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Sacrifici umani propiziatori: per celebrare margine e fatturato record nel 3° trim 2026, Cisco taglia 4.000 persone che Chuck Robbins in persona ringrazia per il contributo

Ma almeno non ha usato la solita scusa della IA...

"A coloro che lasciano Cisco, grazie per il vostro contributo, la vostra dedizione e il segno che avete lasciato in questa azienda. Siamo profondamente grati"

blogs.cisco.com/news/our-path-…

@lavoro

Se non è influenza Russa, non fa notizia: la Francia indaga su una possibile interferenza della società israeliana BlackCore nelle elezioni locali, secondo quanto riferito da alcune fonti.

Le autorità francesi stanno esaminando se una campagna di interferenza straniera mirata a un partito di estrema sinistra in vista delle elezioni comunali di marzo sia stata condotta almeno in parte da un'oscura società israeliana chiamata BlackCore, secondo tre fonti a conoscenza della questione.

  • Almeno tre candidati a sindaco sono stati presi di mira
  • #BlackCore si descriveva come un'azienda specializzata in "guerra dell'informazione"
  • Il sito web dell'azienda è stato successivamente disattivato
  • L'ala più radicale della sinistra rappresenta una forza significativa in vista delle elezioni presidenziali del 2027

reuters.com/business/media-tel…

@Politica interna, europea e internazionale

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Tutorial di FreeCAD 1.1 per principianti che apprezzano istruzioni chiare.

«Se siete interessati a FreeCAD ma non sapete da dove iniziare, ecco un fantastico video tutorial per FreeCAD 1.1 realizzato da [Deltahedra], pensato appositamente per mostrarvi come modellare un componente 3D da zero, seguendo le migliori pratiche di progettazione ingegneristica»

@lealternative

hackaday.com/2026/05/13/freeca…

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FreeCAD 1.1 Tutorial, For Beginners Who Like Clear Instructions


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If you’ve been interested in FreeCAD but haven’t known where to start, here’s a wonderful video tutorial for FreeCAD 1.1 by [Deltahedra] aimed squarely at how to model a 3D part from scratch while also following best engineering practices for part design. It focuses on a concise and meaningful workflow that respects your time and doesn’t make assumptions about skill level. It even starts by taking a few moments to explain how to navigate the interface, a courtesy many will appreciate.

FreeCAD can do quite a lot, so a tutorial that focuses on a specific yet broadly-applicable task with a clear context is a great way to narrow the scope into something manageable, and be comprehensive without getting bogged down in minutiae. [Deltahedra] does this by exclusively using the part design workbench, demonstrating what to do to make a part step-by-step, and showing common mistakes that can happen and how to fix them if they occur. Beyond that, it’s left up to the curious hacker to delve for themselves into what else FreeCAD has to offer.

Since 1.1 is (at this writing) the latest stable release, one can also be confident that the tutorial will match the user interface and features one sees on their own screen. After all, it can be frustrating to attempt to follow a tutorial only to find out things are a few versions behind and nothing is where one expects it to be.

Best practices aren’t just fussy rules about how to do things, and [Deltahedra] demonstrates this by showing how certain procedures just plain make more sense when designing shapes. Our own Arya Voronova has also shared best practices for FreeCAD, so check that out for some added perspective. You’ll be wielding FreeCAD in confidence and comfort in no time.

Thanks for the tip, [Vik Olliver]!

youtube.com/embed/KmtqNaGPiiQ?…


hackaday.com/2026/05/13/freeca…

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La regolamentazione UE non salverà i social network aperti. La newsletter di Laurens Hof (e Threads non ha più senso di esistere)

La Commissione europea ha deciso di non estendere le norme di interoperabilità del Digital Markets Act ai social media, precludendo così una potenziale via di adozione per i social network aperti.

connectedplaces.online/reports…

@fediverso

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♥️Un giudice federale blocca le sanzioni statunitensi contro Francesca Albanese, direttrice generale delle Nazioni Unite♥️

Il giudice distrettuale statunitense Richard Leon di Washington ha affermato che l'amministrazione Trump ha cercato di regolamentare la libertà di parola di Francesca Albanese a causa dell'"idea o del messaggio espresso".

x.com/i/status/205467873812667…

@news

Thiel punta sull’energia delle onde per alimentare i data center. Report Ft

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Thiel si tuffa nei data center alimentati dalle onde oceaniche mentre crescono i bisogni energetici startmag.it/innovazione/thiel-…

DeepSeek cambia strategia per tenersi stretti i suoi talenti

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DeepSeek prepara il primo round di finanziamento esterno con una valutazione fino a 50 miliardi di dollari mentre Tencent, Alibaba e fondi statali cinesi valutano un ingresso nel capitale della startup di intelligenza artificiale. Fatti e

Cosa sappiamo del contrabbando di chip Nvidia tra Supermicro, Alibaba e Thailandia

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L'azienda thailandese Obon è sospettata di aver contrabbandato in Cina i server di Super Micro Computer, contenenti microchip Nvidia: tra gli acquirenti ci sarebbe startmag.it/innovazione/nvidia…

Tutti i piani di Google con SpaceX (e non solo) sui centri dati nello spazio

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Google è in trattative con SpaceX per realizzare il Project Suncatcher, un programma sui centri dati orbitali alimentati a energia solare. La società di Musk sta lavorando a un'iniziativa simile con Anthropic. E anche Blue Origin di Bezos e Meta di

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Kickstarter è l'ultima piattaforma apparentemente costretta a vietare i contenuti per adulti da parte dei processori di pagamento

Kickstarter ha aggiornato le sue linee guida sui contenuti per vietare diverse forme di contenuti NSFW e la colpa potrebbe essere del processore di pagamento Stripe

kotaku.com/kickstarter-is-the-…

@eticadigitale

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Mantieni vivo l'OSS durante l'orario aziendale

Quando il software Open Source si rompe, la resistenza lo risolve: silenziosamente, professionalmente e in orario aziendale.

ossresistance.com/

@lavoro

Tutte le mosse di OpenAi (contro Anthropic) per le imprese e la cybersicurezza in Europa

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È sempre più accesa la competizione tra OpenAi e Anthropic: la startup di Altman ha creato una nuova società per diffondere l'intelligenza artificiale nelle imprese e ha offerto all'Europa l'accesso al suo modello specializzato nella

Le tribolazioni di Sony, lasciata a piedi da Honda e con le PlayStation 5 che vendono meno

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Nel 2025 le vendite di PlayStation 5 hanno subito un brusco rallentamento, con i cali maggiori nell'ultimo periodo. L'arrivo nei negozi del blockbuster videoludico Gta VI il prossimo

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Non lo so se qualcuno starà al Salone di Torino, ma se ci siete, vi invitiamo alla presentazione del libro di Joda, nato grazie al podcast "IO HACKER" e di cui un editore si è innamorato.

Il titolo è "Vita da hacker. Storie di eroi, visionari e fuorilegge", edito da Coppola Editore (gruppo Marotta&Cafiero).

PS: in Storie Spettinate siamo indie da sempre, ma per questo editore abbiamo fatto una deroga per motivi etici e sociali.

La presentazione è alle 19:00 di venerdì 15 maggio, sala Minà.

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Policia national spagnola e ROS carabinieri assieme a caccia di latitanti: ne scovano tre a Tenerife


A conclusione di un’articolata attività svolta in sinergia con il Raggruppamento Operativo Speciale Carabinieri, la Comisaría General de Información della Polizia nazionale spagnola di Madrid ha localizzato e arrestato 3 latitanti di nazionalità italiana colpiti da mandato di arresto europeo per i reati di percosse, lesioni personali, danneggiamento, evasione, truffa, ricettazione, contraffazione delle impronte di una pubblica autenticazione o certificazione, falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale, sostituzione di persona e furto, derivanti da 3 distinte condanne definitive.

