Salta al contenuto principale



La nuova Siria di al-Sharaa


Il presidente siriano Ahmed al-Sharaa incontra l’ambasciatore USA in Turchia Tom Barrack a Damasco, maggio 2025. (Foto:@USAMBTurkiye/X).
Nel dicembre 2024 Ahmad al-Sharaa, partendo da Idlib con un esercito di miliziani, occupava prima Aleppo, poi le altre città della Siria, fino ad arrivare alla capitale Damasco. In pochi giorni il temuto Stato degli Assad cadeva come un castello di sabbia. Il suo esercito abbandonava il campo di battaglia, togliendo le divise, senza combattere. Non valeva la pena morire per un dittatore che aveva massacrato il suo popolo e si era screditato davanti alla comunità internazionale. In ricordo di quei giorni gloriosi, il governo siriano ha dichiarato il 7 e l’8 dicembre festa nazionale. Essa è stata celebrata con grande concorso di popolo[1].

La Siria non è ripiombata nella guerra civile


Nessuno avrebbe scommesso sulla tenuta di un governo retto da un ex militante di al-Qaeda, che aveva governato l’enclave di Idlib con mano forte e con realismo. Altra cosa, commentavano gli osservatori politici, era gestire uno Stato come la Siria, diviso in diverse etnie e appartenenze religiose. Non sembrava possibile tenere unito un Paese così eterogeneo[2], con una maggioranza sunnita molto motivata e una significativa minoranza sciita agguerrita, la quale, con la cacciata degli Assad, aveva perso il potere e la capacità di influire sullo Stato centrale. Subito al-Sharaa aveva fatto dell’unità nazionale il punto centrale della sua azione di governo, chiedendo il disarmo delle diverse fazioni e l’unità delle forze armate nazionali.

Considerando poi ciò che è accaduto dopo la fuga di Assad da Damasco, la Siria non è ripiombata nella guerra civile, un destino toccato ad altri Paesi arabi dopo le loro violente rivoluzioni. Il Presidente è stato un pragmatico filo-occidentale, guadagnandosi il sostegno e la simpatia di molti Paesi. Certo, l’economia siriana è stata devastata dalla guerra e dalle sanzioni. Il Pil è diminuito di oltre il 70% dal 2011[3]. Molte persone hanno perso il lavoro e vivono di poco: il salario medio è di un dollaro al giorno. L’economia non è crollata, ma la situazione finanziaria di molti siriani è peggiorata dopo la liberazione. Centinaia di migliaia di dipendenti pubblici sono stati licenziati e i sussidi, a causa della scarsità dei mezzi, vengono tagliati. Inoltre, l’allentamento delle sanzioni statunitensi non ha ancora prodotto grandi risultati sul piano economico. La ricostruzione del Paese è praticamente inesistente.

Questa stagnazione dell’economia fa sì che il numero dei rientri sia relativamente basso rispetto ai tanti siriani che vivono fuori del Paese. Al-Sharaa non ha certo risolto questi problemi, ma nessun leader siriano avrebbe potuto farlo in un anno. Il suo risultato più importante da quando è salito al governo è nell’ambito della politica estera: ha posto fine a decenni di isolamento diplomatico della Siria con una rapidità sorprendente, guadagnandosi la fiducia e la stima di molti Paesi, in particolare di quelli arabi e di quelli occidentali. Oggi al-Sharaa, vestito elegantemente e all’occidentale, è una presenza familiare nelle varie conferenze nel mondo. A novembre è stato ricevuto alla Casa Bianca da Donald Trump, che gli ha manifestato una grande amicizia. Questa visita è stata molto fruttuosa in termini sia politici sia economici. In termini politici, essa ha accreditato l’ex jihadista, precedentemente posto dagli Stati Uniti nella lista dei terroristi più ricercati del mondo, come capo di Stato vicino alle posizioni dei Paesi occidentali. Dal punto di vista economico, egli ha ottenuto che venissero revocate molte sanzioni in vigore dai tempi di Assad.

Anche i ricchi Stati del Golfo sembrano entusiasti del nuovo leaderdi Damasco, che si sta impegnando – cosa non facile – per raggiungere la pace con Israele. Inoltre, le aziende internazionali stanno valutando nuovi accordi da stringere con il governo siriano. I dirigenti della Chevron, un gigante petrolifero, si dicono interessati a investire in Siria; gli Stati emiratini sono interessati a gestire il porto di Tartus, importante approdo sul Mediterraneo[4], sebbene i russi da decenni vi abbiano manifestato grande interesse.

Iscriviti alla newsletter


Leggie ascolta in anteprima La Civiltà Cattolica, ogni giovedì, direttamente nella tua casella di posta.

Iscriviti ora

Il regime e le minoranze etnico-religiose


Al-Sharaa sta cercando di far dimenticare ai siriani gli anni degli Assad. Ha sostituito la bandiera baathista con lo stendardo verde della rivoluzione. Gran parte dell’apparato del precedente regime è stato smantellato. I suoi temuti servizi segreti sono scomparsi. Le prigioni sono state svuotate dei prigionieri politici.

D’altra parte, per quanto riguarda la gestione dello Stato, pare che negli ultimi tempi al-Sharaa si stia muovendo in una direzione preoccupante. Nuovi organismi, come l’Autorità generale per le frontiere e le dogane, e un fondo sovrano sono stati creati con decreto presidenziale, privando i ministeri dei poteri di imposizione fiscale. Il nuovo organismo è stato affidato a un ex compagno d’armi del leader,e ciò è stato molto criticato. La principale fonte di entrate fiscali della Siria è ora controllata da un amico di al-Sharaa, anziché, come sarebbe di diritto, dal ministero delle Finanze.

Una Dichiarazione costituzionale provvisoria, promulgata il 13 marzo 2025, ha conferito al Presidente ampi poteri, e «a ottobre sono state indette elezioni per i due terzi del nuovo Parlamento. Un collegio elettorale di elettori approvati ha scelto i membri da una lista di candidati selezionati»[5]. Al-Sharaa nominerà i rimanenti. Questo provvedimento ha deluso molti.

Altro punto debole della politica della nuova Siria riguarda i processi ai complici di Assad. Un organismo creato allo scopo di supervisionare questo tipo di procedimenti rimane inattivo, perché privo di fondi. Alcuni collaboratori di Assad sono stati assunti dal nuovo regime per gestire gli affari politici correnti. Ciò accade spesso quando una classe di nuovi burocrati o funzionari non è pronta a sostituire quella vecchia: in tal caso, si è indulgenti nei confronti di quest’ultima.

Secondo The Economist, al-Sharaa dovrebbe impegnarsi di più per condividere il potere, «che oggi è concentrato in una manciata di parenti e confidenti. I ministeri dovrebbero essere rafforzati nella gestione della cosa pubblica, non raggirati»[6], come talvolta è stato fatto. Inoltre, il leader dovrebbe sollecitare maggiormente la società civile, che ha combattuto per anni contro il passato regime. Il primo banco di prova arriverà quando si insedierà il nuovo Parlamento. Esso potrebbe riequilibrare l’eccessivo potere che il Presidente si è attribuito con la Dichiarazione costituzionale provvisoria e in assenza di altri organi rappresentativi. In caso contrario, esso sarebbe un mero strumento nelle mani di chi governa, come lo era nell’antico regime; il che non sarebbe un buon segnale. Oltre a tenere unito il Paese, cosa che ha fatto finora, al-Sharaa deve mostrarsi capace di governarlo in modo più partecipativo[7].

Va segnalato anche un altro aspetto non secondario: al-Sharaa ha fatto troppo poco per rassicurare le minoranze etnico-religiose del Paese. Non tutta la Siria infatti ha celebrato la caduta di Assad. Non la stanno certamente festeggiando gli alawiti, che tra il 7 e il 9 marzo 2024, nella regione costiera di Latakia, hanno subìto un’orribile strage, in cui hanno perso la vita più di 1.000 persone per mano delle milizie filogovernative, che il Presidente non è riuscito a tenere a freno. Non la festeggiano neppure i drusi di Suwayda, che dopo anni di isolamento e autonomia militare dal regime di Assad si sono trovati di nuovo separati dal Paese, dopo che nel luglio 2025 la loro comunità ha subìto un altro pogrom su base etnica, anche in questo caso, a quanto pare, con la parziale complicità del governo centrale, a supporto delle comunità beduine limitrofe alla capitale drusa. In quei giorni di sangue, in cui più di 1.000 drusi sono stati uccisi barbaramente, ci sono accuse che «le forze governative sono entrate in azione in supporto delle fazioni beduine estremiste, uccidendo, stuprando e rapendo centinaia di persone, molte delle quali ancora scomparse»[8].

Nel giugno 2025, anche la piccola comunità cristiana ha subìto un attentato terroristico, in cui hanno perso la vita 30 persone, e molte sono rimaste ferite. È accaduto nel tardo pomeriggio di una domenica, durante la Messa nella parrocchia greco-ortodossa di Sant’Elia, nei sobborghi di Damasco. Secondo quanto hanno riferito alcuni testimoni, due uomini armati avrebbero aperto il fuoco sui fedeli riuniti in preghiera, poi si sarebbero fatti saltare in aria. Padre Malatius Shatahi, in una dichiarazione, aveva criticato la mancanza di attenzione alle denunce che nelle settimane precedenti la comunità cristiana aveva presentato all’autorità pubblica. «Abbiamo più volte sottolineato – ha dichiarato p. Malatius – che sul piano della sicurezza la situazione non era affatto buona, ma le autorità ci hanno sempre risposto che si trattava di episodi isolati e che non avevano alcuna responsabilità»[9].

Al-Sharaa ha espresso la sua solidarietà alla comunità cristiana, sottolineando l’importanza dell’«unità tra popolo e governo di fronte alle minacce alla sicurezza e alla stabilità del Paese»[10]. La verità è che le comunità cristiane siriane non si sentono protette dal nuovo regime, e spesso le loro lamentele non vengono ascoltate. A differenza delle altre appartenenze religiose, quella cristiana è numericamente piccola e negli anni si è andata assottigliando, per cui il suo punto di vista non ha grande rilevanza sul piano pubblico.

La Siria e i Paesi limitrofi


I Paesi limitrofi maggiormente toccati dal cambiamento di regime in Siria sono Israele e la Turchia. Ambedue, per ragioni diverse, hanno festeggiato l’anniversario. La Turchia ha avuto un ruolo di primo piano nel cambiamento di regime a Damasco: avrebbe armato con equipaggiamenti moderni e addestrato l’esercito degli islamisti di Idlib, al fine di lanciarli contro Assad al momento opportuno. Al-Sharaa, pochi giorni dopo la conquista di Damasco, ha dichiarato: «I turchi sono gli amici più stretti del nostro popolo. Traiamo vantaggio dalla loro esperienza e siamo certi che saranno al nostro fianco anche in futuro»[11]. Questa affermazione mostra chiaramente l’influenza che Ankara ha sulle decisioni politiche che vengono prese dai nuovi padroni della Siria. Ciò non significa che al-Sharaa intenda creare uno Stato vassallo della Turchia, ma egli sa bene di aver bisogno del sostegno della Turchia per accreditarsi in ambito internazionale e farsi accettare dall’Occidente (la Turchia è un Paese della Nato), al fine di cancellare le pesanti sanzioni economiche imposte al passato regime[12].

D’altra parte, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan vuole sostenere il nuovo governo siriano per raggiungere i propri interessi strategici e per continuare, come spesso egli stesso afferma, la lotta al terrorismo. In particolare, è interessato a due cose. Innanzitutto, al rientro di buona parte dei circa quattro milioni di profughi siriani rifugiati in Turchia. Ciò sarà possibile se il governo si adopererà a creare condizioni di stabilità e di sicurezza per i nuovi arrivati: soltanto una parte di essi – circa un milione – finora è ritornata in patria. Occorre perciò incrementare una politica dell’inclusione che accolga tutti i cittadini indipendentemente dalla loro etnia e dalla loro fede. L’altro problema, per il leader turco, è quello dei curdi che, a suo avviso, sostengono i ribelli del Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan). I curdi sono il secondo gruppo etnico più numeroso della Siria; abitano soprattutto nel nord-est del Paese, dove le Forze democratiche siriane (curde) sono sostenute da alcune centinaia di soldati statunitensi. Presenza, questa, non gradita ad Ankara.

Podcast | IL PREZZO DELLA DISUGUAGLIANZA


Papa Leone XIV ha lanciato un accorato monito sulla crescente disuguaglianza economica globale, puntando il dito contro l’enorme divario tra i redditi della classe media e quelli delle élite più ricche. Questo gap non è solo una questione economica, ma è un problema morale che minaccia l’equilibrio sociale. Ne parliamo con due economisti: Andrea Boitani e Lorenzo Cappellari.

Scopri di più

Per quanto riguarda Israele, dopo le importanti vittorie riportate contro i propri nemici, tra cui Hamas e Hezbollah, la caduta della Siria di Assad ha completato il quadro di riferimento. Come ha scritto Lina Khatib nel Foreign Policy, Israele «passerà da uno Stato circondato da avversari alla ricerca di una legittimità regionale ad uno che detta le priorità nel Medio Oriente»[13]. Anche il fatto che Tel Aviv è in buone relazioni sia con gli Usa sia con la Russia la pone in una posizione tale da poter modificare l’ordine geopolitico fino a questo momento vigente nella regione.

Dopo che i miliziani siriani hanno preso il potere, l’esercito israeliano ha occupato la parte siriana delle alture del Golan, o meglio, la zona cuscinetto che separa i due Paesi. Era un’occupazione militare temporanea e di sicurezza, precisava il ministero della Difesa israeliano, volta a prevenire qualsiasi minaccia terroristica verso Israele. Allo stesso tempo, diverse centinaia di attacchi missilistici erano stati indirizzati a colpire gli impianti militari siriani, i depositi di armi, di droni e di missili. Questo, come hanno dichiarato i comandi militari israeliani, è stato fatto perché l’equipaggiamento strategico non cadesse in mani sbagliate, ossia nelle mani dei terroristi dell’Isis o di gruppi simili. Al-Sharaa aveva protestato diverse volte, affermando di non accettare più ingerenze di Paesi esteri negli affari interni della Siria.

In ogni caso, la principale causa di tensione per la Siria sul piano della politica internazionale riguarda la suddetta occupazione israeliana del sud del Paese. È una questione di sicurezza e di unità nazionale. Il 28 novembre 2025 la tensione è salita, in seguito all’attacco al villaggio di Beit Jinn, a 50 km da Damasco. I funzionari israeliani hanno sostenuto che alcuni gruppi islamisti, insieme ad altri affiliati ai ribelli yemeniti Houthi, si stavano preparando a colpire Israele dal sud della Siria[14]. L’obiettivo dell’accusa era chiaro: puntare il dito contro gruppi islamisti legati a Damasco, o considerati vicini all’Iran. Ciò è in linea con le dichiarazioni israeliane secondo cui Hezbollah starebbe continuando le sue operazioni di traffico di armi e di missili attraverso la Siria.

L’attacco israeliano è arrivato in un momento particolarmente delicato, a pochi giorni dalla scadenza dell’ultimatumsul disarmo di Hezbollah intimato al Libano da Israele e Stati Uniti. A quanto pare, i funzionari israeliani non si fidano del presidente siriano al-Sharaa.

L’operazione «occhio di falco»


L’8 dicembre 2025, durante un pattugliamento congiunto siriano-americano nel centro della Siria, vicino a Palmira, un miliziano siriano ha sparato contro i militari, uccidendo due soldati statunitensi e un interprete. Il miliziano è stato ucciso. Questo è stato l’attacco più grave alle truppe americane in Siria dopo la caduta di Assad e un colpo alla strategia di Trump, che ha puntato sulla collaborazione con al-Sharaa per combattere i terroristi. Trump ha affermato: «Si è trattato di un attacco dell’Isis contro gli Stati Uniti e la Siria in una zona molto pericolosa della Siria, non completamente sotto il loro controllo»[15], e ha promesso ritorsioni molto gravi.

Alcune fonti sostengono che il miliziano facesse parte delle forze di sicurezza siriane e che venisse da Idlib, la roccaforte ribelle, per anni governata da al-Sharaa quando ancora si faceva chiamare al-Jolani. Il governo siriano smentisce la notizia, allo stesso modo dei funzionari statunitensi, i quali attribuiscono la responsabilità ai miliziani dell’Isis. In realtà, entrambe le informazioni potrebbero essere vere, perché alcune formazioni jihadiste, compreso il movimento Hayat Tahrir al-Sham, sono confluite nelle forze di sicurezza siriane, e tra esse ci sono elementi vicini all’Isis. Trump ha precisato che l’attentato non compromette il rapporto di amicizia tra gli Stati Uniti e la Siria e che colpisce in uguale misura ambedue i Paesi[16].

La vendetta da parte degli Usa contro l’Isis è arrivata il 19 dicembre con l’operazione denominata «occhio di falco»: jet, elicotteri e caccia hanno colpito circa 70 obiettivi strategici tra Deir El-Zor, Raqqa e Palmira. Trump ha dichiarato: «Abbiamo colpito i criminali dell’Isis in Siria, è stato un grande successo». Il segretario alla Difesa statunitense, Pete Hegseth, ha tenuto a precisare che l’operazione «non è l’inizio di una guerra, ma è una dichiarazione di vendetta»[17]. Trump, infatti, non vuole impelagarsi nelle infinite guerre mediorientali, dalle quali aveva promesso agli elettori di uscire. Non intende dare la sensazione del déjà vu,ma in Siria aveva un problema da risolvere al più presto. Sebbene l’Isis sia stato sconfitto nella regione e nel mondo, la sua ideologia è viva e presente nell’ambiente da cui proviene il presidente siriano. Ma al-Sharaa, durante la visita alla Casa Bianca, aveva tenuto a dire a Trump che il suo Paese è in prima linea nella lotta contro gli jihadisti e contro l’Isis.

La fine dell’autonomia curda


Al-Sharaa ha ottenuto di recente una sorprendente vittoria, conquistando la parte curda della Siria. Il Rojava curdo godeva da tempo di una notevole autonomia, era l’avamposto democratico della Siria devastata dalla guerra, dalle torture di Assad e dalla violenza jihadista. Le imprese dei curdi nella liberazione di questo territorio – le città di Kobane e di Raqqa – dall’Isis sono leggendarie. Ora quell’esperimento di autogoverno nel nord-est della Siria, fondato sul confederalismo democratico, è terminato. Con un’offensiva lampo, a metà gennaio le forze di al-Sharaa hanno conquistato territori strategici a est e ovest dell’Eufrate che erano sotto il controllo delle Forze democratiche siriane (Fds), nate in passato da un’alleanza tra curdi e arabi in funzione anti-Assad[18].

