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Rubio chiama a raccolta più di 60 paesi contro l'antifa, ma gli alleati si sfilano


Rubio ha invitato i ministri di oltre 60 paesi a una riunione sul terrorismo di estrema sinistra. Diplomatici ed esperti la considerano una minaccia gonfiata a fini politici.

Il segretario di Stato Marco Rubio, il capo della diplomazia americana, ha invitato i ministri di più di 60 paesi a una riunione a Washington la prossima settimana per discutere quella che l'amministrazione Trump considera un grave pericolo: il risorgere del terrorismo transnazionale di estrema sinistra. Lo ha rivelato il Washington Post, sulla base di documenti che ha potuto visionare. L'iniziativa ha lasciato freddi molti alleati e allarmato una parte degli stessi funzionari americani.

La riunione ha suscitato preoccupazione tra i funzionari statunitensi, di carriera e di nomina politica, tra alcuni alleati europei e tra analisti indipendenti che non vedono la minaccia negli stessi termini. Diversi funzionari temono che l'iniziativa faccia parte di un tentativo di usare i potenti strumenti dell'antiterrorismo contro attivisti americani considerati estremisti di sinistra. Alcuni hanno deciso di non presentarsi all'incontro, in programma il 16 luglio al Dipartimento di Stato.

Con "antifa", abbreviazione di "anti-fascista", si indica un movimento decentralizzato senza una struttura di comando né un leader, che raccoglie posizioni per lo più di sinistra, dall'anarchismo al comunismo. A differenza dei gruppi radicali degli anni Sessanta e Settanta, non pubblica manifesti né rivendica le proprie azioni. L'autunno scorso il presidente Donald Trump lo ha bollato come "organizzazione terroristica domestica" con un ordine esecutivo, un'etichetta che secondo gli esperti non ha alcun valore legale. Trump firmò l'ordine dopo l'uccisione dell'attivista conservatore Charlie Kirk, la cui capacità di mobilitare il voto giovanile lo aveva aiutato a tornare alla Casa Bianca.

Il responsabile dell'antiterrorismo dell'amministrazione, Sebastian Gorka, ha discusso con i colleghi la possibilità di applicare all'antifa le etichette usate per il terrorismo straniero, così da poter agire contro gli americani legati al movimento. Un collegamento con gruppi terroristici stranieri, ha spiegato un funzionario, può sbloccare strumenti investigativi come la sorveglianza. Ottenere quella classificazione sarebbe però difficile, perché la legge americana richiede che un gruppo sia straniero per finire nella lista delle organizzazioni terroristiche. "Se ha una presenza interna significativa, non può essere designato", ha detto Jason Blazakis, che ha guidato per dieci anni il processo di designazione del Dipartimento di Stato prima di lasciarlo nel 2018.

Il mese scorso diversi membri di quella che i procuratori hanno chiamato una "cellula antifa" hanno ricevuto lunghe pene per una protesta dell'estate precedente davanti a una struttura dell'ICE, l'agenzia federale per l'immigrazione, in Texas, durante la quale era stato ferito un agente di polizia. Uno degli imputati, riconosciuto colpevole di tentato omicidio, è stato condannato a 100 anni; gli altri hanno avuto pene tra i 30 e i 70 anni.

Alcuni funzionari della stessa amministrazione temono che una futura presidenza democratica possa un giorno rivolgere la stessa tattica contro gli attivisti conservatori, citando come esempio il governatore della California Gavin Newsom, dato tra i favoriti per la Casa Bianca nel 2028.

La Casa Bianca respinge questa lettura. Un suo funzionario ha detto che le preoccupazioni interne non rappresentano il sentimento prevalente e ha accusato i democratici di avere già usato come arma gli strumenti della sicurezza nazionale contro gli avversari conservatori, richiamando la strategia antiterrorismo di maggio, in cui il governo promette di non piegare quei poteri a scopi di parte. Tra i sostenitori della linea dura c'è il vice capo di gabinetto Stephen Miller, che l'autunno scorso si era detto favorevole a classificare l'antifa come organizzazione terroristica straniera, sostenendo che "ci sono estesi legami stranieri".

Diversi esperti di terrorismo ritengono che questa impostazione gonfi la minaccia della sinistra radicale e trascuri il quadro più ampio. "Questa è la politicizzazione dell'intelligence, ed è pericolosa, perché stanno facendo politica di parte con l'antiterrorismo guardando solo a una fetta della minaccia complessiva", ha detto al Washington Post Colin Clarke, direttore esecutivo del Soufan Center, un centro di ricerca sulla sicurezza. Bruce Hoffman, esperto di antiterrorismo del Council on Foreign Relations, il principale centro studi di politica estera americano, ha ricordato che finora la violenza estremista di sinistra è stata in genere meno letale di altre forme di terrorismo e che le minacce vanno individuate in modo obiettivo, "non politicamente selettivo". Il disagio dentro le agenzie è tale che alcuni analisti si sono rifiutati di tenere briefing sull'antifa, non considerandola una seria minaccia.

All'estero l'accoglienza è ancora più fredda. Diversi diplomatici stranieri hanno mostrato sconcerto per l'invito di Rubio, per i suoi obiettivi vaghi e per il brevissimo preavviso. Molti ministri degli Esteri o dell'Interno difficilmente si presenteranno. Alcuni governi non capiscono nemmeno perché siano stati coinvolti, visto che nei loro paesi un fenomeno come l'antifa non esiste.

Non è il primo tentativo andato a vuoto. A fine maggio una riunione all'Aia con funzionari soprattutto europei si era chiusa con un nulla di fatto, dopo che i Paesi Bassi avevano rifiutato di co-ospitarla. A metà giugno il Dipartimento di Stato aveva scritto a più di venti ambasciate americane, dall'Argentina all'Italia, per chiedere informazioni sui gruppi di estrema sinistra, ma nessuna aveva condiviso la valutazione dell'amministrazione.

A novembre il Dipartimento di Stato aveva già inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche straniere quattro gruppi europei, tra cui una formazione tedesca che si fa chiamare Antifa Ost, due gruppi in Grecia e uno in Italia. Gli esperti avevano accolto la decisione con scetticismo. "Sono casi molto particolari. Quei gruppi hanno commesso atti di vandalismo, hanno fatto del male a delle persone, ma non hanno una sola vittima a loro carico", ha detto Blazakis, oggi docente al Middlebury Institute. Anche le autorità tedesche avevano ridimensionato il pericolo. La maggior parte dei governi europei ha rifiutato di etichettare l'antifa come organizzazione terroristica: nei Paesi Bassi il governo di centro-destra ha respinto una mozione in questo senso, perché non c'erano prove che si trattasse di un'organizzazione e non di un movimento privo di forma.

La strategia antiterrorismo dell'amministrazione, diffusa a maggio, chiede di identificare e neutralizzare i gruppi politici la cui ideologia viene definita anti-americana, radicalmente favorevole alle persone transgender e anarchica. Non nomina più, invece, i gruppi neonazisti con posizioni anti-occidentali che la strategia del primo mandato di Trump, nel 2018, includeva. Lo stesso presidente in passato aveva già attribuito all'antifa le proteste contro di lui, comprese quelle del 2020 dopo l'uccisione di George Floyd; più tardi ha graziato Enrique Tarrio, l'ex leader della milizia di estrema destra dei Proud Boys, condannato per cospirazione sediziosa per il suo ruolo nell'assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. Molti funzionari americani temono che la nuova iniziativa serva soprattutto a colpire il dissenso interno, proprio mentre il presidente rilancia la minaccia della sinistra radicale in vista delle elezioni di metà mandato.

"Se dovessi mettere in ordine le priorità, i terroristi di sinistra non sarebbero tra i primi tre", ha detto Clarke.


Trump agita la "minaccia comunista" perché non ha più carte da giocare


Trump è tornato ad accusare i democratici di comunismo perché non ha più argomenti da spendere in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. È la tesi di Robert Reich, ex segretario al Lavoro degli Stati Uniti e professore emerito di politiche pubbliche all'Università della California a Berkeley, in un articolo pubblicato sul Guardian.

Secondo Reich, il presidente non può puntare sull'economia, perché i prezzi continuano a crescere più in fretta dei salari e la maggior parte degli americani si sta impoverendo. Non può puntare sulla politica estera, perché per l'autore la guerra in Iran è stata una debacle, i dazi un fallimento e la promessa di chiudere la guerra in Ucraina "il primo giorno" non è stata mantenuta. Non può puntare nemmeno sull'immigrazione, perché le retate e le espulsioni di massa sono diventate impopolari. Rimasto senza altri temi, scrive Reich, Trump ricorre al più vecchio dei luoghi comuni della destra americana: accusare i democratici, soprattutto la nuova generazione di giovani politici in ascesa, di essere comunisti.

Midterm 2026 — un’arma vecchia di ottant’anni
La nuova caccia ai «rossi» non spaventa più l’America

Rimasto senza argomenti su economia, politica estera e immigrazione, Trump accusa di comunismo la nuova generazione di democratici. Ma l’etichetta ha perso la sua forza: nella Gen Z il socialismo è visto con più favore del capitalismo.
Grafica di FocusAmerica Luglio 2026

Gen Z (18–29 anni) — quota di giudizi favorevoli

Socialismo
53%

vs

Capitalismo
45%

L’etichetta che Trump usa contro i nuovi democratici
Il sistema che, per Reich, ha deluso i più giovani

Sondaggio Cato Institute / Morning Consult, giugno 2026

Nella stessa fascia d’età perfino il «comunismo» divide quasi a metà: 38% favorevole contro il 36% contrario.

Quattro chiavi di lettura
1Perché solo ora 2Il precedente 3Le etichette della Gen Z 4La vera paura

Una strategia per esclusione
Per Robert Reich, ex segretario al Lavoro degli Stati Uniti, Trump agita lo spettro comunista perché gli altri temi della campagna si sono esauriti.

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EconomiaFronte chiuso
I prezzi crescono più in fretta dei salari e la maggior parte degli americani si sta impoverendo.

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Politica esteraFronte chiuso
La guerra in Iran si è rivelata una debacle, i dazi un fallimento e la promessa di chiudere la guerra in Ucraina «il primo giorno» non è stata mantenuta.

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ImmigrazioneFronte chiuso
Le retate e le espulsioni di massa sono diventate impopolari.

Resta un solo argomento ↓

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L’accusa di comunismoUnica carta
Rivolta ai democratici emergenti come Zohran Mamdani e Alexandria Ocasio-Cortez, popolari perché sfidano le grandi aziende e la corruzione della politica.

«Puoi essere un comunista o puoi essere un patriota. Non puoi essere entrambe le cose.»Donald Trump — Mount Rushmore, 3 luglio 2026

Dal maccartismo a Trump, il filo di Roy Cohn
L’accusa di comunismo fu l’arma repubblicana contro il New Deal. Tocca le tappe per esplorare la parabola: dal trionfo del 1946 al crollo del 1954, fino a oggi.

1946
Le midterm presentate come «battaglia tra repubblicanesimo e comunismo»

I repubblicani conquistano entrambe le camere del Congresso. Il Wisconsin manda Joe McCarthy al Senato e la California elegge alla Camera un giovane Richard Nixon.

1950
McCarthy lancia la caccia alle streghe

Il senatore del Wisconsin costringe i cittadini a «fare i nomi» di presunti sovversivi: le accuse rovinano migliaia di carriere.

1953
Giustiziati i coniugi Rosenberg, condannati per spionaggio

L’accusa è costruita dall’avvocato Roy Cohn, poi principale consulente legale di McCarthy e, decenni dopo, mentore di Donald Trump.

1954
«Non ha nemmeno un senso di decenza?»

Nelle udienze televisive contro l’esercito, la domanda dell’avvocato Joseph Welch fa crollare la popolarità di McCarthy: censurato dal Senato, morirà di alcolismo a 48 anni.

2026
Trump rilancia l’allarme comunista al Mount Rushmore

Aprendo le celebrazioni per i 250 anni degli Stati Uniti, il presidente avverte di una «recrudescenza della minaccia comunista» e prende di mira i nuovi democratici.

Per la Gen Z il socialismo batte il capitalismo
Quota di giudizi favorevoli per ciascuna etichetta: tra i 18–29enni il socialismo supera il capitalismo, e perfino il comunismo non è più un tabù.

Gen Z (18–29 anni) Tutti gli adulti

Socialismo
Gen Z53%
Tutti37%

Capitalismo
Gen Z45%
Tutti52%

Comunismo
Gen Z38%
Tutti21%

Cato Institute / Morning Consult, 25–26 giugno 2026 — 2.253 adulti statunitensi

Anche nei campus il vento è cambiato
Tra gli studenti universitari il 67% associa alla parola «socialismo» un giudizio positivo o neutro; per «capitalismo» la quota si ferma al 40%.
Socialismo67%
Capitalismo40%
Axios – Generation Lab, ottobre 2025 — 1.574 studenti universitari

La paura vera non è il comunismo
Quando pensano al futuro del paese, gli americani temono soprattutto la corruzione e gli abusi di potere ai vertici del governo.

56%
degli americani teme che gli Stati Uniti possano smettere di essere un paese libero entro i prossimi 50 anni.

0100%

Una paura bipartisan
Democratici65%
Repubblicani54%

«Trump non si cura né del capitalismo né del comunismo: la sua unica convinzione salda è nell’antica ideologia chiamata narcisismo.»Robert Reich — The Guardian

FonteRobert Reich, The Guardian; Cato Institute / Morning Consult (25–26 giugno 2026, 2.253 adulti); Axios – Generation Lab (ottobre 2025, 1.574 studenti universitari).
NotaI giudizi «favorevoli» indicano la quota di intervistati con un’opinione positiva dell’etichetta; nel sondaggio Axios la quota comprende anche i giudizi neutri.

Venerdì il presidente ha aperto le celebrazioni per i 250 anni degli Stati Uniti con un discorso al Mount Rushmore in cui ha avvertito di una "recrudescenza della minaccia comunista nella nostra terra, anche da parte di nuovi arrivati nel nostro paese che abbracciano idee totalmente opposte al nostro stile di vita". "Puoi essere un comunista o puoi essere un patriota. Non puoi essere entrambe le cose", ha detto Trump.

Da anni, ricorda Reich, il presidente prova a spaventare gli americani parlando dei democratici che propongono l'assistenza sanitaria pubblica per tutti, gli asili universali, l'università pubblica gratuita e tasse più alte sui super ricchi per finanziarle. Senza successo, secondo l'autore, perché la maggioranza degli americani sostiene queste proposte.

L'accusa di comunismo, ricostruisce Reich, fu l'arma usata dopo le due guerre mondiali per colpire la sinistra americana, con cacce alle streghe che rovinarono molte carriere. Negli anni Cinquanta rese famoso il senatore del Wisconsin Joe McCarthy, che costringeva i cittadini a "fare i nomi" di presunti sovversivi. Il maccartismo, scrive l'autore, fu un sottoprodotto del tentativo repubblicano di smantellare il New Deal, il programma di riforme economiche e sociali degli anni Trenta: il partito presentò le elezioni di metà mandato del 1946 come una "battaglia tra repubblicanesimo e comunismo" e il presidente del comitato nazionale repubblicano disse che la burocrazia federale era piena di "burattini rosa".

Anche i democratici segregazionisti del Sud parteciparono alla campagna. Il senatore del Mississippi Theodore Bilbo, membro del Ku Klux Klan, definì opera di "comunisti del Nord" l'impegno dei sindacati multirazziali per i diritti civili, mentre il deputato John Elliott Rankin, tra i fondatori della commissione della Camera sulle attività antiamericane, chiamò "un complotto comunista" la campagna di sindacalizzazione nel Sud, temendo che avrebbe esteso il diritto di voto ai neri. La tattica funzionò: nel 1946 i democratici persero il controllo di entrambe le camere del Congresso, il Wisconsin mandò McCarthy al Senato e la California elesse alla Camera un giovane avvocato repubblicano che aveva già imparato a usare la paura dei "rossi", Richard Nixon.

La parabola di McCarthy si chiuse nel 1954, durante le udienze televisive sulle sue accuse di scarsa sicurezza contro l'esercito americano. Quando il senatore sostenne che un giovane avvocato dello studio di Joseph Welch, il legale dell'esercito, era comunista, Welch lo interruppe chiedendogli: "Non ha nemmeno un senso di decenza?". La popolarità di McCarthy crollò quasi da un giorno all'altro: censurato dai colleghi del Senato ed emarginato dal suo partito, morì di alcolismo a 48 anni. Il suo principale consulente legale in quelle udienze era Roy Cohn, l'avvocato che aveva fatto condannare per spionaggio i coniugi Julius ed Ethel Rosenberg, giustiziati nel 1953. Anni dopo Cohn sarebbe diventato il mentore di Trump e per Reich è questo il filo che lega il maccartismo al presidente, che di quell'epoca conserva probabilmente i primi ricordi politici.

Il problema, per Reich, è che i democratici emergenti che Trump vuole screditare non hanno nulla a che fare con il comunismo e poco anche con il socialismo. Zohran Mamdani, Alexandria Ocasio-Cortez, Katie Wilson a Seattle, Melat Kiros in Colorado e decine di altri, scrive l'autore, sono popolari perché sfidano le grandi aziende, attaccano la corruzione della politica da parte dei grandi finanziatori e si occupano dei problemi concreti degli americani comuni.

Le etichette, aggiunge Reich, spaventano comunque sempre meno. In un sondaggio di Axios e Generation Lab tra i giovani americani, il 67% associa alla parola "socialismo" un giudizio positivo o neutro, contro il 40% per "capitalismo". Un sondaggio del Cato Institute, un centro studi americano, rileva che nella generazione Z il socialismo (53%) è visto con più favore del capitalismo (45%). Reich lo spiega con le condizioni materiali dei più giovani, che non possono permettersi una casa, faticano a pagare l'assicurazione sanitaria, affrontano un mercato del lavoro difficile e rinviano la creazione di una famiglia: per l'autore il capitalismo americano li ha delusi. La stessa indagine del Cato Institute rileva che il 56% degli americani teme che gli Stati Uniti possano smettere di essere un paese libero entro i prossimi 50 anni a causa della corruzione e degli abusi di potere ai vertici del governo.

Per queste ragioni Reich dubita che la nuova caccia ai "rossi" aiuterà i repubblicani alle elezioni di metà mandato. Quando pensano al sistema americano nel suo complesso, scrive, gli americani sembrano più preoccupati dal "neofascismo" di Trump che dal socialismo o dal comunismo. Il presidente, conclude l'autore, non ha una vera ideologia e non si cura né del capitalismo né del comunismo: la sua unica convinzione salda è "nell'antica ideologia chiamata narcisismo".


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Bundesnachrichtendienst und Verfassungsschutz sollen „echte“ Geheimdienste werden, sagt Innenminister Dobrindt. Jetzt zeigt der Entwurf für die Komplettreform, was das heißt: Zurückhacken, Abschnorcheln, Kameras anzapfen – und das mit weniger öffentlicher Kontrolle als zuvor.

netzpolitik.org/2026/geheimdie…

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Gli Stati Uniti vogliono riunificare la Libia


Il consigliere di Trump Massad Boulos ha visitato la Libia per far avanzare il piano che unirebbe i governi rivali di est e ovest in cambio di investimenti petroliferi, tra le proteste di Misurata

Massad Boulos, il consigliere del presidente Donald Trump per gli affari arabi e africani, ha passato due giorni in Libia, martedì 7 e mercoledì 8 luglio, per far avanzare il piano americano che punta a riunificare il paese, diviso di fatto in due da oltre un decennio. A Tripoli ha incontrato il primo ministro Abdel Hamid Dbeibah, che guida il governo di unità nazionale riconosciuto dall'ONU, mentre a est ha visto il maresciallo Khalifa Haftar, l'uomo forte della regione. Ha parlato anche con i notabili di Misurata, con il governatore della Banca centrale libica e con i vertici della compagnia petrolifera nazionale.

La Libia è spaccata tra due amministrazioni rivali dalla guerra civile scoppiata dopo la caduta di Muammar Gheddafi nel 2011, avvenuta con il sostegno di un intervento della NATO. A ovest governa l'esecutivo di Dbeibah, riconosciuto dalla comunità internazionale ma privo di controllo su gran parte del territorio. L'est è nelle mani dell'Esercito nazionale libico, la forza armata guidata dalla famiglia Haftar che ha ricevuto negli anni il sostegno di Russia ed Emirati Arabi Uniti. La Banca centrale, che finanzia entrambi i governi, ha avvertito che la situazione non è più sostenibile.

Il contenuto dettagliato del piano, chiamato "iniziativa Boulos", resta segreto. Boulos ha detto al Financial Times che l'obiettivo è "avere un governo unificato e unificare tutte le istituzioni". Secondo le ricostruzioni del giornale britannico, l'accordo lascerebbe Dbeibah alla guida del governo e affiderebbe il consiglio presidenziale, il principale organo esecutivo del paese, a Saddam Haftar, figlio del maresciallo e vicecomandante dell'Esercito nazionale libico. Il clan Haftar otterrebbe così la legittimazione internazionale che cerca dal 2014, mentre Dbeibah conserverebbe il potere nonostante la sua impopolarità crescente. Una sintesi del piano vista da Reuters prevede una fase di transizione di 36 mesi.

Washington lavora all'iniziativa dal settembre 2025, quando Boulos, un imprenditore libanese-americano il cui figlio Michael è sposato con Tiffany, la figlia più giovane del presidente, organizzò a Roma i primi colloqui tra le due famiglie. Da allora il risultato più concreto è stato l'approvazione ad aprile del primo bilancio statale unificato da oltre un decennio. Le forze armate delle due parti hanno inoltre partecipato a esercitazioni militari congiunte guidate dagli Stati Uniti e il 29 giugno il segretario di Stato Marco Rubio ha ricevuto Saddam Haftar a Washington. Boulos ha detto che, in caso di intesa, le parti sarebbero invitate a firmare l'accordo alla Casa Bianca alla presenza di Trump.

