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768 chiavi AWS con accesso amministrativo ancora attive: la guida pratica all’igiene delle credenziali cloud
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768 chiavi AWS con accesso amministrativo ancora attive: la guida pratica all’igiene delle credenziali cloud


Truffle Security ha passato al setaccio oltre 430.000 fonti pubbliche — repository Git, dataset di training, immagini Docker, log di CI — e ne ha estratto 64.024 coppie di chiavi AWS uniche, distribuite su oltre 50.000 account. Il dato che dovrebbe far drizzare le antenne a qualsiasi sistemista non è tanto il numero in sé, quanto quello che è successo quando i ricercatori hanno riverificato un campione di 10.616 chiavi ad agosto 2026: l’88% era ancora valido. Non credenziali di test dimenticate in un branch morto: chiavi vive, utilizzabili, spesso con privilegi amministrativi completi su account aziendali.

È un caso di studio quasi perfetto su come l’igiene delle credenziali cloud si degradi silenziosamente nel tempo, e su cosa si può fare concretamente — oggi, con gli strumenti che AWS mette già a disposizione — per non finire nella prossima ricerca di questo tipo.

I numeri che contano davvero


La metodologia merita una menzione: i ricercatori non hanno letto policy IAM né toccato dati applicativi, ma hanno usato esclusivamente chiamate di sola lettura come sts:GetCallerIdentity, iam:ListAccessKeys e budgets:DescribeBudgets per confermare che una chiave fosse autentica e capire a cosa desse accesso. Un approccio pulito, che rende i numeri difficili da liquidare come esagerazioni.

Il quadro che emerge sul campione riverificato:

  • 768 chiavi aziendali con controllo amministrativo totale sull’account che le ospitava.
  • 526 di queste erano chiavi di root, cioè l’identità con poteri illimitati che AWS stessa raccomanda di non usare mai in produzione.
  • 130 chiavi root appartenevano addirittura all’account di gestione dell’intera organizzazione AWS, con potenziale impatto su tutti gli account figli collegati via AWS Organizations.
  • 242 utenti IAM avevano la policy AdministratorAccess allegata direttamente o tramite un gruppo.
  • Su un sottoinsieme di 1.157 utenti IAM di cui è stato possibile enumerare le policy, il 976, cioè l’84%, risultava amministratore.

Ma il dato più interessante per chi fa capacity planning della propria postura di sicurezza è un altro: l’età mediana delle chiavi ancora attive era di circa 5 anni, con punte fino a 17,4 anni. E solo il 13,7% aveva accanto una chiave più recente, segno che il resto — l’86% — non era mai stato ruotato dal giorno della creazione. Le chiavi AWS non scadono da sole: se nessuno le ruota o le revoca attivamente, restano valide per sempre, anche dopo che la persona che le ha create ha lasciato l’azienda o dimenticato il progetto in cui erano incluse.

Da dove escono le chiavi


La fonte principale identificata non è GitHub, come ci si aspetterebbe, ma Hugging Face: 8.482 chiavi uniche trovate in 3.394 dataset pubblici, con la percentuale più alta di chiavi root fra tutte le sorgenti analizzate (17,9%). Il meccanismo è subdolo: uno sviluppatore include per errore un file di configurazione o un notebook con credenziali hardcoded in un dataset poi scaricato, clonato e reimpacchettato migliaia di volte per l’addestramento di modelli. A quel punto cancellare il file originale non serve a nulla, perché la credenziale è ormai disseminata in decine di copie derivate. Le altre fonti classiche — cronologia Git, immagini Docker, registri dei package manager, log di CI esposti — restano comunque significative.

Perché l’impatto economico è il segnale più sottovalutato


Un altro dato da isolare: sui soli account con spesa mensile leggibile, il totale ammontava a oltre 420.000 dollari al mese, con nove account sopra i 10.000 dollari/mese. La parte più scomoda: solo il 9,5% degli account leggibili aveva un budget alert configurato, anche minimo. La maggior parte delle organizzazioni coinvolte non avrebbe quindi ricevuto alcun segnale automatico in caso di abuso delle credenziali per cryptomining o exfiltration, se non la fattura di fine mese — e un budget alert a 10 dollari costa letteralmente nulla da configurare. È probabilmente il controllo con il miglior rapporto sforzo/beneficio dell’intero articolo, eppure resta il più trascurato.

Il piano d’azione per chi gestisce account AWS in produzione

1. Eliminare le chiavi di root, senza eccezioni


Come ricordano gli stessi ricercatori, nel 2026 non esiste più alcuna ragione legittima per avere una chiave di accesso root attiva. Ogni operazione che un tempo richiedeva le credenziali root può oggi essere delegata a un utente o ruolo IAM con permessi granulari. Il primo passo è un inventario:

aws iam get-account-summary --query 'SummaryMap.AccountAccessKeysPresent'

Se il valore restituito è diverso da zero, esiste ancora una chiave di accesso root da eliminare dalla console IAM (sezione «Credenziali di sicurezza» dell’account root). Questo controllo va ripetuto su ogni account collegato via AWS Organizations, inclusi quelli storici creati anni fa e magari dimenticati.

2. Fare l’inventario e la rotazione delle chiavi IAM


Per ogni utente IAM, un comando come questo restituisce l’età di ciascuna chiave attiva:

aws iam list-access-keys --user-name nome-utente \
  --query 'AccessKeyMetadata[].{Id:AccessKeyId,Status:Status,Created:CreateDate}'

Per farlo su scala, conviene generare il credential report integrato di IAM, che include per ogni utente la data dell’ultima rotazione e dell’ultimo utilizzo:
aws iam generate-credential-report
aws iam get-credential-report --query 'Content' --output text | base64 -d > credential-report.csv

Da qui è possibile costruire una policy interna semplice ma efficace: nessuna chiave IAM viva più di 90 giorni senza rotazione, e nessuna chiave inutilizzata da oltre 45 giorni resta attiva. Questi controlli si possono automatizzare con AWS Config, usando le regole gestite access-keys-rotated e iam-user-unused-credentials-check, che segnalano automaticamente le credenziali fuori policy.

3. Sostituire le chiavi statiche con credenziali temporanee dove possibile


La causa profonda del problema non è solo la disattenzione nel pubblicare codice: è l’uso stesso di chiavi statiche a lunga durata dove non servirebbero. Per workload su EC2, ECS o Lambda, i ruoli IAM associati all’istanza o alla funzione eliminano la necessità di distribuire chiavi: le credenziali vengono generate automaticamente, durano poche ore e non finiscono mai su disco. Per l’accesso umano da riga di comando, IAM Identity Center (ex AWS SSO) con aws sso login ottiene lo stesso risultato: credenziali temporanee via autenticazione federata, mai una coppia access key/secret key permanente da custodire.

4. Restringere il raggio d’azione con permission boundary e Access Analyzer


Dove le chiavi IAM restano necessarie, i permission boundary impongono un tetto massimo ai privilegi che una policy può concedere a un utente, indipendentemente da eventuali policy troppo permissive aggiunte in futuro per errore. AWS IAM Access Analyzer va usato in modo proattivo per capire chi, all’esterno dell’account, può potenzialmente raggiungere le risorse tramite trust policy troppo larghe:

aws accessanalyzer list-findings \
  --analyzer-arn arn:aws:access-analyzer:eu-west-1:123456789012:analyzer/nome-analyzer \
  --filter '{"status":{"eq":["ACTIVE"]}}'

5. Impedire che le chiavi finiscano nel commit, non solo dopo


Trattare ogni commit come una potenziale fuga di dati è l’unico approccio realistico: il 43% delle chiavi individuate nella ricerca era presente in più posizioni contemporaneamente, segno che, una volta trapelata, una credenziale si propaga rapidamente in fork, mirror e archivi di terze parti. Strumenti come gitleaks o TruffleHog vanno integrati come pre-commit hook, così da bloccare il problema prima che raggiunga il repository remoto:

# installazione di un pre-commit hook con gitleaks
gitleaks protect --staged -v

GitHub, GitLab e Gitea offrono inoltre scanning nativo dei secret sui push, con notifica automatica ad AWS quando viene rilevata una chiave valida: è da qui che nasce la policy AWSCompromisedKeyQuarantine, applicata automaticamente da AWS quando una chiave viene rilevata esposta pubblicamente. Nella ricerca, il 12% delle chiavi la portava già — un segnale che, se ignorato, lascia comunque la chiave tecnicamente valida per operazioni di sola lettura in molti casi, e va trattato come un incidente da chiudere subito, non come un avviso a bassa priorità.

Conclusione


Il dato più utile di questa ricerca non è il numero assoluto di chiavi esposte, ma la fotografia di cosa succede quando la rotazione delle credenziali non è un processo automatizzato ma una buona intenzione: dopo cinque anni, in media, nessuno se ne ricorda più. Per chi amministra infrastrutture AWS, il valore pratico sta tutto nella lista di controlli sopra — nessuno dei quali richiede strumenti terzi costosi o una rewrite dell’architettura. Un inventario delle chiavi, un budget alert, un permission boundary e un pre-commit hook sono interventi che si implementano in un pomeriggio e che, secondo questi numeri, la maggior parte delle organizzazioni non ha ancora messo in pratica.

Fonte: Truffle Security — «768 Leaked Corporate AWS Keys Held Full Admin Rights», ripreso da Petri.com.


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Ocasio-Cortez cambia lo staff mentre decide se correre alla Casa Bianca nel 2028


Il responsabile della campagna Oliver Hidalgo-Wohlleben lascia a settembre, tornano due ex collaboratrici e si allargano le competenze del capo di gabinetto Mike Casca, cresciuto con Sanders.

La deputata democratica di New York Alexandria Ocasio-Cortez sta cambiando la squadra di collaboratori che lavora con lei, tra partenze e nuovi arrivi, a pochi mesi dalla decisione se candidarsi alla presidenza nel 2028. Lo ha rivelato Axios. L'altra strada che sta valutando è una corsa per il seggio al Senato di Chuck Schumer, capogruppo della minoranza democratica, che nel 2028 sarà anch'esso in palio. La decisione su quale delle due strade percorrere arriverà nei prossimi mesi.

Oliver Hidalgo-Wohlleben, da anni responsabile della campagna elettorale e consigliere di Ocasio-Cortez, lascerà l'incarico a settembre. "Non avrei mai creduto di poter fare un lavoro del genere e tanto meno di lasciarlo", ha dichiarato ad Axios. "Ma dopo aver corso senza sosta dalle primarie del 2020, so anche che è il momento giusto per prendermi una pausa". Ha descritto la deputata come "impegnata a lottare per un mondo migliore" e ha aggiunto: "Qualunque cosa arrivi per Alex, ha il mio sostegno. Come tutti gli altri, non vedo l'ora di scoprire cosa ci aspetta".

Al suo posto è subentrata questo mese, in via provvisoria, Fiorella Bini, da tempo collaboratrice della deputata. Aya Saed, che in passato ha guidato l'attività legislativa del suo ufficio, è tornata in primavera con un doppio incarico (vice capo di gabinetto alla Camera e consigliera della campagna). Tanushri Shankar-Ross, uscita dalla squadra nel 2023, è rientrata come consigliera di primo piano, come ha riportato per primo Puck. Ha lasciato quest'estate anche Tyler Evans, direttore creativo dal 2021, che in alcuni periodi ha lavorato per lei come collaboratore esterno.

I cambiamenti hanno coinciso con l'allargamento delle competenze di Mike Casca, capo di gabinetto della deputata. Casca, 37 anni, è stato consigliere per la comunicazione della campagna presidenziale del 2020 del senatore indipendente del Vermont Bernie Sanders e poi vice capo di gabinetto nel suo ufficio al Senato, prima di passare alla squadra di Ocasio-Cortez alla fine del 2023.

La deputata ha una squadra piccola e affiatata, più giovane di quelle degli altri possibili candidati alla presidenza del 2028. Il rapporto stretto con Sanders le permetterebbe di attingere a una parte dell'infrastruttura politica del senatore se decidesse di ingrandire in fretta la macchina organizzativa per una corsa alla Casa Bianca o al Senato.

Ocasio-Cortez è comparsa di recente nei contenuti di More Perfect Union, un progetto editoriale progressista rivolto ai lavoratori guidato da Faiz Shakir, che ha diretto la campagna di Sanders. La sua campagna si appoggia già alla società di consulenza progressista Middle Seat, fondata da ex collaboratori del senatore. La deputata si è anche reiscritta ai Democratic Socialists of America, l'organizzazione socialista a cui non aderiva da sette anni.

Altri ex consiglieri di Sanders lavorano già con possibili candidati alla presidenza del 2028. Diversi collaboratori delle campagne presidenziali del 2016 e del 2020 sono al fianco del deputato democratico della California Ro Khanna. Tim Tagaris, responsabile della comunicazione digitale in entrambe le corse di Sanders, ha aiutato con la sua società Aisle 518 Strategies il governatore della California Gavin Newsom, un altro possibile aspirante alla Casa Bianca, a costruire la lista di contatti email che usa per la raccolta fondi.


Ocasio-Cortez si è reiscritta ai socialisti americani dopo sette anni senza tessera


Alexandria Ocasio-Cortez, la deputata di New York considerata il volto del socialismo democratico americano, per sette anni non è stata formalmente iscritta ai Democratic Socialists of America (DSA), l'organizzazione che raccoglie i socialisti democratici degli Stati Uniti. La tessera annuale che aveva preso nel 2018 era scaduta nel 2019 e non era mai stata rinnovata. Se ne è accorta la dirigenza dell'organizzazione stessa poche settimane fa e la deputata ha ripreso la tessera nell'agosto 2026.

La conferma è arrivata martedì sera in una nota inviata agli iscritti e anticipata dal sito City & State New York: "Democratic Socialists of America conferma che la deputata Alexandria Ocasio-Cortez è un membro in regola della nostra organizzazione, essendosi reiscritta di recente, nell'agosto 2026". Nel testo si legge anche che la dirigenza nazionale si è accorta solo ora che l'iscrizione presa nel 2018, valida un anno, era scaduta l'anno successivo.

Quando Ocasio-Cortez si iscrisse era una candidata al Congresso alla prima campagna elettorale e la quota annuale costava 60 dollari, da rinnovare a mano ogni dodici mesi. Quel meccanismo faceva perdere per strada molti iscritti che si dimenticavano semplicemente di pagare. Da allora i DSA sono passati al rinnovo automatico e hanno spinto i nuovi iscritti verso le quote mensili: quella ordinaria è di 15 dollari al mese, con una versione ridotta a 5 dollari per chi ha redditi bassi e la possibilità di versare fino a 50 dollari.

Per anni la stessa organizzazione ha trattato la deputata come un'iscritta. Nel novembre 2020 si congratulò su X con "l'iscritta ai DSA AOC" per la rielezione al Congresso e nel marzo 2024 elogiò lei e l'allora deputata del Missouri Cori Bush, definendole entrambe "iscritte", per aver votato contro la legge che metteva al bando TikTok.

A far partire la verifica è stata un'intervista di inizio agosto ad ABC News, in cui il conduttore Jonathan Karl ha chiesto a Ocasio-Cortez se fosse ancora iscritta ai DSA. La deputata ha risposto: "Alla sezione di New York City". Alla domanda se fosse iscritta anche all'organizzazione nazionale ha risposto di no, spiegando che "ogni sezione dei DSA si costituisce a livello locale" e che quella newyorkese somiglia a "una sezione sindacale locale". La distinzione però non esiste: essere iscritti a NYC-DSA significa pagare la quota all'organizzazione nazionale e risiedere a New York. I membri della sezione cittadina possono versare contributi aggiuntivi al gruppo locale, ma si sommano alla quota nazionale, non la sostituiscono. La risposta ha spiazzato i suoi compagni di organizzazione e ha convinto la dirigenza a controllare i registri. La notizia dell'iscrizione scaduta è stata diffusa per prima su X dal Manhattan Institute, un centro studi statunitense.

I DSA hanno spiegato di aver reso pubblici i dettagli proprio per la corsa del 2028: "Anche se è insolito che i DSA si esprimano sullo stato di iscrizione dei singoli, le discussioni in corso sulla campagna presidenziale del 2028 hanno reso necessario questo comunicato", si legge nella nota. "Con sezioni e iscritti che si stanno mobilitando per candidare la deputata Alexandria Ocasio-Cortez alle primarie presidenziali, riteniamo che lo stato della sua iscrizione sia un'informazione essenziale per i membri nelle loro deliberazioni e discussioni."

La procedura formale con cui l'organizzazione deciderà chi sostenere alle presidenziali partirà all'inizio del prossimo anno e la dirigenza nazionale è divisa sull'ipotesi di appoggiare la deputata. Le sezioni di Los Angeles e Atlanta hanno già approvato risoluzioni che le chiedono di candidarsi e a novembre dovrebbe fare lo stesso NYC-DSA, durante il congresso cittadino.

I rapporti con l'organizzazione nazionale si erano incrinati nel luglio 2024, quando i DSA le tolsero l'endorsement su richiesta proprio della sezione di New York. Le contestavano il voto a favore di una risoluzione della Camera che indicava la "negazione del diritto di Israele a esistere" come esempio di antisemitismo, oltre alla partecipazione a un dibattito pubblico sullo stesso tema. "Un endorsement nazionale dei DSA comporta un impegno serio verso il movimento per la Palestina e verso il nostro progetto socialista collettivo", scrisse allora l'organizzazione. "Per costruire un movimento socialista capace di sconfiggere il capitalismo dobbiamo pretendere di più dai leader del nostro movimento." Da quel momento Ocasio-Cortez ha ricevuto il sostegno soltanto della sezione cittadina, mai di quella nazionale.

L'attenzione per la sua posizione arriva mentre i DSA crescono rapidamente in tutto il paese, dopo una serie di vittorie elettorali che vanno da New York alla Florida, dove una socialista-dem ha vinto a sorpresa la primaria democratica per il Senato. Nei suoi otto anni al Congresso Ocasio-Cortez è diventata l'iscritta più conosciuta dell'organizzazione, ha battuto i record di raccolta fondi tra i piccoli donatori ed è stata determinante nel sostenere altri candidati socialisti, a partire dal sindaco di New York Zohran Mamdani.

I vertici della sezione newyorkese hanno già incontrato in privato la deputata per convincerla a correre. Tra le figure chiave di questi colloqui c'è Jeremy Cohan, coordinatore del comitato di NYC-DSA che segue gli eletti al Congresso. Mercoledì mattina la sezione ha pubblicato su X una foto di Cohan e dei due co-presidenti Grace Mausser e Gustavo Gordillo insieme a Ocasio-Cortez, accompagnata dalla frase "il socialismo democratico è il futuro".

La deputata, che ha 36 anni, è considerata una delle candidate più probabili per le primarie democratiche del 2028 e un numero crescente di iscritti ai DSA vuole che si candidi. Un suo portavoce non ha commentato la vicenda della tessera.


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Il super PAC di Elon Musk riparte con spot online contro il socialismo


America PAC ha lanciato annunci digitali in Maine, Michigan e New Hampshire, tre Stati dove si decide il controllo del Senato. È la prima spesa rilevante del gruppo dopo il voto in Wisconsin del 2025.

Il super PAC di Elon Musk è tornato a spendere per la campagna elettorale. America PAC ha lanciato questo mese annunci online in Maine, Michigan e New Hampshire, tre Stati dove la sfida per il Senato può decidere quale partito controllerà la camera alta del Congresso. Un super PAC è un comitato che può raccogliere e spendere somme illimitate a favore di un candidato o di una causa politica (a condizione di non coordinarsi con la campagna elettorale che sostiene). È la prima spesa pubblicitaria rilevante del gruppo dopo l'elezione per la Corte Suprema del Wisconsin dell'anno scorso.

Gli annunci sono rivolti a liste specifiche di persone e le invitano a iscriversi alle liste elettorali, un passaggio che negli Stati Uniti l'elettore deve compiere per conto proprio prima di poter votare. Alcuni sono generici e ricordano che la corsa al Senato nel proprio Stato può decidere il controllo dell'aula. Altri attaccano il socialismo, come quello che mostra l'immagine del sindaco di New York Zohran Mamdani con l'avvertimento che "se non voti a novembre, il socialismo potrebbe dichiarare vittoria sull'America". La ricostruzione arriva da un'analisi dei dati sugli annunci politici di Meta condotta da NBC News.

America PAC non dava segnali di attività da più di un anno. Il gruppo ha confermato di recente che avrà un ruolo importante nelle elezioni di metà mandato di novembre, quando si rinnovano la Camera e un terzo del Senato, puntando sul porta a porta, sulla pubblicità digitale e sulla posta diretta per far votare gli elettori repubblicani. I piani del comitato per le elezioni di metà mandato erano stati anticipati da Axios.

"La squadra politica del presidente e il resto dell'apparato repubblicano hanno costruito una macchina di primo livello che metterà i repubblicani in una posizione forte per andare contro la storia e mantenere il controllo del Congresso questo autunno e siamo felici di far parte di nuovo della squadra", ha detto a NBC News il portavoce di America PAC Andrew Romeo il mese scorso, confermando che il gruppo si stava attrezzando per il voto. Il comitato non ha commentato i nuovi annunci.

Quanto spenderà il gruppo non è ancora chiaro: alla fine di giugno America PAC aveva dichiarato poca liquidità in cassa, ma il patrimonio personale di Musk gli permette di riversare risorse sul comitato in tempi rapidi. Nel 2024 l'imprenditore aveva speso più di 250 milioni di dollari a sostegno del presidente Donald Trump e del suo partito, diventando in poco tempo uno dei protagonisti della politica repubblicana.

La successiva prova elettorale di Musk era andata male. Nel 2025 si era impegnato nella corsa per un seggio alla Corte Suprema del Wisconsin, dove i giudici sono eletti dai cittadini. Il candidato che sosteneva era stato battuto. In quella campagna i democratici avevano messo proprio Musk al centro dei loro spot, trasformandolo nel bersaglio principale della loro comunicazione.

Il rapporto tra Musk e il presidente ha attraversato fasi alterne, con rotture e riavvicinamenti, ma il fondatore di Tesla è rimasto un donatore affidabile per i repubblicani e in questo ciclo elettorale ha versato milioni di dollari ai principali comitati del partito. All'inizio di quest'anno ha fatto parte della delegazione americana che ha accompagnato Trump in Cina.

Il Senato è il fronte più incerto di queste elezioni e i democratici hanno cominciato a credere di poter conquistare la maggioranza. Il socialismo è diventato uno degli argomenti principali della campagna repubblicana dopo la vittoria di Mamdani a New York. Il sindaco è finito in tribunale per il suo piano di supermercati comunali e i consensi per le idee della sinistra radicale crescono soprattutto tra gli elettori bianchi laureati e benestanti.


I Dem iniziano a credere di poter vincere al Senato


Le corse per il Senato in Texas e Iowa non hanno più un favorito. Cook Political Report, il sito di analisi elettorale non schierato che assegna un pronostico a ogni sfida, ha spostato giovedì le due gare dalla categoria di quelle in cui i repubblicani sono in vantaggio a quella delle corse in bilico. Il presidente Donald Trump aveva vinto entrambi gli Stati con più di 13 punti di scarto nel 2024.

Ai democratici servono quattro seggi netti per conquistare la maggioranza al Senato in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. All'inizio del ciclo elettorale la strada verso i 51 seggi sembrava passare solo per Maine, Ohio, Alaska e North Carolina. Ora il partito prova a competere anche in Iowa, Texas, Kansas e persino Mississippi, puntando sullo stato dell'economia, sulla guerra in Iran e su un'accusa più generale di corruzione a Washington.

Chuck Schumer, capo dei democratici al Senato, ha detto in un comunicato che "la battaglia per il Senato è ora un testa a testa e i democratici sono sulla strada della vittoria". Secondo Schumer i repubblicani "pensavano di avere il Senato blindato" e invece i democratici "hanno spalancato la mappa" grazie al reclutamento dei candidati e a un messaggio centrato su quello che il partito può consegnare agli americani.

Jessica Taylor, che cura le analisi sulle corse per il Senato per Cook Political Report, ha dichiarato a NOTUS che il giudizio degli elettori sull'economia è probabilmente già formato in vista di novembre. "I prezzi della benzina sono più alti in un posto come l'Iowa. I prezzi dei fertilizzanti e del gasolio sono più alti. I dazi hanno colpito l'agricoltura", ha detto. A pesare sono soprattutto gli effetti economici negativi dei dazi decisi dal presidente e la guerra contro l'Iran.

La qualità dei candidati funziona in modo opposto nei due Stati. "Ashley Hinson è una candidata molto forte per i repubblicani in Iowa, ma penso che in Texas valga il contrario, perché i repubblicani hanno un candidato molto debole in Ken Paxton", ha detto Taylor. "Quindi in Texas contano sia il clima politico sia un candidato debole, oltre a un candidato più forte" tra i democratici, cioè James Talarico.

In Iowa si vota per sostituire la senatrice repubblicana Joni Ernst, che non si ricandida. La sfida è tra la deputata al Congresso Ashley Hinson e il deputato statale democratico Josh Turek. Un democratico non vince un'elezione presidenziale o per il Senato in Iowa dal 2012, quando ci riuscì Barack Obama. Lo Stato è stato colpito dai dazi e dall'aumento dei costi dei fertilizzanti e del gasolio.

Anche le corse per il governatore si sono mosse: il Texas è passato da sicuro repubblicano a probabile repubblicano, l'Iowa da incerto a favorevole ai democratici. In Iowa il revisore dei conti dello Stato Rob Sand è avanti di 5 punti sull'imprenditore e agricoltore repubblicano Zach Lahn secondo una rilevazione di Emerson College Polling e Nexstar Media. Spencer Kimball, direttore esecutivo di Emerson College Polling, ha detto che a fare la differenza sono gli elettori indipendenti che si stanno spostando verso Sand. Il governatore del Texas Greg Abbott, in carica da tre mandati, è criticato per il sostegno dato in passato ai data center mentre nelle aree rurali cresce l'opposizione a questi impianti. La sua sfidante democratica, la deputata statale Gina Hinojosa, ha definito lo Stato il "far west dei data center".

In Texas non viene eletto un democratico a una carica statale da più di trent'anni. Gli elettori repubblicani sono molto più numerosi di quelli democratici e Talarico ha bisogno di voti oltre il suo schieramento. Per questo ha assunto un collaboratore repubblicano dell'ufficio del senatore John Cornyn in un ruolo di vertice della campagna. I democratici a livello nazionale non stanno ancora investendo nella corsa per il Senato in Texas. Lo Stato è servito da 20 mercati televisivi ed è di gran lunga il più costoso tra quelli in gioco.

Taylor ha avvertito che i pronostici possono tornare a favore dei repubblicani quando in autunno gli elettori inizieranno a seguire davvero i candidati e dopo che il partito avrà lanciato la sua campagna pubblicitaria da molti milioni di dollari. Il Senate Leadership Fund, il principale comitato che raccoglie fondi illimitati a sostegno dei candidati repubblicani al Senato ed è vicino al leader della maggioranza John Thune, ha già cominciato a comprare spazi televisivi con spot contro i candidati democratici in Iowa, Alaska, Maine e North Carolina. È il segno che i repubblicani si sentono costretti a spendere anche in quegli Stati.

