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Aveva ormai smesso di intervenire, arrabbiarsi, agire, ma solo dopo che la malattia l’aveva portata allo stremo.
Per Emma, la passione per le vicende del mondo, per la politica nel senso più alto del termine, era concretamente inestricabile nel quotidiano dalla passione per la vita.
Abbraccio la sua famiglia e le persone a lei care.

[CONTINUA NEI COMMENTI]

in reply to Marco Cappato

Aggiungo la mia gratitudine personale per il suo esempio dai modi bruschi, per la sua sincerità brutale con la quale ho convissuto nel tragitto compiuto da compagni radicali, fatto di innumerevoli sconfitte superabili e pochi ma indimenticabili successi: uno su tutti la creazione della Corte Penale Internazionale. Non sono mancati, tra noi, scontri e incomprensioni, che ci hanno allontanato, ma senza intaccare rispetto e stima.
in reply to Marco Cappato

Per resistere al peggio che rischia di prevalere, in particolare nella “sua” Europa, sarà utile e importante fare vivere la sua memoria nell’unico modo possibile: con nuove lotte di libertà, da parte di persone (non importa di quale orientamento politico) che siano ispirate dalla tenacia — la chiamava “tigna” — con la quale difendeva la democrazia liberale dalle vecchissime, tragiche illusioni spacciate dai nuovi demagoghi.

Grazie Emma.

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Acerbo (Prc): 700.000 firme per presentarsi alle elezioni? Emendamento contro Rifondazione? home.rifondazione.eu/2026/09/1… #Istituzioni-Giustizia #ComunicatiStampa

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L’11 settembre di chi non c’era


Venticinque anni dopo l’11 settembre, cento milioni di americani sono troppo giovani per ricordare quella mattina. Le Torri Gemelle stanno entrando nei libri di storia, ma l’America continua a vivere nel mondo nato quando sono cadute.

Qualche anno fa, raccontando l’11 settembre su queste pagine, scrissi che tutti ricordano esattamente quello che stavano facendo e dove si trovavano. Era vero, o almeno mi sembrava vero.

Venticinque anni dopo, quella frase comincia a invecchiare.

Non perché l’America abbia dimenticato l’11 settembre. È successo qualcosa di molto più semplice e inevitabile: nel frattempo sono passati venticinque anni. Sono nati bambini che oggi lavorano, votano, prendono aerei, si innamorano, si sposano. Alcuni hanno già dei figli. E dell’11 settembre non possono ricordare niente, perché quel giorno non esistevano ancora.

Il National September 11 Memorial & Museum stima che siano circa cento milioni gli americani troppo giovani per avere un ricordo personale degli attentati, un terzo del Paese.

È un numero enorme ma diventa ancora più impressionante se lo si guarda dalla prospettiva opposta: una parte sempre più grande dell’America conosce le Torri Gemelle soltanto perché qualcuno gliele ha raccontate.

Per loro ci sono le fotografie, i documentari, i racconti dei genitori, i video su internet. C’è quel cielo azzurro sopra Manhattan che sembra sempre troppo bello per quello che sta per succedere. Ci sono due edifici che hanno imparato a riconoscere pur non avendoli mai visti in piedi. E poi c’è la scuola.

Secondo una rilevazione del Pew Research Center pubblicata in occasione del venticinquesimo anniversario, l’83% degli americani nati prima del 2001 ricorda esattamente dove si trovava o cosa stava facendo quando apprese degli attentati; tra coloro che avevano almeno dieci anni quella percentuale sale al 93%. Tra i ragazzi che oggi hanno tra i diciotto e i ventiquattro anni, invece, il 60% dice di aver conosciuto l’11 settembre a scuola.

Forse è questo il dato che racconta meglio di tutti cosa siano davvero venticinque anni. Quello che per una generazione è stato una telefonata improvvisa, una televisione accesa in fretta, una persona che entrava in una stanza dicendo di guardare cosa stava succedendo, per un’altra generazione è diventato una lezione.

Non c’è niente di sbagliato. È semplicemente quello che fa il tempo. Solo che siamo abituati a vederlo succedere agli eventi lontani, non a qualcosa che molti ricordano ancora con una precisione quasi fastidiosa.

Il punto, semmai, è un altro: questi ragazzi non ricordano l’11 settembre ma vivono dentro le sue conseguenze.

Un americano nato nel 2003 non ha visto il secondo aereo entrare nella Torre Sud. Non ricorda i giornalisti che cercavano di capire cosa stesse succedendo, le persone ferme sui marciapiedi di Manhattan a guardare il cielo, i telefoni che improvvisamente cominciavano a squillare. Non può ricordare nemmeno quella sensazione, durata pochissimo eppure rimasta nella memoria di milioni di persone, di vedere il Paese più potente del mondo non sapere cosa fare.

Ma ha tolto le scarpe ai controlli in aeroporto.

È cresciuto sentendo parole come Afghanistan, Iraq, al-Qaeda, Guantánamo. Ha conosciuto soltanto un’America nella quale la sicurezza nazionale occupa uno spazio enorme, anche quando non la si vede. Un’America in cui certe misure di sorveglianza sembrano normali proprio perché esistevano già quando lui era bambino.

Prima dell’11 settembre si poteva accompagnare una persona fino al gate. Il Department of Homeland Security non esisteva, il Patriot Act non esisteva. Dopo quella mattina cambiarono le leggi, gli aeroporti, le istituzioni, il modo in cui l’America guardava il mondo e, forse ancora di più, il modo in cui guardava sé stessa.

Poi arrivarono le guerre.

L’Afghanistan cominciò poche settimane dopo gli attentati e sarebbe terminato quasi vent’anni più tardi, con quelle immagini dell’aeroporto di Kabul che sembravano appartenere a un’altra epoca e invece erano ancora, in qualche modo, figlie di quella mattina.

Poi l’Iraq, le armi di distruzione di massa che non furono trovate, Abu Ghraib, Guantánamo, le discussioni sulla tortura e sulla sorveglianza, i soldati partiti ragazzi e tornati adulti. Quelli tornati feriti. Quelli che non sono tornati.

Osama bin Laden sarebbe stato ucciso dieci anni dopo l’11 settembre, in Pakistan. La notizia provocò festeggiamenti davanti alla Casa Bianca e a Ground Zero e, per qualche ora, sembrò quasi la fine di qualcosa. Ma non si poteva tornare indietro, perché l’America delle 8:45 dell’11 settembre 2001 non esisteva più.

Forse è proprio questo che rende quella data diversa da tante altre tragedie americane. Non ricorda soltanto ciò che è successo ma divide il tempo. Chi è abbastanza grande da ricordare quegli anni continua ancora oggi a dire “prima dell’11 settembre” e “dopo l’11 settembre”, come se in mezzo non ci fosse una data ma una porta.

Alle 8:46 il primo aereo colpì la Torre Nord; alle 9:03 il secondo colpì la Torre Sud.

Diciassette minuti furono sufficienti per separare due epoche. La Storia, quando vuole, sa essere terribilmente veloce.
Robert J. Fisch
C’è poi un altro ricordo di quei giorni che oggi sembra quasi appartenere a un Paese diverso.

Per qualche settimana gli Stati Uniti furono attraversati dalla sensazione di essere una cosa sola. C’erano bandiere ovunque. I vigili del fuoco di New York diventarono volti conosciuti in tutto il Paese. Repubblicani e democratici sembravano parlare la stessa lingua, almeno per un po’.

A Ground Zero, George W. Bush salì sulle macerie, mise un braccio intorno alle spalle di un pompiere e cominciò a parlare con un megafono. Qualcuno dalla folla gridò che non riusciva a sentirlo. Bush rispose che lui, invece, riusciva a sentire loro: la folla esplose.

Rivedere oggi quelle immagini provoca una sensazione strana e non soltanto per le macerie che si vedono alle sue spalle. È difficile riconoscere, nell’America politica di oggi, quel Paese che per qualche giorno pensò davvero di potersi stringere intorno alla stessa cosa.

Naturalmente anche quel ricordo va maneggiato con cautela, perché l’America unita del dopo 11 settembre non fu ugualmente accogliente con tutti. Per molti musulmani americani quei mesi significarono anche sospetto, discriminazione e paura. La paura del terrorismo finì spesso per diventare paura di persone che con il terrorismo non avevano nulla a che fare. E venticinque anni dopo alcune di quelle diffidenze non sono scomparse: nel 2026, il 43% degli americani continua a considerare i musulmani meno patriottici degli altri cittadini.

Anche questo è rimasto, perché ricordare bene significa ricordare anche le cose che ci piacciono meno.

Poi quell’unità si consumò. Arrivarono le polemiche sull’Iraq, le divisioni sulle guerre, Obama, il Tea Party, Trump. L’America entrò lentamente nell’epoca della polarizzazione permanente, fino a diventare un Paese nel quale democratici e repubblicani, qualche volta, sembrano non essere più in disaccordo sulla soluzione dei problemi ma persino su quali siano i problemi.

Per questo, a venticinque anni di distanza, nelle commemorazioni dell’11 settembre c’è forse anche una nostalgia che raramente viene dichiarata. Non soltanto per le persone che non ci sono più ma per la sensazione, vera o idealizzata che fosse, che per qualche giorno esistesse ancora un “noi”.

Oggi quel “noi” è molto più difficile da trovare.

Eppure ogni 11 settembre succede una cosa molto semplice: a Ground Zero vengono letti i nomi.

Uno alla volta.

È una cerimonia lunga, necessariamente lunga, perché pronunciare migliaia di nomi richiede tempo. Ed è proprio questo il punto. Dire “2.977 vittime” richiede pochi secondi; restituire a ciascuna di quelle vittime un nome richiede ore.

Forse la differenza tra la storia e la memoria sta anche qui: la storia ha bisogno dei numeri, mentre la memoria si concede il lusso di perdere tempo con i nomi.

Oggi, dove sorgevano le Torri Gemelle, ci sono due grandi vasche. L’acqua scende lungo pareti scure e sparisce verso un centro di cui non si vede il fondo. Intorno, sul bronzo, sono incisi i nomi.

Non hanno ricostruito le Torri., hanno lasciato due vuoti.

Ed è difficile pensare a qualcosa di più giusto, perché ci sono cose che, quando vengono perdute, non possono essere sostituite. Si può soltanto imparare a vivere intorno alla loro assenza.

Nel frattempo New York fa New York.

La mattina dell’11 settembre qualcuno passerà accanto al Memorial correndo perché è in ritardo, qualcuno berrà un caffè guardando il telefono, qualcuno prenderà la metropolitana, qualcuno avrà un appuntamento importante e qualcun altro ne dimenticherà uno. Due persone probabilmente si innamoreranno senza saperlo ancora, altre due si lasceranno. Qualcuno passerà davanti a quei nomi senza fermarsi perché deve arrivare in ufficio.

Può sembrare brutto, in realtà è la vita.

E forse è anche una delle ragioni per cui il terrorismo, alla fine, ha perso. Le città non vincono quando smettono di avere paura; vincono quando, nonostante tutto, ricominciano ad avere fretta.

Venticinque anni sono tanti, abbastanza perché un bambino diventi adulto, perché cominci e finisca una guerra, perché uno skyline che per decenni era sembrato inconcepibile senza due torri diventi, per chi è nato dopo, semplicemente lo skyline di New York. Sono abbastanza anche perché un ricordo cominci lentamente a cambiare proprietario.

L’11 settembre appartiene ancora soprattutto a chi c’era, a chi ricorda la televisione accesa, una telefonata arrivata all’improvviso, il volto di qualcuno che smise di parlare, l’attesa di una notizia che sembrava non arrivare mai. Ma d’ora in poi apparterrà sempre di più anche a persone che quella mattina non l’hanno vissuta e che dovranno imparare a conoscerla attraverso i ricordi degli altri.

Forse è proprio qui che, dopo venticinque anni, cambia anche il significato di “Never Forget”. Non si può chiedere a un ragazzo nato nel 2005 di ricordare qualcosa che non ha visto. Gli si può però chiedere di capire: capire perché quasi tremila persone uscirono di casa una mattina qualsiasi e non tornarono, perché centinaia di soccorritori entrarono mentre tutti cercavano di uscire e anche che cosa fece l’America dopo, con il suo coraggio, le sue paure, le sue decisioni giuste e quelle sbagliate.

E soprattutto bisognerebbe provare a spiegargli che 2.977 è il modo più semplice per raccontare quella giornata ma forse anche il meno vero, perché nessuno l’11 settembre perse un numero. Qualcuno perse una moglie, qualcuno un padre, qualcuno un figlio, qualcuno un collega con cui aveva preso un caffè pochi minuti prima, qualcuno una persona con cui aveva litigato la sera precedente pensando che, in fondo, ci sarebbe stato tutto il tempo per fare pace.

È questa la parte che il tempo rischia più facilmente di portar via. Le immagini resteranno, perché sono state viste milioni di volte. Resteranno gli aerei, il fumo, le torri che crollano, il cielo di Manhattan stranamente limpido. Resteranno persino le frasi dei presidenti e le guerre che seguirono. Ma dietro tutto questo c’erano persone che quella mattina avevano programmi per il pomeriggio, cene fissate, figli da andare a prendere, telefonate da fare, compleanni da ricordare. Nessuno di loro sapeva di stare entrando nella storia: stavano semplicemente vivendo.

Forse è anche per questo che ogni anno, a Ground Zero, continuano a leggere i nomi, uno dopo l’altro, con una lentezza che a volte sembra quasi ostinata. Perché la storia tende naturalmente a stringere, a riassumere, a trasformare migliaia di vite in una cifra, mentre la memoria fa esattamente il contrario: si ferma, distingue, restituisce un nome a ciò che il tempo vorrebbe ridurre a numero.

E allora, forse, il compito dei venticinque anni non è continuare a ripetere che non bisogna dimenticare. Dimenticare, almeno in parte, è inevitabile; nessuna generazione può ricordare direttamente ciò che non ha vissuto. Il compito è fare in modo che, quando il ricordo personale sarà diventato definitivamente storia, dietro quella storia continuino ancora a vedersi le persone.

Perché le Torri Gemelle, ormai, appartengono al passato. Le loro immagini sono nei libri, nei musei, negli archivi e nella memoria di chi c’era. Ma un padre che non tornò a casa quella sera, una figlia che aspettò una telefonata, un pompiere che salì le scale mentre tutti scendevano, non appartengono davvero al passato finché qualcuno continua a pronunciarne il nome.

Forse è questo, alla fine, ciò che resta dell’11 settembre dopo venticinque anni: non la promessa impossibile di fermare il tempo ma la scelta, molto più umana, di accompagnarlo senza permettergli di portarsi via tutto.

Perché prima o poi arriverà un 11 settembre in cui nessuno potrà più dire “io c’ero”. Non ci sarà più nessuno capace di ricordare il colore di quel cielo senza averlo visto in una fotografia, il suono di una voce al telefono, il silenzio assurdo di New York nelle ore successive. Quel giorno, l’11 settembre apparterrà definitivamente alla storia e toccherà a persone che non erano ancora nate decidere che cosa farne.

Forse continueranno ad andare a Ground Zero. Forse porteranno i loro figli. Forse qualcuno chiederà perché ci siano due grandi vuoti nel mezzo di Manhattan e un adulto proverà a spiegarglielo, sapendo di raccontare una storia che a sua volta gli è stata raccontata.

E magari, prima di andare via, leggeranno uno dei nomi incisi sul bronzo. Non tutti, uno soltanto. E questo sarà sufficiente.
Tia Dufour, DHS, 2024, Flickr, Opera del governo USA
Perché dopo venticinque anni abbiamo forse capito che “Never Forget” non significa ricordare per sempre un giorno, nessuno può farlo. Significa accettare che arriverà un tempo in cui l’11 settembre non sarà più il ricordo di nessuno e, proprio allora, fare in modo che non diventi soltanto una data, una fotografia in bianco e nero o una pagina da studiare prima di un esame.

Un giorno non ci sarà più nessuno capace di raccontare dove si trovava quella mattina. Rimarranno due grandi vuoti nel mezzo di Manhattan e migliaia di nomi incisi intorno all’acqua.

Forse basterà continuare a leggerli.

Perché alla fine ricordare non significa impedire al tempo di passare, significa non permettergli di portarsi via anche i nomi.

Questa voce è stata modificata (6 giorni fa)

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Cloud, se le regole nate per proteggere l’Europa finiscono per frenarla

L’#Europa invoca la #sovranitadigitale ma gare pubbliche, certificazioni e regole modellate sui fornitori esistenti rafforzano la dipendenza dai colossi statunitensi. Il caso EduStorage mostra perché costruire un cloud europeo davvero resta molto più difficile che regolamentare quello degli altri.


Massimo Carboni non è il classico imprenditore che si lamenta dei soliti lacci e laccioli. Lavora, infatti, per il #Garr, infrastruttura di ricerca pubblica e italiana, e affronta una forma più profonda di cattura del regolatore: non si tratta solo dell'influenza di #Gafam nella redazione legislativa, ma di una peculiare mancanza di immaginazione, che conduce a scrivere regole pensate, e anzi sdraiate sull'esistente.

Stavamo lavorando a EduStorage, una federazione di storage cloud per il sistema universitario e della ricerca italiano. È un’idea semplice: mettere insieme infrastrutture distribuite, farle dialogare, costruire un’alternativa europea ai grandi provider nordamericani per conservare e condividere dati scientifici. L’idea funziona. La tecnologia c’è. I soggetti interessati ci sono. Eppure ad ogni passo ti scontri con qualcosa che non ha niente a che fare con i bit: procedure di gara scritte per chi già esiste, qualificazioni cloud che fotografano un mercato di ieri, responsabilità amministrative che scoraggiano chiunque voglia provare qualcosa di nuovo.
Questa voce è stata modificata (1 settimana fa)
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“Perché Autistici/Inventati ha fatto causa a Banca Etica dopo la chiusura del conto” altreconomia.it/perche-autisti… #bancaetica #Attualità #autistici #gabrielli #inventati #pagamenti #albanese #gianelli #sanzioni #banche #etica #soldi #ofac #usa
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Announcing keepitfree.ai

Many things happened since August 26, 2026, when the Office of Foreign Assets Control (OFAC) at the US Department of the Treasury included us in their list of “Specially Designated Global Terrorists” (SDGT). This is just the beginning.

We have now created a dedicated space to document what has been unfolding since August 26, to empower our unpredictable, chaotic and magnificent solidarity network by keeping it up to date with the consequences of the US government designation and our responses.

Read the full announcement on keepitfree.ai/announcements/an…

#KeepItFree #AutisticiInventati

in reply to cavallette

Presentiamo keepitfree.ai

Dal 26 agosto, quando il Dipartimento del Tesoro statunitense, tramite OFAC, ci ha sanzionato come “Specially Designated Global Terrorist” (SDGT), sono successe tante cose, tanto si è mosso. Ed è solo l’inizio.

Abbiamo deciso di creare uno spazio unico per raccogliere quello che sta avvenendo dopo il 26 agosto, per permettere a tutta quella imprevedibile, caotica, magnifica comunità solidale di restare aggiornata più facilmente sulle conseguenze della decisione del governo USA e su quello che stiamo facendo.

Leggi l'annuncio completo su keepitfree.ai/it/announcements…

#KeepItFree #AutisticiInventati

in reply to cavallette

giusto per segnalarvi che qui keepitfree.ai/technical-update… il primo link ai "connection parameters" e' rotto keepitfree.ai/docs/mail/connec… il secondo funziona inventati.org/docs/mail/connec…
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Trump chiude la Convention repubblicana con un giuramento per il voto a novembre


Il presidente punta sulla mobilitazione della propria base elettorale in vista delle midterm e rilancia la promessa di un “dividendo Trump” da 5.000 dollari.

Il presidente Donald Trump ha chiuso giovedì 10 settembre la prima Convention di metà mandato nella storia del Partito repubblicano facendo alzare la mano destra al pubblico dell’American Airlines Center di Dallas, in Texas, e guidandolo in un giuramento: andare a votare alle elezioni del 3 novembre. “Il giorno delle elezioni, il 3 novembre, dovete farmi un favore. Dovete andare a votare e dovete fingere che io sia sulla scheda, perché in un certo senso lo sono”, ha detto.

Il giuramento, che la sala ha ripetuto frase per frase, iniziava così: “Giuro al più grande presidente nella storia degli Stati Uniti, che ci ama così tanto da non riuscire nemmeno a respirare”. Trump vi ha poi inserito un riferimento alle frodi elettorali di cui accusa da tempo gli avversari: “Andrò con la mia famiglia, i miei amici, lo farò comunque, non mi importa se sono registrato o no, cercherò di barare più che posso, come fanno anche loro”.

Trump: So Please raise your right hand: I pledge to the greatest president in the history of the United States

Crowd: I pledge to the greatest president in the history of the United States…

Trump: I'm going to try and cheat like hell like they do. pic.twitter.com/umehtVKUr7
— Acyn (@Acyn) September 11, 2026


Pochi minuti prima il presidente aveva nuovamente accusato i democratici di voler favorire i brogli: “Non vogliono l’obbligo di mostrare un documento d’identità per votare. Perché? Perché vogliono barare”. I repubblicani sostengono da tempo l’introduzione di requisiti federali più rigidi, tra cui l’obbligo di un documento d’identità ai seggi e la prova documentale della cittadinanza per registrarsi alle elezioni federali. Negli Stati Uniti, con l’eccezione del North Dakota, per votare è necessario essere iscritti alle liste elettorali, anche se tempi e modalità di registrazione variano da Stato a Stato.

Il giuramento si è chiuso con la formula “che Dio mi aiuti”. “Se volete potete votare democratico, ma non credo ci sia una sola persona in questa sala che lo farà”, ha detto Trump, spiegando che non era necessario precisare per chi votare. Poi ha aggiunto: “Sapete cosa succede se non votate? Andate all’inferno. E non voglio che vi succeda, quindi per favore andate a votare”. La sala ha risposto scandendo in coro “vote”, cioè “votate”.

After having his supporters take pledge to vote, he tells them that if they don’t vote, they will go to hell. pic.twitter.com/0gvqL5HgpX
— Acyn (@Acyn) September 11, 2026


Il “dividendo Trump” da 5.000 dollari


Il discorso di ieri sera, durato circa 25 minuti, è stato molto più breve di quello pronunciato mercoledì sera, durato quasi due ore, durante il quale Trump aveva promesso un assegno da 5.000 dollari a ogni cittadino adulto se i repubblicani manterranno la maggioranza sia alla Camera dei Rappresentanti che al Senato.

