Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Perché Trump è più pericoloso che mai


L'Economist sostiene che chi spera in un presidente azzoppato sbaglia persona. Al rancore e al dominio si è aggiunta la vendetta e i primi bersagli sono gli alleati.

Chi spera in un presidente americano azzoppato dagli insuccessi sta sbagliando i calcoli. È la tesi di un'analisi dell'Economist secondo cui Donald Trump, proprio perché la sua presidenza vacilla, è diventato più pericoloso di prima. A doverlo temere, sostiene il settimanale britannico, sono soprattutto gli alleati degli Stati Uniti.

L'espressione che circola a Washington è "anatra zoppa" (lame duck), il modo in cui gli americani chiamano chi ricopre una carica ma è ormai a fine corsa e ha perso la capacità di farsi obbedire. Con i guai che si moltiplicano in patria e all'estero, scrive l'Economist, la prospettiva di avere a che fare con un presidente americano azzoppato basta a far tirare un sospiro di sollievo sia ai nemici sia agli amici.

Per gli uomini che governano la Cina, l'Iran e gli altri paesi ostili agli Stati Uniti, sopravvivere alle campagne di massima pressione del presidente sarebbe una vittoria propagandistica destinata a durare. Quegli stessi autocrati non hanno mai condiviso fino in fondo l'orrore per Trump che consuma le democrazie liberali: nel profondo, secondo l'Economist, Xi Jinping e i suoi pensano che tutti gli inquilini della Casa Bianca siano prepotenti egoisti che mettono l'America al primo posto e che alcuni lo nascondano meglio di altri.

Molti alleati e partner vorrebbero invece vedere il presidente arrivare zoppicando alla fine del mandato. Questo non significa che i governi di Berlino, Riad o Tokyo tifino perché perda la guerra in Iran o perché ammetta la sconfitta nel confronto commerciale con la Cina. Un'America indebolita spaventerebbe gli alleati in Europa, in Asia e in Medio Oriente, che nella migliore delle ipotesi sono lontani anni dal potersi difendere da soli senza il loro storico protettore.

Molti governi applaudirebbero invece l'immagine di un presidente furioso e senza amici, indebolito dai propri errori e da sondaggi di gradimento che calano, che si ritira nella fortezza dorata della Casa Bianca a rifinire i progetti per la sua sala da ballo e per il suo arco commemorativo. Il sollievo sarebbe ancora maggiore se una disfatta repubblicana alle elezioni di metà mandato di novembre allentasse la presa di ferro del presidente sul suo partito in Congresso, imponendo qualche limite a quello che l'Economist definisce un modo di governare monarchico.

Chiunque si aspetti un Trump ridimensionato dal fallimento sta però sbagliando persona. La saggezza politica potrà anche dichiararlo la più zoppa delle anatre quando il Congresso ne contesterà le richieste o quando i mercati finanziari daranno un giudizio severo e costoso sulla sua politica economica. Al presidente, secondo l'analisi, può semplicemente non importare. Che siano gli altri a preoccuparsi del Partito Repubblicano, delle politiche pubbliche o del deficit americano. Finché resta comandante in capo delle forze armate può assicurarsi un posto nella storia rifacendo il mondo, oppure rompendolo.

Al posto dell'anatra zoppa l'Economist propone un altro animale: il gorilla di montagna, con la violenza di cui è capace un maschio dorso argentato invecchiato quando sente che il suo tempo sta per scadere. I dorso argentato anziani sono particolarmente feroci con i membri del gruppo che guidano e non esitano a usare canini e braccia contro gli animali subordinati che escono dai ranghi. Quando invece incontrano maschi potenti di altri gruppi preferiscono di solito evitare lo scontro vero e limitarsi a rumorose esibizioni di dominio: battersi il petto, finte cariche, rami strappati dagli alberi. Il settimanale evoca a questo proposito un Vladimir Putin a torso nudo. Senza i post su Truth Social come valvola di sfogo, scrive l'analisi, a un dorso argentato non resta altro.

Nel primo mandato il rancore era il cuore della visione "America First" del presidente. Trump si lamentava che per decenni gli Stati Uniti erano stati derubati sia dagli alleati sia dai partner commerciali. La colpa, diceva, era delle élite che avevano governato il paese dopo il 1945, troppo incapaci o troppo remissive per usare la ricchezza e la potenza americane a vantaggio dell'interesse nazionale. Peggio ancora, secondo lui avevano trascinato l'America in guerre infinite nella convinzione ingenua di poter rendere il mondo un posto più gentile.

Nella seconda presidenza al rancore si è aggiunto un linguaggio da conquista quasi imperiale. Tornato in carica nel 2025, il presidente ha definito "stupidi" i suoi predecessori che avevano rinunciato al controllo americano sulla Groenlandia dopo la seconda guerra mondiale e che avevano consegnato il Canale di Panama a Panama, promettendo di riprendersi entrambi. Non era solo una posa. Il tono è stato fissato a gennaio, quando le truppe americane hanno prelevato dalla sua abitazione il leader del Venezuela e Trump ha potuto scegliere personalmente un governante più docile per quel paese ricco di petrolio. "Il dominio americano nell'emisfero occidentale non sarà mai più messo in discussione", si è vantato allora.

Nel sesto anno alla Casa Bianca ai due princìpi guida del rancore e del dominio se n'è aggiunto un terzo: la vendetta. Per l'Economist il desiderio di rivalsa aiuta a spiegare la decisione, presa sei mesi fa, di affiancare Israele nell'attacco all'Iran. "Regime Change", un libro sorprendentemente ben informato sulla seconda presidenza scritto da due corrispondenti dalla Casa Bianca, Maggie Haberman e Jonathan Swan, descrive riunioni in cui il presidente assaporava la possibilità di uccidere i vertici iraniani e distruggere le forze armate del paese, a prescindere dal fatto che ne uscisse un Iran migliore. Il regime iraniano aveva umiliato diversi presidenti americani e aveva provato ad assassinare lo stesso Trump.

L'obiettivo pubblico della guerra poteva essere il rovesciamento del governo iraniano, ma il libro racconta che in una riunione a porte chiuse con i collaboratori più stretti il presidente ha liquidato il cambio di regime a Teheran come "un problema loro". Nessuno ha capito bene se intendesse un problema degli iraniani o degli israeliani. L'intento punitivo, però, era fuori discussione.

Con lo stretto di Hormuz ancora chiuso, gran parte della rabbia del presidente è oggi rivolta agli alleati e ai partner in Europa, in Asia e nel mondo arabo, accusati di non averlo aiutato a riaprire quel passaggio marittimo. Se la vittoria continuerà a sfuggirgli, avverte l'Economist, resterà in modalità vendetta. La lista dei bersagli possibili è lunga. I membri della NATO, in particolare il Canada e la Danimarca, oltre a Ucraina, Corea del Sud e Cuba hanno tutti fatto arrabbiare Trump negli anni. I pesi massimi come Xi Jinping hanno meno da temere.

Un presidente che si considera un maschio alfa fino in fondo non avrebbe mai lasciato la scena zoppicando in silenzio. Ora che il suo dominio è minacciato, conclude l'Economist, il mondo lo troverà più dirompente di prima.


Gli alleati non si fidano più dell’America di Trump


Gli Stati Uniti hanno consumato circa due terzi delle scorte di intercettori Patriot disponibili prima della guerra contro l'Iran. Secondo il Center for Strategic and International Studies, l'arsenale sarebbe sceso da circa 2.330 a 759-827 unità. Nel frattempo, le scorte di intercettori THAAD si sono dimezzate ed è già stato impiegato un terzo dei missili a lungo raggio Tomahawk e JASSM. Questo bilancio cambia i termini del dubbio che circola nelle capitali alleate da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca: non si tratta più soltanto di capire se Washington voglia difendere i propri alleati, ma se ne abbia ancora la capacità.

"La deterrenza si fonda sulla capacità e sulla credibilità", ha spiegato al Wall Street Journal Matthew Kroenig, senior fellow dell'Atlantic Council ed ex funzionario del Pentagono durante la prima Aamministrazione Trump.

"Finora il dubbio riguardava la credibilità, cioè se gli Stati Uniti sarebbero davvero intervenuti. Ma, viste le notizie sulla quantità di munizioni che stanno consumando, è logico che gli avversari li considerino meno capaci rispetto a qualche mese o anno fa."


Trump ha ridimensionato le esercitazioni militari con la Corea del Sud e ha definito il regime nordcoreano "non minaccioso e rispettoso" proprio mentre Pyongyang sta schierando missili balistici e inviando truppe in Ucraina a sostegno di Mosca. L'esercitazione annuale Ulchi Freedom Shield, inizialmente prevista per dieci giorni, si è conclusa dopo cinque su richiesta di Washington. L'apertura alla Corea del Nord arriva dopo mesi di altre decisioni favorevoli a Pechino, tra cui il congelamento di vendite militari a Taiwan per 14 miliardi di dollari, che ribalta una delle priorità del primo mandato. Nel frattempo, le batterie di difesa antiaerea e la sola portaerei americana rimasta nel Pacifico sono state trasferite dall'Asia per affrontare la crisi mediorientale.

In pubblico, i governi europei continuano a celebrare la NATO, ma in privato dubitano sempre più che l'America di Trump interverrebbe in caso di attacco russo. "Ufficiosamente sappiamo tutti che non rischieranno la propria sicurezza per i Paesi baltici o per la Germania", ha dichiarato al Wall Street Journal Roderich Kiesewetter, colonnello in congedo e deputato di un partito della coalizione di governo tedesca. "L'ombrello nucleare americano di fatto non esiste più." Nico Lange, ex alto funzionario della Difesa tedesca e oggi alla guida del think tank Iris, teme che questa percezione possa trasformarsi in un invito all'aggressione:

"L'Iran sta umiliando gli Stati Uniti davanti a tutti, Washington alimenta l'incertezza sul proprio impegno per la sicurezza europea e gli europei non mostrano alcuna volontà di deterrenza nei confronti della Russia. Tutto questo apre per Putin una finestra di opportunità estremamente pericolosa."


La Casa Bianca respinge totalmente questa ricostruzione. "Le Forze Armate statunitensi dispongono di munizioni, materiali e scorte più che sufficienti per conseguire tutti gli obiettivi strategici del presidente Trump, e l'operazione Epic Fury ha mostrato che cosa accade a chi si mette contro gli Stati Uniti", ha dichiarato la vice portavoce Anna Kelly, aggiungendo che il presidente ha comunque sollecitato i produttori del settore della difesa ad aumentare la produzione. Ancora più netto il portavoce del Pentagono Sean Parnell:

"Le affermazioni sulla carenza di munizioni americane sono false. Abbiamo tutto ciò che serve per colpire nel momento e nel luogo scelti dal presidente."


Uno studio del Council on Foreign Relations, pubblicato questo mese con il titolo Out of Ammo, "senza munizioni", sostiene invece il contrario: ovvero che l'arsenale americano si sia assottigliato al punto da non riuscire più a dissuadere la Cina dall'attaccare Taiwan. La produzione di missili di precisione, avverte il rapporto, dovrebbe essere portata immediatamente su livelli da economia di guerra, perché "aspettare l'inizio del conflitto sarebbe troppo tardi". Yun Sun, direttrice del programma Cina dello Stimson Center, considera prevedibili le smentite:

"L'America non ammetterà mai di non avere abbastanza munizioni. Ma la deterrenza dipende dalla percezione di chi osserva. Che cosa accadrebbe se Taiwan si convincesse che non avete né la capacità né la volontà di difenderla e che la scelta migliore sia lasciarsi costringere da Pechino ad avviare un negoziato sulla riunificazione?"


Michael Fullilove, direttore esecutivo del Lowy Institute australiano, ritiene invece che gli Stati Uniti restino la principale potenza mondiale, con la forza finanziaria, tecnologica, culturale e demografica necessaria per riprendersi, e che chiunque provasse ad approfittare di questo momento di debolezza commetterebbe un errore. "Quando si dice che l'America è debole, Vladimir Putin vorrebbe essere debole quanto l'America. Xi Jinping vorrebbe che la Cina fosse debole quanto l'America", ha osservato. Bilahari Kausikan, analista di Singapore ed ex ambasciatore all'ONU, ricorda inoltre che in Asia nessuno considera imminente una guerra:

"Le munizioni verranno ricostituite e, nel frattempo, la probabilità di un grande conflitto nell'Asia orientale resta davvero bassa. I cinesi hanno molti problemi interni da risolvere e, su Taiwan, non sono inclini alle scommesse."

Difesa missilistica

In cinque mesi di guerra con l’Iran gli Stati Uniti hanno bruciato due terzi degli intercettori Patriot

I contratti firmati quest’estate valgono decine di miliardi, ma i primi intercettori in più arriveranno nel 2029. Nel frattempo Russia, Cina, Corea del Nord e Iran producono missili molto più in fretta di quanto l’Occidente costruisca gli intercettori per fermarli.

Grafica di FocusAmerica Dati aggiornati al 21 agosto 2026

Intercettori Patriot nell’arsenale americano

Prima della guerra
2.330

Oggi
800

Stima sulle scorte
alla vigilia del conflitto

Stima CSIS al 27 luglio:
tra 759 e 827

Rimasti circa 800

Consumati circa 1.530

Ogni punto vale dieci intercettori. Il confronto è tra le scorte del 28 febbraio e la stima del 27 luglio.

Il dubbio degli alleati non riguarda più soltanto la volontà americana di difenderli, ma la capacità di farlo.

Le tre facce del problema
IQuanto resta IIChi produce di più IIIQuando arrivano

Le scorte dopo l’Iran

Tre arsenali svuotati in cinque mesi


Il Center for Strategic and International Studies stima il consumo di munizioni a partire dai documenti di bilancio del Pentagono e da fonti aperte. La Casa Bianca respinge la ricostruzione.

050%100%

Quota consumata Quota rimasta La scala intera vale le scorte del 28 febbraio

Per abbattere un solo missile balistico può servire lanciarne due o tre: ogni raffica costa all’arsenale il doppio o il triplo dei missili in arrivo.

Il conto che non torna

Chi spara costruisce più in fretta di chi difende


Lockheed Martin è il produttore del PAC-3 MSE, il principale intercettore antibalistico della famiglia Patriot. Tutte le quantità sono annuali.

Il confronto è indicativo: la produzione di PAC-3 MSE rifornisce anche i diciotto Paesi che impiegano il Patriot, Ucraina compresa. I missili russi qui contati sono solo i balistici.

Anche a produzione triplicata, nel 2030 gli Stati Uniti costruirebbero meno intercettori di quanti ne servirebbero contro il solo arsenale russo.

Il 2026, mese per mese

I contratti sono di quest’anno, gli intercettori arrivano nel 2029


Tocca una data per aprire il dettaglio.

Decisioni industriali Colpi all’arsenale

Nessuno dei due programmi ha ancora la copertura finanziaria integrale: entrambi dipendono dal bilancio che il Congresso deve approvare.

Fonte Elaborazione FocusAmerica su stime del Center for Strategic and International Studies (27 luglio 2026), comunicati di Lockheed Martin e del Dipartimento della Guerra, dati della Direzione principale dell’intelligence ucraina (GUR) e ricostruzione del Wall Street Journal.

Circa 800 intercettori e l'Ucraina paga per prima


Lockheed Martin ha consegnato 620 intercettori PAC-3 MSE lo scorso anno, oltre il 20% in più rispetto all'anno precedente. È tuttavia un aumento modesto rispetto a liste d'attesa che si misurano in anni. Dal principale intercettore antibalistico della famiglia Patriot dipendono sia gli Stati Uniti sia i loro alleati, ed è proprio su questo terreno che la contabilità occidentale non torna. Dal 2022 la Russia ha invece moltiplicato la produzione nonostante le sanzioni e, secondo l'intelligence militare ucraina, oggi può lanciare fino a cento missili balistici al mese senza intaccare le proprie scorte.

Nel complesso, Cina, Corea del Nord, Iran e Russia producono missili a un ritmo diverse volte superiore a quello con cui l'Occidente costruisce gli intercettori. Per abbattere un solo missile balistico, inoltre, può essere necessario lanciarne due o tre. È la differenza tra chi ha già portato l'industria della difesa su livelli da economia di guerra e chi resta legato alle logiche di bilancio dei tempi di pace. "Il problema esistenziale è questo: i nostri nemici pensano di essere in guerra, mentre noi fingiamo di non esserlo", ha affermato un alto funzionario europeo della Difesa.

La prima a pagarne il prezzo è l'Ucraina, rimasta quasi priva di protezione contro i missili balistici russe dopo che le sue scorte di PAC-3 MSE si sono di fatto esaurite intorno al 1° luglio, proprio mentre Trump respingeva le richieste di nuovi Patriot avanzate da Kyiv. Putin punta proprio sui missili per distruggere le infrastrutture energetiche ucraine durante il prossimo inverno e costringere il governo ucraino alla resa. La prospettiva che quei vettori non vengano più intercettati contribuisce a irrigidirne la posizione.

Senza intercettori, l'unico modo per fermarli è distruggerli prima del lancio. Per questo, secondo il Financial Times, alla fine di luglio Volodymyr Zelensky ha chiesto personalmente a Trump, durante un incontro alla Casa Bianca, di convincere Elon Musk a sbloccare Starlink per i droni ucraini a lungo raggio, permettendo così di colpire le rampe di lancio fino a 200 chilometri oltre il confine. Trump non ha però assunto alcun impegno e, secondo le fonti del quotidiano, neppure Musk sarebbe disposto ad accettare: il fondatore di SpaceX avrebbe rifiutato persino un incontro con Zelensky.

Musk aveva già negato in passato l'impiego della rete satellitare per gli attacchi in profondità nel territorio russo, temendo un'escalation nucleare, mentre a Kyiv si sperava che il limite di 200 km potesse indurlo a cambiare idea. Un tentativo analogo era stato compiuto da Mykhailo Fedorov, Ministro della Difesa da gennaio fino alla rimozione dall'incarico a luglio. A febbraio Fedorov aveva ottenuto da Musk il blocco di Starlink per l'esercito russo, senza però convincerlo ad autorizzarne l'uso negli attacchi ucraini, secondo quanto riferito da alcune fonti a The Atlantic.

I contratti ci sono, ma le scorte servono adesso


Nel Golfo Persico, Paesi come l'Arabia Saudita si oppongono alla ripresa di una vasta campagna militare americana contro l'Iran, anche perché le loro scorte di intercettori non sarebbero più sufficienti a proteggere le infrastrutture da nuove raffiche iraniane. L'Europa, pur lavorando a programmi propri, resta ancora lontana anni da una protezione credibile. "La carenza di intercettori e di sistemi di difesa missilistica rischia ormai di provocare una crisi acuta su più teatri", ha spiegato John Bew, consigliere per la politica estera dei primi ministri britannici tra il 2019 e il 2024 e oggi docente al King's College di Londra.

