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Concordo. E' vero, e molto fastidioso.
Ultimamente faccio fatica a trovare per la mia bimba felpe che coprano l'ombelico. Per fortuna amiamo il look baskettaro, va', che è unisex.

ilpost.it/2026/09/11/abbigliam…

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Aveva ormai smesso di intervenire, arrabbiarsi, agire, ma solo dopo che la malattia l’aveva portata allo stremo.
Per Emma, la passione per le vicende del mondo, per la politica nel senso più alto del termine, era concretamente inestricabile nel quotidiano dalla passione per la vita.
Abbraccio la sua famiglia e le persone a lei care.

[CONTINUA NEI COMMENTI]

in reply to Marco Cappato

Aggiungo la mia gratitudine personale per il suo esempio dai modi bruschi, per la sua sincerità brutale con la quale ho convissuto nel tragitto compiuto da compagni radicali, fatto di innumerevoli sconfitte superabili e pochi ma indimenticabili successi: uno su tutti la creazione della Corte Penale Internazionale. Non sono mancati, tra noi, scontri e incomprensioni, che ci hanno allontanato, ma senza intaccare rispetto e stima.
in reply to Marco Cappato

Per resistere al peggio che rischia di prevalere, in particolare nella “sua” Europa, sarà utile e importante fare vivere la sua memoria nell’unico modo possibile: con nuove lotte di libertà, da parte di persone (non importa di quale orientamento politico) che siano ispirate dalla tenacia — la chiamava “tigna” — con la quale difendeva la democrazia liberale dalle vecchissime, tragiche illusioni spacciate dai nuovi demagoghi.

Grazie Emma.

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Ho smesso di rispondere "usa Mint" a chiunque chieda da dove partire con Linux.
La distro giusta dipende dallo scenario: hardware vecchio, gaming, retrogaming, PA, sicurezza. Ho raccolto 11 scenari con facilità e modello di rilascio (fisso vs rolling) per ciascuno. Curioso di sapere dove non siete d'accordo.

incastropc.com/art-16-distrowa…

#Linux #FOSS #LinuxItalia

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Ucraina, il nodo delle schede SIM russe. Dal Parlamento: “Usate per la guerra”. La Commissione: “Competenza degli Stati”
@news
eunews.it/2026/09/09/ucraina-i…
La denuncia dai banchi dell'ECR. Virkkunen: "Blocco delle carte telefoniche possibile, ma caso per caso"
in reply to Suat Ayöz

Drop a line down from the top of the triangle to the base. It meets the base 4 units to the right of the 60 degree angle because it forms a triangle which is half of an equilateral triangle.

We have formed two new right-angled triangles, the left one with hypotenuse 8, base 4, and so height sqrt(8^2 - 4^2) = sqrt(48). Both right-angled triangles have the same height, so the right one has height sqrt(48), base 1 and hypotenuse x. So x^2 = 48 + 1^2 = 49, so x = 7

Questa voce è stata modificata (5 giorni fa)
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Il Vibe Coding non sostituisce i programmatori: un nuovo studio scientifico dimostra che per guidare l'IA nello sviluppo di software funzionanti le competenze informatiche restano ancora fondamentali

Un recente e discusso studio condotto dal Politecnico di Zurigo ha gettato nuova luce sul fenomeno del "vibe coding", ovvero la pratica di creare applicazioni impartendo semplici istruzioni testuali all'intelligenza artificiale. I ricercatori hanno osservato cento sviluppatori all'interno di un ambiente di lavoro realistico per capire quali abilità garantissero davvero il successo in questo nuovo paradigma, esaminando le loro doti comunicative, il ragionamento logico e il background tecnico.

I dati emersi smentiscono molte delle narrazioni dominanti del settore. Sebbene la capacità di scrivere richieste in modo chiaro e strutturato sia indubbiamente utile per indirizzare la macchina, il vero fattore discriminante si è rivelata l'esperienza informatica pregressa. Anche a parità di intelligenza generale e di abilità linguistiche, possedere solide basi nello sviluppo software ha inciso in modo drastico su chi è riuscito a portare a termine i progetti e chi ha fallito. Le statistiche mostrano infatti che il peso delle competenze informatiche sul risultato finale è grande il doppio rispetto a quello delle sole capacità di scrittura.

La ragione di questa discrepanza risiede nella vera natura della collaborazione con l'IA. Lavorare con un agente artificiale non significa limitarsi a generare testo, ma richiede una costante attività di revisione e correzione della logica. Quando il sistema commette errori sottili o introduce falle strutturali, un utente privo di basi tecniche si lascia facilmente ingannare da un'interfaccia grafica ben rifinita. Non avendo la giusta mentalità ingegneristica, a questa persona mancano i modelli mentali necessari per intuire l'esistenza del problema, fare le domande corrette e contestare le scelte dell'algoritmo. In sintesi, l'illusione che il linguaggio naturale abbia reso inutile lo studio della programmazione si scontra con i fatti: per sfruttare appieno questi strumenti, comprendere come ragiona la macchina è un requisito irrinunciabile.

arxiv.org/pdf/2603.14133

@Intelligenza Artificiale

in reply to Lorenzo

sono d'accordo, ma bisogna tenere presente, come dicono gli stessi autori, che lo studio mostra solo la correlazione tra l'esperienza informatica e l'output migliore. Non possiamo dire che se studi programmazione genericamente allora farai meglio vibe coding. Spero che si pubblichino nuovi studi per approfondire la questione. Inoltre più che la creazione da zero di programmi mi piacerebbe uno studio sul mantenimento di software in essere.

