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Hasan Piker divide i democratici dopo le frasi sugli ebrei americani


Jeffries, Booker, Slotkin, Rosen e Ossoff condannano lo streamer vicino alla sinistra DSA. Lui attacca l'AIPAC e respinge le accuse di antisemitismo.

Numerosi parlamentari democratici hanno condannato Hasan Piker, lo streamer di Twitch diventato una presenza ricorrente nelle campagne della sinistra del partito, dopo che ha affermato che gli ebrei americani potrebbero subire violenze se continueranno a essere percepiti come sostenitori incondizionati di Israele. Secondo la lista compilata da Newsweek, tra gli esponenti che hanno preso posizione figurano il leader della minoranza democratica alla Camera Hakeem Jeffries, i senatori Cory Booker, Elissa Slotkin, Jacky Rosen e Jon Ossoff e i deputati Josh Gottheimer, Ritchie Torres, Jared Moskowitz, Brad Schneider, Greg Stanton, Hillary Scholten, Haley Stevens e Jake Auchincloss.

Il caso nasce dalla diretta del 20 agosto in cui Piker ha mostrato la fotografia di Jeremy Moss, senatore statale del Michigan, ebreo e candidato democratico nell'11° distretto congressuale dello Stato, mentre online circolava un audio falso nel quale Moss avrebbe affermato di essersi candidato soltanto per preservare il sostegno americano a Israele. Da lì lo streamer ha allargato il discorso:

"Se gli ebrei in America continuano a diffondere l'idea di avere un interesse particolare per Israele, alla fine qualcuno arriverà e agirà, non contro lo Stato di Israele, badate bene, ma contro gli ebrei americani".


Slotkin ha subito ricordato l'attacco antisemita avvenuto vicino a una sinagoga del Michigan all'inizio dell'anno. "Non dovrebbe essere difficile: nessuna comunità deve subire la minaccia della violenza per le proprie opinioni politiche", ha scritto. "Dare la colpa alle vittime della violenza per averla provocata non fa che metterle ulteriormente in pericolo". Rosen ha invece parlato di "un nuovo minimo" per uno streamer che "da tempo diffonde stereotipi antisemiti".

Jeffries, che inizialmente aveva definito l'affermazione "pericolosa e antisemita" senza fare nomi, il giorno successivo ha confermato alla CNN di riferirsi a Piker, aggiungendo che quelle parole sono "pericolose, malevole e antisemite e non dovrebbero essere tollerate da nessuno nello spazio pubblico". Ossoff, l'ultimo a intervenire e, come Booker, considerato tra i possibili candidati democratici alla presidenza nel 2028, ha fatto sapere di "respingere senza riserve la retorica sconsiderata e pericolosa secondo cui l'attività politica giustificherebbe la violenza contro la comunità ebraica o qualsiasi altra comunità".

Piker attacca l'AIPAC e non arretra


Piker però non ha fatto passi indietro. Su X ha attribuito le condanne a una telefonata dell'AIPAC, la lobby filo-israeliana che ha definito "una lobby di un governo straniero finanziata da miliardari MAGA". "Sono unanimi nel loro odio verso di me e accolgo volentieri il loro odio. Se difendete il genocidio di Israele, la sua occupazione, la sua strage di bambini, i vostri attacchi non significano nulla per me", ha scritto. Ha poi chiesto ai suoi follower di calcolare quanto denaro ciascuno dei democratici che lo aveva condannato avesse ricevuto dall'AIPAC e ha accusato la lobby filo israeliana di sfruttare la polemica per distogliere l'attenzione dall'amministrazione Trump in vista delle elezioni di metà mandato.

Piker ha inoltre respinto come "puro razzismo" e "volgare tribalismo etnoreligioso" l'argomento secondo cui il suo background lo renderebbe inadatto a parlare della sicurezza degli ebrei e ha attaccato Ted Deutch, amministratore delegato dell'American Jewish Committee, che aveva scritto che "gli ebrei vengono ora incolpati per l'aumento dell'odio violento contro di loro". Ha criticato anche la nomina di Moskowitz a capogruppo della minoranza nella Sottocommissione Esteri sul Medio Oriente, definendo il gruppo "una formazione folle di democratici sostenuti dall'AIPAC" e sostenendo che la scelta vada nella direzione opposta alle richieste della base sulla politica estera del partito.

Il volto della sinistra DSA, ma con una presa limitata


Lo scontro arriva dopo settimane in cui Piker aveva chiesto ai vertici democratici di difenderlo pubblicamente dagli attacchi arrivati dai repubblicani. "A un certo punto dovrete letteralmente difendermi", aveva detto, sostenendo che il partito dovesse riconoscere che lui non è "una forza radicale, pericolosa e tossica".

Piker è diventato un volto ricorrente nelle campagne dei candidati vicini ai Democratic Socialists of America. È salito sul palco con Abdul El-Sayed in Michigan, tanto che i repubblicani lo hanno definito il suo "compagno di corsa", anche se dopo le ultime dichiarazioni lo stesso El-Sayed ha preso le distanze. Ha partecipato inoltre a eventi con Francesca Hong in Wisconsin, così come alla festa elettorale del sindaco eletto di New York Zohran Mamdani e ha ospitato più volte il deputato Ro Khanna. La sua presa sull'elettorato democratico resta però limitata: un sondaggio nazionale tra elettori democratici e simpatizzanti ha rilevato che sei su dieci non avevano mai sentito parlare di lui.

In passato Piker aveva fatto altre affermazioni controverse, come quando ha detto che gli Stati Uniti "si meritavano" l'11 settembre, ha descritto Hamas come "mille volte migliore dello Stato fascista, coloniale e di apartheid" di Israele e ha fatto commenti che, secondo i suoi critici, minimizzavano le violenze sessuali del 7 ottobre 2023. Ad aprile Gottheimer e il repubblicano Mike Lawler hanno presentato una risoluzione bipartisan contro la retorica antisemita di Piker e della commentatrice conservatrice Candace Owens. Twitch lo aveva inoltre sospeso nel maggio 2025 per "gestione impropria di propaganda terroristica", dopo che aveva letto in diretta il manifesto dell'uomo accusato di aver ucciso due dipendenti dell'ambasciata israeliana a Washington.


Chi è Hasan Piker, lo streamer che divide i democratici


Da una settimana il Partito Democratico americano discute di Hasan Piker, 35 anni, il commentatore politico più seguito di Twitch, la piattaforma di streaming video nata per i videogiochi. Il 20 agosto, durante una diretta, Piker ha avvertito che "se gli ebrei in America continuano a diffondere l'idea di essere interessati soltanto a Israele, prima o poi qualcuno passerà all'azione, non contro lo stato di Israele, ma contro gli ebrei americani". Mentre parlava, sullo schermo c'era la foto di Jeremy Moss, senatore dello stato del Michigan, ebreo e candidato democratico alla Camera.

Piker stava commentando una polemica nata da un audio circolato online in cui Moss avrebbe detto che l'"intero scopo" della sua campagna era garantire il sostegno americano a Israele. Moss lo ha definito un audio manipolato, con "cose che non ho mai detto e non direi mai". Allo streamer ha poi risposto: "Non mi farò fare la lezione da un podcaster californiano su cosa la comunità ebraica della contea di Oakland, in Michigan, debba o non debba credere. E di certo non ci lasceremo convincere che siamo noi i responsabili dei danni antisemiti che subiamo".

Le condanne sono arrivate da tutto il partito. Hakeem Jeffries, il capo dei democratici alla Camera, in un'intervista alla CNN ha definito le parole di Piker "pericolose, maliziose e antisemite", aggiungendo che "non dovrebbero essere tollerate da nessuno nella sfera pubblica". La deputata del Michigan Hillary Scholten lo ha descritto come "un mestierante che prospera su odio, shock e clamore perché non ha sostanza". La senatrice Elissa Slotkin ha scritto che "nessuna comunità dovrebbe subire la minaccia della violenza per le proprie posizioni politiche" e che dare la colpa alle vittime le mette ancora più in pericolo. Piker ha respinto le accuse. "Questo non è un appello alla violenza", ha scritto su X.

Il caso pesa su una delle corse più importanti delle elezioni di metà mandato (midterm) di novembre, quella per il seggio del Michigan al Senato. Le polemiche stanno complicando i tentativi dei democratici di ricompattarsi dopo le primarie. All'inizio di agosto Abdul El-Sayed, esponente della sinistra del partito, ha vinto la nomination battendo la deputata moderata Haley Stevens con un margine più stretto del previsto. A novembre affronterà il repubblicano Mike Rogers. Piker lo ha accompagnato per tutta la campagna: in aprile ha partecipato con lui a due comizi nei campus universitari dello stato ed era presente anche la sera della vittoria alle primarie.

El-Sayed ha preso le distanze senza mai nominarlo: "l'antisemitismo è una piaga e dobbiamo affrontarlo in tutte le sue forme", ha scritto in un comunicato, precisando che "nessuno parla per questa campagna oltre a me e ai miei portavoce". Non è bastato. Scholten ha detto a Politico che non farà campagna con El-Sayed finché continuerà a frequentare Piker, Moss non ha ancora annunciato il proprio sostegno al candidato e Rogers lo ha accusato di non avere "il coraggio" di sconfessare del tutto lo streamer. El-Sayed prova a spostare la discussione. "La gente non riesce a pagare la spesa, la benzina, il medico. Ed è di questo che Mike vuole parlare: di uno streamer di Twitch", ha risposto su X. Piker, dal canto suo, ha definito "neutrale" il comunicato del candidato e ha detto che così si finisce per legittimare "la diffamazione".

Nato nel 1991 in New Jersey da genitori turchi e cresciuto in Turchia, Piker viene da una famiglia benestante: secondo una ricostruzione della rivista conservatrice National Review, il padre ha lavorato per 24 anni in Sabancı Holding, uno dei più grandi gruppi industriali turchi, arrivando fino al consiglio di amministrazione. Lo zio è Cenk Uygur, fondatore della rete progressista The Young Turks, dove Piker è entrato come stagista nel 2013 dopo la laurea alla Rutgers University; lui stesso si è definito un "nepo baby", cioè un raccomandato di famiglia. Nel 2018 ha aperto il proprio canale su Twitch e dal 2020 lo streaming è il suo lavoro a tempo pieno. Trasmette sette-otto ore al giorno per sette giorni alla settimana e il suo è il primo canale della piattaforma nella categoria dedicata a politica e attualità.

Il New York Times gli ha dedicato nel 2025 un lungo profilo intitolato "Una mente progressista in un corpo fatto per la manosphere", la galassia online degli influencer maschili di destra. Piker è alto un metro e 93, ha un fisico da atleta costruito con anni di pesi, parla di armi, videogiochi e basket, ma si dichiara socialista e non ha problemi a mostrarsi con lo smalto sulle unghie o una collana di perle. Molti lo hanno soprannominato "il Joe Rogan della sinistra", un paragone che lui respinge. Il suo pubblico è giovane e in maggioranza maschile: in un sondaggio tra gli spettatori del 2023, circa il 70 per cento si è dichiarato uomo e più del 60 per cento ha detto di avere meno di 30 anni.

L'Anti-Defamation League, la principale organizzazione ebraica americana contro l'antisemitismo, gli ha dedicato una scheda che gli attribuisce 11,3 milioni di follower complessivi e documenta anni di dichiarazioni: il sostegno espresso a gruppi classificati come terroristici dagli Stati Uniti, tra cui Hamas, Hezbollah e gli Houthi, i dubbi sollevati sulle violenze sessuali commesse da Hamas il 7 ottobre 2023, la definizione del sionismo come "malattia mentale" e il paragone tra i sionisti liberali e i "nazisti liberali". Ad aprile, ospite del podcast progressista Pod Save America, Piker ha confermato una delle sue frasi più contestate: "voterei per Hamas al posto di Israele ogni singola volta". Nel 2019, prima di diventare famoso, aveva detto che l'America "si è meritata" gli attentati dell'11 settembre, una frase che in seguito ha ritrattato. Sul resto non arretra. Quando a marzo Politico gli ha chiesto se avesse mai parlato a sproposito, ha risposto: "Sbagliato? No. Estrapolato dal contesto? Assolutamente".

Piker ha sempre respinto l'accusa di antisemitismo: "trovo l'antisemitismo del tutto inaccettabile", ha detto al New York Times, "e trovo molto pericolosa la sovrapposizione tra antisemitismo e antisionismo". Ad aprile Ezra Klein, editorialista dello stesso giornale, ha scritto che Piker non è un "odiatore di ebrei" ma un antisionista e che il suo successo riflette uno spostamento reale dell'opinione pubblica. Secondo un sondaggio Gallup di febbraio, per la prima volta gli americani che simpatizzano per i palestinesi sono più numerosi di quelli che simpatizzano per gli israeliani e tra i democratici il divario è di 65 contro 17 per cento. Per Klein escludere dal dibattito figure come Piker è controproducente, come lo fu per i democratici evitare i grandi podcast nel 2024, cedendo quegli spazi alla destra.

A maggio 2025, di ritorno da un viaggio a Parigi, Piker è stato trattenuto per circa due ore all'aeroporto di Chicago dagli agenti della Customs and Border Protection, l'agenzia federale che controlla le frontiere, che lo hanno interrogato sulle sue opinioni politiche, sul presidente Donald Trump e su eventuali legami con Hamas, Hezbollah e gli Houthi. Il Dipartimento per la Sicurezza interna ha parlato di un controllo di routine, ma l'episodio ha alimentato i timori di una stretta dell'amministrazione sulle voci critiche verso Israele e verso il presidente.

Nonostante il dossier, una parte del partito continua a cercarlo. Negli anni Piker ha intervistato Bernie Sanders, Alexandria Ocasio-Cortez e Rashida Tlaib e nel 2024 ha trasmesso in diretta dalla convention democratica. Quando a marzo Politico ha domandato ad alcuni possibili candidati alla presidenza del 2028 se parteciperebbero al suo programma, il governatore della California Gavin Newsom e il democratico Rahm Emanuel hanno risposto di sì, i senatori Cory Booker e Ruben Gallego, oltre alla stessa Slotkin, hanno detto di no, mentre il deputato Ro Khanna e Ocasio-Cortez ci erano già stati. El-Sayed ha spiegato all'Associated Press che i comizi con Piker e le interviste ai media conservatori come Fox News servono allo stesso scopo, cioè raggiungere elettori che il partito non intercetta più: "Il Partito Democratico, francamente, ha rinunciato all'idea della persuasione. Se vuoi persuadere sul serio, ti confronti con quel pubblico e passi attraverso quel creator".

La vicenda del Michigan racconta il dilemma dei democratici a poco più di due mesi dal voto: per la sinistra Piker è un megafono capace di parlare a milioni di giovani che il partito ha perso, per i moderati un peso che rischia di costare un seggio decisivo per il controllo del Senato. El-Sayed vorrebbe chiudere la discussione e parlare di prezzi e sanità. Per ora, come ha detto Scholten, "c'è ancora molto lavoro da fare per unire il partito".


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Perché in ogni Paese europeo, Islanda inclusa, ci sono sciacalli come voi che costruiscono consenso sull’antieuropeismo, sulla paura e sulle falsità sull’Europa. Semplice.

#Islanda #UnioneEuropea #Referendum #Lega #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Trump vuole che il Pentagono gestisca il petrolio venezuelano


Gli Stati Uniti prenderanno il 35% di North American Blue Energy Partners, l'azienda di Alejandro Betancourt che avrà per cento anni i diritti su 17 giacimenti con 65 miliardi di barili.

Il governo degli Stati Uniti si prepara a diventare azionista di una società petrolifera privata venezuelana. Secondo il Wall Street Journal, Washington acquisirà una partecipazione passiva del 35% in North American Blue Energy Partners (NABEP), la società controllata dall'imprenditore Alejandro Betancourt che riceverà per cento anni i diritti di sfruttamento su 17 giacimenti petroliferi venezuelani. Gli Stati Uniti otterranno inoltre il diritto di acquistare al prezzo di costo il 20% della produzione della società.

Secondo la ricostruzione del quotidiano, l'operazione sarà strutturata attraverso l'Office of Strategic Capital (OSC), l'ufficio del Dipartimento della Difesa che finanzia settori considerati strategici per la sicurezza nazionale. L'OSC dovrebbe utilizzare i cosiddetti "penny warrant", ovvero strumenti finanziari che consentono di acquistare azioni a un prezzo simbolico, permettendo così al governo americano di ottenere una partecipazione nell'azienda senza un esborso significativo di capitale. L'ufficio, istituito nel 2022 per sostenere le industrie critiche per la sicurezza nazionale, ha cominciato a erogare prestiti soltanto durante la seconda Amministrazione Trump e finora si era limitato a prestiti e garanzie.

I 17 giacimenti petroliferi conterrebbero complessivamente 65 miliardi di barili, vale a dire circa un quinto delle riserve accertate del Venezuela. Secondo funzionari americani citati dal Wall Street Journal, NABEP diventerebbe così la seconda società al mondo per riserve provate controllate, dietro soltanto alla saudita Aramco. Trump ha annunciato l'intesa venerdì sera sui social, senza fornire dettagli sulla sua struttura. I due governi ne avevano discusso per mesi, attraverso incontri riservati e frequenti viaggi a Caracas. Trump e la presidente ad interim Delcy Rodríguez avrebbero concordato le linee generali dell'accordo in una telefonata pochi giorni prima dell'annuncio.

Il Segretario di Stato Marco Rubio ha definito l'intesa "una grande vittoria" per gli Stati Uniti, sostenendo che garantirà petrolio a basso costo nell'emisfero occidentale e contribuirà a ridurre i prezzi della benzina negli Stati Uniti. Rodríguez ha invece affermato che l'accordo porterà più di 100 miliardi di dollari di investimenti, oltre 209 miliardi di entrate fiscali e migliaia di posti di lavoro, contribuendo alla ricostruzione dell'industria petrolifera venezuelana.

Betancourt opera da anni come intermediario negli accordi energetici venezuelani ed è vicino alla presidente ad interim Rodríguez. In passato è stato oggetto di indagini penali per presunto riciclaggio in Spagna e Svizzera, senza essere però formalmente incriminato. North American Blue Energy Partners è diventata negli ultimi due anni il secondo produttore privato di petrolio del Venezuela, dietro la statunitense Chevron. I funzionari americani si sono rivolti a Betancourt perché la sua società è già operativa nel Paese sud americano e perché l'imprenditore mantiene rapporti stretti con i vertici attuali del governo venezuelano.

L'Amministrazione Trump aveva cercato inutilmente per mesi di convincere ExxonMobil e ConocoPhillips a tornare nei giacimenti venezuelani e ad aumentare rapidamente la produzione di petrolio. Gran parte dell'industria petrolifera americana è però rimasta alla finestra, scoraggiata dalle infrastrutture deteriorate del Paese e dai rischi legali e di sicurezza. Ora quelle stesse aziende potrebbero trovarsi a competere con una società privata sostenuta dal governo americano e titolare dei diritti su una vasta quantità di riserve. "Perché gli Stati Uniti stanno sovvenzionando e costruendo un grande concorrente dell'industria petrolifera americana?", ha detto al Wall Street Journal Ed Hirs, economista dell'energia dell'Università di Houston.

Venezuela · L'accordo sul petrolio

Washington entra nel petrolio venezuelano: il 35% di una società privata e cento anni di diritti su 17 giacimenti

Il governo americano acquisirà una quota passiva in North American Blue Energy Partners, la società di Alejandro Betancourt che per cento anni avrà i diritti di sfruttamento su 17 giacimenti: 65 miliardi di barili, un quinto delle riserve accertate del Paese.

Grafica di FocusAmerica Agosto 2026

Che cosa ottiene il governo degli Stati Uniti

Su ogni cinque barili di riserve venezuelane, uno finisce nei 17 giacimenti concessi a NABEP.

La scala

Un quinto del sottosuolo venezuelano finisce in mano a una sola società privata


Ogni quadratino vale un miliardo di barili di riserve accertate. Il Venezuela ne dichiara 303 in tutto, più di qualsiasi altro Paese al mondo.

Le riserve accertate sono quelle dichiarate all'OPEC. Diversi analisti ritengono che, ai costi e ai prezzi attuali, il petrolio davvero estraibile sia molto inferiore.

La classifica

Con quei giacimenti NABEP diventa la seconda compagnia al mondo per riserve controllate


In due anni NABEP è diventata il secondo produttore privato del Venezuela. Con questi giacimenti supererebbe ExxonMobil di quasi quattro volte. Miliardi di barili equivalenti.

L'Amministrazione ha cercato per mesi di riportare ExxonMobil e ConocoPhillips nei giacimenti venezuelani. Sono rimaste alla finestra: ora rischiano di trovarsi davanti un concorrente sostenuto da Washington.

Il paradosso

Le riserve sono immense, ma oggi il Venezuela estrae quanto il North Dakota


Milioni di barili al giorno. La produzione è crollata per tre decenni e si è solo in parte ripresa.

Le promesse di Caracas

La presidente ad interim Delcy Rodríguez sostiene che l'intesa ricostruirà l'industria petrolifera del Paese e creerà migliaia di posti di lavoro.

Riportare l'estrazione ai livelli degli anni Novanta richiederebbe anni di lavori sulle infrastrutture. Difficilmente produrrà in tempi brevi il calo dei prezzi della benzina promesso da Trump.

Le incognite

Quattro ragioni per cui l'accordo può non reggere


Tocca il titolo per leggere il dettaglio.

Fonte Elaborazione FocusAmerica su Wall Street Journal (struttura dell'intesa e stime dei funzionari americani), OPEC Annual Statistical Bulletin 2025 (riserve accertate, dati a fine 2024, e produzione mensile), North Dakota Department of Mineral Resources (produzione del North Dakota, febbraio 2026), Statista su bilanci societari (riserve delle compagnie petrolifere).

I dubbi costituzionali e il futuro dell'accordo


La sostanza dell'intesa solleva però seri interrogativi sulla sua compatibilità con la Costituzione venezuelana. L'articolo 12 della Costituzione stabilisce senza mezzi termini che i giacimenti di idrocarburi appartengono alla Repubblica Bolivariana del Venezuela, sono beni del demanio pubblico e sono quindi inalienabili e imprescrittibili. Coloro che criticano questo accordo sostengono inoltre che l'attuale governo di Caracas, composto da funzionari non eletti e rimasto al potere con il sostegno dell'Amministrazione Trump dopo la rimozione di Nicolás Maduro, non abbia la legittimità necessaria per assumere impegni di questa portata e durata.

La scelta di affidare i diritti a una società privata avrebbe anche l'obiettivo di rendere più difficile per un futuro governo venezuelano smantellare l'accordo. Secondo persone coinvolte nei negoziati, un nuovo esecutivo potrebbe essere più riluttante a espropriare una società privata che a revocare direttamente un'intesa con Washington. "Se questo accordo dovesse sopravvivere davvero ai governi venezuelani futuri, allora Trump avrà messo al sicuro per gli Stati Uniti riserve strategiche che vanno oltre la rivoluzione dello shale", ha detto al Wall Street Journal Schreiner Parker, socio della società di consulenza Rystad Energy.

Parker ha però sottolineato che resta molta incertezza su come trasformare quelle riserve in produzione effettiva e, soprattutto, su chi sarà disposto a investire il tempo e il denaro necessari. Il Venezuela estrae oggi poco più di un milione di barili di petrolio al giorno, una quantità paragonabile alla produzione del North Dakota e pari a circa un terzo del picco raggiunto negli anni Novanta. Si tratta di meno dell'1% della produzione mondiale, anche se il petrolio continua a rappresentare la principale fonte di valuta estera del paese. Riportare la produzione ai livelli del passato richiederebbe anni e difficilmente potrebbe produrre in tempi brevi la riduzione dei prezzi della benzina promessa da Trump.

Le riserve, invece, sono immense. L'OPEC, l'organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio, calcola che il Venezuela disponga di circa 303 miliardi di barili di riserve accertate, più dell'Arabia Saudita. Alcuni analisti ritengono tuttavia che la quantità effettivamente recuperabile in condizioni economiche realistiche sia molto inferiore, attorno ai 100 miliardi di barili. Anche questa stima sarebbe comunque quasi il doppio delle riserve di Stati Uniti, Canada, Messico e Cile messe insieme.

Secondo il Wall Street Journal, non esistono precedenti di un coinvolgimento diretto del governo federale americano di questo tipo in giacimenti petroliferi all'estero. Un progetto paragonabile risale agli anni Quaranta, quando l'Amministrazione di Franklin Delano Roosevelt creò la Petroleum Reserves Corporation per acquistare riserve all'estero e valutò un'operazione in Arabia Saudita, che però non fu mai realizzata.

La corsa al petrolio venezuelano prima delle elezioni


L'accordo è stato guidato dal Dipartimento di Stato, che avrebbe coinvolto l'Office of Strategic Capital soltanto nella fase finale, mentre cercava uno strumento finanziario per strutturare l'operazione. Una delegazione di alti funzionari della Difesa e del Dipartimento di Stato, tra cui il direttore dell'OSC David Lorch, si è recata in Venezuela a luglio per definire i termini dell'intesa.

L'urgenza dell'Amministrazione è legata anche alla guerra con l'Iran, che ha ridotto le forniture energetiche globali e contribuito a mantenere elevati i prezzi del carburante. La Casa Bianca voleva poter annunciare velocemente di essersi assicurata una fonte di greggio di lungo periodo nell'emisfero occidentale. Trump in questo modo ha cercato di ottenere un risultato politico da rivendicare in vista delle elezioni di metà mandato di novembre, quando saranno rinnovati tutti i seggi della Camera e circa un terzo di quelli del Senato.

L'annuncio ha però provocato reazioni durissime tra i venezuelani, sia nel Paese sia nella vasta comunità in esilio, oltre che tra i sostenitori dell'opposizione. Molti accusano Trump di avere legittimato un governo non eletto in cambio dell'accesso al petrolio venezuelano. "È un'operazione assolutamente incostituzionale perché si tratta di un governo illegittimo", ha detto al Wall Street Journal Diego Arria, ex Ministro e ambasciatore venezuelano oggi in esilio negli Stati Uniti. Arria ha aggiunto che Washington sta collaborando con esponenti del governo venezuelano ricercati dalle autorità americane per traffico di droga e altri reati con un unico obiettivo: mettere le mani sul petrolio del Paese.

I sondaggi indicano che i venezuelani avevano sostenuto in larga maggioranza l’operazione americana che a gennaio ha portato alla rimozione di Nicolás Maduro. Da allora, però, il consenso verso Trump è diminuito, mentre Washington ha continuato a collaborare con Delcy Rodríguez, ex vicepresidente di Maduro, che il presidente americano ha definito “fantastica” e “molto rispettata”. Rodríguez, nel frattempo, sta consolidando il proprio potere e sembra muoversi con crescente autonomia rispetto a Washington. Caracas sta valutando anche l’uscita dall’OPEC, organizzazione che il Venezuela contribuì a fondare nel 1960, e ne sta discutendo con funzionari americani.


Trump annuncia il controllo americano su 65 miliardi di barili di petrolio venezuelano


Il presidente Donald Trump ha annunciato ieri sera che gli Stati Uniti hanno ottenuto il controllo su oltre 65 miliardi di barili di riserve petrolifere accertate in Venezuela, circa un quinto di quelle del paese sudamericano. L'annuncio è arrivato su Truth Social, il social network di proprietà del presidente. Il messaggio ha fornito però pochissimi dettagli sulla struttura dell'intesa, sui giacimenti interessati e sulle società che vi parteciperanno. Secondo Trump, l'accordo è stato raggiunto "senza alcun costo per il contribuente americano" dal Segretario di Stato Marco Rubio e dal Segretario alla Difesa Pete Hegseth insieme alla presidente ad interim del Venezuela Delcy Rodríguez e "attraverso una partnership con privati". Il presidente ha sostenuto che l'operazione più che raddoppierà le riserve petrolifere degli Stati Uniti e contribuirà a ridurre in modo sostanziale il prezzo dei carburanti.

Il Dipartimento di Stato ha precisato che l'intesa attribuirà agli Stati Uniti il 55% della produzione effettiva di una nuova società mista costituita con un "operatore privato esperto in Venezuela", la cui identità non è stata resa nota. Un funzionario della Casa Bianca ha spiegato che la nuova impresa diventerà la seconda compagnia petrolifera privata al mondo per riserve gestite. Rodríguez le ha concesso i diritti di estrazione sui giacimenti in questione per cento anni. Il governo americano, ha aggiunto il funzionario, ha ottenuto più della metà del valore della società, suddiviso tra partecipazioni azionarie e forniture garantite a prezzo di costo. Quel petrolio dovrebbe servire a ricostituire la riserva strategica e a coprire il fabbisogno delle Forze Armate.

Rodríguez ha definito l'accordo storico e ha affermato che prevede lo sviluppo di 17 giacimenti strategici, oltre 100 miliardi di dollari di investimenti e 209 miliardi di dollari di entrate fiscali per lo Stato venezuelano. "Questi investimenti contribuiranno non solo al recupero e alla modernizzazione della nostra industria, ma anche alla crescita economica del nostro Paese, alla sicurezza energetica del nostro emisfero e a un maggiore equilibrio nei mercati internazionali", ha scritto in un comunicato, aggiungendo che l'obiettivo è mettere le riserve del proprio Paese al servizio dello sviluppo nazionale.

Venezuela · Petrolio e potere

Washington annuncia il controllo su un quinto del petrolio venezuelano

Trump ha rivendicato per gli Stati Uniti il controllo di maggioranza su oltre 65 miliardi di barili di riserve accertate. Sulla carta l’intesa più che raddoppia le riserve americane. Nei fatti Caracas estrae poco più dell’1% del petrolio mondiale, e il greggio pesante dell’Orinoco richiede impianti che in Venezuela sono vecchi e insufficienti.

