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Un collega di area ingegneristica mi ha detto che non legge più le tesi dei suoi studenti, ma si fa fare un riassunto dall'intelligenza artificiale. Inoltre mi ha detto che gli stessi studenti non scrivono più le tesi come un tempo ma si fanno aiutare dall'intelligenza artificiale. A questo punto mi chiedo: ha ancora senso far scrivere le tesi ai laureandi??

#intelligenzaartificiale #AI #aiResearch

in reply to marethyu7

@valentinabarreca disturbante è il termine perfetto, perché utilizza gli argomenti propri dell'inclusività allo stile aggressivo della rivendicazione progressista (che quindi è sempre giusta per definizione).

Se ti immergi nella lettura e provi a condividere la lamentela della "ricercatrice", arriverai effettivamente a odiare quei parrucconi che non l'hanno accettata 🤣

@luciomarinelli

in reply to macfranc

@macfranc @valentinabarreca Sono appassionata di queste letture - non le distopie, ma quelle dove si esplorano punti di vista diversi dalla narrazione a cui si è abituati. Io stessa ne produco, però su altri temi, per far riflettere su un certo tipo di discriminazioni.
Io non l'ho presa come una lettura su una potenziale scienza governata dai bot, ma come una satira sull'arroganza di certi movimenti che usano metodi fascisti (no, è meglio dire autoritari) per portare avanti cause progressiste e che finiscono per portare l'umanità all'autoritarismo vero.
Anzi, per quanto mi riguarda questo pezzo ha diversi punti di riflessione: questione pericolosità AI, estremismo vestito da inclusione che fa leva sulla discriminazione, profitto che sostituisce la scienza.

macfranc reshared this.

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Questa è la città in cui per un principio d'incendio che ha spaventato ma non ha creato veri danni, arrivano centinaia di poliziotti in un'occupazione abitativa, mettono i sigilli e la gente rimane per strada, con 40 gradi all'ombra, a dormire nelle sedi delle associazioni sulle brandine o nelle macchine o sul marciapiede, sperando di rientrare, senza nemmeno poter prendere un paio di mutande pulite a casa, mentre il sindaco dice che è molto preoccupato e vuole risolvere ma si aggiorna tutto a lunedì, perché il weekend e poi uno dice che porcodio
#SpinTime
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“I did not take all the cookies from the jar!”

Again and again, Trump reveals his secrets the same way children sometimes do.

Right after Secretary of State Marco Rubio says that the US administration is going after The International Criminal Court (whose job it is to prosecute war criminals), Trump immediately chips in, “There is no indication they are going after me” — because of course that fear is precisely their motive for trying to delegitimize the court.

Questa voce è stata modificata (1 giorno fa)

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Esperienze considerate "dell'orrore" dalla massa, a cui però sono sopravvissuta senza grossi problemi:
⁃ un ragno che cammina sulla mano;
⁃ un geco sul piede nudo;
⁃ toccare un pitone e farselo strisciare sul collo;
⁃ prendere in mano un pipistrello;
⁃ andare al luna park nel tunnel degli orrori senza spaventarsi (a parte il rumore della motosega che insegue all'improvviso);
⁃ subire un incidente stradale con l'auto che ti viene addosso da dietro, sentire tutti i crash;
⁃ toccare il muso di uno squaletto;
⁃ avere tra le mani una bomba. Disinnescata;
⁃ aver preso una pistola in mano e anche sparato (poligono) con ovviamente una persona a tenermi;
⁃ piede nudo e mano nuda su una merda;
⁃ lancio col paracadute -questa è adrenalina, più che orrore-;
⁃ mano su una medusa, morta;
⁃ anguilla attorcigliata al braccio;
⁃ sangue e seme HIV positivo sulla pelle nuda (e integra). Quando hai una relazione decennale è molto probabile che succeda, soprattutto la seconda...
⁃ toccare un essere umano morto;
⁃ ultima ma non meno importante: un tizio che mi dà della fascista sul fediverso. Anzi no, questo tra tutti è l'orrore. Le altre, per quanto mi riguarda, sono esperienze. Spiace per la massa che ha paura di tutto. Ah, no, mancava il principio di incendio in casa e il terremoto in ufficio, la volta dell'Emilia se non erro. Ma queste ultime due sono state paure vere.
Questa voce è stata modificata (3 giorni fa)
in reply to Fabrizio

@betelgeuse93 Il paracadute, ho postato il video nella timeline. Lì però allo sky diving (era il 2016) erano tutti fasci, tanto è vero che c'era una scala con due ringhiere. In salita corrimano a destra, in discesa corrimano a sinistra; la cagnolina si chiamava Rachele, il locale dove si beveva l'aperitivo si chiamava Predappio, e all'epoca mi fecero pure una foto facendomi indossare il fez e mi hanno dato in mano un manganello finto. Ho fatto buttare via la foto a mia madre, mi hanno rovinato l'esperienza.
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Started porting passagemath to #Python 3.15.
github.com/passagemath/...
#SageMath #OpenSource #Mathematics

Python 3.15 by mkoeppe · Pull ...

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Claude Mythos Preview di Anthropic ha scoperto falle matematiche in algoritmi crittografici come HAWK e una versione ridotta di AES, sfuggite agli esperti per anni. Queste scoperte evidenziano il potenziale dell'IA nel rafforzare la sicurezza digitale. @sicurezza
cybersecuritynews.com/claude-m…
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“Why didn’t you stand up, one by one, and walk out during Trump’s obscene tsunami of lies that he called a speech? … What’s it going to take for you to grow a spine? … One of you, just one, should stand up in the White House press room the next time Trump shows his pancake-plastered face down there and ask…: what the fuck is wrong with you? “
—Lucian K. Truscott IV
luciantruscott.substack.com/p/…
#trump #usa #media

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Il 25 Luglio non ricorre la "caduta del fascismo".
Il 25 Luglio 1943 cadde il regime fascista di Mussolini in Italia.
La Repubblica Sociale che di lì a poco fu costituita dagli occupanti nel Nord Italia era un regime fascista.
La Germania nazista che durò ancora quasi 2 anni era un regime fascista.
Il fascismo è un'ideologia, una volta in circolazione non può "finire", sparire. Può e deve essere tenuto a bada.

Sono i fascisti a schivare il dibattito dicendo che "il fascismo è finito nel '43".

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La parte più fastidiosa della questione Poste-Tim per come la vedo io, non è Poste ma Tim: una società che è stata creata e ricreata n volte con giochi finanziari e di potere alla faccia nostra: la presa in giro nasce prima di tutto dalla privatizzazione farlocca della rete telefonica - in cui un fornitore di servizi era anche gestore delle infrastrutture 🤦 -

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in reply to sbarrax aka Marco Frattola

e poi perché se privatizzi una società e poi fai un continuo tira e molla tra azionariato diffuso e cordate di investitori, per poi farla acquisire da Poste che è controllata al 64% dal ministero dell’Economia, ma che giochini fai?

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in reply to sbarrax aka Marco Frattola

Ma quanto era bello quando tutti i servizi pubblici (poste, acqua, luce, gas, treni, autostrade, ecc.) erano nazionalizzati e il loro unico scopo era fornire servizi e non arricchire azionisti già ricchi?

«ëh, ma allora volete il comunismo?»

«Sì.»

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Chi fa propaganda per la #Russia non può essere CT della nazionale - Linkiesta.it linkiesta.it/2026/07/pirlo-ct-…

@calcio

#calcio #AndreaPirlo

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:neofox_googly_woozy:
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I used to worry that commercial social media could build detailed profiles about our interests.

Now I worry that AI can build detailed profiles of our most private thoughts.

People keep asking ChatGPT questions, but what they are really doing is handing over information about how they think, what they are working on, what they have doubts about.

It is like confessional booth… with a hard drive.

Questa voce è stata modificata (2 settimane fa)

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La VPN che hai pagato finanzia davvero i valori in cui credi? Il caso Mullvad e la crisi dell’etica digitale
#tech
spcnet.it/la-vpn-che-hai-pagat…
@informatica


La VPN che hai pagato finanzia davvero i valori in cui credi? Il caso Mullvad e la crisi dell’etica digitale


Per molti anni il mondo della privacy digitale ha goduto di una sorta di immunità morale. Mentre i grandi colossi della tecnologia venivano criticati per il capitalismo della sorveglianza, per la raccolta indiscriminata di dati personali e per modelli di business fondati sulla profilazione degli utenti, una parte dell’ecosistema open source è riuscita a costruirsi un’immagine quasi opposta. Scegliere una VPN indipendente, utilizzare software libero o affidarsi a servizi come Proton e Mullvad è diventato, per molti utenti, molto più di una decisione tecnica: è stata una scelta culturale e, in alcuni casi, persino politica.

Non è difficile comprenderne le ragioni. La comunità che ruota attorno al software libero ha spesso condiviso valori come la trasparenza, il diritto alla riservatezza, la decentralizzazione del potere tecnologico e la difesa delle libertà civili. Sebbene nessuno abbia mai sostenuto ufficialmente che queste realtà appartenessero a una precisa area politica, nell’immaginario collettivo si è consolidata l’idea che rappresentassero un’alternativa etica alle grandi multinazionali del digitale. In altre parole, pagando un abbonamento a questi servizi si aveva la sensazione non soltanto di acquistare un prodotto migliore, ma anche di sostenere un diverso modo di concepire Internet.