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Banca Etica e A/I

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in reply to Linda Sartini

Banca Etica e A/I

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in reply to Linda Sartini

re: Banca Etica e A/I
infatti qui l'atteggiamento costruttivo avrebbe dovuto essere una campagna di pressione affinché Banca Etica temporeggiasse e impugnasse il decreto yankee, sulla base del precedente similissimo e freschissimo di Francesca Albanese – ma si sa che ripetere a pappagallo slogan sterili contro la singola banca manda in tiro i cazzetti degli insurrezionalisti da tastiera. E intanto gli insurrezionalisti veri (ne conosco) crepano in carcere.
in reply to cretinodicrescenzago

@cretinodicrescenzago so che è stata scritta una lettera aperta da un gruppo di correntisti di Banca Etica, ma non la trovo, cercherò meglio.
Se si può esprimere un pensiero senza "limitarsi all'invettiva" e capire se la pressione è utile, perché no.
Ricordo bene di Francesca Albanese, sembra un caso analogo perché anche lì il vecchio direttore dice che si poteva aprirle il conto, il nuovo dice che è un rischio (analoghe posizioni opposte su A/I), e la verità? forse la diranno i tribunali...
in reply to Linda Sartini

Magari sono io che ho un atteggiamento che vedo replicato poco, ma intanto lo dico.
Le istituzioni europee IMHO non devono in nessun modo lasciare da sole le realtà (come Banca Etica e cone A/I) che portano ricchezza (economica, umana, democratica) all'Europa.
Farsi sentire con quelli convinti di essere i padroni è uno dei tanti passi che chiariscono al Mondo che l'EU è unita e che i suoi valori sono chiari, sono supportati e non sono solo parole con cui riempirsi la bocca.
Quindi secondo me fare pressioni su Banca Etica non avrebbe senso.
Fare pressioni sugli organi EU invece ne ha.
Voglio dire: se il singolo deve difendersi da solo davanti a chi opprime e stravolge le regole allora davvero l'EU non serve.

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in reply to Katy Blacksmith

Fare pressioni sugli organi EU invece ne ha.


No, non ne ha.

keinpfusch.net/ribellione-o-pr…

Protestare non serve. Occorre cominciare a ribellarsi. E non in piazza.


Ribellione o protesta?


Una delle cose che mi dà più la nausea delle generazioni successive alla GenX è il fatto che, anziché ribellarsi, protestano. E non si rendono conto della differenza, perché credono che sia la stessa cosa. L'ultimo post mi ha dato la possibilità di verificarlo ancora una volta. Ed è qualcosa che mi urta anche personalmente, perché la ribellione non è stata soltanto una costante della mia vita: era una cosa piuttosto frequente nella mia generazione. Un atteggiamento che oggi vedo molto meno. Quando qualcosa non gli piace, protestano. Il bimbetto che urla perché la mamma gli dia quello che vuole.


Patetici.

Ho detto: «Guardate che, con i mezzi odierni, con la rete e con i computer che abbiamo oggi, potreste agevolmente costruirvi una Internet 2.0».

La risposta è stata:

«Sì, basterebbe una legge».

Eh?

No.

Non serve alcuna cazzo di legge.

La legge significa che tu piagnucoli con la mamma, spieghi alla mamma che una cosa non ti piace, e aspetti che la mamma stabilisca che da oggi si farà diversamente.

La ribellione significa un'altra cosa.

Significa che tu, da oggi, fai diversamente.

Non chiedi il permesso. Non aspetti che qualcuno trasformi la tua protesta in regolamento. Non deleghi a un'autorità il compito di cambiare il mondo al posto tuo.

Cominci a comportarti come se quel cambiamento fosse già avvenuto.

E questa è una differenza enorme.


Prendete la storia dei DNS. Tempo fa, quando in alcuni paesi c'erano rivolte, repressioni o semplicemente blocchi governativi, e certi domini non governativi venivano fatti sparire attraverso i DNS degli operatori locali, era diventato abbastanza comune fare una cosa molto semplice: scrivere 8.8.8.8 sul cellulare o sul computer e usare i DNS pubblici di Google. Era una cosa abbastanza diffusa da diventare quasi una procedura standard: «non ti risolve il sito? Cambia DNS». E in alcuni paesi questa cosa è stata fatta in massa. Quindi, se volete lanciare un nuovo dominio, che so io .narnia, il problema tecnico non è affatto quello che molti sembrano immaginare. Dovete “solo” mettere in piedi una root DNS alternativa, magari trovare un sodale che ne metta in piedi una seconda, replicare le zone e poi far circolare l'informazione:

Se volete vedere gli host della nostra associazione, cliccate qui e aggiungete a.b.c.d alla lista dei vostri DNS.


Da quel momento, per chi usa quei resolver, .narnia esiste.

Per il resto di Internet no.

Ma questa è esattamente la questione: non avete chiesto il permesso a nessuno perché esistesse.

E già: esiste persino un precedente storico.

Forse non avete mai sentito parlare di AlterNIC.

AlterNIC nacque nel 1995 precisamente come alternativa al sistema ufficiale dei domini allora controllato da InterNIC. Manteneva una propria root DNS e offriva propri top-level domain, che naturalmente erano visibili soltanto agli utenti che configuravano il proprio sistema per utilizzare quella root alternativa.

Cioè: proprio il principio di cui sto parlando.

Non una petizione perché qualcuno aggiungesse un nuovo TLD alla root ufficiale.

Una root diversa.

E funzionò.


E già: ci fu un precedente. E funzionò.

Forse non avete mai sentito parlare di AlterNIC.

AlterNIC nacque a metà degli anni Novanta, quando Network Solutions godeva sostanzialmente del monopolio sulla registrazione dei principali domini Internet. Eugene Kashpureff e soci decisero che, invece di protestare perché qualcuno cambiasse il sistema, avrebbero semplicemente costruito un sistema diverso.

Misero quindi in piedi una propria root DNS.

La cosa interessante è che non crearono una “Internet parallela”. Nei loro DNS continuarono ad inserire .com, .net, .org e tutti i domini della root ufficiale, ma aggiunsero anche i propri TLD.

Per esempio .xxx, .med, .nic, .ltd, .lnx, .exp.

Se usavate i DNS normali, quei domini non esistevano.

Se usavate quelli di AlterNIC, esistevano.

Tutto qui.

E al massimo della diffusione, secondo le loro stime, qualcosa come il 3% di Internet utilizzava quella root alternativa.

Che non sembra molto finché non ricordate una cosa: nessuno aveva obbligato quelle persone a cambiare configurazione. Avevano deliberatamente deciso che, per loro, la root DNS sarebbe stata quella.

