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Researchers Chain DLL Sideloading and an RPC Flaw to Gain Root Access Inside Claude Cowork’s Sandbox
#CyberSecurity
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Focus America cambia veste per raccontare i 250 anni dell'America


Nel giorno del 250° anniversario della Dichiarazione d'Indipendenza, il nostro sito si rinnova: un design più pulito e da quotidiano per seguire l'attualità americana. La missione resta la stessa: raccontare gli Stati Uniti al pubblico italiano, con rigore e senza prendere parte.

Oggi, 4 luglio 2026, gli Stati Uniti compiono 250 anni. Due secoli e mezzo fa, a Philadelphia, 56 delegati approvavano la Dichiarazione d'Indipendenza, dando così avvio a un esperimento politico che ancora oggi occupa il centro della scena mondiale. Il "Semiquincentennial", come gli statunitensi chiamano questa ricorrenza, è per l'intero Paese un'occasione per guardarsi allo specchio. Ci è sembrato il giorno giusto per fare lo stesso.

Da oggi Focus America si presenta con una veste nuova. Non è un cambio di rotta: il progetto resta lo stesso, con la stessa linea editoriale, lo stesso spirito e le stesse persone che lo portano avanti ogni giorno. Ma raccontare l'America nel suo anno simbolo richiedeva un'esperienza di lettura più chiara, più ordinata e più adatta al percorso che abbiamo davanti. Il lavoro degli ultimi mesi è servito proprio a questo: rendere Focus America più leggibile, più moderno e più riconoscibile, senza però snaturarne l'identità.

Meno rumore, più notizie


La prima cosa che noterete è la pulizia del nuovo template. Il nuovo design è più luminoso e arioso: più spazio attorno ai testi, una tipografia pensata per la lettura lunga. Abbiamo tolto ciò che distraeva e lasciato ciò che serve. Il principio che ci ha guidato è semplice: meno rumore, più notizie.

Cambia anche la nostra identità visiva. Il wordmark è stato leggermente rivisto: accanto all'urna elettorale con la bandiera americana compare ora il nome Focus America, più evidente e riconoscibile, nei colori principali della bandiera. Sono gli stessi colori che tornano in diversi punti del sito e che aiutano a dare più coerenza all'insieme. Una scelta semplice, pensata per raccontare meglio ciò che Focus America prova a fare ogni giorno: seguire da vicino la politica americana, i suoi riti, i suoi numeri, le sue campagne elettorali e le sue tensioni.

Anche la home page cambia impostazione. In apertura trovate il pezzo del giorno, scelto dalla redazione perché merita la vostra attenzione prima degli altri; quando non c'è una notizia principale, quello spazio viene occupato dall'ultimo articolo pubblicato. Il resto della parte superiore della pagina segue invece l'ordine cronologico, così da rendere subito chiaro quali contenuti sono più recenti e quali appartengono ai giorni precedenti.

Abbiamo introdotto anche un avviso negli articoli pubblicati da più di sei mesi: un modo semplice per segnalare al lettore che si tratta di una notizia datata, da leggere tenendo conto del tempo trascorso. È una scelta editoriale, non solo estetica: significa dare ordine alle notizie e maggiore contesto a chi legge, invece di rovesciare tutto indistintamente sulla pagina.

Seguire le storie, non inseguire le notizie


Ma l'attualità americana raramente si esaurisce in un solo articolo. Per questo nascono ora anche i dossier tematici: raccolte che riuniscono tutti i nostri pezzi su una stessa storia, dalle elezioni di midterm all'economia, dalla politica estera alle grandi trasformazioni istituzionali, e permettono di seguirla nel tempo, ricostruire come ci si è arrivati e capire dove può andare. È il nostro modo di dire che il contesto vale quanto la notizia.

Ci sono poi i momenti in cui l'America accelera. Per quei giorni abbiamo pensato a un sistema di aggiornamenti più immediato: le breaking news permettono di segnalare rapidamente ciò che sta accadendo e possono essere aggiornate più volte, con l'indicazione dell'ultimo aggiornamento sempre ben visibile. Accanto a questo ci sono i live blog, pensati per seguire passo dopo passo le giornate più importanti: dalle notti elettorali alle crisi internazionali, fino agli eventi che richiedono un racconto continuo.

Infine, resta ancora centrale la nostra newsletter: un modo semplice per ricevere ogni giorno la nostra selezione, pensato per chi preferisce trovare Focus America direttamente nella propria casella di posta, senza dover cercare ogni volta le notizie sul sito.

Una nuova veste per raccontare l’America


Insomma, il vestito è nuovo, la linea no. Focus America è nata per raccontare gli Stati Uniti d'America a un pubblico italiano con un approccio chiaro, documentato e imparziale. Non facciamo il tifo, non abbiamo candidati da sostenere né da affossare: le notizie non le prendiamo di parte, le riportiamo. In un'epoca in cui la politica americana viene spesso raccontata per tribù, crediamo che ci sia spazio, e bisogno, per chi prova a spiegarla senza doversi per forza schierare.

In questo contesto, i 250 anni della Dichiarazione d'indipendenza non chiudono un ciclo: ne aprono uno nuovo. Davanti agli Stati Uniti ci sono anni decisivi: le elezioni di midterm di novembre, la corsa presidenziale del 2028, un ruolo internazionale da ridefinire e una rivoluzione tecnologica, quella dell'intelligenza artificiale, che proprio dall'America sta cambiando sempre di più il nostro modo di vivere, lavorare e informarci.

Noi saremo qui a raccontare tutto questo, giorno dopo giorno, con una veste nuova e la stessa bussola di sempre: spiegare gli Stati Uniti al pubblico italiano con chiarezza, rigore e indipendenza. Buona lettura, buon 4 luglio. E che Dio benedica l'America, donandole altri 250 anni di libertà.

La redazione di Focus America

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🇩🇪🤡 Irre! Italien warnt vor der #Chatkontrolle, stimmt aber TROTZDEM zu! 🤯
Noch 2 Tage: Stoppt den Coup!
✍️ Aktiv werden: fightchatcontrol.de
📄 EU-Dokument: data.consilium.europa.eu/doc/d…
in reply to Patrick Breyer

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🇪🇺🤡 Insane! Italy warns against #ChatControl mass surveillance, but votes FOR it! 🤯
2 days left: Stop the coup!
✍️ Take action: fightchatcontrol.eu/#contact-t…
📄 EU doc: data.consilium.europa.eu/doc/d…
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🇫🇷🤡 Fou ! L'Italie alerte sur le #ChatControl, mais vote POUR ! 🤯
Plus que 2 jours : Stoppez le coup !
✍️ Agissez : fightchatcontrol.eu/fr/#contac…
📄 Doc UE : data.consilium.europa.eu/doc/d…
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🇮🇹🤡 Pazzesco! L'Italia avverte sui pericoli del #ChatControl, ma vota A FAVORE! 🤯
Mancano 2 giorni: Fermiamo il colpo!
✍️ Agisci ora: fightchatcontrol.eu/it/#contact-tool
📄 Doc UE: data.consilium.europa.eu/doc/d…
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🇪🇸🤡 ¡Locura! Italia advierte sobre el #ChatControl, ¡pero vota A FAVOR! 🤯
Quedan 2 días: ¡Detén el golpe!
✍️ Actúa ahora: fightchatcontrol.eu/es/#contact-tool
📄 Doc UE: data.consilium.europa.eu/doc/d…
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The act should have a limited scope if it is to pass.
The "only known materials" for example could be sensible as that's possible to do with hash checks without actually compromising the privacy and security of what's being shared.

Someone sharing pics of their private medical issues (for example photos of their results) shouldn't have their pics end up reviewed by systems in a readable way.

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☕ CYBERBRIEFING — Sabato 4 luglio 2026

👉 Leggi tutti gli aggiornamenti delle ultime 24 ore:
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#newsletter #cybersecurity
@informatica

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Il modello di Focus America per le elezioni di metà mandato del novembre 2026


Vi presentiamo il nostro nuovo modello che stima seggio per seggio chi vincerà a novembre. Oggi dà i democratici avanti di 5,2 punti nel voto nazionale, il che significa che sono favoriti alla Camera dei Rappresentanti e testa a testa al Senato.
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Abbiamo costruito un nostro modello statistico per provare a rispondere a una domanda semplice: chi vincerà le elezioni di metà mandato del 3 novembre 2026? Le elezioni di metà mandato, in inglese midterm, si svolgono dopo due anni da ogni elezione presidenziale. Servono a rinnovare tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e un terzo dei 100 seggi del Senato.

Si tratta del primo grande test elettorale per il presidente in carica, che oggi è il repubblicano Donald Trump, e stabiliscono chi controllerà il Congresso nei due anni successivi. Il loro risultato è decisivo: da esso dipenderà infatti se il presidente potrà contare ancora su una maggioranza favorevole per approvare le sue leggi o se sarà costretto a trattare con l’opposizione per la parte finale del suo mandato.

Il nostro modello di previsione combina 3 elementi: i sondaggi nazionali e locali, i “fondamentali”, cioè le caratteristiche strutturali di ogni Stato e di ogni collegio che possono influenzare il voto al di là delle rilevazioni, e alcuni andamenti storici ricavati dai cicli elettorali precedenti. Il risultato è stato consentirci di fare una previsione seggio per seggio per entrambe le camere, che viene aggiornata più volte al giorno. Con una premessa importante: un partito indicato come favorito non è un partito certo della vittoria. Il modello ragiona in termini di probabilità e margini, non di verdetti definitivi.

Il modello completo, con la mappatura di tutti i seggi, le previsioni Stato per Stato e i numeri aggiornati in tempo reale, è disponibile qui:

Midterm 2026: sondaggi, medie e proiezioni
La proiezione di Focus America sulle elezioni di metà mandato del 2026. Sondaggi, medie e proiezioni aggiornate ogni giorno. Si vota il 3 novembre.
Focus AmericaLorenzo Ruffino

Cosa ci dice il modello oggi


Il punto di partenza è il generic ballot, cioè la media nazionale dei sondaggi che chiedono agli elettori se, alle elezioni per il Congresso, voterebbero genericamente per il candidato democratico o per quello repubblicano. Oggi i democratici sono al 47,2% e i repubblicani al 42,0%, con un vantaggio democratico di 5,2 punti e un margine di incertezza compreso tra 3,7 e 6,5 punti. Questa è la fotografia dell’umore nazionale: il dato da cui parte tutto il resto.

Alla Camera dei Rappresentanti, dove si rinnovano tutti i 435 seggi e la maggioranza si raggiunge a quota 218, il modello indica al momento i democratici come favoriti. La proiezione, che include anche l’assegnazione dei cosiddetti seggi in bilico, attribuisce loro 224 seggi contro i 211 dei repubblicani. Ma anche considerando soltanto i seggi già assegnati a un partito, e lasciando quindi fuori quelli ancora incerti, i democratici arrivano già a 218, esattamente la soglia della maggioranza, contro i 198 dei repubblicani. Restano 19 seggi in bilico.

Al Senato il quadro è invece di sostanziale parità. La maggioranza si raggiunge a quota 51 seggi su 100, ma con un’avvertenza: se l’aula dovesse dividersi 50 a 50, il voto decisivo ("tie breaker" in linguaggio politico americano) spetterebbe al vicepresidente, che per Costituzione presiede il Senato, oggi il repubblicano JD Vance. Per questo ai democratici servono 51 seggi per ottenere la maggioranza, mentre ai repubblicani ne bastano 50. La nostra proiezione assegna esattamente 51 seggi ai democratici e 49 ai repubblicani, ma con soli 4 seggi in bilico il controllo dell’aula resta appeso a poche migliaia di voti. Per questo il modello classifica la sfida come un sostanziale testa a testa.

Se alla Camera dei Rappresentanti ogni due anni vengono rinnovati tutti i 435 seggi, rimettendo interamente in gioco la maggioranza, al Senato il meccanismo è diverso: i senatori restano, infatti, in carica sei anni e solo un terzo dell'aula viene rinnovato a ogni ciclo elettorale. Questo significa che a novembre 2026 saranno in palio 35 seggi, mentre gli altri 65 non saranno sottoposti al voto e resteranno in mano ai senatori attualmente in carica fino ai cicli successivi. I democratici partono quindi da 34 seggi e, per arrivare a quota 51, devono conquistarne 17 dei 35 in palio. È un margine strettissimo, che spiega perché lo spostamento di pochi Stati possa bastare a cambiare il controllo dell'aula.

Le migliori occasioni per strappare un seggio ai repubblicani sono concentrate in 4 Stati. La più promettente è la North Carolina, dove l'ex governatore democratico Roy Cooper è avanti di 5,7 punti in una sfida per un seggio aperto, cioè senza un senatore uscente candidato alla rielezione. Seguono 3 Stati considerati in bilico dal nostro modello: il Maine, dove il democratico Graham Platner sfida la repubblicana uscente Susan Collins; l'Ohio, dove l'ex senatore democratico Sherrod Brown prova a tornare al Senato contro l'attuale senatore Jon Husted; e il Texas, dove il candidato democratico James Talarico corre per un seggio aperto contro il procuratore generale repubblicano Ken Paxton, che alle primarie ha battuto il senatore uscente John Cornyn.

Secondo il nostro modello, i 4 seggi più decisivi per il controllo del Senato sono quelli in gioco in Maine, Ohio, Texas e Alaska. In Maine i democratici sono attualmente avanti di 2,8 punti, in Ohio di 1,5 e in Texas di 1,1. L'Alaska è l'unico tra gli Stati più contendibili in cui risultano ancora in vantaggio i repubblicani, ma con un margine di appena 0,7 punti. Il modello considera un seggio in bilico quando la distanza tra i due candidati è inferiore a 3 punti, una soglia compatibile con il margine d'errore tipico di un sondaggio.

Come si costruisce la media nazionale


Nella media del generic ballot ogni rilevazione entra con un peso diverso, perché non tutti i sondaggi hanno la stessa affidabilità. Nel nostro modello contano quindi di più quelli realizzati da istituti con una storia di previsioni accurate, secondo la classifica di qualità che usiamo come riferimento. Ma pesano di più anche i sondaggi condotti sugli elettori probabili rispetto a quelli sugli elettori registrati o sugli adulti in generale, perché stimare il comportamento di chi andrà davvero a votare è più significativo che misurare soltanto chi avrebbe diritto a farlo. I sondaggi commissionati da un partito, invece, hanno un peso minore e vengono corretti spostando il risultato di un punto e mezzo nella direzione opposta allo sponsor.

Un secondo correttivo riguarda le inclinazioni sistematiche dei singoli istituti di sondaggi. Alcuni sondaggisti tendono infatti a produrre, in modo abbastanza costante nel tempo, risultati leggermente più favorevoli ai democratici, altri ai repubblicani. Il modello misura questa inclinazione, chiamata in gergo house effect, e la sottrae prima di includere il loro dato nella media, così da rendere gli istituti più comparabili tra loro. È previsto anche un tetto al peso degli istituti che pubblicano molti sondaggi in rapida successione, per evitare che un singolo istituto di sondaggio particolarmente prolifico finisca per dominare la media.

Tutti questi sondaggi, ciascuno con il proprio peso, vengono poi trasformati da una nuvola di punti in una linea continua. Lo strumento che usiamo si chiama filtro di Kalman e funziona come segue: invece di inseguire ogni singola rilevazione, il nostro modello stima un livello “reale” dell'andamento della sfida, che si muove gradualmente giorno dopo giorno, e considera ogni sondaggio come una misura imperfetta di quel livello. Nei giorni senza nuove rilevazioni la linea resta sostanzialmente stabile, ma l’incertezza aumenta: per questo la banda intorno alla stima si allarga quando i dati sono più scarsi. È da qui che nasce il dato di oggi: democratici avanti di 5,2 punti, ma con un intervallo di confidenza compreso tra 3,7 e 6,5 punti.