Dopo aver perso i quartieri a est di Aleppo, ritirandosi quasi senza combattere, le Fds hanno ceduto anche i centri strategici di Taqba, con la sua importante diga, Raqqa, e Deir El-Zor, il governatorato, dove ci sono i pozzi di petrolio[19]. I curdi governavano questi territori, dove la maggioranza della popolazione è araba. Proprio la ribellione delle tribù arabe ai curdi ne ha reso possibile la conquista da parte delle forze governative. Poi al-Sharaa ha annunciato il cessate il fuoco, che ha messo fine alle ostilità, e ha reso pubblico un accordo in 10 punti. «L’amministrazione autonoma delle Forze democratiche siriane – ha dichiarato il premier – è finita; lo Stato siriano è centralizzato»[20]. Le Fds verranno integrate nell’esercito di Damasco, su base individuale e non come battaglioni. Inoltre, dovranno espellere i curdi non siriani, legati al Pkk. Questo è stato un regalo inaspettato al presidente turco Erdoğan, che da molti anni sta combattendo questo movimento. Le prigioni dove sono detenuti migliaia di combattenti dell’Isis passeranno sotto il controllo di Damasco, come era stato concordato mesi fa con gli Stati Uniti.

Inoltre, sotto pressione statunitense, al-Sharaa ha firmato un decreto che riconosce il curdo come lingua nazionale e istituisce il capodanno curdo come festività.

La svolta nel nord-est della Siria è avvenuta non solo su base militare, ma soprattutto perché Washington ha cambiato strategia[21]: ora punta su al-Sharaa per il futuro del Paese, e gli ex alleati curdi, indispensabili in passato per la lotta contro l’Isis, dovranno accontentarsi delle concessioni che verranno loro fatte dal governo di Damasco. Le situazioni cambiano, come pure gli interessi statunitensi nella regione.

Copyright © La Civiltà Cattolica 2026
Riproduzione riservata
***


[1] Cfr M. Vernetti, «Damasco un anno dopo», in La Stampa,8 dicembre 2025; A. Nicastro, «La Siria celebra un anno senza Assad. Ma restano le ombre», in Corriere della Sera, 9 dicembre 2025.

[2] Cfr «Syria’s transition has gone better than expected», in The Economist, 4 dicembre 2025.

[3] Cfr ivi.

[4] Cfr «Syria uneasily celebrates a year of liberation», in The Economist, 4 dicembre 2025.

[5] Ivi.

[6] «Syria’s transition has gone better than expected», cit.

[7] Cfr ivi.

[8] M. Vernetti, «Damasco un anno dopo», cit.

[9] «La strage in chiesa: il terrore è tornato a colpire i cristiani in Siria», in Avvenire (tinyurl.com/2vpcd4bz), 23 giugno 2025.

[10] Ivi.

[11] G. Olimpio – M. Ricci Sargentini, «La partita del Sultano», in Corriere della Sera, 4 dicembre 2024.

[12] Cfr D. Moudallal, «Una promessa d’inclusione difficile da mantenere», in Internazionale, 10 gennaio 2025.

[13] L. Khatib, «Nuovi equilibri in Medio Oriente», in Internazionale, 20 dicembre 2024.

[14] Cfr M. Rabih, «La strategia di Israele tra Libano e Siria», in Internazionale,5 dicembre 2025, 28.

[15] G. Colarusso, «Siria, tre americani uccisi in un attentato: ci vendicheremo», in la Repubblica, 14 dicembre 2025.

[16] Cfr ivi.

[17] Id., «Raid aerei sulle basi dell’Isis. Usa di nuovo coinvolti in Siria», in la Repubblica, 21 dicembre 2025.

[18] Cfr E. Baladi, «Siria: tensioni tra esercito e curdi», in Internazionale,16 gennaio 2026, 24.

[19] Cfr G. Colarusso; «Siria, finisce l’autonomia curda. Tregua dopo l’offensiva di regime», in la Repubblica, 19 gennaio 2026.

[20] Ivi.

[21] Cfr L. Trombetta, «Gli Usa abbandonano i curdi di Siria per al-Sharaa», in Limes, 20 gennaio 2026.

The post La nuova Siria di al-Sharaa first appeared on La Civiltà Cattolica.



KDE Connect per Android si rinnova

@GNU/Linux Italia

linuxeasy.org/kde-connect-per-…

KDE Connect per Android sta ripensando la sua interfaccia: nuovo menu principale, impostazioni più semplici e permessi richiesti solo quando servono. L'articolo KDE Connect per Android si rinnova è su Linux Easy.

GNU/Linux Italia reshared this.



I 50 anni della Transizione spagnola: memoria, concordia e democrazia


El abrazo, Madrid (Foto:Wikipedia)
Il 20 novembre 1975 moriva a Madrid, in un letto d’ospedale, il dittatore Francisco Franco, dopo quasi 36 anni di regime. Si apriva così una fase di profonda incertezza, la cosiddetta «Transizione spagnola», che si sarebbe concretizzata il 6 dicembre 1978 con l’approvazione, tramite referendum, della Costituzione, per poi consolidarsi, non senza una certa ironia storica, con il fallimento del colpo di Stato del tenente colonnello Antonio Tejero, avvenuto il 23 febbraio 1981.

Quella stagione, insieme delicata e decisiva, che costituisce l’oggetto del presente articolo, ha inaugurato il periodo democratico più stabile della storia della Spagna, giunto fino ai nostri giorni. Va respinta la tentazione di considerarla una questione esclusivamente nazionale: ricordiamo che la Spagna è stato l’ultimo Paese dell’Europa occidentale a lasciarsi alle spalle il cancro delle dittature che avevano segnato il Novecento, dopo che il Portogallo aveva percorso la stessa via l’anno precedente. Si trattò di un cambio di regime maturato in un contesto culturale diverso da quello dei Paesi usciti dalla Seconda guerra mondiale e che per questo inizialmente fu visto con una certa diffidenza dalla comunità internazionale. Tuttavia, col passare del tempo, la Spagna sarebbe diventata una delle principali economie dell’Unione europea, alla quale aderì nel 1986, sancendo la tanto agognata normalità democratica. Né va dimenticato il suo ruolo di ponte con l’America Latina, per la quale è diventata, con i legami storici, un punto di riferimento notevole.

È importante ricordare che nel prossimo decennio la Spagna celebrerà il centenario della sua Seconda Repubblica e della sua cruenta Guerra civile, che causò oltre un milione di vittime – tra morti di entrambi gli schieramenti e coloro che subirono la repressione e l’esilio –, lasciando ferite che ancora oggi sono tutt’altro che rimarginate. Proprio per questo diventa ancora più necessario valorizzare e approfondire quel periodo storico, per non ricadere oggi nei medesimi errori. Allo stesso tempo, dobbiamo considerare che, dopo quasi mezzo secolo dalla Transizione, una parte significativa della popolazione spagnola rischia di non conoscerla più, o persino di dimenticarla, oppure, peggio ancora, potrebbe cadere vittima di un revisionismo storico ingiusto, alimentato da gruppi populisti che rimuovono, distorcono o sottovalutano ciò che quella epoca ha rappresentato, mettendo in discussione i risultati che la società spagnola allora seppe raggiungere in modo maturo ed esemplare.

In un tempo in cui la democrazia, in Europa e nel mondo intero, viene messa in discussione da alcune ideologie estremiste, dai populismi e da diverse forme di autoritarismo, la Transizione spagnola diventa un punto di riferimento da cui trarre ispirazione per preservare la democrazia liberale e prevenire certe derive che la minacciano, come avvenne quasi un secolo fa in tutta Europa e in parte del mondo. E anche per rendere giustizia a tante persone che hanno rischiato la vita per un progetto apparentemente impossibile e che alla fine ha dimostrato, come ricorda l’epitaffio del suo grande artefice, il presidente Adolfo Suárez, che «la concordia era possibile».

Non possiamo dimenticare, dunque, che la democrazia dev’essere difesa di generazione in generazione e non la si può mai considerare definitivamente acquisita. Al tempo stesso, si trattò di un momento di straordinaria importanza per la storia contemporanea della Spagna e dell’Europa, degno di essere ricordato nel tempo. Ogni cittadino, infatti, può riconoscersi in quel periodo e cogliere come sia possibile orientare alcune situazioni in modo pacifico e fecondo, sebbene quelle circostanze fossero più complesse delle attuali.

In questo articolo ricorderemo brevemente quanto accadde in Spagna cinquant’anni fa, con le sue luci e le sue ombre, con le sue idealizzazioni, e vedremo quali lezioni possiamo trarne per il tempo che siamo chiamati a vivere, in modo da poter essere grati a quella società coraggiosa che seppe perdonare e guardare al futuro con speranza, dialogo e determinazione.

«Finché durava la guerra»


Per comprendere eventi come quello, è opportuno guardare molto più indietro nel tempo, perché le ferite di un Paese affondano spesso in tensioni prima irrisolte, che emergono nei momenti di crisi in modo inarrestabile e brusco. Già nel turbolento XIX secolo, dopo la perdita delle colonie e il vortice napoleonico che rivoluzionò l’idea di nazione nella vecchia Europa, erano emersi due modi contrapposti di comprendere la realtà, che sussistono ancora oggi: quello liberale e quello conservatore. Inoltre, il XIX secolo fu caratterizzato da una successione di regni – intervallata da una Repubblica fallita –, da profondi cambiamenti sociali, guerre, nazionalismi nascenti, dittature, e da un susseguirsi di colpi di Stato che rendevano in Spagna la piena normalità democratica quasi un’anomalia.

Particolarmente decisiva fu la proclamazione della Seconda Repubblica spagnola, il 14 aprile 1931, in un contesto internazionale caratterizzato dal crollo del 1929, dal rumore delle ideologie e dall’ascesa dei totalitarismi. Allora regnava una polarizzazione estrema, che sfociò in un senso di caos generalizzato, che assunse toni a volte sanguinosi, con eventi significativi quali l’espulsione della Compagnia di Gesù, l’introduzione del voto femminile, la riforma agraria, alcune insurrezioni e persino il ricorso ripetuto a colpi di Stato militari, solo per citarne alcuni.

Tutto ciò sfociò infine, il 17 luglio 1936, in una sollevazione militare, guidata dal generale Franco – che allora si trovava in Nord Africa con le sue truppe – e da altri generali, che provocò una guerra. Di conseguenza, la Spagna divenne teatro di uno scontro in cui si affrontarono, da un lato, le truppe dei generali che aderivano al colpo di Stato, chiamati «ribelli o nazionalisti» e, dall’altro, i repubblicani fedeli al governo legittimo. Con il tempo, i primi ottennero l’appoggio dei tradizionalisti e di gran parte della Chiesa spagnola, che si aggrappava ad essi come a un’àncora di salvezza di fronte al caos e all’odio viscerale di cui era fatta oggetto sotto forma di persecuzioni, incendi di chiese e conventi e sistematici omicidi di sacerdoti, religiosi e laici. Dall’altra parte, il governo della Repubblica era sostenuto da volontari internazionali, miliziani, comunisti e anarchici, in una sorta di conglomerato con interessi diversi, che si rivelò estremamente difficile da organizzare. E come accade spesso in questo tipo di guerre civili, le grandi potenze mondiali favorivano i contrapposti schieramenti, inscenando un vero e proprio prologo della Seconda guerra mondiale e trasformando il Paese in un mortale laboratorio di armi, come avvenne nel bombardamento di Guernica, fedelmente rappresentato da Pablo Picasso poco tempo dopo.

Dopo tre anni di continuo dissanguamento, il grido No pasarán, che inizialmente risuonava con euforia a Madrid, si spense lentamente, finché il 1º aprile 1939 il fronte nazionale diffuse l’ultimo bollettino militare annunciando la fine della guerra. Franco, che aveva assunto il potere solo «finché durava la guerra», lo mantenne mentre il mondo veniva sconvolto dalla Seconda guerra mondiale e, dopo anni iniziali di fame, devastazione e regolamenti di conti, riuscì a conservarlo senza troppe difficoltà, instaurando una sorta di pax romana durata quasi quarant’anni.

Iscriviti alla newsletter


Leggie ascolta in anteprima La Civiltà Cattolica, ogni giovedì, direttamente nella tua casella di posta.

Iscriviti ora

Sebbene fin dall’inizio si fosse cercato di attribuire alla Guerra civile un alone romantico – sia per i toni di crociata utilizzati da alcuni per legittimare il sangue versato, sia per la manipolazione della propaganda bellica e per la presenza di vari intellettuali –, la realtà ha mostrato che si trattò di una guerra miserabile, penosa e sanguinosa come tante altre. In quel conflitto è tanto azzardato quanto presuntuoso distinguere tra buoni e cattivi, perché la violenza genera sempre violenza e molti combattevano senza sapere realmente perché. Era una guerra in cui l’imposizione delle idee arrivava a separare famiglie e a contrapporre tra loro concittadini e compaesani, infliggendo ferite che permangono ancora oggi.

Il giornalista Manuel Chaves Nogales, condannato per decenni all’ostracismo per la sua diffidenza verso entrambi gli schieramenti, affermava che «la guerra la perdevano sempre gli stessi: quelli che non avevano altra arma che la loro paura»[1]. Era la versione aggiornata del Duelo a garrotazos («Duello a bastonate») di Francisco de Goya, che un secolo prima aveva denunciato, in un suo celebre dipinto, le due Spagne che si affrontavano a morte in un duello fratricida, con l’unico fine dell’uccisione del prossimo. Era la conseguenza di una polarizzazione priva di qualsiasi logica, quale segno di una società che si lascia trascinare da idee senza limiti. Un modo di comprendere la realtà di una nazione con 500 anni di storia che si divide tra Nord e Sud, tra liberali e conservatori, monarchici e repubblicani, clericali e anticlericali, destra e sinistra, in un continuum di infiniti poli che non fanno che aumentare il dolore e lo scontro di un popolo ferito a morte, nel quale tutti, in modi molto diversi, avevano sofferto la tragedia della guerra. «Gli uni e gli altri»[2], come avrebbe detto il filosofo Miguel de Unamuno.

«Tutto rimarrà legato e ben legato»?


Durante la dittatura, la Spagna compì alcuni passi verso una certa apertura internazionale; vi furono progressi economici, e città come Bilbao, Madrid e Barcellona beneficiarono di una notevole industrializzazione, a scapito di altre regioni condannate allo spopolamento e all’emigrazione. Si registrarono inoltre una forte diminuzione dell’analfabetismo e una crescita delle università, insieme a rilevanti miglioramenti nel settore sanitario. Tuttavia, la dittatura rimaneva tale, e il dittatore Franco esercitava il suo potere, rallentando il progresso del Paese. Per quanto si cercasse di mascherarlo, il potere rimaneva saldamente nelle mani dell’autorità militare; la repressione era una costante, mentre la libertà, i diritti umani e le garanzie democratiche erano fortemente limitati.

E sebbene il regime, ormai in declino, continuasse a sostenere che «tutto rimarrà legato e ben legato», la morte di Franco aprì uno scenario nuovo: l’erede era l’allora principe Juan Carlos, speranza degli uni e degli altri, che sarebbe stato proclamato re due giorni dopo la scomparsa del dittatore, diventando il «motore del cambiamento». E contro ogni previsione, l’anno successivo venne nominato presidente Adolfo Suárez, etichettato da molti come «un falangista di provincia»[3] e considerato, nei salotti e nei corridoi della capitale, un arrivista privo di reali capacità. Tuttavia, egli seppe intuire la gravità del momento e, insieme al giovane re, avviò un delicato cambiamento di regime, essendo entrambi consapevoli che in Spagna erano ancora vivi i fantasmi del passato e che le ferite della Guerra civile non erano affatto sanate.

In un contesto in continua evoluzione come quello degli anni Settanta, nel 1976, attraverso un complesso gioco di equilibri, venne approvata la «Legge di riforma politica», ratificata, con un referendum, dal 94% della popolazione. Suárez, buon conoscitore del regime e consapevole di quanto era accaduto nei decenni precedenti, nonché della necessità di riconciliazione e di integrazione di tutti, avviò colloqui con l’opposizione e consentì la legalizzazione del Partito Comunista, guidato dall’allora esiliato Santiago Carrillo. Questi, che era considerato responsabile di una sanguinosa opposizione durante la guerra, in quel frangente scelse la via della pace e della democrazia, lasciandosi alle spalle gli anni dell’esilio, della clandestinità e della repressione. Tuttavia, la tensione era palpabile, alimentata peraltro dai numerosi attentati dei terroristi baschi dell’ETA e di altri gruppi di estrema sinistra ed estrema destra che cercavano di rovesciare la fragile democrazia.

Forte del sostegno delle urne, la Unión de Centro Democrático di Suárez avviò la redazione della Costituzione spagnola, elaborata insieme ai rappresentanti di tutte le forze politiche che vollero parteciparvi – i cosiddetti «padri della Costituzione» – e approvata nel 1978 con l’87,7% dei voti. La Transizione sarebbe continuata fino al 1981, tra disincanto, logoramento politico di Suárez, crisi economica e un’asfissiante pressione terroristica. Il fallito tentativo di colpo di Stato del 23 febbraio 1981 segnò il consolidamento definitivo dell’opzione democratica a scapito della dittatura. Il processo si concluse con l’ascesa al potere dei socialisti, guidati da Felipe González, che ottennero la maggioranza assoluta nel 1982, dimostrando che l’alternanza dei partiti era possibile.

I parallelismi tra quella epoca e l’attuale sono evidenti: dalla divisione del mondo in blocchi contrapposti alla crisi energetica, fino alle tensioni in Medio Oriente. A ciò si aggiunge un contesto caratterizzato dalla polarizzazione diffusa, dalla tentazione degli autoritarismi e dall’individualismo elevato a bandiera culturale.

Per questo e per l’importanza di quel momento storico, e perché alcuni pensano – forse non senza qualche ragione – che quella fosse un’epoca idealizzata, cercheremo di esaminare alcuni elementi che possano aiutarci a «riflettere […] per ricavare qualche frutto»[4], e vedremo quali insegnamenti possano essere ancora utili per noi, a cinquant’anni di distanza.

«Libertà senza rabbia, libertà»


«Libertà, libertà senza rabbia, libertà», ripeteva a fine anni Settanta il ritornello di una canzone del gruppo musicale Jarcha, che divenne ben presto popolare e finì per imporsi come una sorta di «colonna sonora» della Transizione, esprimendo con efficacia il sentire e l’anelito del popolo spagnolo in quegli anni. Com’era accaduto al popolo di Israele, anche la Spagna aveva sofferto per decenni l’oppressione e anelava alla libertà. E, curiosamente, se osserviamo la storia della salvezza del popolo di Dio, nel Deuteronomio la Legge viene percepita come un grande dono, come motivo di orgoglio: «Quale grande nazione ha leggi e norme giuste come è tutta questa legislazione che io oggi vi do?» (Dt 4,8). La Legge è vista come un bene del popolo, perché libera dal caos, protegge i deboli, assicura la giustizia e ordina il cuore. Non è una legge pensata per controllare, ma per andare avanti; è, in definitiva, uno stile di vita.

Nel caso di Neemia, questa dimensione si ricollega alla consolazione che nasce dal ritrovare la Legge e dal fare memoria come popolo, recuperando la propria identità e i propri costumi dopo l’esilio babilonese: «Tutto il popolo andò […] a esultare con grande gioia, perché avevano compreso le parole che erano state loro proclamate» (Ne 8,12). Anche in Spagna, dopo il dolore, l’esilio e l’oppressione che il suo popolo aveva subìto, la legge – in questo caso, la Costituzione – divenne un elemento capace di dare al popolo identità, unità e coscienza collettiva. Al tempo stesso, ne definì il modo di essere, di comprendere e di camminare nella storia.