L’attività della Comisaría General de Información della Polizia nazionale ha permesso di disarticolare un’organizzazione criminale che gestiva una vera e propria centrale di produzione e smistamento di documenti falsi a Tenerife, nelle Isole Canarie. I tre latitanti – identificati ed arrestati nel corso di intensa e prolungata collaborazione col ROS – si avvalevano sistematicamente di tali documenti per eludere i controlli e garantirsi la propria permanenza in territorio spagnolo sotto falso nome.

Le indagini della Comisaría General de Información della Polizia Nazionale, che hanno permesso di colpire la citata organizzazione dedita alla produzione di documenti falsi, prende le mosse dalla cattura di ulteriori tre latitanti, avvenuta il 15 agosto 2025 ad Ibiza, che si erano sottratti alla misura cautelare dell’indagine ANEMONE del ROS (eseguita il giorno 8 luglio 2025), la cui permanenza all’estero era stata favorita dalla medesima rete criminale. L’operazione – svolta simultaneamente a Barcellona e Tenerife (Spagna), dove i tre soggetti sono stati rintracciati – è il risultato della cooperazione internazionale tra forze di Polizia, con il supporto di Eurojust.

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Mythos contro curl: quando l’AI “troppo pericolosa” incontra la realtà del codice


@Informatica (Italy e non Italy)
Per settimane il nome “Mythos” è stato costruito come un oggetto quasi mitologico. Anthropic lo ha presentato come un modello AI capace di trovare vulnerabilità zero-day a un livello tale da risultare “troppo pericoloso” per una release pubblica. Una


Mythos contro curl: quando l’AI “troppo pericolosa” incontra la realtà del codice


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Per settimane il nome “Mythos” è stato costruito come un oggetto quasi mitologico. Anthropic lo ha presentato come un modello AI capace di trovare vulnerabilità zero-day a un livello tale da risultare “troppo pericoloso” per una release pubblica. Una narrativa perfetta per il ciclo mediatico dell’AI security nel 2026: modello segreto, capacità offensive avanzate, accesso ristretto, migliaia di vulnerabilità individuate. Il genere di storytelling che nel mondo cyber si propaga in poche ore tra LinkedIn, Twitter/X, keynote e blog enterprise.

Poi però Mythos è stato testato contro uno dei progetti open source più scrutinati del pianeta: curl. E lì il racconto ha iniziato a incrinarsi.

Un software scritto come si deve


A raccontarlo è stato direttamente Daniel Stenberg, storico maintainer di curl e figura ormai centrale nel dibattito sulla collisione tra AI e vulnerability research. Nel suo lungo post pubblicato sul blog personale, Stenberg descrive il risultato dell’analisi effettuata con Mythos sul repository di curl: cinque vulnerabilità segnalate come “confirmed security vulnerabilities”. Dopo il triage umano del team sicurezza di curl, il bilancio finale si è ridotto a una sola vulnerabilità reale, classificata a bassa severità, tre falsi positivi e un semplice bug non-security. (daniel.haxx.se)

Ed è qui che il tema diventa interessante, perché il punto non è tanto “Mythos non funziona”. Anzi. Stenberg stesso riconosce che il report contiene analisi tecniche solide e bug descritti bene, con un numero relativamente basso di falsi positivi rispetto alla media degli scanner AI attuali. Il problema è un altro: il gap enorme tra la narrativa costruita attorno al modello e i risultati concreti osservabili sul campo.

La frase più pesante dell’intero post è probabilmente questa:

the big hype around this model so far was primarily marketing


Un software largamente usato


Una dichiarazione che arriva non da un opinionista qualsiasi, ma da uno dei maintainer open source più esposti al fenomeno AI-assisted vulnerability hunting. Negli ultimi mesi Stenberg ha documentato pubblicamente l’esplosione di report generati da AI, il collasso qualitativo di molti bug bounty submission e il nuovo scenario che lui stesso definisce “high-quality chaos”.

Il contesto infatti è fondamentale. curl non è un target qualunque. È software vecchio di decenni, onnipresente, analizzato continuamente da ricercatori, aziende, fuzzing infrastructure, static analyzer, LLM e offensive security team. Il progetto ha già attraversato una vera ondata di AI-powered auditing nel 2025 e 2026, con centinaia di issue segnalate e decine di CVE pubblicate.

In altre parole: Mythos non stava entrando in un territorio inesplorato. Stava arrivando su un codice già passato attraverso un livello di scrutiny estremo.

Ed è qui che la promessa implicita di Anthropic sembra perdere consistenza. Se un modello viene presentato quasi come una svolta paradigmatica nella vulnerability discovery offensiva, ci si aspetta almeno un salto qualitativo evidente rispetto agli strumenti precedenti. Non necessariamente centinaia di 0-day critici, ma almeno pattern nuovi, classi di bug differenti, chaining più sofisticati o insight architetturali difficili da intercettare con gli attuali sistemi AI-assisted SAST.

Secondo Stenberg, questo salto non si è visto.

Anzi, il maintainer di curl arriva a sostenere che altri strumenti AI usati in precedenza avevano già prodotto quantità maggiori di bugfix. Mythos forse è “leggermente migliore”, scrive, ma non abbastanza da cambiare realmente il paradigma della code analysis.

Questa distinzione è cruciale perché separa due fenomeni che oggi vengono continuamente confusi nel marketing AI security.

Il primo fenomeno è reale: i moderni LLM stanno diventando estremamente efficaci nell’analisi del codice. Stenberg lo dice chiaramente. Gli strumenti AI contemporanei trovano vulnerabilità meglio dei tradizionali static analyzer. La differenza rispetto a cinque anni fa è concreta e misurabile.

Il secondo fenomeno invece è narrativo: trasformare questo miglioramento incrementale in una retorica quasi apocalittica, dove ogni nuovo modello viene descritto come un cyber-weapon rivoluzionario capace di destabilizzare l’intero ecosistema software.

Ed è proprio questa seconda parte che il caso Mythos sembra mettere in discussione.

L’hype dell’AI ormai incontrollabile


Perché il rischio, nel settore cybersecurity, è che l’hype finisca per sostituire il metodo. La comunicazione attorno a Mythos ha funzionato perfettamente: accesso ristretto, dichiarazioni sulla pericolosità del modello, riferimenti a migliaia di zero-day trovati internamente, programma limitato a poche organizzazioni strategiche. Tutti elementi che costruiscono scarsità, percezione di superiorità tecnologica e senso di urgenza.

Ma quando il modello viene finalmente osservato in un caso reale e pubblico, il risultato appare molto più ordinario: un buon AI-assisted code analyzer che trova un low severity issue in un progetto maturissimo e già massacrato da anni di auditing.

Non è poco. Ma non è nemmeno la rivoluzione promessa.

La parte forse più interessante dell’intera vicenda è che Stenberg non assume una posizione anti-AI. Al contrario. La sua analisi è molto più sofisticata della solita polarizzazione “AI sì / AI no”. Lui riconosce apertamente che gli LLM stanno cambiando il vulnerability research landscape. Il problema, semmai, è che il settore sta sovrastimando la distanza tra i nuovi modelli “frontier” e ciò che gli strumenti AI moderni già fanno oggi.

Ed è una riflessione che nel mondo offensive security merita attenzione.

Perché se Mythos — il modello presentato come troppo pericoloso per essere rilasciato — produce risultati sostanzialmente comparabili agli strumenti già esistenti, allora forse la vera trasformazione non è l’arrivo di un singolo modello “superiore”, ma la democratizzazione progressiva dell’AI-assisted vulnerability discovery.

Una differenza enorme.

Nel primo scenario, il vantaggio resta concentrato nelle mani di pochi laboratori frontier AI. Nel secondo, invece, la capacità offensiva si distribuisce rapidamente: più ricercatori, più scanner, più auditing, più rumore, più CVE, più triage umano necessario.

Ed è esattamente il futuro che Stenberg sembra vedere arrivare: non una singola AI onnipotente, ma un ecosistema saturo di agenti capaci di produrre contemporaneamente valore tecnico reale e quantità industriali di “security slop”.

Un mondo dove il problema non è più trovare vulnerabilità. È distinguere quelle importanti dal resto.