Questa media fotografa la situazione a oggi e non include ancora alcuna correzione storica. Le due correzioni successive non modificano invece il numero mostrato in pagina, ma servono a trasformare l’umore nazionale in una previsione di seggi. Per stimare chi vincerà a novembre, infatti, il margine grezzo dei sondaggi non basta.

La prima correzione che effettuiamo per affinare il calcolo dei seggi riguarda una distorsione nota del generic ballot, che storicamente tende a sovrastimare i democratici rispetto al risultato effettivo alla Camera dei Rappresentanti. Nel 2022, per esempio, la media dei sondaggi indicava i democratici avanti di 1,5 punti, ma alle urne i repubblicani vinsero il voto nazionale di 2,8 punti. Per questo, prima di alimentare i modelli sui singoli seggi, abbiamo scelto di correggere il dato riducendo leggermente il margine di vantaggio democratico stimato dai sondaggi.

La seconda correzione tiene invece conto di come tendono a evolvere i sondaggi sulle midterm man mano che ci si avvicina al voto. Le rilevazioni fotografano la situazione attuale, ma l’elezione si terrà solo a novembre. Osservando i cicli elettorali dal 1994 al 2024 emerge un andamento piuttosto chiaro: il partito del presidente in carica tende a perdere terreno con l’avvicinarsi delle urne. È il cosiddetto il cosiddetto effetto di rigetto contro il partito al potere: nelle elezioni di metà mandato, infatti, gli elettori tendono spesso a usare il voto come un referendum sul presidente in carica. A pochi mesi dal voto, questo effetto vale in media poco più di 2 punti e si esaurisce il giorno dell’elezione.

Poiché oggi il presidente è un repubblicano, la seconda correzione sposta il clima nazionale verso i democratici, cioè nella direzione opposta rispetto alla prima correzione. In sintesi, il “clima politico nazionale” che entra nella parte del modello che usiamo per stimare i seggi nasce dalla somma di 3 distinti elementi: il margine dei sondaggi attuali, meno la distorsione storica del generic ballot, più l'effetto di rigetto atteso a favore dell’opposizione con l’avvicinarsi delle midterm.

I modelli del Senato e della Camera


Per il Senato, il modello stima il risultato in ciascuno Stato chiamato al voto partendo dai fondamentali: cioè dagli elementi che permettono di valutare la sfida elettorale prima ancora di considerare i sondaggi locali. I fondamentali combinano 4 elementi: il clima politico nazionale calcolato come descritto in precedenza; l’orientamento dello Stato alle ultime elezioni presidenziali, misurato rispetto alla media nazionale, con il risultato del 2024 che pesa più di quello del 2020; il risultato dell’ultima elezione al Senato per quello stesso seggio; e il vantaggio di chi è già in carica e si candida per la rielezione.

Nel nostro modello, un senatore uscente che si ricandida parte con un vantaggio stimato di circa 4 punti. Questo beneficio viene però ridotto in alcuni casi: per esempio quando il senatore non è stato eletto direttamente dagli elettori, ma nominato per occupare un seggio rimasto vacante dopo la morte o le dimissioni del predecessore.

Su questa base di partenza, il modello innesta poi i sondaggi dei singoli Stati, smussati nel tempo con lo stesso metodo usato per la media nazionale. Questo significa sostanzialmente che dove una sfida è molto sondata, come in Ohio o in Texas, pesano soprattutto le recenti rilevazioni locali, mentre dove dove invece i sondaggi sono pochi o assenti, resta centrale la stima basata sui fondamentali.

Per il Senato abbiamo scelto, in generale, di dare maggiore peso ai sondaggi. In alcuni degli Stati più contesi, infatti, i fondamentali da soli tenderebbero a spostare la stima troppo verso i repubblicani, mentre le rilevazioni locali più recenti indicano spesso una dinamica diversa. In questi casi preferiamo quindi dare più fiducia ai dati raccolti sul campo. Solo in pochi Stati, quando i fondamentali non riescono a descrivere pienamente la natura della sfida, applichiamo correzioni esplicite e dichiarate. È il caso, per esempio, della North Carolina e del Maine.

Alla Camera dei Rappresentanti il meccanismo è diverso, perché i collegi da stimare sono 435 e, a differenza del Senato, quasi nessuno dispone di sondaggi propri. Il nostro modello parte quindi dal risultato di ogni collegio nel 2024, ricalcolato però sui nuovi confini dei distretti in vigore nel 2026. Negli Stati Uniti le mappe dei collegi elettorali vengono ridisegnate periodicamente, una pratica che i due partiti usano spesso per costruire distretti a loro più favorevoli, il cosiddetto gerrymandering.

Poiché negli ultimi anni diversi Stati hanno ridisegnato i propri collegi, abbiamo prima ricostruito quale sarebbe stato il risultato del voto del 2024 con le mappe elettorali previste per il 2026. Per farlo siamo partiti dai risultati registrati nelle singole sezioni che compongono ciascun distretto. In questo modo, l’effetto del ridisegno dei collegi è stato già incorporato nella base di partenza del modello.

Su questa base il modello aggiunge lo spostamento nazionale, cioè quanto è cambiato il clima politico nazionale rispetto al 2024, quando i repubblicani vinsero il voto per la Camera con un margine di 2,6 punti. Questo spostamento, però, non viene applicato ovunque nello stesso modo. Ogni collegio, infatti, reagisce in maniera diversa ai cambiamenti dell'opinione pubblica nazionale: alcuni distretti si muovono molto quando cambia il clima politico, altri restano quasi fermi perché hanno un elettorato più stabile. Questo meccanismo si chiama elasticità. Nel modello viene calcolato collegio per collegio, applicando allo spostamento nazionale un moltiplicatore diverso per ciascun distretto.

A questi elementi si aggiunge il vantaggio del candidato uscente che si ricandida, stimato per la Camera in circa 2 punti. Il modello incorpora poi i pochi sondaggi locali disponibili e soprattutto anche un cosiddetto effetto di propagazione: le informazioni raccolte su un collegio influenzano, seppure in misura molto ridotta, anche la stima di altri distretti simili per area geografica, orientamento politico e profilo demografico, come livello di istruzione o grado di urbanizzazione.

Il peso dei fondamentali e quello dei sondaggi cambiano con l’avvicinarsi del voto. Quando l’elezione è ancora lontana, le rilevazioni sono storicamente meno affidabili nel prevedere il risultato finale: per questo il modello attribuisce maggiore importanza ai fondamentali. Man mano che ci si avvicina a novembre, però, i sondaggi diventano più indicativi e il loro peso aumenta progressivamente, mentre quello dei fondamentali si riduce. Alla Camera, in un collegio tipo, i fondamentali pesano oggi circa la metà della stima, ma arrivano al giorno del voto con un peso intorno al 10%. Al Senato, come detto, questo meccanismo è nei fatti disattivato: dove ci sono sondaggi locali, sono soprattutto quelli a guidare la previsione.

Un modello che si aggiorna ogni giorno


Il nostro modello è deterministico: a parità di dati in ingresso, produce sempre lo stesso risultato, senza interventi discrezionali nella fase finale. Ogni volta che un nuovo sondaggio viene inserito nella base dati, il modello ricalcola tutte le stime. L’aggiornamento avviene più volte al giorno e continuerà fino al 3 novembre. I numeri mostrati oggi in questa pagina sono quindi una fotografia aggiornata al 20 giugno 2026, a 136 giorni dal voto. Cambieranno inevitabilmente con l’arrivo di nuove rilevazioni, con la definizione delle candidature e con l’evoluzione del clima politico nazionale.

Per il Senato, dove il controllo dell’aula si decide in pochi Stati, il modello compie un passaggio ulteriore: simula diecimila volte l’esito complessivo. Le simulazioni tengono conto di due tipi di errore. Il primo è un errore comune a tutte le sfide: i sondaggi, infatti, possono sbagliare nella stessa direzione in più Stati. Il secondo è un errore specifico per ciascuno Stato, legato alle caratteristiche della singola corsa.

In questo modo il modello non si limita a contare i seggi in cui ciascun partito è favorito, ma misura anche l’incertezza della previsione. È una distinzione essenziale: sapere chi è avanti non basta, bisogna capire quanto quel vantaggio sia solido. Per questo consideriamo giusto e trasparente indicare non solo quale partito ha più probabilità di conquistare la maggioranza, ma anche quanto riteniamo che quella previsione sia affidabile.

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La rassegna stampa di sabato 4 luglio 2026


Alla vigilia dei 250 anni degli Stati Uniti, Trump usa il Mount Rushmore per attaccare il "comunismo", mentre un'ondata di caldo record sconvolge le celebrazioni; nuove grazie presidenziali e le polemiche sulla ricchezza del presidente animano lo scontro politico

Questa è la rassegna stampa di sabato 4 luglio 2026

Trump celebra i 250 anni degli Stati Uniti con un discorso contro il "comunismo"


Alla vigilia dell'Independence Day, il presidente ha tenuto un discorso ai piedi del Mount Rushmore per aprire le celebrazioni del 250° anniversario del Paese. Trump ha sostenuto che l'identità americana è "sotto attacco" e ha bollato i suoi avversari come "comunisti", in quella che molti osservatori leggono come un'anticipazione della campagna per le elezioni di novembre.

Fonti: Wall Street Journal, New York Times, Financial Times

Un'ondata di caldo record sconvolge i festeggiamenti per il 250° anniversario


Temperature vicine ai 40 gradi hanno costretto ad annullare le parate a Washington e Filadelfia e a chiudere per alcune ore la Great American State Fair sul National Mall. Nella capitale le chiamate ai servizi di emergenza sono aumentate, mentre le autorità cercano di garantire lo svolgimento in sicurezza dei fuochi d'artificio e dei sorvoli militari in programma.

Fonti: New York Times, The Guardian, The Hill

Trump concede nuove grazie e valuta la clemenza per alcune celebrità


Il presidente ha graziato diverse persone condannate in casi federali legati alle emissioni dei veicoli e un importante donatore politico coinvolto in una frode, con provvedimenti che indeboliscono ulteriormente le norme ambientali. Trump ha inoltre fatto sapere di star valutando la grazia per il rapper Sean "Diddy" Combs e per altre figure di alto profilo.

Fonti: New York Times, Bloomberg, The Hill

La ricchezza del presidente diventa terreno di scontro politico


Dopo che Trump ha dichiarato ingenti guadagni, i Democratici puntano a trasformare la crescita del suo patrimonio in un tema per la campagna elettorale. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha difeso il presidente, che avrebbe incassato oltre un miliardo di dollari di profitti dalle criptovalute, respingendo le critiche sui possibili conflitti di interesse.

Fonti: Wall Street Journal, The Hill

Trump torna a contestare il voto in Georgia e la fiducia nelle elezioni


Il presidente ha inviato 260 analisti dell'FBI in Georgia, rilanciando le sue accuse infondate di brogli nel 2020. Secondo i critici, l'obiettivo non è tanto quel singolo voto quanto minare la fiducia complessiva degli elettori nel sistema elettorale.

Fonti: New York Times

Un ex capo di Stato maggiore accusa l'Amministrazione di politicizzare le forze armate


CQ Brown, il generale rimosso lo scorso anno dalla carica di più alto ufficiale militare del Paese, ha rivolto la sua critica più diretta alla gestione delle forze armate da parte dell'Amministrazione. Brown ha messo in dubbio l'operato del presidente nei confronti dei militari.

Fonti: Wall Street Journal

Putin visita il fronte e promette di conquistare altri territori ucraini


Il presidente russo si è recato sul campo di battaglia nel Donbas, promettendo di prendere ulteriori porzioni di territorio ucraino e deridendo i "risultati immaginari" di Kiev. Le dichiarazioni arrivano mentre il sostegno americano all'Ucraina resta al centro del dibattito sulla politica estera di Washington.

Fonti: New York Times

L'Iran prepara giorni di funerali per la guida suprema Khamenei


Dopo la camera ardente a Teheran, la salma dell'ayatollah Ali Khamenei — morto in seguito alla guerra con gli Stati Uniti — sarà portata in un corteo di quattro giorni tra alcuni dei luoghi più sacri dell'Islam sciita, in Iran e Iraq. Le autorità si aspettano la partecipazione di milioni di persone.

Fonti: New York Times, NPR

Gli Stati Uniti guidano gli aiuti al Venezuela dopo i terremoti, tra le tensioni interne ai Repubblicani


L'esercito statunitense ha inviato mezzi e trasportato aiuti in Venezuela dopo due forti terremoti che hanno causato quasi 2.000 morti. Alcuni Repubblicani più intransigenti chiedono però che la presidente ad interim Delcy Rodríguez sia esclusa dall'accesso all'assistenza americana, criticando la scarsa attenzione dell'Amministrazione a una transizione democratica nel Paese.

Fonti: The Hill, Fox News

Taylor Swift e Travis Kelce si sposano al Madison Square Garden


La cantante Taylor Swift e il giocatore di football Travis Kelce si sono sposati a New York, al Madison Square Garden, davanti a circa mille invitati e a numerose star, con Adam Sandler a officiare la cerimonia. L'evento, atteso da mesi e blindato nella massima riservatezza, è stato paragonato per glamour al Met Gala.

Fonti: The Guardian, New York Times, NPR

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Ein Rückblick auf die Woche von @annskaja über Kontrolle, Vertrauen und einen Ohrwurm:

netzpolitik.org/2026/kw-27-die…

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In unserem #Podcast "Off The Record" geht es zur Abwechslung mal wieder um Menschen! Daniel hat jüngst die IT-Abteilung von netzpolitik.org übernommen. Denis hat für drei Monate in der Redaktion mitgearbeitet. Wie das war, was dabei alles kaputt gegangen und neu entstanden ist, darüber sprechen wir in dieser Folge. 🎧

netzpolitik.org/podcast/und-lu…

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L'idea di JD Vance come erede non piace a Trump


A Meet the Press la giornalista dice che il vicepresidente è il favorito per il dopo-Trump, mentre Rubio non si muove e l'idea di un successore designato infastidisce il presidente.

Il favorito nella corsa alla Casa Bianca del 2028 è già il vicepresidente JD Vance e l'unico in grado di rovinargli i piani è lui stesso. Lo ha detto la giornalista Maggie Haberman a Meet the Press, il programma di approfondimento politico della domenica, aggiungendo che la prospettiva di un erede già designato non entusiasma il presidente Donald Trump.

Haberman era in studio con il collega Jonathan Swan, con cui ha scritto Regime Change: Inside the Imperial Presidency of Donald Trump, un'inchiesta sulla presidenza di Trump ricca di retroscena sulla Casa Bianca. Stando a quanto i due hanno raccolto, niente indica che Marco Rubio, anch'egli tra i possibili successori, stia facendo le mosse di chi vuole davvero candidarsi. La corsa resta così nelle mani di Vance, una situazione che non piace a Trump, al quale non va a genio l'idea che qualcuno arrivi dopo di lui.

Vance si è mostrato disposto a dire a Trump cose che il presidente non vuole necessariamente sentire, un tratto che rende il loro rapporto, nelle parole di Haberman, "davvero interessante". Su tutto pesa la decisione di attaccare l'Iran: secondo la giornalista nessuno dei principali consiglieri di Trump e nessun membro del suo governo riteneva che fosse una buona idea, ma Vance è stato l'unico a opporsi apertamente e a discuterne direttamente con il presidente. La sua presa di posizione ha irritato Trump e gli è costata nel rapporto personale, ma resta l'unico ad aver davvero smosso le acque.

Trump ama giocare con chi lo circonda e da tempo mette alla prova le persone chiedendo "Chi preferisci? Marco o JD Vance?", ha detto Haberman. Nel libro i due raccontano una scena dello scorso ottobre, durante una cena nella Blue Room della Casa Bianca con il magnate dei media Rupert Murdoch e altri invitati, tra cui Vance e Rubio. Trump ha chiesto a Murdoch cosa pensasse di Vance e lui, che non lo avrebbe voluto come vicepresidente, ha risposto che JD ha le potenzialità per diventare grande. Alla domanda su Rubio ha replicato seccamente "Marco è brillante".