Poi la storia finì male, ma per una ragione che va tenuta distinta.

Kashpureff decise di fare il passo più lungo della gamba.

Nel luglio del 1997 sfruttò una vulnerabilità dei DNS dell'epoca per avvelenare le cache di parecchi nameserver e fare in modo che www.internic.net puntasse al sito di AlterNIC. Chi cercava InterNIC finiva quindi sulla sua pagina di protesta.

Quello non era più “costruisco il mio DNS”.

Quello era mettere le mani sul DNS degli altri.

Network Solutions lo portò in tribunale, intervenne l'FBI, Kashpureff venne arrestato in Canada ed estradato negli Stati Uniti.

AlterNIC da quel momento perse progressivamente importanza e scomparve.

Ma attenzione al dettaglio.

Non fallì perché una root DNS alternativa fosse tecnicamente impossibile.


Quella funzionava.

Fallì perché il sistema ufficiale cominciò nel frattempo ad aprirsi alla concorrenza e ai nuovi TLD e, soprattutto, perché il suo fondatore trasformò una ribellione tecnica perfettamente legale in un attacco informatico contro il sistema concorrente. Ma nel frattempo, la “concorrenza/monopolio” americana comincio' a capire che gli alternic sarebbero spuntati come i funghi, e decise di aprirsi ai tld alternativi.

Sono due cose molto diverse.

AlterNIC aveva già dimostrato la cosa che interessa a noi.


AlterNIC fallì anche perché il sistema ufficiale, nel frattempo, cominciò ad aprirsi alla concorrenza e ai nuovi TLD e, soprattutto, perché il suo fondatore trasformò una ribellione tecnica perfettamente legittima in un attacco informatico contro il sistema concorrente.

Ma nel frattempo il messaggio era arrivato.

E lo ricordo bene, perché c'ero.

In quegli anni diversi piccoli ISP cominciavano a offrire due cose diverse: Internet e una specie di Internet allargata, spesso come servizio aggiuntivo a pagamento.

La differenza era semplice: con il DNS normale vedevate la Internet ufficiale. Con i resolver alternativi vedevate anche i domini delle root alternative.

Quella roba era sovversiva il giusto.

Perché a quel punto non stavamo più parlando di quattro hacker che giocavano con il DNS. Stavamo parlando di operatori commerciali che potevano vendere ai propri clienti un namespace più grande di quello ufficiale.

E quando questo comincia a succedere, il problema per chi controlla il sistema diventa abbastanza evidente.

Se continui a tenere chiusa la root, se continui a decidere tu quali TLD possano esistere e quali no, qualcun altro può semplicemente costruirne una diversa.

Poi un altro.

Poi un altro ancora.

E a quel punto di AlterNIC ne spuntano come funghi.

Altroché se capirono l'antifona.

La possibilità che qualcun altro rifacesse la stessa cosa, magari meglio, magari con l'appoggio di ISP veri e con una massa critica più grande, era precisamente il genere di minaccia che poteva trasformare il DNS da infrastruttura globale unica in una collezione di namespace concorrenti.

E infatti il sistema ufficiale cominciò ad aprirsi.

Nuovi registrar. Nuovi TLD. Più concorrenza.

Non perché qualcuno avesse improvvisamente scoperto le virtù filosofiche del pluralismo.

Ma perché era diventato evidente che il monopolio sul namespace esisteva soltanto finché la gente accettava di usarlo.


Oggi il 1995 è lontano, e non ricordate più la ribellione.

Non ricordate più quando si andavano a cercare i domini .xxx per vedere le foto — perché allora di video praticamente non si parlava nemmeno — porno.

Era un'altra Internet, ma soprattutto era un altro atteggiamento.

Se non vi piace il monopolio americano, oggi ci sono moltissime cose che potreste fare.

Tecnicamente.

Fare.


Non protestare perché diventi obbligatorio farle. Non chiedere una legge che costringa qualcuno a costruirle per voi. Non aspettare che un'autorità stabilisca che da domani si cambia.

Farle e basta.


L'esempio di una darknet per un'organizzazione che ha moltissimi soci, come Autistici/Inventati, è soltanto uno dei tanti.

Non sarebbe nemmeno un'idea particolarmente esotica.

Nell'ambiente del Chaos Computer Club e degli hackerspace tedeschi esiste da anni ChaosVPN, una rete overlay pensata precisamente per collegare hacker, hackerspace, server, laptop e intere reti attraverso Internet. È costruita su tinc, usa collegamenti cifrati e una topologia distribuita, senza un singolo punto centrale dal quale debba necessariamente passare tutto il traffico.

In altre parole: Internet viene usata semplicemente come trasporto.

Sopra, ci costruite la vostra rete.

I vostri indirizzi.

I vostri servizi.

Le vostre regole di routing.

E nessuno deve promulgare una legge perché possiate farlo.

La tecnologia esiste già.

La differenza sta tutta tra chi dice:

«Bisognerebbe obbligare qualcuno a costruire una rete indipendente».


e chi dice:

«Abbiamo costruito una rete indipendente. Se vuoi entrarci, installa questo».

Nel primo caso, state protestando.

«Mamma, mamma, voio, voio».

Nell'altro caso, avete costruito la vostra casa sull'albero.

È diverso.

Il mondo non lo hanno mai cambiato le proteste. Lo hanno cambiato le ribellioni. Quelli che dicevano:

«Me ne sbatto, e faccio lo stesso come dico io».

O ancora meglio, quelli che dicevano:

«Adesso creo il mio spazio e faccio come dico io».

Protestare significa chiedere a qualcun altro il permesso di fare qualcosa, ma urlando.

Ribellarsi significa decidere di fare qualcosa, e chi se ne fotte delle autorità.

Questa è la parte che è morta in voi.

Internet e il mondo dell'open source vi danno possibilità IMMENSE di crearvi spazi vostri, autonomi, DAVVERO autogestiti e immuni da interferenze.

E no, non quel progetto fatto dalla US Navy che è Tor.

Parlo della VOSTRA rete overlay.

