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Sempre meno americani sono favorevoli alla guerra in Iran


I sondaggi raccolti dal Silver Bulletin di Nate Silver mostrano un'opinione pubblica sempre più contraria al conflitto. Il prezzo della benzina supera i 4 dollari al gallone per la prima volta in quattro anni.

La guerra in Iran è sempre meno popolare tra gli americani. Secondo la media dei sondaggi calcolata dal Silver Bulletin, la newsletter dello statistico Nate Silver, solo il 38% degli americani sostiene l'intervento militare statunitense in Iran, contro il 55% che si dichiara contrario. Il saldo netto, cioè la differenza tra favorevoli e contrari, è sceso a circa -17 punti nella media complessiva, ma i singoli sondaggi più recenti registrano dati ancora peggiori: il rilevamento CNN/SSRS mostra un saldo di -32, quello di RMG Research di -25.

Il trend negativo si è consolidato nell'arco di poco più di un mese. A inizio marzo, nei giorni immediatamente successivi all'avvio delle operazioni militari il 28 febbraio, l'opinione pubblica era divisa in modo più equilibrato. Un sondaggio Fox News dei primi di marzo registrava un pareggio perfetto, 50 a 50, tra favorevoli e contrari. Un altro, condotto da J.L. Partners per il Daily Mail, dava addirittura un leggero vantaggio ai sostenitori della guerra, 41 a 39. Ma quei numeri si sono deteriorati rapidamente. Già a metà marzo, il Pew Research Center rilevava un saldo di -21. A fine marzo, la CNN registrava -32 e la University of Massachusetts -25.

I dati del modello statistico del Silver Bulletin, che pesa i sondaggi in base all'affidabilità degli istituti, alla dimensione del campione e alla data di rilevazione, confermano la traiettoria discendente. Il primo marzo la media dava circa il 35% di favorevoli e il 47% di contrari. Alla data del 3 aprile i favorevoli sono scesi a circa il 38%, ma i contrari sono saliti al 56%, un divario che si è allargato nelle ultime settimane.

Guerra in Iran: il consenso degli americani

Opinione pubblica
Gli americani e la guerra in Iran: il consenso crolla
Media sondaggi Silver Bulletin e singoli rilevamenti — 1 mar – 3 apr 2026

38%
Favorevoli

56%
Contrari

−17
Saldo netto

Trend Sondaggi

Media ponderata Silver Bulletin

Contrari

Favorevoli

Fascia chiara = intervallo di confidenza · Tocca il grafico per i dettagli

Singoli sondaggi, ordinati per peso nel modello

Fonte dati: Silver Bulletin (Nate Silver) · Elaborazione FocusAmerica · 4 aprile 2026

Il contesto economico contribuisce a spiegare il malcontento. Il prezzo medio di un gallone di benzina ha superato la soglia dei 4 dollari per la prima volta in quattro anni e i tassi sui mutui sono aumentati per la quinta settimana consecutiva. La guerra ha avuto un effetto diretto anche sui mercati energetici: dopo il discorso del presidente Trump del 2 aprile, il prezzo del petrolio è salito di circa l'8%.

Nel discorso, durato 19 minuti, Trump ha sostenuto che gli obiettivi militari americani stanno per essere raggiunti. Ha usato espressioni come "presto, molto presto" per suggerire che il conflitto si avvicina alla conclusione. Ha però anche dichiarato che gli altri Paesi dovrebbero "prendere l'iniziativa nel proteggere il petrolio di cui hanno disperatamente bisogno", un passaggio che il mercato ha interpretato come il segnale che la riapertura dello Stretto di Hormuz non rientra tra le priorità americane. Lo Stretto è un passaggio cruciale per il commercio globale di petrolio, e la sua chiusura è uno dei fattori principali dell'aumento dei prezzi.

Il database del Silver Bulletin include oltre trenta sondaggi condotti da quando il conflitto è iniziato. La metodologia esclude le domande che formulano presupposti sulle ragioni della guerra o sui suoi risultati, quelle che chiedono un giudizio sulla gestione di Trump piuttosto che sulla guerra in sé, e quelle che riguardano aspetti specifici delle operazioni come gli attacchi alle strutture nucleari. Quando un istituto pubblica più versioni dello stesso sondaggio, la media privilegia il campione più ampio, cioè quello sugli adulti in generale piuttosto che sugli elettori registrati o probabili.

Tra i sondaggi più influenti nella media, oltre a CNN/SSRS e RMG Research, ci sono quelli condotti da YouGov per l'Economist, che mostra un saldo netto di -31 su un campione di 1.679 adulti, e quello di Harris Insights & Analytics per Harvard CAPS, che rappresenta un'eccezione con un saldo di +2 su 2.009 elettori registrati. Anche Fox News, che a fine febbraio registrava un sostanziale pareggio, nell'ultimo sondaggio di metà-fine marzo mostra un saldo di -16.

Il quadro complessivo è quello di un'opinione pubblica che, dopo un momento di incertezza iniziale, si è progressivamente schierata contro il conflitto. Nessuno dei sondaggi più recenti con il peso maggiore nella media mostra una maggioranza favorevole alla guerra.

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Google e Amazon: rischi riconosciuti e responsabilità ignorate. Il post di @eff

Ormai, per chi si oppone alla sorveglianza, attendere prove definitive non è una gestione responsabile del rischio, ma una cecità volontaria

eff.org/deeplinks/2026/04/goog…

@privacypride

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Il distretto scolastico della Florida rimuove i dizionari dalle biblioteche, in base alla legge sostenuta da DeSantis

L'HB 1069 conferisce ai residenti il diritto di chiedere la rimozione di qualsiasi libro della biblioteca che "raffigura o descrive la condotta sessuale," come definito sotto Legge della Florida, indipendentemente dal fatto che il libro sia pornografico o meno.

popular.info/p/florida-school-…

@pirati@feddit.it

Dio c'è! Dopo che i pastori evangelici hanno sostenuto Trump, ora denunciano la repressione dell'ICE dopo che ha colpito le loro chiese.

A causa degli arresti e delle detenzioni da parte dell'ICE, la partecipazione è diminuita e le chiese hanno chiuso. "State deportando il futuro del cristianesimo americano", ha affermato un leader evangelico latinoamericano.

nbcnews.com/news/us-news/pasto…

@Politica interna, europea e internazionale

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Il personale del servizio sanitario nazionale resiste all'utilizzo del software Palantir

Secondo quanto riferito, il personale cita preoccupazioni etiche, preoccupazioni sulla privacy e dubita che la piattaforma aggiunga molto

theregister.com/2026/04/03/nhs…

@aitech

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Armi o pensioni: l'Europa non riesce a pagare entrambe


La spesa militare europea deve crescere, ma i bilanci sono già sotto pressione per pensioni, invecchiamento e crisi petrolifera

L'Europa non ha i mezzi militari per influenzare la guerra in Iran e sta scoprendo quanto sia difficile procurarseli. Mentre Stati Uniti e Israele colpiscono Teheran con i missili, i governi europei ammettono in privato di non avere la capacità offensiva o difensiva per incidere sul conflitto o per spingere il presidente Trump a chiuderlo in fretta. Come spiega il New York Times, è il risultato di decenni di spesa militare insufficiente, su cui oggi concordano sia Washington sia i governi europei. Ma rimediare si sta rivelando un rompicapo fiscale e politico che ha un nome classico in economia: il problema "armi contro burro".

La formula descrive la scelta tra spesa militare e spesa sociale. Per decenni l'Europa ha scelto il "burro", investendo in sanità, pensioni e welfare mentre gli Stati Uniti garantivano la difesa del continente con truppe e armamenti schierati dalla Guerra Fredda in poi. La Germania del dopoguerra, in particolare, spese poco per l'esercito per scelta deliberata. L'accordo ha retto dalla caduta del Muro di Berlino fino a tempi recenti: Barack Obama e Joe Biden hanno sollecitato gli alleati europei ad aumentare i budget militari, ma è stato Trump a forzare la svolta, minacciando di ritirare gli Stati Uniti dalla Nato e rimproverando gli alleati per la spesa insufficiente. Al suo ritorno alla Casa Bianca, i governi europei si sono affrettati ad aumentare gli stanziamenti per la difesa.

Il problema è che il momento non poteva essere peggiore. I sistemi pensionistici europei furono progettati per società più giovani, in cui una forza lavoro numerosa sosteneva i pensionati e veniva a sua volta sostenuta dalle generazioni successive. Oggi l'Europa invecchia rapidamente e il meccanismo non regge più: l'aspettativa di vita si è allungata, quindi i pensionati percepiscono gli assegni più a lungo, mentre il calo delle nascite riduce il numero dei lavoratori che versano contributi. Le pensioni costano di più e le economie europee non crescono abbastanza per generare le entrate fiscali necessarie.

Per colmare il divario e finanziare il riarmo, i governi hanno poche opzioni: aumentare le tasse, tagliare le prestazioni sociali, accogliere lavoratori immigrati che paghino le tasse e sostengano la crescita, oppure indebitarsi. Le prime tre strade sono impopolari tra gli elettori. L'indebitamento è sempre più costoso e per molti paesi non è praticabile. Solo la Germania, che ha mantenuto il debito relativamente basso, può permettersi una grande campagna di prestiti per ricostruire un esercito di primo livello. "Italia, Spagna e Francia hanno uno spazio fiscale limitato per qualsiasi nuovo grande programma di spesa", ha dichiarato al New York Times Christoph Trebesch, economista dell'Università di Kiel.

I numeri della Francia illustrano la difficoltà. Secondo i ricercatori governativi francesi, il paese dovrebbe spendere il 3,5% del prodotto interno lordo per migliorare la difesa in modo significativo. Per coprire quel costo servirebbe un aumento di quasi il 10% dell'Iva nei prossimi cinque anni, oppure un incremento analogo delle tasse patrimoniali sui più ricchi. Tagliare la spesa sarebbe ancora più arduo: il welfare rappresenta circa un terzo del Pil annuale francese e c'è scarsissima tolleranza pubblica per ridurlo, soprattutto se questo significa riformare le pensioni, che da sole assorbono quasi la metà dei costi sociali.

I partiti di estrema destra sfruttano il malcontento. Il Rassemblement National in Francia e Alternative für Deutschland in Germania hanno conquistato elettori delle classi lavoratrici anche opponendosi ai tagli pensionistici. Emmanuel Macron e il cancelliere Friedrich Merz hanno incontrato resistenze nei loro tentativi di riformare i programmi sociali. Il dilemma si estende ad altri settori: i programmi di sviluppo e aiuto internazionale stanno già subendo tagli. "Il nostro bilancio pubblico si sta riducendo", ha detto al New York Times Reem Alabali Radovan, ministra tedesca per lo Sviluppo, aggiungendo che "si ridurrà ancora".

La guerra in Iran aggiunge nuove pressioni. Il conflitto ha bloccato il traffico delle petroliere nello Stretto di Hormuz e fatto schizzare i prezzi globali del petrolio. In tutta Europa i parlamentari ricevono già richieste di intervento per alleggerire il costo della benzina. Se lo shock petrolifero dovesse persistere e provocare una recessione profonda, i governi subiranno pressioni per spendere di più o tagliare le tasse per rilanciare la crescita, una strategia che funziona solo se ci si può indebitare senza provocare una crisi fiscale.

"Molti paesi europei si trovano tra l'incudine e il martello", ha sintetizzato al New York Times Pal Jonson, ministro della Difesa svedese, il cui paese ha quasi triplicato la spesa militare rispetto al Pil dal 2017. "Questo percorso sarebbe dovuto iniziare molto prima", ha aggiunto. Il rischio che la situazione sfugga di mano preoccupa anche le istituzioni finanziarie internazionali. "Quanto può durare prima che i mercati reagiscano?", si è chiesta Beata Javorcik, capo economista della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, intervistata dal New York Times. "Le crisi impiegano più tempo di quanto si pensi a manifestarsi, ma quando arrivano, arrivano molto più in fretta".

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Trump valuta altri cambi nel governo, ma vuole evitare uno scossone


Dopo il licenziamento del procuratore generale Bondi, il presidente considera la rimozione dei segretari al Commercio e al Lavoro. Riconfermata la direttrice dell'intelligence nazionale Gabbard

Dopo aver rimosso in poche settimane due dei membri più importanti del suo governo, il presidente Donald Trump sta valutando ulteriori cambiamenti ai vertici della sua amministrazione. Il Washington Post, citando consiglieri della Casa Bianca, racconta però un presidente combattuto: deciso a rinnovare la squadra, ma preoccupato di dare l'impressione di un rimpasto su larga scala.

L'ultimo licenziamento, giovedì, ha riguardato il procuratore generale Pam Bondi, la figura che negli Stati Uniti guida il Dipartimento di Giustizia. Trump le aveva comunicato il giorno prima, mentre andavano insieme verso la Corte Suprema, che il suo "tempo stava per finire". Bondi aveva chiesto di restare più a lungo e Trump aveva detto che ci avrebbe pensato, ma nel giro di poche ore la notizia della sua uscita era già trapelata. Secondo fonti a conoscenza del pensiero del presidente, Trump era insoddisfatto da mesi: Bondi non aveva perseguito i suoi avversari politici e aveva gestito male la pubblicazione dei fascicoli di Jeffrey Epstein, una vicenda che ha dominato le cronache per gran parte dell'anno scorso.

Un mese prima era toccato a Kristi Noem, segretaria alla Sicurezza interna, licenziata dopo un lungo periodo di insoddisfazione per le sue prestazioni e per i titoli negativi generati dalla sua agenzia.

Ora nel mirino ci sono altri due membri del gabinetto. Secondo due funzionari della Casa Bianca, che hanno parlato al Washington Post in forma anonima, il segretario al Commercio Howard Lutnick e la segretaria al Lavoro Lori Chavez-DeRemer sono sotto esame per una possibile uscita. Chavez-DeRemer affronta accuse di cattiva condotta che includono una presunta relazione con un collaboratore e il consumo di alcol in ufficio, uno scandalo che ha già provocato le dimissioni di alti funzionari della sua agenzia. Lutnick, invece, irrita da tempo lo staff della Casa Bianca per la sua abitudine di proporre iniziative politiche e accordi senza autorizzazione preventiva. Trump ha discusso la possibilità di lasciarli andare entrambi, ma non ha preso una decisione definitiva e le loro uscite non sono necessariamente imminenti.

Chi appare più al sicuro è Tulsi Gabbard, direttrice dell'intelligence nazionale. Nonostante le sue posizioni critiche verso il coinvolgimento americano in Medio Oriente, in particolare verso l'ipotesi di un conflitto con l'Iran, e nonostante lo stesso Trump abbia detto ai giornalisti che Gabbard ha "un modo di pensare un po' diverso dal mio" sull'Iran, la Casa Bianca si è mossa rapidamente per blindarla. Dopo il licenziamento di Bondi, Trump ha voluto una dichiarazione "molto forte" a suo sostegno: il suo account di risposta rapida su X ha pubblicato un messaggio del direttore delle comunicazioni secondo cui il presidente "ha piena fiducia" in Gabbard. Un funzionario della Casa Bianca ha confermato al Washington Post che Gabbard è "al sicuro" nel suo ruolo per il momento.

Il portavoce della Casa Bianca Davis Ingle ha dichiarato al Washington Post che Trump ha "il gabinetto e il team più talentuosi della storia americana", definendo Gabbard, Lutnick e Chavez-DeRemer "patrioti" che "stanno instancabilmente attuando l'agenda del presidente". Tutti e tre, ha aggiunto, "continuano ad avere la piena fiducia del presidente".

Per la sostituzione di Bondi alla guida del Dipartimento di Giustizia, Trump ha già indicato il vice procuratore generale Todd Blanche come procuratore generale ad interim, e secondo un funzionario della Casa Bianca è "molto probabile" che Blanche guidi il dipartimento anche nel lungo periodo. Il presidente ha preso in considerazione anche altri nomi, tra cui Lee Zeldin, capo dell'Agenzia per la protezione dell'ambiente, e Harmeet Dhillon, vice procuratore generale nella divisione diritti civili, sostenuta con forza dai commentatori vicini al movimento MAGA. Un funzionario ha però precisato al Washington Post che, pur rispettandola, Trump non considera Dhillon tra i candidati principali.

Un funzionario della Casa Bianca ha cercato di ridimensionare la portata dei cambiamenti: i licenziamenti di Bondi e Noem sarebbero stati casi isolati, maturati dopo mesi di riflessione sulle rispettive prestazioni. Trump, che durante il primo anno del suo secondo mandato ha spesso difeso pubblicamente i membri del gabinetto anche quando erano sotto pressione, non vuole che si parli di un rimpasto generale.

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L'amicizia con Trump è diventata un peso per Meloni


La giornalista Anna Momigliano scrive sul New York Times che il legame con il presidente americano si sta trasformando in una zavorra politica, tra calo nei sondaggi e sconfitta al referendum
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Il rapporto privilegiato tra Giorgia Meloni e Donald Trump, a lungo considerato un asset strategico per l'Italia, si sta trasformando in un problema politico. È la tesi di Anna Momigliano, giornalista ed editorialista del Corriere della Sera, in un editoriale pubblicato sul New York Times il 3 aprile. Momigliano, che scrive da Milano, traccia la parabola di una premier che per oltre tre anni è apparsa solida e ora mostra le prime crepe.

Meloni è arrivata a Palazzo Chigi nel 2022, sette mesi dopo l'invasione russa dell'Ucraina, alla guida di una coalizione che includeva esponenti con posizioni filorusse. Ha però rapidamente dissipato i timori dei partner europei di trovarsi di fronte a un nuovo Viktor Orbán. L'Italia ha inviato aiuti militari all'Ucraina e fa parte della cosiddetta "coalizione dei volenterosi", il gruppo di circa trenta Paesi che si sono impegnati a fornire garanzie di sicurezza a Kiev dopo un eventuale cessate il fuoco.

Con Trump, scrive Momigliano, Meloni è riuscita a evitare il ciclo di deferenza e rifiuto in cui sono caduti altri leader europei, come il premier britannico Keir Starmer, che nella sua prima visita alla Casa Bianca offrì un invito dalla famiglia reale per poi veder crollare il rapporto. Meloni è stata l'unica leader europea in carica a partecipare alla cerimonia di insediamento del presidente, che in una recente conversazione con il Corriere della Sera l'ha descritta come "una grande leader e una mia amica". Un risultato ottenuto, secondo l'editorialista, grazie a uno stile collaborativo ma mai servile e a una certa affinità ideologica.

Il problema è che Trump è diventato tossico in Europa. Momigliano cita diversi episodi recenti. L'11 marzo, parlando della guerra in Iran davanti al Parlamento, Meloni ha detto che l'Italia "non partecipa a quell'intervento e non intende parteciparvi", collocando i bombardamenti "fuori dal perimetro" di un sistema internazionale "in crisi". Quando Trump ha chiesto ai Paesi europei di contribuire ad aprire lo Stretto di Hormuz, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha risposto il 16 marzo a Berlino che "la questione di un coinvolgimento militare della Germania non si pone". Il 20 marzo Meloni ha aggiunto che "nessuno sta considerando una missione militare italiana per forzare il blocco dello stretto".

I numeri raccontano il contesto di questa presa di distanza. Il tasso di approvazione di Trump in Italia è quasi dimezzato rispetto a un anno fa, al 19 per cento. L'opinione pubblica italiana è fortemente contraria alla guerra in Iran, consumatori e imprese subiscono l'aumento dei prezzi di petrolio e gas, l'agricoltura è colpita dalla carenza di fertilizzanti. Se dal ruolo di interlocutrice privilegiata di Trump in Europa non si riesce a ottenere alcun vantaggio visibile, scrive Momigliano, a che serve?
Governo italiano
Questo clima ha pesato sul voto del mese scorso, formalmente un referendum sulla riforma della giustizia ma nei fatti trasformatosi in un voto di fiducia sul governo che quella riforma sosteneva. L'affluenza è stata superiore alle attese e il "No" ha vinto con un margine netto, quasi il 54 per cento. Meloni è apparsa improvvisamente vulnerabile e l'opposizione ha fiutato l'opportunità.

Momigliano ricorda che negli ultimi due anni la premier aveva superato indenne una serie di crisi: uno scandalo sessuale che coinvolgeva il ministro della Cultura, un'indagine per frode sul ministro del Turismo, un'inchiesta sul rimpatrio di un signore della guerra libico soggetto a un mandato di arresto internazionale e la condanna di un sottosegretario per aver rivelato informazioni classificate. Nel 2024 il tasso di approvazione di Meloni era al 41 per cento e a novembre 2025 era salito al 45.

La luna di miele, durata improbabilmente a lungo, è finita. Dopo i risultati del referendum, Meloni ha imposto le dimissioni del ministro del Turismo indagato e del sottosegretario condannato, anche se nessuno dei due casi era legato alla riforma della giustizia. La settimana scorsa, scrive Momigliano, l'Italia avrebbe negato agli aerei militari americani il permesso di atterrare in una base in Sicilia prima di dirigersi in Medio Oriente perché gli Stati Uniti non avevano richiesto l'autorizzazione, anche se il governo ha negato che il rifiuto fosse legato a tensioni con Washington.

Momigliano chiude con un vecchio proverbio italiano: "Dai nemici mi guardo io, dagli amici mi guardi Dio". Il costo dell'amicizia con Trump in Europa, è la sua conclusione, supera ormai i benefici.

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Trump vuole 152 milioni di dollari per riaprire il carcere di Alcatraz


La proposta è inserita nel bilancio federale presentato dalla Casa Bianca, che prevede anche 1,7 miliardi per il sistema penitenziario

Il presidente Donald Trump vuole riaprire Alcatraz, il penitenziario federale più famoso d'America, chiuso da oltre sessant'anni. Per coprire i costi del primo anno di lavori, la Casa Bianca ha chiesto al Congresso 152 milioni di dollari.

La richiesta è contenuta nella proposta di bilancio federale presentata venerdì dalla Casa Bianca. Il documento, che rappresenta la lista delle priorità di spesa dell'amministrazione, include anche un aumento di 1,7 miliardi di dollari per il Federal Bureau of Prisons, l'agenzia federale che gestisce le carceri. I fondi aggiuntivi servirebbero a migliorare gli stipendi e le condizioni di lavoro delle guardie carcerarie, nel tentativo di risolvere una carenza cronica di personale che si trascina da anni. La proposta di bilancio, va detto, è raramente approvata dal Congresso nella sua interezza.

Riaprire Alcatraz è un progetto a cui Trump tiene da tempo. Già nel maggio scorso il presidente aveva annunciato su Truth Social di aver dato indicazioni al Bureau of Prisons, al Dipartimento di Giustizia, all'FBI e al Dipartimento per la Sicurezza interna di riaprire il penitenziario "sostanzialmente ampliato e ricostruito" per ospitare "i criminali più spietati e violenti d'America". Nel suo post, Trump aveva definito la riapertura "un simbolo di legge, ordine e giustizia". Il direttore del Bureau of Prisons, William K. Marshall III, aveva dichiarato all'epoca che la sua agenzia avrebbe "esplorato ogni strada" per attuare i piani del presidente.