Va sottolineato che la Costituzione spagnola, come tutte le leggi umane, non è perfetta, sebbene sia per sua natura aperta all’evoluzione; ma forse se ne può cogliere meglio il valore quando viene a mancare. Per questo è necessario apprezzarla ed esserne grati, sapendo che essa non soddisfa pienamente nessuno, ma nemmeno scontenta del tutto nessuno. Di fronte alle minacce e alle contestazioni che la mettono in discussione, è essenziale considerarla un bene comune, che ci allontana dagli interessi personali e favorisce l’acquisizione di un valore speciale da parte della comunità, compresi coloro che si oppongono ad essa. La sua conoscenza e il suo rispetto ci rendono cittadini migliori e persone migliori, al pari dell’istruzione, della sanità o della sicurezza. La Costituzione favorisce il rispetto e la tutela delle istituzioni, che esistono per servire la società e garantirne il buon funzionamento.

Si tratta dunque di un testo che favorisce la pluralità e la separazione dei poteri, in netto contrasto con il passato, ispirandosi alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e in linea con le Costituzioni europee, e garantendo un quadro comune di dialogo, libertà, convivenza e diritti. E, soprattutto, essa sancisce che «la sovranità risiede nel popolo spagnolo»[5] e non in un esercito, in una persona carismatica o in un singolo partito, come spesso accade in alcuni sistemi non democratici.

Dal consenso alla concordia


Nel passo di Isaia 11,6-9 viene descritto uno stato di armonia idea­le, con una chiara visione escatologica: il lupo convive con l’agnello e il leopardo con il capretto, in una sequenza di accostamenti impossibili, che trovano tuttavia una piena armonia. Questa lettura – è bene ribadirlo – è escatologica, ma costituisce anche un orizzonte verso cui camminare. E la Transizione, tenendo conto del passato recente della Spagna, può essere stata in parte un riflesso di tale prospettiva. Non dimentichiamolo: una prospettiva reale, fragile e imperfetta. E quell’evento storico ha reso possibile il compimento di un passo ulteriore: dal consenso alla concordia. Il «consenso» indica un comune sentire e pensare, come potrebbe essere una Costituzione; ma in questo caso vi fu un supplemento di ambizione che aspirava a rendere possibile e a giungere alla «concordia», con-cordis, ossia a un medesimo cuore, e quindi a un medesimo battito. Si passò così da un denominatore comune a uno scenario rinnovato, caratterizzato da una nuova coscienza di popolo in una fase diversa. Non si trattò di un accordo «al ribasso», per accontentare la maggioranza, ma di un accordo «al massimo», che mirava ad aprire una stagione nuova, diversa da quelle precedenti.

D’altra parte, oggi la prudenza induce a essere cauti nell’idealizzare quel periodo. Per esempio, lo storico Fernando García de Cortázar osserva che «la Transizione è stata un tempo di amnesie e chiaroscuri, di tonalità grigie e opache, di sussulti notturni e di tempeste di schegge e sangue. Suárez assunse il comando con la premessa di non scavare nelle ferite del passato»[6]. Per questo si rende necessaria una lettura priva di ideologie e libera dall’ottica del presente, animata dal desiderio di fare memoria e giustizia, lontana da interessi di parte, sia da un lato sia dall’altro. Oggi un simile atteggiamento, in Spagna come nel resto del mondo, rappresenta a dir poco una sfida. Forse l’immagine più paradigmatica di tale periodo è un quadro di Juan Genovés, intitolato El Abrazo, che è esposto nella sala del Congresso dei Deputati.

Per raggiungere questo fine furono necessarie molte concessioni, che spiazzarono tutti, ma che favorirono la concordia, giudicata da alcuni troppo pragmatica. Cedettero i militari: dapprima nel superare la diffidenza e poi nell’accettare che il loro potere fosse a favore del popolo e non per comandare su di esso, e che non si potesse più tornare indietro. Il re Juan Carlos I cedette i suoi poteri assoluti ereditati da Franco, mettendo in gioco il proprio titolo, anche a rischio di perderlo. Cedettero Suárez e il suo vice, il leale generale Manuel Gutiérrez Mellado, che finirono per restare senza appoggi e misero a rischio la loro vita il «23-F»[7]. Cedettero i politici con la «Legge di amnistia», che rimise in gioco l’opposizione. Cedette la società civile, con il cuore in gola davanti alla radio e alla televisione, lasciandosi alle spalle la stabilità conosciuta del regime franchista, per affrontare l’incertezza del futuro che si apriva.

Podcast | IL PREZZO DELLA DISUGUAGLIANZA


Papa Leone XIV ha lanciato un accorato monito sulla crescente disuguaglianza economica globale, puntando il dito contro l’enorme divario tra i redditi della classe media e quelli delle élite più ricche. Questo gap non è solo una questione economica, ma è un problema morale che minaccia l’equilibrio sociale. Ne parliamo con due economisti: Andrea Boitani e Lorenzo Cappellari.

Scopri di più

Cedettero gli esiliati, i nazionalisti, i socialisti e i comunisti, che rinunciarono a parte delle proprie posizioni massimaliste; e alcuni dei loro leader, come il già citato Carrillo, furono accusati di tradimento per aver accettato il re, la bandiera bicolore e l’unità della Spagna. Cedettero gli imprenditori, le associazioni e i sindacati, concordando misure per stabilizzare il Paese, nel pieno della crisi economica internazionale, con i «Patti della Moncloa». Cedettero i perdenti della guerra, con un silenzio utile e con familiari ancora da ritrovare.

Cedette la Chiesa, rinunciando agli ultimi privilegi acquisiti per legittimare il potere. E cedettero – senza dubbio la parte più dolorosa – le vittime del terrorismo, le cui vite vennero spezzate dagli estremisti di sinistra – principalmente l’ETA – e di destra, che cercavano di rovesciare la democrazia: un dato che ci avverte di quanto fosse fragile e delicato il processo, con quasi 500 vittime, e altre causate dalla dura repressione della polizia. Cedettero tutti, ciascuno a suo modo, con forme e implicazioni diverse; ma questo non annulla il dovere di gratitudine nei loro confronti per la lungimiranza e il senso dello Stato che seppero dimostrare. I protagonisti di quella stagione non erano politici con vocazione messianica, né partiti con aspirazioni totalitarie, né intellettuali lontani dalla realtà, ma tutti gli spagnoli, che scoprivano con umiltà e aspettativa cosa fosse una democrazia piena.

Le elezioni del 1977 ne furono un esempio tangibile, perché il Parlamento rifletteva la realtà politica e ideologica della Spagna, e finalmente il dialogo riusciva a farsi strada, al di là del sangue, dell’odio e dello scontro. Lo stesso valeva per la forte avanzata dei movimenti sociali e dei nazionalismi latenti e combattivi. Le stesse persone che decenni prima si erano affrontate sul campo di battaglia e avevano regolato i conti nell’oscurità della notte, ora sedevano in Parlamento con le armi pacifiche della voce e del voto. La società spagnola si era divisa tra continuisti, riformisti e oppositori, ma la scelta non era né la repubblica, né la guerra, né una dittatura personalistica, bensì una monarchia democratica a tutti gli effetti. Dopo decenni di oppressione e di deserto, la maggior parte della popolazione comprese che la logica di dividere la società tra buoni e cattivi portava soltanto al collasso, e quindi alla distruzione, alla fame e al dolore. Un collasso che molti avevano sperimentato sulla loro pelle, nella loro povertà e, soprattutto, nella loro anima.

È un insegnamento che ora è in parte dimenticato, ma forse questo è il più grande progresso morale e la grande lezione di quel periodo, perché tutto cambia quando si passa dalla logica del manicheismo a quella della riconciliazione, che consente di camminare insieme; di costruire a partire dalla fraternità e non dallo scontro; di costruire a partire dal dialogo e dal rispetto reciproco e non dall’odio e dalla violenza. Tale concordia, con un cuore comune, è quella che emerge in Spagna quando si verifica una catastrofe e la solidarietà si manifesta con forza, quando lo sport unisce tutti mettendo da parte l’accento di ciascuno, o quando si gode la festa in una celebrazione tradizionale collettiva. L’abbraccio delle due Spagne, finalmente, era possibile.

Alla luce dell’«Evangelii gaudium»


Non sembra azzardato leggere questo evento alla luce dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium di papa Francesco[8], nella quale la riflessione sul bene comune e sulla pace sociale appare attuale come non mai, a partire dal riconoscimento che Dio agisce nella storia. Per analizzare la costruzione di una società fondata sui princìpi di pace, giustizia e fraternità, come nel nostro caso, Francesco propone quattro tensioni bipolari, tratte da Romano Guardini e dalla Dottrina sociale della Chiesa, che «orientano specificamente lo sviluppo della convivenza sociale e la costruzione di un popolo in cui le differenze si armonizzino all’interno di un progetto comune»[9].

Anzitutto, egli ricorda che il tempo è superiore allo spazio. È la tensione tra la pienezza e il limite, che trova il proprio sbocco nella dimensione temporale. Ciò implica privilegiare il processo rispetto al potere immediato: «iniziare processi più che possedere spazi». Di fronte alla tentazione del momento presente, a volte particolarmente delicato e caratterizzato da grande pressione e fragilità, gli spagnoli hanno saputo incorporare la dimensione temporale, carica di pazienza e di speranza, e accettare che i frutti sarebbero maturati con il passare degli anni, e non con l’ansia propria dell’istante. Forse a renderlo possibile furono proprio quella lungimiranza e quell’esperienza dolorosa con cui hanno saputo imporsi alle pressioni e alle contingenze che richiedevano una stabilità falsa, immediata e impossibile da raggiungere.

In secondo luogo, l’Evangelii gaudium mostra come l’unità debba prevalere sul conflitto, integrandolo e non semplicemente ignorandolo. Di fronte alla paralisi o all’evasione, la proposta consiste nello sviluppare una comunione nelle differenze. In qualche modo, durante la Transizione si è visto che la Spagna era qualcosa di più di decenni di duro confronto con la Seconda Repubblica, la Guerra civile e la dittatura. Essa si è mantenuta su un piano superiore, dove era possibile integrare ciò che vi era di buono in tutte le parti, cercando un’armonia dentro una diversità reale. È la certezza che l’accento deve essere posto più su ciò che unisce che su ciò che divide.

Un altro degli aspetti più importanti messi in luce dal documento pontificio e che si è manifestato nella Transizione in modo diverso da quanto era accaduto durante la Seconda Repubblica è che «la realtà è più importante dell’idea». Dal punto di vista cristiano, la Parola è incarnata, non è mai disgiunta dalla realtà: unisce idea e realtà, orientandola senza mai imprigionarla. La difficoltà risiede sempre nella concretizzazione, perché le idee sono volatili e le differenze maggiori emergono al momento dell’atterraggio. L’idea da sola sfocia nello gnosticismo, nell’arroganza intellettuale e nella sterilità, perché non sarà mai davvero feconda né concretizzata. Se nei decenni precedenti l’egemonia delle idee si imponeva sulla realtà a qualsiasi costo, cinquant’anni fa fu invece la realtà a imporsi sulle diverse ideologie. L’anelito del popolo spagnolo alla democrazia e il desiderio di non riaprire le ferite del passato prevalsero sul potere non negoziabile delle idee, che di solito non ascoltano ragioni. Curiosamente, furono proprio gli estremismi ideologici vicini ai totalitarismi a ricorrere alla violenza assassina e a cercare di far saltare la giovane democrazia.

Infine, Francesco ricorda che «il tutto è superiore alla parte», e la forma che viene proposta come ispiratrice è quella del poliedro. Tutte le parti contano e tutte devono essere prese in considerazione, ma il tutto non è la semplice somma delle parti: è qualcosa di più. Tutti devono essere coinvolti, anche se sono in disaccordo. Occorre dunque non perdere di vista la realtà nella sua interezza, perché ogni elemento tende a tirare gli altri dalla propria parte. Tornando alla Transizione, possiamo affermare che la serie di patti, concessioni e accordi e il desiderio di rappresentatività dimostrarono che l’interesse del tutto doveva prevalere sulle parti, che inconsapevolmente perseguivano il proprio interesse particolare.

«Tarancón al muro!»


Non possiamo dimenticare il ruolo svolto dalla Chiesa in tutto questo processo. Condizionata da un periodo turbolento dopo il Concilio Vaticano II, essa si trovava a fare i conti con seminari e noviziati quasi vuoti, nonché con i numerosi abbandoni da parte di sacerdoti e religiosi. Faticava a comprendere la svolta culturale del maggio 1968 e cercava di interpretare i «segni dei tempi» in una Spagna diversa, che si apriva al mondo in modo speciale. Senza dubbio, con i suoi inevitabili chiaroscuri – come accade in ogni processo storico –, la Chiesa seppe essere all’altezza della situazione, cogliendo la gravità del momento e accompagnando il popolo con un savoir faire generalizzato. Forse è proprio qui che va individuato il suo più grande insegnamento in quel periodo: il decentramento, il senso di responsabilità e il desiderio di porsi al servizio della società.

Sebbene tardivamente, la Chiesa è stata l’unica istituzione a chiedere pubblicamente perdono. Dopo la guerra, aveva cercato la protezione, i privilegi e la sicurezza che aveva perduto durante il conflitto e nel periodo della Seconda Repubblica: in quell’arco di tempo, si stima che siano stati uccisi complessivamente 6.832 sacerdoti e religiosi. All’inizio della dittatura, Franco influenzò la nomina dei vescovi, e la Chiesa, da un lato impegnata nell’assistenza e nell’educazione di una società affamata e, dall’altro, accecata dall’euforia dei vincitori e talvolta sorda al silenzio delle vittime, entrò a far parte della religione ufficiale del regime, legittimandolo senza troppi scrupoli. Questo rapporto tuttavia cominciò a essere messo in discussione con Giovanni XXIII e con il Concilio Vaticano II – in particolare con l’affermazione della separazione tra Chiesa e Stato e della libertà religiosa –, fino a collocare la Chiesa all’avanguardia della lotta per la libertà e la democrazia. Il documento della più importante Assemblea plenaria della Conferenza episcopale spagnola del 1973, La Chiesa e la comunità politica[10], metteva in discussione i privilegi della Chiesa spagnola e la versione contemporanea dell’unione fra trono e altare.

Guidati dal cardinale Vicente Enrique y Tarancón, considerato da molti un altro traditore – Tarancón al paredón! («Tarancónal muro!»), recitava uno slogan –, i vescovi dichiaravano che la fede cristiana non è un’ideologia politica, né può identificarsi con alcuna forza politica. Insistevano sul fatto che nessun sistema può esaurire la ricchezza del Vangelo. Al tempo stesso, si dovevano promuovere la libertà e l’impegno per la pace e la giustizia. Si affermava così la necessità di perseguire l’autonomia e la libertà, ma con uno spirito di collaborazione e di riconciliazione nella società. I vescovi assumevano con coraggio la libertà di predicare il Vangelo, anche se a volte questo risultava scomodo, al fine di salvaguardare l’interesse generale e il bene comune. A loro volta, i cristiani cercavano una coerenza di vita con comunità vicine ai poveri, animate dallo spirito del Concilio Vaticano II, che si rivelò un autentico «vento di rinnovamento».

La Chiesa, divenuta più libera che in passato, seppe analizzare la situazione di fronte a un franchismo ormai superato e fece un passo avanti. Non solo rinunciò ai propri privilegi, ma svolse anche un ruolo determinante nel mettere la propria autorità morale al servizio della riconciliazione. Per non parlare, naturalmente, dei tanti laici impegnati in politica – sia a destra sia a sinistra, la maggior parte dei quali erano stati formati in seminari e centri religiosi – che vedevano nell’arena pubblica uno spazio privilegiato per sviluppare la loro vocazione laicale al servizio della società e del bene comune.

Una storia ancora da scrivere


Alcuni mesi fa il re Felipe VI ha affermato che la Transizione fu «un grande patto nel quale nessun gruppo riuscì a imporre la propria visione completa, perché tutti compresero che la convivenza richiedeva di cedere qualcosa per guadagnare un futuro comune. Fu una scelta pragmatica, ma anche profondamente morale»[11]. È auspicabile che, a cinquant’anni di distanza, in un mondo polarizzato come il nostro, sappiamo guardare al passato per imparare da esso e non ripetere gli stessi errori; che sappiamo leggere la realtà e vedere ciò che è realmente accaduto, con profondità, coraggio e speranza. Si tratta di un’epoca che non è stata perfetta, ma che può ancora insegnarci molto. Miguel Delibes ha scritto che «le cose avrebbero potuto andare diversamente, eppure sono andate così»[12]. Ora spetta a ogni generazione ricreare la democrazia, che è il migliore dei sistemi conosciuti; riconoscere che la libertà non arriva dal nulla e che la democrazia non deve essere data per scontata.

Questo articolo vuole esprimere un ringraziamento a tutte le persone che hanno rischiato la vita per la democrazia in Spagna e in Europa; alle vittime dimenticate di entrambi gli schieramenti e a tanti che, in un clima di incertezza, hanno saputo guardare al futuro; a coloro che hanno perdonato e hanno reso possibile l’abbraccio delle due Spagne; e a coloro che con coraggio, fede e speranza hanno reso finalmente possibile la concordia.

Copyright © La Civiltà Cattolica 2026
Riproduzione riservata
***


[1] M. Chaves Nogales, A sangre y fuego. Héroes, bestias y mártires de España, Barcelona, Libros del Asteroide, 2011, 13.

[2] M. de Unamuno, «Carta a F. de Cassio, 27 novembre 1936», in L. Robles (ed.), Epistolario a F. de Cassio (1914-1936), Salamanca, Cátedra, 1992, 245.

[3] J. Cercas, Anatomia di un istante, Milano, Guanda, 2017 (edizione digitale Kindle Amazon), 64.

[4] Ignazio di Loyola, s., Esercizi spirituali, n. 114.

[5] Constitución Española, art. 1, § 2.

[6] F. García de Cortázar, Historia de España, Barcelona, Planeta, 2002, 287 (in it. Storia della Spagna. Dalle origini al ritorno della democrazia, Milano, Bompiani, 1996).

[7] Così in Spagna viene sinteticamente ricordata la celebre data del 23 febbraio 1981, quando avvenne il tentativo di colpo di Stato.

[8] Cfr Francesco, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, 24 novembre 2013, nn. 221-237.

[9] Ivi, n. 221.

[10] Cfr Conferencia Episcopal Española, La Iglesia y la comunidad política, Madrid, 1973.

[11] Felipe VI, Discurso en la ceremonia de ingreso en la Insigne Orden del Toisón de Oro, Madrid, 21 novembre 2025.

[12] M. Delibes, El camino, Barcelona, Destino, 2019, 11.

The post I 50 anni della Transizione spagnola: memoria, concordia e democrazia first appeared on La Civiltà Cattolica.



L’Africa alla prova del diritto: sfide e derive delle riforme costituzionali


Referendum costituzionale della Repubblica Centrafricana del 2023 (Foto: Beat Müller/Wikimedia)
Dall’inizio del XXI secolo, diverse nazioni africane sono state teatro di revisioni costituzionali sostanziali, spesso presentate come aggiustamenti di ordine tecnico o progressi democratici. Tuttavia queste riforme nascondono una tensione sottostante tra legalità formale e legittimità politica. L’estensione del mandato di alcuni dirigenti politici oltre i limiti inizialmente stabiliti tende a trasformare la Costituzione in uno strumento malleabile, allontanandola potenzialmente dalla sua funzione primaria di limitare il potere e garantire i diritti fondamentali.

