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34 anni fa, su un tratto di autostrada siciliana, la mafia provò a silenziare un’idea. Non ci riuscì.

Falcone non era solo un giudice: aveva capito, prima di quasi tutti, che la criminalità organizzata non conosce confini e che nemmeno la risposta può fermarsi ai confini nazionali.

Già nell’aprile 1992, poche settimane prima di essere ucciso, portò questa visione alle Nazioni Unite: specializzazione della magistratura, cooperazione giudiziaria internazionale, sequestro dei patrimoni criminali.

Oggi esiste persino una “Risoluzione Falcone”, adottata nell’ambito della Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale, che riconosce come il suo lavoro e il suo sacrificio abbiano aperto la strada al diritto penale internazionale antimafia.

Eppure l’Europa giudiziaria che immaginava non esiste ancora del tutto. La criminalità organizzata transnazionale (dal narcotraffico ai reati informatici, dal traffico di esseri umani al riciclaggio) attraversa i confini con una rapidità che le nostre istituzioni faticano ancora a eguagliare.

Ricordare Falcone, oggi, significa anche questo: pretendere che l’Europa finisca il lavoro che lui aveva iniziato.

#GiovanniFalcone #Capaci #23Maggio #Antimafia #Legalità #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Quando la BCE ha annunciato per la prima volta l’intenzione di rinnovare l’immagine dell’euro, stavo parlando con un collega di Palermo su chi avrebbe dovuto apparire sulle nuove banconote. Il suo suggerimento era l’iconica fotografia di Tony Gentile. Gli ho chiesto se l’idea di mafiosi che contano i propri euro in rotoli dedicati a Falcone e Borsellino non fosse inquietante, e lui mi ha risposto che era proprio per questo che voleva che fossero raffigurati sulla banconota da 50 euro
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Trump alza ancora la pressione su Cuba


Il dipartimento di Giustizia americano ha incriminato l'ex presidente cubano per l'abbattimento di due aerei di esuli nel 1996. Strategia simile a quella usata contro Maduro.

Il dipartimento di Giustizia americano ha incriminato il 20 maggio Raúl Castro, 94 anni, storico leader del partito comunista cubano e fratello del defunto Fidel. L'accusa è di avere ordinato nel 1996 l'abbattimento di due aerei pilotati da membri di Brothers to the Rescue, gruppo di esuli con base a Miami, costato la vita a quattro persone. All'epoca Castro era ministro della Difesa. Divenne poi presidente e primo segretario del partito comunista, ritirandosi formalmente nel 2021. Resta tuttavia il leader di fatto dell'isola e nessuna decisione importante può essere presa senza il suo via libera.

L'incriminazione si inserisce in una strategia più ampia che ricalca quella adottata contro il regime venezuelano. Pochi mesi fa il presidente Donald Trump è riuscito a catturare Nicolás Maduro, ora detenuto in una cella di Brooklyn. Pochi ritenevano possibile arrivare allo stesso esito anche per Castro, ma l'apertura del fascicolo giudiziario a Miami rende lo scenario meno remoto. L'amministrazione americana aveva definito il blitz contro Maduro una operazione di applicazione della legge; ora sostiene che Cuba, a soli 145 chilometri dalla Florida, rappresenta un rischio per la sicurezza nazionale per la sua condizione di Stato fallito, il sostegno a Cina e Russia e il flusso di migranti verso gli Stati Uniti.

I voli di ricognizione americani sull'isola sono aumentati e i pianificatori militari stanno valutando diverse opzioni, da attacchi mirati a interventi più ampi. L'escalation segue mesi di pressione coercitiva. Dopo aver rimosso Maduro, Washington ha bloccato le forniture di carburante a Cuba e ha spinto i paesi della regione a interrompere i flussi di valuta forte verso l'Avana. Il governo cubano ha risposto con concessioni limitate, autorizzando le imprese private a importare carburante e promettendo di permettere ai cubani residenti all'estero di investire sull'isola.

Il 7 maggio l'Office of Foreign Assets Control del Tesoro americano ha imposto sanzioni a Gaesa, il conglomerato controllato dai militari che gestisce gran parte dell'economia cubana ed è considerato l'azienda di famiglia dei Castro. Il segretario di Stato Marco Rubio, cubano-americano, lo ha definito "il cuore del sistema cleptocratico comunista cubano". Una settimana più tardi il direttore della Central Intelligence Agency, John Ratcliffe, è volato all'Avana per incontrare Raúl Guillermo Rodríguez Castro, nipote di Raúl. Ratcliffe ha avvertito che il tempo per "cambiamenti fondamentali" sta finendo e ha proposto un pacchetto di aiuti da 100 milioni di dollari, da distribuire in coordinamento con la chiesa cattolica.

L'incontro è andato male. Il 18 maggio l'OFAC ha colpito con nuove sanzioni una larga parte dell'apparato politico e securitario cubano, inclusi i servizi segreti. Gli obiettivi dichiarati dell'amministrazione americana sono riforme economiche, rilascio dei prigionieri politici e compensazione per le proprietà espropriate. Anche se non lo dichiarano pubblicamente, Trump e Rubio puntano probabilmente a obiettivi più radicali: lo smantellamento di Gaesa e una transizione democratica. Il 14 maggio Rubio ha indurito i toni: "Non credo che potremo cambiare la traiettoria di Cuba finché queste persone sono al comando del regime".

Una operazione su modello venezuelano potrebbe apparire eccessiva. L'immagine di un uomo di 94 anni in manette difficilmente avrebbe lo stesso impatto sull'opinione pubblica americana che ha avuto quella di Maduro. Manca inoltre una persona disponibile a prendere il posto di Castro e a cooperare con gli americani, come c'era nel caso venezuelano. Il nipote di Castro è un custode del sistema, non un successore naturale.

I cubani non escludono la possibilità del primo intervento militare americano sull'isola dopo sessant'anni. Il regime sembra alimentare il timore: i civili ricevono addestramento militare e le forze armate distribuiscono volantini con istruzioni su come prepararsi alla guerra. Il 18 maggio il presidente Miguel Díaz-Canel ha avvertito che un attacco produrrebbe "un bagno di sangue di proporzioni incalcolabili".

La data dell'incriminazione di Castro è simbolica: il 20 maggio è l'anniversario dell'indipendenza cubana, celebrato dalla comunità di esuli a Miami che da tempo chiede a Trump una linea più dura. L'amministrazione potrebbe usare il fascicolo giudiziario anche come leva nei negoziati. Ric Herrero del Cuba Study Group di Washington, che da sempre favorisce il dialogo con l'Avana, ha dichiarato all'Economist che "il governo è del tutto incapace di cambiare rotta o di attuare riforme per uscire dal buco in cui si trova".

La situazione economica cubana è insostenibile. I ricavi di Gaesa valgono oltre tre volte il bilancio statale e il conglomerato controlla fino a 20 miliardi di dollari in attività illecite. Le aziende straniere hanno tempo fino al 5 giugno per chiudere i rapporti con Gaesa o con qualsiasi società da essa controllata. Hapag-Lloyd, tedesca, e CMA CGM, francese, le due grandi compagnie di navigazione occidentali che operavano con Cuba, hanno smesso di accettare ordini legati all'isola in attesa di valutare i rischi.

In un paese che importa circa il 70% del cibo le conseguenze potrebbero essere devastanti. Il ministro dell'Energia cubano ha già ammesso che l'isola ha esaurito le scorte di gasolio e olio combustibile per le centrali elettriche. I blackout all'Avana durano fino a 22 ore al giorno e i servizi pubblici sono al collasso. Il 13 maggio la polizia ha disperso manifestanti scesi in piazza all'Avana contro l'assenza di elettricità. L'organizzazione Prisoners Defenders, con sede a Madrid, conta un numero record di 1.260 prigionieri politici. Pedro Monreal, economista cubano residente a Madrid, stima che l'economia possa contrarsi del 15% quest'anno.

Il regime sostiene di stare valutando l'offerta di aiuti americani. Accettarla significherebbe ammettere il proprio fallimento; rifiutarla rischia di alimentare ulteriori proteste man mano che caldo, fame e blackout peggiorano. In entrambi i casi il governo cubano si trova senza margini per dire no a Washington.

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Quarant'anni fa, il 23 maggio 1986, si spegneva Altiero Spinelli.
Un italiano che aveva scelto l'Europa come patria più grande, e che dall'isola di Ventotene, dal confino fascista, aveva tracciato la mappa di un continente ancora da costruire.
Il Manifesto di Ventotene (1941) non era utopia: era insieme una diagnosi e un progetto politico. Il Progetto di Trattato sull'Unione Europea, adottato dal Parlamento Europeo nel 1984 con una maggioranza schiacciante, dimostrò che l'impresa era concretamente possibile, anche contro la resistenza dei governi nazionali.
Oggi l'edificio principale del Parlamento Europeo a Bruxelles porta il suo nome.
Ma il progetto federale europeo è ancora incompiuto.
Noi lo portiamo avanti. E noi lo realizzeremo! 🇪🇺💜

#AltieroSpinelli #ManifestoDiVentotene #UnioneEuropea #FederalismoEuropeo #EuropaUnita #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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L'Alberta voterà a ottobre per iniziare il percorso verso l'indipendenza dal Canada


La premier Danielle Smith ha annunciato l'aggiunta di una decima domanda al voto del 19 ottobre. Il quesito non chiederà subito l'indipendenza, ma l'avvio dell'iter legale per un secondo voto vincolante. Lei ha fatto sapere che voterà contro.

L'Alberta voterà il 19 ottobre su un quesito che, se approvato, spianerebbe la strada verso un secondo referendum, questa volta vincolante, sulla separazione dal Canada. Lo ha annunciato giovedì sera la premier Danielle Smith in un discorso televisivo trasmesso in prima serata.

Nessuna provincia canadese, al di fuori del Quebec, aveva mai portato la questione dell'indipendenza al voto popolare. La nuova domanda sarà la decima sulla scheda elettorale di ottobre, accanto ai quesiti già annunciati a febbraio su immigrazione e modifiche costituzionali. Agli elettori verrà chiesto se l'Alberta debba restare parte del Canada oppure se il governo provinciale debba avviare il percorso giuridico previsto dalla Costituzione per organizzare un referendum vincolante sulla secessione.

Smith ha già detto che voterà per restare nel Canada. "Nonostante il mio personale sostegno alla permanenza nel Canada, sono profondamente turbata da una decisione giudiziaria errata che interferisce con i diritti democratici di centinaia di migliaia di cittadini dell'Alberta", ha dichiarato. È una posizione politicamente calibrata: la premier si dice contraria all'indipendenza nel merito, ma rivendica il diritto degli elettori a esprimersi.

La sentenza, i separatisti e il nodo dei trattati indigeni


La mossa del governo provinciale arriva dopo una sentenza della scorsa settimana. La giudice Shaina Leonard, della Court of King's Bench dell'Alberta, ha bloccato la raccolta firme promossa dal gruppo separatista Stay Free Alberta, che aveva ottenuto oltre 300mila adesioni per chiedere agli elettori se la provincia dovesse "cessare di essere parte del Canada per diventare uno Stato indipendente". Due giudici della stessa Corte hanno stabilito che la separazione violerebbe i diritti garantiti dai trattati con le popolazioni indigene.

