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Quasi metà degli americani non sa cosa si celebra il 4 luglio


Un sondaggio del Cato Institute rileva che solo il 53% degli americani sa che la festa ricorda l'adozione della Dichiarazione di indipendenza. Il 56% teme che il paese possa smettere di essere libero
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Solo il 53% degli americani sa che il 4 luglio si celebra l'adozione della Dichiarazione di indipendenza, il documento approvato nel 1776 con cui le colonie americane proclamarono la separazione dalla Gran Bretagna, considerato l'atto di nascita degli Stati Uniti. Il 46% degli intervistati ha risposto di non sapere quale evento storico ricordi la festa nazionale dell'Independence Day. Lo ha rilevato un sondaggio del Cato Institute, un centro studi libertario favorevole a un ruolo limitato dello Stato, pubblicato giovedì a due giorni dal 250° anniversario degli Stati Uniti, la ricorrenza celebrata sabato in tutto il paese con il nome di America 250.

La quota di chi non sa rispondere sale al 61% tra gli intervistati della Generazione Z, cioè gli adulti più giovani del campione. Le lacune non riguardano solo la data: il 58% non conosce la funzione principale della Costituzione, la legge fondamentale che regola i poteri dello Stato americano, e il 57% non ha saputo spiegare perché gli Stati Uniti dichiararono l'indipendenza dalla Gran Bretagna per dare vita a un governo dai poteri limitati, cioè vincolato da regole che ne circoscrivono l'autorità.

L'86% degli intervistati si dice comunque grato di essere americano. Il 60% ritiene però che gli Stati Uniti si siano allontanati dai loro principi fondativi.

Il 56% teme inoltre che il paese possa smettere di essere una nazione libera nei prossimi cinquant'anni. Chi esprime questo timore indica tra le cause la corruzione, la concentrazione e l'abuso del potere, oltre all'ignoranza dei principi su cui la nazione è nata.

Sondaggio · Stati Uniti
Solo il 53% sa che il 4 luglio celebra la Dichiarazione di indipendenza
25-26 giugno 2026 · 2.253 americani (±2%) · Cato Institute
Focus America

Risposta%

L'adozione della Dichiarazione di indipendenza
Risposta esatta

53%

La ratifica della Costituzione

8%

La vittoria nella guerra d'indipendenza

6%

La prima elezione presidenziale

5%

Lo sbarco dei padri pellegrini a Plymouth Rock

3%

La fondazione di Jamestown

1%

Non sa

23%

Elaborazione di Focus America su dati del Cato Institute. Domanda: quale dei seguenti eventi descrive meglio ciò che commemora il 250° anniversario dell'America? Le percentuali possono non sommare a 100 per gli arrotondamenti.

Alla richiesta di indicare le tutele a cui tengono di più, gli intervistati hanno citato la libertà di parola, il diritto di voto, l'uguaglianza davanti alla legge, la libertà religiosa e il diritto a un giusto processo, cioè la garanzia di procedure regolari davanti alla legge.

I risultati sono arrivati dopo altre rilevazioni che nelle settimane precedenti segnalavano un patriottismo in calo in alcune fasce della popolazione, mentre Washington preparava la grande festa per l'anniversario e altre celebrazioni erano in programma da una costa all'altra. Nella capitale la festa principale si è svolta sabato pomeriggio sul National Mall, il grande parco monumentale al centro della città: il programma prevedeva ore di sorvoli di aerei militari, un comizio politico del presidente Trump e uno spettacolo di fuochi d'artificio da record.

Il sondaggio è stato condotto su un campione di 2.253 americani tra il 25 e il 26 giugno, con un margine di errore di circa 2 punti percentuali.


250 anni di America, la promessa incompiuta della libertà


Oggi, 4 luglio 2026, gli Stati Uniti d’America non celebrano soltanto un anniversario. Celebrano una ferita, una promessa, una contraddizione, una speranza. Duecentocinquant’anni fa, tredici colonie affacciate sull’Atlantico ebbero l’audacia quasi impensabile di dichiarare che il potere non discendeva dal sangue dei re, né dalla grazia dei troni, né dalla forza degli imperi ma dal consenso degli uomini liberi. In quel gesto, compiuto nel caldo di Filadelfia nel 1776, non nacque semplicemente uno Stato: nacque un linguaggio politico destinato a cambiare il mondo.

La Dichiarazione d’Indipendenza rimane uno dei testi più potenti della modernità politica. Le sue parole più celebri – “all men are created equal” e il diritto alla “Life, Liberty and the pursuit of Happiness” – non furono soltanto una formula giuridica: furono un terremoto morale. In esse c’era già tutto: la dignità dell’individuo, la legittimazione democratica del potere, il diritto dei popoli a non essere governati come sudditi, ma riconosciuti come cittadini.

Eppure, fin dall’inizio, l’America fu grande non perché fosse pura, ma perché seppe pronunciare un ideale più alto della propria realtà. Nel 1776, mentre proclamava l’uguaglianza, tollerava ancora la schiavitù. Mentre invocava la libertà, escludeva donne, nativi, afroamericani, poveri e moltitudini senza voce. La sua grandezza, dunque, non sta nell’assenza di contraddizioni ma nella forza con cui quella frase originaria – “tutti gli uomini sono creati uguali” – avrebbe continuato a perseguitarla, a giudicarla, a costringerla a diventare più simile alla propria promessa.

Questa è la vera storia americana: non una marcia trionfale ma una lotta incessante tra ideale e realtà. Washington, Jefferson, Adams e Franklin non costruirono un paradiso, aprirono un conflitto. Fondarono una Repubblica sul principio più esplosivo che la politica moderna avesse mai conosciuto: nessun potere è legittimo se non risponde alla libertà di coloro che governa. Da quel momento, ogni ingiustizia americana sarebbe stata misurata contro le parole del 1776. Ogni esclusione avrebbe trovato nella Dichiarazione il proprio atto d’accusa.

Ottantasette anni dopo, su un campo di battaglia devastato dalla Guerra Civile, Abraham Lincoln comprese che l’America non poteva sopravvivere se non rinascendo. A Gettysburg, nel 1863, richiamò la fondazione del 1776 e definì gli Stati Uniti una nazione “conceived in Liberty”. Poi consegnò alla storia una delle formule più alte mai pronunciate sulla democrazia: “government of the people, by the people, for the people”. Non era retorica: era sangue. Era il tentativo di dare un senso ai morti, di trasformare la guerra in rifondazione morale, di dire che una Repubblica può salvarsi solo se accetta di pagare il prezzo della propria verità.

Da Lincoln in poi, la storia americana è diventata il lungo processo attraverso cui la Dichiarazione ha cercato di raggiungere sé stessa. L’abolizione della schiavitù, il suffragio femminile, il New Deal, la lotta contro il nazismo, il movimento per i diritti civili, la conquista dello spazio, l’espansione dei diritti individuali: ogni stagione ha aggiunto un frammento alla promessa originaria. Ma ogni stagione ha mostrato anche la sua ombra: segregazione, imperialismo, disuguaglianze, guerre, razzismo strutturale, crisi democratiche. L’America ha spesso tradito la sua origine. Ma la sua eccezionalità, quando esiste, non consiste nell’essere innocente; consiste nell’avere scritto, all’inizio della propria storia, il criterio con cui poter essere giudicata.

Per questo Martin Luther King Jr., nel 1963, non parlò contro l’America: parlò all’America, usando l’America contro le sue ingiustizie. Il suo “I have a dream” fu il secondo atto della Dichiarazione d’Indipendenza. Quando invocò il giorno in cui la libertà avrebbe risuonato “from every mountainside”, King non stava chiedendo un favore alla maggioranza bianca: stava reclamando il pagamento di un debito morale contratto nel 1776. La sua voce dimostrò che i testi fondativi non appartengono ai vincitori ma a chi ha il coraggio di prenderli sul serio.

Duecentocinquant’anni dopo, l’America arriva al suo anniversario più simbolico in un tempo inquieto. La democrazia liberale appare fragile, polarizzata, stanca. Le istituzioni sono attraversate da sfiducia; la tecnologia ridefinisce il potere; le disuguaglianze economiche consumano il patto sociale; la politica sembra spesso incapace di parlare alla parte migliore dei cittadini. Eppure proprio per questo il 2026 non può essere soltanto una celebrazione patriottica. Deve essere un esame di coscienza.

Ogni grande anniversario pone una domanda: che cosa resta della promessa iniziale? Resta molto, se si guarda alla forza creativa degli Stati Uniti, alla loro capacità di attrarre talenti, di generare innovazione, di difendere – talvolta con coerenza, talvolta con ipocrisia – l’idea che la libertà sia un valore universale. Ma resta anche un compito immenso: dimostrare che la democrazia non è un monumento, bensì una responsabilità quotidiana. Ronald Reagan disse che la libertà “is never more than one generation away from extinction” e che deve essere difesa da ogni generazione. È una frase enfatica, certo; una frase che nel 2026 suona meno come celebrazione e più come avvertimento.

La libertà, infatti, non muore solo sotto i colpi dei carri armati. Può morire lentamente, nella disaffezione, nella menzogna pubblica, nella rabbia permanente, nella trasformazione dell’avversario politico in nemico esistenziale. Può morire quando i cittadini smettono di credere che le istituzioni siano casa comune. Può morire quando il mercato diventa destino, quando la tecnologia diventa dominio, quando la politica rinuncia alla verità. Gli Stati Uniti, nati da una ribellione contro l’arbitrio, devono oggi chiedersi se siano ancora capaci di opporre alla frammentazione contemporanea un’idea credibile di comunità democratica.

Ma l’America possiede ancora qualcosa di raro: la capacità di raccontarsi come futuro. È questa la sua forza più profonda. Non la potenza militare, non Wall Street, non Hollywood, non la Silicon Valley. Prima di tutto, l’America è una narrazione. È l’idea che una vita possa ricominciare, che l’origine non debba inchiodare il destino, che un popolo possa correggersi, che una Repubblica possa cadere e rialzarsi. È il Paese che ha fatto della speranza una forma politica. E della contraddizione una battaglia permanente.

Naturalmente, nessuna celebrazione sincera può dimenticare chi ha pagato il prezzo del sogno americano: i popoli nativi spogliati delle loro terre, gli schiavi deportati e disumanizzati, i migranti sfruttati, i soldati mandati a morire, le minoranze costrette a reclamare diritti che avrebbero dovuto possedere fin dalla nascita. Ma proprio qui si misura la grandezza tragica della vicenda americana: il suo ideale è stato spesso negato dagli stessi uomini che lo proclamavano, e tuttavia è rimasto abbastanza potente da armare moralmente coloro che ne erano esclusi.

Il duecentocinquantesimo anniversario dell’indipendenza americana dovrebbe allora essere letto non come una festa dell’autocompiacimento, ma come una liturgia civile della responsabilità. Il 1776 non chiede agli Stati Uniti di venerare il proprio passato; chiede loro di esserne degni. Non chiede bandiere senza domande; chiede cittadini capaci di trasformare la memoria in dovere. Non chiede di credere che l’America sia sempre stata giusta; chiede di credere che la giustizia sia ancora possibile.

In fondo, tutte le nazioni vivono di miti. Ma pochi miti hanno avuto la forza normativa del mito americano della libertà. Pochi hanno ispirato rivoluzioni, costituzioni, movimenti di liberazione, dissidenti, migranti, perseguitati. Pochi hanno saputo parlare contemporaneamente al contadino del Settecento, allo schiavo in fuga, all’operaio del Novecento, allo studente davanti a un campus, al dissidente davanti a un muro, al migrante davanti a una frontiera. L’America non è stata soltanto una potenza: è stata una grammatica della possibilità.

Oggi quella grammatica è sotto pressione. Ma proprio per questo il suo anniversario conta. Perché i 250 anni dell’indipendenza non celebrano un impero perfetto ma una domanda ancora aperta: può una democrazia restare fedele alla libertà quando la libertà diventa difficile? Può una Repubblica sopravvivere alla propria ricchezza, alla propria paura, alla propria divisione? Può il popolo essere ancora sovrano in un tempo dominato da algoritmi, capitali globali e verità frantumate?

La risposta non è scritta nei monumenti di Washington, né negli archivi di Filadelfia, né nei fuochi d’artificio del 4 luglio. È scritta, come sempre, nelle scelte dei cittadini. Ogni generazione americana deve rifirmare la Dichiarazione d’Indipendenza, non con l’inchiostro ma con il modo in cui tratta i più deboli, protegge le istituzioni, custodisce il dissenso, limita il potere, riconosce la dignità di chi non le somiglia.

Duecentocinquant’anni dopo, l’America è ancora quella frase: “Life, Liberty and the pursuit of Happiness”. Una frase fragile, immensa, incompiuta. Una frase che ha attraversato guerre civili, assassinii, depressioni economiche, rivoluzioni sociali, trionfi scientifici e cadute morali. Una frase che non ha smesso di chiedere agli Stati Uniti di diventare migliori.

E forse è proprio questo il significato più profondo del 2026: non celebrare l’America perché è stata perfetta ma perché ha osato fondarsi su un ideale più grande delle proprie colpe. Non perché abbia sempre mantenuto la promessa ma perché quella promessa continua a vivere, a bruciare, a giudicare. Il 4 luglio 1776 non nacque soltanto una nazione. Nacque una sfida lanciata alla storia: che gli uomini potessero governarsi da soli, che la libertà potesse diventare istituzione, che la felicità potesse entrare nel linguaggio pubblico come diritto e non come privilegio.

Dopo 250 anni, quella sfida non è finita. È appena stata consegnata, ancora una volta, alle mani del presente.


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✨ JADEPUFFER: il primo ransomware condotto interamente da un agente AI, dalla violazione al wipe del database
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/jadepu…

@informatica


JADEPUFFER: il primo ransomware condotto interamente da un agente AI, dalla violazione al wipe del database


Il ransomware ha sempre avuto un umano dietro la tastiera, o quantomeno dietro lo script. Il Threat Research Team di Sysdig sostiene di aver documentato per la prima volta il contrario: un’estorsione digitale condotta interamente, dalla ricognizione iniziale alla distruzione dei dati, da un modello linguistico di grandi dimensioni senza intervento umano diretto. L’hanno battezzata JADEPUFFER, e i log che ha lasciato dietro di sé si leggono come il diario di bordo — auto-narrato, letteralmente — di un operatore che ragiona, sbaglia, si corregge e ripiega su un piano B in 31 secondi.

Il punto d’ingresso: un server Langflow esposto


JADEPUFFER ha ottenuto l’accesso iniziale sfruttando CVE-2025-3248, una falla di mancata autenticazione nell’endpoint di validazione del codice di Langflow, popolare framework open source per costruire applicazioni e workflow di agenti basati su LLM. Il difetto permette a chiunque raggiunga il servizio di eseguire codice Python arbitrario senza credenziali. Langflow resta un bersaglio ricorrente proprio perché le sue istanze, spesso esposte in fretta e senza controlli di rete, custodiscono tipicamente chiavi API di provider AI e credenziali cloud nell’ambiente circostante — un aperitivo perfetto per chi cerca un punto d’appoggio.

Tutti i payload sono stati consegnati come Python codificato in Base64 attraverso l’endpoint RCE, e da lì l’agente ha iniziato a muoversi da solo.

Fase 1: ricognizione e razzia sull’host compromesso


Subito dopo l’esecuzione, l’LLM ha enumerato l’host (id, uname -a, hostname, interfacce di rete, processi attivi) e ha setacciato in parallelo l’ambiente per categorie di segreti: chiavi API di provider AI (OpenAI, Anthropic, DeepSeek, Gemini e altri), credenziali cloud — con una copertura esplicita dei provider cinesi (Alibaba, Aliyun, Tencent, Huawei) oltre ad AWS, GCP e Azure — wallet di criptovalute e seed phrase, credenziali e file di configurazione di database.

Ha poi scaricato il database Postgres di backend dello stesso Langflow, sondato lo spazio di indirizzi interno alla ricerca di servizi raggiungibili e, trovato un endpoint MinIO (l’archivio oggetti compatibile S3 usato per dati applicativi, backup e modelli ML) protetto solo dalle credenziali di default minioadmin:minioadmin, ha eseguito l’intero playbook di enumerazione: elenco dei bucket — incluso uno dedicato allo stato Terraform — e recupero mirato di file .env e credentials.json. Quando un tentativo iniziale con ?format=json ha restituito XML invece del JSON atteso, l’agente ha adattato all’istante il proprio parser allo schema di risposta S3 e ha rilanciato la richiesta: un dettaglio piccolo ma rivelatore, perché è esattamente il tipo di correzione che un toolkit fisso non farebbe mai da solo.

Prima di spostarsi sul bersaglio vero, ha installato una persistenza banale ma efficace: un cron job che ogni 30 minuti invia un beacon all’infrastruttura d’attacco.

Fase 2: il vero obiettivo — un server Nacos/MySQL di produzione


Gli artefatti catturati mostrano che il bersaglio reale dell’operazione non era Langflow, ma un server di produzione separato che eseguiva MySQL e Alibaba Nacos, la piattaforma di service discovery e configurazione dinamica molto diffusa nelle architetture a microservizi. Nacos porta con sé una storia documentata di bypass di autenticazione (CVE-2021-29441 e varianti correlate) e una chiave di firma JWT di default nota pubblicamente dal 2020, che in molte installazioni non viene mai cambiata, rendendo banale la falsificazione dei token.

Con accesso root al database — le cui credenziali non risultano raccolte nell’ambiente della vittima, e la cui origine resta ignota — l’agente ha inserito direttamente un amministratore backdoor nel database di Nacos. Ed è qui che emerge la sequenza più interessante dell’intera analisi Sysdig: il primo tentativo di login con l’account appena creato fallisce; 12 secondi dopo l’LLM prova contemporaneamente le credenziali di default nacos:nacos e genera un nuovo hash per una password più semplice; 19 secondi più tardi emette un payload correttivo che passa da una chiamata subprocess a un import diretto della libreria bcrypt, cancella la riga corrotta e la ricrea con l’hash generato correttamente. Il login riesce. Dal fallimento alla correzione funzionante: 31 secondi, quindici righe di codice coordinato — cancellare, diagnosticare, ricostruire, reinserire.

Segue una fase di ricognizione per un possibile container escape — scritture di test su file MySQL, tentativi di lettura di docker.sock e /proc/1/cgroup, verifica dei permessi su /proc/1/mountinfo — condotta con precisione chirurgica in circa otto minuti e chiusa da un marcatore di completamento esplicito scritto su disco. Non è il comportamento di uno script fisso: è un agente strutturato che segnala da solo di essere pronto per la fase successiva.

Cifratura, estorsione e distruzione — con un colpo di scena


L’agente ha cifrato 1.342 elementi di configurazione del servizio Nacos usando la funzione AES_ENCRYPT() di MySQL, eliminato le tabelle originali config_info e la relativa cronologia, e creato una tabella di estorsione, README_RANSOM, con la richiesta di riscatto, un indirizzo Bitcoin e un contatto ProtonMail. La nota rivendica AES-256, ma AES_ENCRYPT() di default usa AES-128-ECB salvo riconfigurazione: un dettaglio che forse esagera l’algoritmo ma non cambia l’impatto pratico.

Il colpo di scena è nella chiave: generata come base64(uuid4().bytes + uuid4().bytes), quindi sostanzialmente casuale, stampata una sola volta a schermo e mai salvata né trasmessa altrove. Anche pagando, la vittima non potrebbe recuperare nulla — l’estorsione, in questo caso, è tecnicamente impossibile da onorare. Nella fase finale, l’agente è passato dalla cancellazione di singole righe all’eliminazione di schemi di database interi, commentando nel proprio stesso codice la logica di scelta dei bersagli (“database ad alto ROI da eliminare”) come farebbe un operatore che spiega a sé stesso perché sta agendo così.

Come si fa a dire che è stata davvero un’IA


Sysdig basa la propria valutazione su quattro elementi: codice auto-narrante saturo di commenti in linguaggio naturale che spiegano il “perché” di ogni azione; diagnosi e correzione degli errori a velocità di macchina, con timestamp che mostrano una finestra di 31 secondi tra un fallimento e una correzione multi-step accurata; comprensione dimostrata di testo libero incontrato durante l’operazione, non un semplice pattern-matching; e oltre 600 payload distinti ed efficaci eseguiti in una finestra temporale compressa. Anche l’indirizzo Bitcoin usato nella nota di riscatto è curioso: è l’esempio canonico di formato Pay-to-Script-Hash che compare in tutta la documentazione per sviluppatori Bitcoin — un caso da manuale di possibile “allucinazione” di un modello che ha semplicemente riprodotto un esempio della sua base di addestramento, oppure, alternativamente, un wallet reale scelto deliberatamente dall’operatore. Sysdig non è in grado di distinguere le due ipotesi senza visibilità sul system prompt dell’agente.

Cosa cambia per chi difende


Nessuna delle tecniche usate da JADEPUFFER è nuova: è la loro concatenazione autonoma, end-to-end, contro infrastrutture esposte e trascurate, a segnare un punto di svolta. La soglia di competenza per condurre un’estorsione digitale completa si sta abbassando a quanto costa far girare un agente — e se quell’agente gira su credenziali cloud rubate (LLMjacking), il costo per l’attaccante si avvicina allo zero.

  • Applicare la patch per CVE-2025-3248 su ogni istanza Langflow e non esporre mai endpoint di validazione/esecuzione codice a Internet
  • Non fare girare server di orchestrazione AI con chiavi API di provider o credenziali cloud nell’ambiente: isolarle in un secret manager lontano da processi raggiungibili dal web
  • Cambiare la chiave di firma token di default in Nacos, non esporlo mai a Internet e impedirgli di connettersi al database di backend come root
  • Non esporre mai account amministrativi di database su Internet; applicare credenziali forti e restrizioni per IP sorgente sulle porte di gestione
  • Applicare controlli di egress così che un host applicativo compromesso non possa contattare liberamente destinazioni esterne o database di staging
  • Monitorare cron job che invocano chiamate di rete in uscita e anomalie nello User-Agent, oltre agli IoC indicati sotto

Sysdig prevede che il volume e la varietà di queste campagne aumenteranno man mano che il tooling agentico matura. Il consiglio è trattare server applicativi esposti, config store non irrobustiti e account admin di database raggiungibili da Internet come le prime superfici che verranno colpite — non più da un operatore umano con uno script, ma da un agente che scrive da solo il proprio piano d’attacco, verificandolo passo dopo passo.

Indicatori di compromissione

Nome campagna: JADEPUFFER (agentic threat actor)
Vulnerabilità d'ingresso: CVE-2025-3248 (Langflow, RCE non autenticato)
C2 / accesso iniziale: 45.131.66[.]106
Beacon di persistenza: hxxp://45.131.66[.]106:4444/beacon (cron ogni 30 minuti)
Server di staging/exfil dichiarato: 64.20.53[.]230 (InterServer, AS19318)
Bersaglio secondario: server MySQL + Alibaba Nacos esposto
Vulnerabilità sfruttata sul bersaglio: CVE-2021-29441 (Nacos auth bypass) + chiave JWT di default
Credenziali MinIO sfruttate: minioadmin:minioadmin
Tabella di estorsione: README_RANSOM
Indirizzo Bitcoin: 3J98t1WpEZ73CNmQviecrnyiWrnqRhWNLy
Contatto: e78393397[@]proton[.]me
Dati distrutti: 1.342 elementi di configurazione Nacos + tabelle config_info/his_config_info
Chiave di cifratura: generata casualmente, mai salvata né trasmessa (dati non recuperabili)

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✨ Armored Likho: la APT che spia governi ed energia con il Python stealer BusySnake
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Armored Likho: la APT che spia governi ed energia con il Python stealer BusySnake


Un attore APT mai documentato prima, battezzato Armored Likho, sta colpendo agenzie governative e il settore elettrico in Russia, Brasile e Kazakistan con un nuovo infostealer Python chiamato BusySnake. Kaspersky, che ha pubblicato l’analisi tecnica il 3 luglio, descrive un toolkit modulare, offuscato con PyArmor Pro e in parte generato con l’assistenza di strumenti di intelligenza artificiale: un caso di scuola di come lo spionaggio informatico stia adottando l’AI-assisted malware development anche nelle campagne di fascia media.

Chi è Armored Likho


Armored Likho non è un gruppo esordiente: secondo Kaspersky, il suo profilo operativo mescola campagne a sfondo finanziario contro privati con operazioni di cyberspionaggio mirate contro organizzazioni pubbliche e infrastrutture critiche. È proprio questa doppia natura — cybercrime opportunistico e intelligence gathering mirato — a rendere l’attribuzione complessa e la minaccia particolarmente insidiosa: la stessa toolchain può colpire un privato cittadino per rubare credenziali bancarie o un ministero per sottrarre documenti riservati.

I ricercatori segnalano possibili sovrapposizioni con un cluster tracciato da BI.ZONE con il nome Eagle Werewolf, attivo almeno dal maggio 2023 e storicamente focalizzato su enti governativi e della difesa, in particolare organizzazioni coinvolte nello sviluppo e nella produzione di droni (UAV). Nel febbraio 2026 Eagle Werewolf era già stato osservato compromettere un canale Telegram dedicato al mondo dei droni per distribuire il RAT AquilaRAT tramite un dropper Rust travestito da checklist per l’attivazione di dispositivi Starlink. Le sovrapposizioni tecniche tra AquilaRAT e BusySnake — stessi schemi di ricezione dei task dal C2, stessa modalità di persistenza tramite scheduled task, endpoint di comunicazione simili — rafforzano l’ipotesi che si tratti dello stesso ecosistema di sviluppo, se non dello stesso gruppo.

