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Faremo una grande manifestazione a Roma con Eumans per difendere la Corte Penale Internazionale.

Ci ritroviamo esattamente dove è nata 28 anni fa, con la promessa che nessuno sarebbe stato al di sopra della legge, nemmeno i potenti. C'è chi oggi vuole ostacolare il suo lavoro e addirittura cancellarla, e noi saremo in piazza per ricordare che quella promessa vale ancora.

📍 giovedì 16 luglio, alle 18:00 in Piazzale Ugo La Malfa.

Vi aspetto.

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Sensitive content

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Saluti fascisti a Salerno. L’asticella nera, un po’ più in là


@Giornalismo e disordine informativo
articolo21.org/2026/07/saluti-…
Via Velia, pieno centro. Scatta l’ordine. Partono i saluti fascisti. Braccia tese e il rito squadrista del “presente” urlato a comando. Le immagini di Sud TV non lasciano spazio a interpretazioni.

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TEMPO!

La nostra percezione del tempo é soggettiva, ma questo non vuol dire casuale. Il suono, per esempio, influenza in modo riproducibile la sensazione dello scorrere dei secondi.

ilfoglio.it/scienza/2026/07/08…

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Claude sfida le Big Pharma: Anthropic userà l’IA per trovare cure alle malattie rare

📌 Link all'articolo : redhotcyber.com/post/claude-sf…

A cura di Carolina Vivianti

#redhotcyber #news #ricercascientifica #malattie #intelligenzaartificiale #farmaci #sanita

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"I've been robbed."
"That's horrible!"
"They stole our training data with distillation 😢"
"Where did you get the training data?"
"😡"
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Chat Control 1.0: EU Council forces messenger scans via fast-track | heise online

heise.de/en/news/Chat-Control-…

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Oggi anelletti al forno con melanzane, e la bimba ha dormito abbastanza da farci mangiare in santa pace.

Stanchezza cronica per il caldo.

Ieri sera ho ripreso a leggere con Calibre, "Credere alle cazzate".
Oggi ho installato Claude Desktop per Linux su Fedora (in un toolbox ubuntu)

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Ho appena scoperto 'sto sito. È un modo strano di consigliare distro di linux, ma è simpaticissimo

distrofighter.com/

#linux #distrohopping

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Italia, Liguria, Genova, Caruggi.

#photography #travel #italian #italy #photo #sky @foto

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Pegasus spia chi indaga su Pegasus: il caso Kouloglou scuote il Parlamento Europeo


Il Citizen Lab conferma: l'eurodeputato greco Stelios Kouloglou, membro della commissione PEGA incaricata di indagare sugli abusi di spyware, è stato colpito da Pegasus nel 2022 e nel 2023 con un exploit zero-click che ha sfruttato una falla in HomeKit. È il primo caso pubblico di un membro della commissione stessa preso di mira.
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C’è un dettaglio che rende il caso di Stelios Kouloglou diverso da tutti gli altri scandali Pegasus degli ultimi anni: l’eurodeputato greco non era una vittima qualsiasi, ma il membro di una commissione d’inchiesta del Parlamento Europeo istituita proprio per indagare sugli abusi dello spyware commerciale. Secondo un report pubblicato il 3 luglio 2026 dal Citizen Lab dell’Università di Toronto, il telefono di Kouloglou è stato infettato con Pegasus nell’ottobre 2022 e almeno altre due volte nel marzo 2023, proprio nei momenti cruciali della stesura del rapporto finale della commissione PEGA. È la prima volta che un membro della commissione viene pubblicamente identificato come bersaglio dello stesso strumento che era chiamato a indagare.

La commissione PEGA e il suo bersaglio interno


La commissione d’inchiesta PEGA (Pegasus and Surveillance Spyware) è stata istituita dal Parlamento Europeo nel marzo 2022, dopo che un consorzio internazionale di giornalisti aveva rivelato l’uso diffuso dello spyware Pegasus di NSO Group contro giornalisti, avvocati, attivisti e politici in diversi Stati membri, tra cui Ungheria, Polonia, Spagna e Grecia. Kouloglou, giornalista ed ex parlamentare di SYRIZA, sedeva nella commissione mentre questa raccoglieva testimonianze e redigeva le prime bozze del suo rapporto, concentrate in particolare sugli abusi documentati a Cipro, Grecia, Ungheria, Polonia e Spagna.

