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Meloni apre a un Presidente della Repubblica di destra.
È ora che la sinistra torni a fare la sinistra: ascoltare le persone e lottare per i diritti. Altrimenti, prepariamoci a La Russa al Quirinale.

Video di Francesca Romana D’Antuono, copresidente uscente di Volt Europa.

#GiorgiaMeloni #IgnazioLaRussa #Quirinale #PresidenteDellaRepubblica #Sinistra #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Trump annuncia la prima convention repubblicana di metà mandato a Dallas


Il presidente ha annunciato per il 9 e 10 settembre a Dallas un raduno del partito per mobilitare gli elettori verso le elezioni di novembre, in rottura con la tradizione.
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Il presidente Donald Trump ha annunciato che i repubblicani terranno la loro prima convention nazionale di metà mandato, un evento senza precedenti pensato per spingere gli elettori alle urne a novembre, quando il partito proverà a difendere le sue strette maggioranze al Congresso. Il raduno si terrà a Dallas, in Texas, il 9 e 10 settembre.

Negli Stati Uniti i due grandi partiti riuniscono i delegati in una convention una volta ogni quattro anni, alla vigilia delle elezioni presidenziali, per incoronare ufficialmente il proprio candidato alla Casa Bianca. La prossima toccherà nel 2028. Organizzarne una a metà mandato, a due mesi dal voto legislativo di novembre, non era mai accaduto e rompe una tradizione consolidata.

Trump ha confermato i dettagli martedì 30 giugno con un messaggio sul suo social network, Truth Social, definendo Dallas "one of my favorite places in the World", una delle sue città preferite al mondo. "Non è mai stato fatto prima, e sarà un evento davvero storico", ha scritto, promettendo "tanto grande intrattenimento" e un raduno "come nessun altro".

L'obiettivo è mobilitare la base repubblicana in una tornata elettorale in cui, secondo lo schema storico, il partito del presidente perde quasi sempre seggi. Senza Trump sulla scheda, i vertici del partito temono che sarà difficile spingere i propri elettori a votare. Il presidente ha detto che la convention servirà a "mostrare le grandi cose che abbiamo fatto dalle elezioni presidenziali del 2024".

La posta in gioco è alta. Se i democratici riconquistassero anche solo una delle due camere del Congresso, avrebbero il potere di bloccare l'agenda legislativa del presidente e di aprire inchieste sulla sua amministrazione negli ultimi due anni di mandato. Trump, che ha 80 anni, ha avvertito che i democratici potrebbero avviare contro di lui una terza procedura di impeachment, la messa in stato d'accusa, e ha assegnato ad alcuni suoi collaboratori chiave della Casa Bianca l'organizzazione della campagna.

Il presidente sembra dare un peso crescente alle elezioni di metà mandato, mentre la sua popolarità resta bassa, appesantita dal giudizio negativo sulla gestione dell'economia, dalla guerra con l'Iran e dall'aumento del costo della vita. Nei sondaggi sul voto per il Congresso i democratici sono davanti, e c'è chi stima molto alte le loro probabilità di riprendersi la Camera.

Il presidente del Comitato Nazionale Repubblicano, l'organismo che guida il partito, Joe Gruters, ha detto che la convention sarà "un Trumpapalooza" e servirà a mostrare l'agenda "America First", che a suo dire ha portato il più grande taglio di tasse della storia e reso più sicure le comunità. Trump, ha aggiunto, unirà i repubblicani attorno a una visione condivisa e darà slancio alla campagna.

La scelta del Texas mette i riflettori sulla corsa al Senato dello Stato, che oppone il candidato democratico James Talarico al repubblicano Ken Paxton. Paxton è il procuratore generale del Texas e, con l'appoggio di Trump, ha battuto alle primarie di inizio anno il senatore uscente John Cornyn, in carica da tempo. I leader repubblicani al Senato temono però che il suo passato segnato da scandali, tra cui una relazione extraconiugale, una procedura di destituzione e un caso di frode finanziaria che non ha portato a una condanna, possa indebolirne la candidatura e trasformare un seggio conquistabile in un salasso di risorse per il partito. Un sondaggio New York Times/Siena diffuso questa settimana indica una corsa in equilibrio, un risultato notevole in uno Stato dove i democratici non vincono un'elezione a livello statale da decenni.

Tenere la convention in Texas richiama anche il ridisegno dei collegi elettorali voluto da Trump a metà decennio, partito proprio da questo Stato, un'operazione pensata per garantire ai repubblicani più seggi nel voto di autunno.

Il Comitato Nazionale Repubblicano aveva preparato il terreno all'inizio dell'anno, votando alla sua riunione invernale di gennaio le modifiche alle regole per rendere possibile un evento fuori dal ciclo quadriennale delle presidenziali.

Il Comitato Nazionale Democratico aveva valutato un raduno simile ma alla fine ha rinunciato. Un evento così costoso avrebbe messo sotto pressione le finanze del partito, già fragili tra una raccolta fondi deludente e diversi milioni di dollari di debiti, e i democratici preferiscono investire nella costruzione delle strutture locali e statali. Il partito ha detto che la convention repubblicana sarà comunque un'occasione per legare i candidati alla Camera e al Senato all'immagine di Trump. I democratici avevano tenuto conferenze di metà mandato negli anni Settanta e Ottanta.

Sempre martedì la Corte Suprema ha rimosso i limiti alle somme che i partiti possono spendere in coordinamento con i singoli candidati, una decisione che potrebbe avvantaggiare i repubblicani alle elezioni di metà mandato.


Nate Silver dà ai Dem l'85-90% di riprendersi la Camera


Nate Silver dà ai democratici tra l'85 e il 90% di probabilità di riconquistare la Camera dei rappresentanti alle elezioni di metà mandato del 2026, quelle che a metà della presidenza rinnovano il Congresso. È una stima più alta di quella dei mercati delle previsioni, le piattaforme dove si scommette sull'esito di eventi futuri e dove i prezzi indicano la probabilità attribuita a ciascun risultato.

Silver, uno dei più famosi analisti di dati elettorali negli Stati Uniti, ha spiegato le sue previsioni in un'intervista all'All-In Podcast lunedì. I mercati danno i democratici all'80-85% di riprendersi la Camera e al 40-45% di conquistare il Senato. Silver li considera valori ragionevoli, ma ritiene che per la Camera siano un po' bassi.

Per la Camera, ha detto, tutti gli elementi vanno nella stessa direzione. I democratici corrono contro un presidente molto impopolare e di fronte a un'economia che genera ansia negli elettori. A favore della sinistra giocano anche la guerra con l'Iran avviata dal presidente Trump, la storia che vede il partito del presidente andare male alle elezioni di metà mandato e una reazione contro chi è al potere, visibile sia negli Stati Uniti sia all'estero.

Midterm 2026: sondaggi, medie e proiezioni
La proiezione di Focus America sulle elezioni di metà mandato del 2026. Sondaggi, medie e proiezioni aggiornate ogni giorno. Si vota il 3 novembre.
Focus AmericaLorenzo Ruffino


I repubblicani contano su un vantaggio dal ridisegno dei collegi elettorali, l'operazione con cui si ritracciano i confini dei distretti da cui escono i deputati. Silver stima che da questa partita il partito possa guadagnare tra i 10 e i 16 seggi. Lunedì la Corte suprema del Colorado ha respinto tre quesiti referendari sostenuti dai democratici che avrebbero assegnato loro diversi collegi. Pur con questo aiuto, ha detto Silver, i repubblicani si trovano comunque a remare controcorrente.

Sul fronte del voto, la Corte suprema federale ha dato torto al presidente sulle schede inviate per posta. I giudici hanno stabilito che gli Stati possono continuare a conteggiare i voti arrivati dopo l'Election Day, il giorno delle elezioni, purché spediti entro quella data. È una delle decisioni con cui la Corte ha tutelato il voto postale. Trump ha chiesto l'obbligo di un documento d'identità per votare e una stretta sul voto per corrispondenza.

Il Senato resta una partita molto più incerta. Silver ritiene che i democratici stiano correndo un rischio inutile puntando su Graham Platner nella corsa in Maine, un candidato finito al centro di scandali. È uno Stato che, ha detto, nella gran parte degli anni dovrebbe essere una vittoria facile per il partito.


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Now or never: why the Digital Euro must not fail on privacy


Europe is developing a Digital Euro to reduce its reliance on US-controlled payment systems and give citizens a privacy-friendly digital payment option. Epicenter.works and other civil society groups support the project but argue that strong privacy protections must be built into its technology, not just promised on paper, to ensure public trust and protect fundamental rights. The vote of the ECON Committee signals a move in the right direction, which must not be weakened in the remainder of the legislative process.

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Slovenia’s democracy under siege: An urgent update


Following the March 2026 elections, Slovenia's newly appointed right-wing coalition government – led by Janez Janša in his fourth term – has launched an aggressive crackdown on independent civil society. Janša’s return follows a turbulent campaign marred by the Black Cube scandal involving an Israeli intelligence firm. Now, his administration is moving fast to radicalise politics, using tactics that also threaten broader EU democratic standards. This poses danger to civil society, fundamental rights and freedoms of citizens, and will also have a significant impact on the protection of digital rights in Slovenia.

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We can still turn the tide! ⚡️ European leaders must come together with a joint approach that puts society first - only then can Europe minimise the risks of AI and seize its full potential.

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The EU spends billions on AI, but can anyone track the money?


The European Union has pledged billions to establish itself as a global leader in artificial intelligence (AI). However, there is a significant transparency gap between the political announcements and the actual flow of money. ‘From Frameworks to Factories’, a new report by Open Future , maps the EU's AI investment architecture and asks a simple question: Can the money be followed?

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«Ci abitueremo al caldo tropicale», dice La Russa.
Negare o minimizzare la crisi climatica è più facile che affrontarla.
Del pianeta e del nostro futuro non si curano: è una vergogna politica e umana.

Video di Francesca Romana D’Antuono, copresidente uscente di Volt Europa.

#CrisiClimatica #CambiamentoClimatico #EmergenzaClimatica #GiustiziaClimatica #LaRussa #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Die Europäische Politik verspricht, im Paket mit dem Digitalen Euro das Bargeld zu stärken. Was das genau heißt? Lest Ihr in meinem neuen Artikel für @netzpolitik_feed 👇

netzpolitik.org/2026/bargeld-v…

in reply to Leonhard Pitz

Richtig geil wäre ja, wenn die #EU den #Banken auch noch vorschreiben würde, dass sie die Einzahlung von #Bargeld gebührenfrei ermöglichen müssen... Das ist nämlich eine der Achillesfersen für die Nutzung von Bargeld, wovon ich als Geschäftsführer ein Lied singen kann. Auch dass Banken überhaupt grundsätzlich genügend Infrastruktur zum Einzahlen von Bargeld zur Verfügung stellen.
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In Colorado due vittorie progressite alle primarie Dem e sconfitto il senatore Bennet


Il procuratore Phil Weiser vince la primaria per governatore e la socialista Melat Kiros batte una veterana del Congresso. Ma il senatore Hickenlooper respinge la sfida da sinistra.
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Alle primarie democratiche del Colorado di martedì 30 giugno gli elettori hanno bocciato i dirigenti del partito a Washington: hanno respinto la corsa a governatore di un senatore in carica e mandato a casa una deputata che siede al Congresso da quasi trent'anni. A tenere il proprio seggio è stato solo l'altro senatore dello Stato, che ha respinto una sfida da sinistra.

Il procuratore generale del Colorado Phil Weiser ha vinto la primaria per governatore, battendo il senatore Michael Bennet, che dopo diciassette anni al Senato voleva tornare a governare da Denver. Weiser parte nettamente favorito per le elezioni di novembre: il Colorado non elegge un governatore repubblicano dal 2002 e Kamala Harris nel 2024 vi ha vinto con undici punti di vantaggio. Il governatore uscente, il democratico Jared Polis, non può ricandidarsi per il limite dei mandati.

Primarie democratiche · Colorado
Phil Weiser vince la primaria per governatore
Primaria democratica per governatore — 30 giugno 2026
Focus America

CandidatoVoti%

Phil Weiser
Procuratore generale del Colorado

404.620
55,7%

Michael Bennet
Senatore degli Stati Uniti

322.326
44,3%

726.946voti
88% scrutinato

Elaborazione di Focus America su dati di Associated Press

Weiser ha trasformato la primaria in un referendum su chi dei due avesse contrastato con più forza il presidente Donald Trump. Un anno fa era indietro di trenta punti nei sondaggi, ma ha recuperato ricordando di aver fatto causa decine di volte all'amministrazione Trump come procuratore, e attaccando Bennet per aver votato la conferma di otto ministri del governo di Trump. Bennet ha difeso quei voti sostenendo che gli servivano per collaborare con l'amministrazione e assicurare al Colorado i fondi federali contro gli incendi. Pur non avendo il profilo del tipico sfidante progressista, essendo stato un avvocato federale, un funzionario dell'amministrazione Obama e un preside di facoltà di legge, Weiser è riuscito a presentarsi come l'outsider della corsa, alla sinistra di Bennet.

Bennet poteva contare su un vantaggio nella pubblicità elettorale: la sua campagna e un super PAC alleato, cioè uno di quei comitati che raccolgono e spendono somme illimitate a favore di un candidato senza coordinarsi formalmente con lui, hanno speso 10,7 milioni di dollari in spot, quasi il doppio dello schieramento di Weiser. Nonostante questo, il senatore aveva dato segnali di incertezza: aveva prestato quasi un milione di dollari alla propria campagna e aveva saltato decine di voti al Senato nelle settimane prima del voto.

Bennet resterà comunque al Senato, dove il suo seggio non è in gioco fino al 2028. È il primo senatore in carica a perdere una primaria per governatore dai tempi di Kay Bailey Hutchison, la repubblicana del Texas che nel 2010 sfidò senza successo il governatore Rick Perry. Era uno dei quattro senatori in corsa per un governatorato quest'anno, un numero record, insieme ad Amy Klobuchar in Minnesota, Marsha Blackburn in Tennessee e Tommy Tuberville in Alabama.

Nel primo distretto, che comprende Denver, la deputata Diana DeGette è stata battuta da Melat Kiros, avvocata di 29 anni che si definisce una socialista democratica. DeGette, 68 anni, siede alla Camera dal 1997 ed è la decana della delegazione del Colorado, oltre che membro del Congressional Progressive Caucus, il gruppo dei parlamentari più a sinistra del partito. Kiros, nata in Etiopia, ex avvocata a New York e oggi dottoranda all'Università di Denver, era sostenuta dal senatore Bernie Sanders e ha accolto l'appoggio dei Democratic Socialists of America, la principale organizzazione socialista del paese, e dello streamer di sinistra Hasan Piker.

Le due candidate condividevano molte posizioni, dalla proposta di sanità pubblica universale nota come Medicare for All fino all'abolizione dell'ICE, l'agenzia federale per l'immigrazione e le espulsioni. A dividerle era soprattutto Israele: Kiros ha chiesto di interrompere gli aiuti militari americani e ha definito un "genocidio" le azioni israeliane a Gaza, mentre DeGette si diceva favorevole a inviare solo armi difensive. La sfida aveva anche un forte carattere generazionale, perché DeGette è stata eletta al Congresso l'anno prima che Kiros nascesse.

Con DeGette salgono a tre i deputati democratici caduti quest'anno sotto i colpi di uno sfidante di sinistra: la settimana prima, a New York, avevano perso Dan Goldman e Adriano Espaillat, battuti anch'essi da candidati che si definiscono socialisti democratici.

Primarie democratiche · Colorado
Melat Kiros batte la deputata Diana DeGette a Denver
Primaria democratica, 1º distretto del Congresso — 30 giugno 2026
Focus America

CandidatoVoti%

Melat Kiros
Avvocata

67.959
51,3%

Diana DeGette
Deputata uscente

55.179
41,7%

Wanda James
Regent dell'Università del Colorado

9.297
7,0%

132.435voti
93% scrutinato

Elaborazione di Focus America su dati di Associated Press

A salvarsi è stato solo il senatore uscente John Hickenlooper, 74 anni, che ha respinto la sfida della progressista Julie Gonzales, senatrice statale di 43 anni e organizzatrice sindacale. Ci è riuscito spostandosi a sinistra, puntando la campagna su priorità come la riforma dell'ICE e raccogliendo qualche sostegno da sindacati e gruppi di attivisti per impedire a Gonzales di compattare l'elettorato progressista. Soprattutto, ha goduto di un enorme vantaggio economico: ha raccolto quasi dieci milioni di dollari contro gli 870 mila della sfidante.

Nell'ottavo distretto, a nord di Denver, i democratici hanno scelto il progressista Manny Rutinel, deputato statale di origini dominicane, che ha battuto la collega più moderata Shannon Bird. È il collegio più conteso dello Stato: a novembre Rutinel affronterà il repubblicano Gabe Evans, deputato al primo mandato, in un seggio che nel 2024 aveva votato Trump per il 50 a 48 e che Evans aveva strappato ai democratici per meno di un punto. I democratici hanno bisogno di conquistare tre seggi netti per riprendersi la Camera a novembre, e contano su questo distretto, dove circa un terzo degli elettori è di origine latinoamericana. Evans ha reagito subito, definendo Rutinel in un comunicato un "estremista socialista radicale", un imitatore di Zohran Mamdani, il sindaco socialista democratico di New York. La corsa sarà anche un test sulla capacità dei democratici di riconquistare gli elettori latinoamericani: Rutinel, dominicano-americano, dovrà convincerne una fetta consistente per battere Evans, che è messicano-americano.

Primarie democratiche · Colorado
Manny Rutinel vince la primaria nell'ottavo distretto
Primaria democratica, 8º distretto del Congresso — 30 giugno 2026
Focus America

CandidatoVoti%

Manny Rutinel
Deputato statale

43.429
61,5%

Shannon Bird
Deputata statale

23.799
33,7%

Evan Munsing
Ritirato dalla corsa

3.344
4,7%

70.572voti
88% scrutinato

Elaborazione di Focus America su dati di Associated Press

I risultati del Colorado si sommano a quelli di New York e del Maine e raccontano di un elettorato democratico che vuole rompere con lo status quo e affidarsi a una nuova generazione di candidati, ostili ai fondi delle grandi lobby, più duri su Israele e capaci di presentarsi come combattenti anti-establishment per la classe lavoratrice. "L'energia del nostro partito è con i progressisti coraggiosi", ha dichiarato il deputato Ro Khanna, esponente della sinistra californiana e possibile candidato alle presidenziali del 2028, secondo cui gli sfidanti insurrezionali stanno "indicando la direzione" al partito. È un movimento che guarda ora oltre le grandi città, con il prossimo grande appuntamento previsto in Michigan ad agosto, per le primarie al Senato.