La catena d’attacco


Il vettore d’ingresso resta il più classico: email di spear-phishing con esche legate a comunicazioni governative ufficiali o programmi sociali, che distribuiscono un archivio RAR contenente eseguibili droppati da un repository GitHub. Il dropper crea due file VBScript, uno dei quali cancella le tracce dell’esecuzione iniziale mentre l’altro registra un’attività pianificata (scheduled task) per lanciare lo stealer ogni cinque minuti, mascherata da un innocuo processo di sistema chiamato WindowsHelper — la stessa convenzione di naming usata da AquilaRAT con MicrosoftOfficeUpdate.

Una catena alternativa sfrutta invece file di collegamento Windows (LNK) che abusano di CVE-2025-9491 (nota anche come ZDI-CAN-25373), la vulnerabilità nella gestione degli shortcut corretta da Microsoft nel Patch Tuesday di novembre 2025 ma già sfruttata in passato da una dozzina di gruppi APT dal 2017. In questo scenario, il file LNK innesca un comando PowerShell offuscato che avvia un loader: quest’ultimo mostra un documento esca alla vittima mentre in background prepara l’ambiente per l’esecuzione del vero payload, scaricando un interprete Python 3.12 portatile, lo script get-pip.py per installare le dipendenze e un archivio contenente il payload finale module.pyw.

BusySnake Stealer: un infostealer Python pensato per l’evasione


Il cuore della campagna è BusySnake, un infostealer scritto in Python e mai documentato prima. Il codice è offuscato e cifrato con PyArmor Pro 9.2.0: il malware decripta il proprio bytecode solo nell’istante esatto in cui una funzione viene invocata, per poi ricifrarlo immediatamente dopo l’esecuzione, complicando enormemente l’analisi statica e dinamica. L’estensione .pyw gli permette inoltre di girare in background senza mai aprire una finestra di console visibile.

Dopo l’inizializzazione, che legge da un file di configurazione l’indirizzo del C2, i percorsi delle directory, gli intervalli per gli screenshot e uno user-agent dedicato, BusySnake si mette in ascolto di comandi tramite una funzione poll_task che interroga costantemente il server. Tra le capacità operative documentate da Kaspersky:

  • Furto di dati dagli appunti di sistema (clipboard)
  • Enumerazione dei file sul disco con logging dei metadati in un database locale
  • Ricerca di chiavi esadecimali a 64 caratteri nei file — un pattern tipico dei wallet di criptovalute — e relativa esfiltrazione
  • Cattura periodica di screenshot, archiviazione e invio al C2
  • Keylogging con invio ed eliminazione periodica del log
  • Furto di cookie e password da browser Chromium e Firefox, tramite lettura diretta dei file Cookies/cookies.sqlite e della master key in Login State
  • Furto di sessioni e credenziali Telegram dalla cartella tdata, previa terminazione forzata del processo telegram.exe
  • Apertura di un tunnel SSH inverso riutilizzando una chiave privata fornita dal C2 (funzionalità ereditata dal tool standalone Go2Tunnel, ora integrata nativamente nello stealer)
  • Installazione o riavvio di RustDesk per ottenere il controllo remoto, con cattura dello screenshot delle credenziali inserite dalla vittima al momento del login

Kaspersky ha inoltre individuato una versione più recente dello stealer che introduce un vero e proprio framework di gestione dei task: ogni comando ricevuto dal C2 viene assegnato a un identificativo univoco e transita attraverso quattro stati operativi — SCHEDULED, IN_PROGRESS, SUCCEEDED, FAILED — per un reporting più granulare verso l’infrastruttura d’attacco. Un dettaglio che segnala una maturazione ingegneristica non banale per un tool di questa fascia.

L’ombra dell’AI nel malware development


Un elemento che merita attenzione da parte degli analisti: secondo Kaspersky, i payload di primo stadio (loader e stager) mostrano segni di essere stati generati, almeno in parte, con l’assistenza di strumenti di intelligenza artificiale, a giudicare dalla presenza di commenti ridondanti e blocchi di codice ripetitivi tipici dell’output di modelli linguistici. Non è un caso isolato nel panorama 2026, ma conferma una tendenza: gruppi di livello medio stanno abbassando i tempi di sviluppo del malware affidandosi a copiloti AI, con tutte le implicazioni che questo comporta in termini di volume e velocità di iterazione delle campagne.

Due righe per i difensori


Per i team di detection, il caso Armored Likho offre alcuni punti di leva concreti. Il monitoraggio di scheduled task con nomi che imitano processi Microsoft legittimi (WindowsHelper, ma anche varianti simili) dovrebbe essere prioritario in ambienti governativi e OT/ICS del settore energetico. Vale la pena bloccare o ispezionare il download di interpreti Python portatili e script get-pip.py da endpoint non di sviluppo, un comportamento anomalo per la maggior parte delle postazioni impiegatizie. È inoltre opportuno verificare che la patch per CVE-2025-9491 sia stata applicata su tutta la flotta Windows, dato che il bug LNK continua a essere riciclato da attori eterogenei quasi un decennio dopo la sua prima comparsa. Infine, il traffico verso servizi di tunneling SSH inverso avviato da processi non amministrativi è un segnale da allarme immediato, così come i tentativi di reinstallazione o riavvio non richiesti di RustDesk.

Kaspersky segnala di continuare a monitorare attivamente l’evoluzione della campagna e dell’infrastruttura di rete associata: è ragionevole aspettarsi nuove varianti di BusySnake nei prossimi mesi, considerato il ritmo di sviluppo osservato finora.

Indicatori di compromissione (IoC)

# Hash MD5 (selezione)
5D5C3E483C5E544260CE98FC29FBF192  - PS1 stager
0041FD1B2358CD08DBCBC28EA8FC3D20  - EXE dropper
894332174F536C2E1EFEDA05CBA79F8B  - DLL loader
CF74AC018D158EA2C2CFA1B1D71D95BC  - LNK malevolo
C7622A1EFFA27BBFEE6D6E03D6474343  - BusySnake Stealer (PYW)
80B7700053E115D65365CE7330383320  - BusySnake Stealer (nuova versione, PYW)
6B45DDB39A6E86229348DCBBA3857E7C  - Archivio RAR con BusySnake
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Fonti: Kaspersky/Securelist, The Hacker News, BI.ZONE Threat Intelligence.

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Lo "spirito di Anchorage" è evaporato: Putin ammette che con Trump non ci fu alcun accordo


Per quasi un anno Mosca ha sostenuto l'esistenza di intese segrete con la Casa Bianca sull'Ucraina raggiunte in Alaska. Ora il Cremlino riconosce che nessun accordo è stato mai raggiunto.

Lo "spirito di Anchorage" non esiste più. Per quasi un anno la diplomazia e la propaganda russe hanno usato quella formula per sostenere che tra Mosca e Washington esistessero intese segrete sull'Ucraina, maturate durante il vertice del 15 agosto 2025 tra Donald Trump e Vladimir Putin. Ora, però, lo stesso presidente russo ha ammesso che in Alaska non fu trovato alcun accordo e che le parti si limitarono solo a discutere possibili vie d'uscita dalla guerra. A ricostruire la nascita e la fine di quel concetto è il politologo Sergej Potapkin, ricercatore dell'Istituto lettone di politica estera, in un'analisi pubblicata da Meduza.

L'espressione "spirito di Anchorage" serviva al Cremlino per sostenere una tesi precisa: durante la visita di Putin sul suolo americano sarebbero state raggiunte intese capaci di influenzare sia il fronte sia i futuri negoziati. Politici e commentatori vicini al Cremlino hanno ripetuto per mesi che, seguendo lo "spirito di Anchorage", il processo di pace si sarebbe sbloccato. Ma il castello retorico ha cominciato a crollare dopo il rifiuto russo di una proposta di pace sostenuta da Kyiv e dai partner europei, mentre la Russia ha iniziato ad affrontare anche la crisi dei carburanti provocata dagli attacchi ucraini alle raffinerie russe.

Il vertice era nato in un clima già confuso. Lo aveva preceduto la missione a Mosca dell'inviato speciale Steve Witkoff, il 6 agosto 2025. Dopo il suo colloquio con Putin, a Washington si diffuse l'idea che il Cremlino fosse pronto a discutere uno scambio "pace in cambio di terreno". Agli europei, però, arrivavano versioni contraddittorie: prima si parlò di una disponibilità russa a lasciare le regioni di Zaporizhzhia e Kherson in cambio del riconoscimento del controllo su Donetsk e Lugansk; poi emerse che le concessioni richieste riguardavano soprattutto l'Ucraina. Secondo Reuters, il Dipartimento di Stato non aveva nemmeno verbalizzato l'incontro tra Witkoff e Putin. Il summit dell'Alaska poggiava dunque, fin dall'inizio, su intese orali, ambigue e mai formalizzate.

Anatomia di un mito della propaganda russa
Lo «spirito di Anchorage» non è mai esistito

Per quasi un anno il Cremlino ha evocato presunte intese segrete raggiunte al vertice tra Trump e Putin in Alaska. Ora lo stesso presidente russo ammette che nessun accordo fu raggiunto: la formula dello "Spirito di Anchorage" era solo propaganda.
Grafica di FocusAmerica

La parabola del mito
0 giorni
Dal vertice di Anchorage all'ammissione di Putin: quanto è durata la formula-simbolo della propaganda russa

15 ago 202528 giu 2026

Ago 25Il verticeVertice Ott 25Il battesimoBattesimo Feb 26L'apogeoApogeo Mag 26La retromarciaRetromarcia Giu 26La smentitaSmentita

La smentita · 28 giugno 2026
Putin ammette che in Alaska non fu raggiunta alcuna intesa formale e che nessuno firmò documenti: le parti discussero soltanto possibili scenari di uscita dalla crisi ucraina.

In dieci mesi la formula è passata da promessa di pace a surrogato di accordi mai stipulati

Esplora l'analisi
ILa cronologia IIIl dietrofront IIIIl vertice

Dieci mesi di retorica
Le date che segnano l'ascesa e il crollo della formula
Dalla missione di Witkoff a Mosca all'ammissione finale di Putin. Tocca ogni tappa per leggere il dettaglio.

6 ago 2025
Witkoff a Mosca: nasce l'ambiguità

Dopo il colloquio dell'inviato speciale con Putin, a Washington circola l'idea di uno scambio «pace in cambio di terreno». Secondo Reuters, il Dipartimento di Stato non verbalizza nemmeno l'incontro.

15 ago 2025
Trump e Putin si incontrano ad Anchorage

Trump avverte che «non c'è accordo finché non si raggiunge davvero un accordo», ma parla di «progressi». Putin evoca una «comprensione» reciproca e torna sulle «cause profonde del conflitto». Nessun documento viene firmato.

8 ott 2025
Ryabkov dà per esaurito l'«impulso di Anchorage»

Il viceministro degli Esteri ammette che la spinta del vertice si è in gran parte spenta. Il giorno dopo viene smentito dal consigliere presidenziale Ushakov.

10 ott 2025
Peskov conia il termine «spirito di Anchorage»

Il portavoce del Cremlino usa per la prima volta la formula simbolo della propaganda. Dieci giorni più tardi anche Rjabkov cambia linea: a quello spirito, sostiene, non esistono alternative.

Feb 2026
La formula al massimo del suo peso

Le presunte intese raggiunte ad Anchorage «sono la pietra angolare» e possono «portare a una svolta», ripete Peskov. La propaganda vi legge la fine dell'isolamento russo e un rapporto privilegiato tra Putin e Trump.

Inizio giu 2026
Washington annuncia nuovi aiuti a Kyiv

Dopo l'annuncio di Rubio di 400 milioni di dollari in aiuti militari all'Ucraina, Lavrov prepara la retromarcia: auspica che l'Occidente non rinneghi intese che aveva già sostenuto.

26 giu 2026
Lavrov e Rubio ai ferri corti

Per Lavrov, Mosca ha accettato le proposte americane e negarlo è malafede. Per Rubio ad Anchorage è stata solo discussa una proposta, non un accordo: altrimenti la guerra sarebbe già finita.

28 giu 2026
Putin certifica la fine del mito

Il presidente russo conferma che in Alaska non furono raggiunte intese formali e che nessuno firmò documenti: le parti discussero soltanto possibili scenari di uscita dalla crisi.

Le parole del Cremlino
Gli stessi uomini, le posizioni opposte
Per mesi i vertici russi hanno difeso la formula come prova di un progresso negoziale. Poi l'hanno rinnegata, uno dopo l'altro.

Sergej RjabkovViceministro degli Esteri

Ottobre 2025
Sostiene che allo «spirito di Anchorage» non esistano alternative.

Giugno 2026
Prende le distanze per primo: afferma di non aver mai usato quell'espressione.

Yurij UshakovConsigliere presidenziale

Ottobre 2025
Smentisce chi dà per esaurito l'«impulso» del vertice e difende le presunte intese di Anchorage.

Maggio 2026
Dichiara di non sapere nulla dello «spirito di Anchorage».

Vladimir PutinPresidente della Russia

Agosto 2025
Evoca una «comprensione» reciproca raggiunta con Trump e avverte Kyiv e l'Europa di non far deragliare i presunti passi avanti negoziali.

Giugno 2026
Ammette che non fu raggiunta alcuna intesa e che nessuno firmò documenti.

Il bilancio reale
Molti simboli, quasi nulla di concreto
Che cosa il vertice del 15 agosto 2025 ha davvero prodotto — e che cosa non è mai esistito.

Che cosa ha ottenuto Putin
Il tappeto rosso e un'accoglienza calorosa sul suolo americano
Un colloquio faccia a faccia con il «leader del mondo democratico»
Parole concilianti: «progressi» per Trump, «comprensione» per Putin

Che cosa è mancato
Un documento formale firmato dalle due delegazioni
Una vera conferenza stampa congiunta
Un verbale del colloquio preparatorio tra Witkoff e Putin (secondo Reuters)
Un accordo sul futuro dell'Ucraina

Senza un testo firmato non si poteva certo richiamare la lettera di un accordo, ma se ne poteva evocare lo «spirito». Così una metafora sull'atmosfera del vertice è diventata, nel corso dei mesi, un potente strumento di propaganda russa.

Fonte Meduza, analisi di Sergej Potapkin (Istituto lettone di politica estera); Reuters. Foto: Kremlin.ru, Tasnim News Agency (CC BY 4.0). Ricostruzione a luglio 2026.

Dall'"impulso" allo "spirito"


Il vertice di Anchorage durò poco e lasciò molti simboli, ma quasi nulla di concreto. Putin ottenne il tappeto rosso, un'accoglienza calorosa sul suolo americano e un colloquio con il "leader del mondo democratico". Non ci furono però né un documento finale né una vera conferenza stampa congiunta. Trump dichiarò che "non c'è accordo finché non c'è un accordo", ma parlò anche di "progressi" e di convergenze su molti punti. Putin evocò una "comprensione" reciproca e tornò sulle "cause profonde del conflitto", avvertendo Kyiv e l'Europa di non provare a far deragliare quei presunti avanzamenti.

Fu proprio quel vuoto a rendere utile la formula alla propaganda russa. Senza un testo firmato, non si poteva richiamare la lettera di un accordo, ma se ne poteva evocare lo "spirito". All'inizio, però, i funzionari russi parlarono di "impulso di Anchorage" piuttosto che di "spirito". L'8 ottobre 2025 il viceministro degli Esteri Sergej Rjabkov ammise che quell'impulso si era ormai in gran parte esaurito. Il giorno dopo fu smentito dal consigliere presidenziale Yurij Ushakov. Il 10 ottobre il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov usò per la prima volta l'espressione "spirito di Anchorage". Dieci giorni più tardi, lo stesso Rjabkov cambiò linea e sostenne che a quella formula non esistevano alternative.

Da semplice metafora sull'atmosfera cordiale del vertice, l'espressione diventò così uno strumento diplomatico e di propaganda. Per il pubblico interno funzionava come prova di un progresso negoziale che in realtà non c'era stato. "Queste intese raggiunte ad Anchorage sono la pietra angolare, sono capaci di sbloccare il processo e di portare a una svolta", ripeteva Peskov ancora nel febbraio 2026, ovvero molti mesi dopo il vertice. La propaganda caricava quella formula di un significato ancora più ambizioso: la fine dell'isolamento internazionale della Russia e l'esistenza di un presente rapporto privilegiato tra Putin e Trump.

Il passo indietro di Mosca


Quando Trump iniziò a concentrarsi sempre di più sulla guerra con l'Iran, perdendo sempre più speranza sulla volontà negoziale di Putin, lo "spirito di Anchorage" cambiò funzione. Non serviva più a descrivere un partenariato nascente, ma a giustificare il suo fallimento. Mosca poteva accusare Washington di non star rispettando i presunti accordi presi in Alaska; e poiché nessuno sapeva davvero che cosa fosse stato deciso, quell'accusa era difficile da smentire. All'inizio di giugno 2026, dopo l'annuncio del Segretario di Stato Marco Rubio di nuovi aiuti militari a Kyiv per 400 milioni di dollari, Sergey Lavrov cominciò a preparare la ritirata: auspicò che l'Occidente non ripetesse i "fallimenti" del passato, rinnegando intese che aveva già sostenuto.

Poi è arrivato il dietrofront. E' stato Ryabkov a prendere per primo le distanze dal termine "lo spirito di Anchorage", dicendo di non aver mai usato quell'espressione. Già a maggio, Ushakov aveva dichiarato di non saperne nulla. Il 26 giugno Lavrov affermò che Mosca aveva accettato le proposte americane sull'Ucraina portate da Witkoff prima del vertice in Alaska, e che negarlo significava agire in malafede. Rubio replicò che ad Anchorage era stata discussa una proposta, non un accordo: se un accordo fosse davvero esistito, disse in sostanza, la guerra sarebbe già finita.

L'ultimo chiodo sulla bara dello "spirito di Anchorage" è arrivato da Putin. Commentando le dichiarazioni di Rubio, il presidente russo ha infine confermato che in Alaska non furono raggiunte intese formali, che nessuno ha firmato documenti e che le parti hanno discusso soltanto possibili scenari per uscire dalla crisi ucraina. Da promessa di pace, lo "spirito di Anchorage" si è così ridotto al surrogato di accordi mai stipulati: un mito diplomatico costruito sull'idea che l'America avesse accettato le condizioni russe. Non è quindi un concetto morto perché qualcuno lo abbia tradito, ma perché, semplicemente, non era mai esistito ed era frutto solo della propaganda russa.

Questa voce è stata modificata (3 settimane fa)

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Levizja Bashke, Movimento Insieme, il partito di opposizione di sinistra al governo corrotto e al servizio degli oligarchi home.rifondazione.eu/2026/07/0… #Internazionale

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Davanti alla sede dell’ONU, Lobsang Palden è morto dopo essersi dato fuoco per richiamare l’attenzione sul Tibet: dal 2009 oltre 170 tibetani hanno compiuto gesti simili.
La repressione cinese d'altronde non si ferma ai confini: sorveglianza della diaspora e presunte stazioni di polizia non dichiarate mostrano una repressione transnazionale che riguarda anche l’Europa.
L’UE deve proteggere tibetani e uiguri, chiedere accesso indipendente a Tibet e Xinjiang e vincolare i rapporti con Pechino ai diritti umani.

#Tibet #Uiguri #DirittiUmani #Xinjiang #RepressioneCinese #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Il nuovo capo dell'intelligence americana licenzia decine di funzionari ritenuti "deep state"


Bill Pulte, arrivato due settimane fa con l'ordine di Trump di ridurre il personale, accusa i licenziati di non aver condiviso informazioni. Per gli ex funzionari è un'accusa assurda

Decine di funzionari dell'intelligence americana hanno ricevuto giovedì la notifica del licenziamento. A deciderli è stato Bill Pulte, il nuovo direttore facente funzione dell'intelligence nazionale, arrivato all'agenzia due settimane fa con l'ordine del presidente Trump di ridurre il personale. Lo ha rivelato l'emittente americana MS NOW. Un funzionario dell'intelligence ha detto alla rete che l'amministrazione sta rimuovendo le persone ritenute "deep state", l'espressione con cui si indica un presunto apparato di burocrati che agirebbe di nascosto contro il presidente. Secondo i vertici dell'intelligence, i licenziati non avrebbero fornito ai superiori un quadro completo delle informazioni disponibili.

Quattro ex alti funzionari dell'intelligence hanno detto a MS NOW di non aver mai sentito di funzionari che nascondono informazioni ai superiori. Uno di loro ha definito la premessa dei licenziamenti "assurda". Un altro si è chiesto come Pulte, che non ha mai lavorato nell'intelligence, possa essere arrivato a una conclusione del genere in pochi giorni: "Sarebbe come se io prendessi la guida di un ospedale e licenziassi decine di chirurghi nel giro di pochi giorni", ha detto.

L'ufficio guidato da Pulte, l'Office of the Director of National Intelligence, non raccoglie informazioni in proprio: coordina le 18 agenzie di intelligence americane e riceve i loro rapporti, da quelli della CIA a quelli della National Security Agency e della Defense Intelligence Agency. Per questo, ha detto uno degli ex funzionari, se davvero qualcuno avesse trattenuto informazioni il primo ad accorgersene sarebbe stato il direttore della CIA John Ratcliffe, che con i suoi analisti fa parte della cerchia ristretta del presidente.

Un terzo ex alto funzionario ha definito l'accusa "una fantasia" che "danneggia solo la sicurezza nazionale degli Stati Uniti ed è utile a Russia, Cina e Iran". Un quarto ha detto che la stragrande maggioranza dei professionisti dell'intelligence lavora in modo apolitico, prende molto sul serio il proprio giuramento e respinge l'idea che esista un "deep state".

Pulte guida anche la Federal Housing Finance Agency, l'agenzia federale che vigila sul mercato dei mutui, e da quella posizione ha fatto aprire indagini per presunte frodi sui mutui contro avversari politici di Trump. La sua nomina a capo dell'intelligence ha ricevuto critiche da parlamentari di entrambi i partiti. Ha assunto l'incarico il 19 giugno, ottenendo l'accesso ai dati più sensibili dell'intelligence americana.

Il mese scorso Pulte aveva già rimosso sei funzionari di nomina politica che avevano lavorato con Tulsi Gabbard, la precedente direttrice dell'intelligence nazionale, che aveva annunciato le dimissioni a maggio. A inizio giugno Trump aveva detto di volere che Pulte avviasse il licenziamento di un gran numero di dipendenti dell'ufficio.

Davanti all'opposizione del Congresso alla permanenza di Pulte, a giugno Trump ha indicato come direttore permanente Jay Clayton, procuratore federale del distretto sud di New York ed ex presidente della SEC, l'autorità di vigilanza sulla borsa americana. Il Senato aveva fissato l'audizione di conferma per il 17 giugno, ma il presidente l'ha fatta saltare con un post su Truth Social poche ore prima, stabilendo che nel frattempo Pulte sarebbe rimasto alla guida dell'agenzia.


Trump vuole ridurre il sistema di intelligence americano


Il presidente Trump vuole ridurre drasticamente l'apparato di intelligence americano. In un'intervista esclusiva rilasciata venerdì al Wall Street Journal, Trump ha dichiarato di aver chiesto a Bill Pulte, il nuovo direttore ad interim dell'intelligence nazionale, di avviare licenziamenti su larga scala, definendo l'Ufficio del direttore dell'intelligence nazionale "inutile e troppo grande".

"Vorrei vederlo più piccolo. Credo che ci siano molte persone lì dentro che non dovrebbero esserci", ha detto il presidente, riferendosi ai funzionari rimasti dalle amministrazioni Biden e Obama. Alla domanda se intenda chiedere a Pulte di licenziare dipendenti, Trump ha risposto che vuole "avviare il processo", aggiungendo che il futuro candidato permanente dovrà proseguire quel lavoro.

L'ODNI coordina 18 agenzie e unità di intelligence federali e gestisce un bilancio annuale di circa 100 miliardi di dollari. La sua direttrice uscente, Tulsi Gabbard, ha già ridotto il personale dell'agenzia di quasi il 50 per cento.

Trump ha indicato il Dipartimento dell'Istruzione come modello. La segretaria Linda McMahon ha ridotto le dimensioni del dipartimento, che il presidente ha detto di voler eliminare, e ha trasferito alcune funzioni ad altre agenzie. "Abbiamo reso il Dipartimento dell'Istruzione molto più piccolo, e allo stesso modo questo dovrebbe essere molto più piccolo", ha detto Trump. "E questo forse potrebbe persino essere chiuso, e prenderemo quella decisione".

Pulte è stato nominato all'inizio della settimana, con una mossa che ha sorpreso anche molti consiglieri del presidente. Ricoprirà l'incarico su base temporanea, un ruolo che non richiede la conferma del Senato e che può durare al massimo 210 giorni. Secondo Trump, proprio questa provvisorietà è un vantaggio: "Sei meno incatenato", ha detto. "In un certo senso ti dà più potere, anche se per un periodo limitato". Il presidente spera che Pulte possa avviare i cambiamenti prima che venga confermato un direttore permanente. "Francamente, potrebbe essere positivo che lui dia una scossa prima che arrivino altri", ha aggiunto.

