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CISA Orders Rapid Action as Citrix NetScaler Flaw Is Exploited in the Wild
#CyberSecurity
securebulletin.com/cisa-orders…
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Critical Veeam ONE Flaw Lets Unauthenticated Attackers Steal Backup Credentials (CVSS 9.3)
#CyberSecurity
securebulletin.com/critical-ve…
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Die Trump-Regierung greift in Zivilgesellschaften anderer Länder ein, um diese gezielt zu schwächen. Jüngstes Beispiel: Der Angriff auf das Tech-Kollektiv Autistici/Inventati. Wir dürfen uns das nicht bieten lassen.

Der netzpolitische Wochenrückblick:
netzpolitik.org/2026/kw-35-die…

in reply to netzpolitik.org

The point isn’t simply to target individual organizations: it is to make dissent costly. When counterterrorism measures and sanctions are extended to political movements, networks, and even digital infrastructure that enables dissidents to communicate, civic space steadily shrinks. A conformist society doesn’t need to censor everyone; it only needs to make dissent risky.
in reply to netzpolitik.org

Es stellt sich die Frage, warum die Regierung bei einem "Maga Workshop" auf deutschem Boden mitmacht, der nur Linksextremismus thematisiert…

t-online.de/nachrichten/deutsc…

…während laut Verfassungsschutz und Innenminister, Rechtsextremismus die mindestens zahlenmäßig größere Gefahr darstellt.

tagesschau.de/inland/innenpoli…

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La rassegna stampa di sabato 29 agosto 2026


Trump annuncia l'accordo per il controllo di 65 miliardi di barili di petrolio venezuelano, mentre la guerra con l'Iran tocca i sei mesi. L'arresto di Milo Yiannopoulos da parte di ICE e lo scontro sul voto per posta accendono la corsa alle elezioni di midterm

Questa è la rassegna stampa di sabato 29 agosto 2026

Trump annuncia un accordo con il Venezuela per il controllo di 65 miliardi di barili di petrolio


Il presidente Donald Trump ha annunciato su Truth Social quello che ha definito "il più grande accordo petrolifero della storia", con cui gli Stati Uniti otterrebbero il controllo di maggioranza su una vasta parte delle riserve di greggio venezuelane, pari a circa 65 miliardi di barili. Secondo le ricostruzioni, l'intesa passerebbe da una società mista che diventerebbe la seconda maggiore compagnia petrolifera privata al mondo per riserve, con il Pentagono in trattativa con l'imprenditore Alejandro Betancourt. La Casa Bianca sostiene che l'operazione servirà ad abbassare i prezzi della benzina per gli americani, mentre restano incerti i dettagli e le implicazioni sull'economia venezuelana.

Fonti: NPR, BBC News, Bloomberg

A sei mesi dall'inizio, la guerra con l'Iran assomiglia sempre più a un conflitto senza fine


A sei mesi dall'inizio delle ostilità, la guerra tra Stati Uniti e Iran si è trasformata in quella che diversi osservatori definiscono la versione di Trump di una "guerra infinita", senza obiettivi chiari né una via d'uscita evidente. Il regime iraniano, invece di collassare, si è irrigidito su posizioni più dure, mentre l'ex segretario alla Difesa Leon Panetta ha avvertito che Teheran tiene in ostaggio l'economia americana attraverso il controllo dello Stretto di Hormuz. Il conflitto continua a pesare sui prezzi dei carburanti negli Stati Uniti, con la Casa Bianca che convocherà i raffinatori la prossima settimana.

Fonti: The New York Times, NPR, Bloomberg

L'attivista di destra Milo Yiannopoulos arrestato da ICE per visto scaduto


L'agenzia per l'immigrazione ICE ha arrestato il commentatore di destra e provocatore britannico Milo Yiannopoulos all'aeroporto di New Orleans, accusandolo di aver superato i termini del proprio visto. Yiannopoulos, sostenitore di lunga data del presidente Trump e in passato dello stesso ICE, si trovava in Louisiana ed è stato trasferito in un centro di detenzione. L'Amministrazione ha dato ampia pubblicità all'arresto, diffondendo anche la foto segnaletica.

Fonti: The New York Times, The Wall Street Journal, BBC News

Scontro legale sulle regole del voto per posta a pochi mesi dalle elezioni di midterm


Il Dipartimento di Giustizia ha presentato ricorso contro il blocco temporaneo delle nuove restrizioni del servizio postale sul voto per corrispondenza, nel tentativo di accelerare l'iter giudiziario a pochi mesi dalle elezioni di metà mandato. Il ricorso segue una decisione notturna di un giudice federale di Boston che aveva sospeso le nuove regole. La partita legale potrebbe incidere sulle elezioni di novembre e sulla battaglia per il controllo del Congresso.

Fonti: The Hill, Bloomberg

Il presidente della Fed Warsh: l'inflazione non sta rallentando davvero


Nel suo primo discorso da presidente della Federal Reserve, tenuto al simposio di Jackson Hole, Kevin Warsh ha avvertito che l'inflazione non sta rallentando in modo significativo, promettendo però che la banca centrale riporterà i prezzi verso l'obiettivo del 2%. Diversi analisti hanno però giudicato più rilevante il suo messaggio sulla disponibilità di credito e liquidità, tema che assume peso mentre il debito federale supera i 40 mila miliardi di dollari e la costruzione di infrastrutture per l'intelligenza artificiale richiede ingenti capitali.

Fonti: Bloomberg, The Wall Street Journal

I repubblicani temono che l'attenzione di Trump alla propria eredità danneggi il partito alle elezioni


Secondo i suoi consiglieri, il presidente Trump è impegnato in una missione per consolidare la propria eredità politica, mentre i suoi indici di gradimento calano. Alcuni repubblicani, in privato, temono però che questa concentrazione su sé stesso si stia rivelando controproducente con gli elettori in vista delle elezioni di midterm. Nel frattempo cresce l'attesa per le corse alla Camera che potrebbero decidere il controllo del Congresso.

Fonti: The Wall Street Journal, The Wall Street Journal

L'Amministrazione chiede alla Corte Suprema di far applicare il divieto per i militari transgender


L'Amministrazione Trump si è rivolta alla Corte Suprema chiedendo di consentire al Pentagono di applicare il divieto per le persone transgender di prestare servizio nelle forze armate, portando la questione davanti ai giudici per la seconda volta. La richiesta chiede alla Corte di valutare la costituzionalità del divieto e di ribaltare una decisione di appello che lo aveva bloccato. Il caso si inserisce in una più ampia offensiva legale dell'Amministrazione su temi legati ai diritti civili.

Fonti: The Hill

L'Amministrazione valuta la cessione di una porzione del parco di Yosemite a un privato


Secondo un documento trasmesso al Congresso, l'Amministrazione Trump sta valutando uno scambio di terreni che cederebbe una parte del parco nazionale di Yosemite a una società privata. L'intesa permetterebbe a un proprietario di collegare la propria area con una strada del servizio parchi, garantendo un accesso agevole al cuore del sistema dei parchi nazionali. Il piano ha suscitato l'indignazione dei democratici e di ex funzionari del National Park Service.

Fonti: The New York Times, The Hill

Gli Stati Uniti rendono omaggio a Dolly Parton dopo la sua scomparsa


A pochi giorni dalla morte della cantante country Dolly Parton, cresce negli Stati Uniti l'ondata di omaggi alla sua figura: il governatore del Tennessee Bill Lee ha proposto di intitolarle l'aeroporto di Nashville, mentre migliaia di fan hanno firmato una petizione a sostegno dell'iniziativa. Numerose testate ne hanno ricordato l'eredità, dal ruolo di icona letta come femminista pur senza mai rivendicare l'etichetta, fino al progetto Imagination Library che ha regalato libri a milioni di bambini in tutto il mondo.

Fonti: The Hill, BBC News, ABC News

Walmart pagherà 50 milioni di dollari per chiudere la causa sugli oppioidi con il Dipartimento di Giustizia


La catena di distribuzione Walmart ha accettato di pagare 50 milioni di dollari per chiudere una causa con il Dipartimento di Giustizia statunitense, che l'accusava di aver contribuito alla dipendenza degli americani dagli antidolorifici. L'accordo risolve il contenzioso legato al ruolo dell'azienda nella crisi degli oppioidi. Si tratta dell'ennesima intesa siglata da grandi gruppi statunitensi per mettere fine alle controversie legate alla diffusione di questi farmaci.

Fonti: Financial Times

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Trump tratta con Caracas per una quota del petrolio venezuelano


L'accordo allo studio riguarda giacimenti con riserve per 90 miliardi di barili e potrebbe più che raddoppiare quelli attualmente a disposizione degli Stati Uniti.

L'Amministrazione di Donald Trump sta negoziando con il governo ad interim del Venezuela l'acquisizione di una partecipazione nelle risorse petrolifere del Paese, che possiede le maggiori riserve accertate al mondo. Lo hanno rivelato ad Axios due funzionari americani, secondo i quali l'intesa porterebbe sotto il controllo degli Stati Uniti una quantità di petrolio più che doppia rispetto alle attuali riserve americane. "Definire enorme questo accordo sarebbe riduttivo", ha detto uno dei due. "È colossale".

I dettagli sono ancora in discussione, ma la trattativa riguarda più di una decina di giacimenti produttivi con riserve accertate complessive per 90 miliardi di barili, non l'intero patrimonio venezuelano di circa 300 miliardi. In passato quei giacimenti erano controllati da esponenti della cerchia di potere venezuelana, alcuni dei quali incriminati negli Stati Uniti, e da soggetti legati alla Cina. In cambio della partecipazione ceduta a Washington, il Venezuela otterrebbe lo sviluppo dei giacimenti da parte di società private, comprese aziende americane, e una quota maggiore dei ricavi petroliferi destinata alle casse dello Stato.

Dottrina Donroe · Energia

Gli Stati Uniti trattano una quota del petrolio venezuelano: in gioco 90 miliardi di barili

L’intesa negoziata dal Segretario di Stato Marco Rubio con il governo ad interim di Delcy Rodríguez riguarda più di dieci giacimenti già produttivi. Se andasse in porto, porterebbe sotto controllo americano una quantità di greggio più che doppia rispetto a tutte le riserve degli Stati Uniti.

Grafica di FocusAmerica 27 agosto 2026

Riserve accertate, in miliardi di barili


  • 300 miliardi di barili — le riserve accertate del Venezuela, le maggiori al mondo.
  • 90 miliardi di barili — i giacimenti in trattativa con Washington.
  • 44 miliardi di barili — le riserve accertate degli Stati Uniti.


Le tre chiavi dell’accordo

1Perché adesso 2La cronologia 3Chi ottiene cosa

La riserva strategica

La scorta di emergenza americana è ai minimi da quarant’anni

Due guerre hanno stravolto l’offerta mondiale di greggio e spinto i prezzi verso l’alto. Washington ha svuotato la sua riserva di emergenza e ora cerca petrolio vicino a casa.

Marzo 2026 172

Il minimo dal 1982

milioni di barili

riserva strategica

Il prelievo dalla Riserva Strategica di Petrolio autorizzato per fronteggiare la chiusura dello Stretto di Hormuz.

Dopo quel prelievo la scorta americana è scesa al livello più basso da oltre quarant’anni.

Che cosa spinge la trattativa

  • 01La guerra contro l’IranLa chiusura dello Stretto di Hormuz ha strozzato le forniture e costretto gli Stati Uniti ad attingere alla scorta di emergenza.
  • 02La guerra in UcrainaIl secondo shock che ha riscritto le rotte del greggio e tiene i prezzi sotto pressione.
  • 03I pozzi venezuelani fermiDopo anni di cattiva gestione sotto Nicolás Maduro e, prima di lui, Hugo Chávez, i giacimenti hanno bisogno di capitali e tecnologia stranieri.


Otto mesi di pressione

Dalla cattura di Maduro al tavolo sul petrolio

Trump aveva cominciato a valutare in privato una partecipazione americana nei giacimenti prima ancora di ordinare l’arresto del presidente venezuelano.

  • 1999

    Hugo Chávez sale al potere. Comincia il lungo declino dell’industria petrolifera venezuelana, proseguito sotto Maduro.

  • 3 gennaio 2026

    Trump autorizza la cattura di Nicolás Maduro, che ora risponde di narcoterrorismo davanti a un tribunale di New York.

  • Febbraio 2026

    Il Segretario all’Energia Chris Wright visita gli impianti a Caracas insieme alla presidente ad interim Delcy Rodríguez.

  • Marzo 2026

    Il prelievo di 172 milioni di barili porta la Riserva Strategica ai minimi dal 1982.

  • Luglio 2026

    Alti funzionari del Dipartimento di Stato e del Pentagono incontrano a Caracas le controparti venezuelane sui dettagli dell’intesa.

  • 27 agosto 2026

    Due funzionari americani rivelano ad Axios la trattativa. La guidano Marco Rubio e Rodríguez; alla Casa Bianca ha un ruolo di primo piano Stephen Miller.

  • La prossima settimana

    Wright valuta un nuovo viaggio in Venezuela. Il suo dipartimento studia come far salire in fretta la produzione affidata alle aziende americane.


Lo scambio

Che cosa mette sul piatto ciascuna delle due parti

I dettagli sono ancora in discussione, ma lo scambio ha una forma già riconoscibile: Washington ottiene il controllo di una quota dei giacimenti, Caracas ottiene i capitali per rimetterli in funzione.

Washington

Ottiene riserve, e le sottrae ad altri

  • Una partecipazione in più di dieci giacimenti già produttivi.
  • 90 miliardi di barili di riserve accertate: più del doppio di quelle americane.
  • Giacimenti finora controllati da uomini della cerchia di Maduro, alcuni incriminati negli Stati Uniti, e da soggetti legati alla Cina.
  • Un pilastro della sicurezza energetica e del predominio americano nell’emisfero occidentale.


Caracas

Ottiene capitali e una quota dei ricavi

  • Lo sviluppo dei giacimenti da parte di società private, comprese aziende americane.
  • Una quota maggiore dei ricavi petroliferi destinata alle casse dello Stato.
  • La riattivazione di un settore lasciato in abbandono da anni di cattiva gestione.


Il nodo politicoRodríguez rischia l’accusa di svendere le risorse naturali del Paese. Per questo i tempi della firma restano incerti: Washington ha bisogno di quel petrolio, ma per ottenerlo deve convincere i venezuelani che il vantaggio non sarà soltanto americano.

Fonte: Axios, 27 agosto 2026 (trattativa e volumi in discussione); EIA per le riserve accertate degli Stati Uniti; stime OPEC ed EIA per le riserve del Venezuela.

La corsa all'accordo


A rendere più urgente la conclusione dell'intesa sono le guerre in corso contro l'Iran e in Ucraina, che hanno sconvolto l'offerta mondiale di greggio e spinto i prezzi verso l'alto. Pesa però anche il livello della Riserva Strategica di Petrolio degli Stati Uniti, sceso ai minimi dal 1982 dopo il prelievo di 172 milioni di barili autorizzato a marzo per fronteggiare la crisi provocata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. Il settore petrolifero venezuelano, dal canto suo, versa in condizioni di relativo abbandono dopo anni di cattiva gestione sotto Nicolás Maduro e, prima di lui, Hugo Chávez, salito al potere nel 1999.

La trattativa è guidata dal Segretario di Stato Marco Rubio e dalla presidente ad interim venezuelana Delcy Rodríguez. Il mese scorso alti funzionari del Dipartimento di Stato e del Pentagono hanno incontrato a Caracas le controparti venezuelane per discutere proprio i dettagli dell'intesa. Un ruolo di primo piano è svolto anche da Stephen Miller, vice capo di gabinetto della Casa Bianca. Trump aveva cominciato a valutare in privato una partecipazione americana nei giacimenti venezuelani ancora prima di autorizzare, il 3 gennaio, la cattura di Maduro, che ora deve rispondere dell'accusa di narcoterrorismo davanti a un tribunale di New York.

Il nodo politico


Per Trump, l'accordo potrebbe diventare uno dei risultati destinati a segnare la sua eredità politica: la sicurezza energetica degli Stati Uniti e il predominio americano nell'emisfero occidentale sono infatti i pilastri della cosiddetta "Dottrina Donroe". "Il presidente Trump è vicino a garantire il futuro energetico dell'America per le generazioni a venire, non soltanto negli Stati Uniti ma nell'intero emisfero", ha detto ad Axios il secondo funzionario.

La Casa Bianca sa tuttavia che Rodríguez potrebbe essere accusata di cedere agli Stati Uniti le risorse naturali del Venezuela. "Stiamo facendo tutto il possibile per mostrare come l'accordo andrà a beneficio del popolo venezuelano, perché sarà così", ha affermato uno dei funzionari. I tempi per la firma restano così incerti, ma il Segretario all'Energia Chris Wright, già recatosi a Caracas a febbraio per visitare gli impianti insieme a Rodríguez, sta valutando un nuovo viaggio in Venezuela la prossima settimana. Nel frattempo, il suo dipartimento studia come aumentare rapidamente la produzione affidata alle aziende americane. Washington ha assoluto bisogno di quel petrolio, ma per ottenerlo deve convincere i venezuelani che a trarne vantaggio non saranno soltanto gli Stati Uniti.

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La politica estera di Trump sta diventando sempre meno efficace


Per il politologo Daniel Drezner nel 2025 la forza americana bastava a strappare concessioni. Ora la guerra con l'Iran ha consumato armi e credibilità e Ottawa non teme più le minacce di Washington.

In una sola settimana l'amministrazione Trump ha mancato due obiettivi negoziali: non è riuscita a piegare l'Iran dopo quasi sei mesi di guerra e ha fatto saltare le trattative commerciali con il Canada, che ha risposto con i controdazi. Per l'analista di politica internazionale Daniel Drezner i due episodi hanno la stessa radice, cioè il fatto che la forza americana non spaventa più abbastanza da strappare concessioni.

Nel 2025 quella politica estera era già sbagliata e attuata male, scrive Drezner nella sua newsletter Drezner's World, ma qualche risultato lo otteneva lo stesso, perché la potenza americana restava abbastanza temibile da convincere altri governi a cedere qualcosa. Chi controlla l'esercito più forte del mondo riesce a ottenere una parte dei propri obiettivi anche con minacce approssimative. Un anno dopo quel margine si è esaurito.

Le scorte americane di intercettori missilistici si sono assottigliate al punto da non bastare più a dissuadere Russia e Cina. I reparti impegnati in missioni prolungate mostrano segni di logoramento. Il debito federale ha superato i 40 mila miliardi di dollari. I tentativi del segretario al Tesoro Scott Bessent (il ministro delle Finanze americano) di intervenire sul mercato dei titoli di Stato sono falliti.

Interrogato proprio su quegli interventi, il presidente ha risposto che lo strumento decisivo per intervenire sul mercato obbligazionario è la forza militare. Drezner considera quella risposta il sintomo di un modo di ragionare che riduce ogni problema a una questione di potenza militare e che, a suo giudizio, prepara altre umiliazioni per la politica estera americana.

A quasi sei mesi dagli attacchi contro l'Iran lanciati insieme a Israele e a 75 giorni dal voto che deciderà se il suo partito manterrà il controllo del Congresso, il presidente si trova in un conflitto senza sbocco. Non riuscendo a ottenere la resa di Teheran e a proclamare la vittoria che cercava, se la prende sempre più con gli alleati. Il Washington Post ha raccontato le minacce rivolte all'Oman e ad altri partner del Golfo, dettate anche dal timore di un'intesa separata tra l'Iran e i paesi della regione che riaprirebbe lo stretto. "Si trova in una situazione da cui non può uscire e, a differenza di tante altre cose in cui si è cacciato, questa volta nessuno può tirarlo fuori", ha detto al giornale Andrew Leber, studioso del Medio Oriente al Carnegie Endowment for International Peace, un centro studi di Washington.