Dietro l'attivismo americano ci sono interessi economici e strategici. La Libia ha le più grandi riserve petrolifere accertate dell'Africa e diverse compagnie americane, tra cui ConocoPhillips, Chevron ed ExxonMobil, si sono mosse per entrare nel mercato. Boulos sostiene che la produzione, che nel 2025 ha toccato il record degli ultimi dodici anni con 1,37 milioni di barili al giorno, potrebbe raddoppiare a 3 milioni entro la fine del decennio. Il petrolio libico è diventato ancora più prezioso da quando la guerra tra Stati Uniti e Iran ha chiuso lo Stretto di Hormuz, costringendo l'Europa a cercare rotte alternative: le petroliere cariche di greggio libico raggiungono l'Italia in due giorni. Washington vuole anche contrastare l'alleanza tra Haftar e la Russia di Vladimir Putin e ridurre la migrazione irregolare verso l'Europa, che passa in gran parte dalla Libia.

Nella notte tra lunedì e martedì decine di manifestanti si sono radunati davanti all'aeroporto di Misurata per opporsi all'arrivo di Boulos. La città portuale, che ospita alcuni dei gruppi armati più potenti dell'ovest libico ed è storicamente ostile al clan Haftar, ha inviato in parallelo un convoglio di soldati per rafforzare le proprie posizioni a Tripoli. Il consiglio militare che riunisce i gruppi armati locali ha fatto sapere di sostenere una soluzione pacifica, purché escluda i criminali e le persone citate dal comitato di esperti dell'ONU. Ha chiesto anche un referendum costituzionale ed elezioni.

Molti analisti temono che l'accordo consolidi il potere delle due famiglie che già controllano il paese, senza alcun passaggio elettorale. Tarek Megerisi, ricercatore del centro studi European Council on Foreign Relations, ha dichiarato ad Al Jazeera che un'intesa simile "porrebbe fine alle speranze libiche di elezioni" e chiuderebbe la transizione iniziata nel 2011 "formalizzando un nuovo sistema autoritario e dispotico". Boulos sostiene che la sua iniziativa è complementare al percorso dell'ONU verso il voto, ma per ora nulla garantisce che l'accordo preveda le elezioni, un obiettivo riaffermato da una risoluzione del Consiglio di sicurezza a fine ottobre 2025.


Gli Stati Uniti bombardano l'Iran per la seconda notte, Teheran attacca le basi nel Golfo


Gli Stati Uniti hanno colpito l'Iran per la seconda notte consecutiva, bombardando circa 90 obiettivi militari vicino allo Stretto di Hormuz, poche ore dopo che il presidente Donald Trump aveva dichiarato finita la tregua raggiunta a giugno. Teheran ha risposto lanciando missili e droni contro le basi americane in Kuwait e Bahrein, i due Paesi del Golfo che ospitano le forze statunitensi.

Il Comando Centrale americano (CENTCOM), che dirige le operazioni militari nella regione, ha spiegato di aver preso di mira sistemi di difesa aerea, radar costieri, capacità navali e infrastrutture logistiche, così da indebolire la capacità iraniana di minacciare le navi commerciali. Gli attacchi hanno riguardato anche alcuni ponti che, secondo un alto funzionario americano, l'esercito iraniano usava per trasportare missili, droni e altro materiale bellico.

I raid della notte precedente avevano colpito più di 80 obiettivi, poche ore dopo che l'Amministrazione Trump aveva revocato la deroga che aveva permesso a Teheran di vendere petrolio sui mercati internazionali, cancellando il principale beneficio economico che la tregua aveva finora garantito all'Iran.

I Guardiani della Rivoluzione, il corpo militare d'élite del regime islamico, hanno detto di aver preso di mira 85 siti militari americani in Bahrein e Kuwait e di aver abbattuto un drone da ricognizione statunitense. Il governo del Kuwait ha riferito di aver intercettato 2 missili balistici e 13 droni, senza vittime, mentre il Bahrein ha fatto scattare le sirene antiaeree.

Parlando ad Ankara, a margine del vertice della NATO, il presidente ha definito i leader iraniani "feccia", "bugiardi" e "gente violenta". Ha poi minacciato di reimporre un blocco navale e di colpire in futuro le infrastrutture civili del Paese. Ha aggiunto che si tratta di "gente malata" e che negoziare con loro è "una perdita di tempo", pur lasciando lavorare i suoi negoziatori.

Trump ha anche detto di valutare di nuovo la conquista dell'isola di Kharg, cuore dell'industria petrolifera iraniana, e ha ipotizzato attacchi contro le centrali elettriche e gli impianti di desalinizzazione, che secondo diversi esperti potrebbero configurare un crimine di guerra. Allo stesso tempo ha ridimensionato le proprie minacce, dicendo di non aspettarsi un ritorno alla guerra su vasta scala.

Lo Stretto di Hormuz al centro dello scontro


Lo Stretto di Hormuz, il braccio di mare tra l'Iran e l'Oman attraverso cui passa circa un quinto del petrolio mondiale, è il cuore dello scontro tra i due Paesi. L'Iran sostiene che l'intesa di giugno gli riconosca il controllo della navigazione e pretende che le navi seguano la rotta indicata da Teheran, vicino alle proprie coste. All'inizio della settimana 3 navi commerciali che attraversavano lo stretto, tra cui una petroliera saudita e una metaniera del Qatar, erano state colpite in attacchi attribuiti all'Iran, che però non li ha rivendicati.

"Lo Stretto di Hormuz si aprirà solo con modalità iraniane, non con le minacce americane", ha scritto sui social il presidente del Parlamento e capo negoziatore iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, accusando Washington di tradire le promesse. "L'era del bullismo e dell'estorsione è finita. Non ci piegheremo", ha aggiunto.

Il prezzo del petrolio è di conseguenza tornato a salire. Il Brent, il riferimento internazionale del greggio, è cresciuto di oltre il 5%, fino a circa 78 dollari al barile, ben sopra i 72 dollari del periodo precedente alla guerra. L'Organizzazione Marittima Internazionale, l'agenzia delle Nazioni Unite per la sicurezza della navigazione, ha invitato gli armatori a non attraversare lo stretto per non esporre gli equipaggi a pericoli inutili. Prima del conflitto passavano di lì più di 130 navi al giorno.

Cosa prevedeva l’intesa ora abbandonata


La tregua era stata firmata a giugno con un memorandum d'intesa che prevedeva una pausa dei combattimenti di 60 giorni e la riapertura dello Stretto, rimandando a un secondo momento i nodi più difficili, a partire dal programma nucleare iraniano. È saltata a meno della metà del percorso.

Secondo un'analisi pubblicata sul New York Times, il presidente sta pagando la fretta con cui quell'intesa di 14 paragrafi era stata messa insieme e si trova davanti a 3 opzioni tutte sgradevoli: sopportare una serie di scontri a bassa intensità nel Golfo, rilanciare la guerra su larga scala o accettare un ulteriore compromesso. Il Pentagono ha già chiesto al Congresso circa 70 miliardi di dollari per le prime operazioni contro l'Iran, una spesa che cresce ogni settimana.

Lo stesso presidente ha detto che il materiale nucleare iraniano resta sepolto troppo in profondità per essere recuperato, un'affermazione che indebolisce la ragione con cui a febbraio aveva giustificato la guerra, quando parlava di una minaccia "imminente". Nei mesi scorsi aveva perfino elogiato la nuova leadership di Teheran, guidata da Mojtaba Khamenei, figlio dell'ayatollah ucciso, definendola più ragionevole della precedente.

La tregua ha intanto diviso anche la leadership iraniana. Il presidente Masoud Pezeshkian, favorevole al negoziato, ha accusato Washington di fare il prepotente e di imbrogliare, mentre una minoranza di oltranzisti contesta la linea del dialogo. Durante i funerali dell'ayatollah Ali Khamenei, ucciso nei primi raid americani e israeliani di fine febbraio, lo stesso Pezeshkian è stato aggredito da un gruppo di manifestanti radicali e il Ministro degli Esteri Abbas Araghchi è stato colpito con un sasso.

Negli Stati Uniti la ripresa dei raid aerei ha spaccato il Congresso: i democratici l'hanno condannata, mentre i repubblicani sono rimasti in silenzio. A giugno Camera e Senato avevano approvato una risoluzione per impedire al presidente di riprendere le operazioni militari senza il loro via libera, un testo che la Casa Bianca considera privo di valore legale.

Ripartendo dalla Turchia il presidente ha usato il vecchio Air Force One al posto del nuovo aereo donato dal Qatar, per una precauzione di sicurezza legata alla ripresa delle ostilità. Ha ripetuto di essere "il bersaglio numero uno" di Teheran e, in volo verso Washington, ha sostenuto che l'Iran lo avesse chiamato perché vuole disperatamente un accordo. Il governo iraniano non ha confermato alcun nuovo colloquio.


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Come annunciato nel nostro comunicato dell’Epifania, la ricerca italiana ha ora ricevuto, dopo il primo, un secondo dono: l’abolizione della Abilitazione scientifica nazionale. I concorsi tornano locali, sotto il giudizio di commissioni con un membro interno e una maggioranza di esterni sorteggiati da liste di docenti che hanno fatto domanda per servire come commissari.

Gli “specifici requisiti di produttività e di qualificazione scientifica” verranno stabiliti amministrativamente con un “decreto del Ministro, su proposta dell’ANVUR, sentito il CUN”. Finisce l’ASN, ma sopravvive la valutazione amministrativa, centralizzata e quantitativa, i cui parametri saranno determinati, secondo fonti del diritto inferiori alla legge, dall’ANVUR, agenzia per la valutazione di stato resa ancor più dipendente dal governo. Qualunque sia la sua scelta, che cosa è scienza e che cosa no continuerà a essere stabilito dal potere esecutivo. Non vale la pena preoccuparsi per il ritorno del “cretino locale”: questa volta il “cretino” sarà sicuramente governativo, e molto probabilmente bibliometrico.

Si potrebbero proporre, in alternativa, requisiti formali per dare pubblicità ai concorsi pubblici, quali l’adesione alle pratiche della scienza aperta. Così, però, verrebbero urtati gli interessi di chi, a vario titolo, vive delle rendite assicurate da pubblicazioni variamente privatizzate: ciò, prevedibilmente, favorirà la conservazione della bibliometria di stato, con tutto quello che porta con sè.
- The post’s content. aisa.sp.unipi.it/abolizione-de…


ANDU, FLC-CGIL, Roars, nonché la Rete delle Società Scientifiche, hanno espresso allarme o almeno preoccupazione per i doni che lo stato si appresta a regalare alla ricerca italiana. Questi doni, che rafforzeranno i poteri, già non poco oppressivi, del ministero dell’università e della ricerca, dell’Anvur che gli è sottomesso e delle gerarchie accademiche locali, consistono:
  1. in una riforma del reclutamento, già approvata in senato, che rende i concorsi interamente locali, ma sotto il controllo dell’Anvur sia in ingresso sia in uscita;
  2. in una riforma dell’Anvur, per via regolamentare e non legislativa, volta ad accentuarne ulteriormente la subordinazione al ministero;
  3. in una riforma dell’amministrazione delle università, per via legislativa, che accentuerebbe il dispotismo locale dei rettori e la loro sudditanza al governo nazionale.

La scienza italiana, che nell’età moderna si fondò e perseguì la libertà dell’uso pubblico della ragione e l’emancipazione dal segreto, si trova ora a misurarsi con tre poteri che hanno solo accidentalmente a che vedere con la ricerca della verità: quello, locale, di colleghi e rettori, quello, centralizzato, dell’agenzia sedicente indipendente per la valutazione di stato, la quale attribuisce la quota cosiddetta “premiale” del finanziamento ordinario, e quello del governo a cui essa stessa è sottoposta fin dalla sua istituzione.

Promuovendo la scienza aperta come scienza libera e non come costoso adempimento burocratico, abbiamo sostenuto che la valutazione amministrativa della ricerca, in Italia centralizzata in forma di valutazione di stato, è intrinsecamente dispotica e retrograda: dispotica perché sostituisce alla libera discussione entro le comunità scientifiche una statuizione di un’autorità esterna e non scientifica, in quanto derivante da una gerarchia amministrativa; retrograda perché impone indicatori costruiti sul passato che disconoscono non solo la riflessività dell’azione sociale,1 ma anche la natura aperta della ricerca.

A questo dispositivo, che Mario Ricciardi descrisse precocemente come un “apparato burocratico di tipo sovietico”, i professori italiani si sono – sostanzialmente – piegati. Fra gli effetti della sottomissione c’è stato il blocco di un’evoluzione verso una scienza aperta nel senso di libera da oligopoli editoriali privati e liste di riviste “scientifiche” ed “eccellenti” di composizione amministrativa. Accettarla, ai più, è parsa una scelta prudente: si tratta però di capire se è stata anche una scelta sapiente.

1. La metamorfosi del “cretino locale”


Pietro Rossi, in un fortunato articolo, criticò i concorsi introdotti nel 1998, in cogestione fra “facoltà e corporazione disciplinare”. Secondo Rossi, in un sistema in cui la sede che fa il favore di bandire una valutazione comparativa può barattare la vittoria del proprio candidato interno con le idoneità di candidati esterni supplementari che trovano cattedra a casa loro, l’ascesa del “cretino locale”, entro comunità di disciplina sempre più frammentate e chiuse, non può che essere irresistibile.

Il disegno di legge approvato in senato abolisce l’Abilitazione Scientifica Nazionale a favore di concorsi esclusivamente locali con vincitori unici, accessibili tramite un’autocertificazione della soddisfazione di criteri stabiliti con decreto ministeriale su proposta dell’Anvur, sentito il CUN, i quali comprenderanno “indicatori minimi di quantità, continuità e distribuzione temporale dei prodotti della ricerca”. I commissari dovranno godere dei medesimi requisiti. Dopo tre anni i vincitori verranno valutati dall’Anvur, con eventuali conseguenze sanzionatorie in termini di finanziamento istituzionale.

Si tornerà dunque al “cretino locale”, o, come scrive più gentilmente Roberta Calvano, a un sistema in cui “il nepotismo e gli abusi sono stati per anni alla radice di un diffuso malcostume accademico”? No: in virtù dell’Anvur e del ministero, questa volta il “cretino”, selezionato tramite valutazione amministrativa in ingresso e in uscita e giudicato da commissari simili a lui, sarà probabilmente bibliometrico, sicuramente governativo, e giocoforza sottomesso ai colleghi disposti a usare il loro potere di ricatto – qualità, queste, che con la scienza libera hanno ben poco a che vedere.

2. L’autoaffermazione dell’università italiana


“Noi vogliamo noi stessi” proclamava un rettore a Friburgo, perorando l’autoaffermazione dell’università. Correva l’anno 1933: Martin Heidegger diceva “noi”, ma era entrato in carica su pressione del governo nazista, dopo che il suo predecessore, riluttante a licenziare gli ebrei, era stato indotto alle dimissioni. Tra poco, forse, anche i rettori italiani, pur più sottilmente e con qualche sbavatura normativa, potranno dire “noi” al modo di Heidegger:

  1. la composizione, legalmente determinata, del consiglio di amministrazione consentirà loro di contare su una maggioranza certa purché ubbidiscano al governo. Eliminato il rappresentante del personale tecnico-amministrativo, degli 11 membri del consiglio uno sarà il rettore stesso, quattro saranno nominati direttamente da lui (due docenti e due componenti esterni); a questi si aggiungerà uno studente eletto, come residuo vestigiale di democrazia, due docenti indicati dal senato, il candidato rettore soccombente e un membro nominato dal governo. Al rettore basterà restare agli ordini di quest’ultimo – esercizio che, probabilmente, non gli sarà difficile – per avere una maggioranza garantita;2
  2. il mandato del rettore sarà prolungato da sei a otto anni, con un eventuale plebiscito di conferma dopo quattro anni, qualora proposto dai 3/5 del senato accademico. A proposito del mandato, dall’ipotetico testo di riforma cadono le parole “non rinnovabile”;
  3. nella programmazione triennale il rettore dovrà tener conto anche di “linee generali di indirizzo stabilite dal Ministro”.

I rettori preferiranno continuare a regnare all’inferno o proveranno a servire in paradiso? Non si sa: ma certamente con “rettori che agiscono sotto l’occhiuta vigilanza del ministro e da cui dipenderanno a catena tutte le cariche interne agli atenei (i cui mandati vengono allineati alla durata di quello dei rettori)” l’esercizio della libertà della ricerca, sia in senso negativo sia in senso positivo, sarà ancor più difficile, e rischioso.

3. L’epifania dell’Anvur


Come ha osservato Roberto Caso, l’Anvur, istituita nel 2006 sotto il governo Prodi II, è nata così dipendente da aver ricevuto critiche perfino da una sostenitrice della valutazione amministrativa come Fiorella Kostoris. Il regolamento di riforma – che viola, secondo il Consiglio di Stato, la gerarchia delle fonti3 – renderebbe più intenso un controllo del governo sulla ricerca già in atto, al quale i più, a dispetto del primo comma dell’articolo 33 della costituzione italiana, hanno ritenuto opportuno sottomettersi.

  1. L’Anvur sarà ancor più ministeriale e dipendente: rispetto al regime attuale, il presidente dell’Anvur diverrebbe di nomina ministeriale diretta, così come i comitati di selezione delle rose dei candidati fra i quali il ministro sceglierà i quattro membri del consiglio direttivo, non più costituiti su indicazione di enti esterni.
  2. L’Anvur diverrà la valutatrice generale di stato: l’agenzia, che attualmente valuta solo università ed enti di ricerca vigilati dal MUR (quali CNR, INAF, INDIRE, INFN, INGV, INVALSI), allungherà il suo occhio agli altri enti di ricerca pubblici (ASI, CREA, ENEA, ISPRA, ISS, ISTAT) in base ad accordi con i ministeri vigilanti, alle Accademie e all’Alta Formazione Artistica e Musicale (AFAM) a enti privati ma finanziati pubblicamente (IIT di Genova, HT di Milano e Fondazione Biotecnopolo di Siena) e simili, nonché, per chi mai volesse richiederlo, in ambito internazionale. E non si occuperà solo di arte, musica e ricerca bensì anche delle cosiddette “competenze trasversali e disciplinari” acquisite dagli studenti e degli “sbocchi occupazionali dei laureati”. Tutto ciò, chiarisce la relazione di accompagnamento, nel “rispetto dell’indirizzo politico dato dal Ministero dell’università e della ricerca, quale Ministero vigilante”.

Il modello dell’università-azienda – si è detto – è neoliberale; quello nei disegni del governo è autoritario. Qui però il “liberale” che segue al “neo-” non ha nulla a che vedere con Benedetto Croce: l’azienda è una struttura non democratica, bensì autoritaria e chi la impone come modello sostiene un’ideologia altrettanto autoritaria, se non totalitaria. In questo senso, il disegno di “riforma” dell’Anvur non è una metamorfosi, bensì un’epifania.

Non esiste una valutazione amministrativa buona o cattiva, così come non esiste un dispotismo cattivo o buono a seconda che sul trono sieda Commodo oppure Marco Aurelio. Se si accetta che la valutazione della ricerca non sia scientifica – e parte della ricerca stessa – bensì amministrativa e a essa esterna, si accetta anche che chi amministra ne fissi e ne muti i criteri e abbia titolo a controllare i suoi eventuali agenti in modo più o meno stretto. Il vizio della valutazione di stato non sta nel modo in cui valuta, come suggerito elusivamente dell’Unione Europea, ma nel fatto che Caesar sia supra grammaticos, non importa se come Marco Aurelio o come Commodo. Non è, questa, un’idea radicale, né sul piano della storia, né su quello della cronaca: lo scorso aprile, in Francia, l’assemblea nazionale ha votato a favore dell’abolizione dell’agenzia di valutazione di stato HCERES.

In questa prospettiva non ha senso limitarsi a chiedere un guinzaglio appena un po’ più lungo, o a sollevare il problema dei finanziamenti alla ricerca senza toccare quello della sua libertà, vale a dire della possibilità stessa di fare scienza – libertà, questa, che non si promuove difendendo l’Anvur attuale4 come se fosse indipendente, bensì considerandone l’abolizione.

Contro il disegno di intensificare il controllo politico di “un’università più piccola, gerarchica e precaria”, FLC-CGIL5 si è appellata alle “forze libere e pensanti dell’accademia e della comunità universitaria”. In effetti, se, dopo lustri di valutazione di stato, esistessero ancora “forze libere e pensanti”, non sarebbe loro difficile promuovere una campagna di ubbidienza civile alla costituzione, a partire dagli articoli 21 e 33. In un momento in cui dovremmo invece parlare, davanti agli stati armati per la guerra, delle condizioni della pace pubblica, continuare a compilare moduli e a supplicare favori ministeriali ci salverà, forse, come impiegati, ma certamente non come studiosi.


  1. Questa riflessività è nota a chi si occupa di valutazione come legge di Goodhart: i soggetti valutati non si limitano a farsi valutare, ma adeguano riflessivamente le loro prestazioni al criterio di valutazione. Così chi viene premiato per il numero di pubblicazioni inflazionerà i testi, mentre chi viene premiato per le citazioni scriverà solo per farsi citare. Le conseguenze sono tristemente note. ↩︎
  2. Per un aggiornamento sugli orientamenti ministeriali si veda però quanto riferito dall’ANDU qui. [nota aggiunta il 7/01/2026]↩︎
  3. Il Consiglio di Stato, nel parere formulato nell’adunanza del 23 settembre 2025, ha ricordato che, proprio in virtù della gerarchia delle fonti del diritto, un regolamento, perfino se riguarda la valutazione di stato, non può cambiare la legge che l’ha istituita. ↩︎
  4. L’agenzia, peraltro, si è mostrata incapace di onorare gli impegni di riforma della valutazione che aveva sottoscritto aderendo alla coalizione europea COARA. ↩︎
  5. ANVUR: un’Agenzia che diventa governativa, con l’intenzione di valutare e quindi disciplinare anche saperi e conoscenze (2025) merita di essere letto per la sua analisi dettagliata della bozza di DPR qui solo sommariamente esposta. ↩︎

This text is licensed under CC BY-SA 4.0 license
- The post’s content. aisa.sp.unipi.it/anvur-recluta…


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NJ court doubles down on one of the worst censorship orders we’ve seen


FOR IMMEDIATE RELEASE:

New York, July 10, 2026 — A New Jersey court partially upheld a prior restraint against a community newspaper and vastly extended it to apply to all members of the “press,” in a troubling new order issued on July 9.