"Le conseguenze sono immediate per il Golfo, ma questa lacuna è sempre più evidente anche nella difesa europea e potrebbe produrre effetti rilevanti in Asia."


I missili balistici delle generazioni precedenti erano costosi e poco precisi. La scarsa accuratezza li rendeva molto meno efficaci contro bersagli puntuali con testate convenzionali, mentre con un ordigno nucleare uno scarto di qualche centinaio di metri avrebbe avuto un'importanza relativa. Oggi anche una media potenza come l'Iran dispone di missili sempre più precisi, capaci di danneggiare seriamente le basi americane nel Golfo e in Giordania, oltre agli obiettivi energetici e industriali nei Paesi della regione e in Israele. Le forze missilistiche iraniane, sebbene indebolite dai bombardamenti israeliani e americani, non sono ancora state neutralizzate.

"In una guerra interstatale su vasta scala, anche avversari nettamente più deboli hanno la capacità di provocare seri danni e lanciare missili balistici. Persino gli Stati Uniti, nonostante tutta la loro potenza finanziaria e industriale, non riescono strutturalmente a tenere il passo", ha spiegato Fabian Hoffmann, esperto di missili del Norwegian Institute for Defence Studies. "La difesa antibalistica, così come era stata concepita, si è rivelata un sistema che nella pratica non funziona". La differenza rispetto all'altra rivoluzione militare in corso è tutta qui: molti droni e sistemi anti-drone sono relativamente semplici ed economici da costruire, mentre gli intercettori antibalistici figurano tra gli armamenti più sofisticati e costosi al mondo e soltanto una manciata di aziende è in grado di produrli.

All'inizio di agosto il Pentagono ha annunciato un nuovo contratto con Lockheed Martin del valore massimo di 58,6 miliardi di dollari per triplicare la produzione di PAC-3 entro la fine del 2030. A giugno ne aveva firmato un altro, da 35 miliardi in sette anni, per quadruplicare la produzione degli intercettori THAAD. Nessuno dei due programmi, tuttavia, dispone ancora della copertura finanziaria integrale.


Elezioni e Politica 2026 reshared this.

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Oppressive freelance contracts add to the chill on journalism


The Trump administration’s attacks on the press — subpoenas and raids, threats from regulators, revocations of access, and meritless lawsuits and prosecutions — have led to an immeasurable chilling effect on journalism. The impact is heightened when these tactics target freelancers without resources or institutional backing. And with constant reports of journalists being laid off from their full-time jobs, there are a lot of freelancers out there.

So why are many of the news publishers that contract with these freelancers compounding the chill by requiring them to agree to indemnification clauses? These provisions pass on risk to freelancers by essentially saying that if the outlet gets sued over something the freelancer wrote, the freelancer is on the hook for legal fees and judgments. Some are written so that it doesn’t even matter whether the freelancer did anything wrong.

Mickey Osterreicher, general counsel for the National Press Photographers Association, believes “these provisions send exactly the wrong message to freelancers. They effectively say, ‘We’re willing to publish your work, but we’re also willing to shift our legal risk onto you.’”

In this era of strategic lawsuits against public participation intended to make criticizing the powerful financially ruinous, these clauses incentivize timidity. Even in best-case scenarios, the cost of disposing of a frivolous lawsuit can be crippling to a freelancer. But many states, and the federal courts, lack legal protections that make quick dispositions possible.

These provisions send exactly the wrong message to freelancers. They effectively say, ‘We’re willing to publish your work, but we’re also willing to shift our legal risk onto you.’


Mickey Osterreicher, general counsel for the National Press Photographers Association

Freelance journalist Stephanie Bouchard says it’s rare to be presented with a contract without an indemnification clause (though she says smaller local publications — in her home state of Maine, at least — are more likely to omit them).

They’re also often presented as nonnegotiable, which Bouchard calls “a red flag” about whether the organization treats freelancers as partners at all.

Osterreicher points out that the clauses — which he notes have also crept into media credentialing agreements that photographers must sign to cover events — can be drafted so broadly that they “arguably require a freelancer to bear the costs of defending the outlet against claims resulting from the outlet’s own editorial decisions.”

‘A false sense of security’


So how did we get here? Is there an explanation other than that news outlets are taking advantage of superior bargaining power to bully freelancers? Perhaps it’s more inattention than malice, Osterreicher says. “I suspect many publishers and event organizers include them simply because they’ve been carried forward from one version of an agreement to the next, without much thought as to whether they’re necessary, enforceable, or consistent with the organization’s professed support for independent journalism.”

Susan Seager, a First Amendment attorney and director of the Press Freedom Project at UC Irvine School of Law, suspects the clauses are often “ripped from the playbook of large entertainment companies.” She explained that contract clauses designed for situations where the content creator is a well-funded production company “don’t make sense with a freelancer or book author with few financial resources,” she added.

Of course, news outlets are struggling too. But the clauses offer little actual protection. If anything, Seager says, they offer “a false sense of security.” One, enforcing them would drive most journalists into bankruptcy. You can’t get blood from a stone, as the saying goes.

Two, plaintiffs rarely sue journalists without also suing the far wealthier outlets that publish their work. When that happens, it’s in the outlet’s interests to retain experienced lawyers — otherwise, the reporter’s lawyer, if they can afford one at all, can tank the defense for everyone.

That means indemnification clauses accomplish nothing other than their inherent chilling effect. They’re almost never actually used, but reporters don’t know that, and if they do, they still don’t want to risk being the exception. For Bouchard, that means she needs to weigh whether her payment for a project — which may be just a few hundred dollars — is worth risking financial ruin.

In Bouchard’s view, what a publisher puts in a contract sets the tone for the whole relationship. She notes that outlets often encourage her to hold her nose and sign because the odds of litigation are low. An outlet telling a freelancer not to worry while the outlet is itself worried enough to try to pass on the risk is, in her words, gross.

Journalist pushback may not be enough


Still, publishers are often inflexible, whether out of greed or efficiency (outlets that contract with lots of freelancers can’t involve their lawyers to negotiate each one individually).

Further complicating things, according to freelance journalist Karen Fischer, is that many journalists don’t prioritize negotiating indemnification clauses, given how much else there is to negotiate in a new assignment, from payment terms to sourcing expectations to deadlines.

Nonetheless, both Osterreicher and Seager encourage journalists to push back. Seager notes that some of her clients have succeeded in getting indemnification language removed entirely, or at least modified to exclude situations where liability is the publisher’s fault. Several freelancers said that unions and professional associations of which they’re members have often been willing to help advocate on their behalfs.

Fischer said one editor was sympathetic to her recent request to modify an indemnification clause, but nonetheless told her the publication couldn’t release payment for work she’d already completed unless she signed the contract as written.

She signed, on the understanding her requested revision would go to the legal department and she’d be presented with a superseding contract once it was fixed. She hasn’t heard back since.

Clearly, the long-term fix can’t rest on individual freelancers chipping away, one contract at a time.

It’s time for publishers to cut these oppressive clauses out of their contracts. The SLAPP filer’s goal is to make hard-hitting journalism feel so dangerous and expensive that reporters self-censor. The industry shouldn’t be doing their job for them. Deleting oppressive indemnification clauses would show good faith and improve the journalism that freelancers produce, while costing publishers nothing.


freedom.press/issues/oppressiv…

Elezioni e Politica 2026 reshared this.

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

Berlusconi difendeva a spada tratta Marcello Dell’Utri, minimizzando i suoi rapporti con ambienti mafiosi. Peccato che Dell’Utri sia stato poi condannato definitivamente per concorso esterno in associazione mafiosa.

Ora Graviano vuole parlare ai magistrati nell’inchiesta sulle stragi del ’92. E intanto la stessa destra che continua a difendere Dell’Utri attacca Ranucci per i rapporti con le sue fonti.

E tu, te lo ricordi?

Video di Francesca Romana D’Antuono, già copresidente di Volt Europa

#Berlusconi #DellUtri #Ranucci #Mafia #PoliticaItaliana #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

Elezioni e Politica 2026 reshared this.

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Chi è Hasan Piker, lo streamer che divide i democratici


Il commentatore politico più seguito di Twitch è accusato di antisemitismo per le frasi sugli ebrei americani, ma una parte dei democratici lo considera indispensabile per parlare ai giovani
The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

Da una settimana il Partito Democratico americano discute di Hasan Piker, 35 anni, il commentatore politico più seguito di Twitch, la piattaforma di streaming video nata per i videogiochi. Il 20 agosto, durante una diretta, Piker ha avvertito che "se gli ebrei in America continuano a diffondere l'idea di essere interessati soltanto a Israele, prima o poi qualcuno passerà all'azione, non contro lo stato di Israele, ma contro gli ebrei americani". Mentre parlava, sullo schermo c'era la foto di Jeremy Moss, senatore dello stato del Michigan, ebreo e candidato democratico alla Camera.

Piker stava commentando una polemica nata da un audio circolato online in cui Moss avrebbe detto che l'"intero scopo" della sua campagna era garantire il sostegno americano a Israele. Moss lo ha definito un audio manipolato, con "cose che non ho mai detto e non direi mai". Allo streamer ha poi risposto: "Non mi farò fare la lezione da un podcaster californiano su cosa la comunità ebraica della contea di Oakland, in Michigan, debba o non debba credere. E di certo non ci lasceremo convincere che siamo noi i responsabili dei danni antisemiti che subiamo".

Le condanne sono arrivate da tutto il partito. Hakeem Jeffries, il capo dei democratici alla Camera, in un'intervista alla CNN ha definito le parole di Piker "pericolose, maliziose e antisemite", aggiungendo che "non dovrebbero essere tollerate da nessuno nella sfera pubblica". La deputata del Michigan Hillary Scholten lo ha descritto come "un mestierante che prospera su odio, shock e clamore perché non ha sostanza". La senatrice Elissa Slotkin ha scritto che "nessuna comunità dovrebbe subire la minaccia della violenza per le proprie posizioni politiche" e che dare la colpa alle vittime le mette ancora più in pericolo. Piker ha respinto le accuse. "Questo non è un appello alla violenza", ha scritto su X.

Il caso pesa su una delle corse più importanti delle elezioni di metà mandato (midterm) di novembre, quella per il seggio del Michigan al Senato. Le polemiche stanno complicando i tentativi dei democratici di ricompattarsi dopo le primarie. All'inizio di agosto Abdul El-Sayed, esponente della sinistra del partito, ha vinto la nomination battendo la deputata moderata Haley Stevens con un margine più stretto del previsto. A novembre affronterà il repubblicano Mike Rogers. Piker lo ha accompagnato per tutta la campagna: in aprile ha partecipato con lui a due comizi nei campus universitari dello stato ed era presente anche la sera della vittoria alle primarie.

El-Sayed ha preso le distanze senza mai nominarlo: "l'antisemitismo è una piaga e dobbiamo affrontarlo in tutte le sue forme", ha scritto in un comunicato, precisando che "nessuno parla per questa campagna oltre a me e ai miei portavoce". Non è bastato. Scholten ha detto a Politico che non farà campagna con El-Sayed finché continuerà a frequentare Piker, Moss non ha ancora annunciato il proprio sostegno al candidato e Rogers lo ha accusato di non avere "il coraggio" di sconfessare del tutto lo streamer. El-Sayed prova a spostare la discussione. "La gente non riesce a pagare la spesa, la benzina, il medico. Ed è di questo che Mike vuole parlare: di uno streamer di Twitch", ha risposto su X. Piker, dal canto suo, ha definito "neutrale" il comunicato del candidato e ha detto che così si finisce per legittimare "la diffamazione".

Nato nel 1991 in New Jersey da genitori turchi e cresciuto in Turchia, Piker viene da una famiglia benestante: secondo una ricostruzione della rivista conservatrice National Review, il padre ha lavorato per 24 anni in Sabancı Holding, uno dei più grandi gruppi industriali turchi, arrivando fino al consiglio di amministrazione. Lo zio è Cenk Uygur, fondatore della rete progressista The Young Turks, dove Piker è entrato come stagista nel 2013 dopo la laurea alla Rutgers University; lui stesso si è definito un "nepo baby", cioè un raccomandato di famiglia. Nel 2018 ha aperto il proprio canale su Twitch e dal 2020 lo streaming è il suo lavoro a tempo pieno. Trasmette sette-otto ore al giorno per sette giorni alla settimana e il suo è il primo canale della piattaforma nella categoria dedicata a politica e attualità.

Il New York Times gli ha dedicato nel 2025 un lungo profilo intitolato "Una mente progressista in un corpo fatto per la manosphere", la galassia online degli influencer maschili di destra. Piker è alto un metro e 93, ha un fisico da atleta costruito con anni di pesi, parla di armi, videogiochi e basket, ma si dichiara socialista e non ha problemi a mostrarsi con lo smalto sulle unghie o una collana di perle. Molti lo hanno soprannominato "il Joe Rogan della sinistra", un paragone che lui respinge. Il suo pubblico è giovane e in maggioranza maschile: in un sondaggio tra gli spettatori del 2023, circa il 70 per cento si è dichiarato uomo e più del 60 per cento ha detto di avere meno di 30 anni.

L'Anti-Defamation League, la principale organizzazione ebraica americana contro l'antisemitismo, gli ha dedicato una scheda che gli attribuisce 11,3 milioni di follower complessivi e documenta anni di dichiarazioni: il sostegno espresso a gruppi classificati come terroristici dagli Stati Uniti, tra cui Hamas, Hezbollah e gli Houthi, i dubbi sollevati sulle violenze sessuali commesse da Hamas il 7 ottobre 2023, la definizione del sionismo come "malattia mentale" e il paragone tra i sionisti liberali e i "nazisti liberali". Ad aprile, ospite del podcast progressista Pod Save America, Piker ha confermato una delle sue frasi più contestate: "voterei per Hamas al posto di Israele ogni singola volta". Nel 2019, prima di diventare famoso, aveva detto che l'America "si è meritata" gli attentati dell'11 settembre, una frase che in seguito ha ritrattato. Sul resto non arretra. Quando a marzo Politico gli ha chiesto se avesse mai parlato a sproposito, ha risposto: "Sbagliato? No. Estrapolato dal contesto? Assolutamente".

Piker ha sempre respinto l'accusa di antisemitismo: "trovo l'antisemitismo del tutto inaccettabile", ha detto al New York Times, "e trovo molto pericolosa la sovrapposizione tra antisemitismo e antisionismo". Ad aprile Ezra Klein, editorialista dello stesso giornale, ha scritto che Piker non è un "odiatore di ebrei" ma un antisionista e che il suo successo riflette uno spostamento reale dell'opinione pubblica. Secondo un sondaggio Gallup di febbraio, per la prima volta gli americani che simpatizzano per i palestinesi sono più numerosi di quelli che simpatizzano per gli israeliani e tra i democratici il divario è di 65 contro 17 per cento. Per Klein escludere dal dibattito figure come Piker è controproducente, come lo fu per i democratici evitare i grandi podcast nel 2024, cedendo quegli spazi alla destra.

A maggio 2025, di ritorno da un viaggio a Parigi, Piker è stato trattenuto per circa due ore all'aeroporto di Chicago dagli agenti della Customs and Border Protection, l'agenzia federale che controlla le frontiere, che lo hanno interrogato sulle sue opinioni politiche, sul presidente Donald Trump e su eventuali legami con Hamas, Hezbollah e gli Houthi. Il Dipartimento per la Sicurezza interna ha parlato di un controllo di routine, ma l'episodio ha alimentato i timori di una stretta dell'amministrazione sulle voci critiche verso Israele e verso il presidente.

Nonostante il dossier, una parte del partito continua a cercarlo. Negli anni Piker ha intervistato Bernie Sanders, Alexandria Ocasio-Cortez e Rashida Tlaib e nel 2024 ha trasmesso in diretta dalla convention democratica. Quando a marzo Politico ha domandato ad alcuni possibili candidati alla presidenza del 2028 se parteciperebbero al suo programma, il governatore della California Gavin Newsom e il democratico Rahm Emanuel hanno risposto di sì, i senatori Cory Booker e Ruben Gallego, oltre alla stessa Slotkin, hanno detto di no, mentre il deputato Ro Khanna e Ocasio-Cortez ci erano già stati. El-Sayed ha spiegato all'Associated Press che i comizi con Piker e le interviste ai media conservatori come Fox News servono allo stesso scopo, cioè raggiungere elettori che il partito non intercetta più: "Il Partito Democratico, francamente, ha rinunciato all'idea della persuasione. Se vuoi persuadere sul serio, ti confronti con quel pubblico e passi attraverso quel creator".

La vicenda del Michigan racconta il dilemma dei democratici a poco più di due mesi dal voto: per la sinistra Piker è un megafono capace di parlare a milioni di giovani che il partito ha perso, per i moderati un peso che rischia di costare un seggio decisivo per il controllo del Senato. El-Sayed vorrebbe chiudere la discussione e parlare di prezzi e sanità. Per ora, come ha detto Scholten, "c'è ancora molto lavoro da fare per unire il partito".


El-Sayed vince di misura in Michigan, Trump grida già ai brogli


Abdul El-Sayed ha vinto le primarie democratiche per il Senato in Michigan con meno di 15.000 voti di vantaggio su oltre 1,5 milioni: circa il 49% contro il 47% di Haley Stevens. Questa mattina la deputata ha telefonato al rivale per riconoscere la sconfitta, al termine di una delle competizioni interne più seguite del Paese. A novembre, quindi, El-Sayed affronterà il repubblicano Mike Rogers, ex deputato alla Camera. Se vincesse, diventerebbe così il primo musulmano eletto al Senato degli Stati Uniti.

Il presidente Donald Trump è intervenuto mentre lo scrutinio era ancora in corso. Alle 9:28 del mattino a Washington, vale a dire le 15:28 in Italia, mezz'ora prima che l'Associated Press assegnasse la vittoria a El-Sayed, ha scritto su Truth Social che la contea di Wayne, dove si trova Detroit, è "una delle aree di voto più corrotte degli Stati Uniti, se non del mondo" e "puro Terzo Mondo". Senza fornire prove, ha aggiunto che lì "accadono miracoli, comprese molte più schede depositate di quanti siano gli elettori".

Trump ha poi definito El-Sayed, senza nominarlo, "il comunista, che a Detroit non piace". Ha evocato "tutte quelle schede postali false che compariranno a sorpresa all'ultimo momento" e invitato i suoi sostenitori a prepararsi a "un'altra elezione truccata". Infine ha chiesto ai repubblicani di votare Rogers a novembre per rendere il margine in Michigan "troppo grande per essere truccato". Alle 10:10 ora locale ha di nuovo commentato la vittoria ufficiale di El-Sayed definendola "una grande notizia per il Partito Repubblicano".