La guerra ha consumato le risorse americane al punto che al presidente resta una sola opzione strategica, secondo Drezner: il ripiegamento. Se non può più imporsi sugli alleati, può disimpegnarsi e ritirarsi dal gioco. Le minacce ai paesi del Golfo, secondo l'analista, sono già un segnale in quella direzione.

Le trattative commerciali con il Canada sono saltate nella notte tra venerdì e sabato. Il primo ministro Mark Carney ha parlato alla nazione dicendo che l'amministrazione americana aveva preteso un "cattivo accordo" e che il presidente ha "calcolato male" alzando i dazi, sottovalutando la disponibilità dei canadesi a sopportare il danno economico. "Si è in guerra quando si viene attaccati e noi siamo stati attaccati", ha detto ai giornalisti a Ottawa. Sabato sono scattati dazi al 50% su 20 miliardi di dollari di merci canadesi, che si sommano a quelli già in vigore su acciaio, alluminio, legname e veicoli.

La ricostruzione di Politico, basata su interviste con più di una decina di funzionari canadesi e americani, lobbisti e associazioni imprenditoriali, descrive richieste dell'ultimo minuto e una squadra negoziale americana divisa. I funzionari statunitensi accusano Ottawa di aver aggiunto pretese in extremis, tra cui dazi più bassi sui camion pesanti. I canadesi indicano invece le rivalità interne all'amministrazione su chi controllasse i vari pezzi dell'intesa. Il segretario al Commercio Howard Lutnick ha ritenuto che l'impianto dell'accordo, messo a punto dall'ufficio commerciale guidato da Greer, gli fosse stato calato dall'alto pur riguardando materie di sua competenza. Nell'ultima settimana ha parlato più volte con Carney per messaggio e al telefono. Il Canada ha respinto richieste che a suo dire mettevano in discussione "la lingua francese e la nostra cultura" e la libertà di firmare accordi commerciali con paesi terzi. In gioco ci sono più di mille miliardi di dollari di scambi nordamericani, con il Messico che rischia di restare schiacciato in mezzo.

L'economia americana è dieci volte quella canadese e questo dovrebbe bastare a strappare concessioni a Ottawa. Con lo stesso ragionamento, però, gli Stati Uniti avrebbero già dovuto costringere l'Iran alla resa. I funzionari americani sembrano sorpresi e persino offesi dall'idea che altri paesi possano rispondere con le stesse armi: se Greer non si aspettava la ritorsione canadese, vuol dire che non era preparato ad affrontarla. L'amministrazione ha già fatto marcia indietro sui dazi quando sono saliti i prezzi della carne bovina, quindi anche un rincaro modesto potrebbe spingerla a cercare un compromesso di facciata.

La reputazione americana di fermezza nei negoziati si è logorata al punto che, anche se l'amministrazione non volesse cedere, è l'attesa canadese di un possibile cedimento a indebolire la pressione americana. Il risultato è uno stallo commerciale doloroso a meno di novanta giorni dalle elezioni di metà mandato, quelle che rinnovano il Congresso a metà del mandato presidenziale.


Il debito americano supera i 40mila miliardi e spaventa i mercati


Venerdì il rendimento dei titoli di Stato americani a trent'anni ha superato il 5,27%, in lieve rialzo rispetto al giorno precedente: un segnale che il piano del Segretario al Tesoro Scott Bessent per calmare i mercati non sta funzionando. La svendita di questa settimana ha spinto il costo del debito pubblico ai livelli più alti degli ultimi vent'anni e costretto il Dipartimento del Tesoro a un intervento straordinario. Mercoledì Bessent ha annunciato che dal 9 settembre più che raddoppierà i riacquisti di titoli, portandoli ad almeno 4 miliardi di dollari per operazione.

I rendimenti sono scesi per poche ore, poi hanno ripreso a salire. Dopo decenni di spesa senza freni, Washington potrebbe così presto trovarsi di fronte a scelte a lungo rinviate e politicamente indigeste, dalle quali pochi americani uscirebbero indenni. Il problema si riassume in due cifre. La prima è il debito nazionale, che mercoledì ha superato i 40mila miliardi di dollari, appena cinque mesi dopo aver raggiunto quota 39mila miliardi. La seconda è il disavanzo annuo: le proiezioni del Congressional Budget Office, l'ufficio di bilancio indipendente del Congresso, lo indicano a 1.900 miliardi per l'anno fiscale in corso. Nei primi dieci mesi ha già raggiunto 1.800 miliardi e il Washington Post stima che possa arrivare alla cifra record di 2.100 miliardi.

Gli Stati Uniti spendono più di mille miliardi di dollari l'anno soltanto per gli interessi sul debito pubblico, più di quanto destinino a Medicare, il programma sanitario per gli anziani. Nel 2010, invece, quella voce di spesa ammontava a meno di un quinto della cifra attuale. Quando cerca acquirenti per i propri titoli, il Tesoro deve inoltre competere con altri governi e con le imprese, in particolare con i colossi tecnologici che stanno costruendo l'infrastruttura americana dell'intelligenza artificiale. Questa concorrenza per i capitali consente agli investitori di chiedere rendimenti più elevati.

"È questo che il mercato obbligazionario sta segnalando: dovremo compiere scelte che danneggeranno la crescita", ha detto al Washington Post Adam Abbas, che gestisce 4 miliardi di dollari in obbligazioni per Oakmark Funds. "Abbiamo due leve: alzare le tasse o tagliare la spesa. Nessuna delle due è popolare e non lo sarà mai, ma prima o poi il problema dovrà essere affrontato". Marc Goldwein, direttore delle politiche del Committee for a Responsible Federal Budget, teme invece l'innesco di una spirale del debito, nella quale la spesa per interessi finisce per crescere più rapidamente dell'economia che dovrebbe sostenerla.

Stati Uniti · Conti pubblici

Il debito americano ha superato i 40mila miliardi, e il conto comincia ad arrivare

In dieci anni Washington ha accumulato più debito che nei due secoli precedenti. Il mercato obbligazionario chiede ora una scelta rinviata da decenni: alzare le tasse o tagliare la spesa.

Grafica di FocusAmerica 22 agosto 2026

Debito federale lordo degli Stati Uniti
40.050
miliardi di dollari
Dato del Dipartimento del Tesoro al 18 agosto 2026

5 mesi
per passare da 39mila a 40mila miliardi. Per i primi mille miliardi servirono quasi due secoli.

5,27%
il rendimento dei titoli a trent’anni: il costo del debito è ai massimi da vent’anni.

1.900 mld
il disavanzo previsto dal Congressional Budget Office per l’anno fiscale in corso.

La velocità del debito
Per i primi 10mila miliardi servirono 219 anni. Per gli ultimi ne sono bastati quattro e mezzo

Ogni barra misura il tempo impiegato ad accumulare 10mila miliardi di dollari di debito. Le soglie sono cadute il 30 settembre 2008, nel settembre 2017, all’inizio del 2022 e il 18 agosto di quest’anno.

Primi 10mila miliardi: 219 anni, dal 1789 al 2008, circa 46 miliardi l’anno. Dai 10mila ai 20mila: 9 anni, dal 2008 al 2017, circa 1.100 miliardi l’anno. Dai 20mila ai 30mila: quattro anni e mezzo, dal 2017 al 2022, circa 2.300 miliardi l’anno. Dai 30mila ai 40mila: quattro anni e mezzo, dal 2022 al 2026, circa 2.200 miliardi l’anno.

La lunghezza delle barre è proporzionale agli anni impiegati. Le ultime tre soglie, messe insieme, valgono meno di un decimo del tempo della prima.

Rispetto ai primi due secoli di storia americana, oggi Washington si indebita quasi cinquanta volte più in fretta.

La traiettoria
Nel 2030 il debito supera il record della seconda guerra mondiale

Il debito detenuto dal pubblico vale oggi il 101% del prodotto interno lordo. Dopo la guerra il Paese lo ridusse per trent’anni; alla fine degli anni Novanta i bilanci in pareggio di Bill Clinton lo portarono a un terzo del PIL. Il CBO prevede ora il 120% nel 2036.

Debito detenuto dal pubblico in percentuale del PIL: 106% nel 1946, 33% nel 2001, 101% nel 2026, 108% nel 2030, 120% nel 2036 secondo le proiezioni del Congressional Budget Office.

Passa il dito o il mouse sul grafico per leggere i valori anno per anno. A destra della linea del 2026 i dati sono proiezioni.

Chi lo detiene
Il Tesoro dice che il totale sovrastima il problema. Ma quattro quinti sono debito verso il mercato

Bessent ricorda che una parte del debito il governo la deve a se stesso, soprattutto ai fondi della previdenza sociale. Restano comunque 32.200 miliardi in mano a investitori esterni, un terzo dei quali all’estero.

I 40mila miliardimiliardi di dollari

32.200
7.800

32.200 miliardidetenuti dal pubblico: enti locali, imprese, investitori e governi stranieri 7.800 miliardidentro il governo federale, soprattutto nei fondi della previdenza sociale

Il debito verso il mercatosu 32.200 miliardi

55%
32%
14%

55% americanisoggetti pubblici e privati degli Stati Uniti 32% straniericirca 10.300 miliardi di dollari 14% Federal Reservetitoli acquistati dalla banca centrale

Il conto
Mille miliardi l’anno di soli interessi. E dal 2032 gli assegni previdenziali calano del 22%

Gli interessi sul debito hanno superato la spesa per Medicare e per la difesa: sono la seconda voce del bilancio federale, dopo la previdenza sociale. Nel 2010 costavano meno di un quinto di oggi.

Interessi netti sul debito, 20261.000 mld

Interessi netti sul debito, 2036 (proiezione CBO)2.100 mld

La previdenza sociale esaurisce le riserve nel quarto trimestre del 2032

Da quel momento le entrate correnti coprirebbero soltanto il 78% delle prestazioni previste. Il taglio sarebbe automatico e riguarderebbe tutti i beneficiari.

78% pagato
−22%

Assegni previsti oggiDal 2032

Secondo la stima del CBO comprensiva di interessi ed effetti macroeconomici, la legge fiscale approvata l’anno scorso aggiunge 4.700 miliardi ai disavanzi del prossimo decennio.

Fonte Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti (debito lordo al 18 agosto 2026); Congressional Budget Office, The Budget and Economic Outlook: 2026 to 2036 (febbraio 2026); Office of Management and Budget, Historical Tables, per la serie storica del debito in rapporto al PIL; Committee for a Responsible Federal Budget per la composizione del debito verso il mercato; Social Security Trustees Report (giugno 2026).
Nota Il rendimento dei titoli a trent’anni è quello di venerdì 21 agosto 2026. Le percentuali sulla composizione del debito verso il mercato sono arrotondate. I valori dal 2027 in poi sono proiezioni a legislazione vigente.

Un debito raddoppiato in dieci anni


Tra il 1789 e il 2016 il governo federale americano ha accumulato poco più di 19 mila miliardi di dollari di debito. Nei dieci anni successivi, durante le presidenze di Donald Trump e Joe Biden, se ne sono aggiunti altri 20 mila miliardi: in appena un decennio, il totale è quindi raddoppiato. Secondo il Congressional Budget Office (CBO), il debito detenuto dal pubblico equivale quest’anno al 101% del prodotto interno lordo e salirà al 120% entro il 2036, superando il record del 106% raggiunto all’indomani della Seconda guerra mondiale.

Alla fine degli Anni Novanta, tuttavia, Bill Clinton e un Congresso controllato dai repubblicani avevano chiuso quattro bilanci consecutivi in pareggio e il governo federale aveva cominciato a ridurre il debito. Nel 2001 il presidente della Federal Reserve Alan Greenspan tenne persino un discorso per avvertire che la possibile scomparsa dei titoli del Tesoro avrebbe potuto destabilizzare i mercati finanziari. Era convinto che quel momento sarebbe davvero arrivato. Poi è arrivato l'11 settembre ed è cambiato tutto di nuovo.

Storicamente parlando, i rapidi rialzi dei rendimenti tendono a propagarsi nel sistema finanziario in modi imprevedibili. Nel 2023 la Silicon Valley Bank fallì perché l'aumento dei tassi aveva aperto una voragine nel suo bilancio. Oggi, invece, i punti deboli potrebbero trovarsi altrove. Secondo i verbali della riunione della Fed del 28 e 29 luglio, il ricorso al denaro preso in prestito per finanziare gli investimenti da parte di alcuni dei maggiori hedge fund americani è "vicino ai massimi storici". Le compagnie di assicurazione sulla vita, tradizionalmente prudenti, detengono invece attività rischiose che sarebbe difficile liquidare rapidamente durante una crisi.

Rebecca Patterson, ex responsabile delle strategie di investimento di Bridgewater Associates e oggi al Council on Foreign Relations, invita a guardare anche oltre i confini americani, perché la prossima scossa potrebbe partire dalla Francia o dal Giappone. Alla fine di marzo il debito mondiale complessivo aveva raggiunto il record di 353mila miliardi di dollari, secondo l'Institute of International Finance, con un aumento di 4.400 miliardi in appena tre mesi. Già allora l'istituto segnalava che alcuni investitori stavano spostando capitali dai titoli americani verso quelli giapponesi ed europei.

Bessent sostiene invece che non vi sia "nulla di magico" nella soglia dei 40mila miliardi e che gli Stati Uniti possano crescere abbastanza da lasciarsi il problema alle spalle. In un'intervista alla CNBC ha attribuito parte del recente aumento del debito ai rimborsi dei dazi dopo che il 20 febbraio la Corte Suprema aveva bocciato, con 6 voti contro 3, i dazi d'emergenza imposti da Trump lo scorso anno, che fino a quel momento avevano generato oltre 160 miliardi di dollari di entrate. La questione dei rimborsi è ora all'esame della Corte del Commercio Internazionale. Il rappresentante per il Commercio Jamieson Greer, ha aggiunto Bessent, intende però applicare dazi di entità analoga e alla fine le entrate del 2026 dovrebbero risultare paragonabili a quelle del 2025.

Il Segretario sostiene inoltre che il debito complessivo sovrastimi la portata del problema, perché una parte è nelle mani dello stesso governo. Dei 40mila miliardi di dollari, oltre 32.200 miliardi sono detenuti dal pubblico — enti locali, imprese, investitori e governi stranieri — mentre circa 7.800 miliardi restano all'interno del governo federale, soprattutto nei fondi fiduciari come quello della previdenza sociale. Secondo il Committee for a Responsible Federal Budget, circa il 32% del debito detenuto dal pubblico appartiene a soggetti stranieri, il 55% a soggetti americani pubblici e privati e il 14% alla Federal Reserve.

Anche JD Vance assicura che una strategia esiste. "Bessent ha un piano molto discreto, sostenuto naturalmente dal presidente, per portare gli Stati Uniti al punto in cui l'economia possa crescere più rapidamente del proprio debito", ha detto il vicepresidente a Newsmax. Vance ha aggiunto che il Paese sarebbe già sulla buona strada e che la "bomba del debito" sarebbe stata ereditata dall'Amministrazione Biden.

In arrivo nuovi tagli alla spesa federale?


Il primo tentativo di ridurre la spesa pubblica, quello del Department of Government Efficiency di Elon Musk, ha però sconvolto ampi settori del governo federale senza riuscire a documentare i risparmi rivendicati. Bessent promette ora "diverse centinaia di miliardi di dollari" di nuovi risparmi grazie a una task force contro le frodi guidata dallo stesso Vance. Gli economisti di Barclays hanno però scritto ai propri clienti che, a meno di tre mesi dalle elezioni di novembre, il risanamento promesso difficilmente si concretizzerà.

In effetti, al Congresso il dibattito non va molto oltre le dichiarazioni di rito. Il senatore repubblicano dello Utah John Curtis, promotore di una proposta bipartisan per creare una Commissione incaricata di riportare il debito sotto il 100% del prodotto interno lordo entro il 2039, ha scritto su X che la spesa sconsiderata di Washington è immorale perché lascia il proprio conto a figli e nipoti. L'anno scorso, tuttavia, ha votato anche lui a favore della legge fiscale di Trump, che secondo la stima dinamica del CBO — comprensiva degli interessi e degli effetti macroeconomici — aggiungerà 4.700 miliardi di dollari ai disavanzi del prossimo decennio.

Altri parlamentari propongono una Commissione per salvare la previdenza sociale. Un rapporto pubblicato a giugno prevede che il fondo pensionistico esaurirà le proprie riserve nel quarto trimestre del 2032, un anno prima di quanto stimato in precedenza proprio per effetto della legge fiscale. Da quel momento le entrate disponibili permetterebbero di pagare soltanto il 78% delle prestazioni previste, con un taglio automatico del 22%.

Il senatore repubblicano della Louisiana Bill Cassidy, tra i promotori della proposta di legge, avverte però che nessuno dovrebbe aspettarsi da quella Commissione una soluzione per l'intero debito: prima di camminare, ha osservato, bisogna imparare a gattonare. Jason Fichtner, ex capo economista dell'agenzia previdenziale, non prevede un default né una bancarotta da parte dello Stato federale, ma un aumento del costo della vita per tutti.

Il timore che a saltare sia prima la Borsa


Il conto potrebbe però arrivare prima e da un'altra parte. In un commento pubblicato su MarketWatch, Brett Arends sostiene che gli Stati Uniti si trovino già dentro una bolla azionaria e che lo sfaldamento del mercato delle obbligazioni a lungo termine aumenti le probabilità di un suo imminente scoppio. Arends riprende i segnali elencati dall'ex governatore della Fed Bill Dudley e li riconduce a 3 elementi: valutazioni azionarie fuori scala, qualunque sia il parametro utilizzato, un boom finanziario dell'intelligenza artificiale che presenterebbe le dinamiche tipiche di uno schema Ponzi e il rialzo dei tassi a lungo termine.

Il terzo elemento è decisivo per un principio fondamentale della finanza aziendale: il rendimento dei titoli del Tesoro rappresenta, infatti, il tasso privo di rischio sul quale vengono valutate tutte le altre attività finanziarie. Se aumenta, spinge verso l'alto anche i rendimenti richiesti dagli investitori per acquistare azioni e obbligazioni societarie. Secondo Arends, il circuito finanziario dell'intelligenza artificiale è ancora più fragile. Citando una ricerca di Goldman Sachs, sostiene che oltre il 40% dell'aumento degli utili delle società dell'indice S&P 500 nel secondo trimestre sia derivato dalle plusvalenze sulle partecipazioni in aziende del settore.

I risultati trimestrali danno un'idea delle dimensioni del fenomeno. Gli utili complessivi dell'indice sono cresciuti del 52%, ma senza quelle plusvalenze l'aumento si riduce al 33%. Nel solo trimestre Amazon ha contabilizzato 53,4 miliardi di dollari di proventi non operativi prima delle imposte, dovuti in gran parte alla partecipazione in Anthropic, mentre Alphabet ha registrato 77,1 miliardi di dollari di plusvalenze non realizzate su titoli azionari.