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AI: prevarrà la tecnologia o il potere politico? Parla il prof. Colajanni

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Dallo scontro tra Peter Thiel e Donald Trump sul potere dell’IA ai rischi della dipendenza digitale, passando per lavoro, scuola, sovranità tecnologica europea e nuovi equilibri tra politica e Big Tech. Conversazione di Marco

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Fedle: bot Fediverso simil wordle


Esiste nel Fediverso un gioco famoso in altri social network soprattutto su X: si chiama Fedle ed è una variante di Wordle.

Un po' di storia: Wordle


Su X/Twitter si trovano persone che pubblicano post pieni di numeri e quadratini gialli, grigi e verdi.

Si tratta di un gioco chiamato Wordle che consiste nell'indovinare una parola messa a disposizione dal videogioco ogni giorno; la versione originale ha i termini in inglese di 5 lettere e si hanno a disposizione sei tentativi, partendo dalla sola lettera iniziale. Indovinata la parola, si copia il risultato sui social network.

Creato nel 2021 dallo sviluppatore Joseph Wardle, si è diffuso su Twitter per poi essere acquistato dal New York Times e ne sono nate parecchie varianti anche in italiano (parle, parolette, parole sante...).

Wordle è un programma completamente grafico tastiera compresa, anche se in un gioco di questo tipo la vista neanche servirebbe. Così le persone con disabilità visiva non potevano giocare, finché qualcuno non ha creato l'estensione chrome accessible wordle - in teoria supporta tutti i browser con estensioni, ma se Wordle modifica la propria architettura, l'estensione potrebbe non funzionare più. Vale la pena?

Chi ama i social network commerciali si tenga Wordle, perché noi nel Fediverso abbiamo qualcosa di alternativo, stabile, accessibile e completamente rispettoso della riservatezza.

Fedle: un bot Wordle per ActivityPub


Se Wordle è un'interfaccia web, Fedle è un bot con cui interagire esattamente come lo si farebbe con qualunque utilizzatore umano: botta e risposta. Per cui va bene ogni client fediverso e ogni browser web senza installare programmi in più.

La versione italiana risponde a @fedle_it@fedle.fedilab.app - per ricevere ogni giorno alle 14:00 una parola italiana da indovinare, basta seguire il bot come si farebbe con qualunque altro handle fediverso.

Come si usa


Quando si interagisce con Fedle_it la visibilità dei messaggi deve essere su "privato" - solo le persone che menziono.

  • aiuto: manda un elenco di comandi
  • regole: mostra le regole del gioco disponibili anche nella pagina informazioni di Fedle.
  • una volta ricevuta la parola del giorno, basterà rispondere alla conversazione in privato, con quella che si presume sia la soluzione.

Se fedle dice "6 lettere, inizia per l", si potrà rispondere (impostando la visibilità su privato) semplicemente scrivendo ad esempio lavoro.

Per comodità, ecco i comandi e le regole del gioco:

Indovina la parola del giorno in 6 tentativi.
La prima lettera viene data come indizio. La tua risposta deve essere della lunghezza giusta e nel dizionario.
:correct: = lettera giusta, posizione giusta
:misplaced: = lettera giusta, posizione sbagliata
:absent: = lettera non nella parola

Comandi:


  • aiuto: mostra queste regole
  • statistiche: statistiche personali
  • migliori: classifica istanza (7 giorni)
  • statistiche istanza.tld: statistiche per una istanza
  • suggerisci: PAROLA: proponi una parola
  • esercizio: allenati con una parola casuale
  • nuovo esercizio: ottieni una nuova parola


I simboli (emoji)


Come detto, graficamente si mostrano dei simboli. Dei quadratini.

  • 🟩 - verde, lettera presente nella parola e posizionata nel posto giusto. Se la soluzione è "sopra" ma tu hai scritto "sport", ci saranno due simboli verdi nella posizione 1 e 4.
  • 🟨 - giallo, lettera errata. Misplaced. Presente nella parola, ma posizionata nel posto sbagliato. Se la tua risposta è "sport" ma la soluzione è "sopra", in posizione 2 e 3 ci saranno due segni gialli perché le due lettere sono scambiate di posto.
  • ⬛ - grigio: lettera assente. La parola non contiene la lettera in questione. Nell'esempio di "sport", la "t" sarà una tessera grigia perché nella parola richiesta, "sopra", non esiste la t.


Competizione e condivisione


Ovviamente non è obbligatorio condividere i propri risultati sui social network, ma Fedle quando si arriva alla soluzione, restituisce un link da cliccare. Si apre il browser e si copia il risultato con l'apposito pulsante, che poi si può trasferire incollandolo sul composer del proprio client fediverso.

Ogni domenica arriva la classifica settimanale delle istanze che hanno giocato, e ogni giorno vengono dati i risultati della parola precedente: quanti giocatori hanno provato, la percentuale di risoluzioni, la media di tentativi svolti.

Si può barare con l'AI? Volendo sì. Ma se lo fai... ti dai praticamente del pollo da solo.

Hashtag da usare


Di solito si usa #fedle che è già preimpostato nel post coi risultati da incollare nel composer del client Fediverso. Ma nessuno vieta di aggiungerne altri, tipo #ParoleSante o #FedleItalia o anche WordGame, Puzzle, Rompicapo...

CREDITS:
Elena Brescacin - @elettrona@poliversity.it | traduttrice italiana di Fedle

Sony smetterà di giochicchiare con la concorrenza e i prezzi del PlayStation Store?

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Alle battute finali la class action americana che accusa Sony di aver costretto i videogiocatori a pagare sul suo PlayStation Store cifre superiori rispetto alla liberalizzazione del servizio: si

Cosa c’entra Anthropic con il processo tra Elon Musk e Sam Altman

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Anthropic nel processo Musk-Altman. L'analisi di Alessandro Aresu.

startmag.it/innovazione/anthro…

Ecco come l’Ue difende i consumatori e mette in riga Apple e Google

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Il Digital Markets Act dell'Ue costringe Apple e Google ad aprire i propri ecosistemi, facilitando il trasferimento dei dati tra iPhone e Android e introducendo nuove funzioni di interoperabilità per accessori e dispositivi di

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Amodei di Anthropic potrebbe detronizzare Altman e OpenAI

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Anthropic di Dario Amodei sta vivendo un momento d'oro e valuta una raccolta fino a 50 miliardi di dollari che potrebbe spingerla verso una valutazione vicina ai 1.000 miliardi, una cifra che supererebbe il record già raggiunto da OpenAI. Fatti,

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Usi #Docker? Questi tools possono farti comodo...

github.com/bcicen/ctop
github.com/wagoodman/dive
github.com/jesseduffield/lazyd…

Grazie a @grep_harder per la segnalazione

@informatica

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Creazione di comunità ai margini di Internet

E se la tua comunità potesse esistere senza numeri di telefono, indirizzi email o siti web di terze parti? E ​​se tutto ciò di cui la tua comunità avesse bisogno per fornire servizi digitali ai suoi membri fosse un Nostr Relay sulla rete locale?

news.dyne.org/the-edge-of-the-…

@informatica

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𝗜𝗹 𝟭𝟯 𝗺𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝟭𝟴𝟴𝟴 𝗻𝗮𝘀𝗰𝗲𝘃𝗮 𝗜𝗻𝗴𝗲 𝗟𝗲𝗵𝗺𝗮𝗻𝗻, la scienziata che cambiò per sempre il nostro modo di guardare l’interno della Terra.

Analizzando le onde sismiche generate dai terremoti, Lehmann intuì nel 1936 che il nucleo terrestre non era uniforme: vi era un nucleo esterno liquido e un nucleo interno solido. Una scoperta fondamentale per comprendere la struttura profonda del nostro Pianeta e il funzionamento del campo magnetico terrestre.
ingvambiente.com/2023/05/10/in…

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EFFecting Change: Come de-senshittizzare Internet. 14 maggio 2026 - dalle 11:00 alle 12:00 PDT

Internet non è peggiorato per caso; è stato sistematicamente plasmato fino a diventare quello che è oggi. Unisciti a Wendy Liu in diretta per una conversazione con Cory Doctorow sul suo ultimo libro, Enshittification. Cory è chiaro: le piattaforme non mantengono le promesse, le grandi aziende tecnologiche ne traggono profitto e dovresti essere frustrato.

eff.org/event/effecting-change…

@eticadigitale

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Stasera ci vediamo sul canale @BoostMediaAPS con @macfranc e @skariko

Non mancate!