Il candidato progressista e il peso dei finanziamenti esterni


Nato in Michigan da genitori egiziani, El-Sayed si era candidato senza successo a governatore dello Stato nel 2018 e in seguito ha guidato il dipartimento sanitario della contea di Wayne. Durante la recente campagna elettorale ha sostenuto il Medicare for All, cioè l'estensione a tutti i cittadini della copertura sanitaria pubblica oggi riservata soprattutto agli anziani, così come la riforma del finanziamento della politica e soprattutto la fine degli aiuti militari a Israele. Stevens ha invece concentrato la propria candidatura sulla manifattura, sull'economia e sulla capacità di conquistare i collegi più contesi.

Proprio il giudizio su Israele, duramente criticato da El-Sayed per la condotta della guerra a Gaza, ha diviso l'elettorato, come già nel 2024, quando molti elettori musulmani contestarono Kamala Harris per questo motivo. Stavolta Stevens ha beneficiato di decine di milioni di dollari spesi dal super PAC dell'American Israel Public Affairs Committee, il più influente gruppo filoisraeliano degli Stati Uniti, e del sostegno dell'apparato democratico, a partire dal leader della minoranza democratica al Senato Chuck Schumer. In Michigan, la spesa complessiva dei gruppi esterni ha superato i 60 milioni di dollari, stabilendo un record per una primaria democratica al Senato.

Un seggio decisivo per il controllo del Senato


Molti elettori musulmani hanno interpretato il risultato come la prova di aver conquistato finalmente uno spazio nella politica americana, riferisce il New York Times, soprattutto nel Michigan orientale, dove le comunità arabe e musulmane sono radicate da tempo. Aber Kawas, vincitrice quest'anno delle primarie per il Senato dello Stato di New York, si è recata in Michigan proprio per sostenere El-Sayed. Ma il risultato, ha spiegato al quotidiano, nasce soprattutto dalla capacità del candidato di rivolgersi a tutti gli elettori del Michigan alle prese con il costo della vita, musulmani e non.

Il seggio lasciato libero dal democratico Gary Peters, che non si ricandiderà, potrebbe ora rivelarsi decisivo per il controllo del Senato. Il Cook Political Report considera incerto l'esito della sfida di novembre. Mercoledì il National Republican Senatorial Committee, l'organizzazione che coordina le campagne repubblicane per il Senato, ha diffuso uno spot digitale che descrive El-Sayed come "il candidato al Senato più radicale d'America" e ne scandisce il nome completo, Abdulrahman Mohamed El-Sayed. In vista del voto, il filmato sembra anticipare quella che sarà una campagna elettorale molto aggressiva: diversi candidati repubblicani in Texas, Tennessee e Alabama hanno già adottato toni ostili nei confronti dei musulmani.


Elezioni e Politica 2026 reshared this.

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

Mit einem Milliarden-Deal ist Meta in den USA einem Urteil entgangen – und speist Betroffene mit zeitlich befristeten Jugendschutz-Maßnahmen ab. Darüber habe ich im Deutschlandfunk bei Medias Res gesprochen.

🎧 hören bei DLF ab 03:58 min
deutschlandfunk.de/meta-vergle…

📝 lesen bei @netzpolitik_feed
netzpolitik.org/2026/jugendsch…

Questa voce è stata modificata (2 settimane fa)
Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Gli arsenali svuotati dalla guerra con l'Iran preoccupano gli alleati americani in Asia


Taiwan si aspetta ritardi significativi sui missili Patriot e il Giappone è stato avvertito su quelli Tomahawk. Più di trenta navi destinate al Pacifico sono state mandate in Medio Oriente.

La quantità di munizioni che gli Stati Uniti stanno bruciando nella guerra contro l'Iran è diventata un problema per i loro alleati in Asia, che temono di non poter contare sull'appoggio americano in caso di conflitto con la Cina. Lo ha rivelato il Washington Post: anche i funzionari del Pentagono che si occupano dell'Indo-Pacifico sono irritati dallo spostamento di uomini e mezzi verso il Medio Oriente, proprio mentre Pechino aumenta la pressione militare nella regione.

Gli Stati Uniti hanno annullato un'esercitazione di sbarco anfibio con la Corea del Sud in programma a settembre, spiegando che le forze americane sono impegnate nella guerra con l'Iran. La decisione è arrivata una settimana dopo l'annuncio del presidente Donald Trump di ridurre le esercitazioni militari congiunte con Seul, uno degli alleati principali di Washington in Asia.

Corea del Sud, Giappone e Taiwan comprano dagli Stati Uniti la gran parte dei loro armamenti convenzionali e aspettano da anni consegne già concordate. La guerra in Medio Oriente ha peggiorato gli arretrati, perché consuma e dirotta munizioni che sarebbero decisive in uno scontro con la Cina.

Un funzionario taiwanese si aspetta ritardi significativi nella consegna dei missili Patriot Pac-3, perché il Pentagono ha esaurito gran parte delle sue scorte di intercettori in Medio Oriente. Le armi americane approvate per Taiwan e non ancora consegnate valgono quasi 30 miliardi di dollari, di cui 882 milioni in missili Patriot, secondo il Taiwan Security Monitor, il progetto di monitoraggio della George Mason University. A marzo i responsabili della difesa di Taipei hanno detto al parlamento dell'isola di aspettarsi comunque 102 Patriot entro quest'anno.

Il Pentagono ha avvertito anche il Giappone di possibili ritardi nelle forniture, compresi i missili da crociera Tomahawk. Il ministro della Difesa giapponese Shinjiro Koizumi ha detto a maggio che i ritardi erano possibili ma che Tokyo non ha cambiato i suoi piani di acquisto. Il Financial Times ha riferito che la consegna di 400 Tomahawk potrebbe slittare fino a due anni.

Il Dipartimento della Difesa afferma che le forze americane restano pronte a scoraggiare qualsiasi aggressione nell'Indo-Pacifico e ricorda che le risorse militari si spostano di continuo tra un comando e l'altro. Jennifer Kavanagh, direttrice dell'analisi militare del centro studi Defense Priorities, ha dichiarato al Washington Post che la probabilità che Taiwan riceva tutti e cento i missili è bassa, perché la prima priorità americana sarà ricostituire le proprie scorte. Washington sente inoltre di dover rifornire gli alleati del Golfo, dato che la guerra all'Iran non è finita.

Più di trenta navi che dovevano restare nel Pacifico sono state mandate in Medio Oriente durante la guerra. Questo mese la portaerei USS George Washington, di stanza in Giappone, è stata dirottata nella stessa area per dare il cambio alla USS Abraham Lincoln, dopo i timori legati al prolungamento della sua missione e alle condizioni dell'equipaggio. L'Indo-Pacifico è così rimasto senza portaerei, in una regione dove la Cina ha la flotta più numerosa al mondo per numero di unità.

I radar dei sistemi antimissile schierati nella penisola coreana sono stati portati via prima degli attacchi americani contro i siti nucleari iraniani del giugno 2025, mentre altre munizioni sono state spostate quest'anno. Lo ha confermato ad aprile il generale Xavier Brunson, comandante delle forze americane in Corea, davanti alla commissione Forze armate del Senato. Il THAAD, il sistema di difesa antimissile a lunga gittata che è il perno della protezione americana nella penisola, è invece rimasto al suo posto.

Il consumo di armi in Iran ha aperto uno scontro tra il presidente e il segretario alla Difesa Pete Hegseth, mentre Trump continua a negare che le scorte americane si stiano esaurendo. Nel frattempo la Casa Bianca manda segnali di apertura ai due principali avversari degli Stati Uniti nella regione: il leader cinese Xi Jinping e quello nordcoreano Kim Jong Un.

Trump ripete che Xi non invaderà Taiwan finché lui sarà presidente, cosa che Pechino non ha mai confermato pubblicamente. Ha definito Kim "poco minaccioso e rispettoso" e ha detto di aspettarsi un incontro con il leader nordcoreano entro l'anno. Un pacchetto di armi per Taiwan da circa 14 miliardi di dollari è stato congelato prima del vertice di maggio a Pechino tra Trump e Xi, che si rivedranno a Washington il 24 settembre. Un funzionario cinese ha detto che qualsiasi segnale di approvazione del pacchetto comprometterebbe gravemente le altre visite previste quest'anno.

A maggio Trump ha descritto le vendite di armi a Taiwan come una buona merce di scambio con la Cina, anche se il pacchetto da 11 miliardi approvato alla fine dello scorso anno resta il più grande impegno militare americano mai preso verso l'isola. Elbridge Colby, sottosegretario alla Difesa per le politiche, prova da mesi senza successo a ottenere un incontro con i responsabili della pianificazione militare cinese e allo stesso tempo spinge gli alleati asiatici a pagare di più per la propria difesa. A un forum nelle Filippine ha respinto l'idea che la regione sia stata messa in secondo piano, dicendo che gli americani non se ne stanno andando e che anzi stanno rafforzando la loro presenza. Gli alleati si trovano schiacciati tra la richiesta di comprare più armi americane e i ritardi nelle consegne.

Pechino ha ampliato le infrastrutture militari sulle scogliere contese del Mar Cinese Meridionale e ha moltiplicato le esercitazioni della guardia costiera vicino a Taiwan, dopo le manovre record di dicembre che avevano circondato l'isola con navi e aerei. A luglio ha celebrato il primo test conosciuto di un missile a capacità nucleare lanciato dal mare. Craig Singleton, senior fellow della Foundation for Defense of Democracies, ha detto allo stesso giornale che Pechino continua a fabbricarsi da sola i motivi per aumentare le esercitazioni e la pressione militare intorno all'isola.

Il Center for Strategic and International Studies (CSIS), un centro studi di Washington, ha condotto dal 2023 decine di simulazioni per capire quanto in fretta si esaurirebbero le munizioni americane. Difendere Taiwan da un'invasione richiederebbe più armi di quante ne prevedano gli attuali piani di rifornimento del Pentagono e molti sistemi decisivi finirebbero nel giro di poche settimane. Nelle simulazioni gli Stati Uniti hanno consumato in media 5.000 missili a lungo raggio in quattro settimane di guerra con la Cina, perché le difese cinesi sono molto più avanzate di quelle iraniane e obbligano a colpire da grande distanza. Mark Cancian, colonnello dei Marine in pensione e consulente del centro studi, ha detto che già all'inizio della guerra contro l'Iran le scorte americane erano probabilmente inadeguate per un conflitto con la Cina nel Pacifico occidentale.

Nelle prime quattro settimane della guerra contro l'Iran gli Stati Uniti hanno sparato più di 850 missili Tomahawk, come ha rivelato il Washington Post. Il CSIS stima che da allora la cifra abbia superato quota mille, a fronte di una scorta prebellica compresa tra 3.100 e 4.500 missili. Il Pentagono ha consumato anche circa un quarto delle riserve di JASSM (i missili che gli aerei sganciano per colpire restando a distanza di sicurezza) e fino a tre quarti dei suoi 90 Precision Strike Missile.

I servizi segreti americani ritengono che Xi abbia ordinato alle forze armate di essere pronte a invadere Taiwan entro il 2027, anche se le valutazioni più recenti escludono piani imminenti. Quella scadenza definisce quella che analisti e funzionari chiamano una "finestra di vulnerabilità" delle scorte americane. Il Pentagono ha chiesto alle aziende della difesa di accelerare la produzione e ha assegnato a Lockheed Martin un contratto da 58,6 miliardi di dollari per triplicare entro il 2030 la produzione di intercettori Patriot.

La perdita più grave riguarda i missili difensivi, cioè i THAAD e i Patriot, impiegati sia in Ucraina sia in Medio Oriente. Cancian ha detto che non ci sono buoni sostituti: quando finiscono i Patriot e i THAAD non c'è modo di fermare i missili in arrivo. Gli analisti stimano che gli Stati Uniti abbiano già consumato la maggior parte dell'inventario che avevano prima della guerra con l'Iran e che ne restino circa mille, secondo i calcoli pubblicati a fine luglio. In un conflitto nell'Indo-Pacifico quegli intercettori dovrebbero proteggere le circa venti basi americane in Asia e le decine di migliaia di soldati di stanza in Giappone e Corea del Sud. "La Cina ha 3.000 missili balistici o più. È una matematica che non torna", ha detto Kavanagh.


Gli Stati Uniti riaprono la rotta centrale di Hormuz e stringono la morsa sull'Iran


La Marina statunitense avrebbe completato la bonifica della rotta centrale dello Stretto di Hormuz, il passaggio attraverso cui, prima della guerra, transitava circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto. Secondo quanto riferito ad Axios da due funzionari statunitensi, sarebbe stato completamente ripulito il Traffic Separation Scheme, vale a dire il sistema di corsie che attraversa la fascia tra l'Iran e l'Oman.

Il presidente Donald Trump ha scritto su Truth Social che il comando della Marina lo ha informato che tutte le mine nelle acque internazionali dello stretto "sono state rimosse o fatte detonare" e ha inoltre affermato che l'Iran è stato avvertito di non posarne altre. L'Agenzia Internazionale dell'Energia aveva definito la paralisi del traffico attraverso Hormuz la più grave interruzione delle forniture nella storia del mercato petrolifero mondiale: la bonifica potrebbe quindi consentire il passaggio di un numero molto maggiore di petroliere, anche se la navigazione resta pericolosa per la minaccia di missili e droni iraniani.

L'operazione è durata mesi. Droni sottomarini statunitensi hanno perlustrato sistematicamente il tratto di mare, individuando più di cento oggetti sospettati di essere mine. Alla bonifica hanno partecipato anche società private, incaricate di recuperare o far brillare gli ordigni. La riapertura delle corsie centrali consentirà alle navi di attraversare contemporaneamente lo Stretto nelle due direzioni, sotto la protezione dell'aviazione statunitense. Finora la Marina aveva scortato le petroliere lungo una rotta meridionale vicina alle coste dell'Oman.

Parallelamente, Iran e Oman stanno portando avanti un negoziato separato. Il 25 agosto, a Teheran, i Ministri degli Esteri Abbas Araghchi e Badr al-Busaidi hanno discusso un piano in più fasi che prevede un corridoio provvisorio per la navigazione e un'operazione congiunta di sminamento. I colloqui tecnici dovrebbero proseguire con l'obiettivo di istituire una rotta permanente e definire un futuro meccanismo di gestione congiunta dello Stretto.

Le nuove sanzioni e il crollo dell'economia iraniana


Sempre ieri il segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato una nuova campagna per isolare ulteriormente l'economia iraniana. L'iniziativa, battezzata Operation Economic Outcast, colpisce i settori dell'oro, delle attività digitali, della tecnologia, dell'aviazione e della navigazione. Alcuni di questi canali sono utilizzati anche dagli iraniani comuni per proteggere i risparmi dall'inflazione o raggiungere i familiari all'estero.

Bessent ha affermato che Trump sta contattando i leader mondiali con "richieste specifiche" affinché interrompano gli scambi commerciali con Teheran. Il Segretario al Tesoro ha inoltre anticipato sanzioni contro un grande istituto finanziario entro la fine della settimana, mentre la misura più incisiva del pacchetto è stata per il momento rinviata.

L'Amministrazione ha presentato l'operazione come un "D-Day economico", richiamando esplicitamente lo sbarco in Normandia. I funzionari iraniani hanno risposto con lo stesso linguaggio bellico, descrivendo le misure come una nuova fase della guerra iniziata a febbraio con i primi attacchi statunitensi e israeliani. "Qualunque pressione colpisca il sostentamento e la sicurezza della popolazione fa parte della guerra", ha dichiarato Majid Ebn Al-Reza, responsabile della logistica del Ministero della Difesa iraniano. "Per difendere il popolo, allargheremo anche noi il campo di battaglia."

Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale dal 9 agosto ed ex comandante dei Guardiani della Rivoluzione, ha minacciato all'emittente di Stato IRIB che "nemmeno una goccia" di petrolio uscirà più dal Golfo Persico e dallo stretto se i Paesi vicini aderiranno alla campagna americana. In quel caso, ha aggiunto, Teheran li considererebbe Stati nemici. Nelle fasi precedenti del conflitto l'Iran ha già colpito con missili e droni obiettivi nei Paesi del Golfo, dando alla minaccia un precedente concreto.

Il Ministro del Petrolio iraniano ha però ammesso di recente che le esportazioni di greggio, essenziali per l'economia nazionale, sono ormai vicine allo zero. Trump aveva imposto il blocco navale dei porti iraniani il 13 aprile e lo aveva ripristinato il 14 luglio, dopo la ripresa degli attacchi dei Guardiani della Rivoluzione contro le navi mercantili. Da allora le esportazioni iraniane sono diminuite di oltre l'80%. Ieri il principale quotidiano economico del Paese, Donya-e-Eghtesad, ha calcolato che da dicembre il rial ha perso il 41% del proprio valore.

Proprio il crollo della valuta aveva spinto in piazza i primi manifestanti a Teheran il 28 dicembre, dando inizio a settimane di proteste in tutto il Paese e alla più grave sfida da decenni per la dirigenza clericale. Dall'8 gennaio le forze di sicurezza avevano reagito con la repressione più sanguinosa dalla fondazione della Repubblica islamica. Le stime delle vittime oscillano tra circa 6.500 e oltre 36.000; valutazioni interne attribuite al Ministero della Salute iraniano indicano almeno 30.000 morti nelle sole prime 48 ore.

Da allora inflazione e disoccupazione sono aumentate vertiginosamente. Secondo i media locali, il prezzo di alcuni farmaci è cresciuto fino al 500%. Il blocco navale ostacola sia l'uscita del greggio sia l'ingresso dei carburanti raffinati, mentre i danni alle infrastrutture energetiche aggravano la crisi. Ieri il servizio persiano della BBC ha trasmesso immagini di distributori senza benzina e lunghe code di automobili in attesa di rifornimento.

La partita con Cina, Turchia, Iraq e Russia


Il successo della campagna americana dipenderà però dalla disponibilità dei partner commerciali dell'Iran a chiudere gli ultimi canali rimasti. "Quanto più Washington spinge i Paesi terzi a recidere le residue ancore di salvezza dell'Iran, tanto più aumenta l'incentivo di Teheran a dimostrare che partecipare al suo isolamento comporta un costo", ha spiegato al New York Times Sina Toossi, esperto di Iran del Center for International Policy.

