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La guerra in Iran ribalta l'America First: ora lo slogan se lo intestano i Democratici


Da Abdul El-Sayed in Michigan a Dan Osborn in Nebraska, un numero crescente di candidati democratici o indipendenti rivendica lo slogan di Donald Trump contro la guerra con l'Iran. Anche a destra c'è chi accusa il presidente di aver tradito quella promessa.

Un numero crescente di Democratici sta rivendicando per sé lo slogan "America First", in risposta alla guerra che Donald Trump sta conducendo da fine febbraio contro l'Iran insieme a Israele. Così la formula che il presidente si era intestato per due lunghe campagne elettorali, ora divide sempre di più la destra e viene usata dai suoi avversari, compresi alcuni dei possibili aspiranti alla Casa Bianca nel 2028.

Abdul El-Sayed, candidato progressista che il 4 agosto affronterà la moderata Haley Stevens nelle primarie democratiche per il Senato in Michigan, è il più esplicito. Il fine settimana scorso ha fatto campagna con Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez. Ad Axios ha detto: "Sono il candidato più America First del Paese, e lo dico con orgoglio". La sua definizione ribalta quella del presidente e la sposta sulla spesa pubblica: "Quando tieni qui i nostri soldi invece di mandarli alla macchina da guerra di qualche altro Paese, questo è il vero America First".

Politica USA · 2026

«America First» cambia bandiera


Dalla guerra contro l’Iran alle primarie del Michigan: sempre più democratici rivendicano lo slogan di Trump — o ne adottano gli argomenti senza pronunciarlo.

Grafica di FocusAmerica

AMERICA FIRST AMERICA FIRST
2026 · i democratici 2016 · Donald Trump

Trascina lo strappo: il manifesto democratico copre quello di Trump.

La cronologia

Sei mesi di appropriazione, dalla guerra alle urne



I protagonisti

Due modi di dire la stessa cosa

Oltre il 2028

Il mandato di Trump finisce a gennaio 2029. Lo slogan gli sopravvive.

Proteggere l’industria nazionale, ridurre le dipendenze strategiche, subordinare gli impegni internazionali all’interesse del Paese: la svolta che ha portato Trump alla Casa Bianca è ormai bipartisan. Cambieranno toni e strumenti, non la direzione.
Fonte: Axios, Congress.gov, dichiarazioni pubbliche dei candidati · luglio 2026

Dalla benzina a Israele, lo slogan cambia bersaglio


Ro Khanna, deputato della California che sta valutando anche lui una corsa alla Casa Bianca, ha adottato la stessa etichetta. Ad aprile ha ripresentato il Gasoline Export Ban Act, un progetto di legge che vieta l'esportazione di benzina all'estero quando il prezzo medio alla pompa resta sopra i 3,12 dollari al gallone per 7 giorni consecutivi, e in quell'occasione ha detto di voler mettere l'America al primo posto. A febbraio, dall'aula della Camera, aveva sostenuto che "un'altra guerra in Medio Oriente non è America First".

Dan Osborn, il sindacalista che in Nebraska corre per il Senato da indipendente contro il senatore repubblicano uscente Pete Ricketts, è andato oltre e venerdì ha usato la stessa formula contro Israele: "dobbiamo mettere al primo posto l'America, non Israele". Non si può "minare l'indipendenza dell'esercito americano per nessun alleato", ha aggiunto Osborn, "men che meno per uno inaffidabile che ci ha già costretto a buttare soldi in un'inutile guerra senza fine all'estero".

Anche una parte dei Repubblicani ritiene che la guerra contro l'Iran abbia tradito l'impegno a mettere gli americani al primo posto e che proprio questo abbia aperto uno spazio politico ai Democratici. Tucker Carlson, che nel 2024 ha presentato Trump alla convention repubblicana, aveva spinto il presidente a non attaccare l'Iran e da allora si è scusato per aver "fuorviato la gente" sul suo conto, precisando che non era stato un errore intenzionale.

Da parte sua, El-Sayed si è detto d'accordo con i critici di destra: "la versione MAGA dell'America First è fare spettacolo con l'America First, per poi svenderti al primo acquirente". Chi la pratica, ha aggiunto, resterà sempre ostaggio di "una lobby di interessi stranieri come AIPAC", la principale lobby di pressione filoisraeliano negli Stati Uniti, e del complesso militare-industriale, cioè di "quelli che vincono ogni volta che mandiamo le nostre armi all'estero". I sondaggi indicano che gli elettori sono stanchi di decenni di guerre in Medio Oriente, soprattutto quando non vedono di buon occhio la propria situazione economica in casa.

I big democratici evocano il tema senza usare lo slogan


La maggior parte dei Democratici di primo piano evita ancora di pronunciare lo slogan di Trump, ma ne riprende sempre più spesso gli argomenti. Il 17 luglio a Memphis, in un comizio a sostegno del candidato al Congresso Justin Pearson, Alexandria Ocasio-Cortez ha detto che "tutti quei soldi che stiamo spendendo in bombe all'estero potrebbero essere spesi in scuole qui da noi". La deputata di New York sta attualmente valutando una candidatura alla presidenza o al Senato nel 2028.

Il 25 aprile, parlando dinanzi ad una platea del Partito Democratico dell'Arkansas nel suo primo discorso da protagonista dopo la sconfitta del 2024, l'ex vicepresidente Kamala Harris aveva detto che "per innescare una rinascita americana dobbiamo partire da un'agenda ambiziosa, in cui i nostri soldi pubblici vadano a case, sanità e asili accessibili, non a guerre sconsiderate in terre straniere che nessuno vuole", un riferimento palese allo slogan elettorale di Trump nel 2024 sulle "stupide guerre straniere".

Molti Democratici hanno abbracciato anche le politiche industriali propugnate da Trump in questi anni per far ripartire la manifattura americana. Il 15 giugno i senatori Mark Kelly dell'Arizona e Cory Booker del New Jersey, anche loro entrambi possibili candidati alla presidenza, sono stati tra i firmatari del Make More in America Act, il disegno di legge presentato dal leader democratico al Senato Chuck Schumer che allarga il mandato della Export-Import Bank per finanziare la costruzione di semiconduttori, l'estrazione di minerali critici e lo sviluppo dell'intelligenza artificiale negli Stati Uniti.

Kelly ha persino sostenuto che la legge servirebbe a "costruire più cose qui da noi e creare posti di lavoro ben pagati, riducendo allo stesso tempo la nostra dipendenza dagli avversari stranieri". Insomma, il mandato di Trump finirà nel gennaio 2029, ma la svolta che lo ha portato a vincere grazie allo slogan "America First" appare ormai bipartisan e destinata a sopravvivergli. Anche tra i democratici si sta sempre di più consolidando l'idea che gli Stati Uniti debbano proteggere l'industria nazionale, ridurre le dipendenze strategiche e subordinare maggiormente gli impegni internazionali agli interessi economici e di sicurezza del Paese. Ciò significa che potranno sicuramente cambiare i toni e gli strumenti, ma difficilmente Washington tornerà all'impostazione globalista che aveva preceduto l'ascesa di Donald Trump alla presidenza.


Vance e i vertici militari frenano Trump sull’escalation in Iran


Gli Stati Uniti hanno interrotto venerdì notte la campagna di bombardamenti contro l’Iran dopo tredici notti consecutive di attacchi. Le operazioni sono “sospese”, ha dichiarato sabato alla CNN una fonte del Dipartimento della Difesa. Poche ore prima, durante una riunione alla Casa Bianca in cui Donald Trump valutava un allargamento della guerra, il vicepresidente JD Vance e il generale Dan Caine, capo di Stato Maggiore, avevano espresso forti perplessità sull’ipotesi.

Caine ha sollevato soprattutto il problema delle scorte di munizioni. Il generale ha spiegato a Trump e agli altri vertici dell’Amministrazione che le operazioni esaminate erano realizzabili e avrebbero probabilmente raggiunto gli obiettivi militari, ma li ha messi in guardia dalle conseguenze. Quasi tutti i consiglieri presenti hanno riconosciuto che gli Stati Uniti sarebbero stati in grado di condurre un attacco devastante, invitando però il presidente a considerare gli effetti indiretti e a lungo termine di una nuova escalation.

Durante la riunione è stato affrontato anche il rischio di vittime civili su vasta scala. Nell’ultima settimana Trump ha minacciato di colpire infrastrutture iraniane come strade, ponti e centrali elettriche: attacchi che, a seconda degli obiettivi e delle modalità, potrebbero violare il diritto internazionale umanitario.

Un’offensiva di questo tipo provocherebbe vittime e potrebbe privare ampie fasce della popolazione di elettricità, acqua e cibo, è stato spiegato al presidente. I consiglieri hanno inoltre indicato il pericolo di una crisi umanitaria dei rifugiati, di ritorsioni iraniane contro gli impianti energetici e di desalinizzazione del Golfo e di un ulteriore allargamento regionale del conflitto.

Non è chiaro se a determinare la sospensione dei raid siano stati i timori per le scorte, l’allarme sulle conseguenze umanitarie o una combinazione dei due fattori. Non si sa neppure quanto durerà la pausa. “Il presidente Trump ha sempre affermato con coerenza di preferire una soluzione diplomatica, ma continua a mantenere aperte tutte le opzioni nel caso in cui l’Iran prosegua le attività terroristiche nello Stretto di Hormuz o contro i nostri alleati”, ha dichiarato Steven Cheung, direttore della comunicazione della Casa Bianca.

Dopo le sanzioni che hanno messo in ginocchio l’economia iraniana e tredici giorni consecutivi di attacchi contro obiettivi militari, ha aggiunto, Teheran farebbe bene a lavorare a un accordo negoziato.

Guerra Usa-Iran · La pausa dei raid

Dopo tredici notti di raid sull’Iran, Washington si ferma

Nella riunione di venerdì alla Casa Bianca, il vicepresidente Vance e il generale Caine hanno frenato l’ipotesi di allargare la guerra: pesano le scorte di munizioni e il costo umanitario di un attacco alle infrastrutture.

Grafica di FocusAmerica

Il Pentagono: operazioni «in sospeso»

13
notti consecutive di attacchi americani su obiettivi militari iraniani, fino allo stop di venerdì notte


1ª notte 14ª: raid sospesi

Perché la pausa

I due freni emersi nella riunione alla Casa Bianca

Le scorte di munizioni

Il generale Caine ha avvertito Trump: gli obiettivi militari sono raggiungibili, ma le scorte americane restano fortemente ridotte — molte munizioni cedute all’Ucraina, altre consumate contro gli Houthi.

Il senatore Van Hollen: si stanno esaurendo anche gli intercettori che proteggono le truppe nella regione.

Il costo umanitario

Colpire strade, ponti e centrali elettriche — come minacciato da Trump nell’ultima settimana — potrebbe violare il diritto internazionale umanitario, hanno spiegato i consiglieri al presidente.

Quasi tutti hanno riconosciuto che l’attacco sarebbe stato devastante, invitando a valutarne gli effetti indiretti.

L’avvertimento dei consiglieri

I quattro rischi indicati a Trump


1Vittime civili su vasta scala

Un’offensiva sulle infrastrutture provocherebbe vittime e priverebbe ampie fasce della popolazione iraniana di elettricità, acqua e cibo.

2Una crisi dei rifugiati

Il collasso dei servizi essenziali rischierebbe di innescare flussi di profughi su scala regionale, con una crisi umanitaria difficile da contenere.

3Ritorsioni sugli impianti del Golfo

Teheran potrebbe colpire gli impianti energetici e di desalinizzazione dei Paesi del Golfo, vitali per l’acqua e l’elettricità della regione.

4Un conflitto ancora più ampio

Una nuova escalation aumenterebbe il rischio di trascinare nella guerra altri attori regionali, oltre ai Paesi vicini che già ospitano basi americane.

La tregua informale

Due pause speculari, nessun accordo

Washington
«Spazio ai negoziati»

Per l’ambasciatore all’Onu Waltz la pausa serve alla diplomazia. La Casa Bianca però tiene «aperte tutte le opzioni» se l’Iran colpirà nello Stretto di Hormuz o gli alleati.

Teheran
«Attacco per attacco»

L’Iran sospende gli attacchi finché lo faranno gli Usa, dice un alto funzionario a Reuters. Ma definisce la pausa «tattica più che reale» e promette una risposta su vasta scala a nuovi attacchi.

Lo Stretto di Hormuz

Il fronte aperto sulle rotte marittime

La petroliera sulla mina

Una petroliera è stata investita da un’esplosione dopo avere urtato una mina navale, secondo l’agenzia Tasnim: la nave si sarebbe allontanata dalla rotta indicata dall’Iran.

Il contenzioso sull’articolo 5

Per Teheran il Memorandum firmato dopo la guerra le affida rotte di navigazione e sminamento dello Stretto: il ministro degli Esteri Araghchi accusa Washington di averlo violato.

La mediazione dell’Oman

Muscat propone un consorzio regionale per la sicurezza marittima con contributi volontari; l’Iran pretende pagamenti obbligatori. «Qualche progresso» nei colloqui, ma nessuna intesa.

Fonte: CNN, Reuters, Fox News, ABC, Tasnim, The Jerusalem Post — luglio 2026

La tregua informale e il problema delle munizioni


L’ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite Mike Waltz ha fornito domenica la versione ufficiale della sospensione: Trump vuole concedere spazio ai negoziati, ha spiegato a Fox News. Le scorte di armamenti americane rimangono tuttavia fortemente ridotte e subirebbero nuove pressioni se gli attacchi riprendessero, come già riferito dalla CNN.

Waltz ha attribuito parte del problema agli aiuti forniti all’Ucraina. “Abbiamo ereditato una situazione difficile, con molte delle nostre munizioni cedute all’Ucraina”, ha detto, ricordando che altri armamenti sono stati impiegati contro gli Houthi e assicurando che il riarmo prosegue attraverso sistemi meno costosi e più rapidi da produrre.

Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha replicato alla CNN che le Forze Armate statunitensi dispongono di tutto ciò che serve per operare nel momento e nel luogo scelti dal presidente.

Teheran ha risposto con una posizione speculare. Un alto funzionario iraniano ha dichiarato domenica a Reuters che il Paese sospenderà i propri attacchi finché gli Stati Uniti faranno altrettanto, secondo il principio dell’“attacco per attacco”, e che il messaggio è già stato trasmesso a Washington.

Lo stesso funzionario ha però definito la pausa “tattica più che reale” e ha avvertito che l’Iran è pronto a una risposta su vasta scala in caso di nuovi raid. Per due settimane Teheran aveva colpito i Paesi vicini che ospitano basi americane, mentre nel fine settimana non sono stati registrati nuovi attacchi.

Anche i democratici insistono sul problema delle munizioni. “Non saremmo mai dovuti entrare in questa guerra insensata e dovremmo porvi fine adesso”, ha dichiarato il senatore Chris Van Hollen ad ABC, durante il programma This Week. Secondo il senatore, gli Stati Uniti stanno consumando gli intercettori necessari a neutralizzare gli attacchi iraniani e a proteggere le proprie truppe nella regione.

La petroliera colpita e il negoziato sullo Stretto


Nello Stretto di Hormuz, intanto, la tensione rimane alta. Una petroliera è stata investita da un’esplosione dopo avere urtato una mina navale, secondo l’agenzia semiufficiale Tasnim, vicina ai Guardiani della rivoluzione. La nave avrebbe colpito l’ordigno dopo essersi allontanata dalla rotta indicata dall’Iran, ma le autorità di Teheran non hanno diffuso comunicazioni ufficiali sull’incidente.

Proprio sul controllo delle rotte marittime si è aperto un nuovo contenzioso. Il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi accusa Washington di avere violato l’articolo 5 del Memorandum sottoscritto dopo la guerra, che secondo Teheran attribuisce all’Iran il compito di stabilire i percorsi di navigazione e condurre le operazioni di sminamento.

Iran e Oman, che svolge il ruolo di mediatore, avrebbero comunque compiuto “qualche progresso” sui negoziati per la sicurezza della navigazione, hanno riferito al Jerusalem Post due fonti informate. Non è però chiaro se Teheran accetterà la proposta sul tavolo.

Muscat ha suggerito la creazione di un consorzio regionale incaricato della sicurezza marittima, delle operazioni di ricerca e soccorso e di altre forme di cooperazione, con partecipazione e contributi economici volontari. L’Iran si è finora opposto, chiedendo pagamenti obbligatori e sostenendo che, in loro assenza, alle navi non potrebbe essere garantito il passaggio attraverso lo Stretto.

Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baghaei ha confermato che venerdì e sabato si sono svolti a Teheran colloqui con il viceministro degli Esteri dell’Oman. Li ha definiti costruttivi e ha assicurato che, nonostante l’incidente e le tensioni sul controllo delle rotte, il traffico marittimo nello Stretto non ha subito variazioni.


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Der Schock sitzt immer noch tief. Trotz oder gerade wegen der Trauer müssen wir über die teils heuchlerischen Reaktionen führender Politiker*innen sprechen. Denn die unbequeme Wahrheit gehört in das große Bild dazu: Kürzungen, weniger Hilfeangebote und steigende Diskriminierung erschweren das alltägliche Leben von queeren Menschen massiv und legen einen politischen Nährboden für Hass und letzten Endes auch Gewalt. netzpolitik.org/2026/forderung…
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Rifondazione: sosteniamo Margherita, delegata licenziata dal San Raffaele home.rifondazione.eu/2026/07/2… #ComunicatiStampa #Lavoro

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Vous avez peut-être entendu parler de Chat Control ces dernières semaines mais beaucoup d’approximations et erreurs ont pu être dites sur la nature et les conséquences de ce règlement européen.

Et c’est normal car il y a en réalité deux « Chat Control » ! On fait le point pour vous aider à comprendre.

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in reply to La Quadrature du Net

Depuis 2021, l’Union européenne autorise les plateformes en ligne à analyser proactivement les contenus qu’elles hébergent en vue de détecter ceux liés aux abus sexuels sur les enfants. Ce règlement, c’est ce que l’on appelle « Chat Control 1.0 ». Il est temporaire et a été renouvelé plusieurs fois. Début juillet 2026, le Parlement a voté une nouvelle prolongation.
in reply to La Quadrature du Net

Si ce texte pose évidemment des problèmes en matière de vie privée, il donne uniquement une base légale pour les plateformes comme Facebook ou Instagram qui font déjà volontairement de l’analyse des messages depuis des années. Il ne concerne pas les échanges chiffrés de bout en bout comme ceux qui passent via Signal, qui ne sont donc pas concernés par ce vote de début juillet.
in reply to La Quadrature du Net

En parallèle, un autre règlement est en négociation. Afin de prendre la suite de ce mécanisme de détection volontaire, la Commission européenne avait proposé en 2022 un nouveau texte : il s’agit de « Chat Control 2.0 ».

Nous vous en parlions dès 2023 car celui-ci voulait obliger toutes les plateformes et messageries à scanner les messages, y compris ceux qui sont chiffrés.
laquadrature.net/2023/09/18/re…

in reply to La Quadrature du Net

Ce deuxième texte est extrêmement dangereux et mobilise partout en Europe depuis quatre ans. Grâce à ces contestations, des victoires ont été obtenues et le processus législatif a longtemps été bloqué.

Aujourd’hui il est toujours dans la phase de négociations appelée « trilogues » et l’analyse des messages chiffrés n’est plus envisagée mais des mesures de vérification d’age sont en revanche sur la table et menacent l'anonymat en ligne et le droit à la vie privée.

in reply to La Quadrature du Net

Pour résumer : le vote de juillet permet à Instagram, Facebook et consorts de continuer de scanner les messages comme ils le font depuis des années, mais il ne concerne pas les applications de messagerie chiffrée comme Signal.

Un récent article de France Info résume bien les enjeux complémentaires autour de ces textes.
franceinfo.fr/vrai-ou-fake/vra…

Siam reshared this.

in reply to La Quadrature du Net

Pour vous tenir informé·es des suites concernant « Chat Control 2.0 », nous vous invitons également à suivre les articles de nos camarades de @edri qui suivent activement le dossier à Bruxelles.
edri.org/our-work/chat-control…
@EDRi

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Un distretto scolastico fa causa all'amministrazione Trump sulle politiche per gli studenti transgender


Il distretto Jeffco vuole salvare 50 milioni di fondi federali. Istruzione e Giustizia minacciano due distretti in Maryland e Michigan che nasconderebbero ai genitori l'identità di genere dei figli

Jeffco Public Schools, il secondo distretto scolastico del Colorado per dimensioni, ha fatto martedì causa all'amministrazione Trump per impedire al Dipartimento dell'Istruzione di togliergli più di 50 milioni di dollari di fondi federali. Il governo minaccia il taglio da mesi, sostenendo che le politiche del distretto a favore degli studenti transgender discriminino le ragazze.

Il giorno prima i dipartimenti dell'Istruzione e della Giustizia avevano annunciato iniziative contro altri due distretti, in Maryland e Michigan, accusati di nascondere ai genitori l'identità di genere dei figli. Il governo ha minacciato tagli ai fondi per i distretti di tutto il paese che sostengono gli studenti transgender, definendo queste politiche discriminatorie verso le ragazze.

Il Dipartimento dell'Istruzione accusa Jeffco di violare il Title IX, la legge federale del 1972 che vieta le discriminazioni in base al sesso nell'istruzione, perché consente agli studenti transgender di gareggiare nelle squadre femminili e di usare i bagni e le sistemazioni riservati alle ragazze, anche nelle gite con pernottamento. La prima contestazione è arrivata a marzo, con dieci giorni di tempo per cambiare le regole, la seconda a giugno. Dopo quest'ultima il consiglio scolastico ha autorizzato i legali ad andare in tribunale.

L'indagine su Jeffco era partita l'anno scorso, dopo che nel 2024 una famiglia aveva denunciato il distretto sostenendo che la figlia avesse dovuto condividere il letto con una ragazza transgender durante una gita scolastica.

Il distretto contesta le conclusioni federali. L'accusa secondo cui più di 60 studenti maschi gareggerebbero nelle squadre femminili si baserebbe su un'affermazione "erronea": i ragazzi presenti negli elenchi di quelle squadre sono collaboratori o mascotte, non atleti. I dirigenti scolastici dicono inoltre di rispettare la legge anti-discriminazione del Colorado, che a loro giudizio è in conflitto con l'attuale interpretazione federale del Title IX.

La causa, depositata al tribunale federale del Colorado, chiede a un giudice di stabilire quale delle due leggi il distretto debba seguire. "Quando i requisiti statali e federali sono in conflitto, i tribunali sono il luogo appropriato per fare chiarezza", ha spiegato il sovrintendente ad interim Rob Stein. Il procuratore generale del Colorado Phil Weiser ha detto che "le tattiche di intimidazione dell'amministrazione Trump e la scelta di prendere di mira persone vulnerabili sono vergognose".

I fondi a rischio finanziano tra l'altro l'educazione speciale e le mense scolastiche. Il distretto ha un bilancio di quasi un miliardo di dollari e ha appena tagliato spese per 45 milioni (compresi 139 posti di lavoro), ma dovrà comunque usare 13 milioni delle riserve per chiudere il bilancio 2026-27.

Indagini simili riguardano altri due distretti del Colorado. Denver Public Schools è sotto inchiesta per i bagni senza distinzione di genere e per un'insegnante accusata di aver fatto baciare tra loro alcune studentesse, mentre Cherry Creek Schools è indagato per programmi definiti "razzialmente discriminatori".

Il distretto di Anne Arundel County, nel Maryland, classifica invece l'identità di genere degli studenti come "informazione medica riservata". Per i dipartimenti dell'Istruzione e della Giustizia questa regola viola la FERPA (la legge federale che garantisce ai genitori l'accesso ai documenti scolastici dei figli). Quando i genitori di una studentessa hanno chiesto spiegazioni sulla "transizione di genere" della figlia, si legge nel comunicato congiunto, il preside si è rifiutato di fornire dettagli e la vicepreside di consegnare i documenti.

I genitori, rimasti anonimi, avevano citato in giudizio il distretto l'8 luglio. Sostengono che il personale della scuola superiore abbia aiutato la figlia a compiere di nascosto una "transizione sociale" presentandola a scuola come maschio. Se ne sono accorti da un'email che si riferiva alla ragazza con pronomi maschili.

Il distretto ha risposto di aver saputo delle accuse federali dal comunicato stampa e di non aver ricevuto né una comunicazione formale né prove a sostegno delle conclusioni.

Ad Ann Arbor, in Michigan, il governo contesta la regola che vieta al personale scolastico di rivelare ai genitori l'identità di genere degli studenti, oltre alla scelta di conservare i documenti sul tema in un archivio separato. Il distretto ha tempo fino al 10 agosto per convincere i due dipartimenti a non procedere, mentre per Anne Arundel la minaccia comprende "procedimenti giudiziari applicabili e potenziale perdita dei fondi federali".

La segretaria all'Istruzione Linda McMahon ha detto che i due dipartimenti useranno "ogni strumento disponibile" per chiamare i distretti a rispondere. Harmeet Dhillon, procuratrice generale aggiunta al Dipartimento di Giustizia, ha avvertito che "la FERPA non è facoltativa" e che chi prova ad aggirarla deve aspettarsi "un'azione federale immediata".

La stessa legge è già servita a far cadere politiche di California e Maine che negavano ai genitori l'accesso ai documenti sull'identità di genere dei figli. Già nel marzo 2025 l'ufficio del Dipartimento che si occupa della privacy degli studenti aveva scritto ai provveditori statali per ricordare gli obblighi della legge, criticando in particolare la pratica di nascondere l'identità di genere. La Corte Suprema ha inoltre bloccato una politica della California che voleva vietare le notifiche automatiche alle famiglie quando uno studente cambia identità di genere a scuola.

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Il Marocco intitola a Trump un'autostrada di 1.055 chilometri nel Sahara occidentale


La strada collega Tiznit a Dakhla, costa circa un miliardo di dollari e attraversa il territorio conteso sul quale Washington ha riconosciuto la sovranità del Marocco nel 2020. Rabat non conferma

Il presidente Donald Trump ha annunciato che il Marocco intitolerà a suo nome un'autostrada di 1.055 chilometri che attraversa il Sahara occidentale, il territorio conteso di cui il regno controlla la maggior parte e sul quale Washington ha riconosciuto la sovranità marocchina nel 2020. La President Donald J. Trump Highway collega la città di Tiznit, nel sud del Marocco, a quella di Dakhla, sulla costa atlantica, ed è costata circa un miliardo di dollari (dieci miliardi di dirham).

Trump ha pubblicato su Truth Social, il social network che ha fondato, un video promozionale con immagini del deserto e di alcuni tratti della strada. "Grazie all'altamente rispettato Mohammed VI, il re del Marocco: un grande onore", ha scritto il presidente. "Non vedo l'ora di percorrere l'intera lunghezza di questa grande autostrada, un giorno, speriamo presto".

Il Marocco non ha confermato ufficialmente l'intitolazione e un portavoce del governo non ha risposto alle richieste di commento. Il video descrive la strada come una delle più lunghe dell'Africa, distesa lungo il 7% della costa atlantica del continente e destinata a entrare in una rete più ampia che collegherà l'Africa occidentale alle sponde meridionali del Mediterraneo passando per il Marocco.

"Sotto la guida visionaria di sua maestà il re Mohammed VI e grazie allo storico coraggio del presidente Donald J. Trump, il Sahara marocchino è entrato in una nuova era di pace, dialogo e prosperità", dice il video, che contiene anche immagini di repertorio degli incontri tra i due.

L'autostrada ha quattro corsie e attraversa il deserto e la costa toccando Guelmim, Tan-Tan, Laâyoune e Boujdour prima di arrivare a Dakhla, dove è in costruzione un porto d'altura da 1,3 miliardi di dollari che dovrebbe essere completato nel 2028. I tempi di percorrenza si sono ridotti e gli standard di sicurezza stradale sono migliorati.

Il Sahara occidentale è un'area ricca di risorse grande all'incirca quanto il Regno Unito, contesa dal 1975, quando la Spagna, che ne era la potenza coloniale, si ritirò. Da allora se lo contendono il Marocco, che ne controlla gran parte, e un movimento armato indipendentista sostenuto dall'Algeria. Il Fronte Polisario, il gruppo che dice di rappresentare la popolazione autoctona sahrawi, chiede un referendum sull'indipendenza.

Il riconoscimento americano della sovranità marocchina arrivò nel dicembre 2020, nelle ultime settimane del primo mandato di Trump, come parte dell'accordo con cui il regno ristabilì le relazioni con Israele nel quadro degli Accordi di Abramo. Francia e Spagna hanno poi fatto lo stesso, accelerando un boom di investimenti che comprende resort turistici e impianti per le energie rinnovabili. Più di trenta paesi hanno aperto consolati a Laâyoune e Dakhla e il piano di autonomia proposto da Rabat è oggi sostenuto da oltre cento nazioni.

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato di recente un linguaggio che considera l'autonomia sotto sovranità marocchina la strada più praticabile per chiudere la disputa.

Il regista Christopher Nolan ha girato l'anno scorso alcune scene di The Odyssey nei dintorni di Dakhla, attirandosi le critiche del Fronte Polisario.

In un'analisi pubblicata su Ynet, il sito del quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, Amine Ayoub, ricercatore del Middle East Forum, sostiene che l'autostrada non è un'operazione di immagine ma uno strumento di controllo territoriale che rafforza anche la sicurezza di Israele. Le strade moderne consentono lo spostamento rapido delle forze di sicurezza, i porti attirano commercio legittimo e lo sviluppo urbano-industriale dà alla popolazione locale un interesse concreto alla stabilità, riducendo lo spazio in cui operano le reti radicali e le milizie sostenute dall'estero.

Il Marocco ha presentato prove secondo cui l'Iran, attraverso la propria ambasciata ad Algeri e uomini legati a Hezbollah, ha fornito armi, addestramento tattico e tecnologia dei droni al Fronte Polisario. Per questo Rabat ruppe le relazioni diplomatiche con Teheran nel maggio 2018. Un Sahara occidentale poco controllato, scrive Ayoub, avrebbe potuto diventare un corridoio affacciato sull'Atlantico da cui minacciare le monarchie arabe sunnite e le rotte marittime commerciali.

Marocco e Israele hanno costruito dopo gli Accordi di Abramo una fitta rete di cooperazione militare che comprende lo scambio di intelligence informatica, esercitazioni congiunte, trasferimenti di tecnologia militare, sistemi di difesa aerea e sorveglianza costiera. Il Marocco è anche il paese con cui gli Stati Uniti hanno il rapporto basato su un trattato più antico e ininterrotto della loro storia, che risale al trattato di pace e amicizia del 1786.

L'autostrada marocchina si aggiunge a una lista di strade ed edifici pubblici intitolati a Trump durante il suo secondo mandato. A luglio l'aeroporto di Palm Beach è diventato President Donald J. Trump International Airport, mentre alcuni parlamentari hanno proposto di rinominare l'aeroporto Dulles di Washington (che si trova in Virginia) e la Penn Station di New York. In Oklahoma i legislatori hanno intitolato al presidente un tratto della US Route 287. Portano il suo nome anche un tribunale della contea di Lyon in Nevada, Palm Avenue a Hialeah in Florida e alcuni tratti della Florida State Road 80 e della US Route 98 nella contea di Palm Beach.

Sono in programma anche un ponte nella contea di Jefferson in Tennessee e un'autostrada in South Carolina. Il nome del presidente è stato aggiunto all'US Institute of Peace, l'istituto federale che si occupa di risoluzione dei conflitti. Dovrebbe entrare anche nella denominazione ufficiale della sala da ballo in costruzione alla Casa Bianca e Trump ha detto di volerlo sul nuovo stadio dei Washington Commanders, la squadra di football della capitale.

Il consiglio di amministrazione del Kennedy Center, il principale centro culturale di Washington, ha votato all'inizio dell'anno per aggiungere il nome del presidente al teatro, dopo che i suoi membri erano stati sostituiti da persone nominate dallo stesso Trump. Un tribunale ha poi stabilito che la decisione era illegittima e il nome è stato rimosso dalla facciata dell'edificio.

Trump ha detto in passato che il suo volto potrebbe un giorno essere aggiunto al Monte Rushmore, ma non è stata avviata alcuna iniziativa formale in questo senso.

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Taranto non può più essere costretta a scegliere tra salute e lavoro. La crisi dell’ex ILVA mostra il prezzo di una politica industriale fatta di rinvii: bonifiche incomplete, occupazione sospesa, impianti incerti e risorse pubbliche senza una soluzione duratura.

La provincia registra livelli di inattività e disoccupazione molto superiori alla media nazionale, mentre l’Italia importa oltre 11 milioni di tonnellate di lamiere e altri prodotti piani in acciaio, su circa 15 milioni consumati. Abbandonare lo stabilimento aggraverebbe la crisi sociale e industriale; continuare come prima significherebbe ignorare salute, sicurezza e ambiente.

