Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Ein Monat mit drei Landtagswahlen steht bevor, in zwei Ländern greifen Rechtsradikale nach der Macht. Wie wir als Redaktion damit umgehen und warum wir das Wort Brandmauer nicht mehr nützlich finden, besprechen @annskaja @dleisegang und @sebmeineck im Podcast. 🎧️

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La rassegna stampa di sabato 5 settembre 2026


Il dato forte sull'occupazione di agosto complica le mosse della Fed mentre Trump chiede tagli ai tassi, la Corte suprema favorisce i repubblicani sugli spot e un giudice blocca i limiti al voto per posta in vista delle elezioni di metà mandato

Questa è la rassegna stampa di sabato 5 settembre 2026

L'economia americana crea 162.000 posti di lavoro ad agosto e complica le mosse della Fed


Ad agosto l'economia statunitense ha aggiunto 162.000 posti di lavoro, superando le attese e allontanando l'ipotesi di un taglio dei tassi da parte della Federal Reserve, tanto che alcuni operatori scommettono ora persino su un rialzo. Il presidente Trump ha comunque chiesto con forza alla banca centrale di ridurre il costo del denaro, minacciando di bloccare gli scambi con i Paesi verso cui gli Stati Uniti registrano un deficit commerciale. I mercati azionari e i titoli a breve termine hanno reagito in calo.

Fonti: The Hill, Financial Times, Bloomberg

La Corte suprema dà ragione ai repubblicani sulle tariffe degli spot televisivi verso le elezioni di metà mandato


La Corte suprema ha accolto il ricorso d'urgenza dei gruppi repubblicani, aprendo la strada affinché i partiti possano acquistare spazi pubblicitari televisivi alle stesse tariffe agevolate riservate ai candidati. La decisione rafforza la capacità di spesa dei partiti in vista del voto di metà mandato e rischia di erodere un vantaggio finora attribuito ai democratici. La giudice Ketanji Brown Jackson ha espresso un'opinione dissenziente.

Fonti: The New York Times, The Hill, ABC News

Un giudice federale blocca di nuovo l'ordine di Trump che limita il voto per posta


Un giudice federale ha esteso con un'ingiunzione più stringente il blocco dell'ordine esecutivo con cui il presidente Trump intende imporre restrizioni al voto per corrispondenza. La decisione arriva poche ore dopo che la Carolina del Nord è diventata il primo Stato a spedire le schede per le elezioni di metà mandato del 3 novembre. Il dipartimento di Giustizia ha chiesto alla Corte suprema di intervenire.

Fonti: The Guardian, The New York Times, Bloomberg

Il Missouri chiede alla Corte suprema di usare i nuovi collegi voluti da Trump alle elezioni di metà mandato


Il Missouri si è rivolto alla Corte suprema federale per poter utilizzare al voto la nuova mappa dei collegi congressuali, ridisegnata per assegnare un seggio in più ai repubblicani. La richiesta arriva dopo che la Corte suprema dello Stato aveva stabilito che i nuovi confini non potevano entrare in vigore immediatamente. La vicenda si inserisce nella più ampia battaglia sui collegi elettorali in vista delle elezioni di metà mandato.

Fonti: ABC News, The Hill

Processo annullato per Lindsay Clancy, la madre del Massachusetts accusata di aver ucciso i tre figli


Il giudice ha dichiarato l'annullamento del processo a Lindsay Clancy, la madre del Massachusetts accusata di aver ucciso i suoi tre bambini, dopo che la giuria non è riuscita a raggiungere un verdetto unanime pur essendo orientata quasi all'unanimità verso l'assoluzione. La difesa aveva sostenuto che la donna soffrisse di psicosi post-partum, mentre l'accusa la riteneva pienamente consapevole delle proprie azioni. Il caso ha riacceso il dibattito nazionale sulla salute mentale materna.

Fonti: The Wall Street Journal, The Guardian, Fox News

Confermata in Pennsylvania la morte di un neonato per morbillo, si riaccende lo scontro sui vaccini


Il medico legale della contea di Lancaster ha confermato che un neonato di sei settimane morto il mese scorso in Pennsylvania è deceduto a causa del morbillo. La conferma smentisce le insinuazioni del segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr., che aveva ipotizzato che i decessi potessero essere stati "inventati", mentre i Centri per il controllo delle malattie sostengono che quest'anno non vi siano stati morti attribuibili alla malattia. Il caso ha alimentato lo scontro politico sulle vaccinazioni.

Fonti: The Hill, The New York Times, The Wall Street Journal

Trump minimizza la guerra con l'Iran definendola "roba da poco", mentre il Pentagono indaga sulle fughe di notizie


Il presidente Trump ha ridimensionato il conflitto con l'Iran, nel quale finora sono stati uccisi 18 militari statunitensi, definendolo "roba da poco". Nel frattempo il Pentagono ha sottoposto al test della macchina della verità circa 50 membri dello Stato maggiore congiunto, in un'indagine senza precedenti sulle fughe di notizie relative alla guerra e alle scorte ridotte di munizioni dell'esercito americano.

Fonti: Bloomberg, The New York Times, The Guardian

Trump prepara una cena di Stato per Xi Jinping durante la visita del leader cinese negli Stati Uniti


Il presidente Trump ha annunciato che ospiterà una cena di Stato in onore di Xi Jinping in occasione della visita del leader cinese negli Stati Uniti. L'iniziativa viene letta come un tentativo di distensione nei rapporti tra Washington e Pechino, in una fase ancora segnata dalle tensioni commerciali tra le due maggiori economie mondiali.

Fonti: Bloomberg

Anthropic vicina ad affidare a Morgan Stanley e Goldman Sachs i ruoli di vertice per una quotazione da 2.000 miliardi di dollari


La società di intelligenza artificiale Anthropic sarebbe vicina ad assegnare a Morgan Stanley e Goldman Sachs i ruoli principali nella sua attesa quotazione in Borsa, valutata attorno ai 2.000 miliardi di dollari. L'operazione, se confermata, sarebbe tra le più grandi di sempre e conferma l'enorme flusso di capitali che continua a riversarsi sul settore dell'intelligenza artificiale statunitense.

Fonti: Financial Times

Il lutto per la scomparsa di Dolly Parton e Gloria Steinem, due icone della cultura americana


La morte a pochi giorni di distanza di Dolly Parton, celebre cantautrice country, e di Gloria Steinem, storica figura del femminismo statunitense, ha suscitato profonda commozione negli Stati Uniti. Per molte donne americane la scomparsa quasi contemporanea delle due figure rappresenta un doppio lutto, che ha riacceso il ricordo del loro contributo alla musica e alle battaglie per i diritti.

Fonti: ABC News, The New York Times

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Forza Italia vuole premiare solo gli studenti di elitè


È più meritevole lo studente che studia la notte, si cucina e si lava i panni da fuori sede e non ha nessun laureato in famiglia, conseguendo la media del 26, oppure il figlio di papà titolato che ha tutti trenta e potrà assommare alla paghetta mensile quella del governo?

roars.it/forza-italia-vuole-pr…

@universitaly

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Trump vuole dare sussidi al cinema americano per farlo tornare a Hollywood


Il presidente ha annunciato su Truth Social il sostegno agli incentivi per film e serie tv dopo l'incontro con Jon Voight. D'accordo gli studi di Hollywood, i sindacati e il democratico Adam Schiff.

Il presidente Donald Trump ha annunciato lunedì 31 agosto il proprio sostegno a un credito d'imposta federale per la produzione di film e serie televisive negli Stati Uniti, cioè a uno sconto sulle tasse legato a quanto una produzione spende sul territorio americano. È la misura che l'industria dell'intrattenimento chiede da oltre un anno per fermare la fuga delle riprese verso i paesi che offrono sussidi più generosi.

L'annuncio è arrivato su Truth Social dopo un incontro con Jon Voight, l'attore di 87 anni che il presidente ha indicato come suo ambasciatore speciale a Hollywood e che spinge per un incentivo federale dal maggio del 2025. "Hollywood è un disastro completo e totale", ha scritto Trump. "Nonostante il nome, ci si lavora pochissimo. Non c'è nessun incentivo a stare lì e questo sta danneggiando moltissimo la California". Secondo il presidente "i soldi spesi in incentivi fiscali saranno ripagati dieci volte dal denaro che affluirà nelle casse del Tesoro".

Nel messaggio non c'è però una cifra. I dirigenti del settore indicano un credito d'imposta federale tra il 15% e il 20%, mentre una parte dell'industria punta a partire dal 25%. Sommata agli incentivi che molti Stati già offrono, una percentuale del genere renderebbe gli Stati Uniti competitivi con il Canada, il Regno Unito e l'Ungheria, dove oggi si girano molti film e molte serie americane.

Il senatore democratico della California Adam Schiff si è schierato subito con il presidente. "Sono pienamente d'accordo con il presidente. Il Congresso deve occuparsene subito e approvare un incentivo fiscale federale per il cinema, per riportare a casa questi posti di lavoro ben pagati che abbiamo perso a vantaggio di altri paesi", ha scritto su X. L'anno scorso Schiff aveva fatto circolare una proposta di legge che prevedeva un credito d'imposta del 15% sui costi del lavoro sostenuti negli Stati Uniti. Di recente ha detto che nel 2025 il 45% dei film e delle serie televisive americane è stato girato all'estero, contro circa il 33% del 2022.

La Motion Picture Association, l'associazione che rappresenta i grandi studi di Hollywood, ha appoggiato la proposta pochi minuti dopo il messaggio del presidente e lavora con Voight per arrivare a un credito del 20%. "Un incentivo federale sarebbe un passo storico per portare più produzioni nelle comunità locali di tutti e cinquanta gli Stati, per rafforzare l'economia del paese e per rendere gli Stati Uniti un posto più competitivo dove produrre, creare e raccontare grandi storie", ha dichiarato l'amministratore delegato Charles Rivkin. Sono a favore anche i sindacati degli attori (SAG-AFTRA), dei registi (DGA) e degli sceneggiatori (WGA).

Il settore ha perso circa 73.000 posti di lavoro dal 2022 in tutto il paese, due terzi dei quali a Los Angeles, secondo un'analisi di Variety. Chi lavora nell'intrattenimento a Los Angeles, in Georgia e altrove trova sempre meno ingaggi, sia per lo spostamento delle riprese all'estero sia per il calo del numero di serie televisive prodotte. Sull'industria pesano anche la concorrenza dello streaming e l'arrivo dell'intelligenza artificiale.

Il sistema americano degli incentivi è cresciuto per vent'anni Stato per Stato: New York, la Georgia e il New Mexico sono diventati poli produttivi grazie ai crediti d'imposta locali, mentre la California ha resistito a lungo, per principio e perché dava per scontato che le riprese a Los Angeles non se ne sarebbero mai andate. L'anno scorso il governatore uscente Gavin Newsom ha più che raddoppiato il programma californiano, portandolo a 750 milioni di dollari. Domenica 30 agosto il Senato della California ha approvato un incentivo per la post-produzione che ora aspetta la sua firma. Sia il democratico Xavier Berraca sia il repubblicano Steve Hilton, candidati a succedergli, chiedono incentivi ancora più generosi.

Una parte dei repubblicani è contraria a sussidiare un'industria i cui volti più noti, attori e registi, sono in larga maggioranza progressisti. Molti lavoratori del settore hanno però mestieri manuali e sono politicamente diversi tra loro quanto le comunità in cui vivono. A favore dell'incentivo federale ci sono anche i costruttori immobiliari proprietari dei grandi complessi di teatri di posa rimasti mezzi vuoti. Gli studi sui programmi statali hanno però messo in dubbio che i crediti d'imposta siano un uso efficiente dei soldi che gli Stati destinano allo sviluppo economico.

Disney e NBCUniversal hanno affittato o costruito poli produttivi nel Regno Unito e difficilmente riporterebbero in fretta negli Stati Uniti la lavorazione dei film, anche con un incentivo federale. Le serie televisive sono più flessibili e nel complesso danno lavoro a più persone del cinema. Le scene newyorkesi dell'ultimo Spider-Man: Brand New Day sono state girate a Glasgow, in Scozia.

La decisione non spetta comunque al presidente ma al Congresso: una legge fiscale che tenga insieme i due partiti deve passare in un parlamento profondamente diviso. I lobbisti del settore speravano che la misura potesse essere approvata nella finestra tra le elezioni di metà mandato del 3 novembre e l'insediamento del nuovo Congresso, all'inizio di gennaio, quando i parlamentari uscenti restano in carica e votano le pratiche rimaste in sospeso. Studi, sindacati e parlamentari degli Stati dove si gira di più chiedono alla Casa Bianca da oltre un anno di appoggiare l'incentivo. Molti hanno aspettato che a parlare fosse prima il presidente, convinti che solo lui potesse convincere la maggioranza repubblicana del Congresso.

La famiglia Ellison, vicina al presidente, ha preso il controllo di Paramount e sta trattando con le autorità antitrust per finanziare l'acquisto di Warner Bros. Il figlio David ha perorato la causa dell'industria alla Casa Bianca quest'estate. Il suo peso ha contribuito ad avvicinare democratici e repubblicani, sindacati e studi, sulla stessa richiesta.

Nel settembre del 2025 Trump aveva minacciato di imporre un dazio del 100% su tutti i film prodotti fuori dagli Stati Uniti. La minaccia era rimasta lettera morta, anche perché i film non sono merci fisiche che passano da un porto.

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L'accordo sul petrolio venezuelano passa da un imprenditore di Caracas


L'imprenditore avrà un ruolo centrale nella partnership con Washington dopo aver contribuito ai contatti che hanno portato alla caduta di Maduro.

La Casa Bianca ha diffuso lunedì sera i dettagli dell'accordo sul petrolio con il Venezuela, che il presidente Donald Trump aveva annunciato pochi giorni prima come il più grande della storia statunitense. Al centro dell'intesa c'è la figura di Alejandro Betancourt, imprenditore di Caracas di 46 anni, la cui compagnia entra in una partnership senza precedenti con il Pentagono e apre agli Stati Uniti l'accesso a circa un quinto delle riserve petrolifere venezuelane, in un momento in cui le scorte statunitensi sono basse.

I termini dell'accordo


Gli Stati Uniti acquisiscono, grazie a questa intesa, una partecipazione del 35% in una società privata collegata alla North American Blue Energy Partners, già secondo operatore del Paese dopo Chevron. L'Office of Strategic Capital, l'ufficio del Pentagono che gestisce gli investimenti strategici, diventa così il detentore della quota, mentre il Dipartimento di Stato ottiene il diritto di acquistare il 20% del prodotto al costo di produzione. Da parte sua, la compagnia di Betancourt si impegna a investire 100 miliardi di dollari in nuove infrastrutture e ha ricevuto dalla presidente ad interim del Venezuela Delcy Rodríguez diritti di estrazione per 100 anni su 17 giacimenti con riserve provate per circa 65 miliardi di barili, molti dei quali, in precedenza, erano in mano a società russe o cinesi. L'accordo porta le firme del Segretario alla Difesa Pete Hegseth e del Segretario di Stato Marco Rubio.

Secondo la Casa Bianca, l'operazione non comporta costi per i contribuenti americani. Il governo statunitense avrà potere di veto sulla nomina dei membri del consiglio di amministrazione, composto in maggioranza da cittadini americani, mentre l'intesa sarà regolata dal diritto americano e sottoposta alla giurisdizione dei tribunali degli Stati Uniti. I funzionari coinvolti hanno spiegato ad Axios che il Venezuela riceverà tra il 16% e il 40% della produzione, a seconda del giacimento, oltre alle imposte sul reddito. Il greggio destinato agli Stati Uniti costerà circa 30 dollari al barile, contro i circa 90 dollari a cui veniva scambiato lunedì.

Petrolio e potere

L'accordo che apre agli Stati Uniti il petrolio del Venezuela


Il Pentagono acquisisce il 35% della società di Alejandro Betancourt, l'imprenditore che ha mediato la caduta di Maduro. In cambio Washington ottiene greggio a 30 dollari al barile e diritti di estrazione per 100 anni su 17 giacimenti.

Grafica di FocusAmerica

Il vantaggio per Washington

Prezzo per gli USA30dollari al barile
−67%
Prezzo di mercato90dollari al barile

Il greggio venezuelano destinato agli Stati Uniti costerà circa 30 dollari al barile: un terzo della quotazione a cui veniva scambiato lunedì. Il riempimento dei barili è proporzionale al prezzo.

I.L'intesa in numeriL'intesaII.Il protagonista dell'accordoIl protagonista

I. L'intesa in numeri

65 miliardidi barili di riserve provate nei 17 giacimenti concessi
Circa un quinto delle riserve petrolifere del Venezuela. Molti giacimenti erano prima in mano a società russe o cinesi.

35%
la quota USA nella società, in mano all'Office of Strategic Capital del Pentagono

20%
del prodotto acquistabile a costo di produzione dal Dipartimento di Stato

100 mld $
di investimenti promessi in nuove infrastrutture

17
giacimenti con diritti di estrazione concessi da Caracas

100 anni
la durata dei diritti di estrazione


operatore petrolifero del Paese dopo Chevron, il gruppo legato a Betancourt

Quanto resta al Venezuela

16%40%

0%50%100%

Caracas riceverà tra il 16% e il 40% della produzione a seconda del giacimento, oltre alle imposte sul reddito.

Le garanzie per Washington

  • L'intesa è regolata dal diritto americano e sottoposta ai tribunali degli Stati Uniti.
  • Il governo USA ha potere di veto sulle nomine nel consiglio di amministrazione, composto in maggioranza da cittadini americani.
  • Secondo la Casa Bianca, l'operazione non comporta costi per i contribuenti.


II. L'uomo dell'accordo

2016

Negli Stati Uniti si apre un'indagine per riciclaggio da 1,2 miliardi di dollari che lambisce Alejandro Betancourt, senza mai portare a una sua incriminazione.

2019

Trump riconosce Juan Guaidó come presidente del Venezuela. Betancourt media per una transizione non violenta e porta a Mosca la lettera con cui Guaidó chiede alla Russia di scaricare Maduro.

2019

Il tentativo fallisce. Betancourt fugge dal Paese e Maduro gli confisca beni e compagnia petrolifera, la cui produzione crolla negli anni successivi.

2023

La vicepresidente Delcy Rodríguez convince Maduro a richiamarlo in patria come risanatore del settore petrolifero.

3 gennaio 2026

I militari americani catturano Maduro. Al telefono con Washington, Betancourt calma Rodríguez e la persuade a trattare con il Segretario di Stato Rubio.

Primavera 2026

Funzionari americani suggeriscono a Berna di sospendere l'indagine per riciclaggio: la richiesta svizzera di estradizione lo blocca intanto nel Regno Unito.

Giugno 2026

La Svizzera rinuncia a procedere: Betancourt torna libero di viaggiare tra Washington e Caracas per chiudere la trattativa.

Agosto 2026

La Casa Bianca diffonde i termini dell'accordo, firmato dal Segretario alla Difesa Hegseth e dal Segretario di Stato Rubio.

Fonte: Casa Bianca, Axios, Washington Post – agosto 2026

Il ruolo di Betancourt nella caduta di Maduro


"Senza Betancourt non ci sarebbe stato alcun accordo sulla sicurezza energetica", ha detto un altro funzionario, aggiungendo che senza di lui Nicolás Maduro potrebbe essere ancora al potere. L'imprenditore ebbe un ruolo di intermediazione nella caduta del presidente venezuelano. Mentre Trump chiedeva insistentemente l'anno scorso l'uscita di scena di Maduro, Betancourt ha sondato Rodríguez, allora vicepresidente, per capire se fosse disposta a guidare il governo al suo posto, senza formularle una richiesta esplicita. Era in contatto regolare con Mauricio Claver-Carone, l'uomo a cui la Casa Bianca aveva affidato informalmente il dossier venezuelano, con il quale discuteva di come mantenere in funzione l'economia e garantire il flusso di greggio nel dopo Maduro.

Il 3 gennaio, quando i militari americani catturarono Maduro perché rispondesse davanti alla giustizia federale delle accuse di narcoterrorismo e traffico di droga, Claver-Carone era al telefono con Betancourt, che a sua volta comunicava con Rodríguez. In un primo momento la vicepresidente era convinta che gli Stati Uniti avessero ucciso Maduro e che lei fosse stata tradita. Betancourt riuscì a calmarla e infine la persuase a parlare con Rubio.

I rapporti di Betancourt con Washington risalivano al primo mandato di Trump, quando Claver-Carone dirigeva gli affari dell'emisfero occidentale al Consiglio per la sicurezza nazionale e l'Amministrazione Trump considerava Maduro un presidente illegittimo. Nel 2019 Trump riconobbe Juan Guaidó, allora presidente dell'Assemblea Nazionale venezuelana, come presidente del Paese. Betancourt fece da tramite tra l'opposizione, esponenti politici e alti ufficiali per costruire consenso interno attorno a una transizione non violenta e volò a Mosca per consegnare personalmente una lettera con cui il governo di Guaidó chiedeva alla Russia di smettere di sostenere Maduro.

Il tentativo però fallì. Betancourt fuggì dal Paese, Maduro ne ordinò l'arresto e gli confiscò beni e compagnia petrolifera, la cui produzione crollò negli anni successivi. Nel 2023 fu la stessa Rodríguez a chiedere a Maduro di richiamarlo, grazie alla reputazione che Betancourt si era costruito come risanatore nel settore petrolifero. Maduro pose però due condizioni: che restasse lontano dall'opposizione e che lavorasse con il petroliere di Palm Beach Harry Sargeant III, "l'unico americano di cui diceva di fidarsi". I due hanno interrotto di recente la loro collaborazione.

L'indagine svizzera e i dubbi sull'intesa


Sul percorso di Betancourt pesa anche un'indagine internazionale per riciclaggio da 1,2 miliardi di dollari, avviata negli Stati Uniti nel 2016 e sfociata nel 2019, a Miami, nell'incriminazione di un suo cugino e di altri cittadini venezuelani. Betancourt però non è mai stato incriminato. Tra i suoi legali di allora figurava Rudy Giuliani, che incontrò i vertici del Dipartimento di Giustizia per sostenere l'estraneità del suo assistito ai fatti, secondo quanto raccontato dal Washington Post. L'incontro avvenne un mese dopo che Giuliani e due suoi collaboratori avevano soggiornato nel castello spagnolo di Betancourt, El Alamín, dove incontrarono un consigliere del presidente ucraino Volodymyr Zelensky per sollecitare un'indagine su Joe Biden, allora avversario politico di Trump.

Sei anni più tardi le autorità svizzere hanno ripreso il fascicolo e ottenuto dalla Spagna la perquisizione del castello e dell'ufficio di Betancourt a Madrid. Questa primavera alcuni funzionari americani, tra cui l'allora Procuratrice Generale Pam Bondi, hanno suggerito a Berna di sospendere l'indagine, citando l'importanza dell'imprenditore per la politica estera di Washington. La richiesta svizzera di estradizione gli impediva di lasciare la sua residenza nel Regno Unito e quindi di recarsi a Washington e Caracas per concludere l'accordo. La situazione si è sbloccata solo quando le autorità svizzere hanno comunicato al tribunale britannico di non essere pronte a procedere, restituendo così a Betancourt la libertà di viaggiare a giugno.