La Cina, principale acquirente del greggio iraniano, difficilmente si piegherà. Pechino respinge da tempo le sanzioni statunitensi contro le imprese di Paesi terzi, considerandole uno strumento con cui Washington sfrutta il peso internazionale del dollaro per condizionare altri governi. Gran parte delle istituzioni finanziarie rispetta già le misure in vigore, mentre smantellare le reti commerciali informali che attraversano i confini, alcune attive da secoli, è molto più difficile. "Sull'Iran gli Stati Uniti hanno esaurito la capacità di produrre un effetto shock and awe e di colpire davvero il regime", ha osservato Ellie Geranmayeh, esperta di Iran dello European Council on Foreign Relations.

La dirigenza iraniana è inoltre convinta che l'economia mondiale non abbia ancora avvertito pienamente le conseguenze della chiusura di Hormuz e che un nuovo aumento dei prezzi dell'energia rafforzerebbe la posizione di Teheran in un eventuale negoziato prima delle elezioni di medio termine di novembre. Altri esponenti iraniani ritengono invece che, una volta superato il voto, Trump potrebbe avviare una nuova e più ampia fase della guerra. "In ogni caso, dal punto di vista di Teheran, ci sono pochissimi incentivi ad accettare adesso le richieste americane", ha aggiunto Geranmayeh.

A pagare il prezzo più alto, nel frattempo, è la popolazione iraniana. "Le sanzioni renderanno l'economia iraniana ancora meno trasparente", ha affermato l'economista Peyman Molavi, che vive a Teheran. "Un contesto simile tende a favorire chi dispone delle conoscenze giuste." Secondo Esfandyar Batmanghelidj, direttore della Bourse & Bazaar Foundation di Londra, gli iraniani rappresentano "il danno collaterale" delle sanzioni.

In Iran, inoltre, la campagna sarà interpretata come un tentativo di esasperare la popolazione fino a spingerla a ribellarsi contro il governo, sostiene Mohammad Ali Shabani, analista e direttore del sito regionale Amwaj.media. Dopo la repressione di gennaio, un simile calcolo apparirebbe particolarmente cinico. "È un approccio piuttosto brutale", ha detto Shabani. "Sanno che cosa è successo a gennaio. Il governo iraniano non ha alcuna intenzione di arrendersi e farsi da parte."


Elezioni e Politica 2026 reshared this.

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

⚖️ Du bist interessiert, dich bei einer potenziellen #Sammelklage gegen #SCHUFA zu beteiligen? Schreib dich auf die Interessentenliste ✍️ schufa.noyb.eu/

📰 Zum Artikel 👉 tagesspiegel.de/wirtschaft/kre…

in reply to noyb.eu

gibt es eigentlich auch mal eine Sammelklage gegen #WhatsApp?
Ich bin dort ja kein Kunde (und habe keine vertraglichen Rechte).
Aber das Soziogramm, das Meta über mich hat, und die Leute, die meine Daten ohne Einwilligung (gegen meinen erklärten Willen) dort hochgeladen haben, würden mich (neben einer anschließenden Löschung) auch noch interessieren. ...
Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please log in.

Autistici/Inventati: USA sanktionieren italienisches Internetkollektiv


netzpolitik.org/2026/autistici…

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Die USA setzen ihren Kampf gegen linke zivilgesellschaftliche Projekte in Europa fort. Nun hat es das bekannte Internetkollektiv Autistici/Inventati getroffen. Das wehrt sich gegen die Vorwürfe und Sanktionen.

netzpolitik.org/2026/autistici…

in reply to netzpolitik.org

Es scheint, als könnten sich die #USA den #Krieg gegen #China ("Pivoting to China") nicht leisten.

#Trump hat auf Anraten von #Netanjahu offenbar alle Waffen gegen den #Iran verballert, so dass eine "Eindämmung Chinas durch die USA" lächerlich wird.

Also geht sein globales Bullying jetzt gegen #Europa und dessen #Demokratie weiter:

Die Unterdrückung progressiver Kräfte kostet fast nichts, stärkt die Abhängigkeit Europas und eine Gegenwehr der Vasallen ist nicht zu erwarten.

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

I Dem puntano ora a deridere Trump


Jon Ossoff, senatore della Georgia, lo ha chiamato presidente imboscato e disonesto. La scommessa del partito è che il ridicolo faccia più danni degli allarmi sulla deriva autoritaria.

I democratici hanno passato anni a descrivere il presidente Donald Trump come un tiranno deciso a costruire una dittatura americana. Ora hanno cambiato registro e lo dipingono come un Nerone contemporaneo, pigro e corrotto, che invecchia mentre manda a fuoco tutto intorno a sé per assecondare i propri capricci. Il passaggio dalla paura al ridicolo arriva mentre la popolarità del presidente tocca i minimi storici e mentre la sua passione per i cantieri con cui vuole lasciare un segno alimenta l'idea di un uomo lontano dai problemi degli americani.

Jon Ossoff, senatore della Georgia e astro nascente del partito, si è spinto più avanti di tutti. Martedì ha alzato il tiro definendo Trump "un presidente imboscato alla leva e disonesto, che ha trascinato in modo avventato la nostra nazione in una guerra che non sa come finire né come vincere". I suoi attacchi hanno trasformato la corsa per la rielezione al Senato in un possibile provino per le primarie presidenziali del 2028.

Prima di lui altri democratici avevano usato lo stesso metodo per farsi notare oltre i confini del proprio Stato. Il governatore dell'Illinois JB Pritzker l'anno scorso ha preso di mira l'immagine che il presidente ha di sé dicendo che "tradisce le mogli e bara a golf". Gli account social del governatore della California Gavin Newsom imitano lo stile con cui Trump scrive online e un post dell'anno scorso sosteneva che "molti dicono che non riesce più a salire le scale grandi dell'Air Force One". È il caso di "se non puoi batterlo, unisciti a lui", visto che scegliersi un bersaglio per guadagnarci politicamente è una tattica classica del presidente.

La posta in gioco sale con l'avvicinarsi delle elezioni di metà mandato (le midterm) che tra meno di due mesi rinnovano il Congresso a metà della legislatura presidenziale. La domanda, posta da un'analisi della CNN, è se la derisione possa fare qualcosa di più che entusiasmare i militanti e far arrivare donazioni: può danneggiare davvero un presidente che ha ancora due anni davanti?

Il primo bersaglio è l'aura da uomo forte che Trump ha costruito negli anni. Se gli attacchi riescono a mostrarlo fragile e diminuito, i suoi guai politici aumentano. Il presidente non si aiuta: quando sembra assopirsi durante gli eventi nello Studio Ovale, l'immagine è pessima per un comandante in capo in tempo di guerra e alimenta una percezione di debolezza su cui i democratici possono lavorare.

La derisione serve anche a provocare esattamente i comportamenti che i democratici vogliono mettere in mostra. Lunedì il presidente è sbottato a un evento quando gli hanno chiesto della battuta di Ossoff sulla sua vicinanza a Natalie Harp, la collaboratrice che lo segue ovunque. Ha risposto paragonando il senatore a Pee Wee Herman, un personaggio comico degli anni Ottanta, un riferimento vecchio di quarant'anni che non ha restituito l'immagine di un uomo al passo con i tempi.

Ossoff ha corso un rischio tirando in ballo una terza persona e si è preso le critiche di chi gli rimprovera di aver passato il segno. La Casa Bianca ha reagito con durezza e lo hanno condannato anche i commentatori conservatori che per anni hanno tollerato il linguaggio a volte misogino del presidente.

La sola derisione però non basta a smontare Trump. Alla convention democratica del 2024 (il congresso in cui il partito incorona il suo candidato) l'ex presidente Barack Obama aveva attaccato i suoi "soprannomi infantili, le folli teorie del complotto, questa strana ossessione per le dimensioni della folla". Tim Walz, allora candidato alla vicepresidenza, aveva guadagnato consenso prendendolo in giro per le patatine servite al drive-thru di un McDonald's e definendo "strani" i pesi massimi del mondo MAGA, prima che i suoi punti deboli coprissero il messaggio. Trump ha vinto lo stesso. Il fattore decisivo nel 2024 non sono state le stranezze del presidente ma la scelta di Joe Biden, ormai in declino, di ricandidarsi e la sua sostituzione poco convincente con la vicepresidente Kamala Harris.

Due anni fa Trump era nel mezzo della più grande rimonta della storia politica americana e appariva invincibile dopo essere sopravvissuto a un attentato, mentre oggi il ridicolo ha più possibilità di fare breccia. Il primo anno del suo ritorno alla Casa Bianca è stato un accumulo continuo di potere che ha dato credito agli allarmi lanciati prima dai democratici sulle sue ambizioni da dittatore. Le difficoltà nella guerra contro l'Iran, il rifiuto di occuparsi del costo della vita che pesa su milioni di americani e lo spettacolo dei suoi cantieri, tra restauri finiti sotto accusa e la sala da ballo arrivata davanti alla Corte Suprema, aprono spazi che perfino un partito spesso goffo come quello democratico può sfruttare.

I democratici che si accodano corrono comunque un rischio. Trump è un picchiatore politico e chi lo segue nel fango di solito ne esce malconcio. La stagione della politica delle trovate potrebbe essere agli sgoccioli: Newsom ha soddisfatto gli elettori democratici che volevano vedere qualcuno rispondere colpo su colpo, ma dopo dieci anni di frastuono trumpiano, che Obama nel 2024 ha paragonato al vicino di casa che usa il soffiatore per le foglie, non è detto che nel 2028 gli americani vogliano votare una copia democratica dell'originale.

Ossoff sembra averci pensato e presenta la sua corsa per la rielezione come un referendum su un presidente impopolare, un'impostazione che si trasformerebbe senza strappi in una campagna presidenziale se decidesse di fare il salto. Il senatore della Georgia riesce a farsi ascoltare non solo perché è particolarmente bravo a prendere in giro il presidente. La sua ironia porta con sé un'accusa più profonda, quella di un uomo assente e ridicolo, non all'altezza del ruolo, mentre gli americani continuano a faticare per pagare cibo, casa e sanità e guardano con crescente diffidenza a un nuovo pantano in Medio Oriente. Il messaggero è forte, ma il messaggio lo è di più perché Trump continua a confermarlo.


La collaboratrice più vicina a Trump è stata senza nulla osta di sicurezza per un anno


La collaboratrice più vicina a Donald Trump ha rifiutato ripetutamente, per oltre un anno, di avviare la procedura necessaria a ottenere il nulla osta di sicurezza normalmente richiesto ai dipendenti dell'ala ovest della Casa Bianca. Lo hanno riferito a MS NOW due persone al corrente della vicenda, che non hanno saputo spiegare perché Natalie Harp non avesse completato le pratiche. Dopo che l'ufficio legale della Casa Bianca e i responsabili della sicurezza hanno sollevato il problema, è intervenuto personalmente il presidente. Soltanto negli ultimi mesi Harp ha compilato i moduli, è stata sottoposta alla verifica federale dei precedenti e ha finalmente ottenuto l'autorizzazione.

Il modulo SF-86, indispensabile per avviare l'istruttoria, raccoglie informazioni sulle precedenti residenze, sulla situazione finanziaria e sui contatti con cittadini stranieri. Un alto funzionario della Casa Bianca a conoscenza della procedura ha spiegato che Harp aveva ottenuto diverse proroghe per completarlo, sottolineando che la compilazione richiede molto tempo. Il Secret Service aveva tuttavia espresso preoccupazioni sul suo conto già durante il primo anno del secondo mandato di Trump, secondo tre delle quattro persone sentite da MS NOW. Alcune riguardavano il suo accesso pressoché illimitato al presidente, altre proprio l'assenza del nulla osta.

La Casa Bianca respinge questa ricostruzione. "Natalie Harp ha un nulla osta di sicurezza come tutti gli altri ed è un membro leale e instancabile della squadra del presidente Trump", ha dichiarato a MS NOW la portavoce Karoline Leavitt. L'ufficio stampa non ha risposto alla richiesta di un commento da parte della diretta interessata, che ricopre gli incarichi di assistente speciale e assistente esecutiva del presidente, con uno stipendio annuo di 150.000 dollari.

Chi filtra ciò che arriva a Trump


Harp ha la propria postazione fuori dallo Studio Ovale e filtra buona parte delle informazioni che ogni giorno raggiungono il presidente. Gli consegna pile di fogli stampati: articoli favorevoli, sondaggi positivi provenienti da fonti discutibili e messaggi di persone vicine a Trump, o desiderose di esserlo, che cercano di attirarne l'attenzione. Proprio per questa abitudine, durante la campagna del 2024 i collaboratori più anziani le avevano affibbiato il soprannome di "stampante umana". Secondo una delle fonti di MS NOW, Harp "asseconda gli aspetti meno costruttivi e più problematici del suo carattere, mettendogli davanti materiale che nessuno ha verificato".

Un funzionario della sicurezza nazionale ha osservato che la vicinanza di Harp al presidente, sia nell'ala ovest sia nella residenza, le consente di accedere alle informazioni più delicate che circolano attorno a Trump, più di quasi tutti gli altri alti funzionari della Casa Bianca. I vertici dello staff hanno cercato discretamente di limitare questa disponibilità continua, senza riuscirci. "È semplicemente ostinata e non si rende conto che era proprio ciò che stavano cercando di fare", ha spiegato una delle fonti.

La posizione di Harp è finita di recente sotto i riflettori quando si è saputo che era tra i pochissimi collaboratori saliti con il presidente su un furgone del catering dopo un vertice NATO ad Ankara, per raggiungere in segreto un secondo aereo. Con loro c'erano anche il vicecapo di gabinetto Dan Scavino e Walt Nauta, responsabile delle operazioni dello Studio Ovale, mentre il Segretario alla Difesa Pete Hegseth era salito a bordo separatamente. L'Air Force One era intanto decollato come diversivo con a bordo il Segretario di Stato Marco Rubio, il Segretario al Tesoro Scott Bessent, il consigliere Stephen Miller, il resto dello staff e i giornalisti, nonostante si temesse un possibile piano iraniano per colpire l'aereo presidenziale.

Durante un comizio ad Atlanta nel fine settimana, il senatore democratico della Georgia Jon Ossoff ha affermato che Trump "non vuole fare il suo lavoro: vuole costruire la sua sala da ballo e viaggiare con Natalie". La frase ha provocato una dura reazione del presidente, del direttore della comunicazione della Casa Bianca Steven Cheung e del portavoce Davis Ingle, che hanno rivolto al senatore una serie di attacchi personali.

Le lettere del 2023


In questi giorni il Daily Beast ha pubblicato per la prima volta nella loro interezza due lettere scritte da Harp a Trump nel 2023, durante o subito dopo il viaggio di 4 giorni compiuto da Trump nel maggio di quell'anno nei suoi campi da golf di Aberdeen e Turnberry, in Scozia, e di Doonbeg, in Irlanda. All'epoca lei aveva 31 anni, lui 76. Alcuni estratti erano già apparsi in All or Nothing, il libro di Michael Wolff dedicato alla campagna del 2024, e successivamente in un articolo del New York Times.

The Daily Beast published letters that Trump’s 35-year-old aide Natalie Harp allegedly wrote to him

“You are all that matters to me. I don’t want to ever let you down. Thank you for being my Guardian and Protector in this Life”t.co/fTpcaYYsZa pic.twitter.com/40doqcyQU2
— philip lewis (@Phil_Lewis_) August 21, 2026


"Sei tutto quello che conta per me", scrive Harp. "Non voglio mai deluderti", che ringrazia Trump per essere "il mio Custode e Protettore in questa Vita", adottando un uso delle maiuscole che ricorda lo stile del presidente. Una lettera è chiusa con la frase "Con tutto il mio cuore, Natalie" e l'altra con "Sempre, Natalie", entrambe sono firmate a pennarello. In un passaggio scrive di invidiare le donne "il cui unico lavoro sembra essere parlare con te ed essere carine", aggiungendo: "Voglio quel lavoro!!".

In un altro si scusa per essere rimasta bloccata alla dogana durante la trasferta: "Ero sola nel furgone davanti alla dogana, senza passaporto. Sono andata nel panico e avrei dovuto chiamare il Secret Service invece che te". A proposito della propria stanchezza, ammette di essersene accorta troppo tardi: "Non avevo idea di quanto velocemente stessi arrivando all'esaurimento". E conclude: "Sono io a essere indegna".

Wolff, che oltre ad aver scritto il libro conduce il podcast Inside Trump's Head, ha raccontato di avere ricevuto le lettere da fonti interne allo staff elettorale dell'allora candidato repubblicano, preoccupate per la crescente vicinanza di Harp a Trump. Secondo la sua ricostruzione, lo staff trovò i fogli proprio tra le pile di stampe che la collaboratrice stava portando a Trump. Le lettere sono state fotografate e le immagini cominciarono a circolare tra i collaboratori. "Quella che emerge non è una relazione che dovrebbe esistere in un contesto professionale", ha detto Wolff, aggiungendo che all'epoca vi fu "una mezza rivolta" nello staff.

"Le persone vicine a Donald Trump sapevano che passava troppo tempo con Natalie Harp, che la sua influenza stava crescendo e che era un'influenza fondata sul nulla. Non aveva alcuna esperienza". Il Daily Beast ha verificato diversi dettagli contenuti nelle lettere, dalla presenza di Harp a bordo dell'aereo alla passeggiata sul campo da golf anziché in golf cart, confrontandoli con le fotografie scattate in quei giorni. Harp è diventata anche un canale attraverso il quale alcuni leader stranieri raggiungono il presidente in tempo di guerra. Trump le detta inoltre molti dei messaggi che pubblica su Truth Social: è lei a trascriverli e a pubblicarli online.

Il percorso che l'ha portata fino alla porta dello Studio Ovale è cominciato nel 2019, quando Trump la notò durante un intervento su Fox News. L'anno successivo Harp ha parlato alla Convention repubblicana, raccontando che era stato Trump a salvarle la vita. A suo dire, la firma del Right to Try Act, la legge del 2018 che consente ai pazienti affetti da malattie potenzialmente letali di accedere a terapie sperimentali non ancora autorizzate, le aveva permesso di curare un tumore osseo al secondo stadio. Il Washington Post riportò poco dopo le obiezioni dei medici: Harp aveva ricevuto un farmaco immunoterapico già autorizzato dalla FDA, l'agenzia federale che regolamenta i farmaci, ma per un impiego diverso da quello approvato, una situazione non contemplata da quella legge.

