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Missili e droni degli Houthi sul Mar Rosso: l'Iran prepara il blocco di Bab el-Mandeb


Ufficiali dei pasdaran sono in Yemen per coordinare l'operazione, scrive Reuters. L'ordine di attacco scatterebbe se Trump iniziasse a colpire le infrastrutture energetiche iraniane.

Gli Houthi hanno completato i preparativi per attaccare le navi nel Mar Rosso. Il gruppo yemenita alleato dell'Iran ha schierato missili e droni sulle alture che dominano lo stretto di Bab el-Mandeb, passaggio obbligato tra il Golfo di Aden e il Mar Rosso, e attende soltanto l'ordine di aprire il fuoco. Lo scrive Reuters, citando una fonte vicina al movimento. Ufficiali del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, i pasdaran, si troverebbero già in Yemen per coordinare l'eventuale blocco dello Stretto.

L'ordine scatterebbe se gli Stati Uniti dessero seguito alla minaccia di Donald Trump di colpire le infrastrutture energetiche iraniane, hanno riferito giovedì all'agenzia tre persone a conoscenza dei preparativi. Secondo due alte fonti iraniane e una fonte regionale, i vertici della Repubblica Islamica hanno discusso la possibilità di chiudere l'accesso al Mar Rosso e hanno trasmesso agli Houthi le indicazioni operative su come procedere.

A rischio l'ultima via d'uscita del petrolio del Golfo


La nuova minaccia si aggiunge alla chiusura dello Stretto di Hormuz e rischia di sbarrare anche la principale rotta alternativa per il petrolio del Golfo. Dopo l'interruzione delle spedizioni attraverso Hormuz, l'Arabia Saudita ha dirottato circa il 70% delle proprie esportazioni di greggio lungo un oleodotto che attraversa il Paese e raggiunge proprio la costa del Mar Rosso. Un conflitto aperto con gli Houthi metterebbe però a rischio anche questa soluzione, ostacolando le spedizioni verso i mercati asiatici, principali destinatari del petrolio saudita. Dal Mar Rosso transita attualmente circa il 7% dell'energia mondiale.

I primi segnali della nuova escalation sono già visibili. Questa settimana gli Houthi hanno lanciato un attacco missilistico contro l'Arabia Saudita, dopo aver accusato lunedì il regno saudita di avere bombardato il loro aeroporto. "Se i combattimenti si intensificassero e si estendessero alle infrastrutture per l'esportazione e alla navigazione nel Mar Rosso, sarebbe a rischio l'unica grande rotta alternativa per l'export petrolifero della regione", ha dichiarato a Reuters Torbjorn Soltvedt, analista principale per il Medio Oriente della società di consulenza sui rischi Verisk Maplecroft.

Il precedente del 2024 e le nuove minacce di Trump


Uno scenario simile si era già verificato nel 2024, quando gli attacchi degli Houthi contro le navi avevano spinto numerose compagnie di navigazione a circumnavigare l'Africa, allungando i tempi di consegna e facendo aumentare i costi di trasporto. I raid statunitensi contro le postazioni del gruppo, avviati alla fine della presidenza di Joe Biden e intensificatisi dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca, avevano successivamente favorito la ripresa del traffico nel bacino. Quattro anni fa gli huthi avevano inoltre colpito direttamente l'Arabia Saudita, prima che tra le parti fosse raggiunta una tregua.

Intanto aumenta anche la pressione americana sull'Iran. Martedì Trump ha ripristinato il blocco navale dei porti iraniani e ha minacciato di bombardare le centrali elettriche del Paese. Secondo il Wall Street Journal, negli ultimi giorni il presidente starebbe valutando anche l'occupazione di alcune isole del Golfo Persico, tra cui l'isola di Kharg, dove si trova il terminal attraverso il quale transita il 90% delle esportazioni iraniane di petrolio e prodotti raffinati.

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Ai Dem non basta più il messaggio economico per vincere


Secondo il giornalista americano il partito si illude che basti il messaggio economico giusto, mentre gli elettori votano sui temi culturali. E l'agenda dell'abbondanza non colma il divario

I democratici conoscono già i nomi dei candidati capaci di vincere tra gli elettori senza laurea, ma preferiscono innamorarsi di figure che incarnano un'idea. Lo sostiene il giornalista americano Matthew Yglesias, una delle voci più note dell'area moderata del Partito Democratico, in un'analisi pubblicata sulla sua newsletter Slow Boring.

Il caso più recente per Yglesias è quello di Graham Platner, il candidato democratico al Senato nel Maine che si è da poco ritirato dopo un'accusa di violenza sessuale. I sondaggi durante la campagna lo davano in forte difficoltà tra gli elettori senza laurea, anche quando batteva con ampio margine la senatrice repubblicana uscente Susan Collins tra i laureati dello Stato. Per il giornalista non c'è nulla di sorprendente: è un democratico che corre contro una repubblicana e i democratici vanno male tra i bianchi senza laurea.

Platner avrebbe forse battuto Collins anche senza lo scandalo, scrive Yglesias, ma non per un particolare richiamo sulla classe operaia: il Maine è uno Stato che Kamala Harris aveva vinto con un buon margine nel 2024, un anno difficile per i democratici a livello nazionale. Il punto, per lui, è un altro: un network di operatori politici e giornalisti simpatizzanti era riuscito a creare entusiasmo attorno a Platner perché erano loro a essere entusiasti dell'idea di Platner.

I democratici che vincono davvero tra gli elettori operai hanno nomi e cognomi. Yglesias li elenca: governatori come Josh Shapiro in Pennsylvania e Gretchen Whitmer in Michigan, parlamentari come Elissa Slotkin, Jared Golden, Ruben Gallego e Mark Kelly. Vengono considerati noiosi, eppure vincono. Se il partito si entusiasmasse per loro invece che per i candidati-simbolo, a suo giudizio farebbe molta meno fatica a farli sembrare interessanti.

Midterm 2026 · Il dibattito democratico
I democratici sanno già chi vince tra gli operai, ma preferiscono i candidati-simbolo

Dopo il ritiro di Graham Platner nel Maine, il giornalista Matthew Yglesias accusa il suo partito: l’entusiasmo va a chi incarna un’idea, non a chi vince davvero tra gli elettori senza laurea.
Grafica di FocusAmerica 11 luglio 2026

I democratici che vincono tra gli elettori senza laurea
Josh ShapiroPennsylvania Gretchen WhitmerMichigan Elissa SlotkinMichigan Jared GoldenMaine Ruben GallegoArizona Mark KellyArizona

Governatore della Pennsylvania
Eletto nel 2022 con circa 15 punti di vantaggio in uno Stato che nel 2024 ha votato per Trump.

Vengono considerati noiosi, eppure vincono, scrive Yglesias: se il partito si entusiasmasse per loro invece che per i candidati-simbolo, farebbe meno fatica a farli sembrare interessanti.

Il caso Platner
L’entusiasmo era per l’idea di Platner, non per i suoi voti
Il candidato si è ritirato dalla corsa al Senato del Maine dopo un’accusa di violenza sessuale. Per Yglesias la sua parabola era leggibile fin dall’inizio. Tocca ogni punto per i dettagli.

Un network ha costruito l’attesa+
Operatori politici e giornalisti simpatizzanti hanno creato entusiasmo attorno a Platner perché erano loro, per primi, entusiasti dell’idea che il candidato incarnava.

I sondaggi raccontavano un’altra storia+
Batteva la senatrice repubblicana Susan Collins con ampio margine tra i laureati, ma era in forte difficoltà tra gli elettori senza laurea: il profilo tipico di un democratico, non un richiamo speciale sulla classe operaia.

Il Maine non era una prova di forza+
Platner avrebbe forse battuto Collins anche senza lo scandalo, scrive Yglesias, ma perché Kamala Harris aveva vinto lo Stato con un buon margine nel 2024, un anno difficile per i democratici a livello nazionale.

La corrente dell’abbondanza
L’abbondanza fa approvare le leggi, ma non può fare da bandiera
Il movimento che chiede di costruire più case allentando le regole urbanistiche è una storia di successo legislativo. Proprio per questo, sostiene Yglesias, non può diventare il marchio dei moderati.

Cosa ha ottenuto
Molte leggi nei parlamenti statali, riforme locali sulla zonizzazione e ora una legge federale sulla casa, appena entrata in vigore senza la firma di Trump.
Senato 85–5 Camera 358–32

Perché non basta
Quei voti sono in gran parte bipartisan: una vittoria di tutti non può marchiare una sola fazione. E la casa resta lontana dai temi che pesano di più nell’opinione pubblica.

Il nodo culturale
Molti elettori vedono il partito come culturalmente estraneo
Il vero ostacolo dei democratici, per Yglesias, non è il messaggio economico: è l’immagine che una parte dell’elettorato si è fatta del partito.
Come appaiono i democratici a questi elettori

1Praticano discriminazioni contro i bianchi
2Non vogliono far rispettare la legge
3Hanno idee bizzarre su sesso e genere

Gli attacchi repubblicani più efficaci colpiscono più temi insieme: deboli sull’immigrazione irregolare perché ostili alla legge, con idee strane sull’identità di genere e insieme morbidi sulla criminalità.
L’errore è doppio, avverte Yglesias: il messaggio economico giusto non farà sparire i temi culturali, e abbracciare l’abbondanza non basta per sembrare diversi senza toccare i veri tabù elettorali.

I due principi
Aiutare i poveri e dare a ogni territorio la sua politica culturale
Se potesse guidare da solo la politica dei moderati, Yglesias partirebbe da qui.

1
Aiutare i poveri
Distingue i moderati dai repubblicani, ma anche dalla sinistra più radicale, che a suo giudizio pensa più a colpire i ricchi che ad aiutare chi sta in basso.

2
Tenere insieme posizioni culturali diverse
Sui grandi valori morali i politici dovrebbero rispecchiare i propri elettori, non provare a guidarli con forza.

San Francisco
Un progressista sui temi culturali come Scott Wiener dovrebbe essere il benvenuto tra i moderati.

Politica economica: costruire più case

Louisiana
Serve un conservatore sui valori come l’ex governatore John Bel Edwards.

Politica economica: espandere il Medicaid

A ogni territorio la sua politica culturale e, su quella base, una buona politica economica.

Il banco di prova
In Michigan la primaria si è ridotta a una scelta tra i due poli
La corsa per il Senato che Yglesias segue da mesi mostra il problema in pratica. Si vota il 4 agosto.

1
Haley StevensEstablishment
Deputata sostenuta dai vertici del partito, ma con uno dei profili elettorali più deboli tra i parlamentari democratici dello Stato.

2
Abdul El-SayedSinistra
Il candidato dell’area di Bernie Sanders. Per Yglesias troppo a sinistra per uno Stato in bilico.

3
Mallory McMorrowRitirata il 5 luglio
La preferita di Yglesias, a lungo favorita. L’hanno affondata errori suoi: uno scontro poco avveduto con un influente commentatore di sinistra e i vecchi messaggi cancellati in cui denigrava il Michigan.

Fonte Elaborazione FocusAmerica sull’analisi di Matthew Yglesias (Slow Boring). Ritiri e primarie: AP, CNN, NPR. Voti sulla legge federale per la casa: Congresso degli Stati Uniti.

La corrente di pensiero al centro dell'analisi è quella dell'abbondanza (in inglese abundance), che punta a rimuovere i vincoli burocratici e urbanistici che frenano la costruzione di case, la produzione di energia e le infrastrutture. In pratica coincide soprattutto con il movimento YIMBY, dall'inglese Yes In My Back Yard, sì nel mio cortile, che chiede di costruire più abitazioni allentando le regole locali sulla zonizzazione. Su questo piano, per Yglesias, è una storia di successo: i suoi sostenitori hanno fatto approvare molte leggi nei parlamenti statali, riforme locali e ora una legge federale sulla casa.

L'abbondanza però non funziona come bandiera identitaria per la corrente moderata, sostiene il giornalista, perché è troppo lontana dai temi che contano di più nell'opinione pubblica. Buona parte di quelle leggi è bipartisan, cioè votata da entrambi i partiti, il che la rende poco utile come marchio di una singola fazione.

Il vero ostacolo dei democratici, per Yglesias, è che molti elettori percepiscono il partito come dominato da persone culturalmente estranee, che praticano discriminazioni contro i bianchi, non vogliono far rispettare la legge e hanno idee bizzarre su sesso e genere. Gli attacchi repubblicani più efficaci, spiega, colpiscono più temi insieme: i democratici sarebbero deboli sull'immigrazione irregolare perché ostili all'applicazione della legge e desiderosi di una sostituzione della popolazione bianca, oppure avrebbero idee strane sull'identità di genere e insieme sarebbero morbidi sulla criminalità.

L'errore più comune dei democratici di oggi, secondo Yglesias, è credere che, se solo trovassero il messaggio economico giusto, gli elettori smetterebbero di dare peso ai temi culturali. Ma se i democratici stessi tengono molto a quei temi, allora possono tenerci anche gli elettori indecisi. Una parte del partito, avverte, vuole fare lo stesso errore al contrario: pensa che abbracciare l'abbondanza permetta di apparire diversi senza toccare i veri tabù elettorali.

Se potesse guidare da solo la politica dei moderati, scrive Yglesias, si baserebbe su due principi: aiutare i poveri e tenere insieme posizioni culturali diverse. Il primo distingue i moderati dai repubblicani, ma anche dalle correnti più radicali della sinistra, che a suo giudizio sembrano concentrate più sul colpire i ricchi che sull'aiutare chi sta in basso.

La sua polemica con l'ala sinistra del partito, quella che si riconosce in Bernie Sanders, Zohran Mamdani e Alexandria Ocasio-Cortez, riguarda soprattutto il modo di fare politica. È diventata troppo espressiva, a suo avviso, più interessata a mostrare le proprie idee che a capire cosa serve davvero per vincere e governare.

Sul secondo principio Yglesias va oltre gran parte dei moderati di oggi. Sui grandi valori morali e culturali i politici dovrebbero rispecchiare i propri elettori, non provare a guidarli con forza. Un politico molto a sinistra sui temi culturali come Scott Wiener, che rappresenta San Francisco, dovrebbe essere il benvenuto tra i moderati, ma il partito dovrebbe anche cercare figure come l'ex governatore John Bel Edwards, un democratico conservatore sui valori, da candidare in Stati come la Louisiana. A ogni territorio la sua politica culturale e, su quella base, una buona politica economica: più case a San Francisco, l'espansione del Medicaid, il programma pubblico di assistenza sanitaria per i più poveri, in Louisiana.

Un esempio concreto è la primaria per il Senato in Michigan, che Yglesias segue da mesi. L'establishment del partito si è schierato con la deputata Haley Stevens, che però ha uno dei profili elettorali più deboli tra i parlamentari democratici dello Stato. La sinistra ha puntato su Abdul El-Sayed, per il giornalista troppo a sinistra per uno Stato in bilico. Il suo preferito era una terza candidata, la senatrice statale Mallory McMorrow, che per un lungo periodo è stata anche la favorita.

McMorrow non è stata rovinata dal ritrovarsi stretta tra i due poli, spiega Yglesias, ma da una serie di errori suoi: uno scontro poco avveduto con un influente commentatore di sinistra e soprattutto la scoperta di vecchi messaggi cancellati in cui denigrava il Michigan. In uno Stato del Midwest dalle forti radici locali, essere colti a prendere in giro il proprio Stato pesa molto. Alla fine la corsa si è ridotta a una scelta tra Stevens ed El-Sayed.

Quello che Yglesias chiede alla sua parte politica è di rispettare la varietà degli Stati Uniti e di provare a competere in tutto il paese invece di cancellarsi a vicenda. A chi ha come passione cambiare l'opinione pubblica più che rispecchiarla, consiglia di cercarsi un altro mestiere lontano dalla politica elettorale.


Graham Platner si ritira dalla corsa al Senato nel Maine


Graham Platner ha ritirato la propria candidatura al Senato per il Maine nella serata di mercoledì (la notte in Italia), con un video di 11 minuti pubblicato sui social. La decisione arriva due giorni dopo che una donna che aveva frequentato in passato lo ha accusato pubblicamente di violenza sessuale, un'accusa che lui definisce falsa. Il Partito Democratico del Maine ha ora tempo fino al 27 luglio per scegliere il candidato che a novembre sfiderà la senatrice repubblicana Susan Collins in una delle corse decisive per il controllo del Senato.