“Se vinceremo le elezioni di metà mandato daremo un, chiamiamolo così, dividendo Trump: 5.000 dollari per ogni cittadino adulto del nostro Paese”, ha ripetuto stanotte. “E possiamo farlo perché il nostro Paese non è mai andato meglio. Stiamo incassando migliaia di miliardi di dollari”.

La proposta ha già suscitato critiche in entrambi i partiti. Il governatore repubblicano della Florida Ron DeSantis ha sostenuto che una spesa del genere produrrebbe soltanto altro debito e altra inflazione. Il deputato democratico della California Robert Garcia ha ricordato che non si sono mai concretizzati neppure i dividendi promessi in passato sui dazi e sui risparmi del DOGE, l’iniziativa per l’efficienza governativa.

Con circa 240 milioni di cittadini adulti, un assegno da 5.000 dollari a testa costerebbe intorno ai 1.200 miliardi di dollari. Trump non ha spiegato nel dettaglio come intenda finanziarlo. La misura richiederebbe comunque l’approvazione del Congresso.

Trump punta sulla mobilitazione della base


I repubblicani devono difendere maggioranze ristrette alla Camera e al Senato in elezioni nelle quali, storicamente, il partito del presidente in carica tende a perdere seggi, soprattutto in presenza di un presidente così impopolare nel sondaggi.

Non meraviglia dunque il fatto che il calo del gradimento di Trump e il malcontento per l’economia sembrano pesare sui candidati repubblicani anche nel generic ballot, il sondaggio che chiede agli elettori quale partito intendano sostenere per il Congresso senza indicare i nomi dei candidati. Nella media di Silver Bulletin, il sito dell’analista Nate Silver, i democratici sono avanti di 6,6 punti. Trump e i suoi alleati hanno quindi deciso di puntare sulla mobilitazione della sua base elettorale per provare a smentire la tendenza storica.

In un’intervista registrata e trasmessa ieri sera da Fox News a The Ingraham Angle, il programma di Laura Ingraham, Trump ha anche promesso che, se i democratici dovessero riconquistare il Congresso, farà da argine: “Finirò per fare da blocco. Bloccherò tutte le loro iniziative cattive per due anni. Non sarà la stessa cosa, ma farò da blocco. Che cosa posso dirvi? E probabilmente riuscirò anche a fare accordi con loro”.

Ma nonostante tutta la retorica espressa alla Convention, alla domanda diretta su se condurrà la campagna elettorale più intensa di sempre per fermare una possibile vittoria democratica, Trump ha risposto di no. La più dura, ha spiegato, è stata quella del 2024, quando doveva vincere personalmente la presidenza: “Quattro mesi, nessun giorno vuoto, nessuna ora vuota”.

Quando Ingraham gli ha chiesto se il voto di novembre sia importante quanto le presidenziali, anche per la sua eredità politica, Trump ha risposto: “Non è così importante. Sto facendo campagna per altre persone”.

Il 2 settembre, durante una cena con i parlamentari repubblicani nel Giardino delle Rose della Casa Bianca, Trump aveva annunciato che avrebbe dedicato gli ultimi 30 giorni prima del voto alle circa 35 sfide che considera decisive per il controllo del Congresso.

Fra le tappe indicate c’è l’Alaska, dove il senatore repubblicano uscente Dan Sullivan cerca di ottenere il suo terzo mandato contro l’ex deputata democratica Mary Peltola, in una delle sfide più combattute per il Senato. Nelle primarie “giungla” di agosto Peltola ha preceduto Sullivan, mentre i sondaggi sulla sfida di novembre indicano una battaglia all’ultimo voto.


Trump promette 5.000 dollari a ogni americano adulto se vincerà le midterm


Il presidente ha promesso un assegno da 5.000 dollari a ogni cittadino americano adulto se i repubblicani manterranno il controllo sia della Camera sia del Senato alle elezioni di metà mandato del 3 novembre. L'annuncio è arrivato nel discorso di mercoledì sera a Dallas, in Texas, iniziato intorno alle 21 ora della costa est (le 3 del mattino in Italia). Il discorso ha chiuso la prima giornata della convention di metà mandato del Partito Repubblicano, un evento che nessun partito organizzava dal 1982. Trump l'ha voluto per rilanciare i candidati del suo partito in una campagna che i sondaggi danno in salita.

"Se i repubblicani vincono la Camera dei rappresentanti e il Senato degli Stati Uniti, entrambi, grazie al nostro straordinario successo economico, emetterò un dividendo per ogni cittadino adulto degli Stati Uniti d'America di 5.000 dollari", ha detto il presidente, paragonando il pagamento alla distribuzione di utili che un'azienda di successo fa ai suoi azionisti. Lo ha chiamato "dividendo Trump" e ha aggiunto una sola condizione: i soldi dovranno essere spesi negli Stati Uniti e non in Canada, in Cina o in Germania, senza spiegare come il governo potrebbe controllarlo. Ha anche legato la promessa in modo esplicito al risultato elettorale, dicendo che i democratici non potrebbero fare la stessa cosa perché "non fanno i dazi, non incassano soldi".

.@POTUS announces the TRUMP DIVIDEND: If Republicans win both the House and the Senate, because of our tremendous economic success, I will issue a dividend to every adult citizen in the United States for $5,000 pic.twitter.com/s4orJJGx9d
— Rapid Response 47 (@RapidResponse47) September 10, 2026


Il presidente non ha detto da dove arriverebbero i fondi né se la promessa sia legale. Secondo i dati del censimento citati dalla NPR, la radio pubblica americana, il costo dell'operazione supererebbe i mille miliardi di dollari. Le leggi federali vietano le spese fatte per influenzare il voto, ma Trump ha presentato la misura come un premio da erogare dopo le elezioni e non come un pagamento agli elettori. Il precedente più vicino è quello di Elon Musk, che nel 2025 aveva promesso assegni da un milione di dollari agli elettori della corsa per la Corte Suprema del Wisconsin e aveva poi fatto marcia indietro dopo le contestazioni legali. Trump aveva già promesso in passato assegni da 2.000 dollari finanziati con i dazi, ma quei dazi sono stati annullati dalla Corte Suprema e il governo ha dovuto restituire i 160 miliardi incassati, con gli interessi.

Il secondo messaggio del discorso è stato rivolto direttamente ai suoi elettori: "Vi chiedo di fingere che io sia sulla scheda". Trump ha ricordato che il partito del presidente in carica perde quasi sempre le elezioni di metà mandato e ha detto di volere spezzare questa serie, perché quando lui non è candidato i suoi sostenitori non vanno a votare. È la stessa strategia che i suoi consiglieri stanno seguendo da settimane per ricostruire la coalizione di elettori poco assidui che nel 2024 lo ha riportato alla Casa Bianca. Focus America l'aveva raccontato nei giorni scorsi. Il presidente ha detto che ci sono circa 35 sfide in bilico tra Camera e Senato e che le visiterà tutte con comizi in grandi arene, tornando in Texas anche due o tre volte per sostenere il candidato repubblicano al Senato Ken Paxton, il procuratore generale dello Stato. Fino a oggi, però, Trump ha fatto pochissima campagna per i candidati di novembre.

Il discorso è durato quasi due ore e per il resto ha ripercorso i temi abituali dei suoi comizi. Trump ha difeso la guerra contro l'Iran, iniziata a febbraio, dicendo che Teheran era a un mese dalla bomba atomica e che, alla domanda se l'Iran possa avere un'arma nucleare, chi lo critica per il prezzo della benzina deve rispondere di no. Ha sostenuto che il petrolio scenderà "non appena vinceremo la guerra" e che il conflitto finirà subito dopo le elezioni, perché gli iraniani resisterebbero nella speranza di una vittoria democratica. Ha scherzato sul ribattezzare lo stretto di Hormuz "stretto Trump". Da quando la guerra è iniziata l'inflazione è salita dal 2,4 al 3,4 per cento e il petrolio ha superato i 100 dollari al barile. Un sondaggio di Fox News mostra che il 65 per cento degli elettori disapprova la gestione dell'economia da parte del presidente.

Sui dazi, Trump ha detto che "dazio" resta la sua parola preferita, anche se l'ha spostata "al quinto posto" dopo le critiche dei giornalisti che gli chiedevano perché non mettesse davanti l'amore, la famiglia o Dio. Ha sostenuto che i dazi hanno portato "migliaia di miliardi" di entrate e ha rivendicato la quota del 10 per cento di Intel ottenuta dal governo, che secondo lui vale oggi un guadagno di 50 o 60 miliardi. Ha parlato per diversi minuti della sala da ballo che sta costruendo alla Casa Bianca, che ha definito "gratis" per i contribuenti. Ha detto anche che il presidente cinese sarà a Washington tra due settimane.

Il New York Times ha verificato in diretta molte delle affermazioni del discorso. Il taglio delle tasse approvato nel 2025 non è il più grande della storia americana ma il sesto, secondo la conservatrice Tax Foundation. Le esenzioni su mance e straordinari sono temporanee, con dei tetti, e lo sconto sulle pensioni è ancora più limitato. Gli ingressi irregolari dal confine con il Messico non sono "zero" da 16 mesi: le autorità di frontiera hanno registrato oltre 200.000 incontri tra febbraio 2025 e luglio 2026, contro gli oltre due milioni all'anno del 2023 e del 2024. Gli investimenti esteri annunciati non sono 20.000 miliardi ma 11.200 secondo il conteggio della stessa Casa Bianca. Più della metà sono promesse informali di governi stranieri. Le entrate dai dazi sono state circa 300 miliardi secondo il Penn Wharton Budget Model, scese a 132,5 miliardi dopo i rimborsi imposti dalla Corte Suprema. Un taglio dei prezzi dei farmaci "del 400, 500 e 600 per cento" è matematicamente impossibile. Trump ha anche ripetuto di avere vinto la presidenza tre volte, mentre nel 2020 ha perso. È invece vero che il tasso di omicidi del 2025 è stato il più basso da decenni.

Una lunga parte del discorso è stata dedicata agli avversari. Trump ha detto che i democratici hanno candidato "il gruppo più estremo e pericoloso" della storia e che molti di loro "non sono socialisti, sono comunisti", accusando il partito di volere abolire la polizia, le prigioni, la Corte Suprema, il Senato e le agenzie per l'immigrazione. Ha attaccato per nome Abdul El-Sayed, il candidato democratico al Senato in Michigan, e Roy Cooper, l'ex governatore candidato in North Carolina, accusato di avere liberato criminali violenti. Il bersaglio principale è stato James Talarico, lo sfidante di Paxton in Texas: Trump ne ha deriso l'aspetto fisico e lo ha descritto come un nemico del petrolio, del capitalismo e del cristianesimo. Il New York Times ha giudicato fuorviante l'accusa sul cristianesimo: nel 2021 Talarico aveva detto in un podcast di considerarsi "un cristiano che odia il cristianesimo" per criticare la teologia conservatrice che domina la politica. La sua campagna lo descrive come un credente devoto. Trump ha anche ricordato Charlie Kirk, l'attivista conservatore ucciso un anno fa il 10 settembre, la cui vedova Erika era in sala. Ha detto che le persone che avevano giustificato l'omicidio "votano tutte democratico".

In chiusura il presidente ha elencato le promesse per gli ultimi due anni di mandato in caso di vittoria: rendere permanenti i tagli fiscali, un piano sanitario che sostituisca i pagamenti pubblici alle assicurazioni con soldi diretti alle famiglie, la fine delle bollette mediche a sorpresa, il taglio delle commissioni sulle carte di credito, una legge per rendere impossibile riaprire il confine, la pena di morte per i grandi trafficanti di droga e di esseri umani e per chi uccide un poliziotto. Infine il SAVE America Act, che imporrebbe documento con foto e prova di cittadinanza per votare. Ha detto che il discorso di giovedì, che chiuderà la convention, sarà molto più breve: "Ho dato tanto materiale, non devo ripeterlo due volte".

La cornice ha contraddetto più volte le parole del presidente. Trump ha ripetuto che l'arena era "piena" e che nessuno se n'era andato, mentre i giornalisti presenti hanno descritto intere sezioni vuote nell'anello superiore e persone che uscivano verso la fine del discorso, che si è sovrapposto alla partita di apertura della stagione di football americano tra Patriots e Seahawks. Poco meno di mille persone seguivano la diretta ufficiale del partito su YouTube. I candidati repubblicani al Senato saliti sul palco prima di lui, Paxton compreso, hanno evitato di parlare di Iran e di dazi. Alcuni dei senatori in maggiore difficoltà, come Susan Collins in Maine e Dan Sullivan in Alaska, hanno scelto di non venire a Dallas. Il tasso di approvazione del presidente è al 38 per cento nella media del New York Times.


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Ci sono persone che attraversano la politica, e ci sono persone che contribuiscono a cambiarla.

Emma Bonino ha dedicato la sua vita a battaglie che hanno reso l’Italia e l’Europa più libere: i diritti civili, l’autodeterminazione, i diritti delle donne, lo Stato di diritto, un’Europa più unita e capace di parlare con una voce sola.

Eurofederalista, progressista, laica, femminista, garantista.

Non sempre abbiamo condiviso ogni sua scelta, ma sappiamo riconoscere la forza e il coraggio di chi ha aperto strade che prima sembravano impossibili.

Oggi salutiamo una protagonista della storia politica italiana ed europea. E lo facciamo con gratitudine.

Le persone se ne vanno. Le battaglie per una società più libera, più giusta e più europea restano.

Continueremo a portarle avanti.

Grazie, Emma. 💜🇪🇺

#EmmaBonino #DirittiCivili #Femminismo #Laicità #Europeismo #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Difesa e sicurezza in Europa. Il contributo di Rifondazione Comunista home.rifondazione.eu/2026/09/1… #Internazionale

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È morta Emma Bonino, la storica leader radicale aveva 78 anni


@Politica interna, europea e internazionale
Emma Bonino non ce l’ha fatta: la storica leader radicale è morta all’età di 78 anni. La notizia è stata diffusa dai Radicali: “Emma ci ha lasciati ma non ci lascerà mai. Oggi non ci lascia soltanto la nostra leader, ci lascia una delle protagoniste più lucide, tpi.it/politica/emma-bonino-mo…

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Log Out @ Roma

🕒 17 settembre, 18:30 - 17 settembre, 21:30

📍 Via delle Palme, Roma, Lazio

🔗 mobilizon.it/events/e762d2c6-f…


Log Out @ Roma
Inizia: Giovedì Settembre 17, 2026 @ 6:30 PM GMT+02:00 (Europe/Rome)
Finisce: Giovedì Settembre 17, 2026 @ 9:30 PM GMT+02:00 (Europe/Rome)

Giovedì 17 settembre torniamo con il Logout di TWC Roma, il ritrovo per tech workers che vogliono incontrarsi dopo lavoro: un'occasione per socializzare, conoscersi, parlare del nostro lavoro e come organizzarci nei prossimi mesi!

Ci vediamo giovedì 17 settembre, alle 18.30, da Shah Mat a Centocelle!

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☕ CYBERBRIEFING MATTUTINO — Venerdì 11 settembre 2026

👉 Leggi tutti gli aggiornamenti delle ultime 24 ore:
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La rassegna stampa di venerdì 11 settembre 2026


La convention repubblicana lancia Vance verso il 2028, mentre la promessa di Trump di assegni da 5.000 dollari divide i repubblicani; gli Houthi conquistano un porto sul Mar Rosso e l'Arabia Saudita chiede aiuto a Washington, coi rendimenti dei titoli in rialzo

Questa è la rassegna stampa di venerdì 11 settembre 2026

Vance protagonista alla convention repubblicana, cresce l'attesa per il 2028


Il vicepresidente JD Vance ha tenuto il discorso chiave della seconda serata della convention repubblicana di metà mandato a Dallas, delineando una visione del Paese che ha alimentato le speculazioni su una sua candidatura presidenziale. Interrotto a più riprese dai cori "48", Vance ha attaccato il democratico James Talarico nel suo stesso Stato, il Texas, mentre alcuni repubblicani guardano anche a Marco Rubio, che ha però escluso per ora una corsa alla Casa Bianca.

Fonti: The Hill, Wall Street Journal

La promessa di Trump di assegni da 5.000 dollari divide il partito


Il presidente Donald Trump ha promesso un "dividendo" da 5.000 dollari a ogni adulto americano se i repubblicani conserveranno le maggioranze in Congresso alle elezioni di metà mandato di novembre. L'idea, dal costo di oltre mille miliardi di dollari, ha turbato diversi esponenti del suo stesso partito per il rischio di alimentare l'inflazione e per gli ostacoli al Congresso. Alcuni commentatori hanno letto l'annuncio come un segnale di difficoltà in vista del voto.

Fonti: New York Times, Wall Street Journal, BBC

Gli Houthi conquistano un porto strategico sul Mar Rosso, l'Arabia Saudita chiede aiuto a Trump


I ribelli Houthi, alleati dell'Iran, hanno conquistato la città costiera di Mokha, rafforzando la loro presa sullo stretto di Bab al-Mandab, arteria cruciale per il commercio globale. Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha telefonato due volte al presidente Trump per chiedergli di ordinare attacchi contro gli Houthi, ma Trump ha rifiutato, limitandosi a fornire intelligence e dati per l'individuazione degli obiettivi. L'Amministrazione intende mantenere le forze statunitensi concentrate sull'Iran ed evitare l'apertura di un nuovo fronte.

Fonti: New York Times, Axios, Semafor

La Corte Suprema blocca di nuovo la mappa elettorale del Missouri


La Corte Suprema ha bloccato nuovamente la mappa dei collegi congressuali ridisegnata dai repubblicani del Missouri, dopo aver già respinto in precedenza i funzionari statali che volevano utilizzarla alle elezioni di metà mandato. La serie di pronunce giudiziarie degli ultimi giorni ha creato notevole confusione tra gli elettori su quali confini elettorali saranno in vigore a novembre.

Fonti: Wall Street Journal, New York Times, ABC News

Anthropic dice di aver bloccato possibili tentativi di sviluppare armi biologiche con l'IA


La start-up di intelligenza artificiale Anthropic ha reso noto di aver interrotto alcuni tentativi di utenti che avrebbero potuto sviluppare armi biologiche attraverso i suoi modelli. L'azienda ha descritto cinque casi in cui gli utenti hanno "aggirato i controlli" e cercato di "mascherare" lo scopo delle loro ricerche, precisando di non aver potuto stabilire se si trattasse di attività legittime o malevole, motivo per cui ha deciso di sospendere il lavoro.

Fonti: New York Times, Financial Times

L'Iran ha ripreso a produrre missili balistici


L'Iran ha ripreso la produzione di missili balistici, secondo quanto riferito dal Wall Street Journal, smentendo le affermazioni dell'Amministrazione Trump secondo cui le capacità militari di Teheran sarebbero state distrutte nei mesi di conflitto con gli Stati Uniti. Teheran starebbe assemblando nuovi missili utilizzando componenti esistenti, in quantità più limitate rispetto a prima della guerra, in diversi siti sotterranei.

Fonti: The Hill

I rendimenti dei titoli di Stato salgono, i tassi sui mutui al massimo da 14 mesi


I timori di un rialzo dei tassi negli Stati Uniti si sono propagati ai mercati obbligazionari globali, mentre l'avanzata degli Houthi spinge al rialzo i prezzi del petrolio. Il tasso sul mutuo trentennale a tasso fisso è salito al 6,76 per cento, il livello più alto da 14 mesi, e il rendimento del Treasury decennale ha chiuso intorno al 4,96 per cento. Gli investitori avvertono che l'operazione da 6 miliardi di dollari del segretario al Tesoro Scott Bessent non basta a frenare l'aumento dei costi di finanziamento.

Fonti: Financial Times, The Hill

Trump avverte: sarò un "muro" contro i democratici, ma potrei fare accordi


In un'intervista a Fox News, il presidente Trump ha detto che, qualora i democratici riconquistassero la Camera e il Senato, intenderebbe bloccare la loro agenda legislativa per due anni, definendosi un "blocker". Allo stesso tempo ha aggiunto che "probabilmente" riuscirebbe a trovare intese con loro. Trump ha inoltre ribadito di non avere rimpianti per la guerra con l'Iran.

Fonti: Axios, The Hill

Gli Stati Uniti ricordano l'11 settembre a venticinque anni dagli attentati


A venticinque anni dagli attentati dell'11 settembre 2001, gli Stati Uniti commemorano una ferita che per un breve momento aveva creato un senso condiviso di unità nazionale, lasciando però un'eredità complessa. Quasi la metà degli adulti americani, secondo un sondaggio Ipsos, considera l'11 settembre tra gli eventi storici più importanti vissuti nella propria vita. Esperti di sicurezza avvertono intanto di nuove minacce terroristiche legate all'intelligenza artificiale e ai droni.

Fonti: Financial Times, The Hill, Semafor

Un anno dopo l'assassinio di Charlie Kirk, i sostenitori tornano sul luogo del delitto


A un anno dall'assassinio dell'attivista conservatore Charlie Kirk, l'organizzazione Turning Point USA è tornata alla Utah Valley University, dove è stata inaugurata una nuova statua in suo onore. L'uomo che stava dibattendo con Kirk poco prima dell'omicidio ha raccontato di aver trascorso l'ultimo anno tra minacce di morte e teorie del complotto che lo accusavano di un coinvolgimento nella sua morte.

Fonti: Fox News, The Hill

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

Questa voce è stata modificata (1 settimana fa)

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La percezione della corruzione del governo ha raggiunto un nuovo massimo negli Stati Uniti


Un nuovo sondaggio Gallup registra il valore più alto in vent'anni, ben dieci punti sopra il 2025. L'aumento è trainato soprattutto dai democratici, mentre cresce il divario con le altre economie avanzate.

L'89% degli adulti americani ritiene che la corruzione sia diffusa nel governo degli Stati Uniti. È il valore più alto registrato da Gallup in vent'anni di rilevazioni, in aumento di 10 punti rispetto allo scorso anno e ben al di sopra della fascia compresa tra il 72% e il 79% in cui il dato si era mantenuto dal 2010 al 2025. L'indagine è stata condotta telefonicamente tra il 1° maggio e il 10 giugno su un campione di 1.000 adulti americani, con un margine di errore di 4,1 punti percentuali.