Questo fenomeno pone una serie di interrogativi sulla resilienza delle istituzioni, sul ruolo del diritto all’interno delle dinamiche politiche africane e sui rapporti tra potere, popolazione e norme giuridiche. Al di là di una semplice discussione di ordine giuridico, le modifiche costituzionali in Africa riflettono questioni legate alla governance, alla giustizia sociale e alla sovranità popolare.

Quadro teorico e giuridico


Il costituzionalismo moderno si fonda su un principio cardine, ossia che il potere politico non può essere di natura assoluta, ma deve essere determinato da una norma suprema, cioè la Costituzione, che regola il funzionamento delle istituzioni, assicura la tutela dei diritti fondamentali e definisce la separazione dei poteri. Questo concetto esclude qualsiasi deriva autoritaria o personalizzazione del potere. È in questa prospettiva che Guy Carcassonne (1951-2013), che è stato professore di Diritto pubblico all’Université de Paris Ouest-Nanterre-La Défense, e Marc Guillaume (1964-), nominato prefetto di Parigi nel 2020, sottolineano la funzione regolatrice del testo fondamentale, quando affermano che «la Costituzione è innanzitutto uno strumento di limitazione del potere, non di esaltazione dello stesso»[1]. Essi ricordano che la Costituzione non è solo uno strumento di ripartizione delle competenze tra gli organi statali, ma costituisce anche un limite al loro esercizio. Questa nozione è alla base del costituzionalismo liberale, figlio dell’Illuminismo e della Rivoluzione francese.

La separazione dei poteri – esecutivo, legislativo e giudiziario – rappresenta uno dei fondamenti del costituzionalismo. Carcassonne e Guillaume sottolineano che questa distinzione non è mai totale, ma deve essere sufficientemente esplicita, in modo da impedire l’accentramento delle funzioni nelle mani di un unico attore. Sostengono che «la separazione dei poteri è un principio di equilibrio, non di frammentazione»[2]. Precisano inoltre che la Costituzione dovrebbe integrare meccanismi di controllo reciproco, quali il diritto di veto, la responsabilità politica e il controllo di legittimità costituzionale, al fine di garantire la salvaguardia delle libertà civili. Andando oltre l’adozione formale di testi scritti (dispositivi istituzionali), il costituzionalismo si fonda sul riconoscimento di diritti fondamentali che vengono invocati per limitare il potere politico. I due studiosi sottolineano che tali diritti non si limitano a semplici dichiarazioni, ma costituiscono norme giuridiche vincolanti: «I diritti proclamati dalla Costituzione non sono orpelli, ma obblighi per i poteri pubblici»[3]. Insistono quindi sul ruolo del giudice costituzionale nella tutela di tali diritti, specialmente in caso di conflitto tra leggi ordinarie e princìpi costituzionali.

Il contesto africano. Le revisioni costituzionali


In Africa, il concetto del costituzionalismo viene messo spesso in discussione. Le revisioni costituzionali motivate dall’opportunismo tendono a indebolire i meccanismi di separazione dei poteri e a sminuire l’importanza dei diritti fondamentali. Carcassonne e Guillaume mettono in rilievo questo aspetto all’interno di un’analisi più ampia: «Una buona Costituzione non basta a garantire la felicità di una nazione. Una cattiva può bastare a determinarne l’infelicità»[4]. Si tratta di un invito a considerare non soltanto il contenuto formale della Costituzione, ma anche le condizioni relative alla sua applicazione, la cultura giuridica prevalente e il rispetto dei princìpi che esso sancisce.

In numerosi Stati africani le revisioni costituzionali non rispondono a una necessità giuridica o istituzionale, ma provengono da una strategia di consolidamento del potere. Rivelano una strumentalizzazione del diritto costituzionale a fini politici, spesso mascherata da una giustificazione democratica. Franck Moderne, professore emerito di Diritto pubblico all’Université Panthéon-Sorbonne (Paris I), sostiene che tali revisioni possono determinare una leggera modifica del significato di una norma, senza tuttavia alterarne il contenuto testuale: «La modifica costituzionale può comportare uno spostamento della realtà politica senza alterare formalmente il testo»[5]. Questo «spostamento» implica una riconfigurazione degli equilibri istituzionali, una ridefinizione delle condizioni di eleggibilità o il ripristino della durata di un mandato, pur mantenendo una facciata di legalità. L’efficacia di tale piano è rafforzata dal fatto che esso si fonda su procedure formalmente regolari, quali i referendum o il voto parlamentare.

Un’analisi empirica condotta dal costituzionalista Hassani Mohamed Rafsandjani conferma questa osservazione. Nella sua tesi sulle revisioni costituzionali nell’Africa francofona, egli evidenzia diversi fattori correlati alla probabilità di una riforma, tra cui la longevità al potere, l’età del presidente e la fragilità degli organi di controllo. Afferma che «la permanenza al potere diventa una variabile esplicativa centrale delle revisioni costituzionali, soprattutto quando gli organi di controllo sono indeboliti o cooptati»[6].

Iscriviti alla newsletter


Leggie ascolta in anteprima La Civiltà Cattolica, ogni giovedì, direttamente nella tua casella di posta.

Iscriviti ora

Revisioni di questo tipo sono assai frequenti nei regimi presidenzialisti, dove l’esecutivo esercita un’influenza preponderante sulle altre componenti del potere. La legittimazione per via referendaria è una strategia impiegata in modo ricorrente in Africa, al fine di legittimare riforme controverse, in particolare quelle che mirano a prolungare il mandato presidenziale. Sebbene queste consultazioni vengano presentate come manifestazioni della sovranità popolare, la loro organizzazione e il loro svolgimento sono spesso oggetto di critiche riguardo alla loro trasparenza e alla loro conformità alle norme democratiche. Il referendum costituzionale del 22 marzo 2020 in Guinea, promosso dal presidente Alpha Condé, aveva come obiettivo l’adozione di una nuova carta costituzionale che permettesse di «azzerare» il numero di mandati presidenziali. Le operazioni di voto sono state caratterizzate da azioni violente, accuse di frode e un boicottaggio da parte dell’opposizione[7]. Il referendum costituzionale ruandese del 17 e 18 dicembre 2015 ha autorizzato il presidente Paul Kagame a candidarsi per un terzo mandato nel 2017; poi per altri due mandati quinquennali, estendendo così la durata teorica del suo potere fino al 2034. Sebbene sia stato approvato con il 98,9% dei voti, questo referendum è stato oggetto di critiche da parte di numerosi osservatori internazionali[8].

Tali pratiche rientrano in quella logica che Thomas Hochmann, professore di Diritto pubblico, definisce «democratura»: «Il termine “democratura” designa un regime in cui le parvenze democratiche – elezioni, referendum, pluralismo formale – nascondono una concentrazione autoritaria del potere»[9]. Di conseguenza, le revisioni costituzionali si trasformano in un mezzo di consolidamento del potere personale, manifestandosi in forme giuridicamente definite, ma politicamente contestabili.

Conseguenze delle revisioni istituzionali a livello istituzionale e democratico


Le revisioni costituzionali dettate dalla volontà di conservare il potere esercitano un’influenza dannosa sulle istituzioni democratiche. L’indebolimento dei contropoteri – soprattutto i Parlamenti e le istanze giurisdizionali costituzionali – compromette l’equilibrio istituzionale e la qualità della governance. Come sottolinea il sociologo statunitense Seymour Martin Lipset, la precarietà delle istituzioni nelle nazioni in via di sviluppo incoraggia il nepotismo e ostacola la creazione di un’amministrazione efficiente: «Nelle società in cui le istituzioni sono deboli, le lealtà personali e le reti clientelari tendono a soppiantare i meccanismi impersonali dello Stato»[10].

Questa osservazione ha trovato conferma in Burundi nel 2015, dopo l’annuncio, da parte del presidente Pierre Nkurunziza, della sua candidatura per un terzo mandato, in contrasto con l’Accordo di Arusha e la Costituzione del 2005. La decisione ha scatenato una crisi politica su vasta scala, caratterizzata da manifestazioni di massa, un tentativo di colpo di Stato e una repressione violenta. «La trasgressione delle norme costituzionali e il mancato rispetto del numero di mandati presidenziali hanno originato una grave crisi tuttora irrisolta in Burundi»[11], si legge nel memorandum della società civile burundese del 25 aprile 2025.

Oltre alle crisi particolari, le revisioni opportunistiche rientrano in un fenomeno più ampio, ossia la strumentalizzazione del diritto a fini politici. Il diritto costituzionale, la cui vocazione è quella di definire e limitare l’esercizio del potere, si trasforma in uno strumento di legittimazione puramente formale, perdendo così la sua dimensione democratica essenziale. È opportuno sottolineare l’avvertimento dato dal giurista Olivier Beaud riguardo a tale deriva: «Una Costituzione può essere usata per legittimare l’autoritarismo, se viene concepita come un semplice strumento di potere e non come una norma di limitazione»[12]. Questa osservazione è confermata da diverse analisi contemporanee. L’Institute for Security Studies (ISS Africa) fa anche notare che «in Africa, il ricorso a strumenti giuridici per consolidare il potere politico ed eliminare gli oppositori è in aumento. Questa “strumentalizzazione del diritto” si traduce nella manipolazione del numero di mandati presidenziali, nei rimpasti dei magistrati e nello sfruttamento dei processi giuridici per rimanere al potere»[13].

Esempi di Paesi che hanno modificato o tentato di modificare la Costituzione


Nel 2020, in Guinea è stata avviata una riforma costituzionale controversa. Approvata per via referendaria, essa ha reso possibile un terzo mandato presidenziale, suscitando forti critiche a causa della sua opacità e delle violenze che l’hanno accompagnata[14].

Nel 2015, in Burundi la rielezione del presidente è avvenuta nonostante le contestazioni a livello giuridico. Tre anni dopo, una revisione costituzionale ha prolungato la durata del mandato presidenziale da cinque a sette anni, provocando una crisi politica segnata da violenze e da un tentativo di rovesciamento del potere[15].

Nel 2008, in Camerun la soppressione del limite del numero di mandati presidenziali ha consentito una rielezione illimitata. La riforma, adottata da un Parlamento largamente favorevole al governo, è stata approvata senza un vero dibattito pubblico. Nel 2025, il presidente è stato riconfermato, all’età di 92 anni, dimostrando una longevità politica eccezionale[16].

Nel 2005, il Ciad ha visto l’abrogazione dei limiti del mandato presidenziale, seguita nel 2018 dalla loro reintroduzione in una nuova Costituzione. Quest’ultima permetteva comunque la permanenza del presidente al potere fino al 2021, con il pretesto della stabilità e della sicurezza nazionale[17].

Nel 2015, in Ruanda una modifica costituzionale ha autorizzato la permanenza del presidente al potere fino al 2034. Il referendum che ha convalidato tale riforma è stato approvato a larga maggioranza, ma criticato da alcuni osservatori internazionali per la mancanza di pluralismo[18].

Nel 2016, la Costa d’Avorio ha promulgato una nuova Costituzione che ha azzerato il limite di mandati, aprendo la strada a una nuova candidatura nel 2020. La decisione ha suscitato polemiche, in particolare riguardo alle clausole transitorie[19].

Nel 2010, a Gibuti l’abolizione del limite di mandati ha rafforzato il governo in carica in un contesto di pluralismo politico ristretto[20].

Nel 2015, la Repubblica del Congo ha modificato la propria Costituzione, cancellando i limiti di età e di mandati. Il referendum che ha convalidato tale riforma si è svolto in un clima di proteste[21].

Nelle Comore, la riforma del 2018 ha abolito il sistema di rotazione del potere tra le isole, centralizzando l’autorità a favore dell’esecutivo[22].

Podcast | IL PREZZO DELLA DISUGUAGLIANZA


Papa Leone XIV ha lanciato un accorato monito sulla crescente disuguaglianza economica globale, puntando il dito contro l’enorme divario tra i redditi della classe media e quelli delle élite più ricche. Questo gap non è solo una questione economica, ma è un problema morale che minaccia l’equilibrio sociale. Ne parliamo con due economisti: Andrea Boitani e Lorenzo Cappellari.

Scopri di più

Nel 2013, lo Zimbabwe ha promulgato una nuova Costituzione, ma il potere è rimasto nelle mani del presidente fino alla sua destituzione nel 2017. Malgrado alcuni progressi formali, la riforma non ha frenato l’autoritarismo del regime[23].

In Algeria, la soppressione del limite di mandati nel 2008 ha preceduto le dimissioni forzate del presidente nel 2019, sotto la pressione del movimento Hirak. L’episodio mostra i limiti della legittimazione giuridica di fronte alla mobilitazione popolare[24].

L’Uganda ha abolito il limite dei mandati nel 2005; poi nel 2017 ha abolito il limite di età, permettendo al presidente, in carica dal 1986, di restare al potere. Queste riforme sono state adottate nonostante l’opposizione crescente e le critiche della comunità internazionale[25].

Infine, la Repubblica Democratica del Congo è un esempio delle derive legate al limite di mandati presidenziali. La Costituzione del 2006, volta a garantire l’alternanza al potere, nel 2011 è stata indebolita da una revisione che ha soppresso il secondo turno delle elezioni presidenziali, e da pratiche di «slittamento» che hanno esteso la durata del potere oltre la scadenza legale. Dal 2013, il dibattito su un’eventuale revisione o riscrittura del testo contrappone argomenti di modernizzazione istituzionale a timori di un ulteriore indebolimento dello Stato di diritto[26].

Paesi che hanno resistito o limitato le derive del cambiamento costituzionale


Nel 2012, il Senegal è stato teatro di un’alternanza democratica, con la vittoria di Macky Sall nei confronti di Abdoulaye Wade, il cui tentativo di ottenere un terzo mandato aveva suscitato polemiche. Il dibattito attorno a una potenziale candidatura di Sall per un terzo mandato ha dominato la scena politica tra il 2022 e il 2023. Sebbene la Costituzione limiti il numero di mandati a due, alcune persone vicine al presidente avevano sostenuto che il suo primo mandato settennale non doveva essere preso in considerazione. Nel 2024, l’elezione di Bassirou Diomaye Faye ha segnato una nuova alternanza al potere, avvenuta nonostante una crisi politica caratterizzata da un tentativo di rinvio delle elezioni e dall’incarcerazione dei principali candidati[27].

Per quanto riguarda lo Zambia, nel 2021 si è verificata una transizione politica. La sconfitta del presidente Edgar Lungu a opera di Hakainde Hichilema ha rappresentato un’alternanza democratica che è stata accolta con favore dalla comunità internazionale. La vittoria di Hichilema è avvenuta nonostante tensioni politiche, accuse di corruzione ed episodi di violenza collegati con le elezioni[28].

In Kenya, la riforma costituzionale del 2010 ha rafforzato le istituzioni. La nuova Costituzione keniota, frutto di un referendum, ha soppiantato la Costituzione che risaliva al periodo coloniale. Ha introdotto limiti di mandato, ha consolidato la separazione dei poteri e ha creato istituzioni autonome quali la Commissione elettorale e la Corte suprema. Il testo della Costituzione è stato considerato una pietra miliare nel percorso democratico del Paese, specialmente dopo le violenze post-elettorali del periodo 2007-2008. L’istituzione delle contee ha favorito una migliore governance e un decentramento del potere[29].

Questi ultimi casi – Senegal, Zambia e Kenya – illustrano la diversità dei percorsi costituzionali in Africa, tra derive autoritarie e forme di resistenza democratica.

Prospettive


In un contesto segnato da revisioni costituzionali opportunistiche che indeboliscono lo Stato di diritto, è essenziale valorizzare le condizioni necessarie al suo rafforzamento. Ciò implica in primo luogo una rivalutazione del ruolo delle giurisdizioni costituzionali, la cui indipendenza non può essere garantita senza una maggiore trasparenza delle procedure di nomina e un’effettiva autonomia istituzionale. Quando tali giurisdizioni vengono considerate come strumenti al servizio del potere esecutivo, la loro capacità di arginare gli abusi diminuisce sensibilmente, determinando una perdita di fiducia da parte dei cittadini nei confronti del diritto in quanto protezione contro l’arbitrio.

Tuttavia il rafforzamento dello Stato di diritto non deve limitarsi a un quadro istituzionale: esso si basa anche su una dinamica sociale, in cui la mobilitazione popolare esercita un’influenza determinante. L’interiorizzazione delle questioni costituzionali da parte dei cittadini, promossa dall’educazione giuridica, dalla vigilanza democratica e dall’uso strategico dei media, favorisce la reintegrazione del diritto nella sfera pubblica in quanto strumento di contestazione legittima. È nell’ambito di questa interazione dinamica tra norme e pratiche che si costruisce una cultura della responsabilità politica.

A livello internazionale, anche i partner esterni hanno delle responsabilità. Il loro sostegno non può limitarsi a dichiarazioni di principio: è necessario adottare una logica di coerenza, che combini condizioni democratiche, assistenza tecnica agli organi di controllo e segnalazione degli abusi. Quando queste si manifestano in modo selettivo o con ritardo, l’efficacia delle pressioni internazionali tende a diminuire, nonché ad alimentare il cinismo dei regimi autoritari.

In definitiva, qualsiasi riforma duratura necessita di una trasformazione della rappresentanza politica. L’alternanza al potere non dovrebbe più essere vista come una minaccia, ma come un segno di vitalità democratica. Ne consegue una ridefinizione dei rapporti di potere, in cui il diritto non è più uno strumento di legittimazione individuale, ma torna a essere un mezzo per garantire la giustizia, limitare l’autorità e consentirne una trasmissione pacifica.

Questi diversi approcci convergono su una necessità comune: ricollocare il diritto al centro del patto democratico africano. Non come una semplice formalità giuridica, ma piuttosto come un’architettura dinamica, capace di gestire i conflitti, circoscrivere le aspirazioni e garantire ai cittadini che il potere, anche quando cambia, resta sottoposto alla norma collettiva.

* * *


Il Continente africano è caratterizzato da una contraddizione persistente tra le aspirazioni democratiche e l’esercizio personalistico del potere. Le revisioni costituzionali motivate dall’opportunismo minano la credibilità del diritto e la solidità delle istituzioni. Tenuto conto di tali difficoltà, il consolidamento dello Stato di diritto richiede un controllo pubblico maggiore, il rafforzamento dei meccanismi di contropotere e il ripristino dei fondamenti etici del potere.

Copyright © La Civiltà Cattolica 2026
Riproduzione riservata
***


[1] G. Carcassonne – M. Guillaume, La Constitution, Paris, Seuil, 201915, 23.

[2] Ivi, 45.

[3] Ivi, 67.

[4] Ivi, 11.

[5] F. Moderne, «Reviser» la Constitution. Analyse comparative d’un concept indéterminé, Paris, Dalloz, 2006, 12.

[6] H. M. Rafsandjani, Les révisions constitutionnelles en Afrique et la limitation des mandats présidentiels. Contribution à l’étude du pouvoir de révision, tesi di dottorato all’Université de Toulon, 13 gennaio 2022, 147.