La strada è difficile, ma esiste: bonifica e messa in sicurezza, rispetto delle prescrizioni, tutela dell’occupazione e un piano credibile di decarbonizzazione. Serve un acquirente industriale affidabile oppure, in sua assenza, un intervento pubblico temporaneo che prepari il rilancio.

L’acciaio è strategico per l’Italia e per l’Europa: per questo ora l’ex ILVA deve diventare il punto di partenza di una politica siderurgica comune, non l’ennesima emergenza da rinviare.

#ExILVA #Taranto #PoliticaIndustriale #Lavoro #Ambiente #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Trump preme su Robert F. Kennedy Jr. per tagliare i vaccini ai bambini


Il presidente vuole ridurre le vaccinazioni raccomandate ai bambini e attende un calo dei casi di autismo, mentre i suoi consiglieri avevano chiesto al ministro della Salute di abbassare i toni

Il presidente Donald Trump preme sul ministro della Salute Robert F. Kennedy Jr. perché riduca il numero di vaccinazioni raccomandate ai bambini, convinto che questo faccia poi calare i casi di autismo. Lo ha rivelato il Wall Street Journal, che racconta mesi di tensione tra i due uomini su un tema che il presidente riporta in quasi ogni conversazione con il suo ministro.

A un pranzo di maggio nel campo da golf di proprietà del presidente nella Virginia settentrionale, Trump ha chiesto a Kennedy perché non stesse facendo di più per indagare il presunto legame tra vaccini e autismo. Gli ha detto che si era bloccato, usando un'espressione del golf che indica il giocatore incapace di completare un colpo semplice. Kennedy è rimasto spiazzato: pur essendo da sempre scettico sulle vaccinazioni, i consiglieri politici della Casa Bianca gli avevano chiesto di abbassare i toni sul tema in vista delle elezioni di metà mandato.

In un incontro nello Studio Ovale a metà giugno il presidente si è sfogato dicendo che Kennedy non stava facendo abbastanza. Trump ritiene di avergli concesso tempo sufficiente ed è deluso dai risultati dell'ultimo anno e mezzo. Ai suoi collaboratori ha detto che il ministro sarà un fallimento se non farà progressi su questo fronte. Il presidente spera che alleviare l'autismo diventi parte della sua eredità politica e ha indicato a Kennedy quell'obiettivo come la sua priorità sanitaria più importante.

Alla fine di maggio Trump ha firmato un ordine esecutivo che impone al dipartimento della Salute di ridurre il numero di vaccini raccomandati nel calendario pediatrico, sostenendo che gli Stati Uniti sono fuori linea rispetto agli altri paesi. Alcuni dirigenti sanitari sono rimasti sorpresi dal provvedimento perché stavano seguendo un'indicazione precedente della Casa Bianca, che chiedeva di allentare la spinta sui vaccini.

A gennaio Kennedy aveva proposto di portare le vaccinazioni raccomandate ai bambini da 17 a 11 malattie coperte. Il giudice federale Brian E. Murphy ha bloccato il piano a marzo, scrivendo che il governo sembrava aver aggirato in modo improprio il comitato consultivo incaricato di formulare le raccomandazioni sulle immunizzazioni. Il giudice ha anche stabilito che molti dei membri nominati da Kennedy in quel comitato erano stati scelti illegittimamente. Il governo ha impugnato la decisione sulle nomine e il presidente ha spinto il ministro a prendere di petto quello che entrambi considerano un giudice attivista, tanto che a giugno Kennedy ha chiesto alla corte d'appello di decidere in tempi rapidi.

Nel frattempo i collaboratori del ministro hanno approvato un nuovo statuto del comitato che riduce i requisiti di competenza richiesti ai membri e stanno lavorando per nominarne di nuovi.

Il portavoce della Casa Bianca Kush Desai ha detto al Wall Street Journal che innumerevoli genitori con dubbi sui "tassi di autismo alle stelle" in America sono stati a lungo ignorati se non derisi e che le cose sono cambiate dal giorno dell'insediamento del presidente. La portavoce del dipartimento della Salute Emily Hilliard ha detto che Kennedy e Trump sono allineati nell'impegno contro le malattie croniche che colpiscono i bambini americani.

La ricerca scientifica non ha trovato alcun legame tra vaccini e autismo. Uno studio del 2019 pubblicato su Annals of Internal Medicine su oltre 600.000 bambini danesi e una revisione Cochrane del 2021 che ha esaminato 138 studi non hanno rilevato alcuna connessione tra l'autismo e il vaccino contro morbillo, parotite e rosolia, noto come MMR.

Trump ha parlato più volte del suo interesse per quel vaccino e ha detto di volere separare la somministrazione combinata in iniezioni distinte. Gli scienziati rispondono che non esiste una ragione per farlo e che il risultato sarebbe un aumento delle dosi saltate. Non c'è nemmeno una giustificazione scientifica per ridurre drasticamente il calendario vaccinale: i vaccini di oggi sono più precisi e stimolano il sistema immunitario con meno antigeni rispetto al passato, proteggendo però da più malattie.

L'autismo è un disturbo del neurosviluppo che nel 2022 negli Stati Uniti riguardava circa un bambino di otto anni su 31. Nel 2000 le stime dei Centers for Disease Control and Prevention, l'agenzia federale per il controllo delle malattie, indicavano circa un caso ogni 150 bambini. Gli scienziati non hanno individuato una causa definitiva dell'aumento: tra le spiegazioni proposte ci sono la genetica, l'età più avanzata dei genitori e il miglioramento degli strumenti di screening e diagnosi.

Trump si occupa del tema da decenni. Negli anni Duemila ha donato e raccolto fondi per organizzazioni sull'autismo che collegavano la condizione ai vaccini e nel 2014 scriveva sui social media che da presidente avrebbe spinto per "vaccinazioni corrette" ma non avrebbe permesso "iniezioni massicce in un'unica volta che un bambino piccolo non può sopportare". Prima del suo primo mandato incontrò Kennedy alla Trump Tower e all'uscita Kennedy disse ai giornalisti che il presidente eletto intendeva affidargli una commissione sui vaccini, un incarico che non arrivò mai. Il presidente ha raccontato che il figlio di un amico è diventato autistico dopo un vaccino e di conoscere tre persone i cui figli hanno avuto reazioni avverse.

Sui vaccini per gli adulti resta favorevole, compresi quelli contro il Covid e l'influenza che ha ricevuto lo scorso autunno. Negli anni si è lamentato di non aver ricevuto abbastanza credito per Operation Warp Speed, il programma con cui la sua prima amministrazione accelerò lo sviluppo dei vaccini contro il Covid.

A settembre il presidente e Kennedy hanno avvertito gli americani di un possibile legame tra autismo e Tylenol, l'antidolorifico a base di paracetamolo, assunto in gravidanza. Kennedy aveva promesso che avrebbe consegnato una risposta sull'autismo e ha visto in un nuovo studio di un ricercatore di salute pubblica di Harvard qualcosa da portare al presidente. "L'ideale è non prenderlo affatto", ha detto Trump del Tylenol in conferenza stampa, invitando i genitori a distanziare i vaccini e lamentandosi delle visite pediatriche in cui "riempiono il bambino di roba".

I consiglieri sanitari avevano provato a convincerlo a moderare i toni e nelle loro comunicazioni sono stati molto più cauti: l'allora commissario della Food and Drug Administration, l'agenzia che regola farmaci e alimenti, Marty Makary ha scritto ai medici che l'associazione resta oggetto di dibattito scientifico e che i clinici devono tenerne conto nelle loro decisioni.

Lo storico sondaggista di Trump, Tony Fabrizio, ha rilevato lo scorso inverno che lo scetticismo sui vaccini è impopolare tra gli elettori, mentre interessa di più il lavoro di Kennedy sulla qualità del cibo e dell'agricoltura. A giugno una rilevazione di KFF, un centro di ricerca sulla sanità, ha mostrato che più dell'80% degli adulti si fida delle informazioni sanitarie del proprio medico mentre solo il 34% si fida di quelle di Kennedy.

I collaboratori della Casa Bianca e del dipartimento della Salute hanno raccomandato al ministro di concentrarsi su temi più popolari, come l'eliminazione dei coloranti dagli alimenti, prima del voto di novembre. Il suo principale consigliere Calley Means ha messo per iscritto un promemoria che separava i messaggi con il semaforo verde, come le nuove linee guida alimentari, da quelli con il semaforo rosso, i vaccini. Da allora Kennedy ha evitato quasi del tutto di parlare di vaccini in pubblico.

Dentro il dipartimento della Salute i funzionari si sono affannati a capire come fare di più sull'autismo. Martin Kulldorff, ex epidemiologo di Harvard diventato noto per le sue critiche agli obblighi vaccinali e alle misure sanitarie adottate durante la pandemia, coordina ora una serie di studi sui vaccini che potrebbero richiedere mesi o anni. I National Institutes of Health, il principale ente pubblico di ricerca biomedica, hanno avviato altri studi su vari aspetti dell'autismo.

Il resto dell'agenda MAHA, la sigla di Make America Healthy Again con cui Kennedy ha battezzato il suo movimento, procede lentamente. I suoi sostenitori nell'amministrazione e nel Congresso indicano come risultati principali le nuove linee guida alimentari che invitano gli americani a "mangiare cibo vero" e gli impegni volontari delle aziende a togliere i coloranti dai prodotti. Altre promesse si sono arenate, dagli additivi che il ministro definisce tossici ai pesticidi da eliminare dalla catena alimentare. Cresce anche la preoccupazione per l'effetto dei suoi piani sui prezzi al consumo.

Il dipartimento affronta intanto problemi più ampi: uno scontro con alcuni Stati su presunte frodi nel programma Medicaid, che garantisce l'assistenza sanitaria alle persone con redditi bassi, i posti vacanti in ruoli chiave, i casi di morbillo che hanno raggiunto il livello più alto degli ultimi trent'anni e un focolaio di ciclosporiasi in espansione, attribuito a verdure contaminate.

Kennedy ha un buon rapporto personale con Trump, che si diverte ad avere nella sua squadra un membro della famiglia simbolo del Partito Democratico. "Chi l'avrebbe mai detto, un Kennedy, noi amiamo un Kennedy, nel Partito Repubblicano", ha detto il presidente a febbraio. Alla cena dell'associazione dei corrispondenti alla Casa Bianca, questo fine settimana, ne ha elogiato le qualità dicendo che "ha quello che serve" ed è intelligente.

Lo scorso inverno i collaboratori della Casa Bianca hanno criticato il modo in cui Kennedy gestisce il suo dipartimento e hanno avviato una revisione completa, anche per affrontare i conflitti interni tra il dipartimento e il personale della FDA. Due dirigenti di vertice sono stati spostati altrove nell'amministrazione e la squadra di consiglieri del ministro è stata riorganizzata. Chris Klomp, il responsabile del programma Medicare per gli anziani, ha preso in mano la gestione quotidiana del dipartimento ed è stato indicato per il ruolo di vice ministro.

Klomp si è guadagnato il favore della Casa Bianca negoziando con le case farmaceutiche gli accordi sul prezzo dei farmaci. Alcuni funzionari dell'amministrazione descrivono Kennedy come l'uomo delle idee, mentre Klomp ha il potere di far funzionare ogni angolo del dipartimento.

Trump si rivolge sempre più spesso a Mehmet Oz, che è a capo dei Centers for Medicare and Medicaid Services, l'agenzia che gestisce i due grandi programmi sanitari pubblici. Molti lobbisti e dipendenti del dipartimento della Salute pensano che un giorno prenderà il posto di Kennedy, forse dopo il voto di metà mandato, un momento in cui è frequente il ricambio dei ministri. Il presidente lo chiama o gli scrive anche su questioni che non riguardano la sua agenzia e Oz si assume la responsabilità di dargli quello che chiede. Lo ha consigliato sulla marijuana prima dell'ordine esecutivo di dicembre che ha allentato le restrizioni sulla sostanza.

Il movimento MAHA si è agitato all'inizio dell'estate quando Robert Malone, un ex membro del comitato sui vaccini vicino a Kennedy, ha scritto su X che il ministro avrebbe lasciato l'incarico dopo il 4 luglio e che Oz avrebbe guidato una squadra di transizione. I vertici del dipartimento hanno smentito e Oz ha detto a una sala di sostenitori che non c'era nulla di vero.

Kennedy vuole restare a lungo nell'amministrazione e punta a rimanere ministro anche sotto il prossimo presidente. Per riuscirci evita gli scontri con la Casa Bianca anche sui temi centrali per il suo movimento come i pesticidi e ha accettato il ruolo rafforzato di Klomp. A febbraio Trump si è schierato con gli agricoltori e le aziende chimiche per proteggere alcuni pesticidi. "C'è frustrazione", ha detto al Wall Street Journal Jeffrey Klausner, un medico amico del ministro, spiegando che Kennedy accetta alcune cose per poter portare avanti altre attività per il bene comune.


I casi di morbillo negli Stati Uniti ai livelli più alti degli ultimi 35 anni


I casi di morbillo negli Stati Uniti hanno raggiunto quota 2.295 dall'inizio dell'anno, il livello più alto degli ultimi 35 anni. La cifra ha già superato il totale di tutto il 2025, secondo un contatore della Johns Hopkins University, una delle principali università americane, che raccoglie i dati delle autorità sanitarie statali e locali.

Il conteggio ha già superato quello dell'intero 2025 di nove casi, secondo lo stesso contatore. Si tratta di un ritorno del virus dopo decenni in cui la malattia sembrava sotto controllo. L'ultima volta che i casi erano stati più numerosi risale al 1991, quando gli Stati Uniti ne contarono 9.643.

La maggior parte dei contagi riguarda persone non vaccinate. Il tasso di vaccinazione complessivo resta relativamente alto, ma le autorità sanitarie avvertono che deve restare sopra il 95 per cento per mantenere l'immunità di gregge, cioè quella soglia di popolazione immunizzata che protegge indirettamente anche chi non è vaccinato, rendendo difficile la circolazione del virus.

Gli stati con più casi segnalati sono South Carolina, Utah, Texas, Florida e Arizona. I Centers for Disease Control and Prevention, l'agenzia federale americana che sorveglia le malattie infettive, hanno registrato 2.260 casi confermati nel loro ultimo aggiornamento del 16 luglio e hanno segnalato 34 nuovi focolai nel corso dell'anno.

Il morbillo si manifesta con tosse, febbre alta e congiuntivite, oltre alla caratteristica eruzione cutanea, ma può degenerare in complicazioni come gravi infezioni all'orecchio, polmonite ed encefalite, cioè un'infiammazione del cervello che può portare a danni cerebrali permanenti e anche alla morte. In media la malattia uccide tra 1 e 3 bambini contagiati ogni mille.

La ripresa dei contagi minaccia lo status di paese che ha eliminato il morbillo, un riconoscimento internazionale che certifica l'interruzione della trasmissione continua del virus sul territorio nazionale. Gli Stati Uniti rischiano ora di perderlo e la loro posizione sarà riesaminata a novembre. Il ritorno della malattia si concentra nelle aree con bassa copertura vaccinale ed è l'ultimo segnale di un virus che sta tornando a circolare dove le vaccinazioni sono meno diffuse.

Il rimbalzo dei casi arriva in un momento in cui diverse posizioni chiave della sanità pubblica americana restano vacanti, compresi il direttore dei Centers for Disease Control and Prevention e il surgeon general, la più alta autorità sanitaria del governo federale. Il Segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr. in un primo momento aveva minimizzato la pericolosità del virus. In seguito ha detto che il vaccino contro morbillo, parotite e rosolia è il modo più efficace per prevenire la diffusione della malattia, pur precisando che vaccinarsi resta una scelta personale.


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Grillo: “Il Movimento 5 Stelle doveva cambiare la politica, la politica ha cambiato loro”


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“Il MoVimento 5 Stelle ha perso la sua identità e, soprattutto, quella “diversità” che lo aveva reso unico. Era nato per cambiare la politica ma poi la politica ha cambiato il MoVimento. Doveva ascoltare i cittadini e ha

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Quando governava con chi ha inventato il Superbonus, Salvini era d’accordo. Poi fa ciò che gli riesce meglio: cambia idea.

Uno scontro epico, senza precedenti: Salvini contro Salvini.
E tu, te lo ricordi?

Video di Francesca Romana D’Antuono, già copresidente di Volt Europa.

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Per rivedere Trump, Netanyahu ha dovuto fare concessioni su Libano e Gaza


Il primo incontro dall'inizio della guerra in Iran arriva dopo settimane di tensioni: Netanyahu lo ha definito "eccellente", ma sulla strategia americana verso Teheran non ci sono segnali chiari

Il presidente Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si sono incontrati martedì alla Casa Bianca, per la prima volta da quando i due paesi hanno lanciato insieme la guerra contro l'Iran, cinque mesi fa. Il colloquio a porte chiuse è durato quasi un'ora e mezza e per la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt è stato "positivo e produttivo", ma dietro le dichiarazioni cordiali resta un rapporto logorato da un conflitto che si è rivelato molto più lungo e complicato di quanto entrambi avessero previsto.

Fino alla fine della settimana scorsa non era nemmeno certo che Trump avrebbe accettato di riceverlo. Secondo il Wall Street Journal, per ottenere l'incontro l'amministrazione americana ha chiesto al premier israeliano di dimostrare con i fatti di sostenere i negoziati di pace mediati dagli Stati Uniti in Libano e a Gaza. Netanyahu ha così accettato di ritirare le forze israeliane da alcune "zone pilota" nel sud del Libano, dove l'esercito libanese si sta schierando per mettere alla prova la propria capacità di controllare le aree in cui operava Hezbollah, la milizia sostenuta dall'Iran.

Netanyahu ha poi annunciato che Israele farà entrare a Gaza i membri del Board of Peace, l'organismo guidato da Trump previsto dall'accordo di cessate il fuoco con Hamas, dopo mesi di stallo. Domenica il gabinetto di sicurezza israeliano ha dato il via libera all'ingresso nella Striscia dei primi soldati della forza internazionale di stabilizzazione, tra cui marocchini e ugandesi, che potranno operare solo in una piccola area di Rafah, nel sud. La prossima tornata di colloqui tra Israele e Libano si terrà invece la settimana prossima a Roma.

Poche ore prima del colloquio, in un'intervista a Fox News, Trump aveva minimizzato l'importanza di Pickaxe Mountain, un sito iraniano sospettato di ospitare attività nucleari, al centro delle segnalazioni più recenti dell'intelligence israeliana e che il presidente ha più volte minacciato di bombardare. "So esattamente cosa sta succedendo a Pickaxe", ha detto, sostenendo che quello che l'Iran fa lì "non è un grosso problema". "Bibi me lo dice perché vuole che io resti coinvolto", ha aggiunto usando il soprannome di Netanyahu: "Perché dovete annunciarlo al mondo?". Trump è apparso infastidito dalla possibilità che Israele usasse le proprie informazioni per spingere pubblicamente la Casa Bianca a proseguire la guerra.

Dopo l'incontro Netanyahu ha parlato di "una delle migliori conversazioni" mai avute con il presidente americano. "Quando dico eccellente, non lo dico in modo superficiale", ha spiegato in un post su Instagram: "una conversazione di piena collaborazione, con sostegno reciproco e con la comprensione dell'obiettivo comune di garantire che l'Iran non abbia armi nucleari". Al colloquio ha partecipato tutta la squadra di governo di Trump, compreso il vicepresidente JD Vance, che negli ultimi mesi ha criticato apertamente Israele: in un'intervista al podcaster Joe Rogan ha accusato membri del governo israeliano di alimentare una campagna di comunicazione per "far proseguire la guerra all'infinito". Nonostante i toni concilianti, nessuna delle due parti ha dato indicazioni chiare sulla strategia americana verso l'Iran nelle prossime settimane, né sul ruolo che Israele avrà.

Un funzionario israeliano informato sul colloquio ha riferito all'agenzia di stampa Associated Press che Netanyahu ha garantito a Trump che Israele risponderà se attaccata direttamente dall'Iran, ma che per il resto si affiderà alle decisioni del presidente sulle prossime mosse. Il premier ha ribadito che Israele condividerà sempre le proprie informazioni di intelligence con Washington, pur riconoscendo che gli Stati Uniti hanno tempi e considerazioni propri, comprese le conseguenze di un'eventuale escalation sugli altri paesi alleati della regione. I due hanno parlato anche dell'accordo quadro firmato da Stati Uniti e Israele con il Libano e dell'allargamento degli Accordi di Abramo, le intese che normalizzano le relazioni tra Israele e diversi paesi arabi e a maggioranza musulmana.

A febbraio, nell'ultimo incontro tra i due prima dell'inizio dei bombardamenti congiunti, Netanyahu e l'ex capo del Mossad, i servizi segreti esteri israeliani, avevano presentato a Trump i piani per rovesciare il regime iraniano. La guerra è iniziata il 28 febbraio con raid che hanno ucciso gran parte della leadership della Repubblica islamica, compresa la Guida suprema Ali Khamenei, ma si è trascinata molto più a lungo di quanto Trump avesse previsto, è impopolare tra gli elettori americani e ha contribuito a far salire i prezzi. Venerdì il presidente ha sospeso i nuovi bombardamenti ordinati a luglio per dare spazio alla trattativa con Teheran sulla riapertura dello Stretto di Hormuz, il passaggio da cui prima della guerra transitava circa il 20 per cento del petrolio mondiale.

"Gli americani stanno facendo capire agli israeliani che sono loro a gestire la guerra", ha scritto lunedì il giornalista e analista politico israeliano Amit Segal sul quotidiano Israel Hayom: "è chiaro a tutti che Israele è stata messa in secondo piano". Netanyahu, che avrebbe voluto continuare a combattere contro l'Iran e contro Hezbollah in Libano, negli ultimi mesi è stato messo da parte. Domenica, in un'intervista a Fox News, ha riconosciuto che sulle prossime mosse "per molti versi è una sua decisione", di Trump, aggiungendo però che gli iraniani, "in un modo o nell'altro", devono porre fine al loro programma nucleare.

Secondo i funzionari citati dal Wall Street Journal, Netanyahu è arrivato a Washington con molta meno influenza rispetto alle visite passate e molto attento a evitare i temi che avrebbero potuto irritare il presidente. In patria è in campagna per la rielezione, indebolito anche dal deterioramento del rapporto con Trump. Negli Stati Uniti, intanto, il sostegno a Israele si sta erodendo in entrambi i partiti: questo mese più di 100 deputati democratici hanno votato un emendamento per tagliare i finanziamenti militari e un sondaggio dell'Associated Press con il centro di ricerca NORC ha rilevato un netto calo del sostegno tra gli americani.

La recente morte del senatore repubblicano Lindsey Graham, che per anni ha fatto da intermediario tra Netanyahu e Trump, ha inoltre privato il premier di una sponda importante a Washington. Dopo il colloquio Netanyahu ha partecipato al funerale di Graham nella cattedrale nazionale della capitale, dove ha parlato con diversi membri dell'amministrazione e con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, ricevuto anche lui da Trump in giornata.

Nella serata americana di martedì l'Iran ha lanciato a sorpresa alcuni missili balistici contro le forze americane in Giordania: tutti i colpi sono stati intercettati, secondo il comando militare americano. Poco dopo Stati Uniti e Arabia Saudita hanno colpito con raid congiunti le milizie filo-iraniane in Iraq, accusate di aver condotto più di 30 attacchi con droni in 72 ore contro le forze americane e le infrastrutture energetiche saudite. L'attacco iraniano ha interrotto alcuni giorni di relativa calma tra i due paesi.


Netanyahu incontrerà Trump alla Casa Bianca martedì


Il presidente Donald Trump incontrerà martedì alla Casa Bianca il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, mentre gli Stati Uniti valutano di riprendere le operazioni di combattimento su larga scala contro l'Iran. L'annuncio è arrivato dall'ufficio del premier israeliano, che ha fatto sapere che Netanyahu partirà da Israele lunedì per una visita ufficiale a Washington.

"Su invito del presidente Trump, il primo ministro Benjamin Netanyahu partirà lunedì per Washington per una visita ufficiale", si legge nel comunicato diffuso dall'ufficio del premier. "Nell'ambito della visita il primo ministro incontrerà il presidente Trump alla Casa Bianca martedì e parteciperà alla cerimonia funebre per il senatore Lindsey Graham."

Netanyahu ha incontrato Trump nello Studio Ovale sei volte da quando il presidente è tornato in carica un anno e mezzo fa, più di qualsiasi altro leader mondiale. Oggi però è molto impopolare a Washington: tra i democratici, nella cerchia ristretta del presidente e nella base MAGA (lo zoccolo duro dell'elettorato di Trump).

Pochi giorni fa il presidente aveva garantito che il premier israeliano non sarà arrestato negli Stati Uniti, dopo che il sindaco di New York Zohran Mamdani aveva ipotizzato di farlo fermare all'Assemblea generale delle Nazioni Unite di settembre in base al mandato della Corte penale internazionale.

Trump sta valutando di riprendere le operazioni di combattimento su larga scala in Iran, che con ogni probabilità comprenderebbero una campagna militare congiunta con Israele simile a quella avviata il 28 febbraio con l'operazione Epic Fury. L'incontro con Netanyahu può pesare sulle decisioni del presidente e sul coordinamento tra i due paesi.

L'arrivo del premier israeliano a Washington la prossima settimana potrebbe indicare che nessuna escalation rilevante avverrà prima di allora. Nei precedenti round di escalation con l'Iran, però, sia gli Stati Uniti sia Israele hanno diffuso comunicati su visite ad alto livello come parte di operazioni di depistaggio che precedevano attacchi militari contro il paese.

La settimana scorsa Netanyahu aveva chiesto di vedere Trump senza ottenere un appuntamento, poi aveva detto di aver rinviato il viaggio perché la veglia funebre per Graham era stata spostata. Alcuni funzionari della Casa Bianca hanno raccontato che il primo ministro israeliano aveva provato a far accadere l'incontro a forza di volontà.

Mercoledì un funzionario della Casa Bianca ha detto ad Axios che erano in corso discussioni su un possibile incontro nello Studio Ovale, precisando che nulla era stato ancora fissato. Giovedì è stato Trump a dire ad Axios che avrebbe incontrato Netanyahu se il premier fosse stato in città per il funerale di Graham.

Venerdì sera il presidente ha confermato la visita durante la cena dell'associazione dei corrispondenti alla Casa Bianca, l'appuntamento annuale che riunisce i giornalisti accreditati alla presidenza. Lo ha fatto mentre attribuiva falsamente origini palestinesi a Chuck Schumer, capogruppo democratico al Senato, che è ebreo. "Gli manderò domani un bel vestito palestinese, così potrà accogliere Bibi Netanyahu quando verrà in città la prossima settimana", ha detto Trump.

Il presidente ha aggiunto che Schumer "è diventato palestinese" e ha scherzato sul fatto che la legge islamica fosse la nuova fondazione del senatore. Associazioni musulmane ed ebraiche americane hanno già criticato in passato Trump per aver definito palestinese il capogruppo democratico, sostenendo che usa il termine in modo dispregiativo, come un insulto.

La commemorazione di Graham, senatore repubblicano della South Carolina morto di recente, si terrà martedì 28 luglio a Washington e mercoledì 29 luglio a Columbia e nella contea di Pickens, in South Carolina. Netanyahu lo ha ricordato su X come un amico caro, scrivendo che Graham aveva capito che la sicurezza di Israele e quella dell'America sono inseparabili e che aveva dedicato la vita a difendere gli Stati Uniti e a rafforzare l'alleanza tra i due paesi. "Israele ha perso uno dei suoi più grandi amici. L'America ha perso un grande patriota. Io ho perso un amico amato", ha aggiunto il primo ministro.

Stati Uniti e Israele hanno lanciato insieme il 28 febbraio le operazioni Epic Fury e Roaring Lion contro l'Iran. Negli ultimi tredici giorni il comando centrale delle forze armate americane (quello responsabile delle operazioni in Medio Oriente) ha condotto ripetuti raid aerei contro obiettivi militari iraniani, mentre l'esercito israeliano ha detto di aver risposto alle provocazioni di Hezbollah, il gruppo armato libanese sostenuto da Teheran. L'incontro tra Trump e Netanyahu arriverà a cinque mesi esatti dall'inizio della guerra.


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Il Senato ha confermato Jay Clayton alla guida dell'intelligence americana


Confermato 51 a 47 lungo le linee di partito, il procuratore di Manhattan prende il posto di Bill Pulte, che ha chiuso il suo interim rivendicando licenziamenti che in gran parte non risultano.

Il Senato ha confermato martedì Jay Clayton come nuovo direttore dell'intelligence nazionale degli Stati Uniti, con 51 voti a favore e 47 contrari lungo le linee di partito. Clayton, procuratore federale di Manhattan e alleato di lunga data del presidente Donald Trump, assume la guida dell'Office of the Director of National Intelligence (ODNI), l'ufficio creato dopo gli attentati dell'11 settembre 2001 per coordinare meglio il lavoro delle agenzie di spionaggio americane. L'incarico ha però perso molto peso durante la seconda amministrazione Trump.

La nomina era stata accolta all'inizio con una certa apertura dai democratici, che però hanno ritirato il sostegno dopo l'audizione di conferma di questo mese, quando Clayton si è rifiutato di dire chiaramente che Joe Biden aveva vinto le elezioni presidenziali del 2020. Incalzato dal senatore democratico della Georgia Jon Ossoff, citato tra i possibili candidati alla Casa Bianca nel 2028, Clayton ha risposto che la vittoria di Biden era stata "certificata", senza riconoscerlo in modo esplicito come legittimo vincitore. La sua conferma non è comunque mai stata in discussione, a differenza di quella della sua predecessora Tulsi Gabbard, un'ex deputata democratica che una parte dei repubblicani aveva faticato ad accettare.

Il senatore Mark Warner, il democratico più alto in grado nella commissione Intelligence del Senato, ha detto dopo il voto di essere uscito dal processo di conferma "con serie riserve" sulla disponibilità di Clayton "a resistere alle pressioni politiche quando conta di più" e di sperare che quei timori si rivelino infondati, "perché la comunità dell'intelligence merita una guida più stabile di quella che ha avuto negli ultimi mesi".

Clayton prende il posto di Bill Pulte, direttore ad interim da giugno, un funzionario che dirige anche un'agenzia federale per la casa, non aveva alcuna esperienza di sicurezza nazionale e ha condotto campagne di ritorsione contro i nemici percepiti del presidente. Molti democratici, pur avendo votato contro Clayton, hanno espresso in privato sollievo per il cambio della guardia.

Settimane fa i due partiti stavano anzi lavorando insieme per confermare Clayton in fretta ed evitare che Pulte assumesse l'incarico anche solo per poco: alcuni parlamentari temevano danni irreversibili alla comunità dell'intelligence. Il piano è saltato quando il presidente ha impedito a Clayton di presentarsi all'audizione, per spingere il Congresso ad approvare una legge che limita le modalità di voto. Pulte è così rimasto in carica per settimane.

Pulte ha passato le ultime ore dell'incarico a rivendicare licenziamenti di massa. Dopo avere già annunciato quattro giri di tagli, martedì mattina, poche ore prima del voto, ha scritto su X di stare eseguendo un quinto e "quasi definitivo" giro di licenziamenti e di avere ridotto il personale di circa il 30 per cento in poche settimane. Nel post, che imitava lo stile social del presidente, ha aggiunto che "la comunità dell'intelligence deve proteggere il popolo americano, non i capricci politici di una classe elitaria gonfia e corrotta".

Funzionari ed ex funzionari hanno però detto al New York Times che negli ultimi tempi pochi dipendenti sono stati licenziati davvero. Secondo loro Pulte conteggia come licenziamenti sia gli ufficiali che avevano completato il periodo di servizio e stavano rientrando come previsto nelle agenzie di provenienza, sia posizioni mai occupate in diverse parti dell'ufficio, tra cui il National Counterterrorism Center, il centro dedicato all'antiterrorismo.

Il suo staff non ha fornito spiegazioni nemmeno alla commissione Intelligence del Senato, che ha chiesto senza successo le informazioni necessarie a verificare i numeri.

Quando Gabbard ha annunciato le dimissioni in maggio, dopo la diagnosi di cancro del marito, l'ODNI contava circa 1.700 persone, tra cui 1.300 dipendenti pubblici a tempo pieno e 400 collaboratori esterni. Nei primi giorni Pulte ha messo in congedo amministrativo alcuni stretti collaboratori dell'ex direttrice, lasciando loro il tempo di trovare un altro impiego nel governo. Ha poi rimandato alle agenzie di provenienza, come la CIA e la National Security Agency, circa 75 ufficiali dell'intelligence che lavoravano formalmente per quelle strutture.

Tagli e rientri hanno colpito soprattutto il National Intelligence Council, il gruppo che rivede le conclusioni delle diverse agenzie di spionaggio e produce i giudizi analitici più autorevoli della comunità dell'intelligence, facendo da argine al conformismo delle analisi. Già l'anno scorso Gabbard aveva licenziato il capo del council per un contrasto sull'intelligence relativa a una gang venezuelana. Aveva anche eliminato lo Strategic Futures Group, la squadra dedicata agli scenari di lungo periodo, sostenendo che il suo lavoro fosse in contrasto con le politiche del presidente.