A trainare l'aumento sono soprattutto i democratici. Nell'ultimo anno della presidenza di Joe Biden, il 57% dei democratici riteneva che la corruzione fosse diffusa nel governo. La quota è salita al 76% nel 2025, primo anno del secondo mandato di Donald Trump, e ha raggiunto il tasso record del 91% quest'anno. Gli indipendenti si attestano al 90%, 12 punti in più rispetto al 2024, e risultano quindi più vicini ai democratici che ai repubblicani, fermi all'83%.

Tra questi ultimi il quadro è cambiato poco: negli ultimi due anni circa otto repubblicani su dieci hanno descritto la corruzione come ampiamente diffusa, un livello sostanzialmente in linea con l'87% registrato nel 2024.

Secondo Gallup, queste ampie maggioranze riflettono probabilmente motivazioni diverse. Tra i democratici la percezione della corruzione sembra risentire maggiormente di chi controlla l'Amministrazione, mentre tra i repubblicani la stabilità del dato nonostante la vittoria del partito alle elezioni del 2024 e il controllo della Casa Bianca e del Congresso suggerisce una sfiducia più radicata nei confronti del governo, meno dipendente da chi è al potere.

Sondaggio Gallup

Nove americani su dieci vedono un governo corrotto: mai così tanti in vent'anni di sondaggi

Nel 2026 l'89% degli americani ritiene che la corruzione sia diffusa nel governo: dieci punti in più rispetto al 2025, il salto più grande mai registrato da Gallup. La sfiducia, un tempo più forte tra i repubblicani, oggi attraversa l'intero spettro politico.

Grafica di FocusAmerica 2 settembre 2026

Quota di americani che considera la corruzione diffusa nel governo

Nel 2026
89%

Record dal 2006, primo anno della serie. Dieci punti in più rispetto al 2025.

Fascia grigia: i valori tra cui il dato ha oscillato dal 2007 al 2025. Rivedi 2006–2026
Per diciannove anni il dato non era mai sceso sotto il 66% né salito sopra il 79%. Nel 2026 ha superato di colpo quella fascia: +10 punti in un solo anno, il balzo più ampio dal 2006.

Vent'anni di sondaggi
Il governo è sempre stato più sospettato delle imprese. Ora il divario è ai massimi
Quota di americani che ritiene la corruzione diffusa nel governo e nelle imprese, 2006–2026. Tocca o passa sul grafico per leggere i valori di ogni anno.
Governo Imprese

Il confronto internazionale
Gli Stati Uniti sono usciti dalla fascia dei Paesi OCSE
Quota di cittadini che ritiene la corruzione diffusa nel proprio governo: Stati Uniti, mediana e valore massimo tra i Paesi OCSE. Il dato americano del 2026 non ha ancora un confronto internazionale.
Stati Uniti Fascia OCSE (dalla mediana al massimo)

Da tema di parte a convinzione comune
In due anni i democratici hanno raggiunto i repubblicani: la sfiducia è diventata bipartisan
Quota di elettori che ritiene la corruzione diffusa nel governo, per orientamento politico, 2024–2026. Seleziona un gruppo per metterlo in evidenza.
Tutti Democratici Repubblicani Indipendenti

Il punto
Il record del 2026 non nasce da un'ondata repubblicana, che era già alta: nasce dai democratici, passati dal 57% al 91% in due anni, mentre gli indipendenti salgono al 90%. Più di otto elettori su dieci di ogni schieramento condividono oggi lo stesso giudizio sul governo.

Fonte Gallup, World Poll 2006–2026. Quesito: «La corruzione è diffusa nel governo del suo Paese?»; percentuale di chi risponde sì. Confronto OCSE aggiornato al 2025.

Il divario con le altre economie avanzate


Gli Stati Uniti avevano cominciato ad allontanarsi dalle altre economie avanzate già prima dell'ultimo aumento. Nei 38 Paesi dell'OCSE, la quota mediana di persone che percepiscono una corruzione diffusa nel governo è scesa dal 69% del 2009 a meno del 60% dal 2022 in poi. Poiché la raccolta dei dati per il 2026 non è ancora stata completata in tutti i Paesi, il confronto più recente disponibile è quello del 2025, quando la mediana dell'OCSE era pari al 59%.

Nei primi anni della serie, Paesi come Grecia, Ungheria e Repubblica Ceca superavano il 90%, ma con il passare del tempo, i valori più elevati dell'area sono diminuiti, fino a un minimo del 79% nel 2025. Proprio nel 2025 gli Stati Uniti sono saliti per la prima volta al livello più alto tra i Paesi dell'OCSE, con un aumento di 9 punti che ha portato il dato della corruzione percepita al 79%. Il divario rispetto alla mediana dell'organizzazione, già pari a 15 punti nel 2024, è così salito a 20 punti e nel 2026 potrebbe ampliarsi ulteriormente.

Dal 2023, tra i 132 Paesi nei quali Gallup pone ogni anno la stessa domanda, soltanto quattro hanno registrato un valore nominalmente superiore all'attuale 89% degli Stati Uniti: il Libano nel 2024 e il Perù nel 2025, entrambi al 92%, e Ghana e Nigeria nel 2024, entrambi al 90%.

Il divario tra governo e imprese


Gallup misura ogni anno la percezione della corruzione in due ambiti, il governo e le imprese, e di norma i due indicatori tendono a muoversi nella stessa direzione: chi ritiene che la corruzione sia diffusa nel proprio governo tende a considerarla diffusa anche nelle aziende del proprio Paese.

Gli Stati Uniti rappresentano anche in questo caso sempre più un'eccezione. La percezione della corruzione nelle imprese è aumentata anch'essa, di 8 punti, raggiungendo il 71%, ma resta lo stesso ben 18 punti sotto quella relativa al governo: è il divario più ampio mai registrato nella serie storica americana. Tra il 2006 e il 2025, la percezione della corruzione nel governo era stata in media superiore di 11 punti a quella nelle imprese. In vent'anni di rilevazioni, pochi Paesi hanno mostrato uno scarto più ampio di quello oggi registrato negli Stati Uniti.

In un Paese sempre più polarizzato su quasi ogni tema, la corruzione nel governo è così diventata così uno dei rari giudizi sui quali gli elettori dei due principali schieramenti politici tendono paradossalmente a convergere.

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La fiducia dei repubblicani nell'economia crolla ai minimi dell'era Trump


I dati dell'Università del Michigan mostrano un brusco peggioramento tra gli elettori del presidente. Intanto Gallup registra un vantaggio democratico di dieci punti nell'identificazione di partito, il più ampio dal 2008.
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La fiducia dei repubblicani nell'economia americana è crollata negli ultimi 6 mesi a un ritmo che non si vedeva dai tempi della pandemia e che ricorda i crolli registrati durante la grande crisi finanziaria di quasi vent'anni fa. Il dato è anomalo perché, di norma, l'elettorato del partito che occupa la Casa Bianca tende a restare più ottimista sulla situazione, mentre quello dell'opposizione giudica l'economia in modo molto più negativo. Questa volta, invece, a peggiorare nettamente è stato il giudizio degli elettori del presidente in carica.

Secondo l'ultima rilevazione delle University of Michigan Surveys of Consumers, da febbraio l'indice di fiducia dei repubblicani è sceso di 15,1 punti, da 97,1 a 82, mentre quello dei democratici è calato di appena 1,6 punti, da 41,8 a 40,2. L'indice complessivo, che comprende anche gli indipendenti, ad agosto si è fermato a 51,7, il 6% in meno rispetto a luglio e l'11% in meno rispetto a un anno prima. La componente repubblicana è scesa del 19% rispetto ai livelli precedenti al conflitto con l'Iran.

Il valore di 82 è inferiore a qualsiasi altro registrato durante le due presidenze di Donald Trump, con una sola eccezione: dicembre 2020, quando Trump aveva già perso le elezioni ma non aveva ancora lasciato la Casa Bianca. È raro che l'umore degli elettori di uno schieramento rimanga quasi fermo mentre quello dell'altro precipita, perché in genere i due indici tendono a muoversi nella stessa direzione. L'ultimo andamento paragonabile risale alla fine del 2008 e all'inizio del 2009, quando però al peggioramento della crisi economica si aggiunsero l'elezione e l'insediamento di un presidente democratico.

Fiducia dei consumatori
Il crollo della fiducia nell'economia è tutto repubblicano
Focus America
Da febbraio l'indice dell'Università del Michigan ha perso oltre quindici punti tra gli elettori repubblicani e meno di due tra i democratici. Una divergenza così ampia non si vedeva dalla crisi finanziaria del 2008.
Grafica di FocusAmericaSettembre 2026

Indice di fiducia dei consumatori · variazione da febbraio ad agosto 2026

Repubblicani
−15,1punti

Da 97,1 a 82,0. Rispetto ai livelli precedenti al conflitto con l'Iran la componente repubblicana ha perso il 19%.

Democratici
−1,6punti

Da 41,8 a 40,2. Il giudizio dei democratici resta fermo, su valori già molto bassi.

L'indice complessivo, che comprende anche gli indipendenti, ad agosto si è fermato a 51,7: il 6% in meno rispetto a luglio e l'11% in meno rispetto a un anno prima.

La divergenza
Di norma i due elettorati si muovono in parallelo. Stavolta no.
Indice di fiducia per identificazione partitica, febbraio e agosto 2026. Tocca una voce della legenda per isolare una serie.

Tocca i punti per i valori

Il contesto
82 è il valore più basso registrato tra i repubblicani in entrambe le presidenze Trump, con una sola eccezione: dicembre 2020, quando Trump aveva già perso le elezioni ma non aveva ancora lasciato la Casa Bianca.

Fonte: University of Michigan Surveys of Consumers, agosto 2026.

Il giudizio
Anche tra i suoi elettori cala chi vede risultati
Quota di intervistati che ritiene le politiche economiche del presidente abbiano migliorato o peggiorato l'economia. Barra chiara: gennaio. Barra piena: luglio 2026.

Tocca una riga per il dettaglio
Fonte: Pew Research Center, sondaggio condotto dal 6 al 12 luglio 2026 su 3.554 adulti.

Identificazione di partito
Il vantaggio democratico più ampio dal 2008
Quota di americani che si identificano con un partito o vi propendono, inclusi gli indipendenti che dichiarano di sentirsi più vicini a uno dei due schieramenti.

49%Democratici

Repubblicani39%

Democratici e dem-leaningRepubblicani e rep-leaning
Trimestri · 2024-2026 Serie storica · 1991-2026

Trascina sul grafico per esplorare la serie

Il ribaltamento
Nel quarto trimestre del 2024 i repubblicani erano avanti di quattro punti, 47 a 43. In un anno e mezzo il saldo si è rovesciato di quattordici punti. Il massimo storico resta il 2008, quando i democratici arrivarono al 52% e i repubblicani al 40%.

Fonte: Gallup, identificazione di partito con leaning. Medie annuali 1991-2025 e medie trimestrali; il dato 2026 è la media del primo e del secondo trimestre.

Chi si sposta
Tornano indietro i gruppi che nel 2024 avevano scelto Trump
Vantaggio democratico nell'identificazione di partito e nelle intenzioni di voto per le elezioni di novembre.

Elettori più giovani
+16
Nel 2024 i repubblicani erano avanti di un punto: l'unico vantaggio registrato in questa fascia d'età nell'intero decennio.

Elettori ispanici
+9
Punti di crescita del vantaggio democratico rispetto al 2024, quando il gruppo si era spostato verso Trump.

Ispanici · intenzioni di voto
+29
Le intenzioni di voto per novembre mostrano uno spostamento ancora più netto dell'identificazione di partito.

Fonte: Pew Research Center, sondaggio di luglio 2026; elaborazione del New York Times.

La domanda per il 3 novembre
La questione non è più se una parte dell'elettorato repubblicano sia delusa, ma quanti di quegli elettori decideranno di non andare a votare.

< 40%gradimento del presidente,
ormai da mesi

Fonte
University of Michigan Surveys of Consumers (agosto 2026); Pew Research Center (6-12 luglio 2026, n=3.554); Gallup, identificazione di partito con leaning; Axios; New York Times.

I repubblicani non vedono il calo dei prezzi promesso


"Nella grande maggioranza dei casi repubblicani e democratici si muovono più o meno in parallelo", ha spiegato ad Axios Joanne Hsu, direttrice delle rilevazioni dell'Università del Michigan. Adesso non sta accadendo più: "I repubblicani si aspettavano risultati molto positivi dalle politiche dell'Amministrazione", dazi compresi, "ma non hanno visto alcun rallentamento dell'inflazione, né tanto meno" il calo dei prezzi promesso da Trump.

Hsu ha però ricordato che, nonostante la flessione, l'elettorato repubblicano resta molto più ottimista di quello democratico e continua in maggioranza a ritenere che i prezzi della benzina scenderanno una volta terminata la guerra con l'Iran, una convinzione che i democratici non condividono. In un sondaggio del Pew Research Center, condotto dal 6 al 12 luglio su 3.554 adulti, il 41% dei repubblicani e degli indipendenti vicini al partito ha definito l'economia buona o eccellente, otto punti in meno rispetto a gennaio.

Nello stesso periodo, però la quota di repubblicani convinti che le politiche di Trump abbiano peggiorato l'economia è salita dal 18% al 28%, mentre quella di chi ritiene che l'abbiano migliorata è scesa dal 57% al 42%. Il campione complessivo degli americani è ancora più pessimista: il 60% ritiene che la politica economica del presidente abbia peggiorato le condizioni del Paese, contro il 52% di gennaio. Già in agosto l'inflazione e la guerra in Iran pesavano sulle prospettive repubblicane in vista delle elezioni di novembre.

La Casa Bianca respinge però questa lettura. "I dati sui consumi e sulle vendite al dettaglio confermano da mesi che il consumatore americano resta solido, grazie alla comprovata agenda economica del presidente, fatta di tagli fiscali e deregolamentazione", ha dichiarato il portavoce Kush Desai, aggiungendo che, con l'attuazione degli accordi commerciali e degli investimenti annunciati, "gli americani potranno contare su ulteriori progressi".

Gallup registra il divario più ampio dal 2008


Nel frattempo è aumentata in modo significativo anche la quota di americani che si dichiarano democratici o che, pur definendosi indipendenti, si sentono più vicini al Partito Democratico. Secondo Gallup, oggi il 49% si colloca in quest'area, contro il 39% che si identifica con i repubblicani o propende per loro: si tratta di un vantaggio di 10 punti, il più ampio dal 2008. Ancora nel 2024, sulla stessa misura, erano i repubblicani a essere leggermente avanti. Il divario attuale supera di molto i recenti vantaggi repubblicani e ricorda piuttosto quello del 2020, l'anno della vittoria di Joe Biden e delle risicate maggioranze democratiche alla Camera e al Senato.

"Quando nel Paese le cose vanno bene, l'identificazione di partito si sposta verso chi governa. Quando vanno male, come adesso, con un presidente repubblicano impopolare e un'opinione pubblica insoddisfatta della direzione del Paese, la gente si allontana da chi è al potere", ha spiegato al New York Times Jeffrey Jones, senior editor di Gallup.

È il meccanismo che i politologi definiscono opinione pubblica "termostatica": gli orientamenti collettivi tendono a correggersi quando gli elettori percepiscono che il Paese si sia spinto troppo in una direzione, così come un termostato accende il riscaldamento quando la temperatura scende. "Quello che vediamo ora somiglia alla fine dell'Amministrazione di George W. Bush, quando era piuttosto impopolare", ha aggiunto Jones. "I democratici avevano un grande vantaggio nell'identificazione di partito, che poi precedette le elezioni del 2006 e del 2008, entrambe grandi vittorie democratiche".

I massimi degli ultimi 35 anni restano proprio quelli del 2006 e del 2008, quando il 52% degli americani si identificava con i democratici o propendeva per loro. Il dato di questo trimestre è invece più vicino a quello dell'ultimo trimestre della campagna per le elezioni di metà mandato del 2018, quando quasi il 49% degli americani si collocava nell'area democratica e il partito conquistò più di 40 seggi alla Camera.

L'identificazione con un partito, però, non si traduce automaticamente in voti. Gli indipendenti, compresi quelli che dichiarano di sentirsi più vicini a uno dei due schieramenti, tendono infatti a seguire meno la politica e a partecipare meno alle elezioni. Con il gradimento del presidente sotto il 40% ormai da mesi, l'inflazione ancora elevata e la guerra con l'Iran senza una conclusione in vista, la questione non è più se una parte dell'elettorato repubblicano sia delusa, ma quanti di quegli elettori decideranno di non andare a votare il 3 novembre.

Secondo il New York Times, i dati del sondaggio del Pew Research Center citato in precedenza mostrano, però, anche che il recupero dei democratici è trainato proprio da alcuni di quei gruppi demografici che nel 2024 si erano spostati verso Trump: elettori ispanici, giovani uomini e giovani donne. Due anni fa, tra gli elettori più giovani, i repubblicani erano avanti di un punto, l'unico vantaggio registrato in questa fascia d'età nell'intero decennio. Oggi, nello stesso gruppo, i democratici avrebbero invece un margine di 16 punti. Tra gli elettori ispanici, il vantaggio democratico sarebbe cresciuto di 9 punti.

Le intenzioni di voto per novembre, che misurano qualcosa di diverso dall'identificazione partitica, mostrano uno spostamento ancora più netto: nel sondaggio di luglio del Pew, i democratici risultano avanti di 29 punti tra gli elettori ispanici.


L'inflazione e la guerra in Iran pesano sulle midterm di Trump


A due mesi dalle elezioni di metà mandato, l'economia americana è sempre più sotto pressione e le politiche di Donald Trump contribuiscono alle difficoltà. Il presidente e i repubblicani avevano conquistato Washington nel 2024 promettendo di sconfiggere l'inflazione e tagliare la spesa pubblica, ma la guerra commerciale, il conflitto con l'Iran e un debito che ha superato i 40.000 miliardi di dollari hanno prolungato o aggravato i problemi economici proprio per molte delle famiglie che avevano promesso di aiutare. I sondaggi, scrive il New York Times, indicano una crescente insofferenza degli elettori verso gli appelli alla pazienza e le midterm si avviano a diventare un referendum sulla credibilità economica del presidente.

L'indice PCE, la misura dell'inflazione seguita con maggiore attenzione dalla Federal Reserve, ha mostrato mercoledì che a luglio i prezzi sono aumentati del 3,7% rispetto a un anno prima, lo stesso ritmo di giugno e ben al di sopra dell'obiettivo del 2%. Al netto di energia e alimentari, l'aumento è stato del 3,3%. Olu Sonola, responsabile dell'economia americana per Fitch Ratings, ha descritto al New York Times la dinamica dei prezzi come "un logoramento fatto di mille piccoli tagli": un accumulo di fattori, dalla guerra ai dazi, che ha alimentato l'inflazione e peggiorato le aspettative dei consumatori.

"Questo stillicidio, settimana dopo settimana, mese dopo mese, ha un impatto diretto per le famiglie", ha spiegato, anche se l'economia continua a crescere, la manifattura è in ripresa e il mercato del lavoro tiene, grazie all'ondata di investimenti nell'intelligenza artificiale che ha portato i mercati a nuovi record. Sarah House, economista senior di Wells Fargo, prevede che l'inflazione chiuda l'anno intorno al 3,5%, ben oltre le attese di inizio 2026: "C'è un divario enorme tra quello che i consumatori incassano e la velocità con cui il denaro esce dalle loro tasche".

Midterm 2026 · Economia e difesa

A due mesi dal voto, la presidenza di Trump presenta il conto su tre fronti

I dazi costano in media 1.100 dollari all’anno a ogni famiglia, il debito federale ha superato i 40.000 miliardi e la guerra con l’Iran ha consumato quasi due terzi degli intercettori Patriot. Le elezioni di metà mandato si avviano a diventare un referendum sulla credibilità economica del presidente.

Grafica di FocusAmerica 30 agosto 2026

Indice PCE, variazione sui dodici mesi · luglio 2026

3,7%
L’inflazione che la Federal Reserve guarda con più attenzione è ferma sul ritmo di giugno. Al netto di energia e alimentari l’aumento è del 3,3%.

Obiettivo Fed 2%

Entro l’obiettivo della Fed +1,7 punti oltre l’obiettivo

Sarah House, economista senior di Wells Fargo, prevede che l’anno si chiuda intorno al 3,5%: «C’è un divario enorme tra quello che i consumatori incassano e la velocità con cui il denaro esce dalle loro tasche».

1Le famiglie 2Il debito 3L’arsenale

Il conto delle famiglie

I dazi in vigore valgono 1.100 dollari all’anno per famiglia


Stima dello Yale Budget Lab sull’insieme delle tariffe applicate ad agosto 2026. I dazi sono imposte sulle importazioni: una parte del costo si trasferisce sui consumatori.

Costo annuo per famiglia
Tariffe già in vigore circa 1.070 $
Nuove misure sul Canada circa 30 $
Totale 1.100 $

Interrogato sui possibili aumenti dei prezzi, Trump ha sostenuto che i dazi contro il Canada saranno «molto buoni per noi».

Alla pompa di benzina, media nazionale AAA

Agosto 2025 circa 3,09 $

Agosto 2026 4,09 $

Prezzo al gallone. Agosto si avvia a diventare il mese più caro di sempre: la benzina resta sopra i 4 dollari da quando, a luglio, gli scontri sono ripresi nello Stretto di Hormuz.

Il prossimo colpo Dal 1° gennaio 2027 auto, camion, componenti e acciaio canadesi saranno tassati al 50%. Il primo ministro Mark Carney ha già annunciato misure di ritorsione.

Il debito

Due anni dopo la promessa di austerità, il debito ha superato i 40.000 miliardi


Il debito federale vale ormai più del prodotto annuo del Paese: le tensioni sul mercato obbligazionario rendono più costosi mutui e prestiti.

40.000 miliardi di dollari

Il Congresso a guida repubblicana ha respinto più volte i tagli più profondi chiesti dal presidente, che ha ottenuto invece un aumento delle spese militari e un pacchetto di tagli alle tasse da migliaia di miliardi di dollari.

Quanto pesa il riacquisto di titoli annunciato dal Tesoro

L’intera barra è il debito federale: 40.000 miliardi di dollari.