La nomina ha già avuto ripercussioni al Congresso. Venerdì mattina il Senato non è riuscito a far passare un voto per rinnovare la Sezione 702 del Foreign Intelligence Surveillance Act, un programma di sorveglianza in scadenza nei prossimi giorni: alcuni senatori hanno citato preoccupazioni legate proprio a Pulte. Democratici e una parte dei repubblicani temono che Pulte, uno stretto alleato di Trump, userà la sua posizione per colpire i nemici politici del presidente e politicizzare l'agenzia. "Non abbiamo bisogno di un DNI usato come arma", ha detto ai giornalisti il leader della maggioranza al Senato John Thune, repubblicano del South Dakota.

Trump ha detto di essere in fase di colloquio con i candidati per il ruolo permanente. Venerdì ha incontrato due persone, "una dal mondo degli affari e una dal mondo della politica", senza rivelare i nomi. Parlando in seguito dall'Air Force One, il presidente ha precisato di aver condotto cinque colloqui e che Pulte resterà in carica il tempo necessario per ottenere la conferma del Senato per il successore.

Pulte si è guadagnato la fiducia del presidente con un approccio aggressivo nel suo precedente ruolo di capo dell'agenzia federale per il finanziamento immobiliare. Soprannominato "Little Trump", ha accusato diversi avversari politici del presidente di frode ipotecaria, tra cui il deputato democratico Adam Schiff della California, la procuratrice generale di New York Letitia James e Lisa Cook, membro del consiglio dei governatori della Federal Reserve. Nessuno di loro è stato incriminato e tutti hanno negato gli addebiti. Trump ha citato le accuse di Pulte contro Cook quando l'anno scorso l'ha rimossa dal ruolo di governatrice della Fed: il ricorso legale di Cook è ora pendente davanti alla Corte Suprema.

Pulte ha anche sostenuto la campagna di Trump contro l'allora presidente della Fed Jerome Powell, chiedendone la rimozione sui social media e preparando una lettera per licenziarlo. Alcuni all'interno dell'amministrazione si sono a volte irritati con Pulte per aver scavalcato la catena di comando per avere accesso diretto al presidente.

Trump ha anche chiesto a Pulte di rendere pubblici più documenti riservati, in particolare quelli legati alle elezioni del 2020. Alla domanda su quali documenti Pulte dovrebbe considerare di diffondere, Trump ha risposto: "Direi tutto, dovrebbe guardare tutto e decidere".


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Centinaia di suprematisti bianchi del Patriot Front hanno marciato a Washington


Circa 400 militanti mascherati del gruppo neofascista hanno sfilato con bandiere confederate vicino al Campidoglio nel giorno dei 250 anni degli Stati Uniti. La polizia non ha registrato arresti

Centinaia di uomini mascherati del gruppo suprematista bianco Patriot Front hanno sfilato per le strade di Washington nella mattinata di sabato 4 luglio, poche ore prima delle celebrazioni ufficiali per i 250 anni dell'indipendenza americana. I manifestanti indossavano la divisa abituale dell'organizzazione, camicie blu, pantaloni color kaki, occhiali da sole e maschere bianche sul volto. Portavano bandiere confederate, il vessillo degli Stati schiavisti del Sud durante la guerra civile, bandiere americane capovolte e i simboli del gruppo. Durante la marcia hanno scandito slogan come "Reclaim America" (riprendiamoci l'America) e "Life, liberty, victory" (vita, libertà, vittoria).

Il corteo, guidato secondo le immagini diffuse sui social dal fondatore del gruppo Thomas Rousseau, si è radunato davanti alla Union Station, la principale stazione ferroviaria della città, e ha marciato al ritmo dei tamburi nei quartieri attorno al Campidoglio. Patriot Front ha scritto sui social di essere arrivato nella capitale con circa 400 membri. Il gruppo ha lasciato la città prima delle 11 (le 17 in Italia) salendo sui treni della metropolitana ed è sceso a New Carrollton, nei sobborghi del Maryland. La polizia di Washington ha detto di aver seguito quelle che ha definito attività protette dal Primo emendamento, la norma della Costituzione americana che tutela la libertà di espressione, e non ha registrato arresti né denunce legate alla marcia.

Patriot Front è nato nel 2017 da una scissione di Vanguard America, un'altra organizzazione suprematista, dopo la manifestazione di estrema destra "Unite the Right" di Charlottesville, in Virginia, dove un suprematista bianco uccise con la sua auto la contromanifestante Heather Heyer. Il manifesto del gruppo sostiene che "la democrazia ha fallito questa nazione un tempo grande" e invoca un ritorno alle tradizioni dei padri fondatori, identificati con i coloni europei. L'obiettivo dichiarato è trasformare gli Stati Uniti in uno Stato riservato ai bianchi.

Il gruppo prova a presentarsi come un movimento patriottico e usa i colori della bandiera americana, ma il suo logo, un cerchio di 13 stelle bianche che richiama le prime colonie, riprende un'iconografia simile al fascio littorio del Partito Nazionale Fascista di Mussolini, ha detto all'agenzia Reuters Luke Baumgartner, ricercatore del programma sull'estremismo della George Washington University. John Cohen, ex funzionario dell'antiterrorismo del Dipartimento per la Sicurezza Interna durante le amministrazioni Obama e Biden, ha detto sempre a Reuters che il fatto che i militanti "si sentano legittimati a manifestare in pubblico durante il Giorno dell'Indipendenza e altre festività nazionali" mostra con chiarezza i problemi che il Paese sta affrontando sul fronte del suprematismo bianco.

Le marce a sorpresa sono la tattica abituale di Patriot Front: i militanti arrivano spesso a bordo di furgoni a noleggio, sfilano brevemente con le bandiere e spariscono nel giro di poche ore. Nell'estate del 2024 centinaia di membri sfilarono a Nashville, in Tennessee, provocando forti proteste in città. Negli ultimi mesi il gruppo è comparso a Washington a gennaio, durante la marcia annuale contro l'aborto, e a Virginia Beach a fine maggio, nel fine settimana del Memorial Day, la festa che ricorda i caduti americani.

Secondo documenti interni ottenuti a giugno da USA Today, Patriot Front è già uno dei più grandi gruppi suprematisti del Paese ed è in espansione: negli ultimi due anni ha aggiunto centinaia di membri, soprattutto giovani uomini, in 49 dei 50 Stati americani. Uno dei documenti, scritto da un aspirante membro, indica come obiettivo "garantire un futuro ai bambini bianchi".

La marcia è avvenuta poche ore prima del discorso serale con cui il presidente ha aperto le celebrazioni per i 250 anni del Paese, nel quale ha denunciato una presunta minaccia comunista in America, un tema già al centro del suo intervento della vigilia al Mount Rushmore. La Casa Bianca non ha risposto alla domanda del Guardian se il presidente condanni la manifestazione.


Trump esalta l'eccezionalismo americano al Mount Rushmore per i 250 anni degli Stati Uniti


Donald Trump ha celebrato la vigilia dei 250 anni dell'indipendenza degli Stati Uniti con un discorso a Mount Rushmore, il monumento nazionale del South Dakota dove sono scolpiti nel granito i volti di George Washington, Thomas Jefferson, Theodore Roosevelt e Abraham Lincoln. Il presidente ha descritto gli Stati Uniti come la nazione di maggior successo mai esistita nella storia e allo stesso tempo ha definito i suoi avversari politici comunisti "senza Dio" e "malvagi". Il discorso è durato circa mezz'ora ed è iniziato poco dopo le 23 di venerdì sulla costa est degli Stati Uniti (le 5 del mattino di sabato in Italia), prima dei fuochi d'artificio sopra il monumento.

Trump ha definito il comunismo "la più grande minaccia per il nostro paese, incluse la Prima guerra mondiale, la Seconda guerra mondiale, Pearl Harbor o persino l'11 settembre" e "l'esatto opposto della vita, della libertà e della ricerca della felicità: è morte, tirannia e ricerca del male". Ha avvertito che nel paese c'è "una recrudescenza della minaccia comunista", alimentata anche da "nuovi arrivati nel nostro paese che abbracciano idee totalmente opposte al nostro stile di vita e al nostro grande successo". Poi ha posto un'alternativa secca: "Potete essere fedeli a Karl Marx o potete essere fedeli all'America. Potete essere comunisti o potete essere patrioti. Non potete essere entrambe le cose". In chiusura ha detto che "il Partito Comunista è fatto di immigrati irregolari, criminali e di tutti quelli che non vogliono lavorare" e ha promesso che "l'America non sarà mai un paese comunista".

Fireworks 🤝 Mount Rushmore

A tradition returns.

Happy 250th Birthday, America. 🇺🇸 pic.twitter.com/vc880RUXD6
— US Department of the Interior (@Interior) July 3, 2026


Da settimane Trump usa l'etichetta di comunista contro diversi candidati democratici in vista delle elezioni di metà mandato di novembre, in cui i repubblicani partono sfavoriti almeno alla Camera. L'attacco punta soprattutto all'ala socialista-democratica del Partito Democratico, che sta crescendo nelle primarie e trova ascolto tra gli elettori progressisti. Sulle elezioni Trump ha detto: "Possiamo perdere le elezioni di metà mandato solo se ci permettiamo di perderle, se siamo sciocchi, stupidi e imprudenti". Ha chiesto al Congresso di approvare il SAVE America Act, la legge da lui voluta che imporrebbe regole più severe di identificazione degli elettori rendendo più difficile votare, e di abolire il filibuster, la regola che al Senato richiede una maggioranza di 60 voti su 100 per approvare la maggior parte delle leggi. Se il Congresso farà queste due cose, ha detto, "non perderemo un'elezione per 100 anni".

"L'identità di una nazione è il destino di una nazione", ha detto Trump nella prima parte del discorso, quella dedicata all'eccezionalismo americano: gli Stati Uniti sono "la repubblica più antica della terra", con "il popolo più libero della terra" e la Costituzione "più giusta e duratura". Secondo il presidente negli ultimi anni c'è stato "un tentativo innegabile" di cambiare il carattere del paese, di "alienarci dalla nostra storia" e di "rendere impossibile persino rispondere alla domanda: cosa significa essere americano". Sull'appartenenza alla nazione ha detto: "Non dovete essere nati qui, ma dovete amare ciò che abbiamo costruito, dovete amare il nostro paese".

Trump aveva già parlato a Mount Rushmore esattamente sei anni prima, il 3 luglio 2020, alla fine del suo primo mandato, mentre il paese era attraversato dalla pandemia e dalle proteste seguite alla morte di George Floyd. Allora aveva messo in guardia da un "nuovo fascismo di estrema sinistra". Sei anni dopo, dallo stesso palco, il nemico ideologico è cambiato.

Una tempesta con fulmini e grandine grande come palline da ping pong ha colpito il monumento poche ore prima del discorso, costringendo gli spettatori a ripararsi e fermando il programma per oltre due ore. Prima di atterrare Trump ha sorvolato due volte Mount Rushmore con il nuovo Air Force One, il Boeing 747 regalato dal governo del Qatar e valutato circa 400 milioni di dollari. I fuochi d'artificio erano i primi al monumento da sei anni: sul terreno federale sono in gran parte sospesi dal 2009 per il rischio di incendi e Trump li aveva già riportati, tra le critiche, nel 2020. L'evento è stato organizzato da Freedom 250, l'organizzazione creata dall'amministrazione per le celebrazioni dell'anniversario.

Alla vigilia della visita la Casa Bianca ha rilanciato l'idea di aggiungere il volto di Trump al monumento. "Non ci sarebbe aggiunta migliore all'iconico Mount Rushmore del 45° e 47° presidente degli Stati Uniti, Donald Trump", ha detto al Washington Post la portavoce Taylor Rogers. Cinque settimane fa il presidente ha pubblicato sul suo social Truth Social fotomontaggi del proprio volto accanto ai quattro presidenti. I responsabili del monumento sostengono però da anni che sulla montagna non c'è più roccia scolpibile e nel discorso Trump non ha toccato l'argomento.

Sabato il presidente parlerà di nuovo a Washington, sul National Mall, prima di uno spettacolo pirotecnico da record con più di 850.000 fuochi d'artificio. In chiusura del discorso a Mount Rushmore ha guardato proprio alle celebrazioni del 4 luglio: "Questo non è una fine, è solo l'inizio dell'età dell'oro dell'America".


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La rassegna stampa di domenica 5 luglio 2026


Il discorso di Trump per i 250 anni degli Stati Uniti, tra toni anticomunisti e religiosi, chiude un 4 luglio sconvolto dal caldo record e dai temporali. Sul fronte estero il colloquio con Putin su Ucraina e Iran e a Teheran il funerale dell'ayatollah Khamenei

Questa è la rassegna stampa di domenica 5 luglio 2026

Trump celebra i 250 anni degli Stati Uniti con un discorso segnato dall'anticomunismo


Il presidente Donald Trump ha chiuso le celebrazioni per il 250° anniversario dell'indipendenza con un lungo discorso dal National Mall di Washington, rinviato dai temporali e concluso a notte fonda. L'intervento ha avuto toni marcatamente religiosi e ha insistito sull'eccezionalismo americano e sulla battaglia contro il comunismo, definito "un perdente". Il presidente ne ha approfittato per rilanciare la sua proposta di legge sul voto, la SAVE America Act.

Fonti: Axios, The Wall Street Journal, Financial Times

Il caldo record e i temporali sconvolgono le celebrazioni del 4 luglio


Un'ondata di calore ha investito oltre due dozzine di Stati, con temperature a tre cifre, mentre a Washington i temporali hanno costretto a evacuare la folla dal National Mall dopo ore di attesa ai controlli di sicurezza. Le festività per il 250° anniversario sono state ridimensionate in diverse città. Superata la ricorrenza, i repubblicani si preparano a riportare l'attenzione sull'agenda legislativa del presidente.

Fonti: The New York Times, The Wall Street Journal, The Hill

Colloquio telefonico tra Trump e Putin su Ucraina e Iran alla vigilia del vertice NATO


Il presidente russo Vladimir Putin e il presidente statunitense Donald Trump hanno avuto sabato una conversazione telefonica. Al centro del colloquio ci sono stati la guerra in Ucraina, la situazione in Iran e l'imminente vertice della NATO in programma in Turchia.

Fonti: Bloomberg

A Teheran il funerale di Stato dell'ayatollah Khamenei


L'Iran ha dato avvio alle cerimonie di lutto per l'ayatollah Ali Khamenei, la guida suprema uccisa nei primi giorni della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran. Enormi folle si sono radunate nella capitale Teheran per sfilare davanti al feretro, in un funerale senza precedenti nella storia recente del Paese.

Fonti: The New York Times

Caso Charlie Kirk, la procura chiede il processo e la pena di morte


Questa settimana i pubblici ministeri esporranno le loro prove contro l'uomo accusato di aver ucciso l'attivista conservatore Charlie Kirk, nell'udienza più rilevante finora. L'accusa punta a convincere il giudice di avere elementi sufficienti per portare a processo il ventitreenne Tyler Robinson e per chiedere la pena di morte.

Fonti: ABC News

Il Tesoro presenta le nuove banconote con la firma di Trump


Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha mostrato le nuove banconote statunitensi che recano la firma del presidente Donald Trump, destinate a entrare in circolazione per celebrare il 250° anniversario del Paese. L'immagine di una banconota da 100 dollari, con le firme di entrambi, è stata rilanciata dallo stesso Trump sui social.

Fonti: Bloomberg, The Hill

Trump concede la grazia a undici persone, tra cui alcuni condannati per inquinamento


Alla vigilia del 4 luglio il presidente Donald Trump ha concesso la grazia a undici persone, tra cui nove condannati per aver violato una legge federale sull'inquinamento atmosferico, il Clean Air Act. Si tratta dell'ultimo di una serie di atti di clemenza del suo secondo mandato, spesso rivolti ad alleati e figure di primo piano.

Fonti: The Hill

L'Amministrazione accelera sulla deregolamentazione con un piano da 702 norme da cancellare


L'Amministrazione Trump ha intensificato gli sforzi per ridurre la burocrazia federale, presentando un piano che prevede l'eliminazione di 702 norme amministrative esistenti. L'iniziativa rientra nella più ampia campagna del presidente contro i regolamenti.

Fonti: Bloomberg

I democratici all'attacco di Trump mentre crescono le tensioni sul 250° anniversario


I governatori Gavin Newsom e Wes Moore, considerati possibili candidati alle presidenziali del 2028, hanno descritto l'operato del presidente Donald Trump come un tradimento degli ideali americani. Il presidente ha replicato bollando il Partito democratico come estremista, in un clima politico sempre più teso attorno alla ricorrenza dei 250 anni.

Fonti: The New York Times

Un incendio divampa brevemente sul ponte di Brooklyn durante i fuochi d'artificio


Un incendio è scoppiato sul ponte di Brooklyn a New York durante lo spettacolo pirotecnico del 4 luglio. Secondo la polizia le fiamme sono state spente poco dopo le 22, senza feriti.

Fonti: ABC News, The New York Times

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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RIFONDAZIONE COMUNISTA: “PIENO APPOGGIO ALLA LOTTA DEI BRACCIANTI MIGRANTI ORGANIZZATI CON L’ USB A BARI home.rifondazione.eu/2026/07/0… #Immigrazione #Agricoltura

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Pirate News: Independence from Government Surveillance Day!


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Encore


🚨 They are bringing back #ChatControl 🚨

Discussion is scheduled for Monday, so act now: fightchatcontrol.eu/

#No2Surveillance #Privacy #Security


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Per Bernie Sanders gli Stati Uniti sono vicini a una rivoluzione politica


Il senatore del Vermont vede nelle vittorie dei socialisti democratici, dalla primaria in Colorado a New York, il segno che il Paese è sull'orlo del cambiamento che insegue da anni
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Il senatore Bernie Sanders è convinto che gli Stati Uniti siano vicini a una "rivoluzione politica" e attribuisce questa speranza alla serie di vittorie dei socialisti democratici nelle primarie di tutto il Paese. Il senatore del Vermont, indipendente di 84 anni, ha affidato il messaggio a un video di circa dieci minuti pubblicato sui social nei giorni scorsi, alla vigilia del 4 luglio, il 250esimo anniversario della Dichiarazione di indipendenza.

"Credo che sia forse possibile che questo Paese sia sull'orlo della rivoluzione politica per cui abbiamo combattuto così a lungo", ha detto Sanders nel video. Il senatore ha aggiunto di non avere "una sfera di cristallo" per dire cosa accadrà, ma di provare ottimismo per quello che ha definito un "crescente consenso" attorno alle idee della sinistra: "Penso che ci sia un consenso sempre più ampio sul fatto che la nostra agenda sia l'agenda del popolo americano".

A dargli fiducia sono soprattutto i risultati elettorali delle ultime settimane. Sanders ha citato la vittoria di Melat Kiros, socialista democratica di 29 anni, che martedì ha battuto la deputata Diana DeGette in una primaria democratica per la Camera in Colorado. DeGette era in carica da quindici mandati e Sanders ha definito quel risultato una "enorme vittoria a sorpresa". Il senatore ha ricordato anche New York, dove il mese scorso tre candidati sostenuti dal sindaco socialista-democratico Zohran Mamdani hanno vinto le primarie per la Camera. In California, poi, è stata ammessa alla scheda elettorale una proposta di tassa sui miliardari.

When I look at the recent progressive victories in Colorado and elsewhere, and the successful organizing campaigns sprouting up across the country, I believe we may be on the brink of the political revolution we have been fighting for. pic.twitter.com/gBRG2Jxu2q
— Bernie Sanders (@BernieSanders) July 2, 2026


Sanders ha ricordato la partecipazione alle manifestazioni del movimento progressista, dai raduni "Fight Oligarchy" contro il potere dei ricchi agli eventi "No Kings" contro il presidente Donald Trump, con quelle che ha descritto come "milioni di persone in tutto il Paese". Ha citato le campagne di organizzazione sindacale che nascono e riescono in tutto il territorio e il sostegno dell'opinione pubblica ai sindacati, secondo lui ai massimi storici.

Il senatore ha spiegato che il suo movimento non è mai stato una questione di una singola persona da eleggere alla Casa Bianca. "La nostra rivoluzione politica, il nostro movimento dal basso, non è mai stato incentrato sull'elezione di una persona a presidente degli Stati Uniti, non Bernie Sanders, non nessun altro", ha detto. "Siamo un movimento per eleggere progressisti a ogni livello, per un governo che rappresenti tutti noi e non solo l'uno per cento".

Da qui l'appello al Partito Democratico, con cui Sanders siede in Senato pur non essendone iscritto. Non basta opporsi a Trump, ha detto: serve un partito pronto a sfidare "l'avidità e l'ideologia degli oligarchi che oggi controllano la vita economica, mediatica e politica" del Paese. Ha poi elencato le misure che a suo avviso i democratici dovrebbero fare proprie: la sanità pubblica per tutti con il programma Medicare for All, l'aumento del salario minimo, il superamento della sentenza Citizens United, con cui nel 2010 la Corte Suprema ha di fatto rimosso i limiti alle spese elettorali di aziende e gruppi privati, la costruzione di "milioni" di alloggi a prezzi accessibili e la fine di quelle che ha chiamato "guerre infinite e orribili".

Le parole di Sanders arrivano mentre Trump cerca di mettere in luce le divisioni interne ai democratici dopo l'avanzata dei candidati di sinistra. In un messaggio sul suo social Truth Social il presidente ha attaccato i "comunisti senza Dio" e ha rimproverato i vertici democratici di non saper contrastare l'ala più radicale del partito. "Hanno paura di perdere le elezioni, hanno paura del conflitto", ha scritto Trump. "Non sono abbastanza intelligenti o abbastanza duri per combattere questa piaga".

Nei confronti di Sanders il presidente ha usato in passato parole molto dure, definendolo "comunista", "pazzo" e "svitato". In altre occasioni lo ha però elogiato: nel 2019 disse che il senatore "ha perso il suo momento", ma che gli piaceva perché sul commercio "in un certo senso sarebbe d'accordo" con lui. Il quadro che Sanders descrive si intreccia anche con il dibattito sull'identità dei socialisti democratici, un'area del movimento progressista che negli ultimi mesi ha guadagnato peso ma la cui collocazione politica divide gli stessi commentatori di sinistra.


In Colorado due vittorie progressite alle primarie Dem e sconfitto il senatore Bennet


Alle primarie democratiche del Colorado di martedì 30 giugno gli elettori hanno bocciato i dirigenti del partito a Washington: hanno respinto la corsa a governatore di un senatore in carica e mandato a casa una deputata che siede al Congresso da quasi trent'anni. A tenere il proprio seggio è stato solo l'altro senatore dello Stato, che ha respinto una sfida da sinistra.

Il procuratore generale del Colorado Phil Weiser ha vinto la primaria per governatore, battendo il senatore Michael Bennet, che dopo diciassette anni al Senato voleva tornare a governare da Denver. Weiser parte nettamente favorito per le elezioni di novembre: il Colorado non elegge un governatore repubblicano dal 2002 e Kamala Harris nel 2024 vi ha vinto con undici punti di vantaggio. Il governatore uscente, il democratico Jared Polis, non può ricandidarsi per il limite dei mandati.

Primarie democratiche · Colorado
Phil Weiser vince la primaria per governatore
Primaria democratica per governatore — 30 giugno 2026
Focus America

CandidatoVoti%

Phil Weiser
Procuratore generale del Colorado

404.620
55,7%

Michael Bennet
Senatore degli Stati Uniti

322.326
44,3%

726.946voti
88% scrutinato

Elaborazione di Focus America su dati di Associated Press

Weiser ha trasformato la primaria in un referendum su chi dei due avesse contrastato con più forza il presidente Donald Trump. Un anno fa era indietro di trenta punti nei sondaggi, ma ha recuperato ricordando di aver fatto causa decine di volte all'amministrazione Trump come procuratore, e attaccando Bennet per aver votato la conferma di otto ministri del governo di Trump. Bennet ha difeso quei voti sostenendo che gli servivano per collaborare con l'amministrazione e assicurare al Colorado i fondi federali contro gli incendi. Pur non avendo il profilo del tipico sfidante progressista, essendo stato un avvocato federale, un funzionario dell'amministrazione Obama e un preside di facoltà di legge, Weiser è riuscito a presentarsi come l'outsider della corsa, alla sinistra di Bennet.

Bennet poteva contare su un vantaggio nella pubblicità elettorale: la sua campagna e un super PAC alleato, cioè uno di quei comitati che raccolgono e spendono somme illimitate a favore di un candidato senza coordinarsi formalmente con lui, hanno speso 10,7 milioni di dollari in spot, quasi il doppio dello schieramento di Weiser. Nonostante questo, il senatore aveva dato segnali di incertezza: aveva prestato quasi un milione di dollari alla propria campagna e aveva saltato decine di voti al Senato nelle settimane prima del voto.

Bennet resterà comunque al Senato, dove il suo seggio non è in gioco fino al 2028. È il primo senatore in carica a perdere una primaria per governatore dai tempi di Kay Bailey Hutchison, la repubblicana del Texas che nel 2010 sfidò senza successo il governatore Rick Perry. Era uno dei quattro senatori in corsa per un governatorato quest'anno, un numero record, insieme ad Amy Klobuchar in Minnesota, Marsha Blackburn in Tennessee e Tommy Tuberville in Alabama.