Grafica di FocusAmerica 29 agosto 2026

Riserve di greggio accertate degli Stati Uniti, in miliardi di barili

111
Sulla carta, dopo l’accordo

2,4× le riserve
di oggi

46Riserve certificate dall’EIA a fine 2023
65Barili rivendicati da Trump in Venezuela

La somma vale solo se l’accordo regge. E i 65 miliardi rivendicati, per ora, restano sottoterra.

Esplora i quattro nodi
IIl paradossoParadosso IIL’accordoAccordo IIIIl prezzoPrezzo IVGli ostacoliOstacoli

Riserve contro produzione

Il Venezuela ha le riserve più grandi del mondo e un rubinetto quasi chiuso


Nessun paese al mondo possiede più petrolio accertato del Venezuela. E nessun altro paese così ricco di greggio ne estrae così poco. È in questo divario che si gioca l’accordo annunciato da Trump.

Quota delle riserve mondiali
17%

Resto del mondo

Resto del mondo

Quota della produzione mondiale
1,2%

14× La quota del Venezuela sulle riserve mondiali è quattordici volte più grande della sua quota sulla produzione. Possiede 303 dei 1.730 miliardi di barili accertati nel mondo, ma ogni giorno ne pompa 1,25 milioni su circa 103.
Il greggio dell’Orinoco è pesante o extra‑pesante: per lavorarlo servono impianti specializzati, e quelli venezuelani sono vecchi, senza investimenti da anni. Non sono solo le sanzioni a tenere chiuso il rubinetto.

Un asterisco sulle cifre
Le riserve venezuelane sono dichiarate da Caracas e pubblicate dall’OPEC senza verifica indipendente. Francisco Monaldi, del Baker Institute della Rice University, stima che una cifra prudente si aggiri tra i 100 e i 110 miliardi di barili: circa un terzo di quella ufficiale.

Che cosa prevede l’intesa

Una società mista, diciassette giacimenti e un secolo di diritti


Il Dipartimento di Stato assegna agli Stati Uniti il 55% della produzione effettiva di una nuova società costituita con un operatore privato di cui non è stato reso noto il nome.

Riserve accertate del Venezuela303 miliardi di barili

65 miliardi rivendicati

55%
La quota americana sulla produzione effettiva della società mista

17
I giacimenti strategici coinvolti, nella fascia dell’Orinoco e attorno al lago di Maracaibo

100 anni
La durata dei diritti sui giacimenti concessi da Delcy Rodríguez

0
Il costo per il contribuente americano, secondo Trump
Nessun dettaglio sulla struttura finanziaria

100 mld $
Gli investimenti privati che l’intesa dovrebbe portare in Venezuela
Stima di Caracas e del segretario di Stato Rubio

209 mld $
Le entrate fiscali attese dallo Stato venezuelano
Stima del governo Rodríguez

Il nome che manca
L’identità dell’operatore privato che guiderà la società mista resta riservata. Un funzionario della Casa Bianca sostiene che diventerà la seconda compagnia petrolifera privata al mondo per riserve. Il greggio dovrebbe servire a ricostituire la riserva strategica e a rifornire le forze armate.

Perché Washington ha fretta

La riserva strategica è scesa al livello più basso dal 1982


La guerra con l’Iran ha eroso le scorte e fatto salire i prezzi. A due mesi dalle elezioni di metà mandato, la benzina resta sopra i 4 dollari al gallone.

−114,5

404,2 agosto 2025
289,7 21 agosto 2026
−28,3% Quanto si sono ridotte le scorte in dodici mesi

Scorte della riserva strategica in milioni di barili. Scala 0–450.
La Strategic Petroleum Reserve non era così vuota dal novembre 1982. Ricostituirla è una delle ragioni per cui la Casa Bianca ha fretta di chiudere l’accordo con Caracas.

Il greggio texano nel 2026

58 $
Inizio anno

83 $
Venerdì 28 agosto

112 $
Marzo, picco

Prezzo del barile di greggio WTI in dollari. La guerra con l’Iran ha interrotto per sei mesi il flusso di circa un quinto del petrolio mondiale.

oltre 4 $
Prezzo medio della benzina al gallone, pari a circa 3,8 litri

2 mesi
Quanto manca alle elezioni di metà mandato di novembre

Che cosa può fermare l’intesa

Cinque ostacoli tra l’annuncio e il primo barile


Apri una voce per i dettagli. Nessuno di questi nodi si scioglie con un messaggio su Truth Social.

1Non esiste un precedente+
Nessun governo degli Stati Uniti ha mai stipulato un contratto di affitto per gestire giacimenti petroliferi all’estero. Tra le ipotesi allo studio c’è l’assegnazione dei campi alle compagnie americane tramite aste.David Goldwyn, Goldwyn Global Strategies, a Reuters

2Il nodo costituzionale venezuelano+
La legge venezuelana tiene sotto controllo statale le attività centrali dell’industria petrolifera: l’accordo può finire in tribunale. A gennaio l’Assemblea nazionale ha approvato una riforma che restituisce alle compagnie straniere gran parte del controllo perso con le nazionalizzazioni di Chávez del 2007.Ricardo Hausmann, già ministro venezuelano e oggi professore a Harvard, definisce l’intesa incostituzionale e destinata al fallimento

3Un greggio che poche raffinerie sanno lavorare+
Gran parte delle riserve, soprattutto nella fascia dell’Orinoco, è greggio pesante o extra‑pesante. Richiede impianti specializzati per la lavorazione e la raffinazione, e quelli venezuelani sono invecchiati dopo anni di investimenti insufficienti, cattiva gestione e sanzioni.

4Rete elettrica e capacità di esportazione insufficienti+
Gli ostacoli che da anni scoraggiano gli investitori restano tutti: incertezza politica, una rete elettrica inadeguata, una capacità di esportazione limitata e l’ampia discrezionalità del governo sul settore.David Goldwyn: difficile che un’intesa di questo tipo acceleri gli investimenti in misura significativa

5Le compagnie non si muovono tutte insieme+
Chevron, in Venezuela da un secolo, tratta per ampliare le proprie attività e potrebbe annunciare un’intesa già la prossima settimana. Nel 2026 hanno firmato con Caracas anche Repsol, Eni e Shell. ExxonMobil, espropriata sotto Chávez, considera il paese non investibile.Wall Street Journal; dichiarazioni di Darren Woods, amministratore delegato di ExxonMobil

Sviluppare le infrastrutture per estrarre, trasportare e raffinare il greggio pesante venezuelano può richiedere anni. Il voto di metà mandato è tra due mesi.

Fonte Annuncio di Donald Trump su Truth Social e note del Dipartimento di Stato; Reuters, Wall Street Journal, New York Times, The Guardian. Riserve statunitensi: EIA, U.S. Crude Oil and Natural Gas Proved Reserves, dati a fine 2023. Riserve venezuelane e quota mondiale: Energy Institute e dati OPEC. Scorte della riserva strategica: EIA, settimana al 21 agosto 2026. Agosto 2026.

Rubio ha scritto su X che l'accordo porterà in Venezuela quasi 100 miliardi di dollari di investimenti privati, migliaia di posti di lavoro ben retribuiti e contribuirà alla ricostruzione dell'economia del paese. Per gli Stati Uniti, ha aggiunto, garantirà una fornitura di petrolio stabile e a basso costo e aiuterà a ridurre il prezzo della benzina.

This deal is a huge win for both the American and Venezuelan people.

It demonstrates how President Trump's bold foreign policy is driving America First wins: securing stable reserves and low-cost oil in our Hemisphere and lowering gas prices here at home.

For the Venezuelan… t.co/SMSRYGWmVb
— Secretary Marco Rubio (@SecRubio) August 28, 2026


Il Venezuela possiede le maggiori riserve petrolifere accertate al mondo, stimate in 303 miliardi di barili, circa il 17% del totale globale. Ne estrae però appena 1,25 milioni di barili al giorno, vale a dire poco più dell'1% della produzione mondiale. Gran parte delle riserve, soprattutto nella fascia dell'Orinoco, è costituita da greggio pesante o extra-pesante, che richiede impianti specializzati per la lavorazione e la raffinazione. Gli impianti venezuelani sono vecchi e il settore risente di anni di investimenti insufficienti, cattiva gestione e sanzioni.

I giacimenti interessati si trovano nella fascia dell'Orinoco e nella regione del lago di Maracaibo, secondo un elenco visionato da Reuters. L'agenzia ha riferito che tra le ipotesi allo studio c'è un sistema di concessione in affitto dei giacimenti, che verrebbero assegnati alle compagnie americane attraverso aste. I funzionari venezuelani si preparano a firmare la prossima settimana i contratti per l'assegnazione dei nuovi diritti di esplorazione e produzione, soprattutto a imprese statunitensi. L'annuncio arriva dopo settimane di trattative tra Washington e Caracas.

I dubbi legali e la corsa delle compagnie petrolifere


David Goldwyn, presidente della società di consulenza Goldwyn Global Strategies, ha dichiarato a Reuters che non è chiaro se un eventuale contratto di affitto dei giacimenti stipulato dal governo statunitense sia compatibile con la Costituzione venezuelana e con la nuova legge sugli idrocarburi. “Non esistono precedenti di un governo degli Stati Uniti che stipuli un contratto per gestire giacimenti petroliferi”, ha osservato. Secondo Goldwyn, inoltre, l'intesa non elimina gli ostacoli che da anni scoraggiano gli investitori: l'incertezza politica, una rete elettrica inadeguata, una capacità di esportazione limitata e l'ampia discrezionalità del governo venezuelano sul settore. "È difficile vedere come un'intesa di questo tipo possa accelerare gli investimenti in misura significativa", ha detto.

La attuale legge venezuelana mantiene sotto il controllo dello Stato le attività centrali dell'industria petrolifera e l'accordo potrebbe, quindi, essere contestato in tribunale per ragioni costituzionali. Ma già a gennaio, poche settimane dopo la cattura di Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti, l'Assemblea Nazionale Venezuelana aveva approvato una riforma che attribuisce alle compagnie petrolifere straniere un controllo molto maggiore sulle proprie attività nel Paese, ridimensionando gran parte dell'assetto introdotto con le nazionalizzazioni del 2007 volute da Hugo Chávez.

Ricardo Hausmann, ex Ministro venezuelano prima dell'arrivo al potere di Chávez e oggi professore all'Università di Harvard, ha scritto su X che "un governo ad interim illegittimo, che si appoggia a una legge illegittima sugli idrocarburi, non ha alcuna legittimità per concludere questo accordo incostituzionale" e che l'intesa "sarà un fiasco per tutte le parti coinvolte". L'annuncio ha irritato anche l'opposizione venezuelana, già delusa dal fatto che la cattura di Maduro non abbia prodotto un vero cambiamento politico.

An illegitimate interim government with an illegitimate hydrocarbons law has no legitimacy to strike this unconstitutional deal. It will be a fiasco for all involved, starting with @SecRubio. t.co/7UNOnYwean
— Ricardo Hausmann (@ricardo_hausman) August 27, 2026


Chevron, la seconda compagnia petrolifera americana e l'unica attualmente con una presenza rilevante in Venezuela, dove opera da un secolo, sta trattando separatamente con le autorità venezuelane per ampliare le proprie attività nel Paese e potrebbe annunciare un'intesa già la prossima settimana, secondo quanto rivelato dal Wall Street Journal. Nel 2026 anche Repsol, Eni e Shell hanno firmato accordi con Caracas. Darren Woods, amministratore delegato di ExxonMobil, aveva invece dichiarato, subito dopo la cattura di Maduro, di considerare ancora il Venezuela un Paese in cui non è possibile investire.

Il Venezuela ha nazionalizzato l'industria petrolifera negli anni Settanta, affidando un ruolo centrale alla compagnia di Stato PDVSA. Con Chávez il governo venezuelano ha rafforzato ulteriormente il proprio controllo, obbligando i produttori stranieri a operare attraverso società miste guidate dallo Stato e successivamente espropriando gli impianti di ExxonMobil e ConocoPhillips. Sotto Maduro la produzione di petrolio era crollata al suo minimo.

Benzina, riserva strategica e conseguenze politiche


Resta da capire ora se l'accordo potrà davvero ridurre il prezzo della benzina nel breve periodo. Sviluppare le infrastrutture necessarie per estrarre, trasportare e raffinare il greggio pesante venezuelano può richiedere anni. Il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti supera i 4 dollari al gallone, pari a circa 3,8 litri, mentre l'Amministrazione Trump è sotto pressione per trovare una soluzione immediata a questo problema a soli due mesi dalle elezioni di metà mandato di novembre.

Le scorte della Strategic Petroleum Reserve, la riserva petrolifera d'emergenza degli Stati Uniti, sono intanto scese a 289,7 milioni di barili nella settimana terminata il 21 agosto, rispetto ai 404,2 milioni della stessa settimana del 2025. È il livello più basso dal novembre 1982. La guerra con l'Iran ha interrotto per sei mesi il flusso di circa un quinto del petrolio mondiale e ha spinto il prezzo del greggio texano fino a 112 dollari al barile a marzo, contro i 58 dollari dell'inizio del 2026. Venerdì il barile era scambiato intorno agli 83 dollari.

Rodríguez, alleata di Maduro, ne ha preso il posto dopo che a gennaio le forze americane lo hanno catturato e trasferito a New York per rispondere di accuse penali legate al narcotraffico. Da allora si è mostrata molto più disponibile a collaborare con il governo statunitense e parla regolarmente con i vertici della Casa Bianca, che le hanno comunque fatto sapere che potrebbe andare incontro alla stessa sorte del suo predecessore se non volesse collaborare. I predecessori di Trump alla Casa Bianca avevano sempre evitato di presentare il controllo sulle risorse naturali di un altro paese come un obiettivo della politica estera americana, sia per il timore delle reazioni internazionali sia per i dubbi sulla legalità di operazioni di questo tipo e per il rischio di alimentare nuove minacce alla sicurezza degli Stati Uniti.


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Trump vuole creare la prima accademia spaziale americana


Un'istituzione militare e civile sul modello di West Point per formare ufficiali, ingegneri e astronauti. Una commissione guidata dal capo della NASA ha 120 giorni per presentare un piano

Il presidente Donald Trump ha firmato venerdì 28 agosto un ordine esecutivo che avvia la creazione della U.S. Space Academy, la prima accademia spaziale degli Stati Uniti. Sarà un'istituzione militare e civile sul modello di West Point e delle altre accademie delle forze armate americane. Dovrà formare gli ufficiali della Space Force, il ramo militare dedicato allo spazio, il personale della NASA, l'agenzia spaziale americana, e i tecnici dell'industria spaziale privata. La firma è arrivata al Johnson Space Center di Houston, in Texas, durante la cerimonia in cui Trump ha premiato i quattro astronauti della missione Artemis II, che quest'anno hanno circumnavigato la Luna.

"Una nazione non può essere prima sulla Terra se saremo secondi nello spazio", ha detto il presidente durante la cerimonia. L'ordine definisce lo spazio un settore critico per la sicurezza nazionale, la crescita economica e l'innovazione tecnologica. L'accademia dovrà unire la formazione tecnica allo sviluppo della leadership e all'impegno nel servizio pubblico, ma non è ancora chiaro quale accesso avrà l'industria privata all'istituzione federale.

A guidare il progetto sarà una commissione presidenziale di otto membri presieduta da Jared Isaacman, l'amministratore della NASA, con il vice amministratore Matt Anderson come direttore esecutivo. Entro 120 giorni la commissione dovrà presentare al presidente un rapporto con le raccomandazioni sulla governance, sugli obblighi di servizio per i diplomati, sulla sede e sulle modifiche legislative necessarie. Valuterà anche l'ipotesi di collocare l'accademia all'interno della NASA. I fondi dovranno comunque essere approvati dal Congresso.

La sede non è ancora stata scelta. Trump ha detto che deciderà "molto presto", mentre il senatore del Texas Ted Cruz fa pressioni perché l'accademia nasca nel suo Stato. "Lasciami in pace, Ted, per favore, lasciami in pace", ha scherzato il presidente davanti alla platea di astronauti e ingegneri, aggiungendo che tutti la vogliono perché "lo spazio è la cosa del momento".

La Space Force era stata creata dallo stesso Trump nel 2019, durante il suo primo mandato, come sesto ramo delle forze armate con il compito di gestire i satelliti e le minacce nello spazio. Nel 2024 contava più di 14.000 persone tra militari e civili. Al momento della sua nascita il Pentagono decise però di non aprire una scuola dedicata: gli ufficiali si formano all'Air Force Academy di Colorado Springs insieme ai cadetti dell'aeronautica, così come i futuri marines studiano all'accademia navale di Annapolis. Nel 2025 sono entrati nella Space Force 93 cadetti dell'Air Force Academy (circa il 10% dei diplomati di quell'anno). L'idea di un'accademia autonoma circolava da anni al Congresso ed era contenuta anche in Project 2025, il piano della Heritage Foundation, un centro studi conservatore, che ha ispirato molte scelte dell'amministrazione.

L'organico della Space Force è oggi inferiore del 25% ai livelli fissati dal Congresso, secondo un rapporto pubblicato nel 2025 dal GAO, l'organo di controllo parlamentare americano. Anche le aziende private faticano ad attrarre talenti in una fase di forte crescita della domanda di lanci e servizi spaziali. Secondo gli analisti la concorrenza di SpaceX di Elon Musk e di Blue Origin di Jeff Bezos ha fatto salire il costo delle assunzioni per le società più piccole.

Trump ha promesso di riportare gli astronauti americani sulla Luna nel 2028, l'ultimo anno del suo mandato, e considera l'agenda spaziale una parte centrale della sua eredità politica. Il programma lunare Artemis punta al primo allunaggio con il sistema Starship di SpaceX, il cui sviluppo è però in ritardo. Il lander di Blue Origin, anch'esso in fase di sviluppo, potrebbe invece farsi trovare pronto per quella data. La Cina punta a portare i suoi astronauti sulla Luna intorno al 2030. Entrambi i paesi vogliono stabilire una presenza umana permanente al polo sud lunare, dove il ghiaccio d'acqua presente nel suolo potrebbe servire a produrre carburante sul posto. Il presidente ha annunciato anche il lancio nel 2028 di una navicella a propulsione nucleare verso Marte, descritta come la porta d'accesso ai viaggi interplanetari.

L'annuncio arriva pochi giorni dopo un memorandum sulla politica dei trasporti spaziali, pubblicato il 20 agosto per aumentare il numero di lanci. Il presidente vuole inoltre raddoppiare il budget della Space Force per mantenere il vantaggio sulla Cina nella competizione sui satelliti. Allo stesso tempo la richiesta di bilancio della Casa Bianca per il 2027 prevede un taglio del 25% ai fondi della NASA, anche se alla Camera è stata presentata una proposta di legge che respinge gran parte dei tagli.

L'onorificenza consegnata durante la cerimonia, la Congressional Space Medal of Honor (istituita nel 1969), è andata al comandante Reid Wiseman, al pilota Victor Glover, a Christina Koch e al canadese Jeremy Hansen, l'equipaggio di Artemis II. Nella missione, durata più di nove giorni, si sono spinti più lontano dalla Terra di qualsiasi essere umano prima. Dopo la premiazione Trump ha parlato in collegamento dal centro di controllo della NASA con gli astronauti della Stazione Spaziale Internazionale, terzo presidente in carica a farlo da quella sala dopo Ronald Reagan e Bill Clinton.

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☕ CYBERBRIEFING — Domenica 30 agosto 2026

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🗞️🇩🇪 "[noyb] geht nun gleich mit zwei Mitteln gegen die #Schufa vor. Einerseits haben sie eine #Abmahnung gesendet, die in eine mögliche Unterlassungsklage münden kann. Auf der anderen Seite kündigen sie eine mögliche #Sammelklage an."

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Il provocatore di destra Milo Yiannopoulos espulso dagli Stati Uniti


L'ex editorialista di Breitbart, tra i volti dell'alt-right nel 2016, viveva negli Stati Uniti dal 2019 con il visto scaduto. Laura Loomer, sua nemica di lunga data, rivendica di averlo segnalato alle autorità.

Milo Yiannopoulos, il provocatore britannico di estrema destra ed ex dirigente di Yeezy, è stato espulso verso il Regno Unito venerdì, il giorno dopo il suo arresto. Lo ha annunciato sabato il Dipartimento della Sicurezza interna (DHS), secondo cui gli agenti dell'ICE, l'agenzia federale per l'immigrazione, lo avevano fermato giovedì all'aeroporto Louis Armstrong di New Orleans. Il comunicato lo definisce "un clandestino proveniente dal Regno Unito" che era entrato legalmente negli Stati Uniti il 14 maggio 2019 attraverso New York e aveva poi "scelto di abusare della nostra ospitalità in violazione delle leggi del nostro Paese". Un giudice dell'immigrazione aveva emesso un ordine definitivo di espulsione il 22 luglio, dopo che Yiannopoulos non si era presentato all'udienza. L'amministrazione Trump, prosegue il comunicato, "lavora con impegno per garantire che gli stranieri presenti illegalmente nel nostro Paese non possano più volare, se non fuori dal Paese per autoespellersi". Nessun suo rappresentante ha risposto alle richieste di commento.

Dall'alt-right allo stage con Greene


Nato in Inghilterra, Yiannopoulos, 41 anni, era diventato una figura di primo piano nella politica americana durante l'ascesa di Donald Trump nel 2016, quando lavorava come editorialista per Breitbart, il sito di Stephen K. Bannon. Leader del movimento alt-right, non è mai stato accettato come conservatore mainstream a causa dei frequenti commenti misogini, dei legami con suprematisti bianchi e antisemiti e di una serie di altre dichiarazioni controverse, tra cui quella secondo cui una relazione tra un tredicenne e un adulto potrebbe essere consensuale, che gli costò contratti editoriali e inviti a parlare. Negli ultimi anni era in gran parte scomparso dal dibattito a destra, nonostante il tentativo di reinventarsi come "ex gay" e un periodo da stagista non retribuito per l'allora deputata Marjorie Taylor Greene.

L'arresto è avvenuto mentre atterrava a New Orleans, dove venerdì sera Kanye West, oggi Ye, era atteso in concerto al Caesars Superdome. Yiannopoulos ha lavorato a più riprese per il rapper, anche come capo dello staff di Yeezy, e ha rivendicato di aver fatto invitare il suprematista bianco Nick Fuentes alla cena del 2022 tra Ye e Trump, un episodio che aveva provocato un'ondata di critiche al presidente, appena candidatosi per il 2024. In seguito aveva detto a NBC News di averlo fatto "solo per rendere la vita di Trump un inferno". Nel 2024 si è dimesso da Yeezy, motivando la scelta con l'annunciato ingresso del rapper nell'industria per adulti, ed è stato poi citato in giudizio, insieme a Ye, da otto dipendenti per un ambiente di lavoro ostile: accuse che ha respinto.

Il suo sostegno a Trump si è affievolito con il tempo e di recente ha criticato il presidente. A dicembre è stato ospite dello show di Tucker Carlson, che progettava anche di pubblicare un suo libro, e l'anno scorso è apparso nel podcast di Candace Owens, un'altra sostenitrice di Trump diventata critica, che è in lite con l'influente blogger MAGA Laura Loomer.

On August 27, ICE arrested Milo Yiannopoulos, an illegal alien from the United Kingdom, at the Louis Armstrong New Orleans International Airport (MSY) in Kenner, Louisiana. Yiannopoulos legally entered the country on May 14, 2019, through New York City, New York. He chose to… t.co/Hk6QBUmGDI pic.twitter.com/DbIhv8Z6PI
— Homeland Security (@DHSgov) August 28, 2026


La rivendicazione di Loomer


Proprio Loomer rivendica l'arresto. Ha raccontato al Washington Post di aver contattato ripetutamente dal 2024 l'ICE, il DHS e l'FBI a proposito di Yiannopoulos e di averlo denunciato all'FBI dopo che lui aveva pubblicato post minacciosi che invocavano violenza contro di lei. La detenzione, ha detto, è avvenuta "al 100%" perché lei ha richiamato l'attenzione sul suo status migratorio: "Chi altro ha segnalato che Milo era un clandestino?". Il DHS non ha commentato. Yiannopoulos, dal canto suo, aveva pubblicato quelli che sosteneva essere dettagli sulla storia clinica psichiatrica di Loomer, nel tentativo apparente di danneggiarne il rapporto con Trump.

Resta in sospeso il destino di Tarantula, la società di gestione di talenti e consulenza strategica che Yiannopoulos ha fondato nel 2023 per rappresentare clienti scomodi: i primi due furono Azealia Banks e Ariel Pink e con la rapper il rapporto si chiuse in una lite pubblica feroce. In rete è intanto riemerso un suo vecchio post in cui scherzava cupamente su un raid dell'ICE, un'agenzia di cui aveva lodato i metodi. La carriera americana di un uomo che ha fatto della provocazione un mestiere si chiude così per mano della macchina delle espulsioni che aveva applaudito e su segnalazione di una nemica che si era fatto con la stessa tecnica.

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La rassegna stampa di domenica 30 agosto 2026


Il direttore della CIA propone un vertice tra Trump, Putin e Zelensky, la Federal Reserve valuta un rialzo dei tassi e un giudice blocca le espulsioni degli studenti che criticano Israele, mentre Yiannopoulos viene a sua volta espulso dagli Stati Uniti

Questa è la rassegna stampa di domenica 30 agosto 2026

Il direttore della CIA propone un vertice tra Trump, Putin e Zelensky


Durante una visita riservata a Mosca, il direttore della CIA John Ratcliffe avrebbe proposto un incontro trilaterale tra il presidente Trump, il presidente russo Putin e quello ucraino Zelensky per porre fine alla guerra. È la prima volta che Ratcliffe si impegna personalmente nella spinta diplomatica: Zelensky si è detto favorevole, mentre Putin finora ha respinto l'ipotesi. I funzionari ucraini restano scettici e sostengono che Mosca stia preparando una nuova escalation.

Fonti: Axios

La Federal Reserve verso una decisione difficile sui tassi


Kevin Warsh, presidente della Federal Reserve, dovrà presto decidere se alzare i tassi di interesse qualora l'inflazione non rallenti, anche a costo di irritare il presidente Trump. Dopo essersi mostrato intransigente sull'inflazione, Warsh si trova ora in quella che viene descritta come una situazione senza vie d'uscita.

Fonti: New York Times

Un giudice vieta all'Amministrazione di espellere gli studenti che criticano Israele


Un giudice federale della California ha stabilito che l'Amministrazione Trump non può espellere gli studenti stranieri per aver criticato Israele, richiamando l'importanza del Primo emendamento e della libertà di espressione. La decisione rappresenta un nuovo limite giudiziario alle politiche migratorie dell'Amministrazione.

Fonti: ABC News

Espulso dagli Stati Uniti Milo Yiannopoulos, sostenitore della linea dura sull'immigrazione


Milo Yiannopoulos, agitatore di destra e tra i primi sostenitori di Trump nonché fautore delle espulsioni di massa, è stato a sua volta espulso e rimandato nel Regno Unito. L'ICE lo ha definito un immigrato irregolare: secondo il Dipartimento della sicurezza interna avrebbe superato i termini del visto e saltato un'udienza sull'immigrazione.

Fonti: New York Times, NPR, Fox News

Tucker Carlson chiede la rimozione immediata di Trump


Il commentatore conservatore Tucker Carlson ha dichiarato che il presidente Trump dovrebbe essere rimosso dall'incarico se sta valutando l'uso preventivo di armi nucleari, sostenendo che anche solo prendere in considerazione questa possibilità dovrebbe squalificare un presidente. Le parole segnano un'ulteriore frattura all'interno del mondo conservatore.

Fonti: The Hill

L'accordo di Trump sul petrolio venezuelano poggia su un partner controverso


L'Amministrazione Trump lavorerà con una compagnia petrolifera privata venezuelana legata da stretti rapporti al governo di Caracas per rilanciare le forniture di greggio. La scelta di un partner tanto potente quanto divisivo solleva interrogativi sulla strategia energetica e diplomatica di Washington verso il Venezuela.

Fonti: New York Times

Il candidato democratico El-Sayed si scusa con gli elettori ebrei del Michigan


Abdul El-Sayed, candidato democratico al Senato in Michigan, si è scusato per alcune dichiarazioni fatte dopo un attacco a una sinagoga dell'area di Detroit, nel tentativo di rassicurare gli elettori ebrei in vista del voto di novembre. "Ho commesso un errore", ha detto davanti al caucus ebraico democratico dello Stato.

Fonti: The Hill, New York Times

Walmart paga 50 milioni per chiudere la causa sugli oppioidi


Walmart ha accettato di versare 50 milioni di dollari per chiudere una causa che accusava le sue farmacie di aver evaso centinaia di migliaia di prescrizioni illegali di sostanze controllate, contribuendo alla crisi degli oppioidi. L'accordo, annunciato dal Dipartimento di Giustizia, risolve una causa federale del 2020.

Fonti: The Hill

Gli editori musicali fanno causa ad Anthropic per violazione del copyright


Alcuni tra i maggiori editori musicali, legati a Sony Music e Warner Music, hanno citato in giudizio la società di intelligenza artificiale Anthropic, accusandola di aver addestrato illegalmente i propri modelli su decine di migliaia di brani protetti da copyright. La causa, depositata in un tribunale federale della California, chiede risarcimenti e apre un nuovo fronte nello scontro tra industria musicale e aziende dell'intelligenza artificiale.

Fonti: Axios

L'aumento dei rendimenti dei titoli di Stato pesa sui conti pubblici del G7


L'impennata dei rendimenti obbligazionari ha aggiunto decine di miliardi ai costi del debito delle maggiori economie sviluppate del G7 dall'inizio della guerra tra Stati Uniti e Iran. I costi di finanziamento più elevati gravano sulle finanze pubbliche, con ricadute anche sul bilancio statunitense.