La struttura si trova su un'isola al largo della costa di San Francisco e oggi è un importante sito storico, visitato ogni anno da circa 1,2 milioni di turisti. Come penitenziario federale ha funzionato per quasi trent'anni, ospitando alcuni dei criminali più pericolosi del paese, tra cui Al Capone, George "Machine Gun" Kelly e James "Whitey" Bulger. Chiuse nel 1963 perché, come si legge sul sito del Bureau of Prisons, "l'istituto era troppo costoso per continuare a funzionare". Già all'epoca le stime parlavano di 3-5 milioni di dollari necessari solo per i lavori di restauro e manutenzione, senza contare i costi operativi quotidiani.

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Iran, riattivati i bunker colpiti: Teheran conserva la sua capacità di attacco


Secondo l’intelligence americana, Teheran ha riattivato parte delle postazioni sotterranee colpite e mantiene operativi missili e lanciatori per rafforzare la propria leva strategica sullo Stretto di Hormuz.

L’Iran è riuscito in diversi casi a rimettere rapidamente in funzione bunker, silos e postazioni missilistiche sotterranee colpite dai raid americani e israeliani. È questa una delle indicazioni principali contenute nei rapporti dell’intelligence statunitense, secondo cui Teheran conserva ancora una parte significativa dei propri missili e delle piattaforme di lancio mobili, nonostante i bombardamenti continui subiti nel corso di queste cinque settimane di guerra.

L'intelligence vs Casa Bianca e Pentagono


Il dato mette in discussione, almeno in parte, la narrativa diffusa nelle ultime settimane dal Pentagono e dalla Casa Bianca, che hanno rivendicato progressi sostanziali nella campagna militare contro l’apparato bellico iraniano. Washington sostiene ufficialmente di aver colpito 11.000 obiettivi in Iran in cinque settimane e continua a definire la distruzione della capacità missilistica del Paese come uno degli obiettivi centrali del conflitto.

Ad esempio, il Segretario di Stato Marco Rubio ha di recente parlato di un “grave ridimensionamento” della capacità di lancio iraniana. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha insistito sul calo del numero di missili e droni lanciati da Teheran, affermando che l’Iran è ancora in grado di colpire, ma con un’intensità molto inferiore rispetto all’inizio della guerra. Anche la stessa Casa Bianca ha sostenuto che gli attacchi balistici e con droni siano diminuiti del 90% e che due terzi delle strutture produttive iraniane siano state danneggiate o distrutte.

La strategia a lungo termine dell'Iran


Le valutazioni dell’intelligence americana delineano, invece, un quadro molto meno lineare. Gli Stati Uniti non ritengono di disporre ancora di una stima davvero affidabile del numero di rampe di lancio rimaste, ma ciò nonostante la valutazione è che l’Iran conservi ancora gran parte della capacità di impiegare l’arsenale residuo di missili balistici e le piattaforme di lancio ancora disponibili per colpire Israele e altri Paesi della regione.

Il calo nel ritmo degli attacchi iraniani, in questa ottica, non sarebbe dovuto soltanto all’efficacia dei bombardamenti subiti, ma anche al fatto che Teheran starebbe scegliendo volutamente di nascondere una quota maggiore delle rampe di lancio in bunker e caverne, nel tentativo di proteggerle dai raid e conservarle nel caso in cui la guerra si dovesse prolungare. L’obiettivo sarebbe quello di mantenere una capacità di pressione sia durante il conflitto sia nella fase successiva.

Anche con un arsenale ridotto e con un impiego più cauto delle proprie piattaforme di lancio, l’Iran ha continuato a colpire Israele. Le fonti parlano di circa 20 missili al giorno, spesso lanciati uno o due alla volta. Un funzionario occidentale ha indicato invece una forchetta fra 15 e 30 missili balistici e fra 50 e 100 droni kamikaze al giorno.

Le stime reali sulle capacità residue di Teheran restano però incerte. L’Iran, secondo le fonti dell'intelligence, starebbe impiegando molte "esche" e questo renderebbe difficile capire quante delle piattaforme di lancio apparentemente distrutte fossero vere. Anche le valutazioni americane precedenti alla guerra non sarebbero state del tutto precise. A complicare il quadro c’è poi la difficoltà di stabilire quanti sistemi di lancio siano davvero stati nascosti nei bunker o nelle caverne colpiti dagli attacchi.

In alcuni casi, inoltre, strutture sotterranee apparse inizialmente danneggiate sarebbero state rapidamente liberate e riportate in funzione. È uno degli elementi che rafforzano l’idea, contenuta nelle valutazioni americane, che l’Iran non sia stato per nulla privato della propria capacità di minacciare militarmente la regione.

Il controllo dello Stretto di Hormuz


Accanto alla questione delle capacità missilistiche iraniane resta aperta anche quella del controllo dello Stretto di Hormuz, che per Teheran continua a essere una leva strategica essenziale. Sempre secondo l'intelligence americana, l’Iran non avrebbe, infatti, alcuna intenzione di riaprire presto il passaggio, proprio perché il suo controllo di fatto su una delle principali arterie energetiche del mondo rappresenta il suo strumento di pressione più forte nei confronti degli Stati Uniti.

L’ipotesi è che Teheran possa continuare a ostacolare il traffico marittimo per mantenere artificialmente alti i prezzi dell’energia e aumentare la pressione su Donald Trump, alla ricerca di una via d’uscita rapida da una guerra sempre più impopolare tra gli elettori americani. Da parte sua, Trump ha finora minimizzato la difficoltà di riaprire lo Stretto e ha persino scritto su Truth Social che, con un po’ più di tempo, gli Stati Uniti potrebbero facilmente riaprirlo, prendere il petrolio e farne una fortuna.

Diversi analisti avvertono però che un’operazione militare per riaprire Hormuz comporterebbe rischi elevati e potrebbe trascinare gli Stati Uniti in un conflitto molto più lungo e sanguinoso. Anche se Washington riuscisse a controllare la costa meridionale iraniana e le isole dell’area, i Guardiani della Rivoluzione potrebbero continuare a minacciare il traffico con droni e missili lanciati dall’interno del Paese.

I Guardiani della Rivoluzione hanno già reso il passaggio molto più rischioso e costoso per molte navi commerciali, usando attacchi a imbarcazioni civili, mine e richieste di pedaggi. Le conseguenze sono già visibili nell’aumento del prezzo del petrolio e nelle difficoltà di approvvigionamento per i Paesi che dipendono dall’energia del Golfo. Ovviamente, per la Casa Bianca, il rincaro dell’energia rischia di alimentare l’inflazione e di trasformarsi in un serio problema politico per Trump ed i repubblicani in vista delle elezioni di midterm.

L'abbattimento del caccia americano


A rendere ancora più fragile la narrazione americana della superiorità militare è arrivato ieri l’abbattimento del primo caccia da combattimento statunitense colpito dal fuoco della contraerea iraniana dall’inizio della guerra. Si trattava di un F-15E Strike Eagle con due membri di equipaggio a bordo. Uno dei due membri dell'equipaggio è stato salvato con successo, mentre il secondo risulta ancora disperso a questa mattina.

L’abbattimento del caccia ha un valore operativo e simbolico. Negli ultimi giorni l’Amministrazione Trump aveva insistito sull’idea di una superiorità aerea ormai consolidata. L’F-15E non è un velivolo stealth, ma resta un aereo veloce, agile e progettato per missioni aria-aria e aria-terra. La sua perdita, insieme all’incertezza sul destino del secondo membro dell’equipaggio, apre un fronte delicato anche sul piano diplomatico e militare, soprattutto nel caso in cui l’aviatore disperso venisse catturato dall’Iran.

A peggiorare le cose c'è il fatto che, durante le operazioni di soccorso, almeno un elicottero Black Hawk americano sarebbe stato colpito dal fuoco da terra iraniano, pur riuscendo a raggiungere sano e salvo l’Iraq. Negli stessi momenti, un A-10 Warthog è precipitato nella regione del Golfo Persico e il pilota è stato tratto in salvo, ma le cause non sono state chiarite.

Le conseguenze per i civili iraniani


Sul terreno, intanto, i civili iraniani continuano a pagare il prezzo più alto della guerra. A Teheran, secondo le testimonianze oculari, la notte appena trascorsa è stata segnata da esplosioni, incendi e paura nei quartieri settentrionali della città. Famiglie intere si sono rifugiate nei bagni, nei corridoi o nei seminterrati dei palazzi per proteggersi dai bombardamenti.

La Human Rights Activists News Agency ha riferito che nelle ultime 24 ore sarebbero stati registrati un totale di almeno 206 attacchi in 13 province iraniane, con almeno un civile ucciso. La stessa organizzazione parla di almeno 1.607 morti civili dall’inizio della guerra. È il segno più evidente che, mentre Washington e Teheran misurano danni, deterrenza e capacità residue, il conflitto continua a travolgere la popolazione civile prima di tutto.

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Hegseth invoca Gesù per la guerra, papa Leone XIV lo smentisce


Il segretario alla Difesa chiede preghiere per la vittoria militare in Medio Oriente. Il pontefice risponde: la dominazione è "estranea alla via di Gesù Cristo"

Il segretario alla Difesa americano Pete Hegseth ha chiesto ai cittadini statunitensi di pregare "ogni giorno, in ginocchio" per una vittoria militare in Medio Oriente "nel nome di Gesù Cristo". Papa Leone XIV, il primo pontefice nato negli Stati Uniti, ha risposto con una visione opposta del cristianesimo.

Durante la messa del Giovedì Santo nella Basilica di San Giovanni in Laterano, cattedrale del vescovo di Roma, il papa ha dichiarato che la missione cristiana è stata spesso "distorta da un desiderio di dominazione, del tutto estraneo alla via di Gesù Cristo". Senza nominare Hegseth, Leone XIV ha aggiunto: "Tendiamo a considerarci potenti quando dominiamo, vittoriosi quando distruggiamo i nostri simili, grandi quando siamo temuti. Dio ci ha dato un esempio, non di come dominare, ma di come liberare; non di come distruggere la vita, ma di come donarla".

Non è la prima volta che il pontefice interviene sul tema. Già a fine marzo, in un'omelia domenicale, aveva avvertito che Gesù "non ascolta le preghiere di chi fa la guerra, ma le respinge". Le parole del papa si inseriscono nel contesto del conflitto in corso: da quando Stati Uniti e Israele hanno iniziato a bombardare l'Iran a fine febbraio, Leone XIV ha chiesto con costanza la fine delle violenze e un ritorno al dialogo.

Il pontefice ha mantenuto durante tutto il primo anno di pontificato un approccio prudente nei confronti della politica americana, evitando lo scontro diretto con la Casa Bianca. Ha preferito agire attraverso canali indiretti, come quando ha incoraggiato i vescovi statunitensi a sostenere con forza gli immigrati mentre il presidente Trump intensificava la campagna di espulsioni. Ha menzionato Trump per nome solo quando un giornalista gli ha chiesto direttamente se avesse un messaggio per il presidente.

"Mi dicono che il presidente Trump abbia recentemente dichiarato di voler porre fine alla guerra", ha detto il papa il 31 marzo fuori dalla residenza di Castel Gandolfo. "Si spera che stia cercando un modo per ridurre la quantità di violenza, di bombardamenti".

Leone XIV ha riferito di non aver parlato direttamente con Trump della guerra. Venerdì mattina, tuttavia, ha avuto una conversazione telefonica con il presidente israeliano Isaac Herzog, alla quale ha ribadito l'importanza del dialogo e della fine dei conflitti per garantire una "pace giusta e duratura" in Medio Oriente, come riportato in un comunicato vaticano.

Lo scontro, pur mai esplicitato in termini personali, segna una frattura evidente tra l'amministrazione Trump e il Vaticano sull'uso della retorica religiosa a sostegno dello sforzo bellico. Da un lato Hegseth che trasforma la preghiera cristiana in strumento di mobilitazione militare, dall'altro il papa che ricorda come il messaggio evangelico sia incompatibile con la logica della dominazione e della guerra.

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La rassegna stampa di sabato 4 aprile 2026


L'Iran abbatte un caccia USA mentre Trump nomina Vance "zar delle frodi" contro gli stati democratici. Proposto bilancio record da 1.500 miliardi per la Difesa

Questa è la rassegna stampa di sabato 4 aprile 2026

Un caccia americano abbattuto dall'Iran durante le operazioni militari


L'Iran ha abbattuto un F-15E Strike Eagle americano nel suo spazio aereo, costringendo l'equipaggio a lanciarsi con il paracadute e dando inizio a una missione di ricerca e soccorso. Uno dei due membri dell'equipaggio è stato recuperato, mentre due elicotteri di soccorso sono stati colpiti dal fuoco iraniano durante le operazioni. Un secondo aereo A-10 Warthog si è schiantato nel Golfo Persico in un incidente separato.

Fonti: Financial Times, The Hill, BBC

Trump nomina Vance "zar delle frodi" per una campagna contro gli stati democratici


Il presidente Trump ha nominato il vicepresidente JD Vance come "zar delle frodi" per guidare una campagna contro presunte irregolarità negli stati democratici. Trump ha dichiarato su Truth Social che il problema delle frodi è "massiccio e pervasivo", mentre le autorità hanno già annunciato una serie di arresti in California. L'iniziativa è stata criticata dai democratici come priva di fondamento.

Fonti: The Guardian, The Guardian

Trump propone un bilancio della Difesa da 1.500 miliardi di dollari per il 2027


L'amministrazione Trump ha richiesto al Congresso un aumento del 42% della spesa per la difesa, portandola a 1.500 miliardi di dollari per l'anno fiscale 2027. Contemporaneamente, il presidente propone tagli del 10% a tutte le altre spese governative. La proposta include anche 152 milioni di dollari per ripristinare Alcatraz come prigione federale.

Fonti: Semafor, The Hill, New York Times

Più di venti procuratori generali democratici fanno causa a Trump per le restrizioni al voto postale


Oltre venti procuratori generali democratici hanno presentato una causa per contestare l'ordine esecutivo di Trump che limita il voto per corrispondenza. L'ordine dirige il Servizio Postale degli Stati Uniti a non inviare schede elettorali per posta a persone non presenti in una lista predeterminata di cittadini idonei. I democratici sostengono che si tratta di un tentativo incostituzionale di privare del diritto di voto i cittadini.

Fonti: The Guardian, The Hill, BBC

Trump ordina il pagamento di tutti i dipendenti del Dipartimento di Sicurezza Nazionale durante lo shutdown


Il presidente ha emesso un ordine esecutivo che garantisce stipendi e benefici a tutti i dipendenti del Dipartimento di Sicurezza Nazionale durante il parziale shutdown del governo, ora al 49° giorno. L'ordine, intitolato "Liberare il Dipartimento di Sicurezza Nazionale dallo Shutdown causato dai Democratici", è simile a quello emesso la scorsa settimana per i dipendenti della TSA.

Fonti: The Guardian, The Hill, Bloomberg

Il rapporto sui posti di lavoro di marzo supera le aspettative con 178.000 nuove posizioni


L'economia americana ha aggiunto 178.000 posti di lavoro a marzo, superando le previsioni degli analisti. Il tasso di disoccupazione è sceso dopo la fine di uno sciopero nel settore sanitario e il miglioramento delle condizioni meteorologiche invernali. I dati mostrano un mercato del lavoro più forte del previsto, fornendo un quadro positivo dell'economia sotto la nuova amministrazione.

Fonti: New York Times

L'intelligence americana riferisce che l'Iran sta riparando rapidamente i bunker missilistici


Secondo i rapporti dell'intelligence statunitense, l'Iran sta riparando velocemente le sue installazioni missilistiche danneggiate negli attacchi precedenti. Questi rapporti gettano dubbi su quanto sia vicino l'obiettivo americano di distruggere la capacità missilistica iraniana, un elemento chiave nella strategia militare. La rapidità delle riparazioni solleva preoccupazioni sulla durata degli effetti dei bombardamenti.

Fonti: New York Times

Il senatore repubblicano Curtis chiede la fine delle operazioni in Iran senza dichiarazione di guerra formale


Il senatore John Curtis (R-Utah) ha dichiarato che non sosterrà l'offensiva militare USA-Israele in Iran se il conflitto raggiungerà i 60 giorni senza l'approvazione del Congresso. Curtis cita la Risoluzione sui Poteri di Guerra del 1973 che limita il periodo di tempo del presidente per rispondere alle "minacce emergenti" senza autorizzazione congressuale. La sua posizione evidenzia le crescenti tensioni all'interno del Partito Repubblicano riguardo al conflitto.

Fonti: The Hill

L'arcivescovo militare americano questiona la giustezza morale della guerra in Iran


L'arcivescovo Timothy Broglio, capo di tutti i cappellani cattolici nelle forze armate statunitensi, ha messo in dubbio la campagna militare americana in Iran dicendo che "sotto la teoria della guerra giusta - non lo è". Broglio ha dichiarato alla CBS News che, mentre l'Iran "era una minaccia con armi nucleari", fare guerra allo stato teocratico costituisce "compensare una minaccia prima che la minaccia si realizzi effettivamente".

Fonti: The Guardian

La NASA pubblica le prime foto della Terra dalla missione Artemis II verso la Luna


La NASA ha rilasciato le prime immagini spettacolari della Terra scattate dalla missione Artemis II, la prima missione dal 1972 a portare persone intorno alla Luna. Le foto sono state scattate il terzo giorno della missione dal comandante Reid Wiseman a bordo della capsula Orion. Le immagini mostrano la Terra in tutto il suo splendore mentre l'equipaggio si dirige verso la Luna, segnando un momento storico per l'esplorazione spaziale americana.

Fonti: New York Times, BBC

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Come la guerra in Iran sta indebolendo Trump


Il presidente perde consenso tra giovani, latinos e indipendenti. I prezzi della benzina salgono di un dollaro al gallone e i tassi sui mutui tornano sopra il 6,5%

Donald Trump ha tenuto mercoledì sera un raro discorso alla nazione per difendere la guerra aerea in Iran, promettendo che i bombardamenti finiranno "in due o tre settimane" e che l'economia americana ne uscirà rafforzata. Ma i numeri raccontano una storia diversa: il gradimento del presidente è sceso al 39% nella media di Nate Silver, il punto più basso del suo secondo mandato, con alcuni sondaggi di alta qualità che lo collocano ancora più in basso, in una zona che ricorda i livelli di George W. Bush dopo l'uragano Katrina.

Il discorso, scrive Peter Hamby su Puck, è stato di per sé un'ammissione di debolezza politica. Trump non gioca più in attacco. Ha chiesto pazienza e spirito di sacrificio agli americani, un appello che contraddice l'intera carriera politica di un presidente costruito sulla promessa di risultati immediati. Ha assicurato che i prezzi della benzina scenderanno, che lo Stretto di Hormuz "si riaprirà naturalmente" e che le azioni in borsa, in calo di oltre il 4% dall'inizio del conflitto, "risaliranno rapidamente".

I dati economici, però, vanno nella direzione opposta. Il prezzo medio della benzina è salito di oltre un dollaro al gallone dall'inizio della guerra. In Stati chiave come Michigan, Arizona e Nevada, che Trump conquistò promettendo di abbassare i prezzi, la benzina supera ora i 4 dollari al gallone. I futures sul petrolio sono aumentati di oltre il 60% nell'ultimo mese e hanno continuato a salire giovedì, dopo che il discorso presidenziale non è riuscito a calmare i timori sull'impatto economico del conflitto. Secondo il Wall Street Journal, i prezzi a marzo sono cresciuti di 43,96 dollari al barile, l'aumento mensile più alto da quando i futures sul greggio West Texas Intermediate hanno iniziato a essere negoziati nel 1983.

Le conseguenze si estendono oltre il petrolio. L'aumento dei costi dei fertilizzanti costringe gli agricoltori americani, già alle prese con l'incertezza dei dazi, a ridurre le coltivazioni di mais e grano. I tassi sui mutui a 30 anni, che stavano finalmente scendendo prima della guerra e avvicinavano l'acquisto di una casa a chi ne era escluso dalla pandemia in poi, sono tornati sopra il 6,5% a causa dei timori di inflazione. "Non riusciamo a occuparci degli asili nido", ha detto Trump durante un pranzo pasquale a porte chiuse, poche ore prima del discorso. "Stiamo combattendo guerre".

Il gradimento del presidente sull'economia è negativo di 23 punti. Quello sull'inflazione lo è di 32 punti, un dato peggiore di quello registrato da Joe Biden quando lasciò l'incarico. Un sondaggio Harvard/Harris di questa settimana ha rivelato che più elettori preferiscono la gestione economica di Biden a quella di Trump. Nella stessa rilevazione la grande maggioranza degli intervistati attribuisce il caro vita al presidente in carica, non al suo predecessore.

Ciò che rende la situazione di Trump diversa da quella di altri presidenti in difficoltà è che la crisi è in gran parte autoinflitta. Il conflitto in Iran è una scelta che nessuno nel mondo chiedeva, lanciata in un anno elettorale, e rappresenta una rottura con due promesse centrali della campagna del 2024: porre fine alle costose avventure militari all'estero e rendere la vita più accessibile per gli americani. Poco più di un mese fa, nel discorso sullo Stato dell'Unione, Trump aveva promesso di abbassare i prezzi al supermercato, ridurre i costi dei farmaci, rendere le case più accessibili e contenere le tariffe energetiche, vantandosi che la benzina costava "solo 2,30 dollari al gallone nella maggior parte degli Stati".

Il malcontento attraversa anche il mondo conservatore. Bradley Devlin, caporedattore politico del Daily Signal, testata di orientamento conservatore, ha scritto su X che milioni di americani avrebbero sostenuto con entusiasmo l'agenda di politica interna di Trump, ma che "nessuno se la ricorda più. È stato tutto stravolto". Il suo post è stato condiviso da Raheem Kassam, direttore del National Pulse e comproprietario del Butterworth's, il locale di Capitol Hill frequentato da funzionari e sostenitori del presidente. Kassam ha diffuso i sondaggi negativi sulla guerra, tra cui la media di RealClearPolitics che mostra un 54% di americani contrari al conflitto, con una tendenza in peggioramento.

I sondaggi indicano che circa l'80% dei repubblicani sostiene ancora la guerra. Ma i repubblicani da soli non bastarono a eleggere Trump. La vittoria del 2024 su Kamala Harris fu costruita sugli elettori indecisi, i padri di famiglia delle periferie, gli indipendenti, i giovani uomini e i latinos. Quei consensi si stanno dissolvendo. Secondo SocialSphere, un anno fa il 55% degli uomini tra i 18 e i 29 anni approvava Trump. Prima della guerra il dato era sceso al 45%. Ora è al 38%. Il gradimento tra gli elettori latinos è al 32%, secondo un sondaggio YouGov/Economist. Tra gli indipendenti è crollato al 22%, con un sostegno alla guerra ancora più basso.

Sono numeri che Hamby definisce "calamitosi" per un presidente a poco più di un anno dall'insediamento, alla vigilia delle elezioni di metà mandato di novembre. Trump ha fatto la cosa che in politica non si dovrebbe mai fare: ha guardato gli elettori negli occhi, ha fatto promesse e poi le ha infrante.