Smith ha annunciato ricorso e ha detto che il governo provinciale è pronto ad arrivare fino alla Corte Suprema canadese. Ha però ammesso che il contenzioso potrebbe richiedere mesi, se non anni. Da qui la decisione di inserire nel voto di ottobre un quesito indiretto: non una domanda secca sull'indipendenza, ma un mandato politico ad avviare l'iter per arrivare a un referendum vincolante.

La scelta ha però irritato i separatisti, che si aspettavano una consultazione diretta sulla sovranità. Jeff Rath, avvocato di Stay Free Alberta, l'ha definita un insulto a chi chiede l'indipendenza. Cam Davies, leader del Republican Party of Alberta, ha bollato il quesito come "senza spina dorsale".

La frattura con Ottawa e la reazione delle First Nations


Anche le comunità indigene si sono opposte con forza. La Confederacy of Treaty No. 6 First Nations ha condannato l'aggiunta della domanda al voto di ottobre, sostenendo che la decisione "conferma che i cittadini dell'Alberta vivono sotto un regime separatista". Per la confederazione indigena, qualsiasi tentativo di secessione violerebbe il rapporto stabilito dal Trattato n. 6 e tutelato dalla Costituzione canadese. L'organizzazione ha quindi chiesto al governo federale di intervenire per proteggere i diritti derivanti dai trattati.

L'Alberta, principale provincia produttrice di petrolio del Canada, vive da anni una tensione crescente con il governo federale liberale. Le frizioni si sono acuite dopo le elezioni dell'aprile 2025, che hanno riportato al potere il partito guidato dal premier Mark Carney. Secondo un sondaggio CBC News, il 67% dei cittadini dell'Alberta vuole che i leader dei partiti dichiarino apertamente come voterebbero in un eventuale referendum sull'indipendenza.

Il voto di ottobre non deciderà quindi direttamente la separazione dell'Alberta dal Canada, ma potrebbe lo stesso trasformare una rivendicazione finora politica e identitaria in un passaggio istituzionale. Per Smith si ttratta di un equilibrio delicato: confermare la volontà di restare nel Canada e, allo stesso tempo, costringere Ottawa e le Corti a confrontarsi direttamente con la spinta separatista della sua provincia.

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La battaglia per tagliare i ponti tra Italia e Israele nello scambio dei dati personali


Non solo torture e sanzioni commerciali, con Israele c'è in ballo anche la privacy. L’Autorità europea per la protezione dei dati personali ha chiesto un'indagine sulla condotta di Israele, mentre una coalizione italiana si appella al Garante Privacy

Non solo: poiché Israele controlla l'intera infrastruttura di telecomunicazione dei Territori palestinesi occupati e non applica alcuna limitazione territoriale interna nel trattamento dei dati provenienti dall'estero, vi è un rischio concreto e imminente – si legge nella lettera del 2025 – che i dati personali trasferiti dall'Unione europea a entità israeliane confluiscano nei sistemi di sorveglianza militare senza alcuna restrizione o trasparenza. Cosa decide di fare questa volta la Commissione europea? Niente, di nuovo.


wired.it/article/battaglia-tag…

@eticadigitale

Grazie a @vecna per la segnalazione

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Le primarie del Michigan diventano un test sul futuro del Partito democratico


Tre candidati per il seggio al Senato lasciato da Gary Peters dividono i democratici tra sinistra radicale, riformismo moderato ed establishment di partito

Le primarie democratiche per il seggio al Senato del Michigan si stanno trasformando in una delle competizioni più contese del Paese e in un banco di prova sulla direzione futura del partito. Il senatore uscente Gary Peters non si ricandida e tre candidati con profili molto diversi puntano alla nomination: la senatrice statale Mallory McMorrow, l'ex direttore della sanità della contea di Wayne Abdul El-Sayed e la deputata di Detroit Haley Stevens. Ciascuno rappresenta una corrente diversa del partito e l'esito del voto rivelerà come la base democratica intende presentarsi alle elezioni di metà mandato.

Secondo il modello previsionale dell'Economist i democratici hanno buone possibilità di conquistare la maggioranza al Senato, ma per farlo dovranno vincere in Maine e in due Stati a guida repubblicana dove il presidente Donald Trump ha vinto comodamente nel 2024. Perdere il Michigan, che nel 2024 ha scelto Trump per appena l'1,4%, comprometterebbe l'intera operazione. Il modello indica un margine atteso di circa sette punti per i democratici, ma la scelta del candidato può ribaltare questa proiezione.

Haley Stevens è la candidata dell'establishment. Già a Washington come deputata di un distretto a nord di Detroit, ha come principale sostenitore Chuck Schumer, leader della minoranza democratica al Senato, e la sua macchina politica. Dietro Schumer c'è AIPAC, il gruppo di pressione filoisraeliano. La lista di endorsement che ha raccolto è lunghissima, ma la sua campagna è silenziosa: pochissimi eventi pubblici e fischi al congresso statale del partito il mese scorso.

Mallory McMorrow ha invece scelto un profilo più visibile. È diventata nota a livello nazionale nel 2022 con un discorso di risposta a un collega repubblicano che l'aveva definita "groomer" per il suo sostegno ai diritti delle persone gay e trans. Oggi si presenta come una tecnocrate per le politiche pubbliche, distante dalla guerra di trincea fra schieramenti. Sostiene che se i "repubblicani MAGA" verranno sconfitti riemergeranno i repubblicani più moderati e tradizionali. La sua base è composta dai democratici che si considerano progressisti pragmatici. Tra i suoi sostenitori c'è la senatrice Elizabeth Warren.

Abdul El-Sayed è il candidato più radicale. Figlio di immigrati egiziani, ha studiato medicina all'Università del Michigan ma è passato alla sanità pubblica senza completare il tirocinio clinico, pur continuando a definirsi "medico". Propone l'assistenza sanitaria universale, la fine degli aiuti militari a Israele e il divieto dei finanziamenti politici da parte delle aziende. Il principale problema della politica americana, sostiene, è il sistema che permette a grandi imprese, miliardari e lobby di comprare i politici. Il suo sponsor più importante è il senatore Bernie Sanders.

Storicamente l'elettorato delle primarie democratiche in Michigan è stato più anziano, più bianco e più femminile della media e ha respinto i candidati radicali. Nel 2018 lo stesso El-Sayed si era candidato a governatore ed era stato battuto di ventidue punti percentuali da Gretchen Whitmer, una democratica più tradizionale. A 41 anni El-Sayed ha trascorso quasi tutta la carriera in incarichi politici senza mai aver vinto un'elezione.

L'elettorato però potrebbe essere cambiato. Gli eventi di El-Sayed, tra cui un comizio con Sanders il 3 maggio, raccolgono folle numerose. I suoi sostenitori ritengono che il partito sia ostaggio dei grandi donatori, fuori contatto con la base e non meritevole del potere. McMorrow e Stevens contano invece sui democratici meno arrabbiati con la propria parte politica.

L'incognita della corsa è AIPAC. McMorrow ed El-Sayed si aspettano un'ondata di spot negativi pagata dal gruppo. La preferenza naturale di AIPAC dovrebbe andare a Stevens. McMorrow, sposata con un uomo ebreo, ha definito «un abominio» ciò che Israele ha fatto a Gaza e in Libano, ma ha anche detto di temere che parte dell'elettorato non sia «anti-Netanyahu, ma anti-ebraica». El-Sayed ha invece partecipato a iniziative pubbliche con Hasan Piker, streamer di Twitch che ha elogiato Hamas, pur prendendo le distanze da molte delle sue posizioni.

L'influenza di AIPAC non è però scontata. In una primaria per un'elezione speciale in New Jersey, all'inizio di quest'anno, Analilia Mejia, un'altra populista di sinistra appoggiata da Sanders, ha battuto un critico moderato di Israele attaccato proprio dal gruppo. Quel seggio alla Camera, però, era considerato sicuro per i democratici. In Michigan la posta è diversa: il timore dell'establishment democratico è che gli elettori delle primarie scelgano un candidato di sinistra radicale considerato non eleggibile, mettendo a rischio l'intera campagna per la maggioranza al Senato.

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«Sfruttare le norme sui diritti umani per contrastare le violazioni della privacy da parte dello Stato».
mastodon.social/@privacypride/…


Non dobbiamo normalizzare gli abusi della sorveglianza digitale. La nuova guida dell'EFF sottolinea i passi concreti da compiere per contrastarli.

Per contribuire a tracciare un percorso verso soluzioni, @eff lancia la guida "Contrastare la sorveglianza digitale arbitraria nelle Americhe" , che si aggiunge al nostro ampio lavoro volto a sfruttare le norme sui diritti umani per contrastare le violazioni della privacy da parte dello Stato.

eff.org/deeplinks/2026/05/we-m…

@privacypride@feddit.it


in reply to Trames Venenosus

@privacypride
Le uniche violazioni dei diritti umani che non vengono mai normalizzate sono quelle dell'articolo 17 comma 2 «Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua proprietà».
Questo viene invocato anche per i signori delle guerre più sanguinose.

Anzi, a pensarci bene, solo per loro, perché della distruzione delle proprietà oltre che della vita delle loro vittime sembra non interessare molto a nessuno.

Trames Venenosus reshared this.

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Rifondazione: strage di Capaci, si indaghi su intrecci tra mafia e neofascisti home.rifondazione.eu/2026/05/2… #Antimafiasociale #ComunicatiStampa

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Cuba diventa il centro dello spionaggio di Cina e Russia contro gli Stati Uniti


Pechino e Mosca hanno triplicato dal 2023 il personale di intelligence sull'isola, dove gestiscono cinque basi di ascolto puntate sui comandi militari americani in Florida

Cina e Russia hanno triplicato dal 2023 il personale di intelligence dispiegato a Cuba e hanno potenziato le basi di ascolto elettronico usate per spiare i siti militari americani in Florida. Lo scrive il Wall Street Journal, che cita funzionari a conoscenza delle valutazioni dell'intelligence statunitense.

Delle 18 strutture di signals intelligence presenti sull'isola, tre sono gestite attivamente dalla Cina e due dalla Russia, mentre le restanti appartengono a Cuba. Alcune delle basi cinesi e russe sono operate congiuntamente con i servizi cubani. Secondo un alto funzionario americano sentito dal Wall Street Journal, Pechino e Mosca considerano gli impianti cubani fra i più importanti centri di ascolto all'estero, e il numero di strutture e di personale di intelligence straniero è destinato ad aumentare.

I principali obiettivi delle intercettazioni sono lo U.S. Central Command di Tampa, che coordina le operazioni militari americane in Medio Oriente, e lo U.S. Southern Command appena fuori Miami, responsabile per l'America Latina. Le apparecchiature installate intercettano prevalentemente comunicazioni non classificate. Gli Stati Uniti dispongono comunque di strumenti per ostacolare l'attività delle due potenze rivali, che monitorano anche le strutture di lancio spaziale e il traffico marittimo nella regione. In Florida si trovano diverse proprietà del presidente Donald Trump, fra cui il club di Mar-a-Lago. L'Avana, dal canto suo, concentra la propria attività di spionaggio sulla base americana di Guantanamo, all'estremità sud-orientale dell'isola.