Fonti: Financial Times

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Meta deve smettere di mettere a tacere le informazioni sulla salute riproduttiva

Avere accesso a informazioni accurate sulla salute riproduttiva e materna può essere fondamentale. Ma sulle piattaforme di Meta, anche solo discutere di farmaci da prescrizione, servizi di aborto o esperienze mediche personali può essere sufficiente a far scattare la rimozione dei contenuti e le restrizioni dell'account.

eff.org/deeplinks/2026/08/meta…

@eticadigitale

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Il tentativo repubblicano di incriminare Fauci si è già arenato


L'Amministrazione Trump dubita della procedura scelta da Rand Paul: senza un voto dell'intero Senato, l'accusa di oltraggio al Congresso rischia di non reggere in tribunale.

La spinta repubblicana per incriminare Anthony Fauci per oltraggio al Congresso si è già arenata: all'interno dell'Amministrazione Trump sono emersi seri dubbi sulla solidità giuridica della procedura scelta e sulla possibilità che possa sostenere un'incriminazione da parte del Dipartimento di Giustizia. Lo riferisce il Wall Street Journal. Tre settimane dopo il voto con cui la Commissione per la Sicurezza Interna e gli Affari Governativi del Senato, controllata dai repubblicani, ha dichiarato Fauci colpevole di oltraggio, alcuni funzionari dubitano che la procedura sia abbastanza solida da consentire di perseguire penalmente l'ex responsabile della sanità pubblica, oggi 85enne, per essersi rifiutato di rispondere alle domande dei senatori.

Il voto del 6 agosto, approvato per 8 a 5 con i soli voti repubblicani, era stato promosso da Rand Paul, senatore del Kentucky e critico di lunga data di Fauci, che ha più volte detto di volerlo vedere in prigione. Durante l'audizione del 29 luglio, Fauci si era rifiutato di rispondere alle domande sulla gestione della pandemia di Covid-19, invocando 111 volte il Quinto emendamento, che tutela dal rischio di autoincriminazione. Aveva inoltre definito l'audizione una trappola volta a indurlo a rendere dichiarazioni false. La risoluzione dovrebbe normalmente essere sottoposta al voto dell'intero Senato, dove quasi certamente non raggiungerebbe i 60 consensi necessari. Paul ha quindi chiesto al vicepresidente JD Vance, nella sua veste di presidente del Senato, di certificarla direttamente e trasmetterla al Dipartimento di Giustizia.

Il documento fermo da Vance


Fino a martedì mattina, tuttavia, l'ufficio di Vance non aveva ricevuto alcun documento da certificare. Il rapporto è arrivato soltanto martedì sera, dopo le ripetute richieste di chiarimento del WSJ. Il Dipartimento di Giustizia, che il giorno del voto aveva ricevuto da Paul una lettera contenente le accuse, non dispone ancora di un deferimento formale. Intanto, il presidente Donald Trump non ha ancora deciso se chiedere al Dipartimento di procedere. Secondo persone a conoscenza delle discussioni, la questione non è una priorità per il presidente.

La mossa di Paul mette la Casa Bianca in una posizione difficile: certificare il documento significherebbe doverne difendere la validità in tribunale, dove alcuni funzionari temono che l'accusa non supererebbe una richiesta di archiviazione in assenza di un voto dell'intera aula. Trump, che inizialmente si era detto favorevole a valutare un'incriminazione, ha dichiarato all'inizio del mese di non aver mai discusso il caso né con il procuratore generale Todd Blanche né con Jeanine Pirro, procuratrice federale di Washington. Una prudenza insolita rispetto all'atteggiamento tenuto verso altri avversari, per i quali il presidente ha chiesto apertamente l'avvio di procedimenti penali.

Attraverso la portavoce Taylor Van Kirk, Vance ha affermato che "Fauci ha causato un danno incalcolabile al popolo americano" e che il vicepresidente "sostiene ogni percorso valido per ottenere giustizia", senza però precisare se firmerà il documento. Un portavoce di Paul ha confermato che il deferimento si trova ora nell'ufficio di Vance. L'oltraggio al Congresso può essere punito con una multa fino a 100.000 dollari e un anno di carcere.

I precedenti e la grazia di Biden


Trump ha paragonato il caso a quelli di Steve Bannon e Peter Navarro, condannati durante l'Amministrazione Biden per non aver rispettato le citazioni della commissione d'inchiesta sull'assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. In entrambi i casi, però, l'intera Camera aveva votato per dichiararli colpevoli di oltraggio prima del deferimento al Dipartimento di Giustizia.

Stanley Brand, che ha difeso Bannon e Navarro ed è stato consulente legale della Camera dei Rappresentanti durante la presidenza di Tip O'Neill, ha detto al Journal che il deferimento promosso da Paul resterebbe vulnerabile anche se il Dipartimento decidesse di procedere: "Esiste una lunga serie di sentenze secondo cui non si possono aggirare le regole del Senato o della Camera quando si dichiara qualcuno colpevole di oltraggio. Quel deferimento è nullo". Resta inoltre da stabilire se il rifiuto di rispondere dopo aver invocato il Quinto emendamento sia sufficiente a sostenere l'accusa.

Fauci ha inoltre ricevuto da Joe Biden una grazia preventiva per qualsiasi reato federale legato agli incarichi ricoperti tra il gennaio 2014 e il 19 gennaio 2025. Trump l'ha definita "un atto molto forte" e ha detto che intende rispettarla. Il presidente, che nei primi mesi della pandemia aveva mantenuto buoni rapporti con Fauci e gli aveva conferito un encomio prima di lasciare la Casa Bianca nel 2021, oggi sostiene che l'immunologo "abbia commesso molti errori", senza però averne mai chiesto esplicitamente il processo.

Paul e il senatore Ron Johnson stanno intanto esaminando le comunicazioni conservate sul vecchio iPhone governativo di Fauci. Paul ha inoltre pubblicato i diari risalenti agli anni della pandemia, che, a suo giudizio, mostrerebbero una particolare attenzione dell'immunologo per le apparizioni televisive e la propria immagine pubblica. Entrambi i senatori accusano Fauci di aver ingannato gli americani sull'origine del virus e di aver tratto vantaggio economico dalle politiche adottate durante la pandemia. Alcuni Stati guidati dai repubblicani hanno aperto separate indagini autonome, sostenendo che la grazia concessa da Biden abbia valore soltanto sul piano federale.

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Trump: Hormuz è riaperto. Ma i numeri raccontano una ripresa a metà


Washington rivendica di aver riaperto gran parte dello Stretto e ridotto la minaccia delle mine, ma il traffico resta molto sotto i livelli prebellici e il prezzo del petrolio continua a scontare gli effetti della crisi.

Lo Stretto di Hormuz è stato la carta più forte dell'Iran dall'inizio della guerra, alla fine di febbraio. Negli ultimi due mesi, però, funzionari americani sostengono che l'esercito statunitense abbia progressivamente eroso quella leva, fino a controllare di fatto gran parte del passaggio. "Lo Stretto è aperto. La risposta iraniana è molto blanda. Non vogliono che torniamo a colpirli. È tutta lì la partita, il resto non conta", ha detto Donald Trump ad Axios in un'intervista telefonica giovedì.

Quello che sei mesi fa era cominciato come un'operazione per degradare le capacità missilistiche iraniane e distruggere ciò che restava del programma nucleare si è così trasformato in uno scontro a tempo indeterminato per il controllo del più importante snodo energetico del mondo. Quando la guerra è iniziata, lo Stretto era aperto, il petrolio scorreva senza interruzioni e il Brent valeva circa 72 dollari al barile. Nelle prime 72 ore l'Iran ha annunciato la chiusura del passaggio e minacciato di attaccare le petroliere in transito.

Dietro le quinte, secondo funzionari israeliani e americani, l'allora comandante della Marina dei Guardiani della rivoluzione, il generale Alireza Tangsiri, diede l'ordine che fece precipitare la situazione: posare mine navali nel Traffic Separation Scheme, il principale corridoio internazionale dello stretto. Tangsiri è stato poi ucciso il 26 marzo, quasi quattro settimane dopo, in un raid israeliano a Bandar Abbas.

Gli attacchi alle navi e la minaccia delle mine hanno bloccato il traffico commerciale. Nei due mesi successivi il prezzo del Brent è salito fino a 126 dollari e Trump ha accettato il cessate il fuoco dell'8 aprile anche per l'aumento del prezzo della benzina negli Stati Uniti, esattamente il tipo di pressione economica che Teheran voleva esercitare. La riapertura dello Stretto era il perno del Memorandum d'Intesa firmato il 17 giugno, ma il passaggio non si è mai riaperto completamente e l'accordo è presto naufragato.

Iran · La partita nello Stretto

Washington dice di aver riaperto Hormuz. Il traffico dice un’altra cosa

Sei mesi di guerra hanno trasformato lo snodo energetico più importante del mondo in un corridoio a bassa intensità. La Marina americana scorta i convogli lungo la costa dell’Oman e rivendica il controllo del passaggio, ma chi monitora le petroliere conta una frazione delle navi di prima.
Grafica di FocusAmerica Agosto 2026

I transiti giornalieri nello Stretto di Hormuz sono scesi da circa 130 prima della guerra a 15 in agosto. Il Brent è passato da 72 a 126 dollari al barile ed è oggi vicino ai 90. Le esportazioni iraniane di greggio e condensati sono crollate da oltre 2,2 milioni di barili al giorno in febbraio a circa 280.000 in maggio. Dal corridoio principale sono stati rimossi oltre 200 oggetti simili a mine: solo 11 erano vere mine.


Il canale protetto dagli Stati Uniti
La rotta voluta dall’Iran
Le 15 navi che passano ogni giorno

Le due parti hanno cercato di imporre rotte diverse: l’Iran vicino alla propria costa, gli Stati Uniti lungo un canale che costeggia l’Oman, dove si è concentrata la maggior parte degli attacchi. Coste da Natural Earth; i corridoi sono una rappresentazione schematica.

Navi in transito nello Stretto, al giorno

Prima della guerra
130

Agosto 2026
15

Media dei passaggi fino a fine febbraio
Media di agosto, Wall Street Journal

Oggi
Prima della guerra

Ogni barra è una nave. Lloyd’s List Intelligence, che usa come riferimento una media prebellica di 85 transiti al giorno, il 23 agosto ne ha contati appena 3.

«Lo Stretto è aperto. La risposta iraniana è molto blanda»
Donald Trump, ad Axios

Le due contabilità
Quanto di quello che passava prima passa ancora oggi
Ogni fonte misura lo stesso stretto con il proprio metro. Riportando tutte le stime alla loro stessa base prebellica, la distanza tra Washington e chi conta le navi diventa evidente.

0Quota dei livelli prima della guerra100%

Che cosa è stato rimosso dal corridoio principale

Oggetti simili a mine
Vere mine navali

Sommozzatori, Navy SEAL, droni subacquei e contractor privati hanno tirato su oltre 200 oggetti. Secondo funzionari americani soltanto 11 erano mine, e poche erano state posate correttamente.

Il prezzo della guerra
Il petrolio non è arrivato a 150 dollari, ma tutto quello che gli sta intorno costa di più
Le previsioni più nere non si sono avverate: i modelli non avevano tenuto conto delle rotte alternative per far uscire il greggio dal Golfo né del calo delle importazioni cinesi.

Prezzo del Brent in dollari al barile. I tre valori sono quelli citati dalle fonti: la linea tra i punti è indicativa.

Le esportazioni iraniane di greggio e condensati

Barili al giorno. Il blocco navale americano dei porti iraniani ha tolto a Teheran quasi nove decimi delle proprie vendite.

Come ci siamo arrivati
Da operazione contro il programma nucleare a scontro per il controllo del passaggio
Tocca una data per aprire il dettaglio.

Il conto
Quanto costa tenere aperto lo Stretto
Le cifre ufficiali e quelle che circolano dentro il Pentagono non coincidono.

Fonti Axios, Wall Street Journal, Lloyd’s List Intelligence, CENTCOM, Clarksons Research, NBC News, Human Rights Activists News Agency, Amnesty International · agosto 2026
Nota Le stime sul traffico marittimo sono in contrasto tra loro: i valori riportati sono quelli dichiarati da ciascuna fonte.

Washington riapre il canale, ma i tracker frenano l'ottimismo


Da allora l'esercito americano ha lavorato per riaprire autonomamente la rotta. Una task force statunitense, insieme agli Emirati Arabi Uniti, ha cominciato a scortare le navi lungo il canale meridionale, garantendo copertura aerea e intercettando droni e missili da crociera iraniani. Una campagna di bombardamenti durata due settimane ha ridotto la capacità dei Guardiani di colpire le imbarcazioni in transito, mentre Washington ha ripristinato il blocco navale dei porti iraniani.

Le operazioni di sminamento hanno coinvolto sommozzatori della Marina, Navy SEAL, droni subacquei e di superficie e contractor privati: dal corridoio principale sono stati rimossi oltre 200 oggetti simili a mine, ma secondo funzionari americani soltanto 11 erano vere mine e poche erano state posate correttamente. "Le rotte internazionalmente riconosciute nello Stretto sono libere dalle mine iraniane", ha comunque dichiarato l'ammiraglio Brad Cooper, comandante del CENTCOM, in un video pubblicato giovedì sera.

Cooper ha aggiunto che negli ultimi mesi le forze americane hanno assistito quasi 1.500 navi mercantili che trasportavano circa 750 milioni di barili di greggio. "L'Iran è stato avvisato che qualsiasi nave o imbarcazione che posi nuove mine sarà immediatamente e sistematicamente distrutta", ha avvertito Cooper. Trump ha poi rilanciato lo stesso messaggio su Truth Social.

L'Iran continua comunque ad attaccare le navi, anche se con una capacità di mira limitata: secondo un funzionario americano, soltanto il 2% delle imbarcazioni transitate nell'ultimo mese è stato colpito. Il traffico nel canale meridionale sarebbe così salito a 20-30 petroliere per notte, per una media di 9-10 milioni di barili, vale a dire circa la metà dei volumi prebellici. Esperti del mercato petrolifero e società che monitorano le petroliere dubitano però che i flussi siano così elevati, mentre i funzionari americani sostengono che i tracker li stiano sottostimando. Le periodiche segnalazioni di petroliere colpite continuano inoltre ad alimentare dubbi sulla reale sicurezza del passaggio.

I dati raccolti dal Wall Street Journal descrivono infatti una situazione meno rosea. Il traffico attraverso lo Stretto, che prima della guerra era in media di circa 130 navi al giorno, è sceso a 15 al giorno in agosto, tra gli attacchi iraniani e il blocco americano dei porti di Teheran. Lloyd's List Intelligence, che utilizza come riferimento una media prebellica di 85 transiti quotidiani, ne ha contati appena 3 il 23 agosto. Le due parti hanno cercato di imporre rotte diverse: l'Iran vicino alla propria costa, gli Stati Uniti lungo un canale che costeggia l'Oman, dove si è concentrata la maggior parte degli attacchi. Le esportazioni iraniane di greggio e condensati, secondo il Journal, sono allo stesso tempo scese a circa 280.000 barili al giorno a maggio, dagli oltre 2,2 milioni di febbraio.

Le previsioni di un prezzo del petrolio oltre i 150 dollari non si sono avverate, anche perché i modelli non avevano tenuto pienamente conto delle rotte alternative per far uscire il greggio dal Golfo e della riduzione delle importazioni cinesi. Il Brent resta comunque vicino ai 90 dollari, la benzina americana è passata da 2,98 a circa 4 dollari al gallone e la riserva strategica statunitense è scesa sotto i 300 milioni di barili, ai livelli più bassi dal 1983. Secondo Clarksons Research, noleggiare una superpetroliera dal Golfo alla Cina costa ormai oltre 500.000 dollari al giorno, più del doppio rispetto a prima della guerra.

L'operazione americana mostra comunque segnali di progresso. Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Kuwait hanno aderito, l'Arabia Saudita dovrebbe seguire e Washington spera che il Qatar cominci presto a far transitare le proprie metaniere lungo la rotta protetta. Entro metà settembre gli Stati Uniti puntano ad ampliare il canale principale in modo che almeno 50 navi possano entrare e uscire dal Golfo ogni notte, con l'obiettivo di riportare le esportazioni al 60-70% dei livelli prebellici.

Teheran cerca mediatori, Trump non vuole trattare


Due fonti regionali hanno detto ad Axios che negli ultimi giorni l'Iran ha mostrato un rinnovato interesse per i negoziati. Domenica il comandante dell'esercito pakistano Asim Munir è stato visto a Teheran nel tentativo di rilanciare la mediazione, seguito nei giorni successivi dal Ministro degli Esteri dell'Oman e, giovedì, dal primo ministro del Qatar, arrivato su richiesta iraniana. In pubblico, però, Teheran non ha cambiato posizione: chiede che gli Stati Uniti applichino il Memorandum e presentino condizioni per la riapertura dello stretto.

Trump, per ora, sostiene di non voler trattare. "Non voglio incontrarli, sono loro a volerlo. In realtà stanno implorando un accordo", ha scritto giovedì su Truth Social. L'inviato americano Steve Witkoff continua però a parlare con i qatarioti e con gli altri mediatori: i negoziatori americani vogliono capire se il blocco, la pressione economica e il crescente vantaggio nello stretto finiranno per ammorbidire la posizione di Teheran. Per Washington il Memorandum del 17 giugno non è più rilevante e i colloqui tra Oman e Iran su una nuova gestione dello Stretto vengono trattati come un elemento secondario.

La guerra ha, intanto, già ridisegnato gli equilibri della regione. Turchia, Arabia Saudita e Pakistan hanno firmato il 7 agosto alla Mecca un patto di difesa collettiva, mentre gli attacchi contro più di 20 siti americani, compresa la base navale in Bahrein, hanno spinto il Pentagono a rivedere l'intera presenza militare statunitense nel Golfo. Il costo dell'operazione, secondo il segretario alla Difesa Pete Hegseth, aveva raggiunto 37,5 miliardi di dollari a luglio, prima dell'ultima ondata di raid, mentre stime interne del Pentagono riportate da NBC News, che includono la riparazione delle basi e il rimpiazzo di aerei e munizioni, arrivano a 80-100 miliardi.

In Iran sono morte più di 3.600 persone secondo la Human Rights Activists News Agency. Dall'inizio della guerra hanno perso la vita anche 18 militari americani, mentre Amnesty International aveva documentato almeno 28 civili uccisi nei Paesi arabi del Golfo fino al 3 giugno.


Gli Stati Uniti riaprono la rotta centrale di Hormuz e stringono la morsa sull'Iran


La Marina statunitense avrebbe completato la bonifica della rotta centrale dello Stretto di Hormuz, il passaggio attraverso cui, prima della guerra, transitava circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto. Secondo quanto riferito ad Axios da due funzionari statunitensi, sarebbe stato completamente ripulito il Traffic Separation Scheme, vale a dire il sistema di corsie che attraversa la fascia tra l'Iran e l'Oman.

Il presidente Donald Trump ha scritto su Truth Social che il comando della Marina lo ha informato che tutte le mine nelle acque internazionali dello stretto "sono state rimosse o fatte detonare" e ha inoltre affermato che l'Iran è stato avvertito di non posarne altre. L'Agenzia Internazionale dell'Energia aveva definito la paralisi del traffico attraverso Hormuz la più grave interruzione delle forniture nella storia del mercato petrolifero mondiale: la bonifica potrebbe quindi consentire il passaggio di un numero molto maggiore di petroliere, anche se la navigazione resta pericolosa per la minaccia di missili e droni iraniani.

L'operazione è durata mesi. Droni sottomarini statunitensi hanno perlustrato sistematicamente il tratto di mare, individuando più di cento oggetti sospettati di essere mine. Alla bonifica hanno partecipato anche società private, incaricate di recuperare o far brillare gli ordigni. La riapertura delle corsie centrali consentirà alle navi di attraversare contemporaneamente lo Stretto nelle due direzioni, sotto la protezione dell'aviazione statunitense. Finora la Marina aveva scortato le petroliere lungo una rotta meridionale vicina alle coste dell'Oman.

Parallelamente, Iran e Oman stanno portando avanti un negoziato separato. Il 25 agosto, a Teheran, i Ministri degli Esteri Abbas Araghchi e Badr al-Busaidi hanno discusso un piano in più fasi che prevede un corridoio provvisorio per la navigazione e un'operazione congiunta di sminamento. I colloqui tecnici dovrebbero proseguire con l'obiettivo di istituire una rotta permanente e definire un futuro meccanismo di gestione congiunta dello Stretto.

Le nuove sanzioni e il crollo dell'economia iraniana


Sempre ieri il segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato una nuova campagna per isolare ulteriormente l'economia iraniana. L'iniziativa, battezzata Operation Economic Outcast, colpisce i settori dell'oro, delle attività digitali, della tecnologia, dell'aviazione e della navigazione. Alcuni di questi canali sono utilizzati anche dagli iraniani comuni per proteggere i risparmi dall'inflazione o raggiungere i familiari all'estero.

Bessent ha affermato che Trump sta contattando i leader mondiali con "richieste specifiche" affinché interrompano gli scambi commerciali con Teheran. Il Segretario al Tesoro ha inoltre anticipato sanzioni contro un grande istituto finanziario entro la fine della settimana, mentre la misura più incisiva del pacchetto è stata per il momento rinviata.

L'Amministrazione ha presentato l'operazione come un "D-Day economico", richiamando esplicitamente lo sbarco in Normandia. I funzionari iraniani hanno risposto con lo stesso linguaggio bellico, descrivendo le misure come una nuova fase della guerra iniziata a febbraio con i primi attacchi statunitensi e israeliani. "Qualunque pressione colpisca il sostentamento e la sicurezza della popolazione fa parte della guerra", ha dichiarato Majid Ebn Al-Reza, responsabile della logistica del Ministero della Difesa iraniano. "Per difendere il popolo, allargheremo anche noi il campo di battaglia."

Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale dal 9 agosto ed ex comandante dei Guardiani della Rivoluzione, ha minacciato all'emittente di Stato IRIB che "nemmeno una goccia" di petrolio uscirà più dal Golfo Persico e dallo stretto se i Paesi vicini aderiranno alla campagna americana. In quel caso, ha aggiunto, Teheran li considererebbe Stati nemici. Nelle fasi precedenti del conflitto l'Iran ha già colpito con missili e droni obiettivi nei Paesi del Golfo, dando alla minaccia un precedente concreto.

Il Ministro del Petrolio iraniano ha però ammesso di recente che le esportazioni di greggio, essenziali per l'economia nazionale, sono ormai vicine allo zero. Trump aveva imposto il blocco navale dei porti iraniani il 13 aprile e lo aveva ripristinato il 14 luglio, dopo la ripresa degli attacchi dei Guardiani della Rivoluzione contro le navi mercantili. Da allora le esportazioni iraniane sono diminuite di oltre l'80%. Ieri il principale quotidiano economico del Paese, Donya-e-Eghtesad, ha calcolato che da dicembre il rial ha perso il 41% del proprio valore.

Proprio il crollo della valuta aveva spinto in piazza i primi manifestanti a Teheran il 28 dicembre, dando inizio a settimane di proteste in tutto il Paese e alla più grave sfida da decenni per la dirigenza clericale. Dall'8 gennaio le forze di sicurezza avevano reagito con la repressione più sanguinosa dalla fondazione della Repubblica islamica. Le stime delle vittime oscillano tra circa 6.500 e oltre 36.000; valutazioni interne attribuite al Ministero della Salute iraniano indicano almeno 30.000 morti nelle sole prime 48 ore.

Da allora inflazione e disoccupazione sono aumentate vertiginosamente. Secondo i media locali, il prezzo di alcuni farmaci è cresciuto fino al 500%. Il blocco navale ostacola sia l'uscita del greggio sia l'ingresso dei carburanti raffinati, mentre i danni alle infrastrutture energetiche aggravano la crisi. Ieri il servizio persiano della BBC ha trasmesso immagini di distributori senza benzina e lunghe code di automobili in attesa di rifornimento.

La partita con Cina, Turchia, Iraq e Russia


Il successo della campagna americana dipenderà però dalla disponibilità dei partner commerciali dell'Iran a chiudere gli ultimi canali rimasti. "Quanto più Washington spinge i Paesi terzi a recidere le residue ancore di salvezza dell'Iran, tanto più aumenta l'incentivo di Teheran a dimostrare che partecipare al suo isolamento comporta un costo", ha spiegato al New York Times Sina Toossi, esperto di Iran del Center for International Policy.

La Cina, principale acquirente del greggio iraniano, difficilmente si piegherà. Pechino respinge da tempo le sanzioni statunitensi contro le imprese di Paesi terzi, considerandole uno strumento con cui Washington sfrutta il peso internazionale del dollaro per condizionare altri governi. Gran parte delle istituzioni finanziarie rispetta già le misure in vigore, mentre smantellare le reti commerciali informali che attraversano i confini, alcune attive da secoli, è molto più difficile. "Sull'Iran gli Stati Uniti hanno esaurito la capacità di produrre un effetto shock and awe e di colpire davvero il regime", ha osservato Ellie Geranmayeh, esperta di Iran dello European Council on Foreign Relations.

La dirigenza iraniana è inoltre convinta che l'economia mondiale non abbia ancora avvertito pienamente le conseguenze della chiusura di Hormuz e che un nuovo aumento dei prezzi dell'energia rafforzerebbe la posizione di Teheran in un eventuale negoziato prima delle elezioni di medio termine di novembre. Altri esponenti iraniani ritengono invece che, una volta superato il voto, Trump potrebbe avviare una nuova e più ampia fase della guerra. "In ogni caso, dal punto di vista di Teheran, ci sono pochissimi incentivi ad accettare adesso le richieste americane", ha aggiunto Geranmayeh.

A pagare il prezzo più alto, nel frattempo, è la popolazione iraniana. "Le sanzioni renderanno l'economia iraniana ancora meno trasparente", ha affermato l'economista Peyman Molavi, che vive a Teheran. "Un contesto simile tende a favorire chi dispone delle conoscenze giuste." Secondo Esfandyar Batmanghelidj, direttore della Bourse & Bazaar Foundation di Londra, gli iraniani rappresentano "il danno collaterale" delle sanzioni.

In Iran, inoltre, la campagna sarà interpretata come un tentativo di esasperare la popolazione fino a spingerla a ribellarsi contro il governo, sostiene Mohammad Ali Shabani, analista e direttore del sito regionale Amwaj.media. Dopo la repressione di gennaio, un simile calcolo apparirebbe particolarmente cinico. "È un approccio piuttosto brutale", ha detto Shabani. "Sanno che cosa è successo a gennaio. Il governo iraniano non ha alcuna intenzione di arrendersi e farsi da parte."


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Azure SQL Managed Instance: addio alla quota regionale unica, ora i limiti sono per famiglia hardware
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Azure SQL Managed Instance: addio alla quota regionale unica, ora i limiti sono per famiglia hardware


Il problema: quote regionali condivise e capacity planning complicato


Chi gestisce ambienti Azure SQL Managed Instance (MI) su larga scala conosce bene un problema che, fino a pochi giorni fa, complicava ogni fase di dimensionamento: le quote regionali di subnet. Ogni Managed Instance deve risiedere in una subnet dedicata e delegata al servizio, e fino ad oggi il numero massimo di vCore utilizzabili in quella subnet era vincolato a una quota unica per regione e sottoscrizione, condivisa indistintamente tra tutte le generazioni hardware disponibili (Standard-series, Premium-series e Premium-series Memory Optimized).

In pratica, se un team aveva già saturato la quota regionale con istanze su hardware Standard-series, non poteva provisionare una nuova istanza Premium-series nella stessa regione senza prima aprire una richiesta di supporto per l’aumento della quota, anche se la subnet stessa aveva ancora spazio IP disponibile. Un vincolo “trasversale” che poco aveva a che fare con la reale capacità di rete e molto con una limitazione amministrativa lato piattaforma, particolarmente dolorosa per chi gestisce deployment multi-tenant, ambienti di disaster recovery con failover group, o strategie di aggiornamento side-by-side che richiedono temporaneamente il doppio delle risorse.

Cosa cambia: quote per generazione hardware, non più una quota unica


Microsoft ha annunciato il passaggio a un modello di limiti semplificati e granulari: la quota regionale condivisa viene sostituita da quote indipendenti per ciascuna famiglia hardware. In altre parole, i vCore disponibili per Standard-series, quelli per Premium-series e quelli per Premium-series Memory Optimized vengono ora contabilizzati separatamente, e i deployment sono governati dai normali limiti di rete virtuale di Azure Resource Manager (ARM) piuttosto che da un vincolo specifico del servizio SQL MI.

Il cambiamento si applica sia ai deployment single-zone sia a quelli zone-redundant, e riguarda tutte le subnet delegate a Microsoft.Sql/managedInstances. Per i clienti esistenti la transizione è trasparente: le quote regionali di vCore attualmente in uso vengono convertite automaticamente nel nuovo modello per-hardware, senza necessità di riconfigurare le istanze già in esercizio.

Perché è rilevante per chi fa capacity planning


  • Richieste di quota più mirate: se serve solo più capacità Premium-series Memory Optimized, non è più necessario negoziare un aumento che finirebbe per “gonfiare” anche lo spazio per le altre famiglie hardware.
  • Pianificazione degli upgrade side-by-side più semplice: le operazioni che richiedono capacità aggiuntiva temporanea (ad esempio il passaggio da hardware Gen5 legacy a Standard-series) impattano ora solo la quota della famiglia hardware coinvolta.
  • Meno attrito nei deployment multi-team: in sottoscrizioni condivise tra più team o applicazioni, un consumo intensivo di una famiglia hardware non blocca più il provisioning su un’altra famiglia nella stessa regione.


Cosa resta invariato: il dimensionamento della subnet


È importante non confondere questo cambiamento con un allentamento dei requisiti di rete: la subnet dedicata a Managed Instance deve continuare a rispettare i vincoli storici del servizio. Microsoft continua a raccomandare un blocco CIDR di almeno /27 (32 indirizzi) per garantire margine sufficiente a operazioni di manutenzione, failover e scaling, con /28 come limite minimo assoluto per ambienti realmente contenuti. Restano inoltre valide le regole che vietano di condividere la subnet con altre risorse non delegate e che richiedono una tabella di route e un gruppo di sicurezza di rete (NSG) dedicati e configurati secondo i requisiti del servizio.

