no unauthorised copying whatsoever — it can only extend control over recordings that already exist. A study prepared for the European Parliament sets out the recurring criticism: the benefit falls mainly to labels and a small number of successful performers, while ordinary session musicians have little bargaining power over the contracts that determine what reaches them. The levy that paid for the mixtape paid artists directly. Digital rights management, upload filters and licence-only distribution do not pay them more; they change who decides on what terms a work reaches the public.

That is the reform question. Not whether creators should be paid — they should, and better than they currently are — but who holds the switch.

What reform actually asks for


The European Pirates’ programme states the position directly:

  • Non-commercial use is protected, not merely tolerated. “Copying, storing, using, and providing access to literary and artistic works for non-commercial purposes must not only be legalized but protected by law.” Non-commercial file sharing should be allowed.
  • Shorter commercial terms. The term of the commercial monopoly should be further shortened, exclusive rights must be limited in time and scope, and neither may be expanded retrospectively.
  • Derivative and everyday uses carved out. Remixing, parody, quotation and sampling exempt from the commercial monopoly; derivative works permitted by default, with exceptions written explicitly into law; linking never an infringement.
  • Exceptions made mandatory across the EU, so that a lawful use in one Member State is not an infringement in the next.
  • Public money, public access. Cultural heritage digitised and made available free of charge; an end to the privatisation of profits from publicly funded works.
  • Transparency from collecting societies, and fair contract terms for the artists on whose behalf all of this is said to be done.

Four further steps follow from the mechanisms described above, and are where the argument now runs. A right to circumvent DRM where the purpose is a lawful one, together with a ban on DRM applied to public domain works and works funded from public money, on the Portuguese model. Digital exhaustion, so that a purchased digital copy can be resold, lent, given away and inherited like its physical equivalent. An end-of-life duty, so that a work withdrawn from sale is left usable rather than switched off — the ask that 1.29 million Europeans have already signed. And a collective compensation mechanism that survives the shift away from physical media, because the European alternative to controlling users was always to pay creators without watching them, and that half of the bargain is the half currently being allowed to lapse.

Some of this is live now. The Commission’s Digital Fairness Act, expected in the second half of 2026, is where the question of what a consumer actually owns when they buy something digital will next be argued.

The point


The mixtape was not a legal grey area that technology happened to close. It was a settled European compromise, and a deliberate one: culture could move between people without permission and without a record, and creators were paid for it through a mechanism that required watching nobody. Europe had built the thing the digital debate is still said to be searching for — a way to pay creators that does not depend on controlling what individuals do with what they own.

Then it adopted, on top of that mechanism, a legal architecture designed elsewhere for a country that had never built one. Every measure since has chipped away at one half of the European compromise while leaving the other half unimproved, and the half that erodes is the one that pays artists. Pirates want copyright reform not because copying should be free of consequence, but because a law written to reward authors has been rebuilt, piece by piece, into a system for deciding who may hand what to whom — and that is a different thing entirely.

Read more on our position, to support the review of the 2019 Copyright in the Digital Single Market Directive in the light of the even more modern advances in technology, below.

Consultation Feedback on CDSM – European PiratesDownload


europeanpirates.eu/why-pirates…


Why Pirates want Copyright Reform


Someone once spent an evening choosing the order of twelve songs, wrote the titles on the paper insert by hand, and gave the cassette to a person they were hoping to impress. It was a copy. It was made without asking anyone. Across much of Europe it also fell squarely within an exception that lawmakers had gone out of their way to create.

That was not an oversight. Germany wrote a private copying exception into its Copyright Act in 1965 and paid for it with a levy on recording equipment and blank media. Most of continental Europe followed the same model, and the arrangement was eventually carried into EU law as the private copying exception in Article 5(2)(b) of the InfoSoc Directive — the 2001 law that still governs copyright across the European Union. Rightsholders were compensated. Nobody had to be watched.

The record industry campaigned against it anyway. “Home taping is killing music” was the British Phonographic Industry’s slogan from 1981, printed on record sleeves under a skull-and-crossbones. It is worth noticing what that campaign did with language: an act that European lawmakers had deliberately permitted, and for which artists were already being paid through the levy, was described as killing. The framing arrived two decades before file-sharing became a mass phenomenon — the first clue that the argument was never really about the copying.

Two answers, and the one that travelled


Europe and the United States faced the same question in the cassette era and answered it in opposite ways.

Europe legalised the copying and paid for it collectively. Levies on recording equipment and blank media flow through collecting societies to authors, performers, publishers and visual artists. According to the global study published by the collecting societies themselves, the system now operates in 31 European countries against four in the whole of the Americas, generates over €1 billion a year worldwide, and costs each consumer between €1.14 and €3.19 annually. In more than twenty countries part of the money funds social and cultural programmes — training, pensions, support for emerging artists — which is why this is better understood as social infrastructure than as a tax. The Court of Justice has held that up to half of such compensation may be directed to those institutions. And the study describes the defining feature of the whole arrangement in a single phrase: the money reaches creators “without monitoring individual users.”

The system has real critics. Europe’s technology industry argues that levies are an outdated instrument that charges buyers for copies many of them never make, applied through tariffs that vary widely and unpredictably between Member States. That is a fair objection to how the levy is calculated. It is not an argument against the principle underneath it.

The United States built nothing comparable. Its Audio Home Recording Act of 1992 did create a royalty, but only on dedicated digital audio recording devices — and when the recording industry tried to apply it to the first MP3 players, the Ninth Circuit held in RIAA v. Diamond Multimedia (1999) that the Rio was not such a device, because it merely made portable what was already on a computer’s hard drive. General-purpose computers fell outside the scheme, and the scheme never recovered. One comparison put annual private copying payments at $1.2 billion in the EU against roughly $1 million in the United States.

With no mechanism to compensate for copying, there was nothing to offer in exchange for permitting it. The American answer to home copying could only be to prevent it. That answer was written into the WIPO Copyright Treaty in 1996, into the Digital Millennium Copyright Act in 1998, and then into European law in the InfoSoc Directive of 2001 — the very directive that codified the private copying exception. Europe kept its levy and imported the lock in the same instrument.

Europeans consequently pay twice. The levy is charged on the device on the assumption that private copies will be made. The DRM on the file then prevents the copy the levy has already paid for.

Canada shows where that combination ends. It adopted the European model in 1997, with a private copying exception for music funded by a levy — but the statute named media rather than devices. When the Copyright Board extended the tariff to the memory inside MP3 players, the Federal Court of Appeal struck it down for want of authority, and the Supreme Court declined to intervene. The levy stayed on blank CDs while the copying moved to phones, and receipts fell from C$38 million in 2004 to C$1.1 million in 2019. Canada then implemented the anti-circumvention rules in 2012 regardless, alongside a set of user exceptions more generous than anything in EU law — format-shifting, backup, and a non-commercial remix exception Europe still lacks — all of which the digital locks override. The lesson is worth stating precisely: the Canadian levy did not fail because collective compensation does not work. It failed because a statute written around cassettes was never rewritten.

The companies that came to operate the distribution layer grew up under the American rule set rather than the European one. Apple’s iTunes Store, Amazon’s Kindle, Google’s YouTube, Netflix and Steam determine the terms on which most Europeans now reach music, books, film and games, with Spotify the notable European exception. The safe harbour that made platforms built on user uploads commercially viable was an American design. Europe’s eventual answer, Article 17, imposes filtering costs — Google says it has invested over $100 million in Content ID alone — that in practice only the largest incumbents can absorb.

Meanwhile the European mechanism erodes. Levy collections across 32 countries have been broadly flat in cash terms since 2017 and have fallen in real terms, because the copying has moved to streaming, where the exception, and the payment attached to it, does not clearly reach.

The copy you cannot give away


Buy a paperback and it is yours. Resell it, lend it, give it away, leave it to someone in a will — copyright does not stand in the way, because the right to control distribution of that copy is exhausted by the first authorised sale. This is not a loophole. Exhaustion is the mechanism that makes libraries, second-hand shops and gifts possible.