Il rialzo delle quotazioni, in altre parole, viene contabilizzato come utile e quell'utile diventa poi un argomento per giustificare un ulteriore aumento delle quotazioni. Matt Miskin, corresponsabile delle strategie di investimento di Manulife John Hancock Investments, riassume il trimestre con un vecchio detto: gli utili sono un'opinione, mentre il flusso di cassa è un dato di fatto. Dal punto di vista della liquidità, osserva, molte delle maggiori aziende tecnologiche sono oggi in rosso perché stanno spendendo somme enormi per costruire nuovi data center. Per finanziare questi investimenti hanno dovuto emettere obbligazioni e persino nuove azioni.

Arends ricorda infine che cosa accadde l'ultima volta che gli investitori cominciarono a dubitare di poter recuperare il proprio denaro: prima Dubai, alla fine del 2009, poi Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna. Dai massimi del 2007, i mercati azionari di quei Paesi persero tra il 65% e l'85% in dollari, prima di toccare il fondo intorno al 2012. Nessuno conosce il giorno né l'ora di un nuovo crollo del mercato, conclude Arends. Chi avvertiva dei pericoli alla fine degli anni Novanta e a metà degli anni Duemila ebbe ragione soltanto dopo essere sembrato in errore per molto tempo.


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La destra americana vuole limitare le cariche pubbliche ai soli cittadini nati negli Usa


Dall'Alabama al Congresso, cresce tra i repubblicani la spinta a escludere naturalizzati e doppi cittadini da incarichi elettivi e federali, nonostante i forti dubbi sulla costituzionalità di queste misure.

Per gran parte della storia americana, diventare cittadini ha significato acquisire il diritto di partecipare a quasi ogni aspetto della vita civica: votare, far parte di una giuria e candidarsi a qualsiasi carica, con la sola grande eccezione della presidenza. Ma secondo un'analisi pubblicata sull'Atlantic, in Alabama e in altri Stati alcuni legislatori repubblicani vogliono ora introdurre una ulteriore distinzione: i cittadini naturalizzati non dovrebbero avere lo stesso diritto di ricoprire cariche pubbliche di chi è nato negli Stati Uniti.

Quest'anno in Alabama, Kentucky e Tennessee sono state presentate proposte per riservare ai cittadini nati nel Paese la possibilità di candidarsi a governatore, parlamentare statale, sceriffo e ad altre cariche elettive. Un'idea un tempo confinata ai margini ha così guadagnato spazio nel dibattito politico tra i repubblicani. In Alabama la misura era stata presentata sotto forma di emendamento alla Costituzione statale: se approvata dal Parlamento, avrebbe dovuto essere sottoposta agli elettori il 3 novembre. La proposta, però, non è mai stata esaminata dalla Commissione competente del Senato ed è rimasta bloccata fino alla conclusione della sessione legislativa ad aprile.

Al Congresso almeno 5 deputati repubblicani hanno sponsorizzato misure per escludere i cittadini naturalizzati o con doppia nazionalità dalla magistratura federale, dagli incarichi di governo, dalle ambasciate e dallo stesso Congresso. La Florida ha invece già approvato una legge che obbliga i candidati a diverse cariche statali e federali a dichiarare se possiedono un'altra cittadinanza, la prima norma di questo tipo ad essere approvata da uno Stato.

Cittadinanza · Diritti politici

Alcuni repubblicani vogliono vietare ai cittadini naturalizzati di candidarsi

Possono votare, pagare le tasse e far parte di una giuria. In tre Stati e al Congresso sono state presentate proposte perché non possano più candidarsi a una carica pubblica.

Grafica di FocusAmerica Dati aggiornati ad agosto 2026

Il Congresso degli Stati Uniti · 535 seggi

Ogni punto è un seggio. L'arco esterno è la Camera, quello interno il Senato. In blu gli eletti nati fuori dagli Stati Uniti.

Camera 0 su 435 seggi
Senato 0 su 100 seggi

Nati negli Stati Uniti Nati all'estero Il seggio di Bernie Moreno

In tutto 32 membri del Congresso sono nati fuori dagli Stati Uniti. La maggioranza è democratica, ma tra loro ci sono anche repubblicani nati a Cuba, in Ucraina e in Messico.

Dove si muove la campagna

Tre Stati ci hanno provato, solo la Florida ha approvato una legge


Le proposte vogliono riservare le cariche elettive a chi è nato nel Paese. Tocca la riga per leggere che cosa prevede ciascuna misura.

Il paradosso dell'Alabama

Lo Stato da cui parte la battaglia è tra quelli con meno residenti nati all'estero. L'ex deputato repubblicano Mo Brooks l'ha definita una delle mosse tattiche più stupide mai viste: dire a una parte degli americani che non può candidarsi è il modo più sicuro per non ottenere mai il loro voto.

0 Cittadini naturalizzati che vivono in Alabama
0 La quota che rappresentano sulla popolazione

Come è nata

Dalla cerimonia nello Studio Ovale ai post su Truth Social


Quattro passaggi che spiegano come un'idea di margine sia entrata nel dibattito repubblicano. Tocca una tappa per aprirla.

Il muro costituzionale

I requisiti per candidarsi ci sono già, e nessuno può aggiungerne altri


Per entrare alla Camera la Costituzione chiede due sole cose.

Sono requisiti esclusivi: né i singoli Stati né il governo federale possono aggiungerne altri con una legge ordinaria. Il senatore repubblicano dell'Ohio Bernie Moreno, nato in Colombia, non potrebbe essere eletto se passasse la proposta della deputata Nancy Mace.

«È incredibilmente brutto, stupido e incostituzionale»

Pamela Karlan, professoressa di diritto alla Stanford University, intervistata da The Atlantic


32 membri del Congresso sono nati fuori dagli Stati Uniti: 26 alla Camera e 6 al Senato. In Alabama, Kentucky e Tennessee sono state presentate proposte per riservare le cariche elettive a chi è nato nel Paese; la Florida ha già approvato l'obbligo di dichiarare un'eventuale seconda cittadinanza. L'Alabama, da cui parte la battaglia, conta circa 77.000 cittadini naturalizzati, l'1,5% della popolazione. Per la Camera la Costituzione chiede 25 anni di età e 7 anni di cittadinanza.

Fonte Elaborazione FocusAmerica su analisi di The Atlantic e registri del Congresso. La disposizione dei seggi negli emicicli è schematica: le posizioni dei singoli eletti sono distribuite a scopo illustrativo.

Il fattore Mamdani


Ad alimentare la campagna, scrive l'Atlantic, è anche l'ascesa di una nuova generazione di politici nati all'estero, a cominciare dal sindaco di New York Zohran Mamdani, nato in Uganda da genitori di origine indiana e diventato uno dei bersagli preferiti della destra. Il Segretario di Stato dell'Alabama Wes Allen ha citato apertamente la sua candidatura quando ha avanzato l'idea di escludere i naturalizzati dalle cariche pubbliche: "Vogliamo assicurarci che nessuna potenziale influenza o ingerenza straniera possa condizionare i più alti dirigenti eletti del nostro Stato".

Ma su questa campagna ha pesato anche la battaglia giudiziaria di Donald Trump sulla cittadinanza per diritto di nascita. Dopo che la sua Amministrazione non è riuscita a convincere la maggioranza della Corte Suprema della costituzionalità dell'ordine esecutivo che limitava la cittadinanza dei bambini nati negli Stati Uniti da genitori privi di status legale, Trump ha scritto che avrebbe cercato altre strade "in Congresso attraverso la legislazione". Alcuni suoi alleati hanno quindi cominciato a prendere di mira anche i diritti politici dei cittadini naturalizzati.

Durante il suo primo mandato, nel 2019, Trump aveva accolto cinque immigrati regolari alla Casa Bianca per quella che definì la prima cerimonia di naturalizzazione nello Studio Ovale, celebrando "la bellezza e la maestà della cittadinanza americana". "Non importa dove comincia la nostra storia, che siamo la prima o la decima generazione, siamo tutti uguali", disse. Ad aprile di quest'anno ha invece scritto su Truth Social che "se importi il Terzo Mondo, diventi il Terzo Mondo" e poche settimane dopo ha rilanciato il post di un podcaster di destra che metteva in dubbio la lealtà dei naturalizzati e dichiarava finita "l'idea del melting pot".

"Una sola fedeltà: l'America"


La deputata repubblicana Nancy Mace, che ha presentato diverse proposte per escludere cittadini naturalizzati e doppi cittadini dal Congresso, dalla magistratura federale e da decine di incarichi federali, ha scritto in un editoriale su Newsweek: "Quando vedi uno schema ricorrente di funzionari nati all'estero che hanno dimostrato più volte di non essere America First, cosa c'è di sbagliato nel volerli fuori dal potere?". Interpellata dall'Atlantic, ha aggiunto che gli americani "meritano di sapere che chi detiene questo potere abbia una sola fedeltà: l'America", senza però indicare quali rischi concreti le sue proposte intendano affrontare.

Ad agosto, dopo la vittoria di Abdul El-Sayed nelle primarie democratiche per il Senato in Michigan, Mace ha scritto che "ogni singolo musulmano con una carica pubblica in America è un cavallo di Troia". Il senatore dell'Alabama Tommy Tuberville, oggi candidato governatore del suo Stato, ha affermato in aula che "l'Islam non è una religione, è un culto della morte" e ha proposto nuovi requisiti ideologici per ottenere la cittadinanza.

Secondo i registri del Congresso, 26 deputati e 6 senatori sono nati fuori dagli Stati Uniti, anche se alcuni sono figli di cittadini americani che vivevano all'estero. La maggioranza di loro è democratica, ma tra loro figurano anche esponenti repubblicani nati a Cuba, in Ucraina e in Messico. Il senatore dell'Ohio Bernie Moreno, nato in Colombia, non potrebbe essere eletto se venisse approvata la proposta di legge di Mace. Moreno ha però presentato a sua volta, senza cofirmatari, un disegno di legge per vietare agli americani di possedere una seconda cittadinanza. "Non è una questione personale", ha risposto Mace quando le è stato fatto notare che la sua proposta colpirebbe anche Moreno e altri repubblicani. "Riguarda lo standard che vogliamo per chi esercita un potere enorme sul popolo americano".

"Brutto, stupido e incostituzionale"


La Costituzione stabilisce già i requisiti necessari per essere eletti al Congresso: per la Camera, per esempio, occorre avere almeno 25 anni ed essere cittadini statunitensi da almeno sette anni. Si tratta di requisiti "esclusivi", ha spiegato all’Atlantic Pamela Karlan, professoressa di diritto alla Stanford University: né i singoli Stati né il governo federale possono introdurne di ulteriori attraverso una legge ordinaria. Ancora più netto il suo giudizio sul contesto politico in cui si inserisce la proposta: "È incredibilmente brutto, stupido e incostituzionale".

Ma anche i giudici che hanno ostacolato alcune iniziative dell'Amministrazione sono diventati bersagli di questa campagna. Quando a giugno la giudice federale Sparkle Sooknanan ha stabilito che il governo aveva "consapevolmente calpestato i diritti alla privacy dei cittadini americani" attraverso una banca dati federale sulla cittadinanza, il deputato repubblicano Abe Hamadeh ha presentato articoli di impeachment contro di lui sottolineando che Sooknanan possiede la doppia cittadinanza americana e di Trinidad e Tobago. Stephen Miller, principale artefice della stretta sull'immigrazione, ha scritto sarcasticamente che "la giudice Sparkle decreta che l'America appartiene a qualsiasi migrante casuale del pianeta".

L'ex deputato repubblicano dell'Alabama Mo Brooks, che pure sostiene gran parte dell'agenda migratoria di Trump, ha definito la strategia contro i cittadini naturalizzati come "una delle mosse tattiche più stupide che abbia mai visto fare a dei politici": dire a una parte degli americani che non può candidarsi, ha osservato, è il modo più sicuro per non ottenere mai il loro voto. L'Alabama conta circa 77.000 cittadini naturalizzati, pari all'1,5% della popolazione, ed è tra gli Stati con la più bassa quota di residenti nati all'estero. Un luogo insolito da cui far partire questa battaglia, osserva il politologo Steven Taylor della Troy University:

"A un certo livello sembra incredibilmente banale. A un altro sembra piuttosto serio, perchè dimostra il nazionalismo inquietante che attraversa oggi la nostra politica".


Carlos Alemán, nato in Nicaragua ed eletto nel 2020 nel consiglio comunale di Homewood, in Alabama, ha raccontato all'Atlantic quanto sia estenuante vedere continuamente messa in discussione la propria lealtà: "Sembra parte di un progetto per considerare chiunque non sia nato qui indegno dei pieni diritti della cittadinanza". Alemán ha deciso di non ricandidarsi. Se queste proposte diventassero realtà, i suoi figli crescerebbero in un Paese in cui il padre è abbastanza americano per votare, pagare le tasse e crescere una famiglia, ma non abbastanza per rappresentare la comunità a maggioranza bianca che lo ha eletto.

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Trump ha continuato a comprare e vendere titoli petroliferi durante la guerra con l'Iran


Secondo CBS News, i conti del presidente hanno effettuato operazioni per centinaia di migliaia di dollari nel settore energetico. La Casa Bianca assicura che gli investimenti sono stati gestiti in modo indipendente.

Donald Trump ha continuato a comprare e vendere azioni di società petrolifere e del gas mentre conduceva la guerra contro l'Iran. È quanto emerge dalle dichiarazioni patrimoniali depositate fino al secondo trimestre del 2026 e analizzate da CBS News. Tra l'inizio del conflitto, la tregua e la ripresa dei combattimenti, i conti di Trump hanno effettuato operazioni su titoli energetici per centinaia di migliaia di dollari, secondo i dati più recenti dell'Office of Government Ethics (OGE), l'organismo che raccoglie le dichiarazioni finanziarie dei funzionari federali.

Il portafoglio del presidente è molto ampio, con posizioni in tutti gli 11 principali settori di Borsa. Una precedente inchiesta di CBS News aveva calcolato che nei primi tre mesi dell'anno i suoi conti avevano effettuato circa 3.600 operazioni su azioni e altri titoli, per un valore complessivo compreso tra 212 e 695 milioni di dollari.

I democratici della Commissione economica congiunta del Congresso hanno stimato questa settimana che il valore delle partecipazioni di Trump in società petrolifere e del gas sia passato da una forchetta di 13-46 milioni di dollari all'inizio dell'anno a 17-61 milioni a metà agosto: un aumento medio del 39%, con un potenziale incremento di valore fino a 15,5 milioni di dollari. Nello stesso rapporto stimano inoltre acquisti fino a 3,6 milioni nel primo trimestre, comprese azioni Chevron comprate nelle settimane successive all'operazione statunitense in Venezuela.

Le dichiarazioni obbligatorie riportano soltanto intervalli di valore, non cifre esatte. La stima dei democratici si basa inoltre sulle partecipazioni dichiarate per il 2025 e non tiene conto delle operazioni successive. Nel frattempo i titoli energetici sono saliti sensibilmente, in un periodo che comprende sia l'operazione americana in Venezuela di inizio gennaio sia la guerra con l'Iran, cominciata alla fine di febbraio.

Conflitti di interesse

Trump ha comprato e venduto azioni petrolifere mentre conduceva la guerra all’Iran

Le dichiarazioni patrimoniali del presidente mostrano operazioni su titoli energetici per centinaia di migliaia di dollari nei mesi del conflitto con Teheran. Le sue partecipazioni nel settore sono cresciute in media del 39%.

Grafica di FocusAmerica

1L’operazione chiave

Il 7 aprile Trump annuncia la tregua con l’Iran. Lo stesso giorno i suoi conti vendono ExxonMobil.


Il grafico dell’andamento del titolo richiede JavaScript.

La vendita, tra e di dollari, risulta dichiarata il giorno stesso dell’annuncio, arrivato in serata a mercati chiusi.

2Il portafoglio

A metà agosto le partecipazioni in petrolio e gas valevano fino a 61 milioni di dollari


Le dichiarazioni obbligatorie non riportano cifre esatte ma intervalli di valore: per questo ogni barra ha un minimo e un massimo.

Il grafico delle partecipazioni richiede JavaScript.

l’aumento medio del valore delle partecipazioni tra gennaio e agosto
il potenziale incremento di valore, nell’ipotesi più alta

operazioni su azioni e altri titoli nel primo trimestre
il controvalore complessivo di quelle operazioni
gli acquisti stimati nel settore energia nel primo trimestre

3La cronologia

Otto mesi tra guerra, tregua e compravendite


Guerra e politica Mercati e portafoglio
Inizio gennaio Gli Stati Uniti conducono un’operazione militare in Venezuela. Nelle settimane successive i conti del presidente comprano azioni Chevron: rientrano nella stima diffusa dai democratici del Congresso. Fine febbraio Comincia la guerra con l’Iran. Nei mesi del conflitto i titoli energetici salgono sensibilmente e le compagnie petrolifere quotate registrano forti profitti, con il petrolio a prezzi elevati. 7 aprile I conti di Trump vendono ExxonMobil. In serata il presidente annuncia il cessate il fuoco. L’Office of Government Ethics impone di dichiarare entro 45 giorni le operazioni sopra i 1.000 dollari: alcune comunicazioni di Trump relative al 2026 sono arrivate in ritardo. 8 aprile ExxonMobil apre in forte calo rispetto alla chiusura del giorno prima. Nella prima metà dell’anno i conti del presidente comprano e vendono anche Chevron, ConocoPhillips e altre società del settore per centinaia di migliaia di dollari. Dopo la tregua I combattimenti riprendono. Le operazioni sui titoli energetici proseguono per tutto il periodo, secondo le dichiarazioni depositate fino al secondo trimestre. Metà agosto Le partecipazioni in petrolio e gas sono stimate tra 17 e 61 milioni di dollari. Questo mese lo stesso Trump, riferendosi a ExxonMobil e Chevron, ha detto che «stanno guadagnando troppo».

4Il confronto

Nessuno dei tre predecessori deteneva singole azioni


Donald TrumpDetiene direttamente singole azioni: ha scelto di non collocare i propri beni in un trust Sì
Joe BidenNon possedeva singole azioni No
Barack ObamaDeteneva soprattutto fondi e titoli del Tesoro No
George W. BushAffidò i propri beni a un trust No

La legge consente a presidente, parlamentari e funzionari federali di detenere e negoziare singole azioni. Esponenti di entrambi i partiti hanno proposto divieti più stringenti.

La replica. Secondo la Casa Bianca il portafoglio del presidente è gestito in modo indipendente da istituzioni finanziarie terze, attraverso modelli che replicano indici riconosciuti, senza che Trump possa influenzare le singole decisioni.

Nota. Le dichiarazioni patrimoniali riportano intervalli di valore, non cifre esatte. La stima sul portafoglio energetico si basa sulle partecipazioni dichiarate per il 2025 e non tiene conto delle operazioni successive.

Fonte: analisi CBS News sulle dichiarazioni depositate all’Office of Government Ethics; stime dei democratici della Commissione economica congiunta del Congresso — agosto 2026.

Exxon venduta il giorno del cessate il fuoco


L'operazione più rilevante individuata da CBS News risale al 7 aprile, giorno in cui Trump annunciò il cessate il fuoco con l'Iran. I suoi conti vendettero azioni ExxonMobil per un valore compreso tra 500.000 e un milione di dollari. Il titolo chiuse quella seduta a 163,91 dollari, prima dell'annuncio serale, e il giorno successivo aprì in calo del 6,5%, a 153,52 dollari. Nella prima metà dell'anno il presidente ha comprato e venduto anche azioni di Chevron, ConocoPhillips e altre società del settore petrolifero per centinaia di migliaia di dollari. L'OGE impone di dichiarare entro 45 giorni le operazioni superiori a 1.000 dollari e Trump ha presentato in ritardo alcune comunicazioni relative al 2026.