Judge Thomas McCloskey had previously granted an emergency order that required New Brunswick Today to remove from its YouTube channel a security video from a local high school that it received from a confidential source and to refrain from writing about the video.

The video showed a school security guard confronting a student who tried to pass through metal detectors with an airsoft BB gun, causing the school to go into lockdown. The court’s previous order also prohibited the newspaper from publishing any other school security videos.

In a July 9 order, McCloskey refused to lift the prior restraint entirely, though he limited it in some respects. The order allows New Brunswick Today to publish and write about the video at issue, but only if it redacts the faces and other identifying information of minors from the video and refrains from identifying them in writing.

The order also requires New Brunswick Today to submit the redacted recording to the school district and court for approval before publication.

Most troublingly, the court also significantly broadened the prior restraint to apply to all members of “the press.” The July 9 order prohibits “the press” in general from publishing the video without redacting the identity of juveniles or including identifying information of juveniles when writing about the video.

The following statement can be attributed to Caitlin Vogus, Freedom of the Press Foundation (FPF) senior adviser for advocacy:

“Forcing news outlets to delete or withhold information and to submit their work for government approval before they can publish is censorship, full stop.

“The First Amendment could not be clearer: Prior restraints are almost never allowed. Neither judges nor the law can censor the press. Yet that is exactly what Judge McCloskey’s order permits.

“Judge McCloskey was right to narrow his order against New Brunswick Today, but it’s outrageous that he’s extended it to purport to apply to any member of the press who wants to publish or write about this video. Judges should know better. By substituting the court’s judgment about what to publish for that of any news outlet, the court has flatly defied the First Amendment and decades of Supreme Court precedent.

“Even in cases that don’t involve core First Amendment concerns, judges aren’t kings — they have no authority to issue orders binding unidentified journalists across the country who aren’t in their courtroom or parties to any case before them.

“Similar orders have been overturned across the country. If New Brunswick Today appeals and higher courts faithfully apply the law, this one should be as well.”

Please contact us if you would like further comment.


freedom.press/issues/nj-court-…

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1984 ist jetzt offiziell angepfiffen. netzpolitik.org/2026/neues-bun…
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Network Bonding su Linux: guida completa a ridondanza e throughput aggregato
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@informatica


Network Bonding su Linux: guida completa a ridondanza e throughput aggregato


Perché il bonding delle interfacce di rete è ancora rilevante


Una singola scheda di rete è un punto singolo di fallimento. Su un server di produzione, un cavo che si stacca, una porta dello switch che si guasta o un driver che va in crash possono bastare per portare giù un servizio. Il network bonding su Linux (noto anche come NIC teaming o link aggregation) risolve il problema aggregando due o più interfacce fisiche in un’unica interfaccia logica gestita dal kernel: bond0. A seconda della modalità scelta, si ottiene ridondanza, throughput aggregato maggiore, oppure entrambi.

Non è una tecnologia nuova, il driver bonding è nel kernel Linux da anni, ma resta uno degli strumenti più sottoutilizzati nella cassetta degli attrezzi di chi amministra server fisici, hypervisor o anche semplici home lab. Vediamo come funziona davvero, quali modalità scegliere e come configurarlo con gli strumenti che si trovano oggi sulle distribuzioni più diffuse.

Bonding non è bridging


Prima di entrare nella configurazione, vale la pena chiarire un equivoco comune: il bonding non è la stessa cosa del bridging. Un bridge collega segmenti di rete distinti, permettendo al traffico di attraversare due reti separate. Il bonding, invece, aggrega più interfacce fisiche facendole apparire al sistema operativo e alle applicazioni come un unico dispositivo di rete. Sono strumenti diversi, per scopi diversi, e vanno configurati in modo diverso.

Un altro equivoco frequente riguarda la banda: il bonding non raddoppia automaticamente il throughput di una singola connessione TCP. La maggior parte delle modalità distribuisce connessioni multiple su interfacce diverse, non spezzetta un singolo trasferimento su tutti i link contemporaneamente. Il guadagno di banda aggregata si ottiene quando più flussi sono attivi in parallelo, non con un singolo trasferimento di file.

Va inoltre notato che le interfacce WiFi generalmente non sono compatibili con il bonding: la maggior parte dei driver wireless non supporta la modalità promiscua e la manipolazione dell’indirizzo MAC richieste dal driver bonding. Il bonding va quindi limitato a interfacce Ethernet cablate.

Le modalità di bonding: quale scegliere


Il driver bonding del kernel Linux supporta sette modalità. Per la maggior parte degli scenari operativi ne bastano tre o quattro:

  • Mode 0 (balance-rr): round-robin, trasmette i pacchetti in sequenza su tutte le interfacce. Offre load balancing e fault tolerance, ma richiede un gruppo di aggregazione statico configurato correttamente sullo switch. Senza questo, si ottengono pacchetti fuori ordine e prestazioni scadenti.
  • Mode 1 (active-backup): una sola interfaccia attiva alla volta; se quella attiva si guasta, subentra la backup. Non richiede alcuna configurazione sullo switch. È la modalità più sicura e compatibile, ideale quando l’obiettivo è puramente la ridondanza.
  • Mode 2 (balance-xor): selezione dell’interfaccia basata su un hash degli indirizzi MAC sorgente e destinazione. Load balancing per connessione e fault tolerance, richiede supporto dello switch.
  • Mode 3 (broadcast): trasmette ogni pacchetto su tutte le interfacce contemporaneamente. Usata raramente, solo in scenari di fault tolerance molto specifici.
  • Mode 4 (802.3ad / LACP): link aggregation dinamica secondo lo standard IEEE 802.3ad. Richiede uno switch gestito con LACP abilitato. È la modalità più usata in ambito enterprise: se lo switch la supporta, è la scelta corretta per la produzione.
  • Mode 5 (balance-tlb): load balancing adattivo del traffico in uscita in base al carico corrente su ciascuna interfaccia; il traffico in ingresso arriva sull’interfaccia attiva corrente. Non richiede configurazione dello switch.
  • Mode 6 (balance-alb): come mode 5, ma bilancia anche il traffico in ingresso tramite negoziazione ARP. Non richiede switch gestito e offre buoni guadagni di throughput, anche se alcuni switch e ambienti virtualizzati gestiscono il bilanciamento basato su ARP in modo incoerente: va testato prima di affidarcisi in produzione.

Per un homelab o un setup semplice senza switch gestito, Mode 1 (failover puro) o Mode 6 (bilanciamento senza configurazione switch) sono le scelte pratiche. Per server di produzione con switch gestito, Mode 4 (LACP) è la strada corretta.

Prerequisiti


Servono almeno due interfacce di rete fisiche (o virtuali, in una VM), accesso root o sudo, il modulo kernel bonding e uno strumento di gestione della rete (NetworkManager, systemd-networkd o Netplan, a seconda della distribuzione).

Verificare che il modulo bonding sia disponibile:

modinfo bonding

Se restituisce le informazioni del modulo, si può procedere caricandolo:
sudo modprobe bonding

Prima di modificare qualsiasi configurazione, è indispensabile identificare le interfacce disponibili:
ip link show

Sui sistemi moderni i nomi saranno del tipo enp3s0, enp4s0, oppure i più tradizionali eth0, eth1. Annotarli, perché verranno referenziati per tutta la configurazione.

Metodo 1: NetworkManager (desktop e la maggior parte dei server moderni)


Su Ubuntu, Fedora, Debian con NetworkManager, o qualunque distribuzione desktop, questo è l’approccio più semplice, grazie al supporto per il bonding consolidato da anni tramite nmcli.

Creare l’interfaccia bond:

sudo nmcli con add type bond con-name bond0 ifname bond0 bond.options "mode=active-backup,miimon=100"

Aggiungere le interfacce fisiche come slave del bond:
sudo nmcli con add type ethernet slave-type bond con-name bond0-slave1 ifname enp3s0 master bond0
sudo nmcli con add type ethernet slave-type bond con-name bond0-slave2 ifname enp4s0 master bond0

Assegnare un indirizzo IP statico al bond:
sudo nmcli con modify bond0 ipv4.addresses 192.168.1.100/24 ipv4.gateway 192.168.1.1 ipv4.dns 1.1.1.1 ipv4.method manual

Oppure, per usare il DHCP:
sudo nmcli con modify bond0 ipv4.method auto

Attivare il bond:
sudo nmcli con up bond0

Le interfacce slave dovrebbero attivarsi automaticamente. In caso contrario, portarle su manualmente:
sudo nmcli con up bond0-slave1
sudo nmcli con up bond0-slave2

Verificare lo stato del bond:
cat /proc/net/bonding/bond0

Il file /proc/net/bonding/bond0 è lo strumento diagnostico principale: va consultato ogni volta che qualcosa non sembra funzionare come previsto.

Metodo 2: systemd-networkd (server e installazioni minimali)


Su server senza NetworkManager, systemd-networkd gestisce il bonding in modo pulito. Creare il file netdev del bond:

sudo nano /etc/systemd/network/10-bond0.netdev
[NetDev]
Name=bond0
Kind=bond

[Bond]
Mode=active-backup
MIIMonitorSec=100ms
UpDelaySec=200ms
DownDelaySec=200ms

Creare la configurazione di rete per l’interfaccia bond (esempio DHCP):
sudo nano /etc/systemd/network/20-bond0.network
[Match]
Name=bond0

[Network]
DHCP=yes

Vincolare le interfacce fisiche al bond, un file per ciascuno slave:
sudo nano /etc/systemd/network/30-bond0-slave1.network
[Match]
Name=enp3s0

[Network]
Bond=bond0

Riavviare systemd-networkd e verificare:
sudo systemctl restart systemd-networkd
cat /proc/net/bonding/bond0

Metodo 3: Netplan (Ubuntu Server)


Ubuntu Server 18.04 e successivi usano Netplan come layer di configurazione di rete predefinito. Editare il file (di solito /etc/netplan/01-netcfg.yaml):

network:
  version: 2
  renderer: networkd
  ethernets:
    enp3s0:
      dhcp4: no
    enp4s0:
      dhcp4: no
  bonds:
    bond0:
      interfaces:
        - enp3s0
        - enp4s0
      addresses:
        - 192.168.1.100/24
      routes:
        - to: default
          via: 192.168.1.1
      nameservers:
        addresses:
          - 1.1.1.1
      parameters:
        mode: active-backup
        mii-monitor-interval: 100
        primary: enp3s0

Applicare la configurazione:
sudo netplan apply

Se si sta lavorando da remoto, Netplan offre una modalità di test sicura che ripristina automaticamente la configurazione precedente dopo 120 secondi se non viene confermata:
sudo netplan try

Per usare LACP, basta modificare il blocco parameters:
parameters:
  mode: 802.3ad
  lacp-rate: fast
  mii-monitor-interval: 100
  transmit-hash-policy: layer2+3

Metodo 4: LACP (Mode 4) con switch gestito


Con uno switch gestito che supporta LACP, Mode 4 vale la configurazione aggiuntiva: si ottiene link aggregation reale con negoziazione dinamica. Sul lato switch, le porte interessate vanno configurate come LAG (Link Aggregation Group) con LACP abilitato: su Cisco il comando è channel-group X mode active; sulla maggior parte degli switch gestiti consumer c’è una sezione LAG o Trunk nell’interfaccia web.

Sul lato Linux, l’unica differenza rispetto al Metodo 1 sono le opzioni del bond:

sudo nmcli con add type bond con-name bond0 ifname bond0 bond.options "mode=802.3ad,miimon=100,lacp_rate=fast"

La policy transmit-hash-policy: layer2+3 distribuisce il traffico basandosi sia sull’indirizzo MAC sia sull’IP, offrendo una distribuzione del carico migliore rispetto alla policy predefinita solo layer2.

Attenzione: se si abilita LACP sul lato Linux ma lo switch non è configurato di conseguenza, il bond torna a usare un solo link attivo. Non va in errore, ma non si ottiene alcuna aggregazione: va sempre configurato prima lo switch.

Testare il failover


Con il bonding in active-backup configurato, si può simulare un guasto e osservare il recupero. In un terminale, avviare un ping continuo verso il gateway:

ping 192.168.1.1

In un altro terminale, disattivare l’interfaccia attiva:
sudo ip link set enp3s0 down

Si osserveranno al massimo uno o due pacchetti persi, poi il traffico continuerà a fluire attraverso l’interfaccia di backup. Verificare lo stato del bond:
cat /proc/net/bonding/bond0

La riga Currently Active Slave mostrerà il passaggio alla seconda interfaccia. Per impostare un’interfaccia primaria preferita:
sudo nmcli con modify bond0 bond.options "mode=active-backup,miimon=100,primary=enp3s0"

Comandi utili per il monitoraggio

# Stato del bond in tempo reale
watch -n 1 cat /proc/net/bonding/bond0

# Traffico sull'interfaccia bond
sudo iftop -i bond0

# Stato IP e link
ip addr show bond0
ip link show bond0

# Conteggio dei fallimenti di link (utile per individuare cavi difettosi)
grep "Link Failure Count" /proc/net/bonding/bond0

Se il contatore dei fallimenti su una sola interfaccia cresce mentre il sistema funziona normalmente, probabilmente c’è un cavo o una porta dello switch difettosa: conviene sostituirli prima che il guasto si presenti nel momento peggiore.

Problemi comuni e soluzioni

Il bond non ha IP dopo il riavvio


Probabilmente le interfacce slave vengono attivate prima che il bond sia inizializzato. Con systemd-networkd, i numeri più bassi vengono processati per primi: assicurarsi che il file netdev (10-bond0.netdev) abbia un numero inferiore rispetto ai file network degli slave. Verificare anche che il modulo si carichi al boot:

echo "bonding" | sudo tee /etc/modules-load.d/bonding.conf

Solo uno slave risulta attivo anche in round-robin o LACP


Lo switch non è configurato per il LAG. Configurarlo correttamente, oppure passare a Mode 1 o Mode 6, che non richiedono configurazione dello switch.

I drop di ping durante il failover durano più del previsto


Abbassare il valore di miimon (l’intervallo di polling predefinito è 100ms):

bond.options "mode=active-backup,miimon=50,updelay=100,downdelay=100"

updelay e downdelay prevengono il flapping su link instabili: impostarli ad almeno il doppio del valore di miimon.

Conclusione


Il network bonding è una di quelle funzionalità che sembrano complicate finché non si mettono effettivamente in pratica. Il modulo kernel è già presente nella maggior parte delle distribuzioni, la configurazione è lineare, e il risultato è concreto: failover a downtime quasi zero, throughput aggregato maggiore, o entrambi, a seconda della modalità scelta.

Per chi non ha certezze su quale modalità scegliere, Mode 1 è il punto di partenza più sicuro: non richiede configurazione dello switch, funziona ovunque e il failover è quasi istantaneo. Si può poi passare a Mode 4 con LACP quando si dispone di uno switch gestito e si desidera una vera link aggregation. In entrambi i casi, /proc/net/bonding/bond0 resta lo strumento diagnostico di riferimento: va controllato dopo il setup, dopo ogni modifica, e ogni volta che qualcosa sembra non funzionare come dovrebbe.

Fonte: LinuxBlog.io


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Der Bundestag hat gerade das Zeitalter der automatisierten Überwachung eingeläutet. Die Bundespolizei soll an Bahnhöfen Videoüberwachungssysteme einsetzen, die Menschen identifizieren und ihr Verhalten beurteilen. Bald sollen weitere KI-Überwachungs-Tools kommen. netzpolitik.org/2026/neues-bun…
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Trump resta nella NATO perché «ha sentito amore». La sicurezza europea dipende così dalle sensazioni di un ottantenne d’oltreoceano, lo stesso che non ha mai esitato a violare il diritto internazionale.

Video di Francesca Romana D’Antuono, copresidente uscente di Volt Europa.

#NATO #DonaldTrump #DifesaEuropea #AutonomiaStrategica #SicurezzaEuropea #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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in reply to Volt Italia

Che problemi ci sono nelle emozioni di un ottantenne?

Se "ha sentito amore" è perché ha visto una gara a dichiarare chi avrebbe fatto spendere più soldi al proprio stato per comperare armi dagli Stati Uniti d'America.

Lo dicevano bene oggi su #Radio3, riconvertire fabbriche di auto alla produzione di armi costa meno che cercare una transizione ecologica.

La strategia militare dell'Europa oggi serve a salvare gli investimenti di miliardari pavidi e incapaci, non solo oltre oceano.
@VoltItalia

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NetScaler MCP Gateway: Citrix mette ordine nel traffico degli agenti AI aziendali
#tech
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@informatica


NetScaler MCP Gateway: Citrix mette ordine nel traffico degli agenti AI aziendali


Il problema: agenti AI che parlano con troppi sistemi, senza controllo


Il Model Context Protocol (MCP) si sta affermando rapidamente come lo standard con cui gli agenti AI aziendali si collegano a strumenti, database e sistemi interni. È comodo: un agente può interrogare un CRM, aprire un ticket, leggere un repository Git o lanciare una pipeline, tutto attraverso lo stesso protocollo. Il problema è che questa comodità sta creando, nella maggior parte delle aziende, un far west di endpoint MCP sparsi, ciascuno con la propria autenticazione, i propri permessi e nessuna visibilità centralizzata.

Gartner stima che il 60% dei proof-of-concept di GenAI venga abbandonato dopo il completamento, principalmente per mancanza di governance, controlli di rischio inadeguati e dati non pronti per l’AI. Citrix ha deciso di attaccare esattamente questo problema estendendo NetScaler, la sua piattaforma di application delivery e sicurezza, con una nuova funzionalità chiamata MCP Gateway.

Cos’è NetScaler MCP Gateway


MCP Gateway trasforma NetScaler in un punto di ingresso unico e governato per tutto il traffico MCP dell’organizzazione. Invece di lasciare che ogni team gestisca in autonomia i propri server MCP, con metodi di autenticazione diversi e nessun log centralizzato, il gateway instrada dinamicamente le richieste verso i server MCP approvati, applicando policy coerenti in un unico punto della rete.

Le funzionalità principali includono:

  • Autenticazione centralizzata e granulare: token per utente e token globali, flussi OAuth e ibridi, rate limiting a livello di singolo tool e liste di allow/block per i server, così da impedire agli agenti di raggiungere endpoint non approvati o di generare carichi di richieste incontrollati.
  • Affidabilità per i workflow multi-step: la persistenza di sessione e un monitoraggio “protocol-aware” mantengono l’agente collegato al backend corretto e verificano che i server MCP restino sani durante flussi di lavoro lunghi e articolati.
  • Model routing e visibilità sui consumi per il traffico LLM: instradamento basato su content switching e tracciamento dell’uso a livello di token, per team, utente o applicazione.

Il tutto sfrutta l’architettura “single-pass” proprietaria di NetScaler, che esegue in un solo passaggio traffic management, autenticazione, routing, ispezione di sicurezza, rate limiting e observability. È una scelta progettuale rilevante: il traffico AI è molto volumetrico sia in termini di dimensioni dei payload che di numero di pacchetti, e concatenare più proxy separati aggiunge hop e latenza esattamente nel punto in cui le performance contano di più.

Governance anche sul lato LLM


Parallelamente al gateway MCP, Citrix ha esteso anche NetScaler AI Gateway, il componente che gestisce il traffico verso i provider LLM. Le richieste in arrivo da agenti e applicazioni possono ora essere instradate verso modelli diversi in base a policy, con tracciamento di token in ingresso e in uscita per team, utente o applicazione. L’obiettivo dichiarato è evitare il vendor lock-in su un singolo provider e responsabilizzare i team sui costi generati dall’uso dell’AI.

Un caso d’uso interessante, in anteprima privata, riguarda l’integrazione con Claude Code: NetScaler AI Gateway agisce da gateway LLM davanti a Claude Code, fornendo un punto di controllo centralizzato per l’accesso ai modelli Anthropic da parte di migliaia di sviluppatori, senza dover applicare l’identità due volte (una lato IdP aziendale, una lato provider AI).

Perché questo interessa a chi gestisce infrastrutture, non solo ai team AI


Per un sistemista o un architetto che ha già affrontato la messa in sicurezza di API gateway e reverse proxy classici, il parallelo con MCP Gateway è immediato: cambia il protocollo, ma la logica di centralizzazione di autenticazione, rate limiting e observability resta la stessa buona pratica che si applica da anni a qualunque superficie di API esposta internamente.

Ci sono almeno tre ragioni pratiche per iniziare a pensarci ora, anche se in azienda gli agenti AI sono ancora in fase pilota:

  • Proliferazione silenziosa degli endpoint. Ogni team che sperimenta con agenti AI tende a esporre un proprio server MCP, spesso senza coinvolgere il team di sicurezza. Senza un punto di controllo centrale, il numero di endpoint cresce più velocemente della capacità di monitorarli.
  • Settori regolamentati. In ambiti come finanza, sanità e pubblica amministrazione, un agente che accede a sistemi con dati sensibili senza audit trail centralizzato è un problema di compliance, non solo di sicurezza tecnica.
  • Il costo nascosto del traffico LLM. Senza tracciamento dei token per team o applicazione, è comune scoprire solo a fine mese quale progetto ha generato la spesa maggiore verso un provider AI.

Come osserva Steve Shah, general manager di NetScaler in Citrix: “non è una questione di se, ma di quando le polizze di cyber-insurance inizieranno a richiedere l’uso di gateway MCP per proteggersi da agenti pericolosi”. È una previsione plausibile: lo stesso percorso è già avvenuto con i Web Application Firewall e, più di recente, con gli API Gateway.

Cosa fare oggi, anche senza NetScaler


Che l’organizzazione adotti NetScaler o un’altra soluzione, i principi di governance restano validi in modo tecnologicamente agnostico:

  • Censire tutti i server MCP attivi in azienda, anche quelli nati come esperimento di un singolo team.
  • Imporre un solo punto di ingresso autenticato per il traffico MCP verso sistemi che trattano dati sensibili, invece di esporre i server direttamente.
  • Applicare rate limiting per tool, non solo per endpoint: un agente compromesso o mal configurato può generare un numero di chiamate ripetute a un singolo strumento capace di saturare un backend anche legittimo.
  • Loggare in modo centralizzato ogni richiesta MCP, per poter ricostruire “chi ha fatto cosa” in caso di incidente, esattamente come si farebbe con un audit log su un database di produzione.