Il fatto che proprio lui sia finito nel mirino, mentre la commissione lavorava a conclusioni che avrebbero potuto imbarazzare governi europei, ha immediatamente sollevato interrogativi sulla natura dell’attacco. Un eurodeputato in carica ha definito l’episodio “un attacco diretto allo stato di diritto”, chiedendo alla Commissione Europea di imporre limiti stringenti all’uso dello spyware nei 27 Stati membri. La Commissione, contattata dai giornalisti, non ha risposto.

Timeline degli attacchi: due finestre, due momenti chiave


Il Citizen Lab ha ricostruito con precisione forense due finestre di compromissione, entrambe coincidenti con fasi decisive del lavoro della commissione:

  • 21 ottobre 2022 — Prima infezione confermata, nel pieno delle discussioni via email e messaggistica di ottobre-novembre 2022, in vista della consegna della prima bozza del rapporto sugli abusi in Cipro, Grecia, Ungheria, Polonia e Spagna. Il momento coincide inoltre con un ricovero ospedaliero di Kouloglou per un intervento chirurgico programmato, circostanza che potrebbe aver permesso agli operatori dello spyware di intercettare anche conversazioni ambientali relative alla sua salute o scambi con i visitatori.
  • 6-7 marzo 2023 — Due ulteriori infezioni, mentre Kouloglou viaggiava da Atene a Bruxelles per le audizioni della commissione, mesi prima dell’adozione finale del rapporto scritto.

Kouloglou ha raccontato ai giornalisti di TechCrunch la rabbia provata nello scoprire la compromissione: “Ti rendi conto che tutti i tuoi dati personali sono stati presi — non solo gli scambi professionali o i messaggi con i ministri, ma anche le cose molto private, i momenti felici e quelli tristi”. L’eurodeputato ha annunciato l’intenzione di citare in giudizio NSO Group.

PWNYOURHOME: l’exploit zero-click che passa da HomeKit


Dal punto di vista tecnico, l’infezione del 2022 sfrutta una catena di exploit già documentata dal Citizen Lab in precedenti ricerche e nota con il nome in codice PWNYOURHOME, attiva contro iOS 15 e iOS 16 a partire da ottobre 2022. Si tratta di un exploit zero-click in due fasi che colpisce due processi distinti del sistema operativo iPhone: il primo stadio prende di mira il framework HomeKit — il sistema Apple per la gestione della smart home — mentre il secondo stadio sfrutta iMessage per ottenere l’esecuzione di codice e l’installazione dello spyware.

La vulnerabilità sfruttata riguarda un problema di deserializzazione in NSKeyedUnarchiver, una classe già abusata in precedenti catene di exploit zero-click contro iMessage. Poiché non richiede alcuna interazione da parte della vittima, il bersaglio non riceve notifiche, non deve cliccare link né aprire allegati: lo spyware si installa silenziosamente, consentendo l’accesso a messaggi, cronologia delle chiamate, dati di geolocalizzazione, foto e — nel caso dei modelli più recenti — anche all’attivazione da remoto di microfono e fotocamera.

Apple ha corretto le falle sfruttate da PWNYOURHOME con il rilascio di iOS 16.3.1, introducendo tra l’altro un nuovo controllo che rifiuta di decodificare determinati messaggi HomeKit a meno che non provengano da una fonte plausibile. Il problema, come spesso accade con gli attacchi Pegasus, è che l’aggiornamento correttivo non era ancora installato sul dispositivo di Kouloglou al momento dell’attacco dell’ottobre 2022 — una finestra di esposizione che gli operatori dello spyware hanno sfruttato attivamente.