L'amministrazione americana sta usando queste valutazioni per rafforzare la campagna di pressione contro l'Avana. A gennaio il presidente ha firmato un ordine esecutivo che definisce Cuba "una minaccia inusuale e straordinaria" per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Il documento sostiene che l'isola ospita la più grande struttura russa di signals intelligence all'estero e che ha approfondito la cooperazione militare con la Cina.

"Altri presidenti hanno guardato a questa situazione per 50 o 60 anni senza fare nulla", ha dichiarato Trump giovedì parlando della minaccia rappresentata da Cuba. "Sembra che sarò io a occuparmene". Lo stesso giorno il Segretario di Stato Marco Rubio ha parlato di "una presenza di intelligence russa e cinese" a circa 90 miglia dalle coste americane.

Negli ultimi mesi Washington ha elevato Cuba a obiettivo prioritario per l'intelligence, in seguito a un ordine firmato dalla direttrice dell'intelligence nazionale Tulsi Gabbard. Gli Stati Uniti conducono voli quasi quotidiani di droni di sorveglianza attorno all'isola e hanno riposizionato satelliti spia per seguire più da vicino gli sviluppi. L'ufficio di Gabbard ha rifiutato di commentare.

Alcuni ex funzionari mettono in dubbio la portata effettiva della minaccia. Ricardo Zúñiga, ex alto funzionario del Dipartimento di Stato che si è occupato di politica cubana, ha dichiarato al Wall Street Journal che "i tempi sembrano più che convenienti", dato che la presenza russa e cinese sull'isola è nota da anni. Juan Gonzalez, ex responsabile della politica per l'America Latina alla Casa Bianca sotto Joe Biden, ha sostenuto che la cooperazione fra l'Avana e i suoi alleati era aumentata durante il primo mandato di Trump per poi rallentare con Biden, quando Cuba aveva percepito uno spiraglio diplomatico. Secondo Gonzalez, l'attuale strategia dimostra "il fallimento totale dell'approccio della linea dura" e la fine della cooperazione di intelligence dovrebbe essere negoziata, non perseguita attraverso il cambio di regime.

Il governo cubano respinge le accuse. Il ministro degli Esteri Bruno Rodriguez ha accusato l'amministrazione americana di costruire un "caso fraudolento" per giustificare nuove sanzioni economiche e una possibile azione militare. Un portavoce dell'ambasciata cinese a Washington ha sostenuto che gli Stati Uniti diffondono narrazioni false su Cuba. La portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova ha condannato giovedì le pressioni americane e ha promesso un "sostegno attivo" all'isola.

L'amministrazione Trump dice di concentrarsi sulla sicurezza dell'emisfero occidentale, pur essendo già impegnata in due guerre contro l'Iran. Dopo un'operazione condotta a gennaio per catturare l'allora presidente venezuelano Nicolás Maduro, il presidente ha spostato l'attenzione su Cuba. Mercoledì il Dipartimento di Giustizia ha ottenuto un'incriminazione contro Raúl Castro, anziano patriarca dell'isola ed ex presidente, accusandolo di omicidio, cospirazione per uccidere cittadini americani e distruzione di aeromobili. L'attuale leader cubano ha definito il provvedimento "privo di qualsiasi fondamento giuridico".

La scorsa settimana il direttore della Central Intelligence Agency John Ratcliffe ha incontrato all'Avana il nipote di Castro e alti funzionari dell'intelligence cubana. Secondo un funzionario della CIA, Ratcliffe ha comunicato ai cubani che il paese non può più ospitare gli avversari di Washington e deve interrompere ogni rapporto con loro. Stephen Miller, vice capo di gabinetto della Casa Bianca, ha dichiarato a Fox News che Cuba è stata "una piattaforma per gli avversari americani per decenni" e rappresenta "l'ultimo avamposto del comunismo, l'ultimo avamposto della Guerra fredda".

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Ha ragione Shy di Breaking Italy: la battaglia politica della nostra generazione è costruire un’Unione Europea più forte, più coesa e più vicina ai cittadini.
Perché il futuro di chi vive in Italia, in Ungheria, in Germania, in Spagna o in qualunque altro Stato membro non si decide più solo a livello nazionale: clima, difesa, economia, diritti, migrazioni, politica estera e democrazia richiedono strumenti comuni, istituzioni più forti e decisioni europee vere.
Per questo Volt, fin dalla sua nascita, ha messo al centro l’obiettivo dell’Europa Federale: partiti transnazionali, un Parlamento europeo con pieno potere di iniziativa legislativa, il superamento del veto dei governi nazionali, il Consiglio trasformato in un vero Senato europeo, una Commissione riformata come governo europeo, una Costituzione europea fondata su legittimità democratica e responsabilità verso i cittadini!
È questo l’unico modo per rendere l’Unione Europea democratica, efficace e finalmente all’altezza del nostro tempo.
Costruire l’Europa Federale è la battaglia politica della nostra generazione.

#EuropaFederale #UnioneEuropea #BreakingItaly #PoliticaEuropea #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Zwei wichtige Interviews bei @netzpolitik_feed zeigen, warum Forschung und zivilgesellschaftlicher Einsatz so wichtig für die Umsetzung des DSA sind. Josephine Ballon (HateAid) bzw. Marc Faddoul (AI Forensics) erläutern ihre Arbeit und weshalb Unterstützung aus der Politik nötig ist.

netzpolitik.org/2026/hateaid-n…

netzpolitik.org/2026/ai-forens…

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"Der Fall zeigt für mich, wozu Menschen fähig sind, wenn sie sich zusammenschließen, gemeinsam aufstehen und sich wehren." Ein Rückblick auf die Woche von @dleisegang

netzpolitik.org/2026/die-woche…

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Eigentlich gibt es hohe Hürden dafür, wenn die Polizei mit einem Foto öffentlich nach Tatverdächtigen fahnden will. Doch zum einen setzen manche Öffentlichkeitsfahndungen auch für kleine Delikte ein, zum anderen stammen die Regeln dafür aus einer Zeit vor großen sozialen Medien. Athena Möller kritisiert im Grundrechte-Report 2026, dass sich trotz guter Vorschläge daran nichts ändert

netzpolitik.org/2026/oeffentli…

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Ukrainian Intelligence Report: Russian APT Groups Intensify Cyber Operations — 5,927 Incidents, 37% Rise in 2025
#CyberSecurity
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Ubiquiti Issues Emergency Patches for Five Critical UniFi OS Vulnerabilities, Three Rated Maximum CVSS 10.0
#CyberSecurity
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CISA Adds Two Actively Exploited Microsoft Defender Zero-Days to KEV Catalog — Patch by June 3
#CyberSecurity
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Trump rinvia all'ultimo l'ordine esecutivo sulla sicurezza dell'intelligenza artificiale


Cerimonia annullata poche ore prima della firma dopo le pressioni del consigliere David Sacks e di alcuni dirigenti del settore tecnologico contrari a nuove regole sui modelli di IA

Il presidente Donald Trump ha rinviato all'ultimo momento la firma di un ordine esecutivo molto atteso sull'intelligenza artificiale e la sicurezza informatica, dopo le obiezioni del suo consigliere per l'IA David Sacks e di alcuni dirigenti del settore tecnologico. La cerimonia era prevista per giovedì pomeriggio alla Casa Bianca con la presenza dei vertici delle principali aziende di intelligenza artificiale.

"Non mi piacevano certi aspetti, l'ho rinviato", ha dichiarato il presidente ai giornalisti nello Studio Ovale. Ha aggiunto che il provvedimento avrebbe potuto rappresentare "un ostacolo" alla leadership tecnologica statunitense: "Stiamo battendo la Cina, stiamo battendo tutti, e non voglio fare nulla che possa intralciare questo vantaggio".

L'ordine avrebbe istituito un quadro volontario per la condivisione dei modelli più avanzati con il governo statunitense prima del lancio pubblico. Una bozza prevedeva un periodo di valutazione fino a 90 giorni, mentre alcune imprese avrebbero preferito tempi più brevi, intorno ai 14 giorni. L'obiettivo era permettere al governo di individuare vulnerabilità di sicurezza nei nuovi sistemi e correggere i problemi nelle infrastrutture critiche come banche, utility e altri settori sensibili prima che potessero essere sfruttate.

Secondo quanto riportato per primo da Axios, prima della firma il presidente si era confrontato con Sacks e con esponenti dell'industria. Una fonte sentita dal sito ha spiegato che Trump "semplicemente odia le regole" e che Sacks ha condiviso la stessa avversione, definendo l'intero provvedimento "inutile" e "qualcosa che volevano solo i catastrofisti". Tra mercoledì sera e giovedì mattina hanno parlato con il presidente anche Mark Zuckerberg di Meta ed Elon Musk di xAI.

Il testo era diviso in due sezioni. La prima riguardava i cosiddetti "modelli di frontiera coperti", cioè i sistemi più potenti che sarebbero stati sottoposti alla revisione preventiva del governo. La seconda istituiva una sorta di sportello unico sulla sicurezza informatica, gestito dal dipartimento del Tesoro insieme ad altre agenzie e alle aziende di IA, per identificare e correggere le vulnerabilità nei modelli non ancora rilasciati. Era previsto anche un rafforzamento della US Tech Force, il corpo di ingegneri reclutato per modernizzare i sistemi informatici federali.

Una fonte del settore ha contestato ad Axios il ruolo guida assegnato al Tesoro, ricordando che le revisioni di sicurezza informatica sono tradizionalmente di competenza della Cybersecurity and Infrastructure Security Agency e del National Institute of Standards and Technology. "Non è chiaro, obiettivamente, perché il Tesoro sia coinvolto e quale sia la sua competenza specifica in questo ambito", ha detto la fonte.

L'iniziativa era nata dopo la presentazione di Mythos, il nuovo modello dell'azienda Anthropic capace di individuare vulnerabilità nei software a una velocità senza precedenti. L'azienda non ha rilasciato pubblicamente il sistema e lo sta fornendo a un gruppo ristretto di imprese attraverso il programma Project Glasswing. Anche OpenAI ha annunciato l'accesso anticipato ai propri modelli più recenti per aiutare aziende e governi a rafforzare le difese informatiche. La preoccupazione dell'amministrazione è che sistemi futuri possano trovare falle sfruttabili da paesi nemici.

Sul provvedimento si sono scontrate due anime della base trumpiana. Da un lato gli attivisti del movimento MAGA, tra cui l'ex consigliere Steve Bannon e l'organizzatrice politica Amy Kremer, che chiedevano alla Casa Bianca di rendere obbligatoria la sottoposizione dei modelli più potenti ai test di sicurezza governativi. Dall'altro i sostenitori dell'industria tecnologica, come il venture capitalist Marc Andreessen e lo stesso Sacks, contrari a qualsiasi requisito vincolante. Sacks, principale funzionario di Trump per l'IA fino a marzo, oggi co-presiede il comitato consultivo presidenziale sulla tecnologia.

L'ordine era stato preparato nell'ultimo mese dal capo di gabinetto Susie Wiles, dal consigliere per la scienza e la tecnologia Michael Kratsios, dal suo vice Walker Barrett e dal direttore nazionale per la cibersicurezza Sean Cairncross, con il contributo delle aziende di IA. Le imprese più grandi, tra cui OpenAI e Anthropic, hanno seguito direttamente le discussioni con la Casa Bianca.

