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HollowByte: How 11 Bytes Can Quietly Starve an OpenSSL Server to Death
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SQL Server su VM Azure: la migrazione via Azure Arc è ora GA, ecco come funziona
#tech
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@informatica


SQL Server su VM Azure: la migrazione via Azure Arc è ora GA, ecco come funziona


Chi gestisce ambienti SQL Server on-premises conosce bene il problema: la migrazione verso il cloud richiede quasi sempre di mettere insieme tool diversi per la valutazione, il trasferimento dei dati, il monitoraggio e infine il cutover. Ogni fase ha strumenti propri, competenze diverse e margini di errore che si sommano. Con l’annuncio della disponibilità generale (GA) della migrazione a SQL Server su macchine virtuali Azure tramite Azure Arc, Microsoft porta l’intero ciclo di vita della migrazione dentro un’unica esperienza guidata nel portale Azure, lo stesso modello già usato per le migrazioni verso Azure SQL Managed Instance.

Per chi amministra data center misti, con carichi legacy e SQL Server sparsi su fisico e virtuale, questa novità merita attenzione: non è solo un annuncio di marketing, ma un cambio concreto di flusso di lavoro operativo.

Cos’è cambiato con la GA


Fino a poco tempo fa, chi voleva spostare un’istanza SQL Server su una VM Azure doveva combinare Azure Migrate, Database Migration Service e strumenti di backup/restore manuali, gestendo ciascuno con logiche e dashboard separate. Con la funzionalità di migrazione integrata in Azure Arc, il processo si consolida in quattro fasi accessibili da un singolo pannello, il Database Migration, associato all’istanza SQL Server abilitata da Arc:

  • Assess source instance — valutazione di leggibilità e readiness dell’istanza sorgente
  • Select target — scelta o creazione della VM SQL Server di destinazione
  • Migrate data — trasferimento effettivo dei database
  • Monitor and cutover — monitoraggio della sincronizzazione e passaggio finale in produzione

La discovery delle istanze e la generazione dei report di readiness avvengono automaticamente ogni fine settimana, ma possono essere lanciate anche manualmente, senza configurazioni aggiuntive: la funzione è disponibile di default per tutte le istanze SQL Server abilitate da Arc a partire da SQL Server 2012 (11.x).

Pannello di riepilogo della migrazione database nel portale Azure

Copilot integrato nel flusso di migrazione


Una parte interessante della nuova esperienza è l’integrazione di Microsoft Copilot direttamente nel pannello di migrazione. Non si tratta di un chatbot generico: interroga la knowledge base Microsoft nel contesto specifico della vostra migrazione e risponde a richieste operative come:

Come vengono eseguite le valutazioni?
Aiutami a confrontare le opzioni di destinazione
Avvia la migrazione
Aiutami a scegliere il metodo di migrazione corretto
Monitora la migrazione in corso
Completa la migrazione

Per un DBA che gestisce decine di istanze, questo significa poter chiedere direttamente nel pannello “quale VM SKU è consigliata per questo carico?” invece di andare a cercare tabelle di sizing nella documentazione.

Come funziona la migrazione via backup e restore


Il meccanismo sotto il cofano non è nuovo per chi ha familiarità con le migrazioni SQL Server classiche: si basa su backup e restore con log shipping continuo, pensato per supportare scenari di migrazione online con downtime minimo.

  1. Viene eseguito un backup completo del database sorgente
  2. Il backup viene caricato su un account di Azure Blob Storage intermedio
  3. Il backup viene ripristinato sull’istanza SQL Server target sulla VM Azure
  4. I backup dei log delle transazioni vengono caricati in continuo sullo stesso storage e applicati automaticamente al database target, mantenendolo sincronizzato
  5. Al momento del cutover, Azure Arc applica l’ultimo backup caricato e porta online il database target

Un vincolo operativo da tenere a mente in fase di progettazione: l’account di Azure Blob Storage e la VM SQL Server target devono trovarsi nella stessa region Azure. È un dettaglio facile da trascurare se si pianifica la migrazione partendo dalla region “storica” dell’organizzazione invece che da quella scelta per il nuovo carico.

Prerequisiti pratici


  • Una subscription Azure attiva
  • L’istanza SQL Server deve essere abilitata da Azure Arc con l’estensione più recente installata (l’estensione si aggiorna indipendentemente da SQL Server, quindi va controllata separatamente)
  • L’ambiente sorgente preparato secondo le linee guida ufficiali, incluso l’upload iniziale dei backup nello storage account

Per verificare rapidamente la versione dell’istanza sorgente prima di avviare l’assessment, un semplice controllo T-SQL è sempre un buon punto di partenza:

SELECT SERVERPROPERTY('ProductVersion') AS Versione,
       SERVERPROPERTY('Edition') AS Edizione,
       SERVERPROPERTY('EngineEdition') AS TipoMotore;

Cosa considerare prima di partire


Il pannello di monitoraggio e cutover mostra in tempo reale quali database sono migrati con successo, quali sono ancora in corso, il metodo di migrazione scelto, la durata della sincronizzazione e i log dettagliati. Quando lo stato passa a “Ready for cutover”, si può decidere il momento esatto del passaggio in produzione selezionando Cutover, con opzioni diverse in base al metodo di migrazione utilizzato.

Va detto che, come per ogni migrazione basata su backup/restore, restano da valutare a parte gli aspetti di sizing della VM di destinazione (storage, IOPS, memoria per il buffer pool), la licenza SQL Server (Hybrid Benefit se applicabile) e la strategia di alta disponibilità post-migrazione, che questo strumento non copre direttamente ma per cui l’assessment fornisce indicazioni.

Conclusione


Portare discovery, assessment, migrazione e monitoraggio in un’unica dashboard riduce sensibilmente l’attrito operativo delle migrazioni SQL Server verso Azure, soprattutto per i team che gestiscono ambienti ibridi complessi con decine o centinaia di istanze. Non elimina la necessità di pianificazione — region, sizing e licensing restano decisioni da prendere a monte — ma consolida in un solo posto ciò che prima richiedeva più tool scollegati tra loro. Per chi ha già istanze abilitate da Azure Arc, vale la pena aggiornare l’estensione e lanciare un primo assessment anche solo per farsi un’idea della readiness del proprio parco macchine.

Fonte: Petri IT Knowledgebase e documentazione Microsoft Learn.


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Decade-Old NGINX Bug Finally Exposed: A Single Regex Quirk Enables Remote Code Execution
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HollowByte: come 11 byte possono esaurire la memoria dei server OpenSSL
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@informatica


HollowByte: come 11 byte possono esaurire la memoria dei server OpenSSL


Ogni tanto una vulnerabilità ricorda quanto la nostra infrastruttura digitale dipenda da librerie fondamentali che diamo per scontate. È il caso di HollowByte, una falla di tipo Denial of Service scoperta dal team di ricerca di Okta in OpenSSL: con un payload malevolo di appena 11 byte, un attaccante remoto e non autenticato può costringere un server ad allocare quantità di memoria completamente sproporzionate, prima ancora che l’handshake di sicurezza abbia inizio.

Per chi gestisce server web, database o qualsiasi servizio che parla TLS — quindi, in pratica, quasi tutti i sistemisti — vale la pena capire come funziona e, soprattutto, cosa fare subito.

Fidarsi ciecamente dell’header


L’handshake TLS comincia con un messaggio ClientHello incapsulato in un record. Ogni messaggio di handshake porta un header di 4 byte che dichiara quanto sarà grande il corpo del messaggio in arrivo.

Nelle versioni vulnerabili di OpenSSL, il buffer di ricezione viene allocato sulla base di quella lunghezza dichiarata dall’attaccante, prima ancora che i dati siano effettivamente arrivati. La catena di chiamate è semplice quanto pericolosa:

Lettura header (4 byte)
  → grow_init_buf()
    → OPENSSL_clear_realloc()
      → malloc(dimensione_dichiarata_dall_attaccante)

Poiché a questo stadio non esiste alcuna validazione del payload, un header che dichiara una lunghezza di 3 byte può far allocare fino a 131 KB basandosi solo sulla dichiarazione del pacchetto, che nessuno verifica. Il worker thread resta poi bloccato ad attendere dati che non arriveranno mai.