Il peso dell'ODNI è cambiato molto da un'amministrazione all'altra e con quella attuale ha toccato il punto più basso. Per le decisioni di sicurezza nazionale più importanti, dal raid di gennaio in Venezuela alla guerra con l'Iran, il presidente si affida soprattutto al direttore della CIA John Ratcliffe. L'ufficio gli è servito invece per declassificare documenti in modo selettivo e alimentare i suoi vecchi rancori contro il "deep state", l'apparato di funzionari che a suo dire avrebbe cercato di ostacolarlo. È stato proprio Ratcliffe a raccomandare Clayton al presidente e i due dovrebbero essere più allineati di quanto lo fossero lo stesso Ratcliffe e Gabbard.

Nelle settimane da direttore Pulte ha anche contribuito a declassificare documenti legati alle elezioni del 2020, ma i materiali diffusi questo mese dalla Casa Bianca sulle interferenze straniere contenevano in molti casi informazioni già pubbliche. E alla fine non ha licenziato così tante persone come i democratici temevano all'inizio.

Clayton, che durante il primo mandato di Trump ha presieduto la Securities and Exchange Commission, l'autorità di vigilanza sulla borsa americana, arriva all'incarico dalla procura federale di Manhattan. Questo mese il suo ufficio ha notificato delle subpoena (gli atti che obbligano a testimoniare o a consegnare documenti) a diversi giornalisti del New York Times che avevano scritto dei problemi di sicurezza del nuovo Air Force One donato dal Qatar. Il dipartimento di Giustizia le ha ritirate la settimana scorsa.

Julia Curlee, un'ex analista della CIA che ha lasciato l'agenzia quest'anno dopo avere lavorato nel Consiglio per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, ha detto al New York Times che i tagli di Pulte sono una recita per compiacere il presidente, destinata a pesare a lungo sulle agenzie di spionaggio americane. "Il conto arriverà sotto forma di morale basso e di americani che non faranno più domanda" per entrare nell'intelligence, ha aggiunto. "Il Congresso dovrebbe pretendere di sapere che cosa si vuole ottenere e quali funzioni di sicurezza nazionale resteranno scoperte".


Trump perde la pazienza con il Senato sul SAVE Act, Thune replica: "Trovate voi i voti"


La tensione tra Donald Trump e i senatori repubblicani sul SAVE America Act, la riforma restrittiva sulle regole elettorali voluta a tutti i costi da Trump e bloccata da mesi al Senato, è esplosa in uno scontro aperto tra la Casa Bianca e John Thune, leader della maggioranza. Durante una conferenza stampa tenuta giovedì, la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha dichiarato che la pazienza di Trump nei confronti del senatore del South Dakota "sta finendo" e che il presidente pretende l'approvazione, prima della pausa di agosto, della versione più ampia possibile del provvedimento.

La replica di Thune è arrivata poche ore dopo, davanti ai giornalisti al Campidoglio:

"Forse lei, o qualcun altro, dovrebbe prendere il telefono e trovare i voti. Qui servono 50 voti. Invece di puntare il dito contro i repubblicani, dovrebbero concentrarsi su chi sta bloccando la legge in aula, cioè i democratici. E se ci sono repubblicani che possono essere convinti, li chiamino. Li portino al sì".


Il problema, per la Casa Bianca, è anzitutto aritmetico. Il SAVE America Act, progetto di legge che imporrebbe la prova della cittadinanza per registrarsi alle liste elettorali, l'obbligo di esibire un documento d'identità valido in tutto il Paese e forti limitazioni al voto via posta, non dispone né della maggioranza semplice né men che meno dei 60 voti necessari per superare l'ostruzionismo ("filibuster") dei democratici. Secondo i calcoli di The Hill, il Senato ha già esaminato la legge, integralmente o in parte, in almeno cinque votazioni, tutte concluse con un nulla di fatto.

Trump contro il filibuster, i senatori contro Trump


Da mesi Trump chiede per questo motivo ai repubblicani di eliminare o indebolire il filibuster, così da poter approvare la legge a maggioranza semplice. Mercoledì, durante un comizio in Georgia, il presidente ha alzato ulteriormente i toni: "Il Senato è il posto dove si mandano le cose quando si vuole che muoiano". Poi l'attacco diretto: "Chiamate tutti John Thune al Senato. È il leader del Partito repubblicano: ditegli di far approvare questa roba".

Lo scontro spacca il partito proprio mentre i repubblicani vorrebbero presentarsi uniti agli elettori in vista delle elezioni di metà mandato. "Non so chi abbia convinto il presidente che questo fosse un obiettivo raggiungibile", ha dichiarato il senatore texano John Cornyn, sconfitto alle primarie da uno sfidante sostenuto da Trump. "Questa cosa sta creando un plotone d'esecuzione circolare tra i repubblicani e siamo a 103 giorni dalle elezioni di metà mandato: non è una buona posizione in cui trovarci".

Il dissenso interno, tuttavia, non riguarda soltanto il metodo. Tra i contrari alla legge o alla modifica delle regole sull'ostruzionismo figurano senatori che Trump attacca regolarmente sui social: in particolare Lisa Murkowski dell'Alaska, Susan Collins del Maine, impegnata in una difficile corsa per la rielezione, e Thom Tillis del North Carolina, secondo il quale insistere sul provvedimento è una perdita di tempo. Giovedì Tillis ha difeso apertamente Thune: "Chiunque alla Casa Bianca pensi che Thune non sia un buon leader non è qualificato per svolgere il proprio lavoro". Anche Cornyn e Bill Cassidy della Louisiana, entrambi sconfitti alle primarie dopo che Trump aveva sostenuto i loro avversari, hanno ormai pochi incentivi a sacrificare le prerogative del Senato per sostenere le priorità presidenziali.

La destra della Camera alza la pressione


Ad alimentare la tensione contribuisce però anche la Camera dei Rappresentanti, dove una fazione dell'ultradestra MAGA ha ottenuto dallo speaker Mike Johnson l'impegno ad allegare una versione del SAVE America Act a ogni provvedimento importante trasmesso al Senato. Questa settimana i deputati hanno approvato, con 216 voti favorevoli e 214 contrari, una risoluzione di bilancio da 95 miliardi di dollari che apre la strada a un pacchetto approvabile a maggioranza semplice: circa 73 miliardi sarebbero destinati alla guerra con l'Iran e alla sicurezza nazionale, mentre altri 10 miliardi servirebbero a incentivare gli Stati ad adottare le restrizioni elettorali volute da Trump.

Thune ha però ammesso di non avere i numeri neppure per questa operazione: "Bisogna arrivare a 50 voti e, in questo momento, non riesco a contarne 50 nemmeno per approvare una risoluzione di bilancio". La priorità del Senato, ha aggiunto, resta il finanziamento del governo federale, necessario per evitare uno shutdown alla fine di settembre. In serata il leader repubblicano ha provato a ridimensionare lo scontro con la Casa Bianca, ma le ultime due settimane prima della pausa estiva si annunciano tutt'altro che tranquille, se questo è il presupposto.


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Primo via libera del Senato alle sanzioni contro Russia e Iran intitolate a Lindsey Graham


Il voto procedurale è passato con 86 sì e 12 no poche ore dopo i funerali del senatore e con Zelensky in aula. Previsti dazi fino al 100% contro i paesi che comprano petrolio e gas dalla Russia

Con 86 voti a favore e 12 contrari, il Senato degli Stati Uniti ha superato martedì sera il primo passaggio verso l'approvazione del pacchetto di sanzioni contro Russia e Iran intitolato a Lindsey Graham, il senatore repubblicano della South Carolina morto improvvisamente a metà luglio.

Era un voto procedurale, quello con cui l'aula decide di andare avanti verso il voto finale e per cui serve una maggioranza di 60 senatori su 100. Il risultato è andato ben oltre la soglia, con il sì di quasi tutti i repubblicani e della maggioranza dei democratici.

Il voto è arrivato poche ore dopo le cerimonie funebri per Graham al Campidoglio e alla Cattedrale nazionale di Washington. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, nella capitale per i funerali, ha seguito la votazione dalla tribuna dell'aula.

Prima del voto Zelensky aveva visto i senatori a porte chiuse e li aveva ringraziati per il sostegno all'Ucraina, mentre la guerra si avvicina ai quattro anni e mezzo. Secondo Axios, insieme al presidente finlandese Alexander Stubb ha difeso la necessità di sanzioni e dazi sostenendo che la Russia si trova in una posizione perdente.

In giornata Zelensky aveva incontrato anche il presidente Trump per portargli le condoglianze. Su X ha scritto che Graham era "un vero amico dell'Ucraina". I due hanno discusso della ripresa del processo diplomatico e delle licenze per produrre gli intercettori Patriot (i missili americani per la difesa aerea).

Il pacchetto, ribattezzato in suo onore "Lindsey O. Graham Sanctioning Russia and Iran Act", prevede sanzioni obbligatorie contro funzionari e oligarchi russi e i loro familiari. Sanziona anche banche e istituzioni finanziarie del paese, oltre alla "flotta ombra", la rete di petroliere datate che Mosca usa per esportare petrolio aggirando le sanzioni occidentali.

Il repubblicano Roger Wicker, presidente della commissione Forze armate del Senato, ha detto in aula che la legge colpirà il presidente russo Vladimir Putin e la sua cerchia ristretta, oltre agli investimenti cinesi nella produzione bellica russa.

La legge dà inoltre al presidente una nuova autorità commerciale: dazi fino al 100% contro i paesi che comprano petrolio e gas dalla Russia o che aiutano Mosca ad aggirare le sanzioni, come Cina e India. Sono i cosiddetti dazi secondari, perché non colpiscono direttamente la Russia ma i paesi terzi che commerciano con lei.

Le misure si applicheranno ai cinque maggiori importatori di energia russa e ai cinque principali facilitatori dell'elusione. Sulle importazioni dirette dalla Russia i dazi potranno invece arrivare al 500%.

I senatori hanno aggiunto all'ultimo momento anche l'estensione delle sanzioni contro l'Iran in scadenza a fine anno, quelle che limitano i finanziamenti ai settori dell'energia e degli armamenti del paese. La proroga arriva mentre l'amministrazione cerca un accordo di pace duraturo per la guerra in Medio Oriente.

Graham e il democratico Richard Blumenthal lavoravano al progetto dall'aprile del 2025 e il testo aveva raccolto 62 cofirmatari. La Casa Bianca lo ha però frenato per mesi chiedendo più margine di manovra per il presidente nella scelta di chi sanzionare e in quale misura.

Graham, che era stato decisivo nel convincere Trump a continuare a sostenere l'Ucraina, aveva annunciato da Kyiv pochi giorni prima di morire di aver ottenuto il via libera sul testo rivisto. Era appena rientrato a Washington quando è morto.

La nuova versione amplia l'elenco delle entità russe soggette a sanzioni obbligatorie e impone all'amministrazione di riferire regolarmente al Congresso. Al presidente resta però la facoltà di sospendere le misure se certifica che è necessario per la sicurezza nazionale.

L'accordo finale, che ha dato al pacchetto il nuovo nome e vi ha inserito le sanzioni sull'Iran, è stato presentato martedì da un gruppo bipartisan guidato da Blumenthal e da Darline Graham. La sorella del senatore gli è subentrata diventando la prima donna a rappresentare la South Carolina al Senato. "Non c'è modo migliore di onorare l'eredità del senatore Graham che portare avanti questo accordo bipartisan", hanno scritto i senatori in una dichiarazione congiunta.

Tra i contrari ci sono 11 democratici e un solo repubblicano (Rand Paul, del Kentucky). Una parte dei democratici non vuole affidare al presidente nuovi poteri sui dazi, dopo che negli ultimi mesi li ha già usati scavalcando le prerogative commerciali del Congresso.

Il senatore del Vermont Peter Welch, uno dei contrari, ha detto in un'intervista al New York Times che la legge definisce in modo troppo vago i "facilitatori" della vendita di petrolio russo contro cui la Casa Bianca potrà usare i dazi. Il presidente potrebbe così prendere di mira "qualsiasi paese per qualsiasi motivo, purché lo etichetti come facilitatore". "Sono favorevole a usare dazi e sanzioni per comprimere le entrate russe, ma bisogna essere specifici", ha aggiunto.

I promotori hanno comunque modificato il testo per esentare dai dazi secondari gli alleati degli Stati Uniti che comprano ancora piccole quantità di energia russa, a condizione che stiano riducendo in modo verificabile la loro dipendenza.

L'approvazione definitiva al Senato è considerata probabile, ma poi il testo dovrà passare alla Camera, che è andata in pausa estiva la settimana scorsa senza averlo esaminato e tornerà a fine agosto.

Il presidente e lo speaker della Camera Mike Johnson si sono detti favorevoli, mentre una parte dei deputati democratici potrebbe opporsi per gli stessi timori sui poteri commerciali. La repubblicana Katie Britt, tra le prime sostenitrici del pacchetto, ha detto di sperare che la Camera torni subito a Washington per approvarlo.


Trump ha incontrato Zelensky alla Casa Bianca: si è parlato della produzione di missili Patriot in Ucraina


Il presidente Donald Trump ha ricevuto martedì mattina alla Casa Bianca il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, nel primo incontro tra i due a Washington dallo scorso ottobre. Il colloquio è iniziato alle 9:30 locali (le 15:30 in Italia) e si è svolto a porte chiuse e senza cerimonie. La Casa Bianca lo ha classificato come visita di lavoro e Zelensky è entrato da un ingresso laterale.

"Il presidente e io abbiamo discusso delle licenze per la produzione di intercettori Patriot e di diverse altre idee che potrebbero aiutare", ha scritto il leader ucraino su Telegram al termine, ringraziando gli Stati Uniti per il "fermo sostegno". La portavoce Karoline Leavitt ha scritto su X che gli incontri della giornata, quello con Zelensky e il successivo con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, sono stati "positivi e produttivi".

Zelensky era atterrato a Washington nella notte per i funerali del senatore repubblicano Lindsey Graham, morto l'11 luglio a 71 anni, il giorno dopo il rientro dal suo decimo viaggio in Ucraina. "La nostra priorità numero uno è la difesa antibalistica e la cooperazione strategica con l'America. Bisogna avvicinare la pace", aveva scritto su X all'arrivo.

Graham era uno dei più convinti sostenitori di Kyiv al Congresso. Prima di morire aveva ottenuto l'appoggio della Casa Bianca a un pacchetto bipartisan di sanzioni contro la Russia, su cui il Senato si prepara a votare. Dopo il colloquio con Trump, Zelensky vedrà anche i parlamentari al Congresso per tenere vivo quel progetto di legge.

I Patriot sono i sistemi americani di difesa aerea in grado di intercettare i missili balistici e l'Ucraina li chiede da quattro anni per proteggere le città dai bombardamenti russi.

Al vertice NATO di Ankara dell'8 luglio Trump aveva promesso a Zelensky una licenza per produrre gli intercettori direttamente sul territorio ucraino. La settimana scorsa una delegazione di Raytheon, l'azienda americana che li fabbrica, è andata a Kyiv per discutere i dettagli.

Il percorso però è lungo, tra passaggi politici e tecnici. Nessuno si aspetta che la produzione parta presto e un eventuale accordo risponderebbe ai bisogni futuri dell'Ucraina, non a quelli immediati. Dopo le guerre in Ucraina e in Medio Oriente gli intercettori scarseggiano e finora Trump è stato riluttante a cederli, dicendo che servono agli stessi Stati Uniti, impegnati dalla fine di febbraio nella guerra con l'Iran.

Per più di un anno Trump aveva ripetuto in privato ai suoi consiglieri che l'Ucraina stava perdendo la guerra. Nelle ultime settimane, secondo il Wall Street Journal, il giudizio è cambiato. Il presidente è rimasto colpito dalla tenuta di Zelensky e dagli attacchi ucraini in profondità nel territorio russo. Ammira anche l'industria dei droni di Kyiv, passata da circa 5.000 esemplari prodotti nel 2022 a milioni all'anno nel 2026, secondo i dati del governo ucraino.

Un alto funzionario dell'amministrazione ha spiegato al giornale che a Trump piacciono i vincenti e che Zelensky, ai suoi occhi, assomiglia sempre di più a uno di loro. Pesa anche l'esperienza ucraina contro i droni kamikaze Shahed di fabbricazione iraniana, gli stessi che le forze americane affrontano in Medio Oriente con scorte di difesa aerea sempre più ridotte. Ad Ankara Trump si è detto interessato a una collaborazione con Kyiv anche sulla produzione di droni.

Nel febbraio 2025 Trump e il vicepresidente JD Vance avevano rimproverato Zelensky davanti alle telecamere nello Studio Ovale, dicendogli che non aveva "carte" da giocare e pochi giorni dopo Washington sospese gli aiuti militari e la condivisione di intelligence con Kyiv.

Da allora, secondo il quotidiano, i leader europei e alcuni repubblicani del Congresso, Graham compreso, hanno lavorato per ricucire. Il segretario generale della NATO Mark Rutte e il presidente finlandese Alexander Stubb hanno parlato spesso con Trump dei vantaggi di sostenere l'Ucraina.

Zelensky ha cercato il contatto diretto ai margini dei vertici internazionali, a partire dal colloquio di un quarto d'ora in Vaticano ai funerali di papa Francesco nell'aprile 2025. Anche l'attivista di destra Laura Loomer ha rovesciato le sue critiche all'Ucraina dopo un viaggio a Kyiv e ha definito Zelensky un "leader in tempo di guerra" e un "alleato essenziale".

A ottobre 2025 un nuovo incontro alla Casa Bianca degenerò, secondo le ricostruzioni dei media, in uno scontro verbale sulle concessioni territoriali chieste dagli Stati Uniti. A dicembre, in Florida, il clima fu più disteso ed entrambi parlarono di un accordo vicino.

"Abbiamo davvero sviluppato un buon rapporto. Difficile da credere, no?", ha detto Trump al vertice di Ankara.

Sul campo l'Ucraina ha recuperato terreno negli ultimi mesi. I suoi droni a lungo raggio, arrivati a colpire fino in Siberia, danneggiano raffinerie e depositi, causando in Russia carenze di carburante e aumenti dei prezzi. Il gradimento di Vladimir Putin è sceso di cinque punti in una settimana, al 66%, il calo più ripido dall'inizio dell'invasione secondo un istituto demoscopico statale russo.

Nel fine settimana Kyiv ha colpito nel Mar Caspio alcune navi che trasportavano armi dall'Iran alla Russia. In un'intervista a Sky News, Zelensky ha detto che l'Iran fornisce a Mosca missili balistici, che la Cina garantisce assistenza satellitare e tecnologia di puntamento e che la Corea del Nord ha promesso l'invio di 30.000 soldati.

I negoziati di pace restano invece fermi: gli ultimi colloqui trilaterali, conclusi a inizio febbraio ad Abu Dhabi, hanno prodotto poco più che scambi di prigionieri, anche perché l'attenzione americana si è spostata sul conflitto con l'Iran.

Le stesse fonti del Wall Street Journal avvertono che il nuovo ottimismo di Trump potrebbe non durare, perché le sue opinioni cambiano in fretta. In passato, inoltre, Putin si è dimostrato capace di far valere le proprie ragioni con lui e con parte dei suoi collaboratori. Per i funzionari americani l'obiettivo strategico del Cremlino non è cambiato ed è ancora quello di sottomettere l'Ucraina, nonostante le enormi perdite sul campo.

Alle 14 locali (le 20 in Italia) i tre leader sono attesi alla cattedrale nazionale di Washington per la cerimonia funebre in onore di Graham, dove Trump terrà un discorso. In mattinata, al tributo al Campidoglio, Vance ha ricordato il senatore come "un fiero difensore dell'Ucraina", citando anche una discussione "tesa" avuta con lui in Senato sui finanziamenti a Kyiv.

Con la morte di Graham, Zelensky perde uno degli alleati più efficaci che avesse a Washington.


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La rassegna stampa di mercoledì 29 luglio 2026


L'Iran lancia un attacco missilistico a sorpresa contro una base americana in Giordania, il Senato avvia le sanzioni a Russia e Iran dopo gli incontri di Trump con Zelensky e Netanyahu, via libera a Jay Clayton all'intelligence e nuove vendite sui titoli tech

Questa è la rassegna stampa di mercoledì 29 luglio 2026

L'Iran lancia un attacco missilistico a sorpresa contro una base americana in Giordania


L'Iran ha lanciato martedì diversi missili balistici contro una base militare statunitense in Giordania, in quello che il Comando centrale americano ha definito un tentato attacco a sorpresa; tutti i missili sarebbero stati intercettati. L'azione rompe la pausa nei raid diretti decisa dal presidente Trump venerdì per dare spazio alla diplomazia e potrebbe costringerlo a decidere se riprendere l'azione militare. In risposta a una serie di attacchi con droni, aerei statunitensi e sauditi hanno colpito siti logistici e di armamenti nell'Iraq orientale.

Fonti: Axios, The Hill, Financial Times

Il Senato avvia l'iter del disegno di legge sulle sanzioni a Russia e Iran


Con un voto bipartisan di 86 a 12, il Senato ha fatto avanzare il disegno di legge sulle sanzioni a Russia e Iran voluto dal senatore Lindsey Graham, scomparso di recente. La misura prevede dazi secondari del 100% sui Paesi che continuano ad acquistare petrolio e gas russi e colpisce la "flotta ombra" di petroliere usate per aggirare le sanzioni occidentali. Il voto è arrivato subito dopo un incontro a porte chiuse tra i senatori e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

Fonti: Axios, The Hill, ABC News

Trump incontra Zelensky e Netanyahu alla Casa Bianca


Il presidente Trump ha ospitato alla Casa Bianca due incontri consecutivi con Zelensky e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, descrivendo entrambi i colloqui in termini positivi. L'Ucraina cerca maggiore capacità di difesa aerea in un momento di apparente riavvicinamento di Washington, mentre Netanyahu prova a ricucire il rapporto con il presidente americano. La Casa Bianca ha definito il faccia a faccia con il leader israeliano, incentrato sull'Iran, come "positivo e produttivo".

Fonti: The Guardian, Financial Times, The New York Times

Il Senato conferma Jay Clayton a capo dell'intelligence nazionale


Il Senato ha confermato Jay Clayton come direttore dell'intelligence nazionale con un voto di 51 a 47 lungo le linee di partito, affidando a un altro alleato di Trump la guida dell'apparato di spionaggio del Paese. Clayton, che ha presieduto la Consob americana durante la prima amministrazione Trump, subentra a Bill Pulte. Durante l'audizione di conferma aveva evitato di affermare chiaramente che Trump aveva perso le elezioni del 2020, perdendo così il sostegno dei democratici.

Fonti: The New York Times, The Wall Street Journal, The Guardian

Aumentano gli arresti dell'ICE negli aeroporti nella campagna sulle espulsioni


Gli agenti federali statunitensi stanno moltiplicando gli arresti negli aeroporti, aprendo un nuovo fronte nella campagna sulle espulsioni voluta dall'amministrazione Trump. Tra i fermati figurano coniugi di cittadini americani, lavoratori del settore tecnologico e altre persone con visti scaduti, molte delle quali hanno domande ancora attive per restare nel Paese.

Fonti: The New York Times

Nuova ondata di vendite sui titoli tecnologici e dei chip


I mercati asiatici hanno aperto in calo, con l'indice sudcoreano Kospi in ribasso dell'8% per le vendite prolungate sui titoli dei produttori di chip, mentre a Wall Street si approfondisce la correzione sui titoli legati all'intelligenza artificiale. La scala delle perdite delle ultime settimane sta alimentando una crescente avversione al rischio e nuove richieste di garanzie ai fondi speculativi. In controtendenza, Apple ha superato per la prima volta i 5 mila miliardi di dollari di capitalizzazione.

Fonti: ABC News, Financial Times

L'amministrazione Trump elimina i sussidi per i premi dei farmaci di Medicare


L'amministrazione Trump ha annunciato la fine di un sussidio che riduce i premi della copertura per i farmaci da prescrizione nell'ambito di Medicare. Milioni di anziani americani potrebbero quindi pagare di più per la loro assicurazione sui medicinali già dal prossimo anno.

Fonti: The New York Times, Bloomberg

Trump chiede alla Corte suprema di annullare il risarcimento da 83 milioni a E. Jean Carroll


Il presidente Trump ha chiesto alla Corte suprema di ribaltare il risarcimento da 83,3 milioni di dollari che una giuria gli aveva imposto nel 2024 per aver diffamato la scrittrice E. Jean Carroll. Trump ha già versato a Carroll oltre 5 milioni di dollari in relazione a una causa del 2023, ma ora contesta la somma, molto più elevata, stabilita successivamente.

Fonti: The New York Times, Bloomberg

I diari di Fauci al centro dello scontro politico prima dell'audizione al Congresso


La pubblicazione delle annotazioni personali di Anthony Fauci, l'ex direttore dell'istituto americano sulle malattie infettive, ha riacceso lo scontro politico a Washington. L'ex funzionario è atteso mercoledì davanti a una commissione del Senato, e il presidente della commissione di controllo della Camera James Comer lo ha avvertito che la grazia presidenziale ricevuta non copre la sua testimonianza.

Fonti: The New York Times, The Hill

Washington rende omaggio a Lindsey Graham ai funerali di Stato


Il presidente Trump, il vicepresidente JD Vance, membri del Congresso e leader stranieri si sono riuniti alla National Cathedral di Washington per i funerali del senatore Lindsey Graham, celebrandone l'eredità e l'influenza in politica estera. Trump ha ricordato Graham come un "gigante del Senato". L'evoluzione politica del senatore della Carolina del Sud, da critico a fedele alleato del presidente, ha insieme affascinato e spiazzato molti dei suoi vecchi amici.

Fonti: The New York Times, The Wall Street Journal, The Guardian

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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"Never Vance": la fronda repubblicana che punta a logorare il vicepresidente prima del 2028


Da settimane il vicepresidente è bersaglio di una campagna online di intensità inedita proveniente dall'interno del suo stesso partito. I suoi alleati denunciano un'operazione coordinata, alimentata soprattutto dalle sue posizioni su Iran e Israele.

JD Vance è diventato il bersaglio di una vasta campagna di attacchi online proveniente dal suo stesso partito, a due anni dalla scelta del candidato repubblicano alle presidenziali del 2028. Lo riporta il Washington Post, secondo cui gli alleati del vicepresidente considerano l'offensiva un'operazione coordinata per avvelenare il terreno politico prima ancora che Vance annunci le proprie intenzioni.

I detrattori hanno adottato lo slogan "Never Vance" e nell'ultima settimana hanno inondato i social media di accuse: sostengono che il vicepresidente sarebbe "inadatto" all'incarico per il suo impegno nella ricerca di un accordo di pace con l'Iran e affermano, senza fornire prove, che assumerebbe posizioni non condivise dal presidente Donald Trump. Alcuni dei suoi critici sono arrivati persino a paragonarlo a Barack Obama e al senatore Bernie Sanders.

Per intensità e precocità, secondo il quotidiano della capitale statunitense, l'ostilità che Vance incontra nel proprio campo non avrebbe precedenti tra i vicepresidenti americani degli ultimi decenni: il fenomeno riflette sia il crescente peso dei social media nel dibattito politico americano sia la posta in gioco nella scelta dell'erede di Trump.

La reazione degli alleati di Vance


Il team politico di Vance minimizza l'impatto della campagna sull'elettorato repubblicano e sostiene che molti degli attacchi non siano spontanei. Un collaboratore vicino al vicepresidente, intervenuto in forma anonima, ha dichiarato al Washington Post che sarebbe "ovvio a chiunque abbia un quoziente intellettivo superiore a 70" che l'offensiva è "del tutto inautentica e probabilmente, almeno in parte, coordinata". A suo giudizio, l'ondata di critiche non trova riscontro nei sondaggi: la popolarità di Vance tra gli elettori repubblicani resta infatti vicina a quella di Trump e non è diminuita negli ultimi nove mesi, come sarebbe presumibilmente accaduto se gli attacchi fossero stati autentici ed efficaci.

Gli alleati del vicepresidente intravedono nella campagna persino un possibile vantaggio. Il fatto che l'establishment repubblicano e gli avversari bollati come neoconservatori si schierino apertamente contro Vance potrebbe rafforzarne l'immagine agli occhi della base conservatrice in vista delle primarie. "Le voci rumorose dell'establishment di Washington producono una cacofonia online", ha dichiarato al quotidiano il commentatore conservatore Steve Cortes, "ma non rappresentano affatto il consenso degli elettori repubblicani".

Jon Schweppe, sostenitore di Vance e consigliere dell'American Principles Project, ha pubblicato su X un grafico che mostra la stabilità del gradimento del vicepresidente nonostante quella che definisce un'"operazione anti-Vance". Il post ha ricevuto in breve tempo decine di risposte ostili da parte di account che non seguivano Schweppe, benché nessun profilo di rilievo lo avesse rilanciato. "È assolutamente organizzato", ha commentato, accusando i detrattori di voler "creare una frattura e separare Vance dal presidente".

Lo scontro su Iran e Israele


Al centro delle tensioni c'è soprattutto la politica estera. Le critiche avevano raggiunto un primo picco nell'autunno scorso, quando esponenti neoconservatori e attivisti filoisraeliani avevano accusato Vance di antisemitismo per la sua vicinanza a figure critiche nei confronti del rapporto tra Stati Uniti e Israele. La nuova escalation è cominciata dopo l'intervista di quasi tre ore concessa il 15 luglio al podcast di Joe Rogan. In quell'occasione Vance si è definito un "moderato ragionevole" nel dibattito sulle relazioni con Israele e ha citato un'inchiesta di Time riguardante un'operazione di influenza online filoisraeliana gestita da un ex funzionario della campagna di Trump. "La mia risposta è: andate all'inferno", ha detto. "Io rappresento prima di tutto gli americani".

L'analisi del Washington Post sui contenuti pubblicati dagli influencer conservatori su X ha rilevato un'impennata delle critiche subito dopo l'intervista, con interventi di commentatori come Ben Shapiro, Marc Thiessen e Batya Ungar-Sargon. Alcuni account che affermano di sostenere il Segretario di Stato Marco Rubio nel 2028 presentavano inoltre elementi nei propri profili che ne suggerivano una provenienza estera. Vance rimane comunque il favorito nei sondaggi sulle future primarie repubblicane, anche se Rubio, sostenuto soprattutto dall'ala più tradizionale del partito e vicina al mondo degli affari, ha guadagnato terreno negli ultimi mesi.

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Come Netanyahu ha perso l'America


Due anni fa 19 senatori democratici votarono per bloccare le armi a Israele, ad aprile lo hanno fatto 40 su 47. Il primo ministro ha perso il fronte su cui aveva costruito la carriera.

Ad aprile 40 senatori democratici su 47 hanno votato per bloccare la vendita di armi a Israele. Due anni prima erano stati 19. Tra i favorevoli figuravano anche gran parte dei possibili candidati democratici alla Casa Bianca. Secondo un'analisi di Franklin Foer pubblicata su The Atlantic, il principale responsabile di questo cambiamento è proprio l'uomo che per quarant'anni ha curato personalmente l'immagine di Israele negli Stati Uniti: Benjamin Netanyahu.

Nel 1982 Netanyahu aveva 32 anni e dirigeva il marketing di un mobilificio a Gerusalemme. L'Ambasciatore israeliano a Washington, che lo aveva conosciuto qualche anno prima a un convegno, ritenne che stesse "vendendo il prodotto sbagliato": invece di mobili agli israeliani, avrebbe dovuto "vendere" Israele agli americani. Lo portò con sé come vice e, nel giro di poco tempo, Netanyahu divenne il volto di Israele nella televisione statunitense. Era ospite fisso di programmi come Nightline e Larry King Live, brillante, combattivo e con un inglese impeccabile imparato durante l'adolescenza trascorsa nei sobborghi di Philadelphia. Nel 1984 fu nominato Ambasciatore alle Nazioni Unite.

Per i quarant'anni successivi, qualunque fosse l'incarico ricoperto, Netanyahu mantenne lo stesso obiettivo: preservare il sostegno americano a Israele. Non delegò mai questa missione, convinto che nessuno la comprendesse meglio di lui. Eppure il primo ministro più longevo della storia israeliana, atteso oggi alla Casa Bianca per un nuovo incontro con il presidente americano, ha finito per fallire proprio nel compito che considerava il più importante.

Israele e Stati Uniti

Come Netanyahu ha perso l’America


Per quarant’anni ha curato di persona il sostegno americano a Israele. Oggi il consenso bipartisan che aveva il compito di custodire non esiste più. La ricostruzione di Franklin Foer sull’Atlantic.