Tutto questo non significa che Rubio abbia reali possibilità di scalzare Vance. "Non credo servisse granché a far pendere la bilancia", ha aggiunto Haberman, a segnalare quanto il confronto fosse già squilibrato a favore del vicepresidente.

Nella trasmissione Swan ha parlato anche delle elezioni di metà mandato del prossimo autunno, il voto che a metà del mandato presidenziale rinnova l'intera Camera e un terzo del Senato. Alla domanda se Trump sia davvero preoccupato di vincerle, ha negato che il presidente sia del tutto indifferente, ma ha aggiunto che i suoi collaboratori più stretti vorrebbero che la cosa gli importasse di più.

Swan ha ricordato un commento rivelatore fatto da Trump lo scorso anno, dopo i pessimi risultati dei repubblicani nelle elezioni locali e statali. Molti, aveva detto allora il presidente, sostenevano che il partito non potesse vincere senza il suo nome sulla scheda. Per lui era "un grande onore".

Guardando avanti, ha proseguito Swan, il presidente non vuole certo essere di nuovo messo in stato d'accusa, la procedura con cui la Camera può incriminarlo, ma sa che non verrebbe comunque rimosso: la condanna e l'allontanamento dalla carica spettano al Senato, dove serve una maggioranza di due terzi che i suoi avversari non hanno. "Non esiste alcun universo in cui venga condannato", ha detto.


Trump non si è ripreso dal ruolo da co-presidente di Musk


L'amministrazione Trump non si è mai ripresa dalla destabilizzazione creata da Elon Musk, che nei primi mesi di questo mandato ha agito di fatto come un co-presidente. Lo hanno detto venerdì Maggie Haberman e Jonathan Swan, due giornalisti del New York Times, ospiti di Morning Joe, programma del canale MS NOW.

I due hanno ripreso i temi del loro libro, "Regime Change: Inside the Imperial Presidency of Donald Trump". Per Haberman, Musk ha agito di fatto come un co-presidente nei primi quattro mesi circa del mandato. "Ha creato così tanta destabilizzazione di questo governo che credo non si siano mai del tutto ripresi", ha detto.

Musk era consigliere ufficiale del DOGE, il Department of Government Efficiency, l'organismo voluto da Trump per ridurre la spesa federale. Secondo Haberman il suo ruolo ha peggiorato una catena di informazioni già confusa dentro la Casa Bianca.

Haberman ha parlato anche di un "clima di paura" creato sotto la presidenza Trump e ha spiegato perché molti giornalisti hanno iniziato a chiamare direttamente il presidente per ottenere informazioni. "L'ufficio stampa non lo anticiperà su nulla", ha detto. Per la giornalista, chi ha bisogno di una risposta veloce è portato a rivolgersi direttamente a Trump, mentre per chi lavora alla Casa Bianca questo crea un clima di paura.

Nel libro i due raccontano un episodio dell'anno scorso, durante la guerra dei dodici giorni con l'Iran. Quando Trump vide che il Pentagono, il dipartimento della Difesa americano, aveva in parte modificato un suo messaggio su Truth Social in cui sosteneva che gli Stati Uniti controllavano "i cieli sopra l'Iran", andò su tutte le furie. Secondo Haberman fu l'ultima volta che qualcuno contraddisse pubblicamente ciò che diceva.

Swan ha raccontato un episodio che riguarda i rapporti tra Trump e i vertici della Silicon Valley. Intorno al Natale del 2024, nel suo golf club di Doral, in Florida, Trump avrebbe mostrato i messaggi ricevuti da Jeff Bezos, fondatore di Amazon, e Mark Zuckerberg, a capo di Meta, vantandosi di quanto i due lo stessero adulando. Avrebbe poi mostrato gli stessi messaggi a Musk a Mar-a-Lago, la sua residenza sempre in Florida, e Musk avrebbe commentato con apprezzamento il servilismo dei due. Secondo Swan, Musk si stava godendo lo spettacolo dei suoi rivali che cercavano di ingraziarsi il presidente.


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Perché i socialisti Dem in America non sono veri democratici


Jonathan Chait ricostruisce come i Socialisti Democratici d'America, nati per spingere a sinistra i Democratici, siano finiti in mano a fazioni comuniste ostili alla democrazia liberale

I Socialisti Democratici d'America, il movimento della sinistra radicale che sta conquistando peso dentro il Partito Democratico, sono diventati ostili alla democrazia liberale e allo stesso partito di cui sfruttano le primarie. Lo sostiene Jonathan Chait in un'analisi pubblicata sull'Atlantic, secondo cui l'organizzazione, nota con la sigla DSA, è nata proprio per contrastare ciò che oggi è diventata.

Il DSA condivide con i Democratici alcune posizioni, come il salario minimo più alto, la difesa della spesa sociale e l'opposizione all'amministrazione Trump. Ma la sua idea di socialismo, scrive Chait, va molto oltre le funzioni pubbliche ordinarie o programmi come l'assistenza sanitaria universale, e arriva a disprezzare il Partito Democratico e i suoi valori di fondo.

Darializa Avila Chevalier, appena scelta dagli elettori democratici come candidata per un seggio alla Camera a New York, ha definito Joe Biden uno "stupratore" e ha lodato più volte il comunismo. Quando la rete televisiva MS NOW le ha chiesto se fosse comunista, ha risposto: "Non lo sono. Sono una socialista democratica", liquidando le domande sulla sua adesione a ideologie totalitarie come "una distrazione". Il DSA ha ormai un gruppo di sostenitori in crescita al Congresso, candidati sindaci in diverse grandi città e punta a sostenere un candidato alla presidenza nel 2028.

Il movimento fu fondato nel 1982 dallo scrittore e attivista Michael Harrington con l'obiettivo di spingere i Democratici verso politiche più progressiste, restando però fedele alla libertà di parola, alle elezioni e alle altre regole democratiche. Lo statuto originario permetteva di espellere chi militava in organizzazioni comuniste, perché l'esperienza aveva insegnato che i partiti socialisti fallivano quando i comunisti riuscivano a infiltrarli e a prenderne il controllo. "Una tragica ironia della storia", scrive Chait, è che il DSA "è nato in opposizione a ciò che è diventato".

Una decina di anni fa la campagna presidenziale di Bernie Sanders e l'ascesa di Donald Trump portarono nel DSA decine di migliaia di giovani iscritti, tra cui organizzatori di formazione marxista-leninista che videro nel movimento un terreno fertile. Ne nacque un conflitto tra fazioni rivali. Secondo Chait, il caucus interno Red Star sostiene che quasi metà dei membri del comitato politico nazionale, l'organo di vertice del DSA, "si dichiarano apertamente comunisti".

Sul fronte internazionale il cambiamento è stato netto. Dopo l'invasione russa dell'Ucraina del 2022 il DSA condannò l'attacco ma lo attribuì all'espansione della NATO, l'alleanza militare occidentale, e si oppose a qualsiasi aiuto militare a Kiev. Dopo il 7 ottobre 2023 la sezione di New York del movimento rivendicò il "diritto a resistere" dei palestinesi e partecipò a una manifestazione per celebrare gli attacchi di Hamas. Una ventina di iscritti storici lasciarono l'organizzazione.

Nel 2025 il congresso del DSA ha cancellato la norma che consentiva di espellere chi lavorava per cellule comuniste e ha inserito il "diritto alla resistenza" palestinese tra i suoi princìpi centrali. Il movimento ha aderito al Foro di San Paolo, la rete della sinistra latinoamericana guidata da forze comuniste, e ha proclamato la propria solidarietà con il Venezuela di Nicolás Maduro e con la Cuba dei fratelli Castro. Per Chait, il DSA "colloca ormai la sua idea di società ideale nei regimi più dispotici del mondo".

La strategia di lungo periodo del movimento è quella che negli Stati Uniti viene chiamata "dirty break", la rottura sporca: sfruttare le primarie e i voti dei Democratici per costruire la propria forza e poi staccarsi per fondare un partito autonomo, lasciando morire quello vecchio. Il sindaco di New York Zohran Mamdani, la risorsa politica più preziosa del DSA, si è mosso con prudenza in carica, accumulando consenso che poi ha speso per sostenere gli sfidanti del movimento contro i Democratici moderati.

Gli elettori democratici approvano il DSA, ma nel complesso l'opinione pubblica no. Un sondaggio nazionale gli attribuisce il 21% di giudizi positivi e il 48% di giudizi negativi, contro un 36% di consensi per i Democratici. Il programma che il movimento ratificherà il mese prossimo chiede di abolire le forze carcerarie dello Stato capitalista, aprire le frontiere, portare in mano pubblica le maggiori aziende, ridurre la settimana lavorativa a 32 ore e tagliare i fondi al Pentagono, il ministero della Difesa statunitense. Sono le stesse posizioni che hanno permesso ai candidati socialisti di allargare la propria base alle ultime primarie.

Il DSA cresce di più quando alla Casa Bianca c'è un repubblicano, mentre durante la presidenza di Biden i suoi iscritti sono rimasti stabili. Secondo Chait il movimento non ha alcun interesse a moderare le proprie posizioni, perché più il Partito Democratico si riduce più il suo peso interno aumenta, e i repubblicani fanno di tutto per amplificare le uscite più estreme dei socialisti.

All'interno del partito lo scontro è squilibrato, scrive Chait: una parte punta a prendere il controllo, l'altra vuole solo che tutti vadano d'accordo. Alexandria Ocasio-Cortez, che è iscritta al DSA, in una intervista a MS NOW ha accusato i colleghi democratici più anziani di creare loro la dinamica conflittuale. Per Chait la pressione ideologica va in una sola direzione: il DSA può attaccare il partito, ma i Democratici non socialisti non possono rispondere allo stesso modo.

Il costo dell'alleanza con il DSA, secondo Chait, non è solo elettorale ma morale, perché ciò che il movimento chiede ai Democratici è di accettare gli autoritari come alleati di coalizione. È la stessa pressione, scrive, che i repubblicani hanno subìto con la scalata del movimento MAGA: prima ignorare gli obiettivi degli alleati, poi giustificarli. Il momento più facile per tracciare una linea contro l'illiberalismo nel proprio campo, è la conclusione dell'autore, è l'inizio.


New York congela gli affitti di un milione di case e Mamdani realizza la sua promessa


Giovedì 25 giugno il consiglio comunale di New York che ogni anno fissa i tetti agli aumenti degli affitti ha deciso di congelare i canoni di quasi un milione di appartamenti a canone regolato, realizzando la principale promessa elettorale del sindaco Zohran Mamdani. Il blocco vale sia per i contratti di un anno sia per quelli di due e si applica ai rinnovi a partire dal primo ottobre.

Il voto, atteso da settimane, è una vittoria politica per Mamdani, che alla guida della città è arrivato proprio impegnandosi a ridurre il costo della vita in una delle metropoli più care del mondo. "Freeze the rent", congelate gli affitti, era lo slogan ripetuto di continuo durante la campagna. Dopo il risultato il sindaco, eletto a novembre, ha parlato in un comunicato di "una vittoria storica per gli inquilini di New York".

A New York circa il 40 per cento degli appartamenti è a canone regolato, una forma di equo canone che riguarda quasi due milioni di persone. Si tratta di case private, ma la città stabilisce ogni anno di quanto al massimo i proprietari possono aumentare l'affitto al rinnovo del contratto. A decidere è il Rent Guidelines Board, un organismo di nove membri nominati dal sindaco: due in rappresentanza dei proprietari, due degli inquilini e cinque cosiddetti membri "pubblici", tra cui chi lo presiede.

Mamdani aveva annunciato già in campagna che avrebbe nominato solo persone convinte che "i proprietari se la cavano benissimo", così da assicurarsi il blocco. Una volta insediato ha nominato la maggioranza dei membri del consiglio, compresa la presidente Chantella Mitchell e quattro dei cinque membri pubblici.

Il via libera è arrivato con sette voti a favore e uno solo contrario, ed è la prima volta che il congelamento riguarda insieme i contratti annuali e quelli biennali. L'unico voto contrario è stato quello di Arpit Gupta, membro pubblico nominato nel 2022, che aveva proposto di limitare il blocco ai soli edifici lasciati deteriorare dai proprietari, permettendo aumenti altrove. A sorpresa ha votato a favore Maksim Wynn, uno dei rappresentanti dei proprietari nominato da Mamdani, secondo cui i problemi dei padroni di casa vanno risolti con strumenti che spettano alla città e allo Stato di New York, non con gli aumenti dei canoni.

La mattina del voto una delle due rappresentanti dei proprietari, Christina Smyth, si è dimessa per protesta, sostenendo in una lettera che l'esito era già deciso e che il consiglio aveva "smesso di essere un organo che accerta i fatti". La presidente Mitchell ha risposto con un comunicato pubblico in cui ha rivendicato "l'indipendenza con cui i membri di quest'anno hanno lavorato".

Il mondo immobiliare ha contestato con forza la decisione. James Whelan, presidente del Real Estate Board of New York, un'influente associazione di categoria, ha detto che il voto "è popolare ma peggiorerà la crisi abitativa" e ha accusato il consiglio di ignorare i propri stessi dati. I proprietari sostengono che senza aumenti non riusciranno a coprire i costi di manutenzione e riparazione degli edifici. Contro la delibera è atteso un ricorso in tribunale.

Chi vive negli appartamenti a canone regolato è più spesso nero o latino, più povero e più anziano rispetto a chi affitta sul mercato libero. Secondo un'analisi dell'organizzazione contro la povertà Robin Hood e della Columbia University, circa 140.000 persone che oggi abitano in queste case finirebbero sotto la soglia di povertà se dovessero pagare gli affitti di mercato. Tra il 2014 e il 2023 il canone mediano di un appartamento regolato è passato, al netto dell'inflazione, da 1.485 a 1.500 dollari, mentre quello di mercato è salito da 1.856 a 2.000 dollari.

I proprietari, dal canto loro, segnalano difficoltà crescenti. Un'indagine della Community Preservation Corporation, un istituto di credito senza scopo di lucro, ha rilevato che nel 2024 quasi un terzo dei suoi clienti non guadagnava abbastanza dagli edifici a canone regolato per pagare il mutuo, quasi il triplo rispetto al 2022. A pesare sono l'inflazione, l'aumento dei costi assicurativi e una serie di leggi a favore degli inquilini approvate dallo Stato di New York nel 2019, che hanno tolto ai padroni di casa diversi modi per alzare i canoni.

Il consiglio aveva già congelato gli affitti in passato, sotto l'ex sindaco Bill de Blasio: nel 2015, per la prima volta nei suoi 46 anni di storia, e poi nel 2016, nel 2020 e nella prima metà del 2021. In quei casi, però, i proprietari potevano comunque aumentare i canoni quando un inquilino lasciava l'appartamento, una possibilità eliminata proprio dalle leggi del 2019. Sotto il predecessore di Mamdani, Eric Adams, gli affitti regolati erano invece cresciuti complessivamente del 12 per cento in quattro anni.

La decisione arriva in una città dove gli affitti del mercato libero continuano a salire: ad aprile il canone mediano di un appartamento a Manhattan ha superato per la prima volta i 5.000 dollari al mese, mentre il tasso di sfitti è sceso intorno all'1,5 per cento, un livello così basso che la città lo definisce un'emergenza. Il blocco rafforza anche il momento politico di Mamdani: due giorni prima del voto tre candidati al Congresso da lui sostenuti avevano vinto le primarie democratiche, battendo due deputati uscenti.

Resta aperto il nodo di chi un affitto, anche calmierato, fatica comunque a pagarlo. Un'analisi di Politico ha mostrato che a New York gli incassi degli affitti nell'edilizia popolare e sociale sono in calo, senza che se ne capisca con chiarezza il motivo: per chi guadagna poco una spesa medica imprevista o un funerale bastano a far saltare i conti, anche quando il canone in sé sarebbe sostenibile.


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Trump parla sempre di più dei suoi cantieri a Washington


Un'analisi del Washington Post: a giugno il presidente ha citato la sala da ballo, l'arco di trionfo e le fontane della capitale in quasi quattro giorni su cinque, più spesso di sanità o salari.