4 miliardi: questa linea

La stessa barra ingrandita mille volte

L’intervento del Segretario al Tesoro Scott Bessent, di almeno 4 miliardi di dollari per operazione e dagli effetti temporanei, copre lo 0,01% del debito. Il piano di «consolidamento fiscale» promesso resta senza dettagli.

Jessica Riedl, Brookings Institution «Sono tutte chiacchiere. I repubblicani dicono sempre: dateci il controllo del governo e taglieremo la spesa. Ce l’hanno e non hanno più scuse».

L’arsenale

La guerra con l’Iran ha consumato quasi due terzi degli intercettori Patriot


Ogni sagoma rappresenta l’1% delle scorte americane di intercettori Patriot. In rosso la quota consumata dal conflitto, secondo una stima del CSIS.

Consumati: 65% delle scorte Rimasti: 35%

Che cosa hanno lanciato gli Stati Uniti entro metà luglio

Intercettori Patriot1.700

Intercettori THAADoltre 200

Missili lanciati dalle navi150

Che cosa ha lanciato l’Iran

Missili balisticioltre 1.500

Droni di grandi dimensionicirca 6.000

Le barre sono in scala tra loro. Ricostituire le munizioni prelevate dalle scorte americane in Giappone, Corea del Sud e Germania potrebbe richiedere anni.

Le conseguenze fuori dal Golfo In Europa le scorte di intercettori PAC-3 e di missili ATACMS sono giudicate oltre il livello critico. Nel breve periodo Washington potrebbe non essere in grado di eseguire integralmente i piani per la difesa di Taiwan. La Casa Bianca respinge questa ricostruzione: secondo la portavoce Anna Kelly le scorte sono «più che sufficienti».

Fonte: New York Times e Wall Street Journal; Bureau of Economic Analysis (indice PCE, luglio 2026); Yale Budget Lab; AAA; CSIS. Dati aggiornati al 30 agosto 2026.

Dazi, benzina e debito


Uno di questi shock è arrivato sabato 22 agosto, quando Trump ha imposto nuovi dazi su una parte delle importazioni dal Canada, per poi annunciare due giorni dopo che dal 1° gennaio 2027 auto, camion, componenti e acciaio canadesi saranno tassati al 50%. Il primo ministro Mark Carney ha risposto con misure di ritorsione, riaprendo una disputa che ricorda i giorni più frenetici dell'inizio della guerra commerciale.

I dazi sono a tutti gli effetti imposte sulle importazioni e una parte dei loro costi si trasferisce sui consumatori: lo Yale Budget Lab, un centro di ricerca indipendente, ha stimato questo mese che l'insieme delle tariffe in vigore costerà alle famiglie in media circa 1.100 dollari all'anno, una trentina dei quali imputabili alle nuove misure sul Canada. Interrogato sui possibili aumenti dei prezzi, Trump ha sostenuto che i dazi contro il Canada saranno "molto buoni per noi".

Intanto, la guerra con l'Iran, cominciata il 28 febbraio con l'operazione Epic Fury, non si è mai davvero conclusa. Dopo il cessate il fuoco di maggio, a luglio gli scontri sono ripresi nello Stretto di Hormuz e la benzina resta sopra i 4 dollari al gallone: venerdì la media nazionale era di 4,09 dollari secondo AAA, circa un dollaro in più rispetto a un anno prima, mentre agosto si avvia a diventare il mese più caro di sempre alla pompa di benzina. Lo shock energetico ha fatto salire anche il prezzo del diesel e del carburante per aerei, aumentando i costi dei trasporti e dei viaggi.

Le spese per l'intervento militare hanno inoltre contribuito alla crescita del debito federale, ormai superiore a 40.000 miliardi di dollari e al prodotto annuo del Paese, alimentando le tensioni sul mercato obbligazionario e rendendo più costosi mutui e prestiti. Il superamento della soglia dei 40.000 miliardi mostra anche quanto poco Trump e i repubblicani siano riusciti a ridurre la spesa, nonostante l'austerità promessa due anni fa. "Sono tutte chiacchiere", ha detto Jessica Riedl, esperta di bilancio della Brookings Institution ed ex collaboratrice di un senatore repubblicano.

"I repubblicani dicono sempre: 'Dateci il controllo del governo e taglieremo la spesa'. Ce l'hanno e non hanno più scuse". Il Congresso a guida repubblicana ha respinto più volte i tagli più profondi proposti dal presidente, che dal canto suo ha chiesto un aumento delle spese militari e ottenuto l'anno scorso un pacchetto di tagli alle tasse da migliaia di miliardi di dollari. Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato questo mese un raro intervento di riacquisto di titoli di Stato, portato ad almeno 4 miliardi di dollari per operazione e dagli effetti temporanei, e ha promesso un piano di "consolidamento fiscale" senza fornire dettagli.

La Fed, intanto, continua a resistere alle pressioni per ridurre i tassi. "Dobbiamo essere sicuri che l'inflazione di fondo si stia muovendo verso il nostro obiettivo, in modo chiaro e a una velocità sufficiente", ha detto venerdì a Jackson Hole il nuovo presidente Kevin Warsh. "Altrimenti abbiamo ancora del lavoro da fare". I mercati hanno interpretato il discorso come un'apertura a un rialzo dei tassi già a settembre. Trump chiede invece tagli rapidi e ha accusato il consiglio della banca centrale di fare politica: "Quando annunciamo buoni numeri, cosa che facciamo di continuo, loro continuano ad alzare i tassi perché hanno tanta paura dell'inflazione. E non dovrebbero".

La guerra in Iran svuota gli arsenali


Gli Stati Uniti hanno trasferito in Medio Oriente una quantità di munizioni tale da alimentare, tra i pianificatori militari americani, il timore che la capacità di deterrenza nei confronti di Cina e Russia si sia sensibilmente indebolita. Lo ha rivelato il Wall Street Journal, citando funzionari statunitensi. Entro metà luglio, gli Stati Uniti avevano impiegato circa 1.700 intercettori Patriot e più di 200 intercettori THAAD, mentre le navi della Marina avevano lanciato altri 150 missili per contrastare oltre 1.500 missili balistici e circa 6.000 droni di grandi dimensioni lanciati dall’Iran. Secondo una stima del CSIS, il conflitto avrebbe consumato circa il 65% delle scorte americane di intercettori Patriot.

Le conseguenze si fanno sentire anche fuori dal Medio Oriente. In Europa, le scorte di intercettori Patriot PAC-3 e di missili terra-terra ATACMS sono giudicate “oltre il livello critico”, mentre missili di precisione, razzi guidati, intercettori THAAD e sistemi antidrone Merops sono stati trasferiti verso il Golfo. Ricostituire le munizioni prelevate anche dalle disponibilità americane in Giappone, Corea del Sud e Germania potrebbe richiedere anni.

Il Comando europeo degli Stati Uniti è stato così costretto a rivedere alcuni dei propri piani operativi. Parallelamente, secondo funzionari dell’Amministrazione, nel breve periodo Washington potrebbe non essere in grado di eseguire integralmente i piani previsti per la difesa di Taiwan in caso di un’invasione cinese. Il senatore repubblicano Roger Wicker ha inoltre avvertito che la revisione della presenza militare statunitense in Europa, attualmente in corso al Pentagono, “deve tenere conto di un Putin ferito che reagisce”.

La Casa Bianca respinge però questa ricostruzione. “L’esercito degli Stati Uniti ha munizioni e scorte più che sufficienti per raggiungere tutti gli obiettivi strategici del presidente Trump e anche oltre, e l’operazione Epic Fury ha mostrato cosa succede quando ci si mette contro gli Stati Uniti”, ha dichiarato la portavoce Anna Kelly. Anche il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha definito “false” le notizie sulle carenze, accusando i media di incoraggiare i nemici degli Stati Uniti.

Il colonnello Martin O’Donnell, portavoce del comando militare della NATO, ha assicurato a sua volta che l’Alleanza Atlantica “ha abbastanza munizioni per la difesa aerea, compresi i missili Patriot, per difendersi” e continuare a rifornire l’Ucraina. O’Donnell non è però entrato nel merito della consistenza delle scorte statunitensi.

Trump ha sospeso gli attacchi contro l’Iran alla fine di luglio, mentre cresceva il dibattito sull’esaurimento delle munizioni, e punta ora soprattutto sulla pressione economica. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha sostenuto che il nuovo approccio dovrebbe evitare, almeno nel breve periodo, un ritorno a combattimenti su larga scala.

Funzionari arabi ed ex funzionari americani avvertono tuttavia che sanzioni particolarmente punitive potrebbero spingere Teheran a reagire colpendo le infrastrutture del Golfo. “L’Iran ha ancora una forte capacità d’azione”, ha detto al Wall Street Journal Daniel Shapiro, ex funzionario del Pentagono durante l’amministrazione Biden e oggi senior fellow dell’Atlantic Council. Teheran, ha aggiunto, dispone ancora degli strumenti per “infliggere danni a noi e all’economia globale” e il loro impiego comporterebbe “probabilmente azioni militari alle quali gli Stati Uniti dovrebbero quasi certamente rispondere”.


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L'Economist: la sinistra americana è passata dall'identità alla classe


Secondo un'analisi dell'Economist il Woke 1 era costruito sull'identità, il Woke 2 sulla classe sociale. Dalla Georgia all'Alaska i democratici ora chiedono salari più alti e prezzi più bassi.

La sinistra americana ha smesso di parlare soprattutto di etnia e genere e ha cominciato a parlare di soldi. È la tesi di un'analisi pubblicata sull'Economist, che colloca la svolta tra il secondo discorso di insediamento di Donald Trump, a gennaio 2025, e il primo insediamento di Zohran Mamdani da sindaco di New York, a gennaio 2026. Negli Stati Uniti i due periodi iniziano a essere chiamati Woke 1 e Woke 2. Il primo era costruito sull'identità, il secondo sulla classe sociale.

L'amministrazione Mamdani, appena nata, è per ora un regalo ai lettori conservatori del tabloid cittadino, il New York Post, che passa in rassegna gli stili di vita privilegiati di alcuni compagni di strada del sindaco nei Democratic Socialists of America (DSA), l'organizzazione socialista che ha lanciato la sua candidatura. Il mese scorso il giornale ha raccontato che Gustavo Gordillo, co-presidente della sezione cittadina del DSA, vive in una casa a schiera da 1,5 milioni di dollari comprata dai genitori milionari attraverso una società di comodo, con tanto di giardino curato, mentre l'organizzazione si scaglia contro la proprietà immobiliare. Il Post ha poi aggiunto che Gordillo ha studiato arte e letteratura a Yale, che è stato licenziato da un programma di apprendistato del sindacato degli elettricisti per non essersi presentato e che sua madre guida una Porsche argentata.

Nel mirino dello stesso giornale sono finite altre figure della sinistra americana. Tracy Rosenthal, che chiede l'abolizione dell'affitto, è figlia di un produttore musicale di successo. Grace Ryan, presentata come "una ereditiera del cioccolato di 25 anni dall'Ohio", è stata definita dal Post una delle militanti "più spudorate" del DSA per le foto pubblicate sui social, con un sigaro in mano su una barca e un maglione Ralph Lauren da 400 dollari a stelle e strisce. Ryan, che durante le primarie ha lavorato per un candidato di sinistra poi eletto al Congresso, si è difesa su X scrivendo: "Ma non avete mai sentito parlare di noblesse oblige?".

Il gioco è antico quanto il socialismo. Karl Marx dipendeva da Friedrich Engels per le idee sul comunismo e per la fortuna che Engels aveva costruito nel tessile. Da allora i ricchi finanziano la sinistra e la destra li prende in giro per questo. Il socialismo ha sempre avuto per una parte della borghesia il fascino della trasgressione e i socialisti più rigorosi hanno considerato questo il suo punto debole. "La peggiore pubblicità per il socialismo sono i suoi stessi aderenti", scriveva George Orwell in "La strada di Wigan Pier", descrivendo il socialista tipico come un giovane snob bolscevico oppure come un ometto perbene con un lavoro d'ufficio, con tendenze vegetariane e soprattutto con una posizione sociale che non ha alcuna intenzione di perdere.

La battuta di Ryan sul noblesse oblige contiene però un argomento serio, secondo l'Economist. Il fatto che una ereditiera non vivrà mai come la gente comune non è una buona ragione per impedirle di provare ad aiutarla e resta comunque preferibile all'alternativa, cioè una ereditiera indifferente alle difficoltà degli americani meno fortunati, quando non interessata a sfruttarle.

La distinzione tra le due stagioni resta sfumata, perché pochi democratici hanno rinnegato in modo esplicito le posizioni radicali che avevano abbracciato. Alcuni hanno liquidato gli eccessi passati con una battuta, come la deputata Alexandria Ocasio-Cortez quando ha citato un altro democratico che diceva "Woke 1 era una follia!" e poi ci ha riso sopra. Altri hanno provato a ridefinire gli slogan, sostenendo che "definanziare la polizia" non significava togliere i fondi alla polizia. Altri ancora non hanno fatto un passo indietro e solo il tempo dirà se sono un'avanguardia o gli ultimi rimasti.

Le cause della prima stagione sono molte e si sovrappongono: le idee illiberali passate dalle università ai social, l'ascesa di Trump, il movimento #MeToo e la morte di George Floyd sotto il ginocchio di un poliziotto nel 2020. Il risultato è stato concentrare la sinistra su razzismo e discriminazione di genere, fino a far coincidere l'identità con il destino: la persona bianca più povera aveva privilegi negati alla persona nera più ricca. Il movimento per la giustizia sociale era nato attorno all'operato della polizia ma in pratica si è concentrato su questioni che riguardavano l'élite multietnica del Paese, come le ammissioni preferenziali nelle università migliori. Per gli impiegati con un lavoro d'ufficio denunciare i vantaggi legati all'etnia era un modo per mostrarsi illuminati, così come disprezzare gli elettori del presidente. Un marxista vi avrebbe visto un classico tentativo di dividere la classe lavoratrice, mentre i dirigenti democratici hanno abbracciato quella politica divisiva.

La sconfitta di Kamala Harris nel 2024 ha cambiato il quadro, perché Trump ha mostrato un sostegno crescente tra gli elettori non bianchi delle classi popolari. Il presidente ha poi smantellato i programmi di diversità e inclusione, mentre la Corte Suprema ha bocciato le ammissioni universitarie basate sull'etnia. Gli attivisti democratici hanno spostato l'indignazione dalle ingiustizie americane a quelle di Gaza. Soprattutto ha pesato la vittoria di Mamdani, ottenuta con un messaggio inclusivo sul rendere la vita più accessibile, la stessa strada seguita dai candidati democratici moderati alla carica di governatore in Virginia e New Jersey.

Progressisti e moderati continuano a scontrarsi ma le loro agende ora si sovrappongono su chi fatica ad arrivare alla fine del mese. Dalla Georgia all'Alaska i democratici sono tutti populisti in economia e chiedono salari più alti, prezzi più bassi e una sanità più accessibile. Vittime e cattivi non si distinguono più per il colore della pelle ma per il contenuto del conto in banca. I miliardari sono i colpevoli e, nella definizione ampia usata in tutto il campo democratico, chiunque lavori per pagare le bollette appartiene alla classe lavoratrice.

Tutto questo può non bastare a far rinascere il Partito Democratico e nemmeno a migliorare la condizione degli americani in difficoltà. Se invece funzionasse, conclude l'Economist, il partito dovrà ringraziare anche qualche giovane snob bolscevico per avergli ricordato le cose per cui un tempo si batteva.


In Nevada la sinistra democratica perde le sfide principali ma vince i seggi rimasti liberi


La sinistra del Partito Democratico ha ottenuto quest'anno importanti vittorie a New York, in New Jersey e a Washington, ma non è riuscita a replicarle in Nevada. Nelle primarie democratiche dello Stato molti candidati progressisti, spesso alla prima esperienza elettorale e con risorse economiche decisamente inferiori a quelle degli avversari, sono stati sconfitti nelle corse principali. I risultati migliori sono arrivati nei collegi e nelle cariche senza un uscente in cerca di rielezione, come ha ricostruito il Nevada Independent.

La sconfitta più netta è arrivata nella primaria per la carica di governatore, dove Alexis Hill, commissaria della contea di Washoe, ha perso di 40 punti contro il procuratore generale dello Stato Aaron Ford. Hill non si definisce progressista, ma aveva fatto proprie alcune proposte della sinistra del partito, tra cui asili nido gratuiti per tutti e una riforma del sistema fiscale, ottenendo l'appoggio della Progressive Leadership Alliance of Nevada (PLAN), la coalizione dei gruppi progressisti dello Stato. Sono stati sconfitti anche i candidati di sinistra che avevano sfidato i tre deputati democratici del Nevada alla Camera.

Chris Giunchigliani, ex commissaria della contea di Clark e seconda classificata nelle primarie democratiche per il governatore del 2018, ha spiegato al Nevada Independent che a Hill sono mancati soprattutto i finanziatori e la notorietà necessari per vincere. La sua campagna, ha aggiunto, è comunque servita a "costringere a discutere di valori progressisti" e a coinvolgere "persone nuove che non avevano mai davvero partecipato alla politica di partito".

Il quadro è stato però molto diverso nelle corse senza un candidato uscente in corsa per al rielezione. I candidati sostenuti dalla sinistra hanno conquistato quattro primarie per l'Assemblea statale, la camera bassa del Parlamento del Nevada. Hanno vinto lo sviluppatore di software Alex Pereszlenyi nel distretto 29, sostenitore di un sistema sanitario pubblico universale; la delegata sindacale Alexis Esparza nel distretto 1; l'insegnante di sostegno Kamilah Bywaters nel distretto 2; e l'ex attivista ambientalista Vinny Spotleson nel distretto 41. Tutti erano appoggiati dal PLAN, che per alcuni rappresentava il principale sostegno politico organizzato, mentre i loro avversari potevano contare sull'appoggio di esponenti già eletti e di organizzazioni sindacali.

Pereszlenyi attribuisce la propria vittoria soprattutto alla campagna porta a porta. Racconta che con gli elettori si è parlato molto più delle difficoltà quotidiane che di appartenenza ideologica, anche se uno dei suoi messaggi ricorrenti era che "non possiamo investire nella nostra comunità senza aumentare le entrate e senza far pagare alle aziende la loro giusta quota". Secondo Pereszlenyi, questo approccio gli ha permesso di compensare sia lo svantaggio nella raccolta fondi sia i più solidi legami sindacali degli avversari moderati. Tra i temi citati più spesso dagli elettori durante la campagna figuravano il costo della vita, la lotta all'Amministrazione del presidente Donald Trump e contro l'espansione dei data center.

Un altro successo è arrivato nella primarie per un seggio nella Commissione della contea di Clark, che amministra il territorio in cui si trova Las Vegas. Minja Yan ha vinto una competizione molto affollata, battendo tra gli altri Minddie Lloyd, ex repubblicana che aveva raccolto tre volte più fondi di lei e aveva ottenuto l'appoggio di due commissari uscenti. Nel video con cui aveva lanciato la candidatura, Yan prometteva di voler "sfidare lo status quo" e denunciava "l'influenza dei grandi soldi in politica". Durante la campagna elettorale, ha raccontato di avere incontrato molti elettori che chiedevano "qualcuno di nuovo". Diversi candidati ritengono inoltre di avere tratto vantaggio dall'impegno a non accettare contributi da aziende e PAC, i comitati che raccolgono e spendono denaro per le campagne elettorali.

Primarie democratiche

La sinistra democratica vince in Nevada solo dove non c’è un uscente


Nelle primarie del 9 giugno i candidati sostenuti dalla sinistra hanno conquistato cinque seggi su sei là dove nessuno era già in carica. Nelle cinque sfide a un uscente non ne hanno vinta nemmeno una.

Grafica di FocusAmerica Undici primarie democratiche, dall’Assemblea del Nevada alla Camera

La linea che divide i risultati

Seggi senza uscente
5 su 6
Corse vinte dai candidati della sinistra dove nessuno difendeva la propria carica: quattro seggi dell’Assemblea e uno nella commissione della contea di Clark.

Sfide a un uscente
0 su 5
Corse vinte contro chi era già in carica: nessuna, dall’Assemblea statale alla Camera dei rappresentanti.

Nessun momento Mamdani in Nevada: la sinistra passa quando il seggio è libero, si ferma quando deve rimuovere qualcuno.

Il tabellone

Undici corse, una regola sola


Quota di voto del candidato sostenuto dalla sinistra (in blu), del suo principale avversario (in grigio) e degli altri concorrenti. Tocca una riga per il dettaglio.


Senza uscente: Alexis Esparza (Assemblea 1) 44%, Kamilah Bywaters (Assemblea 2) 59%, Alex Pereszlenyi (Assemblea 29) 38%, Vinny Spotleson (Assemblea 41) 43% e Minja Yan (commissione della contea di Clark, distretto F) 38% hanno vinto; Maria Teresa Hank (Assemblea 9) si è fermata al 41%. Contro un uscente: Christian Solomon 43%, Shaun Navarro 40%, Val Thomason 37%, James Lally 20% e Joy Hoover 13% hanno perso tutti.

La corsa statale

Nella primaria per governatore il divario è stato di quasi quaranta punti

Aaron Ford procuratore generale63%

118.825 voti

Alexis Hill commissaria di Washoe24%

44.842 voti

39 punti di scarto
Hill aveva l’appoggio di PLAN, la coalizione progressista dello Stato. Le sono mancati finanziatori e notorietà.

I soldi

Il denaro pesa, ma non decide da solo


Rapporto tra i fondi raccolti dal candidato della sinistra e quelli del suo avversario nelle due corse per la commissione della contea di Clark.

L’elettorato

Come si definiscono i democratici del Nevada


Quota di elettori delle primarie democratiche dello Stato per autocollocazione politica.

Nel 2024 il Nevada ha votato per il candidato repubblicano alla presidenza per la prima volta in vent’anni. La componente più numerosa dell’elettorato registrato dello Stato non dichiara alcuna affiliazione di partito.

«I seggi liberi sono più facili da vincere che far fuori un uscente»

Maggie Carlton, ex deputata dell’Assemblea del Nevada, al Nevada Independent

Fonte: risultati ufficiali delle primarie del 9 giugno 2026, Segretario di Stato del Nevada, e The Nevada Independent. Dati sull’elettorato: Third Way, 2026. Quote di voto arrotondate all’unità.