La Casa Bianca sostiene che il presidente non abbia alcun ruolo nelle operazioni. "Il portafoglio di azioni e obbligazioni del presidente Trump è gestito in modo indipendente da istituzioni finanziarie terze", ha dichiarato il portavoce Davis Ingle. Secondo la Casa Bianca, i conti sono affidati alla gestione discrezionale di soggetti esterni e gli investimenti vengono effettuati attraverso modelli informatici che replicano indici riconosciuti, come lo Schwab 1000, senza che Trump o altri membri della famiglia possano indirizzare o influenzare le singole decisioni.

Trump ha tuttavia scelto di non collocare i propri beni in un trust. La detenzione diretta di singole azioni, anziché esclusivamente di fondi indicizzati, comporta quindi il mantenimento di partecipazioni riconoscibili in settori interessati dalle decisioni dell'amministrazione. Quando CBS News aveva esaminato a giugno le operazioni precedenti, alcuni gestori avevano attribuito almeno una parte degli scambi a una strategia fiscale. David Salem, gestore di Hedgeye Asset Management, aveva parlato di una "classica attività di vendita delle perdite a fini fiscali": cedere titoli in perdita per compensare plusvalenze realizzate altrove.

"Stanno guadagnando troppo"


La guerra ha favorito forti profitti per le compagnie petrolifere quotate, anche visti i prezzi del petrolio così elevati. All'inizio del mese lo stesso Trump, riferendosi a ExxonMobil e Chevron, ha affermato che "stanno guadagnando troppo". Donald Sherman, presidente dell'organizzazione per la trasparenza Citizens for Responsibility and Ethics in Washington (CREW), ha detto a CBS News che il presidente non dovrebbe beneficiare personalmente dell'aumento dei prezzi del petrolio. "Non importa se scambia i titoli lui stesso: il presidente ha il dovere di evitare conflitti di interesse tra le sue finanze e ciò che è meglio per gli americani".

La legge attuale consente al presidente, ai parlamentari e ai funzionari federali di detenere e negoziare singole azioni, anche se esponenti di entrambi i partiti hanno proposto di introdurre divieti più stringenti. Trump, che Forbes stima possieda un patrimonio di 6,5 miliardi di dollari, è molto più esposto direttamente al mercato azionario rispetto ai suoi immediati predecessori: George W. Bush ricorse a un trust, Barack Obama deteneva soprattutto fondi e titoli del Tesoro e Joe Biden non possedeva singole azioni.

Le operazioni nel settore energetico rappresentano soltanto una piccola parte del patrimonio complessivo di Trump. Sono però anche quelle in cui gli interessi finanziari del presidente si intrecciano più direttamente con le decisioni di politica estera e militare adottate dall’Amministrazione che lui stesso guida, esponendolo quindi più di altri investimenti al rischio di potenziali conflitti di interesse. Una questione sulla quale un’eventuale futura maggioranza democratica al Congresso potrebbe avere particolare interesse ad avviare indagini.

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Il 24 agosto 2026 l’Ucraina ha celebrato 35 anni di indipendenza, per la quinta volta durante la guerra su vasta scala iniziata con l’invasione russa del 2022: un anniversario che cade mentre il Paese continua a difendere quella stessa libertà.

A Kyiv si è riunita la Coalizione dei Volenterosi, mentre l’Europa ha rafforzato il sostegno alla difesa ucraina. Zelensky lo ha ribadito: l’Ucraina vuole la pace, non la resa. E la pace, quella vera e duratura, non si costruisce trasformando la sovranità di un popolo in merce di scambio.

Enrico è a Odesa per Volt, insieme al Movimento Europeo di Azione Nonviolenta nella sua 20ª missione in Ucraina, per chiedere nuovamente l’istituzione dei Corpi Civili di Pace Europei: uno strumento di partecipazione civile, prevenzione dei conflitti e costruzione della pace, complementare a una vera difesa comune europea.

Perché per Volt sostenere l’Ucraina significa tenere insieme sicurezza, solidarietà e pace.

Ora l’Europa deve mantenere gli impegni, rafforzare il sostegno e trattare la difesa dell’Ucraina come parte della propria sicurezza: la libertà ucraina è anche una misura concreta della credibilità europea. 🇺🇦🇪🇺

#Ucraina #Odesa #Pace #UnioneEuropea #StandWithUkraine #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Release sealed documents in Herridge reporter’s privilege case


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Dear Friend of Press Freedom:

We want to see the sealed documents a judge considered when imposing an $800-per-day fine on journalist Catherine Herridge for refusing to identify a source. Plus, a ubiquitous contract clause is making freelancers’ work more risky, the Pentagon has a journalist burn book, and conservatives are sounding the alarm about Donald Trump’s FCC.

FPF demands unsealing of documents in reporter’s privilege case


Investigative journalist Catherine Herridge was held in contempt of court for refusing to divulge sources for her reporting at Fox News on an investigation of a scientist and university president with alleged ties to the Chinese military, leading to a (currently paused) $800-per-day fine. The court’s misguided ruling may have been informed by documents about the FBI’s probe into the scientist that were filed under seal, even though the investigation is over and the documents aren’t classified. This week, Freedom of the Press Foundation (FPF) filed a motion to unseal those documents.

“The public deserves to see the documents behind this ruling and judge for itself whether the facts warrant undermining journalist-source confidentiality,” FPF Senior Adviser Caitlin Vogus said. “It’s especially galling that while the court demands Herridge reveal her sources, it keeps the basis for its own decision secret.”


Trump’s new scheme: suing for damages when his policies are criticized


Last week, Trump threatened the Center for American Progress with a $5 billion defamation lawsuit, alleging he was personally defamed by the think tank’s report concluding that his administration’s deployment of the National Guard to various U.S. cities did not reduce crime.

Trump’s attempt to turn criticism of government policy into a personal attack he can profit from in court isn’t just petty and self-involved — it undermines the First Amendment and long-standing principles at the heart of our democracy, FPF’s Vogus writes.


Oppressive clause in freelancer contracts chills journalism


Indemnification clauses are a common feature of freelancer contracts, placing freelancers on the hook for legal fees and judgments arising from their articles, even if they did nothing wrong. These clauses are terrible for journalism — making reporters less likely to submit stories that might aggravate their subjects — and don’t actually do anything to shield outlets from liability.

As more reporters get laid off from their full-time jobs and publications rely increasingly on freelancers, FPF Chief of Advocacy Seth Stern writes that it’s past time for them to cut these clauses out of freelance contracts.


Pentagon blacklists journalists


The U.S. Central Command maintains a secret blacklist of journalists whose questions the press office has decided to “disregard,” The Intercept revealed this week — one of many steps the Pentagon has taken during Defense Secretary Pete Hegseth’s tenure to vilify the press and obstruct its work.

Stern told The Intercept, “This should put to rest the Pentagon’s prior claims that its anti-press policies — like its infamous requirement that reporters sign pledges to only print authorized information — are somehow content neutral.”


Why Republicans should hate what the FCC is doing


Federal Communications Commission Chair Brendan Carr, a super-loyalist to the president known to wear Trump’s gilded face as a lapel pin, has made clear that he views the agency’s role as furthering Trump’s agenda. But his actions, including threatening ABC’s licenses over their content decisions, shouldn’t just scare those who are anti-Trump — he’s creating a precedent for the next president’s FCC to engage in similar censorship.

FPF Executive Director Trevor Timm runs down the dangers of this FCC’s actions for Americans of all political stripes, and the conservatives who are sounding the alarm about it.


Federal health agencies won’t talk to the press


Healthcare reporters have been dealing with widespread stonewalling from government agencies. In a live webinar next Tuesday, Sept. 1, hosted by FPF and the Association of Health Care Journalists, Vogus and three healthcare reporters will talk about why these problems persist, how reporters can overcome the stonewalling to get to the story, and what the public can do to push for greater transparency.


A red square reading "The Penlight Prize for excellence in paywall-free public records reporting," "$25K prize" and "submissions accepted until 9/1/26"

What we’re reading


Pentagon fires Stars and Stripes leaders who criticized DOD’s interference

The Washington Post
Hegseth’s conduct is unbecoming of the First Amendment. Stars and Stripes exists to produce independent journalism. When their team expressed concern over government censorship, the Pentagon went to war ... with the truth.


Mark Ruffalo links Paramount to Oracle’s Israeli military ties. The studio calls remarks ‘antisemitic’

The Hollywood Reporter
Larry Ellison said he wants to surveil everyone — Jewish, Palestinian, or neither — to keep us on our best behavior. It’s not antisemitic to talk about how his government-subsidized surveillance, war, and “scary technology” businesses may impact his family’s media outlets.


AP, Reuters call for accountability on anniversary of Gaza strike that killed journalists

The Associated Press
Israel is killing journalists for exposing its atrocities in Gaza, while the money and weapons to do it keep flowing from the U.S. News outlets need to keep pushing for accountability and access.


This mysterious ‘astroturf’ group popped up to defend the Paramount merger

The Intercept
There is no real grassroots support for Trump steering more media outlets to the Ellison family, but an astroturfing firm that previously partnered with Flock Safety wants you to believe otherwise.


ChatGPT gets all up in your iMessages

FPF Digital Security Digest
ChatGPT can now send messages on your behalf, using Messages for macOS. Our security training team digs into how it works, and what it all means for the privacy of our conversations.

A flyer for an online panel discussion on September 1 titled "Federal health agencies won't talk to the press. What now?"


freedom.press/issues/release-s…

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Hormuz resta minato: Trump dice il contrario, ma gli alleati non ci credono


I Paesi della regione chiedono una missione internazionale di sminamento, mentre il CENTCOM sostiene che le rotte siano già diventate sicure. Intanto il costo della guerra pesa anche sugli arsenali americani nel Pacifico.

Lo Stretto di Hormuz, il passaggio attraverso cui prima della guerra tra Stati Uniti e Iran transitava circa il 20% del petrolio mondiale, è ancora minato. Lo hanno riferito a Bloomberg fonti a conoscenza del dossier, secondo le quali non tutte le mine posate dall'Iran — tra 80 e 150, secondo le stime degli alleati — sono state neutralizzate. Questo nonostante Donald Trump abbia dichiarato più volte che la Marina americana ha completamente bonificato l'area. Le operazioni sarebbero state complicate dalle correnti, che hanno spostato alcuni ordigni rispetto ai punti in cui erano stati posati.

Gli alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente insistono per una missione internazionale di sminamento su larga scala, con navi e aerei, ritenendola l'unico modo per restituire piena fiducia agli armatori. Il Comando Centrale americano (CENTCOM), responsabile delle operazioni militari nella regione, sostiene invece che le rotte internazionali nello stretto non presentino pericoli per la navigazione. È la stessa linea di Trump, che ha ripetuto in più occasioni che Hormuz è sicuro, anche nel tentativo di stabilizzare il mercato dell'energia in vista delle elezioni di metà mandato di novembre.

Il 25 agosto Trump ha affermato ancora una volta che lo Stretto è completamente aperto alla navigazione e che le mine iraniane nelle acque internazionali sono state distrutte o disinnescate. "L'Iran è stato avvisato che qualsiasi nave o imbarcazione che poserà nuove mine sarà immediatamente e sistematicamente distrutta", ha aggiunto, precisando che gli Stati Uniti mantengono lo stretto sotto sorveglianza continua.

In precedenza Axios aveva rivelato che Washington ha creato un corridoio riservato attraverso il quale ogni notte transitano tra le 15 e le 20 petroliere, per un totale di circa 10 milioni di barili di greggio. Secondo le fonti di Axios, i Guardiani della Rivoluzione possono ancora ostacolare il traffico, ma non controllano più il passaggio. Trump ha parlato di "enormi quantità di petrolio" tornate a uscire dal Medio Oriente e ha detto che, una volta conclusa la guerra, dichiarerà lo stretto "americano".

L'Iran aveva chiuso Hormuz dopo i massicci attacchi statunitensi sul suo territorio, provocando un'impennata dei prezzi del petrolio. Washington aveva risposto imponendo un blocco navale ai porti iraniani. Tra le condizioni poste ora da Teheran per un accordo figura il riconoscimento del diritto a riscuotere un pedaggio sulle navi in transito.

Il costo della guerra, intanto, si misura anche molto lontano dal Golfo. Come afferma un'inchiesta del Washington Post, il consumo di munizioni in Medio Oriente preoccupa sia gli alleati asiatici sia i funzionari del Pentagono responsabili dell'Indo-Pacifico. Taiwan si aspetta ora "ritardi significativi" nelle consegne dei missili Patriot, mentre il Giappone è stato avvertito di possibili problemi con i Tomahawk. Più di 30 navi inizialmente destinate al Pacifico sono state trasferite in Medio Oriente e le scorte complessive di intercettori Patriot e THAAD sarebbero scese a soli mille esemplari.


Gli Stati Uniti riaprono la rotta centrale di Hormuz e stringono la morsa sull'Iran


La Marina statunitense avrebbe completato la bonifica della rotta centrale dello Stretto di Hormuz, il passaggio attraverso cui, prima della guerra, transitava circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto. Secondo quanto riferito ad Axios da due funzionari statunitensi, sarebbe stato completamente ripulito il Traffic Separation Scheme, vale a dire il sistema di corsie che attraversa la fascia tra l'Iran e l'Oman.

Il presidente Donald Trump ha scritto su Truth Social che il comando della Marina lo ha informato che tutte le mine nelle acque internazionali dello stretto "sono state rimosse o fatte detonare" e ha inoltre affermato che l'Iran è stato avvertito di non posarne altre. L'Agenzia Internazionale dell'Energia aveva definito la paralisi del traffico attraverso Hormuz la più grave interruzione delle forniture nella storia del mercato petrolifero mondiale: la bonifica potrebbe quindi consentire il passaggio di un numero molto maggiore di petroliere, anche se la navigazione resta pericolosa per la minaccia di missili e droni iraniani.

L'operazione è durata mesi. Droni sottomarini statunitensi hanno perlustrato sistematicamente il tratto di mare, individuando più di cento oggetti sospettati di essere mine. Alla bonifica hanno partecipato anche società private, incaricate di recuperare o far brillare gli ordigni. La riapertura delle corsie centrali consentirà alle navi di attraversare contemporaneamente lo Stretto nelle due direzioni, sotto la protezione dell'aviazione statunitense. Finora la Marina aveva scortato le petroliere lungo una rotta meridionale vicina alle coste dell'Oman.

Parallelamente, Iran e Oman stanno portando avanti un negoziato separato. Il 25 agosto, a Teheran, i Ministri degli Esteri Abbas Araghchi e Badr al-Busaidi hanno discusso un piano in più fasi che prevede un corridoio provvisorio per la navigazione e un'operazione congiunta di sminamento. I colloqui tecnici dovrebbero proseguire con l'obiettivo di istituire una rotta permanente e definire un futuro meccanismo di gestione congiunta dello Stretto.

Le nuove sanzioni e il crollo dell'economia iraniana


Sempre ieri il segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato una nuova campagna per isolare ulteriormente l'economia iraniana. L'iniziativa, battezzata Operation Economic Outcast, colpisce i settori dell'oro, delle attività digitali, della tecnologia, dell'aviazione e della navigazione. Alcuni di questi canali sono utilizzati anche dagli iraniani comuni per proteggere i risparmi dall'inflazione o raggiungere i familiari all'estero.

Bessent ha affermato che Trump sta contattando i leader mondiali con "richieste specifiche" affinché interrompano gli scambi commerciali con Teheran. Il Segretario al Tesoro ha inoltre anticipato sanzioni contro un grande istituto finanziario entro la fine della settimana, mentre la misura più incisiva del pacchetto è stata per il momento rinviata.

L'Amministrazione ha presentato l'operazione come un "D-Day economico", richiamando esplicitamente lo sbarco in Normandia. I funzionari iraniani hanno risposto con lo stesso linguaggio bellico, descrivendo le misure come una nuova fase della guerra iniziata a febbraio con i primi attacchi statunitensi e israeliani. "Qualunque pressione colpisca il sostentamento e la sicurezza della popolazione fa parte della guerra", ha dichiarato Majid Ebn Al-Reza, responsabile della logistica del Ministero della Difesa iraniano. "Per difendere il popolo, allargheremo anche noi il campo di battaglia."

Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale dal 9 agosto ed ex comandante dei Guardiani della Rivoluzione, ha minacciato all'emittente di Stato IRIB che "nemmeno una goccia" di petrolio uscirà più dal Golfo Persico e dallo stretto se i Paesi vicini aderiranno alla campagna americana. In quel caso, ha aggiunto, Teheran li considererebbe Stati nemici. Nelle fasi precedenti del conflitto l'Iran ha già colpito con missili e droni obiettivi nei Paesi del Golfo, dando alla minaccia un precedente concreto.

Il Ministro del Petrolio iraniano ha però ammesso di recente che le esportazioni di greggio, essenziali per l'economia nazionale, sono ormai vicine allo zero. Trump aveva imposto il blocco navale dei porti iraniani il 13 aprile e lo aveva ripristinato il 14 luglio, dopo la ripresa degli attacchi dei Guardiani della Rivoluzione contro le navi mercantili. Da allora le esportazioni iraniane sono diminuite di oltre l'80%. Ieri il principale quotidiano economico del Paese, Donya-e-Eghtesad, ha calcolato che da dicembre il rial ha perso il 41% del proprio valore.

Proprio il crollo della valuta aveva spinto in piazza i primi manifestanti a Teheran il 28 dicembre, dando inizio a settimane di proteste in tutto il Paese e alla più grave sfida da decenni per la dirigenza clericale. Dall'8 gennaio le forze di sicurezza avevano reagito con la repressione più sanguinosa dalla fondazione della Repubblica islamica. Le stime delle vittime oscillano tra circa 6.500 e oltre 36.000; valutazioni interne attribuite al Ministero della Salute iraniano indicano almeno 30.000 morti nelle sole prime 48 ore.

Da allora inflazione e disoccupazione sono aumentate vertiginosamente. Secondo i media locali, il prezzo di alcuni farmaci è cresciuto fino al 500%. Il blocco navale ostacola sia l'uscita del greggio sia l'ingresso dei carburanti raffinati, mentre i danni alle infrastrutture energetiche aggravano la crisi. Ieri il servizio persiano della BBC ha trasmesso immagini di distributori senza benzina e lunghe code di automobili in attesa di rifornimento.

La partita con Cina, Turchia, Iraq e Russia


Il successo della campagna americana dipenderà però dalla disponibilità dei partner commerciali dell'Iran a chiudere gli ultimi canali rimasti. "Quanto più Washington spinge i Paesi terzi a recidere le residue ancore di salvezza dell'Iran, tanto più aumenta l'incentivo di Teheran a dimostrare che partecipare al suo isolamento comporta un costo", ha spiegato al New York Times Sina Toossi, esperto di Iran del Center for International Policy.

La Cina, principale acquirente del greggio iraniano, difficilmente si piegherà. Pechino respinge da tempo le sanzioni statunitensi contro le imprese di Paesi terzi, considerandole uno strumento con cui Washington sfrutta il peso internazionale del dollaro per condizionare altri governi. Gran parte delle istituzioni finanziarie rispetta già le misure in vigore, mentre smantellare le reti commerciali informali che attraversano i confini, alcune attive da secoli, è molto più difficile. "Sull'Iran gli Stati Uniti hanno esaurito la capacità di produrre un effetto shock and awe e di colpire davvero il regime", ha osservato Ellie Geranmayeh, esperta di Iran dello European Council on Foreign Relations.