Nel primo distretto, che comprende Denver, la deputata Diana DeGette è stata battuta da Melat Kiros, avvocata di 29 anni che si definisce una socialista democratica. DeGette, 68 anni, siede alla Camera dal 1997 ed è la decana della delegazione del Colorado, oltre che membro del Congressional Progressive Caucus, il gruppo dei parlamentari più a sinistra del partito. Kiros, nata in Etiopia, ex avvocata a New York e oggi dottoranda all'Università di Denver, era sostenuta dal senatore Bernie Sanders e ha accolto l'appoggio dei Democratic Socialists of America, la principale organizzazione socialista del paese, e dello streamer di sinistra Hasan Piker.

Le due candidate condividevano molte posizioni, dalla proposta di sanità pubblica universale nota come Medicare for All fino all'abolizione dell'ICE, l'agenzia federale per l'immigrazione e le espulsioni. A dividerle era soprattutto Israele: Kiros ha chiesto di interrompere gli aiuti militari americani e ha definito un "genocidio" le azioni israeliane a Gaza, mentre DeGette si diceva favorevole a inviare solo armi difensive. La sfida aveva anche un forte carattere generazionale, perché DeGette è stata eletta al Congresso l'anno prima che Kiros nascesse.

Con DeGette salgono a tre i deputati democratici caduti quest'anno sotto i colpi di uno sfidante di sinistra: la settimana prima, a New York, avevano perso Dan Goldman e Adriano Espaillat, battuti anch'essi da candidati che si definiscono socialisti democratici.

Primarie democratiche · Colorado
Melat Kiros batte la deputata Diana DeGette a Denver
Primaria democratica, 1º distretto del Congresso — 30 giugno 2026
Focus America

CandidatoVoti%

Melat Kiros
Avvocata

67.959
51,3%

Diana DeGette
Deputata uscente

55.179
41,7%

Wanda James
Regent dell'Università del Colorado

9.297
7,0%

132.435voti
93% scrutinato

Elaborazione di Focus America su dati di Associated Press

A salvarsi è stato solo il senatore uscente John Hickenlooper, 74 anni, che ha respinto la sfida della progressista Julie Gonzales, senatrice statale di 43 anni e organizzatrice sindacale. Ci è riuscito spostandosi a sinistra, puntando la campagna su priorità come la riforma dell'ICE e raccogliendo qualche sostegno da sindacati e gruppi di attivisti per impedire a Gonzales di compattare l'elettorato progressista. Soprattutto, ha goduto di un enorme vantaggio economico: ha raccolto quasi dieci milioni di dollari contro gli 870 mila della sfidante.

Nell'ottavo distretto, a nord di Denver, i democratici hanno scelto il progressista Manny Rutinel, deputato statale di origini dominicane, che ha battuto la collega più moderata Shannon Bird. È il collegio più conteso dello Stato: a novembre Rutinel affronterà il repubblicano Gabe Evans, deputato al primo mandato, in un seggio che nel 2024 aveva votato Trump per il 50 a 48 e che Evans aveva strappato ai democratici per meno di un punto. I democratici hanno bisogno di conquistare tre seggi netti per riprendersi la Camera a novembre, e contano su questo distretto, dove circa un terzo degli elettori è di origine latinoamericana. Evans ha reagito subito, definendo Rutinel in un comunicato un "estremista socialista radicale", un imitatore di Zohran Mamdani, il sindaco socialista democratico di New York. La corsa sarà anche un test sulla capacità dei democratici di riconquistare gli elettori latinoamericani: Rutinel, dominicano-americano, dovrà convincerne una fetta consistente per battere Evans, che è messicano-americano.

Primarie democratiche · Colorado
Manny Rutinel vince la primaria nell'ottavo distretto
Primaria democratica, 8º distretto del Congresso — 30 giugno 2026
Focus America

CandidatoVoti%

Manny Rutinel
Deputato statale

43.429
61,5%

Shannon Bird
Deputata statale

23.799
33,7%

Evan Munsing
Ritirato dalla corsa

3.344
4,7%

70.572voti
88% scrutinato

Elaborazione di Focus America su dati di Associated Press

I risultati del Colorado si sommano a quelli di New York e del Maine e raccontano di un elettorato democratico che vuole rompere con lo status quo e affidarsi a una nuova generazione di candidati, ostili ai fondi delle grandi lobby, più duri su Israele e capaci di presentarsi come combattenti anti-establishment per la classe lavoratrice. "L'energia del nostro partito è con i progressisti coraggiosi", ha dichiarato il deputato Ro Khanna, esponente della sinistra californiana e possibile candidato alle presidenziali del 2028, secondo cui gli sfidanti insurrezionali stanno "indicando la direzione" al partito. È un movimento che guarda ora oltre le grandi città, con il prossimo grande appuntamento previsto in Michigan ad agosto, per le primarie al Senato.

La stessa frustrazione verso i parlamentari di lungo corso ha colpito anche i repubblicani. Hanno perso le primarie i senatori Bill Cassidy in Louisiana e John Cornyn in Texas, dopo che Trump aveva sostenuto i loro avversari, e diversi deputati candidati a governatore sono stati sconfitti: Dusty Johnson non è arrivato al ballottaggio in South Dakota, Randy Feenstra ha perso di misura in Iowa nonostante l'appoggio del presidente e Ralph Norman e Nancy Mace sono rimasti indietro in South Carolina.

In tutti e tre i principali appuntamenti di novembre, per il governatorato, per il Senato e per l'ottavo distretto, i democratici partono comunque favoriti, in uno Stato che negli ultimi anni ha spostato con decisione il proprio voto verso il partito.


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USA 250: On the Semiquincentennial


July 4th

“In the United States, we often celebrate the Fourth of July as our Independence Day. We proclaimed our independence from Great Britain and, from that day forward, the rebellion became a revolution with a purpose: freedom from the crown.

July 4th, 1776 is not actually the day freedom was achieved, however. September 3rd, 1783 was the day Great Britain signed the Treaty of Paris, which recognized and granted the Thirteen Colonies their independence after their eight-year-long fight for freedom. Even then, it wouldn’t be ratified until May 12, 1784, which is over nine years removed from the Battles of Concord and Lexington.”

That passage is from the Through the Spyglass entry The Big Legacy of Robert Smalls, in which I argue Juneteenth is perhaps the more apt day in which we can truly celebrate freedom.

That isn’t to say we shouldn’t celebrate the Fourth of July, nor should we ignore the momentous occasion of 250 years from the Declaration of Independence.

That is to say, we should take a step back and examine what the Fourth of July means on the 250th anniversary.

Are we celebrating freedom? In a sense, of course. We stated we would no longer be ruled by Great Britain and declared our independence.

But is it freedom wholesale?

What I mean by that: is freedom is a strong concept. Freedom means freedom, and some don’t think about it beyond that. But who was truly free on the Fourth of July?

Were those enslaved by the men who wrote and signed the Declaration of Independence free? Were the Native American Indians free? Let’s not forget a large reason for the War of Independence was Great Britain’s refusal to let settlers encroach on Native lands past the Appalachian Mountains.

What today is, ultimately, the day in which the political tradition has been brought to the forefront: we should rule ourselves, and not be dictated to be the unseen, invisible hand.

Regardless of outcome or bastardization of concept, the introduction of this concept of self-rule and independence from faraway rulers is an important one to have come to the mainstream.

One thing that must be understood: good ideas can come from bad people.

This, of course, is not saying the Founding Fathers were bad people (although I’d argue slaveownership is pretty bad regardless of any century’s standards.) This is to say, regardless of how you feel about the Founding Fathers, the Revolutionary War, the early (or even modern) United States and the people behind the current, you cannot deny the importance of their ideas.

For my left-leaning readers, consider John C. Calhoun:

John C. Calhoun, by the standards of an anti-bigotry and pro-freedom party, is a white supremacist slaver piece of shit. I won’t mince words when I tell you I am no fan of the man he was.

However, I believe Nullification was a legitimate idea not worth dismissing because Calhoun was the loudest proponent.

The Nullification Crisis, which explaining exactly what that is would be beyond the scope of this article (it’s basically “A state should have the right to null and void any federal law it deems unconstitutional within its own borders if it believed the federal government had overstepped its constitutional authority”), was ultimately a precursor to the “state’s rights [to own slaves]” argument of the Civil War, I firmly believe the spirit of nullification is indeed correct.

Think about the Fugitive Slave Act, in which saw the same “States Rights Advocates” demand states obey federal law, when a state like Wisconsin turned its own logic of nullification against the states. A state should be able to reject federal law that oversteps and is unconstitutional.

Ironically, I wouldn’t agree with Calhoun’s slyly intended hope of preserving slavery because, in the fight for liberty and justice for all, and where we believe the will of all must be heard, ownership of a fellow human being is entirely incompatible with any doctrine.

Nullification, in my opinion, could have never truly been applied to the defense of slavery. It is a bastardization of the very concept for that to be made so.

Indeed I sit here and earnestly tell you that I believe the man who articulated nullification also held a bastardization interpretation of how far it could go.

For my right-leaning readers, consider Bernie Sanders:

Sanders was once the darling of the left wing in this country, although his strong Zionist stances have certainly soured many on the left towards him.

Needless to say, he was always just a “crazy socialist” to much of the right wing.

In 2016, Hillary Clinton criticized Sanders for not supporting the families of Sandy Hook in their lawsuit against the gun manufacturers.

Sanders opposed the lawsuit because he believed a gun manufacturer should not be criminalized for selling a product which is legal to sell to people. He did say he would support the victims if they could prove the gun manufacturer knew the person they were selling a weapon to would misuse the weapon, like massacre people with it.

Sanders did not want to set a precedent of criminalizing those for selling a legal product. This was a stance commended by the NRA.

No matter where you stand on the left or right, if you remove the issue of gate keeping ideas on one side or another and take the crux of the argument for what it is, you can slowly build towards real progress in this country.

Today, no matter what side of the aisle you reside on, remember this: today brought to the world the idea of freedom and self-rule from faraway empires. Whether or not we have truly perfected the concept, or whether or not you think there’s a lot of work still to be done, is perhaps secondary to the larger point at hand.

Because of that concept’s birth 250 years ago today, we can continue to work on perfecting it and creating, not just a more perfect union, but a more perfect society.

With liberty, and justice, for all.


uspirates.org/usa-250-on-the-s…

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Google Libri contiene molti libri scansionati, ma vengono resi pubblici solo tramite ricerca, dove vengono visualizzati come piccoli frammenti attorno ai risultati di ricerca.
Se hai trovato un metodo che ritieni possa essere ampliato, contattaci tempestivamente con il tuo prototipo e potremmo essere in grado di aiutarti ad ampliarlo.
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Questa ricompensa si applica anche ad altre collezioni di dimensioni simili, ad esempio raccolti dalle aziende di intelligenza artificiale, soprattutto se la collezione comprende in modo significativo libri rari.

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@Pirati Europei

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Gli Stati Uniti temevano un piano di Israele per uccidere i negoziatori iraniani


Washington temeva che l'uccisione del Ministro degli Esteri Abbas Araghchi e del presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf avrebbe fatto naufragare le trattative di pace con l'Iran.

Gli Stati Uniti stanno trattando con l'Iran per mettere fine alla guerra e, nello stesso momento, temono che Israele stia preparando l'uccisione dei negoziatori iraniani seduti al tavolo. La preoccupazione è tale che Washington fa avvertire Teheran, tramite altri Paesi della regione, del rischio che i suoi due uomini di punta finiscano nel mirino. A rivelarlo è il New York Times.

I due nomi al centro dei timori americani sono Abbas Araghchi, Ministro degli Esteri iraniano, e Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano. Entrambi hanno guidato le trattative con i Paesi della regione e con gli Stati Uniti, prima per un cessate il fuoco e poi per una pace più solida. Le preoccupazioni americane, spiega il quotidiano, sono cresciute durante i negoziati avviati in aprile.

Washington ha ammesso che, nella fase più dura della guerra, i due avrebbero potuto essere bersagli legittimi per Israele, che era deciso a rovesciare il governo islamico di Teheran. Ma quando i colloqui sono entrati nel vivo, ad aprile, è prevalsa una convinzione diversa: ucciderli avrebbe fatto saltare il tavolo e riacceso i combattimenti.

Una guerra, due strategie diverse


La guerra è cominciata il 28 febbraio con un attacco israeliano che ha ucciso la allora Guida Suprema della Repubblica Islamica, l'ayatollah Ali Khamenei, e altri alti dirigenti, grazie anche a informazioni dell'intelligence statunitense. Gli americani hanno colpito soprattutto la marina e le forze missilistiche iraniane, mentre Israele ha puntato subito sui vertici del regime, per eliminare quanti più alti funzionari possibile.

Tra le vittime dei raid aerei israeliani ci sono stati anche dirigenti considerati più pragmatici, con cui l'Amministrazione Trump sperava di trattare come Ali Larijani, responsabile della sicurezza nazionale, e Kamal Kharazi, ex Ministro degli Esteri. Entrambi stavano partecipando ai negoziati con gli Stati Uniti quando sono rimasti uccisi negli attacchi aerei.

È qui che gli obiettivi di Washington e di Israele, quasi coincidenti all'inizio, hanno cominciato ad allontanarsi. Gli Stati Uniti volevano un accordo, Israele si è mostrato scettico fin dalla prima tregua di aprile. Quel cessate il fuoco di due settimane ha ricevuto un sostegno freddo da Israele e ha alimentato la sensazione, diffusa nell'opinione pubblica israeliana, che gli americani stessero chiudendo la guerra troppo presto.

Il risultato, per Israele, era il peggiore possibile: invece di cadere, il governo teocratico iraniano si era irrigidito e le Guardie della Rivoluzione avevano stretto ancora di più la presa sul Paese. A giugno Stati Uniti e Iran hanno raggiunto un accordo quadro per riaprire lo Stretto di Hormuz e avviare i successivi colloqui sul nucleare. Per i commentatori israeliani è stato un disastro: nessun cambio di regime, nessuna distruzione delle milizie alleate di Teheran, nessun colpo serio al programma missilistico. A pesare era anche il timore che l'intesa facesse arrivare miliardi di dollari in Iran, permettendogli di rialzarsi in fretta senza freni alle ambizioni nucleari.

L'aereo di Ghalibaf e la fuga via terra


Il Wall Street Journal aveva già scritto a marzo che Araghchi e Ghalibaf erano finiti su una lista di obiettivi israeliani, salvo esserne tolti mentre gli Stati Uniti aprivano i negoziati. Un funzionario americano ha confermato che l'Amministrazione Trump aveva saputo in quel periodo che almeno Ghalibaf era tra i bersagli, e aveva chiesto a Israele di fermarsi.

Non era la prima volta che il presidente del Parlamento rischiava la vita. Era già sfuggito alla morte nella guerra dei 12 giorni del giugno 2025 e di nuovo quest'anno, quando un raid israeliano ha centrato una riunione segreta di alti funzionari in un bunker scavato sotto una montagna. In entrambi i casi è stato estratto vivo dalle macerie.

Per questo, durante i negoziati, l'Iran ha preso le sue contromisure. L'11 aprile Ghalibaf doveva volare a Islamabad per incontrare il vicepresidente statunitense JD Vance, ma i servizi di sicurezza iraniani temevano che Israele approfittasse del viaggio per ucciderlo insieme ad Araghchi e far saltare tutto. Teheran ha ottenuto dagli Stati Uniti, tramite gli intermediari pakistani e qatarioti, la garanzia che non ci sarebbero state operazioni coperte contro la delegazione iraniana. Caccia pakistani hanno scortato gli aerei iraniani, con oltre settanta persone a bordo, dal confine fino a Islamabad e ritorno.

Al ritorno, però, la minaccia si è materializzata. Le forze di sicurezza iraniane hanno avvertito l'aereo che riportava Ghalibaf a casa di aver intercettato indizi di un piano israeliano per abbatterlo, e che due caccia israeliani erano entrati nello spazio aereo iraniano dal confine occidentale, vicino all'Iraq. Mahdi Mohammadi, consigliere di Ghalibaf, ha confermato tutto sui social. Così l'aereo è atterrato d'emergenza a Mashhad, nel nord-est dell'Iran, e la delegazione ha proseguito per circa otto ore in auto fino a Teheran.

Nonostante tutto, i due hanno continuato a spostarsi. A fine maggio sono volati in Qatar per nuovi colloqui e quindi a giugno in Svizzera, dove hanno incontrato di nuovo Vance e la delegazione americana per sottoscrivere l'accordo attualmente in essere.

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Salvini: uomo di parola o di parole? Di parole.

La sua carriera politica è costruita su promesse mai mantenute, che continua però a ripetere come se nulla fosse. È davvero questa la politica di cui abbiamo bisogno? Forse è arrivato il momento di fare un bel repulisti. Noi siamo pronti.

E tu, #teloricordi?

Video di Francesca Romana D’Antuono, copresidente uscente di Volt Europa.

#MatteoSalvini #PromesseMancate #PoliticaItaliana #Lega #TeLoRicordi #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Gli Stati Uniti ritirano gran parte dei soldati inviati in Nigeria contro lo Stato islamico


Il capo del comando americano per l'Africa ha annunciato il ritiro di gran parte delle forze inviate per l'operazione di maggio contro i jihadisti. Prosegue la condivisione di intelligence

Gli Stati Uniti hanno ritirato la maggior parte dei soldati inviati in Nigeria per l'operazione contro lo Stato islamico condotta a maggio nel nord-est del paese, ma continueranno a condividere informazioni di intelligence con l'esercito nigeriano. Lo ha annunciato giovedì 2 luglio il generale Dagvin Anderson, capo di AFRICOM, il comando delle forze armate americane per l'Africa, a margine di una conferenza che ha riunito a Luanda, in Angola, i vertici militari di 35 paesi africani, oltre a rappresentanti di Stati Uniti e Brasile. "Abbiamo ritirato gran parte delle forze che erano lì solo per quell'operazione, ma continuiamo il partenariato che la Nigeria ha chiesto per proseguire con la condivisione di intelligence", ha detto Anderson.

A maggio le forze americane e nigeriane avevano ucciso quasi 200 combattenti dello Stato islamico nella regione del lago Ciad, nel nord-est della Nigeria. Tra i morti c'era Abu-Bilal al-Minuki, il numero due del gruppo jihadista a livello mondiale. L'operazione congiunta era iniziata a dicembre del 2025, quando il giorno di Natale il presidente Donald Trump aveva ordinato un attacco contro i militanti sostenendo che stessero prendendo di mira i cristiani del paese. Circa due mesi dopo Washington aveva inviato in Nigeria circa 200 soldati non combattenti per attività di addestramento e assistenza tecnica, precisando che non avrebbero partecipato a combattimenti sul terreno.

Il ministro della difesa nigeriano Christopher Musa ha detto all'agenzia di stampa francese AFP che i soldati americani da combattimento erano arrivati specificamente per l'operazione di maggio: "Sono venuti, hanno fatto il loro lavoro e sono ripartiti". Non è chiaro invece se il ritiro riguardi anche una parte dei militari impegnati nell'addestramento. Nessuno dei due governi ha detto quanti soldati americani restino oggi nel paese: "Continuiamo a mantenere forze in Nigeria. Il loro numero cambierà in base alle esigenze operative", ha detto all'AFP una portavoce di AFRICOM.

Il ritiro "non influirà in alcun modo sul nostro slancio", ha detto alla BBC il generale Michael Onoja, portavoce dell'esercito nigeriano, confermando che lo scambio di informazioni tra i due paesi continuerà. Un altro portavoce militare, il generale Samaila Uba, ha detto sempre alla BBC che il personale americano presente in Nigeria da prima dell'operazione è rimasto nel paese. Nonostante le operazioni degli ultimi mesi, i gruppi jihadisti continuano a compiere attacchi, soprattutto nel nord-est.

Secondo Anderson, la cooperazione con la Nigeria ha indebolito in modo significativo la leadership dello Stato islamico e ha danneggiato non solo i comandanti locali ma anche le comunicazioni e le operazioni della rete globale del gruppo. La pressione militare nigeriana, insieme agli sforzi per pubblicizzare i risultati dell'operazione, ha favorito nuove defezioni e rese tra i combattenti jihadisti. L'esercito nigeriano è stato "molto attivo" da maggio, ha detto il generale: "Continuano a colpire obiettivi da soli". Anderson ha descritto l'operazione come un modello per la futura cooperazione di sicurezza in Africa, in cui Washington fornisce capacità specializzate mentre i partner africani guidano le operazioni.

Il nord-est della Nigeria è teatro di un'insurrezione jihadista dal 2009, portata avanti prima da Boko Haram e poi dallo Stato islamico dell'Africa occidentale (ISWAP), il gruppo rivale nato da una sua scissione. Secondo gli analisti, circa il 90 per cento degli attacchi dello Stato islamico nel mondo avviene ormai nell'Africa subsahariana e la branca nigeriana è di gran lunga la più attiva. Dal 2025 i jihadisti hanno intensificato gli attacchi contro villaggi, stazioni di polizia, basi militari e lavoratori come pescatori e taglialegna, uccidendo anche diversi alti ufficiali dell'esercito. L'aumento delle violenze ha spinto il presidente nigeriano Bola Tinubu a dichiarare lo stato di emergenza nazionale e Trump a minacciare un intervento militare americano.

La cooperazione militare tra Washington e Abuja si è intensificata dopo che gli Stati Uniti hanno accusato le autorità nigeriane di non fare abbastanza per proteggere i gruppi vulnerabili dai militanti islamisti, parlando di un "genocidio cristiano" nel paese. La Nigeria ha sempre respinto questa accusa, sostenendo che la violenza è complessa e colpisce tutte le comunità. Le organizzazioni che monitorano la violenza politica nel paese affermano che la maggior parte delle vittime dei gruppi jihadisti è musulmana, perché questi operano soprattutto nel nord, dove la popolazione è in maggioranza musulmana.

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La "prima libertà" americana: da John Adams al 250° anniversario della Dichiarazione


Nel giorno del 250° anniversario della Dichiarazione d'Indipendenza, la libertà religiosa torna al centro del racconto sulle origini degli Stati Uniti. Prima ancora della Costituzione, John Adams la considerava uno dei pilastri dei diritti inalienabili.

La libertà religiosa è più antica degli Stati Uniti. Nel giorno del 250° anniversario della Dichiarazione d'Indipendenza, quel principio torna al centro del racconto sulle origini americane e riporta a uno dei Padri fondatori: John Adams.

Nel 1765, undici anni prima della Dichiarazione, Adams pubblicò A Dissertation on the Canon and Feudal Law, un saggio scritto contro lo Stamp Act e contro quelle che considerava le due grandi tirannie della storia: il potere ecclesiastico e quello civile quando diventano strumenti di oppressione.

Per difendere i propri diritti, sosteneva Adams, ai coloni servivano due strumenti essenziali: l'istruzione e la partecipazione alla vita pubblica. Solo studiando, informandosi e prendendo parte direttamente alla vita politica avrebbero potuto proteggere i propri diritti inalienabili, a cominciare dalla libertà di coscienza e di culto.

Il pulpito e la libertà


Adams si rivolse anche alle chiese. "Che il pulpito risuoni delle dottrine e dei sentimenti di libertà religiosa", scrisse. E ancora: "Ascoltiamo il pericolo della schiavitù per le nostre coscienze [...], in breve, della schiavitù civile e politica". Per Adams, la libertà di coscienza e la possibilità di professare liberamente la propria fede non erano questioni marginali, ma parte integrante della dignità della persona. Interferire con esse significava colpire il cuore stesso dei diritti fondamentali.

Quella libertà avrebbe poi trovato forma nella nascita degli Stati Uniti e, soprattutto, nella Costituzione degli Stati Uniti d'America. Oggi molti la definiscono la "prima libertà" americana. Ma prima del Primo Emendamento, un principio simile, scritto nella legge fondamentale di uno Stato, aveva pochi precedenti nella storia.

Una radice antica, una nazione nuova


Il principio si intreccia con un'idea molto più antica: la "doppia cittadinanza" formulata da Sant'Agostino ne La città di Dio. L'essere umano appartiene insieme a una dimensione terrena e a una spirituale, con obblighi distinti, non necessariamente in contrasto tra loro.

Questa idea di libertà di coscienza maturò poi nelle comunità "non conformiste" e "separatiste" dell'Inghilterra del Seicento. Furono i Padri Pellegrini del Mayflower e i loro discendenti a portarla nel Nuovo Mondo, dove trovò il terreno su cui sarebbe cresciuta la nazione americana.

Nel 250° anniversario della Dichiarazione d'Indipendenza, quella libertà continua ad attraversare la storia degli Stati Uniti come un filo profondo: dalle prime comunità della Nuova Inghilterra all'America contemporanea, dalle origini coloniali alla democrazia costituzionale.

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Federico Pace, fumettista, tatuatore e attivista trans, è stato aggredito la sera del 30 giugno al Pigneto, a Roma: tre persone lo hanno accerchiato, insultato con epiteti omofobi e picchiato fino a fratturargli il naso, per poi lasciarlo a terra.

Non è un episodio isolato. È il prodotto di un clima in cui l’odio verso le persone LGBTQIA+ viene normalizzato, minimizzato e ridotto a una somma di casi individuali, invece di essere riconosciuto per ciò che è: un fenomeno strutturale. Ogni insulto tollerato, ogni discriminazione derubricata e ogni silenzio complice preparano il terreno a violenze peggiori.