[7] Cfr V. Forson, «Mais où va la Guinée?», in Le Point (tinyurl.com/49mtcbcp), 15 ottobre 2019.

[8] Cfr «Les Rwandais votent par référendum pour permettre à Paul Kagame de rester au pouvoir», in Le Point (tinyurl.com/bdhbh8b3), 18 dicembre 2015.

[9] T. Hochmann, «Cinquante nuances de démocratures», in Pouvoirs, n. 169, 2019, 113.

[10] S. M. Lipset, L’homme et la politique, Paris, Seuil, 1962, 89.

[11] «Burundi: Une décennie sous tension à haut risque. Mémorandum de la societé civile sur une crise sociio-politique qui perdure»,in ACAT – Burundi (tinyurl.com/57vv6c9v), 25 aprile 2025.

[12] O. Beaud, La Constitution, Paris, PUF, 2001, 34.

[13] ISS Africa, Guerre juridique contre la démocratie en Afrique, 2024.

[14] Cfr Th. Ladonne, «Guinée : boycott, “entrave à l’alternance”… Pourquoi le référendum constitutionnel inquiète l’opposition», in TV5Monde Info (tinyurl.com/56neb63y), 17 settembre 2025.

[15] Cfr T. Vircoulon, «Référendum au Burundi: enterrement de l’accord d’Arusha ou volonté populaire?», in Ifri (tinyurl.com/5cuemnxd), 17 maggio 2018.

[16] Cfr «Le Parlement camerounais réforme la Constitution pour permettre à Paul Biya de se représenter», in Le Monde (tinyurl.com/2ev7r4er), 10 aprile 2008.

[17] Cfr «Troisième mandat possible pour le président tchadien», in Le Monde (tinyurl.com/3km4f9k4), 22 giugno 2005.

[18] Cfr C. Ferreira, «Référendum au Rwanda: la réforme constitutionnelle largement approuvée», in France 24 (tinyurl.com/38wt2md3), 19 dicembre 2015.

[19] Cfr «La Côte d’Ivoire adopte une nouvelle Constitution par référendum», in Le Monde (tinyurl.com/59nbe272), 1 novembre 2016.

[20] Cfr «Présidentielle à Djibouti: la voie est ouverte à une nouvelle candidature d’Ismaïl Omar Guelleh», in RFI (tinyurl.com/mwap94aj), 26 ottobre 2025.

[21] Cfr E. Ngodi, «Référendum constitutionnel du 25 octobre 2015 et recompositions du paysage politique en Republique du Congo», in Collection These/Synthese, Brazzaville, Efua, 2022, t.2, 333-357 (tinyurl.com/4wnbezsk).

[22] Cfr S. Vidzraku, «Comores: le “oui” à la réforme constitutionnelle l’emporte avec 92,74% des votes», in La Tribune (tinyurl.com/mwe8dusj), 1 agosto 2018.

[23] Cfr V. Duhem, «Mugabe promulgue la nouvelle Constitution du Zimbabwe», in jeuneafrique (tinyurl.com/4h673ufc), 22 maggio 2013.

[24] Cfr «Algérie: Abdelaziz Bouteflika a démissionné», in Le Parisien (tinyurl.com/5n8vmewr), 2 aprile 2019.

[25] Cfr «La suppression des limites d’âge présidentiel place l’Ouganda sur une voie d’instabilité», 19 settembre 2018, in tinyurl.com/yxxh32tz

[26] Cfr P. Randrianarimanana, «RDC: quels sont les enjeux de la réforme constitutionnelle voulue par le président Tshisekedi?», in Tv5Monde Info (tinyurl.com/2huhv3sv), 12 dicembre 2024.

[27] Cfr J.-P. Bodjoko, «Senegal, una crisi superata», in Civ. Catt. 2024 II 460-469. Cfr anche «Alpha Amadou Sy analyse la Présidentielle de mars 2024: “Les citoyens électeurs sénégalais sont en avance sur leur classe politique”», in Le Quotidien (tinyurl.com/y8dnkn2p), 9 ottobre 2024.

[28] Cfr G. Hamusunga, «Faire face au changement politique: l’expérience de la société civile en Zambie», 22 luglio 2024, in tinyurl.com/5h6heh7a

[29] Cfr «Kenya: les principaux points de la nouvelle Constitution», in Le Monde (tinyurl.com/2hdv3anf), 5 agosto 2010.

The post L’Africa alla prova del diritto: sfide e derive delle riforme costituzionali first appeared on La Civiltà Cattolica.



Esperienza cristiana e la sfida di abitare la realtà



Immagini accuratamente elaborate dall’intelligenza artificiale, bisogni indotti dalle dinamiche del consumo, flussi di informazioni frammentate, logiche di post-verità, identità mediate da avatar e promesse di esperienze piacevoli, immediate e controllabili: queste configurazioni simboliche, tipiche della postmodernità, non operano più soltanto come dispositivi di evasione, ma danno forma a veri e propri spazi esistenziali in cui si vive.

In questo contesto, il criterio del reale si è progressivamente spostato nell’ambito della libertà individuale, cosicché il confine tra realtà e illusione tende a sfumarsi. Nella misura in cui il tessuto sociale si frammenta in una giustapposizione di «realtà» particolari, cambiano i modi di configurare l’identità e i valori che orientano l’esistenza; il soggetto è esposto a una solitudine crescente, mentre la vita comune è attraversata da conflitti sempre più profondi.

In questo scenario, sembra urgente cercare cammini che consentano di accogliere la realtà senza evaderla né possederla, e chiedersi se il cristianesimo possa offrire una via per riconciliarsi con il reale e restituire spessore e senso alla vita.

Intrappolati in un’illusione

L’illusione del reale non dipende tanto dal fatto che le cose esistano o meno, quanto dal valore che attribuiamo ad esse. Se assegniamo un valore falso a un oggetto, finiamo per desiderare o credere di aver bisogno di ciò che non è dovuto. Nella mitologia greca, Issione, re dei Lapiti, accolto come ospite nella casa di Zeus, volle andare oltre questa eccezionale ospitalità e credette di poter possedere Era, la sposa del padrone di casa. Zeus, accorgendosi del suo delirio, permise che la sua ambizione si rivelasse, presentandogli una nuvola con le sembianze della dea. Issione, accecato dalle proprie passioni, si unì alla nuvola, e da questa unione nacque il Centauro, un essere che incarna la mancanza di misura, qualcosa che non giungerà mai a una piena umanità. L’errore non era nell’esistenza della nuvola, ma nella cecità del re (offuscato), che preferì l’apparenza di un desiderio soddisfatto piuttosto che vivere in pienezza la propria realtà. Il suo autoinganno venne smascherato e gli valse la punizione di restare legato a una ruota infuocata che gira eternamente.

Anche noi possiamo rimanere intrappolati, oscillando tra due «realtà»: una illusoria, individuale e apparentemente perfetta, ma vuota; e un’altra comune, segnata da limiti e imperfezioni, ma portatrice di una ricchezza silenziosa. L’illusione offre un conforto immediato di fronte al reale; tuttavia, nel tentativo di trasformarla in realtà, perdiamo la capacità di riconoscere ciò che solo il reale può offrire: il senso che nasce dal dolore, la verità che emerge nella fragilità e la profondità che si rivela nell’accettare ciò che non si può controllare. La realtà può irrompere come frustrazione, interrompendo l’illusione, e quando non troviamo un linguaggio o un modo per integrarla, tendiamo a rifugiarci nuovamente nell’apparenza. Così, come nella ruota di Issione, giriamo attorno a una promessa di pienezza che non raggiungiamo mai, mentre il tesoro del reale rimane intatto, in attesa di essere scoperto.

Iscriviti alla newsletter


Leggie ascolta in anteprima La Civiltà Cattolica, ogni giovedì, direttamente nella tua casella di posta.

Iscriviti ora

L’acume di Simone Weil può risultare per noi particolarmente illuminante. Nel suo saggio sull’idolatria, lei avverte che là dove l’essere umano non accetta la gravità – cioè la realtà con i limiti, l’opacità e la resistenza che le sono propri –, tende inevitabilmente a fabbricare sostituti di Dio: «L’idolatria proviene dal fatto che, pur avendo sete di bene assoluto, non si possiede l’attenzione soprannaturale e non si ha la pazienza di lasciarla nascere. In mancanza di idoli, bisogna spesso, tutti i giorni o quasi, soffrire a vuoto. E non lo si può fare senza pane soprannaturale. L’idolatria è dunque una necessità vitale nella caverna. […] L’attività deve continuare ogni giorno, per molte ore al giorno; perciò occorrono all’attività moventi che sfuggano ai pensieri e quindi ai rapporti: occorrono idoli»[1].

L’essere umano, afferma Weil, è segnato da una sete di bene assoluto che non può essere placata da realtà parziali; non si tratta di un suo errore, né tantomeno di qualcosa che possa essere sostituito con un piacere momentaneo, ma è il segno più profondo della vocazione dell’essere umano. L’inganno si manifesta quando manca l’attenzione paziente alla realtà, che consente di attraversare il vuoto senza riempirlo frettolosamente con qualsiasi illusione. Incapaci di sostenere l’attesa e le difficoltà della realtà, ci precipitiamo su ciò che può essere posseduto e controllato, trasformandolo in un idolo. Pertanto, gli idoli non nascono tanto dalla negazione di Dio, quanto dall’impossibilità di sopportarne l’apparente assenza e dal tentativo di possederlo (come Issione). L’illusione diventa allora particolarmente seducente: protegge dalle frustrazioni del reale, ma al prezzo di precludere l’accesso a un’autentica esperienza di Dio.

Ritorno alla realtà


Vi sono tuttavia coloro che si ribellano e, andando controcorrente rispetto alla cultura dominante, trovano il coraggio di intraprendere un «pellegrinaggio» verso la realtà. In alcuni angoli dell’«Occidente delle illusioni» si percepisce un ritorno sottile, ma consistente, al religioso. Nel suo nucleo più autentico, l’esperienza religiosa non cerca di evadere dal mondo, ma di riconciliarsi con esso. La parola re-ligione contiene in sé il proprio programma d’azione: ri-collegare, tornare a connettersi con ciò che ci trascende e ci costituisce; ri-leggere, reinterpretare la propria vita e gli eventi alla luce di un senso più ampio; e ri-scegliere, assumere responsabilmente il modo in cui ci relazioniamo con noi stessi, con il mondo e con Dio. Così intesa, la proposta cristiana non è una fuga dalla realtà, ma un cammino che rende possibile abitarla pienamente.

Proposta cristiana: i rischi

Tuttavia questo ritorno non è privo di rischi. Papa Francesco, nell’esortazione apostolica Gaudete et exsultate, mette in guardia da due deformazioni attuali della vita cristiana che, lungi dal condurre al reale, riproducono la logica dell’illusione[2]: uno gnosticismo che trasforma la fede in un’esperienza interiore o in una conoscenza astratta, e un pelagianesimo che esalta la volontà individuale fino a farci credere che la salvezza dipenda unicamente dal nostro sforzo personale. Entrambi riducono il cristianesimo a una forma di autosoddisfazione – emotiva, intellettuale o morale – e lo allontanano dal suo centro: Gesù Cristo, il Dio incarnato, la sua morte e risurrezione. Il fatto che Dio si incarni significa che egli assume la nostra realtà, ed è lì che lo incontriamo; la sua morte implica l’entrare nella profondità delle ingiustizie di questa realtà; la sua risurrezione spinge ad accettare il fatto che la pienezza della nostra vita va oltre il nostro controllo. Senza questo «mistero salvifico» che vibra nel cuore del cristianesimo, qualsiasi proposta, anche se ha la denominazione «cristiana», sarà soltanto una nuova variazione della medesima illusione di controllo e di autosoddisfazione.

Nei primi anni di questo millennio si discuteva ampiamente del fenomeno del «credere senza appartenere»: una religione vissuta in modo individuale che, escludendo le difficoltà del reale e assumendo soltanto ciò che rafforza il benessere personale, finisce per essere costruita su misura del consumatore. Oggi emerge con forza il rischio del suo rovescio: l’«appartenere senza credere». In un mondo saturo di illusioni abitabili e attraversato dalla solitudine, non sono pochi coloro che riscoprono nella Chiesa uno spazio di sicurezza e di comunità. Esiste però il pericolo che la comunità diventi una nuova forma di illusione, un rifugio che protegge dal mondo senza conoscerlo, né tantomeno trasformarlo. Quando ciò accade, la Chiesa resta intrappolata in una logica centripeta e autoreferenziale, che confonde la vitalità cristiana con l’euforia o l’autoaffermazione.

Il modo cristiano di abitare la realtà


Invece, il modo cristiano di abitare la realtà passa necessariamente e inevitabilmente attraverso la croce: quando il mistero pasquale occupa il centro, la sua forza è sempre centrifuga, spinge verso il mondo, verso l’incontro con la realtà concreta dell’altro e verso la scoperta della presenza di Dio in tutte le sfumature del creato. In questa prospettiva, la saggezza di Pierre Teilhard de Chardin ci offre un pensiero illuminante: «Allora, pur senza saper dare ancora un Nome preciso al grande Essere che per lui e attraverso lui prende corpo in seno al mondo, l’uomo moderno sa già che non adorerà più alcuna divinità se essa non possiede certi attributi dai quali egli possa riconoscerla. Il Dio che il nostro secolo attende dev’essere: 1) vasto e misterioso come il cosmo; 2) immediato e avvolgente come la Vita; 3) legato (in qualche modo) al nostro sforzo come l’Umanità. Un dio che rendesse il mondo più opaco, o più piccolo, o meno interessante di quello scoperto dal nostro cuore e dalla nostra ragione, quel dio – meno bello di quello che attendiamo – non sarà mai più Colui dinanzi al quale la terra s’inginocchia»[3].

Podcast | IL PREZZO DELLA DISUGUAGLIANZA


Papa Leone XIV ha lanciato un accorato monito sulla crescente disuguaglianza economica globale, puntando il dito contro l’enorme divario tra i redditi della classe media e quelli delle élite più ricche. Questo gap non è solo una questione economica, ma è un problema morale che minaccia l’equilibrio sociale. Ne parliamo con due economisti: Andrea Boitani e Lorenzo Cappellari.

Scopri di più

Nessun cristiano che sia stato toccato dalla forza viva del Vangelo può ignorare che il Dio rivelato in Cristo non è un’illusione che riduce la nostra ansia, ma un Dio vasto e misterioso, immediato e vicino, che si offre solo là dove la realtà è assunta con coraggio e senza evasioni. Abitare la realtà con profondità, anche nelle sue difficoltà, è l’unica via per scoprire questo Dio che trascende ogni apparenza e che tuttavia ci sostiene dall’interno del reale, conducendoci a un’esistenza capace di legame, di senso e di autentica prosperità. Nelle sfide del cambiamento epocale, non tutto ciò che è nuovo è segno del tramonto di un tempo migliore, ma si rivela anche un desiderio genuino di realtà e di senso, manifestazione del fatto che persiste quell’intuizione dell’infinito in mezzo alla finitezza quotidiana e nel fondo reale di ogni illusione[4].

Verso una pedagogia dello stupore e dell’attenzione


Accompagnare il cammino di fede dei bambini e dei giovani esigerà una proposta cristiana che li aiuti a riconciliarsi con la realtà, una pedagogia dello stupore e dell’attenzione, capace di partire da quegli incontri autentici che spezzano la logica dell’illusione e aprono il cuore alla verità: la contemplazione del cielo, l’esperienza dell’amore, il desiderio di libertà, il dolore, i grandi «perché», ai quali l’illusione sa rispondere soltanto con l’evasione. Queste domande, quando vengono accolte con pazienza, permettono alla realtà di tornare a parlare.

Lo stupore e l’attenzione si intrecciano come due movimenti inseparabili nell’apertura al reale. Lo stupore irrompe quando qualcosa ci supera e infrange la familiarità del mondo, risvegliando la domanda e sottraendoci all’illusione del controllo; è l’istante in cui la realtà si impone come mistero e non come oggetto. L’attenzione, invece, è la fedeltà a quel primo fremito, la disposizione paziente che si rifiuta di chiudere prematuramente ciò che lo stupore ha aperto. Mentre lo stupore ci ferisce con la novità, l’attenzione sostiene la ferita senza anestetizzarla, permettendo al reale di dispiegarsi e di non essere ridotto a consumo, spiegazione o dominio. Là dove lo stupore si risveglia e l’attenzione permane, l’io si ritira quanto basta per lasciare spazio alla realtà in tutta la sua densità.

Ciò che un bambino o un giovane può elaborare nelle lezioni di religione o nelle proposte pastorali difficilmente potrà essere riconosciuto come autentica esperienza di Dio se non si rapporta con ciò che accade nella sua vita concreta e nel profondo della sua soggettività. Da questa convinzione sorgono domande decisive: come incarnare questa pedagogia dello stupore e dell’attenzione in esperienze realmente significative? Come accompagnare in modo critico il mondo digitale senza cadere in moralismi che contrappongano direttamente il virtuale al reale o che squalifichino i desideri? Come curare il passaggio dallo stupore alla parola, dall’intuizione alla fede, senza forzare i tempi né lasciare l’esperienza priva di linguaggio e di comunità?

Occorrerà mostrare più che dimostrare, simboleggiare più che definire, accompagnare più che guidare, facendo in modo che la fede emerga come invito alla Verità e non come rifugio di evasione. Più che offrire risposte preconfezionate, sarà necessario rispettare il ritmo interiore di ciascuno e generare spazi in cui l’esperienza del reale possa dispiegarsi ed esprimersi con libertà. La formazione cristiana non ha come missione quella di correggere le soggettività, ma di accompagnarle con la delicatezza di chi aiuta a scoprire e a riconoscere il Dio che si intuisce silenziosamente nel punto più profondo della propria vita.

Copyright © La Civiltà Cattolica 2026
Riproduzione riservata
***


[1] S. Weil, L’ombra e la grazia, Milano, Bompiani, 2002, 141.

[2] Cfr Francesco, Esortazione apostolica Gaudete et exsultate, 9 aprile 2018, nn. 47-61.

[3] P. Teilhard de Chardin, Escritos essenciales, Santander, Sal Terrae, 2023, 143.

[4] «Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo; inoltre ha posto nel loro cuore la durata dei tempi, senza però che gli uomini possano trovare la ragione di ciò che Dio compie dal principio alla fine» (Qo 3,11).

The post Esperienza cristiana e la sfida di abitare la realtà first appeared on La Civiltà Cattolica.



«Una caro»: il Dicastero per la dottrina della fede elogia la monogamia



Alla vigilia di San Valentino del 2024, sulle pagine del Wall Street Journal, il prestigioso quotidiano statunitense solitamente noto per le sue analisi economiche e finanziarie, è apparso un editoriale che offriva un sorprendente consiglio in materia di relazioni affettive. Il titolo, «Non credete al mito dell’anima gemella», invitava i lettori a diffidare dell’idea secondo la quale il solo amore romantico sarebbe sufficiente a costruire un matrimonio stabile e felice[1]. Il sentimentalismo legato alla ricorrenza, sosteneva l’autore, finisce per indebolire proprio quelle qualità che rendono durature le relazioni.