Conclusione


MCP sta diventando, nelle parole di Shah, “la nuova API call” per gli agenti AI aziendali. Ma proprio come le API REST hanno richiesto un decennio per maturare pattern di sicurezza consolidati (OAuth, rate limiting, API gateway centralizzati), anche MCP dovrà attraversare lo stesso percorso, probabilmente in tempi molto più compressi vista la velocità con cui l’adozione dell’AI agentica sta avvenendo nelle aziende. Chi gestisce infrastrutture farebbe bene ad anticipare questa esigenza, piuttosto che rincorrerla dopo il primo incidente.

Fonte: Help Net Security e 4sysops


Sigfrido Ranucci: “Io in politica? Balle. Lavitola forse cercava di accreditarsi verso altri”


@Politica interna, europea e internazionale
Sigfrido Ranucci torna a parlare di Valter Lavitola, l’ex direttore de L’Avanti che, secondo le indagini della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, sarebbe il mandante dell’attentato ai danni del giornalista di Report. Intervistato dal Corriere

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Israele ha avvertito gli Stati Uniti di un nuovo piano iraniano per uccidere Trump


Secondo il Wall Street Journal, Teheran starebbe preparando un attentato contro il presidente americano. Intanto, la Casa Bianca valuta il ritorno al blocco navale dei porti iraniani e si prepara a un conflitto prolungato.

Israele ha condiviso con gli Stati Uniti nuove informazioni di intelligence che indicherebbero un piano iraniano per uccidere Donald Trump. Lo riferisce il Wall Street Journal, citando persone a conoscenza del dossier. Se confermata, la minaccia segnerebbe una nuova escalation nella guerra in corso da mesi tra Washington e Teheran.

La vendetta contro Trump è una promessa che l’Iran ripete apertamente da anni, dopo l’uccisione di Qassem Soleimani, comandante della Forza Quds dei Pasdaran, eliminato nel gennaio 2020 su ordine del presidente americano, all’epoca nel suo primo mandato. Mercoledì, parlando con i giornalisti ad Ankara, in Turchia, Trump ha fatto riferimento alle minacce contro di lui: “Vogliono eliminare il leader degli Stati Uniti, cioè me”, ha detto.

“Sono su ogni loro lista. L’ho visto questa mattina: sono su ogni singola lista. Finora, direi, sono stato un po’ fortunato, ma potrebbe non durare a lungo”.


L’ostilità verso Trump è emersa anche ai funerali della Guida suprema Ali Khamenei, ucciso il 28 febbraio in un raid congiunto americano-israeliano: la folla ha invocato la morte del presidente americano e ha esposto uno striscione con la scritta “Uccideremo Trump”.

Le tensioni tra Trump e Netanyahu


La nuova allerta arriva mentre i rapporti tra Trump e il premier israeliano Benjamin Netanyahu continuano a mostrare segnali di tensione. I due leader condividono l’obiettivo di contenere l’Iran, ma divergono sul proseguimento della guerra: Netanyahu spinge per continuare gli attacchi e completare gli obiettivi militari, mentre Trump cerca una via d’uscita dal conflitto, temendo un crollo dell’economia globale.

Il mese scorso gli Stati Uniti hanno raggiunto con Teheran un fragile cessate il fuoco. Giovedì Trump e Netanyahu si sono sentiti al telefono e, secondo l’ufficio del premier israeliano, hanno concordato di proseguire “il coordinamento tra i due Paesi”. Il presidente americano ha inoltre aggiornato Netanyahu sulle recenti attività degli Stati Uniti nel Golfo.

La Casa Bianca valuta il blocco navale


Intanto, volente o nolente, Washington si prepara a uno scontro prolungato. Secondo l’emittente israeliana Channel 12, che cita funzionari americani, Trump ha deciso di riunire nello Studio Ovale i suoi consiglieri e i vertici della sicurezza nazionale per decidere le prossime mosse. Un funzionario ha spiegato che i combattimenti potrebbero durare da pochi giorni a un mese, a seconda che l’Iran continui o meno ad attaccare le navi commerciali nello Stretto di Hormuz. “Gli daremo qualche schiaffo, così capiranno che non stiamo scherzando”, ha detto.

Tra le opzioni sul tavolo c’è anche il ritorno al blocco navale dei porti iraniani, una misura che Trump ha già evocato pubblicamente. La decisione non è ancora stata presa, ma diversi funzionari vicini al presidente la considerano la strada più probabile. Gli Stati Uniti avevano già imposto il blocco quando l’Iran, all’inizio della guerra, aveva chiuso lo Stretto di Hormuz. A Washington, riferisce Channel 12, c’è invece poca voglia di vedere Israele entrare direttamente nei combattimenti.

Israele si prepara comunque a un possibile allargamento della campagna, compresa l’ipotesi che l’Iran colpisca le basi da cui hanno operato gli aerei americani, come Nevatim e Ramon. In questo contesto il coordinamento tra le Forze Armate israeliane e il Comando Centrale statunitense, CENTCOM, resta continuo, fanno sapere fonti israeliane.

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La sesta legge elettorale in trent’anni e anche questa è fatta per chi governa


@Politica interna, europea e internazionale
L’Italia si prepara a cambiare, per la sesta volta in trent’anni, le regole con cui sceglie i propri rappresentanti. Il “Melonellum”, il nuovo disegno di legge elettorale sostenuto dalla maggioranza di centrodestra e calendarizzato alla Camera dal 26

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Les député·es sont en train de débattre de la loi RIPOST à l'Assemblée nationale et ont adopté ce matin de nouvelles mesures de surveillance.

Tout d'abord, l'article 15 qui étend l'utilisation des lecteurs automatiques de plaque d'immatriculation, ainsi que l'article 15bis qui permet aux services de renseignement d'exploiter au moyen d'un algorithme les données de déplacement issus de ces dispositifs.

Nous vous en parlions dans un récent article laquadrature.net/2026/06/17/lo…

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in reply to La Quadrature du Net

Cette nouvelle disposition autorise la soi-disant détection des vols dans les commerces pour le plus grand bonheur d'entreprises comme Veesion dont le business est aujourd'hui totalement illégal.

Cependant, il n'est pas exclu que cette mesure soit considérée comme un « cavalier législatif » par le Conseil constitutionnel car trop éloignée de l'objet du texte.
laquadrature.net/2024/07/18/ve…

in reply to La Quadrature du Net

Les débats devraient s'achever dans la soirée. Nous ne nous faisons que peu d'illusion sur le sort de ce texte dans une Assemblée dominée par la droite et l'extrême droite. Il reste cependant nécessaire de marteler notre refus de toutes ces technologies biométriques et de ce projet de société mortifère.
Questa voce è stata modificata (2 settimane fa)

Il sottosegretario Freni a TPI: “La sovranità europea passa anche dai circuiti finanziari”


@Politica interna, europea e internazionale
Sottosegretario, in Italia i pagamenti digitali sono cresciuti molto negli ultimi anni, ma il nostro è ancora un Paese fortemente legato al contante. Guardando al futuro, quali tendenze prevede? «La diffusione dei pagamenti elettronici va

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Weil Facebook und Instagram der Gesundheit ihrer Nutzer:innen schaden würden, fordert die EU-Kommission weitreichende Änderungen. Weniger personalisierte Empfehlungen, wirksame Begrenzungen der Bildschirmzeit und bessere Werkzeuge für die elterliche Kontrolle sollen die Risiken verringern.

netzpolitik.org/2026/suechtig-…

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l’ #Europarlamento ha dato il via libera al #ChatControl 1.0, legalizzando di fatto la scansione di massa e senza sospetti della nostra corrispondenza privata.

La parte migliore? NON hanno avuto bisogno della #maggioranza.

Possiamo ancora chiamarla #democrazia?

youtube.com/watch?v=COFwTCOtEA…

in reply to morrolinux

leggo di sfuggita questa roba (non ho verificato niente) , quindi ?

lanotiziagiornale.it/chat-cont…

Questa voce è stata modificata (2 settimane fa)
in reply to morrolinux

al fine si sensibilizzare il più possibile il pubblico su questo argomento, vorrei inviare ai miei contatti un link ad una pagina che spieghi in modo semplice ma preciso, in italiano, cosa è ChatControl, cosa è successo e che rischi corriamo.

Qualcuno sa se esiste giá una pagina in italiano da linkare , o è sufficientemente informato e disponibile per scriverla ?

Anche un post pubblico su Mastodon va bene, così facciamo anche conoscere Mastodon.

grazie

#chatcontrol

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L'aeroporto di Palm Beach ora si chiama Donald J. Trump International Airport


Il primo aereo ad atterrare con il nuovo nome è stato il Boeing 757 del presidente, con a bordo i figli Eric e Donald Jr. Il cambio, voluto dai repubblicani della Florida, costerà fino a 5,5 milioni

L'aeroporto internazionale di Palm Beach, in Florida, ha cambiato ufficialmente nome giovedì 9 luglio ed è diventato il President Donald J. Trump International Airport. Il primo aereo ad atterrare con la nuova denominazione è stato "Trump Force One", il Boeing 757 privato della Trump Organization, poco dopo le 5 del mattino (le 11 in Italia), con a bordo i figli del presidente Eric e Donald Jr. Nel video pubblicato da Eric Trump su X si sente un controllore di volo annunciare ai piloti: "Attenzione a tutti gli aeromobili, con effetto immediato l'aeroporto internazionale di Palm Beach è ora il Donald J. Trump International Airport".

Lo scalo si trova a circa otto chilometri da Mar-a-Lago, il club privato e residenza del presidente a Palm Beach, che la famiglia raggiunge regolarmente proprio passando da questo aeroporto. All'inizio dell'anno anche il tratto di strada che collega lo scalo alla tenuta era stato ribattezzato Donald J. Trump Boulevard. Il codice aeroportuale di tre lettere passerà da PBI a DJT il 18 agosto, mentre la sostituzione di insegne e segnaletica richiederà diverse settimane e costerà fino a 5,5 milioni di dollari. "Come figlio e come persona che vola da questo aeroporto quasi ogni giorno, sarò per sempre orgoglioso di vedere le iniziali 'DJT' sulla mia carta d'imbarco", ha scritto Eric Trump su X.

Il cambio di nome è stato approvato a febbraio dal parlamento della Florida, controllato dai repubblicani, e il governatore Ron DeSantis ha firmato la legge a marzo. I parlamentari democratici dello Stato si erano opposti citando i costi dell'operazione. La deputata democratica Lois Frankel, che rappresenta la zona dell'aeroporto, aveva definito la scelta "sbagliata e ingiusta", dicendo che le decisioni sull'intitolazione delle grandi infrastrutture dovrebbero aspettare la fine del mandato della persona onorata.

Il New York Times aveva rivelato a febbraio che l'azienda di famiglia del presidente aveva depositato all'ufficio marchi e brevetti americano le domande di registrazione per i possibili nomi dell'aeroporto e per il codice DJT, chiedendo anche il diritto di usarli su una serie di prodotti a tema aeroportuale, tra cui valigie, trasportini per animali e scarpe da indossare durante i controlli di sicurezza.

Trump, rientrato alla Casa Bianca dal vertice NATO in Turchia poche ore prima dell'atterraggio del suo aereo in Florida, ha celebrato la ridenominazione su Truth Social parlando di "una giornata molto importante a Palm Beach" e definendo lo scalo uno dei più grandi e spettacolari aeroporti del mondo. Lo stesso giovedì, a Dandridge, in Tennessee, il segretario al Tesoro Scott Bessent, i senatori Marsha Blackburn e Bill Hagerty e il deputato Tim Burchett hanno partecipato alla cerimonia che ha ribattezzato un ponte dell'autostrada I-40 come Donald J. Trump Bridge. Bessent ha detto che "nessuno è più meritevole" di Trump di un simile onore. Nella contea dove si trova il ponte il presidente aveva preso l'82 per cento dei voti nel 2024.

A differenza dei suoi predecessori, Trump ha incoraggiato l'uso del proprio nome e della propria immagine su monete, banconote, passaporti ed edifici pubblici. Il suo nome è comparso per quasi sei mesi sulla facciata del Kennedy Center, il grande centro per le arti di Washington, finché un giudice ne ha ordinato la rimozione a maggio. La sua firma dovrebbe apparire sulle banconote americane entro la fine dell'anno.

Intitolare aeroporti a presidenti in carica o ancora attivi in politica ha qualche precedente. Nel 2012 l'aeroporto di Little Rock, in Arkansas, fu ribattezzato Bill and Hillary Clinton National Airport mentre l'ex first lady era ancora segretaria di Stato. Nel 1998 fu lo stesso Bill Clinton a firmare la legge, voluta dai repubblicani, che intitolò a Ronald Reagan il Washington National Airport, anche se molti abitanti della capitale continuano a chiamarlo con il vecchio nome o con il codice DCA. Hanno un aeroporto dedicato anche Abraham Lincoln, Theodore Roosevelt, Dwight Eisenhower, John Kennedy, Gerald Ford e George H.W. Bush.


Trump chiede agli alleati NATO più lealtà


Il presidente Donald Trump arriva al vertice della NATO che si apre martedì e mercoledì ad Ankara, in Turchia, con una richiesta che nessun grafico può soddisfare: non più soldi dagli alleati, ma lealtà. La questione della spesa militare, che per anni lo ha visto attaccare gli europei, è stata risolta al summit dell'anno scorso, quando i paesi dell'alleanza si sono impegnati a portare la spesa per la difesa al 5% del prodotto interno lordo entro il 2035. Ora il presidente rimprovera ad alcuni alleati di non averlo sostenuto nella guerra contro l'Iran, che ha lanciato insieme a Israele senza consultarli.

"Non abbiamo bisogno dei loro soldi, non abbiamo bisogno di niente", ha detto Trump. "Voglio solo lealtà". Pochi giorni prima del vertice il presidente ha definito "ridicolo" e "unilaterale" il rapporto tra gli Stati Uniti e la NATO, scrivendo sul suo social Truth Social che gli alleati "non c'erano quando serviva a noi". Ha ripetuto di poter provare a far uscire gli Stati Uniti dall'alleanza, un passo che però richiederebbe l'approvazione del Congresso.

Il segretario generale della NATO Mark Rutte ha passato gran parte dei suoi quasi due anni alla guida dell'alleanza cercando di tenere ancorati gli Stati Uniti, l'alleato senza il quale l'organizzazione non può funzionare. La sua arma principale è stata l'adulazione. Il mese scorso alla Casa Bianca ha mostrato un grafico intitolato in lettere dorate "The Trump Trillion", con cui attribuiva al presidente i 1.200 miliardi di dollari spesi dagli alleati europei e dal Canada dal 2017. Ha ricordato anche le decine di migliaia di posti di lavoro creati negli Stati Uniti e i 300 miliardi di dollari di ordini europei di materiale militare, tutti meriti del "leader del mondo libero".

Trump è rimasto impassibile. Aveva già minacciato di lasciare la NATO, valutato il ritiro delle truppe americane dall'Europa e promesso di prendersi la Groenlandia, territorio semiautonomo della Danimarca, un paese alleato. Ha detto che avrebbe saltato il vertice se non fosse stato ospitato dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan, uno dei pochi leader stranieri che sembra stimare.

Il vero problema dell'alleanza non è più il denaro ma la capacità di trasformarlo in forze militari, proprio mentre i paesi europei temono un possibile attacco della Russia. Il mese scorso il Pentagono, il ministero della Difesa americano, ha sorpreso gli alleati annunciando che avrebbe ridotto il numero di soldati, navi da guerra, aerei e droni da mettere a disposizione in caso di attacco a uno di loro. Trump ha inviato messaggi contraddittori sul fatto che le truppe americane vengano aumentate o ridotte, mentre la Russia sonda le difese europee con voli di droni vicino alle basi militari di più paesi.

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha alzato i toni con gli alleati. In un incontro dei ministri della Difesa a Bruxelles ha definito la NATO poco più di una "tigre di carta" che vive di una "malsana dipendenza" dalle forze americane e ha annunciato una revisione della presenza militare statunitense in Europa. Voleva annunciare al vertice altri ritiri di soldati, ma il piano è stato bloccato dopo il passaggio alla Casa Bianca. Hegseth ha rimproverato agli alleati di non aver aiutato gli Stati Uniti nella guerra contro l'Iran, anche se non erano stati informati in anticipo né era stato chiesto loro un sostegno, se non quando Teheran ha chiuso lo Stretto di Hormuz, da cui passa circa il 20% del petrolio mondiale.

Secondo un editoriale del Financial Times, la NATO è oggi allo stesso tempo più forte e più debole rispetto a diciotto mesi fa. È più forte perché, grazie soprattutto alla pressione di Trump, i membri non americani hanno speso nel 2025 139 miliardi di dollari in più rispetto al 2024 e stanno investendo nel riarmo. È più debole perché è crollata la fiducia nel fatto che l'Amministrazione americana difenderebbe gli alleati in caso di attacco. In teoria resta possibile un grande accordo transatlantico, in cui gli europei si prendono la responsabilità della difesa convenzionale del continente e gli Stati Uniti mantengono l'ombrello nucleare. Ma pochi credono che Trump metterebbe a rischio la sua residenza di Mar-a-Lago per salvare Varsavia. Germania, paesi nordici e baltici spendono molto, mentre Francia e Regno Unito restano indietro.

Il vertice segna anche l'ascesa della Turchia dentro l'alleanza. Per anni molti alleati hanno guardato Ankara con diffidenza per l'acquisto di un sistema di difesa aerea russo e per lo stallo imposto all'ingresso della Svezia nella NATO. Ora Trump dice di partecipare al summit solo per Erdogan, che ha chiamato "un amico" e "un leader coi fiocchi". La Turchia ha il secondo esercito più grande dell'alleanza e il controllo dello stretto del Bosforo, mentre la sua industria delle armi è diventata preziosa via via che l'Europa si riarma di fronte al disimpegno americano. Trump ha lasciato intendere un'apertura sulla vendita dei caccia F-35, finora negati ad Ankara proprio per l'acquisto del sistema russo S-400.

La nuova vicinanza ha spinto i leader europei a tacere sull'arretramento democratico in Turchia, dove le autorità hanno fermato più di 200 persone per motivi di sicurezza prima del vertice e dove il principale rivale di Erdogan, il sindaco di Istanbul Ekrem Imamoglu, è in carcere dal 2025 con accuse di corruzione che respinge. "Gli europei non vogliono più tensioni con la Turchia, non vogliono avere quella conversazione", ha dichiarato al Washington Post Asli Aydintasbas, ricercatrice della Brookings Institution.

Rutte vuole trasformare il summit in una vetrina di accordi commerciali, con un forum dell'industria della difesa e annunci di intese da miliardi di dollari, nella speranza che Trump veda l'alleanza come qualcosa di positivo. I diplomatici europei puntano a un incontro breve, con molta cerimonia e poche dichiarazioni congiunte che possano mettere in evidenza le divisioni. Ma la richiesta di lealtà avanzata dal presidente resta difficile da mettere su un grafico.


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Let's be many 💜

volt.team/simple-join/en

#ChatControl #ChatKontrolle #EUpol #Volt #EuropeanParliamant #EU #Europe

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in reply to Volt Europa

Die Mehrheit der anwesenden im Parlament kurz vor der Sommerpause waren zwar dagegen, aber da nicht mehr alle da waren haben trotzdem nicht ausreichend viele abgelehnt und dadurch wurde mit diesem Trick der Parlamentspräsidentin und der EVP es geschafft, dass die Chatkontrolle 1.0 angenommen wurde in der 2. Lesung. (Wenn ich alles richtig verstanden habe.) WTF

Während #WM versucht mal die Politik wieder alles was geht 'durch zu kloppen'.

Ein Grund, warum ich Fußball seit Jahren nicht mehr leiden kann. 🙁

@VoltEuropa

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La desertificazione non è più un fenomeno lontano. In Andalusia e nell’Alentejo portoghese, agricoltori e comunità stanno già adattando coltivazioni e gestione dell’acqua a siccità più lunghe, temperature più alte e suoli sempre più fragili.

Nel 2024 i disastri hanno causato 45,8 milioni di spostamenti interni nel mondo, il dato annuale più alto mai registrato dall’Internal Displacement Monitoring Centre. Eppure il sistema europeo di asilo non riconosce il cambiamento climatico come motivo autonomo di protezione: chi lascia la propria terra per la crisi climatica resta senza uno status giuridico specifico.

Come denuncia Kai Tegethoff, europarlamentare di Volt, chi urla contro i migranti cerca un capro espiatorio mentre ignora una crisi che non conosce confini. Serve una strategia europea di adattamento: infrastrutture resilienti, gestione condivisa dell’acqua e pianificazione capace di prevenire abbandono e spopolamento.

Il pericolo non è alle frontiere. È già dentro casa nostra.

#CrisiClimatica #RifugiatiClimatici #Desertificazione #CambiamentoClimatico #EmergenzaClimatica #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Perché il ritiro di Platner può favorire i Dem in Maine


Una convention di 600 delegati sceglierà entro il 27 luglio lo sfidante di Susan Collins. Per il New York Times il nuovo candidato partirà favorito, ma quasi tutte le sostituzioni sono finite male

Il ritiro di Graham Platner dalla corsa per il Senato in Maine potrebbe rivelarsi un vantaggio per i democratici. Il candidato si è ritirato mercoledì sera dopo un'accusa di stupro quando ormai il Partito Democratico nazionale, il leader al Senato Chuck Schumer e persino Bernie Sanders, il suo principale sostenitore, gli avevano chiesto di farsi da parte. Ora il partito ha due settimane per scegliere chi sfiderà a novembre la repubblicana Susan Collins in un seggio quasi indispensabile: senza una vittoria in Maine, il percorso dei democratici verso la maggioranza al Senato diventa quasi impraticabile.

Platner deve depositare le carte del ritiro entro le 17 di lunedì 13 luglio (le 23 in Italia) e da quel momento il partito avrà tempo fino al 27 luglio per indicare il sostituto. Il Partito Democratico del Maine ha deciso di affidare la scelta a una convention di circa 600 delegati: i 113 membri del comitato statale più circa 500 delegati selezionati dalle contee, con una soglia di circa 200 firme per potersi candidare. È possibile che si voti con il ranked choice voting, il sistema già usato in Maine per le elezioni ordinarie: gli elettori mettono in fila i candidati in ordine di preferenza e i voti di chi arriva ultimo vengono redistribuiti fino a quando qualcuno supera il 50%.