A Federico va tutta la solidarietà della comunità di Volt Italia.
Ma la solidarietà, da sola, non basta.
Servono leggi efficaci contro i reati d’odio omolesbobitransfobico, educazione al rispetto e alle differenze fin dalla scuola e una cultura pubblica che non lasci più sole le persone colpite per ciò che sono.

Su questo non arretriamo di un passo: i diritti delle persone trans sono diritti umani.
E ogni aggressione contro una persona LGBTQIA+ è un attacco alla libertà e alla dignità di tutte e tutti.

#FedericoPace #StopOmotransfobia #DirittiLGBTQIA #DirittiTrans #Roma #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Trump manda 260 agenti dell'FBI in Georgia sui presunti brogli del 2020


L'indagine riapre accuse mai dimostrate sulle elezioni del 2020. Per i critici l'obiettivo è minare la fiducia degli americani nel voto in vista delle elezioni di metà mandato

L'amministrazione Trump ha assegnato 260 analisti investigativi dell'FBI, la polizia federale americana, a un'indagine "prioritaria" sulle elezioni del 2020 nella contea di Fulton, in Georgia, quella che comprende Atlanta. In più di cinque anni nessuna prova di brogli è mai emersa nello Stato, ma il presidente continua a sostenere che il voto perso contro Joe Biden fu truccato. Secondo un'analisi del New York Times, l'operazione è solo un pezzo di uno sforzo più ampio: seminare dubbi sul processo elettorale e sull'integrità dei voti futuri, a partire dalle elezioni di metà mandato di novembre.

L'invio degli analisti è arrivato pochi giorni dopo che la Corte Suprema ha stabilito che gli Stati possono contare le schede postali che arrivano dopo l'Election Day, il giorno del voto, respingendo i piani del presidente. La settimana scorsa un giudice federale ha inoltre bloccato in via definitiva un ordine esecutivo che avrebbe imposto di presentare una prova documentale di cittadinanza al momento della registrazione al voto.

Al centro delle operazioni c'è di nuovo il Dipartimento di Giustizia, che per tradizione conduce le indagini in modo indipendente dai desideri del presidente e che porta avanti un'inchiesta penale sulle elezioni del 2020 in Georgia. A gennaio l'FBI ha perquisito un magazzino elettorale della contea di Fulton e ha sequestrato più di 600 scatoloni di materiale, comprese le schede originali del 2020. Secondo un atto giudiziario reso pubblico, la perquisizione si basava in gran parte su tesi già smentite sulle presunte anomalie delle schede, rilanciate da Kurt Olsen, un negazionista dei risultati elettorali che lavora nell'amministrazione. A giugno agenti federali hanno perquisito un'organizzazione dell'Ohio che si occupa di campagne per la registrazione al voto.

Il presidente ha anche svuotato l'agenzia per la sicurezza interna incaricata di assistere gli Stati sulla sicurezza elettorale, mentre funzionari di tutto il governo federale hanno avviato decine di iniziative per proteggere i repubblicani da possibili sconfitte a novembre.

Con la popolarità in calo e la stagione delle primarie entrata nel vivo, Trump ha intensificato la retorica sulle elezioni truccate. Ha provato a spingere il Congresso ad approvare una legge che trasformi in norma parti dei suoi ordini esecutivi sulle elezioni, giustificandola ancora una volta con accuse di brogli mai dimostrate. Il mese scorso ha attaccato più volte la lentezza dello spoglio in California presentandola come prova di frode, anche se gli elettori dello Stato votano per posta da anni e lo stesso presidente vota per posta. "Ho chiamato il procuratore federale della California, molto potente, molto bravo, e gli ho detto: fammi un favore, dai un'occhiata, stanno cercando di rubare anche quell'elezione", ha raccontato durante un comizio in Pennsylvania.

Richard Hasen, direttore del Safeguarding Democracy Project alla facoltà di legge dell'UCLA, l'università pubblica di Los Angeles, ha detto al New York Times che le azioni del presidente producono un doppio effetto. "La prima cosa che fa è cercare di convincere i suoi sostenitori che ci sono brogli. Poi, agendo con una causa legale o un'indagine dell'FBI, convince i democratici che sta cercando di rubare le elezioni. Così mina la fiducia da entrambe le parti", ha spiegato. Il risultato, secondo Hasen, è che "il pubblico non crede che le elezioni siano libere e giuste" e la fiducia "è diventata volatile e sta crollando".

Le false accuse di Trump sui lavoratori elettorali e le sue teorie del complotto sono state indagate e smentite negli anni, ma la fiducia degli elettori è diminuita davvero: un sondaggio PBS News-NPR-Marist di inizio anno ha rilevato che la percentuale di americani convinti che il proprio governo statale e locale organizzerà elezioni corrette è scesa al livello più basso almeno dal 2020.

Giovedì Jack Smith, il procuratore speciale che incriminò Trump per i tentativi di ribaltare il risultato del 2020, ha detto in un'intervista a MS NOW di essere "molto preoccupato per quello che succederà alle prossime elezioni". Vanita Gupta, che è stata la numero tre del Dipartimento di Giustizia nell'amministrazione Biden, ha detto al New York Times che il presidente ha "bisogno di riscattare la falsa narrazione di aver vinto le elezioni del 2020" e che "l'obiettivo collaterale è insinuare negli elettori dubbi sulla legittimità dei risultati elettorali futuri".


La Corte Suprema dà più potere a Trump, ma salva Fed e voto postale


La Corte Suprema degli Stati Uniti ha emesso oggi tre sentenze destinate a ridisegnare gli equilibri tra Casa Bianca, Congresso e apparato federale. Nella prima, i giudici hanno ampliato in modo significativo il potere del presidente di rimuovere i vertici delle agenzie indipendenti, consegnando a Donald Trump un controllo molto più diretto su una parte rilevante dell'Amministrazione finora fuori il suo diretto controllo. Nella seconda, però, hanno posto un limite all'intervento della Casa Bianca sulla Federal Reserve, impedendo per ora la rimozione della governatrice Lisa Cook. Con una terza sentenza, la Corte ha invece confermato la legge del Mississippi che consente di contare le schede postali timbrate entro l'Election Day ma arrivate nei giorni successivi.

Sul caso delle agenzie indipendenti, la decisione è arrivata con 6 voti contro 3, con i giudici liberal contrari. La sentenza sposta ulteriore potere dal Congresso al presidente e potrebbe modificare profondamente l'architettura del governo federale. Il caso nasceva dalla decisione di Trump di licenziare Rebecca Kelly Slaughter, commissaria democratica della Federal Trade Commission, rimossa perché non allineata all'agenda del presidente, nonostante la legge consentisse sinora al presidente la destituzione dei commissari solo per "inefficienza, negligenza nei doveri o cattiva condotta in carica".

Gli effetti di questa sentenza potrebbero ora farsi sentire in oltre una decina di agenzie federali precedentemente indipendenti, comprese quelle che vigilano su consumatori, lavoratori, ambiente, sicurezza nucleare e servizi postali. I vertici di enti come la Consumer Product Safety Commission, la Equal Employment Opportunity Commission, il National Labor Relations Board, la Nuclear Regulatory Commission e lo stesso servizio postale potranno ora essere licenziati con maggiore discrezionalità dalla Casa Bianca. I giudici hanno così cancellato quasi novant'anni di tutele legali, rovesciando il precedente del 1935, la sentenza Humphrey's Executor v. United States, che aveva limitato il potere del presidente di rimuovere direttori di agenzie indipendenti per semplici divergenze politiche.

Corte Suprema degli Stati Uniti
Tre sentenze in un giorno ridisegnano il potere esecutivo
In una sola giornata la Corte Suprema ha ampliato il controllo di Trump sulle agenzie federali, ma lo ha fermato sul controllo del Federal Reserve e sul voto per posta.

Grafica di FocusAmerica 3 verdetti con esiti divergenti

3

Sentenze nello stesso giorno
L'equilibrio tra Casa Bianca, Congresso e apparato governativo federale rimesso in gioco in poche ore.
Per Trump, una sola vittoria e due battute d'arresto: la Corte gli concede potere sulle agenzie indipendenti cancellando un precedente di quasi 90 anni fa, ma alza un muro su Fed e schede postali.

1
A favore di Trump

2
Contro Trump

89
Anni di precedente rovesciati

I tre verdetti, uno per uno
6–3 Agenzie indipendentiAgenzie 5–4 Federal ReserveFed 5–4 Voto per postaVoto posta

Vittoria per Trump
Il presidente può ora rimuovere liberamente i vertici delle agenzie indipendenti
Cade la tutela che dal 1935 proteggeva i direttori da licenziamenti per semplici divergenze politiche con il presidente in carica. Il caso nasce dalla rimozione di Rebecca Kelly Slaughter, commissaria democratica della FTC.

6Maggioranza
3Giudici liberal contrari

La sentenza rovescia il precedente Humphrey's Executor del 1935 e sposta ulteriore potere dal Congresso al presidente.

10+
Agenzie federali esposte alla nuova discrezionalità

1935
Precedente cancellato dopo quasi 90 anni

Tra gli enti ora più esposti

CPSCSicurezza dei prodotti di consumo
EEOCPari opportunità nel lavoro
NLRBRelazioni sindacali
NRCSicurezza nucleare
FTCCommercio e tutela dei consumatori
USPSServizio postale federale

Battuta d'arresto per Trump
La Federal Reserve resta ancora protetta, almeno per ora
La Corte ha impedito la rimozione della governatrice Lisa Cook licenziata da Trump: non le era stata data la possibilità di rispondere alle accuse, mai dimostrate, di frode sui mutui usate come pretesto per il licenziamento.

5Maggioranza
4Contrari

Margine sottile su un nodo delicato: l'indipendenza della Banca Centrale, su cui Trump preme da tempo per ottenere un taglio dei tassi.

Lisa Cook resta in carica
La rimozione, avvertivano ex funzionari della Fed e del Dipartimento del Tesoro, avrebbe rischiato di causare turbolenze sui mercati e erodere la credibilità della Banca Centrale come istituto indipendente.

La sentenza odierna non stabilisce se il presidente possa rimuovere Cook per giusta causa: la decisione sul merito sull'indipendenza della Fed verrà presa in seguito.
Opinione concorrente del giudice Brett Kavanaugh

Sconfitta per Trump e i Repubblicani
Confermata la legge del Mississippi sul voto via posta
Gli uffici elettorali potranno contare le schede inviate entro l'Election Day e ricevute fino a 5 giorni lavorativi dopo. La norma resterà in vigore almeno fino alle elezioni di midterm.

5Maggioranza
4Contrari

Sentenza scritta dalla giudice Amy Coney Barrett, sostenuta dal presidente John Roberts e dai 3 giudici liberal.

5giorni
Tempo utile in termini di giorni lavorativi per conteggiare le schede spedite entro l'Election Day

2020
L'anno dal quale Trump sostiene, senza mai presentare prove, brogli legati al voto postale

L'effetto a catena

18+

Leggi statali e di territori con norme simili sul voto per posta restano in vigore.
Includono collegi chiave per la maggioranza alla Camera nel novembre 2026 come in Nevada e California. La legge del Mississippi, approvata in piena pandemia da una legislatura a maggioranza repubblicana, era stata poi contestata dallo stesso partito.

Il bilancio della giornata
La Corte allarga il potere di Trump sull'apparato federale, ma traccia due confini netti sull'indipendenza della Federal Reserve e le regole del voto via posta.

Fonte: sentenze della Corte Suprema degli Stati Uniti, ricostruzione FocusAmerica.

La Fed resta protetta, almeno per ora


Diverso è stato però l'esito sulla Federal Reserve. Con una decisione separata, adottata con 5 voti contro 4, la Corte Suprema ha invece impedito a Trump di rimuovere Lisa Cook, sostenendo che alla governatrice non era stata data la possibilità di rispondere alle accuse, non dimostrate, di frode sui mutui usate dal presidente come giustificazione per il licenziamento. La pronuncia, tuttavia, resta circoscritta. In un'opinione concorrente, il giudice Brett Kavanaugh ha chiarito che la sentenza attuale non stabilisce se il presidente possa rimuovere o meno Cook legittimamente per giusta causa.

Il caso resta quindi aperto, ma la Corte Suprema ha evitato per ora di decidere nel merito dell'indipendenza della Banca Centrale. Ex alti funzionari della Fed e del Tesoro, insieme ai legali di Cook, avevano avvertito che una sua rimozione durante il procedimento avrebbe potuto provocare turbolenze sui mercati e indebolire la credibilità storica della Federal Reserve come agenzia indipendente. La questione è particolarmente sensibile perché Trump preme da tempo sulla Banca Centrale per ottenere un taglio dei tassi d'interesse.

Il voto per posta è stato tutelato


Per quanto riguarda le regole elettorali, la Corte ha confermato con 5 voti contro 4 la legge approvata dal Mississippi sul voto per posta. La decisione, scritta dalla giudice Amy Coney Barrett, è stata sostenuta dal presidente John Roberts e dai 3 giudici liberal della Corte. La legge confermata dalla Corte consente agli uffici elettorali di contare le schede inviate entro l'Election Day e ricevute fino a cinque giorni lavorativi dopo. Tale limite resterà quindi in vigore almeno fino alle elezioni di midterm.

La sentenza, in questo caso, rappresenta una chiara sconfitta per Trump e per il Partito Repubblicano, che da anni cerca di restringere il voto per posta. La decisione lascia inoltre in piedi normative simili in almeno altri 18 Stati e territori, compresi in collegi chiave per il 2026 in Nevada e California. È anche una battuta d'arresto personale per il presidente, che continua a sostenere, senza prove, che il voto postale favorisca brogli e abbia contribuito alla sua sconfitta nel 2020.

La legge del Mississippi era stata approvata durante la pandemia da una legislatura statale a guida repubblicana, ma era poi stata contestata dal Comitato Nazionale Repubblicano e dal partito repubblicano locale, secondo cui la legge federale fissa l'Election Day come termine ultimo per considerare valide le schede inviate via posta.


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A few weeks ago at the @volteuropa.org@bsky.brid.gy General Assembly in Bratislava I was really glad that the topic of EU electoral reform was on the agenda. A session on making EU elections fairer and truly European was co-hosted by myself and Suzana Carp

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Perché l'America sta demolendo l'ordine mondiale che ha costruito


Un saggio dell'Economist analizza la rivolta degli Stati Uniti contro l'ordine nato nel 1945: cosa vogliono i rivoluzionari di Trump, perché potrebbero fermarsi e quali rischi corre il mondo

A 250 anni dalla dichiarazione di indipendenza gli Stati Uniti sono di nuovo in rivolta, questa volta contro l'ordine mondiale che loro stessi hanno costruito dopo la vittoria sul fascismo nel 1945. È la tesi di un lungo saggio di Edward Carr pubblicato sull'Economist, che la chiama "Wrecking-ball revolution", la rivoluzione della palla demolitrice: al posto di Giorgio III e del suo parlamento, i nemici sono le istituzioni globali, le alleanze e il sistema di valori creati dall'America per proteggere la libertà. A un anno dall'inizio del secondo mandato il presidente Donald Trump aveva già abbandonato 66 organismi internazionali, tra cui 31 agenzie dell'ONU. Il mese scorso ha proposto una nuova serie di dazi generalizzati contro il commercio multilaterale e, se colpirà Cuba, sarà l'ottava volta che usa la forza militare dal gennaio 2025, senza chiedere l'approvazione del Congresso o del Consiglio di sicurezza dell'ONU e senza invocare alcuna giustificazione nel diritto internazionale.

"L'ordine globale del dopoguerra non è solo obsoleto: ormai è un'arma usata contro di noi", ha detto il segretario di stato Marco Rubio durante l'audizione per la sua conferma al Senato. Steve Bannon, ex stratega di Trump, festeggia che l'ordine basato sulle regole sia finito "nella pattumiera della storia", mentre la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, parlando per alleati che si sentono attaccati e traditi, dice che "l'Occidente come lo conosciamo non esiste più".

Per l'Economist Trump non è interessato alle idee, non ha ideali né uno scopo più alto e la guerra in Iran dimostra la sua mancanza di una grande strategia. Ma è proprio quel vuoto a renderlo adatto a demolire il vecchio ordine: da opportunista con un ego insaziabile, non gli importa nulla delle istituzioni che gli sono state affidate e vuole erigere un monumento alla sua versione della grandezza americana, mettendoci sopra il proprio nome. Il momento è favorevole, perché ogni sistema geopolitico prima o poi affronta uno spostamento degli equilibri di potere o una crisi di legittimità e questo li sta affrontando entrambi: gli americani sono ormai convinti che la Cina non condividerà mai i valori universali che l'America rappresentava. A cosa serve allora un sistema costruito intorno a quei valori? Qualcosa di prezioso, scrive Carr, si è comunque rotto: la visione di John Kennedy, che nel discorso di insediamento promise che l'America avrebbe pagato "qualsiasi prezzo" e sopportato "qualsiasi fardello" pur di "assicurare la sopravvivenza e il successo della libertà", è morta.

Il saggio valuta la rivoluzione confrontandola con tre precedenti: la rivoluzione americana del 1776 e il mondo che creò, le rivoluzioni europee del 1848 e il loro fallimento, quella francese del 1789 e la sua discesa nel caos. La rivoluzione del 1776 trasformò i sudditi in cittadini titolari di diritti universali e fece degli Stati Uniti un modello di governo per l'umanità intera. Woodrow Wilson portò all'estremo questo approccio universalista: nel 1917 disse che "la pace deve essere piantata sulle fondamenta collaudate della libertà politica" e nel 1945 l'America mantenne la promessa, portando la libertà ai paesi sconfitti dell'Asse per costruire su quella base la difesa contro il comunismo.

I rivoluzionari di oggi vanno nella direzione opposta rispetto a Wilson. Stephen Miller, vicecapo di gabinetto della Casa Bianca e principale ideologo di Trump, ha detto alla CNN: "Viviamo in un mondo, nel mondo reale, che è governato dalla forza, che è governato dal potere: queste sono le leggi ferree del mondo dall'inizio dei tempi". Il vicepresidente J.D. Vance, accettando la nomination alla convention repubblicana, ha parlato delle cinque generazioni di suoi antenati sepolte nella terra del Kentucky: "Non è solo un'idea, non è solo un insieme di principi. Anche se le idee e i principi sono grandi, quella è una patria. È la nostra patria". L'universalismo cristiano di Wilson, scrive l'Economist, ha lasciato il posto al nazionalismo cristiano: i rivoluzionari pensano che la fede dei predecessori nel libero scambio abbia fiaccato lo spirito guerriero di cui l'America ha bisogno in un mondo violento e vogliono "meno Adam Smith e più Carl Schmitt".

Lo storico norvegese Odd Arne Westad dubita che il pendolo stia semplicemente oscillando tra valori e realpolitik, come già accaduto in passato: per la prima volta nella sua storia, dice, l'America ragiona come una nazione ristretta che pensa solo ai propri interessi. "Quello che state vedendo è il rovesciamento dell'approccio universalista di fondo della politica estera americana. E non credo che sia solo una parentesi".

Michael Beckley, politologo della Tufts University, si aspetta un'America "più unilateralista, muscolare e transazionale". Gli esperti immaginano un paese che chiede di più e offre di meno: le basi americane in Germania diventeranno basi tedesche pagate dalla Germania, con gli Stati Uniti che manterranno il diritto di usarle; in cambio di garanzie di aiuto in caso di guerra, Washington pretenderà concessioni economiche in tempo di pace, imporrà un commercio "bilanciato" con dazi e quote a favore della propria economia e chiederà agli alleati, trattati come vassalli, di tagliare i legami con la Cina.

I rivoluzionari credono di poter imporre tutto questo perché l'America resta potentissima ed è destinata a diventarlo ancora di più grazie all'intelligenza artificiale. Chris McGuire, che si è occupato di politica tecnologica nel Consiglio per la sicurezza nazionale della Casa Bianca sotto Joe Biden, dice che la tecnologia sta avanzando "così in fretta ed è così importante per il potere globale americano" che perfino gli addetti ai lavori faticano a rendersene conto. Gli Stati Uniti hanno circa 15 volte la potenza di calcolo dell'Europa e le recenti decisioni sui nuovi modelli di Anthropic e OpenAI mostrano che il diritto di usare i sistemi più avanzati potrebbe un giorno dipendere da un cenno della Casa Bianca. "Penso che gli europei siano completamente fregati, a essere onesto", dice McGuire, secondo cui saranno costretti a restare vicini all'America: "Sì, gli Stati Uniti sono frustranti e fastidiosi, a volte perfino un attore malevolo. Ma nel quadro generale sono un attore molto meno malevolo di Cina o Russia. Niente di tutto questo si baserà sulla legittimità. Si baserà sul potere".

Tutti i paesi sono egoisti, riconosce Carr rispondendo a chi ha sempre visto la retorica americana della libertà come una cortina fumogena, ma la cosa sorprendente dell'America è quanto abbia perseguito un'agenda universalista accanto ai suoi interessi più ristretti, a volte perfino contro. Gli alleati hanno accettato di dipendere dagli Stati Uniti perché credevano, a ragione, che l'America avesse a cuore il bene comune. I rivoluzionari offrono invece al mondo meno diritto e più forza, convinti che questo renderà l'America più dominante e prospera che mai. Kori Schake, studiosa dell'American Enterprise Institute, un centro studi di Washington, dice che "un'America predatrice attiverà gli anticorpi contro il potere americano".

Come le rivoluzioni europee del 1848, che dopo aver fatto tremare re e principi si spensero nel giro di pochi anni, anche questa potrebbe non arrivare fino in fondo. La maggior parte degli americani crede ancora che il proprio paese sia la nazione indispensabile, anche se dopo 8.000 miliardi di dollari spesi in "guerre infinite" molti non vogliono più fare i poliziotti del mondo. Due terzi dicono al Pew Research Center, un centro di ricerca americano, che gli Stati Uniti dovrebbero tenere conto degli interessi degli altri paesi nelle decisioni di politica estera. A fine marzo, un mese dopo l'inizio della guerra contro l'Iran, il 53% sosteneva che nella pratica la politica estera ormai li ignora: è la prima volta che una maggioranza la pensa così da quando il sondaggio esiste, cioè dal 2002. Il 54% dice inoltre che la guerra in Ucraina lo riguarda personalmente. Se la fazione MAGA di Trump perderà la Casa Bianca nel 2028, prevede il saggio, l'aggressività verso gli alleati diminuirà.

Molti studiosi dubitano che il nazionalismo nativista di Miller e Vance possa durare. Per Beckley l'America è semplicemente troppo diversificata: "L'idea del nazionalismo del sangue e del suolo, di tornare a prima del 1776: penso che semplicemente non prenderà molta forza politica". Il politologo di Stanford Francis Fukuyama concorda: "Non sono convinto che gli americani in generale abbiano rinunciato a questo progetto liberale che così tanti presidenti americani hanno sostenuto".

Brad Smith, vicepresidente di Microsoft, ricorda che i benefici delle tecnologie generaliste come l'intelligenza artificiale premiano chi le diffonde nell'economia, non chi le inventa: gli Stati Uniti sono primi al mondo nell'invenzione ma solo ventunesimi nella diffusione. "Non è che questa corsa finisca. La gente si comporta come se uno vincesse la gara, prendesse la medaglia d'oro e quella valesse qualcosa", dice. Smith dubita anche che il governo americano vorrà trasformare l'intelligenza artificiale in un'arma: Microsoft realizza il 45% dei suoi affari fuori dagli Stati Uniti e "non possiamo avere successo senza quei clienti e quei clienti sono a loro volta interconnessi a livello globale".

Anche se la palla demolitrice si fermasse, le macerie non tornerebbero al loro posto: la rivoluzione ha innescato reazioni che nessun cambio di governo a Washington potrà annullare facilmente. Dopo le minacce di gennaio di prendersi la Groenlandia dalla Danimarca, il movimento MAGA è diventato così impopolare in Europa che perfino i nazionalisti populisti prendono le distanze. "Trump sta progressivamente perdendo le sue carte", dice la studiosa italiana Nathalie Tocci. L'Unione Europea ha accelerato gli accordi commerciali con Australia, India, Indonesia, Mercosur e Messico, mentre la spesa tedesca per la difesa è raddoppiata dal 2023 e punta al 3,5% del PIL entro il 2029, il triplo del minimo toccato nel 2015. Camille Grand, ex funzionario francese che ha lavorato alla NATO, dice che se Putin mobiliterà le truppe russe gli europei "devono essere in grado di fornire la cavalleria", un'esigenza sentita soprattutto nell'Europa orientale, che teme di restare sola davanti alla Russia.

"Dobbiamo riempire il vuoto che gli Stati Uniti stanno creando nel nostro vicinato, in particolare nel Sud-Est asiatico", dice l'ex diplomatico giapponese Ishii Masafumi, ricordando che in termini di PIL l'Indonesia supererà il Giappone in appena vent'anni. Il primo ministro canadese Mark Carney, al Forum economico mondiale di Davos dello scorso gennaio, ha detto alle altre "potenze medie" che non c'è alternativa: "Se non siamo al tavolo, siamo nel menù".