Patrick Ruffini, sondaggista di Echelon Insights, ha esaminato in un'analisi più di 3.000 sondaggi sulle corse per il Senato degli ultimi quattro cicli elettorali. Negli ultimi anni, ha scritto, i democratici sembrano competitivi negli Stati repubblicani durante l'estate per poi perdere terreno il giorno del voto. Anche in questo caso i sondaggi dovrebbero stringersi nei prossimi mesi e strappare seggi in Stati molto conservatori come Kansas e Mississippi resta un'impresa.

I repubblicani faticano però a difendere il prezzo alto della benzina causato dalla guerra in Iran. Lo presentano come un sacrificio temporaneo mentre il presidente cerca di ottenere la pace in Medio Oriente, sei mesi dopo gli attacchi contro Teheran. Michele Tafoya, candidata repubblicana al Senato in Minnesota, ha proposto agli elettori di rinunciare al caffè da Starbucks per far quadrare i conti alla pompa.

Il gradimento del presidente non aiuta il suo partito. Un sondaggio Reuters/Ipsos lo ha misurato al 33%, il valore più basso del suo mandato. Anche il suo peso nelle primarie si sta riducendo, con sempre più elettori repubblicani che hanno bocciato i candidati che sostiene.

Abdul El-Sayed, il progressista scelto dai democratici per il seggio libero del Michigan, preoccupa una parte del partito, che teme prenda meno voti del previsto e apra la strada al deputato repubblicano Mike Rogers in un seggio considerato sicuro. Un sondaggio dell'AARP, l'associazione degli americani sopra i 50 anni, li ha trovati alla pari, 48 a 47, mentre altre rilevazioni danno Rogers in vantaggio.

Battere Susan Collins in Maine, senatrice repubblicana al quinto mandato, resta complicato dopo il cambio di candidato di fine estate. Al posto di Graham Platner, travolto dalle polemiche, corre Troy Jackson, ex presidente del Senato dello Stato e molto meno conosciuto.

I repubblicani indicano l'avanzata dei socialisti-democratici nelle corse più visibili, compresa la vittoria di Angie Nixon nella primaria democratica per il Senato in Florida, come prova che il Partito Democratico è troppo estremo. Il National Republican Senatorial Committee, il comitato che coordina le campagne repubblicane per il Senato, ha criticato il senatore democratico Jon Ossoff, candidato alla rielezione in Georgia, per aver appoggiato quello che ha chiamato il "compagno socialista" El-Sayed. Il comitato ha chiesto: "Ossoff sosterrà anche Nixon e starà dalla parte del suo programma socialista?"

Il Partito Democratico ha anche un problema di immagine che rende la battaglia per il Senato una partita aperta. "Penso che gli elettori sceglieranno in qualche modo tra il meno peggio", ha detto Taylor. "Il Senato è in bilico, ma è una corsa in cui i repubblicani potrebbero ancora avere un leggero vantaggio."


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Rifondazione: “Vicinanza ad Alessandro Di Battista” home.rifondazione.eu/2026/08/2… #ComunicatiStampa

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La nuova infrastruttura di #Peacelink. Il post di @francesco, co-fondatore di sociale.network

Migrazione completata: addio al BigTech, torniamo in Europa. Non un singolo servizio critico di PeaceLink gira più su cloud statunitense

peacelink.it/peacelink/la-nuov…

@fediverso

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#AutisticiInventati - Una singola firma di Trump può cancellarti da internet. L'articolo di @smaurizi


Una nuova battaglia tra Davide e Golia si sta combattendo su internet, dopo la guerra del governo statunitense contro Julian Assange e WikiLeaks. Questa volta, l'epicentro è l'Italia e Davide è un'organizzazione di volontari italiana: un piccolo collettivo di persone poco conosciute che creano e distribuiscono gratuitamente account di posta elettronica crittografati, blog e mailing list.


ilfattoquotidiano.it/2026/08/2…

@eticadigitale

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Iran, la guerra che doveva essere breve: sei mesi di guerra non hanno piegato Teheran


Il regime è sopravvissuto ai bombardamenti e Washington punta ora sulle sanzioni. Ma gli analisti temono che la nuova strategia possa riportare all'escalation militare.

Doveva essere una guerra rapida. Ma sei mesi dopo i massicci raid aerei lanciati da Stati Uniti e Israele contro l'Iran, il 28 febbraio, il conflitto continua e l'Amministrazione Trump ha sostituito alla guerra militare una guerra economica. Secondo gli analisti sentiti dal New York Times, il risultato rischia però di non cambiare: gli obiettivi americani restano poco chiari, la credibilità di Washington si è già indebolita e il bilancio strategico appare negativo. A pagare il prezzo più alto sono gli iraniani comuni, stretti tra la pressione degli Stati Uniti e quella dei propri governanti.

Il primo giorno di guerra Donald Trump aveva promesso agli iraniani che "l'ora della vostra libertà è vicina". Oggi la sua Amministrazione cerca di impoverire ulteriormente il Paese, nella speranza che la popolazione si rivolti contro un regime repressivo e sempre più militarizzato. "La guerra non ha raggiunto gli obiettivi americani", ha ammesso senza mezzi termini al New York Times Sanam Vakil, direttrice del programma Medio Oriente e Nord Africa di Chatham House. La Repubblica islamica è sopravvissuta, controlla di fatto lo Stretto di Hormuz e ha rafforzato la propria influenza nella regione, mentre alcuni dei Paesi che Teheran bombardava pochi mesi fa cercano ora di ricucire i rapporti.

Suzanne Maloney, responsabile della politica estera alla Brookings Institution, è ancora più netta: "Abbiamo fatto molti danni all'Iran, ma ne sono usciti più forti di prima". I vicini di Teheran, osserva, hanno concluso che devono trovare un modo per convivere con un regime che non se ne andrà facilmente. Nel frattempo si è indebolita molto la credibilità americana tra gli alleati, insieme alla reputazione di Trump come presidente deciso a evitare guerre lunghe e costose in Medio Oriente. "Questa guerra ha davvero inghiottito la presidenza Trump", ha aggiunto Maloney.

Iran · Sei mesi di guerra

I bombardamenti non hanno piegato l’Iran, ora Washington punta sul collasso economico

A sei mesi dai raid del 28 febbraio il regime iraniano è ancora in piedi e controlla di fatto lo Stretto di Hormuz. L’Amministrazione Trump ha cambiato arma: al posto delle bombe, le sanzioni. Il prezzo più alto lo pagano gli iraniani comuni.

Grafica di FocusAmerica 28 agosto 2026

181 giorni di guerra
L’economia iraniana dopo sei mesi di conflitto

Inflazione annua
84%

Rial per un dollaro
2.000.000

Secondo la banca centrale iraniana. I prezzi degli alimentari salgono ogni settimana.
Il minimo storico della valuta. I beni importati sono schizzati e alle pompe di benzina si fa la coda.

Il regime è sopravvissuto ai raid e ha rafforzato la propria influenza nella regione. «Abbiamo fatto molti danni all’Iran, ma ne sono usciti più forti di prima», dice Suzanne Maloney della Brookings Institution.

1La cronologia

Sei mesi di una guerra che doveva durare poche settimane


Tocca ogni tappa per leggere che cosa è successo.

28 febbraio 2026 Comincia «Operation Epic Fury»+

Un attacco a sorpresa di Stati Uniti e Israele uccide la Guida Suprema Ali Khamenei e molti dei suoi collaboratori. Il figlio Mojtaba resta ferito gravemente: oggi è il suo successore.

Le settimane successive I raid distruggono aviazione e Marina+

I bombardamenti danneggiano pesantemente anche il programma missilistico iraniano. Ma la popolazione non si solleva e la leadership non si spacca.

La risposta di Teheran Lo Stretto di Hormuz si chiude+

Le forze iraniane ripristinano molti lanciarazzi, colpiscono basi americane e alleati regionali di Washington e bloccano di fatto lo Stretto, provocando uno shock economico globale.

7 luglio Trump dichiara «finito» il Memorandum+

È l’intesa di giugno che lo stesso presidente americano aveva firmato. Oggi Teheran chiede almeno di tornare a quel testo per riaprire una trattativa.

17 agosto Il Memorandum scade formalmente+

Da quel momento tra Washington e Teheran non resta nessuna cornice negoziale, né sullo Stretto né sul programma nucleare.

Lunedì scorso Bessent apre la guerra economica+

Il Segretario al Tesoro annuncia «Operation Economic Outcast»: sanzioni secondarie contro chiunque commerci con l’Iran. «È una campagna sostenuta per far crollare ogni ultima opzione dell’Iran».

Il conto umano della guerra

Migliaia
Gli iraniani uccisi, bambini compresi, secondo stime difficili da verificare

18
I militari americani morti dall’inizio del conflitto

36
I prigionieri politici giustiziati in Iran, secondo Amnesty International

2Il bilancio

Cinque obiettivi, nessuno raggiunto


Quello che la guerra doveva ottenere, e quello che è successo davvero.

0 / 5
Gli obiettivi dichiarati che Washington ha raggiunto in sei mesi. In due casi il risultato è opposto a quello cercato.

Gli iraniani si rivoltano contro il regime
Non avvenuto
Nessuna sollevazione. La repressione è diventata più dura: almeno 36 prigionieri politici giustiziati dall’inizio della guerra, secondo Amnesty International.

La leadership iraniana si spacca
Non avvenuto
La successione è già avvenuta: al posto di Ali Khamenei c’è il figlio Mojtaba, considerato più vicino ai Guardiani della Rivoluzione e meno avverso al rischio.

Lo Stretto di Hormuz torna aperto
Non avvenuto
Lo Stretto resta chiuso di fatto e a controllarlo è Teheran. Lo shock sui traffici marittimi non si è riassorbito.

L’Iran resta isolato nella regione
Effetto opposto
Alcuni dei Paesi che Teheran bombardava pochi mesi fa cercano ora di ricucire i rapporti. L’influenza iraniana nella regione è cresciuta, non diminuita.

Una guerra rapida, senza pantani in Medio Oriente
Effetto opposto
Sei mesi dopo il conflitto continua e la credibilità americana tra gli alleati si è indebolita. «Questa guerra ha davvero inghiottito la presidenza Trump», dice Suzanne Maloney.

Con le nuove sanzioni i funzionari americani fingono di combattere ancora, invece di fingere di aver vinto.

Jeremy Shapiro, ex funzionario del Dipartimento di Stato, oggi allo European Council on Foreign Relations

3Lo shock globale

Dallo Stretto chiuso passano sei milioni di barili al giorno in meno


Da Hormuz esce circa un quarto del petrolio scambiato via mare. Da quando l’Iran lo controlla, i flussi sono crollati.

IRANARABIA SAUDITAEMIRATIOMANGOLFO PERSICOGOLFO DI OMANSTRETTO DI HORMUZ

In rosso la rotta delle petroliere in uscita dal Golfo Persico. La banda piena indica i flussi attuali, l’alone quelli precedenti alla guerra.

1° trimestre 202520,4 mln

4° trimestre 202520,7 mln

1° trimestre 202614,6 mln

Milioni di barili al giorno di petrolio greggio e prodotti raffinati in transito nello Stretto di Hormuz. Fonte: EIA, Global Energy Security Data, maggio 2026.

85 dollari
Il prezzo medio del Brent atteso dall’EIA per il terzo trimestre del 2026

103 giorni
Quelli passati nel 2026 con la benzina americana sopra i 4 dollari al gallone: non accadeva dal 2022

−1,6 milioni
I barili al giorno di domanda mondiale in meno previsti per il 2026 dall’Agenzia internazionale per l’energia

Perché conta a Washington Il prezzo della benzina è la variabile che lega la guerra al voto. Con le elezioni di metà mandato in programma a novembre, lo strangolamento economico dell’Iran ha per la Casa Bianca il vantaggio di essere graduale e di abbassare la temperatura del conflitto.

4La nuova arma

Dalle bombe alle sanzioni


«Operation Economic Outcast» colpisce chiunque commerci con Teheran.

Ogni quadrato è un bersaglio del primo elenco diffuso dall’ufficio sanzioni del Tesoro: oltre 60 tra entità, persone e navi.

I settori colpiti dalle sanzioni secondarie

Petrolio
Oro
Aviazione
Asset digitali

Il problema Bessent non ha chiarito quanto durerà la campagna né quale sia l’obiettivo finale: il crollo del regime, la riapertura di Hormuz o il ritorno al tavolo. «Se non definisci il cambiamento di comportamento che vuoi, le sanzioni come coercizione falliscono», osserva Esfandyar Batmanghelidj della Bourse & Bazaar Foundation.
Dove porta la guerra economica

Fase 1
Guerra aerea
Dal 28 febbraio. Sei mesi di raid non hanno rovesciato il regime.

Fase 2
Stallo
Hormuz chiuso, nessun negoziato, blocchi laschi da entrambe le parti.

Fase 3
Guerra economica
Da questa settimana. Sanzioni al posto delle bombe.


Se le sanzioni falliscono, a Washington resta il ritorno ai bombardamenti

Il rischio Se invece la pressione economica funziona, può spingere Teheran a forzare il blocco navale. «È più probabile che sia il preludio a un altro round di guerra militare», avverte Ali Vaez dell’International Crisis Group.

Fonti New York Times (analisi e dichiarazioni degli esperti); Banca centrale dell’Iran (inflazione e cambio); Amnesty International (esecuzioni); Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti (sanzioni); EIA, Global Energy Security Data e Short-Term Energy Outlook, maggio e agosto 2026 (flussi nello Stretto, prezzi di greggio e benzina); Agenzia internazionale per l’energia, agosto 2026 (domanda mondiale). Confini e coste da Natural Earth. Dati aggiornati al 28 agosto 2026.

Il regime sopravvive e Washington cambia arma


"Operation Epic Fury" era cominciata con un attacco a sorpresa che ha ucciso la Guida Suprema Ali Khamenei e molti dei suoi collaboratori, ferendo gravemente il figlio Mojtaba, oggi suo successore. Settimane di bombardamenti hanno distrutto gran parte dell'aviazione e della Marina iraniane e danneggiato pesantemente il suo programma missilistico, ma la popolazione non si è sollevata e la leadership non si è spaccata. Le forze iraniane hanno ripristinato molti lanciarazzi, colpito basi americane e alleati regionali di Washington e chiuso di fatto lo Stretto, provocando uno shock economico globale. Sono morte diverse migliaia di iraniani, bambini compresi, secondo stime difficili da verificare, oltre a 18 militari americani.

Lunedì il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato "Operation Economic Outcast", una campagna pensata per isolare ulteriormente l'Iran e aggravare la crisi di un'economia già devastata: sanzioni secondarie estese a chiunque commerci con Teheran, dal petrolio all'oro, dall'aviazione agli asset digitali, e un primo elenco di oltre 60 entità, persone e navi colpite dall'ufficio sanzioni del Tesoro. "È una campagna sostenuta per far crollare ogni ultima opzione dell'Iran", ha detto Bessent. "La campagna che iniziamo oggi acquisterà forza ogni giorno che passa e non finirà finché questo regime non sarà solo".

Al di là dei richiami retorici al D-Day e alla caduta del Muro di Berlino, Bessent non ha però chiarito quanto durerà la guerra economica, con quali strumenti verrà condotta e soprattutto quale sia l'obiettivo finale: il crollo del regime, la riapertura di Hormuz o il ritorno al tavolo negoziale sullo Stretto e sul programma nucleare. "Non c'è un'articolazione chiara degli obiettivi americani", ha osservato Esfandyar Batmanghelidj della Bourse & Bazaar Foundation di Londra. "Ma se non definisci il cambiamento di comportamento che vuoi, le sanzioni come coercizione falliscono".

L'Iran, già bersaglio di migliaia di sanzioni, difficilmente si arrenderà per qualche misura aggiuntiva. Secondo gli analisti è più probabile che reagisca intensificando gli attacchi contro le navi nel Golfo e gli alleati americani, aprendo la strada a un nuovo ciclo di bombardamenti. "La capacità di far male all'Iran è chiara", ha detto Sina Toossi del Center for International Policy di Washington. "Il percorso dal dolore alla capitolazione o al collasso invece non lo è". Ali Vaez, direttore del progetto Iran dell'International Crisis Group, individua due rischi nella nuova strategia: se dovesse fallire, a Washington potrebbe restare soltanto il ritorno all'escalation militare, mentre se dovesse funzionare, potrebbe spingere Teheran a cercare di forzare il blocco navale. "In entrambi i casi non produrrà ciò che l'Amministrazione sembra volere, cioè usare le sanzioni come alternativa alla guerra. È più probabile che sia il preludio a un altro round di guerra militare".

Uno stallo che rischia di riaprire il conflitto


La leadership iraniana, sempre più dominata dai militari, considera i sacrifici della popolazione come un atto di patriottismo e persino di martirio ed è diventata ancora più spietata nella repressione del dissenso: secondo Amnesty International, almeno 36 prigionieri politici sono stati giustiziati dall'inizio della guerra. Il presidente Masoud Pezeshkian e il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf hanno avvertito dei rischi di ridurre la popolazione alla fame, ma sulla trattativa la linea non cambia: Teheran chiede almeno il ritorno al Memorandum di giugno, firmato da Trump, che il presidente americano ha dichiarato "finito" già il 7 luglio e che è formalmente scaduto il 17 agosto.

Il nuovo leader Mojtaba Khamenei è considerato più vicino ai Guardiani della Rivoluzione e meno avverso al rischio rispetto al padre. Dalla nomina, però, non è mai apparso in pubblico: il suo ufficio ha diffuso soltanto un video non datato e l'ultimo comunicato risale al 9 agosto, alimentando persino interrogativi sulle sue condizioni. Così per ora la situazione resta relativamente statica, una sorta di "strana guerra" segnata da blocchi piuttosto laschi in entrambe le direzioni. Lo strangolamento economico ha, dal punto di vista di Washington, il vantaggio di essere graduale e difficile da misurare e consente di abbassare la temperatura del conflitto in vista delle elezioni di metà mandato di novembre.

Lo stallo resta però rischioso. "Alla Casa Bianca cresce l'idea che con questa Repubblica Islamica non si possa trattare. È un momento pericoloso, con Teheran e Washington che concludono entrambe che nessun accordo è possibile", ha detto Ellie Geranmayeh dello European Council on Foreign Relations. Jeremy Shapiro, ex funzionario del Dipartimento di Stato e oggi nello stesso centro studi, non capisce perché Trump non abbia imboccato nessuna delle possibili vie d'uscita da una guerra impopolare: con nuove sanzioni, ha osservato, i suoi funzionari "fingono di combattere ancora invece di fingere di aver vinto", oppure di ammettere di aver perso.

La speranza svanita e il rial a due milioni


All'inizio della guerra una parte degli iraniani più critici nei confronti del proprio governo aveva visto nei bombardamenti la possibilità di un futuro diverso. Sei mesi dopo, quella speranza ha lasciato il posto al cinismo sulle intenzioni americane, dopo che Trump ha minacciato di cancellare la civiltà iraniana e riportare il Paese "all'età della pietra" e dopo che i raid hanno colpito acciaierie, impianti petrolchimici, ponti e siti storici.

La preoccupazione principale è ormai la sopravvivenza economica del Paese. Secondo la banca centrale, l'inflazione è salita all'84%; i prezzi dei generi alimentari aumentano ogni settimana e persino le uova sono diventate proibitive per molte famiglie. Il rial, la valuta iraniana, ha toccato un minimo storico di circa 2 milioni per dollaro e il costo dei beni importati è schizzato. Il timore che il governo intervenga sul prezzo della benzina, pesantemente sussidiata, ha provocato lunghe code ai distributori.

Un aumento similare nel 2019 aveva scatenato enormi manifestazioni, mentre le proteste di gennaio, poi represse con la forza, erano cominciate dopo un crollo del rial. Molti temono ora una nuova ondata di disordini. Washington punta a ottenere con la pressione economica ciò che sei mesi di bombardamenti non hanno ottenuto. Ma finora la leadership iraniana ha dimostrato di essere disposta a trasferire il costo della resistenza sulla popolazione, proprio sulla parte del Paese che più ne subisce le conseguenze e meno può determinarne le scelte.


Gli Stati Uniti annunciano nuove sanzioni contro l'Iran, ma gli serve l'aiuto della Cina


Il Dipartimento del Tesoro americano ha annunciato lunedì sanzioni contro più di 60 tra società, persone e navi che aiutano l'Iran a vendere petrolio e a procurarsi tecnologia nucleare e missilistica. Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha battezzato la campagna Operation Economic Outcast e ha avvertito che qualunque Paese continui a fare affari con Teheran finirà nel mirino di Washington. Nella conferenza stampa non ha però mai pronunciato la parola Cina, cioè il nome del Paese che nel 2025 ha comprato più dell'80% del petrolio esportato dall'Iran.

Le nuove misure riguardano cinque settori: attività digitali, tecnologia, oro, aviazione e trasporto marittimo. Chi lavora in questi comparti insieme all'Iran rischia le sanzioni secondarie, uno strumento che permette agli Stati Uniti di punire aziende e banche straniere prive di qualsiasi legame diretto con il territorio americano. Funziona perché quasi tutte le transazioni internazionali passano dal dollaro e chi viene escluso dal sistema finanziario statunitense resta di fatto tagliato fuori dal commercio mondiale. Bessent ha detto che i governi che lasciano operare sul proprio territorio chi ricicla denaro per conto di Teheran saranno espulsi dal sistema del dollaro.

Il Tesoro ha sospeso diverse licenze generali che permettevano l'invio di rimesse verso l'Iran e ha promesso una nuova ondata di misure nei prossimi giorni, a partire da un grande istituto finanziario che sarà colpito entro la fine della settimana. Washington premerà inoltre sugli altri governi perché facciano chiudere le filiali estere della Bank Melli, la maggiore banca pubblica iraniana, che ha sportelli in vari Paesi europei. Il presidente Donald Trump sta telefonando ai leader stranieri per chiedere di interrompere gli affari con Teheran.

Bessent ha ammesso che l'annuncio è soprattutto un colpo di avvertimento e l'inizio di una fase di trattative riservate con i governi stranieri. A chi gli chiedeva se le sanzioni rischiassero di travolgere il sistema finanziario internazionale ha risposto con una domanda: "Perché mai dovrei volere far saltare il sistema finanziario globale?". Ogni Paese ha ricevuto in privato una scadenza per chiudere le attività individuate dal Tesoro, ma nessuna di queste scadenze è stata resa pubblica. "Non fisserò scadenze, ma la nostra pazienza non è infinita", ha detto ai giornalisti.

Bessent non ha nominato la Cina né in conferenza stampa né nell'articolo che ha firmato nel fine settimana sul Financial Times. Alla domanda diretta se il Tesoro colpirà le banche cinesi ha risposto che nessuno è al di sopra della portata delle sanzioni americane, senza mai citare Pechino. Nel 2022 l'Iran ha esportato in Cina beni per 22,4 miliardi di dollari e ne ha importati per 15,6 miliardi, secondo i dati della Banca Mondiale.

Stati Uniti e Cina hanno una tregua commerciale fragile e Xi Jinping è atteso a Washington il mese prossimo per la sua prima visita di Stato da più di dieci anni. Il presidente ha visitato Xi a Pechino in maggio, dopo una guerra dei dazi e uno scontro sulle terre rare che hanno dominato i rapporti tra i due Paesi per buona parte degli ultimi 18 mesi. Il Tesoro ha già sanzionato alcune raffinerie cinesi indipendenti che comprano greggio iraniano, ma si è sempre fermato prima di colpire le grandi banche cinesi, che restano il canale attraverso cui i proventi del petrolio tornano a Teheran.

Daniel Tannebaum, socio della società di consulenza Oliver Wyman e ricercatore dell'Atlantic Council, ha detto al New York Times che finché non si vedranno azioni contro i Paesi e le aziende che contano davvero si tratta solo di parole. Alla CNN ha detto che la Cina è di gran lunga il Paese più importante per intaccare la capacità iraniana di finanziarsi e che il governo americano non ha mai colpito duramente Pechino sul terreno delle sanzioni economiche.

I Paesi più esposti alle nuove misure sono Cina, India, Turchia, Iraq ed Emirati Arabi Uniti. Gli Emirati hanno annunciato la settimana scorsa la sospensione fino a nuovo ordine di tutti gli scambi commerciali e finanziari con l'Iran. La Turchia ha scambiato con Teheran più di 5 miliardi di dollari di merci nel 2024 e l'anno scorso ha importato dall'Iran il 13% del proprio gas naturale. L'Iraq dipende dall'elettricità e dal gas iraniani, mentre il commercio dell'India con l'Iran è sceso a circa 1,6 miliardi di dollari nell'anno fiscale 2025-2026.

Il rial è caduto a un minimo storico e sul mercato aperto per un dollaro servono ora più di 2 milioni di rial (prima della guerra ne bastavano 1,65 milioni). L'inflazione ha toccato il 66% su base annua il 22 luglio, contro il 46% di febbraio. Le esportazioni di petrolio sono scese da 2 milioni di barili al giorno prima del conflitto a 400mila a metà agosto, il livello più basso da quando è cominciata la guerra, secondo la società di monitoraggio marittimo Kpler. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha riconosciuto che il Paese affronta molte difficoltà economiche.

La caduta delle esportazioni dipende dal blocco navale che gli Stati Uniti hanno imposto ai porti iraniani, non dalle sanzioni. Lo Stretto di Hormuz, da cui passava un quinto degli idrocarburi mondiali, è chiuso da Teheran quasi senza interruzioni da sei mesi. L'Iran ha escluso qualsiasi ritorno alla situazione precedente alla guerra e tratta da settimane con l'Oman le modalità di transito. Il capo della diplomazia omanita Badr al-Busaidi è atteso martedì a Teheran.

L'ufficio del Tesoro che gestisce le sanzioni (l'Office of Foreign Assets Control, in sigla OFAC) ha avvertito lunedì sera che marinai e società di navigazione rischiano di essere colpiti anche solo se rispondono alle richieste di informazioni dei tre enti creati quest'anno dall'Iran per gestire il passaggio nello stretto, pure quando non c'è di mezzo alcun pagamento. Fino a lunedì il divieto valeva solo per chi pagava i pedaggi. Nei mesi scorsi l'Iran ha attaccato ripetutamente le navi che non si erano messe in contatto con quegli enti. Lo stesso ufficio ha sospeso a tempo indeterminato gli scambi accademici e tutte le attività sportive con l'Iran, sia dilettantistiche sia professionistiche.

Il Ministro dell'Economia iraniano Ali Madanizadeh ha detto alla televisione di Stato che Teheran è pienamente preparata e che il governo ha pronto un piano biennale per reggere le sanzioni. Ha accusato gli Stati Uniti di volere fare "terrorismo economico" e ha avvertito che la risposta iraniana non sarà soltanto difensiva. Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento e capo negoziatore, ha scritto su X che "gli americani sanno che nessuno compra le loro sparate" e che i partner commerciali dell'Iran hanno fatto sapere di non tenere conto di quelle dichiarazioni. Il portavoce del Ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei ha detto che l'Amministrazione sta ripetendo metodi che si sono già dimostrati fallimentari e che a pagare il conto saranno i cittadini comuni.