Midterm 2026 · Corsa al Senato

Dopo Platner, i democratici hanno due settimane per trovare chi può battere Collins

Graham Platner si è ritirato dalla corsa per il Senato dopo un’accusa di stupro. Il partito deve indicare il sostituto entro il 27 luglio: senza una vittoria in Maine, la strada verso la maggioranza diventa quasi impraticabile.

Grafica di FocusAmerica 10 luglio 2026

Probabilità che i repubblicani tengano il Senato

Un mese fa
53%

Oggi
53%

Stima Split Ticket a inizio giugno
Salita soprattutto per la crisi della candidatura di Platner

Vote Hub è più cauto (55%), ma entrambi i modelli si aspettano un recupero in Maine: per Vote Hub, senza Platner le probabilità democratiche nello stato salgono di 5-7 punti.

Il calendario

Quattro date decidono la corsa


Tocca ogni tappa per i dettagli.

Mercoledì 8 luglio Platner annuncia il ritiro+

In un video di 11 minuti attacca i vertici democratici e i media, dopo che il partito nazionale, Chuck Schumer e persino Bernie Sanders gli avevano chiesto di farsi da parte.

Lunedì 13 luglio, ore 17 Termine per depositare il ritiro+

Le 23 in Italia. Solo con le carte depositate il nome di Platner esce dalla scheda e il partito può avviare la sostituzione.

Entro il 27 luglio La convention sceglie il sostituto+

Circa 600 delegati: i 113 membri del comitato statale più circa 500 delegati delle contee. Servono circa 200 firme per candidarsi; possibile il voto con ranked choice, il sistema a preferenze ordinate già usato in Maine.

Martedì 3 novembre Si vota per il seggio di Collins+

La senatrice repubblicana cerca il sesto mandato. Nel 2020 ha vinto con il margine più basso della sua carriera, 9 punti.

I candidati

Chi può prendere il posto di Platner


I nomi in campo per la convention democratica.

1
Troy JacksonFavorito

Ex presidente del Senato statale, area sindacale, il più vicino a Platner. Ha già depositato le carte alla FEC per raccogliere fondi.

2
Nirav Shah

Ex direttore della sanità pubblica del Maine, popolare dalla pandemia. Secondo alle primarie di giugno per governatore.

3
Shenna Bellows

Segretaria di Stato del Maine. Nel 2014 perse contro Collins di 36 punti, in una campagna in cui il partito la lasciò sola.

Più indietro: Jordan Wood (ex candidato al Congresso), Dan Kleban (birraio) e Valli Geiger (deputata statale, fedelissima di Platner).

Fuori dalla politica

Una società di sondaggi ha misurato la popolarità dell’attore Patrick Dempsey, nato in Maine. Il confronto con Platner è impietoso.

+43
Gradimento netto di Dempsey

−7
Gradimento netto di Platner

Il sondaggio NYT/Siena

Il Maine voleva i democratici, ma non voleva Platner


Margini tra i probabili elettori del Maine prima del ritiro. A destra il vantaggio democratico, a sinistra quello di Collins.

Preferenza per un Senato controllato dai democraticiDem +12

Platner contro CollinsPlatner +2

Ma il 30% dei suoi stessi sostenitori si diceva in dubbio dopo gli scandali.

Bianchi senza laurea (59 a 36)Collins +23

L’elettorato operaio a cui la candidatura di Platner doveva parlare.

Donne sopra i 65 anniCollins +3

Nel 2024 avevano preferito Kamala Harris di 28 punti.

Vantaggio democratico Vantaggio Collins
Il consenso di Platner era 10 punti sotto la quota di elettori che voleva un Senato democratico: era l’unico candidato del partito, nei sei stati in bilico sondati dal New York Times, a correre dietro al proprio schieramento.

I precedenti

In trent’anni solo due sostituti hanno vinto


Su oltre 500 corse per il Senato, i grandi partiti hanno cambiato candidato dopo le primarie appena nove volte, secondo il New York Times.

2 vittorie 7 sconfitte

1996
Tim Hutchinson – Arkansas

Conquistò il seggio lasciato libero da Mike Huckabee, che aveva rinunciato per diventare governatore.

Vinse
2002
Frank Lautenberg – New Jersey

Subentrò a Robert Torricelli, travolto da uno scandalo sui finanziamenti.

Vinse +10
2002
Walter Mondale – Minnesota

L’ex vicepresidente subentrò a Paul Wellstone, morto in un incidente aereo a meno di due settimane dal voto.

Perse −2
2004
Alan Keyes – Illinois

Chiamato a sostituire un candidato dimessosi per uno scandalo, perse contro un giovane senatore statale di nome Barack Obama.

Perse −43
2016
Evan Bayh – Indiana

L’ex senatore tornò in corsa e perse di quasi 10 punti.

Perse −10

Fonte Elaborazione FocusAmerica su dati New York Times/Siena College, Split Ticket e Vote Hub. Precedenti storici: conteggio del New York Times sulle corse per il Senato dal 1996.

Platner ha provato fino all'ultimo a condizionare la scelta del successore, proponendo tre nomi e minacciando di restare in corsa se il partito avesse puntato su un candidato dell'establishment. Il partito ha risposto che il suo staff non ha alcun ruolo nella decisione. Nel video con cui ha annunciato il ritiro, 11 minuti molto amari, Platner ha attaccato i vertici democratici e i media, sostenendo che le élite hanno cospirato contro di lui e contro la gente comune del Maine che lo aveva sostenuto.

Il favorito per la sostituzione è Troy Jackson, ex presidente del Senato statale, democratico d'area sindacale considerato il più vicino a Platner. Alle primarie di giugno per la carica di governatore, sostenuto da Sanders, era arrivato terzo. Ha già depositato le carte alla Federal Election Commission, l'autorità che vigila sui finanziamenti delle campagne federali, per iniziare a raccogliere fondi. In corsa dovrebbero esserci anche Nirav Shah e Shenna Bellows: il primo è l'ex direttore dell'agenzia per la salute pubblica del Maine, diventato popolare durante la pandemia e arrivato secondo alle stesse primarie; la seconda è la segretaria di Stato del Maine e nel 2014 perse contro Collins di 36 punti, in una campagna in cui il partito l'aveva lasciata sola. Più indietro l'ex candidato al Congresso Jordan Wood, il birraio Dan Kleban e la deputata statale Valli Geiger, fedelissima di Platner. Qualcuno ha guardato anche fuori dalla politica: una società di sondaggi ha misurato la popolarità dell'attore Patrick Dempsey, nato in Maine, che ha un gradimento netto di +43 punti contro il -7 di Platner.

Secondo un'analisi del New York Times, chiunque esca dalla convention partirà leggermente favorito su Collins. Nell'ultimo sondaggio condotto dal giornale con il Siena College, i probabili elettori del Maine preferivano di 12 punti un Senato controllato dai democratici e la maggioranza aveva un'opinione negativa della senatrice, che nel 2020 aveva vinto con il margine più basso della sua carriera, 9 punti. Il problema era Platner: era avanti di 2 punti su Collins, ma il 30% dei suoi stessi sostenitori si diceva in dubbio dopo gli scandali. Tra i bianchi senza laurea, l'elettorato operaio a cui la sua candidatura doveva parlare, Collins era avanti 59 a 36. Le donne sopra i 65 anni, che nel 2024 avevano preferito Kamala Harris di 28 punti, sceglievano la senatrice repubblicana di 3 punti. Nel complesso il consenso di Platner era 10 punti sotto la quota di elettori che voleva un Senato democratico: era l'unico candidato del partito, nei sei stati in bilico sondati dal giornale, a correre dietro al proprio schieramento.

Negli ultimi trent'anni, su oltre 500 corse per il Senato, i grandi partiti hanno sostituito il proprio candidato dopo le primarie solo nove volte, secondo un conteggio dello stesso New York Times. Il rimpiazzo ha vinto in due soli casi. Nel 1996 in Arkansas Tim Hutchinson conquistò il seggio lasciato libero da Mike Huckabee, che aveva rinunciato alla candidatura per diventare governatore; nel 2002 in New Jersey l'ex senatore Frank Lautenberg vinse di 10 punti dopo essere subentrato a Robert Torricelli, travolto da uno scandalo sui finanziamenti. Gli altri sette persero. Nel 2004 in Illinois Alan Keyes, chiamato a sostituire un candidato dimessosi per uno scandalo sessuale, perse di 43 punti contro un giovane senatore statale di nome Barack Obama; nel 2002 in Minnesota l'ex vicepresidente Walter Mondale, subentrato a Paul Wellstone dopo la morte del senatore in un incidente aereo a meno di due settimane dal voto, perse di 2 punti; nel 2016 in Indiana l'ex senatore Evan Bayh perse di quasi 10.

Il sito di analisi elettorali Split Ticket ha alzato in un mese dal 53% al 61% la probabilità che i repubblicani mantengano il controllo del Senato, soprattutto per la crisi della candidatura di Platner, mentre per Vote Hub, un altro modello previsionale, la stima è ferma al 55%. Entrambi si aspettano un recupero democratico in Maine ora che Platner esce dai calcoli: per Vote Hub le probabilità di vittoria nello stato saliranno di 5-7 punti percentuali. L'unico sondaggio condotto dopo l'accusa, un rilevamento interno del partito, dava Platner sotto di 5 punti. Per il Times, con un candidato diverso la corsa tornerebbe a essere un referendum su Collins e sul suo sostegno al presidente Trump, non più un test sul carattere dello sfidante.


Graham Platner si ritira dalla corsa al Senato nel Maine


Graham Platner ha ritirato la propria candidatura al Senato per il Maine nella serata di mercoledì (la notte in Italia), con un video di 11 minuti pubblicato sui social. La decisione arriva due giorni dopo che una donna che aveva frequentato in passato lo ha accusato pubblicamente di violenza sessuale, un'accusa che lui definisce falsa. Il Partito Democratico del Maine ha ora tempo fino al 27 luglio per scegliere il candidato che a novembre sfiderà la senatrice repubblicana Susan Collins in una delle corse decisive per il controllo del Senato.

"Crediamo che perché il movimento continui non possa essere io e per questo sospendiamo le attività della campagna", ha detto Platner nel video, in cui ha definito le accuse parte di una strategia dell'establishment per "esercitare una pressione strutturale su di noi" e ha ripetuto che il ritiro "non è assolutamente un'ammissione di colpa". Ha spiegato che, se fosse rimasto in corsa, avrebbe perso la possibilità di raccogliere fondi e di accedere ai dati sugli elettori, dopo che i vertici democratici al Senato avevano minacciato di tagliargli le risorse. Secondo il Washington Post, la forma dell'annuncio era una condizione posta dallo stesso Platner: aveva detto ai collaboratori più fedeli che avrebbe sospeso la campagna solo se avesse potuto dire tutto ciò che voleva.

My name might be on the ballot right now, but that ballot line belongs to the people of Maine. pic.twitter.com/RKVyLU76tm
— Graham Platner for Senate (@grahamformaine) July 9, 2026


La crisi è precipitata lunedì, quando Jenny Racicot, una donna che ha raccontato di aver frequentato Platner in modo discontinuo per due anni, lo ha accusato di essere entrato in casa sua senza invito e ubriaco una notte alla fine del 2021 e di averla costretta a un rapporto mentre lei gli diceva di fermarsi. Platner ha negato, ma nel giro di 48 ore i suoi principali sostenitori gli hanno chiesto di ritirarsi. "Alla luce di queste accuse molto serie, gli ho raccomandato di farsi da parte", ha detto martedì il senatore Bernie Sanders, il suo sponsor più influente. Lo stesso giorno una seconda ex fidanzata ha raccontato al Washington Post che Platner rimuoveva ripetutamente il preservativo durante i rapporti senza il suo consenso.

Era l'ultimo capitolo di una serie di scandali iniziata a ottobre: un tatuaggio simile a un simbolo nazista, poi coperto, vecchi post su Reddit in cui minimizzava le violenze sessuali, messaggi sessualmente espliciti inviati ad altre donne dopo il matrimonio e accuse di comportamenti violenti da parte di alcune ex fidanzate. Platner, un allevatore di ostriche di 41 anni ed ex Marine, aveva attribuito quei comportamenti a problemi di salute mentale e allo stress post-traumatico legato al servizio militare e fino a questa settimana aveva conservato il sostegno di gran parte della sinistra del partito, compresi Sanders ed Elizabeth Warren.

Stati Uniti · La corsa al Senato nel Maine
La caduta di Graham Platner, accusa dopo accusa

Per undici mesi il candidato democratico del Maine era sopravvissuto a un tatuaggio simile a un simbolo nazista, ai vecchi post su Reddit e alle rivelazioni delle ex fidanzate. Un'accusa di stupro lo ha travolto in due giorni. Ora il partito ha meno di tre settimane per scegliere chi sfiderà Susan Collins.
Grafica di FocusAmerica

Giorni di campagna
323

Giorni per il crollo
2

dal lancio del 19 agosto 2025 al video con cui ha sospeso la campagna
dall'accusa pubblica di Jenny Racicot all'annuncio del ritiro

Nel giro di 48 ore dall'accusa i suoi principali sostenitori, Bernie Sanders compreso, gli avevano già chiesto di farsi da parte.

La ricostruzione in quattro capitoli
1Gli scandali2Le 48 ore3E ora?4La posta

Undici mesi sul filo
Cinque momenti che avrebbero affondato qualsiasi campagna. La sua era sopravvissuta a tutti, fino a luglio.
Tocca una tappa per il dettaglio

19 ago 2025
Il lancio della campagna

L'allevatore di ostriche ed ex Marine, 41 anni, si candida contro Susan Collins da outsider anti-establishment: nei primi nove giorni raccoglie oltre un milione di dollari.

16 ott 2025
Riemergono i vecchi post su Reddit

La CNN riporta alla luce anni di commenti poi cancellati, compresi post in cui Platner minimizzava le violenze sessuali. Nel giro di dieci giorni si dimettono la direttrice politica e il responsabile della campagna.

20 ott 2025
Il tatuaggio simile a un simbolo nazista

In un podcast Platner rivela di avere sul petto un teschio simile al Totenkopf delle SS. Dice di non averne mai conosciuto il significato e lo fa coprire il giorno dopo.

mag–giu 2026
Le rivelazioni delle ex fidanzate

Wall Street Journal e New York Times raccontano i messaggi sessualmente espliciti inviati ad altre donne dopo il matrimonio e le relazioni segnate da comportamenti instabili e aggressivi.

9 giu 2026
La vittoria alle primarie

Nonostante gli scandali, Platner vince la nomination democratica conservando il sostegno della sinistra del partito, da Bernie Sanders a Elizabeth Warren.

Il crollo, giorno per giorno
Dall'accusa di Jenny Racicot al video del ritiro sono bastate 48 ore perché il partito gli voltasse le spalle.

lunedìlun
6
luglio

L'accusa di violenza sessuale
Politico pubblica il racconto di Jenny Racicot: una notte alla fine del 2021 Platner sarebbe entrato in casa sua senza invito e ubriaco e l'avrebbe costretta a un rapporto mentre lei gli diceva di fermarsi. Lui nega e annulla alcuni eventi elettorali.

martedìmar
7
luglio

Il partito lo scarica
Schumer, Warren e infine Sanders gli chiedono di farsi da parte, mentre i vertici minacciano di tagliare fondi e accesso ai dati sugli elettori. Una seconda ex racconta al Washington Post altri rapporti non consensuali.

mercoledìmer
8
luglio

Il video del ritiro
In un video di 11 minuti Platner sospende la campagna e definisce le accuse una strategia dell'establishment. Meno di un'ora dopo Troy Jackson lancia la propria candidatura.

«Alla luce di queste accuse molto serie, gli ho raccomandato di farsi da parte»Bernie Sanders · martedì 7 luglio
Gli hanno chiesto di ritirarsi
Chuck SchumerKirsten GillibrandBernie SandersElizabeth WarrenRo KhannaZohran Mamdaniil Partito Dem. del Maine

Due scadenze per salvare la corsa
Il ritiro formale va depositato entro il 13 luglio; poi i delegati democratici avranno due settimane per scegliere il successore.

8 lug
annuncio del ritiro

13 lug
ritiro formale

27 lug
convention dem

3 nov
voto di midterm

Ritiro formale
13 luglio

Il termine di legge entro cui Platner deve depositare il ritiro perché il partito possa sostituirlo sulla scheda elettorale.

La convention
27 luglio

Entro le 17 (le 23 in Italia) un'assemblea di delegati democratici sceglierà il nuovo candidato.

Già in corsa per la successione

Troy Jackson
Ex presidente del Senato statale, vicino alle posizioni di Platner

Jordan Wood
Ex capo di gabinetto della deputata Katie Porter

Dan Kleban
Cofondatore del birrificio Maine Beer Company

David Costello
Terzo alle primarie di giugno, rientrato in corsa

Valutano la candidatura

Nirav Shah
Ex numero due dei CDC, l'agenzia federale per la sanità pubblica

Shenna Bellows
Segretaria di Stato del Maine, sovrintende alle elezioni

Perché il Maine è decisivo per il Senato
I democratici devono strappare quattro seggi ai repubblicani senza perderne nessuno. Il Maine è tra le occasioni migliori.

51 · maggioranza

Il Senato oggi

47
53

Se i democratici strappano 4 seggi

47

49

democraticiseggi da strapparerepubblicani
Con quattro seggi in più i democratici arriverebbero a 51, la soglia della maggioranza. Il Maine è tra i pochi stati dove il seggio repubblicano è considerato contendibile.

L'obiettivo
4
i seggi che i democratici devono strappare ai repubblicani a novembre per riconquistare il Senato, senza perderne nessuno

L'avversaria

il mandato consecutivo che Susan Collins cerca il 3 novembre: finora ha respinto ogni tentativo democratico di toglierle il seggio

Il precedente
+7
i punti di vantaggio con cui Kamala Harris ha vinto il Maine alle presidenziali del 2024

Fonte: Politico, Washington Post, CNN, Portland Press Herald · Dati aggiornati al 9 luglio 2026

Platner ha detto che depositerà il ritiro formale, richiesto per legge entro il 13 luglio perché il partito possa sostituirlo sulla scheda, solo dopo aver ricevuto garanzie che il processo di selezione sarà "aperto, trasparente e democratico". Il Partito Democratico del Maine, che nei giorni scorsi lo aveva accusato di provare a condizionare la scelta del successore, ha votato per tenere una convenzione, cioè un'assemblea di delegati che sceglierà il nuovo candidato entro la scadenza delle 17 del 27 luglio (le 23 in Italia). Nel frattempo il comitato nazionale che finanzia le campagne democratiche per il Senato ha aperto un fondo per raccogliere donazioni da trasferire al futuro candidato.

Meno di un'ora dopo l'annuncio, Troy Jackson, ex presidente del Senato statale del Maine e boscaiolo della contea rurale di Aroostook, ha lanciato la sua candidatura. È considerato il più vicino alle posizioni di Platner e il deputato progressista californiano Ro Khanna si è già schierato con lui, ma Jackson ha detto alla NBC che non vorrebbe il sostegno dell'ex candidato: "Quando si è arrivati a un'accusa credibile di violenza sessuale, quella è stata la linea rossa". Si sono candidati anche Jordan Wood, ex capo di gabinetto della deputata Katie Porter, e Dan Kleban, cofondatore del birrificio Maine Beer Company, mentre David Costello, terzo nella primaria vinta da Platner a giugno, ha annunciato il suo rientro in corsa. Valutano la candidatura anche Nirav Shah, ex numero due dei Centers for Disease Control and Prevention, l'agenzia federale per la sanità pubblica, e Shenna Bellows, la segretaria di Stato del Maine, la carica che sovrintende alle elezioni. L'attore Patrick Dempsey, il cui nome era circolato tra i possibili sostituti, ha escluso una candidatura.

Per i democratici il Maine è un tassello essenziale nel tentativo di riconquistare il Senato: a novembre devono strappare quattro seggi ai repubblicani senza perderne nessuno dei propri. Collins cerca il sesto mandato in uno stato che Kamala Harris ha vinto con 7 punti di vantaggio nel 2024 e finora ha sempre respinto i tentativi democratici di toglierle il seggio.


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Bei Lieferando haben sich die Arbeitsbedingungen im Vergleich zum Vorjahr verschlechtert, bei den Plattformen Wolt, Bolt, Uber und Uber Eats sind sie gleichermaßen schlecht geblieben. Auf diese Missstände verweist der kürzlich veröffentlichte Fairwork-Bericht.

netzpolitik.org/2026/studie-zu…

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Trump svuota l'agenzia federale che aiuta gli Stati a organizzare le elezioni


Via email il licenziamento dei due commissari democratici della Election Assistance Commission, nata dopo il voto contestato del 2000. Ora è senza guida a pochi mesi dalle midterm.

Il presidente Donald Trump ha licenziato via email i due commissari democratici dell'unica agenzia federale dedicata alle elezioni, svuotandola completamente a pochi mesi dal voto di metà mandato, le elezioni di novembre che rinnoveranno il Congresso a metà del suo mandato.

I due commissari, Thomas Hicks e Benjamin Hovland, hanno ricevuto l'email di licenziamento il 9 luglio. Erano stati scelti dai democratici del Congresso. La vicepresidente della commissione, la repubblicana Christy McCormick, si era già dimessa il mese precedente, mentre il quarto posto era rimasto vacante all'inizio dell'anno, quando il repubblicano Donald Palmer aveva lasciato l'incarico per entrare nella Heritage Foundation, un centro studi conservatore. Così la Election Assistance Commission è rimasta del tutto priva di membri.

Per approvare qualsiasi decisione la commissione ha bisogno del voto di almeno tre dei suoi quattro componenti. Riempire i posti vacanti potrebbe richiedere mesi. "Queste rimozioni lasciano l'agenzia senza guida e incapace di svolgere le sue principali responsabilità", ha dichiarato Michael Waldman, presidente del Brennan Center for Justice, il centro di ricerca giuridica della New York University.