La vostra.

Costruita da voi, gestita da voi, con i vostri nodi, i vostri servizi e le vostre regole.

Ma non lo farete.


La strategia di rallentare le cose è una vecchia strategia democristiana.

Prendere l'opposizione per stanchezza.

Attrito.

Frizione.

Vecchiaia.

  • «Sì, ma guarda che io penso che tu abbia ragione. Solo che per questi cambiamenti ci vuole tempo. Forse fra venti, trent'anni».
  • «Tu sei troppo avanti coi tempi, con le tue idee».
  • «Ma io non dico mica che sbagli. Dico solo che è troppo presto. Devi avere pazienza».
  • «Il problema di voi giovani è che volete tutto e subito».

E invece noi volevamo tutto e subito.

Erano gli anni Ottanta. Il telefono era SIP, in regime di monopolio — nel 1980 aveva già circa dodici milioni di abbonati — e non compravi semplicemente una linea sulla quale fare quello che ti pareva: sottoscrivevi un abbonamento a un servizio telefonico disciplinato da condizioni d'uso piuttosto rigide. La concessione SIP dell'epoca fu formalizzata, tra l'altro, con il D.P.R. 13 agosto 1984, n. 523.

E nelle condizioni di abbonamento c'erano limitazioni sull'uso della linea, comprese quelle relative ad attività e comunicazioni che oggi considereremmo perfettamente normali.

A noi, naturalmente, non fregava assolutamente niente.

Prendevamo il modem, lo attaccavamo alla linea SIP e ci mettevamo sopra una BBS.

Una macchina chiamava un'altra macchina.

Poi un'altra.

Poi qualcuno metteva su FidoNet.

Non abbiamo aspettato che la SIP introducesse il tariffario «BBS», che il ministero decidesse cosa fosse una BBS o che qualche commissione parlamentare stabilisse se fosse opportuno consentire ai cittadini di trasformare il telefono in una rete dati.

Abbiamo fatto le BBS.

Se avessimo aspettato il permesso, Internet sarebbe arrivata e sarebbe passata prima ancora che qualcuno avesse finito di discutere il regolamento. Invece le abbiamo fatte.

E non valeva soltanto per le BBS.

Le ragazze non hanno aspettato vent'anni perché qualcuno concedesse loro il diritto di divertirsi.

Si organizzavano feste private, e ci si divertiva.

Erano atti osceni, secondo qualche articolo del codice penale sulla moralità pubblica e il buon costume?

Oooooh.

Non si pagava la SIAE per la musica?

In culo alla SIAE.

Era roba contraria alla morale?

In culo alla morale.

Non potevi servire birra a uno sotto i sedici anni?

Ooooh, che dispiacere che ti daremo quando un amico piu' vecchio andra' a comprare gli alcoolici al supermarket e ci sfonderemo anche noi quattordicenni.

E attenzione: non sto usando questi termini per modo di dire.

Negli anni Ottanta “atti osceni”, “moralità pubblica”, “buon costume” erano realmente categorie del codice penale. La SIAE aveva realmente qualcosa da dire sulla musica eseguita fuori dalla strettissima cerchia familiare. E l'articolo 689 del codice penale vietava realmente agli esercenti di somministrare alcolici ai minori di sedici anni.

Non erano fantasmi che ci inventavamo per sentirci ribelli.

Le regole c'erano davvero.

Semplicemente, ce ne sbattevamo.

Non andavamo in piazza per il diritto delle ragazze di fare pompini.

Non andavamo in piazza per il diritto di fare questo o di fare quello.

Lo facevamo e basta.


E questa è la differenza tra ribellione e protesta.

Se protestate, troverete resistenza.

Se fate il cazzo che volete e ve ne infischiate, la legge vi corre dietro.

E tutte quelle cose che facevamo oggi sono legali. Ma non perché siamo andati in piazza a chiedere alcool ai quattordicenni: perché ce ne sbattevamo il cazzo e andavamo a comprarlo.

I rave party sono nati in quel periodo, perché ce ne sbattevamo il cazzo. Gli anni Novanta hanno goduto della libertà che avevamo creato.

Poi siete arrivati voi codardi, e avete deciso che ribellarsi significa protestare.

E qui avete perso tutto.

E perderete anche di più.

Volete una rete libera?

  • Avete tinc.
  • Avete Yggdrasil, che vi costruisce una rete IPv6 cifrata e decentralizzata sopra Internet, con routing proprio.
  • Avete cjdns, da cui nasce parte della stessa famiglia di idee: indirizzamento crittografico, IPv6 e routing mesh.
  • Avete I2P, se volete una vera overlay network anonima con servizi interni.
  • Avete Lokinet, se volete una rete decentralizzata onion-routed capace di trasportare direttamente traffico IP e di ospitare servizi raggiungibili soltanto dall'interno della rete.
  • Avete Nebula, open source e self-hosted, che crea una rete Layer 3 peer-to-peer con tunnel cifrati, NAT traversal e discovery dei nodi.
  • Avete WireGuard, se volete costruirvela quasi a mano.
  • Avete Headscale, se volete un control plane open source e self-hosted per una rete compatibile con Tailscale, invece di consegnare il controllo della rete a Tailscale.
  • Avete NetBird, che costruisce reti peer-to-peer sopra WireGuard e può essere self-hostato.
  • Avete Netmaker, che prende WireGuard e vi automatizza full mesh, partial mesh, routing, gateway e gestione dei peer.
  • Avete ZeroTier, se volete una LAN virtuale distribuita.

E poi avete GRE, VXLAN, IPsec, OpenVPN, SSH tunneling, routing dinamico, bridge, namespace Linux, container, VPS da cinque euro e tutto il resto della ferramenta che negli ultimi trent'anni è stata inventata precisamente per collegare macchine che fisicamente non stanno sulla stessa rete.

Potete usarne uno.

Potete usarne tre insieme.

Potete forkare quello che non vi piace.

Potete scrivere il vostro.

Potete distribuire una configurazione con uno script.

Potete fare un'immagine Docker.