Dopo la Convention Harp è diventata conduttrice di One America News, l'emittente della destra radicale sulla quale ha rilanciato le affermazioni infondate di Trump secondo cui le elezioni del 2020 sarebbero state truccate contro di lui. Nel 2022 è poi passata nello staff elettorale di Trump, prima di entrare ufficialmente nell'organico della Casa Bianca il 20 gennaio 2025, giorno del suo secondo giuramento.


reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Mirage2FA Phishing Kit Hijacks Microsoft 365 Sessions at 3,500+ Organizations, Sidestepping MFA Entirely
#CyberSecurity
securebulletin.com/mirage2fa-p…
Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Google Ships Chrome 152 With Fixes for 327 Flaws, Including 10 Critical Use-After-Free Bugs
#CyberSecurity
securebulletin.com/google-ship…
Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

Iran-Linked Tortoiseshell Expands Espionage With TWOSTROKE Backdoor and Reverse SSH Tunnels
#CyberSecurity
securebulletin.com/iran-linked…
Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

One Malicious Webpage Can Hijack Your AI Coding Agent Through an NVIDIA NemoClaw Flaw
#CyberSecurity
securebulletin.com/one-malicio…
Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

28,000 Public .git Folders Left AWS Keys, Stripe Tokens, and HR Files Wide Open, Researchers Find
#CyberSecurity
securebulletin.com/28000-publi…
Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

Critical Next.js Flaws Put Windows Servers and AVIF Image Processing at Risk of RCE
#CyberSecurity
securebulletin.com/critical-ne…
Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

Ubiquiti Fixes 21 Critical UniFi Flaws Across Routers, Cameras and Access Systems
#CyberSecurity
securebulletin.com/ubiquiti-fi…
Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

CISA Flags Actively Exploited Gitea Flaw That Turns Repository Access Into Server Code Execution
#CyberSecurity
securebulletin.com/cisa-flags-…
Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Ich hätte ja niemals gedacht, dass ich in meinem Kampf gegen die exzessiven Polizeigesetz-Erweiterungen Schützenhilfe von der Polizei bekomme. Aber die Gewerkschaft der Polizei Thüringen hat eine Stellungnahme zum dortigen Entwurf abgegeben, die fast klingt, als käme sie vom CCC. Sehr nice. netzpolitik.org/2026/ki-befugn…
Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Normalerweise freuen sich Polizist*innen über erweiterte Befugnisse. Doch das geplante Thüringer Polizeigesetz geht selbst der dortigen Gewerkschaft der Polizei zu weit. Sie warnt vor den Folgen von KI-gestützter Überwachung und fordert klare Beschränkungen. netzpolitik.org/2026/ki-befugn…
Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

🧑‍⚖️ noyb mahnt #SCHUFA aufgrund von "Schattendatenbank" ab und kündigt Unterlassungsklage an. Bis zu 69 Millionen Menschen könnten betroffen sein. ⚖️ Du hast Interesse, dich bei einer potenziellen #Sammelklage zu beteiligen? Trag dich ein unter schufa.noyb.eu/

Alle weiteren Informationen findest du unter 👉 noyb.eu/de/shadow-database-sca…

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

L'Esercito americano è rimasto senza vertici a causa delle epurazioni


Da quattro mesi non c'è un capo di stato maggiore, i generali a quattro stelle sono scesi da dieci a cinque e il segretario dell'Esercito sta per lasciare, mentre l'Iran colpisce le basi americane.

L'Esercito degli Stati Uniti non ha un capo di stato maggiore da quattro mesi, da quando il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha licenziato il generale Randy George, il più alto ufficiale in divisa della forza armata, senza spiegare il motivo. Non ci sono segnali che stia per riempire la casella e nel frattempo ha costretto ad andarsene almeno tre alti ufficiali che erano considerati possibili successori, come ha ricostruito il New York Times.

Il vuoto ai vertici arriva nel periodo più impegnativo dai tempi delle guerre in Iraq e Afghanistan per l'Esercito, la più numerosa delle forze armate americane. I soldati della difesa aerea sono in prima linea nel proteggere le truppe in Medio Oriente dagli attacchi missilistici iraniani, diventati sempre più sofisticati, mentre il comando in Europa fornisce intelligence e altro sostegno all'Ucraina contro la Russia.

Un modo per misurare quel vuoto è contare i generali a quattro stelle, il grado più alto dell'Esercito americano, riservato a chi guida i comandi principali. A gennaio 2025, quando Hegseth si è insediato, erano dieci in servizio attivo. Oggi sono cinque, il numero più basso da decenni. Alcuni di quegli incarichi sono stati affidati a ufficiali di altre forze armate, altri sono stati eliminati e altri ancora restano vuoti da mesi. Oltre a George, Hegseth ha licenziato o costretto alle dimissioni una mezza decina di alti ufficiali, una generazione di comandanti tra i più esperti sul campo.

Anche Daniel P. Driscoll, il segretario dell'Esercito e cioè il vertice civile della forza armata, dovrebbe lasciare l'amministrazione nei prossimi mesi e ha già traslocato dalla grande casa che affittava a Fort Myer, appena fuori Washington. Fino a poco tempo fa era considerato uno dei possibili sostituti di Hegseth, nel caso in cui il segretario alla Difesa avesse deciso di dimettersi o fosse caduto in disgrazia con il presidente Donald Trump. La sua uscita è stata anticipata dal Wall Street Journal.

Driscoll e George avevano lavorato insieme per preparare l'Esercito a un campo di battaglia pieno di droni. Alla fine dello scorso anno la Casa Bianca aveva chiesto a Driscoll di avere un ruolo di primo piano nel tentativo di chiudere un accordo di pace per la guerra in Ucraina. Quei negoziati si sono in gran parte arenati, la spinta alla modernizzazione rapida è stata ridimensionata e oggi Driscoll e Hegseth quasi non si parlano.

Il comando che si occupa della trasformazione e dell'addestramento dell'Esercito (il Transformation and Training Command) è senza guida da mesi. L'estate scorsa Hegseth aveva scelto il generale David M. Hodne per guidarlo e otto mesi dopo lo ha licenziato, di nuovo senza spiegazioni. Quel comando è responsabile dell'addestramento e dell'equipaggiamento delle unità di terra, comprese le squadre che manovrano i Patriot, i sistemi antimissile che sono la principale difesa contro i missili balistici iraniani lanciati sulle basi americane in Medio Oriente.

Con il passare dei mesi di guerra l'Iran è diventato un avversario più abile e ha imparato a eludere i sistemi americani con missili capaci di cambiare rotta all'improvviso. Il 17 luglio un missile iraniano ha colpito i moduli abitativi prefabbricati di una base americana in Giordania, uccidendo tre soldati e ferendone più di cento. Per rispondere agli attacchi l'Esercito sta consumando le sue scorte già scarse di intercettori Patriot.

A luglio Hegseth ha declassato a incarico da tre stelle il comando delle truppe di terra americane in Europa, guidato dal generale Christopher T. Donahue. Il risultato è che l'ufficiale, se non otterrà un altro incarico a quattro stelle, sarà costretto ad andare in pensione. Il giorno in cui è iniziata la guerra l'Iran aveva lanciato ondate di droni Shahed, gli stessi usati dai russi. Uno di quegli attacchi aveva colpito una base dell'Esercito in Kuwait uccidendo sei soldati. Il comando di Donahue, che aveva studiato le lezioni della guerra in Ucraina, aveva addestrato ed equipaggiato squadre specializzate nella difesa dai droni, mandate subito in Medio Oriente.

Come capo di stato maggiore George era responsabile dell'addestramento e dell'equipaggiamento delle unità dell'Esercito in tutto il mondo e tra i suoi compiti c'era accelerare l'acquisto di munizioni critiche come gli intercettori Patriot e i sistemi di artiglieria ATACMS, le armi terrestri di cui oggi c'è penuria. George non è mai riuscito a costruire un rapporto con Hegseth, arrivato al Pentagono con una profonda diffidenza verso i vertici dell'Esercito che nasce dalla sua storia personale. Dopo aver prestato servizio in Iraq e Afghanistan, Hegseth era stato costretto a lasciare la Guardia Nazionale (il corpo di riservisti che dipende dai singoli Stati e può essere mobilitato dal governo federale) per alcuni tatuaggi giudicati estremisti. "L'esercito che amavo, per cui ho combattuto, che veneravo", ha scritto in un libro del 2024, "mi ha sputato fuori".

A ottobre scorso Hegseth ha spinto fuori il generale James Mingus, vice capo di stato maggiore dell'Esercito, un anno prima della scadenza naturale del suo incarico. Al suo posto Hegseth e la Casa Bianca hanno nominato il generale Christopher LaNeve, che era il principale consigliere militare del segretario alla Difesa, per il ruolo di numero due della forza armata, quello che sovrintende alle operazioni quotidiane.

L'assenza di una spiegazione per l'estromissione di Mingus ha irritato una parte del Senato e ha peggiorato i rapporti già tesi tra Hegseth, l'Esercito e il Congresso. Alcuni parlamentari, insoddisfatti anche della scarsa trasparenza sulle scorte di munizioni, hanno messo un blocco sulla nomina di LaNeve: al Senato americano un singolo senatore può congelare a tempo indeterminato la conferma di un incarico e questo di fatto ha impedito al generale di prendere possesso del posto.

Hegseth in un primo momento ha accusato George di essere d'accordo con i parlamentari che avevano imposto il blocco. L'accusa era falsa, secondo funzionari del Congresso: George aveva anzi insistito con i senatori perché lasciassero passare la nomina, per il bene dell'Esercito e dei suoi rapporti con Hegseth. LaNeve ha giurato come vice capo di stato maggiore a febbraio e meno di due mesi dopo Hegseth ha licenziato George con una telefonata di quindici secondi.

Oggi LaNeve è la scelta di Hegseth per guidare l'Esercito, ma non ha abbastanza sostegno tra i repubblicani del Senato per essere confermato. I generali e gli ammiragli nominati al vertice delle forze armate di solito ottengono un voto unanime o quasi. A bloccarne l'ascesa è anche Joni Ernst, senatrice repubblicana dell'Iowa che ha prestato servizio per ventidue anni nella Guardia Nazionale del suo Stato. In cambio del suo appoggio alla nomina di LaNeve a vice capo di stato maggiore, l'autunno scorso, era convinta che Hegseth le avesse garantito che George, anche lui dell'Iowa, avrebbe completato il mandato da capo di stato maggiore fino alla metà del 2027.

Dopo il licenziamento di George, Ernst ha telefonato a Trump per protestare e gli ha detto che il generale era uno dei migliori ufficiali dell'Esercito e che i suoi genitori avevano votato per lui. Il presidente le ha risposto che la decisione era stata di Hegseth. "Di' al generale che mi dispiace", ha detto Trump.

Per ora LaNeve ricopre insieme il ruolo di vice capo di stato maggiore e quello di capo di stato maggiore facente funzione, due incarichi a quattro stelle che richiedono entrambi un impegno a tempo pieno. Senza una guida stabile, secondo i critici, l'Esercito rischia di restare indietro rispetto ad avversari come Russia e Cina, che stanno integrando rapidamente intelligenza artificiale e nuovi droni nelle loro formazioni. "Svuotare i leader più provati sul campo e più letali in tempo di guerra significa che i soldati sono meno al sicuro e che abbiamo meno probabilità di vincere", ha detto Pat Ryan, deputato democratico di New York ed ex ufficiale dell'intelligence dell'Esercito.

La preoccupazione di lungo periodo, dicono funzionari militari e del Congresso, è che i licenziamenti mandino un messaggio: chi dà un parere militare franco o non supera i test ideologici non ha posto in una forza armata che dovrebbe restare fuori dalla politica. "Stiamo facendo un danno generazionale all'idea che i militari siano un'organizzazione apolitica e affidabile, che giura fedeltà alla Costituzione e non a un presidente", ha aggiunto Ryan.

L'ufficio di Hegseth ha rimandato all'Esercito le domande sui licenziamenti e sull'assenza di vertici. L'Esercito non ha voluto commentare la posizione di Driscoll, spiegando di non fare speculazioni sui "cambi ai vertici". In una nota la forza armata ha ridimensionato l'impatto delle rimozioni: "I leader dell'Esercito incarnano i più alti standard di dovere, altruismo ed eccellenza professionale", ha detto la portavoce Cynthia O. Smith, aggiungendo che stanno "portando avanti attivamente la missione dell'Esercito" e che la modernizzazione resta nei tempi previsti.

Nel suo primo messaggio importante alla truppa, pubblicato online la settimana scorsa, LaNeve ha scritto che l'Esercito deve prepararsi a "padroneggiare un ambiente operativo che appare radicalmente diverso dai campi di battaglia di ieri". Nelle conversazioni con gli alti ufficiali, però, ha detto di temere che la spinta alla modernizzazione dei suoi predecessori abbia trascurato le capacità di combattimento di base e ha parlato della necessità di tornare ai fondamentali. "Ogni scorciatoia nell'addestramento e ogni cedimento nella disciplina si pagheranno con il sangue", ha avvertito.


Hegseth stringe la presa sull’Esercito e sulla stampa militare


Il Segretario dell’Esercito Dan Driscoll intenderebbe lasciare l’incarico entro la fine dell’anno, se non prima, dopo mesi di tensioni con il segretario alla Difesa Pete Hegseth. Lo ha riferito il Wall Street Journal, citando persone al corrente delle discussioni. La sua uscita lascerebbe l’Esercito privo di vertici confermati dal Senato. Il 2 aprile Hegseth aveva rimosso senza spiegazioni il capo di Stato Maggiore dell'Esercito statunitense, il generale Randy George, e Trump non ha ancora indicato un successore.

L’incarico è ora ricoperto ad interim dal generale Christopher LaNeve, vicecapo di Stato Maggiore dell’Esercito dallo scorso febbraio ed ex consigliere militare dello stesso Hegseth, che da mesi spinge per affidargli definitivamente il comando. La candidatura, tuttavia, non è mai stata formalizzata: nella Commissione Forze Armate del Senato non ci sarebbero i voti repubblicani necessari per approvarla. La senatrice dell’Iowa Joni Ernst ritiene che LaNeve, promosso generale a quattro stelle appena sei mesi fa, non abbia ancora l’esperienza normalmente richiesta per guidare l’Esercito.

Driscoll ha già lasciato la grande residenza riservata al Segretario dell’Esercito a Joint Base Myer-Henderson Hall, la base militare adiacente al cimitero nazionale di Arlington dove abitano diversi alti funzionari del Dipartimento della Difesa, e si è trasferito in un appartamento più piccolo. La sua famiglia è tornata in North Carolina durante l’estate.

Amico di lunga data del vicepresidente JD Vance, Driscoll si sarebbe attirato l’ostilità di Hegseth già nei primi giorni dell’Amministrazione, quando propose di organizzare una visita di Vance e Trump alle truppe per presentare il progetto di riforma dell’Esercito. Nei suoi diciotto mesi da Segretario ha costruito uno stretto rapporto con il generale George: insieme hanno promosso l’adozione di nuove tecnologie e, nel novembre 2025, si erano recati in Ucraina con il generale Chris Donahue, allora comandante delle forze statunitensi in Europa e Africa. Durante quel viaggio Driscoll assunse di fatto il ruolo di inviato dell’Amministrazione, presentando a Volodymyr Zelensky il piano di pace in 28 punti sul quale l’Ucraina accettò di avviare negoziati.

Al ritorno, Driscoll invitò l’Esercito a seguire l’esempio delle forze ucraine nell’impiego sul campo di battaglia di tecnologie disponibili sul mercato. Sotto la sua guida, secondo i calcoli del Wall Street Journal, aziende private hanno promesso investimenti per oltre 25 miliardi di dollari destinati alla costruzione di centri dati, impianti per la raffinazione di minerali critici e mense nelle basi statunitensi. Quando i parlamentari gli hanno chiesto conto dell’improvvisa rimozione del generale George, Driscoll ha risposto di essere anche lui molto legato al generale, definendolo un leader straordinario capace di trasformare l’Esercito.

Tre licenziamenti in un giorno a Stars and Stripes


Nella stessa settimana il Dipartimento della Difesa ha licenziato l’editore e il direttore di Stars and Stripes, il giornale finanziato dal Pentagono al quale la legge garantisce l’indipendenza editoriale. A raccontarlo al Washington Post è stato il direttore uscente Erik Slavin, che ha ricevuto la lettera di licenziamento insieme alla giornalista Lara Korte, corrispondente dal Medio Oriente. Anche l’editore Max Lederer, che pochi giorni prima aveva annunciato il proprio ritiro, ha ricevuto lo stesso provvedimento.

Il Pentagono ha confermato i tre licenziamenti, contestando a Lederer e Slavin un comportamento insubordinato, e ha precisato che gli interessati dispongono di cinque giorni per presentare ricorso. All’origine dello scontro c’è un servizio della CBS trasmesso a luglio, al quale, secondo il Dipartimento, Slavin e Korte avrebbero partecipato senza autorizzazione. "Lavoro per Stars and Stripes, non per il Pentagono, per un’Amministrazione o per chi decide le politiche. Sono qui per raccontare la comunità militare", aveva dichiarato Korte.

Slavin aveva invece definito la censura del giornale una linea invalicabile, principio che ha ribadito dopo il licenziamento. Secondo due persone informate sulla vicenda, prima della rimozione di Lederer un funzionario del Pentagono, Andrew Brey, gli aveva scritto chiedendogli di licenziare entrambi i giornalisti.

La stretta sull’indipendenza del giornale


Nato durante la guerra civile e pubblicato senza interruzioni dalla Seconda guerra mondiale, Stars and Stripes opera in autonomia dal Pentagono in base a un assetto stabilito nel 1994, pur ricevendo dal Dipartimento circa il 65% del proprio bilancio. La testata è però sotto pressione da marzo, quando è stato varato un piano di "modernizzazione" che le vieta di utilizzare agenzie di stampa, contenuti in syndication e persino fumetti. Il piano impone inoltre che ogni articolo sia compatibile con il "buon ordine e la disciplina", una formula tratta dal Codice uniforme di giustizia militare.

Due membri del consiglio consultivo hanno fatto causa al governo, definendo il piano come una forma illegale di censura. Ad aprile era già stata licenziata l’ombudsman, incaricata dal Congresso di proteggere l’indipendenza della testata, che a giugno ha citato in giudizio il governo invocando il Primo Emendamento. Questo mese il Pentagono ha inoltre nominato vicedirettore editoriale il capitano di vascello in servizio attivo William Urban, senza consultare Lederer. Un gruppo di senatori democratici ha scritto a Hegseth per denunciare il rischio di un’ulteriore erosione dell’autonomia del giornale. Il presidente del consiglio degli editori, Rufus Friday, ha espresso il timore che le ultime decisioni possano comprometterne la credibilità.

In una lettera aperta pubblicata venerdì, Urban non ha commentato i licenziamenti e ha affermato di aver ricevuto dall’ufficio del Segretario alla Difesa rassicurazioni sull’indipendenza editoriale. A dimostrazione dell’autonomia della testata, Urban ha citato le recenti inchieste sulle pessime condizioni a bordo della portaerei Abraham Lincoln.


reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

Se gli extraprofitti sono “roba da Unione Sovietica”, allora Tajani dovrebbe avvisare anche il suo governo.