Grafica di FocusAmerica Luglio 2026

Il voto che misura la frattura

Senatori democratici che hanno votato per bloccare la vendita di armi a Israele

0 su 47
Aprile 2026

Dem favorevoli al blocco Altri democratici Repubblicani
Nov 202419 voti Apr 202640 voti

Il 15 aprile 2026 il Senato ha respinto le risoluzioni di Bernie Sanders, ma 40 democratici su 47 hanno votato per fermare una vendita di mezzi militari a Israele: più del doppio rispetto a due anni prima.

Quarant’anni in sette date

Dal venditore perfetto alla rottura


Netanyahu ha costruito la propria carriera sul rapporto con gli Stati Uniti, poi ha legato Israele a un solo partito. Tocca le tappe per i dettagli.

1982
Dal mobilificio alla diplomazia+


A 32 anni dirige il marketing di un mobilificio di Gerusalemme. L’ambasciatore israeliano a Washington lo porta con sé come vice: il suo compito è «vendere» Israele agli americani.

1984
Il volto di Israele in tv+


Nominato ambasciatore alle Nazioni Unite, diventa ospite fisso di programmi come Nightline e Larry King Live, con l’inglese impeccabile imparato da adolescente a Philadelphia.

3 marzo 2015
Il discorso contro Obama+


Parla al Congresso contro l’accordo sul nucleare iraniano, invitato dai repubblicani all’insaputa della Casa Bianca: mai un leader straniero aveva contestato così un presidente in carica.

2017–2020
La scommessa su Trump+


Definisce Trump «il più grande amico che Israele abbia mai avuto» e ottiene l’ambasciata a Gerusalemme e il ritiro dall’accordo con l’Iran. Ma così lega Israele a un solo partito.

7 ottobre 2023
Il massacro di Hamas e la guerra+


Biden vola in Israele e difende l’offensiva su Gaza, pagando un prezzo politico crescente nell’ala sinistra del suo partito.

Giugno 2024
L’attacco a Biden+


In un video in inglese accusa Washington di rallentare le forniture militari. In realtà la Casa Bianca aveva sospeso la consegna di un solo tipo di bomba.

15 aprile 2026
La diga si rompe al Senato+


40 senatori democratici su 47 votano per bloccare la vendita di armi a Israele. Nel novembre 2024 erano stati 19.

L’opinione pubblica

Il consenso che si sgretola


Quota di americani con un’opinione sfavorevole di Israele, per gruppo (Pew Research Center, marzo 2026).

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Gli elettori che alle primarie democratiche del Michigan del 2024 votarono «uncommitted» contro la gestione della guerra a Gaza: l’inizio della contestazione del sostegno democratico a Israele.

Secondo Foer, il vero fallimento di Netanyahu non è aver assistito a questo cambiamento, ma non aver mai davvero cercato di impedirlo: ogni scelta capace di rafforzare la posizione internazionale di Israele avrebbe indebolito la sua coalizione. Alla fine ha sempre scelto di proteggere sé stesso.

Fonte: Franklin Foer, The Atlantic; Senato degli Stati Uniti (voti del novembre 2024 e del 15 aprile 2026); Pew Research Center, sondaggio 23–29 marzo 2026.

Poco più di dieci anni fa il sostegno a Israele era uno degli ultimi riflessi bipartisan della politica americana. I democratici moderati criticavano soprattutto l'ostacolo posto dal governo Netanyahu alla soluzione dei due Stati. Oggi il sindaco di New York City, la città con la più grande comunità ebraica del mondo, è un antisionista dichiarato che in campagna elettorale ha promesso di far arrestare Netanyahu se dovesse mettere piede nella sua città. Un attivista della Columbia University che l'8 ottobre 2023 partecipò a una manifestazione per celebrare l'attacco di Hamas è destinato con ogni probabilità a entrare nel prossimo Congresso. Senatori come Chris Murphy e Chris Van Hollen hanno fatto della critica a Israele uno dei pilastri del proprio messaggio politico.

Il cambiamento non riguarda soltanto i democratici. Il vicepresidente JD Vance, considerato da molti come il favorito per la nomination repubblicana del 2028, ha dichiarato questo mese al podcaster Joe Rogan che Jeffrey Epstein "aveva chiaramente legami con i più alti livelli dell'intelligence israeliana", una tesi per la quale non esistono prove. Ha inoltre accusato Israele di aver cercato di sabotare i suoi negoziati con l'Iran. Dieci anni fa dichiarazioni simili avrebbero probabilmente messo fine alla carriera di un dirigente repubblicano. Oggi arrivano da uno dei possibili futuri leader del partito.

Lo scontro con Obama e la scelta di Trump


Il padre di Netanyahu, Benzion, storico dell'Inquisizione spagnola, aveva educato il figlio alla convinzione che la storia ebraica fosse una "storia di Olocausti", che l'antisemitismo fosse una costante della diaspora e che solo uno Stato ebraico forte potesse garantire sicurezza. Negli anni Ottanta, però, il mondo sembrava smentire questa visione: Israele era pienamente integrato in Occidente, i suoi artisti e scienziati erano accolti nelle principali istituzioni internazionali e il sostegno americano appariva incrollabile.

L'ostilità esplosa dopo il 7 ottobre 2023 può essere letta come una conferma delle paure di Benzion Netanyahu, ma l'antisemitismo non basta a spiegare il mutamento dell'opinione pubblica americana. Può chiarire alcuni doppi standard applicati a Israele, ma non spiega perché tanti democratici abbiano iniziato a considerarlo un peso dal punto di vista elettorale o perché molti americani vedano oggi lo Stato ebraico come indifferente alle sofferenze dei palestinesi. Secondo Foer, le decisioni politiche e comunicative di Netanyahu hanno contribuito in modo decisivo a questa percezione.

I precedenti primi ministri israeliani avevano avuto duri contrasti con presidenti americani di entrambi i partiti, da Gerald Ford a Ronald Reagan fino a George H. W. Bush. Tuttavia avevano sempre evitato di trasformare Israele in una questione partitica, contando sul sostegno trasversale del Congresso.

Netanyahu, cresciuto politicamente negli Stati Uniti e cittadino americano fino al 1982, ha sviluppato invece una profonda diffidenza verso il Partito Democratico e verso il liberalismo di gran parte della comunità ebraica statunitense, che riteneva più interessata alla giustizia sociale che all'identità ebraica. Del futuro capo di gabinetto della Casa Bianca Rahm Emanuel arrivò a dire che era uno "che odia sé stesso". Secondo il suo biografo Anshel Pfeffer, all'inizio della carriera cercò di mascherare queste convinzioni. Con il passare degli anni smise di farlo.

Il momento simbolico arrivò il 3 marzo 2015, quando Netanyahu intervenne davanti al Congresso per attaccare l'accordo sul nucleare iraniano voluto da Barack Obama. Il discorso era stato organizzato dallo Speaker repubblicano della Camera dei Rappresentanti senza informare la Casa Bianca: un precedente senza eguali, con un leader straniero invitato dall'opposizione per contestare pubblicamente il presidente in carica.

Eppure Obama era stato uno dei presidenti più favorevoli a Israele. Da candidato aveva parlato della propria "grande affinità" con il primo movimento sionista e aveva definito uno Stato ebraico sicuro "un'idea fondamentalmente giusta". Da presidente firmò il più grande pacchetto di aiuti militari mai concesso dagli Stati Uniti a un altro Paese.

Netanyahu, invece, lo trattò rapidamente come un avversario politico: lo corresse davanti alle telecamere nello Studio Ovale, utilizzò quelle immagini nella propria campagna elettorale e nel 2012 lasciò intendere di preferire apertamente Mitt Romney. Queste scelte accelerarono l'allontanamento della sinistra americana, già influenzata dallo stallo del processo di pace, dall'espansione degli insediamenti in Cisgiordania e dalla crescente mobilitazione filo-palestinese nei campus universitari. Anziché cercare di preservare il consenso bipartisan, Netanyahu contribuì a collocare Israele sempre più nettamente nel campo repubblicano.

Con Donald Trump questa strategia ha raggiunto il suo apice. Netanyahu arrivò a definirlo "il più grande amico che Israele abbia mai avuto alla Casa Bianca". Ha fatto affiggere manifesti con le loro strette di mano, ha dedicato a Trump l'insediamento di Trump Heights e i suoi alleati hanno proposto perfino di intitolargli una stazione ferroviaria vicino al Muro Occidentale. In cambio Trump ha trasferito, nel corso del suo primo mandato, l'Ambasciata americana a Gerusalemme, ha ritirato gli Stati Uniti dall'accordo sul nucleare iraniano e rinunciato a fare pressioni su Israele per rilanciare il negoziato con i palestinesi.

Ma legando così strettamente Israele alla figura di Trump, Netanyahu ha finito per ereditarne anche le divisioni politiche. Molti esponenti della comunità ebraica americana e del Partito Democratico lo avvertirono che stava commettendo un errore strategico. Lui ha sempre ignorato quei consigli.

Gaza, Biden e il costo politico


Joe Biden ha fatto probabilmente più di qualsiasi suo predecessore per sostenere Israele dopo il massacro del 7 ottobre. Subito dopo l'attacco è volato personalmente nel Paese, per garantirgli appoggio militare e diplomatico e ha difeso l'offensiva militare israeliana a Gaza nonostante le crescenti critiche dell'ala sinistra del Partito Democratico. Col tempo ha maturato però la convinzione che eliminare Hamas fosse irrealistico e che il costo umano della guerra stesse diventando insostenibile.

Netanyahu ha ricambiato ignorando quasi tutti i suggerimenti della precedente Amministrazione americana. Nel giugno 2024 ha pubblicato un video in inglese rivolto chiaramente al pubblico statunitense, in cui ha accusato Washington di rallentare le forniture militari e sostenuto che Biden gli impedisse di vincere la guerra. L'accusa era fortemente esagerata: la Casa Bianca aveva sospeso soltanto una fornitura relativa a un unico tipo di bomba. Così, mentre Biden pagava un prezzo politico crescente per aver deciso di difendere Israele, Netanyahu lo attaccava da destra.

Alle primarie democratiche del Michigan del 2024 oltre 100.000 elettori votarono "uncommitted" per protestare contro la gestione della guerra a Gaza. Quella protesta si trasformò progressivamente in una contestazione del tradizionale sostegno democratico a Israele. Anche AIPAC, il gruppo di pressione che per decenni aveva consolidato il consenso bipartisan, è diventato il bersaglio di una parte crescente del partito.

Gavin Newsom, Cory Booker, Ruben Gallego e Seth Moulton, tutti esponenti moderati, hanno annunciato che non accetteranno più finanziamenti da AIPAC. Molti democratici sono arrivati alla conclusione che difendere Israele non offra più vantaggi politici. A pesare non è soltanto il cambiamento dell'elettorato, ma anche la convinzione che Netanyahu non ricambi la lealtà dei presidenti americani che lo sostengono.

A questa trasformazione hanno contribuito anche le scelte del governo israeliano. Nel 2022 Netanyahu ha portato nella propria coalizione Itamar Ben-Gvir, erede politico del rabbino Meir Kahane, e lo ha nominato Ministro della Sicurezza Nazionale. Ben-Gvir ha sostenuto che non dovesse entrare a Gaza "neppure un grammo di cibo" e ha promosso l'"emigrazione volontaria" dei palestinesi della Striscia. Le sue dichiarazioni sono diventate uno degli elementi citati nei procedimenti che contestano a Israele un intento genocida. Netanyahu non lo ha mai realmente sconfessato, anche perché il suo partito è indispensabile per mantenere in vita la coalizione di governo.

Il primo ministro avrebbe potuto prendere decisioni capaci di migliorare l'immagine internazionale di Israele come garantire l'afflusso degli aiuti umanitari, presentare un piano credibile per il futuro di Gaza o aprire a un percorso verso uno Stato palestinese. Secondo Foer, non lo ha fatto perché ciascuna di queste scelte avrebbe potuto far cadere il governo e mettere a rischio anche la sua posizione giudiziaria.

Nemmeno la prospettiva di una storica normalizzazione con l'Arabia Saudita è bastata a cambiare rotta. Riyadh chiedeva un solo impegno: l'avvio di un percorso credibile verso la nascita di uno Stato palestinese. Netanyahu ha però rifiutato, temendo di perdere il sostegno della destra più radicale. Così Israele ha continuato a combattere senza una strategia politica per il dopoguerra. Sul piano militare ha affrontato Hamas, Hezbollah e l'Iran. Su quello diplomatico, invece, ha progressivamente perso il sostegno dell'opinione pubblica americana.

Oggi gli indipendenti statunitensi simpatizzano più per i palestinesi che per gli israeliani, il 60% degli adulti ha un'opinione negativa di Israele, la maggioranza dei repubblicani sotto i 45 anni è contraria al rinnovo del pacchetto di aiuti militari firmato da Obama e anche tra i giovani evangelici il sostegno allo Stato ebraico è in forte calo.

L'estremismo anti-israeliano nei campus americani esisteva già prima del 7 ottobre e chi era ostile a Israele avrebbe probabilmente trovato comunque un motivo per esserlo. Ma il consenso politico perso negli Stati Uniti avrà effetti di lungo periodo. Secondo Foer, il vero fallimento di Netanyahu non è aver assistito a questo cambiamento, bensì non aver mai davvero cercato di impedirlo. Ha avuto più volte l'occasione di cambiare rotta, ma ogni scelta che avrebbe potuto rafforzare la posizione internazionale di Israele avrebbe indebolito la sua coalizione e complicato la sua situazione giudiziaria. Alla fine ha sempre scelto di proteggere sé stesso.


Netanyahu incontrerà Trump alla Casa Bianca martedì


Il presidente Donald Trump incontrerà martedì alla Casa Bianca il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, mentre gli Stati Uniti valutano di riprendere le operazioni di combattimento su larga scala contro l'Iran. L'annuncio è arrivato dall'ufficio del premier israeliano, che ha fatto sapere che Netanyahu partirà da Israele lunedì per una visita ufficiale a Washington.

"Su invito del presidente Trump, il primo ministro Benjamin Netanyahu partirà lunedì per Washington per una visita ufficiale", si legge nel comunicato diffuso dall'ufficio del premier. "Nell'ambito della visita il primo ministro incontrerà il presidente Trump alla Casa Bianca martedì e parteciperà alla cerimonia funebre per il senatore Lindsey Graham."

Netanyahu ha incontrato Trump nello Studio Ovale sei volte da quando il presidente è tornato in carica un anno e mezzo fa, più di qualsiasi altro leader mondiale. Oggi però è molto impopolare a Washington: tra i democratici, nella cerchia ristretta del presidente e nella base MAGA (lo zoccolo duro dell'elettorato di Trump).

Pochi giorni fa il presidente aveva garantito che il premier israeliano non sarà arrestato negli Stati Uniti, dopo che il sindaco di New York Zohran Mamdani aveva ipotizzato di farlo fermare all'Assemblea generale delle Nazioni Unite di settembre in base al mandato della Corte penale internazionale.

Trump sta valutando di riprendere le operazioni di combattimento su larga scala in Iran, che con ogni probabilità comprenderebbero una campagna militare congiunta con Israele simile a quella avviata il 28 febbraio con l'operazione Epic Fury. L'incontro con Netanyahu può pesare sulle decisioni del presidente e sul coordinamento tra i due paesi.

L'arrivo del premier israeliano a Washington la prossima settimana potrebbe indicare che nessuna escalation rilevante avverrà prima di allora. Nei precedenti round di escalation con l'Iran, però, sia gli Stati Uniti sia Israele hanno diffuso comunicati su visite ad alto livello come parte di operazioni di depistaggio che precedevano attacchi militari contro il paese.

La settimana scorsa Netanyahu aveva chiesto di vedere Trump senza ottenere un appuntamento, poi aveva detto di aver rinviato il viaggio perché la veglia funebre per Graham era stata spostata. Alcuni funzionari della Casa Bianca hanno raccontato che il primo ministro israeliano aveva provato a far accadere l'incontro a forza di volontà.

Mercoledì un funzionario della Casa Bianca ha detto ad Axios che erano in corso discussioni su un possibile incontro nello Studio Ovale, precisando che nulla era stato ancora fissato. Giovedì è stato Trump a dire ad Axios che avrebbe incontrato Netanyahu se il premier fosse stato in città per il funerale di Graham.

Venerdì sera il presidente ha confermato la visita durante la cena dell'associazione dei corrispondenti alla Casa Bianca, l'appuntamento annuale che riunisce i giornalisti accreditati alla presidenza. Lo ha fatto mentre attribuiva falsamente origini palestinesi a Chuck Schumer, capogruppo democratico al Senato, che è ebreo. "Gli manderò domani un bel vestito palestinese, così potrà accogliere Bibi Netanyahu quando verrà in città la prossima settimana", ha detto Trump.

Il presidente ha aggiunto che Schumer "è diventato palestinese" e ha scherzato sul fatto che la legge islamica fosse la nuova fondazione del senatore. Associazioni musulmane ed ebraiche americane hanno già criticato in passato Trump per aver definito palestinese il capogruppo democratico, sostenendo che usa il termine in modo dispregiativo, come un insulto.

La commemorazione di Graham, senatore repubblicano della South Carolina morto di recente, si terrà martedì 28 luglio a Washington e mercoledì 29 luglio a Columbia e nella contea di Pickens, in South Carolina. Netanyahu lo ha ricordato su X come un amico caro, scrivendo che Graham aveva capito che la sicurezza di Israele e quella dell'America sono inseparabili e che aveva dedicato la vita a difendere gli Stati Uniti e a rafforzare l'alleanza tra i due paesi. "Israele ha perso uno dei suoi più grandi amici. L'America ha perso un grande patriota. Io ho perso un amico amato", ha aggiunto il primo ministro.

Stati Uniti e Israele hanno lanciato insieme il 28 febbraio le operazioni Epic Fury e Roaring Lion contro l'Iran. Negli ultimi tredici giorni il comando centrale delle forze armate americane (quello responsabile delle operazioni in Medio Oriente) ha condotto ripetuti raid aerei contro obiettivi militari iraniani, mentre l'esercito israeliano ha detto di aver risposto alle provocazioni di Hezbollah, il gruppo armato libanese sostenuto da Teheran. L'incontro tra Trump e Netanyahu arriverà a cinque mesi esatti dall'inizio della guerra.


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La South Carolina aprirà le primarie: la sinistra dem teme una manovra contro i progressisti


Una commissione del Partito Democratico ha scelto la South Carolina come primo Stato a votare nelle primarie presidenziali del 2028, davanti al Nevada. I progressisti ci vedono un argine a un candidato di sinistra, ma parte della sinistra lo giudica un vantaggio.

La scelta della South Carolina come primo Stato a votare nelle primarie democratiche del 2028 ha aperto una rivolta nell'ala sinistra del Partito Democratico. La commissione Regole e Statuto del Democratic National Committee (DNC), l'organo che governa il partito a livello nazionale, l'ha preferita al Nevada per 26 voti a 19 e il New Hampshire si è fermato a 4. Il calendario prevede ora le primarie in South Carolina il 22 gennaio 2028 e dovrà essere ratificato dall'assemblea plenaria ad agosto.

Per i progressisti quella prima casella è un argine costruito contro di loro. In South Carolina Bernie Sanders è stato battuto due volte e male: nel 2016 Hillary Clinton lo ha distanziato di 47 punti, nel 2020 Joe Biden di quasi 29. In Nevada invece nel 2020 ha vinto lui. Per l'ala sinistra del partito la differenza tra i due Stati pesa più di ogni altra considerazione.

Puck ha riferito che, in effetti, alcuni membri del comitato temevano che affidare il primo voto al Nevada avrebbe dato slancio a un altro candidato socialista alle primarie. Un membro della stessa Commissione Regole e Statuto del DNC ha ammesso ad Axios che "l'opinione pubblica si sta spostando a sinistra e l'establishment sta cercando di combattere i venti del cambiamento". Partire dalla South Carolina, ha aggiunto, rischierebbe di "bloccare" un candidato progressista, una scelta che a suo dire "non è una strategia vincente".

Dal Michigan al Maine il partito cerca di frenare l'ala sinistra


I Democratici arrivano al voto sul calendario già divisi da una tornata di primarie di metà mandato particolarmente aspre, che contrappongono gli sfidanti di sinistra all'establishment più moderato. Dal Wisconsin al Michigan al Maine i vertici del partito stanno lavorando per frenare la spinta dell'ala sinistra in vista delle urne di quest'anno e puntano su candidati relativamente centristi, che ritengono più capaci di vincere.

Parte dei progressisti inquadra la promozione della South Carolina dentro la stessa operazione: Branko Marcetic, che scrive per la rivista socialista Jacobin, ha commentato sui social che "l'intera logica è fermare uno sfidante di sinistra", mentre lo streamer di sinistra Hasan Piker ha ironizzato sul peso che il deputato della South Carolina Jim Clyburn avrebbe sulla scelta del candidato presidenziale.

Christale Spain, presidente del Partito Democratico della South Carolina, respinge questa lettura. Una progressista come la deputata di New York Alexandria Ocasio-Cortez potrebbe "assolutamente" vincere le primarie del suo Stato, ha detto ad Axios. "Detesto quando si afferma che un progressista non possa vincere al Sud", ha dichiarato Spain, che nel 2016 ha lavorato per la campagna presidenziale di Bernie Sanders. Al Sud, ha aggiunto, quello che serve più che mai è il contatto diretto con l'elettore.

Una parte della sinistra ci vede un'occasione


Il confronto sulla South Carolina ha assunto più volte una coloritura etnica: Sanders è bianco e le sue due sconfitte sono arrivate in uno Stato dove una quota consistente dell'elettorato democratico è afroamericana. Questi ultimi, dal canto loro, hanno letto la vittoria della South Carolina sul calendario come un riconoscimento tardivo del proprio peso nel partito. La capacità dei progressisti di sfondare tra gli elettori afroamericani su scala nazionale è forse la questione più importante che hanno davanti in vista del 2028.

Negli ultimi anni la sinistra progressista ha ottenuto infatti risultati migliori tra gli elettori di origine latinoamericana e tra gli afroamericani sotto i cinquant'anni, soprattutto nel Nordest, ma non è detto che sia sufficiente in primarie presidenziali dove gli elettori afroamericani più anziani del Sud restano un bacino decisivo. Sanders andava forte tra i latinos e tra i giovani elettori afroamericani, ma non gli è bastato per vincere nel 2020.

Alcuni progressisti ritengono però che il nuovo calendario possa tornare a loro vantaggio, ma non perché contino di vincere nella South Carolina: finora lo Stato ha avuto principalmente un ruolo come ultima tappa del ciclo delle primarie prima del Super Tuesday, la giornata in cui vota contemporaneamente il maggior numero di Stati. Questo significa che un risultato forte in South Carolina arrivava al momento giusto per orientare tutto il resto della corsa, come è avvenuto per Joe Biden nel 2020.

Spostata all'inizio, sostengono invece, la South Carolina finirebbe per funzionare più da filtro delle candidature che da Stato per l'incoronazione del candidato alla presidenza. Un ex dirigente della campagna di Bernie Sanders ha detto ad Axios che nel 2020 il senatore "sarebbe potuto essere inarrestabile" se il calendario appena approvato fosse già stato in vigore.


La South Carolina aprirà le primarie democratiche del 2028: battuto il Nevada


La South Carolina sarà il primo Stato a votare nelle primarie presidenziali democratiche del 2028. Il Rules & Bylaws Committee, l’organo del Democratic National Committee incaricato di definire il calendario delle consultazioni, ha preferito oggi il Palmetto State al Nevada, al termine di un confronto che ha fatto emergere le tensioni tra le diverse componenti etniche e geografiche del partito. Come riporta Axios, però, la decisione è ancora preliminare e dovrà essere ratificata ad agosto dall’assemblea plenaria del comitato nazionale, riunita ad Austin, in Texas.

A prevalere è stata la linea sostenuta dai dirigenti afroamericani del partito, secondo i quali l’elettorato nero della Carolina del Sud, uno dei segmenti più fedeli al Partito Democratico, deve potersi esprimere per primo nella scelta del prossimo candidato alla Casa Bianca. La decisione ha però messo in luce le fratture interne al partito: ha contrapposto la componente afroamericana a quella latinoamericana, i progressisti ai moderati e gli Stati del Sud a quelli del Sud-Ovest e del Nord-Est.

Primarie 2028 · Il calendario democratico

La South Carolina resta prima della fila, l’Iowa ne esce

Il comitato che scrive le regole del Partito democratico ha scelto il Palmetto State al posto del Nevada per aprire le primarie del 2028. Aprire il calendario significa esercitare un’influenza sproporzionata sulla scelta del candidato.

Decisione preliminare Grafica di FocusAmerica 24 luglio 2026

Il voto del Rules & Bylaws Committee

South Carolina
26

contro

Nevada
19

Apre le primarie per il secondo ciclo di fila
Resta nella finestra iniziale, ma non aprirà il calendario

South Carolina Nevada Resto del comitato

Il comitato ha 49 membri. Sette voti di scarto hanno deciso quale elettorato parlerà per primo nella scelta del candidato democratico del 2028.

La fila

Come si è riordinato il calendario in tre cicli


Ogni colonna è un ciclo presidenziale, ogni riga una posizione nel calendario. La South Carolina sale dal quarto posto alla testa; l’Iowa, che apriva il voto democratico con i suoi caucus dal 1972, esce dalla finestra iniziale e non rientra.

2020: Iowa, New Hampshire, Nevada, South Carolina. 2024: South Carolina; New Hampshire e Nevada lo stesso giorno; Georgia (mai svolta); Michigan. 2028: South Carolina, poi Nevada, New Hampshire, Michigan, New Mexico e Virginia in ordine da definire.

Tocca uno Stato per seguirne il percorso da un ciclo all’altro.

SC South Carolina · IA Iowa · NH New Hampshire · NV Nevada · GA Georgia · MI Michigan · NM New Mexico · VA Virginia. Il tratteggio indica una consultazione assegnata dal partito ma mai svolta; il segno × indica il punto in cui uno Stato esce dalla finestra iniziale.

La spaccatura

Un voto solo, tre fratture diverse


La scelta ha diviso il partito lungo tre linee che non coincidono tra loro. Il confronto principale è stato quello tra elettorato nero ed elettorato ispanico: entrambi decisivi per le vittorie democratiche.

Elettorato afroamericano

Elettorato ispanico

Progressisti

Moderati

Stati del Sud

Sud-Ovest e Nord-Est

La stretta

Chi vota fuori calendario ora paga


A giugno il partito ha inasprito le sanzioni contro gli Stati che organizzano consultazioni non autorizzate. Anche queste regole vanno ratificate ad agosto.

270.000Dollari
La multa per il partito statale che anticipa il voto senza autorizzazione.

0Delegati
Lo Stato inadempiente perde tutti i delegati alla convention.

2024Il precedente
Il New Hampshire votò contro il DNC e ottenne comunque il riconoscimento dei delegati.

I candidati che partecipano a consultazioni non autorizzate rischiano l’esclusione dai dibattiti ufficiali e non possono conquistare delegati nelle altre consultazioni anticipate.

Fonte Rules & Bylaws Committee del Democratic National Committee, voto preliminare del 24 luglio 2026; calendari 2020 e 2024 dagli atti del DNC. Ricostruzioni di Axios, CNN e NBC News. La composizione e l’ordine della finestra iniziale devono essere ratificati dall’assemblea del comitato nazionale ad agosto, ad Austin.

Il confronto con il Nevada


Molti dirigenti latinoamericani avevano sostenuto la candidatura del Nevada, dove hanno un peso rilevante sia l’elettorato ispanico sia quello delle classi lavoratrici, due bacini altrettanto decisivi per le vittorie democratiche. La posta in gioco era alta: votare per primi significa esercitare un’influenza sproporzionata sulla selezione del candidato, oltre ad attirare sul proprio Stato l’attenzione dei media, dei finanziatori e delle campagne elettorali.

I membri del comitato hanno motivato la scelta con le caratteristiche della South Carolina: uno Stato relativamente piccolo e con un elettorato etnicamente diversificato, nel quale i candidati possono competere senza dover investire somme enormi in pubblicità. Hanno pesato anche i dubbi sulla rapidità dello scrutinio in Nevada e la volontà di rafforzare il peso politico dell’elettorato nero nel Sud, dopo le sentenze della Corte Suprema che hanno indebolito alcune tutele del Voting Rights Act.

Fino a questa mattina, comunque, l’esito era rimasto incerto. Fonti interne avevano riferito ad Axios di una sfida in bilico, dopo una riunione riservata protrattasi fino a tarda notte. La South Carolina ha infine ottenuto 26 voti contro i 19 del Nevada, all’interno di un comitato composto da 49 membri. Il comitato ha comunque inserito nella finestra iniziale anche Nevada, New Hampshire, Michigan, New Mexico e Virginia: tra questi figurano diversi Stati potenzialmente decisivi nelle elezioni generali. L’Iowa, invece, resterà con ogni probabilità escluso dopo essere stato per decenni il primo appuntamento del calendario, con i suoi caucus.

A giugno il partito ha inoltre irrigidito le sanzioni contro le violazioni: gli Stati che organizzano consultazioni non autorizzate perderanno tutti i delegati e dovranno pagare una multa di 270.000 dollari, mentre i candidati che vi partecipano potranno essere esclusi dai dibattiti ufficiali e non potranno conquistare delegati nelle altre consultazioni anticipate. Una stretta decisa anche alla luce di quanto accaduto nel 2024 in New Hampshire, che celebrò ugualmente la propria primaria nonostante l’opposizione del DNC e ottenne in seguito il riconoscimento dei delegati.

Il possibile vantaggio per Kamala Harris


La South Carolina aveva già inaugurato il calendario delle primarie democratiche del 2024, su impulso dell’allora presidente Joe Biden. Mercoledì il reverendo Al Sharpton, storico esponente afroamericano difensore dei diritti civili, aveva avvertito in un comunicato rilanciato dal Partito Democratico statale che "spingere ora la South Carolina in fondo alla fila sarebbe stato uno schiaffo in faccia proprio a quegli elettori che hanno tenuto in vita questo partito".

Ancora più esplicita era stata Christale Spain, presidente del partito nello Stato, che al New York Times aveva dichiarato:

"Se il Nevada venisse promosso al posto della South Carolina, sarebbe per il peso del suo voto latino. Direste quindi agli elettori neri che contano meno di quelli latinoamericani. Mi rifiuto di credere che il nostro partito voglia mandare un messaggio del genere".


La decisione potrebbe, comunque, favorire Kamala Harris. L’ex vicepresidente sta valutando una terza candidatura alla Casa Bianca ed è attualmente nettamente in testa, tra i possibili aspiranti democratici del 2028, nelle preferenze dell’elettorato afroamericano.


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L'intelligence americana annuncia il quarto giro di licenziamenti


Bill Pulte, direttore ad interim dell'intelligence nazionale, ha annunciato nuovi tagli all'ODNI, che oggi ha poco più della metà dei circa 2.000 dipendenti di inizio mandato

Bill Pulte, direttore ad interim dell'intelligence nazionale americana, ha annunciato domenica di aver completato il quarto ciclo di licenziamenti in poco più di cinque settimane all'Office of the Director of National Intelligence (ODNI), l'ufficio che coordina le agenzie di intelligence degli Stati Uniti. "Il nostro team ha ridotto in modo intelligente e attento le dimensioni dell'ODNI", ha scritto su X, definendo l'ultima tornata "un quarto ciclo di licenziamenti ponderati e misurati". Pulte guida l'ufficio dal 19 giugno e mantiene allo stesso tempo la direzione della Federal Housing Finance Agency, l'agenzia federale che vigila sul mercato dei mutui.

Il Washington Post ha rivelato la settimana scorsa che l'ODNI si è ridotto più di quanto fosse noto: dal 1° giugno ha perso circa 200 persone tra licenziamenti e trasferimenti, secondo i dati che l'amministrazione ha condiviso con il Congresso. All'inizio del secondo mandato del presidente Donald Trump l'ufficio contava circa 2.000 dipendenti e oggi ne ha poco più della metà. Il conteggio è precedente all'annuncio del quarto ciclo, quindi il numero delle persone coinvolte è destinato a salire. Né la Casa Bianca né l'ODNI hanno commentato le cifre. Ai tagli decisi da Pulte si aggiungono quelli della sua predecessora Tulsi Gabbard, che aveva dichiarato di aver eliminato 500 posti, circa il 30% della forza lavoro dell'agenzia.

Trump ha scelto Pulte a inizio giugno e la nomina ha provocato forti reazioni negli ambienti politici e dell'intelligence, perché il nuovo direttore ad interim non ha esperienza nel settore. Ai giornalisti che gli chiedevano quale sarebbe stato il suo compito, il presidente ha risposto di aspettarsi che Pulte scoprisse "alcune cose sulle elezioni truccate". Pochi giorni dopo ha detto al Wall Street Journal di considerare l'ODNI "inutile e/o troppo grande": "Vorrei vederlo più piccolo. Penso che ci siano molte persone lì dentro che non dovrebbero esserci", ha detto riferendosi ai funzionari rimasti dalle amministrazioni Obama e Biden. Ha aggiunto di aver chiesto a Pulte di "avviare il processo" dei licenziamenti, che il futuro direttore permanente dovrà proseguire. Politico ha rivelato che Pulte, prima ancora di insediarsi, aveva chiesto allo staff dell'ODNI di preparare una lista di persone da licenziare.