L’autore dell’articolo, Brad Wilcox, docente di sociologia all’Università della Virginia e tra i maggiori esperti mondiali di matrimonio e famiglia, non esprimeva un’opinione personale, né una posizione dottrinale, ma illustrava i risultati di decenni di ricerche sociologiche. L’idea che al mondo esista una sola persona capace di renderci felici è un mito; chi gli dà credito tende a vedere le proprie relazioni spegnersi quando la fiamma dell’innamoramento si affievolisce, come inevitabilmente accade. La compatibilità, al contrario, si costruisce nel tempo, mentre i coniugi crescono e condividono una vita insieme. Wilcox osserva che coloro che sono ossessionati dalla ricerca della felicità difficilmente finiscono per trovarla, mentre chi «cerca non tanto di sentirsi bene quanto di fare il bene, mediante un amore concreto verso il coniuge e i familiari, ha maggiori probabilità di essere felice nel matrimonio».

Al «mito dell’anima gemella» Wilcox contrappone quello che egli definisce il «modello family-first» (modello incentrato sulla famiglia), che valorizza un insieme più ampio di beni legati al matrimonio. Questo modello riconosce il ruolo dell’amore romantico, ma considera il matrimonio come qualcosa che riguarda anche i figli, il denaro e il crescere una famiglia insieme». Il «modello family-first riconosce con maggiore realismo l’imperfezione del matrimonio e la necessità del compromesso e del perdono. Chi vi aderisce è naturalmente più disposto ad accettare i sacrifici che il matrimonio comporta, perché si riconosce come parte di un progetto più grande di sé stesso.

Ciò che colpisce nelle conclusioni di Wilcox, così come in quelle di altri sociologi, quali Mark Regnerus dell’Università del Texas o la terapeuta parigina Thérèse Hargot, è che le loro analisi sociologiche li conducono a una comprensione delle relazioni coniugali sorprendentemente più affine all’insegnamento tradizionale della Chiesa cattolica che non alla cultura pop contemporanea. Wilcox potrebbe facilmente sostituire il «modello family-first» con la definizione di matrimonio contenuta nel Codice di diritto canonico: un patto «con cui l’uomo e la donna stabiliscono tra loro la comunità di tutta la vita, per sua natura ordinata al bene dei coniugi e alla generazione ed educazione della prole»[2]. O, come afferma sinteticamente san Tommaso d’Aquino, «la comunanza di tutta la vita domestica»[3].

Wilcox è inoltre particolarmente interessato al matrimonio dal punto di vista della giustizia sociale: è una prospettiva che trova una profonda risonanza nella tradizione delle encicliche sociali moderne, a partire dall’Arcanum divinae sapientiae di Leone XIII (1880). In effetti, la Rerum novarum (1891), considerata la capostipite delle encicliche sociali, riguarda sia la famiglia sia l’economia. Wilcox sottolinea come lo stato matrimoniale e familiare sembri incidere sul benessere sociale e sulla felicità delle persone più di fattori che ricevono maggiore attenzione nel dibattito pubblico, come la razza, il livello di istruzione o la spesa pubblica[4]. Non a caso, il suo libro più recente sull’argomento ha il titolo provocatorio Get Married ed esalta i benefìci sociali e personali del matrimonio.

«Una caro»: il Dicastero per la dottrina della fede elogia la monogamia


L’obiettivo di un recente documento del Dicastero per la dottrina della fede è, in termini generali, analogo: promuovere la visione cristiana del matrimonio come fondamento più autenticamente umano della società. Il documento Una caro, pubblicato il 25 novembre 2025, viene presentato come una «Nota dottrinale sul valore del matrimonio come unione esclusiva e appartenenza reciproca». Il suo approccio, tuttavia, è piuttosto inusuale per un testo vaticano e richiede un adeguato inquadramento per poter essere compreso pienamente.

Chi si attendesse da questo documento una trattazione complessiva del matrimonio potrebbe restare deluso, perché esso parte dal presupposto che il Magistero abbia già ampiamente affrontato quegli aspetti del matrimonio oggi più contestati nella cultura occidentale, in particolare l’indissolubilità e l’apertura alla generazione della vita[5]. L’esclusività del matrimonio cristiano, vale a dire la monogamia, è stata invece in larga misura data per scontata.

Iscriviti alla newsletter


Leggie ascolta in anteprima La Civiltà Cattolica, ogni giovedì, direttamente nella tua casella di posta.

Iscriviti ora

Sarebbe tuttavia ingenuo ritenere che in futuro la monogamia possa continuare a essere considerata ovvia. La questione ha da tempo posto un dilemma nell’attività missionaria e rappresenta tuttora una sfida concreta per la Chiesa in molte regioni dell’Africa. Inoltre, dopo la legalizzazione dell’unione tra persone dello stesso sesso in diversi Pae­si occidentali, alcuni critici della famiglia intesa come struttura monogamica, ritenuta oppressiva, hanno iniziato a promuovere sistemi considerati ancora più inclusivi, come la «poliamoria»[6]. La crescita, in Europa, di comunità musulmane con una lunga tradizione di poligamia potrebbe rendere il tema ancor meno eludibile in futuro.

A ben guardare, se si considera con onestà lo stato attuale della cultura occidentale, occorre evitare di presentare la poligamia come un problema esclusivamente africano. Regnerus e altri studiosi hanno coniato l’espressione ironica «monogamia seriale» per descrivere modelli relazionali – caratterizzati da divorzi diffusi e convivenze di breve durata – oggi largamente prevalenti in Occidente. Anche la pratica della maternità surrogata introduce, di fatto, un terzo soggetto nel matrimonio ai fini della procreazione, senza riconoscere alla donna che partorisce alcuno dei diritti e delle tutele proprie della moglie. I difensori delle società poligamiche potrebbero sostenere che le loro tradizioni garantiscono maggiore stabilità e un più ampio apprezzamento dei diritti di tutte le parti coinvolte rispetto ai nuovi standard occidentali.

Una caro non propone una risposta immediata, né una strategia argomentativa unitaria a sostegno della monogamia: adotta invece un’impostazione indiretta, il cui valore principale consiste, deliberatamente, nel rimandare a un orizzonte più ampio. Nella Prefazione al documento, il cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, definisce Una caro un «mosaico», perché raccoglie una vasta gamma di fonti in una sorta di antologia. La varietà di queste fonti genera accostamenti talora sorprendenti e pone alcune sfide interpretative. In considerazione della complessità culturale del mondo contemporaneo, il documento non intende tanto definire la dottrina, quanto suggerire percorsi e strumenti.

Accanto ai riferimenti scritturistici e alle fonti teologiche classiche – tra cui i Padri della Chiesa, Bonaventura, Tommaso d’Aquino e Alfonso Maria de’ Liguori –, si trova un’ampia sintesi del pensiero dei coniugi Dietrich e Alice von Hildebrand, una descrizione della relazione tra Jacques e Raïssa Maritain, nonché approfondite riflessioni sull’opera di san Giovanni Paolo II, sia nel suo magistero pontificio sia nei suoi scritti giovanili come filosofo e pastore.

Tra le diverse prospettive sul matrimonio evocate da Una caro, quella che sembra aver esercitato l’influsso maggiore è senza dubbio il personalismo di Giovanni Paolo II. Ciò non sorprende, dato che il tema centrale della Nota è l’unione di due persone. Si potrebbe, in effetti, spiegare la monogamia, in modo minimale o persino legalistico, come l’impegno ad astenersi da rapporti sessuali con persone diverse dal proprio coniuge. Tuttavia, come comprese Giovanni Paolo II, riconoscendo il matrimonio come sacramento – cioè, come segno che rende visibile nel mondo l’azione salvifica di Dio –, la teologia cattolica ha sempre presentato tale unione come qualcosa di più che un contratto giuridico. I coniugi, a loro volta, sono invitati a vivere il matrimonio non come una mera osservanza di doveri, ma come riflesso dell’amore di Cristo per la Chiesa (cfr Ef 5,21-33).

Tuttavia, qui emergono anche i limiti di ciò che i documenti ufficiali possono raggiungere da soli. Se è relativamente semplice definire quali comportamenti costituiscano una violazione della monogamia, è molto più difficile indicare in concreto che cosa debba essere un’unione piena e feconda. Come Una caro riconosce ripetutamente, ogni relazione è unica. Ciò significa non solo che ogni coppia è diversa dalle altre, ma anche che ogni rapporto è attraversato da un dinamismo interno, da un continuo dare e ricevere, nel momento in cui le due persone rispondono alla vita e l’una all’altra. Ciò non implica che i ruoli di marito e moglie siano intercambiabili. Uomini e donne sono diversi, e l’idea di una «persona umana» priva di genere è un’astrazione che può forse esistere nella mente di alcuni filosofi, ma non nella rea­ltà. Inoltre, come mostra il libro della Genesi, la differenza sessuale è buona ed è parte del disegno di Dio.

L’approccio di Una caro, insieme concreto e flessibile, trova un’eco nelle ricerche di Wilcox, secondo cui le coppie tendono a essere più felici quando uomini e donne assumono virtù tradizionalmente maschili e femminili – per esempio, uomini che sappiano «garantire stabilità materiale e offrire protezione» –, ma solo nella misura in cui tali ruoli restino sufficientemente elastici. Oltre che alla funzione di sostentamento, oggi gli uomini sono chiamati a essere presenti nella vita domestica, ed entrambi i coniugi devono sentirsi ugualmente coinvolti nel perseguimento del bene comune della famiglia[7].

Un’unione naturale e umana


La ricerca di Wilcox si concentra in modo specifico sulla società statunitense – e su sottogruppi interni al variegato mosaico della realtà americana –, mentre Regnerus adotta un approccio globale alla questione. Il suo libro The Future of Christian Marriage combina indagini su scala mondiale con ricerche approfondite condotte in sette Paesi diversi, ma individua ovunque tendenze simili[8]. Una cultura globale dei consumi ha portato i giovani – inclusi quelli cristiani – a considerare il matrimonio più come il «coronamento» di una carriera di successo che come il «fondamento» di una vita comune. Ne sono derivati matrimoni sempre più tardivi, aspettative irrealistiche nei confronti del futuro coniuge e una crescente trascuratezza dell’istituzione matrimoniale nel suo insieme, con conseguenze sociali estremamente problematiche.

Ciò nonostante – e forse sorprendentemente, se si considerano le pressioni ideologiche, economiche e sociali che gravano su questa istituzione – il matrimonio continua a esistere. L’attrazione verso il matrimonio è inscritta nella nostra stessa umanità. L’insegnamento di Gesù lo presenta come radicato nel disegno creatore di Dio (cfr Mt 19,8); in termini filosofici, esso appartiene alla legge naturale. Al di là dei miti della cultura popolare, la ricerca sociologica su questo tema conferma l’insegnamento tradizionale della Chiesa. La convivenza prematrimoniale aumenta il rischio di un successivo divorzio, e il divorzio, a sua volta, si rivela particolarmente dannoso per i figli[9]. La sessuologa belga Hargot osserva che il rifiuto delle norme sessuali cristiane tradizionali non ha condotto a una reale «liberazione» sessuale, ma all’imposizione surrettizia di nuove norme e aspettative, alimentate dalla pornografia onnipresente e dalle pressioni dei social media, che intrappolano adolescenti – e adulti – in labirinti di ansia e isolamento[10]. In confronto a tali alternative, la visione cristiana del matrimonio si rivela come la più umana.

Una caro riconosce inoltre che il matrimonio possiede una struttura ben definita e che questa è profondamente radicata nella natura umana, sebbene lo sottolinei in modo originale. Accanto a riferimenti a teologi cattolici e ortodossi, presenta citazioni tratte da diversi poeti e persino da testi sacri dell’induismo. Occorre però evitare di attribuire a Una caro intenzioni che vanno oltre il suo ambito: non si tratta di un esercizio di interpretazione letteraria – non è affatto evidente, per esempio, che tutti i poeti citati fossero particolarmente interessati alla monogamia –, né tantomeno di un’esegesi della dottrina induista. Quelle citazioni intendono piuttosto mostrare che l’impulso verso la monogamia è presente nella natura umana e che è capace di produrre grande bellezza.

Podcast | IL PREZZO DELLA DISUGUAGLIANZA


Papa Leone XIV ha lanciato un accorato monito sulla crescente disuguaglianza economica globale, puntando il dito contro l’enorme divario tra i redditi della classe media e quelli delle élite più ricche. Questo gap non è solo una questione economica, ma è un problema morale che minaccia l’equilibrio sociale. Ne parliamo con due economisti: Andrea Boitani e Lorenzo Cappellari.

Scopri di più

Uno degli obiettivi principali del documento è mostrare che la monogamia non costituisce un’imposizione alla nostra natura, ma un cammino verso la piena realizzazione umana. Una caro si impegna a chiarire in che modo il matrimonio sia una comunione di persone – e qui si avverte di nuovo l’influsso di Giovanni Paolo II – che non annulla né sminuisce gli individui che vi accedono, ma consente loro di diventare più pienamente sé stessi[11]. In linea con il secondo capitolo della Genesi, Una caro vede l’uomo come un essere sociale che, se restasse solo, sarebbe incompiuto e non realizzato.

Il matrimonio nella logica della giustizia e del dono di sé


Nel documento non mancano certamente argomentazioni a favore della monogamia e motivazioni per cui la poligamia deve essere considerata ingiusta. Un’unione tra un uomo e più donne genera un’asimmetria, non una relazione tra pari. Anche se si moltiplicassero i generi e il numero dei soggetti coinvolti, resterebbero comunque dinamiche di competizione, rivalità e disuguaglianza[12].

Una caro accenna brevemente alla presenza della poligamia nell’Antico Testamento, pur limitandosi a suggerirne l’aspetto più rilevante: la poligamia tra i patriarchi è sempre associata al conflitto, al fallimento delle relazioni[13]. L’inimicizia con Sara fu la conseguenza prevedibile del rapporto tra Agar e Abramo; le molte mogli di Giacobbe furono il risultato dell’inganno di Labano; e il fatto che Salomone si circondasse di principesse e concubine lo condusse all’idolatria, che avviò la frattura del regno di Israele. Le culture del Vicino Oriente antico, compreso Israele prima dell’esilio, sembrano aver tollerato la poligamia come alternativa ritenuta più equa rispetto alla monogamia seriale, in un contesto in cui il divorzio poteva significare l’abbandono di donne e bambini incapaci di provvedere a sé stessi[14], ma l’Antico Testamento non può in alcun modo essere considerato un testo a favore della poligamia.

Il cuore della visione teologica proposta da Una caro – per quanto sia difficile individuare un centro in un documento così articolato – è però la dinamica neotestamentaria del dono di sé. L’amore di Gesù, che si sacrifica fino alla fine, è il modello di ogni amore ed è ciò che rende il dono reciproco del matrimonio cristiano un sacramento. Nel suo livello più profondo, il dare e il ricevere definiscono l’unione coniugale[15].

L’intento esplicito del documento è attirare l’attenzione proprio su tale unione. Mentre i precedenti interventi del Magistero si erano concentrati soprattutto su alcune caratteristiche del matrimonio – l’indissolubilità e l’orientamento alla procreazione –, Una caro invita a contemplare l’unione in quanto tale. Naturalmente, tali caratteristiche restano essenziali, perché sono implicate nella natura oblativa dell’unione matrimoniale. Un contratto temporaneo o condizionato non può dar luogo a una vera unione, perché non offre al coniuge il futuro nella sua interezza, con le possibilità e le incertezze che lo accompagnano. Giovanni Paolo II ha spiegato anche il fine procreativo del matrimonio in termini personalistici: se si nega al coniuge la sua capacità di generare vita – che, in una visione cristiana, significa anche partecipare all’opera del Creatore –, il dono di sé resta parziale e la comunione tra gli sposi è incompleta. Senza un dono totale di sé e senza l’accoglienza piena dell’altro l’unione delle persone si frammenta in uno scambio di interessi o di piacere.

Anche se Una caro rinuncia a trattare esplicitamente alcuni aspetti del matrimonio cristiano, uno dei suoi meriti è di suggerire un percorso per comprendere tutte le caratteristiche essenziali del sacramento a partire dal nucleo dell’unione coniugale.

Un invito alla speranza e alla fiducia


Questo documento, ovviamente, non sarebbe stato necessario se la bellezza del matrimonio cristiano fosse ovunque evidente e riconosciuta. Il numero dei matrimoni è in calo in tutto il mondo[16]. L’indebolimento del significato dell’istituzione nel diritto civile e nella cultura popolare, insieme a valori sempre più consumistici, ha contribuito a una diffusa indifferenza verso questa struttura fondamentale dell’ordine sociale. Occorre però evitare l’errore di pensare che tale indifferenza derivi da un difetto intrinseco dell’istituzione.

Una delle ironie più amare della situazione attuale è che gli avvertimenti lanciati dai papi del secolo scorso circa le conseguenze dell’allontanamento dall’insegnamento cattolico sul matrimonio si sono rivelati in larga misura profetici[17]. Il divorzio non è rimasto confinato a casi eccezionali ed estremi, e la diffusione della contraccezione ha favorito la cosificazione sia delle donne sia degli uomini. Si può deplorare che l’insegnamento della Chiesa non sia stato ascoltato, ma non si può dire che abbia fallito.

Anzi, forse non dovremmo limitarci al lamento, ma rispondere alle critiche con una rinnovata fiducia nella sapienza e nella bellezza della visione cattolica del matrimonio. È questo il significato profondo di Una caro. Non dobbiamo lasciarci distrarre dalla quantità di riferimenti filosofici, teologici e culturali, perdendo di vista il punto centrale: tutte queste fonti sono chiamate a mostrare quanto profondamente l’idea cristiana del matrimonio sia radicata nel meglio della vita e della cultura umana. Una caro intende rafforzare la fiducia nell’insegnamento ricevuto e offrire strumenti per trasmetterlo.

I segni dei tempi, come emergono dagli studi sociali, dovrebbero ulteriormente consolidare tale fiducia, pur mettendo in luce la difficoltà di annunciare oggi il messaggio cristiano e di sostenere le coppie che si impegnano a viverlo. Afferma Wilcox: «L’istituzione del matrimonio svolge un ruolo centrale nell’organizzare la vita familiare, nel promuovere il benessere umano e nel mantenere l’ordine sociale. Il matrimonio lega i genitori ai figli che generano; stabilizza le relazioni affettive degli adulti e la vita familiare dei bambini; colma il divario di genere tra uomini e donne; conferisce alle vite delle donne e, in particolare, degli uomini un più profondo senso di significato, di direzione e di solidarietà; e, soprattutto, offre il contesto ideale per la nascita e l’educazione dei figli»[18].

A tutto questo la Chiesa aggiunge che il matrimonio cristiano è un cammino verso Dio. Definendolo sacramento, essa afferma che entrare in una tale unione significa partecipare alla vita, alla morte e alla risurrezione di Gesù. Il sacramento non modifica necessariamente le attività quotidiane di una coppia sposata, ma ne trasforma il significato. Pronunciando le promesse davanti a Dio, il dono reciproco degli sposi viene consacrato come offerta a Dio stesso. Inoltre, ogni sacramento è segno dell’amore di Dio, il che spiega perché il Concilio Vaticano II ne abbia sottolineato la dimensione missionaria. La Lumen gentium (LG) descrive questa missione in termini di forte carica profetica: «La famiglia cristiana […], col suo esempio e con la sua testimonianza, accusa il mondo di peccato e illumina quelli che cercano la verità» (LG 35). L’impegno matrimoniale è dunque anche un impegno missionario: una missione degli sposi l’uno verso l’altro e verso il mondo.

