Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

I generali avvertono Hegseth: la guerra all'Iran sta logorando le forze americane


I vertici militari temono che il prolungamento delle operazioni indebolisca la capacità americana nel Pacifico e sul territorio nazionale. McGurk sostiene invece che la pressione su Teheran stia iniziando a funzionare.

Alcuni esponenti dei vertici militari americani hanno avvertito il Segretario alla Difesa Pete Hegseth che prolungare le operazioni su larga scala contro l'Iran non è più sostenibile e rischia di indebolire la capacità degli Stati Uniti di rispondere alle minacce in altri teatri, compresa la difesa del territorio nazionale statunitense. Lo ha rivelato il Washington Post, che ha ricostruito l'edizione del 14 agosto del Secretary of Defense Orders Book, il documento classificato con cui ogni due settimane il Pentagono fotografa la disponibilità globale di navi, aerei e sistemi d'arma e raccoglie i pareri dei comandanti sulle direttive del Segretario.

Il documento ordina ad alcune unità schierate in Medio Oriente di restare fino a settembre e ad altre fino al 2027. I comandanti responsabili di Europa, Indo-Pacifico e America Latina, insieme al capo delle operazioni navali, hanno risposto con un "non-concur", ovvero un dissenso formale: eseguiranno l'ordine, ma hanno espresso la loro contrarietà. I rispettivi teatri di responsabilità hanno ceduto navi, aerei e sistemi d'arma per sostenere la campagna contro Teheran, con serie ripercussioni sulle missioni e sull'addestramento. I vertici di Esercito e Aeronautica hanno invece dato il loro assenso, pur segnalando rischi significativi. Il giudizio complessivo, secondo una delle persone che hanno letto il documento, è che dopo sei mesi l'operazione si sia spinta "troppo oltre, per troppo tempo".

Guerra con l’Iran · Sei mesi di operazioni

Lo stesso blocco navale sta strozzando l’Iran e logorando la Marina americana

Un quarto dei cacciatorpediniere americani è pronto a prendere il mare. Il Fondo Monetario prevede per l’Iran una contrazione del 6,1 per cento. I comandanti chiedono di fermarsi, l’analista Brett McGurk sostiene che Washington stia iniziando a vincere.

Grafica di FocusAmerica 30 agosto 2026

Lo Stretto di Hormuz, sei mesi dopo l’inizio della guerra

Il blocco navale americano, schierato nel Golfo di Oman e nel Mare Arabico a est dello Stretto: ferma le navi dirette ai porti iraniani o in partenza da essi.
La rotta del greggio: 15-16 milioni di barili al giorno passano ancora, circa due terzi dei livelli precedenti alla guerra.

La stessa guerra, due contabilità opposte

Marina americana
25%

Economia iraniana
−6,1%

Quota dei cacciatorpediniere pronti a salpare, contro livelli molto più alti prima della guerra
Contrazione del prodotto interno lordo prevista dal Fondo Monetario per il 2026

Il blocco che sta mettendo in ginocchio Teheran è lo stesso che consuma navi, missili e uomini americani. Chi cederà per primo, nessuno è ancora in grado di dirlo.

Le due letture e i quattro atti
IIl logoramento IILa stretta IIII quattro atti

Quello che vedono i comandanti

Dopo sei mesi, la flotta non regge il ritmo


L’ammiraglio Daryl Caudle ha scritto che senza una data di conclusione la Marina non può sostenere l’impegno attuale. Oggi soltanto un quarto dei cacciatorpediniere è pronto a prendere il mare.

Ogni cento cacciatorpediniere, quanti sono pronti

Pronti a prendere il mare Non disponibili

Decine di navi sono state impegnate prima per l’offensiva, poi per far rispettare il blocco delle rotte da e per i porti iraniani. Alcuni equipaggi sono in mare da mesi oltre la durata prevista.

Le scorte di intercettori, prima e dopo

Nel solo primo mese di guerra gli Stati Uniti hanno lanciato oltre 850 missili Tomahawk e più di mille intercettori. La Casa Bianca sostiene che le notizie sulle carenze di munizioni siano inesatte.

Il prezzo materiale

Il dissenso formale nel documento

Nel gergo del Pentagono si chiama non-concur: eseguo l’ordine, ma metto a verbale che non sono d’accordo. Nell’edizione del 14 agosto lo hanno scritto quattro comandi su sei.

Quello che vede Brett McGurk

Il blocco sta spostando la leva verso Washington


Per l’analista della CNN, che ha lavorato alla sicurezza nazionale con quattro presidenti, la tesi secondo cui l’Iran avrebbe vinto potrebbe rivelarsi prematura. Le petroliere tornano a passare, i prezzi restano stabili, l’economia iraniana affonda.

Il petrolio che attraversa il Golfo, milioni di barili al giorno

I tentativi iraniani di chiudere il passaggio con droni e mine stanno fallendo per la prima volta. Trasferimenti da nave a nave e traversate con i sistemi di identificazione spenti hanno riportato i flussi a circa due terzi dei livelli precedenti alla guerra.

Il conto che paga Teheran

È la prima volta dalla rivoluzione del 1979 che l’Iran vede la propria arteria economica messa in quarantena. La via d’uscita, secondo McGurk, sarebbe rinunciare alle minacce nello Stretto e a ciò che resta dell’arricchimento dell’uranio: per i Guardiani della Rivoluzione, mostrare debolezza.

La cronologia

Sei mesi di guerra in quattro atti


Tocca ogni tappa per aprire i dettagli.

Dopo sei mesi, l’operazione si è spinta «troppo oltre, per troppo tempo».
Il giudizio complessivo del documento riservato, riferito al Washington Post da una delle persone che lo hanno letto

Fonte Washington Post, edizione del 14 agosto del Secretary of Defense Orders Book; analisi di Brett McGurk per la CNN; Goldman Sachs, 28 agosto 2026; Fondo Monetario Internazionale, World Economic Outlook; Ministero del Lavoro iraniano. Elaborazione FocusAmerica.

La Marina è al limite


Il quadro più cupo è stato tracciato dall'ammiraglio Daryl Caudle, a capo delle operazioni navali. A suo giudizio, la Marina staunitense non può sostenere l'attuale livello di impegno senza una data di conclusione delle operazioni: appena un quarto della flotta di cacciatorpediniere è pronto a prendere il mare, una quota nettamente inferiore ai livelli precedenti alla guerra. La Marina ha messo a disposizione decine di navi, prima per l'offensiva e la difesa dalle rappresaglie iraniane e poi per far rispettare il blocco dei porti iraniani voluto da Trump. Alcuni equipaggi sono in mare da mesi ben oltre la durata prevista del loro dispiegamento.

Anche l'ammiraglio Samuel Paparo, comandante dell'Indo-Pacific Command, ha contestato l'ordine di continuare a fornire un gruppo d'attacco composto da una portaerei e dai relativi cacciatorpediniere. L'unica portaerei destinata al Pacifico, elemento centrale della strategia di deterrenza nei confronti di Pechino, è stata ora inviata in Medio Oriente per sostituirne un'altra che era rimasta in mare per oltre 300 giorni.

Ai costi umani si aggiungono quelli materiali. La guerra ha fortemente ridotto le scorte di intercettori Patriot e THAAD e di missili Tomahawk: nel solo primo mese sarebbero stati lanciati oltre 850 missili Tomahawk e più di mille intercettori. Almeno 45 droni Reaper, circa un quarto della intera flotta, sono andati perduti e le basi americane nella regione hanno subito danni per miliardi di dollari, anche se la Casa Bianca sostiene che le notizie sulle carenze di munizioni siano inesatte.

Il Comando Centrale mantiene inoltre in allerta da mesi oltre 50 mila militari nell'eventualità che il presidente possa ordinarie nuovi attacchi. L'82ª Divisione aviotrasportata, mobilitata a marzo con 2 mila soldati e considerata centrale per qualsiasi eventuale operazione terrestre, resterà nella regione almeno fino a settembre. Il portavoce di Hegseth, Sean Parnell, ha risposto che il Pentagono "non discute i processi operativi interni" e che le decisioni sugli schieramenti si basano sulla valutazione delle minacce e sulle priorità fissate dal presidente.

McGurk: la leva sta passando a Washington


Una lettura opposta della stessa fase della guerra arriva invece da Brett McGurk, analista della CNN che ha ricoperto incarichi di sicurezza nazionale sotto quattro presidenti, da George W. Bush a Joe Biden. In un'analisi pubblicata domenica sul sito della CNN sostiene che la tesi, ormai diffusa, secondo cui "l'Iran ha vinto" potrebbe rivelarsi prematura.

McGurk divide il conflitto in quattro atti: i bombardamenti iniziati il 28 febbraio, il cessate il fuoco del 7 aprile, seguito dal Memorandum del 17 giugno tra Trump e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, la ripresa degli attacchi iraniani contro le navi nello Stretto di Hormuz, ed infine, dal 14 luglio, il blocco navale accompagnato dalle sanzioni sul petrolio iraniano, al quale Teheran ha risposto sospendendo il Memorandum.

È quest'ultimo passaggio, secondo McGurk, ad aver modificato i rapporti di forza a favore di Washington. I flussi di petrolio attraverso lo Stretto sono tornati a circa due terzi dei livelli precedenti alla guerra, secondo una stima di Goldman Sachs del 28 agosto, mentre i prezzi dell'energia sono rimasti stabili e i tentativi iraniani di chiudere il passaggio con droni e mine starebbero fallendo per la prima volta.

La pressione economica si sta concentrando così su Teheran. Il Fondo Monetario Internazionale prevede per quest'anno una contrazione dell'economia iraniana del 6,1%, con un'inflazione vicina al 70%, mentre un funzionario del Ministero del Lavoro iraniano ha stimato in un milione i posti di lavoro persi nei primi tre mesi di guerra. È la prima volta dalla rivoluzione del 1979, scrive McGurk, che l'Iran si trova ad affrontare una quarantena della sua principale arteria economica. La via d'uscita per Teheran, nella sua analisi, sarebbe rinunciare alle minacce nello Stretto e a ciò che resta del programma di arricchimento dell'uranio. Per i Guardiani della Rivoluzione, però, tale scelta equivarrebbe a mostrare debolezza.

Le due letture non si escludono a vicenda. È anzi proprio la loro coesistenza a descrivere meglio il dilemma di oggi per la Casa Bianca: il blocco navale che, secondo McGurk, sta finalmente mettendo sotto pressione l'Iran è lo stesso che, secondo i comandanti americani, sta logorando sempre di più la Marina e riducendo le risorse disponibili per il Pacifico e per la difesa del territorio nazionale. Chi cederà per primo, nessuno è ancora in grado di dirlo.


Iran, la guerra che doveva essere breve: sei mesi di guerra non hanno piegato Teheran


Doveva essere una guerra rapida. Ma sei mesi dopo i massicci raid aerei lanciati da Stati Uniti e Israele contro l'Iran, il 28 febbraio, il conflitto continua e l'Amministrazione Trump ha sostituito alla guerra militare una guerra economica. Secondo gli analisti sentiti dal New York Times, il risultato rischia però di non cambiare: gli obiettivi americani restano poco chiari, la credibilità di Washington si è già indebolita e il bilancio strategico appare negativo. A pagare il prezzo più alto sono gli iraniani comuni, stretti tra la pressione degli Stati Uniti e quella dei propri governanti.

Il primo giorno di guerra Donald Trump aveva promesso agli iraniani che "l'ora della vostra libertà è vicina". Oggi la sua Amministrazione cerca di impoverire ulteriormente il Paese, nella speranza che la popolazione si rivolti contro un regime repressivo e sempre più militarizzato. "La guerra non ha raggiunto gli obiettivi americani", ha ammesso senza mezzi termini al New York Times Sanam Vakil, direttrice del programma Medio Oriente e Nord Africa di Chatham House. La Repubblica islamica è sopravvissuta, controlla di fatto lo Stretto di Hormuz e ha rafforzato la propria influenza nella regione, mentre alcuni dei Paesi che Teheran bombardava pochi mesi fa cercano ora di ricucire i rapporti.

Suzanne Maloney, responsabile della politica estera alla Brookings Institution, è ancora più netta: "Abbiamo fatto molti danni all'Iran, ma ne sono usciti più forti di prima". I vicini di Teheran, osserva, hanno concluso che devono trovare un modo per convivere con un regime che non se ne andrà facilmente. Nel frattempo si è indebolita molto la credibilità americana tra gli alleati, insieme alla reputazione di Trump come presidente deciso a evitare guerre lunghe e costose in Medio Oriente. "Questa guerra ha davvero inghiottito la presidenza Trump", ha aggiunto Maloney.

Iran · Sei mesi di guerra

I bombardamenti non hanno piegato l’Iran, ora Washington punta sul collasso economico

A sei mesi dai raid del 28 febbraio il regime iraniano è ancora in piedi e controlla di fatto lo Stretto di Hormuz. L’Amministrazione Trump ha cambiato arma: al posto delle bombe, le sanzioni. Il prezzo più alto lo pagano gli iraniani comuni.

Grafica di FocusAmerica 28 agosto 2026

181 giorni di guerra
L’economia iraniana dopo sei mesi di conflitto

Inflazione annua
84%

Rial per un dollaro
2.000.000

Secondo la banca centrale iraniana. I prezzi degli alimentari salgono ogni settimana.
Il minimo storico della valuta. I beni importati sono schizzati e alle pompe di benzina si fa la coda.

Il regime è sopravvissuto ai raid e ha rafforzato la propria influenza nella regione. «Abbiamo fatto molti danni all’Iran, ma ne sono usciti più forti di prima», dice Suzanne Maloney della Brookings Institution.

1La cronologia

Sei mesi di una guerra che doveva durare poche settimane


Tocca ogni tappa per leggere che cosa è successo.

28 febbraio 2026 Comincia «Operation Epic Fury»+

Un attacco a sorpresa di Stati Uniti e Israele uccide la Guida Suprema Ali Khamenei e molti dei suoi collaboratori. Il figlio Mojtaba resta ferito gravemente: oggi è il suo successore.

Le settimane successive I raid distruggono aviazione e Marina+

I bombardamenti danneggiano pesantemente anche il programma missilistico iraniano. Ma la popolazione non si solleva e la leadership non si spacca.

La risposta di Teheran Lo Stretto di Hormuz si chiude+

Le forze iraniane ripristinano molti lanciarazzi, colpiscono basi americane e alleati regionali di Washington e bloccano di fatto lo Stretto, provocando uno shock economico globale.

7 luglio Trump dichiara «finito» il Memorandum+

È l’intesa di giugno che lo stesso presidente americano aveva firmato. Oggi Teheran chiede almeno di tornare a quel testo per riaprire una trattativa.

17 agosto Il Memorandum scade formalmente+

Da quel momento tra Washington e Teheran non resta nessuna cornice negoziale, né sullo Stretto né sul programma nucleare.

Lunedì scorso Bessent apre la guerra economica+

Il Segretario al Tesoro annuncia «Operation Economic Outcast»: sanzioni secondarie contro chiunque commerci con l’Iran. «È una campagna sostenuta per far crollare ogni ultima opzione dell’Iran».

Il conto umano della guerra

Migliaia
Gli iraniani uccisi, bambini compresi, secondo stime difficili da verificare

18
I militari americani morti dall’inizio del conflitto

36
I prigionieri politici giustiziati in Iran, secondo Amnesty International

2Il bilancio

Cinque obiettivi, nessuno raggiunto


Quello che la guerra doveva ottenere, e quello che è successo davvero.

0 / 5
Gli obiettivi dichiarati che Washington ha raggiunto in sei mesi. In due casi il risultato è opposto a quello cercato.

Gli iraniani si rivoltano contro il regime
Non avvenuto
Nessuna sollevazione. La repressione è diventata più dura: almeno 36 prigionieri politici giustiziati dall’inizio della guerra, secondo Amnesty International.

La leadership iraniana si spacca
Non avvenuto
La successione è già avvenuta: al posto di Ali Khamenei c’è il figlio Mojtaba, considerato più vicino ai Guardiani della Rivoluzione e meno avverso al rischio.

Lo Stretto di Hormuz torna aperto
Non avvenuto
Lo Stretto resta chiuso di fatto e a controllarlo è Teheran. Lo shock sui traffici marittimi non si è riassorbito.

L’Iran resta isolato nella regione
Effetto opposto
Alcuni dei Paesi che Teheran bombardava pochi mesi fa cercano ora di ricucire i rapporti. L’influenza iraniana nella regione è cresciuta, non diminuita.

Una guerra rapida, senza pantani in Medio Oriente
Effetto opposto
Sei mesi dopo il conflitto continua e la credibilità americana tra gli alleati si è indebolita. «Questa guerra ha davvero inghiottito la presidenza Trump», dice Suzanne Maloney.

Con le nuove sanzioni i funzionari americani fingono di combattere ancora, invece di fingere di aver vinto.

Jeremy Shapiro, ex funzionario del Dipartimento di Stato, oggi allo European Council on Foreign Relations

3Lo shock globale

Dallo Stretto chiuso passano sei milioni di barili al giorno in meno


Da Hormuz esce circa un quarto del petrolio scambiato via mare. Da quando l’Iran lo controlla, i flussi sono crollati.

IRANARABIA SAUDITAEMIRATIOMANGOLFO PERSICOGOLFO DI OMANSTRETTO DI HORMUZ

In rosso la rotta delle petroliere in uscita dal Golfo Persico. La banda piena indica i flussi attuali, l’alone quelli precedenti alla guerra.

1° trimestre 202520,4 mln

4° trimestre 202520,7 mln

1° trimestre 202614,6 mln

Milioni di barili al giorno di petrolio greggio e prodotti raffinati in transito nello Stretto di Hormuz. Fonte: EIA, Global Energy Security Data, maggio 2026.

85 dollari
Il prezzo medio del Brent atteso dall’EIA per il terzo trimestre del 2026

103 giorni
Quelli passati nel 2026 con la benzina americana sopra i 4 dollari al gallone: non accadeva dal 2022

−1,6 milioni
I barili al giorno di domanda mondiale in meno previsti per il 2026 dall’Agenzia internazionale per l’energia

Perché conta a Washington Il prezzo della benzina è la variabile che lega la guerra al voto. Con le elezioni di metà mandato in programma a novembre, lo strangolamento economico dell’Iran ha per la Casa Bianca il vantaggio di essere graduale e di abbassare la temperatura del conflitto.

4La nuova arma

Dalle bombe alle sanzioni


«Operation Economic Outcast» colpisce chiunque commerci con Teheran.

Ogni quadrato è un bersaglio del primo elenco diffuso dall’ufficio sanzioni del Tesoro: oltre 60 tra entità, persone e navi.

I settori colpiti dalle sanzioni secondarie

Petrolio
Oro
Aviazione
Asset digitali

Il problema Bessent non ha chiarito quanto durerà la campagna né quale sia l’obiettivo finale: il crollo del regime, la riapertura di Hormuz o il ritorno al tavolo. «Se non definisci il cambiamento di comportamento che vuoi, le sanzioni come coercizione falliscono», osserva Esfandyar Batmanghelidj della Bourse & Bazaar Foundation.
Dove porta la guerra economica

Fase 1
Guerra aerea
Dal 28 febbraio. Sei mesi di raid non hanno rovesciato il regime.

Fase 2
Stallo
Hormuz chiuso, nessun negoziato, blocchi laschi da entrambe le parti.

Fase 3
Guerra economica
Da questa settimana. Sanzioni al posto delle bombe.


Se le sanzioni falliscono, a Washington resta il ritorno ai bombardamenti

Il rischio Se invece la pressione economica funziona, può spingere Teheran a forzare il blocco navale. «È più probabile che sia il preludio a un altro round di guerra militare», avverte Ali Vaez dell’International Crisis Group.

Fonti New York Times (analisi e dichiarazioni degli esperti); Banca centrale dell’Iran (inflazione e cambio); Amnesty International (esecuzioni); Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti (sanzioni); EIA, Global Energy Security Data e Short-Term Energy Outlook, maggio e agosto 2026 (flussi nello Stretto, prezzi di greggio e benzina); Agenzia internazionale per l’energia, agosto 2026 (domanda mondiale). Confini e coste da Natural Earth. Dati aggiornati al 28 agosto 2026.

Il regime sopravvive e Washington cambia arma


"Operation Epic Fury" era cominciata con un attacco a sorpresa che ha ucciso la Guida Suprema Ali Khamenei e molti dei suoi collaboratori, ferendo gravemente il figlio Mojtaba, oggi suo successore. Settimane di bombardamenti hanno distrutto gran parte dell'aviazione e della Marina iraniane e danneggiato pesantemente il suo programma missilistico, ma la popolazione non si è sollevata e la leadership non si è spaccata. Le forze iraniane hanno ripristinato molti lanciarazzi, colpito basi americane e alleati regionali di Washington e chiuso di fatto lo Stretto, provocando uno shock economico globale. Sono morte diverse migliaia di iraniani, bambini compresi, secondo stime difficili da verificare, oltre a 18 militari americani.

Lunedì il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato "Operation Economic Outcast", una campagna pensata per isolare ulteriormente l'Iran e aggravare la crisi di un'economia già devastata: sanzioni secondarie estese a chiunque commerci con Teheran, dal petrolio all'oro, dall'aviazione agli asset digitali, e un primo elenco di oltre 60 entità, persone e navi colpite dall'ufficio sanzioni del Tesoro. "È una campagna sostenuta per far crollare ogni ultima opzione dell'Iran", ha detto Bessent. "La campagna che iniziamo oggi acquisterà forza ogni giorno che passa e non finirà finché questo regime non sarà solo".

Al di là dei richiami retorici al D-Day e alla caduta del Muro di Berlino, Bessent non ha però chiarito quanto durerà la guerra economica, con quali strumenti verrà condotta e soprattutto quale sia l'obiettivo finale: il crollo del regime, la riapertura di Hormuz o il ritorno al tavolo negoziale sullo Stretto e sul programma nucleare. "Non c'è un'articolazione chiara degli obiettivi americani", ha osservato Esfandyar Batmanghelidj della Bourse & Bazaar Foundation di Londra. "Ma se non definisci il cambiamento di comportamento che vuoi, le sanzioni come coercizione falliscono".

L'Iran, già bersaglio di migliaia di sanzioni, difficilmente si arrenderà per qualche misura aggiuntiva. Secondo gli analisti è più probabile che reagisca intensificando gli attacchi contro le navi nel Golfo e gli alleati americani, aprendo la strada a un nuovo ciclo di bombardamenti. "La capacità di far male all'Iran è chiara", ha detto Sina Toossi del Center for International Policy di Washington. "Il percorso dal dolore alla capitolazione o al collasso invece non lo è". Ali Vaez, direttore del progetto Iran dell'International Crisis Group, individua due rischi nella nuova strategia: se dovesse fallire, a Washington potrebbe restare soltanto il ritorno all'escalation militare, mentre se dovesse funzionare, potrebbe spingere Teheran a cercare di forzare il blocco navale. "In entrambi i casi non produrrà ciò che l'Amministrazione sembra volere, cioè usare le sanzioni come alternativa alla guerra. È più probabile che sia il preludio a un altro round di guerra militare".

Uno stallo che rischia di riaprire il conflitto


La leadership iraniana, sempre più dominata dai militari, considera i sacrifici della popolazione come un atto di patriottismo e persino di martirio ed è diventata ancora più spietata nella repressione del dissenso: secondo Amnesty International, almeno 36 prigionieri politici sono stati giustiziati dall'inizio della guerra. Il presidente Masoud Pezeshkian e il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf hanno avvertito dei rischi di ridurre la popolazione alla fame, ma sulla trattativa la linea non cambia: Teheran chiede almeno il ritorno al Memorandum di giugno, firmato da Trump, che il presidente americano ha dichiarato "finito" già il 7 luglio e che è formalmente scaduto il 17 agosto.

Il nuovo leader Mojtaba Khamenei è considerato più vicino ai Guardiani della Rivoluzione e meno avverso al rischio rispetto al padre. Dalla nomina, però, non è mai apparso in pubblico: il suo ufficio ha diffuso soltanto un video non datato e l'ultimo comunicato risale al 9 agosto, alimentando persino interrogativi sulle sue condizioni. Così per ora la situazione resta relativamente statica, una sorta di "strana guerra" segnata da blocchi piuttosto laschi in entrambe le direzioni. Lo strangolamento economico ha, dal punto di vista di Washington, il vantaggio di essere graduale e difficile da misurare e consente di abbassare la temperatura del conflitto in vista delle elezioni di metà mandato di novembre.

Lo stallo resta però rischioso. "Alla Casa Bianca cresce l'idea che con questa Repubblica Islamica non si possa trattare. È un momento pericoloso, con Teheran e Washington che concludono entrambe che nessun accordo è possibile", ha detto Ellie Geranmayeh dello European Council on Foreign Relations. Jeremy Shapiro, ex funzionario del Dipartimento di Stato e oggi nello stesso centro studi, non capisce perché Trump non abbia imboccato nessuna delle possibili vie d'uscita da una guerra impopolare: con nuove sanzioni, ha osservato, i suoi funzionari "fingono di combattere ancora invece di fingere di aver vinto", oppure di ammettere di aver perso.

La speranza svanita e il rial a due milioni


All'inizio della guerra una parte degli iraniani più critici nei confronti del proprio governo aveva visto nei bombardamenti la possibilità di un futuro diverso. Sei mesi dopo, quella speranza ha lasciato il posto al cinismo sulle intenzioni americane, dopo che Trump ha minacciato di cancellare la civiltà iraniana e riportare il Paese "all'età della pietra" e dopo che i raid hanno colpito acciaierie, impianti petrolchimici, ponti e siti storici.

La preoccupazione principale è ormai la sopravvivenza economica del Paese. Secondo la banca centrale, l'inflazione è salita all'84%; i prezzi dei generi alimentari aumentano ogni settimana e persino le uova sono diventate proibitive per molte famiglie. Il rial, la valuta iraniana, ha toccato un minimo storico di circa 2 milioni per dollaro e il costo dei beni importati è schizzato. Il timore che il governo intervenga sul prezzo della benzina, pesantemente sussidiata, ha provocato lunghe code ai distributori.

Un aumento similare nel 2019 aveva scatenato enormi manifestazioni, mentre le proteste di gennaio, poi represse con la forza, erano cominciate dopo un crollo del rial. Molti temono ora una nuova ondata di disordini. Washington punta a ottenere con la pressione economica ciò che sei mesi di bombardamenti non hanno ottenuto. Ma finora la leadership iraniana ha dimostrato di essere disposta a trasferire il costo della resistenza sulla popolazione, proprio sulla parte del Paese che più ne subisce le conseguenze e meno può determinarne le scelte.


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Menschenrechtsorganisationen warnen seit Jahren vor einer Ausweitung der geplanten #Chatkontrolle auf weitere Straftaten. Der sächsische Innenminister Armin Schuster fordert diese nun für die in Brüssel verhandelte anlassbezogene Chatkontrolle – und hält das für einen Kompromiss.

netzpolitik.org/2026/eu-verord…

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Che cosa ci siamo detti nella diretta di domenica 30 agosto


La sintesi della diretta di domenica sera: l'impopolarità record del presidente, le sorprese di Texas, Iowa e Alaska al Senato, i dazi canadesi e la nuova rubrica di interviste The 51st.

Il modello di Focus America dà i democratici favoriti alla Camera con 80 probabilità su 100, mentre al Senato la sfida resta sostanzialmente in equilibrio: 54 probabilità su 100 per i democratici e 46 per i repubblicani. Sono alcuni dei numeri che sono stati al centro della diretta di ieri sera alle 21, la prima dopo un anno e mezzo di pausa.

Le dirette sono tornate e proseguiranno ogni domenica alle 21 fino al voto del 3 novembre, su YouTube, Facebook e X. L’ultima parte di ogni appuntamento, come già avvenuto ieri sera, sarà dedicata alle domande del pubblico, raccolte nei commenti durante la trasmissione.
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Il caso della settimana: lo scontro tra Stati Uniti e Canada


La diretta si è aperta con il caso politico della settimana: lo scontro sempre più duro tra Stati Uniti e Canada. Dopo un breve video introduttivo con gli ultimi post provocatori pubblicati da Donald Trump su Truth Social sul Lago Ontario, Simona Fonda ha ricostruito la crisi cominciata nel febbraio del 2025, quando il primo ministro canadese era ancora Justin Trudeau, e progressivamente aggravatasi a causa dell’introduzione dei dazi americani.

Le misure decise da Washington hanno finito per avere anche conseguenze politiche in Canada, favorendo i liberali, che inizialmente erano molto indietro nei sondaggi e hanno poi vinto nettamente le elezioni portando al governo di Ottawa Mark Carney, ex governatore della Banca del Canada. Sono seguiti i dazi di ritorsione canadesi, il boicottaggio dei prodotti americani — con gli alcolici rimossi dagli scaffali di diversi negozi — e una sentenza della Corte Suprema statunitense che ha dichiarato illegittimi i dazi imposti dal presidente, aprendo il problema della restituzione di miliardi di dollari già incassati dagli Stati Uniti.

In tutto questo tempo, l'Amministrazione americana ha continuato intanto a parlare del Canada come del cinquantunesimo stato degli Stati Uniti e a definire Carney "governatore" invece che primo ministro, mentre al tavolo dei negoziati avanzava richieste contro alcune leggi canadesi a tutela del bilinguismo. Dopo che il Canada ha imposto dazi anche sul vino della Napa Valley, il presidente americano ha deciso di alzare i toni ribattezzando il lago Ontario "Lake America" con un ordine esecutivo. Il premier dell’Ontario ha risposto facendo installare sul lago un cartello bilingue.

Alessandro Benedetto Carelli, che ha vissuto per anni in Maine, uno Stato al confine con il Canada, ha spiegato quali Stati americani rischiano di pagare maggiormente il prezzo dello scontro commerciale. Il Maine esporta verso il Canada tra il 37 e il 39% dei propri prodotti, con un traffico intenso verso New Brunswick, Nuova Scozia e Quebec che dà lavoro a molti camionisti. L’impatto sarebbe stato ancora più pesante se la Ministra canadese della Pesca, Joanne Thompson, non avesse ritirato i dazi annunciati su aragoste e altri prodotti della pesca. La senatrice repubblicana Susan Collins ha pubblicamente ringraziato il Canada per la decisione e chiesto al rappresentante statunitense per il Commercio Jamieson Greer di tornare al tavolo dei negoziati.

Anche il Michigan però esporta verso il Canada circa il 37% dei propri prodotti, soprattutto nel settore manifatturiero e degli elettrodomestici. Whirlpool ha dichiarato a Bloomberg che intende aumentare i prezzi sul mercato americano e che i concorrenti potrebbero essere costretti ad alzarli ancora di più, perché l’azienda produce negli Stati Uniti mentre altri importano dal Canada. In Wisconsin il problema riguarda invece soprattutto formaggi e prodotti caseari.

Il Canada ha fatto sapere di aver scelto i settori da colpire anche guardando agli Stati in cui si disputano alcune delle corse al Senato più importanti. I nuovi dazi canadesi colpiranno 700 prodotti americani per un valore complessivo di 20 miliardi di dollari ed entreranno in vigore l’8 settembre.

Il tasso di approvazione di Trump


Dal Canada la diretta è quindi passata ai numeri sull’approvazione di Donald Trump. Davide Cocuzzi, che segue i sondaggi sull’operato del presidente, ha ricordato che il 21 giugno il net rating era a -19,2 punti, mentre nell’aggiornamento di domenica è sceso a -20,2. Il net rating misura la differenza tra il tasso di approvazione e quello di disapprovazione.

Rispetto all’inizio dell’estate la situazione è quindi leggermente peggiorata, anche se rispetto alla settimana precedente si registra un minimo recupero. Come Cocuzzi ha scritto nell’articolo pubblicato poche ore prima della diretta, l’estate finisce come era iniziata: male. RealClearPolitics resta la media più favorevole al presidente, mentre quella di Silver Bulletin e la nostra di Focus America restituiscono un quadro leggermente più negativo.

Il tasso di approvazione di Trump rimane sotto il 40% in tutte le medie, mentre la disapprovazione resta vicina al 60%. Cocuzzi ha sottolineato che si tratta dei dati peggiori registrati in questa fase del mandato, inferiori anche a quelli di Joe Biden, che anche nei momenti più difficili non era mai arrivato a un net rating di -20.

Un sondaggio di American Research Group pubblicato la scorsa settimana ha misurato un tasso di approvazione del 30%, nonostante nelle medie siano comprese anche rilevazioni storicamente più favorevoli ai repubblicani, come quelle di Rasmussen, Quantus e RMG Research. I due cali più marcati sono arrivati nell’aprile dello scorso anno, con l’introduzione dei dazi, e alla fine di febbraio di quest’anno, con l’inizio della crisi con l’Iran.