La dirigenza iraniana è inoltre convinta che l'economia mondiale non abbia ancora avvertito pienamente le conseguenze della chiusura di Hormuz e che un nuovo aumento dei prezzi dell'energia rafforzerebbe la posizione di Teheran in un eventuale negoziato prima delle elezioni di medio termine di novembre. Altri esponenti iraniani ritengono invece che, una volta superato il voto, Trump potrebbe avviare una nuova e più ampia fase della guerra. "In ogni caso, dal punto di vista di Teheran, ci sono pochissimi incentivi ad accettare adesso le richieste americane", ha aggiunto Geranmayeh.

A pagare il prezzo più alto, nel frattempo, è la popolazione iraniana. "Le sanzioni renderanno l'economia iraniana ancora meno trasparente", ha affermato l'economista Peyman Molavi, che vive a Teheran. "Un contesto simile tende a favorire chi dispone delle conoscenze giuste." Secondo Esfandyar Batmanghelidj, direttore della Bourse & Bazaar Foundation di Londra, gli iraniani rappresentano "il danno collaterale" delle sanzioni.

In Iran, inoltre, la campagna sarà interpretata come un tentativo di esasperare la popolazione fino a spingerla a ribellarsi contro il governo, sostiene Mohammad Ali Shabani, analista e direttore del sito regionale Amwaj.media. Dopo la repressione di gennaio, un simile calcolo apparirebbe particolarmente cinico. "È un approccio piuttosto brutale", ha detto Shabani. "Sanno che cosa è successo a gennaio. Il governo iraniano non ha alcuna intenzione di arrendersi e farsi da parte."


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La guerra con l'Iran svuota le scorte Patriot americane in Europa


Gli intercettori disponibili sul continente sono scesi sotto il livello critico. Trump afferma di non essere preoccupato di un attacco russo alla NATO, proprio mentre gli alleati temono sempre di più di non avere munizioni sufficienti per sostenere una difesa prolungata.

Le Forze Armate statunitensi in Europa hanno una carenza di intercettori avanzati che avrebbe superato "il livello di guardia", in gran parte a causa della guerra di Donald Trump contro l'Iran. Lo hanno riferito all'Associated Press un funzionario della difesa statunitense in Europa e un funzionario della NATO. La situazione più preoccupante riguarda in particolare gli intercettori dei sistemi Patriot, tra le poche armi occidentali in grado di abbattere i missili balistici russi ad alta velocità.

Parte delle scorte americane presenti sul continente è stata infatti trasferita in Medio Oriente, dove Stati Uniti e Paesi alleati del Golfo hanno consumato grandi quantità di intercettori per fermare droni e missili iraniani, alcuni dei quali hanno ucciso o ferito militari americani. In caso di attacco balistico russo contro un quartier generale militare o una centrale elettrica, ha spiegato il funzionario statunitense, la NATO potrebbe ritrovarsi nella stessa situazione dell'Ucraina: con pochi Patriot disponibili e costretta "a prendere un pugno in bocca dopo l'altro".

Le forze americane in Europa "sicuramente" non dispongono di intercettori sufficienti per sostenere un attacco balistico prolungato e avrebbero una capacità "molto limitata" persino contro un singolo missile, compreso un ordigno russo finito fuori rotta. Un attacco di Mosca contro un Paese dell'Alleanza Atlantica non è, al momento, considerato imminente, ma il direttore della CIA John Ratcliffe è andato a Mosca questa settimana proprio per avvertire la Russia di non attaccare la NATO e chiederle di ridurre il sostegno all'Iran, secondo il Wall Street Journal. Trump ha invece minimizzato il viaggio, definendolo "una specie di semi-routine".

Funzionari europei e della NATO ritengono però che la Russia potrebbe essere in grado di attaccare l'Alleanza entro il 2030, proprio l'anno entro il quale le scorte di Patriot dovrebbero essere ricostituite. Il colonnello Martin O'Donnell, portavoce militare della NATO, ha però contestato questa ricostruzione. All'AP ha detto che "semplicemente non è vero" che le scorte di Patriot in Europa siano scese oltre il livello critico: l'Alleanza, ha assicurato, dispone di munizioni sufficienti sia per difendersi sia per continuare a fornirne all'Ucraina.

Difesa aerea · NATO

Sei mesi di guerra con l’Iran hanno consumato due terzi degli intercettori Patriot americani

Gli Stati Uniti avevano 2.330 intercettori Patriot in magazzino: ne hanno usati circa 1.500 per fermare droni e missili iraniani. Le scorte torneranno piene solo nel 2030, lo stesso anno entro cui, secondo i funzionari europei e della NATO, la Russia potrebbe essere in grado di attaccare l’Alleanza.

Grafica di FocusAmerica 27 agosto 2026

L’inventario americano di intercettori Patriot: 2.330 pezzi

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Ipotesi più favorevole: tutta la produzione del 2026 destinata a rimpiazzare le scorte bruciate contro l’Iran. Nella realtà una parte va all’Europa e le forniture all’Ucraina continuano.

Prodotti
0

Consumati
0

In un anno intero di produzione
In sei mesi di guerra con l’Iran

Anche destinando tutta la produzione di un anno a rimpiazzare le scorte, resterebbero 900 intercettori scoperti.

La NATO contesta questa ricostruzione. Il portavoce militare dell’Alleanza, il colonnello Martin O’Donnell, ha detto all’Associated Press che non è vero che le scorte di Patriot in Europa siano scese sotto il livello critico, e che le munizioni bastano sia per difendersi sia per continuare a rifornire l’Ucraina.

Tre cose da sapere

Il ritmo

Le forniture a Kyiv sono durate quattro anni. Contro l’Iran è uscito due volte e mezzo tanto in sei mesi


Le consegne all’Ucraina erano pianificate e diluite nel tempo. Il consumo in Medio Oriente è arrivato tutto insieme, e nessuno lo aveva previsto.

Ogni rettangolo ha per larghezza la durata del periodo, per altezza il ritmo medio mensile e quindi per area il totale consumato: 600 e circa 1.500 intercettori, i numeri del CSIS. La distribuzione reale mese per mese non è pubblica.

Le due scadenze

Le scorte torneranno piene nel 2030, lo stesso anno in cui la Russia potrebbe essere pronta ad attaccare la NATO


Quest’anno usciranno dalle linee circa 600 intercettori, compresi quelli destinati all’Europa. L’obiettivo dichiarato è arrivare a 2.000 pezzi l’anno entro il 2030. Sullo stesso asse temporale corre la stima dei funzionari europei e della NATO sul rischio di un attacco russo.

I segnali

Le ultime settimane hanno alzato la tensione. Ma anche Mosca ha dei limiti


Nessuno considera imminente un attacco russo a un Paese dell’Alleanza. Quello che è successo da luglio a oggi, però, ha spinto Washington a mandare un avvertimento diretto al Cremlino.

Alza la tensione Prova a contenerla

Fonte Associated Press. Stime sul consumo di intercettori: Center for Strategic and International Studies (Mark Cancian). Analisi sulla capacità produttiva europea: Royal United Services Institute (Ed Arnold). Dati al 27 agosto 2026. Il residuo di 830 intercettori, i 900 che resterebbero scoperti e i ritmi medi mensili sono elaborazioni di FocusAmerica sui numeri del CSIS.

Millecinquecento intercettori consumati in sei mesi


I numeri del Center for Strategic and International Studies (CSIS) descrivono intanto un consumo senza precedenti. Gli Stati Uniti hanno fornito all'Ucraina circa 600 intercettori durante l'Amministrazione Biden, ha detto all'AP Mark Cancian, colonnello dei Marines in pensione. Il consumo maggiore è arrivato tuttavia con l'Iran: il conflitto, che venerdì compie 6 mesi, avrebbe assorbito il 65% dei Patriot americani, circa 1.500 dei 2.330 presenti in inventario.

Quest'anno dovrebbero essere prodotti circa 600 intercettori, compresi quelli destinati all'Europa, con l'obiettivo di portare la capacità produttiva a 2.000 unità l'anno entro il 2030. Secondo Ed Arnold, ricercatore del Royal United Services Institute di Londra, le forniture a Kyiv erano state pianificate e calibrate, mentre le scorte destinate al Medio Oriente si sono ridotte rapidamente e in modo imprevisto, mettendo in evidenza i limiti della capacità produttiva occidentale.

Il primo stabilimento europeo per la costruzione di missili intercettori Patriot, gestito da MBDA a Schrobenhausen, in Baviera, dovrebbe aprire a settembre, con le prime consegne previste all'inizio del prossimo anno a Germania, Paesi Bassi, Romania e Spagna, che hanno già effettuato ordini. Nel frattempo, ha detto Arnold, la Germania si trova nella situazione "ridicola" di aver acquistato costosi sistemi Patriot senza disporre delle munizioni necessarie per impiegarli.

Poche alternative, mentre Mosca aumenta la pressione


Senza i Patriot, spiegano gli esperti sentiti dall'AP, restano poche opzioni contro i missili balistici russi. Questi ordigni precipitano sull'obiettivo a oltre cinque volte la velocità del suono, lasciano pochissimo tempo per reagire e possono essere impiegati insieme a sciami di droni relativamente economici per saturare le difese.

Il sistema franco-italiano SAMP/T NG, progettato secondo il produttore per migliorare la capacità di intercettare missili balistici e che la Francia ha promesso di fornire più rapidamente all'Ucraina, non è ancora stato provato in combattimento e la versione attualmente operativa ha una portata inferiore a quella del Patriot. Le navi da guerra possono offrire una difesa aerea mobile, ma rischiano di essere troppo lontane dall'obiettivo da proteggere o di diventare esse stesse bersagli. Scarseggiano anche i missili tattici ATACMS, utilizzabili per colpire dietro le linee nemiche, sebbene alcuni eserciti europei dispongano di propri missili a lungo raggio Taurus e Storm Shadow.

La carenza di intercettori si avverte soprattutto in Ucraina, dove i missili balistici russi riescono sempre più spesso a superare le difese aeree, come nel bombardamento della notte tra mercoledì e giovedì. Anche Mosca, tuttavia, deve fare i conti con limiti significativi: difficilmente potrebbe sostenere a lungo una campagna aerea contro la NATO mentre continua a colpire l'Ucraina quasi ogni notte, e i recenti attacchi ucraini in territorio russo hanno a loro volta esposto le vulnerabilità della contraerea di Mosca.

I segnali di tensione, intanto, continuano. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky aveva detto ad Axios a luglio che Putin sta preparando nei prossimi mesi una mobilitazione di 500.000 soldati per una nuova offensiva in Ucraina, stima che il 23 agosto ha rivisto ad "almeno 300.000", e che la Russia sta costruendo le infrastrutture necessarie ad accogliere altri 30.000 militari nordcoreani da inviare al fronte. Nelle ultime settimane, intanti, diversi droni russi entrati nello spazio aereo di diversi membri della NATO, tra cui Romania e Polonia, sono stati abbattuti: la sola Romania ne ha abbattuti 4 da luglio, l'ultimo il 16 agosto.

Ieri il Ministero degli Esteri russo ha inoltre accusato Regno Unito e Francia di "giocare con il fuoco" fornendo a Kyiv tecnologie che le consentono di condurre attacchi a lunga gittata in profondità nel territorio russo, dopo la decisione di Londra di condividere con l'Ucraina tecnologia classificata per produrre autonomamente i missili cruise Storm Shadow. La portavoce del Ministero russo, Maria Zakharova, ha minacciato attacchi contro obiettivi militari britannici dentro e fuori l'Ucraina in risposta all'assistenza militare di Londra.

Trump non è preoccupato di un attacco russo


Trump, da parte sua, sostiene di non essere affatto preoccupato dalla possibilità di un attacco russo contro un Paese NATO. Lo ha detto ad Axios in un'intervista telefonica ieri, anche se da settimane i leader europei avvertono pubblicamente che Mosca potrebbe presto mettere alla prova la tenuta dell'Alleanza e l'impegno del presidente americano sull'Articolo 5, la clausola di difesa collettiva, con un attacco limitato o altre provocazioni militari. "Non sono preoccupato... per niente. Non c'è nessun problema", ha risposto Trump.

Due ore più tardi, parlando con i giornalisti, il presidente è stato interpellato di nuovo sull'ipotesi che Washington avesse avvertito Vladimir Putin di non procedere con provocazioni di questo tipo. Trump ha detto di non voler commentare, ma ha ribadito: "Non attaccheranno il territorio della NATO". Anche Sergej Naryškin, direttore del servizio di intelligence estero russo, ha confermato giovedì l'incontro con Ratcliffe, descrivendo i colloqui come "una parte normale del loro lavoro", nella quale "non c'è stato nulla fuori dall'ordinario", e ha detto di aver discusso con l'omologo americano di non meglio precisate ì"questioni di intelligence".


Il capo della CIA ha avvertito la Russia di non attaccare i paesi baltici


John Ratcliffe, direttore della Central Intelligence Agency, l'agenzia di spionaggio estero degli Stati Uniti, è andato a Mosca per avvertire la Russia di non attaccare i paesi della NATO. Lo ha rivelato il Wall Street Journal. L'avvertimento ha riguardato soprattutto gli alleati orientali dell'alleanza atlantica, cioè i paesi baltici che confinano con il territorio russo (Estonia, Lettonia e Lituania), come ha scritto Politico.

L'aereo militare C-17 che ha portato Ratcliffe nella capitale russa era decollato dalla Lettonia, come mostrano i dati pubblici di tracciamento dei voli. Le ambasciate di Estonia e Lituania hanno rifiutato di commentare, mentre quella lettone non ha risposto alle richieste dei giornalisti.

Le valutazioni più recenti dell'intelligence americana indicano che Vladimir Putin potrebbe autorizzare azioni provocatorie sul territorio della NATO: attacchi informatici, operazioni ibride e altre iniziative che restano sotto la soglia dell'azione militare convenzionale. L'obiettivo non sarebbe scatenare una guerra, ma mettere alla prova l'unità dell'alleanza e la disponibilità dell'amministrazione americana a difendere gli alleati.

A preoccupare i funzionari statunitensi è una serie di episodi degli ultimi mesi: le incursioni di droni in Romania, un missile russo entrato il mese scorso nello spazio aereo polacco e l'aumento dei presunti sabotaggi e attacchi informatici in Europa. Da anni la Russia usa tecniche che restano al di sotto della soglia della guerra vera e propria per indebolire gli alleati europei di Washington senza provocare una ritorsione più ampia.

Il trattato che ha istituito la NATO prevede, all'articolo 5, che un attacco armato contro un membro sia considerato un attacco contro tutti gli altri, che sono tenuti a intervenire in sua difesa. È una clausola invocata una sola volta nella storia dell'alleanza, dagli Stati Uniti dopo gli attentati dell'11 settembre 2001. Il presidente Donald Trump ha messo più volte in dubbio l'affidabilità della NATO e ha accusato i paesi membri di non spendere abbastanza per la propria difesa.

Ratcliffe ha chiesto a Mosca anche di smettere di condividere armi e tecnologie militari con l'Iran. Ha consigliato ai russi di non reagire in modo eccessivo se le nuove sanzioni americane li colpiranno, secondo un funzionario britannico citato da Politico. Il direttore della CIA ha avvertito che arriveranno altre misure se lo stretto di Hormuz non tornerà aperto al traffico commerciale. Lunedì il segretario al Tesoro Scott Bessent aveva minacciato di estendere in misura significativa le sanzioni ai paesi che rifiutano di tagliare i rapporti economici con Teheran. Il dipartimento del Tesoro non ha risposto alle richieste di commento.

La Russia ha spedito all'Iran materiale per rafforzare il suo arsenale di droni e potrebbe aiutare Teheran a individuare i bersagli negli attacchi contro le installazioni americane in Medio Oriente. Mosca ha anche fornito informazioni di intelligence sulle posizioni statunitensi nella regione. I due paesi collaborano da anni nella produzione di droni.

Il presidente ha confermato la visita mercoledì, in un'intervista con il conduttore radiofonico Glenn Beck. Ha detto che la trasferta non riguardava l'Iran né i piani russi di mettere alla prova la NATO e l'ha descritta come un viaggio quasi di routine. Ha aggiunto che da quei colloqui "potrebbe uscire qualcosa", riferendosi ai suoi tentativi di chiudere la guerra tra Russia e Ucraina, arrivata al quinto anno senza che i negoziati abbiano fatto passi avanti.

Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha detto ai giornalisti che Ratcliffe ha parlato con funzionari dell'intelligence russa e che si è trattato di colloqui "tra servizi di sicurezza". Ha precisato che Putin non ha incontrato il direttore della CIA.

Gli Stati Uniti avevano avvisato l'Ucraina che una delegazione americana sarebbe andata a Mosca e le avevano chiesto di sospendere gli attacchi per tutta la durata della visita. La missione era emersa martedì, dopo che un aereo dell'aeronautica militare statunitense era stato avvistato mentre atterrava in un aeroporto della capitale russa e un corteo diplomatico aveva attraversato la città. Fino a mercoledì il contenuto dei colloqui era rimasto sconosciuto.

Fin dal suo primo mandato il presidente si è scontrato più volte con i servizi di intelligence americani sulla Russia, riprendendo a volte gli argomenti del Cremlino sulla NATO o dando di Putin letture più ottimistiche di quelle dei suoi analisti. Negli ultimi tempi il suo giudizio sul leader russo si è raffreddato, mentre fatica a chiudere il conflitto. Ratcliffe, al contrario, ha sempre avuto posizioni dure verso Mosca.

La missione a Mosca è l'ultimo caso in cui il presidente ha affidato al direttore della CIA una trattativa delicata con un avversario degli Stati Uniti. A maggio Ratcliffe è andato in segreto a Cuba per avvertire il regime comunista che senza riforme profonde rischia una campagna di pressione americana. L'ultima visita nota di un direttore della CIA in Russia risale al 2021, quando William Burns fu mandato dall'allora presidente Joe Biden per cercare di evitare l'escalation in Ucraina e incontrò Putin. Nel febbraio 2022 la Russia lanciò comunque l'invasione su vasta scala del paese.


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Nach der Verschärfung des Berliner Polizeigesetzes durch CDU und SPD lassen Linke und Grüne das Gesetz jetzt vom Verfassungsgerichtshof prüfen. Der Antrag zielt u.a. gegen Verhaltensscanner, automatisierte Datenanalyse und den Einsatz von Staatstrojanern.

netzpolitik.org/2026/berliner-…

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Die Bundesregierung legt nicht offen, wo bundesweit neue Rechenzentren gebaut werden sollen, obwohl diese schwerwiegende Folgen für Umwelt und Gesellschaft haben. Das Projekt Heiße Luft hat nun eine Übersichtskarte der Standorte veröffentlicht. Sie zeigt auch, wo sich Protest regt.
@algorithmwatch @fragdenstaat netzpolitik.org/2026/interakti…
in reply to netzpolitik.org

Dass die Standorte nicht offengelegt werden, zeugt von massivem Misstrauen der Bundesregierung gegenüber den Bürgerinnen und Bürgern.

Und das, nachdem letztere der ersteren einen Vertrauensvorschuss im Rahmen der letzten Wahlen ausgesprochen haben.