Un cliente governativo con licenza multi-paese


Il Citizen Lab non ha attribuito pubblicamente l’attacco a un governo specifico, ma un dettaglio tecnico rende il quadro più inquietante: l’indirizzo email utilizzato come vettore d’infezione da chi ha colpito Kouloglou è lo stesso già osservato in una precedente campagna che aveva infettato i telefoni di giornalisti in diversi paesi europei. Il riutilizzo dello stesso indirizzo — e quindi, presumibilmente, della stessa infrastruttura di comando e controllo — suggerisce che il cliente governativo di NSO Group disponesse di un’autorizzazione per operare lo spyware Pegasus contro bersagli in più Stati membri dell’Unione Europea, non in uno soltanto.

Questo elemento è cruciale per il dibattito politico che ne è seguito: se la licenza NSO copre operazioni cross-border all’interno dello spazio europeo, i meccanismi di controllo nazionale sull’export e sull’uso dello spyware — già ritenuti insufficienti dallo stesso rapporto PEGA — risultano ancora più permeabili di quanto documentato finora.

NSO Group tra sanzioni USA e tentativi di riabilitazione


NSO Group resta in gran parte bandita dall’uso governativo negli Stati Uniti, a seguito di un ordine esecutivo dell’amministrazione Biden che vieta l’impiego federale di spyware commerciale capace di violare i diritti umani. Nel 2025 l’azienda israeliana ha confermato che un gruppo di investitori statunitensi non identificato ha versato decine di milioni di dollari nella società, in quella che gli osservatori hanno letto come un tentativo di riabilitare il marchio NSO in vista di un possibile ingresso nel mercato americano — un percorso già criticato per la scarsa trasparenza degli impegni dichiarati dall’azienda.

Il caso Kouloglou arriva quindi in un momento delicato: mentre NSO cerca legittimazione commerciale, un membro della stessa commissione UE nata per indagarla diventa l’ennesima prova pubblica che gli abusi non si sono fermati.

Implicazioni e due righe per i difensori


Per chi opera in ruoli ad alto rischio — parlamentari, giornalisti, avvocati per i diritti umani, ricercatori di sicurezza, dissidenti — il caso conferma alcune priorità difensive ormai consolidate ma spesso disattese:

  • Aggiornamenti tempestivi: gli exploit zero-click di Pegasus sfruttano quasi sempre vulnerabilità già note ma non ancora patchate sul dispositivo bersaglio. Applicare gli aggiornamenti iOS entro 24-48 ore dalla pubblicazione riduce drasticamente la finestra di esposizione.
  • Lockdown Mode: la modalità di isolamento introdotta da Apple su iOS disabilita molte delle superfici di attacco usate dagli exploit zero-click (inclusi determinati messaggi HomeKit e allegati iMessage complessi), ed è fortemente consigliata per soggetti ad alto rischio.
  • Verifica forense periodica: strumenti open source come Mobile Verification Toolkit (MVT), sviluppato da Amnesty International, permettono di analizzare backup iOS/Android alla ricerca di indicatori di compromissione noti legati a Pegasus e spyware simili.
  • Riavvii regolari del dispositivo: molte varianti di Pegasus non sopravvivono a un riavvio senza reinfezione, complicando la persistenza per gli attaccanti — una contromisura semplice ma efficace in assenza di altre difese.
  • Segnalazione a Citizen Lab o Access Now: chi sospetta di essere bersaglio di spyware commerciale può richiedere supporto tecnico gratuito attraverso l’Access Now Digital Security Helpline.

Il caso Kouloglou dimostra ancora una volta che lo spyware di livello statale non conosce eccezioni istituzionali: nemmeno chi indaga sugli abusi è al riparo dal diventarne bersaglio. Per il Parlamento Europeo, la domanda che resta aperta è se le raccomandazioni della stessa commissione PEGA — largamente rimaste lettera morta — troveranno finalmente attuazione concreta.