Potete mettere un QR code sul sito e dire:

«Vuoi entrare nella nostra rete? Installa questo».

Non dovete convincere Google.

Non dovete convincere ICANN.

Non dovete convincere Cloudflare.

Non dovete convincere il governo americano.

Non dovete convincere Bruxelles.

Non dovete andare in piazza a chiedere che qualcuno vi conceda una rete libera.

La rete ve la fate.

È software.

È questo il particolare che continuate a dimenticare.


Ma voi siete codardi, e al rischio della ribellione preferite la sconfitta: dolorosa, sì, ma non troppo, della protesta.

Perché la protesta ha un vantaggio enorme.

Vi permette di perdere senza aver mai davvero rischiato.

La verità è che fate gli hacker, fate gli hackerspace, fate la cybersecurity, vi riempite la bocca di decentralizzazione, autonomia, crittografia, indipendenza.

Neuromante is the new Il Maestro e Margherita.

Ma quando vi si mette davanti un compilatore e vi si dice:

«Fate».

allora salta fuori il poco che siete.

Perché lì non basta più avere l'estetica dell'hacker.

Non basta la felpa, non basta il nickname, non basta il talk al congresso, non basta spiegare quanto sia cattivo il monopolio di turno.

Bisogna costruire qualcosa.

Bisogna rischiare che non funzioni.

Bisogna metterci macchine, tempo, codice, errori, responsabilità.

Bisogna decidere che una cosa esiste prima che qualcuno vi abbia dato il permesso di farla esistere.

E allora tornate bambini.

Bambini che chiedono alla mamma il permesso di fare qualcosa.

O meglio:

protestano perché la mamma continua a dire di no.

E la internet libera che volete l'avrete, forse, il 32 febbraio duemilamai.

O se preferite, coi tempi della UE. Si comincia nel 2034, poi va in vigore nel 2040, e nel 2050 e' obbligatorio.

Ma nel 2050 forse non ci sarete neppure.

Uriel Fanelli

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Uriel Fanelli

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in reply to Katy Blacksmith

@katy_b @cretinodicrescenzago c'è un parlamentare europeo del PD, Brando Benifei, che ha depositato una interrogazione in merito. Tra PD e A/I ci sono state collaborazioni in passato, non so bene di che entità (FdI ne ha parlato per dire che il PD se la fa coi terroristi, ditemi che anche voi state piangendo dal ridere), forse anche scrivere a Benifei per sostenere questa iniziativa potrebbe avere senso?
Che poi, il parlamento europeo purtroppo è a maggioranza destro, ma almeno proviamoci...
in reply to Linda Sartini

@katy_b @cretinodicrescenzago
scrivere a Benifei: fatto (e ha risposto il suo assistente dopo tipo mezz'ora);
ora scrivo a Bancaetica.
So che forse è solo una illusione di far qualcosa, ma davvero limitarmi a mugugnare non posso. Non sono tipo da far saltare gli oleodotti, anche se amo frequentare chi lo è. Ognuno faccia ciò che può, come può.

Fulvio reshared this.

in reply to Katy Blacksmith

@katy_b @cretinodicrescenzago

Metto a fattor comune che la Corte di Giustizia dell'Unione Europea si è espressa contro l'applicabilità delle sanzioni OFAC sulle banche a giugno 2026

Il caso è simile a quello di #autisticiInventati, e riguarda una banca slovena (eur-lex.europa.eu/legal-conten…)

Oltre a questo, seguiamo l'interrogazione presentata alla Commissione Europea nei giorni scorsi

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enzotib ha ricondiviso questo.

Il Pentagono disattiva i tracker pubblicitari sui dispositivi militari


Dati di localizzazione acquistabili sul mercato erano stati usati per individuare personale statunitense in Medio Oriente. Wyden e Harrigan chiedono un'indagine sulle misure di sicurezza adottate dal Dipartimento della Difesa.

Le Forze Armate statunitensi hanno disattivato gli identificativi pubblicitari su una parte dei telefoni e dei computer in dotazione, dopo che alcuni resoconti avevano rivelato che dati di localizzazione liberamente acquistabili sul mercato erano stati usati per individuare la posizione di militari americani in Medio Oriente. È quanto emerge dalle lettere diffuse venerdì dal senatore Ron Wyden e dalle risposte fornite a Reutersdai singoli comandi.

Le tempistiche, però, variano. L'aeronautica ha scritto a Wyden di aver disattivato gli identificativi su computer e telefoni due mesi fa, mentre lo Special Operations Command, che coordina le forze speciali americane, ha dichiarato in una lettera separata di averlo fatto "di recente" sui propri dispositivi Windows. Più articolata la risposta dell'Esercito: gli identificativi legati ai telefoni sono disattivati dall'inizio dell'anno, sui computer Windows il blocco era già in vigore "prima del 2021", mentre sui dispositivi Android e Apple l'impostazione predefinita risale "almeno a febbraio 2026". Anche la Marina ha comunicato a Wyden di aver rimosso gli identificativi, senza però precisare quando.

I MAID, gli identificativi pubblicitari dei dispositivi mobili, sono codici unici associati a un singolo apparecchio che permettono di collegarne l'attività tra diverse applicazioni e, quando vengono raccolti anche dati di geolocalizzazione, di ricostruirne gli spostamenti. Queste informazioni, raccolte dall'industria pubblicitaria e rivendute dai data broker, aziende che aggregano e commerciano dati personali, possono confluire in grandi pacchetti acquistabili sul mercato. In questo modo possono diventare uno strumento per seguire e potenzialmente colpire personale militare schierato in una zona di guerra.

Come l'Iran ha individuato gli alberghi dei soldati americani


Il rischio non è teorico. Durante il conflitto con l'Iran, attori legati a Teheran hanno usato archivi commerciali per individuare gli alberghi che ospitavano personale statunitense e appaltatori privati nel Kurdistan iracheno. Hanno incrociato quei dati con richieste di localizzazione inviate in massa alle reti mobili della regione, in modo da capire a quali ripetitori si collegassero i telefoni americani in roaming. Per farlo erano sufficienti alcuni numeri di telefono statunitensi e una carta di credito.