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Il mercato del lavoro Usa riparte a marzo: 178 mila posti in più, disoccupazione scende al 4,3%


Dopo il calo di febbraio, le nuove assunzioni accelerano oltre le attese. Sanità, costruzioni e trasporti trainano la ripresa, mentre continua la contrazione dei posti di lavoro nel governo federale.

Il mercato del lavoro statunitense è tornato a crescere con forza a marzo, con 178 mila nuovi posti di lavoro creati e un tasso di disoccupazione sceso al 4,3 per cento. Dopo la frenata di febbraio, il nuovo dato segna quindi un rimbalzo superiore alle attese degli economisti e offre una prima fotografia della tenuta dell’occupazione nel mese in cui è iniziata la guerra in Iran. Le imprese hanno assunto quasi 3 volte più del previsto, nonostante un contesto ancora segnato da forte incertezza economica. Il dato suggerisce che, almeno per ora, il mercato del lavoro americano abbia assorbito il primo contraccolpo. Resta però da capire se riuscirà a mantenere questo ritmo anche nei prossimi mesi.
Il mercato del lavoro USA

A trainare la crescita di marzo è stata ancora una volta la sanità, con 76 mila posti di lavoro in più, oltre un terzo del totale. Sul dato ha inciso anche il rientro di parte del personale dopo la fine di uno sciopero in California. Hanno contribuito anche le costruzioni, con 26 mila posti in più, i trasporti e la logistica, con 21 mila, il manifatturiero, con 15 mila, e il settore del tempo libero e dell’ospitalità, con 44 mila occupati in più. Continua invece la contrazione dell’occupazione nel governo federale. A marzo sono andati persi altri 18 mila posti, portando il calo complessivo a 355 mila dall’ottobre 2024, pari a una riduzione dell’11,8% rispetto al picco di allora.

Le revisioni dei mesi precedenti restituiscono un quadro più misto. A febbraio l’economia ha perso 133 mila posti di lavoro, 41 mila in più rispetto alla prima stima, in un mese condizionato da uno sciopero nel settore sanitario e dal maltempo invernale. Gennaio è stato invece rivisto al rialzo, da 126 mila a 160 mila posti di lavoro creati. Accanto ai segnali di forza emergono però anche elementi di debolezza. I salari orari medi nel settore privato sono saliti del 3,5% su base annua, il ritmo più lento dal 2021 e appena sufficiente a tenere il passo dell’inflazione. Su base mensile, l’aumento è stato dello 0,2%. La settimana lavorativa media si è inoltre accorciata a 34,2 ore, un dato che può tradursi in retribuzioni complessive più basse.

Anche la partecipazione al mercato del lavoro mostra qualche segnale di rallentamento. La quota di persone tra i 25 e i 54 anni che lavorano o cercano un impiego è scesa leggermente all’83,8%, dopo una lunga fase di stabilità. Il tasso di assunzione, già a febbraio, era sceso su livelli che non si vedevano dal 2020. Per questo anche il calo della disoccupazione va letto con cautela, perché nello stesso mese si è ridotta anche la forza lavoro. Sul fronte opposto, però, i licenziamenti restano contenuti. Le richieste iniziali di sussidio di disoccupazione da parte dei lavoratori licenziati sono vicine ai minimi degli ultimi due anni, segno che molte aziende continuano a trattenere il personale dopo le difficoltà incontrate nel ricostruire gli organici nel periodo successivo alla pandemia.

Il rapporto segnala un calo nei tassi di disoccupazione di diversi gruppi demografici ed etnici, ma il dato che appare più chiaramente in diminuzione a marzo è quello dei lavoratori di origine asiatica, sceso al 3,7% dal 4,8% precedente. Per gli altri gruppi principali, il quadro mensile resta più stabile, pur con alcune oscillazioni.

Resta però aperto, però, il nodo dell’effetto della guerra in Iran. I dati di marzo precedono in buona parte l’impatto più ampio che il rialzo dei prezzi dell’energia potrebbe avere sull’economia globale. Se il petrolio dovesse restare su livelli elevati, il rischio sarebbe quello di un doppio colpo: meno occupazione e più inflazione. In altre parole, uno scenario di stagflazione. Il dato di marzo restituisce quindi l’immagine di un mercato del lavoro ancora resiliente nelle prime settimane del conflitto. La vera incognita, adesso, è capire se questa tenuta basterà a reggere gli effetti più duraturi della guerra e del rincaro energetico.

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Caccia Usa abbattuto in Iran, corsa contro il tempo per trovare l’equipaggio


Fonti giornalistiche e media iraniani riferiscono che un caccia americano è stato colpito durante un raid sul Paese, uno dei due membri dell'equipaggio è stato tratto in salvo. Si tratta del primo velivolo statunitense abbattuto dal fuoco nemico dall’inizio della guerra.

L’Iran ha abbattuto un caccia statunitense durante un attacco aereo sul proprio territorio, in quello che rappresenta il primo episodio del genere dall’inizio della guerra. A bordo del velivolo c’erano due persone e sono in corso operazioni di ricerca e soccorso per tentare di localizzarle prima che vengano intercettate dalle forze iraniane. Per ora non è arrivata una conferma ufficiale della perdita dell’aereo da parte degli Stati Uniti, ma la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha riferito che il presidente Donald Trump è stato già informato dell’accaduto.

Jet Usa abbattuto in Iran — analisi

Analisi

Jet Usa abbattuto in Iran, la corsa per trovare l’equipaggio


Ricerca e soccorso, difesa aerea iraniana ancora attiva e nuovi rischi per Washington nel conflitto in corso.

Aggiornamento Uno dei due membri dell'equipaggio è stato tratto in salvo, le ricerche vanno avanti per il secondo.

✈️ Quadro 🚁 Equipaggio ⚠️ Escalation ⛽ Energia

Il quadro

F-15E
Il modello del caccia abbattuto

Primo caso
Si tratta del primo jet Usa abbattuto dal fuoco nemico dall’inizio della guerra


Cosa sappiamo Rottami e seggiolino eiettabile
+

  • I media iraniani hanno diffuso immagini che mostrerebbero rottami del velivolo.
  • Nel materiale diffuso compare anche uno dei seggiolini eiettabili.


Perché pesa sul conflitto Mette in dubbio la tesi di una difesa aerea iraniana già neutralizzata
+

Missili, droni, difese costiere e sistemi antiaerei iraniani non sarebbero stati ridotti nella misura più volte descritta dalla Casa Bianca.

La ricerca dell’equipaggio

1 salvato
Uno dei due membri dell’equipaggio è stato tratto in salvo

1 disperso
Le ricerche proseguono per localizzare il secondo


La finestra di recupero La priorità è arrivare prima delle forze iraniane nella zona dell’abbattimento
+

E' una vera e propria corsa contro il tempo. La tv di Stato iraniana ha invitato i civili presenti nell’area a cercare i membri dell’equipaggio, promettendo una ricompensa a chi li avesse trovati vivi e consegnati alle forze di sicurezza.

Mezzi citati Elicotteri nell’area e, secondo una ricostruzione, un C-130 americano
+

  • Elicotteri presenti nella zona.
  • Un velivolo che sarebbe finito sotto il fuoco e si sarebbe ritirato.
  • Coinvolgimento anche di un Hercules C-130 statunitense, secondo una delle ricostruzioni.


Indizi sul terreno Paracadute segnalato e immagini compatibili con un recupero in corso
+

  • Segnalazione del ritrovamento di un paracadute.
  • Presenza di elicotteri compatibile con operazioni di recupero.
  • La nazionalità dei mezzi presenti resta non confermata.


Perché complica Washington

5 settimane
L'abbattimento è avvenuto a 5 settimane dall’inizio della guerra

1.500 miliardi
La cifra che la Casa Bianca vuole chiedere al Congresso per la difesa nel 2027


Il nodo politico e militare L’episodio rafforza l’idea che Teheran resti una minaccia concreta per le forze americane
+

L’abbattimento mostra infatti che l’Iran conserva la capacità di colpire velivoli statunitensi e complica ulteriormente la posizione diplomatica di Washington.


La spinta alla spesa militare Il piano di Trump è accompagnato da tagli ad agenzie civili e sanità
+

L’Amministrazione Trump intende accompagnare l’aumento della spesa per il Pentagono con 73 miliardi di dollari di tagli ad agenzie civili e con maggiori risorse per il controllo della frontiera e i rimpatri.

Il fronte energia

20%
Circa un quinto del petrolio mondiale passava dallo Stretto di Hormuz prima dell'inizio del conflitto

CMA CGM Kribi
La prima nave diretta verso l’Europa occidentale che è riuscita ad attraversare indenne lo Stretto di Hormuz


Perché Hormuz conta Blocchi e attacchi stanno già facendo salire i prezzi globali dell’energia
+

Dallo stretto passaggio marittimo prima della guerra passava circa un quinto del petrolio mondiale. Il blocco iraniano dello stretto e gli attacchi contro infrastrutture energetiche hanno già spinto in alto i prezzi.


Nuovi danni nel Golfo Kuwait e Abu Dhabi parlano di attacchi a raffinerie, impianti e giacimenti petroliferi
+

  • Droni contro la raffineria di Mina al-Ahmadi in Kuwait.
  • Danneggiato anche un impianto energetico e di desalinizzazione, secondo il governo kuwaitiano.
  • Incendio in un grande giacimento di gas ad Abu Dhabi dopo la caduta di detriti di missili abbattuti.

Nelle ultime ore sono circolati immagini e video che mostrano alcuni rottami del velivolo e almeno uno dei seggiolini eiettabili. Gli elementi visibili fanno pensare a un F-15E, un caccia statunitense con un equipaggio standard di due persone. Nella zona sarebbero presenti elicotteri e almeno un aereo da trasporto militare per la ricerca dell’equipaggio. Secondo alcune segnalazioni, sarebbe stata promessa una ricompensa a chi li trovasse vivi e li consegnasse alle forze di sicurezza.

Una delle ricostruzioni circolate nelle ultime ore sostiene che più mezzi aerei statunitensi abbiano partecipato alle operazioni di ricerca e che uno di loro si sia ritirato dopo essere finito sotto il fuoco. Tuttavia, il Canale 12 israeliano, citando una fonte occidentale, ha poi riferito che uno dei due membri dell’equipaggio americano sarebbe stato salvato ed evacuato dal sud dell’Iran, mentre stanno ancora andando avanti le ricerche per il secondo.

Al di là della sorte dei militari coinvolti, comunque, l’episodio ha un peso politico e militare rilevante. L’abbattimento del jet contraddice infatti una delle principali rivendicazioni dell’Amministrazione Trump, secondo cui la difesa aerea iraniana sarebbe stata ormai neutralizzata e Teheran non avrebbe più avuto la capacità di colpire in questo modo. La vicenda, suggerisce, piuttosto che l’Iran conserva ancora capacità operative significative, dai missili ai droni, fino ai sistemi antiaerei e alle difese costiere. A 5 settimane dall’inizio della guerra, la Repubblica islamica resta quindi una minaccia concreta per le forze americane, non solo sul piano simbolico, ma anche su quello operativo.

La notizia arriva mentre lo scontro tra Stati Uniti e Iran si è ulteriormente intensificato. Negli ultimi giorni Trump ha minacciato di bombardare l’Iran “fino a riportarlo all’età della pietra” e nelle ultime 24 ore i due Paesi si sono scambiati attacchi contro infrastrutture militari e civili nella regione. Ieri gli Stati Uniti hanno colpito un ponte autostradale vicino a Teheran e i media iraniani hanno parlato di 8 morti.

Dall’inizio della guerra, l’Iran ha risposto colpendo raffinerie, petroliere, depositi e altre infrastrutture energetiche nella regione, mentre Israele ha attaccato obiettivi simili in territorio iraniano. A pesare sull’economia globale è soprattutto il blocco iraniano dello Stretto di Hormuz, da cui passa circa un quinto del petrolio mondiale. Una stretta che, insieme agli attacchi, ha già contribuito a far salire i prezzi dell’energia.

Nelle stesse ore in cui si diffondeva la notizia dell’abbattimento del caccia americano, sono emerse anche nuove segnalazioni di danni a infrastrutture strategiche nel Golfo. La compagnia Kuwait Petroleum ha dichiarato che droni hanno colpito la raffineria di Mina al-Ahmadi, senza fornire altri dettagli. Il governo kuwaitiano ha, inoltre, accusato l’Iran di aver danneggiato un impianto energetico e di desalinizzazione. Ad Abu Dhabi, invece, le autorità hanno riferito che detriti caduti dopo l’intercettazione di un missile hanno provocato un incendio in un importante giacimento di gas, costringendo alla sospensione delle operazioni.

In questo quadro, Trump ha rilanciato la minaccia di colpire nuove infrastrutture energetiche iraniane, avvertendo che, se Teheran non riaprirà lo Stretto di Hormuz, gli Stati Uniti distruggeranno le centrali elettriche del Paese. La leadership iraniana, però, continua a mantenere una linea di sfida. Il portavoce del Ministero degli Esteri, Esmail Baghaei, ha dichiarato che, nelle condizioni attuali, negoziare con Washington è impossibile.

L’escalation militare si intreccia intanto con le scelte di politica interna americana. La Casa Bianca ha annunciato che chiederà al Congresso altri 1.500 miliardi di dollari per la difesa nell’anno fiscale 2027. Se approvata, la misura porterebbe la spesa militare statunitense al livello più alto della storia moderna. L’Amministrazione intende accompagnare questo aumento con 73 miliardi di dollari di tagli ad agenzie civili e alla sanità, oltre a maggiori fondi per il controllo della frontiera e per le espulsioni degli immigrati irregolari.

I circa 1.500 miliardi destinati al Pentagono equivalgono a circa il 4,5% del Pil americano e rappresenterebbero, al netto dell’inflazione, il maggiore aumento annuale della spesa militare statunitense dai tempi della guerra di Corea. Un incremento di questa portata rischia di aggravare ulteriormente la situazione del debito federale che già si avvicina alla pericolosa quota di 39 mila miliardi di dollari.

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C'è un paradosso che vale la pena notare in questa nuova guerra del petrolio. Il conflitto sta devastando il mercato del fossile ma sta anche, involontariamente, accelerando la transizione energetica.
Abbiamo di fronte un'opportunità, ma ora sta ai governi non sprecarla.
Ne parlo nella mia nuova newsletter, che esce sabato mattina su Substack.
Qui il link: substack.com/@marcocappato

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Perché Trump non ha previsto l'aumento del prezzo della benzina


L'attacco all'Iran ha provocato la parziale chiusura dello Stretto di Hormuz e il prezzo della benzina ha raggiunto i livelli più alti dal 2022. Il presidente continua a minimizzare, ma non considera che il mercato energetico è globale

Il 31 marzo il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti ha superato i 4 dollari al gallone, il livello più alto dal 2022, quando l'economia stava ancora assorbendo gli shock post-pandemia. La causa è la parziale chiusura dello Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo attraverso cui transita normalmente un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale, bloccato dall'Iran dall'inizio di marzo. Il presidente Trump, però, continua a sostenere che la situazione non rappresenta un problema. I mercati e i sondaggi dicono il contrario.

David Frum, editorialista dell'Atlantic, analizza in un articolo le ragioni di questa sottovalutazione e individua un errore ricorrente nella visione economica del presidente: il rifiuto di riconoscere che gli Stati Uniti fanno parte di un'economia globale.

Il 16 marzo, due settimane dopo l'inizio delle operazioni militari contro l'Iran, Trump ha dichiarato ai giornalisti di avere la situazione sotto controllo nello Stretto di Hormuz, affermando che gli Stati Uniti avevano distrutto più di 30 navi posamine iraniane. Nella stessa occasione ha aggiunto: "Noi riceviamo meno dell'1 per cento del nostro petrolio dallo stretto. Il Giappone ne riceve il 95 per cento, la Cina il 90 per cento". Come nota Frum, le cifre specifiche sono sbagliate: la Cina riceve circa il 40 per cento del suo petrolio dal Golfo Persico. Tuttavia il punto generale è corretto: il petrolio del Golfo va principalmente in Asia e quasi nulla arriva in Nord America.

Il problema, scrive Frum, è che questi dettagli geografici contano poco per i mercati energetici mondiali. La maggior parte del petrolio e del gas americano viene prodotta negli stessi Stati Uniti, e le importazioni provengono in larga misura da Canada e Messico. Ma il petrolio americano può essere caricato su una petroliera e spedito in Giappone o nell'Unione Europea se il prezzo all'estero sale. Il meccanismo globale di compravendita tende a equalizzare i prezzi ovunque. Per isolare il mercato interno, gli Stati Uniti dovrebbero smettere sia di esportare sia di importare petrolio, cosa che Trump non intende fare. Anzi, lo stesso presidente esorta continuamente altri Paesi a comprare energia americana. "Comprate dagli Stati Uniti, ne abbiamo in abbondanza", ha detto il 31 marzo.

L'editorialista dell'Atlantic sostiene che questa incapacità di comprendere il legame tra le forniture del Golfo Persico e il prezzo alla pompa per gli automobilisti americani potrebbe spiegare come Trump sia arrivato alla guerra con l'Iran. Una minaccia allo Stretto di Hormuz, scrive Frum, è probabilmente lo scenario più studiato e simulato nell'intero apparato militare statunitense. La sua complessità ha dissuaso i presidenti americani dall'attaccare l'Iran per quasi 50 anni, indipendentemente dalle provocazioni di Teheran.

"Nessun presidente è stato disposto a fare quello che io sono disposto a fare stasera", ha annunciato Trump quando i primi bombardamenti sono iniziati il 28 febbraio. La tesi di Frum è che Trump potrebbe essere stato il primo presidente a vedere questa guerra come una risposta proprio perché è stato il primo a non comprendere la domanda. La stessa logica che lo porta ad amare i dazi, come strumento per isolare l'economia americana dal resto del mondo, lo ha portato a sottovalutare le conseguenze economiche di un conflitto che coinvolge il più importante snodo energetico del pianeta.

Trump desidera un'economia americana separata dal resto del mondo, scrive Frum, e per questo ama i dazi, senza però riflettere su cosa significhino per i produttori americani, che ora devono pagare di più per materie prime come l'alluminio. Con l'energia, però, questo isolamento è impossibile. I mercati sono globali, i prezzi si allineano e una crisi nello Stretto di Hormuz si traduce in benzina più cara anche per chi dal Golfo Persico non importa quasi nulla.

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L'ossessione di Trump per la "tabella di marcia" in Iran nasconde il caos


L'espressione, ripetuta oltre 150 volte dalla sua presidenza, serve a proiettare un'immagine di competenza e controllo su un conflitto dai tempi e dagli obiettivi incerti

Qualunque cosa stia accadendo in Iran, che si tratti di indebolire la marina e le capacità missilistiche del paese, sostenere Israele o prevenire l'acquisizione di armi nucleari, l'amministrazione Trump ha una certezza da offrire all'opinione pubblica americana: la guerra è "in anticipo sulla tabella di marcia". Il presidente lo ha detto a CNN il 2 marzo ("un po' in anticipo"), poi a CBS News il 9 marzo ("molto in anticipo"), e infine in una riunione di gabinetto il 26 marzo, con un crescendo quasi parodistico: "Estremamente, davvero, molto in anticipo sulla tabella di marcia". Un'analisi del New York Times, firmata dall'editorialista Carlos Lozada, smonta questa formula retorica ricorrente, mostrandone le radici, le contraddizioni e la funzione politica.

Non è solo il presidente a ripetere questa espressione. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha dichiarato il conflitto in anticipo sui tempi. Lo stesso ha fatto il segretario alla Difesa Pete Hegseth, con una variazione: la guerra sarebbe "secondo i piani" e "in anticipo sul ritmo". Dopo i colloqui con i ministri degli Esteri del G7 la settimana scorsa, il segretario di Stato Marco Rubio ha detto che la guerra era "nei tempi o in anticipo sulla tabella di marcia".

Trump: "We've way ahead of schedule if you look at what we've done in terms of the destruction of that country" pic.twitter.com/S51uxAtmkc
— Aaron Rupar (@atrupar) March 26, 2026


Secondo l'analisi di Lozada, affermare che una guerra è nei tempi previsti, o addirittura in anticipo, è un esercizio di illusione: serve a proiettare competenza, controllo e successo. Se esiste una tabella di marcia, deve esistere un piano; se si è in anticipo, il piano funziona. E, elemento cruciale per questo presidente, una tabella di marcia implica una data di fine del conflitto, coerente con la promessa elettorale di non impegnarsi in guerre infinite.

L'espressione ha radici nel passato imprenditoriale di Trump. Nel suo primo libro, The Art of the Deal, si vantava costantemente di completare i progetti "in anticipo sulla tabella di marcia" e "sotto budget". Ma non si faceva scrupoli a manipolare le apparenze: nel libro racconta di aver ordinato a un'impresa di far muovere macchinari avanti e indietro in un cantiere di Atlantic City perché il consiglio di amministrazione, in visita quel giorno, pensasse che i lavori procedessero spediti.

Philip Bump, giornalista di MSNow, ha contato oltre 150 occasioni in cui Trump ha usato l'espressione "in anticipo sulla tabella di marcia" da presidente, applicandola a qualsiasi cosa: dalla riforma sanitaria per i veterani ai progressi nell'istruzione. L'origine di questa ossessione, scrive Bump, risale al rapido completamento della pista di pattinaggio Wollman a Central Park negli anni Ottanta, un successo che Trump ha trasformato in mito fondativo della propria immagine pubblica.

Trump: “The military is building a massive complex under the ballroom, and that’s under construction, and we’re doing very well, so we’re ahead of schedule”
pic.twitter.com/i5f1MHHLkk
— Republicans against Trump (@RpsAgainstTrump) March 30, 2026


In effetti, l'espressione ha avuto almeno un uso legittimo: durante la pandemia di Covid-19, l'operazione Warp Speed per lo sviluppo dei vaccini ha superato i tempi standard di diversi anni, un risultato straordinario. Ma nel secondo mandato le "tabelle di marcia" sono diventate sempre più sconcertanti: Trump le ha applicate alla costruzione della sala da ballo della Casa Bianca (i cui piani sembrano ancora in evoluzione e i cui lavori sono stati bloccati da un giudice federale martedì), all'andamento dell'economia ("anni in anticipo") e persino al Dow Jones, che avrebbe raggiunto quota 50.000 "tre anni in anticipo sulla tabella di marcia", come se esistesse un calendario prestabilito per i movimenti di borsa.

Le tempistiche dichiarate dall'amministrazione per la guerra in Iran sono state erratiche. All'inizio del conflitto, Trump ha parlato di "quattro o cinque settimane", il punto a cui ci si trova ora. A metà marzo ha detto che avrebbe saputo quando la guerra sarebbe finita "quando lo sentirò nelle ossa". Il 20 marzo ha ipotizzato di "ridurre" le operazioni perché gli Stati Uniti erano "molto vicini" al completamento degli obiettivi. Le minacce di colpire le centrali elettriche iraniane se l'Iran non avesse riaperto lo Stretto di Hormuz hanno continuato a slittare: prima 48 ore, poi cinque giorni, poi altri dieci, fino a svuotare di significato qualsiasi scadenza.