Indicatori tecnici e riferimenti

Spyware: NSO Group Pegasus
Catena di exploit: PWNYOURHOME (zero-click, iOS 15/16)
Vettori sfruttati: HomeKit (stage 1) + iMessage/NSKeyedUnarchiver (stage 2)
Patch correttiva: iOS 16.3.1

Date di compromissione confermate (dispositivo Kouloglou):
- 21 ottobre 2022
- 6 marzo 2023
- 7 marzo 2023

Strumenti di verifica consigliati:
- Mobile Verification Toolkit (MVT) - github.com/mvt-project/mvt
- Access Now Digital Security Helpline

Fonte primaria: Citizen Lab, University of Toronto
"Member of Committee Investigating Spyware Hacked With Pegasus" (3 luglio 2026)
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Fail2ban su Linux: la configurazione giusta per proteggere davvero il server dal brute-force
#tech
spcnet.it/fail2ban-su-linux-la…
@informatica


Fail2ban su Linux: la configurazione giusta per proteggere davvero il server dal brute-force


Il rumore di fondo di internet


Basta esporre un server Linux con SSH o un pannello di login web e, nel giro di poche ore, i log di autenticazione iniziano a riempirsi di tentativi falliti: scanner automatici che provano credenziali comuni su SSH, bot che martellano i form di login di WordPress, richieste che cercano endpoint vulnerabili. Non è un attacco mirato: è rumore costante e automatizzato a cui ogni IP pubblico è esposto, ventiquattr’ore su ventiquattro.

Fail2ban resta la risposta più pragmatica a questo problema da oltre quindici anni. Osserva i file di log (o il journal di systemd), riconosce pattern di autenticazione fallita e, superata una soglia configurabile, banna l’IP a livello di firewall. È leggero, flessibile e presente nei repository di ogni distribuzione. In questo articolo vediamo come installarlo, configurarlo correttamente — evitando l’errore più comune, cioè modificare il file sbagliato — e alcune tecniche di tuning che fanno la differenza tra una protezione reale e un servizio che gira senza incidere davvero.

Come funziona, in tre concetti


Fail2ban si basa su tre elementi che vale la pena avere chiari prima di toccare la configurazione:

  • Filter: un insieme di pattern regex che riconoscono le righe di log corrispondenti a un fallimento di autenticazione.
  • Jail: combina un filtro con un percorso di log, le soglie di attivazione e l’azione da eseguire.
  • Action: cosa succede al superamento della soglia — tipicamente un ban a livello di firewall, ma può includere anche una notifica email.

Fail2ban include già filtri e jail pronti per decine di servizi: SSH, Apache, Nginx, Postfix, Dovecot e altri. Nella maggior parte dei casi basta abilitare le jail che servono e regolare pochi parametri numerici.

Installazione

# Debian / Ubuntu
sudo apt update
sudo apt install fail2ban

# Fedora / RHEL 9+ / Rocky / AlmaLinux
sudo dnf install fail2ban

# Arch Linux
sudo pacman -S fail2ban

Abilitazione e avvio del servizio:
sudo systemctl enable --now fail2ban
sudo systemctl status fail2ban

Se lo stato non riporta active (running), i log spiegano quasi sempre il motivo:
sudo journalctl -u fail2ban -n 50

Il modo corretto di configurare Fail2ban


Il primo errore, molto comune tra chi lo usa per la prima volta, è modificare direttamente /etc/fail2ban/jail.conf. Quel file viene sovrascritto ad ogni aggiornamento del pacchetto, e tutte le modifiche vanno perse silenziosamente al primo upgrade.

L’approccio corretto è creare un file separato nella directory jail.d:

sudo nano /etc/fail2ban/jail.d/custom.conf

In alternativa, si può copiare il file di default e modificare la copia:
sudo cp /etc/fail2ban/jail.conf /etc/fail2ban/jail.local

Le impostazioni nei file sotto jail.d/ e in jail.local sovrascrivono quelle di default in jail.conf. Usate sempre uno di questi due metodi, mai il file originale.