Il Dipartimento della Difesa era stato avvertito per un decennio dai propri appaltatori, dagli analisti e dall'intelligence che i broker commerciali vendevano dati di localizzazione abbastanza precisi da consentire di seguire gli spostamenti di un soldato, come ha rivelato Wired lo scorso maggio. Wyden, democratico dell'Oregon, incalza da mesi il Pentagono sulla questione. Venerdì ha firmato insieme al deputato repubblicano della North Carolina Pat Harrigan una lettera in cui i due chiedono un'indagine sulle misure adottate per contrastare il commercio dei dati di localizzazione, allegando gli aggiornamenti ricevuti dalle diverse branche delle Forze Armate.

"Gli sforzi compiuti non sono stati efficaci nel neutralizzare questa minaccia", ha detto Wyden. Harrigan è stato più diretto: i nemici degli Stati Uniti "non dovrebbero poter tirare fuori una carta di credito e comprare informazioni che li aiutano a seguire i soldati americani". Le nuove restrizioni sui dati di localizzazione arrivano mentre i vertici militari valutano limiti sempre più severi all'uso dei telefoni e il Dipartimento ha ristretto l'accesso interno alle proprie informazioni operative. A luglio Reuters aveva riferito che ad alcuni militari schierati in Medio Oriente potrebbe essere ordinato di consegnare i propri dispositivi, per il timore che i video pubblicati online stessero aiutando l'Iran a individuare le basi americane nella regione.

Zach Edwards, cofondatore di Decryptads, società di tecnologia pubblicitaria orientata alla tutela della privacy, ha definito la disattivazione dei MAID sui dispositivi militari "senz'altro una cosa positiva", perché dovrebbe impedire che la posizione di quel personale finisca nei pacchetti di dati venduti all'ingrosso da numerosi fornitori. Ha però avvertito che i militari potrebbero comunque essere localizzati attraverso le applicazioni con metodi più complessi, per esempio incrociando le caratteristiche tecniche del dispositivo con i dati della rete o con altre informazioni sulla posizione.


Guerra all’Iran, il Pentagono limita l’accesso al registro degli ordini militari


Il Pentagono ha rimosso decenni di documenti classificati da un sistema informatico riservato utilizzato ogni giorno da funzionari della Difesa e militari americani, pochi giorni dopo che il Washington Post aveva raccontato le riserve dei vertici militari sulla guerra contro l'Iran. Secondo tre persone a conoscenza della vicenda, i documenti relativi al Secretary of Defense Orders Book, ovvero il registro degli ordini del Segretario alla Difesa, sono stati rimossi da un portale interno di SIPRNet, la rete che ospita informazioni classificate al livello "secret". Non è chiaro se siano ancora consultabili attraverso altri canali, né quanto la restrizione possa complicare la pianificazione militare.

Il registro, che era aggiornato due volte al mese, indicava dove si trovano e quanto sono disponibili navi, reparti e sistemi d'arma. Ma era anche lo strumento attraverso il quale generali e ammiragli potevano mettere formalmente a verbale il proprio dissenso dalle decisioni di Donald Trump e del Segretario alla Difesaa Pete Hegseth, pur continuando a eseguire gli ordini. La procedura è chiamata "non-concur": il comandante espone le proprie riserve o segnala gli effetti negativi che una decisione potrebbe avere su altri piani operativi.

Proprio nell'edizione del 14 agosto, diversi alti ufficiali hanno avvertito Hegseth che prolungare fino al 2027 le operazioni su larga scala contro l'Iran, mantenendo oltre 50.000 militari in Medio Oriente, non fosse sostenibile e rischiava di ridurre la capacità degli Stati Uniti di rispondere alle minacce in altre aree del mondo. Lo aveva rivelato domenica il Post.

Tra coloro che hanno espresso un "non-concur" figurano il generale Alexus Grynkewich, comandante delle forze americane in Europa, che ha avvertito di non disporre di navi sufficienti per proteggere contemporaneamente Israele e il territorio degli Stati Uniti, il generale Francis Donovan, a capo del Comando Sud, l'ammiraglio Samuel Paparo, comandante nel Pacifico, che ha contestato l'obbligo di cedere un gruppo portaerei e alcuni cacciatorpediniere e l'ammiraglio Daryl Caudle, capo delle operazioni navali, secondo il quale la Marina non può sostenere indefinitamente l'attuale livello di impegno in assenza di una data prevista per la conclusione delle operazioni.

Il generale Kenneth Wilsbach, capo di Stato Maggiore dell'Aeronautica, e il generale Christopher LaNeve, capo di Stato Maggiore facente funzioni dell'Esercito, hanno invece approvato il piano di Hegseth di prolungare la permanenza di alcune unità, sottolineando tuttavia che comporta rischi significativi.

Il Pentagono restringe l'accesso al registro


Il portavoce Sean Parnell non ha commentato direttamente la rimozione, ma non l'ha neppure smentita. "Il Dipartimento della Difesa non discute pubblicamente i processi deliberativi interni, compresi la gestione e i protocolli di accesso al Secretary of Defense Orders Book".

Dopo l'articolo pubblicato domenica, Parnell aveva però scritto su X che "pubblicare valutazioni altamente classificate dal registro degli ordini del Segretario è un crimine, un tradimento". Aveva inoltre sostenuto che gran parte di quanto riportato fosse "inesatto", senza fornire dettagli, e che i "non-concur" fossero "la norma": "Il Segretario li vede continuamente. È così che si gestisce un esercito vero. Siamo in ottima forma in tutto il mondo".

La rimozione dei documenti si aggiunge a una serie di misure adottate contro le fughe di notizie, tra cui test del poligrafo per parte del personale, citazioni in giudizio rivolte a giornalisti e, a gennaio, la perquisizione dell'FBI nell'abitazione di una giornalista del Post, con il sequestro dei suoi dispositivi elettronici.