La chiamata di Cristo, in definitiva, è a essere luce del mondo, non sua copia speculare (cfr Mt 5,14-16). Una caro nasce dalla convinzione che tutte le dimensioni dell’insegnamento ecclesiale sul matrimonio riflettono l’amore di Dio, un amore insieme oblativo e generativo. Il documento si conclude evocando l’immagine di una coppia il cui amore matura con il passare degli anni, come un vino pregiato, rivelando sempre nuove profondità, in una fedeltà costante. L’unione tra marito e moglie nel sacramento del matrimonio riflette, oggi come sempre, una bellezza antica e sempre nuova.

Copyright © La Civiltà Cattolica 2026
Riproduzione riservata
***


[1] Cfr B. Wilcox, «Don’t Buy the Soulmate Myth: Romance Is Not Enough to Forge a Stable and Happy Marriage», in The Wall Street Journal (wsj.com/lifestyle/relationship…), 9 febbraio 2024.

[2] Codice di diritto canonico (1983), can. 1055, §1.

[3] Tommaso d’Aquino, s., Summa contra Gentiles, III, cap. 123, n. 6.

[4] Cfr B. Wilcox, Get Married: Why Americans Must Defy the Elites, Forge Strong Families, and Save Civilization, New York, Broadside Books, 2024, XIV.

[5] Cfr Dicastero per la dottrina della fede, «Una caro. Elogio della monogamia. Nota dottrinale sul valore del matrimonio come unione esclusiva e appartenenza reciproca», 25 novembre 2025, n. 5 (vatican.va/roman_curia/congreg…).

[6] L’anno scorso una pastora protestante a Berlino ha comunicato di aver celebrato il matrimonio di quattro uomini nell’ambito di un «matrimonio poligamo»: cfr L. Wiegelmann, «“Was soll Gott dagegen haben?”. Berliner Pfarrerin traut vier Männer in “Polyhochzeit”», in Neue Osnabrücker Zeitung (oz-online.de/artikel/1603828/W…), 2 novembre 2025.

[7] Cfr B. Wilcox, Get Married…, cit., 149-172.

[8] Cfr M. Regnerus, The Future of Christian Marriage, Oxford, Oxford University Press, 2020.

[9] Cfr ivi, 141-145; 151. Secondo l’analisi di Regnerus, «anche la morte di un genitore si è rivelata di gran lunga meno determinante di un divorzio» (ivi, 177).

[10] Cfr Th. Hargot, Una gioventù sessualmente liberata (o quasi), Milano, Sonzogno, 2017, cap. 1.

[11] Cfr Una caro, nn. 96-101; e anche nn. 92; 123; 130.

[12] Cfr ivi, 83.

[13] Cfr ivi, 11.

[14] Cfr A. Tosato, Il matrimonio israelitico: una teoria generale, Roma, Biblical Institute Press, 1982, 172-191.

[15] Cfr Una caro, nn. 117-118.

[16] Cfr M. Regnerus, The Future of Christian Marriage…, cit., 11-14.

[17] All’enciclica Arcanum divinae sapientiae di Leone XIII (1880) si possono aggiungere la Casti connubii di Pio XI (1930) e la Humanae vitae di Paolo VI (1968).

[18] B. Wilcox, Get Married…, cit., XIX.

The post «Una caro»: il Dicastero per la dottrina della fede elogia la monogamia first appeared on La Civiltà Cattolica.



GDPR Omnibus: La "semplificazione" dell'UE lontana dalle reali esigenze delle imprese
Le risposte dei partecipanti vanno spesso nella direzione opposta rispetto all'approccio della Commissione Europea
mickey05 March 2026
noyb Report: Evidecnce-Based GDPR Optimisation


noyb.eu/it/gdpr-omnibus-eu-sim…

Privacity reshared this.



Russische Besatzer durchsuchen Handys: Wenn das Leben von Chats und Apps abhängt


netzpolitik.org/2026/russische…




Il collasso carcerario in Guatemala


@Notizie dall'Italia e dal mondo
L'instabilità dei centri di detenzione guatemaltechi è il sintomo di un deterioramento decennale che vede lo Stato cedere sovranità alle organizzazioni criminali. Con un sovraffollamento che supera il 350%, le strutture sono diventate centri di comando per estorsioni e violenza
L'articolo Il collasso carcerario in Guatemala



AI Act, un anno dopo i primi divieti: il bilancio della conformità e le nuove scadenze della governance


@Informatica (Italy e non Italy)
A un anno dall'interdizione dei sistemi a rischio inaccettabile, il mercato UE si interroga sull'equilibrio tra innovazione e oneri di conformità. Mentre le sanzioni per i trasgressori possono erodere fino al 7% del fatturato

reshared this

in reply to Cybersecurity & cyberwarfare

mi piace questa cosa che le sanzioni "erodono" il fatturato. Non è una multa, è un'erosione (di qualcosa che quindi si suppone lecito).
Bellissima anche l'idea del mercato che si "interroga" su qualcosa che non sia l'aumento del profitto, questo mi sembra un unicum veramente.
Napalm, ci vuole il napalm.
in reply to DataKnightmare

@DataKnightmare a me invece sai cos'è che fa volare dell'articolo? Il riassunto iniziale "Ai Act in sintesi" fatto con la IA, perché perdere tempo per scrivere tre punti del cazzo in croce ormai è demodé 🤣



L’82% degli israeliani sostiene l’attacco all’Iran


@Notizie dall'Italia e dal mondo
Tra gli ebrei israeliani il consenso nei confronti dell'attacco contro l'Iran arriva al 93%
L'articolo L’82% degli israeliani sostiene l’attacco all’Iran proviene da Pagine Esteri.

pagineesteri.it/2026/03/05/med…





Io non riesco a concepire l'esistenza delle tifoserie in una guerra.

Stiamo parlando di una guerra, di gente che muore, di bambini assassinati, cazzo!

Ci sono due vecchi maiali criminali che, con scuse ridicole, hanno messo sotto i piedi il diritto internazionale (che vale fino ad un certo punto, secondo il peggior ministro degli esteri di tutti i tempi).

Non gliene frega nulla del regime assassino di Teheran, che infatti è ancora in piedi.

Senza un piano, senza una strategia che non sia "distruggere" "arraffare" "petrolio" si sta rischiando un conflitto globale dalle conseguenze catastrofiche, e non solo per l'economia. E un altro genocidio, oltre a quello palestinese.
Che, tra l'altro, tra poco sarà vietato nominare...

Quindi come si fa a dividersi per tifare? Cosa tifi, imbecille?

Vorrei per un giorno solo essere spagnolo, per sapere cosa si prova ad essere orgogliosi della proprio Paese e del proprio Premier, l'unico a dire le parole giuste e a fare la cosa giusta : No a tutte le guerre.

Invece mi tocca vedere sta patetica donnetta che difende l'indifendibile, che dice che l'Iran sta esagerando... Coooosa? E invece di andare in Parlamento, va in radio a fare il suo patetico comizietto ad uso e consumo degli ebeti tifosi che la votano e che ci hanno ridotto a barzelletta del mondo.

Che VERGOGNA! Provo infinita vergogna per il mio Paese e per il suo popolo di ignoranti tifosi

Fulvio reshared this.



Scorte, assetti strategici e formazione. Le priorità del Pentagono

@Notizie dall'Italia e dal mondo

La competizione con la Cina, la tenuta della deterrenza nucleare, la capacità produttiva dell’industria della difesa, il reclutamento e la formazione degli ufficiali: sono questi i nodi attorno a cui ruota oggi il dibattito sulla prontezza militare americana. L’Index of U.S. Military Strength, pubblicato



Da Chabahar a Starlink, infrastrutture e controllo dei dati entrano nel conflitto

@Notizie dall'Italia e dal mondo

Per l’Iran, marzo avrebbe dovuto segnare una svolta di immagine e di sostanza. L’apertura del nuovo complesso di lancio di Chabahar e una serie di missioni orbitali puntavano a mostrare continuità tecnologica e ambizione politica. La ripresa degli attacchi di Stati Uniti e Israele ha però cambiato lo



DDL Antisemitismo, Druetti-Capogna (Possibile): strumento di repressione del dissenso, non di lotta all’odio
possibile.com/ddl-antisemitism…
Siamo ancora in tempo per fermare questo DDL. Invitiamo tutte le forze politiche, la società civile e i cittadini


Paradigma


@Giornalismo e disordine informativo
articolo21.org/2026/03/paradig…
Se critico il Governo di Israele per il genicidio dei palestinesi a Gaza sono antisemita? È questa la domanda che ha creato divisione nel PD, durante la votazione del Senato sul disegno di legge contro l’antisemitismo, basata sulla definizione formulata dall’International holocaust remembrance alliance (Ihra). Io – da convinto oppositore



Un nuovo screensaver Wayland‑native per Cinnamon in arrivo su Linux Mint 23

@GNU/Linux Italia

linuxeasy.org/linux-mint-nuovo…

Linux Mint sta rivoluzionando il suo screensaver: arriva una versione nativa per Wayland, integrata direttamente in Cinnamon e già pronta per Linux Mint 23. L'articolo Un nuovo screensaver Wayland‑native per Cinnamon in arrivo su

GNU/Linux Italia reshared this.




L’Iran tra bombe da fuori e repressione da dentro


@Giornalismo e disordine informativo
articolo21.org/2026/03/liran-t…
Molte persone in Iran hanno espresso gioia per l’uccisione della Guida suprema Ali Khamenei. Sono solidale coi loro sentimenti e con quelli di un numero probabilmente assai maggiore di persone che, quella gioia, se la stanno



Approvato al Senato il ddl sull’antisemitismo: “Così sarà vietato criticare Israele”. Il Pd si spacca


@Politica interna, europea e internazionale
Con 105 voti favorevoli, 24 contrari e 21 astenuti, il Senato ha approvato il contestato disegno di legge per combattere l’antisemitismo proposto dal centrodestra. Prima di diventare legge, il testo dovrà essere ricevere il via libera anche alla



Ciardi (ACN): “AI, servono anticorpi per affrontare le minacce cyber”


@Informatica (Italy e non Italy)
“La cybersicurezza è una responsabilità istituzionale, grandissima. Noi parliamo sempre dei dati come la nuova moneta, ma più dati insieme hanno un valore diverso dato dalla loro relazione e non dalla loro quantità”. Lo ha detto Nunzia Ciardi, Vice Direttrice Generale ACN, nel suo



Iran, Russia e non solo: l’architettura della repressione digitale


@Informatica (Italy e non Italy)
I regimi autoritari fanno sempre più spesso affidamento agli spegnimenti di internet per reprimere il dissenso e bloccare le informazioni: ecco come funzionano i blackout della rete
L'articolo Iran, Russia e non solo: l’architettura della repressione digitale proviene da Guerre di Rete.



e poi mi dicono che non è vero che microsoft windows è da evitare come la peste.... sono senza parole. quanto mi fa cacare windows.


A ottobre 2024 sento il presentimento di una fine disastrosa della democrazia.
A gennaio 2025 la vedo concretizzarsi, per poi aggravarsi sempre più nei mesi successivi.
Oggi, in nome della "libertà di parola", gli U.S.A. sono ufficialmente un paese fascista.

forbes.com/sites/antoniopequen…



Attacco all’Iran: il no spagnolo, il codismo tedesco e le minacce nucleari francesi


@Notizie dall'Italia e dal mondo
Solo la Spagna e pochi altri paesi europei hanno preso le distanze dall'attacco all'Iran. Germania, Francia e Gran Bretagna si sono messe nella scia di Trump e Macron ha approfittato per agitare la minaccia nucleare
L'articolo Attacco all’Iran: il



Ospedale di Zurigo


Fra un'ora circa parto per Zurigo con il mio fratellino e nostra madre. Mio fratello dovrà sottoporsi all'ennesima operazione, questa volta per sostituire gli stent cardiaci. L’intervento è previsto per domani mattina presto; oggi ci toccano le visite di controllo, il colloquio con l’anestesista e il resto della trafila (cose che ormai sappiamo a memoria).

Ho cercato di elaborare una strategia (grazie Papi per questa eredità 🖤 ) per il viaggio, la permanenza, i turni in ospedale e l’alloggio della mamma e dell’altro mio fratello+compagna... visto che io dovrò rientrare in Ticino già domani sera e l’organizzazione pratica non è proprio la miglior dote della mia famiglia 🤨

Sono preoccupata? Sì, parecchio.

#ospedale #zurigo #famiglia #stentinsertion

in reply to RFanciola

@RFanciola grazie per il supporto. Non è un problema per la sua salute, non era un intervento urgentissimo.
Il fatto è che mio fratellino è disabile e mia madre ha 70 anni, quindi è tutto molto più laborioso e faticoso.
in reply to aimee80

Figurati! Immagino che sia complicato. Per fortuna ci sei tu a organizzare le cose.


Testimonianze dal Libano del sud dove Israele avanza e crea una zona cuscinetto


@Notizie dall'Italia e dal mondo
Israele ha ordinato l'evacuazione immediata della popolazione a sud del fiume Litani. Ciò comporta lo sfollamento forzato di centinaia di migliaia di civili e l'occupazione di una ampia porzione di territorio libanese
L'articolo Testimonianze dal



„Kapitulation vor dem Problem“: Kritik aus der Kirche am Social-Media-Verbot


netzpolitik.org/2026/kapitulat…

reshared this



Trying a Vibe-Coded Operating System


If you were to read the README of the Vib-OS project on GitHub, you’d see it advertised as a Unix-like OS that was written from scratch, runs on ARM64 and x86_64, and comes with a full GUI, networking and even full Doom game support. Unfortunately, what you are seeing there isn’t the beginnings of a new promising OS that might go toe to toe with the likes of Linux or Haiku, but rather a vibe-coded confabulation. Trying to actually use the OS as [tirimid] recently did sends you down a vibe-coded rabbit hole of broken code, more bugs than you can shake a bug zapper at, and most of the promised features being completely absent.

[tirimid] is one of those people who have a bit of a problem, in that they like to try out new OSes, just to see what they’re like. The fun starts with simply making the thing run at all in any virtual machine environment, as apparently the author uses MacOS and there it probably ‘runs fine’.

After this the graphical desktop does in fact load, some applications also open, but it’s not possible to create new folders in the ‘file explorer’, the function keys simply switch between wallpapers, there’s no networking or Doom support despite the promises made, there’s no Python or Nano support at all, and so on.

Clearly it’s still got the hallmarks of a functioning OS, and it’s sort of nice that you don’t need to know what you’re doing to create a sort-of-OS, but it will not appease those who feel that vibe-coding is killing Open Source software.

youtube.com/embed/JxknDQaDrao?…


hackaday.com/2026/03/04/trying…




Embossing Precision Ball Joints for a Micromanipulator


A 3D-printed mechanism is clamped between the jaws of a pair of calipers, which are surrounded by 3D-printed covers. A hammer is resting against one of the jaws, and a man's gloved hand is holding the calipers.

[Diffraction Limited] has been working on a largely 3D-printed micropositioner for some time now, and previously reached a resolution of about 50 nanometers. There was still room for improvement, though, and his latest iteration improves the linkage arms by embossing tiny ball joints into them.

The micro-manipulator, which we’ve covered before, uses three sets of parallel rod linkages to move a platform. Each end of each rod rotates on a ball joint. In the previous iteration, the parallel rods were made out of hollow brass tubing with internal chamfers on the ends. The small area of contact between the ball and socket created unnecessary friction, and being hollow made the rods less stiff. [Diffraction Limited] wanted to create spherical ball joints, which could retain more lubricant and distribute force more evenly.

The first step was to cut six lengths of solid two-millimeter brass rod and sand them to equal lengths, then chamfer them with a 3D-printed jig and a utility knife blade. Next, they made two centering sleeves to hold small ball bearings at the ends of the rod being worked on, while an anti-buckling sleeve surrounded the rest of the rod. The whole assembly went between the jaws of a pair of digital calipers, which were zeroed. When one of the jaws was tapped with a hammer, the ball bearings pressed into the ends of the brass rod, creating divots. Since the calipers measured the amount of indentation created, they was able to emboss all six rods equally. The mechanism is designed not to transfer force into the calipers, but he still recommends using a dedicated pair.

In testing, the new ball joints had about a tenth the friction of the old joints. They also switched out the original 3D-printed ball mount for one made out of a circuit board, which was more rigid and precisely manufactured. In the final part of the video, he created an admittedly unnecessary, but useful and fun machine to automatically emboss ball joints with a linear rail, stepper motor, and position sensor.

On such a small scale, a physical ball joint is clearly simpler, but on larger scales it’s also possible to make flexures that mimic a ball joint’s behavior.

youtube.com/embed/NM2KXvRGmpg?…


hackaday.com/2026/03/04/emboss…



Guerra Trump-Iran: una pace che con me non inizierebbe mai


@Giornalismo e disordine informativo
articolo21.org/2026/03/guerra-…
La narrazione di Donald Trump, fondata sullo slogan “sotto di me nessuna guerra sarebbe mai iniziata”, si sta infrangendo contro la realtà fisica di movimenti navali operati davanti a tutti e che il



Georges Simenon, La vecchia, Adelphi, 2026


@Giornalismo e disordine informativo
articolo21.org/2026/03/georges…
Nei romans durs Simenon ci consegna figure di donne icastiche e indimenticabili, ma raramente sono protagoniste della storia. In “la vecchia”, breve romanzo del 1959, ripubblicato recentemente da Adelphi, quattro donne si fronteggiano in una partita




[2026-03-11] Hacklabkelo espazioa @ La Kelo Gaztetxea


Hacklabkelo espazioa

La Kelo Gaztetxea - Mahastiak / Las Viñas 63, 48980 Santurtzi
(miércoles, 11 marzo 20:00)
Hacklabkelo espazioa
Hacklabkelo espazioa teknologiarekin, softwarearekin, hardware librearekin, sistema eragileekin, sareekin, birtualizazioarekin, DIY, etab. erlazionatutako guztiarekin esperimentatzeko

Espacio Hacklabkelo para experimentar con todo lo relacionado con la tecnologia, software y hardware libre, sistemas operativos, redes, virtualización, DIY, etc.


hacker.convoca.la/event/hackla…



[2026-03-04] A-Distro e SeriRiot @ Federazione Anarchica Torinese


A-Distro e SeriRiot

Federazione Anarchica Torinese - corso Palermo 46
(mercoledì, 4 marzo 18:00)
A-Distro e SeriRiot

Distro e SeriRiot

ogni mercoledì

dalle 18 alle 20

in corso Palermo 46

(A)distro – libri, giornali, documenti e… tanto altro

SeriRiot – serigrafia autoprodotta benefit lotte

Vieni a spulciare tra i libri e le riviste, le magliette e i volantini!

Sostieni l’autoproduzione e l’informazione libera dallo stato e dal mercato!