La sezione [DEFAULT]: i parametri che contano

[DEFAULT]
bantime  = 1h
findtime = 10m
maxretry = 5
ignoreip = 127.0.0.1/8 ::1

Vale la pena capire bene ciascun valore:
  • bantime: durata del ban. Il default di molte distribuzioni è 10 minuti, decisamente troppo poco. Un’ora è un minimo ragionevole; per attaccanti persistenti si può salire a 24 ore o anche una settimana.
  • findtime: la finestra temporale in cui vengono contati i fallimenti. Con i valori di esempio, 5 fallimenti in 10 minuti fanno scattare il ban.
  • maxretry: numero di fallimenti prima del ban. 5 è ragionevole per SSH; si può scendere a 3 per una protezione più aggressiva.
  • ignoreip: IP che non verranno mai bannati. Aggiungete sempre il vostro IP qui prima di abilitare qualsiasi jail — restare bloccati fuori dal proprio server è un problema fastidioso da risolvere da remoto.

Se il server ha anche un indirizzo IPv6 pubblico, includetelo in ignoreip: Fail2ban supporta IPv6, ma alcuni filtri più datati riconoscono solo pattern IPv4, quindi vale la pena verificare che le jail intercettino entrambi i protocolli.

ignoreip = 127.0.0.1/8 ::1 VOSTRO.IP.PUBBLICO

Nota: bantime accetta anche il valore -1 per un ban permanente. Da usare con cautela, perché un errore di configurazione può bloccare IP legittimi in modo definitivo.

Jail SSH, Apache e Nginx


La jail SSH è quella più importante per la maggior parte dei server, anche se in alcune distribuzioni va abilitata esplicitamente:

[sshd]
enabled  = true
port     = ssh
logpath  = %(sshd_log)s
backend  = %(sshd_backend)s
maxretry = 3
bantime  = 1h

Se SSH è stato spostato su una porta non standard (buona pratica), aggiornate la riga port:
port = 2222

Sui sistemi basati su systemd, la variabile %(sshd_log)s punta automaticamente al journal. Sui sistemi più datati che scrivono su /var/log/auth.log o /var/log/secure, Fail2ban gestisce la differenza tramite il parametro backend.

Per i server web, Apache e Nginx attirano un tipo di abuso diverso: scanner di endpoint 404, bruteforcer di login, bot che generano richieste inutili.

# Apache
[apache-auth]
enabled  = true
logpath  = %(apache_error_log)s
maxretry = 5

[apache-badbots]
enabled  = true
logpath  = %(apache_access_log)s
maxretry = 2

# Nginx
[nginx-http-auth]
enabled  = true
logpath  = %(nginx_error_log)s
maxretry = 3

[nginx-limit-req]
enabled  = true
logpath  = %(nginx_error_log)s
maxretry = 10

La jail nginx-limit-req intercetta i client che superano i limiti impostati con limit_req nella configurazione Nginx: una combinazione utile se avete già lavorato sul tuning delle performance del web server. Se Fail2ban segnala che un percorso di log non esiste, impostatelo esplicitamente, ad esempio logpath = /var/log/nginx/error.log.

Dopo ogni modifica, ricaricate la configurazione:

sudo fail2ban-client reload

Verificare lo stato delle jail e i ban attivi

sudo fail2ban-client status
Status
|- Number of jail:      3
`- Jail list:   nginx-http-auth, sshd, apache-badbots

Per il dettaglio di una singola jail:
sudo fail2ban-client status sshd
Status for the jail: sshd
|- Filter
|  |- Currently failed: 2
|  |- Total failed:     143
|  `- File list:        /var/log/auth.log
`- Actions
   |- Currently banned: 5
   |- Total banned:     38
   `- Banned IP list:   203.0.113.7 198.51.100.22 ...

Centoquaranta tentativi falliti in pochi giorni non sono un’anomalia: su un server esposto a internet è la norma, ed è proprio per questo che Fail2ban è utile.

Ban e unban manuali sono comandi da tenere a portata di mano:

sudo fail2ban-client set sshd banip 203.0.113.99
sudo fail2ban-client set sshd unbanip 203.0.113.99

La jail recidive: bloccare chi torna


Una delle funzionalità meno usate ma più efficaci è la jail recidive, che osserva il log di Fail2ban stesso e banna in modo più severo gli IP che, dopo un ban scaduto, ricominciano subito.