La stessa frustrazione verso i parlamentari di lungo corso ha colpito anche i repubblicani. Hanno perso le primarie i senatori Bill Cassidy in Louisiana e John Cornyn in Texas, dopo che Trump aveva sostenuto i loro avversari, e diversi deputati candidati a governatore sono stati sconfitti: Dusty Johnson non è arrivato al ballottaggio in South Dakota, Randy Feenstra ha perso di misura in Iowa nonostante l'appoggio del presidente e Ralph Norman e Nancy Mace sono rimasti indietro in South Carolina.

In tutti e tre i principali appuntamenti di novembre, per il governatorato, per il Senato e per l'ottavo distretto, i democratici partono comunque favoriti, in uno Stato che negli ultimi anni ha spostato con decisione il proprio voto verso il partito.


A New York i tre candidati di Mamdani vincono le primarie democratiche


Il sindaco di New York Zohran Mamdani ha vinto la sua scommessa. Nelle primarie democratiche di martedì 23 giugno i tre candidati al Congresso che aveva sostenuto hanno conquistato la nomination, due di loro battendo deputati uscenti dati per favoriti. A sei mesi dal suo insediamento, il primo cittadino diventa l'uomo più influente della politica newyorkese.

Le primarie servono a scegliere chi rappresenterà un partito alle elezioni vere e proprie, in programma il 3 novembre. Nei distretti dove i democratici dominano da decenni, come quelli della città di New York, vincere la primaria equivale quasi sempre a conquistare il seggio. Per questo le tre vittorie di martedì pesano già come elezioni decise.

Brad Lander, 56 anni, ex revisore dei conti della città di New York, ha travolto con 30 punti di margine il deputato uscente Dan Goldman nel decimo distretto, che copre Lower Manhattan e parte di Brooklyn. Darializa Avila Chevalier, 32 anni, attivista e studentessa di dottorato alla prima campagna elettorale, ha battuto Adriano Espaillat, 71 anni, presidente del gruppo dei deputati ispanici alla Camera, nel tredicesimo distretto tra Upper Manhattan e il Bronx. Claire Valdez, 36 anni, deputata statale poco conosciuta, ha conquistato un seggio lasciato libero tra Brooklyn e Queens, il settimo distretto, superando Antonio Reynoso, presidente del distretto di Brooklyn.

Avila Chevalier e Valdez appartengono ai Socialisti Democratici d'America, l'organizzazione della sinistra radicale a cui aderisce lo stesso Mamdani. Con la loro elezione, quasi certa a novembre in distretti così blu, i socialisti alla Camera raddoppieranno, passando da due a quattro.

Primarie democratiche · New York
Le quattro primarie democratiche per la Camera più seguite a New York
Camera degli Stati Uniti — 23 giugno 2026
Focus America

7° distrettoValdez 10° distrettoLander 12° distrettoLasher 13° distrettoAvila Chevalier

Brooklyn e Queens

CandidatoVoti%

Claire Valdez
Deputata all'Assemblea statale

37.531
56,1%

Antonio Reynoso
Presidente del distretto di Brooklyn

23.960
35,8%

Julie Won
Consigliera comunale

4.231
6,3%

66.953voti
92% scrutinato

Lower Manhattan e Brooklyn

CandidatoVoti%

Brad Lander
Ex revisore dei conti di New York

55.060
65,8%

Dan Goldman
Deputato uscente

28.445
34,0%

83.661voti
90% scrutinato

Manhattan centrale

CandidatoVoti%

Micah Lasher
Deputato all'Assemblea statale

40.106
39,1%

Alex Bores
Deputato all'Assemblea statale

35.822
35,0%

Jack Schlossberg
Nipote di John F. Kennedy

11.036
10,8%

102.463voti
87% scrutinato

Upper Manhattan e Bronx

CandidatoVoti%

Darializa Avila Chevalier
Attivista

32.790
49,4%

Adriano Espaillat
Deputato uscente

30.464
45,9%

Oscar J. Romero Jr.

2.340
3,5%

66.379voti
88% scrutinato

Elaborazione di Focus America su dati di Associated Press. Risultati non definitivi.

Mamdani si è speso come nessun sindaco prima di lui. Ha reclutato i candidati ancora prima di vincere le proprie elezioni, ha organizzato raccolte fondi, è apparso negli spot e ha girato i comizi fino a notte fonda. Per sostenere i suoi ha rotto con la governatrice Kathy Hochul, con i sindacati, con il Working Families Party, un piccolo partito di sinistra che lo aveva appoggiato, e soprattutto con Hakeem Jeffries, leader dei democratici alla Camera e in corsa per diventarne speaker, cioè presidente, se il partito riconquistasse la maggioranza a novembre. Le sue vittorie non dimostrano però che il consenso del sindaco si sia allargato: in tutti quei distretti aveva già vinto nettamente l'anno scorso e resta molto popolare.

"La vecchia politica che ci ha portato in questa crisi non è la politica che ci tirerà fuori", ha detto Mamdani alla festa per la vittoria di Valdez, davanti a una folla che scandiva "DSA". "Un anno fa non era la fine di un movimento politico. Era l'inizio."

La vittoria di Avila Chevalier è la più clamorosa. Espaillat, cinque mandati alle spalle e primo dominicano-americano eletto al Congresso, è stato superato da una candidata all'esordio, in un'impresa che molti hanno paragonato a quella di Alexandria Ocasio-Cortez contro Joe Crowley nel 2018. Mamdani aveva inizialmente promesso di appoggiare Espaillat, che lo aveva sostenuto nella corsa a sindaco, ma a fine maggio ha cambiato idea e si è schierato con la sfidante, irritando il vecchio establishment democratico e i leader latini. La candidata ha vinto nonostante una raffica di vecchi post sui social media, poi cancellati, in cui aveva usato un linguaggio volgare contro Kamala Harris, definito Joe Biden uno "stupratore" e criticato le relazioni interrazziali.

Il rapporto con Israele è stato il tema centrale di diverse primarie, in una città che ospita la più grande comunità ebraica del paese. Lander, ebreo come Goldman, ha definito un "genocidio" la guerra a Gaza e ha attaccato l'avversario per i suoi legami con AIPAC, la potente lobby filo-israeliana. Goldman, pur critico verso il governo di Benjamin Netanyahu, difende il sostegno militare americano a Israele e rifiuta la parola "genocidio". Anche Avila Chevalier ha usato questo argomento contro Espaillat, accusandolo di aver incassato per anni donazioni legate ad AIPAC.

Nel dodicesimo distretto, che attraversa Manhattan, il deputato statale Micah Lasher ha vinto la primaria per succedere a Jerrold Nadler, ritiratosi dopo oltre trent'anni. Mamdani non si è schierato. Lasher, sostenuto da Nadler, ha battuto il collega Alex Bores e Jack Schlossberg, nipote di John F. Kennedy, arrivato terzo nonostante il cognome celebre. È stata una delle gare più costose nella storia del Congresso: gruppi legati alle aziende di intelligenza artificiale OpenAI e Anthropic hanno speso più di 25 milioni di dollari a favore e contro Bores, autore di una legge statale per regolare l'intelligenza artificiale, mentre l'ex sindaco Michael Bloomberg ne ha messi 10 a sostegno di Lasher.

Nei sobborghi a nord della città i democratici hanno scelto Cait Conley, esperta di sicurezza nazionale e veterana di guerra, per sfidare a novembre il deputato repubblicano Mike Lawler, uno dei più vulnerabili. Il diciassettesimo distretto è uno dei pochi davvero contesi del paese e potrebbe decidere il controllo della Camera.

Più a nord, nel ventunesimo distretto, ha vinto la primaria repubblicana Anthony Constantino, magnate degli adesivi che aveva fatto installare un cartello alto quasi quattro metri con scritto "Vote for Trump" sopra la sede della sua azienda. Sostenuto dal presidente Donald Trump, ha battuto Robert Smullen, il candidato appoggiato dai vertici del partito, per il seggio lasciato da Elise Stefanik, anche lei alleata del presidente.

Anche in Maryland i democratici hanno scelto i loro candidati in due primarie costosissime. Nel quinto distretto Adrian Boafo, ex collaboratore del deputato Steny Hoyer che si ritira dopo 44 anni, ha vinto la nomination democratica grazie anche a circa 11 milioni di dollari spesi dai super PAC legati ad AIPAC e all'industria delle criptovalute. I super PAC sono comitati che possono raccogliere e spendere denaro senza limiti per sostenere un candidato. Nel sesto distretto la deputata April McClain Delaney ha respinto il ritorno del suo predecessore David Trone, che aveva prestato 25 milioni di dollari di tasca propria alla campagna. Per la carica di governatore i repubblicani hanno scelto Dan Cox, esponente della destra dura e già sconfitto dal governatore democratico Wes Moore con 32 punti di scarto nel 2022.

In Utah un ridisegno dei collegi elettorali ordinato dai tribunali ha creato un distretto nettamente democratico attorno a Salt Lake City. L'ex deputato moderato Ben McAdams ha vinto la primaria democratica e parte da favorito: lo Utah potrebbe così eleggere un democratico al Congresso per la prima volta dal 2018.

In South Carolina si è votato in un ballottaggio, il secondo turno previsto quando al primo nessun candidato raggiunge la maggioranza. Alan Wilson, procuratore generale dello stato, ha vinto la primaria repubblicana per governatore contro la vicegovernatrice Pamela Evette. Il presidente aveva fatto una mossa inusuale, sostenendo entrambi i candidati. Nel primo distretto i democratici hanno scelto Nancy Lacore, ammiraglio della Marina licenziato lo scorso anno dal segretario alla Difesa Pete Hegseth, per provare a strappare ai repubblicani il seggio lasciato da Nancy Mace, candidatasi senza successo a governatore.

Le vittorie consolidano Mamdani come punto di riferimento della sinistra americana e creano un problema per i moderati. Valdez e Avila Chevalier non si sono impegnate a votare Jeffries come speaker, e i democratici a lui vicini temono che i repubblicani useranno le posizioni più radicali del partito contro i candidati nei distretti in bilico. "I repubblicani cercheranno molto presto di mettere in mostra, come fanno sempre, le voci più radicali del Partito Democratico", ha detto al New York Times Howard Wolfson, ex responsabile del braccio elettorale dei democratici alla Camera. "E dopo stasera avranno più democratici radicali tra cui scegliere."


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Gefilmt, bestraft, zum Schweigen gebracht: Wie russische Überwachungssoftware die georgische Zivilgesellschaft unterdrückt - @netzpolitik_feed
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#Georgien #LandOfGeorgia #Sakartwelo #Tbilissi #Tiflis #Kaukasus #Russland #Russia

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Cyber-Sklaverei in Scam-Fabriken: Kambodscha meldet, Hunderte davon geschlossen zu haben. Berichte von Amnesty International, der UN und Interpol widersprechen dieser Darstellung: Razzia nur nach Absprache, Behörden behandeln Befreite wie Kriminelle netzpolitik.org/2026/cyber-skl…
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📰 "Monday’s development looks to have potentially opened a legal pathway for #Schrems III. […] Max Schrems' non-profit will file a legal challenge to the EU-US Data Privacy Framework in the coming weeks, urging the Commission to exit the deal immediately."

euractiv.com/news/schrems-prep… #EU #US

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La rassegna stampa di mercoledì 1 luglio 2026


La Corte Suprema chiude il mandato bocciando lo stop di Trump alla cittadinanza per nascita e cancellando i limiti alla spesa dei partiti; in Colorado avanzano i socialisti democratici mentre la dichiarazione patrimoniale del presidente rivela oltre 2,2 miliardi di dollari

Questa è la rassegna stampa di mercoledì 1 luglio 2026

La Corte Suprema respinge lo stop alla cittadinanza per nascita


La Corte Suprema ha respinto il tentativo dell'Amministrazione Trump di cancellare la cittadinanza automatica per chi nasce sul suolo americano, ribadendo che quasi tutte le persone nate negli Stati Uniti sono cittadine. È una sconfitta pesante per l'agenda sull'immigrazione del presidente, anche se altre sentenze gli hanno lasciato nuovi strumenti per accelerare le espulsioni. Il vicepresidente Vance ha definito la decisione un "grave errore".

Fonti: The Wall Street Journal, Financial Times, NPR

La Corte Suprema cancella i limiti alla spesa coordinata dei partiti


I giudici hanno abbattuto i tetti alla spesa che i partiti possono sostenere in coordinamento con i propri candidati, accogliendo il ricorso di due comitati repubblicani. La decisione avvantaggia soprattutto il Partito repubblicano, che può contare su grandi donatori, in vista delle elezioni di medio termine di novembre. Il comitato per il Senato del partito ha già annunciato che sposterà quasi tutta la spesa pubblicitaria in coordinamento con i candidati.

Fonti: The New York Times, Axios

La Corte Suprema apre al divieto per le atlete transgender


Nell'ultimo giorno di un mandato definito storico, la Corte Suprema ha stabilito che gli Stati possono vietare la partecipazione delle atlete transgender alle competizioni sportive femminili. La sentenza consolida una serie di vittorie conservatrici, mentre in altri casi i giudici hanno respinto alcune iniziative di punta del presidente.

Fonti: The New York Times

In Colorado avanzano i socialisti democratici


Nelle primarie del Colorado la socialista democratica Melat Kiros, 29 anni, ha battuto la deputata Diana DeGette, in carica dal 1997, in un seggio sicuro di Denver: è il terzo parlamentare uscente sconfitto quest'anno da una sfidante alla sua sinistra. Nella corsa a governatore il procuratore generale Phil Weiser ha superato a sorpresa il senatore Michael Bennet, mentre il senatore John Hickenlooper ha vinto la sua primaria respingendo la sfida progressista.

Fonti: The New York Times, Semafor, Axios

Trump ha incassato oltre 2,2 miliardi di dollari nel 2025


La dichiarazione patrimoniale obbligatoria mostra che nel 2025 il presidente ha guadagnato almeno 2,2 miliardi di dollari, oltre un miliardo dei quali provenienti dalle sue attività nelle criptovalute. Rilevanti anche i proventi da licenze, immobili e transazioni finanziarie. Secondo il New York Times si tratta di un caso senza precedenti nella storia presidenziale per l'assenza di separazione tra la carica pubblica e gli interessi privati.

Fonti: The New York Times, The Wall Street Journal, Financial Times

Revocate le restrizioni ai modelli di intelligenza artificiale di Anthropic


L'Amministrazione Trump ha revocato i controlli all'esportazione che avevano bloccato per diciotto giorni i modelli di intelligenza artificiale Fable 5 e Mythos della società Anthropic, ripristinando l'accesso per gli utenti. La mossa allenta una tensione tra l'azienda e la Casa Bianca; il segretario al Commercio Howard Lutnick ha detto di aver lavorato con Anthropic per garantire nuove salvaguardie di sicurezza.

Fonti: The New York Times, Axios, The Hill

Una rivolta interna paralizza la Camera repubblicana


Un gruppo di deputati repubblicani ha bloccato l'iter di una legge sulla politica del Pentagono e di altri provvedimenti, mentre l'ala più a destra premeva per portare in aula una legge elettorale voluta dal presidente. Lo stallo ferma di fatto l'agenda legislativa di Trump e ha costretto la Camera a chiudere in anticipo i lavori per la seconda settimana consecutiva.

Fonti: The New York Times, The Hill

Colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran in Qatar


Funzionari statunitensi sono arrivati a Doha per colloqui sulla guerra con l'Iran, ma erano attesi a incontri con i mediatori e non direttamente con i negoziatori iraniani. Gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner guidano la delegazione. Il formato indiretto complica gli sforzi per porre fine al conflitto.

Fonti: Semafor, Financial Times

Wall Street chiude il miglior trimestre dal 2020


Le borse statunitensi hanno archiviato il miglior trimestre da diversi anni, trainate dai titoli dei semiconduttori grazie alla carenza globale di memorie legata al boom dell'intelligenza artificiale. È il segnale di un mercato ancora dominato dalle aspettative sull'intelligenza artificiale.

Fonti: Semafor, Financial Times

Terremoti in Venezuela, tensioni sulla risposta statunitense


Squadre di soccorso statunitensi, arrivate da California, Virginia e Florida, cercano superstiti tra le macerie dopo i due terremoti che hanno colpito il Venezuela, mentre gli operatori temono focolai di malattie come il colera. Intanto funzionari dell'Amministrazione Trump hanno accusato la leader dell'opposizione María Corina Machado, premio Nobel per la pace, di aver trasformato in una "trovata politica" il suo rientro nel Paese.

Fonti: The New York Times, The New York Times

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Rifondazione: sfruttatori e caporali in agricoltura si possono combattere. Ma al governo non interessa home.rifondazione.eu/2026/06/3… #Immigrazione #Agricoltura

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Nate Silver dà ai Dem l'85-90% di riprendersi la Camera


Il giornalista dei dati ritiene che i mercati delle previsioni sottovalutino il partito. Per il Senato la corsa resta più incerta, attorno al 40-45%.
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Nate Silver dà ai democratici tra l'85 e il 90% di probabilità di riconquistare la Camera dei rappresentanti alle elezioni di metà mandato del 2026, quelle che a metà della presidenza rinnovano il Congresso. È una stima più alta di quella dei mercati delle previsioni, le piattaforme dove si scommette sull'esito di eventi futuri e dove i prezzi indicano la probabilità attribuita a ciascun risultato.

Silver, uno dei più famosi analisti di dati elettorali negli Stati Uniti, ha spiegato le sue previsioni in un'intervista all'All-In Podcast lunedì. I mercati danno i democratici all'80-85% di riprendersi la Camera e al 40-45% di conquistare il Senato. Silver li considera valori ragionevoli, ma ritiene che per la Camera siano un po' bassi.

