Doveva essere una guerra rapida. Ma sei mesi dopo i massicci raid aerei lanciati da Stati Uniti e Israele contro l'Iran, il 28 febbraio, il conflitto continua e l'Amministrazione Trump ha sostituito alla guerra militare una guerra economica. Secondo gli analisti sentiti dal New York Times, il risultato rischia però di non cambiare: gli obiettivi americani restano poco chiari, la credibilità di Washington si è già indebolita e il bilancio strategico appare negativo. A pagare il prezzo più alto sono gli iraniani comuni, stretti tra la pressione degli Stati Uniti e quella dei propri governanti.
Il primo giorno di guerra Donald Trump aveva promesso agli iraniani che "l'ora della vostra libertà è vicina". Oggi la sua Amministrazione cerca di impoverire ulteriormente il Paese, nella speranza che la popolazione si rivolti contro un regime repressivo e sempre più militarizzato. "La guerra non ha raggiunto gli obiettivi americani", ha ammesso senza mezzi termini al New York Times Sanam Vakil, direttrice del programma Medio Oriente e Nord Africa di Chatham House. La Repubblica islamica è sopravvissuta, controlla di fatto lo Stretto di Hormuz e ha rafforzato la propria influenza nella regione, mentre alcuni dei Paesi che Teheran bombardava pochi mesi fa cercano ora di ricucire i rapporti.
Suzanne Maloney, responsabile della politica estera alla Brookings Institution, è ancora più netta: "Abbiamo fatto molti danni all'Iran, ma ne sono usciti più forti di prima". I vicini di Teheran, osserva, hanno concluso che devono trovare un modo per convivere con un regime che non se ne andrà facilmente. Nel frattempo si è indebolita molto la credibilità americana tra gli alleati, insieme alla reputazione di Trump come presidente deciso a evitare guerre lunghe e costose in Medio Oriente. "Questa guerra ha davvero inghiottito la presidenza Trump", ha aggiunto Maloney.
Iran · Sei mesi di guerra
I bombardamenti non hanno piegato l’Iran, ora Washington punta sul collasso economico
A sei mesi dai raid del 28 febbraio il regime iraniano è ancora in piedi e controlla di fatto lo Stretto di Hormuz. L’Amministrazione Trump ha cambiato arma: al posto delle bombe, le sanzioni. Il prezzo più alto lo pagano gli iraniani comuni.
Grafica di FocusAmerica 28 agosto 2026
181 giorni di guerra
L’economia iraniana dopo sei mesi di conflitto
Inflazione annua
84%
Rial per un dollaro
2.000.000
Secondo la banca centrale iraniana. I prezzi degli alimentari salgono ogni settimana.
Il minimo storico della valuta. I beni importati sono schizzati e alle pompe di benzina si fa la coda.
Il regime è sopravvissuto ai raid e ha rafforzato la propria influenza nella regione. «Abbiamo fatto molti danni all’Iran, ma ne sono usciti più forti di prima», dice Suzanne Maloney della Brookings Institution.
1La cronologia
Sei mesi di una guerra che doveva durare poche settimane
Tocca ogni tappa per leggere che cosa è successo.
28 febbraio 2026 Comincia «Operation Epic Fury»+
Un attacco a sorpresa di Stati Uniti e Israele uccide la Guida Suprema Ali Khamenei e molti dei suoi collaboratori. Il figlio Mojtaba resta ferito gravemente: oggi è il suo successore.
Le settimane successive I raid distruggono aviazione e Marina+
I bombardamenti danneggiano pesantemente anche il programma missilistico iraniano. Ma la popolazione non si solleva e la leadership non si spacca.
La risposta di Teheran Lo Stretto di Hormuz si chiude+
Le forze iraniane ripristinano molti lanciarazzi, colpiscono basi americane e alleati regionali di Washington e bloccano di fatto lo Stretto, provocando uno shock economico globale.