Buy the same book as an e-book and none of it holds. In Tom Kabinet (C-263/18, 19 December 2019), the Court of Justice of the European Union ruled that supplying an e-book for permanent download is not “distribution” at all but “communication to the public” — a right that is never exhausted. A second-hand market in e-books is therefore unlawful without the publisher’s permission. The Court had reached the opposite conclusion for downloaded software seven years earlier, in UsedSoft (C-128/11), which tells us the distinction is a policy choice rather than a fact of nature.

No piracy is involved anywhere in this. A reader who paid full price cannot pass the book on. What was removed was not an unauthorised act but an ordinary one.

The lock that outranks the right


The private copying exception still exists on paper. Exercising it is another matter.

The anti-circumvention rules imported in 2001 make it unlawful to defeat a technological protection measure — the family of access controls usually called DRM. Article 6(4) was meant to be the safety valve between the two halves of the directive: Member States should ensure that people can still benefit from certain exceptions even when a work is locked. In practice it applies to a closed list of exceptions, leaves the remedy to national procedures that most Member States never built, and offers nothing at all where a work is streamed on demand.

The result is a right that cannot be exercised. The lock wins, and the lock does not distinguish between an infringing copy and a lawful one — it cannot, because it does not know what the user intends.

Portugal is the exception that proves the point. Law 36/2017 permits circumvention where the purpose is to exercise a lawful exception, and forbids DRM on public domain works and on works funded by public money. Campaigners there needed fifteen years to win a right that the Directive had always claimed to guarantee.

Enforcement moved into the pipes


Article 17 of the 2019 Copyright in the Digital Single Market Directive made large platforms liable for what their users upload unless they make best efforts to prevent it. It was argued for as a fix to the “value gap” between what platforms earn and what rightsholders receive. What it requires in practice is automated inspection of everything anyone posts.

The Court of Justice upheld the provision in Poland v Parliament and Council (C-401/19, 26 April 2022), but not in the form several governments wanted. It rejected the argument that content could be blocked systematically at upload so long as users could appeal afterwards, and held that safeguards must operate before blocking, not after. A filter that cannot tell a quotation from an infringement may not be deployed as though it can.

That judgment is a genuine win for user rights. It is also an admission about the mechanism: the default behaviour of automated enforcement is to remove lawful speech, and it took the EU’s highest court to say so.

When there is no copy at all


The clearest case is the one currently on the table.

The European citizens’ initiative “Stop Destroying Videogames” was submitted to the Commission on 26 January 2026with 1,294,188 verified signatures. It asked for something modest: that a game sold to the public should be left in a playable state when the publisher stops supporting it. On 16 June 2026 the Commission replied that it cannot at this stage propose such an obligation, and offered instead to convene the industry on a voluntary code of conduct by the end of 2026.

The background to that request is Ubisoft’s racing game The Crew, delisted in December 2023 and switched off three months later. Buyers then found their licences revoked outright. In the litigation that followed — including a case brought by the French consumer association UFC-Que Choisir — Ubisoft’s defence was that customers had never bought a copy at all, only a limited licence to access a service.

That defence is legally coherent, and that is precisely the problem. When the transaction is a licence rather than a copy, there is nothing to lend, resell, archive or hand to anyone. The unmonitored exchange of culture between people does not have to be prohibited. It simply has nothing left to move.

The case on the other side


It deserves stating properly. Creators need income, and an unlimited right to copy and redistribute commercially would remove the market that pays them. Rightsholders cannot realistically police millions of individual users, so building enforcement into infrastructure is a rational response to a real problem. Licensed streaming has been a genuine success on its own terms: cheap, legal and convenient, and its defenders can fairly point out that it did more to draw people away from unauthorised downloading than a decade of lawsuits ever managed.

None of that is in dispute. The question is what the mechanisms actually deliver.

Extending the term of protection for sound recordings from 50 to 70 years, as the EU did in 2011, prevents no unauthorised copying whatsoever — it can only extend control over recordings that already exist. A study prepared for the European Parliament sets out the recurring criticism: the benefit falls mainly to labels and a small number of successful performers, while ordinary session musicians have little bargaining power over the contracts that determine what reaches them. The levy that paid for the mixtape paid artists directly. Digital rights management, upload filters and licence-only distribution do not pay them more; they change who decides on what terms a work reaches the public.

That is the reform question. Not whether creators should be paid — they should, and better than they currently are — but who holds the switch.

What reform actually asks for


The European Pirates’ programme states the position directly:

  • Non-commercial use is protected, not merely tolerated. “Copying, storing, using, and providing access to literary and artistic works for non-commercial purposes must not only be legalized but protected by law.” Non-commercial file sharing should be allowed.
  • Shorter commercial terms. The term of the commercial monopoly should be further shortened, exclusive rights must be limited in time and scope, and neither may be expanded retrospectively.
  • Derivative and everyday uses carved out. Remixing, parody, quotation and sampling exempt from the commercial monopoly; derivative works permitted by default, with exceptions written explicitly into law; linking never an infringement.
  • Exceptions made mandatory across the EU, so that a lawful use in one Member State is not an infringement in the next.
  • Public money, public access. Cultural heritage digitised and made available free of charge; an end to the privatisation of profits from publicly funded works.
  • Transparency from collecting societies, and fair contract terms for the artists on whose behalf all of this is said to be done.

Four further steps follow from the mechanisms described above, and are where the argument now runs. A right to circumvent DRM where the purpose is a lawful one, together with a ban on DRM applied to public domain works and works funded from public money, on the Portuguese model. Digital exhaustion, so that a purchased digital copy can be resold, lent, given away and inherited like its physical equivalent. An end-of-life duty, so that a work withdrawn from sale is left usable rather than switched off — the ask that 1.29 million Europeans have already signed. And a collective compensation mechanism that survives the shift away from physical media, because the European alternative to controlling users was always to pay creators without watching them, and that half of the bargain is the half currently being allowed to lapse.

Some of this is live now. The Commission’s Digital Fairness Act, expected in the second half of 2026, is where the question of what a consumer actually owns when they buy something digital will next be argued.

The point


The mixtape was not a legal grey area that technology happened to close. It was a settled European compromise, and a deliberate one: culture could move between people without permission and without a record, and creators were paid for it through a mechanism that required watching nobody. Europe had built the thing the digital debate is still said to be searching for — a way to pay creators that does not depend on controlling what individuals do with what they own.

Then it adopted, on top of that mechanism, a legal architecture designed elsewhere for a country that had never built one. Every measure since has chipped away at one half of the European compromise while leaving the other half unimproved, and the half that erodes is the one that pays artists. Pirates want copyright reform not because copying should be free of consequence, but because a law written to reward authors has been rebuilt, piece by piece, into a system for deciding who may hand what to whom — and that is a different thing entirely.

Read more on our position, to support the review of the 2019 Copyright in the Digital Single Market Directive in the light of the even more modern advances in technology, below.

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Why Pirates want Copyright Reform


Someone once spent an evening choosing the order of twelve songs, wrote the titles on the paper insert by hand, and gave the cassette to a person they were hoping to impress. It was a copy. It was made without asking anyone. Across much of Europe it also fell squarely within an exception that lawmakers had gone out of their way to create. That was not an oversight. Germany wrote a private copying exception into its Copyright Act in 1965 and paid for it with a levy on recording equipment and […]
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Someone once spent an evening choosing the order of twelve songs, wrote the titles on the paper insert by hand, and gave the cassette to a person they were hoping to impress. It was a copy. It was made without asking anyone. Across much of Europe it also fell squarely within an exception that lawmakers had gone out of their way to create.

That was not an oversight. Germany wrote a private copying exception into its Copyright Act in 1965 and paid for it with a levy on recording equipment and blank media. Most of continental Europe followed the same model, and the arrangement was eventually carried into EU law as the private copying exception in Article 5(2)(b) of the InfoSoc Directive — the 2001 law that still governs copyright across the European Union. Rightsholders were compensated. Nobody had to be watched.

The record industry campaigned against it anyway. “Home taping is killing music” was the British Phonographic Industry’s slogan from 1981, printed on record sleeves under a skull-and-crossbones. It is worth noticing what that campaign did with language: an act that European lawmakers had deliberately permitted, and for which artists were already being paid through the levy, was described as killing. The framing arrived two decades before file-sharing became a mass phenomenon — the first clue that the argument was never really about the copying.