A giugno il presidente Trump ha parlato dei suoi cantieri a Washington in quasi quattro giorni su cinque, più spesso di quanto abbia parlato di sanità o di salari. È il risultato di un'analisi del Washington Post dei suoi discorsi, interviste, conferenze stampa e messaggi pubblici.

Trump ha citato la sala da ballo che vuole costruire alla Casa Bianca, il rifacimento della vasca del Lincoln Memorial, lo specchio d'acqua davanti al monumento, il restauro delle fontane della città, un arco di trionfo alto 250 piedi (circa 76 metri) e l'ampliamento di un campo da golf pubblico della capitale.

La quota è cresciuta molto in pochi mesi. A gennaio il presidente parlava dei suoi progetti in circa un terzo dei giorni, un anno fa in appena un ottavo. Negli ultimi tre mesi li ha citati più spesso di temi come la sanità e i salari e con la stessa frequenza dell'inflazione e dei prezzi.

Persino la Cina è passata in secondo piano. Nell'aprile del 2025 Trump la nominava nel 60 per cento dei giorni, mentre trattava con Pechino sui dazi, ma oggi la cita meno di fontane, statue e cantieri.

Parte di questa attenzione nasce dai preparativi per il 4 luglio, quando la capitale celebra i 250 anni dell'indipendenza americana. Trump ha visitato più volte i cantieri per ispezionarli di persona, li ha mostrati ai giornalisti nelle conferenze stampa e li ha vantati con leader stranieri.

Frank Luntz, sondaggista ed esperto di comunicazione politica che lavora con i repubblicani, ha spiegato la predilezione del presidente con la sua storia personale di ex magnate immobiliare. "È lì che si sente più a suo agio", ha detto. "Ci torna spesso perché è il campo in cui eccelle."

Alcuni consiglieri gli hanno chiesto di concentrarsi di più sul prezzo dei farmaci e sul costo della vita in vista delle elezioni di metà mandato del Congresso, anche perché molti dei suoi progetti sono impopolari. Secondo un sondaggio Washington Post-ABC News-Ipsos di aprile, il 52 per cento degli americani è contrario all'arco di trionfo e solo il 21 per cento favorevole. Il 56 per cento ha criticato la decisione di demolire l'ala est della Casa Bianca per fare spazio alla sala da ballo, contro il 28 per cento di favorevoli.

Molti progetti hanno provocato cause legali. Alcuni veterani sostengono che l'arco, altissimo, cambierebbe l'esperienza dei visitatori del vicino cimitero militare di Arlington. Diverse organizzazioni per la tutela dei beni storici hanno fatto causa per fermare la sala da ballo, le modifiche alla vasca del Lincoln Memorial e la ristrutturazione del centro culturale Kennedy.

I democratici hanno usato la vicenda contro il presidente, con spot che lo accusano di occuparsi di "progetti di vanità" invece che dei problemi quotidiani degli americani, dal costo della benzina a quello della spesa e delle cure mediche.

All'inizio del secondo mandato Trump parlava poco di questi progetti e li presentava come meno importanti di altre priorità. Nel giugno del 2025 definì la sala da ballo uno dei "progetti divertenti" che portava avanti "mentre pensavo all'economia mondiale, agli Stati Uniti, alla Cina, alla Russia". L'attenzione è cresciuta dopo la demolizione, in ottobre, dell'annesso dell'ala est per far posto alla nuova sala.

Il Dipartimento di Giustizia ha depositato nella causa sulla sala da ballo alcuni atti insoliti, con intere pagine che riprendono le parole usate dal presidente per parlare dei suoi cantieri. Alla domanda se fosse stato lui a dettarli, né la Casa Bianca né il dipartimento hanno smentito.


Trump vuole ricostruire un campo da golf pubblico di Washington


Il presidente Donald Trump ha annunciato che il 1 settembre cominceranno i lavori per ricostruire l'East Potomac Golf Links, un campo da golf pubblico di Washington affacciato sul fiume Potomac. Lo ha detto domenica su Truth Social, il suo social network, dopo aver visitato per più di novanta minuti il percorso sotto la pioggia insieme al ministro dell'Interno Doug Burgum, all'architetto di campi da golf Tom Fazio e a diversi collaboratori della Casa Bianca.

Trump ha descritto il campo come "fatiscente", "praticamente impraticabile" e rovinato da anni di incuria. Ha promesso di trasformarlo in "uno dei più grandi campi da golf del mondo", mantenendolo aperto al pubblico. Una volta completato, ha scritto, il percorso sarà in grado di ospitare i grandi tornei, tra cui gli US Open, la Ryder Cup, il PGA Championship e gli altri principali eventi del circuito professionistico americano.

L'East Potomac, costruito nel 1923 su un terreno strappato al fiume, si trova appena a sud del National Mall, il grande parco monumentale al centro della capitale. I golfisti giocano con sullo sfondo il Washington Monument e il Jefferson Memorial, e Trump ha più volte citato questa vista come la ragione per cui ritiene che la struttura possa diventare un campo da campionato di livello mondiale. È amministrato dal National Park Service, il servizio federale che gestisce i parchi nazionali, e comprende tre percorsi.

Il progetto preoccupa molti golfisti locali, che temono che un campo apprezzato per i prezzi accessibili possa diventare più caro e meno aperto ai giocatori comuni. Restano senza risposta domande sulla dimensione dell'intervento, sui costi e sulla fattibilità di un cantiere così grande su una penisola soggetta ad allagamenti, comprese le opere sull'argine ormai vecchio. I lavori saranno realizzati attraverso il ministero dell'Interno, con il progetto firmato da Fazio, e finanziati con donazioni private. I materiali per la raccolta fondi indicano la National Garden of American Heroes Foundation, guidata da una storica raccoglitrice di fondi di Trump, Meredith O'Rourke, come l'ente che sollecita le donazioni.

Non è chiaro come la data del 1 settembre si concili con le verifiche ambientali e amministrative che gli stessi funzionari federali avevano detto avrebbero preceduto qualsiasi modifica importante. Né la Casa Bianca né il ministero dell'Interno hanno risposto alle richieste di chiarimento sui tempi, sui costi e sull'eventuale completamento di quelle procedure prima dell'avvio del cantiere.

Il progetto è al centro di una causa federale ancora aperta. A maggio la giudice distrettuale Ana Reyes aveva avvertito i funzionari federali di non procedere con cambiamenti importanti senza prima ottenere le autorizzazioni e informare il tribunale, parlando di "conseguenze gravi" in caso contrario. "Lo dico un'ultima volta, e non voglio trovarmi in una situazione in cui qualcosa è già successo e poi mi viene detto dal governo, da una fondazione o da una ditta di demolizioni che è troppo tardi per farci qualcosa", aveva detto la giudice. Gli avvocati della D.C. Preservation League, l'associazione che ha promosso la causa, hanno avvertito che la proprietà rischia di essere rasa al suolo prima che qualcuno possa fermare i lavori, ricordando la rapida demolizione dell'ala est della Casa Bianca.

La ricostruzione arriva dopo mesi di scontro sul controllo dei campi da golf pubblici di Washington. A dicembre l'amministrazione aveva revocato il contratto di affitto cinquantennale al National Links Trust, l'associazione senza scopo di lucro che gestisce i tre percorsi della città, sostenendo che non avesse rispettato gli impegni sulla manutenzione, cosa che l'associazione contesta. L'8 maggio le due parti hanno raggiunto un accordo che consente al Trust di continuare a gestire l'East Potomac in via temporanea, fino all'inizio dei lavori, e di ottenere un nuovo contratto di lungo periodo per gli altri due campi cittadini, il Langston Golf Course e il Rock Creek Park Golf. Non è ancora chiaro chi gestirà l'East Potomac una volta concluso il progetto.

Il campo da golf è l'ultimo dei cantieri con cui Trump sta ridisegnando la capitale. Tra questi ci sono una grande sala da ballo costruita demolendo l'ala est della Casa Bianca, il rifacimento da 16 milioni di dollari della vasca riflettente del Lincoln Memorial e un arco di trionfo alto circa 76 metri progettato vicino al cimitero nazionale di Arlington. Al Kennedy Center, il principale teatro della città, il presidente aveva aggiunto il proprio nome, poi rimosso per ordine di un giudice. Trump sostiene che l'East Potomac possa restituire prestigio a Washington e rivendica le 73 tra statue, monumenti e fontane che la sua amministrazione dice di aver restaurato.


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GitHub Copilot CLI: selezione automatica del modello AI con HyDRA per task routing intelligente
#tech
spcnet.it/github-copilot-cli-s…
@informatica


GitHub Copilot CLI: selezione automatica del modello AI con HyDRA per task routing intelligente


GitHub ha aggiornato il Copilot Command Line Interface (CLI) introducendo una nuova funzionalità di selezione automatica del modello AI: a partire dal 1° luglio 2026, Copilot CLI può scegliere autonomamente il modello più adatto per ogni richiesta grazie a un sistema interno chiamato HyDRA (Hybrid Dynamic Routing Architecture). Vediamo nel dettaglio come funziona e cosa cambia per sviluppatori e amministratori di sistema.

Come funziona la selezione automatica del modello


Il cuore della novità è il routing intelligente. Quando si usa la modalità Auto in Copilot CLI, HyDRA analizza ogni richiesta lungo più dimensioni prima di scegliere il modello:

  • Profondità di ragionamento richiesta: un semplice completamento di codice non ha bisogno dello stesso modello di una diagnosi complessa di bug.
  • Complessità di generazione del codice: snippet elementari vs. architetture multi-file.
  • Difficoltà di debugging: analisi di stack trace o errori runtime con molte variabili contestuali.
  • Necessità di orchestrazione di tool: quanti tool call sono necessari e quanto complessa è la loro concatenazione.

Oltre all’analisi del task, HyDRA considera in tempo reale la disponibilità e la salute dei modelli (latenza, tasso di errore, saturazione) per garantire un’esperienza affidabile anche sotto carico elevato.

Token efficiency e cache hit rate


Uno degli obiettivi principali di HyDRA è ridurre lo spreco di token. Il sistema rispetta i confini naturali della cache: anziché spezzare il contesto in modo arbitrario, le richieste vengono strutturate per massimizzare il tasso di cache hit del prompt, riducendo la latenza complessiva e i costi.

Nei test interni di GitHub, questo approccio ha prodotto guadagni significativi di token efficiency senza regressione qualitativa: non tutti i task richiedono un modello ad alta densità di ragionamento, e selezionare il modello “giusto” per compiti semplici libera capacità per quelli complessi.

Impatto economico: sconto del 10% sugli AI credit


Per i piani a pagamento, l’uso della modalità Auto porta un beneficio economico diretto:

  • Sconto del 10% sul costo in AI credit rispetto all’uso diretto dello stesso modello.
  • Per i piani annuali legacy (Copilot Pro e Pro+) ancora su billing a premium request: lo sconto si applica al model multiplier. Ad esempio, un modello con moltiplicatore 1x consuma 0,9 premium request invece di 1.

Questo significa che scegliere Auto non è solo conveniente in termini di qualità, ma anche economicamente vantaggioso rispetto alla selezione manuale.

Deferred tool loading: meno overhead per ogni prompt


La stessa release introduce il caricamento differito dei tool (deferred tool loading). Tradizionalmente, ogni prompt includeva gli schema completi di tutti i tool disponibili, anche se la maggior parte non veniva utilizzata. Con il nuovo approccio, le definizioni dei tool vengono recuperate on demand, riducendo il numero di token inviati per ogni richiesta e accelerando l’elaborazione.

Controllo dell’utente e policy di amministrazione


La modalità automatica non significa perdita di controllo:

  • Override manuale: in qualsiasi momento è possibile usare il comando /model per selezionare esplicitamente un modello specifico o un provider diverso.
  • Policy aziendali: gli amministratori possono imporre l’uso della selezione automatica tramite policy organizzative, garantendo uniformità e rispetto dei requisiti di costo o sicurezza.
  • Accesso multi-modello: Auto sfrutta modelli da più famiglie (OpenAI, Anthropic, Mistral, ecc.) a seconda del tipo di abbonamento e delle policy configurate.


Come iniziare


Non è richiesta alcuna configurazione: basta aggiornare Copilot CLI all’ultima versione e selezionare la modalità Auto. GitHub prevede che i modelli disponibili in Auto cambieranno nel tempo, man mano che nuovi modelli saranno integrati nella piattaforma.

# Aggiorna Copilot CLI (se installato via npm)
npm update -g @github/copilot-cli

# Oppure verifica la versione corrente
gh copilot --version

# Nel CLI, seleziona la modalità Auto con il comando /model
# e poi inizia a lavorare normalmente
gh copilot suggest "come creo un Dockerfile multi-stage per .NET 8?"

Considerazioni per team e organizzazioni


Per i team che usano Copilot CLI in contesti enterprise, la funzionalità porta vantaggi concreti:

  • Prevedibilità dei costi: la combinazione di routing intelligente e sconto del 10% rende più prevedibile il consumo di AI credit per team numerosi.
  • Centralizzazione delle policy: gli admin possono gestire il comportamento del routing da un unico punto di controllo, senza che ogni sviluppatore debba configurare nulla localmente.
  • Conformità: le policy di model selection possono essere usate per rispettare requisiti di compliance (es. usare solo modelli ospitati in certi data center o appartenenti a certi vendor).


Conclusione


La selezione automatica del modello in Copilot CLI rappresenta un passo avanti significativo verso un’esperienza AI developer veramente adattiva. HyDRA non si limita a scegliere il modello “migliore” in astratto, ma lo sceglie in base al contesto reale della richiesta, ottimizzando contemporaneamente qualità, latenza e costo. Per chi usa Copilot CLI come parte del workflow quotidiano, la modalità Auto è ora la scelta di default più sensata.


Fonte: GitHub Changelog – Copilot CLI auto model selection routes based on task


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✨ Pegasus spia chi indaga su Pegasus: il caso Kouloglou scuote il Parlamento Europeo
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/pegasu…

@informatica


Pegasus spia chi indaga su Pegasus: il caso Kouloglou scuote il Parlamento Europeo


Si parla di:
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C’è un dettaglio che rende il caso di Stelios Kouloglou diverso da tutti gli altri scandali Pegasus degli ultimi anni: l’eurodeputato greco non era una vittima qualsiasi, ma il membro di una commissione d’inchiesta del Parlamento Europeo istituita proprio per indagare sugli abusi dello spyware commerciale. Secondo un report pubblicato il 3 luglio 2026 dal Citizen Lab dell’Università di Toronto, il telefono di Kouloglou è stato infettato con Pegasus nell’ottobre 2022 e almeno altre due volte nel marzo 2023, proprio nei momenti cruciali della stesura del rapporto finale della commissione PEGA. È la prima volta che un membro della commissione viene pubblicamente identificato come bersaglio dello stesso strumento che era chiamato a indagare.

La commissione PEGA e il suo bersaglio interno


La commissione d’inchiesta PEGA (Pegasus and Surveillance Spyware) è stata istituita dal Parlamento Europeo nel marzo 2022, dopo che un consorzio internazionale di giornalisti aveva rivelato l’uso diffuso dello spyware Pegasus di NSO Group contro giornalisti, avvocati, attivisti e politici in diversi Stati membri, tra cui Ungheria, Polonia, Spagna e Grecia. Kouloglou, giornalista ed ex parlamentare di SYRIZA, sedeva nella commissione mentre questa raccoglieva testimonianze e redigeva le prime bozze del suo rapporto, concentrate in particolare sugli abusi documentati a Cipro, Grecia, Ungheria, Polonia e Spagna.

Il fatto che proprio lui sia finito nel mirino, mentre la commissione lavorava a conclusioni che avrebbero potuto imbarazzare governi europei, ha immediatamente sollevato interrogativi sulla natura dell’attacco. Un eurodeputato in carica ha definito l’episodio “un attacco diretto allo stato di diritto”, chiedendo alla Commissione Europea di imporre limiti stringenti all’uso dello spyware nei 27 Stati membri. La Commissione, contattata dai giornalisti, non ha risposto.