[recidive]
enabled  = true
logpath  = /var/log/fail2ban.log
action   = %(action_mwl)s
bantime  = 1w
findtime = 1d
maxretry = 5

Con questa configurazione, un IP bannato 5 volte in un giorno riceve un ban di una settimana. È quanto di più vicino a una blocklist persistente di attaccanti si possa ottenere senza ricorrere a feed di threat intelligence esterni. Se il sistema non scrive su /var/log/fail2ban.log (setup solo journal), impostate backend = systemd nella jail recidive.

Testare i filtri prima di fidarsi


Prima di abilitare una jail, conviene verificare che il filtro corrisponda davvero alle righe di log presenti sul sistema:

sudo fail2ban-regex /var/log/auth.log /etc/fail2ban/filter.d/sshd.conf

L’output mostra quante righe sono state riconosciute e quali IP sono stati estratti. Un filtro che non intercetta nulla non protegge nulla — vale soprattutto quando si scrivono filtri personalizzati per applicazioni custom, che vivono in /etc/fail2ban/filter.d/:
# /etc/fail2ban/filter.d/miaapp-auth.conf
[Definition]
failregex = ^ .* "POST /login" 401
ignoreregex =

Il tag <HOST> è obbligatorio in un filtro reale: Fail2ban lo sostituisce con una regex che cattura l’indirizzo IP da bannare. Senza, il filtro non estrae nulla di utile. Tenete la regex il più specifica possibile: un pattern troppo largo rischia di bannare traffico legittimo.

nftables e firewalld: adattare il backend


Su Debian 12+ e Ubuntu 22.04+, nftables è il backend firewall predefinito. L’azione di default di Fail2ban usa ancora iptables, che sui sistemi moderni funziona tramite il layer di compatibilità iptables-nft. Su installazioni nftables “pure”, senza quel layer, va impostata esplicitamente l’azione corretta:

[DEFAULT]
banaction = nftables-multiport
banaction_allports = nftables-allports

Su RHEL, Fedora e Rocky, dove il firewall è gestito da firewalld, serve analogamente:
[DEFAULT]
banaction = firewallcmd-rich-rules
banaction_allports = firewallcmd-allports

Verificare quale sia effettivamente attivo evita ban silenziosamente inefficaci: sudo nft list ruleset per nftables, sudo systemctl status firewalld per firewalld.

Ban persistenti e notifiche email


Per default i ban vivono in memoria e un riavvio del server li cancella tutti. Per renderli persistenti:

[DEFAULT]
dbfile     = /var/lib/fail2ban/fail2ban.sqlite3
dbpurgeage = 7d

Su Debian 12+, Ubuntu 22.04+ e Fedora 38+ il database SQLite è già abilitato per default. Questo stesso database alimenta anche la jail recidive, quindi il parametro conta doppio se la usate.

Per ricevere una notifica email ad ogni ban (richiede un setup di invio funzionante, ad esempio postfix o msmtp):

# Solo ban:
action = %(action_)s
# Ban + notifica email:
action = %(action_mw)s
# Ban + email con le righe di log rilevanti:
action = %(action_mwl)s
[DEFAULT]
destemail = voi@vostrodominio.it
sender    = fail2ban@vostroserver.it

Una configurazione di partenza completa

[DEFAULT]
bantime    = 2h
findtime   = 10m
maxretry   = 5
ignoreip   = 127.0.0.1/8 ::1
dbfile     = /var/lib/fail2ban/fail2ban.sqlite3
dbpurgeage = 7d

[sshd]
enabled  = true
port     = ssh
logpath  = %(sshd_log)s
backend  = %(sshd_backend)s
maxretry = 3
bantime  = 6h

[nginx-http-auth]
enabled  = true
logpath  = %(nginx_error_log)s
maxretry = 4

[nginx-limit-req]
enabled  = true
logpath  = %(nginx_error_log)s
maxretry = 10

[recidive]
enabled  = true
logpath  = /var/log/fail2ban.log
bantime  = 1w
findtime = 1d
maxretry = 5
sudo fail2ban-client reload
sudo fail2ban-client status

Cosa Fail2ban non risolve


Fail2ban è reattivo, non preventivo: banna dopo che l’attacco è già in corso. Non copre attacchi brute-force distribuiti su migliaia di IP diversi (con uno o due tentativi ciascuno), exploit zero-day che non generano righe di log, o attacchi a livello applicativo che non falliscono l’autenticazione in modo riconoscibile.