7 luglio Trump dichiara «finito» il Memorandum+
È l’intesa di giugno che lo stesso presidente americano aveva firmato. Oggi Teheran chiede almeno di tornare a quel testo per riaprire una trattativa.
17 agosto Il Memorandum scade formalmente+
Da quel momento tra Washington e Teheran non resta nessuna cornice negoziale, né sullo Stretto né sul programma nucleare.
Lunedì scorso Bessent apre la guerra economica+
Il Segretario al Tesoro annuncia «Operation Economic Outcast»: sanzioni secondarie contro chiunque commerci con l’Iran. «È una campagna sostenuta per far crollare ogni ultima opzione dell’Iran».
Il conto umano della guerra
Migliaia
Gli iraniani uccisi, bambini compresi, secondo stime difficili da verificare
18
I militari americani morti dall’inizio del conflitto
36
I prigionieri politici giustiziati in Iran, secondo Amnesty International
2Il bilancio
Cinque obiettivi, nessuno raggiunto
Quello che la guerra doveva ottenere, e quello che è successo davvero.
0 / 5
Gli obiettivi dichiarati che Washington ha raggiunto in sei mesi. In due casi il risultato è opposto a quello cercato.
Gli iraniani si rivoltano contro il regime
Non avvenuto
Nessuna sollevazione. La repressione è diventata più dura: almeno 36 prigionieri politici giustiziati dall’inizio della guerra, secondo Amnesty International.
La leadership iraniana si spacca
Non avvenuto
La successione è già avvenuta: al posto di Ali Khamenei c’è il figlio Mojtaba, considerato più vicino ai Guardiani della Rivoluzione e meno avverso al rischio.
Lo Stretto di Hormuz torna aperto
Non avvenuto
Lo Stretto resta chiuso di fatto e a controllarlo è Teheran. Lo shock sui traffici marittimi non si è riassorbito.
L’Iran resta isolato nella regione
Effetto opposto
Alcuni dei Paesi che Teheran bombardava pochi mesi fa cercano ora di ricucire i rapporti. L’influenza iraniana nella regione è cresciuta, non diminuita.
Una guerra rapida, senza pantani in Medio Oriente
Effetto opposto
Sei mesi dopo il conflitto continua e la credibilità americana tra gli alleati si è indebolita. «Questa guerra ha davvero inghiottito la presidenza Trump», dice Suzanne Maloney.
Con le nuove sanzioni i funzionari americani fingono di combattere ancora, invece di fingere di aver vinto.
Jeremy Shapiro, ex funzionario del Dipartimento di Stato, oggi allo European Council on Foreign Relations
3Lo shock globale
Dallo Stretto chiuso passano sei milioni di barili al giorno in meno
Da Hormuz esce circa un quarto del petrolio scambiato via mare. Da quando l’Iran lo controlla, i flussi sono crollati.
IRANARABIA SAUDITAEMIRATIOMANGOLFO PERSICOGOLFO DI OMANSTRETTO DI HORMUZ
In rosso la rotta delle petroliere in uscita dal Golfo Persico. La banda piena indica i flussi attuali, l’alone quelli precedenti alla guerra.
1° trimestre 202520,4 mln
4° trimestre 202520,7 mln
1° trimestre 202614,6 mln
Milioni di barili al giorno di petrolio greggio e prodotti raffinati in transito nello Stretto di Hormuz. Fonte: EIA, Global Energy Security Data, maggio 2026.
85 dollari
Il prezzo medio del Brent atteso dall’EIA per il terzo trimestre del 2026
103 giorni
Quelli passati nel 2026 con la benzina americana sopra i 4 dollari al gallone: non accadeva dal 2022
−1,6 milioni
I barili al giorno di domanda mondiale in meno previsti per il 2026 dall’Agenzia internazionale per l’energia
Perché conta a Washington Il prezzo della benzina è la variabile che lega la guerra al voto. Con le elezioni di metà mandato in programma a novembre, lo strangolamento economico dell’Iran ha per la Casa Bianca il vantaggio di essere graduale e di abbassare la temperatura del conflitto.