Il peso dei candidati uscenti e dell'establishment


In molte altre competizioni locali, però, la sinistra è stata sconfitta. Maria Teresa Hank, assistente di volo sostenuta dal PLAN, ha perso nel distretto 9 dell'Assemblea contro Ryan Hampton, attivista impegnato nel campo del recupero dalle dipendenze. Due membri dei Democratic Socialists of America (DSA), l'organizzazione socialista statunitense, hanno cercato senza successo di spodestare due deputate uscenti: Shaun Navarro è stato battuto da Hanadi Nadeem e Val Thomason ha perso contro Venise Karris per la seconda tornata elettorale consecutiva. Christian Solomon ha invece ottenuto il 43% contro Jim Gibson, commissario della contea di Clark eletto per la prima volta nel 2018, pur avendo raccolto soltanto un decimo dei fondi del suo avversario.

Navarro, presidente della sezione di Las Vegas dei DSA, ha detto al Nevada Independent che "la politica del Nevada è piuttosto rigida" e che il problema, non solo per la sua organizzazione ma per i progressisti in generale, è la mancanza di una solida infrastruttura politica. La lezione, secondo lui, è concentrare le risorse limitate su una sola competizione alla volta.

Anche nelle primarie per il Congresso i candidati sostenuti dall'establishment hanno vinto quasi ovunque. James Lally, medico che ha autofinanziato la propria campagna, ha ottenuto più del doppio dei voti di qualsiasi altro sfidante della deputata Susie Lee, ma è stato comunque sconfitto con un margine molto ampio. Il milionario Greg Kidd, che si presentava come un outsider e aveva adottato diverse parole d'ordine progressiste, è rimasto molto distante da Teresa Benitez-Thompson, ex capogruppo della maggioranza all'Assemblea statale e sostenuta dal PLAN. Gli sfidanti della deputata Dina Titus sono stati battuti con margini ancora più ampi.

Maggie Carlton, ex deputata dell'Assemblea ed ex iscritta alla Culinary Union, il potente sindacato dei lavoratori della ristorazione e dell'industria alberghiera di Las Vegas, ritiene che i progressisti potranno vincere soltanto costruendo alleanze più ampie, in particolare con i sindacati e con gli esponenti democratici già in carica. "I seggi liberi sono più facili da vincere che far fuori un uscente", ha spiegato al Nevada Independent, aggiungendo che in alcuni casi può essere più efficace collaborare con chi occupa già una carica e prepararsi a subentrargli quando si ritirerà.

Un Partito Democratico ancora dominato dalla "Reid Machine"


Nel 2024 il Nevada ha votato per il candidato repubblicano alla presidenza per la prima volta in vent'anni e da allora i democratici non hanno fatto altro che discutere su come ricostruire la propria coalizione. I moderati sostengono che negli Stati in bilico la strategia più efficace sia puntare su candidati centristi, concentrati soprattutto sull'economia anziché sull'immigrazione e sui diritti civili. I progressisti condividono la centralità attribuita ai problemi economici, ma propongono soluzioni molto diverse.

In Nevada, però, gran parte del potere interno al partito rimane nelle mani della cosiddetta "Reid Machine", ovvero la rete politica costruita attorno all'ex leader democratico del Senato Harry Reid e che da anni esercita una forte influenza sul Partito Democratico del Nevada. I progressisti hanno già cercato in passato di contendere a questa struttura il controllo del partito, ma senza riuscirci.

Gli elettori di Las Vegas e del Nevada sono mediamente più moderati di quelli di altre grandi città e di alcuni altri Stati in bilico, secondo gli studi citati dal Nevada Independent. La componente più numerosa dell'elettorato registrato è costituita dagli indipendenti: negli Stati Uniti, al momento dell'iscrizione alle liste elettorali, gli elettori possono indicare un'affiliazione partitica, ed in Nevada la quota maggiore di coloro che si registra sceglie di non dichiararne alcuna. Una ricerca del centro studi centrista Third Way ha rilevato che il 54% dei democratici dello Stato si considera moderato o liberal, mentre soltanto il 27% si definisce progressista o socialista.

Non a caso, anche alcune candidate che hanno impostato la campagna su toni anti-establishment evitano proprio l'etichetta di "progressista". Hill ha detto di essere "molto onorata" dell'appoggio del PLAN e degli altri gruppi della sinistra, ma di non amare quella definizione, "soprattutto in uno Stato così pieno di indipendenti". Anche Yan ha evitato di descriversi come progressista, limitandosi a dire che le sue proposte si collocano "probabilmente più dal lato progressista". Secondo lei, è arrivato invece il momento che gli eletti si concentrino sul merito delle politiche anziché sui giochi di partito.


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Le sette domande che decideranno le elezioni di metà mandato


A due mesi dal voto i sondaggi mettono i democratici in condizione di riprendersi la Camera e il Senato è vicino al testa a testa. Economia, ridisegno dei collegi e voto ispanico i nodi principali.

A due mesi dal voto di metà mandato i sondaggi indicano che la reazione contro il presidente Donald Trump ha messo i democratici in condizione di riprendersi la Camera, mentre il Senato, considerato fuori portata fino a poco tempo fa, è ormai vicino a un testa a testa. Il fine settimana del Labor Day, la festa del lavoro americana che cade il primo lunedì di settembre, segna per tradizione l'inizio della campagna vera: gli elettori meno interessati cominciano a fare attenzione e il Congresso smette quasi del tutto di legiferare per tornare nei collegi.

Il Playbook di Politico ha raccolto le valutazioni di parlamentari, candidati e strateghi delle due parti per individuare le sette domande che decideranno il voto e le sfide che daranno le prime risposte.

Gli americani dicono che l'economia e il costo della vita sono il loro primo problema, l'inflazione ha eroso i redditi e chi governa rischia di pagarne il conto: è la spiegazione più semplice del quadro attuale ed è anche la più probabile. Gli effetti inflattivi della guerra si sommano ai dazi, alla carenza di case e ai tagli alla rete di protezione sociale, rendendo più difficile arrivare a fine mese. Un cambio di scenario nel conflitto, un'escalation o una tregua, potrebbe diventare la sorpresa di ottobre. I repubblicani sperano di convincere gli elettori con il bilancio dei tagli alle tasse e delle scelte di politica economica, oppure che altri temi diventino più importanti dell'inflazione.

Il collegio da guardare su questo fronte è la Central Valley californiana, dove il deputato repubblicano David Valadao rappresenta il distretto con la più alta quota di beneficiari di Medicaid, il programma pubblico di assistenza sanitaria per le persone a basso reddito, di tutto il Paese. Molti residenti guidano per ore fino a Tijuana, in Messico, per comprare medicine a prezzi più bassi mentre la benzina resta carissima. "Siamo in prima linea su ognuno di questi problemi", ha detto a Politico lo sfidante democratico Randy Villegas.

L'ondata di candidati progressisti e socialisti-democratici ha dominato il dibattito interno ai democratici per tutta l'estate e i repubblicani vogliono tenere vivo il tema fino a novembre, dipingendo l'intera opposizione come estremista, socialista o comunista. Sarà uno dei messaggi centrali della convention repubblicana di questa settimana e serve a trasformare il voto da referendum sul presidente a scelta tra due alternative.

Quasi tutte le vittorie dei candidati insurgenti di sinistra sono arrivate in collegi sicuri per i democratici, con un'eccezione: William Lawrence corre in un seggio in bilico del Michigan. Il deputato repubblicano Tom Barrett ha detto a Politico che la sua strategia è insistere sul passato dello sfidante: "Adesso prova a prendere le distanze, ma non puoi cancellare vent'anni da attivista radicale".

I ridisegni dei collegi voluti dal presidente, senza precedenti per ampiezza, hanno strappato ai repubblicani diversi seggi alla Camera, più di quanti i democratici siano riusciti a recuperarne con le contromosse. Il saldo esatto è ancora incerto perché il contenzioso continua in Missouri, ma la manovra può diventare l'argine decisivo contro l'avanzata democratica.

Dopo la sentenza Callais della Corte Suprema, che ha ridotto le tutele per i collegi disegnati per garantire una rappresentanza alle minoranze, l'affluenza alle primarie indica che gli elettori neri del Sud si stanno mobilitando in massa. Potrebbe bastare a salvare qualche seggio ridisegnato. Il ridisegno dei collegi "non passa inosservato e non resta senza risposta da parte degli elettori del distretto, sia neri sia bianchi", ha detto a Politico il deputato Shomari Figures, che prova a difendere il suo seggio in Alabama. "La gente è stanca di questi giochetti".

L'impopolarità del presidente spingerebbe i candidati repubblicani a prendere le distanze da lui, ma il partito tende a ottenere risultati migliori delle attese e a battere i propri sondaggi quando Trump è protagonista, perché il suo elettorato si mobilita. Lo stratega repubblicano Rob Burgess, amministratore delegato di Connector e veterano di due campagne presidenziali di Trump, consiglia la strada opposta alla prudenza: "Non credo ci sia alcun bisogno di tenere il presidente a distanza di sicurezza", ha detto, suggerendo ai candidati di mettere lui e un programma concreto al centro della campagna. È la stessa linea che il presidente intende seguire con gli spot del suo comitato MAGA Inc.

Il caso opposto è quello di Brian Fitzpatrick, deputato repubblicano della Pennsylvania e raro esempio di eletto che si è costruito un profilo moderato distinto da quello del presidente, formula che gli ha permesso di vincere più volte in un collegio conteso. La domanda è se basterà a tenere repubblicana la contea di Bucks in un anno che si annuncia favorevole ai democratici.

Nel sistema politico sono già entrati più di un miliardo di dollari di grandi donatori, a cui si aggiunge una quantità difficile da quantificare di spesa opaca. I repubblicani aspettano di capire dove e quanto scenderanno in campo due soggetti in particolare: MAGA Inc., il comitato che sostiene il presidente, e America PAC, quello finanziato da Elon Musk.

Il procuratore generale del Texas Ken Paxton è uno dei molti repubblicani che hanno raccolto meno fondi dei rispettivi sfidanti democratici e che dipendono dai super PAC, i comitati che possono raccogliere e spendere somme illimitate purché non coordinate con il candidato. Il sostegno ha iniziato ad arrivare: MAGA Inc. ha annunciato dieci milioni di dollari per la sua corsa, il primo intervento del comitato nella campagna generale, mentre il rivale democratico James Talarico cresce nei sondaggi.

Su nessun capitolo della sua agenda interna il presidente è stato più aggressivo ed efficace che sull'immigrazione. Proprio da lì arriva ora uno dei rischi maggiori per il suo partito. Nonostante un confine meridionale più tranquillo, le espulsioni di massa che vanno ben oltre i criminali violenti hanno prodotto una reazione politica nelle comunità latine, che nel 2024 si erano spostate nettamente a destra. A quella frustrazione si è aggiunta quella per il costo della vita, particolarmente sentita tra gli ispanici. I democratici sperano così di fermare e invertire la crescita repubblicana su tutta la mappa.

La Rio Grande Valley, nel sud del Texas, è la priorità dei democratici per recuperare terreno, ma se lo spostamento fosse profondo potrebbe diventare competitivo anche il ventitreesimo distretto, a maggioranza latina, che si estende tra San Antonio ed El Paso. La candidata democratica Katy Padilla Stout ha detto a Politico di sentire molti elettori pentiti del voto a Trump: "Pensavano che avrebbero avuto benzina e spesa più economiche e che ci saremmo occupati di immigrazione solo per i criminali noti, e invece vediamo bambini rastrellati, donne incinte e persone che non hanno commesso reati violenti".

Basterebbe uno spostamento minimo, o un errore contenuto dei sondaggi a favore dei democratici, perché il partito passi da favorito a dominatore. Se il clima politico migliorasse ancora, i democratici potrebbero allargare la lista dei collegi da attaccare, ma dovrebbero anche decidere come distribuire risorse finanziarie non illimitate.

La mappa del Senato resta favorevole ai repubblicani, eppure i democratici sperano che Adam Hamilton apra una possibilità in Kansas, Stato profondamente conservatore dove il senatore repubblicano Roger Marshall ha già iniziato a fare campagna negativa contro il pastore. Se l'elettorato repubblicano restasse a casa e il presidente continuasse a perdere consensi tra gli indipendenti, un'onda blu potrebbe superare la rigidità partitica di uno Stato che non elegge un senatore democratico dal 1932.


L'inflazione e la guerra in Iran pesano sulle midterm di Trump


A due mesi dalle elezioni di metà mandato, l'economia americana è sempre più sotto pressione e le politiche di Donald Trump contribuiscono alle difficoltà. Il presidente e i repubblicani avevano conquistato Washington nel 2024 promettendo di sconfiggere l'inflazione e tagliare la spesa pubblica, ma la guerra commerciale, il conflitto con l'Iran e un debito che ha superato i 40.000 miliardi di dollari hanno prolungato o aggravato i problemi economici proprio per molte delle famiglie che avevano promesso di aiutare. I sondaggi, scrive il New York Times, indicano una crescente insofferenza degli elettori verso gli appelli alla pazienza e le midterm si avviano a diventare un referendum sulla credibilità economica del presidente.

L'indice PCE, la misura dell'inflazione seguita con maggiore attenzione dalla Federal Reserve, ha mostrato mercoledì che a luglio i prezzi sono aumentati del 3,7% rispetto a un anno prima, lo stesso ritmo di giugno e ben al di sopra dell'obiettivo del 2%. Al netto di energia e alimentari, l'aumento è stato del 3,3%. Olu Sonola, responsabile dell'economia americana per Fitch Ratings, ha descritto al New York Times la dinamica dei prezzi come "un logoramento fatto di mille piccoli tagli": un accumulo di fattori, dalla guerra ai dazi, che ha alimentato l'inflazione e peggiorato le aspettative dei consumatori.

"Questo stillicidio, settimana dopo settimana, mese dopo mese, ha un impatto diretto per le famiglie", ha spiegato, anche se l'economia continua a crescere, la manifattura è in ripresa e il mercato del lavoro tiene, grazie all'ondata di investimenti nell'intelligenza artificiale che ha portato i mercati a nuovi record. Sarah House, economista senior di Wells Fargo, prevede che l'inflazione chiuda l'anno intorno al 3,5%, ben oltre le attese di inizio 2026: "C'è un divario enorme tra quello che i consumatori incassano e la velocità con cui il denaro esce dalle loro tasche".

Midterm 2026 · Economia e difesa

A due mesi dal voto, la presidenza di Trump presenta il conto su tre fronti

I dazi costano in media 1.100 dollari all’anno a ogni famiglia, il debito federale ha superato i 40.000 miliardi e la guerra con l’Iran ha consumato quasi due terzi degli intercettori Patriot. Le elezioni di metà mandato si avviano a diventare un referendum sulla credibilità economica del presidente.

Grafica di FocusAmerica 30 agosto 2026

Indice PCE, variazione sui dodici mesi · luglio 2026

3,7%
L’inflazione che la Federal Reserve guarda con più attenzione è ferma sul ritmo di giugno. Al netto di energia e alimentari l’aumento è del 3,3%.

Obiettivo Fed 2%

Entro l’obiettivo della Fed +1,7 punti oltre l’obiettivo

Sarah House, economista senior di Wells Fargo, prevede che l’anno si chiuda intorno al 3,5%: «C’è un divario enorme tra quello che i consumatori incassano e la velocità con cui il denaro esce dalle loro tasche».

1Le famiglie 2Il debito 3L’arsenale

Il conto delle famiglie

I dazi in vigore valgono 1.100 dollari all’anno per famiglia


Stima dello Yale Budget Lab sull’insieme delle tariffe applicate ad agosto 2026. I dazi sono imposte sulle importazioni: una parte del costo si trasferisce sui consumatori.

Costo annuo per famiglia
Tariffe già in vigore circa 1.070 $
Nuove misure sul Canada circa 30 $
Totale 1.100 $

Interrogato sui possibili aumenti dei prezzi, Trump ha sostenuto che i dazi contro il Canada saranno «molto buoni per noi».

Alla pompa di benzina, media nazionale AAA

Agosto 2025 circa 3,09 $

Agosto 2026 4,09 $

Prezzo al gallone. Agosto si avvia a diventare il mese più caro di sempre: la benzina resta sopra i 4 dollari da quando, a luglio, gli scontri sono ripresi nello Stretto di Hormuz.

Il prossimo colpo Dal 1° gennaio 2027 auto, camion, componenti e acciaio canadesi saranno tassati al 50%. Il primo ministro Mark Carney ha già annunciato misure di ritorsione.

Il debito

Due anni dopo la promessa di austerità, il debito ha superato i 40.000 miliardi


Il debito federale vale ormai più del prodotto annuo del Paese: le tensioni sul mercato obbligazionario rendono più costosi mutui e prestiti.

40.000 miliardi di dollari

Il Congresso a guida repubblicana ha respinto più volte i tagli più profondi chiesti dal presidente, che ha ottenuto invece un aumento delle spese militari e un pacchetto di tagli alle tasse da migliaia di miliardi di dollari.

Quanto pesa il riacquisto di titoli annunciato dal Tesoro

L’intera barra è il debito federale: 40.000 miliardi di dollari.

4 miliardi: questa linea

La stessa barra ingrandita mille volte

L’intervento del Segretario al Tesoro Scott Bessent, di almeno 4 miliardi di dollari per operazione e dagli effetti temporanei, copre lo 0,01% del debito. Il piano di «consolidamento fiscale» promesso resta senza dettagli.

Jessica Riedl, Brookings Institution «Sono tutte chiacchiere. I repubblicani dicono sempre: dateci il controllo del governo e taglieremo la spesa. Ce l’hanno e non hanno più scuse».

L’arsenale

La guerra con l’Iran ha consumato quasi due terzi degli intercettori Patriot


Ogni sagoma rappresenta l’1% delle scorte americane di intercettori Patriot. In rosso la quota consumata dal conflitto, secondo una stima del CSIS.

Consumati: 65% delle scorte Rimasti: 35%

Che cosa hanno lanciato gli Stati Uniti entro metà luglio

Intercettori Patriot1.700

Intercettori THAADoltre 200

Missili lanciati dalle navi150

Che cosa ha lanciato l’Iran

Missili balisticioltre 1.500

Droni di grandi dimensionicirca 6.000

Le barre sono in scala tra loro. Ricostituire le munizioni prelevate dalle scorte americane in Giappone, Corea del Sud e Germania potrebbe richiedere anni.

Le conseguenze fuori dal Golfo In Europa le scorte di intercettori PAC-3 e di missili ATACMS sono giudicate oltre il livello critico. Nel breve periodo Washington potrebbe non essere in grado di eseguire integralmente i piani per la difesa di Taiwan. La Casa Bianca respinge questa ricostruzione: secondo la portavoce Anna Kelly le scorte sono «più che sufficienti».

Fonte: New York Times e Wall Street Journal; Bureau of Economic Analysis (indice PCE, luglio 2026); Yale Budget Lab; AAA; CSIS. Dati aggiornati al 30 agosto 2026.

Dazi, benzina e debito


Uno di questi shock è arrivato sabato 22 agosto, quando Trump ha imposto nuovi dazi su una parte delle importazioni dal Canada, per poi annunciare due giorni dopo che dal 1° gennaio 2027 auto, camion, componenti e acciaio canadesi saranno tassati al 50%. Il primo ministro Mark Carney ha risposto con misure di ritorsione, riaprendo una disputa che ricorda i giorni più frenetici dell'inizio della guerra commerciale.

I dazi sono a tutti gli effetti imposte sulle importazioni e una parte dei loro costi si trasferisce sui consumatori: lo Yale Budget Lab, un centro di ricerca indipendente, ha stimato questo mese che l'insieme delle tariffe in vigore costerà alle famiglie in media circa 1.100 dollari all'anno, una trentina dei quali imputabili alle nuove misure sul Canada. Interrogato sui possibili aumenti dei prezzi, Trump ha sostenuto che i dazi contro il Canada saranno "molto buoni per noi".

Intanto, la guerra con l'Iran, cominciata il 28 febbraio con l'operazione Epic Fury, non si è mai davvero conclusa. Dopo il cessate il fuoco di maggio, a luglio gli scontri sono ripresi nello Stretto di Hormuz e la benzina resta sopra i 4 dollari al gallone: venerdì la media nazionale era di 4,09 dollari secondo AAA, circa un dollaro in più rispetto a un anno prima, mentre agosto si avvia a diventare il mese più caro di sempre alla pompa di benzina. Lo shock energetico ha fatto salire anche il prezzo del diesel e del carburante per aerei, aumentando i costi dei trasporti e dei viaggi.

Le spese per l'intervento militare hanno inoltre contribuito alla crescita del debito federale, ormai superiore a 40.000 miliardi di dollari e al prodotto annuo del Paese, alimentando le tensioni sul mercato obbligazionario e rendendo più costosi mutui e prestiti. Il superamento della soglia dei 40.000 miliardi mostra anche quanto poco Trump e i repubblicani siano riusciti a ridurre la spesa, nonostante l'austerità promessa due anni fa. "Sono tutte chiacchiere", ha detto Jessica Riedl, esperta di bilancio della Brookings Institution ed ex collaboratrice di un senatore repubblicano.

"I repubblicani dicono sempre: 'Dateci il controllo del governo e taglieremo la spesa'. Ce l'hanno e non hanno più scuse". Il Congresso a guida repubblicana ha respinto più volte i tagli più profondi proposti dal presidente, che dal canto suo ha chiesto un aumento delle spese militari e ottenuto l'anno scorso un pacchetto di tagli alle tasse da migliaia di miliardi di dollari. Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato questo mese un raro intervento di riacquisto di titoli di Stato, portato ad almeno 4 miliardi di dollari per operazione e dagli effetti temporanei, e ha promesso un piano di "consolidamento fiscale" senza fornire dettagli.

La Fed, intanto, continua a resistere alle pressioni per ridurre i tassi. "Dobbiamo essere sicuri che l'inflazione di fondo si stia muovendo verso il nostro obiettivo, in modo chiaro e a una velocità sufficiente", ha detto venerdì a Jackson Hole il nuovo presidente Kevin Warsh. "Altrimenti abbiamo ancora del lavoro da fare". I mercati hanno interpretato il discorso come un'apertura a un rialzo dei tassi già a settembre. Trump chiede invece tagli rapidi e ha accusato il consiglio della banca centrale di fare politica: "Quando annunciamo buoni numeri, cosa che facciamo di continuo, loro continuano ad alzare i tassi perché hanno tanta paura dell'inflazione. E non dovrebbero".

