Trent'anni dopo
Sono passati circa trent'anni da quando ero in aria come radioamatore.
Allora avevo un altro nominativo, ormai scaduto da decenni. Poi la vita ha preso altre strade e la radio è rimasta lì, da qualche parte nei ricordi.
Da qualche mese ho rimesso insieme una stazione, ho richiesto un nuovo nominativo e una nuova licenza e ho ricominciato soprattutto da una cosa semplice: ascoltare.
Ascoltare le bande, le chiamate, i segnali lontani.
Rimettere lentamente l'orecchio dentro quel rumore che, stranamente, dopo tanti anni mi è sembrato subito familiare.
Eppure il mondo che ho ritrovato non è più quello che ricordavo.
Quando trasmettevo io si sentivano soprattutto SSB e CW. I computer iniziavano appena ad affacciarsi nelle stazioni, il packet radio sembrava già qualcosa arrivato dal futuro.
Oggi il futuro è arrivato davvero.
Le bande sono piene di modi digitali, software, interfacce, decodifiche automatiche, collegamenti nei quali spesso il computer fa gran parte del lavoro.
È certamente evoluzione.
È certamente sperimentazione.
Ed è radioamatore anche questo.
Ma dopo aver guardato e provato a capire questo nuovo mondo mi sono reso conto di una cosa molto semplice:
non è quello che mi mancava.
Quello che mi mancava era la radio che ricordavo.
Il rumore della banda.
Un segnale debole che emerge lentamente.
Una chiamata ascoltata più volte per capire bene il nominativo.
Una mano sul tasto.
E, dall'altra parte, un'altra persona.
Il computer nella mia stazione ci sarà, naturalmente. Per il log, per il cluster, per qualche informazione utile.
Ma resterà un accessorio.
La radio, per me, deve rimanere radio.
E così, dopo trent'anni, tornerò in aria quasi nello stesso modo in cui me ne ero andato.
Anzi, ancora più semplicemente.
La SSB non potrò più usarla come una volta, perché dopo un'operazione ho perso la parola.
Ma forse, in fondo, non è nemmeno un problema.
Mi resta il CW.
DIT e DAH.
E anche qui, per me, vale la stessa filosofia: tasto verticale. Niente tasto automatico che rende tutto troppo perfetto, troppo uguale, troppo impersonale.
Mi piace pensare che nel CW debba sentirsi ancora un po' la mano dell'operatore, il suo ritmo, il suo modo di battere. Qualcosa di umano, non una sequenza impeccabile prodotta da una macchina.
Un linguaggio vecchio più di me, che non ha bisogno di voce, di codec o di algoritmi.
Solo un tasto, una radio, un'antenna e qualcuno che ascolta dall'altra parte.
Trent'anni dopo, torno da lì.
LaVi
in reply to deny • • •filippodb ⁂
in reply to deny • • •Però felice anche di vedere le bimbe attorno a loro mai conciate così.