4La nuova arma
Dalle bombe alle sanzioni
«Operation Economic Outcast» colpisce chiunque commerci con Teheran.
Ogni quadrato è un bersaglio del primo elenco diffuso dall’ufficio sanzioni del Tesoro: oltre 60 tra entità, persone e navi.
I settori colpiti dalle sanzioni secondarie
Petrolio
Oro
Aviazione
Asset digitali
Il problema Bessent non ha chiarito quanto durerà la campagna né quale sia l’obiettivo finale: il crollo del regime, la riapertura di Hormuz o il ritorno al tavolo. «Se non definisci il cambiamento di comportamento che vuoi, le sanzioni come coercizione falliscono», osserva Esfandyar Batmanghelidj della Bourse & Bazaar Foundation.
Dove porta la guerra economica
Fase 1
Guerra aerea
Dal 28 febbraio. Sei mesi di raid non hanno rovesciato il regime.
Fase 2
Stallo
Hormuz chiuso, nessun negoziato, blocchi laschi da entrambe le parti.
Fase 3
Guerra economica
Da questa settimana. Sanzioni al posto delle bombe.
Se le sanzioni falliscono, a Washington resta il ritorno ai bombardamenti
Il rischio Se invece la pressione economica funziona, può spingere Teheran a forzare il blocco navale. «È più probabile che sia il preludio a un altro round di guerra militare», avverte Ali Vaez dell’International Crisis Group.
Fonti New York Times (analisi e dichiarazioni degli esperti); Banca centrale dell’Iran (inflazione e cambio); Amnesty International (esecuzioni); Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti (sanzioni); EIA, Global Energy Security Data e Short-Term Energy Outlook, maggio e agosto 2026 (flussi nello Stretto, prezzi di greggio e benzina); Agenzia internazionale per l’energia, agosto 2026 (domanda mondiale). Confini e coste da Natural Earth. Dati aggiornati al 28 agosto 2026.
Il regime sopravvive e Washington cambia arma
"Operation Epic Fury" era cominciata con un attacco a sorpresa che ha ucciso la Guida Suprema Ali Khamenei e molti dei suoi collaboratori, ferendo gravemente il figlio Mojtaba, oggi suo successore. Settimane di bombardamenti hanno distrutto gran parte dell'aviazione e della Marina iraniane e danneggiato pesantemente il suo programma missilistico, ma la popolazione non si è sollevata e la leadership non si è spaccata. Le forze iraniane hanno ripristinato molti lanciarazzi, colpito basi americane e alleati regionali di Washington e chiuso di fatto lo Stretto, provocando uno shock economico globale. Sono morte diverse migliaia di iraniani, bambini compresi, secondo stime difficili da verificare, oltre a 18 militari americani.
Lunedì il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato "Operation Economic Outcast", una campagna pensata per isolare ulteriormente l'Iran e aggravare la crisi di un'economia già devastata: sanzioni secondarie estese a chiunque commerci con Teheran, dal petrolio all'oro, dall'aviazione agli asset digitali, e un primo elenco di oltre 60 entità, persone e navi colpite dall'ufficio sanzioni del Tesoro. "È una campagna sostenuta per far crollare ogni ultima opzione dell'Iran", ha detto Bessent. "La campagna che iniziamo oggi acquisterà forza ogni giorno che passa e non finirà finché questo regime non sarà solo".
Al di là dei richiami retorici al D-Day e alla caduta del Muro di Berlino, Bessent non ha però chiarito quanto durerà la guerra economica, con quali strumenti verrà condotta e soprattutto quale sia l'obiettivo finale: il crollo del regime, la riapertura di Hormuz o il ritorno al tavolo negoziale sullo Stretto e sul programma nucleare. "Non c'è un'articolazione chiara degli obiettivi americani", ha osservato Esfandyar Batmanghelidj della Bourse & Bazaar Foundation di Londra. "Ma se non definisci il cambiamento di comportamento che vuoi, le sanzioni come coercizione falliscono".