Due settimane dopo l'insediamento decine di funzionari hanno ricevuto la lettera di licenziamento. Un funzionario dell'intelligence ha detto alla rete televisiva MS NOW che l'amministrazione ha rimosso persone ritenute parte del "deep state", l'apparato di funzionari che secondo il presidente e i suoi sostenitori ostacola dall'interno la sua agenda. Il terzo ciclo di tagli è iniziato il 10 luglio, quando Pulte ha scritto che l'intelligence americana "opera in modo più efficiente ed efficace che mai".

Pulte ha preso il posto di Tulsi Gabbard, che ha lasciato l'incarico il mese scorso: a maggio aveva annunciato l'intenzione di dimettersi dopo la diagnosi di tumore osseo del marito. Per la guida permanente dell'ufficio Trump ha nominato Jay Clayton, procuratore federale del distretto meridionale di New York ed ex presidente della SEC, l'autorità che vigila sulla borsa americana. La commissione Intelligence del Senato ha approvato la sua nomina la settimana scorsa con i voti dei soli repubblicani e la conferma definitiva dell'aula è attesa questa settimana.

Domenica, oltre ad annunciare i licenziamenti, Pulte ha ringraziato Trump sul suo profilo personale: "È davvero il migliore ed è una benedizione lavorare per lui".

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I droni ucraini colpiscono nel Caspio le rotte militari tra Iran e Russia


Zelensky ha rivendicato gli attacchi contro un giacimento russo, una nave da guerra e i mercantili che portano droni iraniani in Russia. Teheran accusa Kyiv di aver ucciso un marinaio e ha convocato l'incaricato d'affari ucraino.

I droni ucraini hanno colpito nel Mar Caspio alcune navi impiegate nei rifornimenti militari tra Iran e Russia, aprendo un nuovo fronte che avvicina pericolosamente Kyiv e Teheran a uno scontro diretto. Sabato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha rivendicato le operazioni: "Abbiamo ottenuto risultati eccellenti anche con gli attacchi a lunga gittata nel Mar Caspio, comprese navi utilizzate per trasporti militari che coinvolgono l'Iran, oltre a una nave da guerra".

Il Servizio di Sicurezza dell'Ucraina, l'agenzia di intelligence di Kyiv, ha dichiarato, nello specifico, di avere colpito con i droni un giacimento petrolifero russo, una nave lanciamissili e alcuni mercantili utilizzati per trasportare in Russia droni e componenti iraniani. Sulla natura del carico però le versioni divergono: Teheran sostiene che la nave iraniana colpita trasportasse ferro, mentre l'ambasciatore ucraino in Israele afferma che a bordo vi fossero componenti destinati alla produzione di droni e missili. Le incursioni rientrano nella campagna a lungo raggio con cui l'Ucraina sta colpendo obiettivi sempre più lontani all'interno del territorio russo.

Domenica il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha accusato Zelensky di essere responsabile della morte di un marinaio a bordo della nave commerciale iraniana. Un secondo membro dell'equipaggio è rimasto ferito nel corso dello stesso attacco. In un messaggio sui social, Araghchi ha sostenuto che Kyiv abbia agito per conto di Israele con l'obiettivo di trascinare l'Europa nella guerra e ha definito l'attacco una violazione della Carta delle Nazioni Unite.

Il Ministro iraniano ne ha discusso al telefono sia con l'Alta Rappresentante dell'Unione Europea per la politica estera, Kaja Kallas, che con il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, avvertendo che l'azione non potrà restare senza risposta. Teheran ha inoltre convocato l'incaricato d'affari ucraino. Il funzionario del Ministero degli Esteri Manouchehr Moradi ha parlato di un "atto ostile e criminale", mentre Mosca ha definito illegale l'operazione.

Il conflitto si allarga
I droni ucraini colpiscono nel Caspio la rotta di guerra tra Iran e Russia
Kyiv ha attaccato navi e infrastrutture ad almeno 690 chilometri dal proprio confine, sull’unica via di rifornimento che sfugge al blocco navale americano. Teheran promette una risposta.

Grafica di FocusAmerica 27 luglio 2026

LA ROTTADEGLI SHAHED VERSO MOSCA Colpiti lungo la rotta:navi e giacimento Kyiv UCRAINA RUSSIA IRAN KAZAKISTAN MAR NERO MARCASPIO Teheran
La portata dell’attacco
690km
La distanza minima tra il confine ucraino e il Mar Caspio, dove i droni di Kyiv hanno colpito navi e un giacimento petrolifero russo.
Attacco dei droni ucraini Rifornimenti militari Iran–Russia

L’attacco
Che cosa hanno colpito i droni di Kyiv
Gli obiettivi rivendicati dal Servizio di Sicurezza dell’Ucraina nell’operazione di sabato nel Mar Caspio.

Giacimento petroliferoImpianto estrattivo russo in mare aperto
Nave lanciamissiliL’unità da guerra russa indicata dall’intelligence di Kyiv
Navi mercantiliIn rotta dall’Iran verso i porti russi

Un marinaio è morto a bordo del mercantile iraniano colpito; altri membri dell’equipaggio sono rimasti feriti.

Il carico conteso — due versioni

Secondo Teheran
«Ferro»
La nave trasportava un carico civile: l’attacco viola la Carta dell’ONU.

Secondo Kyiv
«Componenti per droni e missili»
Materiale militare diretto in Russia, quindi un obiettivo legittimo.

Perché il Caspio
L’unica rotta al riparo dal blocco americano
Con i porti del Golfo Persico bloccati dalla Marina USA, il Caspio è il canale più diretto tra Teheran e Mosca. E lo scambio corre nei due sensi.

IranLo scambioRussia

Droni Shahed dal 2022

L’Iran rifornisce Mosca attraverso il Caspio con i droni lanciati a ondate sull’Ucraina. La Russia ne produce ora una propria versione, il Geran, in uno stabilimento del Tatarstan già colpito da Kyiv.

Intelligence satellitare dal 2026

Il Cremlino ricambia: passa a Teheran immagini e informazioni utili per reagire ai bombardamenti americani e israeliani in corso da febbraio.

Gli stessi Shahed sono ora rivolti contro gli USA. Dall’inizio della guerra con Washington, Teheran li impiega contro navi commerciali nello Stretto di Hormuz, porti, aeroporti e basi americane: economici e difficili da intercettare, mettono sotto pressione le difese aeree alleate.

Il segnale
Un attacco con un destinatario politico
La sequenza che lega il raid nel Caspio al viaggio di Zelensky a Washington.

Lo sfondoWashington
Trump sospende i raid sull’Iran
E valuta se intensificare le operazioni per spezzare il controllo di Teheran sullo Stretto di Hormuz.

SabatoMar Caspio
Kyiv colpisce la rotta tra Iran e Russia
L’attacco arriva mentre Zelensky è in volo verso Washington per incontrare Trump: per gli analisti, un modo per mostrarsi al suo fianco contro l’Iran.

DomenicaTeheran
L’Iran convoca l’incaricato d’affari ucraino
Il ministro degli Esteri Araghchi accusa Kyiv di aver agito per conto di Israele e avverte che l’azione non resterà senza risposta.

La minaccia
Missili iraniani in grado di raggiungere l’Ucraina
Secondo gli analisti militari Teheran ne dispone. Nella fase più dura della guerra ha già attaccato una decina di Paesi della regione.

«Anche l’Ucraina potrebbe presto scoprire che l’Iran non lascia senza risposta le azioni compiute contro di lui»
Ebrahim Azizi, presidente della Commissione per la Sicurezza nazionale del Parlamento iraniano

Fonte: Servizio di Sicurezza dell’Ucraina, dichiarazioni ufficiali di Kyiv e Teheran, Wall Street Journal — luglio 2026. Confini: Natural Earth. La distanza indicata è quella minima in linea d’aria tra il confine ucraino e il Mar Caspio.

Il Caspio è l'unica rotta al riparo dal blocco americano


Il commercio attraverso il Mar Caspio offre all'Iran l'unica via per aggirare il blocco navale americano dei porti sul Golfo Persico e nel Mar Arabico settentrionale. Anche il momento è significativo: nel fine settimana Donald Trump ha sospeso i raid e sta valutando se intensificare le operazioni per spezzare il controllo di Teheran sullo Stretto di Hormuz. I porti meridionali, dai quali partono le esportazioni di petrolio, hanno un peso ovviamente maggiore per l'economia iraniana, ma il Caspio rimane il collegamento più diretto con la Russia, diventata un alleato militare sempre più importante mentre entrambi i Paesi restano impantanati nelle rispettive guerre.

Il Caspio garantisce infatti all'Iran una rotta verso Mosca e, attraverso la Russia, verso l'Asia centrale, "in qualche misura libera da qualsiasi forma di interdizione da parte degli Stati Uniti o di altri partner", ha spiegato al Wall Street Journal Nicole Grajewski, docente al Centro di Ricerca Internazionale di Sciences Po a Parigi e autrice di un libro sui rapporti tra Russia e Iran.

Per anni Teheran ha fornito a Mosca i droni impiegati contro l'Ucraina. Proprio lungo la rotta del Caspio la Russia ha importato gli Shahed iraniani, lanciati a ondate contro il territorio ucraino dall'autunno del 2022, meno di un anno dopo l'inizio dell'invasione su vasta scala. L'obiettivo era saturare le difese aeree e colpire le infrastrutture elettriche e idriche, logorando la capacità e la volontà di resistenza della popolazione. Mosca ha poi cominciato a produrre una propria versione dello Shahed, ribattezzata Geran, in uno stabilimento del Tatarstan capace di costruirne migliaia. Le forze ucraine hanno colpito quell'impianto lo scorso anno.

Quest'anno il Cremlino ha ricambiato il sostegno passando a Teheran informazioni di intelligence utili per reagire ai bombardamenti americani e israeliani. Dall'inizio della guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro l'Iran, a febbraio, Teheran ha impiegato gli stessi Shahed contro le navi commerciali nello Stretto di Hormuz, gli aeroporti e i porti civili, le infrastrutture petrolifere del Golfo e le basi americane nella regione. Sono droni economici e difficili da intercettare, caratteristiche che hanno messo sotto pressione le difese aeree statunitensi e alleate.

Kyiv allunga il tiro e manda un segnale a Trump


Gli attacchi in profondità hanno consegnato a Kyiv un nuovo vantaggio in una guerra che dura ormai da oltre quattro anni. Negli ultimi mesi i droni ucraini hanno raggiunto raffinerie fino alla Siberia, contribuendo ad aggravare la crisi energetica di uno dei maggiori produttori mondiali di petrolio. Il Mar Caspio si trova ad almeno 690 km dal confine ucraino: riuscire a colpire a una distanza simile consente ora a Kyiv di interferire direttamente anche nei legami militari e commerciali tra Mosca e Teheran.

L'operazione ha però anche un destinatario politico. Gli attacchi sono avvenuti mentre Zelensky era in viaggio verso Washington per incontrare Trump e, secondo alcuni analisti, potrebbero rafforzare la sua posizione agli occhi della Casa Bianca. "Per l'Ucraina significa collegare più strettamente i due teatri nella percezione europea e forse americana, e credo che questo faccia parte dell'intenzione", ha spiegato al Wall Street Journal Hanna Notte, direttrice del programma sulla non proliferazione in Eurasia del James Martin Center for Nonproliferation Studies di Monterey, in California. "Più Zelensky riesce a mostrare a Trump di essere dalla sua parte contro l'Iran, meglio è".

Da parte sua, Teheran ha promesso una risposta senza precisarne la natura. Nella fase più intensa della campagna americana e israeliana ha attaccato una decina di Paesi della regione e, secondo gli analisti militari, dispone di missili capaci di raggiungere il territorio ucraino. "Anche l'Ucraina potrebbe presto scoprire che l'Iran non lascia senza risposta le azioni compiute contro di lui", ha minacciato sui social Ebrahim Azizi, presidente della Commissione per la Sicurezza Nazionale del Parlamento iraniano.


Trump sospende gli attacchi sull'Iran perché mancano le munizioni


Gli Stati Uniti hanno fermato i bombardamenti sull'Iran dopo tredici notti consecutive di raid. Il presidente Donald Trump ha ordinato ai militari di non colpire venerdì e sabato le operazioni erano "in sospeso", secondo un funzionario del Dipartimento della Difesa. La decisione è arrivata al termine di una riunione alla Casa Bianca in cui il presidente si era confrontato con i vertici militari e i membri del gabinetto per decidere se allargare la guerra.

Il vicepresidente JD Vance e il generale Dan Caine, capo di stato maggiore congiunto e più alto ufficiale delle forze armate americane, hanno espresso dubbi sull'escalation durante quella riunione: lo ha rivelato la CNN. Caine ha detto a Trump che le opzioni militari sul tavolo si potevano eseguire con successo, poi ha messo in guardia sulle conseguenze possibili.

Il generale ha insistito soprattutto sulle scorte di munizioni americane, che si stanno assottigliando. Le riserve di intercettori antimissile Patriot (il sistema che protegge le basi americane della regione dai missili iraniani) sono il vincolo principale.

Le discussioni riservate si sono concentrate sull'inventario in calo delle difese aeree americane in Medio Oriente, secondo il New York Times. Caine ha avvertito in privato che riprendere le grandi operazioni di combattimento era fattibile ma avrebbe ridotto in modo pericoloso gli intercettori a disposizione del Central Command (il comando militare americano responsabile del Medio Oriente). Lo stesso giornale aveva riferito in aprile che il Pentagono aveva già usato più di 1.200 intercettori Patriot, ciascuno da oltre 4 milioni di dollari. I militari dicono che da allora la situazione è peggiorata.

Sulla decisione pesano anche il timore di una guerra che si allarga a tutto il Medio Oriente, l'allontanamento degli alleati del Golfo esposti agli attacchi iraniani, una nuova stretta sull'economia mondiale e le crisi energetica e migratoria in crescita.

Tre soldati americani sono stati uccisi in Giordania venerdì della settimana scorsa, quando un missile balistico ha superato le difese aeree impegnate a respingere un'ondata di missili e droni iraniani. In quindici giorni gli attacchi iraniani contro obiettivi americani in Medio Oriente hanno ucciso quattro militari.

Le basi in Giordania, Kuwait, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti sono sotto tiro pesante. Un attacco americano di grandi dimensioni avrebbe con ogni probabilità provocato una rappresaglia più dura, caricando ancora le difese aeree.

Il missile che l'Iran usa di più è il Kheibar Shekan, un'arma economica e mobile con una gittata di almeno 1.450 chilometri. In alcune versioni la testata si stacca nella fase finale del volo e un piccolo motore le permette di correggere la direzione mentre si avvicina al bersaglio a quasi 10.000 chilometri orari, un comportamento che rende più difficile individuarla e abbatterla.

Gli americani e i loro partner hanno abbattuto la maggior parte di questi missili, ma alcuni colpi sono passati. Un intercettore americano o israeliano costa tra 2 e 15 milioni di dollari a seconda del sistema, molto più dell'arma che deve fermare. "Gli iraniani hanno capito durante la guerra che i Kheibar Shekan sono ottimi perché costano poco, sono flessibili nei sistemi di lancio e sono piuttosto efficaci", ha detto al Wall Street Journal Nicole Grajewski, esperta di strategia iraniana a Sciences Po.

Da quando la tregua è saltata, Teheran ha colpito ripetutamente gli alloggi dei militari americani nelle basi della regione e i radar che reggono le difese aeree.

"Il presidente Trump è sempre stato coerente nel dire che preferisce una soluzione diplomatica, ma continua a mantenere tutte le opzioni se l'Iran prosegue le attività terroristiche nello Stretto di Hormuz o contro gli alleati", ha dichiarato il direttore delle comunicazioni della Casa Bianca Steven Cheung. Tra le sanzioni che hanno messo in ginocchio l'economia iraniana e i tredici giorni di attacchi contro obiettivi militari, ha aggiunto, "sarebbe saggio che l'Iran lavorasse a un accordo negoziato".

Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha detto che le forze armate americane hanno "tutto quello che serve per agire nel momento e nel luogo scelti dal presidente".

Pochi nella cerchia ristretta del presidente e dentro il Pentagono ritenevano che l'escalation avrebbe prodotto i risultati sperati. Un alto funzionario americano ha detto di dubitare che riprendere le grandi operazioni di combattimento avrebbe riportato l'Iran al tavolo delle trattative, perché i raid ottengono l'effetto opposto: tengono compatto il paese e permettono ai suoi leader di spostare l'attenzione su una minaccia esterna.

Molti consiglieri, tra cui il genero del presidente Jared Kushner, indicano una strada meno rischiosa fatta di negoziati e pressione economica prolungata.

In pubblico Trump ha tenuto aperte entrambe le possibilità. "Siamo pronti a fare fuoco", ha detto ai giornalisti venerdì pomeriggio. "Siamo pronti ad andare, ma stiamo parlando con loro, quindi forse ci sarà un punto di svolta, forse no." Giovedì aveva detto ad Axios di stare valutando "un attacco massiccio" e "più grande che mai".

Venerdì ha ricevuto dai militari un piano di attacco come quelli che aveva approvato ogni pomeriggio per due settimane, ma non ha dato il via libera: lo ha rivelato Axios. Poco dopo ha detto che la strategia "più intelligente" è "fare un accordo".

L'ordine di sospendere i raid è arrivato alcune ore dopo l'arrivo a Teheran di una delegazione dell'Oman, che sta discutendo una nuova intesa sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Nel negoziato ci sono stati progressi e un accordo tra Oman e Iran potrebbe arrivare nel fine settimana, dopodiché toccherebbe a Trump decidere se accettarlo.

Alla cena dell'associazione dei corrispondenti alla Casa Bianca, venerdì sera, il presidente ha detto di non credere che l'Iran sia pronto a un accordo in questo momento, "ma sono disposto ad ascoltare".

Il gabinetto di sicurezza israeliano e le forze armate si aspettavano un nuovo round di attacchi americani venerdì e si erano preparati a un'offensiva di grandi dimensioni che avrebbe potuto provocare una rappresaglia iraniana contro Israele. Gli israeliani sono stati informati solo venerdì sera che Trump non aveva approvato altri raid.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu arriva negli Stati Uniti lunedì e incontrerà il presidente martedì. È la prima visita da quando a febbraio ha sostenuto l'offensiva congiunta contro l'Iran, cominciata poche settimane dopo.

Il Pentagono ha continuato a spostare mezzi e rifornimenti in Medio Oriente. Sono arrivati caccia F-16 dalla Germania e F-35 dalla Gran Bretagna, che si aggiungono a decine di aerei e droni d'attacco già schierati nelle basi a terra e su due portaerei.

I bombardieri B-2 e B-52 negli Stati Uniti sono in stato di allerta e questa settimana un B-1B partito dalla Gran Bretagna ha colpito obiettivi dei Guardiani della rivoluzione. Quasi venti navi da guerra sono in posizione nel Mar Arabico o nelle acque vicine e circa 50.000 militari americani nella regione e in Europa sono assegnati alla missione.

In quindici giorni il Central Command ha colpito più di mille obiettivi, contro i circa 13.000 della campagna di 38 giorni cominciata il 28 febbraio e chiusa dalla tregua dell'8 aprile. I raid hanno preso di mira radar costieri, lanciatori di missili antinave e la flotta di piccole imbarcazioni d'assalto iraniane, oltre a un numero crescente di ponti ferroviari che servono ai civili ma permettono anche di rifornire la costa meridionale vicino allo stretto.

Il blocco navale sulle navi dirette ai porti iraniani o in partenza da quelli ha dato risultati parziali. Dal 14 luglio il Central Command ha dirottato dodici navi commerciali, ne ha messe fuori uso due e ne ha ispezionate altre due.

Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha detto martedì che la Cina ha ridotto di circa il 40% gli acquisti di greggio iraniano negli ultimi mesi. Venerdì il Dipartimento del Tesoro ha sanzionato nove aziende e quattro persone legate al finanziere iraniano Babak Zanjani.

Stati Uniti e Regno Unito stanno organizzando a Londra una riunione ad alto livello sulla creazione di una coalizione internazionale per proteggere il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, a cui dovrebbero partecipare il segretario alla Difesa Pete Hegseth e Caine. Washington vuole che gli alleati mandino nella regione mezzi antimine, navi militari e droni. La riapertura dello stretto alle navi commerciali è il passaggio decisivo di qualsiasi via d'uscita americana dalla guerra.

Il prezzo del petrolio ha superato i 100 dollari al barile venerdì, con il Brent salito di oltre il 7% fino a 100,95 dollari prima di scendere intorno a 98.

L'Ucraina ha colpito nel Mar Caspio una nave cargo che trasportava forniture militari tra Iran e Russia uccidendo un membro dell'equipaggio. Gli Houthi, la milizia yemenita sostenuta da Teheran, hanno rivendicato attacchi contro due impianti energetici sauditi sul Mar Rosso in risposta ai raid sauditi sulle zone che controllano in Yemen.

Non è chiaro se la pausa continuerà. Le forze armate americane stanno ancora preparando i piani per un eventuale ritorno alle grandi operazioni di combattimento, ma il presidente non ha dato ordini in quella direzione e in caso di ripresa dei raid i militari possono muoversi con un preavviso breve. La guerra dura da quasi cinque mesi.


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Mit der geplanten Geheimdienstreform sollen BND und Verfassungsschutz viele neue Befugnisse bekommen. In einem Krieg würden noch mehr Schranken fallen. Doch die Machtverschiebung zugunsten der Spion:innen kann schon deutlich vorher beginnen.

netzpolitik.org/2026/geheimdie…

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Acerbo (Prc): no al debito di guerra. Safe? No, grazie home.rifondazione.eu/2026/07/2… #ComunicatiStampa

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Caro carburanti, Giorgetti: “Sconto di 17 centesimi solo sul gasolio”


@Politica interna, europea e internazionale
“Si prevede uno sconto sul gasolio e solo sul gasolio per un controvalore fra accise e Iva di 17 centesimi, fino al 6 di agosto”. Questo l’annuncio fatto ieri dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, in conferenza stampa dopo il Cdm. “Il costo dell’operazione si

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Trump celebra i dazi in un comizio in Michigan a otto giorni dalle primarie


Il presidente ha attaccato i democratici "comunisti" dal centro collaudi della General Motors, mentre lo stato perde posti di lavoro e attende i dazi del 50% sul Canada
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Il presidente Donald Trump è andato lunedì in Michigan per difendere i dazi davanti ai dipendenti della General Motors. Nello stato l'occupazione è ferma e la disoccupazione è tra le più alte del paese. La visita al centro di collaudo di Milford, un sobborgo di Detroit, è arrivata a otto giorni dalle primarie del 4 agosto. Con quel voto i due partiti sceglieranno i candidati per le elezioni di metà mandato del 3 novembre. "È incredibile quello che i dazi stanno facendo per la General Motors", ha detto durante il giro dell'impianto, il più antico centro di collaudo di veicoli degli Stati Uniti, dove lavorano 4.200 persone.

Il discorso è durato 65 minuti e ha avuto il tono di un comizio, un fatto inusuale dentro uno stabilimento industriale. La General Motors, presente con l'amministratrice delegata Mary Barra, non ha voluto commentare la natura di parte dell'evento. Trump ha definito i democratici "comunisti" più di dieci volte e ha sostenuto senza basi che vogliono portare le tasse all'80 per cento e abolire la polizia. Ha detto anche che il deficit commerciale è calato del 71 per cento, quando nel 2025 la riduzione è stata dello 0,2 per cento.

Prima del discorso il presidente ha assistito a tre gare di accelerazione tra auto del gruppo e ha firmato il cofano di una Corvette prodotta per i 250 anni degli Stati Uniti. Il comizio è stato interrotto almeno tre volte. Un contestatore ha gridato più volte "protettore di pedofili", come già successo in altre due visite a stabilimenti automobilistici quest'anno. Un gruppo ha poi esposto striscioni contro i data center.

Negli ultimi dodici mesi il Michigan ha guadagnato appena 500 posti di lavoro, contro i quasi 178.000 del Texas, secondo i dati del Bureau of Labor Statistics, l'ufficio federale di statistica sul lavoro. A maggio la disoccupazione era al 5,1 per cento, tra le più alte del paese. Dall'inizio del secondo mandato di Trump i posti nella manifattura dello stato sono diminuiti del 2,5 per cento, mentre a livello nazionale l'occupazione nell'industria dell'auto è scesa del 4 per cento.

Un sondaggio dell'istituto locale Epic MRA dà l'approvazione del presidente in Michigan al 33 per cento, con il 61 per cento di giudizi negativi. Per la maggioranza degli elettori, inoltre, i dazi li pagano i consumatori americani, non i paesi stranieri. "Ha un problema serio in vista delle elezioni di metà mandato, perché le persone non gli credono e non pensano che stia dicendo la verità", ha detto a Reuters il sondaggista Bernie Porn. Per il presidente del Partito Democratico dello stato, Curtis Hertel, "è un bene per noi ogni volta che il presidente è qui, perché è incredibilmente impopolare".

Dal prossimo mese entreranno in vigore dazi fino al 50 per cento su un'ampia gamma di prodotti canadesi, comprese le automobili. La misura pesa in particolare sul Michigan, tradizionalmente il primo partner commerciale americano del Canada. Quest'anno la Corte Suprema ha bocciato gran parte dei dazi della prima fase e da allora l'amministrazione ha imposto nuovi dazi su decine di paesi appoggiandosi ad altre leggi. Per il Canada ha invocato la Sezione 338 di una legge del 1930, che consente di colpire senza il voto del Congresso i paesi accusati di "discriminare" il commercio americano. La norma non era mai stata usata per imporre dazi e la misura sarà quasi certamente contestata in tribunale. La Casa Bianca rimprovera al Canada le contromisure sui dazi per acciaio e alluminio, il boicottaggio degli alcolici americani deciso da molte province e i limiti alle importazioni di latticini statunitensi.

Lo stesso giorno della visita ha aperto al traffico il ponte Gordie Howe tra Detroit e Windsor, un'opera da 4,7 miliardi di dollari. Il governo canadese ha cancellato la cerimonia congiunta con gli Stati Uniti dopo l'annuncio dei nuovi dazi e ha organizzato un evento separato. Il primo camion commerciale ad attraversare il ponte trasportava ricambi per auto diretti in Michigan.

Trump ha presentato come effetto dei dazi gli investimenti annunciati dalle case automobilistiche. La General Motors ha promesso 4 miliardi di dollari per espandere diversi stabilimenti americani, tra cui due in Michigan. Stellantis ne ha annunciati 13 per aumentare del 50 per cento la produzione negli Stati Uniti. La produzione aggiuntiva però partirà tra il 2027 e il 2029, mentre l'inflazione resta alta e i prezzi della benzina salgono per la guerra con l'Iran. La difficoltà del presidente è vendere agli elettori una promessa sul futuro mentre il costo della vita, la loro prima preoccupazione, aumenta adesso.

Sul palco Trump ha chiamato i principali candidati repubblicani alle primarie: il deputato John James, che appoggia nella corsa alla carica di governatore, e l'ex deputato Mike Rogers, candidato senza avversari nella primaria per il Senato dopo la sconfitta di misura del 2024. A James, che ha già perso due elezioni statali per il Senato nel 2018 e nel 2020, ha detto: "Devi vincere, John James". Dal palco James ha ringraziato Trump dicendo che in Michigan ha vinto "tre volte", ma in realtà il presidente ha vinto lo stato solo nel 2016 e nel 2024 e lo ha perso nel 2020.

Il rivale di James, l'imprenditore Perry Johnson, ha organizzato nelle vicinanze una festa per i propri sostenitori chiamata "Trump Tailgate" per rivendicare la fedeltà al presidente nonostante l'appoggio negato. La settimana scorsa l'account ufficiale della campagna di Trump lo aveva definito un "Never Trumper", cioè un oppositore storico del presidente.

Nella primaria democratica per il Senato la deputata moderata Haley Stevens e il progressista Abdul El-Sayed, ex dirigente della sanità pubblica, si sono affrontati lunedì sera nell'ultimo dibattito televisivo, nel giorno in cui un audio privato ha agitato la corsa. In una riunione su Zoom con i donatori, rivelata da Politico, El-Sayed ha sostenuto che una vittoria gli darebbe la piattaforma per appoggiare nel 2028 una sfida interna al senatore della Pennsylvania John Fetterman, eletto con i voti progressisti e ora su posizioni moderate. "Metti un orco su una picca, tutti gli altri capiscono il messaggio e all'improvviso cominciano a parlare in modo molto diverso", ha detto. Nella stessa riunione si è paragonato a Davide e ha descritto come Golia le organizzazioni schierate contro di lui. Il riferimento era soprattutto al braccio politico dell'AIPAC, la principale lobby filo-israeliana americana, che ha speso decine di milioni di dollari per sostenere Stevens.

Molti democratici hanno letto la frase sull'orco come una minaccia al proprio partito o come un attacco indiretto a Stevens. Il portavoce della deputata ha accusato El-Sayed di continuare "con gli insulti personali" e di pensare alle "sue ambizioni politiche personali e agli altri 49 stati". Nel dibattito serale El-Sayed ha chiarito che l'"orco" era Fetterman, un senatore che secondo lui "è stato eletto su un insieme di valori e ora li sta completamente gettando nel fango". Stevens ha replicato: "Grazie per aver chiarito che non hai dato dell'orco a me". Fetterman ha risposto con ironia dicendo di preferire il ruolo del "senatore Shrek". Nel confronto televisivo Stevens ha poi attaccato El-Sayed definendolo un "candidato celebrità", mentre lui le ha rinfacciato i finanziamenti dei gruppi filo-israeliani.

La primaria democratica del Michigan è considerata uno dei principali banchi di prova nazionali per la sinistra del partito. Chi vince il 4 agosto sfiderà a novembre Rogers per il seggio lasciato libero dal democratico Gary Peters, che non si ricandida, in una delle corse che decideranno il controllo del Senato.


Trump impone nuovi dazi su 60 paesi


Gli Stati Uniti hanno imposto nuovi dazi tra il 10% e il 12,5% sulle importazioni da 60 paesi, che insieme coprono il 99,4% di tutto ciò che il paese compra dall'estero. L'annuncio è arrivato giovedì 23 luglio dall'ufficio del rappresentante per il Commercio, l'agenzia federale che gestisce la politica commerciale americana, e le nuove tariffe sono entrate in vigore alle 00:01 di venerdì, ora di Washington (le 6:01 in Italia), nel momento esatto in cui scadeva il dazio temporaneo del 10% introdotto dopo la bocciatura della Corte suprema. La motivazione ufficiale è il contrasto al lavoro forzato: secondo l'amministrazione, i paesi colpiti importano merci prodotte con manodopera coatta invece di comprare prodotti fabbricati dai lavoratori americani, pagati di più.

I paesi sono stati divisi in due categorie. Quelli che non hanno leggi contro l'importazione di merci prodotte con lavoro forzato, come Cina, Regno Unito e Giappone, pagheranno il 12,5%. Quelli che hanno queste leggi ma secondo Washington non le applicano, come i paesi dell'Unione europea, pagheranno il 10%. Alcuni Stati, tra cui l'India, sono stati spostati nella categoria più bassa dopo consultazioni con i funzionari americani. Restano esclusi dai nuovi dazi il petrolio e il gas, i prodotti che non possono essere fabbricati negli Stati Uniti e le merci coperte dall'accordo commerciale tra Stati Uniti, Messico e Canada.

Dazi · Stati Uniti
I paesi colpiti dai nuovi dazi di Trump
In vigore dal 24 luglio 2026 — aliquote del 10% o 12,5% su 60 partner commerciali
Focus America

Dazio del 10%
Dazio del 12,5%
Non colpiti

Canada Russia Sudafrica Messico Brasile India Australia Cina Egitto U.E.
Per alcuni paesi il dazio sul lavoro forzato si applica a prodotti specifici, portando l'aliquota complessiva fino al 10% o al 12,5% una volta sommata ai dazi di base. L'Unione europea è mostrata con i singoli Stati membri. Elaborazione di Focus America su dati di New York Times e Bloomberg.

La vera posta in gioco è legale, non commerciale. A febbraio la Corte suprema ha dichiarato illegittimi i dazi che il presidente aveva introdotto nell'aprile 2025, quelli del cosiddetto "Liberation Day", perché basati su poteri di emergenza che secondo i giudici non potevano essere usati a quello scopo. Come misura tampone l'amministrazione aveva imposto un dazio piatto del 10% su quasi tutte le importazioni, in scadenza proprio venerdì. I nuovi dazi poggiano invece sulla Sezione 301 del Trade Act del 1974, una legge che consente al presidente di colpire le pratiche commerciali sleali di altri paesi dopo un'indagine formale. Gli esperti di commercio la considerano una base giuridica molto più solida, perché ha già superato ricorsi in tribunale in passato. Le tariffe imposte con questo strumento, inoltre, possono restare in vigore a tempo indeterminato.