L’effetto moltiplicatore: la frammentazione della memoria


Tenere connessioni aperte per esaurire i thread è un trucco vecchio quanto Slowloris. Quello che rende HollowByte più insidioso è l’interazione con la gestione della memoria di glibc (GNU C Library).

Quando una connessione dell’attaccante si chiude, OpenSSL libera il buffer — ma glibc non restituisce immediatamente al sistema operativo le allocazioni di dimensione piccola o media: le trattiene per un possibile riutilizzo. Lanciando ondate di connessioni con dimensioni dichiarate casuali, un attaccante impedisce all’allocatore di riutilizzare in modo efficiente quei blocchi liberati. L’heap si frammenta pesantemente e la Resident Set Size (RSS) del processo cresce in modo continuo.

Il punto critico è questo: anche dopo che l’attaccante si è disconnesso, il processo resta con un footprint di memoria permanentemente gonfiato. L’unico modo per recuperarla davvero è riavviare il servizio.

I numeri dei test


Il team di Okta ha testato istanze OpenSSL patchate e non patchate dietro NGINX, sotto diverse condizioni di carico:

  • In un ambiente con 1 GB di RAM, il server non patchato è stato terminato dall’OOM killer dopo aver accumulato 547 MB di memoria frammentata e inutilizzabile
  • In un ambiente con 16 GB di RAM, l’attacco ha bloccato il 25% della memoria totale del sistema, restando sotto la soglia massima di connessioni consentite — il che significa che le classiche difese basate su rate limiting delle connessioni non fermano questo attacco

Dato che OpenSSL è incorporato ovunque, l’impatto potenziale copre web server (Apache, NGINX), runtime di linguaggi (Node.js, Python, Ruby, PHP) e database (MySQL, PostgreSQL) che si appoggiano alla libreria per TLS.

La correzione: crescita incrementale del buffer


Il team OpenSSL ha risolto il problema passando a una crescita incrementale del buffer (merge delle pull request #30792, #30793 e #30794): invece di fidarsi della lunghezza dichiarata nell’header, il buffer cresce solo quando i byte arrivano effettivamente sulla connessione. Una dichiarazione senza seguito ora non costa più nulla al server.

Il fix è stato incluso silenziosamente nella release OpenSSL 4.0.1, con backport altrettanto silenziosi sulle versioni:

3.6.3
3.5.7
3.4.6
3.0.21

Un dettaglio non trascurabile: OpenSSL ha trattato la correzione come un semplice hardening fix, senza assegnare un CVE ufficiale, nonostante la gravità dell’impatto. Questo significa che molti scanner di vulnerabilità basati solo su database CVE potrebbero non segnalare l’esposizione: va verificata manualmente la versione installata.

Cosa fare subito


Alcune azioni concrete da mettere in pratica sui vostri sistemi:

  • Verificate la versione di OpenSSL su tutti i server esposti:


openssl version -a

  • Aggiornate i pacchetti di sistema alla versione patchata più recente disponibile per la vostra distribuzione:


# Debian/Ubuntu
apt update && apt list --upgradable | grep -i openssl
apt install --only-upgrade openssl libssl3

# RHEL/Fedora/Alma
dnf check-update openssl
dnf update openssl

  • Non fermatevi al pacchetto di sistema: controllate anche runtime e linguaggi che incorporano una propria build di OpenSSL (build statiche di Node.js, alcune distribuzioni Python, container con immagini “slim” che a volte portano versioni di OpenSSL più vecchie di quelle dell’host)
  • Monitorate la RSS dei processi che terminano connessioni TLS, non solo il numero di connessioni attive: un aumento di memoria residente senza corrispondente crescita del traffico è un segnale d’allarme
  • Irrigidite i timeout di handshake lato reverse proxy, ad esempio su NGINX:


ssl_handshake_timeout 10s;
client_header_timeout 10s;

  • Valutate regole di rate limiting sulle nuove connessioni TLS per IP a livello di firewall o WAF, anche se — come mostrato dai test — da sole non bastano contro questa specifica tecnica


Conclusione


HollowByte è un buon esempio di come un bug apparentemente piccolo — la fiducia cieca in un header di pochi byte — possa diventare un vettore di Denial of Service difficile da rilevare con le metriche di monitoraggio standard, perché resta sotto le soglie di allarme sulla banda e sulle connessioni. La buona notizia è che la correzione è già disponibile e il percorso di mitigazione è chiaro: aggiornare OpenSSL su tutta la superficie esposta, non fidarsi solo dei database CVE per capire se si è vulnerabili, e aggiungere il monitoraggio della memoria residente ai controlli già in essere sui vostri servizi TLS.

Fonte: BleepingComputer e Okta Security.


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This Week’s Threat Landscape: Patch Tuesday’s 570 Fixes, an Active Directory Zero-Day, and AI Tools Under Fire
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Un ordine su Uber Eats incastra la banda dietro i giochi-malware PirateFi e BlockBlasters su Steam


L'FBI arresta Zyaire Wilkins, 21 anni, primo indagato pubblicamente noto per una rete di giochi Steam infetti (BlockBlasters, PirateFi, Dashverse, Lunara) che ha rubato 220.000 dollari da 8.000 vittime. A tradirlo, una gift card Uber Eats comprata con Bitcoin rubato.
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Per quasi due anni un gruppo criminale ha pubblicato su Steam videogiochi apparentemente innocui — tra cui BlockBlasters, Dashverse, Lunara e PirateFi — che nascondevano malware capace di svuotare i portafogli cripto delle vittime. Il 15 luglio 2026 l’FBI ha arrestato il primo membro pubblicamente noto dell’operazione: Zyaire Dontaevious Zamarion Wilkins, 21 anni, di North Lauderdale, Florida, noto online come Sibel.eth. A incastrarlo non è stata un’indagine sulla blockchain, ma un dettaglio molto più terreno: un ordine di cibo a domicilio pagato con una gift card comprata con Bitcoin rubato.

Uno schema attivo da maggio 2024


Secondo la denuncia penale di 15 pagine depositata a Seattle — sede scelta non a caso, essendo la città più vicina al quartier generale di Valve a Bellevue — lo schema ha infettato circa 8.000 dispositivi e sottratto almeno 220.000 dollari da circa 80 portafogli di criptovalute, tra maggio 2024 e febbraio 2026. Il tasso di successo, poco sopra l’1% dei dispositivi infettati, non è casuale: gli otto giochi elencati nell’atto d’accusa venivano promossi su Discord, Telegram, X e LinkedIn, e i complici usavano bot per identificare utenti con portafogli cripto consistenti e contattarli direttamente, invece di affidarsi alla sola diffusione di massa.

Wilkins, secondo l’accusa, non ha scritto il malware ma ne ha finanziato lo sviluppo e curato la promozione. Chat Signal sequestrate a casa dello sviluppatore del malware — non identificato nell’atto d’accusa e a oggi non incriminato — collegano Wilkins, sotto lo pseudonimo Sibel.eth, a un pagamento di 10.000 dollari per l’acquisto di un trojan ad accesso remoto (RAT) e a discussioni su come indurre le vittime ad approvare transazioni che ne svuotavano i portafogli.

Il precedente di BlockBlasters e i fondi di beneficenza rubati


Non è la prima volta che questo cluster di giochi malevoli fa notizia. I ricercatori ZachXBT e il collettivo vx-underground avevano già stimato che il solo BlockBlasters avesse sottratto oltre 150.000 dollari a un numero di vittime compreso tra 261 e 478, incluso un episodio particolarmente odioso nel settembre 2025: 32.000 dollari donati per curare un tumore, rubati dal portafoglio di una streamer Twitch che stava raccogliendo fondi per le proprie cure oncologiche. L’FBI aveva iniziato a cercare pubblicamente le vittime di questi giochi infetti a marzo 2026, e Steam negli ultimi due anni ha visto una serie costante di incidenti simili, incluso il caso Chemia, un gioco in accesso anticipato che nascondeva tre ceppi di malware diversi: cryptojacking, infostealer e una backdoor per installare ulteriore malware in futuro.