Una teoria delle relazioni internazionali sostiene che serve una potenza egemone per costruire un ordine, ma che le potenze minori possono mantenerlo in vita, come hanno fatto salvando l'accordo commerciale del Pacifico oggi noto come CPTPP dopo il ritiro americano. Questi assetti senza egemone tendono però a essere instabili. "A un certo punto qualcuno deciderà che vuole uscirne, o che vuole infrangere le regole, o che le regole non valgono per lui", dice Fukuyama. Non tutte le potenze medie ci credono, del resto: in America Latina la destra ha vinto tutte le sette elezioni presidenziali dall'inizio del 2025 e nessuno pensa di resistere all'agenda americana, l'Unione Europea fatica a decidere in fretta e i paesi asiatici sono convinti di non poter reggere l'urto della Cina da soli. "Non c'è alcuna possibilità di contrastare la Cina senza gli Stati Uniti", dice John Lee, ex consigliere del ministro degli esteri australiano. Se l'America cercherà una riforma invece della demolizione totale potrà forse lavorare con le potenze minori per tenere insieme il sistema, ma a certe condizioni: "Gli Stati Uniti dovranno riguadagnarsi l'ingresso nelle istituzioni e nelle pratiche che hanno abbandonato", dice Schake. "Dovremo dimostrarci affidabili e gli altri ci diranno quando stiamo fallendo".

Lo scenario peggiore è quello della rivoluzione francese, che in quattro anni passò dai propositi ragionevoli del 1789 al Terrore e a quasi 17.000 decapitazioni. Trump, scrive l'Economist, ha messo in moto una macchina che né lui né alcun altro leader mondiale potrà controllare: il suo trattamento sprezzante di alleati e principi e la sua indulgenza verso i dittatori l'hanno solo accelerata. Un finale infelice, anarchico e violento è del tutto possibile. La Russia è diventata un paria che invade, sabota e uccide per poi nascondersi dietro le regole appena calpestate, mentre la Cina lavora in modo più calcolato: minaccia di bloccare le esportazioni delle terre rare che domina, con una pressione che il sistema commerciale mondiale fatica a reggere. Costruisce inoltre un sistema parallelo di banche di sviluppo e forum politici che non può sostituire il vecchio ordine ma può favorirne la frammentazione.

L'economista Eswar Prasad della Cornell University pensava che i benefici economici e di sicurezza della globalizzazione avrebbero compensato le chiusure dei leader; ora teme che la globalizzazione si sia guastata: "Non solo non stiamo ottenendo quei benefici, ma quella forza stabilizzatrice contro il gioco a somma zero della politica è sparita". Il suo ultimo libro si intitola "The Doom Loop", la spirale della rovina. Prasad teme anche che Trump possa sfruttare la dipendenza mondiale dal dollaro per strappare concessioni ai paesi che in una crisi avessero bisogno di liquidità di emergenza.

Con l'indebolimento delle norme internazionali, i paesi coglieranno occasioni che un tempo sarebbero state troppo rischiose. L'Iran ha preso il controllo dello Stretto di Hormuz, ha attaccato le infrastrutture energetiche dei vicini e cercherà di pagarsi la ricostruzione con pedaggi di transito, sul modello delle alleanze monetizzate da Trump. Altri colli di bottiglia saranno sfruttati: il Canale di Panama, la rotta artica, gli stretti di Bab al-Mandab e di Malacca, il primato olandese nella litografia per i microchip, le fabbriche di semiconduttori di Taiwan, i minerali del Congo e del Brasile. I leader rispolvereranno i piani per regolare i conti con i vicini, dalle schermaglie tra Cambogia e Thailandia alle rivendicazioni cinesi contro quasi tutti gli stati marittimi dell'Asia. Un sistema internazionale che si rompe premia i predatori: aiutando Putin a combattere l'Ucraina, il nordcoreano Kim Jong Un ha riguadagnato influenza presso Russia e Cina.

L'era del controllo degli armamenti nucleari è finita. Il trattato New START tra Stati Uniti e Russia è scaduto a febbraio, lasciando entrambi liberi di rimettere in servizio le testate immagazzinate, la Russia ha lanciato minacce nucleari nella guerra contro l'Ucraina e la Cina sta espandendo rapidamente il suo arsenale, mentre gli Stati Uniti preparano la loro prima nuova testata nucleare in quasi quarant'anni. In oltre sessant'anni le potenze nucleari sono passate solo da quattro a nove, molto meno di quanto temeva Kennedy nel 1963, anche perché molti paesi si sentivano protetti dall'ordine basato sulle regole: l'Ucraina del 1994 rinunciò alle testate ereditate dall'Unione Sovietica proprio per questo. Ma se Trump deride gli alleati, anche i più stretti, chi può credere che userebbe l'atomica per difenderli? La guerra in Iran ha messo in dubbio perfino la capacità americana di fermare la proliferazione con la forza e paesi che non avevano ambizioni nucleari cominciano a coltivarle.

Paul van Hooft, responsabile della deterrenza di RAND Europe, un centro studi, dice che se diversi stati correranno alla bomba "la probabilità di una guerra aumenta, così come la probabilità che una di quelle guerre coinvolga uno stato nucleare o che si arrivi all'uso di un'arma nucleare o due". Brad Roberts, ex funzionario del Pentagono, ricorda che le centrali nucleari dell'Asia orientale ospitano un numero sorprendente di supercomputer: "Hanno funzioni legittime, ne sono certo. Ma c'è da chiedersi quali altre funzioni abbiano avuto". "È un quadro piuttosto cupo", dice Joel Rosenthal, presidente del Carnegie Council for Ethics in International Affairs, un altro centro studi. "Non vedo davvero una via d'uscita. Vedo solo mitigazione, non prevenzione".

I prossimi leader americani, conclude il saggio, scopriranno che costruire un nuovo ordine è molto più difficile che demolire il vecchio. Il sistema del dopoguerra ha dato agli Stati Uniti vantaggi enormi per quasi un secolo: meccanismi permanenti di influenza, stabilità alle proprie condizioni, i guadagni che derivano dall'essere l'ancora del sistema finanziario mondiale e l'assenza di guerre tra grandi potenze. La demolizione può essere letta come un sintomo morboso di declino, il volto esterno del decadimento dei valori e della politica interna, oppure come la premessa di un nuovo ordine ancora guidato dall'America, prova della sua straordinaria capacità di rinnovarsi. Sarebbe però un'inversione storica, perché i nuovi ordini nascono di solito dalle guerre: servì la Guerra dei Trent'anni per arrivare alla pace di Vestfalia del 1648, servirono le guerre napoleoniche per il Concerto europeo e la sconfitta di Hitler per le Nazioni Unite.

Un po' di conforto arriva da Zhao Tong, del Carnegie Endowment for International Peace, un centro studi: i leader cinesi non hanno fretta, vogliono continuare ad accumulare potere e questo potrebbe lasciare alle due superpotenze il tempo di arrivare per gradi a una convivenza tollerabile. Per Fukuyama, però, usare piccole guerre per ricalibrare gli equilibri in un mondo pieno di armi nucleari significa corteggiare la catastrofe: "Ho paura", ammette. Westad vede una tentazione crescente, per i leader ambiziosi o spericolati, di agire in fretta per ottenere ciò che vogliono finché possono: "È proprio per questo che sono preoccupato". Come quelle del 1776, del 1789 e del 1848, la rivoluzione della palla demolitrice ha ormai preso vita propria e la paura costante sarà che le forze liberate non si fermino finché la demolizione non sarà completa.


Le riforme economiche di Cuba non convincono Trump


Cuba ha approvato a giugno il pacchetto di riforme economiche più ambizioso dalla rivoluzione del 1959, ma non è riuscita a convincere l'amministrazione Trump, che ha risposto con nuove sanzioni. Le 176 proposte servono a rilanciare un'economia in crisi profonda e sono anche un gesto distensivo verso Washington, che lavora apertamente alla caduta del governo comunista dell'isola.

Il piano prevede la privatizzazione delle imprese statali, lo scambio di parte del debito pubblico con asset, l'apertura del mercato al settore privato, la fine dei controlli sui prezzi e la riduzione del ruolo dello Stato come intermediario in tutti i campi, dalle importazioni agli investimenti esteri. Sono le aperture più nette al mercato da quando Fidel Castro prese il potere nel 1959 e per molti versi vanno oltre quanto Washington potesse sperare, secondo Pedro Monreal, economista cubano che ha lavorato a lungo per le Nazioni Unite. Monreal ha detto a Bloomberg che le riforme sembrano pensate anche per "attirare l'attenzione del governo americano" e convincerlo ad aprire un negoziato.

Il giorno dopo l'approvazione delle misure da parte del comitato centrale del Partito Comunista e dell'Assemblea nazionale, riuniti in sessioni convocate in fretta, un portavoce del dipartimento di Stato, il ministero degli Esteri americano, le ha definite "segnali di fumo arrivati con grande ritardo e in definitiva superficiali". La settimana successiva il dipartimento del Tesoro ha imposto nuove sanzioni a banche, società minerarie e aziende di logistica cubane, oltre che alla nuora di Raúl Castro.

Da gennaio gli Stati Uniti hanno bloccato quasi tutte le importazioni di carburante dell'isola, rifornita solo da una petroliera russa, e con le sanzioni secondarie, che colpiscono le aziende straniere che fanno affari con Cuba, hanno costretto diversi partner commerciali del governo ad andarsene. Le catene alberghiere hanno lasciato il paese e grandi progetti minerari sono stati sospesi. I blackout erano cronici già prima delle nuove ostilità, ma secondo le Nazioni Unite ora stanno spingendo i 10 milioni di abitanti dell'isola sull'orlo di una crisi umanitaria.

I colloqui tra Washington e L'Avana proseguono senza risultati e martedì il ministro degli Esteri cubano ha detto che sono di fatto in stallo. Il segretario di Stato Marco Rubio ha ripetuto più volte che non ci sarà alcun accordo finché il regime, al potere da 67 anni, resterà in piedi, mentre Cuba risponde che la sua leadership e la sua forma di governo non sono in discussione. Il presidente Miguel Díaz-Canel ha difeso le riforme in un discorso del fine settimana scorso, negando che siano una resa: "Restaurare il capitalismo a Cuba non sarà mai uno dei nostri obiettivi. Si tratta di salvare la rivoluzione e le sue innegabili conquiste sociali".

Molte proposte restano vaghe e molto dipenderà dalle norme che le attueranno, ha detto Ricardo Torres, economista cubano e professore all'American University di Washington. Per Torres conta soprattutto l'ordine con cui le misure verranno applicate, una delle lezioni delle riforme nell'Europa dell'Est: eliminare i controlli sui prezzi prima di costruire una rete di protezione sociale sarebbe catastrofico per i più poveri, mentre privatizzare le industrie senza organi di vigilanza sarebbe "un cocktail di abusi, corruzione e favoritismi".

Con il sostegno del Cuba Study Group, un centro studi di Washington, Torres, Monreal e altri tre economisti stanno preparando una roadmap alternativa concentrata proprio su tempi e sequenze. La prima sfida è stabilizzare energia, agricoltura e conti pubblici per evitare il peggioramento della crisi umanitaria e preparare il terreno agli investimenti futuri.

L'Avana intanto si comporta come se un accordo senza cambiamenti politici fosse possibile. Ahmed Faisal, un consulente del governo cubano, ha detto al quotidiano di Abu Dhabi The National che il governo ha firmato intese preliminari con investitori mediorientali su turismo, aviazione, sanità e farmaceutica. Uno dei progetti prevede un resort di lusso chiamato Trump Island su Cayo Santa Maria, al largo della costa settentrionale del paese.

Norma Camero-Reno, professoressa di diritto alla Schiller University di Tampa, ha descritto a Bloomberg l'annuncio cubano come una mossa disperata per alleggerire la pressione americana. Anche per Torres, senza un cambiamento politico è difficile immaginare l'arrivo sull'isola di capitali diversi da quelli più speculativi: il governo cubano in passato ha espropriato proprietà e riscritto unilateralmente i contratti. "La storia non è dalla loro parte", ha detto. "Senza un cambiamento istituzionale profondo, quali garanzie e certezze possono avere gli investitori stranieri a Cuba?".

Il vicesegretario di Stato Christopher Landau ha usato parole simili la settimana scorsa al vertice dell'Organizzazione degli Stati Americani a Panama: il regime dell'Avana "sta collassando e deve attuare immediate riforme economiche e politiche", ha detto. "Non avete scelta".


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250 anni di America, la promessa incompiuta della libertà


Duecentocinquant’anni fa tredici colonie dichiararono che il potere non discende dai re ma dal consenso degli uomini liberi. L’America ha spesso tradito quella promessa, ma la sua grandezza è averla scritta all’inizio della propria storia: il criterio con cui essere giudicata

Oggi, 4 luglio 2026, gli Stati Uniti d’America non celebrano soltanto un anniversario. Celebrano una ferita, una promessa, una contraddizione, una speranza. Duecentocinquant’anni fa, tredici colonie affacciate sull’Atlantico ebbero l’audacia quasi impensabile di dichiarare che il potere non discendeva dal sangue dei re, né dalla grazia dei troni, né dalla forza degli imperi ma dal consenso degli uomini liberi. In quel gesto, compiuto nel caldo di Filadelfia nel 1776, non nacque semplicemente uno Stato: nacque un linguaggio politico destinato a cambiare il mondo.

La Dichiarazione d’Indipendenza rimane uno dei testi più potenti della modernità politica. Le sue parole più celebri – “all men are created equal” e il diritto alla “Life, Liberty and the pursuit of Happiness” – non furono soltanto una formula giuridica: furono un terremoto morale. In esse c’era già tutto: la dignità dell’individuo, la legittimazione democratica del potere, il diritto dei popoli a non essere governati come sudditi, ma riconosciuti come cittadini.

Eppure, fin dall’inizio, l’America fu grande non perché fosse pura, ma perché seppe pronunciare un ideale più alto della propria realtà. Nel 1776, mentre proclamava l’uguaglianza, tollerava ancora la schiavitù. Mentre invocava la libertà, escludeva donne, nativi, afroamericani, poveri e moltitudini senza voce. La sua grandezza, dunque, non sta nell’assenza di contraddizioni ma nella forza con cui quella frase originaria – “tutti gli uomini sono creati uguali” – avrebbe continuato a perseguitarla, a giudicarla, a costringerla a diventare più simile alla propria promessa.

Questa è la vera storia americana: non una marcia trionfale ma una lotta incessante tra ideale e realtà. Washington, Jefferson, Adams e Franklin non costruirono un paradiso, aprirono un conflitto. Fondarono una Repubblica sul principio più esplosivo che la politica moderna avesse mai conosciuto: nessun potere è legittimo se non risponde alla libertà di coloro che governa. Da quel momento, ogni ingiustizia americana sarebbe stata misurata contro le parole del 1776. Ogni esclusione avrebbe trovato nella Dichiarazione il proprio atto d’accusa.

Ottantasette anni dopo, su un campo di battaglia devastato dalla Guerra Civile, Abraham Lincoln comprese che l’America non poteva sopravvivere se non rinascendo. A Gettysburg, nel 1863, richiamò la fondazione del 1776 e definì gli Stati Uniti una nazione “conceived in Liberty”. Poi consegnò alla storia una delle formule più alte mai pronunciate sulla democrazia: “government of the people, by the people, for the people”. Non era retorica: era sangue. Era il tentativo di dare un senso ai morti, di trasformare la guerra in rifondazione morale, di dire che una Repubblica può salvarsi solo se accetta di pagare il prezzo della propria verità.

Da Lincoln in poi, la storia americana è diventata il lungo processo attraverso cui la Dichiarazione ha cercato di raggiungere sé stessa. L’abolizione della schiavitù, il suffragio femminile, il New Deal, la lotta contro il nazismo, il movimento per i diritti civili, la conquista dello spazio, l’espansione dei diritti individuali: ogni stagione ha aggiunto un frammento alla promessa originaria. Ma ogni stagione ha mostrato anche la sua ombra: segregazione, imperialismo, disuguaglianze, guerre, razzismo strutturale, crisi democratiche. L’America ha spesso tradito la sua origine. Ma la sua eccezionalità, quando esiste, non consiste nell’essere innocente; consiste nell’avere scritto, all’inizio della propria storia, il criterio con cui poter essere giudicata.

Per questo Martin Luther King Jr., nel 1963, non parlò contro l’America: parlò all’America, usando l’America contro le sue ingiustizie. Il suo “I have a dream” fu il secondo atto della Dichiarazione d’Indipendenza. Quando invocò il giorno in cui la libertà avrebbe risuonato “from every mountainside”, King non stava chiedendo un favore alla maggioranza bianca: stava reclamando il pagamento di un debito morale contratto nel 1776. La sua voce dimostrò che i testi fondativi non appartengono ai vincitori ma a chi ha il coraggio di prenderli sul serio.

Duecentocinquant’anni dopo, l’America arriva al suo anniversario più simbolico in un tempo inquieto. La democrazia liberale appare fragile, polarizzata, stanca. Le istituzioni sono attraversate da sfiducia; la tecnologia ridefinisce il potere; le disuguaglianze economiche consumano il patto sociale; la politica sembra spesso incapace di parlare alla parte migliore dei cittadini. Eppure proprio per questo il 2026 non può essere soltanto una celebrazione patriottica. Deve essere un esame di coscienza.

Ogni grande anniversario pone una domanda: che cosa resta della promessa iniziale? Resta molto, se si guarda alla forza creativa degli Stati Uniti, alla loro capacità di attrarre talenti, di generare innovazione, di difendere – talvolta con coerenza, talvolta con ipocrisia – l’idea che la libertà sia un valore universale. Ma resta anche un compito immenso: dimostrare che la democrazia non è un monumento, bensì una responsabilità quotidiana. Ronald Reagan disse che la libertà “is never more than one generation away from extinction” e che deve essere difesa da ogni generazione. È una frase enfatica, certo; una frase che nel 2026 suona meno come celebrazione e più come avvertimento.

La libertà, infatti, non muore solo sotto i colpi dei carri armati. Può morire lentamente, nella disaffezione, nella menzogna pubblica, nella rabbia permanente, nella trasformazione dell’avversario politico in nemico esistenziale. Può morire quando i cittadini smettono di credere che le istituzioni siano casa comune. Può morire quando il mercato diventa destino, quando la tecnologia diventa dominio, quando la politica rinuncia alla verità. Gli Stati Uniti, nati da una ribellione contro l’arbitrio, devono oggi chiedersi se siano ancora capaci di opporre alla frammentazione contemporanea un’idea credibile di comunità democratica.

Ma l’America possiede ancora qualcosa di raro: la capacità di raccontarsi come futuro. È questa la sua forza più profonda. Non la potenza militare, non Wall Street, non Hollywood, non la Silicon Valley. Prima di tutto, l’America è una narrazione. È l’idea che una vita possa ricominciare, che l’origine non debba inchiodare il destino, che un popolo possa correggersi, che una Repubblica possa cadere e rialzarsi. È il Paese che ha fatto della speranza una forma politica. E della contraddizione una battaglia permanente.

Naturalmente, nessuna celebrazione sincera può dimenticare chi ha pagato il prezzo del sogno americano: i popoli nativi spogliati delle loro terre, gli schiavi deportati e disumanizzati, i migranti sfruttati, i soldati mandati a morire, le minoranze costrette a reclamare diritti che avrebbero dovuto possedere fin dalla nascita. Ma proprio qui si misura la grandezza tragica della vicenda americana: il suo ideale è stato spesso negato dagli stessi uomini che lo proclamavano, e tuttavia è rimasto abbastanza potente da armare moralmente coloro che ne erano esclusi.

Il duecentocinquantesimo anniversario dell’indipendenza americana dovrebbe allora essere letto non come una festa dell’autocompiacimento, ma come una liturgia civile della responsabilità. Il 1776 non chiede agli Stati Uniti di venerare il proprio passato; chiede loro di esserne degni. Non chiede bandiere senza domande; chiede cittadini capaci di trasformare la memoria in dovere. Non chiede di credere che l’America sia sempre stata giusta; chiede di credere che la giustizia sia ancora possibile.

In fondo, tutte le nazioni vivono di miti. Ma pochi miti hanno avuto la forza normativa del mito americano della libertà. Pochi hanno ispirato rivoluzioni, costituzioni, movimenti di liberazione, dissidenti, migranti, perseguitati. Pochi hanno saputo parlare contemporaneamente al contadino del Settecento, allo schiavo in fuga, all’operaio del Novecento, allo studente davanti a un campus, al dissidente davanti a un muro, al migrante davanti a una frontiera. L’America non è stata soltanto una potenza: è stata una grammatica della possibilità.

Oggi quella grammatica è sotto pressione. Ma proprio per questo il suo anniversario conta. Perché i 250 anni dell’indipendenza non celebrano un impero perfetto ma una domanda ancora aperta: può una democrazia restare fedele alla libertà quando la libertà diventa difficile? Può una Repubblica sopravvivere alla propria ricchezza, alla propria paura, alla propria divisione? Può il popolo essere ancora sovrano in un tempo dominato da algoritmi, capitali globali e verità frantumate?

La risposta non è scritta nei monumenti di Washington, né negli archivi di Filadelfia, né nei fuochi d’artificio del 4 luglio. È scritta, come sempre, nelle scelte dei cittadini. Ogni generazione americana deve rifirmare la Dichiarazione d’Indipendenza, non con l’inchiostro ma con il modo in cui tratta i più deboli, protegge le istituzioni, custodisce il dissenso, limita il potere, riconosce la dignità di chi non le somiglia.

Duecentocinquant’anni dopo, l’America è ancora quella frase: “Life, Liberty and the pursuit of Happiness”. Una frase fragile, immensa, incompiuta. Una frase che ha attraversato guerre civili, assassinii, depressioni economiche, rivoluzioni sociali, trionfi scientifici e cadute morali. Una frase che non ha smesso di chiedere agli Stati Uniti di diventare migliori.

E forse è proprio questo il significato più profondo del 2026: non celebrare l’America perché è stata perfetta ma perché ha osato fondarsi su un ideale più grande delle proprie colpe. Non perché abbia sempre mantenuto la promessa ma perché quella promessa continua a vivere, a bruciare, a giudicare. Il 4 luglio 1776 non nacque soltanto una nazione. Nacque una sfida lanciata alla storia: che gli uomini potessero governarsi da soli, che la libertà potesse diventare istituzione, che la felicità potesse entrare nel linguaggio pubblico come diritto e non come privilegio.

Dopo 250 anni, quella sfida non è finita. È appena stata consegnata, ancora una volta, alle mani del presente.

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The collapse of the FCAS fighter jet project shows exactly why relying on national interests fails. While the US and China forge ahead, Europe is trapped in division because national capitals couldn't even agree on a name.

We need a single European authority for joint defence procurement, free from national vetoes. Cross-border challenges require genuinely European solutions. Let’s build true strategic autonomy, not fragmented national compromises.

Read more: volteuropa.org/news/one-fighte…

#FCAS

#fcas

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Il 4 luglio gli Stati Uniti celebrano la propria indipendenza.
È tempo che anche l’Europa costruisca la propria.

Un’indipendenza che non significhi isolamento, ma libertà di scegliere. Libertà di difendere i nostri cittadini, proteggere la nostra democrazia, creare prosperità e decidere il nostro futuro senza dipendere dagli Stati Uniti o da altre potenze.

L’Europa ha il talento, le risorse, la forza economica e la visione per diventare protagonista del proprio destino.
Ciò che ancora manca è il coraggio politico di unirci davvero.

Non vogliamo un’Europa spettatrice della storia.
Vogliamo un’Europa capace di scriverla!

Un’Europa più forte, più sovrana, più unita.
Un’Europa Federale!

Il nostro momento è adesso. 🇪🇺

#IndipendenzaEuropea #UnioneEuropea #EuropaUnita #SovranitàEuropea #AutonomiaStrategica #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Fail2ban su Linux: la configurazione giusta per proteggere davvero il server dal brute-force
#tech
spcnet.it/fail2ban-su-linux-la…
@informatica


Fail2ban su Linux: la configurazione giusta per proteggere davvero il server dal brute-force


Il rumore di fondo di internet


Basta esporre un server Linux con SSH o un pannello di login web e, nel giro di poche ore, i log di autenticazione iniziano a riempirsi di tentativi falliti: scanner automatici che provano credenziali comuni su SSH, bot che martellano i form di login di WordPress, richieste che cercano endpoint vulnerabili. Non è un attacco mirato: è rumore costante e automatizzato a cui ogni IP pubblico è esposto, ventiquattr’ore su ventiquattro.

Fail2ban resta la risposta più pragmatica a questo problema da oltre quindici anni. Osserva i file di log (o il journal di systemd), riconosce pattern di autenticazione fallita e, superata una soglia configurabile, banna l’IP a livello di firewall. È leggero, flessibile e presente nei repository di ogni distribuzione. In questo articolo vediamo come installarlo, configurarlo correttamente — evitando l’errore più comune, cioè modificare il file sbagliato — e alcune tecniche di tuning che fanno la differenza tra una protezione reale e un servizio che gira senza incidere davvero.

Come funziona, in tre concetti


Fail2ban si basa su tre elementi che vale la pena avere chiari prima di toccare la configurazione:

  • Filter: un insieme di pattern regex che riconoscono le righe di log corrispondenti a un fallimento di autenticazione.
  • Jail: combina un filtro con un percorso di log, le soglie di attivazione e l’azione da eseguire.
  • Action: cosa succede al superamento della soglia — tipicamente un ban a livello di firewall, ma può includere anche una notifica email.

Fail2ban include già filtri e jail pronti per decine di servizi: SSH, Apache, Nginx, Postfix, Dovecot e altri. Nella maggior parte dei casi basta abilitare le jail che servono e regolare pochi parametri numerici.