Per chi deve verificare lo stato attuale delle quote, il percorso resta quello consueto tramite portale Azure, sotto Subscriptions > Usage + quotas filtrando per il provider Microsoft.Sql, oppure via Azure CLI:

az sql instance-pool list-usage --location "westeurope"

# oppure, per verificare i limiti di risorsa applicabili a una specifica instance pool
az sql instance-pool show --name mypool --resource-group myRG

Le richieste di aumento quota, quando necessarie, si effettuano ancora tramite una richiesta di supporto dedicata dal portale Azure, specificando ora la famiglia hardware interessata anziché una generica richiesta regionale.

Considerazioni pratiche per l’infrastruttura


Per chi sta pianificando una migrazione verso Managed Instance, o un ampliamento di un ambiente esistente, questo è un buon momento per rivedere la topologia di rete. Alcuni suggerimenti operativi:

  • Documentate quale famiglia hardware usa ciascuna istanza nel vostro inventario CMDB o nei tag delle risorse: con quote separate, sapere “chi consuma cosa” diventa più rilevante per prevedere colli di bottiglia futuri.
  • Rivedete le pipeline di provisioning IaC (Bicep, Terraform, ARM template): se avevate logica custom per gestire manualmente errori di quota condivisa, potete probabilmente semplificarla.
  • Pianificate in anticipo gli upgrade di generazione hardware: sapere che la quota Premium-series è indipendente da quella Standard-series consente di programmare finestre di migrazione senza il rischio che un’altra applicazione “consumi” involontariamente la capacità necessaria.
  • Verificate i failover group cross-region: assicuratevi che anche nella regione secondaria la quota per la famiglia hardware utilizzata sia sufficiente, dato che il DR richiede risorse equivalenti a quelle primarie.


Conclusione


Si tratta di una modifica infrastrutturale che non introduce nuove funzionalità visibili agli sviluppatori, ma che rimuove un attrito operativo reale per chi amministra ambienti Azure SQL Managed Instance su larga scala. Il passaggio da una quota condivisa a quote per hardware allinea meglio la governance delle risorse SQL a quella già in uso per il resto della rete virtuale, riduce le richieste di supporto necessarie per operazioni di routine e semplifica la pianificazione di capacity planning e upgrade. Per i team che gestiscono più applicazioni con esigenze hardware eterogenee nella stessa sottoscrizione, il beneficio pratico si vedrà già alla prossima richiesta di provisioning.

Fonte: Petri IT Knowledgebase – Azure SQL Managed Instance Removes a Capacity Planning Hurdle for Large Deployments


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768 chiavi AWS con accesso amministrativo ancora attive: la guida pratica all’igiene delle credenziali cloud
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768 chiavi AWS con accesso amministrativo ancora attive: la guida pratica all’igiene delle credenziali cloud


Truffle Security ha passato al setaccio oltre 430.000 fonti pubbliche — repository Git, dataset di training, immagini Docker, log di CI — e ne ha estratto 64.024 coppie di chiavi AWS uniche, distribuite su oltre 50.000 account. Il dato che dovrebbe far drizzare le antenne a qualsiasi sistemista non è tanto il numero in sé, quanto quello che è successo quando i ricercatori hanno riverificato un campione di 10.616 chiavi ad agosto 2026: l’88% era ancora valido. Non credenziali di test dimenticate in un branch morto: chiavi vive, utilizzabili, spesso con privilegi amministrativi completi su account aziendali.

È un caso di studio quasi perfetto su come l’igiene delle credenziali cloud si degradi silenziosamente nel tempo, e su cosa si può fare concretamente — oggi, con gli strumenti che AWS mette già a disposizione — per non finire nella prossima ricerca di questo tipo.

I numeri che contano davvero


La metodologia merita una menzione: i ricercatori non hanno letto policy IAM né toccato dati applicativi, ma hanno usato esclusivamente chiamate di sola lettura come sts:GetCallerIdentity, iam:ListAccessKeys e budgets:DescribeBudgets per confermare che una chiave fosse autentica e capire a cosa desse accesso. Un approccio pulito, che rende i numeri difficili da liquidare come esagerazioni.

Il quadro che emerge sul campione riverificato:

  • 768 chiavi aziendali con controllo amministrativo totale sull’account che le ospitava.
  • 526 di queste erano chiavi di root, cioè l’identità con poteri illimitati che AWS stessa raccomanda di non usare mai in produzione.
  • 130 chiavi root appartenevano addirittura all’account di gestione dell’intera organizzazione AWS, con potenziale impatto su tutti gli account figli collegati via AWS Organizations.
  • 242 utenti IAM avevano la policy AdministratorAccess allegata direttamente o tramite un gruppo.
  • Su un sottoinsieme di 1.157 utenti IAM di cui è stato possibile enumerare le policy, il 976, cioè l’84%, risultava amministratore.

Ma il dato più interessante per chi fa capacity planning della propria postura di sicurezza è un altro: l’età mediana delle chiavi ancora attive era di circa 5 anni, con punte fino a 17,4 anni. E solo il 13,7% aveva accanto una chiave più recente, segno che il resto — l’86% — non era mai stato ruotato dal giorno della creazione. Le chiavi AWS non scadono da sole: se nessuno le ruota o le revoca attivamente, restano valide per sempre, anche dopo che la persona che le ha create ha lasciato l’azienda o dimenticato il progetto in cui erano incluse.

Da dove escono le chiavi


La fonte principale identificata non è GitHub, come ci si aspetterebbe, ma Hugging Face: 8.482 chiavi uniche trovate in 3.394 dataset pubblici, con la percentuale più alta di chiavi root fra tutte le sorgenti analizzate (17,9%). Il meccanismo è subdolo: uno sviluppatore include per errore un file di configurazione o un notebook con credenziali hardcoded in un dataset poi scaricato, clonato e reimpacchettato migliaia di volte per l’addestramento di modelli. A quel punto cancellare il file originale non serve a nulla, perché la credenziale è ormai disseminata in decine di copie derivate. Le altre fonti classiche — cronologia Git, immagini Docker, registri dei package manager, log di CI esposti — restano comunque significative.

Perché l’impatto economico è il segnale più sottovalutato


Un altro dato da isolare: sui soli account con spesa mensile leggibile, il totale ammontava a oltre 420.000 dollari al mese, con nove account sopra i 10.000 dollari/mese. La parte più scomoda: solo il 9,5% degli account leggibili aveva un budget alert configurato, anche minimo. La maggior parte delle organizzazioni coinvolte non avrebbe quindi ricevuto alcun segnale automatico in caso di abuso delle credenziali per cryptomining o exfiltration, se non la fattura di fine mese — e un budget alert a 10 dollari costa letteralmente nulla da configurare. È probabilmente il controllo con il miglior rapporto sforzo/beneficio dell’intero articolo, eppure resta il più trascurato.

Il piano d’azione per chi gestisce account AWS in produzione

1. Eliminare le chiavi di root, senza eccezioni


Come ricordano gli stessi ricercatori, nel 2026 non esiste più alcuna ragione legittima per avere una chiave di accesso root attiva. Ogni operazione che un tempo richiedeva le credenziali root può oggi essere delegata a un utente o ruolo IAM con permessi granulari. Il primo passo è un inventario:

aws iam get-account-summary --query 'SummaryMap.AccountAccessKeysPresent'

Se il valore restituito è diverso da zero, esiste ancora una chiave di accesso root da eliminare dalla console IAM (sezione «Credenziali di sicurezza» dell’account root). Questo controllo va ripetuto su ogni account collegato via AWS Organizations, inclusi quelli storici creati anni fa e magari dimenticati.

2. Fare l’inventario e la rotazione delle chiavi IAM


Per ogni utente IAM, un comando come questo restituisce l’età di ciascuna chiave attiva:

aws iam list-access-keys --user-name nome-utente \
  --query 'AccessKeyMetadata[].{Id:AccessKeyId,Status:Status,Created:CreateDate}'

Per farlo su scala, conviene generare il credential report integrato di IAM, che include per ogni utente la data dell’ultima rotazione e dell’ultimo utilizzo:
aws iam generate-credential-report
aws iam get-credential-report --query 'Content' --output text | base64 -d > credential-report.csv

Da qui è possibile costruire una policy interna semplice ma efficace: nessuna chiave IAM viva più di 90 giorni senza rotazione, e nessuna chiave inutilizzata da oltre 45 giorni resta attiva. Questi controlli si possono automatizzare con AWS Config, usando le regole gestite access-keys-rotated e iam-user-unused-credentials-check, che segnalano automaticamente le credenziali fuori policy.

3. Sostituire le chiavi statiche con credenziali temporanee dove possibile


La causa profonda del problema non è solo la disattenzione nel pubblicare codice: è l’uso stesso di chiavi statiche a lunga durata dove non servirebbero. Per workload su EC2, ECS o Lambda, i ruoli IAM associati all’istanza o alla funzione eliminano la necessità di distribuire chiavi: le credenziali vengono generate automaticamente, durano poche ore e non finiscono mai su disco. Per l’accesso umano da riga di comando, IAM Identity Center (ex AWS SSO) con aws sso login ottiene lo stesso risultato: credenziali temporanee via autenticazione federata, mai una coppia access key/secret key permanente da custodire.

4. Restringere il raggio d’azione con permission boundary e Access Analyzer


Dove le chiavi IAM restano necessarie, i permission boundary impongono un tetto massimo ai privilegi che una policy può concedere a un utente, indipendentemente da eventuali policy troppo permissive aggiunte in futuro per errore. AWS IAM Access Analyzer va usato in modo proattivo per capire chi, all’esterno dell’account, può potenzialmente raggiungere le risorse tramite trust policy troppo larghe:

aws accessanalyzer list-findings \
  --analyzer-arn arn:aws:access-analyzer:eu-west-1:123456789012:analyzer/nome-analyzer \
  --filter '{"status":{"eq":["ACTIVE"]}}'

5. Impedire che le chiavi finiscano nel commit, non solo dopo


Trattare ogni commit come una potenziale fuga di dati è l’unico approccio realistico: il 43% delle chiavi individuate nella ricerca era presente in più posizioni contemporaneamente, segno che, una volta trapelata, una credenziale si propaga rapidamente in fork, mirror e archivi di terze parti. Strumenti come gitleaks o TruffleHog vanno integrati come pre-commit hook, così da bloccare il problema prima che raggiunga il repository remoto:

# installazione di un pre-commit hook con gitleaks
gitleaks protect --staged -v

GitHub, GitLab e Gitea offrono inoltre scanning nativo dei secret sui push, con notifica automatica ad AWS quando viene rilevata una chiave valida: è da qui che nasce la policy AWSCompromisedKeyQuarantine, applicata automaticamente da AWS quando una chiave viene rilevata esposta pubblicamente. Nella ricerca, il 12% delle chiavi la portava già — un segnale che, se ignorato, lascia comunque la chiave tecnicamente valida per operazioni di sola lettura in molti casi, e va trattato come un incidente da chiudere subito, non come un avviso a bassa priorità.

Conclusione


Il dato più utile di questa ricerca non è il numero assoluto di chiavi esposte, ma la fotografia di cosa succede quando la rotazione delle credenziali non è un processo automatizzato ma una buona intenzione: dopo cinque anni, in media, nessuno se ne ricorda più. Per chi amministra infrastrutture AWS, il valore pratico sta tutto nella lista di controlli sopra — nessuno dei quali richiede strumenti terzi costosi o una rewrite dell’architettura. Un inventario delle chiavi, un budget alert, un permission boundary e un pre-commit hook sono interventi che si implementano in un pomeriggio e che, secondo questi numeri, la maggior parte delle organizzazioni non ha ancora messo in pratica.

Fonte: Truffle Security — «768 Leaked Corporate AWS Keys Held Full Admin Rights», ripreso da Petri.com.


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Ocasio-Cortez cambia lo staff mentre decide se correre alla Casa Bianca nel 2028


Il responsabile della campagna Oliver Hidalgo-Wohlleben lascia a settembre, tornano due ex collaboratrici e si allargano le competenze del capo di gabinetto Mike Casca, cresciuto con Sanders.

La deputata democratica di New York Alexandria Ocasio-Cortez sta cambiando la squadra di collaboratori che lavora con lei, tra partenze e nuovi arrivi, a pochi mesi dalla decisione se candidarsi alla presidenza nel 2028. Lo ha rivelato Axios. L'altra strada che sta valutando è una corsa per il seggio al Senato di Chuck Schumer, capogruppo della minoranza democratica, che nel 2028 sarà anch'esso in palio. La decisione su quale delle due strade percorrere arriverà nei prossimi mesi.

Oliver Hidalgo-Wohlleben, da anni responsabile della campagna elettorale e consigliere di Ocasio-Cortez, lascerà l'incarico a settembre. "Non avrei mai creduto di poter fare un lavoro del genere e tanto meno di lasciarlo", ha dichiarato ad Axios. "Ma dopo aver corso senza sosta dalle primarie del 2020, so anche che è il momento giusto per prendermi una pausa". Ha descritto la deputata come "impegnata a lottare per un mondo migliore" e ha aggiunto: "Qualunque cosa arrivi per Alex, ha il mio sostegno. Come tutti gli altri, non vedo l'ora di scoprire cosa ci aspetta".

Al suo posto è subentrata questo mese, in via provvisoria, Fiorella Bini, da tempo collaboratrice della deputata. Aya Saed, che in passato ha guidato l'attività legislativa del suo ufficio, è tornata in primavera con un doppio incarico (vice capo di gabinetto alla Camera e consigliera della campagna). Tanushri Shankar-Ross, uscita dalla squadra nel 2023, è rientrata come consigliera di primo piano, come ha riportato per primo Puck. Ha lasciato quest'estate anche Tyler Evans, direttore creativo dal 2021, che in alcuni periodi ha lavorato per lei come collaboratore esterno.

I cambiamenti hanno coinciso con l'allargamento delle competenze di Mike Casca, capo di gabinetto della deputata. Casca, 37 anni, è stato consigliere per la comunicazione della campagna presidenziale del 2020 del senatore indipendente del Vermont Bernie Sanders e poi vice capo di gabinetto nel suo ufficio al Senato, prima di passare alla squadra di Ocasio-Cortez alla fine del 2023.

La deputata ha una squadra piccola e affiatata, più giovane di quelle degli altri possibili candidati alla presidenza del 2028. Il rapporto stretto con Sanders le permetterebbe di attingere a una parte dell'infrastruttura politica del senatore se decidesse di ingrandire in fretta la macchina organizzativa per una corsa alla Casa Bianca o al Senato.

Ocasio-Cortez è comparsa di recente nei contenuti di More Perfect Union, un progetto editoriale progressista rivolto ai lavoratori guidato da Faiz Shakir, che ha diretto la campagna di Sanders. La sua campagna si appoggia già alla società di consulenza progressista Middle Seat, fondata da ex collaboratori del senatore. La deputata si è anche reiscritta ai Democratic Socialists of America, l'organizzazione socialista a cui non aderiva da sette anni.

Altri ex consiglieri di Sanders lavorano già con possibili candidati alla presidenza del 2028. Diversi collaboratori delle campagne presidenziali del 2016 e del 2020 sono al fianco del deputato democratico della California Ro Khanna. Tim Tagaris, responsabile della comunicazione digitale in entrambe le corse di Sanders, ha aiutato con la sua società Aisle 518 Strategies il governatore della California Gavin Newsom, un altro possibile aspirante alla Casa Bianca, a costruire la lista di contatti email che usa per la raccolta fondi.


Ocasio-Cortez si è reiscritta ai socialisti americani dopo sette anni senza tessera


Alexandria Ocasio-Cortez, la deputata di New York considerata il volto del socialismo democratico americano, per sette anni non è stata formalmente iscritta ai Democratic Socialists of America (DSA), l'organizzazione che raccoglie i socialisti democratici degli Stati Uniti. La tessera annuale che aveva preso nel 2018 era scaduta nel 2019 e non era mai stata rinnovata. Se ne è accorta la dirigenza dell'organizzazione stessa poche settimane fa e la deputata ha ripreso la tessera nell'agosto 2026.

La conferma è arrivata martedì sera in una nota inviata agli iscritti e anticipata dal sito City & State New York: "Democratic Socialists of America conferma che la deputata Alexandria Ocasio-Cortez è un membro in regola della nostra organizzazione, essendosi reiscritta di recente, nell'agosto 2026". Nel testo si legge anche che la dirigenza nazionale si è accorta solo ora che l'iscrizione presa nel 2018, valida un anno, era scaduta l'anno successivo.

Quando Ocasio-Cortez si iscrisse era una candidata al Congresso alla prima campagna elettorale e la quota annuale costava 60 dollari, da rinnovare a mano ogni dodici mesi. Quel meccanismo faceva perdere per strada molti iscritti che si dimenticavano semplicemente di pagare. Da allora i DSA sono passati al rinnovo automatico e hanno spinto i nuovi iscritti verso le quote mensili: quella ordinaria è di 15 dollari al mese, con una versione ridotta a 5 dollari per chi ha redditi bassi e la possibilità di versare fino a 50 dollari.

Per anni la stessa organizzazione ha trattato la deputata come un'iscritta. Nel novembre 2020 si congratulò su X con "l'iscritta ai DSA AOC" per la rielezione al Congresso e nel marzo 2024 elogiò lei e l'allora deputata del Missouri Cori Bush, definendole entrambe "iscritte", per aver votato contro la legge che metteva al bando TikTok.

A far partire la verifica è stata un'intervista di inizio agosto ad ABC News, in cui il conduttore Jonathan Karl ha chiesto a Ocasio-Cortez se fosse ancora iscritta ai DSA. La deputata ha risposto: "Alla sezione di New York City". Alla domanda se fosse iscritta anche all'organizzazione nazionale ha risposto di no, spiegando che "ogni sezione dei DSA si costituisce a livello locale" e che quella newyorkese somiglia a "una sezione sindacale locale". La distinzione però non esiste: essere iscritti a NYC-DSA significa pagare la quota all'organizzazione nazionale e risiedere a New York. I membri della sezione cittadina possono versare contributi aggiuntivi al gruppo locale, ma si sommano alla quota nazionale, non la sostituiscono. La risposta ha spiazzato i suoi compagni di organizzazione e ha convinto la dirigenza a controllare i registri. La notizia dell'iscrizione scaduta è stata diffusa per prima su X dal Manhattan Institute, un centro studi statunitense.

I DSA hanno spiegato di aver reso pubblici i dettagli proprio per la corsa del 2028: "Anche se è insolito che i DSA si esprimano sullo stato di iscrizione dei singoli, le discussioni in corso sulla campagna presidenziale del 2028 hanno reso necessario questo comunicato", si legge nella nota. "Con sezioni e iscritti che si stanno mobilitando per candidare la deputata Alexandria Ocasio-Cortez alle primarie presidenziali, riteniamo che lo stato della sua iscrizione sia un'informazione essenziale per i membri nelle loro deliberazioni e discussioni."

La procedura formale con cui l'organizzazione deciderà chi sostenere alle presidenziali partirà all'inizio del prossimo anno e la dirigenza nazionale è divisa sull'ipotesi di appoggiare la deputata. Le sezioni di Los Angeles e Atlanta hanno già approvato risoluzioni che le chiedono di candidarsi e a novembre dovrebbe fare lo stesso NYC-DSA, durante il congresso cittadino.

I rapporti con l'organizzazione nazionale si erano incrinati nel luglio 2024, quando i DSA le tolsero l'endorsement su richiesta proprio della sezione di New York. Le contestavano il voto a favore di una risoluzione della Camera che indicava la "negazione del diritto di Israele a esistere" come esempio di antisemitismo, oltre alla partecipazione a un dibattito pubblico sullo stesso tema. "Un endorsement nazionale dei DSA comporta un impegno serio verso il movimento per la Palestina e verso il nostro progetto socialista collettivo", scrisse allora l'organizzazione. "Per costruire un movimento socialista capace di sconfiggere il capitalismo dobbiamo pretendere di più dai leader del nostro movimento." Da quel momento Ocasio-Cortez ha ricevuto il sostegno soltanto della sezione cittadina, mai di quella nazionale.

L'attenzione per la sua posizione arriva mentre i DSA crescono rapidamente in tutto il paese, dopo una serie di vittorie elettorali che vanno da New York alla Florida, dove una socialista-dem ha vinto a sorpresa la primaria democratica per il Senato. Nei suoi otto anni al Congresso Ocasio-Cortez è diventata l'iscritta più conosciuta dell'organizzazione, ha battuto i record di raccolta fondi tra i piccoli donatori ed è stata determinante nel sostenere altri candidati socialisti, a partire dal sindaco di New York Zohran Mamdani.

I vertici della sezione newyorkese hanno già incontrato in privato la deputata per convincerla a correre. Tra le figure chiave di questi colloqui c'è Jeremy Cohan, coordinatore del comitato di NYC-DSA che segue gli eletti al Congresso. Mercoledì mattina la sezione ha pubblicato su X una foto di Cohan e dei due co-presidenti Grace Mausser e Gustavo Gordillo insieme a Ocasio-Cortez, accompagnata dalla frase "il socialismo democratico è il futuro".

La deputata, che ha 36 anni, è considerata una delle candidate più probabili per le primarie democratiche del 2028 e un numero crescente di iscritti ai DSA vuole che si candidi. Un suo portavoce non ha commentato la vicenda della tessera.


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Il super PAC di Elon Musk riparte con spot online contro il socialismo


America PAC ha lanciato annunci digitali in Maine, Michigan e New Hampshire, tre Stati dove si decide il controllo del Senato. È la prima spesa rilevante del gruppo dopo il voto in Wisconsin del 2025.

Il super PAC di Elon Musk è tornato a spendere per la campagna elettorale. America PAC ha lanciato questo mese annunci online in Maine, Michigan e New Hampshire, tre Stati dove la sfida per il Senato può decidere quale partito controllerà la camera alta del Congresso. Un super PAC è un comitato che può raccogliere e spendere somme illimitate a favore di un candidato o di una causa politica (a condizione di non coordinarsi con la campagna elettorale che sostiene). È la prima spesa pubblicitaria rilevante del gruppo dopo l'elezione per la Corte Suprema del Wisconsin dell'anno scorso.

Gli annunci sono rivolti a liste specifiche di persone e le invitano a iscriversi alle liste elettorali, un passaggio che negli Stati Uniti l'elettore deve compiere per conto proprio prima di poter votare. Alcuni sono generici e ricordano che la corsa al Senato nel proprio Stato può decidere il controllo dell'aula. Altri attaccano il socialismo, come quello che mostra l'immagine del sindaco di New York Zohran Mamdani con l'avvertimento che "se non voti a novembre, il socialismo potrebbe dichiarare vittoria sull'America". La ricostruzione arriva da un'analisi dei dati sugli annunci politici di Meta condotta da NBC News.

America PAC non dava segnali di attività da più di un anno. Il gruppo ha confermato di recente che avrà un ruolo importante nelle elezioni di metà mandato di novembre, quando si rinnovano la Camera e un terzo del Senato, puntando sul porta a porta, sulla pubblicità digitale e sulla posta diretta per far votare gli elettori repubblicani. I piani del comitato per le elezioni di metà mandato erano stati anticipati da Axios.

"La squadra politica del presidente e il resto dell'apparato repubblicano hanno costruito una macchina di primo livello che metterà i repubblicani in una posizione forte per andare contro la storia e mantenere il controllo del Congresso questo autunno e siamo felici di far parte di nuovo della squadra", ha detto a NBC News il portavoce di America PAC Andrew Romeo il mese scorso, confermando che il gruppo si stava attrezzando per il voto. Il comitato non ha commentato i nuovi annunci.

Quanto spenderà il gruppo non è ancora chiaro: alla fine di giugno America PAC aveva dichiarato poca liquidità in cassa, ma il patrimonio personale di Musk gli permette di riversare risorse sul comitato in tempi rapidi. Nel 2024 l'imprenditore aveva speso più di 250 milioni di dollari a sostegno del presidente Donald Trump e del suo partito, diventando in poco tempo uno dei protagonisti della politica repubblicana.

La successiva prova elettorale di Musk era andata male. Nel 2025 si era impegnato nella corsa per un seggio alla Corte Suprema del Wisconsin, dove i giudici sono eletti dai cittadini. Il candidato che sosteneva era stato battuto. In quella campagna i democratici avevano messo proprio Musk al centro dei loro spot, trasformandolo nel bersaglio principale della loro comunicazione.

Il rapporto tra Musk e il presidente ha attraversato fasi alterne, con rotture e riavvicinamenti, ma il fondatore di Tesla è rimasto un donatore affidabile per i repubblicani e in questo ciclo elettorale ha versato milioni di dollari ai principali comitati del partito. All'inizio di quest'anno ha fatto parte della delegazione americana che ha accompagnato Trump in Cina.

Il Senato è il fronte più incerto di queste elezioni e i democratici hanno cominciato a credere di poter conquistare la maggioranza. Il socialismo è diventato uno degli argomenti principali della campagna repubblicana dopo la vittoria di Mamdani a New York. Il sindaco è finito in tribunale per il suo piano di supermercati comunali e i consensi per le idee della sinistra radicale crescono soprattutto tra gli elettori bianchi laureati e benestanti.


I Dem iniziano a credere di poter vincere al Senato


Le corse per il Senato in Texas e Iowa non hanno più un favorito. Cook Political Report, il sito di analisi elettorale non schierato che assegna un pronostico a ogni sfida, ha spostato giovedì le due gare dalla categoria di quelle in cui i repubblicani sono in vantaggio a quella delle corse in bilico. Il presidente Donald Trump aveva vinto entrambi gli Stati con più di 13 punti di scarto nel 2024.

Ai democratici servono quattro seggi netti per conquistare la maggioranza al Senato in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. All'inizio del ciclo elettorale la strada verso i 51 seggi sembrava passare solo per Maine, Ohio, Alaska e North Carolina. Ora il partito prova a competere anche in Iowa, Texas, Kansas e persino Mississippi, puntando sullo stato dell'economia, sulla guerra in Iran e su un'accusa più generale di corruzione a Washington.

Chuck Schumer, capo dei democratici al Senato, ha detto in un comunicato che "la battaglia per il Senato è ora un testa a testa e i democratici sono sulla strada della vittoria". Secondo Schumer i repubblicani "pensavano di avere il Senato blindato" e invece i democratici "hanno spalancato la mappa" grazie al reclutamento dei candidati e a un messaggio centrato su quello che il partito può consegnare agli americani.

Jessica Taylor, che cura le analisi sulle corse per il Senato per Cook Political Report, ha dichiarato a NOTUS che il giudizio degli elettori sull'economia è probabilmente già formato in vista di novembre. "I prezzi della benzina sono più alti in un posto come l'Iowa. I prezzi dei fertilizzanti e del gasolio sono più alti. I dazi hanno colpito l'agricoltura", ha detto. A pesare sono soprattutto gli effetti economici negativi dei dazi decisi dal presidente e la guerra contro l'Iran.

La qualità dei candidati funziona in modo opposto nei due Stati. "Ashley Hinson è una candidata molto forte per i repubblicani in Iowa, ma penso che in Texas valga il contrario, perché i repubblicani hanno un candidato molto debole in Ken Paxton", ha detto Taylor. "Quindi in Texas contano sia il clima politico sia un candidato debole, oltre a un candidato più forte" tra i democratici, cioè James Talarico.

In Iowa si vota per sostituire la senatrice repubblicana Joni Ernst, che non si ricandida. La sfida è tra la deputata al Congresso Ashley Hinson e il deputato statale democratico Josh Turek. Un democratico non vince un'elezione presidenziale o per il Senato in Iowa dal 2012, quando ci riuscì Barack Obama. Lo Stato è stato colpito dai dazi e dall'aumento dei costi dei fertilizzanti e del gasolio.

Anche le corse per il governatore si sono mosse: il Texas è passato da sicuro repubblicano a probabile repubblicano, l'Iowa da incerto a favorevole ai democratici. In Iowa il revisore dei conti dello Stato Rob Sand è avanti di 5 punti sull'imprenditore e agricoltore repubblicano Zach Lahn secondo una rilevazione di Emerson College Polling e Nexstar Media. Spencer Kimball, direttore esecutivo di Emerson College Polling, ha detto che a fare la differenza sono gli elettori indipendenti che si stanno spostando verso Sand. Il governatore del Texas Greg Abbott, in carica da tre mandati, è criticato per il sostegno dato in passato ai data center mentre nelle aree rurali cresce l'opposizione a questi impianti. La sua sfidante democratica, la deputata statale Gina Hinojosa, ha definito lo Stato il "far west dei data center".

In Texas non viene eletto un democratico a una carica statale da più di trent'anni. Gli elettori repubblicani sono molto più numerosi di quelli democratici e Talarico ha bisogno di voti oltre il suo schieramento. Per questo ha assunto un collaboratore repubblicano dell'ufficio del senatore John Cornyn in un ruolo di vertice della campagna. I democratici a livello nazionale non stanno ancora investendo nella corsa per il Senato in Texas. Lo Stato è servito da 20 mercati televisivi ed è di gran lunga il più costoso tra quelli in gioco.

Taylor ha avvertito che i pronostici possono tornare a favore dei repubblicani quando in autunno gli elettori inizieranno a seguire davvero i candidati e dopo che il partito avrà lanciato la sua campagna pubblicitaria da molti milioni di dollari. Il Senate Leadership Fund, il principale comitato che raccoglie fondi illimitati a sostegno dei candidati repubblicani al Senato ed è vicino al leader della maggioranza John Thune, ha già cominciato a comprare spazi televisivi con spot contro i candidati democratici in Iowa, Alaska, Maine e North Carolina. È il segno che i repubblicani si sentono costretti a spendere anche in quegli Stati.