Per la Camera, ha detto, tutti gli elementi vanno nella stessa direzione. I democratici corrono contro un presidente molto impopolare e di fronte a un'economia che genera ansia negli elettori. A favore della sinistra giocano anche la guerra con l'Iran avviata dal presidente Trump, la storia che vede il partito del presidente andare male alle elezioni di metà mandato e una reazione contro chi è al potere, visibile sia negli Stati Uniti sia all'estero.

Midterm 2026: sondaggi, medie e proiezioni
La proiezione di Focus America sulle elezioni di metà mandato del 2026. Sondaggi, medie e proiezioni aggiornate ogni giorno. Si vota il 3 novembre.
Focus AmericaLorenzo Ruffino


I repubblicani contano su un vantaggio dal ridisegno dei collegi elettorali, l'operazione con cui si ritracciano i confini dei distretti da cui escono i deputati. Silver stima che da questa partita il partito possa guadagnare tra i 10 e i 16 seggi. Lunedì la Corte suprema del Colorado ha respinto tre quesiti referendari sostenuti dai democratici che avrebbero assegnato loro diversi collegi. Pur con questo aiuto, ha detto Silver, i repubblicani si trovano comunque a remare controcorrente.

Sul fronte del voto, la Corte suprema federale ha dato torto al presidente sulle schede inviate per posta. I giudici hanno stabilito che gli Stati possono continuare a conteggiare i voti arrivati dopo l'Election Day, il giorno delle elezioni, purché spediti entro quella data. È una delle decisioni con cui la Corte ha tutelato il voto postale. Trump ha chiesto l'obbligo di un documento d'identità per votare e una stretta sul voto per corrispondenza.

Il Senato resta una partita molto più incerta. Silver ritiene che i democratici stiano correndo un rischio inutile puntando su Graham Platner nella corsa in Maine, un candidato finito al centro di scandali. È uno Stato che, ha detto, nella gran parte degli anni dovrebbe essere una vittoria facile per il partito.


La Corte Suprema dà più potere a Trump, ma salva Fed e voto postale


La Corte Suprema degli Stati Uniti ha emesso oggi tre sentenze destinate a ridisegnare gli equilibri tra Casa Bianca, Congresso e apparato federale. Nella prima, i giudici hanno ampliato in modo significativo il potere del presidente di rimuovere i vertici delle agenzie indipendenti, consegnando a Donald Trump un controllo molto più diretto su una parte rilevante dell'Amministrazione finora fuori il suo diretto controllo. Nella seconda, però, hanno posto un limite all'intervento della Casa Bianca sulla Federal Reserve, impedendo per ora la rimozione della governatrice Lisa Cook. Con una terza sentenza, la Corte ha invece confermato la legge del Mississippi che consente di contare le schede postali timbrate entro l'Election Day ma arrivate nei giorni successivi.

Sul caso delle agenzie indipendenti, la decisione è arrivata con 6 voti contro 3, con i giudici liberal contrari. La sentenza sposta ulteriore potere dal Congresso al presidente e potrebbe modificare profondamente l'architettura del governo federale. Il caso nasceva dalla decisione di Trump di licenziare Rebecca Kelly Slaughter, commissaria democratica della Federal Trade Commission, rimossa perché non allineata all'agenda del presidente, nonostante la legge consentisse sinora al presidente la destituzione dei commissari solo per "inefficienza, negligenza nei doveri o cattiva condotta in carica".

Gli effetti di questa sentenza potrebbero ora farsi sentire in oltre una decina di agenzie federali precedentemente indipendenti, comprese quelle che vigilano su consumatori, lavoratori, ambiente, sicurezza nucleare e servizi postali. I vertici di enti come la Consumer Product Safety Commission, la Equal Employment Opportunity Commission, il National Labor Relations Board, la Nuclear Regulatory Commission e lo stesso servizio postale potranno ora essere licenziati con maggiore discrezionalità dalla Casa Bianca. I giudici hanno così cancellato quasi novant'anni di tutele legali, rovesciando il precedente del 1935, la sentenza Humphrey's Executor v. United States, che aveva limitato il potere del presidente di rimuovere direttori di agenzie indipendenti per semplici divergenze politiche.

Corte Suprema degli Stati Uniti
Tre sentenze in un giorno ridisegnano il potere esecutivo
In una sola giornata la Corte Suprema ha ampliato il controllo di Trump sulle agenzie federali, ma lo ha fermato sul controllo del Federal Reserve e sul voto per posta.

Grafica di FocusAmerica 3 verdetti con esiti divergenti

3

Sentenze nello stesso giorno
L'equilibrio tra Casa Bianca, Congresso e apparato governativo federale rimesso in gioco in poche ore.
Per Trump, una sola vittoria e due battute d'arresto: la Corte gli concede potere sulle agenzie indipendenti cancellando un precedente di quasi 90 anni fa, ma alza un muro su Fed e schede postali.

1
A favore di Trump

2
Contro Trump

89
Anni di precedente rovesciati

I tre verdetti, uno per uno
6–3 Agenzie indipendentiAgenzie 5–4 Federal ReserveFed 5–4 Voto per postaVoto posta

Vittoria per Trump
Il presidente può ora rimuovere liberamente i vertici delle agenzie indipendenti
Cade la tutela che dal 1935 proteggeva i direttori da licenziamenti per semplici divergenze politiche con il presidente in carica. Il caso nasce dalla rimozione di Rebecca Kelly Slaughter, commissaria democratica della FTC.

6Maggioranza
3Giudici liberal contrari

La sentenza rovescia il precedente Humphrey's Executor del 1935 e sposta ulteriore potere dal Congresso al presidente.

10+
Agenzie federali esposte alla nuova discrezionalità

1935
Precedente cancellato dopo quasi 90 anni

Tra gli enti ora più esposti

CPSCSicurezza dei prodotti di consumo
EEOCPari opportunità nel lavoro
NLRBRelazioni sindacali
NRCSicurezza nucleare
FTCCommercio e tutela dei consumatori
USPSServizio postale federale

Battuta d'arresto per Trump
La Federal Reserve resta ancora protetta, almeno per ora
La Corte ha impedito la rimozione della governatrice Lisa Cook licenziata da Trump: non le era stata data la possibilità di rispondere alle accuse, mai dimostrate, di frode sui mutui usate come pretesto per il licenziamento.

5Maggioranza
4Contrari

Margine sottile su un nodo delicato: l'indipendenza della Banca Centrale, su cui Trump preme da tempo per ottenere un taglio dei tassi.

Lisa Cook resta in carica
La rimozione, avvertivano ex funzionari della Fed e del Dipartimento del Tesoro, avrebbe rischiato di causare turbolenze sui mercati e erodere la credibilità della Banca Centrale come istituto indipendente.

La sentenza odierna non stabilisce se il presidente possa rimuovere Cook per giusta causa: la decisione sul merito sull'indipendenza della Fed verrà presa in seguito.
Opinione concorrente del giudice Brett Kavanaugh

Sconfitta per Trump e i Repubblicani
Confermata la legge del Mississippi sul voto via posta
Gli uffici elettorali potranno contare le schede inviate entro l'Election Day e ricevute fino a 5 giorni lavorativi dopo. La norma resterà in vigore almeno fino alle elezioni di midterm.

5Maggioranza
4Contrari

Sentenza scritta dalla giudice Amy Coney Barrett, sostenuta dal presidente John Roberts e dai 3 giudici liberal.

5giorni
Tempo utile in termini di giorni lavorativi per conteggiare le schede spedite entro l'Election Day

2020
L'anno dal quale Trump sostiene, senza mai presentare prove, brogli legati al voto postale

L'effetto a catena

18+

Leggi statali e di territori con norme simili sul voto per posta restano in vigore.
Includono collegi chiave per la maggioranza alla Camera nel novembre 2026 come in Nevada e California. La legge del Mississippi, approvata in piena pandemia da una legislatura a maggioranza repubblicana, era stata poi contestata dallo stesso partito.

Il bilancio della giornata
La Corte allarga il potere di Trump sull'apparato federale, ma traccia due confini netti sull'indipendenza della Federal Reserve e le regole del voto via posta.

Fonte: sentenze della Corte Suprema degli Stati Uniti, ricostruzione FocusAmerica.

La Fed resta protetta, almeno per ora


Diverso è stato però l'esito sulla Federal Reserve. Con una decisione separata, adottata con 5 voti contro 4, la Corte Suprema ha invece impedito a Trump di rimuovere Lisa Cook, sostenendo che alla governatrice non era stata data la possibilità di rispondere alle accuse, non dimostrate, di frode sui mutui usate dal presidente come giustificazione per il licenziamento. La pronuncia, tuttavia, resta circoscritta. In un'opinione concorrente, il giudice Brett Kavanaugh ha chiarito che la sentenza attuale non stabilisce se il presidente possa rimuovere o meno Cook legittimamente per giusta causa.

Il caso resta quindi aperto, ma la Corte Suprema ha evitato per ora di decidere nel merito dell'indipendenza della Banca Centrale. Ex alti funzionari della Fed e del Tesoro, insieme ai legali di Cook, avevano avvertito che una sua rimozione durante il procedimento avrebbe potuto provocare turbolenze sui mercati e indebolire la credibilità storica della Federal Reserve come agenzia indipendente. La questione è particolarmente sensibile perché Trump preme da tempo sulla Banca Centrale per ottenere un taglio dei tassi d'interesse.

Il voto per posta è stato tutelato


Per quanto riguarda le regole elettorali, la Corte ha confermato con 5 voti contro 4 la legge approvata dal Mississippi sul voto per posta. La decisione, scritta dalla giudice Amy Coney Barrett, è stata sostenuta dal presidente John Roberts e dai 3 giudici liberal della Corte. La legge confermata dalla Corte consente agli uffici elettorali di contare le schede inviate entro l'Election Day e ricevute fino a cinque giorni lavorativi dopo. Tale limite resterà quindi in vigore almeno fino alle elezioni di midterm.

La sentenza, in questo caso, rappresenta una chiara sconfitta per Trump e per il Partito Repubblicano, che da anni cerca di restringere il voto per posta. La decisione lascia inoltre in piedi normative simili in almeno altri 18 Stati e territori, compresi in collegi chiave per il 2026 in Nevada e California. È anche una battuta d'arresto personale per il presidente, che continua a sostenere, senza prove, che il voto postale favorisca brogli e abbia contribuito alla sua sconfitta nel 2020.

La legge del Mississippi era stata approvata durante la pandemia da una legislatura statale a guida repubblicana, ma era poi stata contestata dal Comitato Nazionale Repubblicano e dal partito repubblicano locale, secondo cui la legge federale fissa l'Election Day come termine ultimo per considerare valide le schede inviate via posta.


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Gli Stati Uniti pagano 129 milioni di dollari per fermare un parco eolico


È il quarto accordo con cui la Casa Bianca convince le aziende a rinunciare alle concessioni per l'eolico in mare: il governo ha già speso più di 2,5 miliardi di dollari

L'amministrazione Trump pagherà 129 milioni di dollari a Duke Energy, una delle maggiori società elettriche degli Stati Uniti, perché rinunci a costruire un parco eolico al largo della costa del North Carolina. È il quarto accordo di questo tipo con cui la Casa Bianca convince un'azienda ad abbandonare un progetto di energia eolica in mare.

L'intesa è stata annunciata lunedì dal Dipartimento dell'Interno, il ministero che gestisce le terre e le acque federali. Duke rinuncia volontariamente alla concessione nell'area di Carolina Long Bay, tra le 15 e le 22 miglia, circa 24-35 chilometri, al largo del sud-est del North Carolina. Il governo le rimborsa i 129 milioni, poco meno di quanto l'azienda aveva pagato sotto l'amministrazione Biden per ottenere la concessione.

Il progetto era ancora in fase iniziale e la costruzione non era cominciata. Duke aveva acquisito la concessione nel 2022 e stimava che l'area potesse produrre fino a 1,6 gigawatt di energia eolica, abbastanza per alimentare 375.000 case entro il 2032. Nel 2025 l'azienda aveva sospeso lo sviluppo per rivedere costi e condizioni del progetto.

Duke reinvestirà i 129 milioni in altre fonti di energia, possibilmente reattori nucleari, gas naturale e aggiornamenti della rete elettrica, entro la fine dell'anno. Kodwo Ghartey-Tagoe, amministratore delegato di Duke Energy Carolinas, in una dichiarazione ha detto che l'accordo permette di spendere quella cifra in modi che vanno a diretto vantaggio dei clienti e delle comunità nelle Carolinas.

Da quando il presidente Trump è tornato alla Casa Bianca, ha mantenuto la promessa elettorale di bloccare i nuovi progetti eolici e ostacolare le altre fonti rinnovabili. L'amministrazione ha già cancellato concessioni per miliardi di dollari, comprese quelle delle società Invenergy e TotalEnergies. Le decisioni proseguono nonostante la domanda crescente di elettricità da parte dei data center e delle nuove fabbriche.

L'anno scorso il Dipartimento dell'Interno aveva ordinato lo stop ai lavori di altri cinque parchi eolici sulla costa orientale, sostenendo che le turbine in movimento potessero interferire con i radar militari e minacciare la sicurezza nazionale. Diversi giudici federali hanno però annullato gli ordini di sospensione, perché non convinti dagli argomenti dell'amministrazione. Dopo le sconfitte in tribunale il governo ha cambiato strategia e ha iniziato a pagare gli sviluppatori perché rinuncino da soli.

Il primo accordo era arrivato a marzo con la società francese TotalEnergies: quasi 1 miliardo di dollari per abbandonare due parchi eolici, uno al largo di New York e l'altro nella stessa area del North Carolina. Sette stati a guida democratica hanno fatto causa all'amministrazione per quell'intesa, definendola un uso illegale dei soldi dei contribuenti. Con l'accordo annunciato per Duke, il governo ha finora impegnato più di 2,5 miliardi di dollari per convincere le aziende a rinunciare alle concessioni.

Il Segretario dell'Interno Doug Burgum ha elogiato il presidente, sostenendo che sta realizzando la sua visione di un'energia americana "accessibile e affidabile" che mette al primo posto i cittadini. Burgum ha ripetuto la sua tesi secondo cui i parchi eolici in mare minacciano la sicurezza nazionale.

Il governatore del North Carolina, il democratico Josh Stein, ha criticato l'accordo dicendo che l'amministrazione "sta costringendo le aziende ad abbandonare l'energia pulita e l'industria si piega come una sedia da spiaggia". Ha aggiunto che il suo stato aveva bisogno dell'energia e dei posti di lavoro che il progetto avrebbe creato. Pasha Feinberg, esperta di eolico in mare del Natural Resources Defense Council, un'organizzazione ambientalista, ha definito controproducente cancellare progetti di energia pulita proprio mentre serve più elettricità, non meno.

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Die Regierung in Österreich will Menschen mit illegalen Daten orten können - und zwar mit dem Werkzeug #Webloc, das auf Handy-Standortdaten aus der Werbe-Industrie basieren soll.

Zwei Jahre nach unseren ersten Recherchen zu den #DatabrokerFiles zeigt sich: Statt Nutzer*innen vor den Gefahren des Datenhandels zu schützen, greifen EU-Staaten lieber selbst zu den gefährlichen Werkzeugen.

netzpolitik.org/2026/millionen…

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Das Werkzeug Webloc soll Menschen anhand ihrer Handy-Standorte ausspionieren können. Zu den bislang bekannten Kunden gehören die US-Abschiebemiliz ICE und die abgewählte Orbán-Regierung in Ungarn. Jetzt ist klar: Auch Österreich hat zugegriffen. netzpolitik.org/2026/millionen…
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Negli Stati Uniti lo ius soli non è così popolare


I sondaggi vanno da un vantaggio di 42 punti per i favorevoli a uno di appena 9: tutto dipende da come la domanda descrive lo status dei genitori. La Corte Suprema deciderà a giorni.
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Il sostegno degli americani alla cittadinanza per nascita oscilla enormemente da un sondaggio all'altro. La ragione non è cosa pensano davvero, ma come i sondaggisti scrivono la domanda. Un sondaggio della Quinnipiac University, un ateneo che realizza rilevazioni politiche, ha trovato il 69% di favorevoli e solo il 27% di contrari. Altri istituti hanno misurato un vantaggio dei favorevoli molto più stretto. In un caso il risultato si è perfino capovolto.

La cittadinanza per nascita è il principio per cui chiunque nasce su suolo statunitense diventa automaticamente cittadino, a prescindere dallo status migratorio dei genitori. È una forma di quello che in Italia si chiama ius soli. Si fonda sulla prima frase del Quattordicesimo Emendamento della Costituzione, secondo cui tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti sono cittadini del Paese. Nel 1898 la Corte Suprema, il più alto tribunale federale, stabilì che la regola vale per chiunque nasca sul territorio americano, con poche eccezioni come i figli dei diplomatici e delle famiglie reali straniere.

Sondaggio · Stati Uniti
Il sostegno alla cittadinanza per nascita va dal 47% al 69% a seconda del sondaggio
Favorevoli e contrari alla cittadinanza per nascita per tutti i nati negli Stati Uniti · cinque sondaggi tra aprile e giugno 2026
Focus America

Contrari
Non si esprime
Favorevoli

Quinnipiac

27%

69%

AP-NORC

33%

65%

Data for Progress

40%

55%

Ipsos/Reuters

41%

55%

YouGov

38%

47%

Elaborazione di Focus America su dati dei sondaggi raccolti da FiftyPlusOne.news. Per ogni istituto, le quote di favorevoli e contrari alla cittadinanza per nascita per tutti i bambini nati negli Stati Uniti; il resto non si esprime. La linea tratteggiata segna il 50%.

Quel precedente ha retto per oltre un secolo. Nel gennaio 2025 il presidente Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo per limitare la cittadinanza per nascita ai soli bambini nati da genitori con la cittadinanza o con un permesso di soggiorno permanente. Quasi subito il provvedimento è finito in tribunale e oggi è uno degli ultimi casi che la Corte Suprema deve ancora decidere in questa sessione, con una sentenza attesa nei prossimi giorni.

Quasi tutti i sondaggi danno la maggioranza degli americani a favore della cittadinanza per nascita così com'è, ma il vantaggio dei favorevoli cambia moltissimo da un istituto all'altro: si va da 9 punti fino a 42. A spostarlo è quasi sempre il modo in cui è costruita la domanda. Quando il quesito mette l'accento sullo status legale dei genitori, il sostegno scende.