Il confronto più significativo resta quello con il 2018, ovvero le prime elezioni di metà mandato di Trump. Allora il suo net rating era intorno a -10, circa la metà di quello attuale, eppure i repubblicani persero comunque la maggioranza alla Camera. "Non si preannunciano delle midterm scoppiettanti per i repubblicani", ha osservato Cocuzzi.

La nuova rubrica di Salvatore Stanizzi


A quel punto Salvatore Stanizzi ha presentato la nuova rubrica di Focus America, The 51st. Il nome riprende proprio l’idea di un immaginario cinquantunesimo Stato, ma per trasformarla in un punto di osservazione dal quale raccontare gli Stati Uniti senza la pretesa di spiegarli una volta per tutte.

Sarà un appuntamento settimanale composto da interviste scritte in dieci domande, tre delle quali uguali per tutti gli ospiti. Tra queste, una riguarderà il primo ricordo associato alle parole "Stati Uniti". La prima intervista uscirà martedì a mezzogiorno e avrà come protagonista Tommaso Labate, conduttore di Realpolitik su Rete 4. Tra gli altri ospiti annunciati ci sono il corrispondente dalla Casa Bianca Jacopo Luzzi e due nomi molto noti dell’analisi elettorale americana, Larry Sabato e Kyle Kondik del Crystal Ball.

Proprio Sabato e Kondik hanno fornito il ponte verso il cuore della diretta: le previsioni per le elezioni di metà mandato.

Le previsioni sulla Camera dei Rappresentanti


Alla Camera dei Rappresentanti il modello di Focus America stima 223 seggi ai democratici e 212 ai repubblicani, con la maggioranza fissata a quota 218. Lorenzo Ruffino, che cura la gestione dei modelli, ha ricordato però che un’80% di probabilità non equivale a una certezza: il restante 20% rappresenta comunque una possibilità concreta e significativa di vittoria repubblicana.

Il vantaggio democratico nasce soprattutto dal clima politico nazionale, misurato dal generic ballot, il sondaggio in cui agli elettori viene chiesto se voterebbero per un candidato democratico o repubblicano senza indicarne il nome. Oggi i democratici sono avanti di circa 5,5 punti, meno degli 8-9 punti con cui vinsero alle midterm del 2018.

L’impopolarità del presidente si è dunque tradotta solo in parte in un vantaggio per i democratici, segno che il Partito continua a faticare nell’intercettare una parte degli elettori delusi. Il margine attuale sarebbe comunque sufficiente per conquistare la maggioranza alla Camera nonostante il gerrymandering, cioè il ridisegno dei collegi volto ad avvantaggiare un partito politico. Su questo terreno i repubblicani hanno ottenuto un vantaggio, ma non abbastanza grande da compensare un distacco nazionale di circa 5 punti.

Dei 435 collegi della Camera soltanto una piccola minoranza è realmente competitiva: tra 20 e 30, secondo le stime del modello, concentrati in pochi stati e soprattutto nel sud del Texas. Dove esistono sondaggi locali sui candidati, il modello attribuisce loro un peso maggiore, mentre altrove conta soprattutto il generic ballot nazionale. Con l’avvicinarsi del voto aumenteranno le rilevazioni nei singoli collegi e, di conseguenza, anche il loro peso nelle previsioni.

Cocuzzi ha raccontato di aver già visto sondaggi in distretti vinti da Trump con 15 o 20 punti di margine nel 2024 che oggi risultano competitivi, in alcuni casi con i democratici avanti. Si tratta soprattutto di rilevazioni commissionate dalle campagne dei candidati, e quindi da leggere con cautela. Se il quadro venisse però confermato da sondaggi indipendenti, si tratterebbe però di un segnale estremamente preoccupante per i repubblicani, perché potrebbe suggerire un vantaggio democratico nazionale superiore ai 5,5 punti della media.

Le previsioni sul Senato


La parte più lunga della diretta è stata dedicata al Senato, dove la situazione è molto più incerta. Il modello stima attualmente 52 seggi per i democratici, ma "basta niente perché vincano i repubblicani", ha spiegato Ruffino. Al Partito Repubblicano è sufficiente, infatti, arrivare alla parità, perché in caso di 50-50 il voto decisivo spetta al vicepresidente, che oggi è il repubblicano JD Vance. Invece i democratici devono invece conquistare almeno 51 seggi.

La mappa elettorale è inoltre più sfavorevole ai democratici rispetto a quella del 2018, quando questi ultimi finirono per ottenere un risultato peggiore delle attese. Nonostante questo, il modello segnala diverse possibili sorprese.

In North Carolina il democratico Roy Cooper, ex governatore dello Stato, è dato nettamente in vantaggio. In Georgia il senatore uscente Jon Ossoff ha un vantaggio di circa 8 punti nella media, con alcuni sondaggi che lo portano a 10. In Ohio è in testa Sherrod Brown, che quel seggio lo aveva perso alle ultime elezioni. In Maine, invece, Susan Collins ha dimostrato più volte di essere più resistente di quanto indicassero i sondaggi: il candidato democratico è avanti di 1 o 2 punti, un margine che nello Stato non ha storicamente garantito la vittoria.

Le sorprese maggiori arrivano però da Alaska e Iowa. In Alaska i democratici sono favoriti nei sondaggi e le primarie della settimana scorsa hanno rafforzato questa impressione. Lo stato utilizza il ranked choice voting, il sistema in cui gli elettori ordinano i candidati per preferenza e che tende a favorire chi riesce a essere accettabile a una platea più ampia.

In Iowa, invece, il candidato democratico è indietro di appena 1 o 2 punti in uno Stato che Trump ha vinto con 13 o 14 punti di margine. Ma la sorpresa più grande è probabilmente il Texas, dove il candidato democratico James Talarico è avanti in tutti i sondaggi tranne uno. Come fa notare Ruffino, Focus America aveva classificato la corsa come competitiva già due mesi fa, quando quasi nessun altro osservatore lo faceva.

Anche Benedetto Carelli ha detto di condividere per la prima volta l’impostazione dei media americani, che stanno dedicando più attenzione a Texas e Iowa che a Maine e Ohio. Nei primi due Stati, ha spiegato, i repubblicani devono affrontare quello che ha definito "un cocktail fatale": nessun senatore uscente in corsa, primarie molto combattute e candidati deboli.

In Texas il candidato repubblicano è Ken Paxton, ex procuratore generale dello Stato, che tre anni fa era stato sottoposto a una procedura di impeachment dalla quale era uscito assolto al Senato statale. Secondo Carelli, il senatore uscente John Cornyn, sconfitto da Paxton alle primarie, avrebbe avuto molte più possibilità di vincere le elezioni generali.

Talarico sta ora impostando la sua campagna elettorale soprattutto sul prezzo della benzina e sul costo della spesa, i temi che negli Stati Uniti vengono definiti kitchen table issues, cioè i problemi economici concreti di cui le famiglie discutono a tavola. Deve però affrontare anche una tensione interna al partito: la deputata Jasmine Crockett, sconfitta alle primarie, sostiene che stia trascurando la comunità afroamericana del Texas.

In Iowa i democratici hanno scelto Rob Sand come candidato governatore e Turek per il Senato, un parlamentare statale eletto in un collegio di confine che Trump ha sempre vinto. In Alaska resta invece da valutare l’effetto della presenza di due candidati con lo stesso cognome, Sullivan, sulla corsa in cui è candidata anche la democratica Mary Peltola.

La sessione finale di Q&A


A questo punto siamo passati alla sezione finale con le domande e risposte ai commenti degli utenti. Anche qui il Texas è stato un argomento chiave: Stanizzi ha ricostruito i precedenti elettorali dello "Stato della Stella Solitaria" per spiegare perché una corsa competitiva al Senato non sia sufficiente, da sola, a cambiare la sua natura politica. Nel 2018 Ted Cruz batté Beto O’Rourke per poco più di 2 punti, ma nello stesso anno il governatore Greg Abbott vinse con 13 punti di margine. Nel 2022 O’Rourke perse contro Abbott di oltre 11 punti; nel 2024 Trump ha battuto Kamala Harris di 13 punti e Cruz ha battuto Colin Allred di quasi 9 punti. Sei anni fa Cornyn aveva vinto con circa 10 punti di vantaggio.

La differenza oggi, secondo Stanizzi, è rappresentata da Paxton, che a causa dei suoi scandali è probabilmente il candidato repubblicano più vulnerabile in assoluto, mentre Talarico sta cercando di trasformare la corsa in un referendum sulla persona anziché in una semplice sfida tra partiti. La sua strategia passa dal recupero di voti nelle aree suburbane e nelle grandi città, seguendo una strada simile a quella percorsa da O’Rourke nel 2018.

Un’eventuale vittoria democratica, tuttavia, non trasformerebbe automaticamente il Texas in uno swing State. "Il Texas è uno Stato rosso, è uno Stato repubblicano. Non è uno swing State", ha detto Stanizzi, ricordando i casi di Doug Jones in Alabama e Joe Manchin in West Virginia, due ex senatori democratici eletti in Stati che alle presidenziali votano nettamente repubblicano.

Anche Cocuzzi ha definito il Texas uno stato "rosso sangue", capace di dare ai repubblicani un sussulto d’orgoglio persino nei momenti politicamente più difficili. Le difficoltà del Partito nello Stato, ha aggiunto, sarebbero legate non tanto ai numeri complessivi dell’immigrazione quanto alle espulsioni, che possono pesare su un elettorato con una forte presenza di immigrati di prima e seconda generazione e su molti imprenditori alle prese con carenze di manodopera.

Secondo Simona Fonda, i democratici dovrebbero ora costruire la propria campagna elettorale per le elezioni di ,età mandato sui temi più concreti, perché l’Amministrazione "gliela sta servendo su un vassoio d’argento", invece di consumarsi nelle divisioni interne. Ha indicato come esempio negativo proprio lo scontro tra Jasmine Crockett e James Talarico e, viceversa, come segnale positivo il maggiore spazio dedicato all’economia e al lavoro anche da figure della sinistra del partito come Alexandria Ocasio-Cortez.

Un’altra corsa molto equilibrata al Senato è quella del Michigan. L’establishment democratico dello stato, insieme a Chuck Schumer e alla leadership del partito al Senato, ha dato il proprio sostegno ad Abdul El-Sayed, il candidato più a sinistra emerso dalle primarie. Secondo Carelli, però, il fattore decisivo potrebbe essere soprattutto l’effetto dello scontro commerciale con il Canada, considerando la profonda integrazione economica tra Detroit e Windsor.

Il candidato repubblicano Mike Rogers, che nel 2024 aveva perso per pochissimo, è considerato moderato e ha lanciato una campagna chiamata Democrats for Mike Rogers per cercare di intercettare gli elettori democratici delusi dall’esito delle primarie, nelle quali era stata sconfitta Haley Stevens. La corsa resta in equilibrio, ma secondo Daniele Angrisani il quadro politico generale è chiaro: "Donald Trump è il migliore alleato dei progressisti democratici".

Nella parte finale della diretta Fonda ha risposto a una domanda sul possibile terremoto interno al Partito Repubblicano. Se i democratici conquistassero entrambe le Camere, ha spiegato, lo scossone sarebbe inevitabile, ma una resa dei conti arriverà comunque nei prossimi due anni, perché "la nave Trump è un Titanic che sta affondando e verrà abbandonato". Cocuzzi ha aggiunto che difficilmente, nei prossimi anni, si ripresenterà per i democratici una congiuntura politica favorevole come quella attuale.

Chi non ha seguito la diretta può rivederla sul nostro sito. Il prossimo appuntamento è domenica alle 21.


Tornano le dirette di Focus America, ogni domenica alle 21


Da domani, domenica 30 agosto, tornano le dirette di Focus America. L'appuntamento è ogni domenica alle 21, in contemporanea su YouTube, Facebook e Twitter, per commentare insieme le notizie della settimana dagli Stati Uniti. Il video sarà poi pubblicato anche qui sul sito.

Come nelle dirette del 2024, che ci avevano accompagnato verso le elezioni presidenziali, ci sarà spazio per le domande e le risposte: potrete scrivere nei commenti e risponderemo in diretta. Per chi aveva seguito quegli appuntamenti sarà come tornare a casa. Le dirette ci accompagneranno di settimana in settimana verso le elezioni di metà mandato del 3 novembre.

I post settimanali sulla popolarità del presidente Donald Trump, che escono la domenica alle 21, saranno per questo periodo anticipati alle 19:30, così da non sovrapporsi alla diretta.

Vi aspettiamo domani sera alle 21.


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🤖 Zuckerberg ha descritto l'IA come strumento di emancipazione. Sei osservatori sull'IA lo smentiscono

La testata online Rest of World ha intervistato lɜ rappresentanti di 6 osservatori sull'IA, chiedendo di commentare il manifesto che l'AD di Facebook ha pubblicato il 10 agosto "Il futuro per tutti". Il manifesto parla di come l'IA sarà uno strumento di emancipazione per l'umanità intera, dipingendo tale tecnologia come un qualcosa per attenuare le diseguaglianze. L'unica cosa che la testata ha ottenuto, tuttavia, sono critiche.

Partendo dal lato economico, i benifici economici di cui parla sono "incredibilmente gonfiati": i centri di calcolo generano lavoro principalmente durante la loro costruzione, e non invece per la manutenzione - senza contare gli impatti ambientali e sulla salute.

L'IA di cui parla, la propria, è poi uno strumento centralizzato, opaco e calato dall'alto: un'IA per chiunque dovrebbe essere analizzabile (si pensi alla ricerca) e padroneggiare non solo le lingue delle maggiori potenze (le IA tendenzialmente "ragionano" in inglese), bensì anche quelle delle minoranze linguistiche o dei Paesi generalmente tagliati fuori da chi detiene il potere - come quelli del continente africano. Se è un'azienda a dettare l'agenda di dove conviene investire e dove no, quel "tutti" includerà solo le persone che l'azienda vuole includere.

A proposito di Africa, la ricercatrice etiope Abeba Birhane ricorda come Facebook sia la stessa azienda che voleva connettere le donne nelle zone rurali del continente (emancipazione), per poi invece essere finita a sfruttare lavoranti, estrapolarne profitto e generare disinformazione - riversando la colpa a chi si era ripromessa di aiutare (che non ha ricevuto benefici) quando messa alle strette.

Infine la critica geopolitica: un'IA più capillare equivale a una raccolta maggiore di dati che, come ha dimostrato la storia, vengono usati per gli interessi del governo a cui l'azienda risponde - gli Stati Uniti - aumentandone ulteriormente il potere.

restofworld.org/2026/mark-zuck…

#notizia #ia

@eticadigitale@feddit.it

in reply to Etica Digitale

@privacypride Emancipazione è un termine un po' grosso, secondo me.

Io non voglio essere ipocrita, nascondermi dietro un dito, perché il tema è molto più complesso rispetto a come la mette il gestore di una multinazionale per promuovere i suoi prodotti. E anche più complessa di come la può mettere il disabile visivo (tipo il mio ex) super entusiasta dei meta rayban.

Io sono disabile visiva. Sono utilizzatrice del pc dal 1989, quindi dal dos passando per windows, linux, e ora anche la cosiddetta AI: la utilizzo? Per crearmi qualcosa di occasionale e personalizzato quando mi serve. "vibe coding" che io uso come una specie di cassetta del pronto soccorso. Tanti ciechi stanno "vibecodando" e distribuendo app come se fossero diventati i nuovi ingegneri nucleari della domenica, con risultati spesso scadentissimi io invece mi creo degli script per far parlare il pc su finestre inaccessibili che, per farle adeguare, dovrei aspettare mesi di burocrazia.

Consiglio la lettura di questo pezzo in inglese - mosen.org/ai - scritto da uno che su ciechi e tecnologia ha mille volte più esperienza di me.

Però devo arrangiarmi con 4 motori AI per ottenere risultati decenti, di cui tre free perché se mi abbonassi a tutti, spenderei tipo 3 mila euro all'anno solo di quelli e non sarebbe sostenibile. Più tutti i problemi di riservatezza, fughe di dati, ambientali, allucinazioni varie. Anche i nuovi smart glasses usciti negli USA (Agiga Echovision) costano 500 dollari più un servizio in abbonamento per le descrizioni in tempo reale dell'ambiente. Con tutte le allucinazioni del caso (consiglio recensione di Unsightly Opinions, su youtube purtroppo).

Un'emancipazione vera, l'avremmo se e solo se la tecnologia fosse controllabile. Se l'azienda che ha fatto questa affermazione consentisse di correggere in tempo reale e fare i dovuti controlli, allora sì. Si potrebbe creare dei buoni progetti di comunità; invece così, ti affidi solo a uno che vuole avere in mano il mondo.

Diciamo che l'AI è come, non so come si chiamano esattamente... quei sistemi super costosi di domotica che tra poco ti puliscono il culo col braccio meccanico. Io sto parlando di un sistema che ho visto funzionare off line, senza wifi né alexa né amicizie varie. Il ragazzo era paralizzato dal collo in giù, ma a voce comandava tutto in casa. Luci, finestre, elettrodomestici, ed erano i primi anni 2000.

Consigliato anche il pezzo "disability dongles" sul sito di Robert Kingett, sightlessscribbles.com - spero di non aver sbagliato il dominio.

Emancipazione, per chi se la può permettere. Perché basta che tu "banalmente" abbia bisogno di pagarti l'affitto di casa, più l'assistente per accompagnarti in macchina perché vivi in una zona non collegata, e anche se hai l'assegno di accompagnamento, l'AI non te la puoi permettere più. Quindi disuguaglianze che restano sempre là.

Io credo di poterne parlare con abbastanza cognizione di causa, razionalmente, senza puntare per l'entusiasmo o lo sfavore assoluti.

PS consiglio anche DAIR Institute - Distributed Artificial Intelligence Research. Tutto materiale che trovi qua in giro nel fedi.

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The Queen Is Dead Volume 223 – My Heart, An Inverted Flame, The Freqs, Shannon Jan Ridout

The Queen Is Dead Volume 223 - My Heart, An Inverted Flame, The Freqs, Shannon Jan Ridout
Tre dischi molto diversi, tre lavori che toccano uno spettro molto ampio della tavolozza musicale, dal synth-doom al nosie punk rock fino al country rock più viscerale

#iyezine #inyoureyesezine #iyezine.com #thequeenisdead #myheartaninvertedflame #thefreqs #shannonjanridout #synthdoom #noisepunkrock #countrydarkfolk @thefreqs @myheartaninvertedflame @crucial_blast @shannon.jae.ridout

iyezine.com/my-heart-an-invert…

#iye #iyezine #inyoureyesezine

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Lake America: Google si adegua, Apple e MapQuest no


L'ordine di Trump che ribattezza il lago Ontario divide le mappe digitali: Google si adegua, Apple e MapQuest mantengono il nome storico. Il premier dell'Ontario Doug Ford paragona la decisione a uno sketch del Saturday Night Live.

La decisione di Donald Trump di ribattezzare il lago Ontario "Lake America" ha aperto un nuovo fronte, questa volta tra le aziende tecnologiche. L'ordine esecutivo, firmato il 27 agosto, nel pieno della guerra commerciale con il Canada e dopo settimane di minacce del presidente in questo senso, incarica il Dipartimento dell'Interno degli Stati Uniti di aggiornare i registri geografici federali e sottolinea che le zone più profonde del lago si trovano in territorio statunitense. I fornitori di mappe digitali si sono così trovati davanti a una scelta: adeguarsi al nuovo nome o mantenere quello storico. Le risposte sono state molto diverse. Google ha già aggiornato le sue mappe, Apple per ora no, mentre MapQuest ha rifiutato apertamente di farlo.

Una verifica condotta domenica da Axios su Google Maps mostra la dicitura "Lake America" sia da mobile sia da desktop, mentre Apple Maps continua a indicare "Lake Ontario". Google ha spiegato sabato di aver recepito gli aggiornamenti del Geographic Names Information System, il database federale dei nomi geografici, e di aver modificato le mappe "per riflettere i cambi di nome nelle fonti governative ufficiali".

L'aggiornamento, tuttavia, non è uniforme in tutto il mondo: gli utenti negli Stati Uniti vedono "Lake America", quelli in Canada "Lake Ontario", mentre nel resto del mondo compare la doppia dicitura "Lake Ontario (Lake America)". L'azienda ha precisato che la scelta segue "la nostra politica di lunga data per i corpi idrici i cui nomi variano da Paese a Paese".

How the Geographic Names Information System (GNIS) Lake Ontario/Lake America name change in the US will appear on Google Maps pic.twitter.com/nFw80TwaqH
— News from Google (@NewsFromGoogle) August 30, 2026


Non è la prima volta che Google adotta questo criterio. Lo aveva già fatto con il Golfo del Messico, indicato come "Golfo d'America" negli Stati Uniti dopo un precedente ordine esecutivo di Trump. In quell'occasione il Messico aveva minacciato un'azione legale.

MapQuest si oppone, il Canada protesta


La presa di posizione più netta è arrivata da MapQuest, un sito che offriva mappe online quasi dieci anni prima della nascita di Google Maps. Poche ore dopo la firma dell'ordine esecutivo, l'azienda ha annunciato il proprio rifiuto con un post su X che ha superato 4,7 milioni di visualizzazioni. Poi ha rilanciato: "Non cambieremo il nome del lago Ontario. Chiamatelo come volete, fate pure con calma", ha scritto, mettendo online anche un generatore che consente agli utenti di ribattezzare il lago a piacere.

We're not changing the name of Lake Ontario. Name it whatever you want at your leisure: t.co/E2I0Ezd57W

(tag us so we can see your work 🙂) pic.twitter.com/x8lIAMt6ab
— MapQuest (@MapQuest) August 27, 2026


La reazione politica è arrivata subito dopo la firma dell'ordine, soprattutto dal Canada. Il premier dell'Ontario Doug Ford, ospite domenica di "This Week" sulla ABC, ha paragonato la mossa a uno sketch del "Saturday Night Live". "Nessuno lo chiamerà mai Lago America. È il lago Ontario da centinaia di anni e continuerà a essere il lago Ontario. È semplicemente folle", ha detto Ford.


Trump ribattezza il Lago Ontario "Lake America": la ritorsione dopo la rottura con il Canada


Donald Trump ha firmato oggi un ordine esecutivo che rinomina il Lago Ontario in "Lake America". Il presidente dà così seguito alla minaccia lanciata dopo il crollo dei negoziati commerciali tra Stati Uniti e Canada, falliti venerdì scorso dopo due settimane di trattative serrate: da sabato sono scattati dazi del 50% su circa 20 miliardi di dollari di merci canadesi e il primo ministro Mark Carney ha annunciato dazi speculari, "dollaro per dollaro", in vigore dall'8 settembre.

Nei giorni scorsi Trump aveva scritto più volte sui social del cambio di nome, sostenendo in un post che l'America non "si aspetta di fare ancora molti affari con l'Ontario", e aveva pubblicato immagini del lago già ribattezzato "Lake America". "Gli Stati Uniti sono i più grandi protettori dei Grandi Laghi, compreso il corpo idrico attualmente noto come Lago Ontario", ha scritto Trump nell'ordine.

"Il Lago continuerà a svolgere un ruolo centrale nel plasmare il futuro dell'America e l'economia globale. In riconoscimento di questa fiorente risorsa economica e della sua importanza cruciale per l'economia della nostra Nazione e per il suo popolo, dispongo che il Lago sia ufficialmente rinominato Lake America".

EFFECTIVE IMMEDIATELY: Lake Ontario is renamed to LAKE AMERICA! 🇺🇸 pic.twitter.com/ZFww8PexiW
— The White House (@WhiteHouse) August 27, 2026


Il provvedimento incarica il Segretario all'Interno Doug Burgum e il suo Dipartimento di aggiornare entro 30 giorni il Geographic Names Information System, la banca dati federale dei nomi geografici, e impone a tutti gli organi del governo federale di chiamare da ora in poi il lago "Lake America". A sostegno della decisione l'ordine cita gli investimenti americani sul lago e il fatto che, trovandosi le acque più profonde in territorio statunitense, gli Stati Uniti rivendicherebbero la maggior parte del suo volume.

Non è chiaro se il presidente abbia l'autorità per rinominare un corpo idrico condiviso tra due nazioni, come aveva già fatto a gennaio 2025 con un ordine analogo che trasformava il Golfo del Messico in "Golfo d'America". Il confine tra i due Paesi passa in mezzo al lago e l'ordine non può certo obbligare il Canada ad adottare il nuovo nome: la Ministra dell'Industria canadese Mélanie Joly aveva già risposto martedì, quando il cambio era ancora una minaccia, "Lo chiameremo sempre Lago Ontario. Punto". Il lago, tra l'altro, si chiamava Ontario molto prima che nascesse l'omonima provincia, istituita nel 1867: il nome viene dall'irochese "Ontarí'io", di solito tradotto "grande lago".


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Grandine come palle da tennis a Cremona, un’auto sventrata da un albero, un tornado sul mare del Salento, interi centri abitati sott’acqua tra Emilia-Romagna e Lugo. Tutte immagini della stessa Italia: quella che, secondo la seconda carica dello Stato, dovrebbe semplicemente «abituarsi al clima caraibico».

Nessun singolo nubifragio o tornado dimostra, da solo, il cambiamento climatico: è il quadro complessivo a parlare. Nel 2025 l’Italia ha registrato 376 eventi meteorologici estremi con danni, il secondo dato più alto dal 2015.
Le frane causate da piogge intense sono aumentate del 42,4% rispetto al 2024 e gli episodi di temperature record del 94,1%. Una ricerca dell’Università di Mannheim stima per l’Italia perdite economiche legate a caldo, siccità e alluvioni per 11,9 miliardi di euro nel 2025, destinate a raggiungere 34,2 miliardi entro il 2029.

Questo non è «clima caraibico»: è un rischio crescente per persone, territori, economia e salute pubblica.

Adattarsi significa mettere in sicurezza città e infrastrutture, prevenire il dissesto e ridurre le emissioni. Non rassegnarsi ai danni.

Volt lo dice da sempre: la transizione ecologica europea non è un’opzione ideologica, è l’unica infrastruttura di sicurezza che abbiamo per il futuro.

Minimizzare non è adattamento. È perdere altro tempo.

#Volt

#Volt
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Die geplante Geheimdienstreform der Bundesregierung alarmiert die Ärzteschaft. Sie gefährde das Patientengeheimnis und damit die Gesundheitsversorgung selbst, warnt Carsten Dochow von der Bundesärztekammer im Interview.

netzpolitik.org/2026/die-gehei…

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Gli Stati Uniti vogliono controllare il sud della Groenlandia


Washington chiede la sovranità sulle future basi e ha ispezionato la vecchia pista di Narsarsuaq, dove chi vive vicino teme ora di essere sfollato. Intanto le miniere di terre rare attirano gli investitori vicini al presidente.

Da sette mesi rappresentanti di Danimarca e Groenlandia stanno negoziando a Washington con l'Amministrazione Trump i termini di un'espansione della presenza militare statunitense sull'isola più grande del pianeta, abitata da appena 56mila persone. Secondo la ricostruzione di El País, gli Stati Uniti hanno chiesto la piena sovranità sui territori destinati a ospitare le future basi militari, con uno status simile a quello delle basi britanniche a Cipro. Una condizione che i rappresentanti danesi e groenlandesi non intendono per ora accettare.

La strategia americana si fonda sull'accordo bilaterale di difesa firmato con Copenaghen nel 1951, che consente, su richiesta, di ampliare la presenza militare statunitense. A marzo il generale Gregory Guillot, a capo del Comando Settentrionale degli Stati Uniti, ha informato il Senato dell'intenzione di creare tre nuove "zone di difesa" per sorvegliare i sottomarini nucleari russi e contrastare l'influenza cinese nell'Artico.

Artico · Groenlandia

Gli Stati Uniti vogliono tre nuove basi in Groenlandia, e la sovranità sui terreni

Da sette mesi Danimarca, Groenlandia e Amministrazione Trump trattano a Washington. Gli americani chiedono per le future basi uno status simile a quello delle basi britanniche a Cipro: per ora Copenaghen e Nuuk rispondono di no.

Grafica di FocusAmerica 30 agosto 2026

Che cosa si sta trattando a Washington

Oggi
La richiesta americana
Groenlandia Base
Il terreno resta groenlandese

Groenlandia Base
Il terreno passa agli Stati Uniti

Oggi le basi americane stanno su terreno groenlandese, in forza dell’accordo di difesa firmato con la Danimarca nel 1951. Washington chiede invece che i terreni delle future basi passino sotto sovranità statunitense, fuori dalla giurisdizione di Nuuk: lo stesso status di Akrotiri e Dhekelia, britanniche dentro Cipro dal 1960.

7 mesi
Di trattative a Washington, senza intesa

3
Nuove zone di difesa chieste, oltre all’unica base attiva

56.000
Abitanti sull’isola più grande del mondo

La mappa

Le basi che Washington vuole, e i giacimenti che ha accanto


Tocca un punto per leggere la scheda. Delle tre nuove zone di difesa la ricostruzione di El País ne indica per nome una sola, Narsarsuaq: sta nella punta meridionale, a poche decine di chilometri dai giacimenti di terre rare.

L’isola

Il riquadro rosso, ingrandito
20 km

Base americana attiva Base da riaprire Giacimento di terre rare Centro abitato

Narsarsuaq Base da riaprire

Base aerea costruita dagli americani nel 1941 e abbandonata nel 1958. A maggio personale dei Marines e dell’ambasciata statunitense in Danimarca ha ispezionato la pista, il porto in acque profonde e le vecchie strutture. Nel villaggio restano una quarantina di abitanti.

Narsarsuaq

Il villaggio si svuota proprio mentre i Marines vengono a vederlo


Residenti prima e dopo la chiusura dell’aeroporto, il 17 aprile. Ogni quadrato è una persona.

150
Abitanti fino alla primavera

40
Abitanti rimasti oggi

Chi è rimasto Chi se n’è andato

1941 I soldati americani costruiscono la pista+

Nome in codice Bluie West One. Lo scalo diventa cruciale per il trasferimento degli aerei verso i fronti europeo e nordafricano: oltre 10.000 velivoli vi fanno rifornimento o vengono riparati. Il villaggio nasce intorno alla pista.

1958 Gli Stati Uniti se ne vanno+

Si lasciano alle spalle macerie, rottami, migliaia di fusti arrugginiti e i pannelli di amianto del vecchio ospedale militare, distrutto da un incendio negli anni Settanta e mai bonificato.

17 aprile 2026 L’aeroporto chiude, e con lui l’albergo+

Il traffico passa al nuovo scalo di Qaqortoq, aperto il giorno prima. Narsarsuaq viene declassata a eliporto e l’albergo chiude lo stesso giorno. Da allora dei circa 150 residenti ne restano una quarantina.

Maggio 2026 I Marines ispezionano la vecchia base+

Quattro settimane dopo il declassamento, personale dei Marines e dell’ambasciata statunitense in Danimarca visita la pista, il porto in acque profonde e le altre strutture della base abbandonata.

«Perderemo le nostre case e dovremo lasciare il posto in cui abbiamo vissuto e lavorato tutta la vita»

Ole Guldager, storico e archeologo, curatore del museo della base. Ha dedicato allo studio di Narsarsuaq gran parte dei suoi 58 anni.

Terre rare

La stessa legge blocca un giacimento e ne lascia passare un altro


Contenuto medio di uranio nella risorsa, in parti per milione. Dal 2021 la legge groenlandese vieta l’estrazione quando supera le 100 ppm.

Tanbreez Si può scavare 10–20 ppm

Kvanefjeld Fermo dal 2021 250–350 ppm

0 100 ppm
limite di legge 400

Il divieto sull’uranio non ferma Tanbreez, purché l’attività mineraria punti ad altri minerali. Kvanefjeld, dove l’uranio sta due o tre volte sopra la soglia, resta fermo da quando nel 2021 il partito ecologista Inuit Ataqatigiit ha vinto le elezioni promettendo il divieto. È per questo che l’attenzione di Washington si è spostata sul giacimento vicino.

120 mln $
Il prestito che l’agenzia federale statunitense per il credito all’esportazione è pronta a concedere a Critical Metals, la società newyorkese che ha preso Tanbreez.

Il 41% del costo stimato del progetto, 290 milioni.

500 mln €
Quanto l’Unione Europea dovrebbe investire sull’isola nel prossimo bilancio pluriennale, secondo il relatore del Parlamento europeo Barry Andrews: il doppio di oggi.

Il 30 luglio il governo groenlandese ha inviato un «serio avvertimento» a Greenland Energy, società texana vicina a Trump che voleva trivellare nell’est dell’isola senza permessi. Il progetto è slittato all’inverno del 2027.

Sette mesi

Dalla minaccia di gennaio all’immagine social di agosto


Come la pretesa americana sulla Groenlandia si è spostata dalla forza al tavolo negoziale, senza mai essere ritirata.

Gennaio «Con le buone o con le cattive»+

Trump, che nel primo mandato aveva provato a comprare la Groenlandia, minaccia di prenderne il controllo. La tensione si attenua quando diversi alleati europei inviano contingenti militari sull’isola e la crisi passa sul terreno diplomatico.