I negoziati per chiudere la guerra si sono arenati e la stretta economica arriva dopo il fallimento di quella militare. Secondo un'analisi pubblicata sul New York Times, la sequenza seguita da Washington è rovesciata rispetto alla prassi: di solito si comincia dalla diplomazia, si aggiungono le sanzioni e si tiene l'azione militare come ultima risorsa, mentre il presidente è passato da un breve giro di colloqui direttamente ai bombardamenti. L'obiettivo era costringere l'Iran a consegnare le sue 11 tonnellate di uranio arricchito e forse fare cadere il governo. Non è successo né l'uno né l'altro, al prezzo di 18 militari americani morti, di centinaia o migliaia di iraniani uccisi e di un conto che gli analisti indipendenti stimano sopra i 100 miliardi di dollari (il Pentagono ne calcola meno).

Peter Harrell, studioso alla Georgetown Law School che si occupa dei limiti delle sanzioni economiche, ha detto al New York Times che all'inizio dell'anno il presidente aveva davanti due strade: colpire duramente le grandi aziende cinesi, cosa che non voleva fare per la sua agenda economica con Xi, oppure imporre il blocco navale alle petroliere iraniane. "Si è rivelato politicamente più facile mettere il blocco su tutte le petroliere iraniane", ha detto.

Gli Stati Uniti promettono sanzioni durissime all'Iran da vent'anni. I primi tentativi seri risalgono alla presidenza di George W. Bush e nel 2009 Hillary Clinton, allora Segretario di Stato, promise sanzioni paralizzanti se Teheran non fosse tornata al tavolo. Molti esperti ritengono che quella pressione abbia contribuito all'accordo nucleare del 2015, che il presidente stracciò nel 2018 definendolo pieno di difetti. Nonostante la campagna di massima pressione del primo mandato, l'Iran ha continuato a vendere tra i 2 e i 3 milioni di barili di petrolio al giorno.

Il materiale nucleare non si è mosso dai depositi coperti dalle macerie da quando gli americani li hanno bombardati nel giugno 2025, come mostrano le fotografie satellitari. Il governo iraniano è sopravvissuto alla guerra con una guida diversa: l'ayatollah Ali Khamenei è stato ucciso nei primi attacchi di febbraio e il posto è passato al figlio, considerato più intransigente, che però non è ancora comparso in pubblico. La settimana scorsa Bessent aveva indicato come obiettivo della nuova politica la creazione delle condizioni per una caduta del regime e lunedì si è rivolto direttamente ai militari iraniani, invitandoli a chiedersi se i loro comandanti stiano portando il Paese alla vittoria o alla rovina mentre gli stipendi smettono di arrivare. Ha poi ricordato che il Muro di Berlino cadde quando i soldati semplici decisero di non sparare sulla propria gente.

Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha detto che la pressione economica non sostituisce gli attacchi militari e che gli Stati Uniti non intendono rinunciarvi, né nello Stretto di Hormuz né in Iran. Nella notte tra lunedì e martedì una petroliera è stata colpita da un colpo non identificato a 9 miglia nautiche a nordest della costa omanita: la sala macchine è stata danneggiata e l'equipaggio è rimasto illeso.


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L’Europa ha le idee, i talenti e i risparmi: quello che continua a mancare è il capitale necessario per trasformare le imprese innovative in grandi protagonisti globali.

Nel 2025 gli investimenti in capitale di rischio in Europa hanno raggiunto circa 66 miliardi di euro, contro oltre 339 miliardi di dollari negli Stati Uniti. E non perché agli europei manchino le risorse: circa 10.000 MILIARDI di euro di risparmi delle famiglie dell’Unione sono ancora detenuti in depositi bancari.

Il problema è che troppo poco di quel capitale arriva alle imprese ad alta crescita. E così l’Europa finanzia ricerca, forma talenti e fa nascere innovazione, ma spesso sono capitali stranieri a sostenerne la crescita e a raccoglierne poi i frutti.

Per questo Volt vuole una vera Unione dei risparmi e degli investimenti: mercati più integrati, garanzie pubbliche mirate e un ruolo maggiore dei fondi pensione nel capitale di rischio europeo.

L’autonomia economica europea passa anche da qui: dare alle nostre imprese i capitali per crescere in Europa, invece di continuare a produrre innovazione che altri trasformano in potere economico.

#Startup #Innovazione #VentureCapital #Europa #Competitività #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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📰⚖️ Have you heard of the 400-year-old law protecting #tech giants from class actions in #Europe? Find out more in this article, featuring insights by Ursula Pachl of noyb.

Keep reading (article in German) 👉 futurezone.at/netzpolitik/irla…

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Missione segreta della CIA a Mosca: il vero messaggio di Trump a Putin


Ratcliffe ha ribadito ai russi l'impegno degli Stati Uniti sull'articolo 5 e discusso anche di Ucraina e Iran. La missione era stata tenuta nascosta persino a parte della Casa Bianca.

La missione diplomatica di John Ratcliffe in Russia era talmente riservata che nemmeno alcuni alti funzionari della Casa Bianca ne erano al corrente. Secondo il Wall Street Journal, Donald Trump ha inviato personalmente a Mosca il direttore della CIA, tenendo all'oscuro della missione e del messaggio da consegnare al Cremlino anche collaboratori fidati e vertici militari che normalmente sarebbero stati informati. Ratcliffe è arrivato martedì dalla Lettonia a bordo di un C-17 militare senza insegne e ha incontrato Sergei Naryshkin, direttore dell'intelligence estera russa. Il Cremlino ha precisato che non ha invece visto Vladimir Putin. La notizia del viaggio ha spinto i funzionari europei a cercare rapidamente informazioni sui colloqui.

Due funzionari europei, una volta informati, hanno riferito che Ratcliffe ha ribadito ai suoi interlocutori dell'intelligence russa l'impegno degli Stati Uniti nei confronti dell'Articolo 5 della NATO, in base al quale un attacco contro un Paese membro è considerato un attacco contro tutti. Il Wall Street Journal aveva già riportato che il direttore della CIA aveva avvertito Mosca di non attaccare Paesi dell'Alleanza.

La visita arriva dopo recenti valutazioni dell'intelligence secondo cui la Russia potrebbe mettere alla prova la NATO entro pochi anni. Funzionari europei hanno inoltre avvertito che Mosca avrebbe accumulato droni ucraini in vista di una possibile operazione sotto falsa bandiera contro gli Stati del fianco orientale. Trump, però, ha detto giovedì ai giornalisti di non essere preoccupato: Putin "non attaccherà territorio NATO".

Stati Uniti · Russia · NATO

Trump ha mandato il capo della CIA a Mosca con un messaggio riservato sull’Articolo 5

John Ratcliffe è arrivato a Mosca su un aereo militare senza insegne. Della missione non erano al corrente né alcuni alti funzionari della Casa Bianca né i vertici militari che di solito vengono informati.

Grafica di FocusAmerica 28 agosto 2026

La rotta della missione
Riga Mosca
Paesi NATO Russia e Bielorussia Ucraina e Moldova
Martedì. Un C-17 militare senza insegne decolla dalla Lettonia e porta a Mosca il direttore della CIA. Il viaggio non era stato annunciato.

La missione in tre numeri

1
Sola persona incontrata
Sergei Naryshkin, direttore dell’intelligence estera russa

0
Incontri con Putin
Il Cremlino ha precisato che il presidente russo non lo ha ricevuto

2030
L’anno che l’Europa teme
Quando Mosca potrebbe tornare in grado di attaccare la NATO

1

La missione

Un viaggio costruito per non lasciare tracce


Trump ha tenuto la missione dentro un cerchio ristretto: ne sono rimasti fuori anche i vertici militari che di solito vengono avvisati.

Quando
Martedì, con arrivo dalla Lettonia

Come
A bordo di un C-17 militare senza insegne

Chi ha incontrato
Sergei Naryshkin, direttore dell’intelligence estera russa

Chi non ha visto
Vladimir Putin

Chi lo sapeva
Nemmeno alcuni alti funzionari della Casa Bianca, collaboratori fidati e vertici militari

Chi l’ha saputo dopo
Gli europei, che hanno cercato in fretta informazioni sui colloqui

2

Il messaggio

Che cosa Ratcliffe ha detto ai russi


Quattro punti, consegnati di persona al capo dell’intelligence estera russa.

1

L’Articolo 5 resta in piedi
Gli Stati Uniti continuano a considerare un attacco contro un Paese membro come un attacco contro tutta l’Alleanza.

2

Non attaccate i Paesi della NATO
Un avvertimento che il direttore della CIA aveva già fatto arrivare a Mosca nelle settimane precedenti.

3

Chiudete i rapporti con l’Iran
Niente più legami economici o di sicurezza con Teheran, mentre Washington rafforza le sanzioni contro il regime.

4

E un’apertura sull’Ucraina
I due hanno parlato di una possibile ripresa dei negoziati. Secondo Kyrylo Budanov i colloqui diretti potrebbero ripartire a settembre.

3

Gli inviati

Trump ha già provato con quattro emissari


Prima di Ratcliffe, ogni canale aperto dalla Casa Bianca si è fermato senza risultati.

Steve Witkoff
Inviato speciale, mandato a Mosca più volte

Nessun accordo

Jared Kushner
Il genero del presidente, affiancato a Witkoff

Nessun accordo

Marco Rubio e Keith Kellogg
Il Segretario di Stato e l’allora inviato per l’Ucraina hanno visto entrambe le parti

Nessun accordo

Il vertice in Alaska
Agosto 2025. Per mesi Washington aveva spinto Kyiv a cedere le zone del Donetsk che la Russia non aveva conquistato

Nessun accordo

John Ratcliffe
Agosto 2026. Il canale passa all’intelligence: i contatti consolidati tra CIA e servizi russi, più la vicinanza personale a Trump

In corso

4

L’orizzonte

Quanto tempo separa l’Europa dal prossimo test russo


Le rassicurazioni pubbliche e le valutazioni dell’intelligence raccontano due tempi diversi.

Oggi
La guerra ibrida

Entro pochi anni
Il test dell’Alleanza

2030
L’esercito ricostruito

Droni, attacchi informatici e persino pacchi esplosivi contro i Paesi che sostengono Kyiv. I funzionari europei osservano che questa pressione cresce e che può far scoppiare una crisi molto più ampia senza che nessuno dichiari guerra.

Tre letture dello stesso rischio

“Putin non attaccherà territorio NATO”
Donald Trump, giovedì ai giornalisti: dice di non essere preoccupato

“Il rischio di un’invasione diretta è attualmente basso”
Andris Kulbergs, primo ministro lettone: il livello di minaccia militare per il Paese non è cambiato

“Putin ha una straordinaria tolleranza al rischio”
J.C. Lintzenich, German Marshall Fund: ma difficilmente scommetterà su azioni che possono mettere in pericolo lo Stato russo

Fonte Ricostruzione del Wall Street Journal; dichiarazioni di funzionari europei e statunitensi e del Cremlino; German Marshall Fund. Dati aggiornati al 28 agosto 2026.

Tra Ucraina e Iran, Trump cambia inviato e strategia?


Ratcliffe ha discusso con il suo omologo russo anche della possibile ripresa dei negoziati per porre fine all'invasione russa dell'Ucraina. Poco dopo Kyrylo Budanov, capo dell'ufficio presidenziale ucraino, ha detto che i colloqui diretti tra i due Paesi potrebbero ripartire a settembre. Ma il direttore della CIA avrebbe inoltre chiesto ai russi di non mantenere più legami economici o di sicurezza con l'Iran, mentre l'Amministrazione Trump cerca di intensificare la campagna di sanzioni contro Teheran.

Il presidente sembra comunque aver cambiato il proprio inviato dopo che i precedenti round negoziali, affidati ad altri inviati, non sono riusciti a fermare la guerra. Negli ultimi mesi Mosca ha intensificato gli attacchi contro l'Ucraina, rafforzato il sostegno al regime iraniano e resistito ai tentativi americani di migliorare i rapporti economici. Trump aveva inviato più volte a Mosca l'inviato speciale Steve Witkoff, poi affiancato dal genero Jared Kushner. Anche il Segretario di Stato Marco Rubio e l'ex inviato per l'Ucraina Keith Kellogg avevano incontrato rappresentanti delle due parti.

Il vertice in Alaska dell'agosto 2025, risultato di questi sforzi negoziali, però non aveva prodotto alcun accordo, anche se per mesi l'Amministrazione Trump aveva spinto Kyiv ad accettare la cessione unilaterale di territori orientali della regione di Donetsk nel Donbass che la Russia non aveva conquistato.

Ratcliffe ha già ottenuto in passato risultati nei rapporti con il Cremlino, tra cui la liberazione di ostaggi americani, e combina i tradizionali canali di comunicazione tra la CIA e i servizi russi con la sua vicinanza personale a Trump. Ha costruito il messaggio e lo ha consegnato personalmente perché Mosca comprendesse che gli sforzi per arrivare alla pace non distolgono Trump dagli impegni di sicurezza verso l'Europa, ha spiegato al Journal J.C. Lintzenich, ex alto funzionario dell'intelligence oggi al German Marshall Fund. "Putin ha una straordinaria tolleranza al rischio ed è persino disposto ad alzare il livello dello scontro per costringere l'altra parte a ridurlo, ma difficilmente scommetterà su azioni che potrebbero mettere in pericolo lo Stato russo".

I Paesi baltici rassicurano, ma l'Europa guarda al 2030


I leader del fianco orientale della NATO hanno cercato di ridimensionare i timori di una imminente aggressione russa. "Al momento non c'è motivo di preoccuparsi", ha detto in un video sui social il primo ministro lettone Andris Kulbergs. "Il livello di minaccia militare per la Lettonia non è cambiato. Il rischio di un'invasione diretta è attualmente basso". I funzionari europei osservano però che la Russia continua a condurre una guerra ibrida sempre più intensa contro gli alleati dell'Ucraina, attraverso droni, attacchi informatici e persino pacchi esplosivi: azioni che potrebbero innescare una crisi più ampia.

Secondo valutazioni americane ed europee, il Cremlino sta rivedendo i propri piani per un eventuale attacco militare contro la NATO dopo le enormi perdite subite in Ucraina, la carenza di armamenti e le difficoltà economiche. In Europa molti temono però che entro il 2030 la Russia possa tornare a rappresentare una minaccia convenzionale più seria, una volta ricostituite le proprie forze, mentre i Paesi europei saranno ancora impegnati a rafforzare le rispettive capacità militari, nonostante l'aumento delle spese militari.


Il direttore della CIA a Mosca, il mistero dei colloqui e dei tre decreti segreti di Putin


Un Boeing C-17 Globemaster III dell'aeronautica militare statunitense è atterrato all'aeroporto Vnukovo di Mosca la mattina del 25 agosto, proveniente da Riga. A bordo c'era John Ratcliffe, direttore della Central Intelligence Agency. Nessuno dei due governi aveva annunciato il viaggio, ricostruito attraverso i dati pubblici sui voli: il velivolo, identificato dal numero di coda 07-7181 e dal nominativo RCH4555, era decollato dalla Joint Base Andrews, alle porte di Washington, e aveva raggiunto la capitale lettone il 23 agosto. Verso le 18:50, ora di Mosca, è ripartito in direzione di Riga. Poche ore in tutto e nessuna spiegazione ufficiale sulla missione.

È il primo viaggio noto a Mosca di un direttore della CIA dal novembre 2021, quando il suo predecessore William Burns vi si recò per colloqui con i vertici russi mentre l'esercito di Mosca ammassava truppe ai confini dell'Ucraina in vista dell'invasione poi iniziata nel febbraio dell'anno successivo. Axios lo ha definito il contatto di più alto livello in Russia di un rappresentante dell'Amministrazione Trump da gennaio, quando gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner incontrarono Putin al Cremlino per discutere il piano americano sull'Ucraina.

Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha affermato di non sapere nulla dell'aereo americano e che non erano previsti incontri con funzionari di Washington nel corso della settimana. Secondo Aleksandr Yunashev, membro del gruppo di giornalisti accreditati al seguito del presidente russo, nei giorni precedenti Putin aveva rinviato un evento di grandi dimensioni programmato per il 25 agosto e al quale avevano lavorato "centinaia di persone". La coincidenza ha alimentato l'ipotesi di un incontro tra Putin e Ratcliffe, ma né Mosca né Washington hanno confermato che sia avvenuto.

Washington teme una provocazione contro la NATO?


L'ipotesi più circostanziata arriva dal Wall Street Journal, secondo il quale Ratcliffe avrebbe portato a Mosca un avvertimento. L'intelligence statunitense avrebbe raccolto informazioni su esercitazioni militari russe in preparazione di una possibile mobilitazione, condotte a luglio nell'oblast di Kaliningrad e in altre regioni. Le manovre avrebbero verificato la capacità delle strutture del Ministero della Difesa di accogliere, equipaggiare e rifornire le persone eventualmente richiamate.

Le stesse informazioni indicherebbero che Putin potrebbe voler mettere alla prova la tenuta della NATO con una provocazione contro uno Stato membro. Tra gli scenari presi in esame ci sarebbe un'azione nel corridoio di Suwałki, la striscia di territorio tra Kaliningrad e la Bielorussia che costituisce l'unico collegamento terrestre tra i Paesi baltici e il resto dell'Alleanza Atlantica.

"L'obiettivo poteva essere dirgli: sappiamo che cosa stai preparando, faresti meglio a non farlo", ha spiegato al quotidiano statunitense Beth Sanner, che tra il 2019 e il 2021 ha coordinato l'integrazione delle attività di intelligence per l'ufficio del direttore dell'intelligence nazionale e, durante il primo mandato di Donald Trump, si occupava del briefing quotidiano al presidente.

Sanner non esclude neppure un collegamento con la guerra tra Stati Uniti e Iran e con il possibile coinvolgimento di Mosca nei negoziati. La Russia è alleata di Teheran e il giorno precedente Washington aveva annunciato una nuova campagna di pressione economica contro l'Iran. Anche il giornalista statunitense Michael Weiss ha collegato il viaggio alle informazioni condivise dagli Stati Uniti con Polonia, Paesi baltici e Stati scandinavi, mentre aumenterebbero "le presunte operazioni di sabotaggio del GRU e l'attività dei droni russi".

Le altre piste: prigionieri e moratoria sugli attacchi


Ksenia Sobchak ha scritto sul proprio canale Telegram, senza indicare la fonte, che il viaggio potrebbe invece riguardare la liberazione di Charles Zimmerman, veterano cinquantottenne della Marina statunitense condannato in Russia a 5 anni di carcere per trasporto illegale di armi. Un fucile e alcune munizioni erano stati trovati sul suo yacht dopo l'arrivo nel porto di Sochi. Zimmerman ha sostenuto di tenere l'arma a bordo per autodifesa e di non conoscere la normativa russa.

Se questa ipotesi fosse corretta, Zimmerman sarebbe il secondo cittadino americano graziato e rimpatriato nell'arco di un mese dopo Robert Gilman, ex marine detenuto dal 2022 e liberato l'11 agosto per motivi umanitari. Putin lo ha graziato senza ottenere la scarcerazione di un detenuto russo in cambio. Quel gesto era stato interpretato come un possibile passo preparatorio verso un nuovo ciclo di colloqui tra Mosca e Kyiv mediato dagli Stati Uniti.

Il media britannico iPaper ricorda che un aereo militare statunitense era arrivato in Russia anche nel febbraio 2025, quando Mosca liberò l'insegnante Marc Fogel, 63 anni, condannato per contrabbando di droga. In cambio, gli Stati Uniti rilasciarono Alexander Vinnik, cittadino russo accusato di aver gestito attraverso la piattaforma di criptovalute BTC-e una vasta operazione di riciclaggio.

Il precedente più importante risale invece all'Amministrazione Biden. Il giornalista del Wall Street Journal Evan Gershkovich e l'ex marine Paul Whelan, entrambi condannati in Russia per spionaggio, tornarono negli Stati Uniti il 1º agosto 2024 nell'ambito di uno scambio che coinvolse 24 detenuti: 16 furono liberati da Russia e Bielorussia, mentre otto cittadini russi vennero rilasciati da Stati Uniti, Germania, Polonia, Slovenia e Norvegia.

Ukraine Context, canale Telegram vicino a Kyrylo Budanov — che a gennaio ha lasciato la guida dell'intelligence militare ucraina per dirigere l'ufficio del presidente Volodymyr Zelensky — riferisce invece di una "importante operazione" discussa a Mosca, preparata "da tempo in segreto" e i cui "risultati potrebbero incidere in modo significativo sugli sviluppi successivi". Non sono stati forniti altri elementi a sostegno di questa versione.

Secondo un'altra ipotesi avanzata da Weiss e ripresa da alcuni media ucraini, Ratcliffe avrebbe discusso una moratoria reciproca sugli attacchi russi e ucraini contro infrastrutture energetiche e porti, insieme a un possibile cessate il fuoco nelle regioni di Sumy e Kharkiv come primo passo verso una più ampia de-escalation. Anche questa ricostruzione non ha ricevuto conferme ufficiali.

Prima dell'arrivo di Ratcliffe, Washington aveva avvertito Kyiv dell'imminente arrivo nella capitale russa di una delegazione di alto livello e le aveva chiesto di sospendere gli attacchi, secondo una fonte citata da Axios. Il Financial Times ha riferito che agli ucraini era stato chiesto di non colpire Mosca, San Pietroburgo e le regioni settentrionali della Russia nelle giornate del 24, 25 e 26 agosto.

Tre decreti non pubblicati nella numerazione ufficiale


Intanto c'è un altro mistero: tra gli atti presidenziali pubblicati sul portale ufficiale russo mancano tre numeri. L'ultimo decreto pubblicato il 24 agosto è il 604, mentre quelli resi pubblici il giorno successivo sono il 608, il 609 e il 610. Due riguardano l'avvicendamento dell'ambasciatore russo in Iraq e uno modifica la composizione delle commissioni per le persone con disabilità e i veterani.

I decreti 605, 606 e 607 sono dunque stati emanati tra il 604 e il 608, ma non sono stati pubblicati. La numerazione permette di accertarne l'esistenza, non di stabilirne il contenuto né la data esatta. Non è quindi possibile collegarli al viaggio di Ratcliffe sulla base degli elementi disponibili. In Russia la mancata pubblicazione di decreti presidenziali non è rara e generalmente indica che gli atti sono riservati. Secondo i conteggi di Vyorstka, nel 2025 non sono stati pubblicati 449 dei 1.010 decreti firmati da Putin, pari al 44,5%.

Il decreto 604, datato 24 agosto, consente invece al governo di imporre la "gestione temporanea" sugli impianti classificati come infrastrutture critiche qualora i proprietari non adottino misure di sicurezza adeguate, comprese quelle necessarie a proteggerli dagli attacchi dei droni. La formulazione riguarda dunque le infrastrutture critiche e non, indistintamente, qualsiasi impianto o azienda.

Anche i mercati hanno reagito agli spostamenti dell'aereo. Alla notizia dell'arrivo di Ratcliffe, l'indice MOEX della Borsa di Mosca è salito di oltre il 3%, raggiungendo i 2.141,46 punti, per poi perdere parte dei guadagni quando si è saputo che il velivolo statunitense aveva lasciato Vnukovo. Ieri si trovava a Mosca anche Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali. La sua missione è cominciata il 24 agosto e si concluderà il 28.

L'incontro con il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha segnato i primi colloqui in presenza a questo livello tra Vaticano e Russia da 5 anni. Gallagher ha dichiarato che la guerra in Ucraina "provoca nuove vittime e rende sempre più difficile la futura riconciliazione" e che è quindi "urgente e necessario" porvi fine. Ha inoltre annunciato un'intesa per collaborare sulle questioni umanitarie, a cominciare dai bambini colpiti dal conflitto.


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Alessandro Di Battista ricoverato in gravi condizioni a Cuba


@Politica interna, europea e internazionale
Alessandro Di Battista è ricoverato in ospedale a Cuba in gravi condizioni dopo aver accusato un malore nella serata di venerdì 28 agosto. L’ex deputato del Movimento 5 Stelle, che oggi lavora come giornalista, si trova nell’isola caraibica per realizzare un reportage. “La comunità 5 stelle ha appreso

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Trump non andrà al sito delle Torri Gemelle per l'11 settembre perché non potrà parlare


Il presidente aveva già mandato i suoi collaboratori a fare i sopralluoghi al memoriale di New York, poi ha scoperto che dal 2012 ai politici è vietato pronunciare discorsi. Andrà al Pentagono.

Il presidente Donald Trump non parteciperà alla cerimonia di New York per i venticinque anni dagli attentati dell'11 settembre 2001, anche perché voleva pronunciare un discorso e il memoriale non lo permette a nessun politico. Lo ha rivelato il New York Times. L'anniversario segna un quarto di secolo dall'attacco più grave subito dagli Stati Uniti dopo quello di Pearl Harbor.

La Casa Bianca aveva già avviato i preparativi per la visita. I collaboratori del presidente avevano fatto i sopralluoghi sul posto e avevano fatto sapere alle autorità di New York e di Washington che Trump intendeva andare a Ground Zero, lo spazio del memoriale dove sorgevano le Torri Gemelle. Nelle ultime settimane agli organizzatori era arrivata anche la richiesta di far parlare il presidente.

Dal 2012 ai politici è vietato pronunciare discorsi durante la commemorazione. Il National September 11 Memorial and Museum, la fondazione che gestisce il sito, ha lavorato per tenere quel luogo fuori dalla politica di parte e concentrato sulla solennità della giornata. Nel primo decennio dopo gli attentati gli eletti leggevano poesie e documenti storici americani come il discorso di Gettysburg. Adesso i politici dei due schieramenti stanno semplicemente uno accanto all'altro mentre i familiari delle vittime salgono sul palco e leggono per ore i nomi dei morti.

Trump commemorerà invece l'anniversario al Pentagono, il quartier generale della Difesa americana, colpito anch'esso negli attacchi dell'11 settembre 2001. Lì il presidente potrà pronunciare un discorso, come aveva già fatto alla cerimonia di Arlington, in Virginia, l'anno scorso e nel 2017. A rappresentare la Casa Bianca a New York sarà il vicepresidente JD Vance.

La convention repubblicana di metà mandato si terrà a Dallas, in Texas, il 9 e il 10 settembre. Trump è atteso sul palco alle 21 di giovedì 10, ora della costa est (le 3 del mattino dell'11 settembre in Italia). Gli organizzatori hanno discusso di inserire nel programma anche un omaggio alle vittime degli attentati. Dal Texas il presidente andrà poi a Washington.