Patrick Ruffini, sondaggista di Echelon Insights, ha esaminato in un'analisi più di 3.000 sondaggi sulle corse per il Senato degli ultimi quattro cicli elettorali. Negli ultimi anni, ha scritto, i democratici sembrano competitivi negli Stati repubblicani durante l'estate per poi perdere terreno il giorno del voto. Anche in questo caso i sondaggi dovrebbero stringersi nei prossimi mesi e strappare seggi in Stati molto conservatori come Kansas e Mississippi resta un'impresa.

I repubblicani faticano però a difendere il prezzo alto della benzina causato dalla guerra in Iran. Lo presentano come un sacrificio temporaneo mentre il presidente cerca di ottenere la pace in Medio Oriente, sei mesi dopo gli attacchi contro Teheran. Michele Tafoya, candidata repubblicana al Senato in Minnesota, ha proposto agli elettori di rinunciare al caffè da Starbucks per far quadrare i conti alla pompa.

Il gradimento del presidente non aiuta il suo partito. Un sondaggio Reuters/Ipsos lo ha misurato al 33%, il valore più basso del suo mandato. Anche il suo peso nelle primarie si sta riducendo, con sempre più elettori repubblicani che hanno bocciato i candidati che sostiene.

Abdul El-Sayed, il progressista scelto dai democratici per il seggio libero del Michigan, preoccupa una parte del partito, che teme prenda meno voti del previsto e apra la strada al deputato repubblicano Mike Rogers in un seggio considerato sicuro. Un sondaggio dell'AARP, l'associazione degli americani sopra i 50 anni, li ha trovati alla pari, 48 a 47, mentre altre rilevazioni danno Rogers in vantaggio.

Battere Susan Collins in Maine, senatrice repubblicana al quinto mandato, resta complicato dopo il cambio di candidato di fine estate. Al posto di Graham Platner, travolto dalle polemiche, corre Troy Jackson, ex presidente del Senato dello Stato e molto meno conosciuto.

I repubblicani indicano l'avanzata dei socialisti-democratici nelle corse più visibili, compresa la vittoria di Angie Nixon nella primaria democratica per il Senato in Florida, come prova che il Partito Democratico è troppo estremo. Il National Republican Senatorial Committee, il comitato che coordina le campagne repubblicane per il Senato, ha criticato il senatore democratico Jon Ossoff, candidato alla rielezione in Georgia, per aver appoggiato quello che ha chiamato il "compagno socialista" El-Sayed. Il comitato ha chiesto: "Ossoff sosterrà anche Nixon e starà dalla parte del suo programma socialista?"

Il Partito Democratico ha anche un problema di immagine che rende la battaglia per il Senato una partita aperta. "Penso che gli elettori sceglieranno in qualche modo tra il meno peggio", ha detto Taylor. "Il Senato è in bilico, ma è una corsa in cui i repubblicani potrebbero ancora avere un leggero vantaggio."


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Rifondazione: “Vicinanza ad Alessandro Di Battista” home.rifondazione.eu/2026/08/2… #ComunicatiStampa

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La nuova infrastruttura di #Peacelink. Il post di @francesco, co-fondatore di sociale.network

Migrazione completata: addio al BigTech, torniamo in Europa. Non un singolo servizio critico di PeaceLink gira più su cloud statunitense

peacelink.it/peacelink/la-nuov…

@fediverso

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#AutisticiInventati - Una singola firma di Trump può cancellarti da internet. L'articolo di @smaurizi


Una nuova battaglia tra Davide e Golia si sta combattendo su internet, dopo la guerra del governo statunitense contro Julian Assange e WikiLeaks. Questa volta, l'epicentro è l'Italia e Davide è un'organizzazione di volontari italiana: un piccolo collettivo di persone poco conosciute che creano e distribuiscono gratuitamente account di posta elettronica crittografati, blog e mailing list.


ilfattoquotidiano.it/2026/08/2…

@eticadigitale

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Iran, la guerra che doveva essere breve: sei mesi di guerra non hanno piegato Teheran


Il regime è sopravvissuto ai bombardamenti e Washington punta ora sulle sanzioni. Ma gli analisti temono che la nuova strategia possa riportare all'escalation militare.

Doveva essere una guerra rapida. Ma sei mesi dopo i massicci raid aerei lanciati da Stati Uniti e Israele contro l'Iran, il 28 febbraio, il conflitto continua e l'Amministrazione Trump ha sostituito alla guerra militare una guerra economica. Secondo gli analisti sentiti dal New York Times, il risultato rischia però di non cambiare: gli obiettivi americani restano poco chiari, la credibilità di Washington si è già indebolita e il bilancio strategico appare negativo. A pagare il prezzo più alto sono gli iraniani comuni, stretti tra la pressione degli Stati Uniti e quella dei propri governanti.

Il primo giorno di guerra Donald Trump aveva promesso agli iraniani che "l'ora della vostra libertà è vicina". Oggi la sua Amministrazione cerca di impoverire ulteriormente il Paese, nella speranza che la popolazione si rivolti contro un regime repressivo e sempre più militarizzato. "La guerra non ha raggiunto gli obiettivi americani", ha ammesso senza mezzi termini al New York Times Sanam Vakil, direttrice del programma Medio Oriente e Nord Africa di Chatham House. La Repubblica islamica è sopravvissuta, controlla di fatto lo Stretto di Hormuz e ha rafforzato la propria influenza nella regione, mentre alcuni dei Paesi che Teheran bombardava pochi mesi fa cercano ora di ricucire i rapporti.

Suzanne Maloney, responsabile della politica estera alla Brookings Institution, è ancora più netta: "Abbiamo fatto molti danni all'Iran, ma ne sono usciti più forti di prima". I vicini di Teheran, osserva, hanno concluso che devono trovare un modo per convivere con un regime che non se ne andrà facilmente. Nel frattempo si è indebolita molto la credibilità americana tra gli alleati, insieme alla reputazione di Trump come presidente deciso a evitare guerre lunghe e costose in Medio Oriente. "Questa guerra ha davvero inghiottito la presidenza Trump", ha aggiunto Maloney.

Iran · Sei mesi di guerra

I bombardamenti non hanno piegato l’Iran, ora Washington punta sul collasso economico

A sei mesi dai raid del 28 febbraio il regime iraniano è ancora in piedi e controlla di fatto lo Stretto di Hormuz. L’Amministrazione Trump ha cambiato arma: al posto delle bombe, le sanzioni. Il prezzo più alto lo pagano gli iraniani comuni.

Grafica di FocusAmerica 28 agosto 2026

181 giorni di guerra
L’economia iraniana dopo sei mesi di conflitto

Inflazione annua
84%

Rial per un dollaro
2.000.000

Secondo la banca centrale iraniana. I prezzi degli alimentari salgono ogni settimana.
Il minimo storico della valuta. I beni importati sono schizzati e alle pompe di benzina si fa la coda.

Il regime è sopravvissuto ai raid e ha rafforzato la propria influenza nella regione. «Abbiamo fatto molti danni all’Iran, ma ne sono usciti più forti di prima», dice Suzanne Maloney della Brookings Institution.

1La cronologia

Sei mesi di una guerra che doveva durare poche settimane


Tocca ogni tappa per leggere che cosa è successo.

28 febbraio 2026 Comincia «Operation Epic Fury»+

Un attacco a sorpresa di Stati Uniti e Israele uccide la Guida Suprema Ali Khamenei e molti dei suoi collaboratori. Il figlio Mojtaba resta ferito gravemente: oggi è il suo successore.

Le settimane successive I raid distruggono aviazione e Marina+

I bombardamenti danneggiano pesantemente anche il programma missilistico iraniano. Ma la popolazione non si solleva e la leadership non si spacca.

La risposta di Teheran Lo Stretto di Hormuz si chiude+

Le forze iraniane ripristinano molti lanciarazzi, colpiscono basi americane e alleati regionali di Washington e bloccano di fatto lo Stretto, provocando uno shock economico globale.

7 luglio Trump dichiara «finito» il Memorandum+

È l’intesa di giugno che lo stesso presidente americano aveva firmato. Oggi Teheran chiede almeno di tornare a quel testo per riaprire una trattativa.

17 agosto Il Memorandum scade formalmente+

Da quel momento tra Washington e Teheran non resta nessuna cornice negoziale, né sullo Stretto né sul programma nucleare.

Lunedì scorso Bessent apre la guerra economica+

Il Segretario al Tesoro annuncia «Operation Economic Outcast»: sanzioni secondarie contro chiunque commerci con l’Iran. «È una campagna sostenuta per far crollare ogni ultima opzione dell’Iran».

Il conto umano della guerra

Migliaia
Gli iraniani uccisi, bambini compresi, secondo stime difficili da verificare

18
I militari americani morti dall’inizio del conflitto

36
I prigionieri politici giustiziati in Iran, secondo Amnesty International

2Il bilancio

Cinque obiettivi, nessuno raggiunto


Quello che la guerra doveva ottenere, e quello che è successo davvero.

0 / 5
Gli obiettivi dichiarati che Washington ha raggiunto in sei mesi. In due casi il risultato è opposto a quello cercato.

Gli iraniani si rivoltano contro il regime
Non avvenuto
Nessuna sollevazione. La repressione è diventata più dura: almeno 36 prigionieri politici giustiziati dall’inizio della guerra, secondo Amnesty International.

La leadership iraniana si spacca
Non avvenuto
La successione è già avvenuta: al posto di Ali Khamenei c’è il figlio Mojtaba, considerato più vicino ai Guardiani della Rivoluzione e meno avverso al rischio.

Lo Stretto di Hormuz torna aperto
Non avvenuto
Lo Stretto resta chiuso di fatto e a controllarlo è Teheran. Lo shock sui traffici marittimi non si è riassorbito.

L’Iran resta isolato nella regione
Effetto opposto
Alcuni dei Paesi che Teheran bombardava pochi mesi fa cercano ora di ricucire i rapporti. L’influenza iraniana nella regione è cresciuta, non diminuita.

Una guerra rapida, senza pantani in Medio Oriente
Effetto opposto
Sei mesi dopo il conflitto continua e la credibilità americana tra gli alleati si è indebolita. «Questa guerra ha davvero inghiottito la presidenza Trump», dice Suzanne Maloney.

Con le nuove sanzioni i funzionari americani fingono di combattere ancora, invece di fingere di aver vinto.

Jeremy Shapiro, ex funzionario del Dipartimento di Stato, oggi allo European Council on Foreign Relations

3Lo shock globale

Dallo Stretto chiuso passano sei milioni di barili al giorno in meno


Da Hormuz esce circa un quarto del petrolio scambiato via mare. Da quando l’Iran lo controlla, i flussi sono crollati.

IRANARABIA SAUDITAEMIRATIOMANGOLFO PERSICOGOLFO DI OMANSTRETTO DI HORMUZ

In rosso la rotta delle petroliere in uscita dal Golfo Persico. La banda piena indica i flussi attuali, l’alone quelli precedenti alla guerra.

1° trimestre 202520,4 mln

4° trimestre 202520,7 mln

1° trimestre 202614,6 mln

Milioni di barili al giorno di petrolio greggio e prodotti raffinati in transito nello Stretto di Hormuz. Fonte: EIA, Global Energy Security Data, maggio 2026.

85 dollari
Il prezzo medio del Brent atteso dall’EIA per il terzo trimestre del 2026

103 giorni
Quelli passati nel 2026 con la benzina americana sopra i 4 dollari al gallone: non accadeva dal 2022

−1,6 milioni
I barili al giorno di domanda mondiale in meno previsti per il 2026 dall’Agenzia internazionale per l’energia

Perché conta a Washington Il prezzo della benzina è la variabile che lega la guerra al voto. Con le elezioni di metà mandato in programma a novembre, lo strangolamento economico dell’Iran ha per la Casa Bianca il vantaggio di essere graduale e di abbassare la temperatura del conflitto.

4La nuova arma

Dalle bombe alle sanzioni


«Operation Economic Outcast» colpisce chiunque commerci con Teheran.

Ogni quadrato è un bersaglio del primo elenco diffuso dall’ufficio sanzioni del Tesoro: oltre 60 tra entità, persone e navi.

I settori colpiti dalle sanzioni secondarie

Petrolio
Oro
Aviazione
Asset digitali

Il problema Bessent non ha chiarito quanto durerà la campagna né quale sia l’obiettivo finale: il crollo del regime, la riapertura di Hormuz o il ritorno al tavolo. «Se non definisci il cambiamento di comportamento che vuoi, le sanzioni come coercizione falliscono», osserva Esfandyar Batmanghelidj della Bourse & Bazaar Foundation.
Dove porta la guerra economica

Fase 1
Guerra aerea
Dal 28 febbraio. Sei mesi di raid non hanno rovesciato il regime.

Fase 2
Stallo
Hormuz chiuso, nessun negoziato, blocchi laschi da entrambe le parti.

Fase 3
Guerra economica
Da questa settimana. Sanzioni al posto delle bombe.


Se le sanzioni falliscono, a Washington resta il ritorno ai bombardamenti

Il rischio Se invece la pressione economica funziona, può spingere Teheran a forzare il blocco navale. «È più probabile che sia il preludio a un altro round di guerra militare», avverte Ali Vaez dell’International Crisis Group.

Fonti New York Times (analisi e dichiarazioni degli esperti); Banca centrale dell’Iran (inflazione e cambio); Amnesty International (esecuzioni); Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti (sanzioni); EIA, Global Energy Security Data e Short-Term Energy Outlook, maggio e agosto 2026 (flussi nello Stretto, prezzi di greggio e benzina); Agenzia internazionale per l’energia, agosto 2026 (domanda mondiale). Confini e coste da Natural Earth. Dati aggiornati al 28 agosto 2026.

Il regime sopravvive e Washington cambia arma


"Operation Epic Fury" era cominciata con un attacco a sorpresa che ha ucciso la Guida Suprema Ali Khamenei e molti dei suoi collaboratori, ferendo gravemente il figlio Mojtaba, oggi suo successore. Settimane di bombardamenti hanno distrutto gran parte dell'aviazione e della Marina iraniane e danneggiato pesantemente il suo programma missilistico, ma la popolazione non si è sollevata e la leadership non si è spaccata. Le forze iraniane hanno ripristinato molti lanciarazzi, colpito basi americane e alleati regionali di Washington e chiuso di fatto lo Stretto, provocando uno shock economico globale. Sono morte diverse migliaia di iraniani, bambini compresi, secondo stime difficili da verificare, oltre a 18 militari americani.

Lunedì il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato "Operation Economic Outcast", una campagna pensata per isolare ulteriormente l'Iran e aggravare la crisi di un'economia già devastata: sanzioni secondarie estese a chiunque commerci con Teheran, dal petrolio all'oro, dall'aviazione agli asset digitali, e un primo elenco di oltre 60 entità, persone e navi colpite dall'ufficio sanzioni del Tesoro. "È una campagna sostenuta per far crollare ogni ultima opzione dell'Iran", ha detto Bessent. "La campagna che iniziamo oggi acquisterà forza ogni giorno che passa e non finirà finché questo regime non sarà solo".

Al di là dei richiami retorici al D-Day e alla caduta del Muro di Berlino, Bessent non ha però chiarito quanto durerà la guerra economica, con quali strumenti verrà condotta e soprattutto quale sia l'obiettivo finale: il crollo del regime, la riapertura di Hormuz o il ritorno al tavolo negoziale sullo Stretto e sul programma nucleare. "Non c'è un'articolazione chiara degli obiettivi americani", ha osservato Esfandyar Batmanghelidj della Bourse & Bazaar Foundation di Londra. "Ma se non definisci il cambiamento di comportamento che vuoi, le sanzioni come coercizione falliscono".

L'Iran, già bersaglio di migliaia di sanzioni, difficilmente si arrenderà per qualche misura aggiuntiva. Secondo gli analisti è più probabile che reagisca intensificando gli attacchi contro le navi nel Golfo e gli alleati americani, aprendo la strada a un nuovo ciclo di bombardamenti. "La capacità di far male all'Iran è chiara", ha detto Sina Toossi del Center for International Policy di Washington. "Il percorso dal dolore alla capitolazione o al collasso invece non lo è". Ali Vaez, direttore del progetto Iran dell'International Crisis Group, individua due rischi nella nuova strategia: se dovesse fallire, a Washington potrebbe restare soltanto il ritorno all'escalation militare, mentre se dovesse funzionare, potrebbe spingere Teheran a cercare di forzare il blocco navale. "In entrambi i casi non produrrà ciò che l'Amministrazione sembra volere, cioè usare le sanzioni come alternativa alla guerra. È più probabile che sia il preludio a un altro round di guerra militare".

Uno stallo che rischia di riaprire il conflitto


La leadership iraniana, sempre più dominata dai militari, considera i sacrifici della popolazione come un atto di patriottismo e persino di martirio ed è diventata ancora più spietata nella repressione del dissenso: secondo Amnesty International, almeno 36 prigionieri politici sono stati giustiziati dall'inizio della guerra. Il presidente Masoud Pezeshkian e il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf hanno avvertito dei rischi di ridurre la popolazione alla fame, ma sulla trattativa la linea non cambia: Teheran chiede almeno il ritorno al Memorandum di giugno, firmato da Trump, che il presidente americano ha dichiarato "finito" già il 7 luglio e che è formalmente scaduto il 17 agosto.

Il nuovo leader Mojtaba Khamenei è considerato più vicino ai Guardiani della Rivoluzione e meno avverso al rischio rispetto al padre. Dalla nomina, però, non è mai apparso in pubblico: il suo ufficio ha diffuso soltanto un video non datato e l'ultimo comunicato risale al 9 agosto, alimentando persino interrogativi sulle sue condizioni. Così per ora la situazione resta relativamente statica, una sorta di "strana guerra" segnata da blocchi piuttosto laschi in entrambe le direzioni. Lo strangolamento economico ha, dal punto di vista di Washington, il vantaggio di essere graduale e difficile da misurare e consente di abbassare la temperatura del conflitto in vista delle elezioni di metà mandato di novembre.

Lo stallo resta però rischioso. "Alla Casa Bianca cresce l'idea che con questa Repubblica Islamica non si possa trattare. È un momento pericoloso, con Teheran e Washington che concludono entrambe che nessun accordo è possibile", ha detto Ellie Geranmayeh dello European Council on Foreign Relations. Jeremy Shapiro, ex funzionario del Dipartimento di Stato e oggi nello stesso centro studi, non capisce perché Trump non abbia imboccato nessuna delle possibili vie d'uscita da una guerra impopolare: con nuove sanzioni, ha osservato, i suoi funzionari "fingono di combattere ancora invece di fingere di aver vinto", oppure di ammettere di aver perso.

La speranza svanita e il rial a due milioni


All'inizio della guerra una parte degli iraniani più critici nei confronti del proprio governo aveva visto nei bombardamenti la possibilità di un futuro diverso. Sei mesi dopo, quella speranza ha lasciato il posto al cinismo sulle intenzioni americane, dopo che Trump ha minacciato di cancellare la civiltà iraniana e riportare il Paese "all'età della pietra" e dopo che i raid hanno colpito acciaierie, impianti petrolchimici, ponti e siti storici.

La preoccupazione principale è ormai la sopravvivenza economica del Paese. Secondo la banca centrale, l'inflazione è salita all'84%; i prezzi dei generi alimentari aumentano ogni settimana e persino le uova sono diventate proibitive per molte famiglie. Il rial, la valuta iraniana, ha toccato un minimo storico di circa 2 milioni per dollaro e il costo dei beni importati è schizzato. Il timore che il governo intervenga sul prezzo della benzina, pesantemente sussidiata, ha provocato lunghe code ai distributori.

Un aumento similare nel 2019 aveva scatenato enormi manifestazioni, mentre le proteste di gennaio, poi represse con la forza, erano cominciate dopo un crollo del rial. Molti temono ora una nuova ondata di disordini. Washington punta a ottenere con la pressione economica ciò che sei mesi di bombardamenti non hanno ottenuto. Ma finora la leadership iraniana ha dimostrato di essere disposta a trasferire il costo della resistenza sulla popolazione, proprio sulla parte del Paese che più ne subisce le conseguenze e meno può determinarne le scelte.


Gli Stati Uniti annunciano nuove sanzioni contro l'Iran, ma gli serve l'aiuto della Cina


Il Dipartimento del Tesoro americano ha annunciato lunedì sanzioni contro più di 60 tra società, persone e navi che aiutano l'Iran a vendere petrolio e a procurarsi tecnologia nucleare e missilistica. Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha battezzato la campagna Operation Economic Outcast e ha avvertito che qualunque Paese continui a fare affari con Teheran finirà nel mirino di Washington. Nella conferenza stampa non ha però mai pronunciato la parola Cina, cioè il nome del Paese che nel 2025 ha comprato più dell'80% del petrolio esportato dall'Iran.

Le nuove misure riguardano cinque settori: attività digitali, tecnologia, oro, aviazione e trasporto marittimo. Chi lavora in questi comparti insieme all'Iran rischia le sanzioni secondarie, uno strumento che permette agli Stati Uniti di punire aziende e banche straniere prive di qualsiasi legame diretto con il territorio americano. Funziona perché quasi tutte le transazioni internazionali passano dal dollaro e chi viene escluso dal sistema finanziario statunitense resta di fatto tagliato fuori dal commercio mondiale. Bessent ha detto che i governi che lasciano operare sul proprio territorio chi ricicla denaro per conto di Teheran saranno espulsi dal sistema del dollaro.

Il Tesoro ha sospeso diverse licenze generali che permettevano l'invio di rimesse verso l'Iran e ha promesso una nuova ondata di misure nei prossimi giorni, a partire da un grande istituto finanziario che sarà colpito entro la fine della settimana. Washington premerà inoltre sugli altri governi perché facciano chiudere le filiali estere della Bank Melli, la maggiore banca pubblica iraniana, che ha sportelli in vari Paesi europei. Il presidente Donald Trump sta telefonando ai leader stranieri per chiedere di interrompere gli affari con Teheran.

Bessent ha ammesso che l'annuncio è soprattutto un colpo di avvertimento e l'inizio di una fase di trattative riservate con i governi stranieri. A chi gli chiedeva se le sanzioni rischiassero di travolgere il sistema finanziario internazionale ha risposto con una domanda: "Perché mai dovrei volere far saltare il sistema finanziario globale?". Ogni Paese ha ricevuto in privato una scadenza per chiudere le attività individuate dal Tesoro, ma nessuna di queste scadenze è stata resa pubblica. "Non fisserò scadenze, ma la nostra pazienza non è infinita", ha detto ai giornalisti.

Bessent non ha nominato la Cina né in conferenza stampa né nell'articolo che ha firmato nel fine settimana sul Financial Times. Alla domanda diretta se il Tesoro colpirà le banche cinesi ha risposto che nessuno è al di sopra della portata delle sanzioni americane, senza mai citare Pechino. Nel 2022 l'Iran ha esportato in Cina beni per 22,4 miliardi di dollari e ne ha importati per 15,6 miliardi, secondo i dati della Banca Mondiale.

Stati Uniti e Cina hanno una tregua commerciale fragile e Xi Jinping è atteso a Washington il mese prossimo per la sua prima visita di Stato da più di dieci anni. Il presidente ha visitato Xi a Pechino in maggio, dopo una guerra dei dazi e uno scontro sulle terre rare che hanno dominato i rapporti tra i due Paesi per buona parte degli ultimi 18 mesi. Il Tesoro ha già sanzionato alcune raffinerie cinesi indipendenti che comprano greggio iraniano, ma si è sempre fermato prima di colpire le grandi banche cinesi, che restano il canale attraverso cui i proventi del petrolio tornano a Teheran.

Daniel Tannebaum, socio della società di consulenza Oliver Wyman e ricercatore dell'Atlantic Council, ha detto al New York Times che finché non si vedranno azioni contro i Paesi e le aziende che contano davvero si tratta solo di parole. Alla CNN ha detto che la Cina è di gran lunga il Paese più importante per intaccare la capacità iraniana di finanziarsi e che il governo americano non ha mai colpito duramente Pechino sul terreno delle sanzioni economiche.

I Paesi più esposti alle nuove misure sono Cina, India, Turchia, Iraq ed Emirati Arabi Uniti. Gli Emirati hanno annunciato la settimana scorsa la sospensione fino a nuovo ordine di tutti gli scambi commerciali e finanziari con l'Iran. La Turchia ha scambiato con Teheran più di 5 miliardi di dollari di merci nel 2024 e l'anno scorso ha importato dall'Iran il 13% del proprio gas naturale. L'Iraq dipende dall'elettricità e dal gas iraniani, mentre il commercio dell'India con l'Iran è sceso a circa 1,6 miliardi di dollari nell'anno fiscale 2025-2026.

Il rial è caduto a un minimo storico e sul mercato aperto per un dollaro servono ora più di 2 milioni di rial (prima della guerra ne bastavano 1,65 milioni). L'inflazione ha toccato il 66% su base annua il 22 luglio, contro il 46% di febbraio. Le esportazioni di petrolio sono scese da 2 milioni di barili al giorno prima del conflitto a 400mila a metà agosto, il livello più basso da quando è cominciata la guerra, secondo la società di monitoraggio marittimo Kpler. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha riconosciuto che il Paese affronta molte difficoltà economiche.

La caduta delle esportazioni dipende dal blocco navale che gli Stati Uniti hanno imposto ai porti iraniani, non dalle sanzioni. Lo Stretto di Hormuz, da cui passava un quinto degli idrocarburi mondiali, è chiuso da Teheran quasi senza interruzioni da sei mesi. L'Iran ha escluso qualsiasi ritorno alla situazione precedente alla guerra e tratta da settimane con l'Oman le modalità di transito. Il capo della diplomazia omanita Badr al-Busaidi è atteso martedì a Teheran.

L'ufficio del Tesoro che gestisce le sanzioni (l'Office of Foreign Assets Control, in sigla OFAC) ha avvertito lunedì sera che marinai e società di navigazione rischiano di essere colpiti anche solo se rispondono alle richieste di informazioni dei tre enti creati quest'anno dall'Iran per gestire il passaggio nello stretto, pure quando non c'è di mezzo alcun pagamento. Fino a lunedì il divieto valeva solo per chi pagava i pedaggi. Nei mesi scorsi l'Iran ha attaccato ripetutamente le navi che non si erano messe in contatto con quegli enti. Lo stesso ufficio ha sospeso a tempo indeterminato gli scambi accademici e tutte le attività sportive con l'Iran, sia dilettantistiche sia professionistiche.

Il Ministro dell'Economia iraniano Ali Madanizadeh ha detto alla televisione di Stato che Teheran è pienamente preparata e che il governo ha pronto un piano biennale per reggere le sanzioni. Ha accusato gli Stati Uniti di volere fare "terrorismo economico" e ha avvertito che la risposta iraniana non sarà soltanto difensiva. Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento e capo negoziatore, ha scritto su X che "gli americani sanno che nessuno compra le loro sparate" e che i partner commerciali dell'Iran hanno fatto sapere di non tenere conto di quelle dichiarazioni. Il portavoce del Ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei ha detto che l'Amministrazione sta ripetendo metodi che si sono già dimostrati fallimentari e che a pagare il conto saranno i cittadini comuni.

I negoziati per chiudere la guerra si sono arenati e la stretta economica arriva dopo il fallimento di quella militare. Secondo un'analisi pubblicata sul New York Times, la sequenza seguita da Washington è rovesciata rispetto alla prassi: di solito si comincia dalla diplomazia, si aggiungono le sanzioni e si tiene l'azione militare come ultima risorsa, mentre il presidente è passato da un breve giro di colloqui direttamente ai bombardamenti. L'obiettivo era costringere l'Iran a consegnare le sue 11 tonnellate di uranio arricchito e forse fare cadere il governo. Non è successo né l'uno né l'altro, al prezzo di 18 militari americani morti, di centinaia o migliaia di iraniani uccisi e di un conto che gli analisti indipendenti stimano sopra i 100 miliardi di dollari (il Pentagono ne calcola meno).

Peter Harrell, studioso alla Georgetown Law School che si occupa dei limiti delle sanzioni economiche, ha detto al New York Times che all'inizio dell'anno il presidente aveva davanti due strade: colpire duramente le grandi aziende cinesi, cosa che non voleva fare per la sua agenda economica con Xi, oppure imporre il blocco navale alle petroliere iraniane. "Si è rivelato politicamente più facile mettere il blocco su tutte le petroliere iraniane", ha detto.

Gli Stati Uniti promettono sanzioni durissime all'Iran da vent'anni. I primi tentativi seri risalgono alla presidenza di George W. Bush e nel 2009 Hillary Clinton, allora Segretario di Stato, promise sanzioni paralizzanti se Teheran non fosse tornata al tavolo. Molti esperti ritengono che quella pressione abbia contribuito all'accordo nucleare del 2015, che il presidente stracciò nel 2018 definendolo pieno di difetti. Nonostante la campagna di massima pressione del primo mandato, l'Iran ha continuato a vendere tra i 2 e i 3 milioni di barili di petrolio al giorno.

Il materiale nucleare non si è mosso dai depositi coperti dalle macerie da quando gli americani li hanno bombardati nel giugno 2025, come mostrano le fotografie satellitari. Il governo iraniano è sopravvissuto alla guerra con una guida diversa: l'ayatollah Ali Khamenei è stato ucciso nei primi attacchi di febbraio e il posto è passato al figlio, considerato più intransigente, che però non è ancora comparso in pubblico. La settimana scorsa Bessent aveva indicato come obiettivo della nuova politica la creazione delle condizioni per una caduta del regime e lunedì si è rivolto direttamente ai militari iraniani, invitandoli a chiedersi se i loro comandanti stiano portando il Paese alla vittoria o alla rovina mentre gli stipendi smettono di arrivare. Ha poi ricordato che il Muro di Berlino cadde quando i soldati semplici decisero di non sparare sulla propria gente.

Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha detto che la pressione economica non sostituisce gli attacchi militari e che gli Stati Uniti non intendono rinunciarvi, né nello Stretto di Hormuz né in Iran. Nella notte tra lunedì e martedì una petroliera è stata colpita da un colpo non identificato a 9 miglia nautiche a nordest della costa omanita: la sala macchine è stata danneggiata e l'equipaggio è rimasto illeso.