Secondo il New York Times, la cancellazione ha colto di sorpresa anche i dirigenti delle aziende di IA, alcuni dei quali erano in volo verso Washington quando è arrivata la decisione. La Casa Bianca aveva invitato i vertici di OpenAI, Google, Anthropic, Meta e Microsoft soltanto ventiquattro ore prima dell'evento. Diverse imprese, di fronte all'indisponibilità degli amministratori delegati, avevano deciso di mandare altri dirigenti, una scelta che avrebbe contrariato il presidente.

Test volontari dei modelli di IA da parte del governo federale esistono già da alcuni anni: aziende come OpenAI e Anthropic sottopongono i propri prodotti al Center for AI Standards and Innovation del dipartimento del Commercio. A maggio il dipartimento aveva annunciato accordi simili con Google, xAI e Microsoft, ma i dettagli sono successivamente scomparsi dal sito istituzionale senza una spiegazione ufficiale.

Resta da capire se e quando l'ordine verrà firmato e se nel frattempo subirà modifiche. Per ora ha prevalso la linea di chi nell'amministrazione spinge per un approccio liberista all'intelligenza artificiale, mentre l'Ufficio del direttore nazionale per la cibersicurezza, secondo fonti sentite da Axios, starebbe lavorando ad altre iniziative sulla sicurezza dei modelli avanzati.

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Showboat e JFMBackdoor: il gruppo cinese Calypso spia le telecomunicazioni del Medio Oriente con malware Linux e Windows
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/showbo…


Showboat e JFMBackdoor: il gruppo cinese Calypso spia le telecomunicazioni del Medio Oriente con malware Linux e Windows


I ricercatori di Lumen Technologies Black Lotus Labs hanno pubblicato il 21 maggio 2026 un’analisi dettagliata di due nuovi strumenti malevoli — Showboat (Linux) e JFMBackdoor (Windows) — impiegati in campagne di cyberspionaggio attribuite con moderata confidenza al gruppo cinese Calypso, noto anche come Red Lamassu. I bersagli: operatori di telecomunicazioni nel Medio Oriente, nell’Asia Pacifica e, più recentemente, entità negli Stati Uniti e in Ucraina.

Chi è Calypso / Red Lamassu


Calypso è un gruppo APT di matrice cinese attivo almeno dal 2018, storicamente orientato allo spionaggio su governi, settore energetico e telecomunicazioni in Asia Centrale e Medio Oriente. Il gruppo condivide infrastrutture e tooling con altri cluster affiliati alla Cina, in linea con il modello del cosiddetto digital quartermaster: una struttura centralizzata che rifornisce più gruppi APT di strumenti comuni come PlugX, ShadowPad e, ora, Showboat. Questa logica di condivisione complica l’attribuzione e amplifica la portata operativa.

Showboat: un framework post-exploitation modulare per Linux


Il punto di partenza dell’indagine è stato un binario ELF caricato su VirusTotal nel maggio 2025, inizialmente classificato come backdoor Linux sofisticato con capacità rootkit (Kaspersky lo traccia come EvaRAT). Showboat è progettato per sistemi Linux con un insieme di capacità modulari orientate alla persistenza silenziosa e al movimento laterale: shell remota per l’esecuzione di comandi arbitrari, trasferimento file bidirezionale, proxy SOCKS5 per il tunneling verso sistemi interni non esposti su internet, raccolta di informazioni di sistema, nascondimento dei processi dalla lista dei processi attivi, e recupero di payload da Pastebin (paste creato l’11 gennaio 2022) — tecnica che frammenta la kill chain su piattaforme legittime per eludere il rilevamento.

Il malware comunica con il server C2 trasmettendo informazioni di sistema in un campo PNG come stringa cifrata in Base64. La funzione proxy SOCKS5 è particolarmente significativa: consente agli attaccanti di interagire con macchine raggiungibili solo via LAN, espandendo silenziosamente il perimetro di compromissione verso asset interni critici.

JFMBackdoor: un impianto Windows a pieno spettro


A fianco di Showboat, i ricercatori hanno identificato JFMBackdoor, un impianto Windows distribuito tramite DLL side-loading. Si tratta di un RAT completo con accesso shell remoto, operazioni su file (upload, download, eliminazione), network proxying, cattura di screenshot e auto-rimozione (self-removal) per cancellare le tracce post-operazione. Il vettore DLL side-loading è un classico dei toolkit cinesi: consente di agganciare un processo legittimo per l’esecuzione del codice malevolo, riducendo la visibilità per le soluzioni EDR.

Vittime identificate e infrastruttura C2


L’analisi infrastrutturale ha rilevato le seguenti compromissioni: un provider di telecomunicazioni nel Medio Oriente (vittima principale, bersagliata almeno dal 2022), un ISP in Afghanistan, un’entità in Azerbaigian, due possibili compromissioni negli Stati Uniti e una in Ucraina, identificate tramite un cluster C2 secondario che condivide certificati X.509 con quello primario.

I nodi C2 mostrano correlazioni geografiche con indirizzi IP geolocalizzati a Chengdu, capoluogo della provincia del Sichuan — area già associata ad operazioni APT cinesi come quelle di APT41. La presenza di infrastruttura condivisa con altri cluster cinesi, tramite certificati e pattern C2 analoghi, rinforza l’ipotesi del digital quartermaster. Il gruppo ha registrato domini tematici che impersonano operatori telecom per rendere il traffico C2 meno sospetto.

Perché le telco sono obiettivi privilegiati dello spionaggio cinese


Le infrastrutture di telecomunicazione rappresentano un obiettivo di primaria importanza per le operazioni di intelligence offensiva. Il controllo, anche parziale, di un operatore telecom offre accesso a metadati di traffico, possibilità di intercettazioni mirate, informazioni su clienti governativi e aziendali, e capacità di prepararsi per operazioni disruptive in scenari di escalation geopolitica. Non è un caso che Showboat sia progettato specificatamente per Linux: i sistemi basati su questo OS costituiscono il backbone infrastrutturale della maggior parte delle telco mondiali. La funzione SOCKS5 rispecchia un obiettivo preciso: muoversi lateralmente e silenziosamente all’interno di reti segmentate, raggiungendo asset normalmente inaccessibili dall’esterno.

Indicatori di compromissione (IoC)

# Showboat - ELF binary (VirusTotal, maggio 2025)
SHA256: d6a4fad5448838dbc8cc6b33f1dbfbdc7a2fad36de58ff6a66dce96f729f7011
# Kaspersky classification: EvaRAT
# C2 infrastructure: IP geolocati a Chengdu (Sichuan, CN)
# Certificati X.509 condivisi tra cluster C2 primario e secondario
# Domini: pattern telecom-themed (impersonazione operatori target)
# Pastebin paste ID: creato 2022-01-11 (autoconcealment snippet)

Due righe per i difensori


Per le organizzazioni del settore telecomunicazioni e infrastrutture critiche, i ricercatori di Black Lotus Labs raccomandano: monitorare il traffico in uscita verso Pastebin e piattaforme di condivisione testo per rilevare scaricamenti di payload; analizzare le connessioni SOCKS5 anomale verso host interni non esposti; verificare l’integrità dei processi su sistemi Linux alla ricerca di tecniche di process hiding; implementare threat hunting specifico per DLL side-loading su endpoint Windows; correlare i certificati X.509 dei server C2 con quelli osservati da Black Lotus Labs. Come ha sottolineato il ricercatore Danny Adamitis: “La presenza di tali minacce dovrebbe essere interpretata come un segnale d’allarme precoce, indicativo di problemi di sicurezza potenzialmente più gravi e diffusi all’interno delle reti compromesse.”


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Ancora un’altra figuraccia per Giorgia Meloni, che non ricorda (o forse non sa) il significato dei colori della bandiera italiana.
E tu, #teloricordi?

video di Francesca Romana D’Antuono, copresidente di Volt Europa

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Rubio agli alleati europei: i soldati americani in Europa diminuiranno


Il segretario di Stato annuncia un ridimensionamento della presenza militare statunitense nel continente poche ore dopo che Trump aveva promesso 5.000 nuovi soldati in Polonia, creando confusione tra gli alleati Nato.

Gli Stati Uniti ridurranno progressivamente il numero dei propri soldati di stanza in Europa. L'annuncio è arrivato venerdì 22 maggio dal segretario di Stato americano Marco Rubio durante la riunione dei ministri degli Esteri della Nato a Helsingborg, in Svezia. La dichiarazione è giunta a poche ore di distanza dall'annuncio del presidente Donald Trump dell'invio di 5.000 militari aggiuntivi in Polonia, creando confusione tra gli alleati europei sulle reali intenzioni di Washington.

"C'è un ampio riconoscimento del fatto che ci saranno meno soldati americani in Europa rispetto al passato", ha dichiarato Rubio ai giornalisti. Il segretario di Stato ha aggiunto di comprendere che la decisione possa generare "una certa nervosità" tra gli alleati, ma ha insistito sul fatto che il ridimensionamento non rappresenta una novità: "Tutto questo non dovrebbe sorprendere nessuno". Rubio ha anche anticipato che un aggiustamento sarà annunciato "oggi o nei prossimi giorni" riguardo a quella che alcuni nella Nato chiamano "la cavalleria", ovvero le forze mobilitabili entro 180 giorni in caso di necessità.

La sequenza degli eventi delle ultime settimane ha disorientato le cancellerie europee. All'inizio di maggio il Pentagono aveva annunciato il ritiro di 5.000 militari americani dalla Germania, decisione arrivata dopo che il cancelliere tedesco Friedrich Merz aveva dichiarato che l'Iran stava "umiliando" gli Stati Uniti al tavolo dei negoziati. La settimana scorsa il Dipartimento della Difesa ha poi cancellato il dispiegamento di 4.000 soldati in Polonia, alcuni dei quali erano già arrivati nel paese con il loro equipaggiamento. Martedì il vicepresidente JD Vance ha precisato che il dispiegamento era stato solo rinviato, non annullato. Giovedì sera è arrivato il colpo di scena finale: con un post su Truth Social, Trump ha annunciato l'invio di 5.000 soldati aggiuntivi in Polonia, giustificando la decisione con "l'elezione di successo" del presidente polacco Karol Nawrocki, un nazionalista conservatore che lui stesso aveva sostenuto nelle elezioni dell'anno scorso.

Il New York Times ha scritto che l'annuncio ha colto di sorpresa gli stessi funzionari del Pentagono. Restano senza risposta diverse domande: da dove arriveranno i 5.000 soldati destinati alla Polonia e se sarà necessario ridurre la presenza militare in altre aree per raggiungere l'obiettivo di Trump di alleggerire l'impegno americano in Europa, dove sono attualmente schierati circa 80.000 militari statunitensi. In totale in Polonia ci sono circa 10.000 soldati americani, la maggior parte in rotazione di alcuni mesi.