Dalla blockchain a Uber Eats: come è stato individuato


La parte più istruttiva del caso, dal punto di vista investigativo, è la catena di tracciamento. Gli inquirenti hanno seguito i Bitcoin rubati fino a un portafoglio dello schema che li ha convertiti in oltre 150 gift card tramite Bitrefill, un servizio che permette di acquistare buoni regalo con criptovalute. Una parte consistente di quelle gift card è stata spesa su Uber Eats. Una richiesta formale (subpoena) inviata a Uber ha permesso di collegare le gift card a un account che riceveva consegne proprio all’abitazione della famiglia Wilkins a North Lauderdale e agli indirizzi frequentati dall’indagato all’Università della Florida Occidentale.

Quando gli agenti hanno perquisito l’abitazione, una settimana prima dell’arresto, hanno sequestrato diversi dispositivi e tre seed phrase di portafogli cripto, una delle quali relativa a un wallet Monero — la criptovaluta privacy-oriented spesso usata proprio per rendere più difficile questo tipo di tracciamento. La cronologia delle transazioni di Wilkins, secondo l’atto d’accusa, mostra un flusso complessivo di 382.000 dollari in criptovalute inviate o ricevute, ben oltre i 220.000 dollari attribuiti direttamente allo schema contestato.

Timeline


  • Maggio 2024 – febbraio 2026: periodo di attività dello schema, otto giochi infetti distribuiti su Steam
  • Settembre 2025: BlockBlasters svuota il portafoglio di una streamer Twitch che raccoglieva fondi per cure oncologiche (32.000 dollari)
  • Marzo 2026: l’FBI rende pubblica la ricerca di vittime dei giochi Steam infetti
  • Inizio luglio 2026: perquisizione dell’abitazione di Wilkins a North Lauderdale, sequestro di dispositivi e seed phrase
  • 15 luglio 2026: arresto di Zyaire Wilkins e deposito della denuncia penale presso il tribunale federale di Seattle


Cosa resta aperto


Wilkins deve rispondere di cospirazione per l’ottenimento di informazioni tramite computer a scopo di profitto privato, un capo d’accusa che prevede fino a dieci anni di carcere. Ma la parte tecnica dell’operazione resta scoperta: lo sviluppatore del RAT e del malware che infettava i giochi non è nominato nell’atto d’accusa e, a oggi, non risulta incriminato, nonostante la sua abitazione sia già stata perquisita. È un pattern comune nelle indagini su cybercrime organizzato attorno alle criptovalute: chi finanzia e promuove viene identificato per primo, spesso tramite un errore operativo banale, mentre chi scrive il codice — più attento all’anonimato tecnico ma non necessariamente a quello finanziario — richiede più tempo.

Per i difensori, il caso conferma due lezioni già note ma sistematicamente ignorate: primo, la promozione mirata via bot verso utenti con portafogli consistenti rende inefficaci le difese basate solo sul volume di download o sulle recensioni Steam; secondo, ogni conversione di criptovaluta rubata in un servizio che tocca il mondo reale — gift card, delivery, e-commerce — riapre una superficie di tracciamento che l’uso di Monero a monte non riesce a chiudere del tutto. Per chi acquista giochi indie su Steam, resta valida la raccomandazione di isolare il portafoglio cripto su un dispositivo separato da quello usato per il gaming, e di trattare con sospetto qualsiasi titolo nuovo che chieda permessi di sistema non giustificati dal gameplay.

Indicatori e riferimenti del caso

Indagato: Zyaire Dontaevious Zamarion Wilkins, 21 anni, North Lauderdale (FL)
Alias online: Sibel.eth
Capo d'imputazione: cospirazione per ottenimento di informazioni tramite computer
                     a scopo di profitto privato (fino a 10 anni)
Foro competente: Tribunale federale di Seattle, WA

Giochi Steam associati allo schema:
BlockBlasters, Dashverse, Lunara, PirateFi (+ 4 titoli aggiuntivi non ancora resi noti)

Canali di promozione: Discord, Telegram, X, LinkedIn
Servizio di conversione: Bitrefill (BTC -> gift card, 150+ carte, prevalenza Uber Eats)
Wallet sequestrati: 3 seed phrase, incl. 1 wallet Monero
Flusso cripto totale osservato sul conto dell'indagato: ~382.000 USD
Perdite attribuite allo schema: ~220.000 USD da ~80 wallet, ~8.000 dispositivi infetti

Fonti: denuncia penale depositata presso il tribunale federale di Seattle, prima riportata da WPLG Local 10; ricostruzione tecnica di Tom’s Hardware (17 luglio 2026); dati sulle perdite di BlockBlasters da ZachXBT e vx-underground.
Questa voce è stata modificata (1 settimana fa)
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Hugging Face violata da un agente AI autonomo: quando l’attaccante non ha bisogno di un umano


Per la prima volta un grande provider di infrastruttura AI conferma un'intrusione condotta end-to-end da un framework di agenti autonomi: dataset malevolo, escalation e movimento laterale in un intero weekend, oltre 17.000 azioni registrate. E i difensori hanno dovuto aggirare i guardrail dei modelli commerciali per fare l'analisi forense.
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Per la prima volta un fornitore di infrastruttura AI ammette pubblicamente di essere stato violato da un attacco condotto end-to-end da un agente AI autonomo, senza un operatore umano al comando durante l’intrusione vera e propria. Hugging Face, il più grande repository al mondo di modelli e dataset open source, ha reso noto il 16 luglio di aver rilevato e contenuto un’intrusione nella propria infrastruttura di produzione partita da un dataset malevolo e proseguita per un intero weekend attraverso migliaia di azioni automatizzate. L’ironia non è sfuggita a nessuno: la piattaforma che ospita gran parte dell’ecosistema AI open source è stata compromessa da un attacco reso possibile proprio dall’AI agentica.

Il vettore: la pipeline di elaborazione dataset


Il punto di ingresso non è stato un endpoint applicativo generico, ma il cuore stesso del business di Hugging Face: la pipeline che processa i dataset caricati dagli utenti. Un dataset predisposto ad hoc ha sfruttato due distinti code-execution path nel sistema di elaborazione: un remote-code dataset loader (una funzionalità che consente l’esecuzione di codice personalizzato durante il caricamento di certi formati di dataset) e una vulnerabilità di template injection nella configurazione del dataset stesso. La combinazione ha permesso l’esecuzione di codice arbitrario su un processing worker — il classico “primo piede nella porta” che qualunque red teamer riconoscerebbe, solo che qui a orchestrare i passi successivi non c’era una persona.

Da quel singolo worker compromesso, l’attaccante ha scalato privilegi fino ad accesso a livello di nodo, raccolto credenziali cloud e di cluster, e si è mosso lateralmente in diversi cluster interni nell’arco di un intero fine settimana — la finestra temporale preferita da chi attacca infrastrutture aziendali, quando il personale di sicurezza è ridotto e la reattività cala. Hugging Face ha successivamente confermato l’accesso non autorizzato a un insieme limitato di dataset interni e a diverse credenziali di servizio, ma nessuna evidenza di manomissione di modelli, dataset o Spaces pubblici, e la supply chain software (immagini container, pacchetti pubblicati) è risultata pulita.

Uno sciame di sandbox, non uno script


Ciò che distingue questo incidente da un normale attacco automatizzato è la scala e l’autonomia dell’orchestrazione. Secondo Hugging Face, la campagna è stata condotta da un framework di agenti autonomi — verosimilmente costruito su un harness da security research agentico, anche se il modello linguistico usato dall’attaccante resta sconosciuto — capace di eseguire migliaia di azioni individuali distribuite su uno sciame di sandbox effimere, con un’infrastruttura di comando e controllo self-migrating ospitata su servizi pubblici legittimi (una tecnica di “living off trusted services” che rende il traffico C2 difficile da distinguere da normale attività cloud). È esattamente lo scenario dell'”agentic attacker” che l’industria della sicurezza discute da mesi come previsione teorica, qui osservato per la prima volta in produzione contro un target reale.