La guerra in Iran svuota gli arsenali


Gli Stati Uniti hanno trasferito in Medio Oriente una quantità di munizioni tale da alimentare, tra i pianificatori militari americani, il timore che la capacità di deterrenza nei confronti di Cina e Russia si sia sensibilmente indebolita. Lo ha rivelato il Wall Street Journal, citando funzionari statunitensi. Entro metà luglio, gli Stati Uniti avevano impiegato circa 1.700 intercettori Patriot e più di 200 intercettori THAAD, mentre le navi della Marina avevano lanciato altri 150 missili per contrastare oltre 1.500 missili balistici e circa 6.000 droni di grandi dimensioni lanciati dall’Iran. Secondo una stima del CSIS, il conflitto avrebbe consumato circa il 65% delle scorte americane di intercettori Patriot.

Le conseguenze si fanno sentire anche fuori dal Medio Oriente. In Europa, le scorte di intercettori Patriot PAC-3 e di missili terra-terra ATACMS sono giudicate “oltre il livello critico”, mentre missili di precisione, razzi guidati, intercettori THAAD e sistemi antidrone Merops sono stati trasferiti verso il Golfo. Ricostituire le munizioni prelevate anche dalle disponibilità americane in Giappone, Corea del Sud e Germania potrebbe richiedere anni.

Il Comando europeo degli Stati Uniti è stato così costretto a rivedere alcuni dei propri piani operativi. Parallelamente, secondo funzionari dell’Amministrazione, nel breve periodo Washington potrebbe non essere in grado di eseguire integralmente i piani previsti per la difesa di Taiwan in caso di un’invasione cinese. Il senatore repubblicano Roger Wicker ha inoltre avvertito che la revisione della presenza militare statunitense in Europa, attualmente in corso al Pentagono, “deve tenere conto di un Putin ferito che reagisce”.

La Casa Bianca respinge però questa ricostruzione. “L’esercito degli Stati Uniti ha munizioni e scorte più che sufficienti per raggiungere tutti gli obiettivi strategici del presidente Trump e anche oltre, e l’operazione Epic Fury ha mostrato cosa succede quando ci si mette contro gli Stati Uniti”, ha dichiarato la portavoce Anna Kelly. Anche il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha definito “false” le notizie sulle carenze, accusando i media di incoraggiare i nemici degli Stati Uniti.

Il colonnello Martin O’Donnell, portavoce del comando militare della NATO, ha assicurato a sua volta che l’Alleanza Atlantica “ha abbastanza munizioni per la difesa aerea, compresi i missili Patriot, per difendersi” e continuare a rifornire l’Ucraina. O’Donnell non è però entrato nel merito della consistenza delle scorte statunitensi.

Trump ha sospeso gli attacchi contro l’Iran alla fine di luglio, mentre cresceva il dibattito sull’esaurimento delle munizioni, e punta ora soprattutto sulla pressione economica. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha sostenuto che il nuovo approccio dovrebbe evitare, almeno nel breve periodo, un ritorno a combattimenti su larga scala.

Funzionari arabi ed ex funzionari americani avvertono tuttavia che sanzioni particolarmente punitive potrebbero spingere Teheran a reagire colpendo le infrastrutture del Golfo. “L’Iran ha ancora una forte capacità d’azione”, ha detto al Wall Street Journal Daniel Shapiro, ex funzionario del Pentagono durante l’amministrazione Biden e oggi senior fellow dell’Atlantic Council. Teheran, ha aggiunto, dispone ancora degli strumenti per “infliggere danni a noi e all’economia globale” e il loro impiego comporterebbe “probabilmente azioni militari alle quali gli Stati Uniti dovrebbero quasi certamente rispondere”.


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È uscito il nuovo numero di The Post Internazionale. Da oggi potete acquistare la copia digitale


@Politica interna, europea e internazionale
È uscito il nuovo numero di The Post Internazionale. Il magazine, disponibile già da ora nella versione digitale sulla nostra App, e da domani, venerdì 11 settembre, in tutte le edicole, propone ogni due settimane inchieste e approfondimenti sugli affari e il

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Generative AI is a Faustian bargain. Every use of it weakens you. Maybe you occasionally save a few minutes, but you are diminished for it. With each use you are further from your human potential.
in reply to Ben Lockwood, PhD 🌎

Well big question is what are people who used it supposed to do about this (besides just quit)? Those with mental disorders are VERY easily swayed by it, especially those with OCD, who are VERY drawn towards stupid question answering reassurance machine, to the point it becomes its own addiction (ask me how i know... i still cant fully stop myself...). Do you believe this damage can ever be fixed? How do you "get off" this cycle?
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Hegseth is a propaganda flop. Don’t let Congress throw him a lifeline


Defense Secretary Pete Hegseth is obsessed with controlling the narrative. His censorship and propaganda efforts are myriad: lashing out over photographs of himself he doesn’t like, barring reporters from the Pentagon who don’t sign away their First Amendment rights, forcing suspected leakers to take ineffective polygraph tests, undermining the independence of military newspaper Stars and Stripes, and secretly compensating social media influencers who praise him.

But as Guardian columnist Margaret Sullivan recently noted, Hegseth is failing as a propagandist. The Iran war is deeply unpopular, and his approval numbers are far lower than whatever testosterone level he and his insecurities deem unworthy of military service.

Still, Hegseth’s inability to sell the public on alternative facts doesn’t mean Americans are uniquely resistant to spin. It only means Hegseth can’t control the information ecosystem, no matter how many reporters he bans from news conferences. But that could change if politicians of both parties don’t stop supporting measures that undermine journalists and whistleblowers.

Journalists in the U.S. don’t need government permission to report — for now. But there are some things they do need.

Sources willing to come forward.

News outlets that aren’t vulnerable to reliance on the government. (The attacks on Stars and Stripes and other outlets that get federal funding show the limits of statutory guarantees of independence).

And an open internet where information can travel, notwithstanding private actors’ efforts to censor some corners.

When these conditions exist, journalists who turn in their press passes rather than sign loyalty pledges can find scoops in plenty of other ways, most of which would be far more difficult, if not impossible, absent the independent media and open internet.

Hegseth can’t sell the public on alternative facts because he can’t control the information ecosystem.

Officials in other countries without these ingredients have succeeded in pushing propaganda where Hegseth and the rest of the Trump administration have failed, and it’s not because those countries have less courageous journalists, a more gullible public, or more likable censors.

In Russia, independent outlets not controlled by loyal oligarchs have been forced to shut down or relocate abroad. Those who stay face prosecution for even calling the war in Ukraine a war. Many social media companies have been shut down, and Russia has started blocking VPNs that its citizens were using to evade the bans.

By contrast, the Trump administration’s efforts to relabel the war in Iran as anything but have been met with mockery, and anyone with an internet connection can get in on the joke.

In North Korea and Eritrea, the two lowest-ranking countries in Reporters Without Borders’ global press freedom index this year, there are no local journalists to blow the whistle to because reporting anything but authorized propaganda is a crime, punishable by imprisonment in horrid conditions or labor camps.

Those who oppose Trumpian censorship presumably appreciate that the conditions that blunt its impact exist here. And yet, support across both political parties in the U.S. remains strong for crackdowns on government leaks, and increased restrictions and surveillance of the internet.

Even as leaks enable countless important news stories about the administration — on immigration enforcement, the war in Iran, or the fiasco involving Trump’s unsafe Qatari jet — few politicians are standing up for whistleblowers who speak to the press.

We haven’t heard any mea culpas from politicians who supported prosecuting WikiLeaks publisher Julian Assange under the Espionage Act, even after the Trump administration cited Assange’s case to justify raiding the home of a Washington Post reporter in January, seizing terabytes of data.

Even as leaks enable countless important news stories about the administration, few politicians are standing up for whistleblowers.

In fact, last year, despite Trump threatening journalists and sources throughout his campaign, Democratic Sen. Mark Warner made calling whistleblower and Freedom of the Press (FPF) board member Ed Snowden a “traitor” into a litmus test for service in government. Warner hasn’t changed his tune since.

Similarly, lawmakers from both parties have shown a disturbing willingness to support initiatives to make the internet far less free.

Both Democrats and Republicans have cheered legislation that would require adults to submit to invasive age verification in order to read news online, as well as praised the recent legal settlement by Meta that will likely impose similar requirements across a swath of social media companies.

These requirements destroy the anonymity that people rely on to speak, read, and watch freely online. In an era where the feds may show up at your door over what you read, and tech companies may out you for criticizing the government, online anonymity is vital.

Similarly, proposals to repeal or gut Section 230 of the Communications Decency Act to make platforms legally responsible for user content — supported by some politicians from both parties — would do little to stem the tide of lawful but awful online posts. What it would do is push platforms to remove anything that upsets the powerful rather than invest in legal review of an infinite number of posts.

If you don’t like how the government cajoles tech companies into taking down users’ posts that displease it today (or yesterday), this problem will be far worse if platforms are unprotected from civil liability.

Congress should be focused on passing laws that safeguard First Amendment freedoms, rather than supporting measures that will allow Hegseth and his colleagues in the Trump administration to stamp out independent journalism like their authoritarian idols abroad.

Congress should be focused on passing laws that safeguard First Amendment freedoms.

It should pass The Daniel Ellsberg Press Freedom and Whistleblower Act, named after the famed Pentagon Papers leaker and FPF co-founder, which would increase protections for those who expose government wrongdoing.

And it should pass The Privacy Protection Updates Act, which would help put a stop to government raids on reporters.

It should also pass The Subpoena Abuse Prevention Act to rein in administrative subpoenas targeting journalists.

And, finally, it should pass the PRESS Act to stop the government from compelling reporters and tech companies to out whistleblowers.

These are some of the bills that you can urge your lawmakers to support. Otherwise, the consequences for the free press may be far uglier than any bad Hegseth hair day captured by news photographers at the Pentagon.


freedom.press/issues/hegseth-i…

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L'Europa contro i dazi di Trump: "Danneggeranno tutti"


Al G20 di Asheville cresce il malumore degli alleati europei per la politica economica americana, mentre Washington valuta nuovi dazi contro la Cina e i mercati restano sotto pressione per il debito record dei Paesi avanzati.

Il vicecancelliere tedesco Lars Klingbeil ha affermato che la politica economica del presidente Donald Trump "finirà per danneggiare tutti i soggetti coinvolti", parlando ai giornalisti ad Asheville, in North Carolina, dove il 31 agosto si sono riuniti i Ministri delle Finanze e i governatori delle Banche Centrali del G20. Klingbeil, che nel governo tedesco è anche Ministro delle Finanze, ha citato la guerra in Iran e i dazi imposti unilateralmente da Washington tra i principali fattori di incertezza e ha aggiunto che, dopo la guerra commerciale con il Canada, gli Stati Uniti hanno perso affidabilità agli occhi degli alleati. "Ci sono differenze evidenti e le affronteremo come tali", ha detto.

Il malumore è condiviso da buona parte degli esponenti dei governi europei presenti ad Asheville, che accusano l'Amministrazione americana di aver danneggiato l'economia mondiale con misure pensate soprattutto a vantaggio degli Stati Uniti. A pesare sui rapporti transatlantici è stata anche la decisione del Dipartimento del Tesoro americano di vendere parte delle proprie riserve in euro per acquistare yen. L'operazione, condotta tra il 31 luglio e il 1° agosto insieme a Tokyo per sostenere la valuta giapponese, allora vicina ai minimi, ha avuto come effetto collaterale un indebolimento dell'euro ed è stata accolta con irritazione a Bruxelles, dove è stata interpretata come una scelta presa senza consultare gli alleati europei.

Dazi, prezzi e nuove pressioni sulla Cina


La politica tariffaria dell'Amministrazione Trump è contestata da economisti e politici perché aumenta i prezzi pagati dai consumatori americani e colpisce anche i Paesi alleati degli Stati Uniti. Secondo la Tax Foundation, nel 2025 i dazi hanno fatto salire di circa 7 punti percentuali i prezzi al dettaglio dei beni importati rispetto alla tendenza precedente.

Nel frattempo è venuto meno lo strumento giuridico sul quale l'Amministrazione aveva inizialmente fondato gran parte dei propri dazi. Il 20 febbraio la Corte Suprema, con una decisione 6-3, ha stabilito che l'International Emergency Economic Powers Act non autorizzava il presidente a imporre dazi. La Costituzione attribuisce infatti al Congresso il potere di imporre tasse e dazi, anche se il Congresso può delegarne l'esercizio al presidente attraverso leggi che lo prevedano esplicitamente.

La Casa Bianca è stata costretta quindi a cercare strumenti alternativi. Il 23 luglio l'Ufficio del Rappresentante Commerciale degli Stati Uniti ha imposto, ai sensi della Section 301, dazi del 10% o del 12,5% sui beni non esentati provenienti da 60 partner commerciali, accusati di non aver introdotto o applicato efficacemente un divieto alle importazioni di prodotti realizzati con lavoro forzato. Per la Cina, inserita tra le economie sottoposte all'indagine e non compresa tra quelle ammesse alle aliquote inferiori, il dazio previsto è del 12,5%.

Washington sta inoltre valutando un nuovo dazio sulle importazioni cinesi nell'ambito di una diversa indagine basata sulla Section 301, avviata a marzo sulla sovracapacità produttiva strutturale della Cina e di altre 15 economie mondiali. Secondo Bloomberg, l'Amministrazione sta considerando un'aliquota aggiuntiva del 7,5%, ma la misura non è ancora stata adottata e l'aliquota potrebbe ancora cambiare prima della decisione finale.

Il peso del debito e la tensione sui Treasury


Sullo sfondo ci sono numeri che nessuna delle due sponde dell'Atlantico può più ignorare. Il debito globale ha raggiunto il massimo storico di quasi 353mila miliardi di dollari nel primo trimestre, secondo l'Institute of International Finance, mentre il debito federale americano ha superato ad agosto la soglia dei 40mila miliardi. La combinazione ha alimentato i timori di uno svendita dei titoli di Stato americani, mentre i rendimenti continuano a salire in un contesto segnato anche dai nuovi attacchi all'Iran.

Il rendimento del Treasury decennale, riferimento per il costo di mutui e prestiti al consumo, ha toccato così il livello più alto da gennaio 2025, mentre quello del trentennale si è avvicinato ai massimi degli ultimi vent'anni. Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha però respinto l'allarmismo. "Non credo che ci troviamo in una situazione critica" sui mercati obbligazionari, ha detto, sostenendo che i movimenti registrati nell'arco di un solo mese hanno un'importanza limitata. "Gli Stati Uniti hanno il mercato obbligazionario con la performance migliore. Da quando il presidente Trump si è insediato, il 20 gennaio 2025, è il migliore tra i grandi Paesi del mondo".


G20, gli Usa riaprono a Mosca: Bessent incontra Siluanov, gli europei protestano


Il G20 dei Ministri delle Finanze e dei governatori delle banche centrali si è aperto lunedì ad Asheville, in North Carolina, con una presenza inattesa che ha dominato la prima giornata: quella di Anton Siluanov, Ministro delle Finanze russo, che ha partecipato di persona per la prima volta dall'invasione dell'Ucraina del 2022, su invito dell'Amministrazione Trump. Il Segretario al Tesoro Scott Bessent lo ha incontrato a margine dei lavori, un segnale evidente della disponibilità americana a riaprire i canali con Mosca mentre la guerra in Ucraina continua.

Secondo un portavoce del Tesoro citato da Axios, Bessent e Siluanov hanno discusso del piano di pace di Donald Trump per l'Ucraina e delle relazioni economiche tra i due Paesi. Il Ministero delle Finanze russo ha riferito invece di un confronto sulle relazioni finanziarie bilaterali e sulla collaborazione all'interno del G20. La presenza di Siluanov non era stata annunciata pubblicamente e la Casa Bianca non aveva risposto alle domande sulla possibilità che fosse stato invitato.

La protesta europea e la foto senza i russi


La presenza del Ministro russo ha provocato immediate proteste tra i rappresentanti europei. Lars Klingbeil, vicecancelliere e Ministro delle Finanze tedesco, ha raccontato di aver affrontato Siluanov durante una delle prime sessioni, chiedendo alla Russia di porre fine alla guerra e ribadendo il proprio sostegno all'Ucraina. Kyiv non era invece rappresentata di persona ad Asheville: il Ministro delle Finanze ucraino Serhiy Marchenko è intervenuto in videoconferenza a una riunione del G7 organizzata a margine dalla Francia.

"Ricevere qui il Ministro delle Finanze russo manda un segnale che trovo preoccupante", ha detto Klingbeil ai giornalisti. "Avrei preferito una presa di posizione chiara da parte americana, perché non fosse ricevuto come un ospite normale". I rappresentanti europei hanno fatto sapere che non avrebbero partecipato alla tradizionale foto di famiglia insieme alla delegazione russa. Alla fine lo scatto è stato realizzato senza Siluanov.

Le tensioni non riguardano soltanto la presenza della Russia. Diversi rappresentanti europei hanno contestato anche l'esclusione del Sudafrica, Paese membro del G20 e maggiore economia africana in termini di Pil nominale, che il Dipartimento del Tesoro statunitense non ha invitato. Trump aveva annunciato già l'anno scorso che il Paese sarebbe rimasto fuori dalle riunioni del 2026, sulla base della falsa narrazione secondo cui i sudafricani bianchi sarebbero vittime di massacri indiscriminati e di espropri delle loro terre.

Debito, mercati e la stretta sull'Iran


Sul tavolo del vertice ci sono soprattutto l'economia globale e le conseguenze della guerra in Iran. Il Fondo Monetario Internazionale prevede per quest'anno un rallentamento della crescita mondiale e un aumento dell'inflazione, mentre il conflitto nel Golfo Persico, iniziato con gli attacchi americani di febbraio, ha sconvolto i flussi petroliferi e spinto verso l'alto i prezzi dell'energia.

Il debito pubblico americano ha intanto appena superato i 40mila miliardi di dollari e nelle ultime settimane Bessent ha sorpreso i mercati intervenendo sui cambi e aumentando i riacquisti di titoli di Stato nel tentativo di contenere i costi di finanziamento. Le misure hanno avuto finora effetti limitati e alcune delle mosse americane hanno irritato l'Unione Europea, anche per le ripercussioni sull'euro. "Un'economia globale solida non può reggersi su politiche che impoveriscono i vicini e soffocano la concorrenza leale di mercato", ha detto Bessent aprendo i lavori.

Washington vuole orasfruttare il G20 soprattutto per stringere ulteriormente il cerchio economico attorno a Teheran. Gli Stati Uniti hanno chiesto ai propri alleati di aderire alla "Operation Economic Outcast", la campagna lanciata dal Dipartimento del Tesoro statunitense per isolare l'economia iraniana e recidere i suoi legami finanziari internazionali. La settimana scorsa Bessent aveva avvertito che anche i Paesi che continueranno a mantenere rapporti economici con l'Iran potrebbero essere colpiti dalle sanzioni.

"Perché dovrei voler far saltare in aria il sistema finanziario globale?", ha detto il Segretario, lasciando intendere di aspettarsi che gli altri governi si adeguino per evitare una guerra economica più ampia. Ed almeno su questo fronte gli europei sono molto più vicini a Washington: la Commissione Europea ha accolto con favore la nuova stretta americana su Teheran e si è detta pronta a valutare ulteriori misure contro il regime iraniano.


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Kulturstaatsminister Wolfram Weimer lässt mit Vorschlägen aufhorchen, die die europäische Medienvielfalt sichern und zugleich US-Techkonzerne einhegen sollen. Mit der Umsetzung hapert es allerdings: Nun legt die EU-Kommission der geplanten Investitionspflicht für Streaming-Dienste Steine in den Weg. netzpolitik.org/2026/investiti…
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The Stars and Stripes firings look familiar to those behind bars


Last month’s firing of the publisher of Stars and Stripes, as well as an editor and reporter, further cemented the Trump administration’s full-fledged declaration of war against press freedom. To me personally, it stood out from his countless other attacks because I know the dangers this specific form of censorship entails.

I am in my 28th consecutive year of incarceration in the state of Texas. When I first arrived, I enjoyed receiving the prison’s newspaper, The Echo. Each month, there were stories that provided useful information about legal, social, and educational issues that were vastly important to the incarcerated population.

At that time, the Texas prison system was still under federally imposed “special master” supervision as a result of a civil rights lawsuit filed by seven jailhouse lawyers nearly three decades earlier.

In 1972, incarcerated individuals accused the Texas prison system of violating their constitutional rights in numerous ways. The litigation became known as the “Ruiz case” after one of the original plaintiffs, David Ruiz.

This lawsuit resulted in a trial that holds the record as the longest prisoners’ case in the history of American jurisprudence. In 1980, the court found Texas was indeed violating the constitutional rights of people in its care and ordered systemic change.

A year after my arrival in prison, issues of the prison’s newspaper disappeared without explanation.

The Echo was the tool that incarcerated journalists used to keep the incarcerated population — and their loved ones, because it was not uncommon for people to mail news clippings to family members — updated on prison officials’ compliance or lack thereof with the federal mandates.

A year after my arrival, issues of The Echo disappeared without any explanation. In 2003, it resurfaced as a shell of its prior self. Instead of critical coverage, the pages were filled with “feel-good stories” that inaccurately depicted prison life in Texas as the best of all possible worlds.

The old staff had been replaced by a new group of workers subservient to prison officials, who had taken complete control over all editorial decisions. The Echo was no longer independent. It had become — and continued to be — a tool for false government propaganda.

Before the Stars and Stripes firings (which have been paused due to legal proceedings), the newspaper was publishing the kind of reporting that the Echo was known for before its makeover, except for members of the military rather than the incarcerated population.

That changed, according to a lawsuit filed by the fired journalists, when Stars and Stripes angered the Pete Hegseth-led Department of Defense through its reporting on the USS Abraham Lincoln, a 5,000-person aircraft carrier that had been out at sea for a record-setting nine months.

Stars and Stripes was publishing the kind of reporting the prison newspaper was known for. That changed.

Reports revealed that sailors on the military vessel were suffering from low morale as a result of the long deployment and difficult living conditions. Americans read about a shortage of basic supplies, water contamination, broken toilets, disruption in the mail system, and deck safety concerns, leading to deteriorating mental health and suicide attempts. MS NOW and others reported that sailors have actually jumped from the carrier.