È proprio questa percezione che negli ultimi giorni è stata improvvisamente messa in discussione.

Secondo quanto riportato dal quotidiano svedese Flamman, Daniel Berntsson, fondatore e comproprietario di Mullvad VPN, ha effettuato una donazione di cinque milioni di corone svedesi a Örebropartiet, un partito locale che negli ultimi mesi ha attirato l’attenzione della stampa per posizioni considerate vicine al concetto di “remigrazione”, tema frequentemente associato alla nuova destra identitaria europea. Berntsson ha confermato la donazione, precisando che si tratta di una scelta esclusivamente personale e non riconducibile all’azienda.

Dal punto di vista giuridico la questione potrebbe anche chiudersi qui. In una democrazia liberale ogni cittadino ha il diritto di sostenere economicamente il partito che ritiene più vicino alle proprie convinzioni, e sarebbe profondamente sbagliato mettere in discussione questo principio.

La questione, tuttavia, cambia radicalmente se la si osserva da una prospettiva etica.

Mullvad non vende soltanto una VPN. Da anni vende fiducia. Vende l’idea di essere un soggetto indipendente, rispettoso della privacy, lontano dalle logiche speculative delle grandi corporation e profondamente radicato in una cultura della trasparenza che ha contribuito a renderla uno dei nomi più rispettati dell’intero settore. Quando un’azienda costruisce il proprio patrimonio economico su un capitale reputazionale così forte, è inevitabile che anche i comportamenti pubblici dei suoi proprietari assumano un significato diverso rispetto a quelli di un qualsiasi cittadino.

Sostenere che la donazione sia “personale” è corretto dal punto di vista formale, ma rischia di essere insufficiente dal punto di vista sostanziale. I dividendi distribuiti da una società entrano nel patrimonio personale dei soci e, una volta disponibili, possono essere destinati a qualsiasi finalità, comprese iniziative politiche. Chi sceglie di acquistare un servizio proprio perché ritiene di sostenere un certo sistema di valori potrebbe quindi legittimamente chiedersi se quella fiducia non stia indirettamente contribuendo anche ad alimentare progetti politici che non condivide.

Naturalmente nessuno può pretendere di controllare le convinzioni personali di un imprenditore. Sarebbe una deriva tanto pericolosa quanto incompatibile con i principi di una società libera. Esiste però una differenza sostanziale tra il diritto di avere idee politiche e la pretesa che tali idee rimangano irrilevanti rispetto all’immagine pubblica dell’azienda di cui si è fondatori.

Un imprenditore non smette di rappresentare la propria impresa quando esce dall’ufficio. Questo principio vale quotidianamente per amministratori delegati, dirigenti e figure pubbliche di qualsiasi settore. Una dichiarazione controversa, una presa di posizione politica o un comportamento ritenuto incompatibile con i valori dell’azienda producono inevitabilmente conseguenze reputazionali che ricadono sull’intera organizzazione e, spesso, anche sugli altri soci che condividono quel progetto imprenditoriale.

Per questo motivo appare difficile sostenere che la vicenda riguardi esclusivamente la sfera privata di Berntsson. Non perché Mullvad abbia finanziato direttamente un partito politico — affermazione che non troverebbe riscontro nei fatti — ma perché la reputazione dell’azienda è ormai inscindibile da quella delle persone che l’hanno costruita. Quando il prodotto venduto è la fiducia, anche la credibilità personale dei fondatori diventa parte integrante di quel prodotto.

Una riflessione analoga è emersa anche all’interno della comunità di Proton. Negli ultimi giorni numerosi utenti hanno chiesto chiarimenti riguardo ad alcune scelte comunicative dell’azienda e ai rapporti con figure considerate politicamente divisive. Anche in questo caso il dibattito non nasce da dubbi sulla qualità tecnica dei servizi offerti, che continua a essere ampiamente riconosciuta, bensì dalla crescente consapevolezza che chi acquista strumenti per la tutela della privacy non sta semplicemente scegliendo un software, ma spesso decide di sostenere economicamente una determinata organizzazione.

Questo aspetto merita una riflessione più ampia, soprattutto all’interno della comunità open source. Per anni si è diffusa l’idea, spesso implicita, che il software libero fosse quasi naturalmente associato a una cultura progressista, libertaria o comunque orientata alla difesa dei diritti civili. È stata una semplificazione che oggi mostra tutti i suoi limiti. Gli sviluppatori, gli imprenditori e gli investitori che operano in questo settore appartengono alle più diverse sensibilità politiche, esattamente come accade in qualsiasi altro ambito economico. L’apertura del codice non implica automaticamente una determinata visione della società.

Eppure proprio questa consapevolezza rende ancora più importante il tema della trasparenza. Se un’azienda decide di costruire la propria identità commerciale attorno a concetti come etica, fiducia, indipendenza e libertà, deve accettare che il pubblico valuti anche la coerenza tra quei principi e i comportamenti delle persone che la guidano. Non si tratta di pretendere un’impossibile neutralità politica, ma di riconoscere che, nel momento in cui un’impresa vende valori oltre che servizi, i suoi fondatori non possono realisticamente rivendicare una netta separazione tra la dimensione privata e quella pubblica.

Forse la vera lezione di questa vicenda non riguarda soltanto Mullvad. Riguarda tutti noi. Per anni abbiamo creduto che bastasse scegliere un servizio open source o una VPN rispettosa della privacy per sentirci automaticamente partecipi di un ecosistema eticamente migliore rispetto a quello delle Big Tech. Oggi scopriamo che la realtà è molto più complessa. Le aziende possono sviluppare ottimi prodotti, sottoporli ad audit indipendenti e difendere concretamente la privacy degli utenti, senza che questo dica nulla sulle convinzioni personali di chi ne possiede le quote.

La domanda è se, nell’economia digitale contemporanea, sia ancora possibile separare completamente il valore tecnico di un servizio dal destino economico e politico delle persone che, grazie a quel servizio, costruiscono il proprio patrimonio. È una domanda scomoda, destinata probabilmente a dividere la comunità della privacy. Ma proprio per questo merita di essere posta.


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La Francia ha finalmente una buona legge sul fine vita perché ha ascoltato i cittadini.

L'ha fatto partendo dalla proposta di un'assemblea di cittadini estratti a sorte. Il Governo Meloni invece ha calato dall'alto una proposta incostituzionale, che cancellerebbe i diritti strappati con le disobbedienze civili, e che resta bloccata in Parlamento.

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Rubio dichiara guerra alla Corte Penale Internazionale: “La smantelleremo pezzo dopo pezzo”


Il segretario di Stato Marco Rubio annuncia una campagna per “smantellare” il tribunale dell’Aja. Washington minaccia nuove sanzioni contro i giudici e funzionari e farà pressione sui Paesi alleati che ancora sostengono la Corte.

Gli Stati Uniti intendono smantellare la Corte Penale Internazionale (CPI). Lo ha annunciato lunedì il Segretario di Stato Marco Rubio, spiegando che Washington punta a “smantellare sistematicamente” il tribunale dell’Aja, istituito per perseguire i responsabili dei crimini più gravi.

“Usando tutti gli strumenti a disposizione del nostro governo e lavorando al fianco di ogni alleato con cui possiamo fare causa comune, smantelleremo la CPI, mattone dopo mattone, se necessario”, ha detto Rubio in un video pubblicato sul suo account X.

The International Criminal Court seeks to become the unaccountable arbiter of a new global law — empowered to prosecute and arrest our citizens at will and existentially threaten American sovereignty.

We will teach the ICC the full meaning of American resolve. pic.twitter.com/2egHK1jA98
— Secretary Marco Rubio (@SecRubio) July 13, 2026


Istituita nel 2002 e con sede all’Aja, nei Paesi Bassi, la Corte Penale Internazionale indaga su genocidi, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e altri gravi reati internazionali. Gli Stati Uniti non hanno però mai ratificato lo Statuto di Roma, il trattato che ha dato vita alla Corte. Rubio giustifica l’offensiva con il rischio che il tribunale possa processare cittadini americani: un’eventualità che, a suo giudizio, rappresenterebbe “la morte degli Stati Uniti come nazione sovrana e indipendente”.

Le pressioni sui Paesi alleati


Il Dipartimento di Stato americano accusa la CPI di volersi trasformare in un “arbitro globale che non risponde a nessuno” e di minacciare gli americani attraverso le indagini sulla condotta di militari e funzionari statunitensi nelle guerre combattute all’estero. L’annuncio ufficiale è arrivato lunedì, ma Rubio avrebbe cominciato a muoversi già la scorsa settimana, telefonando ai responsabili della diplomazia di diversi Paesi per costruire un fronte internazionale contro il tribunale.