Wenn ich Merz mal treffen würde, dann würde ich ganz konkret fragen, warum er und die anderen Regierungsmitglieder dieses Misstrauen hegen.
UND auf einer konkreten Antwort bestehen.

Die schwafeln ja gerne mal. Man kennt es.

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🎧🇩🇪 Schon von der sogenannten Schattendatenbank der #SCHUFA gehört? Dieser vierminütige Radiobeitrag von Deutschlandfunk ist perfekt, um dir einen Überblick über die Lage zu verschaffen.

Hör rein! 👉 deutschlandfunk.de/ein-fall-fu…

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Perquisita la casa del figlio di Ilhan Omar: sequestrate armi, arrestato il coinquilino


La polizia di Minneapolis ha eseguito un mandato nell'appartamento di Adnan, figlio della deputata democratica, e ha arrestato il coinquilino Abdulrahman Abdi, 22 anni, con dieci condanne alle spalle. Né Omar né il figlio sono accusati di nulla.

La polizia di Minneapolis ha perquisito martedì sera l'appartamento in cui vive Adnan, figlio della deputata democratica Ilhan Omar, e ha sequestrato armi da fuoco e munizioni. Lo ha rivelato Alpha News, testata locale conservatrice, citando fonti delle forze dell'ordine. Nel corso dell'operazione gli agenti hanno arrestato il coinquilino del giovane, Abdulrahman Abdi, 22 anni, che è stato portato nel carcere della contea di Hennepin con un'accusa legata al possesso di armi e rilasciato mercoledì sera.

Il mandato è arrivato al termine di una giornata cominciata con un controllo stradale. In una dichiarazione al Daily Mail, il dipartimento di polizia ha spiegato che Abdi era stato fermato alla guida e multato perché privo di patente valida e di prova dell'assicurazione, poi lasciato andare sul posto. Mentre il veicolo veniva sequestrato, gli agenti hanno trovato all'interno una pistola. Nelle ore successive lo hanno rintracciato in un indirizzo su Marquette Avenue, nel centro della città, dove è stato arrestato "senza incidenti". Né la deputata né il figlio risultano accusati di alcun reato e Omar, per ora, non ha commentato.

Il coinquilino ha una fedina penale nutrita. Secondo i documenti giudiziari consultati dal Daily Mail, Abdi è stato condannato 10 volte, quasi sempre per reati minori legati alla guida: uso del cellulare al volante, eccessi di velocità, mancata prova dell'assicurazione, con precedenti che risalgono al 2022. L'anno scorso è stato ritenuto colpevole di aver guidato oltre i limiti con la patente già revocata per un'infrazione precedente. La condanna più pesante è però del 2024, quando gli agenti lo hanno sorpreso a St. Paul a oltre 170 km all'ora a bordo di una Jeep Grand Cherokee che sfrecciava affiancata a una Dodge Durango. Abdi si è dichiarato colpevole di fuga da un agente di polizia a bordo di un veicolo, un reato grave nel Minnesota, e se l'è cavata con un giorno di carcere nella contea di Dakota e due anni di libertà vigilata.

La vicenda arriva a pochi mesi da un altro episodio che aveva coinvolto il figlio di Omar. A dicembre la deputata aveva raccontato all'emittente WCCO che Adnan, cittadino americano, era stato fermato da agenti dell'immigrazione dopo una sosta in un negozio Target ed era stato lasciato andare soltanto dopo aver mostrato il passaporto, che a suo dire porta sempre con sé proprio per questo motivo. Omar aveva anche sostenuto che gli agenti dell'ICE fossero entrati in una moschea in cui il figlio stava pregando, uscendone senza arresti.

Il fermo sarebbe avvenuto nel pieno dell'operazione "Metro Surge", il rafforzamento dei controlli federali sull'immigrazione nell'area di Minneapolis che ha preso di mira soprattutto la comunità somala, ma l'ICE lo ha smentito seccamente: il direttore ad interim Todd Lyons ha dichiarato che l'agenzia non ha "assolutamente alcuna traccia" di quel controllo e ha accusato la deputata di voler "demonizzare" gli agenti.

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Guter, erklärender Artikel von @netzpolitik_feed zur aktuellen Vorgehensweise der USA gegen engagierte gesellschaftliche Gruppen:

"Die USA setzen ihren Kampf gegen linke zivilgesellschaftliche Projekte in Europa fort. Nun hat es das bekannte Internetkollektiv Autistici/Inventati getroffen. Das wehrt sich gegen die Vorwürfe und Sanktionen."

netzpolitik.org/2026/autistici…

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Educazione affettiva per tutte e tutti: mettiamoci la firma! home.rifondazione.eu/2026/08/2… #ScuolaeUniversità #ComunicatiStampa

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In Italia è aperta la raccolta firme per il referendum che chiede di abrogare la nuova legge Valditara, approvata nel 2026, che limita le attività di educazione sessuo-affettiva nelle scuole e introduce nuovi vincoli e il consenso preventivo delle famiglie.

Se come noi condividi questo obiettivo, puoi firmare online con SPID 💜

👉 referendumeducazioneaffettiva.it/firma

#EducazioneSessuale #EducazioneAffettiva #Scuola #Referendum #Diritti #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Kubernetes v1.37 “Garhwal”: HPA con scale-to-zero nativo e un API server più resiliente su larga scala
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@informatica


Kubernetes v1.37 “Garhwal”: HPA con scale-to-zero nativo e un API server più resiliente su larga scala


Il rilascio del 26 agosto


Kubernetes v1.37, nome in codice Garhwal, è stato rilasciato il 26 agosto 2026 dopo il consueto ciclo con enhancement freeze a metà giugno e code freeze a fine luglio. Il changelog conta 86 enhancement complessivi, di cui 16 passano a Stable e altri 28 sono classificati come “Graduating” tra Alpha e Beta. Per chi gestisce cluster in produzione, due filoni meritano un approfondimento perché toccano direttamente i costi operativi e la resilienza del control plane: lo scale-to-zero nativo dell’HPA e una serie di ottimizzazioni interne pensate per proteggere l’API server sotto carico estremo.

Scale-to-zero: l’HPA impara a spegnere tutto


Da anni chi vuole azzerare le repliche di un workload realmente idle (un job batch, un ambiente di staging fuori orario, un microservizio a bassissimo traffico) deve appoggiarsi a soluzioni esterne come KEDA, che introducono un ulteriore componente da gestire e monitorare. Con la KEP-2021 (“Support scaling to/from zero pods for object/external metrics”), che in questa release passa da Alpha a Beta, l’Horizontal Pod Autoscaler nativo guadagna questa capacità senza dipendenze esterne.

La differenza pratica rispetto al comportamento precedente è che ora si può impostare minReplicas: 0 quando l’HPA è configurato su metriche di tipo Object o External (non su CPU/memoria, per ovvie ragioni: non esiste un consumatore da cui misurare l’utilizzo se non ci sono pod):

apiVersion: autoscaling/v2
kind: HorizontalPodAutoscaler
metadata:
  name: worker-scale-to-zero
spec:
  scaleTargetRef:
    apiVersion: apps/v1
    kind: Deployment
    name: queue-worker
  minReplicas: 0
  maxReplicas: 10
  metrics:
  - type: External
    external:
      metric:
        name: queue_messages_ready
        selector:
          matchLabels:
            queue: orders
      target:
        type: AverageValue
        averageValue: "30"

La novità architetturale più interessante della graduazione a Beta è l’introduzione di una condizione di stato esplicita, ScaledToZero, esposta nell’oggetto HorizontalPodAutoscaler. Prima, un deployment a zero repliche poteva significare “l’HPA ha deciso di spegnerlo” oppure “qualcuno lo ha messo in pausa manualmente con kubectl scale --replicas=0“, e i controller di automazione (o gli operatori umani) non avevano un modo affidabile per distinguere i due casi. Con questa condizione visibile via kubectl describe hpa o via API, strumenti di GitOps e dashboard di osservabilità possono finalmente riconciliare correttamente lo stato desiderato senza riportare falsamente in vita un workload che era stato fermato apposta da un operatore.

Tolleranza configurabile: basta con il 10% fisso per tutti


Una seconda modifica, meno appariscente ma altrettanto utile in produzione, riguarda la KEP-4951 (“Configurable tolerance for Horizontal Pod Autoscalers”), che con questa release passa a Stable. Fino a v1.36, l’HPA applicava una tolleranza fissa a livello di cluster (il classico 10%) prima di decidere che uno scarto tra metrica osservata e target giustificasse un’azione di scaling. Questo valore, impostato una volta a livello di kube-controller-manager, andava bene come default generico ma era un compromesso scomodo per workload con esigenze molto diverse tra loro: un servizio latency-sensitive vorrebbe reagire a scostamenti minimi, mentre un batch job tollera oscillazioni ben più ampie senza bisogno di “flappare” in continuazione.

Ora il campo di tolleranza è configurabile per singolo HPA, direttamente in spec.behavior:

apiVersion: autoscaling/v2
kind: HorizontalPodAutoscaler
metadata:
  name: latency-sensitive-api
spec:
  scaleTargetRef:
    apiVersion: apps/v1
    kind: Deployment
    name: api-gateway
  minReplicas: 3
  maxReplicas: 20
  behavior:
    scaleUp:
      tolerance: "0.05"
    scaleDown:
      tolerance: "0.20"
  metrics:
  - type: Resource
    resource:
      name: cpu
      target:
        type: Utilization
        averageUtilization: 60

Con questa configurazione, l’API gateway scala verso l’alto già con uno scostamento del 5% (per assorbire i picchi rapidamente) ma tollera fino al 20% di margine prima di scalare verso il basso (per evitare di disfare capacità troppo aggressivamente). L’algoritmo di calcolo dello scaling resta invariato: cambia solo la soglia di sensibilità, il che rende la migrazione da configurazioni esistenti sostanzialmente priva di rischi.

Proteggere l’API server: il vero collo di bottiglia dei cluster grandi


Il secondo filone di novità riguarda chi gestisce cluster di grandi dimensioni, dove l’API server è spesso il componente che soffre per primo sotto carico. La KEP-6178 (“Concurrent Watch Object Decode”) affronta un problema molto concreto: durante le migrazioni di versione delle Custom Resource Definition, ogni evento di watch attivo deve essere convertito nella nuova versione dello schema, e questa conversione avveniva storicamente in modo sequenziale. Su cluster con oltre 10.000 workload e numerosi watcher attivi, questo causava timeout verso etcd e, nei casi peggiori, errori HTTP 500 lato API server proprio nei momenti di maggior carico.

In questa release, il feature gate ConcurrentWatchObjectDecode passa a Beta ed è abilitato di default, permettendo la decodifica e conversione parallela degli eventi di watch. Per abilitarlo o disabilitarlo esplicitamente sull’API server:

kube-apiserver \
  --feature-gates=ConcurrentWatchObjectDecode=true \
  # ...altri flag esistenti

Collegata a questo filone c’è anche la KEP-6164 (“Eliminating Internal API Types”), che entra in questa release come novità in Alpha. Il problema di fondo è che Kubernetes mantiene internamente tipi API “interni” separati dai tipi versionati esposti tramite l’API, e ogni conversione tra i due formati durante operazioni di list su larga scala consuma CPU e memoria in modo non trascurabile. La prima fase della proposta rende i tipi interni memory-identical a quelli versionati, con benchmark che riportano guadagni fino a 5,7 volte in velocità e una riduzione di memoria di 3,3 volte nelle operazioni interessate; le fasi successive prevedono la sostituzione con Go type alias prima della rimozione completa della duplicazione. È presto per usarla in produzione (è Alpha), ma è un buon segnale di dove sta andando il lavoro di scalabilità del control plane nei prossimi cicli di rilascio.

Altre novità che meritano attenzione


Il changelog di v1.37 include diverse altre graduazioni utili nella pratica quotidiana:

  • Pod-level resources (KEP-2837): permette di definire un pool condiviso di CPU, memoria e hugepages a livello di pod invece che per singolo container, migliorando l’utilizzo delle risorse per pod con più container che hanno pattern di consumo complementari;
  • Storage Version Migrator in-tree (KEP-4192): porta nativamente nel cluster, tramite l’API storagemigration.k8s.io, la funzionalità di riscrittura automatica dei dati quando cambia la storage version di una risorsa, un’operazione che prima richiedeva strumenti esterni;
  • CBOR come formato di serializzazione (KEP-4222, Beta): fino a 8 volte più veloce in encoding e 2 volte in decoding rispetto a JSON per le Custom Resource Definition, un dettaglio che pesa parecchio su cluster con molti CRD ad alta frequenza di aggiornamento;
  • Nomi Service più permissivi (KEP-5311): i nomi ora possono iniziare con un numero (es. 123-backend), passando dal vincolo RFC 1035 al più permissivo formato DNS Label;
  • Pod Certificates (KEP-4317): distribuzione di certificati X.509 ai pod senza passare da bearer token, tramite il nuovo oggetto PodCertificateRequest, utile per chi sta migrando verso autenticazione mutual TLS tra servizi;
  • ClusterTrustBundles (KEP-3257, Beta): permette di montare bundle di trust CA come volume proiettato nei pod, semplificando la distribuzione di certificate authority personalizzate senza dover gestire ConfigMap manualmente.


Cosa verificare prima di aggiornare


Come per ogni major/minor release di Kubernetes, prima di pianificare l’upgrade su cluster di produzione vale la pena controllare tre cose in particolare: primo, se si usano CRD con più versioni attive contemporaneamente, testare il comportamento con ConcurrentWatchObjectDecode abilitato in un ambiente di staging che replichi il volume di watcher reale; secondo, se si dipende oggi da KEDA solo per lo scale-to-zero su metriche esterne (code, topic Kafka, metriche custom da Prometheus Adapter), valutare se la KEP-2021 in Beta copre già il caso d’uso, tenendo presente che è comunque prudente aspettare la Stable prima di rimuovere KEDA da workload critici; terzo, verificare la compatibilità di eventuali webhook di ammissione e operator custom con i pod-level resources, se già si sfruttano richieste/limiti a livello di container in modo granulare.

Nel complesso, v1.37 conferma una tendenza chiara delle ultime release: meno feature “vistose” rivolte all’utente finale, più lavoro di fondo su efficienza e resilienza del control plane, proprio nei punti dove i cluster più grandi iniziano a sentire la pressione della scala.

Fonte: 4sysops, con dettagli tecnici da PerfectScale e dalle note di rilascio ufficiali del progetto Kubernetes.


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Next.js sotto attacco: due RCE critiche (AVIF e Windows) da patchare subito
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Next.js sotto attacco: due RCE critiche (AVIF e Windows) da patchare subito


Due vulnerabilità critiche, due superfici di attacco diverse


Il 25 agosto 2026 il team di Next.js ha rilasciato un aggiornamento di sicurezza fuori dal normale ciclo di rilascio, anticipando la pubblicazione dopo aver identificato una seconda vulnerabilità critica in una dipendenza upstream mentre stava già preparando la patch per la prima. Il risultato sono due falle di Remote Code Execution non autenticata con severità critica, entrambe corrette nelle versioni 15.5.24 (Maintenance LTS) e 16.3.3 (Active LTS). Per chi gestisce applicazioni Next.js in produzione, specialmente self-hosted, questo è un aggiornamento da applicare senza rimandare.

CVE-1: RCE tramite l’Image Optimization API su file AVIF


La prima vulnerabilità (GHSA-2xp9-vwfh-vxw4, CVSS stimato 9.5) risiede in libheif, la libreria usata da sharp per la decodifica delle immagini AVIF, a sua volta impiegata dall’Image Optimization API integrata in Next.js. La falla upstream (GHSA-g89c-p67h-r497) è un heap buffer overflow nel codice di scaling delle immagini: un file AVIF costruito ad arte, con riferimenti annidati di tipo identity-derivation e auxiliary item, induce il decoder a costruire un’immagine con una profondità di bit del canale Alpha incoerente rispetto al buffer allocato. Lo scaler alloca spazio per dati a 8 bit ma vi scrive valori a 16 bit, scrivendo circa 16.384 byte oltre il limite dell’allocazione: la combinazione classica che apre la strada all’esecuzione di codice arbitrario.

L’aspetto più critico è la superficie di attacco: qualunque endpoint Next.js che passi un’immagine controllata dall’utente attraverso l’Image Optimization API (upload di avatar, contenuti caricati da terzi, immagini remote proxate) è potenzialmente sfruttabile senza autenticazione. Le versioni patchate risolvono il problema nell’immediato disabilitando l’ottimizzazione AVIF finché la fix upstream in libheif non sarà completamente propagata nella supply chain.

CVE-2026-75604: RCE su server Windows con Pages Router + App Router


La seconda falla (CVE-2026-75604 / GHSA-p293-qw3h-jr36, CVSS stimato 9.0) è più circoscritta ma non meno seria per chi ospita Next.js su Windows. Colpisce le applicazioni che utilizzano contemporaneamente Pages Router e App Router senza avere Cache Components attivo, quando il server gira su un filesystem Windows: in questo scenario è possibile innescare un path traversal che porta a RCE non autenticata sfruttando le differenze di gestione dei percorsi tra i due router in ambiente Windows.

Linux e macOS non sono affetti da questa specifica vulnerabilità, il che la rende particolarmente rilevante per ambienti enterprise .NET/Windows Server che ospitano frontend Next.js accanto a backend .NET, uno scenario comune in molte aziende italiane con infrastruttura ibrida. Il team Next.js è stato esplicito: non esiste una mitigazione applicativa nota per le applicazioni Windows-hosted affette; l’unica strada è l’aggiornamento.

Versioni interessate


  • Path traversal su Windows (CVE-2026-75604): Next.js 13.4–15.5.23 e 16.0–16.3.2
  • RCE via AVIF: Next.js 10.0.0–15.5.23 e tutte le versioni 16.x fino alla 16.3.2
  • libheif: tutte le versioni fino alla 1.23.1 inclusa


Come verificare l’esposizione e aggiornare


Il primo passo è capire quale router state utilizzando e se l’Image Optimization API è esposta a input non fidati. Un controllo rapido nella codebase:

# Versione installata di Next.js
npm ls next

# Cercate se esistono sia pages/ che app/ nello stesso progetto
find . -maxdepth 2 -type d \( -name "pages" -o -name "app" \) -not -path "*/node_modules/*"

# Verificate se il Cache Components flag è attivo in next.config
grep -R "cacheComponents" next.config.*

Se il progetto usa entrambi i router senza Cache Components e il server è ospitato su Windows (IIS con iisnode, Windows Server con PM2, container Windows), l’aggiornamento non è opzionale. Per aggiornare:
npm install next@15.5.24   # ramo 15.5 (Maintenance LTS)
npm install next@16.3.3    # ramo 16.3 (Active LTS)

# con pnpm
pnpm add next@15.5.24
pnpm add next@16.3.3

# con yarn
yarn add next@15.5.24
yarn add next@16.3.3

Dopo l’aggiornamento, ricordate di rigenerare il lockfile e di verificare in CI che la build non introduca regressioni, in particolare se il progetto fa uso intensivo di next/image con sorgenti AVIF: l’ottimizzazione per quel formato resterà disabilitata finché non arriverà una fix upstream in libheif, quindi può essere necessario prevedere temporaneamente un fallback a JPEG/WebP per le immagini caricate dagli utenti.