Timeline degli attacchi: due finestre, due momenti chiave


Il Citizen Lab ha ricostruito con precisione forense due finestre di compromissione, entrambe coincidenti con fasi decisive del lavoro della commissione:

  • 21 ottobre 2022 — Prima infezione confermata, nel pieno delle discussioni via email e messaggistica di ottobre-novembre 2022, in vista della consegna della prima bozza del rapporto sugli abusi in Cipro, Grecia, Ungheria, Polonia e Spagna. Il momento coincide inoltre con un ricovero ospedaliero di Kouloglou per un intervento chirurgico programmato, circostanza che potrebbe aver permesso agli operatori dello spyware di intercettare anche conversazioni ambientali relative alla sua salute o scambi con i visitatori.
  • 6-7 marzo 2023 — Due ulteriori infezioni, mentre Kouloglou viaggiava da Atene a Bruxelles per le audizioni della commissione, mesi prima dell’adozione finale del rapporto scritto.

Kouloglou ha raccontato ai giornalisti di TechCrunch la rabbia provata nello scoprire la compromissione: “Ti rendi conto che tutti i tuoi dati personali sono stati presi — non solo gli scambi professionali o i messaggi con i ministri, ma anche le cose molto private, i momenti felici e quelli tristi”. L’eurodeputato ha annunciato l’intenzione di citare in giudizio NSO Group.

PWNYOURHOME: l’exploit zero-click che passa da HomeKit


Dal punto di vista tecnico, l’infezione del 2022 sfrutta una catena di exploit già documentata dal Citizen Lab in precedenti ricerche e nota con il nome in codice PWNYOURHOME, attiva contro iOS 15 e iOS 16 a partire da ottobre 2022. Si tratta di un exploit zero-click in due fasi che colpisce due processi distinti del sistema operativo iPhone: il primo stadio prende di mira il framework HomeKit — il sistema Apple per la gestione della smart home — mentre il secondo stadio sfrutta iMessage per ottenere l’esecuzione di codice e l’installazione dello spyware.

La vulnerabilità sfruttata riguarda un problema di deserializzazione in NSKeyedUnarchiver, una classe già abusata in precedenti catene di exploit zero-click contro iMessage. Poiché non richiede alcuna interazione da parte della vittima, il bersaglio non riceve notifiche, non deve cliccare link né aprire allegati: lo spyware si installa silenziosamente, consentendo l’accesso a messaggi, cronologia delle chiamate, dati di geolocalizzazione, foto e — nel caso dei modelli più recenti — anche all’attivazione da remoto di microfono e fotocamera.

Apple ha corretto le falle sfruttate da PWNYOURHOME con il rilascio di iOS 16.3.1, introducendo tra l’altro un nuovo controllo che rifiuta di decodificare determinati messaggi HomeKit a meno che non provengano da una fonte plausibile. Il problema, come spesso accade con gli attacchi Pegasus, è che l’aggiornamento correttivo non era ancora installato sul dispositivo di Kouloglou al momento dell’attacco dell’ottobre 2022 — una finestra di esposizione che gli operatori dello spyware hanno sfruttato attivamente.

Un cliente governativo con licenza multi-paese


Il Citizen Lab non ha attribuito pubblicamente l’attacco a un governo specifico, ma un dettaglio tecnico rende il quadro più inquietante: l’indirizzo email utilizzato come vettore d’infezione da chi ha colpito Kouloglou è lo stesso già osservato in una precedente campagna che aveva infettato i telefoni di giornalisti in diversi paesi europei. Il riutilizzo dello stesso indirizzo — e quindi, presumibilmente, della stessa infrastruttura di comando e controllo — suggerisce che il cliente governativo di NSO Group disponesse di un’autorizzazione per operare lo spyware Pegasus contro bersagli in più Stati membri dell’Unione Europea, non in uno soltanto.

Questo elemento è cruciale per il dibattito politico che ne è seguito: se la licenza NSO copre operazioni cross-border all’interno dello spazio europeo, i meccanismi di controllo nazionale sull’export e sull’uso dello spyware — già ritenuti insufficienti dallo stesso rapporto PEGA — risultano ancora più permeabili di quanto documentato finora.

NSO Group tra sanzioni USA e tentativi di riabilitazione


NSO Group resta in gran parte bandita dall’uso governativo negli Stati Uniti, a seguito di un ordine esecutivo dell’amministrazione Biden che vieta l’impiego federale di spyware commerciale capace di violare i diritti umani. Nel 2025 l’azienda israeliana ha confermato che un gruppo di investitori statunitensi non identificato ha versato decine di milioni di dollari nella società, in quella che gli osservatori hanno letto come un tentativo di riabilitare il marchio NSO in vista di un possibile ingresso nel mercato americano — un percorso già criticato per la scarsa trasparenza degli impegni dichiarati dall’azienda.

Il caso Kouloglou arriva quindi in un momento delicato: mentre NSO cerca legittimazione commerciale, un membro della stessa commissione UE nata per indagarla diventa l’ennesima prova pubblica che gli abusi non si sono fermati.

Implicazioni e due righe per i difensori


Per chi opera in ruoli ad alto rischio — parlamentari, giornalisti, avvocati per i diritti umani, ricercatori di sicurezza, dissidenti — il caso conferma alcune priorità difensive ormai consolidate ma spesso disattese:

  • Aggiornamenti tempestivi: gli exploit zero-click di Pegasus sfruttano quasi sempre vulnerabilità già note ma non ancora patchate sul dispositivo bersaglio. Applicare gli aggiornamenti iOS entro 24-48 ore dalla pubblicazione riduce drasticamente la finestra di esposizione.
  • Lockdown Mode: la modalità di isolamento introdotta da Apple su iOS disabilita molte delle superfici di attacco usate dagli exploit zero-click (inclusi determinati messaggi HomeKit e allegati iMessage complessi), ed è fortemente consigliata per soggetti ad alto rischio.
  • Verifica forense periodica: strumenti open source come Mobile Verification Toolkit (MVT), sviluppato da Amnesty International, permettono di analizzare backup iOS/Android alla ricerca di indicatori di compromissione noti legati a Pegasus e spyware simili.
  • Riavvii regolari del dispositivo: molte varianti di Pegasus non sopravvivono a un riavvio senza reinfezione, complicando la persistenza per gli attaccanti — una contromisura semplice ma efficace in assenza di altre difese.
  • Segnalazione a Citizen Lab o Access Now: chi sospetta di essere bersaglio di spyware commerciale può richiedere supporto tecnico gratuito attraverso l’Access Now Digital Security Helpline.

Il caso Kouloglou dimostra ancora una volta che lo spyware di livello statale non conosce eccezioni istituzionali: nemmeno chi indaga sugli abusi è al riparo dal diventarne bersaglio. Per il Parlamento Europeo, la domanda che resta aperta è se le raccomandazioni della stessa commissione PEGA — largamente rimaste lettera morta — troveranno finalmente attuazione concreta.

Indicatori tecnici e riferimenti

Spyware: NSO Group Pegasus
Catena di exploit: PWNYOURHOME (zero-click, iOS 15/16)
Vettori sfruttati: HomeKit (stage 1) + iMessage/NSKeyedUnarchiver (stage 2)
Patch correttiva: iOS 16.3.1

Date di compromissione confermate (dispositivo Kouloglou):
- 21 ottobre 2022
- 6 marzo 2023
- 7 marzo 2023

Strumenti di verifica consigliati:
- Mobile Verification Toolkit (MVT) - github.com/mvt-project/mvt
- Access Now Digital Security Helpline

Fonte primaria: Citizen Lab, University of Toronto
"Member of Committee Investigating Spyware Hacked With Pegasus" (3 luglio 2026)

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#sardegna
Contos #3 - SURRA: la rabbia sarda che non sa dove andare

un dubbio che mi tormenta da mesi: SURRA sa davvero dove vuole portarci, o si limita a urlare "no" nel vuoto?

sucontu.wordpress.com/2026/07/…

@sardegna

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Per la prima volta, una cellula costruita da zero cresce e si divide


Gli scienziati hanno costruito una cellula sintetica che combina più proprietà realistiche che mai — prova di concetto che è possibile dare vita a materiali non viventi, o qualcosa di simile, in laboratorio.

quantamagazine.org/for-the-fir…

@scienza

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Ein Mitglied des EU-Ausschusses zur Untersuchung von Staatstrojaner-Einsätzen #PEGA wurde mehrfach selbst infiziert — während der Ausschuss ermittelte.

netzpolitik.org/2026/fruehere-…

#pega
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Tucker Carlson vuole aiutare a costruire un terzo partito negli Stati Uniti


L'ex volto di Fox News ha rotto con il presidente e con il Partito Repubblicano per la guerra con l'Iran. Esclude però una candidatura: "Non voglio essere un candidato"

Tucker Carlson, uno dei commentatori conservatori più influenti degli Stati Uniti, ha detto che contribuirà a creare un nuovo partito politico dopo l'addio al Partito Repubblicano. "Aiuterò a costruire un terzo partito", ha dichiarato l'ex volto di Fox News, la grande rete televisiva conservatrice, in un'intervista alla Columbia Journalism Review, la rivista di giornalismo della Columbia University, pubblicata mercoledì. "Dovrebbe esserci uno sforzo in buona fede per capire che cosa fa bene al Paese", ha aggiunto, escludendo però una candidatura: "Non voglio essere un candidato".

Per Carlson le uniche questioni che contano davvero sono "guerra e finanza" e su entrambe, ha detto, democratici e repubblicani si muovono all'unisono: "Non è una democrazia. È uno Stato a partito unico che si spaccia per una democrazia e deve essere spezzato. Ci sarà un terzo partito e farò tutto il possibile perché nasca". Il nuovo partito dovrebbe mettere al primo posto le condizioni di vita degli americani: "Se guadagni 60.000 dollari l'anno sei degradato. La tua aspettativa di vita è diminuita e la promessa della vita dei tuoi figli probabilmente è svanita". E ancora: "Ufficialmente non mi importa di Hamas. Il governo degli Stati Uniti dovrebbe avere come prima priorità il benessere del suo popolo". Tra le possibili politiche della nuova formazione ha citato la chiusura totale delle frontiere: "Sono per meno immigrazione. Anzi, sono per fermare tutta l'immigrazione oggi stesso. Non so come si possa giustificare l'immigrazione quando metà dei lavori da ufficio sta scomparendo per via dell'intelligenza artificiale". Secondo Carlson l'immigrazione alimenta la disoccupazione, una tesi che molti economisti contestano.

Carlson è stato a lungo uno degli alleati più stretti del presidente: nel 2024 era spesso al suo fianco in campagna elettorale e spinse perché scegliesse JD Vance come candidato vicepresidente. Ha rotto con Trump dopo l'inizio della guerra con l'Iran, a fine febbraio, accusandolo di aver tradito la promessa elettorale di tenere gli Stati Uniti fuori dai conflitti; secondo Carlson, che ha raccontato di aver provato personalmente a dissuadere il presidente dall'intervento militare, a spingere Trump verso l'attacco sono stati i donatori filo-israeliani. Ad aprile ha detto di sentirsi "tormentato" per il sostegno dato in passato al presidente e da mesi i due non si parlano: "Non gli parlo da quando è iniziata la guerra per il cambio di regime. Non mi interessa parlargli". Il conflitto è oggi in gran parte sospeso da un fragile cessate il fuoco.

Il mese scorso Carlson aveva annunciato l'uscita dal Partito Repubblicano, che ha detto di aver difeso per 35 anni, sostenendo che sotto Trump il partito ha perso i principi "America First", cioè l'idea di mettere gli interessi nazionali davanti a tutto. Nelle scorse settimane ha aggiunto in un podcast che non c'è "nessuna possibilità" che sostenga repubblicani o democratici alle elezioni di metà mandato di novembre, in cui si rinnovano la Camera e parte del Senato. Carlson è uno dei volti principali dell'ala nazionalista-isolazionista della destra americana, che accusa Trump di non aver rotto abbastanza nettamente con il partito dell'era Bush e con la sua eredità di guerre all'estero; la sua corrente giudica non abbastanza radicali perfino le politiche migratorie del presidente e ha attaccato il rapporto degli Stati Uniti con Israele con toni che secondo alcuni critici hanno sdoganato antisemitismo e teorie del complotto.

L'annuncio arriva mentre entrambi i partiti sono in fermento: la sinistra radicale avanza tra i democratici, con una base arrabbiata per la linea dei vertici su Israele dopo la guerra a Gaza, mentre i repubblicani sono divisi sulla gestione della guerra con l'Iran. Quanto il progetto di Carlson sia concreto però non è chiaro. Il Guardian scrive che è difficile capire se stia descrivendo un piano già avviato o stia solo ragionando ad alta voce: nell'intervista non ha dato dettagli sul nuovo partito. Le sue parole contraddicono quelle di maggio, quando al New York Times aveva detto: "Dovrebbe esserci un partito che parli per la maggior parte delle persone. Sarò io a costruirlo? Assolutamente no". E alla domanda se si stia posizionando strategicamente come contraltare di un Partito Repubblicano dominato da Trump, ha risposto: "Non sono strategico in alcun modo. Prendo quasi tutte le decisioni in base al fiuto e all'istinto".

Le critiche pubbliche e insistenti a Trump hanno alimentato l'ipotesi che Carlson si prepari a una corsa in proprio, ma lui ha sempre negato ambizioni politiche: "Non sono un politico, questo è certo. Non sono un rivale di Trump per il potere. Non ho alcun potere. Sono uno che conosce Trump, lo conosco bene e da molto tempo". In passato i rapporti tra i due si erano già incrinati e poi ricuciti: in un messaggio emerso da una causa per diffamazione intentata da Dominion Voting Systems, un produttore di macchine per il voto, Carlson scrisse di Trump "lo odio appassionatamente". Fox News lo licenziò nel 2023 dopo aver accettato di pagare 787,5 milioni di dollari per chiudere quella causa, nata dalla diffusione di notizie false sulle elezioni del 2020. Dopo la rottura sulla guerra, il presidente lo ha definito uno "svitato" e ad aprile ha scritto sul suo social Truth Social: "Era un uomo distrutto quando è stato licenziato da Fox e non è più stato lo stesso. Forse dovrebbe farsi vedere da un buon psichiatra!".


Stati Uniti e Iran tornano a colpirsi nello Stretto di Hormuz e mettono a rischio la tregua


Stati Uniti e Iran si sono colpiti a vicenda sabato attorno allo Stretto di Hormuz, per il terzo giorno consecutivo, mettendo alla prova la fragile tregua che dovrebbe chiudere mesi di ostilità. L'esercito americano ha condotto una seconda ondata di raid in due giorni contro obiettivi iraniani, mentre il presidente Trump ha minacciato di riprendere la guerra.

I raid americani hanno colpito infrastrutture di sorveglianza militare, sistemi di comunicazione, siti della difesa aerea, depositi di droni e mezzi per la posa di mine, secondo il Central Command, il comando militare statunitense per la regione. L'operazione è arrivata in risposta a quello che gli americani hanno descritto come l'attacco iraniano a una petroliera nello Stretto.

I media di stato iraniani hanno riferito di esplosioni provocate da alcuni colpi nelle città portuali di Sirik, Kong e Bandar Lengeh e sull'isola di Qeshm, nel Golfo Persico. In tutte queste località ci sono strutture militari.

Trump, in un messaggio sui social, ha lasciato intendere di stare perdendo la pazienza con Teheran. Ha scritto che potrebbe arrivare il momento in cui gli Stati Uniti non saranno più in grado di essere ragionevoli e saranno costretti a completare militarmente il lavoro che hanno iniziato, aggiungendo che in quel caso "la Repubblica islamica dell'Iran non esisterà più".