Mercoledì alle 19.15 ci vediamo con @macfranc e @skariko sul canale YouTube di @BoostMediaAPS per una chiacchierata davvero interessante a tema #Fediverso , #Servizi , #News , #Divulgazione , #Alternative , #OpenSource e #Linux

Non potete mancare!

Canale BoostMedia APS 😉


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Il monitoraggio delle intrusioni su Android come nuova fonte di dati per l'analisi forense consensuale


Google ha annunciato oggi il lancio di una nuova funzionalità di "Registrazione delle intrusioni Android" nell'ambito della Modalità di protezione avanzata di Android (AAPM). Questa nuova funzionalità promette di essere un valido supporto per i ricercatori di informatica forense impegnati in indagini su attacchi sofisticati ai dispositivi Android. È la prima volta che un importante produttore di dispositivi rilascia una funzionalità specificamente progettata per migliorare la capacità di rilevare e contrastare, a livello forense, le minacce digitali avanzate.

securitylab.amnesty.org/latest…

@informatica

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Anche in Brasile i servizi di protezione dell'infanzia commettono pensano di criminalizzare gli strumenti di sicurezza digitali.

Una bozza di legge sui crimini informatici ha suscitato dibattito, collegando gli strumenti di tutela della privacy a pene più severe....

@privacypride

poder360.com.br/opiniao/protec…

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Guardare dall'altra parte. L'UE non è riuscita a impedire l'esportazione di sistemi di sorveglianza verso i violatori dei diritti umani.

La UE, i cui Stati membri ospitano molte delle aziende che sviluppano ed esportano tecnologie di sorveglianza in tutto il mondo, è parte del problema e fa troppo poco per impedire le vendite e i trasferimenti dai suoi Stati membri a governi che usano la tecnologia per reprimere il dissenso e violare i diritti umani.

hrw.org/report/2026/05/12/look…

@eticadigitale

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One cannot underestimate the value LibreOffice brings to the world.

Go get it. Use it. If possible: support it too.


The Document Foundation announces LibreOffice 25.8.7
2026-05-12Italo Vignoli

The Document Foundation announces the release of LibreOffice 25.8.7, the final maintenance release of the LibreOffice 25.8 family, available for download at libreoffice.org/download [1]. Users of LibreOffice 25.8.x should update to LibreOffice 26.2.x as LibreOffice 25.8.x end of life will be on June 12, and after that date the software will not receive additional security updates.

@libreoffice #libreoffice


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DK10x30 - Fanfaroni e cantori


Il "manifesto di Palantir" si aggiunge alla lunga tradizione di fanfaronate di arricchiti che si credono pensatori. E la cosiddetta "intervista" a Claude di Walter Veltroni a quella dei cantori...

Ascolta l'episodio su Spreaker.com

Prima di tutto una notiziola di servizio. Dopo anni mi sono deciso a mettere online gli script di DataKnightmare. C'è voluto un po', per trovare un software e un provider che dipendessero il minimo possibile dagli Stati Uniti. Soprattutto se siete come me e, se non siete incazzati, l'inutilità di tutto vi fa perdere d'animo. Non esattamente l'atteggiamento per un marketing vincente.

Per fortuna c'è Elena Rossini, che si è posta lo stesso problema e ha condiviso con me la sua soluzione. Quindi, da oggi, se DataKnightmare ha finalmente una casa testuale su dk.dataknightmare.eu, lo dobbiamo anche a Elena. Per ora ho caricato due stagioni in inglese e l'ultima in italiano. Ci vorrà un po', ma non altri dieci anni.

Veniamo a noi. Nel rumore infernale delle novità inutili che escono ogni quarto d'ora, mi è sembrato di cogliere qualcosa di interessante.

Avrete letto e straletto del cosiddetto "manifesto di Palantir", quella ventina di punti su Twitter che riassumono il libro di Alex Karp, CEO di Palantir. E avrete letto e straletto della cosiddetta "intervista a Claude" fatta nientemeno che da Walter Veltroni sul Corriere.

Prima che smettiate di ascoltare vi dico subito che non ho nessuna intenzione di entrare nel dettaglio dell'una né dell'altra. I tweet di Palantir li ho letti di sfuggita, e l'intervista di Veltroni, qualsiasi cosa contenga, non la valuto il tempo che mi ci vorrebbe per leggerla.

E quindi?

E quindi voglio parlare non dell'una o dell'altra cosa, perché sono chiaramente due stupidate, ma di quello che rappresentano, che invece secondo me è interessante.

Partiamo da lontano.

La mia generazione ha portato l'informatica in azienda. Siccome non ho combattuto a Waterloo, l'automazione in azienda c'era già, ma è la mia generazione che ha visto sparire macchine per scrivere e fax e arrivare prima Wordstar, Word e poi tutto il cucuzzaro.

Sono stati decenni tumultuosi durante i quali è stato digitalizzato tutto il digitalizzabile, alcune volte bene, altre così così, altre ancora, citando René Ferretti, a cazzo di cane.

È stato un periodo in cui ognuno ha sognato una propria versione della mitologica "organizzazione piatta" su cui le varie business school scrivevano interi scaffali di trattati.

Ma il punto è che un'organizzazione non è una struttura tecnologica. È una struttura socio-tecnica complessa, in cui la tecnologia gioca una parte. Il risultato è che il semplice arrivo di una tecnologia non determina cambiamenti automatici nei processi e nella struttura sociale dell'organizzazione, per via delle interazioni e delle retroazioni fra tutte le componenti del sistema.

Detto in termini più diretti: qualsiasi cosa ne pensino i tecnologi, non ci sono soluzioni esclusivamente tecnologiche ai problemi di un sistema socio-tecnico.

Una delle dimostrazioni più lampanti può essere per esempio "il superamento della carta", tema sul quale personalmente ho speso molti anni e molto sangue. Credo che possiamo essere tutti d'accordo sul fatto che non c'è mai stata tanta carta negli uffici da quando i documenti sono diventati digitali.

E siccome i documenti sono diventati digitali, ne esistono innumerevoli versioni, tutte sottilmente incompatibili tra loro, che continuano la loro vita indipendente in diverse parti dell'organizzazione.

Per fare un esempio semplice, una volta esisteva la carta intestata (spoiler alert, esiste ancora, ma solo per i contratti firmati dai megadirettori); oggi ogni singola sede locale, e ogni ufficio dentro quella, ha la propria versione "ufficiale" della carta intestata, con una specifica versione del logo, diversa da tutte le altre.

Se invece vi sentite troppo tecnologici per la carta intestata, possiamo parlare di processi, software, API e della relativa documentazione, di cui esistono tante versioni quanti sono i gruppi di developer.

Ogni incompatibilità che emerge durante un progetto viene risolta ad hoc, e a volte documentata, dai diversi gruppi che devono collaborare, con il solo risultato che alla fine esisterà un'altra versione in più del codice, e a volte anche della documentazione. E non venitemi a raccontare che il vostro Confluence o il vostro github sono in ordine.

Quello che è successo con i documenti è successo con tutto, ovviamente. Processi, mansioni, gerarchie.

La questione della gerarchia è interessante. Dicevamo prima che tutti hanno sognato una propria versione della mitologica "organizzazione piatta" che le business school ci assicuravano essere il futuro.

Per me e per quelli come me, organizzazione piatta significava un vertice che avrebbe dettato le linee strategiche, e subito sotto una linea di operativi ad altissima competenza con completa autonomia, eliminando ogni intromissione del top management nelle decisioni tecniche e liberandosi dell'inutile terzo del middle management.

Per il middle management, "organizazione piatta" significava automatizzare o esternalizzare, ma comunque eliminare l'inutile terzo degli operativi, con la loro fissazione di avere obiezioni tecniche alle direttive strategiche del vertice e alle loro interpretazioni da parte del middle management.