Le reazioni dei ministri europei riuniti a Helsingborg hanno oscillato tra il diplomatico e lo sconcerto. "È davvero confuso e non sempre facile orientarsi", ha ammesso il ministro degli Esteri svedese Maria Malmer Stenergard, padrona di casa della riunione. La ministra lettone Baiba Braze ha osservato che gli alleati sapevano che "la postura statunitense era in fase di riconsiderazione, ma per ora non c'è alcun cambio di postura". Il ministro polacco Radoslaw Sikorski ha ringraziato Trump, sottolineando che "la presenza delle truppe americane in Polonia sarà mantenuta più o meno ai livelli precedenti".

Più articolata la posizione del ministro degli Esteri belga Maxime Prévot, che ha letto la situazione in chiave di politica interna americana: "Marco Rubio è stato estremamente cordiale e pacato. Penso che ci siano messaggi che trasmette, che a volte feriscono gli alleati europei, ma che sono destinati soprattutto alla sua politica interna".

Il segretario generale della Nato Mark Rutte ha cercato di proiettare unità, ribadendo che l'impegno degli alleati all'articolo 5 del trattato è "incrollabile" e che "la nostra determinazione e capacità di difendere ogni alleato è assoluta". Allo stesso tempo Rutte ha riconosciuto che l'evoluzione era prevedibile, parte di una più ampia transizione verso la fine della "eccessiva dipendenza" dagli Stati Uniti per la difesa dell'alleanza. Interrogato sulla capacità europea di difendersi da sola, ha risposto seccamente: "Sognatevelo".

Dietro la facciata diplomatica, Rubio ha lasciato trasparire l'irritazione di Trump verso gli alleati europei che non hanno appoggiato gli Stati Uniti nella guerra contro l'Iran. "Le posizioni del presidente riflettono in realtà una delusione nei confronti di alcuni nostri alleati nella Nato", ha dichiarato, aggiungendo che la questione dovrà essere "affrontata". Il prossimo vertice Nato di Ankara, previsto per luglio, è stato definito da Rubio come "uno dei più importanti vertici di leader nella storia della Nato".

Il segretario di Stato ha anche evocato la necessità di un "piano B" qualora l'Iran continuasse a impedire il transito nello stretto di Hormuz, dove in tempo di pace passa un quinto del petrolio consumato nel mondo. "Non so se sarebbe necessariamente una missione della Nato, ma certamente alcuni paesi della Nato dovranno contribuire", ha detto. Navi da guerra sono già state prepositionate nei pressi dello stretto nell'ambito di una coalizione internazionale guidata da Londra e Parigi.

Sul fronte ucraino, Rutte ha confermato l'invito al presidente Volodymyr Zelensky a partecipare al vertice di Ankara. Rubio ha definito i negoziati di pace finora "non fruttuosi", sostenendo però che la guerra non si concluderà con una vittoria militare di una delle due parti. Una proposta di Rutte di impegnare i paesi Nato, esclusi gli Stati Uniti, a destinare almeno lo 0,25% del proprio PIL al sostegno militare di Kiev è stata respinta.

Sullo sfondo della riunione si sono moltiplicati gli incidenti sul fianco orientale dell'alleanza. Martedì un caccia rumeno F-16 della Nato ha abbattuto un drone sopra l'Estonia, episodio che secondo le autorità baltiche rientra in una campagna russa di disturbo elettronico che devia droni ucraini a lungo raggio sul territorio dell'alleanza. Mercoledì gli abitanti di Vilnius, capitale della Lituania, sono stati invitati a mettersi al riparo dopo che allarmi aerei sono stati attivati per attività di droni vicino al confine con la Bielorussia. I ministri nordici e baltici hanno respinto in una dichiarazione congiunta quella che hanno definito la "palese campagna di disinformazione" russa, che accusa Lettonia e altri paesi baltici di voler lanciare droni militari contro la Russia.

Per rassicurare la Casa Bianca sul proprio impegno, gli europei si preparano ad annunciare al vertice di Ankara una serie di contratti per armamenti, diversi dei quali con gli Stati Uniti, secondo quanto riferito da fonti diplomatiche a Bruxelles.

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LiteSpeed cPanel Plugin Zero-Day (CVE-2026-48172) Actively Exploited to Gain Server Root Access
#CyberSecurity
securebulletin.com/litespeed-c…
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Microsoft Identity Manager 2016 SP3: supporto SQL Server 2022, Azure SQL con Managed Identity e AD FS SSO
#tech
spcnet.it/microsoft-identity-m…
@informatica


Microsoft Identity Manager 2016 SP3: supporto SQL Server 2022, Azure SQL con Managed Identity e AD FS SSO


MIM 2016 SP3: finalmente disponibile, con un percorso travagliato


Microsoft Identity Manager (MIM) 2016 Service Pack 3 è diventato generalmente disponibile il 14 maggio 2026, dopo una storia piuttosto movimentata: una prima versione era stata rilasciata a fine marzo 2026 ma Microsoft l’aveva silenziosa ritirata senza spiegazioni pubbliche. SP3 si posiziona come un aggiornamento di compatibilità di piattaforma più che una rivisitazione architetturale del prodotto, ma include alcune novità tecnicamente significative per gli scenari ibridi e cloud.

Per chi gestisce ambienti enterprise con Active Directory e sincronizzazione delle identità, MIM rimane un componente critico in molte organizzazioni. Con l’estensione del supporto fino al 9 gennaio 2029 (la data originale era gennaio 2026), Microsoft ha chiarito che il prodotto ha ancora vita davanti a sé, almeno come soluzione di transizione verso Entra ID Governance.

Principali aggiornamenti di compatibilità di piattaforma


SP3 estende la compatibilità ufficiale con le versioni più recenti degli stack Microsoft on-premise e cloud. I componenti aggiornati includono:

  • SQL Server 2022 — supporto completo per il database di MIM Service e MIM Synchronization Service
  • SharePoint Server Subscription Edition (SE) — il portale MIM può essere ospitato su SharePoint SE
  • Exchange Server Subscription Edition (SE) — supporto per la gestione delle cassette postali Exchange tramite MIM
  • System Center Service Manager DW 2022 — compatibilità aggiornata per gli scenari di data warehouse
  • Windows Server 2025 — supporto per il sistema operativo host aggiornato

Questi aggiornamenti sono fondamentali per le organizzazioni che hanno già migrato i propri server on-premise alle versioni più recenti e si trovavano a gestire MIM su stack non ufficialmente supportati, una situazione rischiosa dal punto di vista del supporto Microsoft.

Azure SQL Database per MIM Synchronization: la novità più rilevante


La novità tecnicamente più interessante di SP3 è il supporto nativo per Azure SQL Database come backend del MIM Synchronization Service, con autenticazione tramite managed identity. Questa funzionalità apre un nuovo scenario di deployment ibrido dove il motore di sincronizzazione di MIM può connettersi a un database gestito nel cloud senza dover gestire credenziali SQL esplicite in chiaro.

System-assigned vs User-assigned Managed Identity


SP3 supporta entrambe le varianti di managed identity per l’autenticazione verso Azure SQL:

  • System-assigned managed identity — legata al ciclo di vita del server MIM Sync, viene creata e dismessa automaticamente con la macchina virtuale. Più semplice da configurare, ma meno flessibile in scenari di disaster recovery o migrazione del server.
  • User-assigned managed identity — un’identità indipendente che può essere assegnata a più risorse e sopravvive alla VM. Preferita negli ambienti enterprise per la flessibilità e la possibilità di condividere le autorizzazioni tra più istanze server.

In entrambi i casi, la managed identity deve essere configurata come External provider nel database Azure SQL e deve avere il ruolo db_owner (o i permessi minimi necessari) sullo schema MIM. La configurazione lato MIM avviene nel file di configurazione del Synchronization Service, specificando il tipo di autenticazione ActiveDirectoryManagedIdentity nella stringa di connessione.

Considerazioni pratiche sul deployment


Portare il database di MIM Sync su Azure SQL offre vantaggi concreti: alta disponibilità integrata, backup automatici, scaling elastico e riduzione del carico operativo sulla DBA. Tuttavia, le latenze di rete tra il server MIM Sync on-premise e Azure SQL devono essere valutate con attenzione. Cicli di sincronizzazione su connector con milioni di oggetti — come un Full Import su Active Directory con 200.000+ account — potrebbero risentire della latenza aggiuntiva rispetto a un SQL Server locale.

È consigliabile testare questa configurazione in ambiente di staging misurando i tempi dei management agent profile più pesanti (Full Import, Full Sync) prima di portarla in produzione.

AD FS SSO per il portale MIM: claims-based authentication


SP3 introduce il supporto per Active Directory Federation Services (AD FS) con autenticazione SSO basata su claims per il portale MIM. In precedenza, il portale si basava esclusivamente sull’autenticazione Windows integrata (Kerberos/NTLM). Con SP3, gli utenti possono autenticarsi al portale tramite AD FS, il che apre alcune possibilità interessanti:

  • Supporto per scenari in cui i client non sono domain-joined (utenti che accedono dall’esterno tramite Web Application Proxy)
  • Possibilità di applicare policy di autenticazione più granulari tramite AD FS, inclusi MFA e device compliance
  • Percorso di transizione verso Entra ID per organizzazioni che già federano le identità tramite AD FS

La configurazione richiede la registrazione del portale MIM come Relying Party Trust in AD FS e la corretta configurazione delle claim rules per mappare gli attributi utente alle autorizzazioni MIM. Microsoft ha aggiornato la documentazione ufficiale su Microsoft Learn con le istruzioni dettagliate per questo scenario.

Estensione del supporto: una boccata d’aria per i team IT


Forse la notizia più impattante per molte organizzazioni non è tecnica, ma temporale. La data di fine supporto di MIM 2016 è stata estesa dal 13 gennaio 2026 al 9 gennaio 2029 — tre anni in più. Per i team IT che stavano affrontando una corsa contro il tempo per migrare a Entra ID Governance, questa estensione offre una finestra più ampia per pianificare la transizione con la dovuta attenzione.

È comunque importante non interpretare questa estensione come un segnale che MIM riceverà nuove funzionalità significative. Microsoft è chiara: il percorso raccomandato per la gestione del ciclo di vita delle identità punta a Microsoft Entra ID Governance. MIM è in maintenance mode.

Come pianificare l’upgrade a SP3


Per chi gestisce MIM 2016, ecco i passi raccomandati:

  1. Verifica la versione corrente — la build di SP3 è 4.7.6.0. Controlla la versione installata tramite Programmi e Funzionalità o il registro di sistema.
  2. Consulta la matrice di compatibilità ufficiale su Microsoft Learn per identificare eventuali combinazioni di piattaforma non più supportate.
  3. Testa in staging prima della produzione, verificando la compatibilità con management agent personalizzati e regole di sincronizzazione custom.
  4. Valuta Azure SQL con managed identity se vuoi ridurre il debito operativo del database on-premise.
  5. Pianifica la migrazione a lungo termine verso Entra ID Governance, usando questo upgrade come occasione per documentare i processi attuali.


Conclusione


MIM 2016 SP3 è un aggiornamento pragmatico e necessario per le organizzazioni enterprise che ancora dipendono da questo strumento. L’aggiunta del supporto per Azure SQL con managed identity è la novità più rilevante dal punto di vista architetturale, mentre il supporto AD FS SSO colma una lacuna significativa per i deployment con accesso esterno al portale. L’estensione del supporto al 2029 completa il quadro, dando ai team IT il tempo necessario per una migrazione pianificata e non forzata verso le soluzioni cloud-native di Microsoft.