L'Iran, già bersaglio di migliaia di sanzioni, difficilmente si arrenderà per qualche misura aggiuntiva. Secondo gli analisti è più probabile che reagisca intensificando gli attacchi contro le navi nel Golfo e gli alleati americani, aprendo la strada a un nuovo ciclo di bombardamenti. "La capacità di far male all'Iran è chiara", ha detto Sina Toossi del Center for International Policy di Washington. "Il percorso dal dolore alla capitolazione o al collasso invece non lo è". Ali Vaez, direttore del progetto Iran dell'International Crisis Group, individua due rischi nella nuova strategia: se dovesse fallire, a Washington potrebbe restare soltanto il ritorno all'escalation militare, mentre se dovesse funzionare, potrebbe spingere Teheran a cercare di forzare il blocco navale. "In entrambi i casi non produrrà ciò che l'Amministrazione sembra volere, cioè usare le sanzioni come alternativa alla guerra. È più probabile che sia il preludio a un altro round di guerra militare".
Uno stallo che rischia di riaprire il conflitto
La leadership iraniana, sempre più dominata dai militari, considera i sacrifici della popolazione come un atto di patriottismo e persino di martirio ed è diventata ancora più spietata nella repressione del dissenso: secondo Amnesty International, almeno 36 prigionieri politici sono stati giustiziati dall'inizio della guerra. Il presidente Masoud Pezeshkian e il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf hanno avvertito dei rischi di ridurre la popolazione alla fame, ma sulla trattativa la linea non cambia: Teheran chiede almeno il ritorno al Memorandum di giugno, firmato da Trump, che il presidente americano ha dichiarato "finito" già il 7 luglio e che è formalmente scaduto il 17 agosto.
Il nuovo leader Mojtaba Khamenei è considerato più vicino ai Guardiani della Rivoluzione e meno avverso al rischio rispetto al padre. Dalla nomina, però, non è mai apparso in pubblico: il suo ufficio ha diffuso soltanto un video non datato e l'ultimo comunicato risale al 9 agosto, alimentando persino interrogativi sulle sue condizioni. Così per ora la situazione resta relativamente statica, una sorta di "strana guerra" segnata da blocchi piuttosto laschi in entrambe le direzioni. Lo strangolamento economico ha, dal punto di vista di Washington, il vantaggio di essere graduale e difficile da misurare e consente di abbassare la temperatura del conflitto in vista delle elezioni di metà mandato di novembre.
Lo stallo resta però rischioso. "Alla Casa Bianca cresce l'idea che con questa Repubblica Islamica non si possa trattare. È un momento pericoloso, con Teheran e Washington che concludono entrambe che nessun accordo è possibile", ha detto Ellie Geranmayeh dello European Council on Foreign Relations. Jeremy Shapiro, ex funzionario del Dipartimento di Stato e oggi nello stesso centro studi, non capisce perché Trump non abbia imboccato nessuna delle possibili vie d'uscita da una guerra impopolare: con nuove sanzioni, ha osservato, i suoi funzionari "fingono di combattere ancora invece di fingere di aver vinto", oppure di ammettere di aver perso.
La speranza svanita e il rial a due milioni
All'inizio della guerra una parte degli iraniani più critici nei confronti del proprio governo aveva visto nei bombardamenti la possibilità di un futuro diverso. Sei mesi dopo, quella speranza ha lasciato il posto al cinismo sulle intenzioni americane, dopo che Trump ha minacciato di cancellare la civiltà iraniana e riportare il Paese "all'età della pietra" e dopo che i raid hanno colpito acciaierie, impianti petrolchimici, ponti e siti storici.