In concreto, tuttavia, la possibilità che la Corte riesca a processare cittadini americani rimane remota. La CPI, infatti, non dispone di una propria forza di polizia e può arrestare e giudicare cittadini statunitensi soltanto se uno Stato membro esegue il mandato. Più di cento Paesi, inoltre, hanno sottoscritto accordi con Washington impegnandosi a non consegnare cittadini americani alla Corte.

In base al principio di complementarità, infine, un’autentica indagine o un procedimento condotto dalle autorità nazionali può impedire l’intervento della CPI sugli stessi presunti crimini.

Una minaccia all’intera istituzione


L’Amministrazione Trump aveva già contestato precedentemente le indagini aperte dalla CPI sulla condotta dei soldati americani in Afghanistan, per poi attaccare duramente anche le iniziative della Corte contro Israele, cosa che aveva portato all’imposizione di sanzioni a diversi esponenti della Corte.

La nuova offensiva, però, non si limita più a impedire singole inchieste: prende invece di mira l’istituzione nel suo complesso. Per indebolirla, il Dipartimento di Stato minaccia nuove sanzioni contro giudici e funzionari e avverte che Washington potrebbe riconsiderare i rapporti con i Paesi alleati che “dipendono dall’assistenza americana” ma “rifiutano di respingere la falsa autorità della CPI”.

Secondo diversi esperti, la campagna potrebbe ostacolare il perseguimento dei più gravi crimini internazionali e approfondire la frattura tra Washington e i Paesi alleati che sostengono il tribunale. “Se gli Stati Uniti si rivoltano contro la Corte nel suo complesso, si stanno davvero allontanando da principi ai quali i nostri alleati più importanti attribuiscono un valore enorme”, ha osservato in una intervista al New York Times Alex Whiting, professore di diritto ad Harvard e lui stesso ex procuratore della CPI.

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Democratici avanti di 10 punti, un vantaggio che non si vedeva dall'onda blu del 2006


Secondo Gallup, il 49% degli americani si identifica con il Partito Democratico o gli è vicino, contro il 39% che si riconosce nei repubblicani. In un anno di midterm, un divario simile non si registrava da vent'anni.

Il 49% degli adulti americani si identifica ora come democratico o come indipendente vicino al Partito Democratico, contro solo il 39% che si riconosce nei repubblicani. È quanto emerge dalle rilevazioni trimestrali sull'identificazione degli elettori americane condotte da Gallup nei primi 6 mesi del 2026. Un vantaggio di 10 punti che, in un anno di elezioni di metà mandato, non si registrava dal 2006 e che, a pochi mesi dal voto di novembre, ovviamente alimenta le speranze dei democratici di riprendere il controllo del Congresso.

Il confronto con i dati delle precedenti elezioni di metà mandato mostra quanto il dato sia eccezionale. In questa stessa rilevazione, nel 2022 i due partiti erano quasi in parità, con i repubblicani avanti di un solo punto, 45% a 44%. Nel 2018, invece, i democratici guidavano di 6 punti, nel 2014 di 3 e nel 2010 di 1, mentre nel 2002 si trovavano in perfetta parità. L'unico precedente davvero paragonabile risale al 2006, quando i democratici erano avanti di +10, 50% a 40%. Quell'anno alle elezioni di novembre travolsero il Partito Repubblicano di George W. Bush, guadagnando 31 seggi e riconquistando la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti dopo 12 anni, oltre a strappare anche la maggioranza al Senato grazie a 6 nuovi seggi guadagnati.

Midterm 2026 · Sondaggi
I democratici avanti di 10 punti: un vantaggio che in un anno di midterm mancava dal 2006

Nel primo semestre del 2026 il 49% degli adulti americani si identifica nel Partito Democratico o pende verso di esso, contro il 39% dei repubblicani. L’ultima volta che il divario fu così ampio, nel 2006, finì con un’onda blu.
Grafica di FocusAmerica 12 luglio 2026

Identificazione di partito · Media Gallup, primo semestre 2026

Democratici
0%
+10

Repubblicani
0%
Adulti che si dichiarano democratici o indipendenti vicini al partito
Adulti che si dichiarano repubblicani o indipendenti vicini al partito

Alla fine del 2024 i repubblicani erano ancora avanti di 4 punti: da allora il pendolo si è spostato di 14 punti verso i democratici.

La serie Gallup
Il collasso repubblicano dopo il voto del 2024
Quota di adulti che si identifica in ciascun partito, simpatizzanti inclusi. Medie trimestrali dal 2015. Tocca o sfiora il grafico per leggere ogni trimestre.
T2 2026 Dem 49% Rep 39% esplora sul grafico ↓

La conferma degli altri indicatori · Emerson College, aprile 2026

50–40
Voto generico per il Congresso, Dem contro Rep

40%
Approva l’operato del presidente Trump

56%
Boccia l’operato del presidente Trump

Il confronto storico
Solo il 2006 somiglia al 2026
Distacco nell’identificazione di partito negli anni di elezioni di metà mandato: a destra il vantaggio democratico, a sinistra quello repubblicano.

2002 Parità
2006 Dem +10
2010 Dem +1
2014 Dem +3
2018 Dem +6
2022 Rep +1
2026 Dem +10

Il vantaggio democratico non garantì sempre la vittoria: nel 2010 e nel 2014, con margini minimi, i repubblicani dominarono comunque le urne. Ma un +10 non si vedeva, appunto, dal 2006.

Il precedente
2006: l’onda blu che travolse Bush
Presidente repubblicano al secondo mandato, consenso in calo, una guerra impopolare, centristi in fuga: con gli stessi ingredienti di oggi, a novembre 2006 i democratici ripresero il Congresso.

+0
Seggi guadagnati alla Camera
Maggioranza riconquistata

+0
Seggi guadagnati al Senato
Maggioranza strappata al Gop

0
Anni di opposizione alla Camera interrotti quella notte
La Camera era repubblicana dal 1994

Le incognite
Un elettorato mai così sfuggente
Gallup invita alla prudenza: il vantaggio democratico poggia sul segmento più instabile dell’elettorato.


45% Indipendenti

Nel 2025 il 45% degli americani si è dichiarato indipendente: la quota più alta mai registrata da Gallup. Una parte enorme dell’elettorato che nessuno dei due partiti può considerare acquisita.

Gran parte dello spostamento è avvenuta tra gli indipendenti che pendono verso un partito: legami deboli, preferenze potenzialmente volatili.

L’immagine dei democratici resta ai minimi storici: il movimento riflette più il malcontento verso Trump che un ritrovato entusiasmo per l’opposizione.

Fonte Gallup, identificazione di partito tra gli adulti americani (medie trimestrali 2015–2026, simpatizzanti inclusi); Emerson College Polling, sondaggio nazionale di aprile 2026 tra gli elettori probabili.

Il collasso repubblicano dopo il voto del 2024


Il ribaltamento è stato rapido e si è consumato nel giro di poco più di un anno. Nell'ultimo trimestre del 2024, infatti, i repubblicani erano ancora avanti di 4 punti, con il 47% contro il 43% dei democratici. Da allora però sono scesi al 39%, mentre i democratici sono saliti al 49%: uno spostamento complessivo di 14 punti a favore di questi ultimi.

Anche altri indicatori descrivono una dinamica simile. Ad esempio un recente sondaggio dell'Emerson College, condotto ad aprile tra gli elettori probabili, attribuisce ai democratici esattamente 10 punti di vantaggio nel voto generico per il Congresso: 50% contro 40%. Nello stesso sondaggio il consenso per il presidente Donald Trump si fermava invece al 40%, mentre il 56% degli intervistati ne boccia l'operato.

Il precedente del 2006 e l'incognita degli indipendenti


Gallup invita tuttavia alla prudenza. Gran parte dello spostamento è avvenuta tra gli indipendenti che "pendono" verso uno dei due partiti: si tratta quindi di elettori con legami politici più deboli e preferenze potenzialmente volatili. I democratici, inoltre, stanno guadagnando terreno nonostante la loro immagine resti ai minimi storici. Il movimento sembra quindi riflettere più il malcontento verso Trump che un ritrovato entusiasmo per l'opposizione.

A rendere il quadro ancora più incerto contribuisce un altro record: nel 2025 il 45% degli americani si è dichiarato indipendente, la quota più alta mai rilevata sinora nelle rilevazioni Gallup. Si tratta di una parte enorme dell'elettorato che nessuno dei due partiti può considerare acquisita e che potrebbe ancora cambiare idea da qui a novembre. Ciò nonostante, il parallelo con il 2006 resta difficile da ignorare: anche allora alla Casa Bianca sedeva un presidente repubblicano al secondo mandato, con un consenso in calo, una guerra impopolare in corso e gli elettori centristi sempre più lontani dal partito di governo. Vent'anni dopo, molti degli ingredienti che hanno portato all'onda blu sembrano essere gli stessi.