Fonti: 4sysops — MIM 2016 SP3 | Microsoft Learn — MIM 2016 news and updates | Identity Manager version history


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Meeting Cancelled for 5/24


May 22

Due to the holiday weekend, the Pirate National Committee open meeting has been cancelled.

We apologize to anyone who was anticipating being at said meeting. Needless to say, we will still be on schedule for May 31st.

There will be no meeting on Sunday, June 7th at the conclusion of the Pirate National Conference.

Open meetings will return officially on June 21st.

Happy Memorial Day weekend! Don’t forget to tune in tomorrow to watch Drew Bingaman on Talk the Plank! at NoonET, and sign up to attend the conference!


uspirates.org/meeting-cancelle…

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Nuovo successo giudiziario di NOYB che può fare da precedente in Europa: i pulsanti per "accettare" o "rifiutare" i cookie di tracciamento siano identici

L'emittente radiotelevisiva austriaca ORF (Austrian Broadcasting Corporation) deve modificare il banner sui cookie presente sul sito ORF.at per adeguarlo al GDPR. Lo ha stabilito il Tribunale amministrativo federale (BVwG), confermando così una decisione dell'Autorità austriaca per la protezione dei dati del 2024. Nello specifico, l'ORF deve garantire che i pulsanti per "accettare" o "rifiutare" i cookie di tracciamento siano identici, in modo da non indurre i visitatori ad acconsentire involontariamente . Attualmente, l' opzione "Accetta" è evidenziata in modo fuorviante con un colore diverso, il che può portare a un consenso involontario.

Il post di @noyb.eu

noyb.eu/en/noyb-success-orfat-…

@Privacy Pride

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Se vi siete persi la bellissima conferenza di Massimo Carboni del GARR sull'autonomia delle infrastrutture digitali per la ricerca, guardatela qui: garr.tv/w/7LkaeMuudf5SpHoppSoc… In particolare: "20 anni fa abbiamo delegato l'email. Oggi abbiamo rinunciato a capire come funzionano i sistemi complessi" (qui: garr.tv/w/7LkaeMuudf5SpHoppSoc…)
Questa voce è stata modificata (1 settimana fa)
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A Modena la destra cercava un nemico da esibire.
Luca Signorelli, il primo a fermare l’uomo alla guida, ha rimesso le cose al loro posto: «C’è solo una nazionalità: l’umanità».
Il resto è sciacallaggio.

#Modena #PiazzaPulita #LucaSignorelli #NoAllaPropaganda #DirittiUmani #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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L’uscita di Tulsi Gabbard dall’intelligence USA e gli scenari di sicurezza nazionale
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/luscit…


L’uscita di Tulsi Gabbard dall’intelligence USA e gli scenari di sicurezza nazionale


Le dimissioni di Tulsi Gabbard dalla guida dell’intelligence americana non sono più soltanto indiscrezioni filtrate da ambienti politici di Washington. Dopo ore di speculazioni, la conferma è arrivata direttamente tramite Fox News e successive dichiarazioni ufficiali della Casa Bianca: Gabbard lascerà il ruolo di Director of National Intelligence il 30 giugno 2026.

Nella lettera inviata al presidente Donald Trump, Gabbard ha motivato la decisione con il peggioramento delle condizioni di salute del marito, Abraham Williams, recentemente diagnosticato con una rara forma di tumore osseo. La direttrice dell’intelligence ha scritto di non poter “in coscienza” lasciarlo affrontare da solo la malattia mentre continua a ricoprire un incarico tanto invasivo e operativo.

Formalmente, quindi, la narrativa ufficiale parla di una scelta personale e familiare. Ma le fonti interne all’amministrazione raccontano uno scenario molto più complesso. Diversi insider citati dalla stampa americana sostengono infatti che Gabbard fosse ormai considerata politicamente isolata all’interno dell’apparato Trump e che la Casa Bianca stesse già valutando da tempo una sua sostituzione.

Secondo le ricostruzioni emerse nelle ultime settimane, il rapporto con Trump si sarebbe deteriorato progressivamente dopo una serie di contrasti su Iran, operazioni di sicurezza nazionale e gestione delle valutazioni intelligence. Uno degli episodi più delicati riguarda proprio le analisi sull’Iran: Gabbard aveva dichiarato davanti al Senato che non esistevano prove concrete di una ripresa del programma nucleare iraniano, entrando indirettamente in collisione con la linea più aggressiva sostenuta dall’amministrazione.

Da quel momento, il suo peso operativo sarebbe diminuito rapidamente. Secondo varie fonti, Gabbard sarebbe stata esclusa da alcuni briefing strategici sensibili e marginalizzata nelle decisioni relative alle operazioni internazionali. Parallelamente, all’interno della Casa Bianca cresceva la convinzione che il DNI non fosse più pienamente allineato alla postura politica dell’amministrazione Trump.

La dinamica con cui la notizia è emersa è particolarmente significativa. Prima ancora dell’annuncio ufficiale, numerosi leak avevano iniziato a circolare verso media statunitensi vicini agli ambienti governativi, descrivendo Gabbard come una figura in uscita già da settimane. In ambienti intelligence questo tipo di comunicazione viene spesso interpretato come una pressione politica indiretta: rendere pubblica una possibile sostituzione serve a indebolire ulteriormente il funzionario interessato e preparare il terreno alla transizione.

Trump ha pubblicamente elogiato il lavoro di Gabbard, definendola una figura che ha svolto “un grande lavoro” alla guida dell’intelligence americana, ma contemporaneamente ha annunciato immediatamente il nome del sostituto ad interim: Aaron Lukas.

Ed è proprio questo passaggio a essere particolarmente rilevante per chi osserva il settore intelligence e cybersecurity. Aaron Lukas non arriva dall’esterno ma dall’apparato interno dell’ODNI, dove ricopriva il ruolo di Principal Deputy Director of National Intelligence dal 2025. La scelta di una figura già integrata nella struttura suggerisce la volontà della Casa Bianca di evitare ulteriori scossoni in una fase estremamente delicata sul piano geopolitico e cyber.

La successione avviene infatti mentre gli Stati Uniti stanno affrontando una delle fasi più aggressive degli ultimi anni sul fronte cyber-intelligence: campagne APT attribuite a Cina, operazioni ibride riconducibili a Iran, tensioni crescenti con Russia e un ecosistema ransomware sempre più vicino a logiche di destabilizzazione geopolitica.

In questo contesto, il problema non è soltanto il cambio di leadership. Il vero nodo riguarda ciò che emerge dietro le dimissioni: una frattura sempre più evidente tra vertice politico e comunità intelligence americana. E quando questo accade negli Stati Uniti, le conseguenze raramente restano interne a Washington.


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#openaccess Risposta di SPARC pensata per gli USA da estendere anche ai vassalli italiani:

  1. Distinguere fra accesso aperto e pubblicazione a pagamento
  2. Riconoscere che la pubblicazione a pagamento non solo drena denaro pubblico, ma deteriora la qualità della ricerca
  3. Non trattare le condizioni del "mercato" (*) editoriale attuali come immutabili

(*) Con le virgolette perché il complesso oligarchico editorial-accademico non ha proprio nulla a che vedere con Adam Smith


Update. Also see the excellent #SPARC response to the #GAO report.
sparcopen.org/news/2026/sparc-…

"We urge Congress and federal agencies to:
1. Distinguish public access from pay-to-publish…
2. Recognize that pay-to-publish doesn’t just cost the government and taxpayers more; it compromises the science it purports to support…
3. Decline to treat current market conditions as fixed…."

#APCs #OpenAccess #ScholComm #USPol #USPolitics


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The Cypriot elections are this Sunday, and Volt made history as the new progressive, pro-European force on the island. We congratulate our Cypriot team on an amazing campaign and wish them the best of luck on election day. 🍀

Let's enter Parliament! 🇪🇺🇨🇾

#Volt #Cyprus #Elections

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Tulsi Gabbard si dimette da direttrice dell'Intelligence nazionale


La responsabile dei servizi segreti americani lascia l'incarico dal 30 giugno dopo la diagnosi di un raro tumore osseo al marito Abraham. Lo scoop è di Fox News Digital. La decisione arriva però dopo mesi di tensioni con Trump, che l'aveva messa ai margini sul dossier Iran.

Tulsi Gabbard ha rassegnato le dimissioni dalla carica di Direttrice dell'Intelligence nazionale degli Stati Uniti per stare accanto al marito, colpito da una rara forma di tumore alle ossa. La notizia è stata anticipata in esclusiva da Fox News, che ha ottenuto la lettera formale di dimissioni. Gabbard ha comunicato la decisione al presidente Donald Trump oggi, durante un incontro nello Studio Ovale.

Il suo ultimo giorno alla guida dell'Office of the Director of National Intelligence, l'ODNI, sarà il 30 giugno 2026. Nella lettera, la direttrice uscente si dice profondamente grata per la fiducia ricevuta e assicura il proprio impegno a garantire una transizione ordinata, riconoscendo che nelle prossime settimane resterà ancora lavoro importante da completare.

La ragione indicata è strettamente familiare. Gabbard spiega che il marito dovrà affrontare nelle prossime settimane e nei prossimi mesi una battaglia difficile, e di non poter continuare a ricoprire un incarico così impegnativo mentre lui combatte contro la sua malattia. "Ad Abraham è stata recentemente diagnosticata una forma estremamente rara di tumore alle ossa", scrive. La coppia è sposata da undici anni. Gabbard ricorda nella lettera che il marito le è stato accanto durante il suo servizio militare in Africa orientale, così come nelle sue campagne politiche e nel periodo alla guida dei servizi di intelligence.

Le dimissioni dopo mesi di tensione con Trump


La scelta ha una motivazione personale, ma arriva anche in una fase in cui i rapporti tra Gabbard e la Casa Bianca erano già logorati. Negli ultimi mesi, la direttrice era stata progressivamente esclusa dalle decisioni più sensibili dell'amministrazione, soprattutto sul dossier Iran. Lo strappo era diventato pubblico nel marzo 2025, durante l'audizione al Senato sulla valutazione annuale delle minacce. In quell'occasione Gabbard aveva detto che la comunità di intelligence continuava a ritenere che l'Iran non stesse costruendo un'arma nucleare e che il regime non avesse riautorizzato il programma sospeso nel 2003.

A giugno 2025, Trump aveva liquidato quella valutazione con un secco "non mi interessa cosa ha detto", sostenendo invece che Teheran fosse molto vicina a costruire un ordigno nucleare. Pochi giorni dopo Gabbard aveva rivisto pubblicamente la propria posizione, affermando di concordare con il presidente sul fatto che l'Iran potesse produrre un'arma nucleare nel giro di settimane e accusando i media di aver estrapolato la sua testimonianza dal contesto. Aveva poi sostenuto la versione dell'amministrazione sulla distruzione dei siti nucleari iraniani in seguito agli attacchi americani, contestando le valutazioni preliminari di altre agenzie che parlavano di danni limitati.

La frattura si è poi aggravata con gli attacchi americani contro l'Iran del febbraio 2026. Secondo NBC News, Gabbard è stata esclusa dalle riunioni operative più delicate. Nei giorni più cruciali, Trump si sarebbe consultato a Mar-a-Lago solo con il direttore della Central Intelligence Agency, John Ratcliffe, e con il segretario di Stato Marco Rubio.