21 gennaio, Davos Trump esclude l’uso della forza+

Dopo un incontro con il segretario generale della NATO Mark Rutte annuncia una «cornice per un futuro accordo» sulla Groenlandia e ritira la minaccia di dazi contro diversi Paesi europei.

Marzo Il piano arriva al Senato+

Il generale Gregory Guillot, a capo del Comando Settentrionale, annuncia l’intenzione di creare tre nuove zone di difesa per sorvegliare i sottomarini nucleari russi e contrastare l’influenza cinese nell’Artico.

Luglio, vertice NATO di Ankara La pretesa resta sul tavolo+

Trump ribadisce che la Groenlandia «dovrebbe essere controllata dagli Stati Uniti e non dalla Danimarca», mentre a Washington i negoziatori danesi e groenlandesi continuano a rifiutare la cessione di sovranità.

Inizio agosto «Hello, Greenland»+

Il presidente pubblica sui social un’immagine in cui la sua figura gigantesca incombe su un insediamento artico, accompagnata da due parole: «Hello, Greenland».

Fonte Ricostruzione di El País; Critical Metals Corp ed EXIM Bank per il prestito e il costo del progetto; Greenland Airports per le date degli scali; Atto n. 20 del 2021 e stime di riserva per le concentrazioni di uranio. Cartografia: Natural Earth.

Narsarsuaq, il villaggio che aspetta i Marines


Una delle tre basi che Washington vorrebbe riaprire è quella di Narsarsuaq, nel sud dell'isola. Il villaggio nacque intorno alla pista costruita in tempi record dai soldati americani durante la Seconda guerra mondiale. La base aerea, nome in codice Blue West One, era uno scalo cruciale per il trasferimento degli aerei militari verso i fronti europeo e nordafricano: oltre 10mila velivoli vi fecero rifornimento o furono sottoposti a riparazioni.

Gli Stati Uniti la abbandonarono nel 1958, lasciandosi alle spalle macerie, rottami, migliaia di fusti arrugginiti e i pannelli di amianto del vecchio ospedale militare, distrutto da un incendio negli anni Settanta e mai bonificato. L'aeroporto civile che ne ha preso il posto è stato chiuso in aprile, dopo l'apertura di un nuovo scalo a Qaqortoq, il capoluogo regionale. Da allora il villaggio si sta svuotando: dei circa 150 residenti precedenti ne restano una quarantina e l'albergo ha chiuso lo stesso giorno dell'aeroporto.

È in questo vuoto che intende tornare l'America di Trump. A maggio, quattro settimane dopo il declassamento dell'aeroporto a eliporto, personale dei Marines e dell'ambasciata statunitense in Danimarca ha ispezionato la pista, il porto in acque profonde e le altre strutture della vecchia base. Ole Guldager, storico e archeologo che ha dedicato gran parte dei suoi 58 anni allo studio del luogo in cui è cresciuto e che cura il museo della base, teme ora che il ritorno dei militari possa costringere i residenti rimasti ad andarsene: "Perderemo le nostre case e dovremo lasciare il posto in cui abbiamo vissuto e lavorato tutta la vita".

Guldager ricorda che nel 1953, durante l'espansione della base di Pituffik, l'unica che Washington mantiene ancora sull'isola, nel nord-ovest, decine di famiglie inuit furono trasferite con la forza a 130 km dalle loro case. Trump, che durante il primo mandato aveva tentato di acquistare la Groenlandia dalla Danimarca, all'inizio dell'anno ha minacciato di prenderne il controllo "con le buone o con le cattive". La tensione si è attenuata a gennaio, dopo l'arrivo in Groenlandia di contingenti militari inviati da diversi alleati europei e il successivo passaggio della crisi sul terreno diplomatico.

Il 21 gennaio, a Davos, Trump ha escluso l'uso della forza e, dopo un incontro con il Segretario Generale della NATO Mark Rutte, ha annunciato una "cornice per un futuro accordo" sulla Groenlandia, ritirando anche la minaccia di dazi contro diversi Paesi europei. Non ha però mai rinunciato alla pretesa americana sul controllo dell'isola: al vertice NATO di luglio ad Ankara ha ribadito che la Groenlandia "dovrebbe essere controllata dagli Stati Uniti e non dalla Danimarca". All'inizio di agosto ha di nuovo pubblicato sui social un'immagine in cui una sua figura gigantesca incombe su un insediamento artico, accompagnata dal messaggio "Hello, Greenland".

Terre rare e petrolio, gli affari della cerchia del presidente


Nel sud, vicino alle fattorie di Qassiarsuk, si trova Kvanefjeld, uno dei più grandi giacimenti mondiali di terre rare e uranio. Il suo sfruttamento è bloccato da quando, 5 anni fa, il partito ecologista Inuit Ataqatigiit vinse le elezioni promettendo di vietare l'estrazione dell'uranio. L'attenzione di Washington si è così spostata su Tanbreez, un altro grande giacimento di terre rare situato a pochi km di distanza.

Le analisi disponibili indicano una concentrazione di uranio di circa 10-20 parti per milione, nettamente inferiore alla soglia di 100 prevista dalla legge groenlandese: il divieto sull'uranio non impedisce quindi lo sfruttamento del giacimento, purché l'attività mineraria sia diretta all'estrazione di altri minerali e non dell'uranio. La diplomazia americana si è adoperata per evitare che il progetto finisse in mani cinesi e ne ha favorito il passaggio alla società newyorkese Critical Metals, con il sostegno dell'agenzia federale statunitense per il credito all'esportazione, pronta a concedere un prestito fino a 120 milioni di dollari.

El País riferisce inoltre di segnali di interesse da parte di investitori legati alla cerchia del presidente, tra cui Donald Trump Jr. Il 30 luglio il governo groenlandese ha invece inviato un "serio avvertimento" a Greenland Energy, società texana anch'essa vicina a Trump, che intendeva avviare trivellazioni nell'est dell'isola senza i permessi necessari. Il progetto è stato rinviato all'inverno del 2027.

Anche l'Unione Europea sta cercando di ritagliarsi uno spazio. Barry Andrews, eurodeputato irlandese e relatore del Parlamento Europeo per i rapporti con la Groenlandia, ha scritto a El País che "non possiamo più fidarci degli Stati Uniti" e sostiene il raddoppio degli investimenti europei sull'isola, fino a 500 milioni di euro nel prossimo bilancio pluriennale. La danese Christel Schaldemose, vicepresidente del Parlamento europeo, chiede invece che l'UE diventi il partner preferenziale della Groenlandia, lasciando però ai groenlandesi ogni decisione sullo sfruttamento delle risorse.

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Hormuz, gli Stati Uniti attaccano l'isola iraniana di Larak, Teheran risponde


Le forze americane hanno colpito due obiettivi sull'isola di Larak per impedire ai Pasdaran di posare mine nello Stretto di Hormuz. Teheran parla di morti e feriti e risponde contro le basi americane in Giordania, dopo che Trump aveva annunciato la "tolleranza zero".

Le forze americane hanno colpito ieri due lanciatori iraniani sull'isola di Larak, nello Stretto di Hormuz, con l'obiettivo di impedire la posa di nuove mine navali nelle acque dello Stretto. Lo ha riferito un funzionario americano, secondo cui i Guardiani della Rivoluzione, il corpo militare che risponde direttamente alla Guida Suprema iraniana, erano stati osservati mentre si preparavano a lanciare in mare vettori carichi di mine.

Si tratta del primo attacco americano noto in territorio iraniano dalla fine di luglio, quando Donald Trump sospese la campagna militare di due settimane condotta dagli Stati Uniti nello stretto. La settimana scorsa il CENTCOM, il comando militare americano per il Medio Oriente, aveva dichiarato conclusa la bonifica delle mine lungo la principale rotta di navigazione.

In un video diffuso giovedì, l'ammiraglio Brad Cooper, comandante del CENTCOM, aveva spiegato che "negli ultimi mesi" le forze statunitensi avevano ripulito "meticolosamente e in silenzio" le rotte internazionali, impiegando sommozzatori della Marina, incursori SEAL e velivoli. Alcuni alleati degli Stati Uniti avrebbero però avvertito in privato che le operazioni non avevano eliminato tutte le mine posate dagli iraniani, il cui numero era stimato tra 80 e 150.

Trump aveva avvertito che l'Iran era stato informato che qualsiasi nave o imbarcazione impegnata a posare nuovi ordigni sarebbe stata "immediatamente e sistematicamente distrutta". "È in pieno vigore una politica di tolleranza zero sulla posa di mine", aveva scritto il presidente su Truth Social, aggiungendo che la Space Force sorveglia "ogni centimetro quadrato" dello Stretto.

Stretto di Hormuz · 30 agosto 2026

Due lanciatori su uno scoglio: il raid di Larak incrina la tregua nello Stretto

Le forze americane hanno colpito due lanciatori iraniani sull’isola di Larak, dove i Guardiani della Rivoluzione preparavano razzi carichi di mine da lanciare in mare. È il primo attacco statunitense noto in Iran dalla fine di luglio.

Grafica di FocusAmerica 31 agosto 2026

Il teatro

Larak, cinquanta chilometri quadrati a ridosso della rotta del petrolio


Larak si trova all’imboccatura dello Stretto, a poche decine di chilometri dal corridoio dove transitano le petroliere dirette in Asia e in Europa.


20 km

Corridoio di navigazione internazionale Obiettivo colpito il 30 agosto

Perché conta

Dallo Stretto passavano 21 milioni di barili di petrolio al giorno, circa un quinto del consumo mondiale. Le corsie internazionali corrono a poche decine di chilometri da Larak: per questo Washington ha annunciato una politica di tolleranza zero sulla posa di nuovi ordigni.

Coste e isole: Natural Earth, scala 1:10 milioni. Il corridoio indica la posizione approssimativa delle rotte internazionali, formate da due corsie di 3,2 chilometri ciascuna separate da una fascia di sicurezza.

2
Lanciatori distrutti
Colpiti mentre i Guardiani caricavano razzi con mine navali

2
Morti, più due feriti
Bilancio dell’agenzia Tasnim, vicina ai Guardiani

5
Settimane senza attacchi
Dalla sospensione della campagna americana, a fine luglio

21 milioni
Barili al giorno nello Stretto
Il flusso prima della crisi, un quinto del petrolio mondiale

Esplora la crisi
ICome ci si è arrivati IILe mine che restano IIIIl traffico

Cinque settimane di calma, finite in un pomeriggio


Dalla sospensione della campagna americana alla ripresa del fuoco, passando per la bonifica dichiarata conclusa dal CENTCOM.


«Avrà risposta dai figli dell’Iran e si concluderà con la punizione dell’aggressore»Guardiani della Rivoluzione, poche ore dopo il raid


Bonifica conclusa, ma non per tutti


Washington sostiene che le acque internazionali dello Stretto siano libere. Alcuni alleati hanno avvertito in privato che le operazioni non hanno eliminato tutte le mine posate dagli iraniani. Ogni simbolo della griglia è una mina.

0
Le mine ancora attive sulla rotta principale, secondo la versione americana

80–150
Le mine che l’Iran avrebbe posato nello Stretto, secondo le stime degli alleati

I transiti risalgono, la normalità resta lontana


Nell’ultima settimana rilevata il traffico settimanale attraverso lo Stretto è cresciuto di oltre il trenta per cento, trainato da petroliere e gasiere.

21 mln
I barili al giorno che passavano dallo Stretto prima della crisi: circa un quinto del consumo mondiale di prodotti petroliferi.

10%
La quota di container movimentata oggi dal porto di Jebel Ali rispetto ai volumi normali. I carichi vengono dirottati su Fujairah e sull’Oman, fuori dallo Stretto.

I dati settimanali sono preliminari: i transiti non tracciati, con il trasponditore spento, possono farli salire nelle revisioni successive.

Fonte Elaborazione FocusAmerica su Axios, CNN e Al Arabiya per la ricostruzione del raid; agenzia Tasnim e IRIB per il bilancio delle vittime; Lloyd’s List Intelligence e USNI News per i transiti settimanali; EIA per i flussi di petrolio. Base cartografica: Natural Earth. Dati aggiornati al 30 agosto 2026.

Teheran risponde e riapre lo scontro


Il raid americano su Larak avrebbe provocato delle vittime. Secondo l’agenzia Tasnim, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, l’attacco sarebbe stato condotto da un drone e avrebbe ucciso due persone, ferendone altre due. I Guardiani, citati dall’emittente statale iraniana IRIB, hanno sostenuto che il bombardamento avrebbe causato morti e feriti sia tra i militari sia tra i civili iraniani, senza fornire un bilancio preciso. Poco dopo hanno promesso una risposta: l’attacco americano, avevano dichiarato, “avrà risposta dai figli dell’Iran e si concluderà con la punizione dell’aggressore”.

La rappresaglia è arrivata nelle prime ore di lunedì. L’Iran ha lanciato missili balistici contro due basi che ospitano forze americane in Giordania, riaccendendo così lo scontro diretto con Washington dopo circa un mese di relativa tregua. I Guardiani della Rivoluzione hanno affermato di aver colpito le basi di King Hussein e Al Azraq e di aver provocato “gravi danni”. L’esercito giordano ha confermato di avere intercettato otto missili entrati nello spazio aereo del Paese, senza precisarne la provenienza. Una fonte americana citata dalla stampa statunitense ha riferito che quasi tutti i missili diretti contro le installazioni sono stati intercettati e che, nelle prime ore successive all’attacco, non risultavano danni significativi. Reuters e Associated Press hanno confermato l’attacco iraniano e le intercettazioni annunciate da Amman.

Teheran ha rivendicato anche altre due azioni che, al momento, non risultano confermate in modo indipendente. L’esercito iraniano ha dichiarato di aver lanciato decine di droni d’attacco contro la base aerea di Al Minhad, negli Emirati Arabi Uniti, prendendo di mira le aree in cui sarebbero dislocati elicotteri e militari statunitensi. Separatamente, i Guardiani della Rivoluzione hanno affermato di aver abbattuto con un missile un drone americano MQ-9 Reaper sopra lo Stretto di Hormuz, facendolo precipitare nelle acque del Golfo. Il Financial Times ha riportato entrambe le rivendicazioni iraniane, senza però indicare una conferma da parte degli Stati Uniti.

Il Ministro degli Esteri iraniano ha definito gli attacchi contro le basi americane un atto di “legittima difesa” in risposta al raid su Larak. “Non cerchiamo la guerra, ma daremo una risposta decisa agli aggressori”, ha dichiarato il presidente Masoud Pezeshkian, secondo la televisione di Stato. Washington sostiene invece che l’operazione su Larak sia stata un’azione “limitata e precisa” contro unità dei Guardiani della Rivoluzione che rappresentavano una “minaccia imminente” perché si preparavano a posare nuove mine nello Stretto di Hormuz.


Iran, la guerra che doveva essere breve: sei mesi di guerra non hanno piegato Teheran


Doveva essere una guerra rapida. Ma sei mesi dopo i massicci raid aerei lanciati da Stati Uniti e Israele contro l'Iran, il 28 febbraio, il conflitto continua e l'Amministrazione Trump ha sostituito alla guerra militare una guerra economica. Secondo gli analisti sentiti dal New York Times, il risultato rischia però di non cambiare: gli obiettivi americani restano poco chiari, la credibilità di Washington si è già indebolita e il bilancio strategico appare negativo. A pagare il prezzo più alto sono gli iraniani comuni, stretti tra la pressione degli Stati Uniti e quella dei propri governanti.

Il primo giorno di guerra Donald Trump aveva promesso agli iraniani che "l'ora della vostra libertà è vicina". Oggi la sua Amministrazione cerca di impoverire ulteriormente il Paese, nella speranza che la popolazione si rivolti contro un regime repressivo e sempre più militarizzato. "La guerra non ha raggiunto gli obiettivi americani", ha ammesso senza mezzi termini al New York Times Sanam Vakil, direttrice del programma Medio Oriente e Nord Africa di Chatham House. La Repubblica islamica è sopravvissuta, controlla di fatto lo Stretto di Hormuz e ha rafforzato la propria influenza nella regione, mentre alcuni dei Paesi che Teheran bombardava pochi mesi fa cercano ora di ricucire i rapporti.

Suzanne Maloney, responsabile della politica estera alla Brookings Institution, è ancora più netta: "Abbiamo fatto molti danni all'Iran, ma ne sono usciti più forti di prima". I vicini di Teheran, osserva, hanno concluso che devono trovare un modo per convivere con un regime che non se ne andrà facilmente. Nel frattempo si è indebolita molto la credibilità americana tra gli alleati, insieme alla reputazione di Trump come presidente deciso a evitare guerre lunghe e costose in Medio Oriente. "Questa guerra ha davvero inghiottito la presidenza Trump", ha aggiunto Maloney.

Iran · Sei mesi di guerra

I bombardamenti non hanno piegato l’Iran, ora Washington punta sul collasso economico

A sei mesi dai raid del 28 febbraio il regime iraniano è ancora in piedi e controlla di fatto lo Stretto di Hormuz. L’Amministrazione Trump ha cambiato arma: al posto delle bombe, le sanzioni. Il prezzo più alto lo pagano gli iraniani comuni.

Grafica di FocusAmerica 28 agosto 2026

181 giorni di guerra
L’economia iraniana dopo sei mesi di conflitto

Inflazione annua
84%

Rial per un dollaro
2.000.000

Secondo la banca centrale iraniana. I prezzi degli alimentari salgono ogni settimana.
Il minimo storico della valuta. I beni importati sono schizzati e alle pompe di benzina si fa la coda.

Il regime è sopravvissuto ai raid e ha rafforzato la propria influenza nella regione. «Abbiamo fatto molti danni all’Iran, ma ne sono usciti più forti di prima», dice Suzanne Maloney della Brookings Institution.

1La cronologia

Sei mesi di una guerra che doveva durare poche settimane


Tocca ogni tappa per leggere che cosa è successo.

28 febbraio 2026 Comincia «Operation Epic Fury»+

Un attacco a sorpresa di Stati Uniti e Israele uccide la Guida Suprema Ali Khamenei e molti dei suoi collaboratori. Il figlio Mojtaba resta ferito gravemente: oggi è il suo successore.

Le settimane successive I raid distruggono aviazione e Marina+

I bombardamenti danneggiano pesantemente anche il programma missilistico iraniano. Ma la popolazione non si solleva e la leadership non si spacca.

La risposta di Teheran Lo Stretto di Hormuz si chiude+

Le forze iraniane ripristinano molti lanciarazzi, colpiscono basi americane e alleati regionali di Washington e bloccano di fatto lo Stretto, provocando uno shock economico globale.

7 luglio Trump dichiara «finito» il Memorandum+

È l’intesa di giugno che lo stesso presidente americano aveva firmato. Oggi Teheran chiede almeno di tornare a quel testo per riaprire una trattativa.

17 agosto Il Memorandum scade formalmente+

Da quel momento tra Washington e Teheran non resta nessuna cornice negoziale, né sullo Stretto né sul programma nucleare.

Lunedì scorso Bessent apre la guerra economica+

Il Segretario al Tesoro annuncia «Operation Economic Outcast»: sanzioni secondarie contro chiunque commerci con l’Iran. «È una campagna sostenuta per far crollare ogni ultima opzione dell’Iran».

Il conto umano della guerra

Migliaia
Gli iraniani uccisi, bambini compresi, secondo stime difficili da verificare

18
I militari americani morti dall’inizio del conflitto

36
I prigionieri politici giustiziati in Iran, secondo Amnesty International

2Il bilancio

Cinque obiettivi, nessuno raggiunto


Quello che la guerra doveva ottenere, e quello che è successo davvero.

0 / 5
Gli obiettivi dichiarati che Washington ha raggiunto in sei mesi. In due casi il risultato è opposto a quello cercato.

Gli iraniani si rivoltano contro il regime
Non avvenuto
Nessuna sollevazione. La repressione è diventata più dura: almeno 36 prigionieri politici giustiziati dall’inizio della guerra, secondo Amnesty International.

La leadership iraniana si spacca
Non avvenuto
La successione è già avvenuta: al posto di Ali Khamenei c’è il figlio Mojtaba, considerato più vicino ai Guardiani della Rivoluzione e meno avverso al rischio.

Lo Stretto di Hormuz torna aperto
Non avvenuto
Lo Stretto resta chiuso di fatto e a controllarlo è Teheran. Lo shock sui traffici marittimi non si è riassorbito.

L’Iran resta isolato nella regione
Effetto opposto
Alcuni dei Paesi che Teheran bombardava pochi mesi fa cercano ora di ricucire i rapporti. L’influenza iraniana nella regione è cresciuta, non diminuita.

Una guerra rapida, senza pantani in Medio Oriente
Effetto opposto
Sei mesi dopo il conflitto continua e la credibilità americana tra gli alleati si è indebolita. «Questa guerra ha davvero inghiottito la presidenza Trump», dice Suzanne Maloney.

Con le nuove sanzioni i funzionari americani fingono di combattere ancora, invece di fingere di aver vinto.

Jeremy Shapiro, ex funzionario del Dipartimento di Stato, oggi allo European Council on Foreign Relations

3Lo shock globale

Dallo Stretto chiuso passano sei milioni di barili al giorno in meno


Da Hormuz esce circa un quarto del petrolio scambiato via mare. Da quando l’Iran lo controlla, i flussi sono crollati.

IRANARABIA SAUDITAEMIRATIOMANGOLFO PERSICOGOLFO DI OMANSTRETTO DI HORMUZ

In rosso la rotta delle petroliere in uscita dal Golfo Persico. La banda piena indica i flussi attuali, l’alone quelli precedenti alla guerra.

1° trimestre 202520,4 mln

4° trimestre 202520,7 mln

1° trimestre 202614,6 mln

Milioni di barili al giorno di petrolio greggio e prodotti raffinati in transito nello Stretto di Hormuz. Fonte: EIA, Global Energy Security Data, maggio 2026.

85 dollari
Il prezzo medio del Brent atteso dall’EIA per il terzo trimestre del 2026

103 giorni
Quelli passati nel 2026 con la benzina americana sopra i 4 dollari al gallone: non accadeva dal 2022

−1,6 milioni
I barili al giorno di domanda mondiale in meno previsti per il 2026 dall’Agenzia internazionale per l’energia

Perché conta a Washington Il prezzo della benzina è la variabile che lega la guerra al voto. Con le elezioni di metà mandato in programma a novembre, lo strangolamento economico dell’Iran ha per la Casa Bianca il vantaggio di essere graduale e di abbassare la temperatura del conflitto.

4La nuova arma

Dalle bombe alle sanzioni


«Operation Economic Outcast» colpisce chiunque commerci con Teheran.

Ogni quadrato è un bersaglio del primo elenco diffuso dall’ufficio sanzioni del Tesoro: oltre 60 tra entità, persone e navi.

I settori colpiti dalle sanzioni secondarie

Petrolio
Oro
Aviazione
Asset digitali

Il problema Bessent non ha chiarito quanto durerà la campagna né quale sia l’obiettivo finale: il crollo del regime, la riapertura di Hormuz o il ritorno al tavolo. «Se non definisci il cambiamento di comportamento che vuoi, le sanzioni come coercizione falliscono», osserva Esfandyar Batmanghelidj della Bourse & Bazaar Foundation.
Dove porta la guerra economica

Fase 1
Guerra aerea
Dal 28 febbraio. Sei mesi di raid non hanno rovesciato il regime.

Fase 2
Stallo
Hormuz chiuso, nessun negoziato, blocchi laschi da entrambe le parti.

Fase 3
Guerra economica
Da questa settimana. Sanzioni al posto delle bombe.


Se le sanzioni falliscono, a Washington resta il ritorno ai bombardamenti

Il rischio Se invece la pressione economica funziona, può spingere Teheran a forzare il blocco navale. «È più probabile che sia il preludio a un altro round di guerra militare», avverte Ali Vaez dell’International Crisis Group.

Fonti New York Times (analisi e dichiarazioni degli esperti); Banca centrale dell’Iran (inflazione e cambio); Amnesty International (esecuzioni); Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti (sanzioni); EIA, Global Energy Security Data e Short-Term Energy Outlook, maggio e agosto 2026 (flussi nello Stretto, prezzi di greggio e benzina); Agenzia internazionale per l’energia, agosto 2026 (domanda mondiale). Confini e coste da Natural Earth. Dati aggiornati al 28 agosto 2026.

Il regime sopravvive e Washington cambia arma


"Operation Epic Fury" era cominciata con un attacco a sorpresa che ha ucciso la Guida Suprema Ali Khamenei e molti dei suoi collaboratori, ferendo gravemente il figlio Mojtaba, oggi suo successore. Settimane di bombardamenti hanno distrutto gran parte dell'aviazione e della Marina iraniane e danneggiato pesantemente il suo programma missilistico, ma la popolazione non si è sollevata e la leadership non si è spaccata. Le forze iraniane hanno ripristinato molti lanciarazzi, colpito basi americane e alleati regionali di Washington e chiuso di fatto lo Stretto, provocando uno shock economico globale. Sono morte diverse migliaia di iraniani, bambini compresi, secondo stime difficili da verificare, oltre a 18 militari americani.

Lunedì il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato "Operation Economic Outcast", una campagna pensata per isolare ulteriormente l'Iran e aggravare la crisi di un'economia già devastata: sanzioni secondarie estese a chiunque commerci con Teheran, dal petrolio all'oro, dall'aviazione agli asset digitali, e un primo elenco di oltre 60 entità, persone e navi colpite dall'ufficio sanzioni del Tesoro. "È una campagna sostenuta per far crollare ogni ultima opzione dell'Iran", ha detto Bessent. "La campagna che iniziamo oggi acquisterà forza ogni giorno che passa e non finirà finché questo regime non sarà solo".

Al di là dei richiami retorici al D-Day e alla caduta del Muro di Berlino, Bessent non ha però chiarito quanto durerà la guerra economica, con quali strumenti verrà condotta e soprattutto quale sia l'obiettivo finale: il crollo del regime, la riapertura di Hormuz o il ritorno al tavolo negoziale sullo Stretto e sul programma nucleare. "Non c'è un'articolazione chiara degli obiettivi americani", ha osservato Esfandyar Batmanghelidj della Bourse & Bazaar Foundation di Londra. "Ma se non definisci il cambiamento di comportamento che vuoi, le sanzioni come coercizione falliscono".

L'Iran, già bersaglio di migliaia di sanzioni, difficilmente si arrenderà per qualche misura aggiuntiva. Secondo gli analisti è più probabile che reagisca intensificando gli attacchi contro le navi nel Golfo e gli alleati americani, aprendo la strada a un nuovo ciclo di bombardamenti. "La capacità di far male all'Iran è chiara", ha detto Sina Toossi del Center for International Policy di Washington. "Il percorso dal dolore alla capitolazione o al collasso invece non lo è". Ali Vaez, direttore del progetto Iran dell'International Crisis Group, individua due rischi nella nuova strategia: se dovesse fallire, a Washington potrebbe restare soltanto il ritorno all'escalation militare, mentre se dovesse funzionare, potrebbe spingere Teheran a cercare di forzare il blocco navale. "In entrambi i casi non produrrà ciò che l'Amministrazione sembra volere, cioè usare le sanzioni come alternativa alla guerra. È più probabile che sia il preludio a un altro round di guerra militare".

Uno stallo che rischia di riaprire il conflitto


La leadership iraniana, sempre più dominata dai militari, considera i sacrifici della popolazione come un atto di patriottismo e persino di martirio ed è diventata ancora più spietata nella repressione del dissenso: secondo Amnesty International, almeno 36 prigionieri politici sono stati giustiziati dall'inizio della guerra. Il presidente Masoud Pezeshkian e il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf hanno avvertito dei rischi di ridurre la popolazione alla fame, ma sulla trattativa la linea non cambia: Teheran chiede almeno il ritorno al Memorandum di giugno, firmato da Trump, che il presidente americano ha dichiarato "finito" già il 7 luglio e che è formalmente scaduto il 17 agosto.

Il nuovo leader Mojtaba Khamenei è considerato più vicino ai Guardiani della Rivoluzione e meno avverso al rischio rispetto al padre. Dalla nomina, però, non è mai apparso in pubblico: il suo ufficio ha diffuso soltanto un video non datato e l'ultimo comunicato risale al 9 agosto, alimentando persino interrogativi sulle sue condizioni. Così per ora la situazione resta relativamente statica, una sorta di "strana guerra" segnata da blocchi piuttosto laschi in entrambe le direzioni. Lo strangolamento economico ha, dal punto di vista di Washington, il vantaggio di essere graduale e difficile da misurare e consente di abbassare la temperatura del conflitto in vista delle elezioni di metà mandato di novembre.

Lo stallo resta però rischioso. "Alla Casa Bianca cresce l'idea che con questa Repubblica Islamica non si possa trattare. È un momento pericoloso, con Teheran e Washington che concludono entrambe che nessun accordo è possibile", ha detto Ellie Geranmayeh dello European Council on Foreign Relations. Jeremy Shapiro, ex funzionario del Dipartimento di Stato e oggi nello stesso centro studi, non capisce perché Trump non abbia imboccato nessuna delle possibili vie d'uscita da una guerra impopolare: con nuove sanzioni, ha osservato, i suoi funzionari "fingono di combattere ancora invece di fingere di aver vinto", oppure di ammettere di aver perso.

La speranza svanita e il rial a due milioni


All'inizio della guerra una parte degli iraniani più critici nei confronti del proprio governo aveva visto nei bombardamenti la possibilità di un futuro diverso. Sei mesi dopo, quella speranza ha lasciato il posto al cinismo sulle intenzioni americane, dopo che Trump ha minacciato di cancellare la civiltà iraniana e riportare il Paese "all'età della pietra" e dopo che i raid hanno colpito acciaierie, impianti petrolchimici, ponti e siti storici.

La preoccupazione principale è ormai la sopravvivenza economica del Paese. Secondo la banca centrale, l'inflazione è salita all'84%; i prezzi dei generi alimentari aumentano ogni settimana e persino le uova sono diventate proibitive per molte famiglie. Il rial, la valuta iraniana, ha toccato un minimo storico di circa 2 milioni per dollaro e il costo dei beni importati è schizzato. Il timore che il governo intervenga sul prezzo della benzina, pesantemente sussidiata, ha provocato lunghe code ai distributori.

Un aumento similare nel 2019 aveva scatenato enormi manifestazioni, mentre le proteste di gennaio, poi represse con la forza, erano cominciate dopo un crollo del rial. Molti temono ora una nuova ondata di disordini. Washington punta a ottenere con la pressione economica ciò che sei mesi di bombardamenti non hanno ottenuto. Ma finora la leadership iraniana ha dimostrato di essere disposta a trasferire il costo della resistenza sulla popolazione, proprio sulla parte del Paese che più ne subisce le conseguenze e meno può determinarne le scelte.


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La rassegna stampa di lunedì 31 agosto 2026


Stati Uniti e Iran tornano a colpirsi nello Stretto di Hormuz, mentre l'Amministrazione Trump ottiene il controllo del petrolio venezuelano e inasprisce i dazi sul Canada; la Fed apre a un rialzo dei tassi e i repubblicani si preparano alle elezioni di metà mandato

Questa è la rassegna stampa di lunedì 31 agosto 2026

Stati Uniti e Iran tornano a colpirsi nello Stretto di Hormuz


Le forze statunitensi hanno colpito due lanciarazzi iraniani sull'isola di Larak, dopo aver osservato i Guardiani della rivoluzione preparare il lancio di ordigni per minare lo Stretto di Hormuz: è il primo attacco americano in Iran da fine luglio. Teheran ha risposto lanciando missili balistici contro una base statunitense in Giordania, intercettati dalla difesa aerea senza causare danni. I prezzi del petrolio sono saliti dopo lo scambio di colpi.

Fonti: FT, Axios, The Hill

L'Amministrazione Trump ottiene il controllo delle riserve petrolifere del Venezuela


Il presidente Trump ha annunciato che gli Stati Uniti hanno acquisito il controllo di maggioranza su oltre 65 miliardi di barili delle riserve petrolifere venezuelane, ampliando l'influenza di Washington sul settore energetico del Paese. Trump ha promesso di usare il greggio per riempire la Riserva strategica di petrolio, mentre alcuni analisti avvertono che il Venezuela rischia di diventare una colonia di risorse. L'ex presidente Nicolás Maduro è ricomparso sui social a pochi giorni dall'accordo firmato dalla presidente ad interim Delcy Rodríguez.

Fonti: Semafor, Bloomberg, The Hill

Trump inasprisce la guerra commerciale con il Canada


Il presidente Trump ha dichiarato di non volere «nulla di canadese», invitando le imprese statunitensi a non importare beni dal Paese vicino in un clima di crescente tensione sui dazi. Trump ha sostenuto che le sue tariffe abbiano «salvato» l'industria automobilistica americana, citando i profitti di Ford e General Motors. Diversi commentatori giudicano però la strategia controproducente e politicamente utile al primo ministro canadese Mark Carney.