La preoccupazione principale è ormai la sopravvivenza economica del Paese. Secondo la banca centrale, l'inflazione è salita all'84%; i prezzi dei generi alimentari aumentano ogni settimana e persino le uova sono diventate proibitive per molte famiglie. Il rial, la valuta iraniana, ha toccato un minimo storico di circa 2 milioni per dollaro e il costo dei beni importati è schizzato. Il timore che il governo intervenga sul prezzo della benzina, pesantemente sussidiata, ha provocato lunghe code ai distributori.
Un aumento similare nel 2019 aveva scatenato enormi manifestazioni, mentre le proteste di gennaio, poi represse con la forza, erano cominciate dopo un crollo del rial. Molti temono ora una nuova ondata di disordini. Washington punta a ottenere con la pressione economica ciò che sei mesi di bombardamenti non hanno ottenuto. Ma finora la leadership iraniana ha dimostrato di essere disposta a trasferire il costo della resistenza sulla popolazione, proprio sulla parte del Paese che più ne subisce le conseguenze e meno può determinarne le scelte.
Gli Stati Uniti annunciano nuove sanzioni contro l'Iran, ma gli serve l'aiuto della Cina
Il Dipartimento del Tesoro americano ha annunciato lunedì sanzioni contro più di 60 tra società, persone e navi che aiutano l'Iran a vendere petrolio e a procurarsi tecnologia nucleare e missilistica. Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha battezzato la campagna Operation Economic Outcast e ha avvertito che qualunque Paese continui a fare affari con Teheran finirà nel mirino di Washington. Nella conferenza stampa non ha però mai pronunciato la parola Cina, cioè il nome del Paese che nel 2025 ha comprato più dell'80% del petrolio esportato dall'Iran.
Le nuove misure riguardano cinque settori: attività digitali, tecnologia, oro, aviazione e trasporto marittimo. Chi lavora in questi comparti insieme all'Iran rischia le sanzioni secondarie, uno strumento che permette agli Stati Uniti di punire aziende e banche straniere prive di qualsiasi legame diretto con il territorio americano. Funziona perché quasi tutte le transazioni internazionali passano dal dollaro e chi viene escluso dal sistema finanziario statunitense resta di fatto tagliato fuori dal commercio mondiale. Bessent ha detto che i governi che lasciano operare sul proprio territorio chi ricicla denaro per conto di Teheran saranno espulsi dal sistema del dollaro.
Il Tesoro ha sospeso diverse licenze generali che permettevano l'invio di rimesse verso l'Iran e ha promesso una nuova ondata di misure nei prossimi giorni, a partire da un grande istituto finanziario che sarà colpito entro la fine della settimana. Washington premerà inoltre sugli altri governi perché facciano chiudere le filiali estere della Bank Melli, la maggiore banca pubblica iraniana, che ha sportelli in vari Paesi europei. Il presidente Donald Trump sta telefonando ai leader stranieri per chiedere di interrompere gli affari con Teheran.
Bessent ha ammesso che l'annuncio è soprattutto un colpo di avvertimento e l'inizio di una fase di trattative riservate con i governi stranieri. A chi gli chiedeva se le sanzioni rischiassero di travolgere il sistema finanziario internazionale ha risposto con una domanda: "Perché mai dovrei volere far saltare il sistema finanziario globale?". Ogni Paese ha ricevuto in privato una scadenza per chiudere le attività individuate dal Tesoro, ma nessuna di queste scadenze è stata resa pubblica. "Non fisserò scadenze, ma la nostra pazienza non è infinita", ha detto ai giornalisti.
Bessent non ha nominato la Cina né in conferenza stampa né nell'articolo che ha firmato nel fine settimana sul Financial Times. Alla domanda diretta se il Tesoro colpirà le banche cinesi ha risposto che nessuno è al di sopra della portata delle sanzioni americane, senza mai citare Pechino. Nel 2022 l'Iran ha esportato in Cina beni per 22,4 miliardi di dollari e ne ha importati per 15,6 miliardi, secondo i dati della Banca Mondiale.