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Missione segreta della CIA a Mosca: il vero messaggio di Trump a Putin


Ratcliffe ha ribadito ai russi l'impegno degli Stati Uniti sull'articolo 5 e discusso anche di Ucraina e Iran. La missione era stata tenuta nascosta persino a parte della Casa Bianca.

La missione diplomatica di John Ratcliffe in Russia era talmente riservata che nemmeno alcuni alti funzionari della Casa Bianca ne erano al corrente. Secondo il Wall Street Journal, Donald Trump ha inviato personalmente a Mosca il direttore della CIA, tenendo all'oscuro della missione e del messaggio da consegnare al Cremlino anche collaboratori fidati e vertici militari che normalmente sarebbero stati informati. Ratcliffe è arrivato martedì dalla Lettonia a bordo di un C-17 militare senza insegne e ha incontrato Sergei Naryshkin, direttore dell'intelligence estera russa. Il Cremlino ha precisato che non ha invece visto Vladimir Putin. La notizia del viaggio ha spinto i funzionari europei a cercare rapidamente informazioni sui colloqui.

Due funzionari europei, una volta informati, hanno riferito che Ratcliffe ha ribadito ai suoi interlocutori dell'intelligence russa l'impegno degli Stati Uniti nei confronti dell'Articolo 5 della NATO, in base al quale un attacco contro un Paese membro è considerato un attacco contro tutti. Il Wall Street Journal aveva già riportato che il direttore della CIA aveva avvertito Mosca di non attaccare Paesi dell'Alleanza.

La visita arriva dopo recenti valutazioni dell'intelligence secondo cui la Russia potrebbe mettere alla prova la NATO entro pochi anni. Funzionari europei hanno inoltre avvertito che Mosca avrebbe accumulato droni ucraini in vista di una possibile operazione sotto falsa bandiera contro gli Stati del fianco orientale. Trump, però, ha detto giovedì ai giornalisti di non essere preoccupato: Putin "non attaccherà territorio NATO".

Stati Uniti · Russia · NATO

Trump ha mandato il capo della CIA a Mosca con un messaggio riservato sull’Articolo 5

John Ratcliffe è arrivato a Mosca su un aereo militare senza insegne. Della missione non erano al corrente né alcuni alti funzionari della Casa Bianca né i vertici militari che di solito vengono informati.

Grafica di FocusAmerica 28 agosto 2026

La rotta della missione
Riga Mosca
Paesi NATO Russia e Bielorussia Ucraina e Moldova
Martedì. Un C-17 militare senza insegne decolla dalla Lettonia e porta a Mosca il direttore della CIA. Il viaggio non era stato annunciato.

La missione in tre numeri

1
Sola persona incontrata
Sergei Naryshkin, direttore dell’intelligence estera russa

0
Incontri con Putin
Il Cremlino ha precisato che il presidente russo non lo ha ricevuto

2030
L’anno che l’Europa teme
Quando Mosca potrebbe tornare in grado di attaccare la NATO

1

La missione

Un viaggio costruito per non lasciare tracce


Trump ha tenuto la missione dentro un cerchio ristretto: ne sono rimasti fuori anche i vertici militari che di solito vengono avvisati.

Quando
Martedì, con arrivo dalla Lettonia

Come
A bordo di un C-17 militare senza insegne

Chi ha incontrato
Sergei Naryshkin, direttore dell’intelligence estera russa

Chi non ha visto
Vladimir Putin

Chi lo sapeva
Nemmeno alcuni alti funzionari della Casa Bianca, collaboratori fidati e vertici militari

Chi l’ha saputo dopo
Gli europei, che hanno cercato in fretta informazioni sui colloqui

2

Il messaggio

Che cosa Ratcliffe ha detto ai russi


Quattro punti, consegnati di persona al capo dell’intelligence estera russa.

1

L’Articolo 5 resta in piedi
Gli Stati Uniti continuano a considerare un attacco contro un Paese membro come un attacco contro tutta l’Alleanza.

2

Non attaccate i Paesi della NATO
Un avvertimento che il direttore della CIA aveva già fatto arrivare a Mosca nelle settimane precedenti.

3

Chiudete i rapporti con l’Iran
Niente più legami economici o di sicurezza con Teheran, mentre Washington rafforza le sanzioni contro il regime.

4

E un’apertura sull’Ucraina
I due hanno parlato di una possibile ripresa dei negoziati. Secondo Kyrylo Budanov i colloqui diretti potrebbero ripartire a settembre.

3

Gli inviati

Trump ha già provato con quattro emissari


Prima di Ratcliffe, ogni canale aperto dalla Casa Bianca si è fermato senza risultati.

Steve Witkoff
Inviato speciale, mandato a Mosca più volte

Nessun accordo

Jared Kushner
Il genero del presidente, affiancato a Witkoff

Nessun accordo

Marco Rubio e Keith Kellogg
Il Segretario di Stato e l’allora inviato per l’Ucraina hanno visto entrambe le parti

Nessun accordo

Il vertice in Alaska
Agosto 2025. Per mesi Washington aveva spinto Kyiv a cedere le zone del Donetsk che la Russia non aveva conquistato

Nessun accordo

John Ratcliffe
Agosto 2026. Il canale passa all’intelligence: i contatti consolidati tra CIA e servizi russi, più la vicinanza personale a Trump

In corso

4

L’orizzonte

Quanto tempo separa l’Europa dal prossimo test russo


Le rassicurazioni pubbliche e le valutazioni dell’intelligence raccontano due tempi diversi.

Oggi
La guerra ibrida

Entro pochi anni
Il test dell’Alleanza

2030
L’esercito ricostruito

Droni, attacchi informatici e persino pacchi esplosivi contro i Paesi che sostengono Kyiv. I funzionari europei osservano che questa pressione cresce e che può far scoppiare una crisi molto più ampia senza che nessuno dichiari guerra.

Tre letture dello stesso rischio

“Putin non attaccherà territorio NATO”
Donald Trump, giovedì ai giornalisti: dice di non essere preoccupato

“Il rischio di un’invasione diretta è attualmente basso”
Andris Kulbergs, primo ministro lettone: il livello di minaccia militare per il Paese non è cambiato

“Putin ha una straordinaria tolleranza al rischio”
J.C. Lintzenich, German Marshall Fund: ma difficilmente scommetterà su azioni che possono mettere in pericolo lo Stato russo

Fonte Ricostruzione del Wall Street Journal; dichiarazioni di funzionari europei e statunitensi e del Cremlino; German Marshall Fund. Dati aggiornati al 28 agosto 2026.

Tra Ucraina e Iran, Trump cambia inviato e strategia?


Ratcliffe ha discusso con il suo omologo russo anche della possibile ripresa dei negoziati per porre fine all'invasione russa dell'Ucraina. Poco dopo Kyrylo Budanov, capo dell'ufficio presidenziale ucraino, ha detto che i colloqui diretti tra i due Paesi potrebbero ripartire a settembre. Ma il direttore della CIA avrebbe inoltre chiesto ai russi di non mantenere più legami economici o di sicurezza con l'Iran, mentre l'Amministrazione Trump cerca di intensificare la campagna di sanzioni contro Teheran.

Il presidente sembra comunque aver cambiato il proprio inviato dopo che i precedenti round negoziali, affidati ad altri inviati, non sono riusciti a fermare la guerra. Negli ultimi mesi Mosca ha intensificato gli attacchi contro l'Ucraina, rafforzato il sostegno al regime iraniano e resistito ai tentativi americani di migliorare i rapporti economici. Trump aveva inviato più volte a Mosca l'inviato speciale Steve Witkoff, poi affiancato dal genero Jared Kushner. Anche il Segretario di Stato Marco Rubio e l'ex inviato per l'Ucraina Keith Kellogg avevano incontrato rappresentanti delle due parti.

Il vertice in Alaska dell'agosto 2025, risultato di questi sforzi negoziali, però non aveva prodotto alcun accordo, anche se per mesi l'Amministrazione Trump aveva spinto Kyiv ad accettare la cessione unilaterale di territori orientali della regione di Donetsk nel Donbass che la Russia non aveva conquistato.

Ratcliffe ha già ottenuto in passato risultati nei rapporti con il Cremlino, tra cui la liberazione di ostaggi americani, e combina i tradizionali canali di comunicazione tra la CIA e i servizi russi con la sua vicinanza personale a Trump. Ha costruito il messaggio e lo ha consegnato personalmente perché Mosca comprendesse che gli sforzi per arrivare alla pace non distolgono Trump dagli impegni di sicurezza verso l'Europa, ha spiegato al Journal J.C. Lintzenich, ex alto funzionario dell'intelligence oggi al German Marshall Fund. "Putin ha una straordinaria tolleranza al rischio ed è persino disposto ad alzare il livello dello scontro per costringere l'altra parte a ridurlo, ma difficilmente scommetterà su azioni che potrebbero mettere in pericolo lo Stato russo".

I Paesi baltici rassicurano, ma l'Europa guarda al 2030


I leader del fianco orientale della NATO hanno cercato di ridimensionare i timori di una imminente aggressione russa. "Al momento non c'è motivo di preoccuparsi", ha detto in un video sui social il primo ministro lettone Andris Kulbergs. "Il livello di minaccia militare per la Lettonia non è cambiato. Il rischio di un'invasione diretta è attualmente basso". I funzionari europei osservano però che la Russia continua a condurre una guerra ibrida sempre più intensa contro gli alleati dell'Ucraina, attraverso droni, attacchi informatici e persino pacchi esplosivi: azioni che potrebbero innescare una crisi più ampia.

Secondo valutazioni americane ed europee, il Cremlino sta rivedendo i propri piani per un eventuale attacco militare contro la NATO dopo le enormi perdite subite in Ucraina, la carenza di armamenti e le difficoltà economiche. In Europa molti temono però che entro il 2030 la Russia possa tornare a rappresentare una minaccia convenzionale più seria, una volta ricostituite le proprie forze, mentre i Paesi europei saranno ancora impegnati a rafforzare le rispettive capacità militari, nonostante l'aumento delle spese militari.


Il direttore della CIA a Mosca, il mistero dei colloqui e dei tre decreti segreti di Putin


Un Boeing C-17 Globemaster III dell'aeronautica militare statunitense è atterrato all'aeroporto Vnukovo di Mosca la mattina del 25 agosto, proveniente da Riga. A bordo c'era John Ratcliffe, direttore della Central Intelligence Agency. Nessuno dei due governi aveva annunciato il viaggio, ricostruito attraverso i dati pubblici sui voli: il velivolo, identificato dal numero di coda 07-7181 e dal nominativo RCH4555, era decollato dalla Joint Base Andrews, alle porte di Washington, e aveva raggiunto la capitale lettone il 23 agosto. Verso le 18:50, ora di Mosca, è ripartito in direzione di Riga. Poche ore in tutto e nessuna spiegazione ufficiale sulla missione.

È il primo viaggio noto a Mosca di un direttore della CIA dal novembre 2021, quando il suo predecessore William Burns vi si recò per colloqui con i vertici russi mentre l'esercito di Mosca ammassava truppe ai confini dell'Ucraina in vista dell'invasione poi iniziata nel febbraio dell'anno successivo. Axios lo ha definito il contatto di più alto livello in Russia di un rappresentante dell'Amministrazione Trump da gennaio, quando gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner incontrarono Putin al Cremlino per discutere il piano americano sull'Ucraina.

Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha affermato di non sapere nulla dell'aereo americano e che non erano previsti incontri con funzionari di Washington nel corso della settimana. Secondo Aleksandr Yunashev, membro del gruppo di giornalisti accreditati al seguito del presidente russo, nei giorni precedenti Putin aveva rinviato un evento di grandi dimensioni programmato per il 25 agosto e al quale avevano lavorato "centinaia di persone". La coincidenza ha alimentato l'ipotesi di un incontro tra Putin e Ratcliffe, ma né Mosca né Washington hanno confermato che sia avvenuto.

Washington teme una provocazione contro la NATO?


L'ipotesi più circostanziata arriva dal Wall Street Journal, secondo il quale Ratcliffe avrebbe portato a Mosca un avvertimento. L'intelligence statunitense avrebbe raccolto informazioni su esercitazioni militari russe in preparazione di una possibile mobilitazione, condotte a luglio nell'oblast di Kaliningrad e in altre regioni. Le manovre avrebbero verificato la capacità delle strutture del Ministero della Difesa di accogliere, equipaggiare e rifornire le persone eventualmente richiamate.

Le stesse informazioni indicherebbero che Putin potrebbe voler mettere alla prova la tenuta della NATO con una provocazione contro uno Stato membro. Tra gli scenari presi in esame ci sarebbe un'azione nel corridoio di Suwałki, la striscia di territorio tra Kaliningrad e la Bielorussia che costituisce l'unico collegamento terrestre tra i Paesi baltici e il resto dell'Alleanza Atlantica.

"L'obiettivo poteva essere dirgli: sappiamo che cosa stai preparando, faresti meglio a non farlo", ha spiegato al quotidiano statunitense Beth Sanner, che tra il 2019 e il 2021 ha coordinato l'integrazione delle attività di intelligence per l'ufficio del direttore dell'intelligence nazionale e, durante il primo mandato di Donald Trump, si occupava del briefing quotidiano al presidente.

Sanner non esclude neppure un collegamento con la guerra tra Stati Uniti e Iran e con il possibile coinvolgimento di Mosca nei negoziati. La Russia è alleata di Teheran e il giorno precedente Washington aveva annunciato una nuova campagna di pressione economica contro l'Iran. Anche il giornalista statunitense Michael Weiss ha collegato il viaggio alle informazioni condivise dagli Stati Uniti con Polonia, Paesi baltici e Stati scandinavi, mentre aumenterebbero "le presunte operazioni di sabotaggio del GRU e l'attività dei droni russi".

Le altre piste: prigionieri e moratoria sugli attacchi


Ksenia Sobchak ha scritto sul proprio canale Telegram, senza indicare la fonte, che il viaggio potrebbe invece riguardare la liberazione di Charles Zimmerman, veterano cinquantottenne della Marina statunitense condannato in Russia a 5 anni di carcere per trasporto illegale di armi. Un fucile e alcune munizioni erano stati trovati sul suo yacht dopo l'arrivo nel porto di Sochi. Zimmerman ha sostenuto di tenere l'arma a bordo per autodifesa e di non conoscere la normativa russa.

Se questa ipotesi fosse corretta, Zimmerman sarebbe il secondo cittadino americano graziato e rimpatriato nell'arco di un mese dopo Robert Gilman, ex marine detenuto dal 2022 e liberato l'11 agosto per motivi umanitari. Putin lo ha graziato senza ottenere la scarcerazione di un detenuto russo in cambio. Quel gesto era stato interpretato come un possibile passo preparatorio verso un nuovo ciclo di colloqui tra Mosca e Kyiv mediato dagli Stati Uniti.

Il media britannico iPaper ricorda che un aereo militare statunitense era arrivato in Russia anche nel febbraio 2025, quando Mosca liberò l'insegnante Marc Fogel, 63 anni, condannato per contrabbando di droga. In cambio, gli Stati Uniti rilasciarono Alexander Vinnik, cittadino russo accusato di aver gestito attraverso la piattaforma di criptovalute BTC-e una vasta operazione di riciclaggio.

Il precedente più importante risale invece all'Amministrazione Biden. Il giornalista del Wall Street Journal Evan Gershkovich e l'ex marine Paul Whelan, entrambi condannati in Russia per spionaggio, tornarono negli Stati Uniti il 1º agosto 2024 nell'ambito di uno scambio che coinvolse 24 detenuti: 16 furono liberati da Russia e Bielorussia, mentre otto cittadini russi vennero rilasciati da Stati Uniti, Germania, Polonia, Slovenia e Norvegia.

Ukraine Context, canale Telegram vicino a Kyrylo Budanov — che a gennaio ha lasciato la guida dell'intelligence militare ucraina per dirigere l'ufficio del presidente Volodymyr Zelensky — riferisce invece di una "importante operazione" discussa a Mosca, preparata "da tempo in segreto" e i cui "risultati potrebbero incidere in modo significativo sugli sviluppi successivi". Non sono stati forniti altri elementi a sostegno di questa versione.

Secondo un'altra ipotesi avanzata da Weiss e ripresa da alcuni media ucraini, Ratcliffe avrebbe discusso una moratoria reciproca sugli attacchi russi e ucraini contro infrastrutture energetiche e porti, insieme a un possibile cessate il fuoco nelle regioni di Sumy e Kharkiv come primo passo verso una più ampia de-escalation. Anche questa ricostruzione non ha ricevuto conferme ufficiali.

Prima dell'arrivo di Ratcliffe, Washington aveva avvertito Kyiv dell'imminente arrivo nella capitale russa di una delegazione di alto livello e le aveva chiesto di sospendere gli attacchi, secondo una fonte citata da Axios. Il Financial Times ha riferito che agli ucraini era stato chiesto di non colpire Mosca, San Pietroburgo e le regioni settentrionali della Russia nelle giornate del 24, 25 e 26 agosto.

Tre decreti non pubblicati nella numerazione ufficiale


Intanto c'è un altro mistero: tra gli atti presidenziali pubblicati sul portale ufficiale russo mancano tre numeri. L'ultimo decreto pubblicato il 24 agosto è il 604, mentre quelli resi pubblici il giorno successivo sono il 608, il 609 e il 610. Due riguardano l'avvicendamento dell'ambasciatore russo in Iraq e uno modifica la composizione delle commissioni per le persone con disabilità e i veterani.

I decreti 605, 606 e 607 sono dunque stati emanati tra il 604 e il 608, ma non sono stati pubblicati. La numerazione permette di accertarne l'esistenza, non di stabilirne il contenuto né la data esatta. Non è quindi possibile collegarli al viaggio di Ratcliffe sulla base degli elementi disponibili. In Russia la mancata pubblicazione di decreti presidenziali non è rara e generalmente indica che gli atti sono riservati. Secondo i conteggi di Vyorstka, nel 2025 non sono stati pubblicati 449 dei 1.010 decreti firmati da Putin, pari al 44,5%.

Il decreto 604, datato 24 agosto, consente invece al governo di imporre la "gestione temporanea" sugli impianti classificati come infrastrutture critiche qualora i proprietari non adottino misure di sicurezza adeguate, comprese quelle necessarie a proteggerli dagli attacchi dei droni. La formulazione riguarda dunque le infrastrutture critiche e non, indistintamente, qualsiasi impianto o azienda.

Anche i mercati hanno reagito agli spostamenti dell'aereo. Alla notizia dell'arrivo di Ratcliffe, l'indice MOEX della Borsa di Mosca è salito di oltre il 3%, raggiungendo i 2.141,46 punti, per poi perdere parte dei guadagni quando si è saputo che il velivolo statunitense aveva lasciato Vnukovo. Ieri si trovava a Mosca anche Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali. La sua missione è cominciata il 24 agosto e si concluderà il 28.

L'incontro con il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha segnato i primi colloqui in presenza a questo livello tra Vaticano e Russia da 5 anni. Gallagher ha dichiarato che la guerra in Ucraina "provoca nuove vittime e rende sempre più difficile la futura riconciliazione" e che è quindi "urgente e necessario" porvi fine. Ha inoltre annunciato un'intesa per collaborare sulle questioni umanitarie, a cominciare dai bambini colpiti dal conflitto.


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Alessandro Di Battista ricoverato in gravi condizioni a Cuba


@Politica interna, europea e internazionale
Alessandro Di Battista è ricoverato in ospedale a Cuba in gravi condizioni dopo aver accusato un malore nella serata di venerdì 28 agosto. L’ex deputato del Movimento 5 Stelle, che oggi lavora come giornalista, si trova nell’isola caraibica per realizzare un reportage. “La comunità 5 stelle ha appreso

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Trump non andrà al sito delle Torri Gemelle per l'11 settembre perché non potrà parlare


Il presidente aveva già mandato i suoi collaboratori a fare i sopralluoghi al memoriale di New York, poi ha scoperto che dal 2012 ai politici è vietato pronunciare discorsi. Andrà al Pentagono.

Il presidente Donald Trump non parteciperà alla cerimonia di New York per i venticinque anni dagli attentati dell'11 settembre 2001, anche perché voleva pronunciare un discorso e il memoriale non lo permette a nessun politico. Lo ha rivelato il New York Times. L'anniversario segna un quarto di secolo dall'attacco più grave subito dagli Stati Uniti dopo quello di Pearl Harbor.

La Casa Bianca aveva già avviato i preparativi per la visita. I collaboratori del presidente avevano fatto i sopralluoghi sul posto e avevano fatto sapere alle autorità di New York e di Washington che Trump intendeva andare a Ground Zero, lo spazio del memoriale dove sorgevano le Torri Gemelle. Nelle ultime settimane agli organizzatori era arrivata anche la richiesta di far parlare il presidente.

Dal 2012 ai politici è vietato pronunciare discorsi durante la commemorazione. Il National September 11 Memorial and Museum, la fondazione che gestisce il sito, ha lavorato per tenere quel luogo fuori dalla politica di parte e concentrato sulla solennità della giornata. Nel primo decennio dopo gli attentati gli eletti leggevano poesie e documenti storici americani come il discorso di Gettysburg. Adesso i politici dei due schieramenti stanno semplicemente uno accanto all'altro mentre i familiari delle vittime salgono sul palco e leggono per ore i nomi dei morti.

Trump commemorerà invece l'anniversario al Pentagono, il quartier generale della Difesa americana, colpito anch'esso negli attacchi dell'11 settembre 2001. Lì il presidente potrà pronunciare un discorso, come aveva già fatto alla cerimonia di Arlington, in Virginia, l'anno scorso e nel 2017. A rappresentare la Casa Bianca a New York sarà il vicepresidente JD Vance.

La convention repubblicana di metà mandato si terrà a Dallas, in Texas, il 9 e il 10 settembre. Trump è atteso sul palco alle 21 di giovedì 10, ora della costa est (le 3 del mattino dell'11 settembre in Italia). Gli organizzatori hanno discusso di inserire nel programma anche un omaggio alle vittime degli attentati. Dal Texas il presidente andrà poi a Washington.

Il giorno successivo alla commemorazione Trump partirà per l'Irlanda, dove il suo campo da golf di Doonbeg ospita l'Irish Open. Partire dall'aeroporto John F. Kennedy di New York o da quello di Newark, in New Jersey, avrebbe bloccato il traffico aereo e stradale molto più di una partenza dalla base militare di Joint Base Andrews, in Maryland.

Anna Kelly, portavoce della Casa Bianca, non ha risposto alle domande sui programmi del presidente per l'anniversario. "Nel venticinquesimo anniversario di questo giorno tragico il presidente ricorderà chi è stato ucciso per mano di terroristi malvagi, onorerà i loro cari e renderà omaggio ai coraggiosi soccorritori che hanno messo a rischio la propria vita per salvare i concittadini", ha dichiarato.

Il discorso dell'anno scorso al Pentagono era arrivato meno di ventiquattro ore dopo l'omicidio di Charlie Kirk, l'attivista conservatore ucciso a colpi di arma da fuoco mentre parlava in un campus universitario dello Utah. La cerimonia venne spostata in un altro punto per motivi di sicurezza. "Ricordiamo la luce dei migliori e dei più coraggiosi d'America e l'amore che hanno mostrato nei loro ultimi istanti", disse allora Trump. "In loro memoria facciamo una promessa solenne e nobile. Onoreremo sempre i nostri grandi eroi e voi siete i nostri eroi".

Il presidente ha subito due tentativi di assassinio e altri piani per ucciderlo attribuiti a presunti agenti iraniani. Le minacce nei suoi confronti sono aumentate da quando, il 28 febbraio, ha dato il via alla guerra contro l'Iran.

Alla cerimonia di Manhattan sono attesi l'ex sindaco di New York Rudolph Giuliani, l'ex presidente Bill Clinton con la moglie Hillary, l'ex presidente George W. Bush con la moglie Laura e l'ex presidente Barack Obama. Trump aveva partecipato l'ultima volta nel 2024, insieme a Vance, all'ex sindaco Michael Bloomberg, all'allora presidente Joe Biden e all'allora vicepresidente Kamala Harris. Nessuno di loro prese la parola e il presidente andò poi a visitare una caserma dei vigili del fuoco.

I collaboratori di Trump hanno discusso della possibilità di portare il memoriale sotto il controllo federale, anche nel corso dell'anno scorso. Le famiglie delle vittime negli ultimi anni hanno criticato la gestione e i conti della fondazione.

Il presidente si trovava a New York il giorno degli attacchi e in quelle ore disse a una televisione del New Jersey che il grattacielo di sua proprietà al 40 di Wall Street, fino ad allora il secondo più alto di Lower Manhattan, "ora è il più alto". L'affermazione era sbagliata, perché poco distante il palazzo di 70 Pine Street superava in altezza quello di Trump.


I repubblicani intendono attaccare la sinistra democratica alla Convention di Dallas


I repubblicani useranno la prima convention di metà mandato della loro storia per mettere in scena, in prima serata, un atto d'accusa contro la sinistra democratica. Axios ha ricostruito con gli organizzatori il programma dell'evento di Dallas, in calendario il 9 e 10 settembre. L'obiettivo è impedire che il voto del 3 novembre si trasformi in un referendum su Donald Trump.

Il sondaggio Quinnipiac del 29 luglio ha registrato per il presidente un indice di gradimento del 32%, il dato più basso mai rilevato dall'istituto. La guerra in Iran pesa sull'economia e nel partito nessuno vuole che le urne diventino un giudizio sulla Casa Bianca. Da qui la decisione di concentrare la campagna sul socialismo e di martellare su un messaggio elementare: i democratici sono peggio di noi.

Per mesi gli strateghi repubblicani hanno raccolto filmati di esponenti e attivisti democratici, dal commentatore di sinistra Hasan Piker al candidato al Senato in Texas James Talarico. Le immagini scorreranno sugli schermi per tutta la convention. "Il nostro archivio video è sconfinato", ha detto ad Axios una fonte vicina all'organizzazione. Talarico, deputato al Parlamento statale del Texas, ha battuto alle primarie di marzo la progressista Jasmine Crockett ed è avanti su Ken Paxton in tre sondaggi consecutivi: un profilo meno facile da liquidare come estremista di quanto il montaggio repubblicano vorrebbe suggerire.

El-Sayed, il bersaglio principale


Il bersaglio principale sarà Abdul El-Sayed, candidato democratico al Senato in Michigan, che sostiene il Medicare for All, il progetto di sanità pubblica universale, e critica Israele. Trump lo ha già definito un "comunista" e un "uomo dell'odio" che "odia Israele". El-Sayed, epidemiologo e di religione musulmana, ha replicato di essere un capitalista e di contestare le scelte del governo israeliano a Gaza, non i suoi "fratelli e sorelle di fede ebraica".

El-Sayed ha vinto le primarie del 4 agosto con circa un punto di vantaggio su Haley Stevens, al termine della competizione alle primarie del Senato più costosa della storia americana. La spesa dei gruppi esterni ha superato i 60 milioni di dollari ed è stata in larga parte riconducibile a organizzazioni filoisraeliane. Per l'AIPAC, la principale lobby filoisraeliana di Washington, il risultato ha rappresentato una sconfitta pesante.

Secondo gli organizzatori, mesi di sondaggi hanno definito anche il resto della scaletta. Sul palco saliranno "americani comuni", chiamati a raccontare i risultati ottenuti dai repubblicani sul taglio delle tasse, sui prezzi dei farmaci e sulla sicurezza al confine. La formula, già utilizzata con successo nel 2024, dovrà mostrare un Partito concentrato sui problemi quotidiani.

In vetrina finiranno l'esenzione fiscale su una parte delle mance, le politiche urbane contro la criminalità e i nuovi conti di investimento per i bambini. Molti repubblicani, tuttavia, restano frustrati dalla scarsa attenzione riservata dal presidente all'economia e al costo della vita.

Vance, Trump e la scommessa di Dallas


Ci sarà spazio anche per la task force antifrode del vicepresidente JD Vance e per il movimento MAHA, "Make America Healthy Again", del Segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr., che gli strateghi di Trump considerano ancora capace di ampliare la coalizione repubblicana. Il 5 agosto Vance ha rivendicato l'individuazione di frodi per 230 miliardi di dollari e il blocco di pagamenti per 56 miliardi. Invece sulla guerra in Iran, sempre più impopolare nei sondaggi, la linea sarà una sola: il presidente ha protetto gli americani.

Vance parlerà la sera del 9 settembre all'American Airlines Center, Trump quella del 10, ma il presidente è atteso in sala in entrambe le giornate. Interverranno anche il Segretario di Stato Marco Rubio, il Segretario al Tesoro Scott Bessent, altri membri dell'Amministrazione, candidati emergenti, personalità della Ultimate Fighting Championship e celebrità. La platea sarà diversa da quella del 2024, composta soprattutto da donatori e delegati: a Dallas arriveranno in prevalenza attivisti MAGA.

La convention commemorerà inoltre il primo anniversario dell'assassinio di Charlie Kirk, ucciso il 10 settembre 2025. La ricorrenza coinciderà con la serata del discorso di Trump.

Resta da capire però se l'operazione riuscirà a riportare l'attenzione degli elettori sull'agenda interna del presidente, da tempo impopolare nei sondaggi. In una rilevazione della CNN pubblicata la scorsa settimana, il 73% degli intervistati riteneva che Trump non stia dedicando abbastanza attenzione ai problemi più importanti del paese. Inoltre per il 65%, le sue politiche hanno peggiorato la situazione dell'economia.

I democratici hanno invece rinunciato a organizzare una convention di metà mandato. "Mentre gli americani comuni faticano a pagare le bollette, a fare il pieno o a mettere il cibo in tavola, i repubblicani organizzano una festa multimilionaria per soddisfare l'enorme ego di Donald Trump", ha dichiarato ad Axios Kendall Witmer, portavoce del Comitato nazionale democratico. Secondo Witmer, l'evento finirà per legare i candidati repubblicani più vulnerabili a un'agenda considerata sempre più fallimentare nei sondaggi.