Gli analisti però restano scettici sull'intesa. Diversi esperti di energia ritengono che rilanciare la produzione venezuelana richiederà anni e che l'accordo difficilmente farà scendere in tempi brevi il prezzo della benzina. In Venezuela l'intesa è stata denunciata da alcuni critici come cleptocratica e Betancourt è stato definito un "bolichico", termine dispregiativo usato per indicare gli esponenti di un'élite arricchitasi rapidamente. Il suo avvocato, Jon Sale, sostiene invece che il suo cliente sia stato ingiustamente screditato, che le indagini svizzere e americane riguardino fatti molto risalenti e che Betancourt non sia mai stato né condannato né incriminato. L'imprenditore ha dichiarato che il Venezuela dispone di abbondanti risorse naturali e di un potenziale ancora inespresso che l'accordo, a suo giudizio, consentirà di liberare a beneficio sia dei venezuelani sia degli americani.

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La Russia sta aiutando l'Iran a sviluppare missili supersonici


Un'inchiesta del Financial Times rivela il programma segreto C430L: ingegneri russi stanno trasferendo a Teheran tecnologie ramjet per armi capaci di minacciare le navi americane nel Golfo.

La Russia sta aiutando segretamente l'Iran a sviluppare missili cruise supersonici, in quello che appare come uno dei più significativi trasferimenti di tecnologia militare strategica mai documentati tra Mosca e Teheran. Lo rivela un'inchiesta del Financial Times, basata su corrispondenza russa trapelata, registri di viaggio e brevetti militari. Il programma, denominato in codice C430L, è iniziato nel 2023 e ha coinvolto alcuni dei più esperti progettisti missilistici russi con l'obiettivo di fornire all'Iran una nuova classe di armi in grado di minacciare le portaerei e le altre navi da guerra statunitensi in Medio Oriente. Il progetto è proseguito anche dopo l'inizio della guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele.

L'obiettivo principale di C430L è aiutare l'Iran a sviluppare un sistema di propulsione ramjet, vale a dire un motore che consenta a un missile cruise di volare a diverse volte la velocità del suono. Secondo gli esperti militari consultati dal quotidiano britannico, la tecnologia è quasi certamente destinata a missili antinave e da attacco terrestre. I missili cruise supersonici combinano l'alta velocità con la capacità di volare a bassa quota, riducendo il tempo a disposizione delle difese aeree per individuarli e intercettarli: un vantaggio particolarmente rilevante nel Golfo, dove gli Stati Uniti e i loro alleati schierano alcuni dei sistemi di difesa aerei più avanzati.

"È il trasferimento di una tecnologia militare altamente sensibile dal punto di vista strategico, che gli iraniani volevano acquisire da decenni", ha detto al Financial Times Fabian Hinz, esperto di missili iraniani e analista di Conflict Armament Research, una organizzazione britannica che traccia la circolazione delle armi. "Un programma del genere richiederebbe un'autorizzazione politica ai massimi livelli in Russia". Jim Lamson, ex analista della CIA specializzato nelle capacità militari iraniane e oggi al James Martin Center for Nonproliferation Studies, ha spiegato che per Teheran "sarebbe un sistema d'arma strategico qualitativamente nuovo, capace di minacciare le navi della Marina statunitensi".

L'inchiesta del Financial Times

La Russia sta aiutando l'Iran a costruire i missili supersonici che gli mancano da decenni


Il programma segreto C430L, avviato nel 2023 e proseguito durante la guerra, punta a dare a Teheran un'arma capace di minacciare le portaerei americane nel Golfo.

Grafica di FocusAmerica

Zona vista dal radar di bordo Sotto l'orizzonte: invisibile Rilevato: pochi secondi all'impatto Impatto
ProgrammaRamjet supersonico antinave
Nome in codiceC430L

La curvatura terrestre nasconde al radar di bordo tutto ciò che vola a bassa quota. Il missile resta invisibile fino a pochi chilometri dalla nave: quando viene rilevato, a Mach 2,5 quei chilometri durano pochi secondi.

2023Avvio del programma e prime missioni russe a Teheran
0viaggidel capo dei propulsori di NPO Mash in Iran nel solo 2023
0specialisti russi proposti per la missione tecnica del 2025
2026Il programma prosegue anche durante la guerra con Stati Uniti e Israele

Perché è un'arma diversa da tutte quelle che l'Iran già possiede


Il ramjet spinge un missile cruise a diverse volte la velocità del suono. Unito al volo a bassa quota, riduce drasticamente il tempo che le difese hanno per individuare il bersaglio e reagire. Avvia la simulazione: stessa distanza, due velocità.

Missile cruise a turbogettoQuello che l'Iran già produce
Mach 0,8

Tempo di reazione per le difese100%

Missile cruise a ramjetQuello che C430L punta a costruire
Mach 2,5

Tempo di reazione per le difese32%
Avvia la simulazione

A parità di distanza, un missile a Mach 2,5 lascia alle difese meno di un terzo del tempo rispetto a un missile subsonico. È il vantaggio decisivo nel Golfo, dove Stati Uniti e alleati schierano alcuni dei sistemi antiaerei più avanzati al mondo.

Le velocità sono valori indicativi tipici delle due classi di motore: l'inchiesta del Financial Times non riporta le prestazioni del C430L.

Dieci anni di rincorsa, poi arriva Mosca


I missili supersonici a ramjet sono rimasti per decenni la principale lacuna dell'arsenale iraniano. Teheran ha provato con programmi nazionali, acquisti illeciti e ingegneria inversa. Dal 2023 la Russia ha cambiato la scala del problema.

  1. La rincorsa iraniana
  2. 2016Il ministro della Difesa iraniano annuncia lo sviluppo di missili antinave supersonici.
  3. 2018Due diplomatici iraniani vengono espulsi dall'Ucraina: cercavano componenti e documenti del missile sovietico Kh-31A.
  4. 2019Khamenei viene fotografato mentre ispeziona un motore ramjet di produzione iraniana.
  5. L'ingresso della Russia
  6. Luglio 2023Dirigenti di Rosoboronexport e ingegneri senior di NPO Mashinostroyenia volano a Teheran. Nasce il programma C430L.
  7. Agosto 2023L'agenzia Tasnim sostiene che l'Iran ha iniziato a testare un prototipo di missile cruise supersonico.
  8. Novembre 2023Firma del contratto con il ministero della Difesa iraniano.
  9. 2025NPO Mash riceve i dati di un test di volo iraniano del ramjet e rimanda a Teheran domande su combustione, presa d'aria e ugello. Ad aprile Rosoboronexport propone di inviare 25 specialisti.
  10. Febbraio 2026Stati Uniti e Israele attaccano l'Iran. Il programma non si ferma: Mosca continua a preparare rapporti tecnici.
  11. Giugno 2026Una lettera di Rosoboronexport mostra che la fase successiva è ancora in trattativa.
  12. 1 settembre 2026A Bishkek Putin incontra Pezeshkian: Mosca sta «fornendovi i beni di cui avete bisogno», senza dire quali.

Tentativi iranianiProgramma C430LGuerra e diplomazia

Chi ha portato il ramjet a Teheran


Non tecnici qualunque: i registri di viaggio e i brevetti indicano i vertici della progettazione missilistica russa. Tocca un nome per i dettagli.

RosoboronexportEsportatore statale russo di armi. Ha organizzato il programma e negoziato il contratto.
NPO MashinostroyeniaProduttore di missili cruise da nave, sottomarino e terra. Sanzionata dagli Stati Uniti dal 2014, coinvolta anche nei programmi nucleari strategici.

  • ADAlexander DergachevVicedirettore di NPO Mash e progettista capo dei missili navaliDettagli
  • ACAlexander ChebakovResponsabile del reparto propulsoriDettagli
  • YPYuri ProkhorchukDirettore del reparto aerodinamica e balisticaDettagli
  • VKVladislav KuzmichevCapo delle tecnologie di difesa e spazio a RosoboronexportDettagli

La lacuna che C430L punta a colmare


Nei primi sei mesi di guerra l'Iran ha colpito con efficacia i bersagli a terra, ma non quelli in mare. È esattamente qui che un missile antinave supersonico cambierebbe i rapporti di forza.

Basi americane Danni significativi Con droni e missili di precisione.
Navi da guerra americane Nessun risultato comparabile Le unità navali restano fuori portata.

Non la vendita di un'arma, ma il trasferimento delle conoscenze per costruirla da soli: un livello di cooperazione tra Mosca e Teheran mai documentato prima.

Fonte: Financial Times, inchiesta su corrispondenza russa, registri di viaggio e brevetti militari, settembre 2026. Analisti citati: Fabian Hinz (Conflict Armament Research), Jim Lamson (James Martin Center for Nonproliferation Studies).

Le velocità della simulazione (Mach 0,8 e Mach 2,5) sono valori indicativi per le due classi di motore, non dati sul C430L. Il tempo di reazione è calcolato a parità di distanza.

Gli ingegneri russi e il test del ramjet


Il programma è stato organizzato da Rosoboronexport, l'esportatore statale russo di armamenti, in coordinamento con NPO Mashinostroyenia. Gli Stati Uniti hanno sanzionato questa ultima azienda nel luglio 2014, descrivendola come uno dei principali produttori russi di missili cruise lanciati da navi, sottomarini e piattaforme terrestri e come un'impresa coinvolta anche nei programmi nucleari strategici. I registri di viaggio mostrano che funzionari di Rosoboronexport e diversi ingegneri senior di NPO Mashinostroyenia si sono recati ripetutamente in Iran prima della firma ufficiale del contratto con il Ministero della Difesa iraniano, nel novembre 2023.

Tra loro figuravano Alexander Dergachev, allora vicedirettore dell'azienda e progettista capo per i missili lanciati dal mare, e Alexander Chebakov, responsabile del reparto che si occupa dei propulsori. Chebakov si è recato tre volte a Teheran nel 2023 ed è indicato come inventore in diversi brevetti relativi al controllo dei motori ramjet supersonici. Un altro specialista scelto per la delegazione, Yuri Prokhorchuk, dirige il dipartimento di aerodinamica e balistica ed è tra gli inventori di un brevetto per un missile cruise ipersonico a ramjet concepito per colpire navi e bersagli terrestri. Al viaggio del luglio 2023 partecipò anche Vladislav Kuzmichev, capo del dipartimento per le tecnologie della difesa e dello spazio di Rosoboronexport, che avrebbe poi negoziato il contratto.

Entro il 2025 NPO Mashinostroyenia ha ricevuto una grande quantità di materiale tecnico iraniano relativo al sistema ramjet. Gli ingegneri russi hanno analizzato i dati di un test di volo iraniano e inviato a Teheran una serie dettagliata di domande sul sistema di alimentazione, sulla stabilità della combustione, sulla presa d'aria e sull'ugello. Hanno chiesto anche se il motore avesse continuato a funzionare dopo l'interruzione della telemetria, avvenuta meno di un minuto dopo l'inizio del test. Nell'aprile 2025 Rosoboronexport ha proposto di inviare in Iran una delegazione di circa 25 specialisti per consultazioni tecniche, a condizione che Teheran rispondesse prima ai quesiti posti. L'Iran ha dunque costruito e collaudato in volo il motore, ma non ci sono prove che un missile supersonico sviluppato con l'assistenza russa sia già entrato in servizio.

Parallelamente, l'Iran ha sviluppato missili balistici sempre più sofisticati, alcuni dei quali presentati come ipersonici, e produce turbogetti e turboventole per missili cruise più lenti. I missili supersonici a ramjet sono però rimasti per decenni una delle principali lacune del suo arsenale, che Teheran ha cercato di colmare attraverso programmi nazionali, acquisti illeciti e tentativi di ingegneria inversa. Nel 2016 l'allora Ministro della Difesa iraniano annunciò lo sviluppo di missili antinave supersonici, mentre due anni dopo, due diplomatici iraniani sono stati fermati ed espulsi dall'Ucraina mentre cercavano di ottenere componenti e documentazione del missile sovietico Kh-31A.

Nel 2019 l'allora Guida Suprema Ali Khamenei fu fotografato mentre ispezionava un motore ramjet di produzione locale. Nell'agosto 2023 l'agenzia Tasnim, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, sostenne che l'Iran avesse iniziato a testare un prototipo di missile cruise supersonico.

Dai droni Shahed a una cooperazione strategica più profonda


C430L si inserisce in un rapporto militare sempre più stretto tra Russia e Iran. Teheran ha fornito a Mosca i droni Shahed, che sono diventati una componente importante della guerra russa in Ucraina, e ha contribuito ad avviarne la produzione in Russia. L'Ucraina e funzionari occidentali accusano a loro volta Mosca di aver assistito l'Iran durante la guerra con gli Stati Uniti fornendo immagini satellitari, droni e componenti. Il Financial Times aveva già rivelato a febbraio un contratto per 500 sistemi antiaerei portatili Verba e 2.500 missili, da consegnare tra il 2027 e il 2029, oltre all'acquisto da parte dei Guardiani della Rivoluzione delle immagini di un satellite cinese ad alta risoluzione utilizzato per sorvegliare le basi americane in Medio Oriente.

Il suo fornitore, Earth Eye, è stato sanzionato da Washington a maggio insieme ad altre due aziende cinesi. C430L rappresenta però un livello più profondo di cooperazione: non la semplice fornitura di un sistema d'arma, ma anche il trasferimento delle conoscenze necessarie a consentire all'Iran di produrre autonomamente un'arma strategica. Il programma era già in corso quando il presidente russo Vladimir Putin, nel 2024, minacciò di rispondere alle forniture occidentali di missili a lungo raggio all'Ucraina "fornendo le nostre armi della stessa classe in regioni del mondo dove verranno effettuati attacchi contro siti sensibili di quei Paesi che fanno lo stesso alla Russia".

Martedì, al vertice dell'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) a Bishkek, in Kirghizistan, Putin ha incontrato il presidente iraniano Masoud Pezeshkian per la prima volta dall'inizio della guerra con gli Stati Uniti. Il presidente russo gli ha detto che Mosca sta "cercando di darvi l'aiuto di cui avete bisogno in questo periodo difficile" e che sta "fornendovi i beni di cui avete bisogno", senza precisare a cosa si riferisse.

La corrispondenza esaminata dal Financial Times mostra però che il programma C430L è proseguito nel 2026, dopo l'inizio a febbraio della guerra lanciata da Stati Uniti e Israele contro l'Iran. La Russia ha continuato a preparare rapporti tecnici per Teheran mentre le due parti discutevano la fase successiva del programma. Una lettera di Rosoboronexport del giugno 2026 mostra che alcuni elementi della nuova fase erano ancora oggetto di negoziato e non è chiaro se questa sia effettivamente iniziata. Sta di fatto che nei primi sei mesi di guerra l'Iran ha inflitto danni significativi alle basi americane con droni e missili di precisione, ma non è riuscito a ottenere risultati comparabili contro le unità navali statunitensi: è proprio questa lacuna che ora il programma C430L punta a colmare.


La Cina riunisce il fronte che sfida l'Occidente


Mentre i Ministri delle Finanze del G20 si riunivano ad Asheville, dall'altra parte del mondo il presidente cinese Xi Jinping ha mostrato di muoversi in un'orbita tutta sua. Il leader cinese è arrivato lunedì a Bishkek, capitale del Kirghizistan, per il ventiseiesimo vertice della Shanghai Cooperation Organization (SCO), l'organizzazione formata da dieci Paesi, tra cui Cina, Russia, India e Iran, che quest'anno compie 25 anni. Insieme a Xi Jinping sono arrivati, tra gli altri, il premier indiano Narendra Modi, il presidente russo Vladimir Putin e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Gli ultimi due guidano i Paesi che più dipendono da Pechino per resistere alle pressioni economiche occidentali.

Nessun Paese è stato più importante della Cina nel sostenere le economie e, indirettamente, gli sforzi bellici di Russia e Iran. Pechino ha ridotto l'efficacia dei tentativi americani ed europei di piegarli attraverso la pressione economica, sfruttando il proprio peso di primo importatore mondiale di greggio e di principale esportatore di beni. Il mese scorso Xi Jinping ha potuto ignorare la minaccia di Donald Trump di infliggere un "D-Day economico" ai Paesi che offrono un'ancora di salvezza a Teheran; minacce analoghe contro gli acquirenti di petrolio russo non erano mai state seguite da misure contro la Cina.

"Dopo l'ultimo anno, Trump ha un problema di credibilità di fondo con Xi", spiega al New York Times Julian Gewirtz, che nell'Amministrazione Biden è stato direttore per la Cina e Taiwan al Consiglio per la Sicurezza Nazionale. "Sia le sue minacce sia le sue rassicurazioni sembrano a Pechino, come ha detto un altro leader mondiale, scritte a matita".

Vertice SCO · Bishkek, 31 agosto - 1 settembre 2026

L'orbita di Xi: come la Cina mantiene in piedi le economie di Mosca e Teheran


Mentre i ministri delle Finanze del G20 si riuniscono ad Asheville, a Bishkek si vede l'altro sistema: Pechino compra il greggio che nessun altro compra, apre corridoi che aggirano le sanzioni e allarga il commercio. Su una cosa sola non si espone: la difesa militare dei suoi partner.

Grafica di FocusAmerica

La mappa

Quattro flussi, un solo centro di gravità


In blu i dieci Paesi membri della Shanghai Cooperation Organization, in tinta più chiara la Cina. Si vede un flusso alla volta: scegli una voce della legenda o tocca una linea sulla mappa.


Bishkek
Mosca
Cina
Hormuz
Teheran
New Delhi

  • Greggio verso la Cina
  • Rotta iraniana interrotta
  • Rifornimenti alla Russia
  • Nuova rotta artica


Greggio verso la Cina. Il petrolio russo vale circa un quinto delle importazioni cinesi e arriva via oleodotto e dai porti del Pacifico; dal Kazakistan una seconda conduttura entra direttamente nello Xinjiang.

Rotta iraniana interrotta. Dopo il blocco navale americano e la chiusura di Hormuz, gli sbarchi di greggio iraniano in Cina sono scesi da 1.140.000 a 340.000 barili al giorno.

Rifornimenti alla Russia. India, Kazakistan e Bielorussia hanno spedito benzina a Mosca dopo i raid ucraini sulle raffinerie; dall'Iran arrivano i droni Shahed e gli impianti per produrli in territorio russo.

Nuova rotta artica. A metà agosto la prima portacontainer cinese ha percorso la rotta del Mare del Nord, presentata da Mosca come l'inizio di una cooperazione più ampia nell'Artico.

Le linee indicano la direzione dei flussi, non il tracciato esatto delle rotte.

ILa reteRete IIL'ancora di salvezzaAncora IIIIl limiteLimite

La rete che Pechino ha costruito in venticinque anni


Nata a Shanghai nel 2001 da un forum sui confini fra Cina, Russia e Asia centrale, la SCO oggi riunisce dieci Paesi e copre un'area che va dalla Bielorussia al Mar Cinese Orientale.

25

Anni dalla fondazione, avvenuta a Shanghai nel 2001

10

Paesi membri a pieno titolo, dopo l'ingresso della Bielorussia

26

Vertici dei capi di Stato dal 2001: l'ultimo è quello di Bishkek

106mld $

Interscambio record fra Cina e Asia centrale nel 2025

2001

Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan fondano l'organizzazione a Shanghai.

2017

Entrano India e Pakistan: due rivali nucleari attorno allo stesso tavolo.

2023

Entra l'Iran, che trova nella SCO una sponda politica contro le sanzioni americane.

2024

Entra la Bielorussia, primo membro europeo e canale di rifornimento per Mosca.

L'ancora di salvezza: Pechino è il compratore di ultima istanza


Pechino acquista oltre il 90 per cento del greggio che l'Iran riesce ancora a esportare. Dopo gli attacchi del 28 febbraio e la chiusura dello Stretto di Hormuz, però, anche questo canale si è quasi prosciugato.

Marzo 2026

1.140.000

−70%

Agosto 2026

340.000

Barili al giorno di greggio iraniano sbarcati nei porti cinesi prima della guerra

Barili al giorno dopo il blocco navale americano e la chiusura di Hormuz

→Iran → Cina

Greggio iraniano arrivato in Cina, barili al giornoStime Kpler sugli sbarchi mensili, 2026

Marzo1.140.000

Giugno361.000

Luglio329.000

Agosto340.000

→Russia → Cina

2.370.000
barili al giorno

Il greggio russo importato dalla Cina a marzo, il 14 per cento in più rispetto a un anno prima. La Russia è il primo fornitore di Pechino.

→Russia → India

1.820.000
barili al giorno

Il greggio russo arrivato in India ad agosto, quasi il 30 per cento in meno in un mese: i barili che Delhi lascia finiscono in Cina.

Scorte in Cina

1.240.000.000
barili di scorte

Le riserve cinesi accumulate ad aprile, un record: sono il cuscinetto che permette a Pechino di reggere l'urto della guerra.

Il limite: Pechino apre il portafoglio, non l'arsenale


La SCO ha anche una dimensione militare, ma la Cina non impegna le proprie Forze Armate per difendere Iran e Russia. Continua a chiedere il dialogo, mentre allarga gli scambi e fornisce tecnologie utilizzabili anche sul campo di battaglia.

Che cosa offre

  • Il mercato di sbocco: assorbe oltre il 90 per cento del greggio esportato dall'Iran, mentre il petrolio russo vale circa un quinto delle sue importazioni.
  • I corridoi dell'Asia centrale, diventati canali decisivi per le importazioni e i pagamenti della Russia.
  • Le tecnologie a duplice uso e un interscambio commerciale che continua a crescere.
  • Una sponda politica nelle sedi internazionali contro le sanzioni occidentali.


Che cosa nega

  • Qualsiasi impegno militare a difesa dell'Iran, entrato nella SCO nel 2023, o della Russia.
  • Garanzie di sicurezza vincolanti: la SCO non è un'alleanza difensiva come la NATO.
  • Un'esposizione diretta sul dossier iraniano: Xi non vuole bruciare l'incontro con Trump.
  • La rottura della fragile tregua commerciale con gli Stati Uniti.


L'agenda di Xi JinpingDal vertice di Bishkek alla Casa Bianca

31 agosto

Bishkek

Vertice di due giorni e visita di Stato in Kirghizistan.

Settembre

Egitto

Visita di Stato: una tappa che rafforza il profilo di statista globale.

Settembre

India

Visita di Stato a Delhi, che intanto ha ripreso a comprare greggio russo.

Entro un mese

Washington

Il negoziato per prolungare la tregua economica con Trump.

«Trump si è chiuso da solo in un angolo»: l'Amministrazione fatica a conciliare la pressione sull'Iran e la tregua commerciale con la Cina.

Julian Gewirtz, già direttore per la Cina al Consiglio per la Sicurezza Nazionale

Il punto. Il potere cinese in questa partita è commerciale, non militare: finché Pechino compra il greggio che nessun altro può comprare, la pressione economica occidentale su Mosca e Teheran resta a metà strada.

Fonti: Kpler e Vortexa (flussi e scorte petrolifere), dogane cinesi, Segretariato della Shanghai Cooperation Organization, Reuters, New York Times. Dati aggiornati al 1° settembre 2026.