Two answers, and the one that travelled


Europe and the United States faced the same question in the cassette era and answered it in opposite ways.

Europe legalised the copying and paid for it collectively. Levies on recording equipment and blank media flow through collecting societies to authors, performers, publishers and visual artists. According to the global study published by the collecting societies themselves, the system now operates in 31 European countries against four in the whole of the Americas, generates over €1 billion a year worldwide, and costs each consumer between €1.14 and €3.19 annually. In more than twenty countries part of the money funds social and cultural programmes — training, pensions, support for emerging artists — which is why this is better understood as social infrastructure than as a tax. The Court of Justice has held that up to half of such compensation may be directed to those institutions. And the study describes the defining feature of the whole arrangement in a single phrase: the money reaches creators “without monitoring individual users.”

The system has real critics. Europe’s technology industry argues that levies are an outdated instrument that charges buyers for copies many of them never make, applied through tariffs that vary widely and unpredictably between Member States. That is a fair objection to how the levy is calculated. It is not an argument against the principle underneath it.

The United States built nothing comparable. Its Audio Home Recording Act of 1992 did create a royalty, but only on dedicated digital audio recording devices — and when the recording industry tried to apply it to the first MP3 players, the Ninth Circuit held in RIAA v. Diamond Multimedia (1999) that the Rio was not such a device, because it merely made portable what was already on a computer’s hard drive. General-purpose computers fell outside the scheme, and the scheme never recovered. One comparison put annual private copying payments at $1.2 billion in the EU against roughly $1 million in the United States.

With no mechanism to compensate for copying, there was nothing to offer in exchange for permitting it. The American answer to home copying could only be to prevent it. That answer was written into the WIPO Copyright Treaty in 1996, into the Digital Millennium Copyright Act in 1998, and then into European law in the InfoSoc Directive of 2001 — the very directive that codified the private copying exception. Europe kept its levy and imported the lock in the same instrument.

Europeans consequently pay twice. The levy is charged on the device on the assumption that private copies will be made. The DRM on the file then prevents the copy the levy has already paid for.

Canada shows where that combination ends. It adopted the European model in 1997, with a private copying exception for music funded by a levy — but the statute named media rather than devices. When the Copyright Board extended the tariff to the memory inside MP3 players, the Federal Court of Appeal struck it down for want of authority, and the Supreme Court declined to intervene. The levy stayed on blank CDs while the copying moved to phones, and receipts fell from C$38 million in 2004 to C$1.1 million in 2019. Canada then implemented the anti-circumvention rules in 2012 regardless, alongside a set of user exceptions more generous than anything in EU law — format-shifting, backup, and a non-commercial remix exception Europe still lacks — all of which the digital locks override. The lesson is worth stating precisely: the Canadian levy did not fail because collective compensation does not work. It failed because a statute written around cassettes was never rewritten.

The companies that came to operate the distribution layer grew up under the American rule set rather than the European one. Apple’s iTunes Store, Amazon’s Kindle, Google’s YouTube, Netflix and Steam determine the terms on which most Europeans now reach music, books, film and games, with Spotify the notable European exception. The safe harbour that made platforms built on user uploads commercially viable was an American design. Europe’s eventual answer, Article 17, imposes filtering costs — Google says it has invested over $100 million in Content ID alone — that in practice only the largest incumbents can absorb.

Meanwhile the European mechanism erodes. Levy collections across 32 countries have been broadly flat in cash terms since 2017 and have fallen in real terms, because the copying has moved to streaming, where the exception, and the payment attached to it, does not clearly reach.

The copy you cannot give away


Buy a paperback and it is yours. Resell it, lend it, give it away, leave it to someone in a will — copyright does not stand in the way, because the right to control distribution of that copy is exhausted by the first authorised sale. This is not a loophole. Exhaustion is the mechanism that makes libraries, second-hand shops and gifts possible.

Buy the same book as an e-book and none of it holds. In Tom Kabinet (C-263/18, 19 December 2019), the Court of Justice of the European Union ruled that supplying an e-book for permanent download is not “distribution” at all but “communication to the public” — a right that is never exhausted. A second-hand market in e-books is therefore unlawful without the publisher’s permission. The Court had reached the opposite conclusion for downloaded software seven years earlier, in UsedSoft (C-128/11), which tells us the distinction is a policy choice rather than a fact of nature.

No piracy is involved anywhere in this. A reader who paid full price cannot pass the book on. What was removed was not an unauthorised act but an ordinary one.

The lock that outranks the right


The private copying exception still exists on paper. Exercising it is another matter.

The anti-circumvention rules imported in 2001 make it unlawful to defeat a technological protection measure — the family of access controls usually called DRM. Article 6(4) was meant to be the safety valve between the two halves of the directive: Member States should ensure that people can still benefit from certain exceptions even when a work is locked. In practice it applies to a closed list of exceptions, leaves the remedy to national procedures that most Member States never built, and offers nothing at all where a work is streamed on demand.

The result is a right that cannot be exercised. The lock wins, and the lock does not distinguish between an infringing copy and a lawful one — it cannot, because it does not know what the user intends.

Portugal is the exception that proves the point. Law 36/2017 permits circumvention where the purpose is to exercise a lawful exception, and forbids DRM on public domain works and on works funded by public money. Campaigners there needed fifteen years to win a right that the Directive had always claimed to guarantee.

Enforcement moved into the pipes


Article 17 of the 2019 Copyright in the Digital Single Market Directive made large platforms liable for what their users upload unless they make best efforts to prevent it. It was argued for as a fix to the “value gap” between what platforms earn and what rightsholders receive. What it requires in practice is automated inspection of everything anyone posts.

The Court of Justice upheld the provision in Poland v Parliament and Council (C-401/19, 26 April 2022), but not in the form several governments wanted. It rejected the argument that content could be blocked systematically at upload so long as users could appeal afterwards, and held that safeguards must operate before blocking, not after. A filter that cannot tell a quotation from an infringement may not be deployed as though it can.

That judgment is a genuine win for user rights. It is also an admission about the mechanism: the default behaviour of automated enforcement is to remove lawful speech, and it took the EU’s highest court to say so.

When there is no copy at all


The clearest case is the one currently on the table.

The European citizens’ initiative “Stop Destroying Videogames” was submitted to the Commission on 26 January 2026with 1,294,188 verified signatures. It asked for something modest: that a game sold to the public should be left in a playable state when the publisher stops supporting it. On 16 June 2026 the Commission replied that it cannot at this stage propose such an obligation, and offered instead to convene the industry on a voluntary code of conduct by the end of 2026.

The background to that request is Ubisoft’s racing game The Crew, delisted in December 2023 and switched off three months later. Buyers then found their licences revoked outright. In the litigation that followed — including a case brought by the French consumer association UFC-Que Choisir — Ubisoft’s defence was that customers had never bought a copy at all, only a limited licence to access a service.

That defence is legally coherent, and that is precisely the problem. When the transaction is a licence rather than a copy, there is nothing to lend, resell, archive or hand to anyone. The unmonitored exchange of culture between people does not have to be prohibited. It simply has nothing left to move.

The case on the other side


It deserves stating properly. Creators need income, and an unlimited right to copy and redistribute commercially would remove the market that pays them. Rightsholders cannot realistically police millions of individual users, so building enforcement into infrastructure is a rational response to a real problem. Licensed streaming has been a genuine success on its own terms: cheap, legal and convenient, and its defenders can fairly point out that it did more to draw people away from unauthorised downloading than a decade of lawsuits ever managed.

None of that is in dispute. The question is what the mechanisms actually deliver.

Extending the term of protection for sound recordings from 50 to 70 years, as the EU did in 2011, prevents no unauthorised copying whatsoever — it can only extend control over recordings that already exist. A study prepared for the European Parliament sets out the recurring criticism: the benefit falls mainly to labels and a small number of successful performers, while ordinary session musicians have little bargaining power over the contracts that determine what reaches them. The levy that paid for the mixtape paid artists directly. Digital rights management, upload filters and licence-only distribution do not pay them more; they change who decides on what terms a work reaches the public.

That is the reform question. Not whether creators should be paid — they should, and better than they currently are — but who holds the switch.