Martedì sera il presidente ha dichiarato che le truppe "se ne andranno molto presto", nel giro di due o tre settimane, un orizzonte che supera la previsione iniziale. Eppure nessuno nell'amministrazione ammette un ritardo, anche perché Trump ha anche detto che la guerra è "già vinta". E la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, lunedì ha corretto la stima originale, affermando che il presidente "ha sempre detto" che la guerra sarebbe durata da quattro a sei settimane, aggiungendo una settimana alla previsione iniziale. Martedì mattina Hegseth ha suggerito che le tempistiche contraddittorie sono un'ambiguità deliberata: "Ha detto quattro-sei settimane, sei-otto settimane, tre, potrebbe essere qualsiasi numero. Ma non riveleremmo mai esattamente quale sia".

Lozada ricorda che le guerre americane del passato hanno prodotto le proprie illusioni. In Vietnam i funzionari usavano il conteggio dei nemici uccisi come indicatore di progresso. Il generale William Westmoreland parlò della "luce in fondo al tunnel" alla fine del 1967, pochi mesi prima che l'offensiva del Tet smentisse ogni ottimismo. In Afghanistan, per vent'anni, varie metriche, come la crescita delle forze di sicurezza afghane, si rivelarono immaginarie. In Iran, osserva Lozada, la tabella di marcia è l'illusione più malleabile: in una guerra dagli obiettivi mutevoli, qualsiasi calendario vale quanto un altro, e dichiarare di essere "in anticipo" serve a gestire il ciclo delle notizie, influenzare i mercati e tenere insieme una coalizione politica che si sta fratturando.

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Perché il nuovo tentativo di Trump di regolare il voto postale sarà un fallimento


Il presidente vuole che il servizio postale rifiuti le schede di chi non compare in una lista federale di cittadini, ma la Costituzione non gli dà questo potere. L'obiettivo reale potrebbe essere un altro.

Donald Trump ha firmato martedì un nuovo ordine esecutivo sulle elezioni che, tra le altre cose, incarica il Dipartimento della sicurezza interna di creare un elenco di tutti i cittadini americani maggiorenni e ordina al servizio postale degli Stati Uniti di rifiutare le schede elettorali inviate per posta se il nome del votante non compare in una lista di elettori idonei fornita dallo Stato mesi prima del voto. Si tratta del secondo ordine esecutivo di Trump in materia elettorale dopo quello firmato a marzo 2025, che è già stato in gran parte bloccato dai tribunali.

Secondo un'analisi pubblicata da Slate, rivista online americana che si occupa di politica, cultura e attualità con un taglio orientato a sinistra, l'ordine è destinato a subire la stessa sorte del precedente. A scriverla è Richard L. Hasen, giurista esperto di diritto elettorale. La tesi centrale è che il provvedimento sia non solo incostituzionale ma anche materialmente inapplicabile prima delle elezioni di novembre, e che il suo vero scopo sia alimentare confusione e sfiducia nel sistema elettorale americano.

Il problema giuridico di fondo è che la Costituzione americana non assegna al presidente alcun ruolo nella gestione delle elezioni. Lo ha stabilito con chiarezza la giudice federale Colleen Kollar-Kotelly quando ha bloccato parti del primo ordine esecutivo di Trump sulle elezioni, scrivendo che la Costituzione non consente al presidente di imporre modifiche unilaterali alle procedure elettorali federali. L'articolo 1, sezione 4, della Costituzione attribuisce agli Stati il potere di stabilire le regole per le elezioni al Congresso, con la possibilità per il Congresso stesso di intervenire. Il decimo emendamento riserva inoltre agli Stati il diritto di gestire le proprie elezioni locali. Il presidente, in questo quadro, non ha competenze.

Il nuovo ordine esecutivo presenta anche un altro problema costituzionale: tenta di esercitare un controllo diretto sul servizio postale, che il Congresso ha trasformato in agenzia indipendente con il Postal Reorganization Act del 1970. Trump aveva già tentato di dare ordini a un'altra agenzia indipendente, la Election Assistance Commission, con il primo ordine esecutivo sulle elezioni, ma i tribunali glielo hanno impedito. È probabile, secondo l'analisi di Hasen, che accada lo stesso con il servizio postale.

C'è poi la questione pratica dei tempi. L'ordine prevede complesse procedure di regolamentazione sia per il Dipartimento della sicurezza interna sia per il servizio postale, oltre a nuove regole per gli Stati su questioni come il tipo di buste da utilizzare e i sistemi di tracciamento delle schede. Cambiamenti di questa portata non possono essere realizzati in pochi mesi, come ha dimostrato l'esperienza caotica delle elezioni del 2020 durante la pandemia. A questo si aggiunge un problema specifico: il nuovo ordine non prevede alcun meccanismo per gli elettori che si trasferiscono in un nuovo Stato o si registrano per la prima volta nelle settimane precedenti il voto, che resterebbero esclusi dal voto per posta perché non presenti nella lista dello Stato.

Hasen nota che il provvedimento firmato da Trump è più debole di quanto i sostenitori delle teorie sulla frode elettorale sperassero. Una bozza di ordine esecutivo trapelata al Washington Post prevedeva la dichiarazione di emergenza nazionale e il controllo presidenziale su tutti gli aspetti delle elezioni federali, dalla registrazione alle macchine per il voto, con il divieto quasi totale del voto per posta. Trump ha optato per una versione ridimensionata, che tuttavia resta illegale secondo l'analisi del giurista.

Lo stesso Trump sembra consapevole delle difficoltà legali. Al momento della firma ha dichiarato alla stampa che l'ordine verrà probabilmente impugnato, attaccando preventivamente i giudici che potrebbero bloccarlo. Secondo Hasen, questo conferma che l'obiettivo non è vincere in tribunale ma mantenere viva la narrazione secondo cui il voto per posta è sinonimo di brogli, cosa che Trump sostiene senza prove. L'effetto, scrive Hasen, è duplice: da un lato convince i suoi sostenitori che i democratici hanno bisogno di imbrogliare per vincere, dall'altro mette in dubbio le regole del voto a pochi mesi dalle elezioni, scoraggiando la partecipazione e alimentando sfiducia nella democrazia. Il rischio, secondo il giurista, è che il danno alla fiducia nel sistema elettorale sopravviva a lungo all'ordine esecutivo stesso, che potrebbe essere bloccato dai tribunali nel giro di giorni.

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La commissione controllata da Trump approva la sala da ballo della Casa Bianca


Il voto arriva pochi giorni dopo che un giudice federale ha ordinato lo stop ai lavori. I repubblicani al Congresso non sembrano avere fretta di intervenire.
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La National Capital Planning Commission, l'agenzia federale che supervisiona le costruzioni su suolo pubblico nell'area di Washington, ha approvato giovedì il progetto della nuova sala da ballo della Casa Bianca voluta dal presidente Trump. Il voto, 8 a 1, arriva però in un momento di forte incertezza giuridica: martedì un giudice federale ha ordinato la sospensione dei lavori, stabilendo che il presidente non può procedere senza l'autorizzazione del Congresso.

La commissione, composta da dodici membri, è stata rimodellata lo scorso anno da Trump, che ha rimosso tutti i commissari nominati dal suo predecessore Joe Biden e li ha sostituiti con propri alleati. A presiederla è Will Scharf, segretario dello staff della Casa Bianca e in passato avvocato personale di Trump. L'unico voto contrario è arrivato da Phil Mendelson, democratico e presidente del consiglio municipale di Washington. Due commissari si sono astenuti votando "presente". Mendelson ha criticato le dimensioni del progetto e la rapidità del processo di approvazione. "È semplicemente troppo grande", ha detto.

Il progetto prevede la costruzione di un edificio di circa 8.400 metri quadrati su due piani, con una capacità di quasi mille posti, nel punto dove sorgeva la East Wing, l'ala est della Casa Bianca demolita nell'ottobre scorso per volontà di Trump. Il costo stimato è di 400 milioni di dollari, finanziati interamente da donazioni private. Tra i donatori ci sono grandi aziende come Amazon, Google e Palantir, tutte titolari di contratti miliardari con il governo federale, un dato che ha sollevato interrogativi su possibili conflitti di interesse.
Render, White House
Il voto della commissione era previsto già a marzo, ma era stato rinviato a causa della valanga di commenti pubblici ricevuti: circa 32.000 secondo il New York Times, la stragrande maggioranza contrari al progetto. Il Washington Post ha rilevato che oltre il 97% dei commenti era critico. Prima del voto di giovedì, circa quaranta persone hanno protestato fuori dalla sede della commissione con cartelli contro il progetto.

La vera incognita è ora lo scontro legale. Martedì il giudice federale Richard Leon ha ordinato la sospensione dei lavori, stabilendo che il presidente non ha l'autorità di finanziare un progetto di queste dimensioni attraverso donazioni private senza il consenso del Congresso. Leon, nominato dal presidente repubblicano George W. Bush, ha scritto nella sentenza che il presidente è il "custode" della Casa Bianca per le future generazioni, non il proprietario. Il giudice ha concesso due settimane per presentare ricorso e ha escluso dall'ingiunzione i lavori necessari alla sicurezza dell'edificio.

Trump ha immediatamente annunciato il ricorso, definendo la sentenza "egregia", e ha contestato la necessità di un'autorizzazione del Congresso. "Abbiamo costruito molte cose alla Casa Bianca nel corso degli anni. Non si chiede l'approvazione del Congresso", ha detto ai giornalisti nello Studio Ovale. Il presidente sembra inoltre intenzionato a sfruttare l'eccezione prevista dal giudice per i lavori di sicurezza: ha sottolineato che il progetto include un tetto a prova di droni, vetri antiproiettile, bunker, un ospedale e strutture di telecomunicazione sicure.
Lavori di demolizione a dicembre 2025, G. Edward Johnson
Sul fronte politico, i repubblicani al Congresso non mostrano fretta di intervenire. Se il ricorso dovesse fallire, i legislatori dovrebbero scegliere se approvare una legge che autorizzi esplicitamente la costruzione, un passo che li esporrebbe alle critiche dei democratici. Come ha scritto Politico, la maggior parte dei repubblicani con competenza diretta sulla materia non ha risposto alle richieste di commento. I portavoce dei presidenti delle commissioni competenti alla Camera e al Senato, il deputato Bruce Westerman dell'Arkansas e il senatore Mike Lee dello Utah, non hanno rilasciato dichiarazioni.

I democratici hanno già trasformato la sala da ballo in un argomento elettorale. La deputata Rosa DeLauro del Connecticut, prima democratica nella commissione bilancio della Camera, ha dichiarato che il progetto è un test chiaro sulle priorità repubblicane: i legislatori possono scegliere se riaprire il Department of Homeland Security, attualmente in shutdown, oppure autorizzare la costruzione di una sala da ballo da 400 milioni di dollari per ospitare amici miliardari del presidente.

Il progetto è impopolare anche tra gli elettori. Secondo un sondaggio Economist/YouGov condotto tra il 27 e il 30 marzo, il 56% degli americani disapprova le ristrutturazioni della Casa Bianca volute da Trump, mentre solo il 28% le sostiene. Un sondaggio precedente dello stesso istituto, condotto a febbraio, mostrava dati simili: il 58% degli intervistati si dichiarava contrario alla demolizione della East Wing per costruire la sala da ballo, contro un 25% favorevole.

Le divisioni attraversano anche le linee di partito. Tra gli elettori che nel 2024 hanno votato per Trump, il 57% approva il progetto, ma il 24% lo boccia. Tra i repubblicani registrati il sostegno si ferma al 56%, con un 22% contrario. Persino tra i sostenitori del movimento MAGA, il 13% si oppone.

Trump ha descritto il progetto come una priorità assoluta, sostenendo che i presidenti hanno bisogno di uno spazio permanente per ricevere dignitari stranieri e ospiti di alto livello, senza dover ricorrere alle tende montate sul prato sud della Casa Bianca. Giovedì sera, su Truth Social, ha celebrato l'approvazione definendo la sala da ballo "la più grande e bella del suo genere al mondo". Prima del voto, la Casa Bianca ha presentato alcune modifiche al progetto, tra cui l'eliminazione di una scalinata giudicata inutile e troppo grande dai critici.

La commissione ha anche derogato alle proprie procedure standard, approvando in un'unica seduta sia i piani preliminari sia quelli definitivi, un processo che normalmente si sviluppa in più riunioni nell'arco di mesi. A titolo di confronto, l'approvazione di una recinzione perimetrale della Casa Bianca richiese quattro passaggi in nove mesi tra il 2016 e il 2017. I critici vedono in questa accelerazione un'ulteriore conferma di come Trump abbia piegato i processi istituzionali per portare avanti il progetto prima della fine del suo mandato nel 2029.

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Gianmarco Mazzi nuovo ministro del Turismo, alle 10 il giuramento al Quirinale: prende il posto di Daniela Santanché


@Politica interna, europea e internazionale
È Gianmarco Mazzi il nuovo ministro del Turismo: il sottosegretario al ministero della Cultura ha giurato al Quirinale. È l’ex manager dello spettacolo, quindi, il nome scelto da Giorgia Meloni per sostituire Daniela Santanché, l’ex ministra

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Gli Stati Uniti bombardano un ponte civile vicino a Teheran. Trump: "C'è molto altro in arrivo"


L'attacco segna un'escalation nella campagna militare americana. Intanto, l'intelligence dipinge un quadro diverso dalle dichiarazioni ottimiste della Casa Bianca: metà dei lanciatori di missili iraniani sarebbe ancora pienamente operativa.

Gli Stati Uniti hanno colpito ieri per la prima volta una grande infrastruttura civile in Iran, poche ore dopo che Donald Trump aveva minacciato in un discorso alla nazione di riportare il Paese "all'età della pietra". Il bersaglio è stato il ponte B-1 vicino a Teheran, che collega la capitale con il sobborgo di Karaj. Secondo le autorità statunitensi, ufficialmente l'attacco serviva a impedire alle Forze Armate iraniane di trasferire armi attraverso il ponte. I media di Stato iraniani hanno parlato di 8 morti e 95 feriti tra i civili.

Il raid segna un possibile allargamento della campagna americana, finora concentrata soprattutto su obiettivi militari. Un funzionario della difesa Usa, citato da Axios, ha detto che altri ponti potrebbero essere colpiti. Trump ha rivendicato l'operazione su Truth Social, scrivendo che "il ponte più grande dell'Iran è stato abbattuto, per non essere mai più usato" e aggiungendo che "c'è molto altro in arrivo". Nello stesso messaggio ha intimato a Teheran di raggiungere un accordo "prima che sia troppo tardi".

Secondo i funzionari americani, il ponte era usato dalle forze iraniane per trasferire di nascosto missili e componenti missilistici da Teheran verso siti di lancio nell'Iran occidentale. Un secondo funzionario lo ha definito una rotta logistica pensata per sostenere la capacità iraniana di lancio di missili balistici e droni d'attacco, senza però chiarire se fosse davvero operativa al momento del bombardamento. La missione iraniana alle Nazioni Unite ha invece denunciato su X gli attacchi americani e israeliani contro obiettivi civili. Anche il Ministro degli Esteri iraniano ha sostenuto che colpire strutture civili, "compresi ponti in costruzione", non costringerà il Paese ad arrendersi.

Iran: cosa dice davvero l'intelligence Usa

Analisi
Iran: il divario tra Casa Bianca e intelligence
Raid sul ponte B-1, arsenale residuo e critiche politiche — aprile 2026

Raid Arsenale Politica Cronologia

L'attacco al ponte B-1

Ponte B-1
Teheran–Karaj, prima infrastruttura civile colpita dagli Usa dall'inizio del conflitto

8 + 95
Rispettivamente, morti e feriti secondo i media di Stato iraniani

Cosa dicono le due parti

Versione Usa
Il ponte serviva a trasferire missili e componenti verso siti di lancio nell'Iran occidentale

Un funzionario lo ha definito una rotta logistica per sostenere i missili balistici e i droni d'attacco. Non è stato precisato se fosse operativa al momento del raid.

Versione Iran
Attacco a infrastrutture civili che non costringerà l'Iran alla resa

Il ministro degli Esteri iraniano ha parlato di obiettivi civili e "ponti incompiuti". La missione iraniana all'ONU ha denunciato i raid americani ed israeliani contro target civili.

Le parole di Trump

"All'età della pietra"
Minaccia di Trump nel discorso alla nazione, prima del raid

Su Truth Social ha poi rivendicato l'attacco: il ponte "crolla, per non essere mai più usato". Ha intimato a Teheran di raggiungere un accordo "prima che sia troppo tardi" e annunciato che "c'è molto altro in arrivo".

Stime intelligence Usa vs Casa Bianca

Lanciatori missilistici neutralizzati

Intelligence

~50%

Casa Bianca

~90%

NB: alcuni dei lanciatori di missili restanti potrebbero essere sepolti o bloccati in tunnel

Droni distrutti

Intelligence

~50%

Casa Bianca

>80%

Migliaia di droni ancora a disposizione nell'arsenale di Teheran secondo l'intelligence

Impianti di produzione colpiti

Intelligence

n.d.

Casa Bianca

Due terzi degli impianti danneggiati o distrutti secondo la Casa Bianca

Cosa resta operativo

−90%
Riduzione attacchi con missili balistici e droni kamikaze sulle forze Usa dall'inizio del conflitto (dato Pentagono)

Intatti
Missili cruise costieri e forze navali dei Pasdaran a Hormuz

2-3 settimane
Previsione di Trump per concludere le operazioni

Una fonte che ha esaminato la valutazione dell'intelligence definisce irrealistica questa previsione. La rete di tunnel e caverne iraniana rende difficile neutralizzare i lanciatori di missili rimasti.

Scontro politico a Washington

NATO: Trump minaccia il ritiro
1 aprile — Accusa l'Alleanza di non aver sostenuto l'operazione in Iran

I due senatori alla guida della Commissione Vigilanza del Senato, Tillis e Shaheen, definiscono l'ipotesi un "sogno che si avvera" per Putin e Xi. McConnell e Coons hanno difeso l'Alleanza ricordando il sostegno post-11 settembre. Una norma del 2023 impedisce il ritiro senza il voto dei due terzi del Senato.

Spesa sociale: fondi alla Difesa
Pranzo di Pasqua, 1 aprile

Trump propone di trasferire agli Stati la gestione di asili nido, Medicaid e Medicare, per concentrare la spesa federale sulla difesa. La Casa Bianca ha poi precisato che il riferimento era alla lotta alle frodi, ma il discorso verteva su chi dovesse finanziare questi programmi.

Pentagono vs intelligence
Versioni contrastanti sull'andamento della guerra

Il portavoce del Pentagono, Sean Parnell, ha definito "completamente sbagliata" la ricostruzione della CNN basata sulle fonti di intelligence. La portavoce della Casa Bianca, Anna Kelly, parla di Iran "decimato" e "schiacciante superiorità aerea".

Tocca un evento per i dettagli

1 Aprile
Trump valuta l'uscita dalla NATO

Accusa l'Alleanza di non aver sostenuto l'operazione con Israele. Anche Rubio evoca una revisione della partecipazione Usa. Senatori bipartisan criticano duramente l'ipotesi.

1 Aprile
Pranzo di Pasqua: meno welfare, più difesa

Trump propone di trasferire la gestione di Medicaid, Medicare e asili nido agli Stati per concentrare le risorse federali sulla guerra.

1 Aprile, sera
Discorso alla nazione: Trump minaccia "l'età della pietra" per l'Iran

Dichiara che la capacità missilistica iraniana è stata "drasticamente ridotta" e annuncia altre 2-3 settimane per concludere le operazioni.

2 Aprile
Raid Usa sul ponte B-1 (Teheran–Karaj)

Prima grande infrastruttura civile iraniana colpita dai bombardamenti. 8 morti e 95 feriti secondo Teheran. Funzionari Usa avvertono: altri ponti potrebbero fare la syessa fine.

Stesso giorno
CNN rivela la valutazione dell'intelligence

Circa metà dei lanciatori di misili iraniani sarebbero ancora disponibili, migliaia di droni ancora nell'arsenale, missili costieri intatti. Un quadro ben "più complesso" rispetto alla narrazione ufficiale.

Fonti: CNN, Axios, New York Times, The Guardian · aprile 2026

Quello che dice l'intelligence vs la Casa Bianca


Il nuovo attacco arriva mentre una valutazione dell'intelligence statunitense, riportata dalla CNN, racconta una realtà ben diversa da quella presentata pubblicamente dall'Amministrazione Trump riguardo le capacità militari iraniane. Tre fonti hanno riferito che circa metà dei lanciatori di missili iraniani sarebbe infatti ancora disponibile, anche se il totale potrebbe includere mezzi oggi inaccessibili perché sepolti o bloccati sottoterra. La stessa valutazione indica che migliaia di droni iraniani restano a disposizione nell'arsenale del Paese — circa metà delle capacità iniziali — e che una parte consistente dei missili cruise costieri è rimasta intatta.

Il quadro che emerge è nettamente diverso dai toni usati da Trump e dalla sua Amministrazione. Nel discorso di mercoledì sera, il presidente aveva sostenuto che la capacità iraniana di lanciare missili e droni è stata "drasticamente ridotta" e che fabbriche di armi e lanciatori di missili iraniani venivano distrutti ogni giorno. Anche il Pentagono ha fatto sinora notare soprattutto il calo degli attacchi: il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha affermato più volte che gli attacchi iraniani condotti con missili balistici e droni kamikaze contro le forze americane sono diminuiti del 90% dall'inizio del conflitto.

La Casa Bianca respinge con fermezza questa ricostruzione. La portavoce Anna Kelly ha dichiarato che l'Iran è stato decimato sul piano militare, che la Marina iraniana è stata annientata, che due terzi degli impianti di produzione sono stati danneggiati o distrutti e che Stati Uniti e Israele hanno una schiacciante superiorità aerea. Anche il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha definito "completamente sbagliata" la ricostruzione della CNN, sostenendo invece che gli Stati Uniti siano in anticipo rispetto ai propri obiettivi militari.

Ma dietro questo scontro di versioni emergono sempre di più i segnali di una guerra più lunga e più complicata di quanto Trump lasci intendere. Una fonte che ha esaminato la valutazione dell'intelligence ha definito irrealistico l'obiettivo indicato dal presidente, che mercoledì sera ha parlato di 2 o 3 settimane per concludere le operazioni militari. La capacità iraniana di nascondere i lanciatori di missili in una rete estesa di tunnel e caverne continua a rendere difficile neutralizzarli. Restano inoltre rilevanti le capacità di attacchi nel Golfo, in particolare nello Stretto di Hormuz, dove l'Iran conserva buona parte delle forze navali dei Guardiani della Rivoluzione.

Da Teheran a Washington: i fronti politici aperti da Trump


La guerra con l'Iran sta intanto producendo nuove tensioni politiche nella capitale americana. Secondo la CNN, durante un pranzo privato tenutosi il 1° aprile, Trump ha detto che il governo federale dovrebbe spendere meno per sanità e assistenza all'infanzia e concentrarsi maggiormente invece sulla difesa. Ha sostenuto che programmi come asili nido, Medicaid e Medicare dovrebbero essere gestiti dagli Stati e non dal governo federale. La Casa Bianca ha poi precisato che Trump stava parlando soprattutto della necessità di contrastare le frodi in questi programmi, ma il suo intervento riguardava in realtà soprattutto chi dovesse finanziarli.