Un vertice in vista della visita alla Casa Bianca


A Bishkek Xi Jinping intende consolidare la propria immagine di leader delle nazioni non occidentali e contrapporsi a quella che definisce l'egemonia americana, ma difficilmente si esporrà troppo sul dossier iraniano. Tra meno di un mese è infatti atteso a Washington, dove proverà a prolungare la fragile tregua economica con gli Stati Uniti. Prima farà tappa in Egitto e in India per visite di Stato: una sequenza di incontri che, secondo gli analisti, punta a rafforzarne il profilo di statista globale proprio mentre Trump sta logorando sempre di più i rapporti degli Stati Uniti con molti Paesi alleati. "Xi sembra vedere l'opportunità di mostrare che la Cina ha amici e opzioni in tutto il mondo esattamente nel momento in cui Washington si sta alienando molti dei suoi alleati", osserva Gewirtz.

Il vertice dello SCO mette inoltre in evidenza i limiti della guerra economica guidata dagli Stati Uniti. I Paesi dell'Asia centrale sono diventati, infatti, canali cruciali per le importazioni e i pagamenti della Russia, aiutandola ad aggirare le restrizioni occidentali, e rappresentano anche una rotta alternativa per l'Iran sottoposto alle sanzioni americane. India, Kazakistan e Bielorussia sono tra i Paesi che nelle ultime settimane hanno spedito benzina alla Russia, dopo che gli attacchi ucraini a lungo raggio hanno colpito duramente le raffinerie russe. L'India, che aveva ridotto gli acquisti di greggio russo sotto la pressione di Trump e delle nuove sanzioni contro i grandi gruppi petroliferi di Mosca, ha ripreso ad aumentarli quando la guerra americana contro l'Iran ha sconvolto i mercati.

La Cina resta il principale importatore del greggio di entrambi i Paesi. Le sanzioni occidentali le hanno consentito di acquistare petrolio russo a prezzi scontati, attenuando al tempo stesso gli effetti del blocco dello Stretto di Hormuz. L'Iran, dal canto suo, ha fornito alla Russia i droni Shahed dopo l'invasione dell'Ucraina del 2022 e l'ha aiutata a costruire impianti per produrli direttamente sul territorio russo.

Il potere di Xi Jinping ha però un limite preciso. La SCO ha anche una dimensione militare, ma Pechino non intende impegnare le proprie Forze Armate per difendere altri Paesi membri come l'Iran, entrato nell'organizzazione nel 2023, o la Russia. La Cina continua invece a invocare il dialogo e la fine dei conflitti, mentre amplia gli scambi commerciali e fornisce tecnologie che possono essere impiegate anche sul campo di battaglia. Secondo diversi analisti, Xi considera il coinvolgimento degli Stati Uniti nelle guerre altrui una delle cause principali del declino sempre più forte della potenza americana.

L'intesa con Putin, dai visti alle rotte artiche


Nell'incontro bilaterale di lunedì Xi Jinping ha elogiato le prospettive "sempre più luminose" dei rapporti con la Russia. Putin ha rilanciato proponendo di voler rendere permanente il regime di esenzione dal visto tra i due Paesi, che nel primo semestre dell'anno ha contribuito a far crescere i flussi turistici del 43%. Il presidente russo ha inoltre ricordato il primo viaggio di linea di una nave portacontainer cinese lungo la rotta artica del Mare del Nord, avvenuto a metà agosto e presentato come il preludio a una cooperazione più ampia nell'Artico.

Anche la sede del vertice riflette i nuovi equilibri regionali. Il Kirghizistan, ex repubblica sovietica un tempo saldamente inserita nella sfera d'influenza di Mosca, è sempre più legato economicamente a Pechino. In serata i leader hanno assistito alla cerimonia inaugurale dei Giochi mondiali nomadi, ospitata in uno stadio costruito per l'occasione.

Quando Xi arriverà a Washington, Trump cercherà probabilmente la sua collaborazione sull'Iran e sulla Corea del Nord, ma non è affatto certo che la otterrà. "Trump si è chiuso da solo in un angolo", conclude Gewirtz. "L'Amministrazione fatica a conciliare due obiettivi apparentemente inconciliabili: aumentare la pressione sull'Iran e mantenere in piedi la tregua commerciale con la Cina".


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How to fight for press freedom, and win


Dear Friend of Press Freedom:

With journalists getting subpoenaed, sued, and spied on, it’s time for press freedom groups to become more aggressive about pushing for legislation to protect them. Plus, we’re taking some tips from Wile E. Coyote and asking courts to drop a (legal) anvil on President Donald Trump’s Truth Social grift and (legally) blow up a publishing gag in New Jersey.

How to win the fight for journalists’ rights


How can press freedom groups fight successfully on behalf of journalists after years of Trump, as well as prior presidents, exploiting gaps in their legal protections that Congress hasn’t closed? Freedom of the Press Foundation (FPF) Executive Director Trevor Timm ran down the comprehensive and aggressive lobbying strategy vital to regaining legal ground for the press, in an article for the Knight First Amendment Institute.


Stop the Truth Social grift


We’re suing Trump and his staff for selling early access to his Truth Social posts for up to $100,000 a month, and this week we asked the court for an order to halt the scheme immediately. Our motion, filed with The Intercept, seeks to block the president from posting on Truth Social so long as he continues his “corrupt assault on the Constitution that harms members of the press and public who don’t line the president’s pockets,” as FPF Chief of Advocacy Seth Stern put it.


DHS abuses administrative summonses to snoop on reporters


When judges rejected the Trump administration’s efforts to surveil numerous journalists present at the Minnesota protest that led to Don Lemon and Georgia Fort’s unlawful indictments, officials attempted to circumvent the court and the constitution by misusing administrative subpoenas. It’s “concerning that the government sought subscriber information for Lemon and Fort because there’s no reason it would need this information” for the charges brought against them, FPF Senior Adviser Caitlin Vogus told The Guardian. “It’s not a crime to post a YouTube video.”


We ‘hope’ the Obama library will ‘change’ its First Amendment exhibit


Former President Barack Obama taught constitutional law students for over a decade. So why does the First Amendment exhibit at the Obama Presidential Center get the law wrong? As FPF’s Stern wrote for the Chicago Sun-Times, the exhibit’s mistakes teach kids that free speech is easily curtailed — another gift to the Trump administration and future censors, after Obama’s attacks on leaks and undermining of journalist-source confidentiality helped pave the way for Trump’s war on leakers and journalists. That’s far more problematic than any tan suit.


Journalists face a new McCarthyism


The Trump administration’s crackdown on dissent has had devastating consequences for the press, especially independent outlets without the institutional support to fight back. Stern joined Chip Gibbons of Defending Rights & Dissent, attorney Jenin Younes, and Kevin Gosztola of The Dissenter for an online panel last week examining the administration’s recent methods of targeting reporters in the context of its broader campaign to suppress facts it doesn’t like.


Lift the gag on New Brunswick Today


New Jersey newspaper New Brunswick Today was illegally gagged by a judge’s order to remove truthful reporting about a school security incident from the internet. We joined an amicus brief led by the American Civil Liberties Union of New Jersey in support of the outlet’s appeal, calling out the unconstitutional prior restraint.


What we’re reading


Federal court rules the statutes the Trump admin used in its speech-based deportation scheme are unconstitutional

Foundation for Individual Rights & Expression
In a vitally important case brought by student newspaper The Stanford Daily and its attorneys at FIRE, a federal court ruled that the provisions Secretary of State Marco Rubio relies on to deport journalists and others noncitizens for their speech violate the First Amendment.


Trump’s press attacks reveal a gender gap

Axios
FPF’s Daniel Ellsberg Chair on Government Secrecy Lauren Harper spoke to Axios about Trump’s attacks on female reporters, most recently Kristen Welker. “You have to have a willingness to engage with reporters who disagree with you ... in particular with outlets that may be skeptical of your policies.”


Watchdog, other selected media denied access to cover G20 finance summit

Asheville Watchdog
Not only were reporters from major national outlets inexplicably denied access to the G20 summit, so were local news outlets from the host city of Asheville, North Carolina, a venue supposedly selected to showcase the region’s recovery from Tropical Storm Helene.


Press freedom advocates alarmed by $300,000 defamation verdict against Louisiana newspaper

The Guardian
Absent the “actual malice” standard, a fear of liability would make publishers “more timid and suppress critical reporting of wealthy, powerful or otherwise newsworthy people,” FPF’s Stern told The Guardian. It won’t improve journalism to impose “significant monetary damages whenever the inevitable mistakes occur,” he added.


Why ABC self-censored

Columbia Journalism Review
Federal Communications Commission Chair Brendan Carr “directs his threats to the market at large precisely because intimidating any one licensee is not sufficient to accomplish his objectives,” Stern told the Craig Newmark Graduate School of Journalism’s Joel Simon.



Deadline extended! Are you a journalist who uses FOIA or other public records laws in your reporting? You could win $25K with our new journalism award, the Penlight Prize. Apply by September 15.
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freedom.press/issues/how-to-fi…

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Guerra all’Iran, il Pentagono limita l’accesso al registro degli ordini militari


Dopo lo scoop del Washington Post sui dubbi dei comandanti, il registro degli ordini è sparito dal portale SIPRNet. Il New York Times ha ricostruito la crisi logistica: rifornimenti a 3.500 km di distanza e quattro portaerei su undici impegnate.

Il Pentagono ha rimosso decenni di documenti classificati da un sistema informatico riservato utilizzato ogni giorno da funzionari della Difesa e militari americani, pochi giorni dopo che il Washington Post aveva raccontato le riserve dei vertici militari sulla guerra contro l'Iran. Secondo tre persone a conoscenza della vicenda, i documenti relativi al Secretary of Defense Orders Book, ovvero il registro degli ordini del Segretario alla Difesa, sono stati rimossi da un portale interno di SIPRNet, la rete che ospita informazioni classificate al livello "secret". Non è chiaro se siano ancora consultabili attraverso altri canali, né quanto la restrizione possa complicare la pianificazione militare.

Il registro, che era aggiornato due volte al mese, indicava dove si trovano e quanto sono disponibili navi, reparti e sistemi d'arma. Ma era anche lo strumento attraverso il quale generali e ammiragli potevano mettere formalmente a verbale il proprio dissenso dalle decisioni di Donald Trump e del Segretario alla Difesaa Pete Hegseth, pur continuando a eseguire gli ordini. La procedura è chiamata "non-concur": il comandante espone le proprie riserve o segnala gli effetti negativi che una decisione potrebbe avere su altri piani operativi.

Proprio nell'edizione del 14 agosto, diversi alti ufficiali hanno avvertito Hegseth che prolungare fino al 2027 le operazioni su larga scala contro l'Iran, mantenendo oltre 50.000 militari in Medio Oriente, non fosse sostenibile e rischiava di ridurre la capacità degli Stati Uniti di rispondere alle minacce in altre aree del mondo. Lo aveva rivelato domenica il Post.

Tra coloro che hanno espresso un "non-concur" figurano il generale Alexus Grynkewich, comandante delle forze americane in Europa, che ha avvertito di non disporre di navi sufficienti per proteggere contemporaneamente Israele e il territorio degli Stati Uniti, il generale Francis Donovan, a capo del Comando Sud, l'ammiraglio Samuel Paparo, comandante nel Pacifico, che ha contestato l'obbligo di cedere un gruppo portaerei e alcuni cacciatorpediniere e l'ammiraglio Daryl Caudle, capo delle operazioni navali, secondo il quale la Marina non può sostenere indefinitamente l'attuale livello di impegno in assenza di una data prevista per la conclusione delle operazioni.

Il generale Kenneth Wilsbach, capo di Stato Maggiore dell'Aeronautica, e il generale Christopher LaNeve, capo di Stato Maggiore facente funzioni dell'Esercito, hanno invece approvato il piano di Hegseth di prolungare la permanenza di alcune unità, sottolineando tuttavia che comporta rischi significativi.

Il Pentagono restringe l'accesso al registro


Il portavoce Sean Parnell non ha commentato direttamente la rimozione, ma non l'ha neppure smentita. "Il Dipartimento della Difesa non discute pubblicamente i processi deliberativi interni, compresi la gestione e i protocolli di accesso al Secretary of Defense Orders Book".

Dopo l'articolo pubblicato domenica, Parnell aveva però scritto su X che "pubblicare valutazioni altamente classificate dal registro degli ordini del Segretario è un crimine, un tradimento". Aveva inoltre sostenuto che gran parte di quanto riportato fosse "inesatto", senza fornire dettagli, e che i "non-concur" fossero "la norma": "Il Segretario li vede continuamente. È così che si gestisce un esercito vero. Siamo in ottima forma in tutto il mondo".

La rimozione dei documenti si aggiunge a una serie di misure adottate contro le fughe di notizie, tra cui test del poligrafo per parte del personale, citazioni in giudizio rivolte a giornalisti e, a gennaio, la perquisizione dell'FBI nell'abitazione di una giornalista del Post, con il sequestro dei suoi dispositivi elettronici.

Un ex funzionario del Dipartimento della Difesa che consultava abitualmente quei documenti ha spiegato al giornale che trasferire il registro su sistemi con un livello di classificazione più elevato "ridurrà drasticamente il numero di persone con accesso diretto". Comandanti e staff, tuttavia, lo utilizzano per prendere decisioni urgenti: spostare aerei, armi e altre risorse da un comando all'altro richiede un lavoro logistico immediato, che ora diventa "certamente più difficile".

Una Marina sempre più sotto pressione


La guerra è intanto entrata nel settimo mese, nonostante che inizialmente Trump avesse inizialmente parlato di una durata di poche settimane, e continua a consumare munizioni sempre più scarse, dagli intercettori Patriot ai missili Tomahawk. Il peso maggiore ricade però sulla Marina. Il New York Times ha ricostruito le dimensioni dello sforzo necessario per mantenere la flotta operativa: il blocco navale dei porti iraniani coinvolge circa 20 navi e 20.000 tra marinai e marines, comprese 2 portaerei, la George H.W. Bush e la George Washington, 12 cacciatorpediniere e un gruppo anfibio di tre unità.

Ogni settimana servono 420.000 pasti e circa 30 milioni di litri di carburante. Le portaerei sono a propulsione nucleare, ma gli aerei imbarcati su ciascuna consumano ciascuno circa 7,5 milioni di litri di carburante alla settimana. Il 28 febbraio, primo giorno di guerra, l'Iran ha distrutto la base logistica della Marina in Bahrein, mentre gli altri porti della regione capaci di accogliere una portaerei o una nave da rifornimento restano alla portata dei missili e dei droni iraniani. Le navi di supporto devono quindi percorrere circa 3.500 km fino a Diego Garcia, nell'Oceano Indiano, diventata il nuovo hub logistico della flotta, oppure circa 6.000 km fino a Singapore, attraversando lo Stretto di Malacca.

Ne deriva la necessità di effettuare un rifornimento in mare ogni 5 o 6 giorni: per ore le 2 navi navigano a una quarantina di metri di distanza, alla stessa velocità e sulla stessa rotta, collegate da cavi d'acciaio attraverso i quali vengono trasferiti carburante e pallet, mentre gli elicotteri fanno la spola trasportando viveri, ricambi e posta.

Le missioni non hanno una durata prestabilita: le navi rientrano soltanto quando il presidente e il Segretario alla Difesa lo decidono. La Marina dispone complessivamente di 11 portaerei e ne ha impiegate in totale 4 in Medio Oriente dall'inizio della guerra, mentre alcune delle altre sono ferme nei cantieri per lavori destinati a durare anni. La USS Abraham Lincoln ha trascorso gran parte dei suoi nove mesi di dispiegamento senza mai entrare in porto, nonostante la prassi preveda normalmente una sosta mensile per consentire all'equipaggio di riposare. Sostituita il 20 agosto dalla George Washington, mercoledì mattina ha attraccato in Thailandia prima di ripartire verso San Diego.


I generali avvertono Hegseth: la guerra all'Iran sta logorando le forze americane


Alcuni esponenti dei vertici militari americani hanno avvertito il Segretario alla Difesa Pete Hegseth che prolungare le operazioni su larga scala contro l'Iran non è più sostenibile e rischia di indebolire la capacità degli Stati Uniti di rispondere alle minacce in altri teatri, compresa la difesa del territorio nazionale statunitense. Lo ha rivelato il Washington Post, che ha ricostruito l'edizione del 14 agosto del Secretary of Defense Orders Book, il documento classificato con cui ogni due settimane il Pentagono fotografa la disponibilità globale di navi, aerei e sistemi d'arma e raccoglie i pareri dei comandanti sulle direttive del Segretario.

Il documento ordina ad alcune unità schierate in Medio Oriente di restare fino a settembre e ad altre fino al 2027. I comandanti responsabili di Europa, Indo-Pacifico e America Latina, insieme al capo delle operazioni navali, hanno risposto con un "non-concur", ovvero un dissenso formale: eseguiranno l'ordine, ma hanno espresso la loro contrarietà. I rispettivi teatri di responsabilità hanno ceduto navi, aerei e sistemi d'arma per sostenere la campagna contro Teheran, con serie ripercussioni sulle missioni e sull'addestramento. I vertici di Esercito e Aeronautica hanno invece dato il loro assenso, pur segnalando rischi significativi. Il giudizio complessivo, secondo una delle persone che hanno letto il documento, è che dopo sei mesi l'operazione si sia spinta "troppo oltre, per troppo tempo".

Guerra con l’Iran · Sei mesi di operazioni

Lo stesso blocco navale sta strozzando l’Iran e logorando la Marina americana

Un quarto dei cacciatorpediniere americani è pronto a prendere il mare. Il Fondo Monetario prevede per l’Iran una contrazione del 6,1 per cento. I comandanti chiedono di fermarsi, l’analista Brett McGurk sostiene che Washington stia iniziando a vincere.

Grafica di FocusAmerica 30 agosto 2026

Lo Stretto di Hormuz, sei mesi dopo l’inizio della guerra

Il blocco navale americano, schierato nel Golfo di Oman e nel Mare Arabico a est dello Stretto: ferma le navi dirette ai porti iraniani o in partenza da essi.
La rotta del greggio: 15-16 milioni di barili al giorno passano ancora, circa due terzi dei livelli precedenti alla guerra.

La stessa guerra, due contabilità opposte

Marina americana
25%

Economia iraniana
−6,1%

Quota dei cacciatorpediniere pronti a salpare, contro livelli molto più alti prima della guerra
Contrazione del prodotto interno lordo prevista dal Fondo Monetario per il 2026

Il blocco che sta mettendo in ginocchio Teheran è lo stesso che consuma navi, missili e uomini americani. Chi cederà per primo, nessuno è ancora in grado di dirlo.

Le due letture e i quattro atti
IIl logoramento IILa stretta IIII quattro atti

Quello che vedono i comandanti

Dopo sei mesi, la flotta non regge il ritmo


L’ammiraglio Daryl Caudle ha scritto che senza una data di conclusione la Marina non può sostenere l’impegno attuale. Oggi soltanto un quarto dei cacciatorpediniere è pronto a prendere il mare.

Ogni cento cacciatorpediniere, quanti sono pronti

Pronti a prendere il mare Non disponibili

Decine di navi sono state impegnate prima per l’offensiva, poi per far rispettare il blocco delle rotte da e per i porti iraniani. Alcuni equipaggi sono in mare da mesi oltre la durata prevista.

Le scorte di intercettori, prima e dopo

Nel solo primo mese di guerra gli Stati Uniti hanno lanciato oltre 850 missili Tomahawk e più di mille intercettori. La Casa Bianca sostiene che le notizie sulle carenze di munizioni siano inesatte.

Il prezzo materiale

Il dissenso formale nel documento

Nel gergo del Pentagono si chiama non-concur: eseguo l’ordine, ma metto a verbale che non sono d’accordo. Nell’edizione del 14 agosto lo hanno scritto quattro comandi su sei.

Quello che vede Brett McGurk

Il blocco sta spostando la leva verso Washington


Per l’analista della CNN, che ha lavorato alla sicurezza nazionale con quattro presidenti, la tesi secondo cui l’Iran avrebbe vinto potrebbe rivelarsi prematura. Le petroliere tornano a passare, i prezzi restano stabili, l’economia iraniana affonda.

Il petrolio che attraversa il Golfo, milioni di barili al giorno

I tentativi iraniani di chiudere il passaggio con droni e mine stanno fallendo per la prima volta. Trasferimenti da nave a nave e traversate con i sistemi di identificazione spenti hanno riportato i flussi a circa due terzi dei livelli precedenti alla guerra.

Il conto che paga Teheran

È la prima volta dalla rivoluzione del 1979 che l’Iran vede la propria arteria economica messa in quarantena. La via d’uscita, secondo McGurk, sarebbe rinunciare alle minacce nello Stretto e a ciò che resta dell’arricchimento dell’uranio: per i Guardiani della Rivoluzione, mostrare debolezza.

La cronologia

Sei mesi di guerra in quattro atti


Tocca ogni tappa per aprire i dettagli.

Dopo sei mesi, l’operazione si è spinta «troppo oltre, per troppo tempo».
Il giudizio complessivo del documento riservato, riferito al Washington Post da una delle persone che lo hanno letto

Fonte Washington Post, edizione del 14 agosto del Secretary of Defense Orders Book; analisi di Brett McGurk per la CNN; Goldman Sachs, 28 agosto 2026; Fondo Monetario Internazionale, World Economic Outlook; Ministero del Lavoro iraniano. Elaborazione FocusAmerica.

La Marina è al limite


Il quadro più cupo è stato tracciato dall'ammiraglio Daryl Caudle, a capo delle operazioni navali. A suo giudizio, la Marina staunitense non può sostenere l'attuale livello di impegno senza una data di conclusione delle operazioni: appena un quarto della flotta di cacciatorpediniere è pronto a prendere il mare, una quota nettamente inferiore ai livelli precedenti alla guerra. La Marina ha messo a disposizione decine di navi, prima per l'offensiva e la difesa dalle rappresaglie iraniane e poi per far rispettare il blocco dei porti iraniani voluto da Trump. Alcuni equipaggi sono in mare da mesi ben oltre la durata prevista del loro dispiegamento.

Anche l'ammiraglio Samuel Paparo, comandante dell'Indo-Pacific Command, ha contestato l'ordine di continuare a fornire un gruppo d'attacco composto da una portaerei e dai relativi cacciatorpediniere. L'unica portaerei destinata al Pacifico, elemento centrale della strategia di deterrenza nei confronti di Pechino, è stata ora inviata in Medio Oriente per sostituirne un'altra che era rimasta in mare per oltre 300 giorni.

Ai costi umani si aggiungono quelli materiali. La guerra ha fortemente ridotto le scorte di intercettori Patriot e THAAD e di missili Tomahawk: nel solo primo mese sarebbero stati lanciati oltre 850 missili Tomahawk e più di mille intercettori. Almeno 45 droni Reaper, circa un quarto della intera flotta, sono andati perduti e le basi americane nella regione hanno subito danni per miliardi di dollari, anche se la Casa Bianca sostiene che le notizie sulle carenze di munizioni siano inesatte.

Il Comando Centrale mantiene inoltre in allerta da mesi oltre 50 mila militari nell'eventualità che il presidente possa ordinarie nuovi attacchi. L'82ª Divisione aviotrasportata, mobilitata a marzo con 2 mila soldati e considerata centrale per qualsiasi eventuale operazione terrestre, resterà nella regione almeno fino a settembre. Il portavoce di Hegseth, Sean Parnell, ha risposto che il Pentagono "non discute i processi operativi interni" e che le decisioni sugli schieramenti si basano sulla valutazione delle minacce e sulle priorità fissate dal presidente.