Fonti: The Hill, WSJ, FT

Trump ribattezza il lago Ontario «Lake America» e Google si adegua


Dopo l'ordine esecutivo del 27 agosto con cui Trump ha rinominato il lago Ontario «Lake America», Google Maps ha modificato la denominazione per gli utenti statunitensi, richiamando gli aggiornamenti delle fonti governative ufficiali. Apple e MapQuest hanno invece scelto di mantenere il nome storico, con MapQuest che ha rifiutato pubblicamente il cambiamento. Il premier dell'Ontario Doug Ford ha paragonato la mossa a «uno sketch del Saturday Night Live».

Fonti: Axios

La Fed vira verso i falchi e cresce l'attesa per un rialzo a settembre


Il discorso del presidente della Federal Reserve Kevin Warsh al simposio di Jackson Hole ha rassicurato i mercati, dissipando i timori che la banca centrale non intervenisse contro l'inflazione. Il tono restrittivo ha fatto salire le probabilità di un aumento dei tassi di interesse a settembre. Gli investitori hanno accolto con sollievo la maggiore chiarezza sulla linea della Fed.

Fonti: Semafor

Guerra civile tra i socialisti americani su Ocasio-Cortez e il 2028


La possibile candidatura alla presidenza di Alexandria Ocasio-Cortez ha fatto esplodere divisioni interne ai Democratic Socialists of America, con alcuni dirigenti che la considerano troppo vicina all'establishment. Il movimento è finito nel mirino per una piattaforma che propone di abolire il Senato e la polizia e per un comunicato in memoria di Fidel Castro, da cui la stessa Ocasio-Cortez ha preso le distanze. La sua crescita si accompagna a frizioni in vista delle elezioni di metà mandato e delle primarie del 2028.

Fonti: Axios, FT

Accuse di abusi nei centri di detenzione dell'ICE


Dieci migranti espulsi verso la Liberia hanno raccontato al New York Times di aver subito o assistito a trattamenti violenti da parte dell'ICE, dopo mesi di detenzione e l'invio in Paesi con cui non avevano alcun legame. Il Dipartimento per la Sicurezza interna ha respinto le accuse, definendole «l'ennesima bufala» dei media sulle condizioni delle espulsioni. La vicenda alimenta il dibattito sulle politiche migratorie dell'Amministrazione.

Fonti: NYT, The Hill

Trump prepara una campagna a tappeto per le elezioni di metà mandato


Il presidente Trump ha annunciato che farà campagna per i candidati repubblicani con la stessa intensità della corsa presidenziale del 2024, in vista di un voto che potrebbe cambiare gli equilibri a Washington. Il partito repubblicano organizza intanto una convention di metà mandato in Texas, ribattezzata «Trump-a-palooza», per mobilitare l'elettorato. L'iniziativa arriva mentre il gradimento del presidente è in calo.

Fonti: Bloomberg, The Hill

Circa 85 americani dispersi dopo le inondazioni tra Nepal e Tibet


Il Dipartimento di Stato ha reso noto che circa 85 cittadini statunitensi risultano dispersi dopo le devastanti inondazioni lungo il confine tra Nepal e Tibet, mentre nove americani sono stati evacuati in sicurezza. Le autorità nepalesi ricorrono a sepolture di massa e migliaia di persone restano disperse a giorni di distanza dal disastro. Una frana e il collasso di un ghiacciaio potrebbero aver innescato le piene anche in assenza di piogge intense.

Fonti: The Hill, NYT, NPR

Un morto e quindici dispersi per una piena improvvisa nel Grand Canyon


Una violenta inondazione improvvisa ha travolto sabato l'area di Bright Angel Canyon e Phantom Ranch, nel Grand Canyon, provocando almeno un morto e circa quindici dispersi. Il National Park Service ha evacuato oltre sessanta persone dopo che la piena ha distrutto passerelle e danneggiato un campeggio e alcune cabine. Le ricerche dei dispersi, tra cui un gruppo di escursionisti texani, proseguono.

Fonti: NYT, The Hill, Fox News

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Teniamo Internet libera! Il nuovo post del collettivo #AutisticiInventati


«La struttura del potere si comporta come un ragno che tesse la sua ragnatela per catturare gli insetti e immobilizzarli; ma quegli stessi insetti, muovendosi lungo i fili della stessa rete, possono usarla dal basso come uno strumento per mettersi in connessione tra loro, comunicare e organizzare la propria liberazione.»


inventati.org/campaign/

@eticadigitale

#AutisticiInventati

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Il processo a Khalid Sheikh Mohammed per l'11 settembre inizierà solo nel 2028


Khalid Sheikh Mohammed e altri tre imputati compariranno davanti alla commissione militare di Guantanamo. La data resta però legata alla possibile revisione degli accordi di patteggiamento da parte della Corte Suprema.

Un giudice militare ha fissato per il 5 giugno 2028 l'inizio del processo contro Khalid Sheikh Mohammed e altri tre uomini accusati di aver organizzato gli attentati dell'11 settembre 2001. Lo riferisce Axios. Il tenente colonnello dell'Aeronautica Michael Schrama, giudice delle commissioni militari, i tribunali speciali incaricati di giudicare i detenuti di Guantanamo, ha indicato quella data in via provvisoria: vent'anni dopo la prima comparizione in aula di Mohammed e dei suoi coimputati, nel 2008, e 27 anni dopo gli attacchi.

Insieme a Mohammed saranno processati Walid bin Attash, Ali Abdul Aziz Ali e Mustafa Ahmed al-Hawsawi. La procura militare aveva chiesto di iniziare il dibattimento nel gennaio 2027, ma Schrama ha stabilito che quella scadenza non era realistica, perché restano da risolvere diverse controversie preliminari sull'ammissibilità delle prove.

La strada verso il processo si è riaperta dopo l'annullamento degli accordi di patteggiamento che avrebbero evitato la pena di morte a Mohammed e a due coimputati. Nel luglio 2025 la Corte d'Appello federale del District of Columbia li ha invalidati con una decisione presa a maggioranza di due giudici contro uno, ma ora la Corte Suprema sta valutando se riesaminare quella pronuncia. Il calendario fissato da Schrama resta quindi ancora subordinato a una decisione che potrebbe rimettere in gioco i patteggiamenti. Il procedimento, iniziato nel 2008, si avvia così verso il terzo decennio senza essere ancora arrivato a un verdetto.

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Diretta YouTube: Midterm, chi vincerà il Congresso?


Riprendono le dirette di Focus America. Ogni domenica fino a novembre per parlare delle elezioni di metà mandato del 2026. Oggi vediamo quanto è impopolare Donald Trump e che cosa dice il nostro modello predittivo.

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Popolarità Trump, l’estate finisce come era iniziata: male (30 agosto)


Piccole oscillazioni nell’approvazione dell’operato di Trump, che rimane sostanzialmente stagnante e lungi dal recuperare tutto il terreno perso.

Come ogni domenica, facciamo un resoconto sulla approvazione del presidente Trump, con i cambiamenti occorsi negli ultimi sette giorni.

Il periodo estivo sta volgendo verso la sua conclusione, e i numeri rimangono sostanzialmente simili a quelli di giugno: in mezzo a tanti piccoli balzelli, la popolarità si è assestata su un livello piuttosto critico, dopo i tanti bassi e i pochi alti registrati dall’inizio del conflitto in Iran.

In attesa del rientro settembrino, si registra un basso numero di rilevazioni; per ora, comunque, il tasso di approvazione rimane inferiore al 40% in tutte le medie, mentre la disapprovazione si attesta un po’ sotto al 60%.

I numeri sono peggiorati notevolmente dall’inizio della guerra in Iran, e non si intravedono spiragli positivi considerando il perdurante stallo nelle trattative di pace.

Si tratta di una situazione al limite per il tycoon, che resta abbondantemente il presidente più impopolare di sempre a questo punto del mandato, nonostante al momento abbia recuperato circa un punto rispetto al punto più basso toccato in questi mesi.

Il dato attuale, infatti, è peggiore rispetto alla già catastrofica media di Joe Biden nell’agosto 2022; questo significa che l’approvazione di Trump è la peggiore di sempre dopo oltre diciannove mesi di presidenza. È di circa dieci punti, invece, la distanza con il suo primo mandato.

Il net rating (la differenza tra tasso di approvazione e tasso di disapprovazione) rimane saldamente in territorio negativo sia per la media di RealClearPolitics (RCP), sia per quella del Silver Bulletin, sia per la nostra di Focus America.

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Questa settimana le medie si muovono appena, con RCP che rileva un aggiustamento verso l’alto più generoso rispetto al sito di Silver e Focus America.

Come già accennato, dopo diciannove mesi alla Casa Bianca, il gradimento di questo secondo mandato si colloca al di sotto rispetto ai primi diciannove mesi del suo primo mandato e a quello di Biden.

Sondaggi
L’approvazione di Trump e degli altri presidenti
Approvazione netta (approva − disapprova), per giorni dall’insediamento

Presidente
Trump II

Grafici Recap numerico

Facendo un paragone con il passato, grazie ai dati di Focus America, si nota come il dato di apprezzamento di Trump dopo 586 giorni di presidenza (-20,2 secondo la nostra media) sia il più basso tra tutti i presidenti USA dal secondo dopoguerra in avanti nello stesso periodo, peggiore di Biden che con il suo -18,1 attraversava comunque un periodo di grande sofferenza.

Risulta molto indietro, come detto, anche rispetto al suo primo mandato, in cui era decisamente più popolare, a -10,7. Andando molto a ritroso, anche Harry Truman veleggiava su numeri deficitari (-19).

Sul nostro sito trovate i grafici con il confronto con tutti i primi mandati degli altri presidenti, con una frequenza di aggiornamento pari a 8 volte al giorno.

Il tasso di approvazione di Trump oscilla tra il 38% e il 40%, mentre il tasso di disapprovazione si aggira intorno al 57%-58%.

Nelle prossime settimane monitoreremo l’evoluzione di questa situazione, per cogliere se ci saranno miglioramenti o ulteriori ripercussioni sui numeri, considerando il sostanziale fallimento dei negoziati con Teheran e il riacutizzarsi delle tensioni con il Canada.

Di seguito pubblichiamo una infografica con una selezione delle rilevazioni dei migliori istituti rilasciate nel corso dell'ultima settimana. Per ogni casa sondaggistica sono presenti due numeri percentuali: il primo è il tasso di approvazione, il secondo quello di disapprovazione.

Ricordiamo che, stante la chiusura del sito FiveThirtyEight, abbiamo deciso di utilizzare i numeri del Silver Bulletin, il nuovo sito di Nate Silver, fondatore di 538.

Sondaggi
Gli ultimi sondaggi sulla popolarità di Trump
6 rilevazioni di 6 istituti — 30 agosto 2026

Sondaggi Metodo

Ordina per:Data fineNet Approval

Legenda campioni

LV

Likely Voters · 1 sondaggio
Elettori probabili — campione più ristretto e affidabile

RV

Registered Voters · 2 sondaggi
Elettori registrati al voto

A

Adults · 3 sondaggi
Tutti gli adulti americani — campione più ampio

Affidabilità
LVRVA

Elaborazione di Focus America su dati dei sondaggi pubblici · Ultimo aggiornamento: 30 agosto 2026

Il sito Silver Bulletin (che fa una propria media aggiustata di tutti i sondaggi, dandone un peso maggiore o minore in base al bias storico e al rating delle firme che li svolgono) segna una media generale di 38,4% (+0,3) - 58% (-). In totale un net approval arrotondato di -19,6 (+0,3).

Il sito RealClearPolitics, invece, che fa una selezione solo di alcuni sondaggi in base all'affidabilità di chi li esegue, segnala una media totale migliore: 39,9% (+0,4) - 56,7% (-0,5). In totale un net rating di -16,8 (+0,9).

La media calcolata da noi di Focus America, invece, è di 38% (+0,7) - 58,2% (+0,3), con un net rating complessivo di -20,2 (+0,4). La metodologia utilizzata è specificata direttamente nella pagina del nostro sito dedicata ai sondaggi sulla popolarità di Trump.

Tracker
L’approvazione di Trump: tre medie a confronto
Andamento giornaliero dall’insediamento

Seleziona fonte
Confronto Silver Bulletin RCP FocusAmerica

Silver Bulletin

RealClearPolitics

FocusAmerica

Clicca qui per vedere i dati aggiornati in tempo reale della popolarità di Trump

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Open Meeting Tonight – 8/30


August 30

Tonight, the Pirate National Committee will be having an open meeting, which means the public is free to join.

The Pirate National Committee switches every two weeks, alternating between closed meetings (open only to PNC members and observer states) and open meetings (open to the public).

The link to join can be found here.

You can also join our Discord server to learn more about the meeting.

Every meeting, closed or open, is livestreamed. Participants will be asked to ID if they wish to participate [NAME, STATE] (ex. Samuel Mason, Virginia).

Business will still be conducted, but this is the opportunity to sit in with the Pirate National Committee, ask questions and learn all you need to know to get involved.

Be there or be square, and nobody likes a square.


uspirates.org/open-meeting-ton…

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Trump pensa alla sua eredità politica, i repubblicani alle midterm


Con la popolarità ai minimi, il presidente si dedica a cantieri e celebrazioni di sé. Il partito, che rischia di perdere il Congresso, gli chiede di concentrarsi sull'economia e sulla campagna

Giovedì il presidente Donald Trump ha pubblicato su Truth Social, il suo social network, dove lo seguono 13 milioni di persone, un'immagine generata con l'intelligenza artificiale che mette in classifica i presidenti americani. Il suo nome compare al primo posto, sopra George Washington e Abraham Lincoln, con la scritta "The Greatest", il più grande, sopra il ritratto. Secondo il Wall Street Journal, con i consensi in calo Trump è impegnato soprattutto a costruire l'eredità che lascerà. I repubblicani temono in privato che questa concentrazione su di sé li stia danneggiando in vista delle elezioni di metà mandato di novembre e regali ai democratici materiale per gli spot elettorali.

I suoi consiglieri più stretti provano da mesi a spostare la sua attenzione sull'economia, il tema a cui gli elettori tengono di più. Trump ha rivendicato i risultati economici in discorsi ed eventi alla Casa Bianca, ma finisce spesso per parlare d'altro, dai cantieri che ha avviato agli attacchi contro chi considera un nemico.

Trump ha visto da vicino quanto in fretta un successore possa cancellare le politiche di un presidente e per questo vuole lasciare segni difficili da rimuovere. Secondo i suoi collaboratori passa molto tempo a seguire una lista crescente di cantieri, dalla sala da ballo della Casa Bianca all'arco di trionfo che vorrebbe costruire, pensati come ricordi fisici del suo mandato. Questo mese ha mostrato ai giornalisti la nuova piazzola per gli elicotteri in costruzione sul prato sud della Casa Bianca, dicendo che la pietra scelta durerà un milione di anni. Sta anche mettendo il suo nome e il suo volto su passaporti in edizione limitata, sui pass per i parchi nazionali e su una moneta commemorativa da un dollaro di prossima uscita.

Un alto funzionario dell'amministrazione ha detto che il presidente è entrato in "modalità eredità". Secondo i collaboratori è fissato con il modo in cui verrà ricordato dalle generazioni future e vuole evitare la sorte degli ex presidenti che considera deboli, come Jimmy Carter. "È uno dei pochi presidenti che ragionano su una scala interamente storica", ha detto al giornale Newt Gingrich, ex presidente della Camera dei rappresentanti e oggi confidente di Trump. "Vuole essere incisivo, vuole essere il tipo di presidente del quale la gente dica che è stato importante che fosse presidente".

I repubblicani affrontano una corsa in salita per mantenere la maggioranza al Congresso, dove a novembre si rinnovano tutta la Camera e un terzo del Senato. Per questo gli chiedono di dirottare sulla campagna la sua attenzione e i suoi soldi. Il super PAC a lui vicino, MAGA Inc. (i super PAC sono comitati che possono raccogliere e spendere fondi senza limiti a sostegno di un candidato), ha accumulato una cassa da oltre 400 milioni di dollari, ma non ha ancora iniziato a spenderla su larga scala. La lentezza frustra molti nel partito del presidente.

Di recente il gruppo ha speso più di 800.000 dollari in telefonate e messaggi per portare al voto gli elettori della senatrice repubblicana Darline Graham, che questa settimana ha vinto il ballottaggio delle primarie in South Carolina contro uno sfidante del suo stesso partito. Trump l'aveva incoraggiata a candidarsi per il seggio lasciato libero dalla morte del fratello Lindsey Graham. Una sconfitta sarebbe stata un imbarazzo per il presidente, che rivendica i successi dei candidati che appoggia. Alcuni repubblicani si sono lamentati in privato perché la prima spesa significativa del gruppo dopo mesi è arrivata in una sfida tra due repubblicani. Lo Stato, che Trump ha vinto nel 2024, non è considerato conteso da nessuno dei due partiti in vista di novembre.

Nonostante i consensi bassi, Trump vuole comunque mettersi al centro della campagna per le midterm, una scelta che metterà alla prova la sua influenza sugli elettori. Mentre il suo entourage discute su come usare la raccolta di MAGA Inc., il presidente ha detto ai consiglieri di volere una serie di spot televisivi centrati sulla sua agenda. È convinto che i tagli alle tasse che ha firmato faranno presa sugli elettori e sostiene di essere ancora la forza politica più potente del partito, capace di spingere i repubblicani a votare a novembre. In un'intervista a Fox News questa settimana ha chiesto ai suoi sostenitori di "fare finta" che sia lui il nome sulla scheda elettorale.

Alcuni repubblicani temono anche che al presidente non importino le ricadute politiche delle sue mosse sul resto del partito. Quando i vertici repubblicani al Congresso hanno faticato a trovare un accordo sulla legge spinta da Trump per introdurre requisiti più severi per l'accesso al voto, un alto funzionario dell'amministrazione ha raccontato che al presidente non importava dell'effetto del dibattito sui parlamentari in cerca di rielezione. Era concentrato sulla sua eredità di lungo periodo.

Le rivalità internazionali a volte lo distraggono dall'agenda interna. Mentre i repubblicani facevano campagna in giro per il Paese, questa settimana Trump ha alzato i toni dello scontro commerciale con il Canada. Ha convocato la stampa nello Studio Ovale per firmare l'ordine esecutivo che ribattezza il lago Ontario "Lake America". Il conduttore radiofonico conservatore Erick Erickson, negli ultimi mesi sempre più critico verso il presidente, ha scritto sui social di provare a immaginare l'elettore indeciso sulle midterm che legge quella notizia e decide di votare repubblicano. "Non potete immaginarlo perché non esiste", ha aggiunto.

La guerra con l'Iran, impopolare, ha messo sotto pressione l'economia americana, ha indebolito la posizione degli Stati Uniti nel mondo e ha portato i consensi di Trump ai minimi storici. Oltre alla Camera, i repubblicani ora rischiano di perdere anche il Senato. Se i democratici riconquistassero il Congresso, per Trump si aprirebbe la possibilità di un terzo impeachment (la procedura di messa in stato d'accusa, che ha già affrontato due volte nel primo mandato), un'eventualità che preoccupa la Casa Bianca. "Ha scelto la sua eredità: la guerra con l'Iran, la caduta dell'impero americano e la distruzione dell'economia degli Stati Uniti", ha detto Tucker Carlson. L'ex conduttore di Fox News aveva fatto campagna per il secondo mandato di Trump e lo ha consigliato con regolarità, fino alla rottura tra i due proprio sulla guerra.

Che Trump ragioni sul dopo-presidenza è già una novità. Negli anni fuori dalla Casa Bianca i collaboratori evitavano di parlargli della biblioteca presidenziale, il complesso con archivi e museo che ogni ex presidente costruisce per custodire la memoria del proprio mandato. Temevano che la prendesse come un segnale della fine del suo potere. Ora ne parla apertamente. Nel secondo mandato, racconta un suo assistente, Trump è anche diventato un lettore di biografie presidenziali.

Ha scelto personalmente i ritratti dei predecessori e ha corretto le targhe che li accompagnano nella "Presidential Walk of Fame", la nuova esposizione lungo il colonnato della Casa Bianca. Al posto del ritratto di Joe Biden c'è la fotografia di un autopen, la macchina che riproduce le firme, con una targa secondo cui il suo predecessore "è stato, di gran lunga, il peggior presidente della storia americana". La voce dedicata a Trump, scritta da lui stesso, anticipa il giudizio che spera di leggere nei libri di storia: al suo insediamento ha annunciato l'inizio dell'"età dell'oro dell'America" e, si legge, "ha mantenuto la promessa".


Darline Graham vince il ballottaggio in South Carolina e ferma la serie di sconfitte di Trump


La senatrice Darline Graham ha vinto il ballottaggio delle primarie repubblicane in South Carolina con il 52% dei voti contro il 48% del deputato Ralph Norman, con il 99% delle schede scrutinate. È la vittoria che il presidente Donald Trump cercava da settimane, dopo una lunga serie di candidati da lui sostenuti battuti alle primarie. Il seggio in gioco è quello del fratello di Graham, il senatore Lindsey Graham, morto l'11 luglio a 71 anni per una dissezione aortica.

In South Carolina, come in molti Stati del Sud, chi non supera il 50% dei voti alla primaria non ottiene la candidatura: i due più votati tornano alle urne due settimane dopo per un ballottaggio (in inglese runoff). L'11 agosto Darline Graham era arrivata prima con circa il 32%, Norman secondo con circa il 25%, davanti al deputato Russell Fry e all'ex governatore Mark Sanford.

Ballottaggio repubblicano · South Carolina

Darline Graham vince per 18.000 voti il ballottaggio per il seggio al Senato del fratello Lindsey

L’Associated Press assegna alla senatrice uscente Darline Graham la candidatura repubblicana con 18.069 voti di vantaggio, poco meno di cinque punti, sul deputato federale Ralph Norman, con il 99 per cento delle schede scrutinate. Graham occupa il seggio lasciato dal fratello Lindsey Graham, morto a luglio, ed è sostenuta da Donald Trump: a novembre parte favorita nell’elezione speciale in uno stato solidamente repubblicano.

Darline Graham 52,4%
Senatrice uscente · 193.396 voti

Ralph Norman 47,6%
Deputato federale per il quinto distretto · 175.327 voti

368.723 voti conteggiati 99% scrutinato

Graham in vantaggio Norman in vantaggio
ColumbiaCharlestonGreenvilleRock Hill Margine in voti15.0005.0001.000

Norman è primo in 12 contee su 46, tutte nell’angolo nordoccidentale dello stato: l’Upstate attorno a Greenville, dove guadagna 17.043 voti, e la contea di York, cuore del suo distretto. Graham vince le altre 34 e recupera quasi tutto sulla costa: nella sola contea di Horry, quella di Myrtle Beach, prende 16.841 voti più di lui.

Fonte Associated Press, dati raccolti dal New York Times, aggiornati alle 4:57 italiane del 26 agosto 2026 con lo scrutinio al 99 per cento. Ballottaggio delle primarie repubblicane del 25 agosto 2026 per l’elezione speciale al Senato in South Carolina.

Graham ha 62 anni e non è mai stata eletta a nessuna carica pubblica. Ha diretto la Commissione per i ciechi del South Carolina e a luglio è stata nominata senatrice dal governatore repubblicano Henry McMaster su indicazione di Trump, a seguito della morte del fratello. È la prima donna a rappresentare il South Carolina al Senato. Ora punta al mandato pieno di sei anni, che scade nel 2033.

Trump si è esposto per lei più che per qualsiasi altro candidato repubblicano quest'anno. Venerdì è andato di persona a un comizio a Myrtle Beach, lunedì ha tenuto un comizio telefonico e nei giorni precedenti ha pubblicato una serie di messaggi di sostegno su Truth Social. "Le ho chiesto io di farlo, sono stato io a farla entrare in tutto questo", ha detto ai sostenitori collegati lunedì sera. "Devo assicurarmi che ce la faccia, perché non ci sarà nessuno migliore di lei."

MAGA Inc., il comitato che raccoglie fondi senza limiti di spesa a sostegno del presidente, ha messo più di 825mila dollari in telefonate e messaggi agli elettori repubblicani nel fine settimana, la prima volta quest'anno che la macchina politica di Trump attinge alle sue riserve, che superano i 400 milioni di dollari. Nelle due settimane di campagna per il ballottaggio Graham e i gruppi che la sostenevano hanno speso più di 7 milioni di dollari in spot televisivi, contro i 2 milioni del suo avversario, secondo la società di rilevazione AdImpact. I conti depositati fino al 5 agosto raccontano una campagna povera di donazioni: Graham aveva raccolto meno di 350mila dollari, Norman poco più di 900mila, di cui 400mila prestati da lui stesso.

I soldi e il comizio si sono visti nei risultati per contea. Graham ha stravinto nella contea di Horry, quella di Myrtle Beach dove il presidente era andato a fare campagna e ha tenuto in tutta la parte orientale dello Stato, compresa la contea di Charleston. Norman ha vinto solo nelle contee nordoccidentali intorno al suo collegio, tra cui Greenville, la zona più conservatrice dello Stato e quella che lo aveva portato al secondo posto due settimane fa.

La candidatura di Graham aveva diviso i repubblicani dello Stato, con diversi comitati di contea e attivisti locali schierati con Norman. Molti elettori consideravano una forma di nepotismo il passaggio del seggio dal fratello alla sorella e le contestavano l'assenza di qualsiasi esperienza politica. La settimana scorsa, in un dibattito televisivo, alla domanda se Taiwan e il Mar Cinese Meridionale fossero questioni di sicurezza nazionale per gli Stati Uniti aveva risposto che la sicurezza nazionale non è il suo campo, pur dicendosi a favore delle forze armate. I registri elettorali dello Stato mostrano inoltre che non ha votato né alle primarie presidenziali del 2024 né alle presidenziali del 2016. Sanford, che di solito non fa endorsement, aveva appoggiato Norman dicendo che la posta in gioco era troppo alta per restare fuori.

Graham ha risposto alle critiche rivendicando la propria estraneità alla politica. "Ora i critici dicono che non dovrei candidarmi al Senato. Dicono che non sono una politica. Sapete cosa rispondo? Colpevole", ha detto al comizio di Myrtle Beach, ricordando che neanche Trump era stato eletto a una carica pubblica prima di diventare presidente. Martedì sera, davanti ai sostenitori riuniti a Columbia, ha detto che il South Carolina è "davvero terra di Trump" e ha definito il sostegno del presidente decisivo per la sua vittoria.

Norman, 73 anni, deputato dal 2017 e membro del gruppo più conservatore della Camera, ha ammesso la sconfitta a Rock Hill dicendo che non avrebbe potuto fare niente di diverso, ma si è lamentato della scelta del presidente di schierarsi. "Le sue politiche sono buone. Non ho mai capito perché si sia messo in questa corsa", ha detto, mentre i suoi sostenitori fischiavano.

Il fratello aveva lasciato una eredità elettorale complicata. Lindsey Graham aveva vinto la primaria di giugno con il 56% dei voti, un risultato basso per chi era senatore da quattro mandati, raggiunto solo dopo che lui e i suoi alleati avevano speso più di 18 milioni di dollari. Una parte della base più fedele a Trump non gli aveva mai perdonato il sostegno alla riforma dell'immigrazione e ai rivali del presidente nelle primarie del 2016, al punto che nel 2023 era stato fischiato sul palco di un comizio del presidente vicino alla sua città.

Trump ha vinto anche il secondo ballottaggio della serata, in Oklahoma, dove l'ex senatore statale Mike Mazzei si è imposto sul procuratore generale dello Stato Gentner Drummond nella primaria repubblicana per il governatore, con un vantaggio inferiore al mezzo punto percentuale quando l'agenzia Associated Press ha assegnato la corsa. A giugno, in un campo di nove candidati, Drummond era arrivato primo con il 26,25% e Mazzei secondo con il 25,97%.

A dividere i repubblicani dello Stato è stato un impianto per la lavorazione dell'alluminio da 4 miliardi di dollari finanziato da una società degli Emirati Arabi Uniti, un progetto a cui Trump tiene molto. Molti abitanti dell'Oklahoma sono contrari per la proprietà straniera e per i consumi di elettricità che l'impianto comporta e Drummond aveva fatto ricorso per bloccarlo. Mazzei era passato dalla contrarietà al sostegno poche settimane prima della primaria di giugno e il presidente lo aveva appoggiato su Truth Social lo stesso giorno. Nel video registrato per il ballottaggio Trump lo aveva definito un "repubblicano finto" e aveva attaccato l'avversario chiamandolo "un RINO totale", la sigla con cui negli Stati Uniti si accusa qualcuno di essere repubblicano solo di nome.

Mazzei, che guida una società di consulenza finanziaria, ha promesso di eliminare l'imposta sul reddito dello Stato in sei anni e di abolire l'imposta sugli immobili per chi ha più di 65 anni. Ha finanziato quasi da solo la propria campagna, prestandole più di 11 milioni di dollari a fronte di circa 1,4 milioni raccolti dai donatori. A novembre sfiderà la deputata statale democratica Cyndi Munson in uno Stato che Trump ha vinto nel 2024 con il 66% dei voti.

Le due vittorie interrompono una serie di sconfitte che aveva incrinato il controllo del presidente sul partito. I candidati che aveva sostenuto sono stati battuti in almeno dieci primarie quest'anno, sei solo ad agosto, con risultati pesanti in Iowa, Georgia, Tennessee, Florida e Wyoming. In Michigan Amir Hassan ha perso contro Tom Smith, un avversario che aveva già chiuso la propria campagna. Secondo un conteggio della CNN, quelle dieci sconfitte sono tante quante quelle del 2018, del 2020 e del 2024 messe insieme, mentre nel 2022 i candidati sostenuti dall'allora ex presidente sconfitti alle primarie erano stati dodici. Domenica Trump aveva difeso il proprio bilancio scrivendo su Truth Social che il suo sostegno resta potente come sempre e che per i candidati battuti era quasi impossibile vincere, ma si era sentito in obbligo di appoggiarli.

Jordan Ragusa, professore di scienze politiche al College of Charleston, ha detto al Wall Street Journal che il risultato del South Carolina conferma il peso del presidente dentro il partito e che, nonostante qualche segnale di indebolimento, resta lui a decidere chi vince nelle competizioni repubblicane. Anche quando i suoi candidati perdono, del resto, a vincere sono quasi sempre altri politici che si dichiarano trumpiani.

Martedì si votava anche in Georgia, dove l'ex presidente del consiglio scolastico della contea di Gwinnett, Everton Blair Jr., si è imposto nel ballottaggio dell'elezione suppletiva per il seggio alla Camera del deputato democratico David Scott, morto in aprile a 80 anni dopo dodici mandati. Blair ha battuto Marcye Scott, figlia del deputato, e resterà in carica solo fino a gennaio: non si candida per il mandato pieno, per cui i democratici hanno scelto la deputata statale Jasmine Clark. Con il suo arrivo e con quello di Aisha Wahab, che la settimana scorsa ha vinto la suppletiva per il seggio californiano dell'ex deputato Eric Swalwell, la maggioranza repubblicana alla Camera scende a quattro seggi (oggi i repubblicani sono 218 e i democratici 212).

A novembre Graham sfiderà la democratica Annie Andrews, pediatra di Charleston e attivista per il controllo delle armi, in uno Stato che non elegge un senatore democratico dal 1998 e che Trump ha vinto nel 2024 con oltre 18 punti di vantaggio. Decision Desk HQ, l'istituto che raccoglie e analizza i risultati elettorali americani, considera il seggio probabilmente repubblicano.


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Il segretario alla Difesa Pete Hegseth pensa a candidarsi alle presidenziali del 2028


Secondo NBC News ne ha parlato con amici e collaboratori stretti. Il Pentagono smentisce, ma la trasferta in Iowa ha alimentato le voci su una corsa che lo opporrebbe a JD Vance e Marco Rubio.

Il segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Pete Hegseth, ha detto ad amici e collaboratori stretti che sta pensando a una candidatura alla presidenza nel 2028. Lo ha rivelato NBC News, secondo cui Hegseth e la moglie Jennifer discutono dell'ipotesi da qualche mese, convinti che lui abbia alcune delle caratteristiche che hanno reso il presidente Donald Trump popolare nel movimento MAGA. Gli elettori più fedeli di Trump ne apprezzano la durezza, lo spirito di sfida e le posizioni conservatrici sui temi sociali.

Il Pentagono ha smentito. "Il segretario Hegseth non è in corsa per la presidenza e la sua priorità principale è guidare il dipartimento della Guerra. Ogni altra speculazione è sciocca", ha dichiarato il portavoce Sean Parnell, usando il nuovo nome che l'amministrazione ha dato al dipartimento della Difesa. A far partire le voci è stata l'apparizione di Hegseth, all'inizio del mese, alla fiera statale dell'Iowa, dove ha fatto campagna per il deputato repubblicano Zach Nunn. L'Iowa apre tradizionalmente il calendario delle nomination con i suoi caucus, le assemblee di partito in cui gli elettori scelgono i candidati, ed è da sempre una tappa quasi obbligata per chi punta alla Casa Bianca.