La caccia forense: quando i guardrail bloccano i difensori


La parte più istruttiva della disclosure riguarda la risposta all’incidente. Il rilevamento iniziale è arrivato da una pipeline di anomaly-detection che usa LLM per il triage della telemetria di sicurezza: è stata la correlazione automatica dei segnali a far scattare l’allarme. Per ricostruire cosa avesse fatto realmente lo sciame di azioni automatizzate, il team ha fatto girare agenti di analisi LLM sull’intero log delle azioni dell’attaccante — oltre 17.000 eventi registrati — per ricostruire la timeline, estrarre indicatori di compromissione, mappare le credenziali toccate e separare l’impatto reale dalle attività diversive. Un lavoro che con metodi tradizionali avrebbe richiesto giorni, completato in poche ore.

Ma è qui che Hugging Face ha incontrato un ostacolo inatteso, e potenzialmente rilevante per ogni team di incident response che lavora con modelli commerciali “hosted”: i primi tentativi di analisi con modelli frontier dietro API commerciali sono falliti, perché le richieste — che necessariamente contenevano comandi di attacco reali, exploit payload e artefatti C2 — venivano bloccate dai guardrail di sicurezza dei provider, incapaci di distinguere un incident responder legittimo da un attaccante. La soluzione è stata spostare l’analisi forense su GLM 5.2, modello open-weight del laboratorio cinese Z.ai, eseguito sull’infrastruttura interna dell’azienda: un doppio vantaggio, perché ha sbloccato l’analisi e ha evitato che dati dell’attaccante e credenziali compromesse uscissero dal perimetro aziendale.

L’asimmetria che nessuno aveva pianificato


Hugging Face descrive questo come “un gap su cui vale la pena pianificare”: non si sa quale modello alimentasse gli agenti dell’attaccante — un modello hosted jailbreakato o uno open-weight senza restrizioni — ma in ogni caso l’attaccante non era vincolato da alcuna policy d’uso, mentre il lavoro forense legittimo dei difensori è stato bloccato proprio dai guardrail dei modelli hosted inizialmente scelti. La lezione pratica che l’azienda condivide con il settore: avere già pronto e validato, prima che scoppi un incidente, un modello capace eseguibile sulla propria infrastruttura, sia per evitare il lockout dei guardrail sia per mantenere dati e credenziali sensibili entro il proprio perimetro. Non è, precisano, un argomento contro le misure di sicurezza sui modelli hosted — è un feedback che l’azienda dice di aver già condiviso con i provider coinvolti.

Timeline dell’incidente


  • Settimana del 6 luglio 2026: rilevamento dell’intrusione nella pipeline di elaborazione dataset tramite anomaly-detection basata su LLM.
  • Weekend successivo al primo accesso: escalation di privilegi, raccolta di credenziali cloud/cluster, movimento laterale su più cluster interni condotto dallo sciame di agenti autonomi.
  • 16 luglio 2026: pubblicazione della disclosure ufficiale sul blog Hugging Face, con dettaglio tecnico del vettore e delle contromisure adottate.
  • Contestualmente: chiusura dei code-execution path usati come accesso iniziale, rotazione precauzionale di credenziali e token, rafforzamento degli admission control sui cluster, coinvolgimento di specialisti forensi esterni e notifica alle forze dell’ordine.


Due righe per i difensori


Questo incidente non è solo una curiosità tecnica: ridefinisce cosa significa “superficie di attacco” per qualunque piattaforma che elabora contenuti generati da utenti tramite pipeline automatizzate, AI o non AI.

  • Trattare ogni pipeline di data processing che esegue codice fornito dall’utente (loader personalizzati, plugin, configurazioni con logica di templating) come superficie di attacco di prima classe, non come funzionalità di prodotto neutra.
  • Validare in anticipo — prima di un incidente — un modello LLM eseguibile on-premise o in ambiente isolato per l’analisi forense, così da non dipendere da provider commerciali i cui guardrail possono bloccare legittime attività di incident response.
  • Assumere che attacchi “a sciame” con orchestrazione agentica possano operare a velocità e scala superiori a quelle di un operatore umano, e dimensionare di conseguenza i tempi di detection e risposta: Hugging Face cita l’obiettivo di allertare un responder “in pochi minuti, in qualsiasi giorno della settimana”.
  • Segmentare rigorosamente i processing worker dal resto del cluster e limitare il raggio d’azione di credenziali cloud raccolte da un singolo nodo compromesso, per contenere il movimento laterale anche quando l’accesso iniziale non può essere prevenuto al 100%.


Indicatori e dettagli tecnici noti

Target: infrastruttura di produzione Hugging Face (dataset processing pipeline)
Vettore iniziale: dataset malevolo caricato dall'utente
Tecniche di code execution: remote-code dataset loader + template injection in dataset config
Escalation: da worker compromesso a node-level access
Post-exploitation: raccolta credenziali cloud/cluster, movimento laterale multi-cluster
Durata campagna attiva: un intero weekend
Orchestrazione: framework di agenti autonomi, presumibile harness di security-research agentico
Infrastruttura C2: self-migrating, ospitata su servizi pubblici legittimi
Eventi registrati nel log dell'attaccante: 17.000+
Impatto confermato: accesso non autorizzato a dataset interni limitati e a credenziali di servizio
Impatto escluso: nessuna manomissione di modelli/dataset/Spaces pubblici; supply chain software verificata pulita
Strumento di analisi forense: GLM 5.2 (Z.ai, open-weight), eseguito su infrastruttura interna
Contatto per segnalazioni: security@huggingface.co

Hugging Face raccomanda a chi utilizza la piattaforma di ruotare i propri access token e rivedere l’attività recente sui rispettivi account. L’azienda ha inoltre chiarito di stare ancora completando la valutazione di eventuali impatti su dati di partner o clienti, con notifiche dirette previste per le parti coinvolte.
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Hackaday Europe 2026: Project Gigapixel


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There was once a race to put out cameras with ever higher numbers of megapixels to snare customers eager to take the highest quality digital photos. These days, we know that things like optics, processing, and finer qualities of an image sensor are all very important beyond pure resolution. But, for a time, companies behaved as if megapixels mattered over all else.

But what if you could go farther—shooting not millions, but billions of pixels in a single image? That’s precisely what [Yannick Richter] came to Hackaday Europe to talk about, covering his Project Gigapixel build.

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More Pixels


When it comes to building a consumer camera with higher resolution, manufacturers achieve this by creating an image sensor with a greater number of sensing elements. This, of course, can get expensive and difficult the farther you want to scale, particularly if you’re trying to fit more sensing elements into a given standard sensor size.
A scanner sensor has great linear resolution. Pan one behind a high-quality lens, and you can capture images in super high resolution… just hope that nothing moves while you’re capturing a shot!
However, there are other ways to capture images in greater resolution that don’t require a larger image sensor. Namely, you can actually use quite a simple image sensor of limited resolution, and simply move it to various positions, capturing light all the while. Then, all you need to do is stitch the output together and you have a remarkably high resolution image. It might sound complicated, but as [Yannick] explains, it’s a perfectly cromulent way to build a gigapixel image.

[Yannick’s] project began with an old Epson flatbed scanner. This made the perfect donor for such a project, as it came with a linear image sensor with quite good resolution for scanning photographs and documents. The only problem is that it needs to move in a straight path in order to capture a full image. The goal was to build it into a scanner-style camera that was truly portable, which required some reverse engineering and creative design to make it into a practical tool for real-world photography. [Yannick] didn’t want to just stuff the existing scanner in a bodged-together camera body, either. He wanted to interface the sensor directly and build a custom linear-scanning camera from the ground up, with the high-resolution linear sensor mounted behind a nice medium-format Pentax lens.

[Yannick] lashed up a Raspberry Pi to read from the sensor.The key was that the scanner in question—an Epson V370—used a Sony CCD scanning element, rather than a cheaper CIS element. A proper CCD sensor is more expensive, but produces better output, and is more suitable for the sort of imaging [Yannick] was trying to do with this build. Namely, by running the scanning element behind a medium format lens to capture incredibly high-resolution images at up to 40800 x 80000 pixels, or 3.2 gigapixels if you multiply it out.

The talk covers all the work that [Yannick] did to make this a fully functional camera. That included doing a deep dive into Epson documentation to figure out how to interface the sensor at all. Thankfully, service manuals provided enough detail on how the 12-line RGB sensor works to get the project over the line. Interfacing the sensor was achieved via reusing the ADC and timing generation hardware from the scanner itself, hooked up to a Raspberry Pi 5 and a RP2350.