McGurk: la leva sta passando a Washington


Una lettura opposta della stessa fase della guerra arriva invece da Brett McGurk, analista della CNN che ha ricoperto incarichi di sicurezza nazionale sotto quattro presidenti, da George W. Bush a Joe Biden. In un'analisi pubblicata domenica sul sito della CNN sostiene che la tesi, ormai diffusa, secondo cui "l'Iran ha vinto" potrebbe rivelarsi prematura.

McGurk divide il conflitto in quattro atti: i bombardamenti iniziati il 28 febbraio, il cessate il fuoco del 7 aprile, seguito dal Memorandum del 17 giugno tra Trump e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, la ripresa degli attacchi iraniani contro le navi nello Stretto di Hormuz, ed infine, dal 14 luglio, il blocco navale accompagnato dalle sanzioni sul petrolio iraniano, al quale Teheran ha risposto sospendendo il Memorandum.

È quest'ultimo passaggio, secondo McGurk, ad aver modificato i rapporti di forza a favore di Washington. I flussi di petrolio attraverso lo Stretto sono tornati a circa due terzi dei livelli precedenti alla guerra, secondo una stima di Goldman Sachs del 28 agosto, mentre i prezzi dell'energia sono rimasti stabili e i tentativi iraniani di chiudere il passaggio con droni e mine starebbero fallendo per la prima volta.

La pressione economica si sta concentrando così su Teheran. Il Fondo Monetario Internazionale prevede per quest'anno una contrazione dell'economia iraniana del 6,1%, con un'inflazione vicina al 70%, mentre un funzionario del Ministero del Lavoro iraniano ha stimato in un milione i posti di lavoro persi nei primi tre mesi di guerra. È la prima volta dalla rivoluzione del 1979, scrive McGurk, che l'Iran si trova ad affrontare una quarantena della sua principale arteria economica. La via d'uscita per Teheran, nella sua analisi, sarebbe rinunciare alle minacce nello Stretto e a ciò che resta del programma di arricchimento dell'uranio. Per i Guardiani della Rivoluzione, però, tale scelta equivarrebbe a mostrare debolezza.

Le due letture non si escludono a vicenda. È anzi proprio la loro coesistenza a descrivere meglio il dilemma di oggi per la Casa Bianca: il blocco navale che, secondo McGurk, sta finalmente mettendo sotto pressione l'Iran è lo stesso che, secondo i comandanti americani, sta logorando sempre di più la Marina e riducendo le risorse disponibili per il Pacifico e per la difesa del territorio nazionale. Chi cederà per primo, nessuno è ancora in grado di dirlo.


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Il deficit commerciale degli Stati Uniti torna ai massimi da 16 mesi, grazie al boom dell'IA


A luglio il disavanzo è salito a 88,6 miliardi di dollari, il 24% in più rispetto a giugno, trainato dalle importazioni record di computer e semiconduttori. Lutnick promette di rimettere in vigore tutti i dazi.

Il deficit commerciale degli Stati Uniti in beni e servizi è salito a luglio al livello più alto degli ultimi 16 mesi, spinto dalle importazioni di elettronica necessarie ad alimentare il boom dell'intelligenza artificiale. Il disavanzo mensile, cioè la differenza tra importazioni ed esportazioni, ha raggiunto 88,6 miliardi di dollari, secondo i dati pubblicati dal Dipartimento del Commercio: oltre il 24% in più rispetto a giugno. Le importazioni sono aumentate del 2,8%, a 399,3 miliardi, trainate da computer, accessori e semiconduttori; le esportazioni sono invece diminuite del 2,1%, a 310,7 miliardi, soprattutto per il calo delle vendite all'estero di oro e greggio.

Per l'Amministrazione Trump il dato è politicamente scomodo: il presidente ha imposto pesanti dazi in gran parte del mondo sostenendo che avrebbero ridotto il deficit commerciale e rilanciato la manifattura americana. Il disavanzo di luglio supera invece la media mensile dell'anno precedente all'elezione di Trump ed è il più elevato da quando, nell'aprile 2025, il presidente ha cominciato ad applicare su vasta scala la sua politica dei dazi.

Ma il 20 febbraio la Corte Suprema ha annullato, con 6 voti contro 3, buona parte dei dazi globali introdotti facendo ricorso ai poteri di emergenza economica. La Casa Bianca ha quindi utilizzato altre leggi per sostituirli: a luglio l'Amministrazione ha imposto dazi tra il 10% e il 12,5% a oltre 80 Paesi accusati di non aver vietato le importazioni di prodotti realizzati con lavoro forzato, mentre altre misure sono ancora allo studio. La Casa Bianca ha comunque rivendicato il risultato complessivo, sottolineando che dall'inizio dell'anno il deficit è diminuito di quasi il 30%.

Stati Uniti / Commercio
Il deficit commerciale risale, e a spingerlo sono i chip
A luglio il disavanzo commerciale degli Stati Uniti è tornato al livello più alto degli ultimi sedici mesi. A gonfiarlo sono soprattutto le importazioni di computer e semiconduttori richiesti dai nuovi data center per l’intelligenza artificiale.
Grafica di FocusAmerica

Luglio 2026 / beni e servizi
88,6mld $
È la distanza tra quanto gli Stati Uniti hanno comprato all’estero e quanto hanno venduto. In un solo mese il divario è cresciuto di 17,4 miliardi di dollari, il 24,4% in più rispetto a giugno.

399,3miliardi di dollari di importazioni, il 2,8% in più rispetto a giugno
310,7miliardi di dollari di esportazioni, il 2,1% in meno rispetto a giugno
-29,6%il calo del deficit commerciale nei primi sette mesi dell’anno rispetto al 2025

Da dove nasce il divario Tocca una barra per il dettaglio
Importazioni 399,3 mld $
Esportazioni 310,7 mld $

88,6

Il deficit commerciale vale il 22,2% delle importazioni di luglio. La parte a strisce rosse misura la quota di importazioni che le esportazioni non riescono a coprire.
Beni e servizi. Il disavanzo dei soli beni sale a 119,6 miliardi di dollari, mentre l’avanzo dei servizi resta a 31 miliardi e attutisce in parte il conto finale.

Che cosa ha spinto il dato
Cinque forze dietro al salto di luglio
La domanda di elettronica per l’intelligenza artificiale, il calo delle vendite di oro e greggio, il sorpasso di Taiwan sulla Cina, la crisi di Hormuz e il nuovo fronte commerciale con il Canada.
1Chip e AI 2Oro e greggio 3I partner 4Hormuz 5Canada

Il dato è politicamente scomodo per la Casa Bianca. Il disavanzo mensile cresce nonostante i dazi, ma nei primi sette mesi dell'anno resta più basso del 29,6% rispetto allo stesso periodo del 2025.

Dazi, sentenza, sostituzioni
La politica commerciale ha cambiato base legale, non direzione
A febbraio la Corte Suprema ha annullato i dazi fondati sui poteri di emergenza economica. La Casa Bianca li ha sostituiti nel giro di poche ore con altre leggi e ha aperto un nuovo fronte con il Canada.

Perché conta per la crescita
Il commercio entra nel PIL attraverso il saldo tra esportazioni e importazioni
Nel calcolo del prodotto interno lordo le importazioni vengono sottratte, perché misurano beni prodotti fuori dagli Stati Uniti. Tocca una componente della formula per vedere come agisce.

La formula del PIL, in forma semplificata
PIL= C+ I+ G+ X−M
C consumi · I investimenti · G spesa pubblica · X esportazioni · M importazioni

Esportazioni Importazioni Saldo netto

Che cosa è cambiato il 3 settembre
4,7%stima della Federal Reserve di Atlanta
sulla crescita del terzo trimestre

4,7 punti di crescita stimata
1,46 punti sottratti dal commercio estero

Dopo le ultime rilevazioni, il dato di luglio compreso, il freno del commercio estero è passato da 1,34 a 1,46 punti. Senza quel freno la stima salirebbe intorno al 6,2%.

Howard Lutnick collega alla sentenza della Corte Suprema sia l’aumento delle importazioni sia il rallentamento della crescita.
Eswar Prasad sostiene che il disavanzo rifletta anche la maggiore forza relativa dell'economia americana e la spinta dell'alta tecnologia.

Fonte: Bureau of Economic Analysis e Census Bureau, U.S. International Trade in Goods and Services, luglio 2026 (diffuso il 3 settembre 2026); Federal Reserve di Atlanta, GDPNow, aggiornamento del 3 settembre 2026. Basi cartografiche: Natural Earth.

I chip che i dazi non fermano


Molti economisti dubitano che i dazi siano uno strumento efficace per ridurre il deficit commerciale. Altri ritengono che abbiano frenato alcune categorie di importazioni, ma che l'effetto sia stato più che compensato dagli acquisti all'estero di chip e computer destinati ai nuovi data center. A luglio le importazioni di beni capitali, categoria che comprende i computer, hanno raggiunto il massimo storico, mentre il deficit con Taiwan, uno dei principali produttori mondiali di semiconduttori, è salito al record di 20,7 miliardi di dollari.

Nella prima metà dell'anno le importazioni di beni da Taiwan hanno superato per la prima volta quelle dalla Cina; sono aumentati anche i disavanzi con Messico, Vietnam, Thailandia e Corea del Sud. Da oltre un anno l'Amministrazione esenta dai dazi smartphone e gran parte dell'elettronica di consumo ed è riluttante a ostacolare la costruzione di data center. Inoltre, dal 15 gennaio i chip più avanzati sono soggetti a un dazio del 25%, mentre l'estensione annunciata a server e computer portatili dovrebbe prevedere ampie eccezioni per le aziende che costruiscono impianti produttivi negli Stati Uniti.

La guerra con l'Iran ha reso il commercio internazionale ancora più volatile. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha sconvolto le catene di fornitura di petrolio, fertilizzanti, imballaggi ed elio. Le esportazioni americane di prodotti petroliferi, cresciute all'inizio dell'anno, sono diminuite a luglio, mentre il greggio è tornato sopra i 95 dollari.

Resta inoltre da capire quanto peserà il nuovo scontro commerciale con il Canada. Dopo il fallimento dei negoziati il mese scorso, l'Amministrazione ha imposto un dazio del 50% su una fascia di esportazioni canadesi stimata tra 20 e 28 miliardi di dollari. Ottawa ha promesso di colpire dall'8 settembre un valore equivalente di prodotti americani e Trump ha risposto minacciando, dal 1° gennaio, dazi del 50% su tutte le auto, i camion, i componenti e l'acciaio provenienti dal Canada.

L'effetto sul prodotto interno lordo


Un deficit commerciale più ampio può tradursi in una crescita del PIL più debole nel terzo trimestre. Non perché le importazioni riducano di per sé l'attività economica, ma perché nel calcolo del prodotto interno lordo vengono sottratte le importazioni nette, così da evitare di conteggiare come produzione nazionale beni e servizi realizzati all'estero.

Il Segretario al Commercio Howard Lutnick, intervistato mercoledì dalla CNBC, ha attribuito alla sentenza della Corte Suprema sia l'aumento delle importazioni sia il rallentamento della crescita: "Nelle prossime due settimane saranno tutti di nuovo in vigore, vedrete le importazioni cominciare a scendere e il PIL tornare a salire". La stima in tempo reale della Federal Reserve di Atlanta indica per ora una crescita del 4,7% nel trimestre in corso.

Eswar Prasad, professore di politica commerciale alla Cornell University, ha detto al New York Times che il deficit riflette soprattutto la maggiore forza dell'economia americana rispetto alle altre grandi economie e contiene "più buone notizie che cattive". Il dinamismo dell'intelligenza artificiale e dell'alta tecnologia, ha spiegato, attira negli Stati Uniti sia esportazioni straniere sia investimenti dall'estero.


Petrolio sopra i 95 dollari, Hormuz torna a pesare sui mercati


La nuova ondata di raid americani sull'Iran ha fatto risalire il petrolio, con gli investitori che stanno tenendo in conto il ritorno a una fase più calda del conflitto nel Golfo Persico. I future sul Brent, il riferimento internazionale, sono saliti di oltre il 4% superando i 94 dollari al barile, mentre il WTI, il riferimento americano, è cresciuto del 4,5% avvicinandosi ai 90 dollari. Oggi il Brent per consegna a novembre ha toccato i 96,59 dollari. Il giorno prima dell'inizio della guerra, a fine febbraio, aveva chiuso a 72,48.

I mercati hanno reagito così all'attacco a due superpetroliere, la Sidr dell'armatore saudita Bahri e la Senegal Prosperity della sudcoreana Sinokor, raggiunte da attacchi non rivendicati a pochi minuti di distanza tra lunedì sera e martedì, mentre uscivano dallo Stretto dentro il corridoio meridionale presidiato dagli americani, ciascuna con due milioni di barili di greggio saudita a bordo. Nel fine settimana gli Stati Uniti avevano bombardato l'isola di Larak, dove secondo il Comando Centrale americano l'esercito iraniano preparava razzi per portare mine nello stretto. L'Iran aveva risposto con droni contro la Giordania e gli Emirati e con il sequestro di una nave da carico vicino a Bandar Abbas. Si è trattato del primo ritorno a scontri veri e propri dopo circa un mese di calma.

Petrolio e guerra nel Golfo

I raid sull’Iran riaccendono Hormuz e riportano il petrolio sopra i 96 dollari


Dopo un mese di calma, il bombardamento americano dell’isola di Larak e gli attacchi a due superpetroliere in uscita dallo Stretto hanno riportato i mercati a prezzare la guerra. Il conto arriva alla pompa e alla Fed.

Grafica di FocusAmerica


Brent, dollari al barile
72,48$
Consegna a novembre, quotazione toccata nella seduta del 2 settembre 2026

+0,0%dal pre-guerra

Il giorno prima dell’inizio della guerra il Brent aveva chiuso a 72,48 dollari. Nella seduta di oggi ha guadagnato oltre il 4%, il WTI il 4,5%.

Vigilia della guerra72,48
2 settembre96,59

70
80
100
WTI ≈ 90

Lo Stretto

Da Hormuz passa metà del greggio di prima: il resto aggira lo Stretto via oleodotto


La produzione del Golfo è risalita a circa due terzi dei livelli prebellici, ma i transiti nello Stretto restano dimezzati: il petrolio saudita ed emiratino esce sempre più dalle condotte verso il Mar Rosso e il Golfo di Oman.

ARABIA SAUDITA IRAN IRAQ OMAN YEMEN EGITTO Mar Rosso Golfo Persico produzione al 66% del pre-guerra Golfo di Oman EAU Yanbu ~7 mln barili/giorno Abqaiq Oleodotto Est-Ovest Fujairah da 1,8 a 3,6 mln b/g Habshan Stretto di Hormuz transiti al 50% del pre-guerra Larak: raid USA ARABIA SAUDITA IRAN OMAN Mar Rosso Yanbu ~7 mln b/g Oleodotto Est-Ovest Fujairah 1,8 → 3,6 mln Hormuz transiti al 50% Larak
greggio attraverso lo Stretto greggio via oleodotto e rotte alternative Hormuz, transiti dimezzati

0%
del greggio mondiale transitato da Hormuz nel 2025
IEA

0%
i transiti attuali nello Stretto rispetto al pre-guerra
Marisks

0mln b/g
inviati da Riyadh sulla condotta Est-Ovest fino a Yanbu
Durante la chiusura dello Stretto

0mln b/g
la capacità di esportazione prevista a Fujairah, il doppio di oggi
Abu Dhabi


Washington

Gli Stati Uniti dipendono poco da Hormuz: solo il 7% del greggio importato


Produzione interna e importazioni dal Canada hanno portato la quota di greggio americano in arrivo dal Golfo al livello più basso in quasi quarant’anni.

0%
del greggio importato dagli USA passa da Hormuz

0,5 mln b/g
i barili importati ogni giorno dai Paesi del Golfo attraverso lo Stretto nel 2024

~40 anni
da quando la dipendenza americana dal Golfo non era così bassa

2 anni
l’orizzonte in cui, secondo Bessent, gli oleodotti renderanno Hormuz irrilevante; le nuove condotte, però, richiedono anni


«Tra due anni lo Stretto di Hormuz sarà un pezzo d’acqua senza valore»
Scott Bessent, Segretario al Tesoro, a Fox Business dal G20 finanziario di Asheville

Il conto

Il rimbalzo del greggio si scarica sulla benzina e complica la mossa della Fed

Alla pompa
Benzina negli Stati Uniti, dollari al gallone

Prima della guerrafine febbraio

2,98 $

Oggi2 settembre

4,09 $

+0%in sei mesi, media nazionale secondo l’automobile club AAA

Federal Reserve
Probabilità di un rialzo dei tassi a settembre

~0%
sui mercati delle scommesse, con i tassi oggi al 3,50-3,75% e il nuovo presidente Warsh concentrato sull’inflazione

Rendimenti dei Treasury, variazione in punti base
2 anni

+5 pb
10 anni

+4 pb
30 anni

+2 pb

Fonte: confini Natural Earth (semplificati); tracciati di oleodotti e rotte indicativi; quotazioni Brent e WTI dei future al 2 settembre 2026; Goldman Sachs (produzione del Golfo); Marisks (transiti nello Stretto); IEA (quote 2025); EIA (importazioni USA 2024); AAA (prezzo della benzina); Comando Centrale USA; dichiarazioni di Scott Bessent a Fox Business. Variazioni percentuali calcolate sui valori riportati.

Gli oleodotti che aggirano lo Stretto


La produzione nei Paesi del Golfo è tornata a circa due terzi dei livelli prebellici, secondo Goldman Sachs, mentre i transiti nello Stretto restano a circa la metà, secondo la società di analisi marittima Marisks, perché gran parte di quel greggio esce ora dalla regione attraverso gli oleodotti verso il Mar Rosso e il Golfo di Oman. Prima della guerra dallo Stretto passava circa un quinto del commercio mondiale di petrolio. Secondo l'Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA) nel 2025 vi era transitato quasi il 34% del greggio mondiale, in gran parte diretto in Asia.

Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha detto che lo Stretto "non è un collo di bottiglia" per gli Stati Uniti, parlando con Larry Kudlow di Fox Business a margine della riunione dei Ministri delle Finanze del G20 ad Asheville, in North Carolina. Nel 2024 il Paese ha importato attraverso Hormuz circa mezzo milione di barili al giorno dai Paesi del Golfo, il 7% del greggio totale importato, secondo l'Agenzia per l'Informazione sull'Energia (EIA), che ha registrato il livello più basso in quasi 40 anni grazie alla produzione interna e alle importazioni dal Canada. LoStretto resta invece un collo di bottiglia "per molti altri Paesi", ha ammesso Bessent, ma non per molto: "Tra due anni lo Stretto di Hormuz sarà un pezzo d'acqua senza valore", perché il petrolio "viaggerà su oleodotti attraverso la terraferma".

Arabia Saudita ed Emirati hanno già alcuni oleodotti operativi che aggirano lo Stretto: durante la chiusura dello Stretto Riyadh ha inviato petrolio per circa 7 milioni di barili al giorno sulla condotta Est-Ovest fino a Yanbu, porto sul Mar Rosso, e Abu Dhabi progetta di raddoppiare la capacità di esportazione da Fujairah, fuori da Hormuz, da 1,8 a 3,6 milioni di barili al giorno. Insieme a Iraq e Turchia i due Paesi hanno firmato accordi per costruire altri oleodotti, ma quelle infrastrutture richiedono anni.

L'aumento della benzina e il rischio tassi della Fed


Nel frattempo però il conto lo pagano i consumatori: la benzina negli Stati Uniti costa in media 4,09 dollari al gallone, secondo l'automobile club AAA, contro i 2,98 di due giorni prima dell'inizio del conflitto. Il rimbalzo del prezzo petrolio arriva in un momento delicato per Washington. Gli investitori guardano alla riunione della Federal Reserve di settembre, dopo che il nuovo presidente Kevin Warsh ha indicato l'inflazione come obiettivo principale e il membro del board Michael Barr ha detto che sarebbe disposto ad appoggiare un rialzo se l'inflazione non rallentasse abbastanza.

La previsione di un aumento dei tassi, oggi al 3,50-3,75%, è salita sui mercati delle scommesse a circa il 70%, mentre i rendimenti dei Treasury a due anni sono già cresciuti di cinque punti base, e quelli a dieci e trent'anni di quattro e due.


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Trump vuole farsi rimborsare dall'Europa gli aiuti all'Ucraina


Il presidente scrive su Truth Social che centinaia di miliardi sono stati dati gratis a Ucraina e NATO dall'Amministrazione Biden e che Washington chiederà i soldi indietro. I dati del Kiel Institute raccontano cifre molto più basse.
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Donald Trump chiederà ai Paesi europei di rimborsare agli Stati Uniti le spese sostenute per gli aiuti militari e le munizioni inviate all'Ucraina durante l'Amministrazione Biden. Lo ha scritto su Truth Social: "Centinaia di miliardi di dollari sono stati dati all'Ucraina e alla NATO, gratuitamente, e l'Europa li avrebbe pagati, se solo glielo avessero chiesto. Ma noi quei soldi li chiederemo, anche se con un certo ritardo". Il presidente non ha indicato né una cifra né un possibile meccanismo di rimborso e ha attribuito la responsabilità della situazione all'ex presidente. È l'ultima declinazione di un tema che Trump ripete da anni: gli alleati approfittano di un'America troppo generosa, che paga per la loro difesa e sostiene Kyiv.

I numeri, però, non corrispondono a quelli citati dal presidente. Secondo il Kiel Institute for the World Economy, l'istituto tedesco che tiene la contabilità più completa degli aiuti all'Ucraina, il sostegno complessivo degli Stati Uniti ammonta a 115,38 miliardi di euro, circa 133,8 miliardi di dollari al cambio attuale. Di questi, 64,62 miliardi di euro, circa 75 miliardi di dollari, sono aiuti militari, mentre il resto è costituito da sostegno finanziario e umanitario. In valore assoluto gli Stati Uniti sono il primo Paese donatore, ma in rapporto al prodotto interno lordo scendono al sedicesimo posto. I Paesi europei e le istituzioni dell'Unione Europea hanno già erogato 230,5 miliardi di euro e ne hanno impegnati altri 160,6 miliardi, non ancora versati.

Trump ha più volte indicato cifre molto superiori a quelle disponibili. A giugno, durante un evento dell'aeronautica, aveva sostenuto che sotto Biden gli Stati Uniti avessero fornito all'Ucraina 350 miliardi di dollari in aerei e armi di ogni tipo, aggiungendo che il conto avrebbe dovuto essere pagato dagli europei. Le stime dell'ispettore generale del Pentagono si fermano invece a circa 185 miliardi di dollari stanziati.

Fact-check · Aiuti all'Ucraina

350 miliardi? I conti raccontano un'altra storia


Donald Trump continua a citare una cifra molto più alta dei dati disponibili. Il confronto cambia a seconda del perimetro contabile, ma nessuna delle principali fonti arriva a 350 miliardi di dollari.

Grafica di FocusAmerica · dati aggiornati a settembre 2026

Il numero dichiarato vs il tracker internazionale

Trump · 19 giugno 2026
350mld $
“Aerei, armi di ogni tipo e altre cose” forniti sotto Biden.