La decisione arriva dopo una sentenza della Corte Suprema del 29 giugno che ha ampliato molto il potere del presidente di rimuovere i vertici delle agenzie indipendenti, quelle che il Congresso ha costruito per tenere al riparo dal controllo diretto della Casa Bianca. La Corte ha però esentato la Federal Reserve, la banca centrale americana, bloccando il tentativo di Trump di rimuovere una delle sue governatrici, Lisa Cook. Un funzionario della Casa Bianca ha detto che quella sentenza dà al presidente la facoltà di licenziare i commissari, anche se non è ancora chiaro se l'agenzia elettorale rientri davvero in quel potere ampliato.

In una nota la Casa Bianca ha dichiarato che il presidente "si riserva il diritto di rimuovere individui che potrebbero non essere del tutto allineati con l'importante compito di garantire la sicurezza delle elezioni americane e di assicurare che ogni voto legale venga contato".

La Election Assistance Commission è l'unica agenzia federale che si occupa esclusivamente di amministrazione delle elezioni. Il Congresso la creò con l'Help America Vote Act dopo le contestate elezioni presidenziali del 2000, per aiutare gli stati a migliorare la gestione del voto senza però centralizzarla a Washington. Ha soprattutto un ruolo di sostegno: distribuisce i fondi elettorali federali, gestisce il modulo nazionale per registrarsi al voto per posta, controlla e certifica le macchine per votare e offre linee guida agli amministratori locali. Le sue raccomandazioni sono volontarie e non ha alcun potere sanzionatorio.

Per legge la commissione deve restare bipartisan: non può avere più di due membri dello stesso partito. I commissari sono nominati dal presidente sulla base delle indicazioni dei leader repubblicani e democratici di Camera e Senato. La nomina passa poi al Senato per la conferma.

Stati Uniti · Midterm 2026
Quattro seggi, zero commissari: Trump svuota l’agenzia che assiste le elezioni

Il 9 luglio la Casa Bianca ha licenziato via email i due membri democratici della Election Assistance Commission; l’unica commissaria repubblicana rimasta si è dimessa. A quattro mesi dal voto di metà mandato, l’organismo che distribuisce i fondi agli Stati e certifica i sistemi di voto non può più prendere alcuna decisione.
Grafica di FocusAmerica

Seggi previsti dalla legge

In carica dopo il 9 luglio
4

0
Due democratici
e due repubblicani

La Commissione
non ha più quorum

Palmer
Dimissioni
apr 2026

Hicks
Licenziato
9 lug 2026

Hovland
Licenziato
9 lug 2026

McCormick
Dimessa
9 lug 2026

In quota democratica
In quota repubblicana

È il primo banco di prova dei nuovi poteri di rimozione che la Corte Suprema ha riconosciuto al presidente

Esplora l’analisi
ILa cronologia IILe sentenze IIIE adesso

Dallo scontro sulle regole del voto alla Commissione vuota
Tocca ogni tappa per leggere il dettaglio. La Costituzione affida la gestione delle elezioni soprattutto agli Stati e al Congresso: finora i tribunali hanno bloccato gran parte dei tentativi del presidente di modificarla per decreto.

2002
Nasce la Election Assistance Commission

Il Congresso la istituisce con l’Help America Vote Act, legge bipartisan firmata da George W. Bush dopo il caos del voto del 2000: quattro seggi, due democratici e due repubblicani.

MARZO 2025
L’ordine esecutivo sulla prova di cittadinanza

Trump ordina di inserire nel modulo nazionale di registrazione al voto l’obbligo di documentare la cittadinanza. La Commissione non lo applica e un giudice federale blocca la disposizione: il presidente ha oltrepassato i propri poteri.

29 GIUGNO 2026
La Corte Suprema amplia i poteri del presidente

Con la sentenza Slaughter (6 voti a 3) i giudici stabiliscono che il presidente può rimuovere senza giusta causa i vertici delle agenzie indipendenti. Cade un precedente che resisteva dal 1935.

9 LUGLIO 2026
La Commissione resta senza membri

I due democratici Hicks e Hovland vengono licenziati con un’email della Casa Bianca; la repubblicana McCormick si dimette. Palmer aveva già lasciato in aprile: nessun commissario in carica.

3 NOVEMBRE 2026
Le elezioni di metà mandato

Senza quorum l’agenzia non può distribuire nuovi fondi agli uffici elettorali né certificare i sistemi di voto. La gestione delle urne resta comunque nelle mani degli Stati.

Due sentenze in un giorno tracciano il confine del potere presidenziale
Il 29 giugno la Corte Suprema ha dato al presidente mano libera sulle agenzie indipendenti, ma ha riconosciuto alla Federal Reserve una tutela speciale. Solo Roberts e Kavanaugh hanno votato con la maggioranza in entrambi i casi.

Trump v. Slaughter · Federal Trade Commission

Via libera alle rimozioni
6–3

Maggioranza: i sei giudici conservatori
Il presidente può licenziare senza giusta causa i membri delle agenzie esecutive indipendenti. È il principio invocato dalla Casa Bianca per le rimozioni all’EAC.

Il caso Lisa Cook · Federal Reserve

L’eccezione della banca centrale
5–4

Maggioranza: Roberts e Kavanaugh con i tre giudici liberal
La governatrice Cook resta in carica: prima di rimuovere un membro della Fed servono preavviso e possibilità di replica. L’indipendenza della banca centrale fa eccezione.

Giudici conservatori
Giudici liberal
Cerchio vuoto: in dissenso
Roberts e Kavanaugh, in maggioranza in entrambe

Un’agenzia congelata a quattro mesi dal voto
Senza commissari l’EAC non può deliberare: nuovi fondi agli Stati, certificazione dei sistemi di voto e modulo nazionale di registrazione restano fermi finché il Senato non confermerà le nuove nomine.

0
Commissari in carica
Sui quattro seggi previsti dall’Help America Vote Act

>1 mld $
Fondi per la sicurezza del voto distribuiti dal 2018 al 2025
Stima del Bipartisan Policy Center

4
Nomine necessarie per far ripartire la Commissione
Ognuna richiede la conferma del Senato

2002
L’anno in cui il Congresso ha istituito l’agenzia
Con una legge bipartisan firmata da George W. Bush

Cosa succede ora

Ricorso

Hicks e Hovland possono impugnare il licenziamento
Il caso potrebbe risalire fino alla Corte Suprema e precisare quanto lontano arriva il principio fissato dalla sentenza Slaughter.

Nomine

La Casa Bianca può proporre nuovi commissari
Ogni nomina passa dalla conferma del Senato, un processo tutt’altro che rapido. In alternativa, i quattro seggi possono restare vacanti.

Midterm

Il voto di novembre resta nelle mani degli Stati
La rimozione non cambia lo svolgimento delle elezioni, ma priva gli uffici elettorali locali di nuovi fondi e del supporto federale.

Fonte Associated Press, Votebeat, ProPublica, NBC News, SCOTUSblog. Dati aggiornati al 10 luglio 2026.

Non è la prima agenzia elettorale che Trump svuota. All'inizio dell'anno aveva rimosso un commissario democratico della Federal Election Commission, l'autorità che vigila sul finanziamento delle campagne, senza che la mossa finisse in tribunale. Quella commissione è priva del numero legale da aprile 2025, quando sono usciti altri due membri repubblicani. Da allora non può più emettere linee guida.

I repubblicani hanno provato più volte, senza riuscirci, a eliminare la Election Assistance Commission, che Joe Biden aveva raddoppiato durante il suo mandato. Oggi conta appena 65 dipendenti dopo una serie di tagli decisi da Trump. Per anni l'agenzia era rimasta senza numero legale, incapace di aggiornare le linee guida sul voto, finché nel 2019 il Senato non aveva confermato nuovi commissari.

Diversi funzionari elettorali democratici hanno criticato la decisione. I segretari di stato, che nei singoli stati americani sono i principali responsabili dell'organizzazione del voto, dovranno ancora una volta colmare il vuoto lasciato dal governo federale, ha detto Cisco Aguilar, presidente dell'associazione che riunisce i segretari di stato democratici.

La commissione perde così la capacità di formulare raccomandazioni condivise tra i due partiti proprio nei mesi che precedono il voto, mentre il presidente prova a rimodellare in modo aggressivo il modo in cui il paese vota. Da settimane la sua amministrazione spinge per un ruolo più diretto del governo federale nelle elezioni di novembre.


Trump usa le agenzie federali per cambiare le regole del voto, ma i tribunali lo fermano


Il presidente Donald Trump da mesi porta avanti una campagna aggressiva per cambiare il modo in cui i singoli Stati organizzano le elezioni, usando le agenzie federali come nessuno dei suoi predecessori aveva mai fatto.

Ha chiesto al Dipartimento per la Sicurezza interna, il ministero che si occupa di confini e immigrazione, di compilare una lista dei cittadini di ogni Stato per stabilire chi ha diritto di voto. Vuole affidare al servizio postale un ruolo nel decidere chi può ricevere le schede per il voto per posta. Ha minacciato di togliere i fondi federali agli Stati che non eliminano le macchine per il voto elettronico. E fa pressione sui parlamentari repubblicani perché riscrivano le leggi elettorali, sostenendo senza prove che le elezioni siano truccate.

La Costituzione americana affida agli Stati, e non al governo federale, il controllo su come si vota e lascia al Congresso il potere di approvare le leggi in materia. Il presidente può agire solo attraverso norme federali già esistenti, ha ricordato Rick Hasen, professore di diritto all'Università della California a Los Angeles. Per questo molti tribunali hanno bloccato o annullato i suoi tentativi di intervenire sull'organizzazione del voto.

Al centro dell'offensiva c'è il SAVE America Act, una proposta di legge che obbligherebbe gli elettori a dimostrare la cittadinanza al momento dell'iscrizione alle liste, a mostrare un documento d'identità per votare e imporrebbe agli Stati di trasmettere i dati degli elettori al Dipartimento per la Sicurezza interna. Trump considera la questione una "emergenza nazionale" e ha fatto saltare una legge sulla casa sostenuta da entrambi i partiti, minacciando di non firmare alcun provvedimento finché la misura sul voto non sarà approvata. I leader repubblicani del Senato però ritengono che non ci siano voti sufficienti per farla passare.

La Camera ha già approvato il testo. Lo speaker Mike Johnson ha spiegato la posta in gioco davanti a una platea di conservatori religiosi riuniti dalla Faith & Freedom Coalition: se i democratici riconquisteranno la Camera, ha avvertito, andranno "a colpire la famiglia del presidente, il gabinetto, i suoi donatori, gli amici" e i sostenitori. "Io gestisco il programma di protezione", ha detto. "Mi prenderò cura di voi".

Nell'ultimo mese l'offensiva ha incassato una serie di sconfitte in tribunale. Una giudice federale nominata da Joe Biden, Sparkle Sooknanan, ha stabilito che la banca dati sull'immigrazione costruita dal Dipartimento per la Sicurezza interna per verificare chi avesse diritto di voto violava le leggi sulla privacy e che il suo uso aveva già portato alcuni Stati a cancellare cittadini americani dalle liste elettorali sulla base di informazioni sbagliate. Il governo federale, ha scritto, "ha calpestato consapevolmente i diritti alla riservatezza dei cittadini americani in un modo che minaccia il sacro diritto di voto".

Anche la maggioranza conservatrice della Corte Suprema ha dato un colpo ai repubblicani, confermando le leggi statali che permettono di contare le schede spedite entro il giorno del voto ma arrivate in ritardo. Trump ha definito la decisione "un po' sorprendente" e ha sostenuto, di nuovo senza prove, che darà alle persone "più tempo per votare illegalmente".

Il presidente punta a limitare anche il voto per posta. A marzo ha firmato un ordine esecutivo che restringe la platea di chi può ricevere le schede via posta: secondo la norma proposta, il servizio postale non consegnerebbe le schede negli Stati che si rifiutano di trasmettere al governo federale i dati sensibili degli elettori. Una giudice federale nominata da Barack Obama, Indira Talwani, ha bloccato il piano. "La Costituzione non conferisce al presidente alcun potere specifico sulle elezioni", ha scritto, aggiungendo che il servizio postale non ha l'autorità di stabilire chi può votare per posta. La Casa Bianca resta convinta che l'ordine sarà in vigore entro le elezioni di novembre.

Trump continua a sostenere che i democratici stiano cercando di truccare il voto. Il mese scorso ha affermato, senza portare prove, che avrebbero imbrogliato per vincere le primarie in California e ha rivendicato l'esistenza di un'indagine dei procuratori federali di Los Angeles. Le accuse hanno provocato reazioni critiche anche dentro il suo partito. "Trovo ironico che controlliamo la Camera, il Senato, la Corte Suprema e la Casa Bianca e stiamo gridando ai brogli. Voglio dire, abbiamo vinto tutte queste maledette elezioni", ha detto ai giornalisti il deputato repubblicano Thomas Massie.

I democratici al Senato hanno annunciato che manderanno osservatori ai seggi in risposta alle iniziative del presidente. "Non aspettiamo che arrivi il caos", ha detto il leader della minoranza al Senato Chuck Schumer. "Ci stiamo preparando ora".


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Una commissione dà il primo via libera all'arco trionfale di Trump vicino ad Arlington


La National Capital Planning Commission, guidata da alleati del presidente, ha votato 8 a 1 per far avanzare il progetto da 76 metri, rinviando la questione del limite di altezza di Washington

L'arco trionfale che il presidente vuole costruire vicino al cimitero nazionale di Arlington ha superato giovedì un passaggio decisivo. La National Capital Planning Commission, l'agenzia federale che supervisiona l'urbanistica di Washington, ha approvato in via preliminare il progetto con 8 voti a favore e 1 contrario, dopo quasi tre ore di interventi del pubblico in gran parte contrari. La struttura sarebbe alta 250 piedi, circa 76 metri, e sorgerebbe a Memorial Circle, una rotatoria accanto al cimitero dove sono sepolti i caduti americani.

Il voto non è l'approvazione definitiva: la commissione ha chiesto all'amministrazione e agli architetti ulteriori informazioni e la decisione finale potrebbe arrivare a settembre. Il presidente però vuole iniziare presto i lavori e concluderli prima della fine del mandato: il piano dell'amministrazione prevede cantieri attivi 20 ore al giorno per un massimo di tre anni.

Il voto favorevole era scontato: Trump ha sostituito i vertici della commissione con suoi alleati, installando come presidente Will Scharf, il suo segretario particolare alla Casa Bianca, e lo stesso organismo aveva già approvato la sala da ballo che Trump sta facendo costruire alla Casa Bianca nonostante una forte opposizione pubblica. A favore dell'arco hanno votato i commissari che rappresentano l'amministrazione e i repubblicani del Congresso. L'unico voto contrario è arrivato da Evan Cash, che rappresenta il presidente del consiglio comunale di Washington, mentre altri tre commissari espressione della città hanno votato "presente", una forma di astensione.

Cash ha detto di temere che l'amministrazione stia cercando di aggirare le regole del Congresso sulla costruzione dei monumenti e che un presidente, attuale o futuro, possa cambiare con troppa facilità il volto della capitale. "Il nostro skyline non è nato per caso", ha detto.

I tecnici della commissione, urbanisti di carriera che non sono nominati politicamente, hanno raccomandato di ridurre le dimensioni dell'arco per rispettare lo Height of Buildings Act, la legge federale che limita a 130 piedi, circa 40 metri, la maggior parte delle costruzioni a Washington. L'amministrazione sostiene che la legge non si applichi ai progetti federali e Scharf ha definito "convincente" questa tesi, rinviando la questione a una riunione futura.

Trump ha detto che Washington, in quanto capitale, merita un arco più grande di quelli esistenti nel mondo, compreso l'Arco di Trionfo di Parigi, che è alto 164 piedi, cioè 50 metri. Per giustificare il progetto lui e i suoi collaboratori citano un piano del 1925, autorizzato dal Congresso, che prevedeva una struttura nel punto dove oggi si trova Memorial Circle. "Non ci serve nulla dal Congresso", ha detto a maggio dallo Studio Ovale, rivendicando il diritto di procedere senza una nuova autorizzazione parlamentare. I democratici non sono d'accordo e chiedono che il progetto passi dall'esame del Congresso.

Prima del voto sono intervenute una trentina di persone, tra cui architetti, residenti, veterani e genitori di soldati sepolti ad Arlington. Molti hanno criticato un esame giudicato troppo frettoloso rispetto allo scrutinio riservato in passato ad altri monumenti, altri hanno detto che l'arco rovinerebbe l'esperienza di visita del cimitero e interferirebbe con i monumenti vicini. Un veterano della guerra del Vietnam ha fatto causa per bloccare il progetto, mentre alcuni hanno proposto di spostare l'arco altrove, per esempio vicino allo stadio di baseball dei Nationals. Priya Jain, responsabile della commissione per la conservazione del patrimonio della Society of Architectural Historians, ha chiesto di respingere una proposta a suo dire frettolosa e inappropriata e di avviare un vero processo di progettazione per il memoriale dei 250 anni dell'America.

Il National Park Service, l'agenzia che gestisce i parchi e i monumenti nazionali, ha ricevuto più di 100.000 commenti sul progetto in dieci giorni di consultazione pubblica il mese scorso. Secondo un sondaggio Washington Post-ABC News-Ipsos di aprile, il 52% degli americani è contrario all'arco e solo il 21% è favorevole.

Paul Ingrassia, commissario nominato da Trump alla General Services Administration, l'agenzia che gestisce gli immobili federali, ha detto invece che l'idea è popolare: un modello dell'arco esposto alla fiera organizzata sul National Mall per celebrare i 250 anni del paese ha raccolto, secondo lui, commenti positivi da veterani, famiglie e cittadini di ogni orientamento politico.

Scharf ha comunque chiesto al gruppo che segue il progetto di preparare un piano per evitare che i funerali ad Arlington siano disturbati dai cantieri. L'amministrazione non ha ancora detto quanto costerà l'arco né come sarà finanziato, oltre a indicare un misto di fondi pubblici e privati. Un'altra commissione federale composta da alleati del presidente, la Commission of Fine Arts, aveva già dato a maggio la sua approvazione definitiva al progetto.


Trump celebra i 250 anni degli Stati Uniti con un discorso anticomunista e dai toni religiosi


Donald Trump ha celebrato i 250 anni degli Stati Uniti con un discorso dai toni politici e religiosi pronunciato dal National Mall di Washington, iniziato in ritardo e finito poco prima della mezzanotte ora locale (le 6 del mattino in Italia). È stato l’atto finale di una giornata segnata dal maltempo e dal caldo forte, che aveva più volte interrotto i festeggiamenti e costretto la folla a evacuare l’area, cercare riparo e poi ripassare i controlli di sicurezza alla riapertura dei cancelli.

Il comizio ha coronato una serie di commemorazioni costruite attorno al presidente e alla sua idea di America: una nazione forte, militarmente dominante, radicata nella fede cristiana e impegnata in una nuova battaglia politica contro il comunismo. Nei giorni precedenti Trump aveva promesso un discorso “davvero lungo”, “solo per dimostrare che posso fare qualsiasi cosa”: alla fine ha parlato per circa 35 minuti, cominciando dopo le 23 (le 5 del mattino in Italia) davanti a una folla ridotta a circa la metà rispetto a poche ore prima.

L’attacco al comunismo e ai progressisti democratici


Per buona parte dell’intervento, Trump ha evocato una battaglia contemporanea contro il comunismo, trasformandola in uno dei temi centrali della campagna in vista delle elezioni di metà mandato. “Non vogliamo comunisti nel nostro Paese”, ha detto. “Non ha mai funzionato e non funzionerà mai”.

Collegando la Guerra Fredda al presente, il presidente ha sostenuto che il comunismo ha rialzato “la sua brutta testa proprio qui in America” e che “è come un cancro: bisogna tagliarlo via, bisogna tagliarlo via in fretta”. Poi la promessa: “Le stelle e strisce hanno già gettato nell’oblio la falce e il martello e, se necessario, lo faremo di nuovo”.

Come hanno osservato diversi media americani, l’attacco era rivolto in modo piuttosto evidente ai candidati socialisti e progressisti che hanno vinto nelle recenti primarie democratiche, tra cui il sindaco di New York Zohran Mamdani.

Non è la prima uscita di questo tipo. La sera precedente, dal Mount Rushmore, Trump aveva usato toni ancora più cupi, definendo i suoi avversari comunisti “senza Dio”, il comunismo “una minaccia mortale per la libertà americana” e il voto di midterm una battaglia contro “la rinascita della minaccia comunista nel nostro Paese”.

Dio, esercito e riforma elettorale


Molto marcato anche il tono religioso del suo discorso. La Casa Bianca e i suoi alleati hanno dato ai festeggiamenti un’impronta esplicitamente fondata sulla preghiera e sull’idea di una guida divina. “In tutto il mondo cercano di essere come noi, nessuno può essere come noi, e con l’aiuto di Dio lo saremo sempre, o anche di più”, ha dichiarato Trump. Poi ha aggiunto:

“Come ci dice la nostra Dichiarazione di Indipendenza, siamo tutti fatti a immagine di un unico Dio onnipotente, e un comunista non lo dirà mai, questo è certo”.


Espandi per il Fact check

La frase di Trump è una forzatura. La Dichiarazione d’Indipendenza non afferma da nessuna parte che gli uomini siano “fatti a immagine di un unico Dio onnipotente”: afferma invece che “tutti gli uomini sono creati uguali” e che ricevono dal loro “Creatore” alcuni diritti inalienabili. Il riferimento all’“immagine di Dio” appartiene alla tradizione biblica, in particolare alla Genesi, e non al testo della Dichiarazione di Indipendenza del 1776.

Trump ha costellato il discorso di cimeli e di ospiti. Ha mostrato bandiere storiche, tra cui una presentata come la prima issata sul ponte di Brooklyn, una che “sventolò trionfante quando gli inglesi agitarono la bandiera bianca della resa a Yorktown”, una che sventolò nel D-Day e una che, ha raccontato, era stata adagiata sulla bara di Abraham Lincoln. Sul palco sono saliti diversi veterani, tra cui un reduce della Seconda guerra mondiale di 107 anni che ha salutato la folla dalla sedia a rotelle, e gli astronauti della missione Artemis II della NASA, l’agenzia spaziale americana, che di recente hanno viaggiato più lontano dalla Terra di qualsiasi altro equipaggio. La folla li ha accolti con applausi, mentre il presidente rievocava una storia americana fatta di vittorie militari, sacrificio e innovazione.