Dopo i raid americani di sabato, l'Iran ha detto di aver colpito le basi statunitensi in Kuwait e Bahrein, dove sono suonate le sirene antiaeree. I Guardiani della rivoluzione islamica, il corpo militare che protegge il governo iraniano, hanno dichiarato di aver attaccato otto obiettivi americani: la base navale della Quinta flotta in Bahrein e la base aerea di Ali Al Salem in Kuwait. Gli attacchi, condotti con droni e missili balistici tra le 2 e le 3 del mattino ora locale (tra mezzanotte e l'una in Italia), non hanno provocato vittime americane né danni rilevanti.

I Guardiani hanno minacciato un giro di vite più duro sulle navi in transito nello Stretto di Hormuz, da cui passava un tempo circa il 20% del greggio mondiale, avvertendo che le basi americane nella regione "vivranno l'inferno" nei prossimi giorni.

Lo scontro aumenta la pressione su un accordo di pace preliminare già in difficoltà per i combattimenti in Libano e per i disaccordi sulle ispezioni nucleari. L'intesa, un memorandum d'intesa in 14 punti firmato circa dieci giorni fa per chiudere la guerra, prevede un periodo di 60 giorni di negoziati tecnici per definire i dettagli più spinosi.

Il nodo principale è il controllo dello Stretto. L'Iran legge il linguaggio dell'accordo come un riconoscimento del proprio potere sulla via d'acqua: il testo chiede a Teheran di "fare il possibile per il passaggio sicuro delle navi commerciali", ma lascia indefiniti i termini chiave. Molte navi hanno usato una rotta sostenuta dagli Stati Uniti lungo il bordo meridionale dello Stretto, vicino alle coste dell'Oman e degli Emirati Arabi Uniti. I Guardiani della rivoluzione hanno invece imposto un percorso che passa nelle acque iraniane.

La crisi è ricominciata giovedì. Gli Stati Uniti hanno accusato l'Iran di aver colpito la nave portacontainer Ever Lovely mentre attraversava lo Stretto lungo la rotta vicina all'Oman, quella che Teheran aveva intimato di non usare. Trump ha definito l'attacco una violazione della tregua e venerdì ha ordinato i primi raid sulle posizioni iraniane lungo lo Stretto: sei caccia, tra cui F35 e F16, hanno colpito quattro siti in circa novanta minuti.

Sabato un drone iraniano ha colpito la petroliera Kiku, battente bandiera panamense e carica di due milioni di barili di greggio, mentre si trovava vicino allo Stretto. La nave, partita due giorni prima da un giacimento in Qatar, è stata centrata sul ponte di comando, secondo l'agenzia britannica che monitora il traffico marittimo, la U.K. Maritime Trade Operations. L'Iran non ha rivendicato l'attacco. Le forze americane hanno abbattuto altri due droni diretti contro navi commerciali.

L'organismo congiunto navale anglo-americano ha alzato a "sostanziale" il livello di allerta per la sicurezza marittima nello Stretto. L'attacco a Bahrein è consistito in due droni: uno è stato abbattuto, l'altro è caduto senza causare danni in un'area remota.

Il traffico nello Stretto, in ripresa nei giorni scorsi, è di nuovo crollato. Mercoledì erano transitate 73 navi, scese a 54 giovedì e ad almeno 34 venerdì e una decina sabato, contro le circa 130 al giorno prima del conflitto. Da inizio maggio il Central Command ha scortato oltre 500 imbarcazioni lungo le rotte vicine alla costa dell'Oman.

I prezzi del petrolio erano saliti dopo l'attacco di giovedì, ma venerdì sono tornati ai livelli precedenti alla guerra. I raid americani di sabato sono arrivati a mercati ormai chiusi per il fine settimana.

La violenza ha oscurato un accordo firmato venerdì a Washington tra Israele e Libano, mediato dagli Stati Uniti, che fissa una cornice di pace tra due paesi tecnicamente in stato di guerra da quasi ottant'anni. L'intesa prevede un ritiro graduale dell'esercito israeliano da una piccola parte del territorio occupato nel sud del Libano, in cambio dell'impegno di Beirut a disarmare Hezbollah. Il movimento libanese filo-iraniano, considerato un'organizzazione terroristica dagli Stati Uniti, ha respinto l'accordo definendolo "umiliante" e ha promesso di continuare a combattere Israele.

L'Assemblea degli esperti iraniana, un organo consultivo che riflette la posizione della guida suprema ed è incaricato di eleggerla, ha detto ai negoziatori che lo Stretto andrebbe chiuso se Israele non fermasse le operazioni in Libano. Ha aggiunto che i diritti nucleari dell'Iran restano fuori dal negoziato.

L'Iran insiste che un accordo definitivo gli permetterebbe di incassare somme dalle navi in transito, sostenendo che non si tratterebbe di pedaggi ma di tariffe per servizi. La posizione americana è opposta: il segretario di Stato Marco Rubio ha detto questa settimana che nessun paese può imporre pagamenti per il passaggio. Il testo dell'accordo garantisce però il transito gratuito solo per 60 giorni.

Il vicepresidente JD Vance ha scritto che gli Stati Uniti hanno "rispettato" l'accordo e che, in caso di disaccordi sulla sua applicazione, l'Iran "può alzare il telefono". "Ma la violenza sarà ripagata con la violenza", ha aggiunto.


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Sulla caccia, la democrazia ha fallito?
Gli italiani non la vogliono, il governo la estende con il nuovo DDL.

Ma perché il Governo preferisce fare un favore ai cacciatori, quando la maggior parte delle persone in Italia è contraria alla caccia?

Ne ho parlato nella mia newsletter, che esce come al solito ogni sabato mattina su Substack.

Se vi va di approfondire: substack.com/@marcocappato

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A journalist’s fight for Epstein transparency


Dear Friend of Press Freedom:

Journalist Katie Phang recently won a major victory in her lawsuit seeking to force the government to follow the Epstein Files Transparency Act. Her message to other independent journalists who want to fight government secrecy? “Our case is proof that you can do this.” Read on for more on how you can help defend press freedom this week.

A journalist’s fight for Epstein transparency


When Congress passed the Epstein Files Transparency Act with broad bipartisan support, the Justice Department was given until Dec. 19, 2025, to release all unclassified files related to the Epstein investigation.

The department blew the deadline, but trial lawyer, independent journalist, and former MSNBC host Katie Phang sued to force compliance. Last week, she won a decision that directed the government to start producing documents it kept hidden, or explain why it cannot.

We hosted an online panel about the implications of the case with Phang; her lawyer, Brendan Ballou of the Public Integrity Project; and Freedom of the Press Foundation (FPF) Daniel Ellsberg Chair on Government Secrecy Lauren Harper, moderated by FPF Senior Advocacy Adviser Caitlin Vogus.


New Jersey prosecutors: Drop charges against journalists who covered Delaney Hall


Prosecutors are holding criminal charges over the heads of at least three journalists who were wrongfully arrested while covering immigration protests at Delaney Hall in New Jersey, despite clearly identifying themselves as press and despite public officials acknowledging that journalists would be exempt from Newark’s curfew.

Journalists need to be able to report the news without fear of arrest. The pending charges against press who were working in Newark chill their ongoing work and the media as a whole, which in turn does continued damage to public safety. You can use our action center to tell prosecutors it’s past time to drop these baseless cases.


Age verification law puts journalists at risk


The Kids Internet and Digital Safety Act passed the House this week. If it — or similar legislation — becomes law, it would fundamentally change the way everyone, not just kids, accesses the internet.

That’s because these laws strongly incentivize — and, for some services, outright require — age verification. That’s a big problem for people who need to be able to use the internet anonymously, like journalists and their sources.

Vogus, along with Aliya Bhatia of the Center for Democracy & Technology, explained in The Intercept how requiring online age verification would make it harder for anonymous sources to connect with journalists through online platforms. Read it, and then use our action center to tell Congress today not to pass online censorship bills in the guise of kids safety.


Brendan Carr isn’t fooling anyone


Federal Communications Commission Chair Brendan Carr has a new excuse to harass news outlets: Requiring talk shows to reapply for permission to interview whatever politicians they want. Carr — known for embracing President Donald Trump’s agenda — claims that ABC’s “The View” needs to explain why it qualifies for a “bonafide news” exception to equal time requirements. Other talk shows, like conservative talk radio, have not drawn similar ire.

As we wrote in a public comment to the agency, “No matter what pretexts the FCC cites, anyone with a smidgen of common sense knows exactly what is going on: an FCC led by a man who has publicly disclaimed independence from Trump is using its authority both frivolously and selectively to do Trump’s bidding.” We encourage you to file your own comment before July 6. Our action center makes it easy for you.


Government wants your location data? Get a warrant, Supreme Court says


The Supreme Court just delivered its most important Fourth Amendment decision in years — and it’s a win for your privacy. In Chatrie v. United States, the court ruled that the Fourth Amendment requires the government to get a warrant for “geofence” demands that track location data.

We’ve written before about how geofences — which allow police to draw a virtual boundary around a crime scene and compel tech companies to turn over location data for devices in the area — could be used as a tool of mass surveillance or to monitor journalists and their sources.

The court’s decision puts an important check on this power. FPF Executive Director Trevor Timm broke down the ruling, explaining, “There’s no doubt that we all have more privacy rights with our cellphones today than we did yesterday.”


What we're reading


Supreme Court halts order to force reporter to reveal source or pay fine

The Washington Post
“The Supreme Court should use this opportunity to make clear that plaintiffs and prosecutors cannot commandeer the Fourth Estate to help them build their cases,” said FPF Chief of Advocacy Seth Stern about journalist Catherine Herridge’s case.


Court halts Pentagon rule requiring escorts for journalists

The New York Times
The New York Times beat the Pentagon in court again after it tried to shut out the press. If the Defense Department keeps trying to shut out the press contrary to the court’s rulings, the judge should respond with sanctions or contempt.


Ousted Stars and Stripes ombudsman files key lawsuit against Hegseth’s Pentagon

MS NOW
The fired Stars and Stripes ombudsman is getting in on the action of suing the Pentagon for its disregard for the First Amendment. Good. More journalists should take this administration to court.


‘Not the time and place for a political speech’

Columbia Journalism Review
Possessing zines and being in a book club were used as evidence that the Prairieland defendants were part of a terrorist cell — and a court agreed. This is a shocking erosion of the First Amendment.


Trump DOJ withdraws subpoenas as case collapses!

Legal AF
The government recently failed to force Washington Post and Wall Street Journal reporters to expose their sources before a grand jury, but the threat still looms. The next Congress must pass the PRESS Act to protect sources and the public’s right to know, Stern explained.



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Le riforme economiche di Cuba non convincono Trump


L'Avana propone privatizzazioni e fine dei controlli sui prezzi, l'apertura al mercato più ambiziosa dal 1959, ma Washington la considera superficiale e risponde con nuove sanzioni

Cuba ha approvato a giugno il pacchetto di riforme economiche più ambizioso dalla rivoluzione del 1959, ma non è riuscita a convincere l'amministrazione Trump, che ha risposto con nuove sanzioni. Le 176 proposte servono a rilanciare un'economia in crisi profonda e sono anche un gesto distensivo verso Washington, che lavora apertamente alla caduta del governo comunista dell'isola.

Il piano prevede la privatizzazione delle imprese statali, lo scambio di parte del debito pubblico con asset, l'apertura del mercato al settore privato, la fine dei controlli sui prezzi e la riduzione del ruolo dello Stato come intermediario in tutti i campi, dalle importazioni agli investimenti esteri. Sono le aperture più nette al mercato da quando Fidel Castro prese il potere nel 1959 e per molti versi vanno oltre quanto Washington potesse sperare, secondo Pedro Monreal, economista cubano che ha lavorato a lungo per le Nazioni Unite. Monreal ha detto a Bloomberg che le riforme sembrano pensate anche per "attirare l'attenzione del governo americano" e convincerlo ad aprire un negoziato.

Il giorno dopo l'approvazione delle misure da parte del comitato centrale del Partito Comunista e dell'Assemblea nazionale, riuniti in sessioni convocate in fretta, un portavoce del dipartimento di Stato, il ministero degli Esteri americano, le ha definite "segnali di fumo arrivati con grande ritardo e in definitiva superficiali". La settimana successiva il dipartimento del Tesoro ha imposto nuove sanzioni a banche, società minerarie e aziende di logistica cubane, oltre che alla nuora di Raúl Castro.

Da gennaio gli Stati Uniti hanno bloccato quasi tutte le importazioni di carburante dell'isola, rifornita solo da una petroliera russa, e con le sanzioni secondarie, che colpiscono le aziende straniere che fanno affari con Cuba, hanno costretto diversi partner commerciali del governo ad andarsene. Le catene alberghiere hanno lasciato il paese e grandi progetti minerari sono stati sospesi. I blackout erano cronici già prima delle nuove ostilità, ma secondo le Nazioni Unite ora stanno spingendo i 10 milioni di abitanti dell'isola sull'orlo di una crisi umanitaria.

I colloqui tra Washington e L'Avana proseguono senza risultati e martedì il ministro degli Esteri cubano ha detto che sono di fatto in stallo. Il segretario di Stato Marco Rubio ha ripetuto più volte che non ci sarà alcun accordo finché il regime, al potere da 67 anni, resterà in piedi, mentre Cuba risponde che la sua leadership e la sua forma di governo non sono in discussione. Il presidente Miguel Díaz-Canel ha difeso le riforme in un discorso del fine settimana scorso, negando che siano una resa: "Restaurare il capitalismo a Cuba non sarà mai uno dei nostri obiettivi. Si tratta di salvare la rivoluzione e le sue innegabili conquiste sociali".

Molte proposte restano vaghe e molto dipenderà dalle norme che le attueranno, ha detto Ricardo Torres, economista cubano e professore all'American University di Washington. Per Torres conta soprattutto l'ordine con cui le misure verranno applicate, una delle lezioni delle riforme nell'Europa dell'Est: eliminare i controlli sui prezzi prima di costruire una rete di protezione sociale sarebbe catastrofico per i più poveri, mentre privatizzare le industrie senza organi di vigilanza sarebbe "un cocktail di abusi, corruzione e favoritismi".

Con il sostegno del Cuba Study Group, un centro studi di Washington, Torres, Monreal e altri tre economisti stanno preparando una roadmap alternativa concentrata proprio su tempi e sequenze. La prima sfida è stabilizzare energia, agricoltura e conti pubblici per evitare il peggioramento della crisi umanitaria e preparare il terreno agli investimenti futuri.

L'Avana intanto si comporta come se un accordo senza cambiamenti politici fosse possibile. Ahmed Faisal, un consulente del governo cubano, ha detto al quotidiano di Abu Dhabi The National che il governo ha firmato intese preliminari con investitori mediorientali su turismo, aviazione, sanità e farmaceutica. Uno dei progetti prevede un resort di lusso chiamato Trump Island su Cayo Santa Maria, al largo della costa settentrionale del paese.

Norma Camero-Reno, professoressa di diritto alla Schiller University di Tampa, ha descritto a Bloomberg l'annuncio cubano come una mossa disperata per alleggerire la pressione americana. Anche per Torres, senza un cambiamento politico è difficile immaginare l'arrivo sull'isola di capitali diversi da quelli più speculativi: il governo cubano in passato ha espropriato proprietà e riscritto unilateralmente i contratti. "La storia non è dalla loro parte", ha detto. "Senza un cambiamento istituzionale profondo, quali garanzie e certezze possono avere gli investitori stranieri a Cuba?".

Il vicesegretario di Stato Christopher Landau ha usato parole simili la settimana scorsa al vertice dell'Organizzazione degli Stati Americani a Panama: il regime dell'Avana "sta collassando e deve attuare immediate riforme economiche e politiche", ha detto. "Non avete scelta".