Il giorno successivo alla commemorazione Trump partirà per l'Irlanda, dove il suo campo da golf di Doonbeg ospita l'Irish Open. Partire dall'aeroporto John F. Kennedy di New York o da quello di Newark, in New Jersey, avrebbe bloccato il traffico aereo e stradale molto più di una partenza dalla base militare di Joint Base Andrews, in Maryland.

Anna Kelly, portavoce della Casa Bianca, non ha risposto alle domande sui programmi del presidente per l'anniversario. "Nel venticinquesimo anniversario di questo giorno tragico il presidente ricorderà chi è stato ucciso per mano di terroristi malvagi, onorerà i loro cari e renderà omaggio ai coraggiosi soccorritori che hanno messo a rischio la propria vita per salvare i concittadini", ha dichiarato.

Il discorso dell'anno scorso al Pentagono era arrivato meno di ventiquattro ore dopo l'omicidio di Charlie Kirk, l'attivista conservatore ucciso a colpi di arma da fuoco mentre parlava in un campus universitario dello Utah. La cerimonia venne spostata in un altro punto per motivi di sicurezza. "Ricordiamo la luce dei migliori e dei più coraggiosi d'America e l'amore che hanno mostrato nei loro ultimi istanti", disse allora Trump. "In loro memoria facciamo una promessa solenne e nobile. Onoreremo sempre i nostri grandi eroi e voi siete i nostri eroi".

Il presidente ha subito due tentativi di assassinio e altri piani per ucciderlo attribuiti a presunti agenti iraniani. Le minacce nei suoi confronti sono aumentate da quando, il 28 febbraio, ha dato il via alla guerra contro l'Iran.

Alla cerimonia di Manhattan sono attesi l'ex sindaco di New York Rudolph Giuliani, l'ex presidente Bill Clinton con la moglie Hillary, l'ex presidente George W. Bush con la moglie Laura e l'ex presidente Barack Obama. Trump aveva partecipato l'ultima volta nel 2024, insieme a Vance, all'ex sindaco Michael Bloomberg, all'allora presidente Joe Biden e all'allora vicepresidente Kamala Harris. Nessuno di loro prese la parola e il presidente andò poi a visitare una caserma dei vigili del fuoco.

I collaboratori di Trump hanno discusso della possibilità di portare il memoriale sotto il controllo federale, anche nel corso dell'anno scorso. Le famiglie delle vittime negli ultimi anni hanno criticato la gestione e i conti della fondazione.

Il presidente si trovava a New York il giorno degli attacchi e in quelle ore disse a una televisione del New Jersey che il grattacielo di sua proprietà al 40 di Wall Street, fino ad allora il secondo più alto di Lower Manhattan, "ora è il più alto". L'affermazione era sbagliata, perché poco distante il palazzo di 70 Pine Street superava in altezza quello di Trump.


I repubblicani intendono attaccare la sinistra democratica alla Convention di Dallas


I repubblicani useranno la prima convention di metà mandato della loro storia per mettere in scena, in prima serata, un atto d'accusa contro la sinistra democratica. Axios ha ricostruito con gli organizzatori il programma dell'evento di Dallas, in calendario il 9 e 10 settembre. L'obiettivo è impedire che il voto del 3 novembre si trasformi in un referendum su Donald Trump.

Il sondaggio Quinnipiac del 29 luglio ha registrato per il presidente un indice di gradimento del 32%, il dato più basso mai rilevato dall'istituto. La guerra in Iran pesa sull'economia e nel partito nessuno vuole che le urne diventino un giudizio sulla Casa Bianca. Da qui la decisione di concentrare la campagna sul socialismo e di martellare su un messaggio elementare: i democratici sono peggio di noi.

Per mesi gli strateghi repubblicani hanno raccolto filmati di esponenti e attivisti democratici, dal commentatore di sinistra Hasan Piker al candidato al Senato in Texas James Talarico. Le immagini scorreranno sugli schermi per tutta la convention. "Il nostro archivio video è sconfinato", ha detto ad Axios una fonte vicina all'organizzazione. Talarico, deputato al Parlamento statale del Texas, ha battuto alle primarie di marzo la progressista Jasmine Crockett ed è avanti su Ken Paxton in tre sondaggi consecutivi: un profilo meno facile da liquidare come estremista di quanto il montaggio repubblicano vorrebbe suggerire.

El-Sayed, il bersaglio principale


Il bersaglio principale sarà Abdul El-Sayed, candidato democratico al Senato in Michigan, che sostiene il Medicare for All, il progetto di sanità pubblica universale, e critica Israele. Trump lo ha già definito un "comunista" e un "uomo dell'odio" che "odia Israele". El-Sayed, epidemiologo e di religione musulmana, ha replicato di essere un capitalista e di contestare le scelte del governo israeliano a Gaza, non i suoi "fratelli e sorelle di fede ebraica".

El-Sayed ha vinto le primarie del 4 agosto con circa un punto di vantaggio su Haley Stevens, al termine della competizione alle primarie del Senato più costosa della storia americana. La spesa dei gruppi esterni ha superato i 60 milioni di dollari ed è stata in larga parte riconducibile a organizzazioni filoisraeliane. Per l'AIPAC, la principale lobby filoisraeliana di Washington, il risultato ha rappresentato una sconfitta pesante.

Secondo gli organizzatori, mesi di sondaggi hanno definito anche il resto della scaletta. Sul palco saliranno "americani comuni", chiamati a raccontare i risultati ottenuti dai repubblicani sul taglio delle tasse, sui prezzi dei farmaci e sulla sicurezza al confine. La formula, già utilizzata con successo nel 2024, dovrà mostrare un Partito concentrato sui problemi quotidiani.

In vetrina finiranno l'esenzione fiscale su una parte delle mance, le politiche urbane contro la criminalità e i nuovi conti di investimento per i bambini. Molti repubblicani, tuttavia, restano frustrati dalla scarsa attenzione riservata dal presidente all'economia e al costo della vita.

Vance, Trump e la scommessa di Dallas


Ci sarà spazio anche per la task force antifrode del vicepresidente JD Vance e per il movimento MAHA, "Make America Healthy Again", del Segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr., che gli strateghi di Trump considerano ancora capace di ampliare la coalizione repubblicana. Il 5 agosto Vance ha rivendicato l'individuazione di frodi per 230 miliardi di dollari e il blocco di pagamenti per 56 miliardi. Invece sulla guerra in Iran, sempre più impopolare nei sondaggi, la linea sarà una sola: il presidente ha protetto gli americani.

Vance parlerà la sera del 9 settembre all'American Airlines Center, Trump quella del 10, ma il presidente è atteso in sala in entrambe le giornate. Interverranno anche il Segretario di Stato Marco Rubio, il Segretario al Tesoro Scott Bessent, altri membri dell'Amministrazione, candidati emergenti, personalità della Ultimate Fighting Championship e celebrità. La platea sarà diversa da quella del 2024, composta soprattutto da donatori e delegati: a Dallas arriveranno in prevalenza attivisti MAGA.

La convention commemorerà inoltre il primo anniversario dell'assassinio di Charlie Kirk, ucciso il 10 settembre 2025. La ricorrenza coinciderà con la serata del discorso di Trump.

Resta da capire però se l'operazione riuscirà a riportare l'attenzione degli elettori sull'agenda interna del presidente, da tempo impopolare nei sondaggi. In una rilevazione della CNN pubblicata la scorsa settimana, il 73% degli intervistati riteneva che Trump non stia dedicando abbastanza attenzione ai problemi più importanti del paese. Inoltre per il 65%, le sue politiche hanno peggiorato la situazione dell'economia.

I democratici hanno invece rinunciato a organizzare una convention di metà mandato. "Mentre gli americani comuni faticano a pagare le bollette, a fare il pieno o a mettere il cibo in tavola, i repubblicani organizzano una festa multimilionaria per soddisfare l'enorme ego di Donald Trump", ha dichiarato ad Axios Kendall Witmer, portavoce del Comitato nazionale democratico. Secondo Witmer, l'evento finirà per legare i candidati repubblicani più vulnerabili a un'agenda considerata sempre più fallimentare nei sondaggi.


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Tornano le dirette di Focus America, ogni domenica alle 21


Da domenica 30 agosto saremo di nuovo in diretta ogni settimana alle 21 su YouTube, Facebook e Twitter, con spazio per le vostre domande. I post sulla popolarità di Trump si spostano alle 19:30.

Da domani, domenica 30 agosto, tornano le dirette di Focus America. L'appuntamento è ogni domenica alle 21, in contemporanea su YouTube, Facebook e Twitter, per commentare insieme le notizie della settimana dagli Stati Uniti. Il video sarà poi pubblicato anche qui sul sito.

Come nelle dirette del 2024, che ci avevano accompagnato verso le elezioni presidenziali, ci sarà spazio per le domande e le risposte: potrete scrivere nei commenti e risponderemo in diretta. Per chi aveva seguito quegli appuntamenti sarà come tornare a casa. Le dirette ci accompagneranno di settimana in settimana verso le elezioni di metà mandato del 3 novembre.

I post settimanali sulla popolarità del presidente Donald Trump, che escono la domenica alle 21, saranno per questo periodo anticipati alle 19:30, così da non sovrapporsi alla diretta.

Vi aspettiamo domani sera alle 21.


Popolarità Trump, numeri in stallo come i negoziati di pace (23 agosto)


Come ogni domenica, facciamo un resoconto sulla approvazione del presidente Trump, con i cambiamenti occorsi negli ultimi sette giorni.

Questa settimana estiva non ha evidenziato grandi smottamenti: dopo aver toccato il livello di net rating più basso del mandato e in mezzo a tanti piccoli balzelli, la popolarità si è leggermente rialzata assestandosi su un livello comunque critico, tra i tanti bassi e i pochi alti registrati dall’inizio del conflitto in Iran.

Si registra un basso numero di rilevazioni, e difficilmente questo cambierà prima del prossimo mese; per ora, comunque, il tasso di approvazione rimane inferiore al 40% in tutte le medie, mentre la disapprovazione si è assestata un po’ sotto al 60%.

I numeri sono peggiorati notevolmente dall’inizio della guerra in Iran, e non si intravedono spiragli positivi considerando lo stallo nelle trattative di pace.

Si tratta di una situazione al limite per il tycoon, che resta dietro a Joe Biden nella classifica dei presidenti più impopolari a questo punto del mandato.

Il dato attuale, infatti, è peggiore rispetto alla già catastrofica media di Joe Biden nell’agosto 2022; questo significa che l’approvazione di Trump è la peggiore di sempre dopo diciannove mesi di presidenza. È di circa undici punti, invece, la distanza con il suo primo mandato.

Il net rating (la differenza tra tasso di approvazione e tasso di disapprovazione) rimane saldamente in territorio negativo sia per la media di RealClearPolitics (RCP), sia per quella del Silver Bulletin, sia per la nostra di Focus America.

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Questa settimana le medie si muovono poco, con un modesto aggiustamento verso l’alto per RCP e una totale stagnazione per il sito di Silver e Focus America.

Come già accennato, dopo diciannove mesi alla Casa Bianca, il gradimento di questo secondo mandato si colloca al di sotto rispetto ai primi diciannove mesi del suo primo mandato e a quello di Biden.

Sondaggi
L’approvazione di Trump e degli altri presidenti
Approvazione netta (approva − disapprova), per giorni dall’insediamento

Presidente
Trump II

Grafici Recap numerico

Facendo un paragone con il passato, grazie ai dati di Focus America, si nota come il dato di apprezzamento di Trump dopo 579 giorni di presidenza (-20,6 secondo la nostra media) sia il più basso tra tutti i presidenti USA dal secondo dopoguerra in avanti nello stesso periodo, peggiore di Biden che con il suo -19,3 attraversava comunque un periodo di grande sofferenza.

Risulta molto indietro, come detto, anche rispetto al suo primo mandato, in cui era più del doppio più popolare, a -9,9. Andando molto a ritroso, anche Harry Truman veleggiava su numeri deficitari (-19).

Sul nostro sito trovate i grafici con il confronto con tutti i primi mandati degli altri presidenti, con una frequenza di aggiornamento pari a 8 volte al giorno.

Il tasso di approvazione di Trump oscilla tra il 37% e il 39%, mentre il tasso di disapprovazione si aggira intorno al 57%-58%.

Nelle prossime settimane monitoreremo l’evoluzione di questa situazione, per cogliere se ci saranno miglioramenti o ulteriori ripercussioni sui numeri, considerando il sostanziale fallimento dei negoziati con Teheran.

Di seguito pubblichiamo una infografica con una selezione delle rilevazioni dei migliori istituti rilasciate nel corso dell'ultima settimana. Per ogni casa sondaggistica sono presenti due numeri percentuali: il primo è il tasso di approvazione, il secondo quello di disapprovazione.

Ricordiamo che, stante la chiusura del sito FiveThirtyEight, abbiamo deciso di utilizzare i numeri del Silver Bulletin, il nuovo sito di Nate Silver, fondatore di 538.

Sondaggi
Gli ultimi sondaggi sulla popolarità di Trump
11 rilevazioni di 11 istituti — 23 agosto 2026

Sondaggi Metodo

Ordina per:Data fineNet Approval

Legenda campioni

LV

Likely Voters · 2 sondaggi
Elettori probabili — campione più ristretto e affidabile

RV

Registered Voters · 3 sondaggi
Elettori registrati al voto

A

Adults · 6 sondaggi
Tutti gli adulti americani — campione più ampio

Affidabilità
LVRVA

Elaborazione di Focus America su dati dei sondaggi pubblici · Ultimo aggiornamento: 23 agosto 2026

Il sito Silver Bulletin (che fa una propria media aggiustata di tutti i sondaggi, dandone un peso maggiore o minore in base al bias storico e al rating delle firme che li svolgono) segna una media generale di 38,1% (-) - 58% (-). In totale un net approval arrotondato di -19,9 (-).

Il sito RealClearPolitics, invece, che fa una selezione solo di alcuni sondaggi in base all'affidabilità di chi li esegue, segnala una media totale migliore: 39,5% (+0,4) - 57,2% (-1,2). In totale un net rating di -17,7 (+1,6).

La media calcolata da noi di Focus America, invece, è di 37,3% (-) - 57,9% (-0,1), con un net rating complessivo di -20,6 (+0,1). La metodologia utilizzata è specificata direttamente nella pagina del nostro sito dedicata ai sondaggi sulla popolarità di Trump.

Tracker
L’approvazione di Trump: tre medie a confronto
Andamento giornaliero dall’insediamento

Seleziona fonte
Confronto Silver Bulletin RCP FocusAmerica

Silver Bulletin

RealClearPolitics

FocusAmerica

Clicca qui per vedere i dati aggiornati in tempo reale della popolarità di Trump


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Nessuno ha mai fatto causa contro le aziende sanitarie che hanno fornito aiuto alla morte volontaria. Neanche i sedicenti pro-vita (sic) che sostengono che quel diritto non esista. I casi in Italia finora sono stati 18. Evidentemente non credono neanche loro a ciò che dicono.
in reply to Marco Cappato

tempi.it/il-mio-amico-domenico… questo articolo mi ha colpito. Non so se l'hai visto, ma cita apertamente l'Associazione Luca Coscioni e la accusa di "non essersi accorta di niente" e che è cieca per le proprie "battaglie propagandistiche''. Qui, sembra che Domenico non fosse un malato che soffriva tantissimo, ma una persona lasciata sola e che è stata uccisa dallo Stato indifferente. Mi sembra che, anzi, siano loro a non aver alcun rispetto della vita (e della morte) di una persona.
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APT28’s New HOOKEDGE Backdoor Targets European Defense and Diplomatic Networks
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Tempi più semplici 💜

#Woke1WasCrazy #Sovranismo #Brexit #Politica #UnioneEuropea #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Cyber Incident Halts Small UK Power Plant for Four Days as Attribution Remains Unclear
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Critical ServiceNow AI Flaws Expose Enterprise Data and Code Execution Paths
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UniBLEed Flaws Put Unitree G1 Humanoid Robots at Risk of Root Takeover
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Trump annuncia il controllo americano su 65 miliardi di barili di petrolio venezuelano


L'accordo con la presidente ad interim Delcy Rodríguez prevede lo sviluppo di 17 giacimenti e oltre 100 miliardi di dollari di investimenti, ma la struttura legale e finanziaria resta ignota.

Il presidente Donald Trump ha annunciato ieri sera che gli Stati Uniti hanno ottenuto il controllo su oltre 65 miliardi di barili di riserve petrolifere accertate in Venezuela, circa un quinto di quelle del paese sudamericano. L'annuncio è arrivato su Truth Social, il social network di proprietà del presidente. Il messaggio ha fornito però pochissimi dettagli sulla struttura dell'intesa, sui giacimenti interessati e sulle società che vi parteciperanno. Secondo Trump, l'accordo è stato raggiunto "senza alcun costo per il contribuente americano" dal Segretario di Stato Marco Rubio e dal Segretario alla Difesa Pete Hegseth insieme alla presidente ad interim del Venezuela Delcy Rodríguez e "attraverso una partnership con privati". Il presidente ha sostenuto che l'operazione più che raddoppierà le riserve petrolifere degli Stati Uniti e contribuirà a ridurre in modo sostanziale il prezzo dei carburanti.

Il Dipartimento di Stato ha precisato che l'intesa attribuirà agli Stati Uniti il 55% della produzione effettiva di una nuova società mista costituita con un "operatore privato esperto in Venezuela", la cui identità non è stata resa nota. Un funzionario della Casa Bianca ha spiegato che la nuova impresa diventerà la seconda compagnia petrolifera privata al mondo per riserve gestite. Rodríguez le ha concesso i diritti di estrazione sui giacimenti in questione per cento anni. Il governo americano, ha aggiunto il funzionario, ha ottenuto più della metà del valore della società, suddiviso tra partecipazioni azionarie e forniture garantite a prezzo di costo. Quel petrolio dovrebbe servire a ricostituire la riserva strategica e a coprire il fabbisogno delle Forze Armate.

Rodríguez ha definito l'accordo storico e ha affermato che prevede lo sviluppo di 17 giacimenti strategici, oltre 100 miliardi di dollari di investimenti e 209 miliardi di dollari di entrate fiscali per lo Stato venezuelano. "Questi investimenti contribuiranno non solo al recupero e alla modernizzazione della nostra industria, ma anche alla crescita economica del nostro Paese, alla sicurezza energetica del nostro emisfero e a un maggiore equilibrio nei mercati internazionali", ha scritto in un comunicato, aggiungendo che l'obiettivo è mettere le riserve del proprio Paese al servizio dello sviluppo nazionale.

Venezuela · Petrolio e potere

Washington annuncia il controllo su un quinto del petrolio venezuelano

Trump ha rivendicato per gli Stati Uniti il controllo di maggioranza su oltre 65 miliardi di barili di riserve accertate. Sulla carta l’intesa più che raddoppia le riserve americane. Nei fatti Caracas estrae poco più dell’1% del petrolio mondiale, e il greggio pesante dell’Orinoco richiede impianti che in Venezuela sono vecchi e insufficienti.

Grafica di FocusAmerica 29 agosto 2026

Riserve di greggio accertate degli Stati Uniti, in miliardi di barili

111
Sulla carta, dopo l’accordo

2,4× le riserve
di oggi

46Riserve certificate dall’EIA a fine 2023
65Barili rivendicati da Trump in Venezuela

La somma vale solo se l’accordo regge. E i 65 miliardi rivendicati, per ora, restano sottoterra.

Esplora i quattro nodi
IIl paradossoParadosso IIL’accordoAccordo IIIIl prezzoPrezzo IVGli ostacoliOstacoli

Riserve contro produzione

Il Venezuela ha le riserve più grandi del mondo e un rubinetto quasi chiuso


Nessun paese al mondo possiede più petrolio accertato del Venezuela. E nessun altro paese così ricco di greggio ne estrae così poco. È in questo divario che si gioca l’accordo annunciato da Trump.

Quota delle riserve mondiali
17%

Resto del mondo

Resto del mondo

Quota della produzione mondiale
1,2%

14× La quota del Venezuela sulle riserve mondiali è quattordici volte più grande della sua quota sulla produzione. Possiede 303 dei 1.730 miliardi di barili accertati nel mondo, ma ogni giorno ne pompa 1,25 milioni su circa 103.
Il greggio dell’Orinoco è pesante o extra‑pesante: per lavorarlo servono impianti specializzati, e quelli venezuelani sono vecchi, senza investimenti da anni. Non sono solo le sanzioni a tenere chiuso il rubinetto.

Un asterisco sulle cifre
Le riserve venezuelane sono dichiarate da Caracas e pubblicate dall’OPEC senza verifica indipendente. Francisco Monaldi, del Baker Institute della Rice University, stima che una cifra prudente si aggiri tra i 100 e i 110 miliardi di barili: circa un terzo di quella ufficiale.

Che cosa prevede l’intesa

Una società mista, diciassette giacimenti e un secolo di diritti


Il Dipartimento di Stato assegna agli Stati Uniti il 55% della produzione effettiva di una nuova società costituita con un operatore privato di cui non è stato reso noto il nome.

Riserve accertate del Venezuela303 miliardi di barili

65 miliardi rivendicati

55%
La quota americana sulla produzione effettiva della società mista

17
I giacimenti strategici coinvolti, nella fascia dell’Orinoco e attorno al lago di Maracaibo

100 anni
La durata dei diritti sui giacimenti concessi da Delcy Rodríguez

0
Il costo per il contribuente americano, secondo Trump
Nessun dettaglio sulla struttura finanziaria

100 mld $
Gli investimenti privati che l’intesa dovrebbe portare in Venezuela
Stima di Caracas e del segretario di Stato Rubio

209 mld $
Le entrate fiscali attese dallo Stato venezuelano
Stima del governo Rodríguez

Il nome che manca
L’identità dell’operatore privato che guiderà la società mista resta riservata. Un funzionario della Casa Bianca sostiene che diventerà la seconda compagnia petrolifera privata al mondo per riserve. Il greggio dovrebbe servire a ricostituire la riserva strategica e a rifornire le forze armate.

Perché Washington ha fretta

La riserva strategica è scesa al livello più basso dal 1982


La guerra con l’Iran ha eroso le scorte e fatto salire i prezzi. A due mesi dalle elezioni di metà mandato, la benzina resta sopra i 4 dollari al gallone.

−114,5

404,2 agosto 2025
289,7 21 agosto 2026
−28,3% Quanto si sono ridotte le scorte in dodici mesi

Scorte della riserva strategica in milioni di barili. Scala 0–450.
La Strategic Petroleum Reserve non era così vuota dal novembre 1982. Ricostituirla è una delle ragioni per cui la Casa Bianca ha fretta di chiudere l’accordo con Caracas.

Il greggio texano nel 2026

58 $
Inizio anno

83 $
Venerdì 28 agosto

112 $
Marzo, picco

Prezzo del barile di greggio WTI in dollari. La guerra con l’Iran ha interrotto per sei mesi il flusso di circa un quinto del petrolio mondiale.

oltre 4 $
Prezzo medio della benzina al gallone, pari a circa 3,8 litri

2 mesi
Quanto manca alle elezioni di metà mandato di novembre

Che cosa può fermare l’intesa

Cinque ostacoli tra l’annuncio e il primo barile


Apri una voce per i dettagli. Nessuno di questi nodi si scioglie con un messaggio su Truth Social.

1Non esiste un precedente+
Nessun governo degli Stati Uniti ha mai stipulato un contratto di affitto per gestire giacimenti petroliferi all’estero. Tra le ipotesi allo studio c’è l’assegnazione dei campi alle compagnie americane tramite aste.David Goldwyn, Goldwyn Global Strategies, a Reuters

2Il nodo costituzionale venezuelano+
La legge venezuelana tiene sotto controllo statale le attività centrali dell’industria petrolifera: l’accordo può finire in tribunale. A gennaio l’Assemblea nazionale ha approvato una riforma che restituisce alle compagnie straniere gran parte del controllo perso con le nazionalizzazioni di Chávez del 2007.Ricardo Hausmann, già ministro venezuelano e oggi professore a Harvard, definisce l’intesa incostituzionale e destinata al fallimento

3Un greggio che poche raffinerie sanno lavorare+
Gran parte delle riserve, soprattutto nella fascia dell’Orinoco, è greggio pesante o extra‑pesante. Richiede impianti specializzati per la lavorazione e la raffinazione, e quelli venezuelani sono invecchiati dopo anni di investimenti insufficienti, cattiva gestione e sanzioni.

4Rete elettrica e capacità di esportazione insufficienti+
Gli ostacoli che da anni scoraggiano gli investitori restano tutti: incertezza politica, una rete elettrica inadeguata, una capacità di esportazione limitata e l’ampia discrezionalità del governo sul settore.David Goldwyn: difficile che un’intesa di questo tipo acceleri gli investimenti in misura significativa

5Le compagnie non si muovono tutte insieme+
Chevron, in Venezuela da un secolo, tratta per ampliare le proprie attività e potrebbe annunciare un’intesa già la prossima settimana. Nel 2026 hanno firmato con Caracas anche Repsol, Eni e Shell. ExxonMobil, espropriata sotto Chávez, considera il paese non investibile.Wall Street Journal; dichiarazioni di Darren Woods, amministratore delegato di ExxonMobil

Sviluppare le infrastrutture per estrarre, trasportare e raffinare il greggio pesante venezuelano può richiedere anni. Il voto di metà mandato è tra due mesi.

Fonte Annuncio di Donald Trump su Truth Social e note del Dipartimento di Stato; Reuters, Wall Street Journal, New York Times, The Guardian. Riserve statunitensi: EIA, U.S. Crude Oil and Natural Gas Proved Reserves, dati a fine 2023. Riserve venezuelane e quota mondiale: Energy Institute e dati OPEC. Scorte della riserva strategica: EIA, settimana al 21 agosto 2026. Agosto 2026.

Rubio ha scritto su X che l'accordo porterà in Venezuela quasi 100 miliardi di dollari di investimenti privati, migliaia di posti di lavoro ben retribuiti e contribuirà alla ricostruzione dell'economia del paese. Per gli Stati Uniti, ha aggiunto, garantirà una fornitura di petrolio stabile e a basso costo e aiuterà a ridurre il prezzo della benzina.

This deal is a huge win for both the American and Venezuelan people.

It demonstrates how President Trump's bold foreign policy is driving America First wins: securing stable reserves and low-cost oil in our Hemisphere and lowering gas prices here at home.

For the Venezuelan… t.co/SMSRYGWmVb
— Secretary Marco Rubio (@SecRubio) August 28, 2026


Il Venezuela possiede le maggiori riserve petrolifere accertate al mondo, stimate in 303 miliardi di barili, circa il 17% del totale globale. Ne estrae però appena 1,25 milioni di barili al giorno, vale a dire poco più dell'1% della produzione mondiale. Gran parte delle riserve, soprattutto nella fascia dell'Orinoco, è costituita da greggio pesante o extra-pesante, che richiede impianti specializzati per la lavorazione e la raffinazione. Gli impianti venezuelani sono vecchi e il settore risente di anni di investimenti insufficienti, cattiva gestione e sanzioni.