Plenty of work was required to figure out how to properly offset all the R, G, and B pixels to line up properly into a coherent color image. [Yannick] also dives into the mechanical design, regarding how the sensor was assembled on a 100-millimeter linear drive to scan it behind the lens assembly to capture images. There were also issues generating a live preview that you’d get on any other digital camera, which is not exactly practical to generate from a scanning image sensor. Instead, a standard Raspberry Pi camera was included in the build for live preview to help with lining up a shot.
The camera is capable of taking incredibly high resolution images with rich detail. Of course, image sizes are hefty in turn.
Perhaps the best part of the talk is when [Yannick] shows off the final results. The simple fact is that 3.2 gigapixel images capture a ton of detail when they’re taken well and focused correctly. A simple shot of some benchtop instruments doesn’t look like anything special, until [Yannick] shows that cropping in will let you read the codes off a 0603 SMD resistor. Obviously, the camera is limited when it comes to speed and it can’t really capture moving objects well. However, when it comes to grabbing very high resolution shots of still scenes, it’s a great performer. If taking gorgeously detailed landscapes or stunning architectural shots is your thing, you might find such a build an appealing proposition for your own needs.


hackaday.com/2026/07/20/hackad…

Attacco ad Hugging Face: gli Agent AI diventano parte attiva della catena offensiva, come proteggersi


@Informatica (Italy e non Italy)
La scorsa settimana un agente di AI autonomo ha violato parte dell'infrastruttura di produzione di Hugging Face. L’azienda di AI open source ha rilevato l’intrusione, contenendola e riscontrando accessi non

Old SSDs Find New Life as Game Cartridges


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Game companies might not like physical media much anymore, but gamers sure do. There’s nothing like pawing over your collection to find what to play, and inserting a cartridge with a satisfying click before sitting down to an old-school game like — wait, Cyberpunk 2077? Yeah, that wasn’t released on cartridge, but that didn’t stop [Jibril-sama] over on Reddit. The cartridges are 3D printed — stls on makeworld only, as of this writing — and contain old 2.5″ SSDs that [Jabril] was able to pick up in bulk.
This larger base seems ideal for building into a PC console, but either would work.
Inside the base unit is a simple USB3-SATA adapter that hooks to [Jabril]’s gaming PC. There are two versions of the base unit: a simple vertical unit, and a horizontal one with some springs to give a satisfying grip.

On each disk is a launch script that is vetted by a program on the PC that autolaunches only the cartridges you’ve told it to trust, which is a level of security we can appreciate. [Jabril-sama] has kindly made that available under the MIT license on GitHub.

We don’t know how much life is left in these cheap drives, but they should last a while if the only write is the odd save file. Hopefully [Jabril-sama] is cycling through his games fairly often, as SSDs are only non-volatile storage if your time horizon is short enough.

Thanks to [iliis] for the tip! Remember, if you use our tips line to share what you find, you’re not doomscrolling, you’re doing a public service.


hackaday.com/2026/07/20/old-ss…

Cybersecurity & cyberwarfare ha ricondiviso questo.

NEW: Hackers are currently exploiting two critical WordPress flaws, which were patched on Friday, to remotely hack and take over websites, according to several cybersecurity firms.

Around 90 million websites could still be vulnerable, according to an estimate by a security researcher.

techcrunch.com/2026/07/20/hack…

Cybersecurity & cyberwarfare ha ricondiviso questo.

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Forse sul caso #Roggero è meglio non scavare troppo. Perché più si scava e più si scoprono scheletri del tutto speciali!

Beh dai non mi dite che un conticino in Tunisia non lo avete già aperto?

in reply to N_{Dario Fadda}

Ed ecco crollare un altro dei tasselli della retorica "potrebbe succedere a chiunque domani mattina".

Non ho un'arma da fuoco, né legalmente, né illegalmente detenuta; non ho 50mila euro su un conto in Tunisia, né una gioielleria. Eppoi non tutti sono maschi bianchi violenti. Cioè, forse chi l'ha detto si riconosce in quest'ultima descrizione, io no.

Del resto il ministro dei trasporti, durante l'alta stagione turistica, non ha altro di cui occuparsi.

O forse ci vuole distrarre.

Launching Rockets is Hard, Bring them Back is Harder


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Since the first V2 rocket sailed above the Kármán line back in 1944 and right up until the modern era, the trajectory of most space-bound rockets was more or less the same: after expending their propellants they would either crash into some desolate steppe or plunge into the ocean. In either event, the rocket was disposable. The important bit up top might go on to explore the stars or send a human crew off on their mission, but the booster rocket that lifted the spacecraft out of the atmosphere was always going to be sacrificed for the cause.

But in the 1970s NASA had a wild idea: what if we didn’t smash a brand-new rocket valued at millions of dollars into the ocean every time we wanted to put something in orbit? Instead, they would build a hybrid space vehicle that blended the vertical takeoff and raw power of a rocket with the capabilities of an airplane, allowing it and whatever it was carrying to make a gentle runway landing at the end of its mission. As such, the Space Shuttle was born.

With the benefit of hindsight, we now know the Shuttle wasn’t quite the spaceflight revolution that NASA had hoped for. The age of reusable rockets didn’t truly begin until 2015, when SpaceX landed the first stage of their Falcon 9. To date they’ve repeated the feat nearly 600 times, all the while increasing the reliability and speed of their operations. Today the Falcon 9 is the most prolific launch vehicle in history, and nearly every other rocket in active development is being designed to include some element of reusability.

Most recently, China demonstrated that they could recover their Long March 10B rocket by gently bringing it down into what amounts to a giant butterfly net. While it might seem a bit quaint compared to rockets that land on their tails like something out of a 1950s sci-fi movie, the idea offers considerable promise.

There and Back Again


But why did it take 70+ years before we were able to regularly refly orbital-class rockets? It’s not that there’s anything inherently complex about reusing a spent rocket. Sure, there’s a case to be made that material science improvements have made the engines robust enough for repeated use. But even if you had to rebuild the engines after each flight it would still be better than slamming the whole vehicle into the ocean. Similarly, there’s nothing particularly unique about the structure of the Falcon 9 that enables it to fly multiple times — it’s a big metal tube with tanks inside of it, just like essentially every rocket that has flown before it.

The revolutionary technology demonstrated by SpaceX in 2015 didn’t have anything to do with making their rocket go up, it was that they were able to safely bring it back without damaging or physically altering it. The Falcon 9 first stage that came back to Earth was in the same condition it was when it left the launch pad eight minutes or so earlier, albeit with empty propellant tanks and a layer of soot on the outside.

As such, most of the variability we see when comparing the reuse of past, present, and future rockets comes not from how the vehicle ascends, but how it ultimately comes to rest back down on Earth.

Splashdown is Easy, But Rough


Without question, the easiest way to recover a rocket intact is to simply slow it down before it hits the surface of the ocean using parachutes This is how all American crewed capsules, and more applicably the Space Shuttle’s Solid Rocket Boosters (SRBs), have been recovered after their flights.
Once pumped out, the hollow SRBs could be towed to shore.
But even when descending under multiple huge parachutes, splashdown isn’t exactly a gentle event. It could probably best be described as “survivable”, in that the vehicle and crew will come through the experience in one piece, but neither is likely to be terribly happy about it.

The situation of course ends up being even worse for the rocket, as its structure is going to be subjected to the brunt of the impact force. Additionally, a complex aerospace vehicle getting partially submerged in salt water is a recipe for corrosion and electrical issues, to say nothing of the thermal shock the hot engines will experience when getting dunked.

One could argue that the only reason this method of recovery worked for the Shuttle SRBs is because of their relative simplicity when compared to a liquid-fueled rocket capable of independent flight. At the risk of oversimplifying the structure of the SRB, at splashdown it was effectively a hollow tube with minimal avionics and thrust vector control (TVC) hardware that could simply be replaced before the next flight.