Ex conduttore di Fox News, Hegseth è uno dei membri dell'amministrazione schierati in campagna elettorale per mobilitare gli elettori di Trump in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. Alla fiera si è presentato in jeans e camicia con le maniche arrotolate e ha rivendicato la trasformazione delle forze armate: "Al dipartimento della Guerra facciamo addestramento, non trannies", ha detto, usando un termine spregiativo per le persone transgender. Uno stratega repubblicano impegnato nelle corse per le midterm ha detto all'emittente che questo stile fa presa soprattutto sugli elettori maschi della base e che Hegseth "incarna quella mascolinità che Trump ha catturato nel 2024".

Il campo repubblicano del 2028, l'ultimo anno pieno del mandato di Trump, si annuncia affollato. Se decidesse di correre, Hegseth potrebbe trovarsi contro due delle figure più importanti dell'amministrazione, il vicepresidente JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio. Qualche incoraggiamento pubblico è già arrivato: "Pete Hegseth dovrebbe prendere in considerazione una candidatura alla presidenza", ha detto in un'intervista a NBC News Matt Schlapp, presidente dell'organizzazione conservatrice American Conservative Union, che lo ha definito "un uomo notevole" e pieno di energia. Nessun segretario alla Difesa è però mai diventato presidente degli Stati Uniti. L'incarico non ha fatto da trampolino verso la Casa Bianca nemmeno per una figura storica come George Marshall, che vinse il premio Nobel per la pace per la ricostruzione dell'Europa dopo la Seconda guerra mondiale.

Su un'eventuale candidatura peserebbe prima di tutto la guerra con l'Iran, che gli americani bocciano in misura crescente. In un sondaggio di Fox News di luglio solo il 34% degli elettori registrati approvava la gestione del conflitto da parte del presidente, mentre il 66% la giudicava negativamente. La guerra ha fatto salire il prezzo medio della benzina da meno di 3 a oltre 4 dollari al gallone (circa 3,8 litri) e sono morti 18 militari americani. L'Iran ha inoltre dimostrato di poter destabilizzare l'economia mondiale colpendo le navi che attraversano lo stretto di Hormuz, mentre il conflitto prosegue senza una fine in vista. "Se vuoi essere il segretario della Guerra, devi vincere le guerre", ha detto alla stessa emittente uno stratega trumpiano vicino alla Casa Bianca, secondo cui il movimento MAGA adora Hegseth ma pretende risultati.

L'altro punto debole è l'episodio dello scorso anno noto come "Signalgate". Un rapporto dell'ispettore generale del Pentagono, l'organo di controllo interno del dipartimento, ha concluso che Hegseth aveva inviato "informazioni sensibili, non pubbliche e operative" in una chat dell'app di messaggistica Signal dal suo telefono personale. Le informazioni riguardavano un imminente attacco contro i ribelli Houthi nello Yemen e, secondo il rapporto, la condotta del segretario ha creato "un rischio per la sicurezza operativa" che avrebbe potuto compromettere gli obiettivi della missione e mettere in pericolo i piloti americani. Hegseth ha commentato sui social: "Nessuna informazione classificata. Esonero totale. Caso chiuso".

A maggio Hegseth era andato in Kentucky a fare campagna contro un deputato repubblicano in carica, Thomas Massie, critico della guerra con l'Iran e da tempo nel mirino di Trump. Alle primarie Massie ha poi perso contro Ed Gallrein, il candidato appoggiato dal presidente. Le continue apparizioni politiche del segretario sono state criticate da tre suoi predecessori, Leon Panetta, Chuck Hagel e William Cohen, che hanno detto a NBC News di aver sempre evitato di proposito eventi di parte quando erano in carica. "Mio Dio, siamo in guerra, abbiamo davanti un problema globale. E tu che cosa fai? Vai in Iowa a fare campagna, quando dovresti occuparti del tuo lavoro?", ha detto Hagel, segretario alla Difesa con Barack Obama e prima ancora senatore repubblicano del Nebraska.

Anche Democracy Forward, un'associazione che vigila sull'operato del governo, ha chiesto a maggio all'ispettore generale di verificare se la trasferta in Kentucky violasse le regole del dipartimento pensate per preservare il "carattere apartitico" delle forze armate. L'ufficio ha risposto il mese successivo che Hegseth aveva scritto da solo il proprio discorso e aveva partecipato all'evento "a titolo personale", con l'approvazione della Casa Bianca.


Gli americani sono sempre più contrati alla guerra con l'Iran


Il sostegno degli americani alla guerra contro l'Iran è sceso al livello più basso dalle prime fasi del conflitto e contribuisce a tenere la popolarità del presidente Donald Trump al minimo dei suoi due mandati. Secondo un sondaggio Reuters/Ipsos condotto per quattro giorni e chiuso lunedì 24 agosto, solo il 31% degli intervistati approva l'azione militare degli Stati Uniti contro l'Iran, in calo rispetto al 37% di marzo e al 34% di inizio agosto.

A ritirare l'appoggio sono soprattutto gli elettori repubblicani: oggi il 69% di loro approva ancora la guerra, contro il 77% di marzo. Il conflitto pesa da mesi sull'immagine del presidente. Per la seconda rilevazione consecutiva, solo il 33% degli americani giudica positivamente il suo lavoro alla Casa Bianca. È il dato più basso mai registrato per lui dai sondaggi Reuters/Ipsos, considerando sia il primo mandato, tra il 2017 e il 2021, sia quello attuale, iniziato nel gennaio 2025.

Trump ha detto agli americani che la guerra, iniziata il 28 febbraio con gli attacchi americani e israeliani contro l'Iran, è necessaria per impedire a Teheran di sviluppare un'arma nucleare. Negli ultimi mesi gli scontri si sono attenuati, ma l'Iran mantiene un blocco di fatto, mai dichiarato ufficialmente, delle esportazioni di petrolio dalla regione. Il blocco riduce l'offerta di greggio sui mercati e ha spinto il prezzo della benzina negli Stati Uniti fino a livelli vicini ai massimi storici. Oggi un gallone (3,8 litri) costa più di un dollaro in più rispetto a prima della guerra.

Sondaggio · Stati Uniti

Solo il 31% degli americani approva la guerra contro l’Iran

21-24 agosto 2026 · 1.215 adulti (±3%) · Reuters/Ipsos

Disapprova Non risponde Approva

Tutti gli adulti
63% 31%

Democratici
90% 8%

Indipendenti
67% 23%

Repubblicani
29% 69%

Fonte Sondaggio Reuters/Ipsos sull’azione militare americana contro l’Iran, condotto dal 21 al 24 agosto 2026 su 1.215 adulti in tutto il paese. Il margine di errore è di ±3 punti percentuali sul totale e di 4-6 punti sui sottogruppi. La linea tratteggiata segna il 50%.

Trump ha promesso di aumentare la pressione economica su Teheran e lunedì il segretario al Tesoro Scott Bessent, l'equivalente americano del ministro dell'Economia, ha annunciato una possibile estensione delle sanzioni ai paesi che continuano a fare affari con l'Iran, una misura pensata per isolare economicamente il regime. Per il momento però non ha imposto nessuna penalità concreta, un segnale di quanto il conflitto sia diventato complicato da gestire per l'amministrazione.

L'83% degli americani si aspetta che la guerra vada avanti ancora a lungo, in crescita rispetto all'80% di inizio mese. Trump aveva costruito la campagna per le presidenziali del 2024 sulla promessa di contenere l'inflazione e di evitare di trascinare il paese in lunghi conflitti militari. Sei mesi dopo l'inizio della guerra, il caro benzina ricade soprattutto sui suoi alleati repubblicani. Alle elezioni di metà mandato del 3 novembre, il voto che si tiene a due anni dalle presidenziali e rinnova l'intera Camera e un terzo del Senato, il partito del presidente difenderà le sue maggioranze molto strette al Congresso.

Tra gli elettori indipendenti, quelli che non si riconoscono in nessuno dei due partiti, il 33% dice che voterebbe per i democratici se le elezioni per il Congresso si tenessero oggi e il 19% per i repubblicani, un vantaggio di 14 punti. Il sondaggio è stato condotto a livello nazionale su 1.215 adulti e ha un margine di errore di 3 punti percentuali in più o in meno.


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Le aziende americane si preparano a una Camera a maggioranza Dem


Meta, Palantir e altri colossi studiano come affrontare possibili inchieste del Congresso, mentre Musk valuta di spendere almeno 100 milioni di dollari per sostenere i repubblicani.

Alcune delle aziende americane più vicine a Donald Trump si stanno preparando all'eventualità che i democratici riconquistino la Camera a novembre, ottenendo così il controllo delle Commissioni e il potere di aprire inchieste parlamentari. Secondo il Wall Street Journal, le grandi società tecnologiche che hanno finanziato i progetti del presidente stanno ora creando task force interne e simulando come rispondere a richieste di documenti, audizioni e persino subpoena, vale a dire gli ordini vincolanti con cui il Congresso può imporre la comparizione di testimoni o la consegna di documenti. Consulenti, lobbisti e membri dei Consigli di Amministrazione riferiscono che la domanda ricorrente dei clienti è una sola: quali sono le nostre vulnerabilità?

Meta Platforms è il caso più evidente. Negli ultimi mesi ha versato 5 milioni di dollari a House Majority Forward, l'organizzazione vicina alla leadership democratica della Camera, e altri 5 milioni a Majority Forward, l'equivalente al Senato: contributi che non sono soggetti all'obbligo di rendicontazione pubblica e che finora non erano stati resi noti. Nello stesso anno ha destinato 5 milioni a ciascuna delle organizzazioni collegate ai vertici repubblicani, American Action Network e One Nation, e in primavera altri 10 milioni a un comitato vicino a Trump, per un totale di almeno 30 milioni. Meta e Palantir sono tra le aziende i cui dirigenti hanno discusso la possibilità di ricevere richieste di informazioni e subpoena, mentre OpenAI ha organizzato quest'estate a Washington cene con parlamentari democratici, alla presenza dell'amministratore delegato Sam Altman.

Le aziende partono da un presupposto: l'Amministrazione Trump difficilmente collaborerebbe con le richieste del Congresso, spingendo quindi le Commissioni a concentrare le proprie indagini sulle imprese, che hanno molti meno margini per opporsi. Hakeem Jeffries, leader della minoranza alla Camera e favorito a diventare Speaker in caso di vittoria democratica, non fa nulla per rassicurarle: "L'era della corruzione senza freni imposta al Paese dal cartello Trump finirà presto", ha detto. Tra i possibili bersagli ci sono le società che hanno donato a Trump o ai suoi progetti, come la sala da ballo della Casa Bianca, e quelle legate ai familiari del presidente o ai figli di suoi stretti collaboratori, come nel caso di Steve Witkoff e Howard Lutnick.

Seminari, assunzioni e ammende


Dirigenti di Amazon, Chevron, Pfizer e UnitedHealth hanno partecipato a un seminario della Camera di Commercio degli Stati Uniti dedicato alla gestione della "supervisione e delle indagini del Congresso". Lo studio legale Cahill ne ha organizzato un altro a giugno, "On the Hill with Cahill: Playbook for 2026 and Beyond", con la partecipazione del presidente dell'attuale Commissione Vigilanza della Camera, il repubblicano James Comer.

Paramount ha invece assunto Shuwanza Goff, ex direttrice legislativa di Joe Biden, come vicepresidente per le relazioni con il governo. Kalshi, la piattaforma di mercati predittivi che ha Donald Trump Jr. come consulente strategico, ha ingaggiato Stephanie Cutter, ex collaboratrice di Barack Obama, e John Bivona, ex collaboratore di Biden, e ha affidato la propria rappresentanza legale a Neal Katyal, solicitor general facente funzioni durante l'Amministrazione Obama e coautore nel 2019 di "Impeach: The Case Against Donald Trump".

Cooper Teboe, consulente dei donatori della Silicon Valley e stratega democratico, ha riassunto così il consiglio rivolto alle aziende che hanno corteggiato Trump ignorando i democratici: "Mettetevi in pace con Dio". E ha aggiunto: "O l'anno prossimo sarete completamente fregati, oppure lo capite quest'anno e fate ammenda. E fare ammenda costerà molto più di prima".

Trump ha ancora più di due anni di mandato e alcuni dirigenti osservano che è la Casa Bianca, non il Congresso, a decidere se un'operazione debba essere approvata o una norma riscritta. Altri stanno quindi accelerando per chiudere gli affari con implicazioni regolatorie prima di un eventuale cambio di maggioranza al Congresso. Elon Musk, che nel 2024 aveva speso circa 290 milioni di dollari per Trump e i repubblicani, punta invece sul partito: secondo Politicosta valutando di spendere almeno 100 milioni attraverso il suo super PAC, America PAC, che ha annunciato un programma per mobilitare gli elettori conservatori in otto Stati. Alcuni repubblicani ritengono che una parte di quei fondi finirà nelle sfide più contese per la Camera.

Johnson cerca il sostegno di Musk in Texas


È anche per questo che l'attuale Speaker repubblicano della Camera Mike Johnson ha in programma di incontrare Musk venerdì in Texas, dove sta facendo campagna per i candidati repubblicani, secondo quattro persone a conoscenza dell'incontro, che avvertono tuttavia che l'agenda dell'imprenditore resta fluida. "I repubblicani nei collegi in bilico hanno bisogno del sostegno di Elon e saranno sempre felici di incontrarlo", ha detto una di loro.

Alla fine del 2025 Musk aveva già versato circa 5 milioni di dollari ciascuno al Congressional Leadership Fund e al Senate Leadership Fund, i due principali super PAC impegnati nelle elezioni per il Congresso, oltre a 5 milioni a MAGA Inc., 10 milioni a un comitato che sostiene il candidato al Senato in Kentucky Nate Morris e 5 milioni a V-PAC, che appoggia la corsa di Vivek Ramaswamy a governatore dell'Ohio.

I repubblicani partono già con un consistente vantaggio finanziario: il super PAC di Trump, MAGA Inc., ha in cassa oltre 400 milioni di dollari da spendere in autunno. I democratici, invece, faticano maggiormente nella raccolta fondi e accolgono volentieri le aperture delle aziende. Dirigenti di Kalshi e Google sono stati visti a eventi organizzati da Jeffries, che ha viaggiato nella Bay Area per incontrare le grandi società tecnologiche e ha ospitato la raccolta fondi annuale del comitato elettorale democratico a Torrey Pines, resort di lusso vicino a San Diego.


Il nostro modello dà ai Dem 80 possibilità su 100 alla Camera e 53 al Senato


I democratici hanno 80 possibilità su 100 di conquistare la Camera e 53 su 100 di ottenere la maggioranza al Senato, secondo l'aggiornamento di oggi del nostro modello sulle elezioni di metà mandato del 3 novembre, a 71 giorni dal voto. Una settimana fa erano 83 e 56. Alla Camera il vantaggio si è ridotto perché la media nazionale dei sondaggi è scesa da 5,9 a 5,4 punti, mentre al Senato la settimana delle primarie ha ridisegnato due sfide in direzioni opposte: l'Alaska si è avvicinata ai democratici, la Florida si è allontanata.

Alla Camera la proiezione assegna oggi 224 seggi ai democratici e 211 ai repubblicani, con 24 collegi in bilico attribuiti al partito in vantaggio; la maggioranza è a 218. La media delle 50.000 simulazioni è di 229 seggi democratici, con un intervallo tra 207 e 254 nel 90 per cento degli scenari. Al Senato, assegnando le sei gare in bilico a chi è avanti, i democratici arrivano a 52 seggi contro 48, mentre una settimana fa la stessa conta dava 50 a 50. Una parte delle differenze alla Camera (una settimana fa i seggi proiettati erano 227 e i collegi in bilico 20) viene dall'aggiornamento del modello introdotto mercoledì, che ha ricalibrato l'incertezza, non dai sondaggi.

Che cosa è cambiato nel nostro modello


Il movimento più grande è in Alaska. Martedì le primarie hanno confermato la sfida tra la democratica Mary Peltola e il senatore uscente repubblicano Dan Sullivan, che a novembre avrà sulla scheda anche un omonimo repubblicano. Da quel momento il modello ha agganciato ai due candidati i 14 sondaggi disponibili sulla gara, che prima restavano fuori in attesa dei nomi definitivi. Il risultato è che Peltola è avanti di 2,5 punti nella media e vince in 66 scenari su 100, contro i 52 di una settimana fa, quando la stima si reggeva solo sui dati strutturali dello Stato. La gara resta classificata in bilico.

In Florida è successo il contrario. La vittoria a sorpresa di Angie Nixon nella primaria democratica ha fissato la sfida con la senatrice uscente Ashley Moody e ha fatto entrare nel modello quattro sondaggi, la cui media dà Moody avanti di quasi dieci punti. Le possibilità democratiche sono scese da 22 a 8 su 100 e la gara è classificata come probabilmente repubblicana.

In Minnesota, dove il seggio è aperto, un sondaggio di SurveyUSA per l'emittente KSTP dà la democratica Peggy Flanagan avanti di 5 punti su Michele Tafoya. È meno di quanto indicassero i dati strutturali dello Stato, così la media è scesa da 11,4 a 5,7 punti e le possibilità democratiche da 89 a 82 su 100, anche se Flanagan resta la favorita. In Arkansas due sondaggi molto diversi tra loro, uno di Hendrix College con la democratica Hallie Shoffner avanti di 3 punti sul senatore uscente Tom Cotton e uno di J.L. Partners con Cotton avanti di 16, hanno ristretto il margine medio da 13,5 a 8,5 punti, ma Cotton resta nettamente favorito, con 92 possibilità su 100. In Michigan tre nuovi sondaggi, tra cui quello di Susquehanna che rilancia Abdul El-Sayed con 7 punti di vantaggio, hanno riportato il candidato democratico davanti al repubblicano Mike Rogers di mezzo punto nella media, con 54 possibilità su 100 contro le 50 di una settimana fa.

Le gare in bilico restano sei. In Ohio Sherrod Brown ha 66 possibilità su 100 contro il senatore uscente Jon Husted; in Alaska Peltola 66; in Texas James Talarico 62 contro Ken Paxton; in Maine Troy Jackson 54 contro la senatrice uscente Susan Collins; in Michigan El-Sayed 54; in Iowa, l'unica delle sei in cui è avanti il repubblicano, Josh Turek ha 45 possibilità su 100 contro Ashley Hinson. Ai democratici servono 51 seggi, perché in caso di 50 a 50 decide il voto del vicepresidente JD Vance. Oggi il modello li vede favoriti in cinque delle sei sfide in bilico, oltre che in Minnesota e in North Carolina, dove Roy Cooper è a 86 su 100. In Nebraska l'indipendente Dan Osborn ha 25 possibilità su 100 di battere il senatore uscente Pete Ricketts. Nel complesso i democratici conquistano il Senato in 53 scenari su 100 e in 51 su 100 ottengono entrambe le camere; i repubblicani tengono tutto in 18 scenari su 100.

Alla Camera il quadro si muove soprattutto con la media nazionale dei sondaggi. Il generic ballot, la domanda su quale partito si voterebbe per il Congresso senza indicare i candidati, vede i democratici al 47,3 per cento e i repubblicani al 41,8, un vantaggio di 5,4 punti, mezzo punto meno di una settimana fa. Sono entrati nel modello 15 sondaggi nazionali. Emerson dà i democratici avanti di 7,6 punti tra i probabili elettori, YouGov per l'Economist di 7, Echelon Insights di 6, Noble Predictive Insights di 5, mentre la serie settimanale di Morning Consult, con campioni di circa 30.000 intervistati, resta intorno ai 4 punti. Un vantaggio estivo di questa ampiezza, come abbiamo raccontato sabato, non è per forza destinato a sgonfiarsi entro novembre.

Tra i 435 collegi, 19 hanno cambiato classificazione in una settimana. Il caso più vistoso è AR-02, il secondo collegio dell'Arkansas, dove un sondaggio di Hendrix College dà lo sfidante democratico avanti di 4 punti sul deputato uscente French Hill. La gara è passata da probabilmente repubblicana a in bilico, con la media in sostanziale parità e le possibilità democratiche da 6 a 49 su 100, sulla base però di un solo sondaggio. Simile il caso di MD-01, l'unico collegio repubblicano del Maryland: un sondaggio commissionato dai democratici dà il loro candidato avanti di un punto sul deputato uscente Andy Harris e la gara, che pareva sicura, ora è solo leggermente repubblicana, con le possibilità democratiche salite da 5 a 30 su 100. In direzione opposta il ventunesimo collegio di New York, il seggio lasciato da Elise Stefanik: un sondaggio di J.L. Partners dà il repubblicano Anthony Constantino avanti di 13 punti su Blake Gendebien e da in bilico la gara è diventata leggermente repubblicana, con i democratici scesi da 51 a 26 su 100. Altri due collegi repubblicani, OH-15 in Ohio e VA-05 in Virginia, sono diventati più contendibili dopo sondaggi commissionati dai democratici che danno gli uscenti Mike Carey e John McGuire avanti di 3 o 5 punti, mentre sette collegi già sicuri per i repubblicani, dalla Florida allo Stato di Washington, sono passati alla categoria più solida.

Resta il promemoria di sempre: 80 possibilità su 100 non sono una certezza. In 100 elezioni svolte nelle condizioni di oggi, i democratici conquisterebbero la Camera 80 volte e la perderebbero 20, cioè una su cinque.

Il confronto con gli altri modelli


Tutti e sette i modelli pubblici che seguiamo danno i democratici favoriti alla Camera, con una media di 82 possibilità su 100 e una forchetta che va dalle 67 di Decision Desk HQ alle 90 di 50+1. Al Senato la forchetta è stretta intorno alla parità. Cinque modelli su sette vedono favoriti i democratici, la media è di 52 su 100, dalle 46 di VoteHub alle 56 di Silver Bulletin.

Il nostro modello è tra i più prudenti alla Camera, con 80 su 100, meno del modello di Nate Silver nella versione Deluxe (84), dell'Economist (88), di Split Ticket, il modello pubblicato da The Argument (89) e di 50+1, il sito di G. Elliott Morris (90); più di VoteHub (76) e di Decision Desk HQ (67). Sui seggi le distanze sono piccole e si va dai 229 seggi democratici attesi del nostro modello e di Decision Desk HQ ai 236 dell'Economist, con Silver, 50+1 e VoteHub tra 230 e 232. Al Senato siamo nel mezzo, con 53 su 100 come l'Economist e Split Ticket, sotto le 56 di Silver e le 55 di 50+1, sopra le 46 di VoteHub e le 47 di Decision Desk HQ. Tutti proiettano 50 o 51 seggi democratici, cioè la soglia esatta della maggioranza. Per questo basta uno spostamento minimo per cambiare il favorito.

Decision Desk HQ e VoteHub includono tra gli ingredienti anche i mercati predittivi, dove si scommette con denaro vero sull'esito del voto; il nostro modello ha allargato l'incertezza dopo i test sulle elezioni del 2018 e del 2022 e questo spinge le probabilità verso il centro. Soprattutto, ogni modello stima a modo suo quanto gli errori dei sondaggi siano correlati tra uno Stato e l'altro, ed è questa scelta a decidere quanto un vantaggio nella media si traduca in sicurezza. Nell'ultima settimana l'Economist ha alzato le possibilità democratiche di 4 punti alla Camera e di 5 al Senato, Decision Desk HQ di 1 e di 2, VoteHub le ha limate di un punto alla Camera. Il modello di Silver, che avevamo presentato l'11 agosto a 87 su 100 alla Camera, è sceso a 84, mentre al Senato è passato da 57 a 56.

Sette modelli, conclusioni vicine: la Camera va ai democratici, il Senato si decide in cinque o sei Stati. Torneremo a confrontarli lunedì prossimo.


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A Milano migliaia di alloggi popolari restano sfitti, mentre tante famiglie aspettano una casa.

Per le famiglie numerose, molti degli alloggi disponibili non possono essere assegnati perché troppo piccoli secondo i parametri regionali. Ma allora dove dovrebbero andare?

La casa è un diritto. Questo sistema va cambiato.

Video di Francesca Romana D’Antuono, già copresidente di Volt Europa.

#Milano #Casa #CasePopolari #EmergenzaAbitativa #DirittoAllaCasa #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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AUTISTICI/INVENTATI: non è "terrorismo", è SOVRANITÀ. E dobbiamo parlarne - il video di @lastknight


Autistici/Inventati, storico collettivo italiano, è finito nella lista USA delle designazioni per terrorismo, con lo stesso strumento usato contro reti legate al terrorismo internazionale: un atto amministrativo, l’Executive Order 13224/OFAC, non una sentenza.

youtu.be/Sjy57VrJafg

@eticadigitale

#AutisticiInventati

in reply to Uriel Fanelli

@uriel

Arrivare ai nominativi dei donatori, finanziatori è fattibile. Ma per quanto riguarda chi gestisce il wallet ricevente è un po più complicato intervenire. Comunque essendo un'associazione con amministratori e soci chiaro che possono rompere le palle a loro...

A questo punto potrebbero davvero diventare terroristi visto che con le vie legali sono stati annientati! E creare un sistema parallelo e anonimo...

Io non ho le tue capacità informatiche, ma conosco alcuni strumenti...

in reply to shiva

Guarda, puoi illuderti quanto vuoi. Puoi fermare degli script kiddies, certo, puoi fermare un hacker domestico o professionista, di sicuro, ma qui hai di fronte un ciccetto come NSA. E da quelli non scappi. Manco se fai i salti mortali.

Ma anche se tu riuscissi ad accumulare soldi su un wallet di bitcoin, con quelli non ci paghi nemmeno una pizza. Ad un certo punto devi andare ad una banca, se vuoi pagarci le bollette, o fare qualsiasi transazione finanziaria.

E la banca e' obbligata al KYC , Know Your Customer, o non puo' esistere. E li' ti trovano.

puoi usare tutti gli scrambler che vuoi, puoi anche buttare via soldi con una catena di exchanger e alla fine arrivare al tuo conto SEPA, ma alla fine, ti trovano.

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Non comprate i Pixel 11 se siete interessati a utilizzare #GrapheneOS. Ma anche se non siete interessati, non comprateli lo stesso... Restate su Pixel 8,9 e 10 o aspettate il Motorola

«Sconsigliamo vivamente l'acquisto di dispositivi Pixel 11. Pixel 8, 9 e 10 offrono una sicurezza complessiva molto migliore per GrapheneOS»

poliverso.org/display/0477a01e…

@lealternative


Se vuoi utilizzare GrapheneOS, non acquistare il Pixel 11. Rimani sul Pixel 10 o attendi l'uscita dei modelli Motorola

#Google ha rimosso il MTE dal #Pixel11. Il Memory Tagging Extension è una protezione hardware di ARM che rileva le corruzioni della memoria al momento dell'accesso. #GrapheneOS lo utilizza ovunque: nel kernel, nella quasi totalità dei processi di sistema e in una parte delle applicazioni di terze parti. È la sua migliore barriera contro gli exploit remoti (=software spia)

Dopo una settimana di lavoro, abbiamo effettuato un porting parziale di GrapheneOS sulla serie Pixel 11. Non siamo riusciti a completare il porting a causa della mancanza di supporto per l'hardware memory tagging (MTE) di ARM a livello software, firmware e quasi certamente anche hardware. Sembra che Google abbia eliminato un'importante funzionalità di sicurezza per risparmiare.

...

Sconsigliamo vivamente l'acquisto di dispositivi Pixel 11. Pixel 8, 9 e 10 offrono una sicurezza complessiva molto migliore per GrapheneOS. Pixel 10 è più economico e offre hardware e MTE simili. Il processore Titan M3 di Pixel 11 dovrebbe migliorare la sicurezza BFU per gli utenti senza una passphrase complessa, ma la perdita dell'MTE compromette la sicurezza AFU. Non abbiamo ancora deciso come affrontare questa situazione. Potrebbe essere meglio per noi saltare la serie Pixel 11 e concentrarci completamente sui prossimi dispositivi Motorola.

https://x.com/GrapheneOS/status/2093731615243411862

@Informatica (Italy e non Italy)


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Se vuoi utilizzare GrapheneOS, non acquistare il Pixel 11. Rimani sul Pixel 10 o attendi l'uscita dei modelli Motorola

#Google ha rimosso il MTE dal #Pixel11. Il Memory Tagging Extension è una protezione hardware di ARM che rileva le corruzioni della memoria al momento dell'accesso. #GrapheneOS lo utilizza ovunque: nel kernel, nella quasi totalità dei processi di sistema e in una parte delle applicazioni di terze parti. È la sua migliore barriera contro gli exploit remoti (=software spia)

Dopo una settimana di lavoro, abbiamo effettuato un porting parziale di GrapheneOS sulla serie Pixel 11. Non siamo riusciti a completare il porting a causa della mancanza di supporto per l'hardware memory tagging (MTE) di ARM a livello software, firmware e quasi certamente anche hardware. Sembra che Google abbia eliminato un'importante funzionalità di sicurezza per risparmiare.

...

Sconsigliamo vivamente l'acquisto di dispositivi Pixel 11. Pixel 8, 9 e 10 offrono una sicurezza complessiva molto migliore per GrapheneOS. Pixel 10 è più economico e offre hardware e MTE simili. Il processore Titan M3 di Pixel 11 dovrebbe migliorare la sicurezza BFU per gli utenti senza una passphrase complessa, ma la perdita dell'MTE compromette la sicurezza AFU. Non abbiamo ancora deciso come affrontare questa situazione. Potrebbe essere meglio per noi saltare la serie Pixel 11 e concentrarci completamente sui prossimi dispositivi Motorola.

https://x.com/GrapheneOS/status/2093731615243411862

@Informatica (Italy e non Italy)

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Hasan Piker divide i democratici dopo le frasi sugli ebrei americani


Jeffries, Booker, Slotkin, Rosen e Ossoff condannano lo streamer vicino alla sinistra DSA. Lui attacca l'AIPAC e respinge le accuse di antisemitismo.

Numerosi parlamentari democratici hanno condannato Hasan Piker, lo streamer di Twitch diventato una presenza ricorrente nelle campagne della sinistra del partito, dopo che ha affermato che gli ebrei americani potrebbero subire violenze se continueranno a essere percepiti come sostenitori incondizionati di Israele. Secondo la lista compilata da Newsweek, tra gli esponenti che hanno preso posizione figurano il leader della minoranza democratica alla Camera Hakeem Jeffries, i senatori Cory Booker, Elissa Slotkin, Jacky Rosen e Jon Ossoff e i deputati Josh Gottheimer, Ritchie Torres, Jared Moskowitz, Brad Schneider, Greg Stanton, Hillary Scholten, Haley Stevens e Jake Auchincloss.

Il caso nasce dalla diretta del 20 agosto in cui Piker ha mostrato la fotografia di Jeremy Moss, senatore statale del Michigan, ebreo e candidato democratico nell'11° distretto congressuale dello Stato, mentre online circolava un audio falso nel quale Moss avrebbe affermato di essersi candidato soltanto per preservare il sostegno americano a Israele. Da lì lo streamer ha allargato il discorso:

"Se gli ebrei in America continuano a diffondere l'idea di avere un interesse particolare per Israele, alla fine qualcuno arriverà e agirà, non contro lo Stato di Israele, badate bene, ma contro gli ebrei americani".


Slotkin ha subito ricordato l'attacco antisemita avvenuto vicino a una sinagoga del Michigan all'inizio dell'anno. "Non dovrebbe essere difficile: nessuna comunità deve subire la minaccia della violenza per le proprie opinioni politiche", ha scritto. "Dare la colpa alle vittime della violenza per averla provocata non fa che metterle ulteriormente in pericolo". Rosen ha invece parlato di "un nuovo minimo" per uno streamer che "da tempo diffonde stereotipi antisemiti".

Jeffries, che inizialmente aveva definito l'affermazione "pericolosa e antisemita" senza fare nomi, il giorno successivo ha confermato alla CNN di riferirsi a Piker, aggiungendo che quelle parole sono "pericolose, malevole e antisemite e non dovrebbero essere tollerate da nessuno nello spazio pubblico". Ossoff, l'ultimo a intervenire e, come Booker, considerato tra i possibili candidati democratici alla presidenza nel 2028, ha fatto sapere di "respingere senza riserve la retorica sconsiderata e pericolosa secondo cui l'attività politica giustificherebbe la violenza contro la comunità ebraica o qualsiasi altra comunità".