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Marco Rubio controlla il Venezuela da Washington


Sei mesi dopo la cattura di Maduro, il segretario di Stato decide finanze, petrolio e nomine di Caracas. Il Tesoro americano incassa le entrate e i funzionari lo chiamano viceré

Marco Rubio, il segretario di Stato americano, cioè il capo della diplomazia degli Stati Uniti, governa di fatto il Venezuela senza muoversi da Washington. Lo racconta una ricostruzione del New York Times, basata su colloqui con più di una decina di funzionari e persone vicine ai due governi. Rubio controlla le finanze del paese, la distribuzione delle sue risorse naturali e lo stesso governo, sei mesi dopo che le forze americane hanno catturato il presidente Nicolás Maduro nel cuore della notte.

Rubio non ha mai messo piede in Venezuela da quando gli Stati Uniti hanno preso il controllo del paese, ma segue le operazioni quotidiane e resta in contatto stretto con Delcy Rodríguez, ex vicepresidente di Maduro e oggi presidente ad interim con l'avallo di Washington. I due si scambiano messaggi in spagnolo su WhatsApp, tra pettegolezzi, auguri di compleanno e selfie. Altri funzionari lo hanno soprannominato viceré, il titolo che spettava ai governatori dell'impero spagnolo nelle Americhe fino alle guerre di indipendenza dell'Ottocento.

Nessun funzionario americano aveva un potere simile su un paese sovrano dai tempi di Paul Bremer, l'amministratore che nel 2003 arrivò a Baghdad per governare l'Iraq occupato dagli Stati Uniti. Il controllo diretto sulle entrate pubbliche distingue il caso venezuelano da quello di quasi tutti gli altri paesi sottoposti alla forza militare e finanziaria americana.

Il meccanismo funziona così: il Tesoro degli Stati Uniti incassa i ricavi della maggior parte delle esportazioni venezuelane e poi li gira al Venezuela attraverso il sistema bancario del paese, in un rapporto simile a quello di un genitore che dà la paghetta ai figli. Rubio e il suo staff stabiliscono su cosa quei soldi possono essere spesi e da chi. Il sistema ha permesso di bloccare gli schemi di corruzione più gravi e protegge le entrate venezuelane dai numerosi creditori che reclamano miliardi di debiti non pagati. Ma dà anche a Rubio una forte leva su Rodríguez, che ha bisogno di quel denaro per pagare i lavoratori e sostenere la valuta nazionale.

Rubio gestisce anche le sanzioni americane, decide chi può fare affari nel paese e a quali condizioni. Ha rimodellato il settore petrolifero favorendo l'ingresso di aziende statunitensi a scapito dei produttori europei che già lavoravano in Venezuela. Rodríguez gli sottopone le nomine più importanti, come quella del ministro della difesa. Il paese vende gran parte del suo greggio tramite due società di trading, Trafigura e Vitol, in un accordo costruito dall'amministrazione Trump. Dopo la caduta di Maduro, la compagnia petrolifera di Stato venezuelana ha rilevato senza clamore le operazioni dei giacimenti che condivideva con la russa Rosneft.

Su richiesta degli Stati Uniti, a febbraio il governo di Rodríguez ha arrestato Alex Saab, amico e socio in affari di Maduro, gli ha tolto il passaporto venezuelano e ne ha approvato l'estradizione verso gli Stati Uniti. A giugno i servizi venezuelani hanno fornito le informazioni che hanno permesso alle forze americane di uccidere Niño Guerrero, uno dei capi della banda criminale Tren de Aragua, con un attacco missilistico in una zona remota del sud del paese. È stata la prima collaborazione militare tra i due paesi da decenni, anche se un anno prima l'intelligence americana aveva valutato che Maduro non controllasse quella banda.

Il controllo di Washington arriva fino alle apparizioni pubbliche di Rodríguez. A maggio Rubio ha annunciato un suo viaggio in India prima ancora che lo facesse il governo venezuelano. Quando gli Stati Uniti hanno attaccato l'Iran, alleato storico del Venezuela, il ministro degli esteri Yvan Gil ha diffuso una condanna prudente: l'amministrazione Trump ha fatto sapere che il messaggio andava rimosso e Gil lo ha cancellato poche ore dopo. Era l'ammissione che il Venezuela non decideva più la propria politica estera.

Dopo due terremoti che hanno colpito il Venezuela il mese scorso, Rubio ha lavorato per rafforzare il governo ad interim. Gli Stati Uniti hanno inviato 900 militari, stanziato quasi 400 milioni di dollari di aiuti e recapitato casse di contanti al governo venezuelano. Rubio ha descritto il piano americano in tre fasi: far ripartire l'economia, stabilizzare il paese e portarlo alla democrazia. I terremoti hanno complicato l'ultima fase, come lui stesso ha riconosciuto parlando di "un passo indietro sotto questo aspetto", ma la ripresa è decisiva per l'obiettivo del presidente: assicurare agli interessi americani il petrolio venezuelano.

La legittimità dell'operazione è contestata perfino al Congresso. Durante un'audizione il deputato democratico Sean Casten ha ricordato al segretario al Tesoro Scott Bessent che "Rubio ha detto che non siamo in guerra con il Venezuela" e ha chiesto quale autorità avessero gli Stati Uniti per controllare gli asset venezuelani. Bessent ha risposto che gli avrebbe fatto sapere. I critici accusano l'amministrazione di sottrarre le risorse del paese e di sostenere un governo autoritario, lasciando al loro posto gran parte degli uomini di Maduro.

Il caso ha creato malumori anche dentro l'amministrazione, tra diplomatici di carriera e alleati del presidente infastiditi dal fatto che l'ex braccio destro di Maduro sia al potere. Rubio e altri funzionari respingono le critiche ricordando che Rodríguez ha eseguito quasi ogni ordine, soprattutto sulle finanze. Quando a marzo è emerso che il Dipartimento della Giustizia stava costruendo un caso legale contro di lei, il governo venezuelano ha chiesto spiegazioni e per rassicurarla Rubio le ha inviato il link a un messaggio in cui il presidente la elogiava. A maggio l'amministrazione ha detto ai procuratori di smettere di indagare su di lei.

Rubio ha scelto Rodríguez anche perché ha messo da parte María Corina Machado, la leader dell'opposizione in esilio e la politica più popolare del paese, che ha però nemici giurati tra i vertici militari e di sicurezza. Un tempo suo sostenitore convinto, Rubio si è allontanato da lei negli ultimi mesi, fino a una rottura aperta dopo i terremoti: gli Stati Uniti si rifiutano di aiutarla a rientrare in Venezuela per timore di alimentare disordini.

L'inflazione è scesa ma resta la più alta al mondo, la valuta continua a perdere valore e milioni di venezuelani chiedono nuove elezioni. La data del voto, la fase finale del piano di Rubio, resta però indefinita. Quando il New York Times le ha chiesto a maggio quando avrebbe indetto le elezioni, Rodríguez ha risposto: "Non lo so. Prima o poi". Gli analisti ritengono che stia cercando di far passare il tempo fino alla fine della presidenza Trump, sperando che il suo successore allenti la pressione.

L'intera operazione è insolita e arriva ottant'anni dopo che gli Stati Uniti hanno lasciato la loro ultima grande colonia formale, le Filippine. Il presidente ha detto di voler tornare a un'epoca di espansionismo americano e ha parlato di prendere il controllo della Groenlandia, del Canada e del Canale di Panama. In Venezuela ha ottenuto il risultato maggiore, tanto che ha più volte suggerito che il paese possa diventare il cinquantunesimo Stato americano e ha perfino scherzato sull'idea di mandare Rubio a Caracas come prossimo leader. L'esito di questa impresa potrebbe pesare sul futuro politico dello stesso Rubio, che il presidente considera tra i suoi possibili successori.

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Release candidate 10.8.6.rc0 of passagemath, the comprehensive #OpenSource #Mathematics system in #Python, the pip-installable modularized portable compatible full-featured fork of #SageMath.
Includes upgrades to FLINT 3.5.0, PARI/GP 2.17.4, #GAPsystem 4.16.0, Planarity 5.
github.com/passagemath/...

Release passagemath-10.8.6.rc0...

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Una procedura spiegata in tre minuti per ridurre il rischio di manipolazione tramite intelligenza artificiale


L'abitudine al pensiero critico può proteggere dipendenti e organizzazioni dagli inganni e dalle manipolazioni resi possibili dall'intelligenza artificiale.

Gli strumenti di intelligenza artificiale hanno reso la cognizione umana una vulnerabilità di sicurezza sempre più rilevante, e la formazione tradizionale non è riuscita a stare al passo. Un nuovo protocollo denominato "Prima di tutto, rifletti; poi verifica sempre" (Think First, Verify Always: TFVA) offre una soluzione semplice: formulare un proprio giudizio prima di consultare l'IA, quindi verificare i risultati critici con fonti indipendenti. Uno studio randomizzato controllato ha rilevato che una micro-lezione TFVA ha migliorato la qualità delle decisioni dei dipendenti del 7,87%, con significativi miglioramenti nel giudizio etico e nella verifica delle informazioni.