Still, the NASA document Solid Rocket Booster (SRB) Refurbishment Practices goes over the considerable work required to bring each booster back to flight status after coming down in the ocean. Given the challenges of refurbishing the boosters, it’s perhaps unsurprising that NASA elected to forgo their reuse on the Space Launch System despite its SRBs being largely identical to their Shuttle predecessors.

Teaching Rockets New Tricks


In the very early days, while they were still trying to reach orbit with the Falcon 1, SpaceX had actually considered a Shuttle SRB-style recovery procedure. But in the end they decided to outfit the Falcon 9 with deployable landing legs and the rest, as they say, is history.
The DC-X demonstrated propulsive landing in 1993, but couldn’t reach orbit.
Landing legs allow a rocket to come down on effectively any flat surface, be it a concrete pad next to the launch facility or a floating platform. But there are some fairly serious drawbacks to this approach. For one thing, the requirement for precise terminal guidance means parachutes are out of the question. The rocket needs fins, attitude thrusters, or other control surfaces to come down on the center of the pad.

It also means the rocket needs to perform a propulsive landing. That is, use its own primary engines to bring its velocity on touchdown to as close to zero as possible. This in turn requires engines that can not only restart in flight — a capability that has not traditionally been required by first stage boosters — but are able to throttle down low enough to control the rocket’s descent without simply pushing it back upwards. It’s difficult to overstate how unnatural a state of operation this is for a rocket. Indeed, it’s the antithesis of how nearly every rocket has operated since the Song Dynasty started experimenting with gunpowder in the 10th century.

Even if you can accomplish all that, the true cost of landing a rocket is in the extra mass. Although the legs will be stowed away and unused for 99.8% of the rocket’s flight time, it still has to lug all that weight uphill. If that wasn’t bad enough, there’s also the extra weight of whatever control mechanism is in place to guide the rocket’s descent trajectory as well as the propellant that needs to be kept in reserve for the landing burn.

All told, landing a rocket on legs comes with a massive payload penalty. In the case of the Falcon 9, the rocket’s maximum capacity to Low Earth Orbit (LEO) in its expendable configuration is approximately 22,800 kg (50,300 lb). But when outfitted with the hardware necessary to land, that number is reduced by nearly 25% to 17,500 kg (38,600 lb).

Dropping the Dead Weight


There was a time, not so very long ago, when critics doubted the financial viability of recovering and reusing rockets like the Falcon 9. But today, reuse has gone from theoretical to standard operating procedure. Outside of a few Old Space holdouts, it’s top of mind for every launch provider and critical for remaining competitive in a fast-moving commercial market. In November, Blue Origin even managed to land their New Glenn heavy-lift rocket on only its second flight.

So at this point the question isn’t whether or not future rockets will be reusable, but rather, what is the most efficient way to achieve that reusability?
The first stage of Starship after being caught in mid-air.
With that in mind, it’s easy to see the appeal of China’s net recovery. While the rocket must still perform a propulsive descent — although in theory the necessary positional accuracy, and therefore the technical challenge, is somewhat reduced — it doesn’t need to have landing legs installed. This mass savings increases the vehicle’s useful payload capacity, which in turn makes it more profitable to operate. Achieving the same end goal while being easier and cheaper is an improvement in anyone’s book.

Admittedly, having the rocket come down in a huge net adds a certain amount of whimsy to the whole endeavor, but the overall logic is sound enough. It should also be said that SpaceX, for all the success they’ve had with landing their Falcon 9 on a set of deployable legs, are themselves planning on catching both the first and second stages of their next-generation Starship vehicle. Instead of a net, their goal is to pluck the rocket out of the air with a huge robotic pincer mechanism.

One is reminded of the old joke about how the Americans and Russians approached the problem of writing in space: NASA spent millions of dollars developing a pen that would work in microgravity, while their Russian counterparts simply used pencils. If China can demonstrate the ability to reuse a rocket they snagged in their net, the more elaborate methods of recovery employed by American rockets may one day look like a similarly overengineered solution.


hackaday.com/2026/07/20/launch…

Cybersecurity & cyberwarfare ha ricondiviso questo.

Gli algoritmi sono progettati per rendere le persone pigre.
Le persone si aspettano di fare grandi cose, diventare importanti, dare il loro contributo al mondo… però poi si fanno uncinare dagli algoritmi dei social media, che sono progettati per destabilizzare i loro livelli di dopamina e rendergli impossibile concentrarsi su delle cose noiose.
Alla fine, vince chi quegli algoritmi li ha progettati, mentre chi li subisce rimane in basso.
Non cascateci. Non fatevi uncinare.
in reply to Mattiz6276

Qui su Mastodon non abbiamo alcun tipo di algoritmi, sentitevi liberi di esplorare senza diventare un prodotto (perché le Big Tech fanno i soldi con la vostra pigrizia).
Smettete di usare i social tradizionali, e vi sentirete molto meglio. Ho già fatto questo passo, ed è stata una delle cose migliori che ho fatto per me stesso e la mia salute mentale. Provateci anche voi!
Questa voce è stata modificata (1 settimana fa)
in reply to Mattiz6276

ovviamente tutto quello che c'è in tendenza: mastodon.uno/explore è un algoritmo ma che è trasparente e open source, e ogni istanza a seconda delle persone ha suggerimenti o trend diversi.
Se ovviamente segui solo le timeline locali e home invece è tutto cronologico.
UN po' di algoritmo mastodon si è scelto di usarlo èercè rende più facile l'uso e semplice l'adozione.
POi c'è da dire che ogni istanza personalizza i trend come crede e quindi puoi farne anche a meno.
Questa voce è stata modificata (1 settimana fa)
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La Cina sfida NVIDIA: 1024 GPU funzionano come un unico chip grazie al supernodo fotonico

📌 Link all'articolo : redhotcyber.com/post/la-cina-s…

A cura di Carolina Vivianti

#redhotcyber #news #guerrafreddadigitale #intelligenzaartificiale #corsaallintelligenza #hardware #fibraottica

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Dutch #Intelligence #Warns #Russia Uses Hacked #IP #Cameras for Military Espionage
securityaffairs.com/195708/int…
#securityaffairs #hacking
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Seguendo il consiglio di un amico (che non so se voglia essere taggato), ho iniziato a donare €1/mese a varie realtà di software libero.

Invito chiunque ne abbia la possibilità a fare lo stesso: per semplificarvi la vita ho stilato una lista di progetti che trovate nell'articolo, insieme al ragionamento che ci sta dietro. Invoco #Mastoaiuto per far girare la notizia.

L'unione fa la forza 🌸

zughy.bearblog.dev/1-per-un-fu…

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Linux 0.1 è deprecato da anni, ma perché qualcuno lo sta riscrivendo in Rust?

📌 Link all'articolo : redhotcyber.com/post/linux-0-1…

A cura di Luigi Zullo

#redhotcyber #news #linuxricreato #sistemoperstudenti #sviluppoweb #programmazione

Foreign interference: fighting the last war


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Foreign interference: fighting the last war
IT'S MONDAY, AND THIS IS DIGITAL POLITICS. I'm Mark Scott, and find myself in a deep depression now that the World Cup has ended. Still, mark your calendars for Euro 2028 — only 1054 days to go!

— Donald Trump's statements around alleged foreign interference in the 2020 US election don't match the threat currently posed by adversarial countries in Western elections.

— China and the United States laid out competing versions of AI governance that played to each country's strengths — and left everyone else in their wake.

— Roughly six out of 10 Americans now support a social media ban for kids.

Let's get started:



digitalpolitics.co/foreign-int…

Earth-like LHS 1140b May Feature the First Atmosphere Found on Exoplanet


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Finding another planet outside of our solar system that can comfortably be called ‘Earth-like’ is one of those discoveries that — if confirmed — would be a major event. The complication here is that with every exoplanet that we discover through observations, determining the type of planet is hard enough, never mind figuring out whether it has an atmosphere, much less what’s in that atmosphere. This makes a recent report on LHS 1140 b rather exciting, as it strongly suggests that this super-Earth may have something close to an Earth-like atmosphere.

In the paper by [Collin Cherubim] and others in Science, the findings of helium occasionally escaping from its atmosphere have led to considerable excitement, as this time-variable atmospheric escape of helium suggests a helium-rich upper atmosphere that’s further depleted in hydrogen.