What reform actually asks for


The European Pirates’ programme states the position directly:

  • Non-commercial use is protected, not merely tolerated. “Copying, storing, using, and providing access to literary and artistic works for non-commercial purposes must not only be legalized but protected by law.” Non-commercial file sharing should be allowed.
  • Shorter commercial terms. The term of the commercial monopoly should be further shortened, exclusive rights must be limited in time and scope, and neither may be expanded retrospectively.
  • Derivative and everyday uses carved out. Remixing, parody, quotation and sampling exempt from the commercial monopoly; derivative works permitted by default, with exceptions written explicitly into law; linking never an infringement.
  • Exceptions made mandatory across the EU, so that a lawful use in one Member State is not an infringement in the next.
  • Public money, public access. Cultural heritage digitised and made available free of charge; an end to the privatisation of profits from publicly funded works.
  • Transparency from collecting societies, and fair contract terms for the artists on whose behalf all of this is said to be done.

Four further steps follow from the mechanisms described above, and are where the argument now runs. A right to circumvent DRM where the purpose is a lawful one, together with a ban on DRM applied to public domain works and works funded from public money, on the Portuguese model. Digital exhaustion, so that a purchased digital copy can be resold, lent, given away and inherited like its physical equivalent. An end-of-life duty, so that a work withdrawn from sale is left usable rather than switched off — the ask that 1.29 million Europeans have already signed. And a collective compensation mechanism that survives the shift away from physical media, because the European alternative to controlling users was always to pay creators without watching them, and that half of the bargain is the half currently being allowed to lapse.

Some of this is live now. The Commission’s Digital Fairness Act, expected in the second half of 2026, is where the question of what a consumer actually owns when they buy something digital will next be argued.

The point


The mixtape was not a legal grey area that technology happened to close. It was a settled European compromise, and a deliberate one: culture could move between people without permission and without a record, and creators were paid for it through a mechanism that required watching nobody. Europe had built the thing the digital debate is still said to be searching for — a way to pay creators that does not depend on controlling what individuals do with what they own.

Then it adopted, on top of that mechanism, a legal architecture designed elsewhere for a country that had never built one. Every measure since has chipped away at one half of the European compromise while leaving the other half unimproved, and the half that erodes is the one that pays artists. Pirates want copyright reform not because copying should be free of consequence, but because a law written to reward authors has been rebuilt, piece by piece, into a system for deciding who may hand what to whom — and that is a different thing entirely.

Read more on our position, to support the review of the 2019 Copyright in the Digital Single Market Directive in the light of the even more modern advances in technology, below.

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In Florida si vota per le primarie a governatore e il candidato di Trump è il favorito


Il deputato appoggiato da Trump è in vantaggio nei sondaggi, che però si contraddicono. Si vota anche per Senato e Camera con la nuova mappa dei collegi. Urne aperte anche in Alaska e Wyoming.

La Florida vota oggi, martedì 18 agosto, per le primarie, le elezioni interne con cui i partiti scelgono i candidati per il voto di metà mandato del 3 novembre. È la giornata più piena dell'estate elettorale americana. Si vota anche in Alaska e in Wyoming, ma le corse più importanti si concentrano nel terzo stato più popoloso del paese. La sfida principale è la scelta del candidato repubblicano per la successione del governatore Ron DeSantis, che dopo due mandati non può ricandidarsi. I seggi chiudono alle 19 locali, quando in Italia sarà l'1 di notte di mercoledì (le 2 nella parte nord-occidentale dello stato, che si trova in un altro fuso orario). Quasi due milioni di elettori hanno già votato per posta o in anticipo.

Il favorito per la nomination repubblicana a governatore è Byron Donalds, deputato al terzo mandato che ha l'appoggio del presidente Donald Trump dal febbraio 2025, da prima ancora che annunciasse la candidatura. Se vincesse anche a novembre diventerebbe il primo governatore nero nella storia della Florida. Tra comitato elettorale e PAC alleato (i comitati esterni che negli Stati Uniti raccolgono fondi per le campagne) ha messo insieme 111 milioni di dollari. Nella nostra media, Donalds è al 41%, oltre il doppio degli altri candidati con il vicegovernatore Jay Collins al 18% e l'investitore James Fishback al 17%%. L'ex presidente della Camera statale Paul Renner è al 7%.

Sondaggi · Florida

Donalds arriva al voto sopra il 40 per cento, Collins e Fishback si giocano il secondo posto

Quota di ciascun candidato nella media giornaliera dei sondaggi per la primaria repubblicana a governatore della Florida. Donalds è rimasto davanti per tutta la campagna e chiude al 41,3 per cento; alle sue spalle Collins (17,6) e Fishback (15,9) sono saliti fino a contendersi il secondo posto, con Renner al 7,1. I pallini chiari sono le singole rilevazioni.

10% 20% 30% 40% 50% 9 mesi 6 mesi 3 mesi voto Donalds 41,3 Collins 17,6 Fishback 15,9 Renner 7,1
La media si ferma all'11 agosto 2026, ultimo sondaggio disponibile. Si vota oggi, 18 agosto.

Fonte Elaborazione di Focus America su 35 sondaggi della primaria repubblicana raccolti da Wikipedia, aggiornati al 18 agosto 2026. Le medie giornaliere sono stimate con un filtro di Kalman a livello locale: ogni sondaggio pesa per la dimensione del campione e per l’effetto casa dell’istituto, e i sondaggi commissionati da una parte pesano la metà. Il lisciamento è lo stesso per le quattro linee.

Donalds
Collins
Fishback
Renner

Dei sei sondaggi realizzati da metà luglio, però, quattro danno Donalds intorno al 50% e due lo collocano poco sopra il 30%. L'ultimo, dell'istituto The Public Sentiment Institute, lo vede avanti su Fishback di appena tre punti, 31% a 28%; lo stesso istituto aveva già pubblicato in passato un sondaggio finanziato di nascosto dalla campagna di Fishback. I sondaggisti hanno del resto già sbagliato nelle recenti primarie in Michigan e Wisconsin. Sulla corsa pesa anche l'ostilità di DeSantis, che ha criticato la candidatura di Donalds senza appoggiare nessun altro candidato, nemmeno il suo vice Collins. E l'appoggio di Trump non è una garanzia. In questo ciclo elettorale quattro dei dodici candidati da lui sostenuti nelle primarie repubblicane per governatore senza un uscente hanno perso.

Fishback, 31 anni, ex fondatore di una società di investimenti cresciuto nella contea di Broward, ha costruito la sua rimonta con attacchi personali contro Donalds, che è nero, spesso a sfondo razzista. Lo ha definito uno "schiavo" delle grandi aziende e un "assunto per la diversità". Ad agosto lo ha anche accusato di essere indagato per traffico sessuale, un'affermazione che il Dipartimento di Giustizia ha definito falsa.

Fishback ha il sostegno di ambienti dell'estrema destra online, compresi quelli legati al suprematista bianco Nick Fuentes. Allo stesso tempo ha fatto breccia tra i giovani con proposte populiste: aiuti pubblici alle giovani famiglie per comprare casa, limiti ai fondi che acquistano abitazioni per affittarle, difesa dell'ambiente dal cemento e divieto totale dei data center per l'intelligenza artificiale. Negli ultimi mesi ha più che raddoppiato i suoi consensi nei sondaggi, mentre Donalds lo ha liquidato come uno che "gioca per l'algoritmo".

Proprio i data center sono diventati un tema in tutto lo stato, dalla corsa a governatore alle elezioni di contea. Fishback promette di vietarli, Renner propone una moratoria e Donalds, criticato dagli avversari per i finanziamenti ricevuti dal settore, ha risposto che "non ci sarà nessun divieto". Chi vince la primaria repubblicana affronterà a novembre il probabile candidato democratico David Jolly, un ex deputato repubblicano che ha lasciato il partito durante il primo mandato di Trump. La Florida non elegge un governatore democratico da più di trent'anni, ma i sondaggi sul confronto diretto danno Donalds avanti di appena cinque punti.