Perché conviene reagire subito, anche se si usa Vercel


Le applicazioni ospitate su Vercel sono protette automaticamente lato piattaforma, ma questo non copre chi fa self-hosting su VM, container Docker, Kubernetes, Azure App Service, IIS o qualunque altro ambiente gestito direttamente. Per i team DevOps italiani che gestiscono deployment Next.js su infrastruttura on-premise o su Windows Server per motivi di compliance o integrazione con sistemi legacy .NET, il rischio è concreto: si tratta di RCE non autenticata, quindi sfruttabile da un attaccante remoto senza credenziali, con impatto potenzialmente totale sul server applicativo.

Alcune azioni consigliate oltre al semplice upgrade:

  • Inventariate tutte le applicazioni Next.js in produzione, incluse quelle gestite da team diversi, e verificate la versione installata con npm ls next o controllando il package-lock.json.
  • Se non potete aggiornare immediatamente, valutate di disabilitare temporaneamente l’Image Optimization API per sorgenti non fidate, o di filtrare a livello di reverse proxy/WAF le richieste verso l’endpoint /_next/image.
  • Per gli ambienti Windows, se non è possibile aggiornare a breve, considerate la migrazione temporanea del workload su un host Linux/macOS finché la patch non è applicata, dato che non esiste mitigazione nota per Windows.
  • Automatizzate il monitoraggio delle security advisory di Next.js e delle sue dipendenze critiche (in particolare sharp e le librerie di decodifica immagini) tramite Dependabot, Renovate o strumenti equivalenti, per ridurre il tempo di reazione a futuri annunci simili.


Conclusione


Questo doppio rilascio di sicurezza è un promemoria utile su due fronti. Il primo è tecnico: le pipeline di elaborazione immagini, spesso trattate come funzionalità “di contorno”, restano una delle superfici di attacco più insidiose nelle applicazioni web moderne, perché processano input binario complesso proveniente direttamente dagli utenti. Il secondo è organizzativo: la disponibilità di RCE non autenticate senza mitigazione nota per specifiche piattaforme (in questo caso Windows) impone di conoscere esattamente dove e come sono ospitate le proprie applicazioni Next.js, non solo quale versione del framework stanno eseguendo. Chi gestisce ambienti misti Windows/.NET con frontend Next.js dovrebbe trattare questo aggiornamento come priorità operativa immediata.

Fonte: Next.js – August 2026 Security Release e The Hacker News – Next.js Patches Critical AVIF and Windows Flaws Enabling Unauthenticated RCE


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Trump scherza su Atlantico e Pacifico: "Ora tutto quello che ci serve è un oceano"


Dopo aver ribattezzato il lago Ontario "Lake America" con un ordine esecutivo, il presidente ha detto che potrebbe cambiare nome anche ai due oceani. Non ha annunciato nessun atto formale.

Il presidente ha firmato giovedì 27 agosto un ordine esecutivo che ribattezza il lago Ontario "Lake America" e poi ha scherzato sul fatto che i prossimi a cambiare nome potrebbero essere l'oceano Atlantico e il Pacifico. Le parole sugli oceani non sono accompagnate da nessun provvedimento né da alcuna iniziativa formale.

"Come sapete, abbiamo preso una cosa chiamata Golfo del Messico, l'abbiamo cambiata e ora è abitualmente il Golfo d'America", ha detto ai giornalisti nello Studio Ovale. "Quindi, se ci pensate, abbiamo un golfo e abbiamo un lago. Ora tutto quello che ci serve è un oceano. Forse dovremo cambiare il nome dell'Atlantico e/o del Pacifico. Forse li cambieremo entrambi."

La Casa Bianca non ha risposto alla richiesta di commento sulla battuta. Sul lago Ontario, invece, l'ordine è già operativo. "E infine, lo scopo di tutto questo più di ogni altra cosa è che cambieremo il nome del lago Ontario, con effetto immediato, in Lake America", ha detto il presidente. "Avviene proprio ora, mentre firmo l'ordine." L'amministrazione, ha aggiunto, ha "depositato tutte le carte necessarie, i documenti, tutto il resto" e ha informato le parti interessate.

Il testo incarica il segretario dell'Interno Doug Burgum, il dipartimento che negli Stati Uniti gestisce le terre pubbliche e le risorse naturali federali, di lavorare con il Board on Geographic Names, l'organismo federale che stabilisce i nomi ufficiali dei luoghi. Entro trenta giorni il nuovo nome dovrà essere registrato nel sistema informativo federale dei nomi geografici e ogni riferimento al lago Ontario dovrà sparire. Lo stesso vale per le mappe federali e per tutti i documenti e le comunicazioni delle agenzie. L'ordine non ha invece alcun effetto sul nome usato dal Canada, che si affaccia sul lago insieme allo Stato di New York.

Per giustificare la decisione il documento sostiene che gli Stati Uniti sono il "più grande protettore" del sistema dei Grandi Laghi. "Gli Stati Uniti hanno investito quasi 4 miliardi di dollari nella protezione dell'ecosistema d'acqua dolce dei Grandi Laghi nell'ultimo decennio, mentre il Canada ha investito molto meno in iniziative simili nello stesso periodo", si legge nel testo, che cita anche la flotta di rompighiaccio della guardia costiera americana. L'ordine richiama poi il ruolo storico del lago nel commercio, nell'insediamento, nella difesa e nell'energia. "In riconoscimento di questa fiorente risorsa economica e della sua importanza cruciale per l'economia della nostra nazione e per la sua gente, ordino che il lago sia ufficialmente ribattezzato Lake America", ha scritto il presidente.

"Il Canada ci sta derubando da molto tempo sul commercio", ha detto il presidente parlando nello Studio Ovale. "Vogliono essere trattati come se fossero uno Stato e non possiamo più permettercelo. È una cosa a cui penso da molto tempo." I negoziati commerciali con Ottawa sono saltati nelle scorse settimane e il presidente ha minacciato dazi del 50% su automobili, camion e componenti prodotti in Canada a partire dal 1° gennaio 2027.

Il giorno prima della firma, mercoledì 26 agosto, il presidente aveva anticipato il nuovo nome in un video pubblicato su TikTok. "Faremo un piccolo cambiamento, lo chiameremo in modo diverso dal lago Ontario", ha detto. "Lo chiameremo Lake America. E tutto quello che serve è una buona penna e un po' di intelligenza." Poi ha preso un pennarello, ha cancellato il nome del lago su una mappa e ci ha scritto sopra "Lake America".

Non è la prima volta che il presidente mette il nome del suo paese su una grande massa d'acqua. Nel primo giorno del suo ritorno alla Casa Bianca, a gennaio 2025, aveva firmato l'ordine esecutivo 14172, intitolato "Restoring Names That Honor American Greatness", che impone al governo federale di usare "Golfo d'America" al posto di Golfo del Messico. L'ordine sul lago Ontario richiama esplicitamente quella stessa politica.

Il 9 febbraio 2025 il presidente ha firmato una proclamazione che istituiva il primo "Gulf of America Day", a bordo dell'Air Force One mentre sorvolava il golfo appena ribattezzato ed era diretto al Super Bowl di New Orleans. "Oggi sono molto onorato di riconoscere il 9 febbraio 2025 come il primo Gulf of America Day di sempre", si legge nel testo della proclamazione. Burgum disse allora che il dipartimento dell'Interno aveva dato seguito alle istruzioni contenute nell'ordine esecutivo.

Nel 2025 il presidente ha anche riportato la montagna più alta del paese (che si trova in Alaska) dal nome Denali a quello di McKinley. La denominazione è stata oggetto di polemiche per decenni: Denali rende omaggio alla popolazione nativa dello Stato, McKinley al presidente William McKinley, nato in Ohio. Nel 2015 l'amministrazione di Barack Obama aveva deciso di adottare ufficialmente Denali e l'ordine esecutivo del 2025 ha rovesciato la scelta.

Il governo degli Stati Uniti ha l'autorità di cambiare i nomi dei luoghi sulle mappe nazionali, ma non può obbligare altri paesi o le organizzazioni internazionali ad adottare le nuove denominazioni. La decisione su come chiamare il lago resta quindi anche ai canadesi, che ne condividono le rive.


Trump ribattezza il Lago Ontario "Lake America": la ritorsione dopo la rottura con il Canada


Donald Trump ha firmato oggi un ordine esecutivo che rinomina il Lago Ontario in "Lake America". Il presidente dà così seguito alla minaccia lanciata dopo il crollo dei negoziati commerciali tra Stati Uniti e Canada, falliti venerdì scorso dopo due settimane di trattative serrate: da sabato sono scattati dazi del 50% su circa 20 miliardi di dollari di merci canadesi e il primo ministro Mark Carney ha annunciato dazi speculari, "dollaro per dollaro", in vigore dall'8 settembre.

Nei giorni scorsi Trump aveva scritto più volte sui social del cambio di nome, sostenendo in un post che l'America non "si aspetta di fare ancora molti affari con l'Ontario", e aveva pubblicato immagini del lago già ribattezzato "Lake America". "Gli Stati Uniti sono i più grandi protettori dei Grandi Laghi, compreso il corpo idrico attualmente noto come Lago Ontario", ha scritto Trump nell'ordine.

"Il Lago continuerà a svolgere un ruolo centrale nel plasmare il futuro dell'America e l'economia globale. In riconoscimento di questa fiorente risorsa economica e della sua importanza cruciale per l'economia della nostra Nazione e per il suo popolo, dispongo che il Lago sia ufficialmente rinominato Lake America".

EFFECTIVE IMMEDIATELY: Lake Ontario is renamed to LAKE AMERICA! 🇺🇸 pic.twitter.com/ZFww8PexiW
— The White House (@WhiteHouse) August 27, 2026


Il provvedimento incarica il Segretario all'Interno Doug Burgum e il suo Dipartimento di aggiornare entro 30 giorni il Geographic Names Information System, la banca dati federale dei nomi geografici, e impone a tutti gli organi del governo federale di chiamare da ora in poi il lago "Lake America". A sostegno della decisione l'ordine cita gli investimenti americani sul lago e il fatto che, trovandosi le acque più profonde in territorio statunitense, gli Stati Uniti rivendicherebbero la maggior parte del suo volume.

Non è chiaro se il presidente abbia l'autorità per rinominare un corpo idrico condiviso tra due nazioni, come aveva già fatto a gennaio 2025 con un ordine analogo che trasformava il Golfo del Messico in "Golfo d'America". Il confine tra i due Paesi passa in mezzo al lago e l'ordine non può certo obbligare il Canada ad adottare il nuovo nome: la Ministra dell'Industria canadese Mélanie Joly aveva già risposto martedì, quando il cambio era ancora una minaccia, "Lo chiameremo sempre Lago Ontario. Punto". Il lago, tra l'altro, si chiamava Ontario molto prima che nascesse l'omonima provincia, istituita nel 1867: il nome viene dall'irochese "Ontarí'io", di solito tradotto "grande lago".


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📱La piattaforma di videogiochi Luanti rimossa da Google Play con la falsa accusa di violazione del diritto d'autore

Premessa: un membro della redazione fa anche parte di Luanti.

Tracer AI, compagnia che usa agenti IA per scovare e segnalare le violazioni di diritto d'autore, ha fatto rimuovere da Google Play l'app della piattaforma videoludica Luanti. L'accusa, mossa in nome di Microsoft, è di aver utilizzato risorse del gioco Minecraft (proprietà Microsoft) nella propria app; un'accusa facilmente smontabile in quanto sia il codice che le risorse di Luanti sono visibili a chiunque (è software libero).

Questa non è la prima volta che accade: nel 2023 la stessa compagnia mosse la medesima accusa, portando chi sviluppa Luanti a presentare una contronotifica: l'app rimase non disponibile per 46 giorni prima di essere riabilitata, contrariamente al limite di 14 giorni lavorativi sancito dalla legge statunitense che regola tali faccende. In entrambi i casi, non sono mai state fornite prove.

Qualche mese fa la stessa sorte è toccata a Allumeria, un gioco a cubetti oggi prossimo al lancio, sulla piattaforma Steam. Lo sviluppatore fu colto di sorpresa finché, subito dopo l'arrivo della notizia al direttore artistico di Minecraft su Bluesky, Microsoft non ritirò la segnalazione.

"Se fossimo una piccola azienda che dipende dalle entrate della propria app, ciò sarebbe particolarmente devastante". Inoltre, essendo una realtà sostenuta da volontarɜ, combattere contro tali richieste equivale a grandi sprechi di energie e risorse.

blog.luanti.org/2026/08/27/lua…

#notizia #legge #ia #videogiochi

@eticadigitale@feddit.it

in reply to Zughy

@zughy Sicuro? la notizia del takedown Allumeria é di dicembre 2025, la notizia del ritorno online é di febbraio 2026 absolutegamer.it/allumeria-rit…
in reply to Valerio Bozz

non ti nascondo che mi sto rimambendo perché siti diversi dicono cose diverse. Lo sviluppatore il 10 febbraio diceva che in quello stesso giorno era stato rimosso il gioco bsky.app/profile/unomelon.bsky…

Ma anche il direttore creativo di MC ha iniziato a investigare il 10 bsky.app/profile/unomelon.bsky…

Deduco allora sia passato più di un giorno da quando quest'ultimo se n'è accorto prima che ritirassero il DMCA

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🎧 Die #Schufa steht wegen ihrer "Schattendatenbank" in der Kritik. Hör rein in das Interview mit Matthias Spielkamp von AlgorithmWatch 👉 www1.wdr.de/mediathek/audio/wd…

✍️ Du willst dich über eine potenzielle Sammelklage informieren? Finde mehr heraus: schufa.noyb.eu/

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Ich habe mir gestern zwölf (!) Stunden lang den Innenausschuss von Thüringen angehört. Dort sprachen Expert*innen über das geplante Polizeigesetz. Die Aktivist von @ThuerPAG_stoppen waren auch vor Ort. Die spannendsten Statements habe ich für euch extrahiert. netzpolitik.org/2026/polizeige…
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Im Innenausschuss von Thüringen hat eine Reihe von Expert*innen das geplante Polizeigesetz massiv kritisiert. Gleichzeitig fand vor der Tür eine Kundgebung gegen die umfassenden Überwachungsbefugnisse statt, die damit erlaubt werden sollen. netzpolitik.org/2026/polizeige…
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Trump vuole riscrivere a tutti i costi le regole delle elezioni americane


Dal voto per posta alle liste elettorali, dai collegi agli osservatori federali: l’Amministrazione Trump sta cercando di intervenire su ogni parte del sistema elettorale, anche quando le sue iniziative vengono fermate dai tribunali.

Il piano di Donald Trump per rimodellare le elezioni americane interviene su chi compare nelle liste elettorali, su come vengono spedite le schede, su chi sorveglia i seggi e persino sui confini dei collegi per il Congresso. Secondo gli esperti di diritto elettorale sentiti da Axios, questa offensiva continua punta a creare confusione, scoraggiare la partecipazione e minare la fiducia nel voto: anche le misure che vengono successivamente bloccate dai tribunali possono, infatti, generare incertezza prima delle elezioni.

L'ultimo fronte è il voto per posta. Mercoledì la giudice federale Indira Talwani, di Boston, ha revocato il blocco nazionale della riforma con cui l'Amministrazione intende ridisegnare il ruolo del servizio postale. La decisione è arrivata dopo che lunedì la Corte Suprema aveva sospeso proprio un'ingiunzione analoga in un procedimento collegato, alla vigilia dell'invio delle schede da parte degli Stati per le elezioni di novembre.

Il piano della Casa Bianca impone agli Stati di riprogettare le buste elettorali e di caricare le liste degli elettori nei sistemi del servizio postale, che potrà respingere le spedizioni di un ufficio elettorale se non rispettano i nuovi requisiti di preparazione e trasmissione dei dati. Ma 23 Stati a guida democratica, il District of Columbia e il governatore della Pennsylvania Josh Shapiro hanno presentato un nuovo ricorso mercoledì, sostenendo che il piano imponga "compiti erculei" da svolgere con "risorse limitate".

Midterm 2026

Trump attacca il voto su cinque fronti. Per ora incassa soprattutto confusione


Liste elettorali, schede spedite per posta, voto anticipato, confini dei collegi, osservatori ai seggi: l'offensiva della Casa Bianca tocca ogni fase del processo elettorale. I risultati concreti sono ancora pochi, ma l'incertezza corre già.

La posta in gioco più alta

21.000.000

Gli elettori aventi diritto che rischiano di restare fuori dalle liste se il Congresso approvasse il SAVE Act, la legge che imporrebbe una prova documentale della cittadinanza per registrarsi al voto.

Ogni quadrato vale 100.000 elettori

I cinque fronti dell'offensiva

1Voto per posta 2Liste elettorali 3Voto anticipato 4Collegi 5Osservatori

Fronte 1 di 5

La Casa Bianca vuole riscrivere il ruolo del servizio postale sulle schede


Il piano impone agli Stati di ridisegnare le buste elettorali e di caricare le liste degli elettori nei sistemi delle poste, che potranno respingere le spedizioni di un ufficio elettorale se non rispettano i nuovi requisiti. In tre giorni il quadro giudiziario si è ribaltato, alla vigilia dell'invio delle schede per novembre.

  • LunedìLa Corte Suprema sospende un'ingiunzione analoga in un procedimento collegato.
  • MercoledìLa giudice federale Indira Talwani, di Boston, revoca il blocco nazionale della riforma.
  • Lo stesso giornoVentitré Stati a guida democratica, il District of Columbia e il governatore della Pennsylvania Josh Shapiro presentano un nuovo ricorso: il piano imporrebbe "compiti erculei" con "risorse limitate".

La legittimità della nuova regola resta irrisolta, ma la misura potrebbe entrare in vigore in tempi brevi.

Fronte 2 di 5

In Nevada i presunti non cittadini erano quasi 16.000. Ne sono rimasti 185


Il Dipartimento per la Sicurezza Interna deve compilare Stato per Stato gli elenchi dei cittadini accertati, per controllare chi è iscritto alle liste elettorali. Lo stesso Dipartimento ha però ammesso che le sue stime sul voto dei non cittadini erano gonfiate.

−99%Quanto si è ridotta la stima una volta verificata nome per nome

Un giudice federale ha vietato in via definitiva l'inserimento della prova di cittadinanza nel modulo federale di registrazione.

Fronte 3 di 5

Sul voto anticipato il presidente dice due cose opposte


La stessa pratica viene incoraggiata quando la usano i repubblicani e presentata come un imbroglio quando la usano i democratici.

Ai propri elettori

Trump invita attivamente i repubblicani a votare prima del giorno delle elezioni.

Agli avversari

Accusa di barare i democratici che fanno esattamente la stessa cosa.

Eventuali restrizioni al voto anticipato della domenica colpirebbero "Souls to the Polls", la tradizione con cui molte chiese afroamericane accompagnano i fedeli alle urne dopo la funzione religiosa.

Fronte 4 di 5

Il ridisegno dei collegi è l'unico fronte che ha già prodotto un vantaggio


Trump ha chiesto agli Stati governati dai repubblicani di modificare le mappe congressuali a metà decennio, spingendo quelli democratici a rispondere allo stesso modo. Il conto finale, secondo un'analisi di Axios, pende da una parte sola.

Vantaggio democraticoVantaggio repubblicano

5 punti05 punti
+1,8 punti
Lo spostamento del margine nazionale a favore dei repubblicani prodotto dalle nuove mappe.

"Ha scatenato una guerra", sintetizza Trey Hood, direttore del Survey Research Center dell'Università della Georgia.