Stati Uniti e Cina hanno una tregua commerciale fragile e Xi Jinping è atteso a Washington il mese prossimo per la sua prima visita di Stato da più di dieci anni. Il presidente ha visitato Xi a Pechino in maggio, dopo una guerra dei dazi e uno scontro sulle terre rare che hanno dominato i rapporti tra i due Paesi per buona parte degli ultimi 18 mesi. Il Tesoro ha già sanzionato alcune raffinerie cinesi indipendenti che comprano greggio iraniano, ma si è sempre fermato prima di colpire le grandi banche cinesi, che restano il canale attraverso cui i proventi del petrolio tornano a Teheran.
Daniel Tannebaum, socio della società di consulenza Oliver Wyman e ricercatore dell'Atlantic Council, ha detto al New York Times che finché non si vedranno azioni contro i Paesi e le aziende che contano davvero si tratta solo di parole. Alla CNN ha detto che la Cina è di gran lunga il Paese più importante per intaccare la capacità iraniana di finanziarsi e che il governo americano non ha mai colpito duramente Pechino sul terreno delle sanzioni economiche.
I Paesi più esposti alle nuove misure sono Cina, India, Turchia, Iraq ed Emirati Arabi Uniti. Gli Emirati hanno annunciato la settimana scorsa la sospensione fino a nuovo ordine di tutti gli scambi commerciali e finanziari con l'Iran. La Turchia ha scambiato con Teheran più di 5 miliardi di dollari di merci nel 2024 e l'anno scorso ha importato dall'Iran il 13% del proprio gas naturale. L'Iraq dipende dall'elettricità e dal gas iraniani, mentre il commercio dell'India con l'Iran è sceso a circa 1,6 miliardi di dollari nell'anno fiscale 2025-2026.
Il rial è caduto a un minimo storico e sul mercato aperto per un dollaro servono ora più di 2 milioni di rial (prima della guerra ne bastavano 1,65 milioni). L'inflazione ha toccato il 66% su base annua il 22 luglio, contro il 46% di febbraio. Le esportazioni di petrolio sono scese da 2 milioni di barili al giorno prima del conflitto a 400mila a metà agosto, il livello più basso da quando è cominciata la guerra, secondo la società di monitoraggio marittimo Kpler. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha riconosciuto che il Paese affronta molte difficoltà economiche.
La caduta delle esportazioni dipende dal blocco navale che gli Stati Uniti hanno imposto ai porti iraniani, non dalle sanzioni. Lo Stretto di Hormuz, da cui passava un quinto degli idrocarburi mondiali, è chiuso da Teheran quasi senza interruzioni da sei mesi. L'Iran ha escluso qualsiasi ritorno alla situazione precedente alla guerra e tratta da settimane con l'Oman le modalità di transito. Il capo della diplomazia omanita Badr al-Busaidi è atteso martedì a Teheran.
L'ufficio del Tesoro che gestisce le sanzioni (l'Office of Foreign Assets Control, in sigla OFAC) ha avvertito lunedì sera che marinai e società di navigazione rischiano di essere colpiti anche solo se rispondono alle richieste di informazioni dei tre enti creati quest'anno dall'Iran per gestire il passaggio nello stretto, pure quando non c'è di mezzo alcun pagamento. Fino a lunedì il divieto valeva solo per chi pagava i pedaggi. Nei mesi scorsi l'Iran ha attaccato ripetutamente le navi che non si erano messe in contatto con quegli enti. Lo stesso ufficio ha sospeso a tempo indeterminato gli scambi accademici e tutte le attività sportive con l'Iran, sia dilettantistiche sia professionistiche.