Per il Senato la primaria da seguire è quella democratica, che decide chi sfiderà la senatrice repubblicana Ashley Moody in un'elezione speciale, cioè un voto fuori calendario per un seggio che Moody occupa per nomina, senza essere mai stata eletta. Il favorito è Alex Vindman, tenente colonnello dell'esercito in pensione e testimone chiave nel primo procedimento di impeachment contro Trump, nel 2019. Ha raccolto 16,3 milioni di dollari, più degli 11,3 della stessa Moody.

La sua rivale, la deputata statale Angie Nixon, progressista nata a Jacksonville, ha raccolto circa un sedicesimo di quella cifra, ma ha radici politiche locali che a Vindman mancano. L'ex militare si è trasferito in Florida solo nel 2023. A maggio Nixon ha ricevuto il primo richiamo formale in vent'anni dell'assemblea statale per una protesta con il megafono contro la nuova mappa dei collegi. L'unico sondaggio pubblico, di inizio luglio, dava Vindman avanti 34% a 24%.

Alla Camera si vota per la prima volta con la nuova mappa dei collegi che i repubblicani della Florida hanno approvato in primavera su spinta di DeSantis, un caso di gerrymandering, cioè il ridisegno dei confini elettorali a vantaggio del partito che li traccia, pensato per strappare quattro seggi ai democratici. Il democratico moderato Jared Moskowitz corre ora in un collegio che Trump avrebbe vinto di nove punti nel 2024. Prima di novembre deve superare la sfida interna di Oliver Larkin, sindacalista iscritto ai Democratic Socialists of America, l'organizzazione della sinistra socialista americana. Larkin lo accusa di essere troppo moderato e troppo vicino a Israele.

Debbie Wasserman Schultz, ex presidente del Partito Democratico nazionale, si è invece candidata nel 20° distretto, un collegio a maggioranza nera dove oggi rappresenta appena il 2% degli abitanti. La scelta ha irritato molti dirigenti locali, secondo cui il seggio dovrebbe andare a un candidato nero, ma i quattro principali sfidanti rischiano di dividersi i voti. Tra loro ci sono l'attivista progressista Elijah Manley, il rapper Luther Campbell dei 2 Live Crew e l'ex deputata Sheila Cherfilus-McCormick. Quest'ultima si è dimessa ad aprile dopo che la commissione Etica della Camera l'aveva accusata di aver spostato illegalmente fondi dall'azienda di famiglia alla sua campagna.

Le candidature di Larkin, di Manley e della stessa Nixon sono il nuovo banco di prova della sinistra socialista, reduce da diverse vittorie nelle primarie democratiche di quest'estate. Il terreno però è ostile, perché Trump ha vinto lo stato di 13 punti nel 2024 e il socialismo resta una parola respinta da molte comunità di origine cubana e venezuelana del sud. Venerdì i tre hanno chiuso la campagna con un comizio comune a Fort Lauderdale insieme alla deputata Rashida Tlaib, tra le proteste di alcuni democratici locali. Una vittoria di uno qualsiasi dei tre sarebbe una grossa sorpresa.

La primaria più curiosa è quella repubblicana del 19° distretto, il collegio sicuro lasciato libero da Donalds nel sud-ovest dello stato, che il New York Times ha raccontato come una gara tra candidati arrivati da fuori. Dei dieci in lizza, sei hanno già corso per la Camera in altri stati e due sono ex deputati travolti dagli scandali. Il primo è Madison Cawthorn del North Carolina, il secondo è Chris Collins di New York, che si dimise nel 2019 prima di dichiararsi colpevole di insider trading e fu poi graziato da Trump. La favorita è Catalina Lauf, 33 anni, consigliera del dipartimento del Commercio durante la prima amministrazione Trump. Il presidente l'ha appoggiata la settimana scorsa, anche se ha già perso due corse per il Congresso in Illinois. Sulla scheda c'è pure Jim Oberweis, che la batté in una di quelle primarie nel 2020.

Nel 7° distretto, tra i sobborghi di Orlando e Daytona Beach, il deputato repubblicano Cory Mills cerca il terzo mandato nonostante i molti guai. Su di lui pesano un'indagine del Dipartimento di Giustizia sulle sue finanze, un'inchiesta della commissione Etica della Camera per presunte violenze contro una ex compagna e irregolarità nei conti elettorali, oltre a un ordine restrittivo ottenuto nel 2025 da un'ex fidanzata. Trump lo ha appoggiato a febbraio, ma da allora non lo ha più nominato. DeSantis ha detto venerdì di non sostenerlo e due deputati repubblicani dello stato si sono schierati con il principale sfidante, l'ex conduttore televisivo Ryan Elijah. Anche qui i sondaggi si contraddicono. A inizio agosto Mills era avanti 30% a 14%, mentre una rilevazione di metà agosto dava Elijah avanti 44% a 27%. I democratici sperano paradossalmente in una vittoria di Mills, che renderebbe più contendibile a novembre un collegio vinto da Trump di 12 punti.

La nuova mappa complica la vita anche ai democratici Kathy Castor, a Tampa, e Darren Soto, nell'area di Orlando. I loro collegi sono stati ridisegnati per essere molto più favorevoli ai repubblicani e le primarie per scegliere i loro sfidanti sono affollate, senza favoriti chiari.

Fuori dalla Florida, l'Alaska usa una primaria unica in cui tutti i candidati di tutti i partiti compaiono sulla stessa scheda e i primi quattro passano al voto di novembre. Per la carica di governatore ci sono 17 candidati, mentre al Senato tenta il ritorno l'ex deputata democratica Mary Peltola. In Wyoming la sezione statale del Freedom Caucus, la corrente più a destra dei repubblicani, punta ad allargare i successi ottenuti due anni fa nel parlamento locale. Si tengono infine due elezioni speciali. In Pennsylvania i democratici provano a strappare ai repubblicani un seggio conservatore della Camera statale, per rafforzare la loro maggioranza risicata. In California si sceglie invece il sostituto di Eric Swalwell, il deputato democratico dimessosi ad aprile dopo le accuse di violenza sessuale arrivate da diverse donne.


In Wisconsin i sondaggi hanno sbagliato perché prevedevano un elettorato troppo giovane


I sondaggi finali delle primarie democratiche per il governatore del Wisconsin davano Francesca Hong avanti di 22 punti su David Crowley, che cinque giorni dopo ha vinto per mezzo punto, 39,8% a 39,3%. G. Elliott Morris ha rianalizzato i dati grezzi di uno degli istituti che erano sul campo e ha trovato tre cause dell'errore, quasi tutte correggibili.

L'istituto è State Navigate, una organizzazione non profit che nelle elezioni per governatore di Virginia e New Jersey del 2025 era stata la più precisa di tutte. Morris aveva costruito per loro il programma di ponderazione dei sondaggi e in cambio ha ottenuto i dati grezzi da analizzare pubblicamente, senza mostrare i risultati all'istituto prima di pubblicarli. A fine luglio la loro rilevazione dava Hong al 44% e Crowley al 15%. In quella di agosto, con le interviste chiuse il 6, Hong era ancora al 44% e Crowley al 22%. Un errore di 22 punti sul margine non è normale nemmeno per una primaria, dove l'errore medio di un sondaggio per il Senato o per il governatore è di circa 13 punti.

Il problema non sta nel trattamento dei dati. Rifacendo i conti sui file grezzi con gli stessi parametri usati dall'istituto, Morris riproduce quasi esattamente i numeri pubblicati. L'errore sta in quello a cui il sondaggio è stato ponderato. Ogni sondaggio corregge il campione raccolto per farlo somigliare all'elettorato che i ricercatori si aspettano alle urne: se tra gli intervistati ci sono troppi giovani, il loro peso viene ridotto. Se però il modello di elettorato è sbagliato, la correzione allontana il risultato dalla realtà invece di avvicinarlo.

L'anagrafe elettorale del Wisconsin, il registro pubblico che negli Stati Uniti tiene traccia di chi è iscritto a votare e a quali elezioni ha partecipato, descrive un elettorato delle primarie composto per il 52-53% da persone dai 65 anni in su e per il 2-3% da under 30. Il campione di luglio era per il 36% di over 65 e per il 17% di under 30, cioè metà anziano e otto volte più giovane dell'elettorato che voleva misurare.