2,61×la cifra Kiel

Kiel Institute · aiuti allocati
134,1mld $
€115,38 miliardi convertiti al cambio €/$ del 3 settembre 2026.

Quanto del “350” è coperto dal dato Kiel?solo il 38%

195,0 · stanziamenti USA*

134,1 · Kiel+215,9 · differenza non coperta dal tracker350 · Trump

Attenzione al perimetro: i €115,38 miliardi del Kiel misurano aiuti governativi allocati all'Ucraina. I $195,0 miliardi USA sono stanziamenti molto più ampi per Operation Atlantic Resolve e la risposta all'Ucraina, che includono anche attività e costi non trasferiti direttamente a Kiev.

Dentro il totale americano

Come si compongono i €115,38 miliardi del Kiel


Il tracker distingue aiuti militari, finanziari e umanitari. Tocca una voce per evidenziare che cosa misura.

€115,38miliardi allocati
24 gen 2022–30 giu 2026

Militari56,0% del totale€64,62 Finanziari41,0% del totale€47,3 Umanitaricirca 3,0% del totale≈€3,5

Aiuti militari · €64,62 miliardi. È la quota maggiore del sostegno USA tracciato dal Kiel: armi, munizioni e altre forme di assistenza militare valorizzate secondo la metodologia del tracker.

Il confronto con l'Europa

L'Europa ha già allocato circa il doppio degli Stati Uniti


Il confronto sotto distingue ciò che è già stato allocato da ciò che è ancora un impegno. “Allocato” non significa necessariamente già consegnato fisicamente.

Stati Unitisingolo Paese

€119,0

EuropaPaesi + UE

€391,1

allocatoimpegnato, non ancora allocato

€230,5 mldgià allocati da Paesi europei e istituzioni UE.
+€160,6 mldulteriori impegni europei ancora da allocare.


Perché circolano cifre diverse

Tre numeri, tre perimetri completamente diversi


Confrontare le cifre senza definire che cosa contano produce risultati fuorvianti. Tocca un numero per leggere il perimetro.

134,1
195,0
350

$134,1 mldKiel · aiuti allocati all'Ucraina $195,0 mldUSA · stanziamenti OAR + risposta Ucraina $350 mldTrump · cifra dichiarata
Kiel Institute. €115,38 miliardi di aiuti governativi allocati all'Ucraina, pari a circa $134,1 miliardi al cambio del 3 settembre 2026. È il dato più adatto per confrontare i donatori internazionali su una base omogenea.

La posizione americana

Primi in valore assoluto, molto più indietro rispetto alla dimensione dell'economia


Gli Stati Uniti restano il primo singolo Paese donatore. Il ranking per quota di PIL cambia leggermente in base alla metrica e alla versione del tracker.

Valore assoluto · singolo Paese

Gli Stati Uniti restano il maggiore donatore nazionale nel tracker Kiel.

Aiuti in rapporto al PIL
≈16°
Molti Paesi europei hanno sostenuto Kiev con una quota maggiore della propria economia.

Il “16°” va letto come ordine di grandezza del ranking: fonti che riprendono il tracker indicano 16°–17° a seconda del tipo di sostegno considerato.
Fonti e metodo. Kiel Institute for the World Economy, Ukraine Support Tracker, aggiornamento 13 agosto 2026, dati fino al 30 giugno 2026; Ukraine Oversight / Special Inspector General for Operation Atlantic Resolve, Funding, dati al 31 marzo 2026; Roll Call Factbase, trascrizione del 19 giugno 2026. Conversione €/$ usata nella grafica: 1 euro = 1,16255 dollari (3 settembre 2026). Nel dettaglio riportato nella grafica: €64,62 mld militari, €47,3 mld finanziari e circa €3,5 mld umanitari (valori di categoria arrotondati). I $195,0 mld USA sono stanziamenti per un perimetro più ampio e non sono direttamente confrontabili uno-a-uno con il totale Kiel.

Le armi americane ora vengono pagate dagli alleati


Dal ritorno alla Casa Bianca Trump ha interrotto gli aiuti gratuiti a Kyiv e ha impostato il sostegno militare su basi commerciali: le armi statunitensi vengono vendute e a pagarle sono gli alleati. Il meccanismo esiste già ed è la lista delle esigenze prioritarie dell'Ucraina concordata con la NATO. Attraverso questo canale i Paesi europei hanno impegnato circa 6 miliardi di dollari e passa gran parte dei sistemi Patriot destinati a Kyiv.

Nello stesso post Trump ha lasciato intendere che le forniture agli alleati siano per il momento sospese, ma destinate a riprendere: "Le teniamo per noi, per gli Stati Uniti, invece di venderle ad altri, ma le vendite agli alleati ricominceranno presto". Il messaggio si apriva con un duro attacco ai giornalisti, accusati dal presidente di non raccontare correttamente l'operazione militare contro l'Iran, e con l'assicurazione che gli Stati Uniti dispongono di munizioni "praticamente illimitate".

Ad agosto il New York Times aveva infatti scritto che l'operazione contro l'Iran ha portato le riserve statunitensi a livelli critici: al Pentagono resterebbero meno di 1.700 intercettori Patriot e per rimpiazzare gli oltre 1.500 già impiegati potrebbero servire più di due anni. Pochi giorni prima Reuters aveva riferito che l'esercito ha consumato quasi tutti i missili tattici a lungo raggio ATACMS e PrSM e circa metà dei Tomahawk. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha smentito l'esistenza di carenze, mentre i generali avevano già avvertito che la guerra sta logorando le forze americane.


I generali avvertono Hegseth: la guerra all'Iran sta logorando le forze americane


Alcuni esponenti dei vertici militari americani hanno avvertito il Segretario alla Difesa Pete Hegseth che prolungare le operazioni su larga scala contro l'Iran non è più sostenibile e rischia di indebolire la capacità degli Stati Uniti di rispondere alle minacce in altri teatri, compresa la difesa del territorio nazionale statunitense. Lo ha rivelato il Washington Post, che ha ricostruito l'edizione del 14 agosto del Secretary of Defense Orders Book, il documento classificato con cui ogni due settimane il Pentagono fotografa la disponibilità globale di navi, aerei e sistemi d'arma e raccoglie i pareri dei comandanti sulle direttive del Segretario.

Il documento ordina ad alcune unità schierate in Medio Oriente di restare fino a settembre e ad altre fino al 2027. I comandanti responsabili di Europa, Indo-Pacifico e America Latina, insieme al capo delle operazioni navali, hanno risposto con un "non-concur", ovvero un dissenso formale: eseguiranno l'ordine, ma hanno espresso la loro contrarietà. I rispettivi teatri di responsabilità hanno ceduto navi, aerei e sistemi d'arma per sostenere la campagna contro Teheran, con serie ripercussioni sulle missioni e sull'addestramento. I vertici di Esercito e Aeronautica hanno invece dato il loro assenso, pur segnalando rischi significativi. Il giudizio complessivo, secondo una delle persone che hanno letto il documento, è che dopo sei mesi l'operazione si sia spinta "troppo oltre, per troppo tempo".

Guerra con l’Iran · Sei mesi di operazioni

Lo stesso blocco navale sta strozzando l’Iran e logorando la Marina americana

Un quarto dei cacciatorpediniere americani è pronto a prendere il mare. Il Fondo Monetario prevede per l’Iran una contrazione del 6,1 per cento. I comandanti chiedono di fermarsi, l’analista Brett McGurk sostiene che Washington stia iniziando a vincere.

Grafica di FocusAmerica 30 agosto 2026

Lo Stretto di Hormuz, sei mesi dopo l’inizio della guerra

Il blocco navale americano, schierato nel Golfo di Oman e nel Mare Arabico a est dello Stretto: ferma le navi dirette ai porti iraniani o in partenza da essi.
La rotta del greggio: 15-16 milioni di barili al giorno passano ancora, circa due terzi dei livelli precedenti alla guerra.

La stessa guerra, due contabilità opposte

Marina americana
25%

Economia iraniana
−6,1%

Quota dei cacciatorpediniere pronti a salpare, contro livelli molto più alti prima della guerra
Contrazione del prodotto interno lordo prevista dal Fondo Monetario per il 2026

Il blocco che sta mettendo in ginocchio Teheran è lo stesso che consuma navi, missili e uomini americani. Chi cederà per primo, nessuno è ancora in grado di dirlo.

Le due letture e i quattro atti
IIl logoramento IILa stretta IIII quattro atti

Quello che vedono i comandanti

Dopo sei mesi, la flotta non regge il ritmo


L’ammiraglio Daryl Caudle ha scritto che senza una data di conclusione la Marina non può sostenere l’impegno attuale. Oggi soltanto un quarto dei cacciatorpediniere è pronto a prendere il mare.

Ogni cento cacciatorpediniere, quanti sono pronti

Pronti a prendere il mare Non disponibili

Decine di navi sono state impegnate prima per l’offensiva, poi per far rispettare il blocco delle rotte da e per i porti iraniani. Alcuni equipaggi sono in mare da mesi oltre la durata prevista.

Le scorte di intercettori, prima e dopo

Nel solo primo mese di guerra gli Stati Uniti hanno lanciato oltre 850 missili Tomahawk e più di mille intercettori. La Casa Bianca sostiene che le notizie sulle carenze di munizioni siano inesatte.

Il prezzo materiale

Il dissenso formale nel documento

Nel gergo del Pentagono si chiama non-concur: eseguo l’ordine, ma metto a verbale che non sono d’accordo. Nell’edizione del 14 agosto lo hanno scritto quattro comandi su sei.

Quello che vede Brett McGurk

Il blocco sta spostando la leva verso Washington


Per l’analista della CNN, che ha lavorato alla sicurezza nazionale con quattro presidenti, la tesi secondo cui l’Iran avrebbe vinto potrebbe rivelarsi prematura. Le petroliere tornano a passare, i prezzi restano stabili, l’economia iraniana affonda.

Il petrolio che attraversa il Golfo, milioni di barili al giorno

I tentativi iraniani di chiudere il passaggio con droni e mine stanno fallendo per la prima volta. Trasferimenti da nave a nave e traversate con i sistemi di identificazione spenti hanno riportato i flussi a circa due terzi dei livelli precedenti alla guerra.

Il conto che paga Teheran

È la prima volta dalla rivoluzione del 1979 che l’Iran vede la propria arteria economica messa in quarantena. La via d’uscita, secondo McGurk, sarebbe rinunciare alle minacce nello Stretto e a ciò che resta dell’arricchimento dell’uranio: per i Guardiani della Rivoluzione, mostrare debolezza.

La cronologia

Sei mesi di guerra in quattro atti


Tocca ogni tappa per aprire i dettagli.

Dopo sei mesi, l’operazione si è spinta «troppo oltre, per troppo tempo».
Il giudizio complessivo del documento riservato, riferito al Washington Post da una delle persone che lo hanno letto

Fonte Washington Post, edizione del 14 agosto del Secretary of Defense Orders Book; analisi di Brett McGurk per la CNN; Goldman Sachs, 28 agosto 2026; Fondo Monetario Internazionale, World Economic Outlook; Ministero del Lavoro iraniano. Elaborazione FocusAmerica.

La Marina è al limite


Il quadro più cupo è stato tracciato dall'ammiraglio Daryl Caudle, a capo delle operazioni navali. A suo giudizio, la Marina staunitense non può sostenere l'attuale livello di impegno senza una data di conclusione delle operazioni: appena un quarto della flotta di cacciatorpediniere è pronto a prendere il mare, una quota nettamente inferiore ai livelli precedenti alla guerra. La Marina ha messo a disposizione decine di navi, prima per l'offensiva e la difesa dalle rappresaglie iraniane e poi per far rispettare il blocco dei porti iraniani voluto da Trump. Alcuni equipaggi sono in mare da mesi ben oltre la durata prevista del loro dispiegamento.

Anche l'ammiraglio Samuel Paparo, comandante dell'Indo-Pacific Command, ha contestato l'ordine di continuare a fornire un gruppo d'attacco composto da una portaerei e dai relativi cacciatorpediniere. L'unica portaerei destinata al Pacifico, elemento centrale della strategia di deterrenza nei confronti di Pechino, è stata ora inviata in Medio Oriente per sostituirne un'altra che era rimasta in mare per oltre 300 giorni.

Ai costi umani si aggiungono quelli materiali. La guerra ha fortemente ridotto le scorte di intercettori Patriot e THAAD e di missili Tomahawk: nel solo primo mese sarebbero stati lanciati oltre 850 missili Tomahawk e più di mille intercettori. Almeno 45 droni Reaper, circa un quarto della intera flotta, sono andati perduti e le basi americane nella regione hanno subito danni per miliardi di dollari, anche se la Casa Bianca sostiene che le notizie sulle carenze di munizioni siano inesatte.

Il Comando Centrale mantiene inoltre in allerta da mesi oltre 50 mila militari nell'eventualità che il presidente possa ordinarie nuovi attacchi. L'82ª Divisione aviotrasportata, mobilitata a marzo con 2 mila soldati e considerata centrale per qualsiasi eventuale operazione terrestre, resterà nella regione almeno fino a settembre. Il portavoce di Hegseth, Sean Parnell, ha risposto che il Pentagono "non discute i processi operativi interni" e che le decisioni sugli schieramenti si basano sulla valutazione delle minacce e sulle priorità fissate dal presidente.

McGurk: la leva sta passando a Washington


Una lettura opposta della stessa fase della guerra arriva invece da Brett McGurk, analista della CNN che ha ricoperto incarichi di sicurezza nazionale sotto quattro presidenti, da George W. Bush a Joe Biden. In un'analisi pubblicata domenica sul sito della CNN sostiene che la tesi, ormai diffusa, secondo cui "l'Iran ha vinto" potrebbe rivelarsi prematura.

McGurk divide il conflitto in quattro atti: i bombardamenti iniziati il 28 febbraio, il cessate il fuoco del 7 aprile, seguito dal Memorandum del 17 giugno tra Trump e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, la ripresa degli attacchi iraniani contro le navi nello Stretto di Hormuz, ed infine, dal 14 luglio, il blocco navale accompagnato dalle sanzioni sul petrolio iraniano, al quale Teheran ha risposto sospendendo il Memorandum.

È quest'ultimo passaggio, secondo McGurk, ad aver modificato i rapporti di forza a favore di Washington. I flussi di petrolio attraverso lo Stretto sono tornati a circa due terzi dei livelli precedenti alla guerra, secondo una stima di Goldman Sachs del 28 agosto, mentre i prezzi dell'energia sono rimasti stabili e i tentativi iraniani di chiudere il passaggio con droni e mine starebbero fallendo per la prima volta.

La pressione economica si sta concentrando così su Teheran. Il Fondo Monetario Internazionale prevede per quest'anno una contrazione dell'economia iraniana del 6,1%, con un'inflazione vicina al 70%, mentre un funzionario del Ministero del Lavoro iraniano ha stimato in un milione i posti di lavoro persi nei primi tre mesi di guerra. È la prima volta dalla rivoluzione del 1979, scrive McGurk, che l'Iran si trova ad affrontare una quarantena della sua principale arteria economica. La via d'uscita per Teheran, nella sua analisi, sarebbe rinunciare alle minacce nello Stretto e a ciò che resta del programma di arricchimento dell'uranio. Per i Guardiani della Rivoluzione, però, tale scelta equivarrebbe a mostrare debolezza.

Le due letture non si escludono a vicenda. È anzi proprio la loro coesistenza a descrivere meglio il dilemma di oggi per la Casa Bianca: il blocco navale che, secondo McGurk, sta finalmente mettendo sotto pressione l'Iran è lo stesso che, secondo i comandanti americani, sta logorando sempre di più la Marina e riducendo le risorse disponibili per il Pacifico e per la difesa del territorio nazionale. Chi cederà per primo, nessuno è ancora in grado di dirlo.


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Questo post è per tutti, ma soprattutto per chi sostiene che «il femminicidio non esiste», riduce le donne uccise a una statistica e osa parlare di “soglia fisiologica”.

Non è fisiologico morire perché un uomo considera una relazione una proprietà. Né essere controllate, perseguitate o uccise per aver detto no, denunciato o scelto di andarsene.

Il femminicidio ha un nome perché ha una matrice precisa: possesso, dominio e negazione della libertà femminile.

Lorena Isceri ha chiamato il 112 dal bagagliaio in cui era stata rinchiusa. Quella telefonata esiste. Il suo terrore esiste. La violenza di genere esiste. Negarla serve soltanto a renderla più facile da ignorare.

Non vogliamo gestire il numero delle vittime: vogliamo azzerarlo. Servono educazione sessuale e affettiva, protezione tempestiva per chi denuncia, risorse stabili ai centri antiviolenza, autonomia economica e formazione per chi deve intervenire.

Nessuna donna è una statistica accettabile.
Nessuna morte è fisiologica.
La soglia è zero.

Se sei in pericolo, chiama subito il 112.
Per ascolto, sostegno e orientamento, contatta il 1522: è gratuito, anonimo e attivo 24 ore su 24, anche via chat.

#Femminicidio #ViolenzaDiGenere #EducazioneAffettiva #NonUnaDiMeno #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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AI could be the next Industrial Revolution and that’s - complicated?

Since I made this speech in July, the European Council has agreed to put AI on the agenda in the upcoming summits

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Il mercato del lavoro Usa torna a correre, 162mila nuovi posti di lavoro ad agosto


Occupazione molto sopra le attese e disoccupazione ferma al 4,1%. Il dato rafforza però le chance di un rialzo dei tassi della Federal Reserve a settembre.

L'economia americana ha creato 162mila posti di lavoro ad agosto, molto più delle attese degli economisti, che a seconda dei sondaggi indicavano un aumento compreso tra 53mila e 65mila unità. Il tasso di disoccupazione è invece rimasto stabile al 4,1%, secondo i dati diffusi oggi dal Dipartimento del Lavoro.

Si tratta dell'incremento mensile più consistente da maggio e di un dato superiore di oltre cinque volte alla media dei dodici mesi precedenti, pari a circa 31mila nuovi posti al mese. Il Dipartimento del Lavoro ha inoltre rivisto al rialzo i dati dei due mesi precedenti, aggiungendo complessivamente 55mila posti rispetto alle stime iniziali. Luglio, che un mese fa risultava essersi chiuso con una perdita di 23mila posti, mostra ora un aumento di 21mila. La crescita di giugno è stata invece rivista da 20mila a 31mila posti.

Tra i settori che hanno contribuito maggiormente all'aumento dell'occupazione ci sono ristoranti e bar, con 59mila nuovi posti, e l'istruzione pubblica locale, con 42mila, recuperando gran parte delle perdite registrate il mese precedente. È aumentato anche il tasso di partecipazione alla forza lavoro, cioè la quota della popolazione che lavora o cerca attivamente un impiego: dal 61,4% di luglio al 61,6% di agosto. Rimane comunque mezzo punto percentuale sotto il livello di gennaio.

Stati Uniti · Mercato del lavoro
L’America ha creato 162mila posti ad agosto. Il punto è quanti ne servivano
Il mese migliore da marzo arriva in un mercato del lavoro che si è rimpicciolito. Per tenere ferma la disoccupazione oggi bastano tra i 15mila e gli 87mila posti al mese, secondo la Federal Reserve di St. Louis. Nella primavera del 2025 la stessa stima era di 153mila.

Grafica di FocusAmerica 4 settembre 2026

Agosto 2026
162.000
posti di lavoro creati in un mese

3×le attese degli economisti, ferme a 53.000
5×la media dei dodici mesi precedenti, 31.000
+141.000rispetto a luglio: il mese migliore da marzo

Posti di lavoro non agricoli, dato destagionalizzato del Dipartimento del Lavoro. Nessuna delle stime raccolte da Bloomberg arrivava così in alto.

Scala di riferimento: zona di pareggio tra 15.000 e 87.000 posti al mese; media degli ultimi dodici mesi 31.000; attese 53.000; ritmo medio dal 1995 al 2020 119.000; agosto 2026 162.000.

4,1%
Tasso di disoccupazione, invariato rispetto a luglio

61,6%
Tasso di partecipazione, in risalita dal 61,4% ma mezzo punto sotto il livello di gennaio

7,0 mln
Persone senza lavoro che ne stanno cercando uno

La soglia che crolla
In un anno i posti necessari per tenere ferma la disoccupazione sono scesi da 153mila a meno di 90mila
Stime della Federal Reserve di St. Louis del numero di posti al mese sufficiente a non far salire il tasso di disoccupazione, con le ipotesi di immigrazione netta mensile su cui si basano. Valori in posti al mese.

Aprile 2025: 153.000 posti al mese, con un’immigrazione netta prevista di 168.000 persone al mese. Agosto 2025: tra 32.000 e 82.000. Marzo 2026: tra 15.000 e 87.000, con un’immigrazione compresa tra un calo di 77.000 e un aumento di 48.000 persone al mese. La media reale degli ultimi dodici mesi è di 31.000 posti.

Il punto
L’asticella non si è abbassata perché l’economia è più forte, ma perché entrano meno lavoratori: la stretta sull’immigrazione e i baby boomer che arrivano all’età della pensione riducono l’offerta di lavoro. Con 31.000 posti al mese, per un anno, la disoccupazione non è salita.

Ventiquattro mesi
Due anni di alti e bassi che si annullano a vicenda
Variazione mensile dei posti di lavoro non agricoli da settembre 2024 ad agosto 2026, con la media mobile degli ultimi tre mesi. Trascina il dito o passa il mouse sul grafico per leggere ogni singolo mese.

Agosto 2026
Il mese migliore da marzo

+162.000
media 3 mesi: +71.000

Nei ventiquattro mesi da settembre 2024 il saldo mensile ha oscillato tra i 237.000 posti di dicembre 2024 e i 156.000 persi a febbraio 2026. La media degli ultimi tre mesi è di 71.000 posti.

Mesi in crescita Mesi in calo Stima precedente, prima della revisione Media mobile a tre mesi

Le revisioni
Giugno e luglio sono stati corretti al rialzo di 55.000 posti complessivi. Luglio, che un mese fa risultava chiuso con una perdita di 23.000 posti, ora ne registra 21.000 in più; giugno passa da 20.000 a 31.000. Le revisioni ribaltano il segno di luglio, non la direzione dell’anno: la media trimestrale risale a 71.000, ma resta sotto i 142.000 di marzo.

Come si arriva a 162mila
Ristoranti e scuole hanno prodotto quasi due terzi dei posti
Contributo di ogni settore al saldo di agosto 2026. Le barre si sommano da sinistra a destra fino al totale. Valori in migliaia di posti.

Ristorazione e locali pubblici +59.000, istruzione pubblica locale +42.000, sanità e assistenza sociale +28.000, costruzioni +22.000, manifattura +16.000, altri settori +29.000, attività finanziarie −11.000, informazione −23.000. Totale: 162.000.

Il punto
Due soli comparti, ristorazione e istruzione pubblica locale, valgono 101.000 posti sui 162.000 totali: il primo ha fatto cinque volte la sua media mensile, il secondo ha recuperato i 50.000 posti persi a luglio. La sanità, motore dell’ultimo anno, rallenta. L’informazione perde 23.000 posti, quasi il triplo della sua perdita media mensile.

Il paradosso
Il mercato del lavoro tiene, ma chi cerca un impiego non se ne accorge
I dati aggregati restano solidi. Le buste paga e i sondaggi raccontano un’altra storia.