Il rappresentante per il Commercio Jamieson Greer aveva rivendicato la strategia davanti alla commissione Finanze del Senato mercoledì, due giorni prima dell'annuncio, dicendo che sul commercio persiste una "emergenza nazionale". "Le autorità legali specifiche che questa amministrazione sta usando sono cambiate, ma la strategia commerciale no", ha detto Greer, aggiungendo che il governo continuerà a usare i dazi per sostenere la reindustrializzazione dell'economia americana e ridurre il deficit commerciale. In un comunicato, l'agenzia ha scritto che gli Stati Uniti sono l'unico paese al mondo ad adottare e applicare in modo efficace un divieto sulle importazioni fabbricate con il lavoro forzato.

Le aliquote annunciate giovedì coincidono con quelle contenute nei dieci accordi commerciali "reciproci" che l'amministrazione ha negoziato nell'ultimo anno con paesi come Malesia e Taiwan. Molti analisti hanno descritto al Washington Post l'operazione come un modo per replicare, con una base legale diversa, il sistema tariffario abbattuto dalla Corte. I funzionari dell'amministrazione sostengono che la preoccupazione del presidente per il lavoro forzato è genuina e ricordano che il divieto americano di importare merci prodotte con manodopera coatta esiste da più di un secolo. "Qualunque cosa si pensi delle recenti azioni tariffarie dell'amministrazione, non c'è dubbio che il lavoro forzato sia una crisi dei diritti umani e un problema serio nelle catene di approvvigionamento globali", ha detto al giornale Timothy Brightbill, avvocato commerciale dello studio Wiley Rein.

Diversi paesi colpiti hanno protestato. Il Brasile ha respinto il dazio del 12,5% definendo la misura "arbitraria" e "ingiustificata" e ha chiesto reciprocità. Il ministro del Commercio australiano Don Farrell ha detto ai giornalisti che la decisione di Washington è "del tutto ingiustificata" e che il governo continuerà a chiedere la rimozione di tutti i dazi sui prodotti australiani. Il ministro dell'Economia messicano ha invece minimizzato, spiegando che il dazio effettivo pagato dal Messico non cambia.

Per i consumatori americani l'effetto immediato dovrebbe essere limitato, perché le nuove tariffe in gran parte confermano dazi che gli importatori stavano già pagando. Il quadro però è destinato a peggiorare: entro poche settimane l'amministrazione dovrebbe annunciare un secondo pacchetto di dazi, sempre basato sulla Sezione 301, contro i paesi accusati di sussidiare un eccesso di capacità produttiva industriale, tra cui Cina, Messico e Unione europea. Secondo gli esperti di commercio, questo secondo pacchetto riporterà le aliquote vicino ai livelli record imposti l'anno scorso con i poteri di emergenza, i più alti dagli anni Trenta. "I dazi sul lavoro forzato non sono la fine della storia", ha detto al Washington Post Patrick Childress, avvocato dello studio Holland & Knight.

Nelle stesse settimane il presidente ha moltiplicato le iniziative commerciali su altri fronti. Lunedì ha imposto dazi del 50% su gran parte dei prodotti canadesi, accusando il Canada di discriminare auto, alcolici e latticini americani. Martedì ha annunciato dazi del 100% sui farmaci generici importati a partire dal 2028. Al Congresso, intanto, il senatore democratico Ron Wyden ha presentato una proposta di legge per limitare i poteri tariffari delegati al presidente, imponendo l'approvazione parlamentare per i nuovi dazi.


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Il vero rischio dell'IA si annida all'interno dei laboratori. Un nuovo e interessante post di Salvatore Sanfilippo aka @antirez


Credo che non dovremmo considerare l'IA sicura.
Un evento critico che potrebbe portare all'estinzione dell'Homo sapiens è possibile, ma il pericolo non risiede nei modelli aperti o nel fatto che la Cina stia facendo progressi più rapidi degli Stati Uniti. Il pericolo è che alcuni CEO (in tutto il mondo), privi delle competenze e della legittimità necessarie, si trovino nella posizione di dover prendere decisioni difficili per l'intera umanità. Non sono stati scelti per farlo; è stata solo la casualità degli eventi a creare questa situazione. Non possono parlare a nome di tutti, viste le poste in gioco, solo perché dispongono di GPU e denaro. Questo è il primo problema da risolvere.


antirez.com/news/172

@aitech

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Meloni lo spiegava benissimo: più accise, più costi per tutti. Oggi il suo governo lascia scadere il taglio mentre i carburanti tornano verso i 2 euro.

E come mai? Perché alla fine dello sconto sulle accise si sommano i rincari del mercato, mentre il governo continua a intervenire senza una strategia strutturale.

Ma la soluzione non sono sconti indiscriminati che mantengano artificialmente basso il prezzo dei combustibili fossili e favoriscano soprattutto chi consuma di più. Servono invece aiuti mirati per pendolari, famiglie a basso reddito e piccole imprese che oggi non hanno alternative, insieme a investimenti seri in trasporto pubblico, ferrovie locali, mobilità elettrica ed energia pulita.

L’obiettivo deve essere proteggere le persone durante la transizione e ridurre davvero la dipendenza da benzina e diesel. Meloni, invece, usava le accise per fare opposizione. Ora che governa, il conto lo lascia a noi.

Non ne hai abbastanza di farti prendere in giro?

#CaroCarburanti #Accise #Benzina #CaroVita #TransizioneEcologica #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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L'Iran minaccia Melania Trump mentre Washington tratta con Teheran


Un video diffuso in Iran indica i luoghi degli spostamenti di Melania Trump a New York e minaccia anche il figlio Barron. Proprio nelle stesse ore Donald Trump ha fermato i raid per la prima volta in due settimane, per dare spazio alla trattativa su Hormuz.

Un video diffuso in Iran spiega ai sostenitori del regime come uccidere Melania Trump, riferisce il New York Post. Il filmato, intitolato "How to Kill Melania Trump", mostra la moglie del presidente Donald Trump nel corteo presidenziale e in alcuni luoghi di New York City, con le insegne dei negozi di moda dove fa acquisti cerchiate in rosso sullo schermo. Quelle uscite, sostiene il video, sarebbero "adatte a operazioni dei combattenti per la libertà di tutto il mondo". Per colpirla, il filmato suggerisce di avvelenare con un agente nervino i capi che potrebbe comprare. In chiusura compare anche il figlio Barron, vent'anni: "Questo è solo l'inizio. Barron Trump, aspettaci".

Melania e Barron Trump hanno entrambi una scorta permanente del Secret Service, l'agenzia federale che protegge il presidente e i suoi familiari. Tutte le residenze di famiglia sono sorvegliate da dispositivi di sicurezza pesanti: la Casa Bianca, la Trump Tower di New York, il golf club di Bedminster e la tenuta di Mar-a-Lago in Florida. La First Lady si è comunque vista poco in pubblico questo mese e ha saltato anche la cena dell'associazione dei corrispondenti alla Casa Bianca, per un "conflitto di agenda" riferito al New York Post da una persona a lei vicina.

Quella cena si è tenuta venerdì sera al Waldorf Astoria e sostituiva l'edizione di aprile, interrotta dall'irruzione di un uomo armato in quello che è stato ricostruito come l'ennesimo tentativo di assassinio del presidente. Oltre a lei mancavano anche il vicepresidente JD Vance e il Segretario di Stato Marco Rubio. A Teheran, la settimana scorsa, erano già comparsi manifesti che chiedevano la morte del presidente e di tutti i suoi familiari, Melania insieme a Don Jr, Ivanka, Eric, Tiffany e Barron, sotto la scritta "sangue per sangue".

Trump ha riconosciuto apertamente di essere il bersaglio numero uno del regime dopo l'operazione americano-israeliana che ha ucciso la Guida Suprema Ali Khamenei e altri dirigenti iraniani. Il New York Times ha scritto che all'inizio del mese, in partenza dalla Turchia dove partecipava a un vertice della NATO, il presidente ha dovuto rinunciare al nuovo Air Force One donato dal Qatar e rientrare sul vecchio, proprio per le minacce iraniane. "Sono sulla loro lista da molto tempo. È questo che abbiamo di fronte", ha detto Trump al New York Post, aggiungendo di aver "lasciato istruzioni" perché, se dovesse accadergli qualcosa, l'Iran venga bombardato "a livelli mai visti prima".

Il presidente ferma i raid e apre alla trattativa su Hormuz


Tuttavia venerdì, dopo tredici notti consecutive di attacchi, Trump ha ordinato ai militari di non colpire obiettivi iraniani lungo la costa meridionale del paese e nell'area dello Stretto di Hormuz, la prima interruzione in due settimane. Lo stop ha retto anche sabato e domenica, mentre Teheran ha smesso a sua volta di colpire. La decisione è arrivata al termine di una riunione con i consiglieri e i vertici militari, che gli avevano presentato un nuovo piano di attacco per quella stessa giornata: fino a pochi giorni prima era orientato a riprendere le operazioni su larga scala, poi aveva cominciato a cambiare idea la sera di giovedì.

"Tutti quelli che trattano con l'Iran mi hanno chiesto: non attaccare", ha raccontato ad Axios, spiegando di aver ceduto alla richiesta dei mediatori e degli altri Paesi della regione. "Niente di guadagnato, niente di perso", ha aggiunto ricordando che dopo lo stop il prezzo del petrolio è sceso e le borse sono salite.

Il nuovo negoziato punta a riaprire lo Stretto di Hormuz e a far ripartire la trattativa su un accordo nucleare che sostituisca quello sottoscritto nel 2015 e poi abbandonato dallo stesso Trump nel corso del suo primo mandato. Si svolge soprattutto tra Iran e Oman, con la partecipazione attiva di Qatar, Pakistan ed Egitto e degli inviati di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner. La posta in gioco immediata è il traffico che passa dallo Stretto: al 23 luglio i transiti erano calati di circa il 70%, da una media di 45 navi al giorno nel periodo di tregua a 13.

La crisi Iran-Usa

Trump ferma i raid, ma Hormuz resta uno stretto vuoto

Dopo tredici notti di attacchi, la Casa Bianca sospende le operazioni e apre al negoziato sul passaggio delle navi. Intanto il traffico nello stretto più strategico del mondo è crollato del 70%.

Grafica di FocusAmerica · 28 luglio 2026

I numeri

Il traffico nello Stretto di Hormuz


Durante la tregua Oggi
Golfo Persico Golfo di Oman Iran Emirati Arabi UnitiE.A.U. Oman Bandar Abbas Dubai Stretto
di Hormuz
−70%
transiti dalla ripresa
del conflittotransiti

Durante la tregua

45

Oggi

13

navi al giorno in transito, in media, nel periodo di tregua

navi al giorno al 23 luglio, dopo la ripresa degli attacchi


La sequenza

Due settimane di raid, poi lo stop

1115202428
notti di attacchi Usa stop dei raid oggi

  1. 11 – 23 luglio

    Tredici notti consecutive di attacchi americani su obiettivi iraniani. I vertici militari preparano un nuovo piano di attacco su larga scala.

  2. Giovedì 23

    Il presidente comincia a cambiare idea: i mediatori e i Paesi della regione gli chiedono di non attaccare.

  3. Venerdì 24

    Ordine di non colpire la costa meridionale dell’Iran e l’area dello stretto: è la prima interruzione in due settimane. Il petrolio scende, le borse salgono.

  4. Sabato e domenica

    Lo stop regge: anche Teheran smette di colpire, mentre i colloqui con Oman e mediatori vanno avanti.

  5. Lunedì 27

    Giro di telefonate del ministro degli Esteri omanita al-Busaidi con Iran, Qatar, Arabia Saudita, Kuwait ed Egitto: si cercano «intese pratiche, eque e sostenibili» sulla navigazione.

  6. Oggi, 28 luglio

    Netanyahu alla Casa Bianca, con nuova intelligence sul sito nucleare di Pickaxe Mountain e sulla reale disponibilità iraniana a trattare.

«O si fa in fretta, oppure non se ne fa nulla»
Donald Trump ad Axios, sui tempi concessi al negoziato con l’Iran

Il negoziato

Chi paga il passaggio: le due ipotesi sul tavolo

La posizione iraniana

Pagamenti obbligatori
pedaggiosul transitoTeheran
Teheran considera dovute le somme versate per attraversare lo stretto: di fatto, un pedaggio.

Oman e mediatori

Tariffe volontarie per servizi
SicurezzamarittimaTutelaambientale
Si paga il servizio reso, non il transito — oppure un fondo comune con la partecipazione dell’Organizzazione Marittima Internazionale. Muscat smentisce di volere un pedaggio.

Il modello è lo Stretto di Malacca: Malesia, Indonesia e Singapore fanno pagare singole prestazioni alle navi, non un pedaggio di transito.

Chi siede al tavolo

Iran Oman · regia dei colloqui Qatar Pakistan Egitto Usa · Witkoff e Kushner


La sicurezza

Le minacce di Teheran alla famiglia Trump


Dopo l’operazione americano-israeliana che ha ucciso la Guida Suprema Ali Khamenei, la propaganda del regime ha messo nel mirino l’intera famiglia del presidente.

Video d’istigazione

Diffuso in Iran contro Melania Trump, con una minaccia finale al figlio Barron: «questo è solo l’inizio».

Manifesti a Teheran

Chiedono la morte del presidente e dei familiari, sotto la scritta «sangue per sangue».

La lista del regime

Trump si dice il bersaglio numero uno: «Sono sulla loro lista da molto tempo».

4 residenze sorvegliate Secret Service · scorta permanente Casa Bianca Trump Tower Bedminster Mar-a-Lago
6familiari

I sei familiari indicati nei manifesti

MelaniaDon JrIvankaEricTiffanyBarron

Al rientro dal vertice Nato in Turchia, Trump ha rinunciato al nuovo Air Force One donato dal Qatar, proprio per le minacce iraniane.


Fonte: Kpler (transiti al 23 luglio 2026); Axios; New York Post; New York Times. Dati al 28 luglio 2026.

Iran e Oman vogliono farsi pagare il passaggio delle navi


Fonti regionali riferiscono che i colloqui hanno fatto passi avanti ma che nessuna intesa è stata ancora raggiunta. Lunedì il Ministro degli Esteri omanita Badr al-Busaidi ha sentito al telefono i colleghi di Iran, Qatar, Arabia Saudita, Kuwait ed Egitto. In una nota ha spiegato che le conversazioni hanno riguardato "le modalità per migliorare le prospettive di intese pratiche, eque e sostenibili per la navigazione marittima" attraverso lo stretto.

Una delle ipotesi sul tavolo permetterebbe a Iran, Oman e altri Paesi della regione di riscuotere "ragionevoli tariffe di servizio" per la sicurezza marittima e la protezione dell'ambiente, secondo una fonte regionale citata da Axios. Il modello sarebbe quello dello Stretto di Malacca, dove Malesia, Indonesia e Singapore fanno pagare singole prestazioni invece di un pedaggio di transito.

In alternativa quelle somme potrebbero confluire in un fondo comune amministrato con la partecipazione dell'Organizzazione Marittima Internazionale. Da parte sua, Muscat ha però smentito pubblicamente di sostenere l'introduzione di un pedaggio, distinguendolo dalle tariffe applicate a servizi effettivamente prestati. Restano inoltre divergenze sulla natura dei pagamenti: i funzionari iraniani li considerano obbligatori, mentre i diplomatici degli altri Paesi della regione li descrivono come volontari.

Oggi arriva Netanyahu alla Casa Bianca


Il tempo concesso alla diplomazia è però molto limitato. "Siamo impegnati in trattative molto profonde con l'Iran. Se non funzioneranno, torneremo a un'azione militare molto forte", ha avvertito Trump nella sua intervista ad Axios. Alla domanda su quanto fosse disposto ad aspettare, il presidente ha risposto: "Non molto. O si fa in fretta, oppure non se ne fa nulla".

Oggi Trump riceverà alla Casa Bianca il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Secondo una fonte israeliana citata dal New York Post, Netanyahu dovrebbe presentare nuove informazioni di intelligence sul potenziamento degli impianti nucleari iraniani nel sito di Pickaxe Mountain e sulla reale disponibilità di Teheran a proseguire i negoziati. "Parlerò con Bibi del fatto che, se non fossi io il presidente, l'Iran avrebbe già l'arma nucleare e Israele sarebbe stato distrutto", ha anticipato Trump.


Trump insulta i giornalisti per un'ora alla cena dei corrispondenti


Il presidente Donald Trump ha parlato per più di un'ora alla cena annuale dell'Associazione dei corrispondenti della Casa Bianca, l'organizzazione che riunisce i giornalisti accreditati alla presidenza, e ha usato gran parte del discorso per insultare i reporter seduti in sala e i suoi avversari politici. La platea è rimasta in silenzio quasi per tutto il tempo.

"Cosa facciamo qui? Dovrebbe essere divertente? Devo essere serio? Devo fare il comico?", ha chiesto venerdì sera aprendo il suo intervento al Waldorf Astoria di Washington. Le prime battute hanno strappato qualche risata, come quella sulla cena interrotta ad aprile: "Spero che tutti siano finalmente riusciti a mangiare tutto il loro filetto di manzo, molto buono, una carne molto speciale. E voglio che sappiate che Bobby Kennedy, che è qui, ha investito personalmente la mucca con la sua auto".

Trump ha detto di aver rinunciato al discorso che aveva preparato per aprile e ha annunciato che avrebbe fatto "un po' di stroncature, se non vi dispiace". Ha paragonato Kaitlan Collins, giornalista della CNN, a Dylan Mulvaney, una personalità transgender molto seguita sui social, raccontando di averle confuse dopo aver definito la cronista "una giovane donna attraente". Di Collins ha detto che "non sorride mai".

Il presidente ha poi ripreso i soprannomi che usa nei comizi: "Pocahontas" per la senatrice Elizabeth Warren, "Newscum" per il governatore della California Gavin Newsom. Del senatore Adam Schiff ha detto: "Odio alcune persone. È un bugiardo e l'ho chiamato testa di anguria perché ha la testa più grande che abbia mai visto con il collo più piccolo". Ha annunciato di voler organizzare incontri di lotta alla Casa Bianca due volte a settimana, immaginando Chris Christie, definito "uno degli esseri umani più sciatti", e Jerry Nadler che si contendono "un grosso pezzo di cheesecake". Tra i bersagli sono finiti anche Rosie O'Donnell e Alexandria Ocasio-Cortez, mentre in un altro passaggio ha confrontato i volti "malmenati" dei lottatori di arti marziali miste con quelli di Bette Midler, Jane Fonda e Bruce Springsteen.

Molti dei presenti hanno smesso di ascoltare mentre il discorso andava avanti: erano al telefono o parlavano tra loro, altri mangiavano i macaron dei vassoi dei dolci o si spostavano nella hall. Trump ha detto che quella era "la più grande concentrazione di persone affette da Trump Derangement Syndrome mai messa insieme", l'espressione che usa per indicare chi lo critica in modo ossessivo, e ha sostenuto di tenere in piedi da solo il settore dell'informazione: "Quando non ci sarò più, sarete tutti sul lastrico".

Dopo che una battuta sull'età dei parlamentari era caduta nel vuoto, il presidente ha commentato: "Era l'unica cosa che pensavo fosse buona in tutto questo stupido discorso. Era l'unica buona ed è andata giù senza grandi risate". Ha alzato le braccia in segno di esasperazione e in sala qualcuno ha riso. Più volte ha attribuito allo staff la responsabilità delle battute finite male.

Trump ha elogiato il Secret Service, il corpo federale che protegge la presidenza, e ha condannato la violenza politica: "In questo paese crediamo nella libertà di parola. Risolviamo le nostre divergenze non con i proiettili, ma con un dibattito aperto e vigoroso. E nessun perdente squilibrato con una pistola lo cambierà mai". Poi ha scherzato sui giubbotti antiproiettile indossati sotto gli abiti da sera: "Non è stato facile trovare le scarpe da abbinare al giubbotto antiproiettile, che molti non volevano indossare perché preferirebbero morire piuttosto che sembrare dieci chili più grassi".

Il momento più teso della serata è arrivato con la consegna dei premi giornalistici dell'associazione. Un riconoscimento per il "coraggio e la responsabilità" nel giornalismo è andato a una squadra di cronisti del Wall Street Journal per l'inchiesta su una lettera di auguri di compleanno dal contenuto osceno indirizzata a Jeffrey Epstein e firmata con il nome di Trump. Presentando il premio, il conduttore della CNN Wolf Blitzer ha ricordato che "Trump ha subito presentato una causa da 20 miliardi di dollari contro il Journal, rivelando l'indirizzo di casa della cronista Khadeeja Safdar. La sua famiglia ha dovuto essere trasferita. Il Journal è stato escluso dall'Air Force One". Il presidente ha allargato le braccia con un gesto rassegnato, poi si è alzato in piedi e ha stretto la mano a ciascuno dei giornalisti premiati.

Sul palco è salito anche Tyler Pager, cronista del New York Times, che questo mese ha ricevuto una citazione a comparire davanti a un gran giurì, l'organo di cittadini che negli Stati Uniti valuta se procedere con un'incriminazione. Il dipartimento di Giustizia aveva emesso a luglio le citazioni contro tre giornalisti del quotidiano che avevano rivelato i problemi di sicurezza del Boeing 747 donato dal governo del Qatar e usato come Air Force One. Aveva anche chiesto i tabulati telefonici di numeri riconducibili ai loro parenti. Giovedì, poche ore dopo che un giudice federale di Manhattan aveva criticato duramente il dipartimento per come aveva gestito la vicenda, le citazioni sono state ritirate.

"Non ce l'abbiamo con i giornalisti. Ce l'abbiamo con chi fa uscire le informazioni", ha detto Trump nello Studio Ovale poche ore prima della cena. "Ce l'abbiamo con i codardi, con le persone antipatriottiche, in molti casi con i traditori. E il modo per trovarli è attraverso i giornalisti". Ha aggiunto che, nonostante il ritiro delle citazioni, "abbiamo ancora molta strada da fare con quel caso". Il dipartimento di Giustizia sostiene che i giornalisti non siano l'obiettivo delle indagini sulle fughe di notizie.

La settimana scorsa il presidente aveva chiesto di revocare le licenze di trasmissione alle emittenti che non avevano mandato in onda il suo discorso in prima serata sull'integrità del voto, definendo "fake news" NBC e ABC. Alla cena i presenti sono stati invitati ad applaudire i giornalisti che seguono il Pentagono, senza che venisse ricordato che il ministro della Difesa Pete Hegseth, seduto in sala, ha provato a espellere i cronisti dalla sede del ministero.

Weijia Jiang, corrispondente della CBS e presidente uscente dell'associazione, ha introdotto il presidente con un intervento sulla libertà di stampa scritto sapendo che lui sarebbe stato seduto accanto a lei ad ascoltare. "C'è una differenza esistenziale tra criticare la stampa e cercare di indebolirla. Una cosa è sana e ci migliora tutti. L'altra è esattamente ciò che i padri fondatori speravano di impedire", ha detto. Rivolgendosi direttamente a Trump ha aggiunto: "Quando facciamo domande, lei ribatte. Lei ci dà risposte e noi ribattiamo. Lei è sempre stato uno che fa accordi. Ecco, questo è l'accordo. E il primo emendamento è un accordo chiuso".

Trump ha rivolto parole di apprezzamento ai dirigenti dei media che considera alleati, in particolare Larry e David Ellison, che l'anno scorso hanno preso il controllo di Paramount e stanno cercando di comprare Warner Bros. Discovery, la società che possiede la CNN. Venerdì l'operazione ha subito una battuta d'arresto, perché Paramount ha accettato un rinvio di alcuni mesi della fusione in attesa che siano risolti i ricorsi legali. Su Bari Weiss, la direttrice della CBS News scelta da David Ellison, il presidente ha costruito una battuta contorta su un "regime un tempo temuto e potente" finalmente rovesciato, prima di concludere: "Ma io, per quel che vale, auguro a Bari Weiss il meglio alla CBS News. È una donna meravigliosa".

L'amministratore delegato della CNN, Mark Thompson, ha risposto agli attacchi ai giornalisti dell'emittente con una nota: "Siamo al fianco dei nostri giornalisti e dell'integrità e dell'equilibrio con cui la squadra della CNN racconta le notizie. Il giornalismo onesto e accurato a volte può irritare i politici, ma il nostro diritto di raccontare e di presentare quel racconto al pubblico senza interferenze del governo è pienamente tutelato dalla Costituzione".

Verso la fine del discorso Trump si è messo in testa un cappellino rosso con la scritta "Trump 2028", un riferimento all'ipotesi di un terzo mandato che la Costituzione vieta. Qualcuno ha applaudito, qualcuno ha riso, la maggior parte dei giornalisti è rimasta a fissare il vuoto. Ha poi detto che stava scherzando. Poco prima, in una lunga digressione sulla nuova sala da ballo che sta facendo costruire alla Casa Bianca, aveva detto che "la userò solo per circa sei mesi", un raro riconoscimento del fatto che il suo mandato ha una scadenza.

La serata era la riedizione della cena di aprile, interrotta poco dopo l'inizio da un uomo armato che aveva tentato di entrare nella sala del Washington Hilton, mentre gli agenti federali rispondevano al fuoco e i presenti si nascondevano sotto i tavoli. Cole Allen, 31 anni, californiano, è accusato di tentato omicidio del presidente, di due reati legati alle armi e di aggressione a un agente federale. Si è dichiarato non colpevole. Venerdì la sicurezza è stata rafforzata, con l'associazione che ha coordinato il dispositivo insieme al Secret Service e a una società di sicurezza privata.

Alla cena erano attese meno di 700 persone, contro le 2.600 che di solito partecipano all'evento del Washington Hilton. Hanno cenato con insalata di pesche e burrata, filetto e aragosta, davanti a un palco il cui fondale riportava il testo del primo emendamento della Costituzione, quello che tutela la libertà di parola e di stampa. Tra i partecipanti c'erano il ministro della Salute Robert F. Kennedy Jr. e il ministro del Commercio Howard Lutnick.

La Society of Professional Journalists, l'associazione dei giornalisti professionisti americani, aveva chiesto questa settimana che la cena fosse usata per condannare gli attacchi dell'amministrazione alla stampa. "Riteniamo ipocrita celebrare il primo emendamento davanti all'uomo che lo attacca incessantemente", ha scritto in una lettera aperta.

La cena dei corrispondenti si tiene dal 1921 e Trump l'aveva sempre saltata durante il primo mandato, dopo esserci andato una volta da privato cittadino durante la presidenza di Barack Obama, che quella sera lo prese in giro per i dubbi che aveva sollevato sulla sua cittadinanza americana. Quella di aprile è stata la prima a cui ha partecipato da capo dello Stato. Venerdì ha scherzato dicendo che non intendeva rifarlo, a meno che l'evento non venisse ribattezzato "cena dei corrispondenti della Casa Bianca di Trump", per poi dire che l'anno prossimo tornerà.


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Il governatore del Kentucky chiede a McConnell di spiegare le sue condizioni di salute o dimettersi


Andy Beshear ha scritto al senatore, che non si vede in pubblico da 43 giorni, e ha chiesto a John Thune di indagare. Ma una legge del Kentucky gli vieta di nominare un sostituto al Senato.

Il governatore del Kentucky Andy Beshear ha chiesto a Mitch McConnell di spiegare pubblicamente le proprie condizioni di salute o di dimettersi dal Senato. Il senatore repubblicano, 84 anni, non compare in pubblico da 43 giorni, da quando è stato ricoverato in ospedale. Beshear, che è democratico, ha messo la richiesta per iscritto in una lettera su carta intestata del governo dello Stato, spedita lunedì e ottenuta dalla CNN.

Nella lettera il governatore lascia intendere di dubitare che le fotografie pubblicate dall'ufficio del senatore, l'ultima delle quali diffusa lunedì, restituiscano un quadro onesto del suo stato di salute.

"Mi rivolgo al senatore McConnell partendo dal presupposto che sia in grado di leggere e di rispondere a voce e che non sia incapacitato nella coscienza o nelle facoltà cognitive. Se il senatore non fosse in grado di rispondere per queste o per altre ragioni, si consideri questa lettera una richiesta al suo staff al Senato di essere onesto e trasparente con i cittadini del Kentucky", scrive Beshear.

L'ufficio di McConnell aveva diffuso lunedì un comunicato in cui il senatore dice di voler tornare in Kentucky ma di non avere ancora l'autorizzazione dei medici a lasciare la struttura di riabilitazione. "Non vedo l'ora di tornare al Senato e in Kentucky", ha detto. Il comunicato non indica una data per il rientro e contiene un aggiornamento dell'Office of the Attending Physician, l'ufficio medico del Congresso che si occupa dell'assistenza sanitaria ai parlamentari.

Secondo quell'aggiornamento, da quando è stato trasferito nella struttura di riabilitazione McConnell "ha seguito un percorso intenso di fisioterapia e riabilitazione, con più sedute al giorno pensate per recuperare forza e ridurre il rischio di nuove cadute". Nello stesso comunicato il senatore fa sapere che salterà il Fancy Farm, il raduno politico che si tiene ogni anno nel suo Stato, in programma questo fine settimana.

Per Beshear, che sta valutando una candidatura alla presidenza nel 2028, non basta. "Nemmeno la dichiarazione scritta del medico parla delle sue condizioni reali, compreso se lei sia in grado di parlare, di ragionare o di svolgere i suoi doveri di senatore. Capisco il desiderio di riservatezza di chiunque, ma quando ci si candida e si serve come uno dei due senatori di uno Stato si rinuncia volontariamente a gran parte della propria privacy", ha scritto.

"Come governatore dello Stato che lei serve, le chiedo di rivolgersi direttamente e a voce ai cittadini del Kentucky e di fornire la prova della sua capacità di servire, oppure di dimettersi".

Una copia della lettera è arrivata anche a John Thune, leader della maggioranza repubblicana al Senato, insieme a una seconda lettera in cui Beshear gli chiede di indagare. "Dalle nostre ricerche risulta che un seggio al Senato diventa vacante quando un senatore muore, si dimette o viene espulso con un voto del Senato stesso. Se il senatore McConnell non vuole dimostrare volontariamente di avere ancora la capacità di servire, insisterò perché lei, come leader della maggioranza, indaghi a fondo sulle sue condizioni, riferisca al popolo americano e avvii la procedura se necessario", ha scritto Beshear a Thune.

La richiesta di dimissioni ha un risvolto pratico. In molti Stati americani è il governatore a riempire un seggio vacante al Senato in attesa di un'elezione speciale, ma la maggioranza repubblicana del parlamento del Kentucky ha ridotto negli anni i poteri di Beshear. Nel 2021 ha approvato una legge che obbliga il governatore a scegliere il sostituto da una lista fornita dal partito del senatore uscente. Nel 2024 si è spinta oltre e gli ha tolto del tutto la facoltà di nominare qualcuno, stabilendo che il seggio possa essere riempito solo con un'elezione speciale.

Quella legge però potrebbe violare la Costituzione del Kentucky, che assegna al governatore un potere ampio di riempire i posti vacanti in "tutte le cariche dello Stato nel suo complesso". A complicare le cose c'è il diciassettesimo emendamento della Costituzione americana, che dà ai parlamenti dei singoli Stati il potere di autorizzare i governatori a nominare sostituti temporanei. Joshua Douglas, professore di diritto all'Università del Kentucky, lo ha definito una "contraddizione" che potrebbe finire davanti ai giudici. "Il diciassettesimo emendamento dice che il parlamento statale può autorizzare il governatore a nominare un sostituto temporaneo, la Costituzione del Kentucky dice che è il governatore a nominarlo e il parlamento del Kentucky dice che ci deve essere un'elezione speciale", ha scritto in una email alla CNN.

È anche possibile che il seggio resti vuoto fino all'inizio della prossima legislatura. La nuova legge dice che il governatore "deve" indire un'elezione speciale, ma non sembra imporgli di farlo entro un termine preciso. McConnell non si è ricandidato per le elezioni di novembre.

L'assenza pesa sui numeri di un Senato in cui i repubblicani hanno una maggioranza risicata. Se non tornerà entro questo mese, McConnell salterà con ogni probabilità i voti di conferma del nuovo direttore dell'intelligence nazionale e del ministro della Giustizia, oltre allo scontro sul finanziamento del governo federale e su nuovi fondi al Pentagono per pagare la guerra con l'Iran. Il Senato va in pausa estiva tra meno di due settimane e non c'è alcun segnale di un suo rientro prima di allora.

Thune, che deve gestire quella maggioranza, non ha dato indicazioni. "Non ho parlato con lui di recente", ha detto lunedì ai giornalisti, rimandando le domande all'ufficio del senatore.

Alla domanda del Wall Street Journal se McConnell sarebbe rientrato prima della pausa di agosto o entro la fine del mandato a gennaio e se un giornalista potesse parlare con lui, un portavoce non ha aggiunto nulla al comunicato ufficiale.