Per una protezione a più livelli, Fail2ban va affiancato ad autenticazione SSH tramite chiave (disabilitando del tutto l’autenticazione a password), un firewall configurato correttamente e revisioni periodiche dei log. Vale anche la pena controllare i limiti di sistema (file descriptor) se il volume di ban è elevato, per evitare che sia Fail2ban stesso a saturare le risorse.

Riferimento rapido

sudo fail2ban-client status                          # elenco jail
sudo fail2ban-client status sshd                      # stato di una jail
sudo fail2ban-client set sshd banip 1.2.3.4           # ban manuale
sudo fail2ban-client set sshd unbanip 1.2.3.4         # unban
sudo fail2ban-client reload                           # ricarica config
sudo fail2ban-regex /var/log/auth.log /etc/fail2ban/filter.d/sshd.conf  # test filtro
sudo tail -f /var/log/fail2ban.log                    # ban in tempo reale

Conclusione


Fail2ban è uno di quegli strumenti che si guadagnano un posto fisso su ogni server Linux esposto a internet: l’installazione richiede pochi minuti e, anche con un tuning minimo, elimina una quantità enorme di rumore da scanner SSH e probe web. La differenza pratica maggiore la fanno tre accorgimenti: impostare un bantime sensato (i 10 minuti di default sono quasi inutili), aggiungere sempre il proprio IP a ignoreip prima di abilitare le jail, e attivare la jail recidive. Da soli, questi tre passaggi migliorano drasticamente l’efficacia di Fail2ban rispetto a un’installazione lasciata ai valori di default.

Fonte originale: LinuxBlog.io – Fail2ban on Linux: Protect Your Server from Brute-Force Attacks


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sono su un treno regionale. ho come la sensazione che ormai non ci sia altro da fare che rassegnarsi ad avere intorno, costantemente, una colonna sonora non scelta fatta di frammenti audio di video ipnotizzanti che la gente guarda senza sosta, riempiendo ogni momento possibile.

poi uno chiede perché ti vuoi rifugiare in montagna e minimizzare il contatto con l'umano.

in questi giorni mi sembra ancora di più un'evidenza che gli smartphone, con la loro progettazione e quella delle app di maggiore uso, abbiano ormai indotto una mutazione antropologica enorme.

mentre attendo il momento della fuga in montagna, spero sempre che i data center di big tech fondano e smettando di funzionare, per sempre.

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Scoperto un sistema segreto in Claude Code: identificava proxy, gateway e concorrenti

📌 Link all'articolo : redhotcyber.com/post/scoperto-…

A cura di Redazione RHC

#redhotcyber #news #intelligenzaartificiale #claudecode #anthropic #marcatorinascosti #codicenascosto #cybersecurity

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NEW: Iran's government has now admitted that it took down the internet in the country, arguing that it did to protect against Israeli cyberattacks.

I spoke to two Iranians who live abroad and can't communicate with their loved ones back home because of the blackout.

"I haven’t heard from them in two days, but someone is supposed to update me. I hope everything is okay," Amir Rashidi told me.

techcrunch.com/2025/06/20/iran…

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Missione Valigia: 80 TB per addestrare l’AI in incognito con destinazione Kuala Lumpur


All’inizio di marzo, quattro ingegneri cinesi sono arrivati ​​in Malesia da Pechino. Ognuno di loro ha portato con sé una valigia contenente quindici hard disk contenenti circa 80 terabyte di dati. Si trattava di fogli di calcolo, immagini e video utilizzati per addestrare un modello di intelligenza artificiale. L’azienda ha noleggiato circa 300 server con moderni chip Nvidia da un data center malese . Gli ingegneri hanno caricato i dati e hanno iniziato ad addestrare il modello, sperando di riportarlo in Cina.