La marginalizzazione si è estesa anche ad altri aspetti. Secondo le ricostruzioni della stampa americana, Gabbard è rimasta quasi defilata durante la campagna di pressione della Casa Bianca sul Congresso per rinnovare il Foreign Intelligence Surveillance Act, la legge che regola la sorveglianza estera. A giugno 2025, l'Independent aveva inoltre raccontato l'irritazione personale di Trump per un video pubblicato da Gabbard su X, in cui la direttrice parlava del rischio di annientamento nucleare e accusava élite politiche e guerrafondai di alimentare le tensioni tra potenze atomiche. Secondo le stesse fonti, il presidente l'avrebbe accusata di essere fuori linea e l'avrebbe rimproverata di persona.

A questa serie di tensioni si sono aggiunti episodi che hanno aperto polemiche più ampie sulla sua gestione. A marzo 2025 Gabbard era finita in una chat su Signal in cui alti funzionari dell'amministrazione discutevano i piani per attacchi americani in Yemen e in cui era stato accidentalmente inserito il giornalista di The Atlantic Jeffrey Goldberg. Davanti al Congresso ha riconosciuto che l'inserimento del giornalista era stato un errore, ma ha sostenuto che nessuna delle informazioni discusse fosse classificata. A febbraio 2026 il Wall Street Journal ha rivelato un esposto interno riservato sulla sua gestione di una chiamata tra due membri di servizi di intelligence stranieri in cui veniva menzionato Jared Kushner, genero del presidente. A gennaio 2026 era stata presente durante un'irruzione dell'FBI negli uffici elettorali della contea di Fulton in Georgia, suscitando le critiche dei democratici sul coinvolgimento della direttrice dell'Intelligence in vicende giudiziarie interne.

Da democratica progressista a repubblicana


Gabbard era stata nominata da Trump direttrice dell'Intelligence nazionale e aveva giurato il 12 febbraio 2025, dopo un'audizione di conferma davanti alla Commissione Intelligence del Senato seguita con grande attenzione politica per il suo profilo eterodosso. Era stata confermata con 52 voti contro 48, e tra i repubblicani solo Mitch McConnell aveva votato contro. La sua nomina si era trascinata per settimane di tensione, con oltre cento ex funzionari della sicurezza nazionale firmatari di una lettera contraria alla designazione, e con diversi senatori democratici che l'avevano definita un probabile asset russo per le sue posizioni passate su Siria e Ucraina.

Il suo percorso politico è atipico. Quarantacinque anni, originaria delle Samoa Americane e cresciuta alle Hawaii, è stata eletta alla Camera nel 2012 in un distretto delle Hawaii come democratica, era stata vicepresidente del Comitato nazionale del Partito democratico fino al 2016, quando si era dimessa per sostenere Bernie Sanders alle primarie. Nel 2020 si era candidata alla presidenza nelle primarie democratiche con una linea contraria agli interventi militari, poi nel 2022 aveva lasciato il partito definendolo dominato da un'élite di guerrafondai e ostile alla fede religiosa. Nel 2024 era passata ufficialmente ai repubblicani durante un comizio di Trump in North Carolina, dopo averne sostenuto la ricandidatura.

Un mandato costruito sulla rottura con il passato


Nella sua lettera di dimissioni rivendica di aver portato all'ODNI una trasparenza senza precedenti. Durante il suo mandato ha ridotto le dimensioni dell'agenzia, con un risparmio dichiarato di oltre 700 milioni di dollari l'anno per i contribuenti, e ha smantellato i programmi di diversità, equità e inclusione interni alla comunità di intelligence. Ad agosto 2025 ha annunciato un taglio del 50 per cento del personale dell'ufficio e la revoca delle credenziali di sicurezza a 37 funzionari statunitensi accusati di aver politicizzato e manipolato l'intelligence o di aver violato gli standard professionali. Tra loro c'erano analisti che avevano lavorato alla valutazione sulle interferenze russe nelle elezioni del 2016 e funzionari di amministrazioni precedenti.

Tra le sue iniziative più rilevanti c'è la desecretazione di oltre mezzo milione di pagine di documenti governativi. I materiali resi pubblici riguardano l'inchiesta sui presunti legami tra la prima campagna di Trump e la Russia, gli assassinii di John Fitzgerald Kennedy e Robert Kennedy e altri dossier sensibili. Gabbard ha inoltre desecretato documenti legati alle origini dell'indagine Crossfire Hurricane, sostenendo che dimostrerebbero come funzionari dell'amministrazione Obama avessero politicizzato l'intelligence sulle interferenze russe nelle elezioni del 2016 per indebolire Trump nel corso del suo primo mandato. A luglio 2025 ha reso pubblico un rapporto preparato dai repubblicani della commissione Intelligence della Camera, parlando di prove inconfutabili di una cospirazione tradimentale dell'amministrazione Obama per minare il risultato delle elezioni del 2016. L'ex presidente Obama ha respinto le accuse definendole oltraggiose e ridicole e un debole tentativo di distrazione.

Durante la sua direzione è stato anche istituito il primo Weaponization Working Group, un gruppo di lavoro pensato per coordinare le iniziative federali contro quello che l'amministrazione Trump definisce l'uso politico improprio degli apparati di governo da parte delle amministrazioni precedenti contro i propri rivali politici. L'attività di intelligence è stata inoltre riorientata verso la sicurezza dei confini, il controterrorismo e il contrasto al narcotraffico, in linea con le priorità della Casa Bianca.

A lasciare l'ODNI a fine giugno sarà dunque una figura che ha profondamente ridisegnato l'agenzia secondo le priorità della Casa Bianca, ma che negli ultimi mesi era stata progressivamente esclusa dalle principali decisioni del presidente che l'aveva scelta. La sua uscita, dopo circa un anno e mezzo, apre una fase delicata di transizione ai vertici della comunità di intelligence americana, proprio mentre l'amministrazione è impegnata pesantemente su dossier internazionali cruciali: dalla guerra in Iran a quella in Ucraina, fino ai rapporti con la Cina e lo spinoso dossier Taiwan.

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Trump perde consensi tra gli elettori bianchi senza laurea, la base del suo consenso


Sondaggi recenti mostrano che la maggioranza di questo gruppo demografico disapprova il presidente. L'economia pesa sul giudizio e i repubblicani rischiano alle elezioni di metà mandato del 2026.

Il presidente Donald Trump sta perdendo la presa sul gruppo demografico che più di ogni altro ha sostenuto la sua ascesa politica: gli elettori bianchi senza laurea. La politica americana è sempre più divisa su base del titolo di studio, con gli elettori più istruiti che votano democratico e quelli con titoli di studio inferiori che scelgono i repubblicani. I bianchi senza laurea hanno costituito la spina dorsale della coalizione di Trump, con circa due terzi che lo hanno votato in ciascuna delle sue tre corse presidenziali.

Nonostante Trump abbia ottenuto il 66 o 67 per cento dei voti di questo gruppo in tutte e tre le sue campagne, la maggior parte dei sondaggi recenti mostra che oggi una maggioranza di americani bianchi senza laurea disapprova il suo operato. Un sondaggio della CNN registra una disapprovazione al 51 per cento, uno di Fox News al 51 per cento, uno di NPR, PBS e Marist College al 52 per cento, uno del Pew Research Center al 52 per cento e un nuovo sondaggio di CBS News e YouGov pubblicato domenica al 54 per cento. Esistono alcune eccezioni, come una rilevazione del New York Times e del Siena College che indica una disapprovazione al 44 per cento, ma rappresentano una minoranza nel panorama attuale.
Approvazione di Trump per gruppo

Sondaggi · USA · Trump
Approvazione di Trump tra i seguenti gruppi di americani
Evoluzione dei tassi di approvazione per livello di istruzione ed etnia, da febbraio 2025 a maggio 2026

Elaborazione di Focus America su sondaggi CNN

Il calo della popolarità di Trump in questo segmento elettorale è senza precedenti. Durante il suo primo mandato i sondaggi della CNN mostrarono occasionalmente una disapprovazione tra i bianchi senza laurea vicina alla metà, ma non superò mai il 47 per cento. A febbraio 2025 il 63 per cento di questo gruppo approvava Trump in un sondaggio della CNN, mentre oggi la percentuale è scesa al 49 per cento. Il saldo netto tra approvazione e disapprovazione è passato da più 26 a meno 2. I dati di CBS mostrano una flessione ancora più marcata, dal 68 per cento di febbraio dell'anno scorso al 46 per cento attuale.

L'economia gioca un ruolo centrale in questo cambiamento di opinione. Il 56 per cento dei bianchi senza laurea ritiene che le politiche di Trump abbiano peggiorato le condizioni economiche del paese. Il 67 per cento afferma che la guerra in Iran ha avuto un impatto negativo sulla propria situazione finanziaria. Il 56 per cento giudica negativi gli effetti dei dazi sulle proprie finanze, contro appena il 20 per cento che li valuta positivamente. Secondo il sondaggio CBS, il 60 per cento ritiene che le politiche del presidente stiano peggiorando l'economia nel breve termine, mentre il 41 per cento prevede effetti negativi anche nel lungo periodo, una quota superiore al 35 per cento che si aspetta benefici futuri. Sempre nel sondaggio CBS, una maggioranza dichiara che Trump si interessa poco o per niente alle proprie esigenze e problemi: il 13 per cento risponde poco e il 44 per cento per niente.

La traduzione di questi numeri in voti reali resta la principale incognita politica in vista delle elezioni di metà mandato del 2026, quando Trump non sarà sulla scheda. Difficilmente questo gruppo demografico passerà a votare democratico, ma anche un semplice calo del sostegno ai repubblicani sotto il 60 per cento sarebbe un risultato inedito nell'era Trump. Negli exit poll del 2022 e del 2024 solo il 32 per cento dei bianchi senza laurea aveva votato per i democratici e per Kamala Harris.

Trump ha vinto in questo segmento con margini di vantaggio compresi tra 34 e 37 punti in ciascuna elezione. I repubblicani hanno conquistato questo elettorato con 34 punti di vantaggio alle elezioni di metà mandato del 2022. Il risultato peggiore dell'era Trump arrivò nel 2018, quando il partito vinse tra questi elettori con un margine di 24 punti, il 61 contro il 37 per cento, nelle elezioni in cui i democratici riconquistarono la Camera. Oggi il vantaggio repubblicano si è ridotto in modo netto. Secondo la media del cosiddetto generic ballot nei sondaggi recenti di CNN, Fox, Marist e New York Times, i repubblicani guidano tra i bianchi senza laurea con appena 17 punti di vantaggio: 55 per cento contro il 38 per cento dei democratici.

Mancano più di cinque mesi alle elezioni generali e c'è ancora tempo perché Trump recuperi parte del sostegno perduto in un gruppo che si è dimostrato fedele a lui e al partito repubblicano. I dati attuali indicano però difficoltà importanti del presidente proprio nel segmento di elettorato considerato strategicamente più importante.

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Nel 2021 il Senato italiano affossava il DDL Zan tra gli applausi vergognosi della destra.
Oggi Alessandro Zan, da eurodeputato, vota a Strasburgo la nuova Direttiva vittime dell’UE: parte di quella protezione rientra come standard europeo vincolante.