The staff at Stars and Stripes — despite knowing the administration was looking for reasons to target them — upheld their journalistic responsibility by reporting accurately to the military American public about the situation on the USS Abraham Lincoln.

But in Trump’s world, which Hegseth also inhabits, an independent press serves no legitimate purpose. If a media outlet’s content does not praise him or demonize and discredit his critics, it’s fake news and counterproductive.

Of course, the removal of the staff at Stars and Stripes is just the latest attack in the administration’s war to eradicate independent media. Hegseth doesn’t only want to control government-funded media — he wants private journalists to swear away their constitutional rights as a condition of attending news conferences. Trump himself has raided journalists’ homes, subpoenaed them and their families, sued them for billions, and targeted them for immigration and other arrests.

In Trump and Hegseth’s world, an independent press serves no legitimate purpose.

Authoritarian regimes, current and past, have shown how brutal a government becomes when press freedoms are restricted. But the Echo’s example shows one does not have to travel back to Nazi Germany or apartheid South Africa to grasp the dangers.

Since the Echo became an instrument for the state, incarcerated people in Texas are exposed daily to inhumanity beyond description, contributing to the same mental health issues the government seeks to cover up by silencing Stars and Stripes. Texas prisons averaged about 56 suicides a year from 2020-23, compared to 28 per year from 2005-19.

Others have turned to extreme substance abuse as an escape. Walking onto any cellblock at any Texas prison can be like taking a stroll down Philadelphia’s infamous Kensington Avenue. Incarcerated people are laid out, unconscious, in a drug-induced stupor. Texas prisons report a nearly 2,500 percent increase in drug overdose deaths in the past seven years alone.

Basic necessities like toilet paper, deodorant, toothpaste, soap, and functioning plumbing are scarce, forcing people without outside sources of funds to resort to all sorts of bizarre measures.

Most importantly, there is no independent press to inform the incarcerated population inside the prison system and help them protect or advocate for their constitutional freedom from cruel and unusual punishment.

Despite the suicide crisis and substance-use epidemic, the cover story for the July issue of the Echo is “Stitches With Love,” a story about a new prison quilting program.

This exemplifies what news content in Stars and Stripes and elsewhere will look like if Trump and Hegseth are successful. Military families may no longer hear about the horrid conditions causing sailors to jump ship, but they’ll get to read all about the activities offered in aircraft carriers’ craft rooms.


freedom.press/issues/the-stars…

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Rifondazione: 60 milioni al Gemelli? Basta soldi ai privati! home.rifondazione.eu/2026/09/1… #Sanità

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LibreOffice batte ogni record di download dopo aver dichiarato di non avere funzionalità basate sull'intelligenza artificiale

LibreOffice 26.8, rilasciato il 26 agosto , è diventato l'aggiornamento più popolare del software.

LibreOffice è un'alternativa gratuita a Microsoft Office presente sul mercato da quasi vent'anni. In una settimana, il programma di installazione è stato scaricato più di un milione di volte, senza contare gli aggiornamenti tramite i repository delle distribuzioni Linux.

Qualcuno potrebbe dire che i miglioramenti al sistema di scrittura e alla tipografia sono un successo tra le ONG, le agenzie governative e gli uffici che utilizzano LibreOffice. Io, però, punto su una "non-funzionalità": l'affermazione che LibreOffice non includa funzionalità di intelligenza artificiale generativa a causa della (mancanza di) privacy della tecnologia.

Il giorno dopo aver celebrato il record di download e l'ampia copertura mediatica, la Document Foundation (TDF), che gestisce il software, ha chiarito la propria posizione in un post intitolato "Sì, l'IA non è più una funzionalità".

L'articolo, firmato da @Italo Vignoli , afferma che TDF "non respinge l'intelligenza artificiale a priori", ma che la tecnologia non soddisfa ancora un elenco esaustivo di principi per essere inclusa di default. Tali principi sono:

manualdousuario.net/en/libreof…

@GNU/Linux Italia

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In queste ore il centrodestra si prepara a bocciare le preferenze senza capilista bloccati e a difendere una legge elettorale con un premio di maggioranza che può trasformare il 42% dei voti in una maggioranza parlamentare.

Tradotto: meno scelta ai cittadini, più potere ai vertici dei partiti.
Una legge costruita per rendere più facile restare al governo anche senza avere la maggioranza dei consensi.

Non chiamatela “governabilità”: è l’ennesima scorciatoia politica scritta da chi governa, per favorire chi governa.

Alle forze politiche e ai singoli parlamentari chiediamo chiaramente: NON VOTATELA.

Le elezioni servono a far scegliere i cittadini.

Perché avete paura del loro voto?
Perché avete paura del loro giudizio?

#LeggeElettorale #Preferenze #CapilistaBloccati #Democrazia #Rappresentanza #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Europe’s cookie law is really a law about surveillance


The ePrivacy framework limits commercial tracking and state access to communications. It is now being weakened from several directions at once.

The post Europe’s cookie law is really a law about surveillance appeared first on European Digital Rights (EDRi).

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Nach der Landtagswahl in Sachsen-Anhalt wird am Wochenende in dutzenden Städten gegen Rechtsextremismus demonstriert. Die Demos haben unterschiedliche Zielsetzungen, bundesweit werden Zehntausende Menschen erwartet. Ein Überblick.

netzpolitik.org/2026/nach-wahl…

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I support this proposal. I could also support many variations on the theme. Kudos to the 10 co-authors.
zenodo.org/records/21934115

The gold, green, bronze, hybrid... labels were never a systematic classification. They evolved like the winding streets in the center of an old city. Plus, they're opaque and widely misunderstood.

#GoldOA #GreenOA #OpenAccess #ScholComm

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Dall’autunno 2026 tutti i ricercatori di enti italiani potranno pubblicare su Open Research Europe senza costi


In base alla decisione di cui abbiamo dato notizia qui, da questo autunno i ricercatori che lavorano in istituzioni italiane potranno pubblicare su ORE, piattaforma europea ad accesso aperto che pratica la revisione paritaria aperta, senza costi. Per il momento ORE non è ancora amministrativamente scientifica. Si suppone che l'Anvur cambierà idea - cosa che non muta la circostanza che, in Italia, la scientificità continui a dipendere, più che mai, dal potere esecutivo.

In base alla decisione di cui abbiamo dato notizia qui, da questo autunno i ricercatori che lavorano in istituzioni italiane potranno pubblicare su ORE, piattaforma europea ad accesso aperto che pratica la revisione paritaria aperta, senza costi.

Per il momento ORE non è ancora amministrativamente scientifica. Si suppone che l’Anvur cambierà idea – cosa che non muta la circostanza che, in Italia, la scientificità continui a dipendere, più che mai, dal potere esecutivo.


La notizia è visibile sul sito del ministero, qui. Rimane non risolta, però, una questione strutturale: che, in Italia, a stabilire che cos’è pubblicazione scientifica e che cosa no sia il governo o una sua sempre più diretta emanazione. Il fatto che sulla scientificità di ORE, dopo precedenti diversi, ci si avvii a cambiare idea è un dettaglio che non muta il quadro.
- The post’s content. aisa.sp.unipi.it/il-ministero-…

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⚠️ Pubblicato il report di #Europol e della lobby che vuole scardinare tutte le comunicazioni protette: "Analisi prospettica delle tecnologie emergenti per la tutela della privacy"

Un "esercizio partecipativo di previsione tecnologica sviluppato dal JRC e da EUROPOL a supporto dei responsabili politici e delle forze dell'ordine" o un documento più completo messo a disposizione della politica per eliminare ogni comunicazione riservata dei cittadini?

europol.europa.eu/publications…

@privacypride

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⚠️ A report has been released by Europol and the lobby seeking to dismantle all forms of protected communication, titled "Horizon scanning of emerging privacy-enhancing technologies."

What is described merely as a "participatory technology foresight exercise developed by the JRC and Europol to support policymakers and law enforcement" is, in reality, a comprehensive document designed to enable policymakers to eliminate all private citizen communications.

europol.europa.eu/publications…

@privacy

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Gli elettori Dem non vogliono un partito più a sinistra, ma più aggressivo


Sarah Longwell ha condotto oltre 400 focus group durante l'era Trump: moderati e progressisti usano le stesse parole e chiedono ai loro leader di combattere di più.

Gli elettori democratici che chiedono un partito più a sinistra e quelli che lo vogliono più al centro dicono la stessa cosa, con le stesse parole: il problema non è la linea politica, è che i loro leader non combattono abbastanza. Lo sostiene Sarah Longwell, che dal 2018 ha condotto oltre 400 focus group con migliaia di elettori americani, in un'analisi pubblicata sull'Atlantic e tratta dal suo libro How to Eat an Elephant: One Voter at a Time. Un focus group è una discussione guidata con un piccolo gruppo di persone selezionate in base al voto o alle opinioni, usata per capire non quanti la pensano in un certo modo ma perché.

L'esperimento più netto Longwell lo ha fatto l'anno scorso: ha riunito due gruppi di democratici che volevano un partito più moderato e due gruppi che lo volevano più progressista. Ad ascoltarli senza sapere chi fosse chi, dice, non si sarebbe capita la differenza. Gli uni e gli altri non chiedevano un riposizionamento ideologico né misure specifiche, ma un atteggiamento: rispondere colpo su colpo ai repubblicani, smettere di trattarli come si trattava il Partito Repubblicano di Mitt Romney nel 2012.

Nei circoli dirigenti democratici, invece, il dibattito resta quello tra ala progressista e ala moderata, come se il futuro del partito fosse una questione di programma. È la stessa frattura che si sta misurando nelle primarie di questi mesi. Longwell ritiene che gli elettori si fidino: se arriva la persona giusta, pensano, le questioni di merito si risolveranno da sole. La domanda che pongono è un'altra e la ripetono in modo pressoché unanime: perché non combattete di più?

Il punto di partenza del suo lavoro è un episodio del luglio 2018. Longwell era volata a Columbus, in Ohio, per ascoltare elettori che avevano votato Trump nel 2016 con riluttanza, tre giorni dopo il vertice di Helsinki con Vladimir Putin. In quel momento l'intelligence americana aveva già concluso pubblicamente che Putin aveva ordinato personalmente le interferenze nelle elezioni del 2016 a beneficio di Trump. In conferenza stampa il presidente aveva risposto a chi gli chiedeva se credesse alle proprie agenzie o al leader russo: "Il presidente Putin dice che non è stata la Russia. Non vedo alcun motivo per cui dovrebbe esserlo". A Washington era scoppiato un caso bipartisan. Nella stanza di Columbus, quando il moderatore ha spiegato l'accaduto, la reazione è stata una scrollata di spalle collettiva.

Da quell'episodio Longwell ha ricavato la sua tesi di fondo sulla distanza tra la capitale e il resto del Paese. Washington, scrive, più che una palude è una bolla, dentro la quale il resto dell'America diventa un'astrazione. Gli elettori sono pieni di contraddizioni: detestano il governo e vogliono ridurre il debito pubblico, ma chiedono anche che lo Stato spenda di più per le loro comunità; si dicono contrari all'aborto ma favorevoli alla libertà di scelta delle donne.

Due convinzioni però tornano sempre. La prima è che il sistema sia rotto. La seconda è che gli abbiano mentito, in modi che hanno peggiorato concretamente la loro vita. Sempre meno americani credono che lavorando duro e rispettando le regole si possa migliorare la propria condizione e molti pensano che i politici dell'establishment siano gli unici a guadagnarci. Per questo cercano leader che sembrino persone vere, interessate alla vita quotidiana di chi li vota e non solo alla conquista di una carica.

Longwell, che è un'ex repubblicana uscita dal partito dopo la scalata di Trump, vede in questo lo stesso meccanismo del 2016. Allora gli elettori repubblicani guardarono ai Romney, ai McCain e ai Bush e li giudicarono troppo deboli, troppo attaccati a norme e procedure che i democratici non rispettavano comunque, così assunsero una palla da demolizione. Dieci anni dopo Longwell sente parlare così gli elettori democratici, che non si fidano più di Chuck Schumer, di Hakeem Jeffries e della vecchia guardia che ha lasciato che Trump prendesse il controllo del Paese.

La differenza è che i democratici non vogliono la politica del presidente e nemmeno la sua rottura sistematica delle regole. Vogliono la sua energia. Sono stanchi di un partito che manda l'equivalente di una lettera di protesta mentre la democrazia brucia. Allo stesso tempo non vogliono diventare ciò che detestano.

Il presidente ha trasformato il rapporto tra la Casa Bianca e il pubblico rendendolo diretto e inevitabile. Tra i comizi, gli interventi a Fox News e i messaggi su Truth Social si sa sempre cosa pensa di qualsiasi cosa, con chi ce l'ha e persino a che ora va a dormire (i post sono accompagnati dall'orario). Longwell precisa che questa è una constatazione e non un giudizio di valore. Gli elettori hanno la sensazione di conoscerlo e di essere dentro il movimento. Chi correrà per i democratici nel 2028 dovrà essere altrettanto presente culturalmente e costruire un rapporto diretto con gli elettori che salti quel che resta dei mediatori tradizionali.

Longwell individua quattro terreni su cui i repubblicani sono deboli. Il primo è l'immigrazione, che resta un punto di forza del presidente, visto che gli elettori continuano a fidarsi più dei repubblicani sul controllo delle frontiere. Esiste però uno scarto tra quello che volevano e quello che hanno ottenuto. Molti di loro chiedevano di colpire chi entra adesso e chi ha commesso reati, non di andare a prendere i bambini nelle scuole elementari. Non sono elettori favorevoli alle frontiere aperte, ma pensano che il presidente sia andato oltre e che tra forza e crudeltà ci sia una differenza.

Il secondo è la corruzione. Chi si aspettava che il presidente combattesse per loro scopre che sta soprattutto arricchendo la propria famiglia. L'aereo accettato dal governo del Qatar è l'esempio che ricorre più spesso nelle discussioni. Il terzo è il caso Jeffrey Epstein. Gli elettori di Trump ricordano che aveva promesso in campagna elettorale di pubblicare i documenti e non capiscono perché stia temporeggiando, con l'impressione che qualcuno resti davvero al di sopra della legge.

Il quarto è l'economia. Chi ha votato Trump nel 2024 dice che non sta facendo quello che aveva promesso per far scendere i prezzi. I giovani che gli avevano creduto quando prometteva di costruire la più grande economia della storia si sentono presi in giro. Il mercato del lavoro è tra le loro preoccupazioni principali. Il costo della vita resta la questione decisiva, anche mentre molte altre regole del comportamento elettorale cambiano.

Quando Longwell chiede agli elettori quali politici li entusiasmano, non sente nomi della vecchia guardia. Ricorrono quelli di Jon Ossoff, senatore della Georgia apprezzato per la capacità di essere sintetico, di Pete Buttigieg, considerato un comunicatore capace di andare anche nei programmi della destra, di Zohran Mamdani, sindaco di New York visto come un innovatore non legato al passato e quello di Alexandria Ocasio-Cortez (la deputata di New York). Nessuno di questi nomi appartiene a una sola area del partito: quello che li accomuna, agli occhi degli elettori, è l'autenticità e l'interesse per i problemi delle persone comuni, non la collocazione nell'eterna disputa tra centro e sinistra che appassiona gli addetti ai lavori.

I candidati democratici che avranno successo, sostiene Longwell, saranno quelli capaci di spiegare con chiarezza perché il movimento del presidente ha tradito i suoi elettori, insistendo sulle sue contraddizioni e sulle promesse non mantenute e di costruire un programma centrato sull'economia, sulle opportunità e su un piano concreto per migliorare la vita quotidiana degli americani. Il resto, dice, dipende da quanto in fretta i dirigenti del partito capiranno che le vecchie regole non valgono più.


In Nevada la sinistra democratica perde le sfide principali ma vince i seggi rimasti liberi


La sinistra del Partito Democratico ha ottenuto quest'anno importanti vittorie a New York, in New Jersey e a Washington, ma non è riuscita a replicarle in Nevada. Nelle primarie democratiche dello Stato molti candidati progressisti, spesso alla prima esperienza elettorale e con risorse economiche decisamente inferiori a quelle degli avversari, sono stati sconfitti nelle corse principali. I risultati migliori sono arrivati nei collegi e nelle cariche senza un uscente in cerca di rielezione, come ha ricostruito il Nevada Independent.

La sconfitta più netta è arrivata nella primaria per la carica di governatore, dove Alexis Hill, commissaria della contea di Washoe, ha perso di 40 punti contro il procuratore generale dello Stato Aaron Ford. Hill non si definisce progressista, ma aveva fatto proprie alcune proposte della sinistra del partito, tra cui asili nido gratuiti per tutti e una riforma del sistema fiscale, ottenendo l'appoggio della Progressive Leadership Alliance of Nevada (PLAN), la coalizione dei gruppi progressisti dello Stato. Sono stati sconfitti anche i candidati di sinistra che avevano sfidato i tre deputati democratici del Nevada alla Camera.

Chris Giunchigliani, ex commissaria della contea di Clark e seconda classificata nelle primarie democratiche per il governatore del 2018, ha spiegato al Nevada Independent che a Hill sono mancati soprattutto i finanziatori e la notorietà necessari per vincere. La sua campagna, ha aggiunto, è comunque servita a "costringere a discutere di valori progressisti" e a coinvolgere "persone nuove che non avevano mai davvero partecipato alla politica di partito".

Il quadro è stato però molto diverso nelle corse senza un candidato uscente in corsa per al rielezione. I candidati sostenuti dalla sinistra hanno conquistato quattro primarie per l'Assemblea statale, la camera bassa del Parlamento del Nevada. Hanno vinto lo sviluppatore di software Alex Pereszlenyi nel distretto 29, sostenitore di un sistema sanitario pubblico universale; la delegata sindacale Alexis Esparza nel distretto 1; l'insegnante di sostegno Kamilah Bywaters nel distretto 2; e l'ex attivista ambientalista Vinny Spotleson nel distretto 41. Tutti erano appoggiati dal PLAN, che per alcuni rappresentava il principale sostegno politico organizzato, mentre i loro avversari potevano contare sull'appoggio di esponenti già eletti e di organizzazioni sindacali.

Pereszlenyi attribuisce la propria vittoria soprattutto alla campagna porta a porta. Racconta che con gli elettori si è parlato molto più delle difficoltà quotidiane che di appartenenza ideologica, anche se uno dei suoi messaggi ricorrenti era che "non possiamo investire nella nostra comunità senza aumentare le entrate e senza far pagare alle aziende la loro giusta quota". Secondo Pereszlenyi, questo approccio gli ha permesso di compensare sia lo svantaggio nella raccolta fondi sia i più solidi legami sindacali degli avversari moderati. Tra i temi citati più spesso dagli elettori durante la campagna figuravano il costo della vita, la lotta all'Amministrazione del presidente Donald Trump e contro l'espansione dei data center.

Un altro successo è arrivato nella primarie per un seggio nella Commissione della contea di Clark, che amministra il territorio in cui si trova Las Vegas. Minja Yan ha vinto una competizione molto affollata, battendo tra gli altri Minddie Lloyd, ex repubblicana che aveva raccolto tre volte più fondi di lei e aveva ottenuto l'appoggio di due commissari uscenti. Nel video con cui aveva lanciato la candidatura, Yan prometteva di voler "sfidare lo status quo" e denunciava "l'influenza dei grandi soldi in politica". Durante la campagna elettorale, ha raccontato di avere incontrato molti elettori che chiedevano "qualcuno di nuovo". Diversi candidati ritengono inoltre di avere tratto vantaggio dall'impegno a non accettare contributi da aziende e PAC, i comitati che raccolgono e spendono denaro per le campagne elettorali.

Primarie democratiche

La sinistra democratica vince in Nevada solo dove non c’è un uscente


Nelle primarie del 9 giugno i candidati sostenuti dalla sinistra hanno conquistato cinque seggi su sei là dove nessuno era già in carica. Nelle cinque sfide a un uscente non ne hanno vinta nemmeno una.

Grafica di FocusAmerica Undici primarie democratiche, dall’Assemblea del Nevada alla Camera

La linea che divide i risultati

Seggi senza uscente
5 su 6
Corse vinte dai candidati della sinistra dove nessuno difendeva la propria carica: quattro seggi dell’Assemblea e uno nella commissione della contea di Clark.

Sfide a un uscente
0 su 5
Corse vinte contro chi era già in carica: nessuna, dall’Assemblea statale alla Camera dei rappresentanti.

Nessun momento Mamdani in Nevada: la sinistra passa quando il seggio è libero, si ferma quando deve rimuovere qualcuno.

Il tabellone

Undici corse, una regola sola


Quota di voto del candidato sostenuto dalla sinistra (in blu), del suo principale avversario (in grigio) e degli altri concorrenti. Tocca una riga per il dettaglio.


Senza uscente: Alexis Esparza (Assemblea 1) 44%, Kamilah Bywaters (Assemblea 2) 59%, Alex Pereszlenyi (Assemblea 29) 38%, Vinny Spotleson (Assemblea 41) 43% e Minja Yan (commissione della contea di Clark, distretto F) 38% hanno vinto; Maria Teresa Hank (Assemblea 9) si è fermata al 41%. Contro un uscente: Christian Solomon 43%, Shaun Navarro 40%, Val Thomason 37%, James Lally 20% e Joy Hoover 13% hanno perso tutti.

La corsa statale

Nella primaria per governatore il divario è stato di quasi quaranta punti

Aaron Ford procuratore generale63%

118.825 voti

Alexis Hill commissaria di Washoe24%

44.842 voti

39 punti di scarto
Hill aveva l’appoggio di PLAN, la coalizione progressista dello Stato. Le sono mancati finanziatori e notorietà.

I soldi

Il denaro pesa, ma non decide da solo


Rapporto tra i fondi raccolti dal candidato della sinistra e quelli del suo avversario nelle due corse per la commissione della contea di Clark.

L’elettorato

Come si definiscono i democratici del Nevada


Quota di elettori delle primarie democratiche dello Stato per autocollocazione politica.

Nel 2024 il Nevada ha votato per il candidato repubblicano alla presidenza per la prima volta in vent’anni. La componente più numerosa dell’elettorato registrato dello Stato non dichiara alcuna affiliazione di partito.

«I seggi liberi sono più facili da vincere che far fuori un uscente»

Maggie Carlton, ex deputata dell’Assemblea del Nevada, al Nevada Independent

Fonte: risultati ufficiali delle primarie del 9 giugno 2026, Segretario di Stato del Nevada, e The Nevada Independent. Dati sull’elettorato: Third Way, 2026. Quote di voto arrotondate all’unità.