Il vantaggio più stretto emerge da un sondaggio di YouGov, una società demoscopica: il 47% si dice favorevole alla cittadinanza per nascita e il 38% contrario, appena 9 punti di distacco. Lì la domanda era costruita attorno agli immigrati irregolari: chiedeva se si fosse d'accordo a limitare la cittadinanza per nascita smettendo di concederla ai bambini nati negli Stati Uniti da immigrati senza documenti o da alcuni visitatori temporanei. Anche Data for Progress, che pure insisteva sullo status dei genitori, restava su un vantaggio contenuto: il 55% di favorevoli contro il 40% di contrari.

Un sondaggio di Ipsos per l'agenzia Reuters mostrava un vantaggio simile, il 55% contro il 41%, nonostante una domanda neutra: chiedeva soltanto se si fosse favorevoli o contrari a porre fine alla cittadinanza per nascita, quella che rende cittadino chiunque nasca negli Stati Uniti. Qui pesava un altro meccanismo, noto come priming, cioè il condizionamento delle risposte attraverso una domanda posta poco prima. Subito prima, infatti, il sondaggio aveva chiesto se fosse un bene o un male che i bambini nati negli Stati Uniti siano cittadini dalla nascita a prescindere dallo status legale dei genitori. Così, anche se la domanda vera era neutra, gli intervistati erano già stati spinti a pensare allo status dei genitori.

All'estremo opposto, il sondaggio della Quinnipiac University, con il vantaggio più ampio di 42 punti, non presentava la questione come una scelta politica ma come un problema di precedente giuridico. Invece di chiedere direttamente se si fosse favorevoli alla cittadinanza per nascita, domandava se la Corte Suprema dovesse mantenere o ribaltare la sua sentenza del 1898, ricordando che in base a quella decisione chiunque nasce negli Stati Uniti è cittadino a prescindere dalla cittadinanza dei genitori. È una formulazione molto diversa e probabilmente spiega buona parte del divario nei risultati.

Un sondaggio di McLaughlin & Associates, condotto a maggio, dava la cittadinanza per nascita addirittura in minoranza, con uno svantaggio di 25 punti. La domanda, però, era così sbilanciata da suggerire la risposta. Prima spiegava agli intervistati che il Quattordicesimo Emendamento era stato scritto dopo la guerra civile per rendere cittadini gli schiavi liberati e che oggi viene interpretato in modo da rendere automaticamente cittadino qualsiasi bambino nato su suolo americano, anche se entrambi i genitori erano entrati illegalmente o erano arrivati con un visto turistico. Poi chiedeva se si fosse d'accordo a riservare la cittadinanza ai figli dei cittadini o di chi ha un permesso permanente, definendo questo l'intento originario dell'emendamento. Una formulazione del genere rende il risultato difficilmente paragonabile agli altri e per questo non rientra nel confronto.

Lo stesso intervistato può dare risposte opposte nella stessa rilevazione. In un sondaggio di AP-NORC, centro di ricerca legato all'agenzia di stampa Associated Press, il 65% si è detto favorevole contro il 33% di contrari quando la domanda chiedeva in generale se tutti i bambini nati negli Stati Uniti debbano ricevere automaticamente la cittadinanza. Ma nello stesso sondaggio quasi la metà, il 49%, ha detto che i figli di genitori presenti illegalmente nel Paese non dovrebbero ottenerla in automatico.

Sono atteggiamenti simili a quelli emersi prima delle elezioni del 2024, quando gli elettori dicevano di sostenere l'espulsione di tutti gli immigrati irregolari, ma allo stesso tempo si opponevano a rimpatriare chi non aveva precedenti penali o a separare i genitori senza cittadinanza dai figli cittadini. Gli americani, insomma, sembrano in parte favorevoli alla cittadinanza per nascita, ma restii a concederla ai figli di chi è entrato illegalmente. Per questo il modo in cui viene posta la domanda pesa così tanto sulle risposte e rende difficile capire cosa pensino davvero.


Alla Corte Suprema crescono le spaccature tra giudici conservatori e progressisti


La Corte Suprema degli Stati Uniti ha già emesso quest'anno più sentenze divise sei a tre lungo le linee ideologiche di quante ne avesse pronunciate in tutto l'anno giudiziario precedente, e deve ancora decidere i suoi casi più delicati. Il dato arriva mentre i nove giudici corrono a chiudere le cause più divisive entro la fine del mese.

La Corte è composta da sei giudici di orientamento conservatore e tre progressisti, quindi una spaccatura ideologica si traduce quasi sempre in un voto sei a tre. Dall'inizio dell'anno questo è accaduto sette volte, una in più rispetto a tutto l'anno scorso, prima ancora che i giudici affrontino i casi più importanti sui poteri del presidente e sui diritti delle persone transgender.

Martedì quattro delle cinque sentenze depositate sono state sei a tre. Una ha impedito a un uomo di religione rastafariana di fare causa agli agenti penitenziari che, violando una legge federale, gli avevano tagliato i dreadlocks. Un'altra ha consentito alla Exxon di citare in giudizio per una proprietà confiscata dal governo cubano nel 1960.

La decisione sei a tre più importante dell'anno è la sentenza di aprile che ha svuotato il Voting Rights Act, la legge che dal 1965 tutela il diritto di voto delle minoranze, della sua capacità di incidere sulle dispute relative ai collegi elettorali. La pronuncia ha permesso ai repubblicani di ridisegnare rapidamente i confini dei collegi in Stati del Sud come Louisiana e Alabama a proprio vantaggio in vista delle elezioni di metà mandato di quest'anno.

I conteggi non comprendono le decisioni prese sul cosiddetto registro d'emergenza, la procedura d'urgenza con cui la Corte decide rapidamente senza un'udienza pubblica completa, dove i due schieramenti si sono divisi ancora più spesso.

David Cole, docente di diritto alla Georgetown University ed ex direttore legale dell'American Civil Liberties Union, la principale organizzazione americana per i diritti civili, ha definito la tendenza a decidere i casi importanti sei a tre lungo linee di partito un problema serio per la legittimità della Corte. "I giudici dovrebbero essere guidati dal diritto, non dalla politica", ha detto. Anche quando le divisioni riflettono visioni giuridiche diverse e non la politica, ha aggiunto, più i giudici si dividono lungo linee di partito meno credibilità ha la Corte come istituzione.

Alcuni dei casi più importanti hanno però visto conservatori e progressisti dalla stessa parte. A febbraio la Corte ha bocciato i dazi globali imposti dal presidente Donald Trump con una maggioranza che comprendeva tre conservatori e tre progressisti. La settimana scorsa ha stabilito all'unanimità che il Secondo Emendamento, che tutela il diritto di portare armi, impediva al governo di disarmare un uomo del Texas solo perché fa uso abituale di marijuana.

I giudici tendono a minimizzare le sentenze sei a tre e ricordano l'ampia quota di casi decisi all'unanimità, che però riguardano di solito questioni più tecniche e di minore portata. "Mi infastidisce perché non è accurato", ha detto il mese scorso la giudice conservatrice Amy Coney Barrett, parlando al George W. Bush Presidential Center. La quota molto più alta di sentenze unanimi, ha aggiunto, "non è la narrazione che viene dipinta dai media".

Parlando alla Reagan Library, il giudice Neil Gorsuch ha fatto un ragionamento simile. "Nove persone anziane nominate da cinque presidenti diversi nell'arco di trent'anni, da tutto il paese, e siamo in grado di risolvere all'unanimità il 40% dei casi su cui i tribunali di grado inferiore non erano d'accordo", ha detto Gorsuch, primo giudice nominato da Trump alla Corte. "Credo che sia qualcosa".

Più della metà delle 46 sentenze depositate finora è stata decisa all'unanimità, una quota leggermente superiore a quella dello stesso periodo dell'anno scorso. Le decisioni più grandi e complesse, però, arrivano negli ultimi giorni dell'anno giudiziario e raramente sono unanimi. Con una decina di casi ancora in attesa di una pronuncia, la quota di decisioni unanimi è destinata a calare. Tra il 2020 e il 2024 quasi il 14% delle sentenze nel merito si è diviso lungo linee ideologiche, secondo i dati raccolti da SCOTUSblog.

I giudici si attaccano sempre più spesso, negli atti scritti e in pubblico, sul proprio ruolo nei casi sui collegi elettorali. "I tribunali sono apolitici", ha detto il mese scorso la giudice progressista Ketanji Brown Jackson, la più giovane della Corte. "Dobbiamo essere scrupolosi nell'attenerci ai principi e alle regole che applichiamo in ogni caso e non sembrare di fare qualcosa di diverso in questo tipo di contesto". Il giudice conservatore Samuel Alito ha replicato in una breve opinione definendo le sue osservazioni "banali nel migliore dei casi" e "infondate e offensive". "Quale principio ha violato la Corte?", ha scritto Alito.

Sempre martedì la Corte si è divisa sei a tre in una decisione che renderà più facile per il governo espellere i titolari di green card, il permesso di soggiorno permanente, condannati per alcuni reati. Si è divisa allo stesso modo in una sentenza che impedisce ai membri del movimento religioso Falun Gong di fare causa alla Cisco per aver venduto apparecchiature al governo cinese che, secondo loro, avrebbero favorito le torture contro il gruppo.

Nei prossimi giorni la Corte dovrebbe pronunciarsi sul tentativo del presidente di porre fine alla cittadinanza per nascita, cioè la cittadinanza automatica per chi nasce sul suolo americano, come è stata intesa per oltre un secolo. Deciderà anche sul tentativo di rimuovere Lisa Cook, una dei governatori della Federal Reserve, la banca centrale americana. Dalle discussioni in aula, queste due decisioni potrebbero vedere insieme conservatori e progressisti.

Restano in attesa anche i casi sul potere del presidente di rimuovere i vertici di altre agenzie indipendenti, come la Federal Trade Commission che vigila sulla concorrenza, di respingere i richiedenti asilo al confine e di cancellare le protezioni temporanee dall'espulsione per i cittadini haitiani e siriani. La Corte esamina poi un importante caso sul Secondo Emendamento relativo a una legge delle Hawaii che rende più difficile portare armi negli esercizi privati aperti al pubblico, come i negozi. Valuta infine due leggi di West Virginia e Idaho che vietano alle ragazze transgender di gareggiare nelle squadre sportive femminili. Tutti questi casi possono dividere la Corte sei a tre.


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La Corte Suprema boccia Trump sullo ius soli, mentre approva i divieti per le atlete transgender


Nell'ultimo giorno del mandato i giudici hanno respinto 6-3 l'ordine che cancellava la cittadinanza ai figli di immigrati irregolari, ma hanno dato ragione agli Stati che escludono le atlete trans.

La Corte Suprema ha respinto oggi l'ordine esecutivo con cui Donald Trump voleva cancellare la cittadinanza di nascita per i figli degli immigrati irregolari, riaffermando il principio secondo cui quasi chiunque nasca sul territorio degli Stati Uniti è cittadino americano. La decisione, presa con 5 voti contro 4, rappresenta una sconfitta pesante per una delle politiche simbolo del secondo mandato del presidente. A dissentire sono stati tre giudici conservatori, Clarence Thomas, Neil Gorsuch e Samuel Alito. Un quarto giudice conservatore, Brett Kavanaugh, si è unito alla maggioranza per bloccare l'ordine, ma fondando la propria posizione su una legge federale più che sulla Costituzione.

La cittadinanza per nascita è garantita dal Quattordicesimo Emendamento, approvato nel 1868 dopo la Guerra civile per assicurare la cittadinanza agli ex schiavi. Il testo stabilisce che "tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti, e soggette alla loro giurisdizione" sono cittadine americane. Lo scontro legale si è concentrato proprio su quella formula, "soggette alla giurisdizione", che l'amministrazione Trump voleva interpretare in senso restrittivo. Il presidente della Corte, John Roberts, ha scritto per conto della maggioranza che i bambini nati negli Stati Uniti da genitori irregolari o presenti temporaneamente nel Paese sono cittadini fin dalla nascita. "La cittadinanza, allora come oggi, era il diritto di avere diritti, di partecipare liberamente alla nostra comunità politica", ha scritto Roberts, aggiungendo: "Manteniamo quella promessa oggi".

Corte Suprema · Fine mandato 2026

La cittadinanza di nascita resta nella Costituzione

Con 6 voti contro 3, i giudici hanno respinto l'ordine esecutivo di Donald Trump che voleva negare la cittadinanza ai figli degli immigrati irregolari. Confermato un principio in vigore dal 1868.

Grafica di FocusAmerica Caso Trump v. Barbara


0
anni di principio

1868
Il Quattordicesimo Emendamento entra in Costituzione dopo la Guerra civile

2026
La Corte ribadisce: chi nasce sul suolo americano è cittadino americano

Dopo oltre un secolo e mezzo il principio regge: l'ordine di Trump non è mai entrato in vigore

Esplora la decisione
1Il verdetto 2La posta in gioco 3L'altra giornata

Come si è spaccata la Corte


6 giudici hanno bloccato l'ordine, 3 hanno dissentito. 5 hanno motivato il proprio no sulla Costituzione; Brett Kavanaugh si è unito alla maggioranza, ma basandosi su una legge federale.

6–3
Maggioranza contro l'ordine.
Opinione scritta dal presidente John Roberts.

Maggioranza
6 giudici

Roberts
Sotomayor
Kagan
Barrett
Jackson
Kavanaugh

Dissenso
3 giudici

Thomas
Alito
Gorsuch

Il voto sfumato di Kavanaugh. Il giudice conservatore ha votato per bloccare l'ordine, ma ha precisato che a suo avviso viola una legge federale del 1940, non direttamente la Costituzione.


La cittadinanza era il diritto di avere diritti, di partecipare liberamente alla nostra comunità politica. Manteniamo quella promessa oggi.

John Roberts · Presidente della Corte Suprema

Cosa sarebbe successo senza la sentenza


Secondo un documento depositato da decine di docenti, l'ordine esecutivo di Trump avrebbe escluso dalla cittadinanza centinaia di migliaia di bambini ogni anno, fino a una massa di milioni entro metà secolo.

250.000/anno
Bambini che ogni anno avrebbero perso la cittadinanza alla nascita

1898
L'anno del precedente Wong Kim Ark, confermato dalla sentenza

5milioni
Persone nate negli USA ma escluse dalla comunità politica entro il 2045, secondo le stime depositate — molte delle quali sarebbero rimaste apolidi

2026Proiezione: 5 milioni entro il 2045

Gli studiosi avevano avvertito che la misura avrebbe creato una casta permanente di persone nate e cresciute negli Stati Uniti ma stabilmente prive di diritti, con il rischio di espulsioni di massa.

Le altre due decisioni dello stesso giorno


L'ultima giornata del mandato annuale ha prodotto altri due verdetti di peso, su sport e finanziamenti elettorali.

6–3

Sport
Via libera ai divieti per le atlete transgender
La Corte dà ragione agli Stati che vietano alle atlete trans di gareggiare nelle squadre femminili. La decisione rafforza le restrizioni già in vigore in 27 Stati.

6–3

Elezioni
Eliminati i tetti alla spesa dei partiti
Partiti e candidati potranno acquistare insieme spazi pubblicitari senza limiti. Nel breve periodo l'effetto avvantaggerà i repubblicani.

6 su 13
È la sesta sconfitta in tredici mesi per chi difende i diritti delle persone transgender davanti alla Corte Suprema

Fonte: sentenze Trump v. Barbara, West Virginia v. B.P.J. e NRSC v. FEC, Corte Suprema degli Stati Uniti; documento dei docenti depositato in giudizio; ricostruzione FocusAmerica. Tutte e tre le decisioni sono state prese con 6 voti contro 3. Sulla cittadinanza, cinque giudici hanno motivato il no su basi costituzionali, Kavanaugh su una legge federale.

L'ordine di Trump e il rischio di una generazione senza cittadinanza


Trump aveva firmato l'ordine esecutivo nel gennaio 2025, nel primo giorno del suo secondo mandato. Il provvedimento, intitolato "Proteggere il significato e il valore della cittadinanza americana", puntava a negare la cittadinanza automatica ai bambini nati da genitori entrati illegalmente negli Stati Uniti o presenti con un visto temporaneo, come quelli per studio, lavoro o turismo. L'ordine non è mai entrato in vigore, perché diversi tribunali federali lo avevano bloccato giudicandolo incompatibile con la Costituzione.

La sentenza conferma anche il precedente storico del 1898, quando la Corte ha riconosciuto la cittadinanza americana a Wong Kim Ark, nato a San Francisco da immigrati cinesi. Da allora il principio della cittadinanza per nascita è rimasto saldo, con poche eccezioni, come i figli dei diplomatici stranieri. L'Smministrazione Trump sosteneva invece che il Quattordicesimo emendamento fosse stato frainteso per oltre un secolo e che i suoi autori non avessero mai voluto estendere la cittadinanza ai figli di persone prive di una residenza stabile negli Stati Uniti.

Il governo invocava anche la necessità di fermare il cosiddetto "turismo della nascita", cioè l'ingresso nel Paese di donne straniere intenzionate a partorire sul suolo americano per garantire la cittadinanza ai figli. Il rappresentante dell'amministrazione davanti alla Corte aveva avvertito: "Siamo in un mondo nuovo, dove 8 miliardi di persone sono a un volo di distanza dall'avere un figlio cittadino americano".

Secondo un documento presentato alla Corte e firmato da decine di docenti, l'ordine avrebbe privato della cittadinanza circa 250.000 bambini ogni anno, fino a raggiungere 5 milioni di persone entro il 2045. Molti sarebbero rimasti apolidi, perché i genitori non avrebbero potuto trasmettere loro la propria cittadinanza. Gli studiosi avevano avvertito che la misura avrebbe creato una sorta di casta permanente, composta da persone nate e cresciute negli Stati Uniti ma escluse stabilmente dalla comunità politica, con il rischio di costose espulsioni di massa.

Trump aveva seguito la vicenda da vicino: ad aprile si era presentato personalmente all'udienza, diventando il primo presidente in carica ad assistere a una discussione davanti alla Corte Suprema, e nelle settimane successive aveva attaccato ripetutamente i giudici. A maggio aveva scritto che una "decisione negativa sulla cittadinanza di nascita" sarebbe stata "economicamente insostenibile" per il Paese.