Piker attacca l'AIPAC e non arretra


Piker però non ha fatto passi indietro. Su X ha attribuito le condanne a una telefonata dell'AIPAC, la lobby filo-israeliana che ha definito "una lobby di un governo straniero finanziata da miliardari MAGA". "Sono unanimi nel loro odio verso di me e accolgo volentieri il loro odio. Se difendete il genocidio di Israele, la sua occupazione, la sua strage di bambini, i vostri attacchi non significano nulla per me", ha scritto. Ha poi chiesto ai suoi follower di calcolare quanto denaro ciascuno dei democratici che lo aveva condannato avesse ricevuto dall'AIPAC e ha accusato la lobby filo israeliana di sfruttare la polemica per distogliere l'attenzione dall'amministrazione Trump in vista delle elezioni di metà mandato.

Piker ha inoltre respinto come "puro razzismo" e "volgare tribalismo etnoreligioso" l'argomento secondo cui il suo background lo renderebbe inadatto a parlare della sicurezza degli ebrei e ha attaccato Ted Deutch, amministratore delegato dell'American Jewish Committee, che aveva scritto che "gli ebrei vengono ora incolpati per l'aumento dell'odio violento contro di loro". Ha criticato anche la nomina di Moskowitz a capogruppo della minoranza nella Sottocommissione Esteri sul Medio Oriente, definendo il gruppo "una formazione folle di democratici sostenuti dall'AIPAC" e sostenendo che la scelta vada nella direzione opposta alle richieste della base sulla politica estera del partito.

Il volto della sinistra DSA, ma con una presa limitata


Lo scontro arriva dopo settimane in cui Piker aveva chiesto ai vertici democratici di difenderlo pubblicamente dagli attacchi arrivati dai repubblicani. "A un certo punto dovrete letteralmente difendermi", aveva detto, sostenendo che il partito dovesse riconoscere che lui non è "una forza radicale, pericolosa e tossica".

Piker è diventato un volto ricorrente nelle campagne dei candidati vicini ai Democratic Socialists of America. È salito sul palco con Abdul El-Sayed in Michigan, tanto che i repubblicani lo hanno definito il suo "compagno di corsa", anche se dopo le ultime dichiarazioni lo stesso El-Sayed ha preso le distanze. Ha partecipato inoltre a eventi con Francesca Hong in Wisconsin, così come alla festa elettorale del sindaco eletto di New York Zohran Mamdani e ha ospitato più volte il deputato Ro Khanna. La sua presa sull'elettorato democratico resta però limitata: un sondaggio nazionale tra elettori democratici e simpatizzanti ha rilevato che sei su dieci non avevano mai sentito parlare di lui.

In passato Piker aveva fatto altre affermazioni controverse, come quando ha detto che gli Stati Uniti "si meritavano" l'11 settembre, ha descritto Hamas come "mille volte migliore dello Stato fascista, coloniale e di apartheid" di Israele e ha fatto commenti che, secondo i suoi critici, minimizzavano le violenze sessuali del 7 ottobre 2023. Ad aprile Gottheimer e il repubblicano Mike Lawler hanno presentato una risoluzione bipartisan contro la retorica antisemita di Piker e della commentatrice conservatrice Candace Owens. Twitch lo aveva inoltre sospeso nel maggio 2025 per "gestione impropria di propaganda terroristica", dopo che aveva letto in diretta il manifesto dell'uomo accusato di aver ucciso due dipendenti dell'ambasciata israeliana a Washington.


Chi è Hasan Piker, lo streamer che divide i democratici


Da una settimana il Partito Democratico americano discute di Hasan Piker, 35 anni, il commentatore politico più seguito di Twitch, la piattaforma di streaming video nata per i videogiochi. Il 20 agosto, durante una diretta, Piker ha avvertito che "se gli ebrei in America continuano a diffondere l'idea di essere interessati soltanto a Israele, prima o poi qualcuno passerà all'azione, non contro lo stato di Israele, ma contro gli ebrei americani". Mentre parlava, sullo schermo c'era la foto di Jeremy Moss, senatore dello stato del Michigan, ebreo e candidato democratico alla Camera.

Piker stava commentando una polemica nata da un audio circolato online in cui Moss avrebbe detto che l'"intero scopo" della sua campagna era garantire il sostegno americano a Israele. Moss lo ha definito un audio manipolato, con "cose che non ho mai detto e non direi mai". Allo streamer ha poi risposto: "Non mi farò fare la lezione da un podcaster californiano su cosa la comunità ebraica della contea di Oakland, in Michigan, debba o non debba credere. E di certo non ci lasceremo convincere che siamo noi i responsabili dei danni antisemiti che subiamo".

Le condanne sono arrivate da tutto il partito. Hakeem Jeffries, il capo dei democratici alla Camera, in un'intervista alla CNN ha definito le parole di Piker "pericolose, maliziose e antisemite", aggiungendo che "non dovrebbero essere tollerate da nessuno nella sfera pubblica". La deputata del Michigan Hillary Scholten lo ha descritto come "un mestierante che prospera su odio, shock e clamore perché non ha sostanza". La senatrice Elissa Slotkin ha scritto che "nessuna comunità dovrebbe subire la minaccia della violenza per le proprie posizioni politiche" e che dare la colpa alle vittime le mette ancora più in pericolo. Piker ha respinto le accuse. "Questo non è un appello alla violenza", ha scritto su X.

Il caso pesa su una delle corse più importanti delle elezioni di metà mandato (midterm) di novembre, quella per il seggio del Michigan al Senato. Le polemiche stanno complicando i tentativi dei democratici di ricompattarsi dopo le primarie. All'inizio di agosto Abdul El-Sayed, esponente della sinistra del partito, ha vinto la nomination battendo la deputata moderata Haley Stevens con un margine più stretto del previsto. A novembre affronterà il repubblicano Mike Rogers. Piker lo ha accompagnato per tutta la campagna: in aprile ha partecipato con lui a due comizi nei campus universitari dello stato ed era presente anche la sera della vittoria alle primarie.

El-Sayed ha preso le distanze senza mai nominarlo: "l'antisemitismo è una piaga e dobbiamo affrontarlo in tutte le sue forme", ha scritto in un comunicato, precisando che "nessuno parla per questa campagna oltre a me e ai miei portavoce". Non è bastato. Scholten ha detto a Politico che non farà campagna con El-Sayed finché continuerà a frequentare Piker, Moss non ha ancora annunciato il proprio sostegno al candidato e Rogers lo ha accusato di non avere "il coraggio" di sconfessare del tutto lo streamer. El-Sayed prova a spostare la discussione. "La gente non riesce a pagare la spesa, la benzina, il medico. Ed è di questo che Mike vuole parlare: di uno streamer di Twitch", ha risposto su X. Piker, dal canto suo, ha definito "neutrale" il comunicato del candidato e ha detto che così si finisce per legittimare "la diffamazione".

Nato nel 1991 in New Jersey da genitori turchi e cresciuto in Turchia, Piker viene da una famiglia benestante: secondo una ricostruzione della rivista conservatrice National Review, il padre ha lavorato per 24 anni in Sabancı Holding, uno dei più grandi gruppi industriali turchi, arrivando fino al consiglio di amministrazione. Lo zio è Cenk Uygur, fondatore della rete progressista The Young Turks, dove Piker è entrato come stagista nel 2013 dopo la laurea alla Rutgers University; lui stesso si è definito un "nepo baby", cioè un raccomandato di famiglia. Nel 2018 ha aperto il proprio canale su Twitch e dal 2020 lo streaming è il suo lavoro a tempo pieno. Trasmette sette-otto ore al giorno per sette giorni alla settimana e il suo è il primo canale della piattaforma nella categoria dedicata a politica e attualità.

Il New York Times gli ha dedicato nel 2025 un lungo profilo intitolato "Una mente progressista in un corpo fatto per la manosphere", la galassia online degli influencer maschili di destra. Piker è alto un metro e 93, ha un fisico da atleta costruito con anni di pesi, parla di armi, videogiochi e basket, ma si dichiara socialista e non ha problemi a mostrarsi con lo smalto sulle unghie o una collana di perle. Molti lo hanno soprannominato "il Joe Rogan della sinistra", un paragone che lui respinge. Il suo pubblico è giovane e in maggioranza maschile: in un sondaggio tra gli spettatori del 2023, circa il 70 per cento si è dichiarato uomo e più del 60 per cento ha detto di avere meno di 30 anni.

L'Anti-Defamation League, la principale organizzazione ebraica americana contro l'antisemitismo, gli ha dedicato una scheda che gli attribuisce 11,3 milioni di follower complessivi e documenta anni di dichiarazioni: il sostegno espresso a gruppi classificati come terroristici dagli Stati Uniti, tra cui Hamas, Hezbollah e gli Houthi, i dubbi sollevati sulle violenze sessuali commesse da Hamas il 7 ottobre 2023, la definizione del sionismo come "malattia mentale" e il paragone tra i sionisti liberali e i "nazisti liberali". Ad aprile, ospite del podcast progressista Pod Save America, Piker ha confermato una delle sue frasi più contestate: "voterei per Hamas al posto di Israele ogni singola volta". Nel 2019, prima di diventare famoso, aveva detto che l'America "si è meritata" gli attentati dell'11 settembre, una frase che in seguito ha ritrattato. Sul resto non arretra. Quando a marzo Politico gli ha chiesto se avesse mai parlato a sproposito, ha risposto: "Sbagliato? No. Estrapolato dal contesto? Assolutamente".

Piker ha sempre respinto l'accusa di antisemitismo: "trovo l'antisemitismo del tutto inaccettabile", ha detto al New York Times, "e trovo molto pericolosa la sovrapposizione tra antisemitismo e antisionismo". Ad aprile Ezra Klein, editorialista dello stesso giornale, ha scritto che Piker non è un "odiatore di ebrei" ma un antisionista e che il suo successo riflette uno spostamento reale dell'opinione pubblica. Secondo un sondaggio Gallup di febbraio, per la prima volta gli americani che simpatizzano per i palestinesi sono più numerosi di quelli che simpatizzano per gli israeliani e tra i democratici il divario è di 65 contro 17 per cento. Per Klein escludere dal dibattito figure come Piker è controproducente, come lo fu per i democratici evitare i grandi podcast nel 2024, cedendo quegli spazi alla destra.

A maggio 2025, di ritorno da un viaggio a Parigi, Piker è stato trattenuto per circa due ore all'aeroporto di Chicago dagli agenti della Customs and Border Protection, l'agenzia federale che controlla le frontiere, che lo hanno interrogato sulle sue opinioni politiche, sul presidente Donald Trump e su eventuali legami con Hamas, Hezbollah e gli Houthi. Il Dipartimento per la Sicurezza interna ha parlato di un controllo di routine, ma l'episodio ha alimentato i timori di una stretta dell'amministrazione sulle voci critiche verso Israele e verso il presidente.

Nonostante il dossier, una parte del partito continua a cercarlo. Negli anni Piker ha intervistato Bernie Sanders, Alexandria Ocasio-Cortez e Rashida Tlaib e nel 2024 ha trasmesso in diretta dalla convention democratica. Quando a marzo Politico ha domandato ad alcuni possibili candidati alla presidenza del 2028 se parteciperebbero al suo programma, il governatore della California Gavin Newsom e il democratico Rahm Emanuel hanno risposto di sì, i senatori Cory Booker e Ruben Gallego, oltre alla stessa Slotkin, hanno detto di no, mentre il deputato Ro Khanna e Ocasio-Cortez ci erano già stati. El-Sayed ha spiegato all'Associated Press che i comizi con Piker e le interviste ai media conservatori come Fox News servono allo stesso scopo, cioè raggiungere elettori che il partito non intercetta più: "Il Partito Democratico, francamente, ha rinunciato all'idea della persuasione. Se vuoi persuadere sul serio, ti confronti con quel pubblico e passi attraverso quel creator".

La vicenda del Michigan racconta il dilemma dei democratici a poco più di due mesi dal voto: per la sinistra Piker è un megafono capace di parlare a milioni di giovani che il partito ha perso, per i moderati un peso che rischia di costare un seggio decisivo per il controllo del Senato. El-Sayed vorrebbe chiudere la discussione e parlare di prezzi e sanità. Per ora, come ha detto Scholten, "c'è ancora molto lavoro da fare per unire il partito".


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Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

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Perché in ogni Paese europeo, Islanda inclusa, ci sono sciacalli come voi che costruiscono consenso sull’antieuropeismo, sulla paura e sulle falsità sull’Europa. Semplice.

#Islanda #UnioneEuropea #Referendum #Lega #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Trump vuole che il Pentagono gestisca il petrolio venezuelano


Gli Stati Uniti prenderanno il 35% di North American Blue Energy Partners, l'azienda di Alejandro Betancourt che avrà per cento anni i diritti su 17 giacimenti con 65 miliardi di barili.

Il governo degli Stati Uniti si prepara a diventare azionista di una società petrolifera privata venezuelana. Secondo il Wall Street Journal, Washington acquisirà una partecipazione passiva del 35% in North American Blue Energy Partners (NABEP), la società controllata dall'imprenditore Alejandro Betancourt che riceverà per cento anni i diritti di sfruttamento su 17 giacimenti petroliferi venezuelani. Gli Stati Uniti otterranno inoltre il diritto di acquistare al prezzo di costo il 20% della produzione della società.

Secondo la ricostruzione del quotidiano, l'operazione sarà strutturata attraverso l'Office of Strategic Capital (OSC), l'ufficio del Dipartimento della Difesa che finanzia settori considerati strategici per la sicurezza nazionale. L'OSC dovrebbe utilizzare i cosiddetti "penny warrant", ovvero strumenti finanziari che consentono di acquistare azioni a un prezzo simbolico, permettendo così al governo americano di ottenere una partecipazione nell'azienda senza un esborso significativo di capitale. L'ufficio, istituito nel 2022 per sostenere le industrie critiche per la sicurezza nazionale, ha cominciato a erogare prestiti soltanto durante la seconda Amministrazione Trump e finora si era limitato a prestiti e garanzie.

I 17 giacimenti petroliferi conterrebbero complessivamente 65 miliardi di barili, vale a dire circa un quinto delle riserve accertate del Venezuela. Secondo funzionari americani citati dal Wall Street Journal, NABEP diventerebbe così la seconda società al mondo per riserve provate controllate, dietro soltanto alla saudita Aramco. Trump ha annunciato l'intesa venerdì sera sui social, senza fornire dettagli sulla sua struttura. I due governi ne avevano discusso per mesi, attraverso incontri riservati e frequenti viaggi a Caracas. Trump e la presidente ad interim Delcy Rodríguez avrebbero concordato le linee generali dell'accordo in una telefonata pochi giorni prima dell'annuncio.

Il Segretario di Stato Marco Rubio ha definito l'intesa "una grande vittoria" per gli Stati Uniti, sostenendo che garantirà petrolio a basso costo nell'emisfero occidentale e contribuirà a ridurre i prezzi della benzina negli Stati Uniti. Rodríguez ha invece affermato che l'accordo porterà più di 100 miliardi di dollari di investimenti, oltre 209 miliardi di entrate fiscali e migliaia di posti di lavoro, contribuendo alla ricostruzione dell'industria petrolifera venezuelana.

Betancourt opera da anni come intermediario negli accordi energetici venezuelani ed è vicino alla presidente ad interim Rodríguez. In passato è stato oggetto di indagini penali per presunto riciclaggio in Spagna e Svizzera, senza essere però formalmente incriminato. North American Blue Energy Partners è diventata negli ultimi due anni il secondo produttore privato di petrolio del Venezuela, dietro la statunitense Chevron. I funzionari americani si sono rivolti a Betancourt perché la sua società è già operativa nel Paese sud americano e perché l'imprenditore mantiene rapporti stretti con i vertici attuali del governo venezuelano.

L'Amministrazione Trump aveva cercato inutilmente per mesi di convincere ExxonMobil e ConocoPhillips a tornare nei giacimenti venezuelani e ad aumentare rapidamente la produzione di petrolio. Gran parte dell'industria petrolifera americana è però rimasta alla finestra, scoraggiata dalle infrastrutture deteriorate del Paese e dai rischi legali e di sicurezza. Ora quelle stesse aziende potrebbero trovarsi a competere con una società privata sostenuta dal governo americano e titolare dei diritti su una vasta quantità di riserve. "Perché gli Stati Uniti stanno sovvenzionando e costruendo un grande concorrente dell'industria petrolifera americana?", ha detto al Wall Street Journal Ed Hirs, economista dell'energia dell'Università di Houston.

Venezuela · L'accordo sul petrolio

Washington entra nel petrolio venezuelano: il 35% di una società privata e cento anni di diritti su 17 giacimenti

Il governo americano acquisirà una quota passiva in North American Blue Energy Partners, la società di Alejandro Betancourt che per cento anni avrà i diritti di sfruttamento su 17 giacimenti: 65 miliardi di barili, un quinto delle riserve accertate del Paese.

Grafica di FocusAmerica Agosto 2026

Che cosa ottiene il governo degli Stati Uniti

Su ogni cinque barili di riserve venezuelane, uno finisce nei 17 giacimenti concessi a NABEP.

La scala

Un quinto del sottosuolo venezuelano finisce in mano a una sola società privata


Ogni quadratino vale un miliardo di barili di riserve accertate. Il Venezuela ne dichiara 303 in tutto, più di qualsiasi altro Paese al mondo.

Le riserve accertate sono quelle dichiarate all'OPEC. Diversi analisti ritengono che, ai costi e ai prezzi attuali, il petrolio davvero estraibile sia molto inferiore.

La classifica

Con quei giacimenti NABEP diventa la seconda compagnia al mondo per riserve controllate


In due anni NABEP è diventata il secondo produttore privato del Venezuela. Con questi giacimenti supererebbe ExxonMobil di quasi quattro volte. Miliardi di barili equivalenti.

L'Amministrazione ha cercato per mesi di riportare ExxonMobil e ConocoPhillips nei giacimenti venezuelani. Sono rimaste alla finestra: ora rischiano di trovarsi davanti un concorrente sostenuto da Washington.

Il paradosso

Le riserve sono immense, ma oggi il Venezuela estrae quanto il North Dakota


Milioni di barili al giorno. La produzione è crollata per tre decenni e si è solo in parte ripresa.

Le promesse di Caracas

La presidente ad interim Delcy Rodríguez sostiene che l'intesa ricostruirà l'industria petrolifera del Paese e creerà migliaia di posti di lavoro.

Riportare l'estrazione ai livelli degli anni Novanta richiederebbe anni di lavori sulle infrastrutture. Difficilmente produrrà in tempi brevi il calo dei prezzi della benzina promesso da Trump.

Le incognite

Quattro ragioni per cui l'accordo può non reggere


Tocca il titolo per leggere il dettaglio.

Fonte Elaborazione FocusAmerica su Wall Street Journal (struttura dell'intesa e stime dei funzionari americani), OPEC Annual Statistical Bulletin 2025 (riserve accertate, dati a fine 2024, e produzione mensile), North Dakota Department of Mineral Resources (produzione del North Dakota, febbraio 2026), Statista su bilanci societari (riserve delle compagnie petrolifere).

I dubbi costituzionali e il futuro dell'accordo


La sostanza dell'intesa solleva però seri interrogativi sulla sua compatibilità con la Costituzione venezuelana. L'articolo 12 della Costituzione stabilisce senza mezzi termini che i giacimenti di idrocarburi appartengono alla Repubblica Bolivariana del Venezuela, sono beni del demanio pubblico e sono quindi inalienabili e imprescrittibili. Coloro che criticano questo accordo sostengono inoltre che l'attuale governo di Caracas, composto da funzionari non eletti e rimasto al potere con il sostegno dell'Amministrazione Trump dopo la rimozione di Nicolás Maduro, non abbia la legittimità necessaria per assumere impegni di questa portata e durata.

La scelta di affidare i diritti a una società privata avrebbe anche l'obiettivo di rendere più difficile per un futuro governo venezuelano smantellare l'accordo. Secondo persone coinvolte nei negoziati, un nuovo esecutivo potrebbe essere più riluttante a espropriare una società privata che a revocare direttamente un'intesa con Washington. "Se questo accordo dovesse sopravvivere davvero ai governi venezuelani futuri, allora Trump avrà messo al sicuro per gli Stati Uniti riserve strategiche che vanno oltre la rivoluzione dello shale", ha detto al Wall Street Journal Schreiner Parker, socio della società di consulenza Rystad Energy.

Parker ha però sottolineato che resta molta incertezza su come trasformare quelle riserve in produzione effettiva e, soprattutto, su chi sarà disposto a investire il tempo e il denaro necessari. Il Venezuela estrae oggi poco più di un milione di barili di petrolio al giorno, una quantità paragonabile alla produzione del North Dakota e pari a circa un terzo del picco raggiunto negli anni Novanta. Si tratta di meno dell'1% della produzione mondiale, anche se il petrolio continua a rappresentare la principale fonte di valuta estera del paese. Riportare la produzione ai livelli del passato richiederebbe anni e difficilmente potrebbe produrre in tempi brevi la riduzione dei prezzi della benzina promessa da Trump.

Le riserve, invece, sono immense. L'OPEC, l'organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio, calcola che il Venezuela disponga di circa 303 miliardi di barili di riserve accertate, più dell'Arabia Saudita. Alcuni analisti ritengono tuttavia che la quantità effettivamente recuperabile in condizioni economiche realistiche sia molto inferiore, attorno ai 100 miliardi di barili. Anche questa stima sarebbe comunque quasi il doppio delle riserve di Stati Uniti, Canada, Messico e Cile messe insieme.

Secondo il Wall Street Journal, non esistono precedenti di un coinvolgimento diretto del governo federale americano di questo tipo in giacimenti petroliferi all'estero. Un progetto paragonabile risale agli anni Quaranta, quando l'Amministrazione di Franklin Delano Roosevelt creò la Petroleum Reserves Corporation per acquistare riserve all'estero e valutò un'operazione in Arabia Saudita, che però non fu mai realizzata.

La corsa al petrolio venezuelano prima delle elezioni


L'accordo è stato guidato dal Dipartimento di Stato, che avrebbe coinvolto l'Office of Strategic Capital soltanto nella fase finale, mentre cercava uno strumento finanziario per strutturare l'operazione. Una delegazione di alti funzionari della Difesa e del Dipartimento di Stato, tra cui il direttore dell'OSC David Lorch, si è recata in Venezuela a luglio per definire i termini dell'intesa.

L'urgenza dell'Amministrazione è legata anche alla guerra con l'Iran, che ha ridotto le forniture energetiche globali e contribuito a mantenere elevati i prezzi del carburante. La Casa Bianca voleva poter annunciare velocemente di essersi assicurata una fonte di greggio di lungo periodo nell'emisfero occidentale. Trump in questo modo ha cercato di ottenere un risultato politico da rivendicare in vista delle elezioni di metà mandato di novembre, quando saranno rinnovati tutti i seggi della Camera e circa un terzo di quelli del Senato.

L'annuncio ha però provocato reazioni durissime tra i venezuelani, sia nel Paese sia nella vasta comunità in esilio, oltre che tra i sostenitori dell'opposizione. Molti accusano Trump di avere legittimato un governo non eletto in cambio dell'accesso al petrolio venezuelano. "È un'operazione assolutamente incostituzionale perché si tratta di un governo illegittimo", ha detto al Wall Street Journal Diego Arria, ex Ministro e ambasciatore venezuelano oggi in esilio negli Stati Uniti. Arria ha aggiunto che Washington sta collaborando con esponenti del governo venezuelano ricercati dalle autorità americane per traffico di droga e altri reati con un unico obiettivo: mettere le mani sul petrolio del Paese.

I sondaggi indicano che i venezuelani avevano sostenuto in larga maggioranza l’operazione americana che a gennaio ha portato alla rimozione di Nicolás Maduro. Da allora, però, il consenso verso Trump è diminuito, mentre Washington ha continuato a collaborare con Delcy Rodríguez, ex vicepresidente di Maduro, che il presidente americano ha definito “fantastica” e “molto rispettata”. Rodríguez, nel frattempo, sta consolidando il proprio potere e sembra muoversi con crescente autonomia rispetto a Washington. Caracas sta valutando anche l’uscita dall’OPEC, organizzazione che il Venezuela contribuì a fondare nel 1960, e ne sta discutendo con funzionari americani.


Trump annuncia il controllo americano su 65 miliardi di barili di petrolio venezuelano


Il presidente Donald Trump ha annunciato ieri sera che gli Stati Uniti hanno ottenuto il controllo su oltre 65 miliardi di barili di riserve petrolifere accertate in Venezuela, circa un quinto di quelle del paese sudamericano. L'annuncio è arrivato su Truth Social, il social network di proprietà del presidente. Il messaggio ha fornito però pochissimi dettagli sulla struttura dell'intesa, sui giacimenti interessati e sulle società che vi parteciperanno. Secondo Trump, l'accordo è stato raggiunto "senza alcun costo per il contribuente americano" dal Segretario di Stato Marco Rubio e dal Segretario alla Difesa Pete Hegseth insieme alla presidente ad interim del Venezuela Delcy Rodríguez e "attraverso una partnership con privati". Il presidente ha sostenuto che l'operazione più che raddoppierà le riserve petrolifere degli Stati Uniti e contribuirà a ridurre in modo sostanziale il prezzo dei carburanti.

Il Dipartimento di Stato ha precisato che l'intesa attribuirà agli Stati Uniti il 55% della produzione effettiva di una nuova società mista costituita con un "operatore privato esperto in Venezuela", la cui identità non è stata resa nota. Un funzionario della Casa Bianca ha spiegato che la nuova impresa diventerà la seconda compagnia petrolifera privata al mondo per riserve gestite. Rodríguez le ha concesso i diritti di estrazione sui giacimenti in questione per cento anni. Il governo americano, ha aggiunto il funzionario, ha ottenuto più della metà del valore della società, suddiviso tra partecipazioni azionarie e forniture garantite a prezzo di costo. Quel petrolio dovrebbe servire a ricostituire la riserva strategica e a coprire il fabbisogno delle Forze Armate.

Rodríguez ha definito l'accordo storico e ha affermato che prevede lo sviluppo di 17 giacimenti strategici, oltre 100 miliardi di dollari di investimenti e 209 miliardi di dollari di entrate fiscali per lo Stato venezuelano. "Questi investimenti contribuiranno non solo al recupero e alla modernizzazione della nostra industria, ma anche alla crescita economica del nostro Paese, alla sicurezza energetica del nostro emisfero e a un maggiore equilibrio nei mercati internazionali", ha scritto in un comunicato, aggiungendo che l'obiettivo è mettere le riserve del proprio Paese al servizio dello sviluppo nazionale.

Venezuela · Petrolio e potere

Washington annuncia il controllo su un quinto del petrolio venezuelano

Trump ha rivendicato per gli Stati Uniti il controllo di maggioranza su oltre 65 miliardi di barili di riserve accertate. Sulla carta l’intesa più che raddoppia le riserve americane. Nei fatti Caracas estrae poco più dell’1% del petrolio mondiale, e il greggio pesante dell’Orinoco richiede impianti che in Venezuela sono vecchi e insufficienti.

Grafica di FocusAmerica 29 agosto 2026

Riserve di greggio accertate degli Stati Uniti, in miliardi di barili

111
Sulla carta, dopo l’accordo

2,4× le riserve
di oggi

46Riserve certificate dall’EIA a fine 2023
65Barili rivendicati da Trump in Venezuela

La somma vale solo se l’accordo regge. E i 65 miliardi rivendicati, per ora, restano sottoterra.

Esplora i quattro nodi
IIl paradossoParadosso IIL’accordoAccordo IIIIl prezzoPrezzo IVGli ostacoliOstacoli

Riserve contro produzione

Il Venezuela ha le riserve più grandi del mondo e un rubinetto quasi chiuso


Nessun paese al mondo possiede più petrolio accertato del Venezuela. E nessun altro paese così ricco di greggio ne estrae così poco. È in questo divario che si gioca l’accordo annunciato da Trump.

Quota delle riserve mondiali
17%

Resto del mondo

Resto del mondo

Quota della produzione mondiale
1,2%

14× La quota del Venezuela sulle riserve mondiali è quattordici volte più grande della sua quota sulla produzione. Possiede 303 dei 1.730 miliardi di barili accertati nel mondo, ma ogni giorno ne pompa 1,25 milioni su circa 103.
Il greggio dell’Orinoco è pesante o extra‑pesante: per lavorarlo servono impianti specializzati, e quelli venezuelani sono vecchi, senza investimenti da anni. Non sono solo le sanzioni a tenere chiuso il rubinetto.

Un asterisco sulle cifre
Le riserve venezuelane sono dichiarate da Caracas e pubblicate dall’OPEC senza verifica indipendente. Francisco Monaldi, del Baker Institute della Rice University, stima che una cifra prudente si aggiri tra i 100 e i 110 miliardi di barili: circa un terzo di quella ufficiale.

Che cosa prevede l’intesa

Una società mista, diciassette giacimenti e un secolo di diritti


Il Dipartimento di Stato assegna agli Stati Uniti il 55% della produzione effettiva di una nuova società costituita con un operatore privato di cui non è stato reso noto il nome.

Riserve accertate del Venezuela303 miliardi di barili

65 miliardi rivendicati

55%
La quota americana sulla produzione effettiva della società mista

17
I giacimenti strategici coinvolti, nella fascia dell’Orinoco e attorno al lago di Maracaibo

100 anni
La durata dei diritti sui giacimenti concessi da Delcy Rodríguez

0
Il costo per il contribuente americano, secondo Trump
Nessun dettaglio sulla struttura finanziaria

100 mld $
Gli investimenti privati che l’intesa dovrebbe portare in Venezuela
Stima di Caracas e del segretario di Stato Rubio

209 mld $
Le entrate fiscali attese dallo Stato venezuelano
Stima del governo Rodríguez

Il nome che manca
L’identità dell’operatore privato che guiderà la società mista resta riservata. Un funzionario della Casa Bianca sostiene che diventerà la seconda compagnia petrolifera privata al mondo per riserve. Il greggio dovrebbe servire a ricostituire la riserva strategica e a rifornire le forze armate.

Perché Washington ha fretta

La riserva strategica è scesa al livello più basso dal 1982


La guerra con l’Iran ha eroso le scorte e fatto salire i prezzi. A due mesi dalle elezioni di metà mandato, la benzina resta sopra i 4 dollari al gallone.

−114,5

404,2 agosto 2025
289,7 21 agosto 2026
−28,3% Quanto si sono ridotte le scorte in dodici mesi

Scorte della riserva strategica in milioni di barili. Scala 0–450.
La Strategic Petroleum Reserve non era così vuota dal novembre 1982. Ricostituirla è una delle ragioni per cui la Casa Bianca ha fretta di chiudere l’accordo con Caracas.

Il greggio texano nel 2026

58 $
Inizio anno

83 $
Venerdì 28 agosto

112 $
Marzo, picco

Prezzo del barile di greggio WTI in dollari. La guerra con l’Iran ha interrotto per sei mesi il flusso di circa un quinto del petrolio mondiale.

oltre 4 $
Prezzo medio della benzina al gallone, pari a circa 3,8 litri

2 mesi
Quanto manca alle elezioni di metà mandato di novembre

Che cosa può fermare l’intesa

Cinque ostacoli tra l’annuncio e il primo barile


Apri una voce per i dettagli. Nessuno di questi nodi si scioglie con un messaggio su Truth Social.

1Non esiste un precedente+
Nessun governo degli Stati Uniti ha mai stipulato un contratto di affitto per gestire giacimenti petroliferi all’estero. Tra le ipotesi allo studio c’è l’assegnazione dei campi alle compagnie americane tramite aste.David Goldwyn, Goldwyn Global Strategies, a Reuters

2Il nodo costituzionale venezuelano+
La legge venezuelana tiene sotto controllo statale le attività centrali dell’industria petrolifera: l’accordo può finire in tribunale. A gennaio l’Assemblea nazionale ha approvato una riforma che restituisce alle compagnie straniere gran parte del controllo perso con le nazionalizzazioni di Chávez del 2007.Ricardo Hausmann, già ministro venezuelano e oggi professore a Harvard, definisce l’intesa incostituzionale e destinata al fallimento

3Un greggio che poche raffinerie sanno lavorare+
Gran parte delle riserve, soprattutto nella fascia dell’Orinoco, è greggio pesante o extra‑pesante. Richiede impianti specializzati per la lavorazione e la raffinazione, e quelli venezuelani sono invecchiati dopo anni di investimenti insufficienti, cattiva gestione e sanzioni.

4Rete elettrica e capacità di esportazione insufficienti+
Gli ostacoli che da anni scoraggiano gli investitori restano tutti: incertezza politica, una rete elettrica inadeguata, una capacità di esportazione limitata e l’ampia discrezionalità del governo sul settore.David Goldwyn: difficile che un’intesa di questo tipo acceleri gli investimenti in misura significativa

5Le compagnie non si muovono tutte insieme+
Chevron, in Venezuela da un secolo, tratta per ampliare le proprie attività e potrebbe annunciare un’intesa già la prossima settimana. Nel 2026 hanno firmato con Caracas anche Repsol, Eni e Shell. ExxonMobil, espropriata sotto Chávez, considera il paese non investibile.Wall Street Journal; dichiarazioni di Darren Woods, amministratore delegato di ExxonMobil

Sviluppare le infrastrutture per estrarre, trasportare e raffinare il greggio pesante venezuelano può richiedere anni. Il voto di metà mandato è tra due mesi.