Per i vertici, "organizzazione piatta" significava eliminare l'inutile terzo degli operativi e interfacciarsi esclusivamente con il middle management, così da superare finalmente il bisogno di considerare i cosiddetti "dettagli tecnici".

Se vi guardate attorno oggi, non è difficile capire chi ha vinto. I vertici sono ancora tutti lì, e il middle management ha ranghi più pieni che mai. L'appiattimento delle organizzazioni, se c'è stato, ha significato estromettere ed esternalizzare perlopiù le competenze tecniche.

Allo stesso tempo, c'è stata una evoluzione notevole nei ruoli apicali. Con l'avvento del venture capital dagli anni 2000 in poi, le figure apicali sono passate dall'essere figure gestionali ad essere figure sempre più performative. In nessun ruolo questo è più evidente che nel ruolo del CEO. Oggi, il CEO è sopratuttto qualcuno in grado di intessere una narrazione convincente della propria visione del futuro, per poter raccogliere, sul mercato o da investitori privati, i finanziamenti necessari a costruirlo.

Che quel futuro abbia tecnicamente o economicamente senso, che sia perfino possibile, o che abbia una qualche relazione col futuro raccontato nell'ultimo esercizio, non ha alcuna importanza.

Quello che conta è che la figura del CEO, e la narrazione che propone per questo semestre, continui a ispirare la fiducia degli investitori. Null'altro conta.

Il CEO oggi non deve essere capace di "fare", e nemmeno più di dirigere. Deve solo saper convincere. Incessamente, cambiando storia ogni volta che serve senza battere ciglio. Le sue qualità distintive sono la testardaggine e un'inflazionato senso del proprio valore, che purtroppo sono caratteristiche distintive anche del narcisista patologico.

Pensate a Zuckerberg, partito con l'idea geniale di fare un social dove i suoi compagni di corso potevano votare la scopabilità delle studentesse, fortuna che poi è arrivata Sheryl Sandberg a fargli fare davvero i soldi; poi ha cercato di reinventare il denaro (ricordate Libra?), poi ha venduto il metaverso, e adesso è in coda al carrozzone dell'AI dopo il disastroso esordio con chiusura in 72 ore di Galactica.

Pensate a Musk, che ha l'immaginario di un adolescente mediocre nel 1975, e alle puttanatein serie su macchine a guida autonoma, colonizzazione di Marte, e megacostellazioni di satelliti.

Pensate al migliore di tutti, Sam Altman, un altro che scrive un blog e sembra che Giovanni Evangelista abbia dato alle stampe una versione aggiornata. Altman ha imbonito l'intero mondo del venture capital con l'unica promessa di bruciare tutti i soldi degli investitori per poi raccoglierne ancora di più.

Da una fanfaronata alla successiva, tutti loro pensano che il proprio successo non sia frutto di fortuna, conoscenze, contratti pubblici e monopolio, ma del loro essere speciali e visionari. Quando Taleb ci insegna che mentre un buon successo si spiega con capacità e impegno, un successo travolgente si spiega con la varianza.

Non divaghiamo. Oggi un CEO del digitale deve poter sentenziare:

“Guidiamo l’evoluzione sinergica del nostro ecosistema valoriale attraverso un approccio olistico e data-driven, abilitando paradigmi scalabili di innovazione sostenibile orientata alla centralità del cambiamento.”


e farlo con un'aria di profonda convinzione. È ovviamente solo aria fritta, ma chi si mette a ridere o pensa che la frase non abbia alcun senso, non sarà mai un C-level, e non otterrà mai un'intervista.

Di pari passo con la virata performativa di CEO e founder, anche il sistema mediatico si è adattato. Con fallimenti, ristrutturazioni, acquisizioni, oggi i media sono, con poche eccezioni, marketing esternalizzato in mano agli stessi industriali che i media dovrebbero tenere sotto indagine. Intendiamoci, ogni potente ha sempre avuto sicofanti e agiografi in ogni testata, ma oggi ai media viene richiesto di limitarsi a dare risonanza alla narrazione aziendale.

A questo ha contribuito, e non poco, anche una certa lettura mitica, molto statunitense, del settore digitale e dei suoi attori. Dai "cowboy della tastiera" di William Gibson, agli "eroi della frontiera digitale" di Steven Levy, si è fatto ogni sforzo per riproporre il mito fondativo della frontiera, con tutto il suo bagaglio tossico, in salsa digitale.

Il risultato è che oggi sono gli stessi protagonisti a vedere se stessi in termini mitici. E d'altronde non potrebbe essere altrimenti, nessuno vuole pensare di essere soltanto un fortunato raccontatore di favolette semestrali, per quanto bravo.

No, sono invece tutti "visionari", "costruttori del futuro" quando non addirittura "rivoluzionari", ovviamente nel senso capitalistico del termine, ovvero distruttori di industrie e comunità a esclusivo vantaggio proprio e dei propri investitori.

Questo ci porta finalmente a Palantir e a Karp. Che non si accontenta di aver fondato un'azienda che si ingrassa di commesse militari, perché ai capitalisti lo Stato piace ridotto ai minimi termini tranne che come cliente, ma propone la propria immagine mitica di difensore di un occidente convenientemente assediato soltanto da quei problemi che i suoi prodotti dichiarano di affrontare.

E non, per dire, da una disparità economica e sociale senza precedenti, da mutamenti sociali e climatici globali e da una casta di miliardari esentasse in fregola oligarchica. Di nuovo, assistiamo alle fanfaronate di qualcuno che non ha un'idea originale in testa e per questo ha fatto fortuna.

Che Karp, come tutti gli altri miliardari amichetti suoi, ritenga di avere una "visione" da comunicare al pubblico, al di là della trimestrale di cassa, non stupisce. E non stupisce nemmeno che ribadisca i temi del libro in una serie di tweet, forse per compensare vendite meno che travolgenti: tutti, alla fine, vogliono essere visti.

Ma se si gratta appena la superficie delle narrazioni dei CEO, ci si accorge che la Silicon Valley produce soltanto variazioni sul tema di chi l'ha creata e finanziata da sempre: il Pentagono della Guerra Fredda.

Leggete fin che volete Amodei, Altman, Karp, Zuckerberg, Thiel. Ci troverete sempre supremazia statunitense attraverso la tecnologia, esportazione dei valori del capitalismo a stelle e strisce, controllo sociale, contenimento dello sviluppo di qualsiasi potenza concorrente sulla placca euroasiatica.

Roba che non è cambiata di una virgola dal 1946, scritta e sistematizzata da fior di cervelli come Bush (Vannevar, consigliere scientifico di Roosevelt e Truman, omonimo ma non parente dei successivi presidenti George Bush e George Bush il Minore), Kissinger, Brzezinski, Cheney, gente che ha guidato la politica statunitense per decenni mentre i presidenti di turno facevano i fighi in TV recitando le parole chiave di stagione.

Questo non significa che i deliri oligarchici di Karp e compagnia siano innocui, tutt'altro. Ma non sono geni del male. Sono solo attori che, fuori dal teatro, credono ancora di essere Giulio Cesare.

Questi finti campioni della libera iniziativa con i soldi pubblici questo autonominati "inventori del futuro", stanno solo scimmiottando le parole chiave di chi li ha fatti nascere e li mantiene.

Ora, il potere attira servi e sicofanti, l'ho già detto. Ma non si accontenta di quelli, che in fondo disprezza. Ogni potente, e a maggior ragione ogni fanfarone arricchito, ha bisogno di sentirsi validato da qualcuno di cui segretamente invidia la statura, sociale o culturale.

Ed ecco arrivare il cantore. Quello che nel XX secolo si chiamava "intellettuale organico", il cui compito è di usare la propria cultura per dare un po' di densità e di smalto alle narrazioni del potente di turno. Il cantore è più astuto del sicofante, e si può perfino permettere un atteggiamento superficialmente critico, perché il suo ruolo non è confermare punto per punto la narrazione del potente, quello lo fanno già servi e sicofanti, ma validarla dandola completamente per scontata, e distrarre l'attenzione dai problemi con una discussione molto colta su qualche dettaglio insignificante.