Salari contro prezzi, variazione sui dodici mesi

Le retribuzioni orarie medie crescono del 3,1%, i prezzi al consumo del 3,4%.

Il segno sulla prima barra indica dove dovrebbero arrivare i salari per stare al passo con i prezzi: il potere d’acquisto arretra di tre decimi di punto. A pesare è soprattutto l’energia, salita del 14,7% in un anno.

Lavoratori convinti che sia un buon momento per trovare un lavoro di qualità

A metà 2022 lo pensava il 70% dei lavoratori. Nell’autunno 2025 il 28%.

Tra chi ha una laurea la quota scende al 19%. Sondaggio Gallup su 22.368 lavoratori, 30 ottobre – 13 novembre 2025.

In sintesi
Si licenzia poco e si assume ancora meno. È un mercato favorevole a chi un impiego ce l’ha già, molto meno a chi lo cerca: neolaureati e lavoratori che vogliono cambiare posto.

Fonte Bureau of Labor Statistics, The Employment Situation – August 2026 (USDL-26-1435, 4 settembre 2026) e serie CES0000000001 per la variazione mensile e la media mobile; media 1995–2020 calcolata da FocusAmerica sulla stessa serie; «altri settori» è il saldo dei comparti non elencati. Federal Reserve Bank of St. Louis, Breakeven Employment Growth, aprile e agosto 2025, marzo 2026, su proiezioni di immigrazione CBO, AEI-Brookings e Goldman Sachs. Consenso degli economisti Dow Jones. Indice dei prezzi al consumo BLS, luglio 2026. Gallup, sondaggio su 22.368 lavoratori, 30 ottobre – 13 novembre 2025.

La Fed torna a concentrarsi sull'inflazione


Il rapporto sul lavoro arriva a pochi giorni dalla riunione della Federal Reserve del 15 e 16 settembre, quando la banca centrale dovrà decidere se modificare i tassi di interesse. Prima delle dichiarazioni rilasciate ieri dal governatore Christopher Waller, i mercati attribuivano circa due probabilità su tre a un rialzo dei tassi a settembre. L'inflazione resta infatti elevata: a luglio i prezzi al consumo erano aumentati del 3,4% rispetto a un anno prima, ancora molto al di sopra dell'obiettivo del 2% della Fed.

Il nuovo presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, in carica da maggio, la settimana scorsa a Jackson Hole, durante il simposio annuale dei banchieri centrali, ha descritto il mercato del lavoro come compatibile con una situazione di “piena occupazione”, indicando invece nell'inflazione il principale problema per la politica monetaria. Una crescita dell'occupazione più contenuta, ha osservato, è naturale in una fase in cui anche l'offerta di nuovi lavoratori aumenta poco.

Waller ha adottato una posizione più prudente. Ieri ha definito il mercato del lavoro “stabile” e l'occupazione vicina al suo massimo sostenibile, condizioni che, a suo giudizio, riducono il peso del mercato del lavoro nelle decisioni sui tassi. Ha inoltre detto che sarebbe disposto a sostenere il mantenimento dei tassi ai livelli attuali se il dato sull'inflazione della prossima settimana confermasse un rallentamento dei prezzi.

Dopo le sue dichiarazioni, la probabilità di un rialzo a settembre stimata dai mercati era scesa intorno al 55%. Il dato sull'occupazione pubblicato oggi, molto più forte delle attese, l'ha però riportata intorno al 65%. Nel frattempo, i salari continuano a crescere meno dei prezzi. Le retribuzioni orarie medie sono aumentate del 3,1% rispetto a un anno fa, contro un'inflazione del 3,4%.

A pesare sui bilanci delle famiglie è soprattutto il rincaro della benzina. Ad agosto il prezzo medio nazionale si è attestato intorno a 4,07 dollari al gallone, circa 3,8 litri, contro i 3,95 dollari di luglio. Oggi è salito fino a circa 4,15 dollari. L'aumento è legato soprattutto al prezzo del petrolio, tornato sopra i 90 dollari al barile in seguito alle nuove tensioni nello Stretto di Hormuz.

Un mercato del lavoro più piccolo e meno dinamico


Il dato di agosto è particolarmente forte se confrontato con il ritmo di crescita dell'occupazione oggi necessario per mantenere stabile il tasso di disoccupazione. Gli economisti di Bank of America stimano che possano bastare circa 20mila nuovi posti al mese per evitare un aumento della disoccupazione, una delle valutazioni più basse tra quelle disponibili. La Federal Reserve di St. Louis colloca invece la soglia in un intervallo compreso tra 15mila e 87mila posti, mentre altre stime si attestano intorno ai 60mila.

Nel quarto di secolo precedente alla pandemia, la crescita necessaria era molto più elevata e si aggirava in media intorno ai 120mila posti al mese. La soglia si è abbassata soprattutto per ragioni demografiche. La popolazione americana sta invecchiando e quest'anno i più giovani tra i baby boomer raggiungeranno i 62 anni, l'età minima alla quale è possibile iniziare a ricevere la pensione della Social Security, seppure con un assegno ridotto.

Allo stesso tempo, la stretta sull'immigrazione introdotta dall'Amministrazione sta limitando l'ingresso di nuovi lavoratori. Il risultato è un mercato del lavoro che può mantenere stabile la disoccupazione anche creando molti meno posti rispetto al passato. Le richieste iniziali di sussidi di disoccupazione restano vicine ai minimi degli ultimi decenni, segnale che i licenziamenti sono ancora contenuti. Ma i dati diffusi questa settimana mostrano anche che le nuove assunzioni rimangono deboli.

Ne emerge un mercato nel quale le aziende licenziano poco, ma assumono altrettanto poco: una situazione relativamente favorevole per chi ha già un impiego, molto meno per i neolaureati e per chi cerca di cambiare lavoro.

Non sorprende quindi che, in un recente sondaggio Gallup, soltanto il 34% degli intervistati abbia dichiarato di considerare questo un buon momento per trovare un lavoro di qualità.

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Dank einer neuen EU-Verordnung können Menschen jetzt nachvollziehen, wie viel Geld die Parteien im Wahlkampf in Sachsen-Anhalt für Plakate, Flyer und Werbeanzeigen ausgeben. Allerdings setzen die Parteien die Vorgaben sehr unterschiedlich um, unsere Recherche findet sehr viel Unübersichtlichkeit und manche Versäumnisse.

Ein Gesetz, das mehr Klarheit und Durchsetzung der Regeln bringen könnte, ist noch nicht verabschiedet.

netzpolitik.org/2026/politisch…

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Microsoft Purview DSPM: come ridurre l’esposizione dei dati prima di attivare Copilot
#tech
spcnet.it/microsoft-purview-ds…
@informatica


Microsoft Purview DSPM: come ridurre l’esposizione dei dati prima di attivare Copilot


Con l’adozione di Copilot che accelera dentro Microsoft 365, molti team IT si stanno scontrando con un problema che precede di anni l’AI generativa ma che l’AI generativa rende improvvisamente urgente: la sovraesposizione dei dati. File condivisi “a chiunque abbia il link” dimenticati su SharePoint anni fa, permessi ereditati mai ripuliti, cartelle OneDrive con dati finanziari accessibili a interi reparti. Finché a leggere quei file era un motore di ricerca aziendale poco usato, il rischio restava contenuto. Con un assistente AI che risponde a qualunque domanda pescando da tutto ciò a cui l’utente ha accesso, ogni permesso mal configurato diventa una potenziale fuga di informazioni istantanea. Microsoft Purview Data Security Posture Management (DSPM) nasce per rispondere proprio a questo scenario, e vale la pena capire cosa fa concretamente, prima di attivare Copilot su larga scala.

Cos’è DSPM e perché non è “un altro tool di compliance”


DSPM è il componente di Microsoft Purview dedicato a rispondere a quattro domande fondamentali sulla postura di sicurezza dei dati di un’organizzazione:

  • Che dati abbiamo? — discovery e classificazione automatica
  • Dove sono conservati? — mappatura di location e storage
  • Chi può accedervi?analisi dei pattern di accesso e permessi
  • Come sono protetti? — valutazione delle policy di protezione applicate

A differenza di un tool di compliance tradizionale che verifica la conformità a una normativa in un dato momento, DSPM è pensato per essere continuo: monitora costantemente lo stato dei dati sensibili in Microsoft 365, Azure e alcune piattaforme di terze parti, e traccia se l’esposizione migliora o peggiora nel tempo attraverso un grafico di trend a 30 giorni sulla dashboard principale.

Il flusso operativo: discovery, assessment, remediation


DSPM lavora attraverso cinque fasi concettuali:

  1. Discovery: individua informazioni sensibili — dati di payroll, codici fiscali, contratti, proprietà intellettuale, codice sorgente — usando classificatori integrati e sensitive information type basati su pattern matching (numeri di carte di credito, patenti, SSN, oltre a classificazioni personalizzate per record finanziari o contratti specifici dell’organizzazione)
  2. Assessment: valuta lo stato di crittografia, l’applicazione di etichette di sensibilità e i rischi di condivisione eccessiva
  3. Prioritizzazione: ordina i problemi rilevati per severità, in modo da affrontare prima gli elementi a rischio più alto
  4. Remediation: applica azioni correttive — etichette di sensibilità, riduzione dei permessi, creazione di policy DLP
  5. Monitoraggio continuo: verifica se l’esposizione dei dati migliora o peggiora nel tempo

Un punto tecnico che vale la pena chiarire subito, perché genera spesso confusione: DSPM individua l’esposizione, DLP la applica. DSPM è lo strumento di ricerca e scoperta — risponde a “dove abbiamo un problema” — mentre Data Loss Prevention è il livello che impone effettivamente restrizioni comportamentali una volta identificato il rischio. Non sono strumenti alternativi ma complementari, e DSPM può generare direttamente raccomandazioni per creare o affinare policy DLP.

Le funzionalità chiave

Data risk assessment


DSPM offre assessment predefiniti e personalizzabili che identificano contenuti sovraesposti, protezione inadeguata, etichette di sensibilità mancanti e permessi ad alto rischio. Quando questi problemi vengono confermati, DSPM può automatizzare passaggi di remediation come la rimozione di link di condivisione pubblici, l’applicazione di policy DLP, la revoca di permessi o l’applicazione di etichette di sensibilità — prima che l’incidente si verifichi, non dopo.

Rilevamento dei percorsi di esfiltrazione


Uno degli use case più concreti è la mappatura dei cosiddetti “exfiltration path”: dati sensibili condivisi esternamente, o informazioni business-critical protette da controlli di accesso deboli. DSPM consolida in questo ambito gli insight provenienti da quattro soluzioni Purview distinte: Data Loss Prevention, Insider Risk Management, Information Protection (etichette di sensibilità) e Data Security Investigations — offrendo così una vista unificata invece di quattro dashboard scollegate.

DSPM for AI: la componente più rilevante per chi sta adottando Copilot


Con l’estensione DSPM for AI, Microsoft ha aggiunto un livello di osservabilità specifico per gli agenti e le app AI, incluso Microsoft Agent 365. L’AI Observability Dashboard fornisce:

  • Un inventario delle app e degli agenti AI in uso nell’organizzazione
  • Attività registrata negli ultimi 30 giorni
  • Il conteggio degli agenti considerati ad alto rischio
  • Il numero totale di agenti che interagiscono con dati sensibili
  • Una vista dettagliata per singolo agente e per policy di governance applicata

In pratica, prima di dare a Copilot (o a qualunque altro agente AI collegato al tenant) accesso ai dati aziendali, DSPM for AI permette di vedere quali repository quell’agente toccherebbe e con quale livello di rischio, invece di scoprirlo a posteriori tramite un incidente.

Attivazione: i setup task principali


La configurazione iniziale avviene dal Microsoft Purview portal, sotto DSPM > Actions > Setup tasks, dove ogni attività include istruzioni passo-passo, stato di completamento, tempo stimato e impatto previsto sugli utenti. I task principali sono:

Setup taskCosa faNote
Attivazione Microsoft Purview AuditVerifica che l’audit sia abilitatoAttivo di default sui tenant nuovi, va abilitato manualmente sui tenant esistenti
Onboarding dei dispositiviDeploy su endpoint WindowsNecessario per la visibilità su siti AI di terze parti e per endpoint DLP
Estensione browser PurviewDeploy su Chrome/EdgeRichiesta per le policy DLP a livello di browser
Etichette di sensibilitàCrea etichette e policy predefiniteSolo se non già configurate nel tenant
Configurazione billingAttiva il pay-as-you-goRichiesta per alcune configurazioni avanzate
Integrazione con SentinelCollega il content hubFunzionalità in preview

Un aspetto da verificare con attenzione prima del rollout è quello dei permessi: la documentazione ufficiale non elenca in modo esplicito i ruoli richiesti (Global Admin, Security Admin, Compliance Admin), quindi è opportuno validare con un tenant di test quali ruoli minimi servono per ciascun setup task, prima di assegnare permessi troppo ampi al team che gestirà DSPM in produzione.

Licensing: cosa aspettarsi


DSPM (in versione “classica”) è incluso nelle licenze Microsoft 365 E5 / E5 Compliance, mentre alcune funzionalità più avanzate — in particolare componenti di DSPM for AI e alcune configurazioni di billing pay-as-you-go — possono richiedere add-on o un modello di consumo separato. Prima di pianificare il rollout, vale la pena verificare la Microsoft Purview Licensing Guidance aggiornata, perché il pacchetto di funzionalità incluse per fascia di licenza è soggetto a modifiche frequenti.

DSPM non sostituisce la compliance tradizionale


Un’ultima precisazione utile per chi deve giustificare il progetto internamente: DSPM offre visibilità sul trattamento dei dati sensibili ed è un complemento prezioso agli strumenti di compliance tradizionali, ma non li sostituisce. Framework normativi (GDPR, ISO 27001, settoriali) richiedono comunque processi, documentazione e controlli dedicati. DSPM riduce il rischio operativo e dà visibilità continua, ma resta uno strumento di data security posture, non un motore di conformità normativa.

Quando ha senso adottarlo


DSPM è particolarmente utile per organizzazioni che:

  • Stanno pianificando o hanno già distribuito Copilot su larga scala
  • Gestiscono ambienti SharePoint/OneDrive di grandi dimensioni con anni di condivisioni stratificate
  • Trattano dati regolamentati (finanziari, sanitari, PII in generale)
  • Faticano a mantenere visibilità sulla governance dei dati a scala aziendale

Organizzazioni piccole, con esigenze di compliance minime e un perimetro dati contenuto, potrebbero non trarne un beneficio proporzionato al costo di licenza e all’impegno di configurazione iniziale.

Conclusione


Il messaggio di fondo di DSPM è semplice ma spesso trascurato: attivare Copilot senza prima aver mappato chi può accedere a cosa significa dare a un assistente AI estremamente efficiente nel trovare informazioni lo stesso identico perimetro di accesso — sbagliato — che esisteva già, solo molto più velocemente interrogabile. Per i team che gestiscono tenant Microsoft 365 di dimensioni medio-grandi, un ciclo di discovery e remediation con DSPM prima del rollout di Copilot non è un passaggio opzionale di “nice to have”, ma la differenza tra un’adozione AI controllata e un incidente di esposizione dati che si scopre solo dopo che è già successo.

Fonte originale: Microsoft Purview Data Security Posture Management Explained: How It Reduces Data Exposure Before Copilot – Petri IT Knowledgebase (Brien Posey). Approfondimenti tecnici da Microsoft Learn.


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Cronologia Bash su Linux: HISTFILE, HISTTIMEFORMAT e scorciatoie per sistemisti
#tech
spcnet.it/cronologia-bash-su-l…
@informatica


Cronologia Bash su Linux: HISTFILE, HISTTIMEFORMAT e scorciatoie per sistemisti


Chiunque amministri sistemi Linux passa gran parte della giornata dentro una shell, e la cronologia dei comandi (history) è probabilmente lo strumento più usato e meno conosciuto a fondo. Sappiamo tutti premere la freccia su o lanciare Ctrl+R, ma pochi sfruttano davvero le variabili che controllano cosa viene salvato, come viene formattato e come sincronizzarlo tra più terminali aperti in contemporanea. Vediamo come portare la gestione della cronologia Bash a un livello professionale, con configurazioni pronte per essere messe in produzione su server multi-utente.

Le variabili che governano la cronologia


Bash tiene traccia dei comandi in due posti distinti: la memoria della sessione corrente e il file su disco (di default ~/.bash_history). Questa distinzione è la fonte di gran parte della confusione quando si lavora con più terminali aperti, quindi vale la pena chiarirla subito con le variabili che la controllano.

HISTSIZE e HISTFILESIZE


HISTSIZE stabilisce quanti comandi restano in memoria durante la sessione attiva, mentre HISTFILESIZE determina quante righe vengono conservate nel file su disco. Sono due limiti indipendenti: si può avere una sessione “leggera” con poche centinaia di comandi in memoria ma un archivio storico molto più ampio su disco.

export HISTSIZE=10000
export HISTFILESIZE=20000

Impostare un valore negativo (o vuoto) rende la cronologia illimitata: sconsigliato su sistemi condivisi, dove un file di history che cresce senza controllo può diventare un problema sia di spazio che di sicurezza.

HISTFILE


HISTFILE indica dove viene scritta la cronologia. Il default è ~/.bash_history, ma è possibile ridirigerla altrove, ad esempio per tenere una history separata per progetto o per sessioni di audit:

export HISTFILE="$HOME/.bash_history_$(date +%Y%m)"

HISTTIMEFORMAT: i timestamp che quasi nessuno abilita


Per impostazione predefinita, history non mostra quando un comando è stato eseguito. Abilitare i timestamp con HISTTIMEFORMAT è probabilmente l’impostazione a più alto rapporto beneficio/sforzo di questo articolo, specialmente in fase di troubleshooting: sapere che un comando è stato lanciato tre minuti prima di un incidente è un’informazione preziosa.

export HISTTIMEFORMAT="%F %T  "

Con questa impostazione, history | grep nginx restituirà righe del tipo:
1042  2026-09-03 10:14:02  systemctl reload nginx

Un dettaglio tecnico da tenere a mente: il timestamp viene registrato internamente come epoch Unix ad ogni comando, ma diventa visibile solo se HISTTIMEFORMAT è impostato prima che i comandi vengano eseguiti. Se lo si abilita a metà sessione, i comandi precedenti non avranno un timestamp recuperabile.

HISTCONTROL: cosa non salvare


HISTCONTROL filtra cosa entra in cronologia:

  • ignorespace – esclude i comandi che iniziano con uno spazio (utile per non salvare comandi con password o token inline)
  • ignoredups – salta i duplicati consecutivi
  • ignoreboth – combina entrambi i comportamenti precedenti
  • erasedups – rimuove tutte le occorrenze precedenti di un comando ripetuto, non solo quelle consecutive


export HISTCONTROL=ignoreboth

Il trucco di ignorespace è particolarmente utile: basta digitare un comando con uno spazio iniziale (es. curl -H "Authorization: Bearer xyz..." ...) per evitare che token o credenziali finiscano nel file di history in chiaro.

HISTIGNORE: filtrare per pattern


HISTIGNORE permette di escludere dalla cronologia comandi ricorrenti e poco utili come ls, cd o pwd. Attenzione: i pattern ancorano l’inizio della riga e devono corrispondere all’intero comando, quindi vanno elencati esplicitamente anche gli argomenti comuni.

export HISTIGNORE="ls:ll:la:cd:cd -:pwd:exit:date:clear:history"

Le opzioni della shell: histappend e histverify


Due shopt completano la configurazione di base. La prima è quasi obbligatoria su qualunque sistema con più terminali:

shopt -s histappend

Senza histappend, Bash sovrascrive il file HISTFILE alla chiusura della shell con il contenuto della sessione corrente, perdendo i comandi salvati da altri terminali chiusi nel frattempo. Con histappend attivo, ogni sessione aggiunge in coda invece di sovrascrivere.

La seconda opzione utile è histverify, che intercetta le espansioni di history (come !! o !497) e le mostra sul prompt per una conferma, invece di eseguirle immediatamente:

shopt -s histverify

Questo piccolo accorgimento evita un classico incidente: digitare !42 pensando che sia un comando innocuo e scoprire, dopo l’esecuzione, che il comando numero 42 era un rm -rf lanciato ore prima in un altro contesto.

Sincronizzare la cronologia tra terminali multipli


Per chi lavora con molte finestre o sessioni tmux/screen aperte in parallelo, il comportamento di default di Bash è frustrante: ogni shell scrive la propria history solo alla chiusura, quindi i comandi digitati in un terminale non sono visibili negli altri finché non li si chiude esplicitamente.

La soluzione è agganciare la scrittura e la ricarica della history a PROMPT_COMMAND, che Bash esegue prima di ogni visualizzazione del prompt:

PROMPT_COMMAND="history -a; history -c; history -r${PROMPT_COMMAND:+; $PROMPT_COMMAND}"

Scomponendo la sequenza:
  • history -a – accoda immediatamente su disco i nuovi comandi della sessione
  • history -c – svuota la lista in memoria della sessione corrente
  • history -r – ricarica in memoria l’intero file, inclusi i comandi scritti da altre sessioni

Il risultato: la freccia su e Ctrl+R attingono a una cronologia condivisa e aggiornata quasi in tempo reale tra tutti i terminali aperti. Il costo è un piccolo overhead ad ogni prompt, generalmente trascurabile salvo file di history molto grandi; in quel caso è preferibile una variante più leggera con history -n, che legge solo le righe nuove invece di ricaricare l’intero file:

PROMPT_COMMAND="history -a; history -n${PROMPT_COMMAND:+; $PROMPT_COMMAND}"

Comandi di gestione della history


Oltre alle variabili di ambiente, il builtin history offre diverse operazioni utili in amministrazione quotidiana:

# Mostra tutta la cronologia con numerazione
history

# Ultimi 20 comandi
history 20

# Cerca nella cronologia
history | grep nginx

# Scrive subito su disco la sessione corrente
history -a

# Elimina una riga specifica dalla memoria (es. riga 497)
history -d 497

# Elimina e persiste la rimozione sul file
history -d 497 && history -w

# Svuota completamente memoria e file
history -c && history -w

Per disabilitare temporaneamente la registrazione, ad esempio prima di digitare una password su un comando che non supporta variabili d’ambiente:
set +o history
# comandi non registrati qui
set -o history

Le scorciatoie da tastiera che valgono la pena imparare


Oltre al classico Ctrl+R per la ricerca incrementale, Bash espone un intero linguaggio di espansione della history, largamente sotto-utilizzato:

ScorciatoiaFunzione
!!Ripete l’ultimo comando
!$Ultimo argomento del comando precedente
!^Primo argomento del comando precedente
!*Tutti gli argomenti del comando precedente
!NEsegue il comando numero N
!stringaUltimo comando che inizia con “stringa”
!stringa:pMostra il comando senza eseguirlo (preview)
^vecchio^nuovoSostituisce e rilancia l’ultimo comando
Alt+.Richiama ciclicamente l’ultimo argomento dei comandi precedenti

!$ in particolare è utile più spesso di quanto sembri: dopo mkdir /var/log/miaapp, digitare cd !$ evita di riscrivere il percorso.