"Crediamo che perché il movimento continui non possa essere io e per questo sospendiamo le attività della campagna", ha detto Platner nel video, in cui ha definito le accuse parte di una strategia dell'establishment per "esercitare una pressione strutturale su di noi" e ha ripetuto che il ritiro "non è assolutamente un'ammissione di colpa". Ha spiegato che, se fosse rimasto in corsa, avrebbe perso la possibilità di raccogliere fondi e di accedere ai dati sugli elettori, dopo che i vertici democratici al Senato avevano minacciato di tagliargli le risorse. Secondo il Washington Post, la forma dell'annuncio era una condizione posta dallo stesso Platner: aveva detto ai collaboratori più fedeli che avrebbe sospeso la campagna solo se avesse potuto dire tutto ciò che voleva.

My name might be on the ballot right now, but that ballot line belongs to the people of Maine. pic.twitter.com/RKVyLU76tm
— Graham Platner for Senate (@grahamformaine) July 9, 2026


La crisi è precipitata lunedì, quando Jenny Racicot, una donna che ha raccontato di aver frequentato Platner in modo discontinuo per due anni, lo ha accusato di essere entrato in casa sua senza invito e ubriaco una notte alla fine del 2021 e di averla costretta a un rapporto mentre lei gli diceva di fermarsi. Platner ha negato, ma nel giro di 48 ore i suoi principali sostenitori gli hanno chiesto di ritirarsi. "Alla luce di queste accuse molto serie, gli ho raccomandato di farsi da parte", ha detto martedì il senatore Bernie Sanders, il suo sponsor più influente. Lo stesso giorno una seconda ex fidanzata ha raccontato al Washington Post che Platner rimuoveva ripetutamente il preservativo durante i rapporti senza il suo consenso.

Era l'ultimo capitolo di una serie di scandali iniziata a ottobre: un tatuaggio simile a un simbolo nazista, poi coperto, vecchi post su Reddit in cui minimizzava le violenze sessuali, messaggi sessualmente espliciti inviati ad altre donne dopo il matrimonio e accuse di comportamenti violenti da parte di alcune ex fidanzate. Platner, un allevatore di ostriche di 41 anni ed ex Marine, aveva attribuito quei comportamenti a problemi di salute mentale e allo stress post-traumatico legato al servizio militare e fino a questa settimana aveva conservato il sostegno di gran parte della sinistra del partito, compresi Sanders ed Elizabeth Warren.

Stati Uniti · La corsa al Senato nel Maine
La caduta di Graham Platner, accusa dopo accusa

Per undici mesi il candidato democratico del Maine era sopravvissuto a un tatuaggio simile a un simbolo nazista, ai vecchi post su Reddit e alle rivelazioni delle ex fidanzate. Un'accusa di stupro lo ha travolto in due giorni. Ora il partito ha meno di tre settimane per scegliere chi sfiderà Susan Collins.
Grafica di FocusAmerica

Giorni di campagna
323

Giorni per il crollo
2

dal lancio del 19 agosto 2025 al video con cui ha sospeso la campagna
dall'accusa pubblica di Jenny Racicot all'annuncio del ritiro

Nel giro di 48 ore dall'accusa i suoi principali sostenitori, Bernie Sanders compreso, gli avevano già chiesto di farsi da parte.

La ricostruzione in quattro capitoli
1Gli scandali2Le 48 ore3E ora?4La posta

Undici mesi sul filo
Cinque momenti che avrebbero affondato qualsiasi campagna. La sua era sopravvissuta a tutti, fino a luglio.
Tocca una tappa per il dettaglio

19 ago 2025
Il lancio della campagna

L'allevatore di ostriche ed ex Marine, 41 anni, si candida contro Susan Collins da outsider anti-establishment: nei primi nove giorni raccoglie oltre un milione di dollari.

16 ott 2025
Riemergono i vecchi post su Reddit

La CNN riporta alla luce anni di commenti poi cancellati, compresi post in cui Platner minimizzava le violenze sessuali. Nel giro di dieci giorni si dimettono la direttrice politica e il responsabile della campagna.

20 ott 2025
Il tatuaggio simile a un simbolo nazista

In un podcast Platner rivela di avere sul petto un teschio simile al Totenkopf delle SS. Dice di non averne mai conosciuto il significato e lo fa coprire il giorno dopo.

mag–giu 2026
Le rivelazioni delle ex fidanzate

Wall Street Journal e New York Times raccontano i messaggi sessualmente espliciti inviati ad altre donne dopo il matrimonio e le relazioni segnate da comportamenti instabili e aggressivi.

9 giu 2026
La vittoria alle primarie

Nonostante gli scandali, Platner vince la nomination democratica conservando il sostegno della sinistra del partito, da Bernie Sanders a Elizabeth Warren.

Il crollo, giorno per giorno
Dall'accusa di Jenny Racicot al video del ritiro sono bastate 48 ore perché il partito gli voltasse le spalle.

lunedìlun
6
luglio

L'accusa di violenza sessuale
Politico pubblica il racconto di Jenny Racicot: una notte alla fine del 2021 Platner sarebbe entrato in casa sua senza invito e ubriaco e l'avrebbe costretta a un rapporto mentre lei gli diceva di fermarsi. Lui nega e annulla alcuni eventi elettorali.

martedìmar
7
luglio

Il partito lo scarica
Schumer, Warren e infine Sanders gli chiedono di farsi da parte, mentre i vertici minacciano di tagliare fondi e accesso ai dati sugli elettori. Una seconda ex racconta al Washington Post altri rapporti non consensuali.

mercoledìmer
8
luglio

Il video del ritiro
In un video di 11 minuti Platner sospende la campagna e definisce le accuse una strategia dell'establishment. Meno di un'ora dopo Troy Jackson lancia la propria candidatura.

«Alla luce di queste accuse molto serie, gli ho raccomandato di farsi da parte»Bernie Sanders · martedì 7 luglio
Gli hanno chiesto di ritirarsi
Chuck SchumerKirsten GillibrandBernie SandersElizabeth WarrenRo KhannaZohran Mamdaniil Partito Dem. del Maine

Due scadenze per salvare la corsa
Il ritiro formale va depositato entro il 13 luglio; poi i delegati democratici avranno due settimane per scegliere il successore.

8 lug
annuncio del ritiro

13 lug
ritiro formale

27 lug
convention dem

3 nov
voto di midterm

Ritiro formale
13 luglio

Il termine di legge entro cui Platner deve depositare il ritiro perché il partito possa sostituirlo sulla scheda elettorale.

La convention
27 luglio

Entro le 17 (le 23 in Italia) un'assemblea di delegati democratici sceglierà il nuovo candidato.

Già in corsa per la successione

Troy Jackson
Ex presidente del Senato statale, vicino alle posizioni di Platner

Jordan Wood
Ex capo di gabinetto della deputata Katie Porter

Dan Kleban
Cofondatore del birrificio Maine Beer Company

David Costello
Terzo alle primarie di giugno, rientrato in corsa

Valutano la candidatura

Nirav Shah
Ex numero due dei CDC, l'agenzia federale per la sanità pubblica

Shenna Bellows
Segretaria di Stato del Maine, sovrintende alle elezioni

Perché il Maine è decisivo per il Senato
I democratici devono strappare quattro seggi ai repubblicani senza perderne nessuno. Il Maine è tra le occasioni migliori.

51 · maggioranza

Il Senato oggi

47
53

Se i democratici strappano 4 seggi

47

49

democraticiseggi da strapparerepubblicani
Con quattro seggi in più i democratici arriverebbero a 51, la soglia della maggioranza. Il Maine è tra i pochi stati dove il seggio repubblicano è considerato contendibile.

L'obiettivo
4
i seggi che i democratici devono strappare ai repubblicani a novembre per riconquistare il Senato, senza perderne nessuno

L'avversaria

il mandato consecutivo che Susan Collins cerca il 3 novembre: finora ha respinto ogni tentativo democratico di toglierle il seggio

Il precedente
+7
i punti di vantaggio con cui Kamala Harris ha vinto il Maine alle presidenziali del 2024

Fonte: Politico, Washington Post, CNN, Portland Press Herald · Dati aggiornati al 9 luglio 2026

Platner ha detto che depositerà il ritiro formale, richiesto per legge entro il 13 luglio perché il partito possa sostituirlo sulla scheda, solo dopo aver ricevuto garanzie che il processo di selezione sarà "aperto, trasparente e democratico". Il Partito Democratico del Maine, che nei giorni scorsi lo aveva accusato di provare a condizionare la scelta del successore, ha votato per tenere una convenzione, cioè un'assemblea di delegati che sceglierà il nuovo candidato entro la scadenza delle 17 del 27 luglio (le 23 in Italia). Nel frattempo il comitato nazionale che finanzia le campagne democratiche per il Senato ha aperto un fondo per raccogliere donazioni da trasferire al futuro candidato.

Meno di un'ora dopo l'annuncio, Troy Jackson, ex presidente del Senato statale del Maine e boscaiolo della contea rurale di Aroostook, ha lanciato la sua candidatura. È considerato il più vicino alle posizioni di Platner e il deputato progressista californiano Ro Khanna si è già schierato con lui, ma Jackson ha detto alla NBC che non vorrebbe il sostegno dell'ex candidato: "Quando si è arrivati a un'accusa credibile di violenza sessuale, quella è stata la linea rossa". Si sono candidati anche Jordan Wood, ex capo di gabinetto della deputata Katie Porter, e Dan Kleban, cofondatore del birrificio Maine Beer Company, mentre David Costello, terzo nella primaria vinta da Platner a giugno, ha annunciato il suo rientro in corsa. Valutano la candidatura anche Nirav Shah, ex numero due dei Centers for Disease Control and Prevention, l'agenzia federale per la sanità pubblica, e Shenna Bellows, la segretaria di Stato del Maine, la carica che sovrintende alle elezioni. L'attore Patrick Dempsey, il cui nome era circolato tra i possibili sostituti, ha escluso una candidatura.

Per i democratici il Maine è un tassello essenziale nel tentativo di riconquistare il Senato: a novembre devono strappare quattro seggi ai repubblicani senza perderne nessuno dei propri. Collins cerca il sesto mandato in uno stato che Kamala Harris ha vinto con 7 punti di vantaggio nel 2024 e finora ha sempre respinto i tentativi democratici di toglierle il seggio.


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27%.

È il consenso che AfD ha raggiunto nelle intenzioni di voto in Germania.

Quando l’estrema destra cresce così tanto, una domanda diventa inevitabile: tu cosa avresti fatto nel 1933?

La storia non si ripete mai allo stesso modo, ma questo non significa che possiamo ignorarne i segnali: gruppi marginalizzati, attacchi alle istituzioni e alla stampa, retorica razzista, relativizzazione del nazismo.

E dall’Italia sarebbe troppo facile pensare che tutto questo riguardi solo la Germania. Anche qui idee che fino a pochi anni fa sembravano confinate ai margini stanno entrando sempre più nel dibattito pubblico: si manifesta per la “remigrazione”, compaiono saluti romani e cori per il Duce, mentre nuove forze di estrema destra crescono nei sondaggi.

Il 2026 non è il 1933. Ma aspettare che la storia si ripeta identica prima di reagire significa non averne imparato la lezione.

E allora, cosa possiamo fare?

Unisciti a Volt.

Dobbiamo costruire un’alternativa migliore, nelle urne e nella società: l’estrema destra cresce perché riesce a mobilitare le persone.

Noi possiamo fare di meglio. Insieme.

#AfD #EstremaDestra #Democrazia #Germania #Antifascismo #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Il boom del fracking sta finendo dopo aver reso gli Stati Uniti il primo produttore di petrolio della storia


La produzione rallenta e l'automazione sostituisce gli operai dei pozzi. La crisi di Hormuz mostra l'eredità di vent'anni di trivellazioni: non l'indipendenza energetica, ma molta più sicurezza

Il fracking, la tecnica di estrazione che in vent'anni ha trasformato gli Stati Uniti nel più grande produttore di petrolio della storia, sta perdendo slancio: il petrolio facile da estrarre scarseggia, la produzione cresce a ritmi sempre più lenti e l'automazione sta sostituendo gli operai dei pozzi come in passato aveva fatto con i minatori del carbone. Secondo un'analisi pubblicata su Politico da Mike Soraghan, giornalista che segue il settore energetico da oltre un decennio, il boom ha reso il paese più ricco e più sicuro, ma ha distribuito benefici e danni in modo molto disuguale. La sua eredità principale non è l'indipendenza energetica promessa da molti, ma una sicurezza negli approvvigionamenti molto maggiore di prima.

Il termine corretto è "fratturazione idraulica" e non indica un nuovo tipo di trivellazione, ma una fase della costruzione di un pozzo: dopo la perforazione, un fluido carico di sostanze chimiche viene pompato sottoterra a pressioni così alte da fratturare la roccia, che libera petrolio o gas. La tecnica esiste da più di un secolo. Già nell'Ottocento le squadre facevano esplodere dinamite nei pozzi, la prima fratturazione commerciale risale al 1949 e nel 1969 il governo federale provò perfino a far esplodere una bomba nucleare sottoterra per aumentare la produzione (funzionò, ma il gas era troppo radioattivo per essere usato).

La svolta arrivò alla fine degli anni Novanta, quando il petroliere texano George Mitchell riuscì a sfruttare le formazioni di scisto, rocce profonde che l'industria aveva sempre considerato troppo costose in rapporto ai profitti, orientando le trivelle in orizzontale per moltiplicare i punti da fratturare. "Continuavano a dirmi che stavo perdendo tempo", disse a Politico nel 2010 Mitchell, morto nel 2013. "Be', ha funzionato". Le aziende produssero prima un eccesso di gas naturale e poi applicarono lo stesso metodo al petrolio, rendendo più economici la benzina, l'elettricità e quasi tutto ciò che è fatto di plastica.

La produzione americana di petrolio toccò il suo minimo sotto un presidente petroliere, il repubblicano George W. Bush, e iniziò la scalata sotto il democratico Barack Obama. Bush contribuì però a rimuovere un ostacolo normativo: la legge sull'energia del 2005 impedì all'EPA, l'agenzia federale per la protezione dell'ambiente, di regolamentare il fracking, con una norma nota come "Halliburton Loophole". La produzione di gas iniziò a salire nel 2006 e quella di petrolio pochi anni dopo. Gli Stati Uniti sono diventati il primo produttore mondiale alla fine del primo mandato di Trump e hanno continuato a battere record sotto Joe Biden, fino a estrarre ogni giorno più petrolio dell'Arabia Saudita e più di qualsiasi paese nella storia.

A livello nazionale l'industria petrolifera è saldamente repubblicana e i suoi critici sono per lo più democratici, ma la politica energetica si decide negli Stati e la maggior parte dei governatori democratici ha promosso le trivellazioni. L'eccezione è Andrew Cuomo, che nel 2014 vietò il fracking nello Stato di New York con un ordine esecutivo. In Colorado John Hickenlooper, ex geologo, vinse un seggio al Senato dopo aver raccontato di aver bevuto un sorso di fluido da fracking a una riunione con gli amministratori delegati del settore. A livello federale l'idea di un divieto non ha mai avuto seguito: Obama incluse l'aumento della produzione di gas nelle sue politiche sul clima e nel 2024 Kamala Harris dovette difendersi in Pennsylvania dagli attacchi di Trump per le sue vecchie richieste di vietare la tecnica, una cosa che un presidente comunque non può fare.

Tra il 2003 e il 2017 sono morti sul lavoro 1.566 operai petroliferi, a un tasso sei volte superiore alla media nazionale secondo i Centers for Disease Control, l'agenzia federale per la salute pubblica. Le trivellazioni hanno inoltre provocato terremoti, rovinato terreni agricoli e contaminato l'acqua potabile di alcune abitazioni al punto da renderla infiammabile. Tre casi di inquinamento delle falde, in Texas, a Dimock in Pennsylvania e a Pavillion in Wyoming, tutti raccontati nel documentario Gasland candidato all'Oscar, definirono i fronti della battaglia ambientale. Nel caso texano l'EPA aprì nel 2010 una rara azione d'emergenza contro la società Range Resources, che aveva trivellato un pozzo a circa 600 metri da quello d'acqua di un'abitazione, ma la abbandonò due anni dopo senza spiegazioni.

"Il fracking è un esempio perfetto di qualcosa in cui ci sono beneficiari netti e perdenti netti. E purtroppo la società spesso non si prende cura dei perdenti", ha detto a Politico Christopher Knittel, economista del Massachusetts Institute of Technology. Uno studio che Knittel ha condotto con altri tre studiosi, pubblicato nel 2019, ha calcolato che in media i benefici superano i costi, con un guadagno di circa 2.500 dollari l'anno per famiglia. I proprietari di casa hanno però avuto una probabilità di trarne vantaggio da cinque a sette volte superiore rispetto agli affittuari: i nuovi posti di lavoro portati da un boom estrattivo aumentano gli stipendi di chi ha un mutuo a tasso fisso, ma fanno salire gli affitti dei pensionati a reddito fisso.