Ma anche i suoi attacchi alla NATO hanno provocato frizioni politiche, persino tra i repubblicani. I senatori Thom Tillis (R-N.C.) e Jeanne Shaheen (D-N.H.), alla guida della Commissione Vigilanza del Senato, hanno definito l'idea di un ritiro americano dall'Alleanza Atlantica come un "sogno che si avvera" per Vladimir Putin e Xi Jinping. Il giorno prima anche i senatori Mitch McConnell (R-Ky.) e Chris Coons (D-De.) avevano difeso la NATO dagli attacchi di Trump, ricordando il sostegno dato agli Stati Uniti dopo l'11 settembre e il sacrificio dei soldati alleati in Afghanistan e in Iraq.

Trump ha detto il 1° aprile di stare valutando seriamente l'uscita degli Stati Uniti dall'Alleanza Atlantica, accusando la NATO di non avere sostenuto l'operazione militare congiunta con Israele contro l'Iran. Anche il Segretario di Stato Marco Rubio ha evocato una revisione della partecipazione americana all'Alleanza dopo la fine della guerra. Ma una norma inserita nella legge di bilancio della difesa per l'anno fiscale 2024, approvata nel dicembre 2023, impedisce al presidente di ritirare gli Stati Uniti dalla NATO senza il voto favorevole di due terzi del Senato o un atto separato del Congresso, ostacolando i possibili piani della Casa Bianca.

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Hegseth manda via il capo di stato maggiore dell'esercito


Pete Hegseth ha chiesto al generale Randy George di andare in pensione con effetto immediato. Rimossi anche altri due generali. È l'ultimo di una lunga serie di licenziamenti ai vertici militari
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Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha costretto alle dimissioni il capo di stato maggiore dell'esercito americano, il generale Randy George, chiedendogli di andare in pensione con effetto immediato. La notizia, confermata dal portavoce del Pentagono Sean Parnell con un post su X, arriva mentre gli Stati Uniti sono impegnati in una guerra contro l'Iran il cui esito resta incerto. Insieme a George, Hegseth ha rimosso altri due generali dell'esercito: il capo dei cappellani militari, il generale di divisione William Green, e il comandante dell'Army Transformation and Training Command, il generale David Hodne.

George, ufficiale di fanteria diplomato alla prestigiosa accademia militare di West Point nel 1988, era stato nominato capo di stato maggiore dell'esercito nel settembre 2023 dall'allora presidente Joe Biden. Il suo mandato sarebbe dovuto durare fino all'estate 2027. Il suo profilo era considerato problematico dall'entourage di Hegseth soprattutto per un motivo: durante l'amministrazione Biden, George aveva ricoperto il ruolo di principale assistente militare del segretario alla Difesa Lloyd Austin. Secondo quanto riportato da CNN, quel legame con Austin era visto da Hegseth come un marchio negativo, nonostante il ruolo di assistente militare del segretario alla Difesa sia tradizionalmente considerato apolitico e riservato ai migliori ufficiali.

Il licenziamento è avvenuto in modo brusco. Secondo fonti del Pentagono citate da CNN, i vertici dell'esercito sono stati colti di sorpresa dall'annuncio, apprendendo la notizia insieme al resto del dipartimento della Difesa al momento della comunicazione pubblica. George ha ricevuto la telefonata di Hegseth mentre si trovava in una riunione. Ha poi parlato di persona al suo staff, che secondo un funzionario ha accolto la notizia con grande compostezza.

"Non sembra una decisione molto ponderata", ha commentato un funzionario americano alla CNN, sottolineando come la rimozione di uno dei membri dello stato maggiore congiunto avvenga nel pieno di un conflitto con l'Iran, proprio mentre l'esercito, sotto la guida di George, sta dispiegando forze e fornisce capacità di difesa aerea e missilistica integrate alla forza congiunta.
Daniel Marble / Fort Benning Public Affairs Office
Il successore più probabile è il generale Christopher LaNeve, attuale vice capo di stato maggiore dell'esercito, che assumerà il ruolo ad interim. Secondo diverse fonti citate da NBC News e CNN, Hegseth aveva spinto per insediare LaNeve nella posizione di vice capo proprio in vista di questa successione. LaNeve era stato in precedenza assistente militare di Hegseth e aveva attirato l'attenzione del presidente Trump il giorno stesso dell'insediamento, quando aveva chiamato durante il ballo inaugurale dalla Corea del Sud per congratularsi. Trump lo aveva elogiato pubblicamente.

La rimozione di George si inserisce in una serie ormai lunga di epurazioni ai vertici delle forze armate americane dall'inizio del secondo mandato di Trump. Hegseth ha rimosso o messo da parte oltre una dozzina tra generali e ammiragli. Tra i più importanti, il presidente delle riunioni congiunte dei capi di stato maggiore CQ Brown, l'ammiraglio Lisa Franchetti a capo della Marina, l'ammiraglio Linda Fagan a capo della Guardia costiera, il tenente generale Jeffrey Kruse a capo dell'agenzia di intelligence della Difesa e il vice ammiraglio Shoshana Chatfield, rappresentante militare americana presso il comitato militare della NATO. Il caso di Kruse è legato a una valutazione della sua agenzia che indicava come gli attacchi americani alle strutture nucleari iraniane fossero meno estesi di quanto Trump avesse dichiarato.

Hegseth ha sostenuto di voler semplicemente scegliere i comandanti più adatti a dirigere l'esercito con il bilancio più grande al mondo. I parlamentari democratici hanno espresso preoccupazione per una possibile politicizzazione delle forze armate, tradizionalmente più isolate dalle dinamiche politiche rispetto al resto dell'apparato statale americano.

Quanto al generale George, la sua carriera militare comprende servizio in Iraq e Afghanistan e il comando di alcune delle principali unità da combattimento dell'esercito, tra cui la 173rd Airborne Brigade Combat Team e la 4th Infantry Division. Durante il suo mandato come capo di stato maggiore, ha guidato la transizione dell'esercito dall'era della guerra al terrorismo verso una forza pensata per conflitti su larga scala, investendo in tecnologia dei droni e sistemi d'arma a lungo raggio. Ha anche ridotto il numero dei generali in servizio e snellito le strutture per rendere la forza più agile.

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La rassegna stampa di venerdì 3 aprile 2026


Trump licenzia la Procuratrice generale Bondi e rimuove il capo dell'Esercito mentre continua la guerra in Iran con crescenti costi economici

Questa è la rassegna stampa di venerdì 3 aprile 2026

Trump licenzia la Procuratrice generale Pam Bondi


Il Presidente Trump ha licenziato la Procuratrice generale Pam Bondi dopo 14 mesi di mandato turbolento, sostituendola temporaneamente con il suo vice Todd Blanche. La rimozione è avvenuta nonostante la lealtà dimostrata da Bondi, apparentemente a causa della sua gestione dei file Epstein e del fallimento nel perseguire efficacemente i nemici politici del Presidente.

Fonti: New York Times, Bloomberg, The Guardian

Hegseth licenzia il Generale Randy George, capo dell'Esercito


Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha rimosso il Generale Randy George dal ruolo di capo di stato maggiore dell'Esercito, l'ultimo in una serie di epurazioni ai vertici militari sotto l'Amministrazione Trump. La decisione ha provocato rabbia e frustrazione tra gli alti ufficiali dell'Esercito.

Fonti: New York Times, BBC, The Guardian

La guerra in Iran causa ritardi nelle forniture militari al Giappone


L'ordine del Giappone per centinaia di missili Tomahawk dagli Stati Uniti è stato ritardato a causa dell'uso delle scorte americane nella guerra contro l'Iran. Questo rappresenta l'ultimo esempio di come il conflitto stia assorbendo risorse destinate alla difesa contro la Cina, il principale rivale strategico di Washington.

Fonti: Bloomberg

La portaerei USS Gerald R. Ford torna verso il Medio Oriente


La più grande portaerei del mondo, la USS Gerald R. Ford, ha lasciato la Croazia dopo le riparazioni e si dirige verso il Medio Oriente per rafforzare gli asset militari americani nella regione. La nave aveva subito danni nelle operazioni precedenti contro l'Iran.

Fonti: The Hill

Trump impone dazi del 100% sui farmaci di marca


Il Presidente ha firmato un ordine esecutivo che impone dazi del 100% sui farmaci di marca importati, citando la dipendenza degli Stati Uniti dalle importazioni. Le aziende farmaceutiche o i Paesi che concluderanno accordi sui prezzi o investimenti negli USA potranno ottenere dazi ridotti o esenzioni.

Fonti: The Hill, Wall Street Journal, The Guardian

I mercati obbligazionari reagiscono alla minaccia di crescita dalla guerra in Iran


I gestori di fondi stanno acquistando massicciamente obbligazioni dopo il forte sell-off del mercato, spostando l'attenzione dai timori inflazionistici ai probabili danni economici causati dal conflitto in Medio Oriente. Il petrolio e i mercati energetici continuano a essere volatili.

Fonti: Financial Times

La Commissione approva il progetto della sala da ballo di Trump alla Casa Bianca


La Commissione Nazionale per la Pianificazione Capitale ha approvato i piani per una vasta sala da ballo nell'Ala Est della Casa Bianca, nonostante circa 32.000 commenti per lo più negativi arrivati da tutto il Paese. Il progetto deve ancora superare diversi ostacoli legali.

Fonti: New York Times, The Hill

Hegseth autorizza i militari a portare armi personali nelle basi


Il Segretario alla Difesa ha firmato un memorandum che permette al personale militare di richiedere il permesso di portare armi da fuoco personali nelle installazioni militari. La nuova politica, secondo Hegseth, permetterà ai soldati di difendersi in caso di attacco.

Fonti: The Guardian, The Hill

Cuba libera oltre 2.000 prigionieri in grazia di massa


Il governo cubano ha autorizzato il rilascio di 2.010 prigionieri in una grazia generale descritta come gesto umanitario durante la Settimana Santa. Non è chiaro se sia collegata ai negoziati in corso tra Cuba e gli Stati Uniti, ma arriva mentre l'isola inizia a vedere sollievo dal blocco energetico.

Fonti: New York Times, Bloomberg

Un bambino di sette mesi ucciso a colpi di arma da fuoco a New York


Un bambino di sette mesi è stato ucciso mentre si trovava nel passeggino durante quella che la polizia definisce una sparatoria legata alle gang a New York City. Il bambino è considerato una vittima involontaria dell'episodio di violenza urbana che ha scosso la città.

Fonti: BBC

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Cosa significa per il software libero e open source il divieto di utilizzo dei router da parte della FCC.

La scorsa settimana, la Federal Communications Commission degli Stati Uniti (FCC) ha vietato la vendita di tutti i nuovi modelli di router domestici non prodotti negli Stati Uniti, ovvero... tutti.

La motivazione addotta è che i router “comportano un rischio inaccettabile per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti o per la sicurezza e l'incolumità delle persone statunitensi”.

Un produttore di router può richiedere un'esenzione di “Approvazione condizionata” per cercare di convincere gli enti governativi statunitensi che il suo router dovrebbe essere ammesso negli Stati Uniti, ma ciò richiede “Un piano dettagliato e con scadenze precise per avviare o espandere la produzione negli Stati Uniti”, “Una descrizione delle spese in conto capitale, dei finanziamenti o di altri investimenti impegnati e pianificati per la produzione e l'assemblaggio negli Stati Uniti” e “Un aggiornamento sullo stato del piano di delocalizzazione una volta al trimestre”, tra le altre richieste poco pratiche.

I dispositivi costruiti negli Stati Uniti costano generalmente almeno il doppio di quelli costruiti in Asia (si veda, ad esempio, il Librem 5 (USA)) perché gli impianti di produzione statunitensi non sono pronti a raggiungere la scala e l'efficienza necessarie per consentire prezzi competitivi.

Il motivo per cui abbiamo scelto di produrre OpenWrt One in Asia è che ciò garantisce che il dispositivo sia il più possibile accessibile alle persone di tutto il mondo.

Prevediamo che ci vorranno decenni prima che gli Stati Uniti siano pronti a produrre dispositivi a prezzi competitivi: la libertà degli utenti non può aspettare così a lungo.

@Informatica (Italy e non Italy)

sfconservancy.org/blog/2026/ap…

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Re Carlo III parlerà al Congresso americano per i 250 anni dell'indipendenza


I leader del Congresso hanno invitato il sovrano britannico a tenere un discorso il 28 aprile. Non accadeva dal 1991, quando parlò la regina Elisabetta II
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I leader del Congresso degli Stati Uniti hanno invitato re Carlo III a tenere un discorso davanti alle camere riunite il 28 aprile, in occasione del 250esimo anniversario dell'indipendenza americana dalla Gran Bretagna. Se l'invito verrà accettato, sarà la prima volta in 35 anni che un membro della monarchia britannica parla al Congresso.

La lettera di invito, inviata mercoledì, porta le firme dello speaker della Camera Mike Johnson, del leader della maggioranza al Senato John Thune, del leader della minoranza al Senato Charles Schumer e del leader della minoranza alla Camera Hakeem Jeffries. I firmatari hanno scritto che l'indirizzo al Congresso offrirà "un'opportunità unica per condividere la vostra visione sul futuro della nostra relazione speciale e riaffermare la nostra alleanza in questo momento cruciale della storia".

Nella lettera i leader congressuali hanno anche ricordato che l'ultima volta che un membro della famiglia reale britannica parlò al Congresso fu nel 1991, quando la madre di Carlo, la regina Elisabetta II, sottolineò che il legame tra Stati Uniti e Regno Unito si fondava su uno "spirito di democrazia" condiviso e sull'impegno verso i valori fondamentali della libertà individuale, del consenso dei governati e dello stato di diritto.

Invitare leader stranieri a parlare davanti alle camere riunite del Congresso durante le visite di Stato è diventata una tradizione moderna, anche se questi discorsi restano relativamente rari. Durante il primo mandato del presidente Trump solo due leader stranieri tennero un discorso al Congresso: il presidente francese Emmanuel Macron nel 2018 e il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg nel 2019. Sotto la presidenza di Joe Biden i discorsi di questo tipo furono nove.
Official White House Photo by Andrea Hanks
La visita di Carlo e della moglie, la regina Camilla, è prevista dal 27 al 30 aprile e rappresenterà la prima visita di Stato del sovrano negli Stati Uniti da quando è diventato re. La Casa Bianca organizzerà una cena di Stato in loro onore il 28 aprile. Trump ha annunciato la visita martedì sulla piattaforma Truth Social, scrivendo di "non vedere l'ora di trascorrere del tempo con il re, che rispetto molto". Lo scorso settembre il presidente si era recato nel Regno Unito per una visita di Stato, durante la quale era stato accolto con una processione in carrozza, un sorvolo militare e un banchetto al Castello di Windsor.

Diversi ex primi ministri britannici hanno parlato in passato al Congresso americano, ma tra i membri della monarchia l'ultima a farlo resta la regina Elisabetta II. Il discorso di Carlo, se confermato, segnerà un momento simbolico nel rapporto tra le due nazioni, proprio nell'anno in cui gli Stati Uniti celebrano il 250esimo anniversario della dichiarazione con cui si separarono dalla corona britannica.

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JD Vance annuncia un libro sulla sua conversione al cattolicesimo


Il vicepresidente pubblica a giugno un memoir sulla fede mentre cresce la speculazione sulla sua candidatura alla Casa Bianca nel 2028
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JD Vance ha annunciato la pubblicazione di un nuovo libro sulla sua conversione al cattolicesimo, una mossa che rafforza il suo profilo pubblico in un momento in cui molti lo considerano il favorito per la nomination repubblicana alle presidenziali del 2028.

Il libro si intitola "Communion: Finding My Way Back to Faith" e uscirà il 16 giugno per HarperCollins. Vance ha annunciato la notizia con un post su X: "Ho scritto questo libro per molto tempo e sono onorato di poter finalmente condividere la storia completa con voi. Communion racconta il mio percorso personale e come ho ritrovato la strada verso la fede". In un comunicato stampa ha aggiunto: "Sono cristiano, e sono diventato cristiano perché credo che gli insegnamenti di Gesù Cristo siano veri. Ma non l'ho sempre pensato, e condividendo il mio percorso potrei essere d'aiuto ad altri, cattolici, protestanti o altro, che cercano una riconciliazione con Dio".

Come riporta il New York Times, il libro racconterà il ritorno di Vance al cristianesimo dopo aver abbandonato la pratica vagamente evangelica della sua infanzia, fino alla conversione al cattolicesimo avvenuta nel 2019, a 35 anni, dopo un percorso di istruzione privata con i frati domenicani di Cincinnati. Vance si ispirò a Sant'Agostino, che scelse come santo patrono, e al suo trattato "La città di Dio", che nel quinto secolo sfidò la classe dirigente di Roma. "Era la migliore critica della nostra epoca moderna che avessi mai letto", scrisse Vance in una rivista cattolica. "Una società orientata interamente al consumo e al piacere, che rifiuta il dovere e la virtù".

L'editore ha presentato il volume come un'esplorazione del modo in cui la fede guida le scelte politiche del vicepresidente, ma anche come una guida spirituale pensata per avvicinare altri lettori al cattolicesimo. Secondo il New York Times, il libro sostiene un progetto più ampio di leader, attivisti e politici socialmente conservatori per rafforzare il peso del cristianesimo conservatore nella vita pubblica americana. La fede cattolica conservatrice ha acquisito un'influenza crescente nella politica statunitense, grazie anche ai giudici cattolici della Corte Suprema e a convertiti laici come Vance. Questa Pasqua, le chiese cattoliche in tutto il paese hanno registrato un'impennata di conversioni.

Il titolo del libro richiama l'Eucaristia, un sacramento centrale del cattolicesimo che è diventato anche un simbolo politico: alcuni vescovi cattolici americani hanno sostenuto pubblicamente che leader democratici come l'ex presidente Joseph Biden e l'ex speaker della Camera Nancy Pelosi dovrebbero essere esclusi dalla comunione per il loro sostegno al diritto all'aborto.

La fede di Vance, però, ha generato anche tensioni. Il vicepresidente ha giustificato la campagna di rimpatri dell'amministrazione Trump con la propria interpretazione della dottrina cattolica, una posizione che ha provocato una dura reazione da parte dei vertici vaticani e si contrappone alle priorità di papa Leone XIV. Il pontefice è stato critico verso l'amministrazione: durante la Domenica delle Palme ha condannato "coloro che fanno la guerra", in un apparente riferimento al conflitto tra Stati Uniti e Iran. Già nel 2025 Vance aveva visitato il Vaticano per incontrare il defunto papa Francesco durante il weekend di Pasqua. L'incontro fu breve perché il pontefice era in cattive condizioni di salute, ma il Vaticano dichiarò che ci fu "uno scambio di opinioni" su migranti, rifugiati e detenuti, in un momento di forti critiche vaticane alla politica migratoria dell'amministrazione Trump.

La pubblicazione di un libro da parte di un vicepresidente in carica è piuttosto insolita e alimenta le speculazioni sulla corsa presidenziale del 2028. Molti strateghi, funzionari e elettori repubblicani considerano Vance il principale favorito per la prossima nomination del partito. Lo stesso presidente Trump ha indicato che potrebbe sostenere Vance o il segretario di Stato Marco Rubio. Vance ha detto che discutere della competizione "sembra così prematuro", ma ha compiuto passi concreti per dimostrare il suo sostegno alla base MAGA del presidente.

Con un memoir sulla fede, Vance potrebbe raggiungere un pubblico più ampio rispetto a un libro puramente politico. Le vendite di libri sulla religione, comprese le Bibbie, sono aumentate di recente, mentre le vendite di saggistica generale sono rimaste stagnanti.

Il primo libro di Vance, "Hillbilly Elegy", pubblicato nel 2016, raccontava la sua infanzia difficile a Middletown, Ohio, una città industriale in declino, e il percorso fino alla Yale Law School. Il bestseller trascorse più di 200 settimane nella classifica del New York Times e vendette oltre cinque milioni di copie nel mondo, secondo HarperCollins. Il libro lo proiettò sulla scena nazionale come interprete della classe operaia bianca che aveva portato Trump alla vittoria. Da allora, però, i democratici lo hanno accusato di aver esagerato le proprie origini proletarie. Questo mese il governatore del Kentucky Andy Beshear ha definito quel primo memoir "turismo della povertà", sostenendo che "commerciava in stereotipi logori" sulla regione. Vance aveva già iniziato a lavorare a un libro sulla fede per HarperCollins, ma lo aveva accantonato nel 2022. "Communion" è in parte la continuazione di quel progetto.

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Trump silura Pam Bondi dal Dipartimento di Giustizia


Il presidente ha annunciato la rimozione su Truth Social. A sostituirla sarà, ad interim, il vice Todd Blanche. Dietro la decisione, mesi di frustrazione per la gestione dei file Epstein e il fallimento delle azioni penali contro gli avversari politici

Donald Trump ha deciso di rimuovere Pam Bondi dall’incarico di Procuratrice Generale degli Stati Uniti. A riportarlo sono Fox Newse CNN, che citano fonti della Casa Bianca a conoscenza della decisione. I due media concordano sul punto centrale, cioè che Bondi sarebbe ormai in via d'uscita dal Dipartimento di Giustizia, ma divergono sui tempi e sulle modalità della sostituzione.

Secondo Fox News, Bondi avrebbe incontrato Trump ieri sera nello Studio Ovale, poco prima del discorso del presidente alla nazione sulla guerra in Iran. In quell’occasione, sarebbe stata già informata del suo imminente licenziamento. Una delle fonti citate da Fox News sostiene persino che, quando Trump è salito sul podio per il suo intervento, Bondi aveva già perso il posto e stava tornando in Florida.

La ricostruzione di CNN aggiunge invece dettagli sulla gestione immediata della transizione. L’emittente riferisce che, almeno per ora, la guida del Dipartimento di Giustizia passerà al vice Procuratore Generale Todd Blanche. Secondo la stessa emittente, Trump negli ultimi giorni aveva già parlato con alcuni suoi alleati della possibilità di licenziare Bondi e mercoledì avrebbe affrontato direttamente il tema con lei, in un colloquio descritto come duro e franco. In quell’occasione, il presidente le avrebbe detto che non sarebbe rimasta a lungo nel suo ruolo. Due fonti citate da CNN aggiungono che Trump avrebbe anche prospettato per lei un altro incarico in futuro, compresa l’ipotesi di nominarla giudice federale.

Al momento non è ben chiaro ancora chi possa sostituirla. Fox News scrive che Trump starebbe valutando di nominare Lee Zeldin, attualmente a capo dell’Environmental Protection Agency, come possibile sostituto. Secondo Fox News, il tema sarebbe già emerso durante un incontro alla Casa Bianca proprio con Zeldin tenuto martedì, formalmente dedicato agli incendi e alla prevenzione. Anche la CNN conferma che Zeldin è tra i nomi presi in considerazione, ma precisa che non sarebbe l’unico tra i papabili alla sostituzione di Bondi e che, almeno nell’immediato, a prendere in mano il dipartimento sarebbe Blanche.