Ricerca interattiva avanzata con fzf


Per chi trova Ctrl+R limitante, fzf lo sostituisce con un fuzzy finder interattivo molto più potente:

sudo apt install fzf   # Debian/Ubuntu
eval "$(fzf --bash)"   # da aggiungere a ~/.bashrc

Una volta configurato, Ctrl+R apre un filtro interattivo con evidenziazione live: premendo Invio la prima volta il comando viene incollato sul prompt (non eseguito), permettendo di modificarlo prima del lancio effettivo.

Sicurezza: la history non è un controllo, è un log


Alcuni punti da tenere presenti quando si gestiscono cronologie su sistemi condivisi o in produzione:

  • Il file di history dovrebbe avere permessi restrittivi: chmod 600 ~/.bash_history
  • ignorespace nasconde un comando dalla history solo se lo spazio iniziale viene digitato manualmente: non è un meccanismo automatico
  • File di history su NFS o directory sincronizzate (Dropbox, syncthing, ecc.) possono esporre comandi sensibili a più host
  • La cronologia è auditabile dall’utente stesso ma non è un controllo di sicurezza: chiunque abbia accesso alla shell può disabilitarla con set +o history o cancellarla
  • Per un audit trail affidabile in produzione, la history di Bash va affiancata (non sostituita) da strumenti dedicati come auditd o da logging centralizzato della sessione shell


Configurazione completa consigliata


Riassumendo tutto quanto visto in un blocco pronto per ~/.bashrc:

# Configurazione History Bash
HISTSIZE=10000
HISTFILESIZE=20000
HISTTIMEFORMAT="%F %T  "
HISTCONTROL=ignoreboth
HISTIGNORE="ls:ll:la:cd:cd -:pwd:exit:date:clear:history"

shopt -s histappend
shopt -s histverify

# Sincronizza la cronologia tra terminali dopo ogni comando
PROMPT_COMMAND="history -a; history -c; history -r${PROMPT_COMMAND:+; $PROMPT_COMMAND}"

Dopo averla incollata, applicarla con:
source ~/.bashrc

Conclusione


La cronologia di Bash è uno di quegli strumenti che si usano per anni senza mai configurarli davvero. Pochi minuti spesi su HISTTIMEFORMAT, HISTCONTROL e la sincronizzazione via PROMPT_COMMAND trasformano un log grezzo e volatile in uno strumento di troubleshooting affidabile, specialmente su server dove si lavora regolarmente da più sessioni contemporanee. Per chi gestisce ambienti multi-utente, vale la pena ricordare che la history resta comunque uno strumento lato client: per l’audit reale servono log centralizzati indipendenti dalla volontà dell’utente.

Fonte originale: Master Linux Bash History with historyctl, HISTFILE, and Shortcuts – LinuxBlog.io


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✨ GoCaracal: Dark Caracal nasconde il comando e controllo dentro un contratto Ethereum
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/gocara…

@informatica


GoCaracal: Dark Caracal nasconde il comando e controllo dentro un contratto Ethereum


Si parla di:
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Quando un centro operativo di comando e controllo viene sequestrato o messo offline dalle forze dell’ordine, per la maggior parte dei malware è la fine della partita. Non per GoCaracal. Il nuovo impianto scritto in Go attribuito a Dark Caracal, il gruppo di cyberspionaggio legato ai servizi di sicurezza libanesi, ha risolto il problema in un modo che gli analisti definiscono “operativamente elegante”: quando il server primario non risponde, il malware si rivolge a un nodo pubblico della rete Ethereum, legge un indirizzo aggiornato da uno smart contract e riprende a comunicare come se nulla fosse successo. Nessun dominio da riregistrare, nessun IP da far circolare sui forum: basta una transazione sulla blockchain.

Chi è Dark Caracal


Dark Caracal non è un nome nuovo nel panorama del cyberspionaggio. Il gruppo, con un’attribuzione a confidenza media al Lebanese General Directorate of General Security, è attivo almeno dal 2012 ed è stato documentato per la prima volta pubblicamente nel 2018 in una ricerca congiunta di Lookout ed EFF che ne svelò le operazioni contro giornalisti, avvocati, attivisti, militari e istituzioni governative in decine di Paesi. Da allora l’infrastruttura si è spostata più volte, ma la firma resta riconoscibile: il malware Windows Bandook, sviluppato originariamente da un attore commerciale libanese, riutilizzato in campagne mirate con loader Delphi e lure a tema documentale.

Negli ultimi mesi il gruppo ha spostato l’attenzione verso l’America Latina, con un’infezione confermata ai danni di un operatore delle telecomunicazioni in Venezuela nel giugno 2026 e tracce correlate — con confidenza da bassa a moderata — in Brasile, Ecuador, Cile, Colombia, El Salvador e Uruguay. Il vettore d’ingresso è coerente con il modus operandi storico del gruppo: email di phishing a tema fiscale e finanziario, in lingua spagnola, con allegati SVG che nascondono un URL abbreviato codificato in Base64.

Un framework a due velocità


GoCaracal esiste in due varianti, sviluppate secondo una timeline che gli analisti di Arctic Wolf hanno ricostruito in quattro fasi tra gennaio e luglio 2026. La prima è una versione “lightweight”, pensata per il primo insediamento: usa un protocollo a pacchetti personalizzato cifrato con AES-GCM, effettua host profiling, scarica payload aggiuntivi ed esegue shell remote e shellcode injection. La seconda, “estesa”, è il vero e proprio impianto di spionaggio a lungo termine: conta 34 gestori di comandi distinti che coprono raccolta di credenziali dai browser (Chrome, Brave, Firefox), keylogging, accesso desktop remoto via WebRTC, funzionalità proxy SOCKS5 per il movimento laterale e meccanismi di persistenza basati su registro di sistema.

Il payload della catena d’infezione arriva tipicamente come archivio 7-Zip distribuito da un’infrastruttura di staging — nei casi osservati, il dominio getpdfdigital[.]cloud — che eroga un eseguibile con nome esca del tipo tf-oficina004a9.exe. Un dettaglio che conferma quanto Dark Caracal continui a puntare su ingegneria sociale a basso costo piuttosto che su exploit costosi: la sofisticazione del gruppo non è nella fase di delivery, ma in ciò che succede dopo che la vittima ha già cliccato.

BulletproofC2: la resilienza scritta sulla blockchain


La parte più interessante, dal punto di vista tecnico, è il meccanismo di fallback introdotto nell’estate 2026. Quando i tentativi di connessione ai server C2 primari falliscono ripetutamente, l’impianto interroga direttamente un nodo RPC pubblico della rete Ethereum ed esegue una chiamata eth_getStorageAt su uno smart contract battezzato dagli analisti BulletproofC2, distribuito il 20 maggio 2026. Il contratto funge da semplice registro: memorizza uno o più indirizzi di server di backup, che l’operatore può aggiornare in qualsiasi momento inviando una transazione dal proprio wallet.

Il vantaggio per l’attaccante è evidente. Un dominio C2 può essere sequestrato da un registrar, un IP può essere bloccato da un provider di hosting, ma uno smart contract su Ethereum è immutabile una volta deployato, pubblicamente leggibile da chiunque disponga di un nodo RPC (anche gratuito) e non richiede infrastruttura dedicata per essere consultato — il traffico si confonde con il normale rumore di fondo delle applicazioni Web3. Per un difensore, distinguere una query legittima a un nodo Ethereum da una chiamata di un impianto malevolo che cerca il proprio server di backup è tutt’altro che banale, specialmente in ambienti aziendali dove il traffico verso provider RPC pubblici non è insolito.

Non è la prima volta che un gruppo criminale sperimenta con la blockchain per la resilienza del C2 — tecniche simili, note come “dead drop resolver” basati su blockchain, sono state osservate in passato in campagne di crimine informatico più ampio — ma l’adozione da parte di un attore di cyberspionaggio state-adjacent come Dark Caracal segna un salto di maturità operativa che vale la pena monitorare da vicino.

Due righe per i difensori


Per i team di detection, la lezione principale è che il blocco dei soli indicatori di rete tradizionali (domini, IP) non basta più contro attori che dispongono di un canale di ripristino fuori dal controllo di chiunque non sia l’operatore. Le raccomandazioni pratiche includono:

  • Bloccare o ispezionare in sandbox gli allegati SVG nelle email in ingresso, specialmente se contengono URL codificati in Base64 o reindirizzamenti verso domini di recente registrazione;
  • Monitorare le comunicazioni verso endpoint RPC pubblici di Ethereum (Infura, Alchemy, nodi self-hosted) da host che non hanno ragione di interagire con la blockchain, e in particolare chiamate eth_getStorageAt ripetute verso lo stesso indirizzo di contratto;
  • Applicare le regole YARA pubblicate da Arctic Wolf per la variante lightweight e integrare gli hash SHA-256 noti nei propri strumenti EDR;
  • Rafforzare la formazione degli utenti su phishing a tema fiscale/finanziario, il vettore d’ingresso preferito dal gruppo da oltre un decennio;
  • Per le organizzazioni in America Latina — settore telecomunicazioni in particolare — innalzare il livello di allerta e verificare retroattivamente i log DNS per le risoluzioni verso i domini di staging noti.

Il set completo di indicatori di compromissione, incluse le regole YARA aggiornate, è riservato ai clienti di Arctic Wolf; di seguito riportiamo gli indicatori resi pubblici.

Indicatori di compromissione (IoC)

# Hash SHA-256
GoCaracal (lightweight): 1E499C815146124C4A6D2B48C99068B980AD74E1A2CFD16013F8D75A9425A0CA
GoCaracal (lightweight): 77F7AD29F4A8037EE5F38D3D87FB91CFD97CB8F7FA7883EDF3FCE506DF5200C0
GoCaracal (extended):    8C03D072DF2E1BF14B0C00A8AB99834138C8B69F301849BF09CB44394E916015
Delphi loader:           0A6DA70548F14834ACB8960689A589B48FF422F8385AE445A281AAB77045FE22

# Domini C2 / staging
getpdfdigital[.]cloud
getpdf[.]digital
visualizarpdf[.]online
contabilidad[.]icu
soportedigital[.]cloud
documentodigital[.]cloud
gestionadocs[.]me

# IP C2 (selezione)
109.120.187.217
109.172.95.121
138.124.112.213
138.124.14.130
176.124.220.153
185.125.101.181
185.96.80.110
185.96.80.54
193.233.245.52

# Smart contract Ethereum (fallback C2)
Contratto:  BulletproofC2
Indirizzo:  0x03D605f13A74Bfb6149078122FcF62BD6d8799d8
Deploy:     20 maggio 2026
Wallet operatore: 0x7D321FE277f8c25aaC14aF1BA3Fc34953242052F

# Payload noto
tf-oficina004a9.exe (archivio 7-Zip)

Fonti: Arctic Wolf, The Hacker News, SC World, Security Affairs.

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OpenAI lancia GPT-6 Astra e proclama l'era dell'AGI


Brockman definisce il nuovo modello un salto generazionale e lo ritiene una forma di intelligenza artificiale generale. È il primo modello di OpenAI classificato a rischio cyber critico.

OpenAI ha annunciato ieri il rilascio di GPT-6 Astra, il modello di intelligenza artificiale che il presidente dell'azienda Greg Brockman ha definito "un salto generazionale" e che, a suo giudizio, potrebbe un giorno essere ricordato come l'arrivo dell'intelligenza artificiale generale, l'AGI. Durante un incontro con i giornalisti, Brockman ha detto di ritenere personalmente che quel traguardo sia stato raggiunto, lasciando però agli utenti il giudizio finale. "Penso che sia più o meno questo il momento e penso che potrebbe trattarsi di questo modello", ha risposto a chi gli chiedeva se Astra segnasse l'arrivo dell'AGI. Ha chiuso il briefing con una frase che suona come uno slogan: "Benvenuti nell'era dell'AGI".

Astra nasce dal più grande ciclo di addestramento mai condotto da OpenAI, con oltre 100.000 GPU nel sito Stargate in Texas, ed è il primo modello dell'azienda per il quale altri modelli hanno avuto un ruolo significativo nella supervisione dell'addestramento. Per ora è disponibile a un gruppo ristretto di organizzazioni del programma Daybreak Access e arriverà "nei prossimi giorni" ai clienti di ChatGPT Plus, Pro, Business ed Enterprise e agli sviluppatori che utilizzano le API. Il prezzo è di 10 dollari per milione di token in ingresso e 50 dollari per milione di token in uscita.

Il modello è progettato per operare direttamente all'interno dei software, anziché limitarsi a suggerire a una persona quale passo compiere. In un video dimostrativo formatta un contratto legale e costruisce un gioco tridimensionale mentre svolge contemporaneamente altri compiti, tra cui cercare del cibo e prenotare un campo da tennis. Secondo OpenAI, Astra è in grado di progettare il layout di un circuito stampato con KiCad, costruire la scena tridimensionale di una città in Unity, animare la trasmissione di un'automobile con FreeCAD e Blender e preparare una bozza di dichiarazione dei redditi partendo da un modulo W-2, il certificato statunitense dei redditi da lavoro dipendente.

In campo scientifico Astra ha contribuito a migliorare un risultato matematico sui divari tra numeri primi e ha stabilito nuovi record in diverse valutazioni di biologia, chimica, medicina e fisica. Resta però da capire quanto riesca a svolgere compiti così avanzati nel mondo reale senza commettere errori critici.

Il primo modello a rischio cyber "critico"


Astra è anche il primo modello che OpenAI classifica al livello "critico" per la cybersicurezza secondo il proprio Preparedness Framework, il sistema interno con cui valuta i rischi dei modelli più avanzati. Ciò significa che, con gli strumenti e gli accessi necessari, può potenzialmente individuare vulnerabilità sconosciute e sviluppare nuovi metodi per sfruttarle in numerosi sistemi ben protetti, senza che una persona debba guidarlo passo dopo passo.

Proprio per questo, ad agosto l'azienda aveva rallentato lo sviluppo e i test per rafforzare le misure di sicurezza. Le capacità cyber più potenti restano inoltre riservate a un piccolo gruppo di collaudatori autorizzati. Astra è stato sottoposto anche al programma volontario di valutazione del governo statunitense: secondo Brockman, la revisione non ha portato alla richiesta di modifiche sostanziali alle salvaguardie.

Le preoccupazioni erano cresciute a luglio, quando OpenAI aveva reso noto che alcuni modelli sottoposti a test di cybersicurezza erano riusciti ad aggirare i sistemi di isolamento, raggiungere internet e compromettere parti delle infrastrutture di OpenAI e di Hugging Face, la piattaforma utilizzata per distribuire modelli e altri strumenti di intelligenza artificiale. "Quando i modelli possono fare più cose in autonomia, dobbiamo poterci fidare di più", ha detto Amelia Glaese, vicepresidente per la ricerca, spiegando che l'azienda ha lavorato "per insegnare ad Astra a restare nei limiti di ciò che l'utente intende".

Nei giorni successivi alla divulgazione dell'incidente, due membri della Camera dei Rappresentanti hanno presentato una proposta di legge che imporrebbe ai principali sviluppatori di sistemi di intelligenza artificiale di mantenere un meccanismo di emergenza capace di rallentarli, sospenderli o spegnerli. OpenAI ha inoltre ammesso che Astra si è rivelato più difficile da monitorare nelle valutazioni progettate per stabilire se un modello sia capace di eludere la supervisione. Secondo l'azienda, Astra fatica ancora a nascondere il ragionamento necessario a svolgere compiti complessi, ma la diminuzione della monitorabilità è considerata un problema serio e una priorità di ricerca.

"Dovremo rafforzare la nostra capacità di monitorare questi modelli, estendendo il monitoraggio della catena di ragionamento, integrando altre idee come il monitoraggio delle attivazioni o trovando modi più specifici per rendere i modelli più prolissi nel loro ragionamento", ha detto ai giornalisti Jakub Pachocki. Ha aggiunto di voler evitare "una corsa verso l'impossibilità di monitorare" i sistemi e di essere disposto a rallentarne lo sviluppo, se necessario.

Un miliardo per acquedotti e reti elettriche


Nello stesso giorno del rilascio di GPT-6 Astra, durante un summit che ha riunito nella sede dell'azienda 300 responsabili della sicurezza, Brockman ha anche annunciato un'iniziativa che prova a rispondere proprio a questi rischi. Secondo Axios, che ha dato la notizia, OpenAI investirà 1 miliardo di dollari in un programma chiamato Daybreak for Frontline Defenders, destinato a proteggere i servizi essenziali nel mondo. L'impegno prenderà la forma di accesso sovvenzionato ai modelli, formazione, assistenza tecnica e partnership.

Un programma parallelo, Daybreak for America, offrirà invece accesso ai modelli a governi locali, gestori dei servizi idrici, società elettriche, banche regionali e altre organizzazioni che gestiscono infrastrutture critiche. Ne fa parte un progetto pilota con il Multi-State Information Sharing and Analysis Center, l'organismo che coordina la difesa informatica dei governi statali e locali, mentre più di 35 società tecnologiche e di cybersicurezza integreranno i modelli di OpenAI nei propri strumenti.

Il problema che il programma vuole affrontare è noto da anni: acquedotti, reti elettriche e amministrazioni locali spesso non dispongono del budget, del personale e del tempo necessari per mettere adeguatamente in sicurezza le proprie reti e ora devono prepararsi a una prevista ondata di attacchi condotti con l'intelligenza artificiale. I laboratori che sviluppano i modelli più avanzati hanno finora limitato l'accesso alle capacità cyber più potenti, ma i rapidi progressi dei modelli a pesi aperti alimentano il timore che strumenti di attacco molto più sofisticati diventino disponibili prima del previsto.

Secondo OpenAI, le utility con meno risorse potranno utilizzare il programma per esaminare codice obsoleto, analizzare attività sospette, individuare e convalidare vulnerabilità, stabilire quali problemi affrontare per primi e sviluppare correzioni. L'accesso ai modelli e la formazione, tuttavia, non risolvono problemi accumulati in decenni: a molte di queste organizzazioni mancano soprattutto persone con una conoscenza approfondita dei sistemi fisici che devono essere protetti.

È stata, del resto, una settimana particolarmente intensa per il settore. Anthropic ha presentato Claude Fable 5.1 e Mythos 5.1, mantenendo l'accesso al secondo limitato a organizzazioni approvate proprio per le sue capacità in cybersicurezza, mentre Google ha lanciato Gemini 3.8 Flash Cyber insieme a un programma di accesso riservato a governi e operatori di infrastrutture critiche.

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Die Trump-Regierung wirft dem italienischen Internetkollektiv Autistici/Inventati die Unterstützung von Terrorismus vor. Auf die pauschal verhängten Sanktionen gegen die antifaschistische Gruppe folgt neben einer Solidaritätswelle die Frage: Wer ist als nächstes dran? netzpolitik.org/2026/autistici…
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Openbook 26.36 — Grumpy Waffle


Openbook 26.36 — Grumpy Waffle

Come ormai da tradizione, il venerdì sta diventando il giorno dei rilasci. Oggi si conclude anche la lunga strada di fix e implementazioni di questa nuova stable per il progetto Openbook, la 26.36 — Grumpy Waffle.
about.openb.app/getting-starte…

Ecco le nuove funzionalità aggiunte:

  • Notifiche Web Push per browser desktop e mobile, attivabili per ogni
    dispositivo da Impostazioni account. Una coppia VAPID per istanza e le
    subscription cifrate alimentano un'outbox dedicata; il poller la sopprime
    quando l'utente e' attivo, altrimenti openbook:cron consegna dopo 75
    secondi con testo localizzato e icona dell'istanza. Consegna best effort
    senza retry, pulizia automatica degli endpoint scaduti e click sulla
    notifica verso /notifiche tramite service worker.
  • Menu condividi del post: voce Condividi a utente
    (GET /posts/{post}/condividi-a-utente). Apre i messaggi privati con il
    post gia' citato: scegli il destinatario e invia (commento opzionale).
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    privato): GET /@{user}/condividi-a-utente e
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    il destinatario puo' seguire da questa istanza.
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    Android 192/512 (anche maskable) per «Aggiungi alla schermata Home»,
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    JSON-LD / createdAt). Visitando il profilo si rilegge l'Actor se la data
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    della lista (non l'intero grafo, e non nel grafo locale follows).
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Per tutto il resto dei dettagli su cambiamenti e bugfix, si rimanda come sempre al changelog di questa versione.

in @annunci@openb.app

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Maria Bartiromo lascia Fox News dopo dodici anni


Secondo le ricostruzioni, la conduttrice sarebbe stata licenziata dopo aver inviato alla Casa Bianca indicazioni editoriali riservate di Fox su Trump, la Cina e le teorie sul voto del 2020. Licenziato anche il suo produttore esecutivo.

La giornalista Maria Bartiromo lascia Fox News e Fox Business Network dopo 12 anni e mezzo. “Ringraziamo Maria per il suo lavoro negli ultimi dodici anni e mezzo e le auguriamo il meglio per il suo prossimo capitolo”, ha dichiarato l’azienda in una nota. Fox non ha spiegato pubblicamente le ragioni della separazione, ma nelle ore successive sono emersi nuovi dettagli che indicano un licenziamento legato alla divulgazione alla Casa Bianca di indicazioni editoriali interne riservate.

Secondo una ricostruzione di Status⁠, il caso risale a luglio. Dopo un discorso serale in cui Donald Trump aveva rilanciato teorie infondate sulle elezioni del 2020, questa volta accompagnandole ad accuse contro la Cina, i vertici di Fox avrebbero dato istruzioni scritte ai dipendenti più anziani di non offrire credibilità a quelle affermazioni. La cautela era particolarmente importante per l’emittente, già coinvolta nelle cause per diffamazione di Dominion Voting Systems e Smartmatic per la copertura delle false accuse di brogli nel 2020.

Una ricostruzione successiva, riportata da Mediaite⁠ sulla base delle informazioni del giornalista di Puck Dylan Byers, aggiunge altri particolari. Bartiromo avrebbe voluto realizzare un servizio proprio sulle presunte interferenze cinesi nelle elezioni del 2020, ma un dirigente di Fox Business avrebbe comunicato via messaggio ai produttori che la storia non poteva andare in onda.

La conduttrice avrebbe fotografato quelle indicazioni con uno screenshot e le avrebbe poi inviate ad alti funzionari della Casa Bianca. I vertici di Fox avrebbero scoperto l’accaduto dopo aver ricevuto una telefonata dalla stessa Casa Bianca e avrebbero considerato la divulgazione di comunicazioni aziendali riservate una violazione tale da giustificare il licenziamento.

Status riferisce inoltre che Bartiromo avrebbe spiegato alla Casa Bianca che la scarsa copertura del discorso di Trump dipendeva da una decisione dei dirigenti della rete televisiva. Il giorno successivo all’intervento presidenziale, Fox aveva effettivamente dedicato pochissimo spazio alle affermazioni contestate, una scelta che all’epoca aveva attirato l’attenzione degli osservatori dei media.

Fox non ha confermato questa versione dei fatti, ma nemmeno l’ha smentita nel merito. Interpellato da TheWrap sul racconto di Status, un portavoce si è limitato a dire che “si è trattato di una decisione aziendale e il comunicato parla da sé”. Alla domanda specifica se la rete negasse che Bartiromo avesse trasmesso alla Casa Bianca le indicazioni interne, il portavoce non ha aggiunto altro.