@giornalismo

sloanreview.mit.edu/article/a-…

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Putin prepara un'escalation in Ucraina


Tre fonti vicine al Cremlino dicono alla Reuters che gli attacchi ucraini alle raffinerie hanno rafforzato Putin, deciso a prendere tutto il Donbas mentre Trump parla di pace vicina

Vladimir Putin continua a respingere le richieste di negoziare la pace con Kyiv e con ogni probabilità intensificherà la guerra nei prossimi mesi, hanno detto in esclusiva alla Reuters tre fonti vicine al Cremlino. Una di loro, che incontra regolarmente il presidente russo, parla di una "alta probabilità" di escalation nei prossimi mesi. I recenti attacchi ucraini con i droni contro raffinerie e porti russi hanno rafforzato la sua determinazione a continuare a combattere una guerra entrata ormai nel quinto anno.

Lunedì il presidente statunitense Donald Trump aveva detto che Putin voleva la fine della guerra e che una soluzione era "più vicina di quanto la gente creda". La settimana scorsa ha tenuto telefonate separate con Putin e con Volodymyr Zelensky, che ha poi incontrato mercoledì al vertice NATO, dove il presidente ucraino ha detto che i due hanno discusso "idee per avvicinare la pace".

Ma secondo una delle fonti, Putin "si è impuntato" sull'obiettivo di conquistare la parte del Donbass, la regione orientale dell'Ucraina, ancora parzialmente in mano a Kyiv, dove l'avanzata russa ha rallentato quest'anno. Di recente ha rimproverato un gruppo di consiglieri che gli suggeriva un compromesso basato su un cessate il fuoco lungo le attuali linee del fronte e a giugno ha respinto pubblicamente la proposta di Zelensky di un incontro per arrivare ad una tregua. Interpellato dalla Reuters, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha risposto che la Russia "è pronta a una soluzione pacifica ma ha capacità sufficienti per agire in modo indipendente e continuare l'operazione militare speciale", il nome con cui Mosca chiama l'invasione russa dell'Ucraina.

Un alto funzionario ucraino ha confermato questa sensazione affermando che anche i rapporti dell'intelligence di Kyiv degli ultimi mesi indicano che Putin si sta preparando a nuovi passi nella guerra, comprese nuove operazioni in Ucraina o un possibile attacco militare a un altro Paese europeo. Esperti militari russi ormai discutono sempre più apertamente di un'escalation, compresa la possibilità di colpire obiettivi europei come le basi NATO nei Paesi baltici, un passo che porterebbe l'Europa ad un passo da una guerra su larga scala con uno scontro militare diretto tra le Forze Armate russe e quelle dell'Alleanza Atlantica, mettendo alla prova il principio per cui un attacco a un Paese membro è un attacco a tutti.

Jack Watling, del Royal United Services Institute, un centro studi britannico che si occupa di difesa e sicurezza, ha detto che la Russia potrebbe cercare di creare tensioni dentro la NATO con attacchi isolati, come il recente attacco di un drone russo contro un palazzo in Romania: "I russi non punterebbero a una guerra con la NATO, ma potrebbe servire a dividerla su come rispondere". Le tensioni con l'Alleanza Atlantica, ha aggiunto, darebbero a Putin anche una giustificazione politica interna per introdurre la mobilitazione generale, una mossa impopolare che il presidente russo evita dall'inizio della guerra ma che secondo alcuni analisti militari occidentali sarebbe necessaria per conquistare il Donbass.

Gli attacchi ucraini contro raffinerie, porti e depositi in Russia e nei territori occupati hanno causato intanto gravi carenze di carburante nel territorio russo, portando per la prima volta gli effetti della guerra nella vita di milioni di russi. Il gradimento di Putin resta ancora elevato ma ha toccato il punto più basso dall'inizio dell'invasione nel 2022, secondo un sondaggio di un istituto di sondaggi statale. Gli alleati dell'Ucraina parlano di un cambio di slancio nel conflitto e alcuni chiedono nuove sanzioni economiche per costringere Mosca a trattare. I successi ucraini hanno però reso Putin più arrabbiato e determinato a dare una risposta dura, secondo la fonte che lo incontra regolarmente.

Nell'ultima settimana le forze russe hanno lanciato due grandi attacchi con droni e missili contro l'Ucraina, compresa Kyiv, uccidendo decine di civili. Parlando ai generali in commenti televisivi, Putin ha detto che gli attacchi ucraini alle infrastrutture energetiche spingeranno la Russia a prendere altro territorio lungo il confine, oltre il Donbass, come "zona di sicurezza". Andrei Ilnitsky, ex funzionario del Ministero della Difesa russo, ha scritto sul quotidiano Kommersant che l'escalation potrebbe cominciare con la distruzione di 30 grandi siti industriali in Ucraina, tra cui un'acciaieria e il porto di Odesa, per poi passare ad attacchi contro le basi NATO nei paesi baltici e in Romania e contro gli impianti dell'Unione Europea che producono droni e missili a lungo raggio per Kyiv. Peskov ha risposto che la Russia non può "chiudere gli occhi" davanti al riarmo dell'Europa.

Sul campo l'avanzata russa procede però lentamente e conquistare il Donbass richiederebbe tempo e perdite considerevoli. Secondo una stima recente del Center for Strategic and International Studies, un centro studi americano, complessivamente circa due milioni di soldati sono stati uccisi, feriti o risultano dispersi dall'inizio dell'invasione su larga scala nel 2022, 1,4 milioni dei quali russi. Le truppe di Mosca faticano ad avanzare lungo i 1.200 km del fronte, dove i droni ucraini compensano spesso la superiorità numerica russa.

Nelle ultime settimane i russi stanno però continuando ad avanzare verso Kostiantynivka, una delle città della "cintura di fortezze" che difende la regione di Donetsk: il 3 luglio Putin ha detto che le sue forze l'avevano conquistato, ma l'Ucraina lo ha negato. Il giorno dopo, in una telefonata con Trump, Putin ha cercato di convincerlo che la Russia conquisterà il quinto della regione ancora controllato da Kyiv. Per la fonte che lo incontra regolarmente, il controllo del Donbass è per lui ormai una questione di principio: il presidente russo "ha bisogno di una qualche vittoria" da vendere al suo Paese prima di porre fine alla guerra.


Ai confini con la Russia l'Europa si arma da sola nel timore che Washington non intervenga


Lungo il confine orientale della NATO, dalle foreste della Finlandia alla frontiera della Lituania, i paesi più vicini alla Russia stanno costruendo fortificazioni, ampliando le riserve e comprando carri armati e droni. Si preparano all'ipotesi che, in caso di attacco russo, i primi giorni di guerra tocchino a loro combatterli in gran parte da soli. È il quadro che emerge da un ampio reportage di Politico, realizzato lungo tre tratti esposti della frontiera: il confine finlandese, quello polacco con Kaliningrad e la Bielorussia e il fianco lituano vicino al cosiddetto corridoio di Suwałki.

La spinta a rafforzare i confini nasce dall'incertezza sul ruolo degli Stati Uniti. Da quando è tornato alla Casa Bianca il presidente Donald Trump ha più volte messo in dubbio l'impegno di Washington verso l'Articolo 5 della NATO, la clausola secondo cui un attacco a un membro dell'alleanza è considerato un attacco a tutti. L'Amministrazione ha anche fatto capire di voler ridurre la presenza militare americana in Europa. Nel frattempo alcune immagini satellitari mostrano che la Russia ha aumentato le sue forze lungo il confine con la Finlandia e altri paesi dell'Unione Europea, con nuove caserme e mezzi militari. Proprio nei giorni scorsi Washington ha avvertito Varsavia che Mosca potrebbe tentare una provocazione armata per mettere alla prova l'alleanza.

La Finlandia, che condivide con la Russia il confine più lungo dell'alleanza, 1.343 chilometri, ha impostato da decenni la propria difesa sull'idea che Mosca potesse un giorno tornare. Mentre gran parte dell'Europa dopo la Guerra Fredda tagliava gli eserciti, Helsinki ha mantenuto la coscrizione obbligatoria e vaste riserve. Il paese può mobilitare quasi 870.000 riservisti su una popolazione di 5,6 milioni di abitanti, una cifra destinata a raggiungere il milione entro il 2031.

"La Russia è una superpotenza e noi siamo un piccolo paese", ha detto il colonnello Matti Pitkäniitty, comandante del distretto di guardia di frontiera della Carelia settentrionale. La Finlandia non ha mai dimenticato la lezione della Guerra d'inverno, quando nel 1939 fermò un attacco sovietico ma perse circa un decimo del proprio territorio. Il paese è entrato nella NATO solo nel 2023, dopo l'invasione russa dell'Ucraina, ma continua a considerare l'alleanza un rafforzamento della propria difesa, non un sostituto.

"Siamo felici di far parte di un'alleanza, ma sappiamo che incasseremo il primo colpo da soli, prima che scatti l'Articolo 5", ha detto Jukka Kopra, parlamentare finlandese che ha presieduto la commissione difesa. La Finlandia spende quasi il 3 per cento del proprio Pil in difesa e punta a salire al 5 per cento entro il 2035. La sua aeronautica riceverà nei prossimi mesi i caccia F-35 di fabbricazione americana e sulla terraferma dispone di uno dei più grandi arsenali di artiglieria d'Europa.