Chaz Nuttycombe, direttore di State Navigate, ha spiegato a Morris di avere costruito i parametri partendo dall'anagrafe, calcolando etnia, istruzione, area geografica, età, genere e tipo di iscrizione di chi aveva votato alle primarie precedenti in Wisconsin. Poi ha corretto quei valori sulla base delle primarie più recenti del 2025 e del 2026. La correzione ha alzato la quota di giovani, portandola al 9% di 18-29enni nel sondaggio contro il 2% dell'anagrafe. I pesi hanno quindi cambiato pochissimo il campione, perché gli intervistati somigliavano già ai parametri scelti.

Gli altri istituti hanno lavorato in due fasi: prima hanno reso il campione rappresentativo di tutti gli elettori registrati del Wisconsin, poi hanno lasciato che fossero gli intervistati a dire se sarebbero andati a votare alle primarie democratiche, a quelle repubblicane o a nessuna delle due. La precisione dipendeva così dal fatto che chi si autoselezionava fosse rappresentativo di chi poi vota davvero. Gli elettori che hanno risposto erano troppo giovani e troppo di sinistra.

Ripesando le due rilevazioni sull'anagrafe elettorale, per partito, età, etnia, sesso e istruzione, l'errore sul margine di agosto scende da 24 punti a circa 14. Nei numeri pubblicati da State Navigate il 17% degli intervistati si definiva socialista democratico e un altro 43% progressista, molto progressista o estremamente progressista. Anche dopo aver riportato età, etnia, sesso, istruzione e partito ai valori dell'anagrafe, il campione restava composto per il 38% da elettori che si dicono "molto liberal". Fissando quella quota al 25% registrato nelle primarie del 2016 dai sondaggi all'uscita dai seggi, l'errore sul margine crolla. Aggiungendo ai parametri anche il reddito si scende a circa 3 punti.

Nessuna fonte ufficiale dice però quanti elettori "molto liberal" ci siano davvero in uno Stato, ed è il motivo per cui i sondaggisti evitano di ponderare per ideologia: senza un dato di riferimento la scelta resta arbitraria e rischia di sembrare un modo per aggiustare il risultato. Morris propone di pubblicare più stime alternative, ciascuna con un'ipotesi diversa sulla composizione ideologica dell'elettorato.

La rimonta di Crowley è la seconda causa dell'errore e riguarda quello che è successo dopo la chiusura delle interviste. La rilevazione di agosto ha reintervistato 633 delle persone già sentite a luglio, riconoscendole una per una grazie a un codice dell'anagrafe elettorale. Tra loro il vantaggio di Hong è sceso di circa 7 punti in dieci giorni, da 33,6 a 27,1, quando mancavano ancora cinque giorni al voto. Morris stima che Crowley guadagnasse circa due terzi di punto al giorno nelle ultime settimane e che la corsa si sia spostata di 6-10 punti in suo favore dopo l'uscita degli ultimi sondaggi.

Mandela Barnes si è ritirato tra le due rilevazioni e i suoi elettori sono andati per il 25% a Crowley e per il 19% a Hong, con un altro 14% a Kelda Roys. Gli indecisi che nel frattempo avevano scelto si sono divisi per il 40% su Crowley, per il 40% su altri candidati e solo per il 20% su Hong. Il 6 agosto quasi la metà di loro era ancora senza una preferenza, con la parte moderata dell'elettorato che si è compattata soltanto nel giorno del voto. Distribuendo gli indecisi del sondaggio di agosto secondo gli stessi flussi, la corsa diventa un pareggio: Hong 34,4 e Crowley 34,3, contro un margine reale di mezzo punto.

La terza causa è chi ai sondaggi non risponde. Forzando la rilevazione di agosto a riprodurre il risultato vero, la composizione del campione cambia poco, con gli over 65 che salgono dal 43% al 46% e chi si definisce "molto liberal" che scende dal 41% al 36%. La distorsione non stava quindi nel mix demografico ma dentro ogni gruppo, perché anche gli elettori anziani e moderati che hanno risposto erano più favorevoli a Hong di quelli che sono andati davvero a votare. Tra i 1.284 intervistati di luglio il 51,2% dei sostenitori di Hong ha risposto anche alla seconda intervista, esattamente come il 51,2% di quelli di Crowley.

Applicando un metodo statistico pubblicato nel 2019 sul Journal of the Royal Statistical Society da Rebecca Andridge, Brady West e Rod Little, che simula come cambierebbero i risultati se la scelta di rispondere dipendesse in parte dal voto stesso, Morris stima che la mancata risposta abbia gonfiato Hong di 0-5 punti, circa un decimo dello scarto tra sondaggi e urne. Il resto è la somma di parametri sbagliati e movimento tardivo.

L'anagrafe del Wisconsin è piena di dati mancanti o sbagliati e l'età è la variabile più problematica. Nel documento metodologico State Navigate ha scritto che "molti elettori del Wisconsin hanno come anno di nascita il 1800 e noi non crediamo nei vampiri". Si tratta in genere di iscritti recenti e molto giovani. Circa la metà di quelli intervistati con quell'anno di nascita ha detto di avere tra i 18 e i 29 anni. Rifacendo i calcoli con ipotesi via via più aggressive su quanti di questi elettori siano davvero giovani, il vantaggio finale di Hong passa da 2,4 punti a 8,4 punti man mano che sale la quota di under 30, perché i giovani che hanno risposto a quel sondaggio erano quasi tutti suoi elettori.

Morris lascia quattro indicazioni ai sondaggisti: ponderare i sondaggi sulle primarie usando i dati dell'anagrafe su chi alle primarie ha votato davvero, restare sul campo fino all'ultimo fine settimana, verificare quanto i risultati cambiano al variare delle ipotesi sull'ideologia (in Wisconsin valgono circa 11 punti di margine) e trasformare l'analisi della mancata risposta in un controllo di routine prima della pubblicazione. Ripesati con i parametri corretti, quei sondaggi sbagliano più o meno quanto il sondaggio medio di una primaria.


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Polizei und Verfassungsschutz: Was bei einer Machtübernahme durch Rechtsextreme droht


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Würde die AfD ein Bundesland regieren, hätte sie eine Reihe von Möglichkeiten, den Sicherheitsapparat in ihrem Sinne neu auszurichten. Doch Demokrat*innen stehen dem nicht hilflos gegenüber. Wir haben mit dem Rechtswissenschaftler Markus Thiel darüber gesprochen, welche Gefahren eine potenzielle Machtübernahme birgt und was man dagegen tun kann. netzpolitik.org/2026/polizei-u…
in reply to netzpolitik.org

Allein das es notwendig erscheint, sich solche Fragen zu stellen, macht deutlich, dass in diesem Land etwas gewaltig schiefläuft. Etwas das jahrelang, wenn nicht jahrzehntelang, von praktisch allen Stellen unterschätzt oder ignoriert wurde. Offensichtlich waren die demokratische Staatsform, ein Grundgesetz und ein öffentlicher Rundfunk nicht genug, um das Ziel zu erreichen, nie wieder Faschismus zuzulassen. Wir müssen wohl wieder lernen, für Demokratie und Frieden zu kämpfen.
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☕ CYBERBRIEFING MATTUTINO — Martedì 18 agosto 2026

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Perché Trump vuole tornare a parlare con Kim Jong-un


Il presidente non ha dato dettagli. Un giorno prima aveva ordinato di ridurre le esercitazioni con la Corea del Sud, accusata di non avere partecipato alla guerra contro l'Iran.

Il presidente ha detto lunedì nello Studio Ovale che Kim Jong-un ha risposto ai suoi tentativi di riaprire un canale diretto. A un giornalista che gli chiedeva perché il leader nordcoreano non si fosse fatto sentire, ha replicato: "lo ha fatto". Non ha aggiunto dettagli e ha definito la novità "molto positiva". La Casa Bianca non ha spiegato in cosa consista quella risposta e la missione della Corea del Nord alle Nazioni Unite non ha commentato.

Il giorno prima il presidente aveva ordinato al Pentagono di "ridurre in modo sostanziale" le esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud, alleato degli Stati Uniti nel Pacifico, che coinvolgono decine di migliaia di soldati. Su Truth Social aveva scritto che le manovre sono costose e mandano un segnale "totalmente inappropriato e ostile" verso un paese che, da quando lui è presidente, si è comportato in modo "non minaccioso e rispettoso". Nello stesso messaggio rimproverava a Seul di non avere partecipato alla guerra contro l'Iran.