La guerra con l'Iran, che ha chiuso lo Stretto di Hormuz bloccando i flussi di petrolio dal Golfo Persico, ha mostrato quanto vale questa produzione interna. Alcuni paesi, come l'India e il Pakistan, hanno affrontato carenze di carburante; negli Stati Uniti i prezzi alla pompa sono saliti, ma non ci sono stati razionamenti né code chilometriche ai distributori. Secondo un recente rapporto della Federal Reserve, la banca centrale americana, uno shock petrolifero come quello di quest'anno avrebbe tagliato l'occupazione di quasi il 2% se fosse avvenuto negli anni Settanta, mentre oggi l'effetto "è essenzialmente nullo". Un altro studio della Fed stima che tra il 2010 e il 2015 il settore abbia aggiunto più dell'1% al prodotto interno lordo.

Il presidente vede nella crisi un'occasione commerciale. "Comprate petrolio dagli Stati Uniti d'America. Ne abbiamo in abbondanza", ha detto ad aprile, scrivendo poi su Truth Social, il suo social network, che "gli Stati Uniti sono di gran lunga il più grande produttore di petrolio al mondo, quindi quando i prezzi del petrolio salgono guadagniamo molto". Allo stesso tempo ha minacciato i fornitori di benzina con un'indagine federale sui prezzi gonfiati.

Per Knittel la sostituzione del carbone con il gas nelle centrali elettriche, resa possibile dal fracking, è stata il principale motore del calo delle emissioni americane di gas serra, più del solare, dell'eolico e delle auto elettriche. Daniel Raimi, del centro studi Resources for the Future, ha ricordato però a Politico che il boom ha alimentato anche la petrolchimica e le esportazioni di gas naturale liquefatto e ha tenuto bassi i prezzi del petrolio, tutte cose che aumentano le emissioni: nel complesso, ha detto, il bilancio climatico "non è affatto chiaro".

Andy Walz, uno dei principali dirigenti della compagnia petrolifera Chevron, ha detto a Politico che d'ora in poi "tutti vorranno privilegiare la sicurezza energetica" e che questo potrebbe portare più rinnovabili, anche se nessun paese abbandonerà del tutto i combustibili fossili: piuttosto diversificherà le forniture per non dipendere da un solo fornitore. L'Agenzia internazionale dell'energia prevede paesi sempre meno disposti a dipendere dagli altri per qualsiasi cosa. Alcuni si stanno già muovendo: in Uruguay quasi il 99% dell'elettricità viene da fonti rinnovabili. Se il mondo accelererà sui veicoli elettrici mentre gli Stati Uniti resteranno ancorati ai combustibili fossili, l'industria americana rischia di ritrovarsi isolata. "Mi chiedo se non siamo come Cuba", ha detto Raimi: "avremo le nostre vecchie auto a benzina in giro per le strade mentre il resto del mondo sfreccia sulle elettriche".


L'Iran chiude lo Stretto di Hormuz e gli Stati Uniti lanciano il terzo attacco in una settimana


Gli Stati Uniti hanno lanciato nella serata americana di sabato, la notte in Italia, il terzo round di attacchi contro l'Iran in una settimana, dopo che le forze iraniane hanno colpito la GFS Galaxy, una nave portacontainer battente bandiera cipriota che attraversava lo Stretto di Hormuz. Poco prima dell'annuncio americano le Guardie rivoluzionarie iraniane avevano dichiarato chiuso lo stretto "fino a nuovo ordine", accusando gli Stati Uniti di interferire nel passaggio. Il Comando centrale americano (Centcom), che dirige le operazioni in Medio Oriente, ha detto di aver colpito circa 140 obiettivi militari iraniani, tra cui siti missilistici e di droni, depositi di munizioni e reti di comunicazione: in totale, i tre round di questa settimana hanno colpito più di 300 obiettivi.

Secondo Centcom un membro civile dell'equipaggio risulta disperso, mentre l'incendio a bordo e i gravi danni alla sala macchine hanno impedito alla nave di proseguire la navigazione. L'equipaggio ha abbandonato la nave e si trova su una scialuppa di salvataggio. L'Iran ha sostenuto di aver sparato un colpo di avvertimento dopo che "diverse navi hanno tentato di viaggiare lungo una rotta non approvata" ignorando le indicazioni di transitare nelle acque territoriali iraniane e ha avvertito che risponderà con forza a qualsiasi ritorsione americana.

L'Iran ha risposto ai nuovi bombardamenti lanciando missili balistici contro la base aerea Prince Hassan in Giordania e contro la base di Al-Udeid in Qatar: nella base giordana ha sostenuto di aver distrutto un centro di comando e alcuni hangar per droni. L'esercito regolare iraniano ha annunciato attacchi con droni contro una batteria di missili Patriot, un deposito di munizioni e un sito radar in Kuwait, oltre che contro impianti radar e di comunicazione americani in Bahrein. I media di stato iraniani hanno riferito anche di attacchi contro il porto di Duqm, in Oman, dove si trovano snodi logistici della marina americana. Il Qatar ha detto di aver intercettato i colpi diretti contro il suo territorio, mentre Emirati Arabi Uniti e Kuwait hanno riferito di attacchi con missili e droni in corso di intercettazione. In Iran la televisione di stato ha riferito di esplosioni lungo tutta la costa meridionale, dai poli energetici di Bushehr e Asalouyeh ai porti di Bandar Abbas e Jask.

"L'Iran ha fatto una pessima scelta. Ora paga", ha scritto sui social il segretario alla Difesa americano Pete Hegseth. Venerdì il presidente Trump aveva detto che il cessate il fuoco concordato a giugno "è finito", pur confermando che i colloqui con Teheran sarebbero proseguiti. In un post su Truth Social aveva poi minacciato di colpire l'Iran con "1.000 missili" già puntati nel caso in cui il regime tentasse di assassinarlo, aggiungendo che l'esercito americano è pronto da almeno un anno a "decimare e distruggere tutte le aree dell'Iran".

Dall'inizio della guerra l'Iran sostiene che le sue acque territoriali siano l'unica rotta percorribile attraverso lo Stretto di Hormuz, il passaggio da cui transita normalmente un quinto del petrolio mondiale. Per questo spara contro le navi che seguono il corridoio vicino alla costa dell'Oman, protetto dalla marina americana, mentre il centro dello stretto, dove le navi passavano prima della guerra, è considerato pericoloso per il rischio di mine posate dai militari iraniani. Il traffico giornaliero è crollato: giovedì lo hanno attraversato solo 22 navi, contro le oltre 130 al giorno di prima del conflitto, secondo la società di dati marittimi Kpler. Il Brent, il petrolio di riferimento internazionale, ha chiuso la settimana vicino ai 76 dollari al barile, circa il 5% sopra i livelli prebellici, comunque lontano dal picco di quasi 120 dollari toccato nelle fasi peggiori della guerra.

La settimana era iniziata con gli attacchi iraniani a tre navi commerciali nello stretto, tra cui una petroliera saudita e una nave qatariota che trasportava gas naturale liquefatto, attacchi che l'Iran non ha rivendicato. Gli Stati Uniti avevano risposto con due giorni di bombardamenti su più di 170 obiettivi militari iraniani, tra i più intensi dall'inizio della guerra: secondo il ministero della Salute iraniano almeno 17 persone sono state uccise e la televisione di stato ha identificato almeno otto dei morti come soldati. L'Iran aveva reagito lanciando missili e droni contro Kuwait, Bahrein e, per la prima volta dall'inizio della tregua, la Giordania. Washington aveva poi lanciato un ultimatum, chiedendo a Teheran di dichiarare pubblicamente aperti tutti i canali dello stretto e di impegnarsi a non sparare più contro le navi civili. Funzionari americani avevano raccontato che l'Iran aveva attribuito gli attacchi alle navi a un'unità fuori controllo delle Guardie rivoluzionarie.

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha incontrato sabato a Muscat il suo omologo dell'Oman per discutere del passaggio nello stretto, senza esiti chiari: i due paesi hanno concordato di proseguire i colloqui a livello tecnico e politico. L'Oman ha fatto circolare una proposta per amministrare lo stretto insieme all'Iran, con la possibilità di imporre commissioni sulle navi in transito. A poco più di tre settimane dall'accordo iniziale di pace, che prevedeva di negoziare un'intesa più ampia entro 60 giorni, lo stretto è diventato il principale punto di scontro tra i due paesi, mentre gli obiettivi dichiarati della guerra, a partire dallo smantellamento del programma nucleare iraniano, sono passati in secondo piano.

La nuova guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, ha promesso sabato di vendicare il padre e predecessore Ali Khamenei, ucciso alla fine di febbraio nell'attacco con cui Stati Uniti e Israele hanno aperto la guerra, definendo la vendetta un dovere "certo e innegabile". È la sua prima dichiarazione pubblica dopo il funerale del padre, durato una settimana e culminato giovedì con la sepoltura a Mashhad. Khamenei non appare in pubblico da quando è succeduto al padre all'inizio di marzo: secondo funzionari iraniani e israeliani sarebbe rimasto ferito nel primo giorno di guerra.


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Ponte Morandi, Acerbo (Prc): sentenza giusta, purtroppo azionisti salvati da politica home.rifondazione.eu/2026/07/1… #ComunicatiStampa

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Legge elettorale, l’emendamento che rende possibile il premio di maggioranza per la coalizione meno votata


@Politica interna, europea e internazionale
L’approvazione alla Camera della nuova legge elettorale permette una pausa per respirare in quella che sembra una corsa contro il tempo ricca di ostacoli prima del passaggio al Senato. Lo “Stabilicum”, come è stato ribattezzato per l’obiettivo

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When the far-right turns up shouting about ‘remigration’, we had to sneak in our own ideas on how to ‘Save Europe’. Our ideas involve compassion, tolerance, courage, and not hatred, division, and racism. And while they shout Europe is Full, we say it is full of talent, hope, and respect.

Of course, it’s hard to satirise someone in jackboots shouting racist slogans. So while this was fun, we will continue the fight inside and outside the European Parliament. We hope you’ll join us!

#EUpol #Volt

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Una pena può limitare la libertà: non può cancellare il diritto alla salute, all’autonomia e alla dignità.

Eppure, quando si parla di disabilità nelle carceri italiane e nelle REMS, il primo problema è persino sapere quante persone stiamo lasciando indietro. Senza dati pubblici, aggiornati e disaggregati, non può esistere una politica seria: non si possono programmare assistenza sanitaria, strutture accessibili, personale formato o percorsi di reinserimento adeguati.

Il dato nazionale citato dal Ministero risale ad un monitoraggio del 2015: 628 persone detenute con disabilità o limitazioni funzionali. Nel 2026 si parla di nuovi monitoraggi sulla sanità penitenziaria e sugli spazi, ma manca ancora un quadro pubblico completo sulle persone con disabilità private della libertà.

Questa invisibilità non è neutra. Significa rendere più difficile individuare barriere, abusi e bisogni specifici, affidando di fatto la tutela dei diritti all’istituto in cui una persona si trova detenuta.

Servono dati annuali e trasparenti, ambienti realmente accessibili, assistenza qualificata e percorsi educativi, sanitari e lavorativi personalizzati.

Perché i diritti non si sospendono dietro le sbarre.

#Disabilità #DirittiUmani #Carcere #Inclusione #Accessibilità #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Due milioni di dollari a Trump dal gruppo coreano colpito dai dazi americani


Il pagamento ricevuto da Base Group, legato a un progetto sul golf, emerge dalla dichiarazione dei redditi del presidente. Una società collegata al gruppo sta contestando i dazi antidumping imposti dal Dipartimento del Commercio.

Base Group, principale investitore di una società sudcoreana dell'alluminio che contesta i dazi imposti dal Dipartimento del Commercio su alcune esportazioni verso gli Stati Uniti, ha versato lo scorso anno 2 milioni di dollari alla holding di Donald Trump. Il pagamento è emerso per la prima volta dalla dichiarazione patrimoniale annuale del presidente, pubblicata alla fine di giugno.

Il documento offre una spiegazione piuttosto vaga: la somma sarebbe collegata a una "lettera d'intenti" e rappresenterebbe una "commissione di sviluppo non rimborsabile". Interpellate dal New York Times, la società e la famiglia Trump hanno riferito che il versamento riguarda un progetto golfistico non ancora annunciato.

Conflitti d’interesse · Gli affari esteri del presidente

Coinvolto in un contenzioso sui dazi americani, un gruppo coreano ha versato 2 milioni alla holding di Trump

Il versamento di Base Group — principale investitore di Korea Aluminium, società dell’alluminio sotto indagine del Dipartimento del Commercio — compare nella dichiarazione patrimoniale del presidente. La Trump Organization lo attribuisce a un progetto golfistico non ancora annunciato e nega ogni legame con il contenzioso.

Grafica di FocusAmerica 15 luglio 2026

La cifra al centro del caso
0
Dollari

versati nel 2025 alla holding di Donald Trump, indicati nella dichiarazione patrimoniale come una «commissione di sviluppo non rimborsabile» legata a una «lettera d’intenti».

Base Group nega di aver violato le norme commerciali statunitensi. La Trump Organization definisce «pura finzione» ogni legame tra il pagamento e i dazi.

Il rapporto

Quasi dieci anni per avvicinare la famiglia Trump


Prima del versamento, una lunga rete di relazioni commerciali.

Da anni
Base Group distribuisce in esclusiva in Corea del Sud i vini a marchio Trump.

Lo scorso febbraio
Eric Trump ospite nella sede di Base Group a Seul: al centro dell’incontro, come aumentare gli scambi commerciali tra Corea e Stati Uniti.

2025
Il pagamento da 2 milioni di dollari alla holding del presidente.

La proporzione

Due milioni sono una frazione minima degli incassi del presidente


Nel 2025 la holding di Trump ha dichiarato entrate per oltre 2,24 miliardi di dollari. Il pagamento coreano ne è appena una scheggia.

Redditi dichiarati nel 2025 2,24 mld $

Criptovalute 1,4 mld Altri redditi 715 mln Attività estere 125 mln
Dentro le attività estere

Attività estere in 13 Paesi 125 mln $

Regno Unito, India, Qatar, Arabia Saudita, Romania, Turchia, Vietnam, Emirati… 2 mln
Base Group

Il pagamento vale meno di un millesimo dei redditi dichiarati dal presidente nel 2025. Una somma modesta per la holding; per Korea Aluminium, in gioco c’è un dazio che potrebbe salire al 105%.

Il contenzioso

Il dazio su Korea Aluminium potrebbe quasi quadruplicare


Una vicenda che parte da Washington nel 2022 e non è ancora chiusa. Apri ogni tappa per i dettagli.

Le posizioni delle parti

Fonte New York Times; dichiarazione patrimoniale del presidente (U.S. Office of Government Ethics), luglio 2026. Valori dichiarati, non profitti, arrotondati. Il New York Times non ha trovato prove di interventi del presidente o della famiglia a favore delle due società.

Un rapporto coltivato da quasi dieci anni


Base Group cerca da quasi un decennio di consolidare i rapporti con la famiglia Trump. La società distribuisce in esclusiva in Corea del Sud i vini a marchio Trump e, più recentemente, ha ospitato Eric Trump nella propria sede centrale a Seul. Durante l'incontro, avvenuto a febbraio, si è discusso di come incrementare gli scambi commerciali tra Corea del Sud e Stati Uniti, secondo quanto riferito da un dirigente del gruppo.

Queste iniziative coincidono con le difficoltà di Korea Aluminium, società collegata a Base Group, che ha ridotto le esportazioni verso gli Stati Uniti dopo che il Dipartimento del Commercio ha stabilito che alcune aziende sudcoreane hanno aggirato i dazi sull'alluminio prodotto in Cina. Il New York Times non ha trovato prove che Trump o un membro della sua famiglia siano intervenuti presso funzionari americani in favore delle due società. Base Group, da parte sua, nega di aver violato le norme commerciali statunitensi.

Alan Garten, responsabile legale della Trump Organization, ha assicurato al quotidiano che il pagamento non ha alcun legame con il contenzioso commerciale. "Operiamo da decenni nel golf, nell'ospitalità e nel settore immobiliare e abbiamo concluso transazioni con innumerevoli aziende in tutto il mondo", ha dichiarato. "Qualsiasi insinuazione secondo cui questa operazione sarebbe stata motivata da ragioni diverse da legittime considerazioni commerciali è pura finzione".