Perché mentre il vicepresidente del Consiglio dice castronerie, l’Italia chiede insieme ad altri Paesi un quadro europeo per tassare proprio gli extraprofitti delle compagnie petrolifere. Ed è giusto così.

Nessuno vuole decidere arbitrariamente quanto un’impresa “può guadagnare”. Però quando uno shock energetico fa esplodere bollette e costi per milioni di famiglie e imprese, mentre alcuni operatori registrano rendite eccezionali, è ragionevole chiedere che una parte torni alla collettività.

Per Volt serve un quadro europeo comune e una regola stabile, automatica e prevedibile: criteri fissati prima, soglie legate alla redditività storica e un prelievo che scatti soltanto sulla parte realmente straordinaria dei profitti.

Le risorse devono finanziare protezione mirata contro il caro energia e accelerare la transizione: efficienza e riconversione industriale, reti e interconnessioni europee, rinnovabili, nucleare, accumuli e biometano.

Non è una guerra al profitto. È una guerra al privilegio di guadagnare dalla crisi mentre il conto lo pagano tutti gli altri.

#Extraprofitti #Tajani #CaroEnergia #PoliticaItaliana #Energia #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

The dangerous new twist in Trump’s latest defamation threat


Stop me if you’ve heard this one before: President Donald Trump is threatening a multibillion-dollar defamation lawsuit against one of his critics.

At first glance, Trump’s $5 billion threat against the Center for American Progress, made public last week, looks like more of the same. Trump has already sued multiple news outlets over reporting he says defamed him.

But this latest threat is different, and even more dangerous.

The alleged defamation in a report by CAP isn’t about Trump’s private conduct from before he was president, like his lawsuits against The Wall Street Journal or The New York Times. It’s not about a specific statement made by Trump personally, like his lawsuit against the BBC. It’s about whether his government’s policies are as effective as the Trump administration claims they are.

Specifically, Trump threatened to sue CAP over its report concluding that the administration’s deployment of the National Guard to various cities has not reduced crime. The report argues that violent crime was already declining and that the administration is using that preexisting trend to prove the efficacy of sending troops to American cities.

This kind of analysis and argument is central to political debate. Think tanks, journalists, advocacy groups, and regular people make these kinds of arguments about presidents and administrations every day. Whether a particular policy is effective or an administration is being honest about its policies is the bread and butter of reports and analysis from journalists and civil society organizations on all sides of the political spectrum.

By attempting to turn criticism of government policy into a personal defamation claim, Trump’s threatened lawsuit against CAP undermines fundamental First Amendment protections. It also risks silencing the very analysis and debate about the decisions of government that are at the heart of our democracy.

The principle that government officials cannot use the law to punish criticism of the government has deep roots in U.S. history. The Sedition Act of 1798 is a particularly infamous example of a time that the government tried to ignore this prohibition.

That law — which criminalized printing “false, scandalous and malicious writing or writings against the government of the United States, or either house of the Congress of the United States, or the President of the United States” — provoked a furious reaction from James Madison, the chief author of the First Amendment. Before it was allowed to expire a few years later, the Sedition Act was used in partisan prosecutions of journalists and political opponents of the White House.

More than 150 years later, the Supreme Court acknowledged that shameful and unconstitutional history in New York Times v. Sullivan. That case is best known for establishing the “actual malice” standard for defamation claims brought by public officials, which helps protect against officials using defamation law to suppress criticism of government.

But Sullivan also established that the government itself cannot bring defamation suits, and it emphasized that public officials can’t evade that rule simply by bringing the lawsuit in their own names.

Trump’s threatened lawsuit against CAP runs smack into those principles. It’s true that Trump threatened to sue CAP in his individual capacity, claiming its report has defamed him personally. But CAP’s report is directed at what the Trump administration is doing. The First Amendment forbids the government from suing CAP for saying that its policies are ineffective. Trump shouldn’t be able to accomplish the same result by recasting that criticism as statements that defame him personally.

Otherwise, virtually any disagreement over government policy could become a potential defamation claim — no matter if it’s being threatened against the left or the right. Should President Joe Biden have been able to sue the Heritage Foundation for defamation over its claims that he made false statements about illegal immigration or voter ID laws? Of course not.

If the president can turn a claim that “your policy isn’t working the way you say it is” into a personal defamation lawsuit, the chilling effect would extend beyond think tanks. Journalists who analyze government policy would face the same threat, as would op-ed writers, academics, and even ordinary citizens.

If Trump actually follows through and sues CAP, the courts should reject it out of hand. To do otherwise would transform defamation law into something it was never meant to be: a modern-day Sedition Act, giving the government the power to silence its critics.


freedom.press/issues/the-dange…

Elezioni e Politica 2026 reshared this.

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

1/ Weil in #SachsenAnhalt erstmals die AfD als stärkste Kraft an die Regierung will, lohnt der Blick nach Österreich. Dort gelang Haiders FPÖ das 1999 in Kärnten.
Ergebnis: hohe Arbeitslosigkeit, Postenschacherei, Steuergeldverschwendung und Land am Rand des Ruins.
🧵👇
Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Ocasio-Cortez si è reiscritta ai socialisti americani dopo sette anni senza tessera


La deputata di New York aveva lasciato scadere l'iscrizione nel 2019 e nessuno se n'era accorto. I DSA hanno reso pubblico il caso mentre decidono se sostenerla alle primarie del 2028.

Alexandria Ocasio-Cortez, la deputata di New York considerata il volto del socialismo democratico americano, per sette anni non è stata formalmente iscritta ai Democratic Socialists of America (DSA), l'organizzazione che raccoglie i socialisti democratici degli Stati Uniti. La tessera annuale che aveva preso nel 2018 era scaduta nel 2019 e non era mai stata rinnovata. Se ne è accorta la dirigenza dell'organizzazione stessa poche settimane fa e la deputata ha ripreso la tessera nell'agosto 2026.

La conferma è arrivata martedì sera in una nota inviata agli iscritti e anticipata dal sito City & State New York: "Democratic Socialists of America conferma che la deputata Alexandria Ocasio-Cortez è un membro in regola della nostra organizzazione, essendosi reiscritta di recente, nell'agosto 2026". Nel testo si legge anche che la dirigenza nazionale si è accorta solo ora che l'iscrizione presa nel 2018, valida un anno, era scaduta l'anno successivo.

Quando Ocasio-Cortez si iscrisse era una candidata al Congresso alla prima campagna elettorale e la quota annuale costava 60 dollari, da rinnovare a mano ogni dodici mesi. Quel meccanismo faceva perdere per strada molti iscritti che si dimenticavano semplicemente di pagare. Da allora i DSA sono passati al rinnovo automatico e hanno spinto i nuovi iscritti verso le quote mensili: quella ordinaria è di 15 dollari al mese, con una versione ridotta a 5 dollari per chi ha redditi bassi e la possibilità di versare fino a 50 dollari.

Per anni la stessa organizzazione ha trattato la deputata come un'iscritta. Nel novembre 2020 si congratulò su X con "l'iscritta ai DSA AOC" per la rielezione al Congresso e nel marzo 2024 elogiò lei e l'allora deputata del Missouri Cori Bush, definendole entrambe "iscritte", per aver votato contro la legge che metteva al bando TikTok.

A far partire la verifica è stata un'intervista di inizio agosto ad ABC News, in cui il conduttore Jonathan Karl ha chiesto a Ocasio-Cortez se fosse ancora iscritta ai DSA. La deputata ha risposto: "Alla sezione di New York City". Alla domanda se fosse iscritta anche all'organizzazione nazionale ha risposto di no, spiegando che "ogni sezione dei DSA si costituisce a livello locale" e che quella newyorkese somiglia a "una sezione sindacale locale". La distinzione però non esiste: essere iscritti a NYC-DSA significa pagare la quota all'organizzazione nazionale e risiedere a New York. I membri della sezione cittadina possono versare contributi aggiuntivi al gruppo locale, ma si sommano alla quota nazionale, non la sostituiscono. La risposta ha spiazzato i suoi compagni di organizzazione e ha convinto la dirigenza a controllare i registri. La notizia dell'iscrizione scaduta è stata diffusa per prima su X dal Manhattan Institute, un centro studi statunitense.

I DSA hanno spiegato di aver reso pubblici i dettagli proprio per la corsa del 2028: "Anche se è insolito che i DSA si esprimano sullo stato di iscrizione dei singoli, le discussioni in corso sulla campagna presidenziale del 2028 hanno reso necessario questo comunicato", si legge nella nota. "Con sezioni e iscritti che si stanno mobilitando per candidare la deputata Alexandria Ocasio-Cortez alle primarie presidenziali, riteniamo che lo stato della sua iscrizione sia un'informazione essenziale per i membri nelle loro deliberazioni e discussioni."

La procedura formale con cui l'organizzazione deciderà chi sostenere alle presidenziali partirà all'inizio del prossimo anno e la dirigenza nazionale è divisa sull'ipotesi di appoggiare la deputata. Le sezioni di Los Angeles e Atlanta hanno già approvato risoluzioni che le chiedono di candidarsi e a novembre dovrebbe fare lo stesso NYC-DSA, durante il congresso cittadino.

I rapporti con l'organizzazione nazionale si erano incrinati nel luglio 2024, quando i DSA le tolsero l'endorsement su richiesta proprio della sezione di New York. Le contestavano il voto a favore di una risoluzione della Camera che indicava la "negazione del diritto di Israele a esistere" come esempio di antisemitismo, oltre alla partecipazione a un dibattito pubblico sullo stesso tema. "Un endorsement nazionale dei DSA comporta un impegno serio verso il movimento per la Palestina e verso il nostro progetto socialista collettivo", scrisse allora l'organizzazione. "Per costruire un movimento socialista capace di sconfiggere il capitalismo dobbiamo pretendere di più dai leader del nostro movimento." Da quel momento Ocasio-Cortez ha ricevuto il sostegno soltanto della sezione cittadina, mai di quella nazionale.

L'attenzione per la sua posizione arriva mentre i DSA crescono rapidamente in tutto il paese, dopo una serie di vittorie elettorali che vanno da New York alla Florida, dove una socialista-dem ha vinto a sorpresa la primaria democratica per il Senato. Nei suoi otto anni al Congresso Ocasio-Cortez è diventata l'iscritta più conosciuta dell'organizzazione, ha battuto i record di raccolta fondi tra i piccoli donatori ed è stata determinante nel sostenere altri candidati socialisti, a partire dal sindaco di New York Zohran Mamdani.

I vertici della sezione newyorkese hanno già incontrato in privato la deputata per convincerla a correre. Tra le figure chiave di questi colloqui c'è Jeremy Cohan, coordinatore del comitato di NYC-DSA che segue gli eletti al Congresso. Mercoledì mattina la sezione ha pubblicato su X una foto di Cohan e dei due co-presidenti Grace Mausser e Gustavo Gordillo insieme a Ocasio-Cortez, accompagnata dalla frase "il socialismo democratico è il futuro".

La deputata, che ha 36 anni, è considerata una delle candidate più probabili per le primarie democratiche del 2028 e un numero crescente di iscritti ai DSA vuole che si candidi. Un suo portavoce non ha commentato la vicenda della tessera.


Perché a sostenere il socialismo sono gli americani bianchi, laureati e ricchi


Il co-presidente della sezione di New York dei Democratic Socialists of America, l'organizzazione dei socialisti democratici americani, vive in una casa a schiera di Brooklyn da 1,5 milioni di dollari pagata dal padre. Il New York Post ha rivelato la vicenda di Gustavo Gordillo, 38 anni, ex studente di Yale, che secondo il giornale beneficia della generosità paterna "mentre inveisce contro i ricchi e contro la proprietà immobiliare". Lo stesso quotidiano ha poi scritto che Gordillo ha lasciato un apprendistato da elettricista senza mai completare la qualifica.

Gordillo è soltanto l'ultimo esponente di primo piano della sinistra americana a essere accusato di essere un privilegiato travestito da radicale della classe operaia. Prima che la sua campagna per il Senato in Maine naufragasse tra le polemiche, Graham Platner veniva descritto allo stesso modo: il nonno era un famoso architetto e designer, il ristorante della madre era il principale cliente del suo allevamento di ostriche e il padre lo aveva aiutato a sistemarsi in una casa. Zohran Mamdani, eletto sindaco di New York lo scorso novembre, era stato criticato durante la campagna perché si dichiarava socialista pur essendo figlio di genitori che producono film a Hollywood e possiedono una villa in Uganda.

Le accuse di ipocrisia sono cresciute mentre i candidati vicini alla DSA vincevano una serie di primarie democratiche in tutto il paese. L'ultima indagine dell'organizzazione sui propri iscritti ha registrato che il 77% è bianco e che oltre l'80% di chi ha più di 25 anni possiede almeno una laurea. Jay Caspian Kang, sul New Yorker, li ha chiamati "socialisti da Subaru": laureati che possono permettersi un'auto di fascia media e la cena al ristorante, ma spesso non hanno una casa di proprietà né la sensazione di essere al sicuro. Il senatore repubblicano John Kennedy preferisce "Lulu Lenins", gioco di parole tra Lenin e Lululemon, il marchio di abbigliamento sportivo di fascia alta.

Un'analisi pubblicata sull'Atlantic sposta la domanda: perché tanti americani privilegiati sostengono una politica che vuole smantellare il sistema da cui hanno tratto beneficio? La risposta parte da un saggio del 1977 di Barbara e John Ehrenreich, uscito sulla rivista Radical America, che coniò l'espressione professional managerial class, la classe dei lavoratori della conoscenza con un titolo universitario. Sono le persone impiegate nell'arte, nell'istruzione, nella medicina, nell'intrattenimento, nel diritto, nella pubblicità e nella tecnologia, cioè nei settori che dimostrano la capacità del capitalismo di garantire vite culturalmente ricche e intellettualmente stimolanti.

Per gli Ehrenreich la classe professionale del Novecento ha avuto un ruolo decisivo nel mantenere la fiducia dell'opinione pubblica nel sistema economico. Oggi quella stessa classe non sembra più entusiasta del compito. Un sondaggio CBS News/YouGov diffuso questo mese ha rilevato che gli elettori democratici hanno un'opinione positiva del socialismo quasi il doppio di quanto ne abbiano una del capitalismo (58% contro 32%). Tra i democratici laureati il sostegno al socialismo sale al 71%.

Fino alla metà degli anni Duemila gli elettori con una laurea votavano più spesso repubblicano che democratico. Nel 1984 chi aveva un titolo universitario scelse Ronald Reagan con un rapporto superiore a due a uno. Lo spostamento a sinistra della classe professionale non ha precedenti nella storia americana, anche se già nel 1977 gli Ehrenreich notavano posizioni radicali e anticapitaliste tra alcuni professionisti, soprattutto nel mondo accademico.

Chi ha il compito di raccontare il capitalismo al pubblico ha smesso di crederci. Per l'autore dell'analisi è il segnale di un ordine economico che non riesce più a giustificarsi davanti al proprio ufficio di relazioni pubbliche. Quando un dirigente intermedio di un'azienda del tabacco si rifiuta di fumare, quando l'amministratore delegato di un'azienda tecnologica manda i figli in scuole senza schermi o quando chi lavora nell'industria della carne diventa vegetariano, quelle scelte vengono lette come il segno di una conoscenza acquisita dall'interno, prima ancora che come ipocrisia.

La DSA è composta in larga parte da insegnanti e professori, assistenti sociali, personale sanitario e dipendenti pubblici. Le esperienze che alimentano il malcontento sono l'insegnante che compra di tasca propria il materiale scolastico, il professore a contratto che lavora in tre università per arrivare a fine mese, l'infermiera il cui ospedale è stato comprato da un fondo di private equity e lo studente che si indebita per una laurea che non garantisce più un posto nella classe media. Per l'autore chi in quelle condizioni conclude che il sistema vada riformato in profondità non è un ipocrita ma esprime una posizione morale difendibile.

Gordillo ha spiegato all'Atlantic di aver "vissuto la vita economica di questo paese da punti di vista molto diversi" e di sapere che "spesso è la fortuna a determinare se una persona ha stabilità finanziaria". Lasciare l'apprendistato da elettricista, ha detto, è stata "una scelta difficile", presa per dedicare più tempo al suo ruolo nell'organizzazione.

Mamdani non nasconde la propria posizione sociale né la laurea presa in un college privato. Invece di promuovere leader che fingono di appartenere alla classe operaia, secondo l'autore i socialisti e i populisti di sinistra dovrebbero presentarsi per quello che molti di loro sono: membri frustrati e spesso arrabbiati della classe professionale istruita.

Una lettura opposta arriva dalla Free Press, dove Arthur Brooks, che si occupa di scienze comportamentali, sostiene che il socialismo democratico americano sia una moda destinata a esaurirsi. Il consenso cresce soprattutto tra i giovani elettori: quasi due terzi degli americani tra i 18 e i 29 anni esprimono un'opinione positiva del socialismo. La DSA chiede ufficialmente la nazionalizzazione delle grandi imprese e l'abolizione dell'ICE, l'agenzia federale che si occupa di immigrazione e dogane. Mamdani, che si definisce socialista democratico, ha un gradimento del 58% in una rilevazione del Siena College.

Seguire una moda non è un comportamento irrazionale. In un articolo del 1992 sul Journal of Political Economy gli economisti Sushil Bikhchandani, David Hirshleifer e Ivo Welch hanno descritto l'adesione alle mode come un modo per risparmiare sulla raccolta di informazioni, imitando chi si presume ne sappia di più. Una moda che un tempo impiegava anni a diffondersi oggi corre sui social network, che per milioni di giovani sono la principale fonte di notizie. Mamdani e i socialisti democratici li hanno usati molto.

Il sociologo Joel Best, autore di Flavor of the Month, ha mostrato che gli Stati Uniti sono un paese incline alle mode di ogni tipo, dall'hula hoop della fine degli anni Cinquanta al Six Sigma, il metodo di gestione aziendale fondato sulle metriche (adottato negli anni Ottanta da gran parte delle imprese americane e abbandonato perché non manteneva le promesse). Nel 1835 Alexis de Tocqueville scriveva che l'America è "una terra di meraviglie, in cui tutto è in costante movimento e ogni movimento sembra un miglioramento".

Quando una nuova informazione rompe l'equilibrio che la sostiene, una moda cresciuta in fretta si esaurisce con la stessa rapidità. Il voto populista, di destra o di sinistra, non è soltanto l'effetto del malcontento ma ne produce altro negli anni successivi: è la conclusione degli studi di scienza politica citati da Brooks, che ricorda anche come i tassi di depressione siano già più alti tra i giovani di orientamento progressista che tra i coetanei conservatori.