Fonte Annuncio di Donald Trump su Truth Social e note del Dipartimento di Stato; Reuters, Wall Street Journal, New York Times, The Guardian. Riserve statunitensi: EIA, U.S. Crude Oil and Natural Gas Proved Reserves, dati a fine 2023. Riserve venezuelane e quota mondiale: Energy Institute e dati OPEC. Scorte della riserva strategica: EIA, settimana al 21 agosto 2026. Agosto 2026.

Rubio ha scritto su X che l'accordo porterà in Venezuela quasi 100 miliardi di dollari di investimenti privati, migliaia di posti di lavoro ben retribuiti e contribuirà alla ricostruzione dell'economia del paese. Per gli Stati Uniti, ha aggiunto, garantirà una fornitura di petrolio stabile e a basso costo e aiuterà a ridurre il prezzo della benzina.

This deal is a huge win for both the American and Venezuelan people.

It demonstrates how President Trump's bold foreign policy is driving America First wins: securing stable reserves and low-cost oil in our Hemisphere and lowering gas prices here at home.

For the Venezuelan… t.co/SMSRYGWmVb
— Secretary Marco Rubio (@SecRubio) August 28, 2026


Il Venezuela possiede le maggiori riserve petrolifere accertate al mondo, stimate in 303 miliardi di barili, circa il 17% del totale globale. Ne estrae però appena 1,25 milioni di barili al giorno, vale a dire poco più dell'1% della produzione mondiale. Gran parte delle riserve, soprattutto nella fascia dell'Orinoco, è costituita da greggio pesante o extra-pesante, che richiede impianti specializzati per la lavorazione e la raffinazione. Gli impianti venezuelani sono vecchi e il settore risente di anni di investimenti insufficienti, cattiva gestione e sanzioni.

I giacimenti interessati si trovano nella fascia dell'Orinoco e nella regione del lago di Maracaibo, secondo un elenco visionato da Reuters. L'agenzia ha riferito che tra le ipotesi allo studio c'è un sistema di concessione in affitto dei giacimenti, che verrebbero assegnati alle compagnie americane attraverso aste. I funzionari venezuelani si preparano a firmare la prossima settimana i contratti per l'assegnazione dei nuovi diritti di esplorazione e produzione, soprattutto a imprese statunitensi. L'annuncio arriva dopo settimane di trattative tra Washington e Caracas.

I dubbi legali e la corsa delle compagnie petrolifere


David Goldwyn, presidente della società di consulenza Goldwyn Global Strategies, ha dichiarato a Reuters che non è chiaro se un eventuale contratto di affitto dei giacimenti stipulato dal governo statunitense sia compatibile con la Costituzione venezuelana e con la nuova legge sugli idrocarburi. “Non esistono precedenti di un governo degli Stati Uniti che stipuli un contratto per gestire giacimenti petroliferi”, ha osservato. Secondo Goldwyn, inoltre, l'intesa non elimina gli ostacoli che da anni scoraggiano gli investitori: l'incertezza politica, una rete elettrica inadeguata, una capacità di esportazione limitata e l'ampia discrezionalità del governo venezuelano sul settore. "È difficile vedere come un'intesa di questo tipo possa accelerare gli investimenti in misura significativa", ha detto.

La attuale legge venezuelana mantiene sotto il controllo dello Stato le attività centrali dell'industria petrolifera e l'accordo potrebbe, quindi, essere contestato in tribunale per ragioni costituzionali. Ma già a gennaio, poche settimane dopo la cattura di Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti, l'Assemblea Nazionale Venezuelana aveva approvato una riforma che attribuisce alle compagnie petrolifere straniere un controllo molto maggiore sulle proprie attività nel Paese, ridimensionando gran parte dell'assetto introdotto con le nazionalizzazioni del 2007 volute da Hugo Chávez.

Ricardo Hausmann, ex Ministro venezuelano prima dell'arrivo al potere di Chávez e oggi professore all'Università di Harvard, ha scritto su X che "un governo ad interim illegittimo, che si appoggia a una legge illegittima sugli idrocarburi, non ha alcuna legittimità per concludere questo accordo incostituzionale" e che l'intesa "sarà un fiasco per tutte le parti coinvolte". L'annuncio ha irritato anche l'opposizione venezuelana, già delusa dal fatto che la cattura di Maduro non abbia prodotto un vero cambiamento politico.

An illegitimate interim government with an illegitimate hydrocarbons law has no legitimacy to strike this unconstitutional deal. It will be a fiasco for all involved, starting with @SecRubio. t.co/7UNOnYwean
— Ricardo Hausmann (@ricardo_hausman) August 27, 2026


Chevron, la seconda compagnia petrolifera americana e l'unica attualmente con una presenza rilevante in Venezuela, dove opera da un secolo, sta trattando separatamente con le autorità venezuelane per ampliare le proprie attività nel Paese e potrebbe annunciare un'intesa già la prossima settimana, secondo quanto rivelato dal Wall Street Journal. Nel 2026 anche Repsol, Eni e Shell hanno firmato accordi con Caracas. Darren Woods, amministratore delegato di ExxonMobil, aveva invece dichiarato, subito dopo la cattura di Maduro, di considerare ancora il Venezuela un Paese in cui non è possibile investire.

Il Venezuela ha nazionalizzato l'industria petrolifera negli anni Settanta, affidando un ruolo centrale alla compagnia di Stato PDVSA. Con Chávez il governo venezuelano ha rafforzato ulteriormente il proprio controllo, obbligando i produttori stranieri a operare attraverso società miste guidate dallo Stato e successivamente espropriando gli impianti di ExxonMobil e ConocoPhillips. Sotto Maduro la produzione di petrolio era crollata al suo minimo.

Benzina, riserva strategica e conseguenze politiche


Resta da capire ora se l'accordo potrà davvero ridurre il prezzo della benzina nel breve periodo. Sviluppare le infrastrutture necessarie per estrarre, trasportare e raffinare il greggio pesante venezuelano può richiedere anni. Il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti supera i 4 dollari al gallone, pari a circa 3,8 litri, mentre l'Amministrazione Trump è sotto pressione per trovare una soluzione immediata a questo problema a soli due mesi dalle elezioni di metà mandato di novembre.

Le scorte della Strategic Petroleum Reserve, la riserva petrolifera d'emergenza degli Stati Uniti, sono intanto scese a 289,7 milioni di barili nella settimana terminata il 21 agosto, rispetto ai 404,2 milioni della stessa settimana del 2025. È il livello più basso dal novembre 1982. La guerra con l'Iran ha interrotto per sei mesi il flusso di circa un quinto del petrolio mondiale e ha spinto il prezzo del greggio texano fino a 112 dollari al barile a marzo, contro i 58 dollari dell'inizio del 2026. Venerdì il barile era scambiato intorno agli 83 dollari.

Rodríguez, alleata di Maduro, ne ha preso il posto dopo che a gennaio le forze americane lo hanno catturato e trasferito a New York per rispondere di accuse penali legate al narcotraffico. Da allora si è mostrata molto più disponibile a collaborare con il governo statunitense e parla regolarmente con i vertici della Casa Bianca, che le hanno comunque fatto sapere che potrebbe andare incontro alla stessa sorte del suo predecessore se non volesse collaborare. I predecessori di Trump alla Casa Bianca avevano sempre evitato di presentare il controllo sulle risorse naturali di un altro paese come un obiettivo della politica estera americana, sia per il timore delle reazioni internazionali sia per i dubbi sulla legalità di operazioni di questo tipo e per il rischio di alimentare nuove minacce alla sicurezza degli Stati Uniti.


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Trump vuole creare la prima accademia spaziale americana


Un'istituzione militare e civile sul modello di West Point per formare ufficiali, ingegneri e astronauti. Una commissione guidata dal capo della NASA ha 120 giorni per presentare un piano

Il presidente Donald Trump ha firmato venerdì 28 agosto un ordine esecutivo che avvia la creazione della U.S. Space Academy, la prima accademia spaziale degli Stati Uniti. Sarà un'istituzione militare e civile sul modello di West Point e delle altre accademie delle forze armate americane. Dovrà formare gli ufficiali della Space Force, il ramo militare dedicato allo spazio, il personale della NASA, l'agenzia spaziale americana, e i tecnici dell'industria spaziale privata. La firma è arrivata al Johnson Space Center di Houston, in Texas, durante la cerimonia in cui Trump ha premiato i quattro astronauti della missione Artemis II, che quest'anno hanno circumnavigato la Luna.

"Una nazione non può essere prima sulla Terra se saremo secondi nello spazio", ha detto il presidente durante la cerimonia. L'ordine definisce lo spazio un settore critico per la sicurezza nazionale, la crescita economica e l'innovazione tecnologica. L'accademia dovrà unire la formazione tecnica allo sviluppo della leadership e all'impegno nel servizio pubblico, ma non è ancora chiaro quale accesso avrà l'industria privata all'istituzione federale.

A guidare il progetto sarà una commissione presidenziale di otto membri presieduta da Jared Isaacman, l'amministratore della NASA, con il vice amministratore Matt Anderson come direttore esecutivo. Entro 120 giorni la commissione dovrà presentare al presidente un rapporto con le raccomandazioni sulla governance, sugli obblighi di servizio per i diplomati, sulla sede e sulle modifiche legislative necessarie. Valuterà anche l'ipotesi di collocare l'accademia all'interno della NASA. I fondi dovranno comunque essere approvati dal Congresso.

La sede non è ancora stata scelta. Trump ha detto che deciderà "molto presto", mentre il senatore del Texas Ted Cruz fa pressioni perché l'accademia nasca nel suo Stato. "Lasciami in pace, Ted, per favore, lasciami in pace", ha scherzato il presidente davanti alla platea di astronauti e ingegneri, aggiungendo che tutti la vogliono perché "lo spazio è la cosa del momento".

La Space Force era stata creata dallo stesso Trump nel 2019, durante il suo primo mandato, come sesto ramo delle forze armate con il compito di gestire i satelliti e le minacce nello spazio. Nel 2024 contava più di 14.000 persone tra militari e civili. Al momento della sua nascita il Pentagono decise però di non aprire una scuola dedicata: gli ufficiali si formano all'Air Force Academy di Colorado Springs insieme ai cadetti dell'aeronautica, così come i futuri marines studiano all'accademia navale di Annapolis. Nel 2025 sono entrati nella Space Force 93 cadetti dell'Air Force Academy (circa il 10% dei diplomati di quell'anno). L'idea di un'accademia autonoma circolava da anni al Congresso ed era contenuta anche in Project 2025, il piano della Heritage Foundation, un centro studi conservatore, che ha ispirato molte scelte dell'amministrazione.

L'organico della Space Force è oggi inferiore del 25% ai livelli fissati dal Congresso, secondo un rapporto pubblicato nel 2025 dal GAO, l'organo di controllo parlamentare americano. Anche le aziende private faticano ad attrarre talenti in una fase di forte crescita della domanda di lanci e servizi spaziali. Secondo gli analisti la concorrenza di SpaceX di Elon Musk e di Blue Origin di Jeff Bezos ha fatto salire il costo delle assunzioni per le società più piccole.

Trump ha promesso di riportare gli astronauti americani sulla Luna nel 2028, l'ultimo anno del suo mandato, e considera l'agenda spaziale una parte centrale della sua eredità politica. Il programma lunare Artemis punta al primo allunaggio con il sistema Starship di SpaceX, il cui sviluppo è però in ritardo. Il lander di Blue Origin, anch'esso in fase di sviluppo, potrebbe invece farsi trovare pronto per quella data. La Cina punta a portare i suoi astronauti sulla Luna intorno al 2030. Entrambi i paesi vogliono stabilire una presenza umana permanente al polo sud lunare, dove il ghiaccio d'acqua presente nel suolo potrebbe servire a produrre carburante sul posto. Il presidente ha annunciato anche il lancio nel 2028 di una navicella a propulsione nucleare verso Marte, descritta come la porta d'accesso ai viaggi interplanetari.

L'annuncio arriva pochi giorni dopo un memorandum sulla politica dei trasporti spaziali, pubblicato il 20 agosto per aumentare il numero di lanci. Il presidente vuole inoltre raddoppiare il budget della Space Force per mantenere il vantaggio sulla Cina nella competizione sui satelliti. Allo stesso tempo la richiesta di bilancio della Casa Bianca per il 2027 prevede un taglio del 25% ai fondi della NASA, anche se alla Camera è stata presentata una proposta di legge che respinge gran parte dei tagli.

L'onorificenza consegnata durante la cerimonia, la Congressional Space Medal of Honor (istituita nel 1969), è andata al comandante Reid Wiseman, al pilota Victor Glover, a Christina Koch e al canadese Jeremy Hansen, l'equipaggio di Artemis II. Nella missione, durata più di nove giorni, si sono spinti più lontano dalla Terra di qualsiasi essere umano prima. Dopo la premiazione Trump ha parlato in collegamento dal centro di controllo della NASA con gli astronauti della Stazione Spaziale Internazionale, terzo presidente in carica a farlo da quella sala dopo Ronald Reagan e Bill Clinton.

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☕ CYBERBRIEFING — Domenica 30 agosto 2026

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🗞️🇩🇪 "[noyb] geht nun gleich mit zwei Mitteln gegen die #Schufa vor. Einerseits haben sie eine #Abmahnung gesendet, die in eine mögliche Unterlassungsklage münden kann. Auf der anderen Seite kündigen sie eine mögliche #Sammelklage an."

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Il provocatore di destra Milo Yiannopoulos espulso dagli Stati Uniti


L'ex editorialista di Breitbart, tra i volti dell'alt-right nel 2016, viveva negli Stati Uniti dal 2019 con il visto scaduto. Laura Loomer, sua nemica di lunga data, rivendica di averlo segnalato alle autorità.

Milo Yiannopoulos, il provocatore britannico di estrema destra ed ex dirigente di Yeezy, è stato espulso verso il Regno Unito venerdì, il giorno dopo il suo arresto. Lo ha annunciato sabato il Dipartimento della Sicurezza interna (DHS), secondo cui gli agenti dell'ICE, l'agenzia federale per l'immigrazione, lo avevano fermato giovedì all'aeroporto Louis Armstrong di New Orleans. Il comunicato lo definisce "un clandestino proveniente dal Regno Unito" che era entrato legalmente negli Stati Uniti il 14 maggio 2019 attraverso New York e aveva poi "scelto di abusare della nostra ospitalità in violazione delle leggi del nostro Paese". Un giudice dell'immigrazione aveva emesso un ordine definitivo di espulsione il 22 luglio, dopo che Yiannopoulos non si era presentato all'udienza. L'amministrazione Trump, prosegue il comunicato, "lavora con impegno per garantire che gli stranieri presenti illegalmente nel nostro Paese non possano più volare, se non fuori dal Paese per autoespellersi". Nessun suo rappresentante ha risposto alle richieste di commento.

Dall'alt-right allo stage con Greene


Nato in Inghilterra, Yiannopoulos, 41 anni, era diventato una figura di primo piano nella politica americana durante l'ascesa di Donald Trump nel 2016, quando lavorava come editorialista per Breitbart, il sito di Stephen K. Bannon. Leader del movimento alt-right, non è mai stato accettato come conservatore mainstream a causa dei frequenti commenti misogini, dei legami con suprematisti bianchi e antisemiti e di una serie di altre dichiarazioni controverse, tra cui quella secondo cui una relazione tra un tredicenne e un adulto potrebbe essere consensuale, che gli costò contratti editoriali e inviti a parlare. Negli ultimi anni era in gran parte scomparso dal dibattito a destra, nonostante il tentativo di reinventarsi come "ex gay" e un periodo da stagista non retribuito per l'allora deputata Marjorie Taylor Greene.

L'arresto è avvenuto mentre atterrava a New Orleans, dove venerdì sera Kanye West, oggi Ye, era atteso in concerto al Caesars Superdome. Yiannopoulos ha lavorato a più riprese per il rapper, anche come capo dello staff di Yeezy, e ha rivendicato di aver fatto invitare il suprematista bianco Nick Fuentes alla cena del 2022 tra Ye e Trump, un episodio che aveva provocato un'ondata di critiche al presidente, appena candidatosi per il 2024. In seguito aveva detto a NBC News di averlo fatto "solo per rendere la vita di Trump un inferno". Nel 2024 si è dimesso da Yeezy, motivando la scelta con l'annunciato ingresso del rapper nell'industria per adulti, ed è stato poi citato in giudizio, insieme a Ye, da otto dipendenti per un ambiente di lavoro ostile: accuse che ha respinto.

Il suo sostegno a Trump si è affievolito con il tempo e di recente ha criticato il presidente. A dicembre è stato ospite dello show di Tucker Carlson, che progettava anche di pubblicare un suo libro, e l'anno scorso è apparso nel podcast di Candace Owens, un'altra sostenitrice di Trump diventata critica, che è in lite con l'influente blogger MAGA Laura Loomer.

On August 27, ICE arrested Milo Yiannopoulos, an illegal alien from the United Kingdom, at the Louis Armstrong New Orleans International Airport (MSY) in Kenner, Louisiana. Yiannopoulos legally entered the country on May 14, 2019, through New York City, New York. He chose to… t.co/Hk6QBUmGDI pic.twitter.com/DbIhv8Z6PI
— Homeland Security (@DHSgov) August 28, 2026


La rivendicazione di Loomer


Proprio Loomer rivendica l'arresto. Ha raccontato al Washington Post di aver contattato ripetutamente dal 2024 l'ICE, il DHS e l'FBI a proposito di Yiannopoulos e di averlo denunciato all'FBI dopo che lui aveva pubblicato post minacciosi che invocavano violenza contro di lei. La detenzione, ha detto, è avvenuta "al 100%" perché lei ha richiamato l'attenzione sul suo status migratorio: "Chi altro ha segnalato che Milo era un clandestino?". Il DHS non ha commentato. Yiannopoulos, dal canto suo, aveva pubblicato quelli che sosteneva essere dettagli sulla storia clinica psichiatrica di Loomer, nel tentativo apparente di danneggiarne il rapporto con Trump.

Resta in sospeso il destino di Tarantula, la società di gestione di talenti e consulenza strategica che Yiannopoulos ha fondato nel 2023 per rappresentare clienti scomodi: i primi due furono Azealia Banks e Ariel Pink e con la rapper il rapporto si chiuse in una lite pubblica feroce. In rete è intanto riemerso un suo vecchio post in cui scherzava cupamente su un raid dell'ICE, un'agenzia di cui aveva lodato i metodi. La carriera americana di un uomo che ha fatto della provocazione un mestiere si chiude così per mano della macchina delle espulsioni che aveva applaudito e su segnalazione di una nemica che si era fatto con la stessa tecnica.

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La rassegna stampa di domenica 30 agosto 2026


Il direttore della CIA propone un vertice tra Trump, Putin e Zelensky, la Federal Reserve valuta un rialzo dei tassi e un giudice blocca le espulsioni degli studenti che criticano Israele, mentre Yiannopoulos viene a sua volta espulso dagli Stati Uniti

Questa è la rassegna stampa di domenica 30 agosto 2026

Il direttore della CIA propone un vertice tra Trump, Putin e Zelensky


Durante una visita riservata a Mosca, il direttore della CIA John Ratcliffe avrebbe proposto un incontro trilaterale tra il presidente Trump, il presidente russo Putin e quello ucraino Zelensky per porre fine alla guerra. È la prima volta che Ratcliffe si impegna personalmente nella spinta diplomatica: Zelensky si è detto favorevole, mentre Putin finora ha respinto l'ipotesi. I funzionari ucraini restano scettici e sostengono che Mosca stia preparando una nuova escalation.

Fonti: Axios

La Federal Reserve verso una decisione difficile sui tassi


Kevin Warsh, presidente della Federal Reserve, dovrà presto decidere se alzare i tassi di interesse qualora l'inflazione non rallenti, anche a costo di irritare il presidente Trump. Dopo essersi mostrato intransigente sull'inflazione, Warsh si trova ora in quella che viene descritta come una situazione senza vie d'uscita.

Fonti: New York Times

Un giudice vieta all'Amministrazione di espellere gli studenti che criticano Israele


Un giudice federale della California ha stabilito che l'Amministrazione Trump non può espellere gli studenti stranieri per aver criticato Israele, richiamando l'importanza del Primo emendamento e della libertà di espressione. La decisione rappresenta un nuovo limite giudiziario alle politiche migratorie dell'Amministrazione.

Fonti: ABC News

Espulso dagli Stati Uniti Milo Yiannopoulos, sostenitore della linea dura sull'immigrazione


Milo Yiannopoulos, agitatore di destra e tra i primi sostenitori di Trump nonché fautore delle espulsioni di massa, è stato a sua volta espulso e rimandato nel Regno Unito. L'ICE lo ha definito un immigrato irregolare: secondo il Dipartimento della sicurezza interna avrebbe superato i termini del visto e saltato un'udienza sull'immigrazione.

Fonti: New York Times, NPR, Fox News

Tucker Carlson chiede la rimozione immediata di Trump


Il commentatore conservatore Tucker Carlson ha dichiarato che il presidente Trump dovrebbe essere rimosso dall'incarico se sta valutando l'uso preventivo di armi nucleari, sostenendo che anche solo prendere in considerazione questa possibilità dovrebbe squalificare un presidente. Le parole segnano un'ulteriore frattura all'interno del mondo conservatore.

Fonti: The Hill

L'accordo di Trump sul petrolio venezuelano poggia su un partner controverso


L'Amministrazione Trump lavorerà con una compagnia petrolifera privata venezuelana legata da stretti rapporti al governo di Caracas per rilanciare le forniture di greggio. La scelta di un partner tanto potente quanto divisivo solleva interrogativi sulla strategia energetica e diplomatica di Washington verso il Venezuela.

Fonti: New York Times

Il candidato democratico El-Sayed si scusa con gli elettori ebrei del Michigan


Abdul El-Sayed, candidato democratico al Senato in Michigan, si è scusato per alcune dichiarazioni fatte dopo un attacco a una sinagoga dell'area di Detroit, nel tentativo di rassicurare gli elettori ebrei in vista del voto di novembre. "Ho commesso un errore", ha detto davanti al caucus ebraico democratico dello Stato.

Fonti: The Hill, New York Times

Walmart paga 50 milioni per chiudere la causa sugli oppioidi


Walmart ha accettato di versare 50 milioni di dollari per chiudere una causa che accusava le sue farmacie di aver evaso centinaia di migliaia di prescrizioni illegali di sostanze controllate, contribuendo alla crisi degli oppioidi. L'accordo, annunciato dal Dipartimento di Giustizia, risolve una causa federale del 2020.

Fonti: The Hill

Gli editori musicali fanno causa ad Anthropic per violazione del copyright


Alcuni tra i maggiori editori musicali, legati a Sony Music e Warner Music, hanno citato in giudizio la società di intelligenza artificiale Anthropic, accusandola di aver addestrato illegalmente i propri modelli su decine di migliaia di brani protetti da copyright. La causa, depositata in un tribunale federale della California, chiede risarcimenti e apre un nuovo fronte nello scontro tra industria musicale e aziende dell'intelligenza artificiale.

Fonti: Axios

L'aumento dei rendimenti dei titoli di Stato pesa sui conti pubblici del G7


L'impennata dei rendimenti obbligazionari ha aggiunto decine di miliardi ai costi del debito delle maggiori economie sviluppate del G7 dall'inizio della guerra tra Stati Uniti e Iran. I costi di finanziamento più elevati gravano sulle finanze pubbliche, con ricadute anche sul bilancio statunitense.

Fonti: Financial Times

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Meta deve smettere di mettere a tacere le informazioni sulla salute riproduttiva

Avere accesso a informazioni accurate sulla salute riproduttiva e materna può essere fondamentale. Ma sulle piattaforme di Meta, anche solo discutere di farmaci da prescrizione, servizi di aborto o esperienze mediche personali può essere sufficiente a far scattare la rimozione dei contenuti e le restrizioni dell'account.

eff.org/deeplinks/2026/08/meta…

@eticadigitale

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Il tentativo repubblicano di incriminare Fauci si è già arenato


L'Amministrazione Trump dubita della procedura scelta da Rand Paul: senza un voto dell'intero Senato, l'accusa di oltraggio al Congresso rischia di non reggere in tribunale.

La spinta repubblicana per incriminare Anthony Fauci per oltraggio al Congresso si è già arenata: all'interno dell'Amministrazione Trump sono emersi seri dubbi sulla solidità giuridica della procedura scelta e sulla possibilità che possa sostenere un'incriminazione da parte del Dipartimento di Giustizia. Lo riferisce il Wall Street Journal. Tre settimane dopo il voto con cui la Commissione per la Sicurezza Interna e gli Affari Governativi del Senato, controllata dai repubblicani, ha dichiarato Fauci colpevole di oltraggio, alcuni funzionari dubitano che la procedura sia abbastanza solida da consentire di perseguire penalmente l'ex responsabile della sanità pubblica, oggi 85enne, per essersi rifiutato di rispondere alle domande dei senatori.

Il voto del 6 agosto, approvato per 8 a 5 con i soli voti repubblicani, era stato promosso da Rand Paul, senatore del Kentucky e critico di lunga data di Fauci, che ha più volte detto di volerlo vedere in prigione. Durante l'audizione del 29 luglio, Fauci si era rifiutato di rispondere alle domande sulla gestione della pandemia di Covid-19, invocando 111 volte il Quinto emendamento, che tutela dal rischio di autoincriminazione. Aveva inoltre definito l'audizione una trappola volta a indurlo a rendere dichiarazioni false. La risoluzione dovrebbe normalmente essere sottoposta al voto dell'intero Senato, dove quasi certamente non raggiungerebbe i 60 consensi necessari. Paul ha quindi chiesto al vicepresidente JD Vance, nella sua veste di presidente del Senato, di certificarla direttamente e trasmetterla al Dipartimento di Giustizia.

Il documento fermo da Vance


Fino a martedì mattina, tuttavia, l'ufficio di Vance non aveva ricevuto alcun documento da certificare. Il rapporto è arrivato soltanto martedì sera, dopo le ripetute richieste di chiarimento del WSJ. Il Dipartimento di Giustizia, che il giorno del voto aveva ricevuto da Paul una lettera contenente le accuse, non dispone ancora di un deferimento formale. Intanto, il presidente Donald Trump non ha ancora deciso se chiedere al Dipartimento di procedere. Secondo persone a conoscenza delle discussioni, la questione non è una priorità per il presidente.

La mossa di Paul mette la Casa Bianca in una posizione difficile: certificare il documento significherebbe doverne difendere la validità in tribunale, dove alcuni funzionari temono che l'accusa non supererebbe una richiesta di archiviazione in assenza di un voto dell'intera aula. Trump, che inizialmente si era detto favorevole a valutare un'incriminazione, ha dichiarato all'inizio del mese di non aver mai discusso il caso né con il procuratore generale Todd Blanche né con Jeanine Pirro, procuratrice federale di Washington. Una prudenza insolita rispetto all'atteggiamento tenuto verso altri avversari, per i quali il presidente ha chiesto apertamente l'avvio di procedimenti penali.

Attraverso la portavoce Taylor Van Kirk, Vance ha affermato che "Fauci ha causato un danno incalcolabile al popolo americano" e che il vicepresidente "sostiene ogni percorso valido per ottenere giustizia", senza però precisare se firmerà il documento. Un portavoce di Paul ha confermato che il deferimento si trova ora nell'ufficio di Vance. L'oltraggio al Congresso può essere punito con una multa fino a 100.000 dollari e un anno di carcere.

I precedenti e la grazia di Biden


Trump ha paragonato il caso a quelli di Steve Bannon e Peter Navarro, condannati durante l'Amministrazione Biden per non aver rispettato le citazioni della commissione d'inchiesta sull'assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. In entrambi i casi, però, l'intera Camera aveva votato per dichiararli colpevoli di oltraggio prima del deferimento al Dipartimento di Giustizia.

Stanley Brand, che ha difeso Bannon e Navarro ed è stato consulente legale della Camera dei Rappresentanti durante la presidenza di Tip O'Neill, ha detto al Journal che il deferimento promosso da Paul resterebbe vulnerabile anche se il Dipartimento decidesse di procedere: "Esiste una lunga serie di sentenze secondo cui non si possono aggirare le regole del Senato o della Camera quando si dichiara qualcuno colpevole di oltraggio. Quel deferimento è nullo". Resta inoltre da stabilire se il rifiuto di rispondere dopo aver invocato il Quinto emendamento sia sufficiente a sostenere l'accusa.

Fauci ha inoltre ricevuto da Joe Biden una grazia preventiva per qualsiasi reato federale legato agli incarichi ricoperti tra il gennaio 2014 e il 19 gennaio 2025. Trump l'ha definita "un atto molto forte" e ha detto che intende rispettarla. Il presidente, che nei primi mesi della pandemia aveva mantenuto buoni rapporti con Fauci e gli aveva conferito un encomio prima di lasciare la Casa Bianca nel 2021, oggi sostiene che l'immunologo "abbia commesso molti errori", senza però averne mai chiesto esplicitamente il processo.

Paul e il senatore Ron Johnson stanno intanto esaminando le comunicazioni conservate sul vecchio iPhone governativo di Fauci. Paul ha inoltre pubblicato i diari risalenti agli anni della pandemia, che, a suo giudizio, mostrerebbero una particolare attenzione dell'immunologo per le apparizioni televisive e la propria immagine pubblica. Entrambi i senatori accusano Fauci di aver ingannato gli americani sull'origine del virus e di aver tratto vantaggio economico dalle politiche adottate durante la pandemia. Alcuni Stati guidati dai repubblicani hanno aperto separate indagini autonome, sostenendo che la grazia concessa da Biden abbia valore soltanto sul piano federale.

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Trump: Hormuz è riaperto. Ma i numeri raccontano una ripresa a metà


Washington rivendica di aver riaperto gran parte dello Stretto e ridotto la minaccia delle mine, ma il traffico resta molto sotto i livelli prebellici e il prezzo del petrolio continua a scontare gli effetti della crisi.

Lo Stretto di Hormuz è stato la carta più forte dell'Iran dall'inizio della guerra, alla fine di febbraio. Negli ultimi due mesi, però, funzionari americani sostengono che l'esercito statunitense abbia progressivamente eroso quella leva, fino a controllare di fatto gran parte del passaggio. "Lo Stretto è aperto. La risposta iraniana è molto blanda. Non vogliono che torniamo a colpirli. È tutta lì la partita, il resto non conta", ha detto Donald Trump ad Axios in un'intervista telefonica giovedì.

Quello che sei mesi fa era cominciato come un'operazione per degradare le capacità missilistiche iraniane e distruggere ciò che restava del programma nucleare si è così trasformato in uno scontro a tempo indeterminato per il controllo del più importante snodo energetico del mondo. Quando la guerra è iniziata, lo Stretto era aperto, il petrolio scorreva senza interruzioni e il Brent valeva circa 72 dollari al barile. Nelle prime 72 ore l'Iran ha annunciato la chiusura del passaggio e minacciato di attaccare le petroliere in transito.

Dietro le quinte, secondo funzionari israeliani e americani, l'allora comandante della Marina dei Guardiani della rivoluzione, il generale Alireza Tangsiri, diede l'ordine che fece precipitare la situazione: posare mine navali nel Traffic Separation Scheme, il principale corridoio internazionale dello stretto. Tangsiri è stato poi ucciso il 26 marzo, quasi quattro settimane dopo, in un raid israeliano a Bandar Abbas.

Gli attacchi alle navi e la minaccia delle mine hanno bloccato il traffico commerciale. Nei due mesi successivi il prezzo del Brent è salito fino a 126 dollari e Trump ha accettato il cessate il fuoco dell'8 aprile anche per l'aumento del prezzo della benzina negli Stati Uniti, esattamente il tipo di pressione economica che Teheran voleva esercitare. La riapertura dello Stretto era il perno del Memorandum d'Intesa firmato il 17 giugno, ma il passaggio non si è mai riaperto completamente e l'accordo è presto naufragato.

Iran · La partita nello Stretto

Washington dice di aver riaperto Hormuz. Il traffico dice un’altra cosa

Sei mesi di guerra hanno trasformato lo snodo energetico più importante del mondo in un corridoio a bassa intensità. La Marina americana scorta i convogli lungo la costa dell’Oman e rivendica il controllo del passaggio, ma chi monitora le petroliere conta una frazione delle navi di prima.
Grafica di FocusAmerica Agosto 2026

I transiti giornalieri nello Stretto di Hormuz sono scesi da circa 130 prima della guerra a 15 in agosto. Il Brent è passato da 72 a 126 dollari al barile ed è oggi vicino ai 90. Le esportazioni iraniane di greggio e condensati sono crollate da oltre 2,2 milioni di barili al giorno in febbraio a circa 280.000 in maggio. Dal corridoio principale sono stati rimossi oltre 200 oggetti simili a mine: solo 11 erano vere mine.