Gli affari esteri della holding del presidente


Il caso si inserisce in un quadro senza precedenti nella storia americana moderna. Trump conserva interessi economici personali in quasi trenta iniziative imprenditoriali all'estero. Prima del suo primo mandato, lui e la famiglia si erano impegnati a non sottoscrivere nuovi accordi internazionali durante la presidenza. Una promessa che però è stata abbandonata all'inizio del secondo mandato.

I 2 milioni versati da Base Group rappresentano soltanto una piccola parte degli almeno 125 milioni di dollari incassati nel 2025 dalla holding del presidente attraverso attività in tredici Paesi, tra cui Regno Unito, India, Qatar, Arabia Saudita, Romania, Turchia, Vietnam ed Emirati Arabi Uniti. Una somma comunque modesta rispetto ad altre fonti di reddito: nello stesso anno, gli affari nel settore delle criptovalute avrebbero fruttato al presidente 1,4 miliardi di dollari.

Storici ed ex funzionari interpellati dal New York Times sottolineano che rapporti finanziari diretti di questa portata tra un presidente e soggetti stranieri non hanno precedenti. George W. Bush vendette la propria quota nella squadra di baseball dei Texas Rangers mentre valutava la candidatura alla Casa Bianca; Ronald Reagan liquidò le proprie partecipazioni azionarie; Calvin Coolidge non volle neppure acquistare una casa. "Non ho mai visto nulla di simile", ha dichiarato Peter J. Wallison, già consigliere della Casa Bianca e funzionario del Dipartimento del Tesoro durante l'Amministrazione Reagan. "Crea conflitti di interesse e rende difficile per un presidente decidere, oppure rischia di condizionarne le scelte".

Il dazio potrebbe salire al 105%


Il contenzioso risale almeno al 2022, quando il Dipartimento del Commercio dell'Amministrazione Biden avviò un'indagine sulle aziende sudcoreane sospettate di aiutare i produttori cinesi ad aggirare i dazi sull'alluminio. Nel 2023 l'indagine concluse che Pechino cercava di eludere le misure antidumping facendo transitare i propri prodotti attraverso società coreane. Due anni dopo furono introdotti dazi specifici su alcune importazioni provenienti da fornitori sudcoreani, tra cui proprio la Korea Aluminium, le cui vendite negli Stati Uniti ne hanno risentito.

Il mese scorso il Dipartimento del Commercio ha comunicato di aver ricevuto da un'associazione americana del settore una richiesta di estensione dei dazi, senza fare alcun riferimento ai rapporti con il presidente. Nei giorni scorsi l'agenzia ha inoltre adottato una decisione preliminare che porterebbe al 105% l'aliquota sulle esportazioni di Korea Aluminium, quasi quattro volte il livello attuale. La decisione definitiva però non è ancora stata presa.

La Casa Bianca respinge ogni sospetto. "Non esistono conflitti di interesse", ha dichiarato al New York Times il portavoce Kush Desai. Emily Davis, portavoce dell'International Trade Administration del Dipartimento del Commercio, ha definito questi procedimenti "quasi giudiziari e apolitici", escludendo qualsiasi interferenza politica.

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Mit einem neuen Kompetenzzentrum will die Bundesagentur für Arbeit effizienter „organisierten Leistungsmissbrauch“ aufdecken. Fachleute zweifeln, ob das Problem existiert, und befürchten: Insbesondere rassistisch diskriminierte Menschen könnten so ins Visier geraten und nicht die Leistungen bekommen, die ihnen zustehen. netzpolitik.org/2026/misstraue…
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Misstrauen gegen Arbeitssuchende: Das Schattenboxen gegen „organisierten Leistungsmissbrauch“


netzpolitik.org/2026/misstraue…

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Data breach, il Garante privacy sanziona #WindTre per 1,7 milioni di euro

Riscontrate gravi carenze nella sicurezza dei sistemi aziendali, che hanno determinato due accessi abusivi e l’esfiltrazione dei dati personali di oltre 365mila clienti. Per 41.359 di essi, l’esfiltrazione ha riguardato anche le informazioni relative ai metodi di pagamento utilizzati, come il bollettino postale, l’Iban, la carta di credito con il numero parzialmente oscurato e la data di scadenza.

gpdp.it/home/docweb/-/docweb-d…

@privacypride

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Colorado, un ex predicatore che afferma di aver ucciso a 7 anni ha vinto le primarie GOP


Victor Marx sostiene anche di praticare esorcismi al telefono e di aver salvato 40mila donne e ragazze dalla tratta. Secondo il New York Times, la sua ascesa è il sintomo di una radicalizzazione che non risparmia neppure i democratici.
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Victor Marx, ex predicatore pentecostale ora diventato politico, ha vinto giovedì scorso le primarie repubblicane per la carica di governatore del Colorado, nonostante sostenga di aver ucciso un uomo per la prima volta quando aveva 7 anni, su ordine di un patrigno violento, e si sia rifiutato di chiarire se abbia ucciso altre persone da adulto. Nel corso della sua vita è stato arrestato almeno 2 volte per condotta molesta, ha raccontato di aver terrorizzato uno psichiatra minacciando di ucciderlo e ha spiegato al giornalista del Colorado Kyle Clark di essere in grado di praticare esorcismi al telefono.

Molti dei particolari più clamorosi della sua biografia, tuttavia, non hanno trovato riscontri. I cronisti che hanno cercato tracce dell'omicidio che Marx dice di aver commesso da bambino non ne hanno trovate. Il suo sito sosteneva inoltre che avesse salvato dalla tratta sessuale oltre 40mila donne e ragazze: incalzato sulla cifra, Marx l'ha ridimensionata con una risposta surreale, parlando di "più di una e meno di un mucchio".

Ma tutte queste incongruenze non hanno intaccato la sua popolarità nella base elettorale repubblicana. Charlie Kirk ha firmato la prefazione del suo libro del 2024, The Dangerous Gentleman. Il suo sito ha venduto per 99 dollari una guida alla "guerra spirituale", completa di istruzioni per scacciare i demoni. Marx e la moglie sono stati inoltre coinvolti in quella che appare come una società di marketing multilivello specializzata nella vendita di vitamine.

Lui si definisce un "operatore umanitario ad alto rischio" e racconta di essersi spinto nelle zone di guerra per compiere missioni cristiane di salvataggio. Anche la sua storia familiare contribuisce alla costruzione del personaggio: suo padre si chiamava davvero Karl Marx e inventò una disciplina denominata "karate cajun", nella quale il figlio sostiene di aver raggiunto il settimo dan.

Secondo quanto afferma Michelle Goldberg sul New York Times l'ascesa di Marx mostra che cosa può accadere quando gli elettori, spinti da una visione sempre più apocalittica della politica, smettono di considerare decisive la competenza e l'eleggibilità. Una volta innescata, la radicalizzazione è difficile da controllare e può travolgere anche chi pensava di poterla sfruttare. Nel suo libro Marx si presenta come un uomo qualunque e formula una previsione che, dopo la sua vittoria, suona anche come un avvertimento: "In un futuro molto vicino ci saranno migliaia di persone come me nel mondo".

Il panico tra i repubblicani del Colorado


Marx ha sconfitto per circa 2.500 voti la senatrice statale Barbara Kirkmeyer, sostenuta dall'establishment del partito, nella più combattuta primaria repubblicana per la carica di governatore nella storia del Colorado. In uno Stato ormai dominato dai democratici, i repubblicani nutrivano già poche speranze di riconquistare il governatorato. La preoccupazione principale riguarda però le competizioni locali e per il Congresso: un candidato di punta come Marx, temono i dirigenti del partito, potrebbe trascinare verso la sconfitta l'intera lista dei candidati repubblicani.

★Primarie repubblicane · Colorado · 9 luglio 2026
Colorado, primarie repubblicane per il governatore
Victor Marx vince per meno di mezzo punto su Barbara Kirkmeyer. Corsa assegnata da Associated Press
Focus America

CandidatoVoti%

Victor Marx
Vincitore

208.345
39,86%

Barbara Kirkmeyer

205.931
39,40%

Scott Bottoms

108.444
20,75%

522.720voti totali
>95% scrutinato

Elaborazione di Focus America su dati dell'Associated Press

La rivoluzione della destra radicale sembra così aver iniziato a divorare se stessa. Due anni fa l'area MAGA aveva conquistato il Partito Repubblicano del Colorado, portando alla presidenza statale Dave Williams, noto per le sue posizioni apertamente antigay. Eppure, neppure questo gruppo ha dato il suo endorsement a Marx. Secondo Jimmy Sengenberger, editorialista conservatore del Denver Gazette, molti dei fedelissimi di Williams avevano scelto Scott Bottoms, deputato statale dell'ultradestra e a sua volta pastore, ma con un profilo meno eccentrico. Bottoms si è però fermato al terzo posto alle primarie.

Chuck Broerman, dirigente repubblicano della contea di El Paso, attribuisce il successo di Marx soprattutto alla sua abilità nel marketing e al crescente disprezzo degli elettori per i politici di professione. "Victor Marx si è venduto benissimo come outsider, come risposta all'angoscia di una parte dei repubblicani del Colorado", ha spiegato al quotidiano, sottolineando la vastità del suo seguito sui social e l'effetto valanga generato online. Marx, ha aggiunto, "ha creato un veicolo nel quale le persone hanno potuto riversare la propria energia emotiva".

Secondo il New York Times, dinamiche simili stanno però emergendo anche nelle primarie democratiche. In Texas, la sessuologa Maureen Galindo, accusata di antisemitismo, è riuscita ad arrivare al ballottaggio per un seggio alla Camera. Anche dopo aver proposto di incarcerare i sionisti, ha raccolto il 36% dei voti prima di essere sconfitta. A New York, la socialista Darializa Avila Chevalier ha battuto il progressista Adriano Espaillat, costringendo altri esponenti democratici a prendere le distanze dalle sue posizioni più estreme, compreso il rifiuto di affermare che gli assassini debbano essere incarcerati.

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1/2 🎉 It's happening - join us for #PrivacyCamp26 on Tuesday, 13 October 🎉

We're inviting proposals for sessions at #PrivacyCamp26 that investigate the theme: ⭐ 'The Origins of Future Technologies: Towards communities of digital self-determination' ⭐

📬 Call for session proposals is now OPEN: privacycamp.eu/privacycamp26-c…

🗓️ Deadline for submitting session proposals is 10 August.

in reply to EDRi

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2/2 🤩 Even more good news: registrations for #PrivacyCamp26 are also now OPEN! Make sure you secure your spot before logging off for the summer ➡️ crm.edri.org/civicrm/event/reg…

💜 Privacy Camp is organised by in collaboration with our partners: the Research Group on Law, Science, Technology & Society (LSTS) at Vrije Universiteit Brussel, Privacy Salon, Institut d'études européennes - Université Saint-Louis - Bruxelles, and the Racism and Technology Center.

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Rifondazione: Melonellum è un golpe home.rifondazione.eu/2026/07/1… #Istituzioni-Giustizia #ComunicatiStampa

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Trump dopo cinque mesi di guerra con l'Iran non sa come uscirne


Il cessate il fuoco è collassato, il pedaggio su Hormuz è stato annunciato e ritirato in un giorno e per il Pentagono i costi del conflitto possono arrivare a 100 miliardi di dollari

La guerra tra Stati Uniti e Iran doveva durare tra le quattro e le sei settimane ed è arrivata alla ventesima. Il cessate il fuoco mediato dal presidente a giugno è collassato tra attacchi notturni reciproci, martedì è ripartito il blocco navale americano contro i porti iraniani e le stime interne del Pentagono indicano che il conflitto potrebbe costare agli Stati Uniti fino a 100 miliardi di dollari, il triplo della cifra riconosciuta finora in pubblico.

Lunedì il presidente aveva annunciato un pedaggio del 20% sui carichi delle navi che attraversano lo Stretto di Hormuz, il passaggio obbligato per il petrolio del Golfo Persico, in cambio della protezione americana dagli attacchi iraniani. Martedì lo ha cancellato dopo le telefonate dei leader arabi del Golfo, che non volevano pagarlo. L'annuncio contraddiceva la posizione della sua stessa amministrazione, secondo cui i pedaggi erano una violazione del diritto internazionale. Trump ha coperto la retromarcia dicendo ai giornalisti che quei paesi faranno "massicci investimenti" negli Stati Uniti, senza dare alcun dettaglio.

Secondo un'analisi del New York Times, il presidente ha trovato nell'Iran un avversario che non si piega agli strumenti con cui ha ottenuto risultati altrove, dalle pressioni sugli alleati della NATO alle minacce di dazi contro i partner commerciali. "Ha incontrato un paese che non è disposto a giocare secondo le sue regole, cioè piegarsi, baciare l'anello e dirgli quanto è bravo", ha detto al giornale Vali Nasr, professore alla Johns Hopkins University che ha consigliato presidenti e segretari di Stato sul Medio Oriente. "Non credo che abbia una strategia sull'Iran", ha detto Abbas Milani, direttore degli studi iraniani all'università di Stanford: "Affronta queste cose d'istinto e con due obiettivi contraddittori. Da una parte continua a dire di voler fare un accordo e rendere l'Iran un'economia fiorente, dall'altra minaccia di annientarne la civiltà".

A giugno, quando aveva firmato il cessate il fuoco, Trump aveva elogiato i negoziatori iraniani definendoli "persone molto razionali", "forti" e "intelligenti". La settimana scorsa li ha chiamati "feccia" e "gente malata". Ai giornalisti che gli chiedevano cosa fosse cambiato in tre settimane ha risposto: "Li ho conosciuti". La tregua era peraltro un accordo limitato: doveva fermare i combattimenti per 60 giorni per permettere di negoziare i nodi veri, a partire dal futuro del programma nucleare iraniano, e non ha retto nemmeno fino a quella scadenza.

La partita è ormai una gara di resistenza, secondo un'analisi del Wall Street Journal: ciascuno dei due paesi aspetta che l'altro ceda per primo. Trump vorrebbe chiudere prima delle elezioni di metà mandato di novembre, in cui si rinnovano la Camera e un terzo del Senato, e prima che i prezzi della benzina tornino a salire. Teheran scommette di poter resistere al blocco navale più a lungo, nonostante un'economia già in caduta libera, senza però provocare un'escalation che lascerebbe a Trump solo le opzioni militari più estreme. Il petrolio Brent, il riferimento internazionale, è salito martedì a 84,73 dollari al barile, in aumento di oltre l'11% in due giorni; all'inizio della guerra aveva superato i 100 dollari.

Negli ultimi due mesi le forze americane hanno scortato più di 800 navi lungo la rotta meridionale dello stretto, vicino alla costa dell'Oman. Con la fine della tregua le Guardie rivoluzionarie iraniane sono riuscite a colpire e mettere fuori uso alcune navi su quella rotta con missili e droni, uccidendo e ferendo membri degli equipaggi. Caccia, droni ed elicotteri americani intercettano gran parte dei colpi, ma quelli lanciati dalla costa iraniana a distanza ravvicinata arrivano troppo in fretta per essere fermati. Gli Stati Uniti hanno inoltre scorte limitate di intercettori, i missili che servono ad abbattere quelli iraniani, un vincolo che rende rischioso per Trump prolungare il conflitto.

La stima interna del Pentagono sul costo complessivo della guerra è tra 80 e 100 miliardi di dollari, ha rivelato NBC News, il triplo dei circa 30 miliardi comunicati finora al Congresso. La cifra comprende oltre 30 miliardi per ricostruire le basi americane danneggiate dagli attacchi iraniani, di cui quasi uno solo per le strutture in Bahrein, la sostituzione di più di 40 aerei colpiti e il ripristino delle scorte di munizioni. Il Pentagono, rimasto a corto di fondi, ha chiesto al Congresso uno stanziamento supplementare di 68 miliardi, ma i parlamentari finora hanno mostrato poco interesse ad approvarlo e accusano il Dipartimento della Difesa di nascondere i costi reali. "È molto frustrante per il popolo americano che non si riesca ad avere una risposta chiara su quanto costi questa guerra", ha detto il senatore indipendente Angus King.

"Finché non muoiono americani, l'Iran sarà una questione secondaria per la maggior parte degli americani", ha detto al New York Times Elliott Abrams, ex funzionario per la sicurezza nazionale in diverse amministrazioni repubblicane, secondo cui la guerra non ha travolto l'agenda del presidente. Per Aaron David Miller, ex negoziatore americano per il Medio Oriente, il precedente è invece quello di Jimmy Carter, la cui presidenza fu segnata dalla crisi degli ostaggi in Iran del 1979-81: "L'Iran ha consumato e macchiato l'eredità di un presidente e potrebbe benissimo macchiare o rovinare quella di un altro".