Sentenza Trump vs Barbara
Il testo completo della sentenza della Corte sulla cittadinanza per nascita

25-365_4hdj.pdf
880 KB

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Atlete transgender e finanziamenti elettorali: le altre decisioni della Corte


Nello stesso giorno, l'ultimo del mandato annuale, la Corte ha dato ragione agli Stati che vietano alle atlete transgender di gareggiare nelle squadre sportive femminili. La decisione riguarda due leggi dell'Idaho e del West Virginia, ma rafforza la posizione dei 27 Stati che hanno introdotto restrizioni simili. A scrivere la sentenza è stato ancora Kavanaugh: "La Costituzione non impone alle scuole di stabilire l'idoneità per gli sport femminili sulla base dell'identità di genere anziché del sesso biologico". I giudici hanno stabilito che né la Costituzione né il Title IX, la legge federale del 1972 che vieta le discriminazioni di sesso nelle scuole, obbligano gli Stati ad ammettere le atlete trans nelle competizioni femminili.

Le due cause erano state promosse da Becky Pepper-Jackson, studentessa delle superiori del West Virginia, e da Lindsay Hecox, iscritta all'università in Idaho. Entrambe sostenevano che i divieti le discriminassero in base al sesso. Pepper-Jackson aveva fatto causa nel 2021, quando aveva 11 anni, per poter entrare nella squadra di atletica della scuola media; i tribunali le avevano dato ragione e nel frattempo ha vinto un titolo statale nel getto del peso. Dopo la sentenza di oggi, non potrà più gareggiare nella squadra femminile.

I tre giudici progressisti hanno condiviso con la maggioranza l'idea che queste leggi non violino il Title IX, ma hanno criticato i colleghi per aver chiuso troppo rapidamente la causa, senza lasciare ai tribunali inferiori il tempo di accertare i fatti. Sonia Sotomayor ha scritto che la maggioranza "infligge un sacrificio a chi sfavorisce" senza concedere l'esame completo richiesto dalla Costituzione. È la sesta sconfitta in tredici mesi per chi difende i diritti delle persone transgender davanti alla Corte Suprema. Negli ultimi mesi i giudici avevano già autorizzato il divieto di arruolamento per i militari trans, confermato il divieto di alcune terapie mediche per i minori e dato ragione all'amministrazione in altri casi riguardanti questa comunità.

Trump ha salutato con entusiasmo la sentenza della Corte Suprema sugli atleti transgender, scrivendo su Truth Social:

“GRANDE VITTORIA: La Corte Suprema degli Stati Uniti ha appena DECISO CONTRO LA PARTECIPAZIONE DEGLI UOMINI AGLI SPORT FEMMINILI. Wow! Questo mette fine a quella situazione ridicola!!! Il presidente DONALD J. TRUMP”


Nello stesso giorno, la Corte ha anche eliminato i limiti alla spesa che i partiti possono sostenere in coordinamento con i propri candidati. La decisione rende più semplice per partiti e candidati acquistare insieme spazi pubblicitari e, nel breve periodo, avvantaggia i repubblicani, che hanno accumulato oltre 100 milioni di dollari in più rispetto ai democratici in vista delle elezioni di metà mandato.

Trump ha pubblicato un post su Truth Social anche per elogiare la sentenza della Corte Suprema sui limiti alla spesa elettorale, definendola una grande vittoria per il Partito Repubblicano. "La Corte Suprema ha appena abolito le restrizioni alla spesa politica!" ha scritto Trump. "UNA GRANDE VITTORIA PER I REPUBBLICANI e, cosa ancora più importante, per il Primo Emendamento!".

Le tre sentenze chiudono un mandato annuale segnato da decisioni molto diverse tra loro: nei giorni scorsi la Corte aveva ampliato il potere di Trump sulle agenzie indipendenti, proteggendo però l'autonomia della Federal Reserve, e in precedenza aveva già bocciato gran parte dei suoi dazi.


La Corte Suprema dà più potere a Trump, ma salva Fed e voto postale


La Corte Suprema degli Stati Uniti ha emesso oggi tre sentenze destinate a ridisegnare gli equilibri tra Casa Bianca, Congresso e apparato federale. Nella prima, i giudici hanno ampliato in modo significativo il potere del presidente di rimuovere i vertici delle agenzie indipendenti, consegnando a Donald Trump un controllo molto più diretto su una parte rilevante dell'Amministrazione finora fuori il suo diretto controllo. Nella seconda, però, hanno posto un limite all'intervento della Casa Bianca sulla Federal Reserve, impedendo per ora la rimozione della governatrice Lisa Cook. Con una terza sentenza, la Corte ha invece confermato la legge del Mississippi che consente di contare le schede postali timbrate entro l'Election Day ma arrivate nei giorni successivi.

Sul caso delle agenzie indipendenti, la decisione è arrivata con 6 voti contro 3, con i giudici liberal contrari. La sentenza sposta ulteriore potere dal Congresso al presidente e potrebbe modificare profondamente l'architettura del governo federale. Il caso nasceva dalla decisione di Trump di licenziare Rebecca Kelly Slaughter, commissaria democratica della Federal Trade Commission, rimossa perché non allineata all'agenda del presidente, nonostante la legge consentisse sinora al presidente la destituzione dei commissari solo per "inefficienza, negligenza nei doveri o cattiva condotta in carica".

Gli effetti di questa sentenza potrebbero ora farsi sentire in oltre una decina di agenzie federali precedentemente indipendenti, comprese quelle che vigilano su consumatori, lavoratori, ambiente, sicurezza nucleare e servizi postali. I vertici di enti come la Consumer Product Safety Commission, la Equal Employment Opportunity Commission, il National Labor Relations Board, la Nuclear Regulatory Commission e lo stesso servizio postale potranno ora essere licenziati con maggiore discrezionalità dalla Casa Bianca. I giudici hanno così cancellato quasi novant'anni di tutele legali, rovesciando il precedente del 1935, la sentenza Humphrey's Executor v. United States, che aveva limitato il potere del presidente di rimuovere direttori di agenzie indipendenti per semplici divergenze politiche.

Corte Suprema degli Stati Uniti
Tre sentenze in un giorno ridisegnano il potere esecutivo
In una sola giornata la Corte Suprema ha ampliato il controllo di Trump sulle agenzie federali, ma lo ha fermato sul controllo del Federal Reserve e sul voto per posta.

Grafica di FocusAmerica 3 verdetti con esiti divergenti

3

Sentenze nello stesso giorno
L'equilibrio tra Casa Bianca, Congresso e apparato governativo federale rimesso in gioco in poche ore.
Per Trump, una sola vittoria e due battute d'arresto: la Corte gli concede potere sulle agenzie indipendenti cancellando un precedente di quasi 90 anni fa, ma alza un muro su Fed e schede postali.

1
A favore di Trump

2
Contro Trump

89
Anni di precedente rovesciati

I tre verdetti, uno per uno
6–3 Agenzie indipendentiAgenzie 5–4 Federal ReserveFed 5–4 Voto per postaVoto posta

Vittoria per Trump
Il presidente può ora rimuovere liberamente i vertici delle agenzie indipendenti
Cade la tutela che dal 1935 proteggeva i direttori da licenziamenti per semplici divergenze politiche con il presidente in carica. Il caso nasce dalla rimozione di Rebecca Kelly Slaughter, commissaria democratica della FTC.

6Maggioranza
3Giudici liberal contrari

La sentenza rovescia il precedente Humphrey's Executor del 1935 e sposta ulteriore potere dal Congresso al presidente.

10+
Agenzie federali esposte alla nuova discrezionalità

1935
Precedente cancellato dopo quasi 90 anni

Tra gli enti ora più esposti

CPSCSicurezza dei prodotti di consumo
EEOCPari opportunità nel lavoro
NLRBRelazioni sindacali
NRCSicurezza nucleare
FTCCommercio e tutela dei consumatori
USPSServizio postale federale

Battuta d'arresto per Trump
La Federal Reserve resta ancora protetta, almeno per ora
La Corte ha impedito la rimozione della governatrice Lisa Cook licenziata da Trump: non le era stata data la possibilità di rispondere alle accuse, mai dimostrate, di frode sui mutui usate come pretesto per il licenziamento.

5Maggioranza
4Contrari

Margine sottile su un nodo delicato: l'indipendenza della Banca Centrale, su cui Trump preme da tempo per ottenere un taglio dei tassi.

Lisa Cook resta in carica
La rimozione, avvertivano ex funzionari della Fed e del Dipartimento del Tesoro, avrebbe rischiato di causare turbolenze sui mercati e erodere la credibilità della Banca Centrale come istituto indipendente.

La sentenza odierna non stabilisce se il presidente possa rimuovere Cook per giusta causa: la decisione sul merito sull'indipendenza della Fed verrà presa in seguito.
Opinione concorrente del giudice Brett Kavanaugh

Sconfitta per Trump e i Repubblicani
Confermata la legge del Mississippi sul voto via posta
Gli uffici elettorali potranno contare le schede inviate entro l'Election Day e ricevute fino a 5 giorni lavorativi dopo. La norma resterà in vigore almeno fino alle elezioni di midterm.

5Maggioranza
4Contrari

Sentenza scritta dalla giudice Amy Coney Barrett, sostenuta dal presidente John Roberts e dai 3 giudici liberal.

5giorni
Tempo utile in termini di giorni lavorativi per conteggiare le schede spedite entro l'Election Day

2020
L'anno dal quale Trump sostiene, senza mai presentare prove, brogli legati al voto postale

L'effetto a catena

18+

Leggi statali e di territori con norme simili sul voto per posta restano in vigore.
Includono collegi chiave per la maggioranza alla Camera nel novembre 2026 come in Nevada e California. La legge del Mississippi, approvata in piena pandemia da una legislatura a maggioranza repubblicana, era stata poi contestata dallo stesso partito.

Il bilancio della giornata
La Corte allarga il potere di Trump sull'apparato federale, ma traccia due confini netti sull'indipendenza della Federal Reserve e le regole del voto via posta.

Fonte: sentenze della Corte Suprema degli Stati Uniti, ricostruzione FocusAmerica.

La Fed resta protetta, almeno per ora


Diverso è stato però l'esito sulla Federal Reserve. Con una decisione separata, adottata con 5 voti contro 4, la Corte Suprema ha invece impedito a Trump di rimuovere Lisa Cook, sostenendo che alla governatrice non era stata data la possibilità di rispondere alle accuse, non dimostrate, di frode sui mutui usate dal presidente come giustificazione per il licenziamento. La pronuncia, tuttavia, resta circoscritta. In un'opinione concorrente, il giudice Brett Kavanaugh ha chiarito che la sentenza attuale non stabilisce se il presidente possa rimuovere o meno Cook legittimamente per giusta causa.

Il caso resta quindi aperto, ma la Corte Suprema ha evitato per ora di decidere nel merito dell'indipendenza della Banca Centrale. Ex alti funzionari della Fed e del Tesoro, insieme ai legali di Cook, avevano avvertito che una sua rimozione durante il procedimento avrebbe potuto provocare turbolenze sui mercati e indebolire la credibilità storica della Federal Reserve come agenzia indipendente. La questione è particolarmente sensibile perché Trump preme da tempo sulla Banca Centrale per ottenere un taglio dei tassi d'interesse.

Il voto per posta è stato tutelato


Per quanto riguarda le regole elettorali, la Corte ha confermato con 5 voti contro 4 la legge approvata dal Mississippi sul voto per posta. La decisione, scritta dalla giudice Amy Coney Barrett, è stata sostenuta dal presidente John Roberts e dai 3 giudici liberal della Corte. La legge confermata dalla Corte consente agli uffici elettorali di contare le schede inviate entro l'Election Day e ricevute fino a cinque giorni lavorativi dopo. Tale limite resterà quindi in vigore almeno fino alle elezioni di midterm.

La sentenza, in questo caso, rappresenta una chiara sconfitta per Trump e per il Partito Repubblicano, che da anni cerca di restringere il voto per posta. La decisione lascia inoltre in piedi normative simili in almeno altri 18 Stati e territori, compresi in collegi chiave per il 2026 in Nevada e California. È anche una battuta d'arresto personale per il presidente, che continua a sostenere, senza prove, che il voto postale favorisca brogli e abbia contribuito alla sua sconfitta nel 2020.

La legge del Mississippi era stata approvata durante la pandemia da una legislatura statale a guida repubblicana, ma era poi stata contestata dal Comitato Nazionale Repubblicano e dal partito repubblicano locale, secondo cui la legge federale fissa l'Election Day come termine ultimo per considerare valide le schede inviate via posta.


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.NET 8 e .NET 9: fine del supporto il 10 novembre 2026 — come migrare a .NET 10 LTS
#tech
spcnet.it/net-8-e-net-9-fine-d…
@informatica


.NET 8 e .NET 9: fine del supporto il 10 novembre 2026 — come migrare a .NET 10 LTS


La scadenza che riguarda milioni di applicazioni


Il 10 novembre 2026 è una data che ogni sviluppatore .NET dovrebbe segnare in calendario. In quel giorno, coincidente con il Patch Tuesday di novembre, sia .NET 8 che .NET 9 raggiungeranno la fine del supporto ufficiale Microsoft. Nessun aggiornamento di sicurezza, nessuna correzione di bug, nessun supporto tecnico. Le applicazioni continueranno a funzionare, ma rimarranno permanentemente esposte a qualsiasi vulnerabilità scoperta dopo quella data.

La cosa insolita di questa scadenza è che riguarda contemporaneamente due versioni: .NET 8 (LTS) e .NET 9 (STS). Normalmente un release LTS ha un ciclo di vita più lungo, ma in questo caso il calendario ha fatto sì che le loro finestre di supporto si chiudano lo stesso giorno. Chi è su .NET 9 sperando di guadagnare tempo rispetto a .NET 8 rimarrà deluso: la scadenza è identica.

Cosa succede dopo la fine del supporto


Le applicazioni basate su .NET 8 o .NET 9 continueranno a girare normalmente il giorno dopo la scadenza. Il problema non è l’esecuzione, è il rischio accumulato nel tempo:

  • Nessuna patch di sicurezza per vulnerabilità future nel runtime o nelle librerie base.
  • Visual Studio 2022 inizierà a segnalare i componenti .NET 8 e .NET 9 come “fuori supporto” in un aggiornamento futuro.
  • Problemi di compliance per applicazioni in ambienti regolamentati (finanziario, sanitario, PA) che richiedono software aggiornato.
  • Dipendenze di terze parti che smettono di supportare le versioni EOL, creando colli di bottiglia nelle pipeline di aggiornamento.

Il rischio non è immediato ma cresce nel tempo. Ogni mese trascorso su un runtime non supportato è un mese in cui una CVE critica potrebbe restare irrisolta.

Perché migrare direttamente a .NET 10 LTS


.NET 10 è il target di migrazione raccomandato. È la versione LTS corrente, rilasciata a novembre 2025 e supportata fino al novembre 2028: tre anni di aggiornamenti garantiti. Non ha senso fermarsi a .NET 9, che ha la stessa data di scadenza di .NET 8: sarebbe aggiungere lavoro di migrazione senza estendere la finestra di supporto.

.NET 10 porta miglioramenti significativi in diverse aree:

  • Performance: ulteriori ottimizzazioni al JIT, riduzione delle allocazioni in Span e Memory, miglioramenti a LINQ e collezioni.
  • ASP.NET Core: nuove API per minimal API, miglioramenti a Blazor, OpenAPI nativo senza dipendenze esterne.
  • C# 14: field keyword per le proprietà auto, extension members, parametri params su ReadOnlySpan.
  • Tooling: .NET Aspire 9 integrato, nuove funzionalità in dotnet publish per container nativi.


Come migrare: i passi pratici

1. Aggiornare il TargetFramework


Il primo passo è aggiornare il file di progetto .csproj. La modifica è minimale:

<!-- Prima -->
<TargetFramework>net8.0</TargetFramework>

<!-- Dopo -->
<TargetFramework>net10.0</TargetFramework>

Per progetti multi-target:
<TargetFrameworks>net10.0;net8.0</TargetFrameworks>

2. Aggiornare i pacchetti NuGet


Verificare che tutti i pacchetti Microsoft.* siano aggiornati alla versione compatibile con .NET 10. Usare dotnet outdated (strumento separato) o il Package Manager di Visual Studio per identificare i pacchetti da aggiornare.

dotnet list package --outdated

3. Usare il .NET Upgrade Assistant


Per progetti complessi o soluzioni con più progetti, Microsoft fornisce il .NET Upgrade Assistant, disponibile come tool CLI e come estensione Visual Studio:

dotnet tool install -g upgrade-assistant
upgrade-assistant upgrade MyProject.csproj

L’Upgrade Assistant analizza il progetto, identifica API deprecate, suggerisce sostituzioni e può applicare alcune modifiche automaticamente. Non risolve tutto, ma riduce significativamente il lavoro manuale.

4. Verificare le dipendenze di terze parti


Questo è spesso il collo di bottiglia più sottovalutato. Librerie NuGet che non hanno ancora rilasciato una versione compatibile con .NET 10 possono bloccare la migrazione. Controllare GitHub e NuGet Gallery per verificare lo stato di supporto di ogni dipendenza critica. Se un vendor non ha ancora aggiornato, contattarlo subito: con cinque mesi alla scadenza, i tempi di risposta si stringeranno progressivamente.

5. Testare prima del rollout


Per applicazioni con buona copertura di test, la migrazione da .NET 8 a .NET 10 è generalmente lineare. Breaking changes tra versioni LTS sono limitati e ben documentati nelle note di rilascio. Microsoft pubblica la lista completa su GitHub nel repository dotnet/core. Il time-to-complete dipende dalla complessità: da una a tre settimane per un singolo servizio con buon test coverage, quattro-otto settimane per piattaforme multi-servizio con audit delle dipendenze e rollout graduale.

Timeline consigliata


Con la scadenza al 10 novembre 2026, luglio e agosto sono il momento ideale per avviare la pianificazione. Aspettare settembre o ottobre significa sovrapporsi con i freeze di fine anno e ridurre drasticamente il margine di sicurezza per gestire problemi imprevisti.

Un approccio ragionevole:

  • Luglio 2026: inventario delle applicazioni su .NET 8/9, audit delle dipendenze NuGet, verifica compatibilità vendor.
  • Agosto 2026: migrazione dei progetti interni meno critici, test in ambiente staging.
  • Settembre-Ottobre 2026: migrazione dei sistemi critici, test di regressione, formazione del team sulle novità .NET 10.
  • Novembre 2026: deploy in produzione con ampio margine prima della scadenza.