Il Ministro dell'Economia iraniano Ali Madanizadeh ha detto alla televisione di Stato che Teheran è pienamente preparata e che il governo ha pronto un piano biennale per reggere le sanzioni. Ha accusato gli Stati Uniti di volere fare "terrorismo economico" e ha avvertito che la risposta iraniana non sarà soltanto difensiva. Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento e capo negoziatore, ha scritto su X che "gli americani sanno che nessuno compra le loro sparate" e che i partner commerciali dell'Iran hanno fatto sapere di non tenere conto di quelle dichiarazioni. Il portavoce del Ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei ha detto che l'Amministrazione sta ripetendo metodi che si sono già dimostrati fallimentari e che a pagare il conto saranno i cittadini comuni.
I negoziati per chiudere la guerra si sono arenati e la stretta economica arriva dopo il fallimento di quella militare. Secondo un'analisi pubblicata sul New York Times, la sequenza seguita da Washington è rovesciata rispetto alla prassi: di solito si comincia dalla diplomazia, si aggiungono le sanzioni e si tiene l'azione militare come ultima risorsa, mentre il presidente è passato da un breve giro di colloqui direttamente ai bombardamenti. L'obiettivo era costringere l'Iran a consegnare le sue 11 tonnellate di uranio arricchito e forse fare cadere il governo. Non è successo né l'uno né l'altro, al prezzo di 18 militari americani morti, di centinaia o migliaia di iraniani uccisi e di un conto che gli analisti indipendenti stimano sopra i 100 miliardi di dollari (il Pentagono ne calcola meno).
Peter Harrell, studioso alla Georgetown Law School che si occupa dei limiti delle sanzioni economiche, ha detto al New York Times che all'inizio dell'anno il presidente aveva davanti due strade: colpire duramente le grandi aziende cinesi, cosa che non voleva fare per la sua agenda economica con Xi, oppure imporre il blocco navale alle petroliere iraniane. "Si è rivelato politicamente più facile mettere il blocco su tutte le petroliere iraniane", ha detto.
Gli Stati Uniti promettono sanzioni durissime all'Iran da vent'anni. I primi tentativi seri risalgono alla presidenza di George W. Bush e nel 2009 Hillary Clinton, allora Segretario di Stato, promise sanzioni paralizzanti se Teheran non fosse tornata al tavolo. Molti esperti ritengono che quella pressione abbia contribuito all'accordo nucleare del 2015, che il presidente stracciò nel 2018 definendolo pieno di difetti. Nonostante la campagna di massima pressione del primo mandato, l'Iran ha continuato a vendere tra i 2 e i 3 milioni di barili di petrolio al giorno.
Il materiale nucleare non si è mosso dai depositi coperti dalle macerie da quando gli americani li hanno bombardati nel giugno 2025, come mostrano le fotografie satellitari. Il governo iraniano è sopravvissuto alla guerra con una guida diversa: l'ayatollah Ali Khamenei è stato ucciso nei primi attacchi di febbraio e il posto è passato al figlio, considerato più intransigente, che però non è ancora comparso in pubblico. La settimana scorsa Bessent aveva indicato come obiettivo della nuova politica la creazione delle condizioni per una caduta del regime e lunedì si è rivolto direttamente ai militari iraniani, invitandoli a chiedersi se i loro comandanti stiano portando il Paese alla vittoria o alla rovina mentre gli stipendi smettono di arrivare. Ha poi ricordato che il Muro di Berlino cadde quando i soldati semplici decisero di non sparare sulla propria gente.
Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha detto che la pressione economica non sostituisce gli attacchi militari e che gli Stati Uniti non intendono rinunciarvi, né nello Stretto di Hormuz né in Iran. Nella notte tra lunedì e martedì una petroliera è stata colpita da un colpo non identificato a 9 miglia nautiche a nordest della costa omanita: la sala macchine è stata danneggiata e l'equipaggio è rimasto illeso.
Lokjo - a European online map
in reply to noyb.eu • • •Ich werde das nochmal gut überprüfen,, weil politico.eu ist ein magazine geschaffen von US groß-unternehmen.
Es gehört zeit 2021 zum europa's größten verlag Axel Springer, was fast 100% von US geschäften geleitet wird.