Informati su lotte e appuntamenti!


gancio.cisti.org/event/a-distr…



[2026-03-05] Apertura CdL Felix @ CDL FELIX Asti


Apertura CdL Felix

CDL FELIX Asti - Via XX Settembre 112 Asti
(giovedì, 5 marzo 17:00)
Apertura CdL Felix
Come ogni giovedì, il CDL sarà aperto dalle 17 alle 20 nel cortile di via XX settembre 112. Birra fresca, giornali, libri in prestito, consultazione e vendita!

Abbiamo un sacco di nuovi arrivi, passate a trovarci!


gancio.cisti.org/event/apertur…



The public deserves to know when Iran war reporting is stifled


Journalists covering the U.S. and Israel’s war on Iran should be telling their audiences not only what they know but what they were prevented from finding out, and by whom. That doesn’t just mean an occasional editorial bemoaning threats to press freedom. Those are valuable, but on their own, they turn speech suppression into a side issue. The reporting itself should include acknowledgment and explanation of how censorship impacts what the public sees and reads.

The censorship infrastructure surrounding this war is extraordinary. On the American side, self-proclaimed Secretary of War Pete Hegseth has virtually eliminated press access to the military and limited press credentialing to journalists who pledge to remain official stenographers. As a result of his policy, the press corps covering the Pentagon is composed of Trump-aligned outlets like One America News, Turning Point USA’s Frontlines, and MyPillow CEO Mike Lindell’s LindellTV streaming service.

It’s arguably not the worst outcome for serious reporters to get their time back so they can dig through public records instead of listening to Hegseth’s lies and weird pep talks. But if they try, they’re sure to run into problems caused by the Trump administration’s widespread gutting of public records and transparency mechanisms, elimination of government websites, and blatant noncompliance with the Freedom of Information Act.

Some of the same outlets excluded from the Pentagon are likely to face harassment from Brendan Carr’s Federal Communications Commission and others within the administration eager to use their leverage over corporate transactions to deter criticism.

Trump has claimed that kitchen cabinets threaten national security during peacetime — imagine what he’ll say about investigative journalism while at war.

The administration’s war on leaks is sure to accelerate as whistleblowers seek to expose the embarrassing mistakes and awful human rights abuses that the war is almost certain to bring. After the raid of Washington Post reporter Hannah Natanson’s home over her source’s alleged Espionage Act violations, further intrusions on newsgathering seem inevitable. Trump has reportedly been looking for an opportunity to take it one step further and prosecute a journalist under the same archaic law.

The congressional subpoena of journalist Seth Harp, for identifying a military official leading Trump’s attack on Venezuela, likely foreshadows what’s to come for journalists who publish news the administration seeks to conceal about the war.

The administration’s efforts to distort the concept of “doxxing” to criminalize reporting on Immigration and Customs Enforcement’s abduction spree may prove to have been a practice run for tactics to silence war correspondents. President Donald Trump has claimed that kitchen cabinets threaten national security during peacetime — imagine what he’ll say about investigative journalism while at war.

Attacks that don’t silence critics directly are apt to lead to self-censorship. Sources won’t come forward at risk of federal investigation. Corporate news moguls will tone down their coverage to avoid government threats to their more lucrative holdings. Smaller outlets and independent journalists will hesitate to risk incurring life-altering legal fees.

Sure, some journalists and whistleblowers are courageous enough to risk everything to tell the truth, but we shouldn’t be dependent on heroism for uncensored reporting.

On the Israeli side, the censorship is often even more direct. Israel’s military censor, which reportedly banned publication of 1,635 articles and partially censored another 6,265 in 2024, will be back at it — likely emboldened by U.S. backsliding under Trump. Journalists who disobey the censor — which also prohibits them from reporting they’ve been silenced — risk arrest.

Stories that aren’t killed by the censor are deterred with the threat of being blown to bits. Israel has systematically targeted news outlets and individual journalists in Gaza, as well as Iran. There’s no reason to assume Iran will be any different — an Iranian state media complex has reportedly already been bombed. Add to that the “accidental” killings of journalists resulting from unwillingness to take basic measures to protect civilians.

And then there’s Iran itself, which, to paraphrase Hegseth, didn’t start this war but is sure going to censor it. The remnants of the regime are likely to lash out to violently stifle all sorts of dissent, including journalism that doesn’t parrot their narratives.

Stories that aren’t killed by the censor are deterred with the threat of being blown to bits.

Iran — which ranked 176th out of 180 on Reporters Without Borders’ global Press Freedom Index last year — is intolerant of adversarial journalism during peacetime and will surely escalate censorship now, as we saw during the Israel-Iran war last year.

Since the start of the current war, Iran has already blacked out phone and internet access, as it did during its horrifically violent suppression of January’s uprisings. It will almost certainly continue to do so, thereby severely limiting the information that comes out of the war’s primary battleground, and leaving journalists and news consumers to gauge the credibility of competing government narratives.

None of this is unprecedented in isolation — the George W. Bush administration used highly restricted embed access in Iraq as a propaganda tool, subpoenaed reporters, and floated prosecuting them under the Espionage Act. The Obama administration pursued more Espionage Act cases against whistleblowers than all prior administrations combined. The Biden administration extracted a plea deal from Julian Assange over WikiLeaks’ exposure of Iraq war crimes. But all of that is going to be on steroids now, in terms of both scale and brazenness.

Journalists will find a way to report the news and investigate government abuses and lies, despite it all. Lawyers and activists will do what they can to help. But it’s unrealistic to expect reporters to overcome this multipronged attack entirely.

What they can and should do, even if it feels awkward, is let the public in on the obstacles they are dealing with and how the lack of reliable information during modern conflicts harms us all, allowing politicians to lie their way into wars that enrich their friends while killing schoolchildren.

If reporters are going to quote Pentagon spokespeople or news releases, the public deserves to know who the reporter was not allowed to interview and what documents they were not permitted to review. It’s vital context without which the reporting is arguably misleading. And reporters from the U.S. — which is somehow still the least censored of the three main parties to this war — may be the only ones who can provide it.

It might not fix the secrecy surrounding this war, but it could lead to greater demand for transparency and greater skepticism of official narratives in the run-up to the next “forever war.” Maybe it could even help avoid the next one altogether.


freedom.press/issues/the-publi…



Essere connessi e sentirsi soli


Hai centinaia di contatti, chat aperte, notifiche continue e qualcuno che ti scrive sempre, eppure, a volte, ti senti solo come se fossi in una stanza vuota.
Non è un paradosso, è la differenza tra connessione e esposizione.
Sei costantemente in contatto, ma raramente sei presente, perchè scambi informazioni, non parti di te.
Metti like, rispondi con emoji, commenti.
Ma quante volte dici davvero quello che senti?
La verità è che la maggior parte delle interazioni moderne è sicura, superficiale e controllata. Non rischi quasi nulla.
E senza rischio non c’è connessione reale.
La connessione vera nasce quando ti mostri imperfetto e dici una cosa scomoda. Quando ammetti che non sei a posto.
Ma quello spaventa, è molto più facile essere “visibili” che essere vulnerabili.
Puoi raccontare cosa fai, cosa pensi, cosa mangi, dove vai, ma non dire cosa ti ferisce, cosa temi, cosa desideri davvero.
E poi ti chiedi perché non ti senti compreso.
La connessione non è quantità di scambi, è profondità di esposizione.
E finché continui a mostrare una versione filtrata di te, sarai circondato, ma non visto.
Non sei solo perché nessuno ti scrive, sei solo quando nessuno conosce la parte vera di te.
E quella parte non si connette automaticamente, va mostrata; non a tutti, certo. Ma a qualcuno sì.
La tecnologia non è il problema. Quello è quanto poco sei disposto a rischiare emotivamente.
Vuoi sentirti connesso davvero?
Smetti di cercare più interazioni e cerca più verità.
Perché la connessione non nasce dal numero di notifiche, ma dal momento in cui qualcuno ti guarda e riconosce qualcosa di autentico.
E per arrivarci, devi prima smettere di nasconderti dietro lo schermo.
#mymindfulnesspath #lamindfulnesspertutti #mindfulnessitalia #mindfulness #benessere #lifecoaching #connessione #sentirsisoli #solitudine

Mental Wellbeing Channel reshared this.



Red Hat amplia la collaborazione con NVIDIA

@GNU/Linux Italia

linuxeasy.org/red-hat-amplia-l…

Red Hat estende la partnership con NVIDIA per ottimizzare RHEL, OpenShift e Red Hat AI sulla piattaforma NVIDIA Vera Rubin L'articolo Red Hat amplia la collaborazione con NVIDIA è su Linux Easy.

GNU/Linux Italia reshared this.



LibreOffice risponde alle critiche: l’interfaccia è migliore di quella di Microsoft Office

@GNU/Linux Italia

linuxeasy.org/libreoffice-lint…

LibreOffice replica alle critiche sulla sua interfaccia e sostiene che il ribbon di Microsoft Office non sia uno standard né un modello ergonomico. L'articolo LibreOffice risponde alle critiche: l’interfaccia è migliore di

reshared this



𝐀𝐕𝐕𝐈𝐎 𝐑𝐀𝐂𝐂𝐎𝐋𝐓𝐀 𝐅𝐎𝐍𝐃𝐈 𝐏𝐄𝐑 𝐑𝐈𝐂𝐎𝐑𝐒𝐎 𝐀𝐋 𝐓𝐀𝐑


L’Unione dei Comitati è nata per essere più forti contro l’inceneritore. Per tutti noi è stato quindi normale decidere di fare il ricorso al TAR insieme raccogliendo unitariamente i fondi necessari. Oggi diamo avvio alla raccolta fondi per impugnare il provvedimento autorizzatorio unico regionale (PAUR) ma fatto con ordinanza da Gualtieri grazie ai poteri straordinari e con la complicità della Regione a guida Rocca. Chiediamo a tutti di sostenere la nostra raccolta fondi a difesa della terra dove viviamo. Le vostre donazioni saranno preziose, ogni contributo, anche piccolo, è importante.
Per tutta l’Unione dei Comitati raccoglierà i fondi il Comitato per le future generazione che sarà quindi l’unico soggetto autorizzato a raccoglierli per la nostra Unione. Nella locandina allegata trovate IBAN sul quale versare e la causale. La nostra regola sarà la massima trasparenza con pubblicazione settimanale dei contributi ricevuti (data e importo). Fate girare il nostro messaggio. Contiamo sul sostegno di tutti!

𝐃𝐎𝐍𝐀 𝐭𝐫𝐚𝐦𝐢𝐭𝐞 𝐁𝐨𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐨 𝐁𝐚𝐧𝐜𝐚𝐫𝐢𝐨 𝐬𝐮𝐥𝐥'𝐈𝐁𝐀𝐍:

𝐈𝐧𝐭𝐞𝐬𝐭𝐚𝐭𝐚𝐫𝐢𝐨: 𝐂𝐎𝐌𝐈𝐓𝐀𝐓𝐎 𝐏𝐄𝐑 𝐋𝐄 𝐅𝐔𝐓𝐔𝐑𝐄 𝐆𝐄𝐍𝐄𝐑𝐀𝐙𝐈𝐎𝐍𝐈 (𝐀𝐬𝐬𝐨𝐜𝐢𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐧𝐨-𝐩𝐫𝐨𝐟𝐢𝐭)

𝐈𝐁𝐀𝐍: 𝐈𝐓𝟗𝟐𝐖𝟎𝟖𝟗𝟓𝟏𝟑𝟗𝟏𝟑𝟎𝟎𝟎𝟎𝟎𝟎𝟎𝟑𝟔𝟗𝟒𝟕𝟏

𝐂𝐚𝐮𝐬𝐚𝐥𝐞: 𝐑𝐢𝐜𝐨𝐫𝐬𝐨 𝐚𝐥 𝐓𝐀𝐑 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐢𝐥 𝐏𝐀𝐔𝐑

𝐆𝐑𝐀𝐙𝐈𝐄!

#Roma #Gualtieri #NoInceneritore #EmergenzaRifiuti #Politica #RifiutiZero #CittadiniEsasperati #Termovalorizzatore #perte #fyp #foryou

Politics Channel reshared this.



Motorola e GrapheneOS: nasce una partnership per la sicurezza degli smartphone

@GNU/Linux Italia

linuxeasy.org/motorola-e-graph…

Motorola annuncia una partnership con la GrapheneOS Foundation per sviluppare smartphone più sicuri e compatibili con il sistema operativo open L'articolo Motorola e

reshared this

in reply to Lorenzo

@enzoesco

@GNU/Linux Italia

Era ora che qualche brand sfruttasse l'odio generalizzato per Google, rischio di aver trovato il mio nuovo marchio preferito. Speriamo vadano avanti su questa strada.

GNU/Linux Italia reshared this.



How Polymarket and Kalshi bet on Iran; AI translations are impacting Wikipedia; and an Amazon change impacting wishlists.#Podcast


Podcast: The Depravity Economy


This week we discuss our coverage of the U.S.-Israel strikes against Iran, specifically how Polymarket and Kalshi are letting people profit from death, and that Amazon data centers were on fire after missiles hit Dubai. Then Emanuel talks about how AI translations are adding 'hallucinations' to Wikipedia articles. In the subscribers-only section, Sam tells us about a change with Amazon wishlists that may expose your address.
playlist.megaphone.fm?e=TBIEA3…
Listen to the weekly podcast on Apple Podcasts,Spotify, or YouTube. Become a paid subscriber for access to this episode's bonus content and to power our journalism. If you become a paid subscriber, check your inbox for an email from our podcast host Transistor for a link to the subscribers-only version! You can also add that subscribers feed to your podcast app of choice and never miss an episode that way. The email should also contain the subscribers-only unlisted YouTube link for the extended video version too. It will also be in the show notes in your podcast player.
youtube.com/embed/paHMe9kFf0w?…
0:00 - Intro

1:32 - ⁠With Iran War, Kalshi and Polymarket Bet That the Depravity Economy Has No Bottom⁠

29:07 - AI Translations Are Adding Hallucinations To Wikipedia Articles

SUBSCRIBER'S STORY - ⁠Amazon Change Means Wishlists Might Expose Your Address




‘How ghoulish.’ The depravity economy moves into the nuclear war business.#News #nuclear


Polymarket Pulls Bet on Nuclear Detonation in 2026


For a few hours on Tuesday, Polymarket hosted a bet about the possibility of nuclear war in 2026. The market asked the question “Nuclear weapon detonation by …?” and racked up close to a million dollars in trading volume before Polymarket took the unusual step to remove the market from its website. It did not simply close down the bet, but it’s been “archived” meaning that a record of it no longer exists. It’s strange as many older and paid out bets remain on the site.

Pulling a bet like this is unusual and the company did not respond to 404 Media’s request for an explanation as to why. Word of the nuke bet drew wide attention online from critics already upset about Polymarket for its place in the depravity economy.
playlist.megaphone.fm?p=TBIEA2…
“I have not seen anything like this before,” Jon Wolfsthal, a former special assistant to President Barack Obama and a member of the Bulletin of the Atomic Scientists, told 404 Media. “As a citizen, it seems dangerous to enable people in power to place bets anonymously on things that might happen, creating an incentive to act on a basis of personal gain and not the national interest.”

Polymarket doesn’t often balk at bets on violence and war. There are multiple markets covering the wars in Ukraine and Iran and also many other bets about nuclear detonations. “Will a US ally get a nuke before 2027?” and “Russia nuclear test by …?” are both still actively trading. An older version of the “nuclear weapons detonation” is still on the site and did almost $3 million in trading before closing and paying out at the end of the 2025. It’s hosted a bet on the same question every year for the past few years.

The gambling market has been under fire this week after gaining a lot of attention for its various bets on the war in Iran. Gamblers spent more than $5 million betting on the question “Will the Iranian regime fall by June 30?” People have been caught manipulating war maps to cash in on frontline advances in Ukraine. And someone made $400,000 using inside knowledge to place bets about the capture of Maduro.

“How ghoulish. Especially given how much insider trading apparently goes on with current events bets,” Alex Wellerstein, a nuclear historian and creator of the NUKEMAP, told 404 Media.

Wellerstein said that betting on nuclear war isn’t unprecedented, but that it’s usually tongue-in-cheek and conducted by insiders. “The thing that immediately comes to mind is Fermi's ‘side bet’ that the Trinity test would destroy the atmosphere in 1945—which was a joke, as nobody would be able to collect if it had happened,” he said.

“A flip of this is in Daniel Ellsberg's The Doomsday Machine, in which he eschewed paying into a pension in the early 1960s because he thought the odds of a future nuclear war were so high that it was better to spend the money sooner rather than later. So another kind of bet, but a private one,” Wellerstein added. “And whenever experts give ‘odds’ on nuclear use (which the intelligence community does, apparently), they are to some degree indulging in this kind of impulse. But not for the hope of personal profit—usually it is because they want to avoid such an outcome.”

Polymarket CEO Shayne Coplan has repeatedly called the site “the future of news,” and has suggested that prediction markets give the public a more clear picture of events because money is on the line. The reality is that the financial incentives pervert reality. Nuclear war, it seems, was a bit too dramatic for Polymarket to host a wager on. But Polymarket has few moral qualms, has not told anyone why it "archived" the bet, and it’s possible it did so for some arcane technical reason and not because it got squeamish. Polymarket did not respond to 404 Media’s request for comment.




Alice Spaccini e Sara Martelli intervengono all’evento “Quando l’Europa ascolta le donne” a Vimercate

Alice Spaccini membro di Giunta dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica e co-coordinatrice italiana My Voice My Choice e Sara Martelli membro di Giunta dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica e rete nazionale Pro Choice RICA interverranno all’interno del programma di Marzo Donna, durante l’evento “Quando l’Europa ascolta le donne – My Voice My Choice, storia di una mobilitazione collettiva di successo per il diritto all’aborto sicuro in tutte l’UE”

📍 Auditorium Biblioteca, Piazza Unità d’Italia 2G, Vimercate
🗓 10 marzo 2026
🕕 ore 18:00


Dopo il successo dell’Iniziativa dei cittadini europei My Voice My Choice, che ha raccolto oltre 1,2 milioni di firme e che in Italia è stata promossa da Associazione Coscioni, lo scorso 26 febbraio la Commissione europea ha dato una risposta positiva, riconoscendo che i fondi europei possono essere utilizzati dagli Stati membri per sostenere l’accesso all’aborto sicuro. Durante l’incontro si parlerà di come è nata e si è sviluppata questa mobilitazione europea e quali nuove possibilità si aprono ora per garantire concretamente il diritto all’aborto anche nei paesi dove l’accesso è più difficile. All’incontro interverrà anche Donatella Albini, ginecologa del Centro di documentazione e informazione sulla salute di genere di Brescia, mentre la serata sarà moderata da Susi Rovai, consigliera comunale di Vimercate. Sono inoltre previsti interventi di consiglieri comunali della provincia di Monza e Brianza.

L'articolo Alice Spaccini e Sara Martelli intervengono all’evento “Quando l’Europa ascolta le donne” a Vimercate proviene da Associazione Luca Coscioni.



#NoiSiamoLeScuole questa settimana è dedicato alle scuole realizzate con i fondi del #PNRR a Valmontone (RM) e a San Marcello Piteglio (PT).


Sex, Banking, Toilette: Intime Aufnahmen aus Metas Kamera-Brille landen in Nairobi


netzpolitik.org/2026/sex-banki…