Il peso dei candidati uscenti e dell'establishment


In molte altre competizioni locali, però, la sinistra è stata sconfitta. Maria Teresa Hank, assistente di volo sostenuta dal PLAN, ha perso nel distretto 9 dell'Assemblea contro Ryan Hampton, attivista impegnato nel campo del recupero dalle dipendenze. Due membri dei Democratic Socialists of America (DSA), l'organizzazione socialista statunitense, hanno cercato senza successo di spodestare due deputate uscenti: Shaun Navarro è stato battuto da Hanadi Nadeem e Val Thomason ha perso contro Venise Karris per la seconda tornata elettorale consecutiva. Christian Solomon ha invece ottenuto il 43% contro Jim Gibson, commissario della contea di Clark eletto per la prima volta nel 2018, pur avendo raccolto soltanto un decimo dei fondi del suo avversario.

Navarro, presidente della sezione di Las Vegas dei DSA, ha detto al Nevada Independent che "la politica del Nevada è piuttosto rigida" e che il problema, non solo per la sua organizzazione ma per i progressisti in generale, è la mancanza di una solida infrastruttura politica. La lezione, secondo lui, è concentrare le risorse limitate su una sola competizione alla volta.

Anche nelle primarie per il Congresso i candidati sostenuti dall'establishment hanno vinto quasi ovunque. James Lally, medico che ha autofinanziato la propria campagna, ha ottenuto più del doppio dei voti di qualsiasi altro sfidante della deputata Susie Lee, ma è stato comunque sconfitto con un margine molto ampio. Il milionario Greg Kidd, che si presentava come un outsider e aveva adottato diverse parole d'ordine progressiste, è rimasto molto distante da Teresa Benitez-Thompson, ex capogruppo della maggioranza all'Assemblea statale e sostenuta dal PLAN. Gli sfidanti della deputata Dina Titus sono stati battuti con margini ancora più ampi.

Maggie Carlton, ex deputata dell'Assemblea ed ex iscritta alla Culinary Union, il potente sindacato dei lavoratori della ristorazione e dell'industria alberghiera di Las Vegas, ritiene che i progressisti potranno vincere soltanto costruendo alleanze più ampie, in particolare con i sindacati e con gli esponenti democratici già in carica. "I seggi liberi sono più facili da vincere che far fuori un uscente", ha spiegato al Nevada Independent, aggiungendo che in alcuni casi può essere più efficace collaborare con chi occupa già una carica e prepararsi a subentrargli quando si ritirerà.

Un Partito Democratico ancora dominato dalla "Reid Machine"


Nel 2024 il Nevada ha votato per il candidato repubblicano alla presidenza per la prima volta in vent'anni e da allora i democratici non hanno fatto altro che discutere su come ricostruire la propria coalizione. I moderati sostengono che negli Stati in bilico la strategia più efficace sia puntare su candidati centristi, concentrati soprattutto sull'economia anziché sull'immigrazione e sui diritti civili. I progressisti condividono la centralità attribuita ai problemi economici, ma propongono soluzioni molto diverse.

In Nevada, però, gran parte del potere interno al partito rimane nelle mani della cosiddetta "Reid Machine", ovvero la rete politica costruita attorno all'ex leader democratico del Senato Harry Reid e che da anni esercita una forte influenza sul Partito Democratico del Nevada. I progressisti hanno già cercato in passato di contendere a questa struttura il controllo del partito, ma senza riuscirci.

Gli elettori di Las Vegas e del Nevada sono mediamente più moderati di quelli di altre grandi città e di alcuni altri Stati in bilico, secondo gli studi citati dal Nevada Independent. La componente più numerosa dell'elettorato registrato è costituita dagli indipendenti: negli Stati Uniti, al momento dell'iscrizione alle liste elettorali, gli elettori possono indicare un'affiliazione partitica, ed in Nevada la quota maggiore di coloro che si registra sceglie di non dichiararne alcuna. Una ricerca del centro studi centrista Third Way ha rilevato che il 54% dei democratici dello Stato si considera moderato o liberal, mentre soltanto il 27% si definisce progressista o socialista.

Non a caso, anche alcune candidate che hanno impostato la campagna su toni anti-establishment evitano proprio l'etichetta di "progressista". Hill ha detto di essere "molto onorata" dell'appoggio del PLAN e degli altri gruppi della sinistra, ma di non amare quella definizione, "soprattutto in uno Stato così pieno di indipendenti". Anche Yan ha evitato di descriversi come progressista, limitandosi a dire che le sue proposte si collocano "probabilmente più dal lato progressista". Secondo lei, è arrivato invece il momento che gli eletti si concentrino sul merito delle politiche anziché sui giochi di partito.


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"Non è una guerra": il caso delle indennità negate a un militare morto in guerra contro l'Iran


L'Aeronautica ha detto alla vedova del maggiore Alex Klinner che non le spettavano indennità aggiuntive perché il Congresso non aveva dichiarato guerra, salvo poi correggersi.

L’Aeronautica militare statunitense aveva inizialmente comunicato a Libby Klinner che al marito, il maggiore Alex Klinner, non spettavano le indennità legate al servizio in combattimento perché il Congresso non aveva mai dichiarato formalmente guerra all’Iran. Una spiegazione che i funzionari hanno poi riconosciuto come errata: quei compensi non dipendono da una dichiarazione di guerra e risultavano già inclusi, sebbene registrati in modo inesatto, nell’ultima busta paga del militare.

Klinner, 33 anni, era uno dei sei membri dell’equipaggio di un aereo cisterna KC-135 precipitato nell’Iraq occidentale il 12 marzo durante l’operazione Epic Fury, la campagna militare americana contro l’Iran. Dall’inizio del conflitto, poco più di sei mesi fa, sono morti 18 militari americani e oltre 790 sono rimasti feriti, secondo l’ultimo aggiornamento del Pentagono.

“Mio marito ha perso la vita perché siamo in guerra. E poi mi è stato detto che, siccome tecnicamente non è una guerra, non otterremo un’indennità in più”, ha dichiarato la vedova all’Associated Press. “È tutta una questione di principio”. Secondo le prime informazioni ricevute dalla famiglia, erano stati esclusi l’indennità per pericolo imminente, il compenso per l’esposizione al fuoco nemico e le agevolazioni fiscali previste per il servizio in una zona di combattimento.

Dopo che il suo sfogo online è diventato virale, l’Aeronautica ha però chiarito che l’ultimo stipendio del maggiore comprendeva sia la cosiddetta “paga di combattimento”, pari a 225 dollari al mese, sia le agevolazioni fiscali. I funzionari hanno ammesso di aver fornito informazioni inesatte alla famiglia e spiegato che il compenso era stato registrato sotto una voce errata. Il diritto alle diverse indennità dipende da fattori come il luogo di servizio e il tipo di missione: condizioni che possono cambiare nel corso dell’anno e rendere più complessa la gestione delle buste paga.

Il Pentagono corregge il tiro


"Questa esperienza mi ha fatto capire quanto possa essere difficile per una famiglia in lutto orientarsi tra classificazioni, terminologia e procedure amministrative proprio nel momento in cui si è meno attrezzati per farlo", ha detto Klinner in una nota. "Nessuna famiglia Gold Star dovrebbe diventare esperta di linguaggio burocratico per capire a cosa ha diritto". Negli Stati Uniti, l'espressione Gold Star indica i familiari di militari morti durante il servizio.

Il Pentagono ha fatto sapere di continuare a "piangere la tragica perdita" del maggiore John "Alex" Klinner e che i suoi funzionari hanno contattato la famiglia per verificare che abbia ricevuto tutto ciò che le spetta. "Siamo impegnati a garantire alla moglie e ai figli del maggiore Klinner un sostegno continuo e senza interruzioni", ha scritto online Anthony Tata, sottosegretario alla Difesa per il personale e la prontezza operativa.

Vance e Trump evitano la parola "guerra"


Intanto giovedì, alla Casa Bianca, il vicepresidente JD Vance, interpellato sul caso, ha detto di voler essere "il più utile possibile" e di volersi assicurare che la vedova riceva tutto ciò che le spetta. Rispondendo a un'altra domanda, però, ha evitato di definire "guerra" le operazioni americane in corso contro l'Iran, sostenendo che non vi sia "alcun combattimento in corso": Stati Uniti e Israele, ha osservato, hanno condotto raid aerei senza inviare truppe di terra nel Paese.

Il presidente Donald Trump ha più volte usato in passato la parola guerra parlando delle operazioni militari contro l'Iran, ma venerdì si è schierato con il suo vicepresidente, descrivendo i raid americani come "intermittenti". "Molti non la chiamano guerra. Io la chiamo conflitto militare, perché per noi è roba da poco", ha detto il presidente. "Non è una cosa grossa".

Alcune famiglie di militari accusano anche il Pentagono di minimizzare la gravità delle ferite riportate dai loro parenti e di non considerarli feriti in combattimento, un'accusa respinta dal Dipartimento della Difesa. Le autorità militari sono in genere lente a comunicare il numero complessivo dei feriti, anche perché il Comando Centrale degli Stati Uniti non è tenuto a diffondere sistematicamente questi dati, soprattutto quando il personale torna in servizio poco dopo. Alcuni conteggi indipendenti, che comprendono anche casi esclusi dal registro ufficiale delle perdite, indicano però oltre 900 feriti.


Iran, la guerra riesplode: raid, rappresaglie e truppe americane fino al 2027


L'Iran ha risposto nella notte tra martedì e mercoledì ai nuovi raid americani lanciando missili e droni contro le basi che ospitano truppe statunitensi in Giordania, Kuwait e Bahrein. Lo ha fatto ignorando l'avvertimento del presidente, che poche ore prima aveva scritto sui social che qualsiasi rappresaglia sarebbe stata "colpita di nuovo a un livello molto più duro e più alto". Sei mesi dopo l'inizio della guerra, il conflitto tra Stati Uniti e Iran è tornato a scaldarsi su tutti i fronti: quello militare nello Stretto di Hormuz, quello economico delle sanzioni, quello informatico contro le infrastrutture americane e quello politico a Washington, dove il Pentagono perde pezzi e i repubblicani cominciano a criticare il segretario alla Difesa Pete Hegseth.

Martedì sera gli Stati Uniti hanno colpito circa 100 obiettivi lungo la costa meridionale dell'Iran: siti di difesa aerea, radar, sistemi per la posa di mine e altre installazioni. Il Comando Centrale americano, il comando militare responsabile del Medio Oriente, ha spiegato che i raid erano una risposta ai tentativi iraniani di attaccare navi commerciali nello Stretto di Hormuz e militari americani nella regione. Le ostilità erano riprese domenica, dopo circa un mese di relativa calma, con l'attacco americano ai lanciatori sull'isola di Larak che, secondo Washington, stavano per disperdere mine nello stretto. L'Iran aveva risposto con missili balistici contro una base in Giordania, otto dei quali intercettati secondo il presidente. Martedì è arrivato il secondo raid americano in tre giorni. Lunedì, intanto, due petroliere nello stretto erano state colpite da proiettili di origine non identificata.

Teheran sostiene che i raid di martedì abbiano colpito anche una festa di matrimonio in una casa di Sirik, città costiera nel sud del paese. La Mezzaluna Rossa iraniana ha parlato di almeno quattro morti e 67 feriti, un bilancio che potrebbe salire. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baqaei ha scritto su X che "più pericolosa della bomba stessa è la normalizzazione del bombardamento" e che l'Iran "risponderà a questi crimini selvaggi con fermezza", paragonando l'episodio all'attacco contro una scuola elementare a Minab nelle prime settimane di guerra, che uccise circa 120 bambini ed è ancora oggetto di un'inchiesta militare americana. Il Comando Centrale ha negato di aver colpito civili.

La rappresaglia iraniana è arrivata nella notte. L'esercito giordano ha riferito di aver affrontato 13 missili balistici: dieci sono stati distrutti e tre sono caduti in zone remote, senza vittime. La Giordania ospita circa 4.000 militari americani ed è già stata più volte bersaglio dell'Iran. Anche Kuwait e Bahrein hanno detto di aver respinto attacchi con missili e droni. Il Kuwait ha segnalato nuove minacce anche nelle prime ore di giovedì. Il ministero degli Esteri iraniano ha chiesto ai paesi della regione di impedire agli Stati Uniti di usare il loro territorio per gli attacchi. Mercoledì sera gli Stati Uniti non hanno annunciato nuovi raid.

Il presidente ha detto mercoledì ai giornalisti che la campagna di bombardamenti non durerà "troppo a lungo" e che l'esercito è pronto a colpire di nuovo "in qualsiasi momento vogliamo". Nelle stesse ore però ha alternato toni molto diversi. Martedì sera, dopo i raid, ha scritto sui social di non avere alcun interesse a un accordo con Teheran ("non potrebbe importarmene di meno se firmano un accordo") e ha rilanciato l'appello agli iraniani a ribellarsi al regime, lo stesso che aveva fatto all'inizio della guerra prima di ammettere che era un obiettivo irrealistico. Ha minacciato "l'attacco più grande di tutti", dopo il quale "resterà ben poco della Repubblica Islamica dell'Iran". Mercoledì mattina ha chiesto ai suoi follower se lo Stretto di Hormuz debba essere ribattezzato "Trump Strait".

La Casa Bianca continua a dire che l'obiettivo resta un accordo negoziato, a partire dalla rinuncia iraniana al programma nucleare, un risultato che sei mesi di guerra non hanno ottenuto. Il memorandum d'intesa provvisorio firmato a giugno è saltato e nessuna delle due parti ha mostrato di voler tornare al tavolo.

Secondo un'analisi del New York Times, il copione del presidente si ripete da mesi: prima l'annuncio che l'Iran è militarmente sconfitto e in rovina economica, poi la minaccia di un attacco apocalittico quando Teheran non cede. Matthew Bartlett, stratega repubblicano e funzionario del dipartimento di Stato nella prima amministrazione Trump, ha detto al giornale che la strategia "è stata ripetere sempre la stessa cosa" e che gli Stati Uniti sono stati "esposti per la mancanza di un piano per vincere o uscire da questa guerra". Michael Froman, presidente del Council on Foreign Relations, ha riconosciuto che l'Iran è oggi molto più debole di qualche anno fa: nelle prime settimane gli Stati Uniti hanno ucciso la guida suprema Ali Khamenei e distrutto gran parte della marina iraniana. Il problema, ha spiegato, è la guerra asimmetrica: un paese con una capacità militare molto ridotta può comunque paralizzare l'economia mondiale controllando lo Stretto di Hormuz.

Il petrolio lo conferma. Il Brent ha superato i 95 dollari al barile ed è salito di circa il 7 per cento in una settimana e del 57 per cento dall'inizio dell'anno, con il diesel negli Stati Uniti vicino ai massimi da quattro anni. Il rincaro dell'energia ha contribuito alla recente ondata di vendite sui mercati obbligazionari mondiali. Durante il mese di tregua i transiti di greggio attraverso Hormuz erano risaliti a circa la metà dei livelli prebellici, un recupero che i nuovi scontri rischiano di interrompere.

L'amministrazione punta tutto sul blocco navale dei porti iraniani e sull'"Economic D-Day" annunciato la settimana scorsa dal segretario al Tesoro Scott Bessent, ribattezzato "Operation Economic Outcast" e presentato come la più grande offensiva finanziaria mai lanciata contro un avversario. L'inflazione in Iran ha superato l'80 per cento, la valuta è crollata e la disoccupazione è esplosa. Bessent ha detto questa settimana che i leader iraniani sono "in preda al panico" e finiranno per negoziare. Ma i partner commerciali dell'Iran finora hanno ignorato le minacce di Washington: la Cina continua a comprare petrolio iraniano e a fornire materie prime e tecnologia, mentre Vladimir Putin ha promesso proprio questa settimana che la Russia continuerà a sostenere Teheran. Il presidente ha detto in privato ai suoi collaboratori che la pressione economica costringerà il regime a smantellare il programma nucleare o a crollare.

La storia delle sanzioni suggerisce cautela. Un'analisi del Wall Street Journal ricorda che Cuba resiste a un embargo americano da oltre sessant'anni, che la Corea del Nord ha imparato a finanziarsi rubando criptovalute e mandando soldati al fronte russo. Il Pil della Russia è sceso solo dell'1,4 per cento nel primo anno di sanzioni dopo l'invasione dell'Ucraina, per poi tornare a crescere. Dove i regimi sono caduti, come in Venezuela con la cattura di Nicolás Maduro a gennaio o in Siria con la fuga di Bashar al-Assad, è servita la forza militare, non la pressione economica. L'Iran ha decenni di esperienza nell'aggirare le sanzioni, ha aumentato gli scambi con i paesi confinanti e ha costruito con la Cina un sistema finanziario parallelo che aggira le banche occidentali. "Che gli Stati Uniti possano infliggere dolore è scontato", ha detto al Wall Street Journal l'economista Djavad Salehi-Isfahani della Virginia Tech, "la mia sensazione è che queste pressioni non porteranno il governo iraniano a scendere a compromessi".

Nel frattempo il Pentagono si prepara a una guerra lunga. Il Wall Street Journal ha rivelato che Hegseth sta prolungando le missioni delle truppe in Medio Oriente fino al 2027, in modo da mantenere i 50.000 militari nella regione e lasciare al presidente tutte le opzioni, compresa un'escalation. Nelle acque del Medio Oriente ci sono 19 navi da guerra, tra cui due portaerei e 13 cacciatorpediniere. Le unità di difesa aerea dell'esercito, quelle che abbattono missili e droni iraniani, sono passate da nove a dodici mesi di missione. Alcune unità trasferite dall'Europa e dal Pacifico sono in zona da più di un anno. La portaerei Gerald R. Ford è rimasta in mare 11 mesi, la missione più lunga dalla fine della Guerra Fredda. La Theodore Roosevelt si prepara a un dispiegamento più lungo del normale.

I combattimenti impediscono alla marina di rifornirsi nella regione, così le navi dipendono dalla remota base di Diego Garcia nell'Oceano Indiano, con meno posta, meno pacchi e meno scali per gli equipaggi. In una lettera alle famiglie vista dal giornale, i comandanti della 82ª divisione aviotrasportata hanno avvertito che i paracadutisti potrebbero restare in Medio Oriente fino al 2027.

Tom Karako, direttore del programma di difesa missilistica del Center for Strategic and International Studies, ha detto al Wall Street Journal che le missioni prolungate rischiano di logorare le truppe, ritardare la manutenzione e frenare la modernizzazione. Bryan Clark, ex alto ufficiale della marina oggi all'Hudson Institute, ha spiegato che tenere le portaerei nella regione significa "puntare tutto sull'Iran come centro della postura militare del prossimo anno", rinunciando alla presenza in altre aree del mondo. I generali avevano già avvertito Hegseth che la guerra sta logorando le forze armate. Sempre secondo il Wall Street Journal, il presidente discute in privato con i suoi collaboratori se dichiarare finita la guerra, un'idea che dice di preferire, mentre i consiglieri lo avvertono che un'escalation oltre gli attuali scambi di colpi potrebbe compromettere le chance repubblicane alle midterm di novembre.

Lunedì sera si è dimesso il segretario dell'Esercito Dan Driscoll, l'ultimo di almeno quattro alti funzionari della Difesa usciti dal Pentagono da aprile. L'Esercito è rimasto senza un segretario civile e senza un capo di stato maggiore confermati dal Senato: Hegseth ad aprile aveva chiesto le dimissioni del generale Randy George, alleato di Driscoll. Da allora ha allontanato almeno altri tre ufficiali considerati possibili successori. In servizio attivo restano solo cinque generali a quattro stelle, il numero più basso da decenni. Una fonte vicina a Driscoll ha detto a MS NOW che il segretario si era lamentato con l'amministrazione del fatto che Hegseth bloccava la riforma dell'Esercito licenziando i generali che ne erano responsabili.

Le critiche adesso arrivano anche dai repubblicani. Mike Rogers, presidente della commissione Forze armate della Camera, ha detto a MS NOW di essere "stanco di tutto questo ricambio" e ha risposto "sì" a chi gli chiedeva se ci fosse un vuoto di leadership al Pentagono. Don Bacon, deputato del Nebraska ed ex generale dell'aeronautica, ha detto che Driscoll "riflette l'opinione di molti di noi che il segretario ha esagerato con i licenziamenti", senza mai dare spiegazioni. Ha avvertito che così Hegseth perde credito presso un Congresso a cui poi chiede voti e fondi. Il senatore Mike Rounds ha detto che i senatori al rientro a Washington si chiederanno "dov'è la leadership". Lo speaker Mike Johnson e il presidente della commissione Esteri Brian Mast hanno invece difeso Hegseth, dicendo di fidarsi delle sue scelte sul personale. Il democratico Gregory Meeks ha chiesto le dimissioni del segretario. Uno degli argomenti a favore di Hegseth era proprio che il Pentagono ha bisogno di stabilità durante la guerra. Il continuo ricambio ai vertici, causato in buona parte dalle sue decisioni, lo indebolisce.

L'Iran prova a colpire anche a distanza. Secondo NBC News, nelle ultime settimane hacker iraniani hanno preso di mira gli acquedotti americani e poi anche le telecomunicazioni, l'energia e altre infrastrutture, concentrandosi sui sistemi automatizzati collegati a internet. I tentativi finora non sono riusciti. Domenica un canale Telegram che si presenta come voce delle operazioni informatiche iraniane, APT IRAN, ha annunciato che "presto gli Stati Uniti assisteranno a eventi inattesi e critici" nei settori dell'energia, dell'acqua e delle telecomunicazioni, senza però fornire prove di attacchi riusciti.

L'FBI sta indagando su un'ondata di attacchi agli acquedotti municipali in almeno sette Stati, con più di 30 impianti presi di mira nel solo Minnesota, senza gravi interruzioni né contaminazioni. Ad agosto un attacco informatico attribuito all'Iran ha fermato per quattro giorni una centrale elettrica britannica. La CISA, l'agenzia federale per la sicurezza informatica, ha avvertito che gli hacker usano l'intelligenza artificiale per generare script di attacco contro i sistemi di controllo industriale, abbassando drasticamente le competenze necessarie. L'amministrazione ha tagliato circa un terzo del personale della CISA e i democratici sostengono che i tagli rendono le infrastrutture più vulnerabili.


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