Intanto, un portavoce del Dipartimento di Giustizia, contattato da Fox News, ha smentito la notizia, sottolineando come Bondi fosse accanto a Trump durante il discorso della sera precedente. Anche la Casa Bianca, interpellata sul presunto licenziamento e sugli incontri citati, non ha voluto confermare le indiscrezioni. Secondo Fox News, una fonte interna si è limitata a dire che la situazione “è calda”, senza però sbilanciarsi. L’ufficio stampa della Casa Bianca ha inoltre rinviato a una dichiarazione attribuita a Trump, già inviata anche al New York Times: “La Procuratrice Generale Pam Bondi è una persona magnifica e sta facendo un ottimo lavoro”.

A parte le smentite ufficiali, dietro la rottura ci sarebbe però un rapporto ormai logorato. Secondo la CNN, Trump sarebbe deluso su più fronti, in particolare per la gestione dei file Epstein e per il fatto che Bondi non avrebbe indagato o perseguito con sufficiente decisione alcuni dei principali avversari politici del presidente. L’emittente cita anche il caso dell’indagine contro John Brennan, ex direttore della Central Intelligence Agency, accusato di aver reso dichiarazioni false al Congresso su una vecchia valutazione dell’intelligence relativa alle interferenze russe nelle elezioni del 2016.

Questa voce è stata modificata (1 settimana fa)

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Trump mobilita intelligence e giustizia per dimostrare frodi elettorali nel 2020


Avvocati della campagna, ex agenti della Cia e vertici del dipartimento di Giustizia inseguono teorie che lo stesso staff di Trump aveva scartato. Al centro, un'indagine che coinvolge il Venezuela e macchine per il voto sequestrate a Puerto Rico

Sei anni dopo la sconfitta di Donald Trump alle elezioni del 2020, la Casa Bianca ha messo in moto un'operazione su più fronti per trovare prove a sostegno della tesi che il presidente uscì vincitore da quel voto. Secondo un'analisi del Wall Street Journal, alti funzionari del dipartimento di Giustizia, dell'Fbi e delle agenzie di intelligence stanno ora indagando su teorie che lo stesso entourage di Trump aveva liquidato come fantasiose appena due anni fa.

L'operazione ha anche un obiettivo legislativo: rafforzare la spinta del presidente perché il Congresso approvi il SAVE America Act, un pacchetto di nuove norme elettorali. La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha evitato commenti specifici sull'indagine, ma ha dichiarato al Journal che "il popolo americano merita elezioni libere e corrette".

La settimana scorsa il ministro della Giustizia, Pam Bondi, ha autorizzato Dan Bishop, procuratore federale in North Carolina ed ex deputato che nel 2021 votò contro la certificazione della vittoria di Biden, a condurre indagini elettorali su scala nazionale. Bishop esaminerà anche i dati delle liste elettorali che il dipartimento di Giustizia sta raccogliendo dai singoli Stati per verificare se cittadini stranieri si siano registrati o abbiano votato illegalmente.

Al centro dell'operazione c'è Kurt Olsen, avvocato della campagna Trump coinvolto nel fallimentare tentativo di ribaltare il risultato del 2020 con l'iniziativa Stop the Steal. Olsen è stato incaricato dalla Casa Bianca lo scorso autunno di guidare questa nuova fase e nelle ultime settimane ha informato direttamente il presidente su una serie di presunte irregolarità, ha chiesto la desecretazione di numerosi documenti e ha sollecitato fino a 10 milioni di dollari di finanziamenti. Olsen trascorre gran parte del suo tempo al dipartimento di Giustizia, dove i procuratori stanno conducendo indagini penali ad Atlanta, Phoenix e in altre città.

Non tutti nell'amministrazione sono d'accordo. Alcuni funzionari della Casa Bianca e del dipartimento di Giustizia si sono opposti agli sforzi di Olsen per desecretare documenti e perseguire la cosiddetta "pista venezuelana". Lo stesso Trump ha resistito alla desecretazione di parte dei documenti e non ha concesso i fondi aggiuntivi richiesti.

La pista venezuelana è uno degli aspetti più singolari dell'intera vicenda. All'origine c'è un incontro avvenuto poco dopo le elezioni del 2020 tra Gary Berntsen, ex agente della Central Intelligence Agency noto per il suo ruolo nella caccia a Osama bin Laden, e Martín Rodil, un intermediario venezuelano che da anni collabora con le autorità americane per rintracciare figure corrotte in America Latina. I due si convinsero che la società Smartmatic, le cui macchine per il voto erano state usate dal regime di Nicolás Maduro per manipolare le elezioni venezuelane, potesse aver alterato anche i risultati americani. Con un finanziamento iniziale di 50.000 dollari dall'ex amministratore delegato di Overstock, Patrick Byrne, avviarono un'indagine privata che li portò a costruire laboratori dalle Bahamas alla Svizzera per analizzare i sistemi di voto. Smartmatic, che ha una causa in corso contro Fox News per accuse analoghe, ha dichiarato al Journal che si tratta delle stesse tesi screditate, "ora riciclate da altri attori politicamente motivati".

Nel 2024 i due riuscirono a ottenere un incontro con i vertici della campagna Trump in Florida, grazie all'intercessione del senatore Markwayne Mullin, dell'Oklahoma, confermato la settimana scorsa come nuovo segretario alla Sicurezza interna. La presentazione durò quasi tre ore, ma i consiglieri della campagna la giudicarono inverosimile. "Ci guardarono inorriditi", ha raccontato Berntsen al Journal. Dopo l'insediamento di Trump, però, la coppia trovò in Olsen un interlocutore disponibile e informò anche l'ufficio di Tulsi Gabbard, la responsabile dell'intelligence nazionale, che ha fatto sequestrare macchine per il voto a Puerto Rico, ora custodite in un campus dell'intelligence a Bethesda, nel Maryland. Una portavoce di Gabbard ha confermato che gli analisti stanno esaminando le macchine per individuare vulnerabilità e condividono i risultati con altre agenzie.

Sul fronte di Atlanta, il dipartimento di Giustizia ha messo in campo tre diversi funzionari per ottenere l'accesso a 148.000 schede elettorali per corrispondenza della contea di Fulton. Dopo che un giudice locale non rispose alla richiesta iniziale, Bondi incaricò il procuratore federale di St. Louis, Thomas Albus, di trovare il modo di sequestrare i documenti, concedendogli autorità al di fuori della sua giurisdizione. A gennaio agenti dell'Fbi portarono via 700 scatoloni di schede e altri materiali dal centro elettorale, sotto gli occhi dei funzionari della contea. L'operazione ha sorpreso gli stessi vertici repubblicani dello Stato, inclusi il governatore e il segretario di Stato. La contea di Fulton ha fatto causa per riottenere le schede. In un'udienza venerdì scorso, un esperto elettorale che testimoniava per la contea ha sostenuto che le basi dell'indagine dell'Fbi non sono credibili e si fondano su testimoni che non conoscono il funzionamento delle elezioni.

Nel 2021 l'amministrazione Biden aveva dichiarato "non credibili" le tesi secondo cui un governo straniero avesse controllato le infrastrutture elettorali americane, affermando di non aver trovato prove di manipolazioni da parte di attori governativi stranieri. Una serie di verifiche e riconteggi condotti da autorità statali e locali dopo il 2020 non aveva trovato prove di frodi o manomissioni diffuse. Ben Ginsberg, noto avvocato repubblicano esperto di diritto elettorale e critico di Trump, ha commentato al Journal: "Se non trovano nulla, saranno disposti ad ammetterlo?".

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Ocasio-Cortez si oppone a tutti gli aiuti militari americani a Israele, anche per i sistemi difensivi


La deputata democratica di New York annuncia che voterà contro qualsiasi finanziamento militare, compreso l'Iron Dome. Una posizione che riflette il crescente distacco del Partito Democratico da Israele

Alexandria Ocasio-Cortez voterà contro tutti gli aiuti militari americani a Israele, compresi quelli destinati ai sistemi di difesa. Lo ha dichiarato martedì durante un forum virtuale privato con i membri della sezione newyorkese dei Democratic Socialists of America, il principale gruppo socialista democratico degli Stati Uniti. La conferma è arrivata dal suo capo di gabinetto, Mike Casca, dopo che il sito City & State ha riportato le dichiarazioni. La notizia è stata poi ripresa dal New York Times.

La presa di posizione segna un'evoluzione per Ocasio-Cortez. La deputata si opponeva già da tempo all'invio di armi offensive a Israele, ma la sua posizione sui sistemi difensivi, in particolare l'Iron Dome, il sistema antimissile israeliano, era rimasta ambigua. Nel 2024 aveva firmato una dichiarazione congiunta con altri 18 membri del Congresso in cui tutti si dicevano favorevoli al "rafforzamento dell'Iron Dome e di altri sistemi di difesa". Nel 2021, durante un voto sul finanziamento dell'Iron Dome, non aveva votato né a favore né contro, scegliendo l'opzione "presente", una formula parlamentare americana che equivale a un'astensione.

In una dichiarazione scritta diffusa mercoledì, Ocasio-Cortez ha spiegato che il governo israeliano non ha bisogno dell'assistenza americana per difendersi. "Credo che il governo israeliano sia in grado di finanziare da solo il sistema Iron Dome, che si è dimostrato fondamentale per proteggere i civili innocenti dagli attacchi missilistici e dai bombardamenti", ha affermato. Ha aggiunto che non sosterrà "l'invio di altri dollari dei contribuenti e aiuti militari a un governo che ignora sistematicamente il diritto internazionale e la legge americana".

La deputata ha anche fatto riferimento all'emendamento Leahy, una legge americana che vieta agli Stati Uniti di fornire addestramento o equipaggiamento a unità militari straniere che commettono violazioni dei diritti umani. Ocasio-Cortez ha dichiarato che gli alleati americani "che necessitano dei nostri aiuti militari devono comprendere che li forniremo in conformità con l'emendamento Leahy". Israele ha sempre respinto le accuse di aver commesso un genocidio.

La posizione di Ocasio-Cortez riflette un cambiamento più ampio all'interno del Partito Democratico. Il sostegno a Israele è calato in modo netto tra i democratici dall'inizio della guerra a Gaza. Un numero crescente di parlamentari democratici appoggia restrizioni agli aiuti militari per Israele. Alcuni esponenti di primo piano del partito hanno annunciato che non accetteranno più finanziamenti dall'American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), la potente lobby filoisraeliana che ha goduto a lungo di un sostegno bipartisan ma che è diventata un elemento di divisione nelle recenti primarie democratiche. Diversi candidati critici verso le politiche israeliane hanno vinto elezioni recenti, tra cui Zohran Mamdani, eletto sindaco di New York.

Il rapporto tra Ocasio-Cortez e i Democratic Socialists of America è stato altalenante, soprattutto sul tema di Israele. Nel 2024 la direzione nazionale dell'organizzazione le aveva ritirato l'endorsement, sostenendo che non aveva sostenuto a sufficienza il movimento filopalestinese. In quell'occasione il gruppo aveva riconosciuto che la deputata aveva assunto una posizione "coraggiosa" nel descrivere la condotta di Israele come un genocidio, ma aveva citato proprio la sua posizione sull'Iron Dome come motivo del ritiro dell'appoggio.

L'anno scorso Ocasio-Cortez aveva votato contro un emendamento a un disegno di legge sulla difesa che avrebbe tagliato i fondi per l'Iron Dome. Aveva spiegato in un post su X che quell'emendamento avrebbe "eliminato le capacità difensive dell'Iron Dome permettendo al contempo che le bombe che uccidono i palestinesi continuassero". Quattro deputati democratici progressisti avevano invece votato a favore dell'emendamento: Al Green del Texas, Summer Lee della Pennsylvania, Rashida Tlaib del Michigan e Ilhan Omar del Minnesota. Ocasio-Cortez aveva poi votato contro l'intero disegno di legge sugli stanziamenti per la difesa.

Ocasio-Cortez è entrata in politica come progressista anti-establishment ed è oggi considerata una delle figure più in vista del Partito Democratico. Il suo nome circola come possibile candidata alla presidenza nel 2028, ma alcuni progressisti preferirebbero vederla sfidare il senatore Chuck Schumer, leader della minoranza democratica al Senato, nelle elezioni senatoriali dello stesso anno.

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La guerra all'Iran e gli obiettivi che cambiano ogni giorno


L'amministrazione Trump ha modificato ripetutamente la lista dei quattro obiettivi della campagna militare contro l'Iran, ridimensionando le ambizioni iniziali e creando confusione sulla strategia

Un'analisi della CNN mostra come l'amministrazione Trump non riesca a mantenere una lista coerente degli obiettivi della guerra contro l'Iran, lanciata il 28 febbraio scorso. I funzionari della Casa Bianca elencano regolarmente quattro obiettivi, ma questi cambiano a seconda del giorno e di chi li enuncia, con un progressivo ridimensionamento delle ambizioni iniziali.

Quando gli Stati Uniti hanno colpito l'Iran, l'amministrazione aveva fatto poco per costruire un caso a favore della guerra o per definirne gli scopi. Il 2 marzo il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha presentato quattro obiettivi: distruggere i missili offensivi iraniani, distruggere la produzione di missili, distruggere la marina e le altre infrastrutture di sicurezza, impedire all'Iran di dotarsi di armi nucleari. Questa lista coincideva in sostanza con quanto detto dal presidente Trump in un video diffuso la mattina dei primi attacchi.

Poche ore dopo, però, Trump ha presentato una lista diversa durante una cerimonia alla Casa Bianca. I primi due punti di Hegseth sono stati fusi in uno solo, "distruggere le capacità missilistiche dell'Iran", e al loro posto è comparso un nuovo obiettivo: impedire al regime iraniano di continuare ad armare, finanziare e dirigere i gruppi armati alleati nella regione, come Hezbollah e gli Houthi. Due giorni dopo, il segretario di Stato Marco Rubio ha riproposto la lista di Hegseth in un post sui social media, mentre la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha invece ricalcato la versione di Trump, includendo la minaccia dei gruppi alleati dell'Iran che Rubio aveva omesso. La frattura è proseguita lungo queste linee: Leavitt include la questione dei gruppi armati alleati dell'Iran, Hegseth e Rubio la omettono.

L'ultima settimana ha portato ulteriori cambiamenti. Venerdì Rubio ha aggiunto "distruggere l'aviazione iraniana" ai suoi obiettivi dichiarati. Lunedì, nelle interviste alla ABC e ad Al Jazeera, ha inserito la distruzione dell'aviazione come uno dei quattro obiettivi numerati, al posto dell'impedire all'Iran di ottenere armi nucleari. Ha comunque menzionato la questione nucleare, ma come effetto collaterale degli altri obiettivi e non come fine a sé stante. Lo stesso giorno Leavitt ha diffuso una lista ancora diversa: senza l'aviazione, con il nucleare come obiettivo distinto e con i gruppi armati regionali inclusi, nonostante Rubio non li avesse menzionati nelle interviste della stessa giornata.

Oltre alla composizione della lista, è cambiato anche il linguaggio con cui gli obiettivi vengono descritti, segnalando un ridimensionamento delle aspettative. All'inizio della campagna militare, Trump aveva promesso di "radere al suolo" l'industria missilistica iraniana e di "obliterarla" completamente. Hegseth parlava di "distruggere" sia i missili offensivi sia la produzione. Nell'ultima settimana, Rubio ha usato espressioni diverse: venerdì ha parlato di "ridurre drasticamente" i lanciamissili iraniani, nell'intervista ad Al Jazeera di una "riduzione significativa", e alla ABC di una "severa diminuzione della capacità di lancio", non più di una distruzione completa. Anche l'obiettivo sui gruppi armati alleati è stato ridimensionato: Trump aveva parlato di "garantire" che l'Iran non potesse più armarli, Leavitt ha riformulato l'obiettivo come "indebolire" questi gruppi, un traguardo più vago e soggettivo.

Un'altra questione aperta riguarda il programma nucleare iraniano. La retorica recente di Rubio suggerisce che l'amministrazione si concentri più sui sistemi di lancio che sui 400 chilogrammi di uranio altamente arricchito dell'Iran, una missione che richiederebbe quasi certamente truppe di terra. Martedì mattina Hegseth ha presentato la guerra in Iran come diversa dalle recenti guerre americane, dove a suo dire la missione era mal definita. "In quelle guerre non si sapeva mai quando la missione sarebbe finita o quale fosse esattamente la missione", ha detto, distinguendo l'operazione Epic Fury.

Come osserva la CNN, è proprio questa l'impressione che i commenti pubblici dell'amministrazione stanno dando: diventa difficile misurare il successo di una campagna militare quando il governo non riesce a mantenere una lista coerente di quattro obiettivi. E il fatto che questi obiettivi continuino a cambiare difficilmente tranquillizzerà gli americani che non sembrano capire di cosa tratti questa guerra.

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L'inizio del processo a Luigi Mangione rinviato a settembre


I giudici statale e federale hanno spostato le udienze a settembre e ottobre, creando un nuovo conflitto di calendario tra i due procedimenti

Luigi Mangione, il ventisettenne accusato di aver ucciso il capo di UnitedHealthcare Brian Thompson, dovrà attendere l'autunno per affrontare entrambi i processi. Mercoledì il giudice statale di New York Gregory Carro ha rinviato l'inizio del processo dall'8 giugno all'8 settembre, poche ore dopo che la giudice federale Margaret Garnett aveva modificato il calendario del procedimento parallelo fissando la selezione della giuria per ottobre e le arringhe iniziali per il 26 ottobre o il 2 novembre.

Le due decisioni, anziché risolvere il problema, hanno ricreato la stessa sovrapposizione che la giudice federale cercava di evitare. Garnett aveva spostato in avanti la selezione dei giurati federali proprio per impedire che i potenziali giurati fossero influenzati dalla copertura mediatica del processo statale. "C'è un enorme pool di giornalisti e molta attenzione sul processo statale, che si svolge a soli due isolati da qui", ha spiegato durante l'udienza. Ma con il rinvio deciso da Carro, i due procedimenti rischiano di nuovo di accavallarsi.

I due processi nascono dall'omicidio di Thompson, avvenuto il 4 dicembre 2024 su un marciapiede di Midtown Manhattan, davanti all'hotel dove il dirigente doveva partecipare a una conferenza annuale per gli investitori. L'uccisione, ripresa dalle telecamere di sorveglianza, scatenò una caccia all'uomo su scala nazionale che si concluse cinque giorni dopo con l'arresto di Mangione in un ristorante McDonald's ad Altoona, in Pennsylvania, a circa 370 chilometri dalla scena del crimine.

Mangione si è dichiarato non colpevole in entrambi i procedimenti. A livello statale è accusato di omicidio di secondo grado e di altri otto capi d'imputazione. A livello federale risponde di due capi d'accusa di stalking legati al pedinamento della vittima. In entrambi i casi rischia l'ergastolo. Negli Stati Uniti un imputato può essere processato sia a livello statale sia a livello federale per lo stesso crimine, purché i capi d'imputazione siano diversi.

Gli avvocati della difesa, Karen Friedman Agnifilo e Marc Agnifilo, avevano chiesto alla giudice Garnett di rinviare il processo federale a gennaio 2027, sostenendo l'impossibilità di preparare due difese contemporaneamente. In una lettera al tribunale del 18 marzo, Friedman Agnifilo aveva scritto che la difesa non può occuparsi di accuse di omicidio di secondo grado con una pena massima di venticinque anni all'ergastolo e, allo stesso tempo, esaminare 800 questionari per la selezione della giuria federale in un caso che prevede una pena massima dell'ergastolo. "Non credo che ciò che chiediamo sia irragionevole", ha detto l'avvocata in aula.

Garnett ha respinto la richiesta di rinvio al 2027, definendosi scettica sull'idea di spostare l'intero processo all'anno prossimo quando il processo statale non era stato ancora aggiornato. "Non ho alcun controllo sul calendario dello Stato", ha aggiunto, precisando di non voler essere "tenuta in ostaggio" dalle decisioni di un altro giudice.

Il procuratore federale Dominic Gentile si è opposto al rinvio sostenendo che anche il pubblico ha diritto a un processo rapido. "Basta guardare fuori dalla finestra per vedere le persone che seguono questo imputato e credono che ciò che ha fatto sia giusto", ha dichiarato durante l'udienza, riferendosi ai sostenitori di Mangione. Gentile ha anche suggerito che la richiesta di rinvio fosse legata al fatto che lo studio legale della difesa rappresenta anche Harvey Weinstein, che affronta un nuovo processo per reati sessuali a New York. Friedman Agnifilo ha negato qualsiasi collegamento e la giudice ha liquidato la questione.

Il caso Thompson ha acceso un vasto dibattito negli Stati Uniti sul sistema sanitario privato. Per una parte dell'opinione pubblica Mangione è diventato un simbolo della rabbia contro le compagnie assicurative, accusate di anteporre i profitti alle cure. I suoi sostenitori si presentano regolarmente fuori dal tribunale, spesso vestiti di verde in riferimento al personaggio di Luigi della Nintendo. All'udienza di mercoledì una ventina di fan erano presenti in aula, e lo stesso Mangione ha avuto uno sfogo inatteso nel procedimento statale, dichiarando di essere vittima di una doppia incriminazione per lo stesso fatto.

Il prossimo appuntamento in calendario è il 18 maggio, quando il giudice Carro si pronuncerà sulle mozioni della difesa per escludere prove e dichiarazioni rese da Mangione alla polizia al momento dell'arresto.

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I repubblicani trovano l'accordo per finanziare il Dipartimento per la Sicurezza Interna


Il Congresso voterà su un accordo bipartisan che Trump aveva respinto la scorsa settimana. Il piano finanzia il Dipartimento fino a settembre ma esclude i fondi per le agenzie che gestiscono le politiche migratorie, che il Partito vuole rifinanziare con un secondo provvedimento a parte.

I repubblicani del Senato e della Camera hanno raggiunto un accordo per sbloccare i fondi al Dipartimento per la Sicurezza Interna e porre fine allo shutdown parziale dell’agenzia federale. Il piano, che il Congresso potrebbe esaminare già questa mattina, prevede di finanziare le spese del Dipartimento fino al 30 settembre, ma lasciando fuori, almeno per ora, i fondi per l’Agenzia per il Controllo dell’Immigrazione, l’ICE, e la Customs and Border Protection, la CBP, vale a dire le due strutture centrali nella gestione della linea dura sull'immigrazione decisa dal presidente Donald Trump.

L’intesa segna un netto cambio di linea da parte del presidente e dei repubblicani della Camera. La settimana scorsa il Senato aveva, infatti, già approvato all’unanimità, un testo con lo stesso impianto, ovvero escludendo i fondi per ICE e CBP. La Camera, però, lo aveva bocciato subito. Johnson lo aveva definito una barzelletta, mentre alcuni esponenti dell’ala più conservatrice del partito avevano parlato di una resa ai democratici. In tutta risposta, la Camera aveva approvato una risoluzione temporanea di 60 giorni per finanziare l’intero dipartimento, ma i democratici del Senato avevano chiarito di non avere alcuna intenzione di sostenerla.