Fronte 5 di 5

Osservatori ai seggi: mai così tanti sotto un presidente repubblicano


Il Dipartimento di Giustizia sta preparando l'invio di circa mille osservatori elettorali. Sarebbe il più ampio schieramento di questo tipo mai organizzato da un'Amministrazione repubblicana.

L'Amministrazione ha inoltre ventilato più volte la presenza di agenti federali e dell'ICE ai seggi o nelle vicinanze. Non esistono prove di un piano di dispiegamento, ma secondo le organizzazioni per il diritto di voto la sola retorica intimidisce le comunità di immigrati.

Il bilancio, per ora

Il Dipartimento di Giustizia ha perso tutte le cause finora decise sulle liste elettorali e il SAVE Act è fermo al Senato. Ma la confusione non è un incidente di percorso: "non è un difetto", dice Molly McGrath dell'ACLU. Le regole che cambiano di continuo e le battaglie in tribunale stanno già erodendo la fiducia degli elettori.

Fonte: Axios, Brennan Center, Center for American Progress, ACLU — agosto 2026 Grafica di FocusAmerica

Anche Molly McGrath, direttrice delle campagne nazionali per la democrazia dell'ACLU, una delle principali organizzazioni americane per i diritti civili, individua nella confusione un obiettivo preciso:

"Il presidente Trump non sta aspettando il giorno delle elezioni per gettare dubbi su questo voto. Quando vengono emanati ordini esecutivi così chiaramente incostituzionali, parte dell'effetto voluto è proprio la confusione che producono. Non è un difetto".


Liste elettorali, cittadinanza e commissioni federali


Trump ha ordinato al Dipartimento per la Sicurezza Interna di compilare, Stato per Stato, elenchi dei cittadini americani accertati, da utilizzare per verificare la cittadinanza degli iscritti alle liste elettorali. Le organizzazioni per il diritto di voto osservano che i casi di voto da parte di non cittadini sono sempre stati rari e avvertono che le banche dati esistenti segnalano spesso per errore elettori che hanno pieno diritto di voto.

Lo stesso Dipartimento ha recentemente riconosciuto che le sue stime sul voto dei non cittadini erano gonfiate. In Nevada, i quasi 16.000 presunti non cittadini indicati a luglio si sono ridotti a 185 nominativi considerati attendibili. Il Dipartimento di Giustizia ha inoltre fatto causa alla maggior parte degli Stati per ottenere le liste elettorali integrali, sostenendo di averne bisogno per applicare le leggi federali. Finora 23 di questi procedimenti sono stati respinti, secondo il Brennan Center, mentre gli altri restano pendenti.

Trump insiste nel chiedere inoltre al Congresso di approvare il SAVE Act, una proposta di legge che tra le altre cose imporrebbe di presentare una prova documentale della cittadinanza per iscriversi alle liste elettorali. "Il SAVE Act è come una moderna tassa sul voto", ha detto ad Axios Carol Evans, vicepresidente per le politiche di Common Cause, richiamando le imposte utilizzate nel Sud segregazionista per tenere gli afroamericani lontani dalle urne.

Ottenere i documenti richiesti può costare centinaia di dollari e, secondo il Center for American Progress, la misura rischia di escludere più di 21 milioni di elettori aventi diritto, comprese le donne il cui cognome da sposate non coincide con quello riportato sul certificato di nascita e gli americani privi di passaporto. Ma la Casa Bianca respinge le critiche. Secondo la portavoce Lauren Bis, i Democratici si oppongono a "misure di buon senso per l'integrità elettorale, fortemente sostenute dalla stragrande maggioranza degli americani": la proposta di legge, ha aggiunto, "garantirà che siano gli americani, e soltanto gli americani, a decidere le nostre elezioni".

A luglio Trump ha anche rimosso i due membri democratici della Election Assistance Commission, l'ente federale che assiste gli Stati nell'amministrazione del voto, dopo che la Commissione si era opposta all'inserimento della prova di cittadinanza nel modulo federale di registrazione. Un giudice federale ha successivamente vietato in via definitiva quella modifica.

Voto anticipato, collegi e osservatori federali


Sul voto anticipato Trump sta invece seguendo due linee contraddittorie: sta invitando attivamente i Repubblicani a votare prima del giorno delle elezioni, ma accusando i Democratici che fanno altrettanto di barare. Eventuali restrizioni al voto anticipato domenicale colpirebbero "Souls to the Polls", la tradizione con cui molte chiese afroamericane accompagnano i fedeli alle urne dopo la funzione religiosa.

Anche sul ridisegno dei collegi, Trump ha "scatenato una guerra", fa notare Trey Hood, direttore del Survey Research Center dell'Università della Georgia. Il presidente ha chiesto agli Stati governati dai Repubblicani di modificare le mappe congressuali a metà decennio, inducendo quelli a guida democratica a rispondere allo stesso modo. I Repubblicani hanno però ridisegnato un numero di collegi sufficiente a ottenere un potenziale vantaggio: secondo un'analisi di Axios, le modifiche hanno prodotto uno spostamento di 1,8 punti nel margine nazionale a favore dei repubblicani.

L'amministrazione ha inoltre ventilato più volte la presenza di agenti federali e dell'ICE, la temuta agenzia per l'immigrazione, ai seggi o nelle loro vicinanze. Non esistono prove concrete di un piano di dispiegamento, ma secondo le organizzazioni per il diritto di voto la sola retorica può avere un effetto intimidatorio sulle comunità di immigrati. Il Dipartimento di Giustizia sta intanto preparando l'invio di circa 1.000 osservatori elettorali, potenzialmente il più grande dispiegamento di questo tipo mai organizzato da un'Amministrazione repubblicana. Sotto Joe Biden erano stati inviati 289 osservatori nel 2022 e 714 nel 2024.

Per ora, tuttavia, i risultati concreti dell'offensiva restano limitati: il Dipartimento di Giustizia ha perso tutte le cause finora decise sull'accesso ai dati degli elettori, il SAVE Act non è stato approvato dal Senato e la legittimità della nuova regola del servizio postale resta irrisolta, anche se la misura potrebbe in breve tempo entrare in vigore. Su questo piano, però, gli effetti sono già visibili: la retorica, i continui cambiamenti delle regole e le battaglie giudiziarie stanno già erodendo la fiducia degli elettori, creando difficoltà amministrative e costringendo Stati e associazioni a spendere tempo e risorse per difendersi ancora prima del voto di novembre.


Voto per posta, va avanti la battaglia legale


Una giudice federale del Massachusetts ha stabilito ieri che l'Amministrazione Trump ha violato un'ingiunzione valida in tutto il Paese, portando a termine l'iter di una norma destinata a modificare profondamente il voto per corrispondenza. Il provvedimento consente la pubblicazione del testo mercoledì, ma impedisce allo United States Postal Service (USPS), il servizio postale federale, di applicarlo.

"Le parti convenute non possono sostenere di avere frainteso la portata dell'ordinanza della Corte", ha scritto la giudice distrettuale Indira Talwani in un provvedimento di 5 pagine. Talwani ha concluso che l'ingiunzione preliminare è stata violata, nonostante il governo avesse assicurato che gli Stati Uniti prendono molto sul serio l'obbligo di rispettare le decisioni giudiziarie.

La decisione accoglie in parte un'istanza d'urgenza della sezione del Massachusetts della League of Women Voters, secondo cui il servizio postale avrebbe ignorato l'ordine della giudice predisponendo la pubblicazione di una norma definitiva con effetto immediato. L'ingiunzione, estesa da Talwani a tutto il Paese l'11 agosto, vieta all'Amministrazione di imporre all'USPS di respingere le buste elettorali che non rispettano i nuovi requisiti grafici fino alla conclusione delle elezioni di medio termine. Proibisce inoltre di "avviare o completare" l'iter normativo necessario a introdurre quei criteri. La giudice ha tuttavia respinto la richiesta dell'associazione di imporre sanzioni.

Dietro la grafica delle buste, l'elenco federale degli elettori


L'ordine esecutivo da cui nasce la controversia va ben oltre l'aspetto delle buste. Impone, infatti, al Dipartimento per la Sicurezza interna di trasmettere agli Stati gli elenchi dei cittadini maggiorenni, obbliga gli Stati che ricorrono al voto per posta a comunicare al governo federale i nomi di chi riceve una scheda e prevede che il servizio postale rifiuti la consegna agli Stati che non rispettano questi obblighi. È questo il meccanismo che i ricorrenti considerano il vero obiettivo del provvedimento, perché trasformerebbe la consegna delle schede in una verifica preventiva del diritto di voto.

In un documento depositato il 25 agosto, l'Amministrazione Trump ha sostenuto che la pubblicazione della norma non violerebbe l'ingiunzione. Il testo precisa infatti che il servizio postale non la applicherà finché resterà in vigore il provvedimento della giudice: secondo il governo, dunque, pubblicare la norma non equivale ad attuarla. L'Amministrazione ha inoltre affermato che era necessario fissarne l'entrata in vigore prima delle elezioni, così da concedere agli Stati il tempo di adeguarsi qualora l'ingiunzione fosse revocata.

La Corte Suprema apre un varco all'amministrazione


Intanto, lunedì la Corte Suprema ha sospeso un'altra ingiunzione emessa da Talwani, vale a dire quella adottata a giugno a tutela dei 23 Stati e del Distretto di Columbia che avevano impugnato l'ordine esecutivo. Tra questi figurano Stati in bilico come Arizona, Michigan, Nevada, North Carolina, Pennsylvania e Wisconsin.

La Corte ha preso questa decisione con 6 voti contro 3, seguendo le consuete divisioni ideologiche, e ha giudicato prematuro il provvedimento perché adottato prima che le agenzie federali definissero i piani di attuazione. La maggioranza ha però precisato che la decisione "non significa che qualunque misura adottata dal governo per attuare l'ordine sarà necessariamente legittima". Nella loro opinione dissenziente, Ketanji Brown Jackson, Sonia Sotomayor ed Elena Kagan hanno invece avvertito che alle elezioni di novembre "ne deriverà il caos".

Secondo la Casa Bianca, lo stesso ragionamento comporterebbe l'illegittimità anche dell'ingiunzione nazionale dell'11 agosto, che Talwani dovrebbe quindi revocare. La giudice non ha affrontato la questione e non ha ancora deciso se annullare il provvedimento. Intanto, il gruppo di Stati che si era rivolto alla Corte Suprema dovrebbe presentare un nuovo ricorso non appena la norma definitiva sarà pubblicata, riaprendo il contenzioso sul terreno indicato dagli stessi giudici. Resta però da capire se, nel frattempo, l'ingiunzione dell'11 agosto rimarrà in vigore.


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Per gli studenti la casa non è un diritto, è un lusso: eppure, nel nuovo studentato di Bologna, nell’area ex Tre Stelle, una stanza costa da 824 a 1.099 euro al mese.

Su 546 posti letto gestiti da un fondo internazionale, solo 28 sono a prezzo calmierato.

Di fronte all’emergenza abitativa servono limiti ai prezzi e più alloggi accessibili, non nuove costruzioni fuori dalla portata degli studenti.

Video di Francesca Romana D’Antuono, già copresidente di Volt Europa.

#Bologna #CaroAffitti #Studenti #EmergenzaAbitativa #DirittoAllaCasa #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Non esistono temi troppo complessi per la democrazia, energia nucleare compresa.
Ma proprio per la complessità del tema, bisogna evitare che tutto si riduca a uno scontro tra tifoserie disinformate.

Quindi che fare? Ne parlo nella mia newsletter: marcocappato.substack.com/

in reply to Marco Cappato

ciao Marco, sono iscritto alla tua newsletter da qualche mese e la leggo con piacere, purtroppo però quella di domani non la riceverò, poiché ho scelto di aprire una casella di posta sulla piattaforma di Autistici/Inventati, la quale è diventata irraggiungibile da ieri dopo essere stata aggiunta alla lista delle associazioni considerate terroristiche dagli USA. Chiedo anche a te di poter dare voce a questa ingiustizia volta alla soppressione del dissenso.
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Texas, libero l'agente ICE accusato della sparatoria in Minnesota


Il governatore del Texas Greg Abbott non ha autorizzato l'estradizione di Christian Castro. Un giudice federale ha respinto il ricorso del Minnesota e l'agente è così uscito dal carcere dopo 90 giorni di detenzione.

Un agente federale dell'immigrazione incriminato in Minnesota per una sparatoria avvenuta durante un'operazione di servizio è stato rilasciato giovedì mattina da un carcere del Texas, dopo che un giudice federale ha respinto il tentativo del Minnesota di costringere il governatore Greg Abbott ad autorizzarne immediatamente l'estradizione. Del caso aveva riferito il New York Times. Christian Castro è poi uscito dalla prigione della contea di Cameron alle 6:59 ora locale del 27 agosto, dopo aver raggiunto il limite di 90 giorni previsto dalla legge texana per la detenzione in attesa di estradizione.

La controversia ha contrapposto due governatori di primo piano, il democratico Tim Walz e il repubblicano Greg Abbott, e ha riportato al centro una questione affrontata solo raramente dai tribunali federali: quale margine di discrezionalità abbia un governatore di fronte alla richiesta di estradizione presentata da un altro Stato.

Il giudice Fernando Rodriguez Jr., nominato da Donald Trump, ha stabilito mercoledì che la richiesta del Minnesota era prematura. Abbott non ha ancora formalmente accolto né respinto l'estradizione e, secondo il giudice, la legge non gli impone un termine preciso entro cui decidere. Castro era detenuto dal 29 maggio nella contea di Cameron, vicino a Brownsville e al confine con il Messico. La scadenza dei 90 giorni ha quindi portato al suo rilascio. Il procuratore generale del Minnesota Keith Ellison ha contestato la decisione e ha detto di voler continuare a fare "tutto ciò che è in nostro potere" per riportare Castro nello Stato.

Dodici secondi ripresi in video


Castro è stato incriminato il 18 maggio a Minneapolis per quattro capi di aggressione di secondo grado e uno di falsa denuncia. Secondo l'accusa, la sera del 14 gennaio sparò attraverso la porta d'ingresso di un'abitazione nella quale si erano rifugiate alcune delle persone coinvolte nell'inseguimento, colpendo alla gamba Julio Cesar Sosa-Celis. Il proiettile attraversò la porta e terminò la sua corsa nella parete della stanza di un bambino.

Il Dipartimento della Sicurezza Interna aveva inizialmente sostenuto che l'agente avesse sparato per legittima difesa dopo essere stato aggredito con il manico di una scopa e una pala da neve. Sosa-Celis e un altro venezuelano erano stati quindi accusati a livello federale di aver assalito un agente. A febbraio, però, i procuratori federali hanno lasciato cadere il caso dopo che un video della scena, durata circa 12 secondi, aveva contraddetto la ricostruzione fornita dagli agenti. Lo stesso direttore dell'ICE Todd Lyons ha successivamente riconosciuto che Castro e un altro agente avevano mentito sulla dinamica dell'incidente.

Arrestato il 29 maggio nel Texas meridionale dai Texas Rangers, Castro non è mai comparso davanti a un tribunale del Minnesota. Walz ha inviato la richiesta di estradizione il 2 giugno, nell'ambito di una procedura che normalmente viene gestita senza particolari attriti, ma Abbott non ha firmato il mandato. Il 18 agosto il Minnesota ha fatto causa per costringerlo a procedere, segnalando anche il rischio che Castro potesse fuggire in Messico. Nelle conversazioni registrate dal carcere, Castro parlava con una donna oltre confine della possibilità di "sposarla e comprare una casa in Messico" una volta libero.

Lo scontro sul potere dei governatori


I legali di Abbott hanno però sostenuto che il Texas stesse ancora verificando se Castro rientrasse nella definizione giuridica di "fuggitivo", dal momento che aveva lasciato il Minnesota su indicazione del suo datore di lavoro prima di essere incriminato, e hanno accusato il Minnesota di avere una "strana fretta di giudicare". Rodriguez ha ritenuto che, finché Abbott non avrà formalmente respinto la richiesta, non vi siano ancora i presupposti per ordinargli di procedere.

Per i legali di Walz, l'argomento è invece "una cortina di fumo": se questa interpretazione fosse accolta, hanno scritto, "chiunque abbia commesso un reato in uno Stato e poi lo abbia lasciato per un trasferimento di lavoro, per ordini militari o perché è stato spinto in un furgone, non potrebbe mai essere estradato". Trevor Ezell, consigliere legale di Abbott, ha detto in udienza che il governatore attende invece il parere del Segretario di Stato texano prima di prendere una decisione, senza però indicare una scadenza.

Il portavoce di Abbott, Andrew Mahaleris, ha comunque accolto con favore una decisione che, a suo giudizio, "respinge il tentativo del Minnesota di arruolare i tribunali federali per commissariare l'ufficio del governatore". Mary Moriarty, procuratrice della contea di Hennepin, che comprende Minneapolis, ha invece avvertito che la sentenza potrebbe aprire la strada a governatori intenzionati a rinviare indefinitamente le richieste provenienti da avversari politici: "Dovrebbe suscitare allarme".

La questione ha un precedente importante. Nel 1987, con la sentenza Puerto Rico v. Branstad, la Corte Suprema stabilì che gli obblighi imposti dalla clausola costituzionale sull'estradizione sono vincolanti e che i tribunali federali possono intervenire per farli rispettare. Il punto ancora controverso nel caso Castro è quando un ritardo nell'esame della richiesta possa trasformarsi in un rifiuto illegittimo.

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☕ CYBERBRIEFING — Venerdì 28 agosto 2026

👉 Leggi tutti gli aggiornamenti delle ultime 24 ore:
ilpuntocyber.rfeed.it/article.…

#newsletter #cybersecurity
@informatica

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Il prof Carmine fa sanzionare l’ex scuola: multa di 2.300 euro. “Sul web ha violato la mia privacy”


L’azione di Carmine Contursi dopo che sul portale dell’Einaudi erano apparsi gli orari di servizio con il nome. Il Garante infligge una sanzione. L’istituto, appena saputo del ricorso, era corso ai ripari e fatto notare d’aver agito in buona fede

Il professore di informatica Carmine Contursi. Oltre che al Garante, si è rivolto all’Ufficio scolastico per presentare un esposto disciplinare contro la dirigenza

ilrestodelcarlino.it/reggio-em…

@scuola

in reply to Max - Poliverso 🇪🇺🇮🇹

@max quello che volevo sottolineare però è che è sbagliato pensare che solo una persona esasperata possa ricorrere contro una violazione della privacy. Ricorsi di questo genere dovrebbero essere considerati normali, mentre ad essere anormale è l'indifferenza o peggio la cattiva pratica dei dirigenti

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in reply to macfranc

@macfranc

Quello che volevo dire è che qui forse si esagera un po'...

La condivisione di dati non riguardava nulla di personale, erano dei turni di lavoro mi è parso di capire.

Ha fatto ricorso e il Garante gli ha dato ragione. In un caso normale uno si fermerebbe, invece lui ha riportato la cosa all'ufficio scolastico regionale e non contento pure alla GdF.

Nessuno mi convincerà mai che una persona normale faccia un macello del genere perché la scuola ha pubblicato in un'area riservata del sito i suoi turni di lavoro 😁

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📰 "Der #Schufa droht ein folgenschwerer Rechtsstreit. […] #NOYB hat das Unternehmen formell abgemahnt und die Vorbereitung einer gerichtlichen #Sammelklage bekanntgegeben."

👉 Weitere Infos zu einer potenziellen Sammelklage: schufa.noyb.eu/

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