Per Brooks sia il socialismo sia il populismo di destra sono manie temporanee che consumano attenzione ed energie distogliendo lo sguardo dal lento declino del paese. Il suo consiglio arriva da Self-Reliance, il saggio di Ralph Waldo Emerson del 1841: "Chi vuole essere un uomo deve essere un anticonformista". Quando una convinzione compare dal nulla tra le persone che si frequentano e si viene spinti ad adottarla, sostiene Brooks, conviene andare nella direzione opposta.

Le due letture partono dagli stessi numeri e arrivano a conclusioni opposte. Per la prima il consenso al socialismo è il giudizio di chi lavora dentro il sistema e ne conosce da vicino i difetti. Per la seconda è un contagio di opinioni destinato a passare come sono passate le mode precedenti.


reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

🇮🇹 Il collettivo Autistici/Inventati finisce nella lista di entità terroristiche degli Stati Uniti

Il collettivo italiano Autistici/Inventati, noto per la sua lotta per i diritti digitali tramite la fornitura di piattaforme libere ad altre realtà, è stato sanzionato con l'accusa di aver supportato due organizzazioni considerate¹ estremiste negli Stati Uniti: Rose City Antifa e Jane's Revenge.

Il collettivo fornisce circa 16.000 indirizzi di posta, dà casa a 1.500 siti, gestisce 5.500 bollettini (o mailing list) e tiene in piedi 10.000 blog. Invece che bloccare i singoli contenuti considerati "problematici" il governo statunitense ha deciso di agire sull'intera infrastruttura, creando un precedente di censura non applicata solo alle singole realtà "scomode" ma anche a chi le rende possibili fornendo servizi.

Le realtà sanzionate per terrorismo sono elencate in una lista, la Specially designated global terrorist. Tra i nomi, spiccano Al-Qaeda, ISIS e Boko Haram - nomi ai quali ora fa compagnia anche Autistici/Inventati.

Finire nella lista equivale a essere designati come entità terroristiche globali, con il conseguente congelamento dei beni e divieto di tutte le transizioni verso gli Stati Uniti. Ieri sera il collettivo ha rimosso PayPal dai metodi di pagamento.

Etica Digitale trova assurdo come una realtà che dal 2001 si batte per una rete più libera e sana sia messa allo stesso livello di assassini spietati. Trova ulteriormente assurdo come il governo statunitense, cui compagnie come Microsoft e Palantir (giusto per citarne un paio) sono state additate dall'ONU come complici del genocidio palestinese, decida di prendersela con determinati gruppi, quando dovrebbe prima guardarsi allo specchio e farsi un enorme esame di coscienza col sangue che ha sulle proprie mani. La nostra vicinanza ad Autistici/Inventati.

---

¹Dopo qualche verifica, non risulta che Rose City Antifa abbia mai commesso crimini, mobilitandosi dal 2007 contro le realtà neonaziste (sulle quali non si può dire altrettanto) a Portland, Oregon.

cryptobriefing.com/us-sanction…

#notizia #politica

@eticadigitale@feddit.it

Questa voce è stata modificata (2 settimane fa)
Unknown parent

mastodon - Collegamento all'originale

informapirata ⁂

@opny721 sembra che il governo italiano non trovi affatto strano che un paese alleato possa indicare come terrorista un collettivo che ha sede da anni nella Repubblica Italiana.

Un governo di servi senza onore

@eticadigitale@poliversity.it @eticadigitale@feddit.it

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Gli Stati Uniti sanzionano come terroristi Palestine Action e il collettivo italiano Autistici/Inventati


Il dipartimento del Tesoro ha congelato i beni dei gruppi colpiti. Chi finanzia Palestine Action o partecipa alle sue proteste rischia il divieto a vita di entrare negli Stati Uniti.

Il dipartimento del Tesoro americano ha inserito mercoledì Palestine Action, il gruppo britannico che da anni prende di mira le fabbriche di armi legate a Israele, nella lista dei terroristi globali, definendolo un "gruppo terroristico transnazionale". È il primo caso noto di un'organizzazione della sinistra britannica colpita dalle sanzioni antiterrorismo degli Stati Uniti.

Insieme a Palestine Action sono state sanzionate altre due organizzazioni: Masar Badil, movimento internazionale pro-palestinese, e Autistici/Inventati, il collettivo italiano che fornisce servizi digitali a gruppi della sinistra, compresi quelli pro-palestinesi. La designazione, che in inglese si chiama specially designated global terrorist, congela i beni delle organizzazioni negli Stati Uniti e vieta a cittadini e aziende americane di avere rapporti d'affari con loro. È proibito anche fornire soldi, beni o servizi ai gruppi colpiti, una misura che li taglia fuori dal sistema finanziario globale. I poteri usati per queste sanzioni erano stati introdotti dall'allora presidente George W. Bush poco dopo gli attentati dell'11 settembre 2001 contro le torri gemelle di New York. Chi li viola rischia conseguenze civili o penali, anche se non è cittadino americano.

I sostenitori di Palestine Action rischiano il divieto a vita di entrare negli Stati Uniti. Richard Barnard e Huda Ammori, che hanno fondato il gruppo nel luglio 2020 e sono entrambi cittadini britannici, non potranno più mettere piede sul territorio americano. I cittadini britannici che continueranno a finanziare l'organizzazione o a partecipare alle sue proteste rischiano a loro volta sanzioni e il divieto di ottenere il visto, oltre a trovarsi nell'impossibilità di aprire un conto in banca o accendere un mutuo, secondo il Telegraph, che ha anticipato la decisione.

"Gli estremisti di sinistra, le loro organizzazioni di facciata e i loro fiancheggiatori sono avvisati: useremo tutto il peso dei nostri strumenti economici", ha detto il segretario al Tesoro Scott Bessent annunciando le sanzioni. "Il terrorismo politico non ha posto nella nostra società e continueremo a tagliare le linee di finanziamento di questi gruppi finché non saranno eliminati".

Il segretario di Stato Marco Rubio ha scritto su X che il terrorismo di estrema sinistra è una minaccia grave per gli Stati Uniti e per l'Occidente nel suo insieme e che l'amministrazione userà tutti gli strumenti a disposizione per combatterlo. A metà luglio gli Stati Uniti avevano ospitato una conferenza internazionale sul ritorno del terrorismo politico, incentrata sul movimento antifa, alla quale Rubio aveva portato più di 66 paesi. Antifa (la parola sta per antifascista) è una galassia di attivisti di sinistra che secondo gli esperti è più un'ideologia politica che un gruppo organizzato.

"L'idea stessa che il terrorismo di estrema sinistra possa essere una minaccia seria viene trattata come un delirio della destra o, peggio, come una pericolosa cospirazione fascista", aveva detto Rubio in quell'occasione. In un recente rapporto sull'antiterrorismo l'amministrazione Trump ha indicato tre minacce principali per il paese: i narcoterroristi e le gang internazionali, i terroristi islamisti storici e gli estremisti violenti di sinistra, compresi anarchici e antifascisti.

Il Tesoro accusa Palestine Action di aver "sostenuto numerosi atti di terrorismo dal luglio 2020, compresi atti che hanno ferito fisicamente agenti delle forze dell'ordine britanniche e atti destinati a intimidire imprese commerciali legittime e a costringere il governo del Regno Unito". Nel comunicato si citano le irruzioni in infrastrutture della difesa e in installazioni militari britanniche, con danni per milioni di dollari ai mezzi militari. Il gruppo viene accusato anche di aver promosso le proprie azioni sui social media, incoraggiando l'uso di tattiche simili in altri paesi, "compresi gli Stati Uniti e il confine tra Stati Uniti e Messico".

Palestine Action è nata nel luglio 2020 e ha guadagnato visibilità dopo l'inizio della guerra a Gaza, cominciata con l'attacco di Hamas contro Israele il 7 ottobre 2023. Le sue azioni consistono in incursioni, atti di vandalismo e danneggiamenti contro aziende ed edifici che il gruppo considera legati a Israele, con al centro gli stabilimenti di Elbit Systems, l'azienda israeliana di armamenti, e le società che ci lavorano.

Nell'agosto 2024 più di una decina di attivisti hanno usato un furgone cellulare per sfondare l'ingresso dello stabilimento Horizon vicino a Bristol, la sede britannica di Elbit Systems. Quattro di loro sono stati condannati. Durante l'irruzione Samuel Corner ha colpito con una mazza la sergente Katie Evans, fratturandole la colonna vertebrale, ed è stato riconosciuto colpevole di lesioni gravi. A novembre dello stesso anno alcuni manifestanti hanno rubato due busti del primo presidente israeliano dall'Università di Manchester e imbrattato di vernice rossa gli edifici del campus, un centro di ricerca e l'ufficio di un ente di beneficenza ebraico, nell'anniversario della dichiarazione Balfour. Nel marzo 2025 i manifestanti hanno preso di mira il campo da golf di Turnberry, in Scozia, di proprietà del presidente Donald Trump: la club house è stata imbrattata e il campo scavato e dipinto con la scritta "Gaza is not 4 sale".

Il ramo americano dell'organizzazione, Palestine Action US, è nato con lo stesso obiettivo di colpire aziende e appaltatori della difesa legati a Israele e nel 2024 ha cambiato nome in Unity of Fields, trasformandosi in un fronte di propaganda militante contro il governo degli Stati Uniti e i suoi alleati. Secondo il Telegraph il gruppo ha contribuito ad alimentare le proteste violente di Los Angeles dell'anno scorso, celebrando gli attacchi contro la polizia e invocando un'intifada contro la detenzione dei migranti irregolari. Quando era ancora senatore, Rubio aveva chiesto al dipartimento della Giustizia di aprire un'indagine per terrorismo interno sull'organizzazione.

Nel luglio 2025 Palestine Action è diventata il primo gruppo di azione diretta messo al bando nel Regno Unito in base al Terrorism Act (la legge antiterrorismo britannica), finendo nella stessa lista dello Stato Islamico e di Boko Haram. La decisione era arrivata dopo l'irruzione nella base di Brize Norton della Royal Air Force, l'aeronautica militare britannica, dove alcuni attivisti avevano danneggiato degli aerei militari. I funzionari che avevano raccomandato la messa al bando all'allora ministra dell'Interno Yvette Cooper avevano ammesso che si trattava di una misura "relativamente inedita", perché non esisteva alcun precedente noto di un'organizzazione messa al bando soprattutto per l'uso o la minaccia di gravi danni alle cose.

Il Regno Unito ha arrestato migliaia di persone per aver mostrato sostegno a Palestine Action da quando il gruppo è stato proibito. Una corte britannica ha annullato la designazione a febbraio, ma la decisione è stata ribaltata in appello, con cinque giudici che hanno stabilito che non si tratta di un "gruppo di protesta ordinario".

La Corte Suprema britannica discuterà a novembre il ricorso di Ammori. Tre giudici le hanno concesso il diritto di contestare la messa al bando perché Cooper, quando era ministra dell'Interno, aveva applicato in modo scorretto la propria politica. La designazione americana arriva a poche settimane dall'udienza.

"Il fatto che Trump si ispiri ora alla repressione britannica del movimento per la libertà palestinese mostra quanto sia pericoloso questo divieto e dovrebbe essere un campanello d'allarme per chiunque abbia a cuore la libertà di espressione e le libertà civili", ha detto Ammori in una dichiarazione. Ha aggiunto che il governo di Keir Starmer, mettendo al bando un gruppo di protesta con la legislazione antiterrorismo per la prima volta nella storia britannica, ha creato un modello per i governi autoritari di tutto il mondo. Ammori ha chiesto al nuovo primo ministro Andy Burnham di revocare il divieto.

Khaled Barakat, membro del comitato esecutivo di Masar Badil, ha detto ad Al Jazeera che il movimento andrà avanti nonostante le sanzioni, che ha definito parte della guerra genocida contro il popolo palestinese. "Nessun movimento di liberazione è mai stato sconfitto con sanzioni e divieti", ha dichiarato.

Il dipartimento di Stato, il ministero degli Esteri americano, descrive Autistici/Inventati come "un gruppo estremista che costruisce e gestisce l'infrastruttura digitale di cellule antifa violente e di altri militanti di estrema sinistra in tutto il mondo". Secondo il comunicato, gli strumenti del collettivo permettono a queste reti di organizzarsi, reclutare, comunicare, diffondere propaganda, condividere informazioni sugli obiettivi e compiere attacchi violenti restando anonime e non rintracciabili. Le cellule anarchiche responsabili dei sabotaggi contro le reti ferroviarie di Francia, Italia, Germania e Paesi Bassi nel 2026 avrebbero usato i servizi del collettivo per rivendicare gli attacchi, pubblicare comunicati e diffondere manuali su come fabbricare ordigni incendiari artigianali da usare contro i binari e altre infrastrutture critiche, sempre secondo il dipartimento di Stato.

Israele ha accolto con favore la decisione americana. Il ministero degli Esteri ha scritto su X che le organizzazioni terroristiche hanno sfruttato in modo sistematico la società civile occidentale, usando pretesti politici e umanitari per nascondere operazioni violente, radicalizzare i giovani e far arrivare fondi illeciti.

Le sanzioni contro Palestine Action si aggiungono a una serie di misure americane che colpiscono chi critica Israele. L'anno scorso l'amministrazione Trump aveva sanzionato la relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese e questo mese ha colpito alcuni funzionari della Corte penale internazionale, tra cui la presidente del tribunale Tomoko Akane.

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Vor Gericht hätten mehrere US-Bundesstaaten ein historisches Urteil zum Schutz junger Menschen erstreiten können. Stattdessen haben sie sich auf einen halbgaren Deal mit Meta eingelassen. Neben vielen Milliarden US-Dollar bringt er Jugendschutz mit Ablaufdatum. Mein Kommentar für @netzpolitik_feed

netzpolitik.org/2026/jugendsch…

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Vor Gericht hätten mehrere US-Bundesstaaten ein historisches Urteil zum Schutz junger Menschen erstreiten können. Stattdessen haben sie sich auf einen halbgaren Deal mit Meta eingelassen. Neben vielen Milliarden US-Dollar bringt er Jugendschutz mit Ablaufdatum, kommentiert @sebmeineck
netzpolitik.org/2026/jugendsch…
Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

☕ CYBERBRIEFING MATTUTINO — Giovedì 27 agosto 2026

👉 Leggi tutti gli aggiornamenti delle ultime 24 ore:
ilpuntocyber.rfeed.it/article.…

#newsletter #cybersecurity
@informatica

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Bastian’s Night #491 August, 27th


Every Thursday of the week, Bastian’s Night is broadcast from 21:30 CEST/DST.

Bastian’s Night is a live talk show in German with lots of music, a weekly round-up of news from around the world, and a glimpse into the host’s crazy week in the pirate movement.


If you want to read more about @BastianBB: –> This way


piratesonair.net/bastians-nigh…

Elezioni e Politica 2026 reshared this.

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Il capo della CIA ha avvertito la Russia di non attaccare i paesi baltici


John Ratcliffe ha chiesto a Mosca di non colpire i membri orientali della NATO e di ridurre il sostegno militare all'Iran. Il presidente ha definito il viaggio quasi di routine.

John Ratcliffe, direttore della Central Intelligence Agency, l'agenzia di spionaggio estero degli Stati Uniti, è andato a Mosca per avvertire la Russia di non attaccare i paesi della NATO. Lo ha rivelato il Wall Street Journal. L'avvertimento ha riguardato soprattutto gli alleati orientali dell'alleanza atlantica, cioè i paesi baltici che confinano con il territorio russo (Estonia, Lettonia e Lituania), come ha scritto Politico.

L'aereo militare C-17 che ha portato Ratcliffe nella capitale russa era decollato dalla Lettonia, come mostrano i dati pubblici di tracciamento dei voli. Le ambasciate di Estonia e Lituania hanno rifiutato di commentare, mentre quella lettone non ha risposto alle richieste dei giornalisti.

Le valutazioni più recenti dell'intelligence americana indicano che Vladimir Putin potrebbe autorizzare azioni provocatorie sul territorio della NATO: attacchi informatici, operazioni ibride e altre iniziative che restano sotto la soglia dell'azione militare convenzionale. L'obiettivo non sarebbe scatenare una guerra, ma mettere alla prova l'unità dell'alleanza e la disponibilità dell'amministrazione americana a difendere gli alleati.

A preoccupare i funzionari statunitensi è una serie di episodi degli ultimi mesi: le incursioni di droni in Romania, un missile russo entrato il mese scorso nello spazio aereo polacco e l'aumento dei presunti sabotaggi e attacchi informatici in Europa. Da anni la Russia usa tecniche che restano al di sotto della soglia della guerra vera e propria per indebolire gli alleati europei di Washington senza provocare una ritorsione più ampia.

Il trattato che ha istituito la NATO prevede, all'articolo 5, che un attacco armato contro un membro sia considerato un attacco contro tutti gli altri, che sono tenuti a intervenire in sua difesa. È una clausola invocata una sola volta nella storia dell'alleanza, dagli Stati Uniti dopo gli attentati dell'11 settembre 2001. Il presidente Donald Trump ha messo più volte in dubbio l'affidabilità della NATO e ha accusato i paesi membri di non spendere abbastanza per la propria difesa.

Ratcliffe ha chiesto a Mosca anche di smettere di condividere armi e tecnologie militari con l'Iran. Ha consigliato ai russi di non reagire in modo eccessivo se le nuove sanzioni americane li colpiranno, secondo un funzionario britannico citato da Politico. Il direttore della CIA ha avvertito che arriveranno altre misure se lo stretto di Hormuz non tornerà aperto al traffico commerciale. Lunedì il segretario al Tesoro Scott Bessent aveva minacciato di estendere in misura significativa le sanzioni ai paesi che rifiutano di tagliare i rapporti economici con Teheran. Il dipartimento del Tesoro non ha risposto alle richieste di commento.

La Russia ha spedito all'Iran materiale per rafforzare il suo arsenale di droni e potrebbe aiutare Teheran a individuare i bersagli negli attacchi contro le installazioni americane in Medio Oriente. Mosca ha anche fornito informazioni di intelligence sulle posizioni statunitensi nella regione. I due paesi collaborano da anni nella produzione di droni.

Il presidente ha confermato la visita mercoledì, in un'intervista con il conduttore radiofonico Glenn Beck. Ha detto che la trasferta non riguardava l'Iran né i piani russi di mettere alla prova la NATO e l'ha descritta come un viaggio quasi di routine. Ha aggiunto che da quei colloqui "potrebbe uscire qualcosa", riferendosi ai suoi tentativi di chiudere la guerra tra Russia e Ucraina, arrivata al quinto anno senza che i negoziati abbiano fatto passi avanti.

Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha detto ai giornalisti che Ratcliffe ha parlato con funzionari dell'intelligence russa e che si è trattato di colloqui "tra servizi di sicurezza". Ha precisato che Putin non ha incontrato il direttore della CIA.