McConnell è stato ricoverato il 14 giugno e per settimane il suo ufficio ha fornito pochissime informazioni, mentre crescevano le speculazioni su un coma o su una incapacità permanente. Le registrazioni delle comunicazioni di emergenza raccolte dal sito openmhz.com hanno mostrato che i vigili del fuoco e il servizio sanitario di emergenza di Washington erano stati mandati a casa sua, a Capitol Hill, dopo la segnalazione di una persona priva di sensi che aveva bisogno di rianimazione avanzata.

Il 12 luglio McConnell ha rotto il silenzio con un comunicato in cui spiegava che l'assenza era dovuta a una caduta e a una successiva polmonite. Il suo ufficio ha pubblicato una fotografia che lo ritrae con la moglie Elaine Chao in una stanza d'ospedale, con una copia del Washington Post in mano. Il senatore ha attribuito il ritardo nel dare notizie alla sua riluttanza a mostrare la "vulnerabilità che arriva con l'età. Anche sotto gli occhi di tutti sento lo stesso istinto, non posso farci niente", ha detto, promettendo aggiornamenti sul suo recupero.

Il conduttore radiofonico conservatore Mike Gallagher ha detto la settimana scorsa nel suo programma che "c'è un sacco di gente che pensa che quest'uomo sia già andato". Della fotografia in ospedale ha aggiunto: "Tiene in mano un giornale con la pagina sportiva di quel giorno, come in una prova di vita. Sì, certo, sembrava tutto normale".

McConnell ha avuto la poliomielite da bambino e ha sempre camminato con un'andatura irregolare, ma negli ultimi anni è apparso più fragile. Nel 2023, dopo essere inciampato durante un evento privato, era rimasto in ospedale diversi giorni prima di entrare in riabilitazione ed era stato lontano dal Senato per 40 giorni in tutto. Ha lasciato il ruolo di leader dei repubblicani al Senato all'inizio del 2025 e ha deciso di non ricandidarsi.

In questa legislatura McConnell usava regolarmente una sedia a rotelle per raggiungere l'aula durante i voti. In una seduta notturna di oltre 19 ore conclusa il 5 giugno è rimasto seduto in prima fila con gli occhi chiusi, apparentemente addormentato, finché un collaboratore non lo ha svegliato per votare su diversi emendamenti.

Il suo udito è peggiorato e alcuni parlamentari repubblicani hanno raccontato di fare fatica a farsi sentire da lui nelle riunioni a porte chiuse, anche chiamandolo per nome.

Alcuni alleati repubblicani, tra cui Thune, hanno detto di essere stati in contatto con McConnell nell'ultimo mese e hanno descritto conversazioni lunghe su temi come la sicurezza nazionale e le elezioni di metà mandato. Il 7 luglio Thune era stato uno dei dirigenti repubblicani ad avere confermato una telefonata definita dal suo portavoce "una conversazione lunga e sostanziosa su una varietà di temi, compresa la sicurezza nazionale".

"Ieri ho parlato con qualcuno che è andato a trovarlo e mi ha detto che ha la mente lucida e che deve solo rimettersi in forze", ha raccontato la senatrice repubblicana Shelley Moore Capito in un video pubblicato dal giornalista Nicholas Ballasy. Susan Collins, che presiede la commissione del Senato che decide come ripartire la spesa federale, la settimana scorsa ha risposto a una domanda su McConnell, il quale guida una sottocommissione importante per quelle decisioni: "Penso che tornerà a settembre".

Altri senatori sono rimasti lontani da Capitol Hill per periodi altrettanto lunghi. Dianne Feinstein, democratica della California, è mancata per diversi mesi nel 2023 per un fuoco di Sant'Antonio, è tornata al Senato ed è morta più tardi nello stesso anno. John Fetterman, democratico della Pennsylvania, è stato ricoverato per più di un mese nel 2023 per una depressione seguita a un ictus. Mark Kirk, repubblicano dell'Illinois, è rimasto fuori un anno dopo un ictus nel 2012 e ha perso la corsa per la rielezione nel 2016. John McCain, repubblicano dell'Arizona, è rimasto assente circa otto mesi prima di morire per un tumore al cervello nel 2018.


McConnell è assente dal Senato da sei settimane e cresce la richiesta di spiegazioni


Mitch McConnell, 84 anni, non vota al Senato dal 14 giugno, quando il suo staff ha annunciato il ricovero in ospedale dopo una caduta. A quasi sei settimane di distanza le informazioni diffuse restano poche e le richieste di trasparenza sulle sue condizioni arrivano ormai anche da senatori repubblicani.

Il 12 luglio l'ufficio del senatore del Kentucky ha diffuso una foto che lo ritrae con in mano una copia del Washington Post e McConnell ha comunicato di aver lasciato l'ospedale per una struttura di riabilitazione. Non ha indicato quando conta di rientrare, limitandosi a dire che non sarà "in grado di tornare in aula a votare tanto presto". Nella stessa nota ha precisato di non essersi rotto ossa nella caduta e di non aver avuto un infarto, un ictus, un'emorragia né una commozione cerebrale. Su cosa gli sia successo non ha aggiunto altro.

L'assenza pesa sugli equilibri della camera alta: finché McConnell resta fuori, i repubblicani hanno una maggioranza effettiva di 52 seggi contro 47. Il suo mandato scade a gennaio e il Senato è convocato per sole dieci settimane prima delle elezioni di metà mandato di novembre, quando i senatori tornano nei loro Stati a fare campagna.

McConnell è stato per 18 anni il leader dei repubblicani al Senato prima di lasciare l'incarico all'inizio dell'anno scorso, restando in aula per completare gli ultimi due anni di mandato. A maggio il deputato Andy Barr ha vinto le primarie repubblicane per succedergli in Kentucky ed è nettamente favorito per il voto di novembre.

Il governatore del Kentucky Andy Beshear, democratico, ha detto la scorsa settimana di non aver ricevuto alcuna notizia da McConnell dal giorno del ricovero, nonostante avesse mandato una lettera per chiedere un aggiornamento. Ha invitato il senatore a intervenire per qualche minuto in una trasmissione televisiva o a diffondere un breve video per rassicurare i suoi elettori. "Quando sei stato in ospedale per un mese e hai saltato tutti i voti, devi al tuo capo, come chiunque altro che lavora, una spiegazione di cosa è successo e di quando tornerai", ha detto.

Anche Scott Jennings, alleato di lunga data di McConnell che ha lavorato ad alcune delle sue campagne per la rielezione, ha chiesto giovedì al senatore di aggiornare con regolarità i suoi elettori e di raccontare che lavoro sta facendo durante la convalescenza. "Sinceramente, penso che un po' di trasparenza all'inizio gli avrebbe evitato un mucchio di guai", ha detto alla CNN. "Ma non è andata così e ora sono a questo punto."

David Popp, portavoce di McConnell, ha dichiarato al Washington Post che il senatore ha continuato a lavorare durante l'assenza. Incontra i suoi collaboratori per occuparsi delle questioni del Senato e del Kentucky, dagli stanziamenti per la difesa alla politica estera, dalla legge agricola alle richieste di finanziamenti federali che arrivano dagli elettori. "Man mano che il senatore migliora in riabilitazione, vi terremo aggiornati", ha aggiunto Popp.

Alla domanda su quando McConnell tornerà a votare e se parteciperà martedì ai funerali di Lindsey Graham, il senatore repubblicano della South Carolina morto questo mese, il portavoce ha rimandato al comunicato di due settimane fa. La cerimonia si terrà alla Washington National Cathedral, la cattedrale della capitale dove si celebrano i funerali di Stato.

Nel comunicato del 12 luglio McConnell ha scritto che "quelli della mia generazione spesso esitano a mostrare la fragilità che arriva con l'età". "Anche sotto gli occhi di tutti sento lo stesso istinto, non posso farci niente", ha aggiunto.

Il leader della maggioranza al Senato John Thune e John Barrasso, numero due dei repubblicani nella camera alta, hanno detto questo mese di aver parlato con McConnell, ma altri senatori del partito hanno alimentato i dubbi. All'inizio di luglio Ron Johnson ha messo in discussione l'autenticità della foto diffusa dall'ufficio del collega, salvo poi ritrattare e spiegare che stava solo ripetendo una voce sentita da altri. Il Washington Post ha esaminato i metadati dell'immagine e ha stabilito che risulta scattata a luglio.

"Non è divertente vedere qualcuno invecchiare", ha detto Johnson ai giornalisti. "Speriamo tutti che Mitch si riprenda del tutto e torni. Non ho parlato con lui, quindi non ne so niente."

Josh Hawley, senatore del Missouri, la scorsa settimana ha augurato a McConnell una pronta guarigione ma ha aggiunto che dovrebbe dire di più sulle sue condizioni. "A un certo punto hai un obbligo verso i tuoi elettori e verso il paese, quello di dire loro cosa sta succedendo", ha dichiarato a Fox News, spiegando di sentirsi "completamente all'oscuro" sulla situazione del collega.

Nel 2023 John Fetterman, democratico della Pennsylvania, è stato assente per due mesi mentre si curava per la depressione. Nello stesso anno Dianne Feinstein, democratica della California, ha saltato i voti per quasi tre mesi a causa dell'herpes zoster e si è sentita chiedere le dimissioni. È tornata al Senato ed è morta pochi mesi dopo. John McCain, repubblicano dell'Arizona, non ha votato negli ultimi otto mesi di mandato prima di morire nel 2018.

Mark Kirk, repubblicano dell'Illinois, non ha votato per quasi un anno dopo l'ictus che lo ha colpito nel 2012 e ha diffuso video in cui reimparava a camminare, prima di tornare in aula e portare a termine il mandato.

Lester Munson, allora suo capo di gabinetto, ha detto al Washington Post che Kirk è riuscito a lavorare anche senza essere al Campidoglio: ha collaborato con il democratico Bob Menendez a un emendamento a una legge sulla difesa per inasprire le sanzioni contro l'Iran, mentre senatori di entrambi i partiti, McConnell compreso, hanno dato una mano al suo ufficio. Si dà per scontato, "non proprio correttamente", che un senatore ricoverato non possa fare il suo lavoro, ha detto Munson.

La differenza rispetto ad allora è la pressione dei social e delle speculazioni online, che Kirk non ha dovuto affrontare. Sul mercato di previsioni Polymarket, dove gli utenti scommettono sul verificarsi di eventi futuri, si può puntare sul fatto che McConnell voti in Senato entro il 31 luglio: venerdì sera la probabilità stimata era all'11 per cento. Secondo Munson i decenni di servizio del senatore dovrebbero valergli un margine di comprensione mentre si riprende.


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Tre morti in una sparatoria a un festival di Seattle, fermato un quindicenne


La polizia ritiene che due gruppi si siano sparati addosso al Bite of Seattle, forse per motivi legati alle gang. Tra i morti uno degli sparatori, tra i feriti un bambino di 2 anni

Tre persone sono morte e altre quattro sono rimaste ferite, tra cui un bambino di 2 anni, in una sparatoria avvenuta domenica sera al Bite of Seattle, il festival gastronomico che si tiene ogni estate al Seattle Center, il complesso di musei e spazi per eventi ai piedi dello Space Needle, la torre simbolo della città. Secondo la polizia, intorno alle 18 locali (le 3 di notte in Italia) almeno due persone si sono sparate addosso davanti all'Armory, uno degli edifici del complesso, e hanno colpito anche le persone che affollavano le ultime ore dell'evento.

La sparatoria ha scatenato il panico tra le migliaia di visitatori, fuggiti in massa mentre i venditori abbandonavano gli stand. Decine di agenti erano già al Seattle Center per la sicurezza del festival. Hanno sentito gli spari, sono intervenuti in pochi secondi e hanno prestato i primi soccorsi ai feriti. Uno dei sospetti si è consegnato subito agli agenti, la polizia ha recuperato due pistole sulla scena e ha detto di non ritenere che ci sia una minaccia per il pubblico.

Lunedì la giudice Tanya Thorp ha disposto che il sospetto arrestato, un ragazzo di 15 anni, resti in un centro di detenzione minorile. Secondo i documenti depositati in tribunale dalla procura, un agente che si trovava a meno di trenta metri lo ha visto sparare sulla folla con una pistola. Il quindicenne, che non aveva precedenti nella contea di King, quella di Seattle, è in stato di fermo con tre accuse provvisorie di aggressione di primo grado e una di possesso illegale di un'arma da fuoco; la decisione formale sull'incriminazione è attesa nei prossimi giorni.

Il secondo sparatore era Junior Cee Niko Semo, un diciannovenne fermato anche lui subito dopo gli spari e morto per le ferite riportate. Le autorità hanno detto che i due si conoscevano e ritengono possibile che la sparatoria sia legata alle gang: "C'erano due gruppi che sparavano", ha detto Nicole Powell, responsabile delle indagini della polizia di Seattle. Gli investigatori cercano un possibile terzo coinvolto.

Oltre a Semo sono morti Ashley Whitehead, una donna di 56 anni, e Carlos Israel Sanchez Villalba, un uomo di 44 anni. Due delle vittime sono decedute sul posto, la terza in ospedale. I quattro feriti sono stati tutti dimessi, compreso il bambino di 2 anni, le cui condizioni erano giudicate soddisfacenti, due uomini di 23 e 27 anni e una donna di 39. Secondo i documenti della procura, tre delle persone colpite, tra cui il bambino e una persona che spingeva una bicicletta, si trovavano nella direzione in cui il quindicenne avrebbe sparato.

La sindaca di Seattle Katie Wilson ha definito la sparatoria "un atto di violenza orribile" e ha detto che in città e nel paese c'è "fin troppa violenza armata", ricordando che Seattle arriva da una settimana con tre gravi episodi di questo tipo.

Nel fine settimana almeno nove persone sono state raggiunte da colpi d'arma da fuoco in città: venerdì notte due passanti erano stati feriti nel quartiere di Capitol Hill, estranei, secondo la polizia, a uno scontro a fuoco scoppiato in strada.

Il Bite of Seattle si tiene dal 1982 e attira circa 350.000 visitatori in tre giorni, con centinaia di stand gastronomici. Lunedì il Seattle Center è rimasto chiuso al pubblico mentre i venditori tornavano a smontare gli stand e per la serata era in programma una veglia a lume di candela alla International Fountain, la grande fontana al centro del complesso.

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Bastian’s Night #487 July, 30th


Every Thursday of the week, Bastian’s Night is broadcast from 21:30 CEST/DST.

Bastian’s Night is a live talk show in German with lots of music, a weekly round-up of news from around the world, and a glimpse into the host’s crazy week in the pirate movement.


If you want to read more about @BastianBB: –> This way


piratesonair.net/bastians-nigh…

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La rassegna stampa di martedì 28 luglio 2026


Trump difende i dazi in Michigan e apre a nuovi colloqui con l'Iran mentre le sanzioni pesano su Teheran; l'Amministrazione chiede alla Corte suprema di limitare il voto per posta e cresce l'attesa per l'incontro tra Zelensky e Trump alla Casa Bianca

Questa è la rassegna stampa di martedì 28 luglio 2026

Trump apre a nuovi colloqui con l'Iran mentre le sanzioni mordono l'economia di Teheran


Il presidente Trump ha detto che l'Iran avrebbe chiesto un incontro per discutere un accordo, dopo aver sospeso i raid statunitensi nel fine settimana al termine di tredici giorni di attacchi; Teheran ha però smentito. Secondo funzionari dell'Amministrazione la pressione economica, fatta di sanzioni e blocco navale, sta danneggiando il regime più dei bombardamenti, con carenze di benzina e difficoltà a pagare le forze armate. La guerra è entrata nel sesto mese in un clima di crescente incertezza.

Fonti: Axios, The New York Times, BBC

Trump difende i dazi in Michigan e attribuisce a Biden il caro-vita


Parlando ad alcuni lavoratori della General Motors in Michigan, il presidente Trump ha rivendicato i dazi come motore del rilancio dell'industria dell'auto e ha attribuito all'ex presidente Biden i problemi di accessibilità economica delle famiglie. Trump ha assicurato che i negoziati per porre fine alla guerra in Iran, che ha fatto impennare i prezzi dell'energia, proseguono in modo amichevole. La visita punta a recuperare consensi nella cintura industriale in vista delle elezioni di metà mandato di novembre.

Fonti: BBC, The New York Times, Axios

L'Amministrazione chiede alla Corte suprema di limitare il voto per posta


L'Amministrazione Trump ha chiesto alla Corte suprema di intervenire per consentire l'applicazione di un ordine esecutivo che restringe il voto per corrispondenza e prevede la creazione di elenchi delle persone aventi diritto al voto, dopo che un tribunale di grado inferiore lo aveva bloccato. La mossa arriva in vista delle elezioni di metà mandato e alimenta lo scontro sulle regole elettorali.

Fonti: The New York Times, The Hill, Bloomberg

Ultima settimana di campagna nelle primarie democratiche in Michigan


A una settimana dalle primarie del 4 agosto, la deputata Haley Stevens e l'ex direttore sanitario della contea di Wayne Abdul El-Sayed si sono affrontati nel loro secondo dibattito per la nomination democratica al Senato, in vista della successione al senatore uscente Gary Peters. I due candidati si sono scontrati sull'influenza delle grandi aziende e sul sostegno a Israele, mostrando stili e posizioni ideologiche molto diverse. La sfida è considerata un test per gli equilibri interni al partito verso le elezioni di metà mandato.

Fonti: The Hill, The New York Times, Bloomberg

Il senatore Rand Paul pubblica i diari privati di Fauci sulla pandemia


Il senatore repubblicano Rand Paul ha diffuso una serie di annotazioni dai diari privati tenuti da Anthony Fauci durante la pandemia di Covid-19, riaccendendo il dibattito sull'ipotesi che il virus sia fuoriuscito da un laboratorio. Nelle pagine l'ex consulente della Casa Bianca riflette anche sulla propria notorietà. Fauci è atteso mercoledì a un'audizione di una commissione del Senato sulle origini del coronavirus.

Fonti: NPR, The New York Times, The Wall Street Journal

Zelensky atteso alla Casa Bianca e ai funerali del senatore Graham


Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky incontrerà Trump a Washington questa settimana, in una fase di apparente distensione nei loro rapporti, e parteciperà anche ai funerali del senatore Lindsey Graham, che richiameranno nella capitale leader da tutto il mondo e un intervento dello stesso Trump. Tutti i senatori sono stati invitati all'incontro con Zelensky, mentre il Congresso valuta un disegno di legge sulle sanzioni alla Russia.

Fonti: The New York Times, Semafor, ABC News

Nuove vendite sui titoli dei chip riaccendono i timori sull'intelligenza artificiale


I mercati azionari statunitensi hanno chiuso una seduta contrastata: il sollievo per il calo dei prezzi del petrolio è stato oscurato dalle rinnovate tensioni sul comparto dell'intelligenza artificiale, con forti ribassi per i produttori di semiconduttori. Le vendite si sono estese ai colossi asiatici SK Hynix e Samsung, con la sospensione delle contrattazioni sull'indice sudcoreano Kospi. Crescono intanto i rischi di credito legati agli ingenti investimenti dei giganti tecnologici nell'intelligenza artificiale.

Fonti: Financial Times, Semafor

Braccio di ferro tra Trump e il leader della maggioranza al Senato Thune


Il leader della maggioranza al Senato John Thune resiste alle pressioni del presidente Trump, che chiede di non far interrompere i lavori del Senato per la pausa di agosto finché non sarà approvato il SAVE America Act sull'identificazione degli elettori o abolito l'ostruzionismo. Thune ha ribadito che mancano i voti necessari per entrambe le iniziative. Diversi senatori repubblicani, pur riconoscendo qualche malumore, assicurano il loro sostegno alla sua leadership.

Fonti: Axios, Bloomberg, The Hill

Johnson & Johnson pagherà 5,5 miliardi di dollari per chiudere le cause sul talco


Il gruppo farmaceutico Johnson & Johnson ha raggiunto un'intesa da 5,5 miliardi di dollari per chiudere le cause legali legate al suo talco, che secondo circa 76.000 ricorrenti avrebbe provocato il cancro alle ovaie. L'accordo mira a mettere fine a un contenzioso che si trascina da oltre un decennio.

Fonti: The Wall Street Journal, Financial Times

Diffuse le registrazioni delle interviste di Biden per le sue memorie


Il Dipartimento di Giustizia ha reso pubbliche le registrazioni audio delle interviste rilasciate anni fa dall'ex presidente Joe Biden ai collaboratori che lo aiutavano a scrivere le sue memorie, dopo che Biden aveva perso la battaglia legale per impedirne la divulgazione. Nei nastri emergono riferimenti a documenti classificati e alcune lacune di memoria.

Fonti: BBC, Bloomberg

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Per gli elettori Dem l'aborto non è più una priorità


Chi difendeva il diritto all'aborto ha perso le primarie e gli spot sul tema sono meno di un terzo di due anni fa: contano economia e costo della vita. Le organizzazioni però spendono più che mai

Diana DeGette, tra le più note sostenitrici del diritto all'aborto al Congresso americano, ha perso all'inizio del mese la primaria democratica per il suo seggio alla Camera in Colorado contro Melat Kiros, dell'ala socialista-democratica del partito. In Maine, a giugno, Matt Dunlap ha vinto la primaria democratica nel secondo distretto nonostante gli avversari avessero costruito gran parte della campagna sul suo passato antiabortista. Sono gli esempi più recenti di quanto l'aborto sia arretrato come tema elettorale nel 2026, dopo essere stato al centro delle campagne democratiche del 2022 e del 2024.

Da gennaio a metà luglio del 2024 negli Stati Uniti sono andati in onda più del triplo di spot elettorali legati all'aborto rispetto allo stesso periodo del 2026, con una spesa quasi doppia, secondo un'analisi del sito di giornalismo politico NOTUS su dati di AdImpact, una società che traccia la pubblicità elettorale. I sondaggi di questo ciclo mostrano che gli elettori si preoccupano soprattutto di economia e costo della vita, mentre l'aborto è sceso nella lista delle priorità.

Nel 2022 i democratici avevano evitato l'ondata repubblicana alle elezioni di metà mandato concentrando la campagna sulla decisione della Corte Suprema di cancellare la Roe v. Wade, la sentenza del 1973 che garantiva l'accesso all'aborto in tutto il Paese. Nel 2024 la stessa strategia non ha funzionato: i repubblicani hanno neutralizzato gli attacchi e Donald Trump, oggi presidente, ha dichiarato formalmente che il partito non sosteneva un divieto federale di aborto.

L'aborto "è importante come prima, ma nel 2022, con la decisione della Corte Suprema, le persone ne sentivano gli effetti immediati, mentre ora sentono l'aumento del costo della vita, dall'affitto alla spesa", ha detto a NOTUS la deputata democratica della California Nanette Barragán. Susie Lee, deputata del Nevada, uno dei tre Stati dove a novembre si voterà anche una misura per inserire la tutela dell'aborto nella costituzione statale, si aspetta che il tema pesi nella sua corsa, "ma penso che nella vita di tutti i giorni l'economia sia una questione molto più grande per le persone".

Un deputato democratico eletto in un distretto in bilico ha detto a NOTUS che l'abbandono del tema è un bene per il partito: se a novembre dell'anno scorso si fosse chiesto agli americani quali questioni contassero di più, avrebbero risposto costo della vita, immigrazione, tasse, criminalità e sanità; alla domanda su cosa spingessero i democratici, avrebbero risposto diritto all'aborto e diritti LGBTQ. "Perdevamo per questo, perché non parlavamo delle cose di cui parlava la gente", ha detto.

Le organizzazioni per il diritto all'aborto, al contrario, investono più che mai e consigliano ai candidati di legare il tema al costo della vita. Reproductive Freedom for All, una delle principali associazioni del settore, ha annunciato una campagna da 23,5 milioni di dollari, la cifra più alta mai spesa dal gruppo per delle elezioni di metà mandato. Planned Parenthood, la più grande rete americana di cliniche per la salute riproduttiva, ne spenderà oltre 47 per battere i repubblicani che hanno votato per toglierle i fondi federali con la One Big Beautiful Bill, la grande legge di bilancio voluta dal presidente. Angela Vasquez-Giroux, vicepresidente per la comunicazione del braccio elettorale dell'organizzazione, ha detto che gli elettori "hanno preoccupazioni che riguardano sì la spesa, sì la benzina, sì la sanità, sì l'aborto" e che nessuna può essere messa da parte.

Le sconfitte di DeGette e Baldacci si spiegano anche con l'ondata di sfidanti progressisti, alimentata dalla rabbia contro l'establishment, che attraversa le primarie democratiche di quest'anno. "L'elettorato è pieno di rabbia", ha detto a NOTUS la deputata del Vermont Becca Balint, che ha promosso alcune delle principali proposte di legge sul diritto all'aborto: "Chiunque sia in carica può esserne colpito, perché le persone sono disperate, non riescono a permettersi la casa e le cure". Uno stratega democratico ha spiegato che un solido curriculum sul tema non basta più a difendere gli uscenti, perché sostenere l'accesso all'aborto è ormai un principio scontato nel partito: sia Kiros sia DeGette vogliono trasformarlo in legge federale, così gli elettori hanno cercato "qualcuno che sia percepito più come un combattente che come un tattico legislativo".

DeGette ha detto a NOTUS che l'aborto "non è stato davvero un tema nella mia corsa" e che gli elettori pensano soprattutto al costo della vita e all'opposizione a Trump, ma resta una discriminante verso i repubblicani, "una porta d'ingresso per decidere se sostenere qualcuno oppure no". Ayanna Pressley, che con DeGette presiede il gruppo dei parlamentari democratici per il diritto all'aborto, ha attribuito la sconfitta della collega alla voglia di cambiamento dentro il partito e ha respinto l'idea che il tema abbia perso peso: "È una questione economica. Quando si dice che le persone tengono al costo della vita e ai problemi concreti, al centro di tutto c'è l'autonomia sul proprio corpo".

In Maine l'aborto era stato al centro degli attacchi di Joe Baldacci contro Dunlap. Sostenuto da Reproductive Freedom for All, Baldacci lo aveva attaccato con uno spot per un voto del 2003 su una proposta che avrebbe obbligato i medici a informare le pazienti, almeno 24 ore prima dell'intervento, sui rischi e sulle alternative; la proposta non diventò mai legge. Dunlap ha risposto con uno spot in cui si definiva favorevole al diritto di scelta e liquidava Baldacci come un "burattino bugiardo di proprietà dei capi aziendali di Washington". La presidente di Reproductive Freedom for All, Mini Timmaraju, ha detto a NOTUS che l'attacco era legittimo e convincente, "ma è stato il tema principale a decidere quell'elezione? No".

Il tema potrebbe pesare di più nella corsa per il Senato del Maine dopo il ritiro del candidato democratico Graham Platner. Troy Jackson, ex presidente del Senato statale che punta a prenderne il posto, deve già rispondere del suo passato sostegno a proposte antiabortiste e, se otterrà la nomina, sfiderà la repubblicana Susan Collins, che ha una lunga storia di voti a favore del diritto all'aborto; in uno spot recente Jackson ha detto che "l'aborto è assistenza sanitaria" e che lo difenderà "ogni giorno della settimana". Brad Schneider, deputato dell'Illinois, continua comunque a citare il tema in ogni discorso elettorale anche se non è più in cima ai pensieri degli elettori: "Nessuno me lo chiede. Si aspettano solo che io ci sia".


I socialisti Dem non sono mai stati così forti come ora


I socialisti americani non hanno mai avuto così tanto potere politico come oggi. Il mese scorso diversi parlamentari democratici in carica a New York e in Colorado hanno perso le primarie contro sfidanti della sinistra socialista, il prossimo sindaco di Washington DC dovrebbe essere un socialista e Bernie Sanders parla di un movimento "sull'orlo della rivoluzione politica per cui abbiamo combattuto così a lungo". Un'analisi pubblicata sul New York Times ricostruisce due secoli di storia del socialismo americano per spiegare la novità di questa fase: per la prima volta i socialisti non corrono con un proprio partito, ma dentro quello democratico.

Il presidente Trump ha detto il mese scorso che il successo dei politici socialisti-democratici è "la minaccia più seria per il nostro paese dalla sua nascita" e lo ha paragonato a "una forma incontrollabile di cancro". Anche una parte dei vertici democratici li respinge: il deputato del New Jersey Josh Gottheimer ha detto che "se sei socialista, non sei un democratico", mentre un gruppo di deputati moderati ha firmato una lettera in cui dichiara "siamo capitalisti, non socialisti", nel timore che il partito appaia estremo e perda negli stati e nei collegi contendibili. I nuovi candidati hanno posizioni scomode per i dirigenti, come la fine di tutte le espulsioni di immigrati e lo stop agli aiuti militari a Israele.

Stati Uniti · La nuova sinistra
Due secoli di sconfitte da soli, ma ora i socialisti vincono presentandosi come democratici

Dalla comune utopista del 1825 al 6% di Eugene Debs, il socialismo americano non ha mai sfondato con un proprio partito. La nuova generazione ha cambiato strategia: candidarsi nelle primarie democratiche. E ha iniziato a vincere, da New York a Washington DC.
Grafica di FocusAmerica Luglio 2026

Inizio anni 2000
5.000

Luglio 2026
120.000

Iscritti alla DSA,
la principale organizzazione socialista

Iscritti oggi: il massimo
nella storia americana

Il 4 luglio la Democratic Socialists of America ha superato il primato del partito di Debs, fermo dal 1912: mai il socialismo americano era stato così grande

Esplora l'analisi
ILa nuova strategia IIDue secoli di storia IIIPerché solo ora IVLo scontro interno

Il cambio di metodo
Fuori dal partito si è sempre perso, dentro si comincia a vincere
Per oltre un secolo i socialisti americani hanno corso con liste proprie, senza mai avvicinarsi al potere. Oggi quasi tutti i membri della DSA si candidano nelle primarie del Partito Democratico — ed è questa la vera novità storica.

Prima · 1901–2016
Con un proprio partito
6%
Il miglior risultato di sempre a livello nazionale: Eugene Debs alle presidenziali del 1912

Debs si candida cinque volte alla Casa Bianca, senza mai andare oltre
Le uniche vittorie arrivano nelle città, come Milwaukee

Oggi · 2025–26
Dentro le primarie democratiche
New York · Colorado · Washington DC
Dove i candidati socialisti hanno battuto alle primarie i democratici in carica nell'ultimo anno

A New York il sindaco Mamdani è arrivato dalle primarie democratiche
A Washington DC il prossimo sindaco dovrebbe essere un socialista

È la prima volta che un'organizzazione socialista di massa ha membri che quasi tutti decidono di candidarsi da democratici, invece che con una propria lista Michael Kazin · storico, Georgetown University

Dalla comune utopista alle primarie
Come il socialismo americano è arrivato fin qui
Tocca le tappe per leggere che cosa è successo. Le idee socialiste sono riemerse a ogni crisi, ma il movimento non ha mai avuto un partito vincente: la svolta è arrivata cambiando casa.

1825
New Harmony, l'utopia che fallisce in pochi anni

Robert Owen, industriale gallese del cotone inorridito dalle fabbriche inglesi dove bambini di 6 anni lavoravano 16 ore al giorno, fonda in Indiana una comunità dove tutto è condiviso. Si dissolve rapidamente.

1901
Nasce il Partito Socialista d'America

Mette insieme agricoltori delle Grandi Pianure, ebrei laici di New York e artigiani del Midwest, uniti dal rifiuto del grande capitale.

1912
Il tetto del 6 per cento e i «socialisti delle fognature»

Il sindacalista Eugene Debs tocca il suo massimo alle presidenziali. I sindaci socialisti di città come Milwaukee si guadagnano invece fama di buoni amministratori: risanano gli acquedotti, costruiscono biblioteche, parchi e scuole pubbliche.

1935
Le idee entrano nel New Deal, il partito resta fuori

Durante la Grande Depressione Roosevelt introduce la Social Security, il sistema pensionistico pubblico modellato su un'idea socialista, e con i lavori pubblici dà un impiego a milioni di disoccupati. La Guerra Fredda schiaccerà poi i socialisti sull'immagine dei comunisti, che in realtà erano spesso loro rivali.

1963
Due socialisti organizzano la marcia su Washington

A. Philip Randolph e Bayard Rustin mettono in piedi la manifestazione in cui Martin Luther King pronuncia il discorso «I have a dream».

1982
Harrington fonda la DSA con una strategia nuova

Michael Harrington, alleato di King, teorizza che i socialisti non vinceranno mai con una propria bandiera: devono trasformare il Partito Democratico, perseguendo «l'ala sinistra del possibile».

2008
La crisi finanziaria cambia una generazione

I millennial si laureano nel peggior mercato del lavoro dalla Grande Depressione. All'inizio del secolo la DSA contava appena 5.000 iscritti circa.

2016
Sanders sorprende alle primarie democratiche

Conquista i giovani e molti elettori indipendenti, più spaventati dall'insicurezza economica che da uno spauracchio sovietico svanito da decenni. Da quella campagna emergono Alexandria Ocasio-Cortez e Zohran Mamdani.