Un ex funzionario del Dipartimento della Difesa che consultava abitualmente quei documenti ha spiegato al giornale che trasferire il registro su sistemi con un livello di classificazione più elevato "ridurrà drasticamente il numero di persone con accesso diretto". Comandanti e staff, tuttavia, lo utilizzano per prendere decisioni urgenti: spostare aerei, armi e altre risorse da un comando all'altro richiede un lavoro logistico immediato, che ora diventa "certamente più difficile".

Una Marina sempre più sotto pressione


La guerra è intanto entrata nel settimo mese, nonostante che inizialmente Trump avesse inizialmente parlato di una durata di poche settimane, e continua a consumare munizioni sempre più scarse, dagli intercettori Patriot ai missili Tomahawk. Il peso maggiore ricade però sulla Marina. Il New York Times ha ricostruito le dimensioni dello sforzo necessario per mantenere la flotta operativa: il blocco navale dei porti iraniani coinvolge circa 20 navi e 20.000 tra marinai e marines, comprese 2 portaerei, la George H.W. Bush e la George Washington, 12 cacciatorpediniere e un gruppo anfibio di tre unità.

Ogni settimana servono 420.000 pasti e circa 30 milioni di litri di carburante. Le portaerei sono a propulsione nucleare, ma gli aerei imbarcati su ciascuna consumano ciascuno circa 7,5 milioni di litri di carburante alla settimana. Il 28 febbraio, primo giorno di guerra, l'Iran ha distrutto la base logistica della Marina in Bahrein, mentre gli altri porti della regione capaci di accogliere una portaerei o una nave da rifornimento restano alla portata dei missili e dei droni iraniani. Le navi di supporto devono quindi percorrere circa 3.500 km fino a Diego Garcia, nell'Oceano Indiano, diventata il nuovo hub logistico della flotta, oppure circa 6.000 km fino a Singapore, attraversando lo Stretto di Malacca.

Ne deriva la necessità di effettuare un rifornimento in mare ogni 5 o 6 giorni: per ore le 2 navi navigano a una quarantina di metri di distanza, alla stessa velocità e sulla stessa rotta, collegate da cavi d'acciaio attraverso i quali vengono trasferiti carburante e pallet, mentre gli elicotteri fanno la spola trasportando viveri, ricambi e posta.

Le missioni non hanno una durata prestabilita: le navi rientrano soltanto quando il presidente e il Segretario alla Difesa lo decidono. La Marina dispone complessivamente di 11 portaerei e ne ha impiegate in totale 4 in Medio Oriente dall'inizio della guerra, mentre alcune delle altre sono ferme nei cantieri per lavori destinati a durare anni. La USS Abraham Lincoln ha trascorso gran parte dei suoi nove mesi di dispiegamento senza mai entrare in porto, nonostante la prassi preveda normalmente una sosta mensile per consentire all'equipaggio di riposare. Sostituita il 20 agosto dalla George Washington, mercoledì mattina ha attraccato in Thailandia prima di ripartire verso San Diego.


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Trent'anni dopo


Sono passati circa trent'anni da quando ero in aria come radioamatore.

Allora avevo un altro nominativo, ormai scaduto da decenni. Poi la vita ha preso altre strade e la radio è rimasta lì, da qualche parte nei ricordi.

Da qualche mese ho rimesso insieme una stazione, ho richiesto un nuovo nominativo e una nuova licenza e ho ricominciato soprattutto da una cosa semplice: ascoltare.

Ascoltare le bande, le chiamate, i segnali lontani.

Rimettere lentamente l'orecchio dentro quel rumore che, stranamente, dopo tanti anni mi è sembrato subito familiare.

Eppure il mondo che ho ritrovato non è più quello che ricordavo.

Quando trasmettevo io si sentivano soprattutto SSB e CW. I computer iniziavano appena ad affacciarsi nelle stazioni, il packet radio sembrava già qualcosa arrivato dal futuro.

Oggi il futuro è arrivato davvero.

Le bande sono piene di modi digitali, software, interfacce, decodifiche automatiche, collegamenti nei quali spesso il computer fa gran parte del lavoro.

È certamente evoluzione.
È certamente sperimentazione.
Ed è radioamatore anche questo.

Ma dopo aver guardato e provato a capire questo nuovo mondo mi sono reso conto di una cosa molto semplice:

non è quello che mi mancava.

Quello che mi mancava era la radio che ricordavo.

Il rumore della banda.

Un segnale debole che emerge lentamente.

Una chiamata ascoltata più volte per capire bene il nominativo.

Una mano sul tasto.

E, dall'altra parte, un'altra persona.

Il computer nella mia stazione ci sarà, naturalmente. Per il log, per il cluster, per qualche informazione utile.

Ma resterà un accessorio.

La radio, per me, deve rimanere radio.

E così, dopo trent'anni, tornerò in aria quasi nello stesso modo in cui me ne ero andato.

Anzi, ancora più semplicemente.

La SSB non potrò più usarla come una volta, perché dopo un'operazione ho perso la parola.

Ma forse, in fondo, non è nemmeno un problema.

Mi resta il CW.

DIT e DAH.

E anche qui, per me, vale la stessa filosofia: tasto verticale. Niente tasto automatico che rende tutto troppo perfetto, troppo uguale, troppo impersonale.

Mi piace pensare che nel CW debba sentirsi ancora un po' la mano dell'operatore, il suo ritmo, il suo modo di battere. Qualcosa di umano, non una sequenza impeccabile prodotta da una macchina.

Un linguaggio vecchio più di me, che non ha bisogno di voce, di codec o di algoritmi.

Solo un tasto, una radio, un'antenna e qualcuno che ascolta dall'altra parte.

Trent'anni dopo, torno da lì.