I giacimenti interessati si trovano nella fascia dell'Orinoco e nella regione del lago di Maracaibo, secondo un elenco visionato da Reuters. L'agenzia ha riferito che tra le ipotesi allo studio c'è un sistema di concessione in affitto dei giacimenti, che verrebbero assegnati alle compagnie americane attraverso aste. I funzionari venezuelani si preparano a firmare la prossima settimana i contratti per l'assegnazione dei nuovi diritti di esplorazione e produzione, soprattutto a imprese statunitensi. L'annuncio arriva dopo settimane di trattative tra Washington e Caracas.

I dubbi legali e la corsa delle compagnie petrolifere


David Goldwyn, presidente della società di consulenza Goldwyn Global Strategies, ha dichiarato a Reuters che non è chiaro se un eventuale contratto di affitto dei giacimenti stipulato dal governo statunitense sia compatibile con la Costituzione venezuelana e con la nuova legge sugli idrocarburi. “Non esistono precedenti di un governo degli Stati Uniti che stipuli un contratto per gestire giacimenti petroliferi”, ha osservato. Secondo Goldwyn, inoltre, l'intesa non elimina gli ostacoli che da anni scoraggiano gli investitori: l'incertezza politica, una rete elettrica inadeguata, una capacità di esportazione limitata e l'ampia discrezionalità del governo venezuelano sul settore. "È difficile vedere come un'intesa di questo tipo possa accelerare gli investimenti in misura significativa", ha detto.

La attuale legge venezuelana mantiene sotto il controllo dello Stato le attività centrali dell'industria petrolifera e l'accordo potrebbe, quindi, essere contestato in tribunale per ragioni costituzionali. Ma già a gennaio, poche settimane dopo la cattura di Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti, l'Assemblea Nazionale Venezuelana aveva approvato una riforma che attribuisce alle compagnie petrolifere straniere un controllo molto maggiore sulle proprie attività nel Paese, ridimensionando gran parte dell'assetto introdotto con le nazionalizzazioni del 2007 volute da Hugo Chávez.

Ricardo Hausmann, ex Ministro venezuelano prima dell'arrivo al potere di Chávez e oggi professore all'Università di Harvard, ha scritto su X che "un governo ad interim illegittimo, che si appoggia a una legge illegittima sugli idrocarburi, non ha alcuna legittimità per concludere questo accordo incostituzionale" e che l'intesa "sarà un fiasco per tutte le parti coinvolte". L'annuncio ha irritato anche l'opposizione venezuelana, già delusa dal fatto che la cattura di Maduro non abbia prodotto un vero cambiamento politico.

An illegitimate interim government with an illegitimate hydrocarbons law has no legitimacy to strike this unconstitutional deal. It will be a fiasco for all involved, starting with @SecRubio. t.co/7UNOnYwean
— Ricardo Hausmann (@ricardo_hausman) August 27, 2026


Chevron, la seconda compagnia petrolifera americana e l'unica attualmente con una presenza rilevante in Venezuela, dove opera da un secolo, sta trattando separatamente con le autorità venezuelane per ampliare le proprie attività nel Paese e potrebbe annunciare un'intesa già la prossima settimana, secondo quanto rivelato dal Wall Street Journal. Nel 2026 anche Repsol, Eni e Shell hanno firmato accordi con Caracas. Darren Woods, amministratore delegato di ExxonMobil, aveva invece dichiarato, subito dopo la cattura di Maduro, di considerare ancora il Venezuela un Paese in cui non è possibile investire.

Il Venezuela ha nazionalizzato l'industria petrolifera negli anni Settanta, affidando un ruolo centrale alla compagnia di Stato PDVSA. Con Chávez il governo venezuelano ha rafforzato ulteriormente il proprio controllo, obbligando i produttori stranieri a operare attraverso società miste guidate dallo Stato e successivamente espropriando gli impianti di ExxonMobil e ConocoPhillips. Sotto Maduro la produzione di petrolio era crollata al suo minimo.

Benzina, riserva strategica e conseguenze politiche


Resta da capire ora se l'accordo potrà davvero ridurre il prezzo della benzina nel breve periodo. Sviluppare le infrastrutture necessarie per estrarre, trasportare e raffinare il greggio pesante venezuelano può richiedere anni. Il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti supera i 4 dollari al gallone, pari a circa 3,8 litri, mentre l'Amministrazione Trump è sotto pressione per trovare una soluzione immediata a questo problema a soli due mesi dalle elezioni di metà mandato di novembre.

Le scorte della Strategic Petroleum Reserve, la riserva petrolifera d'emergenza degli Stati Uniti, sono intanto scese a 289,7 milioni di barili nella settimana terminata il 21 agosto, rispetto ai 404,2 milioni della stessa settimana del 2025. È il livello più basso dal novembre 1982. La guerra con l'Iran ha interrotto per sei mesi il flusso di circa un quinto del petrolio mondiale e ha spinto il prezzo del greggio texano fino a 112 dollari al barile a marzo, contro i 58 dollari dell'inizio del 2026. Venerdì il barile era scambiato intorno agli 83 dollari.

Rodríguez, alleata di Maduro, ne ha preso il posto dopo che a gennaio le forze americane lo hanno catturato e trasferito a New York per rispondere di accuse penali legate al narcotraffico. Da allora si è mostrata molto più disponibile a collaborare con il governo statunitense e parla regolarmente con i vertici della Casa Bianca, che le hanno comunque fatto sapere che potrebbe andare incontro alla stessa sorte del suo predecessore se non volesse collaborare. I predecessori di Trump alla Casa Bianca avevano sempre evitato di presentare il controllo sulle risorse naturali di un altro paese come un obiettivo della politica estera americana, sia per il timore delle reazioni internazionali sia per i dubbi sulla legalità di operazioni di questo tipo e per il rischio di alimentare nuove minacce alla sicurezza degli Stati Uniti.


Trump tratta con Caracas per una quota del petrolio venezuelano


L'Amministrazione di Donald Trump sta negoziando con il governo ad interim del Venezuela l'acquisizione di una partecipazione nelle risorse petrolifere del Paese, che possiede le maggiori riserve accertate al mondo. Lo hanno rivelato ad Axios due funzionari americani, secondo i quali l'intesa porterebbe sotto il controllo degli Stati Uniti una quantità di petrolio più che doppia rispetto alle attuali riserve americane. "Definire enorme questo accordo sarebbe riduttivo", ha detto uno dei due. "È colossale".

I dettagli sono ancora in discussione, ma la trattativa riguarda più di una decina di giacimenti produttivi con riserve accertate complessive per 90 miliardi di barili, non l'intero patrimonio venezuelano di circa 300 miliardi. In passato quei giacimenti erano controllati da esponenti della cerchia di potere venezuelana, alcuni dei quali incriminati negli Stati Uniti, e da soggetti legati alla Cina. In cambio della partecipazione ceduta a Washington, il Venezuela otterrebbe lo sviluppo dei giacimenti da parte di società private, comprese aziende americane, e una quota maggiore dei ricavi petroliferi destinata alle casse dello Stato.

Dottrina Donroe · Energia

Gli Stati Uniti trattano una quota del petrolio venezuelano: in gioco 90 miliardi di barili

L’intesa negoziata dal Segretario di Stato Marco Rubio con il governo ad interim di Delcy Rodríguez riguarda più di dieci giacimenti già produttivi. Se andasse in porto, porterebbe sotto controllo americano una quantità di greggio più che doppia rispetto a tutte le riserve degli Stati Uniti.

Grafica di FocusAmerica 27 agosto 2026

Riserve accertate, in miliardi di barili


  • 300 miliardi di barili — le riserve accertate del Venezuela, le maggiori al mondo.
  • 90 miliardi di barili — i giacimenti in trattativa con Washington.
  • 44 miliardi di barili — le riserve accertate degli Stati Uniti.


Le tre chiavi dell’accordo

1Perché adesso 2La cronologia 3Chi ottiene cosa

La riserva strategica

La scorta di emergenza americana è ai minimi da quarant’anni

Due guerre hanno stravolto l’offerta mondiale di greggio e spinto i prezzi verso l’alto. Washington ha svuotato la sua riserva di emergenza e ora cerca petrolio vicino a casa.

Marzo 2026 172

Il minimo dal 1982

milioni di barili

riserva strategica

Il prelievo dalla Riserva Strategica di Petrolio autorizzato per fronteggiare la chiusura dello Stretto di Hormuz.

Dopo quel prelievo la scorta americana è scesa al livello più basso da oltre quarant’anni.

Che cosa spinge la trattativa

  • 01La guerra contro l’IranLa chiusura dello Stretto di Hormuz ha strozzato le forniture e costretto gli Stati Uniti ad attingere alla scorta di emergenza.
  • 02La guerra in UcrainaIl secondo shock che ha riscritto le rotte del greggio e tiene i prezzi sotto pressione.
  • 03I pozzi venezuelani fermiDopo anni di cattiva gestione sotto Nicolás Maduro e, prima di lui, Hugo Chávez, i giacimenti hanno bisogno di capitali e tecnologia stranieri.


Otto mesi di pressione

Dalla cattura di Maduro al tavolo sul petrolio

Trump aveva cominciato a valutare in privato una partecipazione americana nei giacimenti prima ancora di ordinare l’arresto del presidente venezuelano.

  • 1999

    Hugo Chávez sale al potere. Comincia il lungo declino dell’industria petrolifera venezuelana, proseguito sotto Maduro.

  • 3 gennaio 2026

    Trump autorizza la cattura di Nicolás Maduro, che ora risponde di narcoterrorismo davanti a un tribunale di New York.

  • Febbraio 2026

    Il Segretario all’Energia Chris Wright visita gli impianti a Caracas insieme alla presidente ad interim Delcy Rodríguez.

  • Marzo 2026

    Il prelievo di 172 milioni di barili porta la Riserva Strategica ai minimi dal 1982.

  • Luglio 2026

    Alti funzionari del Dipartimento di Stato e del Pentagono incontrano a Caracas le controparti venezuelane sui dettagli dell’intesa.

  • 27 agosto 2026

    Due funzionari americani rivelano ad Axios la trattativa. La guidano Marco Rubio e Rodríguez; alla Casa Bianca ha un ruolo di primo piano Stephen Miller.

  • La prossima settimana

    Wright valuta un nuovo viaggio in Venezuela. Il suo dipartimento studia come far salire in fretta la produzione affidata alle aziende americane.


Lo scambio

Che cosa mette sul piatto ciascuna delle due parti

I dettagli sono ancora in discussione, ma lo scambio ha una forma già riconoscibile: Washington ottiene il controllo di una quota dei giacimenti, Caracas ottiene i capitali per rimetterli in funzione.

Washington

Ottiene riserve, e le sottrae ad altri

  • Una partecipazione in più di dieci giacimenti già produttivi.
  • 90 miliardi di barili di riserve accertate: più del doppio di quelle americane.
  • Giacimenti finora controllati da uomini della cerchia di Maduro, alcuni incriminati negli Stati Uniti, e da soggetti legati alla Cina.
  • Un pilastro della sicurezza energetica e del predominio americano nell’emisfero occidentale.


Caracas

Ottiene capitali e una quota dei ricavi

  • Lo sviluppo dei giacimenti da parte di società private, comprese aziende americane.
  • Una quota maggiore dei ricavi petroliferi destinata alle casse dello Stato.
  • La riattivazione di un settore lasciato in abbandono da anni di cattiva gestione.


Il nodo politicoRodríguez rischia l’accusa di svendere le risorse naturali del Paese. Per questo i tempi della firma restano incerti: Washington ha bisogno di quel petrolio, ma per ottenerlo deve convincere i venezuelani che il vantaggio non sarà soltanto americano.

Fonte: Axios, 27 agosto 2026 (trattativa e volumi in discussione); EIA per le riserve accertate degli Stati Uniti; stime OPEC ed EIA per le riserve del Venezuela.

La corsa all'accordo


A rendere più urgente la conclusione dell'intesa sono le guerre in corso contro l'Iran e in Ucraina, che hanno sconvolto l'offerta mondiale di greggio e spinto i prezzi verso l'alto. Pesa però anche il livello della Riserva Strategica di Petrolio degli Stati Uniti, sceso ai minimi dal 1982 dopo il prelievo di 172 milioni di barili autorizzato a marzo per fronteggiare la crisi provocata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. Il settore petrolifero venezuelano, dal canto suo, versa in condizioni di relativo abbandono dopo anni di cattiva gestione sotto Nicolás Maduro e, prima di lui, Hugo Chávez, salito al potere nel 1999.

La trattativa è guidata dal Segretario di Stato Marco Rubio e dalla presidente ad interim venezuelana Delcy Rodríguez. Il mese scorso alti funzionari del Dipartimento di Stato e del Pentagono hanno incontrato a Caracas le controparti venezuelane per discutere proprio i dettagli dell'intesa. Un ruolo di primo piano è svolto anche da Stephen Miller, vice capo di gabinetto della Casa Bianca. Trump aveva cominciato a valutare in privato una partecipazione americana nei giacimenti venezuelani ancora prima di autorizzare, il 3 gennaio, la cattura di Maduro, che ora deve rispondere dell'accusa di narcoterrorismo davanti a un tribunale di New York.

Il nodo politico


Per Trump, l'accordo potrebbe diventare uno dei risultati destinati a segnare la sua eredità politica: la sicurezza energetica degli Stati Uniti e il predominio americano nell'emisfero occidentale sono infatti i pilastri della cosiddetta "Dottrina Donroe". "Il presidente Trump è vicino a garantire il futuro energetico dell'America per le generazioni a venire, non soltanto negli Stati Uniti ma nell'intero emisfero", ha detto ad Axios il secondo funzionario.

La Casa Bianca sa tuttavia che Rodríguez potrebbe essere accusata di cedere agli Stati Uniti le risorse naturali del Venezuela. "Stiamo facendo tutto il possibile per mostrare come l'accordo andrà a beneficio del popolo venezuelano, perché sarà così", ha affermato uno dei funzionari. I tempi per la firma restano così incerti, ma il Segretario all'Energia Chris Wright, già recatosi a Caracas a febbraio per visitare gli impianti insieme a Rodríguez, sta valutando un nuovo viaggio in Venezuela la prossima settimana. Nel frattempo, il suo dipartimento studia come aumentare rapidamente la produzione affidata alle aziende americane. Washington ha assoluto bisogno di quel petrolio, ma per ottenerlo deve convincere i venezuelani che a trarne vantaggio non saranno soltanto gli Stati Uniti.


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Il presidente della banca centrale americana si prepara a contrastare l'inflazione


Nel primo discorso a Jackson Hole il presidente della Federal Reserve ha detto che i dati estivi sui prezzi non lo convincono. I mercati danno ora poco più del 50% a un rialzo dei tassi a settembre.

Il presidente della Federal Reserve, la banca centrale americana, ha detto venerdì che se l'inflazione non scende verso l'obiettivo del 2% "in modo chiaro e a una velocità sufficiente", allora la banca centrale ha "del lavoro da fare". Kevin Warsh ha parlato alle 10 del mattino ora della costa est (le 16 in Italia) al simposio di Jackson Hole, in Wyoming, la conferenza annuale che la Fed organizza per i banchieri centrali di tutto il mondo. Era il suo primo intervento dopo l'insediamento di maggio e lui stesso ha ricordato che si trattava del centesimo giorno del suo mandato.

Gli investitori hanno letto quelle parole come un'apertura a un aumento dei tassi. Il rendimento del titolo di Stato americano a due anni, il più sensibile alle attese sul costo del denaro, è salito di quasi otto punti base al 4,31%, il livello più alto da fine luglio. Wall Street ha chiuso in calo, con l'S&P 500 giù dello 0,25% a 7.711,76 punti, il Nasdaq dello 0,52% e il Dow Jones dello 0,02%. La probabilità di un rialzo alla riunione del 15 e 16 settembre è passata al 55,7% secondo il FedWatch del CME Group, lo strumento che ricava le attese sui tassi dai contratti finanziari, circa 20 punti percentuali in più rispetto al giorno prima. Su Kalshi, la piattaforma dove si scommette sugli eventi, è salita dal 30% al 50%.

"La responsabilità di 65 mesi di inflazione elevata e prolungata è interamente della banca centrale ed è lì che deve stare", ha detto Warsh nel testo preparato. "Ecco il mio standard: dobbiamo avere la certezza che l'inflazione di fondo si stia muovendo verso il nostro obiettivo, in modo chiaro e a una velocità sufficiente. Altrimenti, abbiamo del lavoro da fare. È il nostro lavoro, il nostro mandato e la nostra missione". Ha aggiunto che "la stabilità dei prezzi non si realizza da sola" e che il tasso di riferimento a brevissimo termine, oggi compreso tra il 3,50% e il 3,75%, resta lo "strumento predominante" per ottenere prezzi stabili e un mercato del lavoro sano. I tassi sono fermi da dicembre 2025.

I dati dell'estate non hanno convinto il presidente della Fed. Le rilevazioni sui prezzi "erano migliori del previsto", ha detto, ma "non mi dicono che le tendenze di fondo siano migliorate in modo significativo". Warsh ha scomposto il paniere dell'indice dei prezzi e ha detto che negli ultimi dodici mesi il 54% dei beni e servizi ha registrato aumenti superiori al 3%, contro il 32% dei due decenni precedenti la pandemia. Mercoledì i dati del dipartimento del Commercio hanno mostrato che l'indice dei prezzi delle spese per consumi personali, l'indicatore preferito dalla Fed, nella sua componente di fondo (quella che esclude energia e alimentari) è aumentato del 3,3% su base annua a luglio, lo stesso valore di giugno, dopo una crescita mensile dello 0,2%. L'obiettivo del 2% è mancato da più di cinque anni.

Sul resto dell'economia il giudizio è stato positivo. Warsh si è detto "impressionato dalla performance complessiva dell'economia", che "sembra essersi rafforzata", e ha ricordato che la disoccupazione era al 4,1% a luglio, un valore basso per gli standard storici. Gli investimenti delle imprese crescono in fretta e il rallentamento delle assunzioni si spiega a suo dire con un'offerta di lavoro che si è appiattita e con il grande riassestamento seguito alla pandemia. Ha segnalato difficoltà nell'edilizia e nell'agricoltura, ma ha concluso che difficilmente definirebbe restrittive le condizioni finanziarie complessive. Con un mercato del lavoro stabile e i prezzi sopra l'obiettivo, ha detto, "la priorità assoluta della Fed in questo momento devono essere i prezzi".

Il discorso, intitolato "In Our Time", serviva anche a spiegare come Warsh intende comunicare. Il presidente della Fed ha di nuovo criticato la forward guidance, la pratica con cui la banca centrale anticipa ai mercati la direzione futura dei tassi: è nata durante la crisi finanziaria del 2008, quando lui stesso era nel consiglio, ed è stata utile allora, ma ha ormai fatto il suo tempo. "Potete chiamarlo uno schema, potete chiamarlo una mappa del percorso, solo non chiamatelo forward guidance", ha detto. "Condividere troppo le nostre discussioni e impegnarsi troppo su decisioni future può portare fuori strada mercati, imprese e famiglie".

Warsh ha respinto anche la richiesta di indicare una regola di reazione, cioè quali dati farebbero scattare una mossa sui tassi. "La nostra conoscenza non arriva così lontano, almeno non ancora, e i fattori più rilevanti per la corretta conduzione della politica monetaria cambiano nel tempo", ha detto, promettendo di lavorare a modelli e regole più solidi durante il suo mandato. Ha chiesto "una Fed più silenziosa, più intenzionale nelle sue comunicazioni" e ha detto che gli operatori proveranno sempre ad anticipare le mosse della banca centrale, "ma non dobbiamo assecondare un regime in cui i partecipanti al mercato guardano soprattutto alla Fed per la loro prossima operazione".

David Wilcox, del Peterson Institute for International Economics ed ex responsabile della divisione ricerca e statistica della Fed, ha detto al New York Times che dopo aver indicato l'inflazione come preoccupazione prevalente il giudizio sulle condizioni finanziarie "dà un'indicazione piuttosto chiara di quale sia l'orientamento: una maggiore probabilità che la prossima mossa sia un rialzo invece di un taglio". Wilcox, che dirige anche la ricerca sull'economia americana di Bloomberg Economics, ha aggiunto che si tratta di "una svolta piuttosto netta rispetto alla conferenza stampa di luglio". William English, professore a Yale ed ex direttore della divisione affari monetari della Fed, ha detto allo stesso giornale che sulla forward guidance Warsh "è stato un intransigente fino a oggi".

"Warsh ha aperto la porta a un rialzo dei tassi. Un aumento probabilmente non arriverà a settembre, ma arriverà entro ottobre o dicembre", ha detto in una email Heather Long, capo economista di Navy Federal Credit Union. Aditya Bhave, responsabile della ricerca sull'economia americana di Bank of America, ha scritto in una nota che il discorso è incoraggiante "ma le parole costano poco": ora tocca a Warsh alzare i tassi a settembre, a meno di dati molto deboli su occupazione e prezzi ad agosto, altrimenti perderebbe credibilità.

Warsh è stato scelto dal presidente Donald Trump, che chiede apertamente tassi più bassi per stimolare l'economia e che ha condotto una campagna di pressione contro il predecessore Jerome Powell. Alla riunione di luglio tre dei dodici membri con diritto di voto si sono espressi per un aumento, ma ha prevalso lo status quo. Nel discorso di venerdì il presidente della Fed non ha nominato Trump né ha commentato le iniziative del Tesoro sui mercati.

Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha accelerato i riacquisti di titoli di Stato americani, una mossa che va nella direzione opposta rispetto al desiderio di Warsh di una minore presenza pubblica sui mercati, dopo che i rendimenti dei titoli erano già saliti nelle settimane precedenti. A luglio il Tesoro è intervenuto anche per sostenere lo yen, il primo acquisto americano della valuta giapponese dal 1998. In una lettera del 27 agosto alla senatrice democratica Elizabeth Warren, Bessent ha difeso l'operazione dicendo che il Giappone è il maggiore detentore estero di titoli del Tesoro americano e che mercati valutari disordinati "possono innescare liquidazioni forzate", con il rischio di far salire il costo del denaro per le famiglie e le imprese statunitensi.

Le pressioni sui prezzi arrivano da più direzioni e in buona parte sfuggono al controllo della banca centrale. La guerra con l'Iran non si è avvicinata a una soluzione e tiene alti i prezzi dell'energia, i chip e i semiconduttori sono diventati costosi per la corsa agli investimenti nell'intelligenza artificiale e il presidente ha aperto nuovi fronti commerciali, l'ultimo dei quali con il Canada. Un gruppo crescente di banchieri centrali sostiene che i tassi avrebbero già dovuto salire e che rimandare costringerà la Fed ad agire in modo più brusco, mettendo a rischio un mercato del lavoro più fragile di quello di inizio anno. La maggioranza dei membri del comitato conta ancora su un rallentamento dei prezzi nella seconda metà dell'anno.

Il modo in cui la Fed misura e modella l'inflazione è al centro di una delle cinque task force che Warsh ha creato quest'anno, guidate da consulenti esterni tra ex banchieri centrali, accademici e dirigenti d'azienda. Le altre si occupano di comunicazione, del portafoglio da 6.700 miliardi di dollari in titoli pubblici e obbligazioni garantite da mutui, delle fonti di dati da privilegiare e dell'andamento della produttività e dell'occupazione. I gruppi concluderanno il lavoro entro fine anno e le loro raccomandazioni, ha detto Warsh, non avranno "alcuna incidenza sulle decisioni che prendiamo nell'attuale congiuntura di politica monetaria".


Il debito americano supera i 40mila miliardi e spaventa i mercati


Venerdì il rendimento dei titoli di Stato americani a trent'anni ha superato il 5,27%, in lieve rialzo rispetto al giorno precedente: un segnale che il piano del Segretario al Tesoro Scott Bessent per calmare i mercati non sta funzionando. La svendita di questa settimana ha spinto il costo del debito pubblico ai livelli più alti degli ultimi vent'anni e costretto il Dipartimento del Tesoro a un intervento straordinario. Mercoledì Bessent ha annunciato che dal 9 settembre più che raddoppierà i riacquisti di titoli, portandoli ad almeno 4 miliardi di dollari per operazione.

I rendimenti sono scesi per poche ore, poi hanno ripreso a salire. Dopo decenni di spesa senza freni, Washington potrebbe così presto trovarsi di fronte a scelte a lungo rinviate e politicamente indigeste, dalle quali pochi americani uscirebbero indenni. Il problema si riassume in due cifre. La prima è il debito nazionale, che mercoledì ha superato i 40mila miliardi di dollari, appena cinque mesi dopo aver raggiunto quota 39mila miliardi. La seconda è il disavanzo annuo: le proiezioni del Congressional Budget Office, l'ufficio di bilancio indipendente del Congresso, lo indicano a 1.900 miliardi per l'anno fiscale in corso. Nei primi dieci mesi ha già raggiunto 1.800 miliardi e il Washington Post stima che possa arrivare alla cifra record di 2.100 miliardi.

Gli Stati Uniti spendono più di mille miliardi di dollari l'anno soltanto per gli interessi sul debito pubblico, più di quanto destinino a Medicare, il programma sanitario per gli anziani. Nel 2010, invece, quella voce di spesa ammontava a meno di un quinto della cifra attuale. Quando cerca acquirenti per i propri titoli, il Tesoro deve inoltre competere con altri governi e con le imprese, in particolare con i colossi tecnologici che stanno costruendo l'infrastruttura americana dell'intelligenza artificiale. Questa concorrenza per i capitali consente agli investitori di chiedere rendimenti più elevati.

"È questo che il mercato obbligazionario sta segnalando: dovremo compiere scelte che danneggeranno la crescita", ha detto al Washington Post Adam Abbas, che gestisce 4 miliardi di dollari in obbligazioni per Oakmark Funds. "Abbiamo due leve: alzare le tasse o tagliare la spesa. Nessuna delle due è popolare e non lo sarà mai, ma prima o poi il problema dovrà essere affrontato". Marc Goldwein, direttore delle politiche del Committee for a Responsible Federal Budget, teme invece l'innesco di una spirale del debito, nella quale la spesa per interessi finisce per crescere più rapidamente dell'economia che dovrebbe sostenerla.

Stati Uniti · Conti pubblici

Il debito americano ha superato i 40mila miliardi, e il conto comincia ad arrivare

In dieci anni Washington ha accumulato più debito che nei due secoli precedenti. Il mercato obbligazionario chiede ora una scelta rinviata da decenni: alzare le tasse o tagliare la spesa.

Grafica di FocusAmerica 22 agosto 2026

Debito federale lordo degli Stati Uniti
40.050
miliardi di dollari
Dato del Dipartimento del Tesoro al 18 agosto 2026

5 mesi
per passare da 39mila a 40mila miliardi. Per i primi mille miliardi servirono quasi due secoli.

5,27%
il rendimento dei titoli a trent’anni: il costo del debito è ai massimi da vent’anni.

1.900 mld
il disavanzo previsto dal Congressional Budget Office per l’anno fiscale in corso.