“A differenza di tanti altri nel mondo, in questo Paese abbiamo libertà di parola, libertà di religione, uguale giustizia davanti alla legge... anche se io non sono stato trattato così bene, ma non entriamo nel merito”, ha detto a un certo punto elencando i valori americani. Poi ha scherzato con la tesi infondata secondo cui le elezioni del 2020 gli sarebbero state rubate: “Abbiamo ricostruito il nostro esercito nel mio primo mandato. Lo abbiamo usato un po’ nel nostro... anzi, dovrei dire terzo mandato, ma non lo farò, perché non voglio polemiche”. Ha anche rivendicato di aver “affondato l’intera marina iraniana” nella guerra cominciata a febbraio, che la sua amministrazione fatica ancora a chiudere del tutto.

Trump ha poi spostato il discorso sulla politica interna, chiedendo l’approvazione del SAVE America Act, la riforma elettorale ferma al Congresso, diventata una delle sue principali ossessioni e un motivo di attrito anche con alcuni alleati repubblicani.

“Non dovranno più esserci schede elettorali inviate per posta, salvo nei casi di malattia, disabilità, dispiegamento militare all’estero o viaggio. Così non ci saranno più brogli elettorali”, ha detto il presidente. Trump sta costruendo la campagna a sostegno della sua proposta di riforma elettorale su accuse infondate di frodi di massa, riferite sia alle elezioni presidenziali del 2020 sia alle recenti primarie in California.

Le accuse dei democratici


Gli attacchi politici erano cominciati già al mattino, quando Trump aveva salutato la festa nazionale con un post sui social: “Qualcuno ha mai visto un Dumocrat felice?”, una storpiatura del nome del partito avversario che richiama “dumb”, stupido. I democratici considerati possibili candidati alla presidenza nel 2028 hanno risposto nel corso della giornata con discorsi che descrivono la sua presidenza come un tradimento degli ideali americani.

“Questo è un uomo solo che cerca di fare al nostro autogoverno americano ciò che nessun re e nessuna potenza straniera sono mai riusciti a fare”, ha detto il governatore della California Gavin Newsom in un discorso diffuso sabato pomeriggio, accusando il presidente di “misurare fino a dove può spingersi” per minare le elezioni e “fare a pezzi” la Costituzione. Newsom ha annunciato nuove tutele statali contro i sequestri di schede elettorali, mentre nei giorni scorsi Trump ha inviato 260 agenti dell’FBI in Georgia per riesaminare i presunti brogli del 2020, accuse mai dimostrate.

Il governatore del Maryland Wes Moore, veterano dell’esercito, ha detto a una platea di ex militari ad Annapolis che “la premessa stessa del patriottismo è sotto attacco” e che “iniziare una guerra senza uno scopo non è patriottico”, un riferimento al conflitto con l’Iran. L’ex presidente Bill Clinton ha parlato in un comunicato di una “profonda divisione” nel Paese, accusando l’amministrazione di averlo portato “vicino al limite” con la stretta sull’immigrazione e con una “guerra incostituzionale”, e ha detto di trovare speranza nelle “persone in fila per votare”.

Caldo record, evacuazione e fuochi a mezzanotte


Il caldo estremo, con temperature oltre i 38 gradi e percepite fino a 46, aveva spinto le autorità ad annullare la tradizionale parata del mattino nella capitale e a rinviare l’apertura dei festeggiamenti sul National Mall dalle 13 alle 17 locali (dalle 19 alle 23 in Italia). Per superare i controlli di sicurezza legati alla presenza del presidente servivano tra le tre e le quattro ore di fila, senza poter portare cibo, acqua o sedie: diverse persone hanno avuto malori. L’ondata di caldo record investe da giorni tutta la costa orientale degli Stati Uniti.

Poco prima delle 19 (l’1 di notte in Italia), con una linea di temporali in avvicinamento e i fulmini all’orizzonte, le autorità hanno ordinato l’evacuazione del National Mall, proprio quando lo spettacolo serale doveva cominciare. Il Secret Service, l’agenzia federale che protegge il presidente, ha sospeso i controlli agli ingressi e migliaia di persone sono state indirizzate verso i musei e gli edifici federali vicini, alcuni dei quali però erano chiusi o già pieni. Centinaia di spettatori si sono rifiutati di andarsene, fischiando gli agenti e intonando cori “U.S.A.”, mentre anche Philadelphia e Boston interrompevano le loro celebrazioni per i fulmini.

La ripresa è stata annunciata circa due ore più tardi da Freedom 250, il comitato voluto dalla Casa Bianca per organizzare l’anniversario, e i cancelli hanno riaperto alle 21:45 (le 3:45 in Italia): chi non aveva rinunciato si è rimesso in coda per i controlli, questa volta sotto la pioggia. “Non mi importa se saranno le 2 del mattino”, aveva scritto Trump sui social assicurando che il discorso si sarebbe tenuto comunque, seguito un’ora dopo da un “SONO QUI!!!”. Salito sul palco, ha rivendicato di essere pronto a parlare anche “davanti a una sola persona alle 4 del mattino” e ha ringraziato chi era rimasto: “È una serata che passerà alla storia. Credo sia qualcosa di molto speciale”.

I fuochi d’artificio sono partiti solo a ridosso della mezzanotte (le 6 del mattino in Italia): 850.000 colpi in circa 40 minuti, presentati dalla Casa Bianca come “il più grande spettacolo pirotecnico nella storia del mondo” e da record secondo gli organizzatori. Il National Park Service, l’agenzia federale dei parchi, aveva avvertito che uno spettacolo di quelle dimensioni rischiava di lasciare per ore un inquinamento pericoloso sul centro di Washington. Nel gran finale il fumo e una pioggia leggera rendevano i fuochi a malapena visibili, mentre i fulmini continuavano a illuminare il cielo; Trump ha assistito da una postazione climatizzata.

Un anniversario a immagine del presidente


A pochi mesi dall’anniversario, Trump aveva accantonato America 250, la commissione bipartisan incaricata da un decennio di preparare le celebrazioni, sostituendola proprio con Freedom 250, composto da suoi alleati politici: i consiglieri del presidente hanno giustificato la scelta con l’eccesso di burocrazia. Man mano che il nuovo comitato veniva percepito come un organismo di parte, artisti ed espositori si sono ritirati dalla Great American State Fair, la fiera allestita per oltre due settimane sul National Mall, che ha faticato ad attirare visitatori per gran parte della prima settimana. Alcuni Stati guidati dai democratici hanno rifiutato di partecipare.

L’impronta personale del presidente si vede ovunque: il suo volto compare su una moneta commemorativa d’oro e sui “passaporti del patriota” in edizione limitata, l’amministrazione spinge per una banconota da 250 dollari con il suo ritratto e questa settimana Trump ha pubblicato l’immagine di una banconota da 100 dollari con il suo autografo, la prima volta che la firma di un presidente in carica compare sulla valuta americana. Nelle settimane precedenti si era autoproclamato “l’attrazione numero uno in qualsiasi parte del mondo” e “l’uomo che raduna un pubblico molto più grande di Elvis al suo apice”, definendo l’evento di apertura “un comizio di Trump” al quale erano “invitati solo Grandi Patrioti”.

Secondo un recente sondaggio dell’istituto di sondaggi Gallup, solo il 33% degli americani si dice “estremamente orgoglioso” di esserlo: è il dato più basso da quando la rilevazione è iniziata, nel 2001, in calo di 8 punti in un anno e di 37 rispetto al massimo del 2003. L’orgoglio resta alto tra i repubblicani, mentre tra democratici e indipendenti è ai minimi storici.

Nel 1976, per il bicentenario, il presidente repubblicano Gerald Ford scelse l’approccio opposto: pur impegnato nella campagna per la rielezione dopo il Watergate e il Vietnam, non nominò né la campagna né i suoi sfidanti e si limitò a ricordare che “a novembre il popolo americano, secondo la Costituzione, darà di nuovo il proprio consenso a essere governato”. John Pitney, ex dirigente repubblicano che oggi insegna scienze politiche al Claremont McKenna College, ha detto al Washington Post che Trump si sta allontanando dalla tradizione dei presidenti che nei grandi momenti nazionali parlavano da americani prima che da uomini di parte, ricordando il discorso di Ronald Reagan in Normandia nel 1984: “C’è una ragione se quel discorso è ancora ricordato. Non parlava di lui”.


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PHP-FPM: perché ‘pm static’ batte ‘dynamic’ e ‘ondemand’ sui server ad alto traffico
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PHP-FPM: perché ‘pm static’ batte ‘dynamic’ e ‘ondemand’ sui server ad alto traffico


Il problema: PHP-FPM e l’overhead della gestione dei processi


Chi gestisce server PHP ad alto traffico (WordPress incluso, come questo stesso blog) conosce bene il dilemma: come configurare il process manager di PHP-FPM per ottenere throughput elevato, latenza bassa e un uso stabile di CPU e memoria? La configurazione di default nella maggior parte delle installazioni è pm = dynamic, con il consiglio ricorrente di passare a ondemand quando la memoria disponibile scarseggia. Ma su server che ricevono traffico costante, entrambe le opzioni introducono un overhead di gestione dei processi che una configurazione static ben dimensionata elimina quasi del tutto.

I tre modelli di process manager


PHP-FPM offre tre strategie per gestire i processi figli (worker), definite dalla direttiva pm in php-fpm.conf:

  • pm = dynamic — il numero di processi figli varia dinamicamente in base a pm.max_children, pm.start_servers, pm.min_spare_servers e pm.max_spare_servers.
  • pm = ondemand — i processi vengono creati solo quando arriva una richiesta, invece di essere avviati insieme al servizio come accade con dynamic.
  • pm = static — il numero di processi figli è fisso, determinato unicamente da pm.max_children.

La lista completa delle direttive è documentata nel file php-fpm.conf di riferimento su php.net.

Un’analogia utile: il governor della CPU


Il trade-off tra questi modelli ricorda da vicino quello dei governor CPUFreq su Linux: ondemand scala la frequenza in base al carico corrente, salendo subito al massimo e riducendo gradualmente nei periodi di inattività; conservative fa lo stesso ma in modo più graduale; performance mantiene sempre la CPU alla frequenza massima. Impostare PHP-FPM su static equivale concettualmente a impostare il governor su performance: si rinuncia al risparmio di risorse in idle in cambio di una risposta immediata, senza il tempo di “spin-up” necessario a creare nuovi worker.

Quando e come usare pm static


La bontà di pm static dipende interamente dalla memoria disponibile sul server. Se la RAM è limitata, ondemand o dynamic restano scelte più sicure. Se invece la memoria c’è, conviene eliminare l’overhead del process manager impostando pm.max_children al massimo che il server può sostenere senza saturare memoria o CPU.

La regola pratica: non indovinare il valore di pm.max_children, ma misurarlo. Prima si calcola la dimensione media (RSS) di un worker PHP-FPM sotto carico reale:

ps --no-headers -o rss -C php-fpm | awk '{ sum += $1; n++ } END { print sum/n/1024 " MB" }'

Poi si divide la memoria che si intende dedicare a PHP-FPM per questo valore medio. Se un worker occupa in media 60 MB e si vogliono destinare 6 GB a PHP-FPM, il calcolo è 6144 / 60 ≈ pm.max_children = 100. È fondamentale lasciare margine per sistema operativo, web server e database, evitando di assegnare a PHP-FPM tutta la RAM fisica disponibile.

Una configurazione tipica su un server con 32 GB di RAM potrebbe essere:

pm = static
pm.max_children = 100
pm.max_requests = 1000

Con questi valori, anche con circa 200 utenti attivi simultanei (dato realistico osservato con Google Analytics), circa il 70% dei worker resta inattivo ma pronto: non deve essere creato al volo quando arriva un picco di traffico, e non viene distrutto dopo il timeout di pm.process_idle_timeout come accadrebbe con dynamic. Il valore di pm.max_requests va tenuto alto (o a 0, se non si hanno memory leak noti negli script) proprio per evitare che il process manager ricicli continuamente i worker, vanificando il vantaggio di static.

Per verificare lo stato dei processi in tempo reale è sufficiente:

top -bn1 | grep php-fpm

Quando invece conviene ondemand o dynamic


Con pm = dynamic capita spesso di incontrare un warning simile a questo:

WARNING: [pool xxxx] seems busy (you may need to increase pm.start_servers, or pm.min/max_spare_servers), spawning 32 children, there are 4 idle, and 59 total children

Il consiglio classico è aumentare i valori minimi, ma su traffico molto variabile il tuning di dynamic resta complesso. Passare a ondemand aiuta a risparmiare memoria, ma su un server costantemente sotto carico introduce l’effetto opposto: i worker vengono azzerati appena il traffico cala, per poi dover essere ricreati non appena il traffico torna, spostando il costo dalla memoria alla latenza di avvio.

dynamic e soprattutto ondemand restano invece la scelta giusta in scenari multi-tenant, ad esempio server con decine o centinaia di pool PHP-FPM distinti (hosting condiviso, molteplici account cPanel). In questi casi, dove la maggior parte dei siti riceve poco o nessun traffico, ondemand spegne i worker inattivi risparmiando enormi quantità di memoria complessiva — motivo per cui cPanel lo ha reso il default al posto di dynamic.

Conclusione


Su un server che serve traffico consistente, dynamic e ondemand aggiungono un overhead di gestione dei processi che una configurazione static correttamente dimensionata elimina. La chiave non è scegliere una configurazione “alla cieca”, ma misurare il consumo reale di memoria dei worker, calcolare pm.max_children di conseguenza, lasciare margine per il resto dello stack e poi validare sotto carico reale (ad esempio con benchmark ab) osservando CPU, memoria e tempi di risposta. Con pm static, poiché i worker restano residenti in memoria, i picchi di traffico si traducono in variazioni di carico molto più contenute, con tempi di risposta più stabili nel tempo.

Fonte originale: LinuxBlog.io – PHP-FPM tuning: Using ‘pm static’ for max performance


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Infrastrutture AI esposte: come gli attaccanti dirottano gateway come LiteLLM per alimentare agenti autonomi
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Infrastrutture AI esposte: come gli attaccanti dirottano gateway come LiteLLM per alimentare agenti autonomi


Il problema: gateway AI esposti diventano armi in mano agli attaccanti


Un report dei ricercatori di Zenity, ripreso da Petri IT Knowledgebase, descrive uno scenario che molti reparti IT non hanno ancora messo in conto: non serve violare la rete aziendale se l’infrastruttura AI è già esposta pubblicamente e priva di protezioni adeguate. Gli attaccanti puntano direttamente gateway di inferenza, endpoint AI e piattaforme di agenti raggiungibili da Internet, configurando i propri agenti per usarli come “model provider” — sfruttando cioè la capacità di calcolo e le credenziali dell’azienda vittima per condurre operazioni offensive, ricognizione e furto di risorse, senza aver mai compromesso un singolo endpoint interno.

Come funziona l’attacco


Secondo Zenity, gli attaccanti indirizzano tool di penetration testing autonomi come Strix e HexStrike AI, oltre a workflow basati su OpenAI Codex, verso infrastrutture esposte pubblicamente. In diversi casi osservati, gli agenti venivano istruiti per operare in modo aggressivo e occultare la propria identità durante la ricognizione e i test contro bersagli esterni. I ricercatori hanno inoltre trovato ambienti di sviluppo, cronologie Git, script di ricognizione e altri dettagli operativi esposti involontariamente proprio attraverso questi stessi workflow AI mal configurati.

Un bersaglio ricorrente in questi attacchi è LiteLLM, il gateway open source usato per unificare l’accesso a decine di provider LLM (OpenAI, Anthropic, Azure OpenAI e altri) e adottato da framework molto diffusi come CrewAI, DSPy e Microsoft GraphRAG, con circa 97 milioni di installazioni mensili da PyPI. Proprio questa diffusione lo rende un bersaglio ad alto ritorno per chi cerca infrastrutture da dirottare.

Le vulnerabilità sfruttate


Da marzo 2026 LiteLLM ha accumulato sei CVE distinte e un incidente di supply chain, con la catena più grave che raggiunge un CVSS di 10.0 e consente RCE non autenticata su qualunque proxy esposto. Le più rilevanti:

  • CVE-2026-42271 — command injection (CVSS 8.7): gli endpoint POST /mcp-rest/test/connection e POST /mcp-rest/test/tools/list, pensati per testare un server MCP prima di salvarlo, accettano una configurazione completa nel body della richiesta. Con una configurazione di tipo stdio, il proxy tenta la connessione eseguendo il comando fornito come sottoprocesso direttamente sull’host.
  • CVE-2026-47101 / CVE-2026-47102 — escalation di privilegi (CVSS 9.9): un utente a basso privilegio può ottenere diritti di amministratore ed eseguire codice arbitrario sul server LiteLLM.
  • CVE-2026-40217 — sandbox escape: gli endpoint di guardrail riservati agli admin accettano codice Python fornito dall’utente e lo compilano con exec(); omettendo la chiave __builtins__ dal dizionario globals ci si aspetterebbe un ambiente ristretto, ma Python inietta automaticamente l’intero modulo builtins quando quella chiave manca, aprendo di fatto l’accesso alla shell.
  • SSRF su /chat/completions — un api_base controllato dall’attaccante permette di dirottare le richieste verso un dominio arbitrario, esponendo potenzialmente la chiave API nell’header Authorization.
  • Supply chain attack — nel marzo 2026 le versioni compromesse litellm==1.82.7 e litellm==1.82.8 sono rimaste pubblicate su PyPI per circa 40 minuti prima di essere messe in quarantena.

Il fattore comune che rende possibile lo sfruttamento su larga scala è banale: LITELLM_MASTER_KEY non ha un valore di default e, seguendo la guida rapida ufficiale, è facile finire in produzione con un gateway completamente privo di autenticazione posizionato davanti alle chiavi API più costose dell’organizzazione.

Come mettere in sicurezza la propria infrastruttura AI


Le raccomandazioni di Zenity e della documentazione ufficiale di LiteLLM si possono tradurre in una checklist operativa per chi gestisce questo tipo di infrastruttura:

  • Non esporre mai il gateway direttamente su Internet. Endpoint di inferenza e piattaforme agent vanno trattati come qualunque altro sistema internet-facing: dietro reverse proxy con autenticazione forte, VPN o segmentazione di rete dedicata.
  • Impostare sempre LITELLM_MASTER_KEY prima di qualunque deployment, anche di test, e non affidarsi mai alla configurazione di default della quickstart in ambienti raggiungibili dall’esterno.
  • Aggiornare tempestivamente. Gli attaccanti hanno iniziato a sfruttare le vulnerabilità di LiteLLM a ridosso della pubblicazione delle patch: la versione consigliata è la 1.83.14 o successiva, insieme all’aggiornamento di Starlette alla 1.0.1+.
  • Gestire i segreti fuori dall’ambiente locale. Le variabili d’ambiente sono comode in sviluppo ma restano un anti-pattern in produzione perché facilmente leggibili e spesso finiscono nei log delle pipeline CI/CD: meglio un vault dedicato (HashiCorp Vault, Azure Key Vault, AWS Secrets Manager).
  • Isolare il filesystem dei container. In Kubernetes, readOnlyRootFilesystem: true è pienamente supportato da LiteLLM e riduce la superficie di attacco in caso di RCE.
  • Applicare policy granulari con OPA (Open Policy Agent) per definire in modo esterno e verificabile chi può accedere a quali risorse del gateway.
  • Monitorare l’utilizzo. Picchi anomali nel consumo dei modelli, pattern di richieste insoliti o attività fuori orario sono spesso il primo segnale di un uso non autorizzato delle risorse AI aziendali.
  • Ruotare tutte le credenziali — chiavi dei provider LLM, password del database, master key, chiavi SSH e credenziali cloud — non appena si sospetta una compromissione, dato che un proxy AI compromesso ha tipicamente accesso a tutto questo.


Conclusione


Il messaggio di fondo del report è semplice: l’infrastruttura AI aziendale merita la stessa attenzione di sicurezza riservata a qualunque altro sistema esposto su Internet, né più né meno. I gateway come LiteLLM stanno diventando componenti critici tanto quanto un database o un server web, ma la velocità con cui sono stati adottati ha spesso lasciato indietro le pratiche di hardening di base — a partire da una master key non configurata. Per chi gestisce questi sistemi, la checklist sopra rappresenta il minimo indispensabile prima di collegare un gateway AI a Internet.

Fonti: Petri IT Knowledgebase – Attackers Exploit Exposed Enterprise AI Infrastructure to Power Autonomous Agents; Obsidian Security – Breaking LiteLLM; The Hacker News – LiteLLM Flaw CVE-2026-42271 Exploited in the Wild.


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✨ Xiamen Empress Information Technology: come Pechino ha affittato account LINE per spiare giornalisti e attivisti a Taiwan
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✨ Il Canada svela le sue cyber-armi: la CSE rivendica l’hackeraggio di una gang ransomware-as-a-service
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Il Canada svela le sue cyber-armi: la CSE rivendica l’hackeraggio di una gang ransomware-as-a-service


Le agenzie di intelligence raramente raccontano cosa fanno con le proprie capacità offensive. Per questo la relazione annuale 2025-2026 pubblicata dal Communications Security Establishment (CSE), l’agenzia di signals intelligence canadese, è una lettura rara: Ottawa ammette esplicitamente di aver condotto operazioni cyber attive contro trafficanti di precursori del fentanyl, un gruppo estremista e — punto che interessa più da vicino chi si occupa di ransomware — una gang di ransomware-as-a-service che aveva colpito sanità, trasporti e aziende canadesi.

Cosa ha rivelato il rapporto CSE


Il CSE è l’omologo canadese della NSA americana e del GCHQ britannico, parte dell’alleanza Five Eyes, con il mandato di raccogliere intelligence estera, difendere le reti del governo federale e — quando autorizzato — condurre “operazioni cyber attive” contro minacce alla sicurezza nazionale. Nel rapporto pubblicato la scorsa settimana, l’agenzia rivela di aver condotto tre operazioni offensive di questo tipo nell’anno fiscale coperto dal documento, oltre a una operazione difensiva.