Così, mentre gli AI bro imboniscono gli investitori con favole di macchine senzienti e di eliminazione dei lavoratori, pardon, superamento del lavoro, il cantore non si abbassa a entrare nel merito, ma intervista l'intelligenza artificiale. Da Veltroni mi sarei aspettato, se non più dignità, almeno più tempismo. L'intervista con l'Intelligenza Artificiale fa tanto autunno-inverno 2023.

Il cantore è più subdolo del sicofante, perché non si spende pro o contro. Si limita a includere la narrazione del potente nel dibattito "colto".

Se il potente di turno parla di nucleare di nuova generazione, il servo griderà ai quattro venti che il solare e l'eolico sono superati, il sicofante farà notare che l'area verde attorno alla centrale è l'ideale per un picnic con la famiglia.

Il cantore, invece, si mette a discorrere di come le torri di raffreddamento possano rappresentare l'evoluzione dei cipressi del Carducci che "van da San Vito in duplice filar".

Il cantore del digitale, con tutta la sua cultura, non ha niente da dire di specifico, ma lo dice con parole ricercate e citazioni altisonanti. Il suo compito non è discutere o confutare la narrazione del potente, ma tagliare le gambe a ogni dibattito serio dandola per scontata e costruendo una apparente discussione dotta su dettagli completamente marginali.

E in questo, Veltroni ha fatto il suo lavoro. Il fatto stesso di "intervistare" (si sentono le virgolette?) un generatore automatico di testo, e scegliere di farlo su questioni che sarebbero profonde se l'interlocutore fosse un essere umano e non uno specchio retorico, è quanto di più devastante si possa mettere in campo a supporto dei deliri millenaristici dei fanfaroni del digitale.

Se ha ancora un senso l'intellettuale pubblico, il pezzo di Veltroni è il completo tradimento di quel ruolo, l'asservimento della cultura alle ragioni di chi cultura non ne ha nessuna, ma ha soldi a valanghe.

Mentre da sempre chi ha competenza sul tema fa notare quanto sia dannoso, e quali interessi sostenga, antropomorfizzare una tecnologia come la cosiddetta Intelligenza Artificiale, Veltroni arriva bel bello e l'Intelligenza Artificiale te la intervista sul senso dell'esistenza. Non importa che non abbia nulla da dire al riguardo, perché non ce l'ha. Importa solo che un generatore di testo improvvisamente passa per qualcosa con cui si può addirittura "parlare" del senso della vita.

Veltroni avrebbe potuto fare davvero l'intellettuale, e parlare di che senso abbia un'Europa che vuole rincorrere gli Stati Uniti in una bolla speculativa. Avrebbe potuto parlare dei problemi dell'uso dell'Intelligenza Artificiale nelle professioni, nei media, nell'istruzione.

Avrebbe perfino potuto fare l'intellettuale di sinistra e parlare di oligopoli e rendite di posizione, di tecnofeudalesimo, del ruolo politico dell'Intelligenza Artificiale nella demolizione del potere contrattuale del lavoro.

Avrebbe potuto parlare di tutto questo e di molto altro.

Invece ha scelto di fare il cantore dei fanfaroni arricchiti e, facendolo, credo abbia stabilito quale sia il suo posto nella gerarchia in cui Sciascia annoverava uomini, mezz'uomini, ominicchi, pigliainculo e quaqquaraqquà.

Io un'idea ce l'ho.

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Braggarts and bards


Of Palantir, CEOS, power, its servants, and its bards.

English translation of the Italian 10x30 episode, first aired on 12 may, 2026.

First, a quick service announcement. After years, I’ve finally decided to put the DataKnightmare scripts online. It took a while to find software, and a provider, that relied as little as possible on the United States. Especially if you’re like me and, even if you’re not pissed off, you lose you heart over the futility of it all. Not exactly the attitude for winning marketing.

Luckily, there’s Elena Rossini, who faced the same problem and shared her solution with me. So, starting today, if DataKnightmare finally has a home at dk.dataknightmare.eu, we owe it to Elena as well. For now, I’ve uploaded two seasons in English and the latest one in Italian. It’ll take a while, but not another ten years.

Let’s get down to business. Amid the infernal noise of useless news coming out every fifteen minutes, I thought I caught something interesting.

You’ve probably read about the so-called “Palantir manifesto,” those twenty or so points on Twitter that summarize the book by Alex Karp, CEO of Palantir.

And you may have heard about the so-called “interview with Claude” conducted by Walter Veltroni, an Italian politician, on a national newspaper.

Before you stop listening, let me say right away I have no intention of going into detail about either one. I barely skimmed Palantir’s tweets, and as for Veltroni’s interview (whatever it contains) I don’t deem it worth the time it would take me to read it.

And then?

And then I want to talk not about either of those things (because they’re clearly both nonsense) but about what they represent, which I actually find interesting.

Let’s start from the beginning. From a long time ago.

My generation brought information technology into the workplace. Since I didn’t fight at Waterloo, automation was already there, but my generation did see typewriters and fax machines get replaced first by WordStar, then Word, and finally the whole shebang.

These were tumultuous decades during which everything that could be digitized was digitized: sometimes well, sometimes so-so, and other times, just like shit.

It was a period when everyone dreamed their own version of the mythical “flat organization” about which all business schools wrote entire shelvefuls.

My point is that an organization is not just a technological construct. It is a complex socio-technical structure, where technology plays a part. The result is that the mere arrival of a technology does not automatically bring about changes in the processes and social structure of the organization, due to the interactions and feedback loops among all the components of the system.

To put it more bluntly: whatever technologists may think, there are no purely technological solutions to the problems of a socio-technical system.

One of the most striking examples is, for instance, “going paperless”, a topic on which I personally have spent many years and a great deal of effort. I believe we can all agree that there has never been as much paper in offices as there has been since documents went digital. No longer used for storage, maybe, but incessantly printed and reprinted every time a document is needed.

And since documents have gone digital, there are countless versions of them, all subtly incompatible with one another, all living independent lives in different parts of the organization.

To give a simple example, there used to be letterhead (spoiler alert, it still exists, but only for contracts signed by top executives); today, every single local office, and every department within that office, has its own “official” version of the letterhead, with a specific version of the logo, different from all the others.

If, on the other hand, you feel too tech-savvy for letterhead, we can talk about processes, software, APIs, and the related documentation, of which there are as many versions as there are developer teams.

Every incompatibility that arises during a project is resolved , and sometimes documented, on a case-by-case basis by the various teams that must collaborate, with the sole result that, in the end, there will be yet another version of the code, and sometimes of the documentation too. And don’t tell me your Confluence or your GitHub are in order.

What happened to documents happened to everything, of course. Processes, tasks, hierarchies.

The issue of hierarchy is an interesting one. We were saying earlier that everyone dreamed of their own version of the mythical “flat organization” that business schools assured us was the future.

For me and those like me, a flat organization meant a top leadership that would set strategic direction, and immediately below that a line of highly competent operatives with complete autonomy, eliminating any interference from top management in technical decisions and getting rid of the useless third of middle management.

For middle management, “flat organization” meant automating or outsourcing, but in any case eliminating, the useless third of the operatives, with their fixation on raising technical objections to the strategic directives from the top (and to middle management’s interpretations thereof).

For top management, too, “flat organization” meant eliminating the unnecessary third of operatives and interfacing exclusively with middle management, so as to finally overcome the need to consider so-called “technical details.”

If you look around today, it’s not hard to see who won. Top management is still all there, and middle management has more people than ever. The flattening of organizations, if it happened at all, meant mostly ousting and outsourcing technical expertise.

At the same time, there has been a significant evolution in top-level roles. With the advent of venture capital from the 2000s onward, top executives have shifted from being managerial figures to being increasingly performative ones. In no role is this more evident than in the role of the CEO. Today, the CEO is above all someone capable of weaving a compelling narrative of their "vision" for the future, in order to raise, on the market or from private investors, the funding necessary to build it.