Gli Stati Uniti avevano avvisato l'Ucraina che una delegazione americana sarebbe andata a Mosca e le avevano chiesto di sospendere gli attacchi per tutta la durata della visita. La missione era emersa martedì, dopo che un aereo dell'aeronautica militare statunitense era stato avvistato mentre atterrava in un aeroporto della capitale russa e un corteo diplomatico aveva attraversato la città. Fino a mercoledì il contenuto dei colloqui era rimasto sconosciuto.

Fin dal suo primo mandato il presidente si è scontrato più volte con i servizi di intelligence americani sulla Russia, riprendendo a volte gli argomenti del Cremlino sulla NATO o dando di Putin letture più ottimistiche di quelle dei suoi analisti. Negli ultimi tempi il suo giudizio sul leader russo si è raffreddato, mentre fatica a chiudere il conflitto. Ratcliffe, al contrario, ha sempre avuto posizioni dure verso Mosca.

La missione a Mosca è l'ultimo caso in cui il presidente ha affidato al direttore della CIA una trattativa delicata con un avversario degli Stati Uniti. A maggio Ratcliffe è andato in segreto a Cuba per avvertire il regime comunista che senza riforme profonde rischia una campagna di pressione americana. L'ultima visita nota di un direttore della CIA in Russia risale al 2021, quando William Burns fu mandato dall'allora presidente Joe Biden per cercare di evitare l'escalation in Ucraina e incontrò Putin. Nel febbraio 2022 la Russia lanciò comunque l'invasione su vasta scala del paese.


Gli Stati Uniti annunciano nuove sanzioni contro l'Iran, ma gli serve l'aiuto della Cina


Il Dipartimento del Tesoro americano ha annunciato lunedì sanzioni contro più di 60 tra società, persone e navi che aiutano l'Iran a vendere petrolio e a procurarsi tecnologia nucleare e missilistica. Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha battezzato la campagna Operation Economic Outcast e ha avvertito che qualunque Paese continui a fare affari con Teheran finirà nel mirino di Washington. Nella conferenza stampa non ha però mai pronunciato la parola Cina, cioè il nome del Paese che nel 2025 ha comprato più dell'80% del petrolio esportato dall'Iran.

Le nuove misure riguardano cinque settori: attività digitali, tecnologia, oro, aviazione e trasporto marittimo. Chi lavora in questi comparti insieme all'Iran rischia le sanzioni secondarie, uno strumento che permette agli Stati Uniti di punire aziende e banche straniere prive di qualsiasi legame diretto con il territorio americano. Funziona perché quasi tutte le transazioni internazionali passano dal dollaro e chi viene escluso dal sistema finanziario statunitense resta di fatto tagliato fuori dal commercio mondiale. Bessent ha detto che i governi che lasciano operare sul proprio territorio chi ricicla denaro per conto di Teheran saranno espulsi dal sistema del dollaro.

Il Tesoro ha sospeso diverse licenze generali che permettevano l'invio di rimesse verso l'Iran e ha promesso una nuova ondata di misure nei prossimi giorni, a partire da un grande istituto finanziario che sarà colpito entro la fine della settimana. Washington premerà inoltre sugli altri governi perché facciano chiudere le filiali estere della Bank Melli, la maggiore banca pubblica iraniana, che ha sportelli in vari Paesi europei. Il presidente Donald Trump sta telefonando ai leader stranieri per chiedere di interrompere gli affari con Teheran.

Bessent ha ammesso che l'annuncio è soprattutto un colpo di avvertimento e l'inizio di una fase di trattative riservate con i governi stranieri. A chi gli chiedeva se le sanzioni rischiassero di travolgere il sistema finanziario internazionale ha risposto con una domanda: "Perché mai dovrei volere far saltare il sistema finanziario globale?". Ogni Paese ha ricevuto in privato una scadenza per chiudere le attività individuate dal Tesoro, ma nessuna di queste scadenze è stata resa pubblica. "Non fisserò scadenze, ma la nostra pazienza non è infinita", ha detto ai giornalisti.

Bessent non ha nominato la Cina né in conferenza stampa né nell'articolo che ha firmato nel fine settimana sul Financial Times. Alla domanda diretta se il Tesoro colpirà le banche cinesi ha risposto che nessuno è al di sopra della portata delle sanzioni americane, senza mai citare Pechino. Nel 2022 l'Iran ha esportato in Cina beni per 22,4 miliardi di dollari e ne ha importati per 15,6 miliardi, secondo i dati della Banca Mondiale.

Stati Uniti e Cina hanno una tregua commerciale fragile e Xi Jinping è atteso a Washington il mese prossimo per la sua prima visita di Stato da più di dieci anni. Il presidente ha visitato Xi a Pechino in maggio, dopo una guerra dei dazi e uno scontro sulle terre rare che hanno dominato i rapporti tra i due Paesi per buona parte degli ultimi 18 mesi. Il Tesoro ha già sanzionato alcune raffinerie cinesi indipendenti che comprano greggio iraniano, ma si è sempre fermato prima di colpire le grandi banche cinesi, che restano il canale attraverso cui i proventi del petrolio tornano a Teheran.

Daniel Tannebaum, socio della società di consulenza Oliver Wyman e ricercatore dell'Atlantic Council, ha detto al New York Times che finché non si vedranno azioni contro i Paesi e le aziende che contano davvero si tratta solo di parole. Alla CNN ha detto che la Cina è di gran lunga il Paese più importante per intaccare la capacità iraniana di finanziarsi e che il governo americano non ha mai colpito duramente Pechino sul terreno delle sanzioni economiche.

I Paesi più esposti alle nuove misure sono Cina, India, Turchia, Iraq ed Emirati Arabi Uniti. Gli Emirati hanno annunciato la settimana scorsa la sospensione fino a nuovo ordine di tutti gli scambi commerciali e finanziari con l'Iran. La Turchia ha scambiato con Teheran più di 5 miliardi di dollari di merci nel 2024 e l'anno scorso ha importato dall'Iran il 13% del proprio gas naturale. L'Iraq dipende dall'elettricità e dal gas iraniani, mentre il commercio dell'India con l'Iran è sceso a circa 1,6 miliardi di dollari nell'anno fiscale 2025-2026.

Il rial è caduto a un minimo storico e sul mercato aperto per un dollaro servono ora più di 2 milioni di rial (prima della guerra ne bastavano 1,65 milioni). L'inflazione ha toccato il 66% su base annua il 22 luglio, contro il 46% di febbraio. Le esportazioni di petrolio sono scese da 2 milioni di barili al giorno prima del conflitto a 400mila a metà agosto, il livello più basso da quando è cominciata la guerra, secondo la società di monitoraggio marittimo Kpler. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha riconosciuto che il Paese affronta molte difficoltà economiche.

La caduta delle esportazioni dipende dal blocco navale che gli Stati Uniti hanno imposto ai porti iraniani, non dalle sanzioni. Lo Stretto di Hormuz, da cui passava un quinto degli idrocarburi mondiali, è chiuso da Teheran quasi senza interruzioni da sei mesi. L'Iran ha escluso qualsiasi ritorno alla situazione precedente alla guerra e tratta da settimane con l'Oman le modalità di transito. Il capo della diplomazia omanita Badr al-Busaidi è atteso martedì a Teheran.

L'ufficio del Tesoro che gestisce le sanzioni (l'Office of Foreign Assets Control, in sigla OFAC) ha avvertito lunedì sera che marinai e società di navigazione rischiano di essere colpiti anche solo se rispondono alle richieste di informazioni dei tre enti creati quest'anno dall'Iran per gestire il passaggio nello stretto, pure quando non c'è di mezzo alcun pagamento. Fino a lunedì il divieto valeva solo per chi pagava i pedaggi. Nei mesi scorsi l'Iran ha attaccato ripetutamente le navi che non si erano messe in contatto con quegli enti. Lo stesso ufficio ha sospeso a tempo indeterminato gli scambi accademici e tutte le attività sportive con l'Iran, sia dilettantistiche sia professionistiche.

Il Ministro dell'Economia iraniano Ali Madanizadeh ha detto alla televisione di Stato che Teheran è pienamente preparata e che il governo ha pronto un piano biennale per reggere le sanzioni. Ha accusato gli Stati Uniti di volere fare "terrorismo economico" e ha avvertito che la risposta iraniana non sarà soltanto difensiva. Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento e capo negoziatore, ha scritto su X che "gli americani sanno che nessuno compra le loro sparate" e che i partner commerciali dell'Iran hanno fatto sapere di non tenere conto di quelle dichiarazioni. Il portavoce del Ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei ha detto che l'Amministrazione sta ripetendo metodi che si sono già dimostrati fallimentari e che a pagare il conto saranno i cittadini comuni.

I negoziati per chiudere la guerra si sono arenati e la stretta economica arriva dopo il fallimento di quella militare. Secondo un'analisi pubblicata sul New York Times, la sequenza seguita da Washington è rovesciata rispetto alla prassi: di solito si comincia dalla diplomazia, si aggiungono le sanzioni e si tiene l'azione militare come ultima risorsa, mentre il presidente è passato da un breve giro di colloqui direttamente ai bombardamenti. L'obiettivo era costringere l'Iran a consegnare le sue 11 tonnellate di uranio arricchito e forse fare cadere il governo. Non è successo né l'uno né l'altro, al prezzo di 18 militari americani morti, di centinaia o migliaia di iraniani uccisi e di un conto che gli analisti indipendenti stimano sopra i 100 miliardi di dollari (il Pentagono ne calcola meno).

Peter Harrell, studioso alla Georgetown Law School che si occupa dei limiti delle sanzioni economiche, ha detto al New York Times che all'inizio dell'anno il presidente aveva davanti due strade: colpire duramente le grandi aziende cinesi, cosa che non voleva fare per la sua agenda economica con Xi, oppure imporre il blocco navale alle petroliere iraniane. "Si è rivelato politicamente più facile mettere il blocco su tutte le petroliere iraniane", ha detto.

Gli Stati Uniti promettono sanzioni durissime all'Iran da vent'anni. I primi tentativi seri risalgono alla presidenza di George W. Bush e nel 2009 Hillary Clinton, allora Segretario di Stato, promise sanzioni paralizzanti se Teheran non fosse tornata al tavolo. Molti esperti ritengono che quella pressione abbia contribuito all'accordo nucleare del 2015, che il presidente stracciò nel 2018 definendolo pieno di difetti. Nonostante la campagna di massima pressione del primo mandato, l'Iran ha continuato a vendere tra i 2 e i 3 milioni di barili di petrolio al giorno.

Il materiale nucleare non si è mosso dai depositi coperti dalle macerie da quando gli americani li hanno bombardati nel giugno 2025, come mostrano le fotografie satellitari. Il governo iraniano è sopravvissuto alla guerra con una guida diversa: l'ayatollah Ali Khamenei è stato ucciso nei primi attacchi di febbraio e il posto è passato al figlio, considerato più intransigente, che però non è ancora comparso in pubblico. La settimana scorsa Bessent aveva indicato come obiettivo della nuova politica la creazione delle condizioni per una caduta del regime e lunedì si è rivolto direttamente ai militari iraniani, invitandoli a chiedersi se i loro comandanti stiano portando il Paese alla vittoria o alla rovina mentre gli stipendi smettono di arrivare. Ha poi ricordato che il Muro di Berlino cadde quando i soldati semplici decisero di non sparare sulla propria gente.

Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha detto che la pressione economica non sostituisce gli attacchi militari e che gli Stati Uniti non intendono rinunciarvi, né nello Stretto di Hormuz né in Iran. Nella notte tra lunedì e martedì una petroliera è stata colpita da un colpo non identificato a 9 miglia nautiche a nordest della costa omanita: la sala macchine è stata danneggiata e l'equipaggio è rimasto illeso.


reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

📰 „Die #Schufa hat nicht nur das Recht gebrochen, sie hat Betroffene angelogen und geschädigt. Wir wollen diese Schäden auf gemeinnütziger Basis einklagen“, erklärt der Noyb-Vorsitzende Max Schrems.

Weiterlesen 👉 sueddeutsche.de/wirtschaft/sch…

✍️ Bist du an einer möglichen #Sammelklage interessiert? Trage dich auf der Interessentenliste ein: schufa.noyb.eu (nur in #Deutschland)

Questa voce è stata modificata (2 settimane fa)
Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Ich bin ein großer Fan von Protestbewegungen. Vor allem, wenn sie sich gegen meinen Lieblingsgegner stellen - absurd überdimensionierte Polizeigesetze. In Niedersachsen hat sich da eine schön diverse Allianz zusammengefunden. Und weil heute im oppositionsbefreiten niedersächsischen Landtag das dortige Polizeigesetz besprochen wird, habe ich zu diesem Anlass über die Bande geschrieben. netzpolitik.org/2026/polizeige…
Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

La rassegna stampa di giovedì 27 agosto 2026


L'accordo da 18 miliardi tra Meta e gli Stati sui danni ai minori, il trimestre record di Nvidia trainato dall'intelligenza artificiale e il braccio di ferro tra Trump e la Fed dominano la giornata, tra la guerra dei dazi con il Canada e le tensioni con la Russia

Questa è la rassegna stampa di giovedì 27 agosto 2026

Meta chiude con 18 miliardi di dollari le cause degli Stati sui danni ai minori


Meta ha raggiunto un accordo con 48 Stati americani per chiudere le cause che accusavano Facebook e Instagram di aver danneggiato la salute mentale di bambini e adolescenti, impegnandosi a versare fino a 18 miliardi di dollari. Oltre al risarcimento, l'azienda dovrà introdurre controlli parentali, verifiche dell'età, limiti notturni e modifiche agli algoritmi. È uno dei più grandi accordi mai raggiunti sul tema e attende ancora l'approvazione di un giudice.

Fonti: New York Times, Semafor, The Hill

Nvidia archivia un trimestre record e prevede una crescita del 70%


Nvidia ha registrato ricavi trimestrali per 96,2 miliardi di dollari, più del doppio rispetto a un anno prima, superando le attese degli analisti grazie alla domanda di chip per l'intelligenza artificiale. L'azienda, considerata un termometro dell'intero settore, ha proiettato una crescita dei ricavi del 70% per il prossimo anno fiscale, spingendo il titolo al rialzo nelle contrattazioni after-hours.

Fonti: Semafor, Axios

La governatrice della Fed Lisa Cook respinge i tentativi di rimozione di Trump


I legali della governatrice della Federal Reserve Lisa Cook hanno sostenuto che non esiste alcuna base legittima per rimuoverla, definendo un "errore del tutto involontario" le presunte irregolarità nei documenti dei suoi mutui contestate dall'Amministrazione. Il caso è seguito con attenzione perché potrebbe fissare quanto sia alta l'asticella per licenziare un governatore della banca centrale e definire l'indipendenza politica della Fed. La Corte Suprema aveva già consentito a Cook di restare in carica durante il procedimento.

Fonti: Wall Street Journal, Axios, Financial Times

Si inasprisce la guerra commerciale sui dazi tra Stati Uniti e Canada


Lo scontro sui dazi tra Washington e Ottawa si è intensificato: il Canada ha risposto ai nuovi dazi americani con tariffe del 25% su prodotti come l'aragosta, salvo poi rimuovere pesce e frutti di mare dalla lista dopo le proteste degli operatori. L'industria del Maine teme di diventare un "danno collaterale", mentre in Canada cresce la rabbia dell'opinione pubblica verso la nuova offensiva commerciale dell'Amministrazione Trump.

Fonti: Bloomberg, The Hill, Financial Times

Il direttore della CIA a Mosca per avvertire la Russia di non attaccare la NATO


Il direttore della CIA ha compiuto una visita a sorpresa a Mosca per consegnare un avvertimento alla Russia: non attaccare i Paesi della NATO. Il monito, secondo persone informate sulla visita, arriva dopo nuove valutazioni dell'intelligence statunitense secondo cui il presidente russo potrebbe lanciare un'offensiva limitata.

Fonti: Wall Street Journal

Fissato per il 2028 il processo al presunto ideatore degli attentati dell'11 settembre


Un giudice militare ha stabilito per il giugno 2028 la data del processo a Khalid Sheikh Mohammed e ad altri tre uomini accusati di aver pianificato gli attentati dell'11 settembre 2001. Si tratterebbe di circa vent'anni dopo la prima comparizione degli imputati e ventisette anni dopo gli attacchi. I patteggiamenti che avrebbero evitato la pena di morte erano stati annullati da una corte d'appello e la Corte Suprema sta valutando se riesaminare la decisione.

Fonti: Axios, The Hill, Fox News

Gli Stati Uniti accusano una società cinese per gli attacchi a NASA e Dipartimento di Giustizia


Secondo l'FBI, hacker cinesi hanno ottenuto l'accesso a diversi enti federali statunitensi, tra cui la Federal Reserve, il Senato e la NASA, mascherando le proprie attività come normale traffico di rete. Le autorità americane attribuiscono le intrusioni a una società cinese.

Fonti: Semafor

Diversi funzionari del Secret Service sospesi durante un'indagine interna


Alcuni funzionari del Secret Service, tra cui il principale portavoce dell'agenzia, sono stati messi in congedo nell'ambito di un'indagine interna, secondo quanto riferito da due funzionari dell'Amministrazione Trump. L'agenzia ha dichiarato che tre persone sono oggetto di un'inchiesta per presunta cattiva condotta.

Fonti: New York Times

Gli Stati democratici fanno causa per bloccare l'ordine di Trump sul voto per posta


Diversi Stati a guida democratica hanno presentato ricorso per impedire al servizio postale di attuare l'ordine dell'Amministrazione Trump che limita il voto per corrispondenza, a poche settimane dalle elezioni di metà mandato. La disputa alimenta l'incertezza in vista dell'invio delle schede elettorali.

Fonti: The Guardian

Cresce la contestazione contro le telecamere di sorveglianza di Flock Safety


Il ricorso alle telecamere per la lettura automatica delle targhe della società Flock Safety è finito al centro delle polemiche negli Stati Uniti per ragioni legate alla privacy. Il senatore repubblicano Josh Hawley ha avviato un'indagine sul vasto programma di sorveglianza, il governatore della Florida Ron DeSantis ha parlato di una situazione "fuori controllo" e un numero crescente di città sta cancellando i contratti con l'azienda.

Fonti: The Hill, Wall Street Journal, The Hill

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

Questa voce è stata modificata (2 settimane fa)

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Rot-Grün will mit dem neuen Polizeigesetz in Niedersachsen hochinvasive Überwachungsmaßnahmen erlauben. Heute diskutiert darüber der Innenausschuss des Landtages. Opposition sucht man im Parlament vergeblich, doch nun formiert sich Widerstand aus der Zivilgesellschaft. netzpolitik.org/2026/polizeige…