L’accordo annunciato ieri dal leader della maggioranza repubblicana al Senato, John Thune, e dallo Speaker della Camera, Mike Johnson, si inserisce invece ora in una strategia in due tempi. Dopo il primo finanziamento a breve termine, il secondo passaggio prevede un nuovo provvedimento con cui i repubblicani puntano a finanziare da soli proprio queste due agenzie attraverso la procedura di riconciliazione di bilancio. In questo modo potrebbero aggirare l’ostruzionismo democratico al Senato e approvare la legge con i soli voti della maggioranza.

Che cos’è la riconciliazione di bilancio

La budget reconciliation è una procedura prevista dal Congressional Budget Act del 1974 che consente al Congresso di approvare una serie di leggi fiscali e di spesa per allinearle agli obiettivi fissati nella risoluzione di bilancio. Per questo tipo particolare di leggi, al Senato è prevista una corsia privilegiata: il dibattito è contingentato e il provvedimento può essere approvato a maggioranza semplice, senza dover raggiungere la soglia ordinaria dei 60 voti.

Nel caso di una legge ordinaria, infatti, al Senato l’opposizione può rallentare o bloccare del tutto una legge con il filibuster, cioè prolungando il dibattito all'infinito salvo che 60 senatori votino la cloture per chiuderlo. La procedura di riconciliazione, però, non è soggetta al filibuster: ciò significa che il tempo di dibattito è limitato per legge e quindi la maggioranza può portare il testo al voto finale con i soli propri numeri, purché il contenuto rientri nelle ristrette regole previste dalla procedura.

Un alto funzionario della Casa Bianca ha fatto sapere che Trump firmerà il provvedimento non appena gli sarà sottoposto. Il presidente aveva già anticipato il cambio di linea con un messaggio pubblicato ieri sui social, chiedendo ai repubblicani di presentargli entro il 1° giugno una proposta per finanziare la sua stretta sull’immigrazione proprio attraverso la procedura di riconciliazione.

Il vero nodo politico, però, resta quello dei fondi per le agenzie in prima linea nel contrasto all’immigrazione, a partire da ICE e CBP. I repubblicani sostengono che, almeno nell’immediato, le due agenzie potranno continuare a operare con le risorse già stanziate dal Congresso lo scorso anno. I democratici, invece, dopo la morte di due cittadini americani a Minneapolis in operazioni che hanno coinvolto agenti federali dell’immigrazione all’inizio dell’anno, hanno rifiutato di autorizzare nuovi finanziamenti senza imporre limiti stringenti alla loro azione.

La proposta repubblicana non recepisce nessuna di queste condizioni. È su questo punto che si concentra lo scontro e che si misura la fragilità del compromesso appena raggiunto: il suo futuro dipende infatti dalla capacità, tutt’altro che scontata, dei repubblicani di non perdere neppure un voto sulla seconda proposta, vista l’esiguità della maggioranza su cui possono contare, soprattutto alla Camera.

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Trump alla Corte Suprema, ma i giudici frenano sull'abolizione della cittadinanza per nascita


I giudici conservatori si sono uniti ai colleghi progressisti nel mettere in dubbio l'ordine esecutivo del presidente che nega la cittadinanza ai figli di immigrati irregolari e stranieri con visti temporanei.

Donald Trump è diventato il primo presidente in carica a partecipare di persona a un’udienza della Corte Suprema. Ma neppure questa presenza insolita è bastata a rafforzare la sua linea contraria alla cittadinanza per nascita: durante il dibattimento, infatti, diversi giudici, compresi alcuni conservatori, hanno espresso forti dubbi sul suo ordine esecutivo.

L’udienza si è svolta ieri e riguardava il provvedimento firmato da Trump nel primo giorno del suo ritorno alla Casa Bianca. L’ordine in oggetto mira a negare la cittadinanza americana ai bambini nati negli Stati Uniti da immigrati senza documenti e da stranieri presenti con visti temporanei. Trump ha seguito parte della discussione dalla galleria riservata al pubblico, mentre John Sauer difendeva la posizione dell’Amministrazione.

Al centro del caso c’è l’interpretazione di cinque parole del Quattordicesimo Emendamento: “subject to the jurisdiction thereof”, cioè “soggette alla sua giurisdizione”. Per la Casa Bianca, la formula va letta in modo restrittivo e richiede che i genitori siano legalmente e stabilmente insediati negli Stati Uniti. L’American Civil Liberties Union, che rappresenta i promotori del ricorso contro l'ordine esecutivo di Trump, sostiene invece che l'Emendamento si applichi a quasi tutte le persone nate sul suolo americano, con eccezioni molto limitate, come i diplomatici o gli eserciti invasori.

Che cosa prevede il Quattordicesimo Emendamento?

Ratificato nel 1868, subito dopo la Guerra civile, il Quattordicesimo Emendamento stabilisce che tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti, e “soggette alla loro giurisdizione”, sono cittadine degli Stati Uniti e dello Stato in cui risiedono. Su questa clausola si fonda il principio della cittadinanza per nascita, cioè l’idea che nascere sul suolo americano basti, nella quasi totalità dei casi, per ottenere automaticamente la cittadinanza. Nel tempo, tribunali e Corte Suprema hanno riconosciuto eccezioni molto limitate, come quelle che riguardano i figli di diplomatici stranieri.

Nel corso di oltre due ore di udienza, una maggioranza di giudici ha mostrato scetticismo verso l’impianto dell’ordine esecutivo. Il presidente della Corte Suprema, John Roberts, ha definito “eccentrico” il ragionamento del governo. Quando Sauer ha richiamato l’avvento del volo aereo per sostenere una lettura aggiornata della norma, Roberts ha replicato che il mondo può anche essere cambiato, ma la Costituzione è rimasta la stessa. Anche Brett Kavanaugh ha respinto il paragone con altri Paesi sul tema della cittadinanza, osservando che il diritto americano va interpretato alla luce della storia e dei precedenti degli Stati Uniti.

Trump è rimasto in aula per circa un’ora, poi ha lasciato la Corte prima dell’intervento del legale dell’American Civil Liberties Union, che ha definito l’ordine esecutivo incompatibile con il Quattordicesimo Emendamento e con i precedenti della Corte Suprema. Dal 1898, infatti, le corti statunitensi ritengono che quella norma si applichi a quasi tutti i bambini nati sul territorio degli Stati Uniti.

La presenza del presidente aveva comunque un forte valore simbolico. Di norma, i presidenti americani evitano di assistere alle udienze che riguardano direttamente le loro politiche, anche per rispetto della separazione dei poteri tra esecutivo e giudiziario. In questo caso, però, la scelta di Trump non ha attenuato le perplessità emerse in aula su una misura che metterebbe in discussione un’interpretazione costituzionale consolidata da oltre un secolo.

L’ordine esecutivo si fonda su una tesi rimasta per anni marginale nel dibattito pubblico americano: l’idea che i figli nati negli Stati Uniti da immigrati senza documenti non abbiano diritto automatico alla cittadinanza. I critici della misura collegano questa posizione alla teoria estremista della “sostituzione della razza bianca”. Il caso, intanto, ha attirato grande attenzione politica e mediatica, dentro e fuori il tribunale.

Che cosa prevede l’ordine esecutivo di Trump

L’ordine esecutivo firmato da Donald Trump mira a restringere l'interpretazione del Quattordicesimo Emendamento. In particolare, punta a negare la cittadinanza automatica ai bambini nati negli Stati Uniti da immigrati senza documenti e da stranieri presenti nel Paese con visti temporanei. La misura si basa su una lettura più restrittiva dell’espressione “soggette alla loro giurisdizione”, sostenendo che non basti nascere negli Stati Uniti, ma che serva anche un legame giuridico più stabile dei genitori con il Paese. I promotori del ricorso contestano però questa impostazione, sostenendo che contraddica sia il testo del Quattordicesimo Emendamento sia l’interpretazione consolidata della Corte Suprema.

La questione ha anche una dimensione internazionale. Secondo il Pew Research Center, la cittadinanza automatica per nascita è diffusa soprattutto nelle Americhe, mentre fuori dall’emisfero occidentale è molto più rara. L’Amministrazione Trump ha usato anche questo argomento per sostenere una lettura più restrittiva del Quattordicesimo Emendamento. Dopo l’udienza, Trump ha rilanciato la sua posizione su Truth Social, scrivendo falsamente che gli Stati Uniti sarebbero l’unico Paese al mondo abbastanza “stupido” da consentire la cittadinanza per nascita. Nei giorni precedenti aveva anche sostenuto che questa garanzia costituzionale riguardasse solo “i figli degli schiavi” e non fosse mai stata pensata per gli immigrati.

Il clima emerso durante l’udienza suggerisce però che per l’Amministrazione non sarà facile ottenere una decisione pienamente favorevole. Le domande dei giudici, tuttavia, non anticipano sempre il verdetto finale. La decisione della Corte è attesa entro la fine di questo termine giudiziario, tra giugno e luglio 2026.

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Trump minaccia altre 2/3 settimane di raid sull'Iran e attacchi a centrali elettriche e petrolio


Il presidente ha affermato che la guerra è vicina alla fine ma ha anche promesso di colpire tutte le centrali elettriche iraniane e forse i giacimenti petroliferi se non si raggiungerà un accordo. La nostra traduzione integrale in italiano del suo discorso di stanotte.

Gli Stati Uniti sono vicini alla fine della guerra con l'Iran, ma potrebbero bombardare il Paese per altre 2 o 3 settimane e colpire tutte le sue centrali elettriche, e forse anche i giacimenti di petrolio, se non verrà raggiunto un accordo. Lo ha detto il presidente Donald Trump in un discorso alla nazione dalla Casa Bianca, sostenendo che gli obiettivi militari americani sono quasi completati, ma senza indicare una via d'uscita chiara dal conflitto.


Qui sotto la traduzione integrale in italiano del discorso di Donald Trump di questa notte

“Miei concittadini americani, buonasera. Permettetemi di iniziare congratulandomi con il team della NASA e con i nostri coraggiosi astronauti per il successo del lancio di Artemis II: è stato qualcosa di straordinario. Questa missione viaggerà più lontano di qualsiasi altro razzo con equipaggio abbia mai volato, andrà ben oltre la Luna, le orbiterà intorno e tornerà a casa da una distanza mai raggiunta prima. È incredibile. Sono in viaggio e Dio li benedica, sono persone coraggiose. Dio benedica quei quattro incredibili astronauti.

Mentre parliamo questa sera, è passato esattamente un mese da quando le Forze Armate degli Stati Uniti hanno dato inizio all’Operazione Epic Fury, prendendo di mira l’Iran, il principale sponsor statale del terrorismo al mondo. In queste ultime 4 settimane, le nostre Forze Armate hanno ottenuto vittorie rapide, decisive e schiaccianti sul campo di battaglia. Vittorie come poche persone abbiano mai visto in vita loro. Questa sera, la Marina iraniana non esiste più. La loro Aeronautica è in rovina. I loro leader, la maggior parte di loro, il regime terroristico che guidavano, sono ora morti. La catena di comando e controllo del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche viene decimata proprio mentre parliamo. La loro capacità di lanciare missili e droni è stata drasticamente ridotta. E le loro fabbriche di armi, i lanciamissili, sono state fatte a pezzi. Ne restano pochissime.

Mai nella storia della guerra un nemico ha subito perdite su larga scala così nette e devastanti nel giro di poche settimane. I nostri nemici stanno perdendo e l’America, come è stata per 5 anni sotto la mia presidenza, sta vincendo, e ora sta vincendo più che mai.

Prima di affrontare la situazione attuale, voglio anche ringraziare le nostre truppe per il lavoro magistrale svolto nel prendere il Venezuela in pochi minuti. Quell’attacco è stato rapido, letale e violento, e ha suscitato il rispetto del mondo intero. Dopo aver ricostruito il nostro esercito durante il mio primo mandato, oggi abbiamo di gran lunga l’esercito più forte al mondo. E ora stiamo lavorando insieme al Venezuela e siamo, in un certo senso, partner in una joint venture. Andiamo incredibilmente d’accordo nella produzione e nella vendita di enormi quantità di petrolio e gas, le seconde riserve più grandi sulla Terra dopo gli Stati Uniti d’America. Ora siamo totalmente indipendenti dal Medio Oriente, eppure siamo lì per aiutare. Non dovremmo essere lì. Non abbiamo bisogno del loro petrolio. Non abbiamo bisogno di nulla di ciò che hanno lì. Ma siamo lo stesso lì per aiutare i nostri alleati.

Questa sera voglio fornire un aggiornamento sugli enormi progressi che i nostri guerrieri hanno compiuto in Iran e spiegare perché l’Operazione Epic Fury è sempre più necessaria per la sicurezza dell’America e del mondo libero. Fin dal primo giorno in cui ho annunciato la mia candidatura alla presidenza, nel 2015, ho giurato che non avrei mai permesso all’Iran di avere un’arma nucleare. Questo regime fanatico ha scandito 'Morte all’America, morte a Israele' per 47 anni. I loro proxy sono stati dietro l’assassinio di 241 americani nell’attentato alla caserma dei Marines a Beirut, così come alla strage di centinaia di nostri militari con bombe lungo le strade in Medio Oriente. Sono stati coinvolti nell’attacco alla USS Cole e hanno compiuto innumerevoli altri atti efferati, comprese le sanguinose atrocità — semplicemente orribili, sanguinose atrocità — del 7 ottobre in Israele, qualcosa a cui la maggior parte delle persone non aveva mai assistito in vita propria. Questo regime assassino ha anche recentemente ucciso 45.000 dei propri cittadini che stavano protestando in Iran, 45.000 morti. Per questi terroristi, avere armi nucleari sarebbe una minaccia intollerabile. Il regime più violento e brutale sulla faccia della Terra sarebbe libero di condurre le proprie campagne di terrore, coercizione, conquista e omicidio di massa dietro uno scudo nucleare. Non permetterò mai che ciò accada, e nessuno dei nostri presidenti precedenti avrebbe dovuto permetterlo.

Questa situazione va avanti da 47 anni e avrebbe dovuto essere affrontata molto prima che arrivassi io. Ho fatto molte cose, durante i miei due mandati, per fermare la ricerca di armi nucleari da parte dell’Iran. Per prima cosa, e forse la più importante, ho ucciso il generale Qassem Soleimani. Nel mio primo mandato. Era un genio del male, una persona brillante, un essere umano orribile, il padre delle bombe lungo le strade. È semplicemente orribile quello che ha fatto. L’Iran sarebbe stato forse oggi in una posizione migliore e più forte se lui fosse rimasto in vita. Probabilmente stasera avremmo parlato diversamente. Ma sapete una cosa? Staremmo comunque vincendo, e vincendo alla grande.

E poi, cosa molto importante, ho revocato l’accordo sul nucleare iraniano voluto da Barack Hussein Obama, un disastro. Obama ha dato loro 1,7 miliardi di dollari in contanti. Banconote vere, denaro contante: le ha prelevate dalle banche della Virginia, di Washington D.C. e del Maryland. Tutti i contanti che avevano. Li ha trasportati in aereo nel tentativo di comprarsi il loro rispetto e la loro lealtà, ma non ha funzionato. Hanno riso del nostro presidente e hanno proseguito nella loro missione di ottenere una bomba nucleare. Il suo accordo con l’Iran avrebbe portato a un colossale arsenale di enormi armi nucleari per l’Iran. Le avrebbero avute anni fa e le avrebbero usate, e sarebbe stato un mondo diverso. Non ci sarebbe stato nessun Medio Oriente e nessun Israele adesso, secondo me — e secondo l’opinione di molti grandi esperti — se non avessi rescisso quell’accordo terribile. Sono stato così onorato di farlo, ero così orgoglioso di farlo, era così sbagliato fin dall’inizio.

In sostanza, ho fatto ciò che nessun altro presidente era disposto a fare. Loro hanno commesso errori e io li sto correggendo. La mia prima preferenza è sempre stata la via della diplomazia, eppure il regime ha continuato la sua ricerca incessante di armi nucleari e ha respinto ogni tentativo di accordo. Per questo motivo, a giugno, ho ordinato un attacco alle principali strutture nucleari iraniane nell’Operazione Midnight Hammer. Nessuno ha mai visto niente di simile. I nostri magnifici bombardieri B-2 hanno operato in modo eccezionale. Abbiamo completamente annientato quei siti nucleari. Il regime ha poi cercato di ricostruire il proprio programma nucleare in una località completamente diversa, rendendo chiaro che non aveva alcuna intenzione di abbandonare la sua ricerca di armi nucleari.

Stavano anche cercando di costruire rapidamente un vasto arsenale di missili balistici convenzionali e presto avrebbero avuto missili in grado di raggiungere il territorio americano, l’Europa e praticamente qualsiasi altro luogo sulla Terra. La strategia dell’Iran era fin troppo chiara: voleva produrre quanti più missili possibile, con la gittata più lunga possibile, e aveva a disposizione armi che nessuno credeva fosse in grado di possedere. Lo abbiamo scoperto solo di recente e li abbiamo eliminati tutti, perché altrimenti nessuno avrebbe davvero osato fermare l’Iran nella sua corsa verso la bomba nucleare, un’arma come non se n’è mai vista prima. Erano proprio ad un passo. Per anni tutti hanno detto che l’Iran non deve avere armi nucleari. Ma alla fine quelle sono solo parole, se non sei disposto ad agire quando arriva il momento.

Come ho dichiarato nel mio annuncio dell’Operazione Epic Fury, i nostri obiettivi sono molto semplici e chiari. Stiamo sistematicamente smantellando la capacità del regime di minacciare l’America o di proiettare potere al di fuori dei propri confini. Ciò significa eliminare la Marina iraniana, che ora è stata assolutamente distrutta, colpire la loro Aeronautica e il loro programma missilistico a livelli mai visti prima e annientare la loro base industriale della difesa. Abbiamo fatto tutto questo. La loro Marina non esiste più. La loro Aeronautica non esiste più. I loro missili sono praticamente esauriti o distrutti. Nel loro insieme, queste azioni paralizzeranno l’esercito iraniano, distruggeranno la sua capacità di sostenere proxy terroristici e gli impediranno di costruire una bomba nucleare. Le nostre Forze Armate sono state straordinarie. Non c’è mai stato niente di simile dal punto di vista militare. Tutti ne parlano. E questa sera sono lieto di dire che questi obiettivi strategici fondamentali sono prossimi al completamento.

Mentre celebriamo questi progressi, pensiamo in particolare ai 13 guerrieri americani che hanno dato la vita in questa battaglia per impedire ai nostri figli di dover mai affrontare un Iran nucleare. Due volte nell’ultimo mese mi sono recato alla base aerea di Dover, ed è stato qualcosa di straordinario: volevo essere con quegli eroi al loro ritorno sul suolo americano. Ero con loro e con le loro famiglie, i loro genitori, le loro mogli, i loro mariti. Li ho salutati. E ora dobbiamo onorarli portando a termine la missione per la quale hanno dato la vita. E ogni singola persona lì presente, i loro cari, mi ha detto: 'Per favore, signore, per favore porti a termine il lavoro', ognuno di loro, e noi porteremo a termine il lavoro e lo faremo molto velocemente. Ci siamo molto vicini.

Voglio ringraziare anche i nostri alleati in Medio Oriente: Israele, Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Bahrein. Sono stati grandi, e non permetteremo che vengano danneggiati o subiscano conseguenze in alcun modo. Molti americani sono stati preoccupati nel vedere il recente aumento dei prezzi della benzina qui in patria. Questo aumento a breve termine è stato interamente il risultato del regime iraniano che ha lanciato folli attacchi terroristici contro petroliere commerciali e Paesi vicini che non hanno nulla a che fare con il conflitto. Questa è un’ulteriore prova del fatto che all’Iran non si possono mai affidare armi nucleari, altrimenti le useranno e lo faranno rapidamente. Questo porterebbe a decenni di estorsione, dolore economico e instabilità peggiori di quanto possiamo oggi immaginare.

Gli Stati Uniti non sono mai stati meglio preparati economicamente per affrontare questa minaccia. Lo sapete tutti. Abbiamo costruito l’economia più forte della storia. Ne stiamo dentro proprio adesso, la più forte della storia. In un anno abbiamo preso in mano un Paese che era morto e paralizzato. Mi dispiace dirlo, ma eravamo un Paese morto e paralizzato dopo l’ultima Amministrazione, e lo abbiamo reso il Paese più dinamico al mondo in assoluto, senza inflazione, con investimenti record che arriveranno negli Stati Uniti, oltre 18 mila miliardi di dollari e il mercato azionario più forte di sempre, con 53 massimi storici in un solo anno. Tutto questo ci ha messo nella condizione di estirpare un cancro che covava da tempo. Si chiama Iran nucleare, e loro non avevano idea di ciò che stava per arrivare. Non avrebbero mai potuto immaginarlo.

Ricordate: grazie al nostro programma 'drill, baby, drill', l’America ha accesso a molto gas. Abbiamo così tanto gas a disposizione. Sotto la mia guida, siamo il produttore numero uno di petrolio e gas sul pianeta, senza nemmeno considerare i milioni di barili che stiamo ottenendo dal Venezuela. Grazie alle politiche dell’Amministrazione Trump, produciamo più petrolio e gas di Arabia Saudita e Russia messe insieme. Pensateci. Arabia Saudita e Russia messe insieme. E quel numero sarà presto sostanzialmente ancora più alto. Non c’è nessun Paese come noi al mondo, e siamo in ottima forma per affrontare il futuro. Gli Stati Uniti non importano quasi nessun barile di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz e non ne importeranno in futuro. Non ne abbiamo bisogno. Non ne abbiamo mai avuto bisogno e non ne abbiamo bisogno adesso. Abbiamo battuto e completamente decimato l’Iran. Sono decimati sia militarmente sia economicamente e sotto ogni altro aspetto. E sono i Paesi del mondo che ricevono petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz che dovranno occuparsi di quel passaggio. Dovranno farsene carico. Dovranno prenderlo in mano e custodirlo. Potrebbero farlo facilmente. Noi saremo d’aiuto, ma dovrebbero loro prendere l’iniziativa nel proteggere il petrolio da cui dipendono così disperatamente.

Quindi, a quei Paesi che oggi non riescono a ottenere carburante, molti dei quali si sono rifiutati di partecipare alla decapitazione dell’Iran — abbiamo dovuto farlo da soli — ho due suggerimenti da dare. Numero 1, comprate petrolio dagli Stati Uniti d’America. Ne abbiamo in abbondanza. Ne abbiamo così tanto. E numero 2, tirate fuori un po’ di coraggio anche se tardivo. Avreste dovuto farlo prima. Avreste dovuto farlo con noi, come vi avevamo chiesto. Ora andate nello Stretto di Hormuz, prendetene il controllo, proteggetelo e usatelo a vostro vantaggio. L’Iran è stato essenzialmente decimato. La parte difficile è fatta, quindi dovrebbe essere facile.