2025–26
La generazione delle primarie comincia a vincere

Parlamentari democratici in carica perdono le primarie contro sfidanti socialisti a New York e in Colorado; a Washington DC il prossimo sindaco dovrebbe essere un socialista.

Il terreno che rende possibile la svolta
Gli americani credono sempre meno nel capitalismo, i democratici nei loro vertici
Quando il mercato delude e tutto sembra troppo caro, il socialismo si presenta come una via d'uscita: i sondaggi mostrano quanto quel terreno si sia allargato in dieci anni.

«Il capitalismo americano funziona bene o abbastanza bene»
Quota di americani d'accordo, a dieci anni di distanza

2015

60%

2026

48%
−12 punti in dieci anni
Chi risponde che non funziona bene o non funziona affatto è passato nello stesso periodo dal 37% al 51%. Sondaggio Wall Street Journal-NORC, 11–18 giugno 2026.

Gli elettori democratici sono scontenti del proprio partito
Democratici e indipendenti vicini al partito che si dicono insoddisfatti o soddisfatti dei suoi dirigenti

Insoddisfatti

53%

Soddisfatti

45%

Sondaggio New York Times/Siena, maggio 2026. Il malcontento segue la sconfitta con Trump alle presidenziali del 2024.

120.000
Iscritti alla DSA a luglio 2026
Erano circa 5.000 all'inizio degli anni 2000

113.000
Il primato precedente, battuto dopo 114 anni
Il picco del Partito Socialista di Debs, nel 1912

6%
Il massimo mai ottenuto correndo da soli
Eugene Debs, presidenziali 1912

51%
Americani per cui il capitalismo non funziona
Erano il 37% nel 2015 (WSJ-NORC)

La battaglia dentro e fuori il partito
Trump li paragona a un cancro, una parte dei democratici li respinge
La crescita dei socialisti spaventa la Casa Bianca ma anche i dirigenti democratici, che temono di apparire estremi e di perdere nei collegi contendibili.

La minaccia più seria per il nostro Paese dalla sua nascita
Donald Trumppresidente degli Stati UnitiRepubblicano

Se sei socialista, non sei un democratico
Josh Gottheimerdeputato del New JerseyDemocratico

Siamo capitalisti, non socialisti
Lettera di un gruppo di deputati moderatipreoccupati di perdere nei collegi contendibiliDemocratici

Sull'orlo della rivoluzione politica per cui abbiamo combattuto così a lungo
Bernie Sanderssenatore del Vermont, sul movimento socialistaSocialista-democratico

Che cosa chiedono i nuovi candidati

Sanità pubblica universaleUn'idea realizzata da tempo in Europa, al centro del programma della DSA
Stop a tutte le espulsioniLa fine delle deportazioni di immigrati, posizione scomoda per i vertici del partito
Stop agli aiuti militari a IsraeleLa richiesta che più divide i socialisti dai dirigenti democratici

Fonte Analisi del New York Times sulla storia del socialismo americano; sondaggi Wall Street Journal-NORC (11–18 giugno 2026) e New York Times/Siena (maggio 2026); dati sugli iscritti Democratic Socialists of America.

Lo storico della Georgetown University Michael Kazin, ex direttore di Dissent, una rivista della sinistra socialdemocratica, ha detto al New York Times che "è la prima volta che un'organizzazione socialista di massa ha membri che quasi tutti decidono di candidarsi da democratici, invece che con una propria lista". L'organizzazione è la Democratic Socialists of America (DSA), fondata nel 1982, il cui programma chiede tra le altre cose una sanità pubblica universale, un'idea realizzata da tempo in Europa. La strategia interna è meno rivoluzionaria ma molto più minacciosa per i vertici del partito, indeboliti dalla sconfitta con Trump nel 2024 e ormai incapaci di ignorare la crescita alla propria sinistra.

Per quasi due secoli i socialisti americani hanno perso correndo da soli, in un paese dove il movimento non ha mai davvero attecchito. I primi furono utopisti come Robert Owen, industriale gallese del cotone inorridito dalle condizioni delle fabbriche inglesi, dove bambini di 6 anni lavoravano 16 ore al giorno: nel 1825 si trasferì in Indiana e fondò la comunità di New Harmony, dove tutto doveva essere condiviso e che fallì in pochi anni. Il Partito Socialista, fondato nel 1901, mise insieme agricoltori delle Grandi Pianure, ebrei laici di New York e artigiani del Midwest uniti dal rifiuto del grande capitale. Il suo volto era il sindacalista Eugene V. Debs, che si candidò cinque volte alla presidenza: il suo miglior risultato fu il 6 per cento dei voti nel 1912. Alcuni socialisti vinsero invece nelle città: i sindaci di posti come Milwaukee, soprannominati "socialisti delle fognature", si costruirono una reputazione di buoni amministratori risanando gli acquedotti e costruendo biblioteche, parchi e scuole pubbliche.

La Guerra Fredda schiacciò poi i socialisti sull'immagine dei comunisti, che in realtà erano spesso loro rivali: dopo la rivoluzione bolscevica i comunisti americani formarono un partito proprio, che crebbe grazie ai finanziamenti sovietici mentre quello socialista perdeva iscritti. Le idee socialiste però riemergevano nelle crisi. Durante la Grande Depressione Franklin D. Roosevelt introdusse la Social Security, il sistema pensionistico pubblico modellato su un'idea socialista, e con i lavori pubblici, un'altra nozione socialista, diede un impiego a milioni di disoccupati per costruire opere come la diga di Hoover. Negli anni Sessanta due socialisti, A. Philip Randolph e Bayard Rustin, organizzarono la marcia su Washington del 1963 in cui Martin Luther King pronunciò il discorso "I have a dream".

Michael Harrington, alleato di King e cofondatore della DSA, teorizzò già alla fine degli anni Sessanta la strategia che funziona oggi: i socialisti non avrebbero mai avuto successo con una propria bandiera e dovevano trasformare il Partito Democratico, perseguendo "l'ala sinistra del possibile". Il suo libro "The Other America", un ritratto della povertà americana, spinse l'amministrazione di Lyndon B. Johnson a coinvolgerlo nella cosiddetta guerra alla povertà. Furono comunque decenni di declino: alla fine degli anni Ottanta il capitalismo trionfava sui regimi comunisti in dissoluzione e all'inizio del nuovo secolo la DSA contava circa 5.000 iscritti.

La svolta arrivò con la crisi finanziaria del 2008. I millennial si laurearono nel peggior mercato del lavoro dalla Grande Depressione e nel 2016 Sanders, che si definisce socialista-democratico, sorprese alle primarie presidenziali conquistando i giovani e molti elettori indipendenti, più spaventati dall'insicurezza economica che da uno spauracchio sovietico svanito da decenni. Da quella campagna vennero Alexandria Ocasio-Cortez e Zohran Mamdani, che hanno vinto a New York passando dalle primarie democratiche, e la generazione che questa primavera ha vinto con lo stesso metodo da New York al Colorado fino a Washington DC.

Più della metà dei democratici e degli indipendenti vicini al partito si dice frustrata dai suoi dirigenti, secondo un sondaggio New York Times/Siena, e meno della metà degli americani pensa che il capitalismo funzioni bene o abbastanza bene, contro il 60 per cento di dieci anni fa, secondo una rilevazione Wall Street Journal-NORC. Molti di questi elettori non vogliono più tornare allo status quo precedente a Trump, perché non credono più in quel sistema. Per l'autrice dell'analisi è esattamente il tipo di momento storico in cui il socialismo comincia ad avere senso per più persone: quando il mercato crolla e tutto sembra troppo caro, il socialismo si presenta con la visione di una via d'uscita. Per ora però, scrive, a essere rifatto è il partito, non il Paese.


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Sehr treffender Kommentar von Timur Vorkul 👏🏼


Nach dem Anschlag auf den Christopher Street Day in Berlin ist der Schock groß. Doch die Reaktionen der führenden CDU-Politiker lassen sich leicht als bloße Heuchelei entlarven. Ein Kommentar.
netzpolitik.org/2026/forderung…

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Il riposizionamento delle forze americane verso l'Asia non sta andando come previsto


La guerra con l'Iran ha portato i soldati americani in Medio Oriente da 40.000 a 50.000, i tagli in Europa restano limitati dal Congresso e nel Pacifico il numero di militari e mezzi non si muove

I soldati americani in Medio Oriente sono passati da 40.000 a 50.000 da quando è cominciata la guerra con l'Iran, mentre nel Pacifico, la regione che l'Amministrazione dice di considerare prioritaria, il numero di militari e di mezzi è rimasto lo stesso. Un'analisi dell'Economist spiega che il riposizionamento delle forze armate promesso dal presidente Donald Trump non sta andando come previsto e che la presenza militare americana resta sparsa in tutto il mondo.

L'uomo che ha teorizzato quella svolta è Elbridge Colby, oggi responsabile delle politiche del Pentagono. Nel suo libro "Strategy of Denial", pubblicato nel 2021 quando lavorava per un centro studi dopo essere passato dalla prima Amministrazione Trump, Colby sosteneva che le forze armate americane fossero troppo disperse per affrontare tutti i nemici nel mondo e che la priorità dovesse essere la Cina. Gli Stati Uniti, scriveva, "dovrebbero cercare di evitare, ridurre o eliminare impegni costosi o gravosi in altre parti del mondo", perché "quello che viene usato per il Medio Oriente non sarà disponibile per l'Asia".

Per più di ottant'anni gli Stati Uniti hanno costruito basi e dispiegamenti militari per essere il poliziotto del mondo. Nella strategia di difesa nazionale pubblicata a gennaio, Trump ha criticato le Amministrazioni precedenti per aver combattuto "una guerra senza timone dopo l'altra" e ha promesso un approccio "concentrato". In Medio Oriente, però, non c'è stata alcuna riduzione delle forze e la guerra con l'Iran nelle ultime settimane si è allargata: quattro soldati americani sono morti negli ultimi giorni e più di cento sono rimasti feriti dal 7 luglio.

In Europa, il continente dove il cambiamento è stato più drastico, Trump ha già ritirato due delle cinque squadre da combattimento di brigata, circa 4.000 soldati ciascuna, inviate dopo l'invasione russa dell'Ucraina del 2022. Ha detto che manderà 5.000 soldati "in più" in Polonia, ma dovrebbero arrivare da altri paesi europei. Conta di più la decisione presa a giugno dal Dipartimento della Guerra, il ministero della Difesa americano, che ha ridotto di un terzo le forze destinate alla NATO in caso di conflitto, compresi caccia, cacciatorpediniere e sottomarini.

Difesa · Stati Uniti

I militari americani all’estero restano sparsi ovunque

Il Pentagono di Donald Trump ha promesso una postura "focalizzata" sulla Cina. A marzo 2026 i militari americani in servizio attivo fuori dagli Stati Uniti erano 174.400: due su tre stanno in Giappone, Germania e Corea del Sud, i paesi del vecchio dispositivo della guerra fredda.

Dati ufficiali Grafica di Focus America Marzo 2026

Un cerchio per ogni paese o territorio con più di 100 militari in servizio attivo. L’area del cerchio è proporzionale al numero.

Stati Uniti Giappone: 54.900Germania: 37.000Corea del Sud: 23.400Italia: 12.800Regno Unito: 10.200Guam: 7.100Spagna: 3.800Bahrein: 3.200Turchia: 1.700Belgio: 1.122Porto Rico: 657Cuba: 563Kuwait: 559Paesi Bassi: 420Grecia: 407Polonia: 342Honduras: 333Australia: 306Singapore: 274Arabia Saudita: 270Qatar: 254Portogallo: 236Egitto: 188Canada: 157Romania: 149Groenlandia: 142Emirati Arabi Uniti: 129Israele: 107Thailandia: 102Giordania: 100 Regno Unito 10.200Germania 37.000Corea del Sud 23.400Giappone 54.900Spagna 3.800Italia 12.800Turchia 1.700Bahrein 3.200Honduras 333Cuba 563Singapore 274 Australia 306 Guam 7.10011k Dispiegamenti classificati e personale in transito
Giappone 54.900 Germania 37.000 Corea del Sud 23.400 Italia 12.800 Regno Unito 10.200 Guam 7.100 Spagna 3.800 Bahrein 3.200 Turchia 1.700 Classificati o in transito 11.000

Attenzione. Il conteggio esclude i dispiegamenti temporanei e le forze di contingenza: i circa 50.000 militari schierati in Medio Oriente durante la guerra con l’Iran, per esempio, qui non compaiono. È il motivo per cui la Polonia si ferma a 342 militari nonostante i contingenti a rotazione.

Fonte Defence Manpower Data Centre (DMDC), personale militare in servizio attivo al 31 marzo 2026, ripreso da The Economist. Sono mappati i paesi e i territori con più di 100 militari. I valori dei paesi non etichettati sulla mappa sono tratti dall’ultima tabella DMDC per paese disponibile.

A giugno Pete Hegseth, segretario alla Guerra, ha annunciato una revisione di sei mesi dei soldati e delle basi americane in Europa. "Sarà pensata per garantire che la NATO si muova rapidamente e in modo irreversibile verso un'Europa in prima fila, che si assume la responsabilità principale della difesa dell'Europa", ha detto a Bruxelles. L'Amministrazione vuole meno risorse americane nel continente e un uso maggiore di quelle europee: Hegseth ha fatto capire che gli Stati Uniti chiederanno un accesso senza vincoli allo spazio aereo e alle basi europee, che in alcuni casi gli alleati hanno dichiarato inutilizzabili per la guerra contro l'Iran.

Il freno più concreto arriva dal Congresso, che sulla spesa militare ha mostrato una resistenza inusuale al presidente. A dicembre, con la legge che autorizza le spese per la difesa, i parlamentari hanno vietato di ridurre le forze americane in Europa sotto i 76.000 soldati, una soglia che dista solo qualche migliaio di unità dal livello attuale.

Dal Medio Oriente gli Stati Uniti hanno ritirato tutti i soldati dalla Siria e a settembre lasceranno l'Iraq. La guerra con l'Iran ha però dirottato nella regione portaerei e sistemi di difesa antiaerea e ha consumato munizioni americane che erano destinate a un eventuale conflitto con la Cina.

Nel memorandum d'intesa firmato con l'Iran a giugno, gli Stati Uniti si erano impegnati a ritirare le forze dalla "prossimità" dell'Iran entro trenta giorni, una promessa che oggi appare irrealizzabile. Con le basi nei paesi del Golfo colpite dai missili iraniani, le operazioni americane partono da punti più lontani in Israele e in Giordania. Quando la guerra finirà, il problema non sarà se ridurre la presenza americana in Medio Oriente, ma quale forma darle. Funzionari a Tel Aviv parlano di spostare le basi in Israele, dove gli americani hanno un solo dispiegamento permanente, mentre qualsiasi accenno ad abbandonare il Golfo, i cui leader hanno coltivato rapporti stretti con Trump, avrebbe conseguenze diplomatiche pesanti.

La strategia di sicurezza nazionale pubblicata l'anno scorso indica come priorità la sicurezza del territorio americano e di tutto l'emisfero occidentale. Trump ha già rovesciato un leader della regione, Nicolás Maduro in Venezuela, e sta valutando opzioni militari contro Cuba, una scelta che riporterebbe nei Caraibi una marina già sotto sforzo. Gli investimenti recenti in infrastrutture a Porto Rico e a Trinidad e Tobago fanno pensare a dispiegamenti permanenti, ha detto Jennifer Kavanagh del centro studi Defence Priorities.

Nel Pacifico gli ammiragli americani osservano questi sviluppi senza ricavarne molto. La postura militare in Asia non è del tutto immobile: a Guam, isola americana 2.700 chilometri a est di Taiwan, l'ampliamento delle strutture sta facendo salire il costo delle case; l'Australia sta ammodernando una base per sottomarini a Perth, sulla costa occidentale, che permetterà ai sommergibili americani di restare più a lungo nella regione; la fanteria di marina americana ha portato missili più potenti nelle Filippine. In tutta l'area gli aeroporti militari vengono migliorati e le esercitazioni diventano più grandi.

Il numero di soldati e di mezzi americani nel Pacifico è però rimasto stabile. Per buona parte di quest'anno gli Stati Uniti hanno tenuto in Asia una sola portaerei invece delle due che considerano necessarie, il periodo più lungo da cinque anni. In Giappone ci sono circa 55.000 soldati americani, in Corea del Sud circa la metà.

I cambiamenti maggiori riguardano lo spostamento delle forze all'interno della regione. In un discorso a Seoul a gennaio, Colby ha definito la Corea del Sud un "alleato modello" ma ha stupito molti per non aver mai nominato il suo principale avversario, la Corea del Nord. Il Pentagono ha preso in considerazione l'ipotesi di ritirare dalla penisola coreana l'unità americana più potente, una brigata Stryker di 4.500 soldati, per concentrarla sulla Cina.

Trump ha chiesto al Congresso 1.500 miliardi di dollari per il bilancio della difesa del 2026-27, il 44% in più. Anche se la richiesta venisse approvata, quei soldi non si tradurrebbero rapidamente in soldati o in equipaggiamenti. Colby, che aveva avvertito che gli Stati Uniti non potevano permettersi di combattere più guerre e insieme tenere a bada la Cina, deve ora costruire una politica che fa esattamente questo.


Il Pentagono ha taciuto su decine di feriti americani nella guerra con l'Iran


Nella settimana precedente all'attacco iraniano che venerdì ha ucciso due soldati americani in Giordania e lasciato un altro militare disperso, l'Iran aveva già attaccato per tre volte le forze statunitensi nel Paese. Secondo alcuni funzionari americani che hanno parlato in forma anonima con il New York Times, quei raid avrebbero anche ferito decine di militari e danneggiato diversi elicotteri. Il Pentagono, tuttavia, non ha mai informato l'opinione pubblica né degli attacchi né delle loro conseguenze.

La vicenda riporta in primo piano una delle principali tensioni che accompagnano il conflitto con l'Iran: quella tra le esigenze di sicurezza operativa invocate dal Dipartimento della Difesa e il dovere del governo di informare i cittadini sulla conduzione della guerra. Nei comunicati diffusi dopo i bombardamenti della scorsa settimana contro i siti militari iraniani, lo U.S. Central Command ha descritto le operazioni come una rappresaglia per gli attacchi di Teheran alle navi commerciali nello Stretto di Hormuz, senza mai menzionare gli attacchi subiti dalle basi americane nella regione, comprese quelle in Giordania.

Guerra USA-Iran · Trasparenza

La guerra con l’Iran che il Pentagono racconta a metà


Due soldati uccisi venerdì in Giordania e un terzo sabato in Iraq portano a 17 i militari americani caduti dal 28 febbraio. Ma sui tre attacchi subiti dalle basi in Giordania nella settimana precedente il Dipartimento della Difesa non ha detto nulla.

Grafica di FocusAmerica 20 luglio 2026

Militari americani caduti dall’inizio degli attacchi contro l’Iran
0
caduti dal 28 febbraio 2026
a cui si aggiunge un militare disperso in Giordania
Quasi 5 mesi di guerra a fasi alterne Ultimo briefing di rilievo: inizio maggio

Il bilancio dell’ultima settimana
Quello che il Pentagono ha detto, quello che ha taciuto

Comunicato
2 soldati uccisi venerdì in un attacco con missili e droni su una base in Giordania; 1 militare disperso
4 feriti ricoverati in ospedali giordani e poi dimessi; altri, in numero non precisato, già tornati in servizio
1 militare morto sabato nel nord dell’Iraq nella detonazione controllata degli ordigni di un drone iraniano abbattuto

Taciuto
3 attacchi iraniani alle basi USA in Giordania nella settimana precedente, mai resi pubblici
Decine di militari feriti e diversi elicotteri danneggiati in quei raid, secondo funzionari citati dal New York Times
Il numero degli obiettivi colpiti ogni giorno in Iran, che il Central Command ha smesso di comunicare
Quanto la guerra ha ridotto le scorte americane di armamenti critici: mai chiarito dall’Amministrazione

Il comando sostiene che pubblicare i dati sui feriti aiuterebbe Teheran a valutare l’efficacia dei propri missili e droni.

Gli ultimi sette giorni

Settimana dell’11 luglioNon comunicato
L’Iran colpisce tre volte le forze americane in Giordania. Decine di feriti ed elicotteri danneggiati: il Pentagono non ne dà notizia.

Venerdì 17 luglio2 caduti · 1 disperso
Missili balistici e droni iraniani colpiscono una base in Giordania: due soldati dell’esercito uccisi, un militare risulta disperso.

Sabato 18 luglio1 caduto
Un militare muore nel nord dell’Iraq durante la detonazione controllata degli ordigni inesplosi di un drone iraniano abbattuto.

Domenica 19 luglio
Il Central Command riferisce di aver rinvenuto altri resti umani non identificati nel luogo dell’attacco, dove proseguono le ricerche del disperso. Gli esami sono in corso.

Fonte: U.S. Central Command; New York Times Dati aggiornati al 19 luglio 2026

Un funzionario militare ha spiegato che il Central Command non è tenuto a divulgare informazioni sui feriti, soprattutto quando questi possono tornare rapidamente in servizio. Un altro ha indicato una ragione più esplicita: rendere pubblici quei dati consentirebbe a Teheran di valutare con maggiore precisione l'efficacia dei propri missili balistici e droni e di calibrare i successivi attacchi contro le basi mediorientali nelle quali sono schierati migliaia di soldati americani. Per lo stesso motivo, il comando ha smesso di comunicare il numero degli obiettivi colpiti ogni giorno in territorio iraniano.

Cinque mesi di guerra avvolti nel riserbo


La reticenza riguarda ormai l'intera strategia militare. Dal fallimento della fragile tregua, il Pentagono ha fornito pochissime informazioni sull'andamento di una guerra che, a fasi alterne, dura da quasi 5 mesi: l'ultimo briefing di rilievo risale all'inizio di maggio. L'Amministrazione Trump non ha chiarito quanto il conflitto abbia ridotto le scorte americane di armamenti critici e costosi, né in quale misura l'Iran sia riuscito a preservare o ricostruire le proprie capacità missilistiche.

Con i due soldati dell'esercito uccisi venerdì in Giordania e il militare morto sabato nel nord dell'Iraq durante la detonazione controllata degli ordigni inesplosi di un drone iraniano abbattuto, salgono a 17 gli americani caduti dall'inizio degli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l'Iran, il 28 febbraio. Domenica il Central Command ha inoltre riferito di aver rinvenuto altri resti umani non identificati nel luogo dell'attacco in Giordania, dove proseguivano le ricerche del disperso. Gli esami per stabilirne l'identità sono ancora in corso.

I protocolli prevedono che i nomi dei caduti vengano diffusi soltanto 24 ore dopo la notifica ai familiari, mentre le identità dei feriti non sono normalmente rese pubbliche. Sabato il comando ha comunicato che 4 militari rimasti feriti nell'attacco di venerdì erano stati ricoverati in ospedali giordani e successivamente dimessi. Altri soldati, senza precisarne il numero, avevano riportato ferite lievi ed erano già tornati in servizio. Il comunicato non conteneva invece alcun riferimento ai feriti dei tre attacchi precedenti.

In una breve telefonata a NewsNation, il presidente Donald Trump ha affermato che i soldati sono morti "al servizio del nostro Paese" e ha ribadito l'obiettivo principale della guerra: impedire all'Iran di dotarsi di un'arma nucleare. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha scritto sui social che la morte dei due militari non farà altro che rafforzare la determinazione degli Stati Uniti.


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Quando chi indaga sui crimini più gravi viene colpito economicamente e isolato senza un processo, a essere minacciata è l’idea stessa che il potere debba rispondere alla legge.

Le sanzioni imposte dagli Stati Uniti contro giudici e funzionari della Corte penale internazionale hanno comportato il congelamento di conti e beni, l’interruzione di servizi bancari e digitali e ostacoli al lavoro di chi indaga su genocidi, crimini contro l’umanità e crimini di guerra.

Volt Italia difende l’indipendenza della Corte anche quando le sue indagini riguardano gli Stati più potenti, noi stessi o i nostri alleati: per questo, il 16 luglio a Roma, abbiamo partecipato alla manifestazione promossa da Eumans e Non c’è Pace Senza Giustizia; per Volt Italia è intervenuto Guido Silvestri, presidente del Consiglio strategico.

Ora l’Unione europea deve agire: attivare lo Statuto europeo di blocco, uno scudo giuridico che impedisca alle imprese europee di applicare nell’Unione le sanzioni extraterritoriali statunitensi, ne neutralizzi gli effetti e consenta di ottenere il risarcimento dei danni.

Difendere la Corte significa difendere il diritto dalla legge del più forte. E noi lo faremo sempre.

#CortePenaleInternazionale #GiustiziaInternazionale #DirittoInternazionale #StatoDiDiritto #DirittiUmani #EuropaFederale #Volt #VoltItalia

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✨ JadeProx: il cluster cinese che si è tradito da solo mentre colpiva ospedali, ministeri e università in Asia
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/jadepr…

@informatica


JadeProx: il cluster cinese che si è tradito da solo mentre colpiva ospedali, ministeri e università in Asia


Un server Alibaba Cloud lasciato aperto per errore ha smascherato un intero cluster di cyberspionaggio China-nexus: intrusioni attive contro un ospedale vietnamita, il Ministero degli Esteri malese, decine di istituti universitari di Hong Kong e persino un pacchetto di spear-phishing indirizzato al Congresso dell’Honduras. Group-IB lo chiama JadeProx, e la sua tradecraft ruota attorno a un loader Windows mai documentato prima, il TriBack Loader, distribuito anche tramite un finto installer di Claude.

Un errore operativo che vale un intero dossier


A metà aprile 2026 i ricercatori di Group-IB hanno individuato, nella regione Singapore di Alibaba Cloud, un server di staging esposto senza alcuna autenticazione. Al momento della pubblicazione del report, il 23 luglio 2026, il server era già stato smantellato, ma la sua cronologia bash, i pacchetti di phishing, gli strumenti post-exploitation e i path dei webshell hanno permesso di ricostruire in dettaglio un’operazione attiva su tre continenti diversi.

Gli obiettivi identificati sono eterogenei ma coerenti con un mandato di raccolta informativa ad ampio spettro tipico degli operatori legati alla Cina: il sistema di imaging medicale (PACS, Picture Archiving and Communications System) di un ospedale pubblico vietnamita, da cui transitano radiografie, TAC e risonanze dei pazienti; il Ministero degli Esteri della Malesia, violato con webshell e strumenti di tunneling; l’infrastruttura universitaria di Hong Kong, colpita con una scansione massiva; e un pacchetto di spear-phishing con decoy finanziario indirizzato al Congresso Nazionale dell’Honduras. Gli operatori sono arrivati al server dell’ospedale vietnamita attraverso webshell piazzate su un’interfaccia di gestione Java esposta su Internet.

TriBack Loader: un unico loader, quattro varianti


Al centro della tradecraft c’è un loader Windows che Group-IB battezza TriBack Loader, mai documentato in precedenza. Compare in quattro catene di infezione, tutte costruite attorno al DLL sideloading: un eseguibile legittimo firmato viene abbinato a una DLL malevola e a un payload cifrato in formato .dat o .log.

La DLL inverte i byte del payload, li decifra con XOR a chiave rotante, ed esegue lo shellcode tramite chiamate Win32 che gli EDR monitorano meno rispetto alla classica CreateThread. Le quattro varianti si differenziano proprio nella chiamata finale usata per l’esecuzione: due si affidano a InitOnceExecuteOnce e a un callback TimerQueue, una terza sfrutta EtwpCreateEtwThread, una routine non documentata di ntdll per la creazione di thread. Anche il binario firmato ospite cambia da variante a variante. Per i ricercatori, la ripetizione sistematica della stessa sequenza di API suggerisce l’esistenza di un builder automatizzato per la generazione del loader.

Due varianti distribuiscono AdaptixC2, framework open source di post-exploitation già osservato in altre campagne ransomware. Una terza variante, particolarmente insidiosa, si maschera da software Claude: usa DonutLoader per eseguire Beagle, una backdoor documentata per la prima volta da Sophos. La quarta variante resta un mistero: il file cifrato che ne conteneva il payload non è mai stato recuperato.

L’esca perfetta: un finto Claude con MSI malevolo


Uno degli aspetti più rilevanti per un pubblico di professionisti è la campagna di impersonificazione del software Anthropic. Il dominio claude-pro[.]com, registrato il 28 marzo 2026, ha distribuito un installer MSI malevolo che, superato un prompt UAC, posizionava la catena di sideloading nella cartella di avvio di Windows per garantirsi la persistenza. La backdoor Beagle consegnata da questa variante comunicava con license[.]claude-pro[.]com come infrastruttura di comando e controllo.

Sophos, lavorando a partire dal sito fasullo, dalla sua infrastruttura di hosting e dai campioni di malware raccolti, ha rilevato la stessa chiave XOR riutilizzata in build risalenti a febbraio 2026, ma ha specificato che una chiave condivisa non basta da sola a confermare un singolo attore dietro tutte le campagne: nell’ecosistema China-nexus gli strumenti circolano liberamente tra gruppi diversi. Lo stesso approccio prudente vale per Group-IB, che raggruppa le intrusioni asiatiche sotto l’etichetta JadeProx senza attribuirle in modo definitivo a un gruppo APT già catalogato.

Se la valutazione di Sophos è corretta e il sito fasullo faceva parte di una campagna di malvertising attiva, l’esposizione va ben oltre ministeri e ospedali: raggiunge chiunque, nel mondo, stesse semplicemente cercando di scaricare Claude.

Vulnerabilità vecchie di anni per colpire infrastrutture nuove


Sul fronte dello scanning contro l’istruzione di Hong Kong, gli operatori hanno lanciato Nuclei con template a severità critica contro una lista di 14.653 URL legati al settore educativo, individuando 13 vulnerabilità uniche. Il report non specifica quanti tentativi di sfruttamento successivi abbiano avuto successo, ma indica quattro CVE specifiche tentate contro singoli host, tutte con punteggio CVSS 9.8: CVE-2018-11511 (ASUSTOR ADM), CVE-2021-24139 (plugin WordPress 10Web Photo Gallery), CVE-2021-31755 (router Tenda AC11) e CVE-2021-32305 (WebSVN).

Il dettaglio interessante per i difensori è che la falla su Tenda AC11 è nel catalogo KEV (Known Exploited Vulnerabilities) di CISA dal 3 novembre 2021, con una scadenza di remediation federale spirata appena due settimane dopo. In altre parole: la parte “artigianale” e sofisticata di questa operazione — loader custom, sideloading, ETW abuse — si appoggia a un ingresso iniziale banale, fatto di CVE pubbliche e non patchate da anni. L’ingegneria del loader conta poco se la porta d’ingresso resta aperta dal 2021.

Cosa monitorare


Group-IB e i ricercatori coinvolti raccomandano di concentrare il rilevamento sulla catena di sideloading piuttosto che sui singoli indicatori di rete, dato che nomi file e host firmati cambiano a ogni build:

  • Segnalare binari vendor firmati eseguiti da directory scrivibili dall’utente, temporanee o dalla cartella Startup, specialmente in presenza di file .dat o .log cifrati nella stessa cartella.
  • Cercare copie sospette di hostfxr.dll, avk.dll o MpClient.dll, insieme a cartelle annidate del tipo _CL_###### e allo script ~del.vbs.bat.
  • Bloccare o investigare i domini del cluster: claude-pro[.]com, license[.]claude-pro[.]com, sylverixstrategy[.]com, gouvvbo[.]top, vertextrust-advisors[.]com, e tre domini civetta che imitano vendor di sicurezza condividendo lo stesso IP — update-trellix[.]com, update-crowdstrike[.]com, update-sentinelone[.]com.
  • Dare priorità alle applicazioni Java esposte su Internet, quindi a qualsiasi sistema pubblico con una falla non patchata di severità 9.8, incluse le quattro citate.


Indicatori di compromissione

Domini:
claude-pro[.]com (registrato 28/03/2026)
license[.]claude-pro[.]com
sylverixstrategy[.]com
gouvvbo[.]top
vertextrust-advisors[.]com
update-trellix[.]com
update-crowdstrike[.]com
update-sentinelone[.]com

Infrastruttura di staging:
43.106.71[.]28:8000

CVE sfruttate (CVSS 9.8):
CVE-2018-11511 - ASUSTOR ADM
CVE-2021-24139 - 10Web Photo Gallery (WordPress)
CVE-2021-31755 - Tenda AC11 (KEV CISA dal 03/11/2021)
CVE-2021-32305 - WebSVN

Artefatti su disco:
hostfxr.dll / avk.dll / MpClient.dll (copie sospette)
_CL_###### (cartelle annidate)
~del.vbs.bat

Malware associato:
TriBack Loader (loader custom, DLL sideloading)
AdaptixC2 (post-exploitation open source)
DonutLoader -> Beagle backdoor

Fonti: report Group-IB, The Hacker News, Sophos.