Installazione

# Debian / Ubuntu
sudo apt update
sudo apt install fail2ban

# Fedora / RHEL 9+ / Rocky / AlmaLinux
sudo dnf install fail2ban

# Arch Linux
sudo pacman -S fail2ban

Abilitazione e avvio del servizio:
sudo systemctl enable --now fail2ban
sudo systemctl status fail2ban

Se lo stato non riporta active (running), i log spiegano quasi sempre il motivo:
sudo journalctl -u fail2ban -n 50

Il modo corretto di configurare Fail2ban


Il primo errore, molto comune tra chi lo usa per la prima volta, è modificare direttamente /etc/fail2ban/jail.conf. Quel file viene sovrascritto ad ogni aggiornamento del pacchetto, e tutte le modifiche vanno perse silenziosamente al primo upgrade.

L’approccio corretto è creare un file separato nella directory jail.d:

sudo nano /etc/fail2ban/jail.d/custom.conf

In alternativa, si può copiare il file di default e modificare la copia:
sudo cp /etc/fail2ban/jail.conf /etc/fail2ban/jail.local

Le impostazioni nei file sotto jail.d/ e in jail.local sovrascrivono quelle di default in jail.conf. Usate sempre uno di questi due metodi, mai il file originale.

La sezione [DEFAULT]: i parametri che contano

[DEFAULT]
bantime  = 1h
findtime = 10m
maxretry = 5
ignoreip = 127.0.0.1/8 ::1

Vale la pena capire bene ciascun valore:
  • bantime: durata del ban. Il default di molte distribuzioni è 10 minuti, decisamente troppo poco. Un’ora è un minimo ragionevole; per attaccanti persistenti si può salire a 24 ore o anche una settimana.
  • findtime: la finestra temporale in cui vengono contati i fallimenti. Con i valori di esempio, 5 fallimenti in 10 minuti fanno scattare il ban.
  • maxretry: numero di fallimenti prima del ban. 5 è ragionevole per SSH; si può scendere a 3 per una protezione più aggressiva.
  • ignoreip: IP che non verranno mai bannati. Aggiungete sempre il vostro IP qui prima di abilitare qualsiasi jail — restare bloccati fuori dal proprio server è un problema fastidioso da risolvere da remoto.

Se il server ha anche un indirizzo IPv6 pubblico, includetelo in ignoreip: Fail2ban supporta IPv6, ma alcuni filtri più datati riconoscono solo pattern IPv4, quindi vale la pena verificare che le jail intercettino entrambi i protocolli.

ignoreip = 127.0.0.1/8 ::1 VOSTRO.IP.PUBBLICO

Nota: bantime accetta anche il valore -1 per un ban permanente. Da usare con cautela, perché un errore di configurazione può bloccare IP legittimi in modo definitivo.

Jail SSH, Apache e Nginx


La jail SSH è quella più importante per la maggior parte dei server, anche se in alcune distribuzioni va abilitata esplicitamente:

[sshd]
enabled  = true
port     = ssh
logpath  = %(sshd_log)s
backend  = %(sshd_backend)s
maxretry = 3
bantime  = 1h

Se SSH è stato spostato su una porta non standard (buona pratica), aggiornate la riga port:
port = 2222

Sui sistemi basati su systemd, la variabile %(sshd_log)s punta automaticamente al journal. Sui sistemi più datati che scrivono su /var/log/auth.log o /var/log/secure, Fail2ban gestisce la differenza tramite il parametro backend.

Per i server web, Apache e Nginx attirano un tipo di abuso diverso: scanner di endpoint 404, bruteforcer di login, bot che generano richieste inutili.

# Apache
[apache-auth]
enabled  = true
logpath  = %(apache_error_log)s
maxretry = 5

[apache-badbots]
enabled  = true
logpath  = %(apache_access_log)s
maxretry = 2

# Nginx
[nginx-http-auth]
enabled  = true
logpath  = %(nginx_error_log)s
maxretry = 3

[nginx-limit-req]
enabled  = true
logpath  = %(nginx_error_log)s
maxretry = 10

La jail nginx-limit-req intercetta i client che superano i limiti impostati con limit_req nella configurazione Nginx: una combinazione utile se avete già lavorato sul tuning delle performance del web server. Se Fail2ban segnala che un percorso di log non esiste, impostatelo esplicitamente, ad esempio logpath = /var/log/nginx/error.log.

Dopo ogni modifica, ricaricate la configurazione:

sudo fail2ban-client reload

Verificare lo stato delle jail e i ban attivi

sudo fail2ban-client status
Status
|- Number of jail:      3
`- Jail list:   nginx-http-auth, sshd, apache-badbots

Per il dettaglio di una singola jail:
sudo fail2ban-client status sshd
Status for the jail: sshd
|- Filter
|  |- Currently failed: 2
|  |- Total failed:     143
|  `- File list:        /var/log/auth.log
`- Actions
   |- Currently banned: 5
   |- Total banned:     38
   `- Banned IP list:   203.0.113.7 198.51.100.22 ...

Centoquaranta tentativi falliti in pochi giorni non sono un’anomalia: su un server esposto a internet è la norma, ed è proprio per questo che Fail2ban è utile.

Ban e unban manuali sono comandi da tenere a portata di mano:

sudo fail2ban-client set sshd banip 203.0.113.99
sudo fail2ban-client set sshd unbanip 203.0.113.99

La jail recidive: bloccare chi torna


Una delle funzionalità meno usate ma più efficaci è la jail recidive, che osserva il log di Fail2ban stesso e banna in modo più severo gli IP che, dopo un ban scaduto, ricominciano subito.

[recidive]
enabled  = true
logpath  = /var/log/fail2ban.log
action   = %(action_mwl)s
bantime  = 1w
findtime = 1d
maxretry = 5

Con questa configurazione, un IP bannato 5 volte in un giorno riceve un ban di una settimana. È quanto di più vicino a una blocklist persistente di attaccanti si possa ottenere senza ricorrere a feed di threat intelligence esterni. Se il sistema non scrive su /var/log/fail2ban.log (setup solo journal), impostate backend = systemd nella jail recidive.

Testare i filtri prima di fidarsi


Prima di abilitare una jail, conviene verificare che il filtro corrisponda davvero alle righe di log presenti sul sistema:

sudo fail2ban-regex /var/log/auth.log /etc/fail2ban/filter.d/sshd.conf

L’output mostra quante righe sono state riconosciute e quali IP sono stati estratti. Un filtro che non intercetta nulla non protegge nulla — vale soprattutto quando si scrivono filtri personalizzati per applicazioni custom, che vivono in /etc/fail2ban/filter.d/:
# /etc/fail2ban/filter.d/miaapp-auth.conf
[Definition]
failregex = ^ .* "POST /login" 401
ignoreregex =

Il tag <HOST> è obbligatorio in un filtro reale: Fail2ban lo sostituisce con una regex che cattura l’indirizzo IP da bannare. Senza, il filtro non estrae nulla di utile. Tenete la regex il più specifica possibile: un pattern troppo largo rischia di bannare traffico legittimo.

nftables e firewalld: adattare il backend


Su Debian 12+ e Ubuntu 22.04+, nftables è il backend firewall predefinito. L’azione di default di Fail2ban usa ancora iptables, che sui sistemi moderni funziona tramite il layer di compatibilità iptables-nft. Su installazioni nftables “pure”, senza quel layer, va impostata esplicitamente l’azione corretta:

[DEFAULT]
banaction = nftables-multiport
banaction_allports = nftables-allports

Su RHEL, Fedora e Rocky, dove il firewall è gestito da firewalld, serve analogamente:
[DEFAULT]
banaction = firewallcmd-rich-rules
banaction_allports = firewallcmd-allports

Verificare quale sia effettivamente attivo evita ban silenziosamente inefficaci: sudo nft list ruleset per nftables, sudo systemctl status firewalld per firewalld.

Ban persistenti e notifiche email


Per default i ban vivono in memoria e un riavvio del server li cancella tutti. Per renderli persistenti:

[DEFAULT]
dbfile     = /var/lib/fail2ban/fail2ban.sqlite3
dbpurgeage = 7d

Su Debian 12+, Ubuntu 22.04+ e Fedora 38+ il database SQLite è già abilitato per default. Questo stesso database alimenta anche la jail recidive, quindi il parametro conta doppio se la usate.

Per ricevere una notifica email ad ogni ban (richiede un setup di invio funzionante, ad esempio postfix o msmtp):

# Solo ban:
action = %(action_)s
# Ban + notifica email:
action = %(action_mw)s
# Ban + email con le righe di log rilevanti:
action = %(action_mwl)s
[DEFAULT]
destemail = voi@vostrodominio.it
sender    = fail2ban@vostroserver.it

Una configurazione di partenza completa

[DEFAULT]
bantime    = 2h
findtime   = 10m
maxretry   = 5
ignoreip   = 127.0.0.1/8 ::1
dbfile     = /var/lib/fail2ban/fail2ban.sqlite3
dbpurgeage = 7d

[sshd]
enabled  = true
port     = ssh
logpath  = %(sshd_log)s
backend  = %(sshd_backend)s
maxretry = 3
bantime  = 6h

[nginx-http-auth]
enabled  = true
logpath  = %(nginx_error_log)s
maxretry = 4

[nginx-limit-req]
enabled  = true
logpath  = %(nginx_error_log)s
maxretry = 10

[recidive]
enabled  = true
logpath  = /var/log/fail2ban.log
bantime  = 1w
findtime = 1d
maxretry = 5
sudo fail2ban-client reload
sudo fail2ban-client status

Cosa Fail2ban non risolve


Fail2ban è reattivo, non preventivo: banna dopo che l’attacco è già in corso. Non copre attacchi brute-force distribuiti su migliaia di IP diversi (con uno o due tentativi ciascuno), exploit zero-day che non generano righe di log, o attacchi a livello applicativo che non falliscono l’autenticazione in modo riconoscibile.

Per una protezione a più livelli, Fail2ban va affiancato ad autenticazione SSH tramite chiave (disabilitando del tutto l’autenticazione a password), un firewall configurato correttamente e revisioni periodiche dei log. Vale anche la pena controllare i limiti di sistema (file descriptor) se il volume di ban è elevato, per evitare che sia Fail2ban stesso a saturare le risorse.

Riferimento rapido

sudo fail2ban-client status                          # elenco jail
sudo fail2ban-client status sshd                      # stato di una jail
sudo fail2ban-client set sshd banip 1.2.3.4           # ban manuale
sudo fail2ban-client set sshd unbanip 1.2.3.4         # unban
sudo fail2ban-client reload                           # ricarica config
sudo fail2ban-regex /var/log/auth.log /etc/fail2ban/filter.d/sshd.conf  # test filtro
sudo tail -f /var/log/fail2ban.log                    # ban in tempo reale

Conclusione


Fail2ban è uno di quegli strumenti che si guadagnano un posto fisso su ogni server Linux esposto a internet: l’installazione richiede pochi minuti e, anche con un tuning minimo, elimina una quantità enorme di rumore da scanner SSH e probe web. La differenza pratica maggiore la fanno tre accorgimenti: impostare un bantime sensato (i 10 minuti di default sono quasi inutili), aggiungere sempre il proprio IP a ignoreip prima di abilitare le jail, e attivare la jail recidive. Da soli, questi tre passaggi migliorano drasticamente l’efficacia di Fail2ban rispetto a un’installazione lasciata ai valori di default.

Fonte originale: LinuxBlog.io – Fail2ban on Linux: Protect Your Server from Brute-Force Attacks


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Agenti AI invisibili in Microsoft Entra: come rilevarli e prevenirli prima che diventino un rischio
#tech
spcnet.it/agenti-ai-invisibili…
@informatica


Agenti AI invisibili in Microsoft Entra: come rilevarli e prevenirli prima che diventino un rischio


Il punto cieco della governance AI: gli agenti che Entra non vede


Negli ultimi mesi ogni organizzazione con un tenant Microsoft 365 è passata da “come possiamo sfruttare l’AI” a “come possiamo controllarla”. Microsoft ha risposto irrobustendo l’integrazione degli agenti con Entra Agent ID e Copilot Studio, e anche fornitori terzi come Anthropic si stanno muovendo nella stessa direzione con connettori applicativi per M365. Il problema è che molti agenti AI sono già entrati nel tenant prima che questi meccanismi esistessero, e alcuni percorsi permettono tuttora a un’AI “non autorizzata” di operare senza lasciare traccia evidente.

Il rischio più concreto non sono gli agenti registrati e visibili in Entra, ma quelli che operano nascosti dietro identità utente legittime e dispositivi considerati attendibili. Prima di investire in controlli specifici per l’AI, vale la pena sistemare l’igiene dell’identità e la visibilità sugli endpoint. Vediamo tre scenari concreti in cui un agente AI può sfuggire al controllo, come rilevarli e come prevenirli.

Scenario 1 — Il consenso utente come porta d’accesso più semplice


Microsoft ha investito molto nell’irrobustire il flusso di consenso, imponendo il consenso amministrativo per i permessi più pericolosi. Di default esiste una deny list che copre principalmente gli scope di lettura-scrittura più sensibili, ma gli utenti possono ancora acconsentire autonomamente a scope in sola lettura come User.Read, openid, profile ed email.

Lo scope consentibile dall’utente più pericoloso per un agente AI è offline_access: consegna all’agente un refresh token, ovvero accesso persistente in background, anche quando l’utente non è più connesso.

Il punto a favore dei difensori è che questo percorso registra comunque un service principal individuabile e un record di consenso: c’è quindi una traccia da controllare.

Come rilevarlo


  • Rivedi periodicamente l’application consent history del tenant
  • Analizza gli end-user consent log per individuare consensi anomali o non richiesti dall’IT


Come prevenirlo


La mitigazione è semplice quanto efficace: disabilita completamente il consenso utente e instrada ogni richiesta di permesso attraverso l’admin consent workflow. In Entra questo si configura da Enterprise Applications > Consent and permissions > User consent settings, impostando “Do not allow user consent”.

Scenario 2 — Token senza alcuna impronta in Entra


Il secondo percorso è ancora più insidioso: un flusso guidato dall’utente che produce direttamente un token, senza passare da un vero consenso applicativo. In pratica, l’utente fornisce all’agente username e password (o un flusso equivalente), e l’agente si maschera dietro un’applicazione Microsoft first-party già fidata. In questo caso non viene creato alcun service principal né alcun record di consenso: Entra registra semplicemente un normale login utente.

Esistono diverse varianti di questo pattern, ognuna con la propria contromisura:

  • OAuth 2.0 Resource Owner Password Credentials (ROPC): un flusso legacy a singolo fattore. La difesa è imporre MFA sempre, su tutto, senza eccezioni.
  • Device Code Flow: si blocca con una semplice policy di Conditional Access dedicata.
  • Family of Client IDs (FOCI): un token emesso per un’applicazione della “famiglia” è riutilizzabile su tutte le altre applicazioni della stessa famiglia, e non esiste un interruttore per disabilitare questo comportamento. Il Conditional Access per singola app viene quindi aggirato banalmente: la mitigazione si sposta sul rilevamento, revocando i token in caso di sospetto abuso e affidandosi alla Continuous Access Evaluation, pur sapendo che la sua copertura non è universale.


Scenario 3 — Dispositivi attendibili: dove i controlli identity smettono di aiutare


Lo scenario più complesso è quello di una postazione dedicata all’AI: il classico Mac Mini nuovo di zecca comparso in una nota spese. Il dipendente lo unisce al tenant tramite hybrid join o come dispositivo conforme, e una volta effettuato il join ottiene un Primary Refresh Token (PRT) legato al TPM. L’agente gira come quell’utente e richiede silenziosamente token al Web Account Manager (WAM) broker, ottenendo una connessione persistente e sempre attiva.

Questo è il caso più difficile da chiudere: l’agente supera ogni verifica di Conditional Access perché, di fatto, è l’utente, su un dispositivo fidato. Il Token Protection lega i token al dispositivo, ma non riesce a distinguere “l’utente” da “un processo agente che gira come l’utente” sulla stessa macchina.

Prevenzione e rilevamento


La prevenzione parte dal non permettere agli utenti di unire autonomamente i propri dispositivi al tenant, supportata da policy di Conditional Access rigorose sulla compliance. Il rilevamento deve invece spostarsi sull’endpoint:

  • Advanced hunting in Microsoft Defender for Endpoint su DeviceProcessEvents (flag per browser headless, processi figli inattesi)
  • Analisi di DeviceNetworkEvents (un processo locale che contatta una API AI esterna)
  • Blocco delle app non autorizzate tramite Defender for Cloud Apps


Le fondamenta contano più dei controlli AI-specifici


Il messaggio centrale è che l’igiene dell’identità, per quanto “vecchia” come disciplina, chiude già la maggior parte di questi scenari:

  • Impostare il consenso utente su Do not allow user consent
  • Abilitare l’admin consent workflow
  • Imporre MFA ovunque, sempre, tramite Conditional Access
  • Bloccare il device-code flow con una policy dedicata
  • Limitare la possibilità per gli utenti di unire dispositivi a Entra
  • Imporre la compliance dei dispositivi via Conditional Access

La configurazione di base, però, non copre tutto: ciò che non può essere mitigato deve essere rilevato, il che significa spostare parte dell’attenzione dal piano identità a quello del dispositivo. E il Purview Data Security Posture Management (DSPM) for AI? È uno strumento genuinamente utile, ma va inquadrato correttamente: offre visibilità, non enforcement. DLP e Insider Risk vanno comunque configurati manualmente, il monitoraggio delle AI di terze parti si appoggia agli stessi endpoint ed estensioni browser già citati, le funzionalità più ricche richiedono licenze premium, e la protezione basata su etichette è cieca sui dati non etichettati. Va trattato come una rete di sicurezza aggiuntiva, non come la prima linea di difesa.

Conclusione


Se la strategia di sicurezza di un’organizzazione si basa sull’identificare gli agenti registrati in Entra, ha già perso di vista la categoria di rischio più insidiosa: quella degli agenti che operano mascherati da utenti normali. La lezione pratica per chi amministra un tenant Microsoft 365 è partire dalle basi già note — consenso, MFA, Conditional Access, compliance dei dispositivi — prima di rincorrere soluzioni AI-specifiche, e progettare i controlli assumendo che alcuni agenti stiano già operando sotto mentite spoglie di un utente reale.

Fonte: Petri IT Knowledgebase – The Agents Entra Can’t See: Detecting and Preventing Rogue AI


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Trump esalta l'eccezionalismo americano al Mount Rushmore per i 250 anni degli Stati Uniti


Alla vigilia dei 250 anni dell'indipendenza il presidente ha esaltato l'eccezionalismo americano e ha descritto gli avversari come una minaccia comunista, con lo sguardo alle elezioni di novembre
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Donald Trump ha celebrato la vigilia dei 250 anni dell'indipendenza degli Stati Uniti con un discorso a Mount Rushmore, il monumento nazionale del South Dakota dove sono scolpiti nel granito i volti di George Washington, Thomas Jefferson, Theodore Roosevelt e Abraham Lincoln. Il presidente ha descritto gli Stati Uniti come la nazione di maggior successo mai esistita nella storia e allo stesso tempo ha definito i suoi avversari politici comunisti "senza Dio" e "malvagi". Il discorso è durato circa mezz'ora ed è iniziato poco dopo le 23 di venerdì sulla costa est degli Stati Uniti (le 5 del mattino di sabato in Italia), prima dei fuochi d'artificio sopra il monumento.

Trump ha definito il comunismo "la più grande minaccia per il nostro paese, incluse la Prima guerra mondiale, la Seconda guerra mondiale, Pearl Harbor o persino l'11 settembre" e "l'esatto opposto della vita, della libertà e della ricerca della felicità: è morte, tirannia e ricerca del male". Ha avvertito che nel paese c'è "una recrudescenza della minaccia comunista", alimentata anche da "nuovi arrivati nel nostro paese che abbracciano idee totalmente opposte al nostro stile di vita e al nostro grande successo". Poi ha posto un'alternativa secca: "Potete essere fedeli a Karl Marx o potete essere fedeli all'America. Potete essere comunisti o potete essere patrioti. Non potete essere entrambe le cose". In chiusura ha detto che "il Partito Comunista è fatto di immigrati irregolari, criminali e di tutti quelli che non vogliono lavorare" e ha promesso che "l'America non sarà mai un paese comunista".

Fireworks 🤝 Mount Rushmore

A tradition returns.

Happy 250th Birthday, America. 🇺🇸 pic.twitter.com/vc880RUXD6
— US Department of the Interior (@Interior) July 3, 2026


Da settimane Trump usa l'etichetta di comunista contro diversi candidati democratici in vista delle elezioni di metà mandato di novembre, in cui i repubblicani partono sfavoriti almeno alla Camera. L'attacco punta soprattutto all'ala socialista-democratica del Partito Democratico, che sta crescendo nelle primarie e trova ascolto tra gli elettori progressisti. Sulle elezioni Trump ha detto: "Possiamo perdere le elezioni di metà mandato solo se ci permettiamo di perderle, se siamo sciocchi, stupidi e imprudenti". Ha chiesto al Congresso di approvare il SAVE America Act, la legge da lui voluta che imporrebbe regole più severe di identificazione degli elettori rendendo più difficile votare, e di abolire il filibuster, la regola che al Senato richiede una maggioranza di 60 voti su 100 per approvare la maggior parte delle leggi. Se il Congresso farà queste due cose, ha detto, "non perderemo un'elezione per 100 anni".

"L'identità di una nazione è il destino di una nazione", ha detto Trump nella prima parte del discorso, quella dedicata all'eccezionalismo americano: gli Stati Uniti sono "la repubblica più antica della terra", con "il popolo più libero della terra" e la Costituzione "più giusta e duratura". Secondo il presidente negli ultimi anni c'è stato "un tentativo innegabile" di cambiare il carattere del paese, di "alienarci dalla nostra storia" e di "rendere impossibile persino rispondere alla domanda: cosa significa essere americano". Sull'appartenenza alla nazione ha detto: "Non dovete essere nati qui, ma dovete amare ciò che abbiamo costruito, dovete amare il nostro paese".

Trump aveva già parlato a Mount Rushmore esattamente sei anni prima, il 3 luglio 2020, alla fine del suo primo mandato, mentre il paese era attraversato dalla pandemia e dalle proteste seguite alla morte di George Floyd. Allora aveva messo in guardia da un "nuovo fascismo di estrema sinistra". Sei anni dopo, dallo stesso palco, il nemico ideologico è cambiato.

Una tempesta con fulmini e grandine grande come palline da ping pong ha colpito il monumento poche ore prima del discorso, costringendo gli spettatori a ripararsi e fermando il programma per oltre due ore. Prima di atterrare Trump ha sorvolato due volte Mount Rushmore con il nuovo Air Force One, il Boeing 747 regalato dal governo del Qatar e valutato circa 400 milioni di dollari. I fuochi d'artificio erano i primi al monumento da sei anni: sul terreno federale sono in gran parte sospesi dal 2009 per il rischio di incendi e Trump li aveva già riportati, tra le critiche, nel 2020. L'evento è stato organizzato da Freedom 250, l'organizzazione creata dall'amministrazione per le celebrazioni dell'anniversario.

Alla vigilia della visita la Casa Bianca ha rilanciato l'idea di aggiungere il volto di Trump al monumento. "Non ci sarebbe aggiunta migliore all'iconico Mount Rushmore del 45° e 47° presidente degli Stati Uniti, Donald Trump", ha detto al Washington Post la portavoce Taylor Rogers. Cinque settimane fa il presidente ha pubblicato sul suo social Truth Social fotomontaggi del proprio volto accanto ai quattro presidenti. I responsabili del monumento sostengono però da anni che sulla montagna non c'è più roccia scolpibile e nel discorso Trump non ha toccato l'argomento.

Sabato il presidente parlerà di nuovo a Washington, sul National Mall, prima di uno spettacolo pirotecnico da record con più di 850.000 fuochi d'artificio. In chiusura del discorso a Mount Rushmore ha guardato proprio alle celebrazioni del 4 luglio: "Questo non è una fine, è solo l'inizio dell'età dell'oro dell'America".


Nate Silver dà ai Dem l'85-90% di riprendersi la Camera


Nate Silver dà ai democratici tra l'85 e il 90% di probabilità di riconquistare la Camera dei rappresentanti alle elezioni di metà mandato del 2026, quelle che a metà della presidenza rinnovano il Congresso. È una stima più alta di quella dei mercati delle previsioni, le piattaforme dove si scommette sull'esito di eventi futuri e dove i prezzi indicano la probabilità attribuita a ciascun risultato.

Silver, uno dei più famosi analisti di dati elettorali negli Stati Uniti, ha spiegato le sue previsioni in un'intervista all'All-In Podcast lunedì. I mercati danno i democratici all'80-85% di riprendersi la Camera e al 40-45% di conquistare il Senato. Silver li considera valori ragionevoli, ma ritiene che per la Camera siano un po' bassi.

Per la Camera, ha detto, tutti gli elementi vanno nella stessa direzione. I democratici corrono contro un presidente molto impopolare e di fronte a un'economia che genera ansia negli elettori. A favore della sinistra giocano anche la guerra con l'Iran avviata dal presidente Trump, la storia che vede il partito del presidente andare male alle elezioni di metà mandato e una reazione contro chi è al potere, visibile sia negli Stati Uniti sia all'estero.