Chi subisce un crimine d’odio per orientamento sessuale, identità di genere o disabilità vive un doppio trauma: quello del reato e quello dell’indifferenza istituzionale. Riconoscerlo non è ideologia: è civiltà giuridica di base.

L’Italia ha scelto di ignorarlo. L’Unione Europea no.

Ora il testo passa al Consiglio dell’UE. Dopo l’adozione formale, gli Stati membri avranno due anni per recepirlo: compresi i politici che applaudivano nel 2021.

Perché i diritti non possono dipendere da quale governo è al potere nel tuo Stato.
L’Europa Federale non è un’utopia: è l'unica garanzia. 💜

#DDLZan #DirettivaVittime #DirittiLGBTQIA #CriminiDOdio #ParlamentoEuropeo #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Judge angled for federal gig while hearing Trump’s Pulitzer suit


Dear Friend of Press Freedom:

ABC seems to have found its spine, but whether attorney and judicial watchdogs will follow suit when lawless lawyers harm the free press remains an open question. Meanwhile, a major government transparency win temporarily ensures that presidential records can’t be destroyed or locked away. Here’s more on what we’ve been working on to protect press freedom.

Complaint: Judge angled for federal gig while hearing Trump’s Pulitzer suit


A new complaint filed by Freedom of the Press Foundation (FPF) with a judicial ethics commission argues that Jeffrey Kuntz, chief judge of a Florida appeals court, violated his ethical duties by ruling in President Donald Trump’s favor in a defamation lawsuit while simultaneously seeking a nomination from Trump to the federal judiciary.

Kuntz failed to recuse himself from Trump’s frivolous defamation lawsuit against the Pulitzer Prize Board or disclose his conflict of interest to the parties. Two weeks after he ruled for Trump, the White House Counsel’s Office interviewed Kuntz for a judicial vacancy. He’s since been nominated to the federal bench.

“Trump can’t win his SLAPP suits on the merits, so he finds ways to corrupt the court system instead,” said Seth Stern, FPF’s chief of advocacy. “Attorney disciplinary commissions are notorious for inaction, often functioning more like protection rackets for lawyers and judges than regulators. That said, we hope the commission will rise to the moment and do the right thing.”


Press groups rally behind ABC as FCC targets ‘The View’


The American Broadcasting Company is (finally) living up to its name by standing up for a vital American value.

This week, a coalition of press freedom groups led by FPF joined an open letter in solidarity with ABC, which recently took a stand against the Federal Communications Commission, accusing the agency in an FCC filing of attempting to “chill critical protected speech.”

“Corporate owners only invite more bullying when they capitulate,” said FPF Deputy Director of Advocacy Adam Rose. “But history shows that fighting back is a winning formula.”


Court orders Trump team to preserve presidential records


A federal judge has temporarily ordered the Trump administration officials to follow the Presidential Records Act and preserve text messages, including Signal messages, related to its work. The judge issued the order in response to a motion filed in a lawsuit brought by FPF, Citizens for Responsibility and Ethics in Washington, the American Historical Association, and American Oversight.

As FPF Daniel Ellsberg Chair on Government Secrecy Lauren Harper said, the court’s order “takes an important step in ensuring that presidential records remain exactly what they have been for nearly 50 years: public property.” For more on the lawsuit, subscribe to FPF’s newsletter on government secrecy, The Classifieds.


Paramount, Ellisons silent on Trump CNN threats


Our shareholder demand to Paramount earlier this month focused on CEO David Ellison trading journalistic independence for merger approval. Ellison reportedly promised Trump “sweeping” changes at CNN if he buys its parent company, Warner Bros. Discovery.

It made headlines, but one issue it raised deserves more attention, as FPF Executive Director Trevor Timm explained in a recent video. Last month, Trump took to Truth Social and announced a criminal investigation after CNN quoted an Iranian statement he didn’t like. Any investigation would be totally frivolous, but the president personally threatening a company you’re seeking to buy is a big deal.

But David Ellison and his centibillionaire father and financier Larry haven’t said a word — either about the threat’s materiality to the transaction or in defense of the rights of the journalists they hope to soon employ. That’s how little they care about both their shareholders and press freedom.


New bill seeks to curb abusive subpoenas


Administrative subpoenas allow the government to demand records from big tech and phone companies, in secret and without ever going before a judge. So it’s no surprise that the Trump administration has been caught exploiting them to target its online critics and watchdogs.

A new bipartisan bill in Congress, the Subpoena Abuse Prevention Act, would rein in those abuses. That’s good news for journalists, whose phone records have been targeted by both Democratic and Republican administrations.

“For journalists in particular, phone records can expose sensitive information about communications with confidential sources,” FPF Senior Adviser Caitlin Vogus explained. “This legislation would strengthen protections for those communications and help ensure that journalists cannot be targeted with subpoenas for doing their jobs.”


What we're reading


The Trump administration arrested this journalist. She says the censorship is ongoing

The Washington Post
The government’s baseless criminal charges against Minnesota-based journalist Georgia Fort are discouraging her from speaking to sources. They should be dropped immediately, along with the cases brought against other journalists who covered the St. Paul church protest.


Trust no one in the ‘Mangionista’ debate over who is doing real journalism in NYC

Hell Gate
Chris Robbins, who had to sue the New York City Police Department so Gothamist could get press passes after eight years of waiting, gets it right: “Don’t we want to keep the definition of ‘journalist’ as wide as possible? Isn’t the alternative an invitation to the government to start pulling the ladder up on who gets to be a reporter?”


PSC reverses student magazine decision after blocking publication of LGBTQ stories

WEAR News
It’s good that Pensacola State College changed course, but it’s outrageous that it ever happened. Don’t colleges have professors and lawyers on hand with the minimal level of familiarity with the First Amendment needed to spot the constitutional problems here?


Democratic senators demand release of U.S. report on killing of Palestinian-American journalist Shireen Abu Akleh

Haaretz
It’s been more than four years since Palestinian-American journalist Shireen Abu Akleh was shot dead in the West Bank. It’s time for the U.S. to open up its investigation into her death.


How a landlord tried to silence tenants and stop a Shelterforce story

Shelterforce
A landlord threatened a tenants’ union for speaking to the press before they’d settled a case and agreed to refrain from making public statements. That’s wrong. “The public deserves to know what’s going on in their communities economically [and] socially. If people are afraid to talk to reporters, we are poorer as a society for it,” FPF’s Rose explained.


Notre Dame pro-abortion-rights professor ordered to pay $200k in fees in failed libel lawsuit against student newspaper

The Volokh Conspiracy
SLAPPs, or strategic lawsuits against public participation, targeting journalists are always wrong, but it’s especially galling for a professor to try to use the legal system to silence a student newspaper. Hopefully this fee award will deter others who try to bully student journalists.


freedom.press/issues/judge-ang…

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Il 68% degli americani boccia la sala da ballo di Trump


Un sondaggio Strength In Numbers/Verasight rivela un rifiuto bipartisan della proposta repubblicana per le spese di sicurezza del nuovo edificio accanto alla Casa Bianca. Il Senato ha poi bloccato lo stanziamento.

Il 68% degli americani adulti si oppone all'uso di denaro pubblico per finanziare la nuova sala da ballo voluta dal presidente Donald Trump accanto alla Casa Bianca. Solo il 21% si dichiara favorevole. Il dato emerge da un sondaggio condotto da Strength In Numbers in collaborazione con Verasight tra il 18 e il 19 maggio 2026 su un campione di 1.520 adulti statunitensi, con un margine di errore del 2,7%.

La rilevazione si concentra su una proposta avanzata dai repubblicani per destinare un miliardo di dollari di fondi pubblici agli aggiornamenti di sicurezza della nuova struttura, attualmente in costruzione di fianco alla residenza presidenziale. Il presidente aveva inizialmente promesso che la sala da ballo sarebbe stata interamente finanziata da donatori privati. L'opposizione raccolta dal sondaggio è particolarmente intensa, con il 57% degli intervistati che si dichiara contrario in modo netto.
Sondaggio Strength In Numbers/Verasight · Sala da ballo della Casa Bianca

Sondaggio · USA · Maggio 2026
Gli americani bocciano il miliardo di dollari per la sala da ballo di Trump
Il 68% degli adulti si oppone al finanziamento pubblico. Contraria anche una pluralità di elettori repubblicani

Fortemente favorevole

Abbastanza favorevole

Non sa

Abbastanza contrario

Fortemente contrario

68%
Adulti contrari al finanziamento

21%
Adulti favorevoli

Elaborazione su sondaggio Strength In Numbers/Verasight · 1.520 adulti statunitensi · Rilevazione 18-19 maggio 2026 · Margine di errore ±2,7% · Identificazione di partito con orientamento incluso

Il dato più significativo riguarda la distribuzione politica del consenso. Anche tra gli elettori repubblicani la proposta non trova maggioranza: il 42% sostiene lo stanziamento, mentre il 44% lo respinge. Tra gli indipendenti l'opposizione raggiunge il 61%, con una quota del 52% nettamente contraria. Solo il 14% degli indipendenti si dichiara favorevole, mentre il 24% non si esprime. Tra gli elettori democratici l'opposizione è quasi unanime, con l'86% fortemente contrario al finanziamento.

I risultati si collocano in un contesto economico percepito come critico dagli americani. Lo stesso sondaggio rileva che il 51% degli intervistati indica i prezzi o l'economia come la principale preoccupazione del Paese. Il giudizio sull'operato del presidente in questi ambiti è particolarmente negativo: il tasso netto di approvazione si attesta a -36, con il 66% degli intervistati che disapprova la gestione economica e il 30% che la sostiene. La rilevazione descrive un quadro di ansia diffusa sia rispetto alle finanze personali sia rispetto alle condizioni economiche del Paese nel suo complesso.

Secondo l'analisi di G. Elliott Morris, autore del sondaggio e fondatore della newsletter Strength In Numbers, la richiesta di destinare risorse pubbliche a un progetto che il presidente aveva descritto come finanziato da privati amplifica le preoccupazioni degli elettori sulle priorità della Casa Bianca. Questo elemento spiegherebbe l'ampiezza insolitamente trasversale del rifiuto, capace di unire elettori democratici, indipendenti e una parte significativa della base repubblicana.

Lo stesso autore ha aggiornato il quadro pubblicando i dati in anticipo rispetto al consueto calendario delle uscite mensili. Subito dopo la diffusione dei risultati, i senatori repubblicani hanno bloccato lo stanziamento per la sicurezza della sala da ballo, come riportato da Politico. La decisione del Senato chiude almeno temporaneamente il percorso parlamentare della proposta di finanziamento pubblico.

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Rifondazione Comunista condanna l’incriminazione di Raul Castro home.rifondazione.eu/2026/05/2… #ComunicatiStampa #Internazionale

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Se una donna oggi in Italia può interrompere una gravidanza in sicurezza, invece di rischiare la vita con un aborto clandestino, lo deve anche ad Adele Faccio e alla sua disobbedienza civile, oramai quasi dimenticata.

Racconto tutto nella mia newsletter che esce il sabato mattina su Substack: substack.com/@marcocappato

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