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Il giornalista e politico greco Stelios Kouloglou che ha indagato sugli abusi dello spyware ha visto il suo telefono hackerato con lo spyware Pegasus

I ricercatori di sicurezza hanno confermato l'intrusione con lo spyware Pegasus mentre Kouloglou indagava sugli abusi del famigerato strumento di sorveglianza. Ciò ha riacceso nuove polemiche sui governi che abusano di spyware per raccogliere informazioni sui loro critici.

techcrunch.com/2026/07/02/poli…

@eticadigitale

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Die Trilog-Verhandungen zur dauerhaften Chatkontrolle-Verordnung sind in der Sommerpause. Eigentlich sollten die technischen Verhandler im Juli noch zweimal tagen. Jetzt wurden beide Termine abgesagt. Im September geht's weiter. netzpolitik.org/2026/interne-d…
Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Ce lundi 6 juillet, aura lieu à Valence un procès symptomatique de la répression que subissent les personnes militantes depuis plusieurs années. Après une mobilisation mi-mai contre un projet de déviation en Ardèche, 8 personnes ont été arrêtées et détenues pendant plusieurs jours. Parmi les méthodes de pression utilisées, la police les a filmées à leur insu et a eu recours à la reconnaissance faciale afin de trouver leur identité, qu’ils et elles refusaient de donner
ricochets.cc/Contre-l-acharnem…

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in reply to La Quadrature du Net

Peu de personnes sont au courant que la reconnaissance faciale est massivement utilisée en France. Pourtant, cet exemple illustre l’utilisation débridée qu’en fait la police. En mars dernier, nous avons publié un guide pour se défendre lorsque celle-ci est utilisée lors de contrôles d’identité. Nous avons également résumé dans cette brochure toutes les raisons politiques qui obligent à refuser la reconnaissance faciale.
laquadrature.net/2026/03/17/co…

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in reply to La Quadrature du Net

La reconnaissance faciale n’est encadrée par aucun texte précis. Comme nous l'expliquons dans notre guide, son usage lors de contrôles dans la rue est explicitement illégal et son utilisation lors d’enquête n’est pas prévue par la loi. Pourtant, la police et la gendarmerie usent massivement de cette technologie biométrique, en contradiction totale avec le droit européen.
laquadrature.net/guiderecofaci…
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Le gouvernement laisse faire en toute impunité... et en toute logique puisque depuis des années, de nombreux politiques aimeraient légaliser la reconnaissance faciale. Plutôt que d'y aller frontalement, ils adoptent une stratégie des petits pas afin de rendre cela plus acceptable. Le media AEF vient de confirmer cette stratégie à l’œuvre. Le ministère de l’intérieur réfléchirait à une « expérimentation » de la reconnaissance faciale pour « rassurer l’opinion publique ».
aefinfo.fr/depeche/753437-reco…
in reply to La Quadrature du Net

Nous ne pensons pas qu’il faille une loi pour régulariser l’utilisation de la reconnaissance faciale. Au contraire, il faut refuser purement et simplement cette technologie. En rendant l’anonymat impossible en pratique, elle arrache aux citoyen·nes leur identité contre leur volonté et, comme dans cette affaire en Ardèche, elle donne à l’État la capacité de contrôler et empêcher d’agir ceux qui contestent son action.
in reply to La Quadrature du Net

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Nous dénonçons avec vigueur l'utilisation de la reconnaissance faciale dans les affaires pénales en générale, et dans celle-ci en particulier, et appelons à un refus collectif de cette technologie avant qu'il ne soit trop tard.
Pour celles et ceux qui peuvent se rendre à Valence, n’hésitez pas à aller au rassemblement de soutien lundi à 12h devant le tribunal.
in reply to La Quadrature du Net

Il ne faut pas oublier qu'à l'origine c'est une technologie fRançaise ... cocorico le coq qui chante les deux pieds dans la merde ...
Cela date du début des années 2000.
Donc ça fait bien longtemps qu’elle est PARTOUT !
Pensez vous réellement que les grandes surfaces par exemple ne l'utilisent pas, sans le dire ?
Faire exploser toutes les cameras serait l'unique solution pour retrouver notre liberté et notre intimité.
Dès qu'on en verrait une, boum !
Idem pour les réseaux !
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A.E.S., il server di minigiochi open source su Luanti cerca il vostro supporto


A.E.S. è un server di minigiochi open source su Luanti, gratuito e senza pay-to-win, attivo dal 2020. Il team ha aperto una campagna donazioni su Liberapay per accelerare lo sviluppo: ecco come funziona e perché ne vale la pena.
blog.lealternative.net/2026/07…

Clemente Mastella: “Ho un tumore ma lotto per guarire. Ho paura di morire da solo”


@Politica interna, europea e internazionale
Clemente Mastella ha un tumore: lo ha rivelato lo stesso sindaco di Benevento dopo aver annunciato, durante la feste della Madonna delle Grazie, patrona del Sannio, di essere malato. Intervistato dal Corriere della Sera, l’ex ministro ha affermato: “Ho un tumore. Ho capito di avercelo da

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🇧🇪 19 anni, "capo" di una rete phishing europea. E ci credete davvero?

La polizia belga ha arrestato un 19enne di Anversa presentandolo come possibile "leader" di una rete di phishing e money laundering che ha già causato oltre €500.000 di danni tra Belgio e resto d'Europa. Il modus operandi è il classico combo email-esca governativa + finta chiamata bancaria + softwar...

forum.ransomfeed.it/d/5170

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Rifondazione: Il piano casa è una presa in giro agli sfrattati e a chi aspetta da anni una casa popolare home.rifondazione.eu/2026/07/0… #Partitosociale-Casa #ComunicatiStampa

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AsyncRAT Trojan Hidden in 90+ Fake Software Download Sites via DLL Sideloading and ScreenConnect
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securebulletin.com/asyncrat-tr…
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Arch Install Manager il gestore software che rende Arch Linux più semplice da usare


Arch Install Manager semplifica la gestione del software su Arch Linux con un'interfaccia grafica per installazione, aggiornamenti, backup e manutenzione.
L'articolo Arch Install Manager il gestore software che rende Arch Linux più semplice da usare proviene da Linux Easy.
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New CitrixBleed-Class Vulnerability in Citrix NetScaler Exploited Within 24 Hours of Disclosure
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DHS Confirms Hackers Breached HSIN, the Government’s Emergency Information-Sharing Platform
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Google Dismantles NetNut-Linked “Popa” Residential Proxy Botnet That Hijacked 2 Million Home Devices
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L'FBI indaga sul candidato con lo stesso nome del senatore uscente in Alaska


FBI e procuratori dell'Alaska indagano se la candidatura dell'omonimo del senatore repubblicano Dan Sullivan sia una cospirazione per confondere gli elettori e favorire la democratica Mary Peltola

Tre indagini, una statale e due federali, vogliono chiarire se la candidatura di Dan J. Sullivan al Senato in Alaska sia parte di una cospirazione per confondere gli elettori. Sullivan, un ex insegnante, ha lo stesso nome del senatore repubblicano uscente, Dan S. Sullivan, che a novembre cercherà il terzo mandato. Secondo NBC News, l'FBI, la polizia federale americana, il procuratore generale dell'Alaska e la procura federale dello Stato stanno verificando se due o più persone abbiano organizzato la campagna dell'omonimo per ingannare gli elettori, danneggiare il senatore in carica e favorire la candidata democratica Mary Peltola.

Dan J. Sullivan ha annunciato la candidatura a maggio e si è iscritto al partito repubblicano solo di recente, a ridosso della scadenza per le candidature. Sostiene di condurre una campagna legittima per togliere il seggio all'omonimo, in carica dal 2015. Il senatore e i repubblicani lo considerano invece un candidato civetta, tanto che i critici lo chiamano "Decoy Dan", e lo accusano di lavorare con la campagna di Peltola, l'ex deputata democratica che punta al seggio.

Lunedì la Corte suprema dell'Alaska ha stabilito che Dan J. Sullivan può restare sulla scheda della primaria di agosto, confermando la decisione con cui un tribunale lo aveva riammesso dopo l'esclusione decisa dalla divisione elettorale dello Stato. La direttrice delle elezioni Carol Beecher aveva motivato l'esclusione sostenendo che Sullivan si fosse candidato "con lo scopo di confondere o ingannare" gli elettori: ha chiesto di comparire sulla scheda come "Dan Sullivan" pur essendo registrato come "Daniel J. Sullivan, Jr." e i suoi materiali elettorali somigliano a quelli del senatore. La Corte ha comunque autorizzato i funzionari ad aggiungere sulla scheda informazioni utili a distinguere i due candidati.

L'Alaska usa una primaria unica aperta ai candidati di tutti i partiti: i primi quattro classificati al voto del 18 agosto passano alle elezioni generali di novembre, a prescindere dall'affiliazione politica. Le generali si decidono poi con il voto a preferenza ordinata (il "ranked choice voting"), in cui gli elettori mettono in fila i candidati in ordine di gradimento e i voti di chi viene eliminato si trasferiscono alle scelte successive. In corsa ci sono circa 16 candidati ed è quindi possibile che a novembre sulla scheda ci siano entrambi i Sullivan e Peltola.

Dai metadati dell'annuncio di candidatura esaminati da Fox News risulta come autrice Amber Lee, una consulente democratica che ha sostenuto le precedenti campagne elettorali di Peltola. Jason Snead, direttore esecutivo dell'Honest Elections Project, ha detto a Fox News che quella di Sullivan "è molto chiaramente un tentativo di ingannare gli elettori" e che il sistema dell'Alaska è particolarmente vulnerabile a queste manovre: se abbastanza elettori scelgono il Sullivan sbagliato, l'omonimo entra nelle generali. Chi poi lo mette al primo posto indicando Peltola come seconda scelta finisce per trasferire il proprio voto alla democratica quando il candidato civetta viene eliminato.

L'indagine federale ipotizza la frode telematica ("wire fraud") o una cospirazione per privare gli elettori dell'Alaska di un processo elettorale libero e corretto, che costituirebbe una violazione dei diritti civili. Il procuratore generale dello Stato ha aperto per primo il fascicolo, per verificare eventuali violazioni delle leggi statali, e gli investigatori federali si sono mossi dopo. Secondo le fonti di NBC News non è ancora chiaro chi potrebbe essere incriminato né se le indagini avranno effetti sul voto. Il procuratore federale Michael Hyman è stato nominato dall'amministrazione Trump, mentre la procuratrice generale facente funzioni dell'Alaska, Cori Mills, è stata nominata dal governatore repubblicano Mike Dunleavy.

Un portavoce di Peltola ha detto a NBC News che la campagna "non ha alcun coinvolgimento con nessuna delle due campagne Sullivan". Dan J. Sullivan, in un'intervista all'Associated Press, ha negato qualsiasi coordinamento o contatto con la campagna di Peltola, con il Partito Democratico dell'Alaska e con gli strateghi democratici nazionali. La campagna del senatore uscente non ha voluto commentare.

La corsa dell'Alaska sarà una delle più importanti per il controllo del Senato alle elezioni di metà mandato di novembre: ai democratici servono quattro seggi netti in più per conquistare la maggioranza e il partito considera Peltola una candidata forte, anche se il presidente Donald Trump ha vinto lo Stato con 13 punti di vantaggio nel 2024.


Un giudice riammette alle elezioni il candidato con lo stesso nome del senatore in Alaska


In Alaska sulla scheda delle primarie per il Senato potranno comparire due candidati con lo stesso nome e lo stesso partito. Un giudice ha stabilito venerdì che Dan J. Sullivan, un insegnante in pensione, ha diritto a sfidare il senatore uscente Dan S. Sullivan, suo omonimo e compagno di partito repubblicano.

La decisione del giudice della Superior Court Thomas Matthews, ad Anchorage, ribalta l'esclusione decisa il 15 giugno dalla direttrice della Divisione elettorale dell'Alaska, l'ente statale che organizza le elezioni. La direttrice Carol Beecher aveva tenuto lo sfidante fuori dalla scheda sostenendo che la sua candidatura non fosse stata presentata "in buona fede" ma con l'intento di confondere gli elettori. Lo sfidante si era allora rivolto al tribunale per tornare in corsa.

Il giudice ha risposto che il criterio della buona fede non è previsto né dalla Costituzione né dalle leggi dell'Alaska né dai regolamenti della stessa Divisione e che si tratta di una novità mai dichiarata prima. "La decisione si basava su un nuovo criterio di buona fede, mai dichiarato in precedenza", ha scritto. Ha aggiunto che l'affermazione della direttrice secondo cui lo sfidante vuole confondere gli elettori non è sostenuta da prove sufficienti.

Matthews ha ricordato che Dan J. Sullivan possiede tutti i requisiti che la Costituzione fissa per candidarsi al Senato: vive in Alaska, è cittadino americano da nove anni e ha più di trent'anni. Lo sfidante ha 69 anni, è un ex insegnante e ha lavorato per il servizio forestale federale. I suoi avvocati avevano sostenuto che la Costituzione indica solo tre requisiti, legati a età, cittadinanza e residenza, e che la direttrice non aveva l'autorità per escluderlo.

Il sistema elettorale dell'Alaska è particolare: alle primarie tutti i candidati, di qualunque partito, compaiono sulla stessa scheda e i primi quattro più votati passano alle elezioni generali di novembre. Queste ultime si decidono con il voto a scelta classificata, un metodo in cui l'elettore ordina i candidati per preferenza e i voti vengono redistribuiti finché qualcuno raggiunge la maggioranza. Per questo i repubblicani temono che la presenza di un secondo Sullivan tolga voti al senatore uscente.

Il Partito repubblicano dell'Alaska e il comitato nazionale che finanzia le campagne dei senatori repubblicani avevano presentato i reclami contro lo sfidante. Il senatore Sullivan e i suoi alleati lo accusano di lavorare con i democratici e con la campagna di Mary Peltola, ex deputata democratica considerata la sua principale avversaria, per confondere gli elettori e favorire proprio Peltola.

A sostegno dell'esclusione la direttrice aveva citato alcuni elementi: lo sfidante si era registrato come elettore con il nome di Daniel J. Sullivan Jr., aveva cambiato la propria affiliazione in repubblicana proprio in vista della candidatura, aveva un sito di campagna simile a quello del senatore e collaborava con un consulente che in passato aveva lavorato per alcuni democratici. La direttrice non aveva però trovato prove di un coordinamento.

Il seggio dell'Alaska pesa molto sugli equilibri del Senato. È una delle circa sei sfide che si annunciano molto combattute in autunno e uno dei seggi che i democratici sperano di strappare ai repubblicani per riconquistare la maggioranza, una posta in gioco decisiva per il controllo della camera alta a novembre.

Lo sfidante ha detto che condividere nome e partito con il senatore gli ha dato "un megafono istantaneo", ma ha precisato di pensare a una candidatura da tempo, spinto dall'insoddisfazione verso l'uscente. Il senatore, in carica dal 2015, aveva presentato la propria ricandidatura a luglio del 2025, mentre lo sfidante aveva depositato i documenti il 29 maggio, tre giorni prima della scadenza. Entrambi avevano chiesto di comparire sulla scheda come "Sullivan, Dan".

Gli avvocati dello Stato, difendendo l'esclusione, avevano scritto che "la Costituzione non impone agli Stati di mettere sulla scheda un candidato fittizio per poi cercare di limitare i danni con accorgimenti grafici". La Divisione elettorale ha annunciato che presenterà ricorso e il caso dovrebbe arrivare in tempi rapidi alla Corte suprema dell'Alaska. Lo Stato deve iniziare a stampare le schede per le primarie del 18 agosto martedì a mezzogiorno, le 22 in Italia.


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Der KI-Expertenrat der UN hat den ersten globalen Wissenschaftsbericht zu Künstlicher Intelligenz vorgelegt. Er zeigt: Regulierung kann mit der rasanten Entwicklung von KI nicht Schritt halten.

netzpolitik.org/2026/vereinte-…

in reply to netzpolitik.org

Was ich bei solchen Artikeln oft vermisse: Differenzierung. Denn die meisten Menschen wissen gar nicht über die Kluft Bescheid: #KI in Medizin und Wissenschaft basiert auf #ML = Machine Learning.
Das ist was anderes als die populäre, marketinggepuschte KI, die auf LLMs, GPTs und Bildbastelsystemen basiert (mehr in Wikipedia). Vor allem diese sind derzeit Wild West, während die Wissenschaft für eigene interne MLs ihre ethischen Standards halten muss.
un.org/independent-internation…
#ml #ki
Questa voce è stata modificata (3 settimane fa)
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Due giorni fa, Francesca Romana D’Antuono, copresidente uscente di Volt Europa, ha partecipato all’assemblea pubblica dell’Angelo Mai, spazio culturale indipendente e autogestito di Roma.