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Tornano le dirette di Focus America, ogni domenica alle 21


Da domenica 30 agosto saremo di nuovo in diretta ogni settimana alle 21 su YouTube, Facebook e Twitter, con spazio per le vostre domande. I post sulla popolarità di Trump si spostano alle 19:30.

Da domani, domenica 30 agosto, tornano le dirette di Focus America. L'appuntamento è ogni domenica alle 21, in contemporanea su YouTube, Facebook e Twitter, per commentare insieme le notizie della settimana dagli Stati Uniti. Il video sarà poi pubblicato anche qui sul sito.

Come nelle dirette del 2024, che ci avevano accompagnato verso le elezioni presidenziali, ci sarà spazio per le domande e le risposte: potrete scrivere nei commenti e risponderemo in diretta. Per chi aveva seguito quegli appuntamenti sarà come tornare a casa. Le dirette ci accompagneranno di settimana in settimana verso le elezioni di metà mandato del 3 novembre.

I post settimanali sulla popolarità del presidente Donald Trump, che escono la domenica alle 21, saranno per questo periodo anticipati alle 19:30, così da non sovrapporsi alla diretta.

Vi aspettiamo domani sera alle 21.


Popolarità Trump, numeri in stallo come i negoziati di pace (23 agosto)


Come ogni domenica, facciamo un resoconto sulla approvazione del presidente Trump, con i cambiamenti occorsi negli ultimi sette giorni.

Questa settimana estiva non ha evidenziato grandi smottamenti: dopo aver toccato il livello di net rating più basso del mandato e in mezzo a tanti piccoli balzelli, la popolarità si è leggermente rialzata assestandosi su un livello comunque critico, tra i tanti bassi e i pochi alti registrati dall’inizio del conflitto in Iran.

Si registra un basso numero di rilevazioni, e difficilmente questo cambierà prima del prossimo mese; per ora, comunque, il tasso di approvazione rimane inferiore al 40% in tutte le medie, mentre la disapprovazione si è assestata un po’ sotto al 60%.

I numeri sono peggiorati notevolmente dall’inizio della guerra in Iran, e non si intravedono spiragli positivi considerando lo stallo nelle trattative di pace.

Si tratta di una situazione al limite per il tycoon, che resta dietro a Joe Biden nella classifica dei presidenti più impopolari a questo punto del mandato.

Il dato attuale, infatti, è peggiore rispetto alla già catastrofica media di Joe Biden nell’agosto 2022; questo significa che l’approvazione di Trump è la peggiore di sempre dopo diciannove mesi di presidenza. È di circa undici punti, invece, la distanza con il suo primo mandato.

Il net rating (la differenza tra tasso di approvazione e tasso di disapprovazione) rimane saldamente in territorio negativo sia per la media di RealClearPolitics (RCP), sia per quella del Silver Bulletin, sia per la nostra di Focus America.

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Questa settimana le medie si muovono poco, con un modesto aggiustamento verso l’alto per RCP e una totale stagnazione per il sito di Silver e Focus America.

Come già accennato, dopo diciannove mesi alla Casa Bianca, il gradimento di questo secondo mandato si colloca al di sotto rispetto ai primi diciannove mesi del suo primo mandato e a quello di Biden.

Sondaggi
L’approvazione di Trump e degli altri presidenti
Approvazione netta (approva − disapprova), per giorni dall’insediamento

Presidente
Trump II

Grafici Recap numerico

Facendo un paragone con il passato, grazie ai dati di Focus America, si nota come il dato di apprezzamento di Trump dopo 579 giorni di presidenza (-20,6 secondo la nostra media) sia il più basso tra tutti i presidenti USA dal secondo dopoguerra in avanti nello stesso periodo, peggiore di Biden che con il suo -19,3 attraversava comunque un periodo di grande sofferenza.

Risulta molto indietro, come detto, anche rispetto al suo primo mandato, in cui era più del doppio più popolare, a -9,9. Andando molto a ritroso, anche Harry Truman veleggiava su numeri deficitari (-19).

Sul nostro sito trovate i grafici con il confronto con tutti i primi mandati degli altri presidenti, con una frequenza di aggiornamento pari a 8 volte al giorno.

Il tasso di approvazione di Trump oscilla tra il 37% e il 39%, mentre il tasso di disapprovazione si aggira intorno al 57%-58%.

Nelle prossime settimane monitoreremo l’evoluzione di questa situazione, per cogliere se ci saranno miglioramenti o ulteriori ripercussioni sui numeri, considerando il sostanziale fallimento dei negoziati con Teheran.

Di seguito pubblichiamo una infografica con una selezione delle rilevazioni dei migliori istituti rilasciate nel corso dell'ultima settimana. Per ogni casa sondaggistica sono presenti due numeri percentuali: il primo è il tasso di approvazione, il secondo quello di disapprovazione.

Ricordiamo che, stante la chiusura del sito FiveThirtyEight, abbiamo deciso di utilizzare i numeri del Silver Bulletin, il nuovo sito di Nate Silver, fondatore di 538.

Sondaggi
Gli ultimi sondaggi sulla popolarità di Trump
11 rilevazioni di 11 istituti — 23 agosto 2026

Sondaggi Metodo

Ordina per:Data fineNet Approval

Legenda campioni

LV

Likely Voters · 2 sondaggi
Elettori probabili — campione più ristretto e affidabile

RV

Registered Voters · 3 sondaggi
Elettori registrati al voto

A

Adults · 6 sondaggi
Tutti gli adulti americani — campione più ampio

Affidabilità
LVRVA

Elaborazione di Focus America su dati dei sondaggi pubblici · Ultimo aggiornamento: 23 agosto 2026

Il sito Silver Bulletin (che fa una propria media aggiustata di tutti i sondaggi, dandone un peso maggiore o minore in base al bias storico e al rating delle firme che li svolgono) segna una media generale di 38,1% (-) - 58% (-). In totale un net approval arrotondato di -19,9 (-).

Il sito RealClearPolitics, invece, che fa una selezione solo di alcuni sondaggi in base all'affidabilità di chi li esegue, segnala una media totale migliore: 39,5% (+0,4) - 57,2% (-1,2). In totale un net rating di -17,7 (+1,6).

La media calcolata da noi di Focus America, invece, è di 37,3% (-) - 57,9% (-0,1), con un net rating complessivo di -20,6 (+0,1). La metodologia utilizzata è specificata direttamente nella pagina del nostro sito dedicata ai sondaggi sulla popolarità di Trump.

Tracker
L’approvazione di Trump: tre medie a confronto
Andamento giornaliero dall’insediamento

Seleziona fonte
Confronto Silver Bulletin RCP FocusAmerica

Silver Bulletin

RealClearPolitics

FocusAmerica

Clicca qui per vedere i dati aggiornati in tempo reale della popolarità di Trump


Questa voce è stata modificata (2 settimane fa)

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Nessuno ha mai fatto causa contro le aziende sanitarie che hanno fornito aiuto alla morte volontaria. Neanche i sedicenti pro-vita (sic) che sostengono che quel diritto non esista. I casi in Italia finora sono stati 18. Evidentemente non credono neanche loro a ciò che dicono.
in reply to Marco Cappato

tempi.it/il-mio-amico-domenico… questo articolo mi ha colpito. Non so se l'hai visto, ma cita apertamente l'Associazione Luca Coscioni e la accusa di "non essersi accorta di niente" e che è cieca per le proprie "battaglie propagandistiche''. Qui, sembra che Domenico non fosse un malato che soffriva tantissimo, ma una persona lasciata sola e che è stata uccisa dallo Stato indifferente. Mi sembra che, anzi, siano loro a non aver alcun rispetto della vita (e della morte) di una persona.
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APT28’s New HOOKEDGE Backdoor Targets European Defense and Diplomatic Networks
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Tempi più semplici 💜

#Woke1WasCrazy #Sovranismo #Brexit #Politica #UnioneEuropea #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Cyber Incident Halts Small UK Power Plant for Four Days as Attribution Remains Unclear
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Critical ServiceNow AI Flaws Expose Enterprise Data and Code Execution Paths
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UniBLEed Flaws Put Unitree G1 Humanoid Robots at Risk of Root Takeover
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Trump annuncia il controllo americano su 65 miliardi di barili di petrolio venezuelano


L'accordo con la presidente ad interim Delcy Rodríguez prevede lo sviluppo di 17 giacimenti e oltre 100 miliardi di dollari di investimenti, ma la struttura legale e finanziaria resta ignota.

Il presidente Donald Trump ha annunciato ieri sera che gli Stati Uniti hanno ottenuto il controllo su oltre 65 miliardi di barili di riserve petrolifere accertate in Venezuela, circa un quinto di quelle del paese sudamericano. L'annuncio è arrivato su Truth Social, il social network di proprietà del presidente. Il messaggio ha fornito però pochissimi dettagli sulla struttura dell'intesa, sui giacimenti interessati e sulle società che vi parteciperanno. Secondo Trump, l'accordo è stato raggiunto "senza alcun costo per il contribuente americano" dal Segretario di Stato Marco Rubio e dal Segretario alla Difesa Pete Hegseth insieme alla presidente ad interim del Venezuela Delcy Rodríguez e "attraverso una partnership con privati". Il presidente ha sostenuto che l'operazione più che raddoppierà le riserve petrolifere degli Stati Uniti e contribuirà a ridurre in modo sostanziale il prezzo dei carburanti.

Il Dipartimento di Stato ha precisato che l'intesa attribuirà agli Stati Uniti il 55% della produzione effettiva di una nuova società mista costituita con un "operatore privato esperto in Venezuela", la cui identità non è stata resa nota. Un funzionario della Casa Bianca ha spiegato che la nuova impresa diventerà la seconda compagnia petrolifera privata al mondo per riserve gestite. Rodríguez le ha concesso i diritti di estrazione sui giacimenti in questione per cento anni. Il governo americano, ha aggiunto il funzionario, ha ottenuto più della metà del valore della società, suddiviso tra partecipazioni azionarie e forniture garantite a prezzo di costo. Quel petrolio dovrebbe servire a ricostituire la riserva strategica e a coprire il fabbisogno delle Forze Armate.

Rodríguez ha definito l'accordo storico e ha affermato che prevede lo sviluppo di 17 giacimenti strategici, oltre 100 miliardi di dollari di investimenti e 209 miliardi di dollari di entrate fiscali per lo Stato venezuelano. "Questi investimenti contribuiranno non solo al recupero e alla modernizzazione della nostra industria, ma anche alla crescita economica del nostro Paese, alla sicurezza energetica del nostro emisfero e a un maggiore equilibrio nei mercati internazionali", ha scritto in un comunicato, aggiungendo che l'obiettivo è mettere le riserve del proprio Paese al servizio dello sviluppo nazionale.

Venezuela · Petrolio e potere

Washington annuncia il controllo su un quinto del petrolio venezuelano

Trump ha rivendicato per gli Stati Uniti il controllo di maggioranza su oltre 65 miliardi di barili di riserve accertate. Sulla carta l’intesa più che raddoppia le riserve americane. Nei fatti Caracas estrae poco più dell’1% del petrolio mondiale, e il greggio pesante dell’Orinoco richiede impianti che in Venezuela sono vecchi e insufficienti.

Grafica di FocusAmerica 29 agosto 2026

Riserve di greggio accertate degli Stati Uniti, in miliardi di barili

111
Sulla carta, dopo l’accordo

2,4× le riserve
di oggi

46Riserve certificate dall’EIA a fine 2023
65Barili rivendicati da Trump in Venezuela

La somma vale solo se l’accordo regge. E i 65 miliardi rivendicati, per ora, restano sottoterra.

Esplora i quattro nodi
IIl paradossoParadosso IIL’accordoAccordo IIIIl prezzoPrezzo IVGli ostacoliOstacoli

Riserve contro produzione

Il Venezuela ha le riserve più grandi del mondo e un rubinetto quasi chiuso


Nessun paese al mondo possiede più petrolio accertato del Venezuela. E nessun altro paese così ricco di greggio ne estrae così poco. È in questo divario che si gioca l’accordo annunciato da Trump.

Quota delle riserve mondiali
17%

Resto del mondo

Resto del mondo

Quota della produzione mondiale
1,2%

14× La quota del Venezuela sulle riserve mondiali è quattordici volte più grande della sua quota sulla produzione. Possiede 303 dei 1.730 miliardi di barili accertati nel mondo, ma ogni giorno ne pompa 1,25 milioni su circa 103.
Il greggio dell’Orinoco è pesante o extra‑pesante: per lavorarlo servono impianti specializzati, e quelli venezuelani sono vecchi, senza investimenti da anni. Non sono solo le sanzioni a tenere chiuso il rubinetto.

Un asterisco sulle cifre
Le riserve venezuelane sono dichiarate da Caracas e pubblicate dall’OPEC senza verifica indipendente. Francisco Monaldi, del Baker Institute della Rice University, stima che una cifra prudente si aggiri tra i 100 e i 110 miliardi di barili: circa un terzo di quella ufficiale.

Che cosa prevede l’intesa

Una società mista, diciassette giacimenti e un secolo di diritti


Il Dipartimento di Stato assegna agli Stati Uniti il 55% della produzione effettiva di una nuova società costituita con un operatore privato di cui non è stato reso noto il nome.

Riserve accertate del Venezuela303 miliardi di barili

65 miliardi rivendicati

55%
La quota americana sulla produzione effettiva della società mista

17
I giacimenti strategici coinvolti, nella fascia dell’Orinoco e attorno al lago di Maracaibo

100 anni
La durata dei diritti sui giacimenti concessi da Delcy Rodríguez

0
Il costo per il contribuente americano, secondo Trump
Nessun dettaglio sulla struttura finanziaria

100 mld $
Gli investimenti privati che l’intesa dovrebbe portare in Venezuela
Stima di Caracas e del segretario di Stato Rubio

209 mld $
Le entrate fiscali attese dallo Stato venezuelano
Stima del governo Rodríguez

Il nome che manca
L’identità dell’operatore privato che guiderà la società mista resta riservata. Un funzionario della Casa Bianca sostiene che diventerà la seconda compagnia petrolifera privata al mondo per riserve. Il greggio dovrebbe servire a ricostituire la riserva strategica e a rifornire le forze armate.

Perché Washington ha fretta

La riserva strategica è scesa al livello più basso dal 1982


La guerra con l’Iran ha eroso le scorte e fatto salire i prezzi. A due mesi dalle elezioni di metà mandato, la benzina resta sopra i 4 dollari al gallone.

−114,5

404,2 agosto 2025
289,7 21 agosto 2026
−28,3% Quanto si sono ridotte le scorte in dodici mesi

Scorte della riserva strategica in milioni di barili. Scala 0–450.
La Strategic Petroleum Reserve non era così vuota dal novembre 1982. Ricostituirla è una delle ragioni per cui la Casa Bianca ha fretta di chiudere l’accordo con Caracas.

Il greggio texano nel 2026

58 $
Inizio anno

83 $
Venerdì 28 agosto

112 $
Marzo, picco

Prezzo del barile di greggio WTI in dollari. La guerra con l’Iran ha interrotto per sei mesi il flusso di circa un quinto del petrolio mondiale.

oltre 4 $
Prezzo medio della benzina al gallone, pari a circa 3,8 litri

2 mesi
Quanto manca alle elezioni di metà mandato di novembre

Che cosa può fermare l’intesa

Cinque ostacoli tra l’annuncio e il primo barile


Apri una voce per i dettagli. Nessuno di questi nodi si scioglie con un messaggio su Truth Social.

1Non esiste un precedente+
Nessun governo degli Stati Uniti ha mai stipulato un contratto di affitto per gestire giacimenti petroliferi all’estero. Tra le ipotesi allo studio c’è l’assegnazione dei campi alle compagnie americane tramite aste.David Goldwyn, Goldwyn Global Strategies, a Reuters

2Il nodo costituzionale venezuelano+
La legge venezuelana tiene sotto controllo statale le attività centrali dell’industria petrolifera: l’accordo può finire in tribunale. A gennaio l’Assemblea nazionale ha approvato una riforma che restituisce alle compagnie straniere gran parte del controllo perso con le nazionalizzazioni di Chávez del 2007.Ricardo Hausmann, già ministro venezuelano e oggi professore a Harvard, definisce l’intesa incostituzionale e destinata al fallimento

3Un greggio che poche raffinerie sanno lavorare+
Gran parte delle riserve, soprattutto nella fascia dell’Orinoco, è greggio pesante o extra‑pesante. Richiede impianti specializzati per la lavorazione e la raffinazione, e quelli venezuelani sono invecchiati dopo anni di investimenti insufficienti, cattiva gestione e sanzioni.

4Rete elettrica e capacità di esportazione insufficienti+
Gli ostacoli che da anni scoraggiano gli investitori restano tutti: incertezza politica, una rete elettrica inadeguata, una capacità di esportazione limitata e l’ampia discrezionalità del governo sul settore.David Goldwyn: difficile che un’intesa di questo tipo acceleri gli investimenti in misura significativa

5Le compagnie non si muovono tutte insieme+
Chevron, in Venezuela da un secolo, tratta per ampliare le proprie attività e potrebbe annunciare un’intesa già la prossima settimana. Nel 2026 hanno firmato con Caracas anche Repsol, Eni e Shell. ExxonMobil, espropriata sotto Chávez, considera il paese non investibile.Wall Street Journal; dichiarazioni di Darren Woods, amministratore delegato di ExxonMobil

Sviluppare le infrastrutture per estrarre, trasportare e raffinare il greggio pesante venezuelano può richiedere anni. Il voto di metà mandato è tra due mesi.

Fonte Annuncio di Donald Trump su Truth Social e note del Dipartimento di Stato; Reuters, Wall Street Journal, New York Times, The Guardian. Riserve statunitensi: EIA, U.S. Crude Oil and Natural Gas Proved Reserves, dati a fine 2023. Riserve venezuelane e quota mondiale: Energy Institute e dati OPEC. Scorte della riserva strategica: EIA, settimana al 21 agosto 2026. Agosto 2026.

Rubio ha scritto su X che l'accordo porterà in Venezuela quasi 100 miliardi di dollari di investimenti privati, migliaia di posti di lavoro ben retribuiti e contribuirà alla ricostruzione dell'economia del paese. Per gli Stati Uniti, ha aggiunto, garantirà una fornitura di petrolio stabile e a basso costo e aiuterà a ridurre il prezzo della benzina.

This deal is a huge win for both the American and Venezuelan people.

It demonstrates how President Trump's bold foreign policy is driving America First wins: securing stable reserves and low-cost oil in our Hemisphere and lowering gas prices here at home.

For the Venezuelan… t.co/SMSRYGWmVb
— Secretary Marco Rubio (@SecRubio) August 28, 2026


Il Venezuela possiede le maggiori riserve petrolifere accertate al mondo, stimate in 303 miliardi di barili, circa il 17% del totale globale. Ne estrae però appena 1,25 milioni di barili al giorno, vale a dire poco più dell'1% della produzione mondiale. Gran parte delle riserve, soprattutto nella fascia dell'Orinoco, è costituita da greggio pesante o extra-pesante, che richiede impianti specializzati per la lavorazione e la raffinazione. Gli impianti venezuelani sono vecchi e il settore risente di anni di investimenti insufficienti, cattiva gestione e sanzioni.

I giacimenti interessati si trovano nella fascia dell'Orinoco e nella regione del lago di Maracaibo, secondo un elenco visionato da Reuters. L'agenzia ha riferito che tra le ipotesi allo studio c'è un sistema di concessione in affitto dei giacimenti, che verrebbero assegnati alle compagnie americane attraverso aste. I funzionari venezuelani si preparano a firmare la prossima settimana i contratti per l'assegnazione dei nuovi diritti di esplorazione e produzione, soprattutto a imprese statunitensi. L'annuncio arriva dopo settimane di trattative tra Washington e Caracas.

I dubbi legali e la corsa delle compagnie petrolifere


David Goldwyn, presidente della società di consulenza Goldwyn Global Strategies, ha dichiarato a Reuters che non è chiaro se un eventuale contratto di affitto dei giacimenti stipulato dal governo statunitense sia compatibile con la Costituzione venezuelana e con la nuova legge sugli idrocarburi. “Non esistono precedenti di un governo degli Stati Uniti che stipuli un contratto per gestire giacimenti petroliferi”, ha osservato. Secondo Goldwyn, inoltre, l'intesa non elimina gli ostacoli che da anni scoraggiano gli investitori: l'incertezza politica, una rete elettrica inadeguata, una capacità di esportazione limitata e l'ampia discrezionalità del governo venezuelano sul settore. "È difficile vedere come un'intesa di questo tipo possa accelerare gli investimenti in misura significativa", ha detto.

La attuale legge venezuelana mantiene sotto il controllo dello Stato le attività centrali dell'industria petrolifera e l'accordo potrebbe, quindi, essere contestato in tribunale per ragioni costituzionali. Ma già a gennaio, poche settimane dopo la cattura di Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti, l'Assemblea Nazionale Venezuelana aveva approvato una riforma che attribuisce alle compagnie petrolifere straniere un controllo molto maggiore sulle proprie attività nel Paese, ridimensionando gran parte dell'assetto introdotto con le nazionalizzazioni del 2007 volute da Hugo Chávez.

Ricardo Hausmann, ex Ministro venezuelano prima dell'arrivo al potere di Chávez e oggi professore all'Università di Harvard, ha scritto su X che "un governo ad interim illegittimo, che si appoggia a una legge illegittima sugli idrocarburi, non ha alcuna legittimità per concludere questo accordo incostituzionale" e che l'intesa "sarà un fiasco per tutte le parti coinvolte". L'annuncio ha irritato anche l'opposizione venezuelana, già delusa dal fatto che la cattura di Maduro non abbia prodotto un vero cambiamento politico.

An illegitimate interim government with an illegitimate hydrocarbons law has no legitimacy to strike this unconstitutional deal. It will be a fiasco for all involved, starting with @SecRubio. t.co/7UNOnYwean
— Ricardo Hausmann (@ricardo_hausman) August 27, 2026


Chevron, la seconda compagnia petrolifera americana e l'unica attualmente con una presenza rilevante in Venezuela, dove opera da un secolo, sta trattando separatamente con le autorità venezuelane per ampliare le proprie attività nel Paese e potrebbe annunciare un'intesa già la prossima settimana, secondo quanto rivelato dal Wall Street Journal. Nel 2026 anche Repsol, Eni e Shell hanno firmato accordi con Caracas. Darren Woods, amministratore delegato di ExxonMobil, aveva invece dichiarato, subito dopo la cattura di Maduro, di considerare ancora il Venezuela un Paese in cui non è possibile investire.

Il Venezuela ha nazionalizzato l'industria petrolifera negli anni Settanta, affidando un ruolo centrale alla compagnia di Stato PDVSA. Con Chávez il governo venezuelano ha rafforzato ulteriormente il proprio controllo, obbligando i produttori stranieri a operare attraverso società miste guidate dallo Stato e successivamente espropriando gli impianti di ExxonMobil e ConocoPhillips. Sotto Maduro la produzione di petrolio era crollata al suo minimo.

Benzina, riserva strategica e conseguenze politiche


Resta da capire ora se l'accordo potrà davvero ridurre il prezzo della benzina nel breve periodo. Sviluppare le infrastrutture necessarie per estrarre, trasportare e raffinare il greggio pesante venezuelano può richiedere anni. Il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti supera i 4 dollari al gallone, pari a circa 3,8 litri, mentre l'Amministrazione Trump è sotto pressione per trovare una soluzione immediata a questo problema a soli due mesi dalle elezioni di metà mandato di novembre.

Le scorte della Strategic Petroleum Reserve, la riserva petrolifera d'emergenza degli Stati Uniti, sono intanto scese a 289,7 milioni di barili nella settimana terminata il 21 agosto, rispetto ai 404,2 milioni della stessa settimana del 2025. È il livello più basso dal novembre 1982. La guerra con l'Iran ha interrotto per sei mesi il flusso di circa un quinto del petrolio mondiale e ha spinto il prezzo del greggio texano fino a 112 dollari al barile a marzo, contro i 58 dollari dell'inizio del 2026. Venerdì il barile era scambiato intorno agli 83 dollari.

Rodríguez, alleata di Maduro, ne ha preso il posto dopo che a gennaio le forze americane lo hanno catturato e trasferito a New York per rispondere di accuse penali legate al narcotraffico. Da allora si è mostrata molto più disponibile a collaborare con il governo statunitense e parla regolarmente con i vertici della Casa Bianca, che le hanno comunque fatto sapere che potrebbe andare incontro alla stessa sorte del suo predecessore se non volesse collaborare. I predecessori di Trump alla Casa Bianca avevano sempre evitato di presentare il controllo sulle risorse naturali di un altro paese come un obiettivo della politica estera americana, sia per il timore delle reazioni internazionali sia per i dubbi sulla legalità di operazioni di questo tipo e per il rischio di alimentare nuove minacce alla sicurezza degli Stati Uniti.


Trump tratta con Caracas per una quota del petrolio venezuelano


L'Amministrazione di Donald Trump sta negoziando con il governo ad interim del Venezuela l'acquisizione di una partecipazione nelle risorse petrolifere del Paese, che possiede le maggiori riserve accertate al mondo. Lo hanno rivelato ad Axios due funzionari americani, secondo i quali l'intesa porterebbe sotto il controllo degli Stati Uniti una quantità di petrolio più che doppia rispetto alle attuali riserve americane. "Definire enorme questo accordo sarebbe riduttivo", ha detto uno dei due. "È colossale".

I dettagli sono ancora in discussione, ma la trattativa riguarda più di una decina di giacimenti produttivi con riserve accertate complessive per 90 miliardi di barili, non l'intero patrimonio venezuelano di circa 300 miliardi. In passato quei giacimenti erano controllati da esponenti della cerchia di potere venezuelana, alcuni dei quali incriminati negli Stati Uniti, e da soggetti legati alla Cina. In cambio della partecipazione ceduta a Washington, il Venezuela otterrebbe lo sviluppo dei giacimenti da parte di società private, comprese aziende americane, e una quota maggiore dei ricavi petroliferi destinata alle casse dello Stato.

Dottrina Donroe · Energia

Gli Stati Uniti trattano una quota del petrolio venezuelano: in gioco 90 miliardi di barili

L’intesa negoziata dal Segretario di Stato Marco Rubio con il governo ad interim di Delcy Rodríguez riguarda più di dieci giacimenti già produttivi. Se andasse in porto, porterebbe sotto controllo americano una quantità di greggio più che doppia rispetto a tutte le riserve degli Stati Uniti.

Grafica di FocusAmerica 27 agosto 2026

Riserve accertate, in miliardi di barili


  • 300 miliardi di barili — le riserve accertate del Venezuela, le maggiori al mondo.
  • 90 miliardi di barili — i giacimenti in trattativa con Washington.
  • 44 miliardi di barili — le riserve accertate degli Stati Uniti.


Le tre chiavi dell’accordo

1Perché adesso 2La cronologia 3Chi ottiene cosa

La riserva strategica

La scorta di emergenza americana è ai minimi da quarant’anni

Due guerre hanno stravolto l’offerta mondiale di greggio e spinto i prezzi verso l’alto. Washington ha svuotato la sua riserva di emergenza e ora cerca petrolio vicino a casa.

Marzo 2026 172

Il minimo dal 1982

milioni di barili

riserva strategica

Il prelievo dalla Riserva Strategica di Petrolio autorizzato per fronteggiare la chiusura dello Stretto di Hormuz.

Dopo quel prelievo la scorta americana è scesa al livello più basso da oltre quarant’anni.

Che cosa spinge la trattativa

  • 01La guerra contro l’IranLa chiusura dello Stretto di Hormuz ha strozzato le forniture e costretto gli Stati Uniti ad attingere alla scorta di emergenza.
  • 02La guerra in UcrainaIl secondo shock che ha riscritto le rotte del greggio e tiene i prezzi sotto pressione.
  • 03I pozzi venezuelani fermiDopo anni di cattiva gestione sotto Nicolás Maduro e, prima di lui, Hugo Chávez, i giacimenti hanno bisogno di capitali e tecnologia stranieri.


Otto mesi di pressione

Dalla cattura di Maduro al tavolo sul petrolio

Trump aveva cominciato a valutare in privato una partecipazione americana nei giacimenti prima ancora di ordinare l’arresto del presidente venezuelano.

  • 1999

    Hugo Chávez sale al potere. Comincia il lungo declino dell’industria petrolifera venezuelana, proseguito sotto Maduro.

  • 3 gennaio 2026

    Trump autorizza la cattura di Nicolás Maduro, che ora risponde di narcoterrorismo davanti a un tribunale di New York.

  • Febbraio 2026

    Il Segretario all’Energia Chris Wright visita gli impianti a Caracas insieme alla presidente ad interim Delcy Rodríguez.

  • Marzo 2026

    Il prelievo di 172 milioni di barili porta la Riserva Strategica ai minimi dal 1982.

  • Luglio 2026

    Alti funzionari del Dipartimento di Stato e del Pentagono incontrano a Caracas le controparti venezuelane sui dettagli dell’intesa.

  • 27 agosto 2026

    Due funzionari americani rivelano ad Axios la trattativa. La guidano Marco Rubio e Rodríguez; alla Casa Bianca ha un ruolo di primo piano Stephen Miller.

  • La prossima settimana

    Wright valuta un nuovo viaggio in Venezuela. Il suo dipartimento studia come far salire in fretta la produzione affidata alle aziende americane.


Lo scambio

Che cosa mette sul piatto ciascuna delle due parti

I dettagli sono ancora in discussione, ma lo scambio ha una forma già riconoscibile: Washington ottiene il controllo di una quota dei giacimenti, Caracas ottiene i capitali per rimetterli in funzione.