La velocità del debito
Per i primi 10mila miliardi servirono 219 anni. Per gli ultimi ne sono bastati quattro e mezzo

Ogni barra misura il tempo impiegato ad accumulare 10mila miliardi di dollari di debito. Le soglie sono cadute il 30 settembre 2008, nel settembre 2017, all’inizio del 2022 e il 18 agosto di quest’anno.

Primi 10mila miliardi: 219 anni, dal 1789 al 2008, circa 46 miliardi l’anno. Dai 10mila ai 20mila: 9 anni, dal 2008 al 2017, circa 1.100 miliardi l’anno. Dai 20mila ai 30mila: quattro anni e mezzo, dal 2017 al 2022, circa 2.300 miliardi l’anno. Dai 30mila ai 40mila: quattro anni e mezzo, dal 2022 al 2026, circa 2.200 miliardi l’anno.

La lunghezza delle barre è proporzionale agli anni impiegati. Le ultime tre soglie, messe insieme, valgono meno di un decimo del tempo della prima.

Rispetto ai primi due secoli di storia americana, oggi Washington si indebita quasi cinquanta volte più in fretta.

La traiettoria
Nel 2030 il debito supera il record della seconda guerra mondiale

Il debito detenuto dal pubblico vale oggi il 101% del prodotto interno lordo. Dopo la guerra il Paese lo ridusse per trent’anni; alla fine degli anni Novanta i bilanci in pareggio di Bill Clinton lo portarono a un terzo del PIL. Il CBO prevede ora il 120% nel 2036.

Debito detenuto dal pubblico in percentuale del PIL: 106% nel 1946, 33% nel 2001, 101% nel 2026, 108% nel 2030, 120% nel 2036 secondo le proiezioni del Congressional Budget Office.

Passa il dito o il mouse sul grafico per leggere i valori anno per anno. A destra della linea del 2026 i dati sono proiezioni.

Chi lo detiene
Il Tesoro dice che il totale sovrastima il problema. Ma quattro quinti sono debito verso il mercato

Bessent ricorda che una parte del debito il governo la deve a se stesso, soprattutto ai fondi della previdenza sociale. Restano comunque 32.200 miliardi in mano a investitori esterni, un terzo dei quali all’estero.

I 40mila miliardimiliardi di dollari

32.200
7.800

32.200 miliardidetenuti dal pubblico: enti locali, imprese, investitori e governi stranieri 7.800 miliardidentro il governo federale, soprattutto nei fondi della previdenza sociale

Il debito verso il mercatosu 32.200 miliardi

55%
32%
14%

55% americanisoggetti pubblici e privati degli Stati Uniti 32% straniericirca 10.300 miliardi di dollari 14% Federal Reservetitoli acquistati dalla banca centrale

Il conto
Mille miliardi l’anno di soli interessi. E dal 2032 gli assegni previdenziali calano del 22%

Gli interessi sul debito hanno superato la spesa per Medicare e per la difesa: sono la seconda voce del bilancio federale, dopo la previdenza sociale. Nel 2010 costavano meno di un quinto di oggi.

Interessi netti sul debito, 20261.000 mld

Interessi netti sul debito, 2036 (proiezione CBO)2.100 mld

La previdenza sociale esaurisce le riserve nel quarto trimestre del 2032

Da quel momento le entrate correnti coprirebbero soltanto il 78% delle prestazioni previste. Il taglio sarebbe automatico e riguarderebbe tutti i beneficiari.

78% pagato
−22%

Assegni previsti oggiDal 2032

Secondo la stima del CBO comprensiva di interessi ed effetti macroeconomici, la legge fiscale approvata l’anno scorso aggiunge 4.700 miliardi ai disavanzi del prossimo decennio.

Fonte Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti (debito lordo al 18 agosto 2026); Congressional Budget Office, The Budget and Economic Outlook: 2026 to 2036 (febbraio 2026); Office of Management and Budget, Historical Tables, per la serie storica del debito in rapporto al PIL; Committee for a Responsible Federal Budget per la composizione del debito verso il mercato; Social Security Trustees Report (giugno 2026).
Nota Il rendimento dei titoli a trent’anni è quello di venerdì 21 agosto 2026. Le percentuali sulla composizione del debito verso il mercato sono arrotondate. I valori dal 2027 in poi sono proiezioni a legislazione vigente.

Un debito raddoppiato in dieci anni


Tra il 1789 e il 2016 il governo federale americano ha accumulato poco più di 19 mila miliardi di dollari di debito. Nei dieci anni successivi, durante le presidenze di Donald Trump e Joe Biden, se ne sono aggiunti altri 20 mila miliardi: in appena un decennio, il totale è quindi raddoppiato. Secondo il Congressional Budget Office (CBO), il debito detenuto dal pubblico equivale quest’anno al 101% del prodotto interno lordo e salirà al 120% entro il 2036, superando il record del 106% raggiunto all’indomani della Seconda guerra mondiale.

Alla fine degli Anni Novanta, tuttavia, Bill Clinton e un Congresso controllato dai repubblicani avevano chiuso quattro bilanci consecutivi in pareggio e il governo federale aveva cominciato a ridurre il debito. Nel 2001 il presidente della Federal Reserve Alan Greenspan tenne persino un discorso per avvertire che la possibile scomparsa dei titoli del Tesoro avrebbe potuto destabilizzare i mercati finanziari. Era convinto che quel momento sarebbe davvero arrivato. Poi è arrivato l'11 settembre ed è cambiato tutto di nuovo.

Storicamente parlando, i rapidi rialzi dei rendimenti tendono a propagarsi nel sistema finanziario in modi imprevedibili. Nel 2023 la Silicon Valley Bank fallì perché l'aumento dei tassi aveva aperto una voragine nel suo bilancio. Oggi, invece, i punti deboli potrebbero trovarsi altrove. Secondo i verbali della riunione della Fed del 28 e 29 luglio, il ricorso al denaro preso in prestito per finanziare gli investimenti da parte di alcuni dei maggiori hedge fund americani è "vicino ai massimi storici". Le compagnie di assicurazione sulla vita, tradizionalmente prudenti, detengono invece attività rischiose che sarebbe difficile liquidare rapidamente durante una crisi.

Rebecca Patterson, ex responsabile delle strategie di investimento di Bridgewater Associates e oggi al Council on Foreign Relations, invita a guardare anche oltre i confini americani, perché la prossima scossa potrebbe partire dalla Francia o dal Giappone. Alla fine di marzo il debito mondiale complessivo aveva raggiunto il record di 353mila miliardi di dollari, secondo l'Institute of International Finance, con un aumento di 4.400 miliardi in appena tre mesi. Già allora l'istituto segnalava che alcuni investitori stavano spostando capitali dai titoli americani verso quelli giapponesi ed europei.

Bessent sostiene invece che non vi sia "nulla di magico" nella soglia dei 40mila miliardi e che gli Stati Uniti possano crescere abbastanza da lasciarsi il problema alle spalle. In un'intervista alla CNBC ha attribuito parte del recente aumento del debito ai rimborsi dei dazi dopo che il 20 febbraio la Corte Suprema aveva bocciato, con 6 voti contro 3, i dazi d'emergenza imposti da Trump lo scorso anno, che fino a quel momento avevano generato oltre 160 miliardi di dollari di entrate. La questione dei rimborsi è ora all'esame della Corte del Commercio Internazionale. Il rappresentante per il Commercio Jamieson Greer, ha aggiunto Bessent, intende però applicare dazi di entità analoga e alla fine le entrate del 2026 dovrebbero risultare paragonabili a quelle del 2025.

Il Segretario sostiene inoltre che il debito complessivo sovrastimi la portata del problema, perché una parte è nelle mani dello stesso governo. Dei 40mila miliardi di dollari, oltre 32.200 miliardi sono detenuti dal pubblico — enti locali, imprese, investitori e governi stranieri — mentre circa 7.800 miliardi restano all'interno del governo federale, soprattutto nei fondi fiduciari come quello della previdenza sociale. Secondo il Committee for a Responsible Federal Budget, circa il 32% del debito detenuto dal pubblico appartiene a soggetti stranieri, il 55% a soggetti americani pubblici e privati e il 14% alla Federal Reserve.

Anche JD Vance assicura che una strategia esiste. "Bessent ha un piano molto discreto, sostenuto naturalmente dal presidente, per portare gli Stati Uniti al punto in cui l'economia possa crescere più rapidamente del proprio debito", ha detto il vicepresidente a Newsmax. Vance ha aggiunto che il Paese sarebbe già sulla buona strada e che la "bomba del debito" sarebbe stata ereditata dall'Amministrazione Biden.

In arrivo nuovi tagli alla spesa federale?


Il primo tentativo di ridurre la spesa pubblica, quello del Department of Government Efficiency di Elon Musk, ha però sconvolto ampi settori del governo federale senza riuscire a documentare i risparmi rivendicati. Bessent promette ora "diverse centinaia di miliardi di dollari" di nuovi risparmi grazie a una task force contro le frodi guidata dallo stesso Vance. Gli economisti di Barclays hanno però scritto ai propri clienti che, a meno di tre mesi dalle elezioni di novembre, il risanamento promesso difficilmente si concretizzerà.

In effetti, al Congresso il dibattito non va molto oltre le dichiarazioni di rito. Il senatore repubblicano dello Utah John Curtis, promotore di una proposta bipartisan per creare una Commissione incaricata di riportare il debito sotto il 100% del prodotto interno lordo entro il 2039, ha scritto su X che la spesa sconsiderata di Washington è immorale perché lascia il proprio conto a figli e nipoti. L'anno scorso, tuttavia, ha votato anche lui a favore della legge fiscale di Trump, che secondo la stima dinamica del CBO — comprensiva degli interessi e degli effetti macroeconomici — aggiungerà 4.700 miliardi di dollari ai disavanzi del prossimo decennio.

Altri parlamentari propongono una Commissione per salvare la previdenza sociale. Un rapporto pubblicato a giugno prevede che il fondo pensionistico esaurirà le proprie riserve nel quarto trimestre del 2032, un anno prima di quanto stimato in precedenza proprio per effetto della legge fiscale. Da quel momento le entrate disponibili permetterebbero di pagare soltanto il 78% delle prestazioni previste, con un taglio automatico del 22%.

Il senatore repubblicano della Louisiana Bill Cassidy, tra i promotori della proposta di legge, avverte però che nessuno dovrebbe aspettarsi da quella Commissione una soluzione per l'intero debito: prima di camminare, ha osservato, bisogna imparare a gattonare. Jason Fichtner, ex capo economista dell'agenzia previdenziale, non prevede un default né una bancarotta da parte dello Stato federale, ma un aumento del costo della vita per tutti.

Il timore che a saltare sia prima la Borsa


Il conto potrebbe però arrivare prima e da un'altra parte. In un commento pubblicato su MarketWatch, Brett Arends sostiene che gli Stati Uniti si trovino già dentro una bolla azionaria e che lo sfaldamento del mercato delle obbligazioni a lungo termine aumenti le probabilità di un suo imminente scoppio. Arends riprende i segnali elencati dall'ex governatore della Fed Bill Dudley e li riconduce a 3 elementi: valutazioni azionarie fuori scala, qualunque sia il parametro utilizzato, un boom finanziario dell'intelligenza artificiale che presenterebbe le dinamiche tipiche di uno schema Ponzi e il rialzo dei tassi a lungo termine.

Il terzo elemento è decisivo per un principio fondamentale della finanza aziendale: il rendimento dei titoli del Tesoro rappresenta, infatti, il tasso privo di rischio sul quale vengono valutate tutte le altre attività finanziarie. Se aumenta, spinge verso l'alto anche i rendimenti richiesti dagli investitori per acquistare azioni e obbligazioni societarie. Secondo Arends, il circuito finanziario dell'intelligenza artificiale è ancora più fragile. Citando una ricerca di Goldman Sachs, sostiene che oltre il 40% dell'aumento degli utili delle società dell'indice S&P 500 nel secondo trimestre sia derivato dalle plusvalenze sulle partecipazioni in aziende del settore.

I risultati trimestrali danno un'idea delle dimensioni del fenomeno. Gli utili complessivi dell'indice sono cresciuti del 52%, ma senza quelle plusvalenze l'aumento si riduce al 33%. Nel solo trimestre Amazon ha contabilizzato 53,4 miliardi di dollari di proventi non operativi prima delle imposte, dovuti in gran parte alla partecipazione in Anthropic, mentre Alphabet ha registrato 77,1 miliardi di dollari di plusvalenze non realizzate su titoli azionari.

Il rialzo delle quotazioni, in altre parole, viene contabilizzato come utile e quell'utile diventa poi un argomento per giustificare un ulteriore aumento delle quotazioni. Matt Miskin, corresponsabile delle strategie di investimento di Manulife John Hancock Investments, riassume il trimestre con un vecchio detto: gli utili sono un'opinione, mentre il flusso di cassa è un dato di fatto. Dal punto di vista della liquidità, osserva, molte delle maggiori aziende tecnologiche sono oggi in rosso perché stanno spendendo somme enormi per costruire nuovi data center. Per finanziare questi investimenti hanno dovuto emettere obbligazioni e persino nuove azioni.

Arends ricorda infine che cosa accadde l'ultima volta che gli investitori cominciarono a dubitare di poter recuperare il proprio denaro: prima Dubai, alla fine del 2009, poi Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna. Dai massimi del 2007, i mercati azionari di quei Paesi persero tra il 65% e l'85% in dollari, prima di toccare il fondo intorno al 2012. Nessuno conosce il giorno né l'ora di un nuovo crollo del mercato, conclude Arends. Chi avvertiva dei pericoli alla fine degli anni Novanta e a metà degli anni Duemila ebbe ragione soltanto dopo essere sembrato in errore per molto tempo.


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CISA Orders Rapid Action as Citrix NetScaler Flaw Is Exploited in the Wild
#CyberSecurity
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Critical Veeam ONE Flaw Lets Unauthenticated Attackers Steal Backup Credentials (CVSS 9.3)
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Die Trump-Regierung greift in Zivilgesellschaften anderer Länder ein, um diese gezielt zu schwächen. Jüngstes Beispiel: Der Angriff auf das Tech-Kollektiv Autistici/Inventati. Wir dürfen uns das nicht bieten lassen.

Der netzpolitische Wochenrückblick:
netzpolitik.org/2026/kw-35-die…

in reply to netzpolitik.org

The point isn’t simply to target individual organizations: it is to make dissent costly. When counterterrorism measures and sanctions are extended to political movements, networks, and even digital infrastructure that enables dissidents to communicate, civic space steadily shrinks. A conformist society doesn’t need to censor everyone; it only needs to make dissent risky.
in reply to netzpolitik.org

Es stellt sich die Frage, warum die Regierung bei einem "Maga Workshop" auf deutschem Boden mitmacht, der nur Linksextremismus thematisiert…

t-online.de/nachrichten/deutsc…

…während laut Verfassungsschutz und Innenminister, Rechtsextremismus die mindestens zahlenmäßig größere Gefahr darstellt.

tagesschau.de/inland/innenpoli…

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La rassegna stampa di sabato 29 agosto 2026


Trump annuncia l'accordo per il controllo di 65 miliardi di barili di petrolio venezuelano, mentre la guerra con l'Iran tocca i sei mesi. L'arresto di Milo Yiannopoulos da parte di ICE e lo scontro sul voto per posta accendono la corsa alle elezioni di midterm

Questa è la rassegna stampa di sabato 29 agosto 2026

Trump annuncia un accordo con il Venezuela per il controllo di 65 miliardi di barili di petrolio


Il presidente Donald Trump ha annunciato su Truth Social quello che ha definito "il più grande accordo petrolifero della storia", con cui gli Stati Uniti otterrebbero il controllo di maggioranza su una vasta parte delle riserve di greggio venezuelane, pari a circa 65 miliardi di barili. Secondo le ricostruzioni, l'intesa passerebbe da una società mista che diventerebbe la seconda maggiore compagnia petrolifera privata al mondo per riserve, con il Pentagono in trattativa con l'imprenditore Alejandro Betancourt. La Casa Bianca sostiene che l'operazione servirà ad abbassare i prezzi della benzina per gli americani, mentre restano incerti i dettagli e le implicazioni sull'economia venezuelana.

Fonti: NPR, BBC News, Bloomberg

A sei mesi dall'inizio, la guerra con l'Iran assomiglia sempre più a un conflitto senza fine


A sei mesi dall'inizio delle ostilità, la guerra tra Stati Uniti e Iran si è trasformata in quella che diversi osservatori definiscono la versione di Trump di una "guerra infinita", senza obiettivi chiari né una via d'uscita evidente. Il regime iraniano, invece di collassare, si è irrigidito su posizioni più dure, mentre l'ex segretario alla Difesa Leon Panetta ha avvertito che Teheran tiene in ostaggio l'economia americana attraverso il controllo dello Stretto di Hormuz. Il conflitto continua a pesare sui prezzi dei carburanti negli Stati Uniti, con la Casa Bianca che convocherà i raffinatori la prossima settimana.

Fonti: The New York Times, NPR, Bloomberg

L'attivista di destra Milo Yiannopoulos arrestato da ICE per visto scaduto


L'agenzia per l'immigrazione ICE ha arrestato il commentatore di destra e provocatore britannico Milo Yiannopoulos all'aeroporto di New Orleans, accusandolo di aver superato i termini del proprio visto. Yiannopoulos, sostenitore di lunga data del presidente Trump e in passato dello stesso ICE, si trovava in Louisiana ed è stato trasferito in un centro di detenzione. L'Amministrazione ha dato ampia pubblicità all'arresto, diffondendo anche la foto segnaletica.

Fonti: The New York Times, The Wall Street Journal, BBC News

Scontro legale sulle regole del voto per posta a pochi mesi dalle elezioni di midterm


Il Dipartimento di Giustizia ha presentato ricorso contro il blocco temporaneo delle nuove restrizioni del servizio postale sul voto per corrispondenza, nel tentativo di accelerare l'iter giudiziario a pochi mesi dalle elezioni di metà mandato. Il ricorso segue una decisione notturna di un giudice federale di Boston che aveva sospeso le nuove regole. La partita legale potrebbe incidere sulle elezioni di novembre e sulla battaglia per il controllo del Congresso.

Fonti: The Hill, Bloomberg

Il presidente della Fed Warsh: l'inflazione non sta rallentando davvero


Nel suo primo discorso da presidente della Federal Reserve, tenuto al simposio di Jackson Hole, Kevin Warsh ha avvertito che l'inflazione non sta rallentando in modo significativo, promettendo però che la banca centrale riporterà i prezzi verso l'obiettivo del 2%. Diversi analisti hanno però giudicato più rilevante il suo messaggio sulla disponibilità di credito e liquidità, tema che assume peso mentre il debito federale supera i 40 mila miliardi di dollari e la costruzione di infrastrutture per l'intelligenza artificiale richiede ingenti capitali.

Fonti: Bloomberg, The Wall Street Journal

I repubblicani temono che l'attenzione di Trump alla propria eredità danneggi il partito alle elezioni


Secondo i suoi consiglieri, il presidente Trump è impegnato in una missione per consolidare la propria eredità politica, mentre i suoi indici di gradimento calano. Alcuni repubblicani, in privato, temono però che questa concentrazione su sé stesso si stia rivelando controproducente con gli elettori in vista delle elezioni di midterm. Nel frattempo cresce l'attesa per le corse alla Camera che potrebbero decidere il controllo del Congresso.

Fonti: The Wall Street Journal, The Wall Street Journal

L'Amministrazione chiede alla Corte Suprema di far applicare il divieto per i militari transgender


L'Amministrazione Trump si è rivolta alla Corte Suprema chiedendo di consentire al Pentagono di applicare il divieto per le persone transgender di prestare servizio nelle forze armate, portando la questione davanti ai giudici per la seconda volta. La richiesta chiede alla Corte di valutare la costituzionalità del divieto e di ribaltare una decisione di appello che lo aveva bloccato. Il caso si inserisce in una più ampia offensiva legale dell'Amministrazione su temi legati ai diritti civili.

Fonti: The Hill

L'Amministrazione valuta la cessione di una porzione del parco di Yosemite a un privato


Secondo un documento trasmesso al Congresso, l'Amministrazione Trump sta valutando uno scambio di terreni che cederebbe una parte del parco nazionale di Yosemite a una società privata. L'intesa permetterebbe a un proprietario di collegare la propria area con una strada del servizio parchi, garantendo un accesso agevole al cuore del sistema dei parchi nazionali. Il piano ha suscitato l'indignazione dei democratici e di ex funzionari del National Park Service.

Fonti: The New York Times, The Hill

Gli Stati Uniti rendono omaggio a Dolly Parton dopo la sua scomparsa


A pochi giorni dalla morte della cantante country Dolly Parton, cresce negli Stati Uniti l'ondata di omaggi alla sua figura: il governatore del Tennessee Bill Lee ha proposto di intitolarle l'aeroporto di Nashville, mentre migliaia di fan hanno firmato una petizione a sostegno dell'iniziativa. Numerose testate ne hanno ricordato l'eredità, dal ruolo di icona letta come femminista pur senza mai rivendicare l'etichetta, fino al progetto Imagination Library che ha regalato libri a milioni di bambini in tutto il mondo.

Fonti: The Hill, BBC News, ABC News

Walmart pagherà 50 milioni di dollari per chiudere la causa sugli oppioidi con il Dipartimento di Giustizia


La catena di distribuzione Walmart ha accettato di pagare 50 milioni di dollari per chiudere una causa con il Dipartimento di Giustizia statunitense, che l'accusava di aver contribuito alla dipendenza degli americani dagli antidolorifici. L'accordo risolve il contenzioso legato al ruolo dell'azienda nella crisi degli oppioidi. Si tratta dell'ennesima intesa siglata da grandi gruppi statunitensi per mettere fine alle controversie legate alla diffusione di questi farmaci.

Fonti: Financial Times

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Trump tratta con Caracas per una quota del petrolio venezuelano


L'accordo allo studio riguarda giacimenti con riserve per 90 miliardi di barili e potrebbe più che raddoppiare quelli attualmente a disposizione degli Stati Uniti.

L'Amministrazione di Donald Trump sta negoziando con il governo ad interim del Venezuela l'acquisizione di una partecipazione nelle risorse petrolifere del Paese, che possiede le maggiori riserve accertate al mondo. Lo hanno rivelato ad Axios due funzionari americani, secondo i quali l'intesa porterebbe sotto il controllo degli Stati Uniti una quantità di petrolio più che doppia rispetto alle attuali riserve americane. "Definire enorme questo accordo sarebbe riduttivo", ha detto uno dei due. "È colossale".

I dettagli sono ancora in discussione, ma la trattativa riguarda più di una decina di giacimenti produttivi con riserve accertate complessive per 90 miliardi di barili, non l'intero patrimonio venezuelano di circa 300 miliardi. In passato quei giacimenti erano controllati da esponenti della cerchia di potere venezuelana, alcuni dei quali incriminati negli Stati Uniti, e da soggetti legati alla Cina. In cambio della partecipazione ceduta a Washington, il Venezuela otterrebbe lo sviluppo dei giacimenti da parte di società private, comprese aziende americane, e una quota maggiore dei ricavi petroliferi destinata alle casse dello Stato.

Dottrina Donroe · Energia

Gli Stati Uniti trattano una quota del petrolio venezuelano: in gioco 90 miliardi di barili

L’intesa negoziata dal Segretario di Stato Marco Rubio con il governo ad interim di Delcy Rodríguez riguarda più di dieci giacimenti già produttivi. Se andasse in porto, porterebbe sotto controllo americano una quantità di greggio più che doppia rispetto a tutte le riserve degli Stati Uniti.

Grafica di FocusAmerica 27 agosto 2026

Riserve accertate, in miliardi di barili


  • 300 miliardi di barili — le riserve accertate del Venezuela, le maggiori al mondo.
  • 90 miliardi di barili — i giacimenti in trattativa con Washington.
  • 44 miliardi di barili — le riserve accertate degli Stati Uniti.


Le tre chiavi dell’accordo

1Perché adesso 2La cronologia 3Chi ottiene cosa

La riserva strategica

La scorta di emergenza americana è ai minimi da quarant’anni

Due guerre hanno stravolto l’offerta mondiale di greggio e spinto i prezzi verso l’alto. Washington ha svuotato la sua riserva di emergenza e ora cerca petrolio vicino a casa.

Marzo 2026 172

Il minimo dal 1982

milioni di barili

riserva strategica

Il prelievo dalla Riserva Strategica di Petrolio autorizzato per fronteggiare la chiusura dello Stretto di Hormuz.

Dopo quel prelievo la scorta americana è scesa al livello più basso da oltre quarant’anni.

Che cosa spinge la trattativa

  • 01La guerra contro l’IranLa chiusura dello Stretto di Hormuz ha strozzato le forniture e costretto gli Stati Uniti ad attingere alla scorta di emergenza.
  • 02La guerra in UcrainaIl secondo shock che ha riscritto le rotte del greggio e tiene i prezzi sotto pressione.
  • 03I pozzi venezuelani fermiDopo anni di cattiva gestione sotto Nicolás Maduro e, prima di lui, Hugo Chávez, i giacimenti hanno bisogno di capitali e tecnologia stranieri.


Otto mesi di pressione

Dalla cattura di Maduro al tavolo sul petrolio

Trump aveva cominciato a valutare in privato una partecipazione americana nei giacimenti prima ancora di ordinare l’arresto del presidente venezuelano.

  • 1999

    Hugo Chávez sale al potere. Comincia il lungo declino dell’industria petrolifera venezuelana, proseguito sotto Maduro.

  • 3 gennaio 2026

    Trump autorizza la cattura di Nicolás Maduro, che ora risponde di narcoterrorismo davanti a un tribunale di New York.

  • Febbraio 2026

    Il Segretario all’Energia Chris Wright visita gli impianti a Caracas insieme alla presidente ad interim Delcy Rodríguez.

  • Marzo 2026

    Il prelievo di 172 milioni di barili porta la Riserva Strategica ai minimi dal 1982.

  • Luglio 2026

    Alti funzionari del Dipartimento di Stato e del Pentagono incontrano a Caracas le controparti venezuelane sui dettagli dell’intesa.

  • 27 agosto 2026

    Due funzionari americani rivelano ad Axios la trattativa. La guidano Marco Rubio e Rodríguez; alla Casa Bianca ha un ruolo di primo piano Stephen Miller.

  • La prossima settimana

    Wright valuta un nuovo viaggio in Venezuela. Il suo dipartimento studia come far salire in fretta la produzione affidata alle aziende americane.


Lo scambio

Che cosa mette sul piatto ciascuna delle due parti

I dettagli sono ancora in discussione, ma lo scambio ha una forma già riconoscibile: Washington ottiene il controllo di una quota dei giacimenti, Caracas ottiene i capitali per rimetterli in funzione.

Washington

Ottiene riserve, e le sottrae ad altri

  • Una partecipazione in più di dieci giacimenti già produttivi.
  • 90 miliardi di barili di riserve accertate: più del doppio di quelle americane.
  • Giacimenti finora controllati da uomini della cerchia di Maduro, alcuni incriminati negli Stati Uniti, e da soggetti legati alla Cina.
  • Un pilastro della sicurezza energetica e del predominio americano nell’emisfero occidentale.