Un luogo oggi minacciato da una politica che mette il profitto davanti alla cultura e tenta di cancellare gli spazi liberi di incontro, espressione e partecipazione.

In questo video racconta cosa rappresentano realtà come l’Angelo Mai, perché la destra le osteggia e come possono tornare al centro della nostra vita politica e sociale.

#SpaziCulturali #CulturaIndipendente #Partecipazione #Roma #DirittoAllaCultura #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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La Casa Bianca ha bloccato il piano di Hegseth per tagliare le truppe americane in Europa


Il segretario alla Difesa voleva annunciare alla NATO altri ritiri di soldati, ma il piano è saltato dopo il passaggio alla Casa Bianca: al suo posto una revisione che può durare fino a sei mesi

Il segretario alla Difesa americano Pete Hegseth era pronto ad annunciare alla NATO nuovi tagli alle truppe statunitensi in Europa, ma il suo piano è stato bloccato dopo essere arrivato alla Casa Bianca. Lo ha rivelato il Wall Street Journal: il mese scorso Hegseth stava preparando un annuncio da fare a Bruxelles, davanti ai vertici militari dell'Alleanza, su riduzioni che sarebbero andate oltre il dispiegamento già cancellato di una brigata corazzata in Polonia e il precedente ritiro di una brigata di fanteria dalla Romania.

La proposta è saltata dopo essere stata condivisa con Marco Rubio, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Trump, e con altri alti funzionari. Al posto dell'annuncio, Hegseth ha detto che gli Stati Uniti condurranno una revisione della loro presenza militare in Europa che potrà durare fino a sei mesi. "Non fatevi illusioni: sarà una revisione vera", ha detto all'apertura della riunione semestrale dei capi della Difesa della NATO. "Servirà a garantire che la NATO si muova in modo rapido e irreversibile verso un'Europa che si assume la responsabilità primaria della propria difesa".

L'episodio indica che l'amministrazione non ha ancora deciso tempi e dimensioni dei possibili tagli. Trump ha parlato di punire i paesi della NATO che secondo lui non spendono abbastanza per la propria difesa o che non hanno sostenuto la guerra americana contro l'Iran. Le proposte e i discorsi infuocati di Hegseth hanno però allarmato gli alleati e i parlamentari, compresi alcuni importanti repubblicani, che temono danni durevoli all'alleanza e un incoraggiamento alla Russia. Sean Parnell, portavoce del Pentagono, ha detto che "il segretario Hegseth si è assicurato che il suo messaggio fosse allineato con gli obiettivi e l'agenda del presidente" e che non voleva limitare lo spazio decisionale di Trump.

La strategia di difesa pubblicata dal Pentagono a gennaio aveva già indicato che gli Stati Uniti ridurranno la loro presenza militare in Europa per concentrarsi sul Pacifico occidentale e sul continente americano, con l'obiettivo di affidare agli europei la responsabilità principale della difesa convenzionale del continente. Hegseth e il suo principale consigliere politico, Elbridge Colby, sono stati i più determinati nel voler ridurre le forze destinate all'Europa: negli anni Colby si è fatto conoscere come un sostenitore della limitazione degli impegni americani fuori dall'Asia, per liberare risorse da usare contro la Cina.

A maggio Hegseth aveva cancellato all'improvviso la rotazione di nove mesi di una brigata corazzata in Polonia, in partenza da Fort Hood, in Texas. La decisione aveva attirato critiche da parlamentari repubblicani e democratici e aveva preoccupato i funzionari polacchi, che non erano stati consultati. Aveva sorpreso anche Trump, che aveva chiamato Hegseth per chiedergli perché trattasse così male un alleato prezioso e poi aveva annunciato l'invio di 5.000 soldati aggiuntivi in Polonia. Finora, però, nessun militare in più è stato dispiegato.

La guerra con l'Iran ha offerto a Hegseth e Colby una nuova occasione per ripensare gli impegni militari. Il Regno Unito ha messo a disposizione una base per i bombardieri a lungo raggio usati per colpire l'Iran, mentre la Spagna ha rifiutato di concedere le sue strutture per gli attacchi. Dopo le critiche del cancelliere tedesco alla strategia americana sull'Iran, a maggio Trump ha minacciato di ritirare le truppe dalla Germania.

Al Congresso la spinta del Pentagono per i tagli ha allarmato i parlamentari di entrambi i partiti, che hanno inserito nella legge di spesa militare in discussione una norma per vietare di scendere sotto i 76.000 soldati in Europa senza una valutazione dei rischi da parte del comandante delle forze americane in Europa e del presidente dello Stato maggiore congiunto, il più alto ufficiale delle forze armate, oltre a una certificazione dello stesso Hegseth. Il mese scorso l'ufficio di Hegseth aveva organizzato una telefonata con i parlamentari prima della riunione dei ministri della Difesa della NATO, ma durante la chiamata il segretario ha detto solo che stava pianificando una revisione.

Le truppe americane e la spesa militare degli alleati saranno al centro dell'incontro tra Trump e i leader della NATO la prossima settimana ad Ankara, in Turchia. I funzionari dell'Alleanza sperano che il vertice mostri unità con gli Stati Uniti e sostegno all'Ucraina nella guerra contro la Russia, ma temono che le tensioni con Trump finiscano per oscurarlo. Stanno anche valutando di cancellare il vertice previsto per l'anno prossimo in Albania. Giovedì Trump ha scritto sui social: "Gli Stati Uniti spendono per la NATO più soldi di qualsiasi altro paese, di gran lunga, per proteggerli, senza ricavarne alcun beneficio".


L'Europa orientale teme di restare sola davanti alla Russia


Cosa accadrebbe se la Russia attaccasse un Paese della Nato e gli Stati Uniti decidessero di non intervenire? È la domanda che da mesi inquieta i governi dell'Europa orientale. Fino a pochi anni fa uno scenario simile sembrava impensabile; oggi viene discusso apertamente nelle cancellerie di Polonia e Stati baltici.

A metà maggio, durante un incontro a Tallinn, al sottosegretario di Stato americano Thomas DiNanno è stato chiesto se le truppe statunitensi combatterebbero in caso di invasione russa dei Paesi baltici. La risposta è stata lunga, tortuosa, ma senza mai arrivare a un "sì".

Il Guardian ha ricostruito questo clima parlando con decine di funzionari, leader nazionali, Ministri della Difesa e degli Esteri, capi dell'intelligence e diplomatici, molti dei quali hanno accettato di parlare solo in forma anonima. Il timore, oggi, non è più soltanto che Washington chieda agli europei di spendere di più, ma che possa non rispettare fino in fondo il principio su cui si fonda la NATO: un attacco contro uno è un attacco contro tutti.

Geopolitica · NATO ed Europa orientale
Il futuro della NATO in dubbio: gli Stati Uniti difenderebbero davvero l'Europa da un attacco russo?

Diciotto mesi di Amministrazione Trump hanno trasformato la richiesta di aumentare la spesa militare in un timore ben più profondo: che Washington non rispetti fino in fondo l'Articolo 5, il principio per cui un attacco contro un alleato è un attacco contro tutti.
Grafica di FocusAmerica Vertice di Ankara · 2026

Il patto fondativo
Un attacco
contro unoè un attacco contro tutti

Oggi, nelle cancellerie
?la certezza non è più data per scontata

Per la prima volta il timore non è che i Paesi membri spendano troppo poco, ma che gli Stati Uniti non intervengano più in difesa dei propri alleati

Esplora l'analisi
ILa fiducia
che si incrina III numeri
della frattura IIILa dipendenza
che resta

Diciotto mesi che hanno eroso una certezza
Tocca ogni tappa per leggere come, episodio dopo episodio, il dubbio è entrato nelle cancellerie dell'Europa orientale. Le date segnano i momenti in cui la fiducia si è incrinata.

La frattura misurata in cifre
I numeri che raccontano quanto in fretta la sicurezza europea sia diventata, agli occhi di Washington, un costo da rinegoziare.

5%
Spesa per la difesa richiesta agli alleati, in quota sul Pil
Obiettivo entro il 2035, fissato al vertice dell'Aia del giugno 2025

19
Droni russi entrati nello spazio aereo polacco in una sola notte
«Diciannove errori in una notte? No, non ci credo», ha risposto il ministro Sikorski

4.000
Soldati americani la cui rotazione in Polonia è stata cancellata e poi ripristinata
A maggio 2025, con una decisione legata ai rapporti personali tra i due presidenti


Base militare permanente tedesca all'estero dalla Seconda guerra mondiale
Una brigata della Germania in via di schieramento in Lituania

«Siamo stati e resteremo un alleato leale dell'America, ma non possiamo essere degli sciocchi.» Radosław Sikorski · Ministro degli Esteri polacco

Ciò che l'Europa non può ancora rimpiazzare
Anche volendo fare da sola, l'Europa resta dipendente da Washington per le capacità decisive. La più critica è l'intelligence sulla Russia.

Intelligence raccolta sulla Russia

Stati Uniti, da solila maggior parte

Tutte le altre agenzie NATO messe insiememeno degli USA

Secondo un alto funzionario europeo, tutte le agenzie di intelligence della NATO messe assieme, escluse quelle statunitensi, raccolgono sulla Russia meno di quanto siano in grado di produrre da soli gli americani.

Intelligence sulla Russia
La capacità più difficile da sostituire: nessun alleato europeo si avvicina alla mole di dati raccolta da Washington.

Difesa aerea avanzata
I sistemi di protezione dello spazio aereo restano in larga parte dipendenti dalle dotazioni americane.

Attacchi in profondità
La capacità di colpire lontano dietro le linee nemiche dipende ancora da sistemi che solo gli USA forniscono su larga scala.

Nel breve periodo la domanda decisiva è un'altra: le tensioni pubbliche hanno indebolito, agli occhi di Mosca, la certezza che un'incursione in territorio NATO provocherebbe una risposta schiacciante? Più probabile resta la «zona grigia»: sabotaggi, droni, provocazioni calibrate per testare le linee rosse senza superarle.

Fonte Ricostruzione di The Guardian su colloqui con decine di funzionari, ministri, capi dell'intelligence e diplomatici dei Paesi NATO. Dichiarazioni di Hegseth, Sikorski e Trump come riportate dalla testata britannica.

La fiducia incrinata con Washington


I primi segnali erano arrivati già nel febbraio 2025, quando il Segretario alla Difesa Pete Hegseth, in visita al quartier generale della NATO a Bruxelles, aveva chiarito agli alleati che, con la Cina in ascesa, la sicurezza europea non sarebbe più stata una priorità per Washington. L'Europa, aveva spiegato, avrebbe dovuto pagarsi da sola la propria difesa.

"I valori sono importanti, ma non puoi sparare con i valori né con i discorsi forti. Non c'è sostituto per la forza", aveva dichiarato all'epoca. Due settimane dopo, lo scontro televisivo alla Casa Bianca tra Trump e Volodymyr Zelensky, seguito dalla sospensione per oltre una settimana della condivisione di intelligence con Kyiv, ha rafforzato la sensazione che le regole tradizionali della diplomazia fossero saltate.

Tuttavia, il vertice NATO dell'Aia, nel giugno 2025, si è chiuso senza rotture solo grazie al lavoro dietro le quinte del Segretario Generale Mark Rutte, che ha cercato di convincere Trump a non rompere l'intesa tra i Paesi dell'Alleanza. In questo modo, i Paesi membri della NATO si sono impegnati a portare la spesa per la difesa al 5% del proprio Pil entro il 2035, un obiettivo già vicino per Polonia e Stati baltici, ma fino a poco tempo fa quasi impensabile per molti governi dell'Europa occidentale.

Il problema, però, resta l'imprevedibilità del presidente americano. Una promessa fatta oggi può essere smentita domani da un post su Truth Social. A settembre, una ventina di droni russi sono entrati nello spazio aereo polacco in una sola notte. Mentre l'attacco era in corso, Trump ha pubblicato sui social un entusiasta "Here we go!", salvo poi suggerire che "poteva trattarsi di un errore". Il Ministro degli Esteri polacco Radosław Sikorski gli ha risposto pubblicamente: "Puoi credere che uno o due droni finiscano fuori rotta, ma 19 errori in una sola notte, no, non ci credo".

Nel gennaio 2026 la crisi più destabilizzante per l'Alleanza Atlantica è arrivata da Washington più che da Mosca. A provocarla è stato lo stesso Donald Trump, quando ha minacciato di annettere la Groenlandia, territorio autonomo del Regno di Danimarca, a sua volta membro della NATO. Alcune cancellerie europee hanno chiesto ai propri uffici legali se, in uno scenario simile, Copenaghen avrebbe potuto invocare l'Articolo 5. Fino a quel momento, però, nessuno aveva davvero immaginato la Nato di fronte a una minaccia proveniente non da un avversario esterno, ma da un altro alleato: per di più dagli Stati Uniti, il Paese militarmente più potente dell'Alleanza e, fin dalla sua nascita, il perno politico e strategico dell'intero sistema atlantico.

Il rischio della "zona grigia"


A metà maggio, la Polonia ha poi scoperto con sorpresa che una rotazione di 4.000 soldati americani, già in parte arrivati, era stata cancellata. Trump ha revocato la decisione poco dopo con un post, spiegando di averlo fatto per mantenere i buoni rapporti con il nuovo presidente polacco Karol Nawrocki. Ma per Varsavia anche la retromarcia è stata una conferma inquietante: la presenza militare americana può dipendere non solo da valutazioni strategiche, ma anche dai rapporti personali del presidente con i leader europei.

L'irritazione cresce persino tra i Paesi alleati più vicini ideologicamente a Trump. La scorsa settimana la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni ha avuto un duro scontro con il presidente americano, accusandolo di aver "totalmente inventato" una storia in cui sosteneva che lei lo avesse implorato per una foto durante un vertice del G7. In Europa orientale, intanto, la Polonia è diventata la voce più critica. "Siamo stati e resteremo un alleato leale dell'America, ma non possiamo essere degli sciocchi", ha detto Sikorski in Parlamento.

Negli Stati baltici prevale invece ancora la cautela. I Ministri degli Esteri di Estonia, Lettonia e Lituania invitano alla calma, ma nel frattempo, vari Paesi europei hanno inviato truppe nei Baltici sotto l'ombrello NATO. La Germania sta schierando un'intera brigata in Lituania, la prima base militare permanente tedesca all'estero dalla Seconda guerra mondiale in poi, mentre il presidente francese Emmanuel Macron ha proposto di estendere l'ombrello nucleare francese ad altri Paesi europei, Polonia compresa.

Restano però diverse capacità militari americane ancora molto difficili da sostituire: difesa aerea avanzata, capacità di attacchi in profondità e soprattutto intelligence. Un alto funzionario europeo ha spiegato che tutte le agenzie di intelligence NATO messe insieme, escluse quelle statunitensi, raccolgono sulla Russia "meno di quanto producano da soli gli americani".

Nel breve periodo, la questione decisiva è però un'altra: le tensioni pubbliche tra i Paesi dell'Alleanza hanno indebolito, agli occhi del Cremlino, la certezza che un'incursione in territorio NATO provocherebbe una risposta militare schiacciante? Finché l'esercito russo resta impegnato in Ucraina, spiegano i funzionari estoni, Mosca non ha i mezzi per un attacco convenzionale su larga scala contro l'Alleanza. Più probabile è il proseguimento di azioni ibride: sabotaggi, droni, operazioni nella "zona grigia", provocazioni calibrate per testare le linee rosse della NATO senza superarle apertamente.

Ma resta senza riposta la domanda chiave che oggi toglie il sonno ai responsabili della sicurezza dell'Europa orientale: come reagirebbe Washington se decine di droni kamikaze russi colpissero Varsavia o una capitale di uno Stato baltico?


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