Midterm 2026: sondaggi, medie e proiezioni
La proiezione di Focus America sulle elezioni di metà mandato del 2026. Sondaggi, medie e proiezioni aggiornate ogni giorno. Si vota il 3 novembre.
Focus AmericaLorenzo Ruffino


I repubblicani contano su un vantaggio dal ridisegno dei collegi elettorali, l'operazione con cui si ritracciano i confini dei distretti da cui escono i deputati. Silver stima che da questa partita il partito possa guadagnare tra i 10 e i 16 seggi. Lunedì la Corte suprema del Colorado ha respinto tre quesiti referendari sostenuti dai democratici che avrebbero assegnato loro diversi collegi. Pur con questo aiuto, ha detto Silver, i repubblicani si trovano comunque a remare controcorrente.

Sul fronte del voto, la Corte suprema federale ha dato torto al presidente sulle schede inviate per posta. I giudici hanno stabilito che gli Stati possono continuare a conteggiare i voti arrivati dopo l'Election Day, il giorno delle elezioni, purché spediti entro quella data. È una delle decisioni con cui la Corte ha tutelato il voto postale. Trump ha chiesto l'obbligo di un documento d'identità per votare e una stretta sul voto per corrispondenza.

Il Senato resta una partita molto più incerta. Silver ritiene che i democratici stiano correndo un rischio inutile puntando su Graham Platner nella corsa in Maine, un candidato finito al centro di scandali. È uno Stato che, ha detto, nella gran parte degli anni dovrebbe essere una vittoria facile per il partito.


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Researcher Chains a Guardrail Bypass With a Path Traversal Flaw to Access System Files in ChatGPT
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New ARToken Phishing Kit Abuses Microsoft’s OAuth Device Code Flow to Hijack Microsoft 365 Accounts
#CyberSecurity
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Ousaban Banking Trojan Resurfaces With Steganographic PDF Lures Targeting Spain and Portugal
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Researchers Chain DLL Sideloading and an RPC Flaw to Gain Root Access Inside Claude Cowork’s Sandbox
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Focus America cambia veste per raccontare i 250 anni dell'America


Nel giorno del 250° anniversario della Dichiarazione d'Indipendenza, il nostro sito si rinnova: un design più pulito e da quotidiano per seguire l'attualità americana. La missione resta la stessa: raccontare gli Stati Uniti al pubblico italiano, con rigore e senza prendere parte.

Oggi, 4 luglio 2026, gli Stati Uniti compiono 250 anni. Due secoli e mezzo fa, a Philadelphia, 56 delegati approvavano la Dichiarazione d'Indipendenza, dando così avvio a un esperimento politico che ancora oggi occupa il centro della scena mondiale. Il "Semiquincentennial", come gli statunitensi chiamano questa ricorrenza, è per l'intero Paese un'occasione per guardarsi allo specchio. Ci è sembrato il giorno giusto per fare lo stesso.

Da oggi Focus America si presenta con una veste nuova. Non è un cambio di rotta: il progetto resta lo stesso, con la stessa linea editoriale, lo stesso spirito e le stesse persone che lo portano avanti ogni giorno. Ma raccontare l'America nel suo anno simbolo richiedeva un'esperienza di lettura più chiara, più ordinata e più adatta al percorso che abbiamo davanti. Il lavoro degli ultimi mesi è servito proprio a questo: rendere Focus America più leggibile, più moderno e più riconoscibile, senza però snaturarne l'identità.

Meno rumore, più notizie


La prima cosa che noterete è la pulizia del nuovo template. Il nuovo design è più luminoso e arioso: più spazio attorno ai testi, una tipografia pensata per la lettura lunga. Abbiamo tolto ciò che distraeva e lasciato ciò che serve. Il principio che ci ha guidato è semplice: meno rumore, più notizie.

Cambia anche la nostra identità visiva. Il wordmark è stato leggermente rivisto: accanto all'urna elettorale con la bandiera americana compare ora il nome Focus America, più evidente e riconoscibile, nei colori principali della bandiera. Sono gli stessi colori che tornano in diversi punti del sito e che aiutano a dare più coerenza all'insieme. Una scelta semplice, pensata per raccontare meglio ciò che Focus America prova a fare ogni giorno: seguire da vicino la politica americana, i suoi riti, i suoi numeri, le sue campagne elettorali e le sue tensioni.

Anche la home page cambia impostazione. In apertura trovate il pezzo del giorno, scelto dalla redazione perché merita la vostra attenzione prima degli altri; quando non c'è una notizia principale, quello spazio viene occupato dall'ultimo articolo pubblicato. Il resto della parte superiore della pagina segue invece l'ordine cronologico, così da rendere subito chiaro quali contenuti sono più recenti e quali appartengono ai giorni precedenti.

Abbiamo introdotto anche un avviso negli articoli pubblicati da più di sei mesi: un modo semplice per segnalare al lettore che si tratta di una notizia datata, da leggere tenendo conto del tempo trascorso. È una scelta editoriale, non solo estetica: significa dare ordine alle notizie e maggiore contesto a chi legge, invece di rovesciare tutto indistintamente sulla pagina.

Seguire le storie, non inseguire le notizie


Ma l'attualità americana raramente si esaurisce in un solo articolo. Per questo nascono ora anche i dossier tematici: raccolte che riuniscono tutti i nostri pezzi su una stessa storia, dalle elezioni di midterm all'economia, dalla politica estera alle grandi trasformazioni istituzionali, e permettono di seguirla nel tempo, ricostruire come ci si è arrivati e capire dove può andare. È il nostro modo di dire che il contesto vale quanto la notizia.

Ci sono poi i momenti in cui l'America accelera. Per quei giorni abbiamo pensato a un sistema di aggiornamenti più immediato: le breaking news permettono di segnalare rapidamente ciò che sta accadendo e possono essere aggiornate più volte, con l'indicazione dell'ultimo aggiornamento sempre ben visibile. Accanto a questo ci sono i live blog, pensati per seguire passo dopo passo le giornate più importanti: dalle notti elettorali alle crisi internazionali, fino agli eventi che richiedono un racconto continuo.

Infine, resta ancora centrale la nostra newsletter: un modo semplice per ricevere ogni giorno la nostra selezione, pensato per chi preferisce trovare Focus America direttamente nella propria casella di posta, senza dover cercare ogni volta le notizie sul sito.

Una nuova veste per raccontare l’America


Insomma, il vestito è nuovo, la linea no. Focus America è nata per raccontare gli Stati Uniti d'America a un pubblico italiano con un approccio chiaro, documentato e imparziale. Non facciamo il tifo, non abbiamo candidati da sostenere né da affossare: le notizie non le prendiamo di parte, le riportiamo. In un'epoca in cui la politica americana viene spesso raccontata per tribù, crediamo che ci sia spazio, e bisogno, per chi prova a spiegarla senza doversi per forza schierare.

In questo contesto, i 250 anni della Dichiarazione d'indipendenza non chiudono un ciclo: ne aprono uno nuovo. Davanti agli Stati Uniti ci sono anni decisivi: le elezioni di midterm di novembre, la corsa presidenziale del 2028, un ruolo internazionale da ridefinire e una rivoluzione tecnologica, quella dell'intelligenza artificiale, che proprio dall'America sta cambiando sempre di più il nostro modo di vivere, lavorare e informarci.

Noi saremo qui a raccontare tutto questo, giorno dopo giorno, con una veste nuova e la stessa bussola di sempre: spiegare gli Stati Uniti al pubblico italiano con chiarezza, rigore e indipendenza. Buona lettura, buon 4 luglio. E che Dio benedica l'America, donandole altri 250 anni di libertà.

La redazione di Focus America

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🇩🇪🤡 Irre! Italien warnt vor der #Chatkontrolle, stimmt aber TROTZDEM zu! 🤯
Noch 2 Tage: Stoppt den Coup!
✍️ Aktiv werden: fightchatcontrol.de
📄 EU-Dokument: data.consilium.europa.eu/doc/d…
in reply to Patrick Breyer

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🇪🇺🤡 Insane! Italy warns against #ChatControl mass surveillance, but votes FOR it! 🤯
2 days left: Stop the coup!
✍️ Take action: fightchatcontrol.eu/#contact-t…
📄 EU doc: data.consilium.europa.eu/doc/d…
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in reply to Patrick Breyer

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🇫🇷🤡 Fou ! L'Italie alerte sur le #ChatControl, mais vote POUR ! 🤯
Plus que 2 jours : Stoppez le coup !
✍️ Agissez : fightchatcontrol.eu/fr/#contac…
📄 Doc UE : data.consilium.europa.eu/doc/d…
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🇮🇹🤡 Pazzesco! L'Italia avverte sui pericoli del #ChatControl, ma vota A FAVORE! 🤯
Mancano 2 giorni: Fermiamo il colpo!
✍️ Agisci ora: fightchatcontrol.eu/it/#contact-tool
📄 Doc UE: data.consilium.europa.eu/doc/d…
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🇪🇸🤡 ¡Locura! Italia advierte sobre el #ChatControl, ¡pero vota A FAVOR! 🤯
Quedan 2 días: ¡Detén el golpe!
✍️ Actúa ahora: fightchatcontrol.eu/es/#contact-tool
📄 Doc UE: data.consilium.europa.eu/doc/d…
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Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

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Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Il modello di Focus America per le elezioni di metà mandato del novembre 2026


Vi presentiamo il nostro nuovo modello che stima seggio per seggio chi vincerà a novembre. Oggi dà i democratici avanti di 5,2 punti nel voto nazionale, il che significa che sono favoriti alla Camera dei Rappresentanti e testa a testa al Senato.
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Abbiamo costruito un nostro modello statistico per provare a rispondere a una domanda semplice: chi vincerà le elezioni di metà mandato del 3 novembre 2026? Le elezioni di metà mandato, in inglese midterm, si svolgono dopo due anni da ogni elezione presidenziale. Servono a rinnovare tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e un terzo dei 100 seggi del Senato.

Si tratta del primo grande test elettorale per il presidente in carica, che oggi è il repubblicano Donald Trump, e stabiliscono chi controllerà il Congresso nei due anni successivi. Il loro risultato è decisivo: da esso dipenderà infatti se il presidente potrà contare ancora su una maggioranza favorevole per approvare le sue leggi o se sarà costretto a trattare con l’opposizione per la parte finale del suo mandato.

Il nostro modello di previsione combina 3 elementi: i sondaggi nazionali e locali, i “fondamentali”, cioè le caratteristiche strutturali di ogni Stato e di ogni collegio che possono influenzare il voto al di là delle rilevazioni, e alcuni andamenti storici ricavati dai cicli elettorali precedenti. Il risultato è stato consentirci di fare una previsione seggio per seggio per entrambe le camere, che viene aggiornata più volte al giorno. Con una premessa importante: un partito indicato come favorito non è un partito certo della vittoria. Il modello ragiona in termini di probabilità e margini, non di verdetti definitivi.

Il modello completo, con la mappatura di tutti i seggi, le previsioni Stato per Stato e i numeri aggiornati in tempo reale, è disponibile qui:

Midterm 2026: sondaggi, medie e proiezioni
La proiezione di Focus America sulle elezioni di metà mandato del 2026. Sondaggi, medie e proiezioni aggiornate ogni giorno. Si vota il 3 novembre.
Focus AmericaLorenzo Ruffino

Cosa ci dice il modello oggi


Il punto di partenza è il generic ballot, cioè la media nazionale dei sondaggi che chiedono agli elettori se, alle elezioni per il Congresso, voterebbero genericamente per il candidato democratico o per quello repubblicano. Oggi i democratici sono al 47,2% e i repubblicani al 42,0%, con un vantaggio democratico di 5,2 punti e un margine di incertezza compreso tra 3,7 e 6,5 punti. Questa è la fotografia dell’umore nazionale: il dato da cui parte tutto il resto.

Alla Camera dei Rappresentanti, dove si rinnovano tutti i 435 seggi e la maggioranza si raggiunge a quota 218, il modello indica al momento i democratici come favoriti. La proiezione, che include anche l’assegnazione dei cosiddetti seggi in bilico, attribuisce loro 224 seggi contro i 211 dei repubblicani. Ma anche considerando soltanto i seggi già assegnati a un partito, e lasciando quindi fuori quelli ancora incerti, i democratici arrivano già a 218, esattamente la soglia della maggioranza, contro i 198 dei repubblicani. Restano 19 seggi in bilico.

Al Senato il quadro è invece di sostanziale parità. La maggioranza si raggiunge a quota 51 seggi su 100, ma con un’avvertenza: se l’aula dovesse dividersi 50 a 50, il voto decisivo ("tie breaker" in linguaggio politico americano) spetterebbe al vicepresidente, che per Costituzione presiede il Senato, oggi il repubblicano JD Vance. Per questo ai democratici servono 51 seggi per ottenere la maggioranza, mentre ai repubblicani ne bastano 50. La nostra proiezione assegna esattamente 51 seggi ai democratici e 49 ai repubblicani, ma con soli 4 seggi in bilico il controllo dell’aula resta appeso a poche migliaia di voti. Per questo il modello classifica la sfida come un sostanziale testa a testa.

Se alla Camera dei Rappresentanti ogni due anni vengono rinnovati tutti i 435 seggi, rimettendo interamente in gioco la maggioranza, al Senato il meccanismo è diverso: i senatori restano, infatti, in carica sei anni e solo un terzo dell'aula viene rinnovato a ogni ciclo elettorale. Questo significa che a novembre 2026 saranno in palio 35 seggi, mentre gli altri 65 non saranno sottoposti al voto e resteranno in mano ai senatori attualmente in carica fino ai cicli successivi. I democratici partono quindi da 34 seggi e, per arrivare a quota 51, devono conquistarne 17 dei 35 in palio. È un margine strettissimo, che spiega perché lo spostamento di pochi Stati possa bastare a cambiare il controllo dell'aula.

Le migliori occasioni per strappare un seggio ai repubblicani sono concentrate in 4 Stati. La più promettente è la North Carolina, dove l'ex governatore democratico Roy Cooper è avanti di 5,7 punti in una sfida per un seggio aperto, cioè senza un senatore uscente candidato alla rielezione. Seguono 3 Stati considerati in bilico dal nostro modello: il Maine, dove il democratico Graham Platner sfida la repubblicana uscente Susan Collins; l'Ohio, dove l'ex senatore democratico Sherrod Brown prova a tornare al Senato contro l'attuale senatore Jon Husted; e il Texas, dove il candidato democratico James Talarico corre per un seggio aperto contro il procuratore generale repubblicano Ken Paxton, che alle primarie ha battuto il senatore uscente John Cornyn.

Secondo il nostro modello, i 4 seggi più decisivi per il controllo del Senato sono quelli in gioco in Maine, Ohio, Texas e Alaska. In Maine i democratici sono attualmente avanti di 2,8 punti, in Ohio di 1,5 e in Texas di 1,1. L'Alaska è l'unico tra gli Stati più contendibili in cui risultano ancora in vantaggio i repubblicani, ma con un margine di appena 0,7 punti. Il modello considera un seggio in bilico quando la distanza tra i due candidati è inferiore a 3 punti, una soglia compatibile con il margine d'errore tipico di un sondaggio.

Come si costruisce la media nazionale


Nella media del generic ballot ogni rilevazione entra con un peso diverso, perché non tutti i sondaggi hanno la stessa affidabilità. Nel nostro modello contano quindi di più quelli realizzati da istituti con una storia di previsioni accurate, secondo la classifica di qualità che usiamo come riferimento. Ma pesano di più anche i sondaggi condotti sugli elettori probabili rispetto a quelli sugli elettori registrati o sugli adulti in generale, perché stimare il comportamento di chi andrà davvero a votare è più significativo che misurare soltanto chi avrebbe diritto a farlo. I sondaggi commissionati da un partito, invece, hanno un peso minore e vengono corretti spostando il risultato di un punto e mezzo nella direzione opposta allo sponsor.

Un secondo correttivo riguarda le inclinazioni sistematiche dei singoli istituti di sondaggi. Alcuni sondaggisti tendono infatti a produrre, in modo abbastanza costante nel tempo, risultati leggermente più favorevoli ai democratici, altri ai repubblicani. Il modello misura questa inclinazione, chiamata in gergo house effect, e la sottrae prima di includere il loro dato nella media, così da rendere gli istituti più comparabili tra loro. È previsto anche un tetto al peso degli istituti che pubblicano molti sondaggi in rapida successione, per evitare che un singolo istituto di sondaggio particolarmente prolifico finisca per dominare la media.

Tutti questi sondaggi, ciascuno con il proprio peso, vengono poi trasformati da una nuvola di punti in una linea continua. Lo strumento che usiamo si chiama filtro di Kalman e funziona come segue: invece di inseguire ogni singola rilevazione, il nostro modello stima un livello “reale” dell'andamento della sfida, che si muove gradualmente giorno dopo giorno, e considera ogni sondaggio come una misura imperfetta di quel livello. Nei giorni senza nuove rilevazioni la linea resta sostanzialmente stabile, ma l’incertezza aumenta: per questo la banda intorno alla stima si allarga quando i dati sono più scarsi. È da qui che nasce il dato di oggi: democratici avanti di 5,2 punti, ma con un intervallo di confidenza compreso tra 3,7 e 6,5 punti.

Questa media fotografa la situazione a oggi e non include ancora alcuna correzione storica. Le due correzioni successive non modificano invece il numero mostrato in pagina, ma servono a trasformare l’umore nazionale in una previsione di seggi. Per stimare chi vincerà a novembre, infatti, il margine grezzo dei sondaggi non basta.

La prima correzione che effettuiamo per affinare il calcolo dei seggi riguarda una distorsione nota del generic ballot, che storicamente tende a sovrastimare i democratici rispetto al risultato effettivo alla Camera dei Rappresentanti. Nel 2022, per esempio, la media dei sondaggi indicava i democratici avanti di 1,5 punti, ma alle urne i repubblicani vinsero il voto nazionale di 2,8 punti. Per questo, prima di alimentare i modelli sui singoli seggi, abbiamo scelto di correggere il dato riducendo leggermente il margine di vantaggio democratico stimato dai sondaggi.

La seconda correzione tiene invece conto di come tendono a evolvere i sondaggi sulle midterm man mano che ci si avvicina al voto. Le rilevazioni fotografano la situazione attuale, ma l’elezione si terrà solo a novembre. Osservando i cicli elettorali dal 1994 al 2024 emerge un andamento piuttosto chiaro: il partito del presidente in carica tende a perdere terreno con l’avvicinarsi delle urne. È il cosiddetto il cosiddetto effetto di rigetto contro il partito al potere: nelle elezioni di metà mandato, infatti, gli elettori tendono spesso a usare il voto come un referendum sul presidente in carica. A pochi mesi dal voto, questo effetto vale in media poco più di 2 punti e si esaurisce il giorno dell’elezione.

Poiché oggi il presidente è un repubblicano, la seconda correzione sposta il clima nazionale verso i democratici, cioè nella direzione opposta rispetto alla prima correzione. In sintesi, il “clima politico nazionale” che entra nella parte del modello che usiamo per stimare i seggi nasce dalla somma di 3 distinti elementi: il margine dei sondaggi attuali, meno la distorsione storica del generic ballot, più l'effetto di rigetto atteso a favore dell’opposizione con l’avvicinarsi delle midterm.

I modelli del Senato e della Camera


Per il Senato, il modello stima il risultato in ciascuno Stato chiamato al voto partendo dai fondamentali: cioè dagli elementi che permettono di valutare la sfida elettorale prima ancora di considerare i sondaggi locali. I fondamentali combinano 4 elementi: il clima politico nazionale calcolato come descritto in precedenza; l’orientamento dello Stato alle ultime elezioni presidenziali, misurato rispetto alla media nazionale, con il risultato del 2024 che pesa più di quello del 2020; il risultato dell’ultima elezione al Senato per quello stesso seggio; e il vantaggio di chi è già in carica e si candida per la rielezione.

Nel nostro modello, un senatore uscente che si ricandida parte con un vantaggio stimato di circa 4 punti. Questo beneficio viene però ridotto in alcuni casi: per esempio quando il senatore non è stato eletto direttamente dagli elettori, ma nominato per occupare un seggio rimasto vacante dopo la morte o le dimissioni del predecessore.

Su questa base di partenza, il modello innesta poi i sondaggi dei singoli Stati, smussati nel tempo con lo stesso metodo usato per la media nazionale. Questo significa sostanzialmente che dove una sfida è molto sondata, come in Ohio o in Texas, pesano soprattutto le recenti rilevazioni locali, mentre dove dove invece i sondaggi sono pochi o assenti, resta centrale la stima basata sui fondamentali.

Per il Senato abbiamo scelto, in generale, di dare maggiore peso ai sondaggi. In alcuni degli Stati più contesi, infatti, i fondamentali da soli tenderebbero a spostare la stima troppo verso i repubblicani, mentre le rilevazioni locali più recenti indicano spesso una dinamica diversa. In questi casi preferiamo quindi dare più fiducia ai dati raccolti sul campo. Solo in pochi Stati, quando i fondamentali non riescono a descrivere pienamente la natura della sfida, applichiamo correzioni esplicite e dichiarate. È il caso, per esempio, della North Carolina e del Maine.

Alla Camera dei Rappresentanti il meccanismo è diverso, perché i collegi da stimare sono 435 e, a differenza del Senato, quasi nessuno dispone di sondaggi propri. Il nostro modello parte quindi dal risultato di ogni collegio nel 2024, ricalcolato però sui nuovi confini dei distretti in vigore nel 2026. Negli Stati Uniti le mappe dei collegi elettorali vengono ridisegnate periodicamente, una pratica che i due partiti usano spesso per costruire distretti a loro più favorevoli, il cosiddetto gerrymandering.

Poiché negli ultimi anni diversi Stati hanno ridisegnato i propri collegi, abbiamo prima ricostruito quale sarebbe stato il risultato del voto del 2024 con le mappe elettorali previste per il 2026. Per farlo siamo partiti dai risultati registrati nelle singole sezioni che compongono ciascun distretto. In questo modo, l’effetto del ridisegno dei collegi è stato già incorporato nella base di partenza del modello.

Su questa base il modello aggiunge lo spostamento nazionale, cioè quanto è cambiato il clima politico nazionale rispetto al 2024, quando i repubblicani vinsero il voto per la Camera con un margine di 2,6 punti. Questo spostamento, però, non viene applicato ovunque nello stesso modo. Ogni collegio, infatti, reagisce in maniera diversa ai cambiamenti dell'opinione pubblica nazionale: alcuni distretti si muovono molto quando cambia il clima politico, altri restano quasi fermi perché hanno un elettorato più stabile. Questo meccanismo si chiama elasticità. Nel modello viene calcolato collegio per collegio, applicando allo spostamento nazionale un moltiplicatore diverso per ciascun distretto.

A questi elementi si aggiunge il vantaggio del candidato uscente che si ricandida, stimato per la Camera in circa 2 punti. Il modello incorpora poi i pochi sondaggi locali disponibili e soprattutto anche un cosiddetto effetto di propagazione: le informazioni raccolte su un collegio influenzano, seppure in misura molto ridotta, anche la stima di altri distretti simili per area geografica, orientamento politico e profilo demografico, come livello di istruzione o grado di urbanizzazione.

Il peso dei fondamentali e quello dei sondaggi cambiano con l’avvicinarsi del voto. Quando l’elezione è ancora lontana, le rilevazioni sono storicamente meno affidabili nel prevedere il risultato finale: per questo il modello attribuisce maggiore importanza ai fondamentali. Man mano che ci si avvicina a novembre, però, i sondaggi diventano più indicativi e il loro peso aumenta progressivamente, mentre quello dei fondamentali si riduce. Alla Camera, in un collegio tipo, i fondamentali pesano oggi circa la metà della stima, ma arrivano al giorno del voto con un peso intorno al 10%. Al Senato, come detto, questo meccanismo è nei fatti disattivato: dove ci sono sondaggi locali, sono soprattutto quelli a guidare la previsione.

Un modello che si aggiorna ogni giorno


Il nostro modello è deterministico: a parità di dati in ingresso, produce sempre lo stesso risultato, senza interventi discrezionali nella fase finale. Ogni volta che un nuovo sondaggio viene inserito nella base dati, il modello ricalcola tutte le stime. L’aggiornamento avviene più volte al giorno e continuerà fino al 3 novembre. I numeri mostrati oggi in questa pagina sono quindi una fotografia aggiornata al 20 giugno 2026, a 136 giorni dal voto. Cambieranno inevitabilmente con l’arrivo di nuove rilevazioni, con la definizione delle candidature e con l’evoluzione del clima politico nazionale.

Per il Senato, dove il controllo dell’aula si decide in pochi Stati, il modello compie un passaggio ulteriore: simula diecimila volte l’esito complessivo. Le simulazioni tengono conto di due tipi di errore. Il primo è un errore comune a tutte le sfide: i sondaggi, infatti, possono sbagliare nella stessa direzione in più Stati. Il secondo è un errore specifico per ciascuno Stato, legato alle caratteristiche della singola corsa.

In questo modo il modello non si limita a contare i seggi in cui ciascun partito è favorito, ma misura anche l’incertezza della previsione. È una distinzione essenziale: sapere chi è avanti non basta, bisogna capire quanto quel vantaggio sia solido. Per questo consideriamo giusto e trasparente indicare non solo quale partito ha più probabilità di conquistare la maggioranza, ma anche quanto riteniamo che quella previsione sia affidabile.

Questa voce è stata modificata (3 settimane fa)

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