Conclusione


La doppia scadenza di .NET 8 e .NET 9 il 10 novembre 2026 è un’opportunità per consolidare il proprio stack su .NET 10 LTS, garantendo tre anni di supporto garantito e beneficiando delle ottimizzazioni di performance dell’ultimo runtime. La migrazione è tecnicamente accessibile, ma richiede pianificazione anticipata, soprattutto per gestire le dipendenze di terze parti. Iniziare ora, prima che la finestra si restringa, è la mossa giusta.

Fonti: Microsoft aligns .NET 8 and .NET 9 end of support for November 2026 – 4sysops · Official .NET Support Policy – Microsoft


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Agent AI e malware nascosto: come i Coding Agent vengono ingannati da repository GitHub apparentemente puliti
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@informatica


Agent AI e malware nascosto: come i Coding Agent vengono ingannati da repository GitHub apparentemente puliti


I moderni strumenti di coding assistito da AI stanno diventando parte integrante del flusso di lavoro di milioni di sviluppatori. Ma questa automazione introduce una nuova superficie di attacco che i ricercatori di sicurezza hanno appena dimostrato in modo preoccupante: un repository GitHub apparentemente pulito può indurre un agente AI a eseguire malware, senza che nessun codice malevolo sia visibile né agli scanner statici né agli occhi umani.

La ricerca di Mozilla 0DIN


I ricercatori della Mozilla Zero Day Investigative Network (0DIN), la piattaforma di sicurezza AI di Mozilla, hanno pubblicato un proof-of-concept che dimostra come un agente di coding autonomo possa essere indotto a installare una reverse shell sul sistema dello sviluppatore. Il test è stato condotto specificamente con Claude Code, ma la vulnerabilità concettuale riguarda qualsiasi agente AI che abbia accesso al filesystem e al terminale.

La parte più inquietante della ricerca è questa frase dei ricercatori: “No exploit code, no warning, no suspicious command anyone had to approve.” Nessun codice exploit, nessun avvertimento, nessun comando sospetto da approvare.

Come funziona l’attacco: tre componenti innocui


L’attacco si basa su tre elementi che, considerati singolarmente, non destano alcun sospetto:

  1. Un repository GitHub pulito — Il repo contiene istruzioni di setup standard: installazione dipendenze (pip3 install -r requirements.txt) e inizializzazione del progetto (python3 -m axiom init). Nessun codice malevolo, nessun flag da scanner.
  2. Un pacchetto Python progettato per fallire — Il package è volutamente configurato per rifiutare l’esecuzione finché non viene inizializzato. Genera un errore che istruisce l’utente (o l’agente) a eseguire python3 -m axiom init. L’agente AI, tentando di risolvere autonomamente l’errore di setup, lancia questo comando.
  3. Un record DNS TXT controllato dall’attaccante — Il comando di inizializzazione chiama uno script shell che recupera un valore di configurazione da un record DNS TXT controllato dall’attaccante. Quel valore viene eseguito come comando.

Il risultato è una reverse shell con i privilegi del developer. L’agente AI ha eseguito tre livelli di indirection — un messaggio di errore fidato, uno script che ha recuperato un valore, e un record DNS che non ha mai esaminato — senza mai “vedere” il payload malevolo.

Perché è invisibile ai controlli tradizionali


Questa tecnica bypassa tutti i meccanismi di difesa convenzionali:

  • Scanner statici: non trovano nulla perché il repository è genuinamente pulito
  • Code review umana: anche un revisore attento non vedrebbe codice malevolo
  • AI review: l’agente AI valuta solo il codice che vede, non il payload DNS
  • Audit log limitati: l’agente potrebbe non registrare l’intera catena di esecuzione, incluse le risorse recuperate dinamicamente a runtime

Ciò che rende l’attacco efficace è il comportamento goal-oriented degli agenti AI: quando incontrano un errore, il loro obiettivo è risolverlo. E lo risolvono eseguendo esattamente ciò che viene suggerito — anche se quel suggerimento porta a recuperare ed eseguire un payload da un record DNS remoto.

Cosa ottiene l’attaccante


Se l’attacco va a segno, l’attaccante ottiene una shell interattiva con i privilegi dello sviluppatore. Questo significa accesso a:

  • Variabili d’ambiente (incluse credenziali e API key)
  • File di configurazione locali (chiavi SSH, certificati, config di cloud provider)
  • Possibilità di stabilire persistenza sul sistema
  • Accesso ai repository locali e ai segreti in essi contenuti

I ricercatori 0DIN avvertono che questa tecnica potrebbe essere distribuita facilmente attraverso fake job posting, tutorial, post su blog tecnici o messaggi diretti su piattaforme come Discord o LinkedIn.

Come mitigare il rischio


0DIN ha proposto alcune contromisure concrete per chi sviluppa o utilizza strumenti di coding AI agentico:

  1. Execution chain disclosure: gli agenti AI dovrebbero mostrare esplicitamente l’intera catena di esecuzione dei comandi di setup, inclusi script e codice recuperato dinamicamente a runtime, prima di eseguirlo.
  2. Sandboxing più rigido: gli agenti autonomi che interagiscono con repository esterni dovrebbero operare in ambienti isolati (container, VM, namespace separati) con privilegi minimi.
  3. Permission scoping: limitare le azioni che un agente AI può compiere autonomamente — specialmente l’esecuzione di comandi shell — richiedendo conferma esplicita dell’utente per operazioni ad alto rischio.
  4. Monitoraggio DNS in uscita: implementare logging e alerting su query DNS anomale durante le operazioni di build e setup.
  5. Analisi comportamentale: non fidarsi solo degli scanner statici, ma adottare strumenti di analisi comportamentale che monitorino le azioni effettive a runtime.


Un segnale di allarme per il settore


Questa ricerca evidenzia un problema strutturale nell’adozione degli agenti AI nel ciclo di sviluppo: l’automazione che ci fa risparmiare tempo è la stessa che può diventare un vettore di attacco. Man mano che strumenti come Claude Code, GitHub Copilot Workspace e altri agenti simili vengono integrati nelle pipeline CI/CD e nei workflow quotidiani, la superficie di attacco si espande in modi che i modelli di minaccia tradizionali non contemplano.

La buona notizia è che, per ora, si tratta di un proof-of-concept. La cattiva è che chiunque abbia letto questa ricerca sa come replicarlo — e il costo per un attaccante è praticamente zero: basta pubblicare un repository GitHub e registrare un dominio per il record DNS TXT.

Per i team di sicurezza, questo è il momento di rivedere le policy di utilizzo degli agenti AI, in particolare per quanto riguarda le operazioni autonome su repository di terze parti.


Fonte originale: 4sysops.com — ricerca originale di Mozilla 0DIN via BleepingComputer


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Podman su Linux: alternativa sicura e rootless a Docker
#tech
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@informatica


Podman su Linux: alternativa sicura e rootless a Docker


Cos’è Podman e perché considerarlo


Docker è stato per anni il punto di riferimento per la containerizzazione su Linux. Funziona, è ben documentato e ha un ecosistema enorme. Eppure, man mano che i requisiti di sicurezza sono aumentati e l’integrazione con systemd è diventata più importante, le sue limitazioni strutturali hanno iniziato a pesare. Podman nasce per affrontare esattamente questi problemi.

Podman (Pod Manager) è un container engine open source, daemonless: a differenza di Docker, non ha un demone centralizzato (dockerd) che gira in background con privilegi root. I container vengono avviati direttamente come processi figli dell’utente, il che significa che è possibile eseguirli in modalità rootless, senza mai richiedere sudo. Supporta gli stessi formati OCI di Docker (le immagini Docker funzionano senza modifiche), parla la stessa sintassi CLI e comprende nativamente il concetto di pod, gruppo di container che condividono rete e storage, esattamente come in Kubernetes.

Installazione su Linux


Podman è disponibile nei repository ufficiali di tutte le principali distribuzioni. Non servono PPA esterni o script di terze parti.

Debian / Ubuntu (20.10+) e Linux Mint:

sudo apt-get update
sudo apt-get install -y podman

Fedora / CentOS Stream / RHEL 8+:
sudo dnf install -y podman

openSUSE:
sudo zypper install podman

Arch / Manjaro:
sudo pacman -S podman

Dopo l’installazione, verificare con:
podman --version
podman info

Un rapido smoke test per assicurarsi che tutto funzioni:
podman run hello-world

Se si ottiene il messaggio di conferma, Podman è operativo.

Comandi di base: la compatibilità con Docker è quasi totale


La CLI di Podman rispecchia quella di Docker comando per comando. Chi conosce Docker si trova subito a proprio agio. Ecco i comandi più usati:

# Shell interattiva in un container Ubuntu
podman run -it ubuntu bash

# Container in background (Nginx su porta 8080)
podman run -d --name web -p 8080:80 nginx

# Elenco container in esecuzione
podman ps

# Elenco di tutte le immagini locali
podman images

# Stop e rimozione
podman stop web
podman rm web

Per chi vuole una transizione trasparente, è possibile creare un alias:
alias docker=podman

Oppure installare il pacchetto podman-docker, che fornisce uno shim che reindirizza automaticamente i comandi docker a Podman.

Le differenze che contano davvero


La maggior parte dei comandi funziona identica, ma ci sono differenze che emergono quando si lavora con volumi e SELinux. La più comune riguarda i bind mount in modalità rootless: i namespace utente e il mapping subuid/subgid possono causare problemi di ownership. Sui sistemi con SELinux attivo è necessario aggiungere il suffisso :Z ai volumi:

podman run -v /host/path:/container/path:Z myimage

La z minuscola condivide il volume tra più container; la Z maiuscola lo etichetta come privato per un singolo container. Altre differenze da tenere a mente:
  • L’accesso GPU rootless per NVIDIA richiede nvidia-container-toolkit e la configurazione CDI.
  • Docker Secrets e alcune configurazioni di rete non hanno un mapping diretto.
  • I container rootless usano porte superiori a 1024 per default (limite del kernel per utenti non root).

Nessuna di queste differenze è un blocco, ma richiedono un test esplicito prima di assumere che la migrazione sia trasparente.

Integrazione con systemd: i Quadlet


Questo è forse il punto di forza più significativo di Podman per un amministratore di sistema. Invece di lasciare un demone attivo, è possibile affidare i container a systemd tramite i Quadlet: file dichiarativi con estensione .container che Podman trasforma automaticamente in unit systemd.

Per un servizio utente rootless, creare il file in ~/.config/containers/systemd/. Esempio minimale per Nginx:

[Container]
ContainerName=web
Image=docker.io/library/nginx:latest
PublishPort=8080:80

[Install]
WantedBy=default.target

Ricaricare systemd e avviare il servizio:
systemctl --user daemon-reload
systemctl --user start web

Aggiungendo l’etichetta AutoUpdate=registry, Podman scaricherà automaticamente le immagini aggiornate e riavvierà il servizio tramite timer, senza alcun tool esterno:
podman auto-update

Migrazione da Docker Compose


Chi ha ambienti basati su Docker Compose ha due strade. La prima è continuare a usare Compose puntando al socket di Podman, abilitandolo con:

systemctl --user enable --now podman.socket

I file docker-compose.yml esistenti funzionano senza modifiche. La seconda opzione è convertire i Compose in Quadlet usando podlet, uno strumento che legge un docker-compose.yml e genera i corrispondenti file Quadlet. La curva di apprendimento c’è, ma il risultato è un’integrazione più pulita con il sistema.

Quando Docker rimane la scelta migliore


Podman offre sicurezza migliore e un’integrazione più nativa con Linux. Ma Docker ha un ecosistema più maturo: Docker Swarm, strumenti CI/CD che assumono la presenza del comando docker, e team già standardizzati su determinati workflow. Se si parte da zero su un server Linux, Podman è la scelta più pulita. Se si ha già un’infrastruttura Docker consolidata, la migrazione va pianificata e testata con attenzione.

Podman è un’alternativa concreta e matura a Docker, non un esperimento di nicchia. L’assenza del demone root, l’integrazione nativa con systemd tramite Quadlet e la compatibilità quasi totale con la CLI Docker lo rendono una scelta solida per chiunque gestisca container su Linux. L’installazione richiede un singolo comando, i comandi quotidiani sono identici a Docker, e i vantaggi in termini di sicurezza arrivano senza configurazioni complesse. Vale la pena provarlo.

Fonte: Docker Alternative: Podman on Linux – LinuxBlog.io


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‼️⚖️ The #US Supreme Court has declared all independent authorities unconsitutional – effectively blowing up the EU-US deal on data transfers.

👉Click the link below for noyb's full assessment of the situation, and prepare for a #Schrems III case!
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Trump valuta 250 grazie presidenziali per i 250 anni degli Stati Uniti


La Casa Bianca discute di annunciarle per l'anniversario dell'indipendenza. L'idea ha scatenato una corsa al lobbying, con intermediari che chiedono fino a 2 milioni di dollari a grazia.

La Casa Bianca sta discutendo se annunciare una raffica di grazie presidenziali come momento centrale delle celebrazioni per i 250 anni dell'indipendenza americana, nel fine settimana del 4 luglio. L'idea, riferita dall'Atlantic sulla base di quattordici persone informate delle conversazioni, è stata sintetizzata in una formula: "250 grazie per 250 anni". Metterebbe uno dei poteri costituzionali più delicati del presidente al centro della festa nazionale.

La grazia è il potere con cui il presidente può cancellare o ridurre una condanna penale. I predecessori di Trump lo hanno quasi sempre usato con discrezione, spesso firmando i provvedimenti nelle ultime ore di mandato. Trump no. Nel suo secondo mandato lo ha esercitato senza freni: il primo giorno alla Casa Bianca ha graziato o commutato la pena a quasi 1.600 persone coinvolte nell'assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, e da allora ha parlato apertamente della possibilità di concedere grazie preventive a collaboratori e alleati.

Il presidente non aveva ancora ricevuto la proposta formale venerdì scorso e l'idea potrebbe non arrivare mai sulla sua scrivania, ha detto un funzionario della Casa Bianca. I suoi consiglieri sono divisi sull'opportunità di un provvedimento di massa per l'anniversario. Uno di loro ha riferito che alcuni sondaggi suggerivano un possibile vantaggio politico per il presidente, ma che un'azione entro il 4 luglio era improbabile. Il Wall Street Journal aveva scritto il mese scorso che si stava valutando di concedere 250 grazie.

Chi sostiene il piano dice che servirebbe a rafforzare l'immagine di "Trump il misericordioso" e a sottolineare l'autorità esclusiva del presidente. Nel frattempo la prospettiva di una grazia di massa ha scatenato una corsa internazionale al lobbying e agli affari, in cui anche una minima vicinanza al presidente può essere monetizzata.

Cinque funzionari attuali ed ex dell'amministrazione e nove tra avvocati, lobbisti e altre figure legate all'entourage di Trump hanno raccontato all'Atlantic che la competizione per ottenere clemenza è stata intensa. Un avvocato penalista l'ha definita "un circo a tre piste", un ex funzionario "una follia". Un ex collaboratore di Trump avvicinato per facilitare una grazia ha descritto la spinta a entrare nei possibili 250 come qualcosa di diverso rispetto al primo mandato: "Adesso è tutto allo scoperto", ha detto, "ora è il momento".

La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha dichiarato che il presidente "prende sul serio il suo assoluto potere costituzionale di concedere grazie e commutazioni" e che esiste "un rigoroso processo di revisione" affidato al Dipartimento di Giustizia, il ministero che gestisce la giustizia federale, e all'ufficio legale della Casa Bianca, con il presidente come decisore finale.

Gli avvocati raccontano di essere stati sommersi di richieste man mano che la voce dei 250 provvedimenti circolava, al punto che alcuni studi legali faticano a stare dietro alla domanda. "In trent'anni di professione non ho mai visto niente del genere", ha detto un altro avvocato all'Atlantic, "sono esausto".

Lo sforzo "250 per 250" è sostenuto in parte da Alice Johnson, diventata a febbraio la prima "zar delle grazie" del paese, una figura incaricata di gestire le richieste di clemenza, oltre che dal funzionario del Dipartimento di Giustizia Edward R. Martin Jr. e da altri vicini al presidente. L'obiettivo dichiarato è legare il tema della libertà del 4 luglio alla correzione di pene considerate troppo dure o della presunta "strumentalizzazione" della giustizia da parte dei predecessori democratici.

I consiglieri del presidente non concordano sull'utilità politica della mossa. Per alcuni rafforzerebbe il sostegno tra gli alleati, per altri sarebbe dannosa in una fase di consensi bassi e di appoggio in calo tra i repubblicani del Congresso. Il mese scorso esponenti del partito di Trump avevano apertamente storto il naso davanti a un piano del Dipartimento di Giustizia per versare 1,776 miliardi di dollari a chi sostiene di essere stato preso di mira dal governo.

Tra le persone considerate per una grazia ci sono il fuggitivo malese Low Taek Jho, noto come "Jho Low", ricercato per il presunto ruolo in una frode finanziaria internazionale che ha sottratto miliardi di dollari attraverso la società 1MDB, e Pras Michel, del gruppo musicale dei Fugees, condannato per aver cospirato con Jho Low e un funzionario del governo cinese in una campagna di lobbying per chiudere le indagini penali americane sulla vicenda. C'è anche Nicole Daedone, cofondatrice dell'azienda di "meditazione orgasmica" OneTaste, condannata a nove anni per il suo ruolo in una cospirazione per lavoro forzato. I rappresentanti legali di Michel e una portavoce di OneTaste hanno negato qualsiasi coinvolgimento o contatto con il governo sul tema delle grazie.

Un avvocato vicino alle trattative ha riferito che si è parlato anche di "individui molto ricchi e ben introdotti" provenienti da India, Grecia, Turchia e Francia, ai quali è stato detto che i loro casi erano allo studio. A chi ha parlato di recente con la Casa Bianca è stato spiegato che i condannati da giudici nominati da Barack Obama o Joe Biden sono visti con più favore, mentre quelli condannati da giudici nominati da Trump hanno meno probabilità di ottenere la grazia. Un portavoce del Dipartimento di Giustizia ha detto che "chiunque può presentare domanda" e che il presidente "è il decisore finale".