Whether that future makes technical or economic sense, whether it is even possible, or whether it bears any relation to the future described in the last financial report, is unimportant.

What matters is that the CEO, and the narrative they present for this quarter, continue to inspire investor confidence. Nothing else matters.

Today’s CEO doesn’t need to be capable of “doing,” nor even of "leading" anymore. He just needs to know how to persuade. Relentlessly, changing the story whenever necessary without batting an eye. His defining qualities are stubbornness and an inflated sense of self-worth, which, unfortunately, are also hallmarks of the pathological narcissist.

Think of Zuckerberg, who started with the brilliant idea of creating a social network where his classmates could rate female students’ bangability; luckily, Sheryl Sandberg came along to help him actually make money; then he tried to reinvent money (remember Libra?), then he peddled the metaverse, and now he’s trailing the AI bandwagon after the disastrous launch of Galactica, which shut down in 72 hours.

Think of Musk, who has the imagination of a mediocre teenager in 1975, and his endless bullshit about self-driving cars, colonizing Mars, and mega-constellations of satellites.

Think of the best of them all, Sam Altman: a guy who writes a blog and the world goes crazy as if John the Evangelist had just published a revised version. Altman has bamboozled the entire venture capital world with the sole promise of burning through all the investors’ money only to raise even more.

From one boast to the next, they all think their success isn’t the result of luck, connections, government contracts, and monopoly, but of their being special, and especially visionary. While Taleb teaches us that moderate success can be explained by skill and effort, but overwhelming success is explained by variance.

Let’s not digress. Today, a digital CEO must be able to declare:

“We are driving the synergistic evolution of our value ecosystem through a holistic and data-driven approach, enabling scalable paradigms of sustainable innovation centered on change.”


and do so with an air of deep conviction. It’s obviously just hot air, but anyone who laughs or thinks the phrase makes no sense will never be a C-level and will never get an interview.

In tandem with the performative shift of CEOs and founders, the media system has also adapted. With bankruptcies, restructurings, and acquisitions, today the media are, with few exceptions, outsourced marketing in the hands of the very industrialists the media should be investigating. Let’s be clear: every powerful figure has always had sycophants and hagiographers in every publication, but today the media is required to stick to amplifying the corporate narrative. Washington Post, anyone?

A certain mythical, very American interpretation of the digital sector and its players has also contributed to this, and not insignificantly. From William Gibson’s “keyboard cowboys” to Steven Levy’s “heroes of the digital frontier,” every effort has been made to revive the foundational myth of the Frontier, with all its toxic baggage, for the digital age.

The result is that today, the protagonists themselves view themselves in mythical terms. Sure, it couldn’t be any other way; no one wants to think of themselves as merely a lucky teller of six-monthly fairy tales, no matter how skilled.

No, instead they are all “visionaries,” “builders of the future,” if not outright “revolutionaries”, obviously in the capitalist sense of the term, that is, destroyers of industries and communities for their own exclusive benefit and that of their investors.

This finally brings us to Palantir and Alex Karp. He is not content with merely having founded a company that got fat on military contracts (capitalists want the state reduced to a bare minimum except when it's a client a client) but he channels his own mythical image as the defender of a West conveniently besieged only by those problems his products claim to address.

And not, for instance, by unprecedented economic and social inequality, by global social and climate changes, or by a caste of tax-exempt billionaires with a penchant for oligarchy. Once again, we are witnessing the bluster of someone who has not a single original idea in his head and has made his fortune precisely because of that.

That Karp, like all his other billionaire buddies, believes he has a “vision” to communicate to the public (beyond the quarterly earnings report) is no surprise. Nor is it surprising that he reiterates the book’s themes in a series of tweets, perhaps to compensate for less-than-overwhelming sales: everyone, after all, wants to be seen.

But if you scratch just beneath the surface of these CEOs’ narratives, you realize that Silicon Valley produces nothing but variations on the theme of those who have always created and financed it: the Cold War Pentagon.

Read Amodei, Altman, Karp, Zuckerberg, and Thiel all you want. You’ll always find U.S. supremacy through ICT technology, the export of American capitalist values, social control, and the containment by any means necessary of any competing power on the Eurasian plate.

Stuff that hasn’t changed one iota since 1946, written and systematized by top-tier minds like Bush (Vannevar, scientific advisor to Roosevelt and Truman, namesake but not related to the subsequent presidents George Bush and George Bush the Lesser), Kissinger, Brzezinski, Cheney: people who have steered U.S. policy for decades while the presidents in office played the cool guys on TV, parroting the season's buzzwords.

This does not mean that the oligarchic delusions of Karp and company are harmless, far from it. But they are not evil geniuses. They are merely actors who, offstage, still believe they are Julius Caesar.

These fake champions of free enterprise with public money, these self-appointed “inventors of the future,” are merely parroting the catchphrases of those who created, and sustain, them.

Now, power attracts servants and sycophants, as I said. But it isn’t satisfied with them, whom it ultimately despises. Every powerful person, and all the more so every nouveau riche braggart, needs to feel validated by someone whose social or cultural stature they secretly envy.

And here comes the bard. Somebody who in the 20th century would have been called an “organic intellectual,” whose task is to use their own art and culture to make the powerful shine. The bard is subtler than the sycophant, and can even afford a superficially critical attitude, because his role is not to confirm the narrative of the powerful point by point (there's already servants and sycophants for that), but to validate it by taking it completely for granted, and to distract attention from the problems, with a highly erudite discussion of some insignificant detail.

So, while the AI guys are wooing investors with fairy tales of sentient machines and the elimination of workers, sorry, the transcending of work, the bard doesn’t get into the substance of the matter, but instead interviews artificial intelligence. This is what Walter Veltroni, a seasoned Italian politician, did just last week. From someone like him I would have expected, if not more dignity, at least better timing. Interviewing an Artificial Intelligence is so fall-winter 2023.

The bard is more insidious than the sycophant, because he doesn’t take a stand for or against. He merely includes the narrative of power in the “cultured” debate.

If power speaks of next-generation nuclear power, the servant will shout from the rooftops that solar and wind power are outdated; the sycophant will point out that the green area around the plant is ideal for a family picnic.

The bard, on the other hand, will wax emphatically about how the cooling towers might inspire a XXI-century Wordsworth to compose a modern version of Tintern Abbey

The digital bard, with all his erudition, has nothing specific to say, but he says it with refined words and high-sounding quotes. His task is not to discuss or refute, but to undermine any serious debate by taking the narrative of power for granted and constructing a seemingly scholarly discussion on completely marginal details.

And in this, Veltroni has done his job. The very act of “interviewing” an automatic text generator, and choosing to do so on issues that would be profound if he were talking to a human being and not to a rhetorical mirror, is the most devastating weapon one could bring to bear in support of the millenarian delusions of the digital braggarts.

If the role of public intellectual still has any meaning, Veltroni’s puff piece is a complete betrayal of that role, it is the subjugation of culture to the interests of those who have no culture whatsoever, but are awash in money.

While actual experts have pointed out since forever how harmful it is (and whose interests it really serves) to anthropomorphize a technology like so-called "Artificial Intelligence", Veltroni just waltzes in and interviews "AI" on the meaning of life. It doesn’t matter that the obviously "AI" has nothing to say on the matter. What matters is that a text generator suddenly comes across as something you can actually “talk” to about such a topic.

Veltroni could have truly played the intellectual and discussed the point of a European Union willing to chase after the United States in a speculative bubble. He could have talked about the problems of using Artificial Intelligence in the professions, in the media, and in education.

He could even have played the left-wing intellectual and spoken of oligopolies and rent-seeking, of techno-feudalism, of the political role of Artificial Intelligence in dismantling the bargaining power of labor.

He could have talked about all of this and much more.

Instead, he chose to play the cheerleader for the nouveau riche braggarts, and in doing so, I believe he has established his place in the hierarchy where Leonardo Sciascia listed men, half-men, little men, ass-kissers, and windbags.

I have an idea.