E in ogni caso, quando questo conflitto sarà finito, lo Stretto si riaprirà naturalmente. Si riaprirà da solo. Vorranno tornare a vendere petrolio a tutti i costi, perché è tutto ciò che hanno per cercare di ricostruire il proprio Paese. Così il petrolio riprenderà a fluire e i prezzi della benzina scenderanno rapidamente. I prezzi delle azioni risaliranno rapidamente. Non sono scesi molto, francamente. Sono scesi un po’. Ma negli ultimi due giorni ci sono state delle ottime sedute. In realtà siamo andati molto meglio di quanto pensassi. Ma dovevamo fare quella piccola sortita in Iran per liberarci di questa orribile minaccia.

Grazie ai nostri storici tagli fiscali, di cui le persone stanno ora parlando perché ricevono rimborsi più alti di quanto avessero mai ritenuto possibile, i nostri cittadini stanno ottenendo molti più soldi di quanto immaginassero. Tutto questo è dovuto al 'grande, magnifico, bellissimo disegno di legge' approvato lo scorso anno. La nostra economia è forte e migliora di giorno in giorno, e presto tornerà a ruggire come mai prima d’ora. Supererà i livelli di un mese fa. Ho chiarito fin dall’inizio dell’Operazione Epic Fury che continueremo fino a quando i nostri obiettivi non saranno pienamente raggiunti. Grazie ai progressi che abbiamo fatto, posso dire stasera che siamo sulla buona strada per completare tutti gli obiettivi militari dell’America a breve. Molto a breve.

Li colpiremo con estrema durezza nelle prossime due o tre settimane. Li riporteremo all’età della pietra, dove appartengono. Nel frattempo, i negoziati sono in corso. Il cambio di regime non è mai stato il nostro obiettivo. Non abbiamo mai parlato di cambio di regime, ma il cambio di regime è avvenuto comunque a causa della morte di tutti i loro leader originari. Sono tutti morti. Il nuovo gruppo al comando è meno radicale e molto più ragionevole. Tuttavia, se in questo periodo non si arriverà a un accordo, terremo nel mirino i nostri obiettivi chiave. Se non ci sarà un accordo, colpiremo molto duramente tutte le loro centrali elettriche, probabilmente in modo simultaneo. Non abbiamo colpito il loro petrolio, anche se quello era l’obiettivo più facile di tutti, perché non lascerebbe loro nemmeno una minima possibilità di sopravvivere o di ricostruire. Ma potremmo colpirlo e sparirebbe in un attimo. E non c’è nulla che possano fare per proteggerlo. Non hanno sistemi di difesa antiaerea. I loro radar sono stati annientati al 100%. Siamo una forza militare inarrestabile. I siti nucleari che abbiamo annientato con i bombardieri B-2 sono stati colpiti così duramente che ci vorrebbero mesi anche solo per avvicinarsi all’uranio arricchito contenuto al loro interno. E li teniamo sotto intensa sorveglianza e stretto controllo satellitare. Se li vedremo fare una mossa, anche solo una mossa verso quei siti, li colpiremo di nuovo molto duramente con i missili. Abbiamo tutte le carte in mano. Loro non ne hanno nessuna.

È molto importante che manteniamo questo conflitto nella giusta prospettiva. Il coinvolgimento americano nella Prima Guerra Mondiale durò 1 anno, 7 mesi e 5 giorni. La Seconda Guerra Mondiale durò 3 anni, 8 mesi e 25 giorni. La Guerra di Corea durò 3 anni, 1 mese e 2 giorni. La Guerra del Vietnam durò 19 anni, 5 mesi e 29 giorni. L’intervento in Iraq andò avanti per 8 anni, 8 mesi e 28 giorni. Noi siamo in questa operazione militare, così potente, così brillante, contro uno dei Paesi più potenti, da 32 giorni. E l’Iran è già stato eviscerato e, sostanzialmente, non rappresenta più una minaccia. Era il bullo del Medio Oriente, ma non lo è più. Questo è un vero investimento nel futuro dei vostri figli e dei vostri nipoti. Il mondo intero sta guardando e non riesce a credere alla potenza, alla forza e alla brillantezza delle Forze Armate degli Stati Uniti. Semplicemente non riesce a credere a ciò che vede. Lascio a voi immaginarlo.

Questa sera ogni cittadino americano può guardare avanti verso il giorno in cui saremo finalmente liberi dalla malvagità dell’aggressione iraniana e dallo spettro del ricatto nucleare. Grazie alle azioni che abbiamo intrapreso, siamo sul punto di porre fine alla minaccia sinistra dell’Iran per l’America e per il mondo. E ve lo dico, il mondo ci sta guardando. E quando raggiungeremo questo obiettivo, quando sarà tutto finito, gli Stati Uniti saranno più sicuri, più forti, più prosperi e più grandi di quanto non siano mai stati.

Che Dio benedica gli uomini e le donne delle Forze Armate degli Stati Uniti, e che Dio benedica gli Stati Uniti d’America. Grazie mille e buonanotte”.


La reazione sui mercati energetici al discorso di Trump

FocusAmerica · Energia
Petrolio alle stelle: il prezzo del greggio dall'inizio della guerra
Caricamento dati…

Panoramica
Grafico
Cronologia

Ultima ora (2 aprile) — Trump nella notte ha parlato alla nazione: guerra «nearing completion», ma raid «estremamente duri» nelle prossime 2-3 settimane. Minacce alle centrali elettriche e ai siti petroliferi iraniani. Brent +4% in Asia.

Brent Crude
$105,53
+48,6% dal 27 feb
Dati statici — 2 apr

WTI Crude
$103,69
+55,9% dal 27 feb
Dati statici — 2 apr

34
giorni di guerra

$4,06
benzina USA/gal

$119,5
picco 52 sett.

Il Brent ha registrato a marzo il più grande rialzo mensile dal 1988. L'EIA prevede prezzi sopra $95 per altri due mesi, poi un calo sotto $80 nel Q3 se Hormuz riapre. Goldman Sachs avverte che il Brent potrebbe superare il record del 2008 ($147) se il conflitto persiste.

Brent

WTI
27 feb – 2 apr 2026

Escalation Diplomazia Mercato Oggi

28 febbraio💥Escalation
Inizio Operation Epic Fury. Strike congiunti USA-Israele su Iran. Il Brent salta a $73,50

1 – 5 marzo⚔️Escalation
Escalation rapida. Marina iraniana colpita, basi missili sotto attacco. Brent verso $86

7 – 8 marzo🚢Escalation
Iran blocca lo Stretto di Hormuz. Transito navi crollato. Brent a $94

9 marzo📊Mercato
EIA: Brent +50% da inizio anno. IEA lancia allarme approvvigionamento globale

12 – 14 marzo📈Mercato
Brent supera $100 per la prima volta. WTI sfiora $99. Pentagono chiede $200 mld al Congresso

18 – 19 marzo✈️Escalation
Israele allarga attacchi. Brent oltre $110. Benzina USA a $3,93/gal

20 marzo🕊️Diplomazia
Trump valuta «winding down». Goldman Sachs: prezzi sopra $100 possibili fino al 2027

22 marzo⚠️Escalation
Ultimatum Trump: 48h per riaprire Hormuz o bombardamento delle centrali elettriche

23 – 26 marzo🤝Diplomazia
Stop 5 giorni ai raid energetici dopo colloqui «produttivi». Breve calo sotto $100

27 marzo🔴Escalation
Iran rifiuta negoziati. WTI supera $100 per la prima volta dal 2022. Brent a $112,57 — record 2026

30 – 31 marzo📊Mercato
Brent a $115,35. Trump: «usciremo in 2-3 settimane». Iran pone condizioni per il cessate il fuoco

1 aprile🕊️Diplomazia
Trump: «Iran ha chiesto il cessate il fuoco» (Teheran smentisce). Brent crolla a $98,52 intraday, poi risale

2 aprile🎙️Oggi
Discorso alla nazione: guerra «nearing completion», ma minacce a centrali e siti petroliferi. Brent a $105,53 e WTI a $103,69.Aggiornamento automatico del 2 aprile in corso…

Fonti: EIA, IEA, Reuters, AP, CNN, CBS, NPR, Gulf News, Goldman Sachs, AAA, Investing.com Elaborazione FocusAmerica · Live: OilPriceAPI


Video integrale del discorso di Donald Trump

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La rassegna stampa di giovedì 2 aprile 2026


Trump minaccia l'Iran e la NATO mentre la Corte Suprema boccia la sua riforma sulla cittadinanza. SpaceX verso la quotazione record, missione lunare Artemis II decolla

Questa è la rassegna stampa di giovedì 2 aprile 2026

Trump dichiara la guerra in Iran "vicina al completamento" ma minaccia nuovi attacchi


Il presidente Trump ha tenuto un discorso televisivo alla nazione dichiarando che la guerra in Iran è "molto vicina al completamento", pur minacciando di colpire il paese "estremamente duramente" nelle prossime settimane se non si raggiungerà un accordo di pace. Il conflitto, iniziato oltre un mese fa insieme a Israele, ha causato turbolenze economiche globali e tensioni con gli alleati.

Fonti: The Guardian, Bloomberg Politics, The Hill News

La Corte Suprema mostra scetticismo verso la riforma della cittadinanza di Trump


I giudici della Corte Suprema hanno espresso perplessità durante le argomentazioni sul tentativo dell'amministrazione Trump di limitare la cittadinanza per nascita. Trump ha partecipato di persona alle udienze, diventando il primo presidente in carica a farlo nella storia registrata. Le domande dei giudici suggeriscono una possibile bocciatura dell'ordine esecutivo.

Fonti: WSJ, BBC News, The Hill News

Trump valuta l'uscita degli Stati Uniti dalla NATO


Il presidente ha dichiarato di star considerando "assolutamente" il ritiro degli Stati Uniti dalla NATO, definendo la questione "oltre la riconsiderazione" dopo il rifiuto degli alleati di partecipare alla guerra contro l'Iran. Diversi senatori repubblicani, incluso Mitch McConnell, si sono uniti ai democratici per difendere l'appartenenza americana all'alleanza atlantica.

Fonti: The Guardian, The Hill News

La missione lunare Artemis II decolla con successo dopo 50 anni


La NASA ha lanciato con successo la missione Artemis II dal Kennedy Space Center, portando per la prima volta dal 1972 astronauti verso la Luna. L'equipaggio di tre americani e un canadese non atterrerà sulla superficie lunare ma volerà attorno al satellite, aprendo la strada a future missioni di allunaggio. Si tratta del primo volo umano oltre l'orbita terrestre bassa in oltre 50 anni.

Fonti: WSJ, Financial Times, The Guardian

SpaceX si prepara alla quotazione pubblica più grande della storia


L'azienda di Elon Musk SpaceX ha avviato il processo per la quotazione pubblica più grande della storia, con presentazione confidenziale alla SEC per un debutto estivo. La quotazione potrebbe rendere Musk il primo trilionario al mondo. L'azienda spaziale è valutata a centinaia di miliardi di dollari e domina il settore dei lanci commerciali.

Fonti: Financial Times, BBC News, Semafor

I repubblicani raggiungono un accordo per riaprire il Dipartimento di Sicurezza Nazionale


Senato e Camera dei Rappresentanti repubblicani hanno trovato un'intesa per porre fine al shutdown parziale del governo più lungo della storia americana. L'accordo prevede il finanziamento della maggior parte del Dipartimento di Sicurezza Nazionale attraverso una procedura a due fasi, dopo che Trump ha dato il suo sostegno al piano inizialmente respinto dalla Camera venerdì scorso.

Fonti: NYT, WSJ, BBC News

Trump valuta di licenziare il Procuratore Generale Pam Bondi


Il presidente ha discusso la possibilità di sostituire il Procuratore Generale Pam Bondi con Lee Zeldin, attualmente amministratore dell'EPA, a causa delle critiche crescenti sui presunti errori nella gestione dei fascicoli Epstein. La Bondi è sotto pressione sia all'interno che all'esterno dell'amministrazione per quello che i critici definiscono una crisi politica auto-inflitta al Dipartimento di Giustizia.

Fonti: NYT, NYT

Gli Stati Uniti preparano nuovi dazi sui farmaci


L'amministrazione Trump si prepara a implementare dazi del 100% su determinati medicinali, concretizzando le minacce fatte l'anno scorso. La misura fa parte della strategia commerciale protezionistica dell'amministrazione e potrebbe avere significativi impatti sul settore farmaceutico e sui consumatori americani. I dazi potrebbero entrare in vigore nelle prossime settimane.

Fonti: Financial Times

Il prezzo del petrolio balza del 5% dopo il discorso di Trump sull'Iran


I mercati petroliferi hanno reagito con forti rialzi dopo il discorso presidenziale, con il greggio che ha guadagnato il 5% per le rinnovate preoccupazioni sul conflitto in Iran. Nonostante Trump abbia dichiarato che la guerra è "vicina al completamento", le sue minacce di nuovi attacchi massicci hanno alimentato l'ansia sui mercati energetici e le preoccupazioni per la stabilità dello Stretto di Hormuz.

Fonti: Financial Times

Un test DNA conferma che Ted Bundy uccise una teenager dello Utah nel 1974


Le autorità dello Utah hanno confermato attraverso test DNA che il serial killer Ted Bundy uccise Laura Ann Aime, 17 anni, nel 1974. Bundy aveva confessato questo omicidio prima della sua esecuzione nel 1989, ma solo ora le prove scientifiche hanno fornito la conferma definitiva. Il caso era rimasto irrisolto per 51 anni nonostante la confessione del killer.

Fonti: WSJ, BBC News, NYT

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Gli americani non sono mai stati entusiasti di andare sulla Luna


La missione Artemis II sta per partire, ma i sondaggi mostrano che per i cittadini americani l'esplorazione lunare è quasi in fondo alle priorità della NASA

A Washington la definiscono una questione di sicurezza nazionale: riportare gli astronauti americani sulla Luna prima che ci arrivi la Cina. "Non illudiamoci", ha dichiarato il senatore Ted Cruz, presidente della commissione Commercio del Senato, a settembre. "Siamo in una nuova corsa allo spazio con la Cina". Ma se si chiede ai cittadini americani cosa dovrebbe fare la NASA con i suoi soldi, la risposta è diversa: mandare astronauti sulla Luna non è una priorità. Anzi, è quasi in fondo alla lista.

La NASA si prepara a lanciare la missione Artemis II, che porterà quattro astronauti, tre americani e un canadese, in orbita intorno alla Luna per la prima volta in oltre cinquant'anni. La missione viene presentata come parte di una nuova competizione spaziale con Pechino. A dicembre il presidente Trump ha firmato un ordine esecutivo che prevede il ritorno di americani sulla superficie lunare entro il 2028 e l'avvio di una base permanente due anni dopo. "Realizzeremo il potenziale scientifico ed economico della superficie lunare", ha dichiarato Jared Isaacman, amministratore della NASA, in un'intervista a gennaio.

Eppure i sondaggi raccontano un'altra storia. Quando nel 2023 il Pew Research Center, un istituto di ricerca apartitico con sede a Washington, ha intervistato oltre diecimila adulti americani sulle attività spaziali, ha trovato che l'opinione complessiva della NASA resta alta. Ma nel classificare nove attività dell'agenzia in ordine di importanza, l'invio di astronauti sulla Luna si è piazzato penultimo. Il 41 per cento degli intervistati lo ha giudicato poco importante o non meritevole di investimento. Solo l'esplorazione umana di Marte ha ottenuto un punteggio peggiore. In cima alla lista: il monitoraggio di asteroidi e oggetti che potrebbero colpire la Terra, seguito dal monitoraggio del clima terrestre. Cinque anni prima, con le stesse domande, i risultati erano stati quasi identici.

La tiepidezza degli americani verso i voli spaziali con equipaggio è un dato costante. Durante la prima corsa allo spazio tra Stati Uniti e Unione Sovietica, gli astronauti erano eroi nazionali, ma la maggioranza degli americani continuava a giudicare eccessiva la spesa del programma Apollo. In sondaggio dopo sondaggio negli anni Sessanta e nei primi anni Settanta, la maggioranza disse che il programma non valeva il costo. L'unica eccezione fu il luglio 1969, il mese in cui Neil Armstrong e Buzz Aldrin misero piede sulla Luna: allora una sottile maggioranza, il 53 per cento, riconobbe che ne era valsa la pena. "È quasi sempre una questione di bilancio", ha spiegato al New York Times Roger Launius, storico dello spazio ed ex funzionario della NASA e dello Smithsonian Institution. "Non è che abbiano una vera avversione a mandare esseri umani sulla Luna o su Marte".

Il problema di fondo è la sproporzione tra spesa e consenso. Il programma di volo umano, che include Artemis, assorbe quasi metà del bilancio della NASA, pari a 24,4 miliardi di dollari. Un singolo lancio del razzo Space Launch System con la capsula Orion, come quello previsto per Artemis II, costa circa 4,1 miliardi di dollari. Per confronto, la protezione del pianeta da impatti catastrofici di asteroidi, che i cittadini mettono in cima alle priorità, ha ricevuto poco più di 300 milioni nell'ultimo bilancio. La spesa della NASA, che nel 1966 raggiunse il 4,4 per cento del bilancio federale, negli ultimi anni si è attestata intorno allo 0,5 per cento.

"Ci manca il collegamento tra la NASA e la fascia più ampia del pubblico, quella che si interessa agli aspetti che hanno un impatto sulla loro vita", ha dichiarato al New York Times Lori Garver, vice amministratrice della NASA durante l'amministrazione Obama. Garver ha ricordato che quando assunse l'incarico nel 2009, la NASA spendeva quasi nulla per individuare asteroidi potenzialmente pericolosi, circa 15 milioni di dollari. "Per anni è stata una cifra inferiore al budget per i viaggi di servizio della sede centrale", ha aggiunto Casey Dreier, responsabile delle politiche della Planetary Society, un'organizzazione che promuove la scienza e l'esplorazione spaziale.

I sostenitori di Artemis propongono argomenti economici e scientifici. Isaacman ha sottolineato che miliardari come Jeff Bezos ed Elon Musk contribuiscono ormai in modo significativo ai costi. "Non è tutto sulle spalle dei contribuenti", ha detto. Ha anche indicato l'elio-3, una versione leggera dell'elio più abbondante sulla Luna che sulla Terra, come possibile combustibile per futuri reattori a fusione. "Quello che potremmo scoprire potrebbe avere un impatto concreto qui sulla Terra", ha dichiarato. Ma per Dreier la Luna resta un concetto lontano dalla vita quotidiana: "Andare sulla Luna e su Marte sembra piuttosto astratto. Cosa cambia per me?".

Nella storia della NASA le missioni senza equipaggio, come i telescopi spaziali Hubble e Webb e i rover su Marte, hanno spesso generato più entusiasmo delle missioni con astronauti. In un articolo del 2017, Launius osservava che le attività della NASA sono state portate avanti da una piccola base di sostenitori, contrastate da un piccolo gruppo di oppositori e sostenute da un numero più ampio di persone che accettano lo status quo. La scarsa disponibilità del pubblico a spendere molto per i voli spaziali, scriveva, "è una realtà fondamentale della NASA fin dalla sua nascita. Non sta cambiando e probabilmente non cambierà".

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Stati Uniti e Iran trattano sul cessate il fuoco, Londra guida una coalizione per riaprire lo Stretto di Hormuz


Washington valuta un accordo che prevede la riapertura dello Stretto in cambio della fine delle ostilità. Londra convoca 35 Paesi per una missione navale, ma le divisioni tra gli alleati complicano i piani.

Stati Uniti e Iran stanno trattando per un possibile cessate il fuoco legato alla riapertura dello Stretto di Hormuz. La notizia è stata rivelata ad Axios da tre funzionari americani, che però non hanno chiarito se i contatti siano avvenuti direttamente o tramite mediatori. Un accordo, hanno precisato, resta però lontano. Secondo due fonti citate da Axios, il presidente americano ne avrebbe parlato anche con il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman. Sempre oggi, Cina e Pakistan hanno presentato un’iniziativa di pace che va nella stessa direzione: fine dei combattimenti in cambio della riapertura dello Stretto.

Teheran ha però smentito subito. Il portavoce del Ministero degli Esteri, Esmaeil Baqaei, ha definito le notizie su presunti negoziati come “false e prive di fondamento”, ribadendo che l’Iran non ha mai avviato negoziati diretti con Washington. La Casa Bianca potrebbe però riferirsi a una dichiarazione del presidente iraniano Masoud Pezeshkian, che martedì, in una telefonata con il presidente del Consiglio europeo António Costa, si è detto disposto a porre fine alla guerra a due condizioni: che gli Stati Uniti cessino gli attacchi e che l’Iran ottenga garanzie contro una ripresa delle ostilità. Il punto, però, è politico: secondo molti analisti, in questa fase le decisioni decisive sono nelle mani dell’ala più dura del regime.

Mentre i negoziati restano incerti, il Regno Unito ha aperto un secondo fronte, diplomatico e militare. Questa settimana Londra terrà, infatti, colloqui con 35 Paesi per cercare di formare una coalizione navale incaricata di ripristinare la navigazione proprio nello Stretto di Hormuz. Il primo ministro britannico Keir Starmer ha annunciato che si discuterà di come “garantire che lo Stretto rimanga accessibile e sicuro dopo la cessazione delle ostilità” e ha convocato una riunione per valutare le opzioni.

Francia, Paesi Bassi e Stati del Golfo sono tra i Paesi coinvolti. Secondo il Financial Times, si stanno valutando scorte armate per le navi mercantili, operazioni di sminamento e sistemi di difesa contro eventuali attacchi iraniani. Un portavoce del Ministero degli Esteri belga ha definito l’iniziativa come “una coalizione di volenterosi”, simile a quella creata per la sicurezza dell’Ucraina. Gli Emirati Arabi Uniti si preparano a partecipare e stanno spingendo Stati Uniti, europei e altri Paesi asiatici a intervenire con la forza per sbloccare lo stretto. Emirati e Bahrein puntano inoltre a ottenere una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che dia alla coalizione un mandato formale per l'intervento.

La coalizione non opererebbe sotto l’ombrello della NATO e includerebbe anche Paesi esterni all’Alleanza. Fino a poco tempo fa, però, molti governi europei avevano escluso l’invio delle proprie marine nello Stretto: secondo fonti diplomatiche citate dal Financial Times, non volevano aiutare Trump a gestire una crisi che lui stesso aveva contribuito ad alimentare. L’aggravarsi dell’emergenza energetica e le continue pressioni del presidente americano li hanno però spinti a rivedere la linea. Mettere insieme la coalizione, ad ogni modo, resta difficile: alcuni Paesi, per esempio, si dicono pronti a fornire dragamine, ma non fregate di copertura.

Lo stesso Starmer ha avvertito che l’operazione sarà tutt’altro che semplice. “È impossibile dare per scontato che la de-escalation del conflitto porterà all’apertura in sicurezza dello Stretto di Hormuz”, ha dichiarato. “Non sarà facile”.

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La giornalista Claudia Conte ammette: “Una relazione con il ministro Piantedosi? Sì, non posso negarla”


@Politica interna, europea e internazionale
Dopo il caso Sangiuliano relativo alla relazione con l’impenditrice Maria Rosaria Boccia, un nuovo caso di gossip, che coinvolge il ministro dell’Interno Piantedosi, rischia di provocare un terremoto politico nel governo Meloni. In un’intervista a