Caracas

Ottiene capitali e una quota dei ricavi

  • Lo sviluppo dei giacimenti da parte di società private, comprese aziende americane.
  • Una quota maggiore dei ricavi petroliferi destinata alle casse dello Stato.
  • La riattivazione di un settore lasciato in abbandono da anni di cattiva gestione.


Il nodo politicoRodríguez rischia l’accusa di svendere le risorse naturali del Paese. Per questo i tempi della firma restano incerti: Washington ha bisogno di quel petrolio, ma per ottenerlo deve convincere i venezuelani che il vantaggio non sarà soltanto americano.

Fonte: Axios, 27 agosto 2026 (trattativa e volumi in discussione); EIA per le riserve accertate degli Stati Uniti; stime OPEC ed EIA per le riserve del Venezuela.

La corsa all'accordo


A rendere più urgente la conclusione dell'intesa sono le guerre in corso contro l'Iran e in Ucraina, che hanno sconvolto l'offerta mondiale di greggio e spinto i prezzi verso l'alto. Pesa però anche il livello della Riserva Strategica di Petrolio degli Stati Uniti, sceso ai minimi dal 1982 dopo il prelievo di 172 milioni di barili autorizzato a marzo per fronteggiare la crisi provocata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. Il settore petrolifero venezuelano, dal canto suo, versa in condizioni di relativo abbandono dopo anni di cattiva gestione sotto Nicolás Maduro e, prima di lui, Hugo Chávez, salito al potere nel 1999.

La trattativa è guidata dal Segretario di Stato Marco Rubio e dalla presidente ad interim venezuelana Delcy Rodríguez. Il mese scorso alti funzionari del Dipartimento di Stato e del Pentagono hanno incontrato a Caracas le controparti venezuelane per discutere proprio i dettagli dell'intesa. Un ruolo di primo piano è svolto anche da Stephen Miller, vice capo di gabinetto della Casa Bianca. Trump aveva cominciato a valutare in privato una partecipazione americana nei giacimenti venezuelani ancora prima di autorizzare, il 3 gennaio, la cattura di Maduro, che ora deve rispondere dell'accusa di narcoterrorismo davanti a un tribunale di New York.

Il nodo politico


Per Trump, l'accordo potrebbe diventare uno dei risultati destinati a segnare la sua eredità politica: la sicurezza energetica degli Stati Uniti e il predominio americano nell'emisfero occidentale sono infatti i pilastri della cosiddetta "Dottrina Donroe". "Il presidente Trump è vicino a garantire il futuro energetico dell'America per le generazioni a venire, non soltanto negli Stati Uniti ma nell'intero emisfero", ha detto ad Axios il secondo funzionario.

La Casa Bianca sa tuttavia che Rodríguez potrebbe essere accusata di cedere agli Stati Uniti le risorse naturali del Venezuela. "Stiamo facendo tutto il possibile per mostrare come l'accordo andrà a beneficio del popolo venezuelano, perché sarà così", ha affermato uno dei funzionari. I tempi per la firma restano così incerti, ma il Segretario all'Energia Chris Wright, già recatosi a Caracas a febbraio per visitare gli impianti insieme a Rodríguez, sta valutando un nuovo viaggio in Venezuela la prossima settimana. Nel frattempo, il suo dipartimento studia come aumentare rapidamente la produzione affidata alle aziende americane. Washington ha assoluto bisogno di quel petrolio, ma per ottenerlo deve convincere i venezuelani che a trarne vantaggio non saranno soltanto gli Stati Uniti.

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La politica estera di Trump sta diventando sempre meno efficace


Per il politologo Daniel Drezner nel 2025 la forza americana bastava a strappare concessioni. Ora la guerra con l'Iran ha consumato armi e credibilità e Ottawa non teme più le minacce di Washington.

In una sola settimana l'amministrazione Trump ha mancato due obiettivi negoziali: non è riuscita a piegare l'Iran dopo quasi sei mesi di guerra e ha fatto saltare le trattative commerciali con il Canada, che ha risposto con i controdazi. Per l'analista di politica internazionale Daniel Drezner i due episodi hanno la stessa radice, cioè il fatto che la forza americana non spaventa più abbastanza da strappare concessioni.

Nel 2025 quella politica estera era già sbagliata e attuata male, scrive Drezner nella sua newsletter Drezner's World, ma qualche risultato lo otteneva lo stesso, perché la potenza americana restava abbastanza temibile da convincere altri governi a cedere qualcosa. Chi controlla l'esercito più forte del mondo riesce a ottenere una parte dei propri obiettivi anche con minacce approssimative. Un anno dopo quel margine si è esaurito.

Le scorte americane di intercettori missilistici si sono assottigliate al punto da non bastare più a dissuadere Russia e Cina. I reparti impegnati in missioni prolungate mostrano segni di logoramento. Il debito federale ha superato i 40 mila miliardi di dollari. I tentativi del segretario al Tesoro Scott Bessent (il ministro delle Finanze americano) di intervenire sul mercato dei titoli di Stato sono falliti.

Interrogato proprio su quegli interventi, il presidente ha risposto che lo strumento decisivo per intervenire sul mercato obbligazionario è la forza militare. Drezner considera quella risposta il sintomo di un modo di ragionare che riduce ogni problema a una questione di potenza militare e che, a suo giudizio, prepara altre umiliazioni per la politica estera americana.

A quasi sei mesi dagli attacchi contro l'Iran lanciati insieme a Israele e a 75 giorni dal voto che deciderà se il suo partito manterrà il controllo del Congresso, il presidente si trova in un conflitto senza sbocco. Non riuscendo a ottenere la resa di Teheran e a proclamare la vittoria che cercava, se la prende sempre più con gli alleati. Il Washington Post ha raccontato le minacce rivolte all'Oman e ad altri partner del Golfo, dettate anche dal timore di un'intesa separata tra l'Iran e i paesi della regione che riaprirebbe lo stretto. "Si trova in una situazione da cui non può uscire e, a differenza di tante altre cose in cui si è cacciato, questa volta nessuno può tirarlo fuori", ha detto al giornale Andrew Leber, studioso del Medio Oriente al Carnegie Endowment for International Peace, un centro studi di Washington.

La guerra ha consumato le risorse americane al punto che al presidente resta una sola opzione strategica, secondo Drezner: il ripiegamento. Se non può più imporsi sugli alleati, può disimpegnarsi e ritirarsi dal gioco. Le minacce ai paesi del Golfo, secondo l'analista, sono già un segnale in quella direzione.

Le trattative commerciali con il Canada sono saltate nella notte tra venerdì e sabato. Il primo ministro Mark Carney ha parlato alla nazione dicendo che l'amministrazione americana aveva preteso un "cattivo accordo" e che il presidente ha "calcolato male" alzando i dazi, sottovalutando la disponibilità dei canadesi a sopportare il danno economico. "Si è in guerra quando si viene attaccati e noi siamo stati attaccati", ha detto ai giornalisti a Ottawa. Sabato sono scattati dazi al 50% su 20 miliardi di dollari di merci canadesi, che si sommano a quelli già in vigore su acciaio, alluminio, legname e veicoli.

La ricostruzione di Politico, basata su interviste con più di una decina di funzionari canadesi e americani, lobbisti e associazioni imprenditoriali, descrive richieste dell'ultimo minuto e una squadra negoziale americana divisa. I funzionari statunitensi accusano Ottawa di aver aggiunto pretese in extremis, tra cui dazi più bassi sui camion pesanti. I canadesi indicano invece le rivalità interne all'amministrazione su chi controllasse i vari pezzi dell'intesa. Il segretario al Commercio Howard Lutnick ha ritenuto che l'impianto dell'accordo, messo a punto dall'ufficio commerciale guidato da Greer, gli fosse stato calato dall'alto pur riguardando materie di sua competenza. Nell'ultima settimana ha parlato più volte con Carney per messaggio e al telefono. Il Canada ha respinto richieste che a suo dire mettevano in discussione "la lingua francese e la nostra cultura" e la libertà di firmare accordi commerciali con paesi terzi. In gioco ci sono più di mille miliardi di dollari di scambi nordamericani, con il Messico che rischia di restare schiacciato in mezzo.

L'economia americana è dieci volte quella canadese e questo dovrebbe bastare a strappare concessioni a Ottawa. Con lo stesso ragionamento, però, gli Stati Uniti avrebbero già dovuto costringere l'Iran alla resa. I funzionari americani sembrano sorpresi e persino offesi dall'idea che altri paesi possano rispondere con le stesse armi: se Greer non si aspettava la ritorsione canadese, vuol dire che non era preparato ad affrontarla. L'amministrazione ha già fatto marcia indietro sui dazi quando sono saliti i prezzi della carne bovina, quindi anche un rincaro modesto potrebbe spingerla a cercare un compromesso di facciata.

La reputazione americana di fermezza nei negoziati si è logorata al punto che, anche se l'amministrazione non volesse cedere, è l'attesa canadese di un possibile cedimento a indebolire la pressione americana. Il risultato è uno stallo commerciale doloroso a meno di novanta giorni dalle elezioni di metà mandato, quelle che rinnovano il Congresso a metà del mandato presidenziale.


Il debito americano supera i 40mila miliardi e spaventa i mercati


Venerdì il rendimento dei titoli di Stato americani a trent'anni ha superato il 5,27%, in lieve rialzo rispetto al giorno precedente: un segnale che il piano del Segretario al Tesoro Scott Bessent per calmare i mercati non sta funzionando. La svendita di questa settimana ha spinto il costo del debito pubblico ai livelli più alti degli ultimi vent'anni e costretto il Dipartimento del Tesoro a un intervento straordinario. Mercoledì Bessent ha annunciato che dal 9 settembre più che raddoppierà i riacquisti di titoli, portandoli ad almeno 4 miliardi di dollari per operazione.

I rendimenti sono scesi per poche ore, poi hanno ripreso a salire. Dopo decenni di spesa senza freni, Washington potrebbe così presto trovarsi di fronte a scelte a lungo rinviate e politicamente indigeste, dalle quali pochi americani uscirebbero indenni. Il problema si riassume in due cifre. La prima è il debito nazionale, che mercoledì ha superato i 40mila miliardi di dollari, appena cinque mesi dopo aver raggiunto quota 39mila miliardi. La seconda è il disavanzo annuo: le proiezioni del Congressional Budget Office, l'ufficio di bilancio indipendente del Congresso, lo indicano a 1.900 miliardi per l'anno fiscale in corso. Nei primi dieci mesi ha già raggiunto 1.800 miliardi e il Washington Post stima che possa arrivare alla cifra record di 2.100 miliardi.

Gli Stati Uniti spendono più di mille miliardi di dollari l'anno soltanto per gli interessi sul debito pubblico, più di quanto destinino a Medicare, il programma sanitario per gli anziani. Nel 2010, invece, quella voce di spesa ammontava a meno di un quinto della cifra attuale. Quando cerca acquirenti per i propri titoli, il Tesoro deve inoltre competere con altri governi e con le imprese, in particolare con i colossi tecnologici che stanno costruendo l'infrastruttura americana dell'intelligenza artificiale. Questa concorrenza per i capitali consente agli investitori di chiedere rendimenti più elevati.

"È questo che il mercato obbligazionario sta segnalando: dovremo compiere scelte che danneggeranno la crescita", ha detto al Washington Post Adam Abbas, che gestisce 4 miliardi di dollari in obbligazioni per Oakmark Funds. "Abbiamo due leve: alzare le tasse o tagliare la spesa. Nessuna delle due è popolare e non lo sarà mai, ma prima o poi il problema dovrà essere affrontato". Marc Goldwein, direttore delle politiche del Committee for a Responsible Federal Budget, teme invece l'innesco di una spirale del debito, nella quale la spesa per interessi finisce per crescere più rapidamente dell'economia che dovrebbe sostenerla.

Stati Uniti · Conti pubblici

Il debito americano ha superato i 40mila miliardi, e il conto comincia ad arrivare

In dieci anni Washington ha accumulato più debito che nei due secoli precedenti. Il mercato obbligazionario chiede ora una scelta rinviata da decenni: alzare le tasse o tagliare la spesa.

Grafica di FocusAmerica 22 agosto 2026

Debito federale lordo degli Stati Uniti
40.050
miliardi di dollari
Dato del Dipartimento del Tesoro al 18 agosto 2026

5 mesi
per passare da 39mila a 40mila miliardi. Per i primi mille miliardi servirono quasi due secoli.

5,27%
il rendimento dei titoli a trent’anni: il costo del debito è ai massimi da vent’anni.

1.900 mld
il disavanzo previsto dal Congressional Budget Office per l’anno fiscale in corso.

La velocità del debito
Per i primi 10mila miliardi servirono 219 anni. Per gli ultimi ne sono bastati quattro e mezzo

Ogni barra misura il tempo impiegato ad accumulare 10mila miliardi di dollari di debito. Le soglie sono cadute il 30 settembre 2008, nel settembre 2017, all’inizio del 2022 e il 18 agosto di quest’anno.

Primi 10mila miliardi: 219 anni, dal 1789 al 2008, circa 46 miliardi l’anno. Dai 10mila ai 20mila: 9 anni, dal 2008 al 2017, circa 1.100 miliardi l’anno. Dai 20mila ai 30mila: quattro anni e mezzo, dal 2017 al 2022, circa 2.300 miliardi l’anno. Dai 30mila ai 40mila: quattro anni e mezzo, dal 2022 al 2026, circa 2.200 miliardi l’anno.

La lunghezza delle barre è proporzionale agli anni impiegati. Le ultime tre soglie, messe insieme, valgono meno di un decimo del tempo della prima.

Rispetto ai primi due secoli di storia americana, oggi Washington si indebita quasi cinquanta volte più in fretta.

La traiettoria
Nel 2030 il debito supera il record della seconda guerra mondiale

Il debito detenuto dal pubblico vale oggi il 101% del prodotto interno lordo. Dopo la guerra il Paese lo ridusse per trent’anni; alla fine degli anni Novanta i bilanci in pareggio di Bill Clinton lo portarono a un terzo del PIL. Il CBO prevede ora il 120% nel 2036.

Debito detenuto dal pubblico in percentuale del PIL: 106% nel 1946, 33% nel 2001, 101% nel 2026, 108% nel 2030, 120% nel 2036 secondo le proiezioni del Congressional Budget Office.

Passa il dito o il mouse sul grafico per leggere i valori anno per anno. A destra della linea del 2026 i dati sono proiezioni.

Chi lo detiene
Il Tesoro dice che il totale sovrastima il problema. Ma quattro quinti sono debito verso il mercato

Bessent ricorda che una parte del debito il governo la deve a se stesso, soprattutto ai fondi della previdenza sociale. Restano comunque 32.200 miliardi in mano a investitori esterni, un terzo dei quali all’estero.

I 40mila miliardimiliardi di dollari

32.200
7.800

32.200 miliardidetenuti dal pubblico: enti locali, imprese, investitori e governi stranieri 7.800 miliardidentro il governo federale, soprattutto nei fondi della previdenza sociale

Il debito verso il mercatosu 32.200 miliardi

55%
32%
14%

55% americanisoggetti pubblici e privati degli Stati Uniti 32% straniericirca 10.300 miliardi di dollari 14% Federal Reservetitoli acquistati dalla banca centrale

Il conto
Mille miliardi l’anno di soli interessi. E dal 2032 gli assegni previdenziali calano del 22%

Gli interessi sul debito hanno superato la spesa per Medicare e per la difesa: sono la seconda voce del bilancio federale, dopo la previdenza sociale. Nel 2010 costavano meno di un quinto di oggi.

Interessi netti sul debito, 20261.000 mld

Interessi netti sul debito, 2036 (proiezione CBO)2.100 mld

La previdenza sociale esaurisce le riserve nel quarto trimestre del 2032

Da quel momento le entrate correnti coprirebbero soltanto il 78% delle prestazioni previste. Il taglio sarebbe automatico e riguarderebbe tutti i beneficiari.

78% pagato
−22%

Assegni previsti oggiDal 2032

Secondo la stima del CBO comprensiva di interessi ed effetti macroeconomici, la legge fiscale approvata l’anno scorso aggiunge 4.700 miliardi ai disavanzi del prossimo decennio.

Fonte Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti (debito lordo al 18 agosto 2026); Congressional Budget Office, The Budget and Economic Outlook: 2026 to 2036 (febbraio 2026); Office of Management and Budget, Historical Tables, per la serie storica del debito in rapporto al PIL; Committee for a Responsible Federal Budget per la composizione del debito verso il mercato; Social Security Trustees Report (giugno 2026).
Nota Il rendimento dei titoli a trent’anni è quello di venerdì 21 agosto 2026. Le percentuali sulla composizione del debito verso il mercato sono arrotondate. I valori dal 2027 in poi sono proiezioni a legislazione vigente.

Un debito raddoppiato in dieci anni


Tra il 1789 e il 2016 il governo federale americano ha accumulato poco più di 19 mila miliardi di dollari di debito. Nei dieci anni successivi, durante le presidenze di Donald Trump e Joe Biden, se ne sono aggiunti altri 20 mila miliardi: in appena un decennio, il totale è quindi raddoppiato. Secondo il Congressional Budget Office (CBO), il debito detenuto dal pubblico equivale quest’anno al 101% del prodotto interno lordo e salirà al 120% entro il 2036, superando il record del 106% raggiunto all’indomani della Seconda guerra mondiale.

Alla fine degli Anni Novanta, tuttavia, Bill Clinton e un Congresso controllato dai repubblicani avevano chiuso quattro bilanci consecutivi in pareggio e il governo federale aveva cominciato a ridurre il debito. Nel 2001 il presidente della Federal Reserve Alan Greenspan tenne persino un discorso per avvertire che la possibile scomparsa dei titoli del Tesoro avrebbe potuto destabilizzare i mercati finanziari. Era convinto che quel momento sarebbe davvero arrivato. Poi è arrivato l'11 settembre ed è cambiato tutto di nuovo.

Storicamente parlando, i rapidi rialzi dei rendimenti tendono a propagarsi nel sistema finanziario in modi imprevedibili. Nel 2023 la Silicon Valley Bank fallì perché l'aumento dei tassi aveva aperto una voragine nel suo bilancio. Oggi, invece, i punti deboli potrebbero trovarsi altrove. Secondo i verbali della riunione della Fed del 28 e 29 luglio, il ricorso al denaro preso in prestito per finanziare gli investimenti da parte di alcuni dei maggiori hedge fund americani è "vicino ai massimi storici". Le compagnie di assicurazione sulla vita, tradizionalmente prudenti, detengono invece attività rischiose che sarebbe difficile liquidare rapidamente durante una crisi.

Rebecca Patterson, ex responsabile delle strategie di investimento di Bridgewater Associates e oggi al Council on Foreign Relations, invita a guardare anche oltre i confini americani, perché la prossima scossa potrebbe partire dalla Francia o dal Giappone. Alla fine di marzo il debito mondiale complessivo aveva raggiunto il record di 353mila miliardi di dollari, secondo l'Institute of International Finance, con un aumento di 4.400 miliardi in appena tre mesi. Già allora l'istituto segnalava che alcuni investitori stavano spostando capitali dai titoli americani verso quelli giapponesi ed europei.

Bessent sostiene invece che non vi sia "nulla di magico" nella soglia dei 40mila miliardi e che gli Stati Uniti possano crescere abbastanza da lasciarsi il problema alle spalle. In un'intervista alla CNBC ha attribuito parte del recente aumento del debito ai rimborsi dei dazi dopo che il 20 febbraio la Corte Suprema aveva bocciato, con 6 voti contro 3, i dazi d'emergenza imposti da Trump lo scorso anno, che fino a quel momento avevano generato oltre 160 miliardi di dollari di entrate. La questione dei rimborsi è ora all'esame della Corte del Commercio Internazionale. Il rappresentante per il Commercio Jamieson Greer, ha aggiunto Bessent, intende però applicare dazi di entità analoga e alla fine le entrate del 2026 dovrebbero risultare paragonabili a quelle del 2025.

Il Segretario sostiene inoltre che il debito complessivo sovrastimi la portata del problema, perché una parte è nelle mani dello stesso governo. Dei 40mila miliardi di dollari, oltre 32.200 miliardi sono detenuti dal pubblico — enti locali, imprese, investitori e governi stranieri — mentre circa 7.800 miliardi restano all'interno del governo federale, soprattutto nei fondi fiduciari come quello della previdenza sociale. Secondo il Committee for a Responsible Federal Budget, circa il 32% del debito detenuto dal pubblico appartiene a soggetti stranieri, il 55% a soggetti americani pubblici e privati e il 14% alla Federal Reserve.

Anche JD Vance assicura che una strategia esiste. "Bessent ha un piano molto discreto, sostenuto naturalmente dal presidente, per portare gli Stati Uniti al punto in cui l'economia possa crescere più rapidamente del proprio debito", ha detto il vicepresidente a Newsmax. Vance ha aggiunto che il Paese sarebbe già sulla buona strada e che la "bomba del debito" sarebbe stata ereditata dall'Amministrazione Biden.

In arrivo nuovi tagli alla spesa federale?


Il primo tentativo di ridurre la spesa pubblica, quello del Department of Government Efficiency di Elon Musk, ha però sconvolto ampi settori del governo federale senza riuscire a documentare i risparmi rivendicati. Bessent promette ora "diverse centinaia di miliardi di dollari" di nuovi risparmi grazie a una task force contro le frodi guidata dallo stesso Vance. Gli economisti di Barclays hanno però scritto ai propri clienti che, a meno di tre mesi dalle elezioni di novembre, il risanamento promesso difficilmente si concretizzerà.

In effetti, al Congresso il dibattito non va molto oltre le dichiarazioni di rito. Il senatore repubblicano dello Utah John Curtis, promotore di una proposta bipartisan per creare una Commissione incaricata di riportare il debito sotto il 100% del prodotto interno lordo entro il 2039, ha scritto su X che la spesa sconsiderata di Washington è immorale perché lascia il proprio conto a figli e nipoti. L'anno scorso, tuttavia, ha votato anche lui a favore della legge fiscale di Trump, che secondo la stima dinamica del CBO — comprensiva degli interessi e degli effetti macroeconomici — aggiungerà 4.700 miliardi di dollari ai disavanzi del prossimo decennio.

Altri parlamentari propongono una Commissione per salvare la previdenza sociale. Un rapporto pubblicato a giugno prevede che il fondo pensionistico esaurirà le proprie riserve nel quarto trimestre del 2032, un anno prima di quanto stimato in precedenza proprio per effetto della legge fiscale. Da quel momento le entrate disponibili permetterebbero di pagare soltanto il 78% delle prestazioni previste, con un taglio automatico del 22%.

Il senatore repubblicano della Louisiana Bill Cassidy, tra i promotori della proposta di legge, avverte però che nessuno dovrebbe aspettarsi da quella Commissione una soluzione per l'intero debito: prima di camminare, ha osservato, bisogna imparare a gattonare. Jason Fichtner, ex capo economista dell'agenzia previdenziale, non prevede un default né una bancarotta da parte dello Stato federale, ma un aumento del costo della vita per tutti.

Il timore che a saltare sia prima la Borsa


Il conto potrebbe però arrivare prima e da un'altra parte. In un commento pubblicato su MarketWatch, Brett Arends sostiene che gli Stati Uniti si trovino già dentro una bolla azionaria e che lo sfaldamento del mercato delle obbligazioni a lungo termine aumenti le probabilità di un suo imminente scoppio. Arends riprende i segnali elencati dall'ex governatore della Fed Bill Dudley e li riconduce a 3 elementi: valutazioni azionarie fuori scala, qualunque sia il parametro utilizzato, un boom finanziario dell'intelligenza artificiale che presenterebbe le dinamiche tipiche di uno schema Ponzi e il rialzo dei tassi a lungo termine.

Il terzo elemento è decisivo per un principio fondamentale della finanza aziendale: il rendimento dei titoli del Tesoro rappresenta, infatti, il tasso privo di rischio sul quale vengono valutate tutte le altre attività finanziarie. Se aumenta, spinge verso l'alto anche i rendimenti richiesti dagli investitori per acquistare azioni e obbligazioni societarie. Secondo Arends, il circuito finanziario dell'intelligenza artificiale è ancora più fragile. Citando una ricerca di Goldman Sachs, sostiene che oltre il 40% dell'aumento degli utili delle società dell'indice S&P 500 nel secondo trimestre sia derivato dalle plusvalenze sulle partecipazioni in aziende del settore.

I risultati trimestrali danno un'idea delle dimensioni del fenomeno. Gli utili complessivi dell'indice sono cresciuti del 52%, ma senza quelle plusvalenze l'aumento si riduce al 33%. Nel solo trimestre Amazon ha contabilizzato 53,4 miliardi di dollari di proventi non operativi prima delle imposte, dovuti in gran parte alla partecipazione in Anthropic, mentre Alphabet ha registrato 77,1 miliardi di dollari di plusvalenze non realizzate su titoli azionari.

Il rialzo delle quotazioni, in altre parole, viene contabilizzato come utile e quell'utile diventa poi un argomento per giustificare un ulteriore aumento delle quotazioni. Matt Miskin, corresponsabile delle strategie di investimento di Manulife John Hancock Investments, riassume il trimestre con un vecchio detto: gli utili sono un'opinione, mentre il flusso di cassa è un dato di fatto. Dal punto di vista della liquidità, osserva, molte delle maggiori aziende tecnologiche sono oggi in rosso perché stanno spendendo somme enormi per costruire nuovi data center. Per finanziare questi investimenti hanno dovuto emettere obbligazioni e persino nuove azioni.

Arends ricorda infine che cosa accadde l'ultima volta che gli investitori cominciarono a dubitare di poter recuperare il proprio denaro: prima Dubai, alla fine del 2009, poi Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna. Dai massimi del 2007, i mercati azionari di quei Paesi persero tra il 65% e l'85% in dollari, prima di toccare il fondo intorno al 2012. Nessuno conosce il giorno né l'ora di un nuovo crollo del mercato, conclude Arends. Chi avvertiva dei pericoli alla fine degli anni Novanta e a metà degli anni Duemila ebbe ragione soltanto dopo essere sembrato in errore per molto tempo.


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La destra americana vuole limitare le cariche pubbliche ai soli cittadini nati negli Usa


Dall'Alabama al Congresso, cresce tra i repubblicani la spinta a escludere naturalizzati e doppi cittadini da incarichi elettivi e federali, nonostante i forti dubbi sulla costituzionalità di queste misure.

Per gran parte della storia americana, diventare cittadini ha significato acquisire il diritto di partecipare a quasi ogni aspetto della vita civica: votare, far parte di una giuria e candidarsi a qualsiasi carica, con la sola grande eccezione della presidenza. Ma secondo un'analisi pubblicata sull'Atlantic, in Alabama e in altri Stati alcuni legislatori repubblicani vogliono ora introdurre una ulteriore distinzione: i cittadini naturalizzati non dovrebbero avere lo stesso diritto di ricoprire cariche pubbliche di chi è nato negli Stati Uniti.