Washington

Ottiene riserve, e le sottrae ad altri

  • Una partecipazione in più di dieci giacimenti già produttivi.
  • 90 miliardi di barili di riserve accertate: più del doppio di quelle americane.
  • Giacimenti finora controllati da uomini della cerchia di Maduro, alcuni incriminati negli Stati Uniti, e da soggetti legati alla Cina.
  • Un pilastro della sicurezza energetica e del predominio americano nell’emisfero occidentale.


Caracas

Ottiene capitali e una quota dei ricavi

  • Lo sviluppo dei giacimenti da parte di società private, comprese aziende americane.
  • Una quota maggiore dei ricavi petroliferi destinata alle casse dello Stato.
  • La riattivazione di un settore lasciato in abbandono da anni di cattiva gestione.


Il nodo politicoRodríguez rischia l’accusa di svendere le risorse naturali del Paese. Per questo i tempi della firma restano incerti: Washington ha bisogno di quel petrolio, ma per ottenerlo deve convincere i venezuelani che il vantaggio non sarà soltanto americano.

Fonte: Axios, 27 agosto 2026 (trattativa e volumi in discussione); EIA per le riserve accertate degli Stati Uniti; stime OPEC ed EIA per le riserve del Venezuela.

La corsa all'accordo


A rendere più urgente la conclusione dell'intesa sono le guerre in corso contro l'Iran e in Ucraina, che hanno sconvolto l'offerta mondiale di greggio e spinto i prezzi verso l'alto. Pesa però anche il livello della Riserva Strategica di Petrolio degli Stati Uniti, sceso ai minimi dal 1982 dopo il prelievo di 172 milioni di barili autorizzato a marzo per fronteggiare la crisi provocata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. Il settore petrolifero venezuelano, dal canto suo, versa in condizioni di relativo abbandono dopo anni di cattiva gestione sotto Nicolás Maduro e, prima di lui, Hugo Chávez, salito al potere nel 1999.

La trattativa è guidata dal Segretario di Stato Marco Rubio e dalla presidente ad interim venezuelana Delcy Rodríguez. Il mese scorso alti funzionari del Dipartimento di Stato e del Pentagono hanno incontrato a Caracas le controparti venezuelane per discutere proprio i dettagli dell'intesa. Un ruolo di primo piano è svolto anche da Stephen Miller, vice capo di gabinetto della Casa Bianca. Trump aveva cominciato a valutare in privato una partecipazione americana nei giacimenti venezuelani ancora prima di autorizzare, il 3 gennaio, la cattura di Maduro, che ora deve rispondere dell'accusa di narcoterrorismo davanti a un tribunale di New York.

Il nodo politico


Per Trump, l'accordo potrebbe diventare uno dei risultati destinati a segnare la sua eredità politica: la sicurezza energetica degli Stati Uniti e il predominio americano nell'emisfero occidentale sono infatti i pilastri della cosiddetta "Dottrina Donroe". "Il presidente Trump è vicino a garantire il futuro energetico dell'America per le generazioni a venire, non soltanto negli Stati Uniti ma nell'intero emisfero", ha detto ad Axios il secondo funzionario.

La Casa Bianca sa tuttavia che Rodríguez potrebbe essere accusata di cedere agli Stati Uniti le risorse naturali del Venezuela. "Stiamo facendo tutto il possibile per mostrare come l'accordo andrà a beneficio del popolo venezuelano, perché sarà così", ha affermato uno dei funzionari. I tempi per la firma restano così incerti, ma il Segretario all'Energia Chris Wright, già recatosi a Caracas a febbraio per visitare gli impianti insieme a Rodríguez, sta valutando un nuovo viaggio in Venezuela la prossima settimana. Nel frattempo, il suo dipartimento studia come aumentare rapidamente la produzione affidata alle aziende americane. Washington ha assoluto bisogno di quel petrolio, ma per ottenerlo deve convincere i venezuelani che a trarne vantaggio non saranno soltanto gli Stati Uniti.


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Il presidente della banca centrale americana si prepara a contrastare l'inflazione


Nel primo discorso a Jackson Hole il presidente della Federal Reserve ha detto che i dati estivi sui prezzi non lo convincono. I mercati danno ora poco più del 50% a un rialzo dei tassi a settembre.

Il presidente della Federal Reserve, la banca centrale americana, ha detto venerdì che se l'inflazione non scende verso l'obiettivo del 2% "in modo chiaro e a una velocità sufficiente", allora la banca centrale ha "del lavoro da fare". Kevin Warsh ha parlato alle 10 del mattino ora della costa est (le 16 in Italia) al simposio di Jackson Hole, in Wyoming, la conferenza annuale che la Fed organizza per i banchieri centrali di tutto il mondo. Era il suo primo intervento dopo l'insediamento di maggio e lui stesso ha ricordato che si trattava del centesimo giorno del suo mandato.

Gli investitori hanno letto quelle parole come un'apertura a un aumento dei tassi. Il rendimento del titolo di Stato americano a due anni, il più sensibile alle attese sul costo del denaro, è salito di quasi otto punti base al 4,31%, il livello più alto da fine luglio. Wall Street ha chiuso in calo, con l'S&P 500 giù dello 0,25% a 7.711,76 punti, il Nasdaq dello 0,52% e il Dow Jones dello 0,02%. La probabilità di un rialzo alla riunione del 15 e 16 settembre è passata al 55,7% secondo il FedWatch del CME Group, lo strumento che ricava le attese sui tassi dai contratti finanziari, circa 20 punti percentuali in più rispetto al giorno prima. Su Kalshi, la piattaforma dove si scommette sugli eventi, è salita dal 30% al 50%.

"La responsabilità di 65 mesi di inflazione elevata e prolungata è interamente della banca centrale ed è lì che deve stare", ha detto Warsh nel testo preparato. "Ecco il mio standard: dobbiamo avere la certezza che l'inflazione di fondo si stia muovendo verso il nostro obiettivo, in modo chiaro e a una velocità sufficiente. Altrimenti, abbiamo del lavoro da fare. È il nostro lavoro, il nostro mandato e la nostra missione". Ha aggiunto che "la stabilità dei prezzi non si realizza da sola" e che il tasso di riferimento a brevissimo termine, oggi compreso tra il 3,50% e il 3,75%, resta lo "strumento predominante" per ottenere prezzi stabili e un mercato del lavoro sano. I tassi sono fermi da dicembre 2025.

I dati dell'estate non hanno convinto il presidente della Fed. Le rilevazioni sui prezzi "erano migliori del previsto", ha detto, ma "non mi dicono che le tendenze di fondo siano migliorate in modo significativo". Warsh ha scomposto il paniere dell'indice dei prezzi e ha detto che negli ultimi dodici mesi il 54% dei beni e servizi ha registrato aumenti superiori al 3%, contro il 32% dei due decenni precedenti la pandemia. Mercoledì i dati del dipartimento del Commercio hanno mostrato che l'indice dei prezzi delle spese per consumi personali, l'indicatore preferito dalla Fed, nella sua componente di fondo (quella che esclude energia e alimentari) è aumentato del 3,3% su base annua a luglio, lo stesso valore di giugno, dopo una crescita mensile dello 0,2%. L'obiettivo del 2% è mancato da più di cinque anni.

Sul resto dell'economia il giudizio è stato positivo. Warsh si è detto "impressionato dalla performance complessiva dell'economia", che "sembra essersi rafforzata", e ha ricordato che la disoccupazione era al 4,1% a luglio, un valore basso per gli standard storici. Gli investimenti delle imprese crescono in fretta e il rallentamento delle assunzioni si spiega a suo dire con un'offerta di lavoro che si è appiattita e con il grande riassestamento seguito alla pandemia. Ha segnalato difficoltà nell'edilizia e nell'agricoltura, ma ha concluso che difficilmente definirebbe restrittive le condizioni finanziarie complessive. Con un mercato del lavoro stabile e i prezzi sopra l'obiettivo, ha detto, "la priorità assoluta della Fed in questo momento devono essere i prezzi".

Il discorso, intitolato "In Our Time", serviva anche a spiegare come Warsh intende comunicare. Il presidente della Fed ha di nuovo criticato la forward guidance, la pratica con cui la banca centrale anticipa ai mercati la direzione futura dei tassi: è nata durante la crisi finanziaria del 2008, quando lui stesso era nel consiglio, ed è stata utile allora, ma ha ormai fatto il suo tempo. "Potete chiamarlo uno schema, potete chiamarlo una mappa del percorso, solo non chiamatelo forward guidance", ha detto. "Condividere troppo le nostre discussioni e impegnarsi troppo su decisioni future può portare fuori strada mercati, imprese e famiglie".

Warsh ha respinto anche la richiesta di indicare una regola di reazione, cioè quali dati farebbero scattare una mossa sui tassi. "La nostra conoscenza non arriva così lontano, almeno non ancora, e i fattori più rilevanti per la corretta conduzione della politica monetaria cambiano nel tempo", ha detto, promettendo di lavorare a modelli e regole più solidi durante il suo mandato. Ha chiesto "una Fed più silenziosa, più intenzionale nelle sue comunicazioni" e ha detto che gli operatori proveranno sempre ad anticipare le mosse della banca centrale, "ma non dobbiamo assecondare un regime in cui i partecipanti al mercato guardano soprattutto alla Fed per la loro prossima operazione".

David Wilcox, del Peterson Institute for International Economics ed ex responsabile della divisione ricerca e statistica della Fed, ha detto al New York Times che dopo aver indicato l'inflazione come preoccupazione prevalente il giudizio sulle condizioni finanziarie "dà un'indicazione piuttosto chiara di quale sia l'orientamento: una maggiore probabilità che la prossima mossa sia un rialzo invece di un taglio". Wilcox, che dirige anche la ricerca sull'economia americana di Bloomberg Economics, ha aggiunto che si tratta di "una svolta piuttosto netta rispetto alla conferenza stampa di luglio". William English, professore a Yale ed ex direttore della divisione affari monetari della Fed, ha detto allo stesso giornale che sulla forward guidance Warsh "è stato un intransigente fino a oggi".

"Warsh ha aperto la porta a un rialzo dei tassi. Un aumento probabilmente non arriverà a settembre, ma arriverà entro ottobre o dicembre", ha detto in una email Heather Long, capo economista di Navy Federal Credit Union. Aditya Bhave, responsabile della ricerca sull'economia americana di Bank of America, ha scritto in una nota che il discorso è incoraggiante "ma le parole costano poco": ora tocca a Warsh alzare i tassi a settembre, a meno di dati molto deboli su occupazione e prezzi ad agosto, altrimenti perderebbe credibilità.

Warsh è stato scelto dal presidente Donald Trump, che chiede apertamente tassi più bassi per stimolare l'economia e che ha condotto una campagna di pressione contro il predecessore Jerome Powell. Alla riunione di luglio tre dei dodici membri con diritto di voto si sono espressi per un aumento, ma ha prevalso lo status quo. Nel discorso di venerdì il presidente della Fed non ha nominato Trump né ha commentato le iniziative del Tesoro sui mercati.

Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha accelerato i riacquisti di titoli di Stato americani, una mossa che va nella direzione opposta rispetto al desiderio di Warsh di una minore presenza pubblica sui mercati, dopo che i rendimenti dei titoli erano già saliti nelle settimane precedenti. A luglio il Tesoro è intervenuto anche per sostenere lo yen, il primo acquisto americano della valuta giapponese dal 1998. In una lettera del 27 agosto alla senatrice democratica Elizabeth Warren, Bessent ha difeso l'operazione dicendo che il Giappone è il maggiore detentore estero di titoli del Tesoro americano e che mercati valutari disordinati "possono innescare liquidazioni forzate", con il rischio di far salire il costo del denaro per le famiglie e le imprese statunitensi.

Le pressioni sui prezzi arrivano da più direzioni e in buona parte sfuggono al controllo della banca centrale. La guerra con l'Iran non si è avvicinata a una soluzione e tiene alti i prezzi dell'energia, i chip e i semiconduttori sono diventati costosi per la corsa agli investimenti nell'intelligenza artificiale e il presidente ha aperto nuovi fronti commerciali, l'ultimo dei quali con il Canada. Un gruppo crescente di banchieri centrali sostiene che i tassi avrebbero già dovuto salire e che rimandare costringerà la Fed ad agire in modo più brusco, mettendo a rischio un mercato del lavoro più fragile di quello di inizio anno. La maggioranza dei membri del comitato conta ancora su un rallentamento dei prezzi nella seconda metà dell'anno.

Il modo in cui la Fed misura e modella l'inflazione è al centro di una delle cinque task force che Warsh ha creato quest'anno, guidate da consulenti esterni tra ex banchieri centrali, accademici e dirigenti d'azienda. Le altre si occupano di comunicazione, del portafoglio da 6.700 miliardi di dollari in titoli pubblici e obbligazioni garantite da mutui, delle fonti di dati da privilegiare e dell'andamento della produttività e dell'occupazione. I gruppi concluderanno il lavoro entro fine anno e le loro raccomandazioni, ha detto Warsh, non avranno "alcuna incidenza sulle decisioni che prendiamo nell'attuale congiuntura di politica monetaria".


Il debito americano supera i 40mila miliardi e spaventa i mercati


Venerdì il rendimento dei titoli di Stato americani a trent'anni ha superato il 5,27%, in lieve rialzo rispetto al giorno precedente: un segnale che il piano del Segretario al Tesoro Scott Bessent per calmare i mercati non sta funzionando. La svendita di questa settimana ha spinto il costo del debito pubblico ai livelli più alti degli ultimi vent'anni e costretto il Dipartimento del Tesoro a un intervento straordinario. Mercoledì Bessent ha annunciato che dal 9 settembre più che raddoppierà i riacquisti di titoli, portandoli ad almeno 4 miliardi di dollari per operazione.

I rendimenti sono scesi per poche ore, poi hanno ripreso a salire. Dopo decenni di spesa senza freni, Washington potrebbe così presto trovarsi di fronte a scelte a lungo rinviate e politicamente indigeste, dalle quali pochi americani uscirebbero indenni. Il problema si riassume in due cifre. La prima è il debito nazionale, che mercoledì ha superato i 40mila miliardi di dollari, appena cinque mesi dopo aver raggiunto quota 39mila miliardi. La seconda è il disavanzo annuo: le proiezioni del Congressional Budget Office, l'ufficio di bilancio indipendente del Congresso, lo indicano a 1.900 miliardi per l'anno fiscale in corso. Nei primi dieci mesi ha già raggiunto 1.800 miliardi e il Washington Post stima che possa arrivare alla cifra record di 2.100 miliardi.

Gli Stati Uniti spendono più di mille miliardi di dollari l'anno soltanto per gli interessi sul debito pubblico, più di quanto destinino a Medicare, il programma sanitario per gli anziani. Nel 2010, invece, quella voce di spesa ammontava a meno di un quinto della cifra attuale. Quando cerca acquirenti per i propri titoli, il Tesoro deve inoltre competere con altri governi e con le imprese, in particolare con i colossi tecnologici che stanno costruendo l'infrastruttura americana dell'intelligenza artificiale. Questa concorrenza per i capitali consente agli investitori di chiedere rendimenti più elevati.

"È questo che il mercato obbligazionario sta segnalando: dovremo compiere scelte che danneggeranno la crescita", ha detto al Washington Post Adam Abbas, che gestisce 4 miliardi di dollari in obbligazioni per Oakmark Funds. "Abbiamo due leve: alzare le tasse o tagliare la spesa. Nessuna delle due è popolare e non lo sarà mai, ma prima o poi il problema dovrà essere affrontato". Marc Goldwein, direttore delle politiche del Committee for a Responsible Federal Budget, teme invece l'innesco di una spirale del debito, nella quale la spesa per interessi finisce per crescere più rapidamente dell'economia che dovrebbe sostenerla.

Stati Uniti · Conti pubblici

Il debito americano ha superato i 40mila miliardi, e il conto comincia ad arrivare

In dieci anni Washington ha accumulato più debito che nei due secoli precedenti. Il mercato obbligazionario chiede ora una scelta rinviata da decenni: alzare le tasse o tagliare la spesa.

Grafica di FocusAmerica 22 agosto 2026

Debito federale lordo degli Stati Uniti
40.050
miliardi di dollari
Dato del Dipartimento del Tesoro al 18 agosto 2026

5 mesi
per passare da 39mila a 40mila miliardi. Per i primi mille miliardi servirono quasi due secoli.

5,27%
il rendimento dei titoli a trent’anni: il costo del debito è ai massimi da vent’anni.

1.900 mld
il disavanzo previsto dal Congressional Budget Office per l’anno fiscale in corso.

La velocità del debito
Per i primi 10mila miliardi servirono 219 anni. Per gli ultimi ne sono bastati quattro e mezzo

Ogni barra misura il tempo impiegato ad accumulare 10mila miliardi di dollari di debito. Le soglie sono cadute il 30 settembre 2008, nel settembre 2017, all’inizio del 2022 e il 18 agosto di quest’anno.

Primi 10mila miliardi: 219 anni, dal 1789 al 2008, circa 46 miliardi l’anno. Dai 10mila ai 20mila: 9 anni, dal 2008 al 2017, circa 1.100 miliardi l’anno. Dai 20mila ai 30mila: quattro anni e mezzo, dal 2017 al 2022, circa 2.300 miliardi l’anno. Dai 30mila ai 40mila: quattro anni e mezzo, dal 2022 al 2026, circa 2.200 miliardi l’anno.

La lunghezza delle barre è proporzionale agli anni impiegati. Le ultime tre soglie, messe insieme, valgono meno di un decimo del tempo della prima.

Rispetto ai primi due secoli di storia americana, oggi Washington si indebita quasi cinquanta volte più in fretta.

La traiettoria
Nel 2030 il debito supera il record della seconda guerra mondiale

Il debito detenuto dal pubblico vale oggi il 101% del prodotto interno lordo. Dopo la guerra il Paese lo ridusse per trent’anni; alla fine degli anni Novanta i bilanci in pareggio di Bill Clinton lo portarono a un terzo del PIL. Il CBO prevede ora il 120% nel 2036.

Debito detenuto dal pubblico in percentuale del PIL: 106% nel 1946, 33% nel 2001, 101% nel 2026, 108% nel 2030, 120% nel 2036 secondo le proiezioni del Congressional Budget Office.

Passa il dito o il mouse sul grafico per leggere i valori anno per anno. A destra della linea del 2026 i dati sono proiezioni.

Chi lo detiene
Il Tesoro dice che il totale sovrastima il problema. Ma quattro quinti sono debito verso il mercato

Bessent ricorda che una parte del debito il governo la deve a se stesso, soprattutto ai fondi della previdenza sociale. Restano comunque 32.200 miliardi in mano a investitori esterni, un terzo dei quali all’estero.

I 40mila miliardimiliardi di dollari

32.200
7.800

32.200 miliardidetenuti dal pubblico: enti locali, imprese, investitori e governi stranieri 7.800 miliardidentro il governo federale, soprattutto nei fondi della previdenza sociale

Il debito verso il mercatosu 32.200 miliardi

55%
32%
14%

55% americanisoggetti pubblici e privati degli Stati Uniti 32% straniericirca 10.300 miliardi di dollari 14% Federal Reservetitoli acquistati dalla banca centrale

Il conto
Mille miliardi l’anno di soli interessi. E dal 2032 gli assegni previdenziali calano del 22%

Gli interessi sul debito hanno superato la spesa per Medicare e per la difesa: sono la seconda voce del bilancio federale, dopo la previdenza sociale. Nel 2010 costavano meno di un quinto di oggi.

Interessi netti sul debito, 20261.000 mld

Interessi netti sul debito, 2036 (proiezione CBO)2.100 mld

La previdenza sociale esaurisce le riserve nel quarto trimestre del 2032

Da quel momento le entrate correnti coprirebbero soltanto il 78% delle prestazioni previste. Il taglio sarebbe automatico e riguarderebbe tutti i beneficiari.

78% pagato
−22%

Assegni previsti oggiDal 2032

Secondo la stima del CBO comprensiva di interessi ed effetti macroeconomici, la legge fiscale approvata l’anno scorso aggiunge 4.700 miliardi ai disavanzi del prossimo decennio.

Fonte Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti (debito lordo al 18 agosto 2026); Congressional Budget Office, The Budget and Economic Outlook: 2026 to 2036 (febbraio 2026); Office of Management and Budget, Historical Tables, per la serie storica del debito in rapporto al PIL; Committee for a Responsible Federal Budget per la composizione del debito verso il mercato; Social Security Trustees Report (giugno 2026).
Nota Il rendimento dei titoli a trent’anni è quello di venerdì 21 agosto 2026. Le percentuali sulla composizione del debito verso il mercato sono arrotondate. I valori dal 2027 in poi sono proiezioni a legislazione vigente.

Un debito raddoppiato in dieci anni


Tra il 1789 e il 2016 il governo federale americano ha accumulato poco più di 19 mila miliardi di dollari di debito. Nei dieci anni successivi, durante le presidenze di Donald Trump e Joe Biden, se ne sono aggiunti altri 20 mila miliardi: in appena un decennio, il totale è quindi raddoppiato. Secondo il Congressional Budget Office (CBO), il debito detenuto dal pubblico equivale quest’anno al 101% del prodotto interno lordo e salirà al 120% entro il 2036, superando il record del 106% raggiunto all’indomani della Seconda guerra mondiale.

Alla fine degli Anni Novanta, tuttavia, Bill Clinton e un Congresso controllato dai repubblicani avevano chiuso quattro bilanci consecutivi in pareggio e il governo federale aveva cominciato a ridurre il debito. Nel 2001 il presidente della Federal Reserve Alan Greenspan tenne persino un discorso per avvertire che la possibile scomparsa dei titoli del Tesoro avrebbe potuto destabilizzare i mercati finanziari. Era convinto che quel momento sarebbe davvero arrivato. Poi è arrivato l'11 settembre ed è cambiato tutto di nuovo.

Storicamente parlando, i rapidi rialzi dei rendimenti tendono a propagarsi nel sistema finanziario in modi imprevedibili. Nel 2023 la Silicon Valley Bank fallì perché l'aumento dei tassi aveva aperto una voragine nel suo bilancio. Oggi, invece, i punti deboli potrebbero trovarsi altrove. Secondo i verbali della riunione della Fed del 28 e 29 luglio, il ricorso al denaro preso in prestito per finanziare gli investimenti da parte di alcuni dei maggiori hedge fund americani è "vicino ai massimi storici". Le compagnie di assicurazione sulla vita, tradizionalmente prudenti, detengono invece attività rischiose che sarebbe difficile liquidare rapidamente durante una crisi.

Rebecca Patterson, ex responsabile delle strategie di investimento di Bridgewater Associates e oggi al Council on Foreign Relations, invita a guardare anche oltre i confini americani, perché la prossima scossa potrebbe partire dalla Francia o dal Giappone. Alla fine di marzo il debito mondiale complessivo aveva raggiunto il record di 353mila miliardi di dollari, secondo l'Institute of International Finance, con un aumento di 4.400 miliardi in appena tre mesi. Già allora l'istituto segnalava che alcuni investitori stavano spostando capitali dai titoli americani verso quelli giapponesi ed europei.

Bessent sostiene invece che non vi sia "nulla di magico" nella soglia dei 40mila miliardi e che gli Stati Uniti possano crescere abbastanza da lasciarsi il problema alle spalle. In un'intervista alla CNBC ha attribuito parte del recente aumento del debito ai rimborsi dei dazi dopo che il 20 febbraio la Corte Suprema aveva bocciato, con 6 voti contro 3, i dazi d'emergenza imposti da Trump lo scorso anno, che fino a quel momento avevano generato oltre 160 miliardi di dollari di entrate. La questione dei rimborsi è ora all'esame della Corte del Commercio Internazionale. Il rappresentante per il Commercio Jamieson Greer, ha aggiunto Bessent, intende però applicare dazi di entità analoga e alla fine le entrate del 2026 dovrebbero risultare paragonabili a quelle del 2025.

Il Segretario sostiene inoltre che il debito complessivo sovrastimi la portata del problema, perché una parte è nelle mani dello stesso governo. Dei 40mila miliardi di dollari, oltre 32.200 miliardi sono detenuti dal pubblico — enti locali, imprese, investitori e governi stranieri — mentre circa 7.800 miliardi restano all'interno del governo federale, soprattutto nei fondi fiduciari come quello della previdenza sociale. Secondo il Committee for a Responsible Federal Budget, circa il 32% del debito detenuto dal pubblico appartiene a soggetti stranieri, il 55% a soggetti americani pubblici e privati e il 14% alla Federal Reserve.

Anche JD Vance assicura che una strategia esiste. "Bessent ha un piano molto discreto, sostenuto naturalmente dal presidente, per portare gli Stati Uniti al punto in cui l'economia possa crescere più rapidamente del proprio debito", ha detto il vicepresidente a Newsmax. Vance ha aggiunto che il Paese sarebbe già sulla buona strada e che la "bomba del debito" sarebbe stata ereditata dall'Amministrazione Biden.

In arrivo nuovi tagli alla spesa federale?


Il primo tentativo di ridurre la spesa pubblica, quello del Department of Government Efficiency di Elon Musk, ha però sconvolto ampi settori del governo federale senza riuscire a documentare i risparmi rivendicati. Bessent promette ora "diverse centinaia di miliardi di dollari" di nuovi risparmi grazie a una task force contro le frodi guidata dallo stesso Vance. Gli economisti di Barclays hanno però scritto ai propri clienti che, a meno di tre mesi dalle elezioni di novembre, il risanamento promesso difficilmente si concretizzerà.

In effetti, al Congresso il dibattito non va molto oltre le dichiarazioni di rito. Il senatore repubblicano dello Utah John Curtis, promotore di una proposta bipartisan per creare una Commissione incaricata di riportare il debito sotto il 100% del prodotto interno lordo entro il 2039, ha scritto su X che la spesa sconsiderata di Washington è immorale perché lascia il proprio conto a figli e nipoti. L'anno scorso, tuttavia, ha votato anche lui a favore della legge fiscale di Trump, che secondo la stima dinamica del CBO — comprensiva degli interessi e degli effetti macroeconomici — aggiungerà 4.700 miliardi di dollari ai disavanzi del prossimo decennio.

Altri parlamentari propongono una Commissione per salvare la previdenza sociale. Un rapporto pubblicato a giugno prevede che il fondo pensionistico esaurirà le proprie riserve nel quarto trimestre del 2032, un anno prima di quanto stimato in precedenza proprio per effetto della legge fiscale. Da quel momento le entrate disponibili permetterebbero di pagare soltanto il 78% delle prestazioni previste, con un taglio automatico del 22%.

Il senatore repubblicano della Louisiana Bill Cassidy, tra i promotori della proposta di legge, avverte però che nessuno dovrebbe aspettarsi da quella Commissione una soluzione per l'intero debito: prima di camminare, ha osservato, bisogna imparare a gattonare. Jason Fichtner, ex capo economista dell'agenzia previdenziale, non prevede un default né una bancarotta da parte dello Stato federale, ma un aumento del costo della vita per tutti.

Il timore che a saltare sia prima la Borsa


Il conto potrebbe però arrivare prima e da un'altra parte. In un commento pubblicato su MarketWatch, Brett Arends sostiene che gli Stati Uniti si trovino già dentro una bolla azionaria e che lo sfaldamento del mercato delle obbligazioni a lungo termine aumenti le probabilità di un suo imminente scoppio. Arends riprende i segnali elencati dall'ex governatore della Fed Bill Dudley e li riconduce a 3 elementi: valutazioni azionarie fuori scala, qualunque sia il parametro utilizzato, un boom finanziario dell'intelligenza artificiale che presenterebbe le dinamiche tipiche di uno schema Ponzi e il rialzo dei tassi a lungo termine.

Il terzo elemento è decisivo per un principio fondamentale della finanza aziendale: il rendimento dei titoli del Tesoro rappresenta, infatti, il tasso privo di rischio sul quale vengono valutate tutte le altre attività finanziarie. Se aumenta, spinge verso l'alto anche i rendimenti richiesti dagli investitori per acquistare azioni e obbligazioni societarie. Secondo Arends, il circuito finanziario dell'intelligenza artificiale è ancora più fragile. Citando una ricerca di Goldman Sachs, sostiene che oltre il 40% dell'aumento degli utili delle società dell'indice S&P 500 nel secondo trimestre sia derivato dalle plusvalenze sulle partecipazioni in aziende del settore.

I risultati trimestrali danno un'idea delle dimensioni del fenomeno. Gli utili complessivi dell'indice sono cresciuti del 52%, ma senza quelle plusvalenze l'aumento si riduce al 33%. Nel solo trimestre Amazon ha contabilizzato 53,4 miliardi di dollari di proventi non operativi prima delle imposte, dovuti in gran parte alla partecipazione in Anthropic, mentre Alphabet ha registrato 77,1 miliardi di dollari di plusvalenze non realizzate su titoli azionari.

Il rialzo delle quotazioni, in altre parole, viene contabilizzato come utile e quell'utile diventa poi un argomento per giustificare un ulteriore aumento delle quotazioni. Matt Miskin, corresponsabile delle strategie di investimento di Manulife John Hancock Investments, riassume il trimestre con un vecchio detto: gli utili sono un'opinione, mentre il flusso di cassa è un dato di fatto. Dal punto di vista della liquidità, osserva, molte delle maggiori aziende tecnologiche sono oggi in rosso perché stanno spendendo somme enormi per costruire nuovi data center. Per finanziare questi investimenti hanno dovuto emettere obbligazioni e persino nuove azioni.

Arends ricorda infine che cosa accadde l'ultima volta che gli investitori cominciarono a dubitare di poter recuperare il proprio denaro: prima Dubai, alla fine del 2009, poi Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna. Dai massimi del 2007, i mercati azionari di quei Paesi persero tra il 65% e l'85% in dollari, prima di toccare il fondo intorno al 2012. Nessuno conosce il giorno né l'ora di un nuovo crollo del mercato, conclude Arends. Chi avvertiva dei pericoli alla fine degli anni Novanta e a metà degli anni Duemila ebbe ragione soltanto dopo essere sembrato in errore per molto tempo.


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