L'Iran chiude lo Stretto di Hormuz e gli Stati Uniti lanciano il terzo attacco in una settimana


Gli Stati Uniti hanno lanciato nella serata americana di sabato, la notte in Italia, il terzo round di attacchi contro l'Iran in una settimana, dopo che le forze iraniane hanno colpito la GFS Galaxy, una nave portacontainer battente bandiera cipriota che attraversava lo Stretto di Hormuz. Poco prima dell'annuncio americano le Guardie rivoluzionarie iraniane avevano dichiarato chiuso lo stretto "fino a nuovo ordine", accusando gli Stati Uniti di interferire nel passaggio. Il Comando centrale americano (Centcom), che dirige le operazioni in Medio Oriente, ha detto di aver colpito circa 140 obiettivi militari iraniani, tra cui siti missilistici e di droni, depositi di munizioni e reti di comunicazione: in totale, i tre round di questa settimana hanno colpito più di 300 obiettivi.

Secondo Centcom un membro civile dell'equipaggio risulta disperso, mentre l'incendio a bordo e i gravi danni alla sala macchine hanno impedito alla nave di proseguire la navigazione. L'equipaggio ha abbandonato la nave e si trova su una scialuppa di salvataggio. L'Iran ha sostenuto di aver sparato un colpo di avvertimento dopo che "diverse navi hanno tentato di viaggiare lungo una rotta non approvata" ignorando le indicazioni di transitare nelle acque territoriali iraniane e ha avvertito che risponderà con forza a qualsiasi ritorsione americana.

L'Iran ha risposto ai nuovi bombardamenti lanciando missili balistici contro la base aerea Prince Hassan in Giordania e contro la base di Al-Udeid in Qatar: nella base giordana ha sostenuto di aver distrutto un centro di comando e alcuni hangar per droni. L'esercito regolare iraniano ha annunciato attacchi con droni contro una batteria di missili Patriot, un deposito di munizioni e un sito radar in Kuwait, oltre che contro impianti radar e di comunicazione americani in Bahrein. I media di stato iraniani hanno riferito anche di attacchi contro il porto di Duqm, in Oman, dove si trovano snodi logistici della marina americana. Il Qatar ha detto di aver intercettato i colpi diretti contro il suo territorio, mentre Emirati Arabi Uniti e Kuwait hanno riferito di attacchi con missili e droni in corso di intercettazione. In Iran la televisione di stato ha riferito di esplosioni lungo tutta la costa meridionale, dai poli energetici di Bushehr e Asalouyeh ai porti di Bandar Abbas e Jask.

"L'Iran ha fatto una pessima scelta. Ora paga", ha scritto sui social il segretario alla Difesa americano Pete Hegseth. Venerdì il presidente Trump aveva detto che il cessate il fuoco concordato a giugno "è finito", pur confermando che i colloqui con Teheran sarebbero proseguiti. In un post su Truth Social aveva poi minacciato di colpire l'Iran con "1.000 missili" già puntati nel caso in cui il regime tentasse di assassinarlo, aggiungendo che l'esercito americano è pronto da almeno un anno a "decimare e distruggere tutte le aree dell'Iran".

Dall'inizio della guerra l'Iran sostiene che le sue acque territoriali siano l'unica rotta percorribile attraverso lo Stretto di Hormuz, il passaggio da cui transita normalmente un quinto del petrolio mondiale. Per questo spara contro le navi che seguono il corridoio vicino alla costa dell'Oman, protetto dalla marina americana, mentre il centro dello stretto, dove le navi passavano prima della guerra, è considerato pericoloso per il rischio di mine posate dai militari iraniani. Il traffico giornaliero è crollato: giovedì lo hanno attraversato solo 22 navi, contro le oltre 130 al giorno di prima del conflitto, secondo la società di dati marittimi Kpler. Il Brent, il petrolio di riferimento internazionale, ha chiuso la settimana vicino ai 76 dollari al barile, circa il 5% sopra i livelli prebellici, comunque lontano dal picco di quasi 120 dollari toccato nelle fasi peggiori della guerra.

La settimana era iniziata con gli attacchi iraniani a tre navi commerciali nello stretto, tra cui una petroliera saudita e una nave qatariota che trasportava gas naturale liquefatto, attacchi che l'Iran non ha rivendicato. Gli Stati Uniti avevano risposto con due giorni di bombardamenti su più di 170 obiettivi militari iraniani, tra i più intensi dall'inizio della guerra: secondo il ministero della Salute iraniano almeno 17 persone sono state uccise e la televisione di stato ha identificato almeno otto dei morti come soldati. L'Iran aveva reagito lanciando missili e droni contro Kuwait, Bahrein e, per la prima volta dall'inizio della tregua, la Giordania. Washington aveva poi lanciato un ultimatum, chiedendo a Teheran di dichiarare pubblicamente aperti tutti i canali dello stretto e di impegnarsi a non sparare più contro le navi civili. Funzionari americani avevano raccontato che l'Iran aveva attribuito gli attacchi alle navi a un'unità fuori controllo delle Guardie rivoluzionarie.

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha incontrato sabato a Muscat il suo omologo dell'Oman per discutere del passaggio nello stretto, senza esiti chiari: i due paesi hanno concordato di proseguire i colloqui a livello tecnico e politico. L'Oman ha fatto circolare una proposta per amministrare lo stretto insieme all'Iran, con la possibilità di imporre commissioni sulle navi in transito. A poco più di tre settimane dall'accordo iniziale di pace, che prevedeva di negoziare un'intesa più ampia entro 60 giorni, lo stretto è diventato il principale punto di scontro tra i due paesi, mentre gli obiettivi dichiarati della guerra, a partire dallo smantellamento del programma nucleare iraniano, sono passati in secondo piano.

La nuova guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, ha promesso sabato di vendicare il padre e predecessore Ali Khamenei, ucciso alla fine di febbraio nell'attacco con cui Stati Uniti e Israele hanno aperto la guerra, definendo la vendetta un dovere "certo e innegabile". È la sua prima dichiarazione pubblica dopo il funerale del padre, durato una settimana e culminato giovedì con la sepoltura a Mashhad. Khamenei non appare in pubblico da quando è succeduto al padre all'inizio di marzo: secondo funzionari iraniani e israeliani sarebbe rimasto ferito nel primo giorno di guerra.


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#PrivacyCamp26: Call for sessions


Privacy Camp hosts its 14th edition on 13 October 2026, in Brussels and online. For people living in Europe and across the globe, the impact technology has on our lives becomes ever more acute, ever more heavy and impossible to deny. Digital technologies shape how people work, organise, communicate, access services, cross borders, learn, create and resist. They can support community power and collective care. They can also deepen surveillance, extraction, discrimination, militarisation and environmental harm.

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✨ SS7, il protocollo del 1970 che ha tradito i soldati USA: come l’Iran ha tracciato le truppe americane in Medio Oriente
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/ss7-il…

@informatica


SS7, il protocollo del 1970 che ha tradito i soldati USA: come l’Iran ha tracciato le truppe americane in Medio Oriente


Mentre i missili iraniani cadevano sulle basi americane in Iraq e Bahrain nella primavera del 2026, qualcun altro stava già facendo il lavoro sporco a monte: individuare dove dormivano, mangiavano e lavoravano i soldati statunitensi. Non con un drone o un informatore, ma con un protocollo di telecomunicazioni progettato negli anni ’70 per instradare chiamate tra centrali telefoniche. Un’indagine del progetto no-profit Mobile Surveillance Monitor, ripresa dal Financial Times e da TechCrunch, sostiene che Teheran abbia sfruttato sistematicamente le debolezze di SS7 per tracciare il personale militare USA in Medio Oriente prima e durante il conflitto con Israele e Stati Uniti.

Un protocollo vecchio quanto la Guerra Fredda tecnologica


Signaling System 7 (SS7) è l’infrastruttura di segnalazione che dagli anni ’70 permette agli operatori di rete 2G e 3G di scambiarsi informazioni su instradamento di chiamate, SMS e roaming. Il problema è noto da oltre un decennio agli specialisti di sicurezza delle telecomunicazioni: SS7 si basa su un modello di fiducia reciproca tra operatori che non prevede autenticazione robusta tra le reti. Chiunque abbia accesso — legittimo o comprato sul mercato grigio della sorveglianza — a un nodo SS7 può inviare query di tipo “Send Routing Information” (SRI) per ottenere la cella a cui è agganciato un numero di telefono, ottenendo così una localizzazione approssimativa del dispositivo, ovunque nel mondo, senza che l’utente se ne accorga.

È la stessa classe di debolezza usata in passato da broker di sorveglianza commerciale e da servizi di intelligence per intercettare SMS di autenticazione a due fattori o localizzare dissidenti. Ciò che rende il caso iraniano rilevante non è la tecnica in sé, già documentata, ma la scala e il tempismo: un uso operativo in tempo di guerra, contro obiettivi militari di una potenza nucleare.

La scoperta: un’impennata di query SS7 nel Golfo


Gary Miller, ricercatore che ha fondato Mobile Surveillance Monitor e collabora con il Citizen Lab dell’Università di Toronto, ha rilevato un’impennata anomala di “SS7 ping” — richieste ripetute di localizzazione — su reti di telecomunicazione di diversi paesi mediorientali. L’attività sarebbe iniziata a ridosso dell’operazione aerea congiunta USA-Israele contro i siti nucleari iraniani, per poi intensificarsi nei primi giorni del conflitto, quando l’Iran ha lanciato missili e droni contro le posizioni americane nella regione.

I segnali intercettati indicherebbero un interesse mirato per numeri associati a basi militari e hotel utilizzati da personale e contractor statunitensi in Iraq, Bahrain e altri paesi della regione — non una raccolta indiscriminata, ma query concentrate su specifiche fasce numeriche e reti locali note per essere frequentate da soggetti occidentali.

Non solo SS7: l’ad-tech come arma di sorveglianza


Il report segnala un secondo livello di raccolta, complementare a SS7: l’uso di tecnologie pubblicitarie commerciali (l’ecosistema RTB, “real-time bidding”) per identificare smartphone tramite advertising ID (IDFA/GAID) e correlarli, attraverso data broker, a posizioni geografiche precise. È la stessa superficie di rischio già segnalata da anni riguardo alla possibilità per chiunque compri dataset pubblicitari di ricostruire pattern di movimento di individui specifici — qui però applicata, secondo i ricercatori, a fini di targeting militare in un teatro di guerra attivo.

La combinazione delle due tecniche — segnalazione telefonica di rete e dati pubblicitari commerciali — rappresenta un salto di sofisticazione rispetto alle classiche operazioni SS7 isolate: un attore statale che integra fonti SIGINT tradizionali con l’enorme mole di dati commerciali normalmente destinata al marketing.

Timeline essenziale


  • Fine febbraio 2026: primo aumento rilevato delle query SS7 sospette, in coincidenza con l’avvio della campagna aerea USA-Israele contro l’Iran.
  • Marzo-aprile 2026: intensificazione del tracciamento durante lo scambio di attacchi missilistici e con droni contro le posizioni statunitensi in Iraq e Bahrain.
  • 14 luglio 2026: pubblicazione del report da parte del Financial Times, ripreso da TechCrunch, Security Boulevard e altre testate di settore.


Due righe per i difensori


Per chi si occupa di sicurezza delle telecomunicazioni e di protezione del personale ad alto rischio (militari, diplomatici, giornalisti in zone di conflitto, dirigenti esposti), il caso ribadisce alcuni punti che il settore conosce ma fatica a far diventare prassi diffusa:

  • Le difese SS7 lato operatore (firewall di segnalazione, filtri su messaggi SRI-SM/PSI provenienti da reti non attendibili) restano disomogenee a livello globale, specialmente in aree di conflitto dove la cooperazione tra operatori è debole.
  • Il personale ad alto rischio dovrebbe evitare la SIM del proprio operatore domestico quando si muove in teatri sensibili, preferendo dispositivi dedicati, SIM locali “pulite” o soluzioni di comunicazione satellitare/crittografata che non transitano su rete 2G/3G tradizionale.
  • La disattivazione del roaming 2G/3G e l’uso forzato di reti 4G/5G con autenticazione più robusta riduce, senza eliminarla, l’esposizione a query SS7 (il 4G usa Diameter, comunque non immune da abusi simili).
  • Gli advertising ID dei dispositivi militari o di personale sensibile dovrebbero essere disattivati o randomizzati sistematicamente, e le app non essenziali rimosse prima di operazioni in teatri a rischio.

Il caso si inserisce in un pattern più ampio: dal 2014 a oggi, ricercatori indipendenti e vendor di sicurezza mobile hanno ripetutamente dimostrato che SS7 resta uno dei punti ciechi più sottovalutati della sicurezza nazionale, proprio perché la sua debolezza non risiede in un bug patchabile ma nell’architettura stessa di fiducia tra operatori, difficile da riformare su scala globale in tempi brevi.

Indicatori e pattern di rilevamento


Non essendo un malware ma un abuso di protocollo, non esistono IoC nel senso classico. I pattern che i team SOC delle telco e i CERT dovrebbero monitorare includono:

# Pattern di rilevamento abuso SS7 (indicativi, non esaustivi)
- Volume anomalo di messaggi SRI / SRI-SM verso uno stesso MSISDN o range di MSISDN
  in un intervallo di tempo ristretto (query ripetute = tentativo di tracciamento continuo)
- Richieste PSI (Provide Subscriber Info) o ATI (Any Time Interrogation) originate
  da Global Title esterni non associati a roaming legittimo dell'abbonato
- Origine dei messaggi SS7 da reti GT (Global Title) storicamente associate
  a broker di sorveglianza o a operatori "shell" con traffico legittimo minimo
- Correlazione temporale tra query SS7 e attivazione di advertising ID
  dello stesso dispositivo in piattaforme RTB di terze parti
- Assenza di firewall SS7/SIGTRAN conforme alle raccomandazioni GSMA FS.11 e FS.19

La GSMA pubblica da anni linee guida (FS.11, FS.19) per il filtraggio del traffico di segnalazione: la loro adozione disomogenea, soprattutto fuori dai mercati occidentali, resta il vero tallone d’Achille che un attore statale come l’Iran può — e a quanto pare sa — sfruttare con costi minimi e attribuzione tutt’altro che scontata.

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✨ Le telecamere spia di Mosca: come l’intelligence russa sorveglia le rotte NATO verso l’Ucraina
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/le-tel…

@informatica


Le telecamere spia di Mosca: come l’intelligence russa sorveglia le rotte NATO verso l’Ucraina


Non servono droni, satelliti spia o infiltrati sul campo: bastano un videocitofono smart lasciato con la password di fabbrica e una connessione a Internet. Le agenzie di intelligence olandesi AIVD (General Intelligence and Security Service) e MIVD (Military Intelligence and Security Service) hanno rivelato che hacker legati allo stato russo hanno compromesso migliaia di telecamere IP e sistemi di videocitofonia lungo le rotte logistiche usate dalla NATO e dall’Ucraina per il trasporto di aiuti militari occidentali, trasformando dispositivi domestici e commerciali in una rete di sorveglianza capillare sul territorio europeo.

Un’operazione di OSINT armata su scala industriale


Secondo quanto riportato inizialmente dal Telegraph e ripreso da Kyiv Post, Pravda e diverse testate di settore, l’obiettivo dell’operazione russa era raccogliere intelligence in tempo reale sui tipi e sui volumi di armamenti inviati a Kyiv dagli alleati occidentali. A differenza delle tradizionali tecniche di sorveglianza satellitare o tramite drone, questa campagna sfrutta dispositivi IoT di consumo già presenti sul territorio: telecamere di sicurezza, citofoni smart e sistemi di videosorveglianza commerciale posizionati, spesso per puro caso logistico, lungo strade e valichi utilizzati per i convogli di aiuti militari.

Le due agenzie olandesi hanno confermato che un numero limitato di telecamere situate direttamente lungo le rotte logistiche nei Paesi Bassi risultava compromesso, e che le organizzazioni proprietarie dei dispositivi sono state avvisate per adottare contromisure. Il fenomeno, però, non si limita al territorio olandese: secondo l’advisory, la campagna ha interessato più Paesi membri della NATO e la stessa Ucraina, delineando un quadro di sorveglianza distribuita su tutta la catena di rifornimento occidentale verso il fronte.