It should be noted, of course, that these assumptions are based on observations from roughly 49 light-years away, so there’s always some room for later adjustments. Even if confirmed, the star that LHS 1140b orbits is a red dwarf, with a nearly 25-day orbital period and light levels less than half of what Earth receives from the Sun. This would make the surface of LHS 1140b with its proposed oceans rather dim, even if it’s conceivably at temperatures well within the comfort range of us Earth-based mammals.

At 49 light-years distance, it’s also not close enough that — barring an FTL drive — we could do direct observations or visitations, but if these results hold, it’d be on the short list along with a number of other plausibly habitable exoplanets to check out once we build that first warp drive-powered starship.


hackaday.com/2026/07/20/earth-…

Videosorveglianza e diritto di accesso: il caso Lidl ridefinisce la gestione delle richieste GDPR


@Informatica (Italy e non Italy)
Il provvedimento con cui il Garante Privacy ha sanzionato Lidl mostra come moduli, canali interni e procedure non possano ostacolare l'esercizio dei diritti previsti dal GDPR. Un caso che offre indicazioni operative

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7-Zip fixed a vulnerability that could let attackers run code by tricking users into opening malicious XZ-compressed archive files.
securityaffairs.com/195688/unc…
#securityaffairs #hacking
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#nerdystuff in pausa pranzo

#Yarn è un motore di ricerca per trovare citazioni esatte all'interno di film e serie TV: scrivi la frase e ti dice da quale scena viene con tanto di clip!

🎮 yarn.co

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[#LETTURE]

Durante il mondiale di calcio appena concluso, sul quotidiano spagnolo El Pais c'era una rubrica "Ida y vuelta ( Andata e ritorno) costituita dallo scambio epistolare tra due scrittori di lingua spagnola, l'argentino Martín Caparrós e il messicano Juan Villoro a proposito del calcio di cui entrambi sono appassionati tifosi.

Qui sotto un estratto dall'ultima lettera di Martín Caparrós (elpais.com/deportes/mundial-fu…) che parla dell'identità argentina e si schiera contro ogni nazionalismo.

Il testo è nell'immagine qui sotto, la traduzione italiana nell'ALT

#Argentina #nazionalismi #fútbol #IdentitàNazionali #calcio #politica

@alephoto85
@scuola
@maupao
@lindasartini
@RFancio
@euklidiadas
@informapirata
@andre123

in reply to Andre123

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Sì è vero, il calcio è un gioco costruto per divertire e i due scrittori si divertono e ci divertono nel commentarlo, da lettore mi è proprio piaciuto questo scambio epistolare.

Ecco come comincia l'articolo di Caparrós:

" Purtroppo, Granjuán, a volte la giustizia è giusta. Proprio oggi lo è stata, capricciosa com’è, e la squadra che ha cercato di giocare per tutta la partita ha finito, curiosamente, per vincerla. E l’altra, quella che non ha tirato nemmeno una volta — nemmeno una volta — in porta, l’ha persa: capricci del destino." 😃

Ma il suo giudizio sul tifo nazionalistico rimane severo, qui il testo nell'immagine e la traduzione poi nell'ALT

#letture #Argentina #nazionalismi #fútbol

@andre123 @alephoto85 @scuola @maupao @lindasartini @RFancio @euklidiadas @informapirata

Scuola - Gruppo Forum reshared this.

in reply to contributopia

Diciamo che nello scritto in foto più o meno arrivano alle mie conclusioni. Proprio perchè avulso da ogni scelta importante, proprio perché tutti possono esultare (dal carnefice alla vittima), proprio perché è un gioco... per quello funziona.

Inutile aggiungere che qualsivoglia scelta impegnativa : (a) richiede impegno da parte di chi ,per scegliere , deve decidere , magari su cose molto delicate (b) divide, il più delle volte : anche quando pare ovvio che a tutti o quasi convenga star dalla stessa parte.
Di qui il fatto che schierarsi contro un regime è infinitamente meno popolare che tifare per la nazionale .

Da una parte impegno e lotta, dall'altro svago senza nessun impegno.
Indoviniamo che cosa fra le due opzioni stravince facile facile sempre (salvo fortuite eccezioni storiche ) ?

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CVE-2026-42533: Critical #NGINX Bug Could Turn HTTP Requests Into Server Takeovers
securityaffairs.com/195674/hac…
#securityaffairs #hacking

Viaggi e prenotazioni online nel mirino: l’estate è alta stagione anche per il phishing


@Informatica (Italy e non Italy)
Con l’aumento delle prenotazioni online crescono anche le campagne di phishing che sfruttano marchi, offerte e comunicazioni legate ai viaggi. Il report di Check Point mostra come il turismo sia diventato uno dei settori più esposti

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I formati proprietari sono diventati lo strumento principale di Microsoft per il lock-in

Quando salvi un documento sul tuo computer, stai scegliendo un formato: l'insieme di regole che determina come vengono memorizzate parole, tabelle, immagini e istruzioni di formattazione e, di conseguenza, come possono essere recuperate, condivise e lette in futuro.

blog.documentfoundation.org/bl…

@eticadigitale

(chi segue @italovignoli non leggerà nulla di nuovo)

in reply to Italo Vignoli

non devi preoccuparti troppo del fatto che ci sia gente che ti sbeffeggia. Non c'è niente di personale, sono solo affari.

Del resto, se la mia sopravvivenza dipendesse dal fatto di far lavorare Microsoft e di infiltrarla in ogni pertugio della pubblica amministrazione o della grande impresa parastatale, probabilmente anche io passerei buona parte del mio tempo a trattarti come se tu fossi un livoroso esagerato e a ironizzare su quello di cui parli da anni 😅

@eticadigitale

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Addio Credito d’Imposta 4.0: la cybersecurity industriale entra nel nuovo Iperammortamento 2026

📌 Link all'articolo : redhotcyber.com/post/addio-cre…

A cura di Ambra Santoro

#redhotcyber #hacking #cti #ai #online #it #cybercrime #cybersecurity #technology #news

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Il Manifesto Anti-Palantir: i programmatori che lavorano su Internet hanno una responsabilità morale verso il mondo intero, non solo verso un singolo Paese

Il manifsto denuncia la sorveglianza di massa e l'espansione del potere di aziende private come Palantir, accusate di creare uno stato segreto globale a supporto del controllo statale. Per difendere libertà e privacy, è necessario contrastare il tecno-fascismo costruendo tecnologia e software difensivi

nonogra.ph/the-anti-palantir-m…

@privacypride

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AI Agents Turned Into Attackers: #Hugging #Face Reveals Autonomous Intrusion Campaign
securityaffairs.com/195658/ai/…
#securityaffairs #hacking
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☕ CYBERBRIEFING — Lunedì 20 luglio 2026

👉 Leggi tutti gli aggiornamenti delle ultime 24 ore:
ilpuntocyber.rfeed.it/article.…

#newsletter #cybersecurity
@informatica

Could Reticulum Power a Post-Internet Network?


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These days, it is easy to think you always have access to the Internet. But some wonder if — in spite of its ARPANET, nuclear-war-planning heritage — you can actually count on it to be there when things go pear-shaped. [The Tech Prepper], as you might imagine, is quite concerned with that last question, and is flogging Reticulum over high-frequency radio as a post-internet network in a video embedded below.

Reticulum is a cryptographic network stack, fully decentralized and amazing from a cyberpunk/hacker/survivalist perspective. Unfortunately for [The Tech Prepper], until the you-know-what hits the ventilation unit and the FCC and its counterparts in other countries are too busy to be concerned with such trifles, encrypted signals are banned on ham radio bands just about everywhere. That’s why his demo is using a dummy load on the Mercury HF modem instead of an antenna: the feds don’t care if the signal doesn’t leave the building. The video shows how to replicate the setup using his EmComm Tools suite on Ubuntu.

Perhaps more interesting is his vision of a Post-Internet network, be it in a disaster scenario, as he envisions, or simply because we get sick of what the internet has become. The idea of easily hooking an open-source radio modem to a PC running modem73, open-source SDR software, has a certain appeal. Reticulum isn’t your only option there: modem73 will let you run a BBS in the clear — that is, unencrypted and legal to transmit — and let’s face it, wasn’t life online more fun in BBS days?