Uno dei principali punti di forza militari della Finlandia è il territorio stesso: un esercito che invadesse da est dovrebbe attraversare un paese con poche strade, foreste fitte, neve profonda e temperature gelide. A maggio due esercitazioni multinazionali nel sud-est del paese hanno mostrato a truppe di Francia e Regno Unito come muoversi in quell'ambiente. Una delle lezioni emerse è che i mezzi corazzati e i droni commerciali sono poco adatti alle foreste finlandesi, dove le foglie rendono difficile individuare i soldati senza una telecamera termica, secondo il colonnello Ari Määttä, che ha comandato una delle esercitazioni.

Insieme alla Polonia e ai tre paesi baltici, la Finlandia si è ritirata l'anno scorso dalla Convenzione di Ottawa, il trattato internazionale che vieta le mine antiuomo, sostenendo che la Russia non vi ha mai aderito e le sta già usando in Ucraina. Diversi ufficiali finlandesi hanno riferito che le forze armate del paese intendono acquistare mine antiuomo nei prossimi mesi, senza schierarle in tempo di pace ma tenendole pronte se la minaccia di un'invasione russa diventasse più concreta.

Contro le armi nucleari la geografia e la coscrizione offrono poca protezione. Solo da quando è entrata nella NATO tre anni fa la Finlandia ha dovuto includere la deterrenza nucleare nei propri calcoli. A giugno i parlamentari finlandesi hanno tolto le restrizioni sul trasporto e lo stoccaggio di armi nucleari sul territorio nazionale, un'eredità della lunga storia del paese fuori dall'alleanza. La Finlandia è meglio posizionata di altri per difendere il proprio territorio senza forze di terra americane, ma non è più in grado degli altri paesi europei di rimpiazzare l'ombrello nucleare di Washington.

Il ministro della Difesa finlandese Antti Häkkänen ha riconosciuto di aver discusso con Parigi la proposta del presidente francese Emmanuel Macron di estendere la deterrenza nucleare francese ad altri paesi europei. Macron ha lasciato volutamente ambiguo cosa intenda: Parigi ha ipotizzato esercitazioni congiunte e dispiegamenti temporanei di caccia francesi a capacità nucleare, ma non una garanzia nucleare europea formale.

Se la risposta della Finlandia all'incertezza è la prontezza nazionale, quella della Polonia sono barriere di cemento, sensori, droni e uno degli eserciti in più rapida crescita d'Europa. Varsavia è il maggiore paese sul fianco orientale della NATO e il primo per spesa militare in rapporto al Pil: quest'anno arriverà a spendere il 4,8 per cento del prodotto interno lordo in difesa. Il suo esercito è il terzo dell'alleanza, dopo quelli di Stati Uniti e Turchia.

All'inizio dell'invasione russa la Polonia ha inviato più di 300 carri armati all'Ucraina, poi ha sostituito e ampliato il proprio arsenale con mezzi comprati da Stati Uniti e Corea del Sud. La sua importanza per la NATO non dipende solo dalla spesa: per dimensioni e posizione è lo Stato di prima linea in un eventuale scontro con Mosca, un ruolo simile a quello che ebbe la Germania Ovest durante la Guerra Fredda. Anche Trump, che rimprovera gli altri paesi europei sulla difesa, ha spesso elogiato la Polonia, dove gli Stati Uniti mantengono migliaia di soldati.

Il progetto polacco si chiama Scudo Orientale ed è pensato per rafforzare gli 800 chilometri di confine con la Bielorussia, stretta alleata di Mosca, e con Kaliningrad, il territorio russo fortemente militarizzato incastrato tra Polonia, Lituania e mar Baltico. È una rete di ostacoli, trincee anticarro, barriere di cemento, bunker, droni e telecamere termiche, pensata per rallentare un attacco e dare tempo alla NATO di reagire. Una volta completato, dovrebbe costare circa 10 miliardi di euro. Il viceministro della Difesa Cezary Tomczyk lo ha definito il più grande sforzo di fortificazione in Europa dalla Seconda guerra mondiale.

Lungo alcuni tratti, però, lo Scudo Orientale è ancora più promessa che realtà. Grandi sezioni del confine non sono visibilmente fortificate e un deposito militare vicino al villaggio di Dąbrówka conserva grandi quantità di barriere anticarro mai collocate lungo la frontiera. Il ministero della Difesa polacco ha assicurato che i reparti del genio potrebbero erigere le fortificazioni lungo tutto il confine in sette-quattordici giorni, ma un esperto di logistica con incarichi militari di alto livello ha detto che alcuni elementi non si spostano così in fretta e che posare un solo chilometro di barriere di cemento può richiedere settimane o mesi.

Poco più a est si trova il cosiddetto corridoio di Suwałki, un breve tratto di territorio polacco e lituano che separa Kaliningrad dalla Bielorussia. Ben Hodges, generale in pensione ed ex comandante dell'esercito americano in Europa, lo ha definito il tallone d'Achille della NATO: un attacco russo potrebbe cercare di chiudere il corridoio da entrambi i lati, tagliando fuori i paesi baltici dal resto dell'alleanza. Più a est, il confine polacco con la Bielorussia è protetto in gran parte solo da una recinzione alta quattro metri, costruita nel 2022 per fermare i migranti, che offrirebbe poca protezione contro i carri armati.

I carri armati non sono l'unica minaccia. Dopo che l'anno scorso 19 droni russi sono entrati nello spazio aereo polacco, costringendo la NATO ad abbatterli con missili sparati da caccia F-16 e F-35, una risposta costata milioni di euro contro droni che ne valgono una frazione, la Polonia sta sviluppando un sistema anti-drone chiamato SAN. Descritto a volte come un "muro di droni", potrebbe costare fino a 4 miliardi di euro, circa il 40 per cento dell'intero Scudo Orientale. Secondo Tomczyk sarà il più grande e avanzato sistema anti-drone d'Europa e la costruzione, iniziata a inizio anno, dovrebbe concludersi entro la fine del 2027.

I paesi baltici non hanno il lusso di potersi difendere da soli. Lituania, Lettonia ed Estonia sono troppo piccoli, troppo esposti e troppo vicini a Russia e Bielorussia per scambiare territorio con il tempo. La loro difesa si regge su un calcolo più stretto: assicurarsi che la NATO arrivi in loro soccorso. Questo li rende i più vulnerabili all'imprevedibilità dell'Amministrazione Trump.

Raimundas Vaikšnoras, capo di stato maggiore della difesa lituana, non ritiene probabile un attacco russo a sorpresa, perché i sistemi di allerta della NATO rendono difficile nascondere grandi movimenti di truppe. In Lituania ci sono già circa 3.000 soldati di altri paesi della NATO, ma il dispiegamento a rotazione di più di mille militari americani è finito senza che sia arrivata una forza sostitutiva, mentre Washington rivede la propria presenza in Europa. L'aggiunta più importante è la brigata tedesca, che sarà stanziata in modo permanente in Lituania entro la fine del 2027 con circa 5.000 uomini.

Le fortificazioni fanno parte della Linea di difesa baltica, un progetto congiunto di Estonia, Lettonia e Lituania: fossati anticarro, bunker, ostacoli difensivi e campi minati. Come la Finlandia, anche i paesi baltici hanno deciso di uscire dalla Convenzione di Ottawa. L'obiettivo è rallentare i russi, incanalare le forze nemiche su direttrici prevedibili e guadagnare tempo per una reazione. La difesa dei baltici dipende da quanto a lungo possono resistere e, soprattutto, da quanto in fretta la NATO può rinforzarli.

Un'esercitazione strategica condotta alla fine dello scorso anno dal quotidiano tedesco Welt insieme al centro di wargaming dell'università delle forze armate tedesche di Amburgo ha simulato la reazione della Germania se la Russia usasse un cessate il fuoco in Ucraina per minacciare la Lituania e se Washington rinunciasse al suo ruolo tradizionale di guida della NATO. Il risultato è stato poco rassicurante: mentre la squadra che rappresentava la Russia si muoveva rapidamente verso un'invasione limitata, quella tedesca si concentrava su riunioni di crisi e sulla ricerca di alleati, invece di impedire a Mosca di raggiungere i suoi obiettivi militari.

Hodges ha avvertito che, nel caso peggiore, se la NATO fosse colta di sorpresa i paesi baltici potrebbero dover combattere fino a due settimane senza rinforzi dagli alleati più lontani. È la finestra di tempo entro cui questi dovrebbero reagire. Funzionari tedeschi e lituani respingono l'idea che un simile scenario possa arrivare a sorpresa: un attacco russo, sostengono, sarebbe preceduto da preparativi militari visibili.

"Quello a cui stiamo assistendo è la dissoluzione della NATO", ha detto Anders Fogh Rasmussen, ex segretario generale dell'alleanza, secondo cui l'Europa deve ripensare i propri piani di difesa e costruire le capacità per agire senza aspettare Washington. La Finlandia si rende più difficile da invadere, la Polonia costruisce eserciti, fortificazioni e difese anti-drone e i paesi baltici lavorano per non essere lasciati soli. L'Europa non è ancora pronta a difendersi da sola, ma sulla sua frontiera orientale si sta già preparando al giorno in cui potrebbe doverlo fare.