Le tecniche: niente exploit sofisticati, solo superficie d’attacco enorme


Il dato più inquietante emerso dall’advisory congiunto non riguarda la sofisticazione tecnica — che qui è minima — ma la scala e la facilità dell’operazione. “Quando una telecamera IP viene identificata, un attaccante può provare ad accedervi via Internet: spesso è relativamente facile, perché molte telecamere connesse alla rete sono insufficientemente protette”, si legge nel rapporto delle agenzie olandesi. Gli operatori russi si sono affidati sistematicamente a password di default lasciate dal produttore, firmware obsoleti e mai aggiornati, e configurazioni di fabbrica mai modificate dagli utenti finali.

Molti dei dispositivi compromessi sono telecamere IP economiche di produzione cinese, in particolare modelli Hikvision e Dahua — marchi già oggetto in passato di segnalazioni per vulnerabilità di sicurezza e per preoccupazioni geopolitiche legate al loro utilizzo in infrastrutture sensibili. Una volta ottenuto l’accesso, gli aggressori hanno impiegato software di riconoscimento immagini per analizzare automaticamente i flussi video alla ricerca di veicoli militari e per identificarne il carico, automatizzando quello che altrimenti avrebbe richiesto osservazione umana costante.

Il contesto più ampio: la guerra ibrida contro la logistica occidentale


Questa campagna di compromissione delle telecamere si inserisce in un pattern più ampio di iniziative russe volte a mappare, disturbare o neutralizzare i vantaggi tecnologici che sostengono lo sforzo bellico ucraino. Un’inchiesta congiunta di The Insider, Der Spiegel e Le Monde, citata da Kyiv Post, ha rivelato che Russia e Cina hanno discusso segretamente, nell’ambito del terzo Forum di cooperazione tecnico-militare Cina-Russia tenutosi a Guangzhou, piani per neutralizzare la costellazione satellitare Starlink, da cui l’Ucraina dipende fortemente per comunicazioni e intelligence in tempo reale sul campo di battaglia.

Le slide trapelate, attribuite alla China Aerospace Science and Technology Corporation (CASC), delineavano un approccio multi-dominio contro Starlink: mezzi fisici per distruggere satelliti in orbita bassa, jamming elettromagnetico dei segnali e operazioni cyber pensate per caricare payload malevoli attraverso i terminali utente. Il documento proponeva inoltre una vera e propria “alleanza di sicurezza” tra Pechino e Mosca, con condivisione di intelligence e collaborazione su tecnologie chiave per contrastare il dominio strategico statunitense nello spazio.

Letta in questo contesto, la compromissione delle telecamere IP appare come un tassello a basso costo ma ad alto valore informativo di una strategia più ampia: se Starlink rappresenta il bersaglio ad alta quota della guerra ibrida russa, le migliaia di dispositivi IoT scarsamente protetti lungo le rotte logistiche europee rappresentano il fronte a bassa quota, silenzioso e diffuso, della stessa battaglia per la superiorità informativa.

Due righe pratiche per i difensori


Per i team di sicurezza, in particolare in ambito enterprise, logistico e delle infrastrutture critiche, questa vicenda è un promemoria brutale di quanto i dispositivi IoT di consumo restino l’anello debole della catena, specialmente quando dislocati in prossimità di asset sensibili o rotte strategiche. Le raccomandazioni delle agenzie olandesi, applicabili anche al contesto italiano ed europeo in generale, si concentrano su igiene di base della sicurezza IoT piuttosto che su contromisure avanzate:

  • Cambiare immediatamente le password di default su tutte le telecamere IP, videocitofoni smart e dispositivi di videosorveglianza connessi a Internet.
  • Aggiornare il firmware dei dispositivi IoT con regolarità, verificando la disponibilità di patch presso il produttore.
  • Segmentare la rete in modo che le telecamere IP non abbiano accesso diretto a Internet né alla rete aziendale principale, utilizzando VLAN dedicate.
  • Per le organizzazioni logistiche che operano lungo rotte sensibili, effettuare un censimento dei dispositivi IoT esposti pubblicamente tramite piattaforme come Shodan o Censys.
  • Segnalare alle autorità nazionali competenti (in Italia, CSIRT-Italia) eventuali dispositivi sospetti o comportamenti anomali di rete rilevati su telecamere aziendali.
  • Valutare con attenzione l’adozione di dispositivi IoT di produttori con precedenti riscontrati di vulnerabilità sistemiche, specialmente in contesti a rischio geopolitico elevato.

La vicenda dimostra ancora una volta che l’intelligence russa non ha bisogno di zero-day costosi o di infrastrutture offensive sofisticate quando l’anello debole è semplicemente la scarsa igiene di sicurezza di milioni di dispositivi IoT di consumo lasciati esposti online con le impostazioni di fabbrica. È una lezione che vale ben oltre il contesto bellico ucraino, e che riguarda direttamente chiunque gestisca infrastrutture di videosorveglianza connesse in rete.


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Vance accusa Israele: "Una campagna d'influenza per prolungare la guerra con l'Iran"


Il vicepresidente americano denuncia nel podcast di Joe Rogan un'operazione israeliana per orientare l'opinione pubblica statunitense e far naufragare i negoziati con Teheran, mentre il cessate il fuoco vacilla sempre di più.

Il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance ha accusato alcuni settori del governo israeliano di star finanziando una campagna d'influenza per orientare l'opinione pubblica americana e sabotare i negoziati con l'Iran. "Ci sono persone all'interno del loro sistema — lo sappiamo senza alcun dubbio — che stanno cercando di manipolare e modificare l'opinione pubblica americana per far continuare la guerra all'infinito", ha dichiarato durante una conversazione di tre ore con il podcaster Joe Rogan. "Non per raggiungere un obiettivo, ma semplicemente per prolungarla all'infinito".

Le accuse di Vance segnano una nuova escalation nella frattura, ormai sempre più pubblica, tra Washington e il suo principale alleato in Medio Oriente ed arrivano inoltre in un momento particolarmente delicato: il cessate il fuoco con Teheran, che lo stesso Vance ha contribuito a negoziare il mese scorso, si sta sgretolando ogni giorno che passa tra nuovi attacchi iraniani contro le navi commerciali e raid americani, proseguiti per il quinto giorno consecutivo.

Influenzare l'opinione pubblica americana


Israele ha stanziato centinaia di milioni di dollari per consolidare negli Stati Uniti il sostegno alla guerra e migliorare la propria immagine nel mondo. Uno dei contratti è stato affidato a Brad Parscale, già responsabile in passato della campagna elettorale di Trump: il Wall Street Journal ne quantifica il valore complessivo in 45 milioni di dollari, mentre i documenti depositati ai sensi del Foreign Agents Registration Act e citati da Time indicano un compenso di 1,5 milioni al mese.

Nella sua intervista, Vance ha richiamato proprio l'articolo di Time, secondo il quale una parte di quei fondi sarebbe stata impiegata per finanziare influencer online che lo avevano attaccato. "Quando apro Time e scopro che esiste una vera e propria campagna d'influenza straniera, finanziata per far naufragare l'accordo al quale stavo lavorando, e che molte delle persone pagate mi attaccavano in modo completamente disonesto, la mia risposta è: andate all'inferno", ha affermato il vicepresidente. Poi ha aggiunto: "Io rappresento prima di tutto gli americani".

Da parte sua, Parscale ha respinto le accuse sui social: "Le affermazioni secondo cui avrei attaccato il memorandum o l'Amministrazione Trump sono false. Non esiste un solo elemento di prova che dimostri che io abbia agito contro l'amministrazione".

La frattura generazionale nel mondo conservatore


Le parole di Vance acquistano particolare rilievo perché provengono dall'uomo che molti considerano l'erede politico di Trump e che il presidente ha incaricato di negoziare la fine del conflitto. Veterano della guerra in Iraq, il vicepresidente, 41 anni, ha costruito la propria carriera proprio sull'opposizione alle "guerre infinite": nel 2023, quando era senatore, si schierò contro gli aiuti all'Ucraina e all'inizio di quest'anno ha sostenuto la via diplomatica con l'Iran, salvo poi allinearsi a Trump quando il presidente ha deciso di intervenire militarmente.

Dietro il nuovo scontro si intravede però una frattura più profonda nel campo conservatore. Il sostegno a Israele, per decenni considerato un caposaldo della politica repubblicana, viene ora sempre più contestato da una generazione più giovane, convinta che gli interessi israeliani non coincidano necessariamente con quelli americani. L'attivista conservatore Bob Vander Plaats descrive un vero divario generazionale: la Generazione Z guarda a Israele soprattutto attraverso una lente politica, mentre gli elettori più anziani continuano a farlo attraverso una lente biblica.

Anche sui media conservatori questa frattura è ben presente: Tucker Carlson denuncia da settimane quella che definisce "la guerra di Israele", Megyn Kelly ha avvertito il proprio pubblico che nessun americano dovrebbe morire per un Paese straniero e lo stesso Rogan, che aveva sostenuto Trump nel 2024, ha rotto pubblicamente con il presidente dopo la decisione di entrare in guerra contro l'Iran.

La crescente irritazione di Trump


Anche Trump ha manifestato una crescente insofferenza nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, accusandolo di aver continuato le operazioni militari di Israele in Libano permettere a rischio i negoziati. Vance, da parte sua, non si aspetta che questi negoziati seguano un percorso lineare: "Sarà tutto complicato, con molte interruzioni e altrettante ripartenze".

La sua conclusione, tuttavia, non lascia spazio ad alcuna ambiguità: "In questo momento Israele sta perdendo la battaglia per l'opinione pubblica negli Stati Uniti d'America. È un fatto semplice ed evidente". E i sondaggi più recenti sembrano dargli ragione: secondo il Pew Research Center, il 62% degli americani ha un'opinione sfavorevole del governo israeliano, contro il 32% che lo giudica positivamente. Un sondaggio Quinnipiac rileva inoltre che il 48% degli elettori ritiene che Washington sostenga eccessivamente Israele, la quota più alta registrata dal 2017. Nello stesso sondaggio appena il 20% esprime un giudizio favorevole su Netanyahu.

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Ein lesenswerter Artikel zum geplanten "Bürokratieabbau" im #Datenschutz von @roofjoke


Die schwarz-rote Koalition will nicht nur bei der Informationsfreiheit, sondern auch beim Datenschutz die Axt anlegen. Sie plant unter anderem pauschale Ausnahmen für kleine und mittelständische Unternehmen und will die Aufsicht zentralisieren. Kritik kommt von Datenschutzexpert:innen, Aufsichtsbehörden und Zivilgesellschaft.

netzpolitik.org/2026/reformpak…


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Die EU-Kommission will bald einen Gesetzentwurf für ein europäisches „Mindestalter“ vorlegen. Doch während die Frage nach dem „Ob“ von Alterskontrollen politisch entschieden scheint, ist die Frage nach dem grundrechtskompatiblen „Wie“ längst nicht beantwortet. Dabei gäbe es ganz andere Möglichkeiten, das Netz zu einem besseren Ort zu machen.

Kolumne von @sveawindwehr

netzpolitik.org/2026/geschicht…

in reply to netzpolitik.org

ich mag den ersten Satz.

"Die EU-Kommission will bald einen Gesetzentwurf für ein europäisches „Mindestalter“ vorlegen."

ich mag ihn weil er nicht sagt wofür ein Mindestalter gelten soll (wir alle wissen wofür aber trotzdem).

Ich mag ihn weil ich dieser EU entgegen aller Gesetzlichkeiten zutrauen würde ein Mindestalter für die reine öffentliche Existenz zu definieren.

Sorry, am Leben teilnehmen darfst du erst mit 14. (geringfügig geschäftsfähig!). Vorher kostest du nur Geld und das können wir uns nicht leisten. Deswegen verbieten wir das jetzt. Zurück in die Stasiskammer mit dir, unwertes Leben das du bist!

Bald auch in einer Dystopie in Ihrer Nähe erhältlich.

🙃

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🧐 Looking for a deeper dive into the digital elements of the EU's new Deportation Regulation?

The latest Protect Not Surveil Blog has all the answers 💡

From uninterrupted data sharing and surveillance-driven detention to seizure of electronic devices, our analysis takes a closer look at the most problematic provisions in the final text of the law.

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“Smantelleremo la Corte Penale Internazionale, mattone dopo mattone”: questa la dichiarazione di Marco Rubio, il Segretario di Stato USA.
Sarebbe da irresponsabili non prenderlo sul serio. Ne parlo nella mia newsletter che uscirà venerdì.

Per leggerla: substack.com/@marcocappato

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Come l'Iran ha trasformato una sconfitta militare in una vittoria strategica


Su War on the Rocks due esperti di sicurezza sostengono che Teheran ha preparato per vent'anni una guerra diversa: sopravvivere, imporre costi e negoziare da una posizione di forza

Diciannove settimane dopo l'inizio della guerra contro Stati Uniti e Israele, l'Iran detta le condizioni della pace. È la tesi di un'analisi pubblicata su War on the Rocks, sito americano specializzato in sicurezza nazionale, firmata da Pnina Shuker, ricercatrice del Jerusalem Institute for Security and Strategy, e da Andrew Milburn, ufficiale dei Marines in pensione con un passato nelle operazioni speciali. Secondo i due autori, Washington e Gerusalemme hanno combattuto una guerra fatta di potenza militare, mentre Teheran ne ha preparata per vent'anni un'altra, costruita attorno a un obiettivo più stretto: sopravvivere abbastanza a lungo da imporre costi crescenti agli avversari e trasformare la resistenza in leva negoziale.

Quando a giugno è stato firmato il memorandum d'intesa, il presidente Donald Trump ha dichiarato che l'accordo con l'Iran era "completo". La risposta di Teheran è stata continuare a colpire e imporre una sorta di pedaggio sulla rotta marittima più importante del mondo, mentre espandeva la sua influenza in Iraq. Il risultato è stato una tregua fragile durante la quale, scrivono gli autori, l'Iran ha negoziato da una posizione di forza maggiore di quella che aveva prima della guerra.

Il bilancio militare, riconoscono Shuker e Milburn, sembra una sconfitta netta per Teheran. La Guida suprema Ali Khamenei è stato ucciso nei primi attacchi, l'arsenale missilistico è sceso da circa 2.500 a 1.000-1.200 missili, i lanciatori funzionanti da 480 a un centinaio, la marina convenzionale ha cessato di esistere e le infrastrutture per l'arricchimento dell'uranio sono fuori uso. "Sulla carta" è stata una batosta, ammettono i due analisti, ma gli Stati Uniti e Israele volevano la resa dell'Iran e la caduta del regime, mentre Teheran voleva qualcosa di più limitato: sopravvivere. E ci è riuscito.

Nel 2005 il centro strategico delle Guardie rivoluzionarie, il corpo militare che affianca l'esercito regolare iraniano, aveva formalizzato la dottrina della "difesa a mosaico": una struttura di comando decentralizzata, pensata per sopravvivere proprio agli attacchi di decapitazione con cui questo conflitto si è aperto. "Abbiamo avuto due decenni per studiare le sconfitte dei militari americani subito a est e a ovest di noi. Abbiamo incorporato le lezioni di conseguenza", disse il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi all'inizio della campagna.

Lo Stretto di Hormuz, il passaggio da cui transita gran parte del petrolio mondiale, era il cuore della strategia iraniana. Secondo l'analisi, l'amministrazione americana ha sottovalutato la disponibilità di Teheran a chiudere lo stretto e avrebbe probabilmente potuto impedirne la chiusura se avesse posizionato navi nella zona fin dall'inizio. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu lo ha ammesso alla CBS: "C'è voluto un po' perché capissero quanto fosse grande quel rischio".

L'Iran non ha sfidato la superiorità aerea americana e israeliana, ma ha colpito i sistemi che la rendevano possibile: aerocisterne, radar, nodi di comunicazione e piattaforme di comando. I suoi droni e missili costavano poche migliaia di dollari l'uno, mentre gli intercettori usati per fermarli ne costavano milioni. Le salve prolungate hanno consumato scorte di intercettori che non potevano essere ricostituite in tempo. La distruzione della flotta convenzionale iraniana, aggiungono gli autori, ha risolto il problema sbagliato: la minaccia al traffico commerciale veniva da mine, missili, droni e piccole imbarcazioni d'attacco, come l'Ucraina aveva già dimostrato contro la Russia nel Mar Nero.