This isn’t the first time we’ve seen the Reticulum network stack, but last time it was operating at considerably shorter ranges over LoRA.

youtube.com/embed/Cv1XOv5zst4?…


hackaday.com/2026/07/20/could-…

Panoptrix reshared this.

DK 10x40 - Tradimenti


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Per non ripartire a freddo a Settembre, è meglio annotarci qualche motivo per farsi trovare già col dente avvelenato contro la Commissione von der Leyen.


dk.dataknightmare.eu/dk10x40-t…


DK10x40 - Tradimenti


Ascolta l'episodio su Spreaker.com

Prima che la stagione finisca, dobbiamo almeno iniziare a coprire un argomento che, io credo, la farà da padrone nella prossima: il tradimento dell'Unione da parte della Commissione di Ursula von der Leyen.

Sigla.

Avrete sicuramente sentito come la Commissione abbia richiesto al Parlamento una votazione d'urgenza sulla questione chatControl, riuscendo a farla passare.

Questo è un modo di raccontare la cosa senza dire in effetti niente, che ti garantisce un lavoro nei media, la benevolenza dell'editore e inviti a gettone nelle trasmissioni del cosiddetto "approfondimento".

Sul quale e sulle quali un asteroide non cadrà mai troppo presto, quindi vediamo di raccontare la cosa in un modo più informativo.

La Commissione ha sottoposto per due volte al Parlamento un provvedimento (l'infame "chatControl") teoricamente a tutela dei minori e contro la pedopornografia, che:

  • non protegge i minori
  • non combatte la pedopornografia
  • istituzionalizza la sorveglianza di massa

Questo provvedimento non è stato chiesto da nessuno, se non dai lobbisti di BigTech, che vogliono ammantare di legalità la loro ignobile economia della sorveglianza, e i loro servi nella Commissione.

La proposta della Commissione è stata bocciata dal Parlamento, poi ripresentata in una forma se possibile peggiore, e bocciata di nuovo.

A questo punto la Commissione ha invocato una procedura d'urgenza per una materia che non ne aveva nessuna, nell'ultimo giorno di seduta del Parlamento prima della pausa estiva, al solo scopo di contabilizzare come "favorevoli" anche i voti degli assenti e degli astenuti, cosa che la procedura d'urgenza consente, riuscendo a far considerare approvato un provvedimento al quale la maggioranza dei parlamentari presenti ha votato contro per la terza volta.

Il risultato netto di questo provvedimento è che fino al 2028 Big Tech può controllare preventivamente tutti i contenuti che le vengono affidati, messaggi di testo, audio, video e immagini, con la scusa teorica del contrasto alla pedopornografia, e con due risultati pratici:

  1. permettere a BigTech di profilare l'intero continente per i propri interessi, cosa che peraltro sta facendo da sempre nella glaciale indifferenza della Commissione, e
  2. esternalizzare prerogative dello Stato ad attori privati, esterni all'Unione, perdipiù con interessi nemmeno velati.

A questo punto è doveroso chiedersi: in che squadra gioca la Commissione Europea? Perché questo è tradimento. In tempi più semplici, Principi e Re sono volati fuori dalla finestra o finiti al patibolo per meno di così.

Mettiamo assieme un po' di misfatti di questa Commissione di cialtroni, e non è un elenco esaustivo, sto solo andando a memoria, vediamo:

  • quest'ultima decisione estorta al Parlamento su ChatControl;
  • l'espansione del riconoscimento facciale da parte della polizia di frontiera con la scusa del problema dei migranti;
  • il sacrificio degli interessi europei sull'altare di quelli statunitensi per quanto riguarda i dazi di Trump, l'Ucraina, la Russia, la Palestina e l'Iran, tutte crisi provocate dagli Stati Uniti e che danneggiano l'Unione;
  • il rifiuto di riconoscere che la NATO è ormai esclusivamente lo strumento di una politica estera statunitense antitetica agli interessi europei;
  • l'accettazione incondizionata dell'idea che l'Europa debba vedere l'incremento delle spese in armamenti come una priorità, ovviamente a tutto vantaggio dei produttori statunitensi, in assenza di una qualsiasi visione strategica, cioè per cosa e contro chi occorra spendere di più in armi;

e così via.

Ecco. Io vorrei cominciare a sentire qualcuno al difuori del Partito Pirata che queste questioni le prende a cuore, e mette all'ordine del giorno, guarda caso per la seconda volta, una mozione di sfiducia contro la von der Leyen e tutta la sua Commissione di russofobi e servi degli americani.

È ora che il Parlamento Europeo si dia una svegliata, e cominci a respingere a scarpate le infiltrazioni dei temi delle destre russofobe e dei servi degli USA nel cuore della politica europea. Non me ne frega niente se Merz deve far vedere che lui non è la Merkel.

Nel Parlamento Europeo ci sono menti di prima categoria, ma ancora troppi illusi che la situazione sia in un qualche modo ancora normale. Non lo è. La sola cosa si cui Statio Uniti, Russia e Cina sono d'accordo è che l'Unione Europea è un ostacolo alla loro oligarchia.

La risposta europea non può essere più spese militari, non è quello il terreno su cui possiamo avere un qualche peso. Il nostro peso è nelle nostre leggi, che gli oligarchi economici odiano come odiano ogni regola.

La risposta dell'Europa deve essere l'incremento, senza se e senza ma, delle capacità e delle azioni di enforcement delle regole che il Continente ha scelto di darsi, il GDPR, il DSA, il DMA, l'AI Act, e tutto il digital compact.
Su questo, poi, si può cominciare a parlare della tanto decantata sovranità digitale.

Sono stufo di leggere ogni giorno i piagnistei di oligopolisti sovvenzionati che passano per imprenditori geniali.

Voglio un'Europa che si svegli e dica con assoluta semplicità che, in Europa, le regole ce le scegliamo da soli.

E che quelle regole, in Europa, valgono per tutti.

Quindi auguro al Parlamento un'estate ritemprante. Perché a Settembre c'è da lavorare.


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Volexity Uncovers Zero-Day Campaign Targeting #SonicWall VPN Appliances
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376 – HO SEMPRE DETTO DI NO. ORA POSSO DIRE DI SÌ camisanicalzolari.it/376-ho-se…
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La guerra delle AI è iniziata! Presto verrà rilasciato Qwen 3.8 da 2,4 trilioni di parametri

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A cura di Carolina Vivianti

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Il dominio cognitivo: la più importante infrastruttura critica è la mente umana

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A cura di Fabio Toscano

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L’Italia è tra i primi Paesi al mondo per numero di violazioni ransomware

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A cura di Redazione RHC

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Seven Ways to Install Magnets Into Your 3D Prints


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Magnets are awesome, so it’s no wonder we love to add them to our 3D prints. Doing so in a way that will actually last is harder, with thermal creep being one reason a simple friction fit will loosen over time, and using super glue to hold a magnet in place can be messy. In a recent video, [Slant 3D] covers seven ways to install magnets in 3D prints without resorting to glue, along with the advantages and disadvantages of each.

With friction, the argument is that you can still use them, but you’d want to use something like cylindrical magnets rather than flat magnets to increase the friction with the thermoplastic. Using an arbor press rather than human primate hand power is also beneficial.

Rather than installing magnets halfway through a print with all the logistics that entails, you can use side slots to install said magnet into, which is much easier, but as with all embedded magnets, you get that plastic barrier between the magnet and its target.

Other methods involve using a bit of extra material that you need to push the magnet past, using something like an arbor press, so the magnets should never just fall out. A wildcard here: spherical magnets, which can be locked in using a similar method, while automatically orienting themselves to an opposing magnet.

The final tip is to never use two magnets in a magnetic lock. Instead, use a cheaper ball bearing or a similar plain metal part on one side instead. Magnets tend to be much more brittle than whatever stainless steel ball bearing or washer you can use on the other side.

Of course, people will always try to install magnets during an FDM print, but before they try to do that anyway, they really should learn about the fascinating ways in which magnets can ruin print beds, destroy nozzles, and otherwise make a total mess of a print. Magnets seem magical. Maybe they are.

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