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🌱 Server “green”, IA e Fediverso: facciamo un po’ di chiarezza


Negli ultimi tempi si parla molto, giustamente, di consumi energetici, data center, intelligenza artificiale e impatto ambientale.

È un tema serio.
Proprio per questo andrebbe trattato con precisione, non con slogan.

“Server green” non significa “impatto zero”


Usare un provider con data center efficienti, alimentazione ottimizzata, buone metriche energetiche e una gestione seria dell’infrastruttura è sicuramente una scelta positiva.

Ma non significa che il servizio sia magicamente a impatto nullo.

Anche una piccola istanza del Fediverso consuma risorse:

  • CPU
  • RAM
  • storage
  • database
  • media cache
  • backup
  • federazione
  • email
  • CDN
  • traduzioni
  • traffico di rete

Tutto questo ha un costo energetico.

Magari piccolo, magari ben gestito, magari molto più contenuto di tante piattaforme centralizzate enormi, ma comunque reale.

La compensazione non cancella automaticamente il consumo


Anche la formula “compensiamo piantando alberi” va maneggiata con cautela.

Piantare alberi può essere una buona cosa, ma una compensazione ambientale ha senso solo se è:

  • documentata
  • verificabile
  • addizionale
  • permanente
  • proporzionata al consumo reale

Altrimenti rischia di diventare più comunicazione che reale neutralizzazione dell’impatto.

Il punto non è fingere di non consumare


Il punto serio dovrebbe essere un altro:

dimensionare bene i servizi.

Non fare il passo più lungo della gamba.
Non gonfiare artificialmente l’infrastruttura.
Non inseguire numeri inutili.
Non centralizzare tutto in poche istanze gigantesche.
Non trasformare il Fediverso in una copia “alternativa” dei social commerciali.

Il Fediverso dà il meglio quando è fatto da tante istanze piccole, medie, locali, tematiche, ben amministrate e sostenibili.

Non serve raccontarsi favole.

Serve amministrare con criterio.

Anche le piccole istanze hanno senso


Una piccola istanza ben dimensionata, con iscrizioni controllate, costi bassi e risorse adeguate, può avere un impatto molto contenuto.

Non perché “non consuma”.

Ma perché consuma il giusto per quello che deve fare.

Questa è la vera sostenibilità tecnica:
sobrietà, misura, manutenzione e responsabilità.

In sintesi


Dire “siamo green” è facile.

Più corretto sarebbe dire:

cerchiamo di ridurre l’impatto, scegliamo infrastrutture efficienti, dimensioniamo con criterio e non sprechiamo risorse.


Questo è un discorso serio.

Il resto, spesso, è solo marketing ambientale con una foglia verde sopra.

#Fediverso

in reply to Osservatorio Fediverso

@Osservatorio Fediverso

Però mi torna poco che tante istanze piccole siano più efficienti (in termini di energia consumata) di un'istanza grande.

Con tante piccole istanze hai una duplicazione di servizi che su un'istanza grande non hai.

Pensa a quanto costa, in termini di consumo di energia per la CPU, avere 10 web server che gestiscono 100 connessioni l'uno e quanto costa avere un solo web server che ne gestisce 1000.

Non lo so... secondo me l'utilità dell'avere tante istanze piccole sta altrove, non nell'efficienza energetica.

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in reply to Max - Poliverso 🇪🇺🇮🇹

Hai ragione su un punto: in termini puramente energetici, dieci piccoli server possono consumare più di un server grande ben ottimizzato.

Questo è vero.

Se ragioniamo solo come data center, CPU, RAM, processi duplicati, database duplicati, web server duplicati, allora la centralizzazione può essere più efficiente.

Ma il Fediverso non nasce per massimizzare solo l’efficienza energetica grezza.

Nasce anche per evitare:

  • centralizzazione
  • single point of failure
  • concentrazione del potere
  • dipendenza da pochi amministratori
  • istanze enormi difficili da moderare
  • costi crescenti
  • necessità continua di donazioni
  • effetto “piattaforma”

Quindi sì: una grande istanza può essere più efficiente sul piano tecnico-energetico.

Ma può essere meno sostenibile sul piano sociale, amministrativo, economico e comunitario.

Il punto non è dire che mille istanze piccole consumino meno di una grande.
Sarebbe probabilmente falso.

Il punto è dire che tante istanze ben dimensionate, senza gigantismo e senza fare il passo più lungo della gamba, rendono il Fediverso più sano, più distribuito e meno dipendente da pochi centri enormi.

La sostenibilità non è solo watt consumati.

È anche:

  • chi controlla l’infrastruttura
  • quanto costa mantenerla
  • quanto è gestibile
  • quanto è moderabile
  • quanto è resiliente
  • quanto è trasparente
  • quanto evita concentrazioni di potere

Quindi la tua osservazione sull’efficienza energetica è corretta.

Ma secondo me l’utilità delle tante piccole istanze non sta nel battere una grande istanza sul consumo per utente.

Sta nel costruire un Fediverso distribuito, sobrio, governabile e non centralizzato.

in reply to Osservatorio Fediverso

@Osservatorio Fediverso

Ma infatti ho scritto che l'utilità nell'avere tante piccole istanze c'è, solo che probabilmente non è nell'efficienza energetica che va cercata. Siamo d'accordo.

Ci sono comunque molti altri motivi per cui sarebbe utile avere tante piccole istanze, infatti sto pensando sempre più spesso di farmene una mia (ma non nego che più di tutto per me conterebbe l'aspetto tecnico-ludico del gestirmi una piattaforma in solitaria, dalla A alla Z 😁).

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Faremo una grande manifestazione a Roma con Eumans per difendere la Corte Penale Internazionale.

Ci ritroviamo esattamente dove è nata 28 anni fa, con la promessa che nessuno sarebbe stato al di sopra della legge, nemmeno i potenti. C'è chi oggi vuole ostacolare il suo lavoro e addirittura cancellarla, e noi saremo in piazza per ricordare che quella promessa vale ancora.

📍 giovedì 16 luglio, alle 18:00 in Piazzale Ugo La Malfa.

Vi aspetto.

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Sensitive content

Questa voce è stata modificata (3 settimane fa)
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Saluti fascisti a Salerno. L’asticella nera, un po’ più in là


@Giornalismo e disordine informativo
articolo21.org/2026/07/saluti-…
Via Velia, pieno centro. Scatta l’ordine. Partono i saluti fascisti. Braccia tese e il rito squadrista del “presente” urlato a comando. Le immagini di Sud TV non lasciano spazio a interpretazioni.

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TEMPO!

La nostra percezione del tempo é soggettiva, ma questo non vuol dire casuale. Il suono, per esempio, influenza in modo riproducibile la sensazione dello scorrere dei secondi.

ilfoglio.it/scienza/2026/07/08…

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Claude sfida le Big Pharma: Anthropic userà l’IA per trovare cure alle malattie rare

📌 Link all'articolo : redhotcyber.com/post/claude-sf…

A cura di Carolina Vivianti

#redhotcyber #news #ricercascientifica #malattie #intelligenzaartificiale #farmaci #sanita

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"I've been robbed."
"That's horrible!"
"They stole our training data with distillation 😢"
"Where did you get the training data?"
"😡"
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Chat Control 1.0: EU Council forces messenger scans via fast-track | heise online

heise.de/en/news/Chat-Control-…

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Oggi anelletti al forno con melanzane, e la bimba ha dormito abbastanza da farci mangiare in santa pace.

Stanchezza cronica per il caldo.

Ieri sera ho ripreso a leggere con Calibre, "Credere alle cazzate".
Oggi ho installato Claude Desktop per Linux su Fedora (in un toolbox ubuntu)

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Ho appena scoperto 'sto sito. È un modo strano di consigliare distro di linux, ma è simpaticissimo

distrofighter.com/

#linux #distrohopping

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Italia, Liguria, Genova, Caruggi.

#photography #travel #italian #italy #photo #sky @foto

Questa voce è stata modificata (4 giorni fa)

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Pegasus spia chi indaga su Pegasus: il caso Kouloglou scuote il Parlamento Europeo


Il Citizen Lab conferma: l'eurodeputato greco Stelios Kouloglou, membro della commissione PEGA incaricata di indagare sugli abusi di spyware, è stato colpito da Pegasus nel 2022 e nel 2023 con un exploit zero-click che ha sfruttato una falla in HomeKit. È il primo caso pubblico di un membro della commissione stessa preso di mira.
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C’è un dettaglio che rende il caso di Stelios Kouloglou diverso da tutti gli altri scandali Pegasus degli ultimi anni: l’eurodeputato greco non era una vittima qualsiasi, ma il membro di una commissione d’inchiesta del Parlamento Europeo istituita proprio per indagare sugli abusi dello spyware commerciale. Secondo un report pubblicato il 3 luglio 2026 dal Citizen Lab dell’Università di Toronto, il telefono di Kouloglou è stato infettato con Pegasus nell’ottobre 2022 e almeno altre due volte nel marzo 2023, proprio nei momenti cruciali della stesura del rapporto finale della commissione PEGA. È la prima volta che un membro della commissione viene pubblicamente identificato come bersaglio dello stesso strumento che era chiamato a indagare.