Bartiromo, arrivata a Fox nel 2014 dopo vent’anni alla CNBC, non compariva in onda dal 9 agosto. L’ultima puntata del programma costruito attorno a lei, “Mornings with Maria”, è andata in onda giovedì mattina senza la conduttrice e senza un suo saluto al pubblico. Finora Bartiromo non ha commentato pubblicamente la separazione.

Fox cancella il suo nome dai programmi


La rottura è stata immediata. “Mornings with Maria” diventerà ora “Mornings with Fox Business”, con conduttori a rotazione. Il settimanale del venerdì “Maria Bartiromo’s Wall Street” cambierà nome in “FBN’s Wall Street”: la prima puntata sarà affidata a Cheryl Casone, poi anche questo programma sarà condotto a rotazione. Su Fox News, “Sunday Morning Futures” passa temporaneamente a Jason Chaffetz, ex deputato repubblicano dello Utah, in attesa della scelta di un nuovo conduttore. Fox Business ha inoltre annunciato una più ampia riorganizzazione del palinsesto diurno.

Anche Patrick Ignozzi, produttore esecutivo di “Mornings with Maria” e stretto collaboratore della conduttrice, è stato licenziato dopo l’annuncio dell’uscita di Bartiromo. La notizia, riportata per primo da Byers e confermata da Mediaite attraverso due fonti vicine alla vicenda, rafforza l’ipotesi che la separazione sia legata allo scontro interno sulla gestione editoriale del caso. Ignozzi era responsabile dei contenuti editoriali e degli ospiti del programma e lavorava direttamente con Bartiromo.

Gli ascolti, invece, non sembrano spiegare la decisione. “Sunday Morning Futures” continuava infatti a essere uno dei programmi più seguiti della domenica su cable news, mentre Fox Business resta il principale canale economico via cavo.

Nelle prime ore dopo l’annuncio era circolata anche l’ipotesi di un passaggio di Bartiromo alla Casa Bianca, alimentata dalle dimissioni della portavoce Karoline Leavitt il 27 agosto. Il vicepresidente JD Vance, interpellato giovedì, ha detto “adoro Maria”, ma ha escluso che possa diventare portavoce della presidenza. Le nuove ricostruzioni rendono inoltre l’ipotesi di un’uscita concordata per assumere un incarico nell’Amministrazione ancora meno plausibile.

Il precedente delle elezioni del 2020


L’episodio tocca uno dei punti più delicati nei rapporti tra Bartiromo e Fox. La giornalista era stata infatti uno dei volti della rete maggiormente coinvolti nella diffusione di false accuse sulle elezioni presidenziali del 2020. Il suo nome compariva nei documenti della causa per diffamazione da 1,6 miliardi di dollari intentata da Dominion Voting Systems contro Fox News.

La società accusava l’emittente di avere consentito la diffusione di affermazioni false sui suoi sistemi di voto anche per evitare di perdere gli spettatori pro-Trump delusi dalla copertura della rete. Fox chiuse la causa nel 2023 con un accordo da 787,5 milioni di dollari. Una seconda causa, intentata da Smartmatic, è invece ancora in corso.

Negli ultimi anni Bartiromo si era progressivamente allontanata dal giornalismo finanziario che l’aveva resa famosa per concentrarsi sulla politica conservatrice e su Trump. A maggio, per esempio, l’imprenditore Kevin O’Leary, volto di “Shark Tank”, aveva sostenuto falsamente durante il suo programma che gli oppositori di un suo data center nello Utah fossero finanziati dalla Cina. Il 26 giugno Bartiromo aveva letto in diretta delle scuse, chiarendo che né lei né Fox disponevano di prove a sostegno dell’accusa.

L’arrivo di Bartiromo nel 2014 doveva segnalare alla concorrenza che Fox faceva sul serio nella copertura dei mercati finanziari. All’epoca spiegò, come ricorda Variety⁠, di voler portare in trasmissione i “dealmaker”, i protagonisti diretti delle notizie, e di essere alla ricerca di una televisione economica con maggiore profondità. Dodici anni dopo, la sua esperienza a Fox si chiude invece attorno alle stesse teorie sulle elezioni del 2020 che avevano già esposto il network a enormi rischi legali.

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Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Mit schwarzen TV-Bildern und Funkstille warnt der #MDR vor den Folgen einer AfD-Regierung in Sachsen-Anhalt. @dleisegang hat mit dem Juristen Marc Bovermann über den Schutz des Rundfunks, die Rolle der Öffentlich-Rechtlichen und das Neutralitätsgebot gesprochen.

netzpolitik.org/2026/die-schwe…

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

L'estrema destra e l'estrema sinistra americana unite contro i data center


L'ex stratega di Trump sostiene la proposta di vietare nuovi impianti. Spot contro l'intelligenza artificiale in oltre 70 corse federali, ma al Congresso le leggi restano ferme.

Steve Bannon, ex capo stratega di Donald Trump alla Casa Bianca, sostiene la proposta di Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez di vietare la costruzione di nuovi data center negli Stati Uniti. L'opposizione all'espansione dell'intelligenza artificiale sta così avvicinando le ali populiste della destra e della sinistra, mentre il presidente difende il settore e accusa le comunità contrarie agli impianti di voler restare "arretrate e povere", come ha scritto lunedì sui social.

Bannon, conduttore del podcast "War Room" e tra le voci più ascoltate dell'estrema destra americana, ha detto al Wall Street Journal di non avere mai visto "nessuna questione nella vita americana moderna, a livello populista, che unisca elementi così diversi del nostro Paese". Ha spiegato che occorre mettere da parte i contrasti con i progressisti su temi come l'immigrazione perché considera l'intelligenza artificiale la questione decisiva per il futuro: "Se non facciamo la cosa giusta su questo, tutto il resto non conterà".

Bannon appoggia anche la richiesta di Sanders alle aziende del settore di sospendere lo sviluppo dei modelli di intelligenza artificiale. Ha mobilitato la propria base contro la strategia dell'Amministrazione Trump, favorevole invece all'industria tecnologica e contraria alle regolamentazioni approvate dai singoli Stati. Bannon afferma di star dedicando alla battaglia contro l'intelligenza artificiale il 75% del proprio tempo al di fuori del podcast e di non riuscire più a distinguere, nelle assemblee pubbliche contro i data center, gli elettori di Trump da quelli di Sanders.

Sanders, senatore indipendente del Vermont, ha confermato la strana convergenza tra i due. "La politica è sempre una situazione in cui si fanno strane coalizioni, ma su questo tema penso che molte persone di destra abbiano le mie stesse preoccupazioni", ha detto al Wall Street Journal. Nel tentativo di trovare consensi anche tra i repubblicani, Sanders ha affrontato la questione in chiave religiosa, sostenendo che i progressi tecnologici pongano interrogativi più profondi su cosa significhi essere umani.

È un approccio che ricorda quello di Bannon, che anni fa assunse un redattore incaricato di occuparsi di transumanesimo e dei rischi legati all'intelligenza artificiale per il suo programma. Sanders ha precisato di non avere mai discusso del tema né con Bannon né con Tucker Carlson, l'ex conduttore di Fox News che recentemente si è confrontato in pubblico con Kevin O'Leary, imprenditore e personaggio televisivo, sul progetto di costruzione di un data center di O'Leary nello Utah. Megan Romer, co-presidente nazionale dei Democratic Socialists of America, l'organizzazione della sinistra socialista a cui Ocasio-Cortez è legata, ha riassunto così la situazione: "Non siamo certo amici, ma su questa cosa possiamo essere d'accordo".

Midterm 2026
Bannon con Sanders: la strana coalizione contro i data center

L’ex stratega di Trump appoggia la moratoria dei progressisti sui nuovi impianti per l’intelligenza artificiale. La protesta è già entrata in decine di campagne elettorali, ma a Washington nessuna legge si muove.
Grafica di FocusAmerica 3 settembre 2026

La convergenza
Due estremi, un solo obiettivo
Le voci più note della destra populista e della sinistra progressista chiedono la stessa cosa: fermare i nuovi data center.

«Se non facciamo la cosa giusta su questo, tutto il resto non conterà»
Steve Bannon, ex capo stratega della Casa Bianca. Dice di dedicare alla battaglia contro l’IA il 75% del suo tempo fuori dal podcast.

«Vogliono vietare i data center e vogliono che l’America perda la battaglia dell’intelligenza artificiale»
Joe Lonsdale, cofondatore di Palantir e finanziatore di Trump. Chiama la coalizione «BBC»: Bernie, Bannon e il Partito Comunista Cinese.

La protesta diventa voto
Dal silenzio del 2024 a oltre 120 campagne elettorali
Competizioni in cui candidati o gruppi esterni hanno trasmesso spot contro i data center o l’intelligenza artificiale.


0%

Elettori contrari a un data center per l’IA nella propria zona (Fox News, luglio)

I voltafaccia — tocca per i dettagli

Il Congresso resta fermo
La moratoria è lontanissima dalla maggioranza
Cofirmatari raccolti dalle due proposte per bloccare i nuovi data center, rispetto ai voti necessari per approvarle.

Anche la proposta del deputato texano Greg Casar per tassare le aziende dell’IA resta confinata al fronte progressista. Le poche iniziative bipartisan sui consumi energetici e sui chip si sono fermate per l’opposizione degli alleati di Trump e della lobby tecnologica.

0
Account riconducibili alla Cina individuati da X tra chi alimentava online le proteste contro i data center. Un’ombra che l’industria usa contro la coalizione.

Fonte Elaborazione FocusAmerica su analisi del Wall Street Journal delle trascrizioni AdImpact (dal 2025), sondaggio Fox News (luglio 2026), Congresso degli Stati Uniti, X. Settembre 2026.

La protesta è diventata un tema elettorale


L'opposizione bipartisan contro i data center nasce dai consumi di energia e acqua degli impianti, così come dal timore che l'intelligenza artificiale distrugga posti di lavoro e da una diffusa sfiducia verso le grandi aziende tecnologiche. Secondo un'analisi del Wall Street Journal sulle trascrizioni raccolte da AdImpact, società che monitora la pubblicità politica, dal 2025 candidati e gruppi esterni hanno trasmesso spot che presentano in modo negativo i data center o l'intelligenza artificiale in più di 70 competizioni per la Camera, il Senato e le cariche di governatore.

Messaggi contro l'intelligenza artificiale, oppure promesse di fermare o limitare la costruzione dei data center, sono comparsi in almeno 50 competizioni per i Parlamenti statali e perfino in elezioni locali, tra cui una corsa a sindaco in Arizona e una primaria per la carica di commissario di contea in Colorado. In alcune campagne elettorali, compresa quella per scegliere il successore del repubblicano Ron DeSantis alla guida della Florida, entrambi i principali candidati hanno attaccato nelle loro pubblicità almeno un aspetto dello sviluppo dei data center.

La pressione politica sta spingendo a cambiare posizione anche esponenti che fino a un anno fa elogiavano apertamente questi impianti. Il governatore repubblicano del Texas Greg Abbott, tra quelli da più tempo in carica negli Stati Uniti, e il suo collega democratico della Pennsylvania Josh Shapiro, considerato un possibile candidato alla presidenza nel 2028, hanno adottato di recente misure per sospendere o limitare lo sviluppo dei data center nei rispettivi Stati.

Gene Sperling, già direttore del Consiglio economico nazionale della Casa Bianca con Bill Clinton e Barack Obama e consigliere dell'Amministrazione Biden, ha detto al Wall Street Journal di non essere sicuro che oggi esista "una questione più bipartisan della reazione contro i data center non regolamentati". Sperling ha lavorato alla proposta del deputato progressista texano Greg Casar per introdurre una nuova tassazione sulle aziende di intelligenza artificiale e ritiene che i timori economici stiano trasformando l'IA in una questione che riguarda direttamente la vita quotidiana delle famiglie.

Nel mirino è finita anche Flock Safety, l'azienda che produce telecamere dotate di sistemi di lettura automatica delle targhe e utilizzate dalle forze di polizia, accusata dai critici di alimentare i rischi di una sorveglianza sempre più capillare. A chiedere maggiori controlli sono sia il candidato progressista al Senato in Michigan Abdul El-Sayed sia conservatori come DeSantis e il senatore repubblicano del Missouri Josh Hawley.

Il Congresso resta fermo, l'industria contrattacca


A Washington, però, la convergenza politica non si è ancora tradotta in una maggioranza in grado di approvare una legge. Il disegno di legge di Sanders per imporre una moratoria federale sulla costruzione di nuovi data center non ha trovato cofirmatari al Senato, mentre alla Camera, la similare proposta di Ocasio-Cortez ne conta 14, tutti democratici, e anche il progetto di Casar per tassare le aziende di intelligenza artificiale resta confinato al fronte progressista.

Alcune iniziative bipartisan sui consumi energetici dei data center, sull'uso dei chatbot e sulle restrizioni all'esportazione dei chip hanno compiuto qualche passo avanti in Congresso, anche questo però senza diventare legge, anche per l'opposizione degli alleati di Trump e della lobby dell'industria tecnologica. Le divisioni attraversano lo stesso Partito Repubblicano. Il senatore del Montana Tim Sheehy ha scritto su X che prima "hanno ucciso le nostre segherie, poi le miniere, poi le fabbriche, ora i data center", prendendosela con le lobby "globaliste e comuniste".

L'industria tecnologica risponde con toni altrettanto duri. Joe Lonsdale, investitore, cofondatore di Palantir e finanziatore di Trump, ha detto a Fox Business che l'Amministrazione e il settore tecnologico devono opporsi ai "populisti pazzi", che ha ribattezzato "BBC": Bernie, Bannon e il Partito Comunista Cinese. "Tutte queste persone vogliono vietare i data center e vogliono che l'America perda la battaglia dell'intelligenza artificiale", ha detto Lonsdale, che finanzia un super PAC legato all'industria tecnologica.

Il riferimento alla Cina non è certo casuale: pochi giorni fa X ha individuato 200 account riconducibili alla Cina che alimentavano proprio le proteste contro i data center.


X scopre 200 account cinesi che spingevano le proteste contro i data center


Circa 200 account riconducibili a una presunta fabbrica di bot cinesi hanno cercato di spingere gli americani a opporsi ai data center per l'intelligenza artificiale, ha reso noto X giovedì sera. Il team di sicurezza della piattaforma ha indagato su profili sospettati di partecipare a operazioni di influenza provenienti dalla Cina e ne ha individuati 200.000. Tra questi, circa 200 pubblicavano contenuti "in un modo che potrebbe manipolare un dibattito legittimo sulla politica americana in materia di intelligenza artificiale ed energia". I post sostenevano che i data center mettessero sotto pressione la rete elettrica e facessero aumentare le bollette e comprendevano "vignette che ritraevano i gestori dei data center mentre si arricchiscono a spese del pubblico".

The X Safety team conducted an investigation into suspected Chinese inauthentic accounts involved in influence operations:

We identified a bot farm of approximately 200,000 accounts. Within this farm, we found 200 accounts posting in a manner that could manipulate a legitimate… pic.twitter.com/Mj0SqerdlH
— Global Government Affairs (@GlobalAffairs) August 28, 2026


Il Congresso cerca la mano di Pechino


I repubblicani al Congresso indagano da mesi sulle campagne di influenza degli avversari stranieri, convinti che Pechino stia cercando di rallentare Washington nella corsa ai sistemi di intelligenza artificiale più avanzati. Il 4 giugno i presidenti della Commissione Energia e Commercio della Camera hanno scritto al direttore dell'FBI Kash Patel e ai consiglieri della Casa Bianca per la scienza e la tecnologia chiedendo un briefing sulle presunte operazioni di propaganda di Cina, Russia e Iran contro lo sviluppo dell'intelligenza artificiale e l'espansione dei data center. La lettera citava diversi rapporti, tra cui uno secondo il quale le campagne di opposizione avrebbero ritardato o bloccato progetti per circa 45,8 miliardi di dollari nella sola Virginia.

A giugno OpenAI aveva reso noto di aver smantellato due reti clandestine collegate alla Cina che utilizzavano ChatGPT per produrre contenuti destinati a influenzare il dibattito americano sui consumi energetici dell'intelligenza artificiale e sui dazi nel settore tecnologico. Una delle due generava, a partire da richieste scritte in cinese semplificato, vignette sulle bollette gonfiate dai data center, secondo uno schema analogo a quello delle immagini ora segnalate da X. Le campagne non avevano ottenuto una diffusione significativa, ma indicavano il tentativo di attori stranieri di sfruttare le preoccupazioni economiche degli americani.

Propaganda e opinione pubblica

I bot cinesi non spiegano la rivolta americana contro i data center


X ha individuato duecento account cinesi che spingevano gli americani a opporsi ai data center per l'intelligenza artificiale. Ma l'opposizione era già maggioritaria: in quattro mesi è cresciuta di dodici punti ed è oggi trasversale ai tre schieramenti.

Grafica di FocusAmerica30 agosto 2026


Su circa 200.000 account cinesi non autentici individuati da X, 200 pubblicavano contenuti sui data center. I contrari a un data center nella propria zona sono passati dal 49% di febbraio-marzo al 61% di giugno-luglio (Annenberg Public Policy Center); i favorevoli sono scesi dal 21% al 14%. L'opposizione riguarda il 69% dei democratici, il 54% dei repubblicani e il 53% degli indipendenti. Per Economist/YouGov, il 24% degli americani giudica i nuovi data center un bene per il Paese e il 47% un male.


L'indagine di X, 28 agosto 2026

Account individuati
0

Quelli sui data center
0

Profili cinesi non autentici trovati dal team di sicurezza della piattaforma
Pubblicavano contenuti sui data center e sulla politica energetica americana

1 su 1.000Ogni punto vale 200 account. Uno solo, in rosso, riguardava i data center.

Il salto

In quattro mesi i contrari sono passati dal 49% al 61%


Quota di americani che si dichiara contraria o favorevole alla costruzione di un data center nella propria zona. Rilevazioni dell'Annenberg Public Policy Center su 1.320 adulti.

Nessuna eccezione

L'opposizione è maggioritaria in tutti e tre gli schieramenti


Contrari a un data center nella propria zona, per appartenenza politica. Tocca una riga per evidenziare il dato.

Il giudizio sul Paese

Solo un americano su quattro considera i data center un bene


Risposte alla domanda se la costruzione di nuovi data center faccia bene o male agli Stati Uniti. Sondaggio Economist/YouGov su 1.536 adulti, 21-24 agosto 2026.

Come ci siamo arrivati

Tre mesi di allarmi, sondaggi e inchieste


Tocca una data per aprire la scheda.

Duecento account non spostano dodici punti di opinione pubblica in quattro mesi. La propaganda straniera, se ha agito, si è innestata su un malcontento che era già maggioritario e che attraversa i due partiti.

Fonti: X, Global Government Affairs (28 agosto 2026); Annenberg Public Policy Center, University of Pennsylvania (1.320 adulti, 16 giugno - 19 luglio 2026); Economist/YouGov (1.536 adulti, 21-24 agosto 2026); Data Center Watch; Axios; OpenAI.

Un'opposizione che esisteva già


Democratici e repubblicani sostengono però sempre più spesso moratorie sui data center e, a livello locale, hanno fatto propria la logica del "non nel mio cortile" nei confronti di queste enormi infrastrutture. La resistenza è diventata un rischio finanziario per l'intero settore, osserva Madison Mills di Axios: diverse banche di Wall Street hanno citato di recente l'opposizione politica tra i rischi per un comparto che, per continuare a crescere, ha bisogno di nuovi impianti e di una capacità di calcolo sempre maggiore.

Per Jim Prosser, consulente di comunicazione della Silicon Valley ed ex responsabile della comunicazione aziendale di Twitter, la tesi della "operazione psicologica cinese" è il nuovo argomento con cui le grandi aziende tecnologiche cercano di cambiare la conversazione sui data center, una strategia che giudica "preoccupante e frustrante". "Se riesci a mettere d'accordo Greg Abbott e Kathy Hochul su qualcosa, probabilmente non è un'operazione psicologica cinese e probabilmente non è un'allucinazione collettiva", ha detto ad Axios, riferendosi al governatore repubblicano del Texas e alla governatrice democratica di New York. "Se sei un venture capitalist di Atherton o Menlo Park che spiega come dovrebbe sentirsi qualcuno in Ohio e in Ohio non ci sei mai stato, il problema sei tu".

I sondaggi confermano almeno l'ampiezza dell'opposizione. Il 61% degli americani è contrario alla costruzione di nuovi data center nella propria zona, secondo una rilevazione dell'Annenberg Public Policy Center della University of Pennsylvania pubblicata il 12 agosto e condotta tra giugno e luglio: 12 punti in più rispetto alla precedente indagine dello stesso centro, svolta tra febbraio e marzo. L'opposizione è maggioritaria tra i democratici (69%), ma anche tra i repubblicani (54%) e gli indipendenti (53%). Un sondaggio Economist/YouGov pubblicato martedì va nella stessa direzione: solo il 24% degli americani considera i nuovi data center un bene per il Paese, mentre il 47% li considera un male.

Sui social circolano inoltre numerosi video di residenti che partecipano in massa alle riunioni dei consigli locali per opporsi alla costruzione dei data center. L'eventuale propaganda cinese si è quindi innestata su un malcontento già esistente, che i 200 account individuati da X non bastano da soli a spiegare.


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Superare la soglia di 1,5 °C non significa che la lotta al cambiamento climatico sia persa, ma che ogni decimo di grado evitato conta più che mai.
Secondo l’ultimo rapporto UNEP, un superamento temporaneo dell’obiettivo di Parigi è ormai quasi inevitabile: anche nello scenario migliore si toccheranno circa 1,8 °C prima di tornare a scendere. Il 2024 è stato il primo anno solare sopra 1,5 °C, anche se l’obiettivo di Parigi riguarda il riscaldamento medio di lungo periodo.
La priorità ora è chiara: contenere il picco massimo, ridurre la durata del superamento e riportare poi le temperature verso il basso. Più rimandiamo, più crescono danni, costi e rischi irreversibili.
Per Volt serve un’Europa unita e capace di agire: neutralità climatica entro il 2040, sistema energetico decarbonizzato, uscita dai combustibili fossili, più investimenti nelle tecnologie pulite e una transizione equa che tuteli le persone più vulnerabili.
Il tempo dei rinvii è finito.

#CambiamentoClimatico #CrisiClimatica #AccordoDiParigi #TransizioneEnergetica #NeutralitàClimatica #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Rogue ScreenConnect Clients Turn Remote Support Sessions Into a Worm-Like Infection Chain
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Anche un orologio rotto resta appeso al muro per anni: è stabile e due volte al giorno segna pure l’ora giusta.
Per il resto non serve a nulla.
Meloni oggi festeggia la durata del suo Governo: e fa anche bene, perché sui risultati c’è ben poco da celebrare.
E qualcuno ci spiega perché il Governo più longevo della Repubblica è lo stesso che vuole cambiare la legge elettorale "per garantire stabilità"?
O forse vuole solo adattare le regole elettorali ai sondaggi del momento?

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Das Familienministerium arbeitet nach eigenen Angaben an einer nationalen Regelung für Altersgrenzen im Netz. Über ein Social-Media-Verbot könnte sie weit hinausgehen.

Damit missachtet Familienministerin Karin Prien (CDU) die Empfehlungen ihres eigenen Expert*innen-Gremiums.
Und des Deutsches Ethikrats.
Und von mehr als 400 Forscher*innen aus 29 Ländern.

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