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Il primo zero-day costruito con l’AI: Google sventava un attacco di massa con exploit generato da LLM
#CyberSecurity
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Il primo zero-day costruito con l’AI: Google sventava un attacco di massa con exploit generato da LLM


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Per la prima volta nella storia documentata della cybersecurity, un gruppo criminale ha utilizzato un modello di intelligenza artificiale per identificare una vulnerabilità zero-day sconosciuta e trasformarla in un exploit funzionante, pianificando di impiegarla in un evento di compromissione di massa. Google Threat Intelligence Group (GTIG) ha svelato la scoperta l’11 maggio 2026, descrivendo quella che potrebbe essere un punto di svolta nell’evoluzione delle capacità offensive dei threat actor.

La scoperta: un exploit scritto da un LLM


Il team GTIG di Google ha identificato uno script Python contenente un exploit per una vulnerabilità zero-day in un popolare strumento open source di amministrazione web. La falla, un bypass dell’autenticazione a due fattori (2FA), permetteva a un attaccante in possesso di credenziali valide di aggirare completamente il secondo fattore di autenticazione, aprendo la strada a un accesso non autorizzato su larga scala.

Ciò che ha immediatamente attirato l’attenzione degli analisti non era tanto la vulnerabilità in sé, quanto le caratteristiche stilistiche e strutturali del codice che la implementava. Lo script presentava una serie di indizi inequivocabili della sua origine artificiale:

  • Docstring educativi estremamente dettagliati: ogni funzione era accompagnata da commenti esplicativi esaustivi, in uno stile tipico degli output di Large Language Model addestrati su repository di codice open source e documentazione tecnica.
  • Un punteggio CVSS “allucinato”: lo script includeva una valutazione CVSS autogenerata ma non corrispondente a nessuna voce esistente nel National Vulnerability Database — un errore tipico di un modello che genera informazioni plausibili ma non verificate.
  • Formato Pythonic “da manuale”: la struttura pulita, la classe _C per i colori ANSI, i menu di aiuto dettagliati e la coerenza stilistica riflettono il pattern caratteristico degli output di modelli come GPT-4 o Gemini quando invitati a scrivere strumenti di sicurezza.

GTIG ha valutato con alta confidenza che un modello di AI sia stato utilizzato sia per scoprire la vulnerabilità che per costruire l’exploit, pur non avendo prove che il modello specifico impiegato fosse Gemini di Google.

La natura della vulnerabilità: logica semantica, non memoria


Uno degli aspetti più rilevanti della scoperta riguarda la tipologia della vulnerabilità stessa. Non si trattava di un classico bug di memory corruption (buffer overflow, use-after-free) né di un problema di input sanitization — le categorie che i fuzzer tradizionali e gli strumenti SAST (Static Application Security Testing) sono progettati per individuare.

La falla era invece un difetto logico semantico ad alto livello: un’assunzione di trust codificata nella logica di enforcement del 2FA, che permetteva a un flusso di autenticazione specifico di saltare la verifica del secondo fattore. Questo tipo di vulnerabilità richiede una comprensione profonda della logica applicativa e dei suoi presupposti impliciti — un dominio in cui i modelli di linguaggio di grandi dimensioni, addestrati su enormi corpus di codice e documentazione, mostrano capacità emergenti superiori agli strumenti di analisi statica convenzionali.

La scoperta conferma ciò che molti ricercatori ipotizzavano ma temevano di veder concretizzato: i modelli AI possono identificare classi di vulnerabilità che sfuggono sistematicamente agli strumenti automatizzati tradizionali.

L’evento pianificato: compromissione di massa sventata


Secondo GTIG, il threat actor aveva pianificato di utilizzare l’exploit in un mass exploitation event — un attacco opportunistico su larga scala verso tutti i sistemi vulnerabili esposti su internet. La proactive discovery da parte di Google ha permesso di interrompere la catena prima che l’exploit venisse utilizzato in produzione.

Google ha lavorato con il vendor del software colpito per la divulgazione responsabile della vulnerabilità e il rilascio di una patch correttiva, senza rivelare pubblicamente il nome dello strumento interessato per limitare il rischio di sfruttamento da parte di altri attori durante la finestra di patching.

Il quadro più ampio: AI e cybercrime state-sponsored


L’incidente non è isolato: il report GTIG del maggio 2026 documenta una tendenza sistematica all’adozione di strumenti AI da parte di gruppi APT nation-state. In particolare:

  • Cina: operatori state-linked stanno sperimentando sistemi AI per la vulnerability hunting automatizzata e il probing di target — essenzialmente automatizzando il processo di ricognizione e identificazione delle superfici di attacco.
  • Corea del Nord (APT45): il gruppo sta utilizzando AI per processare migliaia di exploit check in bulk e arricchire il proprio toolkit, accelerando significativamente i tempi di sviluppo di nuove capacità offensive.
  • Gruppi criminali non-state: come dimostrato da questo episodio, anche attori privi di risorse statali hanno ormai accesso a capacità di sviluppo exploit AI-assisted tramite modelli commerciali o open source.

Il democratizzazione degli strumenti AI abbassa significativamente la barriera tecnica per lo sviluppo di exploit sofisticati, storicamente appannaggio di gruppi con risorse e competenze elevate.

Due righe per i difensori


Questa scoperta accelera un dibattito che era rimasto per lungo tempo teorico: se gli attaccanti usano AI per trovare vulnerabilità, i difensori devono adottare gli stessi strumenti con ancora maggiore urgenza. Alcune considerazioni pratiche:

  • Rivedere i programmi di bug bounty per includere vulnerabilità logiche e di flusso che i tool tradizionali non rilevano, premiando i ricercatori umani e AI-assisted che identificano difetti semantici.
  • Implementare AI-assisted code review nel ciclo di sviluppo, in particolare per la logica di autenticazione e autorizzazione — le aree dove i difetti semantici sono più probabili e più gravi.
  • Monitorare i pattern di accesso MFA con particolare attenzione ai bypass del secondo fattore, anche in presenza di credenziali valide.
  • Aggiornare tempestivamente tutti gli strumenti di amministrazione web esposti su internet, indipendentemente dalla loro percezione come “strumenti minori”.

Il primo zero-day AI-generated documentato in natura non segna la fine di un’era, ma l’inizio di una nuova fase nella corsa agli armamenti digitali. Le organizzazioni che non integreranno AI nei propri processi di difesa si troveranno strutturalmente svantaggiate rispetto a avversari che già la impiegano sistematicamente per attaccare.


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Quattordici metri a 30 km/h, ventinove a 50. La fisica che le città 30 conoscono e di cui nessuno vuole sapere nulla. Nuovo articolo sul blog: andare in bici è uno dei pochi gesti rimasti in cui si vede ancora il legame tra causa ed effetto.
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In Italia, rispettare i limiti di velocità è visto come una cosa da coglioni, da scemi, da incapaci che non sanno guidare. Perché l'autista medio italiano, è la persona più importante al mondo, e quindi tutto, assolutamente tutto, li è permesso e concesso.

Basta vedere come se ti fanno una multa perché un autovelox ti ha preso a 90 in una zona di 50, la colpa è del bastardo che ha messo quel autovelox. O se ti fanno la multa per parcheggiare bloccando una striscia pedonale, maledetto il vigile che si poteva fare cazzi sua invece di farmi la multa.

Del resto meglio non parlare, perché basta mettersi un giorno alla guida e vedere come si guida qui:
Se posso saltare la coda e intasare tutta la seconda corsia perche voglio evitare la coda (pur bloccando il traffico della corsia che deve andare a dritto invece di girare), lo faccio. Il semaforo, se non ha fotored? È un'opinione. E i limiti di velocità si rispettano soltanto quando un autovelox lo dice, altrimenti... Di guardare il telefonino mentre si guida non ne parliamo, e di cose come un minimo di civismo in stile far passare i pedoni che aspettano sulle striscie anche meno.

Poi ci sarebbe da fare un capitolo a parte per i camionisti e un altro per quelli che guidano a due ruote, ma meglio fermarsi qui, che altrimenti scriverei un volume di 500 pagine.