La procedura ordinaria passa per l'Ufficio dell'avvocato delle grazie del Dipartimento di Giustizia, che dovrebbe valutare i casi e preparare le raccomandazioni per il presidente. Ma chi conosce il meccanismo dice che è stato in gran parte sostituito da una rete informale di intermediari verso la Casa Bianca, che usano le proprie conoscenze per spingere una grazia in cambio di un compenso. "Nel nostro ambiente si sa che con 2 milioni di dollari puoi avere una grazia", ha detto un noto avvocato penalista. La tariffa corrente, secondo diversi interlocutori, va da 1 a 2 milioni di dollari, con cifre molto più alte per i casi difficili.

Liz Oyer, che ha guidato l'ufficio delle grazie sotto Biden e nei primi mesi del secondo mandato di Trump, ha scritto all'Atlantic che "Donald Trump ha trasformato il processo delle grazie negli Hunger Games", il romanzo e film in cui i concorrenti combattono per la sopravvivenza. Leavitt ha replicato che il presidente "trova detestabile che qualcuno provi anche solo ad approfittarsi delle grazie". Alcuni avvocati d'affari affermati hanno detto di non voler più assistere chi cerca una grazia con metodi che un futuro Dipartimento di Giustizia potrebbe considerare un reato, una volta che Trump avrà lasciato la presidenza.

Alcuni alleati del presidente spingono per un annuncio di grazie di massa da più di un anno e c'erano andati vicino l'anno scorso, prima che il piano venisse fermato all'improvviso. Fin dai primi giorni del secondo mandato, ha raccontato un ex funzionario, l'ufficio legale della Casa Bianca e il Dipartimento di Giustizia volevano far sapere di essere "aperti per affari". Per una parte dei consiglieri le grazie sono uno strumento per consolidare il consenso della base in vista delle elezioni di metà mandato, mentre altri temono che l'effetto sia opposto. Anche i repubblicani al Congresso hanno espresso preoccupazione e avvertono che un provvedimento del genere potrebbe complicare il già difficile iter di conferma del ministro della Giustizia facente funzione Todd Blanche.

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La Chiesa Presbiteriana d'America condanna il nazionalismo cristiano


Il 24 giugno l'assemblea generale della Presbyterian Church in America ha approvato la diffusione di un rapporto contro il nazionalismo cristiano. Ma tre esponenti della Chiesa contestano l'iniziativa e chiedono un ruolo più ampio del cristianesimo nel governo americano.d

La Presbyterian Church in America, una delle principali denominazioni evangeliche conservatrici degli Stati Uniti, ha assunto una posizione netta contro il nazionalismo cristiano. Il 24 giugno, durante l'assemblea generale riunita a Louisville, in Kentucky, un comitato speciale ha presentato un rapporto di 35 pagine che condanna apertamente questa corrente. I delegati hanno votato per distribuire il documento alle chiese locali e ai presbiteri. Secondo "Sojourners", che ha riportato la notizia, nessuna grande denominazione evangelica si era mai spinta così avanti.

La PCA è nata in contrapposizione alla storica Presbyterian Church USA, di orientamento più liberale. Ora si trova al centro di uno scontro che da tempo attraversa il mondo evangelico americano, dove alcuni gruppi cercano di portare ideali politici di estrema destra all'interno di spazi religiosi già molto conservatori. Anche la Southern Baptist Convention, la più grande denominazione protestante del Paese, è alle prese con tensioni simili: nella sua recente assemblea annuale a Orlando ha approvato una risoluzione contro la violenza politica e l'estremismo.

Il dissenso interno


A spingere la PCA a studiare il fenomeno è stata anche la presenza, al suo interno, di figure favorevoli a un rapporto più stretto tra cristianesimo e governo americano. Il politologo Stephen Wolfe e i pastori Zachary Garris e Sean McGowan sostengono infatti che lo Stato debba promuovere attivamente la vera religione, quella cristiana. Wolfe si definisce apertamente un nazionalista cristiano, mentre Garris e McGowan rifiutano questa etichetta. I tre hanno scritto insieme il libro "Reformed Christian Politics", in cui propongono una visione alternativa della libertà religiosa rivolta soprattutto ai loro colleghi.

"Molti cristiani americani danno per scontata una forma di governo laica", ha dichiarato Garris, pastore della PCA in Nuovo Messico. "Il nostro libro mette in discussione questa convinzione. È piuttosto semplice". Per McGowan, queste idee non sono affatto radicali rispetto alla tradizione presbiteriana riformata, che in passato dava per scontata un'America protestante. Garris ha spiegato che lui e gli altri due autori considerano ammissibili i test religiosi per l'accesso alle cariche pubbliche, pur senza chiederne per ora l'applicazione concreta. Wolfe ha però voluto precisare che il loro libro non arriva a chiedere che il governo debba arrestare gli eretici. Le loro tesi restano comunque minoritarie, come ha mostrato il voto del 24 giugno.

Il comitato presenterà ora una relazione finale alla 54ª assemblea generale, prevista nel 2027. Garris, McGowan e Wolfe sperano che il loro libro possa contribuire a modificarne l'impostazione.

Razzismo, dottrina e politica


Una parte dello scontro riguarda il rapporto tra nazionalismo cristiano e ideologie razziste. Garris e Wolfe contestano al rapporto di accostare il nazionalismo cristiano a correnti che credono nella gerarchia razziale, come il "realismo razziale" e il "kinismo". Secondo l'Anti-Defamation League, il kinismo è una setta religiosa suprematista bianca che rivendica per i bianchi il diritto divino di vivere separati dalle altre etnie. Il documento approvato dalla PCA condanna il kinismo e le altre forme di razzismo abbracciate da alcuni esponenti nazionalisti cristiani. Wolfe, Garris e McGowan, da parte loro, negano di essere kinisti, ma avrebbero preferito che il tema fosse affrontato in un rapporto separato.

Di parere opposto è il pastore del Michigan Mark Prim, secondo cui il documento ha aperto una discussione necessaria all'interno della Chiesa. "Alcune cose non le conoscevo prima di leggere questo rapporto, come l'intero concetto di kinismo", ha raccontato. "È una conversazione che dobbiamo affrontare ora. Se non la affrontiamo adesso, accadrà comunque. E se lasciamo che la questione si trascini troppo a lungo, non ci sarà più un dialogo, ma solo una lite".

Le tensioni interne hanno ad ogni modo radici profonde. Bill Nikides, fondatore di una chiesa nella North Carolina, le fa risalire alla "confluenza tra l'evangelismo riformato del XX secolo e il presbiterianesimo del Sud di vecchia scuola". Durante la Guerra Civile, alcuni presbiteriani del Sud si separarono da quelli del Nord sulla questione della schiavitù. Oggi, uno scontro di intensità diversa ma ugualmente identitario riguarda il modo in cui i cristiani dovrebbero stare dentro la politica.

Anche l'eredità dottrinale alimenta il dibattito. Il catechismo della denominazione, contenuto negli Standard di Westminster, deriva dall'edizione del 1646, in cui Chiesa e Stato restavano strettamente collegati. La Chiesa di Scozia ha mantenuto in vigore quella versione, mentre i presbiteriani americani separarono la chiesa dall'autorità civile con una revisione che risale al 1788. È proprio a quel passaggio che il comitato di studio si richiama. "Neghiamo che gli Standard di Westminster, come modificati e adottati dall'Assemblea Generale del 1788, consentano l'istituzione della Chiesa da parte dello Stato", si legge nel rapporto. Il documento nega inoltre allo Stato il diritto di favorire una denominazione cristiana rispetto alle altre o di garantire l'ortodossia all'interno della Chiesa.

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«Prima gli italiani»: era questa la narrazione di Matteo Salvini, che descriveva gli immigrati come privilegiati. Quando fu accusato di razzismo, arrivò persino a dirsi contento di esserlo.

Questa è la Lega. Questo è Matteo Salvini, oggi Ministro dei Trasporti. Teniamolo a mente quando parla in televisione e sui social, ma soprattutto quando andiamo a votare.

E tu, #teloricordi?

Video di Francesca Romana D’Antuono, copresidente uscente di Volt Europa.

#MatteoSalvini #Lega #PrimaGliItaliani #Razzismo #TeLoRicordi #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Vance e Rubio hanno due idee diverse sul Libano


Il vicepresidente tratta con l'Iran dando a Teheran un peso sul futuro libanese, il Segretario di Stato negozia a parte tra Israele e Libano. Due approcci che rischiano di scontrarsi.

Gli Stati Uniti stanno trattando il futuro del Libano su due tavoli separati, guidati da due uomini con visioni opposte e con l'ambizione di succedere a Trump. Da mesi il Segretario di Stato Marco Rubio lavora a un'intesa tra i governi di Israele e Libano per ridurre il peso di Hezbollah e permettere a Israele di ritirare le truppe dal sud del Libano. La settimana scorsa, però, il futuro libanese è finito al centro del nuovo accordo tra Stati Uniti e Iran voluto dal vicepresidente JD Vance, un'intesa che concede a Teheran un'influenza sul destino del paese.

Il risultato è una doppia trattativa su uno stesso paese, condotta da due figure molto diverse, come ricostruisce l'Atlantic. Rubio è più tradizionale e punta sui colloqui da governo a governo e sulla diplomazia ufficiale. Vance è combattivo e transazionale, e già prima della guerra aveva espresso in privato i suoi dubbi sullo scontro con l'Iran. I due sono anche i candidati più accreditati a raccogliere l'eredità del presidente.

Il memorandum d'intesa firmato la settimana scorsa da Trump, un documento lungo quattordici paragrafi, cita il Libano tre volte. Il primo paragrafo afferma che "l'accordo finale confermerà la cessazione permanente della guerra su tutti i fronti, compreso il Libano". Vance guida i negoziati con l'Iran, che servono a convincere Teheran a ritirare il sostegno a Hezbollah in cambio di un alleggerimento delle sanzioni. Né Israele né il Libano siedono a quel tavolo. I negoziati separati di Rubio puntano invece a rafforzare il debole governo libanese e a dare a Israele garanzie sufficienti per ritirarsi.

I diplomatici di Israele e Libano hanno firmato un accordo quadro al Dipartimento di Stato dopo quattro giorni di colloqui, con Rubio presente. Il Dipartimento di Stato ha parlato di un "processo chiaro e strutturato" per rafforzare il governo libanese e disarmare Hezbollah. L'intesa prevede 100 milioni di dollari di aiuti umanitari in coordinamento con le Nazioni Unite e altri fondi per le forze armate libanesi. "Non sottovalutiamo in alcun modo la difficoltà del compito che ci attende" ha detto Rubio.

Vance ha scelto un approccio più transazionale per chiudere una guerra che Trump è ansioso di lasciarsi alle spalle, e si è detto pronto a costringere Israele ad accettare l'esito dei negoziati con l'Iran. Si aspetta che il governo israeliano si allinei e smetta di criticare gli sforzi americani. "Donald Trump è l'unico capo di Stato al mondo che in questo momento prova simpatia per la nazione di Israele" ha detto ai giornalisti in un briefing alla Casa Bianca. "Se fossi nel governo israeliano, forse non attaccherei l'unico alleato potente che mi resta al mondo."

Molte incognite possono far saltare l'intero piano. Le forze israeliane continuano a scontrarsi con Hezbollah sui territori occupati e Israele controlla quasi un quinto del territorio libanese. Netanyahu ha detto la settimana scorsa che le truppe resteranno nel sud del Libano "finché le esigenze di sicurezza di Israele lo richiederanno". Restano poi sul tavolo i rischi di un attacco di Hezbollah mentre Iran e Stati Uniti trattano, o di una nuova escalation tra Israele e Iran.

La storia offre un avvertimento. Dopo l'invasione israeliana del Libano nel 1982, l'allora Segretario di Stato George Shultz guidò una difficile trattativa di pace tra i due paesi. L'accordo, firmato l'anno successivo, fu salutato come un trionfo diplomatico, ma crollò nel giro di un anno. Il Libano sprofondò nel caos e le milizie sostenute dall'Iran presero di mira le forze americane. Nell'ottobre del 1983 un attentatore suicida uccise 241 militari statunitensi a Beirut.

"Non bisogna sottovalutare la complessità del Libano e come possa colpire le diverse parti se non si rispettano tutte le dinamiche e le tensioni in gioco" ha detto Mona Yacoubian, direttrice del programma sul Medio Oriente del Center for Strategic and International Studies, un centro studi di Washington. "È come un cubo di Rubik: come si fa ad allineare tutti questi fattori?"

Israele e Libano hanno trattato quattro volte dalla nascita di Israele nel 1948, e tre di quei colloqui sono stati mediati dagli Stati Uniti. Le due parti avevano raggiunto un cessate il fuoco a fine 2024, negli ultimi giorni dell'amministrazione Biden, ma le ostilità non si erano mai fermate. Nei mesi precedenti la guerra di Stati Uniti e Israele contro l'Iran, scoppiata a fine febbraio, Hezbollah aveva continuato a lanciare droni e missili contro obiettivi civili in Israele e i raid israeliani sul Libano erano aumentati.

A inizio marzo, dopo l'uccisione della Guida suprema iraniana Ali Khamenei, Teheran promise rappresaglie e ordinò ai gruppi del cosiddetto "Asse della Resistenza", le milizie regionali sostenute dall'Iran, di prepararsi all'escalation. Hezbollah fu il primo ad agire. Il presidente libanese Joseph Aoun accusò Hezbollah di aver dato a Israele "un pretesto" per attaccare il Libano. A marzo Israele invase il sud del paese: l'operazione ha ucciso almeno 3.500 persone e ne ha costrette alla fuga più di un milione, secondo le Nazioni Unite.

Per settimane Vance e Rubio avevano sostenuto che il Libano fosse una questione separata dai negoziati con l'Iran. In aprile Vance disse che l'Iran sarebbe stato "stupido" a far saltare il negoziato per il Libano, "che non ha nulla a che fare con loro", e riconobbe che Israele si era detto disposto a "trattenersi un po' in Libano" per tenere in vita i colloqui.

A inizio giugno l'Iran ha attaccato Israele, sostenendo che Israele avesse violato il cessate il fuoco di aprile colpendo il Libano. Per i negoziatori americani, Vance compreso, è stato un punto di svolta: nessun accordo con l'Iran sarebbe stato possibile senza affrontare lo scontro tra Israele e Hezbollah, anche al prezzo di inserire un conflitto di lunga data in un'intesa pensata soprattutto per riaprire lo Stretto di Hormuz e fissare i termini dei colloqui sul programma nucleare iraniano.

Un alto funzionario americano ha detto che l'obiettivo è creare "un nuovo spazio" nei colloqui diretti tra Israele e Libano, mostrandosi però poco ottimista: l'accordo riguarda "soprattutto il nucleare iraniano" e la stabilità regionale verrà discussa solo in un secondo momento. Nel memorandum il Libano è citato più volte, Israele nemmeno una.

Rubio sostiene invece che il rapporto tra Israele e Libano vada gestito a parte perché "il Libano è un paese sovrano", ha detto martedì ai giornalisti ad Abu Dhabi, e ogni trattativa deve passare dal governo libanese. Negoziare con l'Iran al tavolo, secondo lui, rischia di rafforzare il ruolo di Teheran in Libano e di indebolire il governo di Beirut.

Diversi funzionari e analisti della regione concordano. Un accordo più ampio tra Stati Uniti e Iran, che imponga a Teheran di frenare le sue milizie, finisce per dare all'Iran un vantaggio negoziale, legandolo al destino del Libano. Teheran può usare la propria influenza su Hezbollah come merce di scambio, sapendo che Washington dovrà far accettare l'intesa finale sia a Israele sia al Libano. Yacoubian ritiene che l'approccio di Rubio sia comunque necessario: se gestito bene, potrebbe ridurre l'influenza di lungo periodo dell'Iran in Libano e rafforzare il governo di Beirut. Ma escludere il governo libanese dai colloqui con l'Iran, ha aggiunto, lo indebolisce ulteriormente e favorisce la strategia iraniana di scavalcarlo trattando direttamente con la propria milizia.

Vance e Rubio hanno tenuto una telefonata congiunta con il presidente libanese per aggiornarlo sui negoziati con l'Iran e su un possibile "meccanismo di monitoraggio" del fragile cessate il fuoco. Il portavoce del Dipartimento di Stato Tommy Pigot ha definito "una narrazione falsa" l'idea che i due uomini non siano sulla stessa linea.

Trump ha minacciato di tornare a bombardare l'Iran. "L'Iran deve fermare immediatamente i suoi profumatamente pagati delegati in Libano" ha scritto sui social, "altrimenti colpiremo di nuovo l'Iran molto duramente, proprio come la settimana scorsa, solo più duramente". Le tensioni sono cresciute con il nuovo attacco iraniano con droni a navi nello Stretto di Hormuz: Trump ha parlato di una "stupida violazione" della tregua e le forze americane hanno colpito siti militari iraniani.

I negoziati che portarono all'accordo nucleare del 2015 richiesero anni e videro l'Iran trattare non solo con gli Stati Uniti ma anche con Regno Unito, Francia, Germania, Russia, Cina e Unione Europea. Trump stracciò quell'intesa nel 2018 e da allora punta a sostituirla con una migliore. Ma oggi le condizioni sono diverse: l'Iran è uscito rafforzato dall'aver resistito a settimane di bombardamenti americani e israeliani, mentre Washington tratta in gran parte da sola, con una lista di problemi molto più ampia.


La guerra in Iran si è chiusa con la sconfitta di tutti


La guerra in Iran si è chiusa con un accordo che per il giornalista americano Derek Thompson somiglia a "qualcosa di molto vicino a un documento di resa". In un'analisi pubblicata sulla sua newsletter, Thompson intervista Karim Sadjadpour del Carnegie Endowment for International Peace, un centro studi di politica estera con sede a Washington, e ne ricava una conclusione netta: in questa guerra hanno perso tutti.

La ricostruzione parte dallo scorso febbraio, quando Stati Uniti e Israele lanciarono un attacco a sorpresa contro l'Iran, colpendo centinaia di obiettivi militari e uccidendo migliaia di membri della Guardia rivoluzionaria islamica, tra cui la guida suprema Ali Khamenei. La Casa Bianca parlò di un successo pieno, ma quattro mesi dopo, scrive Thompson, le cose sono andate diversamente. Il regime è sopravvissuto, l'Iran ha reagito chiudendo lo Stretto di Hormuz con mine, droni e missili e ha colpito le infrastrutture dei paesi vicini. Il conflitto si è trasformato in un pantano.