La commissione PEGA e il suo bersaglio interno


La commissione d’inchiesta PEGA (Pegasus and Surveillance Spyware) è stata istituita dal Parlamento Europeo nel marzo 2022, dopo che un consorzio internazionale di giornalisti aveva rivelato l’uso diffuso dello spyware Pegasus di NSO Group contro giornalisti, avvocati, attivisti e politici in diversi Stati membri, tra cui Ungheria, Polonia, Spagna e Grecia. Kouloglou, giornalista ed ex parlamentare di SYRIZA, sedeva nella commissione mentre questa raccoglieva testimonianze e redigeva le prime bozze del suo rapporto, concentrate in particolare sugli abusi documentati a Cipro, Grecia, Ungheria, Polonia e Spagna.

Il fatto che proprio lui sia finito nel mirino, mentre la commissione lavorava a conclusioni che avrebbero potuto imbarazzare governi europei, ha immediatamente sollevato interrogativi sulla natura dell’attacco. Un eurodeputato in carica ha definito l’episodio “un attacco diretto allo stato di diritto”, chiedendo alla Commissione Europea di imporre limiti stringenti all’uso dello spyware nei 27 Stati membri. La Commissione, contattata dai giornalisti, non ha risposto.

Timeline degli attacchi: due finestre, due momenti chiave


Il Citizen Lab ha ricostruito con precisione forense due finestre di compromissione, entrambe coincidenti con fasi decisive del lavoro della commissione:

  • 21 ottobre 2022 — Prima infezione confermata, nel pieno delle discussioni via email e messaggistica di ottobre-novembre 2022, in vista della consegna della prima bozza del rapporto sugli abusi in Cipro, Grecia, Ungheria, Polonia e Spagna. Il momento coincide inoltre con un ricovero ospedaliero di Kouloglou per un intervento chirurgico programmato, circostanza che potrebbe aver permesso agli operatori dello spyware di intercettare anche conversazioni ambientali relative alla sua salute o scambi con i visitatori.
  • 6-7 marzo 2023 — Due ulteriori infezioni, mentre Kouloglou viaggiava da Atene a Bruxelles per le audizioni della commissione, mesi prima dell’adozione finale del rapporto scritto.

Kouloglou ha raccontato ai giornalisti di TechCrunch la rabbia provata nello scoprire la compromissione: “Ti rendi conto che tutti i tuoi dati personali sono stati presi — non solo gli scambi professionali o i messaggi con i ministri, ma anche le cose molto private, i momenti felici e quelli tristi”. L’eurodeputato ha annunciato l’intenzione di citare in giudizio NSO Group.

PWNYOURHOME: l’exploit zero-click che passa da HomeKit


Dal punto di vista tecnico, l’infezione del 2022 sfrutta una catena di exploit già documentata dal Citizen Lab in precedenti ricerche e nota con il nome in codice PWNYOURHOME, attiva contro iOS 15 e iOS 16 a partire da ottobre 2022. Si tratta di un exploit zero-click in due fasi che colpisce due processi distinti del sistema operativo iPhone: il primo stadio prende di mira il framework HomeKit — il sistema Apple per la gestione della smart home — mentre il secondo stadio sfrutta iMessage per ottenere l’esecuzione di codice e l’installazione dello spyware.

La vulnerabilità sfruttata riguarda un problema di deserializzazione in NSKeyedUnarchiver, una classe già abusata in precedenti catene di exploit zero-click contro iMessage. Poiché non richiede alcuna interazione da parte della vittima, il bersaglio non riceve notifiche, non deve cliccare link né aprire allegati: lo spyware si installa silenziosamente, consentendo l’accesso a messaggi, cronologia delle chiamate, dati di geolocalizzazione, foto e — nel caso dei modelli più recenti — anche all’attivazione da remoto di microfono e fotocamera.

Apple ha corretto le falle sfruttate da PWNYOURHOME con il rilascio di iOS 16.3.1, introducendo tra l’altro un nuovo controllo che rifiuta di decodificare determinati messaggi HomeKit a meno che non provengano da una fonte plausibile. Il problema, come spesso accade con gli attacchi Pegasus, è che l’aggiornamento correttivo non era ancora installato sul dispositivo di Kouloglou al momento dell’attacco dell’ottobre 2022 — una finestra di esposizione che gli operatori dello spyware hanno sfruttato attivamente.

Un cliente governativo con licenza multi-paese


Il Citizen Lab non ha attribuito pubblicamente l’attacco a un governo specifico, ma un dettaglio tecnico rende il quadro più inquietante: l’indirizzo email utilizzato come vettore d’infezione da chi ha colpito Kouloglou è lo stesso già osservato in una precedente campagna che aveva infettato i telefoni di giornalisti in diversi paesi europei. Il riutilizzo dello stesso indirizzo — e quindi, presumibilmente, della stessa infrastruttura di comando e controllo — suggerisce che il cliente governativo di NSO Group disponesse di un’autorizzazione per operare lo spyware Pegasus contro bersagli in più Stati membri dell’Unione Europea, non in uno soltanto.

Questo elemento è cruciale per il dibattito politico che ne è seguito: se la licenza NSO copre operazioni cross-border all’interno dello spazio europeo, i meccanismi di controllo nazionale sull’export e sull’uso dello spyware — già ritenuti insufficienti dallo stesso rapporto PEGA — risultano ancora più permeabili di quanto documentato finora.

NSO Group tra sanzioni USA e tentativi di riabilitazione


NSO Group resta in gran parte bandita dall’uso governativo negli Stati Uniti, a seguito di un ordine esecutivo dell’amministrazione Biden che vieta l’impiego federale di spyware commerciale capace di violare i diritti umani. Nel 2025 l’azienda israeliana ha confermato che un gruppo di investitori statunitensi non identificato ha versato decine di milioni di dollari nella società, in quella che gli osservatori hanno letto come un tentativo di riabilitare il marchio NSO in vista di un possibile ingresso nel mercato americano — un percorso già criticato per la scarsa trasparenza degli impegni dichiarati dall’azienda.

Il caso Kouloglou arriva quindi in un momento delicato: mentre NSO cerca legittimazione commerciale, un membro della stessa commissione UE nata per indagarla diventa l’ennesima prova pubblica che gli abusi non si sono fermati.

Implicazioni e due righe per i difensori


Per chi opera in ruoli ad alto rischio — parlamentari, giornalisti, avvocati per i diritti umani, ricercatori di sicurezza, dissidenti — il caso conferma alcune priorità difensive ormai consolidate ma spesso disattese:

  • Aggiornamenti tempestivi: gli exploit zero-click di Pegasus sfruttano quasi sempre vulnerabilità già note ma non ancora patchate sul dispositivo bersaglio. Applicare gli aggiornamenti iOS entro 24-48 ore dalla pubblicazione riduce drasticamente la finestra di esposizione.
  • Lockdown Mode: la modalità di isolamento introdotta da Apple su iOS disabilita molte delle superfici di attacco usate dagli exploit zero-click (inclusi determinati messaggi HomeKit e allegati iMessage complessi), ed è fortemente consigliata per soggetti ad alto rischio.
  • Verifica forense periodica: strumenti open source come Mobile Verification Toolkit (MVT), sviluppato da Amnesty International, permettono di analizzare backup iOS/Android alla ricerca di indicatori di compromissione noti legati a Pegasus e spyware simili.
  • Riavvii regolari del dispositivo: molte varianti di Pegasus non sopravvivono a un riavvio senza reinfezione, complicando la persistenza per gli attaccanti — una contromisura semplice ma efficace in assenza di altre difese.
  • Segnalazione a Citizen Lab o Access Now: chi sospetta di essere bersaglio di spyware commerciale può richiedere supporto tecnico gratuito attraverso l’Access Now Digital Security Helpline.

Il caso Kouloglou dimostra ancora una volta che lo spyware di livello statale non conosce eccezioni istituzionali: nemmeno chi indaga sugli abusi è al riparo dal diventarne bersaglio. Per il Parlamento Europeo, la domanda che resta aperta è se le raccomandazioni della stessa commissione PEGA — largamente rimaste lettera morta — troveranno finalmente attuazione concreta.

Indicatori tecnici e riferimenti

Spyware: NSO Group Pegasus
Catena di exploit: PWNYOURHOME (zero-click, iOS 15/16)
Vettori sfruttati: HomeKit (stage 1) + iMessage/NSKeyedUnarchiver (stage 2)
Patch correttiva: iOS 16.3.1

Date di compromissione confermate (dispositivo Kouloglou):
- 21 ottobre 2022
- 6 marzo 2023
- 7 marzo 2023

Strumenti di verifica consigliati:
- Mobile Verification Toolkit (MVT) - github.com/mvt-project/mvt
- Access Now Digital Security Helpline

Fonte primaria: Citizen Lab, University of Toronto
"Member of Committee Investigating Spyware Hacked With Pegasus" (3 luglio 2026)
Questa voce è stata modificata (1 mese fa)

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