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How Much of the Internet Is Written with AI? pewresearch.org/data-labs/2026…

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"Humans have always viewed themselves as exceptional. Throughout history, we have imagined ourselves outside the ordinary rules governing nature—set apart by intelligence, culture, technology, religion, or economics. Like every other species, we depend upon finite landscapes, freshwater, soils, fisheries, and ecosystems with finite biological productivity. The laws governing those systems are indifferent to our politics, our philosophies, and our preferred explanations."
pelicanweb.org/solisustv22n09p…

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in reply to Gerry McGovern

In many cultures this is true, but to assume it was so in all times in all cultures is not only a tragic act of erasure both of the past and many peoples of the present, but to foreclose on futures in which we learn from the surviving people and surviving records of all those who did not subscribe themselves to an anthropocentric universe, and in doing so lend our power and influence to the colonial project of that erasure.
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I want the internet to be:

:neocat_aww: Cat content

📚 RSS feeds written by humans

<img class=" title=":mastodon:"/> Mastodon and Fediverse connections

:ablobcatpopcorn: Educational videos running on PeerTube

:opensource: Free, open-source, privacy-by-default, and AI-free software made with love

📖 And unionized Wikipedia

#Internet #Fediverse

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Bella riflessione... @klez

Il mio provider di posta è un’organizzazione terroristica globale | Alessandro ‘kLeZ’ Accardo personal website

klez.me/2026/08/27/il-mio-prov…

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Varese Social ha limitato il server mastodon.uno

Si tratta di una misura temporanea per capire se il server promuove realmente la decentralizzazione oppure no.

La limitazione non è sospensione.

Quest’azione renderà invisibili i post degli account di questo dominio a chiunque non li stia seguendo.

Gli utenti di Varese Social potranno comunque seguire i profili di mastodon.uno ma dovranno farlo manualmente.

#admin #fediadmin

Questa voce è stata modificata (1 settimana fa)
in reply to Dario Zanette

Il problema e' che la storia ha colpito parecchia gente e per parecchi motivi. Per esempio, io penso che sia il momento di fare una splinternet sui registrar, con una completa liberalizzazione, oppure cercare di impedire che un governo straniero possa chiudere domini .org a piacimento.

Altri, con meno interesse in rete ma piu' politici, ci vedono altro.

E siccome tutti hanno preso una posizione, tutti hanno posizioni diverse, e via.... la politica come calcio con altri mezzi.

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And there you have it. Google Maps is calling Lake Ontario Lake America, despite having NO obligation to do so.
Cowardly, unnecessary, corporate capitulation.
in reply to Gurre Vildskägg

@Gurre
That’s workable. Of course we could just call it FashView.

And I haven’t been down to that part of the world and ages, but the last time I was, downtown Mountain View used to be sort of busy at lunch. After many years of explosive growth with Amazon and whatever it’s just swarming with people on a weekday lunch.

It’s insanity

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Did you know that there are several countries that have their "national Linux distros" of sorts?

itsfoss.com/linux-national-os/

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Finland secretly signs 10-year defense material agreement with Israel
——
Finland and Israel have quietly signed a memorandum of understanding extending their bilateral defense material cooperation for a ten-year term.

According to reporting by the Finnish public broadcaster Yle,

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Google has now renamed Lake Ontario for US users. They don’t even show the real name in brackets.

I used a VPN to compare: Apple hasn’t renamed it (at least not yet), nor has Dutch service Here WeGo or OpenStreetMap.

Yet another reason to ditch Google, and US tech more broadly.

#tech #lakeontario #canada #cdnpoli #tariffs #digitalsovereignty

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A quanto pare qualcuno si sta accorgendo che il problema non siamo proprio noi. rainews.it/articoli/2026/08/le…
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Italia, ddl antisemitismo: oltre 100 sigle in piazza contro la "norma-bavaglio" it.euronews.com/my-europe/2026…

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Il Pd prepara Un’interrogazione alla Camera con Andrea Casu e al parlamento UE con Brando Benifei sulle sanzioni USA al collettivo #AutisticiInventati

Anche Banca etica costretta a chiudere il loro conto. Benifei: «L’azione degli Usa colpisce un intermediario di servizi in modo indiscriminato, associandolo senza prove a eventuali usi illeciti di terzi»

editorialedomani.it/fatti/bloc…

@eticadigitale

in reply to informapirata ⁂

@informapirata ⁂ , Benifei dice che le sanzioni colpiscono «un intermediario di servizi in modo indiscriminato, associandolo senza prove a eventuali usi illeciti di terzi».

Ed è un principio importante: un provider non può diventare responsabile automaticamente di tutto ciò che fanno i suoi utenti.

Però qui c’è una domanda un po’ scomoda.

Autistici/Inventati è davvero soltanto un intermediario neutrale, come un qualsiasi fornitore di hosting?

Oppure è un collettivo politico che sceglie deliberatamente quali progetti sostenere e ai quali mettere a disposizione la propria infrastruttura?

Perché se è vera la seconda, descrivere tutto come «eventuali usi illeciti di terzi» mi sembra raccontare solo metà della storia.

Questo non significa che le sanzioni americane siano automaticamente giuste o proporzionate. La responsabilità per associazione rimane una strada molto pericolosa.

Ma anche la domanda opposta merita una risposta:

quando scegli consapevolmente gli amici dei tuoi amici, fino a che punto puoi sostenere che i loro nemici non ti riguardino affatto?

O, più semplicemente:

gli amici dei miei nemici sono miei amici o miei nemici? 😏

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in reply to Etere Dietilico

@Etere Dietilico @informapirata ⁂ è comunque grave che gli USA abbiano il potere di buttare fuori chi gli pare da sistemi web e bancari in maniera del tutto arbitraria e senza alcun tipo di processo.
Poi viene da ridere quando accusano gli altri di terrorismo e loro si vanno a prendere i presidenti in Venezuela, le spiagge in Palestina e i pozzi di petrolio in Iran…

Fabrizio reshared this.

in reply to Etere Dietilico

@dietilico > Ed è un principio importante: un provider non può diventare responsabile automaticamente di tutto ciò che fanno i suoi utenti.

en.wikipedia.org/wiki/Section_…

> No provider or user of an interactive computer service shall be treated as the publisher or speaker of any information provided by another information content provider.

informapirata ⁂ reshared this.

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Stop saying stupid stuff like:
"If you have nothing to hide, you have nothing to fear."

Start saying:
"A free country doesn't track innocent citizens."

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Clumsy robotics. Robotica goffa.
#robot #ia #intelligenzaartificiale #ai #artificialintelligence #robotics