La settimana scorsa il presidente Donald Trump ha firmato l'intesa che chiude il conflitto. Sadjadpour la definisce "un insieme di concessioni americane così sbilanciato da sembrare scritto unilateralmente da Teheran". Dei quattordici punti principali del memorandum, secondo l'analista, uno solo chiede qualcosa all'Iran, cioè alcune concessioni sul nucleare, mentre tutti gli altri favoriscono Teheran o sono formule diplomatiche di rito. In cambio della promessa di rinunciare all'arma atomica, già fatta e disattesa in passato, l'Iran ottiene concessioni militari ed economiche e il riconoscimento di fatto del suo controllo sullo Stretto di Hormuz, il passaggio da cui transita il 20% del petrolio e del gas mondiali.

Il punto più debole dell'accordo, per Sadjadpour, riguarda proprio lo Stretto. Il memorandum prevede che per i prossimi 60 giorni, durante i negoziati, lo Stretto di Hormuz resti aperto al traffico, ma oltre quel termine non c'è alcuna garanzia che torni a essere una via d'acqua internazionale. Se l'esito della guerra sarà che l'Iran ne mantiene il controllo amministrativo, dice l'analista, si tratterà di "un'enorme sconfitta strategica" per gli Stati Uniti. Nelle ultime 48 ore Teheran ha già minacciato di chiudere lo Stretto se Israele attaccherà il gruppo libanese Hezbollah.

Nel tentativo di togliere all'Iran l'accesso a una super-arma, la bomba atomica, gli Stati Uniti gliene avrebbero consegnata un'altra: secondo Thompson Teheran può ora installare un casello sullo Stretto di Hormuz, tassando i passaggi o bloccandoli a piacimento, come un'autostrada a pedaggio.

Il controllo iraniano sullo Stretto è soprattutto una minaccia economica per i paesi vicini, spiega Sadjadpour. L'Arabia Saudita ha dirottato il petrolio sul Mar Rosso e gli Emirati hanno trovato rotte alternative, ma il paese che ha sofferto di più è il Qatar, che condivide con l'Iran un grande giacimento di gas e per quattro mesi è rimasto quasi senza entrate, perché non ha altra via per esportare il suo gas naturale liquefatto. Anche per questo, nota l'analista, Doha ha spinto per un accordo qualsiasi.

Nessuno degli obiettivi annunciati dal presidente la notte in cui lanciò la guerra è stato raggiunto, è la valutazione di Sadjadpour. Il programma nucleare iraniano non è stato cancellato, la produzione di missili non è stata azzerata, le milizie alleate di Teheran nella regione non sono state smantellate e il regime è ancora in piedi. L'accordo non prevede lo stop ai missili a lungo raggio né la fine del sostegno iraniano ai gruppi armati in Libano e Iraq, mentre la questione dell'uranio quasi pronto per la bomba resta rinviata a future trattative. I partner regionali, aggiunge l'analista, sono colpiti soprattutto dal fatto che missili e droni non siano nemmeno sul tavolo: non temono un attacco nucleare, ma l'Iran ha lanciato oltre 5.000 attacchi con missili e droni contro i suoi vicini.

Il paragone che pesa di più è quello con l'accordo nucleare firmato da Barack Obama nel 2015, il cosiddetto JCPOA, che Trump aveva definito il peggiore mai negoziato. Quell'intesa offriva all'Iran la fine delle sanzioni legate al nucleare e l'accesso ai fondi congelati in cambio di limiti stringenti sull'arricchimento dell'uranio. Per molti esperti, scrive Thompson, l'accordo del presidente è perfino più debole. Sadjadpour aggiunge una differenza di fondo: l'intesa di Obama non arrivava dopo una guerra costata ai contribuenti americani oltre 130 miliardi di dollari. Trump aveva attaccato quel patto perché restituiva all'Iran 1,7 miliardi di dollari in contanti, mentre le cifre di cui si parla ora sono nell'ordine delle decine, se non centinaia, di miliardi.

Se l'accordo è così sfavorevole, perché il presidente lo ha firmato? La risposta di Sadjadpour è che Trump "dice ad alta voce quello che andrebbe tenuto nascosto": ha ammesso di non voler essere ricordato come un nuovo Herbert Hoover, il presidente della Grande depressione, e di temere che la guerra stesse spingendo il paese verso un collasso economico. Fin dall'inizio, spiega l'analista, il regime iraniano sapeva di non poter battere gli Stati Uniti sul campo e ha puntato a sconfiggerli "nel salotto di casa", facendo salire il prezzo del petrolio e moltiplicando le esplosioni, così che gli americani vedessero il caos in televisione e poi trovassero il prezzo della benzina raddoppiato. La contraddizione più difficile da spiegare, per l'analista, è che quattro mesi fa quel regime era ritenuto tanto pericoloso da giustificare un intervento militare massiccio, mentre oggi, con un semplice cambio di uomini al vertice ma senza alcun mutamento nei suoi comportamenti, riceve enormi concessioni economiche.

Sul fronte interno la guerra ha lasciato il presidente con il peggior indice di gradimento della sua presidenza e con una parte del mondo conservatore in rivolta. Tucker Carlson, il più ascoltato podcaster di informazione del paese, ha annunciato che lascerà il Partito Repubblicano. Per Thompson è come se il conflitto fosse stato aperto e chiuso da due amministrazioni diverse. Era cominciato con il segretario di Stato Marco Rubio, capo della diplomazia americana, a dare alla Casa Bianca toni da falco neoconservatore in stile George W. Bush. Si è chiuso con il vicepresidente JD Vance, isolazionista, a trattare e difendere un'intesa fondata su valori opposti a quelli con cui la guerra era stata giustificata.

Vance difende l'intesa sostenendo che l'America deve uscire dal Medio Oriente e dalle guerre senza fine. Scommette sul fatto che agli americani la fine del conflitto piacerà, ma Sadjadpour è scettico, perché il pubblico non ama farsi coinvolgere in guerre mediorientali e ancor meno perderle contro avversari il cui slogan ufficiale resta "morte all'America". L'analista cita il precedente del ritiro dall'Afghanistan deciso da Joe Biden, che molti volevano ma la cui umiliazione finale danneggiò il presidente. Trump stesso, racconta, ha detto in due occasioni che se l'accordo funzionerà si prenderà il merito e se fallirà darà la colpa a Vance, che intanto rischia di diventare il bersaglio dei rivali nelle primarie repubblicane del 2028, da Ted Cruz a Lindsey Graham.

Per Sadjadpour il grande sconfitto, almeno nel breve periodo, potrebbe essere Israele. Dopo aver chiesto invano a ogni amministrazione dagli anni Novanta un aiuto per bombardare l'Iran, Benjamin Netanyahu lo aveva finalmente ottenuto da Trump, ma la guerra si è chiusa con un'intesa che la stampa israeliana ha vissuto come un abbandono e che molti israeliani hanno percepito come un tradimento. La domanda aperta, per l'analista, è se l'opinione pubblica americana, soprattutto tra i più giovani, si sia allontanata da Israele in modo permanente, o se questo dipenda dalla persona di Netanyahu e possa cambiare con una nuova leadership.

Con un bilancio militare pari a circa l'1% di quello americano, l'Iran ha scoperto che con droni da 20.000 dollari si può tenere in ostaggio l'economia globale, colpendo petroliere da 100 milioni di dollari e le infrastrutture dei paesi vicini. È la lezione che Sadjadpour considera la più rilevante del conflitto, lo stesso schema usato dall'Ucraina contro la Russia: paesi più deboli che trovano strumenti asimmetrici e a basso costo per resistere a una potenza militare superiore. Una seconda lezione, che l'analista dice di aver imparato durante un anno passato a Beirut, è che "costruire richiede decenni, distruggere richiede giorni": la stabilità su cui paesi come Arabia Saudita, Emirati e Qatar vogliono costruire il loro futuro è costosa e lenta, mentre l'instabilità costa pochissimo.

Come l'Iran si riorganizzerà al suo interno resta una delle incognite maggiori. È un regime molto abile nella repressione, perfezionata in 47 anni, ma pessimo nel governare, dice Sadjadpour. Lo slancio nazionalista seguito alla guerra potrebbe rivelarsi "un'euforia passeggera", destinata a svanire quando torneranno le difficoltà quotidiane: un'inflazione al 70%, con rincari a tre cifre su molti generi alimentari. Per l'analista il regime ha probabilmente imparato la lezione sbagliata: che l'ideologia rivoluzionaria non è il peso che lo trascina verso guerre e crisi, ma il salvagente che lo ha tenuto a galla durante le rivolte popolari.

La conclusione di Sadjadpour è la stessa che aveva messo per iscritto sull'Atlantic nella prima settimana di guerra: è un conflitto senza vincitori. Per un certo periodo aveva pensato che l'unico vero vincitore fosse Vladimir Putin, arricchito dal rialzo dei prezzi del petrolio, ma il leader russo resta in difficoltà in Ucraina. E chiunque arriverà alla Casa Bianca dopo Trump, avverte l'analista, dovrà comunque fare i conti con un Iran che resta un avversario, perché la sua intera identità si fonda sull'ostilità verso gli Stati Uniti.


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Lavoro: Prc, morte Taher un’altra vittima dello sfruttamento e della crisi climatica home.rifondazione.eu/2026/06/3… #ComunicatiStampa

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Critical Microsoft 365 RCE Flaw CVE-2025-60727 Exploitable via Malicious Excel Files — Patch Now
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Russia’s Turla APT Deploys STOCKSTAY Backdoor Against Ukrainian Government and Military Targets
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Malicious ClawHub Skills Compromise AI Agents With Hidden Backdoors — 247,000 Installs, $2.3M Stolen
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Obama resta l'unico politico davvero popolare. La sinistra Dem in salita


Un sondaggio Strength In Numbers/Verasight di giugno mette Obama, Sanders e Mamdani in testa alle valutazioni degli americani. In fondo alla classifica finiscono Tucker Carlson, Chuck Schumer e alcuni dei principali esponenti repubblicani del Congresso.

Barack Obama resta l'unico grande nome della politica americana che continua ancora oggi a essere percepito dagli elettori in modo nettamente positivo. Secondo un nuovo sondaggio condotto a giugno da Strength In Numbers con Verasight, l'ex presidente ottiene infatti un punteggio medio di 54 su 100 in una scala di gradimento da 0 a 100, dove 0 indica un sentimento completamente "ostile" e 100 la forte "approvazione". Tutti gli altri politici testati restano invece sotto quota 50. Alle spalle di Obama si colloca un gruppo compatto di figure legate al campo democratico: Bernie Sanders a 45, Zohran Mamdani a 44, Pete Buttigieg e il Partito Democratico a 43, Jon Ossoff a 42. A 41 compaiono Alexandria Ocasio-Cortez, Kamala Harris e Marco Rubio, unico repubblicano nella fascia alta della classifica.

Il fondo della graduatoria è invece occupato prettamente da figure repubblicane. Tucker Carlson è il personaggio più impopolare tra tutti quelli inclusi nel sondaggio, con un punteggio di soli 28. Subito sopra il leader della maggioranza al Senato John Thune a 30 e lo Speaker della Camera Mike Johnson a 33. Donald Trump si ferma a 38, lo stesso valore del vicepresidente JD Vance e poco sotto il Partito Repubblicano nel suo insieme, valutato a quota 39. Gli unici democratici a ottenere un punteggio peggiore di Trump sono i due esponenti di punta del partito al Congresso: il leader della minoranza al Senato Chuck Schumer, fermo a quota 30, e il leader della minoranza alla Camera Hakeem Jeffries, a quota 36.

Sondaggio · Opinione pubblica USA
I politici americani più — e meno — amati nel 2026

Strength In Numbers ha chiesto agli americani di valutare 19 figure politiche su un termometro da 0 a 100. Un solo nome resta sopra la metà: Barack Obama. Tutti gli altri restano dietro.
Grafica di Focus America Sondaggio del 17–22 giugno 2026

Il termometro del gradimento — media su scala da 0 a 100

Soglia 50

0255075100
OstilitàApprovazione

54

Barack Obama
L’unica figura percepita in modo nettamente positivo. Tutte le altre 18 restano sotto quota 50.

Il più impopolare di tutti è Tucker Carlson, a 28 — ventisei punti sotto Obama.

Esplora i dati
1La classifica
generale 2Visti dal
proprio partito 3Non radicali,
ma combattivi

In testa i democratici, in fondo i repubblicani
Dopo Obama segue un gruppo compatto di figure del campo democratico. Il fondo della classifica è occupato quasi solo da repubblicani. Sotto ogni nome la quota di intervistati che non sa/non esprime opinione.

Figura democratica
Figura repubblicana
Partito

Quanto piacciono ai propri elettori
Separando il campione per appartenenza politica, emerge un divario: i democratici premiano i loro candidati più dei repubblicani. E nel campo conservatore l’ala mediatica MAGA non sfonda.

Migliori tra i Dem
Sanders e Mamdani · 72

Migliori tra i Rep
Vance e Rubio · 68

Tra gli elettori democratici

Tra gli elettori repubblicani

Tucker Carlson si ferma a 40 anche tra i repubblicani: un segnale che il mondo dei media MAGA non parla da solo per l’intero elettorato conservatore.

Il problema dei Dem non è il radicalismo, ma la loro debolezza
Per l’autore del sondaggio G. Elliott Morris, gli elettori democratici premiano chi appare combattivo e puniscono chi sembra parte di un establishment incapace di reagire.

Volto combattivo
72
Zohran Mamdani

contro

Establishment
64
Gavin Newsom

Tra gli elettori democratici, Mamdani è circa il 10% più apprezzato di Newsom. Schumer e Jeffries, pur non moderati, restano a 30 e 36 nel gradimento generale.

La prova nei numeri
Colmare il divario di forza fa guadagnare ai Dem più voti che colmare quello di moderazione

Apparire più forti+6,1 pp

Apparire più moderati+1,7 pp

Oggi il problema principale del Partito Democratico non è sembrare troppo radicale, ma sembrare troppo debole. G. Elliott Morris · Strength In Numbers

Fonte Sondaggio Strength In Numbers / Verasight su 2.087 adulti statunitensi, 17–22 giugno 2026. Margine di errore ±2,2 punti sul campione totale; più ampio sui sottogruppi. Scala “feeling thermometer” da 0 a 100.

Il successo della sinistra nelle primarie democratiche


Il sondaggio arriva in un momento particolarmente significativo per il Partito Democratico. Il 23 giugno tre candidati alla Camera sostenuti da Mamdani, sindaco di New York e apertamente socialista democratico, hanno vinto le primarie. L'ex revisore dei conti della città, Brad Lander, ha sconfitto con oltre 30 punti di vantaggio il deputato uscente Dan Goldman, sostenuto personalmente da Jeffries. Darializa Avila Chevalier, attivista di 32 anni, ha strappato il seggio al deputato Adriano Espaillat, in carica da 5 mandati, con circa 3 punti di margine. Claire Valdez ha invece vinto le primarie per un seggio aperto tra Brooklyn e Queens con 20 punti di vantaggio. Tutti e tre i vincitori sono alleati o membri del movimento dei Democratic Socialists of America, che la scorsa settimana hanno conquistato 9 delle 10 sfide chiave nelle primarie newyorkesi.

I risultati sono stati letti da molti come il segnale della nascita, nel campo democratico, di un movimento simile al Tea Party: una spinta dal basso decisa a premiare i candidati più combattivi e a punire l'establishment. I centristi, però, contestano questa interpretazione. Secondo loro, la DSA può piacere a una parte dell'elettorato democratico, ma resta poco attraente per il pubblico generale. Liam Kerr, tra i responsabili del Super PAC centrista WelcomePAC, ha citato un sondaggio della Marquette University Law School secondo cui il 48% degli americani ha un'opinione sfavorevole della DSA, contro appena il 20% che la giudica positivamente.

Il problema dei Dem non è il radicalismo, ma la debolezza


G. Elliott Morris, giornalista e analista autore del sondaggio, invita però a distinguere tra la popolarità delle organizzazioni politiche e quella dei singoli candidati. Tutti i partiti, osserva, sono oggi profondamente impopolari: secondo YouGov, solo il 12% degli americani giudica favorevolmente sia il Partito democratico sia quello repubblicano. Per questo, sostiene Morris, non basta dire che la DSA è divisiva per concludere che tutti i politici vicini a quell'area siano automaticamente tossici. Se una figura come Mamdani piace più del movimento a cui appartiene, il giudizio sull'elettorato va considerato in maniera più sfumata.

Il quadro diventa ancora più netto quando si guarda al gradimento interno ai due partiti. Tra i repubblicani, Vance e Rubio guidano con un punteggio di 68 punti, un valore comunque inferiore a quello che i democratici assegnano ai loro candidati più apprezzati. Carlson, invece, si ferma a 40 punti tra gli stessi elettori repubblicani: un dato che suggerisce come l'ala mediatica MAGA non rappresenti da sola l'intero elettorato conservatore. Tra i democratici, Sanders e Mamdani sono i più amati con una media di 72 punti tra gli elettori del partito, seguiti da Ocasio-Cortez a 70. Più indietro tutti i volti dell'establishment: Harris a 68, Buttigieg a 67, Newsom a 64 e Ossoff a 61, anche se quasi metà degli elettori democratici dichiara di non conoscere bene quest'ultimo.

Per Morris, questi numeri raccontano meno una svolta ideologica che una richiesta di combattività. Gli elettori democratici sembrano infatti premiare chi appare disposto allo scontro politico, come Ocasio-Cortez e Mamdani, e punire chi viene percepito come parte di un establishment debole o incapace di reagire ai soprusi di Trump. Jeffries e Schumer, pur non essendo moderati sul piano programmatico, restano infatti molto bassi nel gradimento generale. La conclusione dell'analista è netta: attualmente il problema principale del Partito Democratico non è sembrare troppo radicale, ma sembrare troppo debole.

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IGF 2026 – Internet Governance Forum


The 21st annual meeting of the Internet Governance Forum will be held in Nairobi, Kenya, marking the first gathering of the global multistakeholder community since the UN General Assembly's decision to establish the IGF as a permanent UN forum.

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