La flotta di petroliere iraniane è passata da circa 70 navi nel 2020 a quasi 550 nel 2025, un'infrastruttura costruita per aggirare le sanzioni e sostenuta dalle raffinerie cinesi, che da sole assorbivano circa il 90% delle vendite estere di petrolio iraniano e garantivano quasi metà del bilancio statale. Sul fronte dell'informazione il regime ha usato anche animazioni generate con l'intelligenza artificiale per costruire una narrativa di resilienza rivolta pure al pubblico americano: i sondaggi negli Stati Uniti mostravano poca voglia di un conflitto prolungato e una forte opposizione all'invio di truppe di terra.

Gli attacchi ai paesi del Golfo avevano un obiettivo politico: mostrare ai partner regionali di Washington che sostenere la campagna aveva un prezzo. Dopo il colpo al terminal petrolifero degli Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Arabia Saudita hanno chiuso il loro spazio aereo agli aerei militari americani. Il caso più chiaro, scrivono gli autori, è stato "Project Freedom", il piano di Trump per scortare le petroliere attraverso lo stretto: l'Arabia Saudita, citando la scarsa coerenza della strategia americana, ha rifiutato basi e spazio aereo nonostante l'intervento personale del presidente. Il piano è stato accantonato. Gli Emirati, che insieme ai sauditi hanno assorbito migliaia di colpi iraniani durante la guerra, sono usciti dall'OPEC e hanno minacciato di lasciare la Lega Araba. Dopo la fine dei combattimenti, Riad e Abu Dhabi hanno inviato delegazioni di condoglianze a Teheran per il funerale di Khamenei.

Il negoziato, secondo i due analisti, ha certificato il risultato. Washington è passata dalla richiesta di resa incondizionata ad accettare che la scorta di uranio arricchito resti in Iran, mentre Teheran ha indurito le sue posizioni, aggiungendo alle richieste di prima della guerra le riparazioni di guerra e il ritiro delle forze americane dalle aree vicine al Paese. La sequenza dell'accordo firmato questa settimana è la prova più chiara: prima che l'Iran debba sciogliere un solo nodo, dalla scorta nucleare al programma missilistico ai gruppi armati alleati, gli Stati Uniti tolgono il blocco navale, ritirano le forze, concedono deroghe alle sanzioni che sbloccano i ricavi petroliferi e rendono trasferibili i beni iraniani congelati. Solo a quel punto, secondo il testo stesso dell'intesa, partono i negoziati su tutto il resto.

I costi economici del conflitto dureranno oltre il cessate il fuoco. La lunga interruzione del traffico attraverso Hormuz ha fatto salire i prezzi dell'energia e ha bloccato i flussi di fertilizzanti, elio e plastiche da cui dipendono industrie e consumatori in tutto il mondo, Stati Uniti compresi, con conseguenze sui prezzi alimentari globali che potrebbero durare fino al 2027. Il petrolio Brent resta circa 20 dollari sopra i livelli di prima della guerra.

Per Israele il bilancio è ancora più duro. Non era parte dei colloqui e, secondo i suoi stessi funzionari, non aveva nemmeno visto il testo dell'accordo con cui dovrà convivere. Hizballah, colpito ma non distrutto, ottiene dai termini dell'intesa una protezione dagli attacchi israeliani e potrà essere riarmato con il sostegno iraniano, mentre il programma missilistico che Israele considera una minaccia esistenziale non viene toccato. I paesi del Golfo che Gerusalemme sperava di avvicinare hanno fatto l'opposto, mantenendo o approfondendo i rapporti con Teheran e allontanando l'ipotesi di allargare gli Accordi di Abramo, le intese di normalizzazione tra Israele e alcuni paesi arabi. Quando Netanyahu ha spinto per colpire Beirut mettendo a rischio l'accordo, Trump lo avrebbe chiamato per dirgli che senza la protezione americana "sarebbe in prigione".

L'Iran ha ottenuto ciò per cui combatteva, concludono Shuker e Milburn: il regime è intatto, il denaro in arrivo può ricostruire il programma nucleare e l'arsenale missilistico, la chiusura dello stretto resta una carta da giocare di nuovo se Teheran deciderà che Washington non rispetta i patti. Gli autori citano lo storico militare britannico Basil Liddell Hart, per cui l'obiettivo della guerra è ottenere una pace migliore: giudicata con questo metro, scrivono, la guerra non ha raggiunto il suo scopo né per gli Stati Uniti né per Israele. È finita, ma a condizioni scritte a Teheran.


L'Iran chiude lo Stretto di Hormuz e gli Stati Uniti lanciano il terzo attacco in una settimana


Gli Stati Uniti hanno lanciato nella serata americana di sabato, la notte in Italia, il terzo round di attacchi contro l'Iran in una settimana, dopo che le forze iraniane hanno colpito la GFS Galaxy, una nave portacontainer battente bandiera cipriota che attraversava lo Stretto di Hormuz. Poco prima dell'annuncio americano le Guardie rivoluzionarie iraniane avevano dichiarato chiuso lo stretto "fino a nuovo ordine", accusando gli Stati Uniti di interferire nel passaggio. Il Comando centrale americano (Centcom), che dirige le operazioni in Medio Oriente, ha detto di aver colpito circa 140 obiettivi militari iraniani, tra cui siti missilistici e di droni, depositi di munizioni e reti di comunicazione: in totale, i tre round di questa settimana hanno colpito più di 300 obiettivi.

Secondo Centcom un membro civile dell'equipaggio risulta disperso, mentre l'incendio a bordo e i gravi danni alla sala macchine hanno impedito alla nave di proseguire la navigazione. L'equipaggio ha abbandonato la nave e si trova su una scialuppa di salvataggio. L'Iran ha sostenuto di aver sparato un colpo di avvertimento dopo che "diverse navi hanno tentato di viaggiare lungo una rotta non approvata" ignorando le indicazioni di transitare nelle acque territoriali iraniane e ha avvertito che risponderà con forza a qualsiasi ritorsione americana.

L'Iran ha risposto ai nuovi bombardamenti lanciando missili balistici contro la base aerea Prince Hassan in Giordania e contro la base di Al-Udeid in Qatar: nella base giordana ha sostenuto di aver distrutto un centro di comando e alcuni hangar per droni. L'esercito regolare iraniano ha annunciato attacchi con droni contro una batteria di missili Patriot, un deposito di munizioni e un sito radar in Kuwait, oltre che contro impianti radar e di comunicazione americani in Bahrein. I media di stato iraniani hanno riferito anche di attacchi contro il porto di Duqm, in Oman, dove si trovano snodi logistici della marina americana. Il Qatar ha detto di aver intercettato i colpi diretti contro il suo territorio, mentre Emirati Arabi Uniti e Kuwait hanno riferito di attacchi con missili e droni in corso di intercettazione. In Iran la televisione di stato ha riferito di esplosioni lungo tutta la costa meridionale, dai poli energetici di Bushehr e Asalouyeh ai porti di Bandar Abbas e Jask.

"L'Iran ha fatto una pessima scelta. Ora paga", ha scritto sui social il segretario alla Difesa americano Pete Hegseth. Venerdì il presidente Trump aveva detto che il cessate il fuoco concordato a giugno "è finito", pur confermando che i colloqui con Teheran sarebbero proseguiti. In un post su Truth Social aveva poi minacciato di colpire l'Iran con "1.000 missili" già puntati nel caso in cui il regime tentasse di assassinarlo, aggiungendo che l'esercito americano è pronto da almeno un anno a "decimare e distruggere tutte le aree dell'Iran".

Dall'inizio della guerra l'Iran sostiene che le sue acque territoriali siano l'unica rotta percorribile attraverso lo Stretto di Hormuz, il passaggio da cui transita normalmente un quinto del petrolio mondiale. Per questo spara contro le navi che seguono il corridoio vicino alla costa dell'Oman, protetto dalla marina americana, mentre il centro dello stretto, dove le navi passavano prima della guerra, è considerato pericoloso per il rischio di mine posate dai militari iraniani. Il traffico giornaliero è crollato: giovedì lo hanno attraversato solo 22 navi, contro le oltre 130 al giorno di prima del conflitto, secondo la società di dati marittimi Kpler. Il Brent, il petrolio di riferimento internazionale, ha chiuso la settimana vicino ai 76 dollari al barile, circa il 5% sopra i livelli prebellici, comunque lontano dal picco di quasi 120 dollari toccato nelle fasi peggiori della guerra.

La settimana era iniziata con gli attacchi iraniani a tre navi commerciali nello stretto, tra cui una petroliera saudita e una nave qatariota che trasportava gas naturale liquefatto, attacchi che l'Iran non ha rivendicato. Gli Stati Uniti avevano risposto con due giorni di bombardamenti su più di 170 obiettivi militari iraniani, tra i più intensi dall'inizio della guerra: secondo il ministero della Salute iraniano almeno 17 persone sono state uccise e la televisione di stato ha identificato almeno otto dei morti come soldati. L'Iran aveva reagito lanciando missili e droni contro Kuwait, Bahrein e, per la prima volta dall'inizio della tregua, la Giordania. Washington aveva poi lanciato un ultimatum, chiedendo a Teheran di dichiarare pubblicamente aperti tutti i canali dello stretto e di impegnarsi a non sparare più contro le navi civili. Funzionari americani avevano raccontato che l'Iran aveva attribuito gli attacchi alle navi a un'unità fuori controllo delle Guardie rivoluzionarie.

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha incontrato sabato a Muscat il suo omologo dell'Oman per discutere del passaggio nello stretto, senza esiti chiari: i due paesi hanno concordato di proseguire i colloqui a livello tecnico e politico. L'Oman ha fatto circolare una proposta per amministrare lo stretto insieme all'Iran, con la possibilità di imporre commissioni sulle navi in transito. A poco più di tre settimane dall'accordo iniziale di pace, che prevedeva di negoziare un'intesa più ampia entro 60 giorni, lo stretto è diventato il principale punto di scontro tra i due paesi, mentre gli obiettivi dichiarati della guerra, a partire dallo smantellamento del programma nucleare iraniano, sono passati in secondo piano.

La nuova guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, ha promesso sabato di vendicare il padre e predecessore Ali Khamenei, ucciso alla fine di febbraio nell'attacco con cui Stati Uniti e Israele hanno aperto la guerra, definendo la vendetta un dovere "certo e innegabile". È la sua prima dichiarazione pubblica dopo il funerale del padre, durato una settimana e culminato giovedì con la sepoltura a Mashhad. Khamenei non appare in pubblico da quando è succeduto al padre all'inizio di marzo: secondo funzionari iraniani e israeliani sarebbe rimasto ferito nel primo giorno di guerra.


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Le sanzioni imposte dall’amministrazione Trump contro giudici e funzionari della Corte Penale Internazionale sono un attacco diretto all’indipendenza di un’istituzione nata per perseguire genocidi, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e crimine di aggressione, chiunque ne sia responsabile.

Di fronte a questa offensiva, l’Europa deve difendere concretamente la CPI, i suoi giudici e tutte le persone e organizzazioni che collaborano con essa, anche proteggendole dagli effetti delle sanzioni statunitensi.

Per questo Volt aderisce alla manifestazione promossa da Eumans e Non c’è Pace Senza Giustizia: in rappresentanza di Volt sarà presente anche Guido Silvestri, Presidente del Consiglio Strategico di Volt Europa in Italia.

📍 Roma, Piazzale Ugo La Malfa, accanto alla FAO
🗓 16 luglio, ore 18.00

Partecipa anche tu!

Perché nessuno Stato, nessun governo e nessun leader può essere al di sopra del diritto internazionale.

#CortePenaleInternazionale #GiustiziaInternazionale #DirittoInternazionale #DirittiUmani #DifendiamoLaCPI #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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#Überwachung erzeugt Angst und Abschreckung. Das ist im Kern zutiefst undemokratisch. Ein intensiver Text von @netzpolitik_feed.

"Gesichtserkennungssysteme sind kein Alleinstellungsmerkmal autoritärer Staaten. Die gleiche Infrastruktur existiert in Städten überall in Europa und darüber hinaus. Der Unterschied liegt – fürs Erste – im politischen Willen. In Georgien führt er dazu, dass Proteste unterdrückt und zum Schweigen gebracht werden.“

netzpolitik.org/2026/gefilmt-b…

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Die schwarz-rote Koalition will nicht nur bei der Informationsfreiheit, sondern auch beim Datenschutz die Axt anlegen. Ein bislang wenig beachteter Punkt des Reformpakets sieht pauschale Ausnahmen von der gesamten DSGVO für kleine und mittelständische Unternehmen vor - also fast alle Unternehmen in Deutschland.

Bericht mit Stimmen von @D64eV @digiges @datenschutzverein @bvd @lfdi und der Berliner Datenschutzbeauftragten

netzpolitik.org/2026/reformpak…

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Trump pronto ad accusare la Cina di interferenze elettorali nel suo discorso di stanotte


Secondo la CBS, il presidente intende accusare Pechino di aver compromesso i dati degli elettori e la CIA di avergli nascosto l’informazione nel primo mandato. La Casa Bianca non conferma.

Il discorso che Donald Trump terrà questa notte dovrebbe contenere accuse finora inedite di interferenze cinesi nelle elezioni americane del 2020. Lo riferisce CBS News. Secondo le fonti della rete televisiva americana, il presidente sosterrà che Pechino ha compromesso i dati degli elettori statunitensi e che la CIA ne era al corrente, senza però condividere l’informazione con lui durante il primo mandato.

Interpellata sul contenuto del discorso, la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha risposto: ”Come al solito, fonti anonime speculano su ciò che il presidente Trump dirà stanotte. La verità è che nessuno sa ancora cosa dirà, ed è per questo che tutti dovrebbero sintonizzarsi”.

Trump ha annunciato il suo discorso all’inizio della settimana rivelando pochi dettagli, ma ha lasciato chiaramente intendere che il tema centrale saranno proprio le elezioni del 2020. Il presidente sostiene da anni, senza fondamento, che lui abbia perso le elezioni del 2020 a causa di frodi diffuse.

Ad ascoltarlo stanotte in platea dovrebbero esserci diversi membri del suo gabinetto, tra cui i vertici di CIA, FBI, Office of the Director of National Intelligence e Dipartimento per la Sicurezza Interna.

Il ruolo cinese nelle elezioni 2020


Sul ruolo della Cina nelle presidenziali del 2020 l’intelligence americana si è però già espressa, con conclusioni piuttosto chiare. In un rapporto pubblicato all’inizio del 2021, il National Intelligence Council concluse con un alto grado di certezza che Pechino non aveva tentato di influenzare l’esito del voto, ritenendo che né una vittoria di Biden né una di Trump fosse “abbastanza vantaggiosa per la Cina da rischiare di essere colta a interferire“. Le agenzie di intelligence stabilirono inoltre che la Cina non interferì né con le infrastrutture elettorali né con il conteggio dei voti.

Nello stesso documento il responsabile dell’intelligence per il cyberspazio espresse però una posizione diversa: riteneva, con moderata certezza, che la Cina avesse cercato di indebolire la corsa alla rielezione di Trump, soprattutto attraverso i social media e le dichiarazioni ufficiali. Anche lui concordava, tuttavia, sul fatto che il regime cinese non avesse interferito con i processi elettorali americani.

In un rapporto separato dell’aprile 2020, declassificato nel 2022 ma in gran parte oscurato, lo stesso ufficio rilevò che l’intelligence cinese aveva “analizzato i dati di registrazione degli elettori di più Stati americani“, con l’obiettivo di condurre analisi dell’opinione pubblica in vista del voto.

Il documento non spiegava come la Cina fosse riuscita ad ottenere quei dati, né quanto fossero sensibili, ma in molti Stati una parte delle informazioni sugli elettori registrati è pubblica. Le sezioni non oscurate del documento non contengono però alcuna accusa a Pechino di aver manipolato i dati o interferito con le procedure di voto.

Il rapporto del 2021 attribuiva invece alla Russia tentativi di denigrare la campagna di Biden e all’Iran azioni contro quella di Trump, senza però affermare che nessuno dei due Paesi avesse attaccato direttamente le infrastrutture elettorali. Nessun attore straniero, concludeva il documento, aveva tentato di alterare registrazioni al voto, operazioni di voto o conteggio dei voti: per l’intelligence, una manipolazione su larga scala sarebbe stata facilmente rilevata dai sistemi di sorveglianza fisica e informatica sui seggi e dagli audit post-elettorali.

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☕ CYBERBRIEFING — Giovedì 16 luglio 2026

👉 Leggi tutti gli aggiornamenti delle ultime 24 ore:
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#newsletter #cybersecurity
@informatica

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EDRi-gram, 16 July 2026


What has the EDRi network been up to over the past few weeks? Find out the latest digital rights news in our bi-weekly newsletter. In this edition: Turning up the heat – Commission backs social media bans, Apple held accountable, summer to-dos, & more!