Il canale protetto dagli Stati Uniti
La rotta voluta dall’Iran
Le 15 navi che passano ogni giorno

Le due parti hanno cercato di imporre rotte diverse: l’Iran vicino alla propria costa, gli Stati Uniti lungo un canale che costeggia l’Oman, dove si è concentrata la maggior parte degli attacchi. Coste da Natural Earth; i corridoi sono una rappresentazione schematica.

Navi in transito nello Stretto, al giorno

Prima della guerra
130

Agosto 2026
15

Media dei passaggi fino a fine febbraio
Media di agosto, Wall Street Journal

Oggi
Prima della guerra

Ogni barra è una nave. Lloyd’s List Intelligence, che usa come riferimento una media prebellica di 85 transiti al giorno, il 23 agosto ne ha contati appena 3.

«Lo Stretto è aperto. La risposta iraniana è molto blanda»
Donald Trump, ad Axios

Le due contabilità
Quanto di quello che passava prima passa ancora oggi
Ogni fonte misura lo stesso stretto con il proprio metro. Riportando tutte le stime alla loro stessa base prebellica, la distanza tra Washington e chi conta le navi diventa evidente.

0Quota dei livelli prima della guerra100%

Che cosa è stato rimosso dal corridoio principale

Oggetti simili a mine
Vere mine navali

Sommozzatori, Navy SEAL, droni subacquei e contractor privati hanno tirato su oltre 200 oggetti. Secondo funzionari americani soltanto 11 erano mine, e poche erano state posate correttamente.

Il prezzo della guerra
Il petrolio non è arrivato a 150 dollari, ma tutto quello che gli sta intorno costa di più
Le previsioni più nere non si sono avverate: i modelli non avevano tenuto conto delle rotte alternative per far uscire il greggio dal Golfo né del calo delle importazioni cinesi.

Prezzo del Brent in dollari al barile. I tre valori sono quelli citati dalle fonti: la linea tra i punti è indicativa.

Le esportazioni iraniane di greggio e condensati

Barili al giorno. Il blocco navale americano dei porti iraniani ha tolto a Teheran quasi nove decimi delle proprie vendite.

Come ci siamo arrivati
Da operazione contro il programma nucleare a scontro per il controllo del passaggio
Tocca una data per aprire il dettaglio.

Il conto
Quanto costa tenere aperto lo Stretto
Le cifre ufficiali e quelle che circolano dentro il Pentagono non coincidono.

Fonti Axios, Wall Street Journal, Lloyd’s List Intelligence, CENTCOM, Clarksons Research, NBC News, Human Rights Activists News Agency, Amnesty International · agosto 2026
Nota Le stime sul traffico marittimo sono in contrasto tra loro: i valori riportati sono quelli dichiarati da ciascuna fonte.

Washington riapre il canale, ma i tracker frenano l'ottimismo


Da allora l'esercito americano ha lavorato per riaprire autonomamente la rotta. Una task force statunitense, insieme agli Emirati Arabi Uniti, ha cominciato a scortare le navi lungo il canale meridionale, garantendo copertura aerea e intercettando droni e missili da crociera iraniani. Una campagna di bombardamenti durata due settimane ha ridotto la capacità dei Guardiani di colpire le imbarcazioni in transito, mentre Washington ha ripristinato il blocco navale dei porti iraniani.

Le operazioni di sminamento hanno coinvolto sommozzatori della Marina, Navy SEAL, droni subacquei e di superficie e contractor privati: dal corridoio principale sono stati rimossi oltre 200 oggetti simili a mine, ma secondo funzionari americani soltanto 11 erano vere mine e poche erano state posate correttamente. "Le rotte internazionalmente riconosciute nello Stretto sono libere dalle mine iraniane", ha comunque dichiarato l'ammiraglio Brad Cooper, comandante del CENTCOM, in un video pubblicato giovedì sera.

Cooper ha aggiunto che negli ultimi mesi le forze americane hanno assistito quasi 1.500 navi mercantili che trasportavano circa 750 milioni di barili di greggio. "L'Iran è stato avvisato che qualsiasi nave o imbarcazione che posi nuove mine sarà immediatamente e sistematicamente distrutta", ha avvertito Cooper. Trump ha poi rilanciato lo stesso messaggio su Truth Social.

L'Iran continua comunque ad attaccare le navi, anche se con una capacità di mira limitata: secondo un funzionario americano, soltanto il 2% delle imbarcazioni transitate nell'ultimo mese è stato colpito. Il traffico nel canale meridionale sarebbe così salito a 20-30 petroliere per notte, per una media di 9-10 milioni di barili, vale a dire circa la metà dei volumi prebellici. Esperti del mercato petrolifero e società che monitorano le petroliere dubitano però che i flussi siano così elevati, mentre i funzionari americani sostengono che i tracker li stiano sottostimando. Le periodiche segnalazioni di petroliere colpite continuano inoltre ad alimentare dubbi sulla reale sicurezza del passaggio.

I dati raccolti dal Wall Street Journal descrivono infatti una situazione meno rosea. Il traffico attraverso lo Stretto, che prima della guerra era in media di circa 130 navi al giorno, è sceso a 15 al giorno in agosto, tra gli attacchi iraniani e il blocco americano dei porti di Teheran. Lloyd's List Intelligence, che utilizza come riferimento una media prebellica di 85 transiti quotidiani, ne ha contati appena 3 il 23 agosto. Le due parti hanno cercato di imporre rotte diverse: l'Iran vicino alla propria costa, gli Stati Uniti lungo un canale che costeggia l'Oman, dove si è concentrata la maggior parte degli attacchi. Le esportazioni iraniane di greggio e condensati, secondo il Journal, sono allo stesso tempo scese a circa 280.000 barili al giorno a maggio, dagli oltre 2,2 milioni di febbraio.

Le previsioni di un prezzo del petrolio oltre i 150 dollari non si sono avverate, anche perché i modelli non avevano tenuto pienamente conto delle rotte alternative per far uscire il greggio dal Golfo e della riduzione delle importazioni cinesi. Il Brent resta comunque vicino ai 90 dollari, la benzina americana è passata da 2,98 a circa 4 dollari al gallone e la riserva strategica statunitense è scesa sotto i 300 milioni di barili, ai livelli più bassi dal 1983. Secondo Clarksons Research, noleggiare una superpetroliera dal Golfo alla Cina costa ormai oltre 500.000 dollari al giorno, più del doppio rispetto a prima della guerra.

L'operazione americana mostra comunque segnali di progresso. Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Kuwait hanno aderito, l'Arabia Saudita dovrebbe seguire e Washington spera che il Qatar cominci presto a far transitare le proprie metaniere lungo la rotta protetta. Entro metà settembre gli Stati Uniti puntano ad ampliare il canale principale in modo che almeno 50 navi possano entrare e uscire dal Golfo ogni notte, con l'obiettivo di riportare le esportazioni al 60-70% dei livelli prebellici.

Teheran cerca mediatori, Trump non vuole trattare


Due fonti regionali hanno detto ad Axios che negli ultimi giorni l'Iran ha mostrato un rinnovato interesse per i negoziati. Domenica il comandante dell'esercito pakistano Asim Munir è stato visto a Teheran nel tentativo di rilanciare la mediazione, seguito nei giorni successivi dal Ministro degli Esteri dell'Oman e, giovedì, dal primo ministro del Qatar, arrivato su richiesta iraniana. In pubblico, però, Teheran non ha cambiato posizione: chiede che gli Stati Uniti applichino il Memorandum e presentino condizioni per la riapertura dello stretto.

Trump, per ora, sostiene di non voler trattare. "Non voglio incontrarli, sono loro a volerlo. In realtà stanno implorando un accordo", ha scritto giovedì su Truth Social. L'inviato americano Steve Witkoff continua però a parlare con i qatarioti e con gli altri mediatori: i negoziatori americani vogliono capire se il blocco, la pressione economica e il crescente vantaggio nello stretto finiranno per ammorbidire la posizione di Teheran. Per Washington il Memorandum del 17 giugno non è più rilevante e i colloqui tra Oman e Iran su una nuova gestione dello Stretto vengono trattati come un elemento secondario.

La guerra ha, intanto, già ridisegnato gli equilibri della regione. Turchia, Arabia Saudita e Pakistan hanno firmato il 7 agosto alla Mecca un patto di difesa collettiva, mentre gli attacchi contro più di 20 siti americani, compresa la base navale in Bahrein, hanno spinto il Pentagono a rivedere l'intera presenza militare statunitense nel Golfo. Il costo dell'operazione, secondo il segretario alla Difesa Pete Hegseth, aveva raggiunto 37,5 miliardi di dollari a luglio, prima dell'ultima ondata di raid, mentre stime interne del Pentagono riportate da NBC News, che includono la riparazione delle basi e il rimpiazzo di aerei e munizioni, arrivano a 80-100 miliardi.

In Iran sono morte più di 3.600 persone secondo la Human Rights Activists News Agency. Dall'inizio della guerra hanno perso la vita anche 18 militari americani, mentre Amnesty International aveva documentato almeno 28 civili uccisi nei Paesi arabi del Golfo fino al 3 giugno.


Gli Stati Uniti riaprono la rotta centrale di Hormuz e stringono la morsa sull'Iran


La Marina statunitense avrebbe completato la bonifica della rotta centrale dello Stretto di Hormuz, il passaggio attraverso cui, prima della guerra, transitava circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto. Secondo quanto riferito ad Axios da due funzionari statunitensi, sarebbe stato completamente ripulito il Traffic Separation Scheme, vale a dire il sistema di corsie che attraversa la fascia tra l'Iran e l'Oman.

Il presidente Donald Trump ha scritto su Truth Social che il comando della Marina lo ha informato che tutte le mine nelle acque internazionali dello stretto "sono state rimosse o fatte detonare" e ha inoltre affermato che l'Iran è stato avvertito di non posarne altre. L'Agenzia Internazionale dell'Energia aveva definito la paralisi del traffico attraverso Hormuz la più grave interruzione delle forniture nella storia del mercato petrolifero mondiale: la bonifica potrebbe quindi consentire il passaggio di un numero molto maggiore di petroliere, anche se la navigazione resta pericolosa per la minaccia di missili e droni iraniani.

L'operazione è durata mesi. Droni sottomarini statunitensi hanno perlustrato sistematicamente il tratto di mare, individuando più di cento oggetti sospettati di essere mine. Alla bonifica hanno partecipato anche società private, incaricate di recuperare o far brillare gli ordigni. La riapertura delle corsie centrali consentirà alle navi di attraversare contemporaneamente lo Stretto nelle due direzioni, sotto la protezione dell'aviazione statunitense. Finora la Marina aveva scortato le petroliere lungo una rotta meridionale vicina alle coste dell'Oman.

Parallelamente, Iran e Oman stanno portando avanti un negoziato separato. Il 25 agosto, a Teheran, i Ministri degli Esteri Abbas Araghchi e Badr al-Busaidi hanno discusso un piano in più fasi che prevede un corridoio provvisorio per la navigazione e un'operazione congiunta di sminamento. I colloqui tecnici dovrebbero proseguire con l'obiettivo di istituire una rotta permanente e definire un futuro meccanismo di gestione congiunta dello Stretto.

Le nuove sanzioni e il crollo dell'economia iraniana


Sempre ieri il segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato una nuova campagna per isolare ulteriormente l'economia iraniana. L'iniziativa, battezzata Operation Economic Outcast, colpisce i settori dell'oro, delle attività digitali, della tecnologia, dell'aviazione e della navigazione. Alcuni di questi canali sono utilizzati anche dagli iraniani comuni per proteggere i risparmi dall'inflazione o raggiungere i familiari all'estero.

Bessent ha affermato che Trump sta contattando i leader mondiali con "richieste specifiche" affinché interrompano gli scambi commerciali con Teheran. Il Segretario al Tesoro ha inoltre anticipato sanzioni contro un grande istituto finanziario entro la fine della settimana, mentre la misura più incisiva del pacchetto è stata per il momento rinviata.

L'Amministrazione ha presentato l'operazione come un "D-Day economico", richiamando esplicitamente lo sbarco in Normandia. I funzionari iraniani hanno risposto con lo stesso linguaggio bellico, descrivendo le misure come una nuova fase della guerra iniziata a febbraio con i primi attacchi statunitensi e israeliani. "Qualunque pressione colpisca il sostentamento e la sicurezza della popolazione fa parte della guerra", ha dichiarato Majid Ebn Al-Reza, responsabile della logistica del Ministero della Difesa iraniano. "Per difendere il popolo, allargheremo anche noi il campo di battaglia."

Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale dal 9 agosto ed ex comandante dei Guardiani della Rivoluzione, ha minacciato all'emittente di Stato IRIB che "nemmeno una goccia" di petrolio uscirà più dal Golfo Persico e dallo stretto se i Paesi vicini aderiranno alla campagna americana. In quel caso, ha aggiunto, Teheran li considererebbe Stati nemici. Nelle fasi precedenti del conflitto l'Iran ha già colpito con missili e droni obiettivi nei Paesi del Golfo, dando alla minaccia un precedente concreto.

Il Ministro del Petrolio iraniano ha però ammesso di recente che le esportazioni di greggio, essenziali per l'economia nazionale, sono ormai vicine allo zero. Trump aveva imposto il blocco navale dei porti iraniani il 13 aprile e lo aveva ripristinato il 14 luglio, dopo la ripresa degli attacchi dei Guardiani della Rivoluzione contro le navi mercantili. Da allora le esportazioni iraniane sono diminuite di oltre l'80%. Ieri il principale quotidiano economico del Paese, Donya-e-Eghtesad, ha calcolato che da dicembre il rial ha perso il 41% del proprio valore.

Proprio il crollo della valuta aveva spinto in piazza i primi manifestanti a Teheran il 28 dicembre, dando inizio a settimane di proteste in tutto il Paese e alla più grave sfida da decenni per la dirigenza clericale. Dall'8 gennaio le forze di sicurezza avevano reagito con la repressione più sanguinosa dalla fondazione della Repubblica islamica. Le stime delle vittime oscillano tra circa 6.500 e oltre 36.000; valutazioni interne attribuite al Ministero della Salute iraniano indicano almeno 30.000 morti nelle sole prime 48 ore.

Da allora inflazione e disoccupazione sono aumentate vertiginosamente. Secondo i media locali, il prezzo di alcuni farmaci è cresciuto fino al 500%. Il blocco navale ostacola sia l'uscita del greggio sia l'ingresso dei carburanti raffinati, mentre i danni alle infrastrutture energetiche aggravano la crisi. Ieri il servizio persiano della BBC ha trasmesso immagini di distributori senza benzina e lunghe code di automobili in attesa di rifornimento.

La partita con Cina, Turchia, Iraq e Russia


Il successo della campagna americana dipenderà però dalla disponibilità dei partner commerciali dell'Iran a chiudere gli ultimi canali rimasti. "Quanto più Washington spinge i Paesi terzi a recidere le residue ancore di salvezza dell'Iran, tanto più aumenta l'incentivo di Teheran a dimostrare che partecipare al suo isolamento comporta un costo", ha spiegato al New York Times Sina Toossi, esperto di Iran del Center for International Policy.

La Cina, principale acquirente del greggio iraniano, difficilmente si piegherà. Pechino respinge da tempo le sanzioni statunitensi contro le imprese di Paesi terzi, considerandole uno strumento con cui Washington sfrutta il peso internazionale del dollaro per condizionare altri governi. Gran parte delle istituzioni finanziarie rispetta già le misure in vigore, mentre smantellare le reti commerciali informali che attraversano i confini, alcune attive da secoli, è molto più difficile. "Sull'Iran gli Stati Uniti hanno esaurito la capacità di produrre un effetto shock and awe e di colpire davvero il regime", ha osservato Ellie Geranmayeh, esperta di Iran dello European Council on Foreign Relations.

La dirigenza iraniana è inoltre convinta che l'economia mondiale non abbia ancora avvertito pienamente le conseguenze della chiusura di Hormuz e che un nuovo aumento dei prezzi dell'energia rafforzerebbe la posizione di Teheran in un eventuale negoziato prima delle elezioni di medio termine di novembre. Altri esponenti iraniani ritengono invece che, una volta superato il voto, Trump potrebbe avviare una nuova e più ampia fase della guerra. "In ogni caso, dal punto di vista di Teheran, ci sono pochissimi incentivi ad accettare adesso le richieste americane", ha aggiunto Geranmayeh.

A pagare il prezzo più alto, nel frattempo, è la popolazione iraniana. "Le sanzioni renderanno l'economia iraniana ancora meno trasparente", ha affermato l'economista Peyman Molavi, che vive a Teheran. "Un contesto simile tende a favorire chi dispone delle conoscenze giuste." Secondo Esfandyar Batmanghelidj, direttore della Bourse & Bazaar Foundation di Londra, gli iraniani rappresentano "il danno collaterale" delle sanzioni.

In Iran, inoltre, la campagna sarà interpretata come un tentativo di esasperare la popolazione fino a spingerla a ribellarsi contro il governo, sostiene Mohammad Ali Shabani, analista e direttore del sito regionale Amwaj.media. Dopo la repressione di gennaio, un simile calcolo apparirebbe particolarmente cinico. "È un approccio piuttosto brutale", ha detto Shabani. "Sanno che cosa è successo a gennaio. Il governo iraniano non ha alcuna intenzione di arrendersi e farsi da parte."


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Azure SQL Managed Instance: addio alla quota regionale unica, ora i limiti sono per famiglia hardware
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Azure SQL Managed Instance: addio alla quota regionale unica, ora i limiti sono per famiglia hardware


Il problema: quote regionali condivise e capacity planning complicato


Chi gestisce ambienti Azure SQL Managed Instance (MI) su larga scala conosce bene un problema che, fino a pochi giorni fa, complicava ogni fase di dimensionamento: le quote regionali di subnet. Ogni Managed Instance deve risiedere in una subnet dedicata e delegata al servizio, e fino ad oggi il numero massimo di vCore utilizzabili in quella subnet era vincolato a una quota unica per regione e sottoscrizione, condivisa indistintamente tra tutte le generazioni hardware disponibili (Standard-series, Premium-series e Premium-series Memory Optimized).

In pratica, se un team aveva già saturato la quota regionale con istanze su hardware Standard-series, non poteva provisionare una nuova istanza Premium-series nella stessa regione senza prima aprire una richiesta di supporto per l’aumento della quota, anche se la subnet stessa aveva ancora spazio IP disponibile. Un vincolo “trasversale” che poco aveva a che fare con la reale capacità di rete e molto con una limitazione amministrativa lato piattaforma, particolarmente dolorosa per chi gestisce deployment multi-tenant, ambienti di disaster recovery con failover group, o strategie di aggiornamento side-by-side che richiedono temporaneamente il doppio delle risorse.

Cosa cambia: quote per generazione hardware, non più una quota unica


Microsoft ha annunciato il passaggio a un modello di limiti semplificati e granulari: la quota regionale condivisa viene sostituita da quote indipendenti per ciascuna famiglia hardware. In altre parole, i vCore disponibili per Standard-series, quelli per Premium-series e quelli per Premium-series Memory Optimized vengono ora contabilizzati separatamente, e i deployment sono governati dai normali limiti di rete virtuale di Azure Resource Manager (ARM) piuttosto che da un vincolo specifico del servizio SQL MI.

Il cambiamento si applica sia ai deployment single-zone sia a quelli zone-redundant, e riguarda tutte le subnet delegate a Microsoft.Sql/managedInstances. Per i clienti esistenti la transizione è trasparente: le quote regionali di vCore attualmente in uso vengono convertite automaticamente nel nuovo modello per-hardware, senza necessità di riconfigurare le istanze già in esercizio.

Perché è rilevante per chi fa capacity planning


  • Richieste di quota più mirate: se serve solo più capacità Premium-series Memory Optimized, non è più necessario negoziare un aumento che finirebbe per “gonfiare” anche lo spazio per le altre famiglie hardware.
  • Pianificazione degli upgrade side-by-side più semplice: le operazioni che richiedono capacità aggiuntiva temporanea (ad esempio il passaggio da hardware Gen5 legacy a Standard-series) impattano ora solo la quota della famiglia hardware coinvolta.
  • Meno attrito nei deployment multi-team: in sottoscrizioni condivise tra più team o applicazioni, un consumo intensivo di una famiglia hardware non blocca più il provisioning su un’altra famiglia nella stessa regione.


Cosa resta invariato: il dimensionamento della subnet


È importante non confondere questo cambiamento con un allentamento dei requisiti di rete: la subnet dedicata a Managed Instance deve continuare a rispettare i vincoli storici del servizio. Microsoft continua a raccomandare un blocco CIDR di almeno /27 (32 indirizzi) per garantire margine sufficiente a operazioni di manutenzione, failover e scaling, con /28 come limite minimo assoluto per ambienti realmente contenuti. Restano inoltre valide le regole che vietano di condividere la subnet con altre risorse non delegate e che richiedono una tabella di route e un gruppo di sicurezza di rete (NSG) dedicati e configurati secondo i requisiti del servizio.

Per chi deve verificare lo stato attuale delle quote, il percorso resta quello consueto tramite portale Azure, sotto Subscriptions > Usage + quotas filtrando per il provider Microsoft.Sql, oppure via Azure CLI:

az sql instance-pool list-usage --location "westeurope"

# oppure, per verificare i limiti di risorsa applicabili a una specifica instance pool
az sql instance-pool show --name mypool --resource-group myRG

Le richieste di aumento quota, quando necessarie, si effettuano ancora tramite una richiesta di supporto dedicata dal portale Azure, specificando ora la famiglia hardware interessata anziché una generica richiesta regionale.

Considerazioni pratiche per l’infrastruttura


Per chi sta pianificando una migrazione verso Managed Instance, o un ampliamento di un ambiente esistente, questo è un buon momento per rivedere la topologia di rete. Alcuni suggerimenti operativi:

  • Documentate quale famiglia hardware usa ciascuna istanza nel vostro inventario CMDB o nei tag delle risorse: con quote separate, sapere “chi consuma cosa” diventa più rilevante per prevedere colli di bottiglia futuri.
  • Rivedete le pipeline di provisioning IaC (Bicep, Terraform, ARM template): se avevate logica custom per gestire manualmente errori di quota condivisa, potete probabilmente semplificarla.
  • Pianificate in anticipo gli upgrade di generazione hardware: sapere che la quota Premium-series è indipendente da quella Standard-series consente di programmare finestre di migrazione senza il rischio che un’altra applicazione “consumi” involontariamente la capacità necessaria.
  • Verificate i failover group cross-region: assicuratevi che anche nella regione secondaria la quota per la famiglia hardware utilizzata sia sufficiente, dato che il DR richiede risorse equivalenti a quelle primarie.


Conclusione


Si tratta di una modifica infrastrutturale che non introduce nuove funzionalità visibili agli sviluppatori, ma che rimuove un attrito operativo reale per chi amministra ambienti Azure SQL Managed Instance su larga scala. Il passaggio da una quota condivisa a quote per hardware allinea meglio la governance delle risorse SQL a quella già in uso per il resto della rete virtuale, riduce le richieste di supporto necessarie per operazioni di routine e semplifica la pianificazione di capacity planning e upgrade. Per i team che gestiscono più applicazioni con esigenze hardware eterogenee nella stessa sottoscrizione, il beneficio pratico si vedrà già alla prossima richiesta di provisioning.

Fonte: Petri IT Knowledgebase – Azure SQL Managed Instance Removes a Capacity Planning Hurdle for Large Deployments


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768 chiavi AWS con accesso amministrativo ancora attive: la guida pratica all’igiene delle credenziali cloud
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768 chiavi AWS con accesso amministrativo ancora attive: la guida pratica all’igiene delle credenziali cloud


Truffle Security ha passato al setaccio oltre 430.000 fonti pubbliche — repository Git, dataset di training, immagini Docker, log di CI — e ne ha estratto 64.024 coppie di chiavi AWS uniche, distribuite su oltre 50.000 account. Il dato che dovrebbe far drizzare le antenne a qualsiasi sistemista non è tanto il numero in sé, quanto quello che è successo quando i ricercatori hanno riverificato un campione di 10.616 chiavi ad agosto 2026: l’88% era ancora valido. Non credenziali di test dimenticate in un branch morto: chiavi vive, utilizzabili, spesso con privilegi amministrativi completi su account aziendali.

È un caso di studio quasi perfetto su come l’igiene delle credenziali cloud si degradi silenziosamente nel tempo, e su cosa si può fare concretamente — oggi, con gli strumenti che AWS mette già a disposizione — per non finire nella prossima ricerca di questo tipo.

I numeri che contano davvero


La metodologia merita una menzione: i ricercatori non hanno letto policy IAM né toccato dati applicativi, ma hanno usato esclusivamente chiamate di sola lettura come sts:GetCallerIdentity, iam:ListAccessKeys e budgets:DescribeBudgets per confermare che una chiave fosse autentica e capire a cosa desse accesso. Un approccio pulito, che rende i numeri difficili da liquidare come esagerazioni.

Il quadro che emerge sul campione riverificato:

  • 768 chiavi aziendali con controllo amministrativo totale sull’account che le ospitava.
  • 526 di queste erano chiavi di root, cioè l’identità con poteri illimitati che AWS stessa raccomanda di non usare mai in produzione.
  • 130 chiavi root appartenevano addirittura all’account di gestione dell’intera organizzazione AWS, con potenziale impatto su tutti gli account figli collegati via AWS Organizations.
  • 242 utenti IAM avevano la policy AdministratorAccess allegata direttamente o tramite un gruppo.
  • Su un sottoinsieme di 1.157 utenti IAM di cui è stato possibile enumerare le policy, il 976, cioè l’84%, risultava amministratore.

Ma il dato più interessante per chi fa capacity planning della propria postura di sicurezza è un altro: l’età mediana delle chiavi ancora attive era di circa 5 anni, con punte fino a 17,4 anni. E solo il 13,7% aveva accanto una chiave più recente, segno che il resto — l’86% — non era mai stato ruotato dal giorno della creazione. Le chiavi AWS non scadono da sole: se nessuno le ruota o le revoca attivamente, restano valide per sempre, anche dopo che la persona che le ha create ha lasciato l’azienda o dimenticato il progetto in cui erano incluse.

Da dove escono le chiavi


La fonte principale identificata non è GitHub, come ci si aspetterebbe, ma Hugging Face: 8.482 chiavi uniche trovate in 3.394 dataset pubblici, con la percentuale più alta di chiavi root fra tutte le sorgenti analizzate (17,9%). Il meccanismo è subdolo: uno sviluppatore include per errore un file di configurazione o un notebook con credenziali hardcoded in un dataset poi scaricato, clonato e reimpacchettato migliaia di volte per l’addestramento di modelli. A quel punto cancellare il file originale non serve a nulla, perché la credenziale è ormai disseminata in decine di copie derivate. Le altre fonti classiche — cronologia Git, immagini Docker, registri dei package manager, log di CI esposti — restano comunque significative.

Perché l’impatto economico è il segnale più sottovalutato


Un altro dato da isolare: sui soli account con spesa mensile leggibile, il totale ammontava a oltre 420.000 dollari al mese, con nove account sopra i 10.000 dollari/mese. La parte più scomoda: solo il 9,5% degli account leggibili aveva un budget alert configurato, anche minimo. La maggior parte delle organizzazioni coinvolte non avrebbe quindi ricevuto alcun segnale automatico in caso di abuso delle credenziali per cryptomining o exfiltration, se non la fattura di fine mese — e un budget alert a 10 dollari costa letteralmente nulla da configurare. È probabilmente il controllo con il miglior rapporto sforzo/beneficio dell’intero articolo, eppure resta il più trascurato.

Il piano d’azione per chi gestisce account AWS in produzione

1. Eliminare le chiavi di root, senza eccezioni


Come ricordano gli stessi ricercatori, nel 2026 non esiste più alcuna ragione legittima per avere una chiave di accesso root attiva. Ogni operazione che un tempo richiedeva le credenziali root può oggi essere delegata a un utente o ruolo IAM con permessi granulari. Il primo passo è un inventario:

aws iam get-account-summary --query 'SummaryMap.AccountAccessKeysPresent'

Se il valore restituito è diverso da zero, esiste ancora una chiave di accesso root da eliminare dalla console IAM (sezione «Credenziali di sicurezza» dell’account root). Questo controllo va ripetuto su ogni account collegato via AWS Organizations, inclusi quelli storici creati anni fa e magari dimenticati.

2. Fare l’inventario e la rotazione delle chiavi IAM


Per ogni utente IAM, un comando come questo restituisce l’età di ciascuna chiave attiva:

aws iam list-access-keys --user-name nome-utente \
  --query 'AccessKeyMetadata[].{Id:AccessKeyId,Status:Status,Created:CreateDate}'

Per farlo su scala, conviene generare il credential report integrato di IAM, che include per ogni utente la data dell’ultima rotazione e dell’ultimo utilizzo:
aws iam generate-credential-report
aws iam get-credential-report --query 'Content' --output text | base64 -d > credential-report.csv

Da qui è possibile costruire una policy interna semplice ma efficace: nessuna chiave IAM viva più di 90 giorni senza rotazione, e nessuna chiave inutilizzata da oltre 45 giorni resta attiva. Questi controlli si possono automatizzare con AWS Config, usando le regole gestite access-keys-rotated e iam-user-unused-credentials-check, che segnalano automaticamente le credenziali fuori policy.

3. Sostituire le chiavi statiche con credenziali temporanee dove possibile


La causa profonda del problema non è solo la disattenzione nel pubblicare codice: è l’uso stesso di chiavi statiche a lunga durata dove non servirebbero. Per workload su EC2, ECS o Lambda, i ruoli IAM associati all’istanza o alla funzione eliminano la necessità di distribuire chiavi: le credenziali vengono generate automaticamente, durano poche ore e non finiscono mai su disco. Per l’accesso umano da riga di comando, IAM Identity Center (ex AWS SSO) con aws sso login ottiene lo stesso risultato: credenziali temporanee via autenticazione federata, mai una coppia access key/secret key permanente da custodire.

4. Restringere il raggio d’azione con permission boundary e Access Analyzer


Dove le chiavi IAM restano necessarie, i permission boundary impongono un tetto massimo ai privilegi che una policy può concedere a un utente, indipendentemente da eventuali policy troppo permissive aggiunte in futuro per errore. AWS IAM Access Analyzer va usato in modo proattivo per capire chi, all’esterno dell’account, può potenzialmente raggiungere le risorse tramite trust policy troppo larghe:

aws accessanalyzer list-findings \
  --analyzer-arn arn:aws:access-analyzer:eu-west-1:123456789012:analyzer/nome-analyzer \
  --filter '{"status":{"eq":["ACTIVE"]}}'

5. Impedire che le chiavi finiscano nel commit, non solo dopo


Trattare ogni commit come una potenziale fuga di dati è l’unico approccio realistico: il 43% delle chiavi individuate nella ricerca era presente in più posizioni contemporaneamente, segno che, una volta trapelata, una credenziale si propaga rapidamente in fork, mirror e archivi di terze parti. Strumenti come gitleaks o TruffleHog vanno integrati come pre-commit hook, così da bloccare il problema prima che raggiunga il repository remoto:

# installazione di un pre-commit hook con gitleaks
gitleaks protect --staged -v

GitHub, GitLab e Gitea offrono inoltre scanning nativo dei secret sui push, con notifica automatica ad AWS quando viene rilevata una chiave valida: è da qui che nasce la policy AWSCompromisedKeyQuarantine, applicata automaticamente da AWS quando una chiave viene rilevata esposta pubblicamente. Nella ricerca, il 12% delle chiavi la portava già — un segnale che, se ignorato, lascia comunque la chiave tecnicamente valida per operazioni di sola lettura in molti casi, e va trattato come un incidente da chiudere subito, non come un avviso a bassa priorità.

Conclusione


Il dato più utile di questa ricerca non è il numero assoluto di chiavi esposte, ma la fotografia di cosa succede quando la rotazione delle credenziali non è un processo automatizzato ma una buona intenzione: dopo cinque anni, in media, nessuno se ne ricorda più. Per chi amministra infrastrutture AWS, il valore pratico sta tutto nella lista di controlli sopra — nessuno dei quali richiede strumenti terzi costosi o una rewrite dell’architettura. Un inventario delle chiavi, un budget alert, un permission boundary e un pre-commit hook sono interventi che si implementano in un pomeriggio e che, secondo questi numeri, la maggior parte delle organizzazioni non ha ancora messo in pratica.

Fonte: Truffle Security — «768 Leaked Corporate AWS Keys Held Full Admin Rights», ripreso da Petri.com.