La prima ha preso di mira broker internazionali di sostanze chimiche usate per produrre fentanil sintetico: il CSE ha raccolto intelligence sulla rete di distribuzione e ha poi condotto un’operazione che, secondo il rapporto, ne ha “compromesso e ridotto la capacità operativa”. La seconda ha riguardato un gruppo estremista attivo anche nel reclutamento in territorio canadese: l’agenzia ha analizzato struttura, portata e vulnerabilità del gruppo per un’operazione che ha “minato la credibilità del gruppo e limitato la sua capacità di radicalizzare e reclutare nuovi membri”. Formulazioni volutamente vaghe — tipiche di questo genere di disclosure — che comunque confermano l’uso di capacità cyber offensive contro obiettivi non statali con finalità di disruption, non solo di raccolta informativa.

L’operazione contro la gang ransomware


La terza operazione è quella di maggiore interesse per il pubblico di questo blog. Il CSE descrive un gruppo che gestiva un’infrastruttura ransomware-as-a-service, affittando l’accesso ad affiliati per condurre attacchi di extortion distruttivi. L’unità di signals intelligence dell’agenzia ha ricostruito le modalità con cui il gruppo colpiva i settori sanitario, dei trasporti e delle imprese in territorio canadese, per un totale — secondo fonti collegate al caso — di oltre 25 incidenti attribuiti al gruppo contro organizzazioni canadesi. L’operazione cyber attiva che ne è seguita ha reso “inoperabile” l’infrastruttura della gang e ha cancellato gran parte dei dati presenti sui suoi server.

Il rapporto precisa inoltre che, in parallelo, il CSE ha condotto “disruption tecniche” concorrenti contro altre 10 tra le gang ransomware più significative che prendono di mira il Canada, rendendo inutilizzabili parti della loro infrastruttura. Non vengono forniti dettagli su localizzazione geografica degli attori, nomi dei gruppi coinvolti o tecniche specifiche impiegate — una riservatezza operativa comprensibile, dato che rivelare metodi e strumenti comprometterebbe operazioni future contro bersagli simili.

Il contesto: Five Eyes e hunt forward


Questa disclosure si inserisce in una tendenza più ampia tra le agenzie di intelligence occidentali: rendere pubbliche, sia pure in forma sommaria, operazioni offensive contro il cybercrime organizzato. Lo US Cyber Command, con base a Fort Meade, conduce da anni le cosiddette “hunt forward operations”, inviando team cyber presso nazioni alleate per proteggerne le reti e disgregare operazioni offensive di attori avversari; il numero di queste missioni è passato da poche unità nel 2018 a oltre due dozzine nel solo 2025. Anche il rapporto CSE segnala una quarta operazione, di natura difensiva, condotta contro una campagna di phishing diretta contro istituzioni del governo federale canadese, con l’obiettivo dichiarato di degradarne l’infrastruttura e la capacità di colpire cittadini canadesi.

Il quadro che emerge conferma una dinamica osservata anche in altre giurisdizioni: le gang ransomware-as-a-service non sono più contrastate solo con arresti, sanzioni e sequestri di infrastruttura via law enforcement (il modello Europol/FBI applicato ad esempio a LockBit o Hive), ma sempre più spesso con operazioni cyber offensive condotte direttamente dalle agenzie di intelligence, che intervengono prima o parallelamente all’azione giudiziaria per limitare il danno operativo in tempo reale.

Perché conta per i difensori


Per i team di threat intelligence, disclosure di questo tipo — per quanto scarne di dettagli tecnici — sono comunque un segnale operativo utile: confermano che alcune infrastrutture ransomware-as-a-service possono sparire improvvisamente non per un errore operativo del gruppo o per un takedown di polizia annunciato, ma per un’azione statale silenziosa. Questo significa che un affiliato che perde improvvisamente l’accesso al pannello del proprio operatore RaaS, o una gang che smette di rispondere alle vittime in negoziazione, potrebbe non essere vittima di un dissidio interno ma di una disruption di intelligence non rivendicata pubblicamente dal gruppo colpito. Per le organizzazioni canadesi dei settori sanità, trasporti e impresa colpite in passato dal gruppo in questione, vale la pena mantenere alta l’attenzione: un’infrastruttura “resa inoperabile” non equivale a un’attribuzione penale, e nulla impedisce agli operatori di riorganizzarsi sotto un nuovo brand, come già visto ripetutamente nell’ecosistema ransomware.

  • Tre operazioni cyber offensive rivendicate dal CSE nell’anno fiscale 2025-2026: broker di precursori del fentanyl, gruppo estremista, gang ransomware-as-a-service
  • Infrastruttura della gang ransomware resa inoperabile, dati sui server cancellati
  • Disruption tecniche parallele contro altre 10 gang ransomware attive contro il Canada
  • Un’operazione difensiva contro una campagna di phishing verso il governo federale canadese
  • Nessun dettaglio pubblico su nomi dei gruppi, geolocalizzazione o TTP impiegate


Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Trump agita la "minaccia comunista" perché non ha più carte da giocare


L'ex segretario al Lavoro scrive sul Guardian che il presidente, in difficoltà su economia, politica estera e immigrazione, ricorre alla vecchia tattica del maccartismo in vista del voto di novembre

Trump è tornato ad accusare i democratici di comunismo perché non ha più argomenti da spendere in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. È la tesi di Robert Reich, ex segretario al Lavoro degli Stati Uniti e professore emerito di politiche pubbliche all'Università della California a Berkeley, in un articolo pubblicato sul Guardian.

Secondo Reich, il presidente non può puntare sull'economia, perché i prezzi continuano a crescere più in fretta dei salari e la maggior parte degli americani si sta impoverendo. Non può puntare sulla politica estera, perché per l'autore la guerra in Iran è stata una debacle, i dazi un fallimento e la promessa di chiudere la guerra in Ucraina "il primo giorno" non è stata mantenuta. Non può puntare nemmeno sull'immigrazione, perché le retate e le espulsioni di massa sono diventate impopolari. Rimasto senza altri temi, scrive Reich, Trump ricorre al più vecchio dei luoghi comuni della destra americana: accusare i democratici, soprattutto la nuova generazione di giovani politici in ascesa, di essere comunisti.

Midterm 2026 — un’arma vecchia di ottant’anni
La nuova caccia ai «rossi» non spaventa più l’America

Rimasto senza argomenti su economia, politica estera e immigrazione, Trump accusa di comunismo la nuova generazione di democratici. Ma l’etichetta ha perso la sua forza: nella Gen Z il socialismo è visto con più favore del capitalismo.
Grafica di FocusAmerica Luglio 2026

Gen Z (18–29 anni) — quota di giudizi favorevoli

Socialismo
53%

vs

Capitalismo
45%

L’etichetta che Trump usa contro i nuovi democratici
Il sistema che, per Reich, ha deluso i più giovani

Sondaggio Cato Institute / Morning Consult, giugno 2026

Nella stessa fascia d’età perfino il «comunismo» divide quasi a metà: 38% favorevole contro il 36% contrario.

Quattro chiavi di lettura
1Perché solo ora 2Il precedente 3Le etichette della Gen Z 4La vera paura

Una strategia per esclusione
Per Robert Reich, ex segretario al Lavoro degli Stati Uniti, Trump agita lo spettro comunista perché gli altri temi della campagna si sono esauriti.

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EconomiaFronte chiuso
I prezzi crescono più in fretta dei salari e la maggior parte degli americani si sta impoverendo.

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Politica esteraFronte chiuso
La guerra in Iran si è rivelata una debacle, i dazi un fallimento e la promessa di chiudere la guerra in Ucraina «il primo giorno» non è stata mantenuta.

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ImmigrazioneFronte chiuso
Le retate e le espulsioni di massa sono diventate impopolari.

Resta un solo argomento ↓

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L’accusa di comunismoUnica carta
Rivolta ai democratici emergenti come Zohran Mamdani e Alexandria Ocasio-Cortez, popolari perché sfidano le grandi aziende e la corruzione della politica.

«Puoi essere un comunista o puoi essere un patriota. Non puoi essere entrambe le cose.»Donald Trump — Mount Rushmore, 3 luglio 2026

Dal maccartismo a Trump, il filo di Roy Cohn
L’accusa di comunismo fu l’arma repubblicana contro il New Deal. Tocca le tappe per esplorare la parabola: dal trionfo del 1946 al crollo del 1954, fino a oggi.

1946
Le midterm presentate come «battaglia tra repubblicanesimo e comunismo»

I repubblicani conquistano entrambe le camere del Congresso. Il Wisconsin manda Joe McCarthy al Senato e la California elegge alla Camera un giovane Richard Nixon.

1950
McCarthy lancia la caccia alle streghe

Il senatore del Wisconsin costringe i cittadini a «fare i nomi» di presunti sovversivi: le accuse rovinano migliaia di carriere.

1953
Giustiziati i coniugi Rosenberg, condannati per spionaggio

L’accusa è costruita dall’avvocato Roy Cohn, poi principale consulente legale di McCarthy e, decenni dopo, mentore di Donald Trump.

1954
«Non ha nemmeno un senso di decenza?»

Nelle udienze televisive contro l’esercito, la domanda dell’avvocato Joseph Welch fa crollare la popolarità di McCarthy: censurato dal Senato, morirà di alcolismo a 48 anni.

2026
Trump rilancia l’allarme comunista al Mount Rushmore

Aprendo le celebrazioni per i 250 anni degli Stati Uniti, il presidente avverte di una «recrudescenza della minaccia comunista» e prende di mira i nuovi democratici.

Per la Gen Z il socialismo batte il capitalismo
Quota di giudizi favorevoli per ciascuna etichetta: tra i 18–29enni il socialismo supera il capitalismo, e perfino il comunismo non è più un tabù.

Gen Z (18–29 anni) Tutti gli adulti

Socialismo
Gen Z53%
Tutti37%

Capitalismo
Gen Z45%
Tutti52%

Comunismo
Gen Z38%
Tutti21%

Cato Institute / Morning Consult, 25–26 giugno 2026 — 2.253 adulti statunitensi

Anche nei campus il vento è cambiato
Tra gli studenti universitari il 67% associa alla parola «socialismo» un giudizio positivo o neutro; per «capitalismo» la quota si ferma al 40%.
Socialismo67%
Capitalismo40%
Axios – Generation Lab, ottobre 2025 — 1.574 studenti universitari

La paura vera non è il comunismo
Quando pensano al futuro del paese, gli americani temono soprattutto la corruzione e gli abusi di potere ai vertici del governo.

56%
degli americani teme che gli Stati Uniti possano smettere di essere un paese libero entro i prossimi 50 anni.

0100%

Una paura bipartisan
Democratici65%
Repubblicani54%

«Trump non si cura né del capitalismo né del comunismo: la sua unica convinzione salda è nell’antica ideologia chiamata narcisismo.»Robert Reich — The Guardian

FonteRobert Reich, The Guardian; Cato Institute / Morning Consult (25–26 giugno 2026, 2.253 adulti); Axios – Generation Lab (ottobre 2025, 1.574 studenti universitari).
NotaI giudizi «favorevoli» indicano la quota di intervistati con un’opinione positiva dell’etichetta; nel sondaggio Axios la quota comprende anche i giudizi neutri.

Venerdì il presidente ha aperto le celebrazioni per i 250 anni degli Stati Uniti con un discorso al Mount Rushmore in cui ha avvertito di una "recrudescenza della minaccia comunista nella nostra terra, anche da parte di nuovi arrivati nel nostro paese che abbracciano idee totalmente opposte al nostro stile di vita". "Puoi essere un comunista o puoi essere un patriota. Non puoi essere entrambe le cose", ha detto Trump.

Da anni, ricorda Reich, il presidente prova a spaventare gli americani parlando dei democratici che propongono l'assistenza sanitaria pubblica per tutti, gli asili universali, l'università pubblica gratuita e tasse più alte sui super ricchi per finanziarle. Senza successo, secondo l'autore, perché la maggioranza degli americani sostiene queste proposte.

L'accusa di comunismo, ricostruisce Reich, fu l'arma usata dopo le due guerre mondiali per colpire la sinistra americana, con cacce alle streghe che rovinarono molte carriere. Negli anni Cinquanta rese famoso il senatore del Wisconsin Joe McCarthy, che costringeva i cittadini a "fare i nomi" di presunti sovversivi. Il maccartismo, scrive l'autore, fu un sottoprodotto del tentativo repubblicano di smantellare il New Deal, il programma di riforme economiche e sociali degli anni Trenta: il partito presentò le elezioni di metà mandato del 1946 come una "battaglia tra repubblicanesimo e comunismo" e il presidente del comitato nazionale repubblicano disse che la burocrazia federale era piena di "burattini rosa".

Anche i democratici segregazionisti del Sud parteciparono alla campagna. Il senatore del Mississippi Theodore Bilbo, membro del Ku Klux Klan, definì opera di "comunisti del Nord" l'impegno dei sindacati multirazziali per i diritti civili, mentre il deputato John Elliott Rankin, tra i fondatori della commissione della Camera sulle attività antiamericane, chiamò "un complotto comunista" la campagna di sindacalizzazione nel Sud, temendo che avrebbe esteso il diritto di voto ai neri. La tattica funzionò: nel 1946 i democratici persero il controllo di entrambe le camere del Congresso, il Wisconsin mandò McCarthy al Senato e la California elesse alla Camera un giovane avvocato repubblicano che aveva già imparato a usare la paura dei "rossi", Richard Nixon.

La parabola di McCarthy si chiuse nel 1954, durante le udienze televisive sulle sue accuse di scarsa sicurezza contro l'esercito americano. Quando il senatore sostenne che un giovane avvocato dello studio di Joseph Welch, il legale dell'esercito, era comunista, Welch lo interruppe chiedendogli: "Non ha nemmeno un senso di decenza?". La popolarità di McCarthy crollò quasi da un giorno all'altro: censurato dai colleghi del Senato ed emarginato dal suo partito, morì di alcolismo a 48 anni. Il suo principale consulente legale in quelle udienze era Roy Cohn, l'avvocato che aveva fatto condannare per spionaggio i coniugi Julius ed Ethel Rosenberg, giustiziati nel 1953. Anni dopo Cohn sarebbe diventato il mentore di Trump e per Reich è questo il filo che lega il maccartismo al presidente, che di quell'epoca conserva probabilmente i primi ricordi politici.

Il problema, per Reich, è che i democratici emergenti che Trump vuole screditare non hanno nulla a che fare con il comunismo e poco anche con il socialismo. Zohran Mamdani, Alexandria Ocasio-Cortez, Katie Wilson a Seattle, Melat Kiros in Colorado e decine di altri, scrive l'autore, sono popolari perché sfidano le grandi aziende, attaccano la corruzione della politica da parte dei grandi finanziatori e si occupano dei problemi concreti degli americani comuni.

Le etichette, aggiunge Reich, spaventano comunque sempre meno. In un sondaggio di Axios e Generation Lab tra i giovani americani, il 67% associa alla parola "socialismo" un giudizio positivo o neutro, contro il 40% per "capitalismo". Un sondaggio del Cato Institute, un centro studi americano, rileva che nella generazione Z il socialismo (53%) è visto con più favore del capitalismo (45%). Reich lo spiega con le condizioni materiali dei più giovani, che non possono permettersi una casa, faticano a pagare l'assicurazione sanitaria, affrontano un mercato del lavoro difficile e rinviano la creazione di una famiglia: per l'autore il capitalismo americano li ha delusi. La stessa indagine del Cato Institute rileva che il 56% degli americani teme che gli Stati Uniti possano smettere di essere un paese libero entro i prossimi 50 anni a causa della corruzione e degli abusi di potere ai vertici del governo.

Per queste ragioni Reich dubita che la nuova caccia ai "rossi" aiuterà i repubblicani alle elezioni di metà mandato. Quando pensano al sistema americano nel suo complesso, scrive, gli americani sembrano più preoccupati dal "neofascismo" di Trump che dal socialismo o dal comunismo. Il presidente, conclude l'autore, non ha una vera ideologia e non si cura né del capitalismo né del comunismo: la sua unica convinzione salda è "nell'antica ideologia chiamata narcisismo".


Trump esalta l'eccezionalismo americano al Mount Rushmore per i 250 anni degli Stati Uniti


Donald Trump ha celebrato la vigilia dei 250 anni dell'indipendenza degli Stati Uniti con un discorso a Mount Rushmore, il monumento nazionale del South Dakota dove sono scolpiti nel granito i volti di George Washington, Thomas Jefferson, Theodore Roosevelt e Abraham Lincoln. Il presidente ha descritto gli Stati Uniti come la nazione di maggior successo mai esistita nella storia e allo stesso tempo ha definito i suoi avversari politici comunisti "senza Dio" e "malvagi". Il discorso è durato circa mezz'ora ed è iniziato poco dopo le 23 di venerdì sulla costa est degli Stati Uniti (le 5 del mattino di sabato in Italia), prima dei fuochi d'artificio sopra il monumento.

Trump ha definito il comunismo "la più grande minaccia per il nostro paese, incluse la Prima guerra mondiale, la Seconda guerra mondiale, Pearl Harbor o persino l'11 settembre" e "l'esatto opposto della vita, della libertà e della ricerca della felicità: è morte, tirannia e ricerca del male". Ha avvertito che nel paese c'è "una recrudescenza della minaccia comunista", alimentata anche da "nuovi arrivati nel nostro paese che abbracciano idee totalmente opposte al nostro stile di vita e al nostro grande successo". Poi ha posto un'alternativa secca: "Potete essere fedeli a Karl Marx o potete essere fedeli all'America. Potete essere comunisti o potete essere patrioti. Non potete essere entrambe le cose". In chiusura ha detto che "il Partito Comunista è fatto di immigrati irregolari, criminali e di tutti quelli che non vogliono lavorare" e ha promesso che "l'America non sarà mai un paese comunista".

Fireworks 🤝 Mount Rushmore

A tradition returns.

Happy 250th Birthday, America. 🇺🇸 pic.twitter.com/vc880RUXD6
— US Department of the Interior (@Interior) July 3, 2026


Da settimane Trump usa l'etichetta di comunista contro diversi candidati democratici in vista delle elezioni di metà mandato di novembre, in cui i repubblicani partono sfavoriti almeno alla Camera. L'attacco punta soprattutto all'ala socialista-democratica del Partito Democratico, che sta crescendo nelle primarie e trova ascolto tra gli elettori progressisti. Sulle elezioni Trump ha detto: "Possiamo perdere le elezioni di metà mandato solo se ci permettiamo di perderle, se siamo sciocchi, stupidi e imprudenti". Ha chiesto al Congresso di approvare il SAVE America Act, la legge da lui voluta che imporrebbe regole più severe di identificazione degli elettori rendendo più difficile votare, e di abolire il filibuster, la regola che al Senato richiede una maggioranza di 60 voti su 100 per approvare la maggior parte delle leggi. Se il Congresso farà queste due cose, ha detto, "non perderemo un'elezione per 100 anni".

"L'identità di una nazione è il destino di una nazione", ha detto Trump nella prima parte del discorso, quella dedicata all'eccezionalismo americano: gli Stati Uniti sono "la repubblica più antica della terra", con "il popolo più libero della terra" e la Costituzione "più giusta e duratura". Secondo il presidente negli ultimi anni c'è stato "un tentativo innegabile" di cambiare il carattere del paese, di "alienarci dalla nostra storia" e di "rendere impossibile persino rispondere alla domanda: cosa significa essere americano". Sull'appartenenza alla nazione ha detto: "Non dovete essere nati qui, ma dovete amare ciò che abbiamo costruito, dovete amare il nostro paese".

Trump aveva già parlato a Mount Rushmore esattamente sei anni prima, il 3 luglio 2020, alla fine del suo primo mandato, mentre il paese era attraversato dalla pandemia e dalle proteste seguite alla morte di George Floyd. Allora aveva messo in guardia da un "nuovo fascismo di estrema sinistra". Sei anni dopo, dallo stesso palco, il nemico ideologico è cambiato.

Una tempesta con fulmini e grandine grande come palline da ping pong ha colpito il monumento poche ore prima del discorso, costringendo gli spettatori a ripararsi e fermando il programma per oltre due ore. Prima di atterrare Trump ha sorvolato due volte Mount Rushmore con il nuovo Air Force One, il Boeing 747 regalato dal governo del Qatar e valutato circa 400 milioni di dollari. I fuochi d'artificio erano i primi al monumento da sei anni: sul terreno federale sono in gran parte sospesi dal 2009 per il rischio di incendi e Trump li aveva già riportati, tra le critiche, nel 2020. L'evento è stato organizzato da Freedom 250, l'organizzazione creata dall'amministrazione per le celebrazioni dell'anniversario.

Alla vigilia della visita la Casa Bianca ha rilanciato l'idea di aggiungere il volto di Trump al monumento. "Non ci sarebbe aggiunta migliore all'iconico Mount Rushmore del 45° e 47° presidente degli Stati Uniti, Donald Trump", ha detto al Washington Post la portavoce Taylor Rogers. Cinque settimane fa il presidente ha pubblicato sul suo social Truth Social fotomontaggi del proprio volto accanto ai quattro presidenti. I responsabili del monumento sostengono però da anni che sulla montagna non c'è più roccia scolpibile e nel discorso Trump non ha toccato l'argomento.

Sabato il presidente parlerà di nuovo a Washington, sul National Mall, prima di uno spettacolo pirotecnico da record con più di 850.000 fuochi d'artificio. In chiusura del discorso a Mount Rushmore ha guardato proprio alle celebrazioni del 4 luglio: "Questo non è una fine, è solo l'inizio dell'età dell'oro dell'America".


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Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Faremo una grande manifestazione a Roma con Eumans per difendere la Corte Penale Internazionale.

Ci ritroviamo esattamente dove è nata 28 anni fa, con la promessa che nessuno sarebbe stato al di sopra della legge, nemmeno i potenti. C'è chi oggi vuole ostacolare il suo lavoro e addirittura cancellarla, e noi saremo in piazza per ricordare che quella promessa vale ancora.

📍 giovedì 16 luglio, alle 18:00 in Piazzale Ugo La Malfa.

Vi aspetto.