Il Pentagono non ha chiarito come intende ridimensionare il proprio ruolo nell'esercitazione, che dura undici giorni. In una nota di una riga mandata ai giornalisti lunedì pomeriggio, il suo ufficio stampa si è limitato a dire che "il Dipartimento della Guerra sta lavorando attivamente per eseguire la direttiva del comandante in capo", usando il nome che l'Amministrazione ha dato al Dipartimento della Difesa. Il ministero della Difesa sudcoreano ha fatto sapere che le manovre, chiamate Ulchi Freedom Shield, sono cominciate lunedì come previsto.

Da mesi gli esperti di proliferazione nucleare si chiedono se il presidente finirà per abbandonare anche il tentativo di fermare il programma nucleare iraniano, dato che sembra più interessato a riaprire lo Stretto di Hormuz che a occuparsi delle scorte di uranio dell'Iran, sepolte sotto le macerie dopo i bombardamenti americani del giugno 2025. Bloccato in quel conflitto, ha ricominciato a guardare a Pyongyang, anche se gli analisti vedono poche possibilità di smantellare in tempi rapidi un arsenale che continua a crescere.

L'ultima volta che aveva promesso di fermare il programma nucleare di un paese, il presidente aveva incontrato Kim tre volte, aveva detto che tra i due si era creato un "grande rapporto" e se ne era andato senza ottenere nulla. Non solo il tentativo diplomatico è fallito, ma subito dopo il leader nordcoreano ha accelerato: oggi, secondo alcune stime, ha circa 60 armi nucleari e missili che sembrano in grado di raggiungere gli Stati Uniti, esattamente la combinazione che il presidente aveva promesso di smontare.

Robert Litwak, studioso della George Washington University che ha scritto sui programmi nucleari di entrambi i paesi, ha detto al New York Times che il contrasto tra i due atteggiamenti è "un'incredibile storia di due Stati canaglia". "Siamo in guerra con l'Iran, un paese sulla soglia nucleare", ha detto. "Ma con la Corea del Nord stiamo assecondando un dittatore che può colpire il territorio americano con armi nucleari".

Il taglio alle esercitazioni serve anche a punire i sudcoreani per il rifiuto di unirsi alla guerra contro l'Iran, una posizione che ha irritato molto il presidente. La Casa Bianca è convinta anche che Seul stia tardando a mantenere una promessa di investimenti negli Stati Uniti da 350 miliardi di dollari, in parte nella cantieristica navale, mentre Washington ha imposto dazi sui prodotti sudcoreani. Scott A. Snyder, presidente del Korea Economic Institute of America, ha detto al New York Times che il presidente "usa la relazione di sicurezza come leva per fare più pressione sul governo sudcoreano".

Il presidente sudcoreano Lee Jae Myung aveva detto a giugno che il capo della Casa Bianca sembrava volere riprendere i colloqui con Kim. Sabato Trump ha pubblicato una foto del loro incontro del 2019 al confine tra le due Coree scrivendo che lui e il leader nordcoreano vanno molto d'accordo. Lunedì ha aggiunto un meme che mostra Kim al telefono con alcuni ufficiali alle spalle e la didascalia "Ehi Donald, siamo a posto, vero?".

Il programma nucleare nordcoreano preoccupa Washington dalla fine degli anni Ottanta, molto prima di quello iraniano. Nel 1994 l'Amministrazione Clinton discusse un attacco militare contro l'impianto di Yongbyon ma si fermò. Nello stesso anno l'ex presidente Jimmy Carter chiuse un accordo con Kim Il-sung (il nonno dell'attuale leader) per fermare il programma in cambio di aiuti nella costruzione di reattori civili. Anche quell'intesa saltò e nel 2006 la Corea del Nord fece il suo primo test nucleare, seguito da altri cinque, l'ultimo nel 2017.

Nel 2018, l'anno dopo avere chiamato Kim "piccolo uomo missile", il presidente lo incontrò a Singapore e disse a un giornalista del New York Times che il disarmo sarebbe arrivato in fretta. Il secondo vertice, in Vietnam, finì con la rottura delle trattative: secondo il suo consigliere per la sicurezza nazionale di allora, John Bolton, ci arrivò impreparato e tutto si bloccò quando Kim rifiutò di smantellare gli impianti fuori da Yongbyon.

Joel S. Wit, ex diplomatico del Dipartimento di Stato che partecipò ai primi colloqui con Pyongyang e ha scritto un libro sul fallimento americano nel disarmare la Corea del Nord, teme che accada di nuovo la stessa cosa e ha detto al New York Times che un altro vertice "potrebbe essere un disastro". "Trump non sembra rendersi conto che il Kim Jong-un di oggi non è interessato a rapporti migliori con gli Stati Uniti", ha detto. "È deciso a tenersi le armi nucleari, a mandare soldati in Ucraina per sostenere l'alleato russo e a minacciare la Corea del Sud".

Il senatore Jack Reed del Rhode Island, principale esponente democratico nella commissione Forze armate, ha definito quella del presidente "un'altra decisione insensata e improvvisata" che punisce la Corea del Sud "senza altra ragione che l'ego di Trump". Il presidente ha respinto lunedì l'accusa di mettere gli interessi degli avversari davanti a quelli degli alleati: "sto rendendo tutto molto più sicuro", ha risposto a un giornalista, aggiungendo che Kim "mi ha sempre trattato con grande rispetto" e che i due si capiscono.

Victor Cha, professore della Georgetown University che si è occupato di Asia alla Casa Bianca con George W. Bush, collega l'uscita del presidente alla frustrazione per l'Iran. "Sta andando in due direzioni opposte", ha detto. "Va verso una trattativa pragmatica con una Corea del Nord nucleare, ma nel caso dell'Iran ha preso una posizione assolutista". Secondo Cha una parte della motivazione era spostare i titoli dei giornali lontano dalle difficoltà della guerra. Non si aspetta comunque una risposta rapida da Pyongyang.

Dall'ultimo incontro del 2019 la Corea del Nord ha rafforzato molto i legami con la Russia, firmando due anni fa un trattato di mutua difesa con Vladimir Putin. I suoi soldati hanno combattuto a fianco dei russi in Ucraina e Kyiv ha detto la settimana scorsa che missili di fabbricazione nordcoreana sono stati usati in un attacco contro un'acciaieria a Zaporizhzhia. La sorella di Kim, Kim Yo Jong, aveva ammesso l'anno scorso che il rapporto tra il fratello e il presidente americano "non era male", ma aveva avvertito che usarlo per arrivare alla fine del programma nucleare sarebbe stato solo oggetto di "scherno". Pyongyang chiede a Washington di riconoscerla prima come Stato nucleare a tutti gli effetti.

Gli Stati Uniti tengono quasi 30.000 militari in Corea del Sud e più di 50.000 nel vicino Giappone. La guerra con l'Iran ha già costretto il Pentagono a spostare risorse dall'Asia al Medio Oriente: all'inizio del conflitto Washington ha trasferito intercettori missilistici dalla penisola coreana e la settimana scorsa ha annunciato che la portaerei USS George Washington (l'unica basata nel Pacifico occidentale) andrà nelle acque vicine all'Iran per dare il cambio alla USS Abraham Lincoln, che non tocca porto da più di 200 giorni.

Il leader nordcoreano intanto osserva la guerra contro l'Iran. Quel conflitto, secondo Cha, ha mostrato alla Corea del Nord "che hanno ragione a inseguire le armi nucleari per evitare un attacco militare".


Trump ordina di ridurre le esercitazioni militari con la Corea del Sud


Il presidente Donald Trump ha ordinato al Pentagono, il ministero della Difesa americano, di ridurre le esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud, alleata degli Stati Uniti da più di settant'anni. Ha spiegato la decisione con il suo "ottimo rapporto" con il leader nordcoreano Kim Jong-un e l'ha annunciata domenica 16 agosto sul suo social network Truth Social, poche ore prima dell'inizio delle manovre.