Quest'anno in Alabama, Kentucky e Tennessee sono state presentate proposte per riservare ai cittadini nati nel Paese la possibilità di candidarsi a governatore, parlamentare statale, sceriffo e ad altre cariche elettive. Un'idea un tempo confinata ai margini ha così guadagnato spazio nel dibattito politico tra i repubblicani. In Alabama la misura era stata presentata sotto forma di emendamento alla Costituzione statale: se approvata dal Parlamento, avrebbe dovuto essere sottoposta agli elettori il 3 novembre. La proposta, però, non è mai stata esaminata dalla Commissione competente del Senato ed è rimasta bloccata fino alla conclusione della sessione legislativa ad aprile.

Al Congresso almeno 5 deputati repubblicani hanno sponsorizzato misure per escludere i cittadini naturalizzati o con doppia nazionalità dalla magistratura federale, dagli incarichi di governo, dalle ambasciate e dallo stesso Congresso. La Florida ha invece già approvato una legge che obbliga i candidati a diverse cariche statali e federali a dichiarare se possiedono un'altra cittadinanza, la prima norma di questo tipo ad essere approvata da uno Stato.

Cittadinanza · Diritti politici

Alcuni repubblicani vogliono vietare ai cittadini naturalizzati di candidarsi

Possono votare, pagare le tasse e far parte di una giuria. In tre Stati e al Congresso sono state presentate proposte perché non possano più candidarsi a una carica pubblica.

Grafica di FocusAmerica Dati aggiornati ad agosto 2026

Il Congresso degli Stati Uniti · 535 seggi

Ogni punto è un seggio. L'arco esterno è la Camera, quello interno il Senato. In blu gli eletti nati fuori dagli Stati Uniti.

Camera 0 su 435 seggi
Senato 0 su 100 seggi

Nati negli Stati Uniti Nati all'estero Il seggio di Bernie Moreno

In tutto 32 membri del Congresso sono nati fuori dagli Stati Uniti. La maggioranza è democratica, ma tra loro ci sono anche repubblicani nati a Cuba, in Ucraina e in Messico.

Dove si muove la campagna

Tre Stati ci hanno provato, solo la Florida ha approvato una legge


Le proposte vogliono riservare le cariche elettive a chi è nato nel Paese. Tocca la riga per leggere che cosa prevede ciascuna misura.

Il paradosso dell'Alabama

Lo Stato da cui parte la battaglia è tra quelli con meno residenti nati all'estero. L'ex deputato repubblicano Mo Brooks l'ha definita una delle mosse tattiche più stupide mai viste: dire a una parte degli americani che non può candidarsi è il modo più sicuro per non ottenere mai il loro voto.

0 Cittadini naturalizzati che vivono in Alabama
0 La quota che rappresentano sulla popolazione

Come è nata

Dalla cerimonia nello Studio Ovale ai post su Truth Social


Quattro passaggi che spiegano come un'idea di margine sia entrata nel dibattito repubblicano. Tocca una tappa per aprirla.

Il muro costituzionale

I requisiti per candidarsi ci sono già, e nessuno può aggiungerne altri


Per entrare alla Camera la Costituzione chiede due sole cose.

Sono requisiti esclusivi: né i singoli Stati né il governo federale possono aggiungerne altri con una legge ordinaria. Il senatore repubblicano dell'Ohio Bernie Moreno, nato in Colombia, non potrebbe essere eletto se passasse la proposta della deputata Nancy Mace.

«È incredibilmente brutto, stupido e incostituzionale»

Pamela Karlan, professoressa di diritto alla Stanford University, intervistata da The Atlantic


32 membri del Congresso sono nati fuori dagli Stati Uniti: 26 alla Camera e 6 al Senato. In Alabama, Kentucky e Tennessee sono state presentate proposte per riservare le cariche elettive a chi è nato nel Paese; la Florida ha già approvato l'obbligo di dichiarare un'eventuale seconda cittadinanza. L'Alabama, da cui parte la battaglia, conta circa 77.000 cittadini naturalizzati, l'1,5% della popolazione. Per la Camera la Costituzione chiede 25 anni di età e 7 anni di cittadinanza.

Fonte Elaborazione FocusAmerica su analisi di The Atlantic e registri del Congresso. La disposizione dei seggi negli emicicli è schematica: le posizioni dei singoli eletti sono distribuite a scopo illustrativo.

Il fattore Mamdani


Ad alimentare la campagna, scrive l'Atlantic, è anche l'ascesa di una nuova generazione di politici nati all'estero, a cominciare dal sindaco di New York Zohran Mamdani, nato in Uganda da genitori di origine indiana e diventato uno dei bersagli preferiti della destra. Il Segretario di Stato dell'Alabama Wes Allen ha citato apertamente la sua candidatura quando ha avanzato l'idea di escludere i naturalizzati dalle cariche pubbliche: "Vogliamo assicurarci che nessuna potenziale influenza o ingerenza straniera possa condizionare i più alti dirigenti eletti del nostro Stato".

Ma su questa campagna ha pesato anche la battaglia giudiziaria di Donald Trump sulla cittadinanza per diritto di nascita. Dopo che la sua Amministrazione non è riuscita a convincere la maggioranza della Corte Suprema della costituzionalità dell'ordine esecutivo che limitava la cittadinanza dei bambini nati negli Stati Uniti da genitori privi di status legale, Trump ha scritto che avrebbe cercato altre strade "in Congresso attraverso la legislazione". Alcuni suoi alleati hanno quindi cominciato a prendere di mira anche i diritti politici dei cittadini naturalizzati.

Durante il suo primo mandato, nel 2019, Trump aveva accolto cinque immigrati regolari alla Casa Bianca per quella che definì la prima cerimonia di naturalizzazione nello Studio Ovale, celebrando "la bellezza e la maestà della cittadinanza americana". "Non importa dove comincia la nostra storia, che siamo la prima o la decima generazione, siamo tutti uguali", disse. Ad aprile di quest'anno ha invece scritto su Truth Social che "se importi il Terzo Mondo, diventi il Terzo Mondo" e poche settimane dopo ha rilanciato il post di un podcaster di destra che metteva in dubbio la lealtà dei naturalizzati e dichiarava finita "l'idea del melting pot".

"Una sola fedeltà: l'America"


La deputata repubblicana Nancy Mace, che ha presentato diverse proposte per escludere cittadini naturalizzati e doppi cittadini dal Congresso, dalla magistratura federale e da decine di incarichi federali, ha scritto in un editoriale su Newsweek: "Quando vedi uno schema ricorrente di funzionari nati all'estero che hanno dimostrato più volte di non essere America First, cosa c'è di sbagliato nel volerli fuori dal potere?". Interpellata dall'Atlantic, ha aggiunto che gli americani "meritano di sapere che chi detiene questo potere abbia una sola fedeltà: l'America", senza però indicare quali rischi concreti le sue proposte intendano affrontare.

Ad agosto, dopo la vittoria di Abdul El-Sayed nelle primarie democratiche per il Senato in Michigan, Mace ha scritto che "ogni singolo musulmano con una carica pubblica in America è un cavallo di Troia". Il senatore dell'Alabama Tommy Tuberville, oggi candidato governatore del suo Stato, ha affermato in aula che "l'Islam non è una religione, è un culto della morte" e ha proposto nuovi requisiti ideologici per ottenere la cittadinanza.

Secondo i registri del Congresso, 26 deputati e 6 senatori sono nati fuori dagli Stati Uniti, anche se alcuni sono figli di cittadini americani che vivevano all'estero. La maggioranza di loro è democratica, ma tra loro figurano anche esponenti repubblicani nati a Cuba, in Ucraina e in Messico. Il senatore dell'Ohio Bernie Moreno, nato in Colombia, non potrebbe essere eletto se venisse approvata la proposta di legge di Mace. Moreno ha però presentato a sua volta, senza cofirmatari, un disegno di legge per vietare agli americani di possedere una seconda cittadinanza. "Non è una questione personale", ha risposto Mace quando le è stato fatto notare che la sua proposta colpirebbe anche Moreno e altri repubblicani. "Riguarda lo standard che vogliamo per chi esercita un potere enorme sul popolo americano".

"Brutto, stupido e incostituzionale"


La Costituzione stabilisce già i requisiti necessari per essere eletti al Congresso: per la Camera, per esempio, occorre avere almeno 25 anni ed essere cittadini statunitensi da almeno sette anni. Si tratta di requisiti "esclusivi", ha spiegato all’Atlantic Pamela Karlan, professoressa di diritto alla Stanford University: né i singoli Stati né il governo federale possono introdurne di ulteriori attraverso una legge ordinaria. Ancora più netto il suo giudizio sul contesto politico in cui si inserisce la proposta: "È incredibilmente brutto, stupido e incostituzionale".

Ma anche i giudici che hanno ostacolato alcune iniziative dell'Amministrazione sono diventati bersagli di questa campagna. Quando a giugno la giudice federale Sparkle Sooknanan ha stabilito che il governo aveva "consapevolmente calpestato i diritti alla privacy dei cittadini americani" attraverso una banca dati federale sulla cittadinanza, il deputato repubblicano Abe Hamadeh ha presentato articoli di impeachment contro di lui sottolineando che Sooknanan possiede la doppia cittadinanza americana e di Trinidad e Tobago. Stephen Miller, principale artefice della stretta sull'immigrazione, ha scritto sarcasticamente che "la giudice Sparkle decreta che l'America appartiene a qualsiasi migrante casuale del pianeta".

L'ex deputato repubblicano dell'Alabama Mo Brooks, che pure sostiene gran parte dell'agenda migratoria di Trump, ha definito la strategia contro i cittadini naturalizzati come "una delle mosse tattiche più stupide che abbia mai visto fare a dei politici": dire a una parte degli americani che non può candidarsi, ha osservato, è il modo più sicuro per non ottenere mai il loro voto. L'Alabama conta circa 77.000 cittadini naturalizzati, pari all'1,5% della popolazione, ed è tra gli Stati con la più bassa quota di residenti nati all'estero. Un luogo insolito da cui far partire questa battaglia, osserva il politologo Steven Taylor della Troy University:

"A un certo livello sembra incredibilmente banale. A un altro sembra piuttosto serio, perchè dimostra il nazionalismo inquietante che attraversa oggi la nostra politica".


Carlos Alemán, nato in Nicaragua ed eletto nel 2020 nel consiglio comunale di Homewood, in Alabama, ha raccontato all'Atlantic quanto sia estenuante vedere continuamente messa in discussione la propria lealtà: "Sembra parte di un progetto per considerare chiunque non sia nato qui indegno dei pieni diritti della cittadinanza". Alemán ha deciso di non ricandidarsi. Se queste proposte diventassero realtà, i suoi figli crescerebbero in un Paese in cui il padre è abbastanza americano per votare, pagare le tasse e crescere una famiglia, ma non abbastanza per rappresentare la comunità a maggioranza bianca che lo ha eletto.

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Trump ha continuato a comprare e vendere titoli petroliferi durante la guerra con l'Iran


Secondo CBS News, i conti del presidente hanno effettuato operazioni per centinaia di migliaia di dollari nel settore energetico. La Casa Bianca assicura che gli investimenti sono stati gestiti in modo indipendente.

Donald Trump ha continuato a comprare e vendere azioni di società petrolifere e del gas mentre conduceva la guerra contro l'Iran. È quanto emerge dalle dichiarazioni patrimoniali depositate fino al secondo trimestre del 2026 e analizzate da CBS News. Tra l'inizio del conflitto, la tregua e la ripresa dei combattimenti, i conti di Trump hanno effettuato operazioni su titoli energetici per centinaia di migliaia di dollari, secondo i dati più recenti dell'Office of Government Ethics (OGE), l'organismo che raccoglie le dichiarazioni finanziarie dei funzionari federali.

Il portafoglio del presidente è molto ampio, con posizioni in tutti gli 11 principali settori di Borsa. Una precedente inchiesta di CBS News aveva calcolato che nei primi tre mesi dell'anno i suoi conti avevano effettuato circa 3.600 operazioni su azioni e altri titoli, per un valore complessivo compreso tra 212 e 695 milioni di dollari.

I democratici della Commissione economica congiunta del Congresso hanno stimato questa settimana che il valore delle partecipazioni di Trump in società petrolifere e del gas sia passato da una forchetta di 13-46 milioni di dollari all'inizio dell'anno a 17-61 milioni a metà agosto: un aumento medio del 39%, con un potenziale incremento di valore fino a 15,5 milioni di dollari. Nello stesso rapporto stimano inoltre acquisti fino a 3,6 milioni nel primo trimestre, comprese azioni Chevron comprate nelle settimane successive all'operazione statunitense in Venezuela.

Le dichiarazioni obbligatorie riportano soltanto intervalli di valore, non cifre esatte. La stima dei democratici si basa inoltre sulle partecipazioni dichiarate per il 2025 e non tiene conto delle operazioni successive. Nel frattempo i titoli energetici sono saliti sensibilmente, in un periodo che comprende sia l'operazione americana in Venezuela di inizio gennaio sia la guerra con l'Iran, cominciata alla fine di febbraio.

Conflitti di interesse

Trump ha comprato e venduto azioni petrolifere mentre conduceva la guerra all’Iran

Le dichiarazioni patrimoniali del presidente mostrano operazioni su titoli energetici per centinaia di migliaia di dollari nei mesi del conflitto con Teheran. Le sue partecipazioni nel settore sono cresciute in media del 39%.

Grafica di FocusAmerica

1L’operazione chiave

Il 7 aprile Trump annuncia la tregua con l’Iran. Lo stesso giorno i suoi conti vendono ExxonMobil.


Il grafico dell’andamento del titolo richiede JavaScript.

La vendita, tra e di dollari, risulta dichiarata il giorno stesso dell’annuncio, arrivato in serata a mercati chiusi.

2Il portafoglio

A metà agosto le partecipazioni in petrolio e gas valevano fino a 61 milioni di dollari


Le dichiarazioni obbligatorie non riportano cifre esatte ma intervalli di valore: per questo ogni barra ha un minimo e un massimo.

Il grafico delle partecipazioni richiede JavaScript.

l’aumento medio del valore delle partecipazioni tra gennaio e agosto
il potenziale incremento di valore, nell’ipotesi più alta

operazioni su azioni e altri titoli nel primo trimestre
il controvalore complessivo di quelle operazioni
gli acquisti stimati nel settore energia nel primo trimestre

3La cronologia

Otto mesi tra guerra, tregua e compravendite


Guerra e politica Mercati e portafoglio
Inizio gennaio Gli Stati Uniti conducono un’operazione militare in Venezuela. Nelle settimane successive i conti del presidente comprano azioni Chevron: rientrano nella stima diffusa dai democratici del Congresso. Fine febbraio Comincia la guerra con l’Iran. Nei mesi del conflitto i titoli energetici salgono sensibilmente e le compagnie petrolifere quotate registrano forti profitti, con il petrolio a prezzi elevati. 7 aprile I conti di Trump vendono ExxonMobil. In serata il presidente annuncia il cessate il fuoco. L’Office of Government Ethics impone di dichiarare entro 45 giorni le operazioni sopra i 1.000 dollari: alcune comunicazioni di Trump relative al 2026 sono arrivate in ritardo. 8 aprile ExxonMobil apre in forte calo rispetto alla chiusura del giorno prima. Nella prima metà dell’anno i conti del presidente comprano e vendono anche Chevron, ConocoPhillips e altre società del settore per centinaia di migliaia di dollari. Dopo la tregua I combattimenti riprendono. Le operazioni sui titoli energetici proseguono per tutto il periodo, secondo le dichiarazioni depositate fino al secondo trimestre. Metà agosto Le partecipazioni in petrolio e gas sono stimate tra 17 e 61 milioni di dollari. Questo mese lo stesso Trump, riferendosi a ExxonMobil e Chevron, ha detto che «stanno guadagnando troppo».

4Il confronto

Nessuno dei tre predecessori deteneva singole azioni


Donald TrumpDetiene direttamente singole azioni: ha scelto di non collocare i propri beni in un trust Sì
Joe BidenNon possedeva singole azioni No
Barack ObamaDeteneva soprattutto fondi e titoli del Tesoro No
George W. BushAffidò i propri beni a un trust No

La legge consente a presidente, parlamentari e funzionari federali di detenere e negoziare singole azioni. Esponenti di entrambi i partiti hanno proposto divieti più stringenti.

La replica. Secondo la Casa Bianca il portafoglio del presidente è gestito in modo indipendente da istituzioni finanziarie terze, attraverso modelli che replicano indici riconosciuti, senza che Trump possa influenzare le singole decisioni.

Nota. Le dichiarazioni patrimoniali riportano intervalli di valore, non cifre esatte. La stima sul portafoglio energetico si basa sulle partecipazioni dichiarate per il 2025 e non tiene conto delle operazioni successive.

Fonte: analisi CBS News sulle dichiarazioni depositate all’Office of Government Ethics; stime dei democratici della Commissione economica congiunta del Congresso — agosto 2026.

Exxon venduta il giorno del cessate il fuoco


L'operazione più rilevante individuata da CBS News risale al 7 aprile, giorno in cui Trump annunciò il cessate il fuoco con l'Iran. I suoi conti vendettero azioni ExxonMobil per un valore compreso tra 500.000 e un milione di dollari. Il titolo chiuse quella seduta a 163,91 dollari, prima dell'annuncio serale, e il giorno successivo aprì in calo del 6,5%, a 153,52 dollari. Nella prima metà dell'anno il presidente ha comprato e venduto anche azioni di Chevron, ConocoPhillips e altre società del settore petrolifero per centinaia di migliaia di dollari. L'OGE impone di dichiarare entro 45 giorni le operazioni superiori a 1.000 dollari e Trump ha presentato in ritardo alcune comunicazioni relative al 2026.

La Casa Bianca sostiene che il presidente non abbia alcun ruolo nelle operazioni. "Il portafoglio di azioni e obbligazioni del presidente Trump è gestito in modo indipendente da istituzioni finanziarie terze", ha dichiarato il portavoce Davis Ingle. Secondo la Casa Bianca, i conti sono affidati alla gestione discrezionale di soggetti esterni e gli investimenti vengono effettuati attraverso modelli informatici che replicano indici riconosciuti, come lo Schwab 1000, senza che Trump o altri membri della famiglia possano indirizzare o influenzare le singole decisioni.

Trump ha tuttavia scelto di non collocare i propri beni in un trust. La detenzione diretta di singole azioni, anziché esclusivamente di fondi indicizzati, comporta quindi il mantenimento di partecipazioni riconoscibili in settori interessati dalle decisioni dell'amministrazione. Quando CBS News aveva esaminato a giugno le operazioni precedenti, alcuni gestori avevano attribuito almeno una parte degli scambi a una strategia fiscale. David Salem, gestore di Hedgeye Asset Management, aveva parlato di una "classica attività di vendita delle perdite a fini fiscali": cedere titoli in perdita per compensare plusvalenze realizzate altrove.

"Stanno guadagnando troppo"


La guerra ha favorito forti profitti per le compagnie petrolifere quotate, anche visti i prezzi del petrolio così elevati. All'inizio del mese lo stesso Trump, riferendosi a ExxonMobil e Chevron, ha affermato che "stanno guadagnando troppo". Donald Sherman, presidente dell'organizzazione per la trasparenza Citizens for Responsibility and Ethics in Washington (CREW), ha detto a CBS News che il presidente non dovrebbe beneficiare personalmente dell'aumento dei prezzi del petrolio. "Non importa se scambia i titoli lui stesso: il presidente ha il dovere di evitare conflitti di interesse tra le sue finanze e ciò che è meglio per gli americani".

La legge attuale consente al presidente, ai parlamentari e ai funzionari federali di detenere e negoziare singole azioni, anche se esponenti di entrambi i partiti hanno proposto di introdurre divieti più stringenti. Trump, che Forbes stima possieda un patrimonio di 6,5 miliardi di dollari, è molto più esposto direttamente al mercato azionario rispetto ai suoi immediati predecessori: George W. Bush ricorse a un trust, Barack Obama deteneva soprattutto fondi e titoli del Tesoro e Joe Biden non possedeva singole azioni.

Le operazioni nel settore energetico rappresentano soltanto una piccola parte del patrimonio complessivo di Trump. Sono però anche quelle in cui gli interessi finanziari del presidente si intrecciano più direttamente con le decisioni di politica estera e militare adottate dall’Amministrazione che lui stesso guida, esponendolo quindi più di altri investimenti al rischio di potenziali conflitti di interesse. Una questione sulla quale un’eventuale futura maggioranza democratica al Congresso potrebbe avere particolare interesse ad avviare indagini.

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Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

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Il 24 agosto 2026 l’Ucraina ha celebrato 35 anni di indipendenza, per la quinta volta durante la guerra su vasta scala iniziata con l’invasione russa del 2022: un anniversario che cade mentre il Paese continua a difendere quella stessa libertà.

A Kyiv si è riunita la Coalizione dei Volenterosi, mentre l’Europa ha rafforzato il sostegno alla difesa ucraina. Zelensky lo ha ribadito: l’Ucraina vuole la pace, non la resa. E la pace, quella vera e duratura, non si costruisce trasformando la sovranità di un popolo in merce di scambio.

Enrico è a Odesa per Volt, insieme al Movimento Europeo di Azione Nonviolenta nella sua 20ª missione in Ucraina, per chiedere nuovamente l’istituzione dei Corpi Civili di Pace Europei: uno strumento di partecipazione civile, prevenzione dei conflitti e costruzione della pace, complementare a una vera difesa comune europea.

Perché per Volt sostenere l’Ucraina significa tenere insieme sicurezza, solidarietà e pace.

Ora l’Europa deve mantenere gli impegni, rafforzare il sostegno e trattare la difesa dell’Ucraina come parte della propria sicurezza: la libertà ucraina è anche una misura concreta della credibilità europea. 🇺🇦🇪🇺

#Ucraina #Odesa #Pace #UnioneEuropea #StandWithUkraine #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Release sealed documents in Herridge reporter’s privilege case


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Dear Friend of Press Freedom:

We want to see the sealed documents a judge considered when imposing an $800-per-day fine on journalist Catherine Herridge for refusing to identify a source. Plus, a ubiquitous contract clause is making freelancers’ work more risky, the Pentagon has a journalist burn book, and conservatives are sounding the alarm about Donald Trump’s FCC.

FPF demands unsealing of documents in reporter’s privilege case


Investigative journalist Catherine Herridge was held in contempt of court for refusing to divulge sources for her reporting at Fox News on an investigation of a scientist and university president with alleged ties to the Chinese military, leading to a (currently paused) $800-per-day fine. The court’s misguided ruling may have been informed by documents about the FBI’s probe into the scientist that were filed under seal, even though the investigation is over and the documents aren’t classified. This week, Freedom of the Press Foundation (FPF) filed a motion to unseal those documents.

“The public deserves to see the documents behind this ruling and judge for itself whether the facts warrant undermining journalist-source confidentiality,” FPF Senior Adviser Caitlin Vogus said. “It’s especially galling that while the court demands Herridge reveal her sources, it keeps the basis for its own decision secret.”


Trump’s new scheme: suing for damages when his policies are criticized


Last week, Trump threatened the Center for American Progress with a $5 billion defamation lawsuit, alleging he was personally defamed by the think tank’s report concluding that his administration’s deployment of the National Guard to various U.S. cities did not reduce crime.

Trump’s attempt to turn criticism of government policy into a personal attack he can profit from in court isn’t just petty and self-involved — it undermines the First Amendment and long-standing principles at the heart of our democracy, FPF’s Vogus writes.


Oppressive clause in freelancer contracts chills journalism


Indemnification clauses are a common feature of freelancer contracts, placing freelancers on the hook for legal fees and judgments arising from their articles, even if they did nothing wrong. These clauses are terrible for journalism — making reporters less likely to submit stories that might aggravate their subjects — and don’t actually do anything to shield outlets from liability.

As more reporters get laid off from their full-time jobs and publications rely increasingly on freelancers, FPF Chief of Advocacy Seth Stern writes that it’s past time for them to cut these clauses out of freelance contracts.


Pentagon blacklists journalists


The U.S. Central Command maintains a secret blacklist of journalists whose questions the press office has decided to “disregard,” The Intercept revealed this week — one of many steps the Pentagon has taken during Defense Secretary Pete Hegseth’s tenure to vilify the press and obstruct its work.

Stern told The Intercept, “This should put to rest the Pentagon’s prior claims that its anti-press policies — like its infamous requirement that reporters sign pledges to only print authorized information — are somehow content neutral.”


Why Republicans should hate what the FCC is doing


Federal Communications Commission Chair Brendan Carr, a super-loyalist to the president known to wear Trump’s gilded face as a lapel pin, has made clear that he views the agency’s role as furthering Trump’s agenda. But his actions, including threatening ABC’s licenses over their content decisions, shouldn’t just scare those who are anti-Trump — he’s creating a precedent for the next president’s FCC to engage in similar censorship.

FPF Executive Director Trevor Timm runs down the dangers of this FCC’s actions for Americans of all political stripes, and the conservatives who are sounding the alarm about it.


Federal health agencies won’t talk to the press


Healthcare reporters have been dealing with widespread stonewalling from government agencies. In a live webinar next Tuesday, Sept. 1, hosted by FPF and the Association of Health Care Journalists, Vogus and three healthcare reporters will talk about why these problems persist, how reporters can overcome the stonewalling to get to the story, and what the public can do to push for greater transparency.


A red square reading "The Penlight Prize for excellence in paywall-free public records reporting," "$25K prize" and "submissions accepted until 9/1/26"

What we’re reading


Pentagon fires Stars and Stripes leaders who criticized DOD’s interference

The Washington Post
Hegseth’s conduct is unbecoming of the First Amendment. Stars and Stripes exists to produce independent journalism. When their team expressed concern over government censorship, the Pentagon went to war ... with the truth.


Mark Ruffalo links Paramount to Oracle’s Israeli military ties. The studio calls remarks ‘antisemitic’

The Hollywood Reporter
Larry Ellison said he wants to surveil everyone — Jewish, Palestinian, or neither — to keep us on our best behavior. It’s not antisemitic to talk about how his government-subsidized surveillance, war, and “scary technology” businesses may impact his family’s media outlets.


AP, Reuters call for accountability on anniversary of Gaza strike that killed journalists

The Associated Press
Israel is killing journalists for exposing its atrocities in Gaza, while the money and weapons to do it keep flowing from the U.S. News outlets need to keep pushing for accountability and access.


This mysterious ‘astroturf’ group popped up to defend the Paramount merger

The Intercept
There is no real grassroots support for Trump steering more media outlets to the Ellison family, but an astroturfing firm that previously partnered with Flock Safety wants you to believe otherwise.


ChatGPT gets all up in your iMessages

FPF Digital Security Digest
ChatGPT can now send messages on your behalf, using Messages for macOS. Our security training team digs into how it works, and what it all means for the privacy of our conversations.

A flyer for an online panel discussion on September 1 titled "Federal health agencies won't talk to the press. What now?"


freedom.press/issues/release-s…

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