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The digital rulebook is fit for purpose: better enforcement is needed, not simplification


EDRi responded to the European Commission’s consultation on the Digital Fitness Check, emphasising the importance of the rights-based digital framework developed over the years. Rather than simplifying people's rights protections, it should focus on stronger enforcement and closing gaps. Only in this way, the EU can continue to lead in building a digital environment that works for people, democracy and innovation alike.

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Hadopi law (2009–2026)


The French Administrative Supreme Court ruled in favour of La Quadrature du Net, French Data Network (FDN), Franciliens.net and Fédération FDN by recognising that the Hadopi law’s surveillance system that aims to combat illegal files sharing breaches fundamental rights protected by the European Union. The government has been ordered to repeal the key provisions of this decree. It is now up to the government to acknowledge the end of this law and finally accept that the non-commercial sharing of culture online must not be criminalised.

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The Digital Omnibus is going on summer break. Your rights are not.


In November 2025, the European Commission presented the Digital Omnibus as a simplification package for EU digital rules. Since then, the AI Omnibus has been adopted, weakening the AI Act before key safeguards fully apply. The Data Omnibus is still moving through the Council and European Parliament, covering the Data Acquis, GDPR and ePrivacy rules. Decisions on it will be waiting after summer, with the same basic problem: a deregulation agenda sold as simplification, with weak evidence, rushed process and real risks for people.

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Proposed Europol reform dangerously erodes privacy, automates surveillance, and sidelines oversight


Third reform in six years allocates €3 billion to controversial EU policing agency with the capacities to place everyone under surveillance.

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Bastian’s Night #485 July, 16th


Every Thursday of the week, Bastian’s Night is broadcast from 21:30 CEST/DST.

Bastian’s Night is a live talk show in German with lots of music, a weekly round-up of news from around the world, and a glimpse into the host’s crazy week in the pirate movement.


If you want to read more about @BastianBB: –> This way


piratesonair.net/bastians-nigh…

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Biden annuncia il memoir sulla sua presidenza, in uscita dopo le midterm


"Promise Me, America" esce il 17 novembre e racconta la pandemia, le guerre e la scelta di ricandidarsi e poi ritirarsi. Tra i democratici c'è chi teme un ritorno di attenzione sull'ex presidente

L'ex presidente Joe Biden ha annunciato mercoledì 15 luglio, con un video sui social, la pubblicazione di un libro di memorie sui suoi quattro anni alla Casa Bianca. Il volume si intitola "Promise Me, America" e uscirà il 17 novembre, due settimane dopo le elezioni di metà mandato ("midterm") con cui si rinnova il Congresso.

Nel video Biden ha detto che il libro parla "delle sfide che abbiamo affrontato come nazione" e "delle decisioni che ho preso e del perché le ho prese": la risposta alla pandemia di Covid-19, l'economia, le guerre in Afghanistan e in Ucraina e il ripristino della democrazia dopo l'assalto al Congresso dei sostenitori di Donald Trump del 6 gennaio 2021. L'ex presidente ha aggiunto che il libro spiegherà "perché ho scelto di candidarmi alla rielezione e perché ho scelto di farmi da parte".

La casa editrice Little, Brown and Company ha detto all'Associated Press che Biden è stato aiutato da una piccola squadra editoriale, come quasi tutti i suoi predecessori, e che farà un tour promozionale con interviste. L'editore non ha rivelato i dettagli economici dell'accordo, anche se i contratti per i memoir presidenziali valgono di solito almeno sette cifre. Dai tempi di Harry Truman, negli anni Cinquanta, quasi tutti i presidenti americani hanno pubblicato un libro sui loro anni alla Casa Bianca.

I’ve written a book about my time as President. It’s called PROMISE ME, AMERICA. It’s coming out November 17th and is available for preorder now. t.co/uMINr9efxS@littlebrown pic.twitter.com/yzWfZyD31A
— Joe Biden (@JoeBiden) July 15, 2026


Il partito democratico resta diviso sull'eredità di Biden e molti attribuiscono alla sua ostinazione a cercare un secondo mandato il ritorno alla Casa Bianca del presidente Trump. I vertici del partito vogliono che la campagna per le midterm, in cui puntano a riconquistare il controllo del Congresso, resti concentrata su Trump e sul suo operato e temono che eventuali anticipazioni o iniziative promozionali prima del voto riportino l'attenzione sull'ex presidente.

Biden aveva rivelato per errore l'esistenza del libro il mese scorso, durante una tappa del tour promozionale del memoir della moglie Jill, dicendo al pubblico che sarebbe uscito a settembre. L'episodio aveva creato malumori tra i democratici, che da mesi cercano di voltare pagina rispetto all'ex presidente.

Biden, che compirà 84 anni tre giorni dopo l'uscita del libro, si ritirò dalla corsa presidenziale nell'estate del 2024, dopo la pessima prova nel dibattito televisivo di giugno contro Trump che fece crollare i suoi consensi e sollevò dubbi sulla sua lucidità. Al suo posto corse la vicepresidente Kamala Harris, che perse nettamente. Harris ha poi definito "avventatezza" aver lasciato che Biden decidesse da solo se ricandidarsi.

La salute di Biden, il più anziano presidente della storia americana, è stata oggetto di speculazioni per gran parte del mandato e lui e i suoi consiglieri sono stati accusati sia da democratici sia da repubblicani di averne nascosto i problemi. La moglie Jill, nel suo memoir "View from the East Wing" pubblicato a giugno, ha scritto che durante il dibattito il marito le sembrò così debole e disorientato da farle temere un ictus, mentre la Casa Bianca aveva inizialmente parlato di un raffreddore. Nel 2025 era uscito "Original Sin" dei giornalisti Jake Tapper e Alex Thompson, dedicato al declino dell'allora presidente e a come venne tenuto nascosto.

Lindy Li, ex responsabile della raccolta fondi del partito democratico, ha detto a Fox News che il libro riaprirà ferite che i democratici faticano a superare dalla sconfitta del 2024 e rilancerà la domanda sul perché a Biden non fu chiesto di farsi da parte prima.

Nel video Biden ha detto di passare molto tempo con la famiglia e di essere in cura per il cancro alla prostata che gli è stato diagnosticato nel 2025: "sta andando davvero bene", ha detto. Il titolo del nuovo libro richiama "Promise Me, Dad", il memoir del 2017 dedicato al figlio Beau, morto di tumore al cervello, mentre il primo libro, "Promises to Keep", era uscito per sostenere la sua candidatura presidenziale del 2008. Negli ultimi mesi il figlio Hunter, che a inizio luglio ha vinto una causa per diffamazione, è diventato un difensore attivo dell'eredità della famiglia sui social e nei podcast.


Il figlio di Biden vince 1,7 milioni di dollari in una causa per diffamazione


Un giudice federale ha condannato venerdì Patrick Byrne, ex amministratore delegato di Overstock.com, un sito americano di commercio elettronico, a pagare 1,7 milioni di dollari di danni punitivi a Hunter Biden per averlo diffamato. Byrne, alleato del presidente Trump che negò la vittoria di Joe Biden alle elezioni del 2020 e finanziò i tentativi di ribaltarne il risultato, aveva accusato il figlio dell'ex presidente di aver chiesto all'Iran una tangente da 800 milioni di dollari, senza mai riuscire a sostenere la sua versione in tribunale.

Byrne aveva raccontato in un'intervista che nell'autunno del 2021 Hunter Biden avrebbe offerto all'Iran, in cambio di 800 milioni di dollari, di convincere il padre, allora presidente, a sbloccare 8 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati e a mostrarsi accomodante nei negoziati sul nucleare tra i due paesi. Hunter Biden lo ha citato in giudizio per diffamazione nel 2023, sostenendo che Byrne avesse diffuso e ripetuto quelle affermazioni sapendo che erano false, con lo scopo di sottoporlo a molestie e intimidazioni.

Il giudice distrettuale Stephen Wilson, nominato durante la presidenza di Ronald Reagan, ha scritto nella sua ordinanza che Byrne si era difeso dicendo di ritenere vera la storia perché gliel'aveva raccontata un funzionario del governo iraniano. Ma quel funzionario non aveva mai sostenuto di aver avuto contatti diretti con Hunter Biden e Byrne non ha mai fornito al tribunale alcuna prova documentale che potesse rendere credibile il racconto. Nel corso della causa, ha aggiunto il giudice, sono emerse "ampie prove" che Byrne sapesse che la storia era falsa e che gran parte del racconto sull'incontro segreto con il funzionario iraniano fosse inventata.

Il processo con giuria era fissato per ottobre, ma Byrne non si è presentato in aula e ha licenziato il suo principale avvocato, ritardando il procedimento a spese di Hunter Biden e del tribunale. Il giudice lo ha quindi dichiarato sconfitto a tavolino, una sanzione prevista dal diritto americano per chi disobbedisce ripetutamente agli ordini della corte.

Nella decisione di venerdì Wilson ha scritto che "le prove sono chiare e convincenti" che Byrne "ha compiuto una falsificazione intenzionale con cosciente disprezzo" dei diritti di Hunter Biden e che la sua diffamazione "è andata ben oltre la semplice negligenza". Byrne aveva continuato ad amplificare le accuse anche dopo l'avvio della causa e aveva incoraggiato i suoi follower sui social a diffonderle. Il giudice ha riconosciuto a Hunter Biden 1 dollaro di danni simbolici, come richiesto dallo stesso Biden, oltre a 1,7 milioni di danni punitivi. Ha inoltre ordinato a Byrne di pagare entro due settimane circa 35 mila dollari di sanzioni già imposte in precedenza, con una penale di mille dollari per ogni giorno di ritardo.

"I danni punitivi da 1,7 milioni di dollari sono il minimo, non il massimo, di quanto Byrne deve per la sua condotta", ha detto al Guardian Bryan Sullivan, avvocato di Hunter Biden, secondo cui Byrne aveva di fatto accusato il suo cliente di "tradimento" e ora un giudice ha stabilito che ogni singola accusa era inventata. "Se Byrne sceglierà di ripetere una qualsiasi di quelle affermazioni, torneremo in tribunale", ha aggiunto.

Byrne si era dimesso da amministratore delegato di Overstock.com nel 2019, dopo la diffusione di notizie su una sua relazione con Maria Butina, condannata negli Stati Uniti come spia russa.

La sentenza arriva mentre Hunter Biden si sta costruendo un seguito online con post sui social dedicati a politica, salute mentale e recupero dalle dipendenze, a cui si aggiunge l'annuncio di una serie di saggi sulla piattaforma Substack. Negli ultimi giorni della sua presidenza il padre gli aveva concesso la grazia per le condanne federali per possesso di armi e reati fiscali.


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La rassegna stampa di giovedì 16 luglio 2026


L'Amministrazione impone dazi al 25% sul Brasile e torna a bloccare i porti iraniani, mentre l'Iran libera una detenuta americana. Alla Camera quasi metà dei democratici vota per tagliare gli aiuti a Israele e si complica l'audizione del candidato procuratore generale

Questa è la rassegna stampa di giovedì 16 luglio 2026

Gli Stati Uniti impongono dazi al 25% su alcuni prodotti brasiliani


L'Amministrazione Trump ha annunciato l'introduzione di un dazio del 25% su alcuni prodotti importati dal Brasile, al termine di un'indagine durata un anno delle autorità commerciali statunitensi su presunte pratiche commerciali sleali. La misura, in vigore dal 22 luglio, sostituisce dazi precedenti bocciati dalla Corte Suprema e si inserisce in un progressivo deterioramento dei rapporti tra Washington e Brasilia, alla vigilia delle elezioni presidenziali sudamericane.

Fonti: The New York Times, The Wall Street Journal, Financial Times

Gli Stati Uniti tornano a bloccare i porti iraniani e colpiscono una petroliera


Dopo il collasso del cessate il fuoco, il presidente Trump ha ordinato alla Marina di ripristinare il blocco navale nello Stretto di Hormuz e ha autorizzato nuovi attacchi contro obiettivi iraniani. Un caccia statunitense ha disabilitato una petroliera diretta verso un porto iraniano, primo episodio dalla reintroduzione del blocco. L'escalation alimenta i timori per le forniture globali di petrolio.

Fonti: The New York Times, Bloomberg, The Hill

L'Iran libera una cittadina americana come gesto di buona volontà


Trump ha annunciato che l'Iran ha rilasciato una donna con doppia cittadinanza iraniana e statunitense, detenuta dal dicembre 2024 e accusata di spionaggio. La donna, identificata come Dena Karari, si trova ora al sicuro fuori dal Paese. Il rilascio arriva mentre l'Amministrazione valuta di intensificare gli attacchi militari contro Teheran.

Fonti: Axios, The New York Times, The Hill

Quasi metà dei democratici alla Camera vota per tagliare gli aiuti a Israele


Più di 100 deputati democratici, tra cui l'ex presidente della Camera Nancy Pelosi, hanno votato a favore di un emendamento che avrebbe eliminato oltre 3 miliardi di dollari di finanziamenti militari a Israele. La misura, proposta dal repubblicano Thomas Massie, è stata respinta, ma il livello di sostegno rivela una netta spaccatura interna al partito sul sostegno allo Stato ebraico.

Fonti: The Wall Street Journal, Bloomberg, Financial Times

Il New York Times si oppone ai mandati di comparizione contro i suoi giornalisti


Il New York Times ha presentato un'istanza per annullare i mandati di comparizione con cui l'Amministrazione punta a costringere i suoi cronisti a testimoniare davanti a un gran giurì. I mandati fanno parte di un'indagine sulle fughe di notizie relative al nuovo Air Force One donato dal Qatar. Il giornale ha definito le richieste abusive, denunciando un rischio per la libertà di stampa.

Fonti: The New York Times, The Hill, Bloomberg

Audizione difficile per Todd Blanche, il candidato di Trump alla guida del Dipartimento di Giustizia


L'audizione di conferma di Todd Blanche, ex avvocato personale di Trump scelto come procuratore generale, si è rivelata accidentata: senatori democratici e alcuni repubblicani lo hanno incalzato sulla sua imparzialità e sui rapporti con il presidente. Blanche ha evitato di rispondere con chiarezza su temi come la presenza di agenti federali ai seggi. Anche un solo voto contrario repubblicano potrebbe bloccarne la nomina.

Fonti: NPR, The Hill, Financial Times

La Sicurezza interna sospende i fermi dell'ICE, poi Trump annulla la decisione


Il segretario alla Sicurezza interna Markwayne Mullin e il direttore facente funzione dell'ICE avevano deciso di sospendere la maggior parte dei fermi dei veicoli da parte degli agenti dell'immigrazione, senza però informare il presidente, che ha poi annullato la scelta. Nel frattempo quasi 200 deputati democratici chiedono un'inchiesta indipendente sulle morti avvenute durante le operazioni dell'ICE, dopo una serie di episodi mortali.

Fonti: The Wall Street Journal, The Hill, Axios

Vance non convince i repubblicani sul nuovo pacchetto di bilancio


Il vicepresidente JD Vance ha incontrato i deputati repubblicani per sostenere il pacchetto di riconciliazione da 95 miliardi di dollari promosso dallo speaker Mike Johnson, ma non è riuscito a placare i malumori interni. Diversi conservatori contestano l'assenza di coperture di spesa e i contenuti della legge elettorale simbolo del partito, il SAVE America Act. Con una maggioranza risicata, poche defezioni basterebbero ad affondare la misura, attesa al voto la prossima settimana.

Fonti: Axios

Il fumo degli incendi canadesi e un'ondata di calore avvolgono il Nordest


Il fumo degli incendi che divampano in Canada si è esteso sul Nordest e sul Midwest degli Stati Uniti, peggiorando la qualità dell'aria in diverse aree. Una cupola di calore sta intanto spingendo le temperature a livelli particolarmente elevati, contribuendo anche a sospingere il fumo verso est. Le condizioni sono destinate a peggiorare in Maryland, a Washington e in Virginia.

Fonti: The Wall Street Journal, The New York Times, The Hill

Cresce il focolaio di Cyclospora negli Stati Uniti


Le autorità sanitarie statunitensi indagano su quasi 7.000 casi di ciclosporiasi, un'infezione intestinale causata da un parassita che ha colpito migliaia di persone nel Paese. I Centri per il controllo delle malattie stanno cercando di risalire alla fonte alimentare del contagio. Gli esperti raccomandano attenzione nella gestione e nel lavaggio degli alimenti.

Fonti: The New York Times, The Hill

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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