Da quando gli Stati Uniti hanno imposto restrizioni all’esportazione di chip di intelligenza artificiale avanzati, le aziende cinesi hanno cercato modi alternativi per accedere alla tecnologia di cui hanno bisogno. In alcuni casi, hanno utilizzato equivalenti nazionali, ma ciò non è stato sufficiente. I tentativi di importare chip americani attraverso paesi terzi sono diventati meno efficaci a causa della crescente pressione. Ora, un numero sempre maggiore di sviluppatori sta trasferendo dati all’estero per utilizzare apparecchiature americane nel Sud-est asiatico e in Medio Oriente.

Tali azioni sono al limite dei divieti formali. Secondo l’ex funzionaria del Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti, Thea Candler, la questione dell’accesso remoto delle aziende cinesi ai chip americani è stata discussa persino durante l’amministrazione Biden. Di solito, tra produttori come Nvidia e gli utenti finali cinesi intercorrono diversi intermediari, il che rende difficile il controllo.

L’amministrazione Biden aveva proposto di limitare le spedizioni per paese, il che avrebbe reso più difficile per la Malesia servire i clienti cinesi. Ma l’amministrazione Trump ha fatto marcia indietro a maggio, affermando di non voler creare barriere inutili per le aziende americane. È stato invece ricordato alle aziende che devono intervenire contro l’uso dei loro prodotti per addestrare l’intelligenza artificiale cinese.

Gli ingegneri cinesi non hanno trasferito i dati via Internet, poiché ciò avrebbe richiesto mesi. Hanno preparato e ottimizzato i set di dati in anticipo, sapendo che sarebbe stato difficile apportare modifiche dopo aver lasciato il Paese. Non è la prima volta che implementano un progetto in Malesia. In precedenza, utilizzavano lo stesso data center tramite una filiale di Singapore. Successivamente, per ridurre i rischi, è stata registrata una società ufficiale a Kuala Lumpur con la partecipazione di cittadini malesi.

Gli hard disk furono distribuiti in quattro valigie per evitare di attirare l’attenzione alla dogana. Questa volta, gli ingegneri tornarono in Cina con i risultati: centinaia di gigabyte di modelli e parametri addestrati. Il sistema è stato utilizzato per aggirare i divieti sull’importazione di server e chip in Cina, ma sta diventando sempre più inaffidabile. A febbraio, Singapore ha aperto un procedimento contro tre persone accusate di aver nascosto la destinazione finale di milioni di dollari di apparecchiature Nvidia. Le autorità locali hanno dichiarato che non consentiranno che le restrizioni all’esportazione vengano aggirate attraverso la loro giurisdizione.

Nel frattempo, il Sud-est asiatico sta vivendo un boom dei data center. JLL stima che la capacità complessiva dei data center di Malesia, Singapore, Thailandia e Indonesia sia di 2.000 megawatt, paragonabile a quella di Londra e Francoforte messe insieme. Quest’anno, un’azienda cinese ha preso in leasing 200 server di intelligenza artificiale originariamente destinati a un fornitore di servizi cloud statunitense. La domanda di chip Nvidia e AMD nella regione è aumentata vertiginosamente negli ultimi mesi. Nonostante i piani della precedente amministrazione di imporre restrizioni, tali forniture ora proseguono senza particolari restrizioni.

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Paragon smentisce il #Copasir: “Abbiamo rescisso il contratto perché il governo non vuole scoprire chi ha spiato #Fanpage

In una nota l’azienda israeliana di sicurezza informatica dichiara di aver “offerto al governo e al parlamento italiano un modo per determinare” se il suo sistema fosse stato usato contro il direttore di Fanpage.it Francesco #Cancellato. A seguito del loro rifiuto, #Paragon ha rescisso il contratto.

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