Le esercitazioni, ha scritto Trump, "non sono soltanto costose, con gran parte di questi costi pagati dagli Stati Uniti d'America (come al solito!)", ma "inviano un segnale del tutto inappropriato e ostile" a un paese che "per tutto il tempo in cui Donald J. Trump è stato presidente si è mostrato non minaccioso e rispettoso". Il presidente ha parlato di sé in terza persona.

"Dato che è troppo tardi per annullarle, ho dato istruzione al segretario alla guerra, Pete Hegseth, di ridurre in modo sostanziale le esercitazioni militari congiunte", ha scritto Trump riferendosi al capo del Pentagono. Nello stesso messaggio ha collegato la scelta al rifiuto di Seul di partecipare alla guerra americana contro l'Iran: ha raccontato di aver chiesto al presidente sudcoreano se volesse unirsi agli Stati Uniti nella "denuclearizzazione della Repubblica islamica dell'Iran" e di essersi sentito rispondere "No grazie!", premettendo che la questione "in qualche modo non c'entra (?)".

Il ministero della Difesa sudcoreano ha fatto sapere che le manovre annuali sono cominciate lunedì come previsto. Si chiamano Ulchi Freedom Shield, durano undici giorni e coinvolgono 18.000 soldati sudcoreani insieme a una parte dei 28.500 militari americani di stanza nel paese. Le due forze armate si addestrano insieme dal 1955, due anni dopo l'armistizio che nel 1953 ha posto fine alla guerra di Corea.

Il Pentagono è stato colto di sorpresa dall'annuncio, come ha riferito il New York Times citando un alto ufficiale americano. La settimana scorsa un responsabile del comando congiunto tra Stati Uniti e Corea del Sud aveva spiegato ai giornalisti che le manovre avrebbero simulato il combattimento contro le truppe nordcoreane, che hanno acquisito esperienza combattendo per la Russia in Ucraina. Non è chiaro in che modo il Pentagono ridurrà la propria partecipazione a esercitazioni già cominciate.

"I soldati nordcoreani sono stati schierati e hanno combattuto in Ucraina e hanno riportato in Corea del Nord quello che hanno imparato", ha detto in una conferenza stampa il colonnello Ryan Donald, responsabile della comunicazione del comando congiunto. "Questo cambia le capacità della Corea del Nord e il nostro addestramento tiene conto di quella minaccia". Le manovre prevedono operazioni congiunte in scenari complessi, tra cui un'esercitazione a fuoco vivo per verificare la capacità di colpire con precisione, l'attraversamento di un corso d'acqua e la distribuzione di equipaggiamenti già posizionati sul territorio. I due paesi le hanno descritte come "di natura difensiva" e costruite su "minacce realistiche, comprese le lezioni apprese dai conflitti recenti".

Il senatore democratico Mark Kelly, ex pilota della Marina, ha criticato la decisione poche ore dopo l'annuncio, scrivendo sui social che "svuotare queste esercitazioni congiunte è miope ed è un errore". A maggio Hegseth aveva elogiato la Corea del Sud durante un incontro al Pentagono, citando il suo "impegno ad aumentare la spesa per la difesa" e la sua "leadership nell'assumersi la responsabilità primaria per la sicurezza della penisola coreana". Era, aveva aggiunto il segretario, un esempio di condivisione degli oneri dell'alleanza che tutti i partner degli Stati Uniti avrebbero fatto bene a seguire.

Il ministero degli Esteri nordcoreano aveva definito venerdì le manovre "una prova generale per una guerra di aggressione", promettendo di rispondere "a un nuovo livello di minaccia con un nuovo livello di deterrenza". Mercoledì la Corea del Nord ha lanciato un missile balistico verso le acque al largo della sua costa orientale, sei giorni dopo un missile a corto raggio: sono stati i primi test balistici da fine giugno, in violazione dei divieti delle Nazioni Unite.

"Il Giappone sarà certamente preoccupato", ha dichiarato a Bloomberg Adam Farrar, ex responsabile per la Corea del Consiglio per la sicurezza nazionale, l'organismo che coordina la politica estera e di difesa alla Casa Bianca, sotto Trump e sotto Joe Biden. "Se questa scelta è stata determinata dall'Iran, anche loro sono a rischio, vista la loro indisponibilità a farsi coinvolgere". Una decisione dell'ultimo minuto di questo tipo, ha aggiunto, solleverà interrogativi sull'impegno americano verso gli alleati asiatici e potrebbe indebolire la deterrenza. Anche l'Australia ha un trattato di sicurezza con Washington e ha scelto di restare fuori dal conflitto con l'Iran.

La USS George Washington, unica portaerei americana nell'area dell'Asia-Pacifico, è stata intanto dirottata verso il Medio Oriente. Gli Stati Uniti tengono di norma almeno una portaerei nella regione per scoraggiare la Cina e la Corea del Nord, ma stanno esaurendo le armi più importanti e hanno spostato risorse militari dall'Asia al Medio Oriente.

Trump e la sua amministrazione hanno già attaccato i paesi della NATO per il sostegno che a loro giudizio non hanno dato alla guerra contro l'Iran, cominciata il 28 febbraio con i bombardamenti americani e israeliani. Il presidente si è lamentato più volte del rifiuto degli alleati europei di mettere a disposizione i propri aeroporti militari per gli attacchi. L'annuncio su Seul è arrivato pochi giorni dopo che la Corea del Sud aveva fatto sapere che i colloqui con Washington sui progetti di investimento strategico erano ancora in corso, in un momento in cui l'amministrazione americana spinge per accelerarli.

Dopo l'incontro con Kim a Singapore nel 2018 Trump aveva già definito le manovre "provocatorie" e aveva detto ai giornalisti: "Fermeremo i giochi di guerra, il che ci farà risparmiare un'enorme quantità di denaro, a meno che e finché non vedremo che i futuri negoziati non stanno andando come dovrebbero". Il presidente ha incontrato il leader nordcoreano tre volte durante il primo mandato, l'ultima nel 2019. Da quando è tornato alla Casa Bianca ha detto più volte di voler riprendere quei colloqui.

La trattativa si era interrotta nel 2019 senza alcun accordo sul programma nucleare nordcoreano. Da allora Pyongyang ha ampliato il suo arsenale atomico e missilistico e secondo gli esperti Kim ritiene che un arsenale più grande aumenti le possibilità di strappare concessioni agli Stati Uniti in futuri negoziati. "Questa volta la logica è meno chiara. Con il sostegno russo Kim è in una posizione più forte e finora ha mostrato poco interesse a un dialogo", ha detto Farrar, che oggi lavora per Bloomberg Economics.

Nel settembre 2025 il leader nordcoreano ha detto di conservare "bei ricordi personali" di Trump e ha lasciato intendere che potrebbe tornare al tavolo se gli Stati Uniti abbandonassero la loro "ossessione delirante per la denuclearizzazione" della Corea del Nord. Sabato il presidente ha pubblicato una foto che lo ritrae accanto a Kim nella zona demilitarizzata tra le due Coree nel giugno 2019, scrivendo che i due vanno molto d'accordo "nonostante l'aria poco amichevole in questa particolare foto". Nel 2017 i rapporti tra i due erano molto diversi: Kim aveva definito Trump un "vecchio rimbambito mentalmente squilibrato" dopo che il presidente, in un discorso alle Nazioni Unite, aveva minacciato di "distruggere totalmente" la Corea del Nord se gli Stati Uniti avessero dovuto difendere se stessi o i propri alleati.

Il presidente sudcoreano Lee Jae-myung, in carica da giugno 2025, ha offerto a Pyongyang colloqui senza condizioni preliminari senza ricevere risposta. Sabato, nel discorso per la festa della Liberazione, ha chiesto di nuovo il dialogo e ha promesso passi per ridurre le tensioni militari e costruire una convivenza pacifica nella penisola, dicendo che il suo paese farà la propria parte da "pacificatore".

La Corea del Nord ha un ruolo sempre più attivo nei conflitti internazionali, a partire dal sostegno militare alla Russia in Ucraina. Domenica i media statali di Pyongyang hanno riferito che Kim si è detto "fiero" del rapporto con Mosca in una